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L’autore

Tim Marshall è stato per trent’anni corrispondente estero di BBC e


Sky News, inviato di guerra in Croazia, Bosnia, Macedonia, Kosovo,
Afghanistan, Iraq, Libano, Siria, Israele. I suoi articoli sono apparsi
sul «Times», il «Sunday Times», il «Guardian», l’«Independent». È
fondatore e direttore del sito di analisi politica internazionale
thewhatandthewhy.com. Con Garzanti ha pubblicato i bestseller Le
10 mappe che spiegano il mondo e I muri che dividono il mondo.
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In copertina: Henry Eveleigh (1909-1999), Planting the Tree of Nations,


poster per le Nazioni Unite, 1947 (litografia a colori)
© Private Collection / Archives Charmet / Bridgeman Images
Progetto grafico: Mauro de Toffol / theWorldofDOT

L’Editore ha compiuto ogni ricerca presso gli aventi diritto sull’immagine di


copertina e si dichiara a disposizione per regolare le intese economiche in
base alle norme vigenti sul diritto d’autore.

Traduzione dall’inglese di
Roberto Merlini

Titolo originale dell’opera:


Worth Dying For. The Power and Politics of Flags

© Tim Marshall 2016


First published in the UK by Elliott & Thompson Ltd.

ISBN 978-88-11-68976-8

© 2019, Garzanti S.r.l., Milano


Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Prima edizione digitale: settembre 2019
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Sommario

Introduzione
1. Stelle e strisce
2. L’Unione e il Jack
3. La croce e i crociati
4. Colori d’Arabia
5. Bandiere di paura
6. A est dell’Eden
7. Bandiere di libertà
8. Bandiere di rivoluzione
9. Il buono, il brutto e il cattivo
Bibliografia
Ringraziamenti
Indice dei nomi
Tavole delle bandiere
LE 100 BANDIERE CHE RACCONTANO IL MONDO
INTRODUZIONE

«Non sono nient’altro che ciò che credete che sia, e sono tutto ciò che credete
che possa essere.»
La bandiera americana «in conversazione» con il segretario agli Interni degli
Stati Uniti Franklin K. Lane (Flag Day, 1914).

L’11 settembre 2001, quando le fiamme erano ormai state domate


e la polvere si era in gran parte depositata a terra, tre pompieri
dell’FDNY si arrampicarono sulle macerie ancora fumanti del World
Trade Center di New York e issarono la bandiera a stelle e strisce.
L’evento non era programmato, e non c’erano fotografi ufficiali; i
tre si sentivano in obbligo di fare «qualcosa di buono» in mezzo alla
morte e alla distruzione. Il fotografo di un quotidiano cittadino, Tom
Franklin, immortalò quella scena. Tempo dopo, ha dichiarato che
l’immagine gli «diceva qualcosa sulla forza degli americani».
Come può un pezzo di stoffa colorata dire qualcosa di così
profondo da giustificare la riproduzione della fotografia non solo in
ogni angolo degli Stati Uniti, ma anche sui quotidiani di tutto il
mondo? Il significato della bandiera deriva dall’emozione che
suscita. «Old Glory», come la chiamano gli americani, parla al loro
cuore con modalità che un non americano non può condividere; ma
possiamo capirlo, perché molti di noi provano sentimenti analoghi
per i propri simboli di nazionalità e appartenenza. Potreste avere
opinioni apertamente positive, o decisamente negative, su ciò che
pensate rappresenti la vostra bandiera, ma resta il fatto che quel
banale pezzo di stoffa è il simbolo della nazione cui appartiene. La
storia, la geografia, il popolo e i valori di un paese… vengono tutti
simboleggiati dalla bandiera, dalla sua forma e dai suoi colori. È
investita di significato, anche se il significato differisce da una
persona all’altra.
È evidente che questi simboli hanno ancora la stessa rilevanza
che hanno sempre avuto, e in certi casi anche di più. Stiamo
assistendo alla rinascita del nazionalismo, a cui si accompagna la
resurrezione dei simboli nazionali. Tra la fine del Novecento e l’inizio
degli anni Duemila è diventato di moda, in certi circoli intellettuali,
affermare che nell’era della globalizzazione lo stato nazionale era
destinato a scomparire. Quella visione ignorava totalmente la forza
dello spirito identitario che persiste ancora nei singoli paesi.
Le bandiere del mondo sono al tempo stesso uniche e simili.
Dicono tutte qualcosa, a volte pure troppo.
L’abbiamo visto nell’ottobre 2014, quando la nazionale di calcio
della Serbia ha ospitato la nazionale albanese allo stadio Partizan di
Belgrado. Era la prima visita di una rappresentanza albanese nella
capitale serba dal 1967. Negli anni successivi c’era stata la guerra
civile iugoslava e il conseguente conflitto con gli abitanti del Kosovo,
di origine albanese. Il conflitto si concluse nel 1999 con la
spartizione di fatto della Serbia, dopo tre mesi di bombardamenti
della NATO sulle sue forze armate, i suoi villaggi e le sue città. Poi,
nel 2008, il Kosovo dichiarò unilateralmente la propria indipendenza.
Quella mossa ebbe l’appoggio dell’Albania e il riconoscimento di
molti paesi, con l’importante eccezione della Spagna. Il governo di
Madrid, infatti, era ben conscio che la vista della bandiera kosovara,
simbolo della ritrovata indipendenza del piccolo stato balcanico,
avrebbe potuto galvanizzare il movimento per l’indipendenza della
Catalogna.
Sei anni dopo, le tensioni tra la Serbia e il Kosovo, e per
estensione tra la Serbia e l’Albania, erano ancora forti. Nella
certezza di un attacco, i tifosi della squadra in trasferta non erano
stati ammessi.
La partita procedeva senza grossi intoppi, nonostante l’atmosfera
pesante e i cori «Uccidete gli albanesi» che si levavano a tutto
spiano dalle tribune. Poco prima dell’intervallo, i tifosi e poi gli stessi
giocatori hanno notato un drone che scendeva lentamente dal cielo
verso la linea centrale del campo. In seguito si è scoperto che era
teleguidato da un nazionalista albanese trentatreenne di nome Ismail
Morinaj, che se ne stava nascosto in una torre della vicina chiesa del
Santo Arcangelo Gabriele, da cui poteva vedere il campo.
Man mano che il drone si abbassava, un silenzio sbigottito è
sceso sullo stadio e poi, mentre oscillava sopra il cerchio di
centrocampo, è esploso un improvviso urlo di rabbia: in cima
sventolava la bandiera albanese.
Non era solo la bandiera del paese, che avrebbe causato
comunque problemi. Vi erano raffigurate anche l’aquila nera a due
teste, i volti di due eroi che avevano combattuto per l’indipendenza
albanese all’inizio del XX secolo, e una mappa della «Grande
Albania», che incorporava parti della Serbia, della Macedonia, della
Grecia e del Montenegro. E vi campeggiava la parola «autoctoni»,
riferita chiaramente alle popolazioni indigene. Il messaggio era
chiaro: gli albanesi, che si considerano discendenti dell’antico popolo
illirico (IV secolo a.C.), erano i veri e legittimi abitanti della regione,
mentre gli slavi, che erano arrivati solo nel VI secolo d.C., non lo
erano.
Un difensore della squadra serba, Stefan Mitrović, si è accostato
al drone e ha afferrato la bandiera. Tempo dopo ha detto di aver
cominciato a piegarla «con la massima calma possibile per darla al
quarto uomo», in modo che la partita potesse continuare. Due
giocatori albanesi gliel’hanno strappata di mano, ed è stata la fine.
Vari giocatori hanno cominciato a picchiarsi, poi un tifoso serbo è
sceso dalla tribuna e con una sedia di plastica ha colpito il capitano
della squadra albanese sulla testa. Quando i tifosi si sono riversati in
massa sul terreno di gioco, i giocatori serbi sono rinsaviti e hanno
cercato di difendere i giocatori albanesi che correvano verso il tunnel
per rifugiarsi negli spogliatoi, abbandonata la partita. Mentre la
polizia ricacciava i tifosi sugli spalti, sui giocatori pioveva addosso di
tutto.
La ricaduta politica è stata drammatica. La polizia serba ha
ispezionato lo spogliatoio della squadra albanese e poi ha accusato
il cognato del premier albanese di aver pilotato il drone dalle tribune.
I media di entrambi i paesi hanno dato pieno sfogo al proprio
nazionalismo; il ministro degli Esteri serbo, Ivica Dačić, ha dichiarato
che il suo paese era stato «provocato» e che «se un serbo avesse
esposto una bandiera della Grande Serbia a Tirana o a Pristina, la
Serbia sarebbe già sull’agenda del Consiglio di sicurezza dell’ONU».
Pochi giorni dopo la visita ufficiale del primo ministro albanese, che
sarebbe stata la prima da quasi settant’anni, è stata annullata.
La battuta di George Orwell secondo cui il calcio è «una guerra
senza spari» ha avuto conferma, e stante la perenne instabilità dei
Balcani, la combinazione tra il calcio, la politica e una bandiera
avrebbe potuto causare un conflitto vero e proprio.
Il gesto di piantare la bandiera americana sulle ceneri delle Torri
Gemelle faceva effettivamente presagire una guerra. Tom Franklin
ha detto che quando ha scattato quella foto era consapevole delle
somiglianze con un’altra celebre immagine di un conflitto
precedente, ovvero la seconda guerra mondiale, quando i marine
piantarono la bandiera americana sulla collina di Iwo Jima. Molti
americani avrebbero riconosciuto immediatamente la simmetria,
anche perché entrambi i momenti suscitavano un mix commovente
di emozioni: tristezza, coraggio, eroismo, sfida e perseveranza
collettiva.
Entrambe le fotografie, ma forse ancora di più quella dell’11
settembre, evocano anche la prima strofa dell’inno nazionale
americano The Star-Spangled Banner, in particolare gli ultimi due
versi:
Dunque sventola ancora il nostro stendardo brillante di stelle
Sulla terra dei liberi e sulla casa dei forti?

In un momento di shock per gli americani, la vista della loro


bandiera che tornava a sventolare è stata per molti rassicurante. Il
fatto che il vessillo con le stelle dei cinquanta stati venisse issato da
uomini in uniforme avrebbe potuto solleticare il militarismo che
impregna ancora la cultura americana, ma vedere il rosso, il bianco
e il blu nella grigia devastazione del Ground Zero ha certamente
aiutato molti comuni cittadini a tollerare altre immagini dolorose della
tragedia che ha colpito New York in quella giornata di fine estate.
Da dove vengono questi simboli nazionali, a cui siamo così
attaccati? Le bandiere sono un fenomeno relativamente recente
nella storia dell’umanità. Simboli e figure dipinti sulla stoffa
precedono di molto le bandiere e venivano usati già dagli egizi, dagli
assiri e dai romani; ma fu la lavorazione della seta da parte dei
cinesi a consentire la diffusione delle bandiere così come le
conosciamo oggi. La stoffa tradizionale era troppo pesante per
garrire al vento, specie se dipinta; la seta era molto più leggera e
faceva sì, per esempio, che i vessilli potessero accompagnare gli
eserciti sui campi di battaglia.
Il nuovo tessuto e la nuova abitudine si diffusero lungo la Via della
Seta. Gli arabi furono i primi a adottare la bandiera, e gli europei li
seguirono a ruota, essendo entrati in contatto con loro durante le
crociate. Probabilmente furono queste campagne militari, che
coinvolgevano grandi eserciti occidentali, a consolidare l’uso dei
simboli araldici e delle insegne militari per facilitare l’identificazione
dei partecipanti. I simboli araldici vennero poi associati al rango e
alla linea di sangue, specie per le dinastie reali, ed è una delle
ragioni per cui le bandiere europee si sono evolute dalla primigenia
associazione ai campi di battaglia e alle segnalazioni marittime fino a
diventare simboli dello stato nazionale.
Oggi ciascun paese è rappresentato da una bandiera, a riprova
dell’influenza esercitata dall’Europa sul mondo moderno con
l’espansione dei suoi imperi e la diffusione planetaria delle sue idee.
Come disse Johann Wolfgang von Goethe all’ideatore della bandiera
venezuelana, Francisco de Miranda: «Un paese nasce da un nome
e da una bandiera, e poi si identifica in essi, così come un uomo
realizza il suo destino».
Cosa vuol dire tentare di incapsulare una nazione in una
bandiera? Vuol dire tentare di unire una popolazione entro un
insieme omogeneo di ideali, scopi, eventi storici e convinzioni: un
compito pressoché impossibile. Ma quando si suscitano passioni,
quando la bandiera di un nemico sventola, allora la gente si stringe
intorno al proprio simbolo. Le bandiere hanno molto a che fare con le
nostre tendenze tribali tradizionali, e con i nostri vecchi concetti di
identità, cioè l’idea del «noi contro di loro». Il simbolismo racchiuso
nella bandiera si basa in gran parte su quell’idea di conflitto e
opposizione, come si vede per esempio nel rosso che rappresenta il
sangue del popolo. Ma in un mondo moderno che cerca in tutti i
modi di ridurre il conflitto e di promuovere un maggiore spirito di
unità, pace e uguaglianza, e in cui gli spostamenti di massa delle
popolazioni hanno assottigliato i confini tradizionali tra «noi e loro»,
qual è il ruolo delle bandiere?
Una cosa è chiara: questi simboli possono avere ancora un
grandissimo potere, in quanto comunicano rapidamente le idee e
attingono fortemente alle emozioni. Oggi ci sono più stati nazionali
che mai, ma anche attori non statali usano le bandiere come segnale
visuale per trasmettere concetti che vanno dalla banalità delle merci
a basso prezzo alla depravazione della violenza razziale e religiosa.
È un fenomeno che abbiamo visto ripetersi in continuazione nella
storia recente, da Hitler e la svastica nazista – un’immagine che
tuttora suscita orrore – alla nascita dell’ISIS con la sua enfasi su
simboli religiosi o profetici che possono catturare l’attenzione e, a
volte, anche generare consenso.
Le bandiere hanno origine nell’antichità, eppure non sembrano
proprio passare di moda. Oggi, il dispositivo tecnologico più
avanzato, lo smartphone, può mettere a nostra disposizione l’emoij
di qualunque bandiera nazionale, e quando un paese viene colpito
da una tragedia, persone di tutto il mondo postano messaggi
contrassegnati con la sua bandiera in segno di solidarietà.
In questo libro avrei potuto raccontare centinaia di storie, per
esempio quella dei 193 stati nazionali; ma sarebbe stato una sorta di
catalogo, con migliaia di pagine. Invece, le storie qui presenti sono
quelle di alcune delle principali bandiere nazionali; di alcune delle più
sconosciute; e di alcune che hanno semplicemente la trama più
interessante. Nella maggior parte dei casi, i significati originari dei
disegni, dei colori e dei simboli sono importanti, ma a volte, per
alcuni, quei significati si sono trasformati in qualcos’altro, ed è ciò
che la bandiera rappresenta attualmente. Il significato sta nell’occhio
di chi guarda.
Iniziamo con la bandiera probabilmente più riconoscibile del
mondo: quella a stelle e strisce, una rappresentazione visiva che
sintetizza il sogno americano. Profondamente rispettata dalla
stragrande maggioranza della popolazione, è l’esempio più evidente
di come un simbolo possa arrivare a definire e a unire un paese.
Dall’impero che domina attualmente il mondo passeremo a un
grande impero del passato: l’influenza della Union Jack si estendeva
fino agli ultimi recessi del globo terrestre, e la bandiera
rappresentava il fronte unito di un impero gigantesco. Ma sotto la
superficie persistevano forti identità nazionali all’interno delle isole
britanniche, identità che non sono venute meno, come dimostrano
sia il voto del 2016 al referendum sulla Brexit sia le continue
richieste di indipendenza della Scozia.
Anche la bandiera dell’Unione Europea dovrebbe avere un valore
unificante; ma in un continente dalle identità ancora profondamente
radicate, molti europei sono più attaccati che mai alla propria
bandiera nazionale. Mentre alcuni di questi vessilli si basano su
immagini cristiane, nel corso degli anni le associazioni religiose si
sono in gran parte attenuate. Non è stato così nei paesi arabi della
fascia meridionale: le loro bandiere mostrano spesso potenti simboli
islamici e suggeriscono idee che parlano al cuore della popolazione.
Il simbolismo è forte, ma gli stati nazionali sono più deboli. Il futuro
potrebbe avere in serbo ulteriori cambiamenti per quanto riguarda la
forma di queste nazioni e delle loro bandiere. Un possibile
catalizzatore è costituito dalle varie cellule terroristiche che operano
nella regione; le azioni e l’influenza di queste organizzazioni, sempre
presenti sui nostri schermi, vanno decifrate adeguatamente. Anche
gruppi come l’ISIS usano con grande efficacia il simbolismo religioso,
seminando il panico e facendosi riconoscere in tutto il mondo.
Spostandoci a est, attraverso l’Asia, troviamo tutta una serie di
bandiere che riflettono i grandi movimenti di idee, popoli e religioni,
nel XX secolo e anche molto prima. Parecchi di questi stati nazionali
moderni sono tornati alle radici delle antiche civiltà che stavano
all’origine delle loro bandiere, spesso a seguito di una svolta epocale
nella propria storia, in una fusione di vecchio e nuovo. In Africa, per
contro, vediamo i colori di una concezione modernissima del
continente, una visione che ha spezzato le catene del colonialismo e
affronta il XXI secolo con sempre maggiore autoconsapevolezza. I
rivoluzionari dell’America Latina hanno mantenuto legami culturali
più stretti con i colonizzatori che hanno dato forma al nostro mondo,
e molte bandiere del subcontinente riflettono gli ideali di quanti
fondarono quelle nazioni nel XIX secolo.
Le bandiere sono simboli potenti, e ci sono tantissime
organizzazioni che le hanno usate con grande successo; potrebbero
incarnare messaggi di paura, di pace o di solidarietà, per esempio,
diventando riconoscibili a livello internazionale nei paesaggi mutevoli
dell’identità e del significato.
Sventoliamo le bandiere, le bruciamo, le appendiamo fuori dai
parlamenti e dai palazzi, dalle case e dagli esercizi pubblici.
Rappresentano la politica dei governi e il potere della folla. Molte
hanno alle spalle storie nascoste che informano il presente.
Stiamo assistendo a una resurrezione della politica identitaria a
livello locale, regionale, nazionale, etnico e religioso. Il potere si
modifica, le vecchie certezze traballano e la gente si attacca a
simboli familiari che fungeranno da pilastri ideologici in un mondo
turbolento che cambia rapidamente. La realtà di una nazione non
riflette necessariamente gli ideali incorporati nella sua bandiera;
ciononostante la bandiera può essere, come «fece dire» il segretario
agli Interni Franklin K. Lane alla bandiera degli Stati Uniti, «tutto ciò
che credete che possa essere».
La bandiera è un emblema carico di sentimenti. Può suscitare e
incarnare sentimenti così forti che a volte le persone seguono il
proprio straccio colorato in battaglia e muoiono per ciò che
rappresenta.
1. STELLE E STRISCE

«Non c’è un filo conduttore in essa, ma rifiuta l’egoismo, la debolezza e la


rapacità.»
Charles Evans Hughes, segretario di stato degli Stati Uniti, 1921-1925.
Sostenitori dell’organizzazione illegale Jamaat-ud-Dawa bruciano la
bandiera a stelle e strisce a Quetta, Pakistan, nel maggio 2016, in
segno di protesta contro il bombardamento effettuato con un drone
dagli americani sul territorio pakistano.
«Dite dunque: potete vederla alla fioca luce dell’alba?» Negli Stati
Uniti, la risposta è un sì incondizionato. Dall’alba al tramonto
l’America è un tripudio di rosso, bianco e blu. La bandiera degli Stati
Uniti sventola sui palazzi del governo, sui supermercati e sugli
autosaloni, sul tetto di una splendida magione come nel giardino con
la staccionata bianca della più umile casa colonica, e in un capanno
di legno come sulla Casa Bianca. Viene issata ogni mattina su
milioni di pali e aste, mentre il «paese di Dio» si prepara a rinnovare
ogni giorno il mito della nazione di maggior successo mai esistita
sulla Terra.
Stiamo parlando della bandiera a stelle e strisce: la più
riconoscibile, la più amata, la più odiata, la più temuta e la più
ammirata del mondo.
Sventola su oltre settecento basi militari sparse in più di sessanta
paesi di tutto il pianeta, e rassicura con i suoi colori i 250.000
americani che lavorano all’estero. Per alcune delle persone di questi
paesi, la vista della bandiera a stelle e strisce in un contesto militare
è un ricordo costante del fatto che la loro sicurezza dipende in parte
dalla superpotenza statunitense. Ma per i detrattori dell’America è un
simbolo di prepotenza e arroganza. Rappresenta l’ordinamento
ormai superato imposto dalla seconda guerra mondiale, o addirittura
l’imperialismo. Vista dall’esterno di una base americana in Polonia
suscita un’emozione diversa rispetto a quella che potrebbe suscitare
in un compact iracheno. Una flotta da pesca giapponese che naviga
al largo dell’isola di Taiwan non metterà in dubbio il diritto di una
portaerei americana di percorrere quelle rotte marittime, come
potrebbe fare invece una flotta da pesca cinese. La disparità di
emozioni è tale che alcuni antiamericani, specie quelli dell’estrema
sinistra europea, la raffigurano addirittura con le svastiche al posto
delle stelle, esibendo così la loro totale ignoranza storica, e scrivono
«Amerika» con la kappa. Ma è una follia per tutti i milioni di persone
in tutto il mondo che ammirano gli Stati Uniti e nei momenti di crisi si
rivolgono alla superpotenza.
Per gli americani, la vista della propria bandiera quando sono
all’estero è un promemoria dell’impegno che li vede coinvolti in tante
regioni del mondo, del ruolo decisivo che hanno avuto in vari conflitti;
le critiche che vengono rivolte alla bandiera americana alimentano il
perpetuo dibattito interno sull’isolazionismo e sulla partecipazione
attiva alle sorti di altri paesi. Il presidente Bush ha trascinato le forze
armate americane in nuove guerre, mentre Obama ha tentato di
tirarle fuori; ha imparato le complessità della politica estera, e ha
finito per agire militarmente in un maggior numero di paesi rispetto al
suo predecessore. Come deve constatare adesso il presidente
Trump, nel bene o nel male la potenza dell’America ne rende
indispensabile la presenza sul palcoscenico internazionale.
Gli americani venerano la propria bandiera come pochi altri popoli
fanno. I suoi colori sono il simbolo stesso dell’identità nazionale, e di
tanto in tanto il vessillo a stelle e strisce diventa una forma d’arte.
L’artista Jasper Johns ha dedicato gran parte della sua carriera a
dipingerlo sulla tela, a matita, sul bronzo in fusione e su tante altre
superfici. Per lui non è un’icona da promuovere o da denigrare, ma il
potere che emana e i sentimenti che suscita lo affascinano sul piano
creativo. Anche Andy Warhol ne ha fatto un’opera d’arte, nel suo
commentario visuale sull’America e sulla sua cultura estetica. Per
esempio, ha preso la fotografia scattata da Neil Armstrong al collega
Buzz Aldrin accanto alla bandiera americana piantata sulla Luna,
l’ha fusa con altre fotografie di quella missione epocale, dopodiché
l’ha colorata di rosa e azzurro, inclusa la bandiera. Warhol non era
apertamente politico nella sua arte, però riconosceva non solo
l’importanza dell’evento, ma anche il suo contesto storico. Alla fine
degli anni Sessanta, la natura psichedelica delle serigrafie ne
esaltava la straordinarietà tecnologica. La bandiera americana
compariva anche sulla copertina dell’album più venduto di Bruce
Springsteen, Born in the USA; si sono fatte mille ipotesi sulle
intenzioni che animavano quella rappresentazione e sul suo
messaggio politico. Come ha detto Springsteen in un’intervista a
«Rolling Stone»: «La bandiera è un’immagine particolarmente
efficace, e quando la usi liberamente non sai quali associazioni
potrebbero venir fatte».
Sul piano politico, la bandiera è stata usata con grandissimo
successo nel 1984, nel corso della celebre campagna pubblicitaria
televisiva di Ronald Reagan, «Morning in America». Verso la fine
dello spot di cinquantanove secondi, la voce fuori campo dice la
frase decisiva: «It’s morning again in America», dopodiché il futuro
della nazione – un gruppo di bambini piccoli – fissa ammirato la
bandiera a stelle e strisce che viene issata inaugurando il nuovo
giorno, un giorno di speranza. L’uso del sole che sorge, della
bandiera e dell’aspettativa di un futuro luminoso parlava alla
coscienza collettiva di un paese che si stava ancora riprendendo
dalla tragedia del Vietnam e che era profondamente destabilizzato
dopo la presidenza Carter del 1977-1981, durante la quale l’Iran
aveva umiliato gli Stati Uniti con la crisi degli ostaggi rinchiusi
nell’ambasciata di Teheran.
Dopo aver assistito all’alzabandiera nel giardino di casa, quei
bambini sarebbero andati a scuola, dove avrebbero recitato il
giuramento di fedeltà: «Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti
d’America e alla Repubblica che rappresenta, un solo paese sotto la
guida di Dio, indivisibile, che assicura a tutti libertà e giustizia». Il
giuramento di fedeltà, pubblicato per la prima volta nel 1892, si è
diffuso lentamente in tutto il paese e ha contribuito a forgiare
un’identità nazionale dopo la fine della guerra civile e in una fase di
forte immigrazione. La bandiera veniva usata per promuovere lealtà
e unità in un paese frammentato ed eterogeneo; da allora
generazioni di americani hanno pronunciato tutte le mattine, con la
mano sul cuore, questo voto solenne. Il giuramento divenne un
impegno ufficiale con l’adozione del National Flag Code alla National
Flag Conference del 1923, quando ventotto stati l’avevano già
inserito nelle cerimonie scolastiche, e fu reso obbligatorio da una
legge approvata dal Congresso nel 1942. Nel 1943 la sua
obbligatorietà fu giudicata incostituzionale, ma rappresenta tuttora
una pratica diffusissima, quasi sconosciuta nelle altre democrazie
moderne.
Questi pezzi di stoffa colorata sventolano tutto il giorno da un
oceano all’altro e sono visibili in tutti i supermercati, in tutte le scuole,
in tutti i luoghi di lavoro e in tutti gli edifici pubblici. E poi di sera,
spesso con il rispetto di un cerimoniale severo, se la «Old Glory»
dev’essere ammainata, lo si fa lentamente assicurandosi che non
tocchi il suolo e che sia accolta «da mani e braccia in attesa». Il Flag
Code recita: «È buona regola universale esporre la bandiera solo
dall’alba al tramonto sugli edifici e su appositi pennoni situati
all’aperto. Ma quando si desidera un effetto patriottico, la bandiera
può essere esposta ventiquattro ore al giorno se adeguatamente
illuminata nelle ore notturne». Ci sono otto tipi di siti in cui la
bandiera sventola giorno e notte per una specifica disposizione di
legge. Essi includono il Fort McHenry National Monument a
Baltimora, lo US Marine Corps Iwo Jima Memorial ad Arlington, la
Casa Bianca, e gli uffici doganali dei porti d’ingresso negli Stati Uniti.
Per moltissimi americani, la bandiera a stelle e strisce è quasi un
simbolo sacro. È la rappresentazione di quella che loro stessi
definiscono «una sola nazione sotto la guida di Dio», e i politici
americani hanno spesso parafrasato una similitudine usata da Gesù,
paragonando l’America a una «città scintillante in cima a una
collina». Comunque sia, la bandiera degli Stati Uniti è oggetto di
canzoni, poesie, libri e opere d’arte. Rappresenta l’infanzia degli
americani, i loro sogni, la loro antica ribellione contro la tirannia e le
loro attuali libertà. La sua storia è quella dell’America e i sentimenti
che gli americani provano nei suoi confronti rappresentano la storia
di una nazione. Nessun’altra bandiera nazionale ha lo stesso potere
evocativo, né suscita una gamma altrettanto ampia di emozioni.
Lo si è visto molto bene dopo gli attacchi terroristici dell’11
settembre, quando molti politici americani, e vari cronisti e
commentatori televisivi, hanno cominciato a portare sul bavero della
giacca il distintivo con i colori nazionali. Nell’atmosfera carica di
tensione del 2001 quel distintivo è diventato rapidamente un segno
di attaccamento alla patria, facendo sospettare chi non lo indossava
di mancanza di spirito patriottico. Era ovviamente una falsa
dicotomia, ma nell’era delle informazioni a ciclo continuo molti hanno
deciso di mettere al primo posto la sicurezza. L’indossavano quasi
tutti i collaboratori del presidente George W. Bush. L’allora senatore
Obama ne ha indossato uno nei giorni immediatamente successivi
all’11 settembre, poi non l’ha più messo; quando, durante la
campagna presidenziale del 2008, gli è stato chiesto il motivo, l’ha
recuperato appuntandoselo alla giacca quasi tutti i giorni.
È ironico che molti di questi piccoli simboli metallici provengano da
fabbriche dell’Asia orientale. Nel 2010 il Dipartimento di Stato ha
scoperto con estremo imbarazzo che il suo gift shop vendeva
bandierine americane di plastica con la scritta «Made in China».
Ci sono voluti 183 anni e varie iterazioni perché la bandiera a
stelle e strisce assumesse l’aspetto che conosciamo oggi. La
versione attuale, con le cinquanta stelle a cinque punte che
rappresentano i cinquanta stati dell’Unione, potrebbe non essere
l’ultima. I prototipi per la bandiera sono apparsi a metà degli anni
Sessanta del XVIII secolo, prima che nascesse la nazione, e ancora
adesso sentiamo l’eco di quei giorni nel nuovo partito conservatore
denominato Tea Party; i suoi membri prendono nome dagli originari
«Sons of Liberty» che nel 1773 gettarono 342 ceste di tè destinate
all’Inghilterra nelle acque del porto di Boston per protestare contro la
tassazione iniqua. Quell’evento, passato alla storia come il Boston
Tea Party, consolidò l’identificazione del Massachusetts come centro
di attività dei «Patriots», che si opponevano a una Gran Bretagna
sempre più invisa. I «Sons of Liberty» avevano una bandiera con
nove strisce orizzontali bianche e rosse e si pensa, ma non è
dimostrato, che il disegno originario della bandiera americana sia
ispirato a quel vessillo.
Durante le prime schermaglie che opponevano gli inglesi alla
milizia coloniale nella guerra di indipendenza americana, i soldati
ribelli combattevano sotto una bandiera denominata Continental, o
anche Grand Union, che usava tredici strisce alternate rosse e
bianche per simboleggiare le tredici colonie ribelli. Il 4 luglio 1776, il
Congresso dichiarò l’indipendenza dalla Gran Bretagna e un anno
dopo approvò il primo dei tre Flag Acts. Il Marine Committee del
secondo congresso continentale adottò una risoluzione in cui
stabiliva che «la bandiera degli Stati Uniti è composta da tredici
strisce rosse e bianche alternate; e l’Unione sarà raffigurata da
tredici stelle bianche in campo blu per rappresentare una nuova
costellazione». Le tredici strisce e le tredici stelle simboleggiavano le
tredici colonie divenute indipendenti, che formavano la base dei
neonati (ma allora non così brillanti) Stati Uniti d’America.
Il primo Flag Act non stabiliva la disposizione delle stelle e non
diceva se le strisce dovevano essere verticali oppure orizzontali, e
ancora oggi la bandiera viene esposta talora con le strisce verticali,
perché non si considera sbagliato. Ma cosa rappresentano
esattamente le stelle? All’epoca non era chiaro, tuttavia un
documento pubblicato nel 1977 dalla Camera dei rappresentanti
afferma che «la stella è il simbolo del paradiso e dell’obiettivo divino
a cui l’uomo aspira da tempo immemore».
Non era chiaro nemmeno il simbolismo dei colori. Questi
riproducono le tonalità del sigillo ufficiale (Great Seal) degli Stati
Uniti, il cui progetto fu commissionato dal Congresso nel 1776. Il
comitato incaricato di metterlo a punto doveva escogitare qualcosa
che riflettesse i valori dei padri fondatori. Scelse il rosso, il bianco e il
blu, e il Great Seal fu adottato nel 1782. In occasione della
presentazione ufficiale al Congresso continentale, il suo segretario,
Charles Thomson, disse che i colori «sono quelli usati nella bandiera
degli Stati Uniti. Il bianco è simbolo di purezza e di innocenza. Il
rosso di audacia e di valore, mentre il blu […] significa vigilanza,
perseveranza e giustizia». Il Great Seal si usa ancora per
autenticare alcuni documenti federali e compare sui passaporti
americani.
Potrebbe sembrare una consacrazione definitiva, ma siccome è la
bandiera di tutti gli americani, ogni americano è libero di interpretare
quei colori come meglio crede. Alcuni dicono che il rosso
simboleggia il sangue dei patrioti che persero la vita nella guerra di
indipendenza, mentre per altri rappresenta il sangue di tutti coloro
che sono morti combattendo per la patria. Naturalmente, può darsi
benissimo che il rosso, il bianco e il blu siano stati presi a riferimento
nel lontano 1776, perché sono i colori della bandiera britannica; ma
quell’interpretazione sarebbe piuttosto impopolare nel paese che si è
affrancato per primo dalla dominazione inglese.
L’identità del progettista della bandiera originaria non è chiara.
Secondo la leggenda sarebbe stata una sartina di nome Betsy Ross,
che cuciva le bandiere per la marina della Pennsylvania, a creare la
prima versione. Perlomeno è ciò che disse suo nipote a una riunione
della Historic Society tenutasi a Filadelfia nel 1870. Esiste tuttavia
anche una fattura inviata al Congresso da tale Francis Hopkinson,
che in cambio della progettazione della bandiera pretendeva «due
botti di birra». Il giudizio è ancora aperto.
Alcuni anni dopo l’indipendenza sorse un problema. Nel 1791 il
Vermont entrò a far parte dell’Unione, seguito, l’anno dopo, dal
Kentucky. Di qui il Flag Act del 1794, il quale stabiliva che per ogni
nuovo stato che entrava a far parte dell’Unione, si sarebbero dovute
aggiungere un’altra striscia e un’altra stella. Nacque così la
cosiddetta Star-Spangled Banner, sulla base della poesia che
divenne poi l’inno nazionale americano. Ne riparleremo tra poco.
Nel 1818 la bandiera stava cominciando ad assomigliare a una
zebra, con diciotto stati facenti parte dell’Unione, e il Maine e il
Missouri che le facevano già l’occhiolino. Fu approvato così il terzo
Flag Act, che manteneva il principio di una stella in più per ogni
stato, ma tornava alle tredici strisce in rappresentanza dei tredici
stati originari. Ma il Congresso non aveva ancora deciso come si
dovevano disporre le stelle, perciò nei musei di tutto il paese sono
esposte parecchie versioni ottocentesche della bandiera. Nel 1912 il
presidente Taft fece approvare una legge che precisava esattamente
come dovevano essere disposte le (allora) quarantotto stelle e che,
salvo l’aggiunta di altre due stelle, creò ufficialmente la bandiera che
vediamo oggi.
A parte il numero delle stelle, la bandiera del 1792 è
sostanzialmente quella per cui l’avvocato e poeta americano Francis
Scott Key scrisse la sua commovente ode nel 1814, che nel 1931
divenne l’inno nazionale. La poesia è la chiave per capire come e
perché la bandiera a stelle e strisce colpiva l’immaginazione
dell’opinione pubblica; come un disegno semplice – o addirittura
arbitrario – creato nel fermento della rivoluzione abbia potuto, con il
tempo, incorporare i valori di riferimento della nazione più potente
della Terra.
L’inno nasce da un conflitto che non fu avviato dagli inglesi. Questi
combattevano i francesi nelle guerre napoleoniche, e il conflitto si
estese al Nuovo Mondo perché di tanto in tanto saccheggiavano
navi americane. Il presidente Madison colse l’occasione per
dichiarare guerra alla Gran Bretagna nel 1812. Sfortunatamente per
lui, le cose si misero molto male per Napoleone, il quale perse la
guerra che stava combattendo con quasi tutti i paesi europei e
venne esiliato nel 1814, consentendo così alla superpotenza globale
di allora di mettersi a combattere con il paese che ne avrebbe poi
preso il posto.
Nel 1814 le truppe britanniche avevano già raso al suolo la Casa
Bianca e la marina inglese era schierata al largo di Baltimora, da
dove si preparava a bombardare Fort McHenry, il baluardo difensivo
della città. E lo fece con grande intensità. Proprio quando stava per
iniziare il bombardamento, comparve Francis Scott Key, che si
accostò su una barchetta alle cannoniere della marina inglese e
chiese la liberazione di alcuni prigionieri. Alla fine ci riuscì, ma
poiché aveva assistito alle attività preparatorie dell’attacco, i
britannici decisero di «ospitarlo» a bordo per alcuni giorni mentre
demolivano il forte.
A partire dalle 6 e 30 del 13 settembre 1814, con Key sul ponte di
una delle loro navi, gli inglesi lanciarono ben 1500 bombe e 800
razzi contro la struttura. Per le successive venticinque ore Key
continuò a scrutare al di là del fumo e dei bagliori causati dalle
esplosioni, tentando di stabilire se la gigantesca bandiera americana
appesa in cima al forte sventolava ancora, o se il bombardamento
aveva consentito alla fanteria britannica in attesa di avanzare e di
issare la propria.
L’attacco fu un fallimento totale: il forte restò in piedi e ci furono
solo quattro vittime tra gli americani. Sotto lo sguardo di Key, la
bandiera a stelle e strisce continuava a garrire al vento del mattino.
Allora scrisse di getto l’inno sul ponte di una cannoniera inglese: «E
il rosseggiar dei razzi, e le bombe che scoppiavano in aria
mostrarono, nella notte, che la nostra bandiera era ancora là». Il
primo verso si chiudeva con una domanda, perché non si sapeva
ancora se gli USA avrebbero prevalso: «Di’ dunque, lo stendardo
lucente di stelle sventola ancora sul paese degli uomini liberi, e sulla
dimora dei coraggiosi?». Nelle settimane immediatamente
successive, i versi furono stampati e distribuiti in tutti gli Stati Uniti,
partendo da Baltimora. Il punto interrogativo è poi diventato
superfluo, nell’arco di un secolo che ha visto l’America divenire
sempre più sicura di sé.
La bandiera originaria che sopravvisse al bombardamento di Fort
McHenry è esposta al National Museum of American History della
Smithsonian Institution fin dal 1907. È conservata in un locale
praticamente sterile e poco illuminato per cercare di preservarla. Si
tratta della bandiera sotto cui combattevano gli americani, «dalle
sale di Montezuma alle spiagge di Tripoli», come recita l’inno di
battaglia dei marine. È la bandiera che sventolavano mentre
costruivano l’impero americano, spingendosi sempre più a ovest
all’interno del continente, dagli Appalachi attraverso le grandi
pianure fino alle Montagne Rocciose e poi al Pacifico.
Quella bandiera si è modificata nel tempo, con l’aggiunta di altre
stelle in rappresentanza dei nuovi stati che entravano a far parte
dell’Unione. L’artiglieria fu il primo corpo armato a usare in battaglia
la versione di base (con le strisce alternate) negli anni Trenta
dell’Ottocento, seguita dalla fanteria nel 1842 e infine dalla cavalleria
nel 1861. La cavalleria aveva un gonfalone a stelle e strisce, con un
triangolo ricavato sul lato destro che creava due sezioni, mentre le
stelle erano racchiuse in un cerchio in cima al vessillo. Era una delle
insegne che accompagnarono il Settimo Cavalleggeri del generale
Custer nella battaglia di Little Big Horn (Montana) del 1876.
Gli uomini di Custer conoscevano sicuramente un’altra famosa
bandiera, la Gadsden, che già allora era considerata un residuato
della guerra coloniale. Era stata disegnata dal generale di brigata
Christopher Gadsden (1724-1805) durante la rivoluzione americana
e veniva usata come bandiera di guerra dai Continental Marines. La
bandiera ha uno sfondo giallo con l’effigie di un serpente a sonagli
attorcigliato, con sotto le parole: «Don’t Tread on Me» («Non
calpestatemi»). Non è una richiesta; è un monito.
All’epoca il messaggio era chiaro: il serpente a sonagli si trovava
in alcune delle tredici colonie e ai tempi della rivoluzione veniva già
associato a esse. Il motto «Don’t Tread on Me» era chiaramente un
avvertimento agli inglesi, e serviva a fomentare l’opinione pubblica
contro la prospettiva di far parte del loro impero.
In seguito il suo utilizzo diminuì, nonostante una temporanea
ripresa nel Sud durante la guerra civile. Ma negli anni Settanta del
secolo scorso quel motto fu rilanciato dagli attivisti dei circoli libertari
come simbolo di individualismo e sfiducia nel governo federale.
Dopo l’11 settembre è tornato in auge. Lo slogan toccava una
corda sensibile nell’animo dell’opinione pubblica, colpita nel cuore
della patria. Le vendite della bandiera, e di tutta la relativa
oggettistica, sono cresciute sensibilmente nel primo decennio di
questo secolo, tanto che ha iniziato a comparire anche sulle targhe
automobilistiche e sui berretti da baseball.
Poi, intorno al 2010, i sostenitori del Tea Party e del libero acquisto
delle armi l’hanno adottata come urlo di guerra, ma ha cominciato
anche ad assumere altre connotazioni. Gli estremisti di destra, che si
opponevano al primo presidente afroamericano, si sono appropriati
della bandiera, che un po’ alla volta, nella mente di alcuni, si è
associata al razzismo, anche perché Gadsden era proprietario di
schiavi.
Nel 2014 la Equal Employment Opportunity Commission è stata
chiamata a valutare un caso sollevato da un addetto alle poste
secondo il quale l’abitudine di un collega di indossare un berretto
con la bandiera di Gadsden sul lavoro sarebbe stata una forma di
discriminazione razziale. La Commissione ha riconosciuto la
legittimità del ricorso, ma ha emesso una direttiva in cui si guardava
bene dal decidere se la bandiera era un simbolo razzista e se il fatto
di indossarla era una forma di discriminazione.
Coloro che sono a favore o contro la Gadsden non ammettono
l’ambiguità nella loro visione del mondo. Se si è schierati da una
parte, si fa riferimento al brano della direttiva emanata dalla
Commissione che recita: «È chiaro che la Gadsden Flag era nata
durante la guerra rivoluzionaria in un contesto non razziale». Se si è
schierati dall’altra parte, il paragrafo che salta immediatamente agli
occhi è quello in cui si dice che a volte la bandiera «viene
interpretata come un mezzo per trasmettere messaggi vagamente
razzisti in alcuni contesti».
Per tutti quelli che non sono schierati, le parole chiave sono «in
alcuni contesti». Come vedremo più avanti, i britannici, e in
particolare gli inglesi, hanno conosciuto analoghe diatribe. Alla fine
del secolo scorso ci sono stati periodi in cui, in determinate
situazioni, l’esposizione della bandiera inglese assumeva un
significato potenzialmente razzista.
Le bandiere possono avere «più significati». Esponendone una si
può intendere una cosa, ma gli altri potrebbero pensare che se ne
intenda tutt’altra. Dimostrare il proprio intento, se il simbolo non è
palese, è difficile. Il che ci porta alla seconda bandiera americana in
ordine di celebrità.
Durante la guerra civile americana (1861-1865), il Nord
combatteva sotto bandiere a stelle e strisce, ed è da una di esse che
deriva il soprannome «Old Glory». Un comandante di marina
nordista in pensione, William Driver, aveva sempre dato quel
soprannome alla bandiera a stelle e strisce che esponeva sulla sua
nave. Durante la guerra si ritrovò a Nashville, in Tennessee, dove i
confederati gli imposero di consegnare loro la bandiera, al che
rispose: «Se volete la mia bandiera, dovrete passare sul mio
cadavere». La bandiera venne poi nascosta finché le forze unioniste
del Sesto Reggimento dell’Ohio conquistarono la città e ricevettero il
vessillo da William Driver in persona. In seguito il Sesto Reggimento
dell’Ohio adottò il motto «Old Glory» e la storia fece il giro del paese.
Il comandante Driver è sepolto a Nashville e la sua tomba è uno dei
pochi siti in cui la bandiera americana può sventolare legalmente
ventiquattr’ore al giorno.
Il Nord aveva la sua bandiera, ma anche gli eserciti degli stati del
Sud avevano le loro, anzi, ce n’erano parecchie versioni; quella che
divenne il simbolo riconoscibile del Sud era nata come vessillo di
guerra, anziché come simbolo ufficiale della Confederazione. Era la
bandiera dei confederati (detta anche Dixie Flag o Southern Cross) e
aveva una croce diagonale blu con stelle bianche in campo rosso.
Gli stati del Nord vinsero la guerra e per qualche tempo molti sudisti
continuarono a esibire la bandiera confederata nelle riunioni dei
reduci, nelle cerimonie e ai funerali. Commemorava i caduti, e
celebrava una cultura specifica del Sud. Ma si associava anche a
coloro che avevano combattuto nell’esercito confederato per
difendere lo schiavismo e che, dopo la guerra, avevano assoggettato
la popolazione di colore a svariate forme di razzismo per impedirle di
uscire da una condizione servile. Tra esse c’erano le famigerate
leggi «Jim Crow», che di fatto impedivano a molti neri di votare. Ma
la bandiera del Sud, e quasi tutti i simboli espliciti di questa cultura
razzista, divennero ufficialmente tali a livello nazionale, e poi
internazionale, solo alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso.
Se guardiamo il celebre film muto del 1915 The Birth of a Nation, di
D.W. Griffith, vedremo, oltre all’incessante stereotipizzazione
razziale degli americani di colore, varie scene che illustrano le
lugubri processioni del Ku Klux Klan, costituitosi subito dopo la fine
della guerra civile. Ma in nessuna di esse si vede la bandiera
confederata, che non compariva neppure nelle scene di battaglia
precedenti.
Dopo la prima guerra mondiale c’è stata una rapida crescita dei
gruppi suprematisti bianchi, specie nel Sud, e il Ku Klux Klan ha
progressivamente adottato l’emblema. Nel 1948 la bandiera
confederata divenne il simbolo dello States’ Rights Democratic Party,
che sosteneva la segregazione razziale in opposizione al
neocostituito movimento per i diritti civili. L’articolo 4 dello Statuto dei
cosiddetti «Dixiecrats» recitava: «Noi siamo a favore della
segregazione razziale».
Nonostante questa associazione negativa, durante gli anni
Cinquanta la bandiera divenne anche un’icona culturale. Per alcuni
era solo un modo per identificare la tradizione e l’orgoglio regionale,
oltre a testimoniare l’evento storico della guerra civile. Venne usata
ampiamente nella pubblicità e nella cultura popolare. Per esempio,
la fortunata serie televisiva Hazzard racconta la storia di due cugini
che girano la Georgia a bordo di una Dodge Charger con il motore
truccato, soprannominata «Generale Lee» in ricordo del celebre
eroe della guerra civile. Sul suo tetto campeggiava la bandiera
confederata. Non voleva dire che i cugini appoggiavano la
segregazione, ma semplicemente che erano «vecchi ragazzi» del
Sud.
In ogni caso, date le sue sfumature politiche e le associazioni con
il Klan, in alcune circostanze la bandiera è considerata inadatta
all’esposizione nei luoghi pubblici. Nel 2015 in South Carolina è stata
solennemente ammainata e rimossa dal campidoglio dopo
l’uccisione di nove fedeli di colore da parte di un bianco, Dylann
Roof. Un video postato da Roof su Internet lo ritraeva mentre
sputava sulla bandiera a stelle e strisce e agitava il vessillo del Sud.
Il presidente Obama ha twittato: «Il fatto che il South Carolina abbia
ammainato la bandiera confederata è un segnale di buona volontà e
di pacificazione e un passo significativo in direzione di un futuro
migliore».
Tra il 1865 e gli anni Cinquanta del Novecento, la bandiera sudista
non aveva mai sfidato in popolarità quella a stelle e strisce, ma nella
seconda metà del secolo scorso ha ben ricordato che non tutti gli
aspetti della guerra civile appartenevano al passato. A quel punto,
però, i colori nordisti erano saldamente incorporati nella coscienza
collettiva dell’America sotto forma di stelle e strisce.
Questa bandiera ha accompagnato gli americani in due guerre
mondiali, in Corea, in Vietnam, in Iraq, in Afghanistan e in occasione
dell’11 settembre. Ha sventolato anche nei momenti bui della
Grande depressione e ai raduni del movimento per i diritti civili. Ha
fatto da sfondo a centinaia di cerimonie di consegna delle medaglie
olimpiche, in cui il paese celebra la continuità della sua giovinezza e
del suo vigore. È arrivata in cima all’Everest ed è stata piantata
persino sulla Luna. In tutte queste difficoltà e in tutte queste vittorie,
la bandiera ha incarnato i valori fondativi dell’America, in primis la
libertà e il successo. Non c’è da meravigliarsi se la maggior parte
degli americani nutre tanto rispetto per la bandiera, al punto da
stupire gli stranieri.
Le leggi e i codici di condotta che regolamentano l’uso della
bandiera americana sono incredibilmente complessi, anche per il
loro simbolismo e per la quantità. È in queste leggi che vediamo la
profondità del sentimento che la fa apparire talora quasi un oggetto
sacro, e sentiamo ripetere in continuazione le parole chiave che
attivano le leve emozionali di molti americani, come «fedeltà»,
«onore» e «rispetto». Le regole che governano l’uso della bandiera
potrebbero riempire un libro intero, ma i pochi esempi citati qui di
seguito, tra cui alcune norme federali del Flag Code, ci dicono quello
che provano gli americani patriottici quando vedono, toccano e
pensano alla loro bandiera.
Quando suona l’inno nazionale e viene esposta la bandiera, gli
americani non in uniforme dovrebbero mettersi sull’attenti
guardandola con la mano destra sul cuore. Quelli in uniforme
dovrebbero cominciare a fare il saluto militare alla prima nota
dell’inno, e protrarlo fino all’ultima. Il fatto che quella melodia sia più
adatta a un karaoke notturno di ubriachi in qualche locale di Tokyo, o
al finale di un’opera di Verdi in cui una signora in carne muore di
consunzione, conta relativamente poco. Non è colpa degli americani
se il loro inno ha un registro un po’ troppo alto. Viene cantato
regolarmente alle partite di baseball, di basket e di football da
qualcuno che ha vinto un torneo della Little League l’anno prima e
riesce a rovinarlo con le sue stonature. D’altronde, l’inno americano
è un mix così complesso di cambiamenti di registro che se cominci
male, finisci peggio.
Ma torniamo alle leggi che regolano l’uso del simbolo del paese.
Qui si comincia a fare sul serio: «Nessuna mancanza di rispetto
dovrebbe essere mostrata alla bandiera degli Stati Uniti d’America,
che non dovrebbe mai scendere al livello di nessuna persona o di
nessuna cosa»; «Quando la bandiera viene srotolata per essere
esposta lungo una strada, dovrebbe essere appesa verticalmente,
con le stelle orientate verso nord o verso est. Non deve toccare gli
edifici, il terreno, gli alberi o le siepi». E si va avanti così per diverse
pagine, spiegando tra l’altro che «quando la bandiera viene usata
per coprire una bara, dovrebbe essere posizionata con il simbolo
dell’unione in corrispondenza della testa e sopra la spalla sinistra. La
bandiera non dovrebbe discendere nella tomba o toccare il terreno».
Inoltre: «La bandiera non si dovrebbe mai usare per scopi
pubblicitari» e «La bandiera rappresenta un paese vivo e vitale ed è
considerata essa stessa una cosa vivente. Perciò, il distintivo che
riproduce la bandiera andrebbe indossato sul bavero sinistro in
prossimità del cuore».
Anche se non tutte queste regole vengono rispettate, per esempio
quella sul divieto di uso pubblicitario, resta il fatto che la bandiera a
stelle e strisce è un simbolo venerato. Questa venerazione si
estende anche alla sua piegatura. L’ho vista eseguire parecchie
volte ai funerali di militari americani di entrambi i sessi. Sulla carta
può sembrare una stranezza; se la bandiera venisse riposta in un
cassetto, il rituale potrebbe sembrare un po’ esagerato, ma durante
un funerale, il lento e accurato metodo di recupero e di piegatura
della bandiera, in un silenzio carico di solennità, può risultare
oltremodo commovente. La sacralità del servizio reso al proprio
paese è certamente maggiore negli Stati Uniti che in quasi tutto il
resto del mondo, e l’idea del sacrificio per una nobile causa è ancora
profondamente radicata nella psicologia collettiva delle forze armate
americane, in particolare i marine. Quando si partecipa al funerale, o
alla commemorazione, di un marine ucciso in combattimento, si ha
la sensazione che sia un lutto familiare.
Ecco perché se in teoria i dettagli del ripiegamento della bandiera
sembrano eccessivi, nella pratica possono apparire giustificati:
«Estendete la bandiera in tutta la sua lunghezza e piegatela per il
lungo una volta. Piegatela per il lungo una seconda volta per far
combaciare il lato scoperto, facendo in modo che l’unione delle stelle
in campo blu rimanga pienamente visibile all’esterno. Effettuate poi
una piegatura triangolare mettendo l’angolo a strisce del bordo
ripiegato sul bordo aperto». La procedura continua finché non si
vede solo il blu e la forma della bandiera diventa quella di un
cappello a tricorno, rappresentativo del tricorno indossato dai patrioti
durante la rivoluzione americana.
Per le forze armate degli Stati Uniti che replicano la cerimonia
dell’ammainabandiera e della piegatura tutte le sere e ai funerali,
ogni ripiegatura ha un significato. La prima simboleggia la vita, la
seconda la certezza della vita eterna, la terza la fede nella
resurrezione della carne e così via fino alla quinta, che fa riferimento
alle celebri parole dell’ufficiale di marina Stephen Decatur sul
«nostro paese… nella ragione o nel torto», per arrivare all’ottava,
che rappresenta «un tributo a colui che è entrato nella valle
dell’ombra della morte, nella speranza di rivedere la luce del giorno».
Nella sequenza conclusiva, le strisce rosse e bianche vengono
finalmente avvolte nel blu e, come prevede il cerimoniale militare, «la
luce del giorno svanisce nell’oscurità della notte». Una parte del
rituale si potrebbe considerare problematica per via del suo
substrato cristiano, ma poiché la Costituzione non dice quale Dio
adorano gli Stati Uniti, le forze armate americane non entrano nei
dettagli.
Il Flag Code spiega anche come pulire e riparare la bandiera
quando è necessario, ma «quando una bandiera è così logora da
non servire più come simbolo del nostro paese, andrebbe distrutta
bruciandola in modo dignitoso». E ciò prevede una cerimonia, anzi,
un funerale vero e proprio. Le direttive contenute nel Flag Code sulla
«cremazione» della bandiera includono questo suggerimento:
Singoli cittadini, piccoli gruppi o organizzazioni dovrebbero farlo con la
massima discrezione in modo che la distruzione della bandiera non venga
percepita come una protesta o una dissacrazione […]. Si potrebbe usare
una sedia vuota come «posto d’onore» per gli amanti della Old Glory che
sono trapassati o troppo infermi per assistere.

Poi inizia la cerimonia, officiata da un cappellano o aperta da una


preghiera collettiva.

CERIMONIERE: «Siamo qui riuniti per distruggere queste bandiere che sono
state giudicate non più utilizzabili […]. Queste bandiere hanno ispirato
coloro che volevano assaporare il gusto della libertà e hanno dato speranza
a coloro che erano oppressi dalla tirannia e dal terrore […]. Sappiate che
queste bandiere hanno servito bene e con onore il nostro paese. Le loro
stelle e le loro strisce sono state esposte ai venti della libertà e si sono
riscaldate al sole della libertà».

Il rito infine si conclude con il canto corale di God Bless America.


Ci sono anche cerimonie più formali. Qui, prima di bruciare la
bandiera, almeno sei volontari che formano il cosiddetto «Retirement
Crew» devono tagliarla in tanti pezzi. Quattro reggono gli angoli; uno
taglia materialmente la bandiera e l’altro ne raccoglie i pezzi. Poi si
svolge una complessa cerimonia che si conclude così:
La bandiera viene poi bruciata al fuoco di legni pregiati «per ricordarci dei
coraggiosi americani che combatterono e morirono per costruire la nostra
nazione sotto questa bandiera. La quercia per rappresentare la forza che ha
portato la bandiera in tutto il paese e oggi lo conduce verso ulteriori
traguardi. Il cedro per proteggerci dalla pestilenza e dalla corruzione, e
preservare lo stile di vita americano». E «il noce per ricordarci del ricco
suolo, della meravigliosa campagna e della fruttuosa fratellanza fondata dai
nostri avi».

Alcuni americani particolarmente patriottici si attengono


scrupolosamente a questi rituali. È una cerimonia simile alla
tradizione degli ebrei ortodossi di seppellire una vecchia Torah
malconcia in un cimitero per mostrare il massimo rispetto per «le
parole di Dio», e ci ricorda l’idolatria degli americani per la bandiera.
La maggior parte degli americani non ha mai assistito alla
cerimonia di «pensionamento» della bandiera, e alcuni potrebbero
considerarlo un rituale esagerato. Il che non vuol dire che
resterebbero indifferenti alla vista della propria bandiera bruciata o
dissacrata in altri modi, in preda a una furia iconoclasta. Dare alle
fiamme la bandiera americana è un’abitudine frequente in alcune
parti del mondo, soprattutto in Medio Oriente, ma succede anche
negli Stati Uniti. Ovunque accada, chi dà fuoco alla bandiera sa
benissimo cosa sta facendo e quali emozioni andrà a suscitare.
Anche se non è in grado di spiegare esattamente il significato di
questa azione, sa per istinto che sta arrecando una grande offesa
agli americani, ed è proprio per questo che lo fa. Ho visto bruciare la
bandiera americana in Pakistan, in Iraq, in Egitto, a Gaza, in Iran e in
Siria. Tutte le volte c’era qualcosa di infantile nella furia insensata
che accompagnava quel gesto. Coloro che bruciavano la bandiera
esprimevano ovviamente un odio profondo nei confronti degli Stati
Uniti, ma avevo la sensazione che in fondo sfogassero anche la
propria frustrazione per l’impossibilità di ostacolare il successo di
quel sistema che odiavano così tanto. Appartenevano a culture che
idolatrano l’onore, per cui disonorare un «nemico» era fonte di gioia.
Veder bruciare la bandiera del proprio paese da stranieri all’estero
può suscitare un’emozione diversa rispetto al vederla bruciare in
patria dai propri connazionali; per certi aspetti, l’ira provocata in
quest’ultimo caso è ancora maggiore. Alcuni anni prima della sua
morte, il cantante folk americano Johnny Cash ha presentato una
canzone sulla bandiera a stelle e strisce intitolata Ragged Old Flag
(«Vecchia bandiera stracciata»). Ha detto agli ascoltatori che
riempivano l’auditorio: «Ringrazio Iddio per tutte le libertà che
abbiamo in questo paese. Le apprezzo profondamente. E sono
orgoglioso di questi diritti, compreso quello di bruciare la bandiera».
Questa dichiarazione ha colto di sorpresa gli spettatori amanti della
musica country, alcuni dei quali hanno cominciato a fischiarlo prima
che Cash chiedesse il silenzio e aggiungesse: «Ma voglio dirvi una
cosa: abbiamo anche il diritto di girare armati, e se brucerete la mia
bandiera vi sparerò».
Si trattava di un’interessante interpretazione della gerarchia del
Primo emendamento: «Il Congresso non approverà nessuna legge
che imponga una religione o vieti il libero esercizio della religione; e
non ostacolerà la libertà di parola o la libertà di stampa, né il diritto di
riunirsi pacificamente e di chiedere al governo il raddrizzamento dei
torti». E riguardava anche il Secondo emendamento: «Una milizia
ben regolamentata è necessaria per la sicurezza di uno stato libero,
e il diritto delle persone di tenere e portare armi non verrà limitato».
Nel 1989 la Corte Suprema ha usato il Primo emendamento per
spiegare perché negli Stati Uniti non è illegale bruciare la bandiera
nazionale, come di tanto in tanto accade. Sembra improbabile che
potesse interpretare il Secondo emendamento nel senso di
consentire la reazione minacciata da Johnny Cash. La sentenza ha
messo fine al caso Texas contro Johnson, ed è stata
successivamente confermata nel caso USA contro Eichman (1990).
È un pronunciamento interessante sotto molti aspetti, anche perché
la Corte ha assimilato la bandiera a un «discorso simbolico» e quindi
bruciarla voleva dire esprimere un’opinione, in linea con il Primo
emendamento.
La decisione della Corte Suprema veniva dopo anni di incendio
sistematico delle bandiere, specie durante la guerra del Vietnam. Nel
1968 il Congresso ha approvato la Federal Flag Desecration Law,
che vietava di dissacrare consapevolmente «la bandiera degli Stati
Uniti mutilandola, sfregiandola, strappandola, bruciandola o
calpestandola in pubblico». Nel 1984 Gregory Lee Johnson, un
dimostrante che si opponeva alle politiche del presidente Reagan,
ha bruciato pubblicamente una bandiera a Dallas, in Texas. La
polizia l’ha arrestato per aver violato una legge statale del Texas, ed
è stato condannato a un anno di reclusione.
Johnson ha fatto appello in base al Primo emendamento, e alla
fine la Corte Suprema ha deciso con cinque voti a suo favore e
quattro contrari. Uno dei giudici, Anthony Kennedy, ragionava così:
«Anche se i simboli sono spesso ciò che vediamo in essi, la
bandiera è costante nell’esprimere le convinzioni che condividono gli
americani, la fiducia nella legge e nella pace e in quella libertà che
sostiene lo spirito umano. Il caso che dobbiamo esaminare oggi ci
obbliga a prendere atto dei costi che queste convinzioni comportano.
È doloroso, ma fondamentale che la bandiera protegga anche coloro
che la disprezzano».
È una battaglia che si combatte sia negli Stati Uniti sia in altri
paesi di tutto il mondo. C’è un progetto di legge fermo al Congresso,
intitolato «Flag Protection Act of 2012», che, se venisse approvato,
potrebbe causare condanne non solo negli Stati Uniti, ma anche
all’estero. Secondo questo progetto di legge, chiunque distrugga o
danneggi la bandiera americana è soggetto a «una multa di 100.000
dollari, alla detenzione fino a un anno, o a entrambe le pene». Chi
ruba una bandiera americana di proprietà degli Stati Uniti e poi la
danneggia o la distrugge è soggetto a «una multa fino a 250.000
dollari, alla detenzione fino a due anni, o a entrambe le pene».
Questo paragrafo afferma anche che la legge sarebbe applicabile
«in tutti i territori assoggettati alla giurisdizione esclusiva o
concorrente degli Stati Uniti». Di conseguenza, se la legge fosse
stata in vigore nel decennio scorso, un iracheno che avesse bruciato
una bandiera americana a Baghdad per protestare contro l’invasione
militare degli Stati Uniti avrebbe rischiato il carcere.
Il presidente Trump ha espresso la sua opinione poco dopo le
elezioni quando ha twittato: «Non si dovrebbe permettere a nessuno
di bruciare la bandiera americana. Se qualcuno lo fa, ci devono
essere delle conseguenze, come la perdita della cittadinanza o un
anno di galera!». Alla luce delle ragioni addotte dalla Corte Suprema,
quel tweet appariva in contrasto con un altro del 2013 in cui Trump
citava George Washington: «Se la libertà di parola viene meno,
diventeremo muti e silenziosi come pecore che vanno al macello».
Le leggi sulla dissacrazione della bandiera variano nei diversi
paesi, e l’elenco di quelli in cui è illegale non si riduce agli stati
repressivi. Non si può individuare un andamento preciso o un
raggruppamento significativo, anche se nelle democrazie moderne le
leggi che minano la libertà di espressione non vengono prese quasi
mai sul serio come nelle dittature. Il Regno Unito, l’Australia, il
Belgio, il Canada e il Giappone, per esempio, non hanno leggi che
vietano il vilipendio alla bandiera, mentre la Germania, l’Italia,
l’Austria, la Croazia, la Francia, il Messico e la Nuova Zelanda sì. In
Germania è prevista la reclusione fino a tre anni, come in Cina. In
Francia il massimo della pena è sei mesi di reclusione.
Negli Stati Uniti, se la risposta alla domanda degli avvocati:
«Cos’è quella cosa rossa, bianca e blu che viene fabbricata in
Cina?» è: «La bandiera americana», allora gli uffici legali si possono
mettere all’opera. Diversi stati hanno approvato – o stanno per
approvare – leggi in base alle quali tutte le bandiere americane
vendute devono essere prodotte in America. Il Minnesota è stato il
primo, e se oggi un negozio del Minnesota vende una bandiera
americana fabbricata all’estero, l’autore di questo nuovo reato può
vedersi appioppare una multa di 1.000 dollari o finire addirittura in
carcere per novanta giorni. Sarebbe un caso interessante per la
Corte Suprema. La legge dello stato potrebbe risultare in contrasto
con alcuni trattati commerciali internazionali sottoscritti a livello
federale.
Il business delle bandiere è molto florido in America, dove se ne
vendono 50 milioni all’anno. Nel 2006 le vendite delle sole bandiere
prodotte all’estero valevano 5,3 milioni di dollari; quasi tutte erano
fabbricate in Cina, e nonostante gli sforzi degli studi legali è ancora
così. I cinesi e altri produttori esteri hanno prontamente individuato
l’opportunità «offerta» dagli attacchi dell’11 settembre. Stando allo
US Census Bureau, citato dall’Associated Press, il 12 settembre
2000 la catena Walmart ha venduto 6400 bandiere americane. Un
anno dopo, il giorno successivo agli attacchi alle Torri Gemelle, ne
ha vendute 88.000. Con l’ondata di patriottismo che ha attraversato il
paese nei mesi seguenti, le vendite di bandiere sono esplose da una
costa all’altra. I fornitori esteri erano ben felici di raccogliere la sfida.
Nel 2000, le vendite di bandiere americane prodotte all’estero
valevano circa 750.000 dollari; nel 2001 valevano 51 milioni di
dollari. Naturalmente la domanda è poi calata, ma è ancora
nettamente al di sopra dei livelli antecedenti l’11 settembre, e oggi le
bandiere americane prodotte all’estero valgono ancora circa 5 milioni
di dollari all’anno, una cifra che i governatori degli stati e i produttori
americani vogliono ridurre.
In alcuni paesi, per esempio la Svezia, l’eccessivo patriottismo è
considerato inutile, quasi grottesco. In altri, come il Regno Unito, ci
sono stati periodi in cui i comuni cittadini non osavano esporre la
bandiera per non essere scambiati per estremisti di destra. Ma negli
Stati Uniti, essere orgogliosi della bandiera ed esporla
pubblicamente rientra nella tradizione, al pari della torta di mele.
Come si può riconciliare tutto ciò con la realtà degli USA, dove il
sogno americano si scontra con l’incubo degli innumerevoli progetti,
del sistema carcerario e del razzismo? La bandiera viene ancora
usata per esprimere la convinzione che nello stato ci sia anche
qualcosa di marcio oltre a qualcosa di grande. Per esempio, nel
maggio 2016, gli attivisti contrari a Donald Trump hanno bruciato la
bandiera a stelle e strisce all’esterno di un centro congressi di
Albuquerque, in New Mexico, dove stava parlando il futuro
presidente, e non pochi l’hanno dissacrata alle manifestazioni di
«Black Lives Matter». Ma riconciliare queste differenze non è poi
così difficile. Ci sono tanti lati positivi nello stile di vita americano. Il
simbolismo unico della bandiera e le aspirazioni che rappresenta
parlano al cuore degli americani, come fanno le bandiere nazionali
per tutti gli altri popoli; il fatto che il paese, anzi, il mondo non sia
perfetto, non vieta di sognare.
Naturalmente, non è così per tutti. Un tempo lavoravo per
americani abbastanza ricchi da pagarmi per portare la loro
automobile a migliaia di chilometri di distanza se traslocavano. Una
volta dovevo andare da Filadelfia al Texas. Erano circa 2400
chilometri e non potevo permettermi i motel, così a un certo punto,
mentre attraversavo la Georgia, mi sono fermato in una stazione di
servizio per dormire un’oretta e ho notato un creolo che faceva
l’autostop diretto a sud. Era un giovane sulla trentina, poco pulito, coi
capelli rossi, i pantaloni stracciati e senza scarpe.
Ho dormito, ho preso un caffè e mi sono rimesso in autostrada.
Parecchie ore dopo, mentre mi avvicinavo alla Louisiana, mi sono
fermato a prendere un altro caffè. E ho notato lo stesso tizio, con il
pollice alzato, diretto a sud. Ho fatto un velocissimo calcolo: le
probabilità che quell’uomo venisse tirato su all’ultima tappa,
uccidesse l’autista, si sbarazzasse del cadavere, svuotasse la
macchina e si mettesse alla ricerca della vittima successiva erano
molto basse.
Abbiamo fatto amicizia. Quando siamo entrati in Louisiana, avevo
abbandonato il mio piano di deviare su New Orleans e ho svoltato a
destra in direzione del Texas e della sua casa di Galveston, dove mi
aveva invitato. Abbiamo attraversato il Golfo del Messico a bordo di
un traghetto preceduto da un gruppo di delfini che nuotavano davanti
a noi e saltavano fuori dall’acqua. Era un momento bellissimo di una
bellissima giornata. Poi siamo entrati nell’incubo americano.
Galveston è una cittadina petrolifera divisa dal razzismo. Il mio
nuovo amico viveva nella parte sbagliata. Non avevo mai visto
prima, e non ho mai visto in seguito, una miseria simile nel mondo
avanzato. Lo squallido alloggio con una sola camera da letto che
condivideva con la sorella faceva veramente pena: lampadine che
pendevano dal soffitto, mobili ridotti al minimo, e così tanti scarafaggi
che le pareti sembravano muoversi. Ci sono rimasto un paio di
giorni, uno dei quali era il 4 luglio. Siamo andati in una piscina dove
ero l’unico bianco in mezzo a varie centinaia di neri. Il fatto di essere
mezzi svestiti non faceva che accentuare la differenza nel colore
della pelle.
Dopo che il mio amico, insieme con altri uomini più anziani, ha
convinto alcune giovani teste calde a non chiedermi in continuazione
«che cazzo ci facevo» nella loro piscina, ho domandato a uno dei
miei protettori se avrebbe partecipato a una qualche celebrazione
del 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza. Mi ha guardato e poi mi ha
detto, scandendo le parole: «Che cazzo ho da celebrare riguardo a
questo paese di merda?».
Pochi mesi dopo ero di nuovo a Filadelfia, al college, e stavo
parlando con alcuni nuovi amici, due neri dell’ultimo anno che
volevano entrare nel corpo dei marine. «Perché?» gli ho chiesto.
«Perché», mi ha risposto uno dei due, «voglio restituire qualcosa a
questo grande paese che mi ha dato tante opportunità.» Da ragazzo
inglese dei primi anni Ottanta, non ho mai sentito dire nulla del
genere da un giovane britannico di colore.
Entrambi i sentimenti, quello texano e quello di Filadelfia, sono
legittimi, ma il più diffuso è il secondo. Nonostante tutti i suoi difetti,
l’America infonde nella sua popolazione un senso di appartenenza,
di libertà e di speranza. Il punto non è chiedersi se le cose stanno
veramente così; è la loro realtà, e a giudicare dalle masse che
sperano ancora di approdarvi, l’idea del rosso, del bianco e del blu
che formano la Star-Spangled Banner commuove ancora lo spirito
umano.
Quale che sia la ragione, gli ideali americani sintetizzati nella
storia emozionante della bandiera e contraddetti dalla dura realtà di
gran parte della storia americana parlano al cuore delle persone e,
parafrasando Martin Luther King Jr., permettono loro di «avere un
sogno».
2. L’UNIONE E IL JACK

«Quest’aiuola beata, questa terra, questo reame…»


William Shakespeare, Riccardo II (atto II, scena I)
Un sostenitore del conservatore British National Party sventola una
bandiera unionista durante una marcia di protesta davanti al
Parlamento di Londra, nel giugno 2013. Considerata un simbolo
dell’estrema destra negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, la
bandiera unionista è stata poi adottata da molti inglesi – ma non tutti.
Cosa vogliono dire per la popolazione il rosso, il bianco e il blu della
bandiera britannica? Sono il simbolo di uno stato nazionale moderno
e dinamico che crede nella propria identità? O, per citare l’opinione
espressa dall’attrice Emma Thompson all’inizio del 2016, indicano
«un angolino d’Europa piovoso e perpetuamente avvolto dalle nubi,
un’isola grigia, tradizionalista e afflitta dall’infelicità»? Il rosso, il
bianco e il blu della Union Jack potrebbero rappresentare il glorioso
passato di un paese ancora potente, ma potrebbero anche
giustificare i crudeli soprannomi che le affibbiano in alcune parti
dell’Irlanda, per esempio «grembiule da macellaio», a simboleggiare
l’oppressione coloniale e una bandiera coperta di sangue. Forse la
Union Jack può rappresentare tutte queste cose insieme e tante
altre ancora: il cinquantunesimo stato d’America? La «Cool
Britannia»?
Come avviene per qualunque bandiera nazionale, la sua bellezza
o la sua bruttezza sta nell’occhio, nell’immaginazione e nelle
preferenze politiche di chi la guarda. Ma più di tutte le altre, la
bandiera britannica, con la sua stretta unione di simboli, può essere
divisiva anche per le singole parti della stessa regione che dovrebbe
rappresentare. Pensate alle lodi sperticate di «quest’isola scettrata»
che fa Shakespeare nel Riccardo II:
[…] Contro l’invidia di meno elette nazioni;
Quest’aiuola beata, questa terra, questo reame d’Inghilterra.

Tre di quelle «meno elette nazioni» potrebbero essere proprio la


Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles, perché per la maggior parte dei
loro abitanti le parole «Gran Bretagna» e «Inghilterra» non sono
intercambiabili.
Per l’Inghilterra, il partner dominante nell’unione di quattro paesi,
questo non è mai stato un problema. Per le altre regioni, in
particolare la Scozia e il Galles, lo è sempre stato. Nell’estate del
2016 lo shock della Brexit ha indotto tanta gente, sia in Inghilterra sia
fuori dall’Inghilterra, a non considerare più così eletto il Regno Unito.
Se questa unione non fa più parte dell’UE, alcuni si preparano ad
abbandonare la Union Jack per fondere la propria bandiera con le
dodici stelle dell’Europa.
La prospettiva inglese è apparsa in tutta la sua evidenza allo
stadio di Wembley il 30 luglio 1966, quando l’Inghilterra vinse la
coppa del mondo battendo la Germania. Se esaminiamo i video di
quella giornata, possiamo notare che lo stadio è un mare di rosso,
bianco e blu, ma quasi tutte le bandiere (a parte quelle tedesche)
sono della Gran Bretagna, tra cui spicca ogni tanto la bandiera
dell’Inghilterra (la croce rossa di san Giorgio su sfondo bianco).
Naturalmente quel giorno non giocava la Gran Bretagna, ma per gli
inglesi la bandiera britannica era sinonimo d’Inghilterra.
Nell’improbabile eventualità che fosse stata la Scozia a giocare la
finale della coppa del mondo, non avrebbe sventolato nemmeno una
Union Jack, ma piuttosto decine di migliaia di Scottish Saltire (la
croce bianca diagonale di sant’Andrea su sfondo blu) accanto ad
altri simboli della nazione scozzese.
In qualche misura, gli inglesi hanno dovuto rinunciare alla propria
identità mettendo al primo posto la «britannicità» e poi «l’inglesità».
Per alcuni, tuttavia, Inghilterra era sinonimo di Gran Bretagna, e
Gran Bretagna era sinonimo di Inghilterra. Questa idea non sembra
derivare tanto da un complesso di superiorità meditato e
apertamente praticato da parte degli inglesi; è dovuta più che altro
all’autocompiacimento e alla mancata comprensione dei sentimenti
delle altre nazionalità con cui condividono l’isola. Probabilmente era
una conseguenza inevitabile dell’Act of Union che nel 1707 unì
l’Inghilterra (già fusasi con il Galles) e la Scozia sotto la regina Anna.
La popolazione della Scozia era di circa un milione di persone,
mentre quella dell’Inghilterra e del Galles ammontava a 5,5 milioni, e
il territorio a sud della Scozia stava diventando una potenza
economica. Dal punto di vista numerico non è mai stata una
relazione paritetica, e il divario si è accentuato costantemente a
partire dal Settecento. Oggi, stando all’Office of National Statistics,
l’84 per cento dei 65 milioni di abitanti del Regno Unito è inglese,
l’8,3 per cento è scozzese, il 4,8 per cento è gallese e il 2,9 per
cento è nordirlandese. La maggior parte di noi non può evitare di
lasciarsi influenzare da queste cifre. Ma così come tutti i membri
dell’UE dovrebbero essere uguali, anche l’Unione creata nel 1707
avrebbe dovuto essere un’associazione paritetica.
All’epoca c’era già da un secolo una bandiera reale della Gran
Bretagna. Nel 1603 Giacomo VI di Scozia aveva unito i troni di
Scozia, Irlanda e Inghilterra ascendendo al trono con il nome di
Giacomo I d’Inghilterra, ma aveva lasciato in vita tre stati separati.
Ordinò una nuova bandiera per rappresentare la sua unione regale
sulle navi, ma senza imporne l’utilizzo come bandiera nazionale. Il
risultato era una combinazione della Scottish Saltire e della bandiera
inglese. C’erano due problemi in questa soluzione. La croce rossa
stava sopra la croce diagonale bianca, perciò qualcuno avrebbe
potuto pensare che una bandiera fosse più importante dell’altra.
L’altro problema era che dopo i Laws in Wales Acts che avevano
unito l’Inghilterra al Galles tra il 1535 e il 1542, sotto il regno di
Enrico VIII, il Galles era considerato un principato, non uno stato,
quindi non appariva sulla bandiera in alcun modo, neppure un
minuscolo drago che sputa fuoco da qualche parte. Il drago gallese
risale come minimo al V secolo; all’epoca veniva dipinto di rosso o di
giallo oro, e forse era stato scelto come simbolo di potere dopo che i
romani avevano lasciato la Gran Bretagna. Il riferimento più antico al
drago come simbolo del Galles risale all’incirca all’820 e si trova
nella Historia Brittonum, scritta verosimilmente dallo storico Nennio.
Qui compare re Artù che, secondo le leggende messe per iscritto tre
secoli dopo da Goffredo di Monmouth, avrebbe avuto un padre di
nome Uther Pendragon (testa di drago). Le storie arturiane citano
anche una profezia di Merlino su una lunga battaglia tra un drago
rosso e un drago bianco, che dovrebbe rappresentare la lotta tra
Galles e Inghilterra. Dunque il simbolo ha una lunga storia ma, come
abbiamo visto, non è mai arrivato sulla bandiera del Regno Unito.
Sul piano costituzionale questi aspetti non hanno alcuna importanza,
ma sul piano emotivo contano ancora oggi.
Siamo in possesso di documenti che spiegano perché gli inglesi
adottarono come patrono il trecentesco san Giorgio, così come
esistono testimonianze da cui risulta che avrebbe ucciso un drago.
Ma è probabile che nel XII secolo i crociati inglesi abbiano usato
come insegne versioni della sua croce rossa in campo bianco, che
alla fine del XIII secolo veniva largamente impiegata dai marinai
inglesi. Non si sa bene neanche perché la croce di san Giorgio sia
rossa, anche se uccidere i draghi non era certo una passeggiata, per
cui il santo avrà sicuramente avuto un paio di macchie di sangue
sulla tunica.
Grazie alle sue imprese, san Giorgio è stato identificato, nelle
tradizioni araldiche degli stemmi che si svilupparono nell’XI e nel XII
secolo, con i cosiddetti «valori inglesi» – galanteria, onore, audacia
–, ma siccome era nato nell’odierna Turchia ed era morto in
Palestina, può darsi benissimo che non abbia mai messo piede
sull’«isola scettrata», anche se stando alla leggenda avrebbe vissuto
un anno a Glastonbury. Non era mai stato nemmeno un boyscout,
eppure è diventato il loro santo patrono. Anche la ragione per cui lo
si crede in grado di guarire miracolosamente la sifilide si perde nella
notte dei tempi.
Nel frattempo, sant’Andrea divenne il santo patrono della Scozia
dopo che il leggendario re Angus vide una croce a X campeggiare
nel cielo blu mentre combatteva contro gli invasori sassoni nel IX
secolo. La croce venne così a identificarsi con sant’Andrea che,
sempre stando alla leggenda, sarebbe stato crocifisso su una croce
a X. Nel 1286 questa era già abbastanza nota da consentire al
governo scozzese di usarla nei suoi sigilli.
Nel 1603, quando Giacomo I unì i due troni, le bandiere
simboleggiavano il netto contrasto tra due entità che litigavano da
secoli. Se gli inglesi non facevano scorrerie in Scozia, gli scozzesi le
facevano invece in Inghilterra.
Quando venne il momento di disegnare la nuova bandiera reale,
era scontato che ci sarebbero stati contrasti. Giacomo autorizzò un
proclama che iniziava così: «Mentre alcune divergenze sono insorte
tra i nostri sudditi della Bretagna del Sud e della Bretagna del Nord
che viaggiavano per mare, sull’esposizione delle proprie bandiere»,
e proseguiva decretando la fusione tra la croce di san Giorgio e la
Saltire. Quando fu chiaro che la croce inglese sarebbe stata
sovrapposta a quella scozzese, un gruppo di notabili scozzesi chiese
al conte di Mar di insistere presso il re affinché rivedesse la sua
decisione, perché quel disegno «creerà odio e scontento tra i sudditi
di Sua Maestà». Ma il re non tornò sulla decisione, e infatti si
scatenò il malcontento tra i sudditi. Per diversi anni, molte navi
scozzesi continuarono a esporre la Saltire oppure la nuova bandiera
unitaria con la croce di sant’Andrea sovrapposta alla croce di san
Giorgio. All’occhio dell’osservatore moderno apparirebbe una
gigantesca X che copre il simbolo inglese.
Quella fusione creò la bandiera reale, finché non arrivò Oliver
Cromwell che la abolì seduta stante nel 1649, eliminando nel
contempo anche re Carlo I, che fu decapitato. Undici anni dopo, con
la restaurazione della monarchia, la bandiera fece ritorno, a
differenza del decapitato re Carlo.
Torniamo al 1707, quando furono presi in considerazione vari
disegni per la bandiera che avrebbe dovuto simboleggiare il nuovo
regno britannico; in uno di questi la Saltire prevaleva sulla croce di
san Giorgio e veniva descritta come «una bandiera unionista
scozzese che sarebbe usata dagli scozzesi». La regina Anna e il suo
consiglio privato bocciarono il progetto, e scelsero il primo disegno
che era stato sottoposto loro, quello che metteva la croce di san
Giorgio in primo piano e già da un secolo veniva esposto dalle navi
reali.
Fu la prima bandiera dell’Unione, e sarebbe durata fino al 1801,
quando fu stabilita l’unione tra Gran Bretagna e Irlanda. Poi fu
aggiunta la croce rossa di san Patrizio che rappresentava l’Irlanda
per creare la bandiera che vediamo oggi. Gli irlandesi non
adottarono mai quella croce rossa, perché i nazionalisti lo
consideravano un’imposizione degli inglesi. Nel 1922, quando
l’Irlanda divenne un paese indipendente, la croce rossa sopravvisse
nella bandiera, in parte per rappresentare la permanenza dell’Irlanda
del Nord nell’Unione, e in parte perché sarebbe stato troppo costoso
cambiarla di nuovo.
La croce di san Patrizio spiega anche la presenza di sottili righe
bianche che separano la croce rossa dallo sfondo blu. Queste linee
a contrasto prendono il nome di fimbriature: nella tradizione araldica
che ispirò il disegno di alcune bandiere prima militari e poi nazionali,
certe zone colorate vanno separate dai «metalli», rappresentati a
loro volta, per esempio, dal bianco o dall’argento.
A questo punto risulterà chiaro che le espressioni bandiera
britannica, bandiera dell’Unione e soprattutto Union Jack vengono
usate in modo intercambiabile. Questo perché so da fonti autorevoli
che si può farlo e che non serve a niente litigare animatamente nei
pub o scrivere lettere di fuoco al «Daily Telegraph» e al «Times».
Tante discussioni iniziavano con la frase: «Si può chiamare Union
Jack solo quando pende dal pennone di una nave», ma non
portavano quasi mai a nulla. Allora, per avere una risposta definitiva,
mi sono rivolto a Graham Bartram, autore di British Flags and
Emblems e insigne vessillologo del Britain’s Flag Institute, che a sua
volta è un’autorità mondiale in materia. Poiché Bartram ha disegnato
personalmente la bandiera di Tristan da Cunha e ha collaborato alla
progettazione della bandiera bosniaca, è una fonte certamente più
attendibile dell’avventore del pub, e diversamente da quest’ultimo è
disposto ad accettare l’idea che le eccezioni confermano la regola.
Come spiega Bartram, insieme con il Flag Institute, la parola
«jack» veniva usata agli inizi del Seicento per designare una
bandierina che si appendeva a un piccolo pennone delle navi. Di lì a
trent’anni era diventata prassi abituale appendere la bandiera
dell’Unione a un determinato albero, denominato «jack». Sappiamo
che allora si chiamava bandiera dell’Unione perché re Carlo la cita in
un proclama del 1634, sottolineando che non doveva essere esposta
da nessun’altra nave al di fuori di quelle della marina per non
provocare il «Nostro grande scontento». Ci sono prove del fatto che
la bandiera veniva chiamata prima Jack, e successivamente Union
Jack.
Fino a quel momento, la Union Jack sventolava solo a bordo delle
navi, ma non c’era una normativa specifica in materia. Così
l’espressione Union Jack venne a indicare quella bandiera, ovunque
venisse esposta. Un pronunciamento dell’ammiragliato, datato 1902,
dichiarava che il vessillo si poteva chiamare indifferentemente Union
Jack o bandiera dell’Unione. Sei anni dopo, rispondendo a
un’interrogazione parlamentare, il conte di Crewe affermò: «La
Union Jack andrebbe considerata la nostra bandiera nazionale».
Peccato che né l’ammiragliato né il Parlamento (senza un giusto
processo) fossero legittimati a fare queste affermazioni e a prenderle
per definitive.
Inoltre, come rileva il Flag Institute, nel 1913 qualcuno
dell’ammiragliato non aveva ancora letto il memo del 1902 e in uno
scritto si riferiva alla «bandiera dell’Unione» aggiungendo in una
nota a piè di pagina: «La Union Jack è una bandiera che può essere
esposta solo sull’asta denominata “Jack”». L’autorevole Reeds
Nautical Almanac ha dichiarato solennemente che si poteva parlare
di Union Jack solo quando si trattava di «una bandierina esposta
sull’asta denominata “Jack”», ma l’ultima volta che si è avventurato
in queste acque tempestose correva l’anno 1993, dopodiché ha
preferito non menzionare l’argomento.
Nel 1933 l’allora segretario agli Interni, Sir John Gilmour, dichiarò
che «la bandiera unionista è la bandiera nazionale e può essere
esposta legittimamente sulla terraferma da qualunque suddito
britannico». Ma le sue parole restarono lettera morta, e finora non è
stata approvata alcuna legge che consacri ufficialmente la Union
Jack come bandiera ufficiale del Regno Unito. Lo è diventata per
abitudine e tradizione, il che, per quanto inusuale, si deve anche alla
mancanza di una costituzione codificata per la Gran Bretagna.
Quanto al dibattito tra Union Jack e bandiera unionista, se non
emergeranno nuove prove in senso contrario, l’ultima parola
dovrebbe spettare all’opuscolo del Flag Institute intitolato Union Flag
or Union Jack?, da cui cito:

Tra i conoscitori della materia, si accetta generalmente l’utilizzo di entrambi i


nomi […]. Pare che esista un movimento, in alcuni ambiti del governo e dei
media, inclusa la BBC, che vorrebbe escludere il nome «Union Jack» per la
sua presunta improprietà. Potremmo anche chiederci, dunque, cosa accade
ai colori e alla personalità della bandiera quando un politico o un lettore di
quotidiani desidera appellarsi alla storia e alla forza dello stendardo, in un
discorso o in un articolo, o anche solo in una lettera al direttore. O cosa
accade quando chi ascolta quel discorso o legge quell’articolo non capisce,
o non apprezza, il riferimento alla bandiera dell’unione anziché alla
populista Union Jack. […] È opinione del Flag Institute che entrambe le
denominazioni siano corrette, e che si possano usare tutte e due.
Sembrerebbe un modo elegante per invitare tutti a darsi una
regolata.
Comunque la si chiami, è la bandiera multicolore, fimbriata,
complessa eppure semplice che ha viaggiato in tutto il mondo. Ha
sventolato a Waterloo, a Trafalgar, a Balaklava, a Rorke’s Drift, nella
Somme, a Gallipoli, sulle spiagge della Normandia e a Goose Green
nelle isole Falkland, a Bassora in Iraq e a Camp Shorabak in
Afghanistan. Ha sventolato anche su grandiosi edifici pubblici di
capitali di tutto il mondo, e nelle retrovie di regioni semisconosciute
dell’India, della Malesia, del Myanmar, del Kenya, del Sudan,
dell’Australia, del Belize e di tanti altri luoghi in cui la mappa era tinta
di rosa e sembrava che il sole non dovesse tramontare mai
sull’impero britannico. Finché un giorno quel sole è effettivamente
tramontato.
Prima, tuttavia, in tutto il mondo la vista della bandiera britannica
era la rappresentazione di una nazione insulare che aveva una
storia straordinaria. La bandiera simboleggiava la potenza navale,
l’impero, il progresso scientifico e le esplorazioni della Gran
Bretagna. Nello stesso tempo, per alcuni incarnava i mali del
colonialismo e un attore di primo piano nel gioco che contrapponeva
le grandi potenze. Ha rappresentato anche reggimenti di tante razze
e fedi diverse che hanno combattuto con e per il Regno Unito.
Il modo in cui viene vista ai giorni nostri dipende dagli occhi di chi
la guarda. Nei territori palestinesi, per esempio, la Union Jack viene
associata negativamente al ruolo che ebbero gli inglesi nella
suddivisione del Mandato palestinese tra ebrei e arabi. In India,
tuttavia, il giudizio non è così univoco. C’è un certo disprezzo, tenuto
conto del dominio coloniale britannico, caratterizzato
dall’oppressione, dallo sfruttamento economico e dalle carestie, e c’è
un bel po’ di gente che non esita a enfatizzare l’impatto negativo del
colonialismo in India, specie tra chi ha un ruolo di autorità. Ma
questo non è l’unico sentimento, e nella mia esperienza rimane un
certo affetto nei confronti della bandiera britannica e di ciò che
rappresenta. Una battuta che ho sentito ripetere spesso da persone
comuni durante i miei viaggi in India è: «Se tornaste voi inglesi, le
cose andrebbero meglio». Non va presa alla lettera, ma è un
commento interessante sulle competenze organizzative talora
discutibili della burocrazia indiana. Forse la mancanza di una più
diffusa animosità nei confronti dei colonialisti simboleggia un’India
più sicura di sé, con l’economia in più rapida crescita al mondo,
un’India che guarda a un futuro in cui gli inglesi e la loro bandiera
conteranno sempre meno.
Oggigiorno, la Union Jack appare un po’ ovunque in due forme. In
forma commerciale, su un miliardo di magliette, copertine di dischi,
tazze e prodotti che recano il simbolo della venerabile culla della
democrazia parlamentare, della rivoluzione industriale e di uno dei
più grandi imperi mai esistiti, ma anche della nuova Cool Britannia
che si è affermata nel XXI secolo. L’altra forma in cui compare è
quella di sempre: sulle bandiere. L’eredità coloniale della Gran
Bretagna fa sì che la Union Jack sventoli ancora al vento di
tantissimi stati nazionali, posizionata nell’angolo superiore sinistro di
una bandiera che ricorda il passato ma guarda al futuro.
Il simbolo del Regno Unito è ancora presente, per esempio, nella
bandiera delle Figi, anche se il paese sta modificando il suo vessillo.
Il primo ministro Bainimarama ha detto che «è ora di abbandonare i
simboli coloniali» perché «c’è bisogno di sostituire quei simboli della
nostra bandiera che non sono più al passo coi tempi e non hanno
più rilevanza, alcuni dei quali sono legati al nostro passato coloniale.
La nuova bandiera dovrebbe riflettere la condizione odierna delle
Figi, uno stato nazionale moderno e realmente indipendente». A
quanto pare altri paesi del Commonwealth sono d’accordo; solo
quattro dei cinquantatré membri (Figi, Tuvalu, Australia e Nuova
Zelanda) conservano ancora la Union Jack nelle proprie bandiere.
Australia e Nuova Zelanda si chiedono regolarmente se vale
davvero la pena di progettare una nuova bandiera senza il simbolo
del Regno Unito, ma finora si sono sempre date una risposta
negativa. Nel referendum tenutosi in Nuova Zelanda nel 2016, il 56
per cento dei votanti ha scelto di mantenere la versione già esistente
e hanno respinto la proposta di una nuova bandiera blu scuro
piuttosto elegante su cui campeggia un ramo di felce argentato. A
quanto pare, l’opinione pubblica è favorevole alla Union Jack; per
molti rappresenta i legami pregressi e attuali con il Regno Unito.
Forse tale favore si deve agli effetti duraturi del dominio coloniale
britannico, anche perché la maggioranza della popolazione, intorno
al 69 per cento, è di origine europea, in prevalenza britannica e
irlandese. Gli indigeni maori costituiscono il 15 per cento della
popolazione. Sembra probabile che con il tempo e con l’evoluzione
della composizione etnica la bandiera possa essere sostituita, ma
per un altro decennio o più la posizione della bandiera unionista
dovrebbe rimanere immutata.
La Union Jack è presente in altre bandiere di tutto il mondo: quelle
dell’isola di Niue, amministrata dalla Nuova Zelanda, e quelle dei
protettorati inglesi di Bermuda, Anguilla, isole Cayman e Montserrat
hanno tutte la Union Jack in un angolo, così come quelle delle
province canadesi Ontario e Manitoba. La Columbia Britannica ha
rotto con questa tradizione e ha piazzato la Union Jack in cima alla
bandiera, mentre il sole che sorge sulle onde del Pacifico illumina i
due terzi inferiori. La provincia di Terranova e Labrador mantiene
una versione modificata del simbolo britannico nella metà sinistra
della propria bandiera nazionale.
Una delle presenze meno note si registra sulla bandiera delle
Hawaii. La bandiera hawaiana è un ibrido tra quella degli Stati Uniti e
quella della Gran Bretagna, che figura nell’angolo superiore sinistro,
in maniera da riflettere la relativa vicinanza agli Stati Uniti ma anche
la tradizionale relazione con l’Inghilterra. Le Hawaii non sono mai
state una colonia britannica, tuttavia l’emblema del Regno Unito
persiste nella loro bandiera nonostante lo sfortunato «equivoco»
provocato nel 1842 da un certo Lord George Paulet. Questi era un
comandante della marina inglese, dotato di un forte spirito
d’iniziativa e di una grandissima fiducia in sé stesso; purtroppo, non
aveva la possibilità di accedere a uno smartphone o a un account di
Twitter, o a qualunque altra forma di comunicazione elettronica,
altrimenti avrebbe evitato di assumere unilateralmente il controllo
delle Hawaii in nome della Corona britannica mentre quest’ultima si
preparava a riconoscerne pubblicamente l’autonomia.
Le relazioni tra Honolulu e Londra erano cordiali e particolarmente
attive sul piano commerciale, perciò nel 1816, quando re
Kamehameha I commissionò il disegno di una bandiera, approvò
quello che recava i simboli attuali. Il suo primo figlio, re
Kamehameha II, la mantenne invariata, e lo stesso fece il secondo,
re Kamehameha III. Era una situazione vantaggiosa per tutti. Ma nel
1842 Paulet si spazientì per le presunte ingiustizie a carico di alcuni
sudditi britannici che vivevano su quelle isole. Dalla sua cannoniera
Carysfort, alla fonda nel porto di Honolulu, inviò una serie di
ultimatum a Sua Maestà re Kamehameha avvertendo: «Ho l’onore di
avvisarvi che la nave di Sua Maestà Britannica Carysfort, sotto il mio
comando, si prepara ad attaccare questa città alle quattro del
pomeriggio di domani (sabato) nel caso in cui le richieste che ho
sottoposto al re di queste isole non vengano accolte entro quell’ora».
Un’ora prima che iniziasse il bombardamento, il re decise
saggiamente che la prudenza è l’occhio della virtù, e Paulet issò
puntualmente la bandiera britannica su tutte le isole delle Hawaii. Ci
rimase ben cinque mesi, finché il suo superiore, il contrammiraglio
Thomas, non si presentò personalmente, lo degradò in pubblico, si
scusò con il re, fece ammainare le bandiere e riconobbe la piena
sovranità delle Hawaii. Il re gli disse che non c’erano stati danni, o
qualcosa del genere, e nonostante quel problemino locale, seguito
un anno dopo dal riconoscimento ufficiale della sovranità hawaiana,
la bandiera rimase sostanzialmente inalterata (a eccezione di una
lieve modifica introdotta nel 1845). È l’unica bandiera di uno stato
americano che incorpora la Union Jack, così ancora oggi la bandiera
britannica sventola su un pezzettino di quella repubblica che
risponde al nome di Stati Uniti d’America.
Naturalmente non tutti furono così magnanimi, specie la maggior
parte di quei paesi che avevano assaggiato non solo qualche
versione della diplomazia dei cannoni, ma anche un colonialismo più
longevo. Pakistan, India, Sudafrica, Kenya, Nigeria, Myanmar e tanti
altri hanno rigettato il rosso, il bianco e il blu quando sono diventati
stati indipendenti e hanno sancito la propria sovranità tramite il
colore, il disegno e il simbolismo.
Ed eccoci alla Gran Bretagna del XXI secolo, con una delle
bandiere nazionali più vecchie del mondo, che non può sfuggire al
suo glorioso ma sanguinoso passato, e con i popoli che rappresenta
costantemente impegnati a cercare di definire la loro identità
contemporanea, in patria e all’estero.
A livello politico, la bandiera dell’Unione rappresenta ancora una
grande potenza mondiale, che però sta perdendo peso all’interno
dell’UE. Le forze armate che combattono sotto questa insegna si
sono drasticamente ridotte, pur essendo ancora tra le più forti
d’Europa relativamente parlando. Sul piano economico, la bandiera
rappresenta ancora una delle prime economie del mondo e quel
«soft power» che deriva dal successo continuativo delle sue
esportazioni scientifiche e culturali.
La Union Jack non è più il simbolo di un impero, anche se avrà
sempre connotazioni imperiali; ciononostante viene vista con
rispetto, se non con deferenza, dalla maggior parte di coloro che
rappresenta. Molti britannici non distinguono il sopra e il sotto della
loro bandiera: non è un segno di mancanza di rispetto ma un
piacevole tratto culturale, che spiega perché di tanto in tanto viene
appesa al contrario – anche se esposta così indica un segnale di
pericolo.
Il modo giusto di presentarla è mettere la più ampia delle strisce
bianche, che separa il rosso dal blu, in cima al lato sinistro della
bandiera. Ma i cittadini vengono perdonati se si piazzano davanti a
Buckingham Palace il giorno della celebrazione delle nozze reali
dimenticandosi di controllare se il fazzoletto o la bandierina con i
colori dell’Inghilterra che sventolano sono messi nel verso giusto. Il
problema diventa più serio negli eventi internazionali. Il governo
britannico si è macchiato di questo errore in occasione della firma di
un trattato commerciale con la Cina a Downing Street, dimostrando
così che anche ai massimi livelli molti britannici non sanno
distinguere il sopra dal sotto della loro bandiera. E nel 2016, quando
la Gran Bretagna ha avviato i negoziati con l’UE in vista del
referendum sulla Brexit, davanti al quartier generale europeo di
Bruxelles la bandiera britannica era appesa al contrario. Non si sa se
è stato un caso, se siano stati i francesi che volevano divertirsi un
po’ oppure gli inglesi che mandavano un segnale di pericolo.
Come andrebbe trattata? La bandiera britannica andrebbe «issata
rapidamente» e «ammainata solennemente». Dovrebbe essere
manovrata in modo da non aggrovigliarla, sporcarla o danneggiarla.
Ma non è illegale bruciarla o distruggerla in altri modi. In contrasto
con la tradizione degli Stati Uniti e di altri paesi, la bandiera
britannica può toccare il suolo. Nel video del 1980 che ritrae uno
degli ultimi ammainabandiera effettuati in Rhodesia prima che
diventasse Zimbabwe, la vediamo cadere nella polvere africana; di
sicuro il simbolismo non è sfuggito ai presenti. Il Giorno della
rimembranza e in altre occasioni, tra cui il compleanno della regina,
le bandiere inglesi vengono stese per terra. È il cosiddetto vailing, ed
è considerato un segno di rispetto.
Poi ci sono i regolamenti approvati dal governo su come esporre
la bandiera nazionale, o meglio qualunque bandiera, la maggior
parte dei quali sono sconosciuti o bellamente ignorati dal pubblico.
Stando alle regole più liberali del 2012, si può esporre una bandiera
se «viene mantenuta in una condizione che non pregiudica il decoro
complessivo del sito» su cui campeggia, e naturalmente con
l’autorizzazione del proprietario del sito, inclusa la società
autostrade. Ci sono tre categorie di bandiere: quelle che «si possono
esporre senza il consenso dell’autorità locale», quelle che «non
necessitano di autorizzazione a condizione che rispettino ulteriori
restrizioni» e quelle che «richiedono il consenso preventivo». In caso
di dubbi si suggerisce di «contattare l’autorità locale, che può darvi
consigli dettagliati». E le parole «consigli dettagliati» vanno prese
alla lettera.
Per esempio, non c’è bisogno di nessuna autorizzazione per
sventolare la bandiera di qualunque altro paese, compresa la
Francia. La bandiera dell’ONU va benissimo, in effetti, è possibile
esporre la bandiera di qualsiasi organizzazione internazionale di cui
il Regno Unito è membro. Quindi sventolare la bandiera del Fondo
Monetario Internazionale va bene, ma è necessario fare un controllo
preventivo se si vuole esporre quella della International Association
for Bear Research and Management, perché il Regno Unito non ne
fa parte; e la sua bandiera non figura nemmeno nell’elenco di quelle
ammesse dal governo. Inoltre, le bandiere di «qualunque isola,
contea, distretto, borgo, parrocchia, città, paese o villaggio del
Regno Unito» sono sempre ammesse, come le bandiere dei Ridings
of Yorkshire, e più in generale di qualunque contea storica del
Regno Unito. L’unica cosa che non si può fare è attaccarci della
pubblicità.
Alcune bandiere, tuttavia, devono rispettare ulteriori limitazioni in
tema di dimensioni, caratteri, numero, luogo e durata
dell’esposizione. Per esempio, a partire dal 2012 nel Regno Unito
possiamo disegnare una bandiera che ci rappresenta, con sopra il
nostro nome, e siamo liberi di appenderla a un’asta verticale sul
balcone di casa nostra. Ma solo una bandiera posizionata in quel
modo è consentita in qualunque momento: se la nostra bandiera
pende da un’asta obliqua, non possiamo appenderne un’altra a
un’asta verticale del terrazzo senza permesso. Per fortuna,
possiamo farne sventolare una sul tetto e una nel giardino di casa
senza chiedere autorizzazioni di sorta. Quest’ultima regola è
soggetta ad altre restrizioni su cui non mi dilungo, ma che l’autorità
locale sarà lieta di discutere dettagliatamente. La bandiera che
riproduce la nostra immagine, o altre che rientrano in questa
categoria, possono essere di qualunque dimensione tranne «quando
la bandiera viene esposta in un’area di straordinaria bellezza
naturale, in un’area soggetta a un controllo speciale, nei Broads, in
una zona soggetta a tutela paesaggistica o in un parco nazionale».
Le forze militari britanniche hanno regole e restrizioni particolari
sull’esposizione delle bandiere, che sono ugualmente dettagliate e
rispettate più rigorosamente. Per esempio, la Union Jack sventola
sull’albero maestro di una nave quando è presente la regina o un
ammiraglio della flotta (anche se le navi e i sottomarini della Royal
Navy esporranno sempre la White Ensign). La bandiera verrebbe
esposta, ma sul pennone più alto, anche nel caso – improbabile – in
cui si tenesse a bordo una sessione della corte marziale. Nel XVII
secolo le navi militari che battevano questa bandiera erano esentate
dalle tasse di stazionamento nei porti, il che induceva le navi
commerciali a fare lo stesso per evitare quelle imposte. La pretesa di
Carlo I che solo le navi militari potessero esporre la Union Jack vale
ancora oggi.
Il Regno Unito è fatto di tante cose, ma si riassume in un solo
simbolo. Come spiega Graham Bartram: «La bandiera è l’unico
oggetto che rappresenta in toto l’identità nazionale britannica. Se
chiedessi a cento persone di descrivere la Gran Bretagna con un
solo oggetto, o di portarsi dietro un solo oggetto in grado di
rappresentare il Regno Unito, novantanove sceglierebbero la
bandiera dell’Unione, e una – probabilmente – una teiera».
Tralasciando per un attimo quei pochi occidentali residenti nel
Regno Unito che odiano sé stessi, e i media che li supportano, si
troverà ancora un notevole rispetto e a volte anche una profonda
ammirazione per la bandiera dell’Unione, ma il livello di questi
sentimenti varia da una parte all’altra del paese. Per le numerose
minoranze etniche dell’Inghilterra, la bandiera britannica è più
attraente della versione inglese; stando ai sondaggi, appare più
inclusiva, mentre per alcuni la bandiera inglese è sinonimo di «pelle
bianca».
Un sondaggio di YouGov/British Future («This Sceptred Isle:
2012») ha fornito indicazioni preziose sulle differenze tra i britannici.
Il fattore unificante era la monarchia: l’84 per cento degli inglesi
intervistati associava la bandiera alla monarchia, come l’82 per cento
dei gallesi e l’80 per cento degli scozzesi. Anche le forze armate
britanniche erano associate alla bandiera per l’80 per cento degli
inglesi, il 77 per cento dei gallesi e il 70 per cento degli scozzesi. Ma
quando passiamo alle parole «orgoglio» e «patriottismo», la
divisione si accentua: l’80 per cento degli inglesi associava la
bandiera all’orgoglio e al patriottismo, ma quella percentuale calava
al 68 per cento dei gallesi e appena al 56 per cento degli scozzesi.
Complessivamente, la maggioranza dei britannici ama la propria
bandiera, ma la divisione torna a presentarsi quando la si mette in
relazione con alcuni tratti negativi. Per esempio, solo il 15 per cento
degli inglesi, guardando la bandiera, la collegava al razzismo e
all’estremismo; il 25 per cento degli scozzesi intervistati la pensava
allo stesso modo. Le cifre non dimostrano che gli inglesi riconoscono
sé stessi nella bandiera dell’Unione più di quanto non facciano i
cittadini degli altri paesi, o che siano più attaccati a essa, ma lo
fanno seriamente ipotizzare. Le stesse cifre indicano anche che le
secolari antipatie tra le nazioni del Regno Unito vengono percepite
più nettamente fuori dall’Inghilterra.
Ciò vale in particolare per l’Irlanda del Nord, come si è visto molto
chiaramente con la Brexit. Attualmente ci sono ancora distretti in cui
le affiliazioni religiose e politiche vengono simboleggiate
pubblicamente non solo dalla bandiera esposta, ma anche dal colore
della cordonatura dei marciapiedi. Ci sono quartieri protestanti di
Belfast, per esempio, in cui le cordonature sono rosse, bianche e blu
in segno di appoggio all’Unione, e quartieri cattolici dove sono verdi,
bianche e arancioni in rappresentanza del tricolore irlandese, anche
se si tratta di un fenomeno che si sta ridimensionando. La maggior
parte della popolazione di Belfast non si prende la briga di tirar fuori i
pennelli, ma i colori esibiti rappresentano effettivamente una
battaglia continuativa per l’identità di cui tutti gli abitanti sono
consapevoli per via di quei simbolismi.
Il verde del tricolore irlandese rappresenta i cattolici d’Irlanda, la
causa repubblicana e la rivoluzione; l’arancione rappresenta i
protestanti d’Irlanda; mentre il bianco che separa i due colori
simboleggia la speranza di una pace definitiva tra loro. L’arancione, il
colore del protestantesimo, è legato alla battaglia del Boyne che si
combatté nel 1690. Guglielmo III di Orange-Nassau, il re protestante
d’Inghilterra, Scozia e Irlanda, sconfisse le truppe del re cattolico
deposto, Giacomo II, sul fiume Boyne, non lontano dalla cittadina
irlandese di Drogheda. La sua vittoria consolidò il dominio inglese –
e protestante – sull’Irlanda, e viene celebrata ancora il 12 luglio da
alcuni «orangisti» protestanti, soprattutto nell’Irlanda del Nord. Nei
cortei degli orangisti prevale la bandiera britannica, e nei falò rituali
del 12 sera non è raro che si bruci la bandiera irlandese. Bruciare la
bandiera di un altro paese non è una prassi comune in nessun’altra
parte del Regno Unito, e la permanenza stessa di questo rituale
illustra chiaramente i sentimenti che influenzano la scena politica
nordirlandese.
L’esposizione delle bandiere sugli edifici pubblici costituisce un
aspetto particolarmente sensibile. Nel dicembre 2012 il consiglio
comunale di Belfast ha deciso di limitare il numero di giorni di
esposizione della bandiera dell’Unione per «sottolineare che viviamo
in una società integrata». I lealisti, che sono quasi tutti di fede
protestante, ci hanno visto una diluizione simbolica della sovranità
britannica. Le proteste sono iniziate subito e sono andate avanti per
mesi, degenerando occasionalmente in moti di piazza. Nel 2015 il
tricolore irlandese è apparso per dieci minuti sul palazzo del
Parlamento di Stormont. I politici lealisti si sono dichiarati
«profondamente offesi», ed è partita un’inchiesta che per almeno
quattro mesi ha coinvolto sette detective nel tentativo, non riuscito, di
identificare i responsabili di quell’azione. Un gruppo indipendentista
filoirlandese, denominato «1916 Societies», si è autoaccusato di
aver issato la bandiera per ribadire che «la dominazione britannica si
basa sulla conquista, è priva di legittimazione e usurpa la volontà
sovrana del popolo». Il nome del gruppo si richiama alla rivolta di
Pasqua contro il dominio britannico del 1916, che costò la vita a
cinquecento persone.
Il tricolore irlandese divenne di uso comune nel 1848 ed era in
parte ispirato alla rivoluzione repubblicana in corso quell’anno in
tutta Europa. Il suo utilizzo si estese dopo la provocatoria esibizione
che ne fece il nazionalista Thomas Francis Meagher a Waterford, il 7
marzo 1848. In un discorso, Meagher espresse la speranza che «il
bianco che sta nel mezzo rappresenti una tregua duratura tra
“l’arancione” e “il verde”, perché confido che sotto la sua egida le
mani dei protestanti irlandesi e dei cattolici irlandesi si possano unire
in una fratellanza generosa ed eroica». È un’opera ancora in corso,
come dimostrano le cordonature dei marciapiedi di Belfast. Nel 2016
le celebrazioni del centesimo anniversario della rivolta di Pasqua a
Dublino hanno creato tensioni e incidenti in Irlanda, nell’Irlanda del
Nord e in diverse parti della Scozia.
Questa volubilità di sentimenti riguardo alla bandiera britannica
nell’Irlanda del Nord potrebbe aver contribuito al declino del suo
utilizzo in tutto il Regno Unito tra la fine degli anni Settanta e gli anni
Ottanta del secolo scorso. È impossibile dimostrarlo, ma quando la
violenza armata dei «Troubles» nordirlandesi è arrivata sugli schermi
televisivi, la popolazione deve aver compreso meglio la problematica
storia comune delle isole e dei loro simboli. Una cosa è certa: più o
meno nello stesso periodo l’estrema destra ha cominciato ad
appropriarsi sia della bandiera britannica sia della bandiera inglese.
Entrambe, ma soprattutto la bandiera britannica, venivano
ampiamente esibite nelle dimostrazioni del National Front Party, nei
suoi materiali e nei suoi discorsi. Il National Front, con i distintivi
delle bandiere al bavero della giacca, ha cominciato a fare proseliti
fuori dai campi di calcio e dentro i pub, contribuendo così a creare
progressivamente un’associazione tra le bandiere e il fascismo.
I britannici non hanno mai avuto interesse a rendere omaggio alla
bandiera, né a esporla nelle scuole; non c’era un giuramento di
fedeltà da rinnovare ogni giorno, e le regole che disciplinano il suo
utilizzo erano sconosciute a quasi tutti, e lo sono ancora. Ma era il
simbolo della nazione, e in quanto tale godeva di un notevole
rispetto. Poi ha cominciato ad andare fuori moda, e la bandiera
inglese era praticamente preclusa a quanti temevano di essere
associati all’estrema destra. In Inghilterra si dava quasi per scontato
che l’esibizione di entrambe le bandiere, al di fuori dei grandi eventi
nazionali, potesse simboleggiare una mentalità aggressiva che
rispecchiava il predominio culturale dei bianchi prima
dell’immigrazione di massa.
Per alcuni le cose stavano certamente così. A metà degli anni
Ottanta ho preso un autobus davanti alla stazione di Oxford per
andare a vedere la partita Oxford United-Leeds United. L’autobus,
strapieno di tifosi del Leeds, è passato accanto a un gruppo di
diciottenni di colore. Dal piano superiore si è levato il coro: «There is
no black in the Union Jack! Send the bastards back!» (Non c’è il
nero nella Union Jack! Spedisci indietro i bastardi!). Era la norma,
anche se si trattava di un comportamento gravemente offensivo. Era
scioccante, ma non sorprendente. Se ci fosse stato il nero nella
Union Jack, avrebbero inventato qualche altro slogan altrettanto
idiota e offensivo, ma colpiva la loro scelta di usare la bandiera come
arma di divisione.
Gli atteggiamenti nei confronti della bandiera di san Giorgio hanno
cominciato a modificarsi verso la metà degli anni Novanta. Molti
osservatori, me incluso, sono convinti che il punto di svolta sia
arrivato con le finali degli Europei di calcio del 1996, durante le quali
l’Inghilterra affrontò la Scozia allo stadio londinese di Wembley. In
quel periodo il Labour Party di Tony Blair, che sarebbe andato al
potere nel 1997, parlava già di concedere il decentramento alla
Scozia. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta c’era
stato un rigurgito del nazionalismo scozzese e gallese, anche se era
meno legato a un orientamento politico di destra. Adesso si parlava
di devolution, proprio mentre era in corso una massiccia campagna
commerciale a supporto dell’immagine unitaria di quell’Inghilterra
che avrebbe ospitato le finali del Campionato europeo. A trent’anni
dal 1966 c’era una maggiore consapevolezza del fatto che la
bandiera d’Inghilterra non era la Union Jack, e siccome la bandiera
unionista includeva la Scottish Saltire, sventolarla durante la partita
Inghilterra-Scozia non era una buona idea. L’Inghilterra vinse due a
zero.
Più di vent’anni dopo, i tifosi inglesi non hanno più problemi a
indossare una maglietta che riproduce la croce di san Giorgio e a
sventolare la bandiera inglese. Nel 2010 il rapper britannico di colore
Dizzee Rascal era così sicuro di sé da presentare l’inno ufficiale
dell’Inghilterra ai Mondiali di calcio indossando la divisa della
nazionale con il suo nome scritto sul retro cantando: «Forza, fate un
tentativo se pensate di essere forti abbastanza».
La devoluzione dei poteri alla Scozia, al Galles e all’Irlanda del
Nord ha contribuito ad accrescere la consapevolezza
dell’«inglesità», anche se si continua a ripetere che saranno i
contribuenti inglesi a finanziare il welfare scozzese. La divisione tra i
paesi è stata accentuata ulteriormente dal risultato del referendum
del 2016, in cui la chiara maggioranza degli scozzesi ha votato per
rimanere nell’UE, assistendo impotente al voto contrario degli inglesi
e dei gallesi. Ciò ha inevitabilmente risvegliato la questione
dell’indipendenza scozzese che, se mai dovesse diventare realtà,
aprirebbe a sua volta l’interrogativo sulla bandiera che dovrebbe
rappresentare ciò che resta del Regno Unito. Per esempio, i gallesi,
finora non rappresentati nella Union Jack, potrebbero pensare che
sia giunto il momento di conferire al drago gallese piena parità con la
croce di san Giorgio.
Sia la bandiera inglese sia la bandiera britannica sono state
progressivamente sottratte alle grinfie dell’estrema destra da un
migliaio di piccoli e apparentemente irrilevanti episodi. Nel lontano
1992, il velocista olimpico di colore Linford Christie iniziò a
festeggiare le sue vittorie una bandiera britannica lanciata dalla folla
e avvolgendola intorno a sé mentre il pubblico applaudiva. Oggi tutti
gli atleti britannici lo fanno abitualmente, quale che sia il colore della
loro pelle, e non ci si fa più caso. Una delle ultime volte, a questa
azione hanno dedicato solo un trafiletto. Il plurimedagliato
mezzofondista Mo Farah è nato in Somalia ma oggi è un cittadino
britannico. Dopo l’ennesima vittoria un giornalista gli ha chiesto se
non avrebbe preferito sventolare la bandiera del suo paese di
nascita: «Senti, amico», ha risposto, «è questo il mio paese.» In
quell’immagine e in quella frase è racchiusa la possibilità, per la
Union Jack, di prendere atto del passato ma anche di guardare al
futuro, per diventare veramente ciò che dovrebbe essere: un simbolo
di unità.
3. LA CROCE E I CROCIATI

«È con questi ninnoli che si guidano gli uomini.»


Napoleone Bonaparte
Nel marzo 2016, a Madrid, un gruppo di dimostranti imbratta di rosso
una bandiera dell’Unione Europea, in segno di protesta contro
l’accordo stipulato dall’UE con la Turchia per gestire i flussi migratori
verso il continente. Negli ultimi anni le tensioni interne ai paesi e tra le
diverse nazioni a causa dei flussi migratori hanno messo a dura prova
l’unità e la determinazione dei leader politici e delle popolazioni
europee.
La bandiera dell’Unione Europea è, e allo stesso tempo non è, la
bandiera dell’Europa. In realtà non si può nemmeno dire con
certezza che sia una bandiera.
Quando una bandiera non è una bandiera? Nelle fasi costitutive di
quella che poi sarebbe diventata l’UE, gli stati membri, in particolare
il Regno Unito, temevano che la bandiera europea potesse sostituire
le bandiere nazionali, perciò, ufficialmente, è «un emblema che si
può riprodurre legittimamente su pezzi di stoffa rettangolari». È una
sorta di mezza bandiera o, parafrasando un celebre esperimento
ideato negli anni Trenta del secolo scorso, una «bandiera di
Schrödinger».
Ma la bandiera dell’UE, che «rappresenta» solo ventotto paesi, è
anche quella del Consiglio d’Europa, che ha quarantasette stati
membri tra cui la Turchia e la Russia (l’unico paese europeo che non
ne fa parte è la Bielorussia). Dunque è una bandiera. Tuttavia, l’UE
ha una popolazione complessiva di 508 milioni di persone, mentre
quella del Consiglio d’Europa ammonta a 820 milioni, perciò, se il
Consiglio d’Europa potrebbe ben dire di avere una vera bandiera,
per l’UE una tale affermazione costituirebbe una forzatura.
Le numerose e-mail inviate alle direzioni competenti di Bruxelles
per avere chiarimenti in proposito hanno prodotto solo il rinvio a un
accordo «pubblicato sulla rivista ufficiale dell’Unione Europea (OJ, C
271, 8.9.2012, p. 5)», che, oltre a essere scritto in una strana lingua
nota solo ai burocrati, anche dopo la traduzione non ha molto a che
vedere con alcuna lingua nota. Tuttavia, state tranquilli: «La
bandiera/emblema non sostituisce le bandiere nazionali. Ha piuttosto
la funzione simbolica di dimostrare l’adesione dei paesi europei a
una comunità più vasta e la loro identificazione con valori e principi
comuni».
Comunque stiano le cose, l’emblema/bandiera/mezza bandiera
riflette un’idea, un ideale e una realtà. L’idea era di creare un
simbolo con cui gli europei si potessero identificare; l’ideale era un
continente pacifico, prospero e unificato; e la realtà è che, rispetto a
gran parte della storia europea, dopo la seconda guerra mondiale ci
sono stati effettivamente alcuni momenti in cui questo ideale era
realizzato. Per chi nella bandiera vede ancora il simbolo di un sogno
realizzabile, l’obiettivo è la conservazione di quel significato nella vita
degli europei.
Lo sfondo blu e il cerchio formato da dodici stelle, che oggi
sventolano sugli edifici del Consiglio d’Europa di tutti i paesi europei
eccetto uno, risalgono al 1955. Quell’anno il Consiglio d’Europa,
fondato nel 1949 per riunire le «tribù» europee in guerra tra di loro
fino a pochi anni prima, concordò finalmente quel disegno dopo aver
rifiutato tanti altri bozzetti. Gli altri colori proposti erano già stati presi:
il rosso dai sovietici, il verde dall’islam, il bianco per la resa, il nero
per la commemorazione dei caduti, l’azzurro per l’ONU eccetera, per
cui alla fine si è scelto il blu. Il cerchio di stelle era stato ideato da
Arsène Heitz, che lavorava a Strasburgo per il servizio postale del
Consiglio e aveva proposto decine di bozzetti.
In origine avrebbero dovuto esserci quindici stelle, in
rappresentanza dei quindici stati membri del Consiglio; ma una delle
stelle rappresentava il Saarland, che allora apparteneva alla Francia
ma in precedenza faceva parte della Germania. Come spiega Paul
M.G. Lévy, che allora era responsabile dei servizi informativi e
disegnò il bozzetto finale: «I tedeschi si opponevano al numero
quindici perché avrebbe suggerito la presenza di un’entità
politicamente indipendente. Proponevano quattordici stelle, ma era
una soluzione inaccettabile per il Saarland. I francesi ne
proponevano tredici e un italiano disse: “Sì, ma il tredici porta
sfortuna”. Così hanno optato per le dodici stelle che avrebbero
rappresentato simbolicamente tutti quanti».
Solo quando la bandiera fece la sua apparizione nel 1955 le
vennero attribuiti significati simbolici. Si fece notare che dodici è il
simbolo della perfezione, che gli apostoli di Gesù erano dodici, che
l’anno è composto da dodici mesi, che i segni dello zodiaco sono
dodici e così via. Si disse addirittura che c’era una similitudine con la
descrizione della Vergine che si trova in Apocalisse 12,1: «Nel cielo
apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la
luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle».
Naturalmente, nell’era di Internet questa è diventata una teoria
cospiratoria diffusa dai soliti complottisti, che presuppone un disegno
occulto dell’Europa cattolica per dominare il mondo. Altre teorie
comprendono di tutto, dagli extraterrestri ai rettiliani, ma non il fatto
che quando il Consiglio d’Europa approvò quella bandiera la Turchia
era uno stato membro, e lo è tuttora.
Ma siccome i guerrieri di Internet spesso non si arrendono
all’evidenza dei fatti, ecco una buona ragione in più per non sprecare
tempo dando ascolto a questa teoria specifica quando ce ne sono
tante altre, ancora più ridicole, con cui gingillarsi. Per credere che la
bandiera del Consiglio/dell’UE sia simbolo di una cospirazione degli
illuminati/extraterrestri/cattolici e via dicendo, bisognerebbe
convincersi che due delle organizzazioni più noiose del mondo, non
sapendo cosa fare, abbiano escogitato un piano così diabolicamente
scellerato che solo il dr. Evil della serie cinematografica Austin
Powers avrebbe potuto concepirlo, viaggiando nel tempo, dal suo
rifugio sotterraneo. Questa monotonia, detto per inciso, è un’ottima
cosa, specie se facciamo il confronto con i tragici anni tra il 1939 e il
1945. È giusto che sia noioso.
Dato che c’erano voluti diversi anni per creare una bandiera in
grado di rappresentare adeguatamente il Consiglio d’Europa, nel
1985, quando la Comunità Europea (che poi sarebbe diventata l’UE)
decise di volerne una anche per sé, si limitò a fare un copia e incolla
e adottò le dodici stelle. Le due organizzazioni condividono ideali
simili, come promuovere la democrazia e i diritti umani, ma la prima
non ha mai fatto propri gli ideali di unione che la seconda invece ha
sempre coltivato. Per esempio, la Russia, membro del Consiglio che
rappresenta quarantotto stati, non ha mai pensato di cedere parte
della propria sovranità a un’unione politica che ha il suo quartier
generale a Bruxelles.
Alla domanda: «Cos’è l’Europa?» spesso si risponde: «Dipende
dai punti di vista». È un’area geografica, ma la sua definizione
dipende dalla prospettiva individuale. La maggior parte della Turchia
si trova in Asia, ma alcuni la considerano parte dell’Europa. Il
versante est degli Urali sta in Asia; ma se la Russia è europea, la
Siberia fa parte dell’Europa? E la Georgia? L’Islanda? Le definizioni
sono flessibili, come si è visto all’Eurovision Song Contest 2016, in
cui l’Australia è arrivata seconda.
Il Consiglio d’Europa e l’UE hanno sì la stessa bandiera, che
simboleggia due entità diverse, ma per i membri non UE del
Consiglio quella bandiera è accettabile in quanto per loro
rappresenta un’organizzazione multinazionale che non legifera. I
membri dell’UE ci vedono invece la rappresentazione di un’unione
politica legiferante che ha assorbito parti consistenti delle sovranità
nazionali, ma continuano a litigare sulla profondità e sull’ampiezza di
quell’unione.
In ogni caso, a partire dal 1985, l’UE aveva formalmente una
bandiera, simbolo di unità. La vera ragion d’essere dell’UE è unire
Francia e Germania in un abbraccio così stretto da non avere una
mano libera con cui schiaffeggiarsi a vicenda. Da questo punto di
vista ha funzionato benissimo, ma non altrettanto per il sogno
ideologico di creare uno stato europeo in linea con una bandiera
europea?
Fino a questo decennio non era insolito sentir dire che le mosse
effettuate in direzione di una «unione ancora più stretta» avrebbero
causato l’omogeneizzazione della cultura europea. A quanto pare,
tutti gli europei potrebbero addirittura finire sotto il dominio della
cucina francese. In realtà, finora, l’omogeneizzazione è stata del tipo
che vediamo quasi dappertutto, quello del fast-food. L’uomo è nato
libero, però è avvinto ovunque alle catene del fast-food. Ma ecco
una notizia che viene dall’altra parte del fiume Elba: il classico
fagottino dell’Est Europa è vivo e vegeto. La varietà nazionale e
regionale continua a prosperare, e la capricciosità della natura
umana continua a confondere i politici. Come disse de Gaulle a
proposito della Francia negli anni Sessanta: «Come si può
governare un paese che ha 246 diversi tipi di formaggio?».
I cittadini dei paesi europei hanno opposto una ferma resistenza
all’idea dell’unificazione, non perché non si apprezzino a vicenda,
ma perché ognuno si piace così com’è. Sembra che ci sia un
fortissimo desiderio di autenticità, che si riflette in parte nella
persistenza delle bandiere nazionali. Il concetto relativamente nuovo
d’identità europea si ritrova a combattere con identità e simboli
nazionali che si sono sviluppati nell’arco di secoli.
In quest’era di incertezza, alcuni si riavvicinano ai vecchi simboli e
ai vecchi raggruppamenti. Gli stati nordici guardano sempre più l’uno
all’altro per avere solidarietà, e si considerano un blocco regionale.
Ciò va contro l’ideologia dell’UE, che voleva mettere fine alle fazioni
all’interno del continente, nella ricerca di un’unione più stretta.
Nell’Europa centrale troviamo un’altra sfida a questo concetto: il
Gruppo di Visegrád, composto da Repubblica Ceca, Slovacchia,
Ungheria e Polonia. Il suo sito web ci informa che i quattro paesi
«hanno sempre fatto parte di una stessa civiltà che condivide valori
culturali e intellettuali e affonda le proprie radici comuni in tradizioni
religiose diverse, che desiderano preservare e rafforzare
ulteriormente». Hanno dimostrato questa unità sfidando sia l’UE sia
la Germania, con la posizione comune che hanno assunto negli
ultimi anni respingendone le proposte sulla distribuzione dei profughi
e dei migranti.
Le bandiere, l’importanza che gli stati nazionali e i popoli vi
attribuiscono, sfatano la celebre teoria espressa dal politologo
americano Francis Fukuyama nel suo libro La fine della storia e
l’ultimo uomo, pubblicato nel 1992. Fukuyama affermava che con la
caduta del Muro di Berlino non si stava assistendo «solamente alla
fine della guerra fredda […] ma alla fine della storia in quanto tale, il
punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e l’affermazione
universale della democrazia liberale occidentale come forma ultima
di governo umano». Questa pericolosa idea continua a influenzare
generazioni di studiosi di politica estera che sembrano dimenticare
gli andamenti della storia e la direzione politica assunta dalla Russia,
dal Medio Oriente, dalla Cina, da ampie fasce dell’Asia centrale e da
altre regioni. È pericolosa perché induce alcuni ad assumere che la
fine della storia sia possibile, e che «l’evoluzione ideologica» del
genere umano debba concludersi con la democrazia liberale, ed è
sbagliata al pari della teoria marxista della inevitabilità della «legge
della storia», che porterebbe all’utopia comunista.
Il problema delle teorie di Fukuyama e di Marx è che devono
confrontarsi con persone reali. Nel caso di Fukuyama, hanno
contribuito a promuovere l’idea autocompiacente che le democrazie
liberali siano inevitabili ed eterne. Ma proprio perché la democrazia
liberale è così rara, e così fragile, bisogna governarla con la
massima cura, il che vuol dire anche ascoltare coloro che vivono in
questi «paradisi». Le istituzioni governative del Regno Unito e degli
USA hanno ricevuto un duro colpo nel 2016, rispettivamente alle
elezioni europee e alle presidenziali statunitensi. E hanno imparato
che schernire i «deplorevoli» è meno utile che cercare di capirli.
Per decenni l’Unione Europea ha raccolto le varie identità
nazionali sotto il manto della prosperità, ma nel bene o nel male
queste identità non si sono mai assopite. Adesso stanno
riemergendo, ed è probabile che si rafforzino nell’immediato futuro
mentre gli europei continuano a dibattere sui livelli di riduzione della
sovranità che sono disposti ad accettare. Le bandiere come simbolo
di nazionalità faranno la loro parte.
I vari regni d’Europa sono apparsi relativamente tardi sulla scena
delle bandiere, ma quando ne hanno compreso l’importanza non si
sono più fermati. Come abbiamo accennato in precedenza, si pensa
che i cinesi abbiano iniziato a usare dei simboli che oggi
chiameremmo bandiere già nel 1500 a.C. Dopo l’invenzione della
seta si poteva attaccare un pezzo di stoffa colorata abbastanza
grande a un bastone e percorrere con esso lunghe distanze.
Quell’abitudine si estese agli arabi, e alla morte del profeta
Maometto (632 d.C.), le bandiere erano la norma. Ci sono esempi di
bandiere in fieri che apparvero più o meno in quel periodo alla
periferia dell’Europa, ma non era una prassi diffusa in tutto il
continente.
Nel VI secolo d.C. gli eserciti bizantini appendevano un pezzo di
stoffa quadrato di colore rosso in cima a un bastone; questa pratica
si estese poi all’Ungheria e all’Europa centrale, ed è certo che in
quell’epoca i vichinghi facessero sventolare sulle proprie navi
versioni triangolari di quei protovessilli. Le «bandiere» stavano
prendendo piede, specie in tempo di guerra. Nell’arazzo di Bayeux,
realizzato tra il 1070 e il 1077 per celebrare gli eventi relativi alla
conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066, si vede una bandiera
in stile vichingo immediatamente alle spalle di Guglielmo il
Conquistatore, mentre un’altra reca il simbolo della Corona. Ciò fa
risalire l’uso delle bandiere a un periodo precedente il terribile
scontro tra l’Europa e le regioni arabe nel corso delle crociate, ma
sembra probabile che le bandiere europee, specie quelle che
recavano il simbolo della croce cristiana, siano un prodotto delle
crociate.
Durante la prima crociata (1096-1099), i diversi eserciti provenienti
da diverse parti d’Europa si resero conto di doversi distinguere l’uno
dall’altro per fini «operativi». Naturalmente, date le circostanze, si
usava la croce cristiana, ma declinata in vari colori e in varie forme.
Un colore con una croce di una determinata forma avrebbe indicato
le forze di quella regione, per esempio i franchi; un altro colore
avrebbe potuto rappresentare un singolo conte o un singolo principe.
Quei simboli si sarebbero poi evoluti in un sistema araldico vero e
proprio con tanto di stemmi, e fu all’interno di questo sistema che si
formò un complesso catalogo di regole che governavano l’uso delle
bandiere: quale forma e colore dovevano avere, quando e dove si
dovevano sventolare, in che ordine e così via. Questo sistema
permetteva di identificare o di esibire il rango e la discendenza,
particolarmente importanti soprattutto per le case regnanti.
Dunque è abbastanza facile ricostruire l’origine della bandiera
francese, e vale certamente la pena di farlo. Partiamo con il blu del
mantello di san Martino, che risale addirittura al IV secolo, passiamo
al rosso di Carlo Magno nell’VIII secolo e arriviamo infine al bianco di
Giovanna d’Arco nel XV secolo. Ma questi riferimenti cromatici non
raccontano l’intero percorso, con tutte le sue complesse
articolazioni, che portò alla iconica bandiera della Quinta
Repubblica, i cui dettagli sono spesso affascinanti.
San Martino era un soldato romano originario dell’odierna
Ungheria e convertitosi al cristianesimo; dopo aver compiuto un paio
di miracoli divenne vescovo di Tours, passando alla storia per aver
tagliato in due un mantello blu di lana d’agnello piuttosto costoso per
donarne la metà a un mendicante. Dopo la sua morte (non causata
dal freddo), il suo luogo di sepoltura, in Francia, divenne meta di
pellegrinaggi e, alcuni decenni dopo, il re Clodoveo I (466-511) ne
fece riesumare il corpo. E c’era anche il mantello!
Clodoveo era il leader che per primo unì le tribù franche in quella
che sarebbe diventata una Francia agli albori. Data la sua devozione
a san Martino, i franchi cominciarono a portarsi dietro in battaglia il
mantello del santo, legato a un bastone, insieme con altre bandiere,
perché ormai era associato alla vittoria. Quando non seguiva gli
eserciti, veniva conservato in un piccolo oratorio a forma di tenda
che venne poi chiamato cappella (dal latino capella, ossia mantello).
Pare che anche il simbolo del giglio, tradizionalmente associato ai re
francesi più o meno dal XIII secolo, sia stato adottato da Clodoveo,
come simbolo del suo diritto divino a regnare.
Il mantello blu di san Martino divenne una bandiera blu, che seguì
gli eserciti in guerra fino alla battaglia di Poitiers nel 1356, quando gli
inglesi inflissero ai francesi una tale batosta che questi persero la
fede nel blu. All’epoca portavano anche la bandiera rossa di Carlo
Magno, che perse la sua attrattiva dopo un’altra sconfitta catastrofica
per mano degli inglesi, questa volta ad Azincourt nel 1415.
Ciononostante, il blu e il rosso divennero simboli accettati, come la
bandiera blu reale della Francia usata per la prima volta nel XII
secolo.
Il bianco divenne popolare grazie a Giovanna d’Arco, che sventolò
un drappo di quel colore durante l’assedio di Orléans, nel 1429,
costringendo gli inglesi alla ritirata. La miglior descrizione che ne
abbiamo viene dalle sue stesse parole, registrate nel corso del
processo a cui venne sottoposta sotto l’accusa di eresia pochi mesi
prima di essere giustiziata:

«Avevo una bandiera con disegnati dei gigli […]. Era bianca, del tessuto
bianco denominato “boccassin”; c’era scritto, credo, “Gesù Maria”; ed era
bordata di seta.»
Poi le chiesero: «Le parole “Gesù Maria” erano scritte in alto, in basso o
lateralmente?».
«Mi sembra lateralmente.»
«A cosa tenevi di più, alla tua bandiera o alla tua spada?»
«Di più, quaranta volte di più, alla mia bandiera che alla mia spada!»

Bandiere di questi tre colori (ma non solo) vennero sventolate


spesso nei successivi tre secoli e mezzo, di solito in colori singoli e
di tanto in tanto come tricolore. Il bianco era probabilmente il più
popolare, ma nessuna versione era ancora ufficialmente quella dello
stato nazionale.
Nel 1789, quando scoppiò la rivoluzione francese, i colori di Parigi
erano da vari secoli il rosso e il blu, e la milizia cittadina portava sul
cappello coccarde di seta blu e rosse, che avevano una valenza
politica riconosciuta in tutta la città. Vi si aggiunse il bianco in segno
di purezza (e della tradizione di Giovanna d’Arco), e alla fine
dell’anno nacquero le coccarde ufficiali francesi, che
rappresentavano di fatto i colori nazionali combinati tra loro.
Poi i marinai sfidarono i loro superiori, quasi tutti aristocratici,
reclamando il diritto di issare le nuove bandiere sulle navi militari
della Francia per simboleggiare la nuova era. In un discorso
pronunciato all’Assemblea nazionale nel 1790, il conte di Mirabeau
definì «cospiratori sediziosi coloro che vorrebbero mantenere dei
vecchi pregiudizi […]. No, colleghi deputati, questi tricolori
viaggeranno sui mari, si guadagneranno il rispetto di tutti i paesi e
semineranno il terrore nel cuore dei cospiratori e dei tiranni!».
Mirabeau diede seguito ai suoi propositi, e apparve tutta una serie di
bandiere rosse, bianche e blu in diverse configurazioni. A poco a
poco si cominciarono a usare anche sulla terraferma e nel 1812
l’esercito francese adottò ufficialmente le tre strisce verticali; perciò
possiamo vedere di tanto in tanto il tricolore nei dipinti ispirati alla
tragica invasione della Russia da parte di Napoleone.
Il suo uso generalizzato, e il suo status ufficiale, furono incostanti
negli anni tumultuosi della restaurazione, di Napoleone e della
rivoluzione del 1830. Poi, con la monarchia costituzionale, si decretò
che «la nazione francese riprende i suoi colori». Da quel momento,
nella Terza, nella Quarta e nella Quinta Repubblica, il tricolore
standard che vediamo oggi (con alcune modifiche marginali) è
sempre stato la bandiera della Francia. Durante la seconda guerra
mondiale la bandiera del maresciallo Pétain, che guidò il regime
collaborazionista di Vichy, recava il motivo ornamentale di un’ascia
bipenne, la francisca, che si rifaceva allo stato embrionale creato dai
franchi. Per contro, la bandiera del movimento di liberazione guidato
dal generale de Gaulle recava la croce di Lorena, ma entrambe
conservavano il blu, il bianco e il rosso, ossia i colori che sarebbero
venuti a simboleggiare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità.
Oggigiorno, con l’espressione «il tricolore» ci si riferisce spesso
alla bandiera francese, perché ha una portata globale e ha trasceso
la rappresentazione di una nazione per inglobare anche i tre principi
suddetti. Le opinioni su come realizzare concretamente quei principi
– anzi, sul significato stesso delle parole – sono eterogenee, ma
come simbolo il tricolore rosso, bianco e blu della Francia incarna le
aspirazioni di centinaia di milioni di persone ed è un’icona globale.
Dopo gli attacchi terroristici coordinati che hanno insanguinato Parigi
nel 2015, questo simbolo è apparso sui social media di tutto il
mondo. Le persone lo usavano nei loro profili non solo per esprimere
solidarietà alla Francia, ma anche in riferimento all’idea di libertà
che, nonostante la sua storia controversa, si associa ancora a
questa nazione.
Guardando a est, al di là del Reno, troviamo un altro tricolore le
cui radici sono vecchie di secoli, ma è simbolo di un paese
relativamente nuovo: la Germania, con la sua bandiera nera, rossa e
giallo oro.
Questi tre colori si sono uniti per la prima volta nella bandiera
nazionale solo nel 1919, con l’approvazione della Repubblica di
Weimar. Prima (e anche dopo), la formula era nero, bianco e rosso, i
colori della prima bandiera adottata dopo l’unificazione degli stati
federali, nel 1871. Questi colori erano da sempre associati alle
regioni germaniche. Sessant’anni dopo la battaglia di Tannenberg
(1410), il cronachista polacco Jan Długosz registrò le bandiere
sequestrate agli sconfitti cavalieri teutonici, un ordine germanico che
era nato durante le crociate e che continuò a riunirsi nella cattedrale
di Wawel a Cracovia fino al 1603. Delle cinquantasei bandiere
annotate, la maggior parte erano rosse o bianche, e il terzo colore
più usato era il nero. Il rosso si doveva parzialmente all’influenza di
Carlo Magno, il fondatore del Sacro Romano Impero, che unì gran
parte dell’Europa, incluse le terre germaniche.
Successivamente, il Sacro Romano Impero adottò uno scudo
araldico dorato con l’effigie di un’aquila nera; e nel 1806, quando fu
sciolto, quei colori continuarono a essere popolari nelle regioni
tedesche. Nel 1813, quando iniziò il fermento popolare per
l’unificazione tedesca, le milizie volontarie prussiane Lützow, che
erano state costituite per combattere Napoleone, adottarono
un’uniforme nera e rossa con frange dorate. Nello stesso tempo
nacque un’influente associazione studentesca, i cui membri
venivano da tutte le regioni della Germania; la nuova associazione
adottò il nero, il rosso e l’oro nella convinzione che fossero colori
pangermanici in grado di rappresentare tutti i popoli di lingua
tedesca, sia che provenissero dall’odierna Repubblica Ceca, dalla
Germania, dall’Italia, dall’Austria o da qualunque altro paese. Per
alcuni, ciò rappresentava l’aspirazione sia all’unificazione sia alla
democrazia.
Nel 1830 i francesi avevano ormai ripristinato il tricolore, il che
indusse molti tedeschi (certo non tutti) a adottare il nero, il rosso e
l’oro per farne il proprio simbolo «nazionale». Nel 1867 c’era già un
prototipo di Germania, la Confederazione tedesca del Nord, ma
l’utilizzo di quei colori come simbolo nazionale le venne precluso dal
potentissimo e irremovibile Otto von Bismarck. Originario della
Prussia, la cui bandiera era bianca e nera, Bismarck stabilì che la
nuova bandiera fosse nera, bianca e rossa. Il Cancelliere di Ferro
otteneva quasi sempre quello che voleva. Nel 1871, quando
l’unificazione tedesca fu completa, questi divennero i colori ufficiali
del Secondo Reich. La nuova bandiera durò quasi quattro decenni,
ma non sopravvisse al trauma della sconfitta riportata dalla
Germania nella prima guerra mondiale. Con la Repubblica di
Weimar tornarono il nero, il rosso e l’oro del secolo precedente, che
per alcuni rappresentavano la democrazia. Ma ovviamente il simbolo
di Weimar non poté resistere all’ascesa di Adolf Hitler e del partito
nazista, che rifiutarono i colori della repubblica e recuperarono quelli
dell’impero.
Poco dopo la conquista del potere da parte dei nazisti, nel 1933,
fu emanato un decreto: da quel momento ci sarebbero state due
bandiere, un tricolore bianco, rosso e nero, e la bandiera con la
svastica, che era il simbolo del partito nazista; questi vessilli
avrebbero sventolato su tutti gli edifici pubblici e su tutte le navi
tedesche. Due anni dopo, Hitler, ormai padrone incontrastato del
paese, decise che l’unica bandiera della Germania sarebbe stata
quella con la svastica. La sua decisione fu codificata nelle leggi di
Norimberga del settembre 1935, e potrebbe avervi contribuito
almeno in parte un episodio, accaduto a New York, che aveva
provocato un incidente diplomatico tra Germania e Stati Uniti.
Alla fine di luglio di quell’anno, alcune centinaia di manifestanti
antinazisti si erano radunati su un molo del porto di New York mentre
il transatlantico tedesco SS Bremen si preparava a salpare. Una
ventina di dimostranti riuscì a superare il cordone di polizia, salì a
bordo, strappò la bandiera con la svastica e la gettò nel fiume
Hudson. All’epoca c’erano già forti tensioni tra i sostenitori del
nazismo e gli oppositori. La «Germantown» dell’Upper East Side era
divisa in due: una minoranza di americani di origine tedesca che
appoggiavano Hitler e una maggioranza, di cui facevano parte i
profughi fuggiti dalla Germania nazista, che vi si opponeva insieme
con i sindacati. L’Upper East Side divenne poi il quartier generale del
famigerato movimento di ispirazione nazista German-American
Bund.
Un quotidiano regionale, il «Sunday Spartanburg Herald», osservò
all’epoca, con un certo sarcasmo, che «quando l’emblema tedesco è
stato gettato nel fiume Hudson, è rimasto a galla ed è stato
recuperato. Se fosse andato a fondo, Hitler avrebbe potuto chiedere
i danni». In ogni caso, l’incaricato d’affari tedesco protestò con il
Dipartimento di Stato americano, ma gli fu risposto che l’oltraggio
era nei confronti del partito nazista e non del paese. Otto settimane
più tardi, le leggi di Norimberga liquidarono quella ipotesi, e la
bandiera del partito divenne anche la bandiera dello stato.
Questo simbolo infame, che avrebbe dovuto rappresentare un
Reich millenario, fu una bandiera nazionale solo per un decennio
(1935-1945) ma la sua storia risale a migliaia di anni prima. La
svastica, o croce uncinata, fu scoperta dagli archeologi in Asia, in
Africa e in Europa. Quell’immagine veniva usata nella cosiddetta
«protoscrittura», verso la fine dell’età della pietra, 12.000 anni fa, ma
cosa rappresentasse esattamente rimane tuttora un mistero.
La teoria più persuasiva, sul piano visivo, in merito alle sue origini
è quella del compianto astronomo americano Carl Sagan. Nel suo
libro Comet, Sagan fa riferimento a un antico manoscritto cinese
noto come «Libro della seta», che risalirebbe a circa 2200 anni fa. Il
libro descrive gli avvistamenti delle comete, e in un disegno si può
vedere chiaramente la coda della cometa nella forma che oggi
chiamiamo svastica. La teoria di Sagan era che la rapida rotazione
formava «strisce incurvate, come si può vedere facilmente nel getto
formato da uno spruzzatore rotante da giardino, [che genera] la
consueta rappresentazione della svastica». Se questa teoria è
corretta, non ci vuole molto per convincersi che il genere umano
abbia visto questa forma nel cielo fin dalla preistoria e le abbia
attribuito un significato.
In alcune parti dell’Asia la svastica è ancora usata come simbolo
religioso. Per esempio, la bandiera della religione giainista indiana
ha una svastica nella striscia bianca orizzontale centrale, che
rappresenta i quattro stati dell’esistenza. Per gli indù, una svastica
orientata verso destra è anche uno dei 108 simboli del dio Visnù, e si
trova in molti templi, oltre che nelle rappresentazioni artistiche e
nelle decorazioni.
È nell’antica India che troviamo l’uso più frequente della svastica,
ed è da lì che questo simbolo approdò nella Germania nazista. Adolf
Hitler era ossessionato dall’idea della purezza razziale e riteneva
che i popoli germanici discendessero dalla «razza» ariana,
proveniente dalla regione in cui scorre il fiume Indo. Era convinto
che gli ariani fossero la vera razza umana, anche se in origine il loro
nome designava una radice linguistica e non l’etnia.
Nella Germania degli anni Venti la croce uncinata si chiamava
Hakenkreuz e gli pseudoscienziati nazionalisti che facevano
propaganda nei loro scritti lasciavano intendere che fosse un
simbolo esclusivamente ariano. Nel Mein Kampf (1925), Hitler
ricordava che nel 1920, l’anno in cui i nazisti adottarono la svastica,
si era reso conto che il partito aveva bisogno di un «simbolo per la
sua lotta», e che doveva essere «efficace come un grande
manifesto».
Hitler rifiutò recisamente la bandiera nera, rossa e oro della
Repubblica di Weimar ma era affascinato dai colori tradizionali
tedeschi: rosso, bianco e nero. I membri del partito gli avevano
sottoposto vari bozzetti, molti dei quali includevano la svastica. Hitler
ammise che uno di essi era molto simile alla bandiera poi adottata
dai nazisti, ma rivendicò il merito della forma definitiva: «Nel
frattempo avevo disegnato io stesso, dopo innumerevoli tentativi,
quella che sarebbe stata la forma definitiva: una bandiera con uno
sfondo rosso, un disco bianco e una croce uncinata nera al centro.
Dopo lunghe sperimentazioni ho definito un rapporto preciso tra la
dimensione della bandiera e la dimensione del disco bianco, oltre
che tra la forma e lo spessore della croce uncinata». Spiegò anche il
significato di quel disegno: «Il rosso esprimeva il pensiero sociale
alla base del movimento. Il bianco esprimeva il pensiero nazionale.
E la croce uncinata simboleggiava la missione che ci è stata
assegnata: la lotta per l’affermazione della razza ariana».
Nel riferimento alla «missione che ci è stata assegnata» sentiamo
echeggiare il pensiero mistico di Hitler. Benché i nazisti non siano
particolarmente noti per l’interesse nei confronti della metafisica,
molti membri del partito coltivavano il misticismo e apprezzavano
l’efficacia dei simboli. Nel disegno della svastica scoprirono qualcosa
che sembrava esercitare un’enigmatica attrattiva sulle masse, anche
se poi le trascinò, insieme con decine di milioni di persone, verso la
distruzione.
Lo spettro del nazismo condiziona inevitabilmente il modo in cui il
mondo occidentale vede questo antico simbolo, al punto che in
diversi paesi, inclusa la Germania, l’uso della svastica è vietato dalla
legge. Ciò spiega anche perché viene usata ancora dall’estrema
destra, con alcune varianti che la ricordano deliberatamente. Negli
Stati Uniti, per esempio, l’immagine continua a sopravvivere grazie a
gruppi filonazisti come la Fratellanza ariana, che recluta i suoi adepti
nelle carceri e opera da vero e proprio sindacato del crimine.
Anche chi non conosce i dettagli storici è consapevole del
fortissimo impatto emotivo della croce uncinata. Ma come simbolo
antico, la svastica è sopravvissuta agli abusi del nazismo e in altre
parti del mondo rimane priva di connotazioni negative. Nei paesi in
cui predominano le religioni buddhista, indù e giainista, come il
Giappone, il Vietnam e la Cina, non è insolito vederla: l’emblema del
movimento cinese Falun Gong, per esempio, mostra una ruota del
dharma che ha al centro una svastica. In India, come abbiamo detto,
è uno dei 108 simboli del dio Visnù e si può trovare dappertutto,
nelle decorazioni festive o sulle torte. A volte viene addirittura
disegnata sul cofano delle auto nuove, come portafortuna.
Ma in un’altra cultura e dopo gli orrori della seconda guerra
mondiale, con la resa totale della Germania, era impensabile che si
potesse usare ancora quella bandiera. L’Europa voleva ricostruire sé
stessa e la Germania voleva ricostruire la propria reputazione.
Dunque bisognava abolire la svastica e reintrodurre il nero, il rosso e
l’oro della storia antica e recente. Sia la Germania Ovest sia la
Germania Est recuperarono la bandiera della Repubblica
democratica di Weimar, pretendendo entrambe di essere l’unica vera
Germania democratica. Le bandiere furono identiche fino al 1959,
quando i tedeschi dell’Est vi aggiunsero uno stemma di ispirazione
comunista composto da una spiga di grano arrotolata che
racchiudeva un martello e un compasso, in rappresentanza dei
contadini, degli operai e degli intellettuali.
Alle Olimpiadi del 1956 la Germania Est e la Germania Ovest
avevano mandato una squadra congiunta, e siccome le loro
bandiere erano identiche non c’erano stati problemi di sorta. Dopo il
1959, però, la questione della bandiera emerse prepotentemente.
Per fortuna, fu risolta con un compromesso: la squadra congiunta
avrebbe marciato sotto una bandiera nera, rossa e oro con i cerchi
olimpici cuciti sul rosso, come avvenne nel 1960 e nel 1964. Nel
1968 parteciparono alle Olimpiadi due squadre separate, ognuna
delle quali aderì al compromesso delle due edizioni precedenti,
dopodiché entrambe utilizzarono la propria bandiera nazionale.
Dopo la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e la
riunificazione tedesca l’anno successivo, il problema fu risolto.
Molti tedeschi orientali espressero chiaramente i propri sentimenti
nei giorni inebrianti della caduta del Muro ritagliando via lo stemma
dalla bandiera. Presero ispirazione dagli ungheresi, che avevano
fatto la stessa cosa nel 1956 durante la rivolta contro l’occupazione
sovietica. I rumeni li emularono alla fine del 1989.
Dopo la riunificazione, i tedeschi ci misero un po’ ad appassionarsi
ai colori appena reintrodotti – l’esperienza del nazismo aveva
lasciato un residuo di sospetto nei confronti del patriottismo
spontaneo. Nel 2006, quando la Germania ospitò i Mondiali di calcio,
i tedeschi avevano più fiducia in quello che era ormai uno dei paesi
democratici di maggior successo del continente. Il tricolore nero,
rosso e oro sventolò costantemente fino alle semifinali. Quelle
bandiere non erano solo una decorazione; erano il simbolo di un
paese consapevole degli alti e bassi della propria storia e fiducioso
nel futuro. Per questa generazione di giovani tedeschi la guerra è
lontanissima nel tempo e anche la caduta del Muro appartiene al
passato. Loro conoscono la storia, ma non ne sono più condizionati
come i loro genitori e i loro nonni. Il nazionalismo in progressiva
ascesa che abbiamo visto in risposta all’immigrazione di massa è
ben diverso dall’isteria sanguinaria degli anni prebellici e non si
identifica necessariamente con l’ostentazione della bandiera.
Passeranno decenni prima che i tedeschi si liberino definitivamente
dell’incubo della guerra, ma l’ombra sinistra di Hitler si è accorciata
sempre più, e in questi anni la Germania ha costruito istituzioni
democratiche abbastanza forti e rinomate da consentire il ritorno del
nero, del rosso e dell’oro nella cultura popolare.
È ora di fare una pausa e magari di mangiare un boccone: il che ci
porta alla bandiera dell’Italia.
Iniziamo con un’insalata di avocado, mozzarella e pomodoro. In
alternativa all’avocado, possiamo optare per il basilico. In un modo o
nell’altro, avremo un’insalata tricolore: verde, bianco e rosso, ossia i
colori della bandiera italiana.
Quando vedo questa bandiera dai colori vivaci, non posso fare a
meno di pensare al cibo. Il fatto che sia sinonimo di pizza e pasta in
un milione di ristoranti di tutto il mondo attesta la correlazione tra la
bandiera italiana e la cucina italiana. I ristoranti cinesi non usano la
bandiera rossa e la falce e il martello per attirare i clienti, e di fronte
alla bandiera della Tunisia a nessuno viene voglia di mangiare il
cous cous.
Mentre rifletto sul potere evocativo di quei colori, mi ritrovo in sella
alla mia Vespa (modello 1967) diretto allo stadio di San Siro per
assistere al derby Milan-Inter. Se siamo in tre o quattro, prendiamo
la Fiat 500, ma il guidatore designato può concedersi solo un
bicchierino di Montepulciano.
Non ho alcuna intenzione di sminuire il simbolo nazionale
dell’Italia con questa cronaca immaginaria, anzi. Ciò che voglio
evidenziare è la straordinaria capacità evocativa di questa bandiera,
grazie alla qualità dei prodotti italiani. È un fattore unificante per un
paese che ha sempre faticato a sentirsi veramente unito e ha
assistito all’ascesa di movimenti separatisti, dovuta alla persistenza
di forti divisioni tra il Nord e il Sud.
Fino alla fine del XVIII secolo, i popoli che abitavano la penisola e
le isole circostanti avevano una ricca produzione di bandiere, in
rappresentanza di città-stato e regni. Ma nella primavera del 1796
Napoleone attraversò le Alpi e gettò nel caos il vecchio ordine, fatto
di piccoli stati indipendenti. Le truppe francesi entrarono a Milano nel
mese di maggio e in autunno fu istituita la Repubblica Transpadana.
All’epoca, la milizia milanese indossava un’uniforme verde e bianca,
e quando fu trasformata nella guardia nazionale della Repubblica
Transpadana, vi fu aggiunto il rosso. Anche la Legione Lombarda
usava gli stessi colori. Nell’ottobre di quell’anno Napoleone scrisse a
Parigi che «i colori nazionali che hanno adottato sono il verde, il
bianco e il rosso».
Le truppe francesi rovesciarono il vecchio regime anche nella non
lontana Modena, che divenne la capitale della Repubblica
Cispadana. Una nuova milizia si autodefinì Legione Italiana e adottò
anch’essa il verde, il bianco e il rosso per le proprie uniformi; erano
anche i colori del tricolore orizzontale della Repubblica Cispadana,
che aveva il rosso in cima, il bianco in mezzo e il verde in fondo.
Nel 1797 le due repubbliche si fusero per dare vita alla Repubblica
Cisalpina, che nel 1798 adottò il tricolore come bandiera nazionale
nella foggia verticale che conosciamo oggi, senza dubbio ispirandosi
a quella francese. Il nuovo «stato» governato dai francesi fu
proclamato prima Repubblica Italiana e poi Regno d’Italia. La caduta
di Napoleone causò una battuta d’arresto nel processo di
unificazione dell’Italia, ma l’idea e i colori dell’unità nazionale erano
ormai assodati.
Nell’Ottocento il tricolore si diffuse maggiormente in tutta la
penisola. Il movimento risorgimentale divenne inarrestabile e fu
guidato da uomini come Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi,
che combatterono entrambi sotto il tricolore. Nel 1861 nacque lo
stato italiano e Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia. Non ci
furono discussioni sui colori della bandiera nazionale, ma vi fu
aggiunto lo stemma di Casa Savoia, mantenuto fino al 1946.
Benito Mussolini aveva la tipica ossessione fascista per i simboli
ma lasciò intatta la bandiera, che venne modificata solo dopo la
seconda guerra mondiale, quando l’Italia divenne una repubblica e
furono rimosse le insegne dei Savoia. Oggi la bandiera sventola
orgogliosamente sugli edifici pubblici, ma non sempre gli italiani
condividono quell’orgoglio per le istituzioni. L’Italia rimane un paese
fortemente regionalista; molti sembrano identificarsi maggiormente
con l’ambito locale, e non è raro veder sventolare le bandiere
regionali. Ma di tanto in tanto il paese ritrova l’unità, per esempio
quando gioca la nazionale di calcio, e gli spettatori sono
inconfondibilmente e inequivocabilmente uniti sotto il tricolore.
Alcuni attribuiscono determinati significati ai tre colori della
bandiera italiana: il rosso rappresenterebbe il sangue versato per
l’indipendenza, il verde il paesaggio lussureggiante e il bianco le Alpi
innevate. Non c’è nulla di ufficiale in queste letture, e manca
qualunque riferimento storico, ma, come sempre, il significato sta
nell’occhio di chi guarda, e il sottoscritto ci vede un’insalata di
avocado, mozzarella (di bufala, naturalmente) e pomodori. Alla
salute!
Adesso passiamo dal soleggiato Sud dell’Europa al gelo dei paesi
nordici. Skål!
Qui troviamo uno dei pochi elementi stilistici che uniscono in modo
lampante le bandiere di alcuni paesi europei: la croce scandinava.
Ce ne sono altri – per esempio, il tricolore orizzontale si trova in
paesi limitrofi, a cominciare dall’Olanda, e poi in Germania, in Austria
e infine in Bulgaria –, ma per il resto queste bandiere hanno ben
poco in comune, e i tricolori sono diffusi in tutto il mondo. La croce
scandinava, tuttavia, è immediatamente riconoscibile e si ritrova
nella stessa forma, anche se in blu o in rosso, sulle bandiere di
Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Islanda. In tutti i casi il
braccio verticale della croce è decentrato a sinistra, verso il lato
dell’asta.
È abbastanza paradossale che il simbolo della cristianità sia
sopravvissuto così a lungo proprio nella regione meno religiosa
dell’Europa occidentale, mentre paesi ben più religiosi, almeno in
termini di frequentazione delle chiese, come l’Italia e la Spagna, non
lo esibiscono sulle proprie bandiere.
Le bandiere scandinave accomunate dalla croce si basano tutte
sulla bandiera danese, con la sua croce bianca in campo rosso. È la
cosiddetta Dannebrog ed è considerata la bandiera nazionale più
vecchia del mondo, in quanto rappresenta pacificamente il paese dai
primi anni del Duecento (anche se la sua datazione ufficiale è molto
posteriore). Secondo una leggenda, nota a tutti i danesi, le origini
della bandiera risalirebbero a una battaglia combattuta contro i
pagani estoni nel 1219. Re Valdemar II era in gravi difficoltà, perciò i
vescovi che accompagnavano le truppe si misero a pregare, e
proprio in quel momento Dio gettò dal cielo la Dannebrog. Valdemar
la afferrò prima che toccasse il suolo, e ispirato da questo miracolo
l’esercito danese riportò una celebre vittoria. Le prove storiche
dell’evento sono a dir poco lacunose, ma è una leggenda che si
tramanda nei secoli e al pari di quella di re Artù e della tavola
rotonda ha un certo valore per l’identificazione delle «verità»
psicologiche che tengono unita una nazione.
Quella stessa bandiera ebbe una serie di disavventure. Nel 1500
fu catturata da uno degli stati germanici, per essere recuperata nel
1559 e poi restituita alla Danimarca dove, nell’arco di un secolo, finì
per sgretolarsi. Almeno così raccontano.
Non fu certo l’ultima bandiera danese che diventò cenere. Nel
2006 la Dannebrog fu la bandiera più bruciata di quell’anno. Nel
settembre 2005 il quotidiano «Jyllands-Posten» aveva pubblicato
dodici vignette sul profeta Maometto, una delle quali lo ritraeva con
un turbante a forma di bomba con la miccia accesa. Molti musulmani
si sentirono offesi, non tanto per le caricature in quanto tali ma
perché quasi tutte le interpretazioni della legge islamica vietano la
raffigurazione del Profeta.
All’epoca la vicenda suscitò solo una blanda polemica in
Danimarca. Alcuni mesi dopo, però, una delegazione di musulmani
danesi che si sentivano particolarmente oltraggiati fece il giro del
Medio Oriente pubblicizzando quelle vignette, allo scopo di creare
sdegno nella popolazione locale. Le conseguenze furono
pesantissime, con dimostrazioni che fecero decine di vittime in tutto
il mondo islamico e durante le quali furono incendiate le ambasciate
danese e norvegese di Damasco, insieme con centinaia di bandiere
danesi.
Tutto ciò potrebbe sembrare un po’ ingiusto nei confronti della
Danimarca, visto che non era stato il governo danese a pubblicare
quelle vignette, ma si è rivelato ancora più ingiusto nei confronti della
brava gente che vive in Svizzera e in Savoia. Molte delle bandiere
che furono bruciate erano fatte in casa e, comprensibilmente, coloro
che le avevano confezionate non si erano preoccupati più di tanto di
dove posizionare la croce bianca cristiana sullo sfondo rosso, o di
studiarne le esatte proporzioni. Spesso mettevano la croce al centro
anziché vicino all’asta. Di conseguenza numerose bandiere della
Svizzera e della Savoia andarono al rogo accompagnate dai cori
ostili: «Morte alla Danimarca!». La scarsa conoscenza dell’Europa
appariva in tutta la sua evidenza, rispecchiando l’incapacità degli
europei di capire il Medio Oriente.
Oggi la Dannebrog pende dal soffitto delle macellerie, riprodotta
sui prosciutti e sulle confezioni di pancetta, sulle bottiglie di birra e
sui formaggi – praticamente su tutto ciò che si può vendere. I danesi
sono estremamente orgogliosi della propria bandiera e al tempo
stesso abbastanza incuranti di dove essa compare. C’è una sola
eccezione: l’uso che ne fa l’estrema destra sta causando un
profondo disagio e la popolazione nel suo complesso non accetta
l’idea che venga usurpata per i fini politici di partito. Tuttavia,
facendo parte della vita dei danesi da così tanti secoli, per ora la
Dannebrog rimane un simbolo patriottico ma non apertamente
nazionalistico. Il suo uso commerciale è ubiquitario come il suo uso
personale, visto che sventola sulle case di tanti comuni cittadini.
«Made in Denmark» è sinonimo di buona qualità della vita, e la
Dannebrog ne è parte integrante.
Più a nord, al di là del ponte di Øresund, gli svedesi sono un po’
sprezzanti verso l’uso disinvolto della bandiera nazionale da parte
dei loro dirimpettai. In Svezia l’uso della bandiera nazionale è
tutt’altro che comune e, come nel Regno Unito, la si è dovuta
sottrarre al gioco propagandistico dell’estrema destra. Poiché
pochissimi cittadini esponevano la bandiera svedese o la usavano
per fini commerciali, negli anni Novanta del secolo scorso la sua
presenza al di fuori dell’ufficialità venne associata ai neonazisti. Poi
è tornata alla sua funzione originaria, ma il suo utilizzo costituisce un
tema sensibile e rimane una delle bandiere «meno sventolate»
d’Europa. Gli svedesi hanno fatto un’eccezione agli Europei di calcio
del 2016, dove quasi tutti «indossavano» la bandiera sulle magliette
e sui berretti. Ma sanno benissimo che i partiti nazionalisti, come i
Democratici svedesi, se ne stanno appropriando sempre di più. Una
rivista di estrema destra si chiama addirittura «Blue-Yellow
Questions», perciò la questione sta ridiventando problematica.
Nell’immaginario popolare la Svezia è considerata un modello di
ultraprogressismo culturale e di politiche economiche alternative (la
famosa «terza via»). Ma è una visione superata da almeno due
decenni e appartiene alla Svezia degli Abba, non alla Svezia
dell’immigrazione di massa. A partire dagli anni Novanta l’economia
si è lentamente aperta al mercato. La spesa sociale, per il welfare e
per l’istruzione, è stata fortemente ridimensionata e alcune scuole
pubbliche sono state persino privatizzate. Diversi governi che si
sono succeduti hanno approvato leggi rigorose in materia di
sorveglianza da parte della polizia e dei servizi segreti. Le enclave
etniche sono comuni in tutte le aree metropolitane e la
disoccupazione è elevata, specie tra gli svedesi di colore. Stando ai
dati dell’OCSE, un quinto degli svedesi è nato fuori dal paese o ha
almeno un genitore nato all’estero. È questo lo sfondo sociale in cui
si inquadra il dibattito sulla bandiera e sul ruolo che ricopre nella
società, mentre la Svezia tenta di adeguarsi alla nuova realtà.
La bandiera svedese ha preso in prestito il disegno della croce
che figurava sulla Dannebrog, ma l’ha colorata di giallo in campo blu.
Diverse ricerche indicano che già nel Quattrocento gli svedesi
usavano una croce dorata in campo blu come stemma nazionale, e il
blu e il giallo divennero i colori ufficiali della famiglia reale svedese.
Anche la bandiera della Norvegia, che risale al 1821, riprende il
motivo della croce che decora la Dannebrog, perché il paese fu
governato dalla Danimarca dal 1388 al 1814, quando fu ceduto alla
Svezia. I colori rosso e blu si ispiravano alla rivoluzione francese e al
suo tricolore, ma riflettono anche la lunga relazione della Norvegia
con la Danimarca e con la Svezia. Il re di Svezia consentì l’uso della
bandiera sulla terraferma ma non sul mare, per limitare la possibile
crescita della sua popolarità e quindi del nazionalismo norvegese. La
Norvegia dovette attendere il 1898 per vedersi riconoscere quel
diritto, e sia la lunga attesa sia la necessità di fare una campagna
propagandistica per sostenerlo accelerarono la sua separazione
dalla Svezia, che avvenne nel 1905.
Oggi i norvegesi sono appassionatamente orgogliosi della propria
bandiera, del proprio paese, della propria moneta e della propria
nazionalità. Questo orgoglio patriottico, e i ricchi giacimenti di
petrolio e gas naturale che alimentano il fondo sovrano più grande
del mondo, spiegano bene perché la Norvegia ha scelto di rimanere
fuori dall’UE.
Anche la Finlandia restò a lungo sotto il dominio svedese, più o
meno dal 1150 fino al 1809, quando la Svezia fu sconfitta dalla
Russia nella guerra di Finlandia. Poi il paese fu occupato dalle
truppe russe, ma mentre i vecchi padroni avevano imposto lo
svedese come lingua ufficiale della Finlandia e l’amministravano
direttamente, i russi le lasciarono una maggiore autonomia.
Queste nuove libertà incoraggiarono il nazionalismo finlandese e
alla fine di dicembre del 1917, mentre la Russia era in preda al caos
rivoluzionario, Lenin accettò la dichiarazione unilaterale
d’indipendenza pronunciata dalla Finlandia il 6 dicembre. A quel
punto occorreva una bandiera nazionale, e i principali candidati
erano due. Il giorno della dichiarazione di indipendenza la cosiddetta
«bandiera del leone» fu issata sul senato finlandese; ritraeva un
leone d’oro in campo rosso. Ma nel frattempo tra la popolazione si
era affermata una bandiera blu e bianca che veniva esposta su
molte barche finlandesi. Il blu e il bianco erano stati caldeggiati già
nel 1862 dal poeta, scrittore e storico finlandese Zacharias Topelius.
Per lui il blu rappresentava gli innumerevoli laghi della Finlandia,
mentre il bianco simboleggiava la neve abbondante.
In parlamento si scatenò un acceso dibattito sui meriti delle due
bandiere, ma un dissenso ancora più forte sfociò poi nella guerra
civile finlandese del 1918. Lenin aveva scritto una tesi sul diritto
all’autodeterminazione della Finlandia, e quindi non poteva che
assentire all’indipendenza, ma c’erano limiti al suo spirito liberale. In
altre parole, voleva definire quell’autodeterminazione in termini che
fossero graditi a Mosca e secondo un modello apertamente
comunista. Incoraggiò diverse unità delle forze armate ad
abbandonare la Guardia civile finlandese per costituire la Guardia
rossa. Nei cinque mesi di combattimenti che ne seguirono, la
cosiddetta Guardia bianca ebbe la meglio sulla Guardia rossa. Ciò
rese pressoché automatica la decisione sulla bandiera da adottare. Il
rosso era passato di moda. L’anno dopo la Repubblica di Finlandia
esibiva fieramente la nuova bandiera: una croce scandinava blu in
campo bianco.
Infine, al di là del Mar di Norvegia e in pieno Atlantico, c’è
l’Islanda. Si trova a circa 1600 chilometri dall’Europa continentale,
ma la sua cultura e la sua storia la collocano di fatto nella regione
scandinava. La croce scandinava rossa, con fimbriature bianche in
campo blu, esprime diverse cose: la tradizione cristiana dell’Islanda,
i suoi legami con i popoli nordici, la sua dominazione prima da parte
della Norvegia e poi della Danimarca tra il 1380 e il 1944, e la stretta
relazione che intrattiene tuttora con la Norvegia, da cui provengono
molti avi degli islandesi.
Le cinque bandiere dei paesi nordici sono una eccezione nel
panorama europeo; da nessun’altra parte c’è un raggruppamento
così evidente. Basta vedere una di quelle bandiere per capire a
quale regione d’Europa appartiene, anche se non si sa esattamente
di quale nazione è. L’uso della croce è tutt’altro che la norma nel
resto dell’Europa; oltre alla già citata Svizzera, la Grecia, Malta e la
Slovacchia hanno tutte una croce nella bandiera nazionale, ma la
forma è diversa da quella che accomuna i vessilli dei paesi nordici.
Sulle bandiere d’Europa ci sono comunque altri riferimenti
simbolici al cristianesimo. Per esempio, il verde della bandiera
portoghese si richiama alla croce verde di Aziz usata da un ordine
cavalleresco portoghese, che risale addirittura ai templari e alle
crociate. Il rosso è il colore di un altro gruppo araldico, l’Ordine di
Cristo. Nel 1911, dopo che il Portogallo divenne una repubblica, fu
nominata una commissione con l’incarico di studiare i colori della
nuova bandiera. La commissione suggerì con determinazione che
dovesse esserci il rosso, perché «è il colore combattivo, caldo e
virile per eccellenza. E il colore della conquista e della risata. Un
colore allegro, ardente e gioioso […]. Ci ricorda il sangue e ci incita
alla vittoria».
Più suggestivo è certamente il fatto che lo stemma posizionato al
centro della bandiera poggi su una sfera armillare. Era uno
strumento usato per la navigazione e simboleggia l’era delle
scoperte, quando i navigatori portoghesi eccellevano nell’apertura di
nuove rotte commerciali verso quelle che, per gli europei, erano
allora terre sconosciute. Lo stemma si basa su un disegno che risale
al 1139, ed è anch’esso profondamente cristiano. È caratterizzato da
cinque punti bianchi su cinque scudi blu ed è un chiaro riferimento
alla battaglia di Ourique, combattuta in Portogallo nel 1139, in cui
Alfonso I sconfisse cinque re mori «in nome delle cinque stigmate di
Cristo».
La bandiera viene citata persino nell’inno nazionale del Portogallo:
Garrisce l’invitta bandiera
Alla viva luce del tuo cielo!
Grida l’Europa alla Terra intera:
Il Portogallo non è perito.
Bacia il tuo suolo giocondo
L’oceano, ruggente d’amore
E il tuo braccio vincitore
Diede mondi nuovi al mondo!

Anche le strisce orizzontali rossa, bianca e rossa della bandiera


austriaca sono di origine cristiana e simboleggiano un altro dei miti
fondativi tanto cari ai costruttori delle nazioni, e spesso anche alle
loro popolazioni. Si narra che nel corso della terza crociata il duca
Leopoldo V d’Austria fosse così occupato a menare fendenti durante
l’assedio di San Giovanni d’Acri (1189-1191) che la sua sopravveste
(la lunga tunica senza maniche, quasi sempre bianca, che si
indossava sopra l’armatura) si imbrattò completamente di sangue.
Dopo una dura giornata di combattimenti, togliendosi la cintura si
accorse che in quella striscia bianca il sangue dei nemici non era
arrivato. Anche se si trattava di una leggenda, pochi decenni dopo
l’imperatore Enrico VI donò scudi rossi e bianchi ai cavalieri che
avevano compiuto straordinari atti di eroismo, e nel 1230 quei colori
si associavano già alla regione. Ma fu solo dopo la seconda guerra
mondiale che il semplice disegno a strisce orizzontali rossa, bianca e
rossa senza alcun simbolo divenne la bandiera ufficiale dello stato
austriaco.
Stando al Pew Research Center di Washington, circa un sesto
delle bandiere nazionali del mondo contiene un simbolo cristiano. Si
tratta più o meno di trentadue bandiere, di cui, secondo il criterio di
riferimento usato, quasi due terzi si trovano in Europa. La maggior
parte degli europei è inconsapevole dei simboli: vediamo la bandiera
della Svezia, e non la croce cristiana su una bandiera. Ma con la
sempre maggiore conoscenza della storia e con l’ascesa dell’islam
in Europa in tempi recenti, questi simboli verranno usati sempre più
frequentemente dall’estrema destra per tentare di definire il
continente così come lo vedono i suoi sostenitori, e in opposizione a
visioni antitetiche, soprattutto in considerazione del simbolismo
religioso visibile spesso sulle bandiere dei paesi islamici, dove quasi
tutti sanno benissimo quali sono i significati che si vogliono
trasmettere. Il presidente della Turchia Erdoğan ha accusato l’UE di
non volere l’adesione del suo paese perché è «a maggioranza
musulmana», pur essendo ufficialmente uno stato laico; forse la
religione si dimostrerà ancora una volta un ostacolo insormontabile,
e la mezza luna e la stella, un retaggio dell’impero ottomano,
ricordano fin troppo chiaramente un conflitto che va avanti da secoli.
A parte gli esempi citati in precedenza, non c’è una grossa
iconografia religiosa nelle bandiere europee; ciò si deve anche
all’avvento del repubblicanesimo, che ha spazzato via varie dinastie
reali con i loro emblemi araldici.
La bandiera olandese era arancione, bianca e blu, in
rappresentanza del principe protestante Guglielmo d’Orange, detto
anche Guglielmo il Taciturno. Fu lui a guidare la rivolta contro la
Spagna cattolica all’inizio della guerra degli Ottant’anni, che portò
all’indipendenza di alcune province olandesi e poi di tutte, e culminò
con la formazione della Repubblica olandese. Il tricolore noto come
la «bandiera del principe» divenne un simbolo iniziale di
indipendenza dalla Spagna. I colori reali erano la scelta naturale per
la bandiera, ma a metà del XVII secolo l’arancione fu sostituito dal
rosso perché la tinta arancione sbiadiva rapidamente e non si
vedeva facilmente in alto mare. Perciò la famiglia reale adottò il
rosso, il bianco e il blu, ma in alcune occasioni il tricolore viene
esposto con un gagliardetto arancione sulla sommità.
Questo colore continua a dominare il paese, specie quando gioca
la nazionale di calcio e i tifosi indossano magliette arancioni in onore
degli Oranje, come vengono soprannominati i suoi giocatori. Il rosso,
il bianco e il blu sono i colori ufficiali della nazione, al punto che
durante l’occupazione tedesca alcuni olandesi appendevano il
bucato mettendo in sequenza il rosso, il bianco e il blu, ma non ci
sono dubbi su quale sia il colore che più viene associato agli
olandesi, sia da parte loro sia da parte dei cittadini di altri paesi. È
una rarità: quello che è considerato a tutti gli effetti il colore
nazionale non appare sulla bandiera nazionale.
Anche il tricolore russo è interessante, almeno fino a un certo
punto. Non ha nulla dell’iconografia sovietica della falce e del
martello, essendo in realtà semplicemente un’inversione della
vecchia bandiera precomunista. Le strisce orizzontali bianca, blu e
rossa sarebbero state introdotte da Pietro il Grande, che alla fine del
Seicento viaggiò in tutta Europa e sarebbe stato favorevolmente
impressionato dal tricolore olandese, prendendolo a modello per la
bandiera nazionale.
Dopo la sua morte, il tricolore originario ebbe una certa
concorrenza. Nel 1858 lo zar Alessandro II optò per una bandiera
nera, gialla e bianca, che tuttavia, nonostante gli sforzi da lui profusi,
non soppiantò mai l’originale. Nel 1881 un giovane di nome Ignatij
Grinevickij lo uccise in un attentato a San Pietroburgo, e tranne che
in pochi gruppi lealisti e di estrema destra moderni, fu l’ultima
apparizione della bandiera nera, gialla e bianca. Il tricolore bianco,
blu e rosso sventolò tranquillamente fino al 1917, quando i
bolscevichi lo sostituirono con la bandiera rossa.
La bandiera rossa con la falce e il martello dell’Unione Sovietica,
un altro emblema del Novecento issato sulle tombe di decine di
milioni di persone, non ha mai avuto, agli occhi degli occidentali, la
stessa connessione con il male che aveva la sua controparte
nazista, pur essendo il simbolo di un sistema che ha ucciso un gran
numero di civili in tantissimi paesi, in particolare la Russia e la Cina,
dove milioni di persone morirono di fame. Ciononostante, la falce e il
martello è tuttora un simbolo di speranza per molti suoi ammiratori.
Bisogna fare una serie di acrobazie mentali per ignorare i gulag e
il terrore, e dire che «complessivamente» il comunismo è stato
un’esperienza positiva. Ma ancora adesso, dopo l’apertura degli
archivi, sono sempre in tanti a non accettare l’idea che la fede di una
vita possa aver contribuito a un eccidio di massa. Pochi oserebbero
affermare che «complessivamente» i nazisti, con il pieno impiego e
le autostrade, abbiano fatto del bene alla Germania, ma quando ci
sono di mezzo la falce e il martello, scattano le suddette acrobazie
mentali. Le idee che sottostanno alle bandiere potrebbero contribuire
a spiegare questa discrepanza.
I nazisti erano molto chiari sul simbolismo della loro bandiera:
rappresentava le loro convinzioni in merito alle razze superiori, alla
forza, alla debolezza e alla purezza, punti di vista che scomparvero
tra le macerie dell’Europa. Ma la bandiera con la falce e il martello,
nel simbolismo se non nella pratica del comunismo, rappresenta
l’idea della solidarietà internazionale, dell’unità tra il proletariato
urbano e gli agricoltori, e della dignità del lavoro, come recita The
Red Flag, inno storico del partito laburista britannico: «It gives the
hope of peace at last» (Dà finalmente la speranza di pace). Dunque i
suoi difensori possono chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, nel
tentativo di ignorare gli immani crimini commessi, o possono
affermare che ciò che la bandiera rappresenta rimane valido anche
se in pratica quegli ideali furono traditi. Come recitava l’inno
sovietico:
L’unione indivisibile delle repubbliche
La grande Russia ha saldato per sempre
Che viva, creata dalla volontà dei popoli,
Unica, possente, Unione Sovietica.
Nella vittoria degli ideali dell’imperituro comunismo
Vediamo il futuro della nostra cara terra
E alla sua bandiera scarlatta, altruismo famoso,
Noi saremo sempre fedeli.

Pur simboleggiando il comunismo, la bandiera rossa con la falce e


il martello non esisteva ai tempi del suo fondatore, Karl Marx (1818-
1883). Il suo progressivo utilizzo iniziò con la conquista del potere in
Russia da parte dei bolscevichi, nel 1918. Come accade sempre
nelle rivoluzioni, il simbolismo era considerato di vitale importanza: i
simboli dell’Ancien régime furono distrutti e sostituiti da quelli che si
confacevano alla nuova era. Il rosso era già un colore rivoluzionario,
specie dopo il suo utilizzo nella Comune di Parigi e il successivo
governo socialista del 1871, e come la maggior parte delle bandiere
si associava al sangue di coloro che avevano dato la vita per la
causa.
L’allora leader dei bolscevichi, Lenin, approvò il bozzetto di una
bandiera rossa con la falce e il martello, e una stella a cinque punte
sopra i due utensili per simboleggiare l’unità di intenti condivisa dai
contadini e dagli operai dell’industria. Il messaggio era anche che il
proletariato sarebbe stato guidato dal partito comunista.
Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, la falce e il
martello erano circondati da una spiga di grano, ma nel novembre
1923, quando la bandiera fu adottata ufficialmente, la spiga non
c’era più e il disegno era molto simile a quello che conosciamo oggi.
La forma della falce e del martello è stata modificata leggermente, e
nel 1980 il rosso è diventato più acceso, ma per il resto la bandiera
del 1923 è quella che ha sventolato sul Cremlino fino al dicembre
1991, e che rappresenta ancora oggi il comunismo in tutto il mondo.
Al livello dei singoli stati, ne troviamo ancora una versione in Cina,
ma qui il Partito ha quasi smesso anche di fingersi comunista. Ha
adottato invece una spietata dittatura capitalista, ma usa i
meccanismi e il simbolismo del Partito per tenere sotto controllo la
popolazione.
Alcuni dei paesi che hanno sofferto sotto l’Unione Sovietica, o per
meglio dire l’impero sovietico, hanno messo al bando la falce e il
martello, perché ai loro occhi rappresentano la crudeltà, la tortura,
l’impoverimento, il colonialismo e il totalitarismo. Molti di coloro che
sono vissuti sotto la tirannia che aveva incorporato questo simbolo
rabbrividiscono solo al ricordo della bandiera rossa. Ma vi sono altri
paesi che non hanno mai subito il dominio sovietico nei quali, per
alcuni giovani, l’ideale vale ancora. Per loro, il rosso e gli utensili da
lavoro rimangono una raffigurazione efficace della coscienza di
classe, della ribellione e dell’egualitarismo. Potrebbe sembrare un
atteggiamento un po’ datato, ma è difficile pensare che un gruppo di
giovani ribelli possa unirsi sotto una bandiera contemporanea che
raffiguri, mettiamo, una tastiera bianca e un giubbotto fluorescente e
catarifrangente.
Ma la bandiera con la falce e il martello non sventola più
orgogliosamente in Russia perché, in estrema sintesi, il comunismo
ha perso la guerra fredda, i Levi’s hanno battuto Lenin e la NATO ha
sconfitto il patto di Varsavia. La bandiera sovietica compare ancora
durante le manifestazioni, ma è quasi sempre in mano agli anziani
meno benestanti, che rimpiangono l’economia pianificata e la
grandezza del passato, un’epoca che non tornerà mai più.
Il tricolore russo sventola in tutte le repubbliche della federazione,
e adesso anche nelle regioni della Georgia e dell’Ucraina annesse
da Mosca. L’annessione della Crimea è stata molto apprezzata dai
russi, e probabilmente non abbiamo ancora visto fino a dove vuole
spingersi Putin nelle sue mire espansionistiche.
L’influenza della Russia ha inoltre assicurato che il rosso, il bianco
e il blu, in qualunque ordine, diventassero un simbolo dell’unità
panslavista grazie ai tentativi dei vari popoli slavi di rovesciare la
dominazione austro-ungarica oppure ottomana. Gli slavi apparvero
come gruppo etnico genericamente identificabile circa 1500 anni fa,
in territori che si estendevano dall’odierna Repubblica Ceca al di là
degli Urali, e dal Mar Baltico alla Macedonia. Parlano lingue che si
possono far risalire a un ceppo unitario protoslavo. La collocazione
geografica, la lingua e la religione hanno legato tutti i vari popoli alla
Russia, e questa influenza è ben visibile nelle loro bandiere, come
quelle della Serbia, della Slovacchia, della Repubblica Ceca e della
Slovenia.
Due di queste nazioni, Serbia e Slovenia, fanno parte delle sei
repubbliche che costituivano la ex Iugoslavia. Nel 1918, quando fu
proclamato il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, esso adottò la
bandiera slava ma in una versione a righe orizzontali blu, bianca e
rossa; e quando fu ribattezzato Iugoslavia aggiunse alla bandiera
una stella rossa a cinque punte. Lo scioglimento della Iugoslavia nei
primi anni Novanta richiese sei nuove bandiere (che poi divennero
sette). Serbia, Slovenia e Croazia optarono per varianti del tricolore
rosso, bianco e blu; il Montenegro adottò nuovamente una bandiera
rossa con l’aquila a due teste che risaliva alla fine dell’Ottocento,
mentre la Macedonia si ispirò a un precedente storico che risaliva ad
ancora più indietro nel tempo.
In tutto il resto dell’Europa non c’è nulla di simile alla bandiera
macedone, che raffigura un sole giallo con otto raggi su uno sfondo
rosso. Nel 1991, quando la Macedonia ottenne l’indipendenza, la
prima bandiera che venne scelta era simile a quella che vediamo
oggi, ma con un sole più piccolo da cui si dipartivano sedici raggi. Il
disegno originario è noto come «stella argeade», un astro mitico che
appare nell’arte antica a sedici, dodici oppure otto punte ma più
frequentemente con sedici raggi, e in questa configurazione fu scelto
per la bandiera macedone.
Tuttavia, quel simbolo era stato usato nel IV secolo a.C. da
Alessandro Magno e da suo padre, Filippo II di Macedonia, figure
storiche di cui sia la Grecia sia la Macedonia rivendicano i natali.
Poiché la Grecia continua a ripetere che Alessandro e Filippo erano
greci, e soprattutto che la regione greca denominata Macedonia non
ha nulla a che fare con la confinante, be’, Macedonia, Atene ha
preso molto male l’utilizzo di quello che considera un proprio simbolo
nazionale.
Non si tratta di una banale diatriba tra archeologi, bensì di una
vera disputa territoriale. C’è ancora gente in Macedonia (il paese)
secondo cui l’omonima regione greca farebbe parte di uno stato più
grande che ha come capitale Salonicco. Ritenendo tale convinzione
una premessa culturale per una rivendicazione territoriale, la Grecia
ha imposto un embargo economico e ha iniziato a fare pressione su
paesi amici dell’ONU e dell’UE, oltre a presentare un reclamo
all’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale. Ha
funzionato. Nel 1995 la bandiera macedone è stata ridisegnata per
rappresentare un sole a otto raggi, e da quell’anno l’ONU e l’UE
hanno usato la denominazione ufficiale «Ex Repubblica Iugoslava di
Macedonia» (FYROM), condividendo così le preoccupazioni della
Grecia per le possibili rivendicazioni territoriali di uno stato nazionale
che porta lo stesso nome di una delle sue regioni. Ma numerosi
paesi la riconoscono ufficialmente come Repubblica di Macedonia,
con gran dispetto della Grecia.
Ci sono voluti parecchi anni perché la vecchia bandiera sparisse
dagli edifici pubblici, e nessun macedone chiama il proprio paese
«Ex Repubblica Iugoslava di Macedonia» [dal 2019 si chiama
Repubblica di Macedonia del Nord, n.d.r.]. I punti di vista ufficiali
sulla disputa si potevano vedere atterrando all’aeroporto della
capitale Skopje, che dal 2006 al 2018 è stato intitolato ad
Alessandro Magno. Fino a marzo 2018, uscendo dall’aeroporto per
andare a prendere un taxi, ci si imbatteva in una gigantesca statua
piazzata nella sala arrivi, che raffigurava Alessandro Magno (a
cavallo, per giunta). Una volta sul taxi, poi, si arrivava in centro
usufruendo dell’autostrada Alessandro Magno.
I problemi non sono spariti: la crisi migratoria del 2015-2016 al
confine greco-macedone ha riacceso le tensioni, e la Grecia
continua a opporsi ai tentativi della Macedonia di entrare nella NATO
– un altro esempio di come interessi politici dello stato nazionale
prevalgano sull’ideale paneuropeo. Ma se non altro, questi problemi
d’identità sono stati risolti attraverso la diplomazia, mentre le
bandiere degli ultimi due stati ritagliati dall’ex Iugoslavia sono nate
dalla guerra.
Il Kosovo costituisce il caso più semplice tra i due. Era una
regione interna alla Repubblica iugoslava di Serbia, per cui, dopo la
dissoluzione della Iugoslavia, è entrata a far parte della Serbia. La
popolazione è in maggioranza di origine albanese e musulmana, e
tra i kosovari non pochi credono che la regione, insieme con alcune
parti della Macedonia, appartenga alla «Grande Albania».
Nel 1999 la NATO bombardò pesantemente la Serbia durante la
guerra del Kosovo e costrinse le sue truppe a lasciare la provincia.
Decine di migliaia di serbi del Kosovo subirono la vendetta della
maggioranza e dopo varie ondate di pulizia etnica furono costretti a
fuggire anch’essi.
Nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza,
una mossa ormai accettata dalla maggioranza degli stati dell’ONU e
dell’UE ma non da tutti, e certamente non dalla Serbia. La bandiera
kosovara riproduce in giallo i confini del paese su uno sfondo blu.
Sopra ci sono sei stelle bianche che rappresentano le sei comunità
etniche del Kosovo. Le stelle sono un tocco di classe, e un tentativo
di promuovere l’unità, ma è un progetto che non ha fatto progressi
apprezzabili dal 1999, quando è finita la guerra.
La Bosnia-Erzegovina, per contro, fu governata per secoli dagli
ottomani e poi dall’impero austro-ungarico prima di entrare a far
parte della Iugoslavia. Mettendo in allarme la sua minoranza serbo-
bosniaca, nel 1992 ha deciso di separarsi dalla Iugoslavia dominata
dai serbi. Ne è seguita la più sanguinosa delle guerre iugoslave, che
è sfociata in un triplice scontro tra bosniaci musulmani, croato-
bosniaci e serbo-bosniaci, che appoggiavano le rispettive etnie.
Nei tre anni di combattimenti che seguirono, il governo della
Bosnia prese come riferimento per la bandiera lo stemma di una
dinastia che aveva governato la Bosnia e la Dalmazia nel XIV secolo.
Era uno scudo blu su sfondo bianco con sei gigli gialli e avrebbe
dovuto simboleggiare la neutralità, ma è stato associato in
prevalenza alla fazione musulmana. Nel suo influente e controverso
libro Lo scontro delle civiltà (1996), Samuel Huntington ricorda che
durante l’assedio di Sarajevo alcuni musulmani residenti nella
capitale della Bosnia issarono questa bandiera accanto a quelle
dell’Arabia Saudita e della Turchia, in segno di gratitudine verso i
due paesi per la linea diplomatica seguita durante il conflitto e per la
loro assistenza umanitaria. Al termine della guerra, alla fine del
1995, c’era chiaramente bisogno di una nuova bandiera.
Il parlamento di Sarajevo non riuscì ad accordarsi su un bozzetto
(né su molte altre cose), diviso com’era dagli eccidi di massa degli
anni della guerra. Perciò, nel 1998, l’Alto rappresentante delle
Nazioni Unite, Carlos Westendorp, impose la bandiera attuale, che è
priva di simboli religiosi e storici. Ha un triangolo centrale giallo in
campo blu, che rappresenta la forma del paese e i cui vertici
ricordano i tre gruppi etnici principali. Il blu e il giallo richiamano
deliberatamente la bandiera dell’UE. Sul lato del triangolo più vicino
all’asta ci sono nove stelle bianche, il colore della pace.
Alla conferenza di presentazione della nuova bandiera, un
giornalista fece notare all’addetto stampa di Westendorp, Duncan
Bullivant, che il vessillo ricordava l’etichetta di una scatola di cereali
per la prima colazione. Consapevole della soggettività di queste
impressioni, Bullivant non raccolse la provocazione ma spiegò
invece perché le stelle posizionate in alto e in basso erano spuntate:
«Gli esperti che hanno curato il progetto mi dicono che le stelle sono
infinite e ciò che viene rappresentato sulla bandiera è una continuità
anziché un numero finito. Se lo capite, siete più bravi di me». E
aggiunse: «Questa è una bandiera del futuro; rappresenta l’unità,
non la divisione. È una bandiera che affonda le sue radici in
Europa».
E un giorno potrebbe entrare nella famiglia delle bandiere UE, a
patto che quella famiglia sopravviva. La Bosnia ha chiesto
l’ammissione nella UE nel 2016, ma probabilmente saranno
necessari almeno dieci anni per valutarne la richiesta. In quegli anni
l’Unione Europea cambierà. Gli effetti negativi del referendum sulla
Brexit continueranno a farsi sentire e non si sa bene come si
configurerà l’Unione tra cinque o sei anni. Oggi è in corso un acceso
dibattito su ciò che è e su ciò che dovrebbe essere. Ci sono governi
convinti che la risposta sia «più Europa» e ci sono governi convinti,
al pari di chi scrive, che ciò rischi di accelerare la dissoluzione
dell’UE nella sua forma attuale. All’interno dei singoli paesi ci sono
gruppi che cercano attivamente di lacerare l’Unione. Anche la crisi
migratoria ha avuto il suo peso; poiché l’Unione era impreparata ad
accogliere quella massa di immigrati, molti paesi si sono organizzati
autonomamente, chiudendo i confini – in alcuni casi erigendo
addirittura barriere fisiche – e contestando i numeri delle
assegnazioni, mentre alcuni paesi dell’Europa orientale, come
l’Ungheria, si opponevano ai tentativi dell’UE di ripartire il carico su
tutto il continente. Queste divisioni mettono ulteriormente sotto
pressione l’UE, perché i cittadini vogliono difendere le proprie identità
nazionali dalla minaccia percepita di una migrazione ancora più
massiccia.
Nel 2010 la maggior parte degli europei, alla richiesta di indicare
un partito anti-immigrazione di estrema destra di un paese diverso
dal loro, avrebbe citato quasi certamente il Raggruppamento
Nazionale francese. Oggi i partiti come Alba Dorata in Grecia, AfD in
Germania, Jobbik in Ungheria e molti altri operano attivamente in
tutto il continente. Anche se Alba Dorata ostenta simboli nazisti e
Jobbik si richiama ai fascisti ungheresi degli anni Trenta, la crisi
finanziaria del 2008, abbinata all’immigrazione di massa, ha aperto
la strada a un ritorno in forze della destra.
Nel 2014 circa 700.000 migranti e rifugiati sono sbarcati in Europa,
quasi tutti dopo aver attraversato il Mediterraneo. Molte migliaia, che
fuggivano dalla guerra e dalla povertà del Medio Oriente e
dell’Africa, sono annegate durante il viaggio. L’anno seguente quella
cifra è quasi raddoppiata: nel 2015 la sola Germania ha ricevuto
quasi mezzo milione di domande di asilo politico. Nel 2016 i numeri
sono calati lievemente grazie all’accordo stipulato dall’UE con la
Turchia, ma nel 2017 l’immigrazione di massa è ripresa, e ci sono
poche ragioni per credere che il flusso si possa arrestare.
Alcuni politici dicono agli europei che il continente ha bisogno dei
migranti perché il tasso di natalità continua a diminuire, ma grosse
fette dell’elettorato non li ascoltano e puntano il dito contro l’impatto
negativo della migrazione di massa sulla disponibilità di abitazioni,
sul sistema sanitario, sulle scuole e sul welfare, senza dimenticare il
problema altrettanto spinoso della cultura. Inizialmente i governi
hanno tentato di deferire la gestione della crisi all’UE con risultati a
dir poco deludenti. I partiti di estrema destra sono cresciuti di
conseguenza, attingendo spesso ai simboli del nazionalismo, con
l’effetto di spostare sensibilmente a destra gli equilibri politici. Il
governo tedesco ha accolto circa un milione di immigrati e ha messo
a punto un piano per distribuirli equamente sui ventotto paesi
dell’UE. Ma non ha tenuto conto del fatto che molti governi avrebbero
risposto: «No, grazie». La coesione dell’Unione si è disgregata sotto
la pressione del fenomeno migratorio.
Mentre un tempo il simbolismo che caratterizzava la bandiera
dell’UE alludeva a una casa comune europea, per alcuni oggi
significa qualcos’altro. In Bosnia, molti potrebbero vedere la
bandiera come un simbolo di speranza, di qualcosa che potrebbe
contribuire a farne una regione prospera e pacifica, mentre in Grecia
parecchi potrebbero considerarla l’emblema dell’oppressione politica
ed economica. Per i sostenitori della destra è il simbolo di un
sistema che sta cambiando la cultura del continente. I governi
francese e tedesco continuano a vederci il collante che li tiene
assieme: vogliono evitare a tutti i costi di sciogliersi da
quell’abbraccio, quale che sia la forma che assumerà l’Unione
Europea di qui a una decina d’anni.
Le certezze degli intellettuali che avevano concepito il progetto
dell’unità europea negli anni Cinquanta del secolo scorso non sono
più così forti. Mentre un tempo la bandiera dell’UE garriva
spavaldamente al vento, oggi vacilla, non sapendo bene in che
direzione tira quel vento. Ma più a sud, l’incertezza è ancora
maggiore.
4. COLORI D’ARABIA

«Bianche sono le nostre azioni, nere le nostre battaglie, verdi i nostri campi e
rosse le nostre spade.»
Safi al-Din al-Hilli (1278-1349)
Dimostranti egiziani sventolano le bandiere delle nazioni arabe in
piazza Tahrir, al Cairo, nel maggio 2011. I manifestanti facevano
appello all’unità nazionale dopo gli attacchi alle chiese egiziane, nel
quadro dei tumulti che hanno fatto seguito al rovesciamento del
governo di Hosni Mubarak nel gennaio di quell’anno. Esprimevano
inoltre solidarietà ai palestinesi che commemoravano la «Naqba»
(«catastrofe»), ossia la costituzione dello stato di Israele nel 1948.
Se gli arabi formano una nazione, allora è una nazione che ha tante
bandiere diverse. Il fatto che tante di quelle bandiere abbiano gli
stessi colori suggerisce una parentela fra gli arabi, ma nello stesso
tempo la loro diversità ci dice che questa nazione concettuale è
divisa sotto molti aspetti. Alcuni stati nazionali di oggi non hanno
radici profonde, e nel prossimo decennio potremmo vedere nuove
bandiere ondeggiare sotto i forti venti che spazzano la regione
arabica.
Tra Medio Oriente e Nordafrica ci sono ventidue paesi che si
potrebbero definire arabi e che, nel loro insieme, hanno una
popolazione di oltre 300 milioni di persone. Si estendono dal
Marocco sulle coste dell’Oceano Atlantico, attraverso l’Egitto sul Mar
Mediterraneo, e a est e a sud in direzione del Kuwait, dell’Oman e
del Mare Arabico. All’interno di questa regione ci sono tante
comunità diverse sul piano etnico, religioso e linguistico, tra cui
curdi, berberi, drusi e caldei, ma i due fattori predominanti sono la
lingua e la religione. La stragrande maggioranza di questi 300 milioni
di persone parla una versione dell’arabo e appartiene a una branca
della fede islamica.
Ciò spiega perché per la bandiera del movimento panarabo, che
durante la prima guerra mondiale cercò di rovesciare il dominio turco
in Medio Oriente, erano stati scelti i colori bianco, nero, verde e
rosso, che hanno tutti una grande rilevanza nell’islam. Il
panarabismo è un’idea politica fallita, anche se ha ancora i suoi
sostenitori. Possiamo tuttora cogliere questo ideale nei colori di molti
stati nazionali arabi, come Siria, Giordania, Yemen, Oman, Emirati
Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e l’aspirante stato palestinese. Questi colori
formano anche molte delle bandiere dei paesi non arabi situati più a
est che sono finiti sotto il dominio islamico, per esempio l’Iran e
l’Afghanistan.
Questi colori si combinavano nella bandiera disegnata e
sventolata dal leader della rivolta araba del 1916, al-Husayn ibn Ali
Himmat, che sperava di unire la miriade di tribù arabe sotto una sola
bandiera e di conquistare l’indipendenza dall’impero ottomano.
Alcuni storici affermano che a disegnare la bandiera sia stato in
realtà il diplomatico britannico Mark Sykes; in un caso o nell’altro, è
chiaro che vi fu il coinvolgimento del Regno Unito, e che all’epoca
l’unità araba serviva gli interessi britannici nella regione.
La bandiera doveva rappresentare una immensa regione araba in
cui, fino ad allora, c’erano solo le bandiere di tribù e dinastie
islamiche. La bandiera della rivolta araba ha tre strisce orizzontali:
partendo dall’alto, la prima è nera, la seconda è verde e la terza è
bianca. Il terzo di sinistra della bandiera contiene un triangolo rosso
con il vertice rivolto a destra. Poiché la stella e la mezzaluna
islamiche erano presenti nella bandiera ottomana, escludere questi
due simboli avrebbe suggerito una reale rottura col passato; il
tricolore europeo venne quindi scelto come struttura di base e
incorporò colori simbolici profondamente islamici e arabi.
Il bianco rappresenta la dinastia omayyade, che governò da
Damasco tra il 661 e il 750 d.C. ed estese l’impero islamico fino al
Portogallo a ovest e a Samarcanda a est. Pare che gli Omayyadi
avessero scelto il bianco per ricordare la prima grande battaglia
combattuta dal Profeta a Badr. Nel 750 gli Omayyadi furono
rovesciati dalla seconda grande dinastia sunnita, gli Abbasidi, che
scelsero il nero per distinguere la nuova era dalla vecchia, e in
segno di lutto per la morte di alcuni parenti del profeta Maometto
(570-632) nella battaglia di Karbala. Il nero simboleggia anche la
bandiera principale che sarebbe stata utilizzata dal Profeta; inoltre,
nell’era preislamica, il nero era probabilmente il colore di un
copricapo che le tribù indossavano in battaglia, il che gli conferisce
un ulteriore valore. Il verde rappresenta la dinastia sciita fatimide del
periodo 909-1171, che fu fondata in Nordafrica; ma il verde è
considerato più generalmente il colore dell’islam perché si dice che
fosse il preferito dal Profeta: secondo la tradizione indossava un
mantello verde, e i suoi seguaci sventolavano bandiere verdi durante
la conquista della Mecca. Ancora oggi si possono vedere in tutto il
mondo molti minareti che di notte si illuminano di verde. Il
simbolismo del rosso è meno evidente, ma molti studiosi sono
convinti che fosse stato incluso nella bandiera della rivolta araba
perché era il colore della tribù di al-Husayn, gli hashemiti.
Come in quasi tutti gli altri esempi nel mondo, le associazioni di
questi quattro colori assumono significato agli occhi di chi guarda, e
quindi sono valide anche se i dettagli delle loro origini sono
sconosciuti. Come mi ha detto Mina al-Oraibi, una grande giornalista
araba, in un’intervista che le ho fatto in preparazione di questo libro:
«La bandiera del 1916 è conosciuta da quasi tutti gli arabi, che si
identificano con essa. La storia dei colori è generalmente nota,
anche se non in tutti i particolari, ma nel pensiero più immediato
degli arabi, il collegamento è con il panarabismo».
Quando sviluppò l’idea della bandiera della rivolta, al-Husayn
aveva in mente anche altri disegni. Uno dei suoi figli divenne (per un
breve periodo) re dell’Hegiaz, un altro divenne re di Giordania e un
altro ancora re della Siria e dell’Iraq; l’idea originaria era che le
bandiere dovevano essere identiche, con la sola differenza che
quella giordana avrebbe avuto una stella, quella irachena due e
quella siriana tre.
Al-Husayn fu l’ultimo emiro hashemita della Mecca e re
dell’Hegiaz, una regione a ovest dell’attuale Arabia Saudita che
include la Mecca e Medina. Si autoproclamava discendente diretto
del profeta Maometto e la sua dinastia era rimasta ininterrottamente
al potere per settecento anni. Nella sua ambizione vedeva uno stato
arabo immenso che si estendeva da Aleppo, nel Nord della Siria,
fino al porto yemenita di Aden, sul Mare Arabico.
A questo scopo, si unì al mitico Lawrence d’Arabia ed ebbe la
meglio sui turchi ottomani. A quel punto sperava che gli inglesi si
schierassero dalla sua parte, ma la realpolitik bloccava regolarmente
tutti gli accordi che credeva di aver concluso con Lawrence: al-
Husayn aveva un’idea, gli inglesi e i francesi ne avevano un’altra.
Iniziò ad autoproclamarsi re dei paesi arabi; gli inglesi, tuttavia, lo
riconoscevano solo come re dell’Hegiaz. Sapevano, a differenza di
lui, che nel 1916 la Francia e il Regno Unito avevano siglato
l’accordo Sykes-Picot e che, invece di promuovere l’unità panaraba
e l’indipendenza araba, avevano deciso segretamente di spartirsi
quelle regioni, ma non prima di aver usato le tribù arabe per
sconfiggere l’impero ottomano. Il mondo di al-Husayn stava per
crollare intorno a lui, e con esso la prospettiva di una sola bandiera
per una sola nazione.
Prima il leader arabo si rifiutò di accettare il trattato di Versailles
del 1919, e poi di firmare il trattato anglo-hashemita sull’Iraq che
doveva essere ratificato nel 1924. Entrambi i trattati avrebbero
codificato vari elementi dell’accordo Sykes-Picot riguardo alle regioni
arabe, che era uno schiaffo per le ambizioni di al-Husayn e di quasi
tutti gli arabi. Se in quegli anni gli inglesi fossero rimasti al suo
fianco, oggi i confini del Medio Oriente potrebbero essere molto
diversi. Alla fine, i vicini di casa arabi, che avevano idee alternative
su chi doveva controllare cosa, percepirono la debolezza del re e
fecero la loro mossa.
Quei vicini erano i membri della tribù araba guidata da Abd al-Aziz
ibn Saud dell’Arabia Saudita, che comandava l’esercito wahabita
nella regione del Najd, a est della penisola. Abd al-Aziz non aveva
preso parte alla rivolta araba, aveva già conquistato quelle che si
sarebbero rivelate le regioni ricche di petrolio sulle coste del Golfo, e
adesso guardava a ovest. Finché gli inglesi appoggiavano al-
Husayn, Abd al-Aziz non avrebbe osato attaccarlo, ma nel 1924
Londra si era ormai stancata del leader hashemita e dei suoi sogni
panarabi. Il Regno Unito ritirò dunque il sostegno ad al-Husayn, e
per lui fu la fine. Tempo dopo Lawrence avrebbe scritto che al-
Husayn era «una figura tragica, a modo suo: audace, ostinato e del
tutto superato».
Abd al-Aziz inventò una sfilza di lamentele nei confronti di al-
Husayn, per esempio che impediva alle tribù del Najd di andare in
pellegrinaggio alla Mecca. Le sue forze invasero La Mecca e la
conquistarono nel giro di poche settimane. Con l’esercito di Abd al-
Aziz alle porte della città, al-Husayn abdicò, andò in esilio a Cipro, e
alla fine del 1925 Abd al-Aziz era padrone dell’intero Hegiaz. Alcuni
dei suoi sostenitori più ambiziosi volevano avanzare ancora, in
Transgiordania, Iraq e Kuwait, ma sullo scacchiere internazionale
Abd al-Aziz giocò le sue carte meglio di come aveva fatto al-Husayn,
e sapeva che quella linea d’azione lo avrebbe messo in diretta
competizione con gli inglesi. Nel 1927 strinse un patto con Londra e
proclamò il Regno dell’Hegiaz e del Najd. Solo cinque anni dopo, nel
1932, annunciò la nascita di un nuovo paese: i due regni si
sarebbero uniti nel Regno dell’Arabia Saudita.
Nuovo paese, nuova bandiera. Ma viste le «difficoltà» che si erano
create tra gli hashemiti e i sauditi, la casa che aveva costruito ibn
Saud non poteva usare nessun simbolo che assomigliasse alla
bandiera della rivolta; quello che le serviva era esattamente
l’opposto. Così i sauditi puntarono sul verde. Nel 1932 si pensava
che i wahabiti raffigurassero, da almeno cento anni, la shahāda, o
professione di fede, su bandiere verdi. Perciò lo schema di base era
un drappo verde con la scritta trasversale bianca Lā ilāha illā Allāh
Muh.ammad Rasūl Allāh, ovvero «Non c’è altro dio al di fuori di Allah
e Maometto è il suo profeta». Nel 1902 Abd al-Aziz aveva aggiunto
una spada alla bandiera del Najd per simboleggiare la casa saudita.
Gli piaceva così tanto che la tenne come bandiera del nuovo regno
unificato, anche se non conteneva alcun riferimento al Regno di
Hegiaz.
Un libro pubblicato nel 1934, National Flags di E.H. Baxter,
afferma che «questa bandiera sarebbe stata disegnata circa cento
anni fa dal nonno dell’attuale re»; stando al sito CRW Flags, «che
fosse in uso nel 1911 risulta evidente dalla fotografia contemporanea
riprodotta alle pp. 190-191 del libro di Robert Lacey The Kingdom».
Abd al-Aziz rimaneggiava in continuazione il disegno: a volte c’erano
due spade, a volte una striscia verticale bianca sul lato dell’asta, ma
nel 1938 la versione che vediamo oggi, e che divenne ufficiale nel
1973 era stata più o meno concordata. La differenza principale è che
adesso la spada è meno curva.
La bandiera saudita è strutturata in modo che la shahāda si legga
correttamente, da destra a sinistra, quando la si vede da entrambi i
lati, e la spada sia puntata sempre nella stessa direzione della
scritta. È una delle poche bandiere che non vengono mai esposte a
mezz’asta, perché sarebbe considerato un atto blasfemo. Allo stesso
modo, è raro vederla riprodotta su capi di vestiario, come magliette e
pantaloncini, e quando viene mostrata nella pubblicità possono
nascere parecchi problemi. Nel 1994 McDonald’s è riuscita a
offendere molti musulmani prima dei Mondiali di quell’anno
stampando tutte le bandiere dei paesi partecipanti sulle confezioni
da asporto. L’Arabia Saudita ha osservato che non era dignitoso che
uno dei suoi simboli più sacri fosse accartocciato e gettato nel
bidone della spazzatura. Di conseguenza sono state ritirate centinaia
di migliaia di confezioni da asporto.
In vista dei Mondiali del 2002, la FIFA voleva dare in licenza un
pallone su cui erano effigiate le bandiere di tutti i paesi partecipanti. I
sauditi hanno protestato, perché non volevano che l’immagine della
propria bandiera fosse presa a calci sui teleschermi di tutto il mondo,
siccome riportava la shahāda. Nel 2007, con le migliori intenzioni,
alcuni soldati americani hanno scaricato alcuni palloni da un
elicottero che sorvolava un villaggio della provincia afghana di
Khowst, per dare ai bambini qualcosa con cui giocare.
Sfortunatamente, alcuni di quei palloni riproducevano la bandiera
saudita. Il gioco è stato sospeso immediatamente per lasciare il
posto a una dimostrazione contro l’insensibilità degli americani. Qual
è stato il risultato? Le scuse formali delle forze armate americane, e
una lezione da portare a casa. Ci sono state anche proteste perché i
gestori dei pub inglesi esponevano la bandiera saudita durante gli
eventi sportivi: per evitarle, basterebbe usare l’emblema ufficiale del
paese, ovvero una palma con due spade incrociate.
Non rappresenta un problema, invece, farla sventolare. In effetti,
più grande è meglio è; anzi, più alta è e meglio è. L’asta
portabandiera più alta del mondo si trova nella seconda città
dell’Arabia Saudita, Gedda, in piazza Re Abdullah, che è più grande
di quanto non si riesca a immaginare. Pensate a quattro campi di
calcio disposti a quadrato, poi metteteci in mezzo un’asta
portabandiera alta 170 metri e appendeteci in cima una bandiera
lunga 49 metri e larga 33 metri. La bandiera pesa 570 chili, più o
meno come cinque cuccioli di elefante. L’asta portabandiera di
Gedda ha conquistato il record nel 2014, togliendolo alla sua
omologa di Dušanbe nel Tagikistan (165 metri), che l’aveva sottratto
a quella dell’Azerbaigian (162 metri), un po’ più alta di quella di 160
metri che si trova in Corea del Nord, torreggiante a sua volta sui 133
metri della consorella in Turkmenistan. E la corsa al rialzo non è
ancora finita.
La leadership saudita, che detiene il record mondiale per altezza e
dimensioni di una bandiera, si propone come pioniere dell’islam
globale. Ma già negli anni Trenta la casa saudita si preoccupava più
di rafforzare il potere dei sauditi e della loro versione fondamentalista
wahabita dell’islam, che del resto degli arabi. Ancora oggi il
risentimento è diffuso in altre parti del mondo arabo, perché il regime
saudita si autoproclama custode delle due moschee sacre della
Mecca e di Medina. La legittimazione di Riad viene dalla conquista,
e la versione ufficiale dell’islam supportata dall’Arabia Saudita non è
condivisa né dagli sciiti né dalla maggior parte dei sunniti. L’islam
wahabita rifiuta la tolleranza religiosa e insiste sull’applicazione
politica delle sue credenze religiose a tutti i livelli. Questa ideologia
ha influenzato sia al-Qaeda sia l’ISIS, e si è ritorta contro lo stato
saudita. A rigore, i wahabiti non accettano il principio dello stato
nazionale; ma l’Arabia Saudita si fonda su una struttura di potere
duale ripartito tra la casa regnante saudita e gli ecclesiastici
wahabiti. Nel XVIII secolo le due entità avevano stretto un patto di
non ingerenza nelle rispettive sfere di competenza, e questo accordo
è tuttora valido. Finché lo stato non proverà a limitare il potere degli
ecclesiastici, la maggior parte dell’élite wahabita non avrà interesse
a rovesciarlo. Ma i leader della casa saudita non avevano messo in
conto la possibilità che le loro idee sullo stato nazionale
contribuissero a plasmare rivoluzionari terroristi come Osama bin
Laden e molti altri.
Negli ultimi decenni del colonialismo europeo, pochi dei nuovi stati
nazionali a maggioranza musulmana seguirono l’esempio saudita di
mettere la shahāda sulle proprie bandiere, e solo pochissimi
optarono per il verde come colore dominante. I leader dei nuovi stati
arabi non erano noti per la loro pietà, e mentre alcuni erano
musulmani praticanti, quasi tutti erano influenzati dall’ideologia un
po’ contrastante del socialismo, specie quelli che militavano nel
Partito Ba’th che arrivò a governare la Siria e l’Iraq. Data la loro
inclinazione per uno stato forte, quei leader non potevano scegliere il
colore dominante dell’islam per la propria bandiera nazionale.
Quando fu proclamato il nuovo regno dell’Arabia Saudita, la
Giordania aveva già la sua bandiera, basata sul progetto panarabo
di al-Husayn, inclusa la stella al centro del triangolo rosso che
caratterizzava gli hashemiti. È una stella a sette punte; si associa
alle sette colline su cui è costruita la capitale Amman e ai primi sette
versi della sura di apertura del Corano, che parlano di Dio, umanità,
spirito nazionale, umiltà, giustizia sociale, virtù e aspirazioni. Quel
triangolo rosso continuerà a simboleggiare la dinastia hashemita,
perché i discendenti di al-Husayn siedono ancora sul trono giordano;
ma siccome oggi metà dei giordani è palestinese, la lealtà alla
corona è piuttosto incerta. La bandiera giordana, in origine, avrebbe
dovuto abbracciare anche il territorio della Palestina, perciò oggi la
bandiera palestinese è identica a quella giordana, ma non ha la
stella. Negli anni Trenta, anche Iraq e Siria, non ancora indipendenti
dai britannici e dai francesi, ispirarono le loro bandiere a quella della
rivolta.
Alcuni stati, tuttavia, seguirono gli ottomani e adottarono varianti
della stella e della mezzaluna su una varietà di sfondi, perché quei
disegni erano ormai associati all’islam, pur precedendolo di vari
decenni. Si sa che in una data imprecisata la città di Bisanzio (poi
Costantinopoli e oggi Istanbul) adottò come simbolo la mezzaluna.
Secondo la leggenda, sulla città splendeva una luna crescente
quella notte del 339 a.C. in cui il suo esercito vinse una battaglia
decisiva. All’epoca, la mezzaluna era il simbolo della dea Artemide. I
romani, che secoli dopo conquistarono Bisanzio, conoscevano
Artemide con il nome di Diana, e quindi mantennero la tradizione
della mezzaluna come simbolo della città, mettendola anche sulla
bandiera. Nel 1453, quando i popoli altaici conquistarono ciò che
restava di Costantinopoli, aggiunsero il simbolo della mezzaluna alle
proprie bandiere, facendone un emblema del mondo musulmano.
Stando alla tradizione, il fondatore dell’impero ottomano, Osman I,
vide in sogno la mezzaluna estendersi su tutto il mondo.
In origine, l’impero ottomano posizionò la mezzaluna su una
bandiera verde, che venne sostituita da una bandiera rossa nel
1793; la leggenda narra che nella bandiera della Turchia odierna la
mezzaluna e la stella si riflettano in una pozza di sangue dei soldati
turchi. Le punte della stella sono comunemente ritenute una
rappresentazione dei Cinque pilastri dell’islam – fede, preghiera,
carità, digiuno e pellegrinaggio – ma quasi certamente non era
l’intento originario perché la stella inizialmente aveva otto punte, che
furono ridotte a cinque solo nel 1844.
Nel XXI secolo, molti hanno l’impressione che la mezzaluna
islamica raffigurata sulla bandiera turca sia diventata, per così dire,
più evidente. Non si può sfuggire alla diatriba sull’appartenenza o
non appartenenza della Turchia all’Europa, e curiosamente, con la
progressiva laicizzazione dell’Europa, si fa più acceso il dibattito
sulla natura giudaico-cristiana dei suoi valori. Tutto ciò ha un certo
peso sulla crisi migratoria e sulla questione apparentemente
interminabile circa l’ammissione della Turchia all’Unione Europea. Si
può con piena ragione affermare che la religione e l’Unione Europea
sono due cose totalmente separate, e in effetti la religione di un
paese non fa parte dei criteri di ammissione all’UE; ciononostante, la
religione è entrata ugualmente nel discorso. Giusto o sbagliato che
sia, per alcuni europei la vista della mezzaluna evoca il ricordo
collettivo di antiche battaglie e dell’espansione dell’impero ottomano,
che nel 1683 arrivò alle porte di Vienna.
La bandiera turca con la mezzaluna e la stella sventola
orgogliosamente fuori dal quartier generale della NATO nella periferia
di Bruxelles, eppure c’è gente che non riesce a figurarsela insieme
con quelle degli stati UE situate a pochi chilometri di distanza.
Ovviamente la NATO è un’alleanza militare che copre metà del
pianeta, mentre l’UE è un raggruppamento politico e
(verosimilmente) anche culturale. Ma sia l’una sia l’altra si basano su
precisi valori. L’antico simbolo della Turchia, che si richiama all’islam,
fa parte, più di tre secoli dopo la battaglia di Vienna, di una battaglia
politica modernissima che si combatterà nei prossimi decenni.
La bandiera turca è stata abbondantemente esposta durante, e
subito dopo, il fallito colpo di stato di metà luglio 2016. Le autorità
hanno inviato un messaggio tramite i social media, invitando la
popolazione a scendere in piazza per opporsi al colpo di stato, e le
moschee diffondevano la sela dagli altoparlanti dei minareti. Di solito
questa preghiera viene recitata in occasione dei funerali, ma è intesa
anche come chiamata a raccolta. I fedeli hanno risposto in massa, e
molti tenevano in mano la bandiera turca mentre si dirigevano verso
le caserme delle unità che avevano tentato il golpe. La bandiera
rossa con la mezzaluna e la stella è stata usata anche per coprire i
cadaveri di coloro che sono rimasti uccisi nei successivi scontri, e ha
sventolato dopo la sconfitta dei rivoltosi, quando centinaia di migliaia
di persone hanno sfilato in favore del presidente Erdoğan e/o per
dimostrare la propria opposizione al tentato colpo di stato. Le
adunanze erano una distesa di rosso e bianco, perché uomini e
donne si avvolgevano nella bandiera nazionale o portavano bandiere
gigantesche, lunghe anche una trentina di metri, a mo’ di insegne.
Bengala rossi, simili a quelli lanciati dai tifosi di calcio, coloravano la
notte. Non tutti appoggiavano il presidente, ma l’uso della bandiera
nazionale come simbolo unificante indicava che la gente poteva
essere d’accordo almeno su una cosa: l’opposizione ai colpi di stato
militari che si ripetevano nel paese da molti anni. Il fallimento del
colpo di stato e il successivo giro di vite a carico dei dissidenti non
hanno fatto altro che indebolire le credenziali liberaldemocratiche
della Turchia e rafforzare i sostenitori islamisti di Erdoğan.
Anche l’Algeria e la Tunisia fanno parte dei paesi le cui bandiere
sono state influenzate dall’era ottomana. Avrebbero potuto scegliere
qualche versione della bandiera della rivolta araba, ma in Nordafrica
l’attrazione gravitazionale della «Arabia» non è forte come nella
penisola arabica. Lì permane una forte identità e cultura
nordafricana, anche se le invasioni arabe hanno prodotto società
prevalentemente di religione musulmana e lingua araba. Nella
bandiera dell’Algeria i «corni» della mezzaluna sono molto più lunghi
del solito, perché gli algerini pensano che sia un portafortuna. La
bandiera tunisina è simile alla versione turca (una mezzaluna e una
stella rosse posizionate all’interno di un cerchio bianco su sfondo
rosso), al punto che in qualche occasione, nel 2014, i sostenitori del
governo egiziano che protestavano contro l’appoggio fornito dalla
Turchia alla Fratellanza musulmana hanno bruciato per errore la
bandiera tunisina.
Tutti questi colori e simboli arabo-musulmani si sono estesi di pari
passo con l’islam, e sono penetrati anche in culture non arabe. Un
tipico esempio è l’Iran. La sua bandiera reca addirittura una scritta in
arabo, pur essendo nello stesso tempo profondamente persiana e
rivoluzionaria. La bandiera iraniana è un semplice tricolore, con tre
bande orizzontali: verde in cima, bianca in mezzo e rossa in basso.
Risale al 1980, l’anno successivo alla rivoluzione islamica che fece
cadere lo scià e portò al potere i fondamentalisti religiosi guidati
dall’ayatollah Ruhollah Khomeyni. Il verde ha numerosi significati
nella cultura iraniana, tra cui felicità e vitalità. Come abbiamo già
osservato, il verde è anche il colore tradizionalmente associato
all’islam, e nella Repubblica Islamica dell’Iran, a maggioranza sciita,
si può considerare anche un tributo alla dinastia sciita dei Fatimidi. Il
bianco è il colore tradizionale della libertà, e in Iran il rosso è legato
al martirio, all’audacia, al fuoco e all’amore.
I colori, e ciò che rappresentano, sono già abbastanza
interessanti, ma il motivo al centro della bandiera iraniana è ciò che
la rende eccezionale. La Repubblica Islamica doveva dare un taglio
netto all’era dello scià, ma anche rassicurare un’antica cultura sul
fatto che non era all’anno zero. La cultura tradizionale dell’Iran è
sopravvissuta al regime di terrore che ha fatto seguito all’avvento dei
fondamentalisti (un regime che continua tuttora), ma sulle tematiche
che mettevano in discussione il potere assoluto degli ecclesiastici,
per esempio l’abbigliamento delle donne, il pugno di ferro
dell’islamismo nella versione di Khomeyni si è abbattuto senza pietà.
La soluzione adottata dalla Repubblica Islamica è stata usare i
colori della bandiera prerivoluzionaria, ma senza l’emblema centrale
del leone e del sole, un motivo ornamentale che risaliva come
minimo al XV secolo, e secondo alcuni studiosi a molto tempo prima.
In origine il leone e il sole erano simboli astrologici, ma erano ormai
associati alla monarchia, perciò dovevano sparire.
Il nuovo disegno è opera di Hamid Nadimi, professore associato di
architettura all’Università Shahid Beheshti di Teheran. Nadimi
sapeva quali tasti emotivi bisognava azionare, e l’ha fatto con una
costruzione brillantemente stilizzata. Conosceva bene la storia, la
cultura e la religione del proprio paese e ha avuto l’idea di mettere al
centro della bandiera un simbolo che attingesse a tutti e tre gli
elementi e potesse incontrare il favore dei nuovi leader. Per
l’osservatore estraneo, il motivo che si nota al centro della bandiera
iraniana costituisce un simbolo irriconoscibile. Agli occhi degli
iraniani richiama un laleh, un tulipano.
Quando ci si reca per la prima volta a Teheran, si impiega un po’
di tempo a rendersi conto di quanto sia diffusa questa forma nella
capitale. Una volta che la vedete, la riconoscerete dappertutto,
specie se fate i giornalisti, perché nove volte su dieci (nel mio caso,
quattro volte su quattro) le «autorità turistiche» vi piazzeranno al
Laleh Hotel, l’ex InterContinental così ribattezzato dopo la
rivoluzione. Si può dare per scontato che al Laleh i servizi di
intelligence siano particolarmente efficienti, molto superiori a quelli
disponibili in un qualsiasi altro albergo.
Il tulipano e la cultura iraniana sono strettamente interconnessi, e
a questo simbolo gli iraniani attribuiscono tutta una serie di
significati: morte, martirio, amore eterno e, da ultimo, anche
opposizione agli ayatollah. Il tulipano sboccia in primavera, che
annuncia anche il Nowruz, il capodanno persiano, e i due eventi
vengono associati da più di tremila anni. Ogni primavera, durante i
festeggiamenti, gli iraniani cantano: «Questa primavera ti porti
fortuna, e i campi di tulipani ti diano gioia».
Come avviene quasi sempre in queste correlazioni, la leggenda ha
il suo peso: in questo racconto un principe del VI secolo di nome
Farhad sentì dire che l’amore della sua vita, Shirin, era stata uccisa
e così si gettò da una rupe. Ma come nel caso dei Capuleti e dei
Montecchi vari secoli dopo, Shirin era viva e vegeta, ed era stata
oggetto dell’orrenda macchinazione di un rivale in amore di Farhad.
Nel luogo in cui precipitò Farhad cominciarono a crescere i tulipani,
nutriti dal suo sangue.
Nella stessa epoca, il grande eroe sciita Hussein, nipote del
profeta Maometto, fu ucciso in battaglia dagli uomini della dinastia
omayyade presso Karbala, nell’odierno Iraq. E quale fiore potrebbe
essere nato dal sangue di Hussein? Il tulipano, ovviamente, che oggi
simboleggia il martirio degli sciiti. Hussein avrebbe affrontato un
esercito di diverse migliaia di uomini pur avendo con sé appena
settantadue soldati tra seguaci e parenti. La morale potrebbe essere:
«Scegliete bene le vostre battaglie», ma il gruppo di Hussein era
convinto che solo la famiglia del profeta Maometto potesse guidare
la nuova religione dell’islam, e che fosse meglio morire per la
giustizia che vivere nell’ingiustizia. Questo principio della fede sciita
stava alla base del grande scisma tra sunniti e sciiti, e da allora il
martirio è sempre stato centrale per gli sciiti. Durante la guerra
iraniano-irachena del 1980-1988, quando il governo iraniano
esortava i suoi giovani ad affrontare coraggiosamente battaglie in cui
morirono centinaia di migliaia di uomini, il tulipano compariva su
manifesti e striscioni che celebravano i martiri, e uno degli urli di
guerra era: «Tutti i campi sono Karbala». Era questa, dunque,
l’atmosfera in cui Nadimi disegnò la nuova bandiera del paese.
Per tutta la lunghezza del bordo superiore della striscia rossa e del
bordo inferiore della striscia verde si legge la scritta stilizzata in
arabo Allahu Akbar (Dio è grande), che viene ripetuta ventidue volte
in onore del ventiduesimo giorno del mese di Bahman nel calendario
iraniano. Era il giorno del 1979 in cui, con il paese nel caos e milioni
di persone che dimostravano nelle strade, la radio nazionale di stato
iniziò le trasmissioni con le parole: «Qui Teheran, la voce della
Repubblica Islamica dell’Iran». Il tulipano rosso al centro della
striscia bianca è un simbolo complesso, o per meglio dire, un
insieme di simboli. È composto da quattro mezzelune e uno stelo
centrale che si possono leggere come una forma geometricamente
simmetrica della parola Allah, ma anche come una rappresentazione
simbolica dei Cinque pilastri dell’islam. Lo stelo è anche una spada
che rappresenta la forza della nazione. All’ayatollah Khomeyni
piaceva tutto questo simbolismo, perciò nessuno si è stupito quando,
dopo la sua morte nel 1989, i fedeli ne hanno decorato la tomba con
settantadue tulipani di vetro colorato: il loro numero evocava
naturalmente i martiri di Hussein a Karbala.
Ma il tulipano è evocativo per tutti gli iraniani, non solo per quelli
che appoggiano la rivoluzione, e quindi non è stata una sorpresa se
nel 2009, quando l’opposizione è scesa in piazza contro la rielezione
del presidente Mahmud Ahmadinejad, alcuni dimostranti agitavano il
tulipano in segno di sfida. Ricordo di essere uscito dal Laleh Hotel e
di essermi incamminato lungo la via omonima in una giornata di
scontri particolarmente violenti: dei giovani, alcuni dei quali
brandivano i laleh, venivano inseguiti sui marciapiedi e picchiati da
uomini della sicurezza in borghese sistemati sul sellino posteriore di
rombanti motociclette. Dopo un vivace «scambio di opinioni» con
alcuni poliziotti dei reparti antisommossa, sono stato medicato da un
dottore che, come ho scoperto in seguito facendo ricerche per
questo libro, era in servizio al Laleh Hospital.
È raro che un motivo religioso venga utilizzato così brillantemente
in tanti aspetti della vita di un popolo; e mettendo assieme la storia,
la religione, i miti, le leggende, e persino la poetica della nazione, il
tulipano caratterizza la bandiera iraniana in quanto straordinario
esempio di cosa un simbolo possa comunicare.
La maggior parte dei paesi non mette immagini religiose sulla
propria bandiera per svariate ragioni, tra le quali il fatto che lo stato
non si basa sulla fede o che la popolazione pratica più confessioni
religiose, dunque una bandiera religiosa potrebbe essere più divisiva
che unificante. Ed ecco spiegata la bandiera libanese. Il Libano è un
patchwork di etnie e religioni che di tanto in tanto si disfa. Se i
sunniti, gli sciiti, i drusi, gli alawiti, i cattolici, i maroniti e gli altri
membri di quella popolazione di 4,5 milioni di persone fossero tutti
rappresentati sulla bandiera, sarebbe anch’essa un patchwork. Molti
libanesi, scherzando solo fino a un certo punto, dicono di sentirsi più
fenici che arabi, perciò nessuno si è meravigliato quando, con
l’indipendenza del 1943, non hanno scelto i colori panarabi. Il nuovo
stato ha preso invece come simbolo il cedro, che è legato al Libano
fin dai tempi di re Salomone, ben tremila anni fa. Il Libro di Osea
(14,6) contiene uno dei numerosi riferimenti biblici che li connette:
«Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà
radici come un albero del Libano».
Gli iracheni e gli egiziani non avevano un tale genere di scrupoli
circa le proprie connessioni arabe e islamiche. Gli uni e gli altri
attinsero alla bandiera rossa, nera, verde e bianca usata nella rivolta
araba del 1916, e gli egiziani usarono la rivoluzione del 1952 per
rilanciarla come bandiera della liberazione araba. A quel punto il
nero iniziò a rappresentare l’esperienza dell’oppressione coloniale, il
rosso il sacrificio necessario per liberare gli arabi dai colonialisti, e il
bianco la libertà e il futuro luminoso di un Egitto indipendente. Il
sogno panarabo, tuttavia, non era ancora morto: nel 1958, quando
Egitto e Siria si unirono nel breve e sfortunato esperimento della
Repubblica Araba Unita, la loro bandiera era il tricolore rosso, bianco
e nero, ma con due stelle verdi a cinque punte che simboleggiavano
i due paesi e l’islam, oltre a richiamare la bandiera della rivolta
araba.
Nel 1972 l’Egitto ritentò l’esperimento, stavolta dando vita alla
Federazione delle Repubbliche Arabe con la Siria e la Libia. Adesso,
al posto delle stelle, c’era il falco di Quraish, che rappresenta la tribù
guidata dal profeta Maometto. Dopo il fallimento di questo tentativo,
nel 1984 l’Egitto passò alla bandiera che conosciamo oggi,
sostituendo al falco di Quraish un’aquila dorata stilizzata sulla
striscia bianca, «l’aquila di Saladino» (Salah al-Din), in onore del
grande guerriero islamico che arrivò fino al Cairo e vi costruì la
cittadella nel 1176. Il simbolo di un’aquila è stato scoperto sulla
parete occidentale della cittadella, perciò si ipotizza, anche se non è
mai stato dimostrato, che fosse l’emblema personale di Saladino. Si
può trovare sulle bandiere, sui sigilli e sui documenti ufficiali in tutto il
Medio Oriente, per esempio sullo stemma dell’Autorità nazionale
palestinese.
Ci sono tantissimi aspetti affascinanti nella vita di Saladino, tra cui
il fatto che il più grande guerriero arabo fosse, a detta di quasi tutti
gli esperti, un curdo. Ma la sua figura è molto più amata nella cultura
musulmana araba che in quella curda, perché per l’identità nazionale
curda fece ben poco. Ecco perché in quasi tutte le bandiere che
sventolano nelle regioni curde dell’Iran, dell’Iraq, della Turchia e
della Siria l’aquila non compare. È presente invece negli stemmi del
governo regionale curdo in Iraq e in altre regioni, ma non è più
considerata l’aquila di Saladino.
Durante la rivolta egiziana del 2011, che ha aiutato l’esercito a
rovesciare il presidente Mubarak, la bandiera dell’Egitto sventolava
ovunque perché entrambe le parti affermavano di agire per il bene
del paese. Nei moti di piazza e nelle dimostrazioni, innumerevoli
bandiere sono state agitate dalle varie fazioni, ma non c’è stata
alcuna minaccia alla bandiera nazionale. In effetti, non c’è stata
nemmeno una vera rivoluzione, perché l’Egitto è tornato a essere
quello che era sempre stato: un ibrido tra dittatura militare e
democrazia. È una delle tante ragioni per cui l’espressione
«primavera araba» è sempre stata fuorviante per chi voleva cercare
di capire cosa stava accadendo effettivamente in Egitto e in tutto il
resto della regione.
Come abbiamo visto, l’Iraq aveva optato in origine per una
bandiera nera, bianca e verde con due stelle che rappresentavano
gli arabi e i curdi, e una versione del triangolo rosso che
campeggiava sulla bandiera della rivolta, perché il paese era
governato da alcuni membri della famiglia reale hashemita. Ma dopo
il colpo di stato del 1958 che detronizzò gli hashemiti, l’Iraq divenne
una repubblica e il triangolo rosso che simboleggiava la famiglia
regnante fu eliminato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th di
ispirazione socialista, che sostituì la bandiera con un tricolore
orizzontale rosso, bianco e nero e inserì tre stelle nella striscia
bianca in previsione di un’unione sempre più stretta con l’Egitto e la
Siria. L’unione non si materializzò mai, e nel 1991 le due nazioni
arabe appoggiarono la guerra scatenata dagli americani contro l’Iraq
di Saddam Hussein in risposta all’invasione del Kuwait. A quel punto
il partito Ba’th della Siria aveva sostanzialmente abbandonato la
linea del suo omologo iracheno e gli egiziani erano fedeli alleati degli
Stati Uniti. Le rivalità tra stati nazionali hanno prevalso sul
nazionalismo panarabo, e tutti i paesi arabi erano estremamente
preoccupati dal fatto che l’Iraq avesse violato il confine di un altro
stato arabo.
Saddam usò quei giorni cruciali per aggiungere alla bandiera le
parole Allahu Akbar, forse vergate a mano da lui stesso. Dopo la
caduta del regime, nel 2003, quella scritta fu rimossa (e pochi anni
dopo furono rimosse pure le stelle); ma le parole rimangono, anche
se oggi sono scritte nel tipico stile decorativo kufico. La già citata
scrittrice irachena Mina al-Oraibi lo trova problematico:
Negli ultimi decenni la bandiera irachena è stata politicizzata. L’aggiunta
delle parole Allahu Akbar rientrava nel tentativo di Saddam di fare apparire
la guerra del 1991 un conflitto «in difesa dell’islam». Molti iracheni presero
male quella aggiunta, perché sapevano che era una forma di manipolazione
della religione per i fini politici di Saddam. Sorprendentemente, dopo la
guerra del 2003, la classe politica irachena ha deciso di rimuovere dalla
bandiera le tre stelle e di mantenere la scritta Allahu Akbar. Quella scelta ha
irritato molti iracheni, perché a quel punto la loro identità si basava su uno
stato nazionale anziché su una religione. La bandiera irachena significa
molto per me, in quanto simbolo del mio paese, ma è più un simbolo delle
sofferenze che l’Iraq ha subito e della manipolazione politica della religione,
anziché il simbolo unificante che dovrebbe essere.

Va altresì detto che la scritta in arabo sulla bandiera non piace


particolarmente ai curdi iracheni, perché non è la loro lingua, e il
riferimento islamico non è gradito ai cristiani dell’Iraq, specie in una
fase storica nella quale vengono allontanati a decine di migliaia dal
paese.
Anche l’identità musulmana dell’Iraq si è incrinata. Il suo esercito
va in battaglia contro l’ISIS con la bandiera dello stato, ma accanto a
essa sventolano le bandiere di varie milizie – principalmente sciite,
ma pure sunnite – che combattono per i propri fini, non certo
nell’interesse di uno stato unitario. Per esempio, l’Organizzazione
Badr (le ex Brigate Badr) è una milizia sciita irachena costituita in
origine da un gruppo di esuli in Iran. Mantiene stretti legami con
Teheran, e alcune delle sue bandiere di guerra sono simili a quelle
della Guardia rivoluzionaria iraniana e degli Hezbollah libanesi. Altre
bandiere recano l’immagine del martire sciita Hussein.
Stando al Pew Research Center, un terzo dei 193 stati membri
dell’ONU avrebbe bandiere nazionali che includono simboli religiosi.
Di questi sessantaquattro stati, quasi metà ha un simbolo cristiano, e
ventuno un simbolo che è in qualche modo associato all’islam.
Come si può facilmente intuire, Israele è l’unico paese che usa
simboli del giudaismo.
Pur essendo relativamente recente, le origini esatte della bandiera
israeliana sono ancora poco chiare. Uno dei fondatori del sionismo
moderno, Theodor Herzl, scrisse nel 1896: «Non abbiamo una
bandiera, e ci occorre. Se desideriamo guidare tanti uomini,
dobbiamo innalzare un simbolo sopra la loro testa. Io suggerirei una
bandiera bianca, con sette stelle d’oro». Quell’idea non fu mai
realizzata. In ogni caso, già all’epoca alcuni prototipi della bandiera
che conosciamo oggi circolavano nelle riunioni politiche che si
tenevano in Palestina, negli Stati Uniti e in Europa. Nel giro di pochi
anni, quei prototipi diventarono il simbolo riconosciuto del sionismo.
Ma nel maggio 1948, quando fu costituito lo stato di Israele, non
c’era ancora nessun accordo su quella che doveva essere la
bandiera nazionale. Lo scudo di David (detto anche stella di David),
la Menorah e il leone di Giuda avevano tutti i loro sostenitori.
Il governo chiese dunque al popolo israeliano di presentare alcuni
bozzetti e cinque mesi dopo, in ottobre, approvò quello di Richard
Ariel, che era simile alla bandiera sionista del XIX secolo. Il blu e il
bianco rappresentano il talled, lo scialle indossato dagli ebrei
durante la preghiera, mentre lo scudo di David è un simbolo
riconosciuto del giudaismo: benché relativamente moderno, si
associava fortemente alla fede religiosa nel medioevo. La Menorah
divenne il sigillo ufficiale dello stato, e il leone di Giuda fu scelto
come simbolo di Gerusalemme.
La bandiera israeliana si posiziona, a volte scomodamente, in
mezzo a un grande arco di paesi che esibiscono simboli islamici.
Questi paesi sono situati nella regione Asia-Pacifico, nel Medio
Oriente e in Nordafrica, mentre uno, l’arcipelago delle Comore, si
trova nell’Oceano Indiano al di sotto del Sahara. Ovviamente, queste
regioni corrispondono alla diffusione dell’islam, e includono paesi del
tutto diversi come la Malesia, l’Uzbekistan, il Pakistan e la Libia.
Per vari decenni la bandiera libica è stata un unicum, in quanto si
trattava di un semplice sfondo verde senza scritte né decorazioni.
Erano i tempi del colonnello Gheddafi e della sua Gran Giamahiria
Araba Libica Popolare Socialista, quando si autodefiniva il «decano
dei leader arabi», un filosofo e un grande letterato. Il verde,
naturalmente, rappresentava l’islam, ma anche il suo Libro verde.
Era la raccolta di farneticazioni di un uomo che appariva sempre più
squilibrato con il passare degli anni ma continuava ad affliggere i
libici con banalità del tipo: «Le donne, al pari degli uomini, sono
esseri umani. È una verità incontestabile […]. Le donne sono diverse
dagli uomini nella forma perché sono femmine, così come tutte le
femmine dei regni vegetale e animale sono diverse dai maschi della
propria specie […]. Secondo i ginecologi, le donne, diversamente
dagli uomini, hanno le mestruazioni tutti i mesi».
Queste perle di saggezza non bastarono a salvargli la vita durante
la rivoluzione del 2011 e sotto i bombardamenti delle forze NATO: fu
massacrato da una folla inferocita nel deserto. Quando la rivoluzione
si estese a tutto il paese, molti dimostranti cominciarono a sventolare
la vecchia bandiera dell’indipendenza, con le sue strisce orizzontali
rossa, nera e verde, e una mezzaluna e una stella bianche al centro.
Il vessillo della rivoluzione divenne rapidamente il simbolo della sfida
al potere, e dopo la morte di Gheddafi venne adottato come
bandiera ufficiale del paese.
In origine era la bandiera del Regno di Libia, che aveva ottenuto
l’indipendenza dall’Italia nel 1951. Si rifaceva alla bandiera della
dinastia religiosa dei Senussi, che governava la regione orientale
della Cirenaica: una bandiera nera, con la stella e la mezzaluna. La
striscia rossa venne aggiunta per rappresentare il sangue del popolo
ma anche perché era il colore della regione meridionale del Fezzan,
mentre la banda verde si richiamava al colore tradizionale della
Tripolitania, la regione occidentale che confina con la Tunisia. Nel
1951 quei colori simboleggiavano l’unione di tre regioni che fino ad
allora non erano state governate come un’unica entità indipendente.
Nel 2011 designavano nuovamente le tre regioni, ma stavolta c’era
ben poco che le teneva assieme.
Tripoli deve il suo nome alle parole greche treis poleis, tre città,
ovvero Oea, Sabrata e Leptis Magna, da cui il nome di Tripolitania
assegnato alla regione. Successivamente, quando si insediarono in
quella zona, 650 chilometri a est lungo la costa, i greci vi costruirono
una città chiamata Cirene, che poi diede il nome alla Cirenaica. I
greci non consideravano le due regioni e il Fezzan come un’unica
entità geografica, politica o etnica, al pari dei romani che vennero
dopo di loro. Vi subentrarono gli arabi, poi gli ottomani e infine, nel
secolo scorso, gli italiani, che prima denominarono la regione Africa
settentrionale italiana e poi la suddivisero in due colonie: Tripolitania
italiana e Cirenaica italiana. Nel 1934 recuperarono una
denominazione usata due millenni prima per designare tutto il
Nordafrica tranne l’Egitto: Libia. Dopo la seconda guerra mondiale e
la rinuncia dell’Italia a tutte le pretese sulla regione, la Tripolitania e
la Cirenaica furono amministrate dagli inglesi, mentre ai francesi
toccò il governo del Fezzan, fino al 1951, quando nacque lo stato
nazionale della Libia. Alle popolazioni di tutte e tre le regioni fu detto,
in buona sostanza: «Adesso siete tutti nella stessa barca».
I sessant’anni di «unità nazionale», più di metà dei quali trascorsi
sotto una dittatura, non hanno forgiato una nazione, e i tre colori
della bandiera sono tornati ancora una volta a simboleggiare la
divisione. Allo stato attuale, le probabilità che nel breve o medio
termine la Libia possa diventare uno stato unitario sembrano molto
scarse. La bandiera dell’ISIS ha fatto la sua comparsa in diverse città
costiere, e pur attirando l’attenzione del cosiddetto governo insediato
a Tripoli, nonché dei governi che operano sull’altra sponda del
Mediterraneo, l’esposizione di un simbolo tanto odiato aumenta
l’instabilità di uno stato che, di tanto in tanto, dà l’impressione di
essere sull’orlo del fallimento. Il futuro potrebbe essere una
ripetizione del passato, oppure potrebbe emergere una sorta di
federalismo.
Che ne è dunque della nazione araba? Se la lingua è il collante tra
gli arabi, l’idea ha un fondamento, anche se si esprime in tante
sfumature diverse, e in innumerevoli dialetti. Ma questa idea vacilla
se denota un popolo, perché gli arabi sono tanti popoli diversi.
Quello che invece è cresciuto costantemente dalla metà degli anni
Settanta è l’islam politico. Poiché molte correnti dell’islam non
riconoscono le divisioni tra politica, religione e confini, bandiere
come quella dell’ISIS (ci torneremo nel Capitolo 5) sono da
considerarsi quantomeno panarabe, se non addirittura globali. Ma
anche se la religione prevale spesso su altri aspetti, come il
nazionalismo o la filosofia politica, la brutalità e le idee utopistiche
dei gruppi islamisti violenti ne assicureranno quasi certamente
l’implosione, seppure nell’arco di alcune generazioni. Nell’estate del
2016, il maggior partito islamista della Tunisia, Ennahda (che ha
lasciato spontaneamente il potere dopo le elezioni), ha riconosciuto
la separazione tra moschea e stato, dichiarando: «Stiamo
abbandonando l’islam politico per entrare nell’islam democratico».
Se ha detto la verità, allora «l’islam democratico» è un esperimento,
che si oppone alla visione del mondo dell’ISIS e di al-Qaeda. Il
modello turco di uno stato nazionale musulmano laico e pienamente
democratico è chiaramente in crisi; varrebbe dunque la pena di
seguire il modello tunisino. La Tunisia ha rifiutato i colori panarabi
per la propria bandiera, e la sua popolazione quasi totalmente
nordafricana sta cercando di capire quali elementi dell’islam politico,
nato molto più a est, sia opportuno mantenere e quali abbandonare.
Negli anni Sessanta, il diplomatico e intellettuale egiziano Tahsin
Bashir avrebbe usato l’espressione «tribù con bandiere» per
descrivere gli arabi. E avrebbe proseguito dicendo che l’unico vero
stato nazionale della regione era il suo. Ciò potrebbe riflettere la
vecchia visione cairocentrica del mondo di molti suoi connazionali,
che si riflette a sua volta nel proverbio egiziano Misr umm al-dunya,
«Il Cairo è la madre del mondo». La sua citazione non piacerà
affatto ad alcuni arabi, a cui dà fastidio l’idea che sia stata presa in
prestito dal mondo esterno. Ma Bashir voleva dire che la coerenza
etnica e culturale di uno stato nazionale unitario richiede molto più
dei confini tracciati sulla sabbia dai colonialisti e delle bandiere
nazionali da usare come simboli di qualcosa che forse non esiste
nella mente di quanti vivono all’interno di quei confini. Alcune di
quelle bandiere rischiano di essere ammainate e poi coperte dalle
sabbie che vorticano pericolosamente dal Mediterraneo al Mare
Arabico.
Il federalismo potrebbe ancora essere il destino dell’Iraq, della
Siria e dello Yemen: nasceranno nuove bandiere per simboleggiare
nuove realtà federali, o addirittura nuovi stati nazionali. In questo
caso, alcune bandiere useranno il verde, il bianco e il nero con cui gli
arabi hanno tanta familiarità, ma probabilmente aggiungeranno
anche il rosso, in ricordo del sangue che verrà versato per tracciare i
nuovi confini. È difficile pensare che la raffigurazione del martirio
possa scomparire dalla loro cultura.
5. BANDIERE DI PAURA

«Io sono più forte della paura.»


Malala Yousafzai
Fotografia propagandistica diffusa dall’ISIS.
Ciò di cui stiamo per parlare è così malvagio, così al di là della
nostra comprensione, che speravamo di essere riusciti a lasciarcelo
definitivamente alle spalle, nelle tenebre del medioevo.
L’autoproclamato Stato Islamico (ISIS) ha impresso un marchio
indelebile nella nostra coscienza collettiva. Arriva a uccidere persone
innocenti in modo orribile, in pubblico, e poi a pubblicizzarne la
morte, e la sua propaganda è stata spietatamente, inumanamente
efficiente. L’ISIS agisce sotto una bandiera che non è la sua, ma che
sta tentando di rendere sinonimo delle sue depravate azioni. In
questo modo danneggia la stessa religione nel nome della quale
afferma di agire.
La maggior parte di questo capitolo è dedicata alle bandiere di
attori non nazionali che si trovano in Medio Oriente e quindi si
ricollegano all’islam. Il mio obiettivo non è isolare l’islam in un mondo
pieno di gruppi armati rivoluzionari di diverse confessioni religiose.
Voglio piuttosto metterne in luce un aspetto importante, non solo
perché tanti di questi gruppi appaiono regolarmente nei notiziari, e il
loro simbolismo parla al cuore di tanta gente, ma anche perché
l’iconografia islamista si rifà a correnti sotterranee della società
mediorientale che è necessario conoscere e comprendere. Un
capitolo sugli emblemi del gruppo eversivo peruviano Sendero
Luminoso o sul Lord’s Resistance Army dell’Uganda fornirebbe
tantissimi dettagli affascinanti, ma il primo rappresenta un problema
localizzato e il secondo è destinato all’estinzione per la sua follia
autodistruttiva, e le sue idee moriranno con esso. Ma capire le
bandiere descritte ed esaminate in questo capitolo ci aiuta a
comprendere gli eventi a cui assistiamo quotidianamente al
telegiornale della sera, eventi che ci accompagneranno nei prossimi
decenni.
L’ISIS è veramente di un’altra categoria in termini di
«messaggistica». Non occorre entrare nei dettagli della sua
depravazione per capirne lo scopo. Certo, ci sembra che i suoi
membri siano sadici che traggono piacere dalla propria ferocia, ma
questa apparente follia è anche pura e fredda logica. Ci spaventa a
morte, e con piena ragione. L’esempio più clamoroso è la conquista
di Mosul, la seconda città dell’Iraq, nel giugno 2014. A Mosul ci
vivevano 1,8 milioni di persone, difese da circa 30.000 soldati
iracheni che sono fuggiti di fronte ai fanatici incendiari, torturatori e
assassini dell’ISIS, che avevano pubblicizzato con dovizia di
particolari i mostruosi eccidi compiuti man mano che avanzavano in
direzione della città. Sulle loro teste sventolava la bandiera che
avevano cooptato, poi divenuta per definizione la bandiera dell’ISIS.
A Mosul quella bandiera è rimasta appesa ai pennoni per quasi
diciotto mesi senza opposizione prima che le forze irachene
trovassero il coraggio e la forza di riprendere la città, e solo con
l’aiuto della potenza militare americana.
Siamo ormai abituati a vedere questa bandiera sui nostri media:
su uno sfondo nero è abbozzato un cerchio bianco che contiene una
scritta in arabo: «Maometto è il profeta di Allah», mentre un’altra
scritta, posizionata in cima, recita: «Non c’è altro dio al di fuori di
Allah». Queste due righe compongono la shahāda, la professione di
fede musulmana. Lo stile della scrittura è deliberatamente rozzo e
lineare, in contrasto con la calligrafia usata per la shahāda sulla
bandiera dell’Arabia Saudita. Significa probabilmente che l’ISIS vuole
un ritorno a quella che considera la forma originaria dell’islam. Da
questo punto di vista, è in competizione ideologica con i sauditi:
entrambi aderiscono a una versione sunnita estremista della fede, il
wahabismo, ed entrambi la usano per rivendicare la legittimazione a
rappresentare tutto l’islam. All’interno dell’Arabia Saudita ci sono
fazioni che appoggiano l’ISIS, ma i governanti ricordano bene che,
dopo aver contribuito parzialmente a creare al-Qaeda, sono stati
oggetto di un’ondata di attacchi terroristici della stessa al-Qaeda,
che voleva destabilizzare il regno e sottometterlo.
L’ISIS ha adottato ufficialmente la bandiera nel 2007, ma il colore
nero e la shahāda sono simboli panislamici che non si dovrebbero
associare necessariamente con il terrorismo; l’astuzia dell’ISIS è
proprio aver creato quell’associazione. Stando al sito del Search for
International Terrorist Entities Institute (SITE), nel 2007, quando si
chiamava ancora Stato Islamico dell’Iraq, l’ala mediatica dell’ISIS
avrebbe pubblicato un documento, intitolato «La legalità della
bandiera nell’islam», che spiegava perché il gruppo la usava.
Attingendo alle credenze tradizionali, diceva: «La bandiera del
Profeta, pace e benedizioni scendano su di lui, è un quadrato nero di
lana a strisce». In quasi tutti i casi la bandiera dell’ISIS è quadrata. Il
cerchio bianco dovrebbe rappresentare il sigillo del Profeta:
nell’antico palazzo Topkapi di Istanbul sono esposte alcune lettere
attribuite a Maometto, che recano questo simbolo. Il documento cita
anche una frase del Profeta: «Se vedete arrivare le bandiere nere,
andate loro incontro immediatamente, anche se dovete strisciare sul
ghiaccio, perché tra esse c’è sicuramente il califfo».
Queste enunciazioni da «fine del mondo» colpiscono in particolar
modo i musulmani più giovani che hanno una certa mentalità. Se
fossero cristiani, per esempio, andrebbero in giro suonando il
tamburello in una sorta di estasi mistica, invitando la gente a pentirsi
prima che sia troppo tardi. (Di tanto in tanto se ne incontra qualche
versione millenarista, spesso con sede nel Midwest degli Stati Uniti.)
Purtroppo, gli insegnamenti di questa setta minoritaria dell’islam non
contemplano l’uso del tamburello; è più probabile che i suoi aderenti
abbiano una spada e un passamontagna.
L’ISIS attribuisce una grandissima importanza anche alla
prossimità con la cittadina siriana di Dabiq, nei dintorni di Aleppo. In
effetti, la sua rivista online prende il nome da questa cittadina. La
teoria della «Apocalisse imminente» propugnata dall’ISIS ripete una
profezia di Maometto, secondo la quale gli eserciti di Roma (ovvero
dell’Occidente, degli Stati Uniti, della Turchia e di qualunque altro
nemico) e gli eserciti dell’islam si scontreranno nella pianura che
fronteggia Dabiq. Il gruppo ama le citazioni, infatti si riferisce anche a
un altro hadith («detto») del Profeta: «Le bandiere nere appariranno
da est e vi uccideranno come non era mai stato fatto prima da una
nazione», che desta una certa inquietudine tra gli oppositori dell’ISIS,
anche perché questa ha adempiuto alla promessa in una serie di
raccapriccianti e ben documentati eccidi, finalizzati chiaramente a
diffondere il terrore.
Le bandiere a cui si fa riferimento sono quelle del Mahdi, il messia
islamico, perciò naturalmente, in questa profezia, l’islam vince a
Dabiq e avanza su Istanbul, dando inizio alla fine del mondo. Ma
appare l’anticristo, o Dajjal, e respinge l’esercito di Mahdi. I superstiti
si ritirano a Gerusalemme, dove se la passano piuttosto male finché
il profeta Gesù non scende dal cielo e si schiera dalla parte di Mahdi.
Alla fine, il Dajjal viene ucciso, avvicinando così la fine del mondo e il
giorno del giudizio. Temo che a questo punto gli infedeli debbano
sottostare alla punizione eterna, che non è molto diversa da quella
prevista nella versione fondamentalista cristiana del racconto.
Riflettevo spesso su questa profezia quand’ero inviato a
Damasco, nei primi anni della guerra civile siriana. Alla fine, Gesù
scenderà dal cielo tramite il minareto di Gesù, situato nell’angolo
orientale della meravigliosa moschea omayyade della capitale.
Bisogna considerare che, diversamente da quanto avviene nel
postcristiano Occidente, molti fedeli mediorientali dell’islam
prendono alla lettera le loro sacre scritture. Guardando il minareto di
Gesù, mentre le esplosioni dilaniavano i quartieri periferici di
Damasco e una pletora di jihadisti era ormai a pochi chilometri dalla
città, bisognava sforzarsi di ricordare che loro ci credono veramente.
Ed è comprensibile che in mezzo al calore, alla polvere, al fumo e ai
cadaveri, i giovani combattenti dell’ISIS e di altri gruppi
fondamentalisti vedessero intorno a sé i segni di una profezia che si
stava avverando.
Nel 2014, quando fu divulgata la notizia della decapitazione
dell’attivista americano Peter Kassig, l’ISIS pubblicò un video in cui la
voce fuori campo diceva: «Eccoci qui a seppellire il primo crociato
americano a Dabiq, mentre aspettiamo con impazienza il resto delle
vostre armate». Era un riferimento diretto alla profezia che ho
appena citato, e un esempio di come l’ISIS pensa di sfidare un
esercito straniero per avvicinare la fine del mondo. Quando ha preso
Dabiq, una delle prime azioni dei suoi combattenti è stata sventolare
centinaia di bandiere nere dai tetti della città, realizzando nella
propria mente quella parte della profezia in cui le bandiere nere
appaiono «da est».
Combattenti e sostenitori dell’ISIS tendono a mantenere una
grandissima coerenza nei messaggi. Di tanto in tanto si possono
vedere foto in cui compare una bandiera gialla in mezzo al mare di
bandiere nere, e a volte viene aggiunto qualche elegante
passamano dorato alle frange della bandiera nera, ma l’ISIS resta
quasi sempre fedele a quella stessa immagine essenziale che, con il
suo utilizzo e le sue associazioni, si è impressa in modo indelebile
nella nostra immaginazione.
Quando vediamo questa bandiera, pensiamo quasi tutti a un
fanatismo perverso. È quanto di più «alieno» si possa rappresentare.
Ma per i suoi devoti è un simbolo di eroica determinazione a
compiere l’opera di Dio sulla terra, a qualunque costo. Il fatto che sia
immediatamente riconoscibile, in termini «comunicazionali», è
positivo. Ma confrontiamola con un’altra bandiera dello stesso tipo:
quella del comunismo internazionale. Nel momento in cui la
vediamo, la bandiera rossa ci trasmette un messaggio sui valori di
coloro che la sventolano. Il dettaglio di questi valori, che siano
maoisti, marxisti-leninisti o di altro genere, è secondario rispetto al
messaggio generale del comunismo, un’ideologia che se non altro ci
è familiare, anche se non la condividiamo. Concettualmente,
propugna la fratellanza (e sorellanza) universale e la giustizia per
tutti, anche se le sue associazioni e il suo prodotto finale sono
lontanissimi da questi ideali. La bandiera dell’ISIS, invece, è
sinonimo di esclusività e di una interpretazione restrittiva di ciò che è
accettabile, creata da persone che sono convinte di eseguire la
volontà di Dio. La bandiera rossa ha un’implicazione di questo
genere: se un sostenitore del comunismo vi catturasse, potreste
arrivare a pensarla come lui dopo una lunga detenzione in un campo
di rieducazione, situato presumibilmente in un posto molto freddo.
Per contro, la bandiera dell’ISIS è il massimo della contrapposizione
«noi vs loro». Dice, in pratica: «Se non sei uno di noi, sei uno sporco
kafir [senza Dio] che merita di morire immediatamente, ma non
necessariamente anche in fretta».
Le due bandiere sono affini per la commovente fiducia nelle
capacità dei loro capifila, e per la convinzione che la vittoria sia
assicurata, benché a un costo non irrilevante. I versi dell’inno
socialista The Red Flag (1889) sono interessanti, nel senso che
basta modificare alcune parole per avere un testo che potrebbe
benissimo riferirsi alla bandiera nera dell’ISIS:

La bandiera del popolo è rosso vivo,


Ha avvolto spesso i nostri martiri…
Allora alzate il simbolo scarlatto.
Vivremo e moriremo alla sua ombra…
A capo scoperto giuriamo tutti
Di portarla finché non cadremo…

I convinti sostenitori di ognuno dei due sistemi lo considerano la


risposta a qualsiasi domanda, ed entrambi i sistemi hanno un
simbolo elementare e facilmente riconoscibile intorno al quale
radunarsi.
Le organizzazioni che propagandano il loro messaggio potrebbero
usare un simbolo in tanti modi diversi, ma per quanto riguarda il
merchandising, l’ISIS rimane fedele alla sua austera visione del
mondo: di sicuro a Raqqa non troveremo una tazza, una penna o
una serie di sottobicchieri che promuovono lo Stato Islamico dell’Iraq
e del Levante. In inglese il nome si abbrevia in ISIL, ma siccome in
arabo il Levante è anche detto al-Sham, «la terra della mano
sinistra», il gruppo viene chiamato anche ISIS. La «mano sinistra» si
riferisce alla regione che sta alla nostra sinistra se guardiamo alla
Mecca da est. L’altro nome è Daesh, acronimo di «al-Dawla al-
Islamiyya fil Iraq wa al-Sham». I suoi oppositori arabi amano usare
questa espressione perché assomiglia alla parola araba che designa
l’asino, un animale molto disprezzato in quella cultura.
In Siria, uno dei rivali jihadisti dell’ISIS è Jabhat Fateh al-Sham
(Fronte per la conquista della Siria e del Levante), già noto come
Jabhat al-Nusra o Fronte al-Nusra, che fino a poco tempo fa operava
per conto di al-Qaeda. Usava anch’esso una bandiera nera,
rettangolare, con la shahāda scritta in caratteri arabi tradizionali e
sotto il nome del gruppo. Jabhat Fateh al-Sham è un gruppo armato
molto attivo che intorno al 2012, quando è venuto alla ribalta, è stato
per un breve periodo lo spauracchio della guerra civile siriana. Ma è
stato sorpassato in fretta dall’ISIS, non solo sul campo di battaglia
ma anche nella cruciale guerra delle pubbliche relazioni. La
mostruosa serie di omicidi perpetrati dall’ISIS e, cosa non meno
importante, la propagazione multimediale di quelle immagini
contribuiscono a spiegare perché il mondo conosce la bandiera
dell’ISIS e non quella di Jabhat Fateh al-Sham. E alla conoscenza di
quel nome si accompagna un potenziale appoggio, sia nei giovani
musulmani che vengono da tutto il mondo a fare carne da cannoni,
sia nei ricchi aspiranti benefattori che alimentano la jihad globale.
Gli elenchi delle organizzazioni terroristiche identificate dal
governo degli Stati Uniti, dall’UE e da molti altri enti sono lunghi e
coinvolgono il mondo intero. Tutti i gruppi che vi figurano cercano di
definirsi tramite simboli, quasi sempre bandiere. Organizzazioni
come al-Shabaab in Somalia, al-Tawhid wal-Jihad a Gaza, e almeno
un gruppo jihadista in Cecenia hanno adottato bandiere nere simili a
quelle dell’ISIS, e così ha fatto pure Boko Haram in Nigeria, anche se
non è chiaro se si tratti del suo emblema «ufficiale». La bandiera di
al-Shabaab è nera quando viene usata come simbolo di guerra, ma
a fini «amministrativi» inverte i colori e reca iscrizioni nere in campo
bianco. È un modello di comunicazione semplice e chiaro per
indicare il tempo e il luogo del conflitto o della pace. Naturalmente, i
gruppi citati in precedenza non si considerano organizzazioni
terroristiche, nonostante la loro tendenza a mettere bombe in centri
commerciali, mercati e scuole, e a torturare e uccidere i prigionieri.
Le affinità tra le bandiere dell’ISIS, di Jabhat Fateh al-Sham e di
altri gruppi jihadisti non stanno nel fatto che ognuno cerca di imitare
gli altri e i loro simboli; semmai, il problema è che tutti questi gruppi
rivendicano la giurisdizione sull’islam e quindi il diritto di sventolare
la bandiera del Profeta. La bandiera del movimento panarabo, che
rovesciò il governo ottomano in Medio Oriente durante la prima
guerra mondiale, era bianca, nera, verde e rossa, tutti colori
significativi nell’islam, e da allora ha influenzato molte bandiere
nazionali della regione (l’abbiamo visto nel Capitolo 4). Ma i gruppi
jihadisti non credono nello stato nazionale, e quindi hanno sempre
esitato ad attingere dalla bandiera della rivolta araba. Anche altri
gruppi non statali del Medio Oriente hanno scelto simboli individuali
che parlano al cuore dei loro pubblici di elezione. Cinque esempi
rappresentativi sono Hezbollah in Libano, Hamas e le Brigate Izz al-
Din al-Qassam a Gaza, Fatah e le Brigate dei martiri di al-Aqsa in
Cisgiordania.
Hezbollah è un’organizzazione sciita strettamente legata all’Iran e
particolarmente forte nel Sud del Libano, nella valle della Beqaa, e
nella parte meridionale della capitale, Beirut. È nata in risposta
all’invasione del Libano da parte di Israele, nel 1982; è
profondamente antisemita, invoca la distruzione di Israele e
l’occupazione di Gerusalemme, e promuove una versione sciita del
califfato. Hezbollah è ritenuta responsabile di numerosi attentati,
specie a bersagli americani, e il governo argentino è convinto che
abbia ordito anche l’esplosione che nel 1994 ha distrutto un centro
ebraico di Buenos Aires, uccidendo ottantacinque persone. Il gruppo
è cresciuto nel corso degli anni fino a diventare la prima forza
militare del Libano multireligioso, ed è praticamente uno stato nello
stato. La sua milizia avrebbe probabilmente il sopravvento nel caso
di una nuova guerra civile libanese, ed è in grado di minacciare
Israele con decine di migliaia di razzi a lunga gittata. Nonostante il
suo coinvolgimento in scuole, ospedali e attività benefiche,
Hezbollah è considerato un movimento settario che promuove
unicamente gli interessi dell’islam sciita. Dopo l’appoggio militare
fornito dalle forze di Hezbollah all’esercito del presidente Assad in
Siria, nel 2012, molti musulmani sunniti del Medio Oriente hanno
cominciato a definirlo non più il partito di Dio, ma il partito di Satana:
Hizb al-Shaytan.
La sua bandiera viene esposta in diversi colori, ma la
combinazione più comune è uno sfondo giallo attraversato dal
simbolo di Hezbollah, di solito in verde. Stando al folklore locale, il
giallo indica la disponibilità di Hezbollah a combattere per Allah e
l’islam sciita. Il logo raffigura un globo (Hezbollah opera in tutto il
mondo), un ramo con sette foglie, il Corano e un pugno che
brandisce un fucile d’assalto AK, per rendere palese l’impegno a
usare la forza nel perseguimento dei suoi scopi.
Nel 1985, quando è nato Hezbollah, le sue radici ideologiche
erano socialiste, e l’AK è un elemento familiare dell’iconografia
rivoluzionaria dell’epoca, simile a quella usata in precedenza da
gruppi militanti come le Brigate Rosse in Italia e il gruppo Baader-
Meinhof (Rote Armee Fraktion) in Germania. Il pugno che stringe il
fucile sta alla fine di un braccio. Il braccio è in realtà la lettera araba
«Lam» (quella usata per la prima L di Allah). Leggendolo da destra a
sinistra, il logo diventa Hezbollah, con il pugno in cima alla prima
Lam. In fondo alla bandiera c’è la scritta: «La resistenza islamica in
Libano». La bandiera è molto simile a quella dello sponsor principale
di Hezbollah, la Guardia rivoluzionaria dell’Iran. Questo corpo
paramilitare si costituì dopo la rivoluzione iraniana, nel 1979, sei anni
prima di Hezbollah, e il gruppo libanese si ispirava chiaramente
all’élite militare iraniana. Ancora oggi le due organizzazioni
mantengono una stretta cooperazione e hanno combattuto fianco a
fianco in Siria.
Nel cuore dei quartieri periferici meridionali sciiti di Beirut si trova il
distretto di Dahiya. I funzionari dello stato non possono mettervi
piede: qui Hezbollah è contemporaneamente la polizia, l’esercito,
l’autorità religiosa e il governo. Uno degli aspetti che più colpiscono
del quartiere è la presenza di enormi manifesti che esaltano
l’ayatollah Khomeyni e l’attuale leader di Hezbollah, Hassan
Nasrallah. C’è anche una marea di bandiere monocolori, che
includono il rosso, il nero e il verde dei motivi islamici tradizionali
accanto al giallo di Hezbollah. A volte il giallo è tinto d’oro, un colore
che si trova spesso nei santuari sciiti, ma non è certo che venga
usato per questo motivo.
Quando le milizie di Hezbollah marciano sotto la propria bandiera,
fanno spesso il passo dell’oca e il saluto romano. Gli apologeti
negano qualunque collegamento con il fascismo, ma gli ideologi che
guidano il partito sono abbastanza intelligenti da sapere cosa stanno
facendo e quali messaggi stanno inviando. Se vengono criticati, a
volte i sostenitori di Hezbollah accenneranno all’uso del «saluto
romano» a Taiwan, ignorando che là fa parte del cosiddetto
«giuramento di fedeltà». Ignorano anche il fatto che a Taiwan quel
saluto non ha le stesse connotazioni che può avere in un paese
confinante con Israele, e che in Libano c’è un grosso movimento
politico cristiano maronita denominato Falange, che fu fondato su
principi fascisti nel 1936 e ha mutuato il saluto dai partiti fascisti
d’Europa.
Se ci fossero dubbi sull’ideologia di Hezbollah, Nasrallah ha fornito
indicazioni preziose in un discorso del 2002, disponibile su YouTube,
in cui ha dichiarato: «Gli ebrei si raduneranno da tutte le parti del
mondo nella Palestina occupata, non per portare l’anticristo e la fine
del mondo, ma perché il grande e altissimo Allah vuole salvarvi dal
dover andare [a cercarli] fino ai confini del mondo. Una volta radunati
in un solo posto, qui avverrà la battaglia finale e decisiva». Quando
guardiamo la bandiera di Hezbollah, vediamo il messaggio di
un’organizzazione rivoluzionaria estremista che pretende lealtà da
una nazione interna a uno stato nazionale – la fazione sciita libanese
– ed è fedele essa stessa a una religione interna a una religione – la
branca sciita all’interno dell’islam.
Con il caos che imperversa nel Medio Oriente, e l’apparente
predominio della politica identitaria, Hezbollah ha mantenuto un forte
appoggio popolare tra le masse sciite libanesi, ma i suoi giorni
migliori, quando era considerato un paladino dell’arabismo contro gli
israeliani, sembrano finiti. I problemi settari che stavano alla base
della guerra civile siriana hanno portato Hezbollah a combattere
accanto alle forze del presidente Assad contro quelli che erano in
prevalenza gruppi di opposizione sunniti. Ciò non è passato
inosservato nel Medio Oriente arabo dominato dai sunniti, in cui
quasi tutti i paesi e quasi tutte le persone si sono schierati con
l’opposizione.
Al di là del confine e nella striscia di Gaza, Hamas tiene fede alla
sua reputazione di organizzazione a cui rivolgersi se si vuole colpire
gli israeliani, e siccome è sunnita al cento per cento, gode di un
certo appoggio tra ampie fasce delle popolazioni arabe sunnite. Ma
gli sconvolgimenti che hanno agitato il mondo arabo in questo
decennio hanno distolto l’attenzione dal conflitto israelo-palestinese:
la gente ha capito che altrove ci sono ancora più morte e distruzione,
e risolvendo il problema in quella regione non si risolverà
necessariamente il problema più vasto del Medio Oriente.
Hamas, fondato nel 1987, ha tante difficoltà quanti sono i
palestinesi intrappolati nella striscia di Gaza, vale a dire quasi due
milioni, in rapida e costante crescita. Il suo nome completo in arabo
è Harakat al-Muqawama al-Islamiyya (movimento di resistenza
islamico), da cui ricaviamo l’acronimo Hamas, inoltre, la parola
hamas in arabo significa «zelo». Sul fronte ideologico, Hamas ha
due problemi: il primo è che per alcune persone, sia in Palestina sia
fuori dalla Palestina, non è abbastanza radicale né sufficientemente
violento; il secondo è che altre persone lo giudicano troppo radicale
ed eccessivamente violento. Se non continua a combattere gli
israeliani, Hamas rischia di perdere terreno a favore di gruppi ancora
più estremisti come la Jihad islamica palestinese e lo stesso ISIS. Ma
sa che quando lo fa, e Gaza viene poi duramente colpita (con
l’elevato costo, in termini di vite umane, che comporta la guerriglia
urbana), dovrà prendersi la colpa di quelle devastazioni. Al centro di
questo delicato equilibrio ci sono il suo simbolismo, i suoi messaggi
e la sua iconografia.
La bandiera ufficiale di Hamas rappresenta semplicemente la
shahāda in caratteri calligrafici bianchi su sfondo verde. Il verde,
come abbiamo già visto, è spesso considerato il colore dell’islam;
dunque non è corretto definirla «la bandiera di Hamas», perché i
suoi componenti ne fanno una bandiera che rappresenta qualunque
musulmano; rimane tuttavia l’emblema più diffuso nei grandi raduni
organizzati da Hamas nella città di Gaza, sotto il quale possono
raccogliersi tutti, salvo i pochi cristiani rimasti a Gaza, anche se
esibiscono pure i simboli di altri gruppi che operano nella striscia,
come la Jihad islamica palestinese. Hamas è una diramazione
dell’ormai internazionale Fratellanza Musulmana, che è nata in
Egitto e mantiene stretti legami con il paese. Diversamente dall’ISIS,
non afferma di essere l’unico gruppo legittimato a rappresentare
l’islam, ma tra i palestinesi aleggia ancora del risentimento nei
confronti di Hamas perché usa una bandiera musulmana comune
per rappresentare sé stesso.
Un’altra bandiera che si vede a Gaza è quella dell’ala militare di
Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Le brigate prendono il nome
dallo sceicco Izz al-Din al-Qassam (1882-1935), che era un
predicatore e un oppositore jihadista del colonialismo francese e
britannico. Rimase ucciso in una sparatoria con gli inglesi ed è
sepolto nel cimitero musulmano di Haifa, che oggi fa parte di Israele.
Le circostanze della sua morte ne fecero un eroe palestinese, e per
Hamas la sua potenza evocativa è tale che le brigate hanno
denominato «razzi Qassam» i missili fatti in casa che sparano su
Israele. La bandiera raffigura un uomo con la kefiah in testa di fronte
alla Cupola della Roccia di Gerusalemme; in una mano tiene un
fucile M16 e nell’altra il Corano. Alla sua sinistra c’è una bandiera
verde con la shahāda.
L’ala politica di Hamas ha una seconda bandiera il cui disegno
viene usato spesso come sigillo, ma figura anche sulle bandiere
sventolate insieme con la versione verde. In cima c’è una mappa
che comprende lo stato di Israele, la Cisgiordania e la striscia di
Gaza, ma senza segni che indichino i confini, per simboleggiare
l’obiettivo di un solo stato islamico per l’intero territorio, che si
dovrebbe estendere dal fiume Giordano a est fino alle coste del
Mediterraneo a ovest. Questo obiettivo fa ancora parte dello statuto
di Hamas e ritorna anche nello slogan che a volte si sente recitare
alle manifestazioni europee pro Hamas: «Dal fiume al mare,
Palestina libera». Spesso in questi raduni si vedono sventolare
anche bandiere di Hamas.
Sotto la mappa c’è un’immagine della Cupola della Roccia
sormontata da due spade incrociate e avvolta sui due lati da una
bandiera palestinese. La Cupola copre una pietra da cui il profeta
Maometto sarebbe asceso al cielo su un cavallo alato durante il suo
famoso viaggio notturno dalla Mecca a Gerusalemme. L’edificio è il
terzo sito più sacro dell’islam. Gli studiosi si chiedono se la Cupola
della Roccia sia o no una moschea, e se sia esattamente il posto in
cui sarebbe avvenuta la miracolosa ascesa al cielo, ma per i fedeli è
semplicemente un luogo sacro e per tutti è la costruzione più
stupefacente dell’intero complesso di al-Aqsa. È un luogo sacro
anche per il giudaismo, in quanto lì si troverebbe la pietra su cui
Abramo si preparava a sacrificare Isacco; questa sarebbe anche la
pietra fondativa del mondo.
Alla destra della cupola c’è una bandiera che dichiara: «Non c’è
altro dio al di fuori di Allah», e alla sua sinistra ce n’è un’altra che
recita: «Maometto è il profeta di Allah». Sotto il simbolo religioso c’è
la parola «Palestina», e sotto ancora un rotolo su cui si legge:
«Movimento di resistenza islamico». Il simbolismo di questa
bandiera di Hamas è chiaro: rifiuta la soluzione dei due stati e fa
capire che la vittoria dei palestinesi arriverà con la forza delle armi.
Le Brigate al-Qassam giurano di distruggere Israele, mentre l’ala
politica di Hamas, che afferma di essere separata, ricorre a un
linguaggio deliberatamente ambiguo circa la riscrittura del proprio
statuto riguardo al diritto all’esistenza di Israele.
Hamas opera in tutti i territori palestinesi ma la sua roccaforte è
Gaza dove, nel 2007, ha preso il potere rovesciando con le armi
Fatah, il gruppo principale dell’Organizzazione per la liberazione
della Palestina (OLP), che adesso opera ufficialmente solo in
Cisgiordania. Nei cinque giorni di quel conflitto persero la vita più di
cento persone prima che centinaia di combattenti di Fatah
fuggissero in direzione di Israele, lasciando che Hamas liquidasse
molti dei prigionieri che aveva catturato gettandoli dalla sommità di
alcuni palazzi della città di Gaza. Negli ultimi anni le due fazioni si
sono parzialmente riconciliate, ma le loro divergenze sono ancora
molto forti e nessuna delle due sembra disposta a condividere il
potere. Hamas rimane un partito religioso, ed è meno incline al
compromesso rispetto a Fatah. Entrambi i partiti fanno soffrire le
rispettive popolazioni, ricorrendo abitualmente alla tortura e alle
esecuzioni, ma Fatah e l’Autorità nazionale palestinese collaborano
con il governo israeliano su tutta una serie di questioni che Hamas
non prende nemmeno in considerazione. Ciò assicura la divisione
permanente dei palestinesi, non solo lungo i 40 chilometri che
separano la regione costiera di Gaza dalla Cisgiordania, priva di
sbocchi sul mare, ma anche sul piano politico e ideologico.
Diversamente da Hamas, Fatah è ufficialmente laica, ma al suo
interno e nei suoi simboli reca elementi religiosi. Il suo appellativo fa
riferimento al nome che era stato scelto dal fondatore, il compianto
Yasser Arafat, negli anni Cinquanta del secolo scorso: «Harakat al-
Tahrir al-Watani al-Filastini» (movimento per la liberazione della
Palestina), che fu invertito e trasformato nell’acronimo Fatah. La
parola fatah viene usata anche dai musulmani arabi, in un contesto
religioso, per indicare la rapida espansione dell’islam dopo la morte
del profeta Maometto.
La bandiera di Fatah è quasi sempre gialla, ma di tanto in tanto
anche bianca. Vi campeggiano due avambracci con i colori della
bandiera palestinese (nero, bianco, rosso e verde), e due mani,
ognuna delle quali stringe un fucile M16; i due fucili sono incrociati
sopra una mappa del territorio della Cisgiordania, di Israele e di
Gaza, priva di segni di demarcazione dei confini. Sotto i fucili c’è una
granata, e il centro dell’immagine è attraversato dalla parola
«Fatah». In cima, in rosso, reca la scritta «al-Asifa» (la tempesta),
mentre sotto il simbolo c’è il nome del partito, e alla base della
bandiera si legge «Thawra hatta al-Nasar» (Rivoluzione fino alla
vittoria).
La sua ala paramilitare più importante è costituita dalle Brigate dei
martiri di al-Aqsa, anche se non è chiaro fino a che punto sia
controllata effettivamente da Fatah. L’emblema delle brigate, che
spicca sulle bandiere gialle utilizzate in Cisgiordania, è un’immagine
della Cupola della Roccia che si trova in cima al complesso di al-
Aqsa a Gerusalemme, avvolta in due lunghe bandiere palestinesi.
Sopra ci sono due fucili incrociati e una granata, sovrastati da una
citazione del Corano: «Combattete, Dio li punirà per vostra mano, li
soffocherà nell’umiliazione e vi aiuterà a elevarvi al di sopra di loro, e
a guarire il cuore dei credenti». In fondo c’è il nome del gruppo.
Molti sono convinti che la moschea raffigurata sulla bandiera si
chiami al-Aqsa; ma una visita a uno dei più eminenti intellettuali della
Palestina, il dottor Mahdi F. Abdul Hadi, ha fatto chiarezza su questo
punto. Hadi è presidente della Palestinian Academic Society for the
Study of International Affairs (PASSIA), che ha sede nella zona est di
Gerusalemme. I suoi uffici sono un giacimento di vecchie foto,
documenti e simboli del passato, ed è stato così cortese da
dedicarmi alcune ore. Ha aperto su un’enorme scrivania alcune
mappe della vecchia Gerusalemme, ha puntato il dito sul complesso
di al-Aqsa, che si trova al di sopra del Muro occidentale, e mi ha
spiegato: «La moschea riprodotta nella bandiera delle Brigate dei
martiri di al-Aqsa è la Cupola della Roccia. Tutti danno per scontato
che si tratti della moschea di al-Aqsa, ma al-Aqsa è tutto il
complesso, e su di esso sorgono due moschee, la moschea di Qibla
e la Cupola della Roccia, e sia sulle bandiere delle Brigate dei martiri
di al-Aqsa sia sulle bandiere delle Brigate al-Qassam è raffigurata la
Cupola della Roccia».
Essendo al tempo stesso un intellettuale e un palestinese, Hadi
comprende l’importanza del simbolismo per i movimenti politici e
combatte battaglie legali simboliche da decenni. Nel 1948, la
Convenzione nazionale palestinese di Gaza aveva adottato la
bandiera della rivolta araba come bandiera del governo palestinese.
Ma poi, nel 1964, l’OLP se ne appropriò. Nel 1967, sulla base dei
numerosi attacchi effettuati dall’OLP ai cittadini di Israele, il governo
israeliano mise al bando la bandiera dell’OLP in quanto simbolo di un
gruppo terrorista. Hadi non l’ha presa bene.
«Sono andato in tribunale a testimoniare con tanti avvocati che
questa non è la bandiera dell’OLP ma la bandiera della Palestina; ma
loro hanno continuato a vietarne l’esposizione, ed è stata accettata
solo con gli accordi di Oslo nel 1993. È ormai profondamente
radicata nella coscienza palestinese, e ci chiedono di sventolare solo
questa alle nostre dimostrazioni. Ma Fatah si ostina a usare la sua
bandiera gialla, forse perché sta perdendo molti consensi.» Hadi
osserva che la bandiera di Fatah «non ha radici. Fatah non ha una
storia. È solo una fazione e deve crearsi un’identità specifica. Dice di
essere il governo e quindi di poter sventolare la propria bandiera, ma
non tutti sono d’accordo perché il simbolo dei palestinesi è la
bandiera palestinese».
L’elemento decorativo nella bandiera della Brigata dei martiri di al-
Aqsa è religioso, e quindi l’allontana in qualche modo da Fatah. Ciò
le consentirebbe di andare avanti da sola, nel caso in cui Fatah
perdesse l’appoggio popolare. Tutti questi, e altri ancora, sono i
messaggi più o meno sottili trasmessi dai pezzi di stoffa agitati dai
venti del cambiamento che soffiano ancora a tutto spiano sulla
regione.
I dettagli contano. Tutte le culture hanno simboli che dicono molto
a chi è in grado di decodificarli; è un modo, insieme con
l’apprezzamento dell’umorismo locale, per cominciare davvero a
capire un paese o una regione. Mentre nel Regno Unito un uomo in
jeans che ha una copia arrotolata del quotidiano «Sun» nella tasca
posteriore si potrebbe qualificare, più o meno correttamente, un
membro della classe operaia, nella cultura musulmana del Medio
Oriente la barba di un uomo, o la sua assenza, dice alcune cose su
di lui. Per esempio, il fatto di non avere la barba potrebbe significare
che quella persona non è particolarmente religiosa. In Egitto, una
folta barba curata è sinonimo di una pratica moderata della religione
musulmana. Una lunga barba incolta designa quasi sempre un
religioso conservatore, mentre chi ha la barba ma non i baffi è quasi
certamente un fondamentalista. Se incontriamo un tizio senza baffi
ma con una lunga barba incolta tinta di arancione, allora siamo di
fronte a un ultraconservatore.
Tutto ciò trasmette informazioni che si dovrebbero intuire; allo
stesso modo, i palestinesi colgono i messaggi più profondi veicolati
dalle bandiere. La bandiera di Fatah, per esempio, è lievemente in
disaccordo con la posizione politica dell’Autorità nazionale
palestinese, di cui Fatah è il membro più importante. Implica l’uso
della violenza per il raggiungimento dei suoi fini, e il territorio senza
confini che vi è raffigurato indica chiaramente che quello è l’obiettivo.
La politica ufficiale, tuttavia, mira a perseguire pacificamente la
soluzione dei due stati. Fatah potrebbe togliere i fucili e la granata
dal proprio emblema, ma se lo facesse si alienerebbe le simpatie di
quei segmenti della società palestinese che credono nella lotta
armata, molti dei quali potrebbero abbandonare il movimento e unirsi
a gruppi più militanti.
I messaggi di Hamas, di Fatah, delle Brigate dei martiri di al-Aqsa
e delle Brigate al-Qassam sono localizzati, come lo è, seppure in
misura minore, anche quello di Hezbollah. Ma quando guardiamo
all’ISIS, non vediamo solo un messaggio panislamista; vediamo un
segnale panmusulmano indirizzato alla comunità globale
denominata umma. Vuole esprimere la realizzazione del califfato,
quasi un secolo dopo lo smembramento dell’impero ottomano. La
capacità dell’ISIS di ricreare il califfato, anche solo
temporaneamente, ne ha fatto il gruppo jihadista di riferimento, che
attrae combattenti da tutto il mondo. Ha ottenuto ciò che al-Qaeda si
limitava a teorizzare. In ogni caso se ripercorrerà le orme di al-
Qaeda e verrà ridimensionato, sarà sostituito dai «figli dell’ISIS», così
come al-Qaeda ha dato origine all’ISIS. La battaglia per i simboli e
per il loro significato continuerà.
Nel 2007 l’ISIS ha annunciato l’adozione della «sua» bandiera, e
ha concluso il comunicato con una preghiera: «Chiediamo a Dio, che
sia lodato, di fare di questa bandiera l’unica bandiera di tutti i
musulmani». In linea teorica, potrebbe essere davvero la bandiera di
tutti i musulmani; per fortuna, sono ancora relativamente poche le
persone che si radunano intorno a essa per segnalare il proprio
appoggio all’ISIS.
6. A EST DELL’EDEN

«Farete un viaggio lungo ed entusiasmante.


Un vento sostenuto soffierà nella vostra bandiera.»
Henning Haslund, Men and Gods in Mongolia
Il saluto quotidiano alla bandiera in piazza Tienanmen, a Pechino, nel
maggio 2008. La bandiera cinese era stata disegnata per la
rivoluzione comunista, ma il suo simbolismo è profondamente radicato
nella storia del paese; oggi rappresenta una Cina sempre più forte e
rivolta sempre più all’esterno.
A est dell’Eden la mezzaluna dell’islam inizia a calare, le stelle della
Cina salgono in cielo e poi raggiungiamo il sole nascente del
Giappone, che non tramonta mai.
Quasi tutti gli analisti della Bibbia collocano l’Eden nella regione
irachena di Ur. Questa ricostruzione si basa parzialmente sulla
Genesi (2,10-14), che cita l’Eden e quattro fiumi tra cui il Tigri e
l’Eufrate. A meno che non si interpreti letteralmente, la veridicità di
questo riferimento equivale a quella del mito secondo cui nel IX
secolo re Angus di Scozia avrebbe visto in cielo la croce di
sant’Andrea: il che non significa molto. La percezione supera la
realtà, e di tanto in tanto, la percezione diventa la realtà.
Molto più rilevante è il fatto che questa zona è considerata la culla
delle tre grandi fedi monoteistiche abramitiche. Dio aveva parlato in
segreto con Abramo, che viveva nella città caldea di Ur, e gli aveva
detto che se avesse deciso di mettersi in viaggio, l’impresa gli
sarebbe stata favorevole. Dopo una lunga peregrinazione, Abramo si
ritrovò in un territorio corrispondente a Israele e alla Palestina di
oggi, e intanto Dio lo aveva nominato «padre di molte nazioni». E
guarda caso, una di quelle nazioni, in cui è noto con il nome Ibrahim,
fondò l’islam che, come abbiamo visto, si diffuse rapidamente sia a
est sia a ovest.
Percepiamo la linea indefinita della massima espansione dell’islam
in Occidente quando cominciamo a incontrare la croce sulle
bandiere e nei simboli dell’Europa. A est, la mezzaluna e altri simboli
islamici sugli emblemi statali si estendono al di là dell’Azerbaigian,
fino ad alcuni «stan» dell’Asia centrale e poi alla Malesia. Dopodiché
iniziano a scomparire, eccetto che in avamposti come il Brunei e
sulle bandiere regionali di certi paesi. Il caleidoscopio di bandiere
che incontriamo man mano che procediamo verso est riflette i grandi
movimenti di idee, popoli e religioni in questo immenso continente. In
molti casi le bandiere rappresentano un punto di svolta nell’identità
di una nazione, una risposta al comunismo o all’imperialismo, per
esempio, e spesso contengono accenni alla ricca tradizione storica e
culturale che dà radici antiche ai simboli di questi stati nazionali
moderni.
Delle bandiere dei cinque «stan» dell’Asia centrale, solo due
contengono la mezzaluna, anche se rappresentano tutte popolazioni
a maggioranza musulmana con cospicue minoranze russe non
musulmane. Gli «stan» sono culture antiche ma stati nuovi, nati dal
tracollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Erano repubbliche dell’URSS
da molti decenni, per cui si è reso necessario un processo
accelerato di costruzione delle nazioni. Alla fine della durissima
repressione messa in atto dai sovietici, le élite regionali hanno
immediatamente avviato purghe a livello locale. Come è avvenuto in
quasi tutte le altre ex repubbliche dell’Unione Sovietica, il mito
dell’immortalità dell’uomo sovietico è stato cancellato. L’uomo locale
si è semplicemente risvegliato da un lungo incubo e ha continuato a
essere ciò che era sempre stato, ma con l’ulteriore complicazione
che l’era sovietica aveva introdotto spostamenti di massa che
adesso possono causare tensioni regionali entro i confini dei nuovi
stati. L’esempio più clamoroso lo vediamo nella valle di Fergana,
dove i confini del Tagikistan, dell’Uzbekistan e del Kirghizistan,
tracciati arbitrariamente dai sovietici, si incontrano in un mix
potenzialmente tossico. Qui alcuni popoli altaici devono convivere
con gli uzbeki, i tagiki e i kirghizi, e la difficile convivenza è
inframmezzata di tanto in tanto da scontri etnici innescati da
controversie territoriali.
La bandiera del Turkmenistan è carica di simbolismi e sembra
quasi un’opera d’arte. È un’affermazione di indipendenza da Mosca
perché non contiene alcun riferimento all’era sovietica. Ha uno
sfondo verde con una mezzaluna bianca e cinque stelle bianche
posizionate sull’angolo superiore sinistro, appena a destra di una
striscia verticale rossa posta lungo il lato sinistro.
Il verde e la mezzaluna sono chiari riferimenti all’islam, la religione
dominante fin dall’VIII secolo, ma il bianco della mezzaluna e delle
stelle dovrebbe anche comunicare serenità. Le cinque stelle
rappresentano le cinque principali regioni del Turkmenistan – Ahal,
Balkan, Daşoguz, Lebap e Mary – e stando alla leggenda le punte
delle stelle simboleggerebbero i cinque stati della materia: solido,
liquido, gassoso, cristallino e plasmatico. Come se questa bandiera
non fosse già abbastanza interessante, la striscia rossa verticale
sulla sinistra contiene altri cinque simboli: si tratta di cinque gul,
medaglioni simmetrici usati nella fabbricazione tradizionale dei
tappeti, in riferimento alle origini nomadi della popolazione. La
tessitura dei tappeti continua, ma adesso la popolazione è perlopiù
sedentaria, fatta eccezione per le tante persone che vanno all’estero
in cerca di lavoro.
Il paese ha un’industria petrolifera alquanto sviluppata, ma gli
oleodotti e i gasdotti vanno a nord, il che significa che il governo
vuole appoggiare la Russia. Nello stesso tempo, la sua posizione
geografica e la sua composizione etnica lo obbligano a mantenere
buoni rapporti con Iran e Turchia. Alla base della striscia rossa ci
sono due rami d’ulivo incrociati. Questo simbolo riflette la politica di
neutralità annunciata dal Turkmenistan nel 1995 e che ha trovato
consacrazione in una legge che dichiara: «La bandiera ufficiale del
Turkmenistan è un simbolo dell’unità e dell’indipendenza della
nazione e della neutralità dello stato».
L’ONU riconosce questa «neutralità permanente», di cui la
popolazione locale è molto fiera, anche se non è sempre facile da
accertare: una delle definizioni di neutralità usate dal governo, infatti,
contempla la parziale chiusura del paese agli stranieri e un
monitoraggio costante delle attività dei cittadini. Naturalmente,
questo aspetto non è menzionato nell’inno nazionale, che però
sottolinea la neutralità del paese con le parole: «La mia terra è
sacra, la mia bandiera sventola nel mondo» e termina con un verso
memorabile: «Lunga vita e prosperità al Turkmenistan!».
Probabilmente si tratta dell’unico riferimento involontario a Star Trek
mai apparso in un inno nazionale.
Al di là del confine, a nord-est, c’è l’Uzbekistan, privo di sbocchi
sul mare, la cui bandiera batte per simbolismo poetico quella del
Turkmenistan. L’Uzbekistan, con i suoi 30 milioni di abitanti, è il più
popoloso tra gli «stan» dell’Asia centrale. È stato il primo a
proclamare l’indipendenza dopo il tracollo dell’Unione Sovietica,
annunciando la formazione di un nuovo stato il 31 agosto 1991 e
adottando una nuova bandiera tre mesi dopo.
A prima vista è un semplice tricolore con tre strisce orizzontali:
azzurra in alto, bianca in mezzo e verde in basso. Nell’angolo
superiore sinistro, sulla striscia azzurra ci sono una mezzaluna e
dodici stelle bianche. L’azzurro si deve al fatto che gli uzbeki, come i
loro vicini, sono un popolo altaico e questo è il loro colore
tradizionale. Era anche il colore della bandiera di Tamerlano, il
guerriero altaico-mongolo del XIV secolo che era nato nei pressi di
Samarcanda, la seconda città del paese. All’epoca la regione si
chiamava Transoxiana e copriva un territorio più o meno
corrispondente all’Uzbekistan di oggi. I suoi eserciti nomadi
dominavano ovunque, dall’India alla Russia, e riportavano grandi
ricchezze a Samarcanda, dove oggi si trova la grandiosa tomba di
Tamerlano, una delle gemme dell’arte islamica.
Il bianco simboleggia la pace, mentre il verde la natura e la
maggioranza musulmana della popolazione, composta in prevalenza
da sunniti ortodossi la cui fede è sopravvissuta ai brutali tentativi dei
sovietici di distruggerla. Ma come i suoi vicini, il paese ha un
problema latente con gli estremisti islamici, alcuni dei quali si sono
avventurati all’estero per unirsi ai seguaci di al-Qaeda e dell’ISIS. La
bellezza della bandiera è accentuata da due sottili fimbriature rosse,
una sopra e una sotto la striscia bianca centrale. Le linee rosse
dovrebbero «simboleggiare la corrente dell’energia vitale che anima
tutti i corpi viventi», e collegano il cielo azzurro alla terra verde
attraverso il bianco, il colore della pace.
Secondo il governo uzbeko, la mezzaluna può essere considerata
un riferimento all’islam, ma in questo contesto è ufficialmente una
luna nuova, un «simbolo della nascita della repubblica
indipendente». Infine, le dodici stelle rappresentano i mesi dell’anno
secondo il calendario tradizionale uzbeko. I mesi prendono il nome
dalle dodici costellazioni, per ricordare che nell’antichità gli uzbeki
erano pionieri nell’astronomia – un’idea molto più romantica dell’altra
spiegazione ufficiale, secondo la quale le stelle rappresentano anche
i dodici principi fondativi di una buona amministrazione dello stato.
Le bandiere degli altri «stan», Kazakistan, Tagikistan e
Kirghizistan, replicano la stessa natura poetica delle bandiere che
abbiamo analizzato, in vari modi. Per esempio, su quella del
Kazakistan c’è un’aquila della steppa che vola in prossimità del sole,
la raffigurazione della libertà per i kazaki; su quella del Kirghizistan
c’è una specie di pallina da tennis che copre parzialmente il sole su
uno sfondo rosso (la parola kyrgyz vuol dire, appunto, rosso).
Un’indagine più approfondita, e una telefonata al centro informazioni
del Kirghizistan, rivelano che si tratta in realtà del sole da cui si
dipartono quaranta raggi, che corrispondono alle tribù kirghize, e le
linee che attraversano il sole formano una iurta tradizionale. In tempi
recenti in Occidente la iurta è stata usata come tenda chic nei
campeggi di lusso, ma per i kirghizi è simbolo di casa, famiglia, vita e
unità tra il tempo e lo spazio. Ricorda anche le innumerevoli tribù
della stessa nazionalità che convivono in un ambiente eterogeneo.
Questi sentimenti, e i simboli tramite i quali vengono espressi, si
appellano alle profonde correnti culturali che possono unire un
paese in una fase di cambiamento, oppure aiutare i politici a
consolidare il potere. Meno attraente del simbolismo è il clima
politico che si respira in tutte e cinque le repubbliche. Non c’è alcuna
tradizione democratica e la società civile è debole. Gli esperimenti di
elezioni multipartitiche sono serviti solo a rafforzare il potere delle
élite. I funzionari sovietici, che si fingevano comunisti da una vita,
sono passati semplicemente al nazionalismo. Un problema in
crescita è anche l’estremismo islamista, visto che gruppi come l’ISIS
reclutano nuovi adepti nella regione. Un campanello d’allarme è
stato l’attentato del giugno 2016 all’aeroporto di Istanbul: due degli
autori venivano, rispettivamente, dall’Uzbekistan e dal Kirghizistan. Il
1o gennaio del 2017, sempre a Istanbul, è avvenuta una carneficina
in un night-club, in cui sono morte trentanove persone. Secondo la
polizia, l’attentatore era del Kirghizistan. Per il governo turco il
mandante era l’ISIS, impegnato in una campagna contro la Turchia
per la sua partecipazione alla guerra in corso in Siria. A nord, i russi
guardano con preoccupazione alla sempre maggiore influenza
dell’islam radicale negli «stan», consapevoli che l’addestramento cui
si sottopongono i combattenti e l’esperienza che maturano in
Afghanistan e altrove potrebbero poi rivolgersi contro di loro. Sia la
Turchia sia la Russia sanno che, dopo le sconfitte riportate in Iraq e
in Siria, centinaia di combattenti dell’ISIS stanno cercando di
rientrare nelle repubbliche dell’Asia centrale, alcuni con l’intenzione
di portare avanti la jihad in una zona che sta diventando terreno
fertile per l’insurrezione.
L’Afghanistan, come l’Iran (si veda il Capitolo 4), è un altro stato
non arabo il cui simbolo nazionale richiama l’espansione dell’islam al
di fuori dei paesi arabi. Nel XX secolo ha apportato alla propria
bandiera più cambiamenti di qualunque altro paese; e non ha ancora
finito. La versione attuale risale al 2002 (anche se nel 2004 è stata
lievemente ritoccata), dopo il rovesciamento dei talebani. La
bandiera afghana ha tre strisce verticali di colore nero, rosso e
verde; al centro è posizionato l’emblema nazionale afghano. Il nero
dovrebbe rappresentare il passato, perché è il colore delle
precedenti versioni; il rosso rappresenta il sangue versato per
liberare il paese dall’occupazione; e il verde rappresenta non solo
l’islam, ma anche la speranza per il futuro. L’emblema al centro è
bianco e raffigura una moschea, che simboleggia la religione del
paese. La shahāda è scritta in alto, e sotto si leggono le parole
Allahu Akbar. Nella bandiera figura l’anno 1298, che nel calendario
islamico corrisponde al 1919, quando l’Afghanistan ottenne
l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Sotto la moschea si trova la
parola «Afghanistan». La moschea è circondata da fascine di grano,
che rappresentano una delle colture principali del paese. (Un’altra è
il papavero, che però avrebbe potuto dare luogo a fraintendimenti.)
In qualità di bandiera unificante sta avendo un successo limitato. Il
paese resta frammentato, e specie nel Sud una percentuale
significativa della popolazione prova scarso attaccamento per la
bandiera, pur temendo la bandiera bianca dei talebani che sventola
su un gran numero di cittadine e villaggi.
Nel 2012 ho trascorso alcune settimane al seguito delle forze
britanniche e afghane a Sangin, nella provincia di Helmand. Durante
un pattugliamento, le truppe afghane hanno insistito per togliere una
bandiera talebana da un compound, correndo un serio rischio. Era
un obiettivo importante perché non tolleravano la presenza del
simbolo di un’altra potenza. Ho notato che molti di loro venivano dal
Nord e parlavano un’altra lingua rispetto agli abitanti dell’Helmand.
Non era di buon auspicio. Dopo il ritiro degli inglesi e degli
americani, l’esercito afghano è in difficoltà e la popolazione locale si
fida poco di un governo che sta a centinaia di chilometri, a Kabul. In
qualche misura, la bandiera dell’Afghanistan è la bandiera della
capitale; non c’è dunque da meravigliarsi se la bandiera dei talebani,
e adesso quella dell’ISIS, garriscono a un vento che non fa presagire
nulla di buono. Vale la pena di fare un’ultima considerazione. Nel
1974, il governo afghano ha disposto «l’utilizzo della bandiera
nazionale su tutti i veicoli spaziali che l’Afghanistan potrebbe
lanciare». È un paese che ha bisogno di ottimismo.
Procedendo verso sud, incontriamo il penultimo esempio della
mezzaluna come simbolo dell’islam in Oriente: la bandiera del
Pakistan. Ha uno sfondo verde scuro, una grossa stella e una
mezzaluna bianche al centro, e una banda bianca verticale sul lato
del pennone. Nella sua forma originaria del 1906 era la bandiera
della All India Muslim League, che già allora invocava la costituzione
di uno stato separato per i musulmani dell’India. La banda bianca
all’inizio non c’era: fu aggiunta nel 1947, quando il Pakistan ottenne
l’indipendenza, per rappresentare le minoranze non musulmane del
paese. Questa banda trasmette il giusto messaggio a quel 5 per
cento della popolazione composto da sikh, indù e cristiani, ma in
questo secolo tutte le minoranze, inclusi i musulmani sciiti, se la
passano male di fronte alla crescita del fondamentalismo. Lo sfondo
verde su cui campeggiano la stella e la mezzaluna ha le consuete
associazioni con l’islam, ma ufficialmente la mezzaluna raffigura il
progresso e la stella simboleggia la luce e la conoscenza; ambedue
vengono menzionate nel terzo verso dell’inno nazionale: «Questa
bandiera con la mezzaluna e la stella conduce al progresso e alla
perfezione».
Il governo pakistano mette a disposizione dei sostenitori (e dei
terroristi) una comoda guida pratica elencando i dignitari che devono
esporre la bandiera nazionale sulle loro residenze ufficiali quando
sono in casa. C’è anche un elenco che riguarda coloro che possono
esporla sulla macchina, ma solo quando viaggiano. Questo elenco
potrebbe comprendere più o meno l’intera popolazione dopo una
vittoria a cricket contro l’India, quando le città si riempiono di auto
appiccicate l’una all’altra, strombazzanti e avvolte nella bandiera
nazionale.
Oltre la valle dell’Indo c’è un altro paese che ha il verde nella sua
bandiera: l’India. E qui c’è molto da raccontare.
La bandiera indiana è detta anche «Tiranga», che significa
tricolore. Ha tre bande orizzontali di colore giallo zafferano in alto,
bianco in mezzo e verde in basso. Al centro c’è una ruota azzurra
con ventiquattro raggi chiamata chakra. È la stessa ruota che si
trova sull’abaco del capitello del leone di Ashoka, l’imperatore del III
secolo a.C., conservato a Sarnath e poi diventato l’emblema
nazionale dell’India.
La bandiera fu adottata il 22 luglio 1947, poco prima
dell’indipendenza, ma non prima che il Mahatma Gandhi avesse
ricordato al subcontinente quanto fosse importante usare il giusto
simbolismo. Disse:

Una bandiera è una necessità per tutte le nazioni. Per essa sono morti
milioni di persone. È senza dubbio una forma di idolatria che sarebbe un
peccato distruggere. Perché la bandiera rappresenta un ideale. Lo
spiegamento della Union Jack evoca nel cuore degli inglesi sentimenti di cui
è difficile misurare la forza. Le stelle e le strisce vogliono dire tantissimo per
gli americani. La stella e la mezzaluna suscitano il massimo dell’audacia
nell’islam. Sarà necessario per noi indiani, per i musulmani, i cristiani, gli
ebrei, i parsi e tutti gli altri che si sentono a casa propria in India,
riconoscere una bandiera comune per cui vivere e per cui morire.

Gandhi aveva creato il prototipo della bandiera nel 1921, dopo


decenni di dibattiti su come avrebbe dovuto essere il vessillo
dell’India. Durante una riunione dell’All India Congress Committee,
un giovane mostrò a Gandhi il bozzetto che aveva disegnato: una
bandiera con due sole strisce, rossa e verde, per rappresentare le
due comunità principali, indù e musulmana.
A Gandhi piaceva, ma suggerì di inserire una striscia bianca in
rappresentanza di tutte le altre comunità indiane. Ci aggiunse anche
un filatoio, un simbolo che l’intero subcontinente avrebbe
riconosciuto all’istante e che avrebbe aiutato gli indiani a diventare
più indipendenti. Nel 1927 affermò: «Il clima indiano esige che tutti,
nella fase di transizione, utilizzino il filatoio, e la stragrande
maggioranza dovrebbe usarlo sempre». Faceva riferimento alla
convinzione che il filatoio manuale avrebbe contribuito alla creazione
di prodotti indiani, migliorando così l’economia del paese e mettendo
fine alla pratica di usare tessuti prodotti in Gran Bretagna (spesso
con cotone indiano), in modo da agevolare il cammino verso
l’indipendenza. Nel 1931 il rosso della striscia superiore era ormai
stato sostituito dal giallo zafferano, e alla popolazione veniva
assicurato che i colori non avevano alcuna associazione settaria ma
rappresentavano il coraggio e il sacrificio, la pace e la verità, nonché
la fede e la cavalleria. Il filatoio stilizzato di Gandhi rimase al suo
posto.
Ma quando venne il momento di creare la bandiera della nuova
nazione indipendente, i colori restarono gli stessi, mentre il filatoio fu
sostituito da una versione a ventiquattro raggi del dharmachakra.
Questo cerchio rappresenta la legge cosmica eterna che governa
l’ordine universale della reincarnazione ciclica. L’induismo, il
buddhismo, il giainismo e il sikhismo riconoscono tutti il concetto di
dharma, noto alla generalità della popolazione, anche se non tutti
conoscono il significato di ogni singolo raggio. Per esempio, non tutti
sanno che, secondo l’interpretazione buddhista, un raggio
simboleggia lo sparśa, ossia il contatto – amanti che si abbracciano,
si baciano o si scambiano tenerezze –, e un altro il bhava, ossia il
rapporto sessuale.
Più prosaicamente, la ruota dovrebbe anche rappresentare, per
tutti, l’ideale dell’avanzamento e del progresso. Pare che Gandhi non
gradisse affatto l’idea di perdere il filatoio, ma dopo una breve
meditazione accettò quella modifica. Tra l’altro, era più rassicurante
di alcuni dei simboli suggeriti nei decenni precedenti, che
includevano la divinità indù Ganesh. Con la sua testa da elefante,
avrebbe potuto apparire una scelta quantomeno inusuale.
Ufficialmente, i colori attuali non sono più connessi alla religione,
ma tutti sanno che il verde rappresenta l’islam e il giallo zafferano è
carico di significato per gli indù, i buddhisti e i giainisti. Dovrebbe
rappresentare il distacco e la rinuncia al mondo materiale, perciò è il
colore prescelto da tanti monaci buddhisti, aspiranti guru e uomini e
donne che attraversano i centri delle città agitando i tamburelli e
cantando «Hare Krishna». Ufficiosamente, la striscia bianca al
centro della bandiera unisce il giallo zafferano e il verde nella pace.
Per legge, la bandiera può essere solo di un tessuto indiano filato
a mano chiamato khadi, che Gandhi aveva reso popolare; la
distruzione o il vilipendio della bandiera sono reati punibili con la
reclusione fino a tre anni. Lo stato indiano ha appreso la lezione
burocratica del British Civil Service, e difficilmente ricorre a una sola
regolamentazione quando potrebbe usarne tre. Dal 1947 al 2002, tra
le decine di leggi relative alla bandiera ce n’era una che ne limitava
l’esposizione unicamente agli edifici e ai veicoli pubblici. L’apparato
burocratico indiano sembra essersi ispirato a Tennyson: «Non stava
a loro chiedersi perché / il loro dovere era scrivere regolamenti in
triplice copia» [parafrasi della poesia La carica della brigata leggera].
Nel 2001 un industriale di nome Naveen Jindal, che aveva
interiorizzato le pericolose idee di libertà che prevalevano negli Stati
Uniti, dove aveva studiato, ha deciso di esporre la bandiera sul
palazzo che ospitava i suoi uffici. È arrivata la polizia, ha tirato giù la
bandiera e ha minacciato di denunciarlo. Jindal ha giocato d’anticipo,
presentando un ricorso all’Alta corte di Delhi e affermando che non
si poteva vietare a un privato cittadino di esprimere il proprio amore
per il paese esponendo la bandiera nazionale. Il caso è finito davanti
alla Corte Suprema, che gli ha dato ragione e ha chiesto al governo
di prendere in considerazione una riforma della legge. Nel 2002 le
disposizioni di legge sulla bandiera sono state emendate per
consentire ai privati cittadini di esporre liberamente l’emblema del
loro paese senza temere denunce.
E gli indiani ci tengono molto a esporre la bandiera. La ruota che
sta al centro sembra unire quasi tutti gli indiani che abitano «questo
subcontinente di nazionalità», secondo la definizione di Mohammad
Ali Jinnah, il padre fondatore del Pakistan. L’India ha effettivamente
alcuni problemi, come il separatismo, ma è un paese antico e
moderno i cui giorni migliori devono ancora arrivare. Nata da uno dei
movimenti indipendentisti più forti e determinati del Novecento, la
bandiera indiana riflette nella sua storia la complessità religiosa,
etnica e politica che caratterizza la nazione. L’India non si definisce
in contrapposizione ad altri paesi, ma come un attore sempre più
importante sulla scena mondiale; le sue relazioni e la competizione
con la Cina, sia sul versante economico sia in ambito militare,
costituiscono una delle questioni geopolitiche più importanti del XXI
secolo.
Stiamo per attraversare l’Himalaya alla volta della Cina, ma vale la
pena di fare una breve pausa a metà strada per analizzare l’unica
bandiera al mondo che non è né rettangolare né quadrata.
Il Nepal si distingue per avere una bandiera composta da due
triangoli sovrapposti color cremisi, ognuno dei quali ha un bordo blu
scuro. I due triangoli rappresentano la catena dell’Himalaya e le due
religioni principali del paese, l’induismo e il buddhismo. Nel triangolo
superiore c’è una mezzaluna bianca sovrastata da un sole che
sorge; nel triangolo inferiore c’è un sole bianco con dodici raggi. In
origine questi simboli rappresentavano la famiglia reale e la famiglia
del primo ministro, ma adesso che il Nepal è una repubblica laica
dovrebbero simboleggiare la speranza che il paese viva quanto i
corpi celesti.
Probabilmente sopravvivrà più a lungo degli ultimi re e regina, che
nel 2001, insieme con altre otto persone, sono stati uccisi a colpi di
pistola dal principe ereditario, che poi si sarebbe suicidato. Dopo
un’indagine singolarmente breve, il fratello del re, che era scampato
al massacro, è salito al trono. Il nuovo sovrano era così impopolare
che ha contribuito a fomentare l’insurrezione maoista, che a sua
volta l’ha convinto a mettere fine alla monarchia. Il sistema era
nuovo, ma la bandiera era la stessa. Per la sua forma inusuale, la
bandiera ha probabilmente le istruzioni più dettagliate per quanto
riguarda la produzione. Per esempio, per creare il sole nel triangolo
inferiore, bisogna «dividere a metà la linea AF nel punto U e tracciare
una linea UV parallela alla linea AB che interseca la linea BE nel
punto V. Va poi tracciato un cerchio che ha al centro W, il punto in cui
HV e UV si intersecano e incrociano il raggio MN». Dio ci ha messo
un giorno soltanto.
Qui ci lasciamo alle spalle il divino ed entriamo nel mondo dei
comunisti senza Dio della Cina. Nel suo sterminato territorio ci sono
centinaia di milioni di credenti, ma gli attuali governanti della Cina
preferiscono far finta di non saperlo. In ogni caso, la bandiera della
Repubblica Popolare Cinese contiene un simbolismo che risale a
migliaia di anni prima dell’avvento del comunismo.
Molti vessillologi sono convinti che i cinesi siano stati i primi a
usare bandiere di stoffa come segnali di identificazione e di
direzione. Circa 2600 anni fa, nel suo capolavoro L’arte della guerra,
Sun Tzu scriveva: «In battaglia tutto sembra caotico e confuso, ma
le bandiere e le insegne hanno una collocazione prescritta; e il
suono dei tamburi ha regole fisse». Almeno duemila anni prima, gli
egizi e gli abitanti dell’odierno Iran usavano bastoni cui attaccavano
vari simboli, ma come spiega Whitney Smith nel suo autorevole testo
del 1975, Flags Through the Ages and Across the World: «I cinesi
furono probabilmente i primi a usare bandiere di seta. Le usano sia
sul mare sia sulla terra da migliaia di anni, molto più tempo rispetto
all’Occidente». Smith afferma che dobbiamo ai cinesi la scelta di
attaccare lateralmente al bastone un pezzo di stoffa, anziché fissare
alla sua sommità un oggetto come un animale intagliato.
Non è chiaro se poi le bandiere di seta si siano estese al Vicino
Oriente antico, o se la seta sia giunta attraverso le rotte commerciali
e usata per le bandiere da persone che ne utilizzavano già alcune
versioni. È certo invece che il mondo occidentale ha iniziato a
copiare le bandiere degli arabi durante le crociate.
Alcune centinaia di anni dopo, il cerchio si è chiuso. I cinesi
usavano una grandissima varietà di bandiere per fini navali e militari,
ma non si presero mai la briga di sceglierne una che avrebbe dovuto
simboleggiare la Cina e la sua popolazione. I cinesi si erano sempre
considerati una nazione, o per meglio dire una civiltà, ma per gli
abitanti del Regno di mezzo quella identità collettiva era scontata:
non serviva nessuna bandiera. Quell’atteggiamento si modificò a
metà del XIX secolo, quando gli europei arrivarono in forze, con le
bandiere dei loro stati nazionali.
Nel 1863 gli europei avevano ormai «convinto» l’imperatore
Tongzhi che aveva bisogno di una marina (sottoposta, naturalmente,
al loro controllo), la quale avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di una
bandiera. Non era stato difficile convincerlo, perché all’epoca il
giovanissimo imperatore aveva solo sette anni. Fu dunque
approntata una bandiera gialla con un drago azzurro. In origine era
triangolare, ma i burocrati europei pensavano che quella forma non
sarebbe mai andata bene, perciò la fecero modificare in un
rettangolo.
All’inizio del Novecento, con la crescita del movimento
indipendentista, comparvero vari emblemi in stoffa che
rappresentavano in modo eterogeneo una Cina dominata in
prevalenza da potenze straniere. Tra questi emblemi troviamo la
bandiera comunista di guerra della Repubblica Sovietica Cinese.
Questa «repubblica», sorta nel 1932, copriva in realtà solo una
piccola parte della provincia di Jiangxi e durò appena due anni e
mezzo; ciononostante, in quegli anni, una bandiera rossa con la
falce e il martello gialli al centro e una stella gialla a cinque punte
nell’angolo superiore sinistro sventolò effettivamente su una
minuscola porzione della Cina. Era il prototipo della bandiera che poi
sarebbe stata scelta per rappresentare l’intero continente.
La Repubblica Popolare Cinese fu proclamata il 1o ottobre 1949, e
come spesso accade, il nuovo stato, o per essere più precisi il nuovo
sistema, aveva bisogno di una nuova bandiera. Questa fu disegnata
da Zeng Liansong, un giovane membro del partito comunista che
aveva vinto un concorso a cui avevano partecipato diverse migliaia
di persone. In base ai criteri fissati dal partito, la nuova bandiera
doveva riflettere la geografia, la nazionalità, la storia e la cultura
della Cina, inoltre, doveva indicare un governo frutto dell’alleanza tra
operai e contadini.
Liansong, che all’epoca viveva a Shanghai, passava le notti in
soffitta a lavorare sui bozzetti, influenzato, a quanto pare, dalla
versione precedente dello Jiangxi. Si dice (e perché rovinare una
bella storia?) che abbia guardato il cielo e pensato all’antico
proverbio cinese: «Sognare la luna e le stelle è fonte di ispirazione».
Avendo una visione abbastanza precisa della storia, si convinse che
il partito comunista era il salvatore della nazione e doveva essere
rappresentato da una grossa stella, con accanto quattro stelle più
piccole che simboleggiavano l’idea di Mao Tse-tung delle quattro
classi in cui era suddiviso il popolo cinese, teorizzata nel suo saggio
Sulla dittatura democratica popolare.
Era ovvio perciò che Mao apprezzasse il progetto di Zeng, anche
se il prodotto finale passò attraverso vari rimaneggiamenti, uno dei
quali comportava l’eliminazione della falce e del martello perché
richiamavano eccessivamente l’Unione Sovietica dominata dai russi
(all’epoca il concetto di fratellanza internazionale dei comunisti era
contestato dai cinesi). La bandiera fu poi approvata dal Partito, che,
come abbiamo visto nel caso della rivoluzione islamica in Iran,
sapeva di dover combinare la memoria collettiva con un messaggio
moderno.
Così la bandiera rossa simboleggia il comunismo, e la grande
stella gialla a cinque punte posizionata nell’angolo superiore sinistro
rappresenta la leadership del partito comunista. Ma ci sono molti altri
rimandi. Le quattro stelle più piccole a cinque punte sono il «fronte
unito» delle quattro classi menzionate da Mao: gli operai, i contadini,
la piccola borghesia e i «capitalisti patriottici». Naturalmente, a
queste classi si diceva che adesso erano unite nella costruzione del
comunismo. L’ultima stella era frutto di una scelta casuale, o
addirittura lungimirante, visto che quarant’anni dopo il Partito si è
reso conto di dover adottare un «capitalismo con caratteristiche
cinesi» e che la maggior parte degli 1,2 miliardi di cinesi volevano
tornare a essere quello che erano sempre stati: cinesi non comunisti.
Il fatto che le stelle abbiano cinque punte è frutto di una scelta
precisa, basata sulla credenza nell’antico significato del numero. La
filosofia cinese precomunista parlava dei Cinque elementi, un
sistema onnicomprensivo che include cinque virtù, cinque
governanti, cinque fasi e così via, e che significa equilibrio, forza e
completezza. Oggi alle cinque stelle viene attribuito un valore
populista non ufficiale e più moderno: rappresenterebbero la
maggioranza cinese Han e gli altri quattro popoli tradizionali «cinesi»
ossia i mongoli, i manchu, i tibetani e gli Hui. Data la lunga storia di
colonizzazione da parte degli Han, i loro vicini di casa non
concordano con questa interpretazione. Ufficialmente, il significato
del disegno non è questo, tuttavia richiama una bandiera che
sventolò dal 1912 al 1928, detta «la bandiera delle cinque nazioni», i
cui cinque colori rappresentavano i popoli cinesi.
Oggi la bandiera della Cina simboleggia tutte queste cose. La
bandiera di Zeng, adottata e opportunamente adattata, sventolò per
la prima volta su un pennone installato in piazza Tienanmen per
annunciare ufficialmente la fondazione della Repubblica Popolare
Cinese.
Oggi la legge cinese stabilisce che le province del paese non
devono avere una loro bandiera, anche perché il Partito sa che la
bandiera comune è una delle forze centripete che tengono unito un
paese altrimenti destinato a frammentarsi. Per esempio, nella
regione a maggioranza uigura e musulmana dello Xinjiang è attivo
un movimento islamico del Turkestan orientale. Il movimento ha una
sua bandiera, azzurra con la mezzaluna e la stella, ma permettere
che sventoli vorrebbe dire rafforzare l’identità regionale e quindi
anche il movimento indipendentista. Lo stesso discorso vale per il
Tibet, dove il possesso della bandiera nazionale costituisce un reato
grave. Ciò non sempre dissuade quei tibetani che continuano a
chiedere una maggiore autonomia; la popolazione corre un grosso
rischio nel desiderio di preservare la propria cultura, che riflette nel
profondo l’identità tibetana. Ma la morsa dei cinesi sembra farsi
sempre più stretta. Pechino spera che con la soppressione di questi
simboli la cultura e l’identità tibetane si affievoliscano
progressivamente nei prossimi decenni. In regioni meno instabili la
legge non viene sempre rispettata, a riprova del delicato
bilanciamento che il Partito deve effettuare riaffermando il proprio
dominio sul territorio e nel contempo riconoscendo le differenze
regionali.
Zeng Liansong è morto a Shanghai nel 1999, all’età di ottantadue
anni. Così gli è stato risparmiato l’affronto subito dal Partito nel 2011,
quando il governo vietnamita è riuscito a produrre migliaia di
bandiere cinesi con sei stelle invece di cinque. E come se non
bastasse, quelle bandiere sono state sventolate durante la visita
ufficiale a Hanoi dell’allora vicepresidente cinese, Xi Jinping. Un
episodio analogo è accaduto nel 2006, quando i diplomatici cinesi si
sono recati in visita a Nuova Delhi. Come sa chiunque abbia
familiarità con il protocollo, queste cose contano.
La «Legge della Repubblica Popolare Cinese sulla bandiera
nazionale» (1990) è una lettura affascinante, per chi ha una certa
predisposizione mentale. Ancora prima di arrivare al punto in cui si
afferma che «le quattro stelline a cinque punte devono avere una
punta rivolta esattamente al centro della grande stella a cinque
punte», veniamo a sapere che oltre alle solite regole
sull’alzabandiera, sull’ammainabandiera e sul saluto alla bandiera
che hanno quasi tutti i paesi, la bandiera si può mettere a mezz’asta
non solo per la morte del presidente e di vari dignitari di livello
inferiore, ma anche di «persone che hanno dato un contributo
eccezionale alla pace nel mondo o alla causa del progresso
umano».
Scopriamo altresì che, in base all’articolo 19, se dovessimo
insensatamente bruciare la bandiera cinese, magari durante un
weekend di bagordi a Pechino, rischieremmo fino a tre anni di
prigione. Ma la buona notizia è che se il reato è giudicato
relativamente minore (cioè se si dispone di un bravo avvocato o si
hanno parenti ben introdotti) saremo detenuti «non più di quindici
giorni dall’autorità di pubblica sicurezza secondo le disposizioni
vigenti del codice penale». Uomo avvisato…
Questa, dunque, è una delle bandiere più famose del mondo,
portata addirittura sulla Luna da una missione spaziale cinese nel
dicembre 2013. L’esposizione della bandiera sul rover Yutu fu un
evento profondamente simbolico e significativo. La Cina è stata il
terzo paese, dopo gli Stati Uniti e l’URSS, a portare i propri colori
nazionali sulla Luna, segnalando così l’intenzione di diventare leader
nella tecnologia spaziale. Era la prima volta dal 1976 che una sonda
mobile faceva un atterraggio morbido sulla Luna e il raggiungimento
di questo traguardo è fonte di grandissimo orgoglio nazionale,
nonché una prova concreta dei progressi compiuti dalla Cina in
questo secolo.
La sua bandiera si vede sempre più spesso sugli oceani perché la
Cina sta costruendo una marina ultrattrezzata nel chiaro intento di
diventare una potenza militare globale. È visibile in tutto il mondo, in
paesi remoti come la Repubblica Democratica del Congo, da cui la
Cina (insieme con altri paesi) estrae metalli preziosi, l’Angola, dove
ha costruito un’autostrada per portare i metalli al porto, e Gwadar, in
Pakistan, dove sono in costruzione un’autostrada e un porto per fare
arrivare le merci direttamente in Cina, evitando così lo stretto di
Malacca, angusto e controllato di fatto dagli americani, che separa la
Malesia dall’Indonesia. Il simbolo del Regno di mezzo si vede ormai
praticamente in tutti i regni, le repubbliche e i territori del mondo, a
conferma della sua rapida espansione e della sua sempre maggiore
influenza.
Sventola anche sulle isole artificiali che la Cina ha costruito nel
Mar cinese meridionale e che Pechino considera ormai parte del suo
territorio sovrano. I vicini di casa, inclusi il Vietnam, Taiwan e le
Filippine, non ne sono convinti. Non lo è nemmeno la marina militare
americana, che fa sventolare la bandiera a stelle e strisce sulle sue
navi da guerra nei significativi passaggi ammonitori a breve distanza
dalle isole.
La visibilità a livello mondiale della bandiera di Taiwan, o
Repubblica di Cina, non è neanche lontanamente paragonabile a
quella della Repubblica Popolare Cinese. Avendo perso la guerra
civile negli anni Quaranta, le forze anticomuniste si ritirarono
sull’isola che sorge al largo della Cina continentale, che oggi ha una
sua bandiera ma si interroga ancora sulla propria identità. La
bandiera è nota come «Cielo azzurro, sole bianco e terra rossa», e
si richiama a quella dello sconfitto Kuomintang (il partito nazionalista
cinese), che sotto la guida di Chiang Kai-shek si ritirò a Taiwan nel
1949. La Repubblica di Cina afferma di essere il legittimo governo
dell’intera Cina, ma al di là del mare la Repubblica Popolare Cinese
la pensa diversamente. Pechino considera Taiwan una provincia che
si dichiara indipendente.
Poiché, stante la potenza economica e militare della Repubblica
Popolare Cinese, pochissimi paesi riconoscono la Repubblica di
Cina, Taiwan non può sventolare la sua bandiera quando partecipa a
incontri internazionali o a eventi sportivi come le Olimpiadi. In queste
occasioni la bandiera viene sostituita con quella del Taipei cinese, un
compromesso accettabile per entrambe le parti, anche se ambedue
la cambierebbero volentieri se potessero fare a modo loro. Dal punto
di vista di Taiwan, che non ha mai proclamato ufficialmente
l’indipendenza dalla Cina, è opportuno accettare questo sacrificio del
simbolo nazionale per non provocare il manesco fratello maggiore.
Sotto alcuni aspetti, le due bandiere nazionali riflettono la divisione
del popolo cinese. In questo senso, rispecchiano due bandiere che
sventolano nelle vicinanze.
Nella penisola coreana, divisa in due stati nazionali, ci sono due
bandiere. Avrebbe potuto andare diversamente, e ognuna delle due
nazioni avrebbe potuto usare la bandiera pre seconda guerra
mondiale, a conferma del fatto che il popolo è lo stesso, ma solo la
Corea del Sud, ufficialmente nota come Repubblica di Corea, ha
deciso di tenerla. La «bandiera dei grandi estremi» o Taegukgi,
come la chiamano in Corea, non è solo un’opera d’arte: è anche un
simbolo profondamente spirituale. Ovviamente, i comunisti atei del
Nord non volevano aver nulla a che fare con quello che
consideravano un rituale religioso insensato, e scelsero di avere un
loro rituale politico insensato.
La Taegukgi deve il suo nome al simbolo rosso e blu che si trova
al centro della bandiera, detto appunto taeguk. È un cerchio diviso in
parti uguali: la metà rossa simboleggia la forza positiva dello yang e
la metà blu rappresenta la forza negativa dello yin. Nella filosofia
tradizionale della regione, lo yin e lo yang sono due grandi forze
cosmiche che si contrappongono, ma nel loro insieme creano una
perfetta armonia e un assoluto equilibrio.
In ciascuno dei quattro angoli della bandiera c’è un trigramma. I
trigrammi derivano dall’antico libro cinese I Ching [noto in italiano
come Il libro dei mutamenti, n.d.r.] che secondo la leggenda
risalirebbe a più di duemila anni fa. I trigrammi che circondano il
taeguk rappresentano lo yin e lo yang che attraversano una spirale
di crescita e di cambiamento. Il trigramma in alto a sinistra
simboleggia il cielo, e quello in basso a destra la terra; quello in alto
a destra l’acqua e quello in basso a sinistra il fuoco. Tutti e quattro
hanno anche altri significati; per esempio, il trigramma in alto a
destra rappresenta anche la luna, l’intelligenza e la saggezza. Il
cerchio bicolore e i trigrammi si stagliano su uno sfondo bianco, che
è l’emblema della purezza e della pulizia. Nelle occasioni speciali,
spesso i coreani si vestono di bianco, abitudine da cui deriva il
soprannome «popolo in bianco».
Complessivamente, la bandiera simboleggia l’ideale che il popolo
coreano nella sua totalità si sviluppi sempre in armonia con
l’universo. L’esatto opposto di questo ideale è la divisione, che però
rispecchiava la realtà politica del 1947 e i leader del Nord volevano
sottolinearla. Alla fine della seconda guerra mondiale i colonizzatori
giapponesi lasciarono la Corea e il paese fu diviso lungo il 38o
parallelo, con i russi che controllavano il Nord e gli USA che
presidiavano il Sud. Poi i russi se ne andarono e la Cina prese il
Nord sotto la sua ala protettrice.
La denominazione ufficiale della Corea del Nord è Repubblica
Popolare Democratica di Corea. Come avviene per quasi tutti i paesi
che hanno nel proprio nome le parole «repubblica» e «democratica»,
non è né l’una né l’altra. È probabilmente la dittatura più malvagia,
paranoica e sanguinaria rimasta al mondo, e continua a stupirci.
Come se appartenessero a una famiglia reale, i membri della
dinastia Kim la governano fin dal primo giorno e hanno inscenato
una commedia politica per il mondo, senza concedere quasi nulla ai
loro sudditi.
Ci sono poche informazioni attendibili sulla storia della bandiera
nordcoreana, ma un saggio di Fyodor Tertitskiy pubblicato su
DailyNK.com ipotizza che nel 1947 l’Unione Sovietica, che allora
governava di fatto il Nord, avesse imposto l’adozione di una nuova
bandiera per il nuovo stato in via di formazione. Un alto dirigente del
Partito, il cinquantaseienne Kim Tu-bong, fu convocato nell’ufficio del
generale di divisione Lebedev e perorò la causa della bandiera già
esistente: «Kim iniziò a spiegare, nei dettagli, il significato della
bandiera. Ma dal punto di vista di un militare sovietico, la filosofia
cinese su cui si basava il disegno era poco più che una
superstizione medievale. Dopo aver ascoltato per un po’ la storia
dello yin, dello yang, dei trigrammi dell’I Ching e altri particolari della
spiritualità orientale, Lebedev interruppe Kim con un semplice:
“Basta così”. Un colonnello sovietico presente alla discussione
commentò con un ampio sorriso: “Mi sembra una leggenda”».
Pochi mesi dopo vennero impartite le istruzioni e nacque la
bandiera della Corea del Nord. È una versione della bandiera
sovietica standard, che come l’architettura sovietica standard ha una
sua linearità. Stando al sito web del governo, il rosso che predomina
nella bandiera rappresenta la tradizione rivoluzionaria. In alto e in
basso ci sono due strisce blu, emblema del «desiderio di combattere
per la vittoria degli ideali di indipendenza, pace e amicizia in unità
con i popoli progressisti del mondo». Le bande bianche più sottili che
fiancheggiano le strisce blu «rappresentano la nazione coreana
omogenea, con la sua lunga e splendida cultura», mentre la grande
stella rossa «simboleggia i precursori e lo spirito combattivo del
popolo coreano».
L’anno seguente Kim Tu-bong pubblicò un libro intitolato La
creazione della nuova bandiera nazionale e l’abolizione della
bandiera dei grandi estremi, in cui spiegava che la nuova bandiera
era il simbolo di un «paese felice impegnato in un luminoso processo
di sviluppo», mentre la bandiera dei grandi estremi era ascientifica e
intrisa di superstizione. La sua inintelligibilità e la molteplicità di
concetti che sottendeva potevano causare un’inaccettabile disunione
nella popolazione.
Nel tipico stile dittatoriale comunista, tempo dopo una Corea del
Nord sempre più nazionalista rimosse dalla bandiera il riferimento
sovietico, e Kim Tu-bong da tutti i suoi incarichi. A quel punto il
Grande Leader Kim Il-sung, oltre a sconfiggere l’esercito imperiale
giapponese (con un piccolo aiuto da parte di Mosca), disegnò di suo
pugno la gloriosa bandiera della Repubblica Popolare Democratica
di Corea. Come sappiamo, non c’è fine alla gloria della famiglia Kim.
Il figlio di Kim Il-sung, Kim Jong-il, non era solo «la stella polare del
XXI secolo» e «la fonte eterna di amore appassionato»; era anche «il
sole splendente dello Juche». Quest’ultimo titolo serviva a ricordare
che la Corea del Nord aveva sviluppato un suo sistema politico,
detto «Juche», una sorta di filosofia indipendentista che combina
comunismo e nazionalismo. Dopotutto, se si è indipendenti non è
necessario fare entrare nessuno nel proprio paese; e se è un posto
così meraviglioso, perché qualcuno dovrebbe aver voglia di
andarsene? Come recita l’inno nazionale: «Fendendo le onde con
immenso coraggio, glorifichiamo per sempre questa Corea,
illimitatamente ricca e forte». Anche il leader attuale, Kim Jong-un, è
gravato dal peso di altre centinaia di titoli che ne magnificano le virtù.
Una penisola, un popolo, due bandiere diverse: può sembrare una
situazione molto complicata da gestire, eppure gli organizzatori delle
Olimpiadi di Londra del 2012 ci sono riusciti. Le giocatrici della
squadra di calcio femminile della Corea del Nord sono state
presentate su uno schermo gigante prima del match con la
Colombia, e il nome e l’immagine di ogni atleta comparivano accanto
alla bandiera… della Corea del Sud. La gaffe è andata avanti per
tutta la presentazione delle giocatrici, comprese le riserve. Alla fine,
le calciatrici nordcoreane, sempre più indignate, hanno abbandonato
il campo. Non avevano tutti i torti: tecnicamente, la Corea del Nord è
ancora in guerra con la Corea del Sud, perché il conflitto che le vide
contrapposte tra il 1950 e il 1953 si concluse con una tregua, e non
con un trattato di pace.
Le giocatrici si sono impegnate a rientrare solo dopo una rettifica
ufficiale. Ci sono voluti un editing frenetico delle immagini video e
una profusione di scuse, ma dopo un’ora la squadra è tornata in
campo, ha dato un’occhiata al megaschermo e ha liquidato la
Colombia con un perentorio due a zero.
Sia la Corea del Nord sia la Corea del Sud sono colpevoli di
trasgressione nella guerra delle bandiere. Da quando la bandiera del
Nord ha iniziato a sventolare, la Corea del Sud l’ha bandita dal suo
territorio. Perciò nessuno si è meravigliato quando, nel 2008, una
partita di qualificazione dei Mondiali di calcio in programma a
Pyŏngyang si è dovuta disputare in Cina perché la Corea del Nord si
è rifiutata di suonare l’inno della Corea del Sud e di esporne la
bandiera.
Ai Giochi asiatici di Incheon del 2014, la Corea del Sud ha preteso
il rispetto della propria legge che vieta di esporre la bandiera del
Nord nelle strade. Sventolava solo nel villaggio degli atleti, anche se
l’articolo 58 dello statuto del Comitato olimpico asiatico (OCA) recita:
«In tutti gli stadi e nelle immediate vicinanze, la bandiera dell’OCA
dev’essere esposta liberamente insieme alle bandiere dei NOC [i
paesi partecipanti]». La Corea del Nord ha deciso che se la gente
non poteva vedere la sua bandiera, non avrebbe visto nemmeno le
sue 350 cheerleader, che formano il cosiddetto esercito delle
bellezze. Le giovani donne scelte per «caricare» gli atleti e le atlete
della Corea del Nord hanno due caratteristiche in comune: oltre a
essere tutte bellissime, si dice che siano anche fanaticamente
devote al regime di Kim Jong-un. Quando la Corea del Sud si è
lamentata per la dimensione delle bandiere che avrebbero dovuto
portare le cheerleader, i diplomatici nordcoreani hanno abbandonato
la riunione e le hanno cancellate dal programma.
Le due Coree rimangono fisicamente unite e politicamente
lontanissime, come sono sempre state. La guerra è una minaccia
potenziale costante; tutti gli abitanti della megalopoli di Seul sanno di
essere sotto il tiro dell’artiglieria nordcoreana, dislocata lungo il 38o
parallelo, e il programma nucleare della Corea del Nord spaventa
l’intera regione.
Le liti familiari sono spesso le più aspre, anche se nel caso della
relazione di entrambe le Coree con il Giappone e la sua bandiera, è
difficile stabilire chi si comporta peggio.
Nel corso del Novecento, il Giappone ha fatto sventolare la sua
bandiera imperiale sulla Corea per trentacinque anni. Il fatto che
oggi la bandiera rappresenti una democrazia stabile e pacifica pur
essendo molto simile allo stendardo di quegli anni di barbarie è
quantomeno problematico. Gli anni della dominazione giapponese
furono brutali, come dimostra anche l’imposizione della propria
bandiera a un paese allora considerato parte dell’impero. Sventolava
sugli edifici pubblici e gli scolari cantavano l’inno giapponese tutte le
mattine all’alzabandiera.
Lo stato-isola del Pacifico è detto anche «terra del Sol Levante»; il
suo nome in giapponese significa «origine del sole» e la sua
bandiera si chiama ufficialmente Nisshōki, o «bandiera che reca il
simbolo del sole», ma è comunemente nota come Hinomaru, ossia
disco solare. La riconosciamo tutti nel momento in cui la vediamo,
nella sua straordinaria semplicità: un cerchio rosso in campo bianco.
L’altra bandiera incisa a caratteri di fuoco nella nostra coscienza è la
bandiera di guerra del Giappone, che raffigura il sole rosso su uno
sfondo bianco, con sedici raggi che si dipartono da esso.
Versioni della Hinomaru si usavano nelle isole giapponesi già
secoli prima che simboleggiasse uno stato nazionale. Le centinaia di
isole che formano il Giappone si trovano sul bordo orientale della
massa continentale eurasiatica, e guardando a est non si vedeva
nient’altro che una distesa d’acqua, al di sopra della quale ogni
giorno sorgeva il sole. Il primo riferimento al sole come simbolo del
Giappone risale al 607 d.C., quando un imperatore giapponese
piuttosto impertinente scrisse al suo omologo cinese una lettera che
iniziava così: «Dal figlio del cielo del paese in cui sorge il sole al
figlio del cielo del paese in cui tramonta il sole». Il secondo figlio del
cielo, quello del paese in cui tramonta il sole, non rimase
particolarmente impressionato.
Secondo la tradizione giapponese, la dea del sole Amaterasu
avrebbe fondato il paese 2700 anni fa. Amaterasu è la divinità
principale della religione scintoista, e l’antenata di uno dei primi
imperatori. L’imperatore è stato appellato «figlio del sole» e fino a
metà del secolo scorso è stato considerato un discendente diretto di
Amaterasu, collocato sul trono per volontà divina. Ma come i cinesi,
anche i giapponesi pensavano di non avere alcun bisogno di un
simbolo identificativo, e fino a poco tempo fa non c’era nessun
emblema che rappresentasse la nazione.
A metà del XIX secolo, quando gli europei iniziarono ad arrivare in
forze, il primo governo Meiji si rese conto di dover instillare un senso
di unità nella popolazione. Decretò quindi di usare la bandiera del
sole nascente come vessillo della marina imperiale, una forza che
per il Giappone era importante quanto la marina britannica per gli
inglesi, e di qui si formò l’idea che rappresentasse il paese. Ne seguì
l’inno nazionale, il Kimigayo.
Ma poi si sviluppò uno spirito militarista, innescato anche dal fatto
che il Giappone era diventato una potenza industriale ma non aveva
risorse naturali con cui alimentare il processo produttivo. I suoi vicini
occidentali, tuttavia, avevano le risorse, e il Giappone aveva la forza
militare per sottrargliele. Il Giappone imperiale combatté numerose
guerre, che culminarono nell’esperienza più catastrofica della sua
lunga storia.
Prima ci fu la guerra sino-giapponese (1894-1895), a cui
seguirono la guerra russo-giapponese (1904-1905), un
coinvolgimento limitato nella prima guerra mondiale (1914-1918), la
seconda guerra sino-giapponese (1937-1945) e infine la seconda
guerra mondiale, conclusasi con la resa totale dopo il
bombardamento nucleare delle città di Hiroshima e Nagasaki. In
quegli anni il Giappone occupò diversi paesi, trattandoli tutti in
maniera brutale.
La bandiera giapponese, che un tempo avrebbe dovuto
«illuminare l’oscurità del mondo», era diventata essa stessa un
simbolo di oscurantismo. La Hinomaru fu ammainata in Giappone, in
Corea, in Cina, a Singapore, nelle Filippine e in altri paesi, e quando
le atrocità perpetrate dai soldati giapponesi furono rese note anche
in patria, i media nazionali tentarono di aiutare il paese a farsene
una ragione riesaminando criticamente la storia militare del
Giappone. Questo processo è ancora in atto, così come permane il
limitato spirito di riconciliazione che vediamo nei paesi circostanti, in
primis la Corea, ma anche la Cina, dove un’intera generazione non
vuole avere sotto gli occhi il simbolo degli anni di guerra che ebbero
un impatto così tragico sulla sua vita.
All’inizio, gli amministratori americani del Giappone misero al
bando sia la bandiera nazionale sia la bandiera di guerra. Nel 1947 il
generale Douglas MacArthur permise l’esposizione della Hinomaru
su alcuni edifici pubblici. L’anno seguente i cittadini vennero
autorizzati a sventolarla in occasione delle festività nazionali, e nel
1949 furono abrogati tutti i divieti. Era iniziato il lungo e difficile
processo di rivendicazione del simbolo nazionale.
Il problema della bandiera giapponese di oggi è la piena continuità
con la bandiera che sventolava durante la seconda guerra mondiale.
Per alcuni osservatori è un po’ come se la bandiera tedesca avesse
ancora la svastica. Il parallelismo non regge, perché il simbolo
nazista è l’incarnazione del male, e nonostante le atrocità commesse
durante il conflitto, la macchina da guerra giapponese, diversamente
dall’apparato nazista, non aveva come obiettivo la distruzione
sistematica di interi popoli con metodi industriali e per ragioni
ideologiche.
Inoltre, la bandiera del Giappone era nata prima che i suoi eserciti
invadessero il Sudest asiatico, mentre la bandiera nazista era stata
inaugurata da un partito che si impadronì del paese e restò al potere
solo dodici anni. La bandiera usata dalla Germania durante la guerra
fa riferimento a un partito, a un’ideologia e a un periodo specifico,
mentre quella usata dai giapponesi è strettamente legata al paese.
Se pensate che la terra del Sol Levante dovrebbe cambiare la sua
bandiera per via del comportamento che tenne in una certa fase
della storia, potreste dire la stessa cosa di tanti altri stati, tra cui la
Gran Bretagna, che nel Settecento importava spietatamente schiavi
dalle colonie. Si potrebbe anche affermare, specularmente, che se la
bandiera fosse stata sostituita, quell’operazione politica avrebbe
potuto contribuire alla riconciliazione postbellica, perché avrebbe
implicato il riconoscimento dell’ira che ancora suscitava questo
simbolo.
Ma quando parliamo della bandiera di guerra nipponica, la
questione si complica. Si sarebbe potuta modificare più facilmente,
ma nel 1954 le neocostituite forze di autodifesa giapponesi
adottarono tutte la bandiera del sole nascente con i sedici raggi. Era
una scelta singolare, che può apparire ancora strana a chiunque
abbia un’idea o un’esperienza diretta degli anni della guerra.
Sostituire quella bandiera avrebbe significato solo prendere atto di
ciò che aveva fatto la macchina bellica giapponese negli anni Trenta
e Quaranta, mentre cambiare la bandiera nazionale sarebbe stato
più traumatico per i giapponesi e avrebbe causato la perdita di una
parte della loro identità nazionale.
Negli anni Cinquanta il Giappone era ormai un paese democratico
e pacifico. Alcuni segmenti della popolazione erano ancora scossi
dal comportamento tenuto dalle forze armate giapponesi negli anni
Trenta e Quaranta, il che rende ancora più sconcertante la decisione
sulla bandiera di guerra, anche se vale la pena di ricordare che la
«smilitarizzazione intellettuale» del Giappone non aveva radici
profonde come nel caso della Germania.
Tuttavia ha avuto effetti duraturi. Per esempio, se saltiamo agli
anni Settanta, la progressista Unione dei docenti giapponesi invitava
i suoi membri a non inchinarsi davanti alla bandiera e a non cantare
l’inno nazionale. La bandiera veniva sventolata fin dal 1947, ma non
era mai stata accolta con entusiasmo e non figurava nel corpo delle
leggi come simbolo ufficiale del paese. Nel 1989, con la morte
dell’imperatore Hirohito, che aveva regnato durante la seconda
guerra mondiale, si aprì il dibattito sui meriti dell’esposizione della
bandiera; nel 1999 il parlamento, nell’emendarne le misure, colse
l’occasione per riconoscerla ufficialmente come emblema dello stato
nazionale, anche se tale riconoscimento arrivò soltanto dopo un
intenso dibattito carico di valenze emotive.
Da questa decisione derivò tutta una serie di conseguenze. Nel
1999 il ministero dell’Educazione pubblicò alcune linee guida in cui si
specificava che alle cerimonie scolastiche si doveva issare la
bandiera e cantare l’inno. Erano parzialmente giustificate
dall’affermazione che se gli studenti giapponesi non erano in grado
di rispettare i propri simboli, non avrebbero potuto rispettare
nemmeno i simboli di altre nazioni.
Non tutti erano d’accordo: il preside di una scuola media di
Hiroshima, Toshihiro Ishikawa, era così angosciato all’idea di
trasmettere quelle istruzioni che arrivò a suicidarsi. L’episodio
divenne un caso nazionale e il dibattito era ancora così acceso che
persino alle finali dei Mondiali di calcio del 2002 che si giocavano in
Giappone c’erano poche bandiere a sostegno della nazionale di
casa.
Con il passare del tempo, mentre i momenti più tragici del
Novecento vengono consegnati alla storia, la bandiera giapponese si
sta via via affrancando dalle implicazioni belliche. Ciononostante, nel
2016, il primo ministro giapponese Shinzō Abe ha sentito il bisogno
di «raccomandare sentitamente» l’esposizione della bandiera nei
campus universitari.
Dopotutto, il sole non tramonta mai a est, e allo stesso modo la
sua rappresentazione su un pezzo di stoffa per simboleggiare il
paese del Sol Levante non si perderà nella storia.
Se adesso ci dirigiamo ancora più a est, ci ritroviamo là dove
siamo partiti, nella terra della bandiera a stelle e strisce. Dunque è
venuto il momento di guardare a sud, al rosso, all’oro, al nero e al
verde dell’Africa e al giallo, al rosso e all’azzurro dell’America Latina.
7. BANDIERE DI LIBERTÀ

«Il modo migliore per imparare a essere uno stato sovrano indipendente è
essere uno stato sovrano indipendente.»
Kwame Nkrumah, primo capo di governo del Ghana
Tifosi della nazionale di calcio del Ghana si radunano a Yeoville,
presso Johannesburg, in Sudafrica, per veder giocare la propria
squadra in una partita della Coppa d’Africa, nel gennaio 2012. La
nazionale del Ghana è detta anche «Stelle nere»; la stella nera che
sta al centro della bandiera e lo schema dei colori rosso, oro e verde
erano ispirati dagli ideali panafricani di coloro che lottavano contro il
colonialismo e sognavano un’Africa più autonoma e moderna.
Nel corso dei secoli l’Africa ha esportato tante cose, non sempre per
libera scelta. Coloro che hanno perseguito il benessere del
continente sono accomunati da un’ideale basato su alcuni colori
simbolici: rosso, oro, verde e nero. Questo ideale comune è
l’indipendenza, o per meglio dire, la libertà.
Le radici di questi colori risalgono come minimo al XIX secolo, ma
probabilmente sono molto più antiche, e vengono dalla bandiera
dell’Etiopia, l’unico paese del continente a non essere stato
colonizzato, nonostante i tenaci sforzi dell’Italia. L’attuale bandiera
dell’Etiopia porta avanti orgogliosamente la tradizione del rosso,
dell’oro e del verde, ma a partire dal 1996 ha anche un cerchio
azzurro al centro, con una stella gialla e cinque raggi. I raggi
rappresentano i vari popoli del paese, mentre la stella simboleggia
l’uguaglianza e l’unità. Viene considerata il sigillo di re Salomone e la
stella di Davide, perché il primo imperatore Menelik sarebbe stato il
figlio di Salomone e della regina di Saba.
L’Italia arrivò tra gli ultimi nella «corsa all’Africa». Nei primi anni
Novanta dell’Ottocento, gli inglesi, i francesi, i tedeschi e i belgi
avevano ormai conquistato la maggior parte del territorio che si
considerava più prezioso, e all’Italia era rimasta l’odierna Eritrea; la
usò come trampolino di lancio per invadere la regione che all’epoca
si chiamava Abissinia, ovvero l’Etiopia di oggi. Nel 1895 iniziarono
duri combattimenti e, con grande sorpresa degli italiani, l’anno dopo
vennero ricacciati in Eritrea, con almeno 7000 vittime. A quel punto
l’Africa aveva un paladino, e un esempio suggestivo di ciò che
avrebbe potuto realizzare.
Gagliardetti con i singoli colori rosso, oro o verde venivano
sventolati in Etiopia già decenni prima della vittoria militare, spesso
contemporaneamente; in un paese a maggioranza cristiana, la
tradizione identificava questi colori con l’arcobaleno che Dio aveva
mostrato al mondo dopo il Diluvio, come si legge nel Libro della
Genesi. Furono perciò una scelta naturale nel 1897, quando, dopo la
sconfitta degli italiani, l’imperatore Menelik II commissionò la prima
bandiera di uno stato nazionale africano. Vi fu aggiunto lo stemma
imperiale con il Leone conquistatore di Giuda che regge un drappo
con i colori nazionali, a indicare la stirpe reale del primo imperatore
Menelik. Quel simbolo, da sempre associato alla regalità, rimase
sulla bandiera fino alla rivoluzione marxista del 1974, dopo la quale
fu rimosso, ma si staglia ancora sulla bandiera del movimento
rastafariano, come vedremo più avanti.
Gli italiani tornarono in Etiopia negli anni Trenta, sotto il regime
fascista di Mussolini. Stavolta la loro macchina da guerra includeva il
gas mostarda o iprite; l’invasione ebbe successo e il paese fu
occupato. Ma l’Abissinia/Etiopia, fino ad allora uno stato sovrano,
era anche membro della Società delle nazioni, l’antesignano
dell’ONU. Poiché la maggioranza degli stati membri, tra cui gli USA, si
rifiutò di riconoscere l’annessione del paese, la sua occupazione per
cinque anni da parte di forze straniere si è considerata
un’aberrazione e non un periodo di colonizzazione com’è avvenuto
altrove.
Gli inglesi e i francesi, entrambi membri della Società delle
nazioni, concordarono in segreto con il governo italiano che la sua
aggressione armata non sarebbe stata oggetto di ritorsioni. La
mancata reazione della Società delle nazioni è una delle ragioni che
ne spiegano il fallimento come organo di mantenimento della pace
nei mesi immediatamente precedenti allo scoppio della seconda
guerra mondiale. Nel 1935 la rivista britannica «Punch» pubblicò una
famosa vignetta satirica ispirata al ritornello di una canzone popolare
inglese dell’Ottocento. Il testo originale recita:

Non vogliamo combattere, ma perdinci, se lo facciamo,


abbiamo le navi, abbiamo gli uomini, abbiamo anche i soldi.

Il «Punch» dipingeva la Società delle nazioni come una farsa da


varietà e aveva riscritto i versi in modo che Gran Bretagna e Francia
cantassero a Mussolini:

Non vogliamo che tu combatta, ma perdinci, se lo fai,


probabilmente emetteremo un memorandum comune,
che conterrà una piccola tirata d’orecchie.

Nel 1941, gli italiani furono rimandati nuovamente a casa e


l’Etiopia tornò a essere uno stato sovrano. Poteva dare l’esempio a
un continente su cui, alla fine della guerra, iniziarono a soffiare i
venti del cambiamento.
In quei tumultuosi decenni, un fenomeno di vasta portata era in
corso migliaia di chilometri a ovest dell’Etiopia, negli Stati Uniti
d’America.
L’idea di coscienza politica dei neri ha molti genitori, sia in America
sia in Africa, tra i quali il giamaicano Marcus Mosiah Garvey, un
uomo straordinario, che proponeva la separazione tra le razze e fu
uno dei promotori del ritorno in Africa. Nel 1916, dopo aver fondato
la Universal Negro Improvement Association (UNIA) in Giamaica,
portò il movimento a New York, da dove si estese rapidamente a
tutto il paese. Mentre costruiva un impero economico, affermava
altresì che oltre a essere fieri della propria origine, gli afroamericani
dovevano anche ritornare alle loro patrie ancestrali. A questo scopo,
fondò una compagnia di navigazione denominata Black Star Line,
che avrebbe dovuto assicurarne il trasporto. La compagnia fallì e
Garvey fu arrestato per irregolarità finanziarie; fu condannato,
incarcerato e deportato in Giamaica nel 1927. Ma prima, lui e la UNIA
disegnarono una bandiera che sarebbe diventata famosa in tutto il
mondo: la bandiera panafricana.
Garvey e molti altri americani si erano sentiti offesi da una
canzone razzista del 1900, che si cantava ancora nel 1920, anno in
cui fu creata la bandiera. Si intitolava «Tutte le razze hanno una
bandiera tranne i negri», ed è una delle tre canzoni a cui lo scrittore
e satirista americano H.L. Mencken attribuisce la colpa di aver reso
popolare il termine offensivo coon (negro). Per tutta risposta, Garvey
commissionò la bandiera rossa, nera e verde del panafricanismo, un
movimento che avrebbe dovuto unire tutte le persone di origine
africana, cercando di mettere fine al colonialismo e creando
opportunità in Africa per favorire il rientro degli emigrati. La bandiera
fu presentata in occasione di un convegno internazionale tenutosi a
New York nel 1920, a cui parteciparono i rappresentanti di
venticinque paesi africani, che sapevano di aver bisogno di un
simbolo comune a sostegno dei loro sforzi. Alcuni anni dopo,
un’edizione dell’«African Times and Orient Review», dove Garvey
aveva lavorato tempo addietro, riportava questa sua citazione:
«Mostratemi la razza o la nazione che non ha una bandiera, e io vi
mostrerò una razza di persone che non hanno orgoglio. Sì! Nella
canzone e nella parodia, hanno detto: “Tutte le razze hanno una
bandiera tranne i negri”. Com’è vero! Sì! Ma l’hanno detto quattro
anni fa. Adesso non possono più dirlo…».
L’articolo 39 della Dichiarazione dei diritti dei popoli neri di tutto il
mondo, emessa dall’UNIA nel 1920, afferma che «i colori rosso, nero
e verde saranno i colori della razza africana». Ma perché proprio
quei colori? L’anno dopo, l’UNIA pubblicò un testo intitolato Universal
Negro Catechism, dove si spiegava che «il rosso è il colore del
sangue che devono versare gli uomini per la redenzione e la libertà;
il nero è il colore della razza nobile e distinta a cui apparteniamo; e
verde è la vegetazione lussureggiante della nostra madrepatria».
Forse Garvey, ispirato dall’indipendenza dell’Etiopia, pensava
erroneamente che il tricolore etiope fosse rosso, nero e verde,
anziché rosso, oro e verde com’è in realtà. Ne accenna il giornalista
americano Charles Mowbray White, che intervistò Garvey. Nella
raccolta di contributi intitolata Marcus Garvey Papers si legge: «Un
giorno Garvey ha descritto il significato del tricolore etiope in questi
termini: “Il rosso mostrava la loro simpatia per i rossi di tutto il
mondo, il verde la loro simpatia per gli irlandesi che lottano per la
libertà e il nero i neri” […]. In un’altra occasione, Garvey osservò che
la bandiera rossa, nera e verde dell’Etiopia simboleggiava “la razza
nera che riafferma i propri diritti tra sangue e natura”».
Quale che sia la verità, l’influenza dell’Etiopia è palese. Universal
Negro Catechism afferma che l’inno nazionale «della nostra razza»
inizia con le parole: «Etiopia, terra di nostro padre». In precedenza
cita il salmo 68, il cui verso 32 si stava compiendo: «Verranno i
grandi dall’Egitto, l’Etiopia tenderà le mani a Dio». E prosegue
dicendo che dunque «i neri costituiranno un loro governo in Africa,
guidato da persone della loro stessa razza».
Giusto o sbagliato che fosse, la bandiera continuava a sventolare,
ed era troppo tardi per modificarla: ormai quei colori si associavano
all’Africa, come il rosso, il verde e l’oro sulla bandiera etiope. Ciò fa
parte del lascito di Garvey, come scrisse già nel 1960 lo storico
americano George Shepperson sul «Journal of African Studies»: «La
sua massiccia propaganda per l’orgoglio, e non la vergogna, della
pelle nera ha lasciato un segno inestirpabile sul nazionalismo
africano». Garvey morì a Londra nel 1940, senza aver mai messo
piede in Africa. È sepolto in Giamaica, dove è considerato un eroe
nazionale, e la sua influenza si sente ancora in tutto il mondo. Non è
un caso se i colori della bandiera giamaicana sono il nero, il verde e
l’oro.
Il movimento rastafariano, che nacque in Giamaica nei primi anni
Trenta, ritiene Garvey un profeta. Nel 1920 Garvey aveva detto:
«Guardate all’Africa, quando sarà eletto un re nero, perché il giorno
della salvezza sarà vicino», e intendeva l’arrivo del Messia. Dieci
anni dopo il ras Tafari Maconnen fu incoronato imperatore d’Etiopia
con il titolo di Hailé Selassié I. Ras, in amarico, significa «capo» o
«principe» e Tafari vuol dire «colui che viene riverito». In questo
fatto, e nell’idea che Hailé Selassié fosse il ducentoventicinquesimo
discendente di re Davide, qualcuno lesse l’avveramento della
profezia. Ne discendeva perciò che fosse la seconda incarnazione di
Cristo, il figlio di Dio. In quanto tale era anche il Leone di Giuda, il
che spiega perché la bandiera rasta è identica alla vecchia bandiera
dell’Etiopia, che aveva al centro lo stemma del Leone.
Garvey non credette mai a tutto questo, eppure è ancora venerato
dai rasta e la sua ideologia pervade un movimento che ha avuto sul
mondo un impatto superiore alle aspettative, considerando che non
supera il milione di aderenti. Lo si deve soprattutto alla popolarità
della musica reggae, interpretata da artisti come Bob Marley, che
citava spesso Garvey e Hailé Selassié. Per esempio, ha usato una
frase di Garvey in Redemption Song («Emancipatevi dalla schiavitù
mentale; solo noi possiamo liberare le nostre menti»), e interi brani
di un discorso pronunciato nel 1963 da Hailé Selassié all’ONU nella
sua magnifica canzone War: «Finché la filosofia secondo la quale ci
sarebbero una razza superiore e una razza inferiore non verrà
finalmente e permanentemente screditata e abbandonata […]. E
finché gli ignobili e infelici regimi che tengono in schiavitù disumana i
nostri fratelli dell’Angola, del Mozambico e del Sudafrica non
verranno rovesciati e distrutti […]. Fino a quel giorno, il continente
africano non conoscerà la pace».
Marcus Garvey si sarebbe stupito se avesse potuto vedere i suoi
discorsi riaffiorare nella cultura popolare di tutto il mondo, ma la sua
influenza sulla scena politica africana è meno sorprendente, ed è
tuttora fortissima. Da giovani, personaggi che sarebbero divenuti
leader africani come Jomo Kenyatta in Kenya e Kwame Nkrumah in
Ghana forse non concordavano con la sua teoria della separazione
razziale, ma i suoi scritti, i discorsi e le opere hanno fatto certamente
parte della loro educazione politica. Sia Jomo Kenyatta sia Kwame
Nkrumah credevano nel principio fondamentale del panafricanismo,
secondo cui, nonostante tutte le differenze etniche, linguistiche e
culturali tra coloro che continuavano a vivere nel continente e quelli
che abitavano altrove, c’era una cosa che li teneva uniti: l’Africa.
Nkrumah aveva letto le opere di Garvey tra il 1935 e il 1945,
quando viveva negli Stati Uniti, e le aveva assorbite prima di
diventare capo di governo del Ghana, il primo paese dell’Africa
subsahariana a liberarsi dalle catene del colonialismo. L’ex Costa
d’Oro controllata dagli inglesi divenne uno stato indipendente nel
1957. Il governo di Accra, la capitale, adottò i colori della bandiera
etiope, verde, oro e rosso, ma ne cambiò l’ordine in modo che il
rosso stesse in cima, l’oro in mezzo e il verde in fondo. Nkrumah
autorizzò anche l’inserimento di una stella nera al centro della banda
color oro, in omaggio alla Black Star Line, la compagnia di
navigazione di Garvey, e perché, come disse Theodosia Okoh, la
disegnatrice della bandiera, la stella a cinque punte era diventata «il
simbolo dell’emancipazione africana e dell’unità nella lotta al
colonialismo». L’icona spiega anche perché la nazionale di calcio del
Ghana è soprannominata ancora oggi «Stelle nere». Purtroppo
Nkrumah divenne anche uno dei primi leader della sua generazione
a imporre una leadership dispotica, tradendo gli ideali della lotta per
la liberazione e tutto ciò che le nuove bandiere rappresentavano .
Negli anni Sessanta, mentre sempre più paesi africani si
affrancavano dal colonialismo, gli esempi dell’Etiopia, di Garvey, del
Ghana e di Nkrumah spinsero molti di essi a usare anche per i loro
simboli nazionali una delle due versioni di quelli che erano diventati i
colori panafricani. Vari paesi dei Caraibi li imitarono prontamente, ma
com’era avvenuto in Africa, diedero nuovi significati a quei colori. Per
esempio, il Ghana afferma che l’oro simboleggia la ricchezza
mineraria del paese, mentre nella bandiera del Gabon la striscia
centrale gialla dovrebbe riflettere il fatto che il paese si trova
all’equatore.
I successivi cinque paesi subsahariani che hanno ottenuto
l’indipendenza hanno adottato come colori il rosso, l’oro e il verde:
Guinea, Camerun, Repubblica del Togo, Mali e Senegal avevano
tutti varianti sul tema, ma riconoscevano che si trattava di colori
panafricani in un continente unito nel respingere la dominazione
straniera e nell’aspirazione a un futuro migliore. Le varianti
sottolineavano l’individualità dei diversi paesi, ma era chiaro a tutti il
filo conduttore che univa le bandiere. Per esempio, il Camerun ha
optato per tre strisce verticali: verde a sinistra, rossa al centro e
gialla a destra. Il giallo rappresenta il sole, il verde la speranza e il
rosso l’unità; la stella gialla ricamata sulla banda rossa è la «stella
dell’unità». È un disegno specifico ma, come afferma il governo
camerunense, riflette lo spirito panafricano.
Altri paesi hanno scelto varianti della bandiera dell’UNIA,
impiegando il rosso, il verde e il nero. Quella del Malawi, per
esempio, ha tre strisce orizzontali: verde in fondo, rossa in mezzo e
nera in alto (in rappresentanza del popolo); su quest’ultima spicca un
sole nascente rosso che simboleggia la libertà e la speranza di un
intero continente. Il primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta,
autorizzò una bandiera con i tre colori di Garvey, verde in basso,
rosso in mezzo e nero in alto, separati da sottili fimbriature bianche,
e con uno scudo verticale dei guerrieri Masai e due lance incrociate
al centro. Il nero rappresenta la maggioranza del popolo, il rosso il
sangue versato per la libertà e il verde le risorse naturali. Le
bordature bianche simboleggiano la pace e l’onestà, mentre lo scudo
e le lance proteggono questi valori.
L’uso di un determinato simbolo tribale in un paese estremamente
eterogeneo dal punto di vista etnico è interessante, e in altre
condizioni potrebbe essere molto problematico. Tuttavia, i Masai
sono appena l’1,8 per cento dei 44 milioni di abitanti del Kenya,
dunque non costituiscono una minaccia per i grandi blocchi di potere
del paese come i Kikuyu, i Luo e i Kalenjin, spesso in competizione
tra loro. Perciò, usare l’immagine dello scudo, che è un richiamo agli
stili di vita tradizionali, e dipingerlo con i colori di una delle più
famose tribù africane era ritenuto accettabile. Anche lo Swaziland ha
scelto uno scudo tradizionale da guerriero, mezzo nero e mezzo
bianco, a simboleggiare la speranza che i diversi popoli del paese
trovassero il modo di convivere in pace. Il Mozambico, invece, si è
spinto ancora più in là.
La bandiera del Mozambico è, come minimo, molto interessante.
A seconda del punto di vista, potrebbe essere anche problematica,
ispiratrice, preoccupante o addirittura giustificabile. L’elemento più
singolare è il fucile d’assalto AK-47 con la baionetta innestata che
campeggia sul lato sinistro. È l’unica bandiera nazionale del mondo
che contiene un’arma moderna. Si compone di cinque colori: rosso,
giallo, verde, nero e bianco. In questo caso il giallo rappresenta la
ricchezza mineraria del paese. Il triangolo rosso sul lato sinistro
contiene una stella gialla, che esprime il credo socialista del
governo, su cui figurano un libro, che enfatizza l’importanza
dell’educazione, una zappa, che rappresenta i contadini, e un fucile
AK-47, che simboleggia la determinazione del paese a difendere la
propria libertà con tutti i mezzi necessari.
L’AK-47 era il fucile d’assalto usato dal Fronte di liberazione del
Mozambico, noto come FRELIMO, nella guerra d’indipendenza contro
il Portogallo. Il FRELIMO era la forza rivoluzionaria principale e prese
il potere nel 1975, mettendo fine a quasi mezzo millennio di dominio
coloniale portoghese. Nel 1983 fu inaugurata la bandiera attuale del
Mozambico. Era simile alla vecchia bandiera del FRELIMO, che
rimane tuttora al centro della scena politica mozambicana. La
presenza del fucile preoccupa molti civili, che faticano a vederci un
simbolo di unità nazionale, non solo perché la bandiera nel suo
complesso si richiama a politiche di partito (il FRELIMO è a tutti gli
effetti un partito, non una tribù, anche se nella sua dirigenza c’è un
elemento tribale), ma anche perché il fucile viene associato
naturalmente alla violenza e alla guerra civile, che non è
esattamente una bella immagine da presentare al mondo. Da più di
dieci anni è in corso un acceso dibattito sull’opportunità di rimuovere
quell’arma dalla bandiera, ma le pressioni in questo senso
provengono soprattutto dai partiti di opposizione, e siccome il
governo non è disposto a rinunciarvi, l’AK-47 resta ancora al suo
posto e conferisce un’aria sinistra alla bandiera del Mozambico
quando sventola accanto alle altre nei consessi internazionali.
Almeno diciotto bandiere di paesi subsahariani sono varianti dei
colori panafricani rosso, oro, nero e verde, e molte altre ne sono
chiaramente influenzate; le bandiere dei paesi coloniali sono state
apertamente ripudiate, salvo cenni occasionali a quel periodo della
storia africana. Le bandiere di Uganda e Zambia sono esempi
significativi. La bandiera dell’Uganda è composta da sei strisce
orizzontali di colore nero, giallo e rosso, al cui centro c’è un cerchio
bianco in cui una bellissima gru coronata si regge maestosamente
su una zampa sola. La gru è considerata una creatura delicata ed è
il simbolo nazionale del paese; la sua grazia rifletterebbe quella del
popolo ugandese. Lo Zambia ha scelto un emblema insolito,
prevalentemente verde ma con tre bande di colore rosso, nero e
arancione posizionate verticalmente nell’angolo inferiore destro.
Sopra le tre bande è raffigurata un’aquila, l’animale simbolo dello
stato; qui rappresenta il popolo dello Zambia che si eleva al di sopra
dei problemi del paese.
La Liberia (dal latino liber, libero) fa eccezione alla regola del
rosso, dell’oro e del nero per via della sua storia inusuale. La sua
bandiera è molto simile alla bandiera a stelle e strisce perché il
paese fu fondato in parte da ex schiavi afroamericani. Nei primi
decenni del XIX secolo, infatti, un gruppo di abolizionisti e schiavi
liberati acquistò dalle tribù locali alcuni terreni sulle coste dell’Africa
occidentale, dove si stabilirono migliaia di afroamericani. Dapprima
fu usata una bandiera somigliante a quella degli Stati Uniti, ma con
una croce nel campo blu posizionato nell’angolo in alto a sinistra.
Nel 1847 ci fu un appello popolare per l’adozione di una bandiera
nazionale; il prodotto finale aveva undici strisce bianche e rosse, a
simboleggiare gli undici uomini che avevano firmato la dichiarazione
d’indipendenza della Liberia, e la croce fu sostituita da una stella.
Ci sono anche altre eccezioni, che non costituiscono forme di
opposizione al panafricanismo, un ideale che ha ancora un grosso
seguito nel continente, ma sono quasi sempre una risposta a eventi
o situazioni specifiche locali. Per esempio, l’Africa centrale è stata
lacerata dai conflitti per anni, specie nella Repubblica Democratica
del Congo, nel Ruanda e nel Burundi. Dopo il genocidio che
insanguinò il Ruanda nel 1994, la popolazione comprese l’esigenza
di una riconciliazione nazionale, da cui derivava naturalmente l’idea
di ripartire da zero. Perciò nel 2001 il paese ha abbandonato la
bandiera rossa, oro e verde, che era ormai associata all’estremismo
hutu, per adottarne una azzurra, gialla e verde. Il verde rappresenta
la prosperità ottenuta con uno sforzo comune, il giallo lo sviluppo
economico e l’azzurro la pace. Nell’angolo destro della striscia
superiore azzurra c’è il sole, che rappresenta la progressiva
illuminazione del popolo. Per andare sul sicuro, il Ruanda ha
cambiato anche lo stemma del paese e l’inno nazionale, per
sottolineare che si trattava di un nuovo inizio dopo gli orrori degli
eccidi di massa.
Più recentemente, la violenza etnica è tornata a insanguinare il
Burundi, la cui bandiera era stata progettata per includere le etnie
principali del paese, cosa che purtroppo la politica non ha fatto. È
un’altra bandiera inusuale: una croce bianca diagonale divide il
campo in quattro parti, due rosse e due verdi, e in mezzo c’è un
grosso cerchio bianco, che ha al suo interno tre stelle rosse. Il
bianco rappresenta la pace e le tre stelle illustrano il motto
nazionale, «Unità, lavoro e progresso», ma simboleggiano anche i
tre gruppi etnici principali: i tutsi, gli hutu e i twa. Com’è avvenuto nel
vicino Ruanda, l’ex protettorato belga del Burundi è stato messo a
ferro e fuoco dallo spaventoso conflitto etnico tra hutu e tutsi. Nella
lunga guerra civile (1993-2006) persero la vita quasi 300.000
persone, vittime degli scontri tra la maggioranza hutu e le forze
armate dominate dalla minoranza tutsi. Poi ci sono stati alcuni
tentativi atti a favorire l’integrazione delle forze armate, e anche dei
partiti politici, ma le recenti ondate di violenza che sono iniziate nel
2015 mostrano i limiti di questo sforzo di riconciliazione e
costruzione di uno stato veramente unito.
Molti paesi africani sono stati duramente penalizzati dal settarismo
e dalle lotte etniche. È anche colpa dei confini tracciati
artificiosamente sulle mappe dalle potenze coloniali tra il XIX e il XX
secolo, che lasciarono in quei nuovi stati nazionali molti popoli
diversi che parlavano lingue diverse. In alcuni di questi paesi, anche
se la bandiera era stata creata in nome del panafricanismo, non si
era fatto nulla per promuovere l’unità interna. Queste bandiere
«nazionali» non facevano altro che rinforzare i confini imposti alla
popolazione. Alcuni governi, per esempio in Burundi, se ne sono resi
conto e hanno tentato di creare una bandiera che unisse il popolo;
altri, per esempio il governo del minuscolo arcipelago delle
Seychelles, non fanno riferimento a nessuna comunità in particolare
ma celebrano la multietnicità dei loro paesi. Nel 1996, per rimarcare
l’indipendenza dalla Gran Bretagna, le Seychelles hanno scelto per
la loro bandiera un bellissimo ventaglio a cinque colori. Nessuna di
quelle bande colorate evoca la razza; il riferimento è ai partiti politici
e man mano che crescono, irradiandosi da sinistra a destra,
raffigurano la società multietnica e la nascita di una nazione
proiettata verso un futuro dinamico.
Altri paesi hanno deciso di evitare qualunque riferimento. Un
esempio significativo è la Nigeria, un paese costruito nel 1914 dagli
inglesi e composto, tra l’altro, da parti di territori che un tempo erano
il regno del Benin, l’impero Oyo e il califfato di Sokoto. Ha quasi
duecentocinquanta gruppi etnici, trentasei regioni e due religioni
principali, islam e cristianesimo. Nei suoi quasi sessant’anni di storia
ci sono stati momenti molto difficili, tra colpi di stato, scontri etnici,
guerre civili e ultimamente anche le azioni eversive del gruppo
terroristico islamista Boko Haram, legato all’ISIS. La bandiera ha tre
bande verticali di colore verde ai lati e bianco al centro: il verde
simboleggia le foreste rigogliose e l’agricoltura del paese, mentre il
bianco è il colore della pace.
La bandiera nigeriana fu disegnata nel 1959 da uno studente
ventitreenne di nome Michael Taiwo Akinkunmi, che studiava
ingegneria a Londra. Akinkunmi vide sul giornale un annuncio che
chiedeva di proporre un bozzetto della bandiera di un nuovo stato
sovrano che sarebbe dovuto diventare indipendente dal Regno Unito
l’anno successivo. Si mise al lavoro e spedì il bozzetto in patria,
dove fu esaminato insieme con altre duemila proposte. I suoi
familiari conservano ancora la lettera che gli fu inviata da Lagos da
un certo colonnello Hefford dell’Independence Celebrations Office, il
14 febbraio 1959. Recita: «Grazie per il suo suggerimento in merito
alla bandiera nazionale. Verrà preso attentamente in considerazione
dal comitato giudicante nelle prossime settimane».
Nel 1960, Akinkunmi fu invitato nell’ufficio londinese del
commissario per la Nigeria, dove ricevette una buona e una cattiva
notizia. La cattiva notizia era che ai giudici non piaceva il sole rosso
con i raggi che aveva collocato sulla banda verticale bianca della
bandiera, perciò lo tolsero. La buona notizia era che tutto il resto era
di loro gradimento e avevano scelto il suo disegno. Il giovane vinse
un premio di 100 sterline e avrebbe dovuto assicurarsi una citazione
nei libri di storia della Nigeria, ma quest’ultima arrivò solo grazie alla
perseveranza di uno studente nigeriano, più di quarant’anni dopo.
Nel 2006 Akinkunmi era un dipendente pubblico in pensione e
viveva in un quartiere povero di Ibadan, un centinaio di chilometri a
nord di Lagos. Era ignorato e praticamente sconosciuto. Uno
studente dell’Università di Ibadan, Sunday Olawale Olaniran,
appassionato cultore di storia della Nigeria, si imbatté nel nome di
colui che aveva disegnato la bandiera e che tempo dopo definì «un
eroe dimenticato».
Olaniran si mise in contatto con il quotidiano nazionale «Daily
Sun» e con la collaborazione dei suoi giornalisti riuscì a trovare
Akinkunmi, scoprendo che stava perdendo la memoria, era in
condizioni di salute precarie e viveva in miseria. La pensione gli
veniva pagata così irregolarmente che non aveva abbastanza da
mangiare. Dopo la pubblicazione di alcuni articoli che gli
riconoscevano il dovuto merito, molti nigeriani gli donarono cibo e
indumenti, ma Olaniran non si fermò qui e avviò una campagna
affinché gli fosse pubblicamente riconosciuto il contributo che aveva
dato al paese. Ci vollero alcuni anni, ma nel 2010, durante i
festeggiamenti per il giubileo d’oro dell’indipendenza, il governo lo
insignì finalmente del titolo di «nigeriano eminente». La notorietà gli
procurò il soprannome di «Mr. Flag» e nel 2014, ormai cieco,
Akinkunmi si recò nella capitale Abuja, dove l’allora presidente,
Goodluck Jonathan, lo nominò ufficiale della Repubblica Federale di
Nigeria, e gli assicurò un vitalizio come Assistente speciale alla
presidenza.
Il disegno originario di Akinkunmi, con il sole rosso, colpiva di più,
e senza di esso la bandiera è una delle meno degne di nota del
mondo, ma oggi lo stendardo verde-bianco-verde è il simbolo
riconosciuto, anche se non particolarmente riconoscibile, dello stato.
E i critici non mancano di sicuro. Il professore ed ex giornalista
nigeriano Farooq A. Kperogi ha scritto nel 2012 che la bandiera del
suo paese era «indubitabilmente una delle più insignificanti del
mondo. È priva di immaginazione, esteticamente sgradevole e sterile
sul piano delle immagini e del simbolismo. È una delle poche
bandiere nazionali che conosco che ripete due volte un colore
insulso». Queste critiche sono già abbastanza pesanti, ma Kperogi
continua: «Potrebbe sembrare irrilevante, ma […] gli eventi accaduti
recentemente in Nigeria dovrebbero spingere tutti noi a mettere in
discussione le nostre immagini rappresentative e la relazione tra
quelle immagini e le nostre realtà empiriche […]. Non sono mai
riuscito ad accettare la giustificazione offerta per la ripetizione del
verde nei nostri colori nazionali. Forse qualcuno pensava che il
verde rischiasse l’estinzione e andasse recuperato e coltivato su una
bandiera».
Vale la pena di citare estesamente Kperogi perché va al cuore del
problema in un dibattito che è costante, anche se non al punto da
cambiare la bandiera. «I colori sono le uniche rappresentazioni
simboliche che possiamo invocare per descrivere la nostra cultura,
le nostre peculiarità e la nostra storia? Cosa dire dei maestosi,
antichissimi fiumi che attraversano in lunghezza e in larghezza il
panorama del nostro paese; del ricco ed elaborato arazzo della
nostra storia; delle nostre delizie culinarie; dei nostri valorosi imperi
precoloniali […]? Perché nessuna di queste cose è rappresentata
nella nostra bandiera nazionale? Sono ormai trascorsi cinquantadue
anni da quando abbiamo conquistato l’indipendenza dagli inglesi.
Non sarebbe ora di ripensare i colori e il disegno della nostra
bandiera nazionale? Tanto per cominciare, è un residuo del
colonialismo; non era il prodotto di uno sforzo post indipendenza
[…]. Non ha senso avere ancora uno stendardo verde-bianco-
verde.»
Tutti questi aspetti sono carichi di valenze emotive e molto
soggettivi, e Kperogi è solo una delle tante voci che partecipano al
dibattito.
Fred Brownell era consapevole di questo aspetto emotivo quando
fece una lunga riflessione prima di disegnare la bandiera per il
Sudafrica post apartheid, un paese che era stato lacerato dal
conflitto, faticava a adattarsi a uno status quo completamente nuovo
e la cui popolazione era ancora estremamente divisa e sospettosa. I
sudafricani avevano disperatamente bisogno di un simbolo
unificante. Era un momento storico, un momento fatto di mille
decisioni collettive che avrebbero formato il futuro di una nazione,
decidendone la sorte. Una di quelle decisioni è stata presa da Fred
Brownell.
Fred era un uomo tranquillo e riservato, poco incline ai voli
pindarici o alle iperboli, e forse è proprio per questo che si dimostrò
all’altezza della sfida. Il momento critico arrivò quando ricevette una
telefonata nella sua casa di Pretoria, un sabato sera del febbraio
1994. Il presidente de Klerk era prossimo alle dimissioni, Nelson
Mandela era già uscito di prigione ed era in procinto di assumere la
più alta carica dello stato, e il nuovo Sudafrica aveva bisogno di una
nuova bandiera. La vecchia bandiera sudafricana si basava su
quella olandese, e si identificava a tal punto sia con il colonialismo
sia con il governo dell’apartheid che si doveva abbandonare per
forza.
La telefonata arrivò dopo la bocciatura di 7000 bozzetti e dopo che
numerosi studi di progettazione grafica avevano fallito nel trovare
l’idea giusta. Erano giorni frenetici e sembrava impossibile
soddisfare tutti. A quel punto, la domanda posta a Fred dalle autorità
che supervisionavano la transizione del potere fu: «Come dovrebbe
essere la nostra nuova bandiera?». Gli fu concessa una settimana di
tempo per deciderlo.
Il pensionato settantaquattrenne era stato un conservatore
dell’Autorità araldica sudafricana, con il compito di registrare
bandiere, stemmi e sigilli per conto dello stato. Per fortuna, quando
ricopriva quel ruolo aveva già avuto l’occasione di riflettere
sull’argomento. L’estate precedente aveva partecipato a un
convegno internazionale sulle bandiere tenutosi a Zurigo. Durante
un discorso particolarmente noioso aveva cominciato ad abbozzare
alcune idee per la nuova realtà del Sudafrica, basandosi sui ripetuti
appelli di Mandela a tenere assieme i tanti «colori» diversi del
Sudafrica.
In un’intervista che mi ha rilasciato in preparazione di questo libro,
Fred ha illustrato il suo pensiero: «L’idea di base che avevo in
mente, e su cui continuavo a elucubrare, era che cercavamo
qualcosa di nuovo, qualcosa che avrebbe dovuto simboleggiare la
convergenza e la rappresentanza. Ed ero consapevole che doveva
risultare accettabile per tutte le parti in causa».
Alla fine escogitò una sorta di Y orizzontale, il cui colore
predominante era il verde, ma con una banda rossa in alto e una blu
in basso; poi ci aggiunse il nero e l’oro, colori che apparivano sulle
bandiere dell’African National Congress (ANC), dell’Inkatha Freedom
Party degli zulu e di altri raggruppamenti politici. «Il rosso, l’oro e il
verde erano realtà politiche preesistenti, e io pensavo che se li
avessi combinati nel disegno ci sarebbe stata una convergenza – di
colore, di popoli, di lingue. C’era anche la nostra vecchia bandiera
nazionale, prevalentemente arancione, bianca e azzurra. Invece
dell’arancione ho scelto il rosso carminio, che sta a metà strada tra il
rosso e l’arancione, ed è un bellissimo colore. Mi hanno accusato di
esitare tra il rosso e l’arancione, invece no: era una fusione tra i due
colori.»
Fred si rendeva conto che il rosso carminio stava a metà strada
anche tra i colori delle bandiere olandese e britannica dell’era
coloniale, ma dice che nessuno dei colori usati simboleggia
necessariamente qualcosa in particolare, come il verde per la
vegetazione; semmai che nel loro insieme sintetizzano la storia della
bandiera del paese, e il disegno, in particolare la forma a Y, riflette la
convergenza del passato e del presente e tutte le diverse
popolazioni.
Brownell seguì il consiglio di un amico, esperto di bandiere come
lui, il finlandese Olof Eriksson: «Mi ha detto che se non si riesce a
ridurre il disegno alle dimensioni di un francobollo senza perdere i
dettagli, vuol dire che non va bene. Be’, questo disegno si può
ridurre a 6 millimetri per 4, e metterne sedici in un pollice quadrato
senza avere un’immagine sfocata. Se si passano in rassegna le
bandiere del mondo, specie quelle a tre colori, anch’io devo
consultare un libro per verificare quali sono. La nostra, invece, salta
subito agli occhi».
Due delle sue varianti hanno colpito profondamente la
commissione; alla fine, i bozzetti finalisti erano questi due e altri tre,
che sono stati sottoposti al presidente de Klerk. Pienamente
consapevole della delicatezza della decisione, de Klerk si rendeva
conto di non poterla prendere da solo, così li mostrò a un consiglio
dei ministri convocato in fretta e furia, che scelse la versione che
conosciamo oggi. Quella versione fu inviata al negoziatore capo
dell’ANC, Cyril Ramaphosa. Sapendo che la decisione su quella che
sarebbe stata l’incarnazione simbolica della nuova nazione doveva
avere la benedizione dell’incarnazione fisica della nuova era,
Ramaphosa la fece inviare a sua volta via fax a Nelson Mandela.
A questo punto entra nella vicenda uno di quegli affascinanti
dettagli disseminati nella storia. All’epoca non era prassi comune
inviare e-mail, e i fax erano in bianco e nero. Fred mi ha raccontato
ridacchiando quello che successe dopo, anche se allora non ne era
al corrente: «Quando è arrivato il fax, Mandela era su al Nordest.
Qualcuno ha dovuto correre all’emporio, comprare delle matite
colorate e poi mettersi a colorare il fax. Mi è stato detto che l’ha
studiato e poi ha esclamato: “Bene, adottiamo questa”».
Iniziò così la corsa a predisporre la nuova bandiera per le elezioni
generali, che il 27 aprile avrebbero sancito il passaggio definitivo del
potere. Restavano appena cinque settimane. Il Consiglio esecutivo
transitorio del Sudafrica approvò il progetto poche ore dopo il via
libera di Mandela, ma incontrò immediatamente un problema. Nel
paese c’erano circa 100.000 pennoni, da cui avrebbe dovuto
sventolare la nuova bandiera, ma la produzione interna non
superava le 5000 unità alla settimana, per cui tre quarti dei pennoni
sarebbero rimasti penosamente spogli. Per fortuna intervennero
alcune fabbriche olandesi, ma non prima di aver esaurito le scorte
europee di materiale.
E quale fu il risultato? «All’inizio la gente è stata piuttosto tiepida»,
dice il progettista, ma nelle settimane tra il giorno delle elezioni e
l’insediamento ufficiale di Mandela alla presidenza, il disegno e i
colori hanno cominciato a far breccia nella coscienza collettiva: «Nel
giro di due o tre settimane gli atteggiamenti si sono modificati, e in
molti casi la gente si è affezionata alla bandiera. Adesso ci teneva.
Dopotutto, i colori della bandiera sono una componente psicologica
della vita, una parte della sua essenza».
Quando chiedo a Fred se è orgoglioso di tutto questo, mi
risponde: «Be’, io ho fatto il mio lavoro. Ho cercato di fare del mio
meglio, e sono felice di aver dato un piccolo contributo».
Il piccolo contributo di Fred, in realtà, è stato essenziale nel
delicato processo di riconciliazione post apartheid. Ma anche se la
nuova bandiera era considerata un successo, l’unità della «nazione
arcobaleno» lo è stata molto meno, e c’è ancora tanta strada da
fare. Gli ideali simboleggiati dalla combinazione dei colori devono
fare i conti con le continue divisioni interne, esacerbate
dall’immigrazione e dalla crisi economica.
È necessario lavorare anche allo sviluppo di regioni che sono, in
prevalenza, stati nazionali africani relativamente nuovi. Il rosso, il
verde, l’oro e il nero contribuiranno sempre a promuovere l’idea
dell’unità del continente, ma all’interno di quel territorio sterminato ci
sono migliaia di popoli che stanno forgiando le identità di decine di
nazioni, e per la stretta interazione tra potere, politica e
appartenenza etnica, il simbolismo di ogni bandiera ha un ruolo
importante. La sfida consiste nel cementare questi emblemi di
nazionalità; le nuove bandiere offrono alla gente qualcosa intorno a
cui raggrupparsi, ma le vecchie identità saranno ancora forti.
8. BANDIERE DI RIVOLUZIONE

«Paradossalmente, i paesi latino-americani, con la loro instabilità, danno agli


scrittori e agli intellettuali la speranza di essere necessari.»
Manuel Puig
La bandiera della Bolivia e la Wiphala. Recentemente la Wiphala è
assurta a simbolo dei diritti dei popoli indigeni in tutta la regione
andina. Nel 2009, il presidente della Bolivia Evo Morales ha stabilito,
suscitando grosse polemiche, che sugli edifici pubblici venissero
esposti sia la bandiera multicolore Wiphala sia il tricolore boliviano.
Il Gondwana non ebbe mai una bandiera. Valide ragioni scientifiche
ne spiegano il motivo: la più importante era la totale assenza di
esseri umani, e il Tyrannosaurus rex, che non aveva il pollice
opponibile, non avrebbe potuto arrivare a fabbricarla. D’altra parte,
oggi sarebbe superflua, perché l’ultimo supercontinente al mondo si
divise circa 180 milioni di anni fa e adesso, invece del Gondwana,
abbiamo, tra altre regioni, i continenti africano e sudamericano.
Solo negli anni Venti del XVII secolo, quando si resero disponibili
mappe dettagliate delle coste dell’Africa occidentale e del
Sudamerica orientale, qualcuno notò per la prima volta che si
potevano incastrare l’una nell’altra come i pezzi di un puzzle; ma
l’ipotesi, suffragata dalla teoria della placca tettonica, fu
universalmente accettata solo negli anni Sessanta del Novecento.
Una volta separati, i due continenti ebbero ben poco a che fare
l’uno con l’altro fino agli inizi dell’era coloniale e dello schiavismo.
Poi entrambi cominciarono a essere dominati dagli europei, che
diedero il via a un gigantesco traffico di esseri umani dall’Africa
occidentale al Sudamerica. Ma benché entrambe le regioni si siano
affrancate dalle catene del colonialismo, nella scelta dei simboli
nazionali hanno preso strade diverse.
In Sudamerica ci sono raggruppamenti regionali di colori che
richiamano una storia comune, ma non c’è nessuno schema
cromatico pansudamericano o panlatino-americano. E, in
proporzione, in America Latina ci sono più bandiere di stile europeo,
come i tricolori, rispetto all’Africa. Si possono notare riferimenti ad
antiche culture e a popoli antichi, specie nella bandiera messicana,
ma tali riferimenti sono pochi e occasionali; ciò potrebbe dipendere
dalle diverse ere in cui i continenti furono colonizzati e poi divennero
indipendenti. In Africa, i periodi di occupazione e colonizzazione su
vasta scala furono generalmente più brevi che nelle Americhe, in
molti casi inferiori al secolo; ciò ha consentito alla cultura indigena, e
alle popolazioni locali, di sopravvivere. Dunque era naturale che
nell’era postcoloniale gli emblemi degli occupanti venissero rifiutati.
Per contro, le popolazioni indigene dell’America Latina – gli
aztechi, i maya, gli inca e via dicendo – furono decimate dalla guerra
e dalle malattie portate dagli europei. Molti dei sopravvissuti si
ritirarono in zone remote e quindi ebbero un impatto inferiore sulle
proprie società durante i quasi tre secoli di colonizzazione spagnola,
portoghese e, in misura molto minore anche britannica e francese.
Adesso rappresentano meno del 10 per cento dei 626 milioni di
persone che vivono nel continente.
Perciò, quando le popolazioni dell’America Latina iniziarono a
chiedere l’indipendenza, molti dei loro componenti avevano,
culturalmente e dal punto di vista linguistico, la stessa origine dei
padroni coloniali. In quanto tali, avrebbero avuto un minore incentivo
psicologico a rimuovere i simboli del vecchio ordinamento. Pochi
traevano ispirazione dalle culture che avevano tentato in ogni modo
di sopprimere. La rivoluzione americana aveva dimostrato che i
discendenti dei coloni europei potevano separarsi dalle potenze
d’oltreoceano e crearsi una nuova identità. Nei primi anni
dell’Ottocento la rivoluzione francese era ancora un evento recente
e, come quasi tutti i discendenti degli europei, anche i rivoluzionari
latino-americani sposarono le idee di libertà incarnate dal tricolore
francese; approfittarono anche dell’instabilità causata dall’avanzata
di Napoleone in tutta Europa e del conseguente indebolimento della
monarchia spagnola e, tempo dopo, anche di quella portoghese.
Le definizioni di America Latina variano, ma per semplicità mi
riferirò alla massa continentale che si estende da nord a sud per
8850 chilometri, dal Messico fino alla punta meridionale
dell’Argentina, un vasto territorio in cui la maggior parte degli abitanti
parla spagnolo o portoghese.
Nel 1498 Colombo sbarcò nella regione che oggi conosciamo
come Venezuela, e rimase enormemente impressionato dalla
fortissima corrente di acqua dolce che incontrò in prossimità della
costa. Ai suoi finanziatori, i sovrani di Spagna Ferdinando e Isabella,
scrisse di aver trovato il paradiso in terra:

Non ho mai letto e udito che una tal simile quantità d’acqua dolce si
trovasse tanto addentro e sì vicina alla salata. Tal veduta è corroborata dal
soavissimo clima di questi luoghi. Se però quest’acqua non proviene dal
paradiso, allora cresce vieppiù la meraviglia perché non credo che si trovi
nel mondo un fiume tanto grande e tanto profondo.
Gli spagnoli fantasticarono molto su questa descrizione, e sulla
prospettiva del resto del continente come una seconda casa; e di lì a
un paio di decenni arrivarono a frotte. Nel 1717, l’intera regione
circostante a dove Colombo era sbarcato faceva parte dell’impero
spagnolo e si chiamava Nueva Granada. Corrispondeva più o meno
agli odierni Venezuela, Colombia, Panama ed Ecuador.
Quasi un secolo dopo entrò in scena Simón Bolívar, nato nella
provincia del Venezuela, furibondo e deciso a mettere fine al
colonialismo spagnolo e alla Nueva Granada. Nel 1810, alla testa di
una giunta militare, espulse il governatore spagnolo dalla provincia,
e l’anno successivo proclamò l’indipendenza del Venezuela.
Seguirono un paio di decenni tumultuosi che ebbero sempre al
centro Bolívar; nel 1819, dopo alcune sanguinose battaglie, entrò a
Bogotá e proclamò la Repubblica di Colombia, che comprendeva
l’odierna Colombia, il Panama, l’Ecuador, il Venezuela e un pezzetto
del Perù e del Brasile.
Senza mai concedersi una pausa, El Libertador, come veniva
chiamato, decise di cacciare gli spagnoli non solo dalla Colombia ma
dall’intera regione. Nel 1822 la sua Repubblica di Colombia era
ormai una realtà. Per non creare confusione con la Colombia
odierna, gli storici definiscono questo stato Grande Colombia.
Bolívar scelse come bandiera un tricolore giallo, blu e rosso a
strisce orizzontali. Secondo la tradizione, la striscia gialla che sta in
alto rappresenta la ricchezza del paese, la banda blu al centro
l’oceano che adesso separava la Repubblica di Colombia dalla
Spagna, e il rosso il coraggio e il sangue di coloro che avevano
combattuto per abbattere la dominazione spagnola. La bandiera era
stata disegnata già nel 1806 da uno dei compagni di avventura di
Bolívar, Francisco de Miranda, che si era ispirato a due cose.
Ricordava un affresco che aveva visto in Italia, in cui Cristoforo
Colombo dispiegava una bandiera gialla, blu e rossa mentre
sbarcava in Venezuela; ricordava anche una conversazione che
aveva avuto con il grande scrittore tedesco Johann Wolfgang von
Goethe alcuni decenni prima.
De Miranda dichiarò che, dopo aver sentito il racconto delle
imprese che aveva compiuto in America, Goethe gli aveva detto: «Il
suo destino è creare nella vostra terra un posto in cui i colori primari
non vengano distorti». Goethe aveva riflettuto a lungo e
approfonditamente sui colori, perciò aveva spiegato a de Miranda
«perché il giallo è il più nobile, il più caldo e il più vicino alla luce,
perché il blu offre quella combinazione di eccitazione e serenità, una
distanza che evoca le ombre; e perché il rosso è l’esaltazione del
giallo e del blu, la sintesi, l’evanescenza della luce nell’ombra». E
aveva proseguito: «Un paese nasce da un nome e da una bandiera,
e poi si identifica totalmente in essi, così come un uomo realizza il
proprio destino».
I popoli della Grande Colombia provarono a essere fieri della loro
bandiera, ma presto emersero le differenze tra le regioni e
l’ambizione dei leader, e senza il vincolo di solide e antiche istituzioni
statali, le regioni iniziarono ad andare ognuna per conto proprio.
Mentre Bolívar era in Perù a fare la rivoluzione, uno dei suoi colleghi
venezuelani si mise alla testa di una rivolta contro di lui. Ci furono
sollevazioni analoghe anche in Ecuador e nel 1830, dopo essere
scampato a un tentato omicidio, un Bolívar esausto e sempre più
malato decise di smetterla e di trasferirsi in Europa. Ma arrivò
soltanto alla costa atlantica della Colombia, dove morì di tubercolosi.
La Grande Colombia si sciolse e nacquero i nuovi stati sovrani
della Colombia, del Venezuela e dell’Ecuador. Adottarono tutti e tre
delle bandiere che erano la copia quasi identica del tricolore scelto a
suo tempo dalla Grande Colombia, con la banda gialla in cima,
quella blu in mezzo e la rossa in basso. Oggi sono paesi molto
diversi, ma resta l’impronta di una storia regionale condivisa.
Fino al 2006, la bandiera del Venezuela aveva sette stelle bianche
sulla striscia blu intermedia, per rappresentare le sette province che
presero parte alla lotta armata contro la Spagna. Bolívar è ancora
così amato che negli anni Novanta il presidente Hugo Chávez
ribattezzò il suo paese Repubblica bolivariana del Venezuela. Nel
2006 Chávez aggiunse un’altra stella alla bandiera nazionale e
introdusse addirittura una nuova bandiera in cui apparivano un arco
e una freccia, per simboleggiare la minuscola minoranza indigena
del paese. Questa bandiera non ebbe successo ma certamente
rifletteva il fatto che, nonostante l’atteggiamento paternalistico di
Bolívar nei confronti della popolazione indigena, questo secolo ha
visto crescere la consapevolezza del posto che occupano i nativi
nelle società moderne dell’America Latina.
La bandiera dell’Ecuador ha al centro un grosso stemma
sormontato da un condor, l’emblema nazionale. Nel 1860 vi furono
aggiunti quattro segni dello zodiaco, Ariete, Toro, Gemelli e Cancro,
per commemorare i mesi della rivoluzione del 1845 – marzo, aprile,
maggio e giugno – che rovesciò il regime del generale Juan José
Flores. Un evento, questo, che esemplifica la storia delle
repubbliche, che nacquero nella violenza e furono costantemente
saccheggiate da predoni della politica.
Sostituire una tirannia con un’altra non era certo l’intento originario
di Simón Bolívar, anche se sviluppò egli stesso tendenze dittatoriali,
insieme con il vizietto di imprigionare gli amici di un tempo e
attribuire a sé stesso il potere assoluto. Insieme con Cristoforo
Colombo, Bolívar è uno dei pochissimi personaggi storici che hanno
il privilegio di dare il proprio nome a un paese, un onore che non fu
concesso neppure al celebre rivoluzionario messicano degli inizi del
Novecento Emiliano Zapata. Fuori dal Messico, Zapata è più famoso
per i suoi baffi che per aver cambiato il corso della storia. Gli andò
appena un po’ meglio che all’eroe dei due mondi, l’italiano Giuseppe
Garibaldi, il cui nome [nel mondo anglosassone] ha finito per
identificare un tipo di biscotto.
La bandiera della Bolivia è un classico tricolore orizzontale rosso,
giallo e verde, sottratto alla banalità unicamente grazie a uno
splendido stemma che orna la striscia centrale gialla: uno scudo
circondato da bandiere, moschetti e rami di alloro sormontato da un
condor; al centro c’è un animale che a un occhio inesperto potrebbe
apparire un lama, mentre in realtà è un alpaca, che come tutti sanno
è molto più piccolo del lama.
Più interessanti, al di là dell’alpaca, sono altre due bandiere
utilizzate in Bolivia. La prima è la bandiera della marina boliviana,
degna di nota non tanto per il suo disegno, ma perché la marina
opera sulle Ande a 4000 metri di altitudine, in un paese interno, e la
maggior parte dei suoi effettivi non ha mai visto il mare. Ciò è dovuto
al trattato sottoscritto dopo la fine della guerra del Pacifico, nel 1884,
in cui la Bolivia cedette circa 380 chilometri di costa al Cile,
perdendo così l’accesso all’oceano.
La Bolivia quell’accesso lo rivuole, non solo per mettere fine alle
battute dei cileni che invitano scherzosamente i loro vicini di casa al
mare per il fine settimana, ma anche per l’incremento degli introiti
commerciali che ne deriverebbe, e per il ritrovato orgoglio nazionale.
Di conseguenza, i suoi presidenti tengono spesso discorsi di fronte
ad antiche mappe che mostrano i confini originari, e sulla bandiera
della marina spicca una grossa stella gialla che simboleggia la
posizione diplomatica del paese: ovvero che la Bolivia ha un diritto
assoluto di accesso al mare, al di là del passaggio che le viene
attualmente concesso grazie alla generosità del Cile. Saper
trattenere il respiro è sempre utile in marina, ma i 5000 marinai
boliviani non devono preoccuparsi, poiché è improbabile che i confini
vengano modificati nel prossimo futuro. Inoltre, sono già abbastanza
occupati a pattugliare il lago Titicaca e oltre 8000 chilometri di fiumi
navigabili.
L’altra bandiera suggestiva è la Wiphala, che è ormai un secondo
emblema nazionale e anche un simbolo dei popoli indigeni che
vivono al di là delle Ande, in Ecuador, Perù, Bolivia e Cile. È una
bandiera quadrata che contiene quarantanove quadrati nei sette
colori dell’arcobaleno. La parola wiphala viene dalla lingua locale,
l’aymara, e significa semplicemente «bandiera». C’è un acceso
dibattito sull’origine della bandiera e sulla sua possibile relazione con
l’impero inca, ma in ogni caso oggi le sue varianti rappresentano i
popoli nativi, e negli ultimi decenni è diventata sempre più popolare
perché quei popoli si sono organizzati meglio sul piano politico.
Nel 2009 il presidente boliviano Evo Morales, che appartiene a
una famiglia di lingua aymara, ha stabilito che la Wiphala,
unitamente al tricolore nazionale rosso, giallo e verde, fosse esposta
in tutti gli edifici pubblici, comprese le scuole. Il decreto non è stato
accolto bene in alcune zone della Bolivia orientale, dove la
maggioranza della popolazione non è indigena e la disposizione è
stata sostanzialmente ignorata. Gli oppositori della Wiphala temono
che alla fine possa sostituire il tricolore come bandiera nazionale, e/o
che incoraggi la divisione tra gruppi etnici e classi sociali. I critici
affermano inoltre che rappresenta solo una minoranza delle decine
di sottoculture del paese, e che quelle sottoculture sono state
riconosciute ufficialmente quando Morales ha ribattezzato il paese
Stato Plurinazionale della Bolivia.
Per gli aymari la bandiera, oltre a riconoscere la loro travagliata
storia, ha anche colori simbolici: il giallo rappresenta l’energia, il
bianco il tempo, il verde la natura, l’azzurro il cielo, l’arancione la
società e la cultura, il violetto la regione panandina e il rosso il
pianeta Terra. Gli archeologi ipotizzano che la bandiera multicolore
di oggi derivi da simboli antichi, ma non ci sono prove concrete in tal
senso. In un modo o nell’altro, la Wiphala è ormai diffusa in tutta la
regione.
L’unica bandiera nazionale che attinge all’iconografia dei popoli
indigeni si trova più a nord, in Messico. Si dice spesso che la
bandiera messicana assomiglia al tricolore italiano, ma semmai è
vero il contrario, visto che le strisce verticali verde, bianca e rossa
del Messico precedono di vari decenni la formazione dell’Italia. In
ogni caso, la versione attuale della bandiera fu introdotta nel 1968
perché quell’anno il Messico doveva ospitare i Giochi olimpici, e per
evitare qualunque confusione tra i due tricolori, il suo governo
impose – anziché consentire, com’era sempre avvenuto in
precedenza – l’effigie di un’aquila nella striscia bianca centrale.
L’aquila poggia con una zampa su una pianta di cactus in prossimità
di un lago, e tiene un serpente nel becco. Dietro questo simbolo c’è
una di quelle leggende che raccontano la «nascita di una nazione».
Il nome Messico viene probabilmente dalla parola azteca o nahua
metztlixictlico. Gli aztechi, che si chiamavano anche mexica, si
insediarono nell’odierna Valle del Messico nel XIII secolo. Secondo la
leggenda, i sacerdoti aztechi dicevano che il loro dio aveva ordinato
loro di cercare un nuovo posto in cui andare a vivere. L’avrebbero
riconosciuto una volta arrivati perché avrebbero visto un’aquila
gigantesca, appoggiata su un cactus. E guarda caso, l’aquila era
proprio lì, su un cactus, in cima a un masso che stava su un’isola, in
mezzo a un lago.
Qui la storia si complica un po’: gli abitanti della zona chiamavano
il lago Metztli iapan, ossia «Lago della luna», perciò secondo gli
etimologi, l’isola si sarebbe dovuta chiamare Metztli iapan ixic, un
nome che, per farla breve, sarebbe stato contratto in «Mexic-co». È
solo un’ipotesi, naturalmente, ma in ogni caso era inimmaginabile
che gli spagnoli, arrivati trecento anni dopo, optassero per la
versione originaria.
Di sicuro non apprezzarono la leggenda dell’aquila e del cactus,
che contrastava con la loro fede cattolica, al punto che decisero di
distruggere gran parte dell’iconografia azteca basata su quelle
immagini. Gli archivi del viceré di Spagna, Juan de Palafox y
Mendoza, rivelano che nel 1642 scrisse lettere infuocate ai potenti di
Città del Messico, ordinando la rimozione delle effigi dell’aquila e la
loro immediata sostituzione con immagini cattoliche. Ma il fatto che
l’aquila campeggiasse ancora su alcune bandiere rivoluzionarie del
primo Ottocento dimostra quanto la leggenda e il suo simbolo
fossero radicati nello spirito dei messicani. Il posto che occupano
nell’iconografia nazionale attesta la solidità della nuova cultura ibrida
formatasi in questa parte del Nuovo Mondo, anche perché i
messicani si richiamavano alla storia della regione per legittimare la
separazione dagli spagnoli. La popolazione che l’antico simbolo
degli aztechi rappresentava in origine si è estinta da tempo (anche
se in Messico c’è ancora gente che parla il nahuatl), ma lì, al centro
della bandiera nazionale, quel simbolo c’è ancora. È indiscutibile che
le culture indigene siano state soppresse e annacquate, ma i
colonialisti non possono evitare di recepire elementi delle culture
locali.
La guerra di indipendenza del Messico contro la Spagna (1810-
1821) fu combattuta da vari gruppi, ognuno con la propria bandiera,
che confluirono nell’Esercito delle tre garanzie sotto un tricolore
verde, bianco e rosso. Era la base della bandiera nazionale,
disegnata nel 1821, che l’anno dopo, quando fu sventolata per la
prima volta, recava il simbolo dell’aquila. La giunta suprema
provvisoria aveva emesso un proclama in cui dichiarava che la
bandiera «dev’essere un tricolore che adotta in permanenza i colori
verde, bianco e rosso a strisce verticali e presenta nella striscia
bianca un’aquila incoronata». Il capo della giunta militare, Agustín de
Iturbide, prese così seriamente l’idea dell’«incoronazione» che nel
1822 si autoproclamò imperatore del Messico con il nome di Agustín
I, e decise appunto di costruire un impero.
Ma in quei tempi difficili e turbolenti, l’impero durò solo dieci mesi,
alla fine dei quali Agustín fuggì in Europa, e anche la corona
dell’aquila fu costretta a sparire. Nel 1824, quando Agustín tornò
dall’Inghilterra, l’aquila era calva, ma teneva un serpente nella
zampa destra. Disgraziatamente, l’ex imperatore non aveva saputo
di essere stato condannato a morte in contumacia, per cui venne
prontamente messo al muro e fucilato da un plotone di esecuzione.
La bandiera, tuttavia, sopravvisse nei tre colori originari, ma subì
varie modifiche: per esempio, vi si aggiunsero una corona d’alloro e
dei nastri dei colori nazionali, e l’immagine dell’aquila assunse una
connotazione vagamente imperiale o neoimperiale, secondo i gusti
del leader di turno. In ogni caso, non diede quasi mai l’impressione
di rappresentare una repubblica democratica, come avrebbe dovuto
diventare il Messico. La situazione cambiò nel 1916 allorché, dopo
l’ennesima rivoluzione, il presidente Venustiano Carranza chiese una
bandiera che assomigliasse di meno al vessillo di una centuria
imperiale romana. Scelse così «l’aquila azteca», raffigurata di profilo,
con la testa bassa, mentre attacca il serpente che tiene tra gli artigli:
un simbolo che avrebbe dovuto proteggere il paese dal male. Il
rapace era ancora minaccioso, ma andava benissimo perché non
aveva più quell’atteggiamento sprezzante che sembrava dire: «Qui
comando io».
Quanto ai colori della «bandera de México», nel tempo si sono
succedute varie interpretazioni di ciò che rappresentano, ma il già
citato decano mondiale dei vessillologi, Whitney Smith, scrisse nel
1975 che «il verde simboleggia tradizionalmente l’indipendenza, il
bianco la purezza della religione, e il rosso (il colore nazionale della
Spagna) l’unità».
Per molti aspetti tutto questo non conta più, perché con l’aggiunta
dello stemma il tricolore è diventato il simbolo di un Messico nuovo,
un paese in crescita con 125 milioni di abitanti che domina l’America
Latina insieme con il Brasile, dove si parla il portoghese. Lo stato
rimane debole e la povertà è diffusa, ma da anni l’economia è in
ripresa, alimentata in parte da una manodopera a basso costo che
può competere persino con quella della Cina. Nonostante i problemi
che lo affliggono, tra cui l’infiltrazione di bande criminali nella
pubblica amministrazione, il Messico è un paese sempre più sicuro
di sé, con una popolazione molto fiera delle sue origini e delle sue
tradizioni. In Messico, e in tutta l’America Latina, l’indipendenza
coloniale è una matrice storica fondamentale e la guerra contro la
Spagna costituisce una grandissima fonte di orgoglio nazionale,
come attesta il numero dei tricolori esposti nel Giorno
dell’indipendenza.
A sud del Messico si trovano i sette paesi più piccoli dell’America
centrale, e qui incontriamo un’altra serie di colori panregionali.
L’azzurro e il bianco erano i colori dell’effimera Repubblica Federale
dell’America Centrale, composta dagli attuali Guatemala, Honduras,
El Salvador, Costa Rica e Nicaragua. Avendo dichiarato
l’indipendenza dalla Spagna nel 1821, la regione non ci teneva
particolarmente a far parte del Primo impero messicano, che era
stato fondato nello stesso anno, perciò alcuni stati imbracciarono le
armi.
Dopo la tragica fine di Agustín de Iturbide, l’impero non reagì e il
Messico concesse alla regione di andarsene per la sua strada. Nel
1823 fu dunque costituito uno stato sovrano, denominato Province
Unite dell’America Centrale, che adottò una bandiera con tre strisce
orizzontali: la striscia superiore e quella inferiore erano azzurre,
mentre la banda centrale era bianca e al centro recava uno stemma
composto da un cerchio con le parole «Provincias Unidas del Centro
de América». All’interno del cerchio erano raffigurate cinque
montagne, in rappresentanza delle cinque regioni che formavano il
nuovo stato. L’anno dopo, con la proclamazione della repubblica, la
denominazione fu mutata in «República Federal de Centro
América».
Pare che l’ispirazione della bandiera azzurra e bianca venisse
dall’Argentina, dove fin dal 1810 i rivoluzionari usavano quei colori; si
dice che alcuni di questi avessero offerto una delle loro bandiere alla
milizia della regione di El Salvador, che si stava organizzando per
combattere i messicani. Con il tempo, però, la banda bianca sulla
bandiera sarebbe diventata la rappresentazione di quella regione,
fiancheggiata dall’azzurro degli oceani Atlantico e Pacifico.
L’unica causa comune che univa le cinque regioni era
l’opposizione, prima alla dominazione spagnola e poi a quella
messicana. Una volta soddisfatta quell’esigenza di unità a fini
strettamente militari, iniziarono a emergere le differenze politiche e
geografiche tra gli stati, e tra fazioni interne a ogni stato. Nel 1838,
dopo anni di instabilità, il Nicaragua fu il primo a uscire dalla
federazione, e nel 1840 la Repubblica Federale dell’America
Centrale si era ormai sciolta, lasciando il posto a cinque stati sovrani
indipendenti ma traballanti e poverissimi, ognuno dei quali aveva
bisogno di una bandiera. Scelsero tutti di attingere a una storia
condivisa, tenendo la porta aperta a una possibile riunione.
La bandiera del Nicaragua, per esempio, è quasi identica alla
bandiera della Repubblica Federale dell’America Centrale, tranne
per il fatto che le due strisce orizzontali azzurre (quella in mezzo è
bianca) sono un po’ più scure. Lo stemma al centro della striscia
bianca raffigura le cinque montagne ed è circondato dalle parole
«República de Nicaragua América Central». La bandiera di El
Salvador è simile ma il suo stemma è un triangolo che contiene le
cinque montagne, dietro le quali ci sono cinque bandiere bianche e
azzurre. L’Honduras ha una bandiera con tre bande orizzontali che
seguono lo schema azzurro-bianco-azzurro, ma sulla striscia bianca
sono effigiate cinque stelle anziché le cinque montagne delle altre.
Anche la bandiera del Guatemala è azzurra e bianca, ma qui le
strisce sono verticali e al centro della banda bianca intermedia ci
sono spade incrociate e fucili. Inizialmente, per la sua bandiera, pure
il Costa Rica adottò lo schema azzurro-bianco-azzurro, ma nel 1848,
ispirato dalle rivoluzioni repubblicane della Francia e di tanti altri
paesi europei, ridisegnò il simbolo nazionale, aggiungendovi una
banda orizzontale rossa e aumentando a cinque il numero delle
strisce per richiamare le cinque province della ex federazione. In
cima allo stemma si leggono le parole «América Central», ulteriore
segnale della speranza che un giorno quelle regioni si possano
riunire.
Vari tentativi in questo senso furono effettuati nel XIX secolo e
all’inizio del Novecento. Furono tutti vani, e in alcuni casi i loro
promotori finirono davanti al plotone di esecuzione. In due secoli di
indipendenza, gli stati dell’America centrale hanno avuto dittature,
guerre, rivoluzioni, colpi di stato, democrazie illiberali e una
corruzione senza uguali. Da questo punto di vista, specie per quanto
riguarda la corruzione, le loro vicende sono le stesse di tutta
l’America Latina. Molti dei 626 milioni di abitanti hanno chiuso gli
occhi finché la corruzione non è arrivata a livelli insostenibili. In
Brasile c’è addirittura uno slogan che recita: «Rouba, mas faz»
ovvero: «Ruba, ma perlomeno agisce».
Ciononostante, in questo secolo alcuni ideali dell’era rivoluzionaria
si sono rafforzati nell’America centrale e nei paesi immediatamente a
nord e a sud. I generali stanno al loro posto, e i giudici sono
costantemente impegnati nel tentativo di contenere l’«esuberanza»
dei politici. La relativa stabilità di oggi ha consentito la formazione di
vari organismi multinazionali regionali: per esempio, ci sono una
zona di libero scambio, un sistema di «integrazione» economica, un
parlamento dell’America centrale (con una bandiera simile a tutte le
altre della regione), e persino una zona di libero transito senza
barriere di confine, che coinvolgono in tutto o in parte i membri della
ex Repubblica Federale e in alcuni casi anche i loro vicini. Non
sembra esserci alcun bisogno di rispolverare le vecchie bandiere del
1823 e del 1824: l’idea di unità è ancora viva e sta sotto gli occhi di
tutti nelle bandiere degli ex stati membri.
Immediatamente a sud dei cinque paesi centro-americani
incontriamo una bandiera popolare in tutto il mondo, la quale è
vantaggiosa per svariate ragioni, quantomeno per i proprietari di
grosse navi, per i quali dev’essere stata coniata l’azzeccatissima
espressione «bandiera di comodo». Pur avendo una popolazione di
poco inferiore ai 4 milioni di abitanti, Panama vanta la flotta
commerciale più grande del mondo. Il suo governo è il primo a
riconoscere che «il 23 per cento della flotta mondiale batte bandiera
panamense». Lo si deve anche alla presenza del celebre canale,
lungo 81,6 chilometri, che è una scorciatoia ideale per il passaggio
dall’Atlantico al Pacifico; nel 2016 le autorità locali hanno annunciato
un investimento di 5 miliardi di dollari per l’ampliamento delle chiuse,
in modo da consentire il passaggio di navi più grandi e più pesanti.
L’obiettivo era soddisfare le nuove esigenze della marina
commerciale, ma anche bloccare sul nascere il progetto cinese di
costruire un canale concorrente in Nicaragua. E il vecchio canale
rimodernato continua a essere molto attraente per l’armatore medio
perché è ancora regolamentato da una delle normative più indulgenti
del mondo.
Il governo panamense ci informa che «la legislazione del paese
non obbliga l’armatore, persona fisica o giuridica, a prendere la
residenza a Panama». Non ci sono vincoli giuridici nemmeno per la
registrazione o l’armamento della nave, a prescindere dalle
dimensioni e dal tonnellaggio. Per giunta, chi registra da cinque a
quindici navi ottiene uno sconto del 20 per cento. E non finisce qui:
oltre a poter registrare la propria nave in sole otto ore, «i ricavi
generati dal commercio marittimo internazionale delle navi registrate
a Panama sono esenti da imposte […]. Inoltre, i proventi della
vendita o del trasferimento di un natante registrato a Panama non
sono soggetti all’imposta sulle plusvalenze neanche quando la
transazione avviene a Panama». Come se non bastasse, Panama
approva l’impiego di guardie private a bordo e (ciliegina sulla torta),
in base alla legge n. 57 del 6 agosto 2008, i comandanti possono
celebrare matrimoni civili tra persone di qualunque nazionalità
durante la navigazione.
Ci sono anche altri privilegi; e per sbrigare le pratiche non ci si
deve neppure recare in loco. Non c’è dunque da stupirsi se più di
8000 navi in tutto il mondo sventolano orgogliosamente il rosso, il
bianco e il blu di Panama. Sono più di quelle registrate, in totale,
negli Stati Uniti e in Cina e apportano ogni anno centinaia di milioni
di dollari all’economia del paese. Il mondo sa che in alto mare
questa condiscendenza può coprire un gran numero di peccati, ma
le grandi imprese e i governi sono i primi a riconoscere che questo
sistema agevola i flussi commerciali.
Tale sistema è noto con il nome di «registrazione aperta» o, in
senso peggiorativo, «bandiera di comodo». Le navi cominciarono a
registrarsi a Panama sei anni dopo l’apertura del canale, avvenuta
nel 1914, quando alcuni americani particolarmente intraprendenti si
resero conto di poter eludere le leggi sul proibizionismo.
Gli americani erano presenti da tempo nel paese. Dal 1821 al
1903 Panama aveva fatto parte della Colombia nelle sue varie
declinazioni, ma nel 1903 fu anche la componente della Colombia
che in buona sostanza disse agli USA: «Un canale? Che bella idea!».
Il governo colombiano, però, aveva negato l’autorizzazione, così gli
americani orchestrarono una rivoluzione a Panama, che di lì a poco
ottenne l’indipendenza. La costruzione del canale iniziò quasi subito
grazie ai finanziamenti degli Stati Uniti, che avrebbero tratto grandi
benefici dalla scorciatoia per il Pacifico.
Panama aveva cercato di affrancarsi dalla Colombia per quasi
tutto il secolo precedente, perciò era in buoni rapporti con gli USA.
Non è certo che il vago richiamo alla bandiera a stelle e strisce
dell’emblema nazionale panamense dipenda proprio da questo, ma
non mi sentirei di escluderlo. Con i suoi quattro rettangoli e le due
stelle, si differenzia da tutte le altre bandiere nazionali dell’America
Latina. Fu disegnata dal leader rivoluzionario Manuel Amador
Guerrero, che nel 1904 sarebbe diventato il primo presidente del
nuovo stato indipendente, e fu cucita in segreto da sua moglie María
Ossa de Amador quando Panama era ancora parte della Colombia.
In alto a sinistra c’è un rettangolo bianco con una stella blu a
cinque punte. Accanto a esso è posizionato un rettangolo rosso,
sotto il quale c’è un rettangolo bianco con una stella rossa; in basso
a sinistra infine c’è un rettangolo blu. Il blu e il rosso corrispondono
ai due partiti politici tradizionali, conservatori e progressisti. Il bianco
rappresenta i rapporti pacifici che intercorrono tra di loro. Il blu
simboleggia anche gli oceani che fiancheggiano il paese e il rosso
incarna il sangue dei patrioti. La bandiera panamense fu disegnata e
adottata nel 1903; fu addirittura battezzata in una cerimonia religiosa
che si svolse il 20 dicembre di quell’anno e da allora è rimasta
immutata.
Adesso Panama era uno stato sovrano, ma il canale e i terreni
circostanti per una profondità di 8 chilometri erano «territorio
protetto» degli Stati Uniti, che li controllavano senza però farne
parte. Panama garantì «in perpetuo» quella condizione giuridica. Ma
negli anni Cinquanta gli imperialisti statunitensi erano molto meno
popolari e le bandiere, in quanto simboli di sovranità, assunsero un
ruolo di primaria importanza in una regione che era ormai diventata
un campo di battaglia.
Nel maggio 1958 nove persone persero la vita nel corso di
manifestazioni antiamericane. L’anno dopo i nazionalisti
minacciarono un’«invasione pacifica» della zona del canale per
esporre accanto alla bandiera a stelle e strisce la bandiera di
Panama, in modo da proclamarne la sovranità sul territorio. Alcune
centinaia di persone superarono le barriere di filo spinato e si
scontrarono con le forze di sicurezza. Un secondo tentativo di
invasione fu respinto dalla Guardia nazionale e dalle truppe
americane. Poi alcuni edifici del governo americano furono attaccati
e la bandiera degli Stati Uniti fu strappata dalla residenza
dell’ambasciatore.
A Washington si scatenò un acceso dibattito quando il
Dipartimento di Stato si dichiarò disposto a fare concessioni e a
consentire l’esposizione della bandiera panamense. In una lettera
privata inviata al presidente Eisenhower nel dicembre 1959, il
deputato della Pennsylvania Daniel J. Flood inquadrò l’argomento in
toni apocalittici:
Per giunta, se la bandiera di Panama dovesse mai essere esposta
ufficialmente sulla zona del canale, si aprirebbe un vero e proprio vaso di
Pandora, con discussioni, conflitti e caos. Gli estremisti che hanno incitato i
panamensi alla violenza, condizionando così la politica estera del paese,
hanno come obiettivo immediato una dualità di controllo che all’inizio del
secolo i grandi leader pensavano di aver prevenuto per sempre. L’obiettivo
finale è la nazionalizzazione panamense.

Giusta o sbagliata che fosse la sua motivazione, qualche ragione


Flood ce l’aveva senz’altro, soprattutto a proposito della dualità e
della nazionalizzazione.
Nel 1960 la tensione era ancora alta e gli Stati Uniti avevano
costruito una recinzione che segnava il confine della zona del
canale. I rivoltosi avevano in programma un’altra «invasione», ma il
Dipartimento di Stato impose le sue ragioni e il progetto fu
abbandonato dopo che Washington fece sapere che avrebbe
consentito l’esposizione di una singola bandiera panamense in un
apposito spazio accanto a quella americana.
Nel settembre di quell’anno, la cerimonia dell’alzabandiera non
andò come doveva andare. Il presidente Ernesto de la Guardia
chiese ufficialmente se poteva issare di persona la bandiera,
riaffermando così la piena sovranità di Panama sulla zona del
canale. Gli americani risposero ufficialmente che non poteva farlo.
Allora de la Guardia boicottò la cerimonia ed escluse dal ricevimento
tutti i funzionari americani, a eccezione dell’ambasciatore e dei suoi
primi consiglieri. Non fu invitato nessun rappresentante della zona
del canale. Il messaggio non lasciava dubbi: la disputa era tutt’altro
che conclusa.
Quattro anni dopo, il 9 gennaio 1964, duecento studenti delle
superiori entrarono nella zona del canale sventolando una bandiera
panamense. Si scontrarono con alcuni adolescenti americani che
tentavano di alzare la bandiera a stelle e strisce nel cortile di una
scuola. Arrivarono altre centinaia di americani (quelli che vivevano a
Panama erano 36.000) e nei successivi scontri la bandiera di
Panama fu strappata.
Quell’evento accese la scintilla. Migliaia di panamensi iniziarono a
radunarsi presso la recinzione e alla fine la abbatterono. I tumulti
durarono tre giorni e causarono più di venti morti, centinaia di feriti e
danni materiali per oltre 2 milioni di dollari. Le relazioni diplomatiche
vennero interrotte per tre mesi prima di essere riallacciate, e
nell’arco di alcuni anni, la controversia portò alla rinegoziazione della
sovranità. Nel 1979 la zona del canale fu abolita e il canale venne
amministrato congiuntamente fino al 31 dicembre 1999, quando
passò definitivamente a Panama. Il deputato Daniel J. Flood aveva
visto giusto. A Panama, il 9 gennaio si commemora il Giorno dei
martiri.
La bandiera del Perù è un po’ meno interessante dal punto di vista
grafico. Trattandosi di una bandiera a strisce verticali rossa-bianca-
rossa piuttosto banale, l’unica ragione per parlarne è che la più bella
divisa mai indossata da una nazionale di calcio potrebbe essere
proprio quella del Perù ai Mondiali del 1970 in Messico. Ispirata alla
bandiera, la divisa peruviana era composta da pantaloncini e calze
bianchi, maglia bianca a maniche corte con banda diagonale rossa
sul davanti, simile alla fusciacca del dittatore di una repubblica delle
banane. Valeva di per sé la medaglia d’oro.
Un’altra ragione per menzionarla sta nei dibattiti sui meriti della
scelta pacchiana di sedersi nudi sulla bandiera del proprio paese
mentre la si usa come sella per un cavallo. Senza volerlo, nel 2008
la modella peruviana Leysi Suárez ha messo a dura prova le leggi
sull’uso della bandiera nazionale posando in quella guisa per un
servizio fotografico. Ci furono segnali di indignazione, e anche di
malsana curiosità, prima che il ministro della Difesa si ergesse a
giudice, arrabbiandosi e dichiarando che la modella rischiava una
condanna per vilipendio della bandiera, un reato che comporta la
reclusione fino a quattro anni. La vertenza si è protratta per due anni
e si è chiusa nel 2010 con una oblazione. In questo arco di tempo,
comunque, ha divertito un’intera nazione. Il Perù non è certo l’unico
paese che si scandalizza per la presunta dissacrazione della
bandiera, ma questo episodio era particolarmente spassoso, dal
momento che coinvolgeva una affascinante modella, un cavallo e un
politico carrierista.
Passiamo ora ad argomenti più elevati e guardiamo la bandiera
dell’Argentina. Il primo nome che citerò è conosciuto sia in Gran
Bretagna sia in Argentina, ma probabilmente la sua notorietà non va
oltre questi due paesi: sto parlando di Manuel Belgrano. Mentre
Bolívar diede il suo nome a un paese, General Belgrano divenne il
nome di un incrociatore leggero della marina argentina che venne
affondato da un sottomarino britannico durante la guerra delle
Falkland (o Malvine) del 1982.
Nel lontano 1810, tuttavia, Manuel Belgrano aveva organizzato a
Buenos Aires massicce dimostrazioni contro gli spagnoli. Molti
manifestanti portavano sul cappello una coccarda bianca e azzurra,
che erano i colori di una milizia denominata Legión Patricia. Questa
milizia era stata fondata alcuni anni prima per respingere l’invasione
degli inglesi e ci era riuscita pienamente senza ricevere il benché
minimo aiuto da parte del viceré di Spagna, che nel frattempo aveva
tagliato la corda.
Perché l’azzurro e il bianco? La spiegazione romantica è che
l’azzurro rappresenta il cielo e il Río de la Plata, mentre il bianco
rappresenta l’argento. I primi conquistatori avevano chiamato quella
terra Argentina perché erano convinti che la regione contenesse
enormi quantitativi del prezioso metallo. Avevano ragione per quanto
concerneva la Bolivia e il Perù, ma a parte alcuni spettacolari
giacimenti, soprattutto a Potosí, sarebbero rimasti assai delusi
dall’Argentina, dove l’estrazione dell’argento è decollata solo in
questo secolo. In ogni caso, i dimostranti dovevano adottare colori
che li differenziassero dal rosso e dal giallo dei dominatori spagnoli.
Narra la leggenda che in maggio, nel corso di una dimostrazione,
il sole squarciò improvvisamente le fitte nuvole che oscuravano il
cielo. Era un buon segno, tanto che poi il sole divenne il simbolo
nazionale, e in effetti le manifestazioni avrebbero avuto successo. Il
viceré di Spagna dovette accettare la formazione di un governo
locale, e la rivolta culminò nella fine della sovranità spagnola sulla
regione che allora veniva chiamata Vicereame del Río de la Plata e
comprendeva l’Argentina, l’Uruguay, il Paraguay e la Bolivia di oggi.
Nel 1812, nel progettare la nuova bandiera della futura Argentina,
Belgrano si ispirò al (celestiale) azzurro e al bianco delle coccarde
per disegnare uno stendardo con tre bande orizzontali: la banda
superiore e quella inferiore erano azzurre, mentre la banda centrale
era bianca. Nel 1816 fu dichiarata l’indipendenza, e nel 1818 fu
inserito nella banda bianca il «sole di maggio» (Sol de Mayo). Il viso
del sole è piuttosto enigmatico: per alcuni è sereno, per altri
impassibile. Per me assomiglia a Thomas il trenino. L’Argentina
celebra la Settimana della bandiera durante il mese di giugno e gli
eventi più importanti si svolgono il 20 giugno, anniversario della
morte di Belgrano nel 1820.
Gli argentini guardano con particolare attenzione anche alle
bandiere della Gran Bretagna e delle Malvine. Ciò è dovuto
principalmente alla controversia tra i due paesi sulle isole Falkland o
Malvine. Dopo la breve guerra del 1982, le tensioni continuano a
sobbollire. Oggi la bandiera delle Falkland (che include la Union
Jack) viene usata dall’Argentina come arma politica ed economica.
Nel 2011, l’Argentina ha convinto i suoi vicini di casa sudamericani a
chiudere i porti alle navi che battevano bandiera delle Falkland e ha
minacciato l’embargo commerciale nei confronti di tutte le imprese
coinvolte nei sondaggi petroliferi effettuati dai britannici al largo delle
isole.
La bandiera dell’Uruguay, a strisce blu e bianche, ha un sole di
maggio molto simile a quello dell’Argentina: è un retaggio della loro
storia comune. L’odierno Uruguay aveva fatto parte della regione del
Río de la Plata governata dagli spagnoli e aveva partecipato alle
sommosse del 1810 e degli anni successivi, riuscendo infine a
conquistare la libertà. Solo nel 1828 venne riconosciuto come stato
sovrano dai suoi potenti vicini, Brasile e Argentina, ma a quel punto
circolavano già alcune varianti della bandiera che conosciamo oggi.
Il sole di maggio fa riferimento ai moti dell’Ottocento ma indica anche
la nascita di una nuova nazione; le nove strisce bianche e blu
simboleggiano le nove province originarie dell’Uruguay.
Esaminiamo infine la bandiera più popolare e riconoscibile del
continente, ovvero la bandiera del Brasile. Il verde e il giallo oro sono
diventati celebri grazie alla divisa della nazionale brasiliana. Quei
colori, e la spettacolarità del suo gioco, hanno conquistato centinaia
di milioni di persone in tutto il mondo.
La bandiera che vediamo oggi non è quella originaria in uso nel
1822, quando il Brasile ottenne l’indipendenza dal Portogallo, ma è
molto simile. Gli eventi che precedettero la conquista
dell’indipendenza ci aiutano a capire perché furono scelti quei colori.
Nel 1807 il principe reggente del Portogallo, Giovanni (che divenne
re Giovanni VI nel 1816), si era rifugiato in Brasile per sottrarsi
all’invasione delle forze napoleoniche e aveva insediato un governo
in esilio a Rio de Janeiro. Giovanni apparteneva alla dinastia dei
Braganza e nel 1818 aveva sposato la regina Carlotta Gioacchina,
discendente degli Asburgo, un dettaglio che avrebbe avuto un certo
peso nella storia della bandiera.
Giovanni tornò in Portogallo nel 1821 per tentare di gestire una
crisi politica. A quell’epoca il Brasile faceva parte del Regno Unito di
Portogallo, Brasile e Algarve, e in quanto tale aveva piena parità di
status con il Portogallo. Il sovrano lasciò in Brasile il figlio Pietro, con
il titolo e l’incarico di principe reggente.
Per via delle macchinazioni politiche in corso a Lisbona, le Cortes
portoghesi, un parlamento in fieri che stava prendendo il
sopravvento sui reali, degradarono il Brasile a semplice colonia,
riducendo così il principe reggente Pietro a governatore della
provincia di Rio de Janeiro. Le Cortes gli ordinarono inoltre di tornare
in patria per evitare che reagisse mettendosi alla testa di un
movimento indipendentista. Naturalmente, fu proprio quello che fece.
Ne seguì una serie di eventi epocali e di discorsi rimasti celebri in
Brasile, quanto il discorso di Gettysburg negli Stati Uniti o il proclama
di Churchill «Non ci arrenderemo mai» nel Regno Unito. Nel
settembre del 1822, Pietro respinse l’ultimatum del Portogallo e si
mise irreversibilmente sulla via dell’indipendenza. Tempo dopo, uno
dei suoi compagni di avventura, padre Belchior Pinheiro de Oliveira,
mise per iscritto la cronaca di quell’evento:

Il principe Pietro si diresse in silenzio verso i cavalli che ci attendevano a


fianco della strada. Si fermò improvvisamente e mi disse: «Padre Belchior,
l’hanno chiesto e l’avranno. […] Da oggi i nostri rapporti con loro sono finiti.
Non voglio più nulla dal governo portoghese, e dichiaro il Brasile separato
per sempre dal Portogallo».
Abbiamo risposto immediatamente in tono entusiastico: «Viva la libertà!
Viva il Brasile indipendente! Viva il principe Pietro!».
Il principe si è girato verso il suo aiutante e gli ha detto: «Dite alla mia
guardia che ho appena dichiarato la piena indipendenza del Brasile. Siamo
liberi dal Portogallo».
Poi si è rivolto alla Guardia d’onore e, togliendosi la fascia bianca e blu che
simboleggia il Portogallo, ha ordinato ai suoi uomini di fare la stessa cosa. E
ha pronunciato la frase eroica: «Indipendenza o morte!».

Al Museu Paulista di San Paolo del Brasile è conservato un


commovente dipinto di Pedro Américo che ritrae l’episodio,
lievemente sminuito solo dal fatto che, come spiega lo storico Neill
Macaulay nel suo Dom Pedro: The Struggle for Liberty in Brazil and
Portugal, 1798-1834, quel giorno fatidico il principe era in preda a un
fortissimo attacco di diarrea. Sono le bizzarrie dei momenti che
fanno la storia.
Vale la pena di raccontare questa vicenda per molte ragioni, in
primis la sua umanità. Il principe Pietro e i brasiliani combatterono
una breve guerra con il Portogallo, certo, ma ebbero sempre ben
presenti i legami che li univano al Vecchio Mondo. Il blu e il bianco
della bandiera brasiliana sono considerati i simboli di quel
radicamento, mentre il verde e il giallo erano i colori delle case reali
di Braganza e degli Asburgo.
Pietro fu incoronato imperatore del Brasile nel 1822. La prima
bandiera brasiliana aveva il solito sfondo verde con un rombo giallo,
ma al centro del rombo c’era uno stemma reale con venti stelle che
rappresentavano le regioni del paese. Nel 1889, quando l’impero del
Brasile si trasformò in una repubblica, la bandiera venne modificata:
al posto dello stemma fu introdotto il globo blu, attraversato da una
striscia bianca incurvata con su scritto il motto nazionale «Ordem e
Progresso» (Ordine e progresso); le stelle, adesso disposte
all’interno del globo, diventarono ventuno. Il globo blu permette di
vedere nitidamente tutte le stelle. Nel 1889 esse rappresentavano i
ventuno stati del nuovo paese sovrano, ma attualmente ce ne sono
ventisette.
La bandiera fu disegnata da Raimundo Teixeira Mendes, filosofo e
matematico brasiliano. Le stelle riproducono la posizione che
avrebbero occupato nel cielo il giorno in cui il Brasile divenne una
repubblica e includono la Croce del Sud. Vessillologi e astronomi si
divertono a ipotizzare l’ora in cui le stelle si trovavano in quella
posizione, se di sera, quando la gente avrebbe potuto vederle, o di
mattina, come sembrano indicare le prove documentali. Si chiedono
addirittura se fossero le 8.37 o le 8.30, perché secondo l’astronomo
brasiliano Paulo Araújo Duarte, le 8.30 segnavano «il momento in
cui la costellazione della Croce del Sud si trovava sul meridiano di
Río de Janeiro e il braccio più lungo [della croce] era verticale».
La striscia bianca incurvata che abbraccia il globo dovrebbe
indicare la posizione del Brasile sull’equatore. Non ci sono prove
significative in tal senso, ma visto che Mendes era un matematico
l’ipotesi è plausibile. Inoltre, Mendes era profondamente influenzato
da Auguste Comte, il filosofo del primo Ottocento che creò la
«religione laica dell’umanità» e che per sintetizzare la propria
filosofia positivista scrisse: «L’amore come principio e l’ordine come
base», da cui il motto «Ordine e progresso». Nel 1903 Mendes si
mise alla testa della chiesa positivista brasiliana, e morì nel 1927
all’età di settantadue anni.
Nell’era moderna il verde è considerato il simbolo delle foreste
pluviali tropicali e il giallo l’oro della nazione, ma scavando un po’ più
in profondità ci si imbatte ben presto nella storia del paese. Ci sono
divisioni, principalmente tra ricchi e poveri, ma anche di tipo razziale.
Il Brasile ha conosciuto fasi di violenza e ha avuto un buon numero
di leader corrotti, come possiamo vedere tuttora, ma rispetto ad altri
paesi latino-americani ha beneficiato di più ordine e più progresso.
Inoltre, ha una forte identità, anche perché la sua lingua nazionale
contribuisce a distinguerlo dai vicini di casa che parlano lo spagnolo.
Oggi il verde e il giallo portano un messaggio in tutto il mondo, e
nella bandiera nazionale c’è qualcosa di globale che rafforza i
tentativi del Brasile di caratterizzarsi per il soft power. Il globo e le
stelle sono comuni a tutti noi, il verde e il giallo richiamano la vivacità
dell’umanità, e le persone sono irresistibilmente attratte dal fascino
di questo immenso paese. Tutti i negozianti sanno che una
confezione immediatamente riconoscibile aiuta a vendere un
determinato prodotto. Il Brasile si avvolge in una bandiera che tutti
noi conosciamo e amiamo.
Come sappiamo, oggi la Repubblica del Brasile ha molti problemi
nella politica, nell’economia e nelle favelas, eppure continua a
sedurci con il suo calcio, la sua musica e la sua gente. Il filosofo
francese Albert Camus ha scritto: «Dopo una certa età ogni uomo ha
la faccia che si merita». La gioiosa bandiera del Brasile è una delle
facce che i 200 milioni di abitanti del paese mostrano al mondo, e gli
si addice perfettamente.
L’America Latina faceva parte del Nuovo Mondo, ma al confronto
di tante altre nazioni, i paesi che la compongono non sembrano più
così giovani. Nel continente è emersa una nuova cultura. Negli ultimi
due secoli questi paesi hanno sviluppato solide identità e le loro
bandiere riflettono la fusione tra il vecchio e il nuovo. Oggi i simboli
nazionali sembrano saldamente ancorati a questa cultura della
fusione, il che aiuta a creare stabilità in una regione che, di tanto in
tanto, è stata piuttosto turbolenta.
9. IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO

«Siamo un popolo, una tribù se volete. E le bandiere servono a riaffermare il


potere.»
Gilbert Baker, ideatore della bandiera arcobaleno
Bandiere di tutto il mondo fiancheggiano il viale di accesso al Palazzo
delle Nazioni, che ospita gli uffici dell’ONU a Ginevra, in Svizzera. La
bandiera dell’ONU sventola sul tetto dell’edificio.
Perché i pirati si chiamano pirati? E perché la Jolly Roger si chiama
così? Nessuno lo sa con certezza. Ciò che è certo, invece, è che
con i pirati c’era – e c’è – poco da scherzare. I predoni assassini non
sono mai divertenti, eppure nel corso dei secoli la bandiera con il
teschio e le tibie incrociate, la benda sull’occhio, la gamba di legno e
le spacconerie dei pirati hanno assunto un’aura romantica, e dopo il
film interpretato da Johnny Depp, anche caricaturale.
Come altre bandiere che esamineremo in questo capitolo, anche
la Jolly Roger è conosciuta in tutto il mondo; è uno di quei vessilli
che trascendono i confini. La bandiera non deve necessariamente
rappresentare una nazione o un’idea politica per suscitare emozioni
e trasmettere messaggi. Potrebbe essere un simbolo di pace; un
segnale di solidarietà attorno a cui far mobilitare una comunità
internazionale; o anche solo una forma efficace di promozione.
Queste bandiere rappresentano idee diverse, ma sono accomunate
dalla riconoscibilità, anche se i modi e i mezzi sono variabili. Ci sono
anche bandiere, come la Jolly Roger, che trasmettono un messaggio
diverso a seconda del contesto in cui vengono usate: a un festival
musicale all’aperto la bandiera dei pirati suggerisce che chi la
sventola sia un «rockettaro», ma vista da un mercantile in
navigazione al largo della Somalia verrebbe presa molto più
seriamente.
I pirati esistono da quando esiste la marineria e sono presenti in
tutto il mondo, ma l’associazione con quella famigerata bandiera
sembra essere nata nel XII secolo, quando apparve sulle navi dei
cavalieri templari, che all’epoca avevano la flotta più grande del
mondo, destinata a proteggere il loro impero economico. La ragione
per cui i templari usavano quell’immagine è piuttosto macabra e
deriva dalla leggenda del «teschio di Sidone», così come la
raccontava un certo Walter Map nel XII secolo, in relazione ad alcuni
eventi inquietanti accaduti intorno al 1150.
Una gran dama di Maraclea era amata da un templare, un nobile di Sidone;
ma morì giovanissima, e la notte della sepoltura quel perverso innamorato
si introdusse di nascosto nella sua tomba, dissotterrò il cadavere e ne
approfittò. Poi una voce dall’aldilà gli ordinò di tornare dopo nove mesi
perché avrebbe trovato un figlio. Il templare obbedì all’ordine e dopo nove
mesi aprì nuovamente la tomba, dove trovò una testa sulle tibie dello
scheletro (il teschio e le tibie incrociate). La stessa voce gli ordinò di
custodirla con la massima cura, perché sarebbe stata la fonte di ogni bene,
così la portò via con sé. Divenne il suo genio protettore, e lui riuscì a
sconfiggere i suoi nemici limitandosi a mostrare loro la testa magica, che a
tempo debito entrò in possesso dell’Ordine.

I templari si vantavano spesso di essere difensori di Dio, anziché


pirati, ma il comportamento che tenevano sui mari era
frequentemente piratesco. Quei «cavalieri poveri» incredibilmente
ricchi non si esimevano dall’intercettare navi più piccole per
depredarle di tutti i beni di valore, perciò è plausibile che il loro
emblema abbia ispirato i «bucanieri» del XVIII secolo, che oggi
chiameremmo più semplicemente «ladri».
L’immagine stereotipata che abbiamo dei pirati risale all’inizio del
Settecento. Uno dei primi avvistamenti accertati della Jolly Roger
(aveva assunto questo nome nel gergo popolare) come simbolo
della pirateria si trova nel registro di bordo del capitano John Cranby,
comandante della nave militare britannica HMS Poole, oggi custodito
presso gli archivi nazionali del Regno Unito di Kew. Nel luglio del
1700, sotto il titolo «Osservazioni ed eventi di rilievo», insieme con
«bel tempo e venti moderati nelle ultime ventiquattr’ore», si dà conto
dell’inseguimento di una nave pirata francese al largo delle isole di
Capo Verde. I pirati riuscirono a fuggire, ma il comandante annotò
sul registro che sulla loro bandiera nera c’erano «ossa incrociate, la
testa della morte e una clessidra».
Quella pratica si diffuse in tutto l’ambiente della pirateria nei primi
decenni del XVIII secolo e colpì l’immaginario collettivo. Per i pirati, il
nero era un colore simbolico e su quello sfondo cucivano le immagini
standardizzate, aggiungendovi altre figure raccapriccianti a loro
piacimento. La clessidra avrebbe dovuto informare i passeggeri e
l’equipaggio della nave attaccata che il loro tempo era scaduto; a
volte veniva raffigurato uno scheletro intero, nell’eventualità che il
messaggio non fosse abbastanza chiaro, mentre i pugnali e le altre
armi avrebbero ricordato alle vittime il destino che le attendeva. I
pirati misero a punto un sistema, detto «codice della pirateria», che
in un’epoca di analfabetismo generalizzato riusciva comunque a
trasmettere un notevole numero di informazioni. Il teschio e le tibie
incrociate servivano a fare capire alla nave attaccata con chi aveva a
che fare. Se i pirati sventolavano una bandiera nera, voleva dire che
arrendendosi senza combattere i membri dell’equipaggio avrebbero
avuto salva la vita. Se avessero fatto resistenza, o se la nave avesse
tentato la fuga, sarebbe stata issata una bandiera rossa: in questo
caso i pirati non avrebbero avuto pietà.
Come strumento di pubbliche relazioni, la bandiera funzionava
benissimo. Trasmetteva un messaggio inequivocabile, era
riconoscibile istantaneamente e si associava a terribili misfatti, e
induceva potenziali oppositori ad arrendersi senza combattere –
cosa che accadeva quasi sempre. Se poi il comandante della nave
pirata si faceva chiamare Barbanera, Black Bart, Blood o con
qualche altro soprannome ugualmente minaccioso, tanto di
guadagnato. Avvistare la bandiera a un chilometro di distanza
attraverso il monocolo faceva gelare il sangue nelle vene. Bisognava
fare calcoli velocissimi: si potevano battere in velocità? Si potevano
sconfiggere? La difesa del carico valeva veramente la vita?
Queste domande valgono oggi come mille anni fa. Ne sono ben
consapevoli i pirati che infestano le acque della Somalia, della
Nigeria, dell’Indonesia e di altre «zone calde» e che, in alcuni casi,
sventolano addirittura bandiere raffiguranti un teschio e due fucili
AK-47 incrociati. L’intento, allora come oggi, e come abbiamo visto
con la bandiera dell’ISIS, è suscitare nel nemico una paura tale da
indurlo alla fuga o alla resa.
Nonostante la loro nomea di fuorilegge, o forse proprio grazie a
quella, i pirati del XVIII secolo colpirono profondamente l’immaginario
collettivo. Daniel Defoe fu uno dei tanti scrittori, poeti e
drammaturghi che ne romanzarono le vite, come fecero poi gli
sceneggiatori di Hollywood in versioni cinematografiche delle loro
gesta. Il film del 1935 Capitan Blood, interpretato da Errol Flynn, è
un tipico esempio: qui la nave del pirata batte una bandiera con il
teschio e le tibie incrociate.
Nel film la bandiera non viene chiamata Jolly Roger, anche se
all’epoca il nome era ormai saldamente radicato nella lingua inglese.
I primi riferimenti alla Jolly Roger risalgono agli inizi del XVIII secolo.
Nel suo libro Storia generale dei pirati, pubblicato nel 1724, Charles
Johnson scrive che due pirati avevano chiamato le rispettive
bandiere Jolly Roger, anche se erano diverse. Alcuni storici ne
deducono che quell’espressione fosse già ampiamente usata per
indicare tutte le bandiere dei pirati, quale che fosse il loro disegno.
Ci sono tre spiegazioni per la scelta del nome Jolly Roger. Uno
degli appellativi usati all’epoca per designare il diavolo era «Old
Roger», e l’immagine del teschio ghignante sulla bandiera avrebbe
rafforzato l’associazione. Un’altra teoria, più accreditata, è che nei
secoli precedenti alcuni pirati avrebbero usato bandiere rosse, che in
francese si chiamavano Jolie rouge, dando origine all’assonanza
inglese. L’ultima ipotesi, altrettanto plausibile, è che siccome
all’epoca la parola roger significava «vagabondo», al simbolo di quei
vagabondi del mare sarebbe stato dato il nome di Jolly Roger.
Per inciso, la nostra percezione del «linguaggio dei pirati» si deve
quasi totalmente all’attore Robert Newton, che negli anni Cinquanta,
nel ruolo di Long John Silver o di Barbanera, usava regolarmente
quell’espressione: «Arr». Il suo momento d’oro arrivò in Long John
Silver’s Return to Treasure Island quando, dopo aver recitato una
preghiera sul cadavere di un marinaio, riuscì a biascicare:
«Arrrrrmen».
Per evitare una fine atroce per mano dei pirati, molti marinai
dovranno issare la bandiera bianca della resa. È un simbolo usato
da migliaia di anni ed è comune a tutte le culture. I cronachisti
dell’epoca romana raccontano che venne agitata per chiedere la
tregua nella seconda guerra punica (218-201 a.C.) e poi per
comunicare la resa nella seconda battaglia di Bedriaco nel 69 d.C.
Negli stessi anni, anche i cinesi alzavano bandiera bianca per
arrendersi al nemico. Il vessillologi ipotizzano che il bianco,
considerato dai cinesi il colore del lutto e della morte, avrebbe potuto
significare anche il dolore della sconfitta.
La bandiera bianca è un altro esempio della comunicazione di
informazioni a distanza, o nel caos della battaglia, tramite un
segnale facile da vedere e da capire. Veniva usata migliaia di anni
prima che la maggior parte della popolazione imparasse a scrivere,
ma tutti erano in grado di leggere il suo messaggio. Oggi la bandiera
bianca è un simbolo universalmente riconosciuto che attraversa
barriere internazionali, culturali e linguistiche per garantire i
negoziati, i salvacondotti, le tregue e le rese. Il suo utilizzo è stato
codificato nelle convenzioni dell’Aia e di Ginevra sul diritto bellico
internazionale. I relativi articoli affermano tra l’altro che «l’uso
improprio della bandiera di tregua costituisce un crimine di guerra
nei conflitti armati internazionali quando è causa di morte o di gravi
lesioni personali» e che «l’uso improprio è qualunque uso diverso da
quello previsto per la bandiera di tregua, ossia la richiesta di
comunicare, per esempio, al fine di negoziare il cessate il fuoco o la
resa; qualunque altro utilizzo, per esempio allo scopo di acquisire un
vantaggio militare sul nemico, è improprio e illecito».
Quasi tutti gli stati hanno emesso regolamenti scritti sui
comportamenti da tenere nelle situazioni che richiedono
l’esposizione della bandiera bianca. Per esempio, il Joint Service
Manual of the Law of Armed Conflict, pubblicato nel 2004 dagli alti
comandi militari della Gran Bretagna, afferma:
L’esposizione della bandiera bianca significa soltanto che si chiede a una
delle parti se è disposta a ricevere una comunicazione dall’altra. In alcuni
casi, potrebbe anche voler dire che la parte esponente desidera sospendere
le ostilità per uno scopo ben preciso, come l’evacuazione dei feriti, mentre
in altri casi potrebbe significare che quella parte vuole negoziare la resa.
Dipende tutto dalle circostanze e dalle condizioni specifiche. Per esempio,
nella pratica, la bandiera bianca segnala la resa se viene sventolata da
singoli soldati o da una piccola unità.
Coloro che alzano bandiera bianca dovrebbero cessare il fuoco fino alla
risposta del nemico. Qualunque abuso della bandiera bianca potrebbe
essere considerato un crimine di guerra. In ogni caso, si deve sempre usare
la massima cautela nell’interazione con le forze nemiche.

Purtroppo, i presunti abusi della bandiera bianca per ingannare il


nemico sono molteplici: per esempio, i britannici accusarono i boeri
di averlo fatto a loro danno durante il conflitto anglo-boero. E
altrettanto numerose sono le persone accusate di aver ignorato la
bandiera: nel 2009, durante la guerra civile dello Sri Lanka, c’è stato
il celebre «incidente della bandiera bianca», in cui tre leader delle
Tigri tamil sarebbero stati uccisi su ordine degli ufficiali mentre
chiedevano la resa, disarmati e con la bandiera bianca in mano. Ma i
casi comprovati di uso improprio della bandiera bianca sono più rari.
In un modo o nell’altro, la rilevanza psicologica di queste accuse
dimostra che nel profondo del nostro cuore, al di là della follia e della
brutalità della guerra, cerchiamo sempre un minimo di ordine e di
regole, qualcosa che possa fare appello alla nostra comune umanità
quando tutto il resto sembra fallire. Sotto certi aspetti è più che un
appello: è un invito alla pietà, e si basa totalmente sulla fiducia. Il
fatto stesso che questo simbolo esista ancora attesta il credito di cui
gode in tutto il mondo.
Le convenzioni disciplinano anche l’uso della bandiera del
Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC). L’ICRC consente
alle forze armate di usare il suo emblema, una croce rossa con i
bracci di pari lunghezza su sfondo bianco, e in cambio ne sanziona
l’uso non autorizzato o improprio. Ci sono regole severe sul suo
utilizzo, che differiscono in tempo di pace e in tempo di guerra.
Stabiliscono, per esempio, su quali edifici si può esporre la bandiera,
le cui dimensioni possono variare in base a certe condizioni. In
tempo di guerra, «un attacco deliberato a una persona, a
un’apparecchiatura o a un edificio che reca un emblema protettivo è
un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale».
Il simbolo della Croce Rossa fu adottato nel 1863 e riconosciuto
ufficialmente dalla prima convenzione di Ginevra nel 1864. I suoi
ideatori hanno scelto l’inverso della bandiera della neutrale Svizzera,
in parte per l’idea di imparzialità che sottendeva, ma anche perché i
colori erano facilmente riconoscibili a distanza. La bandiera
dovrebbe essere neutrale e laica, ma non si poteva ignorare la
presenza di una croce che la rendeva molto simile ad alcune
insegne impiegate dai cristiani durante le crociate. Nel 1877, quando
scoppiò la guerra russo-turca, l’impero ottomano sostituì la croce
con una mezzaluna rossa. Il suo esempio fu poi seguito da altri
paesi a maggioranza musulmana.
L’ICRC ha sempre temuto che il vero significato dei simboli possa
venire trascurato nella foga del conflitto, e che la croce e la
mezzaluna, pur non essendo simboli rappresentativi per nessuna
delle parti in guerra, possano essere considerate tali quando le
tensioni arrivano a livelli esplosivi. Inoltre, anche se i due simboli non
hanno connotazioni religiose, potevano essere male interpretati in
paesi come Israele, dove la maggioranza della popolazione è di
religione ebraica, o la Cina, dove coesistono agnosticismo,
buddhismo e taoismo.
Nel 1992 l’allora presidente della Croce Rossa fece notare che
occorreva un terzo simbolo, ma solo nel 2005 i governi si
accordarono su una bandiera alternativa a cui ci stiamo ancora
abituando: il Cristallo Rosso. Si tratta di una losanga rossa su sfondo
bianco che ha cominciato a comparire sui palazzi pubblici e di tanto
in tanto anche sul campo. Non ha alcun simbolismo politico, religioso
o geografico e consente a tutti gli stati che avevano problemi con le
altre due bandiere di entrare a far parte del Movimento. Il cristallo,
detto anche diamante, ha lo stesso status, lo stesso significato e la
stessa legittimità delle bandiere consorelle, ma probabilmente non
ha ancora la stessa riconoscibilità globale.
Un’altra bandiera che non sembra particolarmente conosciuta a
livello internazionale è la bandiera della NATO. Ha un disegno molto
lineare: uno sfondo blu scuro con al centro una «rosa dei venti
bianca»; se non fosse per la descrizione ufficiale, però, un
osservatore distratto potrebbe pensare che si tratti semplicemente di
una stella dentro a un cerchio. Da ogni punta della rosa dei venti si
diparte una riga bianca.
La NATO venne istituita nel 1949 da dodici paesi decisi a formare
un’alleanza internazionale per contrastare la minaccia rappresentata
dall’Unione Sovietica, e quindi mantenere la pace. La bandiera fu
adottata solo quattro anni più tardi, nel 1953. Il comitato di lavoro
nominato dal Consiglio della NATO doveva disegnare un simbolo
«semplice e memorabile», che fosse in grado di rappresentare lo
«scopo pacifico» dell’alleanza.
Le prime proposte, presentate nel 1952, si incentravano intorno a
uno scudo argentato che racchiudeva quattordici stelle e due strisce
blu. Lo scudo avrebbe dovuto rappresentare la natura difensiva della
NATO, mentre le strisce simboleggiavano l’Oceano Atlantico e le
stelle i quattordici paesi membri. Era un’immagine vagamente
cinquecentesca. I membri non si accordarono sul disegno, anche
perché con l’ingresso di altri paesi si sarebbero dovute aggiungere di
volta in volta nuove stelle. L’anno dopo il Consiglio approvò la
bandiera che vediamo oggi. Il primo segretario generale della NATO,
lord Hastings Lionel Ismay, ne spiegò il simbolismo in questi termini:
«Lo sfondo blu era l’Atlantico, la stella a quattro punte rappresentava
la bussola che ci tiene sulla strada giusta, il sentiero della pace, e il
cerchio l’unità dei quattordici paesi fondatori».
Oggi i membri della NATO sono ventotto, il che dimostra non solo
che l’organizzazione ha avuto un grandissimo successo, ma anche
che i suoi padri fondatori fecero bene a rifiutarsi di aggiungere una
stella alla bandiera per ogni nuovo ingresso.
La situazione era già abbastanza complicata negli anni Cinquanta
quando, pur essendoci solo quattordici membri, scoppiò una
squallida diatriba sulle bandiere presso il Comando supremo delle
potenze alleate in Europa (SHAPE), che allora aveva sede nella
periferia di Parigi. Il generale Eisenhower, comandante dello SHAPE,
aveva approvato una regola in base alla quale le bandiere degli stati
membri sarebbero state esposte a semicerchio di fronte all’edificio,
con al centro la bandiera del paese ospitante. Poi le singole
bandiere sarebbero state disposte secondo l’ordine alfabetico
francese, e spostate ogni giorno di una posizione lungo il
semicerchio. In questo modo, non ci sarebbe mai stata una bandiera
in ultima posizione. Chi avrebbe mai potuto lamentarsi?
Gli olandesi contestarono immediatamente la denominazione
francese «Pays-Bas» e ne pretesero la sostituzione con
«Netherlands», così la bandiera prese doverosamente il suo posto
tra quelle di Lussemburgo e Norvegia, dove si sentiva molto più a
suo agio. Un paio d’anni dopo, un legale della NATO che aveva
tempo da perdere obiettò che, in francese, il nome ufficiale del
Regno Unito non era «Grande Bretagne» ma «Royaume-Uni».
Dunque bisognava cambiare la posizione della bandiera britannica.
«Oh», dissero gli inglesi quando la bandiera fu ammainata e
spostata un po’ più in là. «Ah», ribatterono i francesi, «per vostra
informazione, il nome giusto dell’Olanda qui da noi è “Pays-Bas”.»
«Allora prendete la P?» avranno chiesto gli addetti all’alzabandiera e
all’ammainabandiera, sentendosi rispondere di sì. E la bandiera
olandese tornò nella posizione originaria.
Nel 1959, alcuni anni dopo l’ingresso nella NATO, la Turchia
lamentò il fatto che in quell’ordine di presentazione la sua bandiera
era «l’ultima» e propose di abbandonare il sistema della rotazione e
usare i nomi inglesi, cosicché, per esempio, «États-Unis
d’Amérique» sarebbe diventato «United States of America». I
francesi non avrebbero mai accettato una simile proposta.
La Francia lasciò il Comando supremo della NATO nel 1966 e
l’anno dopo lo SHAPE si trasferì a Casteau, in Belgio. La disputa
andò avanti nel tempo, per cui abbiamo avuto cinquant’anni di idee
brillanti su come si dovessero chiamare le varie bandiere e su quale
dovesse essere il loro posizionamento. Attualmente, la bandiera del
paese ospitante è la più esterna, rimane in vigore l’ordine alfabetico
francese e tutte le domeniche a mezzanotte ogni bandiera viene
spostata di una posizione, simboleggiando così intenzionalmente il
cerchio senza fine, e inintenzionalmente una diatriba senza fine. Gli
stati membri non hanno niente da eccepire sulla bandiera della
NATO, ma tengono molto alla posizione della propria bandiera
nazionale rispetto a essa. Per i francesi, per esempio, sarebbe
inaccettabile che la bandiera britannica fosse più vicina della loro
all’emblema della NATO, e viceversa.
Dietro una bandiera che dovrebbe rappresentare l’unità c’è
dunque una marcata disunione. Una bandiera che invece sembra
ispirare un forte sentimento di unità tra paesi rivali è la bandiera delle
Olimpiadi, un evento in cui nazioni di tutto il mondo sventolano i
propri vessilli con grande entusiasmo e senza animosità nei confronti
dei vicini di casa.
Se tralasciamo la corruzione, gli imbrogli, il doping, lo sfruttamento
commerciale e quei velocisti irritanti che fanno gesti infelici con le
mani di fronte alle telecamere, allora possiamo apprezzare appieno
la bandiera olimpica e tutto ciò che rappresenta.
Il motto dei Giochi olimpici «Citius, Altius, Fortius» (Più veloce, più
in alto, più forte) si riferisce all’idea, consacrata nello spirito olimpico,
che l’importante non è vincere, ma partecipare. (Sul piano sportivo è
senza dubbio un nobile ideale, ma di certo non si può applicare,
mettiamo, allo sbarco in Normandia.)
In un modo o nell’altro, il motto e l’ideale integrano il simbolo dei
cinque cerchi olimpici su uno sfondo bianco. Il disegno fu presentato
al mondo dal fondatore dei Giochi moderni, il barone Pierre de
Coubertin. Nel 1870, quand’era piccolo, aveva preso piuttosto male
la sconfitta della Francia a opera della Prussia di Bismarck. Era
fermamente convinto che la scarsa forma fisica dei francesi, dovuta
alla mancanza di attività sportiva, avesse contribuito alla disfatta. Poi
si persuase che lo sport competitivo potesse unire le nazioni e nel
1892 iniziò a promuovere la creazione delle nuove Olimpiadi. Due
anni dopo, settantanove delegati di dodici paesi costituirono il primo
Comitato olimpico internazionale, e nel 1896 ad Atene si tennero le
prime Olimpiadi estive dell’era moderna.
All’epoca il movimento non aveva ancora nessun simbolo. I cinque
anelli appaiono per la prima volta come bozzetto in cima a una
lettera spedita da de Coubertin nel 1913. L’anno dopo il padre delle
Olimpiadi moderne li propose come idea per una bandiera e il
progetto fu approvato seduta stante. Poi però scoppiò la prima
guerra mondiale e i Giochi successivi si svolsero solo nel 1920, ad
Anversa, dove la nuova bandiera fece il suo debutto in uno stadio
olimpico. Alla cerimonia inaugurale fu dispiegata la bandiera,
vennero liberate cinque colombe a simboleggiare la pace e il
giuramento olimpico fu letto per la prima volta da un atleta che
reggeva con la mano un angolo della bandiera.
I cerchi rappresentano i cinque continenti del mondo (per quanto
secondo alcuni calcoli sarebbero sette) e sono intrecciati per
simboleggiare l’unità. Lo sfondo bianco rappresenta la pace. Gli
anelli sono di cinque colori: i tre in alto sono blu a sinistra, nero in
mezzo e rosso a destra. I due in basso sono giallo a sinistra e verde
a destra. È opinione comune che ogni colore rappresenti un
continente, e in effetti questa affermazione compariva nel manuale
del movimento olimpico, prima di essere rimossa negli anni
Cinquanta perché non c’erano prove che la suffragassero. Nel 1931
de Coubertin scrisse: «Questo disegno è simbolico; rappresenta i
cinque continenti del mondo, uniti dallo spirito olimpico, mentre i sei
colori [incluso il bianco] sono quelli che appaiono attualmente in tutte
le bandiere nazionali del mondo».
Poiché la bandiera era stata disegnata poco prima di una guerra
catastrofica, ed era sventolata poco dopo la sua fine, il suo
simbolismo non può essere sfuggito al pubblico. Ad Anversa furono
invitate le rappresentative di ventinove paesi, anche lontanissimi,
come l’Argentina e l’Egitto. Ma lo spirito di unità e pace globale
venne in parte intaccato dalla decisione di non invitare la Germania,
che fu nuovamente esclusa nel 1948, dopo la tragedia della seconda
guerra mondiale. Nel 1920 vennero escluse anche l’Austria,
l’Ungheria, la Bulgaria e la Turchia.
Quella prima bandiera sparì misteriosamente alla fine dei Giochi
olimpici per poi ricomparire settantasette anni più tardi. Nel 1997,
verso la fine di una vita avventurosa come poliziotto maldestro nella
serie Keystone Cops, suonatore di banjo e giocoliere, il centenario
Harry Prieste era ospite a una cena offerta dal Comitato olimpico
degli Stati Uniti. Un giornalista gli raccontò la storia della misteriosa
scomparsa della bandiera esposta ad Anversa. «Posso darle una
mano», gli disse Harry. «Ce l’ho nella valigia.» Poi rivelò che nel
1920, dopo aver vinto una medaglia di bronzo nei tuffi, vinse anche
una scommessa con un collega, scalando un pennone di undici
metri e rubando la bandiera. Nel 2000, tre anni dopo quella
clamorosa confessione, all’età di centotré anni, la restituì al Comitato
olimpico internazionale in occasione delle Olimpiadi di Sydney. In
cambio ricevette una targa con cui il Comitato lo ringraziava per la
«donazione». Oggi la bandiera è esposta al Museo olimpico di
Losanna, in Svizzera.
Naturalmente, le bandiere hanno un ruolo di primo piano durante
le Olimpiadi. All’inizio del torneo la bandiera olimpica viene issata
sullo stadio principale e continua a sventolare per tutta la durata
delle attività. Le bandiere sono citate nella seconda strofa della
versione inglese dell’inno olimpico, la cui versione originale in greco
è rimasta invariata fin dalla prima edizione del 1896:

Come ora attraversiamo il mondo


per condividere questi Giochi antichi
che tutte le bandiere di ogni terra
si dispieghino nella fratellanza.

È davvero un sentimento nobile, ma c’è da dire che sebbene le


bandiere dei vari paesi vengano sventolate così apertamente, tra
l’entusiasmo dei sostenitori nei confronti degli atleti connazionali, in
realtà le Olimpiadi non mirano esattamente all’affermazione delle
squadre sportive nazionali. I Giochi olimpici dovrebbero essere
focalizzati sugli individui, e non sulla performance complessiva dei
paesi o sul numero delle medaglie conquistate. Lo statuto olimpico
recita: «Non ci sarà una classifica globale per paese, mentre
verranno celebrati i singoli vincitori delle medaglie […]. I Giochi
olimpici sono competizioni tra atleti che gareggiano individualmente
o a squadre, e non tra paesi». Ciò non impedisce comunque ai vari
paesi di concentrarsi sul conteggio delle medaglie, usando l’evento
per rinfocolare l’orgoglio patriottico, esaltare la loro apparente
superiorità e giustificare i massicci investimenti effettuati in ambito
sportivo.
Da questo punto di vista le Olimpiadi sono in buona compagnia:
sport e orgoglio nazionale, infatti, vanno spesso sottobraccio. Nelle
manifestazioni internazionali di tutti i tipi, le bandiere vengono
sventolate entusiasticamente, dipinte sulle facce e incorporate in tutti
i possibili gadget, dagli oggetti promozionali ai cimeli. Il più delle
volte si tratta di un’innocua celebrazione di identità e orgoglio
nazionale, ma in alcuni casi estremi può prendere una brutta piega.
Quando la passione dilaga, gli eventi sportivi vengono spesso
assimilati a un surrogato della guerra, in cui gli schieramenti opposti
si raccolgono sotto le rispettive bandiere, come facevano gli eserciti
nell’antichità.
Gli Europei di calcio del 2016 hanno visto orde di giovani (e meno
giovani) aggredire i tifosi delle squadre avversarie nelle strade delle
città francesi. Nel caso degli inglesi, e soprattutto dei russi, gli
attaccabrighe erano chiaramente convinti di rappresentare il proprio
paese. In una sinistra commistione tra sport e politica, le autorità
russe hanno peggiorato la situazione mostrando un perverso
orgoglio per le «gesta» di quei teppisti, e hanno persino convocato
l’ambasciatore francese a Mosca per avere chiarimenti dopo
l’espulsione di un gruppo di facinorosi. Ma siamo lontanissimi dallo
spirito che anima gli spettatori dei Giochi olimpici.
Alla cerimonia di apertura ogni rappresentativa sfila dietro la
propria bandiera nazionale. La rappresentativa della Grecia è
sempre la prima a entrare nello stadio, seguita dagli altri paesi
partecipanti in ordine alfabetico secondo la lingua del paese
ospitante. Chiudono la sfilata la bandiera e la rappresentativa di
quest’ultimo. Quando la bandiera olimpica viene ammainata si
concludono ufficialmente i Giochi. Poi la bandiera viene ripiegata e
consegnata a un rappresentante della città che ospiterà la
manifestazione quattro anni dopo, e viene issata una bandiera greca
in onore e in memoria delle prime Olimpiadi.
C’è un aneddoto a proposito della bandiera olimpica che è anche
un invito a verificare ripetutamente i fatti. Può darsi che alcuni miti si
siano infiltrati, per così dire, in questo libro, ma non è il caso della
storiella secondo cui il barone de Coubertin si sarebbe ispirato, per il
disegno dei cinque cerchi, a una pietra ritrovata nell’antica città
greca di Delfi, sulla quale era inciso lo stesso simbolo. È un racconto
ampiamente diffuso, ma alcune fonti, tra cui l’Archaeological Institute
of America, ritengono che si basi su una storia più prosaica, meno
romantica, ma decisamente più credibile.
Alla vigilia delle Olimpiadi di Berlino del 1936, l’allora presidente
del comitato organizzatore, Carl Diem, decise di tenere una
cerimonia commemorativa nello stadio di Delfi, dove nell’antichità si
erano svolte competizioni analoghe. E ordinò di incidere i cinque
cerchi olimpici su una pietra. L’idea era di far partire da lì il primo
tedoforo, che avrebbe inaugurato il viaggio della fiamma olimpica in
direzione di Berlino. Il tedoforo partì, ma la pietra rimase dov’era.
Un paio di decenni dopo, due noti divulgatori scientifici americani,
Lynn e Gray Poole, si recarono a Delfi a caccia d’informazioni per il
loro libro History of Ancient Olympic Games. Videro la pietra e,
scambiandola per un’antica opera d’arte greca, scrissero che era un
simbolo dei Giochi originari, riesumato da de Coubertin per la
bandiera. L’affermazione fu ripresa da altri libri, e la storiella circola
tuttora. In realtà, la pietra è passata alla storia come «pietra di Carl
Diem».
Nella cerimonia di apertura dei Giochi olimpici, per tradizione le
rappresentative che sfilano abbassano brevemente la bandiera
nazionale quando passano davanti al leader del paese ospitante. Lo
fanno quasi tutte, con l’importante eccezione degli americani, che
già alla prima sfilata del 1908 si rifiutarono di abbassarla, perché
«questa bandiera non si abbassa per nessun sovrano della Terra».
Tuttavia, lo storico della Pennsylvania State University Mark Dyreson
afferma che non era stata una decisione ufficiale e che nel 1912, nel
1924 e nel 1932 la bandiera fu abbassata. Nel suo libro Crafting
Patriotism for Global Dominance: America at the Olympics, Dyreson
spiega che la decisione presa nel 1928 dal capo della delegazione
USA ai Giochi olimpici, il generale Douglas MacArthur, di non
abbassare la bandiera creò un precedente per farne in seguito una
politica ufficiale. Tuttavia, fu solo ai Giochi di Berlino del 1936 che il
rifiuto di abbassare la bandiera nazionale divenne una prassi
accettata e un atto politico supportato dal governo americano.
Le Olimpiadi di Berlino sono memorabili per molte ragioni, in
primis per le quattro medaglie d’oro vinte dall’atleta americano di
colore Jesse Owens di fronte ai gerarchi di un regime che credeva
nella superiorità fisica e mentale degli ariani, ma anche per il numero
delle rappresentative che fecero il saluto nazista a Hitler. Gli
americani gli sfilarono davanti con un rispettoso «attenti a destra»
ma non abbassarono la bandiera. Le autorità tedesche, incluso lo
stesso Hitler, andarono su tutte le furie. Nel 1936 ciò rappresentava
effettivamente un segno di irriverenza, anche se normalmente non
vuole esserlo: è più una forma di rispetto per la bandiera in quanto
tale, che gli americani amano a tal punto, insieme con ciò che
rappresenta, da non abbassarla davanti a nessuno.
A segnalare il traguardo, mettendo quindi fine al nostro tour tra le
bandiere del mondo sportivo, c’è la bandiera a scacchi bianchi e
neri, che si affermò su scala globale nell’arco di pochi decenni e oggi
rappresenta non solo la fine di una corsa, ma anche l’eccitazione
che vi si accompagna. Le sue origini sono un po’ prosaiche, ma
quasi tutte le ricerche condotte sulla sua storia riportano a una
leggenda popolare. In questo caso la bandiera a scacchi sarebbe
nata nel Midwest degli Stati Uniti nell’Ottocento. Si narra che verso
la fine di una corsa di cavalli venisse sventolata una tovaglia per
segnalare che il cibo era pronto e che bisognava concludere la gara.
All’epoca le tovaglie erano quasi tutte a quadretti, bianchi e neri o
bianchi e rossi, e sarebbero state progressivamente adottate per
mettere fine a ogni gara. Le leggende popolari hanno spesso una
base di verità, ma qui non ci sono prove documentali e si direbbe
che la storia sia giunta fino a noi solo perché sembra plausibile.
Tuttavia, un libro scritto da uno specialista di storia del Midwest,
Fred R. Egloff, sembra risolvere il mistero. Origin of the Checker
Flag: A Search for Racing’s Holy Grail, pubblicato nel 2006, è il
risultato di anni di ricerche. Fred, originario dell’Illinois, ha dedicato la
vita a esaminare le storie che stavano dietro alle leggende, come
quella del bandito Jesse James, e a cercarne le prove. L’ho
rintracciato in Texas, dove vive attualmente, e ho scoperto che ha
usato le stesse competenze investigative per il suo Origin of the
Checker Flag. Fred è un appassionato di auto sportive e ne
possiede parecchie; a sessant’anni suonati ha vinto l’edizione 1997
della Vintage Sports Car Competition a bordo di una BMW 328 degli
anni Trenta. Quella BMW 328 non era un’auto qualsiasi: il primo
proprietario, un olandese, l’aveva nascosta ai nazisti durante la
seconda guerra mondiale seppellendola sotto centinaia di vecchie
sedie nello scantinato di un museo.
Dunque Fred la sa lunga in fatto di storia, e di automobili. La sua
ricostruzione inizia con il viaggio negli Stati Uniti di René Dreyfus,
uno dei più grandi piloti da corsa degli anni Trenta. Pare che mentre
si trovava nel Midwest, Dreyfus avesse chiesto in giro quali erano le
origini e il significato della bandiera a scacchi, senza mai ottenere
risposta. «La cosa mi ha fatto riflettere», racconta Fred, «e alcuni
anni dopo mi sono messo a indagare. Sa, pensavo che fosse facile,
perché conoscevo un mucchio di veterani, invece ci sono voluti dieci
anni!»
Egloff ha studiato le corse dei cavalli seguendo il mito delle
tovaglie, ma non è arrivato da nessuna parte, così è tornato in sella
ed è passato al ciclismo. Ha setacciato gli archivi della League of
American Wheelmen, il Bicycle Museum of America e numerosi altri
sacrari delle due ruote senza mai incontrare una bandiera a scacchi.
«Mi sono ritrovato in un altro vicolo cieco e la mia ricerca è tornata
alla casella iniziale. Tutti quei racconti sulle corse dei cavalli e sulle
tovaglie erano solo dicerie, come riconoscono quasi tutti. Sono
andato a cercare informazioni in Europa, ma ho avuto la conferma
che quella prassi non era iniziata lì. Era cominciata qui.»
La prima corsa automobilistica statunitense si svolse a Chicago il
Giorno del Ringraziamento del 1895, perciò Fred si è recato nella
biblioteca dell’Università di Chicago, che per combinazione si trova
nelle vicinanze del punto di partenza della gara. «C’era una rivista
intitolata “The Automobile”, che usciva ogni due settimane. Hanno
tirato fuori tutta la raccolta e ho letto da cima a fondo ogni singolo
numero, alla ricerca della fotografia o della descrizione di una
bandiera a scacchi.» Nell’edizione di luglio 1902 Fred ha trovato la
foto di una bandiera bianca con un quadrato nero al centro, che
venne usata alla fine di una gara; in un’edizione del 1906 ha poi
scoperto una bandiera a scacchi, esposta in mezzo ad altre bandiere
variamente disegnate in occasione di un salone automobilistico
tenutosi a New York.
Non era la prova definitiva che Fred stava cercando, ma vi si stava
avvicinando. Quindi ha iniziato a leggere tutto quello che riusciva a
trovare su una versione ante litteram delle corse a lunga distanza, i
cosiddetti «Glidden Tours». Erano una sorta di rally che servivano
per testare le caratteristiche di «affidabilità e durata» delle vetture,
anche sull’arco di mille miglia. Le case automobilistiche iniziarono a
competere per commercializzare più efficacemente i loro modelli, e
le gare si svolgevano sotto l’egida dell’American Automobile
Association:
In un altro numero della rivista ho trovato la storia di un certo Sidney
Walden, che curava le pubbliche relazioni per la Packard Motor Company,
all’epoca impegnata nei Glidden Tours. Sidney Walden propose di
suddividere la gara in tappe e di fissare dei limiti di tempo per stabilire più
accuratamente chi fosse il vincitore. Mettevano alcune persone a distanze
prefissate per prendere i tempi: erano i cosiddetti «checker» [verificatori].
Per segnalare la propria posizione, e per identificarsi, usavano le bandiere a
scacchi [in inglese «checkered flags»].
Finalmente, nel numero di maggio 1906, ho trovato la foto di una macchina
di fronte alla quale c’era un tizio che agitava una bandiera a scacchi; si
riferiva al Glidden Tour di pochi mesi prima. Credo che sia la prima
fotografia di una bandiera a scacchi usata in una gara. L’automobile esiste
ancora, è una Darracq del 1906 e si trova in Nuova Zelanda, ma questa è
un’altra storia.

Siamo di fronte a quel genere di prova lampante che diventa


evidente solo dopo aver trascorso anni a battere vicoli ciechi
nell’ippica, strade senza sbocco nel ciclismo, e poi le tante vie aperte
dell’automobilismo sportivo. Fred R. Egloff ci ha messo un bel po’ di
tempo per arrivare alla verità, ma adesso sta sul podio del vincitore.
È paradossale che questa iconica bandiera delle corse
automobilistiche venga associata alla velocità, visto che in origine
doveva segnalare ai piloti l’obbligo di rallentare. In ogni caso, oggi la
vediamo dipinta sulle fiancate delle automobili, stampata sulle
magliette e usata in pubblicità come simbolo della velocità e della
vittoria. Se andiamo a vedere una gara di Formula 1, vedremo
ovunque gente che sventola la bandiera a scacchi insieme con
quella del suo team o del suo pilota preferito.
Lo sventolio delle bandiere fa parte di un fenomeno globale antico
e moderno allo stesso tempo. Come abbiamo visto, i cinesi usano
questi emblemi di seta da migliaia di anni, gli arabi da prima di
Maometto, gli europei almeno dalle crociate. Le bandiere sono state
utilizzate come punti di riferimento in battaglia, come simboli
nazionali e come segnali di rivendicazione del territorio.
Per esempio, nel 2007 i russi non piantarono la loro bandiera sul
fondo del Mar Glaciale Artico in corrispondenza del Polo Nord
perché ci stava bene, ma per rivendicarne il possesso. La validità di
quel gesto, e quindi anche il diritto di trivellare il sottosuolo alla
ricerca di petrolio e gas naturale, sono materia di discussione, ma
«marcare» il territorio, anche se a fini di mera propaganda, aiuta
comunque. Ciò può diventare sempre più pericoloso in zone
contestate come l’Artide; queste zone prive di bandiera, ossia non
sottoposte al controllo di una nazione, potrebbero essere
considerate contendibili. L’Artide non è rappresentato da una sola
bandiera perché varie parti di questa vasta regione sono state
rivendicate da diversi paesi, tra cui Danimarca, Canada, Russia e
Stati Uniti, che reclamano tutti il diritto di effettuare trivellazioni in
certe zone. È un problema che richiederà una complessa
negoziazione, per evitare una disputa economica e diplomatica che
potrebbe degenerare in un conflitto armato.
Analogamente, all’estremità meridionale del mondo c’è un’altra
zona contestata che non è stata ancora rivendicata: l’Antartide.
Questa sterminata regione ha una bandiera ufficiale che è stata
concordata dai dodici paesi firmatari del trattato Antartico del 1959,
che stabilisce che in questa zona non ci possano essere presenze
militari, attività estrattive ed esperimenti nucleari. Sette paesi
avanzano pretese (talora sovrapposte) su determinate fette
dell’Antartide, ma solo per fini scientifici e non per acquisire la
tradizionale sovranità territoriale. Alcuni di questi stati usano la
propria bandiera per contrassegnare il territorio che rivendicano,
mentri altri hanno bandiere specifiche, come quella del Territorio
antartico britannico, ma nessuno può vantare la proprietà esclusiva
della regione. Gli Stati Uniti, paese firmatario del trattato, non
rivendicano alcunché, né riconoscono le pretese di altri stati; ma in
Antartide tengono una stazione di ricerca su cui sventola la bandiera
a stelle e strisce. Non si sa mai…
Anche se le bandiere possono ancora essere considerate a tutti gli
effetti simboli esclusivi degli stati nazionali, questa è l’era delle
bandiere. Ce ne sono per ogni cosa, dalle squadre sportive locali ai
movimenti globali, come la bandiera arcobaleno del movimento LGBT
e quella color blu universale dell’ONU. Non vedrete né l’una né l’altra
nelle sacche territoriali ancora in mano all’ISIS, e neppure nella
Corea del Nord, perché la seconda simboleggia l’idea del mondo
unito, mentre la prima è un emblema riconosciuto in tutti i paesi
sviluppati che evoca un concetto di libertà applicabile a tutte le
persone.
In termini scientifici, l’arcobaleno è solo uno spettro luminoso a
forma di arco, che appare nel cielo per il riflesso, la dispersione e la
rifrazione della luce sulle goccioline di acqua in sospensione. In altri
termini, è un fenomeno spettacolare, che cattura da sempre
l’immaginazione degli esseri umani.
Nelle civiltà giudaico-cristiane, l’arcobaleno rimanda alla promessa
di Dio di non ripetere il diluvio universale. Per i norreni precristiani
era un ponte che collegava la terra al regno degli dèi, ma potevano
accedervi solo i virtuosi. Per i sumeri, stando all’Epopea di
Gilgameš, era un simbolo di approvazione della guerra. I Fang del
Gabon proibiscono ai bambini di guardare l’arcobaleno perché viene
usato nella cerimonia di iniziazione, all’interno di un’esperienza
trascendentale. I Karen del Myanmar sono convinti che sia un
simbolo del male.
Ispirati da una leggenda popolare, alcuni nativi americani vedono
nell’arcobaleno un segnale divino che preannuncia una fase di
grandi cambiamenti. È da questa tradizione che le comunità LGBT
hanno ereditato, pressoché inconsapevolmente, il loro simbolo.
Viviamo in una fase di cambiamento più rapido che nei secoli
precedenti, e il cambiamento degli atteggiamenti nei confronti delle
persone LGBT è davvero straordinario rispetto al millennio
precedente.
La bandiera originaria del movimento arcobaleno è esposta al
Museum of Modern Art (MoMA) di New York. L’aveva disegnata e
fatta conoscere un americano, Gilbert Baker, che è morto nella
primavera del 2017. Diceva di aver compreso la necessità di una
bandiera per i gay nel 1976, durante i festeggiamenti per il
bicentenario degli Stati Uniti, quando la bandiera a stelle e strisce
era ancora più onnipresente del solito. L’arcobaleno era uno dei
primi simboli a cui aveva pensato, perché ai suoi occhi
rappresentava l’eterogeneità della natura, così come gli omosessuali
erano di tutte le razze, di tutti i generi e di tutte le età.
Nei primi anni Settanta, dopo aver prestato servizio nell’esercito,
Baker si era trasferito a San Francisco, dove si guadagnava da
vivere esibendosi nei locali come drag queen e cucendo bandiere
per raduni ed eventi gay. Fece amicizia con Harvey Milk, che nel
1977 divenne il primo pubblico ufficiale gay della California. Milk
voleva un simbolo per la Gay Parade in programma nel 1978 a San
Francisco, e chiese a Baker di proporre qualche idea. In un’intervista
rilasciata al MoMA nel 2015, Baker spiegava così il suo processo di
ideazione:
[Harvey Milk] mi aveva fatto capire quanto fosse importante la visibilità […].
Una bandiera rispondeva veramente a questo scopo, perché esibirla
significa proclamare la propria visibilità, o dire: «Questo sono io!» […]. Non
è un dipinto, non è solo un pezzo di stoffa, non è solo un logo: è tante cose
diverse. Pensavo che ci servisse un simbolo di quel tipo, qualcosa che tutti
potessero identificare istantaneamente. [La bandiera arcobaleno] non dice
la parola «gay», così come sulla bandiera americana non c’è scritto «Stati
Uniti», ma al primo sguardo tutti intuiscono cosa vogliono dire. È quello che
ho pensato quando ho stabilito che dovevamo avere una bandiera, che una
bandiera era il simbolo giusto per noi, che siamo un popolo, una tribù se
volete. E le bandiere servono a riaffermare il potere, perciò andava
benissimo.

Le prime due bandiere, di dieci metri per venti con otto strisce
orizzontali, furono realizzate da un team di trenta volontari presso il
Gay Community Center di San Francisco. Nel giugno 1978 furono
dispiegate nella United Nations Plaza durante la Gay Parade.
Cinque mesi dopo Harvey Milk venne assassinato insieme con il
sindaco della città, George Moscone, da un ex politico, ossessionato
dalla sempre maggiore tolleranza nei confronti dell’omosessualità.
Milk era morto, ma la bandiera è sopravvissuta, anzi, la domanda
è cresciuta enormemente perché la gente voleva esprimere
apprezzamento per il suo impegno civile e solidarietà alle comunità
gay. Poi la bandiera arcobaleno si è diffusa rapidamente in tutto il
mondo, a simboleggiare una grande tribù transnazionale.
Il disegno originario aveva otto colori. Il rosa rappresentava la
sessualità e voleva richiamare espressamente il triangolo rosa che
dovevano indossare gli omosessuali sotto il nazismo. Il rosso
rappresentava la vita, l’arancione la guarigione, il giallo la luce del
sole, il verde la natura, il turchese l’arte, il blu l’armonia e il viola lo
spirito umano. Il rosa fu subito eliminato perché era inusuale per una
bandiera e ne rendeva troppo costosa la fabbricazione; nel 1979 fu
tolto anche il turchese, così le strisce si ridussero a sei.
Adesso quelle sei strisce, in svariate forme, trasmettono molti
messaggi. I gay che viaggiano per il mondo vedono la bandiera e
sanno che il negozio, l’albergo, il ristorante o l’edificio che la espone
sono luoghi inclusivi a cui possono accedere liberamente e senza
preclusioni. È stata esposta sulla facciata dell’ambasciata canadese
a Tunisi e del Cabinet Office di Whitehall, la sede londinese del
governo britannico. L’immagine delle sei strisce è stata proiettata
sulla Torre Eiffel e sulla Casa Bianca.
Nell’estate del 2016, dopo il massacro dei gay che frequentavano
il night club Pulse di Orlando, in Florida, la bandiera è apparsa
immediatamente dappertutto. I social media sono stati letteralmente
invasi dall’icona arcobaleno, allegata a milioni di account di Twitter e
ad altri. Migliaia di simboli arcobaleno punteggiavano raduni e veglie.
Le bandiere venivano appese alle finestre di città e cittadine, in tutte
le parti del mondo abbastanza progredite da consentire ai cittadini di
esprimere la propria sessualità e/o la propria solidarietà con le
vittime. Il messaggio andava oltre la politica identitaria. La bandiera
arcobaleno veniva usata non solo per identificare una persona come
LGBT, ma anche per schierarsi con il movimento. È una sorta di
stendardo culturale, ma stiamo parlando di una lotta continua. Il
movimento LGBT ha fatto enormi progressi, specie nelle zone urbane
del mondo occidentale, ma anche lì esporre la bandiera arcobaleno
vuol dire correre rischi. E in tante altre parti del mondo, soprattutto
l’Africa e il Medio Oriente, si rischia il carcere o anche peggio.
Nel 2016 la bandiera arcobaleno è finita addirittura nel quartier
generale dei servizi segreti britannici MI6. Il loro capo, «C», voleva
far capire inequivocabilmente che oltre a tutelare i diritti dei gay,
l’MI6 accoglie senza preclusioni collaboratori di tutti gli orientamenti
sessuali. Era una bandiera a sei strisce, i cui significati erano
molteplici. Al contrario del suo Martini, James Bond non si sarebbe
agitato per l’avvenimento.
Passiamo ora alla bandiera delle Nazioni Unite. È un simbolo
globale: vorrebbe essere la bandiera del mondo, ma l’obiettivo
sembra ancora molto lontano. Forse è colpa delle politiche bizantine
dell’ONU, o forse è perché rappresenta stati nazionali e, come
abbiamo visto, al loro interno c’è ancora tanta gente che non si
identifica con la bandiera del paese in cui vive. Forse la bandiera
delle Nazioni Unite manca il suo obiettivo perché, semplicemente,
non è abbastanza ispiratrice ed è datata, anche se naturalmente si
tratta di un giudizio soggettivo.
C’è persino una «bandiera internazionale del pianeta Terra»,
progettata con l’idea che se dovessimo progredire ulteriormente
nell’esplorazione del cosmo, potremmo piantarla sul suolo di pianeti
lontanissimi, o quantomeno mostrarla ai loro abitanti – i quali, se
sanno qualcosa della nostra storia, potrebbero attribuirci cattive
intenzioni. È stata disegnata da Oskar Pernefeldt del Beckmans
College of Design di Stoccolma e ha destato una grandissima
attenzione, pur senza ottenere alcun riconoscimento ufficiale.
La bandiera ha uno sfondo blu mare con sette cerchi bianchi
intrecciati che, stando al sito web dedicatole, «formano un fiore,
simbolo della vita sulla Terra. Gli anelli sono legati l’uno all’altro, per
sottolineare come tutto, sul nostro pianeta, sia direttamente o
indirettamente interconnesso». Lo scopo della bandiera è «ricordare
alla gente che condividiamo il pianeta, al di là di quelli che sono i
confini nazionali. E dovremmo prenderci cura l’uno dell’altro, e del
pianeta su cui viviamo». Giusto, ma si potrebbe dirlo dell’ONU, cosa
che in effetti è stata fatta con un milione di comunicati in decine di
lingue diverse per stampare i quali sono stati abbattuti migliaia di
alberi.
La bandiera dell’ONU venne issata per la prima volta
all’Assemblea generale dell’ottobre 1947. Riprendeva il disegno
presentato nel 1945 da Donal McLaughlin per un simbolo da usare
alla conferenza costitutiva di San Francisco. Era un bozzetto
approssimativo descritto da McLaughlin nel suo Origin of the
Emblem and Order Recollections of the 1945 UN Conference,
pubblicato nel 1995. Sotto pressione per l’urgenza di buttare giù uno
schizzo in tempi brevissimi, McLaughlin fece una serie di disegni. Li
scartò uno dopo l’altro, e alla fine scelse un emblema tondo che
mostrava i continenti sullo sfondo di linee circolari di latitudine e linee
verticali di longitudine, semicircondato da due rami d’ulivo
sovrapposti. Questo simbolo, con lievi modifiche, divenne l’emblema
ufficiale delle Nazioni Unite.
Nel 1947 fu ulteriormente adattato dal cartografo Leo Drozdoff per
la bandiera dell’ONU: una mappa del mondo con i cinque continenti e
il Polo Nord al centro, su sfondo azzurro. Sopra i cinque continenti vi
sono cinque cerchi concentrici. All’epoca si pensava che ci fossero
solo cinque continenti, che poi sono diventati sei o sette, a seconda
dei punti di vista. In un modo o nell’altro, i cinque continenti effigiati
sulla bandiera ci ricordano che la struttura dell’ONU, e in particolare il
Consiglio di sicurezza, riflette il mondo com’era nel 1945 e non
com’è oggi. Il numero cinque ci ricorda anche i paesi che hanno
vinto la seconda guerra mondiale (Russia, Stati Uniti, Regno Unito,
Francia e Cina) e poi hanno costruito l’ordine mondiale a loro
immagine e somiglianza, autonominandosi membri permanenti del
Consiglio di sicurezza, gli unici che hanno il diritto di veto. Brasile,
Messico, Indonesia, India, Germania e altri paesi potrebbero
richiedere – e l’hanno anche fatto – una ristrutturazione del Consiglio
di sicurezza che rifletta il nuovo ordine mondiale del XXI secolo. Ma
è una diatriba che dura da oltre cent’anni, e nel prevedibile futuro la
bandiera, e la struttura, dovrebbero rimanere immutate.
Agli occhi di qualcuno, i cerchi concentrici possono apparire
inquietanti, come se il mondo fosse nel mirino di una razza aliena.
Per chi non indossa il cappello di alluminio [che secondo una
credenza popolare dovrebbe proteggerci dalle radiazioni, n.d.t.] non
è così, ma naturalmente il disegno della bandiera ha scatenato le più
fantasiose teorie dei cospirazionisti. È palese, per esempio, che in
quella rappresentazione il mondo è piatto! Per giunta, in questi
ambienti si sa per certo che i rettiliani/i massoni/gli illuminati
inseriscono regolarmente messaggi cifrati nei loro simboli. Le
spiegazioni sulla difficoltà di disegnare un oggetto tridimensionale su
una superficie piatta non intaccano minimamente le loro convinzioni,
perché è molto più divertente vedere trentatré segmenti nei cerchi
concentrici, ricordare che trentatré è un numero ricco di significati
per gli illuminati e voilà, il gioco è fatto. Fortunatamente per noi,
questi teorici del complotto dedicano la maggior parte del tempo a
litigare tra di loro su quale delle loro verità debba essere la verità,
perciò lasciano in pace i comuni mortali.
Nei weekend l’unica bandiera che sventola sul palazzo delle
Nazioni Unite a New York è la bandiera dell’organizzazione, salvo
che non sia in corso una riunione importante. Il fatto che vi si
tengano di rado riunioni nei fine settimana non dovrebbe essere una
sorpresa per chiunque abbia tentato di contattare l’ONU in quei
giorni. Anche lì si lavora dal lunedì al venerdì.
Le bandiere degli stati nazionali vengono alzate ogni giorno alle
8.00 (tranne nei weekend) e ammainate alle 16.00 da uno staff di
una decina di persone. L’operazione dura mezz’ora. Ogni bandiera,
per regolamento, misura 1,20 metri per 1,80, con un rapporto
altezza-larghezza di 2:3. Questa uniformità dovrebbe evitare la
sindrome del «la mia bandiera è più grande della tua», ma anche il
rispetto della regola ha creato qualche problema. Molte bandiere
hanno altri rapporti altezza-larghezza, il che ha indotto vari
ambasciatori, dignitari e persino capi di governo a lamentare il fatto
che la propria bandiera sembra allungata o un po’ alterata.
La linea delle bandiere, che segue l’ordine alfabetico inglese, si
snoda da nord a sud lungo la First Avenue di New York. Quando c’è
vento, cosa che sul fiume Hudson avviene abbastanza spesso,
offrono un bello spettacolo. Ma il messaggio insito in quello
spettacolo è complicato. Il vessillologo più autorevole della Gran
Bretagna, Graham Bartram, è ottimista: «In questi ultimi anni mi
sono convinto che in realtà quello che c’è sulla bandiera non conta
affatto. Uno degli errori che commettiamo è assumere che sia
l’immagine a conferire alla bandiera il suo potere evocativo… Ma è
ciò che significa per qualcuno, e il fatto di appartenergli, insieme con
decine di milioni di altre persone, a creare quel potere».
La bandiera dell’ONU dovrebbe rappresentare tutti i 7 miliardi di
persone che popolano la Terra, visto che dopotutto le nazioni siamo
noi, e la U sta per «unite». Inevitabilmente, essendo formata da
esseri umani, anche l’ONU ha opinioni variegate al suo interno, e
suscita sentimenti multiformi e complessi. I suoi innumerevoli
comitati sono divisi non solo dalle rivalità tra gli stati membri, ma
anche da quelle tra blocchi regionali e religiosi. È difficile amare la
sua bandiera, ma è l’unica che abbiamo. E se non avessimo già una
bandiera e un’organizzazione che in teoria rappresentano l’intera
umanità, qualcuno dovrebbe inventarle. È ciò che facciamo.
La «bandiera internazionale del pianeta Terra» è una bella idea e
ha un disegno più che decoroso, ma se venisse adottata
ufficialmente come la «nostra» bandiera, verrebbe immediatamente
politicizzata. Dopotutto, chi la dovrebbe scegliere, e chi gestirebbe il
comitato? Chi parlerebbe per suo conto, e perciò per tutti noi? A
livello del pianeta, non siamo uniti. Quando vediamo persone o
gruppi con cui non siamo d’accordo ricoprire una certa carica, non
simpatizziamo con la loro bandiera. È così e basta.
Di solito le bandiere sono sinonimo di identità; identificano ciò che
le persone sono, ma identificano in parallelo anche ciò che non
sono. Ecco perché una bandiera nazionale o religiosa può fare tanta
presa sulla nostra immaginazione e sulla nostra passione. Tuttavia,
la bandiera dell’ONU non si pone in contrapposizione con un nemico
esterno, il che rende più difficile unirsi sotto di essa. Forse ci manca
l’immaginazione per vederci come un’entità unita con uno scopo
comune, e forse dovremo attendere un attacco da Marte per
rendercene veramente conto.
Ma concludiamo con una prospettiva più ottimistica. Ciò che
abbiamo, in attesa che i nostri cugini del pianeta rosso vengano a
trovarci, sono le bandiere degli stati nazionali che sventolano davanti
al palazzo delle Nazioni Unite. Sono allineate una dopo l’altra e
rappresentano i raggruppamenti interni ai singoli stati nazionali. La
linea delle bandiere è una chiara e audace affermazione della nostra
diversità di colori, lingua e cultura, politica e tanto altro, e al tempo
stesso costituisce un promemoria del fatto che possiamo trovare
l’unità. Con tutti i nostri limiti, e tutte le nostre bandiere, siamo una
sola famiglia.
BIBLIOGRAFIA

Riferimenti generali
Le seguenti fonti sono le più preziose tra quelle che ho consultato
per la stesura di questo libro.

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Introduzione
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9. Il buono, il brutto e il cattivo


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Young, David C., Myths About the Olympic Games, in «Archaeology
Magazine», 6 aprile 2004.
RINGRAZIAMENTI

Ringrazio sentitamente Graham Bartram, David Waywell, Samir


Bambaz, Mina Al-Oraibi, Zein Jafar, Ollie Dewis, Sarah Ader, Fred R.
Egloff, Fred Brownell, Sunday Olawale Olaniran e il dottor Mahdi F.
Abdul Hadi.
Sono grato anche ai miei editori Elliott & Thompson, soprattutto
alle editor Jennie Condell e Pippa Crane che mi hanno reso
estremamente difficile infilare battute di cattivo gusto nell’edizione
finale. Mi prendo tutta la responsabilità per ogni triste battuta
presente.
Le bandiere hanno un’elevata valenza emotiva, e la storia di ogni
singola bandiera è spesso soggetta a diverse interpretazioni. Ho
fatto del mio meglio per sottolineare dove le evidenze storiche sono
sommarie e mi assumo la responsabilità di tutti i possibili errori.
INDICE DEI NOMI

Abbasidi, dinastia
Abe, Shinzō
Agustín I, vedi Iturbide, Agustín de
Ahmadinejad, Mahmud
Akinkunmi, Michael Taiwo
al-Assad, Bashar
al-Din al-Hilli, Safi
al-Din, Salah (Saladino)
Aldrin, Buzz
Alessandro II di Russia
Alessandro Magno
Alfonso I del Portogallo
al-Husayn ibn Ali Himmat
al-Oraibi, Mina
al-Qassam, Izz al-Din
Amador Guerrero, Manuel
Américo, Pedro
Andrea, santo
Angus, re di Scozia
Anna di Gran Bretagna
Arafat, Yasser
Ariel, Richard
Armstrong, Neil
Asburgo, casato
Ashoka, imperatore
Bainimarama, Frank
Baker, Gilbert
Barbanera (Edward Teach)
Bartram, Graham
Bashir, Tahsin
Baxter, E.H.
Belgrano, Manuel
Bismarck, Otto von
Black Bart (Bartholomew Roberts)
Blair, Tony
Bolívar, Simón
Bonaparte, Napoleone
Braganza, casato
Brownell, Fred
Bullivant, Duncan
Bush, George W.
Camus, Albert
Carlo I d’Inghilterra
Carlo Magno
Carlotta Gioacchina del Portogallo
Carranza, Venustiano
Carter, Jimmy
Cash, Johnny
Chávez, Hugo
Chiang Kai-shek
Christie, Linford
Churchill, Winston
Clodoveo I
Colombo, Cristoforo
Comte, Auguste
Coubertin, Pierre de
Cranby, John
Crewe, conte di
Cromwell, Oliver
Custer, George Armstrong
Dačić, Ivica
de Gaulle, Charles
de Klerk, Frederik Willem
Decatur, Stephen
Defoe, Daniel
Depp, Johnny
Diem, Carl
Długosz, Jan
Dreyfus, René
Driver, William
Drozdoff, Leo
Duarte, Paulo Araújo
Dyreson, Mark
Egloff, Fred R.
Eisenhower, Dwight
Enrico VI di Svevia
Enrico VIII d’Inghilterra
Erdoğan, Recep Tayyip
Eriksson, Olof
Farah, Mohamed «Mo»
Fatimidi, dinastia
Ferdinando II d’Aragona
Filippo II di Macedonia
Flood, Daniel J.
Flores, Juan José
Flynn, Errol
Franklin, Tom
Fukuyama, Francis
Gadsden, Christopher
Gandhi, Mahatma
Garibaldi, Giuseppe
Garvey, Marcus Mosiah
Gheddafi, Muammar
Giacomo I d’Inghilterra
Giacomo II d’Inghilterra
Giacomo VI di Scozia, vedi Giacomo I d’Inghilterra
Gilmour, John
Giorgio, santo
Giovanna d’Arco
Giovanni VI di Braganza
Goethe, Johann Wolfgang von
Goffredo di Monmouth
Griffith, D.W.
Grynevickij, Ignatij
Guardia, Ernesto de la
Guglielmo I d’Orange
Guglielmo I il Conquistatore
Guglielmo III di Orange-Nassau
Hadi, Mahdi F. Abdul
Hailé Selassié I
Haslund, Henning
Hefford, colonnello
Heitz, Arsène
Herzl, Theodor
Hirohito
Hitler, Adolf
Hopkinson, Francis
Hughes, Charles Evans
Huntington, Samuel P.
Hussein, nipote di Maometto
Hussein, Saddam
Isabella di Castiglia
Ishikawa, Toshihiro
Ismay, Hastings Lionel
Iturbide, Agustín de
James, Jesse
Jindal, Naveen
Jinnah, Muhammad Ali
Johns, Jasper
Johnson, Charles
Johnson, Gregory Lee
Jonathan, Goodluck
Kamehameha I delle Hawaii
Kamehameha II delle Hawaii
Kamehameha III delle Hawaii
Kassig, Peter
Kennedy, Anthony
Kenyatta, Jomo
Key, Francis Scott
Khomeyni, Ruhollah
Kim Il-sung
Kim Jong-il
Kim Jong-un
Kim Tu-bong
Kim, famiglia
King, Martin Luther Jr.
Kperogi, Farooq A.
Lacey, Robert
Laden, Osama bin
Lane, Franklin K.
Lawrence d’Arabia (Thomas Edward Lawrence)
Lebedev, Nikolai
Lenin (Vladimir Il’ič Ul’janov)
Leopoldo V
Lévy, Paul M.G.
MacArthur, Douglas
Macaulay, Neill
Madison, James
Mandela, Nelson
Mao Tse-tung
Maometto
Map, Walter
Mar, conte di
Marley, Bob
Martino, santo
Marx, Karl
Mazzini, Giuseppe
McLaughlin, Donald
Meagher, Thomas Francis
Mencken, H.L.
Menelik I
Menelik II
Milk, Harvey
Mirabeau, Honoré-Gabriel Riqueti conte di
Miranda, Francisco de
Mitrović, Stefan
Morales, Evo
Morinaj, Ismail
Moscone, George
Mubarak, Hosni
Mussolini, Benito
Nadimi, Hamid
Nasrallah, Hassan
Nennio
Newton, Robert
Nkrumah, Kwame
Obama, Barack
Okoh, Theodosia
Olaniran, Sunday Olawale
Oliveira, Belchior Pinheiro de
Orwell, George
Osman I
Ossa de Amador, María
Owens, Jesse
Palafox y Mendoza, Juan de
Paulet, George
Pernefeldt, Oskar
Pétain, Philippe
Pietro I del Brasile
Pietro I il Grande
Poole Johnson, Gray
Poole, Lynn
Prieste, Harry
Puig, Manuel
Putin, Vladimir
Ramaphosa, Cyril
Rascal, Dizzee
Reagan, Ronald
Roof, Dylann
Ross, Betsy
Sagan, Carl
Salomone, re
Saud, Abd al-Aziz ibn
Savoia, dinastia
Senussi, dinastia
Shakespeare, William
Shepperson, George
Smith, Whitney
Springsteen, Bruce
Suárez, Leysi
Sun Tzu
Sykes, Mark
Tafari Maconnen, vedi Hailé Selassié I
Taft, William Howard
Tamerlano
Teixeira Mendes, Raimundo
Tennyson, Alfred
Tertitskiy, Fyodor
Thomas, Richard Darton
Thompson, Emma
Thomson, Charles
Tongzhi
Topelius, Zacharias
Trump, Donald
Valdemar II di Danimarca
Verdi, Giuseppe
Vittorio Emanuele II
Walden, Sidney
Warhol, Andy
Washington, George
Westendorp, Carlos
White, Charles Mowbray
Xi Jinping
Yousafzai, Malala
Zapata, Emiliano
Zeng Liansong
TAVOLE DELLE BANDIERE
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