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Strategie integrate per il paesaggio

Paolo Castelnovi

Gli aspetti di governance sono molto importanti nelle policies territoriali, il ruolo delle buone
pratiche è crescente e il loro successo è sostenibile solo se sono condivise. E’ fondamentale
l’attenzione alle condizioni soggettive diffuse di percezione delle problematiche ambientali e
paesistiche, per avviare politiche che siano fatte proprie dalla sensibilità ambientale e paesistica
degli abitanti e quindi possano divenire parte metabolizzata del loro normale comportamento. E’
importante quindi studiare sia le dimensioni territoriali adeguate al senso di “proprietà culturale”
dei paesaggi per organizzare le scelte delle politiche di gestione ad una scala comprensibile e
coinvolgente la sensibilità locale, sia i criteri che più facilmente vengono utilizzati, nel buon senso
comune, per sintetizzare le diverse conoscenze settoriali e favorire giudizi di valore complessivi e
specifici sulle condizioni di ciascun territorio e paesaggio.

A. La sensibilità necessaria .........................................................................2


B. Le buone pratiche paesaggistiche........................................................... 3
C. La multiscalarità appropriata..................................................................5
D. La cura del paesaggio ai tempi della crisi .............................................7

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A. La sensibilità necessaria
Anche se il territorio si trasforma con ritmi mai visti, rimangono molto lenti i processi di
riorganizzazione della cultura collettiva a seguito delle trasformazioni. Chiamiamo metaforicamente
i risultati di questi processi “sensibilità”. Ad esempio possiamo dire che, dalla fine dagli anni ’80 ad
oggi, la sensibilità ambientale ha acquistato molti posti nella scala di valori degli europei
occidentali. La crescita della sensibilità nei confronti del paesaggio è meno diffusa anche se per
quello naturale e rurale tradizionale sta diventando significativa.
In ogni caso si tratta di dinamiche culturali collettive che si poggiano su aspetti strutturali della
qualità della vita: per la crescita della sensibilità è stato fondamentale il venir meno sia delle
condizioni diffuse di facile approccio all’ambiente naturale, sia della considerazione del paesaggio
tradizionale come proprio habitat identitario. Infatti ci si accorge dell’importanza degli aspetti della
qualità della vita solo quando vengono a mancare, come per i lavori domestici. Ci si rende conto
del valore dell’aria e dell’acqua pulita, o del senso di benessere che ci comunicano i luoghi che
amiamo, solo quando spariscono dal nostro orizzonte, quando dobbiamo investire tempo e denaro
per andarli a cercare, dato che non fanno più parte del nostro contesto quotidiano. Da perfetti
marginalisti, siamo solo capaci di misurare il valore a partire da un costo: finché per noi un bene
non ha costo, non ha valore.

D’altra parte l’attenzione degli studiosi e il dibattito teorico sui temi hanno accelerato, per una élite,
la percezione delle dinamiche strutturali. Alcuni gruppi intellettuali si sono accorti, con due o tre
decenni in anticipo rispetto all’evidenza indiscutibile, che i processi trasformativi del territorio
degradano la qualità ambientale e omologano il paesaggio perdendo l’identità dei luoghi. Come
sempre l’élite ha cercato di deviare il corso di eventi di portata epocale: una lotta impari ed eroica
che comunque in questi anni ha portato ad una crescente consapevolezza. In qualche caso si è giunti
ad incidere sui decision-makers con indirizzi strategici o addirittura con norme di legge che hanno
anticipato il comune sentire. Ne risultano tentativi più o meno di successo, di tutela dei fattori di
eccellenza o di argine delle derive più nefaste delle dinamiche trasformative, con o senza il
consenso popolare.
Ma queste azioni, pur preziose, incidono direttamente solo su aspetti puntuali, non sulla situazione
generale. In generale prevale il modello di comportamento consolidato e quindi la sensibilità
diffusa, che si modifica molto più lentamente delle trasformazioni fisiche. E la sensibilità diffusa
influenza direttamente la gestione ordinaria del territorio, che è il risultato dell’azione capillare di
centinaia di migliaia di operatori pubblici e privati. E quindi, ove manchi la sensibilità rispetto ai
valori ambientali e paesistici che sottendono a leggi o strategie pubbliche illuminate, è spontanea la
tendenza ad erodere e aggirare lo spirito delle norme, quando questo contrasta troppo pesantemente
con l’opinione corrente.
Ovviamente nel tempo gli effetti delle attività di government pubblico (programmi, norme, attività
dirette) incidono non solo sui processi trasformativi fisici, ma anche sulla sensibilità collettiva. Ma
gli effetti sono tanto più duraturi e strutturali quanto più, accanto all’apparato di regole di
procedure, si attiva un processo di metabolizzazione culturale, di condivisione dei valori ambientali
e paesistici di riferimento, di attivazione di buone pratiche che vengono imitate e si diffondono per
convinzione e non per obbedienza ad obblighi formali. Nei paesi europei, e in particolare in quelli
anglosassoni, la gestione del territorio, e quindi dell’ambiente e del paesaggio, è da oltre 100 anni
frutto di una collaborazione organica tra government e governance, tra regole e organizzazione di
comportamenti consensuali della maggior parte della comunità abitante. In Italia la parte di
governance non è mai stata coltivata come complemento necessario di quella di government, ma al

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contrario non ci si è preoccupati che risultasse indifferente o addirittura conflittuale con l’apparato
normativo.
In queste condizioni la sensibilità collettiva non matura in modo unidirezionale, ma piuttosto
sviluppa aspetti contradditori, trovandosi priva del riferimento a valori condivisi e consolidati, dai
quali non si torna indietro, come accade normalmente nei processi evolutivi lenti e verificati nelle
pratiche quotidiane.
La prova di questa crisi si constata di fronte al fiorire delle contestazioni rispetto ai programmi di
trasformazione più incisivi. A partire da proteste locali, NIMBY, il dibattito assume una grande
portata ideologica, che tende a radicalizzare le posizioni dialettiche, ciascuno mescolando
documentazione scientifica con ipotesi controfattuali. Ci si muove in un campo di opinioni dove più
nulla è accettato come certezza, non essendo verificabile nei fatti.
La sensibilità accumulata perde ogni effetto aggregante la comunità: di fatto non serve più a
decidere. La posizione “politica” (cioè riguardante il bene comune, la polis) che si assume non si
riferisce più alla sensibilità accumulata nelle pratiche, ma alle scelte ideali o ideologiche che le
diverse parole d’ordine “esterne” propongono. E’ una spirale negativa che si attiva quando le fonti
di riferimento “interne” perdono autorevolezza. Si genera una sfiducia generalizzata difficile da
recuperare, dato che non si può far conto sugli strumenti fondamentali di ogni condivisione sociale:
la sensibilità diffusa, il buon senso comune. Nel clima culturale ideologico, non verificato sulle
pratiche, la discussione sui beni comuni invece che unificare divide.

Insomma: dovunque le policies di governo del territorio si affidano in gran parte agli aspetti di
governance, e il loro successo è sostenibile solo se sono condivise. In questo scenario il tema dello
sviluppo della sensibilità ambientale e paesistica non è confinabile in una nicchia ma si propone
come strumento fondamentale per operare in una prospettiva duratura.

B. Le buone pratiche paesaggistiche


I termini “sensibilizzazione” e “partecipazione” sono presenti da decenni in ogni dichiarazione
programmatica europea ma le condizioni operative per ottimizzare la sensibilità ambientale e
paesistica sono state poco studiate e sono ad oggi confinate nel recinto virtuoso delle buone pratiche
gestionali.
Ma le pratiche gestionali vengono faticosamente messe a punto, ogni volta in condizioni diverse e
legate a specifiche risorse umane o territoriali, e quindi sono difficili da mettere in circolazione, e
attivano solo raramente processi virtuosi di emulazione. Infatti le pratiche interessanti per
l’ambiente o il paesaggio quasi mai si diffondono spontaneamente, dato che quasi mai bastano
pochi e semplici criteri operativi, facilmente riproducibili.
Il successo e la sostenibilità di una buona gestione di un territorio dipende da una complessa
interazione di diversi fattori, di organizzazione interistituzionale, di imprenditorialità diffusa, di
radicamento territoriale, di tradizionale senso dell’identità locale, di consapevolezza dei beni
comuni da valorizzare.
D’altra parte non si può ritenere che, magicamente, quando si attua una buona gestione del bene
comune, ne consegua una condivisione e una partecipazione collettiva, fondate sulla
consapevolezza e sulla sensibilità. Sperimentando, al contrario, si verifica che il processo è
interattivo, che non si dà buona gestione duratura senza una preventiva sensibilità e partecipazione,
e che lo studio delle condizioni per lo sviluppo della sensibilità ambientale e paesistica può aiutare

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molto per attivare azioni efficaci in questo lavoro complesso.

Nella cultura tecnica degli urbanisti italiani si è fatta avanti ormai da due generazioni la necessità di
considerare le condizioni oggettive e storiche del territorio: abbiamo studiato le risorse naturali e
culturali, le dinamiche trasformative, le situazioni dell’hinterland. Si tratta di una competenza
tecnica che l’Italia ha elaborato prima e meglio di altri paesi europei, e che ha avuto risultati positivi
nella qualità della tecnica pianificatoria in molti settori: ad esempio per le problematiche dei centri
storici, dove certamente abbiamo messo a punto modelli operativi imitati in molti paesi.
Al contrario non abbiamo quasi mai studiato le condizioni soggettive a cui si sarebbe fatto
riferimento per la gestione del territorio dopo il piano: né degli attori istituzionali, culturali ed
economici, né delle progettualità e delle capacità operative espresse o implicite, nè del senso di
identità paesistico.
In gran parte questa mancanza deriva in Italia dalla consolidata trascuratezza del governo del
territorio per gli aspetti gestionali, per i rapporti di compartecipazione non regolata da norme, per le
buone pratiche operative. Così è ovvio che su questo versante non ci siano state particolari azioni
innovative. La capacità pianificatoria in Italia non si è mai misurata con gli aspetti organizzativi,
persuasivi, di coordinamento e di controllo che da 100 anni 1 si richiedono in ogni strategia di
management industriale o amministrativo.

Quindi, nella fase in cui gli aspetti ambientali e paesistici emergono con tutta la loro forza
strutturale, abbiamo applicato ad essi, con successo ed utilità, le tecniche conoscitive degli oggetti e
dei loro sistemi, messe a punto nell’urbanistica. Però non abbiamo studiato le condizioni soggettive
in cui maturano le sensibilità collettive rispetto ai temi ambientali, nè i processi psicologici e
culturali per i quali il senso comune del paesaggio unifica e non divide gli abitanti e i fruitori del
territorio.
Considerando le difficoltà della prima generazione di piani e programmi di valorizzazione
ambientale e paesistica, si può tratteggiare un quadro delle più importanti condizioni soggettive da
studiare. Serve ad avviare politiche che abbiano speranza di essere raccolte dalla sensibilità
ambientale e paesistica degli abitanti e quindi possano divenire parte metabolizzata del normale
processo di comportamento di chi produce ed utilizza il territorio quotidianamente.
Emerge in primo luogo la necessità di studiare le dimensioni territoriali adeguate al senso di
“proprietà culturale” dei paesaggi ad esse legate, in modo da poter organizzare le scelte delle
politiche di gestione in ragione di tali dimensioni, ad una scala comprensibile e coinvolgente la
sensibilità locale.
A corollario del tema dei rapporti di scala, per facilitare il confronto e la partecipazione alle
decisioni, è necessario studiare i criteri che più facilmente vengono utilizzati, nel buon senso
comune, per sintetizzare e portare “ad unum” le diverse conoscenze settoriali che si addensano
nelle indagini sugli aspetti oggettivi del territorio. Infatti la complessità interdisciplinare del quadro
di conoscenze rende difficili giudizi di valore complessivi e specifici sulle condizioni di ciascun
territorio e paesaggio, se non si mettono a punto tecniche di sintesi olistica del mare di informazioni
e di valutazioni specifiche. Mancando la buona pratica della sintesi conoscitiva è difficile discutere
nel merito di scelte complesse e si finisce per essere succubi di preferenze generiche e a priori su
alcuni tipi di conoscenze piuttosto che altri (ad esempio gli aspetti ambientali su quelli culturali,
quelli funzionali su quelli identitari etc).

1v. Fayol H. (1916, Paris) Direzione industriale e generale. Programmazione, organizzazione e controllo (tr.it.2011,
Guerini e associati, Milano)
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C. La multiscalarità appropriata
Il problema della dimensione appropriata per discutere di territorio è degno di Bertoldo: come nella
novella si richiede una capacità di rispondere contemporaneamente a requisiti apparentemente
opposti.
Si deve tener conto della dimensione territoriale interessata dai fenomeni di trasformazione in atto
(che spesso alterano vaste aree, soprattutto nei contesti metropolitani), ma deve essere chiaro il
riferimento al paesaggio identitario di ciascuna comunità (che quasi sempre ha dimensioni modeste,
non superiori al paio di comuni).
E’ importante il crescente peso delle relazioni reticolari, anche discontinue rispetto all’estensione
fisica, della crescente mobilità e velocità dei trasferimenti, ma sono fondamentali anche le relazioni
visive, di prossimità immediata tra elementi diversi, che rendono il paesaggio percettivo luogo per
eccellenza della serendipity, quella sorpresa piacevole che tanta parte ha nel fascino del viaggio e
delle visite.
Ancora, si deve tener conto dei confini amministrativi che definiscono i poteri istituzionali e quindi
le sedi operative di gestione dei piani e dei progetti, ma anche della mancanza di confini netti nel
senso comune di “proprietà culturale” che si associa al paesaggio o nelle relazioni ambientali (si
pensi agli aspetti legati ai fiumi o alla montagna).
In questa complessità solo chi ha una precisa gerarchia di valori di riferimento riesce ad avere
strumenti efficienti per decidere, ma ciò comunque non impedisce lo svilupparsi di conflittualità a
priori, spesso aggravate non tanto dal merito dei temi quanto dallo scontro tra punti di vista, a
partire da differenti distanze dai luoghi, e quindi da differenti livelli di scala.
Lo scontro per la TAV in Val di Susa costituisce un esempio perfetto dei guai che comporta, per chi
gestisce un progetto complesso, il trascurare la differenza del livello di scala dei punti di vista: in
questo caso tra chi pensa in termini di rete europea dei trasporti e chi pensa in termini di proprietà
culturale del territorio locale.
La mancanza di attenzione alla complessità delle dimensioni in gioco favorisce il senso comune,
secondo il quale si sposa un modo di vedere, e ci si pone in modo antagonista rispetto agli altri,
perdendo così ogni possibilità di decidere “secondo ragione”, cioè nel rispetto della sistematica
compresenza di effetti a dimensioni diverse in ogni trasformazione. Addirittura anche per chi
procede entro un sistema settoriale, ad esempio nel quadro dei valori ambientali o in quello
paesistico, si possono verificare conflitti tra livelli di scala differenti. Le azioni utili per assicurare
genericamente le continuità delle reti ambientali possono cozzare con l’esigenza locale di
proteggere endemismi specifici, oppure le strategie di valorizzazione di un comprensorio
d’interesse turistico possono essere controproducenti per i valori paesistici di specifici ambiti,
apprezzati proprio per l’isolamento e la quiete.

Per superare la difficoltà strutturale della soggettività dei fruitori e dei decisori, è necessario
abituarsi ad essere informati e a decidere contemporaneamente a diversi livelli scalari: le scelte
appropriate sui temi territoriali sono quelle che derivano dalla pratica dell’interscalarità.
Per ottenere una maggiore dimestichezza con questo sistema di conoscenza e giudizio a scala
variabile è importante impostare bene le azioni di government sin dalle indagini territoriali e dalle
interpretazioni ambientali e paesistiche.
Da una parte deve essere sempre leggibile la confluenza di competenze multidisciplinari in quadri
di sintesi interpretativa olistica, dall’altra deve essere sempre esplicita la scala di riferimento di ogni
sistema informativo, evidenziando in ogni caso gli effetti sui livelli inferiori e superiori.
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Ad esempio, in un piano paesaggistico regionale la scala di riferimento della cartografia regolativa è
di necessità molto piccola (1:50.000 o 1:100.000). Gli effetti delle norme, applicate in modo
formale a partire da una carta a quella scala, sono necessariamente contradditori: la grana
grossolana della grafia finisce per comportare vincoli anche in contesti dove non sono necessari e
per contro si tralasciano attenzioni in luoghi specifici che ne avrebbero bisogno. Il problema si pone
anche dove si sono definiti indirizzi specifici per ambiti territoriali di minore dimensione, che
tengono conto delle differenze storiche e geografiche dei diversi comprensori che compongono la
regione, ma non verificano in alcun modo la consapevolezza locale e il senso comune dei paesaggi
che dovrebbero accompagnare ciascuna situazione.
La contraddizione si può superare solo se sono disponibili altri criteri e repertori interpretativi che
consentono di correggere l’indicazione a grande scala generica, verificando le situazioni a scala di
maggior dettaglio. Ma questo metodo rinvia necessariamente a una modalità di governance, alla
applicazione dei piani nel tempo a alla scala dei gestori “periferici”. Quella modalità non si
compone solo di descrizioni esplicite e dell’apposizione di regole oggettuali di dettaglio, ma porta
implicita un confronto con il senso comune dei luoghi e del loro utilizzo, uno studio della
soggettività interpretativa e delle sua condivisione diffusa che, nel bene e nel male, sboccherà in
interpretazioni e valutazioni diverse caso per caso. A questo livello di dettaglio è necessario, per la
gestione dei piani, una valutazione attenta al senso comune del paesaggio e alla sensibilità locale
rispetto alle trasformazioni, perché il clima culturale diffuso su questi aspetti è fondamentale per
attuare al meglio, in quel contesto, le strategie delle policies più generali.
Nel Piano paesaggistico del Piemonte si è tentato un primo approccio in questa direzione,
identificando le “unità di paesaggio” (550 su oltre 1100 comuni in regione), distinte per livello di
trasformazione e di rilevanza delle risorse paesistiche, in modo da favorire lo sviluppo di
atteggiamenti coerenti e di tavoli di discussione appropriati, ad una scala locale corrispondente al
senso comune del paesaggio. Le unità di paesaggio dovrebbero quindi costituire gli ambiti di
riferimento più opportuni per rendere comprensibili gli effetti e quindi poter discutere, tecnicamente
e politicamente, dei temi che comportano trasformazioni strutturali del territorio, sia rispetto alle
politiche ordinarie, da gestire localmente, sia rispetto ai progetti di dimensioni molto maggiori,
legati alle politiche regionali o addirittura internazionali.2

Un secondo esempio, tutto da studiare: le potenzialità della “generazione pianificatoria” delle aree
protette, che nel decennio a cavallo del 2000 ha consentito in Italia esperimenti non praticabili nei
piani degli altri soggetti istituzionali. I parchi sono ad oggi l’unica istituzione che, per statuto, è
amministrata da un ente di gestione a scala sovracomunale, che la legge accompagna con la
Comunità del parco, composta dai Sindaci dei comuni coinvolti. Questa organizzazione della
committenza, rivolta alla gestione di problematiche complesse, ha praticamente imposto una
sperimentazione di indagini e di progetti multiscalari. In essi la novità dei temi della qualità
paesaggistica e delle reti ecologiche, che hanno arricchito le politiche ambientali troppo
protezioniste, hanno favorito interazioni inconsuete sia con i territori contestuali ai parchi (quindi
l’area “vasta”), che con le popolazioni interessate (quindi l’ottica localistica). E’ stata una sfida
scientifica e metodologica, e in qualche caso politica, che non si è ancora sufficientemente
considerata nei suoi effetti propositivi utili per tutta la pianificazione in Italia, fondata per la prima
volta su un forte coinvolgimento delle popolazioni e una discussione continua dei temi interscalari.

Un terzo esempio su cui riflettere si può ricavare dalla vicenda dei Premi del paesaggio,

2 v. Per il Piano paesaggistico regionale, Quaderni del Governo del Territorio, a cura della Regione Piemonte, 2007
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riconoscimenti del tutto onorifici, previsti dalla Convenzione europea e banditi in Italia dal 2009,
con cadenza biennale. I requisiti del bando, come impostati dal Mibac e dal Consiglio d’Europa,
sono centrati sulla sensibilizzazione, la partecipazione e la buona gestione. Nel giro di tre edizioni si
sono candidati oltre 300 soggetti di pubblico interesse, portando esempi di realizzazioni ben gestite
a scale molto diverse. Hanno partecipato enti con un singolo bene recuperato qualificante il suo
contesto ed enti con piani di gestione dei siti Unesco o di aree protette, o con programmi di sviluppo
locale o strategici aree urbane con un ruolo forte del paesaggio. In tutti i casi si è risposto ai bandi
con un fervore mai registrato neppure nei casi di ricche dotazioni premiali, e con una
manifestazione di interesse autenticamente “politico”: a stabilire relazioni virtuose tra le esperienze
dei “capillari istituzionali” (come ad esempio i piccoli comuni montani) e il centro, quando
riconosce il valore delle pratiche locali e lo rilancia sino alle sedi europee come esempio da seguire.
Insomma si delineano i requisiti di una reale pratica di relazioni interscalari virtuose e non
obbligate.
E’ ciò di cui si sente la necessità in questa fase di crisi delle esperienze pianificatorie tradizionali e
in generale dell’organizzazione del territorio su basi prevalentemente regolative.

D. La cura del paesaggio ai tempi della crisi


Sento dire “cura del paesaggio” e mi vengono in mente le giornate di tarda primavera, in montagna,
quando bambino “aiutavo” le corvées che mobilitavano interi paesi per ripristinare i sentieri e i
canali, sistemare i terrazzamenti, ripulire i pratopascoli. Erano azioni collettive che riproducevano
in grande i comportamenti e gli usi delle pulizie di Pasqua: tutti a rassettare il proprio territorio
come si faceva per le camere e le stalle dopo i letarghi invernali.
La casa e il territorio erano considerati “naturalmente” patrimonio: la prima famigliare, il secondo
comune. Era ovvio preoccuparsi della manutenzione di entrambi, essendo chiaro che il patrimonio
serve funzionante, non perché costituisca rendita, ma perché rimanga efficiente come strumento
produttivo. Essenziale. Ai tempi delle comunità rurali si ha cura del proprio territorio, come nel
borgo un falegname tiene affilati i propri attrezzi, o cinquant’anni fa un viaggiatore revisionava la
sua auto e oggi un hacker aggiorna i propri files. La differenza, molto importante, è che il territorio
è un bene comune, e che nessuno si sogna di privatizzarlo: provate a chiedere a un uomo di mare
dell’idea di vendere le spiagge….
L’attenzione delle comunità alla funzionalità del territorio è complementare ad un senso del
paesaggio che rassicura e stabilizza, che fornisce valori condivisi, segnali per la memoria collettiva
da tramandare ai figli. Il paesaggio proprio dei contadini ha una sintassi basata su segni minuti ma
fermi, duraturi, che raccontano vicende per loro risapute. Sono memoria del difficile rapporto con la
natura (le cappelle sul bordo delle aree alluvionali, il ponte “del diavolo”, il bosco intoccabile
perché protegge dalla valanga); sottolineano la sapiente “location” dell’insediamento (il campanile
visibile da tutto il contado, la strada che divide il versante dei seminativi dalla piana irrigua, il
nucleo di case di pescatori colorate per segnalare la cala approdabile); evidenziano le infrastrutture
fondamentali (i filari a bordo della rete irrigua o di scolo, i muri dei terrazzamenti in cui sono
inserite ad arte le stradine di accesso, il viale - l’unico con ruolo simbolico- che porta alla tenuta
nobile, al santuario o al cimitero).
Altri aspetti del senso del paesaggio rurale tradizionale sono paradossalmente affidati proprio
all’assenza di segni: in particolare il senso di sicurezza dato dal bene comune è talmente implicito

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da non aver bisogno di essere visibile. Il paese tradizionale non ha recinzioni, addirittura il catasto è
orale e spesso i termini sono andati perduti, le funzioni comuni (i forni, le fontane, i depositi, i
mulini) sono ospitate in edifici poco emergenti, salvo la chiesa, che appartiene ad un sistema
simbolico “d’importazione” e quindi è codificato .
E’ il paesaggio del borgo e della città che ha bisogno di segni: la scenografia delle porte, delle
architetture progettate, degli spazi pubblici simbolici. E’ una necessità che deriva dallo scambio,
dalla necessaria compresenza di “foresti” con gli abitanti, dalla base interculturale che è implicita
nel sistema urbano anche tradizionale, fondato sul commercio. C’è bisogno di segni perché la città è
all’opposto del mondo rurale autoreferente, lontani dalla massima del Tao “beato il contadino che
guarda dal proprio versante gli abitanti dell’altro paese sul versante di fronte, li saluta e viene
ricambiato, e non è mai stato a trovarli”, là dove si pensa che tutto il mondo è paese, e che quindi
non c’è bisogno né di muoversi né di rappresentare il paesaggio.

Oggi in Europa siamo tutti cittadini, a partire dallo sguardo e dal comportamento: anche nella più
remota campagna ci rappresentiamo, mandiamo ai portali di diffusione sul web i progetti delle
nostre case campestri, ci appropriamo del paesaggio rurale fotografandolo in ogni verso. Siamo più
esploratori che abitanti, scorrattiamo più che restare, ci impegniamo più nella rappresentazione che
nella sostanza.
Ma anche della forma mentis in cui si è sviluppata la retorica della città tradizionale abbiamo
dimenticato alcuni aspetti fondamentali: non pensiamo più in termini di bene comune (quel senso di
impresa collettiva che ancora dà il nome all’istituzione di governo della città italiana); non ci
interessiamo dello spazio pubblico, né come progettisti né come fruitori; non teniamo conto della
durata degli oggetti che compongono il paesaggio urbano, ma siamo mobilitati solo dalle novità,
dalle trasformazioni, dagli eventi.
Ma soprattutto si è rotto l’anello fondamentale che teneva insieme l’abitante col produttore: la
campagna e la città erano proprietà culturale delle comunità che le abitavano perché erano sentite
come il prodotto di un lavoro che continuava da molte generazioni. Il senso del patrimonio
territoriale era rafforzato dalla continuità delle competenze e dalla condivisione delle modalità
operative: aver cura dei campi e della città era un segmento importante del processo produttivo
fondamentale del mondo preindustriale. Era un mondo dotato di un sapere e di una capacità di
“presa in carico” collettiva che si è consolidata nei secoli e che ha costituito l’identità delle genti
contadine e di quelle città antiche che oggi ammiriamo.

Oggi anche gli abitanti stabili sono solo fruitori, gli agricoltori che hanno il controllo di un intero
ciclo produttivo sono rari. Quei pochi continuano la tradizione di manutenzione del territorio che
utilizzano, ma ovviamente non basta. Nel mondo industriale e postindustriale mancano le ragioni di
interesse perché le collettività si sentano coinvolte nella cura del paesaggio per il territorio rurale in
abbandono (ormai troppo distante dalle esigenze diffuse), per la città piena di city-users temporanei
(ormai con culture e comportamenti da ospiti non coinvolti), per le sterminate periferie ( ormai
residenza di quasi tutti, dove però si abita controvoglia).
Dunque la mancanza di cura del paesaggio non è prodotto di una moderna accidia o di qualche altra
soggettività sociale, a cui porre rimedio con un po’ di buone regole e di richiami all’etica della
sostenibilità. E’ piuttosto uno degli esiti nefasti di un processo strutturale profondo, che da almeno
un secolo sta modificando irreversibilmente la società dell’Occidente, sradicandola dai territori, non
più considerati come mezzi di produzione delle comunità e quindi non più curati.

Oggi, persa la connessione tra territorio e operatività quotidiana, pensiamo alla manutenzione come
atto dovuto dello Stato nei confronti delle comunità locali: ad esempio la sicurezza idrogeologica si
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paragona sempre più spesso alla difesa dei confini. La difesa è ritenuta anche dalle ideologie più
liberiste uno dei temi propri dello Stato centrale, ma le democrazie insistono sull’esercito di popolo,
come garanzia da tentazioni golpiste. L’avanzare dell’ipotesi di eserciti di mercenari per assolvere
al compito della difesa appare pericoloso quando il ricordo delle dittature è fresco. Lo stesso senso
di disagio etico si dovrebbe far sentire quando pensiamo di affrontare la manutenzione del territorio
con cure di Stato, con la Protezione civile che agisce d’urgenza, ex post, e con poteri speciali.
Ma ormai domina l’ideologia dell’ “io pago (le tasse?) e voglio essere servito”, investendo questioni
che riguardano direttamente casa nostra, e che recano implicita la rinuncia a controllare i processi,
assicurandoci semmai contro i danni senza prevenirli. Così non ci rendiamo conto di abdicare alla
proprietà culturale della risorsa basica costituita dal territorio, proprietà che però implica anche una
responsabilità, come sintetizza la parabola evangelica dei talenti. Questa rinuncia è generata e
genera un processo di degrado etico e politico che incide direttamente sul nesso fondamentale
dell’identità, quello che è l’asse portante del viaggio di Ulisse, che dà un valore rilevante al senso
del paesaggio “proprio”, alla relazione (culturale prima che economica e funzionale) tra abitare e
luoghi.
Quindi oggi dobbiamo reinventare non soltanto le modalità operative della sostenibilità del
paesaggio, ma soprattutto individuare i nuovi valori di riferimento perché la cura del paesaggio sia
riconosciuta come processo di interesse diffusamente sentito, meritevole di investimenti sistematici
in energie e tempi.
Ma sia per l’assunzione collettiva di responsabilità sia per la sistematicità degli investimenti, la crisi
ha fatto emergere una debolezza profonda, forse più italiana che europea, che comunque oggi
paralizza: l’individualismo e la miopia rispetto al futuro limitano le forze su cui contare, riducono il
grado di “viralità” delle iniziative soprattutto quando si tratta di impegni di lungo periodo. Il
paesaggio ha contato per 40 secoli sulla dedizione di intere popolazioni che si tramandavano le
buone pratiche di cura e coltura di padre in figlio; oggi la capacità di impegno è semmai
individuale, fatica a trovare partner e (quindi) dura qualche anno, se va bene.

Dunque il problema si sposta a monte, e per affrontarlo occorre la ricerca di condizioni


socioculturali e di temi di interesse che si propongano come terreni di coltura, dove più facilmente
ospitare e far crescere microimprese che investono sul paesaggio, dove il contagio virtuoso di
queste iniziative più facilmente si propaghi, in cui ci siano attese diffuse di cambiamento che
provochino il rilancio del lavoro iniziato da altri e lo sviluppo nel tempo delle imprese.
Non è utopia: è successo ad esempio per i centri storici, in Italia, durante la scorsa generazione,
quando sulla base di pochissimi esperimenti isolati e di bandi di intellettuali e di studiosi, si è
progressivamente innescato un processo virtuoso di valorizzazione, che in 30 anni ha portato
migliaia di comuni a ritrovare la propria identità paesistica e culturale nel nucleo storico, recuperato
e spesso rivitalizzato. E’ successo, in questa generazione, al progetto Slow food, che Petrini porta
avanti da un quarto di secolo e che sta mostrando una capacità eccezionale di espansione territoriale
e di coinvolgimento imprenditoriale. Nel panorama italiano, restio a ogni innovazione radicale, il
manifesto di Slow food non solo ha trovato sostenitori e operatori che lo praticano, ma ha allargato i
termini del tema dell’alimentazione, ha tratto le debite conseguenze dai comportamenti virtuosi
nelle pratiche produttive sul territorio, sta cominciando a incidere sul paesaggio, per ora rurale,
proprio a partire dalla manutenzione e dalla sostenibilità della risorsa, la Terra Madre.
Esperienze socioculturali di questo calibro dimostrano che si possono innescare processi di grande
portata, ma occorre mirare ai temi cardinali dell’intero processo di “presa in carico” collettiva e
duratura del territorio. Occorre far centrare l’attenzione sugli aspetti primari, basici, delle risorse
paesistiche del nostro paese, e riportare in primo piano la sensibilità diffusa che ancora è presente.
Solo in queste condizioni di contesto culturale e di “domanda sociale” maturano i motivi di
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convenienza e d’interesse perché molti soggetti pubblici e moltissimi soggetti privati s’impegnino
con continuità a valorizzare il territorio e a cercare riscontro positivo di queste azioni nel comune
senso del paesaggio.

D’altra parte sembra modificarsi l’atteggiamento generale nei confronti del paesaggio, nelle sue
componenti psicologiche e culturali: alla prevalente fruizione estetica delle scorse generazioni (a
partire dal “purovisibilismo” di crociana memoria) si va sovrapponendo un diverso modo di “fare”,
più interattivo e vivace, che pretende di avere esperienze sensoriali più complete, di agire nei
luoghi. Questo attivismo assume un piglio pericoloso quando diventa pressione pesante in settori
delicati (la fila per scalare la vetta alpina, la congestione di pedoni nei vicoli della città antica,
l’estinzione dei prodotti ittici “di nicchia” per la domanda conseguente al loro lancio slow-food).
Ma la stessa pulsione culturale diventa anche la fonte di un volontariato fondamentale per i
programmi diffusi di cura del territorio, soddisfacendo il piacere di abitare con forme e modalità che
appaiono nuove, ma sono di fatto quelle più essenziali: tornare all’allevamento, delle piante, degli
animali, dei figli e alle condizioni che rendono possibile un progetto di lunga durata. La modalità
più antica, ma che pare più nuova in una generazione nata sotto il segno dell’individualismo, è
quella della collaborazione intorno a progetti, formando gruppi con un senso condiviso di beni
comuni non astratto ma tangibile, corredato di know-how e di competenze specifiche.
Si tratta di un processo complesso, che fortunatamente muove da una situazione del paese in
movimento, piena di spunti e di iniziative territoriali, pur micro e poco coordinate, di cui occorre
trovare i bandoli, le occasioni e gli spazi culturali e istituzionali adatti a innescare l’agglutinazione,
come sono stati i monumenti identitari per la valorizzazione dei centri storici e il buon mangiare per
l’agricoltura qualificata.
Guardando ai motivi profondi del disagio che ha mosso quelle iniziative si possono trarre alcuni
spunti per accorpare e mettere a sistema le attività diffuse di sensibilizzazione e di valorizzazione
del paesaggio.
Sono buoni terreni di sperimentazione gli ambiti di interesse di molte iniziative recenti che si
muovono a partire dalle crisi dei due pilastri operativi di governo del territorio: quello
dell’urbanistica e quello dello sviluppo locale.

L’urbanistica tradizionale, dopo aver ospitato le innovazioni prima del recupero urbano e poi della
riqualificazione, per le quali non era minimamente preparata, misura oggi il proprio fallimento con
il tema delle periferie, che si sono prodotte proprio nelle perversioni dei piani regolatori classici, e
che non sembra possano trovare rimedio se non con un cambiamento drastico di impostazione. Il
contenimento del consumo di suolo e il consolidarsi di una rete di aree protette periurbane
sembrano andare nella direzione giusta, ma tutti sappiamo che il placarsi della furia edificatoria
delle nostre città non è dovuta tanto ad una nuova ed efficace generazione di regole quanto allo
sgonfiarsi della bolla immobiliare, che nel mondo occidentale ha di fatto bloccato da 5 anni tutti i
cantieri. In questa calma innaturale (che temiamo sia simile a quella dell’occhio del ciclone) si
muovono spontaneamente iniziative di tipo del tutto diverso: dai movimenti per gli orti urbani alla
valorizzazione dell’agricoltura a ridosso del costruito, dal recupero di aree dismesse o bonificate
alla formazione di centri di eventi culturali e di manifestazioni in aree sinora marginali e
sconosciute, fino alla ricerca di un’accessibilità ciclopedonale per le aree verdi e i beni culturali.
Si tratta di gruppi locali, spesso riuniti proprio intorno ad iniziative che hanno per comune
denominatore la ricerca di servizi e spazi aperti per il tempo libero, per lo più nell’ambito delle
fasce periferiche e periurbane. E’ una domanda che si forma nelle conurbazioni maggiori, in cui i
cittadini soffrono la mancanza di relazioni con i paesaggi aperti.

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La pressione sulle aree periurbane aumenta quando la crisi riduce la mobilità e quindi i
comportamenti coatti del weekend sulle autostrade: così sono più numerosi i cittadini che tornano
ad apprezzare il verde, le mete culturali o enogastronomiche fuori porta, gli itinerari a portata di
bicicletta. Se questo trend si consolida, la rivalutazione collettiva delle aree aperte di bordo urbano
è forse il miglior antagonista alla pressione urbanizzativa cieca, che ha dominato l’attribuzione dei
valori territoriali negli ultimi 60 anni.
L’intero sistema delle rendite si riassesta se nella cultura diffusa prende corpo un senso della qualità
della vita urbana che comprende anche gli spazi aperti, che diventano componente importante della
città, come i servizi e le reti infrastrutturali. Le finestre aperte su spazi verdi diventano fattore di
apprezzamento delle abitazioni e degli uffici; l’accessibilità “dolce” e sicura diventa elemento
qualitativo per gli abitanti anziani o minori e riduce i costi della vita quotidiana in città, così come il
diffondersi di attività di loisirs a basso tenore di attrezzature; le macchie boscate, le aree esondabili
e le fasce permeabili riducono, in particolare per gli edifici più prossimi, gli effetti nefasti del
cambiamento climatico e dell’insostenibile impronta urbana.
E’ un nuovo tipo di servizi urbanizzativi di cui si sente il bisogno, che di fatto la massa dei cittadini
è disposta a pagare (in denaro o in lavoro e imprenditoria) ma che non si generano da soli:
richiedono un disegno del Piano attento, nuove alleanze tra produttori e fruitori e tra pubblico e
privato per ottenere adeguate efficienze gestionali. Non basta riservare inedificato qualche lotto:
occorre integrarli da una parte con il bordo costruito e dall’altra con il sistema agronaturale della
campagna aperta circostante, assicurare un minimo di infrastrutturazione e soprattutto progettare
anche la manutenzione in modo sostenibile e duraturo.
La mancata attenzione agli aspetti gestionali post-intervento è un male tutto italiano, dove manca
una tradizione di buone pratiche manutentive e di collaborazione pubblico-privato. Dobbiamo
imparare dalle numerose esperienze nordeuropee o americane, che dimostrano da decenni che la
cura del territorio periurbano può essere attuata in buona parte dai fruitori stessi organizzati in
cooperazione con gli agricoltori locali, a costi minimi per l’ente pubblico ma sotto il suo
monitoraggio e controllo.

I programmi di sviluppo locale nelle zone rurali svantaggiate soffrono la crisi in modo più
drammatico rispetto ai piani delle aree più densamente urbanizzate. Nei contesti marginali la
mancanza di cura e di manutenzione del paesaggio è solo uno degli effetti nefasti dei processi di
abbandono che stanno demolendo da alcuni decenni l’insediamento montano nel Paese. Ad essi si è
aggiunto il blocco della finanza locale, che ha significato il prosciugarsi delle risorse pubbliche che
assistevano territori deboli e addirittura la destrutturazione delle istituzioni d’area vasta, dalle
Comunità montane alle Province. Anche nei pochissimi casi in cui è maturata una nuova offerta di
prodotti (quasi ovunque turistici) non del tutto assistita, la crisi, incidendo anche sulla capacità di
spesa dei cittadini che costituiscono la domanda potenziale, impedisce quasi sempre di raggiungere
la soglia minima di sopravvivenza per le nuove attrezzature.
Sono rari i luoghi in cui la crisi fa emergere la possibilità di utilizzare risorse trascurate, non perché
queste manchino (anzi), ma per l’assenza di una capacità minima del territorio di reggere
programmi di valorizzazione senza un robusto aiuto in una lunga fase di avvio, aiuto che può venire
solo dalla capacità di traino degli investimenti pubblici. D’altra parte è evidente che l’ipotesi da
anime belle, che l’abbandono della montagna favorisca un salvifico ritorno della natura, è realistica
solo in tempi molto lunghi. Nei decenni intermedi, dove manca la cura rurale del territorio, il
disastro idrogeologico si aggiunge alla perdita delle risorse abitative e produttive e alla crescente
inaccessibilità dei luoghi.
In questa situazione strutturalmente critica sembrano resistere sul territorio, più dell’assetto fisico, i
segni e gli affetti. Il paesaggio rimane amato (in particolare dalle famiglie degli ex abitanti, ora in
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veste di turisti) e torna ad essere importante il ruolo delle emergenze segniche, per lo sguardo
cittadino e non contadino: ci si accorge delle costruzioni fuori luogo o fuori scala, si valorizzano le
viste in cui il paesaggio tradizionale è integro o quelle con inserti calibrati di modernità. Sul rischio
di adulterazione del paesaggio si scatenano piccole guerre e sorgono comitati del No; i sindaci si
trovano spesso a dover mediare o a prendere parte a battaglie ideologiche intorno a questioni
estetiche che assumono il livello di scontri etici appassionanti.
Nella stagione difficile per le strategie di sviluppo dei territori marginali emerge qualche esempio
virtuoso nelle comunità che hanno saputo farsi una bandiera con interventi spot, indicando con
segnali di vivacità la possibilità di strade alternative, di offerte culturali e qualche volta etiche,
attrattive per i cittadini delusi dall’ambiente urbano.
Si tratta spesso di piccoli comuni o quartieri periferici che hanno saputo valorizzare le proprie
risorse con buoni progetti di architettura, mentre in qualche caso invece si cominciano a leggere gli
esiti positivi di lavori più strutturali e strategici, che muovono dalla rivitalizzazione del paesaggio
condotti da gruppi di produttori di nuova generazione e da programmi di gestione integrati, frutto
della collaborazione tra più soggetti pubblici e privati.
Il comune denominatore di queste esperienze è la prevalenza degli aspetti gestionali ed operativi su
quelli formali, che comunque non vengono trascurati, ma sono supporto e non obiettivo
dell’intervento. Alla base della valutazione positiva quindi non stanno solo le qualità architettoniche
e la valorizzazione del paesaggio, ma soprattutto la sostenibilità economica delle sperimentazioni e
la loro efficacia nel generare sviluppo locale non effimero, in termini di lavoro, di attrattività
turistica, di produzioni tipiche.

Un interessante osservatorio di questo tipo di iniziative è il Premio del Paesaggio europeo, le cui
selezioni in Italia hanno evidenziato il crescere potente di esperimenti che partono dalle periferie
del territorio ma vanno delineando un modello di comportamento di grande interesse, sia per gli enti
locali che per i soggetti del III settore, ormai insostituibili protagonisti dei programmi di cura del
territorio. Il modello produttivo delle aziende confiscate alle mafie di Libera, la riqualificazione
urbana di Carbonia, l’autonomia gestionale dei Parchi della Val di Cornia, vincitori nella selezione
italiana nelle scorse edizioni del Premio del paesaggio, sono stati riconosciuti come interventi
esemplari dal Consiglio d’Europa, per la sperimentazione attivata e la potenza etica della proposta.

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