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RECENSIONI

F. Lo Schiavo - A. Romualdi (a cura di), I complessi archeologici di Trestina e di Fabbrecce


nel Museo Archeologico di Firenze, MonAntLinc LXVI, Serie Miscellanea XII, Roma
2009, pp. 205, tavv. LVI.

I complessi archeologici di Trestina e di Fabbrecce, conservati presso il Museo Ar-


cheologico di Firenze ed ora (ri)editi nei Monumenti Antichi dell’Accademia dei Lin-
cei (Serie Miscellanea, volume XII), provengono da due località distanti l’una dall’altra
all’incirca un chilometro in senso longitudinale e ubicate sulla riva destra dell’alto Tevere,
nelle vicinanze dell’antica Tifernum, l’odierna Città di Castello, due località appartenenti
probabilmente – come è proposto dagli Autori – al medesimo centro antico, di cui non
ci è arrivato il nome. Il sito per l’ubicazione in una zona di frontiera – il Tevere segna
il limite orientale e meridionale dell’Etruria perché, dice Strabone (V 2, 1 C219), divide
questa regione con il tratto settentrionale dall’Umbria, con quello centrale dalla Sabina
e con quello meridionale dal Lazio Antico – e per giunta in un punto nevralgico delle
comunicazioni tra nord e sud, con la valle del Tevere, e tra ovest ed est, con la valle del
Nestore e quelle di diversi affluenti di sinistra del Tevere e inoltre del Foglia, si presta
bene a contatti commerciali e culturali con altri ambienti.
La pubblicazione è a cura di Fulvia Lo Schiavo e di Antonella Romualdi. I collabo-
ratori, oltre alle curatrici, sono archeologi, naturalisti, restauratori, che cito secondo il
consueto ordine alfabetico dei rispettivi cognomi: Rosa Maria Albanese Procelli, Marco
Ferretti, Edilberto Formigli, Ellen Macnamara, Marcello Miccio, Alessandro Naso, Al-
berto Palmieri, Roberto Pecchioli, Brian Shefton.
Nella presente nota ho ritenuto opportuno, più che insistere in maniera specifica
e dettagliata su descrizioni dei pezzi, fare riferimento a qualcuno dei problemi storico-
generali maturati intorno ai pezzi e ai temi trattati, in altre parole accennare allo status
quaestionis e additare alcune prospettive che si profilano.
Quando negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento si or-
ganizzò la sezione topografica del Museo Archeologico di Firenze, i materiali di Trestina e
di Fabbrecce, che erano stati appena acquisiti a questo museo, furono collocati nella sala
dei Perusini, la quale era staccata dalle altre del Topografico, che erano una di seguito
all’altra, e aveva un ingresso indipendente dal giardino. Successivamente per i Perusini
fu ricavata una stanza nella sequenza del Topografico e, in quella occasione, i materiali
di Trestina e di Fabbrecce furono raccolti in una piccola vetrina, sistemata in capo alle
scale che portavano al secondo piano dell’edificio museale, quello dove erano conservati
i vasi, vetrina che conteneva reperti classificati, secondo una didascalia scritta a mano su
un modesto cartocino, come “confronti italici” e che alcuni decenni fa fu spostata nei
magazzini in vista di un riassetto del museo (che ancora non c’è stato). Il principio del
confronto è apprezzabile, ma nel caso specifico non altrettanto il luogo dell’esposizione
dei materiali che dovevano essere utilizzati per i confronti, in quanto lontani da quelli
con cui dovevano essere confrontati.
I reperti di Trestina e di Fabbrecce erano noti nella letteratura archeologica, ma la
conoscenza era limitata a pochi pezzi, quelli più vistosi, che erano citati in studi spe-
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cifici o in opere d’insieme. Di essi non si conoscevano i contesti di provenienza, tanto


che si parlava di stipi votive e/o di corredi tombali. Comunque, già in questi approcci
si riscontrava l’importanza dei materiali, che ammettevano aperture di ordine commer-
ciale e culturale del sito antico che li aveva restituiti con altri centri etruschi, italici e
mediterranei.
L’intento primo delle curatrici del lavoro è stato quello di recuperare e pubblicare
la documentazione relativa ai ritrovamenti – lettere d’archivio, vecchie fotografie, dati
inventariali, giornali di scavo, rendiconti di scavo –, in altri termini mettere a disposizio-
ne dei futuri utenti elementi utili, e direi necessari, sia per un corretto inquadramento
storico dei due complessi archeologici sia per un loro uso in ricostruzioni di carattere
più generale.
Le scoperte avvennero verso la fine dell’Ottocento in occasione di lavori agricoli e
di drenaggio, cui fecero seguito interventi regolari, ma ormai i contesti erano sconvol-
ti e ci si dovette accontentare del recupero dei pezzi. Oggi si può dire che la maggior
parte degli oggetti proveniva da ricchi complessi tombali, appartenenti con ogni proba-
bilità a controllori dei percorsi stradali, che s’incrociavano nella zona dei ritrovamenti, e
a proprietari terrieri (basterà ricordare che alcuni secoli più tardi Plinio il Giovane, che
possedeva una villa nei paraggi, sulla riva destra del Tevere, elogia la fertilità delle terre
del contado: epist. V 6, 8).
Il nostro compito, si sa, è quello non tanto di risolvere problemi, ma di porli e, sot-
tolineerei, di porli nella maniera più corretta possibile utilizzando tutti i dati disponibili.
Da questo punto di vista è interessante la scelta delle curatrici di affidare – con largo
senso di generosità e di rispetto per la ricerca – la schedatura e lo studio dei materiali
a studiosi diversi, esperti nel settore specifico dei vari pezzi, studiosi che offrivano una
garanzia per la conduzione del lavoro.
Il quadro finale che è stato ricostruito del sito, con tutta una serie di precisazioni
sulle produzioni locali e sulle aperture verso altri centri etruschi (Chiusi, Capena, Vulci,
Vetulonia), umbri, piceni, greci e vicino-orientali, o sul rango magnatizio dei destinatari
dei vari pezzi, ha una sua validità ed è una buona base di partenza per ulteriori allarga-
menti e deduzioni.
La zona deve essere stata frequentata già verso la fine del X secolo a.C, stando a
una fibula, che ha confronti in esemplari rinvenuti nei ripostigli di Limone, di Piediluco,
di Campese-Isola del Giglio, e a due asce. La mancata conoscenza delle circostanze di
ritrovamento di questi oggetti non consente di dire se ci troviamo di fronte a un ripo-
stiglio, a tombe o ad abitazioni.
Il momento più fulgido, al quale si riferiscono i materiali editi, è senza dubbio il VII
e il VI secolo a.C. Ed ecco alcune questioni legate a questi.
Si prenda il grande tripode di ferro e bronzo di Trestina, studiato da Ellen Macna-
mara. L’A., dopo aver richiamato una serie di antefatti e di confronti che portano vol-
ta a volta al mondo vicino-orientale, ellenico o centro-italico sia per la forma sia per le
aggiunte decorative (protomi animalesche), conclude che il pezzo potrebbe attribuir­si a
un maestro che opera nel corso del VII secolo a.C. secondo direttrici di origine vicino-
orientale. La proposta è altamente verosimile. Ma, tutto sommato, si può essere più pre-
cisi. Dal momento che alcuni elementi, come le protomi di stambecco o la base con tre
protomi di cervo non hanno riscontri nel repertorio vicino-orientale, si potrebbe pren-
dere in considerazione la possibilità di un maestro di formazione o di provenienza vici-
no-orientale che opera al servizio di magnati in ambito italico, dove ha modo di aprirsi
a nuove esperienze di origine allotria. A questo punto il problema diventa di mobilità
etnica e di integrazione sociale.
Lo stesso problema pongono i grandi vasi d’impasto con decorazione incisa a solca-
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tura profonda. Ad esempio, un’anfora da Fabbrecce (p. 157, n. 29, inv. 80275, fig. 39,
tavv. XLVII-XLVIII) presenta sulle due facce del collo un ibrido, che ha corpo equino
con una coda di tipo leonino rivolta in basso e una seconda rivolta verso l’alto desinen-
te in una testa verosimilmente equina e comunque analoga a quella naturale dell’anima-
le; il tronco è reso con un’unica stretta solcatura. I confronti sia per la tecnica sia per
la tipologia del motivo decorativo sia – aggiungerei – per le apofisi a terminale piatto
che sormontano le anse orientano verso l’ambiente capenate, mentre la forma del vaso
non ha riscontri fra gli impasti di quest’ultimo ambiente. Ancora una volta penserei a
un ceramista straniero, questa volta di formazione capenate, emigrato nell’alta valle ti-
berina. Egli si sarebbe spostato lungo un percorso, che in età più recente sarà ricalcato
in buona parte dalla via Amerina. Del resto, di una diaspora di manufatti e di maestri
(e di esperienze e di idee) dall’ambiente falisco e capenate verso le aree etrusca, laziale,
campana, picena, umbra tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C. si hanno molteplici ed
eloquenti testimonianze.
Fra le aggiunte decorative del suddetto tripode di ferro e di bronzo da Trestina si
trovano appliques bronzee a testa taurina, ottenute a fusione. Lo stesso motivo in for-
mato ridotto ritorna largamente nel repertorio decorativo di vasi d’impasto da Vetulonia
e di bucchero da Chiusi, databili al VII secolo a.C. La coincidenza peculiare riguarda il
fatto che negli esempi di bronzo e di argilla si tratta non di protomi, come nel caso di
quelle più o meno coeve di grifo o di leone dal collo molto sviluppato in altezza, impor-
tate e locali, bensì di teste. Date le provenienze delle repliche fittili, si deve pensare che
la produzione e la diffusione delle appliques bronzee a testa taurina, che hanno fatto da
modello o da fonte di ispirazione ai ceramisti etruschi, siano state molto più ampie di
quanto non risulti dalle testimonianze disponibili.
Le curatrici del lavoro sono riuscite nell’intento (apprezzabile) di suscitare problemi.
E vorrei ribadire un fatto: per il carattere fortuito che ha caratterizzato il ritrovamento
dei materiali di Trestina e di Fabbrecce e per lo stato frammentario in cui essi ci sono
arrivati, non escluderei affatto che la quantità dei reperti sia solo una parte di quelli de-
posti e rinvenuti. Si tenga presente che nelle aree interessate i primi recuperi sono stati
effettuati da non addetti ai lavori alla fine dell’Ottocento, quando ancora nelle operazioni
di scavo si prestava attenzione solo ai pezzi integri o frammentari ma ricomponibili o co-
munque di interesse collezionistico, trascurando tutto il resto. Ciò significa che il quadro
storico-culturale proposto dagli autori potrebbe essere suscettibile di allargamenti e di
ulteriori indicazioni, dedotte da nuove scoperte o da nuove ricerche. I risultati ottenuti
costituiscono una valida premessa per queste operazioni.
Giovannangelo Camporeale

G. Barbieri, A. Maggiani et al., La tomba dei Demoni Alati di Sovana. Un capolavoro


dell’architettura rupestre in Etruria, Siena, Nuova Immagine 2010, pp. 149, tavv.
1-37 *.

La tomba dei Demoni Alati di Sovana è stata scoperta recentemente (2004), è stata
scavata e restaurata altrettanto recentemente (i lavori, non ultimati, sono ancora in cor-
so) ed è stata rapidamente pubblicata. Autori e curatori hanno voluto che il libro fosse

*  Il presente testo è stato letto nella presentazione del volume a Firenze presso l’Accademia Toscana di
Scienze e Lettere La Colombaria in data 27 maggio 2010.
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presentato nella sede dell’Accademia fiorentina della Colombaria per una ragione ben
precisa, che mette conto chiarire subito.
La tomba in questione fa parte della necropoli di Sovana e la prima esplorazione
sistematica di quella necropoli fu fatta tra il 1859 e il 1861 dall’Accademia della Co-
lombaria, che promosse ricognizioni e scavi mettendo in luce oltre 100 tombe, le tombe
rupestri che gli abitanti del posto chiamavano “scherzi della natura” e che invece forse
i loro antenati conoscevano fin troppo bene nell’effettivo valore, perché sono state tro-
vate tutte quante saccheggiate in antico e i relativi corredi erano stati quasi interamente
asportati. Del resto, sono tombe intagliate nel tufo, la tipica pietra locale in una regione
vulcanica (i Monti Vulsinii), ben in vista, che hanno sempre attirato i violatori. Ebbene,
presentare nella sede della Colombaria un libro sull’archeologia di Sovana ha un signi-
ficato particolare: il fatto richiama la vocazione archeologica e più specificamente etru-
scologica che l’Accademia ha avuto nei primi tempi di vita, il Settecento e l’Ottocento, e
inoltre ribadisce la particolare attenzione che la stessa Accademia ha avuto per Sovana.
Personalmente sono dell’opinione che la presentazione di un libro con un’esposi-
zione minuziosa del contenuto è un incentivo alla pigrizia nei riguardi della lettura, per
cui preferisco non farlo. Il libro è a portata di tutti, chi vuole può leggerlo e trarne le
conclusioni. Preferisco invece parlare o, meglio, accennare ad alcune questioni che la
lettura pone. Tuttavia, tanto perché non si pensi di parlare di questioni cadute dalle nu-
vole ed anche perché nel prosieguo del discorso devo fare riferimento ad aspetti parti-
colari, accenno all’argomento del libro in termini generali: si pubblica una tomba della
necropoli del Felceto di Sovana, tomba del tipo a edicola, un cubo con sulla facciata
principale un nicchione voltato in cui sono conservate alcune statue scolpite a tutto ton-
do: il defunto recumbente nel solito atteggiamento del commensale, inquadrato fra due
demoni infernali (donde il nome) addossati alla parete, cui si affiancano due leoni. La
faccia anteriore del cubo era sovrastata da un frontone pieno con mostro marino, una
figura femminile con code pisciformi che si snodano negli angoli del campo figurato. A
causa di un distacco della massa dalla parete rocciosa, il frontone è caduto con la faccia
all’ingiù e poi si è interrato. Nella disgrazia questo fatto è stato un bene perché in buona
parte le sculture si sono salvate dal deterioramento provocato dagli agenti atmosferici,
deterioramento che, trattandosi di tufo, sarebbe stato intenso o, più precisamente, più
intenso di quello che ha subito. Le statue sono pervenute lacunose, nondimeno sono ri-
conoscibili e di lettura alquanto agevole.
Da questa situazione è partita l’operazione di scavo, descritta nei particolari da Ga-
briella Barbieri. L’inquadramento storico-critico del monumento e lo studio iconografi-
co e stilistico delle sculture, senza escludere accenni a problemi iconologici, sono stati
condotti da Adriano Maggiani, il quale ha proposto una datazione tra la fine del III e
gli inizi del II secolo a.C. attraverso una serie di confronti puntuali. I problemi della
conservazione delle strutture e delle sculture sono affrontati da Pasquino Pallecchi. La
musealizzazione è trattata, ovviamente da angolazioni diverse, da Gabriella Barbieri, Mas-
simo Marini, Maurizio Masini, Alessandro Dei, Lisa Tavarnesi.
In primo luogo vorrei accennare a qualche fatto deontologico. S’è detto: lo scavo
iniziò nel 2004 e proseguì negli anni successivi, il problema della musealizzazione è im-
postato e non ancora risolto in forma definitiva, tuttavia oggi noi disponiamo già della
pubblicazione, che consente di inserire il monumento e la relativa problematica nel giro
della letteratura archeologica. Chi si occupa di archeologia sa bene che questa rapidità
di operazioni con i conseguenti vantaggi è un caso rarissimo. Perciò, gli utenti del mo-
numento non hanno che da complimentarsi con i curatori e gli autori.
Ancora un altro aspetto deontologico. Allo scavo, alla pubblicazione e alla questione
della musealizzazione hanno collaborato enti diversi senza preclusioni di sorta: i rappre-
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sentanti dei vari enti – soprintendenza archeologica, università, istituti di ricerca, studi
tecnici – si sono mossi nei rispettivi ambiti combinando le azioni in vista di quei fini,
che Fulvia Lo Schiavo nella presentazione e Gabriella Barbieri nei suoi interventi hanno
spesso richiamato, e cioè la ricerca, la conservazione, la tutela, la fruizione: operazioni
che richiedono competenze specifiche, e pertanto interdisciplinarità. E qui entrano in
ballo operazioni e indirizzi diversi: un’operazione che il grande pubblico e spesso anche
gli addetti ai lavori non tengono nella debita considerazione è il restauro (possibilmente
conservativo) e la tutela. Noi siamo abituati, chi per motivo di studio chi per motivo di
compiacimento ed erudizione, ad andare in un sito archeologico o in un museo a visio-
nare un monumento o un pezzo per inserirlo nel nostro bagaglio di esperienze secondo
l’intento che ci siamo prefissi in partenza, ma pochi prendono in considerazione il ne-
cessario e meticoloso lavoro preparatorio che c’è dietro, lavoro che a sua volta richiede
studio e impegno con risultati purtroppo non sempre adeguati allo studio (e alla spesa
relativa). D’altronde è, questo, un campo in cui le nozioni manualistiche valgono fino a
un certo punto, perché le situazioni sono tante quanti sono gli interventi da effettuare,
che non devono prescindere da molteplici fattori contingenti: stato di ritrovamento, qua-
lità del monumento da conservare, natura del materiale in cui esso è realizzato, luogo
in cui deve essere conservato, materiali e attrezzi usati per il lavoro di integrazione del-
le frequenti lacune, esigenze del visitatore di comprendere l’opera. La tomba in esame
ne è un esempio eloquente. Partendo da queste operazioni si può arrivare alla fruizione
e all’assimilazione culturale del monumento. Perciò possiamo e dobbiamo parlare dei
beni archeologici come beni culturali, che vuol dire universali. Anche sotto questo pro-
filo dobbiamo essere grati ai responsabili dello scavo e della relativa pubblicazione, che
programmaticamente si sono astenuti da alterazioni arbitrarie.
Una questione generale. Sovana è nella valle del fiume Fiora, valle in cui si trova-
no altri centri che gravitano tutti nell’orbita della metropoli di Vulci, a cui questi centri
sono legati dal percorso naturale segnato dalla valle del fiume; centri che hanno un po’
seguito nel bene e nel male le vicende di Vulci, che hanno avuto un ruolo rilevante tra
l’età del Bronzo finale e il primo Ferro e che si dileguano nel corso dell’età del Ferro per
riemergere alla fine di questa età e svilupparsi ampiamente nel VII-VI secolo a.C., in un
momento di grande splendore culturale ed economico di Vulci (i due aspetti, quello cul-
turale e quello economico, sono strettamente intrecciati). Nella prima metà del V secolo
a.C., dopo le sconfitte navali inflitte agli Etruschi da parte dei Siracusani nelle acque di
Cuma (474 a.C.) e dell’Isola d’Elba (453 a.C.), le grandi metropoli costiere dell’Etruria
subiscono un colpo: i loro porti vengono bloccati dagli stessi Siracusani (tranne Popu-
lonia nel nord, in quanto porto dei metalli), per cui esse entrano in una crisi profonda,
da cui si risollevano nel IV secolo a.C., quando si prende a valorizzare l’hinterland per
le sue risorse agricole. D’ora in poi il commercio che passa attraverso i porti dell’Etruria
meridionale sarà non più o non tanto di minerali e metalli quanto di prodotti agricoli.
Ne consegue la rinascita dei centri interni, legati alla cultura delle tombe rupestri. E So-
vana rientra a pieno titolo in questo filone economico-culturale: le sue necropoli ubicate
intorno all’abitato con tombe a nicchia, a dado, a semidado, a edicola, a tempio ne sono
una testimonianza. La tomba dei Demoni Alati è una di queste. Ma nel 280 a.C. i Vul-
centi subiscono una sconfitta da parte dei Romani, una sconfitta – forse l’ultima per i
Vulcenti – che rientra in tutta una serie di conflitti e scaramucce che oppongono Roma a
varie città dell’Etruria e che si concluderanno agli inizi del I secolo a.C., dopo la guerra
sociale, con la concessione del diritto di cittadinanza agli abitanti dell’Italia antica, Etru-
schi compresi, e con la progressiva integrazione dell’Etruria nello stato romano. Dopo la
suddetta sconfitta del 280 a.C. la penetrazione romana nell’agro vulcente sarà profonda,
anche con la deduzione nel 273 a.C. di una colonia di diritto latino in quel territorio,
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Cosa Vulcentium, sul mare e quindi un porto. Vulci e il suo hinterland subiscono un
colpo, ma non Sovana, che continua a produrre ricche tombe, alcune delle quali mo-
numentali (Ildebranda, Pola, Demoni Alati): evidentemente doveva avere un’economia
abbastanza solida da non essere intaccata dalla crisi della metropoli. Questo potrebbe
far pensare che la gravitazione di Sovana in ambito vulcente o, se si vuole, il controllo
di Vulci su Sovana non debba essere stato radicale. Si tenga presente anche la distanza
considerevole (una trentina di chilometri in linea d’aria) tra i due centri. Un’avvisaglia
in questo senso si ha nella tomba François di Vulci, nel quadro storico dove sono rap-
presentati gruppi di un eroe, definito con prenome e gentilizio e perciò locale/vulcente,
che si afferma su un altro, definito con prenome, gentilizio e aggettivo poleonimico e
perciò straniero (uno è detto velznach, cioè volsiniese, e un altro sveamach, probabilmente
sovanese). Questi gruppi, o che si riferiscano a una situazione di VI secolo a.C. – come
comunemente si pensa – o a una di un periodo recenziore, accennano a lotte tra Vulci e
città vicine. Mi sembra non molto verisimile che si dovesse esaltare una battaglia e una
vittoria di Vulci su una città del suo ambito, Sovana appunto, tanto più che il fatto sa-
rebbe associato a un altro, guerra o battaglia della stessa Vulci con Volsinii, che invece
ha tutta l’aria di essere verisimile: le due città sarebbero state accomunate nella politica
antivulcente, anche se è difficile precisare il periodo storico. Ciò porterebbe a pensare
a una certa indipendenza di Sovana da Vulci e a una sua apertura verso Volsinii. È una
questione che ci deve invitare a meditare.
Qualche questione specifica.
Nel testo si parla di tombe a camera del periodo arcaico, che hanno un dromos mol-
to largo rispetto a quello che ci si sarebbe aspettato. Non credo che debba trattarsi di
casualità, oltre tutto un dromos molto largo richiede maggiore lavoro e maggiori costi,
pertanto la cosa deve avere un senso. Mi chiedo se non si riproponga una situazione
analoga a quella di alcune tombe del VII secolo di Tarquinia (tumulo Luzi alla Doganac-
cia) o del VI secolo di Vulci (Cuccumella), dove ai lati di un dromos largo ci sono delle
gradinate ricavate nella roccia, che si spiegano con la destinazione dello spazio centrale
a manifestazioni spettacolari afferenti – ovviamente – al rito funerario. Si tenga presente
che a Tarquinia ci sono altre tombe coeve a quelle citate, in cui si ha un dromos ampio
ma senza gradinate laterali, che presuppongono sempre manifestazioni spettacolari, in
cui le tribune per gli spettatori potrebbero essere state di legno, provvisorie, smontabili.
La circostanza sarebbe di interesse ai fini di acquisire elementi per il rito funerario.
Nel nicchione centrale della facciata principale – s’è detto – il defunto titolare della
tomba giace in posizione recumbente, inquadrato fra due statue di demoni della morte
collocate su basi e addossate alle pareti della tomba. Il richiamo, proposto da Maggiani,
all’urna di Arnth Velimna dell’ipogeo dei Volumni di Perugia – porta ad arco dell’al di là
con defunti che si affacciano e due demoni infernali femminili ai lati – sembra calzante.
Nel contempo mi permetto di aggiungere un particolare. Il vano della nicchia in cui è
collocata la kline con il defunto della nostra tomba è alquanto profondo (oltre due metri):
questo elemento, aggiunto alle statue laterali, rimanda a certe iconografie di scene mito-
logiche che ornano le urnette etrusche di età ellenistica di bottega volterrana, dove la raf-
figurazione talvolta è inquadrata fra due colonne o due pilastri o due statue. Tale schema
compositivo è stato spiegato con un richiamo a scenografie teatrali. La tradizione teatrale
può aver avuto anche nel nostro caso una qualche influenza, sia pure lontana? Si può pen-
sare a schemi iconografici che nello stesso tempo sono applicati a vari contesti figurativi.
I richiami delle immagini della tomba di Sovana con il repertorio decorativo delle ur-
nette ellenistiche perugine o volterrane o chiusine sono diversi: si pensi al mostro marino
nello stesso schema frontale con in mano il remo e gli arti inferiori pisciformi, che ritorna
frequentemente sulle urnette. Lo schema è studiato per un campo frontonale, in quanto
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il busto umano eretto in posizione centrale occupa il campo più alto e le code pisciformi
che si snodano lateralmente occupano gli angoli inferiori di un campo triangolare. Lo
stesso schema si ritrova nel campo frontonale di urnette perugine o nell’iconografia di
Atteone nei piccoli frontoni dei lati stretti del sarcofago dipinto delle Amazzoni a Firen-
ze da Tarquinia, ma anche sulla faccia principale di urnette con un campo rettangolare;
in altre parole si potrebbe ipotizzare un’iconografia nata per un campo frontonale e poi
replicata in un campo rettangolare.
Sempre a un rapporto della decorazione della tomba con il repertorio decorativo
delle urnette rimanda il fregio alla base del frontone, fatto di triglifi e metope con roset-
te e patere ombelicate, anche questo piuttosto comune nell’inquadramento delle scene
figurate delle urnette. Lo stesso fregio si trova inoltre nella decorazione delle lastre che
ornavano il teatro di Castelsecco ad Arezzo (II secolo a.C.). Ancora una volta emerge il
rapporto tra tomba dei Demoni Alati, repertorio decorativo delle urnette e teatro.
Di proposito non entro nella questione della musealizzazione, perché le proposte
sono ancora in fase di elaborazione. È auspicabile che in queste proposte si tenga con-
to non solo della tomba, ma anche della necropoli. La valorizzazione deve riguardare il
contesto, e cioè lasciare la tomba (ovviamente) e le statue fin dove è possibile nel luogo
della scoperta, luogo a cui le statue e il monumento nella sua totalità e complessità sa-
ranno stati legati quando sono stati concepiti. Il nostro compito sarà tanto più proficuo
quanto più mira a un approccio all’antico nella maniera più integrale possibile, e per-
tanto più veritiera.
Giovannangelo Camporeale

R. E. Wallace, Zikh Rasna. A Manual of the Etruscan Language and Inscriptions, Ann
Arbor-New York 2008.

Rex Wallace con questo testo ha inteso offrire un’aggiornata e dettagliata presen-
tazione di quanto si sa della grammatica dell’etrusco, oltreché un’introduzione all’er-
meneusi delle iscrizioni e un approccio ai problemi lessicali, prestando una particolare
attenzione, nell’esposizione, alle esigenze dei non-specialisti (p. ix).
Francamente risulta che l’opera abbia, nel suo complesso, raggiunto questi lodevoli
e ambiziosi obiettivi.
Il libro è diviso in dodici capitoli, dei quali il primo illustra aspetti generali del ‘pro-
blema etrusco’ e degli approcci metodologici, il secondo è dedicato al sistema di scrittura,
mentre i capitoli dal terzo all’ottavo sono riferiti ad aspetti propriamente grammaticali.
I capitoli decimo e undicesimo sono poi destinati all’analisi di iscrizioni (l’undicesimo è
interamente riservato alla Tabula Cortonensis, il documento più lungo e notevole rinve-
nuto in tempi recenti). L’ultimo capitolo affronta cursoriamente il tema delle relazioni
genetiche dell’etrusco (fondamentalmente descrivendo i tratti noti del lemnio e del reti-
co, che, per quanto scarsi e frammentari, servono a confermarne in modo indubitabile
l’apparentamento con l’etrusco stesso).
Anche l’organizzazione del lavoro riesce pertanto adeguata a coprire tutti gli àmbiti
di studio e a facilitare la consultazione, la ricerca e, in ultima analisi, a ‘massimizzare’ la
fruibilità del testo anche da parte di non-specialisti.
Wallace dichiara anche espressamente la natura istituzionale della monografia: «Since
the book is introductory in nature, I have not attempted to cite the source of every idea
or claim presented here. References to important articles and books are provided in every
chapter following the relevant paragraphs or sections» (p. ix sg.).
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Questa anticipatio di possibili obiezioni alla scelta di una relativa scarsità di riferi-
menti bibliografici nel testo è comprensibile nella prospettiva di maggiori ‘alleggerimen-
to’ e ‘snellezza’ espositiva. Tale opzione sacrifica però oggettivamente una visione più
realistica e dinamica dello stato della ricerca che risulta di necessità percepibile soltanto
tramite uno ‘sguardo in profondità’ implicante un riferimento, anche solo per cenni, agli
stadi precedenti. D’altro canto il proposito, enunciato da Wallace, di riportare almeno
i più importanti «articles and books […] in every chapter» non è rispettato con criteri
individuabili. Per esempio non si capisce perché Wallace non fornisca riferimenti biblio-
grafici al termine della trattazione dei plurali dei nomi (§§ 4.18-21), dati che derivano
da studi fondamentali (e del tutto innovativi rispetto alla situazione precedente) di Ago-
stiniani 1, mentre di quest’ultimo autore è poco dopo citato un articolo su un tema certo
secondario rispetto alla questione dei plurali (cioè il suffisso diminutivo -za: § 4.23.1).
A ciò si aggiungono vere e proprie ‘cadute di livello’, nella selezione della bibliografia
essenziale da riportare nel testo, ossia le menzioni di lavori completamente destituiti di
fondamento scientifico (come Zavaroni in § 3.6.1 o Woudhuizen in § 12.5.1: perché al-
lora non citare Mayani, Semerano o simili?).
La consapevolezza che «an introduction such as this one, even though aiming at
the target of communis opinio, must necessarily include personal views on controversial
aspects of the analysis of the language» (p. x) non è affatto una notazione banale e inve-
ro Wallace riesce con una certa efficacia a fornire una descrizione del controversum per
molti settori salienti, generali e particolari, della ricerca etruscologica.
Tra gli apporti e le osservazioni personali dello stesso Wallace si segnalano: la spinosa
questione della traslitterazione delle sibilanti per cui è proposto (pp. xvii, 20) un sistema
revisionato rispetto ai precedenti, con dei pregi certamente degni di interesse; gli spunti
per un’analisi diatopica dell’anaptissi neoetrusca (p. 41), giustamente tenuta distinta dal
fenomeno delle sonoranti in posizione sillabica; il cenno a una possibile connessione tra
inpa e in (invece che ipa, come da vulgata) 2; lo stimolante suggerimento interpretativo
per êprus ame della Tabula Cortonensis (“are [the parties] of the êpru [transaction?]”,
p. 212; vedi anche p. 207) 3; l’idea verosimile che Vanalaš-ial della stele di Lemno possa
essere patronimico (p. 221) 4.
Tra i possibili rilievi critici 5 indichiamo anzitutto la parte in etrusco del titolo del li-
bro (Zikh Rasna), sintagma non attestato, che, verosimilmente, vorrebbe significare qual-
cosa come “libro/scritto etrusco”; eppure Wallace nel testo dà per accertato che rasna
voglia dire “public” (cfr. pp. 48, 124), per cui non si comprende che cosa mai potrebbe
indicare l’espressione “libro/scritto pubblico”.

Abbreviazioni particolari:
Appunti = G. M. Facchetti, Appunti di morfologia etrusca, Firenze 2002.
Frammenti = G. M. Facchetti, Frammenti di diritto privato etrusco, Firenze 2000.
1
  Riferimenti a contributi basilari di Agostiniani sono sorprendentemente omessi anche in rapporto alle
cosiddette ‘iscrizioni parlanti’ (p. 13) e ai pronomi relativi an/in (p. 64).
2
  Vedi ora, in dettaglio, Agostiniani 2009.
3
  Cfr., più o meno sulla stessa linea, Wylin 2005, p. 122 (“partis sunt”). Vedi invece le incredibili os-
servazioni in merito di De Simone 2007b, p. 231 (“di Epru sono”).
4
  A rettifica di Appunti, p. 16.
5
  Si devono considerare casi di lapsus ed errori di stampa: clitram (per il corretto cletram), p. 76; larya
neoetrusco (per laryal), p. 88; ham (e)- “left” (per “right”), p. 101; parcuni (per parumi), p. 127; Spurii
(per Spurin(n)ae), p. 190; *ceisie-ra- (per *ceise-ra-), p. 185; kartazie (per karyazie), pp. 190, 258; *∫parzeys
(per *∫parzays), p. 199.
Recensioni 573

L’impiego della trascrizione con [y] del fono [j] dell’Alfabeto Fonetico Internazionale
può certo ingenerare equivoci (anche perché in quel sistema, come è noto, [y] è usato
per notare un fono diverso; cfr. p. 35 e passim); l’idea che i prestiti greci abbiano contri-
buito a rendere pertinente il tratto della lunghezza vocalica in neoetrusco (qualora tale
fenomeno sia dato per dimostrato) è scarsamente verosimile (vedi p. 33); la trattazione
dell’indebolimento vocalico ecc. (p. 37) non tiene conto delle radicali obiezioni contenute
in Agostiniani 2005; a p. 48 la forma cilys (attestata sul Liber Linteus) è classificata come
ablativo (in opposizione al genitivo cilyl), ma la situazione è un po’ più complessa: dato
che sacnic(a) è testa di sintagma rispetto al genitivo cilyl nella formula cosiddetta pro quo
(sacnicleri cilyl spureri meylumeric “a favore dell’area sacra?/del collegio sacro? del tem-
pio?, a favore della comunità e della città”), l’interpretazione come ablativo di cilys che
compare nella formula cosiddetta a quo (sacnicstres cilys spurestres) sarebbe ammissibile
soltanto spezzando detto sintagma (“da parte dell’area sacra?/del collegio sacro?, da parte
del tempio?, da parte della cittadinanza”) e il parallelismo con il caso precedente, oltret-
tutto con omissione della posposizione (cioè non si ha *cilystres): perciò non si può affatto
escludere sic et simpliciter che cilys possa essere una forma allotropa del genitivo cilyl 6.
Ancora, a p. 51 la questione del genere (grammaticale o naturale) è affrontata in
modo insufficiente rispetto alle attuali acquisizioni 7; a p. 57 la descrizione dei pronomi
di Cristofani è definita come «the most conservative assessment», il che non chiarisce
che si tratta invece di un inquadramento ormai ampiamente superato; alle pp. 58, 61,
165, 180, 182 l’alternanza arcaica (e tardoarcaica) tra le vocali palatali i/e (specie in po-
sizione finale di parola: mini/mine/mene “me”; -pi/-pe “a, verso”; itani-/itane “questo”)
è ripetutamente presentata come un fenomeno difficilmente spiegabile, mentre è un fatto
di variabilità del tutto attendibile in sillaba atona per ragioni diatopiche o diastratiche; a
p. 63 la funzione precipua di articolo (piuttosto che di pronome dimostrativo) dell’ele-
mento -(i)ša non è adeguatamente giustificata (tanto più che un’assimilabilità funziona-
le con i dimostrativi ita e ica, da cui -(i)ša si sarebbe distinto, per lo meno in origine 8,
come semanticamente marcato dal tratto [+ animato] o [+ umano], è ammessa, ad es.,
alle pp. 106 e 108); a p. 65 si analizza enan, forma in accusativo che ha rivelato/con-
fermato il carattere pronominale di ena-: questa acquisizione non viene però riversata,
come ragionevolmente proposto 9, nell’ermeneusi dei passi del Liber Linteus in cui ricorre
enas (sempre tradotto, pur dubitativamente, come genitivo di un fantomatico poleonimo
Ena-: pp. 75, 103, 166); a p. 68 viene accettata senza discussione l’idea che ame valga
“è” in ogni contesto 10; a p. 74 la forma acas è annoverata tra gli esempi di participi in

6
  Cfr. Appunti, p. 14.
7
  Soprattutto manca la conoscenza dell’essenziale Agostiniani 1995.
8
  Cfr. invece p. 138 per -ša riferito a inanimato.
9
  Benelli 1998, p. 223. Peraltro l’idea che ena- sia un pronome indefinito, come sostenuto da Benelli,
è molto plausibile, benché la vecchia proposta “noi?” (accolta anche da me in altri scritti, quantunque come
assolutamente ipotetica) non si può ancora escludere completamente. In tal caso la nuova iscrizione su pa-
rete di sepolcro: ein yui ara enan, piuttosto che “non fare/portare qui alcunché?”, sarà interpretabile come
“non portateci? qui” (cioè “non fateci scendere nel sepolcro”), una sorta di invocazione/preghiera di carattere
apotropaico. Quanto appena scritto (a prescindere dal significato “noi?”) esclude poi palesemente che l’in-
terpretazione di ar- come “fare” venga definitivamente acclarata da questo contesto (come vorrebbe Benelli
1998, p. 222 sg.): cfr. Frammenti, p. 14, nota 37.
10
  Tutte le osservazioni di Wylin 2000 (pp. 97-119) che tendono a spiegare le voci verbali in -e come
indicativi presenti (dottrina recepita tout court da Wallace) non forniscono un’interpretazione migliore di
quella suggerita da Rix, che propone di riconoscervi degli ingiuntivi, forme verbali in cui la categoria del
tempo non è grammaticalmente espressa. La difficoltà di spiegare come presenti delle forme in -e che fun-
gono palesemente da preteriti (a queste si aggiungono nuye male-c della tavola di Cortona) emerge in Wylin
574 Recensioni

-as, mentre si tratta con ogni verosimiglianza di una base verbale (ampliamento di ac-
“fare”), come mostrano il preterito acas-ce e il necessitativo acas-ri; a p. 92 il suffisso -e
dei maschili è definito «of undetermined meaning», il che denuncia, ancora una volta,
la non conoscenza di Agostiniani 1995; alle pp. 101, 126, 251 del verbo nunyen- si pro-
pone, ipoteticamente, l’interpretazione “anoint?”: Wallace tuttavia non giustifica in alcun
modo il rifiuto del ragionamento di Rix 1991 (per cui nunyen- è un verbo di “dire”,
“invocare”), che si fonda su dati combinatori molto rilevanti; a p. 102 è scritto che la
posposizione bisillabica ceca reggerebbe l’ablativo, sulla base di vecchie osservazioni di
Rix (non citate) relative al sintagma clen ceca “pro filio”, e clen è considerato ablativo
anche a p. 49, ma l’abnormità morfologica costituisce un ad hoc insostenibile: per ora si
può solo constatare che nella flessione di cla/en “figlio” la base con -a- è impiegata per il
caso zero (nominativo-accusativo) e con i suffissi derivativi (es. clan-ti “figlio adottivo”),
mentre quella con -e- (rara variante -i-) è selezionata per tutte le altre evenienze (morfi
flessionali o posposizioni; per l’ablativo, non attestato, ci si attenderebbe *clen(i)s); a p.
176 cayra, termine del Liber Linteus, è tradotto come “belonging to Catha, of Catha”,
significato che i contesti di ricorrenza (cui Wallace non dedica una parola) non confer-
mano affatto, o addirittura respingono categoricamente; a p. 190 si valuta difficilmente
ammissibile l’idea che Spurianas scritto sulla tessera hospitalis Rix, ET La 2.3 esprima il
nome dell’ospite, ma le obiezioni sono insussistenti 11; a p. 203 tra le due opzioni per il
significato di cenu (“ceduto”/“ottenuto”) la scelta di “ceduto” è supportata con un’af-
fermazione assolutamente non valida 12; a p. 204 si pongono incomprensibili obiezioni
all’analisi morfologica di inni come accusativo del pronome relativo in; a p. 205 si pre-
tende che ci “tre”, possa fungere, anche senza suffisso -z(i), da avverbio numerale, ma
non si forniscono prove o esempi (nemmeno nella sedes materiae, a p. 56); alle pp. 205,
212, 253 si contesta, senza discussione, il significato di “mese” per tiur, lasciato intra-
dotto (ma basterebbe citare il sintagma ricorrente del Liber Linteus: tinsi tiurim avils cis

2000, p. 103, in cui l’autore ricorre a soluzioni certamente discutibili e speculative (ad es. per puia ame “fu
moglie” sull’epitaffio Rix, ET Cl 1.83: «si potrebbe pensare per la forma ame ad un presente storico […]
ma perché ame non può essere un presente? Nell’oltretomba Larthi Petrui è per sempre la moglie di Larth
Sentinate») e, comunque, inutilmente più complesse rispetto alla possibilità di vedervi forme atemporali, il
cui esatto valore semantico veniva ricavato dal contesto.
11
  Invero soltanto una, a silentio: «there are no other examples in Etruscan where the name of the host
was incised on a tessera», ma forse si voleva dire che non ci sarebbero altri esempi etruschi con il nome di
entrambi gli hospites (il patto di hospitium implicava reciprocità): infatti poco sotto, sempre a p. 190, Wallace
commenta il testo iscritto su un’altra tessera (Rix, ET Af 3.1: mi puinel karyazie els f[….]na), in cui si legge
certamente il nome di una delle parti (Puinel Karyazie), e forse perfino quello dell’altra (se si accetta l’inter-
pretazione “io Puinel Karyazie ospito?? F[….]na”, che è certo congetturale, ma è l’unica finora avanzata che
tenga conto pienamente dei dati morfosintattici: si consideri che els “ospito??” sarebbe un altro esempio di
prima persona singolare non marcata, per cui vedi Appunti, pp. 98-103). Insomma è ovvio che queste tesserae
erano per lo più anepigrafe e fungevano da oggetto di riconoscimento nel caso uno dei due hospites si recasse
nella città dell’altro (che assicurava protezione sociale e giuridica); generalmente le due tesserae si ottenevano
dividendo in due parti un oggetto di pregio, cosicché si potesse verificarne di volta in volta la combaciabilità.
Nel caso di ET La 2.3 (da Roma, S. Omobono) si ha la metà di una statuetta eburnea di leone accovacciato;
il testo araz silqetenas spurianas “Araz Silqetenas (ospite) di Spurianas” testimonia l’avvenuta stipulazione di
un hospitium tra Araz Silqetenas di Roma e gli Spurianas, potente famiglia di Tarquinia.
12
  In breve Wallace esclude “ottenuto” perché ritiene improbabile che cušuyuras possa significare “da
parte dei Cušu” (cioè che il genitivo etrusco possa esprimere separazione, origine, come invece l’ablativo). Ma
qui egli fraintende del tutto, poiché io (che sono il principale sostenitore della preferibilità di “ottenuto”, per
le ragioni esposte nella bibliografia ivi citata a p. 205) non ho mai pensato che cušuyuras possa significare “da
parte dei Cušu” (ma invece, semplicemente, “dei Cušu”), come si vede dal modello interpretativo dell’incipit
della tavola di Cortona contenuto in Frammenti, p. 61: “così da Petru Škevas Eliun (fu) acquisito? terreno a
vigna? e prativo??: dieci misure dei Cušu”.
Recensioni 575

“nel giorno e nel tiur di ogni? anno” e l’opposizione ušils “del Sole”/tivs “di Tiv”, sul
recto del fegato di Piacenza, da cui il significato “Luna” per tiv-, di cui tiur “mese” è
ovviamente un derivato [se non si deve addirittura integrare tiv(r)s]).
In più punti, poi, si riscontrano inesattezze in tema di prestiti (da o in etrusco): a p.
128 la precisazione di Agostiniani 1998 sull’etrusco vinum come intermediario del nome
del vino dal greco alle lingue italiche 13 viene rifiutata e ritenuta «unlikely on phonological
grounds» senza però dire il perché (e ciò molto sorprendentemente dato che Agostiniani
1998 contiene l’unica spiegazione plausibile finora emersa per la -i- di falisco uino(m)
[VII secolo a.C.]) 14; a p. 130 si legge che il lat. persōna, come risultato del prestito di un
derivato da etr. fersu “mascherato”, incontrerebbe ostacoli poiché «the long vowel in
the penultimate syllable of the Latin word is not easy to explain in any convincing way»,
il che non sembra aver molto senso di fronte ad arcinote corrispondenze etrusco-latine
come Petru/Petrōn-; Velsu/Vulsōn-; maru(n-)/marōn-; Curtu(n)/Cortōn-, ecc.; poco sotto,
sempre a p. 130, Wallace manifesta un certo (beninteso ingiustificato) scetticismo anche
per il collegamento tra etr. zatla (< *zat-il-a) e lat. satelles (che è invece corroborato
da una massa di prove davvero ingente) asserendo che «it is not at all easy to explain
the -ll- cluster in the Latin word; Etruscan zalat has but a single -l», ciò che, a parte
il livello fonetico (in cui pure non sarebbe così arduo trovare possibili spiegazioni del
fenomeno), pare ignorare il notorio fatto grafico della regolare mancata notazione delle
doppie in etrusco (salvo casi di confine di morfema, ma non è la nostra fattispecie); a
p. 142 tutti gli ostacoli sollevati per una probabile connessione tra etr. tus- e lat. torus
(< *tos-os) “letto” sono superati in Facchetti - Wylin 2001 (pp. 148-151); a p. 146 i dubbi
radicali espressi su etr. mur- “rimanere” (alla luce di Rix, ET Ta 1.107 e di lat. morari)
non sono giustificati; a p. 190 sg. troviamo scritto che «a Latin diminutive formation
*poynelos, for which one may cite Plautus’ Poenulus. The stem *poyn- could itself be of
Punic origin», quando è risaputo che lat. Poen(ic)- è da gr. Foinik- 15.
A p. 202 (§ 11.6.1) si dice dell’interpretazione di De Simone della Tabula Cortonensis
come testo religioso che «has garnered little scholarly support», come se si trattasse di
un’opinione ammissibile tra molte, non ponendo in giusta luce il fatto che questo ‘iso-
lamento’ deriva da preliminari e basilari errori di lettura e di metodo ermeneutico che
inficiano l’intera trattazione, privandola di ogni affidabilità scientifica.
Wallace ritiene anche attendibile la pretesa ‘recensione’ di Appunti scritta da De
Simone, sentendosi così legittimato a screditare in più luoghi la stessa monografia con
affermazioni generiche (§§ 4.3.1 e 5.2.1). Evidentemente però Wallace non ha potuto ve-
dere Facchetti 2004. Questo articolo, così come una più approfondita lettura di Appunti,
gli avrebbero forse evitato di trattare alcuni argomenti grammaticali generali e specifici
in modo talora discutibile.

  Per il suffisso -um, a discapito di una certa vulgata (ancora vitale) su etr. vinum, vedi anche Agosti-
13

niani 1995.
14
  A p. 203 Wallace reputa che la connessione tra etr. vinum “vino” e vina- “vigna?” «must be regar-
ded with the utmost caution». L’analisi morfologica *vin-na- > vina- “vigna?” è però legittimata da quella
di etr. vinum (certamente “vino”) come vin-um, ciò che risulta dalle stringenti argomentazioni contenute in
Agostiniani 1998, studio che è ignorato o trascurato in De Simone 2007a in cui questa linea interpretativa
di vina- (lemma ricorrente anche nel testo della Tabula Cortonensis) viene perciò contestata con un ragio-
namento viziato ab origine e dunque invalido. De Simone 2007a, del resto, si inserisce in una serie di scritti
dello stesso autore tesi a difendere disperatamente (si veda per es. la trattazione del termine tarcianês, riletto
ad hoc come **tarcianêsi, forma che proprio la -ê- rende impossibile, ma qui non entro in particolari) la sua
incresciosa (e ormai completamente isolata) ermeneusi della Tabula Cortonensis.
15
  Vedi, ad es., Pisani 1989, pp. 69, 86, 94.
576 Recensioni

Per esempio Wallace avrebbe forse evitato (a p. 46, ma il confine di morfema per
genitivo II, ablativo II e pertinentivo II, quando è conservato il segmento -i- è erronea-
mente delineato in tutto il testo) di segmentare Lari-a e Arani-a questi genitivi arcaici,
argomentando che «a stem-final -i appears before the genitive ending», il vero confine
morfematico essendo Lar-ia e Aran-ia (oltretutto la comparsa della -l nel morfo neo­
etrusco [arc. -(i)a/rec. -(ia)l ] è registrata senza una parola di spiegazione) 16: del resto
sarebbe bastato anche tener presente che nella stele di Lemno si hanno tutte forme in
-ial(-); ugualmente egli non avrebbe forse analizzato morfologicamente tutti i gentilizi me-
ridionali in -s fungenti da nominativo/accusativo come genitivi («In the onomastic phrase
the nomen was either in the same case as the praenomen […] or it was in the genitive
case and was syntactically dependent upon the praenomen» [p. 81]) 17; a p. 60 Wallace
ancora crede che il morfo -le del locativo dei pronomi sia stato in origine bimorfematico
(<*-la-i) come il pertinentivo dei nomi, quando esistono casi come epnina-itale (Rix, ET
Fa 0.2; VII secolo a.C.) e non c’è ombra di questo preteso **-lai arcaico 18; a p. 60 sg. la
morfofonologia di cei(s)/tei(s) è spiegata in modo assai approssimato e non sempre cor-
retto 19; alle pp. 47 e 88 la questione del raro genitivo -la arcaico (per -ia) è descritta in
modo frammentario e implausible, non contemplando l’analisi dell’intero dossier delle
ricorrenze 20; la questione è anche connessa con la concordanza parziale del pertinentivo
(specie per spiegare ramuasi vestiricinala di ET Cr 3.20), fenomeno che Wallace ignora
del tutto (infatti a p. 177 reputa verosimile l’integrazione Nulaes(i), per errore scribale),
di cui invece possediamo sicuri esempi commentati in Appunti, p. 19; a p. 104, inoltre,
Wallace non ha ben chiara la semantica delle costruzioni con la posposizione -tra (infatti
traduce unialastres “in honor of Juno”, invece che “da parte di Uni”) 21.
Osservazioni analoghe si potrebbero aggiungere per altri passaggi del testo, come
le trattazioni di amecu (p. 139) 22; munis (p. 172) 23; clil (p. 204) 24; preteso lemnio mav
“cinque” 25; retico eluku (p. 225) 26.

16
  Per la questione, con riferimento ai precedenti imprescindibili studi di Agostiniani (anche per l’ingegnosa
e definitiva chiarificazione della comparsa di -l in neoetrusco, prima affatto inspiegata), vedi Appunti, p. 11.
17
  Come stiano invece le cose è brevemente riassunto (sulla scorta di Rix ecc.) in Appunti, p. 13, laddove
è chiarito che nell’Etruria meridionale la funzione di nominativo-accusativo dei gentilizi maschili è marcata, fin
dall’età arcaica, con una -s che rende la forma indistinguibile dal genitivo. Visto che Wallace segue qui una fallace
opinione di De Simone prodotta anche nella sua ‘recensione’ di Appunti, aggiungerò le poche parole di replica
leggibili in merito in Facchetti 2004: «Sulla critica al valore della -s dei gentilizi maschili si potrebbe aprire una
lunga discussione. Anzitutto l’argomento, quantunque ingigantito da De Simone, è del tutto marginale nel con-
testo della mia trattazione, inoltre le idee del De Simone in merito, per quanto perentorie, sono sbagliate: infatti
se davvero la -s avesse “in questi casi la funzione di genitivo (L(a)ris Pulenas, ‘L(a)ris della famiglia Pulena’)”,
come si spiegherebbero i gentilizi femminili (es. Laryi Matunai e non *Laryi Matunas, come Marce Matunas)?
Sarebbe come affermare che un cognome italiano come Di Stefano costituisce un Sintagma Preposizionale!».
18
  Per i dettagli vedi Appunti, pp. 25-27 e 37; anche per chiarire i dubbi espressi da Wallace all’inizio
di p. 62.
19
  Vedi Appunti, pp. 26 sg. e 44.
20
  Il caso del poleonimo Misala-la-ti (Rix, ET Pa 1.2; VII sec. a.C.) esclude l’idea che arc. -la fosse un
morfo speciale di pertinentivo per i gentilizi femminili, come vorrebbe Wallace (p. 89), che si sarebbe invece
giovato, in merito, della trattazione di Appunti, p. 37 sg.
21
  Cfr. Frammenti, p. 32 e nota 166; Appunti, pp. 40 e 79-82 e passim.
22
  Appunti, p. 24.
23
  Frammenti, pp. 23-25.
24
  Appunti, p. 29.
25
  Appunti, p. 16.
26
  Appunti, p. 33.
Recensioni 577

In conclusione vorrei però rimarcare che questo campione di punti discutibili, che
ho comunque reputato utile e necessario enumerare nella presente recensione, non intac-
ca, nel complesso, il valore dell’opera di Wallace, che ha avuto l’animo e la capacità di
affrontare un lavoro così arduo e impegnativo, portando certamente una ventata di aria
nuova nella divulgazione di alcune delle più avanzate acquisizioni grammaticali e lessi-
cali, specialmente tra le pubblicazioni etruscologiche in lingua inglese, potenzialmente
destinate a un’ampia diffusione.
Giulio M. Facchetti

R i f e r i m e n t i   b i b l i o g r a f i c i

Agostiniani L. 1995, Genere grammaticale, genere naturale e il trattamento di alcuni prestiti lessicali in etru-
sco, in Aa.Vv., Studi linguistici per i 50 anni del Circolo Linguistico Fiorentino e i secondi mille dibattiti
1970-1995, Firenze, pp. 9-23.
—  1998, La denominazione del ‘vino’ in etrusco e nelle altre lingue dell’Italia antica, in Aa.Vv., do-ra-qe pe-re.
Studi in memoria di Adriana Quattordio Moreschini, Pisa, pp. 1-13.
—  2005, Sulla ricostruzione di alcuni aspetti della fonologia dell’etrusco, in StEtr LXXI [2007], pp. 71-81.
—  2009, Etrusco inpa, in C. Marangio - G. Laudizi (a cura di), Palai Fila. Studi di topografia antica in
onore di Giovanni Uggeri, Galatina, pp. 61-70.
Benelli E. 1998, Quattro nuove iscrizioni etrusche arcaiche dall’Agro Chiusino, in StEtr LXIV [2001], pp.
213-224.
De Simone C. 2007a, Alcuni termini chiave della Tabula Cortonensis, in Rasenna. Journal of the Center for
Etruscan Studies I, pp. 1-6.
—  2007b, Osservazioni generali in margine a CIE II, 1, 5, in StEtr LXXIII [2009], pp. 225-236.
Facchetti G. M. 2004, Qualche commento alla ‘recensione’ di De Simone ad Appunti di morfologia etrusca
(2002), uscita su ‘Gnomon’ 76 (2004), in Ostraka XIII, pp. 309-313 (leggibile anche in www.scritture-
dimenticate.iulm.it, sezione “Etrusco”).
Facchetti G. M. - Wylin K. 2001, Note preliminari sull’aequipondium di Cere, in AION Ling XXIII [2005],
pp. 143-162.
Pisani V. 1989, Glottologia indeuropea, Torino.
Rix H. 1991, Etrusco ‘un, une, unu’, ‘te, tibi, vos’, in AC XLIII, pp. 665-691.
Wylin K. 2000, Il verbo etrusco. Ricerca morfosintattica delle forme usate in funzione verbale, Roma.
—  2005, Venel Tamsnies, la tomba degli Scudi e gli *epru di Cortona, in StEtr LXXI [2007], pp. 111-125.

L. Bouke van der Meer, Liber Linteus Zagrabiensis. The Linen Book of Zagreb. A Com-
ment on the Longest Etruscan Text, Leuven 2007.

Un’opera dedicata all’analisi linguistica complessiva di un testo etrusco così lungo


come il Liber Linteus di Zagabria (LL) pone il problema preliminare di fissare gli obiet-
tivi e di chiarire i limiti dell’indagine.
Nell’introduzione (p. 1) van der Meer (d’ora in poi VdM) dichiara di avere come
«first source of inspiration» la monografia di Cristofani sulla Tabula Capuana, cui si ag-

Abbreviazioni particolari:
Appunti = G. M. Facchetti, Appunti di morfologia etrusca, Firenze 2002.
Frammenti = G. M. Facchetti, Frammenti di diritto privato etrusco, Firenze 2000.
TabCort = L. Agostiniani - F. Nicosia, Tabula Cortonensis, Roma 2000.
578 Recensioni

giungono, come «second incentive», più recenti contributi allo studio della lingua etru-
sca, pubblicati negli ultimi vent’anni, ad opera di alcuni autori che egli elenca in un or-
dine che, secondo un’impressione confermata poi dalla lettura dell’intero testo, riflette,
però con significative eccezioni, soggettivi criteri di (decrescenti) reputazione, conoscenza
e uso effettivi da parte dallo stesso VdM 1. Una menzione speciale è riservata ai cosiddetti
«old pioniers» (Krall, Vetter, Olzscha, Pallottino, Pfiffig).
È indubbio che il modello di Cristofani è completamente messo da parte, anche in
punti talmente difficili del LL in cui sarebbe forse risultato più utile e conveniente limi-
tarsi a proporre alcuni possibili modelli di analisi morfosintattica: VdM opta invece per
una specie di traduzione parola per parola dell’intero documento. I dubbi sui significa-
ti dei morfemi lessicali e le difficoltà di natura morfosintattica sono segnalati con punti
interrogativi, senza però adottare un sistema di notazione del grado di affidabilità delle
interpretazioni 2 che sarebbe riuscito probabilmente utile come più chiara ed esplicita
sintesi dell’effettiva portata dei percorsi ermeneutici.
È comunque ovvio che un lavoro di questo tipo potrebbe e dovrebbe aspirare a una
rappresentazione di proposte interpretative frutto di un’applicazione quanto più com-
pleta e coerente delle attuali conoscenze nei vari campi della ricerca linguistica etrusca
(fonetico-fonologico, morfosintattico e lessicale), con adeguate discussioni sui temi con-
troversi. Tale restrizione oggettiva (lo stato attuale delle nostre conoscenze) non sminui­
rebbe comunque l’importanza di uno studio così impostato, anche per i preziosi riferi-
menti bibliografici aggiornati.
Del resto l’impostazione dei riferimenti bibliografici, ossia la loro selezione e il loro
utilizzo o confronto (che poi si sostanzia in una sorta di ‘gerarchia delle fonti’, come
quella rappresentata, sia pure in linea teorica, dall’elenco degli autori moderni succitati)
costituisce l’impalcatura fondamentale di un lavoro di tale difficoltà e la sua validità di-
pende esclusivamente dal grado di competenza linguistica scientifica 3 di chi si pone ad
operare e a sceverare sulla massa di queste informazioni.
Ora, a prescindere dalle valutazioni sui brevissimi capitoli descrittivi iniziali (I-VII:
pp. 1-14), che contengono anche informazioni certo interessanti e talora inedite 4, concen-
triamo il nostro interesse sul fulcro dello studio di VdM: ossia il capitolo XII (Comment
on the LL Text: pp. 44-160) e, collateralmente, i capitoli VIII-XI (pp. 15-43), costituenti,
nel complesso l’ermeneusi dell’intero documento.
VdM, in alcuni punti, riprende o dà giusto rilievo a proposte e analisi degne di nota,
come la confrontabilità del repertorio lessicale del LL con quello di altri documenti ‘lun-
ghi’ 5 o di aree specifiche (pp. 20-23), oppure la possibile individuazione di riferimenti
astrologici a passaggi stagionali nelle date effettivamente leggibili (p. 28 sg.) 6, specialmen-
te nell’àmbito di tentate coordinazioni con nomi di divinità delle sequenze di Marziano

1
  H. Rix, C. De Simone, L. Agostiniani, G. Colonna, A. Maggiani, K. Wylin, D. H. Steinbauer, E. Be-
nelli, A. Morandi, D. F. Maras, G. M. Facchetti, G. Giannecchini, V. Belfiore.
2
  Sul tipo di quello da me proposto (proprio per costruire proposte interpretative di lunghi documen-
ti) e applicato, a partire da Frammenti, p. 8, per esplicitare un giudizio graduato in certezza, probabilità e
possibilità (queste ultime due qualifiche marcate rispettivamente con ? e ??; in precedenza avevo impiegato i
diacritici <…> e <…?>.).
3
  Di cui dico con maggior ampiezza, riguardo al caso peculiare dell’etrusco, in Facchetti 2005a, § 1.
4
  Vedi ad es. il commento relativo alle ridatazioni al radiocarbonio del supporto linteo (p. 4).
5
 Ad es. con la Tabula Capuana (p. 24) o con il Cippo di Perugia: ma dalla lista di sedici termini comuni
presentata a p. 19 sg. ne vanno espunti tre (etera, heczri e sa) che non ricorrono nel testo del Cippo.
6
 Anche se indizi morfologici e lessicali suggeriscono fortemente che casi come yuc-te e laucumne-ti
siano più plausibilmente da reputare come collocazioni spaziali, piuttosto che nomi di mesi, e perciò da tra-
Recensioni 579

Capella e del fegato di Piacenza (p. 29 sg.; quantunque con dissensi e difficoltà in vari
dettagli: cfr., ad es., p. 52, nota 136) 7.
Una speciale notazione va dedicata al tentativo di VdM (p. 42 sg.) di dimostrare il
prevalente carattere funerario dei rituali descritti nel LL: «There are several indications
that the text lists successive funerary rituals». A sostegno di questa affermazione VdM
produce un elenco di 22 termini o espressioni del LL che sarebbero riferibili a pratiche
connesse col culto dei morti. Tale elenco, togliendo i doppioni (eter-, con derivati veri e
presunti, ricorre 4 volte [nn. 2, 3, 17, 21]; aisna hinu e simili 3 volte [nn. 13, 20, 22];
tešim e simili 2 volte [5, 18]) è subito riducibile a 16 elementi. Togliendo poi termini
ed espressioni che hanno un significato generico, cioè non specificamente funerario 8, o
un significato specifico non ben precisabile (vale a dire epa “banchetto?” e fira; cišu-;
zer(i)- “rito”; lur- 9; hia “ecco?, qui?” / fir-/ calti 10 / scun- “concedere” / cer- “fare” [tutti
in colonna VII]; culscva “porte”; canis e simili; petna; cal 11; mur “fermata?”; eter- “clien-
te?, plebeo?” 12), l’elenco si riduce a soli quattro elementi: hupni- “nicchia”, cepen aurc
“sacerdote funerario” 13, teši/am(-) (ma la referenza funeraria è solo ipotetica) 14, a/eisna
hinu 15 “(servizio) divino infero?”, i quali dimostrano nel LL la presenza di riti collegati

durre, rispettivamente, “nella casa/tempio?” e “nella regia?”, invece di “in agosto??” e “in ottobre??”, come
pensa VdM (p. 28 sg.).
7
  Sembra un dato incontestabile che la sequenza di Marziano Capella: XV) Veiovis; XVI) Nocturnus;
I) Iuppiter, Nocturnus; II) Iuppiter, dii Nouensiles; III) Iuppiter Secundanus; corrisponda a quella della fascia
esterna del fegato di Piacenza: XV) Vetisl; XVI) Cilensl; I) Tin(s), Cilens(l); II) Tin(s), vf (lyas); III) Tinsy
[Ne(yunsl)] e inoltre che un’altra lunga sequenza di Marziano: II) Iuno; III) Iuppiter Opulentiae; IV) Lynsa
Siluestris; V) …; VI) Celeritas Solis filia; VII) Liber ; VIII) Ueris Fructus abbia una precisa corrispondenza
con la fascia esterna del fegato, pur sfasata di due posizioni (quale che ne sia la spiegazione: cfr. Maggiani
2000, p. 144): IV) Uni(al ); V) Tecvm(s); VI) Lvsl; VII) Ney(unsl ); VIII) Cay(as); IX) Fufluns(l ); X) Selva(nsl ).
VdM non concorda sull’identificazione Cilens = Nocturnus (p. 52, nota 139). Faccio notare la proposta Tecvm
= Opulentia, meglio precisando e avvalorando quanto suggerito in Facchetti 2002a, p. 234, nota 36 (tecum,
termine del LL, come “omaggio pregevole?”).
8
  VdM rileva questo problema, ma non modifica il suo elenco: «Of course the presence of a word in
a funerary context does not mean that the word in the LL text is also funereal or funerary. Moreover, most
Etruscan inscriptions are in tombs or on objects from tombs» (p. 43).
9
 Che tale radice sul LL sia impiegata come teonimo, invece che come semplice unità lessicale, non è
affatto dimostrato.
10
  In LL 7.10 veramente si legge caiti, anche se la correzione calti è molto ragionevole. Con ogni ve-
rosimiglianza in questo contesto, così come in Rix, ET Ta 5.6 (calti suyiti “in questa tomba”) si tratta di un
locativo con posposizione (< *-le-ti) del dimostrativo ica (per altre varianti ortografiche vedi Appunti, p. 27):
caltim capercva hecia “e in quel (luogo) (egli) collochi i contenitori”.
11
 Anche LL X.14 è molto ambiguo e problematico: nac cal hinyu hecz velye maycve (“poi quelli? [cal]
versino giù [hinyu hecz] nel *velya (e) nei may-” oppure “poi (egli) versi giù [hinyu hecz] nel *velya (e) nei
may- di quello? [cal ]” oppure “poi (egli) versi giù il cal [o “versi il cal infero?”] nel *velya (e) nei may-”):
cal potrebbe essere variante di cla “di questo” (che compare sul LL) o presentare un elemento -l altrimenti
noto ma non ancora ben spiegato (ca-l “quelli?”: vedi Appunti, p. 29 sgg.) o addirittura indicare un oggetto
(cfr. LL X.f3: canva carši putnam yu calatnam “nel? fare [carši] oggetti [canva] e pure un solo vaso [< *pute-
tnam yu] e pure un cal(a)”).
12
  VdM, accogliendo la proposta di Benelli 2003, crede che eter- e derivati designino un’area sacra
tombale, o simili. Tale proposta non è però accettabile, come dimostrato in Facchetti c.s., § 3.
13
  Per yaura, vedi di recente, Giannecchini 2003 e Facchetti c.s., § 4.
14
  Wylin 2000, p. 239 sg.
15
 Tale sintagma ricorre in LL 9.f1: nacum aisna hinyu vinum trau prucuna “e poi, (come) rituale infero?,
versa?? il vino della brocca” (cfr. LL IV.22: eisna pevac vinum trau prucs “(come) rituale pevac versa?? il vino
della brocca”; il tutto a parziale rettifica di quanto scritto in Frammenti, p. 70 sg., nota 404), LL XI.10 eisna
hinyu cla yesns “il rituale infero? di quella mattina”. In LL XII.7 (cecam enac eisna hinyu) non sarebbe, almeno
580 Recensioni

con il culto dei defunti, quantunque non bastino certo a provare il carattere prevalente-
mente funerario del lungo testo. Tali tracce di riti funerari si ridurrebbero quasi fino ad
azzerarsi se a/eisna hinu fosse invece da tradurre come “ultimo? rito”, “rituale finale?”
(hin- “sotto”), come parrebbe anche suggerito dalla collocazione contestuale dei passi
in cui ricorre il sintagma.
Ugualmente si trovano nel libro di VdM alcune apprezzabili precisazioni o rivisi-
tazioni su problemi lessicali, come la trattazione di fase (p. 65 sg.) che, piuttosto che
“polta” o simili, sembra dunque più plausibilmente designare un liquido (forse un tipo
di olio); di epa “banchetto?” (cfr. lat. epulum?; p. 45); di alfaze “polenta (d’orzo)??” (cfr.
gr. a lfiton?; p. 88; idea già di Pfiffig); di mur(s)- “fermata??” (p. 117 sg.) e di muc/c-
“bicchiere” o simili (p. 142 sg.).
Ciò premesso, tuttavia, la parte qualitativamente e quantitativamente più rilevan-
te del lavoro di VdM mostra, come si vedrà, notevoli inadeguatezze che incidono sulla
complessiva utilizzabilità dell’opera.
Differentemente dalla ‘gerarchia delle fonti’ teorica dell’elenco degli autori sopra
rappresentato, si nota come VdM sia fortemente influenzato, nella concreta attività di
analisi linguistica del testo del LL, soprattutto da recenti scritti di De Simone, Stein-
bauer e Wylin 16.
Riguardo al primo si rileva come VdM abbia utilizzato diffusamente un articolo come
De Simone 1998, un lavoro del tutto inaffidabile e basato su errori di lettura irreparabili
del testo della Tavola di Cortona 17, e su un’analisi ermeneutica radicalmente contestabi-
le 18. VdM inserisce invece argomentazioni 19 tratte direttamente da tale commento erro-
neo di un documento inesistente (in quanto prodotto di errori di lettura), ponendole a
confronto, addirittura su un piano preferenziale, con altri punti di vista.
L’impressione è che De Simone 1998 sia stato in un primo momento impiegato, per
le questioni relative alla Tavola di Cortona, in modo pressoché esclusivo da VdM, che
avrebbe in seguito ‘ritoccato’ qua e là 20 con l’aggiunta delle opinioni di altri autori, senza

teoricamente, del tutto esclusa la possibilità di un’opposizione ceca “sopra, su”: hinyu “sotto, giù” (accezione
di questo aggettivo molto verosimilmente attestata in LL X.14; vedi supra), quantunque la sovrapponibilità di
eisna hinyu con le altre attestazioni del LL deponga piuttosto a favore della riconoscibilità, anche qui, di un
riferimento a un “rituale funerario?” (in tal caso a rettifica di quanto scritto in Facchetti 2002a, p. 234).
16
  In particolare Wylin 2000 è un’autorità primaria in moltissimi punti.
17
 Basterebbe citare lo sdoppiamento di uno dei personaggi chiave dell’atto: Petru- Šceva- (De Simone,
per una svista [difesa con disperazione in De Simone 1998, p. 63], individua un †Etru- distinto da Petru-),
le letture †eti(š) per et, †rasnasi, per rasna, †ce per cen, ecc.
18
 Come mostra Facchetti 2002c e il fatto stesso che praticamente nessuno degli altri interpreti specia-
listi ha il minimo dubbio sulla natura giuridica (e non religioso-funeraria) del testo della Tavola di Cortona
(tratterò la questione della -i- di šuyiu “collocato” [e di quella di cleniar “figli”], che compare in tale docu-
mento, in un articolo apposito).
19
 Talvolta perfino superflue: vedi ad es. p. 49 (il riferimento a fratu-) e p. 69, nota 226 (la traduzione
di sran “stele con figure, statua”, tratta da De Simone 1998).
20
 Ad es.: a p. 45, nota 106, l’inutile confutazione dell’inesistente †ce di De Simone 1998 è un residuo
aggiustato con la citazione di TabCort; a p. 64 VdM inserisce nella discussione (su zer-, per cui vedi anche
infra) l’inesistente †zeršna “maschere, imagines maiorum” (De Simone 1998): la laconica aggiunta «The usual
reading is, however, tersna», è evidentemente un ‘ritocco successivo’, visto che è ripetuta proprio sotto, in
nota 201 (con piccola variazione e un lapsus [ternsna]); a p. 75 VdM dedica quattro righe di testo e una nota
all’opinione di De Simone 1998 (ovviamente derivante da un complesso di presupposizioni del tutto crolla-
to) su eprus, cui fanno séguito due righe di ‘riparazione’ in cui si precisa che «eprus […], however, probably
means […] ‘witnesses/participants/present […]’» (senza fonte) con un cenno, in nota 253, al non liquet di
TabCort; a p. 91 sg. De Simone 1998 è l’unica fonte citata in testo per l’ermeneusi di trau- (cenni ad altri
autori solo aggiunti in nota 352); e poi vedasi, infra, circa la pretesa parentatio di De Simone.
Recensioni 581

però poter evitare che gli sfuggissero alcuni residui 21 della versione originaria (con De
Simone 1998 fonte esclusiva). Un caso abbastanza eclatante si trova a p. 122, dove VdM
cita De Simone 1998 in testo, in posizione primaria, a proposito di una pretesa parentatio
che si vorrebbe descritta sulla Tavola di Cortona (idea basata integralmente sull’assurdità
epigrafica, fonetica [se si volesse riconnettere fers- “maschera”] e semantica di †zeršna),
facendo seguire, come semplice aggiunta, la constatazione che questa ‘tesi’ di De Simone
«non è stata accettata» da TabCort e altri, collocando queste due posizioni come se fos-
sero sullo stesso piano, e offrendo ai non specialisti d’etrusco l’erronea rappresentazione
di un dibattito sul punto, mentre la ‘tesi’ di De Simone è in verità un non-fatto.
Più o meno lo stesso può dirsi per Steinbauer 1999, una descrizione grammaticale
complessiva dell’etrusco che però contiene gravi menomazioni perché, per limitarci ai
difetti principali, da un lato ignora o respinge ingiustificatamente alcune recenti e cru-
ciali scoperte, come la teoria dei plurali o la chiara definizione del caso ablativo (argo-
menti che saranno ripresi tra poco) 22, e dall’altro introduce suggestioni 23, specialmente
sul piano lessicale, ma non solo, fondate sull’indimostrata convinzione che l’etrusco sia
in qualche modo imparentato con le lingue anatoliche indeuropee. VdM impiega questa
fonte largamente e diffusamente in tutto il suo libro, traendone informazioni fuorvianti 24
e, anche qui come nel caso di De Simone, riportando con enfasi il parere di Steinbauer
perfino quando esso trascina in vie francamente impercorribili, come lo stesso VdM si
vede costretto a rilevare, seppur non sempre con argomenti del tutto logici 25. Un esem-

21
 A p. 137 è citata la forma †rasnasi (di De Simone 1998) come se fosse un termine effettivamente
leggibile sulla Tavola di Cortona; l’erronea traduzione cel-yi-m “here however, moreover” (in realtà: “e sul
terreno”: cfr. TabCort, p. 113) è più recentemente leggibile proprio in De Simone 1998, p. 75.
22
  Per le nostre conoscenze sull’ablativo applicate alla Tavola di Cortona, ritrovata dopo l’elaborazione
delle stesse, si veda il caso esemplare di šparza “tavoletta” e connessi in Adiego 2006 e in Facchetti 2005b.
Di fronte a tali evidenze, che intaccano radicalmente la sua impostazione descrittiva dell’etrusco, Steinbauer,
in una breve corrispondenza intrattenuta (nel settembre 2002) con me sul punto, arrivò perfino a contestare
l’autenticità della Tavola di Cortona («In mine eyes, the evidence of the Tabula Cortonensis isn’t of any help,
given the dubious circumstances of its discovery and publication. As yet, its genuineness hasn’t been scien-
tifically tested and/or proven. I’m not a credulous man. I worked hard on my Etruscan grammar. So there’s
no reason to revise it every now and then under the pressure of dilettantish irregularities»), argomento che
si commenta da solo (oltre a dare un esempio dell’elasticità mentale dell’autore).
23
  Riprese talora anche da VdM: vedi ad es. pp. 46 e 82.
24
  Per es. a p. 127 sg. l’affatto debole proposta di Steinbauer per zat- è citata vanamente e posta sullo
stesso piano di quella della Watmough che trae origine da un dato forte (una ‘bilingue figurata’) e mostra
una sorprendente adeguatezza contestuale (come poi rileva lo stesso VdM, nota 485); a p. 128 VdM presen-
ta per la forma hušnles-ts esclusivamente l’analisi morfologica del tutto inadeguata di Steinbauer 1999, che
ovviamente non vi riconosce una forma articolata in ablativo – come confermato (anche oltre le necessità e
senza alcun dubbio) da analoghe costruzioni ora leggibili sulla Tavola di Cortona (vedi supra i riferimenti al
caso di šparza) –, ma qualcosa di diverso: tale errato modello di analisi morfologica, tratto da Steinbauer, è
applicato da VdM in tutto il libro a casi simili; a p. 135 VdM in rapporto a ipei cita, come se fosse plausi-
bile (e anzi come unico commento), l’idea di Steinbauer (veramente ci sono stati dei ‘precursori’) che ipe(i)
sia il femminile di ipa, quando è notorio che in etrusco il suffisso per il femminile -i (prestito da tradizione
linguistica italica) è impiegato esclusivamente con i nomi propri.
25
 A p. 51 è dato amplissimo rilievo all’idea di Steinbauer cily- = lat. tribus, per poi reputarla inadatta
(nella trattazione, fra gli altri passaggi, non si capisce bene perché il plurale attestato cilycva dovrebbe ren-
dere «impossible» l’ipotesi di Steinbauer); a p. 96 VdM (che traduce nunyen yesan tins ecc. con “offer to
the Thesan of Tin” ecc. [p. 95], ciò che è escluso dal fatto che yesan “aurora” è in caso zero) considera la
proposta di Steinbauer per lo stesso passo (“offer in the morning to Tin” ecc.), confutandola peraltro con
un argomento debole o insussistente («elsewhere […] nunyen is not preceded or followed by a genitive»:
in realtà un genitivo di dedica in etrusco è ben noto; il problema è che nunyen non è un verbo di offerta,
ma di preghiera, da cui l’erronea traduzione di entrambi); a p. 103 viene citata anzitutto la traduzione pe-
yereni “gladiatori” di Steinbauer, rilevando che «Plurals on -ni, however, are not known», come se questa
582 Recensioni

pio ‘illuminante’ è inserito da VdM a p. 117. Riguardo a un preteso *zelva di cui si di­
scute «Steinbauer holds that it means ‘sideroom, niche’, in view of the words in AT 1.1
and 1.107: … tamera zelarvenas (‘he providing (?) the tomb room (tamera (an undecli-
nated loan word)) with siderooms’). Literally ‘having doubled’ if zelar can be compared
with zelur, pl. of zal (‘two’); cf. further AT 1.96 tamera śarvenas (‘the tomb having made
tenfold?’)». Si vede come Steinbauer, impiegato come fonte primaria da VdM, ignori
completamente il significato “raddoppiare” di zelarven- (già ipotizzato da Olzscha e oggi
confermato su basi fattuali indiscutibili 26, con brevi cenni ai tratti linguistici, in Emiliozzi
1993 e inserito in un ampio e coerente quadro grammaticale, con sostegni di natura tipo-
logica, in Agostiniani 1997, che è il testo di riferimento per la questione). VdM, tramite
l’incomprensibile clausola «Literally ‘having doubled’», cerca di cucire insieme in qualche
modo Steinbauer con le informazioni provenienti dalla sua fonte supplementare (Wylin
2000), che in effetti conosceva le proposte di Emiliozzi 1993 (ma ignorava Agostiniani
1997). Dunque VdM, scrivendo di zelar e derivati nel 2007, avrebbe avuto l’onere di co-
noscere direttamente Agostiniani 1997; invece ha utilizzato come base Steinbauer 1999
e poche notizie indirette (di Wylin) su Emiliozzi 1993. Che poi VdM abbia recepite tali
scarne notizie in modo completamente confuso 27 è mostrato dal fatto che egli reputa
zela/ur (aggettivo significante “doppio”) come forma del ‘plurale’ di zal (sui plurali, vedi
infra) e che, ignorando ogni dettaglio fonologico e morfologico, traduce šarvenas «‘the
tomb having made tenfold?’», mentre si tratta di un verbo (significante “quadruplicare”)
formato su šar- “quadruplo” (< *ša-ar, da ša “quattro” [ben distinto da sar “dieci”: per
“decuplo” dovremo attenderci *sarar o simili]: come zel-ar “doppio” da zal “due”; anche
a p. 86, a proposito di ciar [cfr. ci “tre”], l’ipotesi che significhi “triplo”, com’è prima-
riamente suggerito dalle nostre conoscenze morfologiche, non è neanche menzionata).
Inoltre anche la semplice asserzione «tamera (an undeclinated loan word)» contiene
una duplice grave imprecisione, poiché non è vero che tamera “camera” avrebbe dovuto
essere declinato in questo contesto (secondo VdM, evidentemente, con la marca dell’ac-
cusativo -n, che però è limitata ai pronomi, mentre nomi e aggettivi impiegano il caso
zero) 28 né è assolutamente vero che dato termine sia indeclinabile (infatti esiste tame-
resca in Rix, ET Cr 4.4 [< *tameras-ica “quello della camera” o < *tamerais-ica “quello
(fuori) dalla camera”]).
Quanto scritto è già sufficiente per dimostrare che nella ‘gerarchia delle fonti’ con-
creta VdM possiede una conoscenza assolutamente non approfondita di studi basilari
come TabCort o ignora del tutto altri contributi-chiave di Agostiniani (come quello del

discussione su non-fatti grammaticali e lessicali avesse il minimo senso; a p. 122, nota 465 e a p. 159, nota
613 annotazioni morfologiche palesemente erronee (come esplicitato dallo stesso VdM) di Steinbauer sono
tuttavia inserite nella discussione.
26
 Gli archeologi hanno constatato che la tomba dell’iscrizione è stata effettivamente raddoppiata, ri-
spetto alla camera originaria.
27
 Tra l’altro, in nota 446, VdM cita come fonte Wylin 2000, pp. 247-249, in cui però non si parla di
zelarven- ecc. (Wylin ne tratta invece alle pp. 162-164).
28
  Questa idea ormai antiquata della marcatura dell’accusativo dei nominali è parte del bagaglio di non
conoscenze grammaticali di VdM: ad es. a p. 67 egli rigetta una vecchia proposta (ormai scopertamente inso-
stenibile) di Pfiffig che tura in LL 2.10 significhi “incenso” (è in realtà un congiuntivo di tur- “donare”) con
le parole: «is hardly possible as tura is not an acc.»; a p. 95 la sequenza hetrn aclcn è reputata un sintagma
concordato in accusativo -n di un supposto *hetra aclca (questo può essere vero per il secondo termine, se
è da reputare una forma articolata di acil “opera”: aclcn < *ac(i)l-cn e dunque nominativo *ac(i)l-ca, ma non
per hetrn, che andrà analizzato diversamente). Si noti che, con singolare incoerenza, VdM, in altri casi, non
si preoccupa affatto di tale marca, reputando possibili accusativi forme in caso zero: per es. p. 67 (ad LL
2.9): «the mene (acc(usative))».
Recensioni 583

1997). D’altro canto VdM ingigantisce la portata e il valore di testi che egli ha consul-
tato certamente più a fondo, i quali, però, come De Simone 1998 o Steinbauer 1999,
presentano gravi o gravissimi limiti, e tuttavia spiegano in larga parte l’origine delle ina-
deguatezze della preparazione linguistica dello stesso VdM.
Anche Wylin 2000 è un testo base per VdM, che trae direttamente da esso, in mol-
teplici punti, traduzioni o modelli interpretativi (per lo più considerati come dato acqui-
sito) di più o meno lunghe porzioni di documenti etruschi.
In bibliografia VdM cita Facchetti 2002b, recensione di Wylin 2000, ma, eviden-
temente, ne possiede una conoscenza solo superficiale, altrimenti avrebbe impiegato
quel testo di Wylin con maggiore cautela: basti citare la questione del suffisso verbale
-(i)n- (che VdM, sulla scorta di Wylin 29, reputa marcare il passivo o il causativo 30, in­
coe­rentemente, a seconda dei casi e della comodità, senza che di ciò vi sia alcuna com-
piuta o soddisfacente dimostrazione, anzi il contrario) 31 o quella dei morfi del plurale.
Su quest’ultimo punto è un fatto assodato che la teoria di Agostiniani rappresenta il
modello più avanzato e coerente di analisi dei dati 32. Essa non è recepita, perché mal-
compresa o misconosciuta, sia in Steinbauer 1999 che in Wylin 2000 33 (oltre che, anche
più caoticamente, da De Simone 2004 34, p. 497). Soltanto Koen Wylin è poi ritornato
sul tema, senza preconcetti 35, e nonostante le ricadute, non leggere, che investono vari

29
 Che a sua volta si rifaceva a precedenti proposte di Pfiffig e altri.
30
  Per il senso passivo, vedi, ad es. VdM, p. 78, nota 275 (yezine), p. 87 (yezine, ma in mutince che pre-
cede la stessa parola -in- è reputato suffisso causativo); per il causativo: p. 66 (hemšince, yezince, mutince e
utince). La confusione su quanto è noto dei morfemi della diatesi in etrusco è poi accresciuta da contributi
‘originali’ di VdM che, per es., a p. 112 sostiene che una semplice forma come ale (da al- “dare”) potrebbe
significare “has been given”.
31
  Facchetti 2002b, p. 586.
32
 Gli argomenti cardinali emergenti da Agostiniani 1992 e 1993 sui plurali non possono essere igno-
rati da nessun linguista che voglia occuparsi d’etrusco. I risultati, assolutamente innovativi, di questi studi
circa la questione (fino ad allora caotica, cioè non ben chiarita né tanto meno formalizzata) dei plurali dei
nomi, ridotti all’osso e volgarizzati il più possibile, possono così essere riassunti: 1. le marche morfologiche
del plurale dei nomi in etrusco sono -r (per nomi di entità animate [o umane?]) e -(c/c)va (per nomi di entità
inanimate [o non umane?]); 2. la marcatura morfologica del plurale, con i numerali, è obbligatoria solo per i
nomi di entità animate (o umane), mentre i nomi di entità inanimate (o non umane), con i numerali, sono di
solito lasciati al caso zero senza la loro marca (-(c/c)va). La prima regola discende da uno studio combina-
torio e dettagliato del materiale epigrafico disponibile; la seconda risulta da una riflessione condotta su certi
dati (apparentemente anomali) del corpus epigrafico alla luce di parallelismi tipologici risolutivi. Steinbauer
(in una già citata missiva inviatami nel settembre 2002) con le sue obiezioni alle mie proposte interpretative
per naper («Following Agostiniani, you are maintaining that the plural ending -r occurs only with humans.
Nevertheless, you translate naper as “misure”. Where’s the logic of that?»: ovviamente VdM, p. 144, tratta
naper come un plurale di nap-) e pure De Simone 2004, p. 497, con analoghe note circa tenyur, mostrano di
non aver letto o capito i lavori di Agostiniani in questione (in sostanza, essi ignorano del tutto la regola 2.).
Eppure la questione era già ben chiarita in Agostiniani 1993, p. 38: «E mi sembra che sia pressoché obbli-
gato considerare naper, che compare in sintagmi con numerali (naper ci, huy naper, naper XII “tre naper”,
“quattro naper”, “12 naper”), nei quali indica una misura di superficie, un radicale in -r anziché un plurale,
come vulgato». In questa prospettiva naper (eventualmente derivato di nap- [vedi LL 10.f 5], come tenyur lo
è di teny- “misurare” e caper di cap(i)- “prendere, contenere”) è semplicemente un termine inanimato (o non
umano) in -r, come caper “tipo di contenitore”, di cui abbiamo attestazione del plurale marcato capercva.
33
  Vedi l’appunto in Facchetti 2002b, p. 589.
34
  VdM riporta questa pretesa ‘recensione’ di De Simone a p. 1, nota 2, come esempio di ‘dibattito’,
ma non mostra di conoscere Facchetti 2004 (in cui la risposta al frainteso specifico di De Simone 2004 sui
plurali è a p. 311).
35
  Wylin 2002, p. 102: VdM inserisce questo articolo in bibliografia, ma dalla ritrattazione di Wylin
(che semplicemente ignora) egli non trae nessun giovamento.
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punti dell’impostazione ermeneutica di Wylin 2000 (specie nelle concrete proposte in-
terpretative dei testi).
VdM, all’oscuro delle peculiarità della questione, o non in grado di valutarle ap-
pieno, ripristina invece le vecchie confuse incertezze che connotavano la trattazione del
plurale nelle descrizioni della lingua etrusca, ormai superate (es. Pallottino, Cristofani
ecc.), precedenti l’intervento di Agostiniani: ciò è specialmente riscontrabile nel caso del
suffisso -(c/c)va, reputato da VdM, secondo opinioni ormai più che obsolete, una sorta
di morfema per aggettivi collettivi, talora (con restrizioni ovviamente non precisabili)
impiegato per formare plurali 36. La conseguenza è che si può variare ad libitum il senso
del morfema (a p. 118 cil-cve-ti [locativo plurale (< *-cva-i) inanimato (o non umano)
con posposizione] è tradotto “in/on the cilcva (citadels, hill tops)”, mentre a p. 119 si
afferma che cil-cva «is used here as adj(ective)») e, allo stesso tempo, si cancellano le pre-
ziose informazioni sulla presenza/assenza del tratto di animatezza (o umanità) delle unità
lessicali con un effetto deleterio sull’attendibilità dell’intero processo ermeneutico.
Un’altra delle più vistose conseguenze dell’uso e della conoscenza inadeguati delle
fonti concerne il possibile parallelo che VdM crede di aver individuato tra il sintagma
mene utince del LL e una sequenza del Cippo di Perugia.
VdM fornisce un primo accenno alla sua ‘scoperta’ a p. 20 37, per poi presentarla in
extenso a p. 67, commentando LL 2.5: «In CIP (Pe 8.4), lines 22-24 (App. 10): … cim
śpel ut mena hen. naper … the lexeme mena may be the subj(unctive) pro imp(erativo)
of men- (‘to bring?’) as naper means ‘measurements’ and cim and śpel are locatives.
Interestingly, the syntagma ut mena (CIP (App. 10), Pe 8.4; line 22-23) looks a bit like
mene utince, which supports H. Rix’ reconstruction». Chiunque abbia una minima fami-
liarità con il testo del LL rimarrà certo colpito leggendo che la sequenza m]ene uti[nce
ricostruita da Rix (e da altri prima di lui) in LL 2.5 (ma Rix, ET, integra, in modo affi-
dabile e ben più ampio, le lacune di quel punto) necessiterebbe di un supporto erme-
neutico derivante da un possibile confronto con il Cippo di Perugia. In realtà l’ultima
frase del passo di VdM («which supports H. Rix’ reconstruction») è un puro abbaglio,
dato che poco sotto, sempre nella colonna 2 del LL (2.9 e contorno), si ripete una for-
mula (evidentemente una preghiera) perfettamente conservata che consente direttamente
le precedenti integrazioni e in quel punto l’enunciato mene utince è ben visibile.
Ma, se è possibile, queste affermazioni di VdM contengono imprecisioni perfino più
sorprendenti. Infatti, di fronte a una simile pretesa ‘scoperta’ (su un parallelo tra LL e
Cippo), VdM avrebbe dovuto almeno verificare se qualcun altro in precedenza l’avesse

36
  Solo dell’allomorfo -va si ha un omonimo (raro) suffisso formante aggettivi (es. caisriva- “ceretano”, da
Caisri- “Cere”). Per il resto la mancata padronanza della questione dei plurali connota tutto il libro di VdM:
ad es. alle p. 9, 114 sg. e 119 è citato marunuc/marunucva “maronato”/“maronati” (tratto dalle formule dei
cursus honorum del tipo “come sacerdote svolse il maronato/i maronati”) come se fosse aggettivo di cepen
“sacerdote”; a p. 43 reputa culscva “porte” plurale di *cul, fraintendendo il confine di morfema; a p. 68, nota
228: «The suffix -cva, however, indicates a pl., sometimes with the function of adjective»; a p. 73: aiseras seus
“degli dèi seu” sarebbe «the gen(itive) pl(ural)» of aiser seu, mentre lo è di ais seu “dio seu”; a p. 86 ramur-
yi è definito ‘locativo plurale’ di un *ramua (per cui si suggerisce un significato come “ramo” o simili): però
con -r- si forma il plurale di animati (o umani); a p. 100: «pulumcva being a pl(ural)/adj(ective)»; a p. 117:
«masan must be a kind of offer. The pl. masnur appears» (ma -r marca gli animati [o umani]); a p. 122, nota
464, è menzionata la proposta di Wylin, secondo cui culs-cva “porte” sarebbe un aggettivo; a p. 135: naper
“measurements” è plurale come intemamer (vedi supra, per naper, caso zero); a p. 142: «cerur (pl.: vases; ol-
lae?)»; a p. 151: «It seems to be a double pl., fler-cve-tra» (ovviamente nessuno ha mai sentito parlare di un
‘doppio plurale’ in etrusco: in realtà si tratta di un trasparente locativo plurale inanimato [o non umano] <
*-cva-i- con annessa posposizione -tra “attorno? alle vittime”: vedi Appunti, p. 82).
37
  «The syntagma ut mena (CIP, line 23) may have roots in common with mene utince in 2.5».
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rilevata. In particolare avrebbe potuto controllare il più recente commento complessivo


al testo del Cippo di Perugia (cioè Frammenti) o qualcuno dei precedenti (per esempio
gli articoli di Pfiffig e di Manthe in merito). Così facendo si sarebbe reso conto che la
sequenza cim śpel ut mena hen. naper alle linee 22-24 del Cippo semplicemente non
esiste, ma deriva da un lapsus di ET (la lettura corretta essendo cim spel uta scuna
afuna mena hen naper: vedi Frammenti, p. 48), che VdM riproduce a p. 67 e poi nella
cosiddetta ‘Appendice 10’ (che non è altro che una mera trascrizione di Pe 8.4, tratta
da ET).
Nella sua estesa bibliografia VdM riporta gli articoli sul Cippo di Perugia scritti da
Pfiffig e da Manthe, e perfino Frammenti, ma, anche qui si tratta di indicazioni biblio-
grafiche ‘da parata’, di cui l’autore mostra di non avere reale conoscenza (come si è vi-
sto, lo stesso discorso vale per Facchetti 2002b, Appunti, TabCort e altri lavori basilari
di Agostiniani), non rientrando nella ben più ristretta ‘gerarchia’ degli autori letti e usati
in concreto dallo stesso VdM.
Il testo intero di VdM è imbrigliato in una rete di errori incresciosi come questo,
alle volte anche causati da banali disattenzioni e approssimazioni. Per es., a p. 65 si
legge «mene (meaning unknown) may be an object 38 instead of a subject or even loc. of
*mena», ma, poco dopo, a p. 67: «men- (‘to bring?’)» e, ibidem, più in basso, il ‘ritoc-
co’ «The verb men- means ‘to make’, cf. the words on a vase from Populonia, Po 6.1,
metru. menece … (‘Metru (< Gr. Metroon) has made (me)’)», un dato che avrebbe do-
vuto costituire il punto di partenza per men-, ma che VdM, in uno sviluppo inaccurato,
aggiunge in fondo alla discussione, all’ultimo momento e ormai senza connessione con il
resto del ragionamento o possibilità di modifica dello stesso. Un caso analogo concerne il
sintagma ruze nuzlcne(c). A p. 87 (ad LL 4.5-6) si ha: «Judged by the contexts *ruza and
*nuzlcna, a substantivised adj., may refer to written ritual rules» e si traduce: «according
to ruza and nuzlcna»; mentre a p. 127 (ad LL 8.13) lo stesso sintagma è tradotto: «with
ruza it is nuzlc- (bound?)». Questa seconda interpretazione, tratta da Watmough 1997
(p. 130 sg.), è certamente preferibile, almeno sul piano della possibilità (“[la vittima]
egli lega? [nuzlcne] con una fune? [ruze]”), ma VdM non si è poi ricordato di tornare a
correggere il commento di LL 4.5-6 o, comunque, di armonizzare in qualche modo le
due proposte.
Alle conseguenze derivanti dall’inappropriata ‘gerarchia delle fonti’ si aggiungono,
come si è potuto osservare (vedi, supra, le questioni dei plurali, dell’accusativo, del suf-
fisso verbale -in- o del moltiplicatore -a/ur con i numerali) oggettive carenze conoscitive
circa le acquisizioni più avanzate e i dibattiti sui problemi linguistici dell’etrusco.
Una rapida rassegna a campione di queste manchevolezze, può dare un’idea della
loro estensione e uniforme distribuzione in tutto il testo di VdM.
Per il piano fonetico-fonologico: alle pp. 42 e 56 troviamo omologate, senza spiega-
zione, le forme (del LL) etrasa ed erše; lo stesso dicasi, a p. 57, per cišu- (LL) e cisu-
(Rix, ET Ta 1.169): VdM sembra ignorare che i grafemi per s e per š notano in etrusco
due fonemi distinti (come è provato dall’esistenza stessa di detti grafemi e dalla presen-
za di coppie minime, come sar “dieci” ~ šar- “quadruplo”, che, non a caso, come visto
supra, VdM irrimediabilmente confonde). Altri esempi: a p. 69 si omologano zarv- (da
zarve) e zarf- (da zarfne) in base a un’alternanza f/v che per l’etrusco è un vero ad hoc
(zarve è invece un locativo plurale [< *zaru-va-i] nel sintagma concordato zusleve zarve
“su/con gli animali? rituali?” mentre zarfne è una forma verbale o deverbale derivata

38
  Si noti come qui VdM non si preoccupi più della pretesa marca dell’accusativo -n che, come si è visto,
egli reputa, erroneamente, da applicare non solo alla flessione dei pronomi, ma anche a quella dei nomi.
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con ogni probabilità da zaru fan- “dichiarare rituale” [Tabula Capuana], come indicato
a suo tempo da Pfiffig 39; a p. 100 si legge «The word śnuiuf reminds us of svutaf», ma
il confronto è manifestamente ingiustificabile.
Per la morfologia dei casi, oltre alla questione dell’accusativo dei nomi sopra esami-
nata, VdM non ha consapevolezza delle fondamentali acquisizioni relative all’ablativo e
dei suoi rapporti con la posposizione -tra 40: alle pp. 50-52, commentando sacnicstres e
spurestres, egli afferma che essi sono gli ablativi di *sacnicstra e di *spurestra, senza che
mai, nella contorta esposizione, riesca chiara la differenza che dovrebbe esserci tra queste
ultime forme e *sacnica e spura (in realtà si tratta propriamente di ablativi di *sacnica e
spura, appunto [cioè < *sacni-(i)ca-is 41 e *spura-is], con annessa posposizione -tra pure
marcata col morfo dell’ablativo -is 42, [cioè < *-tra-is]). VdM anzi ritiene che sacnics- e
spures- siano dei genitivi, come mostra il commento apposto al sintagma vatiece uniala-
stres della lamina di Pyrgi Rix, ET Cr 4.4: «(‘… were demanded by Uni (uni-al-as-tres) to
her profit’) show that -tres, preceded by a genitive is the ablative of -tra» 43, frase illogica,
che tra l’altro contiene l’indicazione di erronei confini di morfema (correttamente sareb-
be: uni-(i)alas-tres, con il morfo del cosiddetto ablativo II, di cui VdM non sa nulla). Ad
essere precisi pare che VdM resti ancorato ad antiquate analisi 44 di -ialas come ‘doppio
genitivo’, non senza confusioni anche da questa prospettiva, dato che a p. 20 velines
(che queste vecchie impostazioni reputavano una mera variante del genitivo velinas) è
definito «a double gen. of *velina» 45, mentre è ovviamente un ablativo (< *velina-is).
Ancora, partendo da un ragionamento di Steinbauer, VdM (pp. 64 e 102) non riconosce
in ces zeris un sintagma in ablativo (< *ica-is zeri-is “secondo questo rito?”), come avrebbe
potuto fare tenendo conto di ecn zeri “questo rito?” (in accusativo < *ica-ni zeri-Ø) 46 che
ricorre in più passi del LL. Ulteriori esempi di imprecisioni sul punto si manifestano a p.
91 ( faseis: «Probably an abl(ative)» [di fase], mentre non ci sono ovviamente dubbi); a p.
139 (zanes: «gen(itive) of *zana», mentre è con ogni probabilità un ablativo [< *zana-is;
e comunque, se fosse genitivo, lo sarebbe di *zane], concordato con la parola seguente
[con articolo enclitico] vuvcnics [< *-(i)ca-is: vedi anche supra]) e a p. 146 (santists e
apnests sono fraintesi come ‘genitivi di locativi’ [definizione particolarmente inaccettabi-
le per apnests] essendo in realtà forme di ablativo [< *santi-is e *apna-is] con annesso
articoloide enclitico -(i)ta concordato nello stesso caso [-ts < *-tes < *-ta-is]).
A p. 60 sg. VdM si occupa di pute, termine assai ricorrente nel LL, delineando al-
meno due opzioni: 1. una voce verbale di put/- altrimenti noto; 2. un nome di vaso.
Che sia da scegliere la seconda opzione è chiaramente indicato da LL X.f3 (canva carši

39
 Cfr. Appunti, p. 41 sg.
40
  Secondo VdM l’ablativo sarebbe «an a quo ending expressed by genitive» (p. 16). Per l’ablativo e la
posposizione -tra, vedi Appunti, pp. 11 sg., 39-44, 79-82 con bibliografia precedente.
41
  Una riduzione a (-)cs della forma atona dell’ablativo del pronome(-articoloide) ica “questo/quello” è
diffusamente attestata in neoetrusco (cioè da arcaico *icais); cfr. Appunti, pp. 27 sg. e 44.
42
  Vedi Appunti, p. 80.
43
 A p. 77 VdM dice esplicitamente che in unial-s-tres (sic) e spures-tres l’elemento -tres è preceduto
«by a genitive».
44
 Ormai completamente crollate e presenti solo in scritti dilettantistici.
45
 E, a p. 148, sempre su velyines, si ‘precisa’, con ancor più grande nonsenso, che esso «is a double
gen. of the adj. velyina (a case of Gruppenflexion) depending on the gen. cilyś» (sotto, in nota 568, c’è un
‘ritocco successivo’ riportante un breve commento di Cristofani, che giustamente interpretava velyines come
ablativo, ma anche questa aggiunta tardiva è ignorata o malcompresa da VdM, restando così senza séguito
nel suo testo).
46
 Cfr. Appunti, p. 42.
Recensioni 587

putnam u calatnam “nel? fare [carši] oggetti [canva] e pure un solo vaso [< *pute-tnam
u] e pure un cal(a)”) oltreché, e soprattutto, dall’attestazione del nome di vaso putiza 47,
con il ben conosciuto suffisso diminutivo -za (Rix, ET Cm 2.56: mi putiza puriias “io
(sono) il vasetto di Puriia”: l’alternanza -e-/-i- [pute-/puti-] è del tutto normale in Cam-
pania, nel periodo tardoarcaico). Su questa ermeneusi, molto semplice e lineare, VdM
(dopo un problematico esame di ET Ta 3.1, che a causa dell’oscurità del termine-chiave
kacriqu, non è utilizzabile) ‘sorvola’ con queste parole: «It is not impossible that putes
in Ta 3.1, is a nom(inative) derived from the gen(itive). In that case pute (< *putai) is
the loc(ative)/instr(umental) of *puta». L’asserzione, già in sé incomprensibile, che putes
di Ta 3.1 possa essere ‘nominativo da genitivo’ (eventualmente potrebbe essere un no-
minativo di un tema ampliato in -s), seppure, per assurdo, fosse ammessa come valida,
non potrebbe mai costituire, come vorrebbe VdM, la premessa per concludere che pute
è il locativo di un fantomatico *puta 48. In tutto il suo libro, tuttavia, VdM traduce pute
come «in/with a vase».
La confusione terminologica raggiunge alti livelli a p. 112, laddove VdM definisce
aisvale «a dat(ive) or abl(ative) of aisv-», ciò che sembra da parafrasare come “una for-
ma flessa in un caso assimilabile al dativo o all’ablativo del latino classico”, o forse “una
forma con un morfo marcante il ruolo semantico del beneficiario o dell’agente, a secon-
da del contesto”. In ogni caso è evidente che qui «abl(ative)» non può essere riferito
all’ablativo etrusco ed è dunque impiegato con notevole imprecisione.
A dire il vero -(i)ale è il morfo del cosiddetto ‘pertinentivo II’ 49, caso che, nonostante
le dichiarazioni programmatiche di p. 16 («and I use some terms that were introduced
by H. Rix like the ‘pertinentive’») resta del tutto estraneo all’analisi condotta da VdM
sul LL ed è probabile che anche questa di p. 16 sia stata un’interpolazione tardiva senza
séguito: infatti invece di ‘pertinentivo’ VdM usa sempre l’obsoleto ‘dativo’ 50 (e la que-
stione non è puramente terminologica, ma sostanziale).
A proposito di marcatura del beneficiario, VdM a p. 72 (mlace farne vi è tradot-
to «for the nice faran») 51 recepisce senza discussione l’ipotesi che essa sia realizzabile
(oltre che con il genitivo e il pertinentivo) anche tramite il morfema del locativo, fatto
assolutamente indimostrato, dato che tutti i contesti chiari implicano per tale morfema
un valore locativo o strumentale. Lo stesso presupposto morfologico sta alla base della

47
 La forma putina citata da VdM, p. 60 è quasi certamente di natura onomastica.
48
  Questa sorprendente procedura è forse ‘spiegabile’ se si rammenta che VdM, ignorando l’esistenza
degli ablativi, come visto supra, crede che forme come velyina abbiano, accanto al normale genitivo velyinas,
una ‘variante’ di genitivo velyines che a p. 20 è definito «a double gen. of *velyina» (mentre si tratta di un
semplice ablativo < *velyina-is).
49
 Cfr. Appunti, pp. 14-25, 44-51.
50
  Vedi ad es. p. 144: «carsi … it may be the dative (loc(ative) of a gen(itive)) of car-» (oltretutto la for-
ma carši per la -š- [VdM, secondo l’uso di fasi prescientifiche precedenti, trascura sempre l’opposizione s :
š] porrebbe degli ostacoli su cui qui sorvoliamo); p. 152: «farsi … It is probably a dative» (anche qui però
abbiamo -š-: in realtà entrambi i termini sono probabilmente formazioni verbali da car- “fare” e far- “entra-
re?”; cfr. careš-i “nel? costruire” in Rix, ET Pe 5.3 e careš-ri “da costruire” in Pe 5.2).
51
 A lato vorrei segnalare che ai termini in -n al caso zero con locativo -ne (< *-na-i) si può applicare la
spiegazione proposta, pur partendo da dati diversi, da Giannecchini per lautn “famiglia”: «Se lautn è il de-
rivato di un antico prestito nominale *laut, esso potrebbe essersi formato con il morfema -na» (che traspare
nell’obliquo lautnes(-cle) < *lautnas-icle). «La caduta della vocale finale, inquadrabile in fenomeni di dileguo
di vocali finali proprio dell’etrusco predocumentario [...] si potrebbe spiegare con una perdita di trasparenza
morfologica, dopo che il termine *laut è scomparso dal lessico ed il derivato laut-n non è stato più ricono-
sciuto come complesso», altrimenti il morfema -na, come di norma, avrebbe superato gli effetti dell’apocope
(Giannecchini 2003, p. 93; cfr. Rix 2000, p. 205, § 12).
588 Recensioni

traduzione «for Tec the Father» del sintagma tece šansl 52 di Rix, ET Pe 3.3 (dall’iscri-
zione sulla famosa statua dell’Arringatore) 53: qui si vede bene che VdM reputa il loca-
tivo (tece, ovviamente da un preteso *teca-i) perfettamente omologabile con il genitivo
(šans-l), al punto da poter integrare un accordo morfosintattico. Altre imprecisioni di
VdM sul locativo emergono in rapporto alla flessione dei pronomi dimostrativi 54 e in co-
struzioni vere o presunte con posposizioni: a p. 17, nota 51, l’arcaico kainuai è ritenuto
un locativo mentre è, eventualmente, un etnico (in caso di locativo con posposizione ci
si aspetterebbe *kainua-i-i); alle pp. 74 e 84 crapsti è tradotto “in crap(a)-”, con palese
inesattezza morfologica.
Il tema delle posposizioni, altra importante acquisizione introdotta (da Rix) nello
studio dell’etrusco rispetto ai vecchi e inadeguati modelli descrittivi, è completamente
ignoto a VdM, che non ne fa alcun cenno. Su -tra, ad es., oltre a quello che si è già
scritto circa sacnicstres, spurestres, ecc., a p. 77 VdM sostiene che potrebbe anche trat-
tarsi di una riduzione-alterazione del suffisso per collettivi -ur(a-) 55, il che, considerata
l’ortografia instabile del LL, potrebbe talvolta essere vero 56. Lo stesso VdM, ibidem, sem-
bra introdurre come requisito (per reputare ammissibile l’identificazione di -tra- quale
variante di -ur(a-)) il fatto che detto -tra- debba non essere preceduto «by a genitive»
(ossia soprattutto con esclusione dei casi di forme in realtà ablativali come sacnics-tres,
spures-tres, su cui VdM ha, come detto, una visione non adeguata): tale requisito non
viene però rispettato da VdM nella traduzione (al plurale) di svels-tres- «on behalf of
living beings» (p. 66). Anche delle posposizioni -te 57 (ad es. p. 113: «śacnitalte loc(ative)
of *śacnitalta») e -ri 58 (ad es. p. 50: «The Etr. undeclinated ending -ri, in postposition»;
p. 77: «it cannot be excluded that zamic is an adj., without declension as caperi as an
undeclinable -ri in postposition») VdM non ha alcuna contezza.
I problemi concernenti i pronomi relativi sono affrontati da VdM (ad es. a p. 65)
in maniera un po’ sbrigativa, seguendo Steinbauer nel rigettare, senza una critica pun-
tuale, l’articolata formulazione di Agostiniani 59 che permette di individuare nel relativo

52
 La traduzione di VdM è instabile sul piano lessicale, oltre che su quello morfologico: infatti egli, a p.
95 sg., rifiutando (giustamente) la proposta interpretativa di Colonna della didascalia sullo specchio di Orbe-
tello col carro del Sole (che vorrebbe leggere caye san “Sole padre”, mentre è sicuramente ca yesan “questa
(è) l’alba”; oltretutto un supposto san sarebbe ben distinto da š(i)ans), sottrae un appoggio fondamentale per
(il peraltro insostenibile) š(i)ans “padre”.
53
  Rix, ET Pe 3.3: aulesi . metelis . ve . vešial . clensi / cen . fleres . tece . šansl . tenine / tuyine cišvlics
che sarà interpretabile come: “ad Aulo Meteli figlio di Vel e della Veši; costui completò l’omaggio? del nume
fiorente??, per conto del pago Chišvli-? (oppure “secondo il pagico decreto??” o simili)”. Per š(i)ans “integro??,
saggio??, fiorente??”, vedi Appunti, p. 22 sg.; tece dev’essere una variante di tecum “omaggio pregevole?”(di
cui si è già detto supra).
54
 Cfr. p. 51: «The ending -cle (< *-clai) … is the loc(ative) of -cla, gen(itive) of -ca»: Appunti, pp. 25,
27, mostra invece che il morfo -le del locativo dei dimostrativi è già attestato in età arcaica (cfr. epnina-ita-
le [Rix, ET Fa 0.2], del VII sec. a.C.), e dunque non è da un presunto *-la-i. A p. 118 etve è tradotto «in
this/such», con grave frainteso (che ricalca imprecisioni di fasi superate dell’ermeneutica etrusca), quasi fosse
locativo di neoetr. (e)ta “questo, quello” (mentre è locativo del vocabolo e(i)tva, per cui vedi Giannecchini
2003 e Facchetti c.s., § 4).
55
 Ma solo con animati o umani (TabCort, p. 59 sg.).
56
 Ad es. per luš-tra- (su cui vedi VdM, pp. 37 sg. e 107)?
57
  Appunti, p. 77 sg.
58
  Appunti, p. 78 sg. Si noti che VdM con l’espressione «in postposition», fraintendendo quello che
deve aver letto in Wylin 2000, indica solo la posizione dell’affisso -ri rispetto alla base lessicale e non la sua
appartenenza alla classe delle posposizioni, di cui mostra, come detto, di ignorare l’esistenza.
59
  TabCort, p. 100.
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an il tratto semantico [+ animato] e in in il tratto [– animato] (anche qui, però, come


per i morfemi del plurale l’opposizione potrebbe essere in effetti fondata su [± umano]:
la precisazione richiederebbe più materiale per l’indagine). Perciò il sintagma flere in
crapsti “nume che (è) crapsti” non escluderebbe in sé per flere “nume” il tratto [– ani-
mato] 60, comportante la selezione del relativo in, se il termine in effetti designava una
manifestazione/epifania della divinità ( flere è spesso seguito da un teonimo in genitivo,
così che abitualmente si traduce “il nume di …”); tanto meno flere escluderebbe il tratto
[–  umano]. Parimenti nell’enunciato aiseras in ecs mene mlace marni tui (da Rix, ET
AV 4.1, il piombo di Magliano), citato da VdM a p. 67, non è affatto certo che il relati-
vo in debba riferirsi ad aiseras “degli dèi”: il problema-chiave sta infatti nel precisare il
senso di mene mlace marni tui. Si potrebbe, ad esempio, cercare di interpretare “de-
gli dèi (è) ciò che secondo (o “per”) questo (rito) fanno (e) hanno … -ato (mlace) la
magistratura? (e) il pago?” o simili 61. Così anche a p. 80 VdM reputa an riferibile a vacl
(tradotto «(libation-) offer»), mentre vacl an scanince sarà da interpretare come “colui
che (an) ha … -ato (scanince) la lode? (vacl )” e a p. 143 la traduzione «‘do not make/
take away the muc, which is not to be seas-’» di Ta 8.3 (ei muc ara an ei seasri) andrà
rettificata: “non porti il boccale? colui che non deve essere seas-”.
Sulla morfologia verbale non sappiamo molto, a causa della relativamente scarsa do-
cumentazione superstite; sorprende comunque l’espressione «infinitive pro imp(erativo)»
impiegata da VdM per designare alcune semplici basi verbali senza suffisso (pp. 69 e
85 per nunen “invoca!”; p. 128 per al-c “e da’!”), mentre moltissimi altri casi analoghi
sono tradotti semplicemente come imperativi (es. trin “di’!” [p. 78], ar “porta!” [p. 119],
ecc.), senza l’aggiunta di questa sibillina qualificazione.
Per ultimo riserviamo qualche cenno ai problemi lessicali (oltre ai molti esempi già
forniti finora): alle pp. 45 fanu è tradotto “tomba”, “camera tombale”, mentre è ora chia-
ro che si tratta di un verbo 62; a p. 65 (per lecin): «If the root would be akin to Italic lec-
(sic) (cf. Lat. leg-; Osc.: leginei, leginum), the meaning is: ‘choose’», ma non si capisce che
cosa dovrebbe legittimare questa connessione; a p. 77 mamurke … turšikina è tradotto
«Mamurke the Etruscan», mentre è ovvio che turšikina è un gentilizio; a p. 109 VdM

60
  Vedi invece VdM, p. 65: «There is no reason, however, to interpret flere, a numen, as inanima-
te …».
61
  Per es.: “degli dèi (è) quel mene che secondo (o “per”) questo (rito) hanno … -ato (mlayce) la ma-
gistratura? (e) il pago?”. Ovviamente queste ipotesi interpretative presuppongono in (accusativo) < *inn <
in-ni (forma conservativa attestata sulla Tavola di Cortona; lo sviluppo etr. arc. -ni > rec. -n della marca per
l’accusativo dei pronomi normale, anche se per i relativi an, in esso potrebbe essere stato bloccato dal fatto
che l’esito del fenomeno avrebbe reso omonime le forme del nominativo e dell’accusativo). Diversamente, in
Rix, ET AV 4.1, con in nominativo (parallelamente alle formule an cs mene ecc. del LL), salvo errore dello
scriba, non si potrebbe escludere, come detto, che il tratto di umanità (piuttosto che di animatezza) sia in ef-
fetti quello pertinente nell’opposizione an/in (in tal caso al contrario dei plurali: aise-ra-s), per cui si avrebbe
“degli dèi che di ciò” ecc. Per una recente e alternativa proposta su tuyi- (tradizionalmente “pago” o simili)
come verbo, vedi Massarelli 2008.
62
  Vedi, ad es., zaru faniri “(è) da dichiarare rituale?” sulla Tabula Capuana (cfr. zarfn- nel LL e supra)
ed ey fanu … (incipit di Rix, ET Ta 5.6 e Pe 5.2) come et … cenu, all’inizio della Tavola di Cortona (Fram-
menti, p. 15; Appunti, p. 41 sg.); ma cfr. VdM p. 82: ey (per la lettura superata †eiy) fanu šayec lautn pum-
pus (incipit di Ta 5.6) «this/so (?) fanu (tomb; main room of the tomb) and śathe of the Pumpu people» e p.
142: ey fanu lautn precus (incipit di Pe 5.2) «this/so (?) is fanu (tomb; main room of the tomb) and śathe of
the Pumpu people». Si noti come VdM reputi dubbio il significato “così” per ey/t, ultimamente recuperato
in TabCort, accostando l’idea antiquata e ora insostenibile che possa trattarsi di un dimostrativo (tra l’altro i
vecchi interpreti lo ritenevano piuttosto un locativo [“in questo”] di ei (n), di cui ancora Agostiniani ha chia-
rito precisamente il senso di particella negativa [“non”]). Inoltre VdM trascura il fatto che lautn “famiglia”,
che egli traduce “of the … people”, non è in genitivo.
590 Recensioni

afferma che catica «is without any parallel», mentre, proprio sul LL, abbiamo attestato
il termine cnticn (si tengano presente le forme del dimostrativo neoetrusco (e)ca [caso
zero] / (e)cn [accusativo], anche se probabilmente catica è un mero errore per cnticn);
a p. 113 scuna è reputata l’ennesima designazione di “tomba” (così altrove, es. p. 119, per
i derivati di scun-), trascurando gli importanti, e direi risolutivi, indizi per scun- “conce-
dere” 63; a p. 119 l’attribuzione a matan del possibile significato “prima” è sostenuta con
argomenti inconsistenti; a p. 123 la proposta di connessione tra spet- “aprire?” e špant- 64
presenta insuperabili ostacoli fonetici (-a- > -e-, in contesti simili, e inserzione o dileguo
di -n- inspiegate), morfologici (la segmentazione corretta non è špant-e ma špan-te) e se-
mantici (špan- “pianura” è connesso all’idea di “essere piatto”, non di “essere aperto”,
come ben mostrato in TabCort, p. 92 sg., che evidentemente, come più volte verificato,
VdM non ha consultato direttamente); a p. 123: considerato che (come è noto anche a
VdM), sulla base di confronti combinatòri, è praticamente certo che ešvitle indichi una
data (forse “nelle idi” o simili), lo stesso VdM omette di rilevare, nella sequenza etnam
ic ešvitle ampneri (“parimenti come nelle idi? ampneri ”), che l’ultimo termine potrebbe
essere un nome di mese (es. ampner-i: cfr. anpilie “in maggio” sulla Tabula Capuana); a p.
132 per zac VdM suggerisce un possibile confronto con zacinat della Tavola di Cortona,
citando, per il suo possibile significato, soltanto De Simone 1998 («zacinat may, accor-
ding to C. De Simone, indicate the function of a priest»), mentre si è visto che il mo-
dello interpretativo di quell’autore è radicalmente inattendibile; a p. 135: «K. Wylin has
proven that uta means sacred», il che è lungi dall’essere accertato, e comunque anche
qui è palese la scarsità delle fonti effettivamente conosciute da VdM; a p. 154, riguardo
l’interpretazione di un brano di LL 13-14 proposta in Facchetti 2002a, VdM scrive: «G.
M. Facchetti translates: ‘and in harmony gather in the assembly of the possessors and
of the plebeans … cim’. This is not without problem as hilarune (loc. of an adj.) may
depend on care and as eterti is a loc. in its own right, not dependent on care», il che
rivela come VdM non abbia letto o recepito Facchetti 2002a, p. 234, nota 38 65.
A p. 62, volgendo l’attenzione alla formula hari repinic, VdM precisa che questi
due termini «are locatives (-i), linked by the conjunction -c. They occur, as mentioned
just above, also in singular form: hae repinec, always preceded by ans, a singular too!»;
infatti nella pagina precedente leggiamo: «The pl. ansur is followed by a locative in the
pl. har-i and the undeclinated loc. repin-i …; the singular ans is followed by locatives
in singular case, hat(h)ec. repinec». In base a queste premesse VdM, dopo una breve di-
scussione, conclude reputando accoglibile l’idea di Steinbauer 1999: «D. H. Steinbauer
translates *haa with ‘peace; luck; wellbeing’ and interprets *repina likewise as ‘a posi-
tive situation’. So the formula might mean: ‘in peace and prosperity’, which reminds us
of the Umbrian formula, Tig VI a 33: ‘futu fo(n)s pacer pase tua’, i.e.: ‘be favourable
and benevolent with your peace’ in the Tabula Iguvina VI a 30 (cf. Cato, De agri cultura
141: ‘volens propitiusque sis’)». Questa interpretazione è poi quella adottata da VdM in
tutte le altre ricorrrenze delle formule qui citate (vedi p. 87: ha{n}tec repine[c] “in/for
prosperity and wellbeing”).
Non è però legittimo condurre indagini su testi così difficili prescindendo dalla ri-
gorosa considerazione dei dati combinatòri e di quelli grammaticali.

  Frammenti, p. 19 sg.; Appunti, p. 73.


63

64
 Tradotto “open(-space)”: evidentemente VdM si riferisce a špante che ricorre sulla Tavola di Cortona,
assieme a španyi, per cui TabCort, p. 92 sg., – non citato da VdM – ha saputo recuperare il significato špan-
“piano, pianura” (cfr. spanti “un piatto”).
65
 Cfr. anche Facchetti c.s., § 3.
Recensioni 591

Le osservazioni sulla concomitante distribuzione di anšur con hari repinic e di


anš con hae repinec sono tratte da Rix 1991, benché VdM non sia ben chiaro in propo-
sito e anzi ometta di aggiungere un’ulteriore fondamentale precisazione dello stesso Rix:
le formule al plurale (anšur e hari repinic) ricorrono in sezioni del LL, identificate
precisamente sulla base di inequivoci indicatori intertestuali. Tali sezioni, comparabili
sinotticamente (per i dettagli rinviamo a Rix 1991), sono: il I rito degli dèi sic seuc (LL
II); il rito del nume che (è) crapsti (LL III e IV); il II rito degli dèi sic seuc (LL V.1-16);
l’aggiunta dopo il II rito degli dèi sic seuc (LL V.16-23, VI e VII); il rito di Neuns (LL
VIII e IX.s1-f1). Orbene, la presenza delle formule al plurale (anšur e hari repinic) è
caratteristica esclusiva dei rituali dedicati a una pluralità di dèi (cioè il I e il II rito degli
dèi sic seuc), mentre le formule al singolare (hae repinec) sono presenti nelle prescrizioni
sacre rivolte a divinità singole (cioè i riti del nume che (è) crapsti e di Neuns). Questa
semplice constatazione, fondata su dati strettamente combinatòri, non poteva così, senza
una parola, essere accantonata da VdM e serve da sola a smontare l’ipotesi mutuata da
Steinbauer che tali formule siano da tradurre “in/per la pace e la prosperità”, “in/per
la prosperità e il benessere”, o simili, perché tali interpretazioni riposavano su *hat/a
“pace, prosperità”, ma, visto che abbiamo ha-r-, un plurale, è evidente che “molte paci”
o “molte prosperità” sono un completo nonsenso.
A ciò si aggiunge il fatto, qui come altrove (vedi supra) semplicemente ignorato da
VdM, che ha-r- è un plurale animato (o umano) come anšur e, al pari di quest’ultimo
termine, vi si dovrà riconoscere la designazione di interpreti del rito (singoli per singole
divinità, molti per più divinità), com’è anche suggerito dal titolo hatrencu, presumibil-
mente sacerdotale e appunto composto con o derivato da hat/-, che compare in vari
epitaffi 66. VdM in effetti cita il titolo hatrencu a questo proposito (p. 62), ma abbandona
subito la ‘pista’ per seguire Steinbauer.
In conclusione VdM dà prova in questo libro di una non adeguata capacità valuta-
tiva e critica e di essere ignaro di molti temi cruciali agitati nell’odierno dibattito gram-
maticale e lessicale sull’etrusco, adottando modelli descrittivi della lingua superati (il più
delle volte) ormai da decenni: insomma si avverte tra la bibliografia ‘ideale’ che decora
le ultime pagine del volume e la bibliografia realmente impiegata, uno stacco netto che
compromette la validità dell’intera analisi.

Giulio M. Facchetti

R i f e r i m e n t i   b i b l i o g r a f i c i

Adiego I.-X. 2006, Etrusco marunucva cepen, in StEtr LXXII [2007], pp. 199-214.
Agostiniani L. 1992, Contribution à l’étude de l’épigraphie et de la linguistique étrusques, in Lalies XI, pp.
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—  1993, La considerazione tipologica nello studio dell’etrusco, in Incontri Linguistici XVI, pp. 23-44.
—  1997, Sul valore semantico delle formule etrusche tamera zelarvenas e tamera šarvenas, in Studi linguistici
offerti a G. Giacomelli, Padova, pp. 1-18.
Benelli E. 2003, Una misconosciuta nota di Gustav Herbig e l’etrusco etera, in Miscellanea etrusco-italica III,
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Cristofani M. 1995, Tabula Capuana, Firenze.

  Per tutto cfr. Appunti, pp. 12 sg., 63-65.


66
592 Recensioni

De Simone C. 1998, La Tabula Cortonensis: tra linguistica e storia, in AnnScPisa s. IV 3, 1 [2000], pp.
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—  2002c, La Tabula Cortonensis come documento giuridico, in La Tabula Cortonensis e il suo contesto storico-
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it, sezione “Etrusco”).
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pp. 359-388 (leggibile anche in www.scritturedimenticate.iulm.it, sezione “Etrusco”).
—  2005b, Some New Remarks on the Tabula Cortonensis (= TCo), in Lingua Posnaniensis XLVII, pp. 59-63
(leggibile anche in www.scritturedimenticate.iulm.it, sezione “Etrusco”).
—  c.s, Note etrusche (II), in AION Ling XXXI, in stampa.
Giannecchini G. 2003, La semantica di etr. aura, in Plurilinguismo X, pp. 71-102.
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