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CHE COS’È L’EFFUSIONE DELLO SPIRITO SANTO?

– Padre Raniero
Cantalamessa0

Che cos’è l’effusione dello Spirito Santo?

Padre Raniero Cantalamessa


Sacerdote – Frate cappuccino
Professore e Predicatore della Casa Pontificia

L’effusione dello Spirito non è un sacramento, ma si dice in rapporto ad


un sacramento, anzi a più sacramenti: ai sacramenti dell’iniziazione
cristiana.
 
L’effusione attualizza e, per così dire, rinnova l’iniziazione
cristiana. 
Il rapporto fondamentale è però, con il sacramento del Battesimo.
 
La designazione «battesimo dello Spirito» con cui l’effusione veniva
chiamata fino a poco fa e con cui è ancora chiamata dai nostri fratelli
americani, non voleva dire altro che questo, cioè che si tratta di qualcosa
che si fonda sul sacramento del battesimo.
 
Noi diciamo che l’effusione dello Spirito attualizza e ravviva il nostro
battesimo.
 
Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, addirittura agli inizi
della vita, possa improvvisamente ritornare a rivivere e a sprigionare tanta
energia quanta ne vediamo in occasione dell’effusione, bisogna tenere
presente alcuni elementi di teologia sacramentale.
 
La teologia cattolica conosce l’idea di sacramento valido e lecito,
ma «legato».
Un sacramento si dice legato se il suo frutto rimane vincolato, non usufruito
per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l’efficacia.
Un esempio estremo è il sacramento del matrimonio o dell’ordine sacro
ricevuto in stato di peccato mortale.
In queste condizioni tali sacramenti non possono conferire nessuna grazia
alle persone; rimosso però l’ostacolo del peccato, con la penitenza, si dice
che il sacramento «rivivisce» (reviviscit) grazie al carattere indelebile o,
detto più biblicamente, grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di
Dio: “Dio resta fedele anche se noi siamo infedeli perché egli non può
rinnegare se stesso” (2Tm 2,13).
 
Quello del matrimonio o dell’ordine sacro ricevuto in stato di peccato è un
caso estremo ma sono possibili altri casi in cui il sacramento, pur non
essendo del tutto legato, non è però del tutto sciolto, cioè libero di operare i
suoi effetti.
 
Nel caso del battesimo, che cos’è che fa si che il frutto del
sacramento resti legato?

Bisogna richiamare qui la dottrina classica dei sacramenti.


 
I sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente,
all’insaputa dell’uomo, o prescindendo da ogni sua collaborazione.
 
La loro efficacia è frutto di una sinergia o collaborazione tra l’onnipotenza
divina (in concreto: la grazia di Cristo o lo Spirito Santo) e la libertà umana,
perché ha detto S. Agostino: “Chi ti ha creato senza il tuo concorso non ti
salva senza il tuo concorso”.
Ancora più precisamente, il frutto del sacramento dipende tutto dalla grazia
divina; solo che questa grazia divina non agisce senza il «sì», cioè il
consenso e l’apporto della creatura, che è più una conditio sine qua
non che non una concausa. Dio si comporta come lo sposo che non impone
il suo amore per forza, ma attende il «sì» libero della sposa.

 
 

L’OPERA DI DIO E L’OPERA DELL’UOMO NEL BATTESIMO

Tutto ciò che dipende dalla grazia divina e dalla volontà di Cristo, nel
sacramento si chiama Opus Operatum, che possiamo tradurre: opera già
realizzata, frutto oggettivo e immancabile del sacramento, quando è
amministrato validamente.
 
Tutto ciò che invece dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto si
chiama Opus Operantis cioè: opera da realizzare, apporto dell’uomo.
 
L’Opus Operantum del battesimo, cioè la parte di Dio o la grazia, è
molteplice e ricchissima: remissione dei peccati, dono delle virtù teologali
della fede, speranza e carità (queste sono in germe), figliolanza divina; il
tutto operato mediante l’efficace azione dello Spirito Santo.
 
Battezzati, noi siamo illuminati; illuminati, siamo resi perfetti; resi perfetti
riceviamo l’immortalità… Questa operazione del battesimo ha nomi diversi:
grazia, illuminazione (fotismos), perfezione, bagno. Bagno per cui siamo
purificati dai nostri peccati; grazia per la quale i castighi meritati per i nostri
peccati sono tolti; illuminazione nella quale noi contempliamo la bella e
santa luce della salvezza, cioè per la quale penetriamo con lo sguardo
divino; perfezione perché nulla manca(Clemente Alessandrino, Pedagogo
1,6,26).

Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che abbiamo


ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma è un pacco dono
ancora non svolto, sigillato.
Noi siamo ricchi perché possediamo quel pacco (e perciò possiamo compiere
tutti quegli atti necessari alla vita cristiana), ma non sappiamo cosa
possediamo; parafrasando una parola di Giovanni, potremmo dire:
 
“…noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che siamo non è stato ancora
rivelato”(1Gv 3,2).
 
Ecco perché diciamo che, nella maggioranza dei cristiani, il battesimo è un
sacramento «legato».
Fin qui l’Opus Operatum.
 
Ma in che consiste nel battesimo l’Opus Operantis, cioè la parte
dell’uomo? 
 
Consiste nella «fede!».
 
“Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo”(Mc 16,16). 
 
Accanto al battesimo c’è dunque un altro elemento: la fede dell’uomo.
 
Ci ricorda il prologo del Vangelo di Giovanni: “A quanti lo hanno accolto ha
dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo
nome”(Gv 1,12).
 
Possiamo anche ricordare quel bel testo degli Atti degli Apostoli che narra
del battesimo di un eunuco, funzionario della regina Candàce: “Proseguendo
lungo la strada, giunsero ad un luogo dove c’era acqua e l’eunuco
disse:«Ecco qui c’è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?»
Filippo dice: «Se credi con tutto il cuore è permesso…»”(At 8,36-37).
 
Il battesimo è come il sigillo divino posto sulla fede dell’uomo: “…
dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e
avere in esso creduto, avete ricevuto (si intende nel battesimo) il suggello
dello Spirito Santo“(Ef 1,13).
 
¬Scrive San Basilio:”In verità la fede e il battesimo, questi due modi della
salvezza, sono legati l’uno all’altro e indivisibili, poiché se la fede riceve dal
battesimo la sua perfezione, il battesimo si fonda sulla fede”(Sullo Spirito
Santo,12,5, C. 17, P. 157).
Lo stesso Santo chiama il battesimo: “sigillo della fede”(Contro Eunomio III,
5, P.G. 29,655).
 
L’opera dell’uomo, cioè la fede, non ha la stessa importanza e autonomia
dell’opera di Dio, perché nell’atto stesso di fede c’è una parte di Dio; è esso
stesso opera della grazia che lo suscita. Tuttavia l’atto di fede comprende
come elemento essenziale anche la risposta, il «credo» dell’uomo, e in
questo senso noi lo chiamiamo opus operantis, cioè opera dell’uomo.

 
 

IL BATTESIMO ALLE ORIGINI DELLA CHIESA E OGGI

Si capisce, adesso, perché nei primi tempi della Chiesa il battesimo era un
evento così potente e ricco di grazia e perché non c’era bisogno,
normalmente di una nuova effusione dello Spirito, come quella che facciamo
oggi.

Il battesimo veniva amministrato ad adulti che si convertivano dal


paganesimo e che, convenientemente istruiti, erano in grado di fare, in
occasione del battesimo, un atto di fede e una scelta esistenziale libera e
matura; basta leggere la Catechesi mistagogica sul battesimo, attribuita a
Cirillo di Gerusalemme, per rendersi conto della profondità di fede cui erano
condotti i battezzandi.
 
Al battesimo insomma si arrivava attraverso una vera e propria
conversione: per essi il battesimo era davvero un lavacro di rinnovamento
personale, oltreché di “…rigenerazione e rinnovamento nello Spirito
Santo”(Tt 3,5b).
Mi ha impressionato un testo di San Basilio: a uno che gli aveva chiesto di
scrivere un trattato sul battesimo, San Basilio risponde che non può
spiegare cosa significa il battesimo senza aver spiegato prima cosa significa
essere discepoli di Gesù poiché il comando del Signore dice: “Andate, e fate
discepole tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho
comandato”(Mt 28,19-20).
 
Perché il battesimo operi in tutta la sua forza bisogna che chi si
accosta ad esso sia un discepolo, o sia intenzionato a diventarlo
seriamente:
Discepolo è, come apprendiamo dal Signore stesso, chiunque si accosta al
Signore per seguirlo, cioè per ascoltare le sue parole, credere e ubbidire a
lui come a padrone e re e medico e maestro di verità… ora colui che crede
nel Signore e si presenta come pronto al discepolato deve prima
allontanarsi da ogni peccato, e poi anche da tutte le cose che distolgono
dall’ubbidienza, per molte ragioni dovuta al Signore, anche se sembrino
all’apparenza ragionevoli(San Basilio, Sul battesimo I, 1 p. 121 SG.).
 
La condizione favorevole che permetteva al battesimo, alle origini della
Chiesa, di operare con tanta potenza era dunque questa: che l’opera di Dio
e l’opera dell’uomo si incontravano contemporaneamente, c’era un
sincronismo perfetto; avveniva come quando due poli si toccano e così
fanno sprigionare la luce.
Ora questo sincronismo si è rotto; ricevendo il battesimo da bambini
venne a mancare a poco a poco un atto di fede libero e personale.
Esso veniva supplito, ed emesso, per così dire, per interposta persona
(genitori, padrini).
Di fatto, una volta, quando tutto l’ambiente che circondava il bambino era
cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare anche se più
lentamente.
Ma ora non è più così; la nostra condizione è venuta ad essere
peggiore ancora di quella del Medio Evo: l’ambiente infatti in cui il
bambino cresce non è tale da aiutarlo a sbocciare nella fede: non lo
è spesso la famiglia, non lo è ancora più spesso la scuola e non lo è,
meno che meno, la società e la cultura.
 
Questo non significa affermare che non c’è, in questa situazione, una vita
cristiana normale, né che sia mancata la santità e i carismi che
l’accompagnano; solo che anziché un fatto normale, ciò è divenuto sempre
più, agli occhi dei cristiani, un’eccezione.
 
In questa situazione raramente, o mai, il battezzato arriva a
proclamare “in Spirito Santo”: Gesù è il Signore!…e finché non si
arriva a questo punto, tutto nella vita cristiana è sfuocato
immaturo. Non avvengono più i miracoli; si ripete ciò che avvenne per i
nazaretani: “Gesù non poté fare molti miracoli a causa della loro incredulità,
della loro mancanza di fede”(Mt 13,58).

 
 

IL SIGNIFICATO DELL’EFFUSIONE DELLO SPIRITO

Ecco allora il senso dell’effusione dello Spirito:


Essa è una risposta di Dio alla disfunzione in cui è venuta a trovarsi
la vita cristiana.
In questi ultimi anni si sa che anche la Chiesa, i Vescovi hanno cominciato a
preoccuparsi del fatto che i sacramenti cristiani, specialmente il battesimo,
vengono amministrati a persone che poi non ne faranno alcun uso nella
vita, e hanno prospettato la possibilità di non dare il battesimo quando
manchino le garanzie minime che esso sia coltivato e valorizzato dal
bambino.
 
«Non si possono gettare le perle ai porci» come diceva Gesù, e il battesimo
è una perla preziosa perché esso è il frutto del sangue di Cristo.
Ma si direbbe che il Signore si è preoccupato, prima ancora della Chiesa, di
questa disfunzione e ha suscitato qua e la nella Chiesa movimenti tendenti
a rinnovare negli adulti l’iniziazione cristiana.
 
Il Rinnovamento nello Spirito è uno di questi movimenti e in esso la grazia
principale è senza dubbio legata all’effusione dello Spirito e a ciò che la
precede.
La sua efficacia nel “riattivare” il battesimo consiste in questo: che
finalmente l’uomo reca la sua parte, cioè faccia una scelta di fede,
preparata nel pentimento, che permetta all’opera di Dio di «liberarsi» e di
sprigionare tutta la sua forza.
Come se la mano tesa di Dio finalmente incontrasse quella dell’uomo e,
nella stretta, potesse far passare tutta la sua forza creatrice che è lo Spirito
Santo. Come se, per usare un’immagine tratta dal mondo fisico, la spina
venisse inserita nella presa e la luce finalmente si accendesse.
Il dono di Dio viene finalmente «slegato» e lo Spirito si espande
come profumo sulla vita cristiana. 
Nell’adulto che ha già alle spalle una lunga vita cristiana, questa scelta di
fede ha necessariamente il carattere di una «conversione».
Potremmo descrivere l’effusione dello Spirito, per quanto riguarda la parte
dell’uomo, sia come un rinnovamento del battesimo, che come una
seconda conversione.

Possiamo capire qualche cosa di più dell’effusione, vedendola in rapporto


anche con la Confermazione (Cresima), almeno nella prassi attuale, in
cui questo sacramento è staccato dal battesimo e amministrato in età
avanzata.
Oltre che un rinnovamento della grazia del battesimo, l’effusione è anche
una «conferma» del proprio battesimo, un «sì» cosciente detto ad esso, ai
suoi frutti e ai suoi impegni, e come tale si affianca (almeno per l’aspetto
soggettivo di esso) a quello che opera, sul piano oggettivo e sacramentale,
la confermazione: questa infatti è vista come un sacramento che sviluppa ,
conferma e porta a compimento l’opera del battesimo.
 
L’effusione è una confermazione soggettiva e spontanea non
sacramentale in cui lo Spirito Santo agisce non in forza
dell’istituzione (sacramento), ma in forza della libera iniziativa dello
Spirito e della disponibilità del soggetto. 
 
Dal riferimento alla confermazione, viene anche quello speciale senso di un
maggiore coinvolgimento nella dimensione apostolica e missionaria della
Chiesa che di solito si nota in chi riceve l’effusione dello Spirito.
Ci si sente spinti a collaborare di più all’edificazione della Chiesa, al mettersi
al sevizio di essa nei vari ministeri sia clericali che laicali, a dare
testimonianza a Cristo; tutte cose, queste, che richiamano l’evento della
Pentecoste e sono attualizzate nel sacramento della Cresima.

 
 

AMORE FRATERNO, PREGHIERA E IMPOSIZIONE DELLE MANI


NELL’EFFUSIONE DELLO SPIRITO

L’effusione dello Spirito non è l’unica occasione che si conosca nella Chiesa
per questa riviviscenza dei sacramenti dell’iniziazione e in particolare dello
Spirito Santo nell’anima in occasione del battesimo.
C’è, per esempio, il rinnovamento delle promesse battesimali nella veglia
pasquale, ci sono gli esercizi spirituali, c’è la professione religiosa, chiamata
un “secondo battesimo” e, a livello sacramentale, abbiamo detto la
Confermazione.
Non è difficile poi scoprire spesso nella vita dei santi la presenza di una
effusione spontanea, specialmente in occasione della loro conversione.

Ecco per esempio cosa si legge di san Francesco al momento della sua
conversione:
 
Terminato il banchetto, uscirono di casa. Gli amici gli camminavano innanzi;
lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo; ma invece di
cantare, era assorto nelle sue riflessioni. D’improvviso, il Signore lo visitò e
ne ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né
parlare, non percependo se non quella soavità, che lo estraniava da ogni
sensazione…Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo
raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro
uomo. Lo interrogarono: «A cosa stai pensando, che non ci hai seguiti?
Almanaccavi forse di prendere moglie?» Rispose con slancio: «E’ vero!
Stavo pensando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella
che mai abbiate visto.» I compagni si misero a ridere. Francesco disse
questo non di sua iniziativa, ma ispirato da Dio(Leggenda dei tre compagni,
3,7).
 
Dicevo che l’effusione dello Spirito non è l’unica occasione di rinnovamento
della grazia battesimale.
Essa però occupa un posto del tutto particolare per il fatto di essere aperta
a tutto il popolo di Dio, piccoli e grandi, e non soltanto ad alcuni privilegiati
che fanno gli esercizi spirituali ignaziani o che emettono la professione
religiosa.
Da dove proviene questa straordinaria forza che abbiamo
sperimentato in occasione dell’effusione?
 
Noi infatti non stiamo parlando di una teoria, ma di qualcosa che abbiamo
sperimentato noi stessi, per cui possiamo dire come Giovanni: “…ciò che noi
abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi,…ciò che le
nostre mani hanno toccato,…questo annunziamo anche a voi, perché anche
voi siate in comunione con noi”(1Gv 1,1.3).
La spiegazione di questa forza è nella volontà di Dio: perché è piaciuto a
Dio oggi rinnovare la Chiesa per questo mezzo e basta!
 
Ci sono certamente dei precedenti biblici come quello narrato in Atti 8,14-
17, quando Pietro e Giovanni, saputo che la Samaria aveva accolto la parola
di Dio, vi discesero, pregarono per loro, e imposero loro le mani perché
ricevessero lo Spirito Santo.
Ma questi precedenti biblici, per altro rari e non univoci nel significato, non
bastano a spiegare la vastità e la profondità del fenomeno odierno legata
all’effusione dello Spirito. La spiegazione dunque è nel disegno di Dio.
 
Potremmo dire, parafrasando un detto famoso dell’Apostolo: “Poiché i
cristiani, con tutta la loro organizzazione, non hanno saputo trasmettere la
potenza dello Spirito, è piaciuto a Dio rinnovare i credenti mediante la
stoltezza dell’effusione. I teologi infatti cercano spiegazione e le persone
responsabili cercano moderazione, ma i semplici toccano con mano la
potenza di Cristo nell’effusione”(cfr 1Cor 1,21-24).
Noi uomini e in particolare noi uomini di Chiesa, tendiamo a lesinare a Dio
la sua libertà; tendiamo a tracciargli dei percorsi obbligati (i cosiddetti
canali della grazia), dimenticando che Dio è un torrente che straripa e si
crea da solo il proprio letto e che lo Spirito soffia dove e come vuole. In che
consiste l’effusione e come agisce? Nell’effusione c’è una parte segreta,
misteriosa di Dio ed è il suo modo di farsi presente, di agire che è diverso
per ognuno perché lui solo ci conosce nell’intimo e può agire e valorizzare la
nostra inconfondibile personalità; e c’è una parte palese, della comunità,
che è uguale per tutti e che costituisce una specie di segno, con una certa
analogia rispetto a quello che sono i segni dei sacramenti.
La parte visibile o della comunità, consiste soprattutto in tre cose: amore
fraterno, imposizione delle mani e preghiera.
Sono elementi non sacramentali, ma semplicemente ecclesiali.
 
L’imposizione delle mani può avere due significati: un significato di
invocazione e un significato di consacrazione.
Vediamo, per esempio, presenti entrambi questi tipi di imposizione delle
mani nella Messa: c’è una imposizione delle mani di carattere invocatorio
(almeno per noi latini) ed è quella che il sacerdote fa sulle offerte al
momento dell’epiclesi, quando prega dicendo: “Lo Spirito Santo santifichi
questi doni perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo”; e c’è una
imposizione delle mani consacratoria ed è quella che fanno i celebranti sulle
offerte al momento della consacrazione.
Nel rito stesso della cresima, come si svolgono oggigiorno, vi sono due
imposizioni delle mani: una di carattere invocatorio e un’altra consacratoria
che accompagna il gesto dell’unzione sulla fronte, nella quale si realizza il
sacramento vero e proprio.
Nell’effusione dello Spirito l’imposizione delle mani ha un carattere
soltanto invocatorio (sulla linea di ciò che incontriamo in Gen. 48,14;
Lev. 9,22; Mc.10 13-16; Mt.19 13-15).
Ha anche un valore altamente simbolico: richiama l’immagine dello
“Spirito Santo che copre con la sua ombra” (Lc 1,35); ricorda anche
“lo Spirito Santo che aleggiava sulle acque”(Gen 1,2c) .
Questo simbolismo del gesto dell’imposizione delle mani è messo in luce da
Tertulliano quando parla dell’imposizione delle mani sui battezzati: “La
carne è adombrata dall’imposizione delle mani perché l’anima sia illuminata
dallo Spirito”(Sulla risurrezione dei morti, 8,3). C’è un paradosso, come in
tutte le cose di Dio: l’imposizione delle mani illumina adombrando, come la
nube che seguiva il popolo eletto nell’Esodo e come la nube che avvolse i
discepoli sul Tabor (cfr. Mt 17,5).
 
Gli altri due elementi sono, abbiamo detto, la preghiera e l’amore fraterno;
potremo dire: l’amore fraterno che si esprime in preghiera.
 
L’amore fraterno è segno e veicolo dello Spirito Santo; lo Spirito Santo
che è l’Amore, trova nell’amore fraterno il suo ambiente naturale, il suo
segno per eccellenza.
Non si esagera mai abbastanza l’importanza di un clima di vero
amore intorno al fratello che deve ricevere l’effusione.
 
Anche la preghiera è messa in rapporto stretto, nel Nuovo
Testamento, con l’effusione dello Spirito Santo.

Del battesimo di Gesù si dice che: “mentre stava in preghiera, il cielo si


aprì e scese su di lui lo Spirito Santo”(Lc 3,21-22).
Fu la preghiera di Gesù, si direbbe, a far aprire i cieli e a far scendere su di
lui lo Spirito Santo.
Anche l’effusione della Pentecoste avvenne così: “Mentre tutti costoro erano
perseveranti nella preghiera, …venne dal cielo un rombo come di tuono e
apparvero lingue di fuoco…”(cfr. At 1,14-2,1ss).
Del resto Gesù stesso aveva detto: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un
altro Consolatore”(Gv 14,16).
Ogni volta l’effusione dello Spirito è messa in rapporto con la preghiera.
 
Questi segni: l’imposizione delle mani, la preghiera e l’amore fraterno
parlano tutti di semplicità, sono strumenti semplici.
Proprio in questo essi recano il marchio delle azioni di Dio: “non c’è nulla –
scrive Tertulliano a proposito del battesimo – che lascia così attonite le
menti degli uomini come la semplicità delle azioni divine che si vedono in
atto e la magnificenza degli effetti che vengono conseguiti…le proprietà di
Dio sono: semplicità e potenza”(Sul battesimo, 2,1 ss).
 
Il contrario di ciò che fa il mondo: nel mondo più sono grandi gli obbiettivi
da conseguire più l’apporto dei mezzi è complicato; quando poi si vuole
arrivare sulla luna questo apparato diventa gigantesco. Se la semplicità è il
marchio dell’agire divino, bisogna preservare assolutamente questo marchio
nel conferire l’effusione dello spirito. Per questo la semplicità deve
risplendere in tutto: nella preghiera e nei gesti; niente cose teatrali, gesti
eccitati, multiloquio ecc…..La Bibbia fa notare, a proposito del sacrificio del
Carmelo, il contrasto stridente tra l’agire dei sacerdoti di Baal che gridano,
danzano da scalmanati e si fanno incisioni a sangue, e l’agire di Elia che
prega invece semplicemente così:
“Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe…rispondimi e questo popolo sappia
che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!”( 1Re 18,25-38). Il
fuoco del Signore calò sul sacrificio di Elia e non su quello dei sacerdoti di
Baal. Elia stesso, poco dopo, fece l’esperienza che Dio non era nel vento
impetuoso, non era nel terremoto, non era nel fuoco, ma era nel mormorio
di un vento leggero (cfr.1 Re 19,11-13).
 
Da dove viene la grazia che si sperimenta nell’effusione?
 
Dagli astanti?…No!…Dal soggetto che la riceve?…No!…Viene da Dio!
 
Non ha senso chiedersi se viene da dentro il soggetto o da fuori: Dio è
dentro e fuori.
Possiamo solo dire che tale grazia ha rapporto con il battesimo perché Dio
agisce sempre con coerenza e con fedeltà, non fa e disfà. Egli fa onore
all’impegno e all’istituzione di Cristo.
Una cosa è certa: non sono i fratelli a conferire lo Spirito Santo; essi non
danno lo Spirito Santo al fratello, ma invocano lo Spirito Santo sul
fratello.
Lo Spirito non può essere dato da nessun uomo, neppure dal Papa o dal
vescovo, perché nessun uomo possiede in proprio lo Spirito Santo.
Solo Gesù può dare in senso proprio lo Spirito Santo; gli altri non
possiedono lo Spirito Santo, ma piuttosto sono posseduti da lui.
Quanto al modo di questa grazia possiamo parlare di una nuova venuta
dello Spirito Santo, di una nuova missione da parte del Padre attraverso
Gesù Cristo o di una nuova unzione corrispondente al nuovo grado di
grazia.
 
In questo senso, l’effusione, se non è un sacramento, è però un
evento spirituale: questa potrebbe essere la definizione che più si
avvicina alla realtà. 
Un evento, dunque qualcosa che avviene, che lascia il segno, che crea una
novità in una vita; ma un «evento spirituale» (non storico). Spirituale
perché avviene nello spirito, cioè nell’interiore dell’uomo e gli altri possono
benissimo non accorgersi di nulla; spirituale, soprattutto perché esso è
opera dello Spirito Santo.
 
Concludo questo insegnamento con un bel testo dell’apostolo Paolo
che parla proprio della riviviscenza del dono di Dio, Ascoltiamolo
come un invito a ciascuno di noi:

Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te


per l’imposizione delle mani.
Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza,
ma di forza, di amore, di saggezza.
(2Tm 1,6-7).

EFFUSIONE DELLO SPIRITO


 E CONVERSIONE PERMANENTE
di Maria Tortorese
Membro del CNS - RnS

"Siate ricolmi dello Spirito Santo e rendete grazie al Padre per ogni cosa" (Ef 5, 18
-20)

Convertire i battezzati: la vita nuova

In occasione del recente Sinodo per l'Europa un vescovo ha affermato: «la cosa più difficile
non è battezzare i convertiti, ma convertire i battezzati! ».

Come animatori dei RnS, possiamo testimoniare che questa difficoltà che era, a suo tempo,
anche la nostra, è stata meravigliosamente superata dallo Spirito Santo donandoci l'esperienza
dell'attualizzazione dei Battesimo e dell'inizio in noi della vita nuova.

Ricordiamo insieme le origini di questa affascinante avventura: trenta o venticinque o forse


venti anni or sono tutto è cominciato...

In quell'occasione qualcuno ci avvicinò dicendoci dì aver intrapreso un'esperienza particolare,


bella, forte. Quella stessa persona, probabilmente, ci ha pure incoraggiato a frequentare il
proprio gruppo di preghiera. Abbiamo sentito parlare di profezie, di guarigioni, di fratelli
meravigliosi... E fu cosí che una sera, più per curiosità che per convinzione, accettammo
l'invito.

Superato l'impatto iniziale, nel trovarci ìn mezzo a gente un po' strana, che pregava in modo
nuovo e personale, che usava gesti inconsueti, che cantava con gioia canti le cui parole ci
facevano battere il cuore, decidemmo di provare.

Intanto qualcosa lentamente cambiava in noi. Eravamo giunti carichi di pesi e problemi, di
stanchezze e angosce, forse depressi, in cerca di qualcosa o qualcuno. Pian piano l'accoglienza
e l'amore dei fratelli ci avvolsero, la preghiera ci consolò, spezzando il cerchio della nostra
solitudine e lasciandoci la sensazione di essere giunti finalmente a casa. Ognuno era proteso
verso un cammino che sentiva irreversibìle e glorioso.

Sì glorioso! Perché la fede tiepida cominciava a emergere, a prendere quota e con essa
cresceva il desiderio di vivere l'incontro tanto atteso. Finalmente anch'io potevo incontrare Dio,
il Dio che i fratelli testimoniavano di avere incontrato e che stava rivelandosi a me: da Dio
lontano a Dio vicino, presente, vivo, operante nella vita, nella mia vita.

Preghiera di effusione: lo spartiacque della mia storia

L'esperienza di quel momento, di quell'assemblea era meravigliosa, sembrava di vivere in un


altro mondo, su un altro pianeta.

     Ma era tutto vero? Era sogno o realtà? Eppure coloro che ci parlavano, che pregavano, che
cantavano erano persone reali, concrete che proclamavano H loro incontro con il Signore
risorto.
Passato un certo periodo un responsabile iniziò a parlare dei Seminario di Vita Nuova e forse,
ancora senza capire, dicemmo di sì: «desidero parteciparvi anch'io, desidero vivere in pienezza
quello che voi vivete e ricevere quello che voi avete ricevuto».

Il punto chiave, lo spartiacque della nostra storia, quello che separa il prima dal dopo, è
stato proprio la Preghiera di effusione ricevuta durante il seminario. Qualcosa allora è
cambiato. E' avvenuta una svolta, una conversione totale, radicale, il divenire una persona
nuova a tutti i livelli: fisico, psichico, spirituale. Con segni di ringiovanimento fisico,
manifestazioni di gioia, amore, serenità nuova, perdono a tutti e per tutti, totale.

Nel frattempo sono passati gli anni e qualcuno ha continuato il cammino di vita nuova e
conversione. Altri, invece, hanno cominciato a rimpiangere le cipolle d'Egitto, mentre qualcuno
ha trovato la strada dura e non ha visto la potenza dello Spirito Santo in sé.

L'avvenimento che cerchiamo di chiarificare per poter continuare il cammino, per crescere,
riprendere forza e vigore, non solo per noi ma per i nostri fratelli e per tutti coloro che ci sono
affidati, è l'effusione dello Spirito e la conversione permanente, riattualizzando così la nostra
esperienza.

Lo Spirito e l'effusione

 Per poter parlare di effusione dello Spirito Santo bisogna prima di tutto dire qualcosa sullo
Spirito, anche se certamente abbiamo già riflettuto su questo, personalmente o in gruppo. Ora
possiamo tornare a chiederci, a proposito dello Spirito: chi è, cosa fa, che ruolo svolge?

Ha detto il grande teologo Hans Urs von Balthasar: «Quello che lo Spirito Santo chiede è
solo che si parli di lui, ma soprattutto che lo si lasci agire».

Ma per lasciarlo agire dobbiamo ricordare che bisogna conoscerlo, almeno un po'. lo Spirito
Santo è il dono fondamentale attraverso il quale Dio entra in comunione con ciascuno di noi. Ma io
Spirito non è una cosa: è una persona. Il Padre e il Figlio ci hanno donato la loro stessa comunione
e lo Spirito Santo, a sua volta, si dona a noi per essere la nostra comunione con il Padre e il Figlio.

Il Padre e il Figlio si amano d'un amore eterno, infinito. Sono uno di fronte all'altro, senza
confondersi, e io Spirio Santo è il cuore di questa relazione eterna e diviene per noi principio di
comunicazione di tutti i doni che Dio riversa fuori di sè.
Presente fin dalla creazione dell'universo e dell'uomo, come Spirito di verità, di
sapienza, di fortezza ha ispirato i profeti, condotto i patriarchi, guidato e sostenuto il
popolo di Dio in tutta la sua vicenda. Lo stesso Spirito ispira oggi i nuovi profeti,
conduce i pastori, sostiene il nuovo popolo di Dio, perché la sua missione è quella di
essere comunione e di compiere «dal di dentro la sua opera di salvezza» (Ad Gentes, 4).

 Lo Spirito Santo si rende particolarmente         Cos'è L'Effusione dello Spirito?
presente in noi che diventiamo il suo tempio e
la sua casa. Cerchiamo di comprendere sempre più in
profondità i doni di grazia rIcevuti con
Come dice san Paolo: «lo Spirito di Dio abita in l'effusione:
voi» (Rm 8,9).
-grazia che viene a risvegliare in noi la
«Lo Spirito Santo è in me proprio perché  coscienza che lo Spirito Santo è presente, è
stabilisce con me un rapporto di apertura, di vivo, è Dio;
offerta, di dono, soprattutto dono dì sé perché
non è solo l'origine, ma anche il primo di tutti i
-grazia che viene a liberare dal torpore e dalla
doni.
tiepidezza;
E' in noi non "dorme", non "prende sonno" (cf.
Sal 121,4) ma vive, agisce, opera» (Arnaldo
 -dono di Dio al mondo di oggi per riprendere
Pigna OCD).
coscienza della realtà dello Spirito Santo e
Possiamo affermare che è davvero questa la
stabilire un rapporto personale di dipendenza e
realtà che noi viviamo? Sì? In ogni caso
amicizia con Lui, perché dallo Spirito veniamo,
possiamo, però, testimoniare che senza lo
dello Spirito siamo, nello Spirito ci troviamo e
Spirito Santo non è possibile incontrare Dio né
per lo Spirito viviamo (ci. At 17, 28);
riconoscere Gesù come Signore, perché è Lui
l'Amore che rende possibile l'incontro.
 -grazia di conversione, di cambiamento di
rotta;
A questo punto possiamo dire che l'effusione è
una grazia e un dono che produce molti effetti
nel nostro rapporto con Dio.   -introduzione alla pienezza della vita.

Effetti dell'effusione dello Spirito

Gli effetti dell'effusione dello Spirito credo siano stati vissuti da tutti anche se in forme,
intensità e tempi diversi, a seconda della nostra esperienza e personalità.

La grazia di Pentecoste è stata la grazia dello Spirito Santo che ci ha segnato


indelebilmente donandoci la nostra vera identità.

 Lo Spirito Santo ha rivelato noi a noi stessi.        Effetti Spirituali dell'Effusione
Siamo diventati una lettera «scritta non con
inchiostro, ma con lo Spirito dei Dio vivente» Giova ricordare quali sono e quali dovrebbero
(2 Cor 3, 3b). ancora oggi essere gli effetti dell'effusione dello
Poniamoci, allora, qualche domanda. Spirito. Possiamo fare una breve sintesi dei
principali:
Questa lettera continua a essere inviata e -scoperta di Gesù, dono per eccellenza,
letta? Dentro di noi c'è ancora quel fuoco che, riscoperta o approfondimento della relazione
come ai discepoli di Emmaus «ardeva nel vitale con Lui in ogni attività, incontro,
petto» (Lc 24, 32),quando lo Spirito Santo è avvenimento;
disceso su di noi?   -sentire che lo Spinto grida, in noi Abbà,
Padre (cf. Rm 8,15);
Se la risposta è sì, possiamo dire che -gusto per la lettura della Sacra Scrittura.
l'effusione continua nella nostra vita oggi, che Migliore comprensione (cf. Gv 14, 26; 16, 12-
3), scoperta della Parola di Dio, come parola
non è un avvenimento passato, che siamo viva, attuale, vera (ci. Eb 4, 12);
tuttora sotto la guida dello Spirito, che -sentir scaturire una nuova preghiera
procediamo in un cammino di rinnovamento. spontanea (ringraziamento); nello Spirito
(glossolalia); dello Spirito (giubílo);
Possiamo dire di aver proseguito il cammino -comunione fraterna come figli di un unico
secondo l'esortazione contenuta nella prima Padre (ci. Rm 8, 14);
lettera di Pietro: «non conformatevi ai desideri -desiderio di comunione, scoperta di essere
d'un tempo» (1 Pt 1, 14), e di essere stati fratelli e sorelle in Cristo a tal punto Che
capaci di «deporre l'uomo vecchio con la persone totalmente diverse sul piano umano
condotta di prima» (Ef 4, 22) perché il fuoco per cultura, attività sociale, età, entrano In
che Gesù è venuto a portare sulla terra comunione realizzando l'unità con Gesù e tra dì
continui a essere acceso (cf Lc 12, 49)? loro;
-vera. libertà spirituale da legami negativi e
Ma se il fuoco è un po' spento, se siamo ritornati dal peccato (droga, abusi sessuali) e forza per
nella tiepidezza possiamo ricominciare a vivere oggi, abbandonare progressivamente abitudini non
entrare oggi nella disciplina dello Spirito, ristabilire conformi al Vangelo;
oggi un rapporto con Lui, una comunicazione per -crescita dei frutti dello Spirito di cui parla San
conoscere il progetto di Dio su di noi, e realizzarlo Paolo nella lettera ai Galati: amore, gioia,
nella nostra vita, sapendo e' e il compito dello Spirito pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà,
Santo è trasformarci in discepoli di Cristo. mitezza, dominio di sé (cf. Gal 5, 22), e
soprattutto perdono;
Nel rapporto personale con lo Spirito, allora, -scoperta e crescita dei doni santificanti e dei
imparerò nuovamente a discernere le priorità carismi, unita alla grazia dell'identità
attraverso le sue mozioni, ispirazioni, carismatica;
-riscoperta della Chiesa e senso di appartenenza,
correzioni, tenendo presente che Lui non
con una nuova visione della Chiesa istituzionale e
guarderà ai "colpi" che dovrà darmi per
carismatica;
trasformarmi in Cristo Signore.
-scoperta di Maria nella propria vita, nella
storia dell'umanità e della Chiesa;
- cammino verso l'ecumenismo.

La conversione

Prima di tutto cerchiamo di capire di cosa si tratta. Conversione è uscire dal proprio stato
presente per diventare nuova creatura, è protendersi verso il futuro (cf. Fil 3, 13).

Possiamo dire di avere avuto una prima conversione, eclatante forse, che ci ha portato a
cambiare rotta. Non per tutti è avvenuta nello stesso tempo, con le stesse modalità, per alcuni
è avvenuta prima dell'effusione, per altri dopo. Certo c'è stato un momento in cui ci siamo posti alla ricerca di
Dio ed è iniziato un cammino, senza sapere che il Signore, già da tempo, si era messo sulla nostra strada
per incontrarci.

la nostra conversione è dovuta a un incontro: il nostro Spirito aperto si è incontrato con lo


Spirito Santo che ha suscitato emozioni, intuizioni, aspirazioni, slanci, desideri di vivere e di
proiettarsi in avanti alla scoperta dell'inedito, della sorpresa, dell'ignoto, del mistero. 

Potremmo confrontare questo sconvolgimento, questa inversione di rotta con


l'esperienza di due grandi convertiti, narrata nella Scrittura: pensiamo a Levi, cioè
Matteo (cf. Lc 5, 27-32) oppure a Zaccheo (cf. Lc 19, 1-10).

Si trattava di pubblicani, peccatori, uomini L'azione dello Spirito dopo l'effusione


perduti, ma per il Signore, che ama Esaminiamo insieme alcuni ulteriori aspetti del
immensamente, nulla e nessuno è nostro rapporto con lo Spirito, dopo l'effusione:
irrimediabilmente perduto. Perché chi ama. - Quale rapporto ho oggi con lo Spirito Santo?
non scriverà mai la parola fine ai suoi tentativi - Come si è sviluppato questo rapporto dal
di recupero della persona amata. momento dell' effusione a oggi?
Quanto ci ha amato Dio! Quanto noi - Come vedo la sua azione in me e intorno a
amiamo Lui, noi stessi, il nostro prossimo? me? Quanto gli sono sottomesso ? 

Grazie allo Spirito Santo in noi, siamo entrati in un cammino di conversione continua, di verità con
noi stessi, di autenticità, lasciando cadere la maschera che ci eravamo costruiti per nascondere il
nostro vero volto. E non è cosa da poco!

Conversione permanente

 Può sempre accadere che prevalga in noi la cultura corrente dell'apparire, del prestigio,
dell'immagine, della figura con il rischio di ridurre al silenzio ogni altra profonda esigenza
prendendo l'abbaglio di costruire la nostra vita sull'equivoco, sull'illusione, sul gioco tragico di
non dire a noi stessi la verità.

Nessuno è esente da questa tentazione che rischia di portarci a non saper distinguere il vero
dal falso, la verità dalla menzogna, tra ciò che veramente ci aiuta a vivere e ciò che ci distrugge.

Se ci ostiniamo in questo gioco di equivoco e illusione, allora rimane preclusa ogni esperienza
d'incontro, sia con Dio che con il prossimo. Ricordiamo le parole di San Paolo: «o stolti
Galati...» (Gai 3,1).

Un punto chiave di conversione è, dunque, quello di essere sempre veri con sé e con Dio,
poi verrà la verità con i fratelli come conseguenza.

Un altro punto nodale è quello di lasciarsi mettere continuamente in discussione. Non


dobbiamo avere paura dei nostri fallimenti: «avevamo cominciato nello Spirito e ora ... ».

Ripensiamo a Zaccheo: notiamo che Gesù va in cerca di un uomo vero, di un volto concreto.
Non cerca un cuore pulito per intrecciare un rapporto di amicizia, ma un cuore disponibile, da
ripulire, da mettere a nuovo per farselo amico.

A questo punto qualcuno potrà obiettare: «sì, è vero, qualcosa è avvenuto per me molti anni
fa, ma ora ... ».

Forse anche noi abbiamo cercato di realizzare qualcosa, ma ora sembra quasi non aver
concretizzato nulla. Forse abbiamo commesso qualche errore nel cammino, per ignoranza,
superficialità, visione inesatta, non sapendo che l'incontro con Gesù, amico, sposo, Signore, se
è vero, si fa ben presto esigente e spesso anche difficile.

Forse ci siamo illusi che Gesù, entrando nella nostra casa, ci lasciasse dove e come
eravamo, con le nostre pigrizie e abitudini, protetti dal nostro egoismo e dalle nostre
piccole sicurezze, adeguandosi alla nostra mentalità e ai nostri schemi. Gesù è andato e
va ben oltre: non ci ha avvicinati per blandirci e illuderci, ma per convertirci al progetto
che il Padre ha su di noi.

Lo Spirito Santo ha assunto quella dimensione storico-temporale, che apparteneva


soltanto al Cristo terreno. Il Cristo, divenuto Signore e asceso alla destra dei Padre nella
gloria, è uscito dalla storia e dal tempo degli uomini, mentre lo Spirito Santo è disceso e
ha assunto, con modalità diversa, la dimensione storica che prima era dei Cristo. E
venendo ha scompigliato i nostri piani, sconvolto i nostri progetti, invertito le rotte,
smantellato le strutture, smontato la nostra personalità per esporla al vero sole, ha
tagliato, cambiato, purificato, rinnovato.

Vogliamo tirarci indietro o desideriamo continuare questo cammino di conversione e di


rinnovamento? Se la nostra risposta è positiva, allora possiamo continuare a fare qualche
passo ulteriore.

Lasciamo che Gesù faccia lavorare in noi il Padre che, da Vignaiolo sapiente, pota il
tralcio perché porti più frutto (cf. Cv 15,1 2), sradica il male perché ci sia pienezza di
salute, scava profondo, nel solco della ricerca della verità, per radicarci con solidità in
Lui.

Così potremo vivere momenti di luce e tenebre, di amare scoperte, di strappi, di travagli,
di delusioni, di angosce, di povertà e miseria, di morte e vita. La conversione
permanente è, infatti, un estenuante esercizio di liberazione e di distacco. Lasciamo alle
nostre spalle umilianti vincoli, penosi condizionamenti, fatue illusioni, e protendiamoci
in avanti per effettuare un necessario salto di qualità:
- dall'egoismo all'amore;
- dall'uomo vecchio all'uomo nuovo;
- dal negativo al positivo;
- dall'io al tu di Dio.

La conversione investe tutta la persona, da cima a fondo, con un lento e progressivo


passaggio:
- dal male al bene;
- dal bene al meglio;
- dal meglio all'ottimo.

Tutto questo non ieri né domani, ma oggi, perché è nell'oggi che noi agiamo. A noi
appartiene solo il momento presente perché il passato,-anche prossimo, è affidato alla
misericordia di Dio, mentre il futuro è ancora da venire, non è ancora.

Lasciarsi lavorare dallo Spirito

Ecco perché in questo cammino di Rinnovamento non si può dire: «sono arrivato, adesso
basta, sono buono», perché il rischio è di tornare indietro, di smarrirsi.

Quanti tra di noi, quanti fratelli e sorelle hanno avuto o hanno paura di lasciarsi lavorare
dallo Spirito Santo, di vivere in una purificazione continua, in un distacco totale, in una
morte dell'uomo psichico, affinché l'uomo spirituale abbia il sopravvento per cogliere
l'Amore di Dio e arrivare alla pienezza e alla gioia.

Ricordiamo la parola che Dio rivolge alla Chiesa                 Le armi del servizio
di Laodicèa: «tu non sei né freddo né caldo. Ricordiamo i mezzi di salvezza fondamentali
Magari fossi freddo o caldo! Ma poiché sei per ogni cristiano, ma tanto più necessari a
tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto ogni fratello o sorella chiamati al servizio nella
per vomitarti dalla mia bocca » (Ap 3, 15 b- comunità ecclesiale:
16). - preghiera personale;
- studio;
E ancora ciò che Gesù dice ad Andrea e - spirito di servizio;
Filippo: «se il chicco di grano caduto in terra - vita vissuta con rettitudine, sotto la guida
non muore, rimane solo; se invece muore, dello Spirito Santo, nella potenza di Gesù e per
produce molto frutto» (Gv 12, 24b).  la gloria del Padre.

Secondo  la parola di Dio chi di noi vuole vivere pienamente è chiamato a morire. Impossibile
agli uomini non a Dio (cf. Lc 1, 37).

Effusione
dello Spirito santo
e remissione dei peccati
Enzo Bianchi

«V enga il tuo Spirito santo su di noi e ci purifichi» (Lc 11,2). Allo Spirito santo appartiene dunque la
particolare e prioritaria forza ed energia di purificare e rimettere i peccati, come attesta la parola evangelica.
(Gregorio di Nissa, Omelie sul Padre nostro III) 
La remissione dei peccati avviene nella grazia dello Spirito [, come sta scritto]: «Siete stati lavati e siete stati
santificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito santo» (cf 1Cor 6,11). (Basilio di Cesarea, Lo
Spirito santo XIX,49)

Introduzione

Quando mi è stata richiesta questa relazione sul tema: «Effusione dello Spirito santo e remissione dei
peccati», ho accettato con gioia. Ma non appena ho iniziato le mie ricerche ho avuto la sorpresa di
constatare che questo argomento è evaso, tralasciato, nel migliore dei casi appena accennato. In ambito
liturgico, in particolare, il rapporto tra Spirito e remissione dei peccati non ha attirato l’attenzione degli
studiosi; anche in ambito teologico, e più precisamente pneumatologico, il tema non è assolutamente
approfondito, ma sempre solo accennato. 
Chiedo quindi scusa a tutti voi se vi offro una relazione che ha il limite di una ricerca molto personale, senza
molti possibili punti di confronto, e che dunque non si presenta sufficientemente articolata. Cercherò
innanzitutto di leggere come la relazione tra Spirito santo e remissione dei peccati è delineata nelle Sante
Scritture; in un secondo momento metterò in luce come la liturgia, lex orandi, sia ispirata e nello stesso
tempo confermi la fede, la lex credendi.

1. Spirito santo e remissione dei peccati nelle Scritture

Quando evochiamo lo Spirito di Dio, lo Spirito santo, la ruach ‘Adonaj, non dobbiamo mai dimenticare che
lungo tutto l’Antico Testamento, così come nel Nuovo, esso è indissolubilmente legato alla Parola di Dio:
ruach ‘Adonaj e dabar ‘Adonaj sono sempre congiunti e spesso nominati l’uno dopo l’altra. Questo appare
già all’inizio delle Sante Scritture, in Gen 1,2-3: «Lo Spirito di Dio planava/covava (merachefet) sulla faccia
delle acque, e Dio parlò: “Luce!”, e la luce fu». Così anche nel Sal 33,6: «Con la Parola del Signore furono
fatti i cieli e con lo Spirito della sua bocca tutte le loro schiere». E ancora in 2Sam 23,2, dove David dice: «Lo
Spirito del Signore parla in me, la sua Parola è sulla mia lingua». 
Lo Spirito appare come il principio fondante e dinamico, come l’ambiente in cui Dio è presente, mentre la
Parola è il principio che struttura, che fa venire all’esistenza. Dove c’è la Parola di Dio, là c’è lo Spirito di Dio,
e per questo sia nella tradizione rabbinica che nel Nuovo Testamento la Parola del Signore ha potuto essere
introdotta con formule come: «lo Spirito santo dice» (At 28,25 e Eb 3,7, cui seguono citazioni tratte
rispettivamente da Isaia e da un Salmo), o «lo Spirito santo attesta» (Eb 10,15, cui segue una citazione tratta
da Geremia). Lo Spirito santo non è mai donato senza la Parola e, reciprocamente, la Parola suppone
sempre la presenza dello Spirito. Lo dirà Ireneo di Lione, scrivendo sinteticamente che la Parola e lo Spirito
sono le due sante mani con cui il Padre ha creato ogni cosa (cf. Contro le eresie IV, prefazione; IV,20,1); lo
dirà il grande Basilio, chiamando lo Spirito e il Verbo «i due compagni inseparabili» (cf. Lo Spirito santo
XVI,39). Questo legame tra Parola e Spirito va dunque sempre affermato, anche quando non è
materialmente attestato nello sta scritto. Ma per focalizzare con più precisione il rapporto tra Spirito santo e
remissione dei peccati dobbiamo necessariamente ascoltare due testi profetici che si richiamano a vicenda.
Innanzitutto un brano del profeta Geremia (Ger 31,33-34: tra l’altro è il testo citato nel passo della Lettera
agli Ebrei di cui sopra, Eb 10,16-17, nonché in Eb 8,8-12), in cui vi è la promessa di una nuova alleanza,
un’alleanza non come quella stipulata con i padri, da essi violata, ma un’alleanza che avrà questi
fondamenti: 
- Dio pone la sua Parola-Insegnamento (Torah) nell’animo, la scrive nel cuore degli uomini (v. 33); 
- Dio perdona l’iniquità e non ricorda più il peccato del suo popolo (v. 34); 
- ecco allora la nuova alleanza, conclusa con le parole: «Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (v.
33). 
Accanto a questa promessa vi è quella contenuta nel profeta Ezechiele (Ez 36,25-28), che conferma la
nuova alleanza in modo parallelo: 
- Dio dà agli uomini un cuore nuovo e infonde in loro uno Spirito nuovo, il suo Spirito (vv. 26-27); 
- Dio purifica il suo popolo da tutte le impurità e da tutti gli idoli (v. 25); 
- ecco allora l’alleanza, conclusa con le parole: «Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (v. 28). 
In Geremia è la Torah, l’Insegnamento-Parola di Dio che, posto nel cuore dei credenti, causa la remissione
dei peccati; in Ezechiele è lo Spirito di Dio che, infuso nel cuore dei credenti, produce questa stessa
remissione. Ma questo legame tra Parola-Spirito di Dio e remissione dei peccati appare epifanico nel
compimento pasquale di Gesù. È soprattutto l’evangelista Giovanni che è attento a questo compimento
avvenuto in Gesù, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), che ha ricevuto su di sé «lo Spirito senza misura» (cf. Gv
3,34). Subito all’inizio del vangelo Gesù è presentato da Giovanni il Battista come «colui sul quale aveva
visto scendere e rimanere lo Spirito, colui che battezza nello Spirito santo» (cf. Gv 1,33): per questo egli è
«l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29; cf. 1,35). 
E al cuore del suo ministero, nel grande giorno della festa delle Capanne, Gesù levatosi in piedi nel tempio
esclama a gran voce: 
«Chi ha sete venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Fiumi di acqua viva sgorgheranno
dal suo seno”». Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non
era ancora stato dato lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato (Gv 7,37-39). 
Nei discorsi di addio Gesù annuncia poi ai suoi discepoli che il Paraclito, lo Spirito consolatore che egli
avrebbe inviato dal Padre una volta ritornato a lui, avrebbe convinto il mondo quanto al peccato (cf. Gv 16,7-
9). Giunta infine l’ora della glorificazione, il quarto vangelo presenta questo dono dello Spirito da parte di
Gesù articolandolo in due momenti. Il primo è quello dell’«ora», l’ora della morte di Gesù in croce. Gesù,
dopo aver gridato: «Ho sete» (Gv 19,28), sete del Dio vivente (cf. Sal 42,3), e aver ricevuto l’aceto (cf. Gv
19,29; Sal 69,22), «disse: “È compiuto!” e, chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30): parédoken tò
pneûma, recita il testo greco, servendosi del verbo paradídomi, quello tipico del linguaggio della
trasmissione, della tradizione. Così il dono dello Spirito viene effuso sull’universo, sulla chiesa presente sotto
la croce nella polarità materna in Maria e in quella filiale nel discepolo amato. E subito dopo avviene anche il
compimento delle parole profetiche dette da Gesù in occasione della festa delle Capanne: il suo seno viene
colpito con la lancia da un soldato, e subito «ne uscirono sangue e acqua» (Gv 19,34). Commenta Xavier
Léon-Dufour: 
L’acqua che sgorga dal fianco trafitto simboleggia che il fiume d’acqua viva ha cominciato a scorrere: il dono
che i profeti situavano alla fine dei tempi, l’acqua pura, cioè lo Spirito effuso, è una realtà presente da
quando il Figlio ha compiuto il suo passaggio al Padre (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni. IV [Capitoli
18-21], San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, p. 217). 
Il secondo momento della glorificazione è situato dopo la resurrezione. È la sera del primo giorno della
settimana e i discepoli sono radunati insieme: ed ecco che «Gesù venne, stette in mezzo (hêlthen ho Iesoûs
kaì éste eis tò méson) e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il seno, e i discepoli
gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,19-20). Si avvera così ciò che Gesù aveva detto prima della passione:
«Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia … Io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore
si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,20.22). Il Risorto innesta poi la sua comunità
nella sua missione: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21); e affinché questo
innesto avvenga e la missione del Figlio diventi la missione dei discepoli, Gesù «alitò (verbo en-physáo,
«soffiare dentro») su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito santo”» (Gv 20,22). Egli soffia 
come Dio nel creare l’uomo «soffiò nelle sue narici un alito di vita ed egli divenne un essere vivente» (Gen
2,7; cf. anche Sap 15,11); come sta scritto in Ezechiele: «Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi
morti perché rivivano» (Ez 37,9: in entrambi i casi la LXX usa il verbo en-physáo), 
e così comunica lo Spirito santo. È il pieno compimento della glorificazione: lo Spirito è dato ai credenti. Di
più, il dono dello Spirito, compimento di tutta la missione del Figlio, di colui che battezza nello Spirito santo, è
potenza, dýnamis, è autorevolezza, exousía, in vista della remissione dei peccati per tutti gli uomini, come il
Risorto annuncia al termine della sua manifestazione: «Ricevete lo Spirito santo. A coloro a cui rimetterete i
peccati, saranno rimessi» (Gv 20,23). Mostrando i segni della sua passione, Gesù risorto e vittorioso sulla
morte alita lo Spirito e dona la parola sulla remissione dei peccati, delineando la sua missione e la missione
dei discepoli: rimettere i peccati, annunciare il perdono di Dio, la riconciliazione con lui. Dunque il Risorto nel
primo giorno della settimana 
fa il dono dell’ostensione del suo corpo trafitto e glorioso, in particolare del suo seno squarciato da cui è
uscito il flusso d’acqua simbolo dello Spirito santo; 
fa il dono dell’insufflazione dello Spirito santo, che apre la nuova creazione, che è Spirito nuovo nel cuore dei
suoi discepoli, che è remissione dei peccati. 
Il fine dell’incarnazione e del mistero pasquale è la riconciliazione tra l’uomo e Dio: e se nell’ora della
glorificazione questo fine è stato raggiunto da Gesù Cristo, ora spetta ai suoi discepoli, alla chiesa
proseguire questo ministero di riconciliazione. In altre parole, la chiesa testimonia la resurrezione di Gesù
annunciando e attuando tra gli uomini la remissione dei peccati che si compie nella potenza dello Spirito
santo: e questo a partire dalla liturgia, come ora vedremo.

2. Spirito santo e remissione dei peccati nella liturgia

a) Battesimo 
A mo’ di introduzione al discorso sull’azione di remissione dei peccati connessa dalla liturgia allo Spirito
santo, non possiamo dimenticare innanzitutto una variante del Padre nostro: alcuni testimoni non leggono
«Venga il tuo Regno» bensì «Venga il tuo Spirito santo su di noi e ci purifichi» (Lc 11,2), come attesta
ancora Massimo il Confessore (VII secolo). Secondo gli esegeti questa variante sarebbe tratta dalla liturgia
battesimale, che è sempre stata compresa come liturgia della remissione dei peccati a partire dalle parole
pronunciate dall’apostolo Pietro nel giorno di Pentecoste: «Ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di
Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito santo» (At 2,38; si noti tra
l’altro, anche in questo caso la stretta connessione tra perdono dei peccati e Spirito). Gesù, risuscitato dallo
Spirito santo, è diventato sorgente dello Spirito per la sua chiesa, e il battesimo è il sacramento per
eccellenza di questo dono. In questo senso, «nascere dall’acqua e dallo Spirito» (cf. Gv 3,5) è nascere dallo
Spirito santo di cui l’acqua è segno: per questo l’Apostolo può dire che «siamo stati immersi, battezzati in un
solo Spirito» (1Cor 12,13). 
Il cristiano nasce dunque dallo Spirito santo e non può sottrarsi al «bagno di rigenerazione e di rinnovamento
nello Spirito» (Tt 3,5), perché resta sempre immerso nello Spirito santo. È lo stesso Spirito che resuscita il
cristiano incorporandolo a Cristo risorto, e compiendo questa azione rimette e cancella definitivamente i
peccati sicché Dio non li ricorda più (cf. Is 43,25). Inizia proprio nel battesimo quella «conoscenza della
salvezza» sperimentata «nella remissione dei peccati» (Lc 1,77) – come cantiamo nel Benedictus –, l’unica
esperienza di salvezza che ci è donato di fare durante la nostra vita. Nel battesimo lo Spirito santo distrugge
l’uomo vecchio (cf. Rm 6,6), fa rivestire il cristiano di Cristo (cf. Gal 3,27), lo rende uomo nuovo (cf. Ef 4,24),
creatura nuova (cf. 2Cor 5,17) conforme a Gesù Cristo, il nuovo Adamo (cf. 1Cor 15,45). 
Purtroppo dobbiamo confessare che nel rito del battesimo degli adulti non emerge a sufficienza l’azione dello
Spirito santo in merito alla remissione dei peccati. Solo nella preghiera del secondo scrutinio si prega
«perché, ottenuta la liberazione dal peccato in virtù dello Spirito santo, si volgano dal timore alla fiducia» (n°
170): per il resto lo Spirito è sì evocato, ma solo per la sua azione di rigenerazione, di incorporazione, di
comunione. Forse questo è dovuto alla permanenza del rito della confermazione, dove la preghiera che
precede il gesto sacramentale dell’imposizione delle mani recita: 
Dio onnipotente 
Padre del Signore nostro Gesù Cristo
che hai rigenerato questi tuoi figli 
dall’acqua e dallo Spirito santo 
liberandoli dal peccato
infondi in loro il tuo santo Spirito Paraclito (n° 51). 
È invece soprattutto la liturgia siriaca che, fondandosi sulla propria tradizione patristica, insiste sull’azione
dello Spirito santo nel battesimo quale remissione dei peccati. In particolare, Efrem di Nisibi (IV secolo) legge
il battesimo di Gesù come discesa nell’acqua di Gesù e dello Spirito che era presso di lui: lo Spirito santo
invisibile si è mescolato all’acqua visibile, in modo che chi è immerso lo sia non solo nell’acqua ma anche
nello Spirito mescolato ad essa (cf. Sermo de Domino nostro 52). Secondo Efrem nel battesimo la
remissione dei peccati avviene grazie all’immersione nello Spirito santo. Battesimo di Cristo e battesimo del
cristiano non si oppongono ma si completano, perché «come lo Spirito è sceso su Gesù nel suo battesimo
(cf. Mc 1,10 e par.), così è donato attraverso il suo battesimo» (Commento al Diatessaron IV,3): «Ecco il
fuoco e lo Spirito santo sul fiume in cui tu sei stato battezzato [, o Cristo], fuoco e Spirito nel nostro
battesimo» (Inno sulla fede 10). Infine, per Efrem la remissione dei peccati non è solo legata all’immersione
nell’acqua che è mescolata con lo Spirito santo, ma anche all’unzione battesimale: è il myron, l’olio santo,
che distrugge i peccati e li rimette (cf. Inni sulla verginità 4,9); l’olio santo è il simbolo di Cristo, ma la forza, la
potenza, il profumo del myron è lo Spirito santo.

b) Penitenza 
Se, come abbiamo rilevato, la presenza assolutoria dello Spirito santo è messa poco in risalto nel rito del
battesimo, non si può dire altrettanto del nuovo rito del sacramento della penitenza (1974): in esso si può
constatare con gioia una forte insistenza sul ruolo dello Spirito santo. In tal modo, va riconosciuto, si è
riannodata una continuità con la tradizione biblica e patristica, e si è colmata una lacuna della teologia e
della liturgia occidentale recenti. Nei Praenotanda e nello stesso Rituale lo Spirito santo è menzionato più di
venti volte e ne viene specificata l’azione in vista della remissione dei peccati. 
Innanzitutto si mette in evidenza che lo Spirito santo è all’origine del cammino di conversione del peccatore
(cf. Praenotanda 6). È lo Spirito che lo spinge a convertirsi, a ritornare al Signore, come d’altronde lascia
intravedere anche l’invocazione veterotestamentaria: «Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo» (Lam
5,21; cf. Sal 80,4.8.20; Ger 31,18), in cui l’azione preveniente di Dio è compiuta nella potenza del suo
Spirito. La quarta formula suggerita per il rito di accoglienza del penitente proclama: 
La grazia dello Spirito santo illumini il tuo cuore, 
perché tu possa confessare con fiducia i tuoi peccati
e riconoscere la misericordia di Dio (n° 42). 
È qui invocata una delle azioni dello Spirito santo già indicate da Gesù, quella di «convincere il mondo
quanto al peccato» (cf. Gv 16,8): sì, lo Spirito concede il dono di fare la verità nella propria coscienza e,
insieme, dà la certezza della remissione dei peccati. La fatica della coscienza umana non basta per
discernere il peccato, ma occorre anche lo Spirito santo nella sua funzione di Paraclito, di Avvocato e
Consolatore: senza di lui la fatica della coscienza non conduce alla metánoia, alla conversione che è sempre
trasformazione del cuore, dono di un cuore nuovo e infusione di uno Spirito nuovo, come si vedeva nei passi
profetici citati nella prima parte. Tutto questo processo è stato ben sintetizzato da Giovanni Paolo II nella sua
Enciclica Dominum et vivificantem (1986): 
Fin [dall’] iniziale testimonianza della Pentecoste, l’azione dello Spirito di verità, che «convince il mondo
quanto al peccato» (cf. Gv 16,8) del rifiuto di Cristo, è legata in modo organico con la testimonianza da
rendere al mistero pasquale: al mistero del Crocifisso e del Risorto. E in questo legame lo stesso
«convincere quanto al peccato» rivela la propria dimensione salvifica. È, infatti, un «convincere» che ha
come scopo non la sola accusa del mondo, tanto meno la sua condanna. Gesù Cristo non è venuto nel
mondo per giudicarlo e condannarlo, ma per salvarlo (cf. Gv 3,17; 12,47) … Il «convincere quanto al
peccato» diventa insieme un convincere circa la remissione dei peccati, nella potenza dello Spirito santo.
Pietro nel suo discorso di Gerusalemme esorta alla conversione (cf. At 2,38), come Gesù esortava i suoi
ascoltatori all’inizio della sua attività messianica (cf. Mc 1,15). La conversione richiede la convinzione del
peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell’azione dello
Spirito di verità nell’intimo dell’uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e
dell’amore: «Ricevete lo Spirito santo» (Gv 20,22). Così in questo «convincere quanto al peccato»
scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della
redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore (§ 31). 
Ma lo Spirito santo è necessario anche al ministro per il compimento del suo ministero: un ministro della
riconciliazione quale vero «ambasciatore di Cristo» (cf. 2Cor 5,20) deve essere dotato del dono del
discernimento degli spiriti, del dono della consolazione (paráklesis), del dono della carità misericordiosa (cf.
Praenotanda 10.15). Proprio perché la remissione dei peccati è innanzitutto un ministero spirituale e
carismatico e non una funzione giuridica e disciplinare, allora il suo esercizio deve essere ispirato, sostenuto,
guidato dallo Spirito di Cristo. Guai a quel ministro che svolge il ministero di riconciliazione senza questa
epiclesi su di sé dello Spirito santo, perché è attraverso di esso che si ha un’exousía nel rimettere i peccati. Il
sacramento non ha solo lo scopo di «cancellare» i peccati, ma anche quello di operare un cambiamento di
mentalità e di orientamento da parte di chi lo riceve. Ecco perché il gesto di imposizione delle mani nel
Rituale della penitenza significa comunicazione dello Spirito santo per la remissione dei peccati, la
riconciliazione e la comunione con il Signore. Queste sono le parole che accompagnano l’imposizione delle
mani sul penitente: 
Dio, Padre delle misericordie,
che ha riconciliato a sé il mondo 
attraverso la morte e la resurrezione del suo Figlio 
e ha effuso lo Spirito santo per la remissione dei peccati, 
mediante il ministero della chiesa
ti conceda il perdono e la pace (n° 46). 
E nel caso di una liturgia penitenziale collettiva si dice: 
Lo Spirito Paraclito,
che ci è stato dato per la remissione dei peccati
e perché in lui possiamo presentarci al Padre, 
purifichi e illumini i vostri cuori 
affinché possiate annunciare le grandi opere del Signore 
che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce (n° 62). 
Conclusione: eucaristia e remissione dei peccati 
Non ho purtroppo il tempo per affrontare compiutamente il tema dell’azione di remissione dei peccati svolta
dallo Spirito santo nell’eucaristia, tema che nella tradizione occidentale è stato poco sviluppato. Vorrei però
almeno ricordare alcune tra le numerose testimonianze delle antiche tradizioni liturgiche, nelle quali appare
evidente come l’epiclesi sia tesa innanzitutto a far scendere lo Spirito santo sui partecipanti all’eucaristia,
affinché la celebrazione sia feconda in vista della salvezza. Si legge per esempio nell’Anafora di Addai e
Mari: 
Venga, mio Signore, il tuo Spirito santo e riposi su questa offerta dei tuoi servi, la benedica e la santifichi,
affinché sia per noi, mio Signore, per la remissione dei debiti, per il perdono dei peccati, per la speranza
grande della resurrezione dalla morte, e per la vita nuova nel regno dei cieli (Segno di unità, Qiqajon, Bose
1996, p. 305). 
Oppure nell’Anafora detta di Giovanni Crisostomo: 
Ti invochiamo, preghiamo e supplichiamo: manda il tuo Spirito santo su di noi e su questi doni a te offerti. E
fa’ di questo pane il prezioso corpo del tuo Cristo trasformandolo con il tuo Spirito santo. Amen. E fa’ di ciò
che è in questo calice il prezioso sangue del tuo Cristo, trasformandolo con il tuo Spirito santo, affinché
diventi, per coloro che partecipano, per la purificazione dell’anima, per la remissione dei peccati, per la
comunione del tuo Spirito santo, per la pienezza del Regno (Segno di unità, p. 246). 
Sì, anche nell’eucaristia lo Spirito santo che trasforma i doni (tradizione greca), che si mescola ad essi e li
riempie (tradizione siriaca), è per la remissione dei peccati. Del resto anche Ambrogio, in occidente, afferma:
«Ogni volta che tu bevi [al calice], tu ricevi la remissione dei peccati e ti inebri di Spirito» (I sacramenti
V,3,17). 
Pur non addentrandomi nel rapporto tra eucaristia e remissione dei peccati, in quanto esula dal tema a me
assegnato, non posso non notare quanto segue: secondo tutta la tradizione biblica e patristica l’eucaristia è
per la remissione dei peccati, e lo Spirito santo, ossia la potenza in cui il Signore Gesù Cristo la celebra nella
chiesa, è fonte della remissione dei peccati, indissolubilmente congiunta alle parole che Cristo nell’eucaristia
rivolge alla sua comunità. In questo senso, mi piace citare ancora due testi tratti dalla tradizione siriaca. Il
primo, di Efrem, è piuttosto noto anche per il fatto di essere stato citato da Giovanni Paolo II nella sua
Enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003; cf. § 17): 
Gesù chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito. Stendendo la sua mano
diede loro il pane che aveva santificato con la sua destra [e disse]: «… Prendete e mangiatene con fede,
senza esitare, perché questo è il mio corpo e colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito … e sarà
perdonato da ogni peccato … Prendete e mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito santo» (Omelia IV
per la Settimana Santa). 
L’altro brano è di Filosseno di Mabbug, un padre vissuto a cavallo tra il V e il VI secolo: 
Dopo aver compiuto i sacrifici divini e aver compiuto i misteri attraverso la discesa dello Spirito santo, [il
presbitero] non distribuisce l’eucaristia agli altri prima di averla presa lui stesso, come un mendicante,
riconoscendo davanti a tutta la chiesa che lui per primo prende l’eucaristia per essere da essa purificato …
Così testimonia contro di lui che egli è peccatore e che in quanto peccatore prende l’eucaristia per essere
purificato … Per questo, al momento di distribuire i misteri, dice: «Ecco il corpo di Cristo per la remissione
dei peccati» e «Ecco il sangue del Figlio di Dio per la purificazione delle colpe». (Discorso sull’inabitazione
dello Spirito santo; cit. in D. A. Tanghe, «L’Eucharistie pour la rémission des péchés», in Irénikon 34/2
[1961], pp. 178-179). 
Mi piace infine ricordare un testo eucologico della tradizione occidentale che è una vera e propria perla, e
che nel suo dettato sintetico riassume in modo dossologico tutto il nostro percorso: 
Mentes nostras, quaesumus, Domine 
Spiritus sanctus adveniens divinis praeparet sacramentis 
quia ipse est remissio omnium peccatorum. 
Lo Spirito santo che sta per venire
ti preghiamo, Signore, 
ci prepari ai misteri divini 
poiché egli è la remissione di tutti i peccati. 
(Super oblata del Sacramentarium Veronense 223; ora in sabato della VII settimana del tempo pasquale). 
Barletta, 27 agosto 2009 
«Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20):
celebrare la misericordia
60° Settimana Liturgica Nazionale organizzata dal CAL