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Il

libro

Il nostro cervello è una macchina meravigliosa e conoscerla meglio ci può aiutare a usarla
al massimo delle sue potenzialità, dai primi anni di vita fino all’età più avanzata.
È da questo spettacolare groviglio fatto di miliardi di cellule nervose e delle loro
diramazioni che nasce tutto: la nostra capacità di vedere e di immaginare, di soffrire e di
gioire, di ricordare e di creare, di odiare e di innamorarsi. Ma come avviene tutto ciò?
Come si formano per esempio le immagini che noi vediamo nel nostro “teatrino mentale”?
In base a quali meccanismi prendiamo una decisione e non un’altra? Siamo davvero liberi?
Da dove nasce l’amore? C’è nel cervello un punto del piacere? Come spieghiamo i déjà-vu?
Questo libro, sotto forma di dialogo con un ipotetico lettore curioso, racconta con parole
semplici quello che oggi si è capito del nostro cervello e le frontiere di quello che ancora
resta da conoscere.
Una seconda parte del libro è poi dedicata alle pratiche per tenere il cervello attivo e
brillante lungo tutto il corso della vita. Verranno presentati gli studi più recenti
sull’allattamento, l’esercizio fisico, l’alimentazione, l’allenamento mentale, il sesso, lo shock
della pensione, l’invecchiamento cerebrale, l’Alzheimer, il cervello dei centenari... Molte
ricerche dimostrerebbero infatti che è possibile non solo tenere in buona forma i nostri
neuroni (e in certi casi migliorarne le prestazioni) ma anche prevenire, almeno in parte,
quelli che paiono essere gli inevitabili danni del tempo e dell’età.
L’autore

Piero Angela è autore di innumerevoli programmi televisivi dedicati alla scienza, alla
storia e all’economia, fra i quali “Quark” e “Superquark”. Ha scritto moltissimi libri
tradotti in varie lingue sugli argomenti più diversi: dalla biologia alla psicologia, dalla
fisica agli sviluppi tecnologici, dai sistemi complessi all’evoluzione umana,
dall’astrofisica ai problemi ambientali, fino ai suoi ultimi bestseller, tutti editi da
Mondadori: Ti amerò per sempre (2005), Energia - La sfida del secolo (2006), Perché
dobbiamo fare più figli (2008) e A cosa serve la politica? (2011). Per la sua attività gli sono
state conferite nove lauree honoris causa.
Piero Angela

VIAGGIO
DENTRO LA MENTE
Conoscere il cervello per tenerlo in forma

Disegni di Valter Fogato


Introduzione

Per farvi un’idea della complessità del nostro cervello, pensate che in un solo
centimetro cubo, cioè in uno spazio poco più grande di una nocciola, vi sono
mediamente da 50 a 70 milioni circa di cellule nervose, ognuna piena di
diramazioni, con centinaia di punti di contatto. Una rete sterminata,
continuamente percorsa da impulsi elettrochimici che scaricano ad altissime
velocità (millesimi di secondo), usando sostanze chimiche di diverso tipo. Non
solo, ma in quello stesso spazio coabitano forse altrettante cellule gliali, che
collaborano con quelle nervose per generare l’attività cerebrale.
È da questo incredibile groviglio che nasce tutto: la nostra capacità di vedere,
sentire, immaginare, soffrire, memorizzare, gustare, gioire, camminare, parlare,
creare musica, odiare, inventare, amare. E soprattutto capire.
Ma come avviene tutto ciò?
Il libro, sotto forma di dialogo tra l’autore e un ipotetico lettore curioso, cerca
di raccontare quello che oggi si è scoperto sul cervello, sia per quanto riguarda
l’hardware (cioè la struttura biologica) che per quanto riguarda soprattutto il
software, cioè la mente. Cos’è l’intelligenza? E la creatività? Come si formano le
immagini che vediamo nel nostro “teatrino mentale”? Come nasce una
decisione? Fino a che punto esiste una libertà di scelta? Quanto giocano i
condizionamenti educativi e culturali? Come mai le emozioni prendono talora il
sopravvento? Ma anche: da dove nasce l’amore? Quanto siamo imparentati con
un moscerino o con un albero? Per quale ragione, diversamente dagli altri
mammiferi, i piccoli della specie umana rimangono così a lungo incapaci di
badare a se stessi? Perché dobbiamo assolutamente dormire, e non solo
riposarci? Esiste nel cervello un punto del piacere? Cosa succede al nostro
cervello quando invecchiamo? Sono solo alcune delle tante domande che
accompagnano questo dialogo molto stimolante. Ma, spero, anche chiaro e
scorrevole.
Per comodità di chi legge ecco, brevemente, come viene scandito il racconto.
Nei primi due capitoli vedremo come il cervello si autocostruisce nei primi
vent’anni di vita, passando dallo stadio embrionale a quello adulto. Nel secondo
e terzo capitolo entreremo nel più intimo della macchina cerebrale, per osservare
da vicino come prendono origine le emozioni e le memorie che influenzano così
profondamente il nostro modo di essere. Poi saliremo nella parte più nobile della
rete nervosa, là dove si formano i pensieri, e anche le immagini dei nostri
pensieri. E dove, soprattutto, si annidano l’intelligenza, la razionalità, la
creatività.
Dopo un sorvolo nel mondo magico dei sogni (e in quello dei “poteri magici”
del cervello), vedremo infine come l’insieme delle varie aree cerebrali dia origine
al comportamento, e alle scelte individuali. Ma quanto sono veramente libere
queste scelte? E quanto l’intelligenza può aiutarci a conquistare maggiori spazi di
libertà?
Questa parte si chiude con un capitolo dedicato alla corsa tra l’intelligenza e la
macchina: i cambiamenti rapidissimi e inquietanti che stanno avvenendo nelle
società avanzate richiedono una tale accelerazione dell’educazione da rendere
necessari progetti del tutto nuovi, del tipo di quello che presento per concludere.
L’ultima parte del libro sarà dedicata a una serie di ricerche che hanno un
elemento in comune: come tenere in forma il cervello e la mente lungo tutto il
corso della vita, partendo addirittura dal periodo fetale per arrivare fino all’età
molto avanzata.
Si tratta delle più recenti ricerche pubblicate su prestigiose riviste
internazionali, e che riguardano l’allenamento mentale, l’insegnamento, la
musica, l’apprendimento di lingue straniere, l’invecchiamento cerebrale, ma
anche l’esercizio fisico, l’alimentazione, l’allattamento, le diete, il sonno, la
socialità, l’alcol e le droghe, la vista e l’udito, il sesso, lo shock della pensione, la
perdita di neuroni, l’invecchiamento cerebrale, la malattia di Alzheimer e persino
il cervello dei centenari.
I nostri neuroni, contrariamente alle altre cellule, non hanno ricambio, se non
in pochi casi: sono “eterni”, per così dire, ce li portiamo dietro dalla nascita per
tutta la vita (vedremo poi meglio cosa vuol dire questo). Ma anche le
straordinarie qualità che essi esprimono possono avere una vita molto lunga, se
abbiamo la fortuna di avere buoni cromosomi, e soprattutto se sappiamo gestire
bene questo “oggetto” che ci permette (unici nel mondo conosciuto) di essere
sapiens.
Ma c’è di più. Lo sviluppo di una società, oggi molto più che nel passato, è
direttamente legato allo sviluppo dei suoi cervelli: è il livello educativo che
permette non solo di sviluppare la mente, ma anche di elevare il reddito.
L’intelligenza può essere una fonte infinita di ricchezze, materiali e
immateriali: basta saperla usare nel modo giusto.
I
La nascita del cervello

SASSI CHE PENSANO

Da dove cominciamo?
Cominciamo dall’inizio, direi.

Ma quale inizio?
Be’, se veramente si volesse andare indietro nella storia del cervello, si
dovrebbe arrivare fino alla formazione degli atomi che lo compongono.

Cioè a miliardi di anni fa…


Quattro miliardi e mezzo di anni fa, più o meno. Quando il nostro pianeta si
stava formando da una polvere cosmica e dallo spazio piovevano frammenti di
rocce, comete, asteroidi. Sono stati questi materiali (originatisi all’interno di
gigantesche supernove e proiettati nello spazio) che pian piano, attraverso un
percorso molto lungo e complesso, hanno dato origine alla materia vivente, e
infine al cervello.

Si potrebbe quindi dire che il cervello umano è un pezzetto di universo


diventato capace di vedere, sentire e ragionare…
Non soltanto, capace anche di guardare indietro nel passato e capire la
propria origine e la propria storia.

Vista così, è veramente una storia straordinaria: dei sassi che diventano capaci
di scrivere la Divina Commedia o di comporre la Pastorale!
Ma anche di…

Ho capito! Ma quando è apparso il cervello, nel corso dell’evoluzione?


Non lo sappiamo. Ovviamente è stata una costruzione graduale, che a un
certo punto ha subito un’accelerazione. Quando in natura qualcosa funziona
bene, e offre un vantaggio competitivo, si afferma e si conserva, anche attraverso
le più varie diversificazioni.
Qualcuno ipotizza che, inizialmente, in certi animali acquatici siano apparse,
per “errore”, particolari cellule sensibili (sensibili per esempio alla pressione
dell’acqua o alla luce): questo forniva loro un vantaggio nella predazione, oppure
nello sfuggire a un predatore. Poi, per pressione selettiva (così come è avvenuto
per qualsiasi altra caratteristica “vincente”), da queste prime cellule sensibili si
svilupparono forse le primitive reti nervose.

Si vedono ancora oggi in natura tracce di queste arcaiche reti nervose?


Una delle più arcaiche è quella della medusa. Le sue tipiche contrazioni, così
eleganti, che ricordano quasi un movimento di danza, sono dovute alla presenza
di un anello nervoso che circonda il margine della sua ombrella. La cosa meno
nota è che lungo questo anello nervoso si trovano dei minuscoli addensamenti
sensibili alla luce.

Come degli occhi?


Non proprio, tuttavia questo sistema molto elementare mostra come una rete
nervosa possa cominciare a diversificarsi e a sviluppare certe caratteristiche.
Ci sono anche altre forme viventi molto semplici, per esempio le stelle
marine, che già posseggono un elementare sistema nervoso. Quando al mare
“pinneggiamo” con la maschera, a volte capita di vederne qualcuna sui fondali.
Sembrano immobili, ma un filmato accelerato ci mostrerebbe come si muovono
per procurarsi il cibo, andando a caccia di ricci di mare.

E i primi cervelli veri e propri?


Per trovare un primo minuscolo addensamento di cellule nervose dobbiamo
arrivare ad animali già relativamente più evoluti, come le lumache. La lumaca
d’acqua (Aplysia) è uno degli animali più studiati, perché rappresenta un
modello molto semplificato: ha un cervello primitivo, formato da soli 20 mila
neuroni circa. Questi neuroni sono stati in buona parte mappati, permettendo di
osservare certi collegamenti e funzioni.

E le formiche?
Le formiche sono straordinarie: il loro cervello ha dimensioni microscopiche,
meno di un millimetro cubo, ma riescono a fare cose incredibili, come costruire
piccole città sotterranee, avere una complessa vita sociale, disporre di un
sofisticato sistema di comunicazione.

Posseggono un linguaggio?
Non un linguaggio sonoro, naturalmente, ma tattile e chimico. Pensi che certe
formiche a volte catturano delle uova in formicai di altre specie e, quando
nascono i piccoli, li allevano come schiavi; ebbene, queste formiche “straniere”
imparano il linguaggio del nuovo nido a tal punto che se incontrano formiche
della loro specie non le riconoscono più, e le attaccano! In altri casi catturano
delle larve e le allevano, come fossero pecore, per disporre di una riserva
alimentare.

Hanno inventato per prime la pastorizia…


In un certo senso.

Ma le formiche pensano?
Dipende da cosa si intende per “pensare”: alcune ricerche hanno mostrato
che, per effettuare i loro percorsi di andata e ritorno, le formiche si costruiscono
delle “mappe mentali”, e ciò viene interpretato come una capacità di elaborare
mentalmente delle informazioni. Tutto questo con un cervello più piccolo, come
dicevamo, di un millimetro cubo. Ciò può dare un’idea di cosa possa fare un
cervello un milione e mezzo di volte più grande, cioè il nostro.

35 PER CENTO IN COMUNE CON I VERMI

Lei diceva prima che quando in natura qualcosa funziona bene si afferma e si
conserva, anche attraverso le più varie diversificazioni. Quindi anche i neuroni,
una volta affermatisi, si sono conservati sostanzialmente simili nelle più diverse
specie?
È così. Il “modello base” dei neuroni è rimasto lo stesso attraverso i tempi. È
simile nella lumaca e nell’uomo. Naturalmente ogni specie li ha poi adattati alle
proprie esigenze funzionali.

Questo vale per molte altre caratteristiche genetiche.


Certo. Per esempio per il sangue, le ossa, la pelle, i peli, il sistema
immunitario, i vasi sanguigni, ecc. Queste caratteristiche sono codificate nel
codice genetico e sono simili in qualunque organismo. Ciò significa che due
specie sono tanto più affini quanto più hanno geni in comune.
È per questo che si dice che lo scimpanzé è per il 98 per cento simile all’uomo?
Sì. Ma attenzione: questo non vuol dire che il cervello dello scimpanzé sia
simile a quello dell’uomo per il 98 per cento, ma semplicemente che nel suo
corredo genetico sono presenti tantissimi geni simili ai nostri (sangue, ossa, pelle,
peli, sistema immunitario, vasi sanguigni e molto altro).
Esistono studi sulle cosiddette “distanze genetiche” fra le varie specie, ed è
molto curioso vedere come siamo imparentati con animali apparentemente
molto lontani da noi.

Per esempio?
Per esempio abbiamo il 92 per cento di geni in comune con il topo, il 44 per
cento con il moscerino, il 35 per cento con i vermi, il 26 con il lievito e il 18 con
le piante.

Quindi siamo tutti parenti…


Sì, ma questo riguarda aspetti molto particolari – per esempio la proteina
contrattile, che è la stessa nel verme e nel pianista –, non riguarda certo taluni
aspetti tipicamente umani… È però un dato interessante, che ci fa capire che in
natura, appunto, siamo tutti parenti.

Ma per quanto riguarda il cervello, lo scimpanzé quanto è distante dall’uomo?


Non è facile dirlo. C’è però un dato quantitativo, che riguarda la corteccia
prefrontale, cioè la parte considerata più “nobile” del cervello, quella che presiede
alle attività alte della mente (come vedremo). Ebbene, qui la differenza è
notevole: nell’uomo rappresenta il 29 per cento del cervello, nello scimpanzé solo
il 12 per cento.

E nel cane?
Nel cane il 7 per cento, nel gatto il 3,5 per cento. Nel coccodrillo quasi non
esiste, è ridotta ai minimi termini. Man mano che si va verso forme meno
evolute, prevalgono le parti arcaiche e “funzionali” del cervello, quelle legate alla
sopravvivenza quotidiana.

Nell’uomo, in un certo senso, è lo sviluppo della neocorteccia ad aver fornito un


formidabile strumento di sopravvivenza?
Credo che lo si possa affermare. L’uomo è apparentemente debole e inerme di
fronte agli altri animali: non ha le zanne né gli artigli, non corre veloce, non ha il
loro olfatto e il loro udito. Ma ha l’intelligenza! Una qualità che si annida proprio
in quella parte “nobile” del cervello, la neocorteccia. E con questa
“specializzazione” ha battuto tutti: è riuscito a fabbricare strumenti in pietra, a
inventare il fuoco, a catturare prede con le trappole o a colpirle a distanza
utilizzando un arco. La neocorteccia si è rivelata davvero l’arma vincente, molto
più dell’olfatto, dell’udito, della forza muscolare o della velocità. Anzi, oggi
questa parte del cervello permette all’uomo di essere persino più veloce di una
gazzella (in auto), più forte di un elefante (con un caterpillar), di vedere più
lontano di un falco (con il telescopio) e di volare più in alto di un’aquila (con
l’aereo).

CINQUE MINUTI PRIMA DELLA MEZZANOTTE

L’evoluzione recente del cervello è stata abbastanza veloce, se si guarda la scala


dei tempi.
Molto veloce. Immaginiamo di concentrare l’intera storia della vita sulla Terra
in un solo anno: il 1° gennaio abbiamo le prime cellule viventi, ma bisogna
aspettare fino a novembre per vedere le prime meduse; i dinosauri compaiono
solo a metà dicembre; i più arcaici primati umani, con un cervello poco più che
scimmiesco, alle sei di sera del 31 dicembre, l’Homo habilis tre ore prima della
mezzanotte e i primi Sapiens sapiens a mezzanotte meno un quarto. Soltanto a
mezzanotte meno cinque minuti i Sapiens sapiens escono dall’Africa e
cominciano a popolare i vari continenti. È in quegli ultimi cinque minuti che
avviene tutto: avvengono conquiste fondamentali: l’invenzione dell’agricoltura,
la nascita delle grandi civiltà, la scrittura, ecc. Un minuto prima della mezzanotte
appare la prima macchina a vapore, e negli ultimi secondi tutto il resto.

Questa rapida evoluzione del cervello la si può osservare nei resti fossili degli
ominidi, quelli comparsi il 31 dicembre, per così dire?
Solo in parte. I teschi degli ominidi ci mostrano l’aumento relativo del volume
cerebrale, cosa certamente importante, ma non abbiamo cervelli fossili in
sequenza per capire come si sono evolute le varie parti. Esiste però un modo
indiretto per valutare l’aumento crescente dell’intelligenza.

Quale?
I resti lasciati dagli ominidi, soprattutto gli strumenti in pietra. In un certo
senso questi strumenti riflettono le loro capacità, i loro talenti: ebbene, si vede
chiaramente l’aumento di intelligenza nello scheggiare le pietre. Gli Homo
habilis, due milioni di anni fa, da un sasso di un chilo traevano 10 centimetri
circa di superficie tagliente; man mano questa superficie aumenta e alla fine
diventa grandissima grazie al trucco di “sbucciare” i sassi come se fossero mele, e
ottenere così tante lamine affilate.

Lo straordinario cervello che oggi possediamo ha richiesto dunque


un’evoluzione molto lunga per formarsi ma, paradossalmente, oggi è facilissimo
riprodurlo: bastano due cellule e nove mesi di gravidanza per far nascere un
cervello perfetto…
Effettivamente oggi è molto facile riprodurlo, se ne possono fare milioni,
miliardi di esemplari, a bassissimo costo. Eppure in quei nove mesi, fuori dalla
nostra vista, succedono cose straordinarie. Se riuscissimo a vedere come si forma
il cervello rimarremmo stupefatti.

CACCIA AL BERSAGLIO

Cosa succede?
Succede che verso il diciottesimo giorno dalla fecondazione, nell’embrione,
che è lungo meno di 2 millimetri, appare un minuscolo solco, che
approfondendosi si rinchiude e forma il “tubo neurale” da cui prenderanno
origine il midollo spinale e il cervello. A questo punto si sviluppa la fioritura dei
neuroni, che cominciano a moltiplicarsi in milioni, poi miliardi di copie,
collegandosi tra loro in infinite connessioni e costruendo così una rete nervosa
sempre più fitta. Non è una rete costruita a casaccio, ma risponde a un piano ben
stabilito, così come avviene nello schema di un pannello elettrico o di un
computer.

Ma come fanno questi neuroni ad andare a collegarsi tutti nei punti giusti?
Ciò avviene grazie a un raffinato gioco biochimico di “induzione” e
“inibizione”, che resta ancora in buona parte da chiarire. Si pensa che le strutture
“bersaglio” inviino dei segnali chimici specifici che fanno migrare i vari neuroni
lungo queste tracce, e che certe fibre possano fungere da tralicci per tali
migrazioni.
Un processo simile, del resto, vale anche per gli altri tessuti cellulari. Si può
vedere per esempio, nella quarta settimana, la futura retina dell’occhio che
crescendo in cima a due fili (i nervi ottici in formazione) arriva in superficie e
“induce” la pelle ad affossarsi come una tazza per formare le cavità oculari, e poi
foggiare il cristallino, il quale a sua volta induce i tessuti adiacenti a fabbricare
una membrana trasparente, la cornea, e così via.
La cosa interessante, che si è potuta studiare sui ratti, è che durante lo
sviluppo cerebrale, dopo la grande “fioritura”, il numero dei neuroni diminuisce
rapidamente, già nella fase fetale. Molti ritengono che la sovrabbondanza iniziale
sia necessaria per consentire una competizione tra i neuroni, in vista della
costruzione e del consolidamento dei collegamenti.

È un po’ quello che avviene con gli spermatozoi, che partono numerosissimi in
modo da permettere ai vincenti di sopravvivere.
Sì, ma qui lo scopo è quello di creare inizialmente un sistema ridondante in
grado di potersi adeguare alla richiesta dell’ambiente. La cosa interessante è che
già nello sviluppo fetale il numero dei neuroni diminuisce drasticamente, di circa
il 50 per cento. Vengono soppressi i neuroni che, durante la costruzione della
struttura cerebrale, si rivelano meno adatti. C’è una selezione, come in natura.

ACCENSIONI E SPEGNIMENTI
Alla nascita l’essere umano si trova insomma con una macchina cerebrale già
pronta a entrare in funzione.
Diciamo che i neuroni sono pronti, ma mancano ancora gran parte delle
connessioni, le sinapsi, che si formeranno e continueranno ad aumentare sino
alla pubertà. Effettivamente però, al momento della nascita, un neonato è un
miliardario. Tutto è possibile, il cervello è pronto per fornire prestazioni
fantastiche. Ma ben poco succede se non viene attivato. In mancanza di stimoli
molti neuroni e collegamenti cominciano rapidamente a “spegnersi”. C’è un
esempio drammatico che mostra questa situazione.

Quale?
È quello famoso del gattino al quale era stata messa una benda su un occhio
subito dopo la nascita: togliendo la benda dopo soli quindici giorni l’occhio, pur
non avendo subito lesioni, non aveva potuto attivarsi, perdendo gran parte della
sua funzionalità, per sempre. Questo è un esempio estremo della grande
vulnerabilità del sistema nervoso alla mancanza di stimoli, soprattutto nel primo
periodo della vita. Quello che succede, in questo caso, è che i neuroni inattivi
perdono la competizione con quelli dell’altro occhio, che trovano così maggiore
opportunità di svilupparsi.

Anche nell’essere umano molti neuroni non attivati in quel periodo “si
spengono”?
È così. È un processo naturale, così come avviene nella crescita del cervello nel
feto, di cui abbiamo parlato prima: è la ridondanza. Alla nascita il neonato
dispone, per così dire, di un numero sterminato di possibilità di “accensioni”: si
consolidano quelle che vengono attivate. Del resto non potrebbero essere attivate
tutte. È però evidente che se in questo periodo vi sono carenze ambientali (in
passato tipiche degli orfanotrofi, dove i neonati venivano lasciati nelle loro culle,
senza stimoli), allora possono crearsi problemi non solo affettivi, ma cognitivi.
Più di quarant’anni fa scrissi un libro, Da zero a tre anni, che raccoglieva dati
impressionanti in proposito.

Cosa emergeva da quei dati?


A quell’epoca la consapevolezza sulla sensibilità del sistema nervoso del
neonato era poco diffusa, ma le ricerche che venivano condotte evidenziavano
l’importanza del primo periodo di vita. Non solo per quanto riguarda il rapporto
affettivo con la madre, ma anche per lo sviluppo del linguaggio, della curiosità
esplorativa, della capacità di associare cose e idee, e in definitiva dell’intelligenza.
E quindi dimostravano l’importanza della qualità degli asili nido.
Ricordo che all’epoca il professor Jerome Kagan, dell’Università di Harvard,
mi spiegò che nel primo periodo di vita è possibile, almeno in parte, correggere le
differenze tra bambini di diversa estrazione culturale e sociale, differenze
altrimenti destinate a emergere inevitabilmente nella scuola. Non è infatti la
povertà di per sé a creare un handicap, ma le relazioni tra il piccolo e l’ambiente
che lo circonda, in particolare con la madre: già all’età di un anno si nota questa
differenza. Ogni bambino, quindi, si presenta alla linea di partenza della scuola
con un suo curriculum personale molto diverso da quello degli altri. La sua
intelligenza può essere stata stimolata oppure no nelle prime fasi dell’infanzia.
Quando entra in classe a 6 anni, in un certo senso è già un vecchio…

Ci sono esempi drammatici di deprivazione totale.


Sì, sono i ben noti esempi estremi dei cosiddetti “bambinilupo”. Cioè bambini
inselvatichiti, come quello ritrovato alla fine del Settecento in Francia, nei boschi
dell’Aveyron. Fu a lungo curato e studiato da un istitutore, che cercò di fargli
recuperare gli immensi ritardi accumulati. Non aveva problemi neurologici, ma
fu incapace di “riemergere”. Morì molto giovane.
All’epoca ebbi l’occasione di parlare con un neurologo americano che aveva in
cura due gemelli “selvaggi”, ritrovati all’età di due anni, non in un bosco ma in
un’abitazione di Boston, praticamente abbandonati. La madre alcolizzata dava
loro solo del cibo. Camminavano a quattro zampe, reagivano in modo
aggressivo, non avevano linguaggio. Anche loro furono incapaci di diventare
bambini normali, malgrado i tentativi di recupero.

LA LENTA MATURAZIONE DEL CERVELLO

C’è una cosa che colpisce, a proposito dello sviluppo nel primo periodo di vita.
Nei documentari naturalistici girati nelle savane si osservano dei piccoli di gazzella
o di gnu che, poche ore dopo la nascita, riescono già a stare in piedi, camminare,
magari correre e avere una certa indipendenza: nella specie umana non è così,
occorre un tempo lunghissimo per fare queste cose.
Si è spesso detto che alla nascita il neonato umano è ancora un feto che si sta
sviluppando: effettivamente tutto il suo sviluppo è al rallentatore. E, come si sa,
questo è un grande vantaggio per la nostra specie, perché il nostro cervello
dispone di un tempo piuttosto lungo per potersi arricchire, per imparare, per
svilupparsi (anche grazie alle prolungate cure parentali). Non è un cervello “a
presa rapida”, come generalmente avviene negli animali, ma è molto plastico,
sempre aperto a nuove esperienze. È come qualcuno che continua ad andare a
scuola per tanti anni, rispetto a chi la abbandona presto.

Ma si tratta di una maturazione di tipo solo culturale o anche neurologica, cioè


della rete nervosa?
Di entrambe. Quella di tipo culturale è evidente, ma quella neurologica è
molto meno conosciuta, perché più nascosta e sfuggente. Eppure è un processo
che dura molto a lungo, fino all’età di circa 20 anni!

Cioè si è “immaturi” neurologicamente fino a 20 anni?


In un certo senso.

Vale la pena di parlarne.


Certo, anche perché questo ci permetterà di seguire passo passo la messa in
moto del cervello.
Nel prossimo capitolo, quindi, seguiremo lo sviluppo cerebrale attraverso le
varie tappe, dall’infanzia all’adolescenza, partendo dal neonato e arrivando fino
al completamento della maturazione cerebrale.
Seguiremo il graduale sviluppo della capacità di vedere, poi di parlare, di
esplorare, di scoprire la propria appartenenza al sesso maschile o femminile, di
percepire il trascorrere del tempo, di affrontare un problema in modo logico.
Insomma vedremo cosa avviene in quel lungo percorso il cui punto di
partenza è la nascita della mente. Nel capitolo successivo entreremo poi
direttamente nel cervello per capire come funziona questa macchina fantastica.
II
La nascita della mente

IMPARARE A VEDERE

Alla nascita, il bambino cosa è già in grado di fare?


Ben poco. Possiede certi comportamenti innati come suggere, o simulare i
primi passi se viene tenuto sollevato, o stringere il dito di qualcuno. Possiede
anche un repertorio innato di vari tipi di pianto: per esprimere dolore, fame,
sonno o, più tardi, il desiderio di essere abbracciato, ecc.

Ma riesce già a vedere?


L’apparato visivo è pronto, anche se il bambino ha difficoltà a mettere a fuoco
gli oggetti, vicini o lontani. La distanza ottimale di un oggetto, per lui, è di 30
centimetri circa, che è la distanza del volto della madre quando lo tiene in
braccio. E impara presto a riconoscerne il volto.
Non solo, ma già a un mese (e anche prima), se la madre mostra la lingua,
anche il bebè la tira fuori. La capacità di imitare è innata, e questo è dovuto
probabilmente all’azione dei cosiddetti “neuroni specchio” (una scoperta del
professor Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma: detta telegraficamente, il
cervello attiva gli stessi neuroni sia quando la persona compie un’azione sia
quando la vede compiere da un altro, un po’ come avviene per lo sbadiglio, che è
“contagioso”).

C’è qualcosa che attira maggiormente l’attenzione di un neonato?


Sì, i neonati sono interessati alle strisce, ai bordi e ai contrasti di colore,
mentre tendono a ignorare le immagini a basso contrasto. Questo è coerente con
il meccanismo dell’attenzione, di cui parleremo in un prossimo capitolo. Anche
noi, infatti, siamo colpiti dalle immagini e dai suoni che contengono contrasti (e
anche da oggetti che si muovono o che lampeggiano, da suoni intermittenti,
ecc.). Per il neonato questo è un modo utile per riuscire a “scontornare” le
immagini e imparare a riconoscerle.

Ma cosa riesce realmente a capire di ciò che c’è intorno a lui?


Questo è un punto molto interessante. Il fatto è che un neonato deve
“imparare” a vedere, così come deve imparare a coordinare i movimenti del
corpo.

In che senso deve imparare a vedere?


Fino al momento della nascita il feto è vissuto nel buio più completo, e questo
flusso di impulsi deve ora attivare un sistema privo di esperienza. Non solo, ma il
cervello deve interpretare quello che vede: perché un conto è riuscire a
distinguere le immagini, un altro, appunto, è “capirle”.

Cioè?
Se si mostra a qualcuno che non conosce l’ungherese un giornale scritto in
ungherese, sarà perfettamente in grado di vedere quello che vi è stampato
(parole, frasi, punteggiatura) ma non capirà il senso di quello che vede. Per un
neonato è così: un tavolo, una sedia, un lampadario, per lui sono soltanto impulsi
luminosi, colori, linee orizzontali, oblique, ecc.; per riuscire a capire che si tratta
di un tavolo, di una sedia o di qualunque altra cosa deve imparare. Imparare a
vedere.

E come si fa a sapere quello che realmente il neonato vede o non vede, capisce o
non capisce?
Ci sono alcuni metodi, sia pure indiretti; per esempio quello che tiene conto
del suo battito cardiaco. È ben noto che se si mostra a un adulto una fotografia
che rappresenta un paesaggio, o gli si fa ascoltare una musica gradevole, il battito
del suo cuore rallenta. Se invece gli si presenta un problema mentale da risolvere,
il battito accelera.
In certi esperimenti si è applicato lo stesso metodo a bambini di pochi mesi, e
si è visto che se si presenta a un bambino di 6 mesi una maschera in cui gli occhi
sono al posto del naso e la bocca è di traverso, il suo battito cardiaco rallenta: il
bambino infatti non si pone problemi, la contempla così come si può
contemplare un paesaggio. Se invece gli si mostra la stessa maschera quando ha
10 mesi, si può notare un’accelerazione del battito cardiaco: sta cercando di
capire, correlando ciò che vede con l’immagine di un viso che ha già nelle sue
categorie mentali. E si possono misurare qui anche i suoi tempi di attenzione,
perché fissa uno stimolo nuovo più a lungo di uno già visto.

Il bambino deve anche imparare a calibrare i suoi movimenti: inizialmente non


lo sa fare.
Sì. Osservando un neonato nella culla, colpiscono i movimenti scomposti
delle braccia: il cervello non riesce ancora a “guidare” le braccia in modo
coordinato. Anche qui occorre un apprendimento.
Infatti, solo a 3 mesi riesce a portare le mani a contatto tra loro, pur non
riuscendo ancora ad afferrare gli oggetti e a mettere completamente a fuoco le
immagini. Solo a 6 mesi è in grado di prendere gli oggetti con sicurezza, portare
le mani alla bocca ed esplorare il mondo che lo circonda. Gli occorrerà quasi un
anno per passare dal gattonamento ai primi passi, e oltre due anni per riuscire a
formulare delle frasi compiute.

LA NASCITA DEL LINGUAGGIO

Quindi per il bambino è un apprendimento continuo, senza sosta, partendo da


zero.
Sì, e sarà solitamente la madre la sua prima e grande maestra. Nella prima fase
della vita il linguaggio parlato non esiste ancora, ma il bambino è in grado di
ricevere i messaggi della madre attraverso il tatto, la vista, il tipo di voce e i gesti
di lei. Molto più importanti delle parole, in questo periodo, sono le intonazioni,
le modulazioni.
Il bambino comincia a sviluppare i meccanismi cognitivi. Inizia così una
“partita a due”: perché è molto importante che anche il bambino stimoli a sua
volta la madre, con le sue reazioni. La madre ha infatti certe aspettative nei
confronti del bambino. Ognuno dei due risponde e interroga al tempo stesso. E il
comportamento del genitore è rafforzato (positivamente o negativamente) dalla
risposta del figlio. È come una partita a tennis che si gioca in due.

È la fase che prepara il linguaggio.


Sì. E la cosa interessante è che fra i 9 e i 10 mesi di età appaiono nel bambino
delle intonazioni che non sono più soltanto istintive, ma che sono tipiche della
lingua parlata dalla madre; per esempio, le intonazioni inglesi hanno un
carattere, quelle svedesi ne hanno un altro, quelle italiane un altro ancora e così
via.
Prima di esprimersi con le parole, insomma, il linguaggio passa attraverso
varie fasi. È un processo che comincia con le intonazioni e prosegue pian piano
con le vocalizzazioni e con il piacere di provare varie combinazioni di suoni,
imitando quelli emessi dalla madre.

Tutto questo però ha bisogno di una macchina cerebrale già predisposta, non
bastano gli stimoli ambientali.
Infatti questo è un punto importante. Quando si dice che il bambino è una
tabula rasa, e che tutto quello che sa fare gli viene dall’ambiente, è vero solo in
parte: perché se al posto del neonato si mettesse un cerbiatto, una lepre o un
gabbiano, nessuno stimolo ambientale potrebbe farli parlare. Il cervello umano
nasce già con delle strutture cerebrali perfettamente adeguate a emettere parole e
fare ragionamenti. Questo vale del resto per ogni genere di capacità tipicamente
umana: la genetica fornisce le predisposizioni, i talenti innati, sui quali agisce poi
l’ambiente. Le due cose vanno sempre insieme. E non va neppure dimenticato
che tutti i cervelli sono diversi, come lo sono le impronte digitali. Ogni neonato
ha le proprie potenzialità, le proprie tendenze, il proprio carattere.

La cosa straordinaria, per quanto riguarda il linguaggio, è che qualunque


bambino è in grado di imparare perfettamente qualsiasi lingua nel giro di
pochissimi anni.
Davvero. Per rendersi conto di quanto sia eccezionale un’impresa del genere
basta pensare a quello che riusciremmo a fare noi in una situazione analoga:
immaginiamo cioè di trovarci improvvisamente in un paese dove si parla una
lingua a noi completamente sconosciuta, di cui non capiamo una sola parola,
senza disporre (questo è il punto) di un dizionario. Saremmo persi. Invece un
bambino riesce in poco tempo a parlare perfettamente cinese, turco, finlandese o
un dialetto della Nuova Guinea semplicemente ascoltando quella lingua.

All’inizio riesce ad afferrare solo alcune semplici parole?


Sì, sono quelle che gli esperti chiamano le “parole perno”. Il bambino utilizza
cioè alcune parole di base, alle quali ne aggancia successivamente altre,
procedendo poi verso costruzioni sempre più complesse.
Il ritmo con cui opera su queste parole perno è veramente impressionante.
Nella sua prima settimana si potranno ascoltare cinque o dieci esempi di forma
combinatoria, la seconda settimana magari settanta, la terza qualche centinaio; in
seguito, addirittura un’esplosione.
In questa fase il linguaggio prende decisamente il via e continua ad arricchirsi
di nuove parole e di nuovi montaggi, con un aumento esponenziale delle
combinazioni possibili.

E quando arriva il linguaggio vero, per il cervello è proprio una svolta.


Sì, perché il linguaggio è strettamente legato allo sviluppo del pensiero,
spiegano gli psicolinguisti. È come un attaccapanni per appendervi delle idee. È
un modo non soltanto per comunicare con gli altri, e quindi per conoscere
(pensiamo a quante poche cose conosceremmo senza un linguaggio, scritto o
parlato), ma anche per dialogare con se stessi, per diventare consapevoli, grazie
alle domande che ci poniamo “internamente”.

IL PIACERE DI ESPLORARE

Esiste una qualità tipica dell’essere umano: la curiosità, il desiderio di


conoscere, di esplorare. A che età compare nel bambino?
Molto presto. Sembra esistere, infatti, un meccanismo cerebrale innato che
spinge il bambino piccolo a cercare la novità. Egli cerca, per così dire, delle
variazioni, dei cambiamenti, e se messo nelle condizioni che sia lui stesso a
regolare la variazione dello stimolo, si diverte a “esplorare”.
C’è anche qui un curioso esperimento, realizzato con una specie di succhiotto
collegato a un potenziometro: più il bambino succhia e più un’immagine
proiettata su uno schermo diventa luminosa. Il bambino, a soli 3 mesi, impara
rapidamente ad associare i due fatti e si diverte a “teleguidare” la luminosità
dell’immagine, succhiando più fortemente. Impara presto anche l’esercizio
opposto, cioè a succhiare meno per ottenere un’immagine meno vivida. C’è a
questo proposito un’osservazione molto significativa.

Quale?
La ripetizione dell’esercizio lo annoia! Il suo interesse riprende solo se nel
meccanismo succede qualcosa che provoca un’altra variazione, magari piccola.
Analoghe prove sono state fatte collegando un succhiotto con un registratore,
permettendo così al bambino di teleguidare il volume dei suoni, e anche qui si
sono ottenuti gli stessi risultati.

Questo concetto della “noia” che subentra in mancanza di nuovi stimoli è molto
interessante, perché con l’arrivo della noia non c’è più l’attenzione, e se manca
l’attenzione non si impara più.
Sì, e questo porta a sua volta a una considerazione importante: per fare in
modo che il bambino possa sviluppare meglio le sue capacità occorre metterlo in
situazioni che stimolino il suo interesse. Stando però attenti a creare situazioni
che siano alla sua portata, cioè in linea con il suo livello di sviluppo: sono quelle
che certi psicologi hanno definito “sfide mentali accettabili”.
Se si metterà il bambino di fronte a qualcosa di troppo difficile, si stancherà
presto e finirà per disinteressarsi. E così pure se la sfida sarà troppo semplice o
ripetitiva. Quando invece si realizza un “incontro” adeguato, l’apprendimento
può diventare un piacere.

In altre parole non bisogna forzare le cose oltre un certo limite.


Sì, perché c’è, per così dire, un “limite di velocità” nello sviluppo cerebrale. È
vero che ogni bambino è diverso, che alcuni sono particolarmente brillanti, e che
per loro l’asticella può essere alzata. Ma, come dicevamo prima, nella
maturazione del cervello ci sono dei ritmi che non possono essere forzati.
Accelerando queste fasi non c’è molto da guadagnare.

Ma ci sono tappe particolari lungo il percorso di maturazione del cervello?


Sì, ci sono tappe che scandiscono le varie età. È interessante vedere quello che
succede lungo questo percorso, perché ci sono trasformazioni che riguardano
tutti i bambini, indipendentemente dal livello educativo e culturale. E attraverso
le quali anche tutti noi siamo passati. A cominciare dalla scoperta della propria
identità sessuale, perché a un certo punto il cervello comincia ad avere questa
consapevolezza.

MASCHIO E FEMMINA

A che età i bambini cominciano a capire se sono maschi oppure femmine?


A un anno non se ne rendono ancora conto, ma è sorprendente vedere come
cominciano già a adeguarsi agli stereotipi legati al loro sesso. A quell’età si nota la
differenza nelle preferenze dei giocattoli: da una parte le bambole, dall’altra
giocattoli tipicamente maschili (anche se questo è un punto controverso, perché
se si danno a una bambina delle automobiline ci giocherà volentieri).
La differenziazione sessuale comincia già nel grembo materno, sotto l’influsso
degli ormoni. Va detto che fino alla nona-decima settimana maschi e femmine
sono indistinguibili dal punto di vista anatomico, perché il loro organo sessuale è
lo stesso (o meglio, non si è ancora differenziato): neanche il più esperto
anatomista riuscirebbe a dire se il nascituro sarà un bambino o una bambina. Poi
entrano in azione gli ormoni (che rappresentano la vera differenza,
insopprimibile, tra maschi e femmine) che influenzano anche lo sviluppo
cerebrale: nei maschi lasciano conseguenze più nell’emisfero destro del cervello
(spazialità e movimento), nelle femmine in entrambi gli emisferi (linguaggio,
comprensione delle emozioni).

Naturalmente su questa base biologica agisce poi l’ambiente culturale, che


accentua le differenze e crea sin dall’infanzia dei ruoli distinti.
Certo, secondo una tradizione ben consolidata. In proposito sono stati
realizzati piccoli esperimenti di psicologia, molto significativi. Si è provato per
esempio a vestire un bebè prima di azzurro e poi di rosa, per osservare le reazioni
di persone che, separatamente, interagivano con lui. Coloro che lo vedevano
vestito di azzurro solitamente pronunciavano frasi di questo tipo: “Ma che bel
maschietto! Che sguardo fiero!… Chissà, forse diventerai un grande calciatore, o
un astronauta!”.
Quando invece il bebè era vestito di rosa, le persone dicevano tutt’altro: “Che
bella bambina!… Come sei carina, chissà che bella ragazza diventerai!… Sarai
una ballerina, o un’attrice!…”.
Questo diverso rapporto degli adulti con piccoli dei due sessi rafforza, giorno
dopo giorno, un modello che i bambini rapidamente interiorizzano: quello di
sentirsi maschio oppure femmina. A 3-4 anni si formano gruppi separati, maschi
da una parte, femmine dall’altra, ognuno con i propri giochi e con il proprio
modo di essere: alle bambine piace più parlare, i bambini invece preferiscono
l’attività fisica, magari la lotta.
Ma un’altra pioggia ormonale a un certo punto ribalta questa situazione.

Quando?
Quando arrivano la pubertà e l’adolescenza, nasce un rapporto del tutto
nuovo che spinge non più a stare separati ma ad attrarsi. È l’innesco di quella
fantastica sequenza prevista dalla natura che porterà all’innamoramento, al
corteggiamento, alla fecondazione e infine alle cure parentali, secondo il grande
disegno della sopravvivenza della specie.
È in questo stadio che, oltre all’attrazione tra i sessi, nasce una nuova visione
del proprio avvenire e del futuro. E si accentua qui una conquista importante del
cervello umano: la capacità di anticipare eventi, di simulare situazioni che ancora
non esistono. È la graduale conquista della percezione del tempo, che nella prima
infanzia non esiste ancora.

LA CONQUISTA DEL TEMPO


Anche qui bisogna “imparare”? Imparare a distinguere tra le cose già avvenute
e quelle che devono avvenire?
Effettivamente è così. Fino a una certa età i bambini vivono in un eterno
presente. La conquista del tempo avviene solo gradualmente.
A 3 anni, l’espressione “dieci minuti” non significa niente. A quell’età i
bambini non sanno ancora collocarsi all’interno di un “quadrante” e distinguere
nettamente il prima e il dopo, come facciamo noi. In proposito ci sono
esperimenti interessanti.

Per esempio?
Per esempio, a due bambine di 4 anni è stato detto: «Qui c’è una tavoletta di
cioccolata. Voi potete scegliere: o mangiate adesso un solo quadretto oppure
avrete la tavoletta intera tra dieci minuti».

E la loro scelta?
Il quadretto subito… Invece già a 5 anni i bambini, pur non sapendo ancora
valutare esattamente la durata dei “dieci minuti”, sanno però che non è un’attesa
lunga e scelgono di aspettare, per ottenere l’intera tavoletta.
C’è anche un’altra cosa interessante: a 3 anni un bambino non si riconosce
nelle proprie immagini del passato. Se gli si mostra un filmino girato quando era
più piccolo, pensa che si tratti di qualcun altro: non ha ancora la consapevolezza
che il corpo cambia con il tempo. Anche il concetto di morte, del resto, è lontano
dal suo mondo mentale, tanto più l’idea della propria morte.
Ma la cosa forse più sorprendente è l’incapacità, fino ai 5 anni, di risolvere un
problema logico molto semplice.

LA NASCITA DELLA LOGICA

Quale?
È un piccolo esperimento che tutti possono fare a casa, con i propri figli o
quelli di amici. Si prendono due bicchieri uguali e si versa al loro interno la stessa
esatta quantità di succo di frutta. Poi si travasa il succo di uno dei bicchieri in un
bicchiere più largo: naturalmente il livello del liquido risulterà più basso. Al
bambino, che ha assistito a tutta l’operazione, si chiede: «Secondo te in uno dei
bicchieri c’è più succo? O ne contengono la stessa quantità?».

E la risposta?
Fino ai 5 anni solitamente rispondono che in quello più largo c’è meno
succo… Ma superata quell’età la risposta cambia, e a 7 anni tutti hanno capito
che la quantità è la stessa.

Anche qui non è una questione di intelligenza, ma di “maturazione” del


cervello?
Esatto. Per quanto sia intelligente, un bambino sotto una certa età non riesce a
capire una cosa che a noi appare molto semplice e ovvia.

Ma cosa succede all’interno del cervello con la maturazione? Cosa cambia?


Si sviluppano le capacità logiche. Questo avviene con lo sviluppo dell’area
prefrontale della corteccia, che è responsabile di quel tipo di pensiero che rende
gli umani diversi dagli altri esseri viventi, perché permette l’associazione e il
coordinamento delle memorie (e permette anche di collegare tutte le funzioni:
linguaggio, movimento, emozioni, ecc.).
Le cose a quel punto cambiano rapidamente. All’età di 8 anni il cervello del
bambino ha raggiunto il 95 per cento delle dimensioni che avrà quando lui sarà
adulto, ed è la neocorteccia prefrontale ad aver subito le trasformazioni più
sorprendenti, sviluppando l’abilità di pianificare e astrarre. Un bambino di 8
anni è capace di pensare in modo molto simile all’adulto, anche se la sua
pianificazione è ancora carente e non sa riflettere adeguatamente sulle ipotesi.
Ma in pochi anni il suo cervello compie un vero balzo. Verso gli 11 anni il
sistema di pensiero del bambino funzionerà molto meglio anche per quanto
riguarda la pianificazione di una scelta. Gli mancherà però quel vasto repertorio
di esperienze che possiede un adulto e che permette di compiere scelte informate.

I TEENAGER

Qui si è alle soglie dei teenager.


Sì, e molte cose importanti avvengono in questo periodo: intanto, già nei
primi anni di scuola il bambino ha imparato che esistono delle regole, ma ora ne
incontrerà in numero sempre maggiore. Poi, con la pubertà e l’ingresso
nell’adolescenza, comincerà ad avere un rapporto sempre più intenso con i suoi
coetanei, con il “gruppo”. Verrà così a crearsi una specie di attrazione esterna, e
da qui un desiderio di indipendenza, con i rischi connessi all’immaturità dell’età.
Anche perché la maturazione del cervello ha ancora bisogno, come dicevamo, di
parecchi anni per completarsi, cosa che avviene verso i 20 anni.

Addirittura due anni dopo la data ufficiale dei 18 anni, quando si diventa
maggiorenni di fronte alla legge.
Infatti. Va detto che dal punto di vista intellettivo certamente a 18 anni il
cervello funziona molto bene, anzi è veloce e ben attrezzato (anche se le memorie
e le esperienze accumulate sono ancora relativamente poche, e quindi il giudizio
sugli eventi non può disporre di quella ricchezza di elementi che sarà disponibile
in seguito, naturalmente per qualcuno prima e per qualcuno dopo). Ma la
questione è un’altra.

Quale?
È che i rapporti tra due parti fondamentali del cervello, la corteccia e il
sistema limbico, non hanno ancora completato la maturazione. Vedremo meglio,
nel seguito del libro, quanto sia importante il rapporto tra queste due aree
cerebrali. Semplificando le cose si potrebbe dire che durante l’adolescenza, nel
cervello, la razionalità ha più difficoltà a controllare l’emotività.
Lo si vede molto bene nei comportamenti dei teenager: le emozioni tendono a
prevalere. È il momento dei grandi innamoramenti, degli slanci affettivi, delle
passioni, e anche dei miti, delle mode, degli ideali (in passato era il momento in
cui si andava volontari in guerra). È il periodo dei comportamenti spericolati: ci
si sente meno vulnerabili e si fanno cose che qualche anno dopo non si farebbero
mai. Ed è anche quello in cui è più facile essere coinvolti dal gruppo nell’uso di
droghe e dell’alcol.
È una fase della vita molto particolare, in cui avvengono cose importanti nel
cervello, che si riflettono nel comportamento.

UNO STUDIO LONGITUDINALE

Cosa si è capito, di preciso?


L’Istituto nazionale americano per la salute mentale (NIMH , National Institute
of Mental Health) ha proprio compiuto studi longitudinali sull’adolescenza,
seguendo dei ragazzi lungo il loro percorso di vita dai 10 ai 20 anni. Il
monitoraggio del NIMH ha utilizzato anche tecniche diagnostiche avanzate, come
la risonanza magnetica funzionale, che permette di osservare le zone cerebrali
che si attivano in risposta a certi stimoli, o di fronte a certe situazioni.
Si è così visto che le immagini ad alto contenuto emotivo inducono risposte
più forti nei bambini che negli adulti, in particolare nelle aree del cervello
collegate ai meccanismi di ricompensa. In termini di capacità cognitive, il
cervello di un adolescente è pari a quello di un adulto, ma queste ricerche hanno
mostrato che quando un adolescente e un adulto vengono sottoposti agli stessi
test, entrano in azione parti diverse del loro cervello. Ciò avviene sia con test che
implicano l’esecuzione di calcoli sia con altri che riguardano il controllo degli
impulsi.

Anche gli ormoni sono coinvolti in questa diversità?


Certamente, i giganteschi cambiamenti ormonali influenzano tutto il
comportamento degli adolescenti: non solo quello sessuale, ma anche quello
sociale, in senso ampio.
Naturalmente esistono notevoli differenze individuali, dovute a fattori
genetici e ambientali. Lo vediamo benissimo anche noi nella vita quotidiana: ci
sono ragazzi che riescono a mantenere un comportamento più bilanciato tra
impulsi da una parte e autocontrollo dall’altra. Ma se si vanno a vedere i dati
statistici, si può constatare molto chiaramente come nell’adolescenza, in
particolare tra i 15 e i 19 anni, si innalzino verticalmente il consumo di alcol, di
droga e anche il numero di incidenti mortali. Gli incidenti di ogni genere (tranne
che quelli sul lavoro) sono molto più frequenti in questo periodo che in qualsiasi
altra fascia d’età.

L’AMORE PER IL RISCHIO

L’adolescenza è l’età in cui c’è l’amore per il rischio.


Questo è ciò che appare osservando il comportamento. In realtà, le cose
stanno in termini abbastanza diversi: più che la ricerca del rischio, c’è la ricerca
della ricompensa. Cioè la ricompensa per aver affrontato un rischio.
Il professor Laurence Steinberg, dell’Università Temple di Philadelphia, ha
compiuto in proposito un esperimento molto interessante. Il test consisteva nel
guidare, in un videogame, un’auto da una parte all’altra della città nel più breve
tempo possibile. La regola era che si poteva passare ai semafori con il verde e con
il giallo, ma con il rosso si veniva fortemente penalizzati, perdendo molto tempo
prima di ripartire. Si è così osservato che sia gli adolescenti sia gli adulti, quando
eseguivano il test da soli, mostravano tipi di guida simili. Ma la modalità di guida
cambiava se c’era un amico che assisteva: in presenza dell’amico, l’adulto
manteneva il suo modo di guidare, mentre l’adolescente raddoppiava i rischi.

Quindi è come se ci fosse un forte desiderio di affermarsi davanti agli altri.


È proprio quello che emerge da queste osservazioni: i teenager tendono a fare
cose “sopra le righe” per ottenere l’attenzione degli altri ed essere ammirati.
Inoltre, il loro cervello ha bisogno di sensazioni più forti. I coetanei, per gli
adolescenti, sono molto importanti: alcuni studi hanno per esempio mostrato
come l’esclusione dal gruppo possa essere vissuta in termini drammatici.

LA SIGARETTA E L’ALCOL

È quindi evidente quanto un adolescente tenda a adeguarsi a certi


comportamenti e a certe mode per sentirsi parte della sua piccola “tribù”. Questo
spiega anche perché a quell’età si comincia a fumare. La sigaretta è un simbolo di
emancipazione, oltre che di trasgressione: se nel proprio gruppo tutti fumano,
rifiutando una sigaretta si teme di apparire ancora immaturi (mentre è vero il
contrario: rifiutare di fumare è indice di maturità, di capacità di decidere i propri
comportamenti senza essere condizionati dagli altri).
Molto più grave è bere alcol, per adeguarsi a un “rito” collettivo, quello
dell’“happy hour” o, peggio ancora, quello della sbornia del fine settimana.

L’alcol è particolarmente dannoso per i giovani.


L’alcol è sempre tossico, per tutti, ma specialmente per i giovani. La
distillazione è un fatto recentissimo nella storia umana (“cinque minuti” fa…), e
il nostro organismo non riesce a metabolizzare l’alcol come fa con altri alimenti.
La cosa che non tutti sanno è che gli adolescenti non sono attrezzati per
metabolizzarlo, e che le scorie tossiche che vanno in circolo fanno danni in varie
parti ma soprattutto alle membrane delle cellule cerebrali, creando lesioni
permanenti. Purtroppo si parla poco di questo aspetto distruttivo dell’alcol, e
anche dei rischi di entrare in una vera e propria condizione di dipendenza.

QUALI RAGIONI PER IL RITARDO?

Verso i 20 anni, ci diceva prima, si conclude la maturazione del cervello: cosa


vuol dire esattamente?
Vuol dire, in particolare, che si completa la mielinizzazione della corteccia. La
mielina è un rivestimento protettivo delle fibre nervose, che rende le connessioni
più stabili e più efficienti. Detto in modo semplice, questo processo si sviluppa
progressivamente, nel cervello, a partire dalle zone più arcaiche per concludersi
nella parte più nobile della corteccia, quella che presiede alle capacità di valutare
e progettare, cioè ai comportamenti razionali, la neocorteccia prefrontale.
È questa l’ultima fase della maturazione, che consente di entrare nell’età
adulta.

Una domanda: ma questo “ritardo” nella maturazione del cervello non è un po’
in contrasto con l’esigenza “darwiniana” di essere pronti, quando si diventa capaci
di procreare, per affrontare la vita (soprattutto in passato, quando si entrava più
precocemente nell’età adulta)?
Effettivamente è una domanda che molti si sono posti. Una prima risposta
può essere che in natura se certe caratteristiche si affermano c’è sempre una
ragione (anzi una ragione che comporta un vantaggio).
Come abbiamo detto, il vantaggio è certamente quello di conservare il più a
lungo possibile la plasticità del cervello, la capacità di imparare e di adattarsi
(molti animali che si sviluppano precocemente debbono basarsi su meccanismi
come l’imprinting e sugli istinti, che però conferiscono una minore plasticità).
Alcuni spiegano questo nostro tempo “fuori misura” anche con il fatto che dal
punto di vista evolutivo l’assumersi rischi e cercare le novità può essere la
strategia giusta per affrontare, fuori dalla protezione familiare, le sfide
dell’ambiente. Altri vedono in tutto ciò il vantaggio che, a ogni generazione,
emergono dei fermenti innovativi, delle spinte al cambiamento.
Qui però entriamo in un campo in cui ognuno può dire ciò che vuole.

Magari anche vederci già il DNA dei “rottamatori”…


Già, o dei contestatori. È meglio che torniamo dentro il nostro seminato.
Anche perché è arrivato il momento di entrare all’interno del cervello per capire
come funziona questa straordinaria macchina neurologica, capace di produrre
pensieri, opere d’arte o matematiche, ma anche sentimenti, passioni e violenze.
III
Come funziona la macchina

UNA CRÈME CARAMEL

In passato Aristotele sosteneva che non fosse il cervello ma il cuore la sede delle
emozioni e dei pensieri…
Già, e con la sua grande autorità oscurava le idee di coloro che, in realtà, la
pensavano diversamente. Il fatto è che, allora come oggi, è il cuore a “parlare”
mentre si provano le emozioni, variando i suoi battiti. E ancora oggi il cuore è
associato all’idea dei sentimenti, dell’amore, della bontà d’animo.
Va detto che, stranamente, anche gli antichi Egizi non ritenevano che il
cervello fosse così importante: nel corso delle imbalsamazioni, lo tiravano fuori a
pezzetti dal naso con degli uncini, e non lo conservavano nei vasi canopi, come
gli altri organi, ma lo buttavano via.

In un certo senso ancora c’è gente che lo “butta via”, o che lo usa per creare
problemi, anziché risolverli… Ma come si presenta all’interno il cervello? Cosa si
conosce oggi?
In questo capitolo tenteremo di raccontare come funziona la macchina
cerebrale, in particolare nella sua parte arcaica, quella che regola gli istinti e le
emozioni, molto importante per il comportamento. Naturalmente è un
argomento complesso, ma cercheremo di affrontarlo nel modo più chiaro e
comprensibile.
Intanto c’è un dato che colpisce: il cervello è composto per il 75 per cento di
acqua. La cosa non deve stupire perché, in fondo, è all’incirca questa la
percentuale dell’acqua presente in tutti i nostri organi. Questo fa sì che la
consistenza del cervello sia quella di un budino o di una crème caramel…
Il cervello è percorso da una rete circolatoria molto fitta che porta in giro le
sostanze nutritive come il glucosio, ma soprattutto l’ossigeno, di cui il cervello è
sempre affamato: ne consuma in proporzione dieci volte più di ogni altro
organo. Ed è proprio la mancanza di ossigeno a renderlo altamente vulnerabile:
basta che il flusso di ossigeno si interrompa per pochi minuti perché nella rete
nervosa si producano danni gravissimi, o addirittura subentri la morte, come
avviene in seguito a un ictus provocato dalla grave occlusione di un vaso
sanguigno.

La scatola cranica serve a proteggere questo nostro preziosissimo organo dagli


urti, è una specie di casco naturale?
Certamente, ma non solo. A differenza di tutti gli altri organi, il cervello vive
in una situazione di alta protezione: perché tra il circolo sanguigno e le cellule
nervose esiste una barriera (detta emato-encefalica), una specie di filtro che
impedisce che il cervello venga a contatto con molte molecole che ingeriamo
attraverso gli alimenti o i farmaci.

Osservando il cervello al microscopio, da vicinissimo, cosa si vede?


Si intravede quell’intreccio sterminato di cellule nervose che rappresentano la
nostra vera ricchezza: ve ne sono quasi 100 miliardi (distribuite in modo non
omogeneo, come vedremo), tutte collegate tra loro direttamente o
indirettamente. Rispetto ai cervelli animali, qui è come giocare a carte non con
un solo mazzo, ma con dieci, cento mazzi. In questo modo è molto più facile fare
combinazioni multiple di ogni tipo.

Questi quasi 100 miliardi di cellule nervose del nostro cervello sembra siano
sovrabbondanti, rispetto ai bisogni: per tale ragione possiamo permetterci di
perderne un gran numero senza che ciò comprometta l’archivio delle memorie e la
capacità di pensare?
Effettivamente è così. Va però detto che, a parte la grande perdita del periodo
fetale (circa la metà), dopo la nascita il numero dei neuroni non subisce vistose
perdite, ma rimane abbastanza costante. La vera perdita avviene soprattutto con
l’invecchiamento, dove raggiunge circa il 10 per cento del numero totale. Questa
diminuzione, però, è compensata dal fatto che il cervello acquisisce, nel corso
della vita, una grande esperienza e capacità funzionale. Ed è lì che possiamo agire
per mantenere in forma il cervello.

Disporre di un cervello più grande significa essere più intelligenti?


No. Intanto il volume del cervello va sempre correlato a quello del corpo
(altrimenti gli elefanti sarebbero molto più intelligenti di noi!). Può esserci una
certa variabilità nel volume che però non incide sulle prestazioni. Lo si è visto in
certi casi molto significativi, come quello di due letterati francesi, Victor Hugo e
Anatole France, il primo con un cervello molto più grande e il secondo con uno
molto più piccolo della media.
Ciò che conta è come è strutturato il cervello: il cablaggio dei neuroni,
l’efficienza nella trasmissione dei segnali, l’ossigenazione, la stimolazione nel
primo periodo di vita, la genetica, naturalmente, e tanti altri fattori che non
conosciamo. È possibile che conti anche il numero di neuroni addensati in certe
aree specifiche della corteccia, ma non sembra che questo possa creare
significative differenze di volume.

COME SI TRASMETTE IL SEGNALE

Vogliamo ricordare rapidamente come funzionano queste straordinarie cellule


nervose?
Certo, perché qui davvero siamo a livelli microscopici, e vedendole da vicino
ci si rende conto della sterminata rete di circuiti che riescono a comporre.
Di cellule nervose ce ne sono di diversi tipi e forme, ma tutte appartengono a
uno stesso modello di base, il modello “arborescente”. Pensiamo per esempio a
una di quelle querce che d’inverno si spogliano, mettendo in evidenza le loro fitte
ramificazioni: ecco, alcuni tipi di cellule nervose hanno proprio una “chioma”,
un “fusto” (l’assone) e delle “radici”. In certi casi, come nelle cellule nervose che
corrono lungo il midollo spinale, il fusto può essere addirittura lungo un metro.
Ma sono eccezioni. Solitamente hanno una struttura molto compatta, o a
cespuglio, costituita da un nucleo centrale e da tantissime propaggini (dendriti)
che si estendono in varie direzioni.
Questi “alberi” e questi “cespugli” sono fittamente intrecciati e collegati tra
loro attraverso un enorme numero di punti di contatto (a volte una sola cellula
ne possiede migliaia): questi punti di contatto sono le sinapsi, in pratica delle
minuscole protuberanze che vanno a stimolare le cellule nervose vicine.

LE PISTOLE A SPRUZZO

Come avviene il passaggio del segnale?


Avviene attraverso uno spruzzo chimico: dalla sinapsi esce una particolare
sostanza chimica che va a stimolare un recettore della cellula collegata. Ciò
provoca una microscopica scarica elettrica (tecnicamente una polarizzazione e
depolarizzazione della membrana attraverso lo scambio di ioni sodio e ioni
potassio). La cellula così eccitata spruzza a sua volta una sostanza chimica su
un’altra cellula collegata, e così via, per ramificazioni successive.
È in questo modo che i segnali (elettrici e chimici) viaggiano, come in una
corsa a staffetta, nella rete nervosa, ad altissima velocità: addirittura millesimi di
secondo.

Le sostanze chimiche che vengono spruzzate sono di diverso tipo?


Sì. Queste sostanze chimiche che si chiamano, per la precisione,
neurotrasmettitori fanno parte di un sistema non soltanto di eccitazione, ma
anche di inibizione. Comprendono sostanze di base come il glutammato, o con
azioni specifiche, come la serotonina, la dopamina, l’acetilcolina, la
noradrenalina. Oppure sostanze con funzione inibitrice, come il GABA . In altre
parole, la cellula nervosa riceve in continuazione una pioggia di sostanze
chimiche eccitatorie e inibitorie, le valuta e se vince l’eccitazione il segnale
prosegue verso un’altra cellula. È una straordinaria orchestra chimica. Questo dà
l’idea dell’immensa complessità del sistema: miliardi di cellule nervose, con un
numero sterminato di punti di contatto, e una varietà di sostanze chimiche che
hanno un’azione specializzata. Si può così capire quale incredibile oggetto ci
troviamo dentro. Che funziona, tra l’altro, in modo tridimensionale.
Come comunicano le cellule nervose: neurone della corteccia (1); intreccio delle sinapsi (2); trasmissione
sinaptica (3).

Cosa vuol dire?


Quando, per esempio, si parla di computer e di circuiti elettronici, sappiamo
quanto essi siano oggi fitti e miniaturizzati; si pensa che si arriverà ad avere, in
uno spazio di 2 × 2 cm, la bellezza di 2 mila miliardi di transistori. Ma il vero
limite di questi circuiti è che funzionano solo su una superficie piatta, su due
dimensioni, mentre il cervello, lavorando su tre dimensioni, possiede una
capacità enormemente più grande di creare collegamenti (e infatti uno degli
obiettivi della microelettronica è proprio di arrivare a circuiti tridimensionali,
imitando il cervello). Il cervello, inoltre, sa modulare i segnali in modo
differenziato, attraverso una varietà di neurotrasmettitori.
Ma a forza di produrre continuamente spruzzi le sinapsi non esauriscono i loro
liquidi?
C’è un trucco per evitarlo. Quando le vescicole sinaptiche hanno sparato le
loro sostanze chimiche sulla cellula ricevente, esiste un meccanismo di
riassorbimento di queste sostanze per “ricaricare” il sistema, mentre già altre
vescicole sono pronte a entrare in azione. Capita che questo sistema (che
funziona anch’esso ad altissima velocità) abbia dei guasti, e ciò può dar origine a
disfunzioni o a malattie nervose.

Nel nostro cervello, quindi, si producono in continuazione microscopiche


scariche elettriche, che si ramificano nei nostri circuiti interni in infinite
combinazioni.
Sì, e anche in questo preciso momento nel cervello dei nostri lettori un
numero altissimo di cellule nervose stanno sparando spruzzi chimici che
provocano minuscole scariche elettriche.

Ma quanta elettricità consuma il nostro cervello per funzionare così?


Pochissima: qualcuno ha calcolato l’equivalente di una lampadina da 15/20
watt. Al prezzo attuale dell’energia, il costo sarebbe di 2 centesimi di euro al
giorno…

I NEURONI SONO ETERNI?

Lei diceva, nell’introduzione, che i neuroni sono “eterni”, cioè durano tutta la
vita, perché non si replicano come le altre cellule. Cosa vuol dire esattamente
questo?
Effettivamente i neuroni sono cellule molto speciali, non si replicano così
come avviene invece nel resto del corpo (nella pelle più rapidamente, nelle ossa
più lentamente): il nostro corpo è una continua “fotocopia” di se stesso. Come
diceva il filosofo: un fiume sembra sempre lo stesso, ma le sue gocce cambiano in
continuazione. Ma i neuroni no, sono troppo intrecciati. Sono “eterni”.
Detto questo, bisogna aggiungere due cose. Prima cosa, si è scoperto che certi
neuroni, in realtà, parzialmente si replicano (in qualche struttura arcaica, come
l’ippocampo e il bulbo olfattivo). Seconda cosa, più importante, è che i neuroni
hanno un loro metabolismo (cioè assumono cibo e scartano rifiuti), e quindi
hanno un ricambio continuo a livello molecolare. Questo fa sì che in pratica il
cervello si ricostruisca continuamente.
Con quale materiale? Con il cibo che mangiamo?
Certo. Si potrebbe dire, paradossalmente, che quello che compriamo al
mercato (pane, formaggio, salame, insalata, ecc.) si trasforma, mediante il
metabolismo, in una struttura che può generare sogni, musica, intelligenza,
immaginazione. E anche ricordi. Il ricordo di un viaggio, per esempio, si
ricostruisce continuamente con i cibi che mangiamo… E questo mostra bene
quanto sia importante non il materiale, ma la struttura. È così in ogni forma di
vita. E non solo.

Per intenderci, è come se noi riuscissimo a sostituire tutti gli atomi che
compongono un computer (comprese le memorie acquisite): il computer
continuerebbe a funzionare come prima.
Esatto. Così come avviene, appunto, nel nostro corpo, e anche nel cervello,
lungo tutto il corso della vita.

LE TRE PARTI DEL CERVELLO

Cerchiamo ora di osservare più da vicino il nostro cervello nella sua struttura
anatomica. Visto dall’esterno sembra un “pacchetto” molto compatto e omogeneo.
In realtà all’interno è composto da parti molto diverse.
Sì. Se si vanno a vedere i libri di anatomia, si scopre che il cervello all’interno
si presenta come una carta geografica tempestata di nomi scientifici: si tratta di
un vero arsenale di pezzi diversi, collegati insieme.
In un certo senso essi riflettono la storia dell’evoluzione del cervello, con
alcune parti più arcaiche e altre più recenti. È come un motore, composto da vari
pezzi: ognuno ha il suo ruolo, ma poi tutti debbono funzionare bene insieme,
affinché la macchina possa essere messa in azione. Questo è un punto che va
sempre tenuto presente, perché è vero che ogni area del cervello ha una sua
specialità e un suo ruolo, ma quello che conta è il “lavoro d’équipe”, così come
avviene normalmente anche dentro un organismo.
Detto questo, per semplificare si possono distinguere tre sistemi principali del
cervello, racchiusi uno dentro l’altro, come a formare una “cipolla” (vedi figura
alla pagina precedente). Naturalmente, essendo il cervello composto da due
emisferi simmetrici, ogni parte possiede una struttura parallela (così come noi
abbiamo due occhi, due braccia, due gambe, ecc.).
• il tronco encefalico, che è la zona più arcaica, quella interna, in cui hanno
sede le funzioni istintive e vegetative;
• il sistema limbico, che racchiude varie strutture, collegate soprattutto alle
funzioni emotive;
• la corteccia, la parte più esterna, che avvolge il cervello, dove hanno sede
varie funzioni sensoriali, ma nell’uomo soprattutto le attività superiori: il
pensiero, il linguaggio, l’intelligenza, l’immaginazione, ecc.

LA PARTE PIÙ ARCAICA

Vediamo allora, una per una, queste varie parti.


Cominciamo con quella più arcaica (vedi figura alla pagina seguente). Qui si
trovano dei nuclei che sono alla base di certe funzioni vitali fondamentali, e che
si attivano automaticamente. In particolare, l’ipotalamo regola il mantenimento
della temperatura corporea, il livello degli zuccheri nel sangue, i livelli degli
ormoni, la sete, la fame, inviando alla corteccia segnali di appetito o di sazietà. Si
tratta, come si vede, di funzioni involontarie, che avvengono a nostra insaputa.
L’ipotalamo è collegato anche con l’ipofisi, che è una ghiandola molto
importante per la secrezione degli ormoni che stimolano le ghiandole sessuali, la
crescita, il metabolismo di base, e anche la secrezione del latte nelle donne.
Questo sistema, insomma, opera per conto suo, senza che ce ne accorgiamo.
Riceve informazioni da varie parti dell’organismo e poi automaticamente
(“istintivamente”) si attiva per soddisfare certe necessità. Per esempio, se calano
le riserve di energia nel fegato e nel sangue, invia un segnale di fame per spingere
a cercar cibo; se si alza il livello di ormoni sessuali, anche qui invia segnali che
spingono a cercare soddisfazione; se il piccolo succhia il seno della madre,
l’ipotalamo invia segnali perché le mammelle secernano latte, attraverso la
prolattina e l’ossitocina.
Insomma, le funzioni vitali di base, regolate dalla parte arcaica del cervello,
avvengono autonomamente. Non siamo noi a “decidere” di far pulsare il cuore, o
di provocare i movimenti intestinali, o di regolare la pressione arteriosa, né ci
preoccupiamo di dimenticare di respirare durante il sonno.

Questo sistema è un po’ come la sala macchine di un transatlantico: i passeggeri


non si accorgono di quello che sta avvenendo nel profondo, ma sono i macchinari a
far andare avanti la nave.
Esatto. Ma la cosa interessante è che questo meccanismo interno di
autoregolazione può spingere a comportamenti insoliti e inconsapevoli anche in
campi apparentemente diversi, come l’alimentazione.
76 GIORNI ALLA DERIVA

Qualche esempio?
Gli elefanti hanno un comportamento che colpisce: se nella loro dieta c’è
carenza di sale, lo vanno a cercare nel terreno, scavando con le zampe. Spinti da
un bisogno analogo, i cervi catturano degli uccelli per triturarne le ossa e
assumere così il calcio di cui è carente la loro alimentazione. I leoni, e anche altri
felini, mangiano erba per pulirsi l’intestino.
Nella specie umana una lunga tradizione culturale ha permesso di individuare
tutta la varietà di cibi di cui l’organismo ha bisogno; ma a teleguidare le scelte è
stato indirettamente quel sistema interno di autoregolazione che spinge a
ricercare (o a rifiutare) certe sostanze che in quel particolare momento possono
essere utili (o dannose) per l’organismo.
C’è in proposito un caso che è stato studiato, quello di Steven Callahan, un
naufrago rimasto alla deriva per ben 76 giorni sul suo canotto, in mezzo
all’Oceano Atlantico.

Come è riuscito a sopravvivere 76 giorni su un canotto alla deriva?


Ha potuto dissetarsi grazie a un desalinatore a energia solare, che rendeva
bevibile l’acqua del mare. E poi ha pescato. Ma è evidente che mangiando solo
pesce, per un periodo così lungo, vengono a mancare tantissimi apporti nutritivi
di cui l’organismo ha bisogno.
Ebbene, il cervello arcaico, in questa situazione estrema, lo ha indotto a
mangiare certe parti del pesce che, in genere, si scartano perché considerate
disgustose, come gli occhi, le viscere, le squame. In modo inconscio l’organismo
ha potuto rifornirsi di sali minerali e di vitamine fondamentali.
Ma c’è di più: si è capito che il naufrago ha consumato quelle parti dei pesci
non soltanto perché ne sentiva il bisogno, ma addirittura perché le trovava
gradevoli mentre, in condizioni normali, le avrebbe ritenute im-mangiabili.
Il cervello ha, in un certo senso, trasformato certi elementi nutritivi, essenziali
per sopravvivere, in cibo desiderabile.

IL FLIPPER DEL SISTEMA LIMBICO

Questo sistema arcaico è in collegamento con l’altro sistema antico del cervello,
quello delle emozioni, il cosiddetto sistema limbico?
Certo, nel cervello tutto è collegato, direttamente o indirettamente. Anche il
sistema limbico è composto da varie strutture tra cui il talamo, l’ippocampo e
l’amigdala (vedi figura qui sotto). L’amigdala, in particolare, ha un ruolo
importante nei comportamenti emotivi.

Per esempio, quando ci troviamo in una situazione di paura o di pericolo, la


parte razionale del cervello (la corteccia) “allertata” dal talamo fa rimbalzare
l’informazione verso l’amigdala; quest’ultima innesca una serie di reazioni nel
sistema vegetativo, provocando un’accelerazione del battito cardiaco, variazioni
della pressione arteriosa, sudorazione, aumento della tensione muscolare. Anche
la respirazione accelera, c’è un richiamo di sangue che crea pallore nel viso, i peli
si drizzano. L’amigdala inoltre, attraverso l’ipotalamo, stimola l’ipofisi a produrre
gli ormoni tipici della situazione in cui l’organismo si prepara all’attacco o alla
fuga.

È un po’ come nel gioco del flipper, dove la pallina rimbalza da un rocchetto
all’altro, “accendendo” il sistema e facendo suonare i campanellini…
In un certo senso è proprio così. Questo è solo un esempio per spiegare come
le varie parti del cervello siano interconnesse e interagiscano attraverso vie di
comunicazione che non è facile identificare, essendo molto intrecciate e
complesse.

E anche fulminee.
Certo, tutto ciò avviene in tempi molto brevi. Va anche detto che questa vera
e propria “mobilitazione generale” dell’organismo in casi estremi permette di
liberare energie che non potrebbero essere messe in campo neppure attraverso la
più grande forza di volontà. Sotto forte stress si produce persino uno strano
fenomeno: si ha l’impressione che il tempo si dilati. Il cervello elabora immagini
in modo molto più intenso, così come avviene sotto l’effetto di certe droghe,
creando la sensazione di una realtà “rallentata” e dando la possibilità di
affrontare meglio la situazione.

L’organismo diventa insomma come un arco che si tende, e che si carica di


energia.
Sì, e questo “pieno” di energia può provocare risultati incredibili. Ricordo in
proposito un caso molto sorprendente, che vorrei ora raccontare.

L’INCENDIO NEI GRANDI MAGAZZINI

Nel 1967, a Bruxelles successe una grande tragedia: nei grandi magazzini
L’Innovation scoppiò improvvisamente un incendio, che in poco tempo si
propagò provocando fumi tossici che si diffusero rapidamente. Era l’ora di
pranzo, e i grandi magazzini erano affollati: morirono oltre 300 persone.
Ebbene, ebbi occasione di parlare con una superstite, che lavorava come
cameriera nel ristorante dove si trovavano molte delle persone che persero la
vita. Mi raccontò che tutto avvenne in tempi rapidi: una nuvola scura e
soffocante si diffuse nell’ambiente, dando poco tempo ai presenti per reagire. Lei
era corsa ad aprire una finestra mentre alcune persone urlavano e spingevano. Si
era sentita soffocare e d’istinto era saltata dalla finestra su un terrazzino
sottostante. Da lì aveva cercato una via di fuga ed era scesa lungo una grondaia
rendendosi conto ben presto di essere intrappolata. Intanto fiamme altissime si
stavano già alzando lungo i muri. Allora aveva avuto la forza (all’epoca aveva 45
anni) di risalire lungo la grondaia, poi di camminare su un cornicione e
raggiungere una finestra, che aveva rotto con un tacco della scarpa. Entrata in un
locale, miracolosamente aveva trovato la scala che la portava al piano terra, verso
la salvezza.
Quando la incontrai mi disse che si sentiva tutta rotta, come se l’avessero
bastonata. C’è da dire, in proposito, che durante uno stress di questo tipo si
liberano nel cervello delle endorfine, che hanno un’azione analoga a quella della
morfina: cioè riducono il dolore, permettendo all’individuo di continuare a
lottare. Quando tutto finisce, il dolore compare in tutta la sua forza.
LE EMOZIONI E LA MEMORIA

Ma torniamo al sistema limbico, che modula le nostre emozioni, sia quelle


piacevoli sia quelle sgradevoli. In un certo senso è la parte del cervello che “colora”
la nostra vita.
Sì, da lì partono le sensazioni che proviamo quando ci alteriamo per rabbia,
per gelosia, per paura, o anche per amore; oppure quando ci divertiamo, ridiamo
o quando piangiamo. Tutto quello che ci colpisce (in senso positivo o negativo)
attiva il sistema limbico, creando un’eccitazione, piccola o grande, che è molto
importante perché è alla base della formazione delle memorie.

Cioè noi memorizziamo meglio quando qualcosa ci colpisce, o ci emoziona?


Sì. Questo vale in particolare per eventi importanti della vita che comportano
cose piacevoli o spiacevoli. Infatti, gli eventi che coinvolgono fortemente il
sistema limbico, per il loro contenuto emotivo, si imprimono nella memoria.
Basta pensare al “film” della propria vita, ai ricordi importanti che ognuno ha
accumulato. Si tratta sempre di cose che ci hanno colpito emotivamente:
momenti felici oppure dolorosi, amori, feste, promozioni, viaggi, successi. Ma
anche lutti, incidenti, malattie, litigi… Tutti questi fatti sono rimasti incisi nella
memoria a lungo termine. Non sono, cioè, come i numeri di telefono o gli
indirizzi, che dopo un po’ svaniscono. Sono ricordi emotivi che rimangono nel
tempo.
Un ruolo importante, in questa memorizzazione, lo svolge l’ippocampo, una
piccola struttura situata all’interno dell’area delle emozioni. È una struttura che,
in un certo senso, seleziona gli eventi da memorizzare tra i tanti che arrivano. È
un po’ come un “ufficio smistamento pacchi”: gli eventi più fortemente emotivi
provocano una maggior reazione neurochimica, che permette di costruire
memorie persistenti, attraverso la crescita materiale di nuovi “rametti” nella
corteccia cerebrale.

Cioè il sistema limbico, sotto emozione, stimola la produzione di sostanze


chimiche che nella parte “nobile” del cervello, la corteccia, permettono la crescita di
nuove piccole connessioni: ed è questa la base fisica della memoria?
Sì. È un processo fondamentale per l’apprendimento perché, se la memoria di
quello che un individuo ha visto o sentito si fissa nel suo cervello, la sua rete di
connessioni e il suo archivio di esperienze si arricchiscono continuamente. Ciò
gli consentirà di inquadrare e valutare meglio una situazione nuova che dovrà
fronteggiare comparandola con quelle già vissute e memorizzate.
CATTURARE L’ATTENZIONE

Le emozioni sono molto utili anche nella comunicazione.


Direi fondamentali. Se si vuole catturare l’attenzione di qualcuno (e quindi
fargli memorizzare un messaggio, qualunque esso sia), occorre colpirlo
emotivamente. È una cosa che si osserva molto bene nella pubblicità. La
pubblicità deve emozionare, sorprendere, suscitare interesse con immagini
spettacolari, magari di belle donne (o begli uomini), con situazioni divertenti o
romantiche. In questo modo il ricordo si fissa meglio, e il prodotto pubblicizzato
rimarrà impresso nella memoria.

È così anche per i film e per i programmi televisivi: situazioni intriganti, sesso,
divertimento, thriller, accendono il cervello e sono un richiamo importante per
ottenere un buon ascolto (e mantenere buone tariffe pubblicitarie).
Certo. I centri dell’emotività si accendono ovviamente anche con scene
violente o con scontri di ogni tipo, sul ring, sul terreno di gioco oppure verbali,
in un dibattito.
Nell’informazione avviene la stessa cosa: è l’emotività delle notizie che
colpisce. Ciò vale, in modo diverso, anche per la lettura. Qui, oltre ai contenuti,
conta molto la capacità creativa dello scrittore di mantenere viva l’attenzione, e
quindi l’interesse, del lettore.
L’importanza di “accendere” il cervello e ottenere attenzione è cruciale in tutte
le attività di relazione: per i venditori, per i politici, ma anche e soprattutto per gli
insegnanti. Noi tutti, del resto, cerchiamo di ottenere attenzione quando
parliamo con qualcuno.

Quindi, quando cerchiamo di catturare l’attenzione di qualcuno e far sì che si


ricordi di quel che stiamo dicendo, in un certo senso gli manipoliamo il cervello, gli
creiamo fisicamente dei nuovi piccoli circuiti nei suoi neuroni…
Effettivamente è così. E ciò vale anche per noi: bisogna stare attenti a scegliere
bene i nostri interlocutori, in modo che quello che entra nel nostro cervello sia
roba buona… Anche per questo è importante affinare la nostra capacità di capire
e discernere. E allenarla affinché duri il più a lungo possibile.

L’EMOZIONE NELLA NOTIZIA

Quale?
Come si diceva prima, i fatti che colpiscono maggiormente sono quelli con un
forte contenuto emotivo: anche la politica interessa molto di più (e fa titolo)
quando c’è scontro, conflitto, crisi, quando ci sono polemiche tra personaggi,
dichiarazioni “forti”, ecc. È normale che sia così. Però questo rischia di portare a
distorsioni. Ricordo, in proposito, un piccolo episodio di tanti anni fa, quando
ero un giovane cronista alla radio. Ogni mattina, alle undici, c’era un
collegamento fra tutte le sedi RAI per le proposte dei servizi della sera. Quel
giorno da Genova un collega propose il varo di una nave (era l’epoca della
ricostruzione). Il caporedattore da Roma gli disse: «Sandro, te l’ho già detto: il
varo interessa se va male».
Mi è rimasta impressa quella battuta, perché contiene una grande verità. Il
nostro sistema limbico si “accende” quando c’è qualcosa di emotivo che lo
stimola. E più c’è emotività, più si eccita. Questo pone certamente un problema
nell’informazione.

Nel senso che le notizie con forte emotività prevalgono su altre magari più
importanti ma meno eccitanti?
In pratica avviene spesso così. Nei giornali il problema si pone meno, perché
le pagine sono tante, e quindi tutto può trovarvi posto, anche i fatti
apparentemente meno emotivi. Il vantaggio, inoltre, è che il giornale ha una
lettura “orizzontale”, nel senso che chi legge può saltare le pagine che non lo
interessano, ignorare le pubblicità e andare subito alle notizie che vuole leggere
(magari un articolo tecnico nelle pagine finanziarie, o un elzeviro). La televisione
invece ha una lettura “verticale”: bisogna ascoltare tutto, anche le notizie che non
si considerano interessanti, anche i messaggi pubblicitari. Nei telegiornali c’è
inoltre un problema di “spazio”. Lo spazio è poco, circa mezz’ora (mentre la
lettura completa di un quotidiano richiederebbe un’intera mezza giornata),
quindi nei telegiornali c’è una selezione molto più serrata delle notizie, e
prevalgono spesso quelle con maggiore tasso di emotività.
Ma c’è di più: coloro che vogliono “fare notizia” hanno imparato le regole del
gioco per riuscire ad attrarre l’attenzione dei media. Ormai siamo abituati a
vedere manifestanti salire sulle gru, sdraiarsi sui binari, imbavagliarsi,
incatenarsi, o anche bloccare il traffico con camion e trattori, portare davanti ai
palazzi del governo mucche, balle di paglia e maiali, versare latte sulle strade,
lanciare letame. Sanno che in tutti questi casi le telecamere arriveranno, e così si
parlerà dei loro problemi.
Chi non fa così, ha molte meno probabilità di entrare nei notiziari. Gli
scienziati, per esempio, non sono mai scesi in piazza (ricordo una sola volta, anni
fa, uno smilzo e molto composto corteo per protestare contro il progetto di
togliere Darwin dai libri scolastici delle scuole primarie). E infatti è raro che si
parli dei problemi della ricerca che, pur essendo così importante, nel nostro
paese è considerata l’ultima ruota del carro.

È così anche nei dibattiti.


Certo. Negli studi televisivi gli ospiti e gli argomenti più “emotivi” sono quelli
che funzionano meglio. Un dibattito acceso, e magari aggressivo, su un tema
“forte” funziona molto meglio di un dibattito pacato su un argomento meno
“vivace” (anche se più importante).

Quindi?
Be’, questo è un argomento che richiederebbe molto più spazio. Diciamo che
uno dei rimedi è quello di rendere interessanti (e anche stimolanti) argomenti
meno “forti”, inserendo una nobile emotività, cioè creatività, chiarezza, magari
umorismo. Certo, la lotta è impari…

IL RUOLO DELLA DISATTENZIONE

Tornando ai meccanismi dell’attenzione c’è un altro aspetto interessante, che


riguarda il funzionamento del nostro cervello: ed è la “disattenzione”. I nostri
sensi inviano in continuazione segnali di ogni tipo che il cervello “ignora”,
perché non sono importanti e ingombrerebbero inutilmente i suoi circuiti
nervosi.
Facciamo un esempio semplice, per chi ci sta leggendo: in questo momento
voi siete seduti in poltrona o su un divano, ma probabilmente non fate
attenzione al segnale di contatto del vostro piede col pavimento, che vi arriva in
continuazione (o anche della schiena con la spalliera). Ve ne accorgerete solo se
vi focalizzate su questa percezione.
In un certo senso, il nostro cervello è in comunicazione continua con
l’ambiente attraverso tantissimi canali, che in gran parte vengono “silenziati”:
basta però che in uno di questi canali si verifichi una variazione significativa
perché subito il cervello si attivi e si sintonizzi. È un antichissimo metodo di
sopravvivenza che tende a farci entrare in allerta ogni volta che accade qualcosa
intorno a noi.
Bastano semplici variazioni di luci o di suoni per provocare un piccolo
“allarme interno” e richiamare la nostra attenzione. È proprio su questo
principio delle “variazioni”, sonore o visive, che si basano per esempio (per
richiamare l’attenzione) le sirene delle ambulanze che generano suoni bitonali, le
insegne luminose che si accendono e spengono, i lampeggianti delle auto della
polizia, o anche le strisce dei passaggi pedonali. O, in passato, le campane.

Quindi anche la disattenzione ha un suo ruolo: evita che il cervello sia intasato
di segnali, e gli permette di occuparsi delle cose prioritarie. È questo meccanismo
che può portare alla “distrazione”.
Effettivamente se il cervello è impegnato in altri compiti o è preso da altri
pensieri, certi canali che portano dei segnali di routine possono venire ignorati. E
questo può provocare, a volte, situazioni paradossali.
Esistono esperimenti in proposito, fatti con la candid camera: come quello
effettuato in un ufficio informazioni, dove delle persone presentavano dei
documenti a un impiegato per avere delucidazioni. L’impiegato dopo un po’ si
chinava fingendo di raccogliere qualcosa e veniva su un altro rannicchiato sotto
il bancone. Molti non si accorgevano del cambiamento e continuavano a parlare
con la seconda persona.

IL CENTRO DEL PIACERE

Prima di concludere questo capitolo, c’è un ultimo angoletto del sistema


limbico che val la pena di visitare: il nucleus accumbens.

E che cos’è?
È una regione molto speciale, dove si annida il centro del piacere. È qui che si
trovano i recettori sensibili alle droghe, come la cocaina. Ma è soprattutto qui che
si situa l’area del piacere sessuale: stimolandola si può provocare un’eccitazione
sessuale.
È noto il caso di quel topo cui era stato inserito un elettrodo in quel punto:
abbassando una leva poteva attivarlo e provare piacere. Ebbene, continuava a
farlo, senza interruzione.
Sappiamo bene quanto sia importante la riproduzione, dal momento che è
l’elemento fondamentale per la trasmissione (e la continuazione) della vita: il
nucleus accumbens è un po’ “il richiamo della foresta” che, grazie al piacere che
procura, mobilita l’organismo a soddisfare la spinta sessuale, e a realizzare così il
progetto riproduttivo della specie.

Questa spinta riproduttiva è simile nell’uomo e negli animali, da quanto si vede


in natura.
È certamente simile, ma al tempo stesso molto diversa, perché nell’uomo
viene mobilitata anche la parte “nobile” del cervello, la neocorteccia, dove si
trovano le attività superiori. E questa parte contribuisce al progetto riproduttivo
in modo più elaborato e raffinato: per esempio attraverso un corteggiamento
culturale. Qui entrano in gioco le parole e tutto quell’arsenale di comportamenti
e di strategie tipicamente umane, che comprendono anche la poesia, il linguaggio
dei fiori, la musica, ecc.

Tutto questo, in definitiva, al servizio dell’antica spinta riproduttiva.


Sì, ma nella specie umana le emozioni diventano sentimenti: come
l’innamoramento e l’amore, ma anche la stima, la fiducia, le affinità e soprattutto
l’affetto, in grado di creare quel legame duraturo necessario per la vita di coppia.
La specie umana è l’unica tra i mammiferi che vive in coppia fissa e in gruppo:
infatti è importante stare insieme nel lungo periodo delle cure parentali,
nell’interesse della sopravvivenza della prole (il cui cervello ha bisogno di tempi
lunghi per maturare).

C’è anche qui qualcosa di chimico che predispone al rapporto di coppia?


Ci sono studi molto interessanti su certi piccoli roditori, le arvicole. Esistono
due specie di arvicole: quelle di prateria, strettamente monogame, e quelle di
fattoria, invece poligame. Ebbene si è visto che la specie monogama, cioè quella
che è legata per la vita e che si prende cura della prole, possiede nel cervello una
elevata concentrazione di recettori per l’ossitocina, situati nel nucleus accumbens,
il centro del piacere. La cosa sorprendente è che, se si somministra ossitocina nel
cervello dell’altra specie, si può indurre un maggiore attaccamento al partner.

Questo potrebbe esser vero anche per la specie umana? Si potrebbe creare una
specie di “pillola della fedeltà” a base di ossitocina?
Non lo credo proprio. Però anche nell’essere umano la somministrazione di
ossitocina, attraverso inalazione per via nasale, ha dimostrato effetti simili.

Oggi però lo sviluppo economico ha modificato, in buona parte, le antiche


regole della monogamia, perché la sopravvivenza della prole (e anche della
femmina) è assicurata da un sistema sociale di garanzie che ha permesso
l’esplosione di separazioni e di divorzi.
Certo, in passato la donna subiva situazioni che oggi non accetta più, avendo
la possibilità economica di vivere indipendentemente, grazie anche alla
protezione della legge. Ma il fortissimo richiamo dell’innamoramento,
dell’amore e del sesso esisterà sempre, nella specie umana, e continuerà a
esprimersi anche senza la necessità di procreare. Oggi si fanno pochissimi figli
(in Italia ancor meno che negli altri paesi industrializzati) e tutto un
armamentario di tecniche anticoncezionali rende il sesso sempre più
indipendente dalla procreazione.
Come qualcuno ha detto, oggi sta declinando sempre più il sesso
“riproduttivo” e sta invece trionfando il sesso “ricreativo”…

In altre parole il nucleus accumbens ignora i nostri modelli sociali e manda


sempre i suoi segnali di piacere. Anche gli ormoni circolano per conto loro,
indipendentemente dall’evoluzione socioeconomica.
Sì, le pressioni arcaiche spingono sempre. A volte si esprimono in modo
molto primitivo, senza passare attraverso il corteggiamento, le parole affettuose o
i fiori: si esprimono attraverso lo stupro. La violenza sessuale è più diffusa di
quanto raccontino le cronache. Le ricerche dicono infatti che solo in una piccola
minoranza di casi lo stupro viene denunciato, per via delle devastanti
conseguenze che un processo pubblico comporterebbe per la vittima. Del resto,
secondo queste ricerche, il più delle volte non si tratta di aggressori sconosciuti,
ma di persone che appartengono al giro di amicizie e conoscenze di chi ha subito
la violenza.

È la “bestia” che dall’interno spinge per ottenere quello che vuole, a volte
servendosi delle raffinatezze della cultura, in certi casi invece agendo
direttamente…
Questo è un punto molto interessante, che riguarda proprio il rapporto tra le
varie aree del cervello: in particolare il rapporto tra le spinte emotive e la capacità
della neocorteccia (attraverso l’educazione, la razionalità, la ragione) di
dominarle, o di esprimerle in modo diverso.
Un neurofisiologo ha comparato questa relazione tra la neocorteccia e il
sistema limbico al rapporto tra cavallo e cavaliere: il cavallo è molto importante,
perché permette al cavaliere di correre, di galoppare, ma il cavaliere deve sempre
essere in grado di mantenere il controllo sul cavallo, per evitare di essere
disarcionato.
In altre parole, senza la pressione dell’emotività la parte nobile della corteccia
non avrebbe più quelle spinte ad agire, a creare, a inventare che hanno permesso
all’uomo di realizzare tutte le opere che conosciamo; verrebbe a mancare
l’energia della caldaia che bolle sotto. D’altra parte, se fossero le zone emotive a
prendere il sopravvento, avremmo il prevalere del “notturno” Mister Hyde
sull’educato dottor Jekyll.
Abbiamo in parte visto, in questo capitolo, come si integrino (e come a volte
si scontrino) i rapporti tra emotività e razionalità. È però arrivato il momento di
entrare direttamente nella corteccia cerebrale e di esplorare più da vicino come si
organizzano i neuroni per dar vita a quelle straordinarie qualità che distinguono
l’uomo da ogni altro essere vivente. Nel prossimo capitolo vedremo quindi le
strutture di base della corteccia, poi in quelli successivi come la sterminata rete di
neuroni riesca a produrre intelligenza, creatività, arte e cultura.
Saliamo perciò al “piano di sopra”.
IV
Le meraviglie della corteccia

UN TOVAGLIOLO SPESSO 3 MILLIMETRI

La corteccia dunque è la parte esterna del cervello, quella con le sue tipiche
circonvoluzioni.
Sì, l’immagine tradizionale del cervello mostra proprio la corteccia, che
avvolge completamente gli emisferi cerebrali. Le circonvoluzioni della corteccia
sono dovute all’esigenza di aumentarne la superficie, ripiegandola e
“accartocciandola”.
Se distendessimo interamente la corteccia, così come si può fare con una
coperta arricciata, otterremmo un “tovagliolo” di oltre 50 × 40 centimetri. Ma la
cosa veramente sorprendente è il suo spessore: solo 3 millimetri!

Solo 3 millimetri!
Sì. È lì dentro che avviene tutto. Sembra davvero incredibile che nel finissimo
spessore di questo tovagliolo si trovi la nostra capacità di pensare, immaginare,
parlare, associare le idee, progettare, ecc.
Cercheremo di spiegare quello che si è capito oggi di questa meravigliosa
trama vivente.

Che per molti versi rimane ancora un mistero.


Ovviamente. Però, pian piano, tante osservazioni hanno permesso in questi
ultimi tempi di cominciare ad avere idee più chiare su molti aspetti interessanti.
Ne parleremo in questo capitolo.

LA MAPPA DEI LUOGHI

Visto dall’esterno il cervello ha l’aria di un oggetto uniforme; in realtà è


composto da parti diverse che presiedono a funzioni differenti.
Sì, qualcuno ha detto, scherzando, che è un po’ come per le varie parti della
mucca (coscia, spalla, costato, ecc.); anche qui, a volte, si ricorre a una specie di
“mappatura” per indicare le varie aree specializzate, come quelle della vista, del
linguaggio, o quelle motorie, associative, ecc. Questo certamente aiuta a capire le
funzioni delle varie aree, tenendo però sempre presente che esse fanno parte di
un sistema d’insieme e che quindi ciascuna agisce in modo coordinato con le
altre parti.

Un esempio. L’area cosiddetta di Broca, quella del linguaggio, si trova nel lobo
frontale sinistro. C’è però un’altra area, a una certa distanza, che, per così dire,
“detta” il testo, interpreta e codifica i pensieri, dando significato alle parole. Ma ci
sono anche altre reti nervose (collegate all’area delle emozioni) che modulano la
voce, altre ancora che conferiscono espressioni al volto mentre si parla, ecc.
Insomma, anche una semplice conversazione mette in moto un sistema molto
complesso. Qui si trovano al di sotto della corteccia delle strutture, le cosiddette
“strutture sottocorticali” (tra cui i “gangli di base”), alle quali oggi si sta dando
nuova importanza.
Va comunque detto che, in questa mappa di aree specializzate, ce n’è una che
si differenzia da tutte le altre per certe caratteristiche molto particolari: è il
cervelletto, una specie di chignon che si trova nella parte posteriore del cervello,
sopra la nuca.

Sembra quasi un corpo a sé stante.


È poco noto, ma qui si addensa la stragrande maggioranza dei neuroni. Si
calcola, infatti, che dei quasi 100 miliardi di cellule nervose che compongono il
cervello circa l’80 per cento si trovino proprio nel cervelletto. È lì la regia per il
controllo dei movimenti del nostro corpo, quella che permette a un calciatore di
colpire in corsa il pallone, a un funambolo di compiere giochi d’equilibrio, a una
ballerina di coordinare movimenti perfetti. È un computer biologico che agisce
in millesimi di secondo. Qui si trovano le cosiddette memorie “procedurali”.

Cosa sono?
Gli studiosi distinguono vari tipi di memorie. Sostanzialmente si possono
raggruppare in due categorie: quelle “dichiarative” (per esempio i ricordi, le
esperienze, le sensazioni, cioè memorie che si possono descrivere) e quelle
“procedurali”, che invece sono delle memorie di procedure motorie, come per
esempio la procedura per farsi il nodo alla cravatta o andare in bicicletta. Si tratta
di apprendimenti che vengono automatizzati in circuiti neuronali. Sono molto
importanti anche loro, altrimenti dovremmo ogni volta imparare a guidare
l’automobile o ad allacciarci le scarpe.

LE BASI DELLA MEMORIA

Le varie aree della corteccia cerebrale, pur essendo specializzate in varie


funzioni, hanno però una cosa in comune: rappresentano il luogo in cui si fissano
le memorie, sotto forma di nuovi “rametti” che arricchiscono la nostra
straordinaria foresta nervosa. Come avviene tutto ciò?
Qui entriamo proprio nell’intimo dell’attività cerebrale.
Ricordiamo, per cominciare, che nella corteccia si trovano i neuroni più fini e
più ramificati. Questi neuroni non sono distribuiti a caso, ma sono organizzati in
strutture, con un loro design particolare: per esempio, nella corteccia possono
assumere una struttura “a colonna”, cioè essere sovrapposti l’uno all’altro.
Ma naturalmente la loro caratteristica è proprio quella di possedere
moltissimi punti di collegamento con gli altri neuroni, e soprattutto di sviluppare
in continuazione nuove connessioni. Sono questi nuovi “rametti” a
rappresentare la base fisica della memoria.
Recenti ricerche hanno messo in evidenza l’importanza delle fibre nervose che
corrono parallelamente alla superficie del cervello, e che rappresentano una ricca
“rete ferroviaria” di collegamento fra le varie aree della corteccia. Il loro
straordinario numero e la capacità di far “colloquiare” moltissimi neuroni
corticali rappresenta una grande differenza evolutiva tra uomini e animali. È lì
che si annida la coscienza. Ma per il momento non ne sappiamo molto di più.

A volte si dice che alla nascita il cervello è una “tabula rasa”, cioè una lavagna
vergine, che viene man mano riempita con gli stimoli e le esperienze ambientali. È
così?
Su questo si è discusso molto. In realtà la macchina cerebrale è non solo già
predisposta per rispondere a tutte le richieste dell’ambiente – come interpretare
suoni, voci, musiche, luci, immagini – ma ha già i circuiti pronti per il
linguaggio, o per risolvere problemi, fare analisi e sintesi. Avviene però che senza
stimoli ed esperienze ambientali questa parte innata si inaridisce, come abbiamo
visto nel caso dei cosiddetti “bambini-lupo”. Le due cose debbono sempre
procedere insieme: eredità e ambiente (genetica e cultura) si intrecciano
indissolubilmente nel lungo processo che porta all’emergere della mente, grazie
alla capacità di memorizzare esperienze e poi confrontarle e associarle.

Ma c’è un modo per capire quello che sta avvenendo all’interno del cervello
man mano che la mente si sviluppa? È possibile in qualche modo osservare o
misurare, magari indirettamente, questa continua crescita delle connessioni?
Sì, c’è un modo indiretto per avere un’idea del progressivo “cablaggio” del
cervello, ed è controllare quanto glucosio consuma il cervello. Misurando il
consumo di glucosio da parte del cervello si può risalire infatti alla quantità di
sinapsi in azione.
E qui si scopre che il cervello dei bambini piccoli è molto più attivo del nostro.
All’età di 3 anni, dicono certi studi, il cervello è addirittura due volte più attivo di
quello dell’adulto. È una superattività che continua fino ai 9-10 anni. Poi
comincia a declinare, e raggiunge il normale livello degli adulti intorno ai 18
anni.
La cosa interessante è che questa esplosione di sinapsi e connessioni inizia a
rallentare già prima della pubertà: è quello che qualcuno ha definito la
“potatura”.

Cioè anche nell’arborescenza nervosa si verifica a un certo punto qualcosa di


simile alla potatura degli alberi.
Sì, i “rametti” nervosi in eccesso, cioè quelli che non vengono usati e rinforzati
dall’utilizzo, a poco a poco scompaiono. È una specie di selezione darwiniana
automatica, che modella la struttura cerebrale in base agli stimoli e alle richieste
che provengono dall’ambiente.
Questo processo continua anche nell’età adulta, sia pure in misura minore. E
si pensa che man mano che l’impianto dei circuiti si stabilizza, diventerà poi più
difficile riprogrammare radicalmente il cablaggio.

È per questo che i bambini sono più bravi degli adulti a imparare nuovi giochi o
nuove manovre?
Effettivamente basta osservarli in azione con i computer, i telefonini e i
videogiochi. Hanno una velocità di apprendimento decisamente superiore a
quella degli adulti. Lo si è dimostrato anche mediante quel giochetto in cui
bisogna ricordare delle carte coperte (o dei simboli o dei numeri). La capacità dei
bambini di memorizzare è straordinaria: in esperimenti si è visto che a 5 anni
supera addirittura quella degli adulti. Ma…

Ma?
Questo non vuol dire che il cervello dei bambini funzioni meglio di quello di
un adulto. Nella specie umana ci sono aspetti ben più importanti: in particolare
saper collegare i dati, associare memorie tra loro, trarre delle conclusioni logiche.
Credo che nessuno di noi adulti vorrebbe cambiare il proprio cervello con quello
di un bambino… Possiamo invidiare la sua capacità e velocità di apprendimento
e memorizzazione, ma solo accumulando molte conoscenze ed esperienze (e
sapendole collegare tra loro) si possono valorizzare le vere qualità del cervello.
Detto questo, è però vero che talune cose si imparano facilmente da piccoli e
non altrettanto bene da adulti.

Quali, per esempio?


Le lingue straniere. Tutti, naturalmente, possono apprendere una lingua
straniera a qualsiasi età, ma non così bene come da bambini. Ci sono studi
realizzati su immigrati che mostrano che dopo la pubertà non si impara più
perfettamente una lingua diversa dalla propria: la si parlerà con accento
straniero, più o meno marcato. Invece i bambini che imparano una lingua
straniera tra i 3 e i 7 anni diventano indistinguibili.
Anche qui l’idea è che, quando un certo cablaggio si è molto rinforzato e la
“potatura” si accentua, rapidamente (già dall’età di 10 anni) i “nuovi giochi” si
imparano con più difficoltà.
A 20 anni, poi, imparare alla perfezione una lingua straniera, al punto da
perdere ogni traccia d’accento, sarà molto più difficile.

MEMORIE A BREVE E A LUNGO TERMINE

Abbiamo visto prima che memorizzare significa modificare i circuiti nervosi


attraverso lo sviluppo di nuove sinapsi, cioè di nuovi collegamenti e “rametti”. Ma
non tutte le memorie sono uguali: alcune sono passeggere, altre a più lungo
termine. Qual è la differenza?
Da molto tempo si sta cercando di capire questa differenza. Certe cose si sono
comprese, altre meno. Specialmente per quanto riguarda la memoria a breve
termine (quella che serve a ricordare un numero di telefono, per intenderci).
Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, è ben evidente il ruolo essenziale
che svolge il sistema limbico nel processo di memorizzazione. Cioè qual è il ruolo
svolto dalle emozioni. Attraverso particolari reazioni biochimiche, infatti, questa
parte più antica del cervello provoca l’attivazione di sostanze che permettono la
fissazione del ricordo, generando modificazioni fisiche nella rete della corteccia.

Ma quando sì e quando no? E con quale livello e tipo di emozioni?


Ci sono ipotesi, ma questo è ancora uno dei punti poco chiari, anche se
nell’insieme si può forse intuire quello che succede nel cervello. Posso fare un
esempio?

Certo.
Si tratta solo di un’idea che mi sono fatto io (senza alcun valore, quindi). È
solo una suggestione immaginativa, una metafora.

PASSARE SULL’ERBA

Sentiamo.
Immaginiamo di attraversare un prato con l’erba abbastanza alta. Una volta
attraversatolo, guardando indietro, vediamo la traccia del nostro passaggio. Ma
dopo un certo tempo l’erba calpestata si rialzerà e pian piano tornerà come
prima. È una “memoria” a breve termine.
Se invece attraversiamo il prato avanti e indietro varie volte, la traccia rimane
impressa per più tempo. Sarà una memoria a medio termine.
Se poi passassimo sul prato con un aratro, basterebbe farlo una sola volta per
lasciare una traccia molto profonda, che richiederebbe molto tempo per
rimarginarsi.
Se addirittura passiamo con un bulldozer e scaviamo un solco profondo,
estirpando le radici e portando via l’humus, quella traccia rimarrà per un tempo
indefinito.
Detto in altre parole, probabilmente non esistono solo due tipi di memorie, a
breve e a lungo termine, ma una varietà di livelli e di modi di memorizzare.
Anche un numero di telefono, se lo ripetiamo ogni giorno mentalmente,
diventerà una memoria a medio e lungo termine, pur non avendo niente di
emozionante.
Uno scolaro, per imparare una poesia, la ripete tante volte (la “ri-passa”). È
una memoria che con il tempo tenderebbe a svanire, ma rimarrà a lungo termine
se invece ogni tanto verrà “ri-passata”. Anche qui, senza bisogno di particolari
emozioni.
Le forti emozioni invece (quelle provocate dall’“aratro” o dal “bulldozer”)
lasciano automaticamente una traccia che non soltanto è profonda, ma che viene
alimentata anch’essa da frequenti ri-passi. Infatti nel ricordo, o nei racconti, gli
eventi a forte contenuto emotivo vengono spesso rievocati, proprio perché sono
esperienze significative, e quindi vengono rinforzati.
Ma ci sono anche piccoli eventi, a volte semplici dettagli in apparenza
insignificanti, che rimangono impressi. E che riemergono magari per
associazione di idee, oppure perché evocati da una musica, un odore o
un’immagine.

Insomma non sappiamo moltissimo sui processi di memorizzazione, ma


certamente i possibili meccanismi di selezione e registrazione sono molteplici e non
sempre ben definibili. Però emozioni e ripetizioni sono due elementi chiave.
E infatti la pubblicità non è soltanto emotiva, come si diceva prima, ma anche
ripetitiva. Il messaggio, lo spot pubblicitario, viene proposto in continuazione
perché entri bene nella memoria, con continui ripassi. A volte, come si fa quando
si studia, con “riassuntini”: cioè, agli iniziali spot di 30 secondi, ne seguono altri
da 15 secondi e infine da 5 secondi.

COME SI ORGANIZZA LA RETE DELLE MEMORIE


Ma si è capito come tutti gli stimoli esterni si strutturano all’interno della
corteccia?
Questa è una delle vere sfide per la neurobiologia. Anche qui ci sono alcuni
indizi, ma molto resta da scoprire. Si è capito, per esempio, che se degli stimoli
rilevanti si ripetono, si susseguono, una sinapsi diventa oltre due volte più
efficiente, è come potenziata. Altra cosa interessante è che se certi neuroni sono
attivati contemporaneamente tendono a stabilire tra loro delle connessioni
(quindi a creare già dei legami tra le memorie). E inoltre che se lo stimolo è
complesso, sono reti di neuroni a codificare l’impulso.
Questo permetterebbe di comprendere, per esempio, perché di una musica
noi percepiamo non solo la linea melodica, ma anche la pluralità delle note che
compongono l’armonia (e infatti lungo la “chiocciola” dell’orecchio interno sono
allineate tantissime ciglia vibratili che corrispondono, come una tastiera, a varie
frequenze sonore): ricevendo tutte insieme queste note, le reti di neuroni della
corteccia possono decifrare i segnali e ricomporre “mentalmente” la musica
riunendo insieme le varie frequenze delle note.

Siamo spesso colpiti dalle qualità del cervello nel ricostruire “internamente” delle
immagini, ma la ricostruzione interna dei suoni e delle musiche è altrettanto
stupefacente.
Sì. Per esempio possiamo “sentire” internamente un’intera orchestra sinfonica
con il coro. Possiamo “sentire” Frank Sinatra, oppure il rumore di una
motocicletta, o anche la voce di una persona amica. È davvero incredibile come
le reti nervose riescano a contenere memorie acustiche di ogni tipo, e a
“ricostruirle” quando noi decidiamo di richiamarle.
È un campo di ricerca molto complesso, si procede per piccoli passi. Per ora è
quindi prematuro poter delineare un quadro più preciso.

Una domanda: di memorie, tra acustiche, visive, tattili, olfattive o di altro tipo,
ne abbiamo veramente un numero sterminato. Per esempio, di un amico abbiamo
centinaia, migliaia di immagini “registrate” in momenti diversi, in situazioni
diverse: quale di queste emerge quando pensiamo a lui? Come avviene la
“selezione” dell’archivio?
È una domanda alla quale è difficile rispondere. L’esperienza sembra però dire
che noi associamo la sua immagine al contesto cui stiamo pensando in quel
momento: per esempio al ricordo preciso legato a una vacanza fatta insieme, in
un certo anno. È probabilmente l’associazione di memorie a guidare la scelta tra
vari tipi di immagini registrate.
C’è comunque una piccola ricerca interessante. Ci sono persone che
conosciamo da una vita, per esempio compagni di scuola che ogni tanto
rincontriamo. Di loro abbiamo tantissime immagini memorizzate, di ogni età:
quando erano bambini, poi giovanotti, poi adulti, uomini maturi, e magari
anziani. Quando pensiamo genericamente a loro, quale di queste immagini
emerge? Secondo questa ricerca l’immagine che emerge è quella di una “media”
tra le varie età. Cioè ricostruiamo una specie di “categoria”, o parametro, di
quell’amico.

Abbiamo insomma una capacità straordinaria di archiviare memorie e di


arricchire il nostro cervello di esperienze. Questo arricchimento lo si può osservare
nella corteccia, a livello microscopico?
In una certa misura sì, non negli umani ma nei topi. Esperimenti hanno
mostrato che dei topi messi in condizioni stimolanti di apprendimento (gabbie
con giostre, labirinti, percorsi a premi, ecc.) presentavano, in confronto ad altri
topi tenuti isolati in gabbia, sensibili modificazioni nella corteccia, con
connessioni più fitte e di riflesso comportamenti più intelligenti.
Va però detto che qui il confronto è stato fatto con topi “deprivati”, cioè con
animali in condizioni anormali (in libertà i topi sono tutti molto attivi, perché
devono continuamente risolvere molti problemi). Quindi, gli esperimenti hanno
reso possibile osservare le conseguenze di una deprivazione. Ma hanno anche
fornito la dimostrazione che è l’apprendimento che arricchisce il cervello di
nuove ramificazioni e sinapsi.

Finora, nella nostra conversazione, abbiamo parlato sostanzialmente della


macchina cerebrale: neuroni, sinapsi, collegamenti, sviluppo del cervello dalla
nascita all’età adulta, formazione delle memorie, ruolo delle emozioni, linguaggio,
ecc. Credo che dovremmo essere grati ai lettori che ci hanno seguito fino a qui, e
che non si sono ancora scoraggiati…
Effettivamente la materia non era delle più semplici, anche se riguardava un
tema appassionante come la graduale scoperta del funzionamento del cervello,
grazie alle ricerche che da ogni parte “assediano” il nostro straordinario chilo e
mezzo di cellule nervose.
Ora però entriamo in un argomento particolarmente stimolante: il pensiero.
Cos’è? Come si forma? Anche qui le difficoltà non mancano, e la ricerca procede
con molte difficoltà e zone buie. Ma qualche lumino comincia ad affiorare.

Da dove cominciamo?
Da qualcosa che è un po’ la proiezione di tutto quello che abbiamo visto
finora: cioè il nostro “teatrino mentale”.
V
Alla ricerca del pensiero

IL TEATRINO MENTALE

Si è capito cos’è il pensiero?


Qui, come dicevamo, entriamo in un pianeta che è ancora in buona parte
inesplorato, sconosciuto. Ma sono state fatte molte osservazioni interessanti e
avanzate alcune ipotesi.
L’idea prevalente è che, quando pensiamo o immaginiamo, nel cervello si
creino delle associazioni di memorie, e che dalla loro combinazione nasca
l’attività pensante. Cioè che nel nostro “teatrino mentale” noi possiamo
richiamare certe memorie (o pezzi di memorie) e ricombinarle tra loro, creando
situazioni nuove.

E per aiutarci a farlo a volte chiudiamo gli occhi…


Sì, quando cerchiamo qualcosa nella memoria, o proviamo a immaginare
qualcosa, tendiamo effettivamente a chiudere gli occhi, come per vedere meglio
la “proiezione” delle immagini all’interno della nostra mente.
Per esempio, tutti noi siamo in grado di visualizzare mentalmente
un’immagine familiare, come il salotto di casa. Possiamo “vedere” il divano con i
cuscini e la finestra che si trova dietro, con le tendine. Poi possiamo completare
l’immagine a nostro piacimento, per esempio mettendo un gatto sul divano,
aggiungendo un tavolino con un vaso di fiori, ecc. Riusciamo cioè ad associare
tutti questi frammenti di memorie sparse per creare un’immagine che
costruiamo noi stessi, un po’ come un fotomontaggio. Naturalmente siamo in
grado di “vederla” anche in movimento. È appunto una specie di teatrino
mentale di cui noi siamo i registi.
Analogamente possiamo “mettere in scena” altre situazioni, di qualunque
tipo, ricostruendole con i nostri ricordi, e rivedere così personaggi, luoghi,
incontri di ogni genere.

Ma dove sono immagazzinate tutte queste immagini?


Be’, gli archivi delle nostre memorie non sono, ovviamente, come quelli di
una fototeca o di una cineteca. Le varie componenti di un’immagine (forme,
colori, materiali, ecc.) vanno a collocarsi in luoghi diversi del cervello, secondo
quanto si ritiene oggi.
Richiamare dalla memoria un’immagine significa rimettere insieme i vari
pezzi, i vari circuiti, così come si ricostruisce un mosaico.
Il fatto è che, in realtà, non si tratta di una vera ricostruzione.

In che senso?
Facciamo un esempio: cerchiamo di “rivedere” mentalmente un’immagine
che ancora abbiamo impressa nella memoria, come un pranzo per festeggiare un
compleanno, con tutta la famiglia e alcuni parenti riuniti a tavola. Chiudendo gli
occhi riusciamo a vedere la scena: la sala da pranzo, la tavola imbandita, i vari
personaggi presenti, ecc.
Ora, immaginiamo di poter proiettare quest’immagine mentale su uno
schermo, come se fosse una fotografia: poi, su uno schermo accanto, proiettiamo
una fotografia scattata quel giorno in un momento del pranzo. Cosa potremmo
vedere? Che le due immagini sono simili, ma in realtà si differenziano,
soprattutto nei dettagli: le persone sono disposte in modo diverso, mobili e
oggetti dell’arredo sono collocati in posti differenti… Cosa vuol dire questo?
Vuol dire che noi non abbiamo immagazzinato questa immagine come una
fotografia.
E come, allora?
Non sappiamo. L’ipotesi è che si tratti di una ricostruzione mentale realizzata
con pezzi di memorie che ci restituiscono la collocazione spaziale degli oggetti e
delle persone e che si valgono, per questa associazione immaginaria, di
“categorie”, di “parametri”: tavolo, credenza, candelabro… seguendo lo schema
generale del nostro ricordo. La scena sarà tanto più somigliante al vero quanto
più i luoghi e le persone sono ben conosciuti e familiari (cioè le memorie più
ricche).

Quindi anche le testimonianze sono delle “ricostruzioni” imprecise?


Infatti, e questo può porre dei problemi. Ci sono molte ricerche che mostrano
quanto una testimonianza possa essere inesatta. Ma soprattutto quanto possa
essere influenzabile, o “contaminabile”. Per esempio si è visto che un
interrogatorio svolto in modo non corretto può alterare il ricordo. Soprattutto
nei bambini di 3-4 anni, che possono confondere la realtà con la fantasia. E
magari considerare come un ricordo qualcosa che è stato loro detto, o suggerito.
Ci sono anche esperimenti che mostrano quanto ci si può sbagliare nel
ricordare una scena.

Per esempio?
Noi stessi, per una puntata di “Superquark”, avevamo girato con degli attori
una scena violenta sotto il ponte di Brooklyn: un giovane, dopo una discussione,
uccideva una persona con una coltellata.
Questo filmato, realizzato in accordo con un ricercatore, venne mostrato a un
gruppo di studenti universitari. Poi si fece loro vedere le fotografie dei volti di
cinque sospetti, chiedendo se riconoscevano l’omicida. Ognuno indicò un
personaggio diverso. A quel punto venne mostrato loro nuovamente il filmato, e
si resero conto che l’omicida era sempre ripreso di spalle, che il suo volto non si
vedeva mai…

Fino a che punto allora può essere valida una testimonianza?


Lo è, naturalmente, in linea generale, ma stando attenti ai possibili errori,
soprattutto per quanto riguarda i dettagli.
Il valore della testimonianza è molto importante per la ricerca di prove, come
strumento per scoprire elementi probatori. In particolare se un testimone
afferma di non aver visto nulla, e cambia idea dopo essere stato sottoposto a
sollecitazioni; oppure se indica una persona e poi (sempre sotto interrogatorio)
ne indica un’altra, queste testimonianze basate su memorie “ricostruite” non
possono avere valore cruciale per la condanna, ma possono essere usate solo se
utili a identificare eventuali prove concrete.

GLI OCCHI COME TELECAMERE

Ma torniamo alle “registrazioni”, nel cervello, di ciò che vediamo con i nostri
occhi: se non sono immagini di tipo fotografico, di cosa si tratta?
Bisogna partire dal concetto che quello che arriva al nostro cervello ha subito
profonde trasformazioni.

Vale a dire?
Vale a dire che noi abbiamo l’impressione di vedere la realtà come se i nostri
occhi fossero delle telecamere, ma quello che poi arriva al cervello (e viene
memorizzato) non sono delle immagini, ma solo degli impulsi e dei codici.
Anche per le telecamere, del resto, è così; nel cavo che va dalla telecamera alla
regia non ci sono immagini, ma solo impulsi e codici che poi, in regia, vengono
ritrasformati in immagini.

Anche per l’occhio umano quindi avviene qualcosa del genere?


Sì. Anche i nostri occhi ricevono onde elettromagnetiche (quelle della luce)
che vanno a stimolare la retina. Nella retina ci sono oltre 100 milioni di recettori
(coni e bastoncelli) che reagiscono agli stimoli luminosi in modi diversi: alcuni
reagiscono alle luci deboli, altri sono specializzati nei colori fondamentali, il
rosso, il blu e il verde. Successivamente questi segnali, nel loro viaggio dentro al
cervello, vengono ulteriormente elaborati: ci sono cellule nervose che reagiscono
ai contrasti di luce, altre alle luci verticali, altre a quelle orizzontali o oblique, e
così via. È questo insieme di segnali elettrochimici che alimenta il nostro teatrino
mentale: lì dentro non ci sono più immagini, ma solo codici.

E dove vanno a collocarsi fisicamente?


Secondo certi studi l’immagazzinamento visivo sarebbe sparpagliato in molte
sottoaree, forse più di una trentina. È possibile che si tratti di aree che
possiedono una loro particolare specializzazione. Ma non va dimenticato che nel
cervello esistono varie altre aree (o sottoaree) che immagazzinano anche le
memorie acustiche, olfattive, tattili, sempre sotto forma di codici, di parametri.

I PALLONI, I CANI E LE CATEGORIE MENTALI

Per intenderci meglio, potrebbe farmi un esempio pratico di cosa è un


parametro?
Qui entriamo in un campo molto incerto. Prendiamo però un esempio
semplice: quello di un neonato che sta imparando a vedere. Si ritiene che la sua
mente sin dall’inizio impari a utilizzare delle “categorie” (o dei parametri, se
preferisce). Pian piano il bambino impara che la palla che si trova nella sua culla
è colorata, elastica, liscia, e che è di una particolare forma (sferica). Pian piano
assocerà queste caratteristiche a palle più piccole o più grandi della sua, ma che
sono anch’esse sferiche, colorate, elastiche, lisce.
Man mano che crescerà, applicherà queste categorie (magari in modo diverso)
ad altri oggetti simili: una palla da tennis, per esempio, pur essendo sempre una
palla, è piccola, di colore biancastro, con la superficie leggermente pelosa; una
palla da biliardo è anch’essa piccola e bianca, ma è più pesante, non è elastica, è
lucida. Sono tutte categorie (o parametri) che aiutano la mente a mettere ordine
nelle cose che vediamo e a identificarle.
Altro esempio. Se ci chiedono di pensare a un cane (o di disegnarlo), noi
rappresentiamo alcune delle caratteristiche tipiche dei cani in generale: animale a
quattro zampe, con la coda, un muso allungato e un naso umido e scuro. Poi
potremo variare il modello associando a questa immagine altre “categorie”: il
tipo di pelo, il colore del mantello, l’altezza, la forma delle orecchie, ecc.
Sono esempi semplici, ma possono dare l’idea di uno dei meccanismi
essenziali della mente. Tant’è vero che ci troviamo in difficoltà se dobbiamo
descrivere un oggetto nuovo che non appartiene alle categorie già note.
Dobbiamo ricorrere a esempi, o a paragoni.

Tanti anni fa una trasmissione televisiva proponeva il gioco dell’“oggetto


misterioso”: si mostrava ai telespettatori un oggetto strano (un antico attrezzo o
una parte di un congegno) e vinceva chi riusciva a identificarlo e a indovinare a
cosa serviva.
Lo ricordo. E questo è un altro dei meccanismi mentali legati alla capacità di
associare certe caratteristiche per trovare una risposta. E qui ci avviciniamo a
uno dei meccanismi che la mente umana utilizza per risolvere i problemi.
Facciamo anche qui un esempio molto semplice. Se qualcuno in un museo
vede una mazza ferrata medievale, un oggetto insolito, mai visto prima, capisce
rapidamente che le punte metalliche aguzze, unite a un’impugnatura, fanno di
quell’oggetto un’arma. Prima ancora di prenderlo in mano saprà già che è un
oggetto pesante, duro, che la parte in legno non è fredda come quella in ferro,
che è stato fabbricato in un lontano passato, ecc. Associando memorie
(categorie) precedenti, insomma, riesce a capire da solo cosa è un oggetto che
non ha mai visto prima.

E fin qui va bene, ho capito tutto. Ma come facciano poi tutti questi elementi di
memoria (categorie, parametri) a organizzarsi nel cervello e farci apparire
addirittura delle immagini mentali, questo non l’ho capito.
Neanch’io…

Allora siamo in due…


No, siamo in tanti. Perché è un problema che non ha ancora trovato una
risposta. Qui infatti tocchiamo proprio uno degli aspetti più complessi di tutta
l’attività cerebrale.
IL TEATRINO E IL REGISTA

A questo punto potrei fare anch’io un esempio?


Prego.

Potremmo paragonare in questo caso il cervello a quei pannelli pubblicitari


luminosi formati da migliaia di lampadine che, accendendosi a turno, formano
disegni di qualunque tipo, o scene d’azione? Anche qui, dietro, c’è una fitta rete
elettrica, e c’è un programma memorizzato che regola il flusso delle immagini… E
anche qui le “lampadine di base” si possono associare e ricombinare nei modi più
diversi.
È una metafora molto attraente ed effettivamente può dare un’idea di quello
che succede. Naturalmente il cervello funziona in modo diverso.
Anche perché quello che lei ha descritto è un sistema rigido, programmato,
mentre il cervello è un sistema vivo, flessibile. Non solo, ma che può creare
continuamente “immagini mentali” nuove.
Infatti nel nostro teatrino noi possiamo modificare la “rappresentazione”
inserendo continuamente nuovi personaggi, o cambiando la situazione.
Per tornare all’esempio del pranzo di famiglia, oltre che “rimontare” la scena
possiamo aggiungere mentalmente persone che non erano presenti, possiamo
vestire il nonno da ussaro, scurire l’ambiente facendolo illuminare da candele, far
saltare il gatto sul tavolo, ecc.
Possiamo cioè creare situazioni mai viste, che componiamo noi stessi
attingendo allo sterminato archivio di elementi memorizzati.
È proprio questa capacità di associare cose diverse tra loro e costruire
situazioni originali che è alla base di una delle nostre qualità più straordinarie:
l’immaginazione.

È in questo modo che nascono le opere di fantasia, le invenzioni letterarie, come


i romanzi?
Non solo: tutte le opere dell’ingegno, l’arte, la musica, il cinema, ma anche le
invenzioni hanno alla base questo montaggio originale di parole, note, numeri,
idee, immagini, situazioni.
Del resto, la capacità di realizzare qualcosa di nuovo in modo creativo può
essere espressa in tantissimi modi, non soltanto nel campo letterario, artistico o
scientifico: basti pensare a quanto si può essere creativi facendo il sarto, il
falegname o il cuoco.
Tutti noi siamo spesso molto immaginativi quando facciamo dei progetti, o
quando passiamo in rassegna le possibili soluzioni per un problema. O ancor di
più quando “sceneggiamo” mentalmente le nostre fantasie, di ogni tipo. E
persino quando leggiamo.

Perché?
Mentre leggiamo per esempio un romanzo, siamo noi a “mettere in scena” la
storia raccontata dallo scrittore e a immaginarci luoghi, situazioni, personaggi. Se
potessimo confrontare quello che noi “vediamo”, leggendo un libro, con quello
che “vedeva” l’autore (proiettando uno accanto all’altro i due “film mentali”), ci
accorgeremmo che le immagini sono completamente diverse. Quello che hanno
in comune è solo la compatibilità della descrizione, ma per il resto sono due film
diversi. Siamo noi a interpretare la storia con la nostra immaginazione.

A proposito di immaginazione, attraverso questi montaggi immaginati noi


possiamo anche fare un’altra cosa: compiere delle simulazioni mentali.
Questo è un aspetto estremamente importante della nostra attività pensante.
Infatti possiamo fare delle proiezioni sul futuro, simulare l’evoluzione di una
situazione, prevederne l’esito, immaginare ipotesi alternative, compiere anche
“esperimenti mentali”.
È una delle qualità che ci distingue dal mondo animale: un gatto o un cane
non riescono a immaginare scenari alternativi (e neanche il loro futuro…).

Questo è particolarmente importante oggi?


Certo, perché noi dobbiamo imparare sempre più rapidamente a valutare le
conseguenze delle nostre azioni, proprio per via di tutti i cambiamenti che
stiamo provocando.

C’è però poca motivazione a farlo.


Sì, perché il futuro ovviamente non è possibile prevederlo, ci sono troppe
incognite che interagiscono tra loro. Le persone tendono a reagire quando si
trovano di fronte a una situazione reale, non a una proiezione.
Ma una delle caratteristiche di una mente che funziona è proprio quella di
cercare di valutare sempre scenari alternativi del futuro, interessarsi a quello che
verrà, fare progetti e mantenere, anche da anziani, una “curiosità infinita”.

GLI STRANI CASI DELLA CORTECCIA DANNEGGIATA

A proposito delle straordinarie qualità della corteccia, di cui abbiamo parlato


finora, c’è una considerazione da fare: noi abbiamo l’impressione che il nostro
carattere, il nostro modo di comportarci sia frutto della nostra personalità, del
nostro “io” interno, ed è vero. Ma modificando o danneggiando l’architettura dei
neuroni tutto può cambiare, anche il carattere.
Lo si è visto in numerosi casi. Quello più famoso è di un operaio americano
addetto alla costruzione di una ferrovia nell’Ottocento, Phineas Gage. Per un
errore la carica che stava collocando in una roccia esplose, e la barra che stava
utilizzando lo trafisse da sotto lo zigomo alla calotta cranica, attraversandogli il
cervello.
Gage miracolosamente sopravvisse, apparentemente senza danni. Ma cambiò
carattere: da persona educata e gentile, divenne un uomo sgarbato e insolente. La
barra gli aveva lesionato delle parti del cervello che presiedevano a certe regole di
comportamento, ma non la razionalità.

Solitamente è proprio attraverso degli incidenti o delle lesioni che i


neuroscienziati sono stati in grado di capire a cosa presiedevano le zone
danneggiate.
Questo è ben noto per certi danni che si producono nell’area del linguaggio, o
in quella visiva, o in quella motoria. Ci sono aspetti sorprendenti, per esempio
per quanto riguarda il linguaggio.
Gli antichi sistemi di vocalizzazione, tipici degli animali, sono ancora presenti
nell’uomo e possono riemergere in certe situazioni. Si è osservato che se viene
lesa bilateralmente una certa piccola parte della corteccia motoria (dietro l’area
di Broca), con conseguente paralisi dei muscoli facciali, l’uomo diventa muto, ma
dopo qualche settimana recupera la capacità di produrre suoni, pur non
riuscendo a modularli: torna a esprimersi in modo pre-umano, solo attraverso le
emozioni.
Non solo, ma si è scoperto che in caso di lesione grave questi suoni arcaici
non possono neppure essere prodotti volontariamente: l’individuo
(perfettamente cosciente e intelligente) grida solo se viene sottoposto a uno
stimolo doloroso, ma è incapace di gridare di sua volontà. Come l’animale,
appunto.
Rimangono solo i circuiti automatici innati, che funzionano un po’ come un
campanello che suona solo quando viene pigiato il pulsante.
Ma ci sono altri casi, come quello di persone che vedendo delle immagini
riconoscono tutto ma non se stesse. O di soggetti che, recuperata la vista da
adulti dopo essere rimasti ciechi sin dalla prima infanzia, “vedono” le cose ma
non sanno riconoscerle e dar loro un significato.

IL CERVELLO TAGLIATO IN DUE

E poi ci sono gli strani comportamenti che appaiono quando il cervello viene
separato in due parti.
Certo, è il cosiddetto split brain. In passato, in casi gravi di epilessia che
provocava convulsioni tali da portare al soffocamento, si procedeva alla
separazione dei due emisferi cerebrali tramite la scissione della zona di
collegamento (il “corpo calloso”). In questo modo apparivano dissociazioni e
comportamenti contraddittori, dando l’impressione che due individui agissero
ognuno per conto proprio.

Ma è vero che i nostri due emisferi sono specializzati? Uno è un “artista”, l’altro
un “matematico”?
Ci sono molte leggende su questo argomento. Quello che sappiamo è che i
due emisferi elaborano le stesse informazioni in modo diverso, ma che ogni
emisfero interagisce con l’altro, integrandolo. Si potrebbe dire che l’emisfero
sinistro si occupa piuttosto del dettaglio, e quello destro dell’insieme.
Se per esempio si guarda una cosa nuova, come un volto mai visto, è
l’emisfero destro che lavora di più, per cercare di avere subito un’idea d’insieme.
Man mano che l’informazione viene acquisita, subentra quello di sinistra, che
analizza i dettagli. Si potrebbe dire: il destro per la sintesi, il sinistro per l’analisi.
Cose molto diverse come la lettura, la musica, la matematica sono in realtà il
frutto di un continuo rimbalzare e integrarsi dei processi cerebrali fra i due
emisferi.

E se uno dei due viene lesionato?


Succedono cose strane. C’è il famoso caso di Maurice Ravel, che dopo essere
stato colpito da un ictus nell’emisfero sinistro (che è quello, tra l’altro,
specializzato nel linguaggio) non era più in grado di leggere la musica, ma poteva
continuare a dirigere l’orchestra: aveva perso alcuni aspetti della musica ma non
altri.
Si sono anche osservati casi in cui, a causa di certe lesioni nell’emisfero destro,
il linguaggio rimaneva integro, ma privo di intonazioni e colorazioni emotive:
l’individuo parlava come una fredda macchinetta.
LA MAGIA DEL LINGUAGGIO

A proposito di linguaggio, va detto che esso ha avuto una notevole importanza


per lo sviluppo dei processi mentali.
Un’importanza enorme. Anzi, oggi si tende a ritenere che linguaggio e
pensiero siano profondamente collegati.
Non bisogna dimenticare che è proprio grazie al linguaggio che possiamo
avere un “dialogo interno” con noi stessi. Ed è attraverso questo dialogo che si
sviluppa la struttura del pensiero.
Il linguaggio ha permesso non solo di dare dei nomi alle cose (cioè di
“catalogare” i pezzi di montaggio) ma di far nascere l’astrazione, che è la forma
più alta del pensiero. Il linguaggio infatti permette di creare nuove categorie
mentali, i concetti. È come alzarsi di livello e vedere le cose dall’alto (oppure dal
di dentro).
Più i linguaggi sono primitivi, infatti, e meno hanno parole astratte. Si è per
esempio scoperto che certe tribù dispongono di un nome per ogni albero, ma
non hanno la parola “albero”… Senza parole astratte sarebbe praticamente
impossibile oggi parlare di scienza, filosofia, arte, finanza, politica, letteratura,
economia… ma anche di ogni altra cosa.
Una piccola osservazione interessante in proposito: consultando un
dizionario inglese, si scopre che la maggior parte delle parole astratte sono di
derivazione grecolatina… Al tempo dei Romani, infatti, la Britannia era un’isola
popolata di tribù incolte e Londra un paesino senza significato.
La cultura è stata per diversi secoli un prodotto di importazione. Tuttavia, se
si vanno a vedere oggi i dizionari, ci si rende conto che è la lingua inglese che
attualmente conia le nuove parole astratte, e le esporta nelle varie culture.

Magari usando termini di origine greco-latina…


Esatto, quelli sono i mattoni di base, che però vengono aggregati in modo
diverso.
Tra l’altro, c’è una cosa interessante, e cioè che l’astrazione consente anche un
grande arricchimento dei significati delle parole.

Per esempio?
Prendiamo la parola “radici”. In origine stava a indicare le radici di una
pianta. Oggi si parla delle radici familiari, delle radici della violenza, delle radici
di una cultura, ecc. Analogamente, la parola “coda”, che inizialmente indicava la
coda di un animale, oggi può indicare la coda a uno sportello, la coda di una
polemica, o di un frac, o di un pianoforte. L’astrazione consente così al pensiero
di aumentare in modo esponenziale il repertorio dei “pezzi” di montaggio
disponibili. E di aggiungere creatività al linguaggio.

Quindi tutto ciò ha permesso lo sviluppo non solo del linguaggio, ma anche
della creatività e dell’intelligenza.
Certo.

Ne parliamo?
Naturalmente.
VI
Intelligenza e creatività

RISOLVERE PROBLEMI, MA NON SOLO

C’è una definizione di “intelligenza”?


Oggi ci sono molte definizioni per l’intelligenza, da quella problem solving a
quella comunicativa, a quella spaziale. Alcuni arrivano a elencare dieci tipi di
intelligenza.
Ma certamente la capacità di risolvere i problemi, in una società come la
nostra, è forse quella più importante. Soprattutto se è un’intelligenza in grado di
trovare soluzioni originali.
In un certo senso l’intelligenza potrebbe essere considerata il talento di
passare in rassegna e selezionare “pezzi” di memoria sparsi, associandoli in una
struttura capace di funzionare come una chiave per la serratura che si deve
aprire.
Non solo, ma siccome il più delle volte ci possono essere varie soluzioni a un
problema, l’intelligenza consiste nell’individuare la migliore. E magari trovare
delle alternative.

C’è un’area del cervello che è, per così dire, “specializzata” in intelligenza?
Sì e no. No nel senso che, come abbiamo detto più volte, è l’insieme della
macchina cerebrale a rendere possibile l’attività mentale. Tuttavia è la corteccia
prefrontale l’area considerata strategica per la capacità di risolvere i problemi,
perché è qui che si ritiene vengano confrontati e associati gli elementi che
portano ai nostri “montaggi” mentali: grazie al collegamento tra ciò che arriva
dai nostri sensi e le esperienze già memorizzate. Quindi cose che provengono sia
da punti diversi sia da momenti diversi.
Ma si può misurare l’intelligenza con i famosi test?
I test del quoziente d’intelligenza (QI ) intendono misurare, come è noto, vari
tipi di abilità e in particolare il problem solving, cioè la capacità di fare
associazioni corrette per la soluzione di problemi.
A proposito di questi test, non bisogna dimenticare che essi sono nati, più di
un secolo fa, con l’obiettivo di misurare non tanto il livello di intelligenza, ma le
carenze mentali. Al di sotto di un certo punteggio, infatti, c’era la probabilità di
disabilità mentale. Poi i test vennero usati soprattutto in senso opposto: cioè,
quanto più alto era il punteggio ottenuto, tanto più l’individuo sottoposto al test
veniva considerato intelligente.
Questo tipo di misurazione fu in seguito contestato, in quanto i test QI
misurano (malgrado i correttivi) non solo l’intelligenza, ma anche,
indirettamente, l’educazione ricevuta, e quindi possono dare origine a
discriminazioni di vario genere.
Inoltre, un essere umano è fatto di tante cose, e sappiamo bene che nel
giudicare una persona non conta solo il problem solving, perché ci sono tante
altre qualità che entrano in gioco nel “punteggio” di un individuo: talenti
artistici, capacità intellettuali non misurabili, leadership, qualità umane,
creatività. Si è visto, per esempio, che alcuni famosi artisti, letterati e persino
inventori, non ottenevano punteggi, nel problem solving, proporzionati alle loro
qualità.
Detto questo, i test QI , nel loro ambito, sono certamente un importante
indizio delle capacità mentali, e non vanno sottovalutati.

INTELLIGENTI SI NASCE O SI DIVENTA?

A proposito di intelligenza, c’è da tempo una disputa sul ruolo rispettivo della
genetica e dell’ambiente: cioè, intelligenti si nasce o si diventa?
È evidente che genetica e ambiente contano entrambi moltissimo. Dipende
dalle storie personali: ci sono probabilmente delle persone geniali che, non
avendo potuto studiare, non sono riuscite a esprimere la loro intelligenza;
viceversa ci sono persone mediocri che hanno avuto la possibilità di studiare e
hanno così valorizzato moltissimo le loro modeste doti.
I sostenitori dell’intelligenza innata dicono comunque che un ragazzo molto
intelligente sfrutta assai meglio l’ambiente, e sa crearsi nuove opportunità. In
altre parole riesce a moltiplicare quello che l’ambiente offre. Quindi l’ambiente
non ha lo stesso valore per tutti.
È un dibattito che è stato molto acceso negli anni Sessanta e Settanta del
secolo scorso, anche perché coinvolgeva, oltre all’intelligenza dei singoli
individui, anche l’intelligenza media di intere popolazioni o etnie (asiatici in
testa, poi i bianchi e infine i neri, secondo quegli studi).
Si intuisce quindi dove potevano portare questi discorsi. Ma al di là di tutto, è
comunque evidente che la genetica non si può cambiare, mentre l’ambiente sì;
perciò, al lato pratico, è solo sull’educazione che possiamo e dobbiamo agire per
migliorare le chances individuali (e anche collettive). E, in questo momento, ce
n’è assoluto bisogno, specialmente nel nostro paese, per affrontare un mondo che
sta cambiando ad altissima velocità e che richiede un rinnovamento profondo
dell’educazione.
Del resto si ha la prova di quanto l’educazione possa migliorare l’intelligenza
anche a livello della popolazione: i test del quoziente d’intelligenza hanno
mostrato un significativo aumento generale dei punteggi nell’ultimo secolo, e in
particolare negli ultimi decenni.

USIAMO SOLO IL 10 PER CENTO DEL NOSTRO CERVELLO?

Ogni tanto qualcuno dice che usiamo soltanto il 10 per cento del nostro cervello,
cioè che abbiamo un grande potenziale non utilizzato. Ha senso questa
affermazione?
No. In realtà noi usiamo sempre il 100 per cento del nostro cervello. Tutti lo
utilizzano al massimo quando si impegnano: sia l’analfabeta che la persona colta.
E persino quei bambini-lupo di cui parlavamo prima. Il livello di prestazione
dipende da quanto le nostre potenzialità teoriche sono state sviluppate.
Quello che è vero è che alla nascita abbiamo tutti grandi opportunità: il
cervello è un albero di Natale con tante luci accese, che via via si adeguano agli
stimoli ambientali. Rimangono accese e si arricchiscono quelle attivate. È
nell’infanzia che le potenzialità possono essere più (o meno) valorizzate.
Certamente durante tutto il corso della vita possiamo arricchirci di nuove
conoscenze, sviluppare la nostra intelligenza: non c’è un limite, ma questo è il
frutto dello studio, delle esperienze. Non esiste un misterioso serbatoio nascosto,
pieno di intelligenza, al quale non riusciamo ad accedere…

E i geni? Hanno qualcosa di speciale?


Credo che sia molto difficile definire la genialità; è una qualità composta da
tante cose, con dosaggi a volte molto diversi: talento, intelligenza, perseveranza,
ambiente favorevole, e anche fortuna.
Dal punto di vista genetico c’è ovviamente nell’individuo una situazione
particolare (non sappiamo se dovuta alla struttura della rete nervosa, alla sua
biochimica, all’efficienza del sistema di trasmissione, all’addensamento di
neuroni in certe aree, o ad altre cose che non conosciamo) e probabilmente le
caratteristiche sono diverse a seconda che si tratti di un genio nel campo della
musica, della matematica, della letteratura, ecc. Inoltre ogni cervello è diverso,
perché è il risultato di un DNA personale e unico, quindi è molto difficile capire se
ci sono caratteristiche comuni.
Si tratta comunque di persone fuori dal comune e che hanno avuto la fortuna
di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Perché senza un’istruzione e un
ambiente favorevole è molto difficile riuscire a esprimersi al più alto livello. La
storia, come dicevamo, è certamente piena di geni inespressi proprio perché è
mancata loro l’opportunità di emergere.

IL CERVELLO DI EINSTEIN

Il cervello di Albert Einstein è stato studiato, dopo la sua morte?


Sì, ed è una storia incredibile, venuta fuori solo molti anni dopo. Appena sette
ore dopo la sua morte, il 18 aprile 1955, il suo cervello fu prelevato dal patologo
dell’ospedale di Princeton, il dottor Thomas Harvey. L’esecutore testamentario,
Otto Nathan, non lo volle consegnare alla Commissione scientifica che aveva
chiesto di esaminarlo, ma autorizzò Harvey a tenerlo e a studiarlo.
Pur non essendo un esperto dello studio sul cervello, Harvey lo misurò e
fotografò, poi lo tagliò, secondo la procedura dell’epoca, in 240 cubetti che
numerò accuratamente. Ne fece inoltre alcune sezioni sottilissime per l’esame al
microscopio, ma non pubblicò mai nulla, e il cervello di Einstein fu dimenticato.
Fu un biologo e giornalista, nel 1978, a rintracciare Harvey nel suo studio a
Wichita, nel Texas. Per tutti quegli anni si era portato dietro i resti del grande
fisico, da una città all’altra, custoditi in due barattoli. Se li tenne fino al 1996
quando, ormai anziano, li riportò a Princeton. Qui furono finalmente esaminati.

E cosa venne fuori?


Venne fuori la conferma di quanto ci si attendeva: e cioè che non si riusciva a
vedere niente di particolarmente rilevante o di diverso nel cervello di Einstein
rispetto a un cervello qualsiasi. Una cosa però fu osservata: un maggior spessore
del corpo calloso, che è la parte del cervello che collega i due emisferi. Come
abbiamo visto, i due emisferi hanno “specializzazioni” un po’ diverse: quello
sinistro funziona più per l’analisi, quello destro più per la sintesi. Qualcuno ha
ipotizzato che una maggiore connessione tra i due emisferi poteva forse creare
più interazione tra queste due funzioni, analisi e sintesi, e migliorare le
prestazioni d’insieme. Ma sono solo ipotesi.

IMMAGINAZIONE E CREATIVITÀ

Oggi si parla molto di creatività. La creatività è considerata una delle materie


prime più preziose, anche dagli economisti. C’è differenza tra immaginazione e
creatività?
Direi che c’è un abisso. Immaginare è quello che ognuno di noi può fare in
poltrona, chiudendo gli occhi e dando via libera ai pensieri. Pensieri magari
originali, o geniali. La creatività è anche realizzare queste idee. Per fare un
esempio: Michelangelo non poteva solo “immaginare” gli affreschi della Cappella
Sistina, ha dovuto realizzarli, cioè organizzare il lavoro, negoziare il suo
compenso, progettare i ponteggi, lavorare per anni a testa in su, con continui
dolori al collo e alla schiena, mentre il colore gli sgocciolava addosso. Anche a
Dante Alighieri non è bastato “immaginare” la Divina Commedia, ma ha dovuto
passare giornate e notti al lume di candela con la sua penna d’oca a cercare
continuamente la rima e gli aggettivi giusti, a fare ogni volta i conti con gli
endecasillabi, ecc.
Il creativo non è solo un immaginativo, ma spesso deve essere anche un
manager, un inventore, il leader di un gruppo di lavoro. E comunque sempre un
individuo tenace, perseverante.
In francese c’è un modo di dire che riassume bene questo concetto: “Avoir de
la suite dans ses idées”, cioè dare un seguito alle proprie idee.
Ma esistono dei test per misurare (o valutare) la creatività di una persona?
Anche qui, è molto difficile valutare una dote così sfuggente attraverso delle
prove a tavolino. Come si può misurare la creatività di un musicista, di un pittore
o di un letterato? È una qualità che si può giudicare solo attraverso le sue opere.
Esistono però, per quello che valgono, dei test che cercano di accertare la
capacità di una persona di associare cose diverse partendo da certi elementi di
base.

Si torna sempre alla capacità di creare “montaggi mentali”?


Sì, in questo caso in modo originale, o anche fantasioso. Tanto per fare un
esempio, al candidato si dice: “Lei ha a disposizione una cassetta piena di chiodi:
cosa potrebbe farne?”. Una persona poco creativa risponderebbe magari in modo
banale, una creativa invece potrebbe rispondere: una collana per signore, un letto
per fachiri, delle maracas, una scultura che rappresenta un riccio, un gioco in cui
vince chi sa conficcare, con meno colpi, dieci chiodi in una tavoletta di legno,
ecc.
In fondo è così che nascono molte cose e anche certe invenzioni. La natura, in
un certo senso, è maestra in questo gioco: basta pensare come ha ricombinato in
infiniti modi le molecole di base della vita, come il DNA … Ma questo è un altro
tipo di “creatività”.
È arrivato però ora il momento di esplorare l’attività del cervello meno
conosciuta.

Quale?
Quella che si svolge a nostra insaputa, fuori dal nostro cervello: per esempio
quando dormiamo o sogniamo. Ma non solo.
E poi esploreremo i “misteri” di cui spesso si parla, cioè quei poteri nascosti
della mente, che permetterebbero al cervello di fare cose straordinarie, fuori dalla
nostra comprensione.

Cominciamo dal sonno?


Cominciamo dal sonno.
VII
Il mondo dei sogni

COME CI SI ADDORMENTA

Cosa succede durante il sonno?


Nel sonno succede un fenomeno, a pensarci bene, inquietante: perdiamo
coscienza. Non siamo più consapevoli di quello che succede intorno a noi.
Oggi si comincia a capire qual è il meccanismo che porta a questo stato di
incoscienza, che è poi il meccanismo dell’addormentamento.

E qual è?
È un po’ complicato, ma diciamo sostanzialmente che è l’ipotalamo (una delle
parti più arcaiche del cervello) a innescare una serie di impulsi a cascata che si
diramano in varie parti della rete nervosa, attraverso la formazione reticolare con
i suoi nuclei che possono modulare l’attività cerebrale. Nell’ipotalamo, infatti, si
trova una strana e minuscola centralina, il nucleo soprachiasmatico. È composto
solo da poche decine di migliaia di cellule nervose (tutte insieme hanno le
dimensioni di una capocchia di spillo), ma sembra essere il principale regolatore
dei ritmi sonno/veglia.
Quando il buio (oppure la luce) percepito dall’occhio arriva in questa zona,
attiva (oppure blocca) la produzione di certi ormoni che concorrono a mettere in
moto l’addormentamento.
Sempre dall’ipotalamo, si ritiene parta contemporaneamente un flusso di
segnali in varie direzioni: in basso verso il tronco (che regola i sistemi primitivi di
sopravvivenza, come fame, sete, pressione arteriosa, ecc.) e in alto verso il
talamo. Il talamo funziona a questo punto da “silenziatore”, nel senso che riduce
il flusso di segnali tra la corteccia e il resto del cervello.
Il cervello si trova così con i centri della veglia bloccati, la comunicazione con
il corpo in sordina e quelle con l’esterno attutite (udito, vista, tatto). A questo
punto ci si addormenta.

Il sonno è il momento in cui perdiamo coscienza. Ma cosa vuol dire esattamente


perdere coscienza, dal punto di vista cerebrale?
Questo è un punto molto interessante. Come dicevamo, recenti ricerche
hanno messo in evidenza l’importanza delle fibre nervose che corrono
parallelamente alla superficie del cervello, e che rappresentano una ricca “rete
ferroviaria” di collegamento fra le varie aree della corteccia.
Questa rete di comunicazione può essere interrotta: per esempio sotto
anestesia, oppure con dei sonniferi. In questi casi la trasmissione nervosa lungo
questa ferrovia non funziona più e perdiamo coscienza.
Questo avviene anche durante il sonno, o meglio durante il sonno profondo.
Certi esperimenti hanno mostrato che se si invia uno stimolo elettrico in un
punto della corteccia quando siamo svegli, lo stimolo produce un’onda che si
propaga: durante il sonno profondo invece lo stimolo rimane localizzato. La
propagazione ricompare durante il sonno REM (quello dei sogni), che è una fase
attiva, come vedremo tra poco.

PERCHÉ DOBBIAMO DORMIRE

Ma a cosa serve il sonno?


Da tempo si cerca di capire per quale ragione dobbiamo assolutamente
dormire (infatti, tentare di resistere al sonno o, peggio, fare gare di resistenza,
provoca conseguenze crescenti, anche allucinazioni e danni al sistema nervoso).
Il sonno non serve solo per riposare, altrimenti basterebbe stare sdraiati sul letto.
Perdere coscienza mentre si dorme però vuol dire diventare molto vulnerabili
(questo vale anche per gli animali): c’è dunque qualcosa di fondamentale che
obbliga il cervello a entrare in questo stato di incoscienza, e che giustifica i rischi
legati alla perdita, per molte ore, della capacità di reagire.
Una delle ipotesi, oggi molto rafforzata da studi recenti, è che il cervello in
questa fase si liberi delle tossine prodotte durante il giorno; insomma, che faccia
le pulizie di casa. È un “lavaggio” del cervello. Un’altra ipotesi è che in questo
periodo il cervello rimetta in ordine il suo magazzino di memoria: ed è anche in
questa fase che si fisserebbero le memorie a lungo termine.

ECCITATI DURANTE I SOGNI

Durante il sonno noi siamo addormentati, invece il cervello, comunque,


continua a funzionare.
Sì, specialmente nella fase dei sogni. In questa fase il flusso del sangue nella
rete cerebrale aumenta addirittura del 40 per cento, il respiro diventa irregolare,
il battito cardiaco accelera e decelera, come se seguisse alterne emozioni, e anche
la pressione arteriosa sale e scende. Il pene ha un’erezione (e il clitoride una
turgescenza); il metabolismo aumenta, raggiungendo ritmi superiori a quelli
della veglia; il consumo di glucosio, rispetto alla fase che precede i sogni, sale del
20-40 per cento. Gli occhi, sotto le palpebre abbassate, si muovono in modo
rapido, come per seguire un’azione.

Proprio per questo la fase dei sogni è chiamata fase REM , Rapid Eyes
Movements.
Esatto. E questo mi fa venire in mente un piccolo episodio divertente. Il mio
primo documentario sul sonno lo feci oltre quarant’anni fa. A quell’epoca si
avevano naturalmente meno informazioni, ma già era noto il fenomeno degli
occhi che si muovono sotto le palpebre durante i sogni.
Volendo verificare esattamente come erano questi movimenti, una notte
lasciai che mia moglie si addormentasse e aspettai un po’ più di un’ora (è infatti a
quel punto che inizia la prima fase REM ). Arrivato il momento, mi avvicinai nella
penombra per osservare. E in effetti vidi chiaramente questi movimenti oculari
sotto le palpebre. Mentre li stavo contando, mia moglie si svegliò di colpo, e
vedendo nella penombra una faccia a pochi centimetri dalla sua lanciò un urlo
disumano… Questo è stato il mio primo rapporto con la fase REM . Una fase che
emerge quattro o cinque volte nel corso della notte, per un totale di circa un’ora e
mezza di sogni (ma è una durata variabile a seconda degli individui).

E le altre fasi?
Sono un continuo andare su e giù, lungo i vari livelli del sonno (se ne
considerano quattro): il sonno profondo (livello 4) è il più ristoratore. Si ha nelle
prime due ore circa dopo l’addormentamento, e non si ripeterà più durante la
notte con la stessa intensità. In questa fase è difficile svegliare una persona e i
collegamenti sensoriali con l’esterno sono ridotti al minimo.

Ma quei movimenti oculari che si verificano durante i sogni sono il sintomo che
in quel momento l’individuo sta seguendo un’azione o qualche immagine in
movimento?
Non si sa quale sia il rapporto tra questi movimenti e il sogno in corso. Ma
non sembra che ci sia una relazione diretta. Si è però notato che più i movimenti
oculari sono intensi più il sogno è ricco di emozioni e di azioni. Chi dorme, in
quel momento sta vivendo un’esperienza immaginata che spesso lo induce a
reagire fisicamente: correre, lottare, fuggire…
E qui c’è una cosa sconcertante, di cui per fortuna non ci rendiamo conto.

Cioè?
Durante la fase del sogno il nostro corpo è paralizzato!

Non riusciamo a muoverci?


No. È forse proprio per questo che a volte sogniamo di non poter fuggire o
gridare.

C’è una spiegazione per questa strana paralisi notturna?


C’è qualche ipotesi: per esempio che potrebbe rappresentare una “difesa”
contro movimenti inconsulti. Esistono infatti persone che non hanno questa
paralisi e gridano, si agitano al punto da cadere dal letto… Nella storia evolutiva
forse poteva essere un vantaggio evitare di diventare ancora più vulnerabili
segnalando involontariamente la propria presenza ai predatori.

O magari cadendo da un albero!


Già. Ma sono solo ipotesi. Forse la vera ragione è un’altra che ancora non
conosciamo.

IL SIGNIFICATO DEI SOGNI

Ma che significato hanno i sogni?


Cominciamo con qualche numero, per capire di cosa stiamo parlando.
Ogni notte 7 miliardi di persone sulla Terra sognano per più di un’ora: ogni
anno, quindi, l’umanità sogna per circa 2500 miliardi di ore, costruendo decine
di migliaia di miliardi di sogni… tutti diversi gli uni dagli altri. Sognano gli
agenti di Borsa, i boscimani del Kalahari, i carcerati, gli amministratori di
condomini, i preti, i parrucchieri, le presentatrici televisive, i filosofi, i poliziotti,
ecc. Dentro i sogni c’è tutto e il contrario di tutto.
L’interpretazione dei sogni è uno di quei campi in cui, dal momento che se ne
sa molto poco, ognuno può costruire una propria teoria.
Qualche barlume, però, si comincia a intravedere.

Per esempio?
Per esempio è stato appurato che un neonato, che non ha ancora esperienze di
vita, sogna moltissimo: poco dopo la nascita sogna addirittura quattro o cinque
volte più di un adulto, pur non avendo ancora immagazzinato memorie visive.
Con cosa quindi costruisce i suoi sogni? Persino il feto sogna, o meglio, presenta
le caratteristiche tipiche della fase REM .
Una delle ipotesi è che nel periodo fetale i sogni siano strettamente legati alla
maturazione del sistema nervoso. Si tratterebbe di un’attività di circuiti che
scaricano, sostanzialmente, in modo casuale.
I sostenitori di questa tesi (cioè della casualità dei sogni dovuta all’attività
elettrica notturna del cervello) ritengono che il meccanismo continui a essere lo
stesso nell’adulto. Solo che negli adulti i circuiti attivati, contenendo un numero
crescente di memorie, produrrebbero un vero e proprio “caleidoscopio” di
immagini.
Il sogno quindi, per i sostenitori di questa ipotesi, sarebbe un’attività
associativa (un “teatrino mentale”) che funzionerebbe però senza il controllo e la
guida di quel pensiero razionale che è tipico della veglia. Sarebbe una libera
associazione di circuiti a briglia sciolta, un montaggio di frammenti legati tra
loro in modo assurdo, dove si affacciano a volte anche dei sogni ricorrenti legati
a traumi o ansie.
Altra osservazione: nella fase REM , come abbiamo visto, siamo agitati, e questo
stato di alterazione favorirebbe il fissaggio, a breve termine, dei sogni. E infatti i
sogni si ricordano, sia pure per poco tempo e in modo confuso. Ma soltanto i
contenuti che ci hanno emozionato, o colpito, rimangono più impressi.

COSA SOGNA UN CIECO DALLA NASCITA

Quando si parla di sogni, si parla di immagini; ma chi è cieco dalla nascita cosa
“vede” nei suoi sogni, dal momento che le sue memorie sono vuote di immagini?
Questo è un altro punto interessante. I ciechi costruiscono i loro sogni con
altri tipi di memorie, soprattutto tattili. Ho avuto l’occasione di parlare con
persone cieche dalla nascita, ed ecco il racconto di una di loro.
«I miei sogni sono di vario tipo. Sogno per esempio delle “sensazioni”:
sensazioni di familiarità, di pericolo… Le sembrerà strano, ma ho sognato anche
delle “immagini” spaziali: per esempio di me stesso in un certo ambiente. E
naturalmente sogno attraverso tanti tipi di percezioni, tattili oppure gustative. A
volte anche attraverso gli odori. Sogno di aprire e chiudere delle porte. La notte
scorsa ho sognato che mettevo a posto gli abiti negli armadi e nei cassetti. Mi è
capitato di fare dei sogni ricorrenti: sognavo dei soldati. L’ultima volta c’erano
anche dei cani che abbaiavano e dei briganti che mi assalivano e volevano
uccidermi. A volte sogno di volare. Ho persino sognato di aver inventato una
tecnica di volo: mi bastava muovere le braccia per decollare.»

Volare durante i sogni è un’esperienza diffusa?


Sì, anche se le modalità sono diverse. Ho fatto un piccolo sondaggio nel
cerchio delle mie conoscenze ed è emerso che per alcuni si tratta di un vero volo
d’uccello, per altri di un decollo in corsa, con balzi sempre più lunghi e lenti che
portano a planare. Per altri si tratta di un volo tipo aliante. Una mia
collaboratrice di Roma mi ha raccontato, in proposito, che la notte precedente
aveva percorso, in volo, tutto viale Regina Margherita.

I CONTENUTI DEI SOGNI

Sui contenuti dei sogni si sono notate differenze tra uomini e donne, tra giovani
e vecchi?
Per quanto riguarda i materiali con cui vengono costruiti i sogni, è evidente
che sono le memorie immagazzinate nel cervello a fornire le immagini. I pigmei
dell’Ituri non fanno gli stessi sogni dei guardiani di un museo di Parigi. Per
quanto riguarda le differenze tra uomini e donne, si è osservato che, per esempio,
le casalinghe sognano maggiormente gli ambienti di casa, in cui si muovono
personaggi familiari. I sogni degli uomini invece hanno contenuti più aggressivi,
e si svolgono prevalentemente in esterno. Ma se le donne lavorano e svolgono
professioni più “maschili” fanno sogni abbastanza simili a quelli degli uomini.
Certi studi indicherebbero che le donne ricordano meglio i loro sogni, forse
perché a partire da una certa età hanno una memoria più efficiente di quella
maschile, come risulta anche da studi, condotti in Italia, destinati a valutare le
performance mnemoniche durante l’invecchiamento.

A parte le immagini e gli ambienti in cui sono inserite, i sogni riflettono


emozioni o preoccupazioni quotidiane?
È molto difficile dire in quale misura questo avvenga. Infatti, secondo certe
indagini, più della metà dei sogni hanno un contenuto ansioso. O sono
decisamente degli incubi. Quindi le emozioni e le ansie quotidiane possono
essere presenti nei sogni, ma “agganciandosi” ad altre immagini, ad altre storie. Il
sogno, insomma, non è quel momento magico e felice dei poeti: molto spesso
sono presenti situazioni sgradevoli, con contenuti di paura, di aggressività.
I bambini, per esempio, raccontano spesso incontri con animali terrificanti; le
persone anziane riferiscono situazioni angosciose, come quella di essersi persi.
Sembra che i sogni di questo tipo siano più frequenti in personalità sensibili,
come gli artisti.

E i sogni ricorrenti?
È un fenomeno che molti conoscono. I sogni ricorrenti riflettono uno stato
provocato da una situazione ansiogena (per esempio, non essere pronti per un
lavoro o non essere in tempo per una consegna), ma a volte riflettono veri
traumi, come succede ai reduci di guerra o alle persone che hanno subito
violenze. Moltissimi individui, però, non hanno mai avuto sogni ricorrenti.

I SOGNI E FREUD

E Freud?
Sigmund Freud alla fine dell’Ottocento ha scritto, come è noto, un’opera
considerata fondamentale nell’interpretazione dei simboli contenuti nei sogni.
Freud considerava il sogno la strada maestra per raggiungere l’inconscio
dell’individuo. E questa tesi è rimasta un caposaldo della psicoanalisi da lui
fondata.
Non va però dimenticato che a quell’epoca le modalità di funzionamento del
cervello erano quasi sconosciute: si sapeva che esistevano i neuroni, ma si
ignoravano cose fondamentali come l’esistenza delle sinapsi, dei
neurotrasmettitori, del ruolo inibitore, oltre che eccitatorio, delle cellule nervose,
ecc. Al di là delle critiche riguardanti la simbologia dei sogni, la visione stessa del
cervello alla base delle teorie freudiane è stata radicalmente contestata. In
particolare da due molto autorevoli studiosi, Robert W. McCarley e J. Allan
Hobson dell’Università di Harvard. Freud, essi dicono, non sapeva che i neuroni
si influenzano tra loro attraverso la trasmissione di piccole quantità di energia e
pensava che fossero elementi passivi di un reticolo di trasmissione di forze.
Credeva che l’energia dei neuroni provenisse dall’esterno del cervello, generata
dalle “pulsioni”. Nel suo modello, l’energia poteva essere solo deviata o rimossa.
Secondo tale modello, il sistema psichico è in balia di queste forze somatiche.
Basandosi sulla sua teoria, spiegano ancora McCarley e Hobson, Freud
riteneva che l’energia per i sogni derivasse da un desiderio istintuale represso e
che il sogno fosse un tentativo di mascherare certi desideri collegati alle pulsioni.
Per questo attribuiva al sogno la funzione di “guardiano del sonno”, che previene
l’intrusione di desideri inaccettabili. E vedeva nell’oblio dei sogni (che
svaniscono al risveglio) la riprova della sua teoria: cioè noi dimentichiamo i
sogni proprio perché tendiamo a rimuovere, a censurare i desideri che riteniamo
inaccettabili.
McCarley e Hobson affermano che la teoria sui sogni di Freud è dunque
basata su conoscenze errate. Ciò non significa ovviamente che “residui diurni” o
temi importanti dal punto di vista motivazionale non entrino nei sogni, ma essi
non sono la causa del processo onirico. Non c’è alcuna prova che i meccanismi
del sogno siano generati da pulsioni sessuali rimosse.
La critica di McCarley e Hobson si è spinta più in là, investendo le basi stesse
della psicoanalisi freudiana.

E cosa è successo dopo queste critiche?


Dalle loro critiche è nata un’accesa polemica, rimasta però circoscritta a una
piccola minoranza di esperti e sostanzialmente quasi ignorata dal grande
pubblico (e anche da gran parte degli intellettuali).
È inutile a questo punto che le chieda cosa pensa dei sogni premonitori.
No, me lo chieda pure. Anzi, è un modo utile per entrare in quel campo
misterioso dei poteri occulti della mente, di cui spesso si parla.

Percezioni extrasensoriali, telepatia, déjà-vu, ecc.


Certo, e non solo. Oggi ne sappiamo di più su tutte queste cose, anche grazie a
tante ricerche e verifiche che sono state fatte negli ultimi anni.

Allora vediamo.
VIII
I poteri “magici” del cervello

I SOGNI PREMONITORI

Un sogno premonitore sarebbe una specie di flash che entra nei nostri sogni per
comunicarci un evento molto emotivo, come un incidente, una morte che si sta
verificando o che si verificherà?
Sì. Molte persone riferiscono di aver avuto questi sogni premonitori: per
esempio l’annuncio di una disgrazia, come la morte di un amico in un incidente
ferroviario.
È ben evidente che se il giorno dopo arriva la notizia della morte di
quell’amico in un incidente ferroviario, il sogno viene vissuto come una
misteriosa premonizione. Anche se non si capisce come questo “flash” abbia
potuto viaggiare nello spazio per arrivare fin dentro il nostro sogno (e ancor
meno come abbia fatto a provenire dal futuro). La concomitanza tra il sogno e
l’evento è talmente forte da mettere in difficoltà ogni ragionevole obiezione.
Se però l’incidente si verifica non subito, ma dopo qualche mese? O in una
località diversa? E se l’amico è un altro? O rimane solo ferito? E se si tratta di un
incidente automobilistico? Bisogna sempre considerarlo un sogno premonitore?
Oppure bisognerebbe valutarne la probabilità statistica?
Occorrerebbe poi fare un’altra serie di considerazioni:
1) Ognuno di noi, lo abbiamo visto, produce un gran numero di eventi
sognati. Sarebbe veramente sorprendente che, considerando tutti i fatti della vita
che ci accadono quotidianamente, non si trovassero ogni tanto delle analogie con
qualche sogno del nostro grande repertorio.
2) I sogni definiti “premonitori” mancano solitamente di dettagli precisi. E
sappiamo quanto una descrizione generica perda credibilità probabilistica.
3) Spesso lo stesso racconto subisce qualche “aggiustamento”, per calzare
meglio con la realtà. La memoria poi si autoconvince che quello era il ricordo
giusto.
4) Il fattore tempo dilata enormemente la possibilità di abbinamenti: un
parapsicologo ha riportato in una rivista il caso di un sogno “premonitore”
relativo a un fatto che si è realizzato trent’anni dopo! È come giocare trent’anni
alla roulette per realizzare finalmente un en plein.
5) Se un sogno premonitore non si avvera non lo si cita mai: è la famosa legge
della “selezione positiva”, tipica della mente umana.
6) C’è spesso un’interpretazione “simbolica” del sogno, e in tal caso allora
tutto diventa possibile. Un sogno simbolico può adattarsi a cento avvenimenti
diversi e le combinazioni diventano astronomiche. Anche perché noi sogniamo
tutto e il contrario di tutto. Se potessimo vedere su un DVD tutti i nostri sogni,
rimarremmo sorpresi per quante cose abbiamo prodotto: a 50 anni avremmo già
a disposizione 25 mila ore di video…

In che senso la selezione positiva è tipica della mente umana?


Lo si può verificare in tanti campi. Facciamo l’esempio di una chiromante. Se
chi la consulta crede nei suoi poteri, all’uscita rimarrà colpito da certe cose sulla
sua vita che la chiromante ha azzeccato. “Come poteva saperle?” Il fatto è che la
nostra mente tende a cancellare le affermazioni sbagliate o neutre, e a ricordare
solo quelle che sembrano aver colpito nel segno.

Come si fa, comunque, ad azzeccare un certo numero di cose?


Ci sono procedure ben collaudate. Intanto va detto che una professionista
della chiromanzia ha lunga esperienza e sa praticare la lettura dei segni del corpo.
Valutando la persona che ha davanti, anche attraverso il breve colloquio iniziale,
intuisce dove può dirigersi (problemi di lavoro, di amore, di soldi, di salute, ecc.).
Comincia quindi a esplorare un filone (“Qualcuno che le è vicino ha problemi”,
per esempio) e aspetta le reazioni del cliente: capisce subito, anche da un
semplice annuire, se è sulla strada giusta oppure no. A quel punto comincia a
“lavorare” usando spesso la formula dell’interrogativo, come se stesse parlando
tra sé e sé, e dalle espressioni anche involontarie del cliente deduce se può andare
avanti o deviare, magari leggermente.
Subentra poi un secondo aspetto importante: il cliente tende a adattare a sé le
“affermazioni” della chiromante.

Ognuno cioè interpreta le cose in modo personale?


Sì. C’è stato in proposito uno studio molto interessante: uno psicologo
olandese preparò una descrizione caratteriale abbastanza dettagliata, uguale per
tutti, e la sottopose separatamente a 32 diverse persone. Ognuno disse: «Oh!
Questo sono proprio io», essendosi riconosciuto nella descrizione. È così che
funziona la nostra mente.
Nel corso della lunga inchiesta che feci molti anni fa sulla parapsicologia
incontrai due persone, un prestigiatore e uno studioso di intelligenza artificiale,
che mi raccontarono una loro interessante esperienza. Per scherzo si erano finti
cartomanti e, dopo aver imparato le regole di base, avevano provato a “fare le
carte”. Era incredibile quanto la gente si riconoscesse in quello che dicevano. A
un certo punto, lo studioso di intelligenza artificiale aveva persino provato a
interpretare le carte esattamente al contrario di quello che avrebbe dovuto fare:
funzionava sempre!

LA TRASMISSIONE DEL PENSIERO

E la telepatia? Il nostro cervello, con la sua attività elettrica, produce delle onde:
non si potrebbe ipotizzare che, così come avviene per la radio, ci possa essere
comunicazione a distanza tra due persone?
Certo, il nostro cervello produce debolissime onde che possono essere rilevate
con speciali apparecchiature, ma solo a distanza ravvicinatissima, al massimo
qualche centimetro.
Le racconto un’esperienza curiosa, in proposito. Qualche anno fa mi trovavo
in una cittadina della Scozia e andai a visitare un piccolo Museo della Scienza.
Tra le altre cose, vi era stato allestito un gioco molto originale. Due concorrenti si
sedevano alle estremità di un lungo tavolo indossando una specie di casco,
capace appunto di rilevare l’attività elettrica cerebrale. Il gioco consisteva nel
produrre onde “alfa” (questo avviene nel cervello quando è molto rilassato). Se
l’apparecchio rilevava questo tipo di onde, scattava un segnale, che veniva
amplificato e faceva scorrere una pallina lungo una scanalatura. La gara
consisteva nello “spingere” mentalmente la pallina verso l’avversario producendo
onde alfa… come in una specie di “tiro della fune” teleguidato dalla mente!

Quindi queste onde cerebrali potrebbero essere amplificate e inviate anche a


distanza.
A parte il fatto che le cose stanno in modo diverso (non si tratta di onde radio,
ma di un campo elettrico), anche se noi potessimo inviare segnali cerebrali a
distanza, cosa invieremmo? I nostri pensieri?
Tutto quello che abbiamo visto finora sul funzionamento cerebrale ci ha
mostrato che l’attività pensante (il nostro teatrino mentale, per intenderci) è il
risultato di una rete sterminata di circuiti, ramificazioni, frammenti di memorie
immagazzinate in modo estremamente personale, dentro un cervello che è
geneticamente diversissimo da ogni altro.
Anche se, per assurdo, un cervello potesse “proiettare” via radio la struttura
dei propri circuiti verso un altro cervello, quello che arriverebbe al ricevente
sarebbe del tutto illeggibile, perché codificato in modo completamente diverso.
Sarebbe come cercare di circolare a Parigi con la mappa stradale di Roma…

Sono stati però effettuati molti esperimenti di telepatia con le cosiddette “carte
Zener”, che raffigurano una serie di simboli (stella, quadrato, cerchio, croce, onda).
Con quali risultati?
Non sono mai stati ottenuti risultati considerati accettabili dalla comunità
scientifica. Il metodo si basava sulla probabilità statistica di indovinamenti, su
lunghe serie di prove. A parte il fatto che veniva considerato un successo il
superamento (di poco) del 50 per cento delle probabilità, questi esperimenti sono
stati criticati nel merito e nel metodo, e considerati non attendibili.

IL CERVELLO E IL “DÉJÀ-VU”

Ci sono però fenomeni strani che avvengono nel cervello, come il “déjà-vu”, cioè
l’impressione di aver già visto qualcosa, come se fosse un flash che arriva dal
passato. C’è una spiegazione?
Questo è un fenomeno reale e interessante che riguarda più del 90 per cento
delle persone, anche se una minoranza non sa nemmeno di cosa si parli quando
vi si accenna. Consiste in questo: mentre si vede una certa scena si prova la
precisa sensazione che sia la ripetizione di un’esperienza già vissuta.
Proprio per questa ragione alcune persone ritengono un’esperienza di questo
tipo la prova di aver vissuto un’altra vita in passato. Si potrebbe osservare,
tuttavia, che se ciò fosse vero la vita precedente doveva essere esattamente uguale
a quella presente, dal momento che i luoghi, le situazioni, le persone sono le
stesse. Non si tratterebbe quindi di un’altra vita, ma della stessa. E ciò varrebbe
anche per le altre persone coinvolte: ciascuna di loro avrebbe avuto una vita
precedente esattamente uguale.
Esiste però una spiegazione più semplice, e cioè che il cervello in quel
momento produce un falso ricordo. Secondo questa ipotesi il meccanismo del
déjà-vu sarebbe il seguente. Quando per strada vediamo passare una persona
conosciuta, scatta una sensazione di riconoscimento, di familiarità (“Questa
persona l’ho già vista”) e nel cervello si produce una piccola emozione. L’idea è
che la parte del cervello all’origine di questa sensazione (l’amigdala) possa, a
volte, scattare da sola. A questo punto l’immagine che stiamo vedendo
(qualunque essa sia) viene “abbinata” a una sensazione di familiarità, di “già
visto”. Questa sensazione accompagna per qualche secondo la scena e ci fa
pensare: “Ecco, lo sapevo che adesso sarebbe successo quello che sto vedendo”,
dandoci persino l’impressione di “prevedere” lo svolgersi dell’azione.
Ci sono persone con disturbi neurologici che hanno frequentemente
esperienze di déjà-vu. E sembra che il fenomeno sia collegato anche a una
minore dimensione dell’ippocampo; forse un giorno lo capiremo meglio.
Comunque neppure il déjà-vu costituisce una prova che il nostro cervello abbia
dei poteri strani, che gli permettono di “affacciarsi” in un mondo del passato. O
in un universo parallelo.

E la chiaroveggenza?
Magari riuscissimo a vedere a distanza o nel futuro! Qui torniamo a quei
“fenomeni” che appena vengono osservati più da vicino, con un controllo più
attento, dimostrano la loro inesistenza.
In tutto il campo del “paranormale”, quando i controlli sono zero i fenomeni
tendono a cento, quando il controllo è cento i fenomeni si riducono a zero.
Ma si è mai visto almeno un fenomeno realmente verificato?
Basterebbe un piccolissimo fenomeno che, osservato sotto vero controllo, si
rivelasse autentico per rovesciare tutte le leggi della fisica conosciute. Così come
basterebbe un solo cavallo parlante a dimostrare che i cavalli possono parlare…

LA VERIFICA DEGLI OROSCOPI

E l’astrologia?
Anche qui, se si va a controllare quello che esce dagli oroscopi, si scopre che le
cose non funzionano. Il metodo di controllo, in questo caso, è quello del “doppio
cieco”. Vale a dire che, per esempio, si richiedono a quattro astrologi gli oroscopi
di cinque persone diverse, ottenendo così venti oroscopi; si distribuiscono tutti
alle cinque persone dicendo loro: tra questi venti oroscopi, quattro sono vostri. Li
riconoscete?

Con quale risultato?


Abbiamo fatto questo piccolo esperimento con personaggi molto diversi per
età, sesso, carattere, cultura: il risultato è stato che ognuno si riconosceva negli
oroscopi altrui, con una media esattamente uguale a quella che si sarebbe
ottenuta pescando a caso in un cappello tra venti biglietti…
E gli oroscopi che riempiono i giornali a Capodanno?
Il fatto è che alla fine dell’anno nessuno va mai a verificare se queste
previsioni si sono avverate oppure no. Se lo si fa, è facile (e anche divertente)
rendersi conto quanto i vari astrologi prevedano cose diverse e quanto siano
comunque sbagliate queste profezie. Il CICAP fa questa verifica ogni anno e il
risultato è molto istruttivo. Il CICAP è il Comitato italiano per il controllo delle
affermazioni sulla pseudoscienza (www.cicap.org): ne fanno parte alcuni tra i più
autorevoli scienziati italiani e conta moltissimi soci in tutte le regioni d’Italia.
Organizza convegni, ha una rivista, tiene anche corsi per chi vuole investigare sui
fenomeni paranormali: è un’associazione senza fini di lucro, che promuove
molte iniziative interessanti.

COME CONTROLLARE UN RABDOMANTE

Ma almeno nei rabdomanti, qualcosa di vero c’è?


Purtroppo la questione è sempre la stessa: quando si effettuano prove sotto
controllo, neanche la rabdomanzia funziona.

In questo caso come si fanno i controlli?


Ci sono molti modi. Per esempio, si nasconde una tubazione di plastica sotto
terra, a poca profondità, e un’autobotte invia dell’acqua. Si chiede al rabdomante
se “sente” passare il flusso d’acqua: dopo che lo ha confermato, e che la sua
bacchetta ha cominciato a muoversi, lo si avverte che il flusso è stato interrotto, e
a quel punto la bacchetta smette di muoversi. La prova viene effettuata varie
volte, ma all’insaputa del rabdomante si invertono i comandi e si danno al
rabdomante indicazioni fasulle: succede così che la bacchetta ruoti quando non
c’è acqua e viceversa stia ferma mentre l’acqua scorre nel tubo…
Ci sono altri modi, tutti basati su questo tipo di controllo (cioè, il rabdomante
non sa se c’è l’acqua oppure no).

Come mai, però, si dice che i rabdomanti trovano l’acqua nel sottosuolo?
Possono esserci varie ragioni: in particolare, la conoscenza dei terreni della
zona. O il fatto che di acqua nel terreno ce n’è un po’ ovunque. Oppure, che
anche qui si citano i casi positivi e non quelli negativi. La realtà, comunque, è
che, sotto controllo, i rabdomanti non trovano l’acqua.

SCHERZI E TRUCCHI

E alcuni fenomeni spettacolari, come tavolini che si alzano o bicchierini che si


muovono? O persone che sanno spostare gli oggetti a distanza o leggere nei libri
chiusi?
Qui si può stare tranquilli: si tratta di scherzi o trucchi. E infatti le persone che
affermano di avere questi poteri rifiutano sempre e categoricamente di farsi
controllare da prestigiatori professionisti. Questi presunti fenomeni, infatti,
figurano nel repertorio dei prestigiatori. Quindi, chi vuole capire se si tratta di
fenomeni reali oppure no deve cautelarsi chiedendo a un vero esperto del settore,
cioè a un prestigiatore professionista, di essere presente e verificare.

Sarebbe come se qualcuno per strada mi proponesse di comperare un bellissimo


anello con brillante, ma poi rifiutasse la mia richiesta di farlo esaminare da un
gioielliere?
Esattamente. Lei comprerebbe quell’anello?

No.
Invece molti credono all’autenticità di quei fenomeni, correndo seri rischi di
essere truffati. Le cronache spesso riferiscono di individui diventati addirittura
succubi di personaggi che affermano di avere poteri supernaturali.

CURE MIRACOLOSE

E i guaritori?
Questo è un problema più serio, perché ci va di mezzo la salute. I guaritori
sono sempre esistiti nella storia umana, quando la medicina scientifica era di là
da venire. Il loro potere è sempre stato molto grande per via del carisma che
possedevano. In certi casi la conoscenza delle erbe curative li aiutava, ma era
soprattutto la fiducia che ispiravano a esercitare un forte effetto psicologico
positivo. È la stessa cosa che avviene oggi con presunti guaritori di ogni tipo.
C’è stato un periodo, vari anni fa, in cui si organizzavano addirittura voli
charter per le Filippine, dove esercitavano i cosiddetti “chirurghi a mani nude”,
che asserivano di penetrare con le dita dentro il corpo per estrarre tumori e
sostanze maligne. I malati al loro ritorno dicevano di sentirsi meglio, alcuni
addirittura di essere guariti. Ma, purtroppo, il male proseguiva regolarmente il
suo corso.

I malati senza speranza, e i loro familiari, sono spesso disposti a tutto pur di
trovare una cura, un guaritore o un farmaco miracolosi.
Sì, e questo alimenta un mondo sotterraneo e “alternativo” che spesso emerge
dalle cronache, anche dalle cronache giudiziarie.

In Italia, negli ultimi anni, ci sono stati casi famosi di metodi di cura che hanno
sollevato speranze ma anche grandi polemiche: l’ultimo è il caso Stamina.
Sì, e in proposito varrebbe la pena di ricordare un “decalogo” pubblicato già
quarant’anni fa dall’Associazione americana per la ricerca sul cancro, l’American
Cancer Society. Per mettere in guardia contro certe cure miracolose, aveva stilato
un identikit dei personaggi che spesso alimentano grandi (e inutili) speranze.
Ecco le loro caratteristiche, da tenere bene a mente.
• Non hanno autorevolezza nel mondo della ricerca, spesso sono ai margini
della comunità scientifica, a volte fuori.
• Dicono di avere scoperto una cura miracolosa, ma non presentano mai le
loro ricerche seguendo le regole della scienza.
• Non propongono i loro risultati a riviste specializzate, che li
sottoporrebbero a un controllo da parte di una rete di esperti (è questa la
via maestra per tutte le ricerche serie).
• Si rivolgono invece a stampa e tv (ma non ai giornalisti scientifici).
• Accusano i “baroni della medicina” e le multinazionali del farmaco di
ostacolarli per interessi economici.
• Mobilitano malati e parenti, i quali sperando in questa nuova cura
diventano i loro migliori alleati.
• Alcuni malati, o i loro parenti, affermano di aver provato il farmaco e di
aver constatato dei miglioramenti (ma senza documentarlo).
• A questo punto chiedono che la terapia venga adottata ufficialmente dagli
ospedali e sia rimborsata.
• Nascono movimenti d’opinione a favore della nuova cura, con
manifestazioni di solidarietà nei confronti di casi umani strazianti.
• L’inventore della presunta terapia, diventato un nuovo Galileo, di fronte
all’ostilità della comunità scientifica minaccia di portare all’estero la sua
“scoperta”.
Poi tutto finisce in una bolla di sapone.

Ma normalmente i nuovi farmaci non dovrebbero sempre seguire una lunga


serie di controlli per essere approvati?
Certo. Perché se ne deve dimostrare anzitutto la non tossicità, e poi l’efficacia,
attraverso una trafila molto severa, con prove di laboratorio e cliniche. Questa è
indispensabile per garantire la validità di un farmaco e così tutelare il pubblico.
Le cosiddette medicine alternative seguono la stessa trafila?
No, questa è la cosa curiosa. Per esempio i prodotti omeopatici, che sono
venduti in farmacia come curativi per certe patologie, non seguono lo stesso
controllo di verifica.

Come mai?
Questo è uno dei misteri irrisolti… Ed è strano che niente succeda malgrado
le tante dichiarazioni sferzanti di illustri scienziati (secondo il premio Nobel
Renato Dulbecco sono «pasticci senza alcun valore»; per il premio Nobel Rita
Levi Montalcini l’omeopatia è «una non cura, potenzialmente dannosa perché
sottrae il paziente a cure valide»).

Ma la propensione a credere ai guaritori e a medicine magiche risponde a un


profondo bisogno psicologico?
Certo. Quando tutto è perduto, quando si cade in un burrone, ci si aggrappa a
tutto. Anche ai fili d’erba. Vale per i malati, ma forse ancor più per i loro parenti.
È questo che crea il successo di personaggi e di cure che non servono a guarire,
ma che offrono un’estrema speranza.

E per le medicine alternative?


Qui entra in gioco il pensiero magico, cioè l’idea gratificante di potersi curare
con prodotti “dolci”, anziché con l’“orrenda” chimica. Un’illusione coltivata da
una sapiente propaganda e, purtroppo, anche da un tipo di stampa (e di
televisione) che accarezza i desideri del pubblico. Spesso anche per semplice
incompetenza.

RAZIONALE E IRRAZIONALE

Questo rapido viaggio nel mondo del mistero sembra insomma mostrare non
solo che il cervello non ha particolari poteri extranaturali ma che è molto sensibile
al richiamo dell’irrazionale…
Sì. Quando la nostra straordinaria corteccia prefrontale fa la sintesi di tutti gli
elementi memorizzati per trarre un giudizio, o decidere un comportamento, si
trova in presenza di tantissimo materiale, che spesso spinge in direzioni diverse.
In questa sintesi, razionalità e irrazionalità si trovano spesso a competere. Il
prevalere dell’una o dell’altra dipende da molte circostanze: dalle storie personali,
dalle esperienze, dall’educazione, probabilmente anche da una propensione
innata, ecc.
Ciò vale, del resto, per qualunque tipo di scelta o di comportamento.

Tutta la vita in sostanza è una collezione di memorie, elaborate in modo


personale da cervelli diversi.
In un certo senso è vero. E questo spiega anche perché ci siano così tanti modi
di reagire di fronte a una stessa situazione.

Ma in tutto ciò, c’è qualcosa che tutti noi abbiamo in comune? Qualcosa che, al
di là delle differenze individuali, influenza nel profondo il comportamento di ogni
individuo?
Sì.

E cos’è?
Si potrebbe definire l’autoconservazione. Questa è veramente la cosa che
accomuna tutti gli esseri viventi. Cioè la spinta vitale a adottare comportamenti
che aiutino la propria sopravvivenza. La differenza è che nella specie umana tale
spinta non riguarda solo la sopravvivenza materiale (cibo, ripari, cure, ecc.), ma
anche quella immateriale (autoaffermazione, gratificazioni, realizzazione della
persona, ecc.). È un campo di osservazione molto stimolante. Anche perché, visti
sotto questa particolare angolazione, il comportamento umano e le “libere scelte”
appaiono sotto una luce rivelatrice.

In un certo senso qui arriviamo alla sintesi di tutto quello che abbiamo visto
finora del cervello?
Sì, perché tutto converge, a questo punto, verso un potente meccanismo di
base che regola il nostro modo di agire e di comportarci. Sintetizzando molto, lo
si potrebbe riassumere in due semplici parole: premi e punizioni. Nel loro
significato più ampio.

Vediamo.
IX
Le leve del comportamento

PREMI E PUNIZIONI

Cosa intende esattamente per “premi” e “punizioni”?


Noi tutti tendiamo a ottenere dalla vita cose gradevoli e a evitare quelle
spiacevoli. Non ci rendiamo conto, però, di quanto questi “premi” e “punizioni”
condizionino le nostre azioni quotidiane. Persino quando crediamo di agire in
modo “disinteressato”.
Del resto i nostri geni, a pensarci bene, sono il risultato di un gigantesco
sistema premi/punizioni, che ha eliminato le strutture genetiche non adatte (o
non più adatte), premiando invece quelle che rispondevano meglio alle esigenze
ambientali.
E anche il nostro cervello è il risultato di questa lunga selezione; il suo ruolo è
destinato proprio ad assicurare nel modo migliore la nostra sopravvivenza.

Qualche esempio?
Se riprendiamo il modello delle tre aree cerebrali, possiamo vedere bene il
loro “gioco di squadra”. La parte più arcaica, il tronco encefalico, si attiva
automaticamente, come un termostato, per mantenere le funzioni vitali di base:
la temperatura corporea, il livello degli zuccheri nel sangue, il livello degli
ormoni, la fame, la sete, il battito cardiaco, la pressione arteriosa, ecc. È cioè un
meccanismo destinato a mantenerci in vita, controllando continuamente che
tutto funzioni bene.
Il sistema limbico, quello delle emozioni, dal canto suo, è direttamente
coinvolto nei premi e nelle punizioni, poiché tutto quello che ci colpisce (in
senso positivo o negativo) provoca in quest’area del cervello uno stato di
eccitazione o di allerta.
La corteccia, a sua volta, organizza la risposta utilizzando la razionalità e il
confronto con le esperienze precedenti.
Ovviamente si tratta di una semplificazione, perché il gioco degli intrecci e
delle influenze reciproche è estremamente complesso; ma ogni parte contribuisce
alla produzione finale di un comportamento che massimizzi i vantaggi e
minimizzi gli svantaggi, in vista dell’autoconservazione della struttura.

Lei accennava prima al fatto che, negli esseri umani, premi e punizioni non
sono soltanto materiali, ma anche immateriali.
Certo. La sopravvivenza fisica è sicuramente primaria, perché procurarsi il
cibo, avere un riparo, potersi scaldare, curare, sono esigenze di base della vita.
Ma negli esseri umani la ricerca di gratificazioni si è sviluppata anche e
soprattutto su un altro livello: per esempio, nel vedere riconosciuti i propri
meriti, nel salire nella considerazione altrui, nell’acquisire più potere, o anche nel
piacere di aiutare il prossimo. Può essere invece una “punizione” la perdita di
prestigio, una mancata carriera, il tradimento di un amico, una maldicenza, la
solitudine.

LA GERARCHIA E IL RANGO

Questo è molto chiaro, per esempio nel desiderio di un individuo di


autoaffermarsi all’interno di una gerarchia.
La gerarchia offre un eccellente modello per osservare il comportamento
umano da questo punto di vista.
Anche nei gruppi umani, infatti, come nei mammiferi che vivono in gruppo,
esistono tornei per la supremazia gerarchica e per il possesso del “territorio”
(potere). Ma qui, naturalmente, l’ascesa nel rango si basa su successi di altro tipo:
la parola ha sostituito le unghie, l’intelligenza ha rimpiazzato i morsi.
I tornei per diventare dominanti si svolgono quindi non più attraverso scontri
fisici, ma attraverso scontri mentali. Questo può avvenire in politica, nelle
aziende, nel mondo dello spettacolo, o ovunque: la supremazia, infatti, la si può
ottenere nello sport, nell’editoria, nella moda, nell’arte, ecc. Esistono infiniti
modi di collocarsi in una gerarchia.
I tornei, del resto, si svolgono non soltanto nella parte alta della classifica, ma
a qualsiasi livello, persino nelle posizioni di coda (come per le squadre che
lottano per evitare la retrocessione).

Questo avviene per ogni aspetto della nostra vita?


Se immaginiamo di vedere la nostra vita come un film che scorre ad alta
velocità, ci rendiamo conto che tutta la nostra esistenza è un susseguirsi di livelli
gerarchici.
Da bambini bisogna tacere e obbedire. A scuola bisogna rispettare il maestro,
che ci classifica con voti alti o bassi. Nel mondo del lavoro ci si ritrova in un
sistema gerarchico molto articolato, come nelle fabbriche, negli uffici o nella
pubblica amministrazione (qui c’è addirittura un “arredo di competenza”, a
seconda del livello raggiunto nella gerarchia aziendale: sedia semplice, sedia con
braccioli, poltroncina, poltrona, poltrona più divanetto, tipo di scrivania,
lampada, pianta ornamentale, e spesso persino tipo di gabinetto).

La gerarchia esiste anche nella magistratura, nelle carriere universitarie e


soprattutto in quelle militari.
Ovunque. Nelle forze armate i livelli sono vistosamente segnalati con
uniformi, gradi, copricapi, saluti e regolamenti. Persino nella Chiesa esiste una
gerarchia.
È naturale per gli individui cercare di accedere a livelli più alti nel proprio
lavoro, nella propria attività. E questo è particolarmente importante quando si
tratta di un’attività molto visibile.
I giornali sono pieni di classifiche: per esempio le cosiddette “pagelle” dei
calciatori, gli indici di gradimento dei politici, le hit parade delle canzoni, le
graduatorie dei libri più venduti, la mappa del potere economico, i sondaggi sugli
attori preferiti, la classifica degli uomini più ricchi, la percentuale di ascolto dei
programmi tv più visti, ecc.

LE VARIABILI DELL’AUTOAFFERMAZIONE

L’ascesa nel rango però può avvenire non solo per meriti e qualità: si può
aumentare la propria dominanza attraverso la sottomissione (diventando l’uomo
di fiducia di un potente) oppure attraverso l’adulazione, il servilismo,
l’opportunismo. O magari attraverso l’intrallazzo, la corruzione.
Certo. E si può anche partecipare a vari tipi di classifica
contemporaneamente: si può essere perdenti in una specialità e vincenti in
un’altra; si può avere un rango mediocre in un’azienda ma essere molto invidiati
per il successo con le donne; si può essere un ottimo manager ma non avere
amici o, viceversa, l’ultimo in ufficio ma il più brillante e richiesto in compagnia.

C’è anche, per così dire, un “relativismo” gerarchico: un calciatore di serie C,


segnando una rete, prova la stessa gioia di un calciatore di serie A.
Certo. E, cosa altrettanto importante, questo giocatore non si sente frustrato
se non viene convocato dalla Nazionale di calcio. Così come nessun impiegato
protesta per non essere stato nominato direttore generale dall’azienda in cui
lavora.

Ma probabilmente soffre se un altro viene nominato capoufficio al suo posto.


Infatti. Insomma la gerarchia offre un buon esempio di quanto sia esteso e
ramificato il sistema premi/punizioni nel quale è immerso il nostro cervello. Le
gratificazioni possono assumere forme molto diverse, anche quella,
semplicemente, di una soddisfazione intima. È tipico delle persone che non
aspirano a esercitare la loro dominanza sugli uomini o sui soldi, ma sulle idee,
sulle qualità, sui sentimenti.

Cioè artisti, scienziati, intellettuali? Persone che non hanno bisogno di gradi o
di conti in banca per autoaffermarsi?
Sì, ma anche coloro che traggono soddisfazione dalla qualità del proprio
lavoro, che hanno l’ambizione delle cose fatte bene, con cura e scrupolo. La loro
ricompensa è sentirsi apprezzati.
Penso alle tante persone (ce ne sono ancora, in Italia) che la sera hanno il
piacere di guardarsi allo specchio e dirsi: “Ho fatto il mio dovere”. La dirittura
morale non è solo una soddisfazione intima, ma l’immagine pulita di sé che si
espone agli altri, e che suscita rispetto. I centri cerebrali del piacere si attivano
anche in questo caso.
Ciò vale per esempio per quei volontari che offrono assistenza a persone
malate o bisognose: la loro gratificazione sta nel “dare” più che nel ricevere.
Spesso il volontario afferma: “È più quello che loro danno a me di quanto io dia a
loro”.
Una condizione analoga si verifica per chi si eleva nelle categorie dello spirito.
L’autoaffermazione può consistere nell’abbracciare una fede religiosa e nel
dedicarvisi completamente.
La ricompensa sta nell’amore di Dio, nella grazia, nella felicità di servirlo e
onorarlo. Le privazioni non contano più. E infatti dagli appartenenti agli ordini
religiosi, da chi vive nei conventi, certi aspetti solitamente considerati
penalizzanti (divieto di sposarsi e avere figli, astinenza sessuale, vita molto
frugale, lontananza da ogni soddisfazione mondana, ecc.) vengono sentiti non
come una punizione, ma come un’offerta a Dio, vissuti come parte di una devota
(a volte gioiosa) dedizione. Persino la morte non appare più come la massima
“punizione”, ma come il preludio a un altro tipo di sopravvivenza, quella eterna.

Del resto ci sono persone molto malate che vedono la morte come una
liberazione.
Certo. Per costoro la vita è diventata talmente insopportabile (una punizione)
da far loro desiderare la morte, una “dolce morte” (“premio”) somministrata in
modo caritatevole e affettuoso da familiari e medici. In certi paesi come l’Olanda
è una pratica riconosciuta dalla legge, e un po’ ovunque esistono associazioni per
il diritto a una “morte con dignità”.

IL CONCERTO E IL FESTIVAL DI SANREMO

Bisogna riconoscere che il repertorio dei premi e delle punizioni è molto


personalizzato: non è detto che quelle che per alcuni sono gratificazioni lo siano
anche per altri.
Questo è un punto importante. Ognuno ha costruito il suo sistema
premi/punizioni in base alle sue esperienze, al suo temperamento, alla cultura in
cui è vissuto, alla diversità delle occasioni, dei personaggi incontrati, alle
delusioni subite, ecc. Tanto per fare un esempio: per qualcuno andare a un
concerto è un piacere, per qualcun altro può essere una sofferenza (è così anche
per il Festival di Sanremo).
Ciò vale per mille altre cose. Le amicizie, solitamente, si creano tra persone
che hanno un repertorio simile di “premi e punizioni”, cioè di interessi, valori,
regole. E si tende a giudicare gli altri in base al proprio sistema premi/punizioni.
Per questo è così difficile intendersi con persone (e anche con culture) che
hanno differenti punti di riferimento ideologici e religiosi.

In fondo anche gli Stati si basano su un sistema legalizzato di premi e


punizioni.
Certo. Basta prendere il codice civile, o il codice penale, per verificare quali
cose sono consentite e quali punite. Anche le leggi sono un sistema
premi/punizioni, con incentivi da un lato e proibizioni dall’altro. Quello che
funziona meno, soprattutto nel nostro paese, è la loro applicazione.
Illegalità, corruzione, evasione e cattivo esempio della classe politica sono
problemi che non solo provocano danni economici e sociali, ma creano un
crescente avvelenamento nel tessuto “cellulare” della comunità: lo Stato non è
più il prolungamento di sé, non ci si identifica più in un sistema, che anzi diventa
estraneo e spesso ingiusto. E il cervello reagisce di conseguenza.

Si può fare qualcosa?


Affrontare il problema nel suo insieme è un’impresa titanica, perché esistono
intrecci, viscosità, resistenze estremamente difficili da vincere.
Va però detto che le punizioni sono troppo blande per scoraggiare certi
comportamenti devianti che, tutto sommato, sono ancora “convenienti” rispetto
ai rischi che comportano. Occorre rendere “non conveniente” un
comportamento, se si vuole disincentivarlo; occorre cioè che il bilancio
costi/benefici sia decisamente sfavorevole.

E quindi?
E quindi sarebbe opportuno affrontare di volta in volta singoli problemi, più
circoscritti e aggredibili, utilizzando in modo innovativo forti premi e forti
punizioni.

E naturalmente applicarli davvero.


Sì. È questa forse la cosa più difficile nel nostro paese…
X
Egoismo e altruismo

LA CONSERVAZIONE PROPRIA E DELLA SPECIE

C’è spesso un atteggiamento contraddittorio nel comportamento umano, che è


già un po’ emerso in quello che abbiamo visto finora: tendiamo a ottenere cose
gratificanti, ma talvolta pensiamo più agli altri che a noi stessi, cioè siamo più
altruisti che individualisti.
È vero. E questo è un aspetto molto interessante. In natura esistono due
grandi spinte che solo in apparenza sono in contraddizione tra loro: la
sopravvivenza individuale e la sopravvivenza della specie. Quest’ultima spinta
non rappresenta soltanto la garanzia della nostra continuità attraverso la
discendenza, ma è anche alla base della nostra vita di gruppo.

Cioè della socialità.


Sì. Il nostro cervello risente quotidianamente di questa dualità: individualismo
e socialità (o, se preferisce, egoismo e altruismo). A volte ci conviene essere
individualisti, pensare solo a noi stessi; altre volte ci conviene unirci agli altri per
sopravvivere meglio.

In sostanza, però, agiamo sempre nel nostro interesse.


Sì. La reciprocità porta vantaggi sia a noi che agli altri, la comunità diventa
più forte e difende meglio i singoli individui. Poi, all’interno della comunità,
ognuno può ritrovare i suoi spazi di individualità.

Si potrebbe dire che siamo sociali per convenienza, non per vocazione. A
nessuno piace pagare le tasse, essere sottomesso alle leggi, ai regolamenti, mettersi
in coda, ecc. Ma è in questo modo che possiamo vivere in un ambiente civile che
organizza, a nostro favore, tutte le cose di cui abbiamo bisogno: assistenza, difesa,
scuole, ospedali, ecc.
Certo, è sempre stato così, sia pure in forme diverse. Ma esiste anche un altro
tipo di altruismo, di tipo passionale. È quello dell’amore.

LO STRATAGEMMA DELL’AMORE

La natura ha inserito infatti nei nostri geni uno straordinario stratagemma per
attuare la sopravvivenza della specie: l’attrazione sessuale. In questo modo,
attraverso la procreazione, può nascere la discendenza, senza la quale la vita si
estinguerebbe.

L’innamoramento e la sessualità, insomma, noi li viviamo come un bellissimo


premio che gratifica il nucleus accumbens, ma in realtà sono al servizio di un
progetto più grande, quello appunto di fare in modo che la specie sopravviva.
Sì. E siccome per realizzare questo progetto bisogna essere in due (e stare
insieme per le cure parentali), l’amore (questa specie di stato alterato della
mente) porta a identificarsi con l’altro, a vedere il partner come una parte di sé.
Quindi a diventare “altruisti” nei suoi confronti, così come il braccio destro lo è
con il sinistro.
Per la persona amata siamo disposti a fare qualunque cosa: la desideriamo
ardentemente, senza di lei soffriamo, se dovesse abbandonarci saremmo
disperati. La gelosia è proprio la paura che qualcuno possa portarci via la cosa
che amiamo di più. E che ci appartiene.
Per tutelare la procreazione, oltre all’attrazione sessuale e all’innamoramento,
esiste tutta una gamma di sentimenti destinati a rafforzare il legame di coppia:
dall’attaccamento all’affetto, fino alla tenerezza verso i piccoli dopo la nascita.
Qui entrano in campo non solo gli ormoni per consolidare i rapporti (come
l’ossitocina che, lo abbiamo visto negli esperimenti sulle arvicole, rafforza sia i
legami di coppia sia quelli tra madre e figlio), ma anche i cosiddetti “segnali
infantili”, quei segnali, per intenderci, che vengono accentuati nei cartoni
animati di Walt Disney: grandi occhi, fronte bombata, sguardo dolce. La nostra
corteccia visiva decodifica questi segnali e il sistema limbico si attiva.
E qui entra in campo un altro fattore “altruistico” ancora più importante, i
figli stessi. I figli diventano fisicamente una parte di noi, un “pezzo” del nostro
corpo. Rappresentano la parte di noi che sopravvivrà, e sulla quale, quasi per
“delega”, puntiamo moltissimo.
Questo forte legame esiste istintivamente anche in natura: nel mondo animale
le madri curano e difendono i loro piccoli dai pericoli, e se qualcuno ne minaccia la
sopravvivenza diventano aggressive, pronte a combattere.
Anche nella specie umana i genitori rischiano la vita (a volte la perdono) per
salvare i figli in pericolo. E si privano di ogni cosa per farli crescere bene, farli
studiare, curarli. I loro successi, o insuccessi, sono anche i loro. Sui figli si
riversano speranze e timori, aspettative e apprensioni, vissuti a volte persino più
intensamente dei propri.

L’ALTRUISMO COME UNA DIVERSA FORMA DI EGOISMO

Insomma premi e punizioni qui uniscono la gratificazione individuale con


l’altruismo: l’interesse altrui diventa il proprio interesse. L’amore è un premio per
se stessi, ma anche un modo indiretto per fare il bene degli altri. L’altruismo, in un
certo senso, diventa una diversa forma di egoismo.
Sì, è uno strano connubio di egoismo e altruismo, che funziona anche in
molte altre situazioni. Infatti, diversamente da quanto accade nelle specie
animali, il nostro cervello ha il dono dell’astrazione, e possiamo trasferire questi
sentimenti di “amore” e di “passione” su altre cose. Per esempio la passione per i
propri ideali, o l’amore per la patria (come ci insegna la storia), porta
all’identificazione e a una dedizione totale che può arrivare persino al sacrificio
della vita. Durante le guerre, o nei movimenti di liberazione, un combattente è
pronto a morire per i suoi ideali, un intellettuale è pronto a essere fucilato per la
propria causa. Il gruppo cui si appartiene diventa un’estensione di sé, i singoli
individui agiscono con “spirito di corpo”, come una struttura compatta
(“pluricellulare”).

In modo meno estremo questa identificazione avviene anche nello sport.


Infatti. I tifosi gioiscono come se fossero loro ad aver segnato e vinto sul
terreno di gioco (“Vi abbiamo umiliati, non avete toccato palla!”). Per alcuni
perdere una partita, o il campionato, può divenire una tragedia, quasi come un
lutto familiare. Certi tifosi sono pronti anche a battersi con chi insulta la loro
squadra.
Anche in politica è così: ci sono militanti che si impegnano anima e corpo per
la vittoria del loro partito.

Lei ha citato finora esempi molto passionali di altruismo: l’innamoramento,


l’amore per i figli, l’amore per la patria, la passione per lo sport, per la politica. Ma
i legami tra gli individui esistono anche in forma più semplice e quotidiana: per
esempio si creano per l’amicizia, la simpatia, la solidarietà, la comprensione. La
nostra è una specie sociale da tempi immemorabili: c’è una predisposizione innata
anche per questi comportamenti?
Certamente, anche se è difficile scovarla nel patrimonio genetico o
identificarla con precisione nel cervello. Possiamo constatarlo ogni giorno:
quando vediamo qualcuno piangere ci commuoviamo, se qualcuno è in difficoltà
ci viene spontaneo aiutarlo (o magari ci sentiamo in colpa se non lo facciamo), di
fronte a una persona che ride a crepapelle anche noi cominciamo a ridere senza
motivo, se vediamo una persona farsi male proviamo disagio o malessere, ecc.
Insomma ci immedesimiamo negli altri, partecipiamo alle loro emozioni (con
un’ovvia variabilità individuale).
C’è naturalmente una componente educativa in tutto questo, ma anche una
predisposizione innata. E alcune recenti ricerche sul cervello sembrano indicarlo,
come quella, molto importante, sui “neuroni specchio” di cui abbiamo già
parlato.

Cioè la scoperta che nel cervello si attivano gli stessi neuroni sia quando
compiamo un gesto sia quando lo vediamo compiere da altri.
Sì. Questo significa che siamo predisposti a entrare in sintonia con gli altri. È,
tra l’altro, un meccanismo particolarmente importante per l’imitazione, e quindi
per l’apprendimento. Ma che potrebbe spiegare anche la tendenza a stabilire un
rapporto empatico con le persone.
Particolarmente significativi a questo proposito sono i test sul dolore con
volontari umani. In questi esperimenti, quando si provoca dolore con elettrodi
posti sulle mani dei volontari, si attivano certe aree della corteccia (insula
anteriore e cingolo anteriore). Le stesse aree si attivano anche quando i volontari
vedono porre gli elettrodi sulle mani di altri volontari. Emozioni provate su di sé
e osservate sugli altri attivano quindi le stesse regioni del cervello. Pertanto,
almeno per quanto riguarda il dolore, si può parlare di condivisione
dell’emozione attraverso un meccanismo neurale diretto, che genera risposte
motorie nei visceri.
È possibile quindi che questo meccanismo cerebrale abbia aiutato gli
appartenenti alla nostra specie a stare insieme, a immedesimarsi negli altri, a
mantenere l’armonia del gruppo favorendo così la vita sociale.
Anche qui, però, il rapporto funziona solo se questa empatia, amicizia,
comprensione o solidarietà, non viene delusa e tradita. In tal caso può tramutarsi
in antipatia, inimicizia, incomprensione, indifferenza.
Questo succede persino tra benefattore e beneficiato. Ed è ancor più
amplificato quando accade nel caso di un rapporto importante, in cui c’è stato un
investimento passionale su qualcosa o qualcuno, come appunto la politica, la
squadra del cuore, un ideale, il coniuge. A quel punto non esiste più alcuna
gratificazione nell’identificarsi nell’altro. E il nostro ecosistema cerebrale reagisce
di conseguenza.
Lo si vede bene quando un rapporto si rompe, anche tra amici o tra parenti.
L’altro non è più un’estensione di sé. Succede a volte persino nel rapporto tra
genitori e figli, quando i figli non vengono più riconosciuti come tali per via del
loro comportamento, delle delusioni e delle amarezze che hanno provocato.

Questo si verifica ovviamente anche nel rapporto tra cittadini e Stato.


Certo. Quando non c’è più reciprocità, quando ci si sente delusi e traditi dalle
istituzioni che dovrebbero agire nell’interesse del cittadino, si rompe quel do ut
des che è alla base del contratto sociale. Svanisce la fiducia e riemerge l’interesse
individuale, con tutte le conseguenze che conosciamo.

Quindi anche nella cosa pubblica il sistema premi/punizioni è determinante per


il buon (o cattivo) funzionamento della società.
È cruciale. Del resto questo è vero non solo per la politica o per la pubblica
amministrazione, ma per ogni aspetto della vita sociale.

Negli ultimi capitoli abbiamo parlato molto del ruolo, nel comportamento
umano, della genetica, dell’ambiente e del condizionamento dovuto al sistema
premi/punizioni. A questo punto c’è da chiedersi: ma che ne è della nostra libertà
di scelta? Siamo solo mossi da fili invisibili, o possediamo una nostra capacità
autonoma di decidere liberamente?
Bella domanda. Parliamone.
XI
Una libertà condizionata?

IL “PARLAMENTO” INTERNO

Dopo tutto quello che è stato detto finora, sembra di capire che ogni nostra
scelta o comportamento sia il risultato di genetica e ambiente, cioè solo dell’azione
combinata di circuiti nervosi innati e del sistema premi/punizioni.
Forse si potrebbe rovesciare il concetto, e dire che è difficile osservare una
scelta o un comportamento che non sia direttamente o indirettamente il risultato
dell’azione combinata di genetica e di “premi e punizioni”. Un sistema che
comprende spinte ambientali del tipo più diverso: morali, sessuali, religiose,
emotive, educative, economiche, corporali, ideologiche, culturali, filosofiche,
edonistiche, spirituali, ecc. A volte associate tra loro, a livelli diversi, a volte in
contrapposizione.
Una scelta sembra essere il risultato di un dosaggio sempre differente di
queste diverse componenti. E varia naturalmente non solo tra un individuo e
l’altro, ma anche in uno stesso individuo a seconda delle situazioni, dei momenti,
degli interlocutori, e di tantissime altre condizioni ambientali.

Ma come si forma una scelta?


In un certo senso, nel momento di compiere una scelta o decidere un
comportamento, tutte queste cose si “affacciano” alla mente, magari in modo
indiretto, senza che ne siamo consapevoli.
Si potrebbe dire che nel nostro cervello abbiamo una specie di piccolo
parlamento interno, dove si affollano voci contrastanti. Il più delle volte prevale
un “voto di maggioranza” (più o meno ampio), e in tal caso la sintesi è
istantanea, e la risposta scatta senza esitazioni, o con poche esitazioni.
Altre volte i “pro” e i “contro” sono talmente tanti che richiedono una “conta”
più accurata, e una valutazione più attenta. In questo caso si ha indecisione
(“Cosa mi conviene fare?”). Quante volte ci troviamo in una situazione di
incertezza, nel prendere una decisione. Soprattutto se è una scelta importante.
Magari interpelliamo un esperto, oppure un amico, per arricchire il nostro
quadro d’insieme con la sua esperienza.
Può succedere che nel cervello si contrappongano due tipi di scelte molte
diverse, ognuna delle quali comporta vantaggi e svantaggi.

Per esempio?
Per esempio, in occasione di un acquisto molto importante, quello della casa.
Tra i tanti appartamenti visitati, due sono rimasti in “finale”: il primo è più bello
ma più caro, il secondo è più piccolo ma costa meno. Ecco allora che posiamo
sulla bilancia pesi e contrappesi. Da una parte, il desiderio di stare in un luogo
che ci piace, ma le rate più elevate del mutuo, il problema di un indebitamento
che ridurrà probabilmente, per vari anni, la possibilità di altre spese (vacanze,
cambio dell’auto, ecc.). Dall’altra parte, abitare in un appartamento più ristretto
(o poco luminoso, o privo di garage in un quartiere dove è difficile parcheggiare,
ecc.), ma essere più tranquilli a fine mese.

UN CASO DI COSCIENZA

A volte capita, per una scelta importante, di elencare su un foglio i pro e i


contro, come in una specie di partita doppia.
E poi magari scegliere il contrario di quello che dice il risultato…

È così!
C’è sempre qualcosa che sfugge perché, come abbiamo già detto, nel cervello
abitano, per così dire, anche memorie “invisibili”.

È il cosiddetto “inconscio”?
Penso che qui occorra stare attenti alle parole. Personalmente non credo che
esista una sorta di entità (l’“inconscio”) che coabita dentro di noi e che agisce
nell’ombra influenzando il nostro comportamento.
Ritengo piuttosto che la grande stratificazione di esperienze, dati, sensazioni
accumulati nel corso della vita sia anch’essa ovviamente presente al momento
della scelta. Queste spinte a volte inconsapevoli, o dimenticate, partecipano al
“voto”, e possono influenzare una decisione. Non solo memorie di singoli
episodi, ma anche elaborazioni, più o meno consapevoli, già sedimentate nel
tempo come pregiudizi e preconcetti.

Capita, a volte, anche di prendere una decisione d’“istinto”.


Sì, “un’intuizione che viene dal profondo”, che non tiene conto della
“contabilità”. Può rivelarsi una sintesi azzeccata (ma anche una scelta
sbagliata…).

Ma ci sono casi in cui non si riesce proprio a scegliere.


È l’incertezza tra due diversi tipi di pro e contro (premi e punizioni). Quando
il conflitto è particolarmente acuto può nascere una crisi decisionale, o anche un
“caso di coscienza”. Al livello più elementare lo si può osservare persino in
animali ammaestrati.

In quali casi?
Se per esempio un cane da guardia che è stato addestrato a non ricevere cibo
da estranei si vede offrire una bella polpetta da uno sconosciuto, come reagisce?
Se l’addestramento è stato molto efficace, il cane rifiuta il cibo senza problemi; se
è stato scadente il cane mangia la polpetta. Se addestramento e istinto si
equivalgono, il cane è combattuto tra la tentazione di accettare il cibo e quella di
rifiutarlo. È già un “caso di coscienza” in nuce. La stessa situazione può verificarsi
per un funzionario onesto di fronte a una grossa tangente…
È insomma un conflitto fra due scelte, particolarmente ansiogeno quando
coinvolge aspetti morali. E ancor più quando una scelta può comportare
importanti conseguenze, per sé o per gli altri.

LA PALLINA DEL FLIPPER

C’è anche il fatto che le nostre decisioni possono essere influenzate dalle
condizioni del momento.
Sì, perché l’ecosistema cerebrale ha una caratteristica congenita: l’instabilità. Il
cervello non è una macchina calcolatrice o un computer, che di fronte agli stessi
dati produce sempre la stessa risposta; al contrario, di fronte agli stessi dati può
dare risposte diverse. Una decisione, infatti, è sempre il frutto di un complesso
gioco incrociato di pesi e contrappesi, che possono provocare spostamenti di
equilibri, e quindi di comportamenti.

Un esempio?
Potrei farle un esempio curioso, in un campo tutto diverso, ma che penso
renda bene l’idea. Parecchi anni fa chiesi a un grafico di fare un piccolo
esperimento: quello di piazzare una telecamera su un flipper, uno di quei
biliardini elettronici dove la pallina scende tra rocchetti che si illuminano.
Doveva lanciare la pallina e fare in modo che cominciasse a scendere sempre
dallo stesso corridoietto (senza che venissero usati i pulsanti laterali), in modo
che, dopo aver finito il suo percorso di rimbalzi, cadesse in buca.
In teoria il percorso avrebbe dovuto essere ogni volta uguale: stesso biliardino,
stessa pallina, stesso corridoietto, stessi rocchetti, ecc.
Dopo aver filmato nove tiri gli chiesi di disegnare, su una serie di fogli, i
percorsi reali della pallina. Ebbene, vennero fuori tracciati completamente diversi
l’uno dall’altro…
Era infatti sufficiente una minima differenza (l’angolo d’entrata della pallina,
la velocità di contatto con i rocchetti, la tensione elettrica o altri trascurabili
dettagli) per cambiare totalmente la geometria del percorso.
Il nostro cervello è un po’ come quel flipper?
Certo che no, sono molto diversi. Ma quello che intendevo dire è che anche il
nostro cervello può essere influenzato da piccole variazioni: variazioni di umore,
per esempio, o persino da ciò che avviene nei nostri organi interni.
La corteccia infatti è anche al servizio del corpo, e deve ascoltarne le ragioni.

LA LIBERTÀ DI SCEGLIERE

Arriviamo qui alla tanto dibattuta questione della libertà di scegliere. Tutti
questi condizionamenti (genetici, educativi, ecc.) ci lasciano uno spazio autonomo
di scelta? E quale? Esiste il libero arbitrio?
Se ne discute da tantissimo tempo. Già Voltaire faceva una riflessione molto
stimolante: «Io sono libero di fare quello che voglio. Ma non sono libero di volere
quello che voglio». Intendeva dire, ovviamente, che i condizionamenti educativi,
ambientali e di altra natura “a monte” sono così determinanti che è ben difficile
sottrarsi a essi. Ed effettivamente il nostro cervello è profondamente plasmato
dalla cultura in cui cresce, dalle circostanze, dai modelli di riferimento, e anche
dalle predisposizioni genetiche. Potevamo scegliere di essere diversi da quello che
siamo?
A volte leggiamo che in certi villaggi talebani il “consiglio degli anziani”
pratica una giustizia tribale per noi orripilante. Ma se noi fossimo nati e cresciuti
in uno di quei villaggi, immersi in quel mondo e in quelle tradizioni, rinforzati
ogni giorno nelle credenze, nei comportamenti, nei “premi e punizioni” di quella
cultura e di quella religione, avremmo avuto la possibilità di essere diversi da
loro? O faremmo parte anche noi, con la barba, di quel consiglio degli anziani
che decide la lapidazione di un’adultera e il divieto per le bambine di andare a
scuola?

Effettivamente è imbarazzante dover rispondere a una domanda del genere:


tendiamo a pensare infatti che non potremmo mai condividere idee di quel tipo.
Lei intende dire che questo è un esempio molto evidente che quelle persone non
sono libere di “volere ciò che vogliono”?
Esattamente. Ma questo vale anche per tantissime altre situazioni, per
esempio per quegli uomini e quelle donne imbottiti di esplosivo che si fanno
saltare in aria in un mercato all’ora di punta. È una loro libera scelta? Sono liberi
di “volere” quello che vogliono?

Questo però è un discorso che può portare molto lontano, e assolvere tutti,
perché qualunque comportamento, anche criminale, è allora il risultato (oltre che
della genetica) di un ambiente e di una cultura che modellano inevitabilmente
l’individuo e il suo cervello in quel particolare modo.
Non è facile, infatti, rispondere a domande di questo tipo, e individuare il
limite tra condizionamento e libertà di essere diversi. Nelle aule di tribunale ogni
giorno gli avvocati penalisti sollevano la questione dell’ambiente in cui è nato e
cresciuto il loro assistito, tra criminalità, degrado, genitori pregiudicati. Non
solo, ma quanto conta nei comportamenti anche la predisposizione innata,
scritta nei cromosomi? Diverse sentenze recenti, la prima delle quali a Trieste e la
seconda a Lodi, hanno accettato come attenuante delle ragioni, appunto,
genetiche. Si tratta di un fatto importante, ma che certamente apre altri e nuovi
problemi etico-giuridici.
Le “circostanze attenuanti” servono solo a “fotografare” e certificare una
situazione di fatto.
Ma al di là delle diverse caratteristiche genetiche (non facili da dimostrare e
che possono apparire chiaramente solo in situazioni particolari, spesso di tipo
patologico), per quanto riguarda il nostro discorso, non si può dimenticare che il
cervello di un imputato del genere è riempito di memorie molto diverse dalle
nostre. Le sue esperienze di vita, i premi e le punizioni che hanno modellato le
sue scelte hanno creato un ecosistema mentale di altro genere. È una macchina
teleguidata da altri programmi.

L’INFLUENZA DELL’AMBIENTE

Questo vale per tutti, naturalmente, non solo per chi è vissuto in un ambiente
difficile.
Certo, ognuno si forma attraverso le influenze del proprio ambiente coniugate
alle caratteristiche uniche dei propri geni.
Pensi per esempio quanto ragionano in modo diverso un indio
dell’Amazzonia, un bancario di Grenoble, un guerrigliero della Cecenia, un
seminarista di Innsbruck, un anarchico insurrezionale di casa nostra, un
panettiere di Düsseldorf, un imam di Rabat, un militare della Corea del Nord,
ecc. Ognuno è il risultato di esperienze, tradizioni, incontri, condizionamenti di
tipo assai diverso.

E la libertà, quindi?
A livello minimo penso che sia quella di poter esprimere liberamente i propri
condizionamenti… Naturalmente nei limiti delle libertà altrui.

Cosa vuol dire esattamente?


Vuol dire, per esempio, poter esprimere le proprie opinioni, potersi associare
con chi la pensa allo stesso modo, cercare di far prevalere le proprie idee, ecc.
In fondo la democrazia tutela, assieme ad altre cose, proprio la possibilità di
esprimere liberamente i propri condizionamenti.

Ma ci si può liberare, almeno in parte, dai condizionamenti ambientali?


Non è per niente facile. Perché sono i materiali con cui siamo costruiti. E forse
non è neanche auspicabile, per molti aspetti. Va detto però che ci sono
condizioni che ci possono rendere più dipendenti, oppure più “liberi”. Perché
certamente più il sistema è “chiuso”, povero di esperienze e di stimoli, più
l’individuo può essere condizionabile. Invece, se si vive in un ambiente in cui
circolano idee, cultura, esistono la libertà di opinione, il confronto tra posizioni
diverse, l’abitudine a ragionare, a essere tolleranti, a mettersi nei panni degli altri,
a disporre di una libera circolazione di notizie, ecc., la mente possiede più pezzi
di montaggio per costruire risposte maggiormente articolate. E l’orizzonte delle
opzioni si allarga.

Vorrei, però, tornare alla domanda di prima: esiste il libero arbitrio?


Credo che nessuno abbia finora trovato una risposta soddisfacente a questa
domanda. Come lei sa, ci sono posizioni molto diverse, che vanno
dall’affermazione convinta alla negazione convinta.

E lei cosa pensa?


Vuole la mia opinione?

Sì.
Badi, è solo un’opinione, che vale quello che vale.

Dica.
Io penso che non ci siano soltanto le memorie genetiche (quelle
predisponenti) e le memorie acquisite, cioè le esperienze, l’apprendimento, il
condizionamento dell’ambiente, ecc., ma che esistano anche altri tipi di
memorie.

Quali?
Sono quelle che produciamo noi stessi.

Vale a dire?
Quando pensiamo, o riflettiamo, costruiamo dei pensieri, e questi pensieri
diventano a loro volta delle memorie. Sono memorie molto personali, frutto di
una nostra particolare elaborazione, e che influenzeranno, come le altre
memorie, il nostro comportamento successivo. Più arricchiamo il nostro cervello
con queste elaborazioni, più possiamo (forse) essere in grado di gestire in modo
personalizzato scelte e comportamenti.

In altre parole, la riflessione, l’immaginazione, l’elaborazione, possono creare


nel nostro cervello un archivio nuovo, che noi stessi abbiamo costruito e che potrà
fornire pezzi “originali” per i nostri pensieri e i nostri comportamenti.
Credo effettivamente che sia proprio questo il margine di autonomia che
possiamo conquistare. Un margine non da poco, se i pezzi da costruzione sono
di alta qualità!
Questo significa cercare di pensare con spirito indipendente, essere flessibile,
comprendere anche meglio i nostri pregiudizi. E stare sempre attenti alle tante
trappole mentali.
Un modo di pensare che è assolutamente indispensabile oggi, anche per
affrontare i cambiamenti epocali che stanno avvenendo nelle nostre società.

E sarà proprio questo l’argomento del nostro ultimo capitolo?


Esattamente.
XII
Il cervello e le macchine

LA RETE DEI CERVELLI

Abbiamo visto finora le straordinarie qualità della nostra macchina per


pensare, le potenzialità (e anche i suoi limiti), il ruolo dell’intelligenza, della
creatività. La domanda è: ci sarà un giorno qualcosa che supererà il cervello
umano, un super-cervello che permetterà prestazioni di gran lunga superiori?
Sì.

E cosa sarà?
Qualcosa che esiste già.

Vale a dire?
L’insieme dei cervelli. Un cervello da solo, infatti, vale ben poco se non è
inserito in una rete di altri cervelli. Da soli saremmo incapaci di fare qualunque
cosa. Basta guardarsi intorno: lei saprebbe costruire una lampadina o una
cerniera lampo? Una penna biro, o anche semplicemente un foglio di carta o un
bottone? Non parliamo di una bicicletta, un ascensore, un vetro, e ancor meno,
naturalmente, di un computer.
Lasciati da soli saremmo come quel bambino-lupo trovato nei boschi
dell’Aveyron, incapaci persino di avere un linguaggio. A questo si ridurrebbe il
nostro meraviglioso cervello lasciato da solo. Tutto quello che vediamo è il
risultato dell’azione combinata di una rete di cervelli, e della loro
interconnessione.

Si potrebbe dire che ogni cervello fa parte di una sterminata “rete nervosa”
composta da miliardi di cervelli?
Questa è infatti la società. Ed è una rete tanto più efficiente quanto più i
collegamenti (e i singoli cervelli) sono sviluppati e interconnessi.

Un po’ come avviene in un singolo cervello.


In un certo senso sì. E uno dei problemi attuali, come vedremo, è proprio la
difficoltà di questa grande rete di adeguarsi alla velocità dei cambiamenti.

Cambiamenti dovuti alla tecnologia.


Sì, perché la tecnologia procede molto più rapidamente della capacità
culturale di adattamento. C’è un crescente fuori sincrono tra le due cose.

È di questo che parleremo ora?


Sì. Penso che sia fondamentale porre a noi stessi la domanda di come usare
l’intelligenza di cui disponiamo per vivere meglio ed evitare gli “effetti non
desiderati” dello sviluppo tecnologico. Oggi sta succedendo una cosa curiosa: da
un lato siamo stati così intelligenti da costruire delle macchine, i computer, che
imitano le capacità del cervello umano in modo davvero sorprendente (già vari
anni fa un computer aveva battuto il campione del mondo di scacchi), dall’altro
lato non siamo in grado di gestire intelligentemente questi “cervelli elettronici” e
le loro straordinarie prestazioni. Al punto che le nostre economie rischiano di
essere messe in crisi, appunto, dagli effetti “collaterali” delle macchine.

IL CERVELLO E LE NUOVE TECNOLOGIE

Quali effetti collaterali in particolare?


La perdita massiccia di posti di lavoro, dovuta al fatto che queste tecnologie
non sostituiscono ormai solo i muscoli, ma in una certa misura anche la mente.
Il nostro cervello si trova quindi, paradossalmente, a essere in competizione
con le macchine che lui stesso ha creato.

Non solo quelle digitali.


Certo, l’innovazione tecnologica sta galoppando in tanti altri campi, non
soltanto in quello del computer. Basti pensare ai nuovi materiali (con tantissimi
impieghi, dall’edilizia all’abbigliamento, alle lavorazioni industriali), alla
nanotecnologia applicata in numerosi ambiti, ai nuovi sistemi per
immagazzinare energie, alle biotecnologie (con un profondo impatto su
medicina, agricoltura, farmaci, biocarburanti), ecc.
Ma certamente la microelettronica è quella che sta facendo più sentire le sue
conseguenze ovunque: nelle industrie manifatturiere, nella distribuzione, nella
vendita, nei media, nelle finanze, nella ricerca, nel management, nell’editoria, nei
viaggi, nel marketing e praticamente in ogni settore economico.

Anche in passato ci sono stati grandi cambiamenti portati dalle tecnologie.


Sì, se si guarda la storia da questo punto di vista ci si rende conto che la
creatività umana, cioè il nostro cervello, è stata il grande motore del
cambiamento. Specialmente nel corso degli ultimi due secoli l’esplosione di
conoscenze, invenzioni, nuove forme di energia, ha cambiato radicalmente la
struttura stessa delle nostre società.
Verso la fine dell’Ottocento il 70 per cento degli italiani lavorava nei campi;
oggi solo il 4 per cento (negli Stati Uniti poco più dell’1 per cento), producendo
molto più cibo che in passato.
A quel tempo si lavorava 76 ore la settimana, oggi la metà, 36. La vita media
era di 42 anni, oggi di più di 80. Il 70 per cento degli italiani erano analfabeti,
oggi c’è la scuola di massa; gli insegnanti erano 60 mila, oggi 800 mila.
L’aumento verticale della scolarizzazione ha consentito un parallelo aumento
dei lavori intellettuali, ieri impensabile.

La tecnologia, insomma, ha liberato le mani dalla zappa e il cervello


dall’ignoranza.
Sì, perché le macchine non hanno solo aumentato la quantità di beni
disponibili, ma anche la qualità della vita. E della salute. Basta vedere per quali
malattie si moriva nei secoli passati e in quali condizioni si arrivava all’età di 70
anni, per rendersene conto.
Il fatto è che in passato le trasformazioni avvenivano in tempi meno rapidi,
consentendo un adattamento graduale. Oggi la velocità è aumentata moltissimo.
Troppo, forse, rispetto alla nostra capacità di adattamento.

LA RICCHEZZA IMMATERIALE

In questo nuovo panorama che si apre, quali sono i cambiamenti che “svettano”
maggiormente?
Ce ne sono diversi. Uno è la diminuzione del costo relativo delle materie
prime e della manodopera rispetto al “software”, cioè alla conoscenza, alla
creatività. Questo sta succedendo anche in certe produzioni tradizionali, come
quella di automobili, ma soprattutto per i prodotti della microelettronica, come
telefonini, tablet, computer. Qualcuno ha calcolato che nel costo di un computer
ben il 90 per cento è rappresentato dal software, cioè dalle prestazioni del
cervello.

Quindi l’elaborazione mentale sta diventando la materia prima più preziosa.


Senza dubbio. Uno studio della Banca Mondiale ha recentemente valutato che
l’80 per cento della ricchezza dei paesi più avanzati è “immateriale”, cioè è
rappresentata dal sapere. Ed è questo che fa la vera differenza tra le nazioni.
La crescente capacità di innovare sta accentuando quella che gli economisti
chiamano la “distruzione creativa”, vale a dire l’uscita di scena di attività obsolete
e l’ingresso di quelle vincenti. Cosa che accadrà a tante aziende che oggi
appaiono solide e inattaccabili. Pensi a quello che è successo alla Kodak, un
gigante mondiale che pareva imbattibile: in pochi anni è entrata in crisi ed è
fallita. L’enorme mercato della pellicola fotografica è praticamente scomparso e
la Kodak non è riuscita a essere competitiva nel nuovo mercato delle macchine
fotografiche digitali. Dei piccoli cervelli creativi hanno abbattuto un colosso
planetario.
Per questo è così importante il ruolo di chi ha un’idea in più, un brevetto
innovativo, un sistema produttivo più intelligente.
Tenga poi presente che solo un sistema molto efficiente è in grado di
sostenere tutte quelle attività non direttamente produttive (a cominciare da
quelle artistiche e culturali) cui teniamo molto, ma che dipendono dalla
ricchezza disponibile.

LA MACCHINA CANNIBALE

Cos’altro si vede in questo nuovo panorama tecnologico?


Moltissime nuove cose, alcune davvero straordinarie: apparecchi che
traducono in qualunque lingua imitando la voce di chi parla, auto che si guidano
da sole, macchine che fanno diagnosi mediche, stampanti 3D che partendo da
cellule staminali si propongono di stampare organi umani, ecc.
Ma la cosa più impressionante che appare in questo paesaggio, come si diceva
prima, ha un nome ben conosciuto: rischio di disoccupazione.

Questo perché le macchine prenderanno sempre più il posto degli uomini?


Sì, ma questa volta in modo nuovo. Abbiamo visto come, nel corso dell’ultimo
secolo, nei lavori agricoli siano entrate sempre più macchine, che hanno ridotto
verticalmente il numero dei lavoratori nei campi.
La stessa cosa è avvenuta (e si sta accentuando) nell’industria, dove
l’automazione ha fatto sì che negli stabilimenti sia possibile fare a meno di un
numero crescente di operai. Basta visitare una grande azienda automobilistica
per rendersi conto della quantità di operazioni che oggi riescono a svolgere i
robot.

E la nuova rivoluzione dove avrà luogo?


Per la prima volta in quei lavori dove le macchine e i robot non erano mai
entrati: in particolare i lavori tipici degli impiegati.

Qualche esempio?
Lo si vede già negli sportelli bancari. I computer hanno diminuito il numero
degli addetti; non solo, ma sempre più clienti compiono ormai le loro operazioni
direttamente in rete.
Attraverso Internet si può accedere a qualunque dato o informazione (cosa
che ha spiazzato le enciclopedie). Uno studio di avvocati, per esempio, può
consultare ed elaborare molto più rapidamente, e con meno personale, la
documentazione utile per un processo.
I viaggi vengono sempre più prenotati in rete, riducendo il ruolo delle
agenzie.
Le librerie, dal canto loro, vedono molti clienti preferire i libri elettronici (libri
per i quali non esistono costi di stampa, spedizione, distribuzione): negli Stati
Uniti (e non solo) molte librerie tradizionali stanno chiudendo.
Le perturbazioni riguardano anche il mondo dell’informazione: i giornali
stampati, in particolare, sono stati affiancati dai giornali in rete.
Persino i call center cominciano a subire la concorrenza del digitale: certi
servizi sono svolti da segreterie automatiche.
Ci sono addirittura programmi che scrivono brevi articoli sulla giornata in
Borsa o sui risultati sportivi a partire dai dati forniti.
Ma un altro rivoluzionario sviluppo è stato quello del commercio elettronico.
In Italia è ancora poco praticato, ma in certi paesi oggi rappresenta già una quota
molto significativa del mercato.

Quindi c’è il rischio di perdita di posti di lavoro in molti settori che una volta
sembravano sicuri.
È quello che sta emergendo. Recentemente è uscito uno studio dell’Università
di Oxford che prevede che nel giro di una ventina d’anni quasi il 50 per cento dei
lavori potrebbe essere svolto da sistemi automatici.
I NUOVI POSTI DI LAVORO

Però questi cambiamenti creeranno anche nuovi posti di lavoro.


Certamente. Soprattutto però nella fascia alta. Ci sarà la richiesta di tecnici,
ingegneri, creativi, specialisti. Cioè di cervelli capaci di utilizzare le nuove
tecnologie e di inventare applicazioni originali nel loro campo specifico.
Saranno i creatori di software a essere alla base del successo di un’azienda, ma
anche di un paese. E saranno proprio i paesi con la maggiore concentrazione di
cervelli di questo genere a essere vincenti.
Molti economisti ritengono che la grande efficienza generata da questo nuovo
modo di produrre nella fascia alta potrà essere il volano della crescita
occupazionale, con un “rimbalzo” di posti di lavoro e un “indotto” anche nelle
fasce più basse. Ma molto probabilmente i nuovi posti di lavoro creati saranno
assai meno di quelli persi.
Si prevede inoltre che aumenterà il divario retributivo tra coloro che “salgono
sul carro” delle nuove tecnologie e coloro che ne resteranno fuori. Per la prima
volta sarà colpito, da questo tipo di sviluppo, il “ceto medio”.

C’è anche una versione più ottimista di questo cambiamento?


Sì, è quella classica: la moltiplicazione dei beni e dei servizi creerà una società
globalmente più ricca di cui beneficeranno tutti.
In realtà oggi nessuno riesce ancora a prevedere quale tipo di evoluzione avrà
questo cambiamento. Con ogni probabilità non sarà uguale in tutti i paesi. La
preoccupazione principale riguarda le conseguenze a cascata della
disoccupazione; infatti, se una persona non lavora e non ha reddito, non può
essere un consumatore, e neppure un contribuente. Quindi a chi si venderanno i
beni e i servizi prodotti così efficientemente?
Alcuni ritengono che questa nuova situazione farà sì che chi non raggiungerà
un reddito minimo riceverà, come in un sistema di vasi comunicanti, la parte di
reddito mancante. Un reddito “sociale”, ma che possa anche sostenere i consumi.
Quello che non si potrà fare, comunque, è pensare di poter fermare il
progresso delle tecnologie o competere con esse. Come molti economisti dicono,
oggi la corsa non può essere contro la macchina, ma insieme alla macchina. Per
fare questo però occorre un livello educativo, cioè cerebrale, adeguato. Oggi non
bastano poche intelligenze individuali, occorre un’intelligenza di sistema. Tanto
più in società come la nostra, dove il cervello si è ormai “esteso” alle macchine.
Era già cominciato con la scrittura e il calcolo, ma oggi questo intreccio tra
cervello e tecnologie diventa sempre più fitto.
I LAVORI INSOSTITUIBILI

Ci sono però molti lavori che non potranno essere svolti dalle macchine: non
vedo per esempio una badante elettronica.
È vero (anche se si stanno sviluppando robot proprio per aiutare in casa le
persone disabili). Esiste effettivamente un vasto settore di servizi in cui la
presenza umana è insostituibile, almeno per ora: è quello dei servizi alla persona,
che coprono molte tipologie di lavori. Come il lavoro di badante, appunto, o di
cameriere (anche se recentemente a Parigi ho visto un menu scritto e illustrato su
un tablet: digitando si trasmettevano direttamente le ordinazioni in cucina). Ma
per ora alcune figure non sono rimpiazzabili: insegnanti, avvocati, chirurghi,
fisioterapisti, ecc.
C’è però un problema.

Quale?
Che queste figure professionali generalmente sono poco produttive.

In che senso?
Un fisioterapista può massaggiare solo una persona alla volta, un insegnante
non può tenere vari corsi contemporaneamente, un chirurgo non può eseguire
più di un certo numero di interventi al giorno.
Sono lavori, per così dire, artigianali, che non permettono una produzione su
larga scala (e neppure l’esportazione del “prodotto”). E hanno pochi dipendenti.
Oggi, la ricchezza di un paese rimane ancora legata alle aziende che riescono a
essere competitive, a esportare e a creare molti posti di lavoro (e quindi stipendi,
circolazione di denaro, entrate fiscali).

LA COMPETITIVITÀ GLOBALE

C’è inoltre un altro elemento che si inserisce in questo cambiamento, già


abbastanza complicato di per sé: la crescente circolazione delle merci. Cioè la
globalizzazione.
Sì. Con l’apertura delle frontiere arrivano ormai in ogni paese prodotti che
possono essere più convenienti rispetto a quelli nazionali e creare problemi di
concorrenza ad aziende che prima erano leader. Un esempio: negli anni Sessanta
oltre il 90 per cento delle auto che circolavano nel nostro paese erano costruite in
Italia: oggi queste rappresentano meno del 30 per cento; le altre sono tedesche,
francesi, giapponesi, coreane, ecc.
È vero che c’è reciprocità e che altri mercati, a loro volta, si aprono, ma
bisogna faticare per conquistarli, ed essere molto competitivi.
E poi c’è la questione dei costi di produzione: oggi, per attirare gli
imprenditori, certi paesi offrono grossi vantaggi, come un più basso costo della
manodopera e dell’energia, meno tasse, semplificazioni e facilitazioni di vario
tipo.

Proprio per questo molte aziende stanno spostando certe loro produzioni in
paesi emergenti.
Infatti. Solo per fare qualche esempio: il costo medio di un operaio italiano è
più del doppio di quello di un polacco, e oltre tre volte quello di un romeno.
Naturalmente il discorso è più complesso, ma la sostanza è che diventa sempre
più rischioso, per un paese avanzato, fabbricare prodotti di bassa tecnologia che
possono essere realizzati altrove a minor prezzo.
La competizione in un mondo globalizzato richiede oggi a un paese avanzato
di produrre oggetti che siano vincenti sui mercati internazionali o perché sono di
alta tecnologia, o perché sono tipici, o perché sono semplici ma hanno uno
speciale design, oppure perché costano meno grazie a una migliore tecnologica di
produzione, ecc.

E il turismo?
Il turismo è una grande opportunità per il nostro paese, lo si ripete
continuamente: bellezze naturali, clima, archeologia, gastronomia, castelli e
palazzi ovunque, intere città-museo, ecc. Ed è un’attività che può esportare senza
esportare: perché questi “prodotti” gli stranieri li vengono a comperare
direttamente qui.
Sappiamo però anche quanto potrebbe migliorare la nostra offerta. Con più
idee, più creatività e maggiore attrattività.

Anche perché altri paesi, meno dotati di ricchezze turistiche, fanno meglio di
noi.
Non solo, ma con le loro grandi catene alberghiere (che noi non abbiamo)
vengono qui a intercettare anche il nostro traffico turistico “alto”…

I CERVELLI E L’EDUCAZIONE

Anche nel campo educativo non stiamo andando tanto bene.


Negli ultimi tempi si è molto parlato dei risultati dell’indagine per valutare le
competenze scolastiche dei nostri quindicenni promossa dall’OCSE ,
l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Tra i paesi
europei siamo agli ultimi posti delle classifiche di tutti e tre i test proposti:
matematica, scienze e comprensione di un testo, con notevoli differenze tra le
regioni del Nord e quelle del Sud. Una cosa che colpisce è che, tra i primi cinque
paesi in classifica, quattro sono asiatici… Va anche detto che i giovani asiatici
(ma non solo loro) studiano molto, si impegnano per ottenere il massimo
risultato. Da noi non c’è questo spirito. E l’asticella è molto più bassa.
Si è parlato poco, però, di un’altra ricerca, realizzata sempre dall’OCSE , questa
volta sul livello educativo della popolazione italiana adulta, dai 16 ai 65 anni. Tra
i 27 paesi europei siamo anche qui ultimi.
Il fatto è che proveniamo da una condizione di ignoranza antica, contadina,
un’eredità negativa cui lo Stato italiano non è riuscito a sottrarsi attraverso una
forte azione di recupero: sappiamo quanta poca attenzione (per usare un
eufemismo) ha dedicato alla cultura, alla ricerca, all’università, all’eccellenza, alla
televisione, ai modelli di riferimento. È da lì che parte l’onda lunga. Perché la
vera competizione economica si fonda ormai sullo sviluppo mentale e sui saperi.

Il presidente Obama ha detto, in proposito, che gli Stati Uniti non sono grandi
perché hanno un grande esercito, ma perché hanno grandi università.
Già. Università intese non solo come fabbriche di lauree, ma come centri di
eccellenza in cui si formano i cervelli di coloro che avranno la responsabilità di
portare avanti lo sviluppo del paese.
Per questa ragione cultura e tecnologia, oggi più che mai, devono essere
preziosissime alleate, e procedere insieme.
Nel nostro paese invece prevale ancora di gran lunga una cultura letteraria e
giuridica che impedisce di far comprendere e valorizzare il ruolo economico e
“filosofico” della tecnologia e della scienza.

Lei accennava prima alla televisione.


La televisione potrebbe svolgere una parte molto importante nella crescita del
nostro paese, proprio perché rappresenta uno straordinario strumento per la
circolazione delle idee: in tempo reale raggiunge ogni giorno la metà della
popolazione italiana!
Il cervello di un italiano oggi passa mediamente oltre 4 ore al giorno (!)
davanti al televisore. Cioè quasi 1500 ore all’anno. Il doppio che a scuola…

Malgrado tutto, nel campo della scienza e della tecnologia i ricercatori italiani
vantano un alto profilo.
Lo so bene, essendo andato in giro per il mondo per tanti anni, visitando
università e laboratori. La qualità di questi italiani è eccellente. Il problema è che
devono, il più delle volte, emigrare per vedere premiati i loro meriti. E avrebbero
difficoltà a occupare posizioni analoghe se rientrassero in Italia.
Certo, anche da noi ci sono tanti centri d’eccellenza, ma sono comunque
troppo pochi rispetto alle dimensioni dei problemi. E non va dimenticato che
queste punte di qualità sono nate autonomamente, non rappresentano il frutto di
una strategia o di un impegno politico nazionale per adeguare l’Italia agli
standard internazionali. Le recenti “classifiche” sulle migliori università, che
relegano l’Italia in una posizione imbarazzante, nonostante non siano certamente
da prendere alla lettera sono un sintomo dell’inadeguatezza delle nostre “centrali
del sapere” di fronte alle grandi sfide che il paese deve affrontare.

NUOVI CIRCUITI DI INFORMAZIONE

Si può fare qualcosa?


Sì, forse. Sappiamo però quanto sia difficile muovere una foglia nel nostro
paese, a causa di tutte le viscosità politiche e burocratiche. È quindi ben difficile
che qualcosa possa venire dall’alto, in tempi brevi e in modo adeguato.
Personalmente credo che siano, invece, possibili progetti ideati e messi in atto
in modo agile e indipendente dal basso, a livello locale.

Per esempio?
Per poter agire, portare avanti un’idea, o comunque sostenerla, occorre prima
essere informati e convinti. Sui temi di cui abbiamo parlato in questo capitolo c’è
pochissima informazione. Noi siamo sommersi dalle polemiche politiche,
giudiziarie, personali che ogni giorno costituiscono il piatto forte dei notiziari,
dei dibattiti, dei commenti. Quindi non solo non si affrontano i problemi di
fondo di una società moderna, ma non se ne parla neppure.

Allora?
Allora penso che questa informazione dovrebbe circolare in altri circuiti,
locali: all’interno delle scuole e delle università, in conferenze pubbliche
settimanali, nei cinema cittadini, grazie all’aiuto di Fondazioni che hanno come
finalità la diffusione della cultura. I conferenzieri (affiancati da validi giornalisti
che li interroghino, obbligandoli alla chiarezza) possono essere studiosi della
globalizzazione e delle nuove tecnologie, manager, economisti, consulenti
d’azienda, ricercatori, sociologi del lavoro, statistici, ecc.
Una televisione locale potrebbe appoggiare l’iniziativa, trasmettendo in diretta
gli incontri, ai quali la stampa cittadina collaborerebbe anche dando visibilità agli
appuntamenti.

Questo per far circolare le idee. E poi?


Far circolare le idee è importante ma non basta, naturalmente. Occorre
formare anche delle persone. E questa è la parte più ambiziosa del progetto.

Vale a dire?
Il compito della scuola, lo sappiamo, è quello di mettere tutti i ragazzi in
condizione di ricevere una preparazione adeguata. E di aiutare i meno fortunati,
che hanno bisogno di recuperare certi ritardi di tipo ambientale o altro.
Ma un paese moderno ha anche un altro dovere: fare in modo che dalla scuola
escano dei giovani capaci di affrontare le grandi sfide che si stanno preparando,
in un mondo in tumultuosa trasformazione. Nell’interesse del paese.
Noi abbiamo cioè bisogno di “locomotive”, capaci di far viaggiare il nostro
convoglio alla velocità dei tempi.
In realtà ci si occupa molto poco della formazione di quelle “locomotive” che
(nel settore pubblico e in quello privato) permettono a un paese di essere
vincente a beneficio di tutti, grazie alla loro preparazione, competenza, creatività.

È un po’ quello che avviene nel CONI : tutti devono avere l’opportunità di
imparare a nuotare. Ma a chi fa i tempi migliori viene offerta la possibilità di
entrare nella squadra agonistica: ed è da lì che escono i campioni per le Olimpiadi,
quelli che determineranno il medagliere dell’Italia.
È proprio così.

PREPARARE LE LOCOMOTIVE

Ma come potrebbe realizzarsi una cosa analoga a livello educativo?


Il progetto (sempre da realizzare in accordo con il sostegno di una
Fondazione locale o di un’organizzazione equivalente) consisterebbe nel
proporre a un cospicuo numero (molte decine) di studenti delle ultime due classi
dei licei, dal curriculum scolastico particolarmente brillante, di partecipare a
un’iniziativa speciale: quella di dedicare, al di là del loro normale impegno
scolastico, un certo numero di ore settimanali alla frequenza di corsi
supplementari.
Si tratterà, in particolare, di dibattiti e seminari di approfondimento sui temi
trattati nelle conferenze. Non solo, ma questi giovani avrebbero il modo di
incontrare e ascoltare personalità di vari campi, impegnate a raccontare le loro
esperienze personali, di lavoro e di vita.
Sarebbe un’occasione per perfezionare (davvero) la lingua inglese e sviluppare
quelle qualità che gli esperti definiscono “le competenze della vita”, di cui gli
studenti avranno bisogno nel mondo del lavoro (il modo di affrontare i
problemi, saper lavorare in gruppo, saper comunicare, ecc.). E anche per
effettuare visite ad aziende, banche, università, istituti.
Non solo, ma i ragazzi potrebbero dedicare una parte delle vacanze a
esperienze di lavoro.
Infine, con l’aiuto di esperti, sarebbero in grado di capire meglio quale facoltà
universitaria poi scegliere.

Quante ore dovrebbero dedicare a tutte queste iniziative, fuori dalla scuola?
Non è questo il contesto per entrare nei dettagli. Ma lo spirito dovrebbe essere
quello, per esempio, che anima gli studenti che fanno domanda per entrare in
istituzioni come la Scuola Normale Superiore di Pisa, dove, oltre al regolare
corso di studi presso l’università locale, bisogna seguire degli insegnamenti (e
dare esami) anche interni.

Chi esce dalla Normale di Pisa ha un prestigio particolare, per la qualità e il


livello degli studi.
Anche nel nostro caso, la qualità e il livello dell’esperienza dovrebbero
garantire ai giovani non soltanto un’opportunità di approfondimento unica, ma
molte altre cose: in particolare un’apertura mentale nuova, la conoscenza diretta
di tanti problemi, un’etica dell’impegno, anche nuovi legami nati nell’ambito
studentesco. E, per quanto ci riguarda, una formazione importante a vantaggio
della collettività.

È fattibile una cosa del genere?


È fattibile quello che si vuole fare. In questo tipo di progetti occorre sempre
qualcuno che ci creda, e abbia la capacità di funzionare da volano.
Per ciò che riguarda i costi, basta pensare a quanto si spende per tante altre
cose (mostre, manifestazioni, sponsorizzazioni di eventi di ogni tipo): questo
progetto può rientrare in un orizzonte di fattibilità.
Non dimentichiamo che nell’arco di pochi anni i giovani usciti da questa
esperienza potrebbero essere, a livello locale, già varie centinaia (e a livello
nazionale diverse migliaia). Qualunque sarà la strada che percorreranno (nelle
professioni, nelle aziende, nella pubblica amministrazione o magari nella
politica), entreranno a far parte della nuova classe dirigente. E porteranno dentro
di sé un’esperienza indimenticabile, molto importante anche dal punto di vista
etico.
Già solo questo costituirebbe per la collettività un ritorno estremamente
remunerativo.

L’INTELLIGENZA, UNA FONTE INFINITA DI RICCHEZZE

Chiudiamo qui questo lungo dialogo?


Sì. Siamo partiti dalla nascita del cervello, lo abbiamo esplorato nelle sue varie
qualità e potenzialità, abbiamo visto quanto sia importante oggi essere capaci di
correre con il proprio tempo, capire questo nuovo mondo, e sviluppare
intelligenze, competenze e creatività. Il cervello, come dicevamo all’inizio, non è
soltanto la cosa più preziosa che possediamo, ma è anche una fonte infinita di
ricchezze. Può creare arte, musica, matematica ma anche posti di lavoro, reddito,
pensioni. Bisogna però saperlo usare nel modo giusto.

E l’educazione è il miglior modo per farlo funzionare. Magari senza aspettare


che tutto arrivi dall’alto, ma lavorando anche dal basso.
Sì. Soprattutto promuovendo un nuovo tipo di educazione in linea con i
tempi. I nostri neuroni sono pronti a sfornare intelligenza e creatività a getto
continuo: basta metterli nelle condizioni di farlo. Oggi la competitività non è più
solo nei prodotti, ma nei saperi. Per questo è urgente allevare una nuova
generazione di giovani in grado di aiutare il nostro paese a rimanere in corsa.
IL CERVELLO:
COME TENERLO IN FORMA

Comincia qui l’ultima parte del libro, che non ha più forma di dialogo e presenta
i risultati di alcune ricerche riguardanti una buona manutenzione del cervello.
Cosa molto importante, perché le nostre cellule nervose non sono dei fili elettrici,
dei semplici conduttori di impulsi: tutta la rete nervosa è un sistema
estremamente plastico, come abbiamo visto, che sviluppa o si inaridisce a
seconda delle condizioni in cui si trova.
Questo non riguarda soltanto gli stimoli educativi e culturali, ma anche
tantissimi aspetti della vita fisica del cervello, legati all’alimentazione, all’esercizio
quotidiano, al sonno, alla vista e all’udito, all’assunzione di droghe, alle diete, al
sesso, alla perdita di efficienza neuronale, alle malattie degenerative.
Molte ricerche, condotte sia su animali sia sull’uomo, sembrano dimostrare
che è possibile non solo tenere in buona forma i nostri neuroni (e in certi casi
migliorarne le prestazioni) ma anche prevenire, almeno in parte, quelli che
sembrano essere gli inevitabili danni del tempo e dell’età.
Ecco qui di seguito una serie di recenti ricerche scientifiche dedicate proprio
alla buona manutenzione del cervello, che sono state pubblicate su prestigiose
riviste (con le citazioni delle fonti, per chi volesse saperne di più).

PRIMA DELLA NASCITA

La prima di queste ricerche riguarda addirittura l’età fetale: rivela la possibilità


che l’esercizio fisico della donna durante la gravidanza abbia un’influenza sullo
sviluppo cerebrale del nascituro.
Naturalmente nei nove mesi dello sviluppo prenatale, dalla cellula fecondata
al neonato, il feto non può fare molto per migliorare le proprie future prestazioni
cerebrali. Ma la madre, invece, qualche possibilità ce l’ha: facendo esercizio fisico.
Alcuni test sembrano confermarlo.
All’incontro annuale della Società Americana di Neuroscienze, nel 2013, è
stato presentato un esperimento che ha sollevato un notevole interesse. Femmine
di ratto gravide che erano state fatte correre sulla ruota girevole hanno dato alla
luce una prole che si è rivelata, nei test di memoria e in altre prove cognitive (per
esempio, riconoscimento di oggetti non familiari), più efficiente di altri ratti nati
da madri sedentarie. E questi vantaggi sono rimasti anche nell’età adulta (che per
i ratti è di qualche settimana).
Un’équipe di ricercatori dell’Università di Montréal, in Canada, ha reclutato
un gruppo di donne al terzo mese di gravidanza, coetanee e con identico stile di
vita, attività fisica, ecc. Le donne sono state divise, a caso, in due sottogruppi: il
primo avrebbe iniziato una regolare attività fisica (almeno 20 minuti tre volte a
settimana) a partire dal secondo trimestre, mentre l’altro no.
Dopo sei mesi dalla nascita dei bambini (tutti sani), le madri sono state
invitate in un laboratorio dell’università con i figli. A ogni neonato è stata messa
una “cuffietta” con elettrodi per misurarne l’attività cerebrale quando venivano
emessi suoni di diversa tonalità (bassa o acuta, ecc.).
Elise Labonte-LeMoyne, che ha fatto parte del gruppo di ricerca, ha notato
che fra le registrazioni effettuate sui neonati dei due sottogruppi c’era una
differenza. In particolare certi picchi delle onde cerebrali in corrispondenza dei
suoni erano più pronunciati nei bambini nati da madri sedentarie che in quelli le
cui madri avevano fatto attività fisica. Questi picchi più pronunciati sono il segno
di un cervello più immaturo e scompaiono dopo i 6 mesi di età.
In breve, i bambini nati da madri che avevano fatto esercizio in gravidanza
avevano un cervello più maturo. Come l’esercizio fisico della madre possa
influenzare il cervello del nascituro non è chiaro. Ma secondo la ricercatrice
Labonte-LeMoyne la lezione è certa: fare attività fisica in gravidanza ha
un’influenza positiva sul cervello, misurabile con test di laboratorio.

L’ALLATTAMENTO AL SENO

L’allattamento al seno migliora le prestazioni cerebrali del bambino? Per


esempio le capacità cognitive, il linguaggio, la coordinazione motoria o
addirittura il quoziente di intelligenza? Molti studi sembrano indicarlo. Di
recente un gruppo di ricercatori 1 ha seguito 133 bambini sani dall’età di pochi
mesi fino ai 4 anni sottoponendoli, a intervalli regolari, a risonanza magnetica
cerebrale. I bambini erano stati suddivisi in tre gruppi: nel primo gruppo quelli
che erano stati allattati al seno; nel secondo quelli alimentati solo con latte in
polvere; nel terzo, invece, i bambini allattati in entrambi i modi. Cosa hanno
rivelato le immagini cerebrali? Quelle dei bambini allattati soltanto al seno hanno
mostrato che la “materia bianca”, la mielina che avvolge le fibre nervose che
partono dai neuroni e si collegano ad altri neuroni, era più sviluppata,
specialmente nelle aree frontali del cervello, cioè in quelle aree associative della
corteccia che negli adulti presiedono al pensiero razionale, al giudizio critico, alla
pianificazione del futuro. La mielinizzazione delle fibre viene di solito
interpretata come un miglioramento delle comunicazioni fra cellula e cellula.
Insomma, le differenze strutturali così osservate sembrano confermare le
indicazioni di precedenti studi sui benefici dell’allattamento al seno. Tuttavia,
come fa notare il professor Sean C.L. Deoni, uno degli autori della ricerca, anche
se sono stati scelti bambini appartenenti a famiglie il più possibile simili quanto a
stile di vita e cultura, non è stato possibile controllare molti altri aspetti
importanti nello sviluppo cerebrale: per esempio le interazioni genitori-bambino.

COSA INTERESSA GLI INFANTI

Ci sono particolari comportamenti, suoni, luci, giocattoli (come i sonaglini)


che possono stimolare un bambino nei primi mesi di vita e quindi rendere il suo
cervello più attivo e brillante? In realtà i bambini appena nati sono già delle
formidabili macchine per imparare.
Le ricerche in proposito hanno mostrato che all’inizio il bambino è interessato
soprattutto ai volti e alle voci, specialmente della madre. L’importante, quindi,
non è una iperstimolazione, ma un rapporto normale, un contatto normale,
carezze e parole normali. Il bambino avrà tantissime cose da scoprire e imparare.
Come sottolineano gli studiosi della prima fase della vita, il pericolo è
rappresentato dalla deprivazione, dall’abbandono. L’affetto, la tenerezza,
l’attenzione, gli abbracci, le parole, i giocattoli consueti, i suoni e le luci di una
normale abitazione sono stimoli sufficienti allo sviluppo cerebrale.
All’età di un anno il bambino comincia a scoprire il mondo, cioè gli oggetti
che lo circondano: la sua curiosità sarà stimolata sia dall’orsetto di peluche sia dal
prezioso e pericoloso vaso di porcellana che non deve toccare. Gli studiosi
suggeriscono non particolari iperstimoli, ma la libertà di esplorare l’ambiente,
ovviamente proteggendo il bambino dai pericoli (come appunto i vasi di
porcellana o i fili elettrici e i vari elettrodomestici). L’importante è che la sua
curiosità sia lasciata libera di indagare, sperimentare, capire, e per questo bastano
le cose di tutti i giorni.
L’altra grande area di esplorazione dei bambini piccoli, oltre alle persone e al
mondo degli oggetti, è il linguaggio. E anche in questo caso la normale
attenzione dei genitori – disponibili a parlare, rispondere, dedicare tempo,
giocare con il figlio o sopportarne i capricci (che potrebbero essere esperimenti
“psicologici” del bambino) – è sufficiente e non servono misure straordinarie.

LA MUSICA

L’apprendimento della musica da piccoli non sempre si rivela un’esperienza


divertente. Tuttavia alcuni studi 2 cominciano a indicare che la musica, con tutto
quello che richiede (attenzione, memoria uditiva, capacità di discriminare i toni
più alti o più bassi, riconoscimento dei timbri sonori e un’attenta misura del
tempo ovvero dei ritmi), è una potente palestra che migliora le prestazioni
cerebrali e quindi in generale l’apprendimento e i risultati scolastici. La musica,
insomma, non soltanto ingentilisce l’animo, ma migliora le nostre capacità
cognitive.
Alla Northwestern University di Chicago un gruppo di ricercatori diretti da
Nina Kraus ha studiato soggetti di diverse età che avevano imparato la musica da
piccoli oppure che non l’avevano mai imparata. Ebbene, registrando le reazioni
cerebrali a vari suoni si è visto che le persone con un’esperienza musicale
precoce, anche se poi non avevano proseguito nello studio negli anni successivi,
mostravano risposte molto più chiare e definite di chi invece non aveva avuto
alcuna esperienza. Come se la musica avesse stimolato il cervello nella fase di
maturazione, durante l’infanzia, a stabilire connessioni molto più efficaci per
elaborare i suoni in arrivo dal mondo esterno.
Naturalmente capire meglio le parole dell’insegnante in un ambiente
rumoroso, come un’aula, è sicuramente un vantaggio, così come possedere una
memoria esercitata e pronta. Ma ci sono prove che un’educazione musicale
migliori davvero il rendimento scolastico generale? Le ricerche non sono ancora
arrivate a conclusioni definitive.
Un altro studio 3 su due gruppi di bambini di circa 4 anni, il primo che seguiva
lezioni di musica mentre il secondo veniva impegnato in altre attività, non ha
trovato particolari differenze nei test cognitivi di memoria, padronanza del
linguaggio o dei numeri fra i due gruppi. È anche vero che, in realtà, le lezioni
musicali in questo studio erano durate solo poche settimane. Forse un periodo
troppo limitato per vedere dei risultati. Comunque sia l’esperienza musicale è un
divertimento e un piacere, specialmente se fatta insieme agli altri, e imparare a
suonare uno strumento fin da piccoli sicuramente arricchisce la propria
esperienza e la propria sensibilità.
IL METODO MONTESSORI

Una ricerca 4 su 3500 imprenditori di grande successo (durata sei anni), come
Sergey Brin e Larry Page di Google, Jeff Bezos di Amazon o Jimmy Wales di
Wikipedia, ha rivelato che molti di loro, da bambini, hanno frequentato scuole
che praticano il metodo Montessori. Cos’ha di particolare questo metodo
pedagogico messo a punto da una dottoressa e filosofa italiana nei primi anni del
Novecento? E perché sembra promuovere la creatività e l’innovazione?
Come è noto, il metodo Montessori, destinato soprattutto ai bambini fra i 2 e i
7 anni, privilegia l’esplorazione e la curiosità autonome dei giovanissimi allievi,
quindi una forma di autoapprendimento in un ambiente strutturato con
materiali appositamente progettati, piuttosto che l’istruzione diretta a opera
dell’insegnante. Non ci sono classi per età e nemmeno voti o esami. Il maestro è
un collaboratore del bambino che si costruisce da solo la propria conoscenza,
piuttosto che il depositario del sapere da travasare nel recipiente (vuoto)
dell’allievo.
Il metodo Montessori lascia molto più spazio agli errori, ai fallimenti ma
anche alla curiosità, alla motivazione, allo sperimentare per proprio conto, al
porsi domande e al cercare da soli le risposte. Se, come indicano altri studi su
gemelli identici (monovulari), la creatività dipende soltanto per il 20-25 per
cento dalla costituzione genetica, è chiara l’importanza dell’ambiente e quindi
dell’educazione nel plasmare il rimanente 75-80 per cento.
Forse il merito principale del metodo Montessori è di conservare la spinta
all’apprendimento e all’esplorazione che tutti i bambini hanno nei primi anni di
vita. Una spinta che si traduce poi (se conservata oltre l’infanzia) in quelle qualità
indispensabili alla vera innovazione o all’invenzione: come la capacità di
associare idee ed elementi in apparenza diversi, l’osservazione attenta, il
desiderio di sperimentare, il continuo porsi domande, l’ascolto degli altri e di
idee molto diverse dalle proprie.

I RISCHI DELL’ADOLESCENZA

L’adolescenza è forse la più importante e complessa transizione che compie il


nostro corpo, cervello compreso. Fino a qualche anno fa si riteneva che la fase di
maturazione finale del cervello cominciasse verso gli 8 o 9 anni (come abbiamo
visto, la famosa “potatura” delle sinapsi). Studi più recenti hanno invece fatto
capire che questo processo inizia più tardi e che quindi, in un certo senso, il
cervello degli adolescenti è ancora più immaturo di quanto stimato. Fra l’altro
questa maturazione comincia dalle parti più antiche e profonde del cervello per
arrivare poi alle zone più “moderne”, come la corteccia prefrontale. Ma è proprio
questa parte della corteccia la sede del giudizio critico, della pianificazione del
futuro, del controllo degli impulsi e della razionalità. Ciò si riflette sui
comportamenti a rischio tipici del periodo adolescenziale. Statisticamente, la
frequenza di morte per incidenti si moltiplica per sei volte nella fascia di età fra i
15 e i 19 anni rispetto a quella fra i 10 e i 14.
Dei numerosi rischi che corrono gli adolescenti, l’uso di sostanze inebrianti o
stupefacenti (alcol e droga) è fra i più comuni. Oggi, con tecniche diagnostiche
come la risonanza magnetica è possibile osservare e capire come queste sostanze
danneggino il cervello (a volte in modo irreparabile) proprio durante la
delicatissima fase di transizione verso l’età adulta. Vale la pena di soffermarci su
come droghe e alcol inceppino e scombinino la complicatissima rete di
connessioni e comunicazione fra le cellule cerebrali.

Le droghe
Ogni sostanza stupefacente colpisce uno o più specifici sistemi del nostro
universo cerebrale. Possiamo fare alcuni esempi. Le anfetamine sono stimolanti
che interferiscono soprattutto con un neurotrasmettitore: la dopamina. La
dopamina ha molte funzioni, anche quella di agire sulla percezione del piacere e
sul senso di gratificazione.
Ecco come funziona normalmente. Una sensazione piacevole può essere
immaginata come un impulso elettrico che viaggia nella lunga fibra di un
neurone e si trasmette ad altri neuroni attraverso quei punti di contatto che,
come sappiamo, si chiamano sinapsi. Qui, nel sottile spazio della sinapsi,
vengono emesse dal primo neurone le molecole del neurotrasmettitore, la
dopamina, che si agganciano ai recettori del secondo neurone. In questo modo
l’impulso elettrico viene trasmesso e, come in una reazione a catena, coinvolge
un numero straordinario di neuroni. Scatta la sensazione di benessere e di
piacere. Dopo aver innescato la reazione nel secondo neurone, la dopamina
rilasciata nella sinapsi torna indietro verso il primo neurone, dove viene
riassorbita e riciclata. E il processo si ripete in continuazione.
La droga interferisce con questo delicato meccanismo e produce un piacere
artificiale. All’interno dei neuroni sono le anfetamine a stimolare la produzione
di dopamina, che viene emessa dal primo neurone e provoca la reazione a catena,
con la conseguente sensazione di piacere. Ma le anfetamine hanno anche un’altra
azione: bloccano il riassorbimento della dopamina. Cosa succede? Nella sinapsi i
livelli di dopamina rimangono altissimi e la stimolazione piacevole diventa
sempre più intensa.
L’ecstasy agisce in modo analogo, anche se il neurotrasmettitore più coinvolto
è questa volta la serotonina, che regola l’umore, il sonno, l’eccitazione, l’appetito.
I livelli di serotonina salgono vertiginosamente insieme a sensazioni di euforia, di
benessere, di apertura e intimità con gli altri.
Anche la cocaina agisce in un modo simile, ma su tre neurotrasmettitori
contemporaneamente: dopamina, seretonina e un terzo, la noradrenalina.
Naturalmente tutte queste interferenze con i delicati meccanismi cerebrali
hanno un prezzo.
Con la risonanza magnetica ad alta intensità è possibile misurare la morte dei
neuroni, cioè i danni irreversibili provocati dalle varie droghe. Dove infatti i
neuroni muoiono lo strato della corteccia cerebrale si assottiglia. Ed è proprio lo
spessore più sottile che viene individuato dalla macchina.
Tutti questi danni che oggi è possibile vedere e misurare con straordinaria
precisione comportano una serie di gravi o gravissime conseguenze, spesso
irreversibili, sul comportamento. Sia nella sfera affettiva ed emotiva, che in quella
conoscitiva e del giudizio critico.

Alcol: lo sballo del sabato sera


Difficoltà a camminare, visione sdoppiata e distorta, parole sbiascicate, vuoti
di memoria, tempi di reazione lunghissimi. Non ci vuole molto a capire che
l’alcol ha una potente azione sul nostro cervello. Alcuni di questi effetti, visibili
già dopo un bicchiere o due, scompaiono quando si smette di bere.
Invece bere troppo, e farlo diventare un’abitudine, lascia danni irreversibili,
che non scompariranno anche se si riesce a vincere la dipendenza dall’alcol: un
“bombardamento a tappeto” non solo del cervello, ma di moltissimi organi del
corpo umano (il fegato, il cuore, i nervi periferici, l’apparato gastrointestinale,
esofago compreso) accompagnato dall’aumento dell’incidenza dei tumori.
Insomma, un quadro impressionante. A cui vanno aggiunti tutti i problemi
cognitivi e comportamentali, fino a “psicosi” vere e proprie, derivanti dai danni
cerebrali, visibili tra l’altro con le moderne tecniche diagnostiche per immagini.
Il cervello di un alcolista mostra una riduzione della “materia bianca”, cioè delle
fibre nervose che mettono in comunicazione le varie aree cerebrali.
Eppure, specialmente i più giovani, spesso ancora adolescenti, sembrano i
meno informati di questi pericoli. E i più pronti a seguire mode, come quella
dello sballo alcolico del sabato sera in compagnia di amici. Una moda di
importazione, il binge drinking, il bere smodatamente e a stomaco vuoto cocktail,
aperitivi, “shottini”, ma anche birra o vino. Un’impresa, lo sballo alcolico, che ha
tutte le caratteristiche della psicologia adolescenziale e giovanile: la trasgressione,
il rischio, la ricerca dell’approvazione del gruppo, ma che può avere conseguenze
tragiche, come ci raccontano le cronache sugli incidenti stradali nei fine
settimana.
Un aspetto poco studiato nel nostro paese, ma indagato più a fondo negli Stati
Uniti (dove questa “moda” ha avuto origine), è il fenomeno del “vuoto di
memoria”, ossia del blackout, particolarmente frequente quando si beve
eccessivamente, troppo in fretta (più di cinque cocktail in meno di due ore) e a
stomaco vuoto. Infatti il tasso alcolico nel sangue sale così rapidamente che, per
così dire, alcune parti del cervello calano la saracinesca. È un fenomeno alla base
di incidenti fatali. Il giorno dopo, smaltita la sbornia, il giovane (se
sopravvissuto) non ricorderà più niente di quello che ha fatto la sera della
bisboccia. Ha guidato un’auto? Ha preso parte a qualche gara rischiosa e cretina,
per esempio arrampicarsi su un albero o un muretto o un’inferriata? Ha avuto
rapporti sessuali promiscui? Ha litigato ed è venuto alle mani? Tutto scomparso,
il cervello non ha registrato niente.
Dagli studi 5 emerge, fra l’altro, che questo capita molto spesso anche alle
ragazze (che bevono oggi quanto i coetanei maschi), perché le donne per la loro
struttura corporea (a cominciare dalla minore massa) sono più vulnerabili ai
“vuoti”. Uno studio americano condotto su circa un migliaio di studenti fra i 18 e
i 22 anni (non astemi) ha rivelato che il 51 per cento aveva sperimentato un
“vuoto alcolico” e ben il 40 per cento lo aveva provato nell’anno precedente
all’indagine.
Non sappiamo se i giovani italiani siano arrivati a questi livelli, comunque il
quadro anche nel nostro paese è già abbastanza preoccupante per chiedersi: cosa
si può fare? La risposta è in teoria semplice: maggiore informazione sui danni e i
pericoli dell’alcol soprattutto a scuola e da parte dei genitori, ancora prima del
“periodo a rischio”, cioè dell’adolescenza. E anche i media, come televisione,
stampa e Internet, potrebbero avere un ruolo ugualmente importante con
campagne mirate e ripetute.

LA DIETA PER IL CERVELLO

Alcune sostanze (droghe, alcol, fumo) fanno sicuramente male al cervello, e


numerose ricerche hanno confermato quello che il comune buon senso già da
tempo affermava. Ci sono invece alimenti in grado di migliorare, o comunque
mantenere sani, i cento e più miliardi di neuroni e i loro quasi infiniti
collegamenti?
La risposta è sì, ed è stata confermata da numerose ricerche. 6
Nella hit parade degli alimenti “buoni” per le cellule cerebrali, il primo posto
spetta sicuramente agli omega-3. Si tratta di acidi grassi polinsaturi che si
trovano soprattutto in certi pesci, come i salmoni, e sono un mattoncino
fondamentale nella costruzione delle membrane delle cellule nervose e di molti
processi cerebrali.
Studi sui ratti hanno per esempio dimostrato che una dieta carente di omega-
3 porta a deficit più o meno gravi nell’apprendimento e nella memoria. Recenti
studi condotti in Gran Bretagna, in Australia e in Indonesia su bambini in età
scolare che hanno seguito diete ricche di omega-3 sembrano indicare effetti
positivi sull’apprendimento. 7
Altre ricerche sono giunte a conclusioni davvero sorprendenti sulle diete
ricche di omega-3. Confrontando popolazioni, come quelle di alcune isole del
Giappone, la cui dieta è tradizionalmente ricca di questi acidi grassi (cioè di
pesce) con altre, per esempio di Germania o Stati Uniti, che hanno diete
tradizionalmente povere di tali elementi, si è visto che se aumenta il consumo di
pesce (fino a 80 chili l’anno per i giapponesi) diminuisce l’incidenza delle
malattie mentali, come la depressione, rispetto a chi ne consuma meno (meno di
10 chili di pesce l’anno in Germania e negli Stati Uniti). 8 Ovviamente potrebbero
essere in gioco altri fattori, anche culturali e sociali oltre che genetici.
Al secondo posto della hit parade dei cibi buoni per il cervello troviamo gli
antiossidanti. I nomi scientifici non ci dicono molto: “flavonoli”, “acido folico”,
“acido alfa lipoico”, vitamine B, E e K, “licopene”, ecc., ma queste sostanze si
trovano nelle verdure e nei legumi (come broccoli, spinaci, asparagi, pomodori,
fagioli, lenticchie), nei cereali integrali, oppure nella frutta (come arance, noci,
nocciole, mandorle, mirtilli, ribes nero, fragole) e persino nel cacao, cioè nella
cioccolata. La loro azione è soprattutto quella di ridurre i famosi “radicali liberi”
cioè le scorie, staremmo per dire i rifiuti, che si producono nel metabolismo
cerebrale e che possono danneggiare le strutture cellulari. E poiché il cervello,
come sappiamo, è un grande consumatore di energia (circa il 20 per cento di
quella consumata da tutto il corpo), è anche un grande produttore di radicali
liberi, che le sostanze antiossidanti aiutano a neutralizzare.
Mangiare meno?
A questo proposito, potremmo classificare al terzo posto della hit parade la
“restrizione calorica”, cioè la riduzione delle calorie giornaliere dal 30 al 40 per
cento del normale. L’importante, ovviamente, è mantenere una dieta bilanciata e
non cadere nella sottonutrizione, che invece fa sicuramente male (accorcia la vita
e danneggia il cervello).
La restrizione calorica ha dimostrato di allungare la vita e mantenere più a
lungo le funzioni cognitive in molte specie animali: dai topi ai cani. Esperimenti
sulle scimmie Rhesus hanno mostrato che la dieta migliora la salute, anche
cerebrale, ma non allunga la vita. 9 Per quanto riguarda l’uomo, per evidenti
motivi, non ci sono stati veri e propri studi sulla restrizione calorica, anche se
alcune indicazioni indirette sembrano confermare alcuni effetti positivi.
Forse un esperimento naturale di restrizione calorica potrebbe essere quello
degli abitanti dell’isola di Okinawa (Giappone) che statisticamente contano più
centenari, e in buona salute, degli altri giapponesi (nel complesso fra le
popolazioni più longeve del pianeta). Vari studi hanno mostrato che la principale
caratteristica della dieta tipica di quell’isola non consiste tanto nella quantità di
pesce, riso, verdure o legumi, ma nelle porzioni ridotte e quindi nelle minori
calorie assimilate: in media 1700 al giorno contro le 2000 circa degli altri
giapponesi.
Anche nel caso della restrizione calorica, l’effetto benefico sarebbe soprattutto
“antiossidante”. Semplificando: una minore assunzione di calorie produce meno
radicali liberi e quindi meno danni.
Le diete “buone per il cervello” hanno effetto sul lungo termine e possono
persino essere utili per ridurre i rischi collegati con l’invecchiamento.
A giudicare dall’epidemia di obesità che ha colpito le nazioni più ricche, c’è da
chiedersi se la grande disponibilità di cibo non stia producendo guai altrettanto
gravi della sua mancanza. Non solo, molti degli alimenti “abbondanti” sono cibo
spazzatura (junk food), cioè non sono affatto salutari. Anche su questi poco
desiderabili effetti ci sono numerose ricerche. Topi e ratti alimentati con cibi
ricchi di acidi grassi trans saturi e di saccarosio (tipici del cibo spazzatura) hanno
mostrato un declino nell’apprendimento e nella memoria dopo sole tre settimane
di questo regime dietetico. 10
Altre ricerche hanno segnalato che gravi malattie neurologiche, come la
malattia di Alzheimer, sono più frequenti nei paesi ricchi e per così dire
“sovralimentati” che in quelli dove ci sono ancora grandi sacche di povertà
(sottoalimentate) come l’India.
L’ESERCIZIO FISICO

È noto che l’attività fisica regolare, anche moderata (una camminata veloce di
mezz’ora / un’ora tre volte la settimana), fa bene al corpo umano: dal sistema
cardiocircolatorio a quello scheletrico, ai muscoli e al metabolismo in generale,
ecc. Ma fa bene anche al cervello?
Le prime indicazioni che l’esercizio fisico migliori la salute cerebrale risalgono
addirittura a più di vent’anni fa. I ricercatori di uno dei più prestigiosi istituti per
la ricerca biologica, il Salk Institute di La Jolla, in California, si accorsero che i
topi che potevano correre su una ruota erano “intellettualmente” molto più
brillanti (nei test cognitivi e di memoria, per esempio la capacità di trovare la via
d’uscita in un labirinto) dei loro compagni sedentari e che non si erano allenati
sulla ruota.
Da allora altri test anche sull’uomo hanno confermato gli effetti benefici
dell’attività fisica, non solo sul corpo, ma anche sul cervello.
Uno studio particolarmente illuminante 11 è stato condotto in Canada, dove
86 donne fra i 70 e gli 80 anni (che lamentavano leggere difficoltà cognitive,
come lievi perdite di memoria) sono state divise, a caso, in tre gruppi. Il primo si
è sottoposto a un’attività “aerobica”, cioè una camminata veloce di mezz’ora tre
volte la settimana; il secondo a un’attività “anaerobica”, consistente in tre
sessioni di sollevamento pesi la settimana; le appartenenti al terzo gruppo,
invece, facevano solo esercizi di stretching e ginnastica posturale (sempre tre
volte la settimana).
Le donne sono state sottoposte a test cognitivi prima e dopo i sei mesi di
attività fisica. Ebbene, si è visto che i risultati dei test dei primi due gruppi
(attività aerobica e anaerobica) erano migliorati rispetto a prima. Mentre quelli
del terzo gruppo (solo stretching) erano rimasti grosso modo uguali.
Questo studio, replicato anche con i topi, ha fatto capire che l’attività fisica
stimola, a livello cerebrale, la produzione di fattori coinvolti nella salute dei
neuroni e delle sinapsi.
Insomma, come conclude lo studio canadese: “L’esercizio fisico è una
promettente strategia per migliorare le capacità cognitive”.

L’ALLENAMENTO MENTALE

L’esercizio fisico migliora le prestazioni cerebrali, per così dire, di rimbalzo,


rendendo più efficiente il metabolismo cerebrale e migliorando il funzionamento
dei neuroni. Ma è possibile agire invece direttamente sul cervello con un
“allenamento mentale”? La risposta è ovviamente sì.
Quando impariamo qualcosa di nuovo il nostro cervello, in un certo senso, si
ristruttura e vengono stabilite nuove connessioni. Più esercitiamo il cervello e
migliori saranno le sue prestazioni. Oggi questi cambiamenti della struttura
cerebrale provocati dall’apprendimento si possono addirittura “vedere” con le
tecniche di diagnostica per immagini, come la risonanza magnetica.
Ci sono infiniti modi di allenare il cervello. Una strategia molto semplice è
quella di fare operazioni abitudinarie, come lavarsi i denti, in modo leggermente
diverso; con l’altra mano, per esempio. Anche scrivere con l’altra mano è una
bella sfida, e basta provarci per rendersi conto come non sia affatto semplice: il
cervello viene sottoposto a un allenamento mentale impegnativo. Ci sono altri
tipi di allenamento. Enigmi matematici, parole crociate, il sudoku costringono il
cervello a impegnarsi per trovare la soluzione.
Che dire delle nuove tecnologie digitali, i videogame? In uno studio
pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature” 12 46 adulti anziani fra i 65 e gli 80
anni sono stati “sottoposti” a un videogame, Neuroracer, nel quale dovevano
guidare un’auto e nello stesso tempo seguire le indicazioni di segnali che
improvvisamente apparivano sullo schermo. Dopo quattro settimane, varie
funzioni cognitive come l’attenzione e la memoria a breve termine erano
migliorate. Cosa interessante, i test impiegati nella valutazione erano
completamente diversi dal videogame, quindi non si poteva sospettare che gli
anziani avessero semplicemente imparato il gioco. Non solo, gli stessi test
cognitivi ripetuti dopo sei mesi (trascorsi senza giocare a Neuroracer) hanno
mostrato che i miglioramenti erano rimasti.
Va tuttavia detto che per essere certi degli effetti positivi dei videogame
bisognerebbe ripetere queste prove su gruppi molto più vasti di quello
comprendente i 46 soggetti dello studio citato.
I veri allenamenti mentali debbono però essere, secondo gli esperti, molto più
impegnativi. Per esempio, imparare a suonare uno strumento musicale, o
programmare un computer o apprendere una lingua straniera.

LINGUE STRANIERE

All’allenamento mentale con le lingue straniere sono stati dedicati diversi


studi che concordano su alcuni punti. Innanzitutto i bilingui, cioè coloro che
hanno appreso una seconda lingua da bambini, o comunque da molto giovani,
mostrano in vari test di avere quella che i ricercatori chiamano la “funzione di
controllo esecutivo” del cervello molto più efficiente.
La funzione di controllo esecutivo (la cui area è situata nella parte frontale del
cervello) è la capacità di focalizzare l’attenzione, di esprimere giudizi e
valutazioni, di pianificare, insomma la capacità pensante, esclusivamente umana.
Recenti studi 13 stanno dimostrando che questi vantaggi rimangono fino a età
inoltrata e addirittura potrebbero rallentare il declino collegato
all’invecchiamento.
In uno studio diretto da Ellen Bialystok, docente presso la York University di
Toronto, sono stati selezioni 102 pazienti bilingui e 109 pazienti monolingui
affetti da malattia di Alzheimer, tutti con sintomi comparabili e a uno stadio
analogo della malattia. Ebbene, si è visto che nei bilingui l’Alzheimer si era
manifestato con oltre quattro anni di ritardo, in media, rispetto ai monolingui.
Come se il bilinguismo avesse costruito una “riserva” di capacità cognitive che
protegge, almeno per un certo periodo, dal progredire della malattia. Non solo.
Usando tecniche di diagnostica per immagini si è potuto constatare che, a parità
di danni cerebrali, i bilingui avevano prestazioni cognitive (memoria, attenzione,
vigilanza) nettamente migliori. Una nuova conferma della “riserva cognitiva”
creata dal bilinguismo.
Naturalmente è meglio imparare una lingua straniera da giovani e la fatica,
come rivelano queste ricerche, vale sicuramente la pena. Secondo la
professoressa Bialystok anche imparare una seconda lingua dopo la mezza età
può comunque costruire quelle riserve che aiuteranno a rallentare l’inevitabile
declino cognitivo legato all’invecchiamento.
Come ha detto la professoressa Bialystok, concludendo la presentazione della
sua ricerca all’Associazione per il Progresso della Scienza a Washington: «Essere
bilingui è un modo per mantenere il cervello attivo, per dare a quest’organo delle
riserve cognitive. E quando si tratta di esercitare il cervello imparando una
lingua, quanto più lo si fa tanto meglio è».

SONNO E CERVELLO

Imparare una seconda lingua, mangiare meno, stare attenti alla dieta, fare
esercizio fisico o usare lo spazzolino per i denti con la mano “sbagliata” sono
tutte attività che stimolano il cervello, ma richiedono un certo impegno e una
certa dedizione. C’è invece un’attività molto importante per la salute cerebrale
che non costa fatica, anzi è… di tutto riposo: il sonno.
Ormai una serie davvero vastissima di studi e ricerche conferma che la
deprivazione del sonno diminuisce le prestazioni cerebrali e in pratica costringe
il cervello a lavorare di più per ottenere un risultato minore.
È stato calcolato che le prestazioni del cervello di un soggetto che non dorme
da 17 ore sono equivalenti a quelle di chi ha un tasso di alcol nel sangue di mezzo
grammo per litro, cioè il limite legale per potersi mettere alla guida dell’auto.
Uno dei segnali che non si dorme abbastanza (o abbastanza bene) è il colpo di
sonno nel primo pomeriggio. Fra l’altro, una ricerca dell’Università di Harvard
ha dimostrato che il breve pisolino pomeridiano migliora la coordinazione
motoria e l’apprendimento del 20 per cento.
Ma ci sono motivi ancora più profondi che ci fanno capire l’importanza del
sonno per la salute cerebrale. Uno dei misteri che solo oggi cominciano a essere
risolti è infatti la risposta alla domanda: “Perché dormiamo?”. Qual è la funzione
neurofisiologica del sonno, così fondamentale da esporci, se non noi almeno i
nostri antenati che vivevano in ambienti molto più ostili del nostro, all’attacco di
nemici, predatori o pericoli naturali? Perché i nostri più lontani progenitori
vissuti nella savana africana rimanevano addormentati e quindi inermi nei
confronti di un leopardo (un predatore notturno)?
Una scoperta recente ha chiarito almeno in parte come, durante il sonno, il
cervello faccia le “pulizie domestiche” eliminando i “rifiuti”, cioè i metaboliti
prodotti dall’attività cerebrale della veglia. Studiando il cervello del topo, con un
particolare microscopio ottico che utilizza speciali laser, i ricercatori della
Rochester University Jeffrey Iliff e Maiken Nedergaard 14 sono stati in grado di
capire come funziona questo sistema di rimozione dei rifiuti.
Iniettando delle molecole con un tracciante i due ricercatori hanno scoperto,
con loro grande sorpresa, che le molecole seguono dei canali e che questa è una
via molto più veloce ed efficace della semplice diffusione conosciuta fino ad
allora. Ma dove sono questi canali che non erano mai stati visti prima?
Intorno alle arterie e vene cerebrali si trova una guaina di astrociti, un tipo di
cellule gliali, quelle che formano l’impalcatura di sostegno dei neuroni.
Nell’intercapedine fra la guaina e il vaso sanguigno transita appunto il flusso di
liquido cerebrospinale con i metaboliti e i rifiuti.
I ricercatori hanno insomma scoperto un sistema di drenaggio che, essendo
formato da cellule gliali, è stato chiamato, in analogia a quello linfatico,
“glinfatico”. Si sono poi chiesti: quando avviene questa rimozione dei prodotti di
scarto? La misura del flusso nei sistemi di drenaggio ha mostrato che durante la
veglia le quantità rimosse sono relativamente basse e che tutto cambia durante il
sonno: in questa fase gli spazi fra le cellule si dilatano del 60 per cento e il
drenaggio aumenta di dieci volte rispetto alla veglia.
Il sonno, afferma Maiken Nedegaard, è importante perché permette la pulizia
del cervello. La deprivazione del sonno potrebbe quindi provocare danni molto
più gravi di quelli finora ipotizzati. Cioè un accumulo di tossine e proteine
pericolose che alla fine, dopo anni e anni (di deprivazione del sonno), possono
contribuire a innescare (o aggravare) le demenze. Si tratta per il momento solo di
un’ipotesi.
Ma adesso, dopo la scoperta delle “pulizie domestiche” necessarie a evitare
l’accumulo di tossine e metaboliti pericolosi, una buona dormita assume
tutt’altra importanza.

AVERE AMICI

Un altro aspetto importante per la salute cerebrale, difficilmente “misurabile”


con test ed esperimenti, è la socialità. Consiste nella capacità di mantenere
significative reti di amici e conoscenti, di non sentirsi isolati, di interagire spesso,
di avere interessi, sport, hobby o progetti comuni, di partecipare, al di là del
lavoro o della professione, ad attività sociali, come il volontariato.
Uno studio condotto presso l’Università del Michigan sembra dimostrare un
legame diretto tra la frequenza delle interazioni sociali e la capacità di proteggere
le funzioni cognitive dal declino collegato con l’età. Rimanere isolati, cadere nella
solitudine presenta, secondo queste ipotesi, rischi maggiori per il cervello.
Strettamente collegato alla socialità è l’atteggiamento verso la vita. Un
atteggiamento positivo, ottimista rende ovviamente più facile stare insieme agli
altri, ma è anche una strategia efficace per combattere l’eccessiva tensione e lo
stress patologico (altri nemici della salute cerebrale). Un po’ di senso
dell’umorismo non guasta e fa bene ai neuroni. Alcuni ricercatori, come Robert
Provine, 15 hanno addirittura studiato gli effetti della risata sulla nostra salute
mentale, concludendo che ridere fa bene al cervello.
Ridere è uno strumento fondamentale per socializzare, un collante fortissimo,
che rende piacevole lo stare insieme. Questo è vero per tutti, ma in particolare
per i giovani. La socialità infatti fa parte del nostro comportamento innato. E
oltre l’80 per cento delle risate non è una risposta a barzellette o battute, ma una
specie di punto esclamativo, uno scambio emotivo positivo, una riconferma del
rapporto di amicizia.
Esiste una specie di legge fisica, per così dire, che fa sì che le risate siano più
frequenti con l’aumentare del numero delle persone. Quando si è in due si sta
piacevolmente insieme, ma le risate sono più intervallate e sottotono. In quattro
l’atmosfera è più accesa, c’è maggiore impegno nel raccontare cose buffe e
divertenti. Ma quando il gruppo è numeroso il livello delle risate sale moltissimo.

L’ENIGMA DEI NEURONI

Uno degli interrogativi più importanti e controversi sul funzionamento del


nostro cervello è il seguente: i neuroni (oltre 100 miliardi) che compongono il
cervello umano sono già tutti presenti alla nascita e in seguito inesorabilmente
diminuiscono, con la maturazione cerebrale e con l’età, oppure possono nascere
neuroni anche più tardi, addirittura negli adulti?
L’idea iniziale era che, una volta consolidati i circuiti cerebrali dopo l’infanzia,
la comparsa di nuovi neuroni avrebbe creato interferenze nel sistema di
comunicazioni, compromettendo il regolare flusso di informazioni.
Tuttavia alcune ricerche pionieristiche condotte sui ratti, a partire dagli anni
Sessanta, dimostrarono che negli animali adulti nuovi neuroni nascevano in una
particolare zona del cervello (l’ippocampo) e poi migravano in altre regioni.
Altre ricerche su come alcune specie di uccelli imparino nuove melodie
canore hanno portato alla scoperta che questa fase di apprendimento (necessario
al corteggiamento delle femmine e alla competizione fra maschi) è legata a un
rapido proliferare di neuroni. Sembra quindi che lo stimolo ad apprendere,
anche negli adulti, inneschi una proliferazione di neuroni dove, probabilmente,
verranno elaborate e conservate le nuove informazioni.
Se l’apprendimento negli uccelli, come i canarini, è possibile grazie a nuovi
neuroni, perché la stessa cosa non dovrebbe avvenire anche nell’uomo? Tuttavia,
non tutti i neuroscienziati concordano sull’ipotesi della generazione neuronale
anche in età adulta.
Ammesso che questa nascita sia possibile, dove si troverebbe la riserva di
neuroni? Secondo i neuroscienziati, i neuroni nascono in aree ricche di cellule
precursori, le cosiddette “staminali”, che hanno la potenzialità di differenziarsi
nei vari tipi di cellule cerebrali (neuroni ma anche cellule di sostegno, come
quelle gliali). Da qui i neuroni “neonati” cominciano una migrazione seguendo
segnali chimici o impalcature fatte di cellule gliali. Nuovi segnali chimici
segnalerebbero al neurone di essere arrivato alla meta. Non tutti i neuroni
sopravvivono a questi viaggi dentro il cervello: i neuroscienziati stimano che solo
un terzo abbia successo. Una volta a destinazione il neurone compie le ultime
differenziazioni per integrarsi nella rete già esistente e quest’ultima tappa è la
parte meno compresa di tutto il complicato processo.
I neuroni sono le cellule più longeve del nostro corpo, tuttavia, come abbiamo
visto, molti di essi possono morire nelle migrazioni.
Anche varie malattie neurologiche degenerative provocano la morte dei
neuroni. Nella malattia di Parkinson, per esempio, muoiono (per cause non
ancora chiarite) i neuroni che producono il neurotrasmettitore dopamina; ciò
avviene nella regione profonda detta “dei gangli basali”.
In una rara malattia genetica, la corea di Huntington, i neuroni producono un
neurotrasmettitore in eccesso, il glutammato, che uccide le cellule nervose,
sempre nei gangli basali.
Nell’Alzheimer, una malattia neurologica degenerativa tipica
dell’invecchiamento, l’accumulo patologico di una particolare proteina (detta
“beta-amiloide”) intorno e dentro i neuroni nella regione prefrontale e
nell’ippocampo porta a un’estesa morte neuronale. Le persone affette da questa
malattia perdono la memoria e altre capacità, come vedremo più avanti nel
paragrafo “Le demenze”.

L’INVECCHIAMENTO CEREBRALE

Le malattie neurodegenerative che colpiscono il cervello, con maggiore


frequenza, con l’avanzare dell’età sono un aspetto inevitabile dell’invecchiamento
o rappresentano una patologia?
Bisogna ammettere che l’invecchiamento cerebrale è un processo in larga
parte sconosciuto. I ricercatori non sanno spiegarsi, per esempio, perché alcune
persone rimangono vigili, attente, con la memoria integra e “intellettualmente”
giovani fin dopo gli 80 anni, mentre altre cominciano a manifestare segni di
declino cognitivo e vuoti di memoria già a 60 anni. Non è nemmeno chiaro se
malattie come l’Alzheimer siano una patologia, un’anormalità o semplicemente
un’accelerazione del normale processo di invecchiamento.
Alcune tecniche di diagnostica per immagini hanno permesso di individuare
differenze nel funzionamento dei cervelli in soggetti di età molto diverse.
La scoperta principale, 16 cui si è giunti sottoponendo soggetti giovani e
anziani a specifici compiti mentre il loro cervello veniva “ripreso” con la
risonanza magnetica e altre tecniche, è stata che, con il passare del tempo, la
coordinazione di varie aree cerebrali, sotto la regia della corteccia prefrontale,
perde colpi. Ciò provoca una minore integrazione di tutti i sottosistemi. E anche
nella stessa corteccia prefrontale l’attività è meno concentrata e più diffusa nei
soggetti più anziani.
Da cosa dipendono questi cambiamenti? I ricercatori concordano su un fatto:
la perdita dei neuroni con l’età è minima nelle regioni frontali. Quindi i problemi
devono trovarsi a livello delle sinapsi e delle lunghe fibre che connettono i
neuroni, gli assoni, che sono rivestiti da una guaina di mielina che ne migliora
l’efficienza nella comunicazione.
Queste ipotesi, se saranno ulteriormente confermate, sarebbero una buona
notizia. I deficit di memoria e di altre funzioni cognitive non sarebbero causati
dalla morte dei neuroni, un fatto irreversibile, ma dalla difficoltà dei neuroni di
comunicare attraverso le sinapsi e di accedere così al deposito delle informazioni
e dei ricordi.
Una terapia farmacologica (ancora tutta da scoprire) potrebbe rendere
nuovamente accessibili questi depositi, che permangono e non sono scomparsi,
riaprendone per così dire le porte e ristabilendo i collegamenti (cioè riattivando
le sinapsi).

IL CERVELLO DEI CENTENARI

Un’interessante ricerca 17 condotta in Giappone, uno dei paesi con il più alto
numero di centenari al mondo, ha permesso di capire qualcosa di più sulle
differenze fra invecchiamento cerebrale normale e patologico. Lo studio si è
concentrato sull’autopsia del cervello di 13 centenari (età media 101 anni) in
buone condizioni mentali fino al decesso.
Come si presenta un cervello ormai nelle ultime fasi dell’invecchiamento? E
quali sono le differenze anatomiche visibili tra questo e cervelli di soggetti più
giovani, sugli 80 anni, sia affetti da Alzheimer, sia privi di questa patologia? Lo
studio, infatti, prevedeva il confronto con questi altri due gruppi di controllo.
Dal paragone sono emersi alcuni particolari interessanti. Innanzitutto nel
cervello dei centenari erano presenti, in varie regioni cerebrali, placche senili e
intrecci di fibrille proteiche, diradamento delle sinapsi e morte neuronale, ma in
misura molto minore che nel cervello dei malati di Alzheimer più giovani (80
anni in media) e maggiore che nel cervello dei soggetti (sempre 80 anni in
media) non affetti da Alzheimer.
Le conclusioni dei ricercatori sono incoraggianti. La bassa concentrazione, nei
centenari, dei danni cerebrali legati all’età indica che malattie neurodegenerative
come l’Alzheimer non sono lo stadio finale dell’invecchiamento, ma una
deviazione verso una patologia.
Tuttavia, come altri studi su numeri più grandi di centenari e ultranovantenni
hanno indicato, le persone che arrivano a queste età mostrano, come era da
attendersi, una minore incidenza di malattie cardiocircolatorie, tumorali o di
diabete, ma, con un tasso fra il 45 e l’80 per cento, a seconda delle ricerche,
hanno deficit cognitivi da moderati a gravi, cioè vere e proprie demenze. Rimane
quindi aperto, per il momento, l’interrogativo se il declino delle funzioni
cognitive sia il naturale evolversi dell’invecchiamento cerebrale.
Un interrogativo non di poco conto, considerando l’invecchiamento della
popolazione mondiale (specialmente di quella delle nazioni più avanzate) e che il
numero degli ultracentenari risulterà moltiplicato di quindici volte fra il 2000 e il
2050, quando a livello planetario raggiungeranno i 2,2 milioni.

LE DEMENZE

Cosa sono esattamente le patologie definite “demenze”, che compromettono il


funzionamento dell’organo più complesso e straordinario del nostro corpo?
La malattia di Alzheimer è solo uno dei vari modi in cui si può ammalare il
cervello, anche se è la patologia cerebrale più comune, rappresentando il 60-80
per cento delle demenze. I sintomi iniziali sono la difficoltà a ricordare nomi e
avvenimenti recenti, ma anche apatia e depressione; l’Alzheimer progredisce
compromettendo il giudizio e la memoria, e creando stati di disorientamento,
confusione, per arrivare a difficoltà nel camminare, nel parlare, nell’inghiottire.
Insomma, un quadro drammatico che toglie qualsiasi autonomia e
indipendenza al soggetto colpito.
Il segno più evidente di questa malattia sono i depositi cerebrali a forma di
placca di una proteina (la beta-amiloide) e quelli di un’altra proteina (la tau), che
invece assomigliano a matasse di filamenti ingarbugliati. Entrambe le proteine, o
meglio, i loro frammenti che si trasformano in veleni supertossici, in realtà sono
molecole normalmente presenti nelle membrane dei neuroni.
Uno studio 18 della Washington University di St Louis ha chiarito un
importante aspetto nell’accumulo di queste placche. I ricercatori sono riusciti a
misurare la produzione della proteina beta-amiloide sia nei soggetti sani sia in
quelli malati di Alzheimer e la sua eliminazione dal cervello. Ebbene, si è visto
che mentre il ritmo di produzione di questa proteina è simile, la sua eliminazione
nei soggetti sani è molto più rapida (del 30 per cento).
Sarebbe quindi un meccanismo legato alle “pulizie domestiche” cerebrali il
responsabile dell’accumularsi patologico della proteina beta-amiloide.
Ovviamente capire bene questo meccanismo è il primo passo per mettere a
punto farmaci efficaci, che purtroppo oggi non esistono.
Oltre all’Alzheimer i neurologi distinguono altri tipi di demenze. Quella
cosiddetta dei corpi di Lewy rappresenta fra il 10 e il 25 per cento delle demenze.
Anche in questo caso i danni cerebrali sono causati dall’accumularsi di una
proteina (l’alfa-sinucleina); i corpi di Lewy appaiono soprattutto nella corteccia
cerebrale.
Una percentuale solo leggermente più bassa di demenze (fra il 10 e il 20 per
cento) è di tipo “vascolare” (legata ad arteriosclerosi). I danni qui sono provocati
da micro-ictus, piccoli infarti cerebrali, non avvertiti a livello cosciente, ma che
con il tempo innescano il declino di alcune facoltà cognitive. Al contrario
dell’Alzheimer, dove anche la memoria è compromessa, in questo tipo di
demenza è il giudizio, cioè la capacità di valutare e pianificare, di portare a
termine un compito, che mostra un drammatico deterioramento.
Vi sono anche altre patologie che portano alla perdita delle facoltà mentali,
ma sono molto più rare.

TERAPIE PER LE DEMENZE

Esistono terapie per rallentare, se non proprio per curare, queste gravi
patologie cerebrali?
Purtroppo i pochi farmaci disponibili 19 non sono risolutivi e, negli studi
clinici, hanno mostrato un’efficacia nel ridurre i sintomi appena superiore a
quella del placebo (cioè alla pillola inerte usata come controllo in questi test). Ma
ci sono altri tipi di terapia, per questi pazienti, al di là della semplice assistenza
quotidiana?
Ci sono in effetti altre terapie, definite “cognitive”, che agiscono a vari livelli;
tuttavia sono spesso viste con scetticismo dagli esperti. Se non altro queste
terapie stimolano i pazienti a confrontarsi con la realtà e le persone che li
circondano o con il loro passato e i ricordi che ancora sono in grado di
richiamare. Ecco una breve descrizione di queste terapie.
• Psicoterapie volte a stimolare mentalmente l’anziano. Sono considerate fra
le meno efficaci.
• Terapie comportamentali, che cercano di “rieducare” l’anziano per evitare il
vagabondare o l’incontinenza. I risultati non sono convincenti.
• Terapie emotive: il paziente viene invitato a ricordare e a parlare del
passato. Nella seduta si possono anche proiettare immagini o fare ascoltare
voci di persone care. Qualche modesto risultato.
• Terapie cognitive: con varie strategie tendono a restaurare le cognizioni di
tempo, spazio e identità della persona. Sono stati osservati modesti
miglioramenti temporanei.
• Altre terapie: ascolto di musica, proiezione di video, esercizi fisici,
fisioterapia. Tendono a migliorare la routine giornaliera dei pazienti.
Risultati modesti.
Inutile ricordare che queste patologie cerebrali sono molto gravi non solo per
il soggetto colpito ma anche per i suoi familiari più stretti. Come abbiamo visto
in queste pagine, il cervello può essere mantenuto in buona salute e quindi più
resistente alle patologie degenerative (e con riserve “cognitive”, come dicono gli
esperti), almeno in una certa misura, grazie all’esercizio fisico, all’attenzione
all’alimentazione, a una vita intellettuale e sociale attiva, non deprivandosi del
sonno, evitando alcol, droghe e altri comportamenti a rischio, ecc. Conviene
quindi dedicarsi, con una certa dose di convinzione e per tempo, a mantenere in
forma non solo il fisico ma anche la mente (cioè il cervello). Naturalmente nel
percorso di ognuno di noi ci sono dei passaggi più difficili da affrontare.
Una delle transizioni più critiche per molte persone è il pensionamento. Un
passaggio che può significare una rinascita di stimoli e interessi, lontani dalla
routine e dallo stress del lavoro, oppure un vuoto e un “non saper cosa fare”
sicuramente non salutari per il cervello.

LO SHOCK DELLA PENSIONE

Le persone possono considerare il pensionamento o una benedizione o una


maledizione. In effetti può essere una benedizione avere il tempo di fare tutto
quello che non si è potuto fare prima (dipingere, scrivere, viaggiare, fare
volontariato, leggere…) e una maledizione il non avere la più pallida idea di
come riempire quelle ore vuote, una volta dedicate al lavoro.
Come un pensionato decide di impiegare i suoi futuri venti, trenta o
quarant’anni avrà un impatto non solo sulla sua vita, ma anche su quella della
sua famiglia, sulla società, e addirittura sull’economia. Una società impreparata a
gestire milioni di pensionati istruiti, in buona salute e senza occupazione
potrebbe perdere una delle sue più importanti risorse.
Arrivare impreparati a questa fase della propria vita non significa solo
sprecare risorse intellettuali e fisiche, ma sprofondare in anni di confusione,
depressione e in un’infelicità non necessaria e pericolosa per la salute cerebrale.
Quali sono le strategie per non subire l’impatto negativo dello shock da
pensionamento?
La società contemporanea incoraggia i pensionati a una vita attiva, perché
possono rivelarsi consumatori con denaro da spendere in viaggi, soggiorni di
vacanza, palestre, scuole di ballo, vari corsi di studio. Non mancano le occasioni
per scegliere il viaggio adatto ai propri interessi, i corsi e le lezioni (nelle
università della Terza Età, o anche online) che si sarebbero, da sempre, voluti
seguire.
Tuttavia, poiché di qualsiasi occupazione ci si potrebbe stancare, dopo una
prima fase entusiasta, così come di viaggi o di corsi, allora bisognerà trovare
qualcos’altro che dia le stesse sensazioni positive.
Si possono riscoprire passioni giovanili dimenticate. Suonavate uno
strumento? Potrebbe essere questo il momento di riprenderlo, magari insieme
con altri appassionati come voi. Un’altra idea è dedicarsi all’hobby per il quale
non avevate mai tempo, sempre condividendo i vostri progetti con altri che
hanno la vostra stessa passione.
Si può anche continuare a lavorare, in ruoli diversi: in certi settori i pensionati
sono ricercati come istruttori, tutori o educatori.
Ci si può impegnare nel volontariato, scelta che però va poi seguita seriamente
(come un lavoro), rispettando quindi scadenze, impegni, lavorando in gruppo,
pianificando gli obiettivi da raggiungere, ecc.
Sono tutte idee di attività che permettono di allargare la propria rete di
amicizie e conoscenze. Un fatto importante, questo, se si considera il fatto che
spesso gli uomini verso i 50 o 60 anni si ritrovano senza molti amici, avendo
investito gran parte del loro tempo nel lavoro. Per le donne il discorso è diverso;
per loro sembra più semplice avere reti di amicizie più vaste, mantenendo sia
quelle di lavoro sia quelle stabilite nel corso dell’educazione dei figli (soprattutto
con altre mamme).

IL CERVELLO SEXY

Uno degli aspetti della vita di relazione che sicuramente fanno bene al cervello
è il sesso.
Una vita affettiva e sessuale ricca e soddisfacente possiamo sicuramente
aggiungerla alle altre raccomandazioni di queste pagine, dalla dieta al sonno,
dall’esercizio fisico all’impegno mentale (come studiare una seconda lingua). C’è
chi ha detto che in realtà è il cervello il vero “organo sessuale”.
In effetti il desiderio, la passione, l’affetto, il piacere sono tutti fenomeni che
avvengono all’interno dei miliardi di neuroni del nostro cervello, non da altre
parti. Proprio per questa ragione è importante, con il passare degli anni,
rimanere attivi anche sotto questo aspetto. Tuttavia molti “miti” radicati
nell’immaginario collettivo a volte rendono più complicato godersi i piaceri
dell’erotismo dopo una certa età. Ecco i tre principali miti 20 da sfatare.
• Solo i giovani sono sessualmente attraenti. È sicuramente vero che il
diradarsi dei capelli, le rughe e un po’ di pancia non sono il massimo, ma
l’attrazione fisica si basa anche su altri aspetti, soprattutto psicologici: la
capacità di comunicare, di sedurre, di essere simpatici, comprensivi, ecc. E
queste cose non scompaiono con l’età.
• La sessualità da anziani non è dignitosa. Quello del “vecchio sporcaccione”
è lo stereotipo classico di fronte al quale ci si ritrae inorriditi. In realtà agli
anziani (e al loro cervello) fa bene esprimere la propria sessualità.
• Uomini e donne perdono la loro capacità sessuale dopo una certa età. Varie
difficoltà che appaiono per uomini e donne, superati i 50 anni, potrebbero
indurre ad alzare bandiera bianca. In realtà, anche grazie a scoperte
mediche e farmacologiche (basti citare la “rivoluzione del Viagra”),
l’anziano può ancora provare il piacere sessuale e godere dell’intimità con il
proprio partner.
Un rischio per una vita sessuale soddisfacente, e per il matrimonio in
generale, potrebbe, di nuovo, essere la pensione. Specialmente gli uomini, per i
quali il lavoro è tutto e con il quale si identificano, con il pensionamento si
ritrovano improvvisamente a casa senza saper cosa fare, e “a carico” della moglie,
che può non gradire questa ingombrante presenza. Una sindrome, questa
dell’uomo anziano a casa sfaccendato per tutto il giorno, diffusa in tutto il
mondo industrializzato; in Giappone ha addirittura un nome preciso: “foglia
bagnata”, cioè qualcosa che aderisce così fortemente che è difficile da staccare.
Per evitare queste situazioni, come ricordavamo, è importante trovare altre
attività che possano trasmettere quel senso di utilità e di dignità che dava il
lavoro. Ovviamente è essenziale prepararsi in tempo e non aspettare la brusca
transizione della pensione. Non si può arrivare impreparati a una nuova fase
della vita che potrà durare molto a lungo. Bisogna pianificare con molto anticipo.

LE FINESTRE SUL MONDO

Succede quasi a tutti, superata una certa età, diciamo oltre i 50 anni, di
scoprire che leggendo il giornale o una mail sul computer tutto appare come
sfocato. E per vederci nuovamente bene bisogna inforcare i noti occhiali da
presbite. Il fatto meno noto è che purtroppo anche altri sensi perdono qualche
colpo con l’età.
Per esempio l’udito. I campanelli d’allarme sono diversi. Capita che in un
locale rumoroso, come un ristorante, si cominci a non capire qualche parola
della persona che sta parlando proprio di fronte a noi. O che si debba alzare il
livello del volume della televisione.
Sono piccoli segnali che indicano che anche l’udito non è più quello di una
volta. Vista e udito sono finestre che si aprono sul mondo e che inviano enormi
flussi di informazioni al cervello. Con l’età queste finestre tendono, se non a
chiudersi, a socchiudersi. E ciò può indurre progressivamente all’isolamento, al
distacco dagli altri, a una partecipazione meno attiva alla vita sociale (con tutte le
conseguenze che conosciamo sulla salute cerebrale). È quindi molto importante
saper utilizzare quello che la tecnologia medica ci mette a disposizione per
correggere questi difetti e continuare in una vita piena e soddisfacente.
La correzione dell’udito, com’è noto, richiede più tempo e dedizione di quella
della vista. Oggi la miniaturizzazione elettronica ha reso gli apparecchi acustici
minuscoli e molto più efficaci di una volta. Ci sono quelli da applicare dietro il
padiglione auricolare e quelli su misura da inserire nel canale uditivo. Sono
apparecchi ormai molto “intelligenti”, che, per esempio, per strada riconoscono
il rumore del traffico e lo “tagliano” in modo che una conversazione sia più
intellegibile. Tuttavia è un’“intelligenza” che va costruita a poco a poco insieme
all’audioprotesista, che può regolare il suono con quasi trecento variabili: è come
se ci fossero trecento manopole da girare fino alla giusta posizione.
Se è facile correggere, con gli occhiali, la presbiopia, con il tempo anche la
vista potrebbe andare incontro ad altri acciacchi, più gravi, come la cataratta: una
“opacizzazione” del cristallino che l’allungamento della vita media ha reso più
frequente di una volta. Le terapie per la cura chirurgica della cataratta sono
ormai collaudate, come gli interventi che sostituiscono il vecchio cristallino con
uno nuovo, artificiale, e che hanno oltre il 95 per cento di successi.
Anche in questo caso riaprire una finestra sul mondo permette di condurre
una vita molto più attiva e appagante.
Infine, neurologi ed esperti consigliano, arrivati a una certa età, di non
rinviare troppo a lungo eventuali interventi chirurgici che si rivelassero
necessari. L’anestesia, infatti, con il passare degli anni, diventa una prova sempre
più pesante per il cervello.

LA RICERCA CONTINUA

Questa breve e non completa raccolta di consigli e raccomandazioni emersi da


ricerche condotte in tutto il mondo, per una manutenzione del nostro cervello (a
tutte le età), contiene anche tante domande che ancora non hanno trovato una
risposta.
Gli studi sul cervello, però, stanno andando avanti, anzi sono nate in questi
ultimi anni importanti iniziative, in Europa, negli Stati Uniti e in Giappone, per
comprendere più a fondo la straordinaria complessità del cervello umano.
Proprio la struttura del cervello è al centro di un grandissimo progetto di
ricerca internazionale da un miliardo di euro in dieci anni, finanziato per la metà
dalla Comunità Europea. Lo Human Brain Project ha come obiettivo quello di
costruire, con l’aiuto dei più potenti supercomputer del pianeta, un simulatore
del cervello. Cioè di riprodurre e far funzionare nei circuiti di silicio una rete
analoga a quella del cervello stesso. Il progetto, molto ambizioso, è coordinato
dal Politecnico di Losanna e vi partecipano oltre 80 istituti internazionali.
Negli Stati Uniti si seguono strategie diverse. Il grande progetto dell’Allen
Institute for Brain Science di Seattle è di realizzare un atlante del cervello umano
(ma anche del topo) incredibilmente dettagliato, che arrivi fino a definire quali
geni sono espressi o meno (accesi o spenti) nelle varie regioni cerebrali.
Con lo Human Connectome Project vari centri americani stanno invece
disegnando una mappa per capire come le varie parti del cervello siano connesse
fra loro da fasci di fibre nervose. È un’analisi profonda del “cablaggio” dei circuiti
più importanti che conferiscono al cervello la sua straordinaria potenza
nell’elaborare le informazioni in arrivo dal mondo esterno.
Anche al Cold Spring Harbor Laboratory, nello stato di New York, le ricerche
sono focalizzate su cablaggio e circuiti cerebrali, questa volta del topo. Una
mappa del cervello del piccolo roditore è ormai quasi completa.
Tutte queste ricerche (e molte altre, da Israele al Giappone) puntano non solo
a nuove scoperte ma anche a fornire uno strumento potentissimo, con dati,
mappe, atlanti, “simulatori”, che permetta ai ricercatori di tutto il mondo di
sviluppare nuove idee, nuovi progetti.
Insomma, una strategia per collegare e unire gli sforzi di migliaia di scienziati
verso un unico obiettivo: capire come funziona l’organo più complesso del corpo
umano. E aiutarci a vivere meglio.

1 S.C.L. Deoni et al., Breastfeeding and early white matter development: A cross-sectional study, in
“NeuroImage”, vol. 82, novembre 2013.
2 T. White-Schwoch et al., Older adults benefit from music training early in life: biological evidence for long-

term training-driven plasticity, in “Journal of Neuroscience”, 6 novembre 2013.


3 S.A. Mehr et al., Two randomized trials provide no consistent evidence for nonmusical cognitive benefits of

brief preschool music enrichment, in “PLOS ONE”, 11 dicembre 2013.


4 H. Gregersen, J. Dyer, C. Christensen, The innovator’s DNA, in “Harvard Business Review”, dicembre
2009.
5 A.M. White, What happened? Alcohol, memory blackouts, and the brain, in “Alcohol Research & Health”,

27 (2), 2003.
6 F. Gómez-Pinilla, Brain foods: the effects of nutrients on brain function, in “Nature Reviews Neuroscience”,

9 (7), 2008.
7 A.J. Richardson, P. Montgomery, The Oxford-Durham study: a randomized, controlled trial of dietary

supplementation with fatty acids in children with developmental coordination disorder, in “Pediatrics”, 2005.
8 J.R. Hibbeln, Fish consumption and major depression, in “The Lancet”, 1998.

9 R.M. Anderson, D. Shanmuganayagam, R. Weindruch, Caloric restriction and aging: studies in mice and

monkeys, in “Toxicologic Pathology”, 37 (1), 2009.


10 R. Molteni, J.R. Barnard, Z. Ying, C.K. Roberts, F. Gomez-Pinilla, A high-fat, refined sugar diet reduces

hippocampal brain-derived neurotrophic factor, neuronal plasticity, and learning, in “Neuroscience”, 2002.
11 L.S. Nagamatsu, A. Chan, J.C. Davis, B.L. Beattie, P. Graf, M.W. Voss, D. Sharma, T. Liu-Ambrose,

Physical activity improves verbal and spatial memory in older adults with probable mild cognitive
impairment: a 6-month randomized controlled trial, in “Journal of Aging Research”, 2013.
12 J.A. Anguera et al., Video game training enhances cognitive control in older adults, in “Nature”, 5
settembre 2013.
13 I.M. Fergus Craik, E. Bialystok, M. Freedman, Delaying the onset of Alzheimer disease, in “Neurology”, 9

novembre 2010.
14 M. Nedergaard et al., Sleep drives metabolite clearance from the adult brain, in “Science”, 18 ottobre 2013.
15 R.R. Provine, Laughter: A Scientific Investigation, Penguin Books, New York 2001.

16 M. Grayson, Ageing, www.nature.com, dicembre 2012.


17 Y. Itoh, M. Yamada, N. Suematsu, M. Matsushita, E. Otomo, An immunohistochemical study of
centenarian brains: a comparison, in “Journal of the Neurological Sciences”, aprile 1998.
18 K.G. Mawuenyega, W. Sigurdson, V. Ovod, L. Munsell, T. Kasten, J.C. Morris, K. Yarasheski, R.J.

Bateman, Decreased clearance of CNS amyloid-ß in Alzheimer’s disease, in “Science”, dicembre 2010.
19 Donepezil, Galantamina, Memantina, Rivastigmina, e il più tossico Tacrina.
20 Harvard Medical School, Sexuality in Midlife and Beyond, SHR, 2003.
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Viaggio dentro la mente - Conoscere il cervello per tenerlo in forma


di Piero Angela
© 2014 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852050343

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO | GRAPHIC DESIGNER: MARCELLO


DOLCINI | ELABORAZIONE DA FOTO © SHUTTERSTOCK | FOTO DELL’AUTORE ©
MASSIMO D’ANGELO

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