Sei sulla pagina 1di 19

Patologia 1

23 dicembre 2010

1
Indice

I Torboli 3
1 Capitolo 1: Proprietà delle risposte immunitarie 3
1.1 Immunità innata e adattativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.1.1 Evoluzione del sistema immunitario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.2 Tipi di risposta adattativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.3 Elementi comuni delle risposte adattative . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.4 Componenti cellulari della risposta adattativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.5 Riassunto delle risposte immunitarie ai microbi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5

2 Capitolo 2: Immunità innata 7


2.1 Caratteristiche fondamentali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2.1.1 Recettori per i PAMPs . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2.2 Componenti dell’immunità innata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
2.2.1 Barriere epiteliali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
2.2.2 Fagociti e risposte infiammatorie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
2.2.3 Cellule NK . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
2.2.4 Proteine circolanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

3 Capitolo 3: Cellule e tessuti del sistema immunitario adattativo 14


3.1 Cellule del sistema immunitario adattativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
3.1.1 Linfociti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
3.1.2 APC . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
3.2 Anatomia e funzioni dei tessuti linfoidi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
3.2.1 Midollo osseo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
3.2.2 Timo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
3.2.3 Linfonodi e sistema linfatico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
3.2.4 Milza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
3.2.5 Sistema immunitario cutaneo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
3.2.6 Sistema immunitario mucosale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
3.3 Vie e meccanismi di homing e ricircolo linfocitario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
3.3.1 Homing dei linfociti B . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

2
Parte I
Torboli
1 Capitolo 1: Proprietà delle risposte immunitarie
1.1 Immunità innata e adattativa
Le cellule e le molecole responsabili dell’immunità costituiscono il sistema immunitario e la loro
risposta collettiva e coordinata all’introduzione di sostanze estranee è detta risposta immunitaria.
Una definizione più precisa di risposta immunitaria è reazione a componenti microbiche così come
a macromolecole (proteine/polisaccaridi) e piccole molecole che vengono riconosciute come estranee,
senza tener conto delle conseguenze fisiopatologiche di tale reazione.
L’immunità innata fornisce la prima linea di difesa contro i microbi. Questi meccanismi reagiscono
solamente ai microbi e rispondono essenzialmente nello stesso modo alle infezioni ripetute. I principali
componenti dell’immunità innata sono:
1. Barriere fisiche e chimiche
2. Cellule fagocitiche, cioè neutrofili e macrofagi, e natural killer
3. Proteine plasmatiche, tra le quali quelle del complemento
4. Citochine, che regolano e coordinano molte delle attività delle cellule dell’immunità innata
Esistono risposte immunitarie che sono stimolate invece dall’esposizione ad agenti infettivi e che
aumentano in grandezza ed efficacia ad ogni successiva esposizione: si tratta dell’immunità acquisi-
ta/adattativa. L’immunità acquisita è in grado di riconoscere un grande numero di sostanze mi-
crobiche e non e la capacità di riconoscimento è talmente alta da giustificare il titolo di immunità
specifica. I principali agenti dell’immunità acquisita sono i linfociti e i loro prodotti di secrezione,
come gli anticorpi. Le sostanze estranee in grado di indurre risposte immunitarie specifiche sono dette
antigeni.

1.1.1 Evoluzione del sistema immunitario


I meccanismi specializzati di difesa che costituiscono la risposta adattativa sono esclusivi dei vertebrati.
• Diverse cellule degli invertebrati rispondono ai microbi circondandoli e distruggendoli; queste
cellule ricordano i fagociti e, a seconda della specie, sono state chiamate fagociti ameboidi, emociti,
coelomociti o leucociti del sangue.
• Gli invertebrati non contengono linfociti antigene-specifici e non producono immunoglobuline o
proteine del complemento: contengono tuttavia molecole solubili che legano e lisano i microbi.
• I fagociti in alcuni invertebrati possono secernere citochine che somigliano a quelle derivanti dai
macrofagi nei vertebrati.
• Tutti gli organismi pluricellulari esprimono i toll-like receptor, responsabili dell’avvio delle reazioni
di difesa
• Gli invertebrati sono in grado di riconoscere trapianti di tessuto estraneo, attività che nei verte-
brati è dipendente dalla risposta immunitaria adattativa. Negli invertebrati queste reazioni sono
mediate da cellule di tipo fagocitico che però non sono in grado di generare una memoria per il tes-
suto trapiantato. Queste evidenze indicano che anche gli invertebrati sono in grado di esprimere
molecole (forse precursori del MHC) per distinguere il self dal non self.
La svolta nell’evoluzione immunitaria si ha con la comparsa di recettori antigenici riarrangiati somatica-
mente, evento che accade con i pesci più evoluti. Buona parte dei componenti del sistema immunitario
adattativo sembra essere apparsa in un tempo breve e in maniera coordinata nei vertebrati dotati di
mandibola. Dal momento della comparsa degli antigeni generati per ricombinazione genica il sistema
immunitario si è evoluto costantemente: si passa da un singolo tipo di anticorpo nei pesci fino agli otto
dei mammiferi.

3
1.2 Tipi di risposta adattativa
Immunità umorale L’immunità umorale è mediata da molecole presenti nel sangue e nelle secrezioni
dette anticorpi, prodotte da cellule dette linfociti B. L’immunità umorale è la principale difesa contro
microbi extracellulari e le loro tossine in quanto gli anticorpi secreti possono legare e assistere nell’elim-
inazione di queste molecole tossiche. Gli anticorpi di loro sono specializzati e differenti tipi di anticorpi
possono attivare diversi meccanismi.

Immunità cellulo-mediata L’immunità cellulo-mediata è legata ai linfociti T. Microbi intracellulari


che sopravvivono e proliferano all’interno di fagociti o altre cellule sono inaccessibili per gli anticorpi:
per queste infezioni la difesa è legata all’immunità cellulo mediata che ne promuove la distruzione.

Immunizzazione L’immunità protettiva nei confronti di un microbo può essere indotta dalla risposta
dell’ospite o dal trasferimento di anticorpi/linfociti specifici. L’immunità indotta dall’esposizione diretta
all’antigene è detta immunità attiva in quanto l’individuo immunizzato gioca un ruolo attivo; l’inoc-
ulazione di anticorpi/linfociti specifici crea invece un tipo di immunità che non prevede l’esposizione
dell’immunizzato all’antigene: si parla di immunità passiva. Un esempio di immunità passiva naturale
è il trasferimento di anticorpi materni al feto.
In ambito clinico l’immunità ad un microbo viene sempre misurata in maniera indiretta, cercando
la presenza dei prodotti dell’immunità o amministrando derivati purificati del microbo e misurando la
reazione indotta.

1.3 Elementi comuni delle risposte adattative


• Specificità e diversità. Le risposte sono specifiche per i diversi antigeni; le parti degli antigeni
che vengono specificamente riconosciute dai singoli linfociti sono dette determinanti od epitopi. I
singoli linfociti esprimono sulle loro membrane recettori che sono in grado di riconoscere le sottili
differenze tra gli antigeni. Il numero totale di epitopi riconoscibili, detto repertorio linfocitario, è
enorme: si stima tra 107 e 109 .
• Memoria. L’esposizione ad un antigene migliora la capacità di risposta del sistema: le risposte alle
infezioni successive sono solitamente più rapide, ampie e spesso qualitativamente diverse dalla
risposta primaria. La memoria immunologica è in parte dovuta all’espansione dei cloni linfocitari
specifici per quell’antigene e in parte alla produzione delle cellule della memoria.
• Espansione clonale. I linfociti proliferano molto dopo esposizione ad un antigene. Il termine es-
pansione clonale indica che la crescita è limitata alle cellule che esprimono recettori per l’antigene.

• Specializzazione. Immunità umorale e cellulo-mediata sono stimolate da classi microbiche diverse


(o diverse fasi dell’infezione).
• Contrazione ed omeostasi. Tutte le risposte immunitarie devono svanire nel tempo, facendo
ritornare il sistema immunitario allo stato basale, cioè alla sua condizione di omeostasi. La
riduzione/contrazione della reazione è dovuta soprattutto al fatto che le risposte innescate dagli
antigeni distruggono gli antigeni stessi, eliminando dunque lo stimolo.
• Non reattività al self. I linfociti non reagiscono a molecole self grazie alla proprietà della tolleranza.
La tolleranza viene mantenuta eliminando i linfociti autoreattivi: riduzioni di questa capacità sono
alla base delle malattie autoimmuni.

1.4 Componenti cellulari della risposta adattativa


Le cellule principali del sistema immunitario sono i linfociti, le APC e le cellule effettrici.
I linfociti sono cellule che riconoscono gli antigeni estranei e mediano quindi l’immunità innata e
quella umorale. Esistono diverse popolazioni linfocitarie che differiscono nel modo in cui riconoscono
il non-self:

4
• Linfociti B. Questi linfociti sono gli unici in grado di produrre anticorpi. Riconoscono gli anti-
geni extracellulari e si differenziano in plasmacellule secernenti gli anticorpi: mediano dunque
l’immunità umorale.
• Linfociti T. Questi linfociti mediano la risposta cellulo-mediata in quanto riconoscono antigeni
intracellulari e si attivano per distruggere microbi e cellule infettate. I linfociti T non producono
anticorpi e hanno una specificità ristretta per gli antigeni: riconoscono solo antigeni peptidici
attaccati a proteine codificate dall’MHC. I linfociti T consistono di popolazioni funzionalmente
distinte, tra le quali quelle codificate meglio sono le cellule T-Helper e le cellule T-Citotossiche.

– Le cellule T-Helper in risposta ad un’infezione secernono citochine che servono a stimolare la


proliferazione e la differenziazione delle cellule T stesse e l’attivazione di altre cellule tra cui
cellule B, macrofagi ed altri leucociti.
– I linfociti T citotossici agiscono uccidendo le cellule che producono antigeni non-self.

L’avvio e lo sviluppo dell’immunità adattativa richiede il sequestro e la presentazione degeli antigeni


ai linfociti da parte delle APC. Le APC più specializzate sono le cellule dendritiche, che catturano gli
antigeni in arrivo dall’ambiente esterno e lo trasportano agli organi linfoidi per presentarlo ai linfociti T
naive (vergini ed aspecifici) per iniziare la risposta immunitaria.
L’attivazione dei linfociti da parte degli antigeni porta all’attivazione di vari meccanismi. L’elimi-
nazione dell’antigene richiede spesso la partecipazione di cellule dette effettrici in quanto mediatrici
dell’effetto finale della risposta immunitaria. Linfociti T attivati, fagociti mononucleati e altri leucociti
funzionano da cellule effettrici in differenti risposte immunitarie.

1.5 Riassunto delle risposte immunitarie ai microbi


Risposta precoce dell’immunità innata L’immunità innata bloca l’ingresso di microbi e ne limita
l’espansione qualora riuscissero a passare. I principali tratti a rischio sono la cute, il tratto GI e
quello respiratorio: sono tutti ricoperti di epitelio continuo che fornisce una barriera efficace. Se il
microbo sfonda la barriera trova i macrofagi che esprimono sulle loro membrane recettori che legano e
fagocitano il microbo o attivano altre cellule. I macrofagi attivati producono ROS e enzimi lisosomiali
per distruggere il microbo, ma secernono anche citochine che promuovono il reclutamento di altri
leucociti. Le citochine sono responsabili di molti aspetti delle reazioni immunitarie e sono quindi
molecole messaggere. L’accumulo locale di leucociti e la loro attivazione per distruggere i microbi è
parte di ciò che causa l’infiammazione. La risposta innata ad alcuni virus consiste nella produzione di
citochine antivirali dette interferoni e nell’attivazione di cellule NK.
I microbi che resistono a questo primo intervento possono entrare nel sangue dove vengono ri-
conosciuti dalle proteine circolanti dell’immunità innata: tra di esse le più importanti sono quelle
facenti parte del sistema del complemento. Il complemento può essere attivato direttamente dai micro-
bi (via alternativa) con il risultato dello stimolo infiammatorio e della fagocitosi del patogeno, oppure
può essere attivato dagli anticorpi (via classica).

Risposta adattativa La risposta adattativa ruota intorno a tre strategie:


1. Anticorpi. Gli anticorpi secreti legano i microbi extracellulari, bloccandone la capacità infettiva e
promuovendone la distruzione.

2. Fagociti. I fagociti digeriscono e uccidono i microbi e le cellule T-Helper li favoriscono in questo.


3. Linfociti T-Citotossici. I linfociti T-Citotossici uccidono le cellule infette inaccessibili agli anticorpi.
L’immunità adattativa produce un grande numero di linfociti durante la maturazione e, a seguito
di stimolo antigenico, seleziona i più utili per combattere il microbo: questo aumenta l’efficacia del
sistema.
Il numero di linfociti naive per ogni antigene è basso (uno per milione) e la quantità di antigene è
spesso anch’essa limitata: esistono meccanismi specializzati nel catturare e concentrare microbi nel-
la giusta posizione per una stimolazione ottimale. Le cellule dendritiche sono le APC che portano gli

5
antigeni ai linfociti naive CD4+ e CD8+ e quindi fanno iniziare la risposta adattativa. Queste cellule cat-
turano i microbi, ne digeriscono le proteine in peptidi e li esprimono sulla loro superficie in associazione
a molecole MHC: si dirigono poi ai linfonodi dove stazionano.
I linfociti specifici per un gran numero di antigeni esistono già prima dell’esposizione e, quando
entra l’antigene, questo seleziona e attiva cellule specifiche: questa è la base dell’ipotesi della selezione
clonale. L’attivazione dei linfociti T-Naive richiede il riconoscimento del complesso antigene-MHC delle
cellule dendritiche: questo passaggio garantisce specificità all’immunità e non autoreattività.
I linfociti CD4+ attivati proliferano e si differenziano i cellule effettrici le cui funzioni sono mediate
dalle citochine secrete. Una delle prime azioni è la secrezione di interleuchina-2 (IL-2), un fattore di
crescita che agisce sui linfociti antigene-attivati e ne stimola l’espansione clonale. Queste cellule effet-
trici lasciano l’organo linfoide dove sono state generate e migrano ai siti di infezione e infiammazione. Ai
siti di infiammazione le cellule effettrici compiono vari atti: alcune secernono interferon-γ, un potente
attivatore macrofagico. Altri CD4+ attivati secernono citochine che stimolano la produzione di IgE e
attivano gli eosinofili, cioè leucociti in grado di uccidere parassiti troppo grandi per essere fagocitati.
I linfociti CD8+ attivati proliferano e differenziano in linfociti T-Citotossici che uccidono le cellule
infette nel citoplasma.
I linfociti B attivati proliferano e si differenziano in cellule che secernono diverse classi di anticorpi
con diverse funzioni. La risposta dei linfociti B agli antigeni proteici richiede segnali di attivazione
dai linfociti T CD4+ Helper. Parte della progenie dei cloni di cellule B si differenzia in plasmacellule
che producono anticorpi; gli antigeni polisaccaridici e lipidici stimolano soprattutto la produzione di
IgM, mentre quelli proteici, grazie all’interazione delle cellule helper, inducono la produzione di IgG,
IgA ed IgE. La risposta umorale agisce su vari fronti. Gli antiorpi si legano ai microbi impedendo loro
di infettare cellule sane. Le IgG avvolgono i microbi e li destinano alla fagocitosi, in quanto i fagociti
(neutrofili e macrofili) riconoscono le code delle IgG. IgG e IgM attivano il complemento lungo la via
classica, e il complemento promuove la fagocitosi e la distruzione dei microbi. Le IgG sono trasportate
attivamente attraverso la placenta e proteggono i neonati fino alla maturazione del sistema. La maggior
parte degli anticorpi ha emivita intorno alle tre settimane, anche se le cellule della memoria vivono per
anni.

6
2 Capitolo 2: Immunità innata
L’immunità innata è il meccanismo filogeneticamente più vecchio di difesa dai microbi e si è evoluta
con essi per difendere tutti i microorganismi pluricellulari. I ruoli di questo tipo di immunità sono
fondamentalmente due:
1. Iniziare le risposte ai microbi che porevengono, controllano ed eliminano le infezioni. Questo ruolo
è fondamentale in quanto se viene eliminata l’immunità innata e mantenuta la sola adattativa
l’organismo risulta comunque molto più suscettibile alle infezioni.
2. Stimolare le risposte adattative e influenzarne meccanismi ed efficacia.
Alcune componenti dell’immunità innata sono sempre funzionanti, anche prima dell’infezione; queste
componenti sono le barriere fornite dalle superfici epiteliali della cute, del tratto GI e di quello respira-
torio. Altre componenti sono inattive ma pronte a rispondere rapidamente ai microbi: queste includono
i fagociti e il sistema del complemento.

2.1 Caratteristiche fondamentali


• L’immunità innata riconosce strutture caratteristiche dei microbi patogeni e per questo non pre-
senti sulle cellule dei mammiferi: il numero di caratteristiche riconoscibili è limitato. Le sostanze
microbiche che stimolano l’immunità vengono definite PAMPs, acronimo di Pathogen Associated
Molecular Patterns, mentre i recettori che le legano sono definiti pattern recognition receptors.
Tra i PAMPs principali si includono:

– Acidi nucleici esclusivamente non-self, tra cui ds-RNA o con sequenze non-self, tra cui
sequenze non metilate di CpG DNA.
– Proteine che iniziano con N-formilmetionina
– LPS, acidi teicoici e oligosaccaridi ricchi in mannosio

Grazie alla specificità per strutture microbiche l’immunità innata non potrà mai reagire contro
il self; per contrasto l’immunità adattativa non reagisce contro il self solamente perchè i linfociti
autoreattivi vengono eliminati: per questo motivo l’immunità adattativa è alla base delle malattie
autoimmuni mentre quella innata non presenta questo problema.
• L’immunità innata riconosce strutture microbiche fondamentali alla sopravvivenza del patogeno,
in modo da evitare che questo possa disfarsene per evitare il controllo immunitario.
• I recettori per i PAMPs includono sia molecole associate alla cellula sulle membrane cellulari che
proteine solubili nel sangue e nei fluidi extracellulari. In generale l’attivazione di questi recettori
produce una trasduzione del segnale che attiva funzioni infiammatorie e antimicrobiche oppure
facilita l’assorbimento del microbo all’interno delle cellule.
• I recettori per i PAMPs sono codificati da DNA non riarrangiato somaticamente, quindi il numero di
combinazioni possibili è basso: sono riconoscibili circa 1000 pattern molecolari. L’immunità adat-
tativa, sfruttando un riarrangiamento somatico dei geni, è invece in grado di riconoscere almeno
107 pattern molecolari diversi. In sostanza dunque l’immunità innata riconosce fondamentalmente
classi di microbi, mentre quella adattativa riconosce antigeni diversi dei diversi microbi e perfino
antigeni diversi dello stesso microbo.
• L’immunità innata riconosce anche le cellule host danneggiate o stressate in quanto queste esp-
rimono molecole normalmente rare nelle cellule sane. Tra queste molecole vanno inserite le HSP
(Heat Shock Protein), alcune molecole simil MHC-1 e alcuni fosfolipidi di membrana. In questo mo-
do l’immunità innata può contribuire all’eliminazione di cellule infette anche se i prodotti microbici
non sono esposti in superficie.

2.1.1 Recettori per i PAMPs


La classe più importante, anche se non l’unica, di recettori PAMPs è quella dei TLRs.

7
Toll-Like receptors Toll è un gene identificato inizialmente nella Drosophila la cui proteina media
risposte antimicrobiche. Esistono undici diversi TLR nell’uomo, chiamati TLR1-11, e tutti contengono
un dominio TIR (Toll/Il-1 receptor) nel lato citoplasmatico che è fondamentale per la trasduzione del
segnale. Le più importanti classi di cellule che esprimono i TLR sono i macrofagi, le cellule dendritiche,
i neutrofili, le cellule delle mucose epiteliali e le cellule endoteliali.
I TLR si trovano sulle membrane cellulari in genere, sia membrane plasmatiche che intracellulari:
possono dunque riconoscere infezioni in varie posizioni. I TLR 3,7,8 e 9 si collocano sul RE e sulle mem-
brane endosomiali dove riconoscono acidi nucleici esogeni; le tipologie di acido nucleico riconosciute
non sono esclusive microbiche, ma la posizione lo è: questi TLR riconoscono l’infezione dunque non
sulla base del prodotto ma su quella della sua collocazione cellulare.
L’attivazione di un TLR in genere attiva diversi pathway di segnalazione che terminano nell’atti-
vazione di vari fattori di trascrizione. La segnalazione inizia con il legame ligando-recettore che porta
alla dimerizzazione1 dei TLR e il reclutamento di proteine adattatrici contenenti un dominio TIR; questo
reclutamento facilita quello di varie protein kinasi che fosforilano diversi fattori di trascrizione, tra i
quali i più importanti sono:
1. κB e AP-1, che stimolano la produzione di citochine infiammatorie, chemochine e molecole di
adesione endoteliale.

2. IRF-3 e IRF-7 che stimolano l’espressione dei geni dell’interferone α/β.

Lectine tipo-C Le lectine tipo C sono molecole Ca++ -dipendenti che legano carboidrati e che sono
espresse principalmente su macrofagi, cellule dendritiche ed altri leucociti. Queste molecole riconoscono
strutture di carboidrati non presenti sulle cellule di mammifero: tra di esse quella più nota è il recettore
per il mannosio.

Recettori scavenger Molecole con la caratteristica comune di mediare l’uptake di lipoproteine ossi-
date all’interno delle cellule.

Recettori per N-formil-met/leu/phe Questi recettori riconoscono piccoli peptidi contenenti residui
di N-formilmetionile che sono caratteristici delle proteine batteriche (ma anche delle proteine sintetiz-
zate nel mitocondrio). Questi recettori sono espressi su neutrofili (FPR) e macrofagi (FPRL1): in entram-
bi i casi consentono ai fagociti di riconoscere e rispondere alle proteine batteriche. Il funzionamento di
questi recettori è quello di un recettore associato a proteina G: si attiva la via del fosfatidilinositolo e si
promuovono riarrangiamenti del citoscheletro.

NLRs Sono una famiglia di molecole citoplasmatiche che fungono da sensori intracellulari di infezione
batterica. Molte NLRs riconoscono il peptidoglicano comunemente presente nelle pareti batteriche; a
seguito del riconoscimento si ha il reclutamento della protein kinasi RICK che inizia la cascata che
termina con l’attivazione dei fattori di trascrizione κB e AP-1 (gli stessi dei TLR, quindi produzione di
citochine e altri mediatori).

Proteine CARD Il dominio CARD (Caspase Activation and Recruitment Domain) è contenuto in re-
cettori citoplasmatici che legano RNA virale e che attivano cascate segnalatorie che terminano con
l’attivazione dei fattori di trascrizione IRF-3 e κB che stimolano l’espressione di interferoni antivirali di
tipo I.

2.2 Componenti dell’immunità innata


Le principali cellule effettrici dell’immunità innata sono neutrofili, fagociti mononucleati e cellule
NK. Alcune di queste cellule, soprattutto macrofagi e NK, secernono citochine in grao di attivare i
fagociti e stimolare l’infiammazione. L’infiammazione è la reazione cellulare dell’immunità innata e
consiste nel reclutamento di leucociti e nell’uscita dai vasi di molte proteine plasmatiche verso il sito
1 Può verificarsi sia una omodimerizzazione che una eterodimerizzazione, aumentando in questo modo il numero di pathway

attivabili.

8
di infezione. L’infiammazione può anche danneggiare tessuti normali. Le proteine circolanti legate
all’immunità innata sono invece quelle del complemento e altre che riconoscono strutture microbiche,
come le lectine leganti il mannosio.

2.2.1 Barriere epiteliali


Le tre principali sedi di contatto con l’ambiente esterno sono la cute, il tratto GI e quello respiratorio.
Tutte e tre sono protette da un epitelio continuo: se questa continuità viene persa la suscettibilità alle
infezioni aumenta.
Gli epiteli, come alcuni leucociti, producono peptidi antimicrobici, soprattutto defensine e catelici-
dine.
Defensine Le defensine sono piccoli peptidi caratterizzati da tre ponti disolfuro; esistono tre famiglie
di defensine (α, β e Φ) distinte sulla base della posizione dei ponti. Grandi produttrici di defensine
α sono le cellule del Paneth nell’intestino, questo per limitare il numero di microbi nel lume.
Alcune defensine sono prodotte in modo costitutivo ma la loro secrezione può essere stimolata da
citochine o prodotti microbici. In altre cellule le defensine sono invece prodotte solo in risposta
ad uno stimolo. L’azione protettiva delle defensine include sia tossicità diretta per i microbi che
attivazione delle cellule coinvolte nelle risposte infiammatorie.

Catelicidine Le catelicidine sono espresse dai neutrofili e dai vari epiteli. Un precursore di 18kD
viene trascritto e digerito proteoliticamente in due peptidi, entrambi protettivi. Il frammento C-
terminale, detto LL-37, ha tossicità diretta per molti organismi e attiva diverse risposte leucoci-
tarie, oltre alla capacità di legare e neutralizzare LPS. L’altro frammento potrebbe anch’esso avere
attività antimicrobiche ma il suo ruolo è meno chiaro.
Gli epiteli delle barriere e le cavità sierose contengono certi tipi di linfociti, tra i quali i linfociti T-
intraepiteliali e il tipo B-1 delle cellule B che riconoscono e rispondono ai microbi comunemente
incontrati. Alcune popolazioni dei linfociti T e B hanno bassa diversità perchè c’è poca ricombinazione
genica: queste riconoscono strutture comunemente espresse dalle specie microbiche, in pratica ri-
conoscono i PAMPs. I linfociti T-intraepiteliali sono presenti nell’epidermide della cute e negli epiteli
delle mucose: queste cellule hanno ruolo immunitario in quanto secernono citochine, attivano i fagociti
e uccidono le cellule infette. La cavità peritoneale contiene invece la popolazione B-1 dei linfociti B, i
cui recettori antigenici sono immunoglobuline; molte cellule B-1 producono anticorpi specifici verso
antigeni polisaccaridici e lipidici, tipo LPS. Individui normali hanno infatti anticorpi verso questi bat-
teri, spesso presenti nell’intestino, senza avere alcun segno di infezione: questi anticorpi sono detti
anticorpi naturali e sono in gran parte prodotti dalle cellule B-1. Una terza popolazione di cellule
presente sotto molti epiteli è quella delle mast-cells che rispondono alle infezioni secernendo citochine
e mediatori lipidici dell’infiammazione.

2.2.2 Fagociti e risposte infiammatorie


I fagociti, cioè neutrofili e macrofagi, sono cellule il cui ruolo primario è identificare, ingerire e distrug-
gere i microbi. La loro risposta funzionale consiste in una serie di step:
1. Reclutamento al sito di infezione

2. Riconoscimento
3. Ingestione
4. Distruzione
In aggiunta a questo i fagociti producono citochine che svolgono importanti ruoli nelle risposte innate
ed adattative e nella riparazione dei tessuti.

9
Neutrofili I neutrofili, detti anche leucociti polimorfonucleati, sono la popolazione più abbondante
dei globuli bianchi circolanti. Si tratta di cellule sferiche con diametro 12−15µm il cui nucleo si presenta
segmentato in tre/cinque lobuli.
Il citoplasma contiene due tipi di granuli; il tipo più abbondante è pieno di enzimi quali lisozima,
collagenasi ed elastasi: questo granulo si colora molto poco e infatti i neutrofili appaiono con citoplasma
chiaro. Il resto dei granuli è formato da lisosomi contenenti enzimi microbicidi tra i quali defensine e
catelicidine.
I neutrofili vengono prodotti nel midollo osseo e originano dalla stessa linea dei fagociti mononu-
cleati. Un uomo adulto produce più di 1011 neutrofili al giorno, ciascuno dei quali circola nel sangue
per circa sei ore. Se un neutrofilo circolante non viene reclutato entro queste sei ore va incontro ad
apoptosi e viene fagocitato dai macrofagi residenti in milza e fegato.

Fagociti mononucleati Queste cellule originano nel midollo osseo, circolano nel sangue e infine mat-
urano e diventano attive nei vari tessuti. La prima cellula che entra nel sangue periferico dopo aver
lasciato il midollo è indifferenziata e prende il nome di monocita. Una volta entrati nei tessuti i monoc-
iti maturano e diventano macrofagi, che assumono diverse forme dopo l’attivazione da parte di stimoli
esterni quali i microbi. I macrofagi attivati si possono fondere tra loro a formare cellule giganti mult-
inucleate. La nomenclatura dei macrofagi varia a seconda del tessuto per indicarne la posizione: nel
SNC si parla di cellule della microglia, nel fegato di cellule del Kupffer, nel polmone di macrofagi alve-
olari e nell’osso di osteoclasti. Le cellule di tipo macrofagico sono le più antiche filogeneticamente nel
mediare l’immunità innata: sono presenti ad esempio nella Drosophila e anche nelle piante.
I macrofagi rispondono alle infezioni rapidamente quanto i neutrofili ma hanno un emivita molto
più lunga, grazie anche al fatto che a differenza di questi ultimi possono dividersi al sito infiammatorio.
Per questo motivo i macrofagi sono le cellulle effettrici dominanti dopo uno o due giorni dall’infezione.

Cellule dendritiche Le cellule dendritiche presentano lunghe proiezioni membranose e capacità fagocitiche
e sono largamente distribuite nei tessuti linfoidi, nelle mucose e nel parenchima degli organi. Queste
cellule derivano da precursori nel midollo osseo e la maggior parte è legata alla lina dei fagociti
mononucleati. Le cellule dendritiche esprimono recettori PAMPs e rispondono secernendo citochine.

Reclutamento dei leucociti ai siti di infezione Neutrofili e monociti vengono reclutati per legame
con molecole di adesione sulle cellule endoteliali e per chemotassi. Il reclutamento è un processo a più
step, ciascuno dei quali orchestrato da diverse molecole.
• Rolling
In risposta a microbi e citochine le cellule endoteliali delle venule postcapillari aumentano l’e-
spressione superficiale di proteine chiamate selectine. I fattori di stimolo più importanti sono
il TNF e l’interleuchina1 (entrambi citochine). Due tipi di selectine sono espressi: la selectina
P, che è già pronta in granuli e viene distribuita rapidamente, e la selectina E, che viene sinte-
tizzata in risposta agli stimoli e viene resa disponibile entro un paio d’ore. Una terza selectina,
chiamata selectina L, viene espressa sui linfociti e altri leucociti e media invece il direzionamento
dei linfociti T naive verso i linfonodi. I leucociti esprimono i ligandi per le selectine sulle punte
dei microvilli. Il legame selectina-ligando è a bassa affinità e presenta grande rapidità di distacco
grazie alla spinta del sangue: il risultato è che i leucociti non si bloccano ma iniziano a rotolare
sulla superficie endoteliale rallentando la loro corsa.
• Attivazione
Le chemochine sono piccole citochine secrete dai macrofagi tissutali, dalle cellule endoteliali e
da altre tipologie cellulari in risposta a TNF e IL-1. La loro funzione principale è stimolare la
chemotassi. Le chemochine prodotte al sito di infezione vengono trasportate sulla faccia luminale
delle venule postcapillari dove si accumulano in alte concentrazioni. In questa sede le chemochine
legano specifici recettori espressi sulla superficie dei leucociti rotolanti.
I leucociti esprimono una famiglia di molecole di adesione dette integrine che normalmente sono
in uno stato di bassa affinità. L’attivazione dei recettori per le chemochine produce due effetti:
l’aumento dell’affinità delle integrine per i loro ligandi e il loro accumulo superficiale in modo da
aumentare l’efficacia del legame del leucocita alla superficie endoteliale.

10
• Adesione
Le citochine (TNF e IL-1) oltre all’attivazione delle integrine aumentano l’espressione endoteliale
dei loro ligandi, in particolare VCAM-1 (Vascular Cell Adhesion Molecule, il ligando dell’integrina
VLA-4) e ICAM-1 (Intercellular Cell Adhesion Molecule, il ligando per le integrine LFA-1 e Mac-
1). Il risultato finale è che i leucociti si attaccano saldamente all’endotelio, riorganizzano il loro
citoscheletro e si allontanano dalla superficie endoteliale.

• Trasmigrazione
Le chemochine stimolano i leucociti adesi a migrare attraverso gli spazi endoteliali lungo il gra-
diente chimico; altre proteine, tra cui CD31, giocano un ruolo in questo passaggio. I leucociti
presumibilmente producono enzimi che li aiutano nell’attraversare la barriera.

L’accumulo di leucociti nei tessuti è uno dei componenti fondamentali dell’infiammazione. Il processo
di trasmigrazione è basato sull’espressione di varie moleole di adesione e varie chemochine; ad esempio
la migrazione dei neutrofili si basa sul legame LFA-1/ICAM-1 e sui recettori per le chemochine CXCR1
e CXCR2, entrambi leganti CXCL8 mentre i monociti utilizzano il legame VLA-4/VCAM-1 e il recet-
tore CCR2 legante CCL2. La progressione temporale di espressione di questi elementi garantisce che
vengano prima reclutati i neutrofili (ore/giorni) e poi i monociti (giorni/settimane).

Fagocitosi dei microbi La fagocitosi è un processo attivo di inglobamento di grandi particelle (Ø oltre
i 0.5µm). L’uccisione dei microbi avviene all’interno delle vescicole formate per fagocitosi, in modo da
proteggere il fagocita dai processi potenzialmente dannosi.
Il primo passo nella fagocitosi è il riconoscimento del microbo. Neutrofili e macrofagi riconoscono
solo cellule non self perchè esprimono recettori specifici per i microbi, recettori tra i quali si contano
quelli per i PAMPs, le lectine tipo C e gli scavenger. Un secondo gruppo di recettori riconosce proteine
dell’host che ricoprono i microbi: queste proteine sono dette opsonine e comprendono anticorpi, pro-
teine del complemento e lectine. Il processo che porta alla copertura del microbo con opsonine è detto
opsonizzazione. Uno dei metodi più efficaci di opsonizzare i microbi è ricoprirli di anticorpi; queste
molecole hanno da un lato una regione che lega l’antigene e dall’altro una regione, detta regione FC,
che interagisce con le cellule effettrici del sistema immunitario. I fagociti esprimono recettori ad alta
affinità (FcγRI) per gli anticorpi IgG: poichè gli anticorpi sono prodotti della difesa adattativa, si ha qui
un caso particolare in cui l’immunità adattativa attiva quella innata.
Quando un microbo o una particella lega un recettore sul fagocita la membrana plasmatica si
redistribuisce e si estende intorno al microbo per poi chiudersi attorno ad esso formando una vescicola
detta fagosoma. Il fagosoma viene portato all’interno della cellula dove si svolgerà l’uccisione del
microbo da un lato e la presentazione ai linfociti T dall’altro.

Uccisione dei microbi fagocitati La fusione del fagosoma con i lisosomi crea un fagolisosoma dove
si concentrano quasi tutti i meccanismi microbicidi. I principali meccanismi sono:
• Produzione di enzimi proteolitici nel fagolisosoma. Tra i più importanti nei neutrofili è l’elastasi,
una serina proteasi. Un secondo enzima importante è la catepsina G: topi KO mostrano incapac-
ità di uccidere i batteri se mancano queste molecole.
• Conversione dell’ossigeno molecolare in ROS che distruggono i microbi. Il principale enzima coin-
volto è l’ossidasi fagocitica, un enzima indotto da molti stimoli tra cui interferone e segnali dai
TLRs. Questo enzima converte l’ossigeno in radicali liberi con NADPH come cofattore nel pro-
cesso chiamato burst respiratorio. L’ossidasi agisce inoltre come pompa protonica generando
un gradiente elettrochimico tra le membrane del vacuolo: questo crea il pH necessario per atti-
vare elastasi e catepsina G. La malattia granulomatosa cronica è il risultato di una deficienza
ereditata di uno dei componenti del sistema dell’ossidasi.
• Oltre ai ROS vengono prodotti intermedi reattivi dell’azoto, in particolare ossido nitrico (NO) grazie
all’azione della ossido nitrico sintasi inducibile (iNOS). Nel fagolisosoma NO si combina con
perossido o superossido di idrogeno per produrre molecole altamente reattive in grado di uccidere
i microbi.

11
Una forte attivazione di neutrofili e macrofagi può danneggiare i tessuti normali dell’ospite per rilas-
cio degli enzimi lisosomiali, di ROS e di NO: se questi prodotti entrano nell’ambiente extracellulare
diventano estremamente pericolosi.

Funzioni accessorie dei macrofagi attivati Oltre all’uccisione fisica dei microbi i macrofagi attivati
servono molte altre funzioni di difesa. In aggiunta al TNF e all’IL1 già citate i macrofagi producono
IL-12 che stimola le cellule NK e le T a produrre interferone gamma. Alte concentrazioni di LPS in-
ducono patologia sistemica caratterizzata da coagulazione disseminata, collasso vascolare e anormalità
metaboliche: tutti risultati di alti livelli di citochine secrete dai macrofagi attivati.
I macrofagi attivati producono infine fattori di crescita per fibroblasti e cellule endoteliali per
aiutare il rimodellamento tissutale che segue le infezioni o i danni in generale.

2.2.3 Cellule NK
Le cellule NK fanno parte di una linea di cellule legata ai linfociti e riconoscono le cellule infette o
stressate rispondendo con uccisione diretta o con la secrezione di citochine infiammatorie. Queste
cellule costituiscono fino al 20% delle cellule mononucleate di sangue e milza e sono rare negli altri
tessuti linfoidi. Oltre all’uiccisione diretta queste sono una grande fonte di interferone gamma che attiva
i macrofagi per far uccider loro i microbi ingeriti. Le cellule NK sono derivate da precursori midollari e
appaiono come grandi linfociti pieni di granuli citoplasmatici; queste cellule non sono linfociti T o B e
non subiscono riarrangiamento somatico: usano recettori codificati nel DNA germinale.

Attivazione delle NK L’attivazione delle cellule NK è regolata dal bilancio tra i segnali in arrivo dai
recettori attivanti e da quelli inibenti. In generale i segnali attivanti devono essere bloccati da quelli
inibitori per evitare l’attivazione della NK e l’attacco a cellule normali. Molti dei recettori sulle cellule
NK riconoscono molecole MHC-1; queste molecole espongono vari peptidi tra cui quelli derivanti dai
microbi per il riconoscimento da parte dei linfociti T CD8+ (le cellule NK usano però recettori di tipo
diverso dai linfociti T per il riconoscimento).
I recettori attivanti rilevano un vasto gruppo di molecole espresse da cellule stressate, infette o
trasformate. Uno dei recettori più studiati è NKG2D che lega una famiglia di proteine simil MHC
che si trovano nelle cellule infettate da virus e in quelle tumorali. Un altro tipo di recettore, CD16,
lega le porzioni Fc di alcune classi di IgG e pertanto porta la cellula NK ad uccidere cellule ricoperte
di anticorpi (opsonizzate). Quando la segnalazione ha inizio si attivano cascate kinasi-dipendenti che
portano all’avvio dell’attività citotossica verso le cellule portanti il ligando e alla produzione di citochine.
I recettori inibitori si legano a molecole MHC-1 normalmente espresse nelle cellule sane. L’avvio di
questi pathway porta all’attivazione di fosfatasi che competono con le kinasi stimolate dalle vie attivanti:
in questo modo le cellule sane sono protette dall’uccisione NK-mediata. Il più vasto gruppo di recettori
inibitori è quello dei KIRs (Killer cell Immunoglobulin-like Receptor) che legano appunto molecole MHC.
Un secondo importante recettore è CD94/NKG2A che lega una molecola MHC detta HLA-E.
Lo sviluppo e le attività delle NK sono stimolate anche da citochine, in particolare IL-15 e IL-12
prodotte dai macrofagi sono fattori di crescita per queste cellule.

Citotossicità Il meccanismo di uccisione delle NK è praticamente lo stesso dei linfociti T-Citotossici.


Quando vengono attivate si ha esocitosi di proteine nelle vicinanze delle cellule bersaglio; una proteina,
detta perforina, facilita l’ingresso delle altre, dette granzimi, all’interno del citoplasma della cellula.
I granzimi sono enzimi in grado di iniziare l’apoptosi nella cellula bersaglio. Le cellule NK possono
uccidere cellule infette prima che i linfociti T-Citotossici specifici diventino completamente attivi, quindi
nei primi giorni di infezione. Durante le prime fasi infettive le NK vengono stimolate dalle citochine
dell’immunità innata, quali IL-12 e IL-15, inoltre l’interferone da esse secreto attiva i macrofagi per la
digestione dei microbi.

2.2.4 Proteine circolanti


Sistema del complemento Il sistema del complemento consiste in parecchie proteine plasmatiche
che vengono attivate dai microbi e il cui ruolo è distruggere il patogeno e generare infiammazione.
Il riconoscimento avviene secondo tre vie: classica, alternativa e lectina dipendente. La via classica

12
sfrutta una proteina, detta C1, che riconosce gli anticorpi IgM, IgG1 e IgG3 legati alla superficie di
un microbo. La via alternativa, filogeneticamente più vecchia ma scoperta dopo, è innescata dal
riconoscimento diretto delle strutture microbiche ed è dunque parte dell’immunità innata. La via
lectino-dipendente è innescata da una proteina detta MBL (Mannose-Binding Protein) che riconosce i
residui di questo zucchero: una volta avvenuto il riconoscimento si porta ad attivare una delle proteine
della via classica in assenza di anticorpi grazie ad una serina proteasi associata.
Il riconoscimento risulta nel reclutamento sequenziale di altre proteine in complessi di proteasi. La
proteina centrale del complemento, C3, viene spezzata e il suo segmento maggiore, C3b, viene deposi-
tato sul microbo riconosciuto: questo serve da opsonina per promuovere la fagocitosi. Il segmento
minore, C3a, viene rilasciato e promuove l’infiammazione agendo da chemoattrattore per i neutrofili.
C3b lega altre proteine del complemento per formare una proteasi che spezza la proteina C5 in C5a
e C5b. C5a stimola l’afflusso di neutrofili al sito di infezione mentre C5b inizia la formazione di un
complesso delle proteine C6, C7, C8 e C9 che vengono assemblate in un poro di membrana che causa
la lisi della cellula bersaglio.

Pentrassine Molte delle proteine che riconoscono i microbi fanno parte della famiglia delle pentras-
sine, all’interno della quale si include la proteina C reattiva (CRP), l’amiloide P serico (SAP) e la
pentrassina PTX3. Le concentrazioni plasmatiche di CRP sono molto basse negli individui sani ma
possono aumentare di mille volte durante le infezioni: questo aumento è dovuto all’azione stimolante di
IL-6 ed IL-1 sul fegato. In generale la sintesi delle pentrassine è aumentata da queste interleuchine e si
parla di reattivi di fase acuta. Sia CRP che SAP si legano a diverse specie differenti di batteri e funghi.
CRP è un opsonina e può anche attivare il complemento lungo la via classica.

Collectine e ficoline Le collectine sono una famiglia di proteine all’interno della quale tre riconoscono
pattern molecolari nel sistema immunitario innato: si tratta di MBL, SP-A ed SP-D. MBL è un opsonina
che attiva il complemento lungo la via della lectina oltre che media una fagocitosi diretta. Le proteine
surfactanti A e D si trovano negli alveoli del polmone e agiscono anch’esse come opsonine per facilitare
la fagocitosi da parte dei macrofagi alveolari.
Le ficoline sono proteine plasmatiche simili alle collectine ma con la differenza che non possiedono
un dominio lectina tipo C (calcio dipendente).

13
3 Capitolo 3: Cellule e tessuti del sistema immunitario adattativo
Le cellule del sistema immunitario adattativo sono normalmente presenti nel sangue e nella linfa, negli
organi linfoidi e, come cellule sparse, praticamente in ogni tessuto. Le caratteristiche salienti di questo
sistema sono:
• Presenza di tessuti specializzati, detti organi linfoidi periferici, che concentrano gli antigeni in
ingresso. Gli antigeni vengono trasportati qui dalle APC per il riconoscimento da parte dei linfociti.
• I linfociti naive migrano attraverso gli organi linfoidi periferici dove riconoscono gli antigeni e
iniziano le risposte immunitarie. Linfociti effettori e della memoria si sviluppano dalla progenie
dei linfociti naive stimolati in questo modo.
• Linfociti effettori e della memoria circolano nel sangue verso i siti di ingresso antigenico e vengono
efficacemente trattenuti qui.

3.1 Cellule del sistema immunitario adattativo


3.1.1 Linfociti
I linfociti sono le uniche cellule in grado di riconoscere e distinguere i vari determinanti antigenici e
sono per questo le uniche responsabili della specificità e della memoria del sistema. A dimostrazione
del ruolo linfocitario:
• Si può ottenere immunità protettiva per trasferimento da individui immuni a individui suscettibili
di linfociti e loro derivati.
• Alcune immunodeficienze, sia congenite che acquisite, sono associate a riduzione linfocitaria.
• La stimolazione in vitro dei linfociti produce reazioni simili a quelle in vivo.
• I recettori specifici per gli antigeni sono prodotti dai linfociti e da nessun’altra cellula.
I linfociti consistono di diverse famiglie differenti in funzione e in prodotti proteici, tuttavia molto simili
dal punto di vista morfologico.
I linfociti B, le cellule che producono anticorpi, sono così chiamati perchè negli uccelli maturano
nella borsa di Fabrizio. Nei mammiferi i primi stadi di maturazione di queste cellule si svolgono invece
nel midollo osseo. I linfociti T sono così chiamati per via dei loro precursori che originano nel midollo ma
migrano e maturano nel timo. I linfociti B e T consistono poi di sottogruppi con funzioni e caratteristiche
fenotipiche distinte. I maggiori gruppi dei B sono le cellule B follicolari, le cellule B marginali e le
cellule B-1; per i linfociti T imaggiori sottogruppi sono i linfociti T-Helper e i linfociti T-Citotossici cui
recentemente si sono aggiunti i linfociti T CD4+ regolatori.
I linfociti B e T hanno recettori antigenici distribuiti in modo clonare, esistono cioè molti cloni di
queste cellule con diverse specificità. I geni che codificano i recettori sono formati per ricombinazione
di segmenti di DNA durante la maturazione: essendo questo un evento in parte random il numero di
combinazioni generabile è nell’ordine dei milioni. Alcuni sottogruppi, ad esempio le cellule B-1, sono
limitati nell’uso dei loro segmenti di DNA e quindi il loro repertorio è molto limitato.
Le proteine di membrana espresse dalle varie popolazioni linfocitarie possono essere usate per dis-
tinguere le varie classi. Ad esempio molti linfociti T-Helper presentano la molecola CD4 mentre molti
dei T-Citotossici presenta la molecola CD8. La nomenclatura dei markers linfocitari usa il numero CD,
dove CD sta per Cluster di Differenziazione.

Sviluppo e attivazione dei linfociti I linfociti, come ogni cellula del sangue dopo la nascita, originano
da cellule staminali nel midollo osseo. Tutte le popolazioni vanno poi incontro ad una complessa
maturazione durante la quale esprimono i recettori antigenici e acquisiscono le giuste caratteristiche
morfofunzionali. I linfociti B maturano in parte nel midollo osseo, entrano in circolo, popolano gli
organi linfoidi periferici e completano li la loro maturazione. I linfociti T maturano completamente nel
timo ed entrano poi in circolo per popolare anch’essi gli organi linfoidi periferici. Le cellule B e T mature
sono dette linfociti naive. A seguito di attivazione antigenica, i linfociti vanno poi incontro a successive
modifiche fenotipiche e funzionali.

14
L’attivazione dei linfociti segue una serie di step della quale il primo è la sintesi di nuove proteine,
tra cui recettori per le citochine e citochine, passo richiesto per i cambiamenti successivi. Le cellule
naive vanno incontro a proliferazione in un processo detto espansione clonale: il numero di cellule T
specifiche può aumentare di 5 · 105 mentre quello di cellule B di 5 · 103 . In associazione all’espansione
clonale si ha anche il differenziamento in cellule effettrici, la cui funzione è eliminare l’antigene. Alcuni
linfociti stimolati si differenzia in cellule della memoria, la cui funzione è invece mediare la risposta
secondaria a esposizioni successive allo stesso antigene. Le caratteristiche fondamentali delle varie fasi
linfocitarie sono:
• Linfociti naive
I linfociti naive sono linfociti T o B maturi che non hanno mai incontrato un antigene: questa
condizione può durare al massimo tre mesi prima di attivare l’apoptosi. Questi linfociti sono
difficili da riconoscere morfologicamente ma in generale sono abbastanza piccoli. Il loro ciclo
cellulare è bloccato in fase G0 e si sbloccherà solo a seguito di stimolazione. La sopravvivenza
dei linfociti naive dipende dall’attività dei recettori antigenici, probabilmente stimolati da auto
antigeni, e dalle citochine. Probabilmente i naive riconoscono debolmente vari antigeni self in
modo da garantirsi una sopravvivenza a livello basale. Le citochine sono fondamentali e i naive
esprimono recettori in modo costituitivo: fondamentale è in particolare IL-7 e il fattore attivante le
cellule B (BAFF).
• Linfociti effettori
A seguito di attivazione i linfociti naive diventano più grandi e proliferano e prendono il nome di
linfoblasti. Alcune di queste cellule differenziano poi in linfociti effettori, tra i quali si inseriscono
i linfociti T-Helper, i linfociti T-Citotossici e le cellule B secernenti anticorpi. Le cellule helper,
solitamente CD4+ , esprimono in superficie molecole come il ligando CD40 e secernono citochine
che interagiscono con macrofagi e linfociti B. Sia le cellule effettrici CD4+ che le CD8+ presentano
proteine che ne indicano la recente attivazione, tra cui CD25 e molecole MHC-2. Dato importante
è che la maggior parte dei linfociti T effettori ha vita breve e non si rinnova. Molte delle cellule
B secernenti anticorpi sono riconoscibili morfologicamente come plasmacellule: si tratta di cel-
lule con citoplasma ricco e con un RE sviluppato. Si stima che in queste cellule metà dell’RNA
messaggero sia dedicato agli anticorpi.
• Cellule della memoria
Le cellule della memoria possono sopravvivere per anni dopo l’eliminazione dell’antigene e pos-
sono essere identificate dalla loro espressione di proteine superficiali. I linfociti B della memoria
esprimono certe classi di Ig di membrana, tipo IgG, IgE o IgA, mentre le cellule B naive esprimono
solo IgM e IgD. Inoltre nell’uomo la maggior parte dei linfociti T naive esprime un’isoforma del-
la proteina superficiale CD45 di 200kD mentre le cellule della memoria la esprimono di 180kD
in quanto soggetta a splicing. Le cellule della memoria sono eterogenee; alcune, dette cellule T
della memoria centrali, migrano preferenzialmente nei linfonodi, altre, dette cellule della memoria
effettrici, circolano nel sangue o risiedono nelle mucose.

3.1.2 APC
Una APC è una cellula che presenta gli antigeni ai linfociti T. Le principali APC sono le cellule den-
dritiche. Un tipo specializzato di APC, detto cellula dendritica follicolare, presenta gli antigeni ai lin-
fociti B durante fasi particolari delle risposte umorali. Le APC collegano le risposte innate alle risposte
adattative, e fanno parte dunque di entrambi i sistemi.

Cellule dendritiche Le cellule dendritiche derivano da precursori midollari e si trovano in molti or-
gani, dove catturano gli antigeni estranei e li trasportano agli organi linfoidi periferici. Le cellule den-
dritiche presentano diversi recettori superficiali, tra i quali i TLR, che riconoscono i PAMPs e trasducono
segnali di attivazione intracellulari. Una volta attivate queste cellule diventano mobili e migrano ai
tessuti linfodi periferici, dove presentano l’antigene ai linfociti T.

15
Fagociti mononucleati I macrofagi contenenti microbi ne presentano gli antigeni alle cellule T dif-
ferenziate effettrici, le quali attivnao poi i macrofagi per uccidere i microbi stessi. Questo processo è
il più importante meccanismo di immunità cellulo mediata nei confronti dei microbi intracellulari. La
funzione dei fagociti mononucleati è la fagocitosi e la produzione delle citochine che reclutano e atti-
vano altre cellule nell’ambito della risposta innata; in ambito adattativo i macrofagi hanno ruolo nella
digestione ad esempio dei patogeni opsonizzati.

Cellule dendritiche follicolari Le FDC sono presenti nei follicoli linfatici di linfonodi, milza e tessuti
linfoidi delle mucose e non sono derivate da precursori midollari. Le FDC intrappolano gli antigeni in
complesso con gli anticorpi o i prodotti del complemento e li presentano per il riconoscimento da parte
dei linfociti B.

3.2 Anatomia e funzioni dei tessuti linfoidi


Nei mammiferi adulti i tessuti linfoidi primari, cioè generativi, sono il midollo osseo e il timo; i tessuti
linfoidi secondari sono invece i linfonodi, la milza, il sistema immunitario cutaneo e quello delle mucose.
Aggregati poco definiti di linfociti si trovano poi nel connettivo e in quasi ogni altro organo ad eccezione
del SNC.

3.2.1 Midollo osseo


Il midollo osseo è l’unica sede di ematopoiesi nell’adulto; gravi danni a questo tessuto o forte richi-
esta di nuove cellule ematiche causano il reclutamento di milza e fegato come sede di ematopoiesi
extramidollare.
Tutte le cellule ematiche originano da una comune cellula staminale ematopoietica, che si differenzia
poi lungo particolari linee. Le cellule staminali mancano dei marker delle cellule differenziate, ed espri-
mono invece due proteine dette CD34 e Sca-1 (Stem Cell Antigen -1). La proliferazione e la maturazione
dei vari precursori cellulari nel midollo sono stimolate dalle citochine. Le citochine ematopoietiche
vengono prodotte dalle cellule stromali e dai macrofagi del midollo, creando così un ambiente locale
ematopoietico.

3.2.2 Timo
Il timo è la sede di maturazione delle cellule T e ha parenchima diviso in corticale e midollare. La
corticale appare come una densa regione fatta di linfociti T, mentre la midollare è meno densamente
popolata. I linfociti nel timo, detti anche timociti, sono linfociti T a vari stadi di maturazione; in generale
le cellule più immature sono verso la corticale, e le più pronte sono verso la midollare.

3.2.3 Linfonodi e sistema linfatico


Il fluido interstiziale riassorbito, la linfa, scorre lungo i vasi linfatici i quali drenano nei seni sottocap-
sulari dei linfonodi. I vasi linfatici efferenti dei vari linfonodi si congiungono poi per terminare nel dotto
toracico che scarica la linfa nella vena cava superiore, riconsegnando al flusso ematico. Il volume di
linfa prodotta al giorno è circa due litri.
Le cellule dendritiche catturano gli antigeni microbici ed entrano nei vasi linfatici (altri antigeni
entrano invece in forma libera); i linfonodi agiscono da filtro e sondano la linfa: tutti gli antigeni e le
citochine infiammatorie raggiungono dunque questi tessuti. Giunte nei linfonodi, le cellule dendritiche
presentano gli antigeni ai linfociti T naive per iniziare le risposte immunitarie adattative.
Ogni linfonodo è avvolto da una capsula fibrosa perforata da parecchi vasi linfatici in arrivo, che
svuotano la loro linfa nel seno sottocapsulare. Oltre il seno la corteccia esterna presenta aggregati di
cellule detti follicoli, alcuni dei quali contenenti un’area centrale detta centro germinale. I follicoli privi
di centro germinale sono detti primari, quelli dotati sono detti secondari. I follicoli sono zone costituite
da linfociti B; i follicoli primari contengono principalmente linfociti B naive, quindi maturi, mentre i
centri germinali sono sedi di sviluppo che appaiono in seguito a stimolazione antigenica. I linfociti T
sono collocati principalmente in profondità, nei cordoni paracorticali. Il 70% di questi è CD4+ mentre i
CD8+ sono più rari anche se le proporzioni possono variare molto durante le infezioni.

16
La segregazione anatomica delle diverse tipologie di linfociti è dipendente da citochine. I linfociti T e
B naive vengono consegnati al nodo attraverso un’arteria, in particolare entrano nel tessuto attraverso
vasi specializzati detti venule ad endotelio alto. I linfociti T naive esprimono il recettore CCR7 che lega
le chemochine CCL19 e CCL21 prodotte nelle regioni delle cellule T. Le cellule dendritiche esprimono
anch’esse CCR7 e per questo migrano nella stessa regione delle cellule T. I linfociti B naive esprimono
invece il recettore CXCR5 che riconosce la chemochina CXCL13, prodotta esclusivamente nei follicoli.
La segregazione anatomica garantisce che ogni popolazione sia in contatto con la corretta APC: cellule
dendritiche per i T, FDC per i B. A seguito di stimolazione antigenica i linfociti B e T perdono i loro
confini anatomici e diventano liberi di migrare reciprocamente.

3.2.4 Milza
La milza, organo di 150g nell’adulto, appare suddivisa in polpa bianca e polpa rossa. Le regioni ricche
in linfociti dell’organo sono la polpa bianca e si presentano organizzate intorno ad un’arteriola centrale.
L’arteria centrale è circondata da un manicotto di linfociti, quasi tutti T, che forma la guaina linfoide
periarteriolare. Numerosi piccoli rami dell’arteriola centrale passano attraverso le guaine e drenano
in un seno vascolare detto seno marginale. Oltre il seno marginale esiste una regione distinta, detta
zona marginale, che forma il limite della polpa bianca ed è costituita da linfociti B e macrofagi spe-
cializzati. La segregazione dei linfociti T nelle guaine e dei B nei follicoli e nelle zone marginali è un
processo dipendente da citochine e chemochine come nel caso dei linfonodi: CXCR5/CXCL13 per i B,
CCR7/CCL19-CCL21 per i T.
La milza è anche un importante organo per la filtrazione del sangue. Rami arteriolari dell’arteria
splenica terminano in una vasta rete di sinusoidi al cui interno sono presenti molti eritrociti, macrofagi
e cellule dendritiche oltre a linfociti e plasmacellule: è questa la polpa rossa. La polpa rossa purifica
il sangue dai microbi e dai globuli rossi danneggiati. La milza è la principale sede di digestione dei
microbi opsonizzati: individui che ne sono privi sono quindi particolarmente suscettibili a infezioni da
preumococco e meningococco, batteri per i quali l’opsonizzazione è la principale via di eliminazione.

3.2.5 Sistema immunitario cutaneo


Le principali popolazioni cellulari dell’epidermide sono cheratinociti, melanociti, cellule del Langerhans
epidermiche e cellule T intraepiteliali. Le cellule del Langerhans sono le cellule dendritiche immature
del sistema immunitario cutaneo: formano una sorta di rete continua capace di catturare antigeni.
Quando queste cellule incontrano un antigene divenatano mobili, iniziano ad esprimere il recettore
CCR7 e seguono le chemochine fino ad arrivare ai linfonodi.

3.2.6 Sistema immunitario mucosale


Nella mucosa del tratto GI i linfociti sono reperibili in tre regioni principali: lo strato epiteliale, nella
lamina propria come elementi sparsi o nella lamina propria in gruppi organizzati come le placche del
Peyer. La maggior parte di quelli epiteliali è di tipo T, quasi tutti CD8+ . La lamina propria intesti-
nale contiene una popolazione mista di cellule che include linfociti T per la maggior parte CD4+ con
fenotipo di cellula attiva; esiste anche un grande numero di linfociti B attivati e plasmacellule, ma
anche macrofagi, cellule dendritiche, eosinofili e mast cells.
In aggiunta ai linfociti sparsi esistono queste regioni organizzate tra le quali le più importanti sono
le placche del Peyer. Le regioni centrali di questi follicoli sono ricche in cellule B e spesso contengono
centri germinali; le placche del Peyer presentano inoltre alcune cellule T CD4+ . Follicoli simili alle
placche sono frequenti nell’appendice e in buona parte dei tratti GI e respiratori. LE tonsille faringee
sono infine follicoli linfoidi analoghi alle placche.

3.3 Vie e meccanismi di homing e ricircolo linfocitario


I linfociti naive si muovono dalla circolazione ai linfonodi e viceversa per parecchie volte, finchè non
incontrano l’antigene che sono in grado di riconoscere. Questo ricircolo linfocitario permette al piccolo
numero di linfociti naive di cercare il loro specifico antigene attraverso il corpo. Alcuni linfociti attivati
migreranno poi verso particolari tessuti, come ad esempio la pelle o l’intestino: questo processo di
migrazione selettiva è detto homing.

17
I meccanismi di migrazione linfocitaria sono simili a quelli di migrazione degli altri leucociti ai siti
infiammatori. Le molecole di adesione espresse sui linfociti sono spesso dette recettori homing e i
loro ligandi espressi dalle cellule endoteliali sono detti adressine. Le chemochine coinvolte nel traffico
linfocitario sono prodotte in maniera costituiva dagli organi linfatici secondari e in maniera inducibile
ai siti di infezione.
Il meccanismo di homing è estremamente efficente, e il flusso netto di linfociti attraverso i linfonodi
è pari a 25 · 109 unità giornaliere. Un’infiammazione periferica è in grado di generare un significativo
calo nell’afflusso linfocitario ai linfonodi e un contemporaneo aumento di quello ai siti infiammatori:
questo meccanismo transiente coinvolge gli interferoni alfa e beta.

Homing sangue-linfonodo I linfociti T naive migrano nello stroma dei linfonodi attraverso venule
postcapillari modificate dette ad endotelio alto, le quali esprimono molecole di adesione e chemochine
particolari. La sequenza di eventi è sempre la stessa per qualsiasi passaggio, in particolare:
1. Il rolling è in questo caso mediato dalla selectina-L che lega una adressina (PNAd, Peripheral Node
Addressin) sul’endotelio delle venule ad endotelio alto.
2. L’adesione stabile è mediata dalle integrine LFA-1 e VLA-4.

3. L’affinità delle integrine è aumentata dalle chemochine CCL19 e CCL21, delle quali in particolare
la prima è costitutivamente espressa dalle venule ad endotelio alto. Per entrambe queste molecole
il recettore è CCR7.
Le cellule naive andate incontro ad homing ma che non hanno incontrato l’antigene ritornano al flusso
sanguigno in un processo dipendente da un chemoattrattore detto sfingosina 1-fosfato (S1P); questa
molecola è concentrata nel sangue e nei linfonodi rispetto ai tessuti. S1P lega un recettore (S1P1)
accoppiato a proteina G specifico e i segnali che si generano stimolano il movimento delle cellule T naive
lungo il gradiente S1P, quindi al di fuori del parenchima nodale. I linfociti T naive circolanti esprimono
poco il recettore per S1P in quanto essendo la molecola concentrata nel sangue si ha internalizzazione
del recettore. Quando un naive entra nel linfonodo servono poi ore per ripristinare il recettore e quindi
si ha tempo di interagire con le APC. A seguito dell’attivazione il linfocita riduce l’espressione di S1P1
e rimane nel linfonodo per alcuni giorni, il tempo di differenziarsi; a differenziazione avvenuta S1P1
torna ad essere espresso e la cellula lascia il linfonodo in direzione dei tessuti periferici.
La migrazione delle cellule T naive nella milza è meno regolata, e il trasferimento è guidato da
fattori passivi piuttosto che dal coinvolgimento di selectine, integrine o chemochine. Pur essendo una
migrazione meno efficiente, il numero di linfociti di passaggio per la milza è enorme: almeno metà del
totale attraversa l’organo ogni giorno.

Migrazione ai siti infiammatori Un aspetto fondamentale della differenziazione dei naive in effettori
è il cambiamento dei recettori per le chemochine e delle molecole di adesione: questo ne cambia il
comportamento migratorio. L’espressione delle molecole coinvolte nell’homing delle cellule naive cala
poco dopo l’attivazione antigenica: le cellule effettrici in questo modo non sono più costrette a stare
nel linfonodo. L’uscita dal nodo è guidata anche dalla via di S1P e del suo recettore S1P1. Le cellule
effettrici esprimono molecole di adesione e recettori per chemochine che legano molecole tipicamente
presenti sulle cellule endoteliali ai siti infiammatori.
Alcune cellule effettrici hanno propensione per tessuti particolari, e la selettività è acquisita nel
processo di differenziazione. In questo modo il sistema adattativo dirige cellule specializzate alle loro
sedi preferenziali in modo da gestire infezioni di tipo particolare. Ad esempio le cellule effettrici della
pelle esprimono il ligando CLA-1 per la selectina E, e i recettori CCR4 e CCR10 per le chemochine
CCL17 e CCL27, tutte molecole tipiche della cute infiammata.

Migrazione delle cellule della memoria Sono state definite due tipologie di cellule della memoria:
centrali ed effettrici. Le cellule centrali tipicamente migrano agli organi linfoidi secondari mentre le
effettrici ai tessuti periferici. In generale le cellule dirette ai tessuti periferici rispondono a stimolazione
antigenica con una rapida produzione di citochine mentre quelle dirette ai tessuti linfoidi secondari
tendono a proliferare di più e a fornire funzioni di supporto alle cellule B.

18
3.3.1 Homing dei linfociti B

19