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INTRODUZIONE ALL’IMPROVVISAZIONE

Di Arcadio Lombardo

Questo breve saggio vuole essere un’introduzione per tutti i musicisti al concetto e
alla pratica dell’improvvisazione. Cercherò di non parlare di generi, almeno
all’inizio, in quanto credo fermamente che i concetti di basi siano applicabili a tutti i
generi o linguaggi musicali.

Partiamo da un concetto di fondo, improvvisare vuol dire “composizione


estemporanea” nel senso che il musicista compone musica nella sua testa e la
suona nello stesso esatto momento. Tale pratica si può far risalire addirittura al
periodo della musica barocca dove era più diffusa di quanto si creda. L’attuale
tradizione accademica della musica “classica” ha tuttavia smesso di educare gli
allievi in tal senso, ed oggi si ricollega la pratica improvvisativa a generi come la
musica rock ed il jazz.

Durante la mia formazione ho incontrato decine di insegnanti e maestri e ognuno


di loro aveva la sua idea di come si possa sviluppare questo linguaggio, io nel mio
piccolo ho cercato di fare una sintesi sei tutte le varie pratiche che ritengo utili e
funzionali, dividendo in 3 grandi categorie di studio. Eviterò qui di fare una lista di
“lick”, frasi e assoli famosi, pratica di studio molto diffusa ma che a mio parere è
utile solo dal punto di vista tecnico ma non dal punto di vista dello sviluppo del
“come improvvisare”.

Le 3 grandi categorie sono:

1) La voce

2) La variazione

3) La teoria e la tecnica

La voce

La nostra voce, è lo strumento che ci viene fornito in dotazione quando nasciamo.


Non importa se poi suoneremo la chitarra, la batteria o qualsiasi altro strumento, la
voce rimane lo strumento diretto della nostra musicalità. La grande maggior parte
dei musicisti famosi, del presente e del passato, prima di improvvisare sul proprio
strumento, è in grado di cantare tutto ciò che suona anche se non ha esattamente
coscienza delle note che sta suonando. E tutto ciò che verrà composto
istantaneamente con la voce, avrà sempre un senso logico, perché semplicemente
non è casuale e deriva dalla propria musicalità. La musicalità, non è nient’altro che
la capacità di creare musica e non suoni a caso. Lo sviluppo della musicalità
avviene sia indirettamente ascoltando più musica possibile, sia direttamente
esercitandosi e mettendosi in condizioni in cui l’esercizio fa scaturire nell’allievo la
necessità di uscire dalla propria zona di confort. Quest’ultimo concetto verrà
chiarito meglio nel terzo paragrafo, ricordo infatti che le 3 grandi categorie sono
strettamente collegate tra loro.

La variazione

La variazione è la capacità di variare e modificare materiale musicale. Questo


materiale musicale può essere la melodia di un brano, le toniche dei suoi accordi,
la sua linea di basso, o anche il suo ritmo in senso generale. Le modalità in cui può
avvenire ciò sono pressoché infinite e dipendono solo dall’astuzia e dalla capacità
di analisi dell’improvvisatore. Durante lo studio della variazione si procederà ad
analizzare melodie, dividerle nei suoi micro-elementi caratterizzanti, procedendo
poi a variarli.

La teoria e la tecnica

L’ultima categoria comprende lo studio tecnico-armonico che mette in relazione


scale, accordi (cosa posso suonare su un determinato accordo?) e ritmo. Quanto e
come mettiamo in relazione queste 3 grandi categorie musicali è quello che
formalmente va a creare i generi. Ad esempio, gran parte degli “assoli” della
musica rock sono di matrice pentatonica, mentre invece nella musica jazz si
propende di più per l’uso delle scale alterate (scale che a differenza delle 7 scale
modali hanno uno o più gradi innalzati o abbassati). Il modo in cui andremo a
studiare tutto questo materiale è usando il concetto delle “limitations” (limitazioni)
introdotto dal chitarrista e didatta statunitense Mick Goodrick. E’ infatti solo
costruendo esercizi che limitano l’esecutore a suonare solo determinate note che
quest’ultimo prende davvero coscienza del “suono” e dell’effetto che quel
materiale musicale possiede.

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