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Scientifica

STEVEN
WEINBERG
I PRIMI TRE M I N U T I
L'affascinante storia dell'origine dell'universo

MONDADORI DeAGOSTINI
I P R I M I TRE M I N U T I
L'affascinante storia dell'origine dell'universo

Questo libro analizza sulle basi dei più recenti


progressi della ricerca scientifica quale
fu l'origine dell'universo, ricostruendo quello
che presumibilmente successe nei primi
tre minuti della sua storia. Risponde inoltre
ad altri appassionanti interrogativi sulla sua
attuale struttura e sulla sua fine remota.
Scritto in un linguaggio semplice e chiaro,
è comprensibile ai profani ma non mancherà
di interessare anche i più competenti.
Steven Weinberg è nato a New York nel 1933.
Laureatosi in fisica, ha insegnato nelle prestigiose
università di Berkeley e di Harward ed è considerato
uno dei massimi esperti mondiali di particelle
elementari e di cosmologia.
Nel 1979 gli è stato conferito il premio Nobel per la fisica.
STEVEN
WEINBERG
I PRIMI TRE MINUTI
L'affascinante storia dell'origine dell'universo

MONDADORI DeAGOSTINI
Sommario

7 Prefazione

13 I Introduzione: il gigante e la vacca


21 II L'espansione dell'universo
56 III La radiazione cosmica di fondo a microonde
91 IV Ricetta per un universo caldo
116 V I primi tre minuti
138 VI Digressione storica
149 VII Il primo centesimo di secondo
166 VIII Epilogo: uno sguardo al futuro

172 Tabelle
174 Appendice matematica
187 Glossario
207 Indice analitico
Prefazione

Questo libro nacque da una conversazione da me tenuta alla


inaugurazione di un centro scientifico per studenti, l'Undergra-
duate Science Center a Harvard, nel novembre del 1973. Erwin
Glikes, presidente della casa editrice dei Basic Books, sentì
parlare di questa conversazione da un amico comune, Daniel
Bell, e mi esortò a trasformarla in libro.
Dapprima l'idea non mi entusiasmò. Pur avendo compiuto
sporadiche incursioni nella cosmologia, mi ero occupato molto
più a fondo della fisica delle particelle elementari, come a dire
del quasi infinitamente piccolo. Negli ultimissimi anni, inoltre,
la fisica delle particelle elementari aveva vissuto una vita straor-
dinariamente intensa, e io ne ero rimasto troppo a lungo lon-
tano, scrivendo articoli non tecnici per varie riviste. Ora avevo
un desiderio vivissimo di tornare a tempo pieno al mio habi-
tat naturale, la « Physical Review ».
Non riuscii, però, a smettere di accarezzare l'idea di un libro
sull'inizio dell'universo. Cosa poteva essere più interessante del
problema della Genesi? È nei primi istanti della vita dell'uni-
verso, e particolarmente nel primo centesimo di secondo, che
i problemi della teoria delle particelle elementari si fondono
con i problemi della cosmologia. Soprattutto, quello attuale è
un periodo opportuno per scrivere sulla protostoria dell'univer-
so. Nell'ultimo decennio una teoria particolareggiata del corso
8 I primi tre minuti

degli eventi verificatisi alle origini dell'universo è stata ampia-


mente accettata come « modello standard ».
Non è cosa da poco saper dire esattamente com'era l'uni-
verso alla fine del primo secondo o del primo minuto o del
primo anno. Per un fisico non c'è nulla di più gratificante del
riuscire a elaborare le cose numericamente, dell'avere la capa-
cità di dire che in un determinato momento la temperatura, la
densità e la composizione chimica dell'universo avevano deter-
minati valori. Anche se non possiamo esserne assolutamente
certi, è comunque entusiasmante riconoscerci oggi in gra-
do di parlare di argomenti del genere con una certa sicurezza.
Era questo entusiasmo che mi premeva trasmettere al lettore.
Conviene allora precisare a quale tipo di lettore si rivolge il
mio libro. L'ho scritto per chi è disposto a far lavorare il cer-
vello per capire taluni ragionamenti particolareggiati, pur senza
avere familiarità con la matematica o con la fisica. Anche se
dovrò introdurre nell'esposizione alcuni concetti scientifici ab-
bastanza complessi, la matematica che userò nel corpo del li-
bro non andrà oltre l'aritmetica e non presupporrà da parte del
lettore se non una conoscenza elementarissima della fisica o
dell'astronomia. Ho cercato di formulare una scrupolosa defi-
nizione di tutti i termini scientifici dovunque compaiono per la
prima volta e ho corredato il volume con un glossario di ter-
mini fisici e astronomici (pp. 187 sgg.). Nei limiti del possibile,
ho cercato anche di scrivere in lettere numeri come « cento mi-
liardi », invece di far ricorso alla più conveniente notazione
11
scientifica: 10 .
Ciò non significa che mi sia proposto di fare un libro facile.
Quando un giurista scrive per un pubblico generico, non pre-
suppone che i suoi lettori conoscano il diritto francese o le
norme che regolano le servitù o i rapporti di obbligazione, ma
non per questo li disistima o svilisce il suo discorso per ade-
guarsi a una loro presunta inferiorità. Io desidero qui contrac-
cambiare la cortesia: mi immagino il mio lettore come un
Prefazione 9

esperto, brillante avvocato che, pur non parlando il mio lin-


guaggio, attende di ascoltare argomenti persuasivi prima di for-
marsi un giudizio.
Per il lettore che voglia dare un'occhiata ad alcuni dei cal-
coli su cui si fondano le argomentazioni di questo libro, ho
redatto delle note matematiche che vengono pubblicate in ap-
pendice (pp. 174 sgg.). Il loro livello è tale da renderle accessi-
bili a chiunque abbia una preparazione preuniversitaria in
qualsiasi branca della fisica o della matematica. Per fortuna i
calcoli più importanti in cosmologia sono piuttosto semplici;
solo qua e là entrano in gioco elementi più sofisticati della
relatività generale o della fisica nucleare. Quanti desiderino ap-
profondire questi argomenti su un piano più strettamente tec-
nico troveranno citati nell'elenco Suggerimenti per ulteriori
letture (pp. 199 sgg.) vari trattati avanzati (compreso il mio).
Dovrei anche chiarire quali settori intendo coprire con que-
sto libro. Decisamente non pretendo di affrontare tutti gli aspet-
ti della cosmologia. Esiste una parte « classica » della discipli-
na che ha a che fare soprattutto con la struttura su vasta scala
dell'universo attuale: la discussione sulla natura extragalattica
delle galassie spirali; la scoperta dello spostamento verso il ros-
so (red shift) della luce proveniente da galassie remote e la
dipendenza di tale spostamento dalla distanza; i modelli cosmo-
logici relativistici di Einstein, de Sitter, Lemaitre e Friedmann;
ecc. Questa parte della cosmologia è stata ottimamente de-
scritta in numerosi libri eccellenti, e non è mia intenzione
proporne qui un'altra esposizione più o meno completa. Que-
sto libro si occupa dei primordi del nostro universo e in parti-
colare della nuova concezione della primissima fase della sua
evoluzione, quale è maturata in seguito alla scoperta del fondo
di radiazione cosmica a microonde nel 1965.
È ovvio che la teoria dell'espansione dell'universo rappre-
senti un ingrediente essenziale nella nostra attuale visione del-
le origini dell'universo; perciò nel capitolo II mi sono visto
10 I primi tre minuti

costretto a fornire una breve introduzione agli aspetti più « clas-


sici » della cosmologia. Tale capitolo dovrebbe creare, a mio
avviso, uno sfondo idoneo, anche per quei lettori che non ab-
biano alcuna dimestichezza con la cosmologia, a intendere i
recenti sviluppi della teoria degli inizi dell'universo, dei quali
ci occupiamo nel prosieguo del libro. Rimandiamo comunque
il lettore bisognoso di un'introduzione più articolata alle parti
meno recenti della cosmologia ai libri elencati nella sezione
Suggerimenti per ulteriori letture.
Non sono invece riuscito a rintracciare una coerente espo-
sizione storica degli ultimi sviluppi nel campo della cosmolo-
gia. Ho dovuto quindi effettuare un po' di scavi per conto mio,
particolarmente per quanto concerne la questione affascinante
(discussa nel capitolo VI) del perché non ci siano state ricer-
che della radiazione cosmica di fondo già molto tempo prima
del 1965. Non intendo dire con ciò che considero il presente
libro come una storia definitiva di questi sviluppi: ho troppo
rispetto per gli sforzi e l'attenzione ai particolari che si richie-
dono nella storia della scienza per farmi illusioni in proposito.
Piuttosto, sarei ben lieto se un vero storico della scienza uti-
lizzasse il mio libro come punto di partenza per scrivere una
storia adeguata degli ultimi trent'anni di ricerche cosmologiche.
Sono infinitamente grato a Erwin Glikes e a Farrell Phillips,
dei Basic Books, per i preziosi suggerimenti che mi hanno dato
durante la preparazione di questo manoscritto per la pubbli-
cazione. Nella stesura del libro sono stato aiutato anche, oltre
ogni dire, dai gentili consigli di colleghi, fisici e astronomi. Per
essersi prestati a leggere e commentare parti del libro, desidero
ringraziare Ralph Alpher, Bernard Burke, Robert Dicke, Gary
Feinberg, George Field, William Fowler, Robert Herman,
Fred Hoyle, Jim Peebles, Arno Penzias, Bill Press, Ed Purcell
e Robert Wagoner. Ho un grande debito di gratitudine anche
nei confronti di Isaac Asimov, I. Bernard Cohen, Martha Lil-
ler e Philip Morrison, i quali mi hanno ragguagliato su vari
Prefazione 11

argomenti specifici. Sono particolarmente grato a Nigel Cal-


der, che ha letto per intero la prima redazione del libro e mi
ha dato acuti suggerimenti. Non posso sperare che questo libro
sia del tutto esente da errori e oscurità, ma sono certo che il
testo è ora molto più chiaro e accurato di quanto non sarebbe
mai stato senza la generosa assistenza che ho fortunatamente
ricevuto. Steven Weinberg

Cambridge, Mass.
L u g l i o 1976
I
Introduzione: il gigante e la vacca

L'origine dell'universo è spiegata nell'Edda prosastica (o snor-


rica), una raccolta di miti norvegesi compilata attorno al 1220
dal capo islandese Snorri Sturluson. In principio, dice l'Edda,
non c'era nulla. « La terra non esisteva, né c'era in alto il
cielo, c'era un abisso spalancato, e da nessuna parte cresceva
erba. » A nord e a sud del nulla si estendevano regioni di
ghiaccio e di fuoco, Niflheim e Muspelheim. Il calore ema-
nante da Muspelheim fuse una parte del gelo di Niflheim, e
dalle gocce del liquido così formatosi nacque un gigante, Ymir.
Che cosa mangiava Ymir? Pare ci fosse anche una vacca,
Audumla. E che cosa mangiava Audumla? Già, c'era anche
del sale. E così via.
Non si deve offendere la sensibilità religiosa di nessuno,
nemmeno dei vichinghi, ma penso sia corretto dire che questa
non è una spiegazione molto soddisfacente dell'origine del-
l'universo. Anche prescindendo da obiezioni ad argomenta-
zioni che si fondano solo sul sentito dire, i problemi che que-
sto racconto pone sono certo più numerosi delle risposte che
dà, e ogni sua risposta introduce una nuova complicazione
nelle condizioni iniziali.
Ma non possiamo limitarci a sorridere dell'Edda rinuncian-
do a ogni speculazione cosmogonica: l'impulso a ricostruire la
storia dell'universo risalendo fino alle sue origini è irresistibile.
14 I primi tre minuti

Fin dal principio della scienza moderna, nel Cinquecento e nel


Seicento, fisici e astronomi sono stati ripetutamente attratti dal
problema dell'origine dell'universo.
Tali ricerche, però, sono sempre rimaste avvolte da un alo-
ne di discredito. Ricordo che quand'ero studente e cominciavo
a fare ricerche (su altri problemi), negli anni cinquanta, lo stu-
dio delle origini dell'universo non figurava fra i temi cui uno
scienziato degno di questo nome avrebbe dovuto dedicare il
suo tempo. Né si trattava di un giudizio irragionevole. Per la
maggior parte della storia della fisica e dell'astronomia moder-
ne non è esistita, semplicemente, una base di osservazioni e di
teoria adeguata sulla quale poter costruire una storia dei mo-
menti iniziali dell'universo.
La situazione è mutata radicalmente proprio nel decennio
scorso. Una teoria sulle origini dell'universo è stata accettata
così diffusamente che gli astronomi la designano spesso come
« il modello standard ». Si tratta più o meno della cosiddetta
teoria del « big bang », ma integrata con una ricetta molto più
specifica quanto ai materiali dell'universo. Tale teoria sugli
inizi dell'universo costituisce appunto l'oggetto di questo libro.
Per poter meglio capire l'impostazione dei nostri ragiona-
menti, può essere utile iniziare con un compendio della proto-
storia dell'universo, quale viene oggi compresa nel modello
standard. Ci limitiamo qui a una breve descrizione: nei capi-
toli seguenti illustreremo i particolari di questa storia e le ra-
gioni che ci inducono a credere in essi.
In principio ci fu un'esplosione. N o n un'esplosione come
quelle con cui abbiamo familiarità sulla terra, ossia un'esplo-
sione che partendo da un centro ben preciso si diffonde fino
a inghiottire una parte sempre maggiore dell'aria circostante,
bensì un'esplosione che si verificò simultaneamente ovunque,
riempiendo fin dal principio tutto lo spazio, e nella quale ogni
particella di materia cominciò ad allontanarsi rapidamente da
ogni altra particella. L'espressione « tutto lo spazio » può si-
Introduzione: il gigante e la vacca 15

gnificare, in questo contesto, o la totalità di un universo infi-


nito o la totalità di un universo finito che s'incurva su se stesso
come la superficie di una sfera. Nessuna delle due possibilità
è facile da comprendere, ma la cosa non ci disturba; poco
importa se, nella fase iniziale dell'universo, lo spazio fosse fi-
nito o infinito.
Dopo circa un centesimo di secondo, il momento più antico
di cui possiamo parlare con una certa sicurezza, la tempera-
11
tura dell'universo si aggirava attorno a cento miliardi (10 ) di
gradi centigradi: una temperatura molto più elevata di quella
presente al centro delle stelle più calde, una temperatura così
elevata che nessun elemento della comune materia - molecole,
atomi, persino nuclei di atomi - avrebbe potuto mantenere la
propria coesione. La materia scagliata in ogni direzione da
quest'esplosione primordiale era invece formata da vari tipi
delle cosiddette « particelle elementari », oggetto della moder-
na fisica nucleare delle alte energie.
In questo libro ci imbatteremo più volte in tali particelle; per
il momento basterà indicare quelle che nella fase iniziale della
vita dell'universo risultavano più abbondanti, rimandando una
spiegazione più dettagliata ai capitoli III e IV. Un tipo di par-
ticella presente in gran quantità era l'elettrone, la particella di
carica negativa che scorre nei fili elettrici e che costituisce l'in-
volucro esterno di tutti gli atomi e le molecole nell'universo
attuale. Un altro tipo di particella presente in abbondanza agli
albori dell'universo era il positone, una particella di carica
positiva che ha esattamente la stessa massa dell'elettrone. Nel-
l'universo attuale i positoni esistono soltanto nei laboratori per
lo studio delle alte densità di energia, in alcuni tipi di radioat-
tività e in violenti fenomeni astronomici, come i raggi cosmici
e le supernovae, ma nell'universo originario il numero dei posi-
toni era quasi pari a quello degli elettroni. Oltre agli elettroni
e ai positoni, esistevano quantità press'a poco simili di vari
tipi di neutrini, particelle fantasma prive di massa e di carica
16 I primi tre minuti

elettrica. Infine, l'universo era pieno di luce. La luce non deve


essere considerata come qualcosa di distinto dalle particelle:
la teoria quantistica ci dice che la luce è costituita da particelle
di massa zero e carica elettrica zero note come fotoni. (Ogni
volta che un atomo, nel filamento di una lampadina, passa da
uno stato di energia superiore a uno stato di energia inferiore,
emette un fotone. Il numero dei fotoni che vengono emessi
continuamente da una lampadina è così elevato che essi sem-
brano fondersi insieme in un flusso di luce continuo, ma una
cellula fotoelettrica è in grado di contare i fotoni uno a uno.
Ogni fotone trasporta una ben definita quantità di energia e
di momento a seconda della lunghezza d'onda della luce.) Per
descrivere la luce che riempiva l'universo nei suoi primi istanti
di vita possiamo dire che il numero e l'energia media dei fotoni
dovevano essere press'a poco uguali a quelli degli elettroni o
dei positoni o dei neutrini.
Queste particelle - elettroni, positoni, neutrini, fotoni - ve-
nivano continuamente creandosi dall'energia pura e poi, dopo
una vita brevissima, si annichilavano nuovamente. Il loro nu-
mero, dunque, non era preordinato, bensì era fissato da un
equilibrio fra processi di creazione e di annichilazione. Da que-
st'equilibrio possiamo inferire che la densità di tale miscuglio
cosmico a una temperatura di cento miliardi di gradi fosse pa-
9
ri a circa quattro miliardi di volte (4 X 10 ) quella dell'acqua.
C'era anche una lieve contaminazione da parte di particelle più
pesanti - protoni e neutroni -, che nell'universo attuale com-
pongono i nuclei atomici. (I protoni hanno carica elettrica po-
sitiva; i neutroni hanno una massa leggermente maggiore e
sono elettricamente neutri.) Le proporzioni erano di circa un
protone e un neutrone ogni miliardo di elettroni o positoni o
neutrini o fotoni. Questo numero - un miliardo di fotoni per
ogni particella nucleare - è la quantità cruciale che si è dovuta
trarre dall'osservazione per poter elaborare il modello standard
dell'universo. La scoperta della radiazione cosmica di fondo,
Introduzione: il gigante e la vacca 17

di cui ci occuperemo nel capitolo III, rappresentò in effetti


una misurazione di questo numero.
Col procedere dell'esplosione, la temperatura calò, passando
10
a trenta miliardi (3 x 10 ) di gradi centigradi nello spazio di
circa un decimo di secondo, a dieci miliardi di gradi dopo circa
un secondo, e a tre miliardi di gradi dopo circa quattordici
secondi: un livello ormai sufficiente a far sì che gli elettroni e
i positoni cominciassero ad annichilarsi a un ritmo maggiore
di quello con cui potevano essere ricreati da fotoni e neutrini.
L'energia liberata in questo annientamento di materia rallentò
temporaneamente la velocità di raffreddamento dell'universo,
ma la temperatura continuò a calare, fino a toccare il valore
di un solo miliardo di gradi alla fine dei primi tre minuti. Fu
allora sufficientemente bassa perché i protoni e i neutroni po-
tessero cominciare a combinarsi dando origine a nuclei com-
plessi, a partire dal nucleo dell'idrogeno pesante (o deuterio),
che consta di un protone e di un neutrone. La densità era an-
cora abbastanza elevata (di poco inferiore a quella dell'acqua)
perché questi nuclei leggeri potessero fondersi rapidamente nel
nucleo leggero più stabile, quello dell'elio, che è formato da
due protoni e due neutroni.
Alla fine dei primi tre minuti l'universo era composto princi-
palmente da luce, neutrini e antineutrini. C'era inoltre una
piccola quantità di materiali nucleari, consistenti ora per circa
il 73 per cento in idrogeno e per il 27 per cento in elio, e in
un numero altrettanto piccolo di elettroni residui sopravvissuti
all'era dell'annichilazione elettroni-positoni. Questa materia con-
tinuò a espandersi con grande rapidità, diventando sempre più
fredda e rarefatta. Molto più tardi, dopo qualche centinaio di
migliaia di anni, la temperatura sarebbe calata al punto di con-
sentire agli elettroni di unirsi ai nuclei, formando atomi di
idrogeno e di elio. Sotto l'influsso della gravitazione, il gas
risultante avrebbe cominciato a formare nuclei di addensamen-
to, i quali si sarebbero infine agglomerati nella forma di galas-
18 I primi tre minuti

sie e di stelle dell'universo attuale. Gli ingredienti con cui le


stelle avrebbero iniziato la loro vita sarebbero stati, tuttavia,
proprio quelli preparati nel corso dei primi tre minuti.
Il modello standard sopra delineato non è la teoria più sod-
disfacente che si possa concepire sull'origine dell'universo. Co-
me nell'Edda prosastica, anche qui c'è una sconcertante incer-
tezza sulla situazione iniziale, diciamo sul primo centesimo di
secondo o giù di lì. Anche qui, inoltre, ci troviamo nella sgra-
devole necessità di fissare delle condizioni iniziali, in partico-
lare il rapporto iniziale di un miliardo a uno fra i fotoni e le
particelle nucleari. Preferiremmo che nella teoria ci fosse un
senso maggiore di inevitabilità logica.
Per esempio, una teoria alternativa che sembra filosofica-
mente molto preferibile è il cosiddetto modello dello « stato
stazionario » (steady state). Secondo questa teoria, avanzata
verso la fine degli anni quaranta da Herman Bondi, Thomas
Gold e (in una formulazione leggermente diversa) Fred Hoyle,
l'universo è sempre stato, press'a poco, quale lo vediamo oggi.
Poiché esso si espande, nuova materia viene creata continua-
mente per riempire i vuoti che si aprono fra le galassie in reci-
proco allontanamento. Potenzialmente, le risposte a tutti i que-
siti relativi al perché l'universo è come lo vediamo oggi si ridu-
cono in questa teoria a dimostrare che l'universo è com'è perché
questo è l'unico modo in cui può rimanere uguale a se stesso.
Il problema dell'origine viene abolito; non c'è mai stato un
inizio dell'universo.
Come si è pervenuti allora al « modello standard »? E in
che modo questo modello ha soppiantato altre teorie, ad esem-
pio quella del modello dello « stato stazionario »? Torna a
onore della sostanziale obiettività dell'astrofisica moderna il
fatto che il consenso intorno al modello standard sia stato de-
terminato non da uno spostamento di opinione riconducibile a
un orientamento filosofico o all'influenza di qualche barone del-
l'astrofisica, ma dalla sola pressione dei dati empirici.
Introduzione: il gigante e la vacca 19

Nei prossimi due capitoli descriveremo i due grandi indizi,


forniti dall'osservazione astronomica, che ci hanno condotti al
modello standard: le scoperte della recessione delle galassie re-
mote e di una debole radiazione statica che riempie l'universo.
Per lo storico della scienza questa è una vicenda appassionante,
una vicenda costellata di false partenze, opportunità mancate,
preconcetti teorici e alternanze di personaggi.
Completata questa rassegna della cosmologia d'osservazione,
cercherò di far combaciare tutti i pezzi nel tentativo di costrui-
re un quadro coerente delle condizioni fisiche che caratteriz-
zarono gli istanti iniziali della storia dell'universo. Saremo allora
in grado di considerare i primi tre minuti con maggiore abbon-
danza di particolari. A tal fine mi pare adeguato un procedi-
mento di tipo cinematico: un fotogramma dopo l'altro, vedre-
mo l'universo espandersi sempre più, diventare sempre più
freddo e cuocere nel suo brodo. Cercheremo anche di comin-
ciare a discernere qualcosa in un'era che ci si presenta ancora
avvolta nel mistero: il primo centesimo di secondo.
Possiamo confidare nel modello standard? Non è possibile
che nuove scoperte lo scalzino, sostituendolo con qualche altra
cosmogonia, magari risuscitando il modello dello stato stazio-
nario? Può darsi. Devo ammettere che provo un vago senso
di irrealtà scrivendo sui primi tre minuti come se veramente
sapessimo di che cosa stiamo parlando.
Anche se dovesse finire con l'essere soppiantato, il modello
standard avrà comunque svolto un ruolo di grande importanza
nella storia della cosmologia. Oggi (benché solo da dieci anni
a questa parte) si guarda con rispetto al metodo di verificare
idee teoriche di fisica o di astrofisica elaborandone le conse-
guenze nel contesto del modello standard. È diventata comune,
inoltre, la prassi di servirsi del modello standard come di una
base teorica per giustificare programmi di osservazione astro-
nomica. Il modello standard fornisce quindi un essenziale lin-
guaggio comune che consente a teorici e osservatori di valu-
20 I primi tre minuti

tare le esperienze che si stanno compiendo in altre discipline.


Se mai il modello standard dovesse essere sostituito da una teo-
ria migliore, sarà probabilmente in conseguenza di osservazioni
e di calcoli che da esso avranno tratto la loro motivazione.
Nell'ultimo capitolo cercheremo di dire qualcosa sul futuro
dell'universo. Esso potrà continuare a espandersi indefinita-
mente, diventando sempre più freddo, più vuoto e più morto.
Oppure, potrà tornare a contrarsi, spezzando nuovamente le
galassie e le stelle e gli atomi e i nuclei atomici nei loro com-
ponenti. Tutti i problemi che dobbiamo affrontare per com-
prendere i primi tre minuti si ripresenteranno a livello di pre-
dizione del corso degli eventi negli ultimi tre minuti.
II
L'espansione dell'universo

U n o sguardo al cielo notturno suscita in noi l'impressione pro


fonda di un universo immutabile. È vero che a volte le nubi
transitano dinanzi al disco della Luna, che il cielo ruota attor-
no alla stella polare, che, su periodi più lunghi, la Luna stessa
cresce e scema e con i pianeti si sposta sullo sfondo delle stelle.
Sappiamo però che questi sono fenomeni puramente locali,
causati da moti che hanno luogo all'interno del nostro sistema
solare. Al di là dei pianeti, le stelle ci appaiono immobili.
In realtà le stelle si muovono, con velocità che toccano an-
che qualche centinaio di chilometri al secondo: in un anno una
stella veloce può percorrere fino a dieci miliardi di chilometri.
Si tratta comunque di una distanza mille volte inferiore a quella
che ci divide dalle stelle più vicine, cosicché la posizione appa-
rente in cielo delle stelle anche più veloci muta molto lenta-
mente. (Per esempio, la stella relativamente veloce nota come
1 2
stella di Barnard dista da noi circa 56 bilioni [ 5 6 x l 0 ] di
chilometri; essa si muove, perpendicolarmente al nostro raggio
visuale, alla velocità di circa 89 chilometri al secondo, ovvero
2,8 miliardi di chilometri all'anno, e di conseguenza la sua
posizione angolare si sposta in un anno di un arco di 0,0029
gradi.) Gli astronomi definiscono « moto proprio » di una stel-
la il suo spostamento nella posizione apparente sulla volta ce-
leste. È ovvio che un tale spostamento angolare può risultare
22 I primi tre minuti

sensibile solo per stelle relativamente vicine. La posizione ap-


parente in cielo delle stelle più lontane muta con tanta len-
tezza che il loro moto proprio non può essere rilevato neppure
con le osservazioni più pazienti.
Vedremo ora come questa impressione di immutabilità sia
illusoria. Le osservazioni che discuteremo in questo capitolo ri-
velano che l'universo si trova in uno stato di violenta esplosio-
ne in cui le grandi isole stellari chiamate galassie stanno al-
lontanandosi l'una dall'altra a velocità prossime a quella della
luce. Estrapolando questa esplosione a ritroso nel tempo, pos-
siamo inoltre pervenire alla conclusione che in un remoto pas-
sato le galassie devono essersi trovate molto più vicine di quan-
to non siano oggi: tanto vicine, di fatto, che né le galassie né
le stelle e neppure gli atomi o i nuclei atomici avrebbero po-
tuto avere un'esistenza separata. È, questa, l'era che designiamo
come « inizio dell'universo » e che costituisce l'oggetto di que-
sto libro.
La nostra conoscenza dell'espansione dell'universo si fonda
interamente sul fatto che gli astronomi sono in grado di misu-
rare il moto di un corpo luminoso nella direzione del raggio
visuale (« velocità radiale ») con una precisione molto maggio-
re rispetto alla misurazione del moto proprio. La tecnica usata
consiste nell'utilizzare una proprietà comune a qualsiasi tipo di
moto ondulatorio, nota come effetto Doppler. Quando osser-
viamo un'onda acustica o luminosa proveniente da una sor-
gente in quiete, il tempo compreso fra l'arrivo di due succes-
sive creste d'onda al nostro strumento è uguale al tempo com-
preso fra due creste d'onda nel momento in cui vengono emes-
se dalla sorgente. Se, invece, la sorgente si sta allontanando
da noi, il tempo compreso fra due creste d'onda successive
all'atto della ricezione supera il tempo compreso fra le due
creste all'atto dell'emissione, poiché ogni cresta d'onda, nel suo
viaggio dalla sorgente a noi, deve percorrere una distanza leg-
germente maggiore rispetto alla cresta precedente. Il tempo com-
L'espansione dell'universo 23

preso fra due creste consecutive corrisponde esattamente alla


lunghezza d'onda divisa per la velocità dell'onda stessa, sicché
un'onda emessa da una sorgente in allontanamento da noi ci
sembrerà avere una lunghezza d'onda maggiore che se la sor-
gente fosse in quiete. (In dettaglio, l'aumento frazionario nella
lunghezza d'onda è dato dal rapporto fra la velocità della sor-
gente e la velocità dell'onda stessa: cfr. la nota matematica I,
pp. 174 sg.) Analogamente, se la sorgente sta muovendosi verso
di noi, l'intervallo di tempo compreso fra due successive creste
d'onda in arrivo sarà minore dell'intervallo fra due creste d'on-
da in partenza, perché ogni cresta successiva avrà una distanza
minore da percorrere, e quindi l'onda ci sembrerà avere una
lunghezza d'onda minore. È un po' come se un commesso viag-
giatore inviasse regolarmente a casa una lettera alla settimana:
finché si allontana da casa, ogni lettera dovrà percorrere, per
arrivare a destinazione, una distanza un po' maggiore rispetto
alla precedente, per cui le sue lettere risulteranno distanziate
fra loro di un po' più di una settimana; inversamente, sulla via
del ritorno, ogni lettera successiva dovrà percorrere una distan-
za minore e quindi l'intervallo fra due lettere consecutive risul-
terà inferiore a sette giorni.
È facile, oggi, osservare l'effetto Doppler su onde acustiche:
basta mettersi in ascolto sul margine di una strada di grande
comunicazione e rilevare come il motore di una macchina ve-
loce emetta un suono più alto (ossia su una lunghezza d'onda
minore) quando il veicolo si avvicina che non quando si allon-
tana. A quanto pare, l'effetto fu notato per la prima volta, sia
per onde luminose sia per onde acustiche, da Johann Christian
Doppler, professore di matematica alla Realschule di Praga,
nel 1842. L'effetto Doppler per onde acustiche fu confermato
sperimentalmente nel 1845 dal meteorologo olandese Ch. H.
D. Buys-Ballot nel corso di un ameno esperimento: come
sorgente mobile di suoni egli utilizzò un'orchestra di trom-
bettieri i quali suonavano stando in piedi in una carrozza (aper-
24 I primi tre minuti

ta) di un treno sfrecciante attraverso la campagna olandese nei


pressi di Utrecht.
Doppler pensava che l'effetto legato oggi al suo nome po-
tesse spiegare i diversi colori delle stelle. La luce proveniente
da stelle in allontanamento dalla Terra sarebbe spostata verso
lunghezze d'onda maggiori e poiché la luce rossa ha una lun-
ghezza d'onda maggiore rispetto alla media della luce visibile,
una tale stella potrebbe apparirci più rossa della media. Ana-
logamente, la luce proveniente da stelle in movimento ver-
so la Terra sarebbe spostata verso lunghezze d'onda mino-
ri, così che la stella potrebbe apparirci più azzurra. Ben
presto si appurò, da parte di Buys-Ballot e altri, che l'ef-
fetto Doppler non ha sostanzialmente nulla a che fare col colore
di una stella: è vero che la luce azzurra proveniente da una
stella in allontanamento è spostata in qualche misura verso il
rosso; ma poiché contemporaneamente una parte della radia-
zione ultravioletta, normalmente invisibile, della stella è spo-
stata nella sezione azzurra dello spettro visibile, il colore com-
plessivo della stella non muta in misura sensibile. Le stelle hanno
colori diversi principalmente in dipendenza delle loro diverse
temperature superficiali.
L'effetto Doppler cominciò a rivestire enorme importanza
per l'astronomia nel 1868, quando fu applicato allo studio del-
le singole righe dello spettro. Qualche tempo prima, nel 1814-
1815, un ottico di Monaco di Baviera, Joseph Fraunhofer,
aveva scoperto che quando la luce del Sole viene fatta filtrare
attraverso una fenditura e poi attraverso un prisma di vetro, lo
spettro di luce colorata che ne risulta appare solcato da cen-
tinaia di righe scure, ciascuna delle quali rappresenta un'imma-
gine della fenditura. (Alcune di tali righe erano già state osser-
vate in precedenza, da William Hyde Wollaston nel 1802, ma
a quell'epoca non erano state sottoposte a una rigorosa analisi.)
Le righe scure venivano a trovarsi sempre sullo sfondo degli
stessi colori, e corrispondevano ciascuna a una determinata
L'espansione dell'universo 25

lunghezza d'onda della luce. Identiche righe spettrali scure fu-


rono rinvenute da Fraunhofer nelle medesime posizioni anche
all'interno dello spettro della Luna e dei corpi celesti più bril-
lanti. Ben presto ci si rese conto che quelle righe scure sono
prodotte dall'assorbimento selettivo della luce di determinate
lunghezze d'onda quando la luce passa dalla superficie incan-
descente di una stella attraverso la sua atmosfera esterna, più
fredda. Ogni riga è dovuta all'assorbimento di luce da parte di
un elemento chimico specifico; per questa via diventa anzi pos-
sibile accertare che gli elementi presenti sul Sole, come il sodio,
il ferro, il magnesio, il calcio e il cromo, sono gli stessi che si
rinvengono sulla Terra. (Oggi sappiamo che le lunghezze d'on-
da delle righe scure sono tali per cui un fotone di quella lun-
ghezza d'onda avrebbe precisamente l'energia occorrente per
far passare l'atomo dal suo stato di energia minima a uno dei
suoi stati eccitati.)
Nel 1868 Sir William Huggins riuscì a dimostrare che le ri-
ghe scure nello spettro di alcune stelle tra le più brillanti sono
leggermente spostate verso il rosso o verso l'azzurro rispetto a
quella che è la loro posizione normale nello spettro del Sole.
Egli interpretò correttamente questo spostamento riconnetten-
dolo all'effetto Doppler, mettendolo cioè in rapporto con un
moto di allontanamento o di avvicinamento della stella nei con-
fronti della Terra. Per esempio, la lunghezza d'onda di ogni
riga scura nello spettro della stella Capella è maggiore della
lunghezza d'onda della corrispondente riga scura dello spettro
solare nella misura di uno 0,01 per cento; questo spostamento
verso il rosso indica che Capella sta allontanandosi da noi a
una velocità pari allo 0,01 per cento della velocità della luce,
ossia a 30 chilometri al secondo. L'effetto Doppler venne uti-
lizzato nei decenni successivi per misurare le velocità di protu-
beranze solari, di stelle doppie e degli anelli di Saturno.
La misurazione di velocità mediante l'osservazione di spo-
stamenti Doppler è una tecnica intrinsecamente valida perché
26 I primi tre minuti

le lunghezze d'onda delle righe spettrali possono essere misu-


rate con estrema precisione; non è insolito trovare lunghezze
d'onda espresse con ben otto cifre significanti. La tecnica man-
tiene la sua precisione qualunque sia la distanza della sorgente
luminosa, purché l'intensità della luce in arrivo sia sufficiente
a individuare righe spettrali di contro alla radiazione del cielo
notturno.
È grazie all'applicazione dell'effetto Doppler che conosciamo
i valori tipici di velocità stellari come quelle indicate all'inizio
di questo capitolo. L'effetto Doppler, inoltre, ci offre un ele-
mento per valutare le distanze di stelle relativamente vicine; se
siamo in grado di fare congetture circa la direzione del moto
di una stella, lo spostamento verso il rosso ci fornisce la velo-
cità sia del moto proprio sia del moto radiale, cosicché la mi-
surazione del moto apparente sulla volta celeste ci dice quanto
dista quella stella. L'effetto Doppler, tuttavia, cominciò a ga-
rantire risultati di valore cosmologico solo a partire dal m o -
mento in cui gli astronomi intrapresero lo studio dello spettro
di corpi situati a distanze molto maggiori rispetto alle stelle
visibili. Diremo ora qualche parola sulla scoperta di tali og-
getti, dopo di che torneremo a occuparci dell'effetto Doppler.
Abbiamo aperto questo capitolo con uno sguardo al cielo
notturno. Oltre alla Luna, ai pianeti e alle stelle, avrei potuto
menzionare altri due oggetti visibili, molto più importanti per
la cosmologia.
U n o di essi è così vistoso e lucente da risultare visibile, a
volte, anche attraverso la foschia del cielo notturno di una città.
Si tratta di quella fascia luminosa che attraversa circolarmente
l'intera sfera celeste e che è nota fin dall'antichità come Via
Lattea. Nel 1750 un inglese, il costruttore di strumenti Tho-
mas Wright, pubblicò un libro notevole, Original Theory or
New Hypothesis of the Universe, in cui si affacciava l'ipotesi
che le stelle siano disposte su una lastra, una « macina » di
spessore finito ma estendentesi a grandi distanze in tutte le
L'espansione dell'universo 27

direzioni sul piano. Il sistema solare si trova all'interno di


questa lastra; ne consegue naturalmente che noi vediamo mol-
ta più luce quando osserviamo nella direzione del piano che
non quando rivolgiamo lo sguardo in una qualsiasi altra dire-
zione. La Via Lattea è appunto questa maggiore luminosità
che vediamo guardando lungo il piano della lastra.
La teoria di Wright è stata confermata da molto tempo.
Oggi si pensa che la Via Lattea consista in un disco di stelle,
con un diametro di 80 0 0 0 anni-luce e uno spessore di 6 0 0 0
anni-luce. Il sistema galattico possiede anche un alone sferico
di stelle, il cui diametro sfiora i 100 0 0 0 anni-luce. La massa
totale è generalmente stimata in circa 100 miliardi di masse
solari ma alcuni astronomi ritengono che ci potrebbe essere
una massa molto maggiore in un alone esteso. 11 sistema solare
dista circa 30 000 anni-luce dal centro del disco ed è spostato
leggermente « a nord » del piano centrale del disco stesso. Il
disco ruota a velocità che arrivano a toccare i 2 5 0 chilome-
tri al secondo e presenta gigantesche braccia di spirale. Una
visione davvero imponente, se potessimo osservarlo dall'ester-
no! L'intero sistema è oggi denominato la Galassia o, allar-
gando la visuale, « la nostra galassia ».
Il secondo elemento cosmologicamente rilevante del cielo
notturno è molto meno vistoso della Via Lattea. Nella costel-
lazione di Andromeda c'è una macchiolina indistinta che non
sempre si riesce a localizzare ma che si può individuare senza
difficoltà in una notte serena se si sa dove cercarla. La prima
menzione scritta di quest'oggetto risulta essere un accenno nel
Libro delle stelle fisse, compilato nel 9 6 4 d.C. dall'astronomo
persiano Abd al-Rahman ai-Sufi, che lo descrisse come una
« piccola nube ». Con la diffusione del telescopio si moltipli-
carono le scoperte di tali oggetti estesi, in cui gli astronomi del
Seicento e del Settecento videro un ostacolo tale da pregiudi-
care la ricerca di qualcosa che sembrava loro realmente inte-
ressante: le comete. Per fornire un opportuno elenco di ogget-
28 I primi tre minuti

ti che non si dovevano osservare quando si andava a caccia


di comete, Charles Messier pubblicò nel 1781 un famoso Ca-
talogue des nébuleuses et des amas d'étoiles. Gli astronomi si
riferiscono ancor oggi ai 103 oggetti contenuti in questo ca-
talogo con i numeri attribuiti loro da Messier: così la Nebulosa
di Andromeda è la M31, la Nebulosa del Granchio la M1, e
via dicendo.
Già all'epoca di Messier appariva chiaro che questi oggetti
estesi non hanno tutti la stessa natura. Alcuni sono evidente-
mente ammassi di stelle, come le Pleiadi (M45). Altri sono
nubi irregolari di gas incandescente, spesso colorato e non di
rado associato a una o più stelle, come la Grande Nebulosa di
Orione (M42). Oggi sappiamo che gli oggetti appartenenti a
queste due categorie si trovano all'interno della nostra galas-
sia, e non c'è ragione di continuare qui a occuparcene. Un
terzo circa degli oggetti elencati nel catalogo di Messier era-
no invece nebulose bianche di forma ellittica abbastanza re-
golare; tra esse la più appariscente era la Nebulosa di Andro-
meda (M31). Il progressivo perfezionamento dei telescopi portò
alla scoperta di migliaia di questi oggetti e, alla fine del secolo
scorso, in alcuni di essi, fra cui la M31 e la M33, vennero
identificate braccia di spirale. I migliori telescopi del Sette-
cento e dell'Ottocento non erano però riusciti a risolvere in
stelle le nebulose ellittiche o spirali, la cui natura rimaneva
problematica.
Sembra che il primo a congetturare che alcune nebulose
siano galassie come la nostra sia stato Immanuel Kant. Facen-
do propria la teoria della Via Lattea di Wright, Kant formulò
nel 1755, nel libro Storia generale della natura e teoria del
cielo, l'ipotesi che le nebulose, « o piuttosto una specie di es-
se », siano realmente dischi stellari aventi press'a poco la for-
ma e le dimensioni della nostra galassia. Esse appaiono ellit-
tiche perché sono viste per la maggior parte in prospettiva obli-
L'espansione dell'universo 29

qua; ovviamente, la loro evanescenza è dovuta all'enormità


della distanza.
L'idea di un universo gremito di galassie come la nostra
conobbe, all'inizio dell'Ottocento, una vasta seppure non certo
universale diffusione. Rimaneva pur sempre aperta la possibi-
lità che queste nebulose ellittiche e spirali si rivelassero sem-
plici nubi di gas interstellare all'interno della nostra galassia,
come altri oggetti inclusi nel catalogo di Messier. Fonte di
notevole confusione era l'osservazione di esplosioni stellari in
alcune nebulose spirali. Se queste nebulose erano autentiche
galassie indipendenti, troppo lontane da noi perché il telesco-
pio potesse risolverle in singole stelle, le esplosioni osservate
dovevano avere una potenza incredibile per risultare visibili a
simili distanze. In questo contesto, non so resistere alla tenta-
zione di citare un saggio di prosa scientifica ottocentesca al
culmine della sua maturità. Agnes Mary Clerke, studiosa
inglese di storia dell'astronomia, scriveva nel 1893:
La b e n n o t a n e b u l o s a di A n d r o m e d a e la g r a n d e s p i r a l e nei L e v r i e r i
s o n o fra l e n e b u l o s e più r a g g u a r d e v o l i nella c a t e g o r i a d i q u e l l e c h e
d a n n o uno spettro continuo; e, di n o r m a , le emissioni di tutte quelle
n e b u l o s e c h e p r e s e n t a n o l ' a p p a r e n z a d i a m m a s s i stellari indistinti p e r
l ' e c c e z i o n a l e d i s t a n z a s o n o d e l l o stesso t i p o . S a r e b b e p e r ò t r o p p o a v -
v e n t a t o c o n c l u d e r e s u q u e s t a b a s e c h e esse s i a n o a u t e n t i c h e a g g r e g a -
zioni d i c o r p i p a r a g o n a b i l i a l n o s t r o Sole. L ' i m p r o b a b i l i t à d i u n a tale
inferenza è stata n o t e v o l m e n t e accresciuta dall'osservazione, con un
i n t e r v a l l o d i u n q u a r t o d i s e c o l o , d i e s p l o s i o n i stellari i n d u e d i esse.
È p r a t i c a m e n t e c e r t o , infatti, c h e , p e r q u a n t o l o n t a n e s i a n o l e n e b u l o s e ,
l e stelle e s p l o s e e r a n o a l t r e t t a n t o r e m o t e ; o r a , s e tali n e b u l o s e f o s s e r o
c o m p o s t e d i astri simili a l Sole, l e sfere d i i n c o m p a r a b i l e a m p i e z z a d a
cui la loro debole luce veniva quasi cancellata d e v o n o essere state,
c o m e h a i n t u i t o i l s i g n o r P r o c t o r , d i u n a s c a l a d i g r a n d e z z a tale c h e
l ' i m m a g i n a z i o n e si rifiuta di c o n c e p i r l a .

Oggi sappiamo che quelle esplosioni stellari avvenivano ve-


ramente su « una scala di grandezza tale che l'immaginazione
si rifiuta di concepirla ». Si trattava di supernovae, di stelle
che, dilaniate da esplosioni, raggiungono una luminosità pros-
sima a quella di un'intera galassia. Ma nel 1893 lo si ignorava.
30 I primi tre minuti

Il problema della natura delle nebulose spirali ed ellittiche


non poteva essere risolto in assenza di qualche attendibile me-
todo di determinazione della loro distanza. Un tale regolo per
la misurazione delle distanze fu infine scoperto dopo il com-
pletamento del telescopio di 100 pollici (254 cm) di Monte
Wilson, non lontano da Los Angeles. Nel 1923 Edwin Hubble
fu per la prima volta in grado di risolvere la Nebulosa di A n -
dromeda in stelle separate. Egli identificò nelle sue braccia di
spirale alcune stelle variabili molto brillanti, che presentavano
un tipo di variazione periodica della luminosità già familiare
agli astronomi perché caratteristico di una classe di stelle nella
nostra galassia note come variabili cefeidi. La ragione della
importanza di questa scoperta risiedeva nel fatto che, nel de-
cennio precedente, Henrietta Swan Leavitt e Harlow Shapley,
dello Harvard College Observatory, avevano rivelato l'esisten-
za di una stretta correlazione fra i periodi osservati nella va-
riazione di luminosità delle cefeidi e la loro luminosità asso-
luta. (Per luminosità assoluta si intende l'energia di radiazione
totale emessa da un oggetto astronomico in tutte le direzioni.
La luminosità apparente coincide con l'energia di radiazione
da noi ricevuta per ciascun centimetro quadrato al secondo nei
nostri strumenti. È la luminosità apparente, non quella asso-
luta, a determinare il grado soggettivo di splendore degli og-
getti astronomici. Va da sé che la luminosità apparente dipen-
de non soltanto dalla luminosità assoluta, ma anche dalla di-
stanza; perciò, conoscendo sia la luminosità assoluta sia la lu-
minosità apparente di un corpo astronomico, possiamo infe-
rirne la distanza.) Hubble, osservando la luminosità apparente
delle cefeidi appartenenti alla Nebulosa di Andromeda, e sti-
mandone la luminosità assoluta sulla base dei periodi, potè
calcolare immediatamente la loro distanza, e quindi, implici-
tamente, la distanza della Nebulosa di Andromeda; a tal fine
fu sufficiente applicare la semplice regola secondo cui la lumi-
nosità apparente è direttamente proporzionale alla luminosità
L'espansione dell'universo 31

assoluta e inversamente proporzionale al quadrato della distan-


za. Hubble concluse che la Nebulosa di Andromeda si trova
a una distanza di 9 0 0 0 0 0 anni-luce, cioè a una distanza dieci
volte maggiore rispetto ai più lontani oggetti conosciuti che
rientrano nei confini della nostra galassia. Talune correzioni
apportate alla relazione periodo-luminosità delle cefeidi da Wal-
ter Baade e altri hanno oggi aumentato la distanza della Nebu-
losa di Andromeda a oltre due milioni di anni-luce, ma la
conclusione era già chiara nel 1923: la Nebulosa di Andro-
meda e le migliaia di nebulose affini sono galassie come la
nostra, disperse a grandi distanze in tutte le direzioni dell'uni-
verso.
Ancora prima che si accertasse la natura extragalattica delle
nebulose, gli astronomi avevano identificato alcune righe pre-
senti nel loro spettro con righe tipiche di spettri atomici fami-
liari. Fra il 1910 e il 1920 Slipher del Lowell Observatory
scoprì però che le righe di molte nebulose risultavano legger-
mente spostate verso il rosso o verso l'azzurro. Questi sposta-
menti vennero subito interpretati come una conseguenza del-
l'effetto Doppler, e quindi come un'indicazione del fatto che le
nebulose si allontanano dalla Terra o viceversa si avvicinano.
Si rilevò, per esempio, un moto di avvicinamento verso la
Terra della Nebulosa di Andromeda alla velocità di circa
300 chilometri al secondo, mentre gli ammassi di galassie più
lontani, nella costellazione della Vergine, risultarono allon-
tanarsi dal nostro pianeta alla velocità di circa 1 0 0 0 chilo-
metri al secondo.
Dapprima si pensò che queste velocità potessero essere sem-
plicemente relative, che riflettessero cioè un moto del nostro
sistema solare verso alcune galassie e un suo allontanamento
da altre. Questa spiegazione si fece sempre più insostenibile
via via che negli spettri di galassie di volta in volta osservati
affioravano spostamenti sempre più consistenti, e tutti verso il
rosso. Risultò quindi che, prescindendo da poche galassie vici-
32 I primi tre minuti

ne al nostro sistema, come la Nebulosa di Andromeda, le al-


tre galassie stanno generalmente allontanandosi dalla nostra a
elevata velocità. Ciò non significa, ovviamente, che la nostra
galassia occupi una posizione centrale nell'universo. Si direb-
be, piuttosto, che l'universo stesso stia subendo gli effetti di
una sorta di esplosione in cui ogni galassia sta allontanandosi
da ogni altra galassia.
Questa interpretazione venne universalmente recepita dopo
il 1929, quando Hubble annunciò di avere scoperto che lo
spostamento verso il rosso delle righe spettrali delle galassie
aumenta press'a poco in proporzione alla loro distanza da noi.
Osservazione fondamentale, quella di Hubble, poiché prospetta
esattamente ciò che dovremmo predire in accordo col quadro
più semplice possibile del movimento della materia in un
universo che sta esplodendo.
Dovremmo attenderci, intuitivamente, che in un dato m o -
mento l'universo presenti lo stesso aspetto a tutti gli ipotetici
osservatori che lo scrutino da tutte le galassie tipiche, qualun-
que sia la direzione verso cui si rivolge il loro sguardo. (Qui,
e più avanti, userò l'espressione « tipiche » per designare ga-
lassie che non abbiano alcun apprezzabile moto peculiare ma
siano semplicemente trasportate nel generale flusso cosmico.)
È un'ipotesi così naturale (almeno dopo Copernico), che l'a-
strofisico inglese Edward Arthur Milne l'ha definita il Principio
cosmologico.
Nella sua applicazione alle galassie, il Principio cosmolo-
gico presuppone che un osservatore situato in una galassia ti-
pica veda tutte le altre galassie muoversi con la medesima di-
stribuzione delle velocità, qualunque sia la galassia tipica su
cui l'osservatore sta viaggiando. Una diretta conseguenza ma-
tematica di questo principio è che la velocità relativa di due
galassie scelte a piacere dev'essere proporzionale alla distanza
che le separa, proprio come riscontrò Hubble.
Consideriamo, ad esempio, tre galassie tipiche A, B e C, di-
L'espansione dell'universo 33

Figura 1. L'omogeneità e la legge di Hubble. La figura rappresenta una se-


quenza di galassie Z, A, B, C,.... intervallate uniformemente, in moto relativo
l'una rispetto all'altra. Le velocità, quali sono misurate da A o da B o da C,
sono indicate dalla lunghezza e dalla direzione delle frecce. Il principio di omo-
geneità richiede che la velocità di c, qual è vista da B. sia uguale alla velocità
di B qual è vista da A; la somma di queste due velocità dà la velocità di C qual
è vista da A, velocità che è indicata da una freccia di lunghezza doppia. Proce-
dendo in questo modo, possiamo completare l'intero diagramma delle velocità
illustrato nella figura. Come si può vedere, le velocità obbediscono alla legge di
Hubble: la velocità di ogni galassia, qual è vista da ogni altra, è proporzionale
alla distanza che le divide. Questo è l'unico modello di distribuzione delle velo-
cità conforme al principio di omogeneità.

sposte su una linea retta (fig. 1). Supponiamo che la distanza


fra A e B sia uguale alla distanza fra B e C. Quale che sia la
velocità di B vista da A, il Principio cosmologico richiede che
C abbia la stessa velocità rispetto a B. Ma si osservi allora che
C, che dista da A il doppio della distanza fra A e B, sta anche
muovendosi, rispetto ad A, con una velocità doppia di B. Pos-
siamo aggiungere altre galassie alla nostra catena, e il risultato
sarà sempre che la velocità di recessione di ogni galassia rela-
tivamente alle altre è proporzionale alla distanza che le separa.
Come spesso accade in ambito scientifico, quest'argomento
può essere usato sia in avanti sia all'indietro. Accertando una
proporzionalità fra le distanze delle galassie e le loro velocità
di recessione, Hubble verificava indirettamente l'esattezza del
Principio cosmologico. Questo fatto è, da un punto di vista
filosofico, quanto mai soddisfacente: perché una parte o una
direzione particolari dell'universo dovrebbero differire da qual-
34 I primi tre minuti

siasi altra? Ci assicura, inoltre, che gli astronomi stanno real-


mente osservando una considerevole porzione dell'universo, non
un mero vortice locale compreso in un più vasto « maelstrom »
cosmico. Inversamente, possiamo considerare il Principio co-
smologico come garantito a priori e dedurne la relazione di
proporzionalità tra distanza e velocità, come abbiamo fatto
nel precedente capoverso. In tal modo, attraverso un procedi-
mento relativamente semplice qual è quello della misurazione
degli spostamenti Doppler, siamo in grado di valutare la distan-
za di oggetti lontanissimi sulla base della loro velocità.
A prescindere dalla misurazione degli spostamenti Doppler,
il Principio cosmologico poggia su un altro supporto offerto
dall'osservazione. Pur tenendo conto delle distorsioni dovute
alla nostra galassia e al non lontano copioso ammasso di ga-
lassie appartenente alla costellazione della Vergine, l'universo
appare notevolmente isotropo; presenta cioè lo stesso aspetto
in tutte le direzioni. (Ciò è dimostrato in modo ancor più con-
vincente dalla radiazione di fondo a microonde, di cui ci inte-
resseremo nel prossimo capitolo.) Ma da Copernico in poi
abbiamo imparato a diffidare della supposizione che l'ubicazio-
ne dell'umanità nell'universo abbia un significato speciale. Se
dunque l'universo è isotropo intorno a noi, dovrebbe essere
isotropo anche intorno a ogni galassia tipica. Ma ogni punto
dell'universo può essere trasportato in qualsiasi altro punto
da una serie di rotazioni intorno a centri fissi (fig. 2); se l'uni-
verso è isotropo intorno a ogni punto, necessariamente è an-
che omogeneo.
Prima di procedere oltre, occorre aggiungere qualche preci-
sazione a proposito del Principio cosmologico. Innanzitutto,
non vale ovviamente su piccola scala: noi ci troviamo in una
galassia che appartiene a un piccolo gruppo locale di altre
galassie (comprendente la M31 e la M33), il quale a sua volta
si trova in prossimità dell'enorme ammasso di galassie della
Vergine. In effetti, delle 33 galassie elencate nel catalogo di
Figura 2. Isotropia e omogeneità. Se l'universo è isotropo sia attorno alla ga-
lassia 1 sia attorno alla galassia 2, è anche omogeneo. Al fine di dimostrare che
le condizioni attorno a due punti A e B scelti a piacere sono uguali, tracciamo
un cerchio che passi per A, con centro nella galassia 1, e un altro cerchio che
passi per B, con centro nella galassia 2. L'isotropia attorno alla galassia 1 ri-
chiede che le condizioni siano le stesse in A e nel punto C, in cui i due cerchi
si intersecano. Analogamente, l'isotropia attorno alla galassia 2 richiede che le
condizioni siano uguali in B e in C. Perciò esse sono uguali anche in A e in B.

Messier, quasi la metà sono concentrate in una piccola parte


del cielo, la costellazione della Vergine! Ammesso che sia va-
lido, il Principio cosmologico entra in gioco solo dal momento
in cui consideriamo l'universo su una scala almeno pari alla
distanza tra ammassi di galassie, equivalente a circa 100 mi
lioni di anni-luce.
Veniamo a un'altra puntualizzazione. Usando il Principio
cosmologico per derivarne il rapporto di proporzionalità tra
velocità e distanze delle galassie, abbiamo supposto che se la
velocità di C rispetto a B è uguale alla velocità di B rispetto
ad A, allora la velocità di C rispetto ad A è doppia della pri-
ma. Questa è la regola consueta per una somma di velocità
familiari a noi tutti, una regola che senza dubbio funziona be-
nissimo per le velocità relativamente modeste della vita quo-
tidiana. Ma che non vale più per velocità prossime alla velo-
cità della luce (300 0 0 0 chilometri al secondo); se così non
fosse, sommando un certo numero di velocità relative, potrem-
mo ottenere una velocità totale maggiore di quella della luce,
ciò che non è consentito dalla Teoria speciale della relatività
36 I primi tre minuti

di Einstein. Per esempio, la regola abituale per la somma delle


velocità ci dice che se un passeggero, su un aereo che volasse
a una velocità pari a tre quarti della velocità della luce, sparas-
se in avanti un proiettile la cui velocità fosse anch'essa pari a
tre quarti della velocità della luce, la velocità del proiettile
rispetto al suolo risulterebbe pari a una volta e mezzo la ve-
locità della luce, il che è impossibile. La relatività speciale
evita questo problema modificando la regola per la somma
delle velocità: la velocità di C rispetto ad A è in realtà un po'
minore della somma delle velocità di B relativamente ad A e
di C relativamente a B, secondo una formula tale che, per
quante velocità inferiori a quella della luce noi sommiamo, non
otterremo mai una velocità superiore a quella della luce.
Nessuno di questi problemi esisteva per Hubble nel 1929;
nessuna delle galassie da lui studiate allora aveva una velocità
prossima a quella della luce. Oggi, invece, quando i cosmologi
meditano sulle smisurate distanze caratteristiche dell'universo
nel suo complesso, devono operare in una cornice teorica in
grado di ammettere velocità che si approssimano a quella del-
la luce, devono cioè tenere conto delle teorie della relatività
di Einstein, speciale (o ristretta) e generale. Di fatto, quan-
do ci occupiamo di distanze di tale grandezza, il concetto stes-
so di distanza diventa ambiguo, e noi dobbiamo specificare se
intendiamo la distanza misurata dall'osservazione di luminosità
o di diametri o di moti propri o di qualcos'altro.
Tornando al 1929: Hubble stimò la distanza di 18 galassie
sulla base della luminosità apparente delle loro stelle più bril-
lanti e confrontò queste distanze con le velocità rispettive delle
galassie, determinate spettroscopicamente sulla base dei loro
spostamenti Doppler. In seguito a quest'esame concluse che
esisteva « una relazione pressoché lineare » (cioè una propor-
zionalità semplice) fra velocità e distanze. In realtà, dopo una
occhiata ai dati di Hubble, mi chiesi perplesso come avesse po-
tuto raggiungere una simile conclusione: le velocità galattiche
L'espansione dell'universo 37

sembrano prive di qualsiasi rapporto con le distanze, se si pre-


scinde da una lieve tendenza a un aumento della velocità con
la distanza. In verità non dovremmo attenderci alcuna precisa
relazione di proporzionalità fra velocità e distanza per queste
18 galassie: sono tutte troppo vicine, nessuna di esse trovan-
dosi oltre l'ammasso della Vergine. È difficile evitare di dedur-
re che, fondandosi o sui ragionamenti semplici esposti sopra
o sugli sviluppi teorici a essi collegati che esamineremo più
avanti, Hubble conoscesse già la risposta che si proponeva di
ottenere.
In ogni caso, nel 1931 i materiali d'osservazione si erano
accumulati in misura notevole e Hubble fu in grado di verifi-
care la proporzionalità fra velocità e distanza per galassie le
cui velocità raggiungevano i 20 0 0 0 chilometri al secondo. Con
le stime di distanze allora disponibili, la conclusione fu che le
velocità aumentano di 170 chilometri al secondo ogni milione
di anni-luce di distanza; una velocità di 20 0 0 0 chilometri al
secondo significa pertanto una distanza di 120 milioni di anni-
luce. Questa cifra, che indica un certo aumento di velocità in
relazione alla distanza, è nota generalmente come « costante
di Hubble ». (Si tratta di una costante nel senso che la pro-
porzionalità fra velocità e distanza è la stessa per tutte le ga-
lassie in un dato tempo; ma, come vedremo, la costante di
Hubble muta col tempo man mano che l'universo si evolve.)
Nel 1936 Hubble, in collaborazione con lo spettroscopista
Milton Humason, riuscì a misurare la distanza e la velocità
dell'ammasso di galassie Ursa Maior II. Trovò che tale am-
masso stava allontanandosi a una velocità di 42 0 0 0 chilometri
al secondo (il 14 per cento della velocità della luce). La di-
stanza, stimata allora a 2 6 0 milioni di anni-luce, era al limite
della potenza dello strumento di Monte Wilson, e il lavoro di
Hubble dovette fermarsi qui. Dopo la guerra, con l'avvento di
telescopi più potenti negli osservatori di Palomar e Monte
Hamilton, il programma di Hubble fu ripreso da altri astro-
38 I primi tre minuti

nomi (segnatamente da Alian Sandage, degli osservatori di Pa-


lomar e di Monte Wilson) e continua tuttora.
La conclusione che viene generalmente tratta da questo
mezzo secolo di osservazioni è che le galassie stanno allon-
tanandosi da noi, con velocità proporzionali alla distanza (al-
meno finché si tratta di velocità non troppo vicine a quella
della luce). Ovviamente, come abbiamo già sottolineato nella
nostra discussione del Principio cosmologico, ciò non significa
che noi ci troviamo in una posizione del cosmo particolar-
mente favorevole o sfavorevole; ogni galassia si sta allonta-
nando da ogni altra galassia con una velocità relativa propor-
zionale alla reciproca distanza. La modifica più importante ap-
portata alle conclusioni originali di Hubble è una revisione del-
la scala delle distanze extragalattiche: in parte per effetto di
una correzione, operata da Walter Baade e altri, della relazio-
ne periodo-luminosità delle cefeidi determinata dalla Leavitt
e da Shapley, le distanze delle galassie più lontane sono stima-
te oggi circa dieci volte maggiori di quanto non si pensasse al
tempo di Hubble. Il valore della costante di Hubble oggi ac-
cettato è così sceso a soli 15 chilometri al secondo per ogni
milione di anni-luce.
Che cosa ci dice tutto ciò a proposito dell'origine dell'uni-
verso? Se le galassie stanno allontanandosi l'una dall'altra, in
passato devono essersi trovate molto più vicine. Per la preci-
sione, se la loro velocità è stata costante, allora il tempo im-
piegato da due galassie scelte a piacere per venirsi a trovare
separate dalla distanza attuale è esattamente uguale alla di-
stanza attuale divisa per la loro velocità relativa. Ma con una
velocità proporzionale alla distanza attuale, questo tempo ri-
sulta identico per ogni coppia di galassie scelte a piacere: in
passato, esse devono essersi trovate tutte molto vicine nello
stesso tempo. Fissando la costante di Hubble in 15 chilometri
al secondo per milione di anni-luce, il tempo trascorso da quan-
do le galassie hanno cominciato ad allontanarsi l'una dall'al-
L'espansione dell'universo 39

tra sarebbe un milione di anni-luce diviso per 15 chilometri


al secondo, ossia 20 miliardi di anni. Ci riferiremo all'« età »
calcolata in questo modo come al « tempo di espansione ca-
ratteristico »: semplicemente, l'inverso della costante di Hub-
ble. La vera età dell'universo è di fatto minore del tempo di
espansione caratteristico perché, come vedremo, le galassie non
si sono mosse con velocità costante ma con una velocità len-
tamente decrescente in conseguenza della reciproca gravita-
zione. Perciò, se la costante di Hubble è di 15 chilometri al
secondo per ogni milione di anni-luce di distanza, l'età del
l'universo dev'essere inferiore a 20 miliardi di anni.
A volte riassumiamo queste nozioni dicendo in sintesi che
le dimensioni dell'universo stanno aumentando. Ciò non si-
gnifica necessariamente che l'universo abbia dimensioni finite,
anche se può essere così. Usiamo questo linguaggio perché in
ogni intervallo di tempo dato la distanza fra due galassie tipi-
che scelte a piacere aumenta di una stessa quantità frazionaria.
Durante ogni intervallo abbastanza breve perché le velocità del-
le galassie rimangano approssimativamente costanti, l'aumento
della distanza fra due galassie tipiche scelte a piacere sarà dato
dal prodotto della loro velocità relativa per il tempo trascorso;
ovvero, applicando la legge di Hubble, dal prodotto della co-
stante di Hubble per la distanza per il tempo. Ma allora il rap-
porto fra l'aumento della distanza e la distanza stessa sarà
dato dal prodotto della costante di Hubble per il tempo tra-
scorso, prodotto che è uguale per ogni coppia di galassie scelte
a piacere. Per esempio, durante un intervallo di tempo pari
all'1 per cento del tempo di espansione caratteristico (che è,
come abbiamo visto, l'inverso della costante di Hubble), la
distanza fra due galassie qualsiasi aumenterà dell'1 per cento.
Diremo allora, in termini non rigorosi, che le dimensioni del-
l'universo si sono accresciute dell'1 per cento.
Non vorrei suscitare l'impressione che tutti siano d'accordo
con questa interpretazione dello spostamento verso il rosso.
40 I primi tre minuti

In realtà, non osserviamo galassie che si stanno allontanando


da noi a velocità vertiginose; tutto ciò di cui siamo certi è che
le righe dei loro spettri sono spostate verso il rosso, verso lun-
ghezze d'onda maggiori. Ci sono eminenti astronomi i quali
dubitano che gli spostamenti verso il rosso abbiano veramente
a che fare con l'effetto Doppler o con un'espansione dell'uni-
verso. Halton Arp, degli Hale Observatories, ha messo in ri-
salto l'esistenza di raggruppamenti di galassie in cui alcune
galassie presentano spostamenti verso il rosso molto diversi
da quelli di altre; se tali raggruppamenti costituiscono auten-
tiche associazioni fisiche di galassie vicine, difficilmente que-
ste potrebbero avere velocità molto diverse. Nel 1963, inoltre,
Maarten Schmidt scoprì che una certa classe di oggetti che
hanno l'aspetto di stelle presentano tuttavia spostamenti verso
il rosso enormi, in qualche caso di oltre il 300 per cento! Se
questi « oggetti quasi stellari » sono così lontani come indicano
gli spostamenti verso il rosso delle loro righe spettrali, dovreb-
bero emettere quantità di energia enormi per essere così bril-
lanti. Infine, non è facile determinare il rapporto fra velocità
e distanza a distanze realmente grandi.
Esiste però un procedimento indipendente per confermare
che le galassie stanno allontanandosi le une dalle altre, come
suggeriscono gli spostamenti verso il rosso. Come abbiamo vi-
sto, questa interpretazione degli spostamenti verso il rosso impli-
ca che l'espansione dell'universo abbia avuto inizio un po' meno
di 20 miliardi di anni or sono. Essa risulterà perciò in qualche
misura confermata se riusciremo a trovare altre prove del fat-
to che l'universo è effettivamente così antico. Di fatto esistono
buoni motivi per supporre che la nostra galassia abbia una
età di circa 10-15 miliardi di anni. Questa stima deriva sia
dall'abbondanza relativa di vari isotopi radioattivi sulla Ter-
ra (specialmente gli isotopi dell'uranio U 235 e U 238) sia dal
calcolo dell'evoluzione delle stelle. Ora, dal momento che fra
i ritmi della radioattività o dell'evoluzione stellare e lo spo-
L'espansione dell'universo 41

stamento verso il rosso delle galassie lontane non esiste sicu-


ramente alcuna connessione diretta, acquista credibilità la sup-
posizione che l'età dell'universo dedotta dalla costante di Hub-
ble rappresenti un autentico inizio.
In proposito è storicamente interessante ricordare che fra
il 1930 e il 1950 si attribuiva alla costante di Hubble un valo-
re di circa 170 chilometri al secondo per ogni milione di anni-
luce di distanza, molto più elevato del valore attuale. In virtù
del nostro ragionamento precedente, l'età dell'universo sareb-
be risultata pari a un milione di anni-luce diviso per 170 chilo-
metri al secondo, cioè a circa due miliardi di anni, o anche
meno tenendo conto del rallentamento gravitazionale. Ma fin
dall'epoca degli studi di Lord Rutherford sulla radioattività
è noto che la Terra ha un'età molto superiore a questa stima;
oggi si ritiene che abbia circa 4,6 miliardi di anni. N o n si può
certo pensare che la Terra sia più vecchia dell'universo; gli
astronomi furono perciò indotti a dubitare che lo spostamento
verso il rosso sia veramente indicativo dell'età dell'universo.
Alcune fra le idee cosmologiche più geniali del periodo 1930-
1950 nacquero sotto lo stimolo di questo paradosso apparente,
compresa forse la teoria dello stato stazionario. Può darsi che
la rimozione del paradosso dell'età in seguito alla decuplica-
zione della scala delle distanze extragalattiche negli anni cin-
quanta sia stata un presupposto essenziale per l'emergere della
cosmologia del big bang come teoria standard.
L'immagine dell'universo che siamo venuti delineando è
quella di uno sciame di galassie in espansione. La luce non ha
svolto finora per noi altro ruolo se non quello di « nunzio si-
dereo », portandoci informazioni sulla distanza e la velocità
delle galassie. Alle origini dell'universo la situazione era però
molto diversa; come vedremo, era la luce a costituire l'ingre-
diente dominante dell'universo, e la comune materia non era
altro che una trascurabile contaminazione. Converrà quindi
riformulare più oltre quanto abbiamo appreso sugli spostamen-
42 I primi tre minuti

ti verso il rosso in relazione al comportamento delle onde lu-


minose in un universo in espansione.
Consideriamo un'onda luminosa in movimento fra due galas-
sie tipiche. La distanza fra le galassie è uguale al prodotto del
tempo impiegato dalla luce per percorrerla moltiplicato per
la velocità della luce, mentre l'aumento di tale distanza du-
rante il viaggio della luce da una galassia all'altra è uguale al
prodotto del tempo impiegato dalla luce nel suo viaggio mol-
tiplicato per la velocità relativa delle galassie. Quando calco-
liamo l'aumento frazionario della distanza, dividiamo l'aumen-
to della distanza per il valore medio di questa distanza durante
l'aumento, e troviamo che il tempo impiegato dalla luce a com-
piere il suo viaggio viene eliminato: l'aumento frazionario nel-
la distanza di queste due galassie (e quindi di qualsiasi altra
coppia di galassie tipiche) durante il tempo impiegato dalla
luce per viaggiare da una galassia all'altra è esattamente ugua-
le al rapporto fra la velocità relativa delle galassie e la velocità
della luce. Ma, come abbiamo già visto, questo stesso rapporto
ci dà anche l'aumento frazionario della lunghezza d'onda della
luce durante il suo viaggio. Ne desumiamo che la lunghezza
d'onda di ogni raggio di luce aumenta semplicemente in pro-
porzione all'aumento della distanza fra galassie tipiche in con-
seguenza dell'espandersi dell'universo. Possiamo pensare che le
creste d'onda vengano sempre più « separate » dall'espansione
dell'universo. Benché il nostro ragionamento sia stato valido,
a rigore, solo per percorsi relativamente brevi, se componiamo
una sequenza di questi percorsi parziali della luce possiamo
concludere che esso conserva la sua validità anche su un piano
più generale. Per esempio, se consideriamo la galassia 3C 295
e osserviamo che le lunghezze d'onda nei suoi spettri sono
maggiori del 46 per cento rispetto alle nostre tavole standard
delle lunghezze d'onda spettrali, possiamo inferirne che, quan-
do la luce venne emessa, l'universo era del 46 per cento più
piccolo di quanto non sia oggi.
L'espansione dell'universo 43

Finora ci siamo occupati di problemi che i fisici designano


come « cinematici », di problemi, cioè, che hanno a che fare
con la descrizione del moto indipendentemente da ogni consi-
derazione delle forze che lo governano. Per secoli, fisici e
astronomi hanno però tentato anche di capire la dinamica del-
l'universo. Questi tentativi hanno condotto inevitabilmente al-
lo studio della funzione cosmologica dell'unica forza che agi-
sce fra corpi astronomici: la forza di gravitazione.
Com'era lecito attendersi, fu Isaac Newton il primo ad af-
frontare il problema. In un famoso carteggio col classicista di
Cambridge Richard Bentley, Newton ammise che, se la ma-
teria dell'universo fosse distribuita in modo uniforme in una
regione finita, tenderebbe a cadere tutta verso il centro, « e a
comporre ivi una grande massa sferica ». Al contrario, se la
materia fosse dispersa in modo uniforme attraverso uno spazio
infinito, non ci sarebbe alcun centro verso cui potrebbe cadere.
In tal caso potrebbe contrarsi dando origine a un numero in-
finito di masse materiali disseminate nell'universo; questa, se-
condo Newton, la possibile origine del Sole e delle stelle.
La difficoltà di occuparsi della dinamica di un mezzo infi-
nito paralizzò praticamente ogni ulteriore progresso fino al-
l'avvento della relatività generale. Non è questa la sede per
una spiegazione di tale teoria; del resto essa si rivelò, per la
cosmologia, meno importante di quanto non si pensasse ini-
zialmente. Ci limitiamo a ricordare che Albert Einstein si servì
della già esistente teoria matematica delle geometrie non eu-
clidee per spiegare la gravitazione come un effetto della cur-
vatura dello spazio e del tempo. Nel 1917, un anno dopo il
completamento della sua teoria generale della relatività, Ein-
stein cercò di trovare una soluzione delle sue equazioni che
descrivesse la geometria spaziotemporale dell'intero universo.
Ispirandosi ai concetti cosmologici allora correnti, Einstein ri-
cercava specificamente una soluzione che fosse omogenea, iso-
tropa e, purtroppo, statica. Ma non riuscì a trovare alcuna
44 I primi tre minuti

soluzione del genere. Tendendo a un modello conforme a que-


sti presupposti cosmologici, Einstein fu costretto a storpiare le
sue equazioni introducendo un termine, la cosiddetta « costan-
te cosmologica », che sfigurava gravemente l'eleganza della
teoria originaria, ma che poteva servire a controbilanciare la
attrazione gravitazionale a grandi distanze.
Il modello dell'universo di Einstein era veramente statico e
non prevedeva alcuno spostamento verso il rosso. Nello stesso
1917 un'altra soluzione della teoria modificata di Einstein ven-
ne elaborata dall'astronomo olandese W. de Sitter. Benché ap-
parisse statica, e fosse perciò accettabile in accordo con le idee
cosmologiche del tempo, questa soluzione aveva la notevole
caratteristica di prevedere uno spostamento verso il rosso pro-
porzionale alla distanza! L'esistenza di grandi spostamenti ver-
so il rosso negli spettri delle nebulose era allora sconosciuta
agli astronomi europei. Al termine della Prima Guerra Mon-
diale la notizia dell'osservazione di grandi spostamenti nebu-
lari verso il rosso arrivò in Europa dall'America, e il modello
di de Sitter acquistò un'immediata celebrità. Nel 1922, scriven-
do il primo vasto trattato sulla relatività generale, l'astronomo
inglese Arthur Eddington analizzò i dati disponibili degli spo-
stamenti verso il rosso in riferimento al modello di de Sitter.
Lo stesso Hubble disse che era stato il modello di de Sitter ad
attirare l'attenzione degli astronomi sull'importanza di una di-
pendenza dello spostamento verso il rosso dalla distanza; que-
sto modello potrebbe anzi avere influito, sia pure inconscia-
mente, sulla sua stessa scoperta della proporzionalità dello
spostamento verso il rosso alla distanza (1929).
Oggi questo rilievo accordato al modello di de Sitter appare
in gran parte ingiustificato. Da un lato, non si tratta affatto di
un modello statico: sembrava statico a causa del modo pecu-
liare in cui vi erano state introdotte le coordinate spaziali, ma
di fatto nel modello la distanza fra osservatori « tipici » au-
menta col tempo, ed è questa recessione generale a produrre
L'espansione dell'universo 45

lo spostamento verso il rosso. Inoltre la ragione per cui nel


modello di de Sitter lo spostamento verso il rosso risultava
proporzionale alla distanza consiste appunto nel fatto che tale
modello soddisfa il Principio cosmologico e, come abbiamo
visto, ci attendiamo una proporzionalità fra velocità relativa e
distanza in ogni teoria che soddisfi questo principio.
In ogni caso, la scoperta della recessione di galassie lontane
suscitò ben presto un grande interesse per modelli cosmologici
omogenei e isotropi ma non statici. Non c'era nessun bisogno
di una « costante cosmologica » nelle equazioni di campo del-
la gravitazione, e Einstein si rammaricò di aver considerato la
possibilità di introdurre un tale mutamento nelle sue equazioni
originali. Nel 1922 la soluzione generale omogenea e isotropa
delle equazioni originali di Einstein fu trovata dal matematico
russo Aleksandr A. Friedmann. Sono questi modelli di Fried
mann, fondati sulle equazioni di campo originarie di Einstein,
e non i modelli di Einstein o di de Sitter, a fornire la base
matematica alla maggior parte delle teorie cosmologiche mo-
derne.
I modelli di Friedmann sono di due tipi molto diversi. Se la
densità media della materia dell'universo è minore o uguale ri-
spetto a un certo valore critico, allora l'universo dev'essere
spazialmente infinito. In questo caso la presente espansione
dell'universo durerà per sempre. Se invece la densità dell'uni-
verso è maggiore di tale valore critico, allora il campo gravi-
tazionale prodotto dalla materia incurva l'universo su se stes-
so; l'universo è finito benché illimitato, come la superficie di
una sfera (in altri termini, se noi iniziamo un viaggio in linea
retta non raggiungeremo mai i confini dell'universo ma torne-
remo al punto di partenza). In questo caso i campi gravita-
zionali sono abbastanza intensi per mettere fine col tempo alla
espansione dell'universo; a questo punto si avrà il fenomeno
inverso della contrazione (implosione), fino a raggiungere una
densità indefinitamente grande. La densità critica è proporzio-
46 I primi tre minuti

nale al quadrato della costante di Hubble; per /valore attual-


mente accettato di 15 chilometri al secondo per ogni milione
30
di anni-luce la densità critica è uguale a 5 x 10 grammi per
centimetro cubico, il che equivale a tre atomi di idrogeno ogni
mille litri di spazio.
Il moto di ogni galassia tipica nei modelli di Friedmann
corrisponde esattamente a quello di un sasso lanciato verso
l'alto dalla superficie della Terra. Se il sasso viene scagliato con
una velocità sufficiente o, che è lo stesso, se la massa della
Terra è abbastanza piccola, la pietra rallenterà gradualmente il
suo moto ma riuscirà comunque a sfuggire all'attrazione terre-
stre fino a perdersi nell'infinito. Questo esempio corrisponde
al caso di una densità cosmica inferiore alla densità critica.
Se il sasso viene scagliato verso l'alto con velocità insufficiente,
raggiungerà una certa altezza e poi ricadrà. Questo secondo
esempio corrisponde al caso di una densità cosmica superiore
alla densità critica.
Questa analogia chiarisce perché non era stato possibile tro-
vare soluzioni cosmologiche statiche alle equazioni di Einstein:
non ci stupiamo più di tanto se vediamo una pietra muoversi
verso l'alto o verso il basso rispetto alla superficie della Terra,
ma sicuramente non ci aspetteremmo di vederne una sospesa
immobile a mezz'aria. L'analogia ci aiuta anche a evitare un
fraintendimento comune a proposito dell'universo in espansio-
ne. Le galassie non si stanno allontanando l'una dall'altra a
causa di qualche forza misteriosa che le sospinga, così come
il sasso che si eleva non è certo respinto dalla Terra. Le galas-
sie stanno allontanandosi reciprocamente perché hanno rice-
vuto un impulso da qualche esplosione avvenuta in passato.
Anche se la cosa non veniva rilevata negli anni venti, molte
delle singole proprietà dei modelli di Friedmann possono esse-
re calcolate quantitativamente mediante questa analogia, senza
alcun riferimento alla relatività generale. Al fine di calcolare il
moto di una qualsiasi galassia tipica rispetto alla nostra, trac-
L'espansione dell'universo 47

ciamo una sfera con noi al centro e la galassia in questione


alla superficie; il moto di questa galassia è precisamente quale
sarebbe se la massa dell'universo constasse solo della materia
contenuta in questa sfera e se all'esterno di essa non ci fosse
niente. È come se noi scavassimo una profonda caverna nel-
l'interno della Terra e osservassimo il modo in cui cadono i
corpi: troveremmo che l'accelerazione gravitazionale verso il
centro dipende solo dalla quantità di materia che si trova fra
la nostra caverna e il centro, come se la superficie della Terra
venisse a trovarsi in corrispondenza col fondo della nostra
caverna. Questo notevole risultato è espresso da un teorema,
valido sia nella teoria gravitazionale di Newton sia in quella
di Einstein, che dipende solo dalla simmetria sferica del siste-
ma studiato; la versione di questo teorema nell'ambito della
relatività generale fu dimostrata dal matematico americano G.
D. Birkhoff nel 1923, ma per qualche decennio non ci si rese
conto del suo significato cosmologico.
Possiamo servirci di questo teorema per calcolare la densità
critica dei modelli di Friedmann (cfr. fig. 3). Quando traccia-
mo una sfera con noi al centro e una qualche galassia remota
alla superficie, possiamo usare la massa delle galassie comprese
all'interno della sfera per calcolare una velocità di fuga, la
velocità che una galassia alla superficie di tale sfera dovrebbe
avere per evadere nell'infinito. Risulta che questa velocità di
fuga è proporzionale al raggio della sfera: quanto più grande
è la sfera, tanto maggiore dev'essere la velocità per potersi sot-
trarre alla sua attrazione. Ma la legge di Hubble ci dice che
anche la velocità di una galassia alla superficie della sfera è
proporzionale al raggio della sfera: alla distanza da noi. Così,
benché la velocità di fuga dipenda dal raggio, il rapporto della
velocità reale della galassia alla sua velocità di fuga non dipen-
de dalle dimensioni della sfera, bensì è uguale per tutte le ga-
lassie, qualunque sia la galassia che poniamo al centro della
sfera. In dipendenza dai valori della costante di Hubble e della
Figura 3. Il teorema di Birkhoff e l'espansione dell'universo. La figura presenta
alcune galassie, le cui velocità relative rispetto a una galassia data G sono indi-
cate dalla lunghezza e dalla direzione delle rispettive frecce. (In a c c o r d o con la
legge di Hubble, queste velocità sono supposte proporzionali alla distanza da G.)
Il teorema di Birkhoff afferma che, per calcolare il m o t o di una galassia A rela-
tivamente a G, è sufficiente tener conto della massa contenuta all'interno della
sfera, con centro in G, la cui superficie, indicata qui dalla linea tratteggiata,
passa per A. Se A non è t r o p p o lontana da G, il c a m p o gravitazionale della
materia contenuta all'interno della sfera sarà tale da consentire il calcolo del
m o t o di A mediante la semplice applicazione delle formule della meccanica
newtoniana.

densità cosmica, ogni galassia che si muova secondo la legge


di Hubble o supererà la velocità di fuga ed evaderà nell'infini-
to o avrà una velocità inferiore alla velocità di fuga e quindi
in futuro ricadrà a un dato momento verso di noi. La densità
critica è, semplicemente, il valore della densità cosmica in cor-
rispondenza del quale la velocità di fuga di ciascuna galassia
Figura 4. Espansione e contrazione dell'universo. La distanza fra galassie tipiche
è rappresentata qui (in unità arbitrarie) in funzione del tempo, per due possibili
modelli cosmologici. Nel caso di un « universo aperto », l'universo è infinito; la
densità è minore della velocità critica; e l'espansione, pur rallentando, continuerà
per sempre. Nel caso di un « universo chiuso », l'universo è finito; la densità è
maggiore della densità critica; e l'espansione finirà con l'arrestarsi e l'essere se-
guita da una contrazione. Queste curve sono calcolate usando equazioni di cam-
po di Einstein senza ricorrere a una costante cosmologica, per un universo domi-
nato dalla materia.

e g u a g l i a la v e l o c i t à indicata dalla l e g g e di H u b b l e . La densità


critica p u ò d i p e n d e r e s o l o dalla c o s t a n t e di H u b b l e e, di fatto,
risulta essere in un rapporto di proporzionalità s e m p l i c e c o l
quadrato della c o s t a n t e di H u b b l e . (Si v e d a la n o t a m a t e m a t i -
ca 2 , p p . 1 7 5 sg.)
L a precisa d i p e n d e n z a dal t e m p o d e l l e d i m e n s i o n i dell'uni-
verso (ossia d e l l a distanza fra d u e qualsiasi galassie tipiche)
p u ò essere determinata ricorrendo a ragionamenti simili, ma i
risultati s o n o piuttosto c o m p l e s s i (cfr. fig. 4 ) . C'è p e r ò un ri-
sultato s e m p l i c e c h e sarà per noi m o l t o importante p i ù avanti.
Nel p e r i o d o iniziale le d i m e n s i o n i dell'universo v a r i a v a n o in
ragione di una p o t e n z a s e m p l i c e del t e m p o : la p o t e n z a di d u e
terzi se la densità di radiazione era trascurabile, la p o t e n z a di
u n m e z z o s e l a d e n s i t à d i radiazione superava q u e l l a d e l l a m a -
teria. (Si v e d a in p r o p o s i t o la n o t a m a t e m a t i c a 3, p p . 1 7 7 sgg.)
L ' u n i c o aspetto dei m o d e l l i c o s m o l o g i c i d i F r i e d m a n n c h e n o n
p o s s a essere i n t e s o s e n z a l'ausilio d e l l a relatività g e n e r a l e è il
Figura 5. Spostamento verso il rosso e distanza. Lo spostamento verso il rosso
è presentato come una funzione della distanza, per quattro possibili teorie co-
smologiche. (Per la precisione, la « distanza » è qui una « distanza di lumino-
sità », ossia una distanza inferita, per un oggetto di luminosità intrinseca o
assoluta supposta come nota, da osservazioni della sua luminosità apparente.)
Le curve recanti le indicazioni « densità doppia di quella critica», « densità cri-
tica » e « densità zero » sono calcolate nel modello di Friedmann, usando le
equazioni di campo di Einstein per un universo dominato dalla materia senza
far ricorso alla costante cosmologica; esse corrispondono rispettivamente a un
universo chiuso, appena aperto e aperto. (Si veda la figura 4.) La curva recante
l'indicazione « stato stazionario » corrisponde a ogni teoria in cui l'aspetto del-
l'universo non muti col tempo. Le osservazioni attuali non sono del tutto in
armonia con la curva dello « stato stazionario», ma non sono tali da consentire
di propendere con decisione per una delle altre possibilità, perché nelle teorie
non stazionarie l'evoluzione galattica rende molto problematica la determina-
zione delle distanze. Tutte le curve sono state tracciate assegnando alla costante
di Hubble il valore oggi accettato di 15 chilometri al secondo per ogni milione
di anni-luce di distanza (corrispondente a un tempo di espansione caratteristico
di 20 miliardi di anni), ma possono essere usate per ogni altro valore della co-
stante di Hubble semplicemente attribuendo un'altra scala a tutte le distanze.
L'espansione dell'universo 51

rapporto fra densità e geometria: l'universo è aperto e infinito


o chiuso e finito a seconda che la velocità delle galassie sia
maggiore o minore della velocità di fuga.
Un modo per stabilire se le velocità galattiche superino o
no la velocità di fuga consiste nel misurare il ritmo del loro
rallentamento. Se la loro decelerazione è minore (o maggiore)
di una certa soglia, la velocità di fuga viene (o non viene) su-
perata. In pratica ciò significa che si deve esaminare l'anda-
mento della curva dello spostamento verso il rosso in funzione
della distanza per galassie molto lontane (cfr. fig. 5). Proce-
dendo da un universo finito, più denso, a un universo infinito,
meno denso, la curva dello spostamento verso il rosso in
funzione della distanza si appiattisce per distanze molto grandi.
Lo studio della forma della curva spostamento verso il rosso-
distanza a distanze molto grandi è spesso designato come
« programma di Hubble ».
Alla realizzazione di questo programma sono stati dedicati
sforzi enormi da parte di Hubble, Sandage, e recentemente da
parte anche di altri studiosi. Finora i risultati sono stati del
tutto inconcludenti. Il guaio è che nella stima delle distanze
di galassie lontane è impossibile utilizzare come indicatori di
distanza variabili cefeidi o stelle molto brillanti; dobbiamo piut-
tosto stimare la distanza sulla base della luminosità apparente
delle galassie stesse. Ma come possiamo verificare che le ga-
lassie che studiamo abbiano tutte la medesima luminosità asso-
luta? (Si ricordi che la luminosità apparente è l'energia di ra-
diazione da noi ricevuta per unità di superficie al telescopio,
mentre la luminosità assoluta è l'energia di radiazione totale
emessa in tutte le direzioni dall'oggetto astronomico; la lumi-
nosità apparente è proporzionale alla luminosità assoluta e in-
versamente proporzionale al quadrato della distanza.) Ci sono
gravi rischi connessi a effetti di selezione: quanto più lontano
spingiamo lo sguardo, tanto più tendiamo a utilizzare galas-
sie di luminosità assoluta sempre maggiore. Un problema an-
52 I primi tre minuti

cor più complesso è legato all'evoluzione delle galassie. Quan-


do osserviamo galassie molto remote le vediamo com'erano
miliardi di anni fa, quando la luce iniziò il suo lunghissimo
viaggio verso di noi. Se le galassie tipiche erano allora più
brillanti di quanto non siano oggi, ne sottovaluteremmo inevi-
tabilmente la distanza. Una possibilità, prospettata ultimamen-
te da J.P. Ostriker e S.D. Tremaine, di Princeton, è che le ga-
lassie maggiori si evolvano in conseguenza non soltanto della
evoluzione delle loro singole stelle, ma anche della cattura di
piccole galassie vicine. Passerà molto tempo prima che pos-
siamo essere certi di avere una sufficiente conoscenza quanti-
tativa di questi vari tipi di evoluzione galattica.
Secondo la migliore inferenza che possa essere tratta oggi
dal programma di Hubble, la decelerazione di galassie remote
sembra piuttosto scarsa. Ciò significherebbe che esse stanno
muovendosi a una velocità superiore alla velocità di fuga:
l'universo sarebbe aperto e destinato a espandersi eternamente.
Questa conclusione è avallata da stime della densità cosmica;
la materia visibile nelle galassie sembra ammontare a non più
di una piccola percentuale della densità critica. Anche su que-
sto problema sussistono però delle incertezze. Le stime della
massa delle galassie sono venute crescendo in anni recenti.
Inoltre, com'è stato suggerito da George Field, di Harvard, e
da altri, potrebbe esserci un gas intergalattico di idrogeno io-
nizzato, capace di fornire una densità cosmica critica di ma-
teria pur essendo finora sfuggito all'osservazione.
Fortunatamente non è necessario pervenire a una soluzione
precisa nel campo della geometria su vasta scala dell'universo
per trarre conclusioni sul suo inizio. L'universo, infatti, ha una
sorta di orizzonte, che si contrae rapidamente quando volgia-
mo lo sguardo indietro, verso il principio.
Nessun segnale può viaggiare a una velocità superiore a
quella della luce, per cui in ogni momento noi si possa isti-
tuire un rapporto fisico, fosse pure solo quello dell'osserva-
L'espansione dell'universo 53

zione, unicamente con eventi che si siano verificati in una zona


abbastanza vicina a noi perché un raggio di luce abbia avuto
il tempo di raggiungerci a partire dall'inizio dell'universo. Ogni
evento che abbia avuto luogo oltre tale distanza non potrebbe
avere ancora alcun effetto su di noi: si trova oltre l'orizzonte.
Se l'universo ha oggi un'età di 10 miliardi di anni, l'orizzonte
si trova a una distanza di 30 miliardi di anni-luce. Quando
l'universo aveva invece un'età di soli pochi minuti, l'orizzonte
si trovava a una distanza di pochi minuti-luce: meno dell'attuale
distanza fra la Terra e il Sole. È vero anche che l'intero uni-
verso era allora più piccolo, nel senso che il distacco fra due
corpi scelti a piacere era allora minore di quanto non sia oggi.
Se però volgiamo lo sguardo indietro verso il principio dell'uni-
verso, vediamo che la distanza rispetto all'orizzonte diminui-
sce più rapidamente delle dimensioni dell'universo. Le dimen-
sioni dell'universo sono proporzionali alla potenza di un mezzo
o due terzi del tempo (cfr. nota matematica 3, pp. 177 sgg.),
mentre la distanza dall'orizzonte è in proporzione semplice col
tempo, in modo tale che, per tempi sempre più vicini al prin-
cipio, l'orizzonte cinge una parte sempre più piccola dell'uni-
verso (cfr. fig. 6).
In conseguenza di questo restringersi di orizzonti nei primi
minuti di vita dell'universo, la curvatura dell'universo nel suo
insieme risulta sempre meno differenziata man mano che il
nostro occhio si addentra in tempi sempre più remoti. Pur non
avendo ancora rivelato l'estensione o il futuro dell'universo,
l'attuale teoria cosmologica e l'attuale osservazione astronomi-
ca ci danno dunque un'immagine abbastanza chiara del suo
passato.
Le osservazioni che abbiamo discusso in questo capitolo ci
hanno dischiuso una visione dell'universo che è grandiosa nel-
la sua semplicità. L'universo si sta espandendo in modo uni-
forme e isotropo: lo stesso modello di espansione si presenta a
osservatori che si trovino in tutte le galassie tipiche, e in tutte
Figura 6. Gli orizzonti in un universo in espansione. L'universo è rappresentato
simbolicamente come una sfera, in quattro momenti separati da intervalli di
tempo uguali. L'« orizzonte » di un punto dato P è la distanza da oltre la quale
i segnali di luce non hanno ancora avuto il tempo di raggiungere P. La parte
dell'universo che si trova all'interno dell'orizzonte è indicata qui dalla calotta
della sfera non ombreggiata. La distanza di P dall'orizzonte cresce in propor-
zione diretta al tempo. 11 « raggio » dell'universo cresce invece come la radice
quadrata del tempo, conformemente al caso di un universo dominato dalla radia-
zione. Di conseguenza, man mano che procediamo a ritroso nel tempo avvici-
nandoci sempre più agli inizi dell'universo, l'orizzonte cinge una porzione del-
l'universo sempre più piccola.
L'espansione dell'universo 55

le direzioni. Man mano che l'universo si espande, le lunghezze


d'onda dei raggi luminosi si dilatane in proporzione alla di-
stanza fra le galassie. L'espansione non è dovuta, secondo una
opinione accettata pressoché universalmente, a una sorta di
repulsione cosmica, bensì è solo l'effetto delle velocità residue
derivanti da un'esplosione verificatasi in passato. Queste velo-
cità vanno rallentando gradualmente sotto l'influsso della gra-
vitazione; questa accelerazione negativa ci appare alquanto len-
ta, suggerendoci che la densità dell'universo sia bassa e il suo
campo gravitazionale troppo debole sia per rendere l'universo
spazialmente finito sia per invertire infine il processo di espan-
sione e dare l'avvio a una contrazione. I nostri calcoli ci con-
sentono di estrapolare l'espansione dell'universo retrocedendo
nel tempo e ci rivelano che l'espansione deve avere avuto ini-
zio fra i 10 e i 20 miliardi di anni or sono.
III
La radiazione cosmica di fondo a microonde

La storia che abbiamo narrato nel secondo capitolo è la storia


di una vicenda in cui gli astronomi del passato si sarebbero
agevolmente inseriti. Anche lo scenario sarebbe stato loro fa-
miliare: grandi telescopi che esplorano il cielo notturno dalla
cima delle montagne in California o in Perù, rispetto all'os-
servatore a occhio nudo, appostato sulla sua torre, « a seguir
l'Orsa finché trascolora ». Come ho ricordato nella prefazione,
si tratta anche di una storia che è stata raccontata molte volte
in passato, spesso con maggiore abbondanza di particolari.
Veniamo ora a un tipo diverso di astronomia, a una storia
che una decina di anni or sono non si sarebbe potuta raccon-
tare. Ci occuperemo non di osservazioni di luce emessa nelle
ultime centinaia di milioni di anni da galassie più o meno si-
mili alla nostra, bensì di osservazioni di un fondo diffuso di
radiazione statica la cui origine è assai prossima al principio
dell'universo. Anche lo scenario cambia: ai grandi telescopi
subentrano i tetti degli edifici che ospitano istituti di fisica, pal-
loni o razzi in volo al di sopra dell'atmosfera terrestre, i cam-
pi del New Jersey settentrionale.
Nel 1964 il Bell Telephone Laboratory disponeva di una
insolita antenna radio sulla Crawford Hill a Holmdel, nel New
Jersey. L'antenna era stata costruita per comunicazioni via sa-
tellite (col satellite Echo), ma le sue caratteristiche - un riflet-
La radiazione cosmica di fondo a microonde 57

tore a forma di corno di 6 metri di diametro, a rumore ultra-


basso - ne facevano uno strumento promettente per la radio-
astronomia. Due radioastronomi, Arno A. Penzias e Robert W.
Wilson, cominciarono a usare l'antenna per misurare l'intensità
delle radio-onde emesse dalla nostra galassia a elevate latitu-
dini galattiche, ossia fuori del piano della Via Lattea.
Questo tipo di misurazione è molto diffìcile. Le onde radio
provenienti dalla nostra galassia, come dalla maggior parte
delle sorgenti astronomiche, sono descritte nel modo migliore
come una sorta di rumore, simile a quel rumore « statico »
che si sente alla radio durante un temporale. Questo rumore
radio non è facilmente distinguibile dall'inevitabile rumore elet-
trico prodotto dai moti casuali di elettroni all'interno della
struttura dell'antenna radio e dei circuiti di amplificazione o
dal rumore radio che l'antenna capta dall'atmosfera terrestre.
Il problema non è tanto grave quando si studia una sorgente
di rumori radio relativamente « piccola », come una stella o
una galassia lontana. In questo caso è possibile spostare avanti
e indietro l'antenna fra la sorgente e il cielo vuoto vicino; ogni
rumore spurio proveniente dalla struttura dell'antenna, dai cir-
cuiti di amplificazione o dall'atmosfera terrestre risulterà pres-
s'a poco lo stesso quando l'antenna è puntata sulla sorgente
oppure sul cielo vuoto, cosicché sarà possibile eliminarlo
quando si confrontano i due segnali. Ma Penzias e Wilson in-
tendevano misurare il rumore radio proveniente dalla nostra
galassia: in pratica dal cielo stesso. Era perciò enormemente
importante identificare qualsiasi rumore elettrico che potesse
avere la sua origine all'interno del sistema ricevente.
Taluni precedenti controlli di questo sistema avevano rive-
lato in verità un po' più di rumore di quanto non fosse possi-
bile spiegare, ma sembrava che questa discrepanza potesse es-
sere dovuta a un lieve eccesso di rumore elettrico nei circuiti
di amplificazione. Per eliminare tali problemi, Penzias e Wil-
son si servirono di un dispositivo noto come « carico freddo »
58 I primi tre minuti

(cold load), per mezzo del quale la potenza proveniente dalla


antenna veniva confrontata con la potenza prodotta da una
sorgente artificiale raffreddata con elio liquido a circa quattro
gradi al di sopra dello zero assoluto. Il rumore elettrico nei
circuiti di amplificazione sarebbe risultato lo stesso in entram-
bi i casi e sarebbe stato quindi cancellato nel confronto, con-
sentendo una misurazione diretta della potenza proveniente dal-
l'antenna. La potenza così misurata all'antenna sarebbe consi-
stita solo in contributi derivanti dalla struttura dell'antenna,
dall'atmosfera terrestre e dalle radiosorgenti astronomiche.
Penzias e Wilson si attendevano che all'interno della strut-
tura dell'antenna si producesse ben poco rumore elettrico.
Nondimeno, nell'intento di verificare questo assunto, comin-
ciarono le osservazioni alla lunghezza d'onda relativamente
breve di 7,35 centimetri, una lunghezza d'onda alla quale il
rumore radio proveniente dalla nostra galassia avrebbe dovuto
essere trascurabile. Ci si poteva naturalmente attendere che a
questa lunghezza d'onda l'antenna captasse qualche rumore
radio dalla nostra atmosfera, ma questi rumori sarebbero stati
facilmente identificabili presentando una caratteristica dipen-
denza dalla direzione: essi sarebbero stati proporzionali alla
profondità dell'atmosfera lungo la direzione in cui l'antenna
era puntata: meno verso lo zenit, più verso l'orizzonte. Ci si
aspettava che, dopo la sottrazione di un termine atmosferico
caratterizzato da questa tipica dipendenza dalla direzione, non
rimanesse sostanzialmente alcuna potenza d'antenna, e ciò
avrebbe confermato che il rumore elettrico che si produceva
all'interno dell'antenna era di fatto trascurabile. Sarebbe stato
allora possibile procedere allo studio della galassia stessa a
una lunghezza d'onda maggiore, attorno a 21 centimetri, in
corrispondenza della quale si prevedeva che il rumore radio
galattico fosse apprezzabile.
(Incidentalmente, le onde radio con lunghezze d'onda del-
l'ordine di 7,35 o di 21 centimetri, e fino a un metro, sono
La radiazione cosmica di fondo a microonde 59

note come « microonde », in quanto inferiori a quelle della


banda ad altissima frequenza usata dal radar all'inizio della
Seconda Guerra Mondiale.)
Con una certa sorpresa, nella primavera del 1964 Penzias e
Wilson si accorsero che alla lunghezza d'onda di 7,35 centime-
tri stavano captando una considerevole quantità di rumore indi-
pendente dalla direzione. Si accorsero anche che quel rumore
non variava con l'ora del giorno o con l'avvicendarsi delle sta-
gioni. Non sembrava potesse provenire dalla nostra galassia;
se così fosse stato, infatti, anche la grande galassia M31 nella
costellazione di Andromeda, che per moltissimi aspetti è simi-
le alla nostra galassia, avrebbe presentato presumibilmente una
forte radiazione sulla lunghezza d'onda di 7,35 centimetri, e
questo rumore a microonde sarebbe già stato registrato. So-
prattutto, l'assenza di ogni variazione con la direzione del ru-
more a microonde captato denotava incisivamente che queste
radio-onde, se erano reali, provenivano non dalla Via Lattea
bensì da un volume dell'universo molto maggiore.
Si profilava, chiara, la necessità di verificare se l'antenna
stessa potesse produrre più rumore elettrico di quanto non
ci si attendesse. In particolare, si sapeva che una coppia di
piccioni era andata ad alloggiare nell'imbuto dell'antenna. I
piccioni furono catturati e spediti alla sede di Whippany dei
Bell Laboratories; liberati, furono nuovamente trovati nella
antenna di Holmdel alcuni giorni dopo; ricatturati, furono fi-
nalmente scoraggiati dal fare dell'antenna una piccionaia con
il ricorso a mezzi più energici. Nel corso della loro occupa-
zione, però, i piccioni avevano tappezzato l'imbuto dell'an-
tenna con quello che Penzias definisce eufemisticamente « un
bianco materiale dielettrico », e questo materiale, alla tempe-
ratura ambiente, poteva essere una sorgente di rumore elet-
trico. All'inizio del 1965 fu possibile smontare la parte della
antenna abitata dai piccioni e ripulirla accuratamente, ma que-
sto sforzo, assieme a tutti gli altri, servì solo a ottenere una
60 I primi tre minuti

minima diminuzione nel livello del rumore osservato. L'enig-


ma restava: da dove veniva quella radiazione a microonde?
L'unico dato numerico di cui disponevano Penzias e Wilson
era l'intensità del rumore radio da loro osservato. Descrivendo
quest'intensità, usarono un linguaggio che è comune fra i ra-
diotecnici, ma che in questo caso si rivelò particolarmente ap-
propriato. Qualsiasi tipo di corpo avente una temperatura su-
periore allo zero assoluto emette sempre un rumore radio,
prodotto dai moti termici degli elettroni al suo interno. Dentro
un corpo cavo con pareti opache l'intensità del rumore radio
a una qualsiasi lunghezza d'onda data dipende soltanto dalla
temperatura delle pareti: quanto più elevata la temperatura,
tanto più intensa la radiazione. È possibile, così, descrivere la
intensità del rumore radio osservato a una determinata lun-
ghezza d'onda indicandone la « temperatura equivalente »: che
è la temperatura delle pareti di un corpo cavo all'interno del
quale il rumore radio avrebbe l'intensità osservata. È chiaro
che un radiotelescopio non è un termometro; esso si limita a
misurare l'intensità delle radio-onde registrando le deboli cor-
renti elettriche che le onde inducono nella struttura dell'an-
tenna. Quando un radioastronomo dice di osservare un rumore
radio con una determinata temperatura equivalente, intende
dire semplicemente che questa è la temperatura del corpo cavo
opaco in cui si sarebbe dovuta collocare l'antenna per pro-
durre l'intensità del rumore radio osservato. Se l'antenna si
trovi o no all'interno di un tale corpo, è ovviamente un'altra
questione.
(Al fine di prevenire obiezioni da parte di esperti, vorrei ri-
cordare che i radiotecnici descrivono spesso l'intensità del ru-
more radio in base a una cosiddetta « temperatura d'antenna »,
che è leggermente diversa dalla « temperatura equivalente »
sopra descritta. Per le lunghezze d'onda e le intensità osser-
vate da Penzias e Wilson le due definizioni sono virtualmente
identiche.)
La radiazione cosmica di fondo a microonde 61

Penzias e Wilson trovarono che la temperatura equivalente


del rumore radio che stavano ricevendo era di circa 3,5 gradi
centigradi al di sopra dello zero assoluto (o, più precisamente,
era compresa fra 2,5 e 4,5 gradi al di sopra dello zero assolu-
to). Le temperature misurate nella scala centigrada ma riferite
allo zero assoluto invece che al punto di fusione del ghiaccio
vengono espresse in « gradi Kelvin » (°K). Il rumore radio
osservato da Penzias e Wilson poteva dunque essere descritto
come avente una « temperatura equivalente » di 3,5 gradi Kel-
vin, ovvero 3,5 "K. Era questa una temperatura molto supe-
riore a quella che ci si attendeva, ma ancora molto bassa in
assoluto, per cui non sorprende che Penzias e Wilson abbiano
rimuginato un bel po' sui risultati ottenuti prima di pubblicarli.
Senza dubbio non apparve subito chiaro che questo era il pro-
gresso più importante compiuto in cosmologia dopo la sco-
perta degli spostamenti verso il rosso.
Il significato del misterioso rumore a microonde cominciò
ben presto a essere chiarito grazie ai buoni uffici dell'« invisi-
ble college » degli astrofisici. A Penzias capitò di telefonare,
per altri motivi, a un amico radioastronomo, Bernard Burke,
del Massachusetts Institute of Technology. Burke aveva appe-
na sentito parlare da un collega, Ken Turner, della Carnegie
Institution, di una conferenza che lo stesso Turner aveva ascol-
tato alla Johns Hopkins University. La conferenza era stata
tenuta da un giovane teorico di Princeton, P.J.E. Peebles, il
quale aveva sostenuto che doveva esistere un fondo di rumo-
re radio residuo risalente al principio dell'universo, con una
temperatura equivalente attuale di circa 10 °K. Burke era già
al corrente del fatto che Penzias stava misurando le tempera-
ture di rumori radio con l'antenna a corno dei Bell Laborato-
ries; colse quindi l'occasione della conversazione telefonica
per chiedere come stessero procedendo le misurazioni. Pen-
zias disse che procedevano bene, ma che nei risultati c'era
qualcosa che non riusciva a capire. Burke gli fece presente che
62 I primi tre minuti

i fisici di Princeton potevano avere qualche idea interessante


su ciò che la sua antenna stava ricevendo.
Nella sua conferenza, e in una prepubblicàzione del marzo
1965, Peebles aveva preso in esame la radiazione che potreb-
be essere stata presente al principio dell'universo. 11 termine
« radiazione » è, ovviamente, molto generico, includendo onde
elettromagnetiche di ogni lunghezza d'onda: non soltanto on-
de radio, ma anche luce infrarossa, luce visibile, luce ultravio-
letta, raggi X e la radiazione a onde cortissime nota come rag-
gi gamma (cfr. la tabella a p. 173). Non esistono demarcazioni
nette fra i diversi tipi di radiazione; col variare della lunghezza
d'onda l'uno trapassa gradualmente nell'altro. Peebles suppo-
neva che se, nei primissimi minuti dell'universo, non ci fosse
stato un fondo intenso di radiazione, le reazioni nucleari sareb-
bero procedute così rapidamente che una larga frazione del-
l'idrogeno presente si sarebbe trasformata in elementi più pe-
santi: conclusione contraddetta dal fatto che l'universo attuale
è composto per circa tre quarti di idrogeno. Questa rapida
evoluzione con creazione di elementi più pesanti avrebbe po-
tuto essere impedita solo se l'universo fosse stato ripieno di
una radiazione avente un'enorme temperatura equivalente, a
lunghezze d'onda cortissime; una temperatura in grado di tor-
nare a distruggere i nuclei non appena si fossero formati.
Vedremo che questa radiazione era destinata a sopravvivere
alla successiva espansione dell'universo, ma che la sua tempe-
ratura equivalente avrebbe continuato a calare per tutta la du-
rata di tale espansione, in proporzione inversa alle dimensioni
dell'universo stesso. (Come constateremo, questo è sostanzial-
mente un effetto dello spostamento verso il rosso, di cui ab-
biamo parlato nel capitolo II.) Ne consegue che anche l'uni-
verso attuale dovrebbe essere pieno di radiazione, ma con una
temperatura equivalente molto inferiore a quella che aveva nei
primissimi minuti. Peebles stimava che, perché nei primissimi
minuti il fondo di radiazione potesse mantenere la produzione
La radiazione cosmica di fondo a microonde 63

di elio e di elementi più pesanti entro limiti conformi alle


quantità di tali elementi note oggi, tale radiazione avrebbe do-
vuto essere così intensa da conservare oggi una temperatura
di almeno 10 gradi Kelvin.
Il valore di 10 ºK era un po' eccessivo, e questo calcolo fu
presto soppiantato da altri calcoli più precisi, eseguiti dallo
stesso Peebles e da altri, di cui ci occuperemo nel capitolo V.
Di fatto, la prepubblicazione di Peebles non fu mai divulgata
nella sua forma originaria. La sua conclusione era però so-
stanzialmente corretta: dall'abbondanza di idrogeno osservata
possiamo inferire che nei primissimi minuti della sua storia
l'universo doveva contenere una quantità enorme di radiazione
in grado di impedire la formazione di quantità eccessive di
elementi pesanti; poiché l'espansione dell'universo dovrebbe
aver abbassato da allora la sua temperatura equivalente a po-
chi gradi Kelvin, tale radiazione cosmica dovrebbe essere os-
servabile oggi come un rumore radio di fondo, proveniente
uniformemente da tutte le direzioni. Questa apparve immedia-
tamente la spiegazione naturale della scoperta di Penzias e di
Wilson. Così, in un certo senso, l'antenna di Holmdel si trova
all'interno di un corpo cavo: il corpo cavo è l'intero universo.
La temperatura equivalente registrata dall'antenna, però, non
è la temperatura dell'universo attuale, ma la temperatura che
l'universo aveva molto tempo fa, ridotta in proporzione alla
enorme espansione che da allora ha dilatato l'universo fino a
fargli raggiungere le dimensioni attuali.
L'opera di Peebles era solo la più recente di una lunga serie
di analoghe speculazioni cosmologiche. Verso la fine degli anni
quaranta George Gamow e i suoi collaboratori Ralph Alpher
e Robert Herman avevano sviluppato una teoria della sintesi
dei nuclei atomici (o nucleosintesi) nota come teoria del « big
bang ». Nel 1948 Alpher e Herman si servirono di tale teoria
per enunciare l'esistenza di un fondo di radiazione con una
temperatura attuale di circa 5 °K. Calcoli analoghi furono com-
64 I primi tre mimili

piuti nel 1964 in Russia da Ja. B. Zel'dovich e, indipendente-


mente, da Fred Hoyle e R.J. Tayler in Inghilterra. Questi la-
vori anteriori rimasero in un primo tempo sconosciuti ai grup-
pi dei Bell Laboratories e di Princeton e non ebbero alcun
effetto sulla scoperta del fondo di radiazione, cosicché possia-
mo rimandare un esame particolareggiato di questi contributi
al capitolo VI. In tale capitolo riaffronteremo anche l'enigma-
tica questione storica del perché nessuno di questi lavori teo-
rici anteriori avesse sollecitato a una ricerca sulla radiazione
cosmica di fondo a microonde.
I calcoli effettuati da Peebles nel 1965 erano stati stimolati
dalle idee di un fisico sperimentale anziano di Princeton, R o -
bert H. Dicke. (Dicke aveva inventato, tra l'altro, alcune delle
fondamentali tecniche per la ricezione di segnali a microonde
usate dai radioastronomi.) In un periodo imprecisato del 1964,
Dicke aveva cominciato a chiedersi se non potesse esistere una
qualche radiazione risalente al primo stadio della storia cosmi-
ca che fosse tuttora osservabile, una radiazione residua di una
epoca in cui l'universo doveva essere molto denso e molto
caldo. Le speculazioni di Dicke si fondavano sulla teoria di
un universo « oscillante », su cui torneremo nell'ultimo capi-
tolo di questo libro. Evidentemente egli non aveva una chiara
idea di quale dovesse essere la temperatura di tale radiazione,
ma era convinto che valesse la pena di approfondire gli studi in
questa direzione. Dicke suggerì a P.G. Roll e a D.T. Wilkinson
di organizzare la ricerca di un fondo di radiazione a microon-
de, ed essi cominciarono a installare una piccola antenna a
basso rumore sul tetto del Palmer Physical Laboratory a
Princeton. (A questo scopo non occorre impiegare un grande
radiotelescopio perché, provenendo la radiazione da tutte le
direzioni, il fatto di poter ricevere un fascio focalizzato con
grande precisione non rappresenta un vantaggio.)
Prima che Dicke, Roll e Wilkinson completassero le loro
misurazioni, Dicke ricevette una telefonata da Penzias, che
La radiazione cosmica di fondo a microonde 65

aveva appena saputo da Burke delle ricerche di Peebles. Dal


colloquio scaturì la decisione di pubblicare sull'« Astrophysi-
cal Journal » due comunicazioni abbinate; nella prima Penzias
e Wilson avrebbero annunciato le loro osservazioni, nella se-
conda Dicke, Peebles, Roll e Wilkinson ne avrebbero illustrato
l'interpretazione cosmologica. Ancora molto prudenti, Penzias
e Wilson diedero alla loro comunicazione il modesto titolo
A Measurement of Excess Antenna Temperature at 4,080
Mc/s, cioè Misurazione di una temperatura in eccesso all'an-
tenna a 4080 Mc/s (l'antenna era sintonizzata su una fre-
quenza di 4 0 8 0 milioni di cicli al secondo, corrispondente alla
lunghezza d'onda di 7,35 centimetri), limitandosi a rendere noto
che « misurazioni della temperatura effettiva di rumore allo
zenit... hanno fornito un valore di circa 3,5 ºK maggiore di
quello previsto » e riducendo il rapporto con la cosmologia a
un breve cenno: « Una possibile spiegazione della temperatura
di rumore in eccesso osservata è quella proposta da Dicke,
Peebles, Roll e Wilkinson in una comunicazione contenuta
in questo stesso numero ».
La radiazione a microonde scoperta da Penzias e Wilson è
veramente un residuo dell'esplosione che ha dato origine al-
l'universo? Prima di passare a esaminare gli esperimenti che
sono stati compiuti dopo il 1965 per risolvere questo proble-
ma, bisognerà che ci chiediamo che cosa dobbiamo attenderci
in base alla teoria. Quali sono le proprietà generali della radia-
zione che dovrebbe riempire l'universo se le tesi cosmologiche
correnti sono esatte? Questa domanda ci conduce a conside-
rare che cosa accade alla radiazione mentre l'universo si espan-
de: non solo al tempo della nucleosintesi, alla fine dei primi
tre minuti, ma negli interminabili periodi che sono trascorsi
da allora.
Converrà rinunciare qui al quadro classico della radiazione
in termini di onde elettromagnetiche da noi usato finora, per
adottare invece la più moderna visione « quantistica », secon-
66 I primi tre minuti

do cui la radiazione consta di particelle note come fotoni.


Una normale onda luminosa contiene un elevato numero di
fotoni che viaggiano insieme; ma se dovessimo misurare con
grande precisione l'energia trasportata dal treno d'onde, tro-
veremmo che si tratta sempre di un multiplo di una quantità
definita, che identifichiamo come l'energia di un singolo foto-
ne. Come vedremo, l'energia dei fotoni è generalmente molto
piccola, cosicché ai fini pratici è per lo più come se un'onda
elettromagnetica potesse avere un'energia qualsiasi. Tuttavia
l'interazione di radiazione con atomi o nuclei atomici avviene
di solito in misura di un fotone per volta, e nello studio di
tali processi occorre adottare una descrizione fotonica piutto-
sto che ondulatoria. I fotoni hanno massa zero e carica elet-
trica nulla, ma sono comunque reali: ciascuno di essi traspor-
ta un'energia e una quantità di moto ben definiti e ha anche
uno spin determinato intorno alla sua direzione di moto.
Che cosa accade a un singolo fotone mentre percorre l'uni-
verso? Non molto, se ci limitiamo a considerare l'universo at-
tuale. Pare che la luce proveniente da oggetti lontani anche
10 miliardi di anni ci arrivi in condizioni perfette. La materia
presente nello spazio intergalattico dev'essere dunque traspa-
rente quanto basta per consentire ai fotoni di viaggiare per
una considerevole frazione dell'età dell'universo senza essere
diffusi o assorbiti.
Lo spostamento verso il rosso delle righe spettrali delle ga-
lassie remote ci dice però che l'universo si sta espandendo; i
materiali che lo compongono, quindi, dovettero essere un tem-
po molto più compressi di quanto non siano ora. La tempera-
tura di un fluido generalmente aumenta quando il fluido viene
compresso; possiamo inferirne che in passato la temperatura
dell'universo fosse molto più elevata che non attualmente. Ri-
teniamo in effetti che ci sia stato un tempo, che come vedremo
si estese forse ai primi 700 000 anni dell'universo, in cui i ma-
teriali che componevano quest'ultimo erano così caldi e densi
La radiazione cosmica di fondo a microonde 67

da rendere impossibile la formazione di stelle e galassie e da


impedire addirittura la costituzione stabile di atomi per asso-
ciazione di nuclei e di elettroni.
In condizioni così sfavorevoli, un fotone non avrebbe potu-
to percorrere distanze tanto grandi senza imbattersi in osta-
coli, ciò che può avvenire invece nel nostro universo attuale.
Un fotone avrebbe incontrato sulla sua strada un numero
enorme di elettroni liberi in grado di diffonderlo o assorbirlo.
Quando viene diffuso da un elettrone, un fotone generalmente
o cederà un po' di energia all'elettrone o riceverà un po' di
energia da esso, a seconda che il fotone abbia più o meno
energia dell'elettrone. Il « tempo libero medio » in cui il foto-
ne poteva viaggiare prima di essere assorbito o di subire una
variazione apprezzabile di energia sarebbe stato molto breve,
assai più breve del tempo di espansione caratteristico dell'uni-
verso. I corrispondenti tempi liberi medi per altre particelle,
gli elettroni e i nuclei atomici, dovevano essere ancora più
brevi. Così, benché in un certo senso l'universo si espandesse
dapprima con grande rapidità, per un singolo fotone o elet-
trone o nucleo l'espansione richiedeva moltissimo tempo, quan-
to bastava perché ciascuna particella fosse diffusa o assorbita o
riemessa più volte man mano che l'universo si espandeva.
Ogni sistema di questo tipo, in cui le singole particelle han-
no il tempo di subire molte interazioni, è destinato di solito
a raggiungere uno stato di equilibrio. Il numero di particelle
dotate di certe proprietà (posizione, energia, velocità, spin e
così via) all'interno di un certo campo di variazione diminuirà
fino a un valore tale che in ogni secondo verrà a uscire da
quell'ambito di variazione un numero di particelle uguale al
numero di particelle che vi entrano. Le proprietà di un simile
sistema non saranno dunque determinabili sulla base di pre-
cise condizioni iniziali, ma piuttosto sulla base dell'esigenza che
l'equilibrio venga conservato. Ovviamente l'espressione « equi-
librio » non significa qui che le particelle siano immobili - cia-
68 I primi tre minuti

scuna di esse viene anzi continuamente strapazzata dalle vi-


cine -; l'equilibrio è in questo caso un equilibrio statistico:
il modo in cui le particelle sono distribuite per posizione,
energia, ecc. non muta, o muta solo lentamente.
Un equilibrio statistico di questo tipo è solitamente designato
come « equilibrio termico », perché un simile stato di equili-
brio è sempre caratterizzato da una temperatura ben definita,
che deve risultare uniforme in tutto il sistema. A rigore, la
temperatura può essere definita con precisione solo in uno sta-
to di equilibrio termico. Quella branca efficace e profonda
della fisica teorica che è nota come « meccanica statistica »
fornisce uno strumento matematico per il calcolo delle proprie-
tà di ogni sistema che si trovi in uno stato di equilibrio termico.
L'approccio all'equilibrio termico funziona un po' come si
suppone funzioni il meccanismo dei prezzi nell'economia clas-
sica. Se la domanda supera l'offerta, il prezzo delle merci sa-
lirà, con la conseguenza di ridurre la domanda effettiva e di
incoraggiare un aumento della produzione. Se l'offerta supera
la domanda, i prezzi cadranno, con la conseguenza di accre-
scere la domanda effettiva e di scoraggiare un aumento della
produzione. In entrambi i casi domanda e offerta tenderanno
all'equilibrio. Analogamente, se ci sono troppe o troppo poche
particelle con energie, velocità, ecc. comprese in un particolare
ambito di variazione, allora il numero di quelle che usciranno
da quest'ambito sarà maggiore o minore del numero di quelle
che vi entreranno finché si determinerà una situazione di equi-
librio.
Ovviamente il meccanismo dei prezzi non funziona sempre
secondo lo schema con cui si suppone funzioni nell'economia
classica, ma l'analogia rimane valida anche qui: la maggior
parte dei sistemi fisici nel mondo reale, infatti, sono piuttosto
lontani dall'equilibrio termico. Nell'interno delle stelle esiste
un equilibrio termico quasi perfetto, cosicché possiamo stimare
con una certa sicurezza quali condizioni vi dominino, mentre
La radiazione cosmica di fondo a microonde 69

sulla superfìcie della Terra le condizioni di equilibrio sono


assenti pressoché ovunque, tanto che non possiamo stabilire
con certezza se domani pioverà o no. L'universo non è mai
stato in una situazione di perfetto equilibrio termico poiché,
dopo tutto, è in espansione. Nel periodo iniziale, quando la
rapidità di diffusione (scattering) o di assorbimento delle sin-
gole particelle era molto più elevata del ritmo di espansione
cosmica, si sarebbe potuto considerare l'universo come impe-
gnato in un'evoluzione « lenta » da uno stato di equilibrio
termico quasi perfetto a un altro.
Per l'argomento di questo libro è di importanza fondamen-
tale il fatto che l'universo sia passato un tempo attraverso uno
stato di equilibrio termico. Secondo le conclusioni della mec-
canica statistica, le proprietà di ogni sistema in equilibrio ter-
mico sono completamente definite una volta che si siano spe-
cificate la temperatura del sistema e le densità di alcune quan-
tità che si conservano (di questo aspetto ci occuperemo più
diffusamente nel prossimo capitolo). L'universo, pertanto, con-
serva solo una memoria molto limitata delle sue condizioni
iniziali. È uno svantaggio se ciò che desideriamo ricostruire
è proprio il suo periodo iniziale; d'altra parte abbiamo un
compenso nell'opportunità di inferire il corso degli eventi ve-
rificatisi a partire dal principio senza dover fare troppe ipotesi
arbitrarie.
Abbiamo visto che la radiazione a microonde scoperta da
Penzias e Wilson è considerata un residuo del tempo in cui
l'universo si trovava in uno stato di equilibrio termico. Dun-
que, per poter stabilire quali proprietà ci attendiamo di trovare
nella radiazione di fondo a microonde osservata dobbiamo
chiederci: quali sono le proprietà generali della radiazione in
equilibrio termico con la materia?
Ora, è proprio questa la domanda che storicamente ha dato
origine alla teoria quantistica e all'interpretazione della radia-
zione in connessione con i fotoni. Nell'ultimo decennio del-
70 I primi tre minuti

l'Ottocento si era accertato che le proprietà della radiazione in


uno stato di equilibrio termico con la materia dipendono solo
dalla temperatura. Per essere più precisi, la quantità di ener-
gia per unità di volume in una tale radiazione all'interno di
un determinato ambito di lunghezze d'onda è data da una for-
mula universale implicante solo la lunghezza d'onda e la
temperatura. La medesima formula ci indica anche la quan-
tità di radiazione all'interno di un corpo cavo con pareti opa-
che; un radioastronomo può quindi utilizzare questa formula
per interpretare l'intensità del rumore radio da lui osservato in
relazione a una « temperatura equivalente ». Sostanzialmente,
la medesima formula dà anche la quantità di radiazione emes-
sa per secondo e per centimetro quadrato a qualsiasi lunghez-
za d'onda da una superfìcie ad assorbimento totale, per cui la
radiazione di questo tipo è universalmente nota come « emis-
sione del corpo nero ». L'emissione del corpo nero è caratte-
rizzata, cioè, da una distribuzione definita dell'energia per lun-
ghezze d'onda, espressa da una formula che dipende solo dalla
temperatura. Il problema più scottante che si poneva ai fisici
teorici dell'ultimo decennio dell'Ottocento era quello di tro-
vare questa formula.
La formula corretta per l'emissione del corpo nero fu tro-
vata nelle ultime settimane dell'Ottocento da Max Karl Ernst
Ludwig Planck. La forma precisa del risultato ottenuto da

Figura 7. La distribuzione di Planck. La figura rappresenta la densità di ener-


gia, per intervallo unitario di lunghezza d'onda, in funzione della lunghezza
d'onda, per un'emissione di c o r p o nero con u n a temperatura di 3 °K. (Per u n a
t e m p e r a t u r a superiore a 3 °K di un fattore f, è sufficiente ridurre le lunghezze
5
d'onda di un fattore 1/f e a u m e n t a r e le densità di energia di un fattore f .)
La parte rettilinea della curva a destra è descritta approssimativamente dalla
più semplice « distribuzione di Rayleigh-Jeans » ; u n a linea con questa pendenza
è attesa per u n ' a m p i a varietà di casi oltre che per l'emissione di c o r p o n e r o .
La caduta ripida a sinistra è dovuta alla n a t u r a quantica della radiazione, ed
è un carattere specifico dell'emissione del c o r p o nero. La linea « radiazione ga-
lattica » rappresenta l'intensità del rumore radio proveniente dalla nostra ga-
lassia. (Le frecce indicano la lunghezza d ' o n d a della misurazione originaria di
Penzias e Wilson e la lunghezza d'onda in corrispondenza della quale una tem-
p e r a t u r a di radiazione potrebbe essere inferita da misurazioni dell'assorbimento
a opera del primo stato eccitato di rotazione del cianogeno interstellare.)
72 I primi tre minuti

Planck è illustrata nella fig. 7, per la temperatura particolare


di 3 ºK del rumore cosmico a microonde osservato. La formula
di Planck può essere compendiata qualitativamente come se-
gue: in una scatola riempita di radiazione del corpo nero, la
energia in ogni gamma di lunghezze d'onda sale in modo mol-
to ripido con l'aumentare della lunghezza d'onda, raggiunge
un massimo e torna poi a cadere in modo altrettanto ripido.
Questa « distribuzione di Planck » è universale; non dipende
dalla natura della materia con cui la radiazione interagisce, ma
solo dalla sua temperatura. Come viene usata oggi, l'espressio-
ne « emissione del corpo nero » significa qualsiasi radiazione
in cui la distribuzione dell'energia per lunghezze d'onda si ac-
cordi con la formula di Planck, indipendentemente dal fatto
che la radiazione sia veramente emessa o no da un corpo nero.
Così, almeno per il primo milione di anni circa, quando radia-
zione e materia si trovavano in equilibrio termico, l'universo
dev'essere stato pieno di radiazione del corpo nero, con una
temperatura uguale a quella dei materiali costitutivi dell'uni-
verso.
L'importanza del calcolo di Planck andava molto oltre il
problema dell'emissione del corpo nero perché egli vi intro-
dusse un'idea nuova, secondo cui le energie si presentano in
granuli distinti o « quanti ». Planck considerò in origine solo
la quantizzazione dell'energia della materia in equilibrio con
la radiazione, ma Einstein suggerì alcuni anni dopo che la
radiazione stessa si presentasse in quanti discreti, chiamati più
tardi fotoni. Questi sviluppi condussero infine, negli anni tra
il 1920 e il 1930, a una delle maggiori rivoluzioni intellettuali
dell'intera storia della scienza: la sostituzione della meccanica
classica con un linguaggio del tutto nuovo, quello della mecca-
nica quantistica.
In questo libro non potremo addentrarci in un esame della
meccanica quantistica. Essa ci aiuterà nondimeno a capire il
comportamento della radiazione in un universo in espansione,
La radiazione cosmica di fondo a microonde 73

consentendoci così di vedere come il quadro della radiazione


in termini di fotoni conduca ai lineamenti generali della di-
stribuzione di Planck.
La ragione per cui la densità di energia della radiazione del
corpo nero diminuisce rapidamente per lunghezze d'onda mol-
to grandi è semplice: è arduo adattare la radiazione a un vo-
lume le cui dimensioni siano minori della lunghezza d'onda.
Questa nozione poteva essere (e fu) compresa anche senza
ricorrere alla teoria quantistica, semplicemente sulla base del-
la precedente teoria ondulatoria della radiazione.
La diminuzione della densità di energia della radiazione del
corpo nero per lunghezze d'onda molto piccole, invece, non
poteva essere compresa in una descrizione non quantistica del-
la radiazione. È una ben nota conseguenza della meccanica
quantistica che a ogni temperatura data è difficile produrre un
qualche tipo di particella o di onda o di altra eccitazione la
cui energia sia superiore a una certa quantità ben definita, pro-
porzionale alla temperatura. Se invece le onde di radiazione
brevi potessero assumere energie piccole a piacere, non ci sa-
rebbe nulla in grado di porre un limite alla quantità totale
della radiazione del corpo nero di lunghezze d'onda molto bre-
vi. Ora, non solo questa conclusione era contraddetta dallo
esperimento, ma avrebbe condotto a un risultato catastrofico:
l'energia totale della radiazione del corpo nero è infinita! L'uni-
ca possibilità di sfuggire a questa conclusione era supporre che
l'energia si presenti in quantità discrete e che la quantità di
energia di ogni « quanto » aumenti col diminuire della lun-
ghezza d'onda, così che a ogni temperatura data ci sarebbe
pochissima radiazione alle lunghezze d'onda minori, in corri-
spondenza delle quali i quanti hanno energie molto elevate.
Nella formulazione finale di quest'ipotesi, dovuta a Einstein,
l'energia di ogni fotone è inversamente proporzionale alla lun-
ghezza d'onda; a ogni temperatura data l'emissione del corpo
nero conterrà pochissimi fotoni dotati di un'energia eccessiva,
74 I primi tre minuti

e quindi pochissimi che abbiano una lunghezza d'onda troppo


piccola; risulta in tal modo spiegata la caduta della distribu-
zione di Planck in corrispondenza di piccole lunghezze d'onda.
Per la precisione, l'energia di un fotone avente una lunghez-
za d'onda di un centimetro è di 0 , 0 0 0 1 2 4 elettronvolt (eV), ed
è proporzionalmente maggiore a lunghezze d'onda minori.
L'elettronvolt è un'unità di energia conveniente, pari all'ener-
gia acquistata da un elettrone passando per una differenza di
potenziale di un volt. Per esempio, una normale pila per lam-
padina tascabile da 1,5 volt consuma 1,5 elettronvolt per
ogni elettrone che spinge attraverso il filamento della lampa-
dina. (Un elettronvolt, convertito nelle unità metriche di ener-
-12 -19
gia, è uguale a 1,602 x 10 erg, ovvero a 1,602 x 10
joule.) Secondo la formula di Einstein, l'energia di un fotone
alla lunghezza d'onda di 7,35 centimetri su cui erano sinto-
nizzati Penzias e Wilson era pari a 0,000124 elettronvolt
diviso per 7,35, ovvero 0,000017 elettronvolt. D'altra
parte, un fotone tipico in luce visibile avrebbe una lunghezza
d'onda di circa un ventimillesimo di centimetro (5 x 10
cosicché la sua energia sarebbe di 0 , 0 0 0 1 2 4 eV per 20 0 0 0 ,
ossia circa 2,5 eV. In entrambi i casi l'energia di un fotone
è molto piccola in termini macroscopici; ecco perché i fotoni
sembrano fondersi in un flusso di radiazione continuo.
Per inciso, le energie che intervengono in una reazione chi-
mica sono generalmente dell'ordine di un elettronvolt per ato-
mo o per elettrone. Ad esempio, per strappare l'elettrone a un
atomo di idrogeno si richiedono 13,6 elettronvolt, ma si tratta
di un evento chimico eccezionalmente violento. Il fatto che i
fotoni contenuti nella luce del Sole abbiano anch'essi energie
dell'ordine di un elettronvolt o simili è estremamente impor-
tante per noi; proprio tale energia consente a questi fotoni di
produrre reazioni chimiche essenziali alla vita, come la foto-
sintesi. Le energie delle reazioni nucleari sono generalmente
dell'ordine di un milione di elettronvolt per ogni nucleo ato-
La radiazione cosmica di fondo a microonde 75

mico; perciò un chilo di plutonio ha press'a poco l'energia


esplosiva di un milione di chili di tritolo.
Il modello del fotone ci permette di capire facilmente le
principali proprietà qualitative dell'emissione del corpo nero.
Innanzitutto, i princìpi della meccanica statistica ci dicono che
l'energia fotonica tipica è proporzionale alla temperatura, men-
tre la formula di Einstein ci dice che la lunghezza d'onda di
ogni fotone è inversamente proporzionale all'energia del foto-
ne stesso. Di conseguenza, combinando queste due conoscenze,
otteniamo che la lunghezza d'onda tipica dei fotoni nella radia-
zione del corpo nero è inversamente proporzionale alla tem-
peratura. In termini quantitativi, la lunghezza d'onda tipica
in prossimità della quale è concentrata la massima parte della
energia della radiazione del corpo nero è di 0,29 centimetri
alla temperatura di 1 °K, e proporzionalmente minore a tem-
perature superiori.
Per esempio, un corpo opaco a una normale temperatura
« ambiente » di 3 0 0 ° K ( = 2 7 °C) emetterà una radiazione del
corpo nero con una lunghezza d'onda tipica di 0,29 centimetri
diviso per 300, ossia di circa un millesimo di centimetro. Que-
sta lunghezza d'onda è compresa nella fascia dell'infrarosso ed
è troppo grande perché i nostri occhi possano percepirla. La
superficie del Sole ha invece una temperatura di circa 5 8 0 0 °K;
di conseguenza, la luce da essa irraggiata ha un massimo a una
lunghezza d'onda di circa 0,29 centimetri divisi per 5 800, vale
-5
a dire circa 5 centomillesimi di centimetro (5 X 10 cm) o, che
è lo stesso, circa 5 0 0 0 unità angstrom. (Un angstrom, o Å, è
-8
pari a un centomilionesimo, o 10 , di centimetro.) Come ab-
biamo già accennato, questa lunghezza d'onda è al centro del-
la gamma di lunghezze d'onda che i nostri occhi hanno impa-
rato a vedere grazie a una lunga evoluzione, e che noi chia-
miamo lunghezze d'onda « visibili », ovvero luce « visibile ».
Il fatto che queste lunghezze d'onda siano tanto piccole spiega
perché la natura ondulatoria della luce venne scoperta non
76 I primi tre minuti

prima dell'inizio del secolo scorso; solo quando esaminiamo


la luce che passa per fessure piccolissime possiamo osservare
fenomeni tipici della propagazione ondulatoria, come la diffra-
zione.
Abbiamo visto come la diminuzione nella densità di energia
dell'emissione del corpo nero a grandi lunghezze d'onda sia
dovuta alla difficoltà di contenere una radiazione in un volu-
me le cui dimensioni siano inferiori al valore della lunghezza
d'onda. Di fatto la distanza media fra fotoni nella radiazione
del corpo nero è press'a poco uguale alla lunghezza d'onda
tipica del fotone. Ma abbiamo visto anche come questa lun-
ghezza d'onda tipica sia inversamente proporzionale alla tem-
peratura, per cui la distanza media fra fotoni è essa stessa in-
versamente proporzionale alla temperatura. Il numero di og-
getti di qualsiasi genere all'interno di un volume determinato
è inversamente proporzionale al cubo della loro distanza me-
dia; nella radiazione del corpo nero la norma è quindi che
il numero dei fotoni in un volume dato è proporzionale al cubo
della temperatura.
Da questa informazione possiamo trarre alcune conclusioni
sulla quantità di energia presente nella radiazione del corpo
nero. L'energia per litro, o « densità di energia », è semplice-
mente il numero dei fotoni per litro moltiplicato per l'energia
media per fotone. Ma, come abbiamo visto, il numero dei foto-
ni per litro è proporzionale al cubo della temperatura, mentre
l'energia media del fotone è semplicemente proporzionale alla
temperatura. L'energia per litro nella radiazione del corpo ne-
ro è perciò proporzionale al prodotto del cubo della tempera-
tura per la temperatura, ossia, in altri termini, alla quarta
potenza della temperatura. Per esprimere la cosa quantitativa-
mente, la densità di energia della radiazione del corpo nero è
di 4,72 elettronvolt per litro alla temperatura di 1 °K, di 47 200
eV per litro alla temperatura di 10 ºK, e così via. (È questa la
cosiddetta legge di Stefan-Boltzmann.) Se il rumore a micro-
La radiazione cosmica di fondo a microonde 77

onde scoperto da Penzias e Wilson è realmente un'emissione


del corpo nero con una temperatura di 3 °K, allora la sua den-
sità di energia dev'essere di 4,72 elettronvolt per litro molti-
plicati per 3 alla quarta potenza, ossia circa 380 elettronvolt
per litro. Quando la temperatura era un migliaio di volte più
12
intensa, la densità di energia era di un bilione (10 ) di volte
più elevata.
Possiamo tornare ora all'origine della radiazione fossile a mi-
croonde. Abbiamo visto che dev'esserci stato un tempo in cui
l'universo era così caldo e denso che gli atomi erano disso-
ciati nei loro nuclei ed elettroni e la diffusione di fotoni da
parte di elettroni liberi manteneva un equilibrio termico fra
materia e radiazione. Col passare del tempo l'universo si espan-
se e raffreddò, fino a raggiungere una temperatura (di circa
3 0 0 0 °K) sufficientemente bassa per consentire la combinazio-
ne di nuclei e di elettroni in atomi. (Nella letteratura astrofi-
sica si è soliti parlare in proposito di « ricombinazione », un
termine molto improprio, poiché i nuclei e gli elettroni che
stiamo considerando non erano stati mai combinati in atomi
nella storia anteriore dell'universo!) L'improvvisa scomparsa
degli elettroni liberi spezzò il contatto termico fra radiazione
e materia, e la radiazione continuò da allora a espandersi libe-
ramente.
Nel momento in cui si verificò questa svolta, l'energia nel
campo di radiazione alle varie lunghezze d'onda era governata
dalle condizioni dell'equilibrio termico ed era quindi espressa
dalla formula di Planck relativa al corpo nero per una tempe-
ratura uguale a quella della materia (circa 3000 °K). In parti-
colare, la lunghezza d'onda tipica dei fotoni doveva aggirarsi
intorno a un micron (un decimillesimo di centimetro, ovvero
10 000 angstrom) e la distanza media fra fotoni doveva essere
press'a poco uguale a questa lunghezza d'onda tipica.
Che cosa è accaduto ai fotoni da allora? Non ci fu né crea-
zione né distruzione di singoli fotoni: la distanza media fra
78 I primi tre minuti

fotoni cresceva semplicemente in proporzione alle dimensioni


dell'universo, cioè in proporzione alla distanza media fra ga-
lassie tipiche. Ma abbiamo visto nell'ultimo capitolo che l'ef-
fetto dello spostamento cosmologico verso il rosso consiste nel
dilatare la lunghezza d'onda di ogni raggio di luce man mano
che l'universo si espande; anche le lunghezze d'onda dei sin-
goli fotoni aumentarono dunque in proporzione semplice con
l'aumentare delle dimensioni dell'universo. I fotoni rimasero
dunque separati da una lunghezza d'onda tipica, esattamente
come per l'irraggiamento del corpo nero. Di fatto, sviluppan-
do questo ragionamento su un piano quantitativo, possiamo
dimostrare che la radiazione che riempiva l'universo continuò a
essere descritta con precisione nel corso dell'espansione del-
l'universo dalla formula di Planck per il corpo nero, anche
se non era più in equilibrio termico con la materia. (Si veda
la nota matematica 4, pp. 180 sgg.) L'unico effetto dell'espan-
sione è di aumentare la lunghezza d'onda tipica dei fotoni in
proporzione alle dimensioni dell'universo. Essendo inversamen-
te proporzionale alla lunghezza d'onda tipica, la temperatura
dell'emissione del corpo nero calò durante l'espansione del-
l'universo, in proporzione inversa alle dimensioni di quest'ul-
timo.
Penzias e Wilson trovarono ad esempio che l'intensità della
radiazione a microonde da loro scoperta corrispondeva a una
temperatura di circa 3 °K. Questo è esattamente il valore che
dovremmo attenderci ammettendo che il volume dell'universo
si sia accresciuto di un fattore 1 0 0 0 dal momento in cui la
temperatura fu sufficientemente elevata (3 0 0 0 °K) per mante-
nere materia e radiazione in equilibrio termico. Se tale inter-
pretazione è corretta, la radiazione di 3 °K è il segnale di
gran lunga più antico ricevuto dagli astronomi, essendo stato
emesso molto tempo prima della luce proveniente dalle galas-
sie più remote accessibili alla nostra osservazione.
Penzias e Wilson avevano però misurato l'intensità della
La radiazione cosmica di fondo a microonde 79

radiazione cosmica a una sola lunghezza d'onda, quella di 7,35


centimetri. Divenne immediatamente una questione della mas-
sima urgenza stabilire se la distribuzione dell'energia radiante
con la lunghezza d'onda fosse conforme alla formula del
corpo nero di Planck, come dovremmo attenderci se questa fos-
se realmente una radiazione fossile spostata verso il rosso ori-
ginatasi in un'epoca in cui nell'universo radiazione e materia
erano in equilibrio termico. In tal caso la « temperatura equi-
valente », calcolata confrontando l'intensità del rumore radio
osservato con la formula di Planck, dovrebbe avere a tutte le
lunghezze d'onda lo stesso valore che era stato dedotto dalla
lunghezza d'onda di 7,35 centimetri studiata da Penzias e
Wilson.
Come abbiamo visto, al tempo della scoperta di Penzias e
Wilson era già in corso nel New Jersey un altro tentativo per
individuare un fondo di radiazione cosmica a microonde. Poco
dopo la pubblicazione dell'originaria coppia di comunicazioni
dei Bell Laboratories e del gruppo di Princeton, Roll e Wil-
kinson annunciarono il risultato da loro ottenuto: la tempera-
tura equivalente del fondo di radiazione alla lunghezza d'onda
di 3,2 centimetri era compresa fra 2,5 e 3,5 gradi Kelvin. In
altri termini, nei margini dell'errore sperimentale, l'intensità
della radiazione cosmica alla lunghezza d'onda di 3,2 centi-
metri era maggiore di quella alla lunghezza d'onda di 7,35 cen-
timetri esattamente secondo il rapporto prevedibile nel caso
che la radiazione fosse descritta dalla formula di Planck!
D o p o il 1965 l'intensità della radiazione fossile a microonde
è stata misurata dai radioastronomi in corrispondenza di una
decina di lunghezze d'onda comprese fra 7,35 centimetri e
0,33 centimetri. Ciascuna di queste misurazioni concorda con
una distribuzione di Planck dell'energia secondo la lunghezza
d'onda, e le temperature ottenute variano dai 2,7 ai 3 °K.
Tuttavia, prima di saltare alla conclusione che si tratti vera-
mente di un'emissione del corpo nero, bisogna ricordare che la
80 I primi tre minuti

lunghezza d'onda « tipica » alla quale la distribuzione di Planck


raggiunge il suo massimo è di 0,29 centimetri divisi per la
temperatura in gradi Kelvin: per una temperatura di 3 °K otte-
niamo una lunghezza d'onda di poco inferiore a 0,1 centimetri.
Così tutte queste misurazioni si sono occupate del versante
a lunghezze d'onda maggiori del massimo nella distribuzione
di Planck. Abbiamo visto, però, che l'aumento della densità
dell'energia con la diminuzione della lunghezza d'onda in que-
sta parte dello spettro è dovuta solo alla difficoltà di contene-
re grandi lunghezze d'onda in piccoli volumi, e che dovremmo
attenderci tale aumento per una grande varietà di campi di ra-
diazione, comprese le radiazioni non prodotte in condizioni di
equilibrio termico. (I radioastronomi si riferiscono a questa
parte dello spettro come alla regione di Rayleigh-Jeans, perché
i primi ad analizzarla furono Lord Rayleigh e Sir James Jeans.)
Per accertare che stiamo realmente osservando un'emissione
del corpo nero, è necessario andare oltre il massimo della
distribuzione di Planck nella regione delle onde corte e verifi-
care che la densità di energia diminuisca col decrescere della
lunghezza d'onda secondo le previsioni della teoria quantistica.
A lunghezze d'onda inferiori a 0,1 centimetri ci troviamo in
effetti al di fuori del dominio dei radioastronomi o degli astro-
nomi che studiano le microonde, ed entriamo nella nuova di-
sciplina dell'astronomia dell'infrarosso.
Purtroppo l'atmosfera del nostro pianeta, che è quasi tra-
sparente per lunghezze d'onda superiori a 0,3 centimetri, di-
venta sempre più opaca a lunghezze d'onda minori. Pare im-
probabile che un qualsiasi radio-osservatorio ubicato al suolo,
sia pure situato in montagna ad altitudini elevate, riesca a
misurare il fondo di radiazione cosmica a lunghezze d'onda
molto inferiori a 0,3 centimetri.
Stranamente, il fondo di radiazione era stato misurato in
realtà a lunghezze d'onda minori, molto tempo prima di tutti
gli studi astronomici discussi finora in questo capitolo, e non
La radiazione cosmica di fondo a microonde 81

da un radioastronomo o da un astronomo attivo nel settore


dell'infrarosso, bensì da un astronomo che lavorava con stru-
menti ottici! Nella costellazione dell'Ofiuco (il « Serpentario »)
c'è una nube di gas interstellare posta tra la Terra e una stella
calda, altrimenti irrilevante, la ζ Ophiuchi (ζ, Oph). Lo spet­
tro di ζ Oph è solcato da numerose bande scure insolite, le
quali indicano che il gas interposto assorbe luce a una serie di
lunghezze d'onda ben definite. Sono queste le lunghezze d'onda
alle quali i fotoni hanno esattamente le energie occorrenti per
indurre nelle molecole della nube di gas transizioni da stati
di energia inferiori a stati di energia superiori. (Le molecole,
come gli atomi, esistono solo in stati di energia distinti, o
« quantizzati ».) Così, osservando le lunghezze d'onda in corri-
spondenza delle bande scure, è possibile inferirne qualcosa
sulla natura di queste molecole e degli stati in cui si trovano.
Una delle righe di assorbimento nello spettro di ζ, Oph è
alla lunghezza d'onda di 3 875 angstrom (38,75 milionesimi di
centimetro), indicando la presenza nella nube interstellare di
una molecola, il cianogeno (CN), formata da un atomo di car-
bonio e uno di azoto. (A rigore, il CN dovrebbe essere chia-
mato un « radicale », nel senso che in condizioni normali si
combina rapidamente con altri atomi per formare molecole
più stabili, come il tossico acido cianidrico [ H C N ] . Nello
spazio interstellare il CN è abbastanza stabile.) Nel 1941
W.S. Adams e A. McKellar trovarono che questa riga di as-
sorbimento è in realtà divisa in tre componenti con lunghezze
d'onda di 3874,608 angstrom, 3875,763 angstrom e 3873,998
angstrom. La prima di queste lunghezze d'onda di assorbimen-
to corrisponde a una transizione in cui la molecola di ciano-
geno passa dal suo stato di energia minima (lo « stato fonda-
mentale ») a uno stato vibrante; una transizione che potremmo
attenderci anche se il cianogeno si trovasse a temperatura zero.
Le altre due righe, invece, potrebbero essere prodotte solo da
transizioni in cui la molecola passasse da uno stato di rota-
82 I primi tre minuti

zione appena sopra lo stato fondamentale a vari altri stati di


vibrazione. Una notevole frazione delle molecole di cianogeno
presenti nella nube interstellare dovrebbe trovarsi perciò in tale
stato di rotazione. Usando la nota differenza energetica fra lo
stato fondamentale e lo stato di rotazione da un lato e le in-
tensità relative osservate delle varie righe di assorbimento dal-
l'altro, McKellar riuscì a stimare che il cianogeno fosse espo-
sto a qualche sorta di perturbazione con una temperatura effi-
cace di circa 2,3 ºK, tale da portare la molecola di cianogeno
allo stato di rotazione.
A quell'epoca sembrava non esserci alcuna ragione per asso-
ciare questa misteriosa perturbazione all'origine dell'universo,
e non vi si prestò molta attenzione. Ma dopo la scoperta, av-
venuta nel 1965, di un fondo di radiazione cosmica a 3 °K, ci
fu chi si rese conto (George Field, I.S. Shklovskij e N.J. Woolf)
che si trattava di quella stessa perturbazione la cui esistenza
era stata rivelata nel 1941 dalla produzione della rotazione
delle molecole di cianogeno nelle nubi di gas dell'Ofiuco. La
lunghezza d'onda dei fotoni del corpo nero necessaria per pro-
durre questa rotazione è di 0,263 centimetri: troppo breve per
risultare accessibile ad attrezzature radioastronomiche ubicate
al suolo, ma non sufficientemente breve per accertare la rapida
caduta delle lunghezze d'onda al di sotto di 0,1 cm prevedibile
per una distribuzione di Planck a 3 ºK.
Da allora sono state condotte altre ricerche su righe di as-
sorbimento causate dall'eccitazione di molecole di cianogeno in
altri stati di rotazione o di altre molecole in vari stati di rota-
zione. L'osservazione, nel 1974, dell'assorbimento nel secondo
stato di rotazione di cianogeno interstellare ha fornito una
stima dell'intensità di radiazione a una lunghezza d'onda di
0 , 1 3 2 centimetri, corrispondente anch'essa a una temperatura
di circa 3 "K. Tali osservazioni hanno fissato finora solo limiti
superiori alla densità di energia della radiazione a lunghezze
d'onda inferiori a 0,1 centimetri. I risultati sono incoraggianti
La radiazione cosmica di fondo a microonde 83

in quanto indicano che la densità di energia della radiazione


comincia a cadere in modo ripido a una qualche lunghezza
d'onda attorno a 0,1 centimetri, come sarebbe prevedibile nel
caso in cui si trattasse di un'emissione del corpo nero. Questi
limiti superiori non ci consentono però di verificare se ci tro-
viamo realmente in presenza di un'emissione del corpo nero,
né di determinare una precisa temperatura di radiazione.
Fu possibile affrontare questo problema solo facendo salire
strumenti per la ricezione nell'infrarosso al di sopra dell'atmo-
sfera terrestre per mezzo di palloni o di razzi sonda. Questi
esperimenti, estremamente difficoltosi, diedero in un primo tem-
po risultati contrastanti, incoraggiando alternativamente i fau-
tori della cosmologia standard o i suoi oppositori. Una équipe
per ricerche con razzi della Cornell University trovò nelle mi-
croonde una quantità di radiazione molto maggiore di quella
che ci si sarebbe dovuti attendere per una distribuzione di
Planck per l'emissione del corpo nero, mentre un gruppo di
ricerca con palloni del Massachusetts Institute of Technology
(M.I.T.) ottenne risultati grosso modo conformi alle previsioni
per l'emissione del corpo nero. Entrambi i gruppi continuarono
a lavorare e nel 1972 riferirono risultati indicanti una distri-
buzione del corpo nero con una temperatura vicina a 3 º K .
Successivamente, nel 1976, un gruppo di Berkeley per le ricer-
che con palloni confermò che la densità di energia della radia-
zione continua a calare, per lunghezze d'onda corte nell'inter-
vallo delle microonde compreso fra 0,25 e 0,06 centimetri,
nel modo prevedibile per una temperatura compresa fra 0,1
e 3 °K. Pare oggi assodato che il fondo di radiazione cosmica
sia realmente un'emissione di corpo nero, con una temperatura
vicina a 3 °K.
Il lettore potrebbe chiedersi a questo punto perché il pro-
blema non sia stato risolto semplicemente installando apparec-
chiature per l'osservazione nell'infrarosso su un satellite arti-
ficiale in orbita attorno alla Terra e prendendosi tutto il tempo
84 I primi tre minuti

necessario per compiere misurazioni accurate da altitudini mol-


to superiori all'atmosfera terrestre. Non conosco con sicurezza
il motivo per cui ciò è risultato impossibile. La ragione comu-
nemente addotta è che, per misurare temperature di radiazione
dell'ordine di 3 °K, occorre raffreddare le apparecchiature con
elio liquido (« carico freddo »), e che non esiste una tecnolo-
gia che consenta di trasportare questo tipo di attrezzature crio-
gene su un satellite terrestre. Comunque sia, non si può fare
a meno di ritenere che queste investigazioni autenticamente
cosmiche meriterebbero una quota più cospicua dei fondi per
le ricerche spaziali.
L'importanza dell'effettuazione di osservazioni al di sopra
dell'atmosfera terrestre appare ancor maggiore quando consi-
deriamo la distribuzione del fondo di radiazione cosmica in
relazione alla direzione oltre che alla lunghezza d'onda. Tutte
le osservazioni eseguite finora concordano nell'indicare che si
tratta di un fondo di radiazione perfettamente isotropa, ossia
indipendente dalla direzione. Come abbiamo segnalato nel ca-
pitolo precedente, è questo uno degli argomenti più efficaci a
favore del Principio cosmologico. È però molto diffìcile distin-
guere una possibile dipendenza dalla direzione che sia intrinseca
alla radiazione cosmica di fondo da una dipendenza che sia
dovuta semplicemente agli effetti dell'atmosfera terrestre; di
fatto, in misurazioni della temperatura della radiazione di fon-
do, la radiazione di fondo viene distinta dalle radiazioni pro-
prie della nostra atmosfera supponendo che sia isotropa.
Ciò che fa della dipendenza della radiazione di fondo a
microonde dalla direzione un tema così affascinante è il fat-
to che non ci si attende che l'intensità di questa radiazione sia
perfettamente isotropa. Potrebbero esserci oscillazioni di inten-
sità con lievi mutamenti di direzione causati da eventuali irre-
golarità dell'universo all'epoca in cui la radiazione fu emessa
o in periodi successivi. Per esempio, le galassie nelle prime
fasi della loro formazione si disegnavano presumibilmente in
La radiazione cosmica di fondo a microonde 8?

cielo come chiazze calde, con una temperatura di corpo nero


leggermente più alta della media, estendentisi forse su più di
mezzo minuto d'arco. Quasi certamente, inoltre, c'è una picco-
la variazione graduale dell'intensità di radiazione sull'intero
cielo, causata dal moto della Terra nell'universo. La Terra
sta orbitando intorno al Sole a una velocità di 30 chilometri
al secondo, e il sistema solare è trasportato dalla rotazione
della nostra galassia a una velocità di circa 250 chilometri al
secondo. Nessuno sa con precisione quale sia la velocità della
nostra galassia relativamente alla distribuzione cosmica delle
galassie tipiche, ma è presumibile che essa si muova a una
velocità di qualche centinaio di chilometri al secondo in una
qualche direzione. Se, ad esempio, supponiamo che la Terra
si stia muovendo a una velocità di 300 chilometri al secondo
relativamente alla materia media dell'universo, e quindi rela-
tivamente alla radiazione di fondo, allora la lunghezza d'onda
della radiazione proveniente dalla direzione verso cui la Terra
si muove o da quella rispetto alla quale la Terra si allontana
dovrebbe rispettivamente diminuire o aumentare nella propor-
zione di 300 chilometri al secondo rispetto alla velocità della
luce, cioè dello 0,1 per cento. La temperatura equivalente
della radiazione dovrebbe così, con insensibile gradualità, va-
riare con la direzione, e precisamente dovrebbe essere di circa
lo 0,1 per cento superiore alla media nella direzione verso cui
la Terra si sta muovendo e di circa lo 0,1 per cento inferiore
alla media nella direzione rispetto alla quale la Terra si sta
allontanando. Negli ultimissimi anni il migliore limite superio-
re in ogni dipendenza della temperatura equivalente della ra-
diazione dalla direzione è stato leggermente superiore allo 0,1
per cento, cosicché ci siamo venuti a trovare nella stimolante
situazione di essere quasi ma non del tutto in grado di misu-
rare la velocità della Terra nell'universo. Può darsi che non
sia possibile risolvere questo problema finché non si potranno
compiere misurazioni da satelliti orbitanti intorno alla Terra.
86 I primi tre minuti

(Quando questo libro era già in bozze ricevetti da John Ma-


ther della N A S A una « Cosmic Background Explorer Satellite
Newsletter» n. 1, nella quale veniva annunciata la formazione
di un team di sei scienziati, sotto la direzione di Rainier Weiss
del Massachusetts Institute of Technology, per studiare le pos-
sibilità di misurazione dei fondi di radiazione infrarossa e a
microonde captati dallo spazio. Bon voyage!)
Abbiamo osservato che il fondo di radiazione cosmica a
microonde fornisce prove efficaci del fatto che la radiazione
e la materia dell'universo si trovavano un tempo in uno stato
di equilibrio termico. Ma non abbiamo ancora ricavato molte
informazioni di interesse cosmologico dal particolare valore
numerico osservato della temperatura equivalente della radia-
zione: 3 ºK. Di fatto, questa temperatura di radiazione ci con-
sente di determinare l'unico numero cruciale di cui abbiamo
bisogno per seguire la storia dei primi tre minuti.
Come abbiamo visto, a ogni temperatura data il numero di
fotoni per unità di volume è inversamente proporzionale al
cubo di una lunghezza d'onda tipica e quindi direttamente pro-
porzionale al cubo della temperatura. Per una temperatura di
precisamente 1 °K si avrebbero 20 2 8 2 , 9 fotoni per litro; ne
deriva che il fondo di radiazione di 3 °K contiene circa 5 5 0 0 0 0
fotoni per litro. La densità di particelle nucleari (neutroni e
protoni) nell'universo attuale è invece compresa in qualche luo-
go fra 6 e 0,03 particelle ogni mille litri. (Il limite superiore
è il doppio della densità critica di cui abbiamo parlato nel
capitolo II; il limite inferiore è una stima bassa della densità
osservata effettivamente nelle galassie visibili.) Così, a seconda
del valore effettivo della densità di particelle, per ogni parti-
cella nucleare oggi presente nell'universo ci sarebbero da 100
milioni a 20 miliardi di fotoni.
Inoltre, questo enorme rapporto dei fotoni alle particelle dei
nuclei è stato press'a poco costante per un tempo lunghissimo.
Nel periodo in cui la radiazione potè espandersi liberamente
La radiazione cosmica di fondo a microonde 87

(ossia dopo che la temperatura fu scesa al di sotto dei 3 0 0 0


°K), non si crearono e non si distrussero né fotoni del fondo
di radiazione né particelle nucleari, per cui il loro rapporto
rimase naturalmente costante. Vedremo nel prossimo capitolo
che questo rapporto fu press'a poco costante anche prima,
quando i singoli fotoni venivano sia creati sia distrutti.
È questa la più importante conclusione quantitativa che
possiamo trarre da misurazioni del fondo di radiazione a mi-
croonde: fin dove possiamo spingere lo sguardo penetrando
nella protostoria dell'universo, c'è sempre stato un numero di
fotoni per neutrone o protone compreso fra 100 milioni e 20
miliardi. Per non dare inutilmente adito ad ambiguità, arro-
tonderò questo numero e nel prosieguo supporrò che nei con-
tenuti medi dell'universo ci siano oggi e ci siano stati in pas-
sato solo un miliardo di fotoni per ogni particella nucleare.
Una conseguenza molto importante di questa conclusione è
che la differenziazione della materia in galassie e in stelle non
potè cominciare fino all'epoca in cui la temperatura cosmica
si abbassò al punto di consentire la cattura di elettroni da par-
te dei protoni e la formazione di atomi. Perché la gravitazione
potesse produrre l'addensamento di materia in frammenti iso-
lati che è stato prospettato da Newton, occorreva che la gra-
vitazione riuscisse a superare la pressione della materia e del-
la radiazione associata. La forza gravitazionale all'interno di
ogni addensamento nascente aumenta con le dimensioni del-
l'addensamento, mentre la pressione non dipende da tali di-
mensioni; perciò, per ogni valore dato di densità e di pres-
sione, c'è una massa minima che è suscettibile di addensamen-
to gravitazionale. Questa massa è nota come « massa di Jeans »,
perché fu per la prima volta introdotta in teorie sulla forma-
zione delle stelle da Sir James Jeans nel 1902. Risulta che la
massa di Jeans è proporzionale alla pressione elevata alla po-
tenza di 3 / 2 . (Si veda la nota matematica 5, pp. 183 sg.) Poco
prima che gli elettroni cominciassero a essere catturati dalle
88 I primi tre minuti

particelle nucleari per formare atomi, a una temperatura di


circa 3 0 0 0 °K, la pressione di radiazione era enorme e la
massa di Jeans era corrispondentemente grande, circa un milio-
ne di volte maggiore della massa di una grande galassia. N6 le
galassie né gli ammassi di galassie sono abbastanza grandi per
poter essersi formati a quest'epoca. Un po' di tempo dopo, pe-
rò, gli elettroni si unirono con nuclei formando atomi; scom-
parsi gli elettroni liberi, l'universo divenne trasparente alla ra-
diazione, e la pressione di radiazione perse la sua efficacia.
A una determinata temperatura e densità la pressione di ma-
teria e radiazione è semplicemente proporzionale al numero,
rispettivamente, di particelle nucleari o di fotoni; perciò, quan-
do la pressione di radiazione divenne inefficace, la pressione
totale efficace calò di un fattore di circa un miliardo. La mas-
sa di Jeans diminuì della potenza di 3 / 2 di questo fattore, fino
a circa un milionesimo della massa di una galassia. Da allora
in poi la sola pressione della radiazione sarebbe stata troppo
debole per resistere all'agglomerazione della materia nelle ga-
lassie che vediamo in cielo.
Ciò non equivale a dire che noi effettivamente comprendia-
mo come si siano formate le galassie. La teoria della forma-
zione delle galassie è uno tra i problemi capitali dell'astrofisi-
ca, un problema che oggi sembra lontano da una soluzione.
Ma questa è un'altra faccenda. Per noi il punto sostanziale è
che all'inizio dell'universo, a temperature superiori ai 3 0 0 0 °K,
l'universo non era costituito dalle galassie e dalle stelle che
vediamo in cielo oggi, bensì solo da un miscuglio ionizzato e
indifferenziato di materia e radiazione.
Un'altra conseguenza notevole dell'elevatissimo rapporto dei
fotoni alle particelle nucleari è che dev'esserci stato un tempo,
in un passato relativamente non lontano, in cui l'energia di
radiazione era maggiore dell'energia contenuta nella materia
dell'universo. L'energia contenuta nella massa di una particella
2
nucleare è data dalla formula di Einstein E = mc e risulta
La radiazione cosmica di fondo a microonde 89

pari a circa 939 milioni di elettronvolt. L'energia media di un


fotone nell'emissione di corpo nero di 3 °K è molto inferiore,
ammontando a circa 0,0007 elettronvolt: anche concedendo
che il rapporto dei fotoni ai neutroni o protoni sia di un mi-
liardo a uno, la maggior parte dell'energia dell'universo attuale
è sotto forma di materia, non di radiazione. Ma agli inizi del-
l'universo, essendo la temperatura più elevata, era più elevata
anche la temperatura di ogni fotone, mentre l'energia conte-
nuta nella massa di un neutrone o di un protone era sempre
uguale. Con un rapporto di un miliardo di fotoni per particel-
la nucleare, perché l'energia di radiazione superasse l'energia
della materia era sufficiente che l'energia media di un fotone
del corpo nero fosse superiore a un miliardesimo circa della
energia della massa di una particella nucleare, ossia di un elet-
tronvolt circa. Tale condizione sussisteva quando la tempera-
tura era circa 1 3 0 0 volte più elevata di quella attuale, aggiran-
dosi intorno ai 4 0 0 0 °K. Questa temperatura segna la transi-
zione da un'era « dominata dalla radiazione », in cui la massi-
ma parte dell'energia dell'universo esisteva sotto forma di ra-
diazione, e l'era presente, « dominata dalla materia », in cui
la massima parte dell'energia risiede nelle masse delle parti-
celle nucleari.
È sorprendente che il trapasso da un universo dominato
dalla radiazione a un universo dominato dalla materia sia av-
venuto esattamente nello stesso periodo in cui i contenuti del-
l'universo stavano diventando trasparenti alla radiazione, a cir-
ca 3 0 0 0 °K. Nessuno conosce le ragioni reali di tale fenomeno,
anche se sono state avanzate ipotesi interessanti. In realtà non
sappiamo neppure quale transizione sia avvenuta per prima:
se oggi ci fossero 10 miliardi di fotoni per ogni particella nu-
cleare, la radiazione avrebbe continuato a prevalere sulla ma-
teria finché la temperatura non fosse scesa a 4 0 0 °K, ben oltre
il momento in cui i contenuti dell'universo divennero traspa-
renti.
90 I primi tre minuti

Queste incertezze non interferiranno nella nostra storia del-


l'origine dell'universo. Il punto chiave per noi è che in un
certo momento, molto prima che i contenuti dell'universo di-
ventassero trasparenti, si sarebbe potuto considerare l'universo
come composto principalmente di radiazione, con soltanto una
lieve contaminazione di materia. L'enorme densità di energia
della radiazione all'inizio dell'universo è andata perduta attra-
verso lo spostamento delle lunghezze d'onda dei fotoni verso il
rosso in coincidenza con l'espandersi dell'universo; contempo-
raneamente, quella che poteva essere considerata una contami-
nazione di particelle nucleari e di elettroni si andava organiz-
zando sino a formare le stelle, le rocce e gli esseri viventi del-
l'universo attuale.
IV
Ricetta per un universo caldo

Le osservazioni di cui abbiamo parlato negli ultimi due capi-


toli hanno rivelato che l'universo è in espansione ed è pieno
di un fondo universale di radiazione la cui temperatura equi-
valente è oggi di circa 3 °K. Questa radiazione ci appare come
il residuo di un tempo in cui l'universo era decisamente opaco
e circa mille volte più piccolo e più caldo che non attualmen-
te. (Come sempre, quando diciamo che l'universo era mille
volte più piccolo di quanto non sia oggi intendiamo semplice-
mente esprimere che la distanza fra una coppia qualsiasi di
particelle tipiche era allora mille volte minore di oggi.) Come
preparazione finale prima di affrontare l'analisi dei primi tre
minuti, dobbiamo volgere lo sguardo indietro verso epoche
ancora più remote, quando l'universo era ancora più piccolo
e più caldo, usando l'occhio della teoria, anziché i telescopi
ottici o i radiotelescopi, per esaminare le condizioni fìsiche al-
lora dominanti.
Alla fine del capitolo III abbiamo osservato che, quando
l'universo era mille volte più piccolo di oggi, quando i suoi
contenuti materiali erano in procinto di diventare trasparenti
alla radiazione, era in corso anche la transizione da un'era
dominata dalla radiazione alla presente era dominata dalla
materia. Durante l'era dominata dalla radiazione non solo esi-
steva lo stesso enorme numero di fotoni per ogni particella
92 I primi tre minuti

nucleare che esiste oggi, ma l'energia dei singoli fotoni era


così elevata che la maggior parte dell'energia dell'universo si
presentava sotto forma di radiazione, non di massa. (Ricordia-
mo che i fotoni sono le particelle, o « quanti », prive di massa,
che secondo la teoria quantistica compongono la luce.) D o -
vrebbe costituire perciò una buona approssimazione trattare
l'universo durante tale periodo come se fosse pieno di radia-
zione pura, senza quantità sostanziali di materia.
D o b b i a m o fare a questo punto un'importante precisazione.
V e d r e m o nel presente capitolo che l'era della radiazione p u r a
ebbe concretamente inizio solo alla fine dei primissimi minuti,
d o p o che la temperatura scese sotto il livello di alcuni miliardi
di gradi Kelvin. In principio la materia era importante, ma si
trattava di una materia di tipo molto diverso rispetto a quello
da cui è composto il nostro attuale universo. Comunque, pri-
ma di appuntare lo sguardo su un passato così remoto, consi-
deriamo brevemente l'era autentica della radiazione, dalla fine
dei primissimi minuti fino all'epoca, che possiamo far risalire
ad alcune centinaia di migliaia di anni dopo, in cui la materia
riacquistò il predominio sulla radiazione.
Per poter seguire la storia dell'universo durante l'era in que-
stione, tutto ciò che occorre sapere è quanto fosse calda ogni
cosa in ogni momento dato. Ovvero, per formulare lo stesso
problema in termini diversi: che rapporto intercorre tra la
temperatura e le dimensioni dell'universo nel corso della sua
espansione?
Sarebbe facile rispondere a questa d o m a n d a se si potesse
supporre che l'energia si espanda liberamente. La lunghezza
d'onda di ogni fotone sarebbe allora semplicemente aumentata
(in conseguenza dello spostamento verso il rosso) in propor-
zione alle dimensioni raggiunte in ogni m o m e n t o dato dall'uni-
verso nel corso della sua espansione. Nel capitolo precedente
abbiamo visto, inoltre, che la lunghezza d'onda media della
emissione del corpo nero è inversamente proporzionale alla sua
Ricetta per un universo caldo 93

temperatura. La temperatura sarebbe dunque diminuita in pro-


porzione inversa all'aumentare delle dimensioni dell'universo,
esattamente come sta facendo ancor oggi.
Fortunatamente, per il cosmologo teorico la medesima rela-
zione semplice continua a valere anche tenendo conto del fat-
to che in realtà la radiazione non si espandeva liberamente:
durante l'epoca dominata dalla radiazione i contenuti dell'uni-
verso erano resi opachi da rapide collisioni di fotoni con il
numero sia pure relativamente esiguo di elettroni e di parti-
celle nucleari. Mentre un fotone andava spostandosi libera-
mente fra un urto e l'altro, la sua lunghezza d'onda aumentava
in proporzione all'aumentare delle dimensioni dell'universo,
ed esisteva un numero così elevato di fotoni per ogni parti-
cella che gli urti costringevano la temperatura della materia
a seguire la temperatura della radiazione, e non viceversa.
Così, per esempio, quando l'universo era diecimila volte più
piccolo di oggi, la temperatura doveva essere proporzional-
mente più elevata di quanto non sia oggi: doveva essere, cioè,
di 30 000 °K circa.
Infine, se ci spingiamo ancor più indietro nel ripercorrere
l'itinerario storico dell'universo, perveniamo a un tempo in cui
la temperatura era così alta che gli urti fra fotoni erano in
grado di produrre particelle materiali, le quali venivano per
così dire sintetizzate dall'energia pura. Constateremo che le
particelle prodotte in questo modo dalla pura energia radiante
erano, nei primissimi minuti dell'universo, importanti quanto
la radiazione, sia nel determinare la proporzione delle varie
reazioni nucleari sia nel determinare il ritmo di espansione
dell'universo stesso. Perciò, volendo seguire il corso degli
eventi verificatisi in origine, avremo bisogno di sapere quale
temperatura dovesse avere l'universo per produrre grandi quan-
tità di particelle materiali a partire dall'energia di radiazione e
quante particelle venissero in tal modo prodotte.
Il processo in virtù del quale la materia viene prodotta a
94 I primi tre minuti

partire dalla radiazione può essere compreso nel modo mi-


gliore sulla base della concezione quantistica della luce. Due
quanti di radiazione, o fotoni, possono entrare in collisione e
sparire: tutta la loro energia e la loro « quantità di moto » si
annullano allora nella produzione di due o più particelle mate-
riali. (Questo processo viene osservato indirettamente negli
odierni laboratori di fisica nucleare delle alte energie.) La teoria
speciale della relatività di Einstein ci dice tuttavia che una
particella materiale, anche in stato di quiete, avrà una certa
2
« energia di quiete », data dalla famosa formula E = mc .
(Qui c è la velocità della luce. È questa la sorgente dell'ener-
gia liberata nelle reazioni nucleari, in cui una frazione della
massa dei nuclei atomici viene annichilata.) Perché due fotoni
possano produrre due particelle materiali di massa m in un
urto frontale, l'energia di ciascun fotone dev'essere almeno
2
uguale all'energia di quiete mc di ciascuna particella. La rea-
zione avrà luogo anche se l'energia dei singoli fotoni è mag-
2
giore di mc ; l'energia in eccesso servirà semplicemente a im-
primere alle particelle una velocità elevata. Particelle di massa
m non possono essere prodotte nell'urto di due fotoni se la
2
loro energia è minore di mc , perché in tal caso non c'è ener-
gia sufficiente neppure per produrre la massa di queste parti-
celle particolari.
Evidentemente, per giudicare l'efficacia della radiazione nel-
la produzione di particelle materiali, dobbiamo conoscere la
energia caratteristica dei singoli fotoni nel campo di radia-
zione. Questa energia può essere stimata abbastanza bene in
funzione dei nostri fini attuali applicando una elementare re-
gola empirica: per trovare l'energia caratteristica dei fotoni è
sufficiente moltiplicare la temperatura della radiazione per una
costante fondamentale della meccanica statistica, nota come
costante di Boltzmann. (Ludwig Boltzmann fu, insieme con
l'americano Willard Gibbs, il fondatore della moderna mecca-
nica statistica. Si dice che il suo suicidio, nel 1906, fosse do-
Ricetta per un universo caldo 95

vuto almeno in parte all'opposizione filosofica incontrata dalla


sua opera, ma tutte queste polemiche sono da tempo superate.)
Il valore della costante di Boltzmann è di 0,00008617 elet-
tronvolt per ogni grado Kelvin. Per esempio, alla temperatura
di 3 0 0 0 °K, quando i contenuti dell'universo stavano appena
cominciando a diventare trasparenti, l'energia caratteristica di
ogni fotone era press'a poco pari a 3 0 0 0 °K moltiplicati per
la costante di Boltzmann, ossia a 0,26 elettronvolt. (Rammen-
tiamo che un elettronvolt è l'energia acquistata da un elettrone
attraversando una differenza di potenziale di un volt. Le ener-
gie delle reazioni chimiche sono tipicamente dell'ordine di un
elettronvolt per atomo; perciò la radiazione a temperature su-
periori a 3 000 °K è abbastanza calda per impedire a una con-
sistente frazione di elettroni di essere incorporati in atomi.)
Abbiamo visto che, perché in urti fra fotoni possano pro-
dursi particelle materiali di massa m, l'energia caratteristica dei
2
fotoni dev'essere almeno uguale all'energia mc delle particelle
in quiete. Poiché l'energia caratteristica dei fotoni corrisponde
al prodotto della temperatura per la costante di Boltzmann, ne
consegue che la temperatura della radiazione dev'essere a tal
2
fine almeno dell'ordine dell'energia di quiete mc divisa per la
costante di Boltzmann. Per ciascun tipo di particella materiale
esiste cioè una « temperatura di soglia », data dal quoziente
2
dell'energia di quiete mc divisa per la costante di Boltzmann,
al di sotto della quale particelle di questo tipo non possono
essere create da energia di radiazione.
Un esempio: le particelle materiali più leggere che si cono-
scano sono l'elettrone e- e il positone e+. Il positone è l'« an-
tiparticella » dell'elettrone: ha, cioè, carica elettrica opposta (po-
sitiva invece che negativa) ma la medesima massa e il medesi-
mo spin. Quando un positone entra in collisione con un elet-
trone, le cariche possono annullarsi, e l'energia presente nelle
masse delle due particelle può manifestarsi come energia pura.
Ecco l'ovvia ragione per cui i positoni sono così rari nella
96 I primi tre minuti

vita quotidiana: non vivono a lungo prima di imbattersi in un


elettrone e annichilarsi. (I positoni furono scoperti nei raggi
cosmici nel 1932.) Il processo di annichilazione può svolgersi
anche in senso inverso: due fotoni dotati di energia sufficiente
possono entrare in collisione e produrre una coppia elettrone-
positone; in questo caso l'energia dei fotoni viene convertita
nelle masse dell'elettrone e del positone.
Perché due fotoni possano produrre in un urto frontale un
elettrone e un positone, l'energia di ciascun fotone deve supe-
2
rare l'« energia di quiete » mc di una massa di elettrone o di
positone. Questa energia è di 0,511003 milioni di elettronvolt.
Per individuare la temperatura di soglia alla quale i fotoni
abbiano buone probabilità di possedere un'energia così eleva-
ta, dividiamo l'energia per la costante di Boltzmann (0,00008617
elettronvolt per grado Kelvin) e troviamo una temperatura di
9
soglia di 6 miliardi di gradi Kelvin (6 x 10 °K). A ogni tem-
peratura superiore elettroni e positoni venivano creati libe-
ramente in seguito a urti di fotoni, e dovevano essere perciò
presenti in quantità molto elevate.
9 o
(Per inciso, la temperatura di soglia di 6 x 1 0 K che
abbiamo dedotto per la creazione di elettroni e di positoni dal-
la radiazione è molto più elevata di ogni temperatura che in-
contriamo normalmente nell'universo attuale. Nel centro stesso
del Sole la temperatura si aggira attorno a 15 milioni di gradi.
Ecco perché non siamo abituati a vedere elettroni e positoni
uscire dallo spazio vuoto quando la luce è molto vivida.)
Osservazioni simili si applicano a ogni tipo di particella. È
una norma fondamentale della fisica moderna che per ogni tipo
di particella esista in natura una corrispondente « antiparti-
cella », avente identica massa e identico spin, ma carica elet-
trica opposta. La sola eccezione concerne talune particelle as-
solutamente neutre, come il fotone stesso, al quale non corri-
sponde un'antiparticella e che potrebbe essere considerato la
antiparticella di se stesso. La relazione fra particella e antipar-
Ricetta per un universo caldo 97

ticella è reciproca: il positone è l'antiparticella dell'elettrone e


l'elettrone è l'antiparticella del positone. Purché ci sia suffi-
ciente energia, in urti di fotoni è sempre possibile la creazione
di ogni sorta di coppie particella-antiparticella.
(L'esistenza di antiparticelle è una conseguenza matematica
diretta dei princìpi della meccanica quantistica e della teoria
speciale della relatività di Einstein. L'esistenza dell'antielettro-
ne fu dedotta teoricamente per la prima volta da Paul Adrien
Maurice Dirac nel 1930. N o n volendo introdurre nella sua
teoria una particella ignota, identificò l'antielettrone con l'unica
particella di carica positiva allora conosciuta, il protone. La
scoperta del positone nel 1932 convalidò la teoria delle anti-
particelle, dimostrando nel contempo che il protone non è
l'antiparticella dell'elettrone; esso ha la propria antiparticella,
l'antiprotone, scoperto negli anni cinquanta a Berkeley.)
I tipi di particelle più leggeri dopo l'elettrone e il positone
sono il muone, o μ-, una sorta di elettrone pesante instabile,
e la sua antiparticella, il μ+. Come nel caso di elettroni e po-
sitoni, μ- e μ + hanno carica elettrica opposta ma massa uguale
e possono essere creati in urti fra fotoni. Le particelle μ- e μ+
hanno un'energia di quiete mc 2 pari a 105,6596 milioni di
elettronvolt e, dividendo per la costante di Boltzmann, la cor­
rispondente temperatura di soglia è 1,2 bilioni di gradi
12
(1,2 x 10 °K). Le corrispondenti temperature di soglia per
altre particelle sono fornite nella tabella a p. 172. Controllan-
do tale tabella siamo in grado di dire quali particelle devono
essere state presenti in gran numero in vari momenti della
storia dell'universo: si tratta di quelle particelle le cui tempe-
rature di soglia sono inferiori alla temperatura dell'universo
nelle epoche considerate.
Quante di queste particelle materiali erano effettivamente
presenti a temperature superiori alla temperatura di soglia?
Nelle condizioni di alta temperatura e pressione dominanti al-
l'origine dell'universo, il numero delle particelle era determi-
98 I primi tre minuti

nato dalla condizione fondamentale dell'equilibrio termico: il


numero delle particelle doveva essere esattamente tale che in
ogni secondo ne andassero distrutte tante quante ne venivano
create. (Cioè: domanda pari all'offerta.) La frequenza con
cui ogni coppia data particella-antiparticella si annichilerà in
due fotoni è press'a poco uguale alla frequenza con cui ogni
coppia data di fotoni della stessa energia si trasformerà in una
tale coppia particella-antiparticella. La condizione dell'equili-
brio termico richiede perciò che il numero delle particelle di
ogni tipo, la cui temperatura di soglia sia inferiore alla tempe-
ratura effettiva, equivalga press'a poco al numero dei fotoni.
Se il numero delle particelle è inferiore a quello dei fotoni,
saranno create più rapidamente di quanto non vengano distrut-
te, e il loro numero salirà; se ci sono più particelle che fotoni,
saranno distrutte più rapidamente di quanto non vengano crea-
te, e il loro numero scenderà. Per esempio, a temperature su-
periori alla soglia di 6 miliardi di gradi il numero degli elet-
troni e dei positoni dev'essere stato press'a poco uguale al nu-
mero dei fotoni, e si può ritenere che in tali epoche l'universo
fosse composto prevalentemente da fotoni, elettroni e positoni,
non da soli fotoni.
A temperature superiori alla temperatura di soglia, una par-
ticella materiale si comporta in gran parte come un fotone. La
sua energia media è all'incirca uguale al prodotto della tempe-
ratura per la costante di Boltzmann; molto al di sopra della
temperatura di soglia la sua energia media è quindi nettamente
maggiore dell'energia contenuta nella massa della particella,
tanto che la massa può essere trascurata. In tali condizioni la
pressione e la densità di energia fornite da particelle materiali
di un determinato tipo sono direttamente proporzionali alla
quarta potenza della temperatura, esattamente come nel caso
di fotoni. Possiamo dunque pensare che l'universo, in ogni
tempo dato, fosse composto da una varietà di tipi di « radia-
zione », un tipo per ciascuna specie di particelle la cui tempe-
Ricetta per un universo caldo 99

ratura di soglia fosse al di sotto della temperatura cosmica a


quell'epoca. In particolare, la densità di energia dell'universo
in ogni tempo dato è proporzionale alla quarta potenza della
temperatura e al numero di specie di particelle la cui tempe-
ratura di soglia è inferiore alla temperatura cosmica in quel
tempo. Condizioni di questo genere, con temperature così ele-
vate che le coppie particella-antiparticella siano altrettanto co-
muni nell'equilibrio termico quanto i fotoni, non esistono in
alcun luogo dell'universo presente, se non forse all'interno di
stelle in esplosione. Abbiamo comunque abbastanza fiducia
nella nostra conoscenza della meccanica statistica per poter ela-
borare teorie sicure su ciò che dev'essere accaduto in condi-
zioni così esotiche come quelle vigenti all'inizio della storia
dell'universo.
Per fare un discorso preciso, dovremmo tenere presente che
+
un'antiparticella qual è il positone (e ) vale come una specie
a sé. Le particelle come i fotoni e gli elettroni esistono inoltre
in due stati di spin distinti, che dovrebbero essere considerati
specie separate. Infine, le particelle come l'elettrone (ma non il
fotone) obbediscono a una norma speciale, il « principio di
esclusione di Pauli », che vieta a due particelle di occupare il
medesimo stato; questa norma riduce notevolmente il loro con-
tributo alla densità di energia cosmica, abbassandolo di un
fattore di sette ottavi. (È il principio di esclusione di Pauli che
impedisce a tutti gli elettroni presenti in un atomo di scendere
nello stesso orbitale a più basso livello di energia; tale prin-
cipio è perciò responsabile della complessa struttura discreta
degli atomi rivelata nella tabella periodica degli elementi.) Il
numero efficace di specie per ciascun tipo di particella è elen-
cato insieme con le relative temperature di soglia nella tabella
a p. 172. La densità di energia dell'universo a una data tem-
peratura è proporzionale alla quarta potenza della temperatura
e al numero efficace di specie di particelle la cui temperatura
100 I primi tre minuti

di soglia è inferiore alla temperatura dell'universo in quel de-


terminato periodo.
Ci chiediamo ora quando l'universo si trovò a temperature
così elevate. Il ritmo di espansione dell'universo è governato
dall'equilibrio fra il campo gravitazionale e la quantità di moto
diretta verso l'esterno dei materiali componenti l'universo. Agli
inizi della storia dell'universo era la densità totale di energia
dei vari fotoni, elettroni, positoni, ecc. a fornire la sorgente
del campo gravitazionale dell'universo. Abbiamo già avuto o c -
casione di vedere che la densità di energia dell'universo dipen-
deva sostanzialmente dalla sola temperatura, sicché la tempera-
tura cosmica può essere usata come una sorta di orologio, in
cui invece del ticchettio è il raffreddamento a segnare il ritmo
dell'espansione. Per esprimerci con maggiore puntualità, si può
dimostrare che il tempo richiesto perché la densità di energia
dell'universo scenda da un valore a un altro è proporzionale
alla differenza dei reciproci delle radici quadrate delle densità
di energia. (Si veda la nota matematica 3, pp. 177 sgg.) Ma,
come abbiamo visto, la densità di energia è proporzionale alla
quarta potenza della temperatura e al numero di specie di
particelle con temperature di soglia inferiori alla temperatura
esistente nel momento considerato. Perciò, finché la tempera-
tura non passa per valori « di soglia », il tempo che l'universo
impiega a scendere da una temperatura a un'altra è proporzio-
nale alla differenza dei quadrati inversi di tali temperature. Per
esempio, se partiamo da una temperatura di 100 milioni di
gradi (molto inferiore alla temperatura di soglia per gli elettro-
ni) e troviamo che occorrono 0,06 anni (ovvero 22 giorni)
perché la temperatura scenda a 10 milioni di gradi, ci vorran-
no altri sei anni perché la temperatura scenda a un milione di
gradi, poi altri 6 0 0 anni perché scenda a 100 0 0 0 gradi, e così
via. Il tempo totale impiegato dall'universo per passare da 100
milioni di gradi a 3 0 0 0 °K (ossia al punto in cui i materiali
costitutivi dell'universo stavano appena cominciando a diven-
Figura 8. L'era dominata dalla radiazione. La temperatura dell'universo è rap-
presentata in funzione del tempo, per il periodo compreso fra la fine della nu-
cleosintesi e la ricombinazione di nuclei e di elettroni in atomi.

tare trasparenti alla radiazione) fu di 7 0 0 0 0 0 anni (cfr. fig.


8). Ovviamente, quando dico « anni » intendo un certo numero
di unità di tempo assolute, come, per esempio, un certo nume-
ro di periodi in cui un elettrone compie un'orbita attorno al
nucleo in un atomo di idrogeno. Ci stiamo occupando infatti
di un'era molto anteriore a quella in cui la Terra avrebbe co-
minciato le sue rivoluzioni attorno al Sole.
Se nei primissimi minuti della sua storia l'universo era effetti-
vamente composto da quantità di particelle e di antiparticelle
esattamente uguali, esse dovrebbero essersi annichilate tutte
quando la temperatura scese al di sotto di un miliardo di gradi
e in loro vece non dovrebbe essere rimasto altro che radia-
zione. Esistono buoni argomenti contro tale possibilità: fra
questi, il fatto che noi siamo qui! Perché dopo l'annichilazione
di particelle e antiparticelle restasse qualcosa in grado di dare
102 I primi tre minuti

origine alla materia dell'universo attuale, dev'esserci stato un


qualche eccesso di elettroni rispetto ai positoni, dei protoni ri-
spetto agli antiprotoni e dei neutroni rispetto agli antineutro-
ni. Finora, in questo capitolo, ho ignorato di proposito la
quantità relativamente esigua di questa materia residua. È una
buona approssimazione se vogliamo solo calcolare la densità
di energia o il ritmo d'espansione dell'universo nella primis-
sima fase della sua storia; abbiamo visto nel capitolo prece-
dente che la densità di energia delle particelle nucleari non
divenne comparabile alla densità di energia della radiazione
finché l'universo non si fu raffreddato fino a circa 4 0 0 0 ºK.
La piccola quantità di elettroni e di particelle nucleari residui,
che costituivano una sorta di condimento nella cottura del-
l'universo, merita un'attenzione speciale, dal momento che que-
sti tipi di particelle dominano il contenuto del nostro universo
attuale e, in particolare, sono i principali elementi costitutivi
dell'autore e del lettore.
N o n appena ammessa la possibilità di una prevalenza della
materia sull'antimateria nei primissimi minuti, ci troviamo di
fronte al problema di compilare una lista dettagliata degli in-
gredienti del protouniverso. Sull'elenco pubblicato semestral-
mente dal Lawrence Berkeley Laboratory figurano, letteral-
mente, centinaia di cosiddette particelle « elementari ». D o -
vremo forse specificare le quantità precise di ciascuno di questi
tipi di particelle? E perché fermarci alle particelle elementari:
dovremo indicare anche il numero dei diversi tipi di atomi, di
molecole, sale e pepe? In questo caso, nulla ci vieterebbe di
concludere che l'universo è troppo complicato e troppo arbitra-
rio perché valga la pena di cercare di capirlo.
Per fortuna l'universo non è poi tanto complicato. Per ve-
dere come sia possibile scrivere una ricetta in funzione dei
suoi ingredienti, occorre riflettere ancora un po' su ciò che si
intende per condizione di equilibrio termico. Ho già sottoli-
neato l'importanza del fatto che l'universo sia passato per uno
Ricetta per un universo caldo 103

stato di equilibrio termico: proprio questa circostanza ci con-


sente di parlare con tanta sicurezza dei contenuti dell'universo
in ogni tempo dato. La discussione sin qui condotta in questo
capitolo è consistita praticamente nell'applicazione di una serie
di proprietà note della materia e della radiazione in condizioni
di equilibrio termico.
Quando urti meccanici o altri processi portano un sistema
fisico a uno stato di equilibrio termico, esistono sempre alcune
quantità i cui valori non cambiano. Una di queste « quantità
che si conservano » è l'energia totale; gli urti, pur potendo
trasferire energia da una particella a un'altra, non modifi-
cano mai l'energia totale delle particelle coinvolte nella colli-
sione. Per ciascuna di tali leggi di conservazione esiste una
quantità che dev'essere specificata prima che si possano ela-
borare le proprietà di un sistema in equilibrio termico: è chiaro
che se una qualche quantità non muta quando un sistema si
approssima all'equilibrio termico, il suo valore non può essere
dedotto dalle condizioni dell'equilibrio ma dev'essere specifi-
cato in anticipo. La caratteristica veramente notevole di un
sistema in equilibrio termico è che tutte le sue proprietà sono
determinate univocamente una volta specificati i valori delle
quantità che si conservano. Poiché l'universo è passato attra-
verso uno stato di equilibrio termico, per dare una ricetta
completa estesa a tutti gli ingredienti dell'universo in epoca
primordiale è sufficiente sapere quali fossero le quantità fisiche
che si conservarono nel corso dell'espansione dell'universo e
quali fossero i valori di queste quantità.
Di solito usiamo la temperatura come surrogato per specifi-
care il contenuto totale di energia di un sistema in equilibrio
termico. Per il tipo di sistema che siamo venuti considerando
per lo più finora, cioè un sistema composto unicamente di ra-
diazione e numeri uguali di particelle e antiparticelle, la tem-
peratura è tutto ciò che si richiede per poter elaborare le pro-
prietà di equilibrio del sistema. In generale, però, ci sono altre
104 I primi tre minuti

quantità che si conservano oltre all'energia, ed è necessario


specificare la densità di ciascuna di esse.
Per esempio, in un bicchiere d'acqua alla temperatura am-
biente avvengono costantemente reazioni nelle quali una mo-
lecola d'acqua si scompone in un ione idrogeno (un semplice
protone, il nucleo dell'idrogeno privato dell'elettrone) e un ione
ossidrile (un atomo di ossigeno legato a un atomo di idrogeno,
con un elettrone in eccesso), o in cui ioni idrogeno e ossidrile
si riuniscono a formare molecole d'acqua. Si noti che in cia-
scuna di tali reazioni la scomparsa di una molecola d'acqua si
accompagna all'apparizione di un ione idrogeno, e viceversa,
mentre ioni idrogeno e ioni ossidrile appaiono o scompaiono
sempre insieme. Le quantità conservate sono pertanto il nu-
mero totale delle molecole d'acqua più. il numero di ioni idro-
geno, e il numero di ioni idrogeno meno il numero di ioni os-
sidrile. (Ovviamente ci sono anche altre quantità che si conser-
vano, come il numero totale di molecole d'acqua più ioni os-
sidrile, ma in questi casi si tratta di semplici combinazioni del-
le due quantità fondamentali che si conservano.) Le proprietà
del nostro bicchiere d'acqua possono essere determinate com-
pletamente se specifichiamo che la temperatura è di 300 ºK
(temperatura ambiente nella scala Kelvin), che la densità delle
22
molecole d'acqua più ioni idrogeno è di 3,3 x 10 molecole
o ioni per centimetro cubico (equivalente, press'a poco, alla
densità dell'acqua secondo la pressione vigente al livello del
mare) e che la densità degli ioni idrogeno meno gli ioni ossi-
drile è zero (corrispondente a carica netta nulla). In queste
condizioni, per esempio, risulta che esiste un ione idrogeno
8
ogni 500 milioni (5 x 10 ) circa di molecole d'acqua. Si osser-
vi che non siamo tenuti a specificare questo valore nella no-
stra ricetta per un bicchiere d'acqua; deduciamo infatti la pro-
porzione degli ioni idrogeno dalle norme per l'equilibrio ter-
mico. D'altra parte, non possiamo dedurre le densità delle
Ricetta per un universo caldo 105

quantità che si conservano dalle condizioni per l'equilibrio ter-


mico - per esempio, possiamo rendere la densità delle molecole
d'acqua più ioni idrogeno un po' maggiore o minore di 3,3 x
22
X 10 molecole per centimetro cubico aumentando o diminuen-
do la pressione -; perciò dobbiamo specificare tali densità al
fine di appurare che cosa c'è nel nostro bicchiere.
Questo esempio ci aiuta anche a intendere le variazioni di
significato delle cosiddette quantità « che si conservano ». P o -
niamo che la nostra acqua si trovi a una temperatura di mi-
lioni di gradi, come all'interno di una stella: allora per le m o -
lecole o gli ioni è facilissimo dissociarsi, e per gli atomi costi-
tutivi è facilissimo perdere i propri elettroni. Le quantità che
si conservano sono allora i numeri di elettroni e di nuclei di
ossigeno e idrogeno. La densità delle molecole d'acqua più gli
ioni ossidrile in queste condizioni dev'essere calcolata dai
princìpi della meccanica statistica anziché specificata in anti-
cipo; ovviamente risulta molto piccola. (All'inferno le palle
di neve sono rare.) Di fatto, in tali condizioni si verificano
reazioni nucleari; neppure il numero dei nuclei di ciascuna
specie è quindi fissato in assoluto ma varia lentamente, tanto
che una stella può essere considerata un corpo in evoluzione
graduale da uno stato di equilibrio a un altro.
Infine, alle temperature di svariati miliardi di gradi in cui
ci imbattiamo agli inizi dell'universo, anche i nuclei atomici
si dissociano rapidamente nei loro componenti, protoni e neu-
troni. Le reazioni hanno luogo con tale celerità che materia
e antimateria possono facilmente venir create dall'energia pura
o tornare ad annichilarsi. In simili condizioni le quantità che
si conservano non sono i numeri di particelle di alcun genere
specifico. Piuttosto, le leggi di conservazione si riducono in
questi casi a quel piccolo numero di quantità che ci risultano
essere rispettate in tutte le condizioni possibili. Si ritiene che
siano solo tre le quantità che si conservano di cui è necessario
106 I primi tre minuti

specificare la densità nella nostra ricetta per l'universo primor-


diale:

1) La carica elettrica. Possiamo creare o distruggere coppie di


particelle con carica elettrica uguale e opposta, ma la carica
elettrica netta non cambia mai. (Possiamo essere certi della
validità di questa legge della conservazione più di qualsiasi
altra, perché se la carica non si conservasse la teoria accettata
di Maxwell sull'elettricità e il magnetismo non avrebbe senso.)
2) Il numero barionico. « Barione » è un termine generico
che include le particelle nucleari, protoni e neutroni, oltre a
particelle instabili un po' più pesanti note come iperoni. Ba-
rioni e antibarioni possono essere creati o distrutti a coppie; i
barioni possono, anche, decadere e trasformarsi in altri barioni,
come nel « decadimento beta » di un nucleo radioattivo, in
cui un neutrone si trasforma in un protone, o viceversa. Tut-
tavia, il numero totale dei barioni meno il numero di antiba-
rioni (antiprotoni, antineutroni, antiiperoni) non cambia mai.
Attribuiamo perciò un « numero barionico » di +1 al protone,
al neutrone e all'iperone, e un « numero barionico » di - 1
alle corrispondenti antiparticelle; la norma è allora che il nu-
mero barionico totale non muti mai. Il numero barionico sem-
bra non avere alcun significato dinamico, come può averlo la
carica; a quel che ci è dato sapere, non esiste nulla di parago-
nabile a un campo elettrico o magnetico prodotto dal numero
barionico. Il numero barionico è una sorta di espediente am-
ministrativo, che serve solo alla « contabilità » ; il suo unico
significato risiede nel fatto che si conserva.
3) Il numero leptonico. I « leptoni » sono le particelle leg-
gere di carica negativa, l'elettrone e il muone, più una parti-
cella elettricamente neutra di massa zero chiamata neutrino, e
inoltre le rispettive antiparticelle, il positone, l'antimuone e
l'antineutrino. Nonostante la massa zero e la carica nulla, neu-
trini e antineutrini non sono più fittizi dei fotoni; essi traspor-
Ricetta per un universo caldo 107

tano energia e quantità di moto come ogni altra particella. La


conservazione del numero leptonico è un altro espediente che
ha senso solo dal punto di vista della « contabilità »: il numero
totale dei leptoni meno il numero totale degli antileptoni non
cambia mai. (Nel 1962 esperimenti condotti con fasci di neu-
trini rivelarono l'esistenza di almeno due tipi di neutrino, un
« tipo elettronico » e un « tipo muonico », e due tipi di numero
leptonico: il numero leptonico elettronico è il numero totale
di elettroni più neutrini di tipo elettronico meno il numero del-
le loro antiparticelle, mentre il numero leptonico muonico è
il numero totale di muoni più neutrini di tipo muonico meno
il numero delle loro antiparticelle. Pare che entrambi i numeri
si conservino in assoluto, ma la cosa non è del tutto certa.)

Un buon esempio del funzionamento di queste norme è for-


nito dal decadimento radioattivo di un neutrone n in un pro-
tone p, un elettrone e- e un antineutrino (del tipo elettronico)
v . I valori di carica, il numero barionico e il numero leptonico
e

di ciascuna particella sono i seguenti:

Il lettore può verificare agevolmente che la somma dei valori


di ogni quantità che si conserva per le particelle nello stato
finale è uguale al valore per la medesima quantità nel neutrone
iniziale. È questo che intendiamo quando diciamo che tali
quantità si conservano. Le leggi di conservazione sono lungi
dall'essere vuote di contenuto: poiché ci dicono che numerose
reazioni (tra cui il processo proibito di decadimento con de-
108 I primi tre minuti

composizione di un neutrone in un protone, un elettrone e più


di un antineutrino) non hanno luogo.
Per completare la nostra ricetta valida per i contenuti del-
l'universo in ogni tempo dato, dobbiamo dunque specificare,
oltre alla temperatura in quel particolare momento, la carica,
il numero barionico e il numero leptonico per unità di volume.
Le leggi di conservazione ci assicurano che in ogni volume in
espansione con l'universo i valori di queste quantità riman-
gono costanti. Pertanto la carica, il numero barionico e il nu-
mero leptonico per unità di volume variano in proporzione
inversa al cubo delle dimensioni dell'universo. Ma anche il nu-
mero dei fotoni per volume unitario è inversamente proporzio-
nale al cubo delle dimensioni dell'universo. (Nel capitolo III
abbiamo visto che il numero dei fotoni per volume unitario è
proporzionale al cubo della temperatura, mentre, come si è
osservato all'inizio di questo capitolo, la temperatura varia in
ragione inversa alle dimensioni dell'universo.) Perciò la carica,
il numero barionico e il numero leptonico per fotone rimangono
costanti e la nostra ricetta può essere definita una volta per
tutte specificando i valori delle quantità che si conservano come
un rapporto al numero di fotoni.
(A rigore, la quantità che varia in ragione inversa al cubo
delle dimensioni dell'universo non è il numero dei fotoni per
volume unitario, bensì l'entropia per volume unitario. L'entro-
pia è una quantità fondamentale della meccanica statistica,
connessa al grado di disordine di un sistema fisico. Prescindendo
da un fattore numerico convenzionale, l'entropia è data con
approssimazione abbastanza buona dal numero totale delle
particelle in equilibrio termico, laddove per particelle intendia-
mo tanto le particelle materiali quanto i fotoni, attribuendo
alle varie specie di particelle l'incidenza indicata nella tabella
a p. 172. Le costanti che dovremmo usare in realtà per carat-
terizzare il nostro universo sono i rapporti della carica all'en-
tropia, del numero barionico all'entropia e del numero lepto-
Ricetta per un universo caldo 109

nico all'entropia. Anche a temperature elevatissime, però, il


numero di particelle materiali è al massimo dello stesso ordine
di grandezza del numero di fotoni, per cui non commetteremo
un grave errore se useremo come termine di confronto il nu-
mero dei fotoni anziché l'entropia.)
È facile stimare la carica cosmica per fotone. Per quel che
sappiamo, la densità media della carica elettrica nell'universo
considerato nel suo complesso è zero. Se la Terra e il Sole
avessero un'eccedenza di cariche positive rispetto a quelle ne-
gative (o viceversa) di solo una parte su un milione di milioni
36
di milioni di milioni di milioni di milioni (10 ), la repulsione
elettrica fra loro sarebbe maggiore della loro attrazione gra-
vitazionale. Se l'universo fosse finito e chiuso, potremmo addi-
rittura elevare questa osservazione al rango di teorema: la ca-
rica netta dell'universo dev'essere nulla, poiché altrimenti le
linee di forza elettriche cingerebbero all'esterno l'universo, for-
mando un campo elettrico infinito. Ma sia l'universo aperto o
chiuso, non si corre comunque il rischio di sbagliare dicendo
che la carica elettrica cosmica per fotone è trascurabile.
Anche il numero barionico per fotone è facile da stimarsi.
Gli unici barioni stabili sono le particelle nucleari, il protone
e il neutrone, e le loro antiparticelle, l'antiprotone e l'antineu-
trone. (Il neutrone libero è in effetti instabile, avendo una
vita media di 15,3 minuti, ma le forze nucleari rendono il
neutrone assolutamente stabile nei nuclei atomici di materia
comune.) Inoltre, a quanto ci consta, nell'universo non esiste
una quantità apprezzabile di antimateria. (Su questo punto
torneremo più diffusamente in seguito.) Perciò il numero ba-
rionico di qualsiasi parte dell'universo attuale è essenzialmente
uguale al numero delle particelle nucleari. Nel capitolo III ab-
biamo osservato che nella radiazione di fondo a microonde
c'è attualmente una particella nucleare ogni miliardo circa di
fotoni (la cifra esatta è incerta), cosicché il numero barionico
9
per fotone è di circa un miliardesimo ( 1 0 - ) .
110 I primi tre minuti

Si tratta di una conclusione veramente notevole. Per coglier-


ne le implicazioni, consideriamo un tempo passato in cui la
13
temperatura superava i dieci bilioni di gradi ( 1 0 °K), la tem-
peratura di soglia per neutroni e protoni. A quell'epoca l'uni-
verso doveva contenere una grande abbondanza di particelle
e antiparticelle, press'a poco in rapporto di parità con i fotoni.
Ma il numero barionico è la differenza fra il numero delle
particelle nucleari e il numero delle rispettive antiparticelle. Se
questa differenza fosse stata un miliardo di volte minore del
numero dei fotoni, e quindi anche un miliardo di volte circa
minore del numero totale di particelle nucleari, allora il nu-
mero delle particelle nucleari sarebbe risultato superiore al
numero delle antiparticelle di solo un miliardesimo. In questa
prospettiva, quando l'universo si raffreddò scendendo al di
sotto della temperatura di soglia per particelle nucleari, tutte
le antiparticelle si annichilarono con le corrispondenti parti-
celle; non rimase che quel minimo eccesso di particelle, un
residuo che si sarebbe infine trasformato nel mondo che cono-
sciamo oggi.
La comparsa, nel campo della cosmologia, di un numero
così piccolo come uno su un miliardo ha indotto alcuni teo-
rici a supporre che il numero reale debba essere zero, ossia
che l'universo contenga in realtà quantità uguali di materia e di
antimateria. Il fatto che il numero barionico per fotone sembri
essere uno su un miliardo andrebbe allora spiegato supponendo
che, in qualche momento prima che la temperatura cosmica
calasse al di sotto della temperatura di soglia per particelle nu-
cleari, si sia realizzata una separazione dell'universo in diversi
settori, alcuni dei quali con una limitata eccedenza (di poche
unità su un miliardo) di materia sull'antimateria, e altri con una
limitata eccedenza di antimateria sulla materia. Una volta ca-
lata la temperatura e annichilate tutte le possibili coppie parti-
cella-antiparticella, sarebbe rimasto un universo formato da zo-
ne di materia allo stato puro e da zone di antimateria a sua
Ricetta per un universo caldo 111

volta allo stato puro. Il difetto di questa teoria è che nessuno


ha rilevato segni di quantità apprezzabili di antimateria in nes-
suna regione dell'universo. I raggi cosmici che penetrano negli
strati superiori dell'atmosfera del nostro pianeta provengono
in parte, si ritiene, da aree molto lontane della nostra galassia,
in parte - forse - anche dall'esterno della nostra galassia. I
raggi cosmici sono formati in grandissima prevalenza da ma-
teria, non da antimateria: in realtà nessuno, finora, ha osser-
vato un antiprotone o un antineutrone nei raggi cosmici. N o n
osserviamo, inoltre, i fotoni che dovrebbero essere prodotti dal-
l'annichilazione di materia e antimateria su scala cosmica.
Un'altra possibilità è che la densità di fotoni (o, più propria-
mente, di entropia) non sia rimasta inversamente proporziona-
le al cubo delle dimensioni dell'universo. Una simile possibi-
lità potrebbe verificarsi se ci fosse una sorta di allontanamento
dall'equilibrio termico, una sorta di attrito o viscosità che
potrebbe aver riscaldato l'universo e prodotto fotoni in eccesso.
In questo caso il numero barionico per fotone potrebbe essere
cominciato a un qualche valore ragionevole, per esempio in-
torno a uno, per poi calare fino al presente valore, molto bas-
so, man mano che veniva prodotta una quantità sempre mag-
giore di fotoni. Senonché nessuno è stato in grado di prospet-
tare un meccanismo dettagliato per la produzione di questi fo-
toni in eccesso. Qualche anno fa tentai di escogitare io un
tale meccanismo, ma senza successo.
Nelle pagine che seguono ignorerò tutte queste possibilità
« non standard », supponendo semplicemente che il numero ba-
rionico per fotone sia quello che sembra essere: circa uno su
un miliardo.
Che dire della densità del numero leptonico nell'universo?
Il fatto che l'universo non abbia una carica elettrica ci dice
subito che oggi c'è precisamente un elettrone di carica negativa
per ogni protone di carica positiva. Dato che circa l'87 per
cento delle particelle nucleari attualmente presenti nell'univer-
112 I primi tre minuti

so sono protoni, il numero degli elettroni è prossimo al nu-


mero totale delle particelle nucleari. Se gli elettroni fossero gli
unici leptoni presenti nell'universo attuale, potremmo conclu-
dere immediatamente che il numero leptonico per fotone cor-
risponde press'a poco al numero barionico per fotone.
Oltre all'elettrone e al positone esiste però un altro tipo di
particella stabile che ha un numero leptonico diverso da zero.
Il neutrino e la sua antiparticella, l'antineutrino, sono parti-
celle prive di massa, elettricamente neutre, come il fotone, ma
con numero leptonico pari rispettivamente a +1 e - 1 . Così,
al fine di determinare la densità del numero leptonico dell'uni-
verso attuale, dobbiamo sapere qualcosa sulle popolazioni di
neutrini e antineutrini.
Si tratta purtroppo di informazioni estremamente difficili da
acquisire. Il neutrino è simile all'elettrone nel senso che non è
soggetto in misura sensibile all'intensa forza nucleare che trat-
tiene protoni e neutroni all'interno del nucleo atomico. (Userò
talvolta il termine « neutrino » anche riferendomi alla sua an-
tiparticella, l'antineutrino.) A differenza dell'elettrone, tuttavia,
il neutrino, essendo elettricamente neutro, non è sensibile nep-
pure a forze elettriche o magnetiche come quelle che tratten-
gono all'interno dell'atomo gli elettroni. In effetti i neutrini non
danno risposte sensibili ad alcun genere di forza. Rispondono,
come qualsiasi altra cosa nell'universo, alla forza gravitazio-
nale, e sono anch'essi sensibili alla debole forza che è respon-
sabile di processi radioattivi come il decadimento del neutrone
menzionato in precedenza (p. 107), ma queste forze producono
solo un'interazione minima con la materia comune. L'esempio
che viene di solito citato per dimostrare quanto sia debole l'in-
terazione dei neutrini è che, se volessimo avere una possibilità
apprezzabile di arrestare o diffondere un neutrino dato, pro-
dotto in qualche processo radioattivo, dovremmo collocare sul-
la sua traiettoria vari anni-luce di piombo. Il Sole irraggia con-
tinuamente neutrini, i quali si producono quando i protoni si
Ricetta per un universo caldo 113

trasformano in neutroni durante le reazioni nucleari che hanno


luogo nel suo interno; questi neutrini calano su di noi di gior-
no con la luce del Sole e salgono verso l'alto di notte, quando
il Sole illumina l'altro emisfero della Terra, perché la Terra
è per essi del tutto trasparente. L'esistenza dei neutrini fu ipo-
tizzata da Wolfgang Pauli molto tempo prima che venissero
osservati, come mezzo per spiegare l'equilibrio energetico in
un processo come il decadimento del neutrone. Soltanto verso
la fine degli anni cinquanta è stato possibile scoprire diretta-
mente neutrini o antineutrini, producendone in reattori nu-
cleari o in acceleratori di particelle quantità così elevate che
alcune centinaia di essi vengono oggi arrestati all'interno del-
le apparecchiature destinate al loro rilevamento.
Data questa straordinaria debolezza di interazione, è facile
capire come quantità enormi di neutrini e antineutrini possano
riempire l'universo attorno a noi senza che noi abbiamo alcun
indizio della loro presenza. È possibile fissare un limite supe-
riore abbastanza basso al numero di neutrini e antineutrini: se
queste particelle fossero troppo numerose, inciderebbero, sia
pure in lieve misura, su certi processi di decadimento nucleare
deboli, e inoltre l'espansione cosmica andrebbe rallentando con
maggiore rapidità di quanto non si osservi in concreto. Questi
limiti superiori non escludono però la possibilità che ci siano
altrettanti neutrini e / o antineutrini quanti sono i fotoni, e con
energie simili.
Nonostante queste osservazioni, i cosmologi suppongono so-
litamente che il numero leptonico (il numero di elettroni, muo-
ni e neutrini, meno il numero delle corrispondenti antiparti-
celle) per fotone sia piccolo, molto inferiore all'unità. Questa
conclusione viene raggiunta su basi puramente analogiche: il
numero barionico per fotone è piccolo; perché dunque non do-
vrebbe essere piccolo anche il numero leptonico per fotone?
Fra gli assunti che rientrano nel quadro del « modello stan-
dard », questo è uno dei meno certi, ma fortunatamente, anche
114 I primi tre minuti

se fosse sbagliato, il quadro generale che ne deriviamo ver-


rebbe modificato solo nei particolari.
È ovvio che quando la temperatura dell'universo superava
la temperatura di soglia per elettroni ci fossero grandi quantità
di leptoni e di antileptoni, press'a poco altrettanti elettroni e
positoni quanti erano i fotoni. In queste condizioni, inoltre,
l'universo era così caldo e denso che anche particelle fantasma
come i neutrini raggiungevano l'equilibrio termico; conseguen-
temente, anche i neutrini e gli antineutrini dovevano essere in
numero simile a quello dei fotoni. Nel modello standard si
suppone che il numero leptonico, ossia la differenza numerica
fra leptoni e antileptoni, sia e fosse molto minore del numero
dei fotoni. Può darsi che ci fosse un lieve eccesso dei leptoni
sugli antileptoni, analogo al lieve eccesso dei barioni sugli anti-
barioni di cui abbiamo parlato in precedenza, e che tale eccesso
sia sopravvissuto fino al nostro tempo. Si aggiunga che neu-
trini e antineutrini interagiscono così debolmente che un gran
numero di essi potrebbe essere sfuggito all'annichilazione; in
tal caso esisterebbero oggi quantità press'a poco simili di neu-
trini e antineutrini, paragonabili al numero dei fotoni. Nel pros-
simo capitolo vedremo che questa è di fatto l'opinione cor-
rente; sembra però che, almeno per il futuro prevedibile, non
ci sia alcuna possibilità di osservare l'enorme numero di neu-
trini e di antineutrini che si muovono attorno a noi.
Questa, in sintesi, la nostra ricetta riferita agli ingredienti
del protouniverso. Si prenda una carica elettrica per fotone
uguale a zero, un numero barionico per fotone uguale a uno
su un miliardo e un numero leptonico per fotone incerto ma
piccolo. Si mantenga la temperatura in ogni tempo dato supe-
riore alla temperatura di 3 °K dell'attuale fondo di radiazione
nel rapporto fra le dimensioni attuali dell'universo e quelle
corrispondenti al tempo considerato. Si mescoli vigorosamente,
in modo che le distribuzioni precise delle particelle di vario
tipo siano determinate dalle esigenze dell'equilibrio termico.
Ricetta per un universo caldo 115

Si ponga il tutto in un universo che si espande, con una velo-


cità di espansione regolata dal campo gravitazionale prodotto
da questo mezzo. D o p o un'attesa sufficientemente lunga, que-
sto intruglio dovrebbe trasformarsi nel nostro universo attuale.
V
I primi tre minuti

Ora siamo pronti a seguire l'evoluzione cosmica nel corso dei


primi tre minuti. Inizialmente gli eventi si susseguirono con
rapidità molto maggiore che non in seguito: non servirebbe a
nulla presentare immagini intervallate in modo uniforme, co-
me i fotogrammi di una comune pellicola. Adatterò invece la
velocità del nostro film alla progressiva diminuzione della tem-
peratura dell'universo, scattando un'immagine ogni volta che
la temperatura sarà calata di un fattore di circa tre.
Purtroppo il nostro film non può partire al tempo zero e in
corrispondenza di una temperatura infinita. Al di sopra di una
temperatura di soglia di millecinquecento miliardi di gradi Kel-
I2o
vin (1,5 X 1 0 K ) , l'universo conteneva un numero elevato di
particelle note come pioni, i quali pesano circa un settimo di
una particella nucleare. (Si veda la tabella a p. 172). A diffe-
renza degli elettroni, dei positoni, dei muoni e dei neutrini, i
pioni interagiscono energicamente fra loro e con le particelle
nucleari: di fatto proprio lo scambio continuo di pioni fra par-
ticelle nucleari è responsabile della massima parte della forza
di attrazione che assicura la coesione dei nuclei atomici. La
presenza di grandi quantità di tali particelle a interazione forte
rende estremamente difficile il calcolo del comportamento del-
la materia a temperature elevatissime; per evitare complessi pro-
blemi matematici inizierò pertanto il racconto, in questo ca-
I primi tre minuti 117

pitolo, un centesimo di secondo circa dopo l'inizio, quando la


temperatura è già scesa a soli cento miliardi di gradi Kelvin,
ossia ben al di sotto delle temperature di soglia per pioni,
muoni e tutte le particelle pesanti. Nel capitolo VII diremo
qualcosa a proposito di ciò che i fisici teorici pensano possa
essere avvenuto negli attimi più vicini all'inizio vero e proprio.
Precisato tutto ciò, facciamo partire il nostro film.

Primo fotogramma. La temperatura dell'universo è di 100 mi-


11 º
liardi di gradi Kelvin (10 K). L'universo è in questa fase più
semplice e facile da descrivere di quanto non sarà mai più in
seguito. È pieno di un miscuglio indifferenziato di materia e di
radiazione, e ciascuna particella entra rapidissimamente in urto
con altre particelle. Perciò, nonostante la rapida espansione,
l'universo si trova in uno stato di equilibrio termico pressoché
perfetto. I contenuti dell'universo sono quindi determinati dalle
norme della meccanica statistica e non dipendono affatto dagli
avvenimenti anteriori a questo primo fotogramma. Tutto quel
11
che ci occorre sapere è che la temperatura è di 10 °K e che
le quantità che si conservano - carica, numero barionico, nu-
mero leptonico - sono tutte essenzialmente nulle.
Abbondano le particelle le cui temperature di soglia sono
11
inferiori a 10 °K; si tratta dell'elettrone e della sua antiparti-
cella, il positene, e ovviamente delle particelle prive di massa:
il fotone, i neutrini e gli antineutrini. (Si veda ancora la tabella
a p. 172.) L'universo è così denso che anche i neutrini, i quali
potrebbero viaggiare per anni attraverso lastre di piombo senza
essere diffusi, sono mantenuti in equilibrio termodinamico con
gli elettroni, i positoni e i fotoni da rapide collisioni sia con
essi sia tra loro. (Ripeto che con il termine « neutrini » mi rife-
risco talvolta tanto ai neutrini quanto agli antineutrini.)
11 º
Un'altra grossa semplificazione: la temperatura di 10 K è
molto al di sopra della temperatura di soglia per elettroni e
positoni. Ne deriva che queste particelle, al pari dei fotoni e
118 I primi tre minuti

dei neutrini, si stanno comportando esattamente come altret-


tanti tipi di radiazione. Qual è la densità di energia di questi
vari tipi di radiazione? Secondo la tabella a p. 172, elettroni e
positoni forniscono congiuntamente una quantità di energia
pari a 7 / 4 di quella dei fotoni, e neutrini e antineutrini for-
niscono una quantità di energia pari a quella di elettroni e po-
sitoni, cosicché la densità di energia totale è maggiore della
densità di energia per la radiazione elettromagnetica pura a
questa temperatura di un fattore

La legge di Stefan-Boltzmann (cfr. capitolo III) indica la den-


sità di energia della radiazione elettromagnetica a una tempe-
11 º 44
ratura di 10 K in 4,72 x 10 elettronvolt per litro; la densità
totale di energia dell'universo a questa temperatura era quindi
44
9 / 2 volte maggiore: 21 X 1 0 elettronvolt per litro. Questo va-
lore è equivalente a una densità di massa di 3,8 miliardi di chi-
logrammi per litro, ovvero a 3,8 miliardi di volte la densità
dell'acqua in condizioni normali sulla Terra. (Quando parlo
di una determinata energia come equivalente a una determi-
nata massa, intendo ovviamente che tale è l'energia che verrebbe
2
liberata secondo la formula di Einstein E=mc se la massa fos-
se convertita per intero in energia.) Se il monte Everest fosse
fatto di materia così densa, la sua attrazione gravitazionale di-
struggerebbe la Terra.
L'universo quale lo vediamo nel primo fotogramma è in
fase di rapida espansione e rapido raffreddamento. La sua ra-
pidità di espansione è regolata dalla condizione che ogni parte
dell'universo sta muovendosi a velocità di fuga da ogni centro
scelto a piacere. Alla densità enorme del primo fotogramma,
la velocità di fuga è corrispondentemente alta: il tempo carat-
teristico per l'espansione dell'universo è di circa 0,02 secondi.
(Si veda la nota matematica 3, pp. 177 sgg. Il « tempo d'espan-
I primi tre minuti 119

sione caratteristico » può essere definito approssimativamente


come il periodo di tempo in cui le dimensioni dell'universo
aumenterebbero dell'1 per cento moltiplicato per 100. Per
essere più precisi, il tempo d'espansione caratteristico è in
qualsiasi momento il reciproco della « costante » di Hubble in
quel particolare momento. Come abbiamo osservato nel capi-
tolo II, l'età dell'universo è sempre inferiore al tempo d'espan-
sione caratteristico perché l'espansione viene rallentata conti-
nuamente dall'azione delle forze gravitazionali.)
All'epoca corrispondente al primo fotogramma esisteva un
numero modesto di particelle nucleari, press'a poco un proto-
ne o neutrone per ogni miliardo di fotoni o elettroni o neutri-
ni. Al fine di « predire » le quantità di elementi chimici forma-
tisi nel protouniverso, avremo bisogno di conoscere anche le
proporzioni relative di protoni e neutroni. Il neutrone è più
pesante del protone, la differenza di massa fra loro essendo
equivalente a un'energia di 1,293 milioni di elettronvolt. La
energia caratteristica degli elettroni, positoni, ecc. a una tempe-
11
ratura di 10 °K è però molto maggiore, aggirandosi sui 10
milioni di elettronvolt (la costante di Boltzmann moltiplicata
per la temperatura). Così gli urti di neutroni o protoni con i
molto più numerosi elettroni, positoni, ecc. produrranno rapi-
de transizioni di protoni a neutroni e viceversa. Le reazioni
più importanti sono

antineutrino + protone -> positone + neutrone (e viceversa)


neutrino + neutrone -> elettrone + protone (e viceversa).

Secondo il nostro assunto, che il numero leptonico netto e


la carica netta per fotone siano molto piccoli, il numero di neu-
trini e antineutrini e il numero di positoni ed elettroni dovreb-
bero essere quasi esattamente uguali, per cui le transizioni da
protone a neutrone dovrebbero essere altrettanto veloci quan-
to le transizioni da neutrone a protone. (Il decadimento radio-
attivo del neutrone può essere qui ignorato, in quanto impiega
120 I primi tre minuti

circa 15 minuti e noi stiamo operando a una scala di cente-


simi di secondo.) L'equilibrio termico richiede pertanto che
nel primo fotogramma il numero dei protoni sia pressoché
uguale a quello dei neutroni. Queste particelle nucleari non
erano ancora legate a nuclei; poiché l'energia che si richiede
per spezzare un nucleo tipico, energia compresa fra sei e
otto milioni di elettronvolt, è molto minore delle energie
11
termiche caratteristiche a 10 °K, i nuclei complessi vanno
distrutti non appena si formano.
Viene spontaneo chiedersi quali fossero le dimensioni del-
l'universo in un'epoca così prossima all'inizio della sua espan-
sione. Purtroppo non lo sappiamo, e non siamo neppure certi
che questa domanda abbia un significato. Come abbiamo visto
nel capitolo II, l'universo potrebbe oggi essere infinito; in tal
caso era infinito già all'epoca del primo fotogramma, e sarà
sempre infinito. È possibile peraltro che l'universo abbia oggi
una circonferenza finita, stimata da alcuni autori in circa
125 miliardi di anni-luce. (La circonferenza è la distanza che
si deve percorrere in linea retta prima di ritrovarsi al punto
di partenza. Questa stima si fonda sul valore attuale della co-
stante di Hubble, nella supposizione che la densità dell'universo
sia press'a poco doppia del suo valore « critico ».) Poiché la
temperatura dell'universo diminuisce in ragione inversa all'au-
mentare delle sue dimensioni, la circonferenza dell'universo
all'epoca del primo fotogramma era minore dell'attuale di quan-
to la temperatura attuale (3 °K) è minore della temperatura
11
di allora (10 °K); otteniamo così per la circonferenza relativa
al primo fotogramma un valore di circa quattro anni-luce. Nes-
sun dettaglio della storia dell'evoluzione cosmica nei primissimi
minuti risentirebbe del fatto che la circonferenza dell'universo
fosse infinita piuttosto che di solo pochi anni-luce.

Secondo fotogramma. La temperatura dell'universo è ora di


10
30 miliardi di gradi Kelvin (3 x 1 0 °K). Dal primo fotogram-
I primi tre minuti 121

ma sono trascorsi 0,11 secondi. Non c'è stato alcun muta-


mento qualitativo: il contenuto dell'universo continua a essere do-
minato da elettroni, positoni, neutrini, antineutrini e fotoni, tutti
in equilibrio termico, e tutti molto al di sopra delle loro
temperature di soglia. La densità di energia, perciò, è calata
semplicemente in ragione della quarta potenza della tempera-
tura, ed è ora pari a 30 milioni di volte circa la densità di
energia contenuta nella massa di quiete della comune acqua.
La rapidità dell'espansione è diminuita in ragione del quadrato
della temperatura, sicché il tempo di espansione caratteristico
dell'universo si è ora allungato a circa 0,2 secondi. Le poche
particelle nucleari esistenti non sono ancora legate a formare
nuclei, ma col calare della temperatura è ora significativamen-
te più semplice per i neutroni trasformarsi nei più leggeri pro-
toni, che non viceversa. Il rapporto fra le particelle nucleari si
è conseguentemente spostato fino a dare il 38 per cento di
neutroni e il 62 per cento di protoni.

Terzo fotogramma. La temperatura dell'universo è ora di 10


10
miliardi di gradi Kelvin ( 1 0 °K). Dal primo fotogramma sono
trascorsi 1,09 secondi. A questo punto la diminuzione della
densità e della temperatura ha determinato un aumento del
tempo libero medio dei neutrini e degli antineutrini; essi co-
minciano a comportarsi come particelle libere, non più in
equilibrio termico con gli elettroni, positoni o fotoni. D'ora in
poi cesseranno di svolgere un ruolo attivo nella nostra storia,
se non per il fatto che la loro energia continuerà a contribuire
in parte al campo gravitazionale dell'universo. N o n ci sono
mutamenti di rilievo quando i neutrini escono dall'equilibrio
termico. (Prima di questo « disaccoppiamento » le lunghezze
d'onda tipiche dei neutrini erano inversamente proporzionali
alla temperatura e, poiché la temperatura stava calando in ra-
gione inversa alle dimensioni dell'universo, le lunghezze d'on-
da dei neutrini stavano aumentando in proporzione diretta
122 I primi tre minuti

alle dimensioni dell'universo. Dopo il disaccoppiamento dei


neutrini, questi si espanderanno liberamente, ma il generale
spostamento verso il rosso aumenterà le loro lunghezze d'onda
in proporzione diretta alle dimensioni dell'universo. Ciò dimo-
stra, incidentalmente, che non è molto importante determinare
l'istante preciso del disaccoppiamento dei neutrini, ciò che ri-
sulta anche difficile perché dipende da particolari della teoria
delle interazioni dei neutrini che non sono ancora completa-
mente definiti.)
La densità totale di energia è minore di quella che abbia-
mo indicato nell'ultimo fotogramma in ragione della quarta
potenza del rapporto fra le temperature, equivalendo adesso a
una densità di massa 3 8 0 0 0 0 volte maggiore di quella dell'ac-
qua. Il tempo d'espansione caratteristico dell'universo è corri-
spondentemente aumentato a circa due secondi. La temperatu-
ra è ora non più che doppia rispetto alla temperatura di so-
glia degli elettroni e dei positoni, per cui essi stanno appena
cominciando ad annichilarsi più rapidamente di quanto non
siano ricreati dalla radiazione.
La temperatura è ancora troppo alta perché neutroni e pro-
toni possano restare legati in nuclei atomici per spazi di tempo
apprezzabili. La diminuzione della temperatura ha determinato
lo spostamento del rapporto protoni-neutroni portando a un
24 per cento di neutroni e a un 76 per cento di protoni.

Quarto fotogramma. La temperatura dell'universo è scesa a


9 º
3 miliardi di gradi Kelvin (3 x 10 K ) . Dal primo fotogramma
sono trascorsi 13,82 secondi. Ci troviamo ora al di sotto della
temperatura di soglia per elettroni e positoni, che cominciano
così a sparire rapidamente come componenti principali dell'uni-
verso. L'energia liberata nella loro annichilazione ha rallentato
il ritmo con cui l'universo si va raffreddando, cosicché i neu-
trini, che non ricevono alcuna frazione di questo calore extra,
sono ora più freddi per l'8 per cento rispetto a elettroni, posi-
I primi tre minuti 123

toni e fotoni. D'ora in avanti, quando parleremo di tempera-


tura dell'universo ci riferiremo alla temperatura dei fotoni.
Con la rapida scomparsa di elettroni e positoni adesso in corso,
la densità di energia dell'universo è un po' minore di quanto
sarebbe se stesse diminuendo semplicemente in ragione della
quarta potenza della temperatura.
La temperatura dell'universo è a questo punto fredda quanto
basta per consentire la formazione di vari nuclei stabili, come
4
quello dell'elio (He ), ma ciò non accade immediatamente. La
ragione va ricercata nel fatto che l'universo sta ancora espan-
dendosi così rapidamente che i nuclei possono formarsi solo in
una serie di reazioni veloci fra due particelle. Per esempio, un
protone e un neutrone possono formare un nucleo di idrogeno
pesante, o deuterio (l'energia e la quantità di moto in eccesso
vengono trasportate via da un fotone). Il nucleo di deuterio
può poi entrare in collisione con un protone o con un neutro-
3
ne, formando o un nucleo dell'isotopo leggero dell'elio (He ),
consistente in due protoni e un neutrone, o l'isotopo più pe-
3
sante dell'idrogeno, denominato tritio (H ), consistente in un
protone e due neutroni. Infine, l'elio 3 può entrare in urto con
un neutrone, e il tritio può collidere con un protone, in entram-
4
bi i casi formandosi un nucleo di elio comune (He ), consisten-
te in due protoni e due neutroni. Ma perché questa catena di
reazioni possa aver luogo, è necessario partire col primo pas-
so, la produzione di deuterio.
Ora, il comune elio è un nucleo molto compatto, tanto che,
come ho detto, può di fatto mantenere la sua coesione anche
alla temperatura del terzo fotogramma. Il tritio e l'elio 3 hanno
invece una coesione molto minore, e il deuterio, in particolare,
è un isotopo molto instabile. (Per spezzare un nucleo di deu-
terio si richiede solo un terzo dell'energia occorrente per strap-
pare una particella nucleare a un nucleo di elio.) Alla tempe-
9
ratura di 3 x 10 °K, caratteristica dello stadio corrispondente al
quarto fotogramma, i nuclei di deuterio si spezzano non appe-
124 I primi tre minuti

na si formano, cosicché i nuclei più pesanti non hanno neppu-


re la possibilità di formarsi. 1 neutroni continuano a conver-
tirsi in protoni, anche se molto più lentamente che in passato;
il rapporto è ora di 17 per cento per i neutroni e 83 per cento
per i protoni.

Quinto fotogramma. La temperatura dell'universo è ora di un


9 O
miliardo di gradi Kelvin ( 1 0 K): solo 70 volte più elevata di
quella esistente oggi all'interno del Sole. Dal primo fotogram-
ma sono trascorsi tre minuti e due secondi. Gli elettroni e i
positoni sono per la maggior parte scomparsi e i principali
componenti dell'universo sono ora fotoni, neutrini e antineutri-
ni. L'energia liberata nell'annichilazione elettrone-positone ha
dato ai fotoni una temperatura superiore del 35 per cento a
quella dei neutrini.
L'universo, a questo punto, è abbastanza freddo per consen-
tire la stabilità dei nuclei del tritio e dell'elio 3, oltreché, na-
turalmente, dell'elio comune, mentre la « strozzatura del deu-
terio » è ancora attiva: i nuclei di deuterio non conservano la
loro stabilità per un periodo sufficiente a permettere la costi-
tuzione di un numero apprezzabile di nuclei più pesanti. Le
collisioni di neutroni e protoni con elettroni, neutrini e le
loro antiparticelle sono ora quasi cessate, ma il decadimento
del neutrone libero comincia ad assumere proporzioni notevo-
li: ogni 100 secondi il 10 per cento dei neutroni restanti deca-
drà in protoni. Il rapporto neutroni-protoni è ora del 14 per
cento per i neutroni e dell'86 per cento per i protoni.

Un po' dopo. Qualche tempo dopo il quinto fotogramma si


verifica un evento clamoroso: la temperatura cala fino al li-
vello al quale i nuclei di deuterio acquistano stabilità. Una
volta superata la strozzatura del deuterio, la catena di reazioni
fra coppie di particelle descritta nel quarto fotogramma può
dar luogo alla rapidissima costituzione di nuclei più pesanti.
I primi tre minuti 125

N o n si ha però una formazione apprezzabile di nuclei più pe-


santi dell'elio a causa di altre strozzature: non esistono, infatti,
nuclei stabili con cinque o con otto particelle nucleari. Perciò,
appena la temperatura raggiunge il punto in cui può formarsi
deuterio, quasi tutti i neutroni restanti vengono fìssati imme-
diatamente in nuclei di elio. La temperatura precisa alla quale
avviene questo fenomeno dipende in qualche misura dal nu-
mero di particelle per fotone, perché un'elevata densità di par-
ticelle renderebbe un po' più facile la formazione di nuclei.
(Ecco perché ho dovuto designare questo momento in maniera
vaga come « un po' dopo » il quinto fotogramma.) Con un
rapporto di un miliardo di fotoni per ogni particella nucleare,
la sintesi dei nuclei atomici avrà inizio a una temperatura di
9
9 0 0 milioni di gradi Kelvin (0,9 X 10 ºK). A questo punto
saranno trascorsi tre minuti e quarantasei secondi dal primo
fotogramma. (Il lettore vorrà perdonarmi l'imprecisione del ti-
tolo di questo libro. I primi tre minuti e tre quarti sarebbe sta-
to più pertinente, ma I primi tre minuti suona meglio.) Nel
frattempo il decadimento dei neutroni avrà portato il rapporto
fra neutroni e protoni, appena prima dell'inizio della sintesi
dei nuclei atomici, al 13 per cento per i neutroni e all'87 per
cento per i protoni. D o p o la nucleosintesi, la proporzione in
peso dell'elio sarà esattamente uguale alla proporzione di tutte
le particelle nucleari che si trovano a essere vincolate nei nu-
clei dell'elio; la metà di queste particelle sono neutroni, e so-
stanzialmente tutti i neutroni si trovano a essere vincolati in
nuclei di elio, per cui la frazione in peso dell'elio è semplice-
mente doppia rispetto alla frazione dei neutroni fra le parti-
celle nucleari: circa il 26 per cento. Ammesso che la densità
delle particelle nucleari fosse un po' più elevata, la nucleosin-
tesi sarebbe cominciata un po' prima; in tal caso la percen-
tuale dei neutroni non decaduti sarebbe stata un po' maggiore
e si sarebbe prodotto un po' più elio, ma probabilmente non
più del 28 per cento in peso (cfr. fig. 9).
Figura 9. Lo spostamento del rapporto neutrone-protone. La percentuale dei
neutroni rispetto alla totalità delle particelle nucleari è qui raffigurata in fun-
zione sia della temperatura sia del tempo. La parte della curva recante l'indica-
zione « equilibrio termico » descrive il periodo in cui densità e temperatura sono
così elevate che tutte le particelle si trovano in equilibrio termico; la percen-
tuale dei neutroni può essere calcolata sulla base della differenza di massa neu-
trone-protone usando i princìpi della meccanica statistica. La parte della curva
recante l'indicazione « decadimento neutronico » descrive il periodo in cui tutti
i processi di conversione neutrone-protone sono cessati, a eccezione del decadi-
mento radioattivo del neutrone libero. La parte intermedia della curva dipende
da calcoli particolareggiati della frequenza di transizione dell'interazione debole.
La parte tratteggiata della curva illustra che cosa accadrebbe se venisse impedito
in qualche modo ai nuclei di formarsi. Di fatto, in un tempo imprecisato all'in-
terno del periodo indicato dalla freccia come «era della nucleosintesi », i neu-
troni si riuniscono rapidamente a formare nuclei di elio, e il rapporto neutrone-
protone viene congelato al valore che ha in quel momento. Questa curva può
essere usata anche per stimare la frazione (in peso) dell'elio prodotto da mecca-
nismi cosmologici, per ogni valore dato della temperatura o del tempo della
nucleosintesi; tale frazione è esattamente doppia rispetto alla percentuale dei
neutroni in quel periodo.
I primi Ire minuti 127

Abbiamo così raggiunto e superato i limiti di tempo che ci


eravamo prefissati; ma, per meglio renderci conto di ciò che
è accaduto, diamo un'ultima occhiata all'universo dopo un ul-
teriore calo della temperatura.

Sesto fotogramma. La temperatura dell'universo è ora di 300


8
milioni di gradi Kelvin (3 x 10 °K). Dal primo fotogramma
sono passati 34 minuti e 40 secondi. Gli elettroni e i positoni
si sono completamente annichilati, fatta eccezione per il pic-
colo eccesso (uno su un miliardo) di elettroni necessario per
controbilanciare la carica dei protoni. L'energia liberata nel
corso di quest'annichilazione ha dato ai fotoni una temperatu-
ra permanentemente più elevata del 40,1 per cento rispetto
alla temperatura dei neutrini. (Si veda la nota matematica 6,
pp. 184 sgg.) La densità di energia dell'universo è ora equi-
valente a una densità di massa del 9,9 per cento di quella
dell'acqua; di questa densità di energia, il 31 per cento appare
sotto forma di neutrini e di antineutrini e il 69 per cento sotto
forma di fotoni. Questa densità di energia dà all'universo un
tempo di espansione caratteristico di circa un'ora e un quarto.
I processi nucleari hanno avuto termine: le particelle nucleari
sono adesso per la maggior parte o legate in nuclei di elio o
sotto forma di protoni liberi (nuclei di idrogeno), con una
percentuale in peso del 22-28 per cento per l'elio. Per ogni
protone, libero o legato, c'è un elettrone, ma l'universo è an-
cora troppo caldo per poter consentire l'esistenza di atomi
stabili.

L'universo continuerà a espandersi e a raffreddarsi, ma per


altri 700 000 anni non accadrà molto d'interessante. A quel-
l'epoca la temperatura sarà scesa al punto in cui elettroni e
nuclei possono formare atomi stabili; l'assenza di elettroni li-
beri renderà i materiali dell'universo trasparenti alla radiazio-
ne; e il disaccoppiamento di materia e radiazione consentirà
128 I primi tre minuti

alla materia di cominciare a strutturarsi in galassie e stelle.


D o p o altri 10 miliardi di anni circa, alcuni esseri viventi inizie-
ranno a ricostruire questa storia.
Questa esposizione delle vicende caratteristiche dei primi mi-
nuti dell'universo ha un corollario che può essere immediata-
mente verificato con l'osservazione: il materiale residuo, so-
pravvissuto ai primi tre minuti, dal quale devono essersi origi-
nariamente formate le stelle, consisteva per il 22-28 per cento
di elio e per il resto pressoché esclusivamente di idrogeno. C o -
me abbiamo visto, questo risultato dipende dall'assunto che
esista un rapporto enorme tra i fotoni e le particelle nucleari,
assunto fondato a sua volta sulla temperatura misurata di 3
dell'attuale fondo di radiazione cosmica a microonde. Il primo
calcolo della produzione cosmologica di elio eseguito utiliz-
zando la temperatura misurata della radiazione fu portato a
termine da P.J.E. Peebles a Princeton nel 1965, poco dopo la
scoperta del fondo di radiazione a microonde da parte di Pen-
zias e Wilson. Un risultato analogo venne conseguito, quasi
contemporaneamente, ma autonomamente, mediante un calco-
lo più accurato, da Robert Wagoner, William Fowler e Fred
Hoyle. Fu un esito che segnò un successo clamoroso per il mo-
dello standard, considerando che già a quell'epoca circolavano
stime indipendenti secondo cui il Sole e altre stelle sarebbero
state in origine composte soprattutto di idrogeno, con una per-
centuale del 20-30 circa di elio!
La quantità di elio presente sulla Terra è, ovviamente, molto
scarsa, ma ciò è dovuto al fatto che gli atomi di elio sono così
leggeri e chimicamente così inerti che la maggior parte di essi
evase nello spazio già in epoche remote. Le stime relative a
una primordiale abbondanza di elio nell'universo si fondano
su comparazioni di calcoli particolareggiati dell'evoluzione stel-
lare con analisi statistiche delle proprietà stellari osservate, ol-
tre che sull'osservazione diretta delle righe dell'elio negli spet-
tri di stelle calde e di materiali interstellari. Di fatto, come
I primi tre minuti 129

indica il nome, l'elio fu identificato per la prima volta come


elemento nel corso di studi sullo spettro dell'atmosfera solare
eseguiti nel 1868 da J. Norman Lockyer.
Poco dopo il 1960 alcuni astronomi osservarono che la
quantità di elio nella Galassia non solo è molto ingente ma
non varia da una regione all'altra nella misura in cui varia la
quantità di elementi più pesanti. È questo, naturalmente, il ri-
sultato che dovremmo attenderci se gli elementi pesanti fos-
sero prodotti all'interno delle stelle e se invece l'elio fosse
stato prodotto agli inizi dell'universo, prima ancora della for-
mazione di stelle. Nelle stime delle abbondanze nucleari per-
sistono molte incertezze e molte variazioni, ma gli argomenti
a favore di un'abbondanza primordiale dell'elio intorno al 20-
30 per cento sono sufficientemente probanti per incoraggiare i
fautori del modello standard.
Alla fine dei primi tre minuti, oltre alle grandi quantità di
elio prodotto, c'erano anche tracce di elementi più leggeri,
principalmente deuterio (idrogeno con un neutrone in eccesso)
3
e l'isotopo leggero dell'elio He , nella misura in cui si era
sottratto all'incorporazione in nuclei di elio comune. (Le loro
abbondanze furono calcolate per la prima volta nell'articolo
pubblicato da Wagoner, Fowler e Hoyle nel 1967.) A differen-
za dell'abbondanza dell'elio, l'abbondanza del deuterio risente
molto della densità delle particelle nucleari esistenti all'epoca
della sintesi di nuclei atomici: a seconda della maggiore o mi-
nore densità le reazioni nucleari sarebbero procedute più o
meno velocemente, cosicché si sarebbe avuta una trasforma-
zione più o meno completa del deuterio in elio. Per essere più
concreti indichiamo qui sotto i valori dell'abbondanza di deu-
terio (in peso) che si sarebbe prodotto alle origini dell'universo,
secondo il calcolo di Wagoner, per tre possibili valori del rap-
porto fra fotoni e particelle nucleari:
130 I primi ne minuti

Fotoni per ogni particella Abbondanza del deuterio


nucleare (parti per milione)

100 milioni (10 ) 8


0,00008
1 miliardo (10 ) 9
16
10 miliardi (10 ) 10
600

È evidente che se potessimo determinare l'abbondanza pri-


mordiale del deuterio esistente prima della formazione delle
stelle, potremmo anche dare una precisa definizione del rappor-
to intercorrente tra fotoni e particelle nucleari; conoscendo la
odierna temperatura di radiazione di 3 °K, potremmo stabilire
un valore preciso per la densità di massa nucleare dell'univer-
so, e giudicare se l'universo sia aperto o chiuso.
Purtroppo la determinazione di un'abbondanza del deuterio
autenticamente primordiale è risultata molto difficile. Il valore
classico per l'abbondanza in peso del deuterio contenuto nel-
l'acqua sulla Terra è di 150 parti per milione. (Si tratta del
deuterio che verrà usato per alimentare i reattori nucleari, se
e quando sarà possibile controllare adeguatamente le reazioni
termonucleari.) Questo rapporto non è però attendibile ai no-
stri fini; il fatto che gli atomi di deuterio hanno peso doppio
rispetto agli atomi di idrogeno rende per essi un po' più pro-
babile l'entrare a far parte di molecole di acqua pesante (HDO):
è perciò sfuggita al campo gravitazionale della Terra una pro-
porzione di deuterio minore di quella dell'idrogeno. D'altra par-
te la spettroscopia testimonia che sulla superficie del Sole c'è
una quantità di deuterio molto esigua: meno di quattro parti
per milione. Anche questa cifra, tuttavia, è inattendibile come
indizio di un'abbondanza primordiale: il deuterio nelle regioni
esterne del Sole dev'essere andato distrutto in massima parte,
fondendosi con l'idrogeno a formare l'isotopo leggero dell'elio,
3
He .
La nostra conoscenza dell'abbondanza cosmica del deuterio
I primi tre minuti 131

ricevette una base molto più solida nel 1973 grazie a osserva-
zioni nell'ultravioletto compiute dal satellite artificiale Coper-
nicus. Gli atomi di deuterio, come gli atomi di idrogeno, pos-
sono assorbire luce ultravioletta a certe lunghezze d'onda di-
screte, corrispondenti a transizioni in cui l'atomo passa da
stati di energia minima a uno degli stati superiori. Queste lun-
ghezze d'onda dipendono, in qualche misura, anche dalla
massa del nucleo atomico, cosicché lo spettro nell'ultravioletto
di una stella la cui luce ci pervenga attraversando una nube
interstellare di idrogeno e deuterio sarà solcato da numerose
righe di assorbimento scure, sdoppiate ognuna in due compo-
nenti, l'una prodotta dall'idrogeno e l'altra dal deuterio. L'in-
tensità relativa di ciascuna coppia di componenti della riga di
assorbimento ci dà allora immediatamente l'abbondanza rela-
tiva dell'idrogeno e del deuterio presenti nella nube interstel-
lare. Purtroppo l'atmosfera terrestre rende estremamente dif-
ficile, nell'astronomia dell'ultravioletto, ogni sorta di ricerca
dal suolo. Il satellite Copernicus trasportava uno spettrometro
nell'ultravioletto che fu usato per studiare righe di assorbimen-
to nello spettro della stella calda β Centauri; dalle loro inten­
sità relative fu rilevato che il mezzo interstellare esistente fra
noi e β Centauri contiene circa 20 parti per milione (in peso)
di deuterio. Osservazioni più recenti di righe di assorbimento
nell'ultravioletto in ordine agli spettri di altre stelle calde danno
risultati simili.
Se queste 20 parti per milione di deuterio furono veramente
create agli inizi dell'universo, devono essere esistiti allora (ed
esistere ancor oggi) circa 1,1 miliardi di fotoni per ogni par-
ticella nucleare. (Si veda la tabella a p. 130.) All'attuale tem-
peratura della radiazione cosmica di 3 °K ci sono 5 5 0 0 0 0 fo-
toni per litro; attualmente, quindi, devono esistere circa 5 0 0
particelle nucleari per ogni milione di litri. È questa una den-
sità considerevolmente minore della densità minima per un
universo chiuso, densità che, come abbiamo visto nel capitolo
132 I primi tre minuti

II, è di circa 3 0 0 0 particelle nucleari per ogni milione di litri.


Ne scaturirebbe la conclusione che l'universo è aperto; ossia
che le galassie stanno muovendosi a velocità superiori alla ve-
locità di fuga; e dunque che l'universo si espanderà per sem-
pre. Se una parte della materia interstellare è stata coinvolta
in processi svoltisi nell'interno di stelle e tendenti a distrug-
gere deuterio (come è avvenuto nel nostro Sole), allora l'ab-
bondanza del deuterio di origine cosmologica dev'essere stata
ancora maggiore delle 20 parti per milione registrate dal sa-
tellite Copernicus, sicché la densità delle particelle nucleari
dev'essere ancora minore di 500 particelle per milione di litri:
la conclusione che stiamo vivendo in un universo aperto, de-
stinato a espandersi in eterno, ne viene ulteriormente consoli-
data.
Devo dire che personalmente non trovo molto persuasivo
questo tipo di argomentazione. Il deuterio non è paragonabile
all'elio: anche se la sua abbondanza sembra più alta di quanto
ci si attenderebbe per un universo chiuso relativamente denso,
esso sembra ancora estremamente raro in termini assoluti.
Possiamo immaginare che il deuterio noto sia stato prodotto
nell'ambito di fenomeni astrofisici « recenti »: supernovae, rag-
gi cosmici, forse anche oggetti quasi-stellari (quasar). Diversa
è la situazione per l'elio; l'abbondanza dell'elio, che ha il no-
tevole valore del 20-30 per cento, non avrebbe potuto essere
prodotta in tempi recenti senza liberare quantità enormi di
radiazione che di fatto non osserviamo. Taluni sostengono che
le 20 parti per milione di deuterio riscontrate dal Copernicus
non avrebbero potuto essere prodotte da qualche meccanismo
astrofisico convenzionale senza produrre quantità inaccettabil-
mente ingenti di altri elementi leggeri rari: litio, berillio, boro.
Non vedo in ogni caso come potremo avere mai la certezza
che questa traccia di deuterio non sia stata prodotta da qual-
che meccanismo non cosmologico a cui nessuno abbia ancora
pensato.
1 primi tre minuti 133

Esiste un altro residuo dei momenti iniziali della vita del-


l'universo che è presente ovunque attorno a noi e che nondi-
meno pare inaccessibile all'osservazione. Abbiamo visto nel
terzo fotogramma che i neutrini si sono comportati come par-
ticelle libere a partire dal momento in cui la temperatura co-
smica è scesa al di sotto dei 10 miliardi di gradi Kelvin circa.
Da allora le lunghezze d'onda dei neutrini si sono semplice-
mente dilatate in proporzione alle dimensioni dell'universo; il
numero e la distribuzione di energia dei neutrini sono rimasti
di conseguenza gli stessi di quando si trovavano in equilibrio
termico, ma con una temperatura che è diminuita in propor-
zione inversa al crescere delle dimensioni dell'universo. Qual-
cosa di pressoché identico è accaduto nello stesso periodo ai fo-
toni, anche se i fotoni sono rimasti in equilibrio termico
molto più a lungo che non i neutrini. Perciò la temperatura
attuale dei neutrini dovrebbe essere press'a poco uguale alla
temperatura attuale dei fotoni. Per ogni particella nucleare nel-
l'universo dovrebbero esserci qualcosa come un miliardo di
neutrini e di antineutrini.
In proposito è possibile esprimersi con precisione molto mag-
giore. Poco dopo che l'universo divenne trasparente ai neutri-
ni, gli elettroni e i positoni cominciarono ad annichilarsi, ri-
scaldando i fotoni ma non i neutrini. Di conseguenza la tem-
peratura attuale dei neutrini dovrebbe essere un po' inferiore
alla temperatura attuale dei fotoni. È abbastanza facile cal-
colare che la temperatura dei neutrini è inferiore alla tempe-
ratura dei fotoni di un fattore della radice cubica di 4 / 1 1 ,
ossia del 71,38 per cento; i neutrini e gli antineutrini forni-
scono allora all'universo il 45,42 per cento dell'energia che gli
forniscono i fotoni. (Si veda la nota matematica 6, pp. 184 sgg.)
Pur non avendolo detto esplicitamente, ogni volta che in pre-
cedenza ho parlato dei tempi di espansione cosmica ho sempre
tenuto conto di questa densità di energia extra dei neutrini.
La più clamorosa conferma possibile del modello standard
134 I primi tre minuti

del protouniverso sarebbe la scoperta di questo fondo di neu-


trini. Abbiamo una « predizione » precisa della sua tempera-
tura: dovrebbe rappresentare il 71,38 per cento della tempera-
tura dei fotoni, cioè circa 2 ºK. L'unica autentica incertezza
teorica riguardo al numero e alla distribuzione dell'energia dei
neutrini risiede nella questione se la densità del numero lep-
tonico sia piccola, come abbiamo supposto fin qui. (Ricordia-
mo che il numero leptonico è il numero dei neutrini e di altri
leptoni meno il numero degli antineutrini e di altri antilepto-
ni.) Se la densità del numero leptonico è piccola come la den-
sità del numero barionico, allora neutrini e antineutrini dovreb-
bero esistere in numero uguale: uno su un miliardo. Se invece
la densità del numero leptonico fosse paragonabile alla densità
del numero dei fotoni, ci sarebbe una « degenerazione », ossia
un eccesso apprezzabile di neutrini (o di antineutrini) e una
deficienza di antineutrini (o di neutrini). Una tale degenera-
zione avrebbe inciso sullo spostamento del rapporto neutroni-
protoni nei primi tre minuti e quindi sull'abbondanza relativa
dell'elio e del deuterio prodotti da meccanismi cosmologici.
L'osservazione del fondo cosmico di 2 °K di neutrini e anti-
neutrini non solo risolverebbe immediatamente la questione se
l'universo contenga o no un grande numero di leptoni, ma,
fatto molto più importante, dimostrerebbe anche che il model-
lo standard dell'universo corrisponde a verità.
P u r t r o p p o , però, i neutrini hanno con la materia comune
un'interazione così debole che nessuno è riuscito a escogitare
un metodo per osservare un fondo cosmico di 2 °K di neutrini.
Si tratta di un problema veramente stimolante: per ogni parti-
cella nucleare ci sono circa un miliardo di neutrini e antineu-
trini, eppure nessuno sa come evidenziarli! Un giorno, forse,
qualcuno ci riuscirà.
Seguendo questo resoconto dei primi tre minuti, il lettore
può avere l'impressione che i ragionamenti esposti tradiscano
un atteggiamento di fiducia semplicistica. P u ò darsi che abbia
I primi tre minuti 135

ragione. Ma non credo che il progresso scientifico sia stato


sempre promosso nel modo migliore badando a mantenere la
mente aperta e sgombra da preconcetti. Spesso è necessario met-
tere da parte i propri dubbi e tener dietro alle conseguenze di
un assunto dovunque possano condurci: l'essenziale non è es-
sere immuni da preconcetti teorici, ma avere i preconcetti teo-
rici giusti. E la verifica di una visione teorica preconcetta con-
siste sempre nel vedere dove conduca. Il modello standard del-
lo sviluppo primordiale dell'universo ha riscosso qualche succes-
so e fornisce una cornice teorica coerente per futuri program-
mi sperimentali. Ciò non significa che sia esatto, ma significa
che merita di essere preso sul serio.
C'è nondimeno una grossa incertezza, che incombe sul m o -
dello standard come una nube minacciosa. Alla base di tutti
i calcoli descritti in questo capitolo c'è il Principio cosmologi-
co, cioè l'assunto che l'universo sia omogeneo e isotropo (cfr.
p. 32). (Con « omogeneo » intendiamo che l'universo deve ap-
parire identico a qualsiasi osservatore trasportato dalla gene-
rale espansione dell'universo, dovunque questi venga a trovarsi;
con « isotropo » intendiamo che l'universo deve apparire a un
siffatto osservatore uguale in tutte le direzioni.) Dall'osserva-
zione diretta sappiamo che il fondo di radiazione cosmica a
microonde è spiccatamente isotropo attorno a noi, e ne infe-
riamo che l'universo è stato spiccatamente isotropo e omoge-
neo fin da quando la radiazione non fu più in equilibrio con la
materia, ciò che avvenne quando l'universo toccò la tempe-
ratura di circa 3 0 0 0 ºK. N o n abbiamo alcuna prova, tuttavia,
che il Principio cosmologico conservi la sua validità anche in
riferimento a epoche così remote.
Può darsi che l'universo fosse in principio notevolmente ete-
rogeneo e anisotropo, e che successivamente sia stato reso più
uniforme dalle forze d'attrito esercitate dalle parti dell'universo
in espansione l'una sull'altra. Un modello del genere è stato
sostenuto con particolare convinzione da Charles Misner della
136 I primi tre minuti

Università del Maryland. Può darsi anche che il calore gene-


rato dall'omogeneizzazione e isotropizzazione per attrito del-
l'universo sia responsabile dell'enorme rapporto attuale di un
miliardo a uno dei fotoni rispetto alle particelle nucleari. Nes-
suno però, a quanto mi risulta, è in grado di dire perché
l'universo avrebbe dovuto avere un grado iniziale specifico di
eterogeneità o di anisotropia, e nessuno sa come calcolare il
calore prodotto da questa omogeneizzazione.
A mio parere la risposta appropriata a tali incertezze non
consiste (come vorrebbero alcuni cosmologi) nel rifiutare il
modello standard, ma piuttosto nel considerarlo con la mas-
sima serietà e nell'elaborarne le conclusioni con estrema coe-
renza, fosse pure solo con la speranza di sorprenderlo in con-
traddizione con l'osservazione. N o n è chiaro neppure se una
grande anisotropia ed eterogeneità iniziali avrebbero potuto in-
cidere in misura rilevante sulla storia che abbiamo illustrato in
questo capitolo. Può darsi che l'universo sia stato omogeneiz-
zato nei primissimi secondi della sua esistenza; in tal caso la
produzione cosmologica di elio e di deuterio potrebbe essere
calcolata come se il Principio cosmologico fosse valido sempre.
Anche se l'anisotropia e l'eterogeneità dell'universo persistet-
tero oltre l'era della sintesi dell'elio, la produzione di elio e
di deuterio in un qualsiasi addensamento in espansione unifor-
me sarebbe dipesa solo dalla rapidità di espansione vigente al-
l'interno di tale addensamento (e potrebbe essere stata non
molto diversa dalla produzione calcolata nell'ambito del mo-
dello standard. Può darsi anche che l'intero universo di cui
ci occupiamo quando ripercorriamo all'indietro tutto il cam-
mino che ci divide dall'era della sintesi dei nuclei atomici non
sia che un addensamento omogeneo e isotropo all'interno di
un più vasto universo eterogeneo e anisotropo.
L'incertezza che avvolge il Principio cosmologico diventa
veramente importante quando consideriamo retrospettivamente
l'autentico inizio dell'universo o, viceversa, quando proiettiamo
I primi tre minuti 137

il nostro sguardo nel futuro, verso la sua possibile fine. Conti-


nuerò a fidare in questo principio nella maggior parte degli ul-
timi due capitoli. Sempre, però, dobbiamo ammettere che i
nostri semplici modelli cosmologici potrebbero descrivere non
l'intero universo, bensì solo una sua piccola parte o una por-
zione limitata della sua storia.
VI
Digressione storica

Accantoniamo per un momento la storia della genesi dell'uni-


verso e affrontiamo la storia degli ultimi tre decenni di ricer-
che cosmologiche. Desidero occuparmi qui, in particolare, di
un problema storico che considero imbarazzante non meno
che affascinante. La scoperta del fondo di radiazione cosmica
a microonde, nel 1965, fu una tra le scoperte scientifiche più
importanti del XX secolo. Perché la si dovette essenzialmente
a un caso fortunato? In altri termini, perché non c'era stata
una ricerca sistematica di questa radiazione anteriormente al
1965?
Come abbiamo visto nell'ultimo capitolo, l'attuale valore
misurato della temperatura della radiazione di fondo e della den-
sità di massa dell'universo ci consentono di « predire » abbon-
danze cosmiche degli elementi leggeri che sembrano in sostan-
ziale accordo con l'osservazione. Molto tempo prima del 1965
sarebbe stato possibile condurre questi calcoli a ritroso, pre-
dire un fondo di radiazione cosmico a microonde e cominciare
a cercarlo. Dalle attuali abbondanze cosmiche osservate del
2 0 - 3 0 per cento circa per l'elio e del 70-80 per cento per
l'idrogeno sarebbe stato possibile inferire che la sintesi dei nu-
clei atomici doveva essere cominciata all'epoca in cui l'abbon-
danza relativa dei neutroni fra le particelle nucleari era scesa
al 10-15 per cento. (Ricordiamo che l'attuale abbondanza del-
Digressione storica 139

l'elio in peso è esattamente il doppio della percentuale dei neu-


troni all'epoca della nucleosintesi.) Questo valore della fra-
zione di neutroni fu raggiunto quando l'universo aveva una
9 º
temperatura di circa un miliardo di gradi Kelvin ( 1 0 K). La
condizione secondo cui la sintesi dei nuclei ebbe inizio in tale
momento ci consentirebbe una stima approssimativa della den-
9
sità delle particelle nucleari alla temperatura di 1 0 °K, men-
tre la densità dei fotoni a tale temperatura può essere calco-
lata dalle proprietà note dell'emissione del corpo nero. Sareb-
be noto così anche il rapporto fra il numero dei fotoni e quello
delle particelle nucleari a quell'epoca. Poiché questo rapporto
non cambia, lo si conoscerebbe altrettanto bene per il tempo
presente. Sulla base di osservazioni della densità attuale delle
particelle nucleari, si potrebbe dunque predire la densità attua-
le dei fotoni e inferirne l'esistenza di un fondo di radiazione
cosmico a microonde con una temperatura attuale compresa
press'a poco nell'intervallo fra 1 e 10 ºK. Se la storia della
scienza fosse semplice e diretta come la storia dell'universo,
qualcuno avrebbe potuto fare una previsione in questo senso
fra il 1940 e il 1960, e proprio questa previsione avrebbe sti-
molato i radioastronomi alla ricerca del fondo di radiazione.
Ma le cose andarono molto diversamente.
Di fatto una « predizione » molto vicina a questa linea di
pensiero fu fatta nel 1948, ma non condusse né allora né in
seguito a una ricerca della radiazione. Verso la fine degli anni
quaranta una teoria cosmologica del « big bang » fu indagata
da George Gamow e dai suoi colleghi Ralph A. Alpher e
Robert Herman. Essi supposero che l'universo fosse composto
allo stato iniziale da soli neutroni e che i neutroni comincias-
sero a convertirsi in protoni attraverso il noto processo di de-
cadimento radioattivo per cui un neutrone si trasforma spon-
taneamente in un protone, un elettrone e un antineutrino. A
un dato momento, nel corso dell'espansione, la temperatura
sarebbe scesa al punto di consentire la costituzione di elementi
140 I primi tre minuti

pesanti da neutroni e protoni mediante una rapida sequenza di


catture di neutroni. Alpher e Herman trovarono che, per spie-
gare le attuali abbondanze osservate degli elementi leggeri, era
necessario supporre un rapporto dei fotoni alle particelle nu-
cleari dell'ordine di un miliardo a uno. Usando stime dell'at-
tuale densità cosmica delle particelle nucleari, i due furono in
grado di predire l'esistenza di un fondo di radiazione residuo
risalente agli inizi dell'universo, con una temperatura attuale
di 5 ºK!
I calcoli originali di Alpher, Herman e Gamow non erano
esatti in tutti i particolari. Come abbiamo visto nel capitolo
precedente, l'universo ebbe inizio probabilmente con quantità
uguali di neutroni e di protoni, non con soli neutroni. Inoltre
la conversione di neutroni in protoni (e viceversa) si svolse
principalmente attraverso collisioni con elettroni, positoni, neu-
trini e antineutrini, non attraverso il decadimento radioattivo di
neutroni. Questi punti vennero messi in evidenza nel 1950 da C.
Hayashi, e nel 1953 Alpher e Herman (con la collaborazione di
J.W. Follin jr.) terminarono di sottoporre a revisione il loro
modello e di elaborare un calcolo sostanzialmente corretto
dello spostamento del rapporto fra neutroni e protoni. Fu que-
sta, di fatto, la prima autentica analisi moderna della protosto-
ria dell'universo.
Nessuno però, nel 1948 o nel 1953, si accinse alla ricerca
della radiazione a microonde predetta. Per diversi anni prima
del 1965 gli astrofisici non furono in generale a conoscenza
del fatto che, nei modelli ispirati alla teoria del « big bang »,
l'abbondanza di idrogeno e di elio comporta l'esistenza nel-
l'attuale universo di un fondo di radiazione cosmica osserva-
bile. Ciò che è sorprendente non è il fatto che gli astrofisici
in generale non fossero a conoscenza delle predizioni di Al-
pher e Herman: è sempre possibile lasciarsi sfuggire qualche
articolo nel mare magno delle pubblicazioni scientifiche. Più
sconcertante è il fatto che nessun altro studioso abbia portato
Digressione storica 141

avanti la stessa linea di ragionamento per oltre un decennio.


Tutti i materiali teorici erano disponibili. Ma si dovette atten-
dere il 1964 perché i calcoli relativi alla sintesi di nuclei ato-
mici in un modello del « big bang » venissero ricominciati, da
Ja. B. Zel'dovich in Russia, da Hoyle e R.J. Tayler in Inghilter-
ra e da Peebles negli Stati Uniti, i quali lavorarono tutti indi-
pendentemente. A quella data Penzias e Wilson avevano già
avviato le loro osservazioni a Holmdel, e la scoperta del fondo
di radiazione a microonde sopraggiunse senza essere stata sti-
molata da cosmologi teorici.
Sconcertante è anche il fatto che coloro che conoscevano la
predizione di Alpher-Herman non pare le abbiano attribuito
grande importanza. Gli stessi Alpher, Follin e Herman, nel
loro articolo del 1953, demandarono il problema della sintesi
dei nuclei atomici a « futuri studi », cosicché non furono in
grado di ricalcolare la temperatura prevista della radiazione di
fondo a microonde sulla base del modello riveduto e perfezio-
nato. (I tre non menzionarono neppure la loro precedente pre-
dizione circa il fondo di radiazione cosmologico a 5 °K. Rife-
rirono di alcuni calcoli concernenti la sintesi dei nuclei atomici
in un convegno della American Physical Society nel 1953, ma
poiché stavano per passare a laboratori diversi, il lavoro non
venne mai messo per iscritto nella forma definitiva.) Anni do-
po, in una lettera a Penzias scritta dopo la scoperta del fondo
di radiazione a microonde, Gamow sottolineò che, in un suo
articolo del 1953 edito negli atti della Regia Accademia D a -
nese, egli aveva predetto un fondo di radiazione con una tem-
peratura di 7 ºK, che era grosso modo nel giusto ordine di
grandezza. Una consultazione di questo articolo del 1953 di-
mostra però che la predizione di Gamow si fondava su un
ragionamento matematicamente erroneo connesso con l'età del-
l'universo e non con la sua teoria della sintesi cosmologica dei
nuclei atomici.
Si potrebbe sostenere che negli anni cinquanta e all'inizio
142 I primi tre minuti

degli anni sessanta l'abbondanza cosmica degli elementi leggeri


non era ancora nota in misura sufficiente per trarne precise
conclusioni sulla temperatura del fondo di radiazione. È vero
che neppure oggi possiamo dare per scontato che l'abbondanza
universale dell'elio sia compresa fra il 20 e il 30 per cento.
Ma il punto fondamentale è che, già da molto tempo prima
del 1960, era diffusa la convinzione che la maggior parte della
massa dell'universo esista sotto forma di idrogeno. (Per esem-
pio, nel 1956 un'indagine di Hans Suess e Harold Urey dava
un'abbondanza dell'idrogeno del 75 per cento in peso.) E l'idro-
geno non viene prodotto all'interno delle stelle; è il combusti-
bile primordiale da cui le stelle derivano la loro energia nella
costruzione di elementi più pesanti. Già questo fatto è di per
sé sufficiente a dirci che dev'esserci stato un rapporto enorme
dei fotoni alle particelle nucleari per impedire la trasforma-
zione di tutto l'idrogeno in elio e in elementi più pesanti alle ori-
gini dell'universo.
Qualcuno potrebbe chiedersi: quando il fondo di radiazione
isotropa a 3 ºK è diventato tecnologicamente accessibile alla
osservazione? È difficile dare una risposta precisa, ma alcuni
col leghi, fisici sperimentali, mi dicono che questa osservazione
si sarebbe potuta fare molto prima del 1965, probabilmente
alla metà degli anni cinquanta e magari anche alla metà degli
anni quaranta. Nel 1946 un team del Radiation Laboratory del
Massachusetts Institute of Technology, diretto da Robert Dic-
ke, quello stesso Dicke dei cui contributi abbiamo avuto modo
di parlare, riuscì a fissare un limite superiore per un qualsiasi
fondo di radiazione isotropa extraterrestre: la temperatura
equivalente era inferiore a 20 °K alle lunghezze d'onda di 1,00,
1,25 e 1,50 centimetri. Questa misurazione era un risultato
secondario di studi dell'assorbimento atmosferico e certamente
non faceva parte di un programma di cosmologia d'osserva-
zione. (Dicke mi informa in effetti che all'epoca in cui comin-
ciò a porsi interrogativi sull'esistenza di un possibile fondo di
Digressione storica 143

radiazione cosmica a microonde aveva dimenticato il proprio


limite superiore di 20 ºK sulla temperatura di fondo, ottenuto
quasi due decenni prima!)
N o n mi pare storicamente molto importante determinare con
precisione il momento in cui divenne possibile la scoperta del
fondo di radiazione isotropo a microonde di 3 ºK. Il punto
saliente è che i radioastronomi non sapevano di doverlo cer-
care! In contrasto con questa vicenda, consideriamo la storia
del neutrino. Quando l'esistenza del neutrino fu ipotizzata per
la prima volta da Pauli nel 1932, fu chiaro che non c'era nes-
suna chance di osservarlo in nessun esperimento allora possi-
bile. La scoperta sperimentale del neutrino rimase però nella
mente dei fisici come una sfida che non doveva essere lasciata
cadere e quando, negli anni cinquanta, i reattori nucleari di-
vennero disponibili anche per tali scopi, il neutrino fu cercato
e trovato. Il contrasto è ancora più stridente se consideriamo
il caso dell'antiprotone. Dopo che nel 1932 si scoprì nei raggi
cosmici il positone, i teorici presupposero generalmente che
anche il protone, e non solo l'elettrone, dovesse avere un'anti-
particella. Con i primi ciclotroni disponibili negli anni trenta
non c'era la minima possibilità di produrre antiprotoni, ma i
fisici rimasero consapevoli del problema, e negli anni cinquanta
un acceleratore (il bevatrone di Berkeley) fu costruito specifi-
camente al fine di avere energia sufficiente alla produzione di
antiprotoni. Nulla di simile accadde nel caso del fondo di ra-
diazione cosmica a microonde fino al momento in cui Dicke e
i suoi colleghi si accinsero a scoprirlo, nel 1964. Ma anche
allora il gruppo di Princeton non era al corrente del lavoro
di Gamow, Alpher e Herman, svolto più di dieci anni prima!
Che cosa c'era, dunque, di sbagliato? È possibile individuare
qui almeno tre interessanti ragioni per cui l'importanza di una
ricerca del fondo di radiazione di 3° K non fu generalmente
apprezzata nel suo giusto valore durante gli anni cinquanta e
all'inizio degli anni sessanta.
144 I primi tre minuti

In primo luogo, occorre tener presente che Gamow, Alpher,


Herman, Follin e altri stavano lavorando nel contesto di una
teoria cosmogonica di vasto respiro. Nella loro teoria del « big
bang » si supponeva che sostanzialmente tutti i nuclei comples-
si, non soltanto l'elio, venissero costituiti agli inizi dell'univer-
so attraverso un processo di rapida addizione di neutroni.
Inoltre, benché questa teoria predicesse correttamente i rap-
porti di abbondanza di alcuni elementi pesanti, si cacciava nei
guai quando cercava di spiegare perché esistessero in generale
elementi pesanti! Come abbiamo già accennato, non esistendo
un nucleo stabile con cinque o otto particelle nucleari, non è
possibile costruire nuclei più pesanti dell'elio aggiungendo neu-
4
troni o protoni a nuclei di elio (He ) o fondendo coppie di
nuclei di elio. (Questa difficoltà fu rilevata per la prima volta
da Enrico Fermi e da Anthony Turkevich.) Si comprende
facilmente, così, perché i teorici non fossero inclini a pren-
dere sul serio il calcolo della produzione dell'elio offerto da
questa teoria.
La teoria cosmologica della sintesi degli elementi perse mol-
to terreno quando furono introdotti perfezionamenti nella teo-
ria alternativa, quella della sintesi degli elementi nell'interno
delle stelle. Nel 1952 E.E. Salpeter dimostrò che le soluzioni
di continuità in corrispondenza dei nuclei di cinque e otto
particelle potevano essere scavalcate nei densi nuclei di stelle
ricche di elio: collisioni di due nuclei di elio producono un
8
nucleo instabile di berillio (Be ), e in tali condizioni di elevata
densità il nucleo di berillio può colpire, prima di decadere, un
altro nucleo di elio, producendo un nucleo stabile di carbonio
12
(C ). (La densità dell'universo all'epoca della nucleosintesi è
troppo scarsa perché questo processo possa aver luogo a li-
vello cosmologico.) Nel 1957 apparve un famoso articolo di
Geoffrey e Margaret Burbidge, Fowler e Hoyle, in cui si di-
mostrava che gli elementi pesanti possono essere costruiti al-
l'interno di stelle, particolarmente in esplosioni stellari come
Digressione storica 145

quelle delle supernovae, durante periodi di intenso flusso di


neutroni. Ma ancor prima degli anni cinquanta molti astrofi-
sici erano fortemente propensi a credere che tutti gli elementi,
tranne l'idrogeno, vengano prodotti nelle stelle. Hoyle mi ha
fatto notare che questa tendenza era forse un effetto dello
sforzo che gli astronomi avevano dovuto compiere nei primi
decenni del secolo per individuare la sorgente dell'energia pro-
dotta nelle stelle. Nel 1940 l'opera di Hans Bethe e di altri
aveva chiarito che il processo chiave era la fusione di quattro
nuclei di idrogeno in un nucleo di elio; l'adozione di questo
punto di vista aveva condotto negli anni quaranta e cinquanta
a rapidi progressi nella comprensione dell'evoluzione stellare.
Come dice Hoyle, dopo tutti questi successi a molti astrofisici
sembrava una perversione dubitare del fatto che le stelle fos-
sero la fornace in cui avveniva la formazione degli elementi.
Ma anche la teoria stellare della nucleosintesi aveva i suoi
problemi. È diffìcile vedere come le stelle potessero costruire una
abbondanza dell'elio del 25-30 per cento: la liberazione di ener-
gia comportata da questa fusione sarebbe stata molto maggio-
re di quella che ha luogo in modo graduale nel corso dell'in-
tera vita di una stella. La teoria cosmologica si libera di tutta
questa energia in modo molto elegante, limitandosi semplice-
mente ad addebitarne la perdita al generale spostamento verso
il rosso. Nel 1964 Hoyle e R.J. Tayler sottolinearono che la
grande abbondanza di elio nell'universo attuale non avrebbe
potuto essere prodotta in stelle comuni ed eseguirono un cal-
colo della quantità di elio che sarebbe stato prodotto nelle
fasi iniziali di un « big bang », ottenendo un'abbondanza del
36 per cento in peso. Stranamente, fissarono il momento in
cui si sarebbe verificata la nucleosintesi a una temperatura più
o meno arbitraria di 5 miliardi di gradi Kelvin, nonostante che
questo assunto dipenda dal valore scelto per un parametro
allora ignoto: il rapporto dei fotoni alle particelle nucleari.
Se avessero usato il loro calcolo per stimare questo rapporto
146 I primi tre minuti

dall'abbondanza di elio osservata, avrebbero potuto predire un


fondo di radiazione a microonde attuale con una temperatura
press'a poco del giusto ordine di grandezza. È comunque sor-
prendente che Hoyle, uno dei padri della teoria dello stato
stazionario, si dimostrasse disposto a seguire questa linea di
ragionamento e a riconoscere che essa forniva elementi a fa-
vore di qualcosa di simile a un modello del « big bang ».
Oggi si ritiene generalmente che la sintesi dei nuclei ato-
mici abbia luogo sia a livello cosmologico sia all'interno delle
stelle; l'elio e forse pochi altri nuclei leggeri furono sintetiz-
zati agli inizi dell'universo, mentre le stelle sono responsabili
della produzione di tutti gli altri. Cercando di spiegare troppo,
la teoria della nucleosintesi nel quadro del « big bang » aveva
perduto la credibilità che di fatto meritava come teoria della
sintesi dell'elio.
In secondo luogo, si ebbe un esempio classico di perdita di
contatto fra teorici e sperimentalisti. La maggior parte dei teo-
rici non si resero mai conto del fatto che una radiazione di
fondo isotropa di 3 °K avrebbe potuto essere rivelata. In una
lettera a Peebles datata 23 giugno 1967 Gamow spiegava che
né lui né Alpher e Herman avevano considerato la possibilità
che la radiazione residua del « big bang » potesse essere osserva-
ta, perché all'epoca del loro lavoro sulla cosmologia la radio-
astronomia era ancora nella sua infanzia. (Alpher e Herman mi
comunicano invece che essi investigarono la possibilità di os-
servare il fondo di radiazione cosmica con esperti di radar
alla Johns Hopkins University, al Naval Research Laboratory
e al National Bureau of Standards, ma fu loro risposto che una
temperatura di radiazione di fondo di 5 o 10 °K era troppo
bassa per poter essere scoperta con le tecniche allora disponi-
bili.) Pare d'altronde che alcuni astrofisici sovietici si fossero
resi conto della possibilità di scoprire un fondo di radiazione,
ma venissero sviati dal linguaggio usato in pubblicazioni tec-
niche americane. In un articolo del 1964 Ja. B. Zel'dovich ese-
Digressione storica 147

guì un calcolo corretto dell'abbondanza cosmica dell'elio per


due possibili valori dell'attuale temperatura di radiazione e
sottolineò correttamente che tali quantità sono connesse fra
loro perché il numero di fotoni per particella nucleare (ovvero
l'entropia per particella nucleare) non varia col tempo. Sviato
però, a quanto pare, dall'uso del termine sky temperature
(temperatura del cielo) in un articolo di E.A. Ohm pubblicato
nel 1961 dal « Bell System Technical Journal », fu indotto alla
conclusione erronea che la temperatura di radiazione era ri-
sultata inferiore a 1 °K (L'antenna impiegata da Ohm era quel-
lo stesso riflettore a corno di 6 metri che fu infine usato da
Penzias e Wilson., in occasione della loro scoperta del fondo
di radiazione a microonde!) Questa conclusione, unitamente
ad alcune stime piuttosto basse dell'abbondanza cosmica del-
l'elio, indusse Zel dovich ad abbandonare per il momento l'idea
di un universo iniziale caldo.
È chiaro che le comunicazioni fra sperimentatori e teorici
erano precarie in entrambi i sensi, non solo dagli sperimenta-
tori ai teorici ma anche dai teorici agli sperimentatori. Pen-
zias e Wilson non avevano mai sentito parlare della predi-
zione di Alpher-Herman quando, nel 1964, cominciarono a
controllare il funzionamento della loro antenna.
In terzo luogo, ed è questo a mio avviso l'elemento più im-
portante, la teoria del « big bang » non condusse a una ricer-
ca del fondo di radiazione cosmica di 3 ºK perché era estre-
mamente difficile per i fisici prendere sul serio qualsiasi teoria
sulle origini dell'universo. (Parlo anche sulla base di quello
che era il mio atteggiamento prima del 1965.) Ciascuna delle
difficoltà sopra menzionate avrebbe potuto essere superata con
un piccolo sforzo. I primi tre minuti sono però così lontani
da noi nel tempo, le condizioni di temperatura e densità allora
vigenti ci sono così estranee, che ci sentiamo a disagio quando
applichiamo a quegli istanti iniziali le nostre comuni teorie del-
la meccanica statistica e della fisica nucleare.
148 I primi tre minuti

Ecco ciò che di frequente ricorre in fisica: il nostro errore


non è di prendere le nostre teorie troppo sul serio, bensì di
non prenderle abbastanza sul serio. È sempre difficile rendersi
conto che i numeri e le equazioni con cui giochiamo alla no-
stra scrivania hanno a che fare col mondo reale. Peggio anco-
ra, pare spesso che ci sia un consenso generale sulla tesi se-
condo cui taluni fenomeni non sono argomenti all'altezza dì
uno sforzo teorico e sperimentale che si rispetti. Gamow, A l -
pher e Herman meritano enorme credito soprattutto per la loro
disponibilità a considerare gli inizi dell'universo con la mas-
sima serietà, a sviluppare ciò che le leggi fisiche note hanno
da dirci sui primi tre minuti. Eppure nemmeno loro compirono
l'ultimo passo, quello di convincere i radioastronomi dell'oppor-
tunità di cercare un fondo di radiazione a microonde. L'aspet-
to più rilevante della recente scoperta della radiazione di fon-
do di 3 ° K è stato quello di costringerci a considerare seria-
mente l'idea che l'universo abbia avuto un inizio.
Mi sono soffermato su questa opportunità mancata perché
mi pare che questo sia il tipo più illuminante di storia della
scienza. È comprensibile che gran parte della storiografia del-
la scienza si occupi dei suoi successi, di scoperte fortunate, di
brillanti deduzioni o dei grandi, quasi magici balzi in avanti
di un Newton o di un Einstein. Io ritengo però che non sia
possibile capire veramente i successi della scienza se non si
capisce anche quanto essi siano sofferti: quanto sia facile es-
sere fuorviati, quanto sia difficile sapere, in ogni circostanza,
qual è la prossima cosa da fare.
VII
Il primo centesimo di secondo

Nel capitolo V, raccontando i primi tre minuti dell'universo,


non cominciammo dal principio. Il lettore ricorderà che ini-
ziammo il nostro film con un « primo fotogramma » corrispon-
dente a una fase in cui la temperatura cosmica era già scesa
a 100 miliardi di gradi Kelvin e in cui le sole particelle pre-
senti in gran numero erano fotoni, elettroni, neutrini e le ri-
spettive antiparticelle. Se questi erano veramente gli unici tipi
di particelle esistenti in natura, potremmo forse estrapolarne
l'espansione dell'universo a ritroso nel tempo, e inferire che
dev'esserci stato un autentico principio, uno stato di tempera-
tura e densità infinite, che possiamo collocare 0,0108 secondi
prima del nostro primo fotogramma.
La fìsica moderna conosce però molti altri tipi di particelle:
muoni, pioni, protoni, neutroni, e così via. Quando volgiamo
il nostro sguardo a tempi sempre più remoti, ci imbattiamo in
temperature e densità così elevate che tutte queste particelle
devono essere state presenti, in quantità enormi, in condizioni
di equilibrio termico e tutte quante in uno stato di continua
interazione reciproca. Per ragioni che spero di poter chiarire,
noi non sappiamo ancora sulla fisica delle particelle nucleari
quanto basta per calcolare con una certa sicurezza le proprie-
tà di un simile miscuglio. Così la nostra ignoranza della fisica
150 I primi tre minuti

microscopica fa velo alla nostra visione dell'istante iniziale.


Naturalmente la prospettiva di sbirciare dietro quel velo ci
tenta. La tentazione è particolarmente forte per teorici come
me, per coloro che hanno lavorato più nel campo delle parti-
celle elementari che non in quello dell'astrofisica. Molte inte-
ressanti concezioni dell'odierna fisica delle particelle hanno con-
seguenze così sottili che risulta estremamente difficile verificar-
le in laboratorio, ma si tratta di conseguenze addirittura cla-
morose quando tali concezioni vengono applicate ai primissimi
istanti della storia dell'universo.
Il primo problema che ci troviamo ad affrontare quando il
nostro sguardo si volge a considerare temperature superiori a
100 milioni di gradi ci viene proposto dalle « interazioni forti »
delle particelle elementari. Le interazioni forti sono le forze
che tengono insieme in un nucleo atomico neutroni e protoni.
A differenza delle forze elettromagnetiche e gravitazionali, que-
ste forze non ci sono familiari nella vita quotidiana, perché il
loro raggio d'azione è estremamente breve, di circa un decibi-
13
lionesimo di centimetro (10- cm). Anche nelle molecole, in
cui i nuclei atomici distano fra loro, tipicamente, di intervalli
8
dell'ordine di alcuni centomilionesimi di centimetro (10- cm),
le interazioni forti fra nuclei diversi non hanno virtualmente
effetto. Tuttavia, come indica il loro nome, le interazioni forti
sono molto forti. Quando due protoni vengono sospinti abba-
stanza vicini l'uno all'altro, l'interazione forte fra loro diventa
circa 100 volte maggiore della repulsione elettrica; perciò le
interazioni forti sono in grado di dare coesione ai nuclei ato-
mici di contro alla repulsione elettrica di quasi 100 protoni.
L'esplosione di una bomba H è causata da una ridisposizione
di neutroni e protoni che a questi consente di essere legati in
modo più compatto ed efficace a opera delle interazioni forti;
l'energia della bomba è esattamente l'eccesso di energia reso
disponibile dal nuovo assetto.
Proprio alla forza eccezionale delle interazioni forti si deve
Figura 10. Alcuni diagrammi di Feynman. La figura propone alcuni fra i più
semplici diagrammi di Feynman per il processo di diffusione elettrone-elettrone.
Le linee rette designano elettroni o positoni; le linee ondulate designano fotoni.
Ogni diagramma rappresenta una certa quantità numerica dipendente dalle quan-
tità di moto e dagli spin degli elettroni in ingresso e in uscita; la frequenza del
processo di diffusione è uguale al quadrato della somma di queste quantità,
associate a tutti i diagrammi di Feynman. Il contributo di ogni diagramma a
questa somma è proporzionale a un numero di fattori di 1/137 (la costante di
struttura fine) dato dal numero di linee fotoniche. 11 diagramma (a) rappresenta
lo scambio di un singolo fotone e costituisce il contributo principale, propor-
zionale a 1/137. I diagrammi (b), (c), (d), (e) rappresentano tutti i tipi di dia-
grammi che formano le correzioni « radiative » dominanti ad (a), e costituiscono
2
tutti contributi dell'ordine (1/137) . Il diagramma (f) costituisce un contributo
3
ancora più piccolo, proporzionale a (1/137) .

se il loro trattamento matematico è assai più difficile di quello


delle interazioni elettromagnetiche. Quando, per esempio, cal-
coliamo la frequenza di diffusione di due elettroni dovuta alla
repulsione elettromagnetica esistente fra loro, dobbiamo som-
mare un numero infinito di contributi corrispondenti ciascuno
a una particolare sequenza di emissione e di assorbimento di
fotoni e di coppie elettroni-positoni, simboleggiati in un « dia-
gramma di Feynman » come quelli illustrati nella figura 10.
152 I primi tre minuti

(Il metodo di calcolo che ricorre a questi diagrammi fu ela-


borato verso la fine degli anni quaranta da Richard P. Feyn-
man, allora alla Cornell University. A rigore, la frequenza del
processo di diffusione è data dal quadrato di una somma di
contributi, uno per ciascun diagramma.) L'aggiunta a ogni dia-
gramma di una linea più interna riduce il contributo del dia-
gramma di un fattore press'a poco uguale a una costante fon-
damentale di natura, nota come « costante di struttura fine ».
Questa costante è molto piccola, pari a circa 1/137,036. Dia-
grammi complessi danno quindi contributi piccoli, e noi pos-
siamo calcolare la frequenza del processo di diffusione con ap-
prossimazione adeguata sommando i contributi tratti da pochi
diagrammi semplici. (Perciò confidiamo di poter predire spet-
tri atomici con precisione quasi illimitata.) Per le interazioni
forti, invece, la costante che svolge il ruolo della costante di
struttura fine è press'a poco uguale a uno, non a 1 / 1 3 7 , per
cui i diagrammi complicati danno un contributo altrettanto
grande quanto i diagrammi semplici. Questo problema, ossia
la difficoltà di calcolare frequenze per processi implicanti inte-
razioni forti, ha rappresentato il massimo ostacolo singolo al
progresso nella fisica delle particelle elementari relativamente
all'ultimo quarto di secolo.
N o n tutti i processi comportano interazioni forti. Le intera-
zioni forti operano infatti solo all'interno di una classe di parti-
celle conosciute come « adroni » (dal greco hadros, « forte »).
Questa classe comprende le particelle nucleari, i pioni e al-
tre particelle instabili, denominate kaoni, mesoni eta, iperoni
lambda, iperoni sigma, ecc. Gli adroni sono generalmente
più pesanti, hanno cioè massa maggiore, dei leptoni (il vo-
cabolo « leptoni » deriva dalla parola greca leptos, che si-
gnifica « leggero »), ma la differenza veramente importante che
intercorre fra queste categorie consiste nel fatto che gli adroni,
diversamente dai leptoni - i neutrini, gli elettroni e i muoni -,
soggiacciono agli effetti delle interazioni forti. Il fatto che gli
Il primo centesimo di secondo 153

elettroni non siano sensibili alle forze nucleari è fondamentale;


a ciò e alla piccola massa dell'elettrone si deve la circostanza
per cui la nube elettronica che circonda un atomo o una m o -
lecola è circa 100 0 0 0 volte maggiore dei nuclei atomici, men-
tre le forze chimiche che mantengono gli atomi nelle molecole
sono milioni di volte più deboli delle forze che tengono insie-
me neutroni e protoni nei nuclei. Se gli elettroni, negli atomi e
nelle molecole, fossero sensibili alla forza nucleare, non esi-
sterebbero né chimica né cristallografia né biologia; esisterebbe
solo la fisica nucleare.
La temperatura di 100 milioni di gradi Kelvin con cui ab-
biamo cominciato la nostra esposizione nel capitolo V è frutto
di una scelta accurata; ci serviva infatti una temperatura che
fosse inferiore alla temperatura di soglia per tutti gli adroni.
(In base alla tabella a p. 172 l'adrone più leggero, il pione, ha
una temperatura di soglia di circa 1,6 bilioni di gradi Kelvin.)
Così, nel corso di tutta la storia che abbiamo raccontato nel
capitolo V, le sole particelle presenti in gran numero erano
leptoni e fotoni, e le loro interazioni reciproche potevano es-
sere tranquillamente ignorate.
In che modo dobbiamo affrontare il problema di tempera-
ture superiori, quando adroni e antiadroni dovevano essere
presenti in gran numero? Ci sono due risposte molto diverse,
che riflettono due distinte scuole di pensiero circa la natura
degli adroni.
Secondo la prima, non esiste nella realtà qualcosa come un
adrone « elementare ». Ogni adrone è fondamentale come qual-
siasi altro; e ciò vale non soltanto per adroni stabili e quasi
stabili, come il protone e il neutrone, e non solo per particelle
moderatamente instabili come i pioni, i kaoni, i mesoni eta e
gli iperoni, i quali vivono abbastanza per lasciare tracce misu-
rabili su pellicole fotografiche o in camere a bolle, ma anche
per « particelle » totalmente instabili come i mesoni ρ, i quali
vivono solo per un istante, quel tanto che basta ad attraversare
154 I primi tre minuti

un nucleo atomico a una velocità prossima a quella della luce.


Questa dottrina fu sviluppata verso la fine degli anni cinquanta
e all'inizio degli anni sessanta, particolarmente da Geoffrey
Chew, di Berkeley, ed è nota talvolta come « democrazia
nucleare ».
Adottando una definizione di « adrone » così liberale, esi-
stono letteralmente centinaia di adroni noti la cui temperatura
di soglia è inferiore a 100 miliardi di gradi Kelvin, e probabil-
mente ce ne sono altre centinaia ancora da scoprire. Alcune
teorie contemplano un numero di specie illimitato: il numero
di tipi di particelle aumenterà sempre più rapidamente man
mano che esploreremo masse sempre maggiori. Può sembrare
un'impresa disperata cercare di dare un senso a un mondo
così complesso, ma la stessa complessità di quest'ampia gamma
di particelle può condurre a una sorta di semplicità. Per esem-
pio, il mesone ρ è un adrone che può essere considerato un
composto instabile di due pioni; quando includiamo esplicita-
mente nei nostri calcoli i mesoni ρ stiamo già tenendo conto
in qualche misura dell'interazione forte fra pioni; forse inclu-
dendo esplicitamente nei nostri calcoli termodinamici tutti gli
adroni, potremo ignorare tutti gli altri effetti delle interazioni
forti.
Inoltre, se il numero delle specie di adroni esistenti è vera-
mente illimitato, quando racchiudiamo una quantità di ener-
gia sempre maggiore in un volume dato l'energia non aumen-
terà le velocità casuali delle particelle, ma aumenterà invece le
quantità dei tipi di particelle presenti nel volume. La tempe-
ratura allora non si eleva al crescere della densità di energia
con la stessa velocità con cui si eleverebbe se il numero delle
specie di adroni fosse fisso. Di fatto, in tali teorie può esserci
una temperatura massima, un valore della temperatura in cor-
rispondenza del quale la densità di energia diventa infinita.
Questo sarebbe un limite superiore alla temperatura altrettanto
insuperabile quanto lo è lo zero assoluto come limite inferiore.
Il primo centesimo di secondo 155

L'idea di una temperatura massima nella fisica degli adroni è


dovuta in origine a R. Hagedorn del laboratorio del C E R N
di Ginevra, ed è stata ulteriormente sviluppata da altri teorici,
fra cui Kerson Huang del Massachusetts Institute of Technology
e il sottoscritto. C'è addirittura una stima abbastanza precisa
di quella che dovrebbe essere la temperatura massima: si trat-
ta di un valore sorprendentemente basso, circa due bilioni di
12
gradi Kelvin (2 x 10 °K). Man mano che prendiamo in consi-
derazione momenti sempre più vicini all'inizio, la temperatura
dovrebbe salire approssimandosi sempre più a questo massimo,
e la varietà dei tipi di adroni dovrebbe arricchirsi sempre più.
Ma anche in condizioni così insolite, dev'esserci pure stato un
inizio, un tempo di densità di energia infinita, un centesimo
di secondo circa prima del primo fotogramma da noi esaminato.
Esiste poi un'altra scuola di pensiero che è molto più con-
venzionale, molto più vicina alla comune intuizione che non la
« democrazia nucleare » e a mio giudizio anche più vicina alla
realtà. Secondo questa scuola, non tutte le particelle apparten-
gono allo stesso rango; alcune sono effettivamente elementari,
tutte le altre sono meri composti di particelle elementari. Sono
considerati particelle elementari il fotone e tutti i leptoni co-
nosciuti, ma nessuno degli adroni conosciuti. Si suppone invece
che gli adroni siano composti di particelle più elementari, note
come « quark ».
La versione originale della teoria dei quark risale a Murray
Geli-Mann e (indipendentemente) a George Zweig, entrambi
del California Institute of Technology. L'immaginazione poeti-
ca dei fisici teorici si è sbizzarrita a battezzare le varie specie
di quark. I quark si presentano in diversi tipi, o « sapori », ai
quali vengono dati nomi come « su », « giù », « strano » e
« incantato » (charm-quark). Ogni « sapore » di quark, inoltre,
si presenta in tre distinti « colori », che i teorici americani chia-
mano di solito rosso, bianco e blu. Il piccolo gruppo di fisici
teorici attivi a Pechino ha adottato da tempo una versione della
156 I primi tre minuti

teoria dei quark, che chiama però « stratoni » anziché quark,


perché queste particelle rappresentano uno strato della realtà
più profondo rispetto ai comuni adroni.
Se l'idea dei quark è giusta, la fisica dei primissimi istanti
dell'universo potrebbe essere più semplice di quanto non si
pensasse. Dalla distribuzione spaziale dei quark all'interno di
una particella nucleare è possibile inferire qualcosa sulle forze
che agiscono fra i quark, e tale distribuzione può essere a sua
volta determinata (se il modello dei quark è esatto) da osser-
vazioni di urti ad alta energia fra elettroni e particelle nucleari.
In tal modo alcuni anni fa si trovò, nell'ambito di una colla-
borazione fra il M.I.T. e lo Stanford Linear Accelerator Cen-
ter, che la forza fra quark sembra svanire quando i quark sono
molto vicini l'uno all'altro. Questa scoperta suggerisce che a
una qualche temperatura intorno a vari bilioni di gradi Kelvin
gli adroni non farebbero che scindersi nei quark che li com-
pongono, nello stesso modo in cui ad alcune migliaia di gradi
gli atomi si scompongono in elettroni e in nuclei, e ad alcuni
miliardi di gradi i nuclei si scompongono in neutroni e protoni.
In base a questa teoria, in tempi molto remoti l'universo dove-
va constare di fotoni, leptoni, antileptoni, quark e antiquark, i
quali dovevano muoversi tutti sostanzialmente come particelle
libere, e ciascuna specie di particelle doveva fornire in effetti
solo un ulteriore tipo di emissione del corpo nero. Ed è allora
facile calcolare che dev'esserci stato un inizio, uno stato di den-
sità infinita e di infinita temperatura, un centesimo di secondo
circa prima del primo fotogramma.
Queste concezioni piuttosto intuitive hanno recentemente frui-
to di una fondazione matematica molto più solida. Nel 1973
tre giovani teorici, Hugh David Politzer, di Harvard, e David
Gross e Frank Wilczek, di Princeton, hanno dimostrato che, in
una speciale classe di teorie di campo quantistiche, le forze
fra quark diventano di fatto più deboli quando i quark vengo-
no spinti a minori distanze reciproche. (Questa classe di teorie
Il primo centesimo di secondo 157

è nota come « teorie di gauge non abeliane » per ragioni troppo


tecniche perché possano essere spiegate in questa sede.) Tali
teorie hanno la notevole proprietà della « libertà asintotica »:
a distanze asintoticamente brevi o ad alte energie, i quark si
comportano come particelle libere. J.C. Collins e M.J. Perry
hanno dimostrato anche, all'Università di Cambridge, che in
ogni teoria asintoticamente libera le proprietà di un mezzo a
temperatura e densità sufficientemente elevate sono essenzial-
mente le stesse che il mezzo avrebbe se consistesse solo di par-
ticelle libere. La libertà asintotica di queste teorie di gauge non
abeliane fornisce così una solida giustificazione matematica al
quadro semplicissimo del primo centesimo di secondo: una
frazione di tempo in cui l'universo era composto di particelle
elementari libere.
Il modello dei quark funziona benissimo in una vasta gam-
ma di applicazioni. Protoni e neutroni si comportano veramen-
te come se constassero di tre quark, i mesoni ρ si comportano
come se constassero di un quark e di un antiquark, e così via.
Nonostante questo successo, però, il modello dei quark ci po-
ne un problema imbarazzante: neppure con le massime energie
fornite dagli acceleratori oggi esistenti è stato finora possibile
scindere un adrone nei quark che lo comporrebbero.
Anche nella cosmologia ci troviamo di fronte alla medesima
impossibilità di isolare quark liberi. Se veramente gli adroni
erano scissi in quark liberi nelle condizioni di altissima tem-
peratura dominanti nell'universo iniziale, ci si potrebbe atten-
dere che qualche quark rimasto libero si sia conservato come
tale fino a oggi. L'astrofisico sovietico Ja. B. Zel'dovich ha sti-
mato che i quark liberi residui dovrebbero essere presenti nel-
l'universo attuale press'a poco con la stessa frequenza degli
atomi d'oro. Inutile dire che, se l'oro non è abbondante, è
certo molto più facile procurarsi qualche decina di grammi
d'oro che non di quark.
L'enigma dell'inesistenza di quark liberi isolati è fra i pro-
158 I primi tre minuti

blemi più importanti che si pongano oggi ai fisici teorici. Gross,


Wilczek e chi scrive hanno ipotizzato che la « libertà asinto-
tica » fornisca una possibile spiegazione. Se la forza dell'inte-
razione fra due quark diminuisce quando essi vengono spinti
l'uno a stretto contatto dell'altro, è vero anche che aumenta
quando vengono allontanati. L'energia richiesta per allontanare
un quark dagli altri quark presenti in un normale adrone au-
menta quindi con l'aumentare della distanza, e pare che diven-
ga infine sufficiente a creare dal vuoto nuove coppie quark-
antiquark. Ci troviamo infine di fronte non più a vari quark
liberi ma a vari comuni adroni. È esattamente come se si cer-
casse di isolare un capo di un pezzo di spago; se si tira con
forza lo spago si romperà, ma come risultato finale si otterran-
no due pezzi di spago, ciascuno con due capi! Alle origini del-
l'universo i quark dovevano essere abbastanza vicini per non
sentire queste forze e per potersi comportare come particelle
libere. Quando però l'universo raggiunse un certo grado di
espansione e di raffreddamento, ogni quark libero presente do-
vette annichilarsi con un antiquark o altrimenti trovarsi un po-
sticino tranquillo all'interno di un protone o di un neutrone.
Tanto dovrebbe bastare a proposito delle interazioni forti.
Ci imbatteremo in altri problemi quando invertiremo l'orolo-
gio del tempo verso i primissimi istanti.
Una conseguenza davvero affascinante delle moderne teorie
delle particelle elementari è che l'universo può essere passato
per una transizione di fase, come il congelamento dell'acqua
quando la sua temperatura scende sotto i 273 °K (= 0 ° C ) .
Questa transizione di fase non è associata alle interazioni forti,
bensì all'altra classe di interazioni a breve raggio d'azione della
fisica delle particelle, le cosiddette interazioni deboli.
Le interazioni deboli sono quelle da cui dipendono taluni
processi di decadimento radioattivo, come il decadimento di
un neutrone libero (cfr. p. 107) o, più genericamente, ogni rea-
zione implicante un neutrino (cfr. p. 112). Come indica il loro
Il primo centesimo di secondo 159

nome, le interazioni deboli sono molto più deboli delle inte-


razioni elettromagnetiche o delle interazioni forti. Per esempio,
in una collisione fra un neutrino e un elettrone a un'energia
di un milione di elettronvolt, la forza debole è circa un deci-
7
milionesimo (10- ) della forza elettromagnetica agente fra due
elettroni che si urtano con la medesima energia.
Nonostante la debolezza delle interazioni deboli, si pensa
da molto tempo alla possibilità che esista una relazione pro-
fonda fra le forze deboli e le forze elettromagnetiche. Una teo-
ria di campo che unifica queste due forze fu proposta nel 1967
da me e nel 1968, indipendentemente, da Abdus Salam. Que-
sta teoria prediceva una nuova classe di interazioni deboli, le
cosiddette correnti neutre, la cui esistenza fu confermata speri-
mentalmente nel 1973. Essa trovò un ulteriore supporto nella
scoperta, a partire dal 1974, di un'intera famiglia di nuovi
adroni. L'idea chiave di questo tipo di teoria è che la natura
possiede un grado di simmetria molto elevato che connette
le varie particelle e forze ma che viene oscurato nei fenomeni
fisici comuni. Le teorie di campo usate dopo il 1973 per de-
scrivere le interazioni forti sono del medesimo tipo matematico
(teorie di gauge non abeliane), e molti fisici ritengono oggi che
le teorie di gauge possano fornire una base unificata per la
comprensione di tutte le forze della natura: forze deboli, elettro-
magnetiche, forti e forse anche gravitazionali. A suo sostegno
questa concezione ha una proprietà delle teorie di gauge che,
congetturata da Salam e da me, è stata dimostrata per la prima
volta nel 1971 da Gerard 't Hoft e B. Lee; i contributi dei dia-
grammi di Feynman complessi, pur essendo apparentemente in-
finiti, danno risultati finiti per le velocità di tutti i processi fisici.
Per gli studi sulle origini dell'universo, l'aspetto importante
delle teorie di gauge è che, come indicato nel 1972 da D.A.
Kirzhnic e da A . D . Linde, dell'Istituto di Fisica Lebedev di
Mosca, queste teorie presentano una transizione di fase, una
sorta di congelamento, a una « temperatura critica » di circa
160 I primi tre minuti

15
3 0 0 0 bilioni di gradi (3 X 10 °K). A temperature inferiori
alla temperatura critica, l'universo era com'è adesso: le intera-
zioni deboli erano deboli e avevano un breve raggio d'azione.
A temperature superiori alla temperatura critica l'unità essen-
ziale fra le interazioni deboli e le interazioni elettromagnetiche
era manifesta: le interazioni deboli obbedivano al medesimo tipo
di legge della proporzione inversa al quadrato propria delle inte-
razioni elettromagnetiche e avevano press'a poco la medesima
forza.
L'analogia con un bicchiere d'acqua che sta gelando è istrut-
tiva per la nostra trattazione. Al di sopra del punto di congela-
mento l'acqua, allo stato liquido, presenta un grado elevato di
omogeneità: la probabilità di trovare una molecola d'acqua in
un punto all'interno del bicchiere è esattamente la stessa che
in ogni altro punto. Quando l'acqua gela, però, questa simme-
tria fra punti diversi nello spazio va in parte perduta: il ghiac-
cio forma un reticolo cristallino con le molecole d'acqua che
occupano talune posizioni regolarmente intervallate e con una
probabilità quasi nulla di trovare molecole d'acqua in qualsiasi
altra posizione. Analogamente, quando l'universo « gelò » in
coincidenza col calare della temperatura al di sotto di 3 0 0 0
bilioni di gradi, andò perduta una simmetria: non la sua omo-
geneità spaziale, come nel nostro bicchiere di ghiaccio, bensì
la simmetria fra le interazioni deboli e le interazioni elettro-
magnetiche.
Si può spingere l'analogia ancora oltre. Come tutti sanno,
quando l'acqua gela non forma di solito un cristallo di ghiac-
cio perfetto, ma qualcosa di molto più complesso: una con-
gerie di porzioni cristalline separate da vari tipi di irregolarità
del cristallo. Anche l'universo gelò in porzioni distinte? Noi
viviamo in una di tali porzioni, in cui la simmetria fra le inte-
razioni deboli ed elettromagnetiche si è infranta in modo par-
ticolare, e finiremo col tempo per scoprire altre porzioni, con
proprietà distinte?
Il primo centesimo di secondo 161

La nostra immaginazione ci ha condotto a ritroso fino a una


temperatura di 3 0 0 0 bilioni di gradi, e abbiamo dovuto occu-
parci delle interazioni forti, deboli ed elettromagnetiche. Che
cosa possiamo dire dell'altra grande classe di interazioni nota
alla fisica, quella delle interazioni gravitazionali? La gravitazio-
ne ha ovviamente giocato una parte importante nella nostra
storia, in quanto controlla la relazione esistente fra la densità
dell'universo e la sua rapidità di espansione. Finora, tuttavia,
non risulta che la gravità abbia esercitato alcun effetto sulle
proprietà interne di qualsiasi parte dell'universo iniziale. Que-
sta assenza di effetti è dovuta all'estrema debolezza della forza
gravitazionale; basti pensare che la forza gravitazionale che
agisce fra l'elettrone e il protone in un atomo di idrogeno è più
debole della forza elettrica di 39 potenze del 10.
(Un esempio della debolezza della gravitazione nei processi
cosmologici ci è fornito dal processo della produzione di par-
ticelle in campi gravitazionali. Leonard Parker, dell'Università
del Wisconsin, ha accertato che gli effetti « di marea » del cam-
po gravitazionale dell'universo sarebbero stati sufficienti, in un
tempo aggirantesi intorno a un quadrilionesimo di secondo
-24
[10 sec] dall'inizio dell'universo, per produrre dallo spazio
vuoto coppie particella-antiparticella. A quelle temperature la
gravitazione era però ancora così debole che il numero di par-
ticelle prodotto in tal modo diede un contributo trascurabile
alle particelle già presenti in equilibrio termico.)
Ciononostante possiamo almeno immaginare un tempo in
cui le forze gravitazionali fossero forti quanto le interazioni
nucleari forti di cui si è detto sopra. I campi gravitazionali so-
no generati non soltanto dalle masse di particelle, ma da ogni
forma di energia. La Terra sta orbitando attorno al Sole a una
velocità leggermente maggiore di quella che si avrebbe se il
Sole non fosse caldo, perché l'energia presente nel calore del
Sole contribuisce, sia pure in misura molto ridotta, alla sua
forza gravitazionale. A temperature elevatissime le energie del-
162 I primi tre minuti

le particelle in equilibrio termico possono raggiungere valori


tanto grandi che le forze gravitazionali agenti fra esse possono
diventare forti quanto qualsiasi altra forza. È possibile stimare
che tale situazione si sia instaurata a una temperatura di circa
32 º
100 quintilioni di gradi ( 1 0 K).
A questa temperatura possono essere accaduti ogni sorta di
strani fenomeni. N o n soltanto le forze gravitazionali possono
essere state forti e la produzione di particelle a opera di campi
gravitazionali copiosa - l'idea stessa di « particella » in que-
sta situazione non avrebbe avuto ancora alcun significato -;
ma l'« orizzonte », la distanza da oltre la quale nessun segna-
le può esserci ancora pervenuto (cfr. pp. 52-4), si sarebbe trovato
a una distanza inferiore alla lunghezza d'onda di una particella
tipica in equilibrio termico. Esprimendoci in modo non rigo-
roso, ogni particella era press'a poco grande quanto l'intero
universo osservabile!
Ciò che sappiamo sulla natura quantistica della gravitazione
non basta neppure per speculare in modo intelligente sulla
storia dell'universo anteriore al momento preso in considera-
zione. Possiamo stimare (si tratta comunque di una stima ap-
32
prossimativa) che la temperatura di 1 0 °K sia stata raggiunta
43
circa 10- secondi dopo l'inizio, ma non è realmente chiaro
se questa stima abbia qualche significato. Così, per quanto nu-
merosi possano essere stati i veli che abbiamo sollevato, c'è
32
un velo, corrispondente a una temperatura di 1 0 °K, che an-
cora oscura la nostra visione dei primissimi istanti.
Nessuna di queste incertezze, però, comporta sostanziali dif-
ferenze per l'astronomia del 1977 d.C. Il fatto è che, durante
tutto il primo secondo, l'universo si trovò presumibilmente in
uno stato di equilibrio termico in cui la quantità e la distribu-
zione di tutte le particelle, compresi i neutrini, furono deter-
minate dalle leggi della meccanica statistica, non dai partico-
lari della loro storia anteriore. Quando misuriamo l'abbondan-
za odierna di elio, o della radiazione a microonde, o anche
Il primo centesimo di secondo 163

dei neutrini, osserviamo le vestigia dello stato di equilibrio


termico che si concluse alla fine del primo secondo. Per quel
che ne sappiamo, nulla di ciò che possiamo osservare dipende
da una storia dell'universo anteriore a quel momento. (In par-
ticolare, nulla di ciò che osserviamo oggi dipende dall'essere
stato l'universo, prima dello stato di equilibrio termico del pri-
mo secondo, isotropo e omogeneo, tranne forse il rapporto fra
fotoni e particelle nucleari.) È come se preparassimo con cura
un pranzo - gli ingredienti più freschi, le spezie più ricercate,
i vini più pregiati - e poi facessimo bollire il tutto in una pen-
tola per un paio d'ore. Sarebbe difficile, anche per l'ospite più
avvertito, distinguere che cosa gli viene servito.
C'è però una possibile eccezione. Il fenomeno della gravi-
tazione, come quello dell'elettromagnetismo, può manifestarsi
sotto forma di onde, oltre che sotto la forma più familiare di
un'azione statica a distanza. Due elettroni in quiete si respin-
gono con una forza elettrostatica dipendente dalla distanza
che li divide, ma se noi facciamo muovere un elettrone avanti
e indietro, l'altro non avvertirà alcuna variazione nella forza
che agisce su di esso finché le notizie sulla variazione della
distanza dall'altro elettrone, trasportate da un'onda elettroma-
gnetica, non lo avranno raggiunto. Inutile dire che queste onde
viaggiano alla velocità della luce: esse sono luce, anche se
non necessariamente luce visibile. Analogamente, se un titano
sconsiderato agitasse il Sole avanti e indietro, noi sulla Terra
non ne avvertiremmo gli effetti per otto minuti, ossia per il
tempo occorrente a un'onda per percorrere, viaggiando alla
velocità della luce, la distanza che separa il Sole dalla Terra.
L'onda di cui stiamo parlando non è un'onda luminosa, un'on-
da prodotta da campi elettrici e magnetici oscillanti, bensì
un'onda gravitazionale, in cui l'oscillazione si esercita nei cam-
pi gravitazionali. Esattamente come per le onde elettromagne-
tiche, sotto la comune etichetta di « radiazione gravitazionale »
riuniamo onde gravitazionali di tutte le lunghezze d'onda.
164 I primi tre minuti

La radiazione gravitazionale interagisce con la materia mol-


to più debolmente che non la radiazione elettromagnetica o
gli stessi neutrini. (Per questo motivo, pur essendo ragione-
volmente certi, su basi teoriche, dell'esistenza della radiazione
gravitazionale, non siamo finora riusciti, nonostante strenui sfor-
zi, a scoprire onde gravitazionali emananti da qualche sorgen-
te.) La radiazione gravitazionale, pertanto, dev'essere uscita
dall'equilibrio termico con gli altri contenuti dell'universo assai
32
presto, quando la temperatura si aggirava attorno a 10 °K. Da
allora la temperatura effettiva di tale radiazione andò semplice-
mente calando in ragione inversa alle dimensioni dell'universo.
È questa la medesima legge di diminuzione a cui obbedì la
temperatura degli altri contenuti dell'universo, con la sola ec-
cezione costituita dal fatto che l'annichilazione di coppie
quark-antiquark e leptone-antileptone fece salire la temperatu-
ra del resto dell'universo ma non della radiazione gravitazio-
nale. L'universo di oggi dovrebbe quindi essere pieno di ra-
diazione gravitazionale a una temperatura simile ma un po'
minore di quella dei neutrini o dei fotoni: forse intorno a 1 °K.
La scoperta di questa radiazione rappresenterebbe un'osserva-
zione diretta dell'istante più antico della storia dell'universo
che possa essere contemplato dall'odierna fisica teorica. Pur-
troppo sembra non ci sia la minima possibilità di scoprire un
fondo di 1 °K di radiazione gravitazionale, almeno in un fu-
turo prevedibile.

Con l'aiuto di una buona dose di teoria altamente specula-


tiva siamo stati in grado di estrapolare la storia dell'universo
fino ad arrivare, nel nostro cammino a ritroso nel tempo, a un
momento di densità infinita. Questo risultato ci lascia però
insoddisfatti. Ovviamente, infatti, desideriamo conoscere che
cosa c'era prima di quel momento, prima che l'universo co-
minciasse a espandersi e a raffreddarsi.
Una possibilità è che in realtà non ci sia mai stato un m o -
mento di densità infinita. La presente espansione dell'universo
Il primo centesimo di secondo 165

può avere avuto inizio alla fine di un precedente periodo di


contrazione, una volta che la densità dell'universo ebbe rag-
giunto un valore molto elevato ma finito. Diremo qualcosa di
più su questa possibilità nel prossimo capitolo.
Pur ignorando se sia o non sia vero, riteniamo almeno logi-
camente possibile che ci sia stato un inizio, e che il tempo
stesso non abbia alcun significato prima di quel momento.
Noi tutti siamo abituati all'idea di uno zero assoluto della tem-
peratura. È impossibile raffreddare qualcosa al di sotto di
- 2 7 3 , 1 6 °C, non perché l'operazione sia troppo difficile o
perché nessuno sia mai riuscito a inventare un frigorifero ab-
bastanza efficiente, ma perché temperature inferiori allo zero
assoluto non hanno alcun significato: non possiamo aver meno
calore dell'assenza totale di calore. Analogamente, potremmo
abituarci all'idea di uno zero assoluto nel tempo: un momento
del passato oltre il quale è impossibile, per principio, operare
una concatenazione di causa ed effetto. Il problema è aperto,
e potrebbe restare aperto per sempre.
Ai miei occhi la cosa più soddisfacente emersa da queste
speculazioni sui primi istanti dell'universo è il possibile parallelo
fra la storia dell'universo e la sua struttura logica. La natura
ci presenta oggi una grande varietà di tipi di particelle e di
tipi di interazioni. Eppure abbiamo imparato a scrutare oltre
questa diversità e a cercare di vedere nelle varie particelle e
interazioni aspetti molteplici di una semplice teoria di campo
di gauge unificata. L'universo attuale è così freddo che le sim-
metrie fra le varie particelle e interazioni sono state oscurate da
una sorta di congelamento; esse non si manifestano nei fenomeni
comuni, ma devono essere espresse matematicamente nelle
nostre teorie di campo di gauge. Ciò che noi facciamo oggi
con la matematica fu compiuto ai primordi dell'universo dal
calore: i fenomeni fisici esibivano direttamente l'essenziale sem-
plicità della natura. Ma non c'era nessuno a percepirla.
VIII
Epilogo: uno sguardo al futuro

L'universo continuerà certamente a espandersi per un bel po'.


Su ciò che accadrà dopo, il modello standard fa una previsione
equivoca: tutto dipende dalla risposta alla domanda se la den-
sità cosmica sia minore o maggiore di un certo valore critico.
Come abbiamo visto nel capitolo II, se la densità cosmica è
minore della densità critica, l'universo è infinito e continuerà a
espandersi per sempre. I nostri discendenti, se ne avremo, ve-
dranno le reazioni termonucleari finire lentamente in tutte le
stelle lasciando dietro di sé vari tipi di ceneri: stelle nane nere,
stelle di neutroni, forse buchi neri (black holes). I pianeti po-
tranno continuare a compiere le loro rivoluzioni, rallentando
in conseguenza dell'emissione di onde gravitazionali ma senza
giungere a fermarsi in un tempo finito. I fondi di radiazione
cosmici e i neutrini continueranno a diminuire di temperatura
in ragione inversa alle dimensioni dell'universo ma senza an-
nullarsi mai; oggi siamo appena in grado di rivelare l'esistenza
del fondo di radiazione a microonde di 3 °K.
Se invece la densità cosmica è maggiore del valore critico,
l'universo è finito e verrà il momento in cui la sua espansione
cesserà, dando luogo a una contrazione sempre più veloce.
Ammettendo, ad esempio, che la densità cosmica sia doppia
del suo valore critico, e che il valore della costante di Hubble
oggi accettato (15 chilometri al secondo per milione di anni-
Epilogo: uno sguardo al futuro 167

luce) sia corretto, l'universo avrebbe oggi 10 miliardi di anni;


esso continuerebbe a espandersi per altri 50 miliardi di anni e
poi comincerebbe a contrarsi. (Si veda la fig. 4, a p. 49.) La
contrazione corrisponde esattamente all'espansione, con l'uni-
ca differenza che si svolge in senso contrario: dopo altri 50
miliardi di anni l'universo avrà riacquistato le dimensioni at-
tuali e dopo altri 10 miliardi di anni si approssimerà a uno
stato singolare di densità infinita.
Almeno durante la prima fase della contrazione cosmica,
gli astronomi (se ce ne saranno) potranno divertirsi a osser-
vare sia spostamenti verso il rosso sia spostamenti verso l'az-
zurro. La luce proveniente da galassie vicine sarà stata emessa
in un tempo in cui l'universo aveva dimensioni maggiori che
non quando la luce verrà osservata, cosicché questa luce ap-
parirà spostata verso la parte dello spettro con lunghezze d'on-
da minori, ossia verso l'azzurro. La luce proveniente da og-
getti estremamente lontani sarà stata emessa invece in un pe-
riodo in cui l'universo era ancora nelle fasi iniziali della sua
espansione, cioè quando l'universo aveva dimensioni ancora
minori di quelle che avrà nel momento in cui la luce verrà
osservata, cosicché questa luce apparirà spostata verso l'estre-
mo dello spettro a onde lunghe, ossia verso il rosso.
La temperatura dei fondi di radiazione cosmici di fotoni e
neutrini scenderà e poi salirà in coincidenza con l'espansione
e poi con la contrazione dell'universo, sempre in proporzione
inversa alle dimensioni dell'universo. Nell'ipotesi che la densi-
tà cosmica sia ora doppia del suo valore critico, i nostri cal-
coli dimostrano che l'universo, alla sua dilatazione massima,
avrà dimensioni precisamente doppie delle attuali, cosicché la
temperatura del fondo di microonde avrà allora precisamente
la metà del suo valore attuale di 3 °K, ossia circa 1,5 °K. Poi,
mentre l'universo comincerà a contrarsi, la temperatura ripren-
derà a salire.
Dapprima non ci sarà alcun allarme: per miliardi di anni
168 I primi tre minuti

la radiazione di fondo sarà così fredda che occorrerà un grande


sforzo per scoprirla. Ma quando l'universo si sarà nuovamente
contratto fino a un centesimo delle sue dimensioni attuali, la
radiazione di fondo comincerà a dominare il cielo: il cielo not-
turno sarà caldo (300 °K) come lo è oggi il nostro cielo diurno.
Settanta milioni di anni dopo l'universo si sarà contratto fino a
raggiungere dimensioni dieci volte minori e i nostri posteri (se
ce ne saranno) troveranno il cielo intollerabilmente luminoso.
Le molecole nelle atmosfere planetarie e stellari e nello spazio
interstellare cominceranno a dissociarsi negli atomi che le co-
stituiscono e gli atomi si scinderanno in elettroni liberi e nu-
clei atomici. Dopo altri 700 000 anni, la temperatura cosmica
raggiungerà i dieci milioni di gradi; allora le stelle e i pianeti
si dissolveranno in un miscuglio cosmico di radiazione, elet-
troni e nuclei. La temperatura salirà, in altri 22 giorni, a dieci
miliardi di gradi. I nuclei cominceranno a scindersi nei protoni
e neutroni che li compongono, disfacendo tutto il lavoro della
nucleosintesi sia stellare sia cosmologica. Subito dopo elettroni
e positoni verranno creati in gran numero per effetto di col-
lisioni fotone-fotone, e il fondo cosmico di neutrini e antineu-
trini rientrerà a far parte dell'equilibrio termico col resto
dell'universo.
Possiamo realmente raccontare questa tetra storia fino in
fondo, fino ad arrivare a uno stato di temperatura e densità
infinite? Il tempo si fermerà realmente tre minuti circa dopo
che la temperatura avrà raggiunto un miliardo di gradi? Ovvia-
mente, non possiamo esserne certi. Tutte le incertezze in cui
ci siamo imbattuti nel capitolo precedente tentando di esplorare
il primo centesimo di secondo torneranno a metterci in imba-
razzo a proposito- dell'ultimo centesimo di secondo. Soprat-
tutto, l'universo intero dovrebbe essere descritto, in questo con-
testo, nel linguaggio della meccanica quantistica a temperature
32
superiori a 100 quintilioni di gradi ( 1 0 °K), e nessuno ha la
più pallida idea di quel che accada in condizioni del genere.
Epilogo: uno sguardo al futuro 169

Inoltre, se l'universo non è realmente isotropo e omogeneo (si


veda la fine del capitolo V), allora tutta la nostra storia po-
trebbe perdere la sua validità ben prima che qualcuno di noi
sia in grado di affrontare i problemi della cosmologia quan-
tistica.
Da queste incertezze alcuni cosmologi traggono una forma di
speranza. Può darsi che l'universo sperimenti una sorta di
« rimbalzo » cosmico, per poi ricominciare a espandersi. Nel-
l'Edda, dopo la battaglia finale degli dei e dei giganti a Ragno-
rak, la Terra è distrutta dal fuoco e dall'acqua, ma successi-
vamente le acque si ritirano, i figli di Thor salgono dall'inferno
portando con sé il martello del padre e il mondo intero rico-
mincia a vivere. Se tuttavia l'universo tornerà a espandersi,
questa espansione rallenterà nuovamente fino a fermarsi e sarà
seguita da una nuova contrazione, sfociante in un'altra Ra-
gnorak cosmica, seguita a sua volta da un altro rimbalzo, e
così via all'infinito
Se questo è il nostro futuro, presumibilmente è anche il
nostro passato. L'attuale universo in espansione non sarebbe
che la fase seguita all'ultima contrazione e all'ultimo rimbalzo.
(Di fatto, nel loro articolo del 1965 sul fondo di radiazione
cosmica a microonde, Dicke, Peebles, Roll e Wilkinson sup-
ponevano che ci fosse stata una precedente fase completa di
espansione e contrazione cosmiche, e sostenevano che, per scin-
dere gli elementi pesanti formatisi nella fase precedente, l'uni-
verso doveva essersi contratto tanto da elevare la temperatura
almeno fino a dieci miliardi di gradi.) Spingendo ancor più
indietro lo sguardo, possiamo immaginare un ciclo senza fine
di espansioni e contrazioni estendentesi in un passato infinito,
senza inizio.
Alcuni cosmologi sono attratti, per ragioni filosofiche, anche
dal modello oscillante, specialmente per il fatto che, come il
modello dello stato stazionario, evita elegantemente il problema
della Genesi. Questo modello si trova però a dover fronteg-
170 I primi Ire minuti

giare una grave difficoltà teorica. In ciascun ciclo il rapporto


dei fotoni alle particelle nucleari (o, più precisamente, l'entro-
pia per ogni particella nucleare) viene leggermente accresciuto
da una sorta di attrito (noto come « viscosità volumica », bulk
viscosity) quando l'universo si espande e si contrae. A quanto
ci risulta, l'universo comincerebbe allora un nuovo ciclo con
un rapporto nuovo, leggermente maggiore, dei fotoni alle par-
ticelle nucleari. Questo rapporto è oggi grande ma non infinito,
sicché è difficile spiegarsi come l'universo possa avere speri-
mentato in precedenza un numero infinito di cicli.
Comunque possano essere risolti tutti questi problemi, e
qualunque modello cosmologico finisca col rivelarsi esatto, la
soluzione trovata non potrà darci alcun conforto. Negli esseri
umani c'è un'esigenza quasi irresistibile di credere che noi ab-
biamo un qualche rapporto speciale con l'universo, che la vita
umana non sia solo il risultato più o meno curioso di una
catena di eventi accidentali risalente fino ai primi tre minuti,
che la nostra esistenza fosse già in qualche modo preordinata
fin dal principio. Mentre scrivo queste righe mi trovo su un
aereo che vola a 9 0 0 0 metri di quota nel cielo del Wyoming,
diretto da San Francisco a Boston. Sotto di me la Terra mi
appare dolce e confortevole: qua e là sono sospese soffici nubi,
che il sole declinante tinge di rosa; la campagna è attraver-
sata da strade rettilinee che collegano una città all'altra. È
molto difficile rendersi conto che tutto ciò è solo una piccola
parte di un universo estremamente ostile. Ancora più difficile
è rendersi conto che l'universo attuale si è sviluppato a partire
da condizioni indicibilmente estranee e che sul suo futuro in-
combe un'estinzione caratterizzata da un gelo infinito o da un
calore intollerabile. Quanto più l'universo ci appare compren-
sibile, tanto più ci appare senza scopo.
Ma se non c'è conforto nei risultati della nostra ricerca, c'è
almeno qualche consolazione nella ricerca stessa. Gli uomini
e le donne non si accontentano di consolarsi con miti di dei e
Epilogo: uno sguardo al futuro 171

di giganti o di restringere il loro pensiero alle faccende della


vita quotidiana; costruiscono anche telescopi e satelliti e acce-
leratori, e siedono alla scrivania per ore interminabili nel ten-
tativo di decifrare il senso dei dati che raccolgono. Lo sforzo
di capire l'universo è tra le pochissime cose che innalzano la
vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole
un po' della dignità di una tragedia.
172 Tabelle

Proprietà di alcune particelle elementari. L'« energia di quiete » è l'energia


che sarebbe liberata se tutta la massa della particella fosse convertita in
energia. La « temperatura di soglia » è l'energia di quiete divisa per la
costante di Boltzmann; è la temperatura al di sopra della quale una parti-
cella può essere liberamente creata dalla radiazione termica. Il « numero
efficace di specie » dà il contributo relativo di ciascun tipo di particella
all'energia, pressione ed entropia totali, a temperature molto superiori alla
temperatura di soglia. Questo numero è presentato come il prodotto di
tre fattori: il primo fattore è 2 o 1 a seconda che la particella abbia o
no un'antiparticella distinta; il secondo fattore è il numero dei possibili
orientamenti dello spin delle particelle; l'ultimo fattore è 7/8 o 1 a seconda
che la particella obbedisca o no al principio di esclusione di Pauli. La
« vita media » è il periodo medio di tempo in cui la particella sopravvive
prima di subire un decadimento radioattivo in altre particelle.
Tabelle 173

Proprietà di alcuni tipi di radiazione. Ogni tipo di radiazione è caratte-


rizzato da una certa gamma di lunghezze d'onda, indicate qui in centimetri.
Corrispondentemente a questa gamma di lunghezze d'onda c'è uno spettro
di energie dei fotoni, indicate qui in elettronvolt. La « temperatura di corpo
nero » è la temperatura alla quale l'emissione del corpo nero avrebbe la
maggior parte della sua energia concentrata in prossimità delle lunghezze
d'onda date; questa temperatura è espressa qui in gradi Kelvin. (Per esem-
pio, la lunghezza d'onda su cui Penzias e Wilson erano sintonizzati quando
scoprirono la radiazione di fondo cosmica era di 7,35 cm; si tratta pertanto
di una radiazione nella gamma delle microonde; l'energia fotonica che si
libera quando un nucleo subisce una trasmutazione radioattiva è tipica-
mente dell'ordine di un milione di elettronvolt, ossia un raggio gamma;
e la superficie del Sole si trova a una temperatura di 5 800 °K, per cui
il Sole emette luce visibile.) Ovviamente le divisioni fra i vari tipi di radia-
zione non sono perfettamente nette, né esiste un accordo universale sulle
varie gamme di lunghezza d'onda.
Queste note sono destinate ai lettori che desiderino vedere alcune fra
le formule matematiche presupposte dall'esposizione non matematica
presentata nel testo del libro. Lo studio di queste note non è indispen-
sabile per seguire le argomentazioni della parte principale del libro.

N o t a 1. L'effetto Doppler
Supponiamo che una sorgente di luce emetta onde le cui creste, re-
golarmente intervallate, sono separate da un periodo T. Se la sor-
gente si sta allontanando dall'osservatore a una velocità V, nel tempo
compreso fra due creste d'onda successive la sorgente percorre una
distanza VT. Questa distanza aumenta il tempo richiesto perché la
cresta pervenga dalla sorgente all'osservatore di una quantità VT/c,
dove c è la velocità della luce. Il tempo compreso fra l'arrivo di
creste d'onda successive all'osservatore è dunque
Appendice matematica 175
176 Appendice matematica
Appendice matematica 177
178 Appendice matematica
Appendice matematica 179
180 Appendice matematica
Appendice matematica 181
182 Appendice matematica
Appendice matematica 183
184 Appendice matematica
Appendice matematica 185
186 Appendice matematica
Glossario

Adrone. Ogni particella che partecipa all'interazione forte. Gli adroni


si suddividono in barioni (come il neutrone e il protone), che ob-
bediscono al Principio di esclusione di Pauli, e in mesoni, che non
vi sono soggetti.
Andromeda, Nebulosa dì. È la grande galassia più vicina alla nostra.
11
Ha forma di spirale e contiene circa 3 X 10 masse solari. Viene
elencata come M31 nel catalogo di Messier, e come NGC 224 nel
New General Catalogue.
Angstrom. Unità di misura, pari a un centomilionesimo di centimetro
8
(10- cm). Simbolo À. Le dimensioni atomiche tipiche sono di
alcuni angstrom; le lunghezze d'onda tipiche della luce visibile so-
no di alcune migliaia di angstrom.
Anno-luce. La distanza percorsa da un raggio di luce in un anno,
pari a 9,4605 bilioni di chilometri.
Antiparticella. È una particella avente uguale massa e spin rispetto a
un'altra particella, ma carica elettrica, numero barionico, numero
leptonico, ecc. uguali e opposti. A ogni particella corrisponde
un'antiparticella, fatta eccezione per certe particelle puramente
neutre, come il fotone e il pione π°, che sono al tempo stesso par­
ticella e antiparticella. L'antineutrino è l'antiparticella del neutrino,
l'antiprotone l'antiparticella del protone; e così via. L'antimateria
consta di antiprotoni, antineutroni e antielettroni (o positoni).
Asintotica, libertà. È la proprietà, ammessa da talune teorie di campo
delle interazioni forti, secondo cui le forze diventerebbero sempre
più deboli a brevi distanze.
Azzurro, spostamento verso l'. È lo spostamento delle righe dello
spettro verso lunghezze d'onda minori, causato dall'effetto Dop-
pler per una sorgente in avvicinamento.
188 Glossario

Barioni. Classe di particelle soggette all'interazione forte: compren-


de i neutroni, i protoni e gli adroni instabili noti come iperoni.
Barionico, numero. È il numero totale dei barioni presenti in un si-
stema meno il numero totale degli antibarioni.
« Big bang», cosmologia del. Teoria secondo la quale l'espansione
dell'universo ebbe inizio in un tempo finito, in uno stato di enorme
densità e pressione.
Boltzmann, costante di. Costante fondamentale della meccanica sta-
tistica, stabilisce una relazione fra scala di temperatura e unità di
energia. Viene denotata, di solito, con k o k . È uguale a 1,3806 X
B

16
X 10- erg per grado Kelvin, ovvero a 0 , 0 0 0 0 8 6 1 7 elettronvolt
per grado Kelvin.

Cammino libero medio. È la distanza media percorsa da una parti-


cella data fra due collisioni nel mezzo in cui si muove. Il tempo
libero medio è il tempo medio fra due collisioni.
Cefeidi, variabili. Stelle variabili brillanti, con una relazione ben de-
finita fra luminosità assoluta, periodo di variabilità e colore. Pren-
dono il nome dalla stella 5 Cephei, nella costellazione di Cefeo.
Sono usate c o m e indicatori della distanza per galassie relativamen-
te vicine.
Cianogeno. Composto chimico C N , formato da carbonio e azoto. Fu
individuato nello spazio interstellare attraverso l'assorbimento di
luce visibile.
Conservazione, legge di. Afferma che, in qualsiasi reazione, il valore
totale di una qualche quantità non muta.
Corpo nero, emissione del. Radiazione avente in ogni gamma di lun-
ghezza d'onda la medesima densità di energia della radiazione
emessa da un corpo riscaldato ad assorbimento totale (« corpo ne-
ro »). La radiazione in ogni stato di equilibrio termico è radiazione
del corpo nero.
Cosmici, raggi (o radiazione cosmica). Particelle cariche ad alta ener-
gia che penetrano nell'atmosfera terrestre provenendo dallo spa-
zio esterno.
Cosmologica, costante. Termine aggiunto da Einstein nel 1917 alle
sue equazioni di campo gravitazionali. Tale termine avrebbe dovu-
to produrre una repulsione a distanze grandissime, al fine di con-
trobilanciare, in un universo che si supponeva statico, l'attrazione
gravitazionale. Oggi non c'è alcuna ragione per postulare l'esistenza
di una costante cosmologica.
Glossario 189

Cosmologico, Principio. L'ipotesi che l'universo sia isotropo e o m o -


geneo.
Costante di Boltzmann. Cfr. Boltzmann, costante di.
Costante cosmologica. Cfr. Cosmologica, costante.
Costante di Newton. Cfr. N e w t o n , costante di.
Costante di Planck. Cfr. Planck, costante di.
Costante di struttura fine. Cfr. Struttura fine, costante di.
Critica, densità. La minima densità di massa cosmica presente che si
richiede nel caso che l'espansione dell'universo debba infine ces-
sare ed essere seguita da una contrazione. L'universo è spazial-
mente finito se la densità cosmica supera la densità critica.
Critica, temperatura. La temperatura in corrispondenza della quale
ha luogo una transizione di fase.

Decelerazione, parametro di. Un numero che caratterizza il ritmo con


cui la recessione delle galassie remote sta rallentando.
Democrazia nucleare. La dottrina secondo cui tutti gli adroni sono
fondamentalmente uguali.
Densità. L'ammontare di ogni quantità per unità di volume. La den-
sità di massa è la massa per unità di volume; spesso è indicata
semplicemente c o m e « densità ». La densità di energia è l'energia
per unità di volume; la densità numerica o densità di particelle è il
numero di particelle per unità di volume.
Densità critica. Cfr. Critica, densità.
2
Deuterio. È l'isotopo pesante instabile H dell'idrogeno. I nuclei di
deuterio sono formati da un protone e un neutrone.
Doppler, effetto. Il mutamento di frequenza di ogni segnale in con-
seguenza di un moto relativo della sorgente e di chi riceve il se-
gnale.

Elettrone. La particella elementare di massa minima. Tutte le pro-


prietà chimiche di atomi e molecole sono determinate dalle inte-
razioni degli elettroni con ciascun altro elettrone e con i nuclei
atomici.
Elettronvolt. Unità di energia, di simbolo eV, usata in fisica atomica.
Equivale all'energia acquistata da un elettrone passando attraverso
12
una differenza di potenziale di un volt. È pari a 1,60219 X 10-
erg.
Elio. È l'elemento chimico più leggero d o p o l'idrogeno, ed è il se-
condo, sempre d o p o l'idrogeno, per abbondanza relativa. Esistono
4
due isotopi stabili dell'elio: il nucleo dell'elio H e contiene due
190 Glossario

3
protoni e due neutroni, mentre il nucleo di H e contiene due pro-
toni e un neutrone. Gli atomi di elio contengono due elettroni,
all'esterno del nucleo.
Entropia. Quantità fondamentale della meccanica statistica, connessa
al grado di disordine di un sistema fisico. L'entropia si conserva in
ogni processo in cui venga mantenuto continuamente un equili-
brio termico. La seconda legge della termodinamica dice che l'en-
tropia totale non diminuisce mai in nessuna reazione.
Equilibrio termico. È uno stato in cui la frequenza c o n cui n u o v e
particelle entrano in una determinata g a m m a di velocità, spin, ecc.
controbilancia esattamente la frequenza c o n cui altre ne escono.
Se viene lasciato indisturbato per un t e m p o sufficientemente lungo,
ogni sistema fisico si approssimerà infine a uno stato di equilibrio
termico.
Erg. L'unità di energia nel sistema centimetro-grammo-secondo (CGS).
L'energia cinetica di una massa di un g r a m m o che si muova alla
velocità di un centimetro al secondo è di m e z z o erg.

Feynman, diagrammi di. Diagrammi simboleggianti i vari contributi


a interazioni fra particelle elementari.
Fotone. N e l l a teoria quantistica della radiazione, la particella associa-
ta a un'onda luminosa. Viene denotata con la lettera γ.
Frequenza. È il numero di creste d'onda di qualsiasi tipo che pas-
sano per un punto nell'unità di tempo. È uguale alla velocità del-
l'onda divisa per la lunghezza d'onda. V i e n e misurata in cicli al
s e c o n d o o « hertz ».
Friedmann, modello di. È il modello matematico della struttura spa-
ziotemporale dell'universo; si fonda sulla relatività generale (senza
la costante cosmologica) e sul Principio cosmologico.

Galassia. Un grande ammasso di stelle legate fra loro dall'interazione


12
gravitazionale; può contenere fino a 10 masse solari. La nostra
galassia viene talvolta chiamata semplicemente « la G a l a s s i a » . Le
galassie vengono generalmente classificate, secondo la loro forma,
in galassie ellittiche, spirali, spirali barrate o irregolari.
Galassie tipiche. Questa espressione è usata in questo libro con riferi-
m e n t o a galassie che non abbiano una velocità peculiare e che si
m u o v a n o perciò solo in conseguenza del m o v i m e n t o generale del-
la materia prodotto dall'espansione dell'universo. Lo stesso signi-
ficato viene attribuito qui alle espressioni particella tipica e osser-
vatore tipico.
Glossario 191

Gauge, teorie di. Una classe di teorie di campo che vengono oggi
sottoposte a intenso studio come possibili teorie di interazioni de-
boli, elettromagnetiche e forti. Tali teorie sono invarianti a una
trasformazione di simmetria il cui effetto vari da un punto al-
l'altro nello spazio-tempo. Il termine tecnico « gauge » deriva dal
vocabolo inglese d'uso comune significante « misura », ma è stato
introdotto soprattutto per ragioni storiche.
Gravitazionali, onde. Onde nel campo gravitazionale, analoghe alle
onde luminose nel campo elettromagnetico. Le onde gravitazionali
viaggiano alla stessa velocità delle onde luminose, ossia a 299 792
chilometri al secondo. Non ci sono prove sperimentali accettate
universalmente dell'esistenza di onde gravitazionali, ma la loro esi-
stenza è richiesta dalla relatività generale e non dà adito a seri
dubbi. Il quanto della radiazione gravitazionale, analogo al fotone,
è chiamato gravitone.

Hubble, legge di. Esprime una relazione di proporzionalità fra la ve-


locità di recessione di galassie moderatamente remote e la loro
distanza. La costante di Hubble è il rapporto della velocità alla
distanza in questa relazione, e viene designata con H o H . (Il va-
0

lore della costante di Hubble oggi accettato è di 15 chilometri al


secondo per milione di anni-luce.)

Idrogeno. È l'elemento chimico più leggero e più abbondante nel-


l'universo. Il nucleo dell'idrogeno comune è formato da un proto-
ne. Esistono anche due isotopi più pesanti: il deuterio (il cui nu-
cleo è formato da un protone e un neutrone) e il tritio (un protone
e due neutroni). Negli atomi di ogni sorta di idrogeno sono pre-
senti un protone e un elettrone; negli ioni idrogeno, di carica
elettrica positiva, l'elettrone manca.
Infrarossa, radiazione. Onde elettromagnetiche di lunghezza d'onda
compresa fra 0,0001 e 0,01 centimetri (da diecimila a un milione
di angstrom), intermedie fra la luce visibile e la radiazione a mi-
croonde. I corpi alla temperatura ambiente irraggiano principal-
mente nell'infrarosso.
interazioni deboli. Una delle quattro classi generali di interazioni fra
le particelle elementari. A energie comuni, le interazioni deboli so-
no molto più deboli delle interazioni elettromagnetiche o delle in-
terazioni forti, pur essendo molto più forti della gravitazione. Le
interazioni deboli sono responsabili dei decadimenti relativamente
lenti di particelle come il neutrone e il muone e di tutte le reazioni
192 Glossario

implicanti neutrini. Oggi molti ritengono che le interazioni deboli,


le interazioni elettromagnetiche e forse anche le interazioni forti
siano manifestazioni di una teoria di campo di gauge unificata
semplice che si manifesterebbe attraverso di esse.
Interazioni forti. Sono le più forti fra le quattro classi generali di
interazioni fra le particelle elementari. Sono responsabili delle for-
ze nucleari che assicurano la coesione di protoni e neutroni nel
nucleo atomico. L'interazione forte agisce solo fra adroni; a essa
si sottraggono invece i leptoni e i fotoni.
Isotropia. La proprietà supposta dell'universo secondo cui, a un os-
servatore tipico, esso dovrebbe presentarsi uguale in tutte le dire-
zioni.

Jeans, massa di. È la massa minima in coincidenza con la quale l'at-


trazione gravitazionale p u ò superare la pressione interna e pro-
durre un sistema la cui coesione è assicurata da forze gravitazio-
nali. La si denota con M . }

Kelvin. Scala di temperatura uguale alla scala centigrada, ma con


uno zero assoluto in luogo dello zero in coincidenza col punto di
fusione del ghiaccio. Il punto di fusione del ghiaccio, alla pres-
sione di un'atmosfera, si trova in essa a 2 7 3 , 1 5 °K.

Leptoni. Classe di particelle che non partecipano alle interazioni for-


ti. Comprende elettrone, muone e neutrino.
Leptonico, numero. È il numero totale dei leptoni presenti in un si-
stema meno il numero totale di antileptoni.
Libertà asintotica. Cfr. Asintotica, libertà.
Luce, velocità della. È la costante fondamentale della relatività spe-
ciale, pari a 2 9 9 7 9 2 chilometri al secondo. È denotata con c. Le
particelle di massa zero, c o m e i fotoni, i neutrini o i gravitoni, viag-
giano alla velocità della luce. Le particelle materiali si approssi-
mano alla velocità della luce quando le loro energie sono molto
2
grandi rispetto all'energia di quiete mc contenuta nella loro massa.
Luminosità apparente. L'energia totale proveniente da un corpo astro-
n o m i c o ricevuta per unità di tempo e di superficie al telescopio.
Luminosità assoluta. L'energia totale emessa per unità di tempo da
un corpo astronomico.
Lunghezza d'onda. In ogni tipo di onda, è la distanza compresa fra
due creste. Per onde elettromagnetiche la lunghezza d'onda può
essere definita c o m e la distanza compresa fra punti in cui ogni
Glossario 193

componente del vettore campo elettrico o magnetico assume il suo


valore massimo. Denotata X.

Meccanica quantistica. Cfr. Quantistica, meccanica.


Mesoni. Classe di particelle a interazione forte, comprendente i pioni,
i kaoni, i mesoni 5, e così via, con numero barionico zero.
Messier, numeri di. I numeri di catalogo, nell'elenco di Charles Mes-
sier, di varie nebulose, galassie e ammassi stellari indicati come
M . . . ; la Nebulosa di Andromeda, ad esempio, è M 3 1 .
Microonde, radiazione a. Onde elettromagnetiche con lunghezza d'on-
da compresa fra 0,01 e 10 cm, intermedie fra le onde radio a fre-
quenza ultraalta e la radiazione infrarossa. I corpi con temperature
di alcuni gradi Kelvin irraggiano principalmente nella banda delle
microonde.
Moto proprio. Lo spostamento sulla volta celeste di corpi astronomici
causato dal loro movimento perpendicolarmente al raggio visuale.
Di solito viene misurato in secondi d'arco per anno.
Muone. Particella elementare instabile di carica negativa, simile al-
l'elettrone ma 207 volte più pesante. Denotato μ. È chiamato tal-
volta mesone μ (mu), ma non interagisce fortemente c o m e i veri
mesoni.

Nebulose. Oggetti astronomici estesi, simili in aspetto a nebulosità.


Alcune nebulose sono galassie; altre sono autentiche nubi di pol-
veri e gas interstellari all'interno della nostra galassia.
Neutrino. Particella elettricamente neutra, priva di massa, soggetta
solo a interazioni deboli e gravitazionali. Denotata ν. I neutrini si
presentano in almeno due varietà, note c o m e tipo elettronico (ν e ) e
tipo muonico ( ν ) .
Neutrone. Particella neutra che si trova assieme ai protoni nei comuni
nuclei atomici. Simbolo : n.
Newton, costante di. La costante fondamentale delle teorie gravita­
zionali di N e w t o n e di Einstein. Denotata G. Nella teoria di N e w ­
ton la forza gravitazionale che si esercita fra due corpi è uguale
a G moltiplicata per il prodotto delle masse e divisa per il qua-
drato della loro distanza. In unità metriche G è uguale a 6,67 X
-8 3
X 10 c m / g r sec.
Nucleari, particelle. Le particelle - protoni e neutroni - che si tro-
vano nei nuclei dei comuni atomi. A volte sono designate sinte-
ticamente come nucleoni.
194 Glossario

Omogeneità. La proprietà supposta dell'universo secondo cui, a un


tempo dato, esso appare uguale a tutti gli osservatori tipici, dovun-
que si trovino.
Onda, lunghezza d'. Cfr. Lunghezza d'onda.
Orizzonte. In cosmologia, è la distanza dalla quale nessun segnale lu-
minoso può ancora avere avuto il tempo di giungere fino a noi.
Se l'universo ha un'età definita, la distanza dall'orizzonte è del-
l'ordine del prodotto dell'età moltiplicata per la velocità della luce.
Ossidrile, ione. È lo ione OH . formato da un atomo di ossigeno, un
atomo di idrogeno e un elettrone in eccesso.

Parametro di decelerazione. Cfr. Decelerazione, parametro di.


Parsec. Unità astronomica di distanza. Definita c o m e la distanza di
un oggetto la cui parallasse (lo spostamento annuo in cielo dovuto
al moto della Terra intorno al Sole) è di un secondo d'arco. A b -
B
breviazione: pc. È pari a 3 , 0 8 5 6 X 1 0 chilometri, cioè a 3 , 2 6 1 5
anni-luce. Nella letteratura astronomica è preferita agli anni-luce.
L'unità convenzionale della cosmologia è un milione di parsec
ss megaparsec (simbolo: Mpc). La costante di Hubble è espressa
solitamente in chilometri per secondo per megaparsec.
Particelle nucleari. Cfr. Nucleari, particelle.
Pauli, Principio di esclusione di. È il principio secondo cui due par-
ticelle dello stesso tipo non possono occupare esattamente lo stesso
stato quantico. Questo principio vale per barioni e leptoni, non per
fotoni o mesoni.
Pione. È l'adrone di massa più piccola. Si presenta in tre varietà, c o -
me particella di carica positiva (π + ), c o m e antiparticella, di carica
negativa (π- ), e c o m e particella di massa leggermente minore, elet­
tricamente neutra (π°). Si parla anche di mesoni π.
Planck, costante di. È la costante fondamentale della meccanica quan-
27
tistica. Indicata c o n h, è uguale a 6,625 X 10 erg sec. La c o -
stante di Planck fu introdotta per la prima volta nel 1900 nella
teoria dell'emissione del corpo nero di Planck. Apparve poi nella
teoria dei fotoni di Einstein, nel 1905: l'energia di un fotone è
uguale al prodotto della costante di Planck per la velocità della
luce diviso per la lunghezza d'onda. Oggi è più abituale l'uso di
una costante h, definita c o m e la costante di Planck divisa per 2 x.
Planck, distribuzione di. La distribuzione dell'energia a varie lun-
ghezze d'onda per la radiazione in equilibrio termico, ossia per
l'emissione di corpo nero.
Glossario 195

+
Positone. L'antiparticella dell'elettrone, di carica positiva. Denotata e .
Principio cosmologico. Cfr. Cosmologico, Principio.
Protone. La particella di carica positiva che si trova, insieme a neu-
troni, in comuni nuclei atomici. Simbolo: p. Il nucleo dell'idrogeno
è formato da un protone.

Quantistica, meccanica. La teoria fisica fondamentale sviluppata ne-


gli anni venti in sostituzione della meccanica classica. N e l l a m e c -
canica quantistica le onde e le particelle rappresentano due aspetti
di una medesima entità. La particella associata a una determinata
onda è il suo quanto. Inoltre gli stati di sistemi legati, c o m e atomi
o molecole, occupano solo certi livelli energetici discreti; si dice
che l'energia è quantizzata.
Quark. Particelle fondamentali ipotetiche, di cui si suppone siano
composti tutti gli adroni. N o n sono mai stati osservati quark iso-
lati, e ci sono ragioni teoriche per sospettare che, anche se in un
certo senso sono reali, non potranno mai essere osservati c o m e
particelle isolate.
Quasar. Classe di oggetti astronomici aventi un aspetto stellare e pic-
colissime dimensioni angolari, ma pronunciati spostamenti verso
il rosso. Il termine « quasar », usato in origine per sorgenti radio
quasi stellari (quasi-stellar radio sources), si è ampliato in seguito
diventando sinonimo di oggetti quasi stellari (quasi-stellar objects).
La loro vera natura è sconosciuta.
Quiete, energia di. L'energia di una particella in quiete, quale sarebbe
liberata se fosse possibile annichilare l'intera massa della particella.
2
È espressa dalla formula di Einstein E = mc .

Rayleigh-Jeans, legge di. La relazione semplice fra densità di energia


(per intervallo di lunghezze d'onda unitario) e lunghezza d'onda,
valida per il limite delle lunghezze d'onda grandi della distribu-
zione di Planck. La densità di energia in questo limite è inversa-
mente proporzionale alla quarta potenza della lunghezza d'onda.
Red shift. Cfr. Spostamento verso il rosso.
Relatività generale. La teoria della gravitazione sviluppata da Albert
Einstein nel decennio 1906-1916. N e l l a formulazione di Einstein,
l'idea essenziale della relatività generale è che la gravitazione sia
un effetto della curvatura del continuum spaziotemporale.
Relatività speciale. La nuova concezione dello spazio e del tempo
presentata da Albert Einstein nel 1905. C o m e nella meccanica
newtoniana, c'è un insieme di trasformazioni matematiche che
196 Glossario

mettono in relazione le coordinate spaziotemporali usate da vari


osservatori, in m o d o tale che le leggi naturali appaiano uguali a
questi osservatori. Nella relatività speciale le trasformazioni spa-
ziotemporali hanno però la proprietà essenziale di lasciare immu-
tata la velocità della luce, quale che sia la velocità dell'osservatore.
Ogni sistema contenente particelle con velocità prossime a quella
della luce viene detto relativistico, e dev'essere trattato perciò se-
condo le formule della relatività speciale, non secondo quelle della
meccanica newtoniana.
Rho, mesone (o mesone ρ). È uno tra i molti adroni estremamente
instabili. Decade trasformandosi in due pioni, con una vita media
24
di 4,4 X 10 secondi.
Ricombinazione. La combinazione di nuclei atomici e di elettroni in
comuni atomi. In cosmologia, questo termine è usato spesso spe-
cificamente in riferimento alla formazione di atomi di elio e di
idrogeno a una temperatura aggirantesi intorno ai 3 0 0 0 °K.
Rosso, spostamento verso il. Cfr. Spostamento verso il rosso.

Soglia, temperatura di. Cfr. Temperatura di soglia.


Spin. È una proprietà fondamentale delle particelle elementari, di cui
descrive lo stato di rotazione. Secondo le norme della meccanica
quantistica, lo spin può assumere solo taluni valori speciali, uguali
a numeri interi o seminteri moltiplicati per la costante di Planck.
Spostamento verso il rosso (red shift). È lo spostamento delle righe
dello spettro verso lunghezze d'onda maggiori, causato dall'effetto
Doppler nel caso di una sorgente in allontanamento. In cosmo-
logia, si riferisce allo spostamento osservato di righe spettrali di
corpi astronomici remoti verso lunghezze d'onda maggiori. Espres-
so c o m e un aumento frazionario della lunghezza d'onda, lo spo-
stamento verso il rosso è indicato con la lettera z.
Stato stazionario, teoria dello. È la teoria cosmologica sviluppata da
Bondi, Gold e Hoyle. In essa si suppone che le proprietà medie
dell'universo non mutino mai col tempo; nuova materia dev'es-
sere continuamente creata per mantenere costante la densità man
mano che l'universo si espande.
Stefan-Boltzmann, legge di. È la relazione di proporzionalità esistente
fra la densità di energia nell'emissione del corpo nero e la quarta
potenza della temperatura.
Struttura fine, costante di. Costante numerica fondamentale della fi-
sica atomica e dell'elettrodinamica quantistica, definita c o m e il
quadrato della carica dell'elettrone diviso per il prodotto della
Glossario 197

costante di Planck e della velocità della luce. Simbolo: α. È uguale


a 1/137,036.
Supernovae. Enormi esplosioni stellari in cui l'intera massa di una
stella, tranne il suo nucleo più centrale, viene dispersa nello spa-
zio. Una supernova produce in pochi giorni una quantità di ener-
gia paragonabile a quella irraggiata dal Sole in miliardi di anni.
L'ultima supernova osservata nella nostra galassia fu vista da Ke-
plero e da Galileo (e da astronomi di corte coreani e cinesi) nel
1604, nella costellazione dell'Ofiuco (Serpentario); si ritiene però
che la radiosorgente Cassiopeia A sia dovuta a una supernova più
recente.

Temperatura critica. Cfr. Critica, temperatura.


Temperatura massima. È la temperatura limite verso l'alto, implicita
in certe teorie delle interazioni forti. In tali teorie è stimata a due
12
bilioni di gradi Kelvin (2 X 10 °K).
Temperatura di soglia. È la temperatura al di sopra della quale un
certo tipo di particelle sarà prodotto in abbondanza dall'emissione
di corpo nero. È uguale al prodotto della massa della particella per
il quadrato della velocità della luce, diviso per la costante di Boltz-
mann.
Tempo di espansione caratteristico. Reciproco della costante di Hub-
ble. Equivale press'a p o c o a 100 volte il tempo richiesto dall'uni-
verso per espandersi dell'1 per cento.
Transizione di fase. Il netto passaggio di un sistema da una configu-
razione a un'altra, di solito con una variazione di simmetria. Esem-
pi di transizioni di fase sono la fusione, l'ebollizione e il passaggio
da una conduttività a una superconduttività.
3
Tritio. È l'isotopo pesante instabile H dell'idrogeno. I nuclei di tritio
sono formati da un protone e due neutroni.

Ultravioletta, radiazione. Onde elettromagnetiche con lunghezza d'on-


7 5
da compresa fra 10 e 2 0 0 0 angstrom (10 - 2 X 1 0 cm), in-
termedie fra la luce visibile e i raggi X.

Variabili cefeidi. Cfr. Cefeidi, variabili.


Vergine, ammasso della. È un ammasso gigante di oltre mille galas-
sie nella costellazione della Vergine. Questo ammasso sta allon-
tanandosi da noi a una velocità di circa 1 0 0 0 k m / s e c . Si ritiene
che si trovi a una distanza di 60 milioni di anni-luce.
198 Glossario

Via Lattea. È il nome attribuito nell'antichità alla banda lattescente


di stelle che attraversa il cielo in corrispondenza del piano della
nostra galassia. Talvolta è usato anche per indicare la nostra stessa
galassia.
Indici
Indice analitico

abbondanza relativa: di deuterio, anno-luce, 187


130, 132; degli elementi leg- antibarioni, 106
geri, 142; di elio, 128, 138-9, antielettrone, 97
142; di idrogeno, 63; di uranio antiiperone, 106
2 3 5 , 40; di uranio 238, 40 antileptoni, 114
acceleratori di particelle, 113, 243 antimateria, 102, 109-11, 187
accelerazione gravitazionale, 47; antimuone, 106
e teorema di Birkhoff, 48 antineutrino, 106, 112
acqua pesante, 130 antiparticelle, 96-7, 187
Adams, W.S., 81 antiprotone, 97, 143
adroni, 152-7, 187; composti da antiquark, 157
quark, 155-6; differenze nei Arp, Halton, 40, 199
confronti dei leptoni, 152-3; asintotica, libertà, 157-8, 187
democrazia nucleare degli, atomi: ad alte temperature, 105;
154, 189; interazioni forti e, loro interazioni con fotoni. 16,
152 25, 65-6; nel protouniverso,
Alien, C.W., 203 15, 22, 77, 8 1 , 102, 127; strut-
alone galattico, 27 tura stratificata degli, 99; nel-
Alpher, Ralph, 6 3 , 139-41, 143-4. l'universo in contrazione. 168
146-8 Audumla, 13
ammassi globulari galattici, loro azzurro, spostamento verso l',
massa, 184 167, 187; vedi anche Doppler,
Andromeda: costellazione di, 27; effetto e spostamento verso il
Nebulosa di, 27-32. 34, 59, rosso
187
angstrom, 75, 187
anisotropia, 135-6 Baade, Walter, 3 1 , 38, 201
annichilazione, 96, 122-3 Bahcall, J.N., 199
208 Indice analìtico

barioni, 106, 188 carica elettrica, sua conservazio-


barionico, numero, 106, 109-10, ne, 106
134, 188; sua conservazione, carico freddo, 57, 84
106; per fotone, 109-11 Cassiopeia A, 197
Barnard, stella di, 21 cefeidi, vedi stelle variabili ce-
Bell Telephone Laboratories, 5 6 , feidi
79 Cefeo, costellazione, 188
Bentley, Richard, 4 3 , 2 0 2 β Centauri, 131
berillio, 132, 144 δ Cephei, 188
Berkeley, 8 3 , 9 7 , 143, 1 5 4
charm-quark, 155
Bethe, Hans, 145
Chew, George, 154
bevatrone, 143
cianidrico, acido, 81
big bang, teoria del, 4 1 , 6 3 , 139,
cianogeno, 81-2, 188
140-1, 143, 188
ciclotrone, 143
Birkhoff, G . D . , 4 7 ; teorema di,
Clerke, A g n e s Mary, 29
48
C N , vedi cianogeno
black holes, vedi buchi neri
cold load, vedi carico freddo
Boltzmann, Ludwig, 9 4 ; costan-
te di, 9 4 - 6 , 9 8 , 172, 180, 188 Collins, J.C., 157
bomba H, 150 conservazione: della carica elet­
Bondi, Herman, 18, 196, 199 trica, 106; dell'energia totale,
boro, 132 1 0 3 ; leggi di, 103, 105-7, 188;
buchi neri, 166 del numero barionico, 106; de?
bulk viscosity, vedi viscosità v o - numero leptonico 106-7
lumica contrazione dell'universo, 165,
Burbidge, Geoffrey, 144 167-8
Burbidge, Margaret, 1 4 4 Copernico, N i c c o l ò , 3 2 , 3 4
Burke, Bernard, 6 1 , 65 Copernicus, satellite artificiale,
Buys-Ballot, Ch. H . D . , 2 3 - 4 131-2
Cornell University, 8 3 . 1 5 2
corpo nero, passim; emissione
3 C 295, 42 del, 7 0 - 8 5 , 180-2, 188; tempe-
California Institute of T e c h n o l o - ratura di, 173
gy, 155 correnti neutre, 159
Cambridge (Inghilterra), 4 3 , 157 cosmici, raggi, 111, 132, 188
c a m m i n o libero medio, 188 cosmologiche, ricerche, 138-48
c a m p o , teoria di, per l'unificazio- costante: di Boltzmann, 9 4 - 6 , 9 8 ,
ne di interazioni deboli e for- 172, 180, 188; cosmologica,
ze elettromagnetiche, 159 4 4 , 188; di Hubble, 3 7 - 9 , 4 1 ,
Capella, 25 4 6 , 5 0 , 119-20, 166, 177, 191;
carbonio, 144 di N e w t o n (della gravitazione),
Indice analitico 209

175, 193; di Planck, 180, 194; Echo, satellite artificiale, 56


di struttura fine, 151-2, 196 Edda prosastica (o snorrica), 13,
Crab Nebula, vedi Granchio, N e - 18, 169, 2 0 3
bulosa del Eddington, Arthur Stanley, 4 4 ,
199
effetto Doppler, vedi Doppler,
decadimento beta, 106 effetto
decelerazione, 52; parametro di, Einstein, Albert, 9, 36, 4 3 - 7 ,
189 4 9 - 5 0 , 7 2 , 9 4 , 9 7 , 118, 148,
degenerazione, 134 188, 195, 199, 2 0 2 ; formula
democrazia nucleare degli adro- di, 74-5, 88, 9 4 ; sua teoria dei
ni, 154, 189 fotoni, 194; sua teoria della
densità: dell'acqua, 104; cosmica, relatività generale, 36, 4 3 , 195;
5 2 , 166; critica, 4 5 - 5 0 , 86, sua teoria della relatività spe-
175-6, 189; di energia, 7 6 , 100, ciale (o ristretta), 35-6, 9 4 , 97,
189; di energia della radiazio- 195-6
ne del corpo nero, 7 6 ; di mas- elementi, loro produzione stella-
sa, 189; di particelle nucleari, re, 145
86, 189 elettroni, 15, 67, 7 4 , 9 5 - 1 0 2 , 127,
deuterio, 17, 123-4, 129, 189, 153, 172, 189 e passim; loro
191; sua abbondanza nell'ac- cattura, 87-8; loro frequenza
qua, 130; sua abbondanza pri- di diffusione, 151-2; nella teo-
mordiale, 130, 132; sua ab- ria del big bang, 139-40; nel-
bondanza alla superficie del l'universo in contrazione, 168
Sole, 130; di origine stellare o elettronvolt, 7 4 , 9 5 , 189
astrofisica, 132; sua produzio- elio, 17, 6 3 , 123, 125, 129, 144,
ne cosmologica, 136; righe di 189 e passim; sua abbondanza
assorbimento del, 131; stroz- nella Galassia, 129; sua ab-
zatura del, 124 bondanza nell'universo, 128,
Dicke, Robert H., 64-5, 142, 169 138-9, 142; sua frazione in p e -
Dickson, F.P., 201 so, 125-6; suo isotopo leggero
3
diffusione, 67, 69; elettrone-elet- (He ), 123, 129-30; liquido, 57,
trone, 151 8 4 ; sua produzione c o s m o l o -
Dirac, Paul Adrien Maurice, 97 gica, 128, 136
disaccoppiamento, 121-2, 127 Ellis, G.F.R., 2 0 0
distanze extragalattiche, scala del- energia: caratteristica, 119; cine-
le, 3 8 tica, 175-6; potenziale, 175-6;
Doppler, effetto, 22-7, 3 1 - 2 , 3 6 , di quiete, 9 4 , 96, 172, 195;
4 0 , 174-5, 189, 196; vedi an- delle reazioni chimiche, 7 4 ;
che spostamento verso il rosso delle reazioni nucleari, 7 4 ; to-
Doppler, Johann Christian, 2 3 - 4 tale, sua conservazione, 103
210 Indice analitico

entropia, 108, 111, 147, 184-5, ro numero in un volume dato,


190 76, 86, 181; nei primi tre mi-
equazioni di campo di Einstein, nuti dell'universo, 117-24; lo-
45,49 ro rapporto alle particelle nu-
equilibrio termico, 68-9, 77, 9 8 , cleari, 87-9, 128, 130-1, 145;
102-3, 162-3, 190 nell'universo in contrazione,
era dominata dalla materia, 89, 168; nella teoria quantistica,
178-80 65-6, 80; nella teoria dei
era dominata dalla radiazione, quark, 156
8 9 , 101, 178-80 fotosintesi, 74
erg, 190 Fowler, William, 128-9, 144
esclusione, principio di, vedi Pau- Fraunhofer, Joseph, 24-5; righe
li, principio di esclusione di di, vedi righe dello spettro
espansione dell'universo, 21-55, frequenza nei fenomeni ondula-
164, 182; isotropa, 5 3 ; e teo- tori, 190
rema di Birkhoff, 4 8 ; vedi an- Friedmann, Aleksandr A., 9,
che tempo di espansione carat- 45-50; modelli di, 45-50, 190
teristico fuga, velocità di, 47, 176
eterogeneità, 135-6
eV, vedi elettronvolt
Galassia, 26-8, 190; suo alone,
27; sua età, 40; sua massa, 27,
Feinberg, G., 203 184; posizione in essa del si-
Fermi, Enrico, 144 stema solare, 27
Feynman, Richard, 152; dia- galassie, passim; ammassi di, 3 1 .
grammi di, 151, 159, 190 34, 37, 175, 197; relazione di-
Field, George, 52, 82, 199 stanza-velocità, 36-7; remote,
Follin jr., J.W., 140-1, 144 loro decelerazione, 189; spira-
fondo di neutrini, 133-4 li, 9; teoria della loro forma-
fondo di radiazione cosmica a zione, 88; tipiche, 190; loro
microonde, vedi radiazione co- velocità relativa, 32
smica di fondo a microonde Galileo, 197
fotone (-i), 16, 66-7, 7 5 , 7 8 , 87, G a m o w , George, 6 3 , 139-41.
9 2 - 1 0 0 , 127, 133, 172, 190 e 143-4, 148, 201
passim; carica cosmica per gauge, vedi teorie di gauge non
ogni, 109; loro densità, 111; abeliane
diffusione (scattering), 67; lo- Geli-Mann, Murray, 155
ro energia, 73-5, 89, 94-5, 173, geometrie non euclidee, 43
182; loro lunghezza d'onda, Gibbs, Willard, 94
77; numero barionico per, 111; Ginevra, Laboratorio del C E R N ,
numero leptonico per, 113; lo- 155
Indice analitico 211

Gold, Thomas, 18, 196 sua abbondanza, 63; ioni, 104;


Granchio, Nebulosa del, 28 pesante, vedi deuterio e tritio;
gravitazione, 87, 161-4 e passim; sue righe di assorbimento, 131
campi, 161; costante newto- implosione, 45
niana della, 175, 193; nei mo- infinito: spazio, 43; universo, 4 5 ,
delli di Friedmann, 45-7; sotto 5 1 , 55
forma di onde, 163, 191; co- infrarosso, 7 5 , 191; astronomia
me radiazione, 163-4; teoria dell', 80
einsteiniana della, 44-5; teoria interazioni deboli, 158-60, 191;
newtoniana della, 47, 175 teoria di campo per la loro uni-
gravitoni, 191 ficazione con le forze elettro-
Gross, David, 156, 158 magnetiche, 159
interazioni forti, 150-8, 192
interazioni gravitazionali, 161-4;
Hagedorn, R., 155 vedi anche gravitazione
Hale Observatories, 40 ioni: idrogeno, 104; ossidrile,
Hamilton, Monte: osservatorio e 104, 194
strumenti, 37 iperoni, 106, 153; lambda, 152;
Harvard, 52, 156 sigma, 152
Harvard College Observatory, 30 isotropia: del fondo di radiazio-
Hawking, S.W., 2 0 0 ne, 84; dell'universo, 34-5, 135,
Hayashi, C , 140 192
H C N , vedi cianidrico, acido
H D O , vedi acqua pesante
Herman, Robert, 6 3 , 139-41, Jeans, Sir James, 80, 87; massa
143-4, 146-8 di, 87-8, 183-4, 192; vedi an-
Holmdel, 56, 59, 6 3 , 141 che Rayleigh-Jeans
Hooft, Gerard 't, 159 Johns Hopkins University, 6 1 ,
Hoyle, Fred, 18, 64, 128-9, 141, 146
144-6, 196, 2 0 0 Jones, Kenneth Glyn, 201
Huang, Kerson, 155
Hubble, Edwin, 3 0 - 3 , 36-8, 4 4 ,
2 0 1 ; costante di, 37-9, 4 1 , 46, Kant, Immanuel, 28, 2 0 1 ; Storia
50, 119-20, 166, 177, 191; generale della natura e teoria
legge di, 33, 47, 4 9 , 191; pro- del cielo, 28, 201
gramma di, 51-2 kaoni, 152-3
Huggins, Sir William, 25 Kelvin, scala termometrica, 6 1 ,
Humason, Milton, 37 192
Keplero, Giovanni, 197
Kirzhnic, D.A., 159
idrogeno, 17, 74, 191 e passim; Koyré, Alexandre, 201
212 Indice analitico

Lawrence Berkeley Laboratory, McKellar, A., 8 1 - 2


102 Maryland, Università del, 136
Leavitt, Henrietta Swan, 3 0 , 38 Massachusetts Institute of T e c h -
Lebedev, Istituto di Fisica (Mo- nology (MIT), 6 1 , 8 3 , 86,
sca), 159 155-6
Lee, Benjamin, 159 materia, 9 2 , 102
legge (-i): di conservazione, 103, Mather, John, 86
105-7, 188; di Rayleigh-Jeans, Maxwell, James Clerk, 106
195; di Stefan-Boltzmann, 76, megaparsec, 194
118, 181, 186, 196 mesoni, 193; eta, 152-3; rho,
Lemaitre, Georges, 9 153-4, 196
leptoni, 106, 152, 192 Messier, Charles, 28; catalogo di,
leptonico, numero, 106, 111, 114, 28-9, 3 4 - 5 , 187; numeri di,
134, 192; sua conservazione, 193
106-7; elettronico, 107; per fo- microonde, 193; vedi anche ra-
tone, 113; muonico, 107 diazione cosmica di fondo a
Levrieri, galassia spirale nei, 29 microonde
libertà asintotica, 157-8, 187 Milne, Edward Arthur, 32
Linde, A . D . , 159 Misner, Charles W., 135, 2 0 0
litio, 132 MIT, vedi Massachusetts Insti-
Lockyer, J. Norman, 129 tute of Technology
Lowell Observatory, 31 modelli cosmologici: di Einstein,
luce, 16, 4 1 , 66, 9 2 , 9 4 ; sua ve- 9; di Friedmann, 9, 4 5 - 5 0 ; di
locità, 3 5 , 175, 192; visibile, Lemaitre, 9; di de Sitter, 9;
7 4 - 5 ; vedi anche Doppler, ef- standard, 14-20, 133-4; dello
fetto e spostamento verso il stato stazionario, 18, 196
rosso M o n a c o di Baviera, 24
luminosità: apparente, 3 0 , 5 1 , Mosca, 159
192; assoluta, 3 0 , 5 1 , 192; re- moto proprio, 21-2, 193
lazione periodo-, 30-1 muoni, 9 7 , 106, 172, 193
lunghezza d'onda, 192 Muspelheim, 13

M I , vedi Granchio, N e b u l o s a del NASA, 86


M 3 1 , vedi Andromeda, Nebulo- National Bureau of Standards,
sa di 146
M 3 3 (galassia spirale nel Trian- Naval Research Laboratory, 146
golo), 28 nebulose, 193; vedi anche galas-
M 4 2 , vedi Orione, Grande N e b u - sie e nubi di gas interstellare
losa di neutrini, 15, 112-3, 117, 127,
M 4 5 , vedi Pleiadi 133, 143, 172, 193 e passim;
Indice analitico 213

densità, 184-6; elettronici, 107; Ofiuco, 81-2, 197


facenti parte dei leptoni, 152; oggetti quasi stellari, 40; vedi an-
fondo di, 133-4; muonici, 107; che quasar
loro rilevamento, 143; loro O'Hanian, Hans C , 2 0 0
temperatura, 184-6; nell'uni- Ohm, E.A., 147
verso in contrazione, 168 omogeneità dell'universo, 35,
neutroni, 16-7, 172 e passim; l o - 135, 193-4
ro decadimento, 107, 112, 119, ζOphiuchi, 81
124, 126, 139; e interazioni organismi viventi, 128
forti, 150; nel modello dei Orione, Grande Nebulosa di, 28
quark, 158; loro temperatura orizzonte cosmologico, 52-4, 162,
di soglia, 110; nella teoria del 194
big bang, 139-40; nell'universo ossidrile, ione, 104, 194
in contrazione, 168 Ostriker, J.P., 52
New General Catalogue (di J.L.
E. Dreyer), 187
N e w t o n , Sir Isaac, 4 3 , 4 7 , 87, Palmer Physical Laboratory, 64
148, 202; costante di, 175, Palomar: osservatorio e strumen­
193; sua teoria della gravita- ti, 37-8
zione, 47, 175 Parker, Leonard, 161
N G C 2 2 4 , vedi Andromeda, N e - parsec, 194
bulosa di particelle elementari, 1 0 2 e pas­
Niflheim, 13 sim; loro proprietà, 172; loro
North, J.D., 2 0 2 vita media, 172
nube elettronica, 153 particelle a interazione forte, 116
nubi di gas interstellare, 8 1 - 2 particelle nucleari, 193 e passim
nuclei atomici, passim; loro in- Pauli, Wolfgang, 113, 143, 187;
terazione con la radiazione, principio di esclusione di, 9 9 ,
6 2 , 65-6; nei primi tre minuti, 172, 194
120-5; nel protouniverso, 15, Pechino, 155
17, 2 2 , 6 2 , 77, 105; loro tem- Peebles, P.J.E., 61-5, 128, 141,
po libero medio, 67; nell'uni- 146, 169, 2 0 0
verso in contrazione, 168 Penzias, A r n o A., 57-61, 6 3 , 6 5 ,
nucleoni, 193 69-70, 7 4 , 77-9, 128, 141, 147,
nucleosintesi, 6 3 , 101, 125, 138- 173
47; era della, 126 Perry, M.J., 157
numero barionico, vedi barioni- pioni, 116, 152-4, 172, 194
co, numero Planck, Max Karl Ernst Ludwig,
numero leptonico, vedi leptoni- 70-2; costante di, 180, 194;
co numero distribuzione di, 70-4, 80, 8 2 ,
214 Indice analitico

180-1, 194; formula di, 77-9, 56-90, 138-48; pressione di,


182 87-8; proprietà di alcuni tipi
Pleiadi, 28 di, 173; termica cosmologica,
plutonio, 7 5 vedi radiazione cosmica di fon-
Politzer, Hugh David, 156 do a microonde
positoni, 15, 95-6, 194 radioattività, 41
Praga, 23 raggi cosmici, 111, 132, 188
primi tre minuti (e tre quarti), raggi gamma, 62
116-37 raggi X, 62
primo centesimo di secondo, Ragnorak, 169
149-65 Rayleigh, John William Strutt.
Princeton, 5 2 . 61-2, 64, 7 9 , 128, Lord, 80
143, 156 Rayleigh-Jeans: distribuzione di,
Principio cosmologico, 32-5, 3 8 , 70; formula di, 181; legge di,
4 5 , 8 4 , 135-6, 188 195; regione di, 80
Proctor, Richard Anthony, 29 reattori nucleari, 113
protoni, 16-7, 172, 194 e passim; red shift, vedi spostamento verso
facenti parte dei barioni, il rosso
106-7; e interazione forte, 150; Reines, F., 2 0 2
nel modello dei quark, 158; relatività: teoria generale, 36, 4 3 ,
nuclei di elio e, 144; loro rap- 195; teoria speciale (o ristret-
porti con i fotoni, 87; loro tem- ta), 3 5 - 6 , 9 4 , 97, 195-6
peratura di soglia, 110; nel- repulsione elettrica, 150
l'universo in contrazione, 168 ricetta del protouniverso, 114
protuberanze solari, 25 ricombinazione, 7 7 , 101, 196
righe dello spettro (in assorbi-
mento), 2 4 - 6 , 8 1 , 131; vedi
quanti, 72-3 anche Doppler, effetto e spo-
quantistica, meccanica, 7 2 , 195 stamento verso il rosso
quark, 155-8, 195 Roll, P.G., 64-5, 7 9 , 169
quasar, 4 0 , 132, 195 rosso, spostamento verso il, vedi
quiete, energia di, 94-6, 172, 195 spostamento verso il rosso
Rutherford, Lord Ernest, 41

Radiation Laboratory del M I T ,


142 Salam, Abdus, 159
radiazione, 62 e passim; cosmi- Salpeter, E.E., 144
ca, vedi raggi cosmici; cosmi- Sandage, Allan, 3 8 , 5 1 , 203
ca fossile, vedi radiazione c o - Saturno, anelli di, 25
smica di fondo a microonde; scattering, vedi diffusione
cosmica di fondo a microonde, Schilpp, P.A.. 2 0 2
Indice analitico 215

Schmidt, Maarten, 40 132, 145, 197; variabili cefei-


Sciama, Dennis W., 2 0 0 di, 3 0 - 1 , 5 1 , 188, e loro rela-
Segai, I.E., 2 0 0 zione periodo-luminosità, 3 0 - 1 ,
Serpentario, 8 1 , 197 3 8 ; veloci, 2 1 ; loro velocità
Shapley, Harlow, 3 0 , 3 8 , 2 0 2 radiale, 2 2
Shklovskij, I.S., 82 stratoni, 156
sintesi dei nuclei atomici, vedi struttura fine, costante di, 151-2,
nucleosintesi 196
Sitter, Willem de, 9, 4 4 - 5 Sturluson, Snorri, 13, 2 0 3
Slipher, V e s t o Melvin, 31 Suess, Hans, 142
solare, sistema: sua posizione nel- al-Sufì, Abd al-Rahman, 2 7 ; Li-
bro delle stelle fisse, 27
la Galassia, 27; velocità della
supernovae, 2 9 , 132, 145, 197
sua rivoluzione nella Galas-
sia, 8 5
Sole: temperatura nel suo inter-
Tayler, R.J., 64, 141, 145
n o , 96; temperatura alla sua
Taylor, J.C., 2 0 3
superfìcie, 75
temperatura, passim; d'antenna,
spettro, righe dello, 24-6, 8 1 ,
60; critica, 189; equivalente,
131 e passim
6 0 , 7 9 ; massima nella fìsica
spin, 9 5 , 9 9 , 1 5 1 , 185, 196 degli adroni, 155, 197; di so-
spostamento verso l'azzurro, 167, glia, 9 5 , 122, 172, 197; del-
187 l'universo nel corso della sua
spostamento verso il rosso, 9, 3 2 , espansione, 8 8 , 9 3 , 102, 117,
3 9 - 4 0 , 4 4 , 66, 196; c o m e fun- 120-7
zione della distanza, 50; vedi tempo: dell'espansione, scale del,
anche Doppler, effetto 177-80; di espansione caratte-
Stanford Linear Accelerator Cen- ristico, 3 9 , 118-9, 121, 177,
ter, 156 197; libero medio, 67, 121, 188
stati di energia: fondamentale, teorie di gauge non abeliane, 157,
8 1 - 2 ; di rotazione, 8 1 - 2 ; vi- 159, 191
brante, 81 Terra: sua età, 4 1 ; sua velocità
stato stazionario, teoria dello, 18, orbitale, 85
196 Thor (dio germanico), 169
steady state, vedi stato stazionario Thorne, K.S., 2 0 0
Stefan-Boltzmann, legge di, 7 6 , Tolman, R.C., 2 0 0
118, 1 8 1 , 1 8 6 , 1 9 6 transizione di fase, 158-60, 197
stella (-e), 128; di Barnard, 2 1 ; Tremaine, S.D., 52
doppie, 25; loro m o t o proprio, tritio, 123, 191, 197
2 1 - 2 , 193; nane nere, 166; di Turkevich, Anthony, 144
neutroni, 166; supernovae, 2 9 , Turner, Ken, 61
216 Indice analitico

ultravioletto, 197; astronomia variabili, vedi stelle variabili


nell', 131 velocità radiale, 22
universo, passim; dopo 0,11 se- Vergine, costellazione, 3 1 , 3 5 ;
condi, 120-1; dopo 1,09 se- ammasso di galassie nella, 3 1 ,
condi, 121; dopo 13,82 secon- 34, 37, 175, 197
di, 122-4; dopo 3 minuti e 2 Via Lattea, 26-8, 198; vedi anche
secondi, 124; dopo 34 minuti e Galassia
4 0 secondi, 127; dopo 7 0 0 0 0 0
viscosità volumica, 170
anni, 1 0 0 - 1 , 1 2 7 - 8 ; d o p o 10 mi-
vita media delle particelle ele-
liardi di anni, 128; aperto, 4 9 ,
mentari, 172
5 1 - 2 , 132; attuale, densità in
esso delle particelle nucleari,
86; suo campo gravitazionale,
55, e teorema di Birkhoff, 48; Wagoner, Robert, 128-9
chiuso, 4 9 , 5 1 , 109; sua cir- Weinberg, Steven, 200, 2 0 2 , 203
conferenza attuale, 120; sua Weiss, Rainier, 86
contrazione, 165, 167-8; sue Wheeler, J.A., 2 0 0
dimensioni all'inizio dell'espan- Wilczek, Frank, 156, 158
sione, 120; sua espansione, Wilkinson, D.T., 64-5, 79, 169
2 1 - 5 5 , 1 6 4 , 1 8 2 ; sua età, 39-40, Wilson, Monte: osservatorio e
52-3, 55; finito, 4 5 , 5 1 , 109;
strumenti, 3 0 , 37-8
infinito, 4 5 , 5 1 , 55; isotropo,
Wilson, Robert W., 5 7 - 6 1 , 6 3 ,
34-5, 135, 192; modelli di, 9,
6 5 , 6 9 - 7 0 , 7 4 , 77-9, 128, 141,
14-20, 45-50, 133-4; omoge-
neo, 35, 135, 193-4; suo oriz- 147, 173
zonte, 52-4, 162, 194; oscil- Wisconsin, Università del, 161
lante, 64, 169-70; nei primi Wollaston, William Hyde, 24
tre minuti (e tre quarti), Woolf, N.J., 82
116-37; nel primo centesimo Wright, Thomas, 26-7; Original
di secondo, 149-65; sua tem- Theory or New Hypothesis of
peratura, 88, 9 3 , 102, 117, the Universe, 26
120-7

Ymir, 13
uranio, 40
Urey, Harold, 142
Ursa Maior II, ammasso di ga- Zel'dovich, Ja. Β., 64, 141, 146-7,
lassie, 37 157
Utrecht, 24 Zweig, George, 155