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LA RIVISTA di storia della roma grandiosa

CON L
CIVILTA

I
N TIN
TE O
A
ST
civiltà romana

I
ROM A NA VIRGILIO
Il risvolto politico
delle sue Georgiche
TARIFFA R.O.C. POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE AUT. MBPA/LO-NO/008/A.P./2019 - PERIODICO ROC - S/NA

IL DIVINO
CESARE
Genio, ambizione, audacia: la tumultuosa carriera
dell’uomo che cambiò la Storia per sempre

PAROLACCE, INSULTI LE AUTOPSIE


E IMPROPERI DEL MEDICO GALENO
Frasi tanto oltraggiose I primi esperimenti
(ma anche “creative”) per comprendere
che verrebbero censurate l’anatomia umana
perfino ai giorni nostri e il mistero della vita
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EDITORIALE

L
ucio Cornelio Silla non era solo uno spietato dittatore, colui che impose le liste
di proscrizione per cancellare perfino la memoria dei suoi nemici, i seguaci di
Mario. Era anche una persona di grande acume politico e conosceva molto bene
gli uomini. Quando gli chiesero di risparmiare la vita al giovane Giulio Cesare, disse:
«Tenetevelo pure! Ma un giorno vi accorgerete che colui che desiderate salvare con
tanto affanno sarà fatale al partito degli Ottimati, che tutti insieme noi
abbiamo difeso. In Cesare ci sono molti Gaio Mario!». La Storia
gli avrebbe dato presto ragione.
Grazie a una carriera folgorante, a impa-
reggiabili doti militari, alla sagacia politica
e a un’ambizione irrefrenabile, Cesare
sarebbe diventato l’uomo più potente
di Roma. La sua spregiudicatezza gli
avrebbe consentito di iniziare un’o-
pera di rinnovamento radicale dello
Stato, una rivoluzione che neppure le
23 pugnalate inferte dai suoi assassini
sarebbero state in grado di fermare:
pochi anni ancora e Ottaviano Augu-
sto avrebbe portato alle estreme conse-
guenze il sogno cesariano, trasforman-
do per sempre la Repubblica in Impero.
Questo numero di «Civiltà Romana» non
è dedicato al Giulio Cesare condottiero, ma al
politico e all’uomo. Alla figura forse più determinan-
te per la storia dell’Urbe dopo quella di Romolo.

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la filosofia, l’arte, la che decisero le sorti Mussolini nella sua le sue legioni, la flotta grande Impero e segreti della
storia e il teatro del mondo intero avventura al potere e la cavalleria dell’Antichità Serenissima

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LA GLORIOSA STORIA D’ITALIA

STORIA D’ITALIA
RISORGIMENTO

UNITÀ D’ITALIA

LE
100
DATE
BATTAGLIE

GRANDE GUERRA IMPERO

SECONDA GUERRA MONDIALE REPUBBLICA

La storia del West Bianchi e pellerossa, Un’epoca da scoprire L’epopea della Tutte le date che Da Cesare a Garibaldi,
come non l’avete mai gli uomini che hanno per capire a fondo famiglia che riunificò hanno fatto la Storia gli uomini che hanno
letta: attraverso i film reso immortale il West l’America di oggi l’Italia 150 anni fa del nostro Paese guidato intere nazioni

La loro storia, dalle Come seguire le orme Il corpo d’élite Usa, Le radici del conflitto I temi più controversi Saghe, storia, imprese,
origini fino alla della Storia su un i suoi metodi e i suoi più importante dopo e dibattuti dall’alba leggende e scorrerie
scontro con Roma cammino millenario innumerevoli successi le guerre mondiali dei tempi a oggi dei guerrieri del Nord

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SOMMARIO
6 Nemici dell’Urbe
I pirati contro Roma

12 Società
I piaceri della clientela

18 Cover Story
Il Divo Cesare

28 Religione
Giunone, vendicativa e amorevole

32 Militaria
Le punizioni dei legionari

38 Battaglie
Tigranocerta, vittoria miracolosa

44 Monumenti
Un mausoleo per Adriano

48 Primi cristiani
Gnostici e altri eretici

54 Quotidiano
Insulti alla romana

58 Armi
Il micidiale pilum

60 Culto
Le sacre vestali

64 Letteratura - Georgiche
L’agricoltura in versi

68 Medicina
Galeno e le autopsie

74 Luoghi da visitare
Roma in Austria

76 Teatro - Eunuco
La meretrice di buon cuore

78 News PROSSIMO
NUMERO
80 Libri, mostre, film IN EDICOLA
IL GIO
82 Il draco
Simboli
M AG QUESTA CARTA
RISPETTA
L’AMBIENTE

CIVILTÀ ROMANA 5
ICONTRO
PIRATI
ROMA

COVI SEGRETI
Pirati cilici dentro
uno dei loro covi,
ricavati all’interno
di grotte marine
(quadro di Henryk
Hektor Siemiradzki,
1843-1902).
Razziare merci
preziose ed esseri
umani da vendere
come schiavi era
il loro modo di fare
la guerra a Roma.

6 CIVILTÀ ROMANA
NEMICI DELL’URBE

Mentre si accingeva a sferrare i suoi ultimi attacchi mortali,


che ne avrebbero fatto la padrona assoluta del Mediterraneo, Roma
dovette fare i conti con un nemico sfuggente e imprevisto
di Mario Galloni

I
princìpi della Repubblica vietavano di attri-
buire a un solo uomo poteri militari illimi-
tati. Eppure, nel 67 a.C., il Senato romano
votò una clamorosa deroga a questa basilare
clausola di salvaguardia degli equilibri politici
istituendo una nuova carica, quella del “navar-
ca” (dal greco naus, “nave” e archòs, “capo”), al
quale, in qualità di comandante della flotta, af-
fidò tre anni di potere assoluto sulla sterminata
estensione marittima del dominio dell’Urbe,
che andava dallo stretto di Gibilterra fino ai più
reconditi golfi nordafricani e dell’Asia Minore.

ROMA SOTTO SCACCO


Fosche nubi incombevano sull’orizzonte di
Roma, minacciata da carestie e miseria a cau-
sa dell’impossibilità di importare frumento
dall’Egitto e alimentare le sue fiorenti espor-
tazioni. Nessuna nave romana poteva solcare
indisturbata il Mediterraneo senza correre il
rischio di essere attaccata da navigli pirati e
depredata del suo prezioso carico. Triste era
anche la sorte che spettava agli equipaggi: la
morte durante l’arrembaggio o la cattura e
la vendita come schiavi nei molti mercati di
esseri umani che pullulavano lungo le coste
marittime. Una sostanziale impunità gonfiava
le vele di flottiglie irregolari, amplificandone
l’audacia e la bramosia di bottino. Ingrossate
le fila con disertori e fuorilegge senza bandiera,
e ingrassati i forzieri grazie alle munifiche elar-
gizioni dei regni orientali nemici dell’Urbe,
queste ciurmaglie arrivarono al punto di rapi-
re importanti magistrati romani, per liberarli
solo dietro il pagamento di faraonici riscatti.
Un destino analogo toccò a numerose località
costiere, non più soltanto depredate, ma ad-
dirittura conquistate militarmente in attesa di
essere liberate a suon di moneta.
Roma aveva perso il controllo del suo mare
a beneficio di un nemico imprendibile che, se-
condo la descrizione dello storico greco Plu- ›

CIVILTÀ ROMANA 7
I PIRATI CONTRO ROMA

NAVI E TIRANNI tarco, in quegli anni arrivò a contare oltre mille


Sotto, una trireme, navi. La situazione pareva senza via di uscita e
usata sia dai pirati questo spiega e giustifica il voto del Senato che,
che dalle truppe di in aggiunta allo straordinario potere attribuito
Pompeo mandate a al navarca, gli concesse di scegliere 15 luogote-
contrastarli. A destra, nenti tra i senatori e di attingere a piene mani
Dioniso, trasformatosi dall’erario per costituire una flotta di 500 navi
in leone, scaccia che fosse in grado di muovere una guerra aper-
i pirati che hanno ta e totale agli infidi nemici.
assalito la sua nave: Non che i Romani fino a quel momento
costoro si buttano in fossero rimasti con le mani in mano. Contro
acqua e vengono l’endemico problema della pirateria, che fin
trasformati in delfini. dall’antichità più remota affliggeva le rotte
In basso, testa di Mi- del Mediterraneo, l’Urbe aveva già operato se-
tridate, il re pontico condo il suo tipico pragmatismo: per limita-
che usò i pirati come re i danni, aveva impiegato navi da guerra nel
alleati in funzione pattugliamento di porzioni di mare partico-
antiromana. larmente infestate dai predoni, o per scortare i
suoi mercantili. Tutto ciò si rivelò insufficiente
quando la rotta delle navi onerarie romane in-
crociò quella di Teuta, bellicosa regina d’Illiria
(regione costiera dell’Adriatico, oggi corrispon-
dente alla Dalmazia), che attorno al 230 a.C.,
preso il potere dopo la morte del marito Agro-
ne, consegnò al suo popolo di valorosi marinai
una patente per la guerra corsara, riconoscendo
dignità politica a questa pratica. Così, coperti ai danni dei navigli romani. Fallita la via di-
da una parvenza di legalità e mossi dalla ragion plomatica, il Senato intervenne con forza e,
di Stato, che si sommava all’avidità di botti- durante la Prima guerra illirica (229-
no, i pirati illirici moltiplicarono le scorrerie 228 a.C.), spostò nell’Adriatico
una flotta di 200 navi da guerra
e un numero doppio di onera-
rie per il trasporto delle legioni,
costringendo infine la regina ad
accettare drastiche limitazioni
ai movimenti delle sue navi.

LOTTA SENZA QUARTIERE


Nel secolo successivo, alla
crescita del potere maritti-
mo romano fece da contral-
tare l’inasprirsi del fenome-
no piratesco, fomentato da
chiunque fosse ostile all’Ur-
be ma, non potendola affron-
tare e sconfiggere in mare aperto,
preferisse foraggiare una guerra
“sporca” e non dichiarata, in modo
da danneggiarne i commerci. Roma
rispose puntualmente a ogni aggres-
sione, armando flotte che interven-
nero in ogni luogo del Mediterraneo

8 CIVILTÀ ROMANA
NEMICI DELL’URBE

IL RAPIMENTO DI CESARE

T ra i prigionieri romani caduti in mano ai pirati il più famoso


fu Giulio Cesare, catturato nel 74 a.C. presso l’isola di Far-
macussa (l’odierna Farmaco, nel Dodecaneso) mentre si recava
a Rodi, meta privilegiata per i giovani desiderosi di apprendere
la cultura e la filosofia greca. Appena venticinquenne, in quella
circostanza Cesare mostrò la tempra che ne avrebbe fatto uno
dei più grandi condottieri di tutti i tempi.
La sua vita venne valutata 20 talenti, cioè oltre 600 kg d’argen-
to, una somma di tutto rispetto. Cesare, però, riteneva di valerne
almeno 50, ossia una tonnellata e mezzo del prezioso metallo.
Durante la prigionia, obbligò i carcerieri ad ascoltarlo declamare
poesie e promise di ucciderli non appena fosse stato liberato.
Dopo 38 giorni, il riscatto richiesto arrivò. Cesare venne rilascia-
to e mantenne la promessa: piombò su Farmacussa, distrusse il
covo, catturò i pirati (sotto) e li uccise, facendoli prima soffocare e
poi crocifiggere. Donne e bambini furono venduti come schiavi. Il
denaro venne restituito alle comunità che lo avevano versato e fu
chiaro a tutti che Cesare era un uomo con cui non si scherzava.

nel quale la minaccia dei pirati mettesse a


repentaglio i suoi interessi. Dall’Egeo al
Peloponneso, dalla Sicilia alle Baleari,
le spedizioni furono spesso coro-
nate dal successo, registrando,
però, solo vittorie limitate: in
mancanza di un progetto or-
ganico per estirpare alla radice
il fenomeno, ci si limitava a
soffocare un singolo focolaio
che, spento in un braccio di
mare, era pronto a riaccender-
si a breve distanza appena le
flotte dell’Urbe avessero fatto
ritorno nei loro porti.
A cavallo tra II e I secolo a.C.,
Roma fu impegnata in un tripli-
ce conflitto contro Mitridate. Il re
del Ponto era un sovrano ambizio-
so e astuto che, inseguendo il sogno
di dominare l’Oriente, arruolò con-
tro i nemici romani anche gli spietati
pirati di Cilicia, zona costiera dell’Asia
Minore (Turchia) a nord dell’isola di
Cipro. Le munifiche regalie di Mitri-
date fecero di questa rude stirpe ›

CIVILTÀ ROMANA 9
I PIRATI CONTRO ROMA

guerriera una razza di predatori mai vista ogni parte dai Cilici, sempre più potenti grazie
fino ad allora nel Mediterraneo: non più ai proventi della guerra e diventati un flagel-
un’accozzaglia di anarchici tagliagole, lo che rischiava di mettere in ginocchio l’e-
accecati dalla smania di ricchezza, ma conomia dell’Urbe. Ecco dunque giustificata
una forza militare dotata di equipaggi la drastica risoluzione adottata dal Senato
e navi di prim’ordine, con basi di ap- romano nel 67 a.C., che concentrò un pote-
poggio disseminate un po’ ovun- re pressoché illimitato nelle mani di un solo
que lungo le coste: covi dotati uomo: Gneo Pompeo Magno, già beniamino
di cantieri e roccaforti, dove delle masse per via delle innumerevoli vittorie
nascondersi, riorganizzare le militari, al quale Roma affidò il compito di
forze e riparare le navi. porre fine alla piaga della pirateria.
In breve tempo, i pirati ci-
lici infestarono l’Egeo: le con- POMPEO CONTRO TUTTI
tinue razzie li resero sempre più Pompeo non venne meno alla sua fama e, in
ardimentosi, tanto da spingerli soli tre mesi, portò a termine il compito affida-
a nuove e indisturbate spedi- togli. Smentì, invece, chi temeva che potesse
zioni sulle coste del Lazio, in approfittare di tutto quel potere per sovvertire
Sicilia e lungo i litorali afri- l’ordine costituito: la sua fedeltà verso il Sena-
cani. Nel corso delle guerre to e la Repubblica, infatti, non conobbe mai
mitridatiche, essi costituirono cedimenti. Scegliendo Pompeo, Roma aveva
un “secondo fronte” contro inaugurato un nuovo approccio nel contrasto
i Romani, che permise al re alla pirateria, affidandosi a un comandante di
del Ponto di impegnare il indiscutibile valore, al quale consegnare non
nemico in un conflitto lun- solo il potere ma anche i mezzi per esercitarlo.
go ed estenuante, durato Potendo agire senza economie, Pompeo
dall’88 al 63 a.C. approntò una flotta di 500 navi, sulle qua-
Stretta tra due fuochi, li si imbarcarono 120 mila uomini e 5.000
Roma perse il controllo del cavalieri. Fu però la strategia messa in atto a
Mediterraneo, minacciato da garantirgli la vittoria. Vista la vastità dell’o-

SESTO POMPEO, IL “PIRATA”

S esto Pompeo (a destra) era il figlio minore del celebre Gneo Pompeo
Magno, colui che aveva sconfitto i pirati del Mediterraneo in soli
tre mesi. Sesto, che era stato nemico di Cesare, praticò la pirateria
in Sicilia contro Roma e impegnò duramente i triumviri Ottaviano,
Marco Antonio e Marco Emilio Lepido dopo la promulgazione
della lex Pedia (che puniva con l’esilio e la confisca dei beni tutte
le persone coinvolte a vario titolo nella congiura anti-cesariana) e
l’emanazione di liste di proscrizione comprendenti i cesaricidi e i
loro alleati. È però improprio sostenere che Sesto fosse un comune
pirata: la sua, piuttosto, fu un’azione militare estrema, attuata
quando, costretto alla fuga, reclutò una flotta composta da esuli,
proscritti, schiavi e pirati, con cui occupò Sicilia, Sardegna e Corsica.
Vincitore per due volte contro Ottaviano, Sesto riuscì a impedire
l’arrivo dei rifornimenti a Roma. Sconfitto infine da Agrippa nella battaglia
di Nauloco, il 3 settembre del 36 a.C., fuggì in Oriente. Arrestato a Mileto
l’anno seguente, venne giustiziato senza processo: aveva poco più di trent’anni.

10 CIVILTÀ ROMANA
NEMICI DELL’URBE

rizzonte su cui doveva muoversi, e convinto Nell’estate del 67 a.C., durante la battaglia IN TRIONFO
com’era di non poter sprecare tempo nell’in- di Coracesio (città portuale sulla costa meri- Sopra, il trionfo ce-
seguire una alla volta le navi pirata che si dionale dell’Asia Minore), i Romani sgomina- lebrato da Pompeo
presentavano all’orizzonte, Pompeo divise il rono gli avversari, prima in mare e poi sulla a seguito delle sue
Mediterraneo in quadranti operativi: ognuno terraferma, conquistando la loro ultima for- vittorie contro Mitri-
di essi venne affidato alla vigilanza di un lega- tezza posta a picco sui flutti, sul promontorio date e i pirati cilici,
to e della rispettiva flotta. Le singole squadre dell’attuale Alanya, in Turchia. Pompeo tornò in un quadro di
dovevano tenersi in costante collegamento, in a Roma con un bottino formidabile, costituito Gabriel de Saint-
modo che ogni nave pirata intercettata si ve- da navi, armi, ricchezze e schiavi: erano stati Aubin (1724-1780).
desse piombare addosso avversari da ogni lato fatti prigionieri più di 20 mila pirati e distrutte Nella pagina a
e non trovasse via di fuga. 1.300 imbarcazioni. In meno di cento giorni, fronte, l’aspetto di
Il piano funzionò e, in breve tempo, le acque il navarca aveva liberato il Mediterraneo dal un pirata cilicio
vennero ripulite da ogni naviglio sospetto. A flagello della pirateria, restituendo all’Urbe nella ricostruzione
quel punto, non restava che portare guerra alle l’imperium maris, il “dominio del mare”, di cui del Museo della
basi stesse dei pirati, lungo la costa della Cili- i Romani fecero buon uso, evitando di addor- Marina di Hartle-
cia, dalla quale il cancro corsaro si era diffuso. mentarsi sugli allori. Il comando della guerra pool, in Inghilterra.
Ogni loro fortezza fu posta sistematicamente alla pirateria passò da Pompeo a Marco Agrip-
sotto assedio e venne inaugurata un’astuta po- pa, l’eroe di Azio, fedele consigliere e fraterno
litica volta a promuovere il pentitismo tra i pi- amico di Ottaviano Augusto, che risultò ef-
rati: chiunque collaborasse con l’Urbe avrebbe ficace quanto il suo predecessore: rese la lot-
avuta salva la vita e goduto di un trattamento ta permanente e diede avvio al dislocamento
di favore. Braccata nelle sue stesse roccaforti, delle flotte romane nelle più importanti basi
sconfitta e sparpagliata a più riprese, minata navali dell’Impero. Fu il loro incessante pat-
dai delatori e dai traditori, quel che restava tugliamento ad assicurare il rispetto della le-
della pirateria cilicia scelse lo scontro frontale. galità sul mare e la libertà di navigazione.

CIVILTÀ ROMANA 11
I PIACERI DELLA
CLIENTELA
Quella della clientela era una tradizione antica: indicava la dipendenza
di un romano da un concittadino più abbiente che, come suo patrono,
aveva l’obbligo di rappresentarlo e aiutarlo. In cambio di alcuni servigi
di Giacomo Alibrandi

I
n politica, ma anche nella società in genere,
i rapporti di “clientela” sono estremamente
importanti. A regolarli è il complesso mec-
canismo di “dare e avere”, che lega in maniera
stretta, e spesso indissolubile, a personaggi
autorevoli o appartenenti a famiglie poten-
ti. Da questa dinamica derivano una serie
di comportamenti spesso discutibili, a volte
illeciti, che portano a parlare di metodo clien-
telare, sistema clientelare, politica clientelare.

UN USO ANTICO
Non si deve credere, però, che il cliente-
lismo sia un sistema innescato dalla cattiva
politica odierna. È un meccanismo che esiste
da secoli, e stava alla base della vita sociale
dell’antica Roma. Si trattava, probabilmente,
di una forma di “istituzione” creata da Ro-
molo alla nascita della città. Dopo la divisio-
ne del popolo nelle due classi sociali dei pa-
trizi e dei plebei (i primi, considerati nobili,
facevano parte delle famiglie dei patres, cioè i
fondatori dell’Urbe, assieme a Romolo), per
i secondi si pose un problema di rappresen-
tanza e di tutela. Solo i patrizi, infatti, pote-
vano far parte del Senato, accedere alle ma-
gistrature, difendersi davanti alla legge. Fu
soprattutto per garantire anche ai plebei una
forma di difesa legale in caso di chiamata in

12 CIVILTÀ ROMANA
COSTUMI

tribunale che ebbe origine la clientela: i pa- VECCHIO ORANTE legge questa formula estremamente chiara, e
trizi, in sostanza, avrebbero fatto da tutori o Un cliente durante anche minacciosa: «Patronus si clienti frau-
difensori dei plebei. Questo rapporto, però, l’udienza giornaliera dem fecerit, sacer esto» (“Se un patrono avrà
non era a senso unico. con il suo patrono. imbrogliato un cliente, sia maledetto”), ricor-
Il plebeo che diventava cliente (cliens) di In origine la clientela dando che “sacer esto” era la formula con cui
una determinata gens patrizia instaurava con legava unicamente si consacrava qualcuno agli dei infernali. In
essa un rapporto di “do ut des”. Il cliente, in plebei e patrizi; più sostanza, lo si condannava alla perdita della
segno di riconoscenza, s’impegnava a soste- tardi, in generale, protezione che la civitas garantiva ai cittadini
nere il suo patronus, sia in pace che in guerra, i cittadini meno e si dava a chiunque la possibilità di uccidere
in ambito sia politico che militare. In cam- potenti a quelli di impunemente il trasgressore.
bio, costui gli garantiva appoggio economi- maggior prestigio.
co, protezione dai possibili soprusi dei nobili, TRA PATRONO E CLIENTE
tutela giuridica e l’opportunità di ottenere Il patrono, da parte sua, adottava nei con-
un lavoro salariato. Il rapporto clientelare fronti dei propri clienti (che potevano esse-
che ne derivava non era comunque affidato re numerosi e divennero moltissimi in età
al caso o all’umore delle persone che vedeva imperiale, soprattutto per i personaggi più
coinvolte: era regolato dalla legge, la quale ricchi e potenti) un criterio denominato bo-
puniva il patronus che fosse venuto meno ai nus-malus: li premiava se si comportavano
suoi impegni. Già nelle Leggi delle Dodici bene, li puniva se facevano il contrario.
Tavole, stilate attorno al 450 a.C. e che rac- Divenuta una grande potenza mondiale,
colsero per la prima volta in un codice scritto Roma assunse la stessa strategia clientelare
gli usi e le consuetudini dell’antica Roma, si anche nei confronti dei propri alleati (tutti ›

CIVILTÀ ROMANA 13
I PIACERI DELLA CLIENTELA

LA CLIENTELA NELLA SATIRA I


DI GIOVENALE
Ora sulla soglia di casa
misero è il sussidio e se lo contende
una folla di gente in toga.
Ma il patrono prima ti scruta bene in faccia
per timore che tu venga al posto di un altro
e lo richieda sotto falso nome.
Se ti riconosce, l’avrai.
Anche dei discendenti dei Troiani
pretende che il banditore faccia l’appello,
perché anche loro sulla soglia
fanno ressa con noi.
«Prima al pretore, poi tocca al tribuno.»
Ma si fa avanti un liberto: «Io sono il primo,
io» dice. «Sono nato, è vero, sull’Eufrate
e i fori che come una donna ho nelle orecchie,
anche se lo negassi, ex nemici), garantendo loro il suo appoggio
mi tradirebbero. Ma non ho dubbi e il soccorso militare in caso di necessità, ma
o timore di difendere il mio posto».
esigendone in cambio la fedeltà.
[…]
Schematicamente, potremmo riassumere
Un fiume di lettighe
limosina quei cento soldi in questo modo gli obblighi e i privilegi delle
e, per seguirlo nel suo giro, due posizioni: il patrono era tenuto a venire
dietro al marito, malata o incinta che sia, incontro alle esigenze primarie dei clienti,
viene la moglie. per esempio dando loro la cosiddetta sportu-
Ormai rotto ad ogni espediente, la, una sorta di panierino dove si mettevano
v’è chi mendica anche per la moglie assente, cibo e vettovaglie. In seguito, per comodità,
esibendo in suo luogo le assegnazioni materiali vennero sostituite
una lettiga vuota e chiusa: da elargizioni in denaro.
«Svelto, c’è la mia Galla» dice,
«avanti, sbrigami, che aspetti? OBBLIGHI E DOVERI
Fuori la testa, Galla! No,
Si arrivò addirittura a stabilire una sorta
non disturbarla, dorme».
di tariffario, la sportularia: in base a ciò ogni
cliente, purché porgesse il proprio obsequium
(ossequio) al patrono nei dovuti modi, rice-
veva un emolumento di 6 sesterzi al gior-
no. La cifra doveva però essere variabile, se
Marziale (38/41-104 d.C.), in uno dei suoi
epigrammi, dice di aver perso 100 quadran-
ti (cioè 10 sesterzi) solo per aver chiamato
il suo patronus con il nome di battesimo,
Ceciliano. Il patrono si sentiva in obbligo
di assolvere quanto sopra, di invitare ogni
tanto i clienti alla sua tavola e di distribui-
re loro abiti di ricambio, ma l’omaggio nei
suoi confronti doveva seguire certe regole.
Innanzitutto i clienti dovevano indossare
COSTUMI

i cavalieri i semplici cittadini e gli “ingenui” IL BUON PADRE


(cioè gli uomini liberi per nascita) i liberti, A sinistra, la salutatio
ossia gli schiavi affrancati. Non mancava matutina all’imperato-
chi avesse più di un patrono e, come ricor- re Onorio: i clientes
da Jérôme Carcopino nel suo libro La vita si presentavano al
quotidiana a Roma, «i più umili, per accu- rito indossando la
mulare le sportule, moltiplicavano le visite». toga (nell’ovale). In
Così, scrive sempre Carcopino, «Roma, tut- basso, un pater fami-
te le mattine, si svegliava in questo continuo lias, simbolo anche
viavai di cortesie consuetudinarie». del buon patronus.
I patroni avevano dei doveri, ma anche
i clienti non ne erano privi: erano te-
nuti alla  salutatio matutina, cioè la
visita di omaggio, per cui doveva-
no presentarsi già alle prime ore
del mattino a casa del dominus;
dovevano dare il proprio voto
al patrono in caso di elezioni;
avevano l’obbligo di liberar-
lo da un’eventuale prigionia
di guerra pagando il riscatto
(un’eventualità più comune
la toga e, in seconda battuta, rivolgersi al si- in epoca repubblicana, quan-
gnore, quand’era il loro turno, con il titolo do la clientela era stata codifi-
di dominus. Anche l’ordine con cui i clienti cata, ma piuttosto rara in epoca
potevano accedere alla presenza del patrono imperiale); dovevano offrirgli
era regolato minuziosamente. Non bastava denaro per costituire la dote di
arrivare per primi, perché a contare era il una figlia in procinto di sposarsi
grado sociale: i pretori precedevano i tribuni, (specie in epoca repubblicana). Sia ›

CIVILTÀ ROMANA 15
I PIACERI DELLA CLIENTELA

il patrono che i clienti, inoltre, non potevano


intentare un’accusa, né testimoniare in tribu-
nale in maniera svantaggiosa l’uno per l’altro.
Secondo lo storico e archeologo francese
Paul Veyne, nel mondo romano «tutte le re-
lazioni erano concepite in base al rapporto di
amicizia o di dipendenza». In sostanza, stando
al suo giudizio, l’intera società era basata sul-
la clientela. Può essere una frase provocatoria
ma, stando ai documenti, bisogna ammettere
che il potere, a Roma, aveva basi “cortigiane”,
fondate sul ceto (l’appartenenza a una deter-
minata classe), sul censo (la ricchezza) e sui
legami di amicizia e di famiglia.

CLIENTELA TOTALE
Non bastava il denaro per fare politica o
per avere consenso, come non bastava la sola
origine patrizia: bisognava essere in grado di
unire questi fattori, e la clientela era uno de-
gli elementi chiave del successo. Soprattutto
nella capitale, dove si riunivano centinaia di
migliaia di persone, molte della quali nulla-
tenenti e sfaccendate, pronte a sostenere chi
meglio promettesse di soddisfarle.
Il vincolo che legava patroni e clienti può
quindi essere inteso come una primitiva forma
di vassallaggio, perché chi godeva di una po-

FINE UDIENZA
Sopra, un patrono si
allontana dall’atrio
di casa dopo aver
LA SOCIETÀ DURANTE L’IMPERO
accolto tutti i suoi
clienti. A destra,
schema della so-
cietà romana in epo-
ca imperiale. Nella
pagina a fronte, la
sala delle udienze
di una domus.

SENATORI E
MAGISTRATI
NOBILITAS DELL’IMPERO
(Patrizi
PLEBE e plebei
(Clientes) arricchiti)
LIBERTI

SCHIAVI

NON CITTADINI CITTADINI

16 CIVILTÀ ROMANA
COSTUMI

sizione sociale debole (per esempio un liberto


o un povero, ma anche un plebeo desideroso PAROLE DI ROMA
Cliens
di ascesa sociale) poteva ottenere determinati
vantaggi legandosi, mediante un patto di fe-
deltà, a un patrono che offriva la propria tutela
in cambio di determinati servigi.
Il patronus può essere visto come una sorta Secondo i filologi di epoca romana, il termine cliens deriva dal verbo
di padrino, con la differenza che il vincolo, colere, che significa “rispettare”, “ossequiare”: indicherebbe l’azione
il foedus (“patto”), tra patrono e cliente era tipica del cliente, cioè quella di rendere ossequio al patrono. Tuttavia,
tutelato, come abbiamo visto, dal sistema pare piuttosto venire da cluo, o clueo, che vuol dire “ascoltare”,
giuridico. Per il resto, l’attesa nell’atrio della “porgere orecchio” e, in senso figurato, “prestare attenzione”.
casa del patrono, il saluto devoto da porgere L’origine sarebbe da ricercarsi nella radice indoeuropea klu o
e, spesso, l’atto di accompagnare il dominus kru, con il significato di “udire”, da cui deriva anche il termine
per le vie cittadine erano autentiche “cerimo- sanscrito crunomi, traducibile con “prestare orecchio”.
nie di corte”. Riti che avevano lo scopo di
accreditare il patronus agli occhi dei cittadi-
ni, perché più era folto il codazzo dei clienti,
più il personaggio godeva di credito sociale. come patrone, né come clienti, salvo il caso
I clienti, inoltre, facevano di fatto parte della in cui, rimaste vedove, si presentassero da
famiglia del patrono, pertanto il tradimento un patrono per richiedere gli emolumenti
dell’uno o dell’altro equivaleva, come detto, dovuti al marito defunto. Oppure, come
a una frode tra padre e figlio. Nella relazio- racconta il poeta Giovenale (50/60-127 ca.)
ne di patronato, la posizione del cliente era nelle sue Satire, quando un marito si pre-
spesso quella di una vera sudditanza. sentava al patrono con una lettiga chiusa e
Da tutto questo intrico sociale, come qua- vuota, in cui diceva (mentendo) di traspor-
si sempre accadeva a Roma, erano escluse tare la moglie malata, il tutto per richiedere
le donne, le quali non potevano figurare né sfacciatamente un obolo anche per lei.

CIVILTÀ ROMANA 17
IL DIVINO
CESARE
Formidabile generale, politico astuto, uomo ambizioso e amante
del potere: Cesare fu tutto questo, ma soprattutto fu il primo a capire
che, se Roma voleva sopravvivere, doveva cambiare pelle
di Elena Percivaldi

18 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

G
eniale stratega capace di organiz- di questo personaggio, a cominciare dallo
zare assedi memorabili, grande storico Gaio Svetonio Tranquillo. Non è
condottiero e trionfatore dalla certo un caso se la prima delle sue Vite
Gallia all’Egitto, dal Ponto alla Grecia, dei dodici Cesari (raccolta di biografie dei
dall’Africa all’Asia: Giulio Cesare fu primi imperatori, scritta intorno al 120
tutto questo, un uomo la cui ambizio- d.C. e destinata a immenso successo fin
ne era pari soltanto alla confidenza sfac- oltre il Medioevo) è proprio quella di Ce-
ciata nella fortuna, che gli consentiva di sare. Una scelta che conferisce al Divo Giu-
osare l’inosabile. Sotto il suo comando Roma lio la palma di “inventore morale” dell’Impero
raggiunse per la prima volta l’Atlantico e il Romano, oltre che di fautore dello splendore
Reno, addentrandosi nelle terre misteriose GUERRE E FAIDE e della magnificenza dell’Urbe.
dei Britanni e dei Germani. Fine intellettuale Sopra, Orgetorige,
e scaltro uomo politico, Cesare tenne sempre capo degli Elvezi: GIOVINEZZA NELLA SUBURRA
a precisare che le sue imprese non erano il sconfiggendolo, Cesare nacque il 13 luglio del 101 a.C. (se-
frutto dell’ambizione personale, bensì azio- Cesare iniziò la sua condo altri, il 12 luglio del 100) nel quartiere
ni necessarie e improrogabili per proteggere ascesa. Sotto, l’as- popolare della Suburra. Era figlio di un pretore
l’incolumità di Roma. Il suo decisionismo gli sassinio del dittatore e nipote di Gaio Mario, il celebre console che
valse tanto ammirazione quanto odi impla- secondo il pittore aveva riformato l’esercito e sconfitto le perico-
cabili, suscitando amicizie fraterne e inimi- romano Vincenzo lose tribù germaniche dei Cimbri e dei Teutoni,
cizie irriducibili. Tutti, comunque, a Roma Camuccini (1806). scongiurando l’invasione d’Italia. La sua fami-
e non solo, subirono l’irresistibile fascino glia, pur essendo patrizia, non era né ricca né ›

CIVILTÀ ROMANA 19
IL DIVINO CESARE

I DUE PADRONI
A destra, il territorio
di Roma prima della
Guerra civile tra Ce-
sare e Pompeo, con
il numero di legioni
presenti nelle varie
province. Sotto, una
contestata ricostruzio-
ne, basata su ritratti
marmorei, di quello
che doveva essere il
vero volto del genera-
le romano: la forma
“a pera” della testa
era forse dovuta a un
parto difficile. Al cen-
tro, l’ardito ponte fatto
gettare da Cesare
sul Reno nel 55 a.C.,
in una ricostruzione
dell’architetto John influente. Giulio dovette faticare parecchio per poté fare rientro a Roma e iniziare la propria
Soane, datata 1813. emergere nello scenario politico, ostacolato an- ascesa personale. La sua intelligenza venne su-
che dalla cattiva fama che Mario, leader bito messa alla prova. Il console Marco Emilio
della fazione popolare a cui Cesa- Lepido capeggiava una rivolta, il cui scopo era
re apparteneva, godeva presso quello di abrogare alcune leggi promulgate da
gli aristocratici. L’aperta Silla. Cesare era stato contattato per partecipa-
ostilità del dittatore Sil- re alla ribellione ma, prudentemente, decise di
la, sostenuto dal par- starne fuori. Fece bene: poco dopo, Gneo Pom-
tito degli Ottimati e peo Magno intercettò Lepido in Etruria e lo
dal Senato, lo co- sconfisse, costringendolo alla fuga in Sardegna,
strinse dapprima dove sarebbe morto l’anno seguente.
a fuggire in Sa- Il carattere di Cesare si palesò nel 74 a.C.,
bina, poi ad ar- quando, in viaggio verso Rodi, venne preso in
ruolarsi in Asia ostaggio dai pirati e condotto a Farmacussa, a
come legato del sud di Mileto. Durante la prigionia, egli minac-
pretore Marco
Minucio Termo.
Le doti di Cesare
lo misero, però, subi-
to in luce, tanto che fu
spedito in Bitinia per
trattare con il re Nico-
mede IV. Poco dopo,
durante l’assedio di Miti-
lene, le sue abilità militari
si fecero manifeste, e il suo
coraggio gli fruttò la corona
civica (un’onorificenza rilasciata
per atti di particolare coraggio) e
l’ingresso in Senato. Nel 78 a.C.,
una volta morto Silla, Cesare

20 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

ciò i suoi carcerieri, dicendo che li avrebbe ucci-


si non appena fosse stato liberato. Così accadde:
una volta riscattato, piombò su Farmacussa,
catturò i pirati e li eliminò tutti.
Intanto, nel 70, Pompeo era stato eletto con-
sole con Marco Licinio Crasso: i due iniziarono
a smantellare le riforme sillane, ridando potere
ai tribuni della plebe. Pompeo, però, dovette
partire per combattere i pirati che infestavano
il Mediterraneo, il re del ponto Mitridate e i
Seleucidi in Siria; Crasso, nel frattempo, ripor-
tava all’obbedienza l’intera Asia Minore, fino
all’Eufrate. Cesare approfittò della loro assenza
per fare una rapida carriera: fu eletto tribuno
militare, poi questore, edile curule e infine (cor-
rompendo gli elettori con un fiume di denaro)
pontefice massimo. La situazione generale, in-
tanto, rimaneva instabile: mentre gli Ottimati
erano sempre più preoccupati per il potere che
Cesare stava acquisendo, altri attendevano pre-
occupati il rientro di Pompeo, temendo che
potesse ripetersi la situazione che aveva portato
alla dittatura di Silla. Così, nel 63 a.C., quan-
do l’aristocratico Lucio Sergio Catilina, in cerca “MARITO DI TUTTE LE MOGLI,
del consolato, tentò un colpo di Stato, facendo
leva sui veterani e sui ceti più poveri, Crasso e MOGLIE DI TUTTI I MARITI”
Cesare gli assicurarono il loro appoggio, pur re-
stando nell’ombra. La congiura venne scoperta
da Cicerone e sventata, ma era chiaro che la Re-
pubblica oligarchica, minacciata da personalità
B enché non fosse propriamente un adone (Svetonio lo de-
scrive come alto e ben proporzionato ma stempiato, cosa
che gli creava un certo imbarazzo), Cesare era un uomo dotato
sempre più ingombranti, era ormai a rischio. di fascino magnetico, che esercitava sia sulle donne che sugli
uomini. Lapidario il commento di Cicerone, che lo definì, senza
IL PRIMO TRIUMVIRATO mezzi termini, «il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti».
La crisi si rese evidente allorché Pompeo, Svetonio racconta che, durante il trionfo sulla Gallia, i legionari
tornato vincitore a Roma nel 61 a.C., chiese al si esibivano in canzonette oscene alludendo alla sua iniziazione
Senato la ratifica dei provvedimenti presi in › omosessuale, avvenuta, secondo le malelingue, in Bitinia, quando
ancora giovinetto era stato inviato alla corte di Nicomede: Cesa-
re, cantava la soldataglia, «sottomise le Gallie e Nicomede sotto-
mise Cesare: ecco, ora trionfa Cesare che sottomise le Gallie, e
non trionfa Nicomede, che sottomise Cesare!».
Molte furono le sue donne: le tre mogli (Cornelia, Pompea Silla
e Calpurnia), Cleopatra (con lui, sopra, in un dipinto di Piero da
Cortona), che gli diede il figlio Cesarione, e altre che, secondo
Svetonio, gli costarono parecchio denaro. Il suo grande amore
fu Servilia Cepione, madre di Marco Giunio Bruto, che fu la sua
amante per molti anni e che egli ricoprì di doni. Proprio questo
rapporto sarebbe stato all’origine della celebre frase rivolta a Bru-
to («Tu quoque, Brute, fili mi!») mentre questi lo colpiva a morte.

CIVILTÀ ROMANA 21
IL GRANDE RIVALE
Dopo la sconfitta
di Alesia, Vercinge-
torige si arrende a
Cesare. Se avesse
avuto successo, la
rivolta gallica avreb-
be cambiato l’intera
storia romana.

Asia e la distribuzione di terre per ricompensa-


re i suoi veterani. Poiché i senatori tentennava-
no, il generale si rivolse a Cesare e Crasso, e i
tre stipularono il celebre “triumvirato”: non si
trattava di una magistratura tradizionale, ma
FRA STRADE E CENSIMENTI di un’alleanza che, di fatto, consegnava la ge-
stione dello Stato a tre privati cittadini. L’anno
successivo, Cesare assumeva il consolato e poi
il comando proconsolare in Gallia Cisalpina e
in Illiria, per contenere la pressione dei barba-
ri. Il Senato brigava per mantenerlo il più lon-
tano possibile dall’Urbe, in modo da arginarne
l’ascesa, ma lui sapeva che se avesse giocato
bene le sue carte non solo avrebbe conquistato
territori e bottino, ma avrebbe anche guada-
gnato tanta popolarità da mettere un’ipoteca
sul potere a Roma e, tramite quello, procedere

C esare cercò di attuare una serie di misure per rendere Roma


più vivibile. La città era decisamente sovrappopolata, per
questo egli volle ampliarne il perimetro. Sebbene insufficiente (Au-
alle riforme che desiderava.
Il suo compito fu facilitato dal fatto che le
minacciose tribù della Dacia, dopo essere di-
gusto sarebbe stato costretto a effettuare una nuova modifica pochi lagate nella piana ungherese, avevano preferi-
anni dopo), l’iniziativa migliorò momentaneamente la situazione. to ripiegare, per evitare lo scontro diretto con
Il dittatore decise, inoltre, di censire la popolazione urbana: die- le legioni radunate ad Aquileia. Cessato l’allar-
de disposizioni perché il censimento fosse effettuato quartiere per me sul fronte orientale, Cesare poté concen-
quartiere, e ordinò che a metterlo in atto fossero i proprietari degli trarsi sulla Gallia, la cui regione meridionale
immobili. Il metodo si rivelò efficace e fu adottato anche in seguito. (la Narbonese), già in mano romana, era stata
Il nuovo conteggio permise di ridurre da 320 mila a 150 mila il invasa dagli Elvezi. Il generale fece distrug-
numero dei nullatenenti che beneficiavano delle assegnazioni di gere il ponte sul Rodano, reclutò uomini per
grano dello Stato, con un notevole risparmio per l’erario. far fronte all’inferiorità numerica e richiamò
Durante il suo governo, Cesare cercò anche di migliorare la le legioni da Aquileia. Poco dopo attaccò gli
circolazione stradale in una città dalle vie strette e congestionate. Elvezi e li sconfisse a Bibracte (58 a.C.).
La soluzione fu quella di vietare durante il giorno la circolazione Venne poi il turno dei Germani di Ariovisto,
di tutti i veicoli a ruote, a eccezione dei carri per le processioni che avevano attraversato il Reno: dopo averli
e di quelli usati per il trasporto di materiali da costruzione nei battuti ai piedi dei monti Vosgi, Cesare fortificò
cantieri. Il trasporto delle merci avveniva, quindi, durante la notte, il fiume per coprirsi le spalle, dopodiché mosse
provocando un trambusto che destò le proteste di molti. verso il Nord della Gallia per sedare la coalizio-
ne dei Belgi e dei loro alleati (Nervi, Viroman-
dui, Atrebati), che nel frattempo si erano sol- ›
Continua a pag. 25

22 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

LO STORICO
GAIO GIULIO CESARE Nell’ovale, un ritratto
marmoreo di Sveto-
NELLE “VITE DEI DODICI CESARI” DI SVETONIO nio (69-122 d.C.). La
sua opera sulla vita
dei primi imperatori
Fuisse traditur excelsa statura, colore Si dice che fosse di alta statura, di romani (tra cui
candido, teretibus membris, ore paulo carnagione chiara, ben fatto di membra, viene incluso anche
pleniore, nigris vegetisque oculis, valitudine di viso forse un po’ troppo pieno, gli Cesare) è un’inesau-
prospera, nisi quod tempore extremo repente occhi neri e vivaci, la fibra robusta, ribile fonte d’infor-
animo linqui atque etiam per somnum benché negli ultimi tempi andasse mazioni e curiosità,
exterreri solebat. Comitiali quoque morbo soggetto a improvvisi svenimenti e spesso al limite
bis inter res agendas correptus est. Circa fosse ossessionato da incubi che lo del pettegolezzo
corporis curam morosior, ut svegliavano nel sonno. Fu anche e della maldicenza.
non solum tonderetur colto, in pieno lavoro, da
diligenter ac raderetur, due attacchi di epilessia.
sed velleretur Alquanto ricercato nella
etiam, ut quidam cura del corpo, non
exprobraverunt, si limitava a farsi
calvitii vero tagliare i capelli
deformitatem e a radersi con
iniquissime meticolosità, ma
ferret saepe si faceva anche
obtrectatorum depilare, tanto
iocis che alcuni lo
obnoxiam rimproveravano
expertus. per questo. Non
Ideoque et sopportava l’idea
deficientem di essere calvo,
capillum soprattutto perché
revocare a si era accorto,
vertice adsueverat più di una volta,
et ex omnibus che ciò suscitava le
decretis sibi a senatu canzonature dei suoi
populoque honoribus denigratori. Proprio per
non aliud aut recepit aut questo motivo Cesare aveva
usurpavit libentius quam ius preso l’abitudine di riportare
laureae coronae perpetuo gestandae. in avanti i pochi capelli rimasti, e
di tutti gli onori che il Senato e il
Pronum et sumptuosum in libidines fuisse popolo gli avevano decretato, quello
constans opinio est, plurimasque et illustres che ricevette più volontieri e di cui
feminas corrupisse, in quibus Postumiam maggiormente profittò fu il diritto di
Servi Sulpici, Lolliam Auli Gabini, Tertullam tenere sul capo la corona di lauro.
Marci Crassi, etiam Cn. Pompei Muciam. 
Tutti concordano nell’affermare che
Vini parcissimum ne inimici quidem Cesare era portato alla sensualità e assai
negaverunt. generoso nei suoi amori; e che sedusse
moltissime donne di nobile nascita.
Armorum et equitandi peritissimus, Tra queste: Postumia, moglie di Servio
laboris ultra fidem patiens erat. In agmine Sulpicio; Lollia, moglie di Aulo Gabinio;
nonnumquam equo, saepius pedibus anteibat, Tertulla, moglie di Marco Crasso; e anche
capite detecto, seu sol seu imber esset; la moglie di Gneo Pompeo, Mucia.

CIVILTÀ ROMANA 23
IL DIVINO CESARE

BUON SOLDATO longissimas vias incredibili celeritate confecit, Nemmeno i suoi nemici personali
Sotto, un busto di expeditus, meritoria raeda, centena passuum poterono negare che Cesare fu molto
Cesare. Ambiguo milia in singulos dies; si flumina morarentur, parco nell’uso del vino.
nella vita politica, fu nando traiciens vel innixus inflatis utribus, ut
sempre un coman- persaepe nuntios de se praeuenerit. Si dimostrò abilissimo nell’uso delle
dante giusto e armi e nell’equitazione e sopportava
generoso con i suoi Militem neque a moribus neque a fortuna le fatiche in modo incredibile. Quando
soldati, dai quali probabat, sed tantum a viribus, tractabatque era in marcia, precedeva i suoi uomini,
sapeva dipendere pari severitate atque indulgentia.  qualche volta a cavallo, ma più spesso
gran parte del a piedi, a capo scoperto, sia che
proprio potere. Periit sexto et quinquagensimo aetatis anno picchiasse il sole, sia che piovesse.
atque in deorum numerum relatus est, Con straordinaria celerità copriva
non ore modo decernentium, lunghissime tappe, senza bagaglio,
sed et persuasione con un carro da nolo, percorrendo
volgi. Siquidem ludis, in un giorno la distanza di 100 mila
quos primo[s] passi. Quando i fiumi gli sbarravano la
consecrato[s] ei strada, li attraversava a nuoto oppure
heres Augustus galleggiando su otri gonfiati: in tal
edebat, modo accadeva spesso che giungesse
stella crinita alla meta prima ancora di coloro che
per septem avrebbero dovuto annunciarne l’arrivo.
continuos dies
fulsit exoriens Non giudicò mai i soldati né per la
circa undecimam loro moralità, né per la loro fortuna, ma
horam, soltanto per il loro valore, e li trattava
creditumque est con severità pari all’indulgenza. 
animam esse
Caesaris in caelum Morì a cinquantacinque anni e fu
recepti; et hac de annoverato tra gli dei: non solo per
causa simulacro eius formalità da parte di coloro che lo
in vertice additur decisero, ma anche per la ferma
stella. Curiam, in qua convinzione del popolo. Durante i primi
occisus est, obstrui giochi che Augusto, suo erede, celebrò
placuit Idusque in suo onore, una cometa rifulse per
Martias Parricidium sette giorni di seguito, sorgendo verso
nominari, ac ne umquam l’undicesima ora: si sparse la voce che
eo die senatus ageretur. fosse l’anima di Cesare accolta in cielo.
Per questa ragione si aggiunse una stella
Percussorum autem alla sommità della sua statua. Si stabilì
fere neque triennio di murare la curia in cui era stato ucciso,
quisquam amplius di chiamare le idi di marzo “giorno del
supervixit neque sua parricidio” e di sospendere in quella
morte defunctus ricorrenza i lavori del Senato.
est. Damnati
omnes alius alio Quanto ai suoi assassini, si può dire
casu periit, pars che nessuno gli sopravvisse per più di tre
naufragio, pars anni e nessuno morì di morte naturale.
proelio; nonnulli Tutti quanti, dopo essere stati condannati,
semet eodem in un modo o nell’altro perirono, chi per
illo pugione, quo naufragio, chi in battaglia. Alcuni, poi, si
Caesarem violaverant, tolsero la vita con lo stesso pugnale con
interemerunt. il quale avevano assassinato Cesare.
COVER STORY

levati sotto il comando di Boduognato. Cesare candoli con abili azioni di guerriglia, facendo GUERRA CIVILE
sconfisse anche loro, nel luglio del 57 a.C., sul terra bruciata e tagliando loro i rifornimenti. Sopra, Cesare at-
fiume Sambre. Ormai padrone di quasi tutta Tornato precipitosamente in Gallia, nel 52 traversa il Rubicone
la Gallia, alla fine dell’anno successivo diresse i a.C. Cesare sorprese i nemici nella fortezza di in una tempera di
suoi uomini verso le coste atlantiche per avere la Avarico (l’odierna Bourges) e li sottopose a un Francesco Granac-
meglio sui Veneti, impadronirsi delle loro navi, lungo assedio. Vercingetorige, intanto, anda- ci (1469-1543):
fare incetta di vettovaglie e tentare un approdo va perdendo la fiducia dei suoi alleati l’azione, compiuta
in Britannia, dove nessun esercito romano a causa di voci (diffuse proprio a nel gennaio del
aveva mai messo piede. quello scopo) che lo volevano 49 a.C. in spregio
Bramoso di conquiste, Cesare intenzionato a diventare agli ordini del Sena-
sbarcò presso l’attuale Dover capo supremo delle Gal- to e alle stesse leggi
e riuscì a impossessarsi lie con il beneplacito di Roma, diede il via
della parte meridio- romano. I Galli si alla Guerra civile,
nale dell’isola. Solo trincerarono, in- terminata nel 45
le notizie di una fine, nella roc- a.C. con la batta-
nuova grande rivol- caforte di Alesia glia di Munda, in
ta che infiammava la per un estremo Spagna. A sinistra,
Gallia poterono impe- tentativo di resi- un ritratto di Gneo
dirgli di conquistarla. stenza, ma vennero Pompeo Magno, pri-
stroncati dopo un ma alleato e poi av-
“RE” DELLA GALLIA assedio magistrale. versario di Cesare,
La rivolta era animata da Così, nel 51 a.C., anch’egli abilissimo
Vercingetorige, capo degli la Gallia diventava condottiero.
Arverni, che era riuscito a co- una provincia romana.
alizzare tutte le tribù galliche, Quanto alla Britannia,
compresi gli Edui, i più fedeli la vittoria di Cesare con-
a Roma. In poco tempo, il capo tro Cassivellauno portò
gallico aveva ricacciato i Romani solo ostaggi e un tributo
da quasi tutti gli avamposti, fiac- annuo; tuttavia, egli imbastì ›

CIVILTÀ ROMANA 25
IL DIVINO CESARE

NIENTE CORONA rapporti di clientela che avrebbero posto le basi corso una contesa dinastica tra Cleopatra VII e
Pochi giorni prima per la conquista dell’isola, avvenuta nel 43 d.C. il fratello Tolomeo XIII: questi, saputo che Ce-
del suo assassinio, Gli accordi del triumvirato scadevano il 1° sare era alla caccia del rivale, gli fece recapitare
durante la cerimonia marzo del 50 a.C. e imponevano a Cesare di la sua testa mozzata. Amareggiato per la fine del
dei Lupercalia (che lasciare il comando militare in Gallia. nemico Pompeo, ucciso a tradimen-
si teneva a metà Crasso, nel frattempo, era mor- to, Cesare si inserì nella contesa
febbraio), Marco to in Oriente. Cesare, però, familiare egizia e mise sul
Antonio offrì a non aveva alcuna inten- trono Cleopatra, da cui
Cesare una corona zione di rinunciare alle ebbe anche un figlio,
regale (a destra, in sue truppe, a meno Cesarione. Poi tornò
una stampa tedesca che Pompeo faces- a incalzare i seguaci
del Settecento). se lo stesso. Da di Pompeo, che
Vista la reazione Roma, Pompeo nel frattempo si
dei presenti, non e il Senato si ac- erano riorganizza-
certo favorevole, il cordarono, decisi ti sotto il coman-
comandante rifiutò a resistergli, ma do di Catone. Li
sdegnosamente: Cesare varcò in sconfisse prima a
non tanto per armi il fiume Ru- Tapso, in Tunisia
modestia, quanto bicone (nei pressi di (46 a.C.), e l’anno
per non turbare la Cesena), che segnava successivo a Mun-
sensibilità del popo- il limes (confine) italia- da, in Spagna.
lo e del Senato. no, oltre il quale nessuno Il grande condottiero
avrebbe dovuto procedere in romano poteva così celebra-
armi. Scoppiava, così, la Guerra re quattro trionfi, uno per ogni
civile, che avviò al tramonto le istitu- campagna militare portata a termine:
zioni repubblicane. Nel 48 a.C. Giulio Cesare Gallia, Egitto, Ponto e Africa. Metteva in luce
sconfisse Pompeo a Farsalo (nella Grecia centra- anche le sue doti di incantatore di folle, già esi-
le), costringendolo alla fuga in Egitto, dov’era in bite nel 65 a.C., quando, da edile curule, aveva

IL CONDOTTIERO DALLA PROSA ASCIUTTA

R affinato, essenziale, obiettivo, quasi “giornalistico”: questo lo stile letterario di Cesare, che racconta in terza persona le
sue campagne militari nei celeberrimi Commentari, uno sulla Guerra gallica (De bello Gallico) e l’altro sul conflitto civile
(De bello civili). Opere che sono diventate dei classici: «Nudi,
schietti e pieni di grazia, spogliati di ogni abbellimento oratorio
come un corpo senz’abito» li definì Cicerone. Dietro l’apparente
semplicità e la cronaca impassibile della narrazione, si cela
però l’intento di presentare le imprese belliche non come iniziative
personali, bensì come atti necessari a proteggere Roma dalle
minacce esterne. Lo stesso vale per la guerra civile: anch’essa
volta a difendere l’Urbe, in quel caso dal nemico interno.
A differenza di Pompeo, Cesare ci teneva a muoversi nel
solco della tradizione (almeno apparentemente) e meditava ogni
mossa tentando di mantenersi entro l’alveo delle leggi. Il suo
stile, l’abilità letteraria e l’autostima si riassumono nell’iscrizione,
asciutta ed efficacissima, dettata in occasione del trionfo contro
Farnace II, nel 46 a.C.: «Veni, vidi, vici» (“Venni, vidi, vinsi”).

26 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

realizzato sul Campidoglio la prima “mostra


pubblica”, esponendo la sua collezione d’arte e
organizzando ludi con centinaia di belve e 320
coppie di gladiatori. C’erano cortei di elefanti
che reggevano giganteschi candelabri in oro,
alberi di cedro portati dalla Gallia e piante di
acanto giunte dal Ponto, gusci di tartarughe
dall’Egitto e la sfilata dei prigionieri più illustri,
da Vercingetorige ad Arsinoe (sorella rivale di
Cleopatra) a Giuba (figlio del re di Numidia).
Per concludere, elargì ai Romani una generosis-
sima pioggia di grano, olio e sesterzi.
Commise, però, il suo primo errore politico:
celebrò il trionfo per la vittoria sui partigiani di
Pompeo, cioè su cittadini romani. Il trionfo era
tradizionalmente riservato ai successi sugli stra-
nieri, sicché il gesto di Cesare parve oltraggioso a
molti e sollevò grande malcontento in città. Tur-
bava gli animi anche la sua arroganza: una volta,
riporta Svetonio, «annunziandogli l’aruspice che
le viscere della vittima erano infauste e mancanti
del cuore, disse che le avrebbe fatte propizie lui,
quando avesse voluto; e che non c’era da meravi-
gliarsi, se ad una bestia mancava il cuore».

LA DITTATURA E LA MORTE
Il 14 febbraio del 44 a.C. Cesare assunse la
carica di dittatore a vita e subito dopo avviò un
vasto programma di riforme, teso a rafforzare e
razionalizzare lo Stato: un nuovo censimento,
nuove colonie, un nuovo calendario, la riorga-
nizzazione della burocrazia e una serie di grandi
opere, dal Foro alla Curia (che portano il suo sare aveva fatto erigere una statua al suo cavallo, LA STESSA FINE
nome), dalla Basilica Sempronia al teatro Mar- Asturcone. Come narra Svetonio: «Aveva piedi La morte di Pompeo
cello. Inoltre, progettò campagne contro i Ger- quasi umani, con le unghie fesse in forma di in una miniatura me-
mani, sul Danubio e in Dacia, coltivando l’idea dita. Gli aruspici avevano predetto che avrebbe dievale: fu pugnala-
di creare, come aveva fatto Alessandro Magno dato al suo padrone l’impero di tutta la terra. to e poi decapitato.
tre secoli prima, un grande “Stato universale”. Dopo tale profezia, Cesare lo fece nutrire con Plutarco narra che
Questa politica di grandezza, basata sul suo cari- grande cura e fu il primo a montarlo e non tol- un servo ne recò
sma, urtò la sensibilità dei senatori, già irritati per lerava che altri lo cavalcassero. Dopo la sua mor- l’anello a Cesare,
le sue stravaganze e il progressivo rafforzamento te ne fece innalzare la statua davanti al tempio come prova, e
delle assemblee popolari ai danni del Senato. di Venere Genitrice». Alle idi di marzo (il 15 del che quando costui
Molti di loro, ormai, vedevano Cesare come una mese), Marco Giunio Bruto, Decimo Bruto e lo vide scoppiò
minaccia per la sopravvivenza della Repubblica. Gaio Cassio Longino (ex sostenitori di Cesare) in lacrime. Nel
A suscitare contro di lui un odio profondo e lo attesero in Senato insieme ad altri congiurati 45 a.C. Pompeo fu
mortale, scrive Svetonio, fu però un particolare e lo colpirono con 23 coltellate, uccidendolo. deificato, su richiesta
episodio: «Un giorno il corpo del Senato si recò Con la morte di Giulio Cesare scompariva, dello stesso Cesare:
da lui per presentargli una serie di decreti che senza ombra di dubbio, un tiranno, ma anche secondo Tacito,
gli conferivano i più alti onori. Egli lo ricevet- un uomo eccezionale, che aveva cambiato per egli non era migliore
te davanti al tempio di Venere Genitrice, senza sempre la storia di Roma. Come riconob- di quest’ultimo,
nemmeno alzarsi». Davanti allo stesso tempio, be lapidariamente lo stesso Svetonio, Cesare ma solo più ipocrita.
da lui costruito dopo la vittoria di Farsalo, Ce- «morì e fu annoverato fra gli dei».

CIVILTÀ ROMANA 27
VERA MATRONA
Busto in terracotta di
Giunone conservato
al Museo etrusco di
Villa Giulia, a Roma:
la dea vi è ritratta
come una matrona.

28 CIVILTÀ ROMANA
RELIGIONE

GIUNONE
VENDICATIVA
E AMOREVOLE
Dea madre degli antichi popoli italici, moglie di Giove, genitrice
putativa dei Romani (che però si ritenevano figli di Venere), Giunone
era una delle divinità più venerate, simbolo delle virtù muliebri
di Elisa Filomena Croce

O
gni religione politeista venera Il culto che le venne tributato in epoca
una “dea madre”. Nel mondo romana risentiva molto poco di questo
romano, ben prima dell’ar- lontano passato e si rifaceva, ancora
rivo di Cibele, questa funzione era una volta, alla religione greca, in cui
svolta dalla sposa di Giove, Giu- troviamo Era, sposa di Zeus e ma-
none, che insieme al marito e alla dre di Ares (dio della guerra), Eris
dea Minerva costituì, per buona (la discordia), Ebe (la giovinezza),
parte del periodo repubblicano e Efesto (dio di fuoco e metalli) e
di quello imperiale, la cosiddetta Ilizia (dea della nascita). Secondo
“Triade Capitolina”. il mito ellenico Era sovrintendeva al
Ma il culto di Giunone era molto matrimonio, così come lo intendeva la
più antico di Roma: risaliva all’epoca ita- società dell’epoca: l’unione tra uomo e
lica, quando essa rivestiva il ruolo della tipica donna, in cui al marito era concessa maggior
dea madre, al pari delle divinità più arcaiche, libertà (Era, infatti, era costretta a sopporta-
che mantenevano gli attributi di vergine e BUONA MOGLIE re i continui tradimenti di Zeus, così come
madre, oltre che di madre e sposa del dio. Giunone in un’inci- doveva capitare a moltissime delle donne
Giunone era la protettrice di tutti gli aspetti sione rinascimentale: greche che la veneravano). La dea, se non al-
femminili della vita, dalla fecondità al parto, anche in quell’epoca tro, aveva il potere di sfogare la propria ira
dai cicli lunari a molti elementi della natu- era ritenuta protettri- nei confronti del marito perseguitando i figli
ra. Veniva raffigurata nell’atto di allattare o ce della casa, dei illegittimi che il padre degli dei dissemina-
con un diadema lunare sul capo, che la iden- matrimoni e dei parti. va per tutta la Grecia, segno tangibile della
tificava come regina del mondo naturale. sua infedeltà. Il più famoso è certamen- ›

CIVILTÀ ROMANA 29
GIUNONE, VENDICATIVA E AMOREVOLE

CON IL POMO te Eracle, il semidio eroico e ti alla divinità un agnello e


Sotto, statua marmo- nerboruto, molto amato e una scrofa: non si ricorreva
rea di Giunone che venerato sia a Roma che al consueto sacrificio de-
stringe una mela in patria, che Era perse- nominato suovetaurilia
(II secolo d.C.). guitò e osteggiò in qua- (che comprendeva, oltre
A destra, la dea lunque modo. al suino e all’ovino, an-
è rappresentata che un sacrificio bovi-
in compagnia di PATRONA DELL’IMPERO no), poiché la vacca era
Prometeo, suo figlio, Anche a Roma, Giu- sacra alla dea. Secondo
su un calice greco. none era la sposa del pa- un mito, infatti, Giunone
dre degli dei, Giove, ruolo ne aveva preso le sembianze
che le conferiva un’impor- durante la Gigantomachia.
tanza fondamentale nella vita Altro animale sacro alla dea era
religiosa. I poteri che le venivano at- il cuculo, lo stesso uccello di cui aveva
tribuiti erano di poco inferiori a quelli assunto l’aspetto Zeus per raggiungere Era
del marito e la ponevano al di sopra di intenta a filare e costringerla al matrimonio
qualunque altra divinità, sia maschile (in versioni successive del mito, era lei a voler
che femminile, del pantheon romano. fortemente sposare Zeus). Nel culto di Giu-
Non esisteva un sacerdozio a lei dedicato: none il cuculo, simbolo dell’arrivo della pri-
la sacerdotessa di Giunone era la moglie mavera, si legava in modo particolare alla sfera
del flamen Dialis, il sacerdote con- della fertilità agricola, in quanto annunciava la
sacrato a Giove. La flaminica,
com’era chiamata, era talmente
importante che, alla sua morte,
il marito era costretto ad ab-
bandonare la carica di flamen
Dialis per tornare a essere un
semplice cittadino.
L’antico retaggio lunare del-
la Giunone latina non scom-
parve del tutto in epoca ro-
mana: alla dea, infatti, erano
sacri i noviluni (le calen-
de), mentre a Giove erano
sacri i pleniluni (le idi).
Originariamente, inoltre,
a Giunone era dedicato
il mese di gennaio, con-
siderato inizio e fine di
ogni cosa, in relazione al
ciclo della luna, a cui la
dea era spesso associata.
Con il passare dei secoli,
però, sarebbe stato Giano
a caricarsi di tale funzione,
mentre a Giunone sarebbe
stato dedicato il mese
di giugno, Iunius.
Oltre a ciò, il
primo giorno
di ogni mese
venivano offer-

30 CIVILTÀ ROMANA
RELIGIONE

pioggia (fondamentale per rendere rigogliose


PAROLE DI ROMA
Moneta
le messi), ma era altresì associato alla materni-
tà. Esso, in epoca cristiana, iniziò ad assumere
anche una connotazione negativa, caricandosi
di un significato oscuro e ctonio: era portatore
di morte, in quanto i suoi pulcini, se posti in Il termine moderno “moneta” nasce nel mondo antico, proprio
nidi dove erano presenti altri uccelli, li uccide- nel cuore dell’Urbe: il Campidoglio. Lì si trovava la zecca di
vano, essendo più grandi e feroci. Roma, la più importante di tutto l’Impero, situata nei pressi
di un tempio dedicato a Giunone Moneta, protagonista essa
SIGNORA DELLA VITA E DELLA MORTE stessa della storia della città.
Erede della Dea Madre arcaica, il cui culto L’epiteto moneta con cui veniva venerata la divinità in quel
era diffuso in tutto il bacino del Mediter- particolare santuario risale all’assedio del condottiero gallico
raneo, Giunone agli inizi fu venerata come Brenno del 396 a.C., quando gli schiamazzi delle oche sacre
Signora della vita e della morte, benevola e alla dea avvisarono la città dell’arrivo dei barbari. Moneta,
terribile al tempo stesso. infatti, deriva dal verbo monere, ovvero “ammonire”, “avvisa-
Nel contesto di una società fortemente pa- re”. Più tardi, vennero chiamate monete le produzioni di conio
triarcale, la dea non abbandonò il suo lato realizzate non solo da quella particolare zecca capitolina, ma
femmineo. Diventò protettrice del matrimo- da tutte le fabbriche di denaro metallico del mondo.
nio, un vincolo in cui le donne romane risul-
tavano più libere di quelle greche. Non solo:
Giunone accompagnava ogni fase della vita
femminile, dalla giovinezza alla vecchiaia. L’ADULTERA
Proprio alle donne, infatti, erano dedica- Gli amori di Giove
te le feste in suo onore, come le Matrona- e Giunone in un
lia, fissate alle calende di marzo, cioè al 1° quadro dell’austriaco
marzo (data coincidente con l’antico inizio Franz Christoph
del calendario), per celebrare la castità del- Janneck (1703-1761).
le donne sposate e delle madri di famiglia Il rapporto che li
(matronae). Le donne invocavano favori e legava era conflittua-
benedizioni per i loro mariti, i quali ricam- le: la dea rimprove-
biavano simbolicamente con un dono. La rava al marito la vita
cerimonia aveva un carattere privato, e sol- sessuale dissoluta e
tanto in un secondo momento fu associata al le numerose amanti,
culto di Giunone Lucina, “colei che dà alla ma anche lei non
luce”, protettrice delle partorienti. Secondo disdegnava qualche
il poeta Ovidio, queste “calende delle don- avventura extraco-
ne” (femineae kalendae) erano collegate alla niugale.
nascita di Romolo, al risveglio primaverile
della Natura feconda e alla prima gravidanza
delle donne sabine dopo essere state rapite.
Eppure, il carattere originario della dea
non fu mai del tutto sopito: nelle festività
delle None Caprotine, che cadevano il 7 lu-
glio, Giunone appariva come Giunone Ca-
protina, appunto, nella sua valenza di dea e
protettrice della sessualità e della fecondità
femminile. Alla festa, che si celebrava sotto
un caprifico (un fico selvatico), partecipava-
no tutte le donne, di condizione sia libera
che servile, a significare la forza travolgen-
te della potenza generatrice che fa di ogni
donna la sorgente di una nuova vita. 

CIVILTÀ ROMANA 31
STRAGE INFINITA
Il martirio della Le-
gione Tebana in un
dipinto del Pontormo
(1530). La legione,
dopo essersi rifiutata
di compiere una
rappresaglia sulla
popolazione civile
di fede cristiana, fu
prima decimata e
poi annientata su
ordine dell’imperato-
re Massimiano.

32 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

LE PUNIZIONI
DEI LEGIONARI
Nella vita quotidiana del legionario non c’era spazio per gli errori.
Le inflessibili leggi militari, anche quando erano lasciate alla discrezione
del comandante, avevano un unico scopo: la disciplina, a ogni costo
di Giuseppe Cascarino

N
ell’ordinamento militare romano le rimanere con la tunica, discinctus (cioè
punizioni erano proporzionate alla senza la cintura), a piedi nudi oppure
gravità dei reati. La detenzione e il car- tenendo in mano una pertica o una
cere non erano considerate condanne, ma solo zolla di terra, spesso davanti alla tenda
una sistemazione provvisoria, in attesa del pro- pretoria, perché fosse visto da tutti. La
cesso o dell’esecuzione della pena vera e propria. pena dell’umiliazione poteva colpire
indifferentemente soldati e ufficiali: il
I REATI MINORI console Calpurnio Pisone ordinò a un
I reati minori, come i piccoli furti, la falsa tribuno di rimanere discinctus per tutto
testimonianza, la negligenza e altri ancora, ve- il giorno davanti al quartier generale,
nivano puniti, di solito, a discrezione del cen- mentre Silla fece lo stesso con alcuni
turione, che spesso si avvaleva della terribile centurioni, che in aggiunta furono co-
vitis, il bastone di legno di vite con cui aveva il stretti a tenere l’elmo in testa.
diritto di percuotere i suoi legionari (castigatio). Oltre alla castigatio e alla discinctio,
In via eccezionale, e comunque in epoche per i reati minori erano previste le se-
antiche, per alcuni reati (per esempio, il furto guenti punizioni: una multa pecuniaria,
in flagranza) si ricorreva al taglio della mano consistente in genere in una trattenu-
destra in presenza dei commilitoni. Altra umi- ta della paga o nella mancata parte-
liante punizione antica era il salasso (dimissio cipazione alla spartizione del bottino;
sanguinis): al militare, che stazionava di fronte l’imposizione di un servizio particolar-
alla tenda pretoria, veniva ordinato di aprirsi mente degradante o umiliante (mune-
una vena e di lasciar scorrere il sangue. rum indictio), come lo scavo di fossati (ad FLAGELLUM
Una misura punitiva tradizionalmente ap- fossam) o la pulizia delle latrine (ad stercus). Un flagello, la
plicata per colpe lievi era la discinctio, ovvero Reati più gravi potevano comportare, per sferza fatta di
la privazione per un certo tempo della cintura il legionario, pene di varia natura, come il funicelle munite di
militare (cingulum), simbolo della condizione trasferimento presso un’altra unità, in genere nodi, usata per le
di soldato. Questi veniva simbolicamente umi- di rango inferiore (militiae mutatio). Il prov- punizioni militari.
liato durante la punizione, costringendolo a vedimento era proporzionato alla gravità ›

CIVILTÀ ROMANA 33
LE PUNIZIONI DEI LEGIONARI

della colpa e al rango del condannato. Poteva La degradazione (gradus deiectio) era un tipo
essere decretato nei casi lievi di abbandono di pena che colpiva i reati di viltà in battaglia,
del posto o di perdita delle armi in battaglia, ed era tanto più grave quanto più alti erano
di ubriachezza, di intemperanza e di diser- il grado e la responsabilità del colpevole. Nel
zione in tempo di pace. Un legionario poteva 458 a.C., il dittatore Cincinnato degradò il
essere trasferito in una coorte ausiliaria, un console Lucio Minucio al rango generico di
cavaliere retrocesso al ruolo di fante. legato per il comportamento pavido e irre-
soluto assunto in combattimento contro gli
Equi. Il console Cotta fece fustigare e degra-
dare al ruolo di soldato semplice un parente
che, preposto a un assedio, non aveva difeso
il proprio accampamento. La degradazione
IL CENTURIONE era inoltre prevista nei casi di furto di armi,
sollevazione o protesta non violenta, e veniva
“DAMMENE UN’ALTRA” applicata d’ufficio per i cavalieri che avessero
disertato in tempo di pace.

I legionari del Reno lamentavano la crudeltà delle


punizioni corporali inflitte dai centurioni. Ta-
cito riferisce di Lucilio, passato alla Storia
Il congedo disonorevole (ignominiosa missio)
veniva applicato nei confronti di chi si mac-
chiava di reati comuni (come furto o atti di
come cedo alteram (“dammene un’al- violenza), ed era la più grave tra le pene non
tra”) perché era solito spezzare la capitali: prevedeva che il condannato fosse al-
vitis sulla schiena dei suoi uomini, lontanato dall’esercito, con la perdita dei diritti
chiedendone subito una nuova. Il civili ed economici (paga e contributi) matura-
legno di vite, secondo quanto rife- ti fino a quel momento (exautoractio). Cesare
risce Plinio il Vecchio nella sua Hi- congedò spesso con ignominia tribuni militari
storia naturalis, era l’unico con cui accusati di malversazione e insubordinazione.
fosse consentito colpire un cittadino
romano (a destra, un centurione I REATI CAPITALI
stringe la vitis nella mano destra). I reati di tipo civile contro la proprietà e la
Nel corso di una rivolta militare, morale potevano essere giudicati dalle autori-
scoppiata in Pannonia negli anni tà civili competenti per territorio, e compor-
turbolenti seguiti alla morte di Augu- tavano l’immediato congedo con disonore. In
sto, il centurione Lucilio finì massa- ogni caso, i soldati non potevano essere con-
crato dai suoi stessi uomini. dannati ai lavori forzati in miniera (in opus
metalli), né essere sottoposti a tortura.
I reati capitali, per i quali era prevista la
pena di morte, erano diversi. L’abbandono
del posto di fronte al nemico, con tutte le

34 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

possibili varianti: diserzione, autole- dono del posto di fronte al nemico in FRUSTA E SPADA
sionismo, viltà in combattimento; battaglia o l’autolesionismo. Anche Sotto, la decapita-
l’insubordinazione, l’ammutinamen- chi perdeva o abbandonava le armi era zione di un soldato.
to o il rifiuto di eseguire l’ordine di passibile di condanna a morte. Le condanne a
un superiore; la cospirazione, il sabo- Se questa, per un motivo qualsiasi, morte venivano
taggio o lo spionaggio a favore del non veniva applicata, il militare era co- comminate per i
nemico (era considerato alla stessa munque degradato e trasferito in un altro reati più gravi. A
stregua anche l’ingresso nel campo reparto. La pena di morte immediata, sinistra, un flagello
militare scavalcando il muro anziché inoltre, era prevista per chi si arruolava terminante con
passando attraverso le porte); colpi- non avendone diritto (schiavi, non cit- parti metalliche, più
re un superiore, opporsi a una sua tadini e condannati). micidiale di quello
punizione corporale o non interve- In casi particolari la pena di morte era con soli nodi. Nella
nire in sua difesa se costui veniva applicata a discrezione del comandante, pagina a fronte,
attaccato fisicamente; l’assassinio o come deterrente per gli altri soldati. L’e- una fustigazione.
le lesioni gravi procurate ai danni secuzione della pena capitale aveva luo- Le immagini di que-
di un commilitone. go generalmente al di fuori del campo ste pagine, come
L’abbandono del posto e la e poteva avvenire in due modi: per delle successive,
diserzione erano ritenuti, fin fustigazione del condannato, legato sono tratte dall’ope-
dai tempi più remoti, i reati a un palo, e successiva decapitazione ra dell’inglese John
militari più gravi. Si definiva per mano di un littore, oppure per Beaver intitolata
emansor chi non rientrava al lapidazione o bastonatura a morte. Roman Military Pu-
campo entro il termine presta- Più raramente venivano decise altre nishments, illustrata
bilito della licenza: il reato poteva modalità di esecuzione, come la dal pittore William
essere derubricato solo se si adducevano crocifissione o la damnatio ad bestias Hogart nel 1725.
motivazioni accettabili per il ritardo. Era in- (l’esposizione alle belve nel circo), in genere non
vece considerato desertor chi non si presentava previste per il personale militare.
alla chiamata alle armi o chi si allontanava dal Specialmente nelle epoche più antiche, le de-
campo senza motivazioni e senza farvi ritorno. cisioni sulla pena da applicare e sulle sue mo-
Secondo la tradizione militare romana, l’ab- dalità di esecuzione venivano spesso assunte a
bandono del posto di guardia, o anche solo una discrezione dei comandanti, che avevano am-
mancanza di attenzioni da parte della sentinel- pia libertà decisionale, con lo scopo di “dare
la, era considerata paragonabile alla diserzio- l’esempio” più che per applicare una legge esi-
ne, e pertanto punibile con la pena di morte. stente e codificata. Per esempio, il tribuno Sul-
Nella stessa casistica rientravano l’abban- picio fece gettare dalla rupe del Campidoglio ›

CIVILTÀ ROMANA 35
LE PUNIZIONI DEI LEGIONARI

FUORI DAI RANGHI la sentinella che non aveva vigilato sul tentato tere unità macchiatesi di episodi disonorevoli,
La condanna all’e- assalto notturno dei Galli. Quinto Fabio Mas- o semplicemente sconfitte in battaglia. I reparti
silio era una delle simo, durante le guerre puniche, fece tagliare la che avessero perso le insegne in combattimento
più infamanti che mano destra ai disertori, con chiaro riferimen- venivano, nel migliore dei casi, tenute fuori dal
potessero toccare to alla mano di fides con cui si pronunciava il campo, senza tende, perché imparassero a mo-
a un legionario, giuramento. In altri casi, i disertori venivano strare più determinazione di fronte al nemico.
privato così dello fustigati in pubblico e venduti come schiavi.
status di cittadino. Provvedimenti disciplinari di vario genere LE PUNIZIONI COLLETTIVE
potevano essere presi anche nei confronti di in- I sopravvissuti alla sconfitta di Canne (216
a.C.) furono trasferiti in Sicilia per ben undi-
ci anni, fino a quando Scipione non decise di
reintegrarli. A questi fu proibito di accamparsi
a meno di dieci miglia dai centri abitati e, quan-
do chiesero di tornare a combattere, il Senato
rispose che non intendeva affidare la difesa del-
lo Stato a chi lo aveva abbandonato, e nessuno
di loro sarebbe stato rimpatriato finché l’Italia
fosse rimasta occupata dai Cartaginesi.
Se un intero reparto si fosse macchiato di un
reato capitale, la pena prevista poteva consiste-
re nella “decimazione”, ovvero nell’esecuzione
con i metodi già visti di un uomo ogni dieci,
estratto a sorte: generalmente i superstiti ve-
nivano poi condannati a pene aggiuntive per
un certo periodo di tempo, come nutrirsi con
orzo anziché frumento, o pernottare al di fuo-
ri del campo. A un ammutinamento seguiva
quasi sempre lo scioglimento dell’unità.
Nel 72 a.C., Licinio Crasso sottopose a de-
cimazione ben 500 uomini che erano fuggiti

IL FUSTUARIUM

I l fustuarium (da fustis, “bastone”) era la terribile punizione


inferta ai disertori, ma anche a chi avesse abbandonato le
insegne o commesso per la terza volta lo stesso reato, con
esclusione dei veterani. Lo storico Polibio la descrive come la
punizione riservata alle sentinelle che si fossero fatte trovare
addormentate o fuori posto. La procedura prevedeva che, alla
fine in un processo sommario, condotto dal tribuno di servizio,
il condannato venisse toccato da quest’ultimo con un bastone.
A quel punto, la punizione veniva eseguita dagli stessi com-
pagni del reo, che lo colpivano con pietre e bastoni (nell’im-
magine), quasi sempre con esito mortale. Se fosse sopravvis-
suto, il condannato non avrebbe potuto fare rientro in patria
e nessuno lo avrebbe mai accolto in casa. Per questo motivo,
osserva Polibio, «essendo la pena così dura e inesorabile, le
guardie notturne funzionano in modo perfetto».

36 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

davanti ai ribelli del gladiatore Spartaco, divi-


dendoli in 50 decurie e mandandone a morte
uno per ciascuna, estratto a sorte.
A volte la decimazione veniva richiesta dalle
truppe stesse come forma di riscatto morale nei
confronti del loro comandante, quando ricono-
scevano di aver commesso il reato di ribellione o
di essersi comportate vigliaccamente: i legionari
di Cesare ne fecero richiesta dopo la sconfitta di
Durazzo del 48 a.C. contro i seguaci di Pom-
peo; i soldati di Antonio durante la spedizione
contro i Parti. In entrabi i casi, i comandanti si
astennero dall’applicare la punizione.
In epoca imperiale la decimazione divenne
una pratica piuttosto rara. Augusto, costante-
mente preoccupato di ristabilire la tradizionale
disciplina repubblicana, la fece applicare nel 32
a.C. in occasione della rivolta in Dalmazia. Il
governatore dell’Africa, Apronio, se ne servì,
nel 18 d.C., nei confronti di una coorte che si
era fatta mettere in fuga dal ribelle Tacfarinas, ralmente con la morte, gli atti di tradimento AD BESTIAS
mentre nel 69 d.C. l’imperatore Galba punì in e la trasmissione di informazioni al nemico, Sopra, due delle
questo modo la legione I Adiutrix, che si era così come chi avesse alzato la mano contro un condanne commi-
ribellata. La decimazione, tuttavia, oltre a es- superiore o avesse mancato a un obbligo nei nate più di rado
sere considerata una pratica disumana e ingiu- confronti del suo comandante o dell’autorità ai soldati romani:
sta per gli innocenti che vi fossero incappati, provinciale; la semplice insubordinazione era la crocefissione,
costituiva un provvedimento disciplinare poco punita con severità proporzionale al grado del di solito riservata
adatto a un esercito professionale, nei confronti superiore. La pena comminata per la codardia ai soli stranieri, e
del quale (anche in funzione del crescente peso in battaglia era invece la seguente: i primi a la condanna ad
politico dei militari per la sopravvivenza del essere fuggiti venivano condannati a morte, bestias, cioè a
principe) era preferibile prevedere premi e come esempio per tutti gli altri. essere divorati dalle
gratificazioni piuttosto che punizioni. Tuttavia, in un momento di particolare belve. A sinistra, un
Continuarono invece a essere praticate penuria di combattenti, si tendeva a pu- altro tipo di flagello.
a lungo altre forme di punizione, meno nire non con la morte, bensì con meto- La fabbricazione di
cruente e più simboliche, come la con- di che, per quanto umilianti, preser- questi strumenti sti-
danna ad accamparsi al di fuori del ca- vassero le poche risorse disponibili: molava la crudeltà
strum (extra vallum tentorium), oppure dopo la battaglia di Strasburgo del e il sadismo degli
l’obbligo di mangiare in piedi o di 357 d.C., l’imperatore Giuliano, artigiani, che pun-
nutrirsi di orzo anziché di frumento. dovendo punire i cavalieri che tavano a realizzare
si erano ritirati all’inizio delle attrezzi micidiali ma
NEL TARDO IMPERO ostilità con gli Alemanni, non non immediatamen-
Le leggi militari vennero applicate applicò quanto stabilito dalle leggi, ma li te mortali, con lo
con maggiore attenzione, ma mino- costrinse ad attraversare l’accampamento scopo di aumentare
re severità, durante il tardo Impero. indossando vesti femminili, ritenendola le sofferenze del
Le punizioni erano comminate in una punizione più grave della morte. Ben condannato.
modo differenziato in base al ran- diverso era il trattamento della diserzione
go del colpevole, al tipo di servizio durante una campagna, soprattutto se ag-
svolto e, soprattutto, alla circostanza gravata dal passaggio al nemico: Teodosio
in cui il crimine era stato commes- (392 d.C.) punì i colpevoli di tale crimine
so, con maggiore severità in tempo direttamente sul campo, davanti alle trup-
di guerra. Naturalmente venivano pe, con pene che variavano dalla morte sul
puniti con estrema durezza, gene- rogo all’amputazione di una mano.

CIVILTÀ ROMANA 37
TIGRANOCERTA
VITTORIA MIRACOLOSA
Tigranocerta è un nome quasi sconosciuto. Eppure, quel luogo
della remota Turchia orientale fu teatro di uno scontro che il filosofo
Antioco descrisse così: «Una battaglia simile, il sole non la vide mai»
di Antonio Ratti

38 CIVILTÀ ROMANA
BATTAGLIE

P
lutarco racconta che il 6 ottobre del 69 dinata (quanto saggia) ritirata. Per rincarare la NEMICO DI ROMA
a.C. Tigrane il Grande, signore del po- dose, il sovrano si rivolse a Tassile, uno dei suoi Il sovrano armeno
tente Regno d’Armenia, osservava l’e- generali più capaci, ed esclamò: «Non vedi gli Tigrane II a cavallo,
sercito romano schierato sull’altra sponda del invincibili opliti romani che fuggono?». Ma la accompagnato da
fiume. Le legioni erano a pochi chilometri risposta del suo comandante lo lasciò interdet- alcuni re vassalli,
dalla città di Tigranocerta (nei pressi dell’at- to: «Mi auguro, o re, che con l’aiuto del tuo appiedati. Nato
tuale Silvan, località della Turchia orientale) e, buon genio si verifichi qualcosa di così mi- attorno al 140 a.C.,
rimirandole, Tigrane avrebbe esclamato cau- racoloso! Ma quegli uomini, quando sono in Tigrane governò
sticamente: «Se vengono come ambasciatori marcia, non usano mostrare gli scudi ben lu- l’Armenia dal 95 al
sono molti, se vengono come soldati, davvero cidati e gli elmi scoperti, come ora che hanno 55 a.C., anno della
pochi». Impossibile dargli torto: la disparità tolto le armi dai foderi di cuoio; quel luccichio sua morte, quando
delle forze in campo era sconcertante. Come significa che si accingono a combattere». ormai era divenuto
se la sua frase fosse stata udita, dopo alcuni fasi Fu solo in quel momento che Tigrane si rese vassallo di Roma.
interlocutorie le truppe legionarie cominciaro- conto del terribile abbaglio preso e, come se si
no a muoversi, dando l’impressione di un’or- fosse risvegliato da un incubo, gridò: «Ma ›

CIVILTÀ ROMANA 39
TIGRANOCERTA, VITTORIA MIRACOLOSA

TIGRANOCERTA

REGNO SOLIDO quegli uomini marciano dritti contro di noi!». to assedio. La tenace resistenza della popolazione
Sopra, l’estensione Iniziava in questo modo uno degli scontri impedì, tuttavia, la cattura della città. In questa
del regno di Tigrane, più strani nella pur lunga storia di Roma, la difficile congiuntura Roma reagì con prontezza:
a metà strada fra cui genesi dev’essere fatta risalire al comples- fu scelto come generale il console Lucio Licinio
l’Impero dei Parti e so contesto delle Guerre mitridatiche, il san- Lucullo, che partì dall’Italia a capo di una legio-
il Regno del Ponto. guinoso conflitto che vide opposti, per oltre ne, alla quale se ne unirono altre due di stanza
Sotto, uno scudo un quarto di secolo, l’Urbe e il celebre re del in Grecia, oltre alle due già presenti in Asia Mi-
pontico dell’epoca. Ponto Mitridate (132-63 a.C.). nore, per un totale di circa 30 mila fanti e 1.600
Nella pagina a cavalieri. Arrivato in Anatolia, Lucullo fu pron-
fronte, la statua di GUERRA TOTALE tamente informato da alcuni disertori che Mitri-
Tigrane a Erevan, Gli eventi di Tigranocerta si collocano nell’am- date, sempre impegnato nell’accerchiamento di
capitale armena. bito della Terza guerra mitridatica (74-63 a.C.). Cizico, poteva contare su circa 300 mila uomini:
Il tutto ebbe inizio nella primavera del 74 troppi per pensare di dare battaglia. Per tale ra-
a.C., quando il sovrano del Pon- gione, Lucullo non poté far altro che adottare
to, deciso a scacciare i Romani una tattica temporeggiatrice, accampandosi su
dall’Asia Minore, penetrò in una collina facilmente difendibile, da dove met-
Paflagonia a capo di un tere in crisi il sistema di rifornimenti nemico.
grande esercito, pensan- Una decisione che diede i suoi frutti.
do poi d’invadere an- Con l’arrivo dell’inverno, l’esercito di Mitri-
che la vicina Bitinia, date, a corto di cibo, si trovò a soffrire la fame.
da poco diventata Nonostante ciò il sovrano perseverò nel suo in-
provincia romana. tento di conquistare Cizico, almeno finché i suoi
Dopo aver costret- abitanti non riuscirono a bruciare le macchine
to sulla difensiva le d’assedio. A quel punto non ci fu altra scelta che
esigue forze legiona- la ritirata. Il re del Ponto, dopo aver smobilitato
rie presenti nella re- il campo, prese il mare con parte delle truppe,
gione, Mitridate decise mentre il grosso dell’esercito lo seguì via terra.
di muovere le sue truppe Fu un errore madornale: nel corso dell’opera-
verso est, alla volta della base zione, molti dei suoi caddero attraversando i
navale di Cizico, che pose sot- fiumi in piena e a causa dei continui attacchi

40 CIVILTÀ ROMANA
BATTAGLIE

operati dai Romani. Durante la fuga via mare, contrarsi con Mitridate per decidere le mosse
inoltre, una terribile tempesta costò a Mitridate successive e, con tutte le riserve a dispo-
gravi perdite. Plutarco racconta che il re venne sizione, mettere insieme un poderoso
tratto in salvo da un’imbarcazione di pirati, che esercito per battere i Romani. Alla fine
lo condusse sano e salvo al porto di Sinope. Da di settembre del 69 a.C. l’immensa
lì raggiunse Amiso, da dove inviò messaggeri al macchina da guerra era stata alle-
genero, Tigrane II d’Armenia, per chiedere aiu- stita e si mosse alla volta di Tigra-
to. Ma gli eventi precipitarono. Lucullo mosse nocerta, dove l’assedio portato da
le sue forze verso oriente, attraverso i territori di Lucullo era ancora a un punto
Bitinia e Galazia, ponendo sotto assedio la roc- morto. Si giungeva finalmente
caforte di Amiso e battendo nuovamente Mitri- alla vigilia dello scontro che nella
date presso Cabira (72 a.C.). Il re si salvò solo mente di Tigrane avrebbe dovuto
per miracolo e, con un piccolo contingente di mettere fine all’invadenza dell’Urbe e,
2.000 cavalieri, non poté far altro che rifugiarsi agli occhi di Mitridate, attuare l’ambizioso
presso Tigrane. Il console romano, intuendo che progetto di cacciare i Romani dall’Asia.
la guerra volgeva a suo favore, non rimase con Considerando le forze in campo, sembra-
le mani in mano e, nella primavera del 69 a.C., vano non esserci dubbi sull’esito. Sebbene
entrò in territorio nemico a tappe forzate. le fonti antiche divergano sul numero degli
Qualsiasi tentativo di fermare Lucullo risultò effettivi, è infatti certo che l’esercito roma-
vano: un nutrito contingente di fanti e cava- no era in nettissima inferiorità. Lo stori-
lieri, inviato in tutta fretta da Tigrane, venne co Adrian N. Sherwin-White ritiene che
pesantemente battuto, con gravi perdite. A le forze legionarie fossero quantificabili
quel punto il re armeno non poté far altro che in 12 mila fanti e 4.000 tra cavalieri
ritirarsi verso sud, non lontano dai monti del federati e truppe armate alla leggera,
Tauro, lasciando Tigranocerta, la sua capitale, cui vanno aggiunte alcune migliaia di
in balia del nemico. I Romani si affrettarono cavalieri e fanti alleati (guerreri gala-
a metterla sotto assedio, senza tuttavia riusci- ti, traci e bitini). Quasi nulla, se
re a conquistarla, a causa del potente sistema paragonato al potenziale di Ti-
difensivo. La strategia di Tigrane era chiara: in- grane: 150 mila fanti, un ›

IL SEGUITO DEL CONFLITTO

L a battaglia di Tigranocerta non fu uno scontro definitivo. Tigrane


aveva ancora risorse da spendere, oltre alla presenza di Mitridate
e dei suoi cavalieri, e le avrebbe messe in campo presto, fino
all’ultimo uomo. L’anno seguente, il 68 a.C., si combatté la battaglia
di Artaxata, altra città armena nel cuore del regno: qui l’esercito
romano, sempre guidato da Lucullo, ebbe nuovamente la meglio su
Tigrane e Mitridate, che insieme potevano contare su 70 mila fanti
e 35 mila cavalieri. La vittoria ebbe conseguenze disastrose per gli
Armeni e determinò la fuga oltre il Caucaso del re del Ponto, alla volta del
regno del Bosforo Cimmerio, governato da suo figlio Farnace (a destra).
Lucullo, tuttavia, non ebbe la possibilità di sfruttare fino in fondo le sue grandi vittorie. L’esercito, sempre
più esausto e indisciplinato, si ammutinò nei mesi successivi e il Senato, preoccupato di un possibile
allargamento del conflitto al Regno dei Parti, decise di esautorarlo dal comando e sostituirlo con Pompeo
(66 a.C.). Fu quest’ultimo, nel 63 a.C., dopo quasi trent’anni di lotta senza quartiere, a godere gli onori
e la gloria del trionfo, dopo il suicidio di Mitridate in Crimea. Roma era padrona dell’intera Asia Minore.

CIVILTÀ ROMANA 41
TIGRANOCERTA, VITTORIA MIRACOLOSA

contingente di 20 mila tra arcieri e frombolieri, fece scendere le sue coorti alla volta di un gua-
e circa 45 mila soldati a cavallo, perlopiù temi- do, dove il fiume poteva essere attraversato con
bili cavalieri pesanti catafratti. relativa facilità. Come abbiamo letto all’inizio,
I due eserciti s’incontrarono presso il la mossa di Lucullo trasse in inganno Tigrane,
fiume conosciuto oggi come Batman, che la interpretò come una precipitosa ritirata.
pochi chilometri a sudest di Tigrano- Solo quando comprese che il nemico, in realtà,
certa. Le forze di Tigrane erano schie- si stava preparando ad attaccare, diede ordine di
rate sulla sponda orientale del corso modificare l’assetto dello schieramento.
d’acqua, di fronte alla città, mentre
Lucullo, dopo aver visto il nemico L’ATTACCO A SORPRESA GENERA IL CAOS
prendere posizione e lasciato il legato Lucullo si affrettò a far passare le truppe oltre
Murena ad assediare la capitale, si mos- il guado e, se accettiamo l’ipotesi degli studiosi
se con 24 coorti (10 mila uomini circa), moderni Ross Cowan e Adam Hook, pensò di
l’intera cavalleria, gli arcieri e i frombolie- schierarle su una singola linea di combattimento
ri, attestandosi sulla riva occidentale. per lanciarle in un assalto risolutore. Dovette,
La visione dell’imponente esercito però, ritornare sui propri passi quando si accorse
avversario deve aver at- della presenza di un nutrito contingente di cata-
territo le esigue truppe fratti ai piedi di una collina defilata, in posizione
romane. Tuttavia, il di agguato: una loro carica avrebbe potuto scon-
console non si perse volgere le formazioni di fanteria. Cambiò quindi
d’animo; anzi, indivi- tattica, lanciando all’attacco, come diversivo, un
duata una collinetta grosso contingente di cavalleria alleata (cavalieri
posta alle spalle del traci e galati). E, a quanto pare, il diversivo riu-
nemico e deciso a oc- scì. A quel punto, guidando personalmente due
cuparla per ricavarne coorti e incitandole meglio che poteva, si lanciò
il massimo vantag- alla conquista del colle sotto cui erano allineati i
gio tattico possibile, cavalieri nemici. Se fosse riuscito nel suo intento
prese l’iniziativa e avrebbe potuto coglierli di sorpresa, limitando

LUCULLO, TRA LUCI E OMBRE

L ucio Licinio Lucullo, nato a Roma nel 117 a.C., prestò servi-
zio come tribuno militare durante la Guerra sociale agli ordi-
ni di Silla e in seguito, nell’88 a.C., come questore. Partecipò
alla Prima guerra mitridatica (89-85 a.C.) guidando una flotta
durante l’assedio di Atene e poi, dopo aver sconfitto Neottole-
mo (ammiraglio di Mitridate) nella battaglia di Tenedo, accom-
pagnò Silla in Asia per la ratifica della pace. Fu protagonista, in
qualità di console, delle operazioni militari durante la prima fase della Terza guerra mitridatica, allorché si distinse
combattendo contro Mitridate VI e Tigrane II, re di Armenia. Perse, però, il comando generale a causa dell’ammu-
tinamento delle sue truppe dopo la battaglia di Artaxata. La sua autorità sulle legioni fu minata dalle macchinazioni
dei sostenitori di Pompeo e fu proprio quest’ultimo a rimpiazzarlo al comando della spedizione, nel 66 a.C.
L’ostilità verso Lucullo continuò anche dopo il suo ritorno nell’Urbe (sopra, la sua villa romana) e causò il ritardo
del suo trionfo, celebrato nel 63 a.C. Anziché calarsi nuovamente nella vita politica, l’ex comandante si ritirò a
vita privata, indulgendo in sfarzi e lussi. Fu senza dubbio uno dei più intelligenti e capaci condottieri di epoca
repubblicana, nonostante la leggenda secondo la quale, prima di partire per l’Oriente, non sapesse niente di
tattica, appresa soltanto dai pochi libri che si era portato in viaggio. Lucullo morì a Napoli nel 56 a.C.

42 CIVILTÀ ROMANA
BATTAGLIE

Movimenti delle truppe


di Tigrane, che cercarono
ir t
gh

di contrastare i Romani
Ka

prima di darsi alla fuga


TIGRANOCERTA
me

Percorso di fuga
fiu

della guardia imperiale,


con il tesoro e l’harem
del sovrano armeno

Hill Manovra di accerchiamento


messa in atto dai Romani

fium
guado del fiume

eB
Esercito armeno

agh
fanteria

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fiu cavalleria
m
e
N
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ep
unità di trasporto
or cavalleria
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ha Esercito romano
rz
MAR NERO GEORGIA an
) fanteria
MAR CASPIO

AZERBAIJAN
ARMENIA

TURCHIA
cavalleria
truppe di Murena
IRAN
all’assedio di Tigranocerta
SIRIA IRAQ

l’effetto del loro armamento pesante. Intanto, la cavalleria. Gli studiosi moderni sono più cauti: LA BATTAGLIA
i reparti a cavallo erano entrati in contatto con le stime variano da un minimo di 10 mila a un Sopra, le fasi deci-
il nemico, e nella confusione nessuno si accor- massimo di 90 mila caduti. I Romani, secondo le sive della battaglia,
se della manovra di aggiramento. Le due coorti fonti, avrebbero accusato solo 100 feriti e 5 mor- con l’accerchiamento
romane riuscirono a scalare le pendici del ti. Cifre che vanno prese con prudenza, dei soldati armeni da
colle, da cui scorsero i cavalieri nemi- ma che rappresentano un chiaro parte dei legionari.
ci. Pare che a quel punto Lucullo indizio di come lo scontro sia A sinistra, ritratto di
abbia esclamato: «Il giorno è terminato con una vittoria Mitridate su una mo-
nostro, il giorno è nostro, miei romana schiacciante, a di- neta. Nella pagina
fedeli soldati!», ordinando mostrazione dell’incredibile a fronte, Lucio Licinio
poi di lanciarsi all’attacco. audacia e delle doti messe Lucullo, coman-
I catafratti si accorsero in mostra da Lucullo. Co- dante delle truppe
troppo tardi di quanto sta- stui seppe ribaltare una si- romane. Nonostante
va accadendo e, non avendo tuazione critica ricorrendo a l’incredibile vittoria, il
il tempo di riorganizzarsi, si una tattica che non lasciò tem- generale non riuscì a
diedero alla fuga. Nel corso del- po al nemico di capire che cosa sottomettere gli Arme-
la ritirata, piombarono addosso alla stesse accadendo. Ma c’è un ulteriore ni, anche a causa
loro stessa fanteria, che non era ancora aspetto da rimarcare: la velocità con cui dei pochi mezzi a
entrata in combattimento, facendone strage. Il il console prese la decisione di attaccare ebbe l’ef- disposizione. Tornato
sopraggiungere delle truppe romane, lanciatesi fetto di tagliar fuori dallo scontro Mitridate e i a Roma, Lucullo
all’inseguimento, non lasciò loro scampo. Che suoi cavalieri, che non erano ancora giunti in pri- divenne celebre per i
si trattò di un massacro di proporzioni epiche ma linea. Il re partico pensava che Lucullo, esper- suoi banchetti.
è testimoniato dalle cronache antiche: Plutarco to temporeggiatore, non si sarebbe azzardato ad
riporta che le perdite armene raggiunsero l’iper- attaccare in maniera tanto avventata. Un errore
bolica cifra di 100 mila fanti, oltre a quasi tutta di valutazione pagato a carissimo prezzo. 

CIVILTÀ ROMANA 43
UN MAUSOLEO PER
ADRIANO
Bizzarro e mastodontico, il Mausoleo di Adriano (oggi Castel
Sant’Angelo) è uno dei simboli più noti di Roma e della sua storia,
che ha accompagnato per secoli, cambiando forma e funzioni

di Elena Percivaldi

C
orreva l’anno 123 d.C. quando l’im-
peratore Adriano, alla vigilia del suo
sessantesimo compleanno, maturò la
decisione di erigere un mausoleo destinato a
ospitarlo nel suo ultimo viaggio. Nato a Ita-
lica (vicino all’attuale Siviglia, in Spagna) nel
76, Publio Elio Traiano Adriano governava da
sei anni, reggendo con saggezza il timone di
un impero che con il suo predecessore, Tra-
iano, aveva raggiunto la massima espansione.
Poco incline ad ampliare ulteriormente i con-
fini, Adriano aveva preferito custodirli, limitan-
dosi a erigere valli contro i barbari che si agita-

44 CIVILTÀ ROMANA
MONUMENTI

vano lungo i turbolenti confini della Britannia. mosaici, che si aggiunge alla ricostruzione del ANGELO CUSTODE
Aveva improntato il suo governo alla tolleranza, Pantheon, danneggiato da un incendio. Infine, Sotto, Castel Sant’An-
evitando le campagne militari per concentrarsi restano le innumerevoli statue volute per eter- gelo, nome con cui
sulla riforma della pubblica amministrazione. nare nel marmo il giovane e bellissimo Antinoo, oggi è noto il Mau-
Adriano non amava la guerra: l’unica che intra- suo favorito, annegato in circostanze misteriose soleo di Adriano. Il
prese fu quella in Giudea, pochi anni prima del- nel Nilo e pianto da Adriano con lacrime in- suo destino è stato
la morte, per reprimere la rivolta guidata da un consolabili, al punto da elevarlo a divinità. diverso da quello di
agitatore di nome Bar Kochba. La sollevazione molti altri monumenti
finì nel sangue, e la sua repressione fu una del- UNA TOMBA COLOSSALE di epoca romana,
le ragioni della diaspora ebraica. Adriano aveva Un sovrano che si scegliesse da sé il mauso- ridotti a rovine o a
sempre preferito l’attività intellettuale, favo- leo funebre non era una novità. Già Ottaviano cave di materiali da
rendo, come mecenate, la letteratura e le arti, Augusto, un secolo e mezzo prima, aveva fatto riutilizzare: sottoposto
e facendosi promotore di interventi erigere l’Augusteum, destinato a ospitarne le a una serie ininterrot-
che ne testimoniavano spoglie. Il luogo prescelto da Adriano per in- ta di trasformazioni,
il gusto raffinato. La nalzare il proprio non si trovava molto lontano accompagna da
prova più eloquen- da lì: sorgeva sulla sponda destra del Tevere, ai duemila anni la
te della sua incli- margini dell’ager Vaticanus, un’area all’estrema storia dell’Urbe.
nazione artistica è periferia di Roma occupata dagli Orti di Do-
la splendida Villa mizia, dove, lungo le vie Cornelia e Trionfale,
Adriana di Tivoli, già si allineavano altri sepolcri e tombe.
ricolma di statue e La costruzione adrianea aveva dimensioni
colossali: la base quadrangolare misurava circa
89 m per lato, per un’altezza di 16 m.
Realizzata in laterizi, l’opera
era rivestita di marmo e
chiusa ai quattro an-
goli da statue bron-
zee di uomini
e cavalli. Al
centro si ergeva
un “tamburo”
in opus caemen-
ticium alto 21 m,
con un diametro
di 64 m: intera-
mente ricoperto ›

CIVILTÀ ROMANA 45
UN MAUSOLEO PER ADRIANO

L’ORIGINALE con blocchi di tufo e travertino, era ornato da va con una statua di Adriano in veste di Elios,
Il mausoleo come statue di marmo. Sopra il tamburo, un gigante- dio del Sole, ritratto alla guida di un’imponen-
doveva apparire sco tumulo di terra alberato, a imitazione della te quadriga in bronzo dorato. All’interno, una
una volta ultimato, moda etrusca, costituiva una sorta di giardino rampa elicoidale consentiva di raggiungere, in
con il boschetto pensile, ricco di piante sempreverdi e circon- cima, la grande sala destinata ad accogliere le
pensile sulla cima. dato da splendide statue marmoree. Infine, a tombe dell’imperatore e dei membri della sua
sovrastare il tutto, una torre circolare culmina- dinastia. L’intera struttura era separata dal resto
della città per mezzo di un’imponente cancel-
lata in bronzo decorata da pavoni. L’unico ac-
cesso, che consentiva di raggiungere la sponda
opposta del Tevere e quindi il centro dell’Urbe,
era il Ponte Elio, a chiudere scenograficamente
un capolavoro architettonico che aveva pochi
rivali perfino nella magnifica Roma imperiale.

DAGLI IMPERATORI AI PAPI


Adriano morì di edema polmonare a Baia,
il 10 luglio 138, all’età di 62 anni. Il suo mo-
numentale sepolcro non era ancora terminato
e il feretro dovette attendere un anno prima
di esservi collocato. Dopo di lui, il mausoleo
ospitò le spoglie della famiglia degli Antonini:
Antonino Pio con la moglie Faustina Mag-
giore e tre dei loro figli; Marco Aurelio con
parte della prole; Commodo. A seguire, gli
imperatori della dinastia dei Severi: Settimio
Severo con la moglie Giulia Domna e i loro
figli, Geta e Caracalla, anch’essi imperatori.

UN DURO E IMPRENDIBILE CARCERE MEDIEVALE

P roprio per la sua mole massiccia, Castel Sant’Angelo fu utilizzato come


carcere almeno a partire dal X secolo, quando nelle sue segrete venivano
gettati i prigionieri politici che cadevano vittima degli scontri tra le bellicose
famiglie aristocratiche romane. Il primo a utilizzarlo a questo scopo, pare, fu
Alberico, nipote del senatore romano Teofilatto, che intorno al 930 vi fece
imprigionare nientemeno che la madre, la lussuriosa Marozia (a destra). Fra
i tanti papi e antipapi che vi vennero confinati in quei secoli tristi si annove-
rano Benedetto VI (morto nel 974), Giovanni XIV (che dieci anni dopo
vi morì di fame o forse avvelenato) e Anacleto II (1138).
Durante il sacco di Roma del 1527 a opera dei lanzichenecchi
di Carlo V, Castel Sant’Angelo fu teatro della disperata resistenza
di Clemente VII: il pontefice riuscì a mettersi in salvo attraverso il
“Passetto”, un corridoio segreto fatto costruire da papa Borgia lun-
go il muro che collegava il Vaticano al castello. L’abito bianco di
Clemente era celato dal mantello del vescovo Paolo Giovio, affinché
non diventasse un facile bersaglio per i nemici, giunti sotto le mura.

46 CIVILTÀ ROMANA
MONUMENTI

Proprio Caracalla, sovrano tanto ambizioso l’utilizzo della Mole Adriana come tomba. È LUNGO IL TEVERE
quanto controverso, è l’ultimo di cui sia stata comunque probabile che le sue mura siano sta- Sopra, il Mausoleo
accertata la deposizione nel monumento. Que- te impiegate come sepolcro imperiale finché, di Adriano in un’inci-
sta avvenne dopo la sua morte violenta, soprag- nel 271, la costruzione non venne inglobata sione settecentesca
giunta in Oriente durante una spedizione con- nella nuova cinta muraria voluta da Aureliano di Giambattista
tro i Parti per mano di Marziale, un ufficiale per rafforzare la città in un periodo di grande Piranesi. A sinistra,
della guardia del corpo che voleva vendicare la instabilità per l’Impero, sconvolto dall’anarchia la posizione del
morte del fratello (secondo altre fonti, invece, militare e sottoposto alla crescente minaccia monumento, che si
lo uccise per risentimento, per non essere stato dei barbari. Fu proprio un condottiero barba- innalza lungo le rive
nominato centurione). Il corpo di Caracalla fu rico, il re degli Eruli Odoacre, a decretare l’ini- del Tevere, rispetto
cremato e le sue ceneri vennero trasportate a zio della fine per il mausoleo di Adriano. Fu lui, agli altri sorti nel
Roma, dove trovarono posto nel mausoleo nel infatti, nel 476, a deporre l’ultimo imperatore centro di Roma.
217. In seguito, nessun’altra fonte menziona d’Occidente, il fanciullo Romolo Augustolo,
inviandone le insegne a Costantinopoli. Da
allora, l’imponente Mole Adriana, trasformata
in fortezza a difesa di Roma, si avviò a una
storia del tutto diversa e a tratti oscura.
Leggenda vuole che nell’anno 590, durante
una terribile pestilenza, papa Gregorio I scor-
gesse proprio sopra il mausoleo l’arcangelo Mi-
chele, il quale, rinfoderando la spada, annun-
ciava la fine dell’epidemia. La Mole divenne
così Castel Sant’Angelo e visse un Medioevo
travagliato, finché nel 1277 venne acquisito
definitivamente dal papato.
Oggi dell’antica struttura (che per un perio-
do fu anche prigione) rimangono le fondazioni
del basamento, il nucleo in muratura del corpo
cilindrico, l’ingresso principale in blocchi di
pietra, la rampa che conduceva al piano supe-
riore e la Sala delle Urne, destinata ad accoglie-
re le spoglie imperiali. All’interno, un museo
ne documenta la storia, lunga e tormentata.  

CIVILTÀ ROMANA 47
GNOSTICI E ALTRI ERETICI

PRIMO ERETICO
La morte di Simon
Mago in un’illustra-
zione delle Crona-
che di Norimberga
del 1493. Secondo
la tradizione, perì
durante una disputa
con l’apostolo
Pietro, a Roma.
I PRIMI CRISTIANI
I PRIMI CRISTIANI

GNOSTICI
E ALTRI ERETICI
Fin dagli inizi, il cristianesimo fu percorso da correnti bizzarre,
ben distanti da quelle che oggi pensiamo fossero predicate dagli Apostoli.
I primi secoli, così, furono un fiorire di eresie, spesso strane e curiose
di Edward Foster

«D
isse allora Gesù: “Guarda, Pa- UOMINI E DEMONI plicemente “scelta” o “proposta” e indicava
dre; questa [l’anima], preda dei Un’immagine del una posizione filosofica, ma che già nella
mali, vaga sulla Terra lontano demone Abraxas, prima letteratura cristiana (Atti degli Apostoli
dal tuo soffio. Tenta di fuggire l’amaro caos e collegamento fra Dio e Lettere) venne usata per indicare una posi-
non sa come passare. Per lei mandami, Padre: e gli uomini. zione non ortodossa, in contrasto con quel-
con i sigilli scenderò, attraverserò tutti gli la della ekklesia, cioè la “comunità dei cre-
eoni, svelerò tutti i misteri e mostrerò le for- denti”. Il termine “eresia” cominciò così ad
me degli dei. I segreti della santa assumere un significato negativo,
via, chiamandola gnosi, trasmet- che ha conservato fino ai nostri
terò”». Queste parole oscure sono giorni, finendo per denominare le
tratte da uno dei pochi testi giun- deviazioni dottrinali non solo in
ti fino a noi di una delle più biz- ambito religioso ma, per esempio,
zarre sette eretiche del cristiane- anche in quello politico.
simo primitivo: quella degli ofiti,
ossia gli “adoratori del serpente”. LE ERESIE EBRAICO-CRISTIANE
Nato da meno di un secolo (la Gli ofiti non furono i primi
sua diffusione cominciò nella eretici cristiani. La tradizione as-
seconda metà del I secolo), fin segna il primato a un certo Simo-
dall’inizio il cristianesimo dovet- ne Mago, contemporaneo degli
te vedersela con una serie di dot- Apostoli, personaggio probabil-
trine che ne alteravano la sostan- mente leggendario. Gli ofiti (dal
za originaria, fino a trasformarla greco ophis, “serpente”), chiamati
in qualcosa di completamente anche naasseni (dalla parola ebrai-
diverso. Erano le prime “eresie”, ca nâhâsh, che significa anch’essa
termine derivato dal greco haire- “serpente”) avevano una dottrina
sis, che in origine significava sem- straordinariamente varia, che si ›

CIVILTÀ ROMANA 49
GNOSTICI E ALTRI ERETICI

qualche modo a Cristo: «Come Mosè innal-


zò il serpente nel deserto, così bisogna che
sia innalzato il Figlio dell’uomo». Gli ofiti
presero questo passaggio alla lettera e costru-
irono attorno alla figura del serpente una
curiosa dottrina cosmogonica (per spiegare
l’origine del mondo) ed escatologica (per il-
lustrare la via che conduce alla salvezza).
Secondo gli ofiti, il Primo Uomo (chiama-
to anche Padre di Tutti), emanò il Secondo
Uomo (il Figlio). In seguito comparve anche
la Prima Donna (lo Spirito Santo).

IL CULTO DEL SERPENTE


Questa Trinità primigenia generò Cristo e
LE ERESIE CRISTOLOGICHE sua sorella Sophia (la Sapienza). Sophia ebbe
dei figli, uno dei quali, chiamato Ialdabaoth,

M olte eresie del primo cristianesimo vertevano attorno alla


figura di Gesù, considerata secondo diversi aspetti. Per
gli adozionisti, Gesù era una creatura speciale, ma non para-
ribellandosi al volere della triade originaria,
creò il mondo materiale e l’uomo. Ialdaba-
oth, che fu identificato con il dio del Vecchio
gonabile al Padre, da cui era stato in un certo modo “adottato” Testamento, costrinse i primi uomini,  Ada-
come figlio (da cui il nome della setta). I docetisti, il cui nome mo ed Eva, a venerarlo e a vivere nell’Eden.
deriva dalla parola greca dokéin, che significa “apparire”, rite- A quel punto, Sophia mandò il serpente, che
nevano che l’umanità e le sofferenze di Cristo fossero apparenti spinse gli uomini a mangiare il frutto del bene
e non reali. I modalisti ritenevano che le tre persone divine fos- e del male e risvegliò la scintilla divina che si
sero solo altrettanti aspetti dell’unica divinità e che Gesù fosse un trovava dentro di loro. Proprio con il serpente
essere umano che ospitava in sé la forza divina. Per i monofisiti
Gesù aveva una sola natura, generata dell’assorbimento della
natura umana (che era solo apparenza) in quella divina.
Per i nestoriani, Cristo era l’unione di due persone e il Ver-
bo, cioè la persona divina, non si era veramente incarnato e
non era morto sulla croce. Per gli ariani, discepoli del vescovo
Ario (nell’illustrazione, 256-336), l’unico vero Dio era il Padre,
mentre Cristo era subordinato a lui e non fatto della sua stessa
sostanza; Gesù era quindi una sorta di ”dio minore”.

IL DIO SERPENTE riallacciava ad alcune suggestioni del Vec-


A destra, il serpente chio Testamento. In particolare a quei passi
issato in croce, biblici in cui il serpente di bronzo realizzato
rappresentazione da Mosè mostra le sue capacità taumatur-
del Cristo degli ofiti, giche: «Il Signore disse a Mosè: “Fatti un
i quali lo identifica- serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque,
vano con il serpente dopo essere stato morso, lo guarderà resterà
che aveva dato ad in vita”. Mosè allora fece un serpente di rame
Adamo ed Eva la e lo mise sopra un’asta; quando un serpente
conoscenza del aveva morso qualcuno, se questi guardava il
bene e del male. serpente di rame, restava in vita». Nel Vange-
lo di Giovanni, il serpente viene associato in

50 CIVILTÀ ROMANA
I PRIMI CRISTIANI

liberatore gli ofiti identificavano Gesù, disce-


so dal cielo per liberare gli uomini dalla tiran-
nia del perfido Ialdabaoth. Per questo motivo
veneravano il serpente.  Sant’Agostino (354-
430) scrive addirittura che gli ofiti allevavano
serpenti e facevano loro sfiorare il pane che
poi usavano per celebrare l’eucaristia.
Ma i primi seguaci di Cristo a sostenere
posizioni poco ortodosse (o comunque di-
verse da quelle diffuse dagli Apostoli) furono
probabilmente gli ebioniti. Come i cristiani,
uscivano dal ceppo giudaico. Il loro nome
deriva dalla parola ebraica evionim, che si-
gnifica “poveri”; ritenevano che Cristo non
avesse natura divina, ma fosse un semplice
uomo, nonostante ammettessero la sua na-
scita dalla Vergine Maria per opera dello
Spirito Santo. Per il resto, rimanevano fedeli
alla legge ebraica, che ritenevano indispen-
sabile seguire per raggiungere la salvezza, e
praticavano, come i primi Apostoli, l’assolu-
ta povertà. Diffusa solo in Oriente, questa
setta ebbe poca influenza nello sviluppo del
cristianesimo, ma pare che sopravvisse a lun-
go nella Siria e nelle zone vicine, se è vero
che a essa appartenevano alcune comunità
ebraiche descritte da storici arabi. Pare an-
che che proprio all’influenza degli ebioniti si
debbano le credenze attorno a Gesù svilup-
pate all’interno dell’islamismo.
Dagli ebioniti discesero gli elcasaiti. Si dif-
fusero in Giordania, alla fine del I secolo, e sorella. Sviluppatasi in Oriente, l’eresia elca- UOMINI E DONNE
praticavano una forma di culto che alla sem- saita approdò a Roma nel III secolo, diffusa Sopra, Maria Mad-
plice dottrina religiosa associava anche aspetti da Alcibiade di Apamea, originario della Siria, dalena in un’icona
magici (qualcuno confonde che giunse nell’Urbe durante greca. Secondo
questi eretici con gli elcesei, il pontificato di san Callisto alcuni scritti gnostici,
discepoli di un sedicente pro- (217-222). Gli elcasaiti cre- come il Vangelo
feta di nome Elci, che aveva devano in un Dio creatore, di Maria e il Libro
due apostole donne che egli tuttavia ritenevano che Gesù del Salvatore, la
pretendeva di vedere adorate non si fosse veramente incar- donna sarebbe stata
come dee). Il loro fondatore nato e che le sue sofferenze oggetto di rivelazioni
si diceva fosse un certo Elca- fossero state solamente appa- segrete da parte
sai, personaggio leggendario renti. Oltre al loro libro sa- di Gesù risorto. A
di origine persiana. Gli el- cro, usavano parte dei Vange- sinistra, l’autocastra-
casaiti avevano un loro libro li (ma rifiutavano gli scritti di zione di sant’Orige-
sacro, il  cosiddetto Libro di san Paolo) e dell’Antico Te- ne di Alessandria,
Elcasai,  dettato da un ange- stamento. Seguivano i rituali uno dei maggiori
lo gigantesco, alto 154 km e ebraici, come la circoncisio- avversari degli eretici
largo 27, che si proclamava ne, ritenendo che avessero che proliferavano in
Figlio di Dio ed era accom- anche un effetto magico sui quella città.
pagnato dallo Spirito Santo, credenti. Erano inoltre con-
che egli presentava come sua vinti che gli astri influis- ›

CIVILTÀ ROMANA 51
GNOSTICI E ALTRI ERETICI

sero sulla vicende umane (credenza probabil-


mente ereditata dai magi della Persia, luogo di
origine dell’eresia elcasaita) e che il battesimo
potesse essere praticato svariate volte come
rito purificatore e taumaturgico.

TRA BENE E MALE


Già in queste prime eresie si avverte il
contrasto fra una divinità “buona” e una
“malvagia” (chiamata “demiurgo”, cioè cre-
atore del mondo, e identificata con il dio
del Vecchio Testamento).
La dicotomia tra dio positivo e negativo
raggiunse il culmine nelle eresie gnosti-
che, nate nel maggiore centro culturale del
mondo, Alessandria d’Egitto, dalla mente
di uomini come Basilide (attivo nella pri-
ma metà del I secolo) o Valentino (di poco
posteriore). Attraverso una mescolanza fra
idee religiose e filosofiche, gli gnostici cer-
carono di dare una spiegazione razionale ai
dubbi dottrinari sollevati dal cristianesimo
e a uno dei problemi principali, quello del-
la natura del male. Esso viene risolto con
la teorizzazione di un dualismo radicale tra
Dio e la materia, assoggettata a una divini-
tà malvagia. Per gli gnostici, il vero Dio ge-
nerò altri esseri spirituali, eterni come lui,

MANICHEI CONTRO CRISTIANI

P er lungo tempo, il cristianesimo ebbe come acerrima rivale un’altra


fede: il manicheismo. Fondata dal profeta persiano Mani (215-276;
a destra, la sua nascita), tale dottrina si basava su un sostanziale duali-
smo, che vedeva il cosmo come un’eterna lotta fra Bene e Male, il primo
dei quali era rappresentato dalla Luce e dallo Spirito, e il secondo dalle
Tenebre e dalla Materia. Secondo i manichei, attraverso un continuo
processo di redenzione, che si svolge all’interno della storia umana, la
Luce viene pian piano rimossa dal mondo materiale e restituita al mondo
spirituale da cui proviene. La lotta costante fra le due entità divine influi-
sce su ogni aspetto dell’esistenza e della condotta umana.
Diffusosi rapidamente sia in Oriente (arrivando a lambire la Cina) che in Occidente (anche sant’Agostino, prima della con-
versione al cristianesimo, era stato manicheo), il manicheismo fu, fino al VII secolo, una delle religioni più diffuse e venne an-
che perseguitata. Per accelerare la liberazione della Luce dalla Materia, i manichei si astenevano dall’atto sessuale, in quanto
capace di generare nuova materia, e proibivano l’uccisione della vita in ogni sua forma, anche animale o vegetale, per non
far soffrire la Luce, insita in ogni creatura. Entrato in conflitto con lo zoroastrismo, la religione nazionale persiana che vedeva
nel manicheismo un rivale, il profeta Mani fu arrestato da Bahram I, imperatore di Persia. Morì dopo 26 giorni di tortura.

52 CIVILTÀ ROMANA
I PRIMI CRISTIANI

EMANAZIONI
Un’illustrazione
tratta dal libro Sette
sermoni ai morti
dello psicanalista
Carl Gustav Jung
(1875-1961). Lo
scritto, del 1916, è
ispirato alla dottrina
di Basilide e degli
gnostici: l’immagine
rappresenterebbe i
vari gradi di ema-
nazione degli eoni
dal Dio primigenio.
I basilidiani, benché
professassero una
dottrina ritenuta
eretica, celebravano
l’anniversario del
battesimo di Gesù.
Portavano amuleti
con incisa la parola
“Abraxas”, dalle
proprietà benefiche.
Nella pagina a
chiamati “eoni”. La prima coppia di eoni, gnostici, infatti, dividono gli uomini in fronte, icona che
maschio e femmina, nacque direttamente da “ilici” (materiali), per i quali non c’è salvez- rappresenta il
Dio, mentre le altre vennero emanate l’una za; “psichici”, che possono salvarsi con l’aiu- Padre, il Figlio e
dall’altra, in successione. Il loro insieme co- to di Cristo; e “pneumatici”, o gnostici per- lo Spirito Santo: la
stituisce il “pleroma”, la la totalità di tutto fetti, che raggiungono la salvezza mediante Trinità divina fu uno
ciò che viene emanato dall’eterno principio la gnosi, ossia la conoscenza intellettuale, degli argomenti di
divino. Nascendo, tuttavia, le varie coppie senza bisogno di altri ausili. Quando, attra- maggiore disputa fra
di eoni si allontanano progressivamente da verso la perfetta conoscenza, sarà compiuta i primi teologi, non
Dio, diventando imperfette. Uno di questi la liberazione del germe divino racchiuso in solo eretici. Molti di
eoni imperfetti si ribellò alla legge divina e ogni uomo, il Demiurgo verrà finalmente loro ritenevano che
fu espulso dal pleroma, ma senza cessare di sconfitto e il mondo materiale sarà distrutto. Gesù fosse sempli-
generare nuovi eoni (di natura malvagia) e, La figura di Gesù non era vista in maniera cemente un uomo e
oltre a essi, il mondo e l’uomo. L’eone ribel- univoca dai vari pensatori gnostici. Cerin- non un dio.
le era il dio adorato dagli Ebrei, ossia il De- to, teologo del I secolo, oltre a insegnare la
miurgo. Senza che costui se ne accorgesse, distinzione tra il Dio supremo e il Demiur-
però, un eone superiore depose nell’uomo go, riteneva che Gesù, figlio naturale di Ma-
un germe divino, che si trovò prigioniero ria, fosse un uomo come gli altri. Su di lui,
della materia. Per liberare tale seme di luce con il battesimo, era discesa però una  vir-
dalle persecuzioni a cui il Demiurgo comin- tù proveniente dal Dio supremo. Saturnino
ciò a sottoporlo, uno degli eoni superiori si di Antiochia, nel II secolo, disse invece che
incarnò in Gesù (che non era un vero uomo, Dio mandò sulla Terra il Salvatore, Cristo,
ma una specie di spettro) e insegnò agli uo- primo degli eoni, per strappare gli uomini
mini, con la sua predicazione, il mezzo per alla schiavitù del Demiurgo. Egli apparve
salvarsi. Tuttavia, il Vangelo può bastare ai sotto le sembianze di Simone di Cirene: fu
semplici, ma non a chi desidera raggiunge- costui a essere crocifisso, perché il Cristo in-
re una conoscenza profonda (“gnosi”). Gli creato non poteva morire.

CIVILTÀ ROMANA 53
DIO OSCENO
Offerte a Priapo in
un quadro di Goya
(1746-1828). Il dio
dal grande fallo
ispirò i Carmina
Priapea, componi-
menti poetici dal
linguaggio scurrile
e virulento.

54 CIVILTÀ ROMANA
QUOTIDIANO

INSULTI
ALLA ROMANA Gli uomini se ne dicono da sempre di tutti i colori, spesso
come pacifica alternativa al “venire alle mani”. E anche
come insultatori, i Romani non erano secondi a nessuno...
di Eugenio Anchisi

D
ifetti fisici, presunte discendenze da VERBA VOLANT è capitato di leggere gli insulti peggiori siano
antenati di facili costumi o dai vizi na- Un proiettile le toilette delle stazioni di servizio in autostra-
scosti, accuse di stupidità, allusioni più da fionda romano: da, è perché non avete mai fatto una passeg-
o meno velate alla sfera sessuale. Da questo, e su alcuni di essi giata nella Pompei del I secolo d.C.
non solo, gli antichi Romani sapevano trarre venivano incisi
motivi d’insulto per i loro concittadini. L’arte insulti. Su questo DALLE MANI ALLE PAROLE
dell’insulto, nata in tempi remotissimi (si tro- si legge la parola Sui muri, e non solo in prossimità dei lupa-
vano tracce di improperi già nell’antico Egit- culum, il bersaglio a nari, era tutto un fiorire di stercus (merda) e
to), nel mondo greco e latino raggiunse livelli cui puntava il tiro. di meretrix (puttana), rivolti ad amici, amiche
di eccellenza. Ma se per la Grecia dobbiamo e conoscenti. Così, se nel suo carme n° 42 il
affidarci soprattutto alla letteratura (per esem- poeta Catullo non esita a dare della “lurida
pio, le commedie di Aristofane), per conosce- puttana” (putida moecha) alla sua amante Le-
re il catalogo delle contumelie d’uso quo- sbia, che poco dopo chiama anche lutum
tidiano nel mondo romano, oltre (immondezzaio) e lupanar (tro-
alle testimonianze letterarie iaio), sui muri di Pompei si
(che spesso raggiungono legge ben di peggio. Si
vertici di inimmagi- va da fornicata est ma-
nabile volgarità) ab- ter vestra (vostra madre
biamo a disposizione scopa con tutti) a ster-
quelle dell’archeologia, corem pro cerebro habeas
venute alla luce sui muri (hai la merda al posto del
di Pompei ed Ercolano. cervello). Offese pesanti,
Se pensate che i luoghi in cui vi senza dubbio, ma da un insulto ›

CIVILTÀ ROMANA 55
INSULTI ALLA ROMANA

non ci si deve aspettare di meno. Del resto,


il termine deriva dal verbo insultare, forma
intensiva di insilire, composto da in, che si-
gnifica su o contro, e salire, che vuol dire sal-
tare. Insultare è quindi la stessa cosa di “sal-
tare addosso”, “aggredire”, anche se in forma
figurata e non fisica. L’aggressione, per avere
un valore, deve essere forte, altrimenti non
serve a nulla, e a Roma se ne aveva chiara co-
scienza, tanto che gli insulti potevano essere
classificati secondo la scala della loro gravità.
C’erano tre tipi fondamentali di offesa: con-
tumelia, probrum e maledictum.
Contumelia ha la stessa radice di con-
temptus, a sua volta derivato da contemno,
ed è forse l’offesa peggiore, perché si col-
lega all’idea del disdegno e del disprezzo;
probrum è il termine che designa l’azione
vergognosa, l’infamia, il disonore, e quin-
di la parola ingiuriosa e infamante; maledi-
ctum viene invece da maledico, che significa
“sparlare” o “ingiuriare”, ed è la semplice
maldicenza, la villania verbale. I bersagli di
queste offese, più o meno gravi, sono i ne-
mici in battaglia (forse i primi a cui, storica-
mente, ci si cominciò a rivolgere in maniera
offensiva), gli avversari politici, i nemici
personali, ma anche gli importuni, gli in-

QUESTIONE DI DITO

I l dito medio alzato in maniera insultante, come un membro virile eretto


pronto a colpire, era usato già dai Romani, che pare lo abbiano mu-
tuato dai Greci. Veniva chiamato ditus impudicus, cioè “dito osceno”.
Isidoro di Siviglia, nella sua opera Etimologie, scrive: «Il terzo dito della
mano è chiamato impudicus perché sovente tramite esso si esprime
ammonimento». Il poeta Persio lo chiama digitus infamis e Marziale,
in uno dei suoi epigrammi, dice: «Rideto multum qui te, Sextille,
cinaedum dixerit et digitum porrigito medium», cioè «Ridi di gusto,
Sestilio, di chi ti chiama finocchio e mostragli il dito medio rivolto
verso l’alto». Pare che Caligola, a chi voleva baciargli la mano,
porgesse invece, in segno d’insulto, il dito medio.
Altro gesto osceno era il “fare le fiche” (a destra, in un’incisione
seicentesca), che consisteva nel mostrare la punta del pollice fra l’in-
dice e il medio della mano stretta a pugno: indicava la penetrazione
dell’organo sessuale maschile in quello femminile. Oltre a essere usato
come insulto, aveva anche un significato scaramantico, dal momento che
la vulva era simbolo di fertilità e, quindi, di buona fortuna.

56 CIVILTÀ ROMANA
QUOTIDIANO

vadenti, gli antipatici, gli amici che hanno


tradito, gli o le amanti che non sono più tali.
Spesso gli insulti sono particolarmente vol-
gari, legati alla sfera sessuale. Pare che uno
dei peggiori, nell’Urbe, fosse dare a qualcu-
no dell’irrumator (“succhiatore di peni”), so-
prattutto se si trattava di un uomo. Irrumare
indica infatti una forma di costrizione e di
violenza (riempire la bocca dell’avversario
per farlo “stare zitto”) assente nell’analogo
verbo fellare, che indica sempre il sesso ora-
le, ma praticato a un uomo da parte di una
donna. La minaccia peggiore era promettere
a qualcuno di costringerlo alla violenza di
prenderlo in bocca e nel posteriore: «Pedica-
bo ego vos et irrumabo» scrive sempre Catul-
lo, rivolto a due tizi di nome Aurelio e Furio.
Pedicare equivaleva a “praticare la sodomia”,
mentre dare del pedicator (cioè dell’“omoses-
suale passivo”) a qualcuno era una delle of-
fese più crude. Usato come minaccia, il ver-
bo pedicare ricorre spessissimo nei Carmina
Priapea. Il dio Priapo, guardiano dei giardini
e degli orti, famoso per il suo enorme fal- tanto che, come ricorda Cicerone, alla forma MURI PARLANTI
lo, così minacciava i ladruncoli: «Pedicabe- cum nobis (“con noi”) si preferiva nobiscum, Sopra, una scena di
re, fur, semel; sed idem si deprensus eris bis per evitare che, pronunciando velocemente sodomia: molti insulti
irrumabo», cioè «caro ladruncolo, la prima le due parole vicine, uscisse di bocca un’o- romani avevano
volta che ti prendo ti sodomizzo, ma la se- scenità. Del resto, lo stesso Cicerone era un sfondo sessuale.
conda te lo infilo in bocca». maestro di insulto “elegante”. Nell’Orazione Nella pagina a
contro Calpurnio Pisone scrive: «Quella tua fronte, un graffito
TESTE DI… madre importata qui da non so qual Paese ha in scrittura capitale
Offese minori, e più divertenti, erano quelle partorito dal suo ventre te, cioè una bestia, corsiva, usata per in-
distribuite a colpi di mentula, verpa o mutto. non un essere umano». E poco più avanti: cidere messaggi sui
Tutte parole che indicavano il membro viri- «Quale traccia, sia pur minima, in te, d’in- muri per mezzo di
le, usate per dare a qualcuno del “pirla”, del telligenza?». Un motto attribuito a un altro una specie di chio-
“minchione” o della “testa di cavolo”. Tra le celebre retore, Catone, recita invece così: «La do, detto graphium.
tre, però, esistevano sfumature di significato. madre di costui ritiene sia una maledizione, Nell’incisione si leg-
Mentula (da cui deriva il siciliano “minchia”) non un augurio, sperare che un individuo ge: “Sum tua aere”
era un termine di uso abbastanza comune, siffatto le sopravviva». (“Sono tua per una
considerato non eccessivamente volgare. Ver- Ma a fronte di simili raffinatezze, la vena monetina”), chiara-
pa, che indicava il fallo eretto, era invece più popolare si esprimeva in ben altro modo. Fu- mente scritto da una
aggressivo e spesso veniva usato in frasi di tue te ipsum, “fottiti”, era un insulto comu- prostituta. In un altro
insulto contro gli omosessuali. Mutto era un ne. E accanto a esso non si lesinava nel dare graffito pompeiano
termine decisamente poco usato, ma compare dell’hircus (“caprone”), del leno (“pappone”), una ragazza viene
in un verso di Lucilio, poeta del I secolo a.C.: dell’exsuccus (“privo di succo”). Es stercus (“sei chiamata succula,
«At laeva lacrimas muttoni absterget amica», una merda”) faceva il paio con potes meos sua- “maialina” (da sus,
cioè «con la mano sinistra come amica pulisce viari clunes (“baciami il sedere”). Tibi mentu- maiale), probabile
le lacrime del pene». Insomma, un modo ele- la parva est (“ce l’hai piccolo”) era un’offesa antesignano del
gante per dare a qualcuno dell’onanista. in uso anche allora e, al pari di oggi, non napoletano zoccola.
Per indicare il sesso femminile si utilizzava mancavano vette di assoluta fantasia creati-
il termine cunnus, che non veniva usato come va, come faciem durum cacantis habes (“hai
offesa ma era comunque ritenuto volgare, la faccia di uno che la sta facendo dura”).

CIVILTÀ ROMANA 57
IL MICIDIALE
PILUM
Armati di scutum e pilum, i legionari potevano gettare nello scompiglio
qualunque schieramento nemico. Soprattutto il giavellotto, arma
da lancio dagli effetti mortali, era in grado di fare la differenza sul campo
di Eugenio Anchisi

A
ssieme al gladio, il pilum era l’arma
più tipica (e terribile) dei legionari. Di
origine sannitica o sabellica (lo scrive
Virgilio nell’Eneide), era un giavellotto usato
nei combattimenti a breve distanza, di peso
variabile, che probabilmente veniva scagliato
quando l’avversario si trovava a non più di 10
m di distanza. Come si desume dalle testimo-
nianze archeologiche, ne esistevano di diverse
lunghezze, da 1,5 a quasi 2 m. La caratteri-
stica che li accomunava tutti era la punta di
ferro dolce, fatta per penetrare gli scudi dei
nemici e raggiungere il corpo dell’avversario.

DUE PESI, DUE MISURE


Come scrive Polibio nelle sue Storie, ai
tempi delle Guerre puniche esistevano pila
con la punta tonda o quadrata, e ogni le-
gionario ne aveva di due tipi, «uno grosso,
l’altro sottile. I più grossi possono essere ro-
tondi o quadrati. Quelli sottili assomigliano
a lance da caccia di misura media». A carat-
terizzarli era il collegamento particolarmente
robusto fra la parte metallica e quella lignea,
assicurata anche con chiodi ribattuti. La par-
ticolarità del pilum (che non va confuso con

58 CIVILTÀ ROMANA
ARMI

la lancia lunga, chiamata hasta) era quella


di avere il puntale realizzato con metalli di
resistenza variabile: la punta vera e propria, COM’ERA FATTO
che doveva avere forza penetrativa, era estre-
mamente robusta, mentre il gambo era in
ferro più dolce. Questo faceva in modo che A destra, la moderna
ricostruzione di un pilum,
il puntale stesso si piegasse dopo essere pe- realizzata a partire dai
netrato nello scudo del nemico, rendendolo ritrovamenti archeologici
sbilanciato e inutilizzabile. Lo scudo colpito Sotto, la base dell’asta,
e dai documenti.
rinforzata da una cuffia di
dal pilum, quindi, veniva metallo, e la sottile ma mici-
quasi sempre abbandonato, diale punta del giavellotto.
privando l’avversario di una Si noti il peso sotto la punta.
delle difese più importanti.
La cosa è testimoniata an-
che da Cesare in un passo
del De bello Gallico, che de-
scrive una battaglia contro i
Galli: «Questi erano molto
impacciati nel combatti-
mento, perché parecchi
dei loro scudi erano sta- di strapparle al nemico, tentando ARMA BASE
ti trafitti dal lancio dei di deviare i giavellotti afferran- A sinistra, un legio-
giavellotti e, essendosi doli con le mani». Il fatto che nario romano con il
i ferri piegati, non riusci- la punta del pilum si piegas- suo armamento com-
vano a svellerli; così, non se aveva anche il vantaggio pleto. Sotto, un pilum
potevano combattere in di renderlo inservibile al ritrovato in uno scavo
modo agevole, avendo la nemico, che non poteva archeologico: la
mano sinistra impedita. rilanciarlo contro lo schie- deformazione dovuta
Molti, perciò, dopo aver ramento romano. all’urto con il nemico
a lungo agitato il braccio, Quest’arma risultò spes- risulta evidente. Nel-
preferivano buttare via so vincente, soprattutto la pagina a fronte,
lo scudo e combattere a in epoca repubblicana, rilievo di un gruppo
corpo scoperto». quando i Romani si trova- di soldati in marcia
rono ad affrontare avversa- con il pilum sopra la
UNA TATTICA EFFICACE ri come i Galli, i cui fanti spalla sinistra.
In genere, il lancio dei combattevano con prote-
pila precedeva il combat- zioni del corpo molto leg-
timento corpo a corpo e gere o del tutto inesistenti.
creava notevole scompiglio Venivano prodotti anche
fra le file nemiche, sia per pila con la punta appesanti-
i motivi spiegati sopra, sia ta da una sfera di piombo,
per le vittime che provoca- che rendeva il colpo anco-
va. Mentre l’avversario era ra più micidiale, e non è
disorientato, i legionari si escluso che l’arma venisse
lanciavano contro di esso, utilizzata anche nei com-
avendone spesso la meglio, battimenti ravvicinati.
come dimostra anche un In epoca imperiale, con
passo di Plutarco: «I Romani lancia- la diffusione di armature
rono i giavellotti contro i Galli; i loro personali decisamente più
scudi furono perforati e appesantiti robuste e con il variare delle
dai giavellotti. Allora abbandona- tecniche belliche, il pilum
rono le proprie armi e cercarono cadde in disuso.

CIVILTÀ ROMANA 59
LA CONDANNA
Una sacerdotessa,
rea di aver fatto spe-
gnere il fuoco sacro,
viene condannata
dal pontefice massi-
mo. Nella pagina a
fronte, statua di una
vestale, eretta presso
la loro dimora.

60 CIVILTÀ ROMANA
CULTO

LE SACRE
VESTALI
Ritenute sacre, le sacerdotesse della dea Vesta erano le donne più onorate
di Roma. Libere dalla patria potestà, dovevano portare a compimento
pochi ma importanti doveri. La cui violazione, però, costava loro la morte
di Elena Guidi

V
esta era un’antichissima dea italica, cu- Terra è una sfera: «Non vi sono angoli in essa
stode del fuoco, la cui origine si per- che premano su qualche parte […] se non fos-
de probabilmente nel remoto passato se rotonda sarebbe più vicina a una parte che
delle popolazioni indoeuropee, in un’epoca in a un’altra»; pertanto, «simile è la forma del
cui la fiamma doveva ancora rivestire una va- tempio; in esso non sporge alcun angolo».
lenza magica, tanto da spingere a conservar- Sempre secondo I fasti, come sotto la Ter-
la intatta in un luogo sacro. Nell’Urbe tale ra arde il fuoco perenne, così la dea veglia
luogo era, appunto, il Tempio di Vesta, sulla fiamma che non deve mai spegnersi.
con la sua forma circolare che lo distin- A custodire materialmente il fuoco sacro
gueva da tutti gli edifici dedicati alle erano le sacerdotesse preposte al culto di
varie divinità romane. Di questa Vesta, dette “vestali”. Erano tutte giova-
particolare struttura ci offre una ni vergini, in origine in numero di tre,
spiegazione Ovidio, nel suo poema poi portato a sei, e in seguito ulterior-
intitolato I fasti, dedicato alle festi- mente aumentato. Non si trattava di un
vità, ai culti e agli dei dell’Urbe. sacerdozio di origine romana: Tito Livio,
nella sua Storia di Roma, così racconta
TONDA COME LA TERRA la nascita del collegio delle vestali, che
Stando alle parole di Ovidio, Vesta (il sarebbe stato creato da Numa Pompi-
cui nome, secondo il filologo francese lio, secondo re dell’Urbe: «[Il re] sceglie
Émile Benveniste, si ricollega a una ra- delle vergini da porre al servizio di Vesta,
dice indoeuropea che indica l’atto del sacerdozio, questo, di origine albana e in
“bruciare”) rappresentava la Terra, e la qualche modo connesso con la fami- ›

CIVILTÀ ROMANA 61
LE SACRE VESTALI

glia del fondatore. Perché potessero dedicarsi


esclusivamente al servizio del tempio, fece as-
segnare loro uno stipendio dallo Stato e, a causa
della verginità e di altre cerimonie rituali, le rese
sacre e inviolabili». La connessione con la fami-
glia del fondatore, Romolo, era data dal fatto
che la madre dei due gemelli, Rea Silvia, era
una vergine vestale di Alba Longa.
La verginità, simbolo di purezza e forza ge-
nerativa inesauribile, era prerogativa di mol-
ti collegi sacerdotali femminili, ma in modo
particolare delle vestali, custodi del fuoco che
simboleggiava la vita di Roma e che non do-
veva mai estinguersi. Nelle loro mani, in un
certo modo, batteva il cuore della città, e in-
fatti nel tempio di Vesta era custodito anche
il palladio, l’idolo in legno intagliato (xoanon)
rappresentante la dea Atena, recato da Enea
in Italia dopo la fuga da Troia.
Sempre Ovidio fornisce una spiegazione
della verginità richiesta alle sacerdotesse: «Si
ricorda che Giunone e Cerere sono nate da
Opi e dal seme di Saturno; Vesta fu la ter-
za figlia. Si sa che le prime due si sposaro-
no, ed entrambe generarono figli; delle tre
ne rimase una sola insofferente di un marito.
Perché meravigliarsi se, vergine, si compiace
di sacerdotesse vergini, e ammette ai suoi riti

CELIA, L’ULTIMA VESTALE

N onostante la progressiva affermazione del cristianesimo,a Roma il culto


di Vesta proseguì ancora per tutta l’epoca imperiale, fino a quando,
nel 391 d.C., il fuoco sacro della dea fu spento per ordine dell’imperatore
Teodosio. Questi aveva emanato una serie di decreti (detti “teodosiani”) che
avevano lo scopo di perseguire i culti pagani: impedivano l’accesso ai templi e
ribadivano la proibizione di qualsiasi forma di culto, come prevedeva l’editto di
Tessalonica del 380, il quale dichiarava il cristianesimo «secondo il credo niceno»
(che prevedeva, cioè, la fede nella Trinità) religione ufficiale dell’Impero.
L’ultima sacerdotessa di Vesta di cui sia stato tramandato il nome fu Celia Con-
cordia, ricordata perché volle far erigere una statua in onore di Vettio Agorio
Pretestato, nobile pagano che aveva cercato di opporsi all’avanzata del cristiane-
simo. In cambio, la moglie di Pretestato (a destra, la tomba della coppia) fece
innalzare nella sua villa un simulacro con questa dedica: «Fabia Aconia Paulina
erige questa statua di Celia Concordia, gran sacerdotessa delle vestali, non solo
a testimonianza delle sue virtù, della sua castità e della sua devozione agli dei,
ma anche come segno di ringraziamento per l’onore concesso dalle vestali a suo
marito Pretestato, al quale hanno dedicato una statua nel loro collegio».

62 CIVILTÀ ROMANA
CULTO

sacri soltanto mani caste?». Non esistevano fice, infatti, accoglieva le novizie con la frase PRESENTAZIONE
immagini della dea: la sua unica rappresenta- «Ego te, amata, capio» («Amata, io ti prendo», Sopra, la presenta-
zione era la fiamma, e proprio la custodia del sottinteso “in sposa”). Da quel giorno le ragaz- zione al tempio di
fuoco sempre vivo (che veniva rinnovato solo ze vestivano di bianco, raccoglievano i capel- una nuova vestale,
una volta all’anno, il primo giorno di marzo, li in trecce che portavano unite sopra la testa in un quadro del pit-
capodanno romano) era tra i compiti delle e tenevano il capo velato. Sebbene vivessero tore veronese Ales-
vestali, che provvedevano anche alla prepara- ritirate, non erano comunque costrette alla sandro Marchesini
zione della cosiddetta mola salsa, la focaccia clausura: potevano uscire ed erano considerate (1663-1738). Nella
sacra a base di farro utilizzata nei riti religiosi. donne di rango superiore, tanto che i magistra- pagina a fronte, una
La pietanza veniva spezzettata e distribuita ai ti cedevano loro il passo quando le incontrava- giovane sacerdotes-
fedeli, oppure usata per cospargere gli animali no e ordinavano ai littori di abbassare i fasci, sa che trasporta il
portati al sacrificio, che venivano quindi “im- in segno di rispetto. Oltre a essere liberate dalla fuoco sacro, ritratta
molati”, cioè coperti con la mola salsa. potestà paterna, erano le uniche donne roma- dal francese Jean
ne a poter fare testamento (e a custodire presso Raoux (1677-1734).
VERGINI BAMBINE il tempio i testamenti altrui).
Le vestali venivano scelte fra le bambine di Se facevano spegnere la fiamma sacra alla dea
stirpe patrizia dai 6 ai 10 anni, e il loro ruolo o perdevano la verginità, intrattenendo rela-
di officianti di Vesta durava 30 anni. Solo alla zioni sessuali, venivano considerate sacrileghe
fine di questo lungo periodo potevano lasciare e punite con la morte. Una fine lenta e atroce:
il tempio e la casa delle vestali (l’Atrium Vestae) prima venivano frustate, poi portate con una
per tornare alla vita civile e, se lo desideravano, lettiga chiusa (come se fossero già morte) al
sposarsi. Durante i tre decenni del loro ufficio cosiddetto campus sceleratus, un terreno vici-
(il primo speso come novizie, il secondo come no a Porta Collina, dove venivano sepolte vive
addette al culto, il terzo come istruttrici delle in una tomba, con una lucerna e una piccola
nuove vestali) erano invece considerate come scorta di cibo. La vestale, infatti, essendo con-
spose del pontefice massimo, a cui venivano siderata sacra, non poteva essere uccisa da mani
unite in una sorta di matrimonio attraverso il umane. Il complice dell’incestus, cioè dell’atto
rito della captio, cioè del “prendere”. Il ponte- impuro, veniva invece frustato a morte.

CIVILTÀ ROMANA 63
NELLA NATURA
Virgilio in una
rappresentazione
del Quattrocento,
raffigurato mentre
lavora immerso nel
paesaggio agreste
che si appresta a
descrivere in versi.

64 CIVILTÀ ROMANA
LETTERATURA

L’AGRICOLTURA
IN VERSI
Originario di Mantova, nella pianura padana, e figlio di agricoltori,
Virgilio dedicò le sue prime grandi opere, le Bucoliche e le Georgiche,
alla vita pastorale e agreste: una scelta poetica, ma anche politica
di Stefano Bandera

V
irgilio aveva poco più di trent’anni DA GIOVANE cui i pastori protagonisti affrontavano tema-
quando cominciò a comporre le Ge- Mosaico con il ri- tiche decisamente varie (dalle lodi della vita
orgiche, il poema in quattro libri (e tratto di un giovane agreste alla celebrazione dell’amore), Virgilio
poco più di 2.000 versi) dedicato al lavoro nei Virgilio, all’epoca si era avvicinato al circolo di Mecenate, il ric-
campi. I suoi modelli letterari andavano dalla in cui compose le co uomo politico amico di Ottaviano che ave-
letteratura didascalica (educativa) dell’epoca Georgiche. va raccolto attorno a sé un gruppo di giovani e
ellenistica al grande poema di Lucrezio, il De brillanti intellettuali dell’epoca.
rerum natura, incentrato sulla
filosofia epicurea, ma in cui TRA GUERRA E PACE
l’autore (che quando Virgilio Grazie a Mecenate, Virgilio
si accinse a cominciare la sua conobbe il futuro Augusto e ne
opera era già morto da circa divenne, in breve tempo, uno
un quindicennio) celebra an- dei cantori. Il periodo in cui il
che la bellezza dei cicli vitali e poeta si accingeva a compor-
racconta le fatiche dell’uomo. re le Georgiche fu uno dei più
Altro modello di Virgilio, de- tempestosi per Roma. La Guer-
cisamente più vicino a quello ra civile fra Pompeo e Cesare,
del suo lavoro, era l’antico a cui era seguito l’assassinio di
poemetto epico Le opere e i quest’ultimo, aveva lasciato la
giorni del greco Esiodo (VIII- Repubblica dilaniata. Subito
VII secolo a.C.), anch’esso dopo era scoppiata la guerra dei
dedicato alla vita agreste. fedelissimi del defunto dittato-
Dopo il successo della sua re (Ottaviano e Marco Anto-
prima opera, le Bucoliche, in nio) contro i cesaricidi, Bru- ›

CIVILTÀ ROMANA 65
L’AGRICOLTURA IN VERSI

sembrava destinato a protrarsi per sempre.


La scelta virgiliana di dedicare il poema
PAROLE DI ROMA
Apis
alla vita agreste fu quindi dettata, oltre che
dall’amore per il tema, anche dal desiderio di
estraniarsi da un agone politico che poteva ri-
sultare pericoloso, come dimostravano i casi
di personaggi prima assurti a posizioni di po-
L’origine della parola latina apis (diffusa anche nel suo diminu-
tere e poi caduti repentinamente in disgrazia.
tivo apicula) si trova nella radice pi, cioè “bere”, che richiama
Uno di essi era stato Gaio Cornelio Gallo, an-
l’atto dell’ape di suggere il nettare dai fiori. Da questa stessa
ch’egli poeta, amico e coetaneo di Virgilio, e
radice derivano anche il tedesco Biene, l’inglese bee, il lituano
fedelissimo di Ottaviano: nominato prefetto
bite e lo yiddish bin, tutti con il significato di “ape”. Simile, tolta
d’Egitto, in seguito era entrato in attrito con
la “m”, è il greco empis, “zanzara”. Il termine sanscrito per
lo stesso Ottaviano, fino al punto di vedersi
“ape” è madhupa, dove madhu significa “miele” e pa indica
costretto prima all’esilio e poi al suicidio.
l’atto di succhiare: a essa si collega l’armeno meghu.
Virgilio fu dunque vicino al primo impe-
Qualche studioso riporta invece l’origine di apis alla radice ap,
ratore di Roma e ne condivise la politica, ma
con il senso di “riunire”, riferendosi alla vita in colonia delle api.
non ricoprì mai importanti cariche pubbli-
che. Solo quando Augusto ebbe raggiunto il
potere assoluto si dedicò alla sua glorifica-
to e Cassio. Ma nemmeno la disfatta di questi zione eterna, componendo l’Eneide, il gran-
ultimi a Filippi, nel 42 a.C., avrebbe chiuso de poema nazionale romano.
i giochi, perché immediatamente si accese il
dissidio fra Ottaviano e Antonio. Una simile SAPIENTE COMPROMESSO
sequenza di eventi non poteva che confonde- Le Georgiche furono, così, un prudente
re i cittadini, spesso incapaci di comprendere esercizio, certamente affine alla politica di
le ragioni di un conflitto tutto romano, che Ottaviano, che propugnava il ritorno a una
Roma più vicina ai morigerati costumi dei
padri, meno corrotta e votata alla ricchezza
e alla ricerca del potere fine a se stesso; ma
rappresentano anche un’opera meditativa,
in cui il poeta invita i suoi concittadini alla
riflessione, alla luce di un passato in cui gli
uomini apparivano più austeri e molto più
integerrimi nella fedeltà verso lo Stato.
In quest’ottica, assumono grande impor-
tanza due delle parti più liriche del poema,
poste l’una alla fine del I Libro e l’altra al ter-
mine del II, messe volutamente in contrap-
posizione fra loro: da una parte il racconto
delle devastazioni provocate nei campi dalle
guerre civili, dall’altra le lodi della serena vita
del contadino. «Già da tempo abbiamo pa-
gato abbastanza con il nostro sangue» scrive
Virgilio a proposito della guerra, e prosegue:
«perché quaggiù sono scambiati il lecito e
l’illecito. Tante guerre per il mondo [tot bella
per orbem], tanto numerosi i volti del delitto,
nessun giusto onore per l’aratro [non ullus
aratro dignus honos]. Sono squallidi i campi
svuotati dai coloni e le falci ricurve sono fuse
per fare rigide spade». Per contrasto: «L’agri-
coltore smuove la terra con l’aratro incur-

66 CIVILTÀ ROMANA
LETTERATURA

vato (agricola incurvo terra dimovit aratro);


qui sta la fatica dell’anno (hic anni labor), da
qui sostenta la patria e i nipotini, sostenta le
mandrie dei buoi e le giovenche fedeli. E non
c’è sosta (nec requies): l’anno sovrabbonda di
frutti, rinascite del bestiame, di covoni dello
stelo di Cerere; grava i solchi dei loro prodot-
ti e vince la capacità dei granai».

LA VIA DEL LAVORO


È l’elogio della fatica nel lavoro della terra,
contrapposto al continuo e inutile dimenarsi
di coloro che in città cercano il consenso del-
la plebe, l’applauso del pubblico, il denaro:
chi nasconde le ricchezze e «dorme sul suo
oro sepolto». Il lavoro paziente dei campi,
dice il poeta, è invece il dono dato da Giove
agli uomini perché escano dalla loro condi-
zione infantile, da quell’età dell’oro in cui le
messi e i frutti crescevano rigogliosi e l’uo-
mo si limitava a raccoglierli e gustarli. Solo
la fatica di doversi procurare il cibo e ciò che
serve alla vita stimola l’intelligenza umana,
aiuta a capire i meccanismi dell’esistenza, il zione è l’attività che richiede più fatica, via via ODE ALLA FATICA
ciclo delle stagioni, il corso del sole, della l’intervento umano diminuisce, fino ad arriva- Sopra, un’illustrazio-
luna e delle stelle. Solo il lavoro e la fatica si re alle api, che sono quelle che richiedono, in ne delle Georgiche
tramutano in conoscenza e in saggezza: «Fe- un certo senso, minor impegno. Tuttavia, esse contenuta nel
lice chi ha potuto investigare le cause delle sono anche le creature che hanno saputo co- cosiddetto Virgilio
cose (felix qui potuit rerum cognoscere causas) struire un’organizzazione tanto complessa da romano, manoscritto
e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato poter fare da modello alla società umana. miniato del V secolo
inesorabile (inexorabile fatum), il risuonare L’elogio della vita agreste e laboriosa si collega conservato alla
dell’avido Acheronte». Ma anche se questo così a quello delle laboriose api che «quando il Biblioteca Vaticana,
fosse difficile da raggiungere completamen- sole d’oro ha sconfitto e scacciato sotto terra l’in- che raccoglie le
te, «il mio piacere sia nelle campagne e nei verno e dischiuso il cielo con la luce d’estate at- Georgiche, l’Eneide
fiumi che irrigano le vallate», dice Virgilio: traversano balze e boschi e mietono fiori splen- e parti delle Buco-
«Possa io amare le selve e i corsi d’acqua». denti (purpureosque metunt flores) e assaggiano le liche. A sinistra, un
Nel lavoro della correnti a fior d’acqua, mosaico che illustra
terra si trova quin- leggere». Leggere e fe- l’allevamento degli
di, secondo Virgilio, lici, pur nella fatica, animali, di cui Virgi-
la ragione della vita perché se anche «fugge lio parla nel II libro
umana. Lo spiega senza ritorno il tem- del suo poema.
parlando, nei quattro po (fugit inreparabile Nella pagina a
libri che compongono tempus)», questa era la fronte, le api, pro-
l’opera, prima della vita «che l’aureo Sa- tagoniste dell’ultima
coltivazione dei cam- turno conduceva sulla parte dell’opera.
pi, poi della coltura Terra». Ciò accadeva
degli alberi, dell’alle- quando «ancora non
vamento degli ovini si era udito squillare
e dei bovini, infine le trombe di guerra e
dell’apicoltura. L’or- nemmeno il clangore
dine non è casuale, delle spade poggiate
perché se la coltiva- sulle dure incudini».

CIVILTÀ ROMANA 67
GALENO
E LE AUTOPSIE
Colto e geniale, il greco Galeno divenne il medico degli imperatori romani.
La sua dottrina sistematica comprendeva la dissezione dei cadaveri
e perfino crudeli esperimenti, effettuati su uomini e animali ancora in vita
di Adele Ricciotti

68 CIVILTÀ ROMANA
MEDICINA

L
a pratica della dissezione dei cadaveri di epoca tolemaica. A partire dal IV secolo VIVISEZIONE
a scopo scientifico ha origini anti- a.C., dopo la morte di Alessandro Magno, Sotto, Galeno,
chissime, che risalgono agli Alessandria si era tramutata in un circondato da
inizi del III secolo a.C. Furo- centro culturale senza pari grazie altri dotti, esegue la
no i medici greci Erofilo ed alla sua grandiosa Biblioteca, dissezione del corpo
Erasistrato a effettuare le pri- nella quale erano raccolti pa- di un suino, forse
me autopsie su corpi umani, piri contenenti conoscenze che vivo (sulla destra si
gettando le fondamenta della provenivano da tutto il mondo scorge un aiutante
scienza chirurgica moderna. Tut- greco ed egizio. Ma fu soprattutto che trasporta il suc-
tavia, la diffusione dei risultati la liberalità dei sovrani tolemaici a cessivo animale da
ottenuti dai due scopritori dell’a- permettere ai due medici imprese sezionare). A sinistra,
natomia umana subì presto una che prima di allora erano conside- un vaso da farmacia
battuta d’arresto, influendo poco rate impossibili. Stando alle fonti rinascimentale con
sui progressi della medicina occi- antiche, infatti, pare che ai fortu- il ritratto del celebre
dentale. La libertà sperimentale nati pionieri dell’anatomia fosse medico greco.
di cui godevano i due era tipica addirittura permesso di esercitar-
dell’ambiente intellettuale nel si sui corpi vivi dei condannati
quale esercitavano: la Scuola di a morte, per esplorare le reazio-
medicina da loro fondata nel- ni dell’organismo umano alle
la grandiosa città di Alessandria varie sollecitazioni chirurgiche. I
d’Egitto, la più colta metropoli loro metodi, esercitati a prezzo ›

CIVILTÀ ROMANA 69
GALENO E LE AUTOPSIE

AGHI E SANGUE di grandi sofferenze, vennero poi contenitore dell’anima. Successiva-


A destra, un accantonati per lungo tempo, mente, in tarda epoca medieva-
curioso strumento per essere recuperati, come le, l’anatomia cominciò a essere
chirurgico di epo- accaduto a molti altri settori esercitata sui cadaveri fino a esse-
ca romana che della conoscenza umana, se- re legalizzata, grazie alla presa di
riunisce forcipe, coli dopo, durante il Medio- coscienza dell’enorme contributo
martelletto, bisturi e evo e il Rinascimento. Questa che essa avrebbe apportato allo svi-
punzoni vari. Sot- volta, però, sui soli cadaveri. luppo della medicina. Tuttavia, ci fu
to, Galeno mentre chi, secoli prima, e più precisamente
applica a un L’ANATOMIA A ROMA intorno al 160 d.C., aveva avuto il
paziente coppette Durante l’epoca imperiale ro- coraggio di andare controcorrente
per il salasso. mana, la legge proibiva di ta- rispetto alle tendenze del suo tem-
gliare la pelle dei corpi umani, po, mettendo in pratica insegna-
inclusa quella dei morti, menti che altrimenti sarebbero
perché l’operazione era con- rimasti sepolti nell’oblio: si
siderata un sacrilegio. Questa trattava di Galeno.
convinzione dominò a lungo la Claudio Galeno nacque a Per-
storia occidentale, almeno fino gamo, in Asia Minore, nel 129 d.C.
al XIII secolo, sostenuta dall’idea Giunse a Roma all’età di 33 anni e,
cristiana che la malattia dipendes- grazie alle indiscutibili capacità medi-
se dal volere divino e che il corpo che e alla notorietà derivatagli dalla
rappresentasse il sacro e inviolabile sua sterminata produzione lettera-

70 CIVILTÀ ROMANA
MEDICINA

ria, divenne il medico di corte di ben quat-


tro imperatori: Marco Aurelio, Lucio Vero,
Commodo e Settimio Severo. La prepara-
zione accademica di Galeno, come di ogni
altro medico greco dell’epoca, poggiava su
una base filosofica, in particolare di stampo LA SCUOLA MEDICA
platonico e aristotelico. Tuttavia, Galeno,
basando le proprie ricerche sulla convinzio- DI ALESSANDRIA
ne che la cura medica dovesse essere “scien-
tificamente” dimostrabile prima che etica,
rappresentò un caso alquanto singolare e,
per così dire, d’avanguardia. Pur non tra-
S otto la dinastia tolemai-
ca, tra il III e il I secolo
a.C., la città di Alessandria
lasciando del tutto l’idea filosofica secondo d’Egitto divenne un centro
cui la cura del corpo aveva a che fare con culturale dove confluivano
quella dello spirito (pneuma), asserì sempre dotti da tutto il mondo. I
che l’autentica medicina non poteva privarsi medici greci Erasistrato ed
della sperimentazione empirica, acquisendo Erofilo fondarono proprio lì
una validità accertata scientificamente e non la loro scuola di medicina,
solo teoricamente concepita. a cui si devono fondamentali scoperte anatomiche e interven-
ti chirurgici innovativi, come l’apertura del ventre per applicare
IL MEDICO DELL’IMPERATORE cataplasmi agli organi interni. Erofilo (sopra, mentre esegue una
Che l’atteggiamento di Galeno fosse un’ec- dissezione) studiò in particolare il midollo spinale, osservando
cezione è dimostrato dal fatto che, in epoca per primo il suo percorso, a partire dalla testa lungo tutto il tronco.
romana, la medicina (dominata dalla tradi- I successi dei due medici non furono solamente frutto del-
zione ippocratica, ovvero dalla convinzione le loro capacità, ma anche della disponibilità dei sovrani
che la guarigione del corpo dipendesse dallo tolemaici, che ne supportavano i progressi mettendo a loro
stato d’animo, quindi dall’umore del pazien- disposizione perfino i condannati a morte, affinché fossero
te) era praticata perlopiù da medici che si li- sottoposti a vivisezione (la stessa cosa sarebbe stata richiesta
mitavano alla preparazione di pomate, infusi da alcuni scienziati illuministi durante la Rivoluzione Francese).
e bendaggi, o all’assistenza delle partorienti. Nel 144 a.C., con l’ascesa di Tolomeo VIII, questo rigoglio
Anche Galeno aveva studiato Ippocrate e le intellettuale e scientifico si arrestò di colpo, ma grazie a perso-
sue teorie, che trascrisse e diffuse (in parti- naggi come Galeno i preziosi insegnamenti dei medici elleni-
colare la “teoria umorale”, basata sull’osser- stici poterono trovare una degna prosecuzione.
vazione dei comportamenti del paziente per
teorizzarne un approccio sintomatico), per
poi ampliarle e arricchirle, scontrandosi con
le convinzioni correnti e sperimentando le
proprie idee ogniqualvolta gli fosse possibile,
per esempio durante le campagne militari. mente mortale, di ferite anche di lieve enti-
La totale assenza di conoscenze sullo svilup- tà. L’ottima preparazione medica di Galeno
po delle infezioni causava spesso la morte dei derivava innanzitutto dallo studio dei testi
soldati, non adeguatamente protetti contro greci, che aveva letto durante il periodo di
eventuali complicanze derivate da ferite mal apprendistato a Pergamo.
trattate. Anche in questo caso Galeno, che La vastità dei suoi interessi intellettuali
operò come medico imperiale anche durante (dalla filosofia alla farmacologia, dalla dia-
le campagne di guerra, rappresenta un’ecce- gnostica all’anatomia) si riflette nell’incre-
zione. Si deve a lui, infatti, la scoperta del dibile quantità di manoscritti che produsse:
pus (“marciume”), sostanza che aveva notato si racconta di oltre 400 papiri, per la mag-
fuoriuscire dalle ferite infette. Si dovranno gior parte andati perduti nell’incendio del
attendere centinaia di anni prima che i me- Tempio della Pace di Roma, scoppiato nel
dici comprendano l’importanza della caute- 191 d.C., quando il medico greco esercitava
rizzazione per evitare l’infezione, potenzial- presso la corte dell’imperatore Commodo. ›

CIVILTÀ ROMANA 71
GALENO E LE AUTOPSIE

Oltre a dedicarsi a una vasta produzione


letteraria, prima del suo arrivo nell’Urbe
Galeno lavorò come medico militare: ciò gli
diede l’opportunità di osservare le ferite dei
soldati uccisi e comprovare le sue conoscenze
e le teorie anatomiche. Successivamente, si
dedicò a sezionare gli animali, in particolare
le scimmie, che considerava gli esseri più si-
mili all’uomo, eseguendo le operazioni in
pubblico. Stupiva i suoi spettatori ope-
rando, crudelmente, su animali vivi.
La sua ben nota vanità e le aspre cri-
tiche che riservava agli altri medici
che esercitavano a Roma provoca-
rono l’invidia di non pochi colle-
ghi. Galeno si guadagnò la fama
di uomo eccessivamente cinico e
altamente ambizioso, due doti che,
d’altra parte, ne facilitarono il
successo e lo introdussero
presso la corte imperiale.
Nonostante alcuni lati del
suo carattere, Galeno
era indubitabilmente un
ottimo medico. Esperto

LA TEORIA DEGLI UMORI

I ppocrate (a destra, 460-377 a.C.) viene generalmente considerato il fondatore della


medicina classica, avendola definita per primo una “professione” ed essendo l’idea-
tore di una classificazione clinica a cui ogni medico avrebbe dovuto fare riferimento.
Inoltre, fu lui a indicare per la prima volta l’importanza del rapporto tra medico e pa-
ziente (inventò la cartella clinica) e dell’osservazione di regole etiche (il “giuramento
d’Ippocrate” resta tuttora un requisito della carriera medica).
Pur essendo considerato sotto molti aspetti un innovatore, Ippocrate s’inserisce in un
contesto culturale denso di tradizione filosofica ed esoterica. La sua “teoria umorale”
è intessuta di dottrine presocratiche, che vanno da Anassimene a Empedocle: i quattro
elementi immutabili ed eterni (Acqua, Aria, Fuoco e Terra) rappresentano la radice di tutte
le cose esistenti. Ippocrate li fece corrispondere ad altrettante sostanze del corpo
umano (flegma, sangue, bile gialla e bile nera), il cui rapporto, più o meno armo-
nico, rifletteva lo stato psicofisico del paziente: se una delle sostanze eccedeva
rispetto alle altre, l’inevitabile conseguenza era la malattia. Ogni malanno,
dunque, veniva classificato in base alla condizione umorale del paziente: l’ab-
bondanza di flegma significava eccessiva pigrizia, troppo sangue comportava
una complessione gioviale e allegra, la bile gialla indicava collera, la bile
nera tristezza. L’importanza dell’osservazione dell’umore nella diagnosi della
malattia, interpretata quale sintomo di un malessere insito nell’aspetto caratte-
riale, sarebbe stata centrale anche in alcune scuole della psicologia moderna.

72 CIVILTÀ ROMANA
MEDICINA

L’ANTESIGNANO
A sinistra, Erasistrato
(305-250 a.C., se-
duto, con la cappa
rossa) esegue una
diagnosi su Antico,
figlio di Seleuco I,
sovrano dell’Impero
seleucide. Secondo
il medico greco, il
ragazzo era malato
d’amore per la
matrigna. Sotto, uno
strumento chirurgico
per segare le ossa.
Nella pagina a
fronte, un intervento
di chirurgia militare:
l’estrazione di un
giavellotto dal corpo
di un ferito.

nella preparazione di antidoti contro i vele- te e gladiatori, raggiungendo, grazie a tale


ni (utilissimi agli imperatori, che quotidia- pratica, la conoscenza anatomica dei diversi
namente dovevano difendersi da possibili organi interni, che avrebbe poi riversato
congiure), scrupoloso nella prognosi delle nei suoi testi contribuendo al progresso
malattie e convincente nell’individuazione della medicina. Egli descrisse minu-
delle giuste terapie, si distingueva dalla mag- ziosamente i muscoli del collo, del
gior parte dei colleghi, quasi sempre meno torace, dell’addome e delle gambe;
preparati e più approssimativi. inventò una particolare tecnica per
Il suo scopo era, prima di tutto, quello di l’apertura del torace al fine di stu-
unificare la conoscenza medica: era convin- diarne l’interno; studiò la confor-
to che la buona cura dipendesse dal legame mazione del cervello, dei nervi e
tra molteplici aspetti, idea che all’epoca, delle modificazioni psichiche che
quando le terapie erano soprattutto basate la loro recisione produceva. Tutti
sul senso comune e su osservazioni superfi- risultati impossibili senza l’eser-
ciali, appariva molto innovativa. cizio di numerose autopsie.
Dopo la morte di Galeno, la
LA PASSIONE PER L’ANATOMIA medicina occidentale subì un
Ma la vera ossessione di Galeno restò sem- arresto. Fino all’anno Mille nes-
pre la conoscenza anatomica. Fedelissimo sun altro comprese l’importanza
agli insegnamenti dei suoi maestri, Erofilo della chirurgia sperimentale, e
ed Erasistrato, di cui aveva copiato i testi, ciò rallentò, di fatto, l’efficacia
tentò in tutti i modi di proseguire la prati- della scienza medica. Tuttavia,
ca della dissezione, da lui considerata il se- i testi di Galeno continuarono
greto della medicina. Si narra che si recasse a essere trascritti e tradotti in
personalmente nei boschi lontani dalla città latino dai monaci medievali, e
alla ricerca di corpi di malfattori impiccati, i suoi lavori arrivarono anche
su cui praticare le autopsie. È probabile che agli studiosi arabi, sicché le sue
Galeno abbia eseguito in segreto numerose teorie finirono per dominare la
dissezioni di cadaveri di condannati a mor- medicina fino al Cinquecento.

CIVILTÀ ROMANA 73
ROMA
IN AUSTRIA
Nel cuore dell’Austria s’innalzano i resti di una piccola colonia
romana, Teurnia: una villa nel bosco, un affascinante mosaico
e un museo rendono giustizia a una cittadina un tempo fiorente
di Stefano Bandera

L
a collina di St. Peter in Holz, nella Carinzia VILLA IN COLLINA suo perimetro s’innalzava anche un santuario
occidentale, fu abitata già a partire dal XII Le colonne di una dedicato al dio celtico Granno, divinità solare
secolo a.C. Vi risiedeva la popolazione cel- lussuosa villa roma- della salute e delle sorgenti curative: era equi-
tica dei Taurisci, emigrati in Austria dalla Gal- na tra le colline parato ad Asclepio, ma anche ad Apollo, tanto
lia. Attorno al 50 d.C., nella stessa zona sorse di Teurnia. che a Teurnia veniva chiamato Apollo Grannus
la città romana di Teurnia, con un foro, una (il suo nome, per inciso, si trova anche in quel-
basilica, templi, terme e bagni pubblici. Nel lo della città tedesca di Aquisgrana, che in

74 CIVILTÀ ROMANA
VIAGGI E LUOGHI DA VISITARE

INFO
ter in Holz
di Teurnia/St. Pe
Museo romano dorf
- 9811 Len
St. Peter in Holz 1a
62 /3 38 07
tel: +43 0 47
a@ lan de sm useum.ktn.gv.at
e-mail: teurni
io al 26 ottobre
Aperto dal 1° magg e 17
domenica, dalle 9 all
Orari: da martedì a
: lunedì
Chiusura settimanale
Ingresso: 10 €

natore del luogo (il praeses, funzionario am- AL MUSEO


ministrativo di tarda epoca imperiale, con le A sinistra, uno dei
funzioni di procuratore), un certo Ursus. In mosaici che deco-
epoca romana si chiamava Aquae Grani). perfetto stato di conservazione, si compone di rano il pavimento
Teurnia fu uno dei centri abitati più popo- dodici immagini raffiguranti simboli cristiani, della “chiesa del
losi del Norico, provincia che comprendeva mitologici e biblici, oltre al nome dello stesso cimitero”. Sotto,
l’Austria centrale, parte della Baviera meridio- Ursus e di sua moglie Ursina. manufatti roma-
nale, della Slovenia e dell’arco alpino italiano.  Nel 1984 fu scoperta la chiesa vescovile pro- ni (tra cui busti,
tocristiana,  oggi aperta al pubblico. Le mura lapidi e bassorilievi)
METROPOLI DEL NORICO dell’edificio, alte 2 m e ricoperte di affreschi, custoditi nel museo
Pare che, nel suo periodo di massimo svi- sono ben conservate. Lungo il lato meridiona- archeologico della
luppo, Teurnia contasse qualche decina di le, gli scavi hanno riportato alla luce tavole di località austriaca.
migliaia di abitanti. Verso la fine dell’epoca marmo e parti di una croce. La chiesa episcopa-
imperiale la città cominciò a spopolarsi: i pen- le venne edificata all’inizio del V secolo: cento
dii terrazzati che caratterizzavano la zona non anni dopo, in seguito a un incendio devastante,
furono più usati per l’agricoltura e divennero fu ricostruita come basilica a tre navate.
cimiteri. Nel V e VI secolo d.C. l’insediamen-
to si era ridotto alla cima fortificata del colle,
dove si trova la chiesa episcopale (a partire dal
IV secolo Teurnia divenne cristiana).
Vicino alla chiesa sorge ora il Museo ro-
mano, recentemente ristrutturato, dove sono
esposti vari bassorilievi, iscrizioni, monete e
altri reperti archeologici che testimoniano
l’attività artistica e la vita sociale della città.
Fuori dalle mura si trovano i resti di una gran-
de villa e una chiesa paleocristiana con un
preziosissimo pavimento a mosaico realizza-
to intorno al 500. È la cosiddetta “chiesa del
cimitero”, scoperta casualmente nel 1908. In
seguito a questo ritrovamento iniziarono scavi
archeologici scientifici, anche se già prima di
allora sulla collina venivano recuperati resti di
epoca romana, utilizzati, durante il Medioe-
vo, come materiale da costruzione, e già stu-
diati durante il Rinascimento.
Il mosaico venne commissionato dal gover-

CIVILTÀ ROMANA 75
LA MERETRICE
DI BUON CUORE
Uno dei maggiori successi del teatro terenziano fu l’Eunuco. Ben diverso
dalle commedie di Plauto, piene di facezie e volgarità, è uno dei primi testi
a tratteggiare i protagonisti come esseri umani e non come macchiette
di Stefano Bandera

U
na cortigiana, il suo spasimante, una RUOLI FEMMINILI con i suoi testi un po’ sgangherati ma ricchi
ragazza venduta come schiava, un sol- Attori impegnati in di battute pungenti, situazioni paradossali e
dato spaccone, un giovane innamorato ruoli femminili in un personaggi simili a maschere.
che si finge eunuco: sono questi i protagoni- mosaico pompeiano. Terenzio, al contrario, componeva comme-
sti dell’Eunuchus, la commedia messa in sce- Le donne non poteva- die dall’intreccio pulito e preciso (oltre che
na da Terenzio nel 161 a.C. Un’opera molto no recitare in comme- meno intricato), e soprattutto riusciva a dare
diversa da quelle che fino a quel momento die e tragedie, ma ai suoi personaggi uno spessore psicologico
avevano avuto successo nell’Urbe, dove il be- solo nelle farse. che quelli di Plauto raramente mostravano:
niamino del pubblico era Tito Maccio Plauto, essi, infatti, erano costruiti in modo elementa-

76 CIVILTÀ ROMANA
TEATRO

La trama: Eunuco, ma per finta

L a cortigiana Taide ha un amante, Fedria, da cui riceve in


dono una schiava nera e un eunuco. Trasone, soldato smar-
giasso e rivale in amore di Fedria, le regala invece una schiava
giovane e bella, Panfila, rapita dai corsari ancora bambina
e venduta alla madre della stessa Taide. Il fratello di Fedria,
Cherea, vede la bella Panfila mentre si dirige a casa della corti-
giana e se ne invaghisce: prendendo le vesti dell’eunuco, entra
senza destare sospetti nell’abitazione e seduce la giovane.
Taide, venuta a sapere che Panfila appartiere a un’ottima fami-
re e pensati per piacere a un pubblico non par- glia ateniese, informa il fratello di lei, Cremete, e lo incontra. I
ticolarmente colto, amante della facezia e della due vengono scoperti mentre si trovano a colloquio da Trasone.
battuta spudorata, se non addirittura volgare. Costui, credendo che Taide e Cremete se la intendano,
minaccia di riprendersi Panfila, ma viene scacciato e deriso.
LA PROSTITUTA MATERNA Scoperta l’azione di Cherea ai danni della prostituta, Taide
Secondo lo storico Svetonio, che ne scrisse impone al finto eunuco di sposare la giovane, e lui è ben felice
una biografia, Terenzio nacque a Cartagine at- di accontentarla. Fedria e Taide, invece, decidono di andare a
torno al 190-185 a.C. e approdò a Roma come convivere, tenendosi Trasone come “terzo incomodo”.
servo del senatore Terenzio Lucano. In ragione
dell’innato ingegno e della sua avvenenza, Lu-
cano lo educò come un figlio, iniziandolo alle
lettere e introducendolo nel cosiddetto “circolo
degli Scipioni”, di cui faceva parte. In quel club
influenzato dalla cultura greca si andava diffon- prostituta che, fin dall’inizio, si prodiga per AUTORE E ATTORI
dendo un nuovo atteggiamento nei confronti fare in modo che la giovane Panfila, ridotta Sopra, Terenzio in
dei propri simili: la cosiddetta humanitas, poco in schiavitù dopo un rapimento ma nata li- un codice vaticano.
apprezzata dalla nobiltà romana, che era anco- bera cittadina, si possa ricongiungere ai suoi Sotto, attori dell’Eunu-
ra legata ai costumi virili dei progenitori, ma familiari. Cherea, il suo giovane innamorato, co. Al successo della
anche dal popolo, che nella commedia cercava si finge eunuco per sedurre la fanciulla: que- commedia contribuì il
un divertimento semplice e grossolano. sto “contrattempo” anima la commedia, ma noto interprete Lucio
Lo studio dell’animo dei personaggi, colti non è un mero espediente comico, perché il Ambivio Turpione.
nelle relazioni con i propri simili, è invece la personaggio è sinceramente innamorato di
caratteristica delle commedie terenziane (sei, Panfila, e alla fine la sposa.
scritte fra il 165 e il 160 a.C., un anno prima Taide, contesa fra il soldato e il giovane Fe-
della sua morte). Così è anche per l’Eunuchus, dria, fratello di Cherea, instaura con
la sua opera più applaudita, che fu rappresenta- i due uomini una libera relazione
ta due volte in un solo giorno e pagata 8.000 se- a tre (anche se il preferi-
sterzi dagli edili, i magistrati che si occupavano, to è Fedria). La vicenda
fra le altre cose, di organizzare gli allestimenti termina senza un vero
teatrali. Il successo fu dovuto all’introduzione “beffato”, come invece acca-
di un paio di personaggi tipici della commedia de nelle commedie di Plauto,
plautina: il soldato sbruffone e il servo intri- bensì con una sorta di ricom-
gante. Tuttavia, Terenzio riuscì a dare anche a posizione, che mette tutti
costoro una dimensione psicologica che non d’accordo sotto l’ala pro-
era quella delle semplici maschere. tettrice di Taide, meretri-
Protagonista della commedia è però Taide, ce dal cuore d’oro. 

CIVILTÀ ROMANA 77
GLI ACQUEDOTTI
NEWS ROMANI

S.P.Q.R. NEWS
LE ULTIME NOTIZIE DAL MONDO ROMANO
DAL FORO DI ROMA U
n ambiente sotterraneo che
ospita un antico sarcofago in
tufo e un altare: è la scoperta

LA TOMBA DEL RE fatta lo scorso febbraio nel Foro Roma-


no, accanto al complesso della Curia. I

È davvero il sepolcro di Romolo? reperti risalgono al VI secolo e qualcu-


no ha favoleggiato che possa trattarsi
della tomba di Romolo, il primo re di
Roma. Gli studiosi, però, sono scettici:
Romolo fu probabilmente ucciso e fat-
to a pezzi dai senatori e, anche se così
non fosse, il suo corpo venne dato per
scomparso da tutti gli storici antichi.
Più probabile, quindi, che il sarco-
fago, lungo circa 1,40 m, indichi un
sito dedicato alla memoria del primo
monarca. «Un luogo di culto, un ce-
notafio», come dice Alfonsina Russo,
direttrice del Parco archeologico del
Colosseo. Insomma, un monumento
sepolcrale privo dei resti mortali della
persona per la quale fu eretto. Se ciò
venisse acclarato sarebbe comunque
una delle più importanti scoperte ar-
cheologiche degli ultimi anni.

DOPO 2.000 ANNI TESORI RITROVATI


DI MISTERO Riapre a Pompei la Casa degli Amanti
La stanza segreta di Nerone
D opo 40 anni di oblio, riapre a
Pompei la cosiddetta Casa degli
Amanti, una splendida dimora, ricca
di affreschi e decorazioni, che si apre
su una traversa della via Stabiana.
Particolarmente suggestiva una stan-
za con decorazioni su fondo nero e
deliziosi puttini, dove una particolare
tecnica d’illuminazione, messa a pun-

È stata ritrovata, nella Domus Aurea


di Nerone, una stanza data per
scomparsa. Le decorazioni mostrano
to dopo il restauro, permette di fruire
al meglio il lussuoso ambiente.
La domus era chiusa dal 1980. Un
figure rosse di centauri, il dio Pan, cantiere di restauro permanente, Pom-
uccelli e creature marine, oltre a una pei, per il quale il ministero ha stanziato
sfinge, che ha dato nome alla sala. di recente altri 50 milioni di euro.

78 CIVILTÀ ROMANA
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MUSEI | MUSEO NAZIONALE ROMANO

Il Museo nazionale romano nasce nel 1889. Oltre a esporre opere di collezioni
incamerate dallo Stato e antichità che emergevano dai lavori di adeguamento di Roma,
l’istituto era destinato ad accrescere il patrimonio storico e artistico della città. Circa un
secolo dopo la sua istituzione nelle Terme di Diocleziano, il Museo è stato riorganizzato
in quattro sedi: alle Terme si sono aggiunti Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e la
Crypta Balbi. Palazzo Altemps ospita opere provenienti da collezioni di scultura antica
appartenute a famiglie della nobiltà romana (nella foto, l’Ares Ludovisi). La Crypta
Balbi narra le vicende di un intero isolato del centro storico. All’interno delle Terme
di Diocleziano il percorso di visita si snoda dai locali termali ai chiostri della certosa di
Santa Maria degli Angeli. Gli ambienti ospitano il Museo della comunicazione scritta
dei Romani, il Museo di protostoria dei popoli latini e il Museo virtuale della Villa
di Livia. Palazzo Massimo espone le opere più celebri del Museo nazionale romano,
offrendo un’ampia panoramica della produzione artistica: dalle sculture agli affreschi,
dai mosaici all’oreficeria e alla numismatica. Un percorso indimenticabile.

Orari: aperto da martedì a domenica, dalle 19 alle 19,45 Biglietto: € 12, ridotto € 2

LIBRI | QUANDO UN GESTO SCONVOLGE UN MONDO

Nel gennaio del 49 a.C. Cesare, alla guida delle “sue” legioni, le stesse che gli avevano
consentito di assoggettare la Gallia e di piegare definitivamente i nemici Celti, varcò il
Rubicone (un fiume di secondaria importanza, ma posto al confine fra la Gallia Cisalpina e
il territorio considerato, a tutti gli effetti, Italia), pronunciando una frase celeberrima: «Alea
iacta est», cioè “il dado è stato lanciato”. Cominciava il lungo azzardo che lo avrebbe portato
a sedere sul più alto gradino del potere di Roma. Nello stesso giorno, il comandante occupò
Rimini, presidio strategico sulla costa adriatica, poi si spinse verso sud, minacciando l’Urbe.
Pompeo, ex amico diventato ormai suo rivale, venne incaricato di fermarlo e rispose con una
mossa meno celebre di quella cesariana, ma altrettanto fatidica. Ordinò alla classe senatoria
di abbandonare la città e di seguirlo, per poi contrattaccare Cesare dal Mezzogiorno o
addirittura dai Balcani. Il panico fu inenarrabile. Mai prima di allora i Romani si erano
trovati di fronte a una situazione del genere: l’Urbe, nella sua storia secolare, era sempre stata
difesa. Che cosa avvenne in quei giorni terribili? La città era davvero indifendibile? Quali
furono le conseguenze della fuga? Luca Fezzi risponde in queste pagine ricche di suspense.

Luca Fezzi, Il dado è tratto. Cesare e la resa di Roma, Laterza, pp. 384, € 13 

FILM | GLI ULTIMI GIORNI DI CESARE

Bruto (James Mason), figlio adottivo di Giulio Cesare (Louis Calhern), prende parte a
una cospirazione ordita da un gruppo di senatori per impedire che il patrigno trasformi la
Repubblica in monarchia. Cesare, tornato a Roma dopo la campagna d’Egitto, s’imbatte in
un indovino che gli intima di guardarsi dalle idi di marzo: lui, però, ignora l’avvertimento
e viene assassinato proprio in quel giorno. Subito dopo la morte del dittatore, un altro
personaggio compare sulla scena, presentandosi come fedele amico del defunto: è Marco
Antonio (Marlon Brando), che con il celeberrimo discorso: «Amici, Romani, cittadini,
datemi ascolto!» muove l’opinione pubblica contro gli assassini. Eliminato Cesare, Bruto
attacca il complice Cassio (John Gielgud), accusandolo di regicidio in cambio di denaro.
I due si riconciliano, ma mentre entrambi si preparano alla guerra contro Marco Antonio
e Ottaviano, lo spettro di Cesare appare in sogno a Bruto, annunciandogli la sua prossima
sconfitta. La battaglia, infatti, volge a sfavore dei cospiratori, e sia Bruto che Cassio si
tolgono la vita per non essere fatti prigionieri. Girato nel 1953 da Joseph L. Mankiewicz e
basato sulla tragedia di Shakespeare, il film è un capolavoro del cinema storico.

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SIMBOLI PROSSIMAMENTE
IL PROSSIMO NUMERO È IN

IL DRACO
EDICOLA IL 15 MAGGIO

SPARTACO
IL PROTETTORE La grande rivolta degli schiavi
“BARBARICO” che seminò il terrore a Roma.
DELLA CAVALLERIA PERTINACE

I
l draco era sicuramente una delle insegne più spettacolari dell’esercito ro- Da liberto a imperatore.
mano. Tuttavia, non faceva parte del tradizionale bagaglio di vessilli issato
dalle legioni per le terre d’Asia e d’Europa. Entrò in uso, infatti, solo nell’e-
poca più tarda dell’Impero, e la sua adozione da parte dei
COMBATTERE
Romani fu probabilmente dovuta all’ingresso fra i ran- DA LEGIONARI
ghi legionari di soldati di origine sarmatica o dacia. Tecniche di guerra dei soldati
Il draco era un’insegna della cavalleria, portata da
più forti del mondo antico.
un signifer (il legionario portatore d’insegne) chia-
mato draconarius. Consisteva in un’asta di le-
gno sulla cui sommità era fissata una testa L’ASSE
metallica e cava, che riproduceva le fattezze
di un animale ruggente: di solito un drago, La prima moneta di Roma.
a volte un lupo. Attaccata a questa testa
c’era una manica a vento, di colore rosso o
comunque sgargiante, che durante il ga-
LA GUERRA
loppo si riempiva d’aria e creava l’impres- CONTRO PIRRO
sione che il draco avesse un lungo corpo Il condottiero che perse
sinuoso e serpentiforme.
Un draco è raffigurato fra i trofei catturati
senza essere mai sconfitto.
ai Daci durante la vittoriosa campagna con-
dotta dall’imperatore Traiano nel loro Paese
(sopra): si ritiene, quindi, che si trattasse di
GLI ARUSPICI
un’insegna tipica di quei popoli barbarici, di Sacerdoti e profeti, capaci
cui i Romani, affascinati, si impossessarono. di leggere i segni della natura.

CIVILTA
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ROM ANA
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