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Principio di non

contraddizione e
dialettica 2
IL PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE IN ARISTOTELE
Passaggio dalla prima alla seconda
lezione
Parmenide ha per primo dimostrato rigorosamente che «è impossibile che
l’essere non sia e che il non essere sia», sulla base dell’uso non tematizzato del
pdnc
Parmenide, ritenendo che l’essere avesse un unico significato e riducendo il
diverso (= altro dall’essere) al contraddittorio (= non essere), ha negato perciò
valore di verità al mondo dell’esperienza (molteplice e diveniente)
Platone ha non solo affermato la molteplicità dell’essere (le idee o generi), ma
ha anche distinto due significati di non essere: il nulla assoluto, che non si può
pensare e dire, e il diverso, che si deve invece affermare, ribadendo il valore del
pdnc per pensare non contraddittoriamente le relazioni tra i generi

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La filosofia prima come scienza
dell’essere in quanto tale
Nel libro IV della Metafisica Aristotele affronta il problema
dell’essere e del pdnc. In che modo sono tra loro connesse le due
questioni? I passaggi sono i seguenti:
1) Innanzi tutto Aristotele definisce la filosofia prima (= metafisica)
«scienza dell’essere in quanto tale»; tutte le altre scienze sono
scienze dell’essere determinato: ad es. la matematica studia l’essere
in quanto quantità , cioè in quanto figura geometrica, numero ecc.
(IV, 1).
(Tutti i passi citati dalla Metafisica sono stati tradotti da G. Reale)

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L’essere si dice in molti modi
2) «L’essere si dice in molti significati (πολλαχῶς), ma sempre in
riferimento a una unità e a una realtà determinata».
Questa unità è la sostanza; il significato principale di “essere” è
dunque “sostanza”. Ma sono “essere” anche le affezioni della
sostanza (qualità, quantità, relazione, tempo, luogo ecc.), e anche le
negazioni delle affezioni (privazioni) e della stessa sostanza
(corruzione): «Per questo, anche il non essere diciamo che è non
essere» (IV, 2).

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Contro Parmenide
Si tratta, dunque, di una concezione che si oppone secondo tre
aspetti alla dottrina parmenidea dell’essere:
a) l’essere esiste, si pensa e si dice in molti modi e non in un solo
modo
b) anche il non essere, in quanto negazione di uno dei modi
determinati dell’essere (corruzione, privazione), è
c) il passaggio dal non essere all’essere e viceversa va pensato come
passaggio dall’essere in potenza all’essere in atto

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Alla filosofia prima compete lo studio del
pdnc
3) Alla filosofia prima compete lo studio di quegli assiomi che
«valgono per tutti quanti gli esseri [...]. E tutti quanti si servono di
questi assiomi, perché essi sono propri dell’essere in quanto essere,
e ogni genere di realtà è essere» (IV, 3).
L’assioma più universale di tutti è il principio di non contraddizione.

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Le tre formulazioni del pdnc
1) «È impossibile che la stessa cosa, a un tempo [ἅμα], appartenga e
non appartenga a una medesima cosa, secondo lo stesso rispetto
[κατὰ τὸ αὐτό]»
2) «È impossibile a chicchessia di credere che una stessa cosa sia e
non sia»
3) «Non è possibile che i contrari [τἀναντία] sussistano insieme in un
identico soggetto» (IV, 3).

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Il nesso tra indagine sull’essere (sostanza)
e indagine sul pdnc
4) Questo significa che, in tutti i modi in cui si relaziona l’essere
all’essere, questo non può entrare in contraddizione con se stesso.
Infatti i contraddittori non possono esistere (garanzia ontologica), né
quindi essere pensati (conseguenza logica), insieme.
Nella terza formulazione del pdnc Aristotele sottolinea come alla
sostanza non possano inerire affezioni tra loro contrarie, cioè
incompatibili, e ciò è garanzia ontologica del fatto che una persona
non possa credere vere due opinioni tra loro contraddittorie (Socrate
e bianco e non è bianco).

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Le caratteristiche del pdnc
Il pdnc è:
- «il principio più sicuro di tutti», perché intorno a esso è impossibile
cadere in errore;
- «il principio più noto»;
- «un principio non ipotetico» (IV, 3)

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Il pdnc è indimostrabile
Proprio in quanto è alla base di ogni possibile dimostrazione, il pdnc è
indimostrabile. Se infatti si cercasse di dimostrarlo, «si cadrebbe palesemente in
una petizione di principio» (IV, 4), in quanto si presupporrebbe ciò che si deve
ancora dimostrare, cioè il pdnc.
È possibile però avanzare una dimostrazione indiretta, o per via di confutazione.
La differenza tra la dimostrazione in senso proprio (ἀπόδειξις) e la dimostrazione
per via di confutazione (ἔλεγχος) sta nel fatto che la prima inferisce
necessariamente da una o più premesse una conclusione, mentre la seconda
riduce all’assurdo la tesi opposta a quella che intende dimostrare.

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L’elenchos
Conseguenza fondamentale è che l’ἔλεγχος è intimamente dialettico,
presuppone cioè un dialogo tra due interlocutori, più esattamente
un contraddittorio.
C’è dunque una condizione essenziale per dimostrare in via
confutativa il pdnc: che «l’avversario dica (λέγῃ) qualcosa», e
«qualcosa che abbia un significato (σημαίνειν)». Se infatti non
dicesse nulla, sarebbe «simile a una pianta» (IV, 4), e non potrebbe
quindi neppure provare a negare il pdnc, perché per negarlo deve
dire qualcosa di significativo (d’altra parte, non si potrebbe neppure
confutarlo).

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Come confutare l’avversario del pdnc
«Il punto di partenza, in tutti questi casi, non consiste nell’esigere che
l’avversario dica che qualcosa o è oppure non è (egli infatti potrebbe subito
obiettare che questo è già un ammettere ciò che si vuol provare), ma che dica
qualcosa che abbia un significato e per lui e per altri; e questo è pur necessario,
se egli intende dire qualcosa. Se non facesse questo, costui non potrebbe in
alcun modo discorrere, né con se medesimo né con altri; se, invece, l’avversario
concede questo, allora sarà possibile una dimostrazione. Infatti, in tal caso, ci
sarà già qualcosa di determinato. E responsabile della petizione di principio non
sarà colui che dimostra, ma colui che provoca la dimostrazione: e in effetti,
proprio per distruggere il ragionamento (λόγον), quegli si avvale di un
ragionamento» (IV, 4).

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Chi è l’avversario del pdnc?
Non dobbiamo pretendere che Aristotele ricostruisca storicamente un dibattito
che, probabilmente, nei termini in cui lo restituisce la Metafisica (IV, 5-6), non
c’è mai stato. Si può dire, in generale, che avversari del pdnc sono tutti coloro
che di fatto sono giunti a negarne i fondamenti ontologici e le conseguenze
logico-linguistiche, cioè ad affermare che l’essere può entrare in contraddizione
con se medesimo e che quindi è legittimo pensare e dire cose tra loro
contraddittorie degli stessi enti.
Aristotele distingue tra «coloro che hanno abbracciato questo modo di vedere a
causa di difficoltà che essi hanno incontrato (ἀπορῆσαι)» e «coloro che
discorrono solo per amore di discorrere»: i primi vanno persuasi, i secondo
costretti ad abbracciare il pdnc (IV, 5).

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Gli avversari: Anassagora e Democrito
Prendiamo in esame solo il primo tipo di pensatori: costoro, nel tentativo
di conciliare l’evidenza logica eleatica, che dal nulla nulla deriva, con
l’evidenza sensibile, che ci attesta il molteplice e il divenire, hanno
abbracciato la convinzione che si debba negare il pdnc «in base
all’osservazione delle cose sensibili».
In questo primo gruppo ci sono Anassagora e Democrito, i quali si sono
convinti «che i contrari e i contraddittori possano stare insieme [ἅμα τὰς
ἀντιφάσεις καὶ τἀναντία], vedendo che i contrari derivano da una
medesima cosa: infatti, se non è possibile che si generi ciò che non è, in
quella cosa dovevano già preesistere tutti e due i contrari insieme» (IV, 5).

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Gli avversari: Protagora e gli Eraclitei
Un secondo sottogruppo è costituito da Protagora e da coloro che «affermano
che ciò che appare ai sensi è necessariamente vero». Tralasciando i molti filosofi
ricondotti a questa cerchia, spesso con una certa forzatura, resta il fatto che
costoro, credendo «che fossero esseri solo le cose sensibili», nelle quali «è
presente in notevole misura l’indeterminato», affermano che «tutto ciò che pare
è vero». Quindi anche i contraddittori possono essere veri insieme.
La fondazione ontologica di una tale affermazione consiste in un radicale
eraclitismo: «vedendo che tutta quanta la realtà sensibile è in movimento e che
di ciò che muta non si può dire nulla di vero, conclusero che non è possibile dire
il vero su ciò che muta» (IV, 5).

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Cratilo e la rinuncia a dire
Le due posizioni sembrano contraddittorie: se la conoscenza è solo percezione
sensibile e ciò che esiste muta incessantemente, tutto è vero e tutto è falso. In
realtà affermare che tutto è insieme vero e falso significa dire che tutto è
indeterminato, che non è possibile distinguere il vero dal falso.
Non evita l’aporia attribuita a Eraclito (è impossibile scendere neppure una volta
nello stesso fiume) Cratilo eracliteo, che si era convinto «che non si potesse
neppure parlare, e si limitava a muovere semplicemente il dito», cioè sostituiva
alla parola, che fissando un significato univoco risultava inevitabilmente
inappropriata per designare una realtà sempre fuggente, l’ostensione. Infatti, se
non si può neppure indicare la medesima realtà, perché sempre diversa, anche
l’atto ostensivo risulta insignificante.

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Protagora: la conoscenza è percezione
sensibile
TEET.: A me sembra che [...] conoscenza (ἐπιστήμη) non sia altro che percezione
sensibile (αἴσθησις).
SOCR.: [...] Protagora sosteneva la stessa cosa. [...] Dice infatti che «di tutte le
cose è misura l’uomo, di quelle che sono come sono, di quelle che non sono
come non sono». [...]
Non sostiene grossomodo che le cose prese singolarmente come a me appaiono
così anche per me sono, e come a te appaiono così anche per te sono,
appartenendo tu e io alla categoria uomo?
(Theaet., 151e-152a; trad. F. Ferrari)

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Protagora: è impossibile cadere in errore
SOCR.: L’espressione “appare” (φαίνεται) significa percepisce (αἰσθάνεται)?
TEET.: Sì, infatti.
SOCR.: Perciò [...] apparenza e percezione sono la stessa cosa, dal momento che
come ciascuno percepisce le cose, così a lui sembrano essere.
TEET.: Pare.
SOCR.: Dunque percezione, in quanto è conoscenza, si riferisce sempre a ciò che
è e non può cadere in errore.
(Theaet., 152c; trad. F. Ferrari)

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La “dottrina segreta” di Protagora: il
mobilismo universale
SOCR.: [...] nessuna cosa è in se stessa una, e non si può ascriverle qualcosa in
modo corretto né un qualsiasi predicato, ma se la si definisce grande, appare
anche piccola, se pesante anche leggera, e analogamente per tutte quante le
determinazioni, dal momento che non c’è niente che sia uno, determinato e in
possesso di un qualsiasi attributo; invece tutte le cose che diciamo che sono,
esprimendoci in modo non corretto, si originano in realtà a partire dalla
traslazione, dal movimento e dalla mescolanza reciproca, poiché nulla è mai, ma
diviene sempre (ἀεὶ γίγνεται). E su questo punto tutti i sapienti, l’uno dopo
l’altro, con la sola eccezione di Parmenide, sono d’accordo.
(Theaet., 152d-e; trad. F. Ferrari)

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Conseguenze gnoseologiche e
ontologiche secondo Platone
Conseguenza gnoseologica: si conferma l’infallibilismo: in quanto tutto diviene,
sia il soggetto che percepisce sia l’oggetto percepito, allora ogni percezione e
conseguente opinione sarà sempre vera, perché restituisce uno stato di fatto
“atomico” x del mondo, valido per chi percepisce in quel determinato momento
(cfr. Thaet., 161d).
Conseguenza ontologica: in un mondo in cui «tutto è diverso» e nulla è identico
(Theaet. 158e-159a) non si ha dunque mutamento di qualcosa che rimane
stabile (Socrate che guarisce da una malattia è sempre Socrate), ma sostituzione
di un individuo con un altro (Socrate malato non è Socrate sano).

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La soluzione aristotelica
«[...] la difesa del pdnc viene ad equivalere allo stesso risolvimento delle varie aporie in cui si
avvolgono tutti coloro che, in opposizione alla filosofia eleatica, intendono tener fermi i diritti
dell’esperienza» (E. Severino).
In generale Aristotele nega che la conoscenza si identifichi con la percezione sensibile e che
esista soltanto la realtà diveniente
In particolare, rispetto ad Anassagora e Democrito, Aristotele osserva che:
◦ L’essere si deve intendere in due modi, come atto e come potenza; analogamente il non essere significa
sia nulla sia essere in potenza
Rispetto a Protagora osserva che:
◦ Non è vero che non sappiamo distinguere tra apparenze vere e apparenze false (in veglia/in sogno, in
salute/in malattia)
◦ L’opinione di un competente non è affatto equivalente a quella di un incompetente (rispetto
all’evoluzione della malattia l’opinione del medico rispetto a quella di chi non è medico)

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