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ALTRI CRITERI DI RESISTENZA

Considerando teorie sulla fatica multiassiale più moderne rispetto a quelle viste finora si riesce a fornire criteri di
resistenza che hanno una validità più generale (a prezzo però di una notevole complicazione concettuale e di
calcolo).

La prima esigenza che abbiamo, per poter pervenire ad un criterio di resistenza quanto più generale possibile,
è certamente quella di rimuovere l’ipotesi di fissità delle direzioni principali, ipotesi che è alla base di tutti i criteri
di resistenza visti finora. Abbiamo detto, ad esempio, che per poter applicare il criterio di resistenza di Sines non
ci deve essere variabilità delle direzioni principali; ciò è senz’altro vero perché, se le direzioni principali variano
con continuità, varierebbe con continuità anche il piano ottaedrale e, quindi, non sapremmo più quale scegliere.
In particolare, per l’applicabilità del criterio di resistenza di Sines, è sufficiente che le direzioni principali siano
fisse in senso lato, perché la t ott deve essere calcolata con riferimento al solo tensore σ a (t ) che rappresenta

la componente alternata dello sforzo:

[σ (t )] = [ σ m + σ a (t ) ]
Esistono due categorie di criteri di resistenza che permettono di rimuovere questa ipotesi:
 criteri che adottano il concetto di piano critico
 criteri di tipo integrale
La filosofia che sta alla base della prima categoria è la seguente: “tra gli infiniti piani della stella di centro P (dove
P è il punto nel quale vogliamo fare la verifica a fatica multiassiale) ce ne sarà uno che risulta sollecitato in maniera
più gravosa rispetto agli altri e che, quindi, viene definito “piano critico”. Dunque, i criteri che adottano il concetto di
piano critico stabiliscono in buona sostanza di limitare la verifica a fatica multiassiale su un solo piano, il piano
critico; questo tipo di approccio permette anche di individuare la giacitura iniziale di un’eventuale cricca, cioè
sappiamo già che un’eventuale cricca si innescherà proprio sul piano critico.
A ben vedere, anche il criterio di resistenza di Sines può essere pensato come un criterio del piano critico;
in particolare, Sines scelse come piano critico il piano ottaedrale relativo alla componente alternata dello sforzo.

In generale, la filosofia su cui si basano i criteri di tipo integrale è che lo stato di sforzo in un punto non dipende
solo da quello che succede su un piano, ma dipende da quello che succede su tutti i piani passanti per quel punto;
pertanto, secondo i criteri di tipo integrale, lo stato di sforzo da considerare è da intendersi come una media degli
stati di sforzo su tutti i piani passanti per il punto nel quale vogliamo fare la verifica a fatica multiassiale. Dunque,
detto P il punto nel quale vogliamo fare la verifica a fatica multiassiale, le sollecitazioni su tutti i piani passanti per P
contribuiscono all’eventuale crisi in P; in altre parole, l’eventuale crisi in P è attivata da un meccanismo multiplo di
scorrimento dei piani cristallini e, quindi, mentre secondo i criteri del piano critico gli scorrimenti sono limitati ad un
unico piano cristallino (il piano critico), secondo i criteri di tipo integrale gli scorrimenti si verificano su un sistema
multiplo di piani cristallini (dall’insieme di tutti questi scorrimenti si avrà il danneggiamento del componente in quel
punto). Il criterio di resistenza di Sines può essere anche visto come un criterio di tipo integrale perché si può

dimostrare che la t ott ,a è proprio la media quadratica spaziale degli sforzi tangenziali relativi alle infinite giaciture

passanti per P:

Se il raggio r della sfera tende a zero, ciascun elementino superficiale può essere espressione di una delle infinite
giaciture passanti per P; infatti, gli infiniti elementini che costituiscono le superfici tangenti di una sfera
rappresentano proprio tutte le infinite giaciture possibili per un punto dato. In particolare, per poter individuare
ciascun elementino superficiale, abbiamo bisogno di due coordinate sferiche: 0 ≤ θ ≤ π e 0 ≤ ϕ ≤ 2π (la
coordinata sferica ϕ è quella che fa ruotare attorno all’asse di rivoluzione ( z ) della sfera il semimeridiano, i cui

punti sono spazzati al variare della coordinata sferica θ , mentre la terza coordinata sferica, ρ , è costantemente
uguale ad r ). Quindi, lo sforzo tangenziale che agisce su ciascun elementino superficiale avrà la seguente
espressione generica:
τ = τ (θ , ϕ )
mentre l’area infinitesima dA di ciascun elementino superficiale sarà data da: dA = AB * AD

AB = OA | dϕ = r sin θ dϕ 
⇒ dA = r 2 sin θ dθ dϕ
AD = r dθ 
A questo punto, si può calcolare la media quadratica spaziale degli sforzi tangenziali relativi alle infinite giaciture
passanti per P secondo la seguente espressione:
2π π 2π π
1
∫ (τ (θ , ϕ ) )2 dA = 1
∫ ∫ (τ (θ , ϕ )) r sin θ dθ dϕ
2 2
=
1
∫ ∫ (τ (θ , ϕ ))
2
sin θ dθ dϕ
AA 4π r 2 0 0
4π 0 0

dove abbiamo “pesato” lo sforzo tangenziale che agisce su ciascun elementino superficiale con l’area infinitesima
dello stesso elementino superficiale; l’integrazione fornisce la somma di tutti i contributi, somma che viene divisa
per l’area superficiale totale della sfera, ovvero per la somma dei “pesi”.

Novoshilov dimostrò che la t ott ,a di Sines coincide proprio con questa espressione.
CRITERI CHE ADOTTANO IL CONCETTO DI PIANO CRITICO
Solitamente il piano critico, ovvero il piano dove si registra la condizione di massima sollecitazione affaticante, si
individua sulla base della tensione normale σ e della variazione della tensione tangenziale τ che su di esso
agiscono.

Consideriamo il vettore tensione t che agisce su una generica giacitura α passante per il punto P:

Il vettore tensione t è funzione del tempo e, quindi, descrive nel periodo T una curva spaziale chiusa ψ (stiamo
continuando ad assumere l’ipotesi di periodicità di tutte le componenti dello stato di sforzo); in particolare, se
consideriamo la normale n̂ alla giacitura α , possiamo facilmente vedere quali sono le oscillazioni che subisce
nel periodo T la tensione normale σ e, quindi, possiamo calcolarne il valore medio e l’ampiezza:
σ max + σ min σ max − σ min
σm = σa =
2 2
In altre parole, poiché la direzione del vettore σ = σ (t ) rimane, ovviamente, costante nel periodo T , la variazione
della tensione normale σ è di tipo scalare, nel senso che riguarda solo il modulo del vettore σ = σ (t ) ; pertanto,
è facile descrivere cosa succede sulla giacitura α in termini della tensione normale σ .
Il discorso diventa decisamente più complicato se, invece, consideriamo la tensione tangenziale τ in quanto

il vettore t = t (t ) varia nel periodo T sia in modulo che in direzione:

Negli anni sono state proposte diverse soluzioni per poter calcolare il valore medio e l’ampiezza della tensione
tangenziale τ ; una delle soluzioni che riscuotono maggiore successo è quella proposta da Papadopoulos. Il

vettore t = t (t ) descrive nel periodo T una curva chiusa ψ | , proiezione della curva spaziale chiusa ψ sulla
giacitura α. Papadopoulos propose di individuare la più piccola circonferenza che è possibile circoscrivere alla

curva chiusa ψ| e, quindi, poiché ad ogni istante di tempo t t (t ) = t m + t a (t ) , suggerì di assumere il vettore
costante τm come il segmento orientato dal punto P al centro C della circonferenza circoscritta e di calcolare il

vettore variabile t a (t ) per differenza: t (t ) − t m ; di conseguenza, secondo Papadopoulos, la τa massima sulla

giacitura α coincide con il raggio della circonferenza circoscritta.


CRITERIO DI MATAKE

Secondo il criterio di Matake, per individuare il piano critico, definito dalle coordinate sferiche θ* e ϕ* , bisogna

trovare tra le infinite giaciture passanti per P, cioè passanti per il punto nel quale vogliamo fare la verifica a fatica

multiassiale, quella giacitura sulla quale la τa di Papadopoulos raggiunge in assoluto il suo valore massimo:

(θ ,ϕ )
* *
: max {τ a (θ , ϕ ) }
(θ , ϕ )

Su questa giacitura, ovvero sul piano critico, il cedimento a fatica multiassiale dipende dai valori che assumono la

τa e la σ max = σ m + σ a ; quindi, il criterio di Matake si può esprimere in questo modo:

τ a (θ * , ϕ * ) + k M σ max (θ * , ϕ * ) ≤ λ M
k M e λ M sono due costanti di “calibrazione” che dipendono dal materiale e che si possono determinare con

due semplici prove di fatica in regime monoassiale:


1. una prova di torsione con sollecitazione alternata simmetrica
2. una prova di trazione con sollecitazione alternata simmetrica
Consideriamo prima la prova di torsione con sollecitazione alternata simmetrica:

Ovviamente, la giacitura sulla quale si verifica la massima oscillazione della τa è proprio la giacitura

perpendicolare all’asse del provino. Su questa giacitura (che, quindi, secondo il criterio di Matake, costituisce il

piano critico) l’unica tensione presente è proprio la tensione tangenziale di torsione, ovvero σ max (θ * , ϕ * ) = 0 ; in
particolare, in condizioni limite, la τ a (θ * , ϕ * ) coincide con il limite a fatica per una sollecitazione di torsione

alternata simmetrica, τ w,−1 . Pertanto, in condizioni limite il criterio di Matake fornisce:


τ w, −1 = λ M
Ora, consideriamo la seconda prova, cioè quella di trazione con sollecitazione alterna simmetrica:

In questa seconda prova le giaciture sulle quali si verifica la massima oscillazione della τa (ovvero, i piani critici

secondo il criterio di Matake) sono le giaciture inclinate a 45° rispetto alle giaciture principali; in particolare,
utilizzando la circonferenza di Mohr, è immediato stabilire che in condizioni limite:
σ w, −1 σ w, −1
τ a (θ * , ϕ * ) = σ max (θ * , ϕ * ) =
2 2
e, pertanto, applicando in condizioni limite il criterio di Matake, si ottiene:
σ w, −1
σ w, −1 σ w, −1 τ w, −1 − τ w, −1
+ kM = τ w, −1 ⇒ kM = 2 = −1
2 2 σ w, −1 σ w, −1
2 2
CRITERIO DI FINDLEY

Il piano critico si individua non solo in base alla τa di Papadopoulos, ma anche in base alla tensione normale

massima:

(θ *
)
, ϕ * : max {τ a (θ , ϕ ) + k F σ max (θ , ϕ ) }
(θ , ϕ )

Quindi, una volta individuato il piano critico, si può applicare il criterio di Findley secondo cui:

τ a (θ * , ϕ * ) + k F σ max (θ * , ϕ * ) ≤ λ F
Si ricordi che, se questa disuguaglianza non è verificata, allora il componente meccanico o strutturale sottoposto
alla verifica a fatica multiassiale avrà una vita a fatica limitata.
Visto che, secondo il criterio di Findley, l’individuazione del piano critico si rivela leggermente più complicata,
consideriamo uno stato di sforzo piano (nella stragrande maggioranza dei casi il piano critico risulterà essere
ortogonale al piano delle tensioni e quindi lo assumiamo per vero negli esempi seguenti):

Il piano critico sarà quindi uno degli ∞1 piani ortogonali al piano delle tensioni e, quindi, per individuarlo basterà un
solo paramento, l’angolo ϕ (che deve essere misurato a partire dalla giacitura su cui è applicata la σ xx ).
L’individuazione del piano critico si semplifica notevolmente perché su ciascuna giacitura, individuata dall’angolo
ϕ , sappiamo calcolare facilmente la tensione normale σ e la tensione tangenziale τ ; infatti:

σ xx τ xy  coσ ϕ  σ xx coσ ϕ + τ xy σin ϕ 


τ (ϕ ) = σ nˆ (ϕ ) =  =
τ yx σ yy   σin ϕ  τ yx coσ ϕ + σ yy σin ϕ 

 σ (ϕ ) = τ (ϕ ) ⋅ nˆ (ϕ ) = σ xx coσ 2 ϕ + σ yy σin 2 ϕ + 2τ xy σin ϕ coσ ϕ


τ (ϕ ) = τ (ϕ ) ⋅ mˆ (ϕ ) = (σ xx − σ yy )σin ϕ coσ ϕ − τ xy coσ ϕ − σin ϕ
 2
( 2
) (*)

Nel caso di una prova di torsione con sollecitazione alternata simmetrica:


 σ (ϕ ) = 2τ a σin ϕ coσ ϕ = τ a σin 2ϕ

(
τ (ϕ ) = −τ a coσ ϕ − σin ϕ = −τ a coσ 2ϕ
2 2
)
ovvero in condizioni limite:

 σ (ϕ ) = τ w, −1 σin 2ϕ

τ (ϕ ) = −τ w, −1 coσ 2ϕ
Secondo il criterio di Findley, la coordinata ϕ * , cioè l’angolo che definisce il piano critico, è quella che massimizza
la seguente grandezza:

τ a (ϕ ) + k F σ max (ϕ ) = τ w, −1 coσ 2ϕ + k F τ w, −1 σin 2ϕ


e, quindi:
d
(τ w,−1 cos 2ϕ + k Fτ w,−1 sin 2ϕ ) = 0

− 2τ w, −1 sin 2ϕ + 2k F τ w, −1 cos 2ϕ = 0

sin 2ϕ * 1
− sin 2ϕ + k F cos 2ϕ = 0 ⇒ kF = = tan 2ϕ * ⇒ ϕ* = tan −1 k F
cos 2ϕ *
2
Infine, applicando in condizioni limite il criterio di Findley, si ottiene:

τ w, −1 cos 2ϕ * + k F τ w, −1 sin 2ϕ * = λ F

τ w, −1 cos 2ϕ * (1 + k F τan 2ϕ * ) = λ F ; τ w, −1 cos 2ϕ * (1 + k F2 ) = λ F


1 1
da cui, poiché si può dimostrare che cos 2ϕ * = = , si determina la seguente relazione:
1 + tan 2 2ϕ * 1 + k F2

1 + k F2
λ F = λ F (k F ) = τ w, −1 = τ w, −1 1 + k F2
1+ k 2
F

Per determinare la seconda relazione, k F = k F (λ F ) , consideriamo una prova di trazione con sollecitazione
alternata simmetrica; in questo caso, le relazioni (*) si particolarizzano in questo modo:

 σ (ϕ ) = σ a coσ 2 ϕ

 σa
τ (ϕ ) = σ a σin ϕ coσ ϕ = 2 σin 2ϕ
ovvero in condizioni limite:

σ (ϕ ) = σ w, −1 coσ 2 ϕ

 σ w, −1
τ (ϕ ) = 2 σin 2ϕ

Per determinare la coordinata ϕ* che definisce il piano critico, dobbiamo massimizzare la seguente grandezza:

σ w, −1
τ a (ϕ ) + k F σ max (ϕ ) = σin 2ϕ + k F σ w, −1 coσ 2 ϕ
2
e, quindi, abbiamo che:

d  s w, −1 
 sin 2ϕ + k F s w, −1 cos 2 ϕ  = 0
dϕ  2 
s w, −1
2 cos 2ϕ − 2k F s w, −1 sin ϕ cos ϕ = 0
2
cos 2ϕ * 1 1 1
cos 2ϕ − k F sin 2ϕ = 0 ⇒ kF = = ⇒ ϕ* = tan −1
sin 2ϕ *
tan 2ϕ * 2 kF
Infine, applicando in condizioni limite il criterio di Findley, si ottiene:
σ w, −1
σin 2ϕ * + k F σ w, −1 coσ 2 ϕ * = λ F
2
1  1 1 + coσ 2ϕ * 
σ w, −1  σin 2ϕ * + k F coσ 2 ϕ *  = λ F ; σ w, −1  σin 2ϕ * + k F  = λ F
2  2 2 
σ w, −1 s w, −1 s w, −1
2
(σin 2ϕ *
)
+ k F + k F coσ 2ϕ * = λ F ;
2
(sin 2ϕ *
)
+ k F cos 2ϕ * = λ F −
2
kF

s w, −1  1  s s w, −1 s w, −1
sin 2ϕ * 1 + k F  = λ F − w, −1 k F
* 
tan 2ϕ 
; ( )
sin 2ϕ * 1 + k F2 = λ F − kF
2  2 2 2

s w, −1 sin 2ϕ * (1 + k F2 ) = 2λ F − s w, −1 k F
1 1
da cui, poiché si può dimostrare che sin 2ϕ * = = , si determina la seguente relazione:
1 + cot 2 2ϕ * 1 + k F2

σ w, −1 1 + k F2 = 2λ F − σ w, −1 k F
Mettendo a sistema la relazione appena ottenuta con quella ottenuta precedentemente per la prova di torsione,

è possibile determinare le due costanti k F e λ F ; in particolare, abbiamo che:

 σ w, −1  σ w, −1
k F = 1 − 
 τ −1
 2τ w , −1  w , −1

Se applichiamo il criterio di Findley ad un caso particolare in cui abbiamo una torsione alternata simmetrica τa alla quale si sovrappone una

componente statica di torsione τ m , si troverà che il limite a fatica a torsione dipende dal valore di τ m ; ciò è in contraddizione con le prove
sperimentali, dalle quali emerge che il limite a fatica a torsione non è influenzato dal valore di τm (almeno fino a quando il valore massimo

della tensione tangenziale di torsione τ max = τ m + τ a si mantiene lontano dal valore di snervamento τ sn ).

Questo è uno dei principali motivi di incongruenza che rende il criterio di Findley meno utilizzato rispetto al criterio di Matake; infatti, il criterio

di Matake applicato a questo caso particolare conferma i risultati sperimentali, ovvero l’indipendenza (per “bassi” valori di τ max ) del limite

a fatica a torsione da una componente aggiuntiva statica sempre di torsione.


---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Sfruttando le relazioni (*), proviamo a rideterminare le due costanti kM e λM presenti nel criterio di Matake che, quindi, applicheremo ad

uno stato di sforzo piano:


τ a (ϕ * ) + k M σ max (ϕ * ) ≤ λ M
Sappiamo già che kM e λM si possono determinare facendo due semplici prove di fatica in regime monoassiale:

1. una prova di torsione con sollecitazione alternata simmetrica


2. una prova di trazione con sollecitazione alternata simmetrica
Consideriamo prima la prova di torsione con sollecitazione alternata simmetrica; le relazioni (*) diventano:

 σ (ϕ ) = 2τ xy σin ϕ coσ ϕ = τ xy σin 2ϕ



( )
τ (ϕ ) = −τ xy coσ ϕ − σin ϕ = −τ xy coσ 2ϕ
2 2

Visto che, secondo il criterio di Matake, la giacitura ϕ* che definisce il piano critico è quella sulla quale è massima l’ampiezza

della tensione tangenziale τ (ϕ ) , abbiamo che:


ϕ* = 0
ϕ *
: max {τ a (ϕ ) } ⇒
ϕ ϕ* = π 2
Pertanto, avremo che:

 σ (ϕ * = 0) = 0
 *
τ (ϕ = 0) = −τ xy
e, quindi, applicando in condizioni limite il criterio di Matake, si ottiene:

τ w, −1 = λ M
Ora, consideriamo la seconda prova, cioè quella di trazione con sollecitazione alternata simmetrica; in questa seconda prova,
le relazioni (*) diventano:

 σ (ϕ ) = σ xx coσ 2 ϕ

 σ xx
τ (ϕ ) = σ xx σin ϕ coσ ϕ = 2 σin 2ϕ

A questo punto, possiamo individuare, secondo il criterio di Matake, la giacitura ϕ* che definisce il piano critico:

ϕ * : max {τ a (ϕ ) } ⇒ ϕ* = π 4
ϕ

Pertanto, avremo che:

 π σ xx
σ (ϕ = 4 ) = 2
*

 σ
τ (ϕ * = π ) = xx
 4 2
e, quindi, applicando in condizioni limite il criterio di Matake, si ottiene:

σ w, −1
σ w, −1 σ w, −1 τ w, −1 − τ w, −1
+ kM = τ w, −1 ⇒ kM = 2 = −1
2 2 σ w, −1 σ w, −1
2 2
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Vediamo, ora, come si possa impostare la ricerca del piano critico in un caso in cui lo stato di sforzo sia
piano, non proporzionale, tale da consentire l’individuazione del piano critico facendo variare solo l’angolo ϕ;
supponiamo, ad esempio, di avere il seguente stato di sforzo:

L’obiettivo è capire come variano, al variare della giacitura su cui agiscono (e, quindi, al variare dell’angolo ϕ ),
le tensioni di interesse per l’applicazione dei criteri del piano critico di Matake e di Findley, ovvero:

τ a (ϕ ) σ max (ϕ ) τ a (ϕ ) + k F σ max (ϕ ) = τ a (ϕ ) + 0.3σ max (ϕ )


Osservando i risultati ottenuti

si può constatare che, secondo il criterio di Matake (per il quale il piano critico è quello su cui è massima la τ a ), il

piano critico coincide con le giaciture ϕ =0 e ϕ =π 2; invece, se si applica il criterio di Findley (per il quale il

piano critico è quello su cui è massima la combinazione lineare τ a + k F σ max ), il piano critico coincide solo con la
giacitura ϕ = 0.

In particolare, per questo stato di sforzo in cui:

σ yy (t ) = 0 , ∀t

le relazioni (*), riscritte esplicitando anche la dipendenza dalla variabile temporale t , diventano:

 σ ϕ (τ ) = σ xx (τ ) coσ 2 ϕ + 2τ xy (τ ) σin ϕ coσ ϕ



(
τ ϕ (τ ) = σ xx (τ ) σin ϕ coσ ϕ − τ xy (τ ) coσ ϕ − σin ϕ
2 2
)
 All’istante di tempo t sulla giacitura ϕ = 0 , avremo:
σ 0 (t ) = σ xx (t )

t 0 (t ) = −t xy (t )
e, quindi, sulla giacitura ϕ = 0 , si ottiene:
→ σ max (ϕ = 0) = max{ σ 0 (t ) } = 250 MPa
T

→ t a (ϕ = 0) = max{t 0 (t ) } = 100 MPa


T

→ τ a (ϕ = 0) + 0.3σ max (ϕ = 0) = 175 MPa


Attenzione:

se τ m (ϕ ) ≠ 0 , τ a (ϕ ) = max{τ ϕ (τ ) }− τ m (ϕ )
T

 All’istante di tempo t sulla giacitura ϕ = π , avremo:


2

 σ π 2 (t ) = 0

t π 2 (t ) = t xy (t )

e, quindi, sulla giacitura ϕ = π 2 , si ottiene:

→ σ max (ϕ
2 T 2
{
= π ) = max σ π (t ) = 0 }
→ t a (ϕ
2 T 2
{ }
= π ) = max t π (t ) = 100 MPa

→ τ a (ϕ = π ) + 0.3σ max (ϕ = π ) = 100 MPa


2 2

Dunque, per la giacitura ϕ =π 2 i criteri del piano critico di Matake e di Findley danno lo stesso risultato; invece,

per la giacitura ϕ =0 la tensione di confronto (espressa in MPa ) è di 100 + k M 250 per Matake ed è di 175 per
Findley.

 Considerando la giacitura ϕ = π 6 , all’istante di tempo t , avremo:

 σ xx (t ) t xy (t )
σ = +
 π 6
(t ) 3 3
 4 2
σ (t ) t ( t)
 t π (t ) = 3 xx − xy
 6 4 2
Note le espressioni che definiscono l’evoluzione temporale delle tensioni, normale e tangenziale, che agiscono

sulla giacitura ϕ = π 6 , possiamo disegnare i seguenti grafici:

Matake ci dice di valutare l’ampiezza della tensione tangenziale che agisce sulla giacitura ϕ =π 6:
τ a (ϕ = π 6 ) = T
{ 6
} {
max τ π (τ ) − min τ π (τ )
T 6
}= τ π
6
(0) − τ π (0.5)
6
=
108.25 − 0
= 54 MPa
2 2 2
Findley, invece, ci dice di valutare la seguente combinazione lineare delle tensioni che agiscono sulla giacitura

ϕ =π 6:

τ a (ϕ = π 6 ) + 0.3σ max (ϕ = π 6 )

54 + 0.3 * 187.5 = 110.25 MPa

CRITERI DI TIPO INTEGRALE


Diciamo subito che per quanto riguarda i criteri di tipo integrale le formulazioni risultano essere piuttosto
complesse; quindi, anche se i criteri di tipo integrale hanno un buon riscontro con i risultati sperimentali, la
complessità delle formulazioni va ad incidere sulla loro applicabilità limitandone notevolmente l’utilizzo.

CRITERIO DI PAPADOPOULOS
Il criterio di Papadopoulos è un criterio di tipo integrale secondo cui un componente meccanico o strutturale ha
una vita a fatica infinita se risulta verificata la seguente disuguaglianza:

M σ + k Pσ H ,max ≤ τ w, −1 , dove

 σ H ,max è il massimo valore che la tensione idrostatica assume nel periodo T:

 σ I (t ) + σ II (t ) + σ III (t ) 
σ H ,max = max  
T
 3 
 k P è una costante di “calibrazione” che caratterizza il materiale e che si può determinare attraverso specifiche

prove di fatica in regime monoassiale.

2π π

∫ ∫ (Tσ (θ ,ϕ )) σin θ dθ dϕ
5
Mσ =
2
In particolare, il termine M σ è dato dal seguente integrale:
8π ϕ θ
=0 =0

che rappresenta il valore quadratico medio di Tσ (θ , ϕ ) . A sua volta, infatti, l’integrando Tσ (θ , ϕ ) è definito come

il valore quadratico medio delle ampiezze delle tensioni tangenziali ottenute proiettando la curva chiusa ψ| lungo

tutte le direzioni nel piano ∆ = ∆( χ ) ; vale a dire:


 ∆τ (θ , ϕ , χ ) 
2
1
Tσ (θ , ϕ ) = ∫ 
π χ =0  2
 dχ

La costante di “calibrazione” legata al materiale, k P , si determina attraverso prove in regime monoassiale; in

particolare, nella prova di trazione alternata simmetrica, abbiamo che:


σ I (t ) = σ xx (t )   σ xx (t )  σ w, −1
∀t , ⇒ σ H ,max = max  =
 (* in condizioni limite)
σ II (t ) = σ III (t ) = 0 T
 3 * 3

Nel caso ti sollecitazione monoassiale la curva chiusa ψ | , descritta dal vettore

t = t (t ) , degenera in un segmento che si fa coincidere con l’asse verticale v

di un riferimento sul piano generico considerato:

2π 2π
1  ∆τ (ϕ ) cos c  ∆τ (ϕ ) 1 ∆τ (ϕ )
2

Ts (ϕ ) = ∫
π 0

2
 dc =
 2 ∫
π 0
cos 2 c dc =
2
((
π

Dalle relazioni (*) si ottiene in condizioni limite:

∆τ (ϕ ) s w, −1 sin ϕ cos ϕ
∆τ (ϕ ) = σ xx σin ϕ coσ ϕ = σ w, −1 σin ϕ coσ ϕ ⇒ Ts (ϕ ) = =
2 2
e, pertanto, abbiamo che:

2π π

∫ ∫ (Ts (ϕ )) sin θ dθ dϕ =
5 3
Ms =
2
s w , −1
8π ϕ θ
=0 =0
3

Quindi, applicando in condizioni limite il criterio di Papadopoulos, si ottiene:

3 σ τ w, −1
σ w, −1 + k P w, −1 = τ w, −1 ⇒ kP = 3 − 3
3 3 σ w, −1

Dunque, come tutti i criteri di tipo integrale, il criterio di Papadopoulos prevede il calcolo di un integrale spaziale; ciò significa andare a prendere

il contributo di tutte le infinite giaciture passanti per P, cioè passanti per il punto nel quale vogliamo fare la verifica a fatica multiassiale. Si noti,

infatti, come l’espressione di un criterio di tipo integrale sia formalmente simile all’espressione che abbiamo trovato per i criteri (di Matake e di

Findley) del piano critico; la differenza concettuale consiste proprio nel fatto che i termini presenti nell’espressione di un criterio di tipo integrale

acquisiscono le informazioni da tutte le infinite giaciture passanti per P, e non da un’unica giacitura selezionata preventivamente.

Un limite generale dei criteri di tipo integrale consiste nel fatto che essi non suggeriscono, a differenza dei criteri del piano critico, quale sia il

piano di innesco di un’eventuale cricca.

ESTENSIONE AL TRATTO A TERMINE

Finora abbiamo sempre considerato la vita a fatica infinita (o illimitata); ora, invece, vogliamo vedere come si deve

procedere per verificare la vita a fatica a termine di un componente meccanico o strutturale. Diciamo subito

che, per verificare la vita a termine, possiamo utilizzare gli stessi criteri di resistenza utilizzati per verificare la vita

infinita, se la vita del componente meccanico o strutturale è sufficientemente lunga; infatti, in questa ipotesi

si possono trascurare gli effetti dovuti alla plasticizzazione (in caso contrario, invece, bisognerebbe saper

valutare il comportamento in campo elasto-plastico del materiale sottoposto ad uno stato di sforzo multiassiale).

Consideriamo, ad esempio, il criterio di Matake:


τ a (θ * , ϕ * ) + k M σ max (θ * , ϕ * ) ≤ λ M

Nel caso di vita infinita, la costante λM coincide con il limite di fatica per una sollecitazione di torsione alternata

simmetrica, τ w,−1 ; nel caso di vita a termine possiamo, come detto, utilizzare ancora questo criterio di resistenza,
se la vita del componente è sufficientemente lunga, a patto, però, di sostituire al posto della costante λM il valore

(2 N ) τ
f
b |
f , limite a fatica finita per una sollecitazione di torsione alternata simmetrica. Quindi, riadattato al caso di

vita a termine, il criterio di Matake diventa:

τ a (θ * , ϕ * ) + k M σ max (θ * , ϕ * ) ≤ (2 N f )b τ |f
Ragionando allo stesso modo, è possibile riadattare al caso di vita a termine tutti i criteri di resistenza visti

σ w,−1 , bisognerà sostituirla con il valore (2 N f )b σ |f


|
finora, ricordando che, laddove compare la . Dunque, quando

si vuole riadattare al caso di vita a termine uno dei criteri di resistenza visti finora, si può assumere
come tensione limite di riferimento l’ampiezza della tensione normale o tangenziale ad un dato numero di cicli,
che si può ricavare da una curva di Wöhler del materiale (in scala doppio logaritmica):

LA SOMMA DEL DANNO


Vediamo cosa succede se ci troviamo di fronte ad una serie di blocchi di carico. Finora, infatti, abbiamo sempre
considerato storie di carico che rimangono “costanti nel tempo”, nel senso che quello che andavamo a definire
per un singolo ciclo di carico di trazione/flessione/torsione alternata si ripeteva indistintamente ed indefinitamente
nel tempo, costituendo un unico infinito blocco di carico.

Tuttavia, nella realtà potremmo anche imbatterci in una storia


di carico come quella rappresentata in figura, in cui abbiamo
una serie di blocchi di carico, ciascuno con ampiezza costante,
ma diversi l’uno dall’altro.

Dunque, se ci troviamo di fronte ad una serie di blocchi di carico, per valutare il danno subito da un componente si
può utilizzare il criterio di accumulo lineare del danno introdotto da Miner:

In tal caso, se vogliamo applicare uno dei criteri del piano critico, bisognerà procedere prima valutando per tutti i
blocchi di carico qual è il danno prodotto sulle infinite giaciture passanti per il punto nel quale vogliamo fare la
verifica a fatica multiassiale, e poi individuando il piano critico in termini assoluti come la giacitura, definita dalla

coppia di coordinate sferiche (θ *


)
, ϕ * , sulla quale si produce il danno maggiore.
Ad esempio, relativamente ad un singolo blocco di carico, dal criterio di Matake riadattato al caso di vita a termine:

τ a (θ , ϕ ) + k M σ max (θ , ϕ ) ≤ (2 N f )b τ |f
si può ricavare, in condizioni limite, il numero di cicli N f = N f (θ , ϕ ) che esprime la vita a fatica del componente;

infatti, una volta fissata una generica giacitura (θ , ϕ ) , su di essa possiamo valutare la τ a e la σ max (le costanti

k M , b e τ |f sono note perché dipendono dal materiale). Quindi, noto il numero di cicli N f = N f (θ , ϕ ) , possiamo
calcolare quanta parte della vita a fatica del componente è consumata dall’ i − esimo blocco di carico che stiamo
considerando:

ni
Di (θ , ϕ ) =
N f ,i (θ , ϕ )

Ad esempio, consideriamo il primo blocco di carico ed ipotizziamo di aver fissato la generica giacitura (θ , ϕ ) tale
che il numero di cicli sia pari ad N f ,1 (in pratica, stiamo dicendo che se la generica giacitura (θ , ϕ ) fosse proprio

quella critica, allora il componente vivrebbe per un numero di cicli pari ad N f ,1 ); quindi, se denotiamo con n1
il numero di cicli del primo blocco di carico, quest’ultimo consumerà una frazione della vita a fatica del componente

pari ad
n1 . Successivamente, in corrispondenza del secondo blocco di carico, per la stessa generica
N f ,1

giacitura (θ , ϕ ) andiamo a ricavare il numero di cicli N f , 2 ; pertanto, avremo che il secondo blocco di carico,

n2
avente un numero di cicli pari ad n2 , consumerà una frazione della vita a fatica del componente pari ad .
N f ,2

In definitiva, applicando il “danno cumulativo lineare”, il danno sulla generica giacitura (θ , ϕ ) sarà pari a:
n n
n1 n n ni
D(θ , ϕ ) = + 2 ++ n = ∑ = ∑ Di (θ , ϕ )
N f ,1 N f , 2 N f ,n i =1 N f ,i (θ , ϕ ) i =1
A questo punto, per individuare la giacitura che definisce il piano critico in termini assoluti, non bisognerà fare
altro che identificare quella sulla quale si produce il danno maggiore:

(θ *
)
, ϕ * : max D(θ , ϕ )
(θ , ϕ )
 ( )
D = D θ * , ϕ * = max D(θ , ϕ )
(θ , ϕ )

Se, invece, vogliamo adottare uno dei criteri di tipo integrale la prima cosa da fare è calcolare la frazione della vita
a fatica del componente che viene consumata dall’ i − esimo blocco di carico in relazione alla generica giacitura

(θ , ϕ ) :
ni
Di (θ , ϕ ) =
N f ,i (θ , ϕ )

poi sommare su tutti gli n blocchi di carico per avere il danno relativo alla generica giacitura (θ , ϕ ) :
n
D(θ , ϕ ) = ∑ Di (θ , ϕ )
i =1

infine, sommare, ovvero integrare, su tutte le infinite giaciture passanti per P per avere il danno complessivo:
danno complessivo: D = ∫ D(θ , ϕ ) dΩ

SCELTA DEL CRITERIO


Nessun criterio di resistenza possiede una validità generale e, quindi, di volta in volta bisognerà scegliere quale
sia il criterio di resistenza più idoneo al caso pratico da affrontare. Consideriamo, ad esempio, il seguente stato
di sforzo applicato ad un componente meccanico in acciaio al cromo 34Cr4:

 s xx a cos(ω τ ) τ xy a sin(ω τ − δ ) 0
[s (τ )] = τ yx a sin(ω τ − δ ) 0 0
 0 0 0
Sperimentalmente si verifica che, in questo caso, il limite di fatica non è per nulla influenzato dalla differenza

di fase δ tra la tensione normale σ xx (t ) e la tensione tangenziale t xy (t ) ; ora, disporre a priori di una simile

informazione permette di scegliere un criterio di resistenza che sia coerente con questo risultato sperimentale.
In questo caso, infatti, il criterio di resistenza più idoneo è il criterio di Papadopoulos; se, invece, si dovesse
applicare a questo caso il criterio di Findley, si registrerebbe una riduzione massima del limite di fatica pari al
20% quando lo sfasamento è pari a δ = 90° , in contraddizione, quindi, con il risultato sperimentale.
Insomma, quando abbiamo a che fare con il problema della fatica multiassiale, diventa indispensabile munirsi
di qualche risultato sperimentale al fine di poter orientare meglio la scelta del criterio di resistenza.