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Il potere dell’italiano come lingua della comunicazione scientifica

Chapter · January 2003

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Emilia Calaresu
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
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Carli, Augusto / Calaresu, Emilia (2003), “Il potere dell’italiano come
lingua della comunicazione scientifica”. In: L. Schena e L. T. Soliman
(a cura di) L’italiano lingua utilitaria, XI incontro del Centro
Linguistico Università Bocconi, 23 novembre 2002, Milano, Egea,
2003; pp. 43-67.

Il potere dell’italiano come lingua della


comunicazione scientifica

Augusto CARLI – Emilia CALARESU1


Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

1. Introduzione al problema

Il potere di una data lingua può essere valutato e misurato sulla


base di criteri funzionali di natura eminentemente extralinguistica
(Ammon 1991). In termini sociolinguistici il potere può infatti essere
individuato in fattori quantitativi e qualitativi (Carli 2000b) che qui
sinteticamente indichiamo come: a) forza numerica (dei parlanti di
quella lingua, sia essa L1 o L2); b) forza economica della comunità
linguistica sottostante; c) raggio di diffusione e d) utilizzo reale per
determinati scopi comunicativi. Fra questi ultimi gli esempi più
rilevanti nella situazione attuale sono costituiti dalla cosiddetta
comunicazione di massa (stampa, radio, televisione, Internet, ecc.) e
dalla comunicazione scientifica. Per motivi di economia di spazio
faremo qui riferimento alla comunicazione scientifica. In questo

1
La responsabilità della redazione del presente lavoro spetta a Carli per le parti 1, 2,
3, 3.1 e 4; a Calaresu per 3.2, 3.2.1 – 3.2.3 e 5. Per il loro contributo allo spoglio
delle riviste gli autori ringraziano vivamente le loro laureande e specializzande Olga
De Biasio, Marilena Mariotti ed Elisabetta Quarta.
Una versione precedente – pertanto meno aggiornata – del presente studio è stata
presentata al Congresso Internazionale della Società di Linguistica Italiana sulla
“Ecologia Linguistica” (Bergamo, settembre 2002) (cfr. Carli & Calaresu 2003).
dominio recenti ricerche (cfr. Carli & Calaresu 2003) hanno rilevato
per la comunità scientifica italofona una generale tendenza – che si
staglia in modo netto a partire dagli anni Novanta ma con radici che
risalgono a tempi più remoti – a usare sempre più massicciamente
l’inglese e ciò non solo a scapito dell’italiano, bensì anche di altre
tradizionali lingue di cultura (francese, tedesco, spagnolo, russo
ecc.). Questi risultati sono peraltro in consonanza con quelli di varie
altre ricerche condotte in diversificate aree culturali già a partire
dagli anni Settanta (Ammon 1988, 2000, 2001a; Ammon &
McConnell 2002). Allo stato attuale la situazione mondiale, pur
mostrando differenziazioni di graduazione – in certe aree culturali
l’inglese è già diventato la principale lingua della comunicazione
scientifica e in altre il fenomeno è incipiente – il fenomeno di
anglificazione è un tratto ricorrente.
Si è dell’avviso che questo fenomeno, ben al di là della sua
valenza giornalistica, spesso strillata e scandalistica, sia innanzitutto
di grande interesse linguistico; ciò non solo perché va a toccare
questioni di politica linguistica, bensì anche perché mette a nudo le
relazioni che intercorrono fra lingua e cultura. È infatti risaputo che
la scelta della lingua di comunicazione condiziona anche la scelta dei
modelli testuali e culturali (Clyne 1987) i quali, a loro volta, secondo
il loro grado di autorevolezza e di prestigio svolgono un’azione di
impatto sia sulla comunità scientifica in senso stretto che sulle
modalità di diffusione del sapere e, più in generale, anche sulla
sociologia della conoscenza (Kaplan 2001; de Swaan 2001a).
Dalla metà del Novecento in poi l’inglese è andato sempre più
imponendosi all’interno delle singole “scientific communities”
(Ammon 1988; Kaplan 2001). La sua ipercentralità ha de facto
declassato un consistente numero di lingue che, in ambiti scientifici,
hanno dovuto riposizionarsi su un prestigio assai minore. Ciò
interessa peraltro non solo quelle lingue nazionali che solo
recentemente hanno acquisito lo status di una Ausbausprache,
chiamate da de Swaan (2001a) “lingue periferiche” 2, bensì anche

2
Gli esempi più eloquenti provengono dai ricercatori neerlandesi e scandinavi che
sono stati tra i primi in Europa ad abbandonare le rispettive lingue nazionali e a
usare sistematicamente l’inglese nella comunicazione scientifica sia per scopi di
scrittura che di oralità. Proverbiale è diventata ai congressi internazionali la loro

1
quelle lingue di cultura, ovvero “lingue centrali” per de Swaan, che
pure hanno dietro di sé una lunga tradizione d’uso proprio in ambiti
scientifici3.
Al di fuori dell’Italia il fenomeno è oggetto di studio da almeno
vent’anni, come stanno a dimostrare i lavori di Thogmartin (1980),
Baldauf & Jernudd (1983), Tsunoda (1983) e Laponce (1987) in cui
vengono presi in esame vari ambiti disciplinari per diverse aree
geografiche con lo scopo di verificare il grado di anglificazione. Per
quanto riguarda la più circoscritta situazione europea si impongono
all’attenzione i numerosi studi e le proposte di Ulrich Ammon, fra
cui segnaliamo: Ammon (1988) sul declino del tedesco come lingua
scientifica; Ammon (1991), un compendioso lavoro sulla posizione
non solo del tedesco, ma anche di numerose altre lingue europee in
molteplici domini comunicativi fra cui anche quello scientifico;
Ammon (2001a), una raccolta di articoli a firma di una ventina di
studiosi che vanno a registrare la situazione di altrettante aree
geografiche europee ed extra-europee e, infine, Ammon &
McConnell (2002) con una aggiornata rassegna sulla diffusione
dell’inglese in Europa come lingua della comunicazione accademica.

abilità di eloquio in inglese, spesso con modalità di fluenza e correnza pari a quelle
dei parlanti nativi.
3
Il possesso di una plurisecolare tradizione di prosa scientifica, vale a dire di
pratiche sociali e discorsive ben sedimentate per gli scopi della ricerca specialistica,
può svolgere un effetto ritardante sull’introduzione dell’inglese. Ciò è peraltro
documentato sull’esempio del tedesco e del francese (Ammon 2000) per un
medesimo arco temporale (1920-1990) e per i medesimi ambiti scientifici (Scienze
naturali). Sul segmento temporale 1920-1950 risulta che il tedesco è di gran lunga
più usato dell’inglese e del francese (le rispettive quantità a inizio degli anni Venti si
attestano al 50,5%, 14,3% e 10%). Dagli anni Cinquanta in poi il mutamento è molto
radicale per il tedesco che comincia a scendere “wie Blei” mentre l’inglese sale “wie
Helium” (Ammon 2000: 63); per il francese la caduta è meno repentina, tuttavia
costante e continua fino agli anni Novanta. Il lento declino del francese si muove
dall’8,8% nel 1950 al 3,2% nel 1990, mentre per il tedesco si ha un mutamento dal
26,5% al 10,7%. Il tasso di decremento è pressoché identico, mutano soltanto le
modalità di caduta all’inizio degli anni Cinquanta. Negli anni Ottanta l’inglese ha
recuperato e sorpassato lo stesso volume di pubblicazioni (53%) che il tedesco
deteneva negli anni Venti.

2
Per un più serrato confronto fra inglese e tedesco in ambiti scientifici
va segnalato l’esemplare lavoro di Skudlik (1990), mentre Ammon
(2000) delinea il quadro storico dei mutamenti nel corso del
Novecento. Per meglio comprendere i numerosi altri aspetti, pur
connessi con la problematica qui affrontata, ma più generali o più
calzanti per dirimere questioni di “politica linguistica”, si rimanda
alla bibliografia in coda al presente articolo.

2. Sfondo teorico della ricerca

Nel presente contributo si contemplano gli aspetti sociolinguistici


e politico-linguistici della attuale comunicazione scientifica prodotta
in Italia con lo scopo di rilevare e descrivere le eventuali
ripercussioni degli usi linguistici sia sulle pratiche sociali che sulle
pratiche discorsivo-testuali. La sfida teorica da verificare può essere
riassunta nelle seguenti considerazioni di Kaplan (2001: 12):

Not only is English the undisputed language of science, but


because of the importance of the computer in the
internationalization of English, the English-speaking nations
may hold a virtual cartel on scientific information because the
international information systems are organized according to
an English-based sociology of knowledge. Even research and
development (R&D) functions in non-English states are
impacted, since it is necessary to be able to search scientific
literature in English and according to its sociology of
knowledge.

È pertanto necessario verificare se l’impatto dell’inglese su


culture disciplinari non anglofone provochi un cambiamento nel
sistema dei processi di acquisizione e di trasmissione della
conoscenza. Quando ciò si verifichi, stando alle osservazioni di
Kaplan (ibid.: 14), la conseguenza più immediata si ripercuote sui
ricercatori stessi:

3
[...] it has become apparent that the special registers of
science and technology are more important than was initially
conceived. Translation and the use of technological
dictionaries are not sufficient to access science research; in
addition, an understanding of discourse styles and rhetorical
structures is essential [...]. A recognition of this issue has led
to increasing internationalization and standardization in
science writing [...]. Authority and 'gate-keeping' in science
lies in the hands of journal editors, referees of papers, and a
cadre of self-appointed guardians of 'appropriate' writing. As
a consequence, those researchers whose written English-
language skills are inadequate find that publication is difficult
and indeed may be effectively excluded from participation in
the exchange of science information.

Il problema è squisitamente linguistico ed è, allo stesso tempo, di


cruciale importanza per comprendere il dilemma alla base del
rapporto fra “comunità scientifica” e “lingua d’uso”. Da un lato i
ricercatori tendono a produrre e diffondere dati e conoscenze
sottoposti ad accurata “desoggettivizzazione” e ad ampia
“veicolarizzazione”. Ciò non può avvenire che attraverso la
comunicazione verbale, e più concretamente attraverso un numero
possibilmente contenuto di lingue naturali. D’altro canto le singole
comunità tendono a mantenere i contatti peculiari – sostanziali e
formali – con le tradizioni dei loro rispettivi ambiti di ricerca e con le
particolarità socio-ambientali delle aree geo-culturali di provenienza.
È infatti dal rapporto dialettico con l’allargato contesto sociale che
provengono risposte e verifiche. Con l'internazionalizzazione della
ricerca si assiste a una realtà linguistico-culturale in cui le diverse
comunità scientifiche, dislocate nello spazio e fondamentalmente
eteroglosse, tendono ad adottare una sola lingua a vantaggio, così
almeno si presuppone, di una più agile veicolarizzazione del sapere.
Una delle più immediate conseguenze è la creazione di “nicchie
comunicative” diversificate non tanto in termini quantitativi quanto
invece, e soprattutto, qualitativi. Alcuni studi empirici, come per
esempio quelli già citati di Skudlik (1990), Truchot (2001) e
Willemyns (2001), mettono in chiara evidenza le pratiche sociali di
molte comunità scientifiche, anche se non in egual misura per tutti

4
gli ambiti disciplinari, che affidano all’inglese – “lingua
ipercentrale” – i risultati “più prestigiosi” della ricerca scientifica
specialistica (la cosiddetta "comunicazione scientifica primaria"),
mentre alle lingue meno centrali si consegna la comunicazione
scientifica secondaria. Questa è fondamentalmente costituita da
registri e generi testuali didattico-divulgativi (dispense, manualistica,
saggistica divulgativa, letteratura popolare, ecc.) ed è pertanto
destinata a utenti in rapporto subordinato rispetto alla comunità
scientifica. In altri termini, si starebbe evidenziando una
divaricazione qualitativa fra: a) lingue centrali-periferiche da un lato
e b) dall'altro l’inglese come lingua ipercentrale in funzione della
qualità diversificata di scopi comunicativi e di fasce di utenti.

3. Settori disciplinari oggetto della ricerca

Nel seguente lavoro si fa riferimento a indagini e spogli


sistematici in due diversi macro-settori disciplinari: quello socio-
umanistico-economico e quello scientifico-naturale. L’obiettivo è
duplice: da un lato si intendono ottenere dati per ogni singolo sotto-
settore disciplinare per un confronto, là dove è possibile, con dati
equipollenti di altri paesi europei ed extraeuropei, dall’altro ci si
propone di disegnare i peculiari andamenti di macro-settori e di
ambiti disciplinari. Dallo sfondo affiora comunque sia la quantità che
la qualità dello spazio condiviso dalle lingue impiegate.
Per una ricerca che ambisca a essere soprattutto qualitativa i dati
quantitativi non pretendono di suggerire conclusioni generalizzabili
per l’intero settore, vogliono piuttosto dare voce a tendenze in atto.
Pertanto il presente studio, accanto ai pur significativi dati
quantitativi – che non sono semplicemente la somma aritmetica dello
spoglio – si soffermerà in particolare sull'analisi e sulla descrizione
dei dati qualitativi emersi. Le somme numeriche, da sole, non
riescono infatti a dar conto di tutti i processi di trasformazione che ci
accingiamo a discutere qui. Abbiamo quindi considerato che la
chiave di lettura ai dati numerici fosse più rilevante della semplice
descrizione degli stessi.
Si rammenta che in conseguenza delle premesse metodologiche
precedentemente esposte, la ricerca contempla esclusivamente la
comunicazione scientifica specialistica per usi scritti. Sono state

5
pertanto prese in considerazione, per entrambi i settori scientifico-
disciplinari, riviste scientifiche specializzate il cui arco temporale di
riferimento va dal 1990 al 2001.

3.1. Il settore socio-umanistico-economico

Va evidenziato sin da ora che la scelta delle riviste è stata


effettuata secondo criteri di opportunità dettati dall’esigenza di avere,
almeno in prima battuta, il più ampio spettro possibile di discipline e
si è trattato quindi di dar voce a diversi approcci metodologici, da
quello più teorico a quello più applicativo, e a diversi ambiti di
indagine.
In concreto, è stato eseguito lo spoglio sistematico per nove
riviste di linguistica (per il dettaglio dei risultati v. Carli & Calaresu
2003) e per cinque riviste socio-economiche (v. nel dettaglio Mariotti
2003).

3.1.1. I dati qualitativi e quantitativi dello spoglio

Dallo spoglio effettuato si evince che nell’arco delle dodici annate


sono stati introdotti alcuni significativi mutamenti di ordine politico-
linguistico, ma senza che ciò abbia dato origine a sensibili
lacerazioni all’interno dei singoli Comitati Scientifici o Redazionali.
Fra i fenomeni più significativi rispetto alla tematica qui affrontata,
si evidenziano:

a) il cambiamento dall’italiano in inglese del nome di alcune


riviste, più evidente in quelle socio-economiche, ma anche in un caso
delle riviste di linguistica (Rivista di Linguistica in Italian Journal of
Linguistics, anche se il primigenio titolo italiano figura sia come
sottotitolo che come unico titolo sulla pagina interna dell’indice);
b) l’introduzione di una denominazione prima bilingue e
successivamente solo in inglese dei singoli tipi testuali,
corrispondenti ad altrettante sezioni della rivista;
c) l’introduzione di un abstract o summary in inglese all’inizio o
alla fine dell’articolo;
d) l’uso di keyword solo in inglese, per favorire probabilmente la
soggettazione e ricezione in eventuali banche dati.

6
Da un esame dei dati quantitativi riferiti agli articoli redatti nelle
varie lingue si evince per il settore glottologico-linguistico un solo
caso di netta dominanza dell’inglese sull’italiano (Rivista di
Linguistica/Italian Journal of Linguistics), mentre per il settore
socio-economico si assiste in ogni caso a un processo di
“internazionalizzazione” tra il 1990 e il 2001, anche se i fenomeni di
anglificazione non sono in egual peso distribuiti.
Di segno opposto, cioè con una totale o ampia assenza
dell’inglese, sono le riviste di italianistica (come Studi di
Grammatica Italiana, Studi di Lessicografia Italiana e Studi
Linguistici Italiani, però anche Studi e Saggi Linguistici che pure non
hanno una esclusiva impronta italianistica).

3.1.2. Sintesi

In una indagine di Willemyns (2001: 329-342) si evidenzia che


nella ricerca linguistica belga l’inglese rappresenta già oggi la
principale lingua di pubblicazione, anche se l’Autore tiene a
precisare che non è l’unico veicolo. Va preliminarmente considerato
che tutta la ricerca scientifica del Belgio fa riferimento ad almeno
due diverse tradizioni linguistico-culturali autoctone: quella
francofona con cui si identificano prevalentemente i ricercatori
valloni e quella neerlandofona che potenzialmente attira i ricercatori
fiamminghi. Quella tedescofona fino a cinquanta anni fa ha esercitato
una forte attrazione – quantomeno sulla fascia tedescofona locale –,
ma allo stato attuale sembra essere in gran parte soppiantata da
quella anglofona.
Dalle argomentazioni di Willemyns si evincono due ordini
importanti di considerazioni:

1) l’inglese non solo ha già quasi del tutto sostituito il tedesco,


lingua periferica della nazione belga, ma sta anche erodendo
consistentemente sia il neerlandese che il francese, le due lingue
nazionali. I dati di un’inchiesta del Consiglio Interuniversitario
Fiammingo del 1997 (ma con aggiornamenti sino al 1999)
confermano il fenomeno, peraltro già registrato negli anni Settanta e
Ottanta in Germania e in Francia, cioè la divaricazione fra la
comunicazione scientifica primaria (strettamente specialistica) svolta

7
preponderantemente in inglese e quella secondaria (di carattere
divulgativo-popolare) nelle lingue nazionali;
2) la distribuzione delle lingue nelle singole sottodiscipline
glottologico-linguistiche evidenzia che l’inglese viene di gran lunga
più usato non solo, come ci si aspetta, per gli ambiti dell’anglistica,
ma anche per quelli della linguistica computazionale e matematica,
della psico/neurolinguistica e, da ultimo, della semiotica; il
neerlandese verrebbe ancora usato per ambiti a forte legame con il
contesto linguistico-culturale neerlandofono come la lessicologia e la
morfologia oltre che la dialettologia e la sociolinguistica; il francese
troverebbe ancora impiego per gli ambiti della francesistica e della
linguistica romanza.

I dati italiani, mentre non possono direttamente confermare il


punto 1), che non era oggetto della presente ricerca, evidenziano
alcuni dati comuni col punto 2) che così riassumiamo:

a) l’italiano continua a essere lingua dominante per ampi ambiti


dell’italianistica;
b) la ricerca di carattere glottologico e storico-filologico continua
a inserirsi in una tradizione culturale in cui l’italiano è prevalente ed
è iperordinato rispetto ai contributi di altre lingue come il tedesco, il
francese e l’inglese;
c) la ricerca teorica e teorico-formale si inserisce in una tradizione
di impostazione scientifica angloamericana. L’inglese è in questo
caso lingua prevalente;
d) l’ambito psicolinguistico e quello semiotico con ricerche sia
teoriche che applicate confermano solo in parte i dati belgi,
considerata la pluralità di lingue impiegate.

Molto diversa è la situazione nell’ambito socio-economico dove il


processo di anglificazione è invece molto più netto rispetto a quello
del settore glottologico-linguistico. Parafrasando le conclusioni di
Mariotti (2003: 39), le ragioni che spingono le riviste italiane di
economia all’adozione dell’inglese – stando alle affermazioni delle
“Note Editoriali” – si addensano su tre punti:

1) la necessità di adeguarsi all’inglese come “lingua dell’economia”;

8
2) la volontà di ampliare il bacino di utenza e consolidare il proprio
prestigio scientifico;
3) l’esigenza di rispondere all’andamento generale del mercato.

A ben vedere, le tre diverse ragioni sono di tipo tautologico e


rimangono inanalizzate nella sostanza. Ciò che emerge è in ogni caso
la piena accettazione del condizionamento.

3.2. Il settore scientifico-naturale

Per questo settore il corpus attuale consiste di cinque riviste


medico-chirurgiche (per una dettagliata analisi v. Carli & Calaresu
2003), una rivista di scienze della terra4 e sei riviste di matematica
(v. nel dettaglio De Biasio 2003). Nessuna rivista medica è presente
nei vari Journal Citation Reports (JCR) e Science Citation Index
(SCI), ovvero in quei repertori ideati e curati dall'ISI (nato come
Institute for Scientific Information, USA)5 che forniscono elenchi e
dati delle riviste più citate in ambito scientifico internazionale, sulla
base del calcolo del cosiddetto impact factor, o fattore d'impatto di
ciascuna rivista6.

4
Dati raccolti da Elisabetta Quarta.
5
Lo statunitense ISI (www.isinet.com), di cui si tratta qui, è una istituzione privata,
fondata alla fine degli anni Cinquanta da Eugene Garfield, che produce (e vende)
servizi e strumenti analitici pensati per la ricerca scientifica, e non va confuso con
l'I.S.I. (Institute for Scientific Interchange Foundation), con sede a Torino, che è
un'istituzione, anch'essa privata, i cui scopi sono essenzialmente: "encouragement,
support and patronage of science" (dalla pagina di presentazione in www.isi.it).
6
«Il fattore d'impatto di una rivista è "una misura della frequenza con cui l''articolo
medio' di quella rivista viene citato in un anno particolare". L'algoritmo utilizzato
dai compilatori del JCR è il seguente: f =A/B dove A è il numero delle citazioni che
la rivista in oggetto ha ricevuto in un certo anno, relative agli articoli apparsi sulla
stessa rivista nei due anni precedenti; e B è il totale degli articoli pubblicati dalla
rivista in tale biennio» (Fiorentini 1995). Per una storia e una discussione critica
dell'impact factor e delle sue applicazioni come strumento di misurazione di
"qualità" oltreché di "quantità", v. ancora Fiorentini (1995) e l'Osservatorio per le
Ricerche dell'Università di Bologna (1997/1998). Per una puntuale e spietata critica
contro l’IF, v. Figà-Talamanca 2000.

9
3.2.1. I mutamenti nelle politiche linguistiche editoriali nel
periodo 1990-2001

Nel corso delle dodici annate prese in esame, tutte le riviste hanno
mutato, alcune anche molto radicalmente, le strategie editoriali
riguardo alle proprie politiche linguistiche. Ciò può essere
evidenziato già solo a partire dai cambiamenti delle “Norme
Redazionali o Editoriali” per quanto concerne le indicazioni agli
autori sulla lingua o lingue di pubblicazione e dal mutamento del
titolo della rivista dall’italiano in inglese.
Prendendo in considerazione gli estremi temporali del periodo
preso in esame, ovvero il gennaio del 1990 e il dicembre del 2001, si
osservano le seguenti situazioni:

1) Situazione di partenza nel gennaio del 1990:


 l’80% delle riviste accetta contributi solo ed esclusivamente
in italiano;
 il restante 20% accetta anche pubblicazioni in inglese che
costituiscono una entità assai limitata.
2) Situazione di arrivo nel dicembre del 2001:
 per il 75% delle riviste è teoricamente possibile inviare
contributi sia in italiano che in inglese, ma con dichiarata preferenza
per l'inglese, come stanno a dimostrare i dati quantitativi;
 per il 25% si accettano contributi solo in inglese.

Si cercherà ora di operare una sintesi tra dati quantitativi e


qualitativi per fornire una descrizione schematica dei comportamenti
linguistici di alcune riviste nel periodo 1990-2001.
Per meglio comprendere le ragioni dei mutamenti linguistico-
editoriali in corso è importante osservare nel dettaglio alcuni
specifici casi. In alcune riviste, infatti, il processo di
"internazionalizzazione" linguistica è andato drasticamente avanti
fino all'evidente abbandono della lingua italiana, ovvero: per il
settore medico Rivista di Cardiologia e Rivista Italiana di Pediatria;
per il settore di Scienze della terra Rivista Italiana di Geotecnica, e
per il settore matematico Calcolo – Quarterly of The Consiglio
Nazionale delle Ricerche.

10
A partire dalla fine degli anni Novanta queste riviste hanno messo
in atto le due seguenti strategie di politica editoriale:

1) hanno cambiato nome assumendone uno inglese,


rispettivamente: Italian Heart Journal (IHJ), Italian Journal of
Pediatrics (IJP), Italian Geotechnical Journal (IGJ) e Calcolo – a
Quarterly on Numerical Analysis and Theory of Computation. È
molto importante osservare che per le due riviste del settore medico
si tratta di un calco sul nome di corrispondenti riviste nordamericane
(The American Heart Journal e The American Journal of
Pediatrics);
2) pubblicano tutte attualmente solo in lingua inglese.

Nel caso di IHJ, a ciascun numero viene allegato separatamente


un supplemento in italiano i cui articoli sono rivolti al "medico
pratico" italiano7.
Il cosiddetto "medico pratico" sarebbe il destinatario di tutto ciò
che ha a che vedere con l'aggiornamento e la diffusione di
informazioni con implicazioni immediate per la pratica; mentre la
comunicazione (reciproca) dei risultati della ricerca scientifica
avrebbe come destinatario quello che, in mancanza di un altro
termine comunemente accettato, potremmo qui definire "specialista
scientifico".
Per quanto riguarda IHJ, va quindi sottolineato che non si tratta di
una rivista bilingue (cioè di una rivista che presenta lo stesso
contenuto in due lingue diverse), bensì piuttosto di una rivista che
pratica una interessante forma sui generis di diglossia (potremmo,
almeno provvisoriamente, chiamarla "diglossia intra-disciplinare") in
cui la lingua per i testi con valore maggiormente
"scientifico/innovativo", o ritenuto tale, è l'inglese, e la lingua per i
testi con più immediata rilevanza pratica è, e resta, l'italiano.
Si tratterebbe quindi di una diglossia ancora diversa rispetto a
quella già individuata da diversi autori tra le pieghe della distinzione
fra "comunicazione scientifica primaria" (comunicazione interna fra
pari, in inglese) e "comunicazione scientifica secondaria"

7
Anche IJP ha dal 2002 un allegato in italiano, Pediatria Notizie, di una decina di
pagine, in cui però non ci sono articoli veri e propri, ma notizie varie, avvisi, ecc.

11
(comunicazione/divulgazione verso l'esterno, in una delle diverse
lingue nazionali diverse dall'inglese) 8. Sia la recente scelta
redazionale di IHJ, sia quanto emerge dalle lacerazioni e riflessioni
all'interno del board editoriale di IJP testimoniano infatti che questa
diglossia è presente già all'interno della sola comunicazione primaria,
ovvero, nel caso specifico, all'interno della stessa comunità medica
nazionale9.
I mutamenti intrapresi in nome della “internazionalizzazione”
delle riviste sono, per quanto riguarda particolarmente il settore
medico, essenzialmente legati agli indici internazionali di
misurazione di qualità di una rivista, o, per dirla in altri termini, al
fattore d'impatto.
Che esista un nesso causa-effetto, esplicito e diretto, tra, da un
lato, la diffusione e l'assunzione dei criteri dell'impact factor a livello
nazionale e internazionale e, dall'altro, la crescente anglofonia di
molte riviste scientifico-naturali, è dunque confermato da tutta una
serie di editoriali, articoli e lettere pubblicati soprattutto su almeno
tre delle riviste del corpus.
Tutte queste asserite relazioni tra fattore di impatto e scelta della
lingua inglese dovrebbero però già metterci in allerta poiché
sappiamo che fra i parametri di misurazione del famigerato impact
factor non rientra assolutamente la lingua di pubblicazione. È perciò
necessario entrare un po' più nel merito di questa solo
apparentemente impropria correlazione tra impact factor e scelta
della lingua inglese.

8
V. Truchot (2001: 325-326); v. anche paragrafo 2.
9
Un tale tipo di diglossia intra-disciplinare ci sembra comunque prestarsi a due
diverse letture: da un lato può essere infatti considerata come segno di forza e di
vitalità da parte della lingua nazionale – che resiste anche dall'alto alla pressione
dell'inglese; dall'altra, però, un tale uso non potrà che finire per contribuire alla forza
di attrazione generale della stessa lingua inglese, che si configurerebbe così, non più
soltanto, eventualmente, come "lingua di lavoro" dei tecnici di un certo disciplinare
(in quanto "semplicemente" codice di comunicazione internazionale), ma soprattutto
come lingua "dell'élite dell'élite" (la lingua dei "cervelli" della nazione, e non più
solo dei tecnici in generale), aumentando globalmente il proprio potere di attrazione
e prestigio.

12
3.2.2. Il fattore d'impatto

Come il suo stesso ideatore Eugene Garfield, fondatore dell'ISI,


continua a ripetere da anni, il fattore di impatto di una rivista è in
realtà uno strumento bibliometrico nato per fornire indicazioni
"oggettive" e quantificabili sulla visibilità e diffusione di una rivista
scientifica:

There have been many innovative applications of journal


impact factors. The most common involve market research for
publishers and others. But, primarily, JCR [Journal
Citation Reports] provides librarians and researchers with
a tool for the management of library journal collections. In
market research, the impact factor provides quantitative
evidence for editors and publishers for positioning their
journals in relation to the competition – especially others in
the same subject category, in a vertical rather than a
horizontal or intradisciplinary comparison. JCR® data may
also serve advertisers interested in evaluating the potential of
a specific journal. (Garfield 2002a; grassetto nostro)

Il calcolo del fattore di impatto, come si è già detto10, si basa sulla


media delle citazioni di articoli specifici: il numero delle citazioni
ottenute dagli articoli di una certa rivista in un periodo di due anni
viene diviso per il numero totale di tutti gli articoli pubblicati
complessivamente dalla rivista nello stesso biennio considerato; la
cifra così ottenuta corrisponde al valore di fattore di impatto di quella
rivista.
Delle cinque riviste mediche del corpus, solo Annali Italiani di
Chirurgia, Cardiologia e Minerva Medica sono citate e inserite nel
prestigioso Index Medicus della National Library of Medicine (USA)
ed è perciò possibile reperire gli abstract in inglese dei loro articoli
su banche dati come Medline. Per quanto riguarda invece le altre
due, cioè Rivista Italiana di Pediatria e Rivista di Psichiatria, sono
state inserite in passato in banche dati e repertori collegati all'ISI ma
non lo sono più attualmente. La prima era ancora inserita nei primi

10
V. nota 6.

13
anni Novanta in repertori internazionali come Current Contents
(dell'ISI) e ISI/Biomed, ma ha visto diminuire drasticamente il suo
già basso fattore di impatto verso la metà degli anni Novanta. Anche
la Rivista di Psichiatria è stata una delle riviste citate dall'ISI,
all'incirca fino al 1997, ed è stata quindi presente per un certo tempo
nei corrispondenti repertori internazionali. Attualmente, la rivista è
citata comunque in altri repertori che mancano però dello stesso
prestigio dell'ISI.
In ogni caso è da tenere presente che nessuna delle cinque riviste
appare attualmente nel Science Citation Index e nel Journal Citation
Index, e ciò significa, nei fatti, che hanno tutte un fattore di impatto
(praticamente) inesistente.
È quindi chiaro, come è reso esplicito anche dagli editoriali del
direttore di Rivista Italiana di Pediatria De Curtis pubblicati nel
2001 sulla rivista, che le politiche linguistiche di cui trattiamo qui
rientrano in una strategia volta a invertire questo andamento negativo
rendendo le riviste più visibili – o meglio: leggibili e citabili,
internazionalmente.
In altre parole, emerge che uno dei propulsori alle svolte
linguistiche attuate dalle riviste in esame va individuato nella serie di
reazioni a catena nate con l'introduzione dei criteri di valutazione
dell'impact factor e dei conseguenti e incombenti Science Citation
Reports e Journal of Citation Reports.
Infatti, anche se fra i parametri e i criteri ufficiali per il calcolo del
fattore di impatto di una rivista non rientrerebbe affatto la lingua di
pubblicazione della stessa, la situazione è attualmente, in sintesi, la
seguente:

1) in cima alle graduatorie delle riviste a più alto fattore di


impatto la stragrande maggioranza è rappresentata da riviste non solo
in lingua inglese ma anche provenienti da paesi di lingua inglese;
2) i comitati e gli istituti "giudicanti" il valore scientifico e la
visibilità internazionale delle riviste, hanno sede principalmente negli
Stati Uniti e sono preponderantemente composti da anglofoni (la
National Library of Medicine e l'ISI, tanto per fare due nomi a caso);

e, infine, passando, o scivolando, dai dati oggettivi ai conseguenti


inevitabili entimemi, con buona pace di Garfield:

14
3) più alto è il fattore di impatto e più prestigiosa e autorevole è
considerata una rivista (e più attirerà fra i suoi autori i nomi più
prestigiosi del settore e tutti coloro che al prestigio aspirano) 11.
La spinta ad adeguarsi al modello di rivista scientifica anglo-
americana (o, piuttosto, soprattutto nord-americana) è dunque, di
fatto, fortissima e auto-incrementale, e appare, nei fatti, molto più
prosaicamente collegata all'imitazione di un modello vincente che
non alla spassionata e decantata ricerca della comunicazione globale
per il progresso delle scienze mediche.
Non si capirebbe perché, altrimenti, e giusto per fare un esempio
fra i tanti, l'"internazionalizzazione" debba passare non più soltanto
attraverso l'adeguamento all'uso veicolare della lingua inglese, ma
addirittura attraverso un cambio di nome della rivista, per di più
ottenuto talvolta non mediante semplice traduzione in inglese12, ma
effettuando un calco sul nome di riviste nordamericane dello stesso
settore disciplinare, come, per esempio, è avvenuto per
Cardiologia/Italian Heart Journal.
Arrivano dunque a materializzarsi infine anche in Italia i problemi
che già erano stati individuati e dibattuti in Francia e nei paesi
francofoni più di quindici anni prima. Già nel 1981, infatti, come ci
ricorda Truchot (2001: 320), il Conseil de la Langue Française
aveva evidenziato e discusso la situazione di crescente squilibrio a
favore della lingua inglese, e del mondo anglofono in generale, nel
campo delle pubblicazioni scientifiche:

[...] a focal point was the influence of the 4,000 journals which
in the world, out of 50,000 scientific publications, published
the results of advanced research. It was stressed that more

11
E questo nonostante siano ormai molte le voci, anche in Italia, che ammoniscono
sull'uso indiscriminato del fattore di impatto per valutare il valore scientifico di
riviste e di singoli articoli (e relativi autori). V. per esempio, oltre la già citata
Fiorentini (1995), i quattordici difetti dell'impact factor elencati nel documento
dell'Osservatorio delle Ricerche dell'Università di Bologna (1997/1998).
12
Traduzione che, da quanto almeno si evince dai dati in Ammon (2001b: 353),
sembrerebbe invece essere stata la prassi di riviste mediche tedesche che hanno
optato per l'"internazionalizzazione" attraverso la sostituzione del tedesco con
l'inglese.

15
than 80% of them were owned by a handful of powerful
publishing houses mostly American, British and Dutch, and
used exclusively English as a language of publication. These
journals were able to publish just a small part of the world
scientific production, but the articles they published were
those which were used everywhere as references. They were
indexed in the data banks compiled to store scientific
information. Furthermore the largest number of data banks
were located in the USA. They were the most widely used, and
like the Science Citation Index (SCI), the most influential.
Some 90% of the information recorded in the US data banks
came from contributions written in English, the 10% left being
shared between Russian, German, Japanese and French.
Scientists in order to be recognized had to publish in these
journals. Articles published elsewhere in other languages had
little chance of being recognized. Their situation was summed
up by this phrase: "Publish (in English) or perish".

Sappiamo anche, però, che in Italia tali problematiche, e le


soluzioni anche drastiche talvolta individualmente adottate, non
hanno avuto ancora alcuna autentica risonanza pubblica e le
discussioni sembrano finora rimaste confinate all'interno dei comitati
redazionali di singole riviste, o hanno tutt'al più coinvolto anche i
lettori su quelle riviste che a essi dedicano uno spazio apposito.
La situazione appare insomma ben diversa rispetto a quanto, per
esempio, accaduto in Francia nel 1989 quando, all'annuncio che gli
Annales dell'Institut Pasteur avrebbero cominciato a pubblicare in
inglese, scese addirittura in campo lo stesso presidente di allora
François Mitterand (1989):

16
S'agissant de la recherche, nous avons pu constater, il y a
quelques semaines, à quel point la communauté française
avait été blessée lorsqu'elle avait appris que les Annales de
l'Institut Pasteur seraient désormais publiées en anglais. Je ne
fais le procès de personne – je veux bien essayer de
comprendre les raisons qui ont présidé à cette décision – mais
elle a été prise sans aucune consultation préalable. Il faut
trouver une solution, on ne peut pas s'en tenir là. Les
protestations ont été nombreuses. Cela m'a fait plaisir qu'elles
viennent d'abord de pays étrangers à la France qui ont eu le
réflexe encore plus rapide que les autorités françaises... Et
Dieu sait l'attachement que je porte à la défense de notre
langue et le soin que j'y mets – il faut apaiser notre
communauté scientifique. Je rappellerai ce qu'a dit notre
Académie nationale de médecine, par la voix de son Secrétaire
Général, le Professeur André Lemaire, qui a proposé que
"dans le cadre d'un certain plurilinguisme, soient créés, à titre
d'essai, des périodiques comportant à la fois des
communications de résultats de recherches originaux et des
publications de synthèse... Ces périodiques de haut niveau
scientifique auraient pour originalité d'accueillir des
communications dans la langue nationale du chercheur,
chaque article ayant une représentation en français avec un
résumé substantiel dans d'autres langues, notamment dans la
langue anglaise.

3.2.3. Sintesi

Quanto detto finora sul rapporto diretto tra impact factor e


anglicizzazione vera o prospettica delle riviste in esame non vuole
proporsi ovviamente come unica e sola ragione dei mutamenti
linguistici in corso.
I problemi legati alla globalizzazione in atto a tutti i livelli,
all'allargamento e all'internazionalizzazione delle comunità
scientifiche grazie anche alle nuove risorse tecniche sembrerebbero
già di per sé una ragione più che sufficiente per spiegare i
cambiamenti linguistici in atto. Ciò che piuttosto teniamo a
sottolineare qui è che l'entrata in campo dell'impact factor e dei suoi

17
criteri, e delle conseguenti liste di merito su di esso basate, sembra
essere ciò che ha provocato soprattutto l'urgenza del cambiamento in
molte delle riviste menzionate.
Andrebbe infatti ricordato anche il particolare nostrano – tutt'altro
che insignificante in questo contesto, che la Conferenza dei Rettori
delle Università Italiane (CRUI) ha istituzionalizzato dal 1995 i
Nuclei di Valutazione per la Verifica di Qualità 13, nonché il fatto che
l'Anagrafe delle Ricerche e delle Pubblicazioni, recentemente
istituita all'interno degli atenei italiani, possa prevedere anche una
casella per il numero di citazioni ottenute dalle pubblicazioni di
ciascun docente sulla base di cataloghi internazionali di citazioni
(quali, per es., ISI, EconLit, Soc.Abs.)14.
Questi fatti locali potrebbero, infatti, almeno in parte spiegare
perché, in base ai dati numerici dello spoglio, si manifesti
mediamente una maggiore presenza di articoli in inglese e una
crescente preoccupazione per la visibilità internazionale delle riviste
dalla seconda metà degli anni Novanta e non prima.
Appare quindi un quadro degli anni Novanta, soprattutto della
seconda metà, in cui soprattutto le riviste mediche italiane, ma non
solo, si ritrovano sempre più nella necessità di sopravvivere su due
fronti opposti e contrastanti, cioè:

a) da un lato, salvaguardare e promuovere la diffusione e la


vendita presso la stragrande maggioranza italofona dei propri lettori;
b) dall'altro, attirare e mantenere autori di buon livello (cioè,
evitarne l'esodo verso riviste straniere di maggiore impatto, ergo
prestigio) rendendosi più visibili internazionalmente, ma
penalizzando così la maggioranza italofona dei propri lettori – e
penalizzando però in contemporanea anche la maggioranza dei propri
autori potenziali, spinti a produrre secondo codici linguistico-testuali
di tradizione diversa, ovverosia anglo-americana.

13
Con la legge 537/93, che prevede l'istituzione dei Nuclei di Valutazione delle
Università e un Osservatorio Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario,
successivamente istituito nel febbraio 1996.
14
Così è già, per esempio, per l'Anagrafe delle Pubblicazioni dell'Università di
Modena e Reggio Emilia.

18
Quale ulteriore tipo di problemi possa comportare in futuro
questo stato di cose ci pare reso in maniera chiarissima dalla
seguente osservazione di Abram de Swaan (2001b: 78-79):

The hegemony of English in the social sciences (and in other


fields) has yet another consequence, that is mostly ignored.
Academics are required to publish regularly in 'international'
and 'refereed' journals. In actual fact, these are almost without
exception American and British periodicals. As a
consequence, American and British editors and referees judge
contributions from scholars all over the world and in so doing
– without ever having intended to – exert a major impact on
the selection and the promotion of academics in other
countries who depend on these publications for their career
advancement.

4. I dati quantitativi a confronto

Un confronto diretto fra le percentuali dei due diversi macro-


settori disciplinari, oggetto della presente analisi, mette in evidenza il
seguente quadro generale:

italiano inglese altre lingue


1990-1996 56,5% 39,5% 4%
SETTORE
SOCIO-UMANISTICO 1997-2001 55% 42,5% 2,5%

SETTORE 1990-1996 64% 35% 1%


SCIENTIFICO-
NATURALE 1997- 2001 37,5% 62,5% 0%

Il tratto comune a entrambi è il mutamento avvenuto a partire dalla


seconda metà degli anni Novanta. Questo è più marcato per il settore
scientifico-naturale che per quello socio-umanistico in riferimento a:

a) l’impiego dell’inglese e il conseguente decremento


dell’italiano;
b) la erosione – se non addirittura sparizione – di lingue diverse
dall’inglese.

19
Mentre nel settore socio-umanistico il mutamento dall’italiano
all’inglese è più lento, si fa strada in entrambi una drastica e netta
riduzione del plurilinguismo in favore di un tendenziale
monolinguismo di marca anglofona.

5. Conclusioni

È illusorio pensare che i “prodotti” della ricerca si impongano


all’attenzione allargata delle comunità scientifiche
indipendentemente dalla qualità degli strumenti di diffusione del
sapere.
La lingua è in questo senso un potente mezzo di diffusione, ma
sappiamo che alcune lingue sono più potenti di altre per effetto della
diversificata valutazione sociale a cui non è dato sottrarsi. Per questo
motivo le nuove acquisizioni scientifiche e tecnologiche si
impongono, a volte, più diffusamente e più capillarmente secondo il
veicolo linguistico usato.
Dalle ricerche più rappresentative sinora condotte e citate al
paragrafo 1 del presente lavoro – v. riassuntivamente Ammon &
McConnell (2002: 21-26) – è possibile disegnare la seguente
tendenza: la dominanza dell’inglese come lingua della scienza varia
da un macro-settore disciplinare all’altro.
In termini sommari si potrebbe anzi affermare che le discipline
possono essere suddivise secondo il loro diverso grado di
“anglificazione”. Il massimo grado è riscontrabile nella ricerca di
base (la cosiddetta “ricerca pura”) all’interno delle scienze naturali,
un grado mediano di anglificazione pertiene sia alla ricerca applicata
delle scienze naturali che alle scienze sociali globalmente intese,
mentre il grado più basso compare nelle scienze umane.
Dallo studio empirico da noi condotto sui due settori delle scienze
umane (linguistica/glottologia e scienze socio-economiche) e su tre
settori delle scienze naturali (medicina, matematica e scienze della
terra) si evince infatti a tutt’oggi una montante ascesa dell’inglese
nell’arco degli ultimi dodici anni, soprattutto nel secondo settore –
benché, a parte isolati e circoscritti fenomeni, non si possa
globalmente parlare di diffusa dominanza dell'inglese sull’italiano 15.

15
Nella prosecuzione della nostra ricerca si dovrà definitivamente appurare se

20
La differenziazione riscontrata potrebbe essere così interpretata:
per le scienze naturali la comunicazione specialistica all’interno della
ricerca di base può più facilmente rinunciare alla lingua nazionale [(o
periferica/semi-periferica, secondo la concettualizzazione di de
Swaan (2001a)] perché non è costretta a mantenere i rapporti con la
comunità scientifica autoctona; per la ricerca applicata invece il
contatto con l’elemento locale (non anglofono) potrebbe essere più
determinante.
Di fronte a questi imprescindibili dati di fatto circa il fenomeno
dell’Inglese come Lingua Franca della Comunicazione Scientifica, si
registrano atteggiamenti diversi che vanno dalla pura e semplice
accettazione del fenomeno come imperativo della modernità e
contemporaneità alla individuazione e all’analisi di apposite politiche
linguistiche16.
È necessario ricordare, a questo proposito, che, laddove si sono
tentate politiche linguistiche di questo tipo, l'attenzione generale (e,
in ispecie, quella dei detrattori) ha finito inevitabilmente per
concentrarsi sulle sole misure di corpus-planning, e, più
particolarmente, sui fatti strettamente lessicali, trascurando quasi
completamente quelle, ben più gravide di implicazioni, di status-
planning. L'esempio più famoso e recente è senza dubbio quello
della legge promulgata in Francia nel 1994 per regolamentare (e
salvaguardare) nel paese l'impiego della lingua francese – caso ben
descritto e sintetizzato da Truchot (2001: 323). Anche in Italia il fatto
provocò a suo tempo interesse (e, spesso, velata ilarità) sulla stampa
quotidiana, soprattutto per le proposte "francesizzazioni" di termini

esistano sostanziali differenze fra i diversi ambiti disciplinari, così come


porterebbero a suggerire i due campioni presi in considerazione. Si dovrà inoltre
verificare se esista anche in Italia, come si è già verificato per la Germania, la
Francia e il Belgio, la netta divaricazione fra la produzione e distribuzione
dell’informazione scientifica prestigiosa in inglese e la sua volgarizzazione per scopi
didattici, divulgativi e popolari nelle lingue nazionali. Si rammenta qui che
quand’anche coesistessero due ambienti linguistici diversi, rimarrebbe comunque
aperta la “questione della lingua scientifica”. A questo proposito si rimanda alle
osservazioni di Truchot (2001: 327) sulla situazione francese.
16
Sull'argomento v. Martel 2001.

21
di origine inglese ormai entrati stabilmente nel lessico di moltissime
altre lingue oltre il francese (italiano compreso).
I fatti di lessico sono infatti ciò che da sempre fa più
immediatamente appello all'attenzione e alla preoccupazione dei più,
nonché quelli su cui più spesso discettano opinionisti, sia del tipo
apocalittico che integrato. Per molti, si potrebbe dire, una lingua è
ancora soprattutto un repertorio di parole.
Infatti, quand'anche si riescano a evitare gli estremi dell'anatema
verso l'inglese, da un lato, e della fanatica adesione anglofila
dall'altro, vi è comunque spesso ben poca consapevolezza su come i
più o meno deplorati specifici fatti lessicali siano tutt'altro che
indipendenti da fatti generali di status. In altri termini, accettare e
incoraggiare un innalzamento di status dell'inglese (con conseguente
abbassamento di quello delle altre lingue, fra cui lo stesso italiano) e
contemporaneamente scoraggiare o deprecare l'uso di anglismi nel
lessico può apparire non contraddittorio solo in una prospettiva
temporale limitata rigidamente allo stretto presente, mentre può
senz'altro diventarlo in una prospettiva temporale più ampia o
lungimirante. Si può accettare o non accettare un futuro linguistico
sempre più anglofono, è però necessario essere pienamente
consapevoli degli stretti rapporti di consequenzialità fra lo status di
una lingua e il suo potere, e il suo potenziale, anche lessicale.
Infine, sembra auspicabile anche un più attento esame dei rapporti
tra lingua/e e tecnologie, e tecnologie e modelli di conoscenza [cfr.
Kaplan (2001: 12; 16-18)].
Così come una lingua non è mai soltanto un veicolo neutro, o un
semplice "conduttore" di messaggi verbali17, così neanche certi
strumenti della moderna ricerca scientifica si dimostrano essere
neutri, soprattutto se si tratta di prodotti specifici di un'unica
comunità con la propria specifica "sociologia" della conoscenza.
Così, anche un "semplice" procedimento di calcolo statistico a
finalità bibliometrica, come l'impact factor, può diventare un
pericoloso strumento di accelerazione e di direzionalità di certi
fenomeni (Figà-Talamanca 2000).

17
Su ciò è molto esplicito de Swaan (2001b: 78):" [...] English may now be the
universal medium of social science, it certainly is not a neutral medium – on the
contrary, it favours American ideas, and American authors."

22
Il problema, pensiamo, non risiede tanto nell'assenza di
"neutralità" degli strumenti, che è probabilmente inevitabile o nel
corso delle cose, quanto nel mancato riconoscimento di tale assenza
e nel ritenere inevitabili certe conseguenze nell'uso degli strumenti
stessi. Non è infrequente sentir dire che si tratterebbe comunque dei
migliori strumenti attualmente a disposizione, senza tener conto del
fatto che più che dei "migliori" si tratta più spesso degli unici. Per
esempio, non esiste ancora al momento, a nostra conoscenza, alcun
altro sistema alternativo di misurazione "oggettiva" della diffusione e
della visibilità di una rivista scientifica diverso da quello dell'impact
factor di Garfield18. Non solo, ma anche fra molti dei critici
dell'impact factor il ventaglio di eventuali proposte alternative
riguarda più eventuali "correzioni" o integrazioni al calcolo attuale
del fattore di impatto che non dubbi sostanziali sui suoi presupposti
che ne mettano in discussione la sua stessa globale legittimità e
utilità – come nel già citato Figà-Talamanca (2000).
Sarebbe forse non del tutto peregrino cominciare a chiedersi, per
esempio, se è veramente, e universalmente, così prioritario, cogente
o indispensabile avere a disposizione uno strumento di selezione
bibliografica a uso dei curatori di biblioteche che:

1) nei fatti e asseritamente premia: a) le riviste di carattere


divulgativo, semi-divulgativo e multidisciplinare rispetto a quelle
molto specialistiche e iperspecialistiche, o di interesse strettamente
locale; e b) quelle in lingua inglese rispetto a quelle in altre lingue 19;

2) viene sempre più diffusamente utilizzato in maniera impropria


rispetto ai suoi stessi presupposti, diventando anche strumento di
valutazione editoriale e accademica.

18
Il recente tentativo canadese dell'alternativo prestige factor nel 2002 è stato infatti
immediatamente azzerato dalla causa legale mossagli e vinta dall'ISI, come riportato
in http://www.infotoday.com/it/may02/hane1.htm
19
Per tutti questi difetti dell'impact factor rimandiamo ancora al già citato
documento dell'Osservatorio per le Ricerche dell'Università di Bologna (1997/1998).

23
Appare infatti abbastanza paradossale che, pur riconoscendo un
po' tutti la non pertinenza del fattore d'impatto per la misurazione di
qualità di riviste, articoli e autori, si faccia comunque di tutto per
raggiungerlo, piuttosto che per scalzarlo da un ruolo che
asseritamente non gli compete20.
Per concludere, non c'è niente di naturalmente predisposto o
connaturato all'interno della lingua inglese che ne renda inevitabile la
sua ascesa a lingua universale, come ci ricorda ancora Kaplan (2001:
17-18), o che renda automaticamente migliore ciò che dal mondo
anglofono proviene. In qualche modo la situazione attuale è frutto di
circostanze diverse, e in parte casuali o non del tutto intenzionali 21, è
certo però che non si può che sottoscrivere la seguente riflessione:

[...] good scientists who cannot write English to meet the


standards of journal editors are deprived of the opportunity to
have their views and contributions disseminated through the
global information networks; as a consequence, their
contributions are not only lost to the scientists themselves, but
more seriously are lost to science. (Kaplan ibid.: 18)

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20
Ricordiamo qui, per esempio, il commento del direttore di Cardiologia, Attilio
Maseri (1999: 7): "L'impact factor non può essere considerato una garanzia di
qualità, ma è qualificante per la valutazione scientifica del giornale e di chi vi
pubblica."
21
Nel senso che se, per esempio, il boom tecnologico e informatico e la capillare
conquista dei mercati esteri avessero avuto come protagoniste la Spagna o
l'Argentina, saremmo probabilmente qui a discutere di spagnolo e non di inglese.

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Indicazioni bibliografiche delle riviste per i due macro-settori


disciplinari considerati

Glottologia-Linguistica e Scienze Socio-Economiche


1 Archivio Glottologico Italiano. Rivista fondata nel 1873 da
Graziadio Isaia Ascoli. Firenze, Le Monnier.
2 Rassegna Italiana di Linguistica Applicata. Roma, Bulzoni.
3 Rivista di Linguistica. Italian Journal of Linguistics. Torino,
Rosenberg & Sellier.
4 Rivista Italiana di Onomastica. Roma, Società Editrice Romana.

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5 Studi di Grammatica Italiana. A cura dell’Accademia della
Crusca. Firenze, Le Lettere.
6 Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata. Roma, Bulzoni.
7 Studi di Lessicografia Italiana. A cura dell’Accademia della
Crusca. Firenze, Le Lettere.
8 Studi Linguistici Italiani. Roma, Salerno Editore.
9 Studi e Saggi Linguistici. Supplemento alla rivista “L’Italia
Dialettale”. Pisa, Edizioni ETS.
10 Economia Politica. Bologna, Il Mulino
11 Ricerche Economiche/Research in Economics. Londra, Elsevier.
12 Rivista Internazionale di Scienze Economiche e Commerciali.
International Review of Economics and Business. Padova, Edam.
13 Rivista Internazionale di Scienze Sociali. Milano, Università
Cattolica.
14 Rivista di Politica Economica. Roma, S.I.P.I. Confindustria.

Medicina-Chirurgia, Matematica e Scienze della Terra


1 Annali Italiani di Chirurgia, Bologna, Cappelli Editore.
2 Cardiologia (dal 2000 The Italian Heart Journal), Roma.
3 Minerva Medica, Torino, Edizioni Minerva Medica.
4 Rivista Italiana di Pediatria (dal 2001 The Italian Journal of
Pediatrics), Pisa, Pacini Editore.
5 Rivista di Psichiatria, Roma, Il Pensiero Scientifico Editore.
6 Rivista Italiana di Geotecnica (dal 1998 Italian Geotechnical
Journal), Padova, Patron.
7 Annali di Matematica Pura e Applicata, Heidelberg, Springer
Verlag.
8 Bollettino dell’Unione Matematica Italiana, Bologna, Zanichelli.
9 Calcolo. A Quarterly on Numerical Analysis and Theory of
Computation, Heidelberg, Springer Verlag.
10 L’Educazione Matematica. Centro di ricerca e sperimentazione
dell’educazione matematica di Cagliari, Università di Cagliari.
11 Ricerche di matematica. A cura del Dipartimento di Matematica
e Applicazioni dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e
con il contributo del CNR.
12 Statistica Applicata. Italian Journal of Applied Statistics.
Associazione per la Statistica Applicata.

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