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DIVINA COMMEDIA

CANTO II

Argomento del Canto

Ancora sulla spiaggia del Purgatorio. Apparizione dell'angelo nocchiero. Incontro con le
anime dei penitenti, tra i quali c'è il musico Casella. Canto di Casella e rimprovero di
Catone. Fuga di Dante e Virgilio. È la mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del
1300, all'alba.

Descrizione dell'alba. Apparizione dell'angelo (1-36)Il sole sta ormai tramontando


all'orizzonte di Gerusalemme, il cui cerchio meridiano sovrasta la città col suo punto
più alto, e la notte, che gira opposta al sole, sorge dal Gange nella costellazione della
Bilancia, in cui non si trova più quando essa supera per durata il giorno; così sulla
spiaggia del Purgatorio l'aurora diventa da rossa progressivamente arancione. Dante e
Virgilio sono ancora sul bagnasciuga, pensando al cammino che devono intraprendere,
quando al poeta pare di vedere sul mare una luce simile a quella di Marte quando è
velato dai vapori che lo avvolgono, che si muove rapidissima verso la riva. Dante
distoglie un attimo lo sguardo per parlare a Virgilio, e quando torna a guardare la luce
la vede più splendente e più grande. In seguito ai lati di essa compare qualcosa di
bianco e un altro biancore al di sotto: il maestro resta in silenzio, fino a quando
capisce che il primo biancore sono delle ali e allora grida a Dante di inginocchiarsi e di
unire le mani in preghiera, perché si avvicina un angelo del Paradiso. Virgilio spiega a
Dante che l'angelo non usa remi né vele o altri strumenti umani, ma tiene le ali aperte
e dritte verso il cielo, fendendo l'aria con penne eterne che non cadono mai.

Incontro con le anime dei penitenti (37-75)Man mano che l'angelo si avvicina e
diventa più visibile a Dante, questi non riesce a sostenerne lo sguardo e deve volgere
gli occhi a terra. Poi il nocchiero celeste viene a riva spingendo una barchetta così
leggera che non affonda minimamente nell'acqua; l'angelo sta a poppa e nella barca di
sono più di cento anime, che intonano a una voce il Salmo In exitu Israel de Aegytpo.
L'angelo fa loro il segno della croce, quindi le anime si gettano sulla spiaggia e il
nocchiero riparte con la stessa velocità con cui è giunto. La folla delle anime si guarda
intorno, come qualcuno inesperto di un luogo, mentre il sole è ormai alto e la
costellazione di Capricorno sta già declinando dalla metà del cielo. I nuovi arrivati si
rivolgono ai due poeti chiedendo di mostrargli la via per il monte, ma Virgilio li informa
che anch'essi sono appena arrivati in quel luogo, attraverso una via talmente aspra
che l'ascesa del monte sembrerà uno scherzo. Le anime si accorgono che Dante
respira ed è vivo, impallidendo per lo stupore: esse si accalcano intorno a lui per la
curiosità, come fa la gente attorno al messaggero che porta notizie di pace, quasi
dimenticandosi di accedere al monte per purificarsi dai loro peccati.

Incontro con Casella (76-111)Dante vede una della anime farsi avanti per
abbracciarlo, il che spinge il poeta a fare altrettanto, ma i suoi tre tentativi vanno a
vuoto in quanto le braccia attraversano lo spirito, inconsistente, e tornano al suo
petto. Dante è stupito e l'anima sorride, invitandolo a separarsi dagli altri penitenti. Il
poeta lo segue e i due si appartano, finché Dante lo riconosce come l'amico Casella e
lo prega di fermarsi un poco a parlargli: il penitente risponde dicendo che gli vuole
bene da morto come da vivo, e gli chiede perché si trova in quel luogo. Dante
risponde che fa questo viaggio per salvarsi l'anima e chiede a sua volta a Casella
perché giunga solo ora in Purgatorio dopo la sua morte. Il penitente spiega che non gli
è stato fatto alcun torto se l'angelo nocchiero gli ha negato più volte di condurlo lì,
poiché la sua volontà è conforme a quella di Dio. In realtà, spiega, da tre mesi
l'angelo ha raccolto tutti quelli che hanno voluto salire sulla barca: è stato allora che
Casella è stato preso alla foce del Tevere, dove si raccolgono tutte le anime non
destinate all'Inferno e dove l'angelo si è diretto dopo aver lasciato la spiaggia del
Purgatorio. A questo punto Dante prega Casella, se una nuova legge non glielo vieta,
di confortarlo col suo canto come faceva quand'era in vita, poiché il poeta è giunto lì
con tutto il corpo ed è quindi particolarmente affaticato.

Il canto di Casella. Rimprovero di Catone (112-133)Casella inizia a intonare la


canzone Amor che ne la mente mi ragiona, cantando con tale dolcezza che essa è
ancora presente nell'animo di Dante. Non solo lui, ma anche Virgilio e tutte le anime
stanno ad ascoltare il canto di Casella, contenti e appagati come se non avessero altri
pensieri. Sono tutti attenti alle note, quando ricompare all'improvviso Catone che
rimprovera aspramente le anime, accusandole di lentezza e negligenza e spronandole
a correre al monte per purificarsi dai peccati che impediscono loro di vedere Dio. Le
anime fuggono disordinatamente verso il monte, come quando i colombi, che stanno
beccando tranquillamente il loro pasto, sono spaventati da qualcosa e volano via
d'improvviso, e anche i due poeti scappano allo stesso modo.

Interpretazione complessivaIl Canto è strutturalmente diviso in due parti, che


corrispondono all'arrivo dell'angelo nocchiero con la barca dei penitenti e all'incontro
col musico Casella, che si conclude col rimprovero di Catone che, come si vedrà, non è
privo di significato allegorico. L'episodio è aperto dall'ampia e complessa descrizione
astronomica dell'alba, che rappresenta un piccolo proemio dopo quello della Cantica
del Canto I: Dante descrive il sole e la notte come due figure astronomiche che
percorrono la stessa strada ai punti opposti del cielo, per cui il sole sta tramontando
sull'orizzonte di Gerusalemme e la notte spunta sul Gange, il punto estremo
dell'Occidente; essa è in congiunzione con la costellazione della Bilancia che,
metaforicamente, tiene in mano, mentre le cade di mano quando supera in durata il
giorno (vuol dire che dopo l'equinozio di autunno è il sole ad essere in congiunzione
con la Bilancia). L'immagine si completa con quella dell'Aurora, personificata come la
dea classica, che è rossastra quando il sole sta per sorgere e diventa giallo-arancione
ora che sull'orizzonte del Purgatorio è l'alba. La metafora astronomica proseguirà a
metà circa del Canto, quando Dante spiegherà che il sole è salito nel cielo tanto da
aver cacciato il Capricorno dallo zenit, dardeggiando con le sue saette ogni punto della
spiaggia.A questo inizio stilisticamente sostenuto segue poi l'apparizione dell'angelo
nocchiero, non a caso introdotta anch'essa da un'immagine astronomica (quella di
Marte che rosseggia talvolta nel cielo del mattino, temperato dai vapori che lo
avvolgono). È il primo incontro con un ministro celeste e la sua apparizione avviene
per gradi, con la descrizione della luce che si muove rapidissima, del biancore che
appare ai suoi lati (le ali) e al di sotto (la veste), infine con Virgilio che invita Dante a
inginocchiarsi in segno di riverenza poiché ormai vedrà di sì fatti officiali. Quasi tutti i
commentatori hanno sottolineato l'enorme differenza tra questo traghettatore e il
nocchiero infernale Caronte, che trasportava le anime dannate al di là dell'Acheronte:
l'angelo non usa strumenti umani, non ha remi né vele, si limita a spingere da poppa
la barca che non affonda nell'acqua e dentro la quale più di cento anime intonano il
Salmo che rievoca la fuga degli Ebrei dall'Egitto (il fatto era interpretato come
allegoria della liberazione dal peccato). Il vasello snelletto è leggiero è il lieve legno
che dovrà portare Dante in Purgatorio, come lo stesso Caronte gli aveva predetto in
Inf., III, 91-93 e da esso le anime si accalcano sulla riva, inesperte del luogo e incerte
sulla direzione da prendere; si stupiscono nel vedere che Dante è vivo e gli si
accalcano intorno come un messaggero che porta buone notizie (è uno schema che si
ripeterà più volte nei primi Canti del Purgatorio, in totale difformità dagli incontri con i
dannati che erano dominati da sentimenti ben diversi).L'incontro con l'amico e musico
fiorentino Casella è il primo colloquio con l'anima di un penitente nel secondo regno, e
l'episodio costituisce una pausa narrativa caratterizzata da grande serenità e pace
dopo l'asprezza della discesa attraverso l'Inferno. Al di là della difficile identificazione
del personaggio, su cui si sono fatte varie congetture, il dato significativo è il grande
affetto che egli ancora dimostra a Dante (che tenta inutilmente tre volte di
abbracciarlo, con evidente imitazione di due passi virgiliani), mentre l'incontro dà
modo a Dante di puntualizzare alcune cose fondamentali circa il destino delle anime
non dirette all'Inferno: è Casella a spiegare che le anime salve si raccolgono alla foce
del Tevere, dove l'angelo raccoglie chi lui vuole e quando vuole, secondo la
imperscrutabile volontà divina, il che giustifica il fatto che lui giunga solo ora in
Purgatorio (la cosa aveva stupito Dante, che lo sapeva morto da qualche mese).
L'indizione per l'anno 1300 del Giubileo da parte di Bonifacio VIII ha permesso a tutte
le anime di salire sulla barca ed è per questo che Casella ha potuto fare il suo arrivo in
Purgatorio: Dante gli chiede di cantare per lui, per confortarlo della fatica del viaggio
che sta compiendo, e l'amico esaudisce la sua preghiera intonando la canzone Amor
che ne la mente mi ragiona (quella commentata nel III Trattato del Convivio), che
probabilmente lui stesso aveva musicato. La canzone, forse dedicata inizialmente a
Beatrice e rientrante nei canoni dello Stilnovo, nel Convivio era stata reinterpretata
allegoricamente alla luce della donna gentile e della Filosofia, quindi rimanda al
periodo del cosiddetto «traviamento» di Dante e del peccato che la stessa Beatrice gli
rifaccerà nei Canti finali del Purgatorio; il canto di Casella è così melodioso che tutti,
incluso Virgilio, si attardano ad ascoltarne le note, come se nessun altro pensiero
toccasse loro la mente, avvinti dal potere della musica che Dante, proprio nel
Convivio, descriveva come irresistibile.È a questo punto che si inserisce il duro
rimprovero di Catone, che riappare all'improvviso e mette fine al canto esortando gli
spiriti a non essere lenti, a non peccare di negligenza indugiando ad ascoltare la bella
musica invece di correre al monte per iniziare il percorso di purificazione. Il richiamo
non è casuale e si comprende alla luce del significato che alla musica e all'arte in
genere era assegnato nel Medioevo: fine dell'arte non è quello di dare piacere o
quetar tutte le voglie dando appagamento all'anima, come per lo più ritiene la
concezione moderna, bensì quello di fornire un utile ammaestramento e insegnamento
di carattere morale per raggiungere la salvezza. Ogni manifestazione artistica che
distolga l'animo umano dai suoi doveri e lo appaghi inducendo a dimenticarsi dei
propri obblighi non solo è disdicevole, ma addirittura pericolosa sul piano religioso: in
questo senso va interpretato il rimprovero di Catone, così come la reazione delle
anime che scappano disordinatamente verso il monte (inclusi Dante e Virgilio); il fatto
che la canzone scelta da Dante fosse dedicata alla Filosofia e sia tratta dal Convivio
non è forse del tutto casuale, poiché è probabile che quell'opera costituisse un
tentativo pericoloso sul piano dottrinale di arrivare alla verità non attraverso la grazia
e la teologia, ma esclusivamente con l'uso della ragione umana. Dante respinge quindi
qualsiasi concezione dell'arte, inclusa la poesia, di carattere puramente edonistico e
non finalizzata alla salvezza spirituale, come del resto già aveva fatto nell'episodio di
Paolo e Francesca che stavano leggendo per diletto la storia di Lancillotto e Ginevra ed
erano caduti nel peccato: il canto solitario di Casella si contrappone a quello del Salmo
che tutte le anime avevano intonato a una voce, il cui scopo non era però quello di
consolare l'anima afflitta ma celebrare la liberazione dal peccato e dai vincoli terreni (e
un analogo discorso sull'arte, soprattutto su quella figurativa e sulla poesia, verrà
affrontato anche nei Canti X, XI e XII dedicati ai ai superbi della I Cornice, per
comprendere il quale sarà indispensabile tener presente proprio la natura morale del
richiamo di Catone).

Note e passi controversi

Il meridian cerchio (v. 2) è il meridiano, il cui arco sovrasta Gerusalemme con lo zenit,
il suo punto più alto. Il v. 6 indica invece che la Notte tiene in mano la Bilancia, cioè è
in congiunzione con essa, quando è più corta del giorno, mentre dopo l'equinozio
d'autunno nella costellazione entra il sole e alla Notte le bilance cadono di mano.

Nel v. 13 sorpreso significa «offuscato», «velato» (cfr. I, 97: l'occhio sorpriso /


d'alcuna nebbia); alcuni mss. leggono sul presso del mattino, ma è lezione poco
probabile.

La descrizione dell'angelo fatta da Virgilio (vv. 31-36) è stilisticamente elevata e


contiene l'anafora Vedi...che all'inizio e alla fine delle due terzine.

Alcuni mss. leggono il v. 44 tal che faria beato per iscripto, «tale che la sua
beatitudine pareva scritta sul suo volto», ed entrambe le lezioni sono accettabili.

Il salmo intonato dalle anime (v. 46) è il 113, che veniva cantato accompagnando il
defunto al cimitero in quanto libero dai vincoli terreni.

Il messaggero che porta notizie di pace con in mano un ramoscello d'ulivo (vv. 70-72)
non è solo reminiscenza classica, ma corrisponde a un uso del tempo di Dante
testimoniato, fra gli altri, da G. Villani (Cron., XII, 105).

I vv. 80-81 si rifanno quasi letteralemente a Aen., II, 792-793; VI, 700-701 (ter
conatus ibi collo dare bracchia circum; / ter frustra comprensa manus effugit imago,
«per tre volte tentò di abbracciarlo al collo e per tre volte lo spirito, vanamente
afferrato, sfuggì le mani»); i due episodi virgiliani raccontano l'incontro di Enea con la
moglie morta Creusa e con l'ombra del padre Anchise.

I vv. 98-99 alludono al Giubileo dell'anno 1300, indetto da papa Bonifacio VIII il 22
febbraio ma valevole a partire dal 24 dicembre del 1299; ciò fa supporre che Casella
sia morto poco prima e sollevano la questione del perché egli giunga solo ora in
Purgatorio. Si è ipotizzato che le anime chiedano di salire sulla barca dell'angelo solo
quando si sentono pronte, analogamente alla fine della loro purificazione.

CANTO VI

Argomento del CantoAncora fra i morti per forza del secondo balzo dell'Antipurgatorio.
Incontro con l'anima di Sordello da Goito. Invettiva contro l'Italia. Apostrofe contro
Firenze.È il pomeriggio di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle tre.

I morti per forza si affollano intorno a Dante (1-24)Dante spiega che quando finisce il
gioco della zara, il perdente resta solo e impara a sue spese come comportarsi nella
prossima partita, mentre tutti si affollano intorno al vincitore, attirando la sua
attenzione; quello non si ferma, ma si difende dalla calca dando retta a tutti e
porgendo la mano all'uno e all'altro. Lo stesso fa il poeta attorniato dalle anime dei
morti per forza, rivolgendosi ora a questo ora a quello, e si allontana promettendo.
Tra le anime c'è quella dell'Aretino che fu ucciso da Ghino di Tacco e Guccio de' Tarlati
che morì annegato; ci sono Federico Novello e il pisano che fece sembrare forte il
padre Marzucco; ci sono il conte Orso degli Alberti e l'anima di Pierre de la Brosse, che
dice di essere stato ucciso per invidia e non per colpa, per cui Maria di Brabante
dovrebbe pentirsi per evitare di finire tra i dannati.

Virgilio spiega l'efficacia della preghiera (25-57)Non appena Dante riesce a liberarsi
dalle anime che lo pressano, si rivolge a Virgilio e gli ricorda come in alcuni suoi versi
egli nega alla preghiera il potere di piegare un decreto divino. Queste anime si
augurano proprio questo, quindi Dante non sa se la loro speranza è vana, oppure se
non ha capito bene ciò che Virgilio ha scritto. Il maestro risponde che i suoi versi sono
chiari e la speranza di tali anime è ben riposta, a patto di giudicare con mente sana:
infatti il giudizio divino non si piega solo perché l'ardore di carità della preghiera
compie in un istante ciò che devono scontare queste anime. Nei versi dell'Eneide in cui
Virgilio parlava di questo, inoltre, la colpa non veniva lavata dalla preghiera, poiché
questa era disgiunta da Dio. Virgilio esorta Dante a non tenersi il dubbio e ad
attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice, che illuminerà la sua mente e
lo aspetta sorridente sulla cima del monte. A questo punto Dante invita il maestro ad
affrettare il passo, essendo molto meno stanco di prima e osservando che il monte
proietta già la sua ombra (è pomeriggio). Virgilio dice che procederanno sino alla fine
del giorno, quanto più potranno, ma le cose stanno diversamente da come lui pensa.
Prima di arrivare in cima, infatti, Dante vedrà il sole tramontare e poi risorgere.

Incontro con Sordello da Goito (58-75)Virgilio indica a Dante un'anima che se ne sta
in disparte e guarda verso di loro, che potrà indicare la via più rapida per salire.
Raggiungono quell'anima che, come si saprà, è lombarda, e sta con atteggiamento
altero e muove gli occhi in modo assai dignitoso. Lo spirito non dice nulla e lascia che i
due poeti si avvicinino, guardandoli come un leone in attesa. Virgilio si avvicina a lui e
lo prega di indicargli il cammino migliore, ma quello non risponde alla domanda e gli
chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano. Virgilio non fa in tempo a dire
«Mantova...» che subito l'anima va ad abbracciarlo e si presenta come Sordello,
originario della sua stessa terra.
Invettiva contro l'Italia (76-126)Dante a questo punto prorompe in una violenta
invettiva contro l'Italia, definita sede del dolore e nave senza timoniere in una
tempesta, non più signora delle province dell'Impero romano ma bordello: l'anima di
Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio solo perché ha saputo che è della sua
stessa terra, mentre i cittadini italiani in vita si fanno guerra, anche quelli che abitano
nello stesso Comune. L'Italia dovrebbe guardare bene entro i suoi confini e vedrebbe
che non c'è parte di essa che gode la pace. A che è servito che Giustiniano ordinasse
le leggi se poi non c'è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero
permettere all'imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina,
affidato a gente incapace. Dante accusa l'imperatore Alberto I d'Asburgo di
abbandonare l'Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a
cavalcarla: si augura che il giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti,
perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo d'Asburgo)
hanno lasciato che il giardino dell'Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a
vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della
contea di Santa Fiora. Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta di essere
abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del
paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua reputazione. Dante si rivolge poi a
Giove (Cristo), crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo
oppure se prepara per l'Italia un destino migliore di cui non si sa ancora nulla. Le città
d'Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che sostenga una parte politica
viene esaltato come un Marcello.

Invettiva contro Firenze (127-151)Dante osserva ironicamente che Firenze può essere
lieta del fatto di non essere toccata da questa digressione, visto che i suoi cittadini
contribuiscono alla sua pace. Molti sono giusti e tuttavia sono restii a emettere giudizi,
mentre i fiorentini non hanno alcun timore e si riempiono la bocca di giustizia; molti
rifiutano gli uffici pubblici, mentre i fiorentini sono fin troppo solleciti ad assumersi le
cariche politiche. Firenze dev'essere lieta, perché è ricca, pacifica e assennata: Atene
e Sparta, città ricordate per le prime leggi scritte, diedero un piccolo contributo al
vivere civile rispetto a Firenze, che emette deliberazioni così sottili (cioè esili) che
quelle di ottobre non arrivano a metà novembre. Quante volte la città, a memoria
d'uomo, ha mutato le sue usanze! E se Firenze bada bene e ha ancora capacità di
giudizio, ammetterà di essere simile a un'ammalata che non trova riposo nel letto e
cerca di lenire le sue sofferenze rigirandosi di continuo.

Interpretazione complessivaIl Canto è di argomento politico ed è dedicato all'Italia,


simmetricamente al VI dell'Inferno in cui si parlava di Firenze e al VI del Paradiso in
cui si parlerà dell'Impero (secondo un crescendo che allarga progressivamente il
campo, dalla città di Dante all'Europa cristiana). In realtà il Canto VI del Purgatorio è
strettamente legato al VII con cui forma una sorta di dittico, in quanto nell'episodio
successivo Sordello mostrerà ai due poeti i principi negligenti della valletta e biasimerà
i loro successori che rappresentano una degenerazione rispetto a loro e si sono
macchiati di gravi colpe politiche, di cui i sovrani passati in rassegna si rammaricano.
La scelta di Sordello quale protagonista dei due Canti non è casuale, in quanto il
trovatore lombardo aveva scritto un famoso Compianto in morte di Ser Blacatz in cui
biasimava i principi suoi contemporanei per la loro codardia e li invitava a cibarsi del
cuore del nobile defunto per acquistarne la virtù, per cui non sorprende che sia lui a
passare in rassegna le anime confinate nella valletta e, in questo Canto, a consentire
a Dante di lanciare la sua violenta invettiva all'Italia (del resto anche i suoi versi
avevano il tono di una satira e di un'apostrofe ai potenti del sec. XIII). Anche l'inizio
dell'episodio è in linea con la sua conclusione, in quanto la rassegna dei morti per
forza che assillano Dante perché li ricordi ai congiunti ci porta nel vivo delle lotte
politiche che dilaniavano i Comuni dell'Italia del tempo: tranne Pierre de la Brosse,
vittima degli intrighi alla corte di re Filippo III, gli altri sono tutti italiani protagonisti
delle lotte tra Guelfi e Ghibellini o vittime di vendette ed odi familiari, tra i quali figura
anche il figlio di uno dei conti di Mangona già visti coi traditori dei parenti nella Caina
(Inf., XXXII) e il figlio di Marzucco degli Scornigiani, ucciso dal conte Ugolino (Inf.,
XXXIII) nell'ambito delle lotte interne al Comune di Pisa. Tra questo esordio e
l'incontro con Sordello si inserisce la parentesi dedicata a chiarire il passo dell'Eneide
(VI, 376) in cui la Sibilla diceva a Palinuro che le sue preghiere non avrebbero piegato
i decreti degli dei (egli chiedeva con insistenza di essere traghettato di là
dell'Acheronte pur essendo insepolto). Dante espone il suo dubbio a Virgilio, in quanto
l'insistenza delle anime che si è lasciato alle spalle sembra contraddire con quanto
detto dal poeta latino, il quale spiega che i suffragi dei vivi per i penitenti non
annullano l'espiazione delle loro colpe, ma fanno soltanto in modo che questa avvenga
più rapidamente; nel caso di Palinuro, poi, la preghiera non era rivolta al Dio cristiano
e dunque era priva di valore. La chiosa di Virgilio è importante perché sottolinea una
volta di più il valore delle preghiere dei vivi per i penitenti, nel che si avverte la
polemica di Dante contro la Chiesa corrotta che lucrava sui suffragi sfruttando il dolore
dei congiunti per i loro defunti in Purgatorio; il maestro rimanda il discepolo alle più
dettagliate spiegazioni di Beatrice, che in quanto allegoria della teologia arriverà là
dove la ragione umana non può giungere (e basta che Dante senta il suo nome perché
metta fretta alla sua guida, mentre Virgilio lo avvertirà del fatto che l'ascesa del
monte durerà più di quanto pensa). Segue poi l'incontro con Sordello, mostrato da
Dante in tutto il suo aspetto regale e dignitoso mentre osserva in silenzio e con fare
altezzoso i due poeti che si avvicinano, a guisa di leon quando si posa: è stato
osservato che ci sono molte analogie tra la presentazione di Sordello e quella di
Farinata Degli Uberti, con la differenza fondamentale che il dannato non mutava
atteggiamento in tutto il colloquio con Dante e si mostrava ancora prigioniero della
logica delle lotte politiche, mentre a Sordello è sufficiente sentire che Virgilio viene da
Mantova per perdere ogni alterigia e gettarsi ad abbracciarlo affettuosamente (nel
Canto seguente, dopo averne appreso l'identità, si inchinerà di fronte a lui per
rispetto). E infatti è proprio l'affetto di Sordello verso un suo concittadino di cui non sa
ancora il nome a far scattare la violenta invettiva di Dante contro l'Italia, che parte dal
fatto che nell'Italia del suo tempo i cittadini sono in lotta l'uno contro l'altro e
addirittura entro la stessa città, come dimostra l'elenco delle anime all'inizio del Canto
e come dichiara lo stesso esempio di Firenze che tornerà alla fine. Dante riconduce la
causa principale di tali lotte all'assenza di un potere centrale, che nella sua visione
universalistica doveva essere garantito dall'Impero: è l'imperatore che dovrebbe
regnare a Roma e assicurare pace e giustizia agli Italiani, invece il paese è ridotto a
una bestia selvaggia che nessuno cavalca né governa (e a poco serve che Giustiniano
le avesse sistemato il freno, cioè avesse emanato il Corpus iuris civilis visto che
nessuno fa rispettare le leggi). L'immagine del paese come un cavallo che dev'essere
domato è la stessa usata nella Monarchia (III, 15) e nel Convivio (IV, 9), dove si dice
che il potere temporale ha soprattutto il compito di assicurare il rispetto delle leggi: la
polemica è rivolta contro i Comuni italiani ribelli, che come Firenze non si
sottomettono all'autorità imperiale, ma anche contro il sovrano stesso che rinuncia a
esercitare i suoi diritti, come Alberto I d'Asburgo che lascia la sella vòta e preferisce
occuparsi delle cose tedesche, seguendo il cattivo esempio del padre Rodolfo I. Dante
augura a lui e alla sua casata un duro castigo divino, in modo da indurre il successore
Arrigo VII a comportarsi diversamente; nella visione anacronistica di Dante
l'imperatore detiene un potere che deriva da quello dell'Impero romano di Cesare e
Augusto, quindi il suo compito è quello di ristabilire la sua autorità su tutta Italia
stroncando con la forza ogni resistenza, specie quella dei Comuni guelfi alleati col
papa (è quanto Arrigo VII tenterà invano di fare nel 1310-1313 e i toni usati da Dante
in questi versi ricordano molto quelli dell'Epistola VII a lui indirizzata: è molto discusso
se, al momento della composizione del Canto, Arrigo fosse già sul trono oppure no).
L'ultima parte dell'invettiva si rivolge a Firenze, che come Dante afferma con amara
ironia non è toccata da questa sua apostrofe, essendo i suoi cittadini impegnati ad
assicurarle pace e prosperità (l'antifrasi è l'artificio usato in questi versi finali, con un
sarcasmo quanto mai tagliente). I fiorentini si riempiono la bocca della parola
«giustizia», mentre Dante stesso è un esempio degli abusi compiuti dai Neri contro i
loro nemici; essi sono fin troppo solleciti ad assumersi l'onere di cariche politiche, al
fine di arricchirsi e di colpire i nemici (da notare l'insistenza delle accuse, con l'anafora
Molti... ai vv. 130, 133 e tu nell'allocuzione al v. 137, come già c'era la quadruplice
anafora di Vieni... ai vv. 106-115 nell'allocuzione ad Alberto I). Atene e Sparta fecero
ben poco rispetto a Firenze, i cui provvedimenti di legge sono così sottili (l'aggettivo è
ambiguo, potendo significare «elaborati» o «fragili») che durano solo poche
settimane, mentre la città cambia nel breve volgere di tempo tutti i suoi costumi,
simile a un'ammalata che si rigira nel letto senza trovare pace. L'ultima immagine è
molto efficace, in quanto riassume la triste condizione di tante città italiane piene... di
tiranni, come è stato detto prima, e in cui anche i cittadini di più umile condizione
diventano capi-fazione e sono pronti a commettere ogni sorta di abuso; è un tema già
affrontato varie volte da Dante nel poema e che tornerà soprattutto nei Canti in cui si
affronterà ancora la spinosa questione dell'autorità imperiale (ad es. il XVI del Purg.,
ma anche il VI e i XIX-XX del Par., al centro dei quali sarà il tema della giustizia
terrena). Del resto il poema nel suo complesso è un duro atto di accusa contro il
disordine politico e morale dell'Italia del Trecento, che trovava la sua radice prima
nella cupidigia nonché nelle lotte tra città che insanguinavano il giardin de lo 'mperio,
unitamente alla corruzione ecclesiastica che sovvertiva ogni giustizia calcando i buoni
e sollevando i pravi (è chiaro che in questa visione Firenze non poteva che essere
l'esempio negativo per eccellenza, quindi non stupisce che l'invettiva all'Italia si chiuda
proprio con la dura apostrofe dedicata alla città che aveva ingiustamente esiliato
Dante per il suo ben far).

Note e passi controversi

La zara (v. 1, dall'arabo zahr, «dado») era un gioco simile alla morra, assai diffuso
nell'Oriente bizantino e a cui si giocava in due gettando tre dadi su un tavolo.
Repetendo le volte (v. 3) indica probabilmente che il perdente ritenta le gettate dei
dadi, o forse che ripensa al gioco.

L'espressione correndo in caccia (v. 15) può voler dire «inseguendo» o «essendo
inseguito», da cui la dubbia interpretazione del verso.

I vv. 17-18 alludono forse al fatto che Marzucco, il padre di Gano (o Farinata) qui
ricordato, seguì il funerale del figlio ucciso senza lacrime.

Inveggia (v. 20, «invidia») deriva dal prov. enveja.

Alcuni mss. al v. 48 leggono ridente e felice, ma è lezione molto dubbia (ridere


dipende dal verbo vedrai ed è riferito a Beatrice).

L'immagine dell'Italia come una nave senza timoniere (v. 77) è usata anche in Conv.,
IV, 4, dove il nocchiero dev'essere per Dante proprio l'imperatore.

L'espressione donna di province (v. 78) vuol dire «signora delle province» e rievoca
l'antico Impero romano di cui l'Italia era centro.

Al v. 93 (ciò che Dio ti nota) Dante allude probabilmente a Matth., XXII, 21 (Reddite
ergo, quae sunt Caesaris, Caesari et, quae sunt Dei, Deo, «Date dunque a Cesare quel
che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»), quindi alla separazione tra potere
temporale e spirituale; in tal caso la gente che dovrebbe essere devota è il corpo
ecclesiastico.

Il v. 96 indica che gli Italiani (o la Chiesa) non permettono all'imperatore di montare


in sella (cioè di governare il paese) e conducono il cavallo a mano per la predella, la
parte della briglia attaccata al morso (dunque l'Italia è mal governata).

Montecchi e Cappelletti (v. 106) erano due famiglie rivali, la prima ghibellina di
Verona, la seconda guelfa di Cremona, invece Monaldi e Filippeschi (v. 107) erano
casate di Orvieto, una guelfa e l'altra ghibellina: mentre nel primo caso le famiglie
citate erano già in rovina (già tristi), nel secondo esse presagivano la futura
decadenza (con sospetti).

I gentili citati al v. 110 sono i feudatari dell'Impero, che sono vittime o artefici di
oppressioni (a seconda del senso di pressure) e le cui magagne (le colpe commesse o
i danni subìti) Alberto d'Asbugo dovrebbe curare; la contea di Santafior era l'esempio
di una famiglia feudale caduta in disgrazia.

Il Marcel citato al v. 125 potrebbe essere il pompeiano G. Claudio Marcello, avversario


irriducibile di Cesare, o anche M. Claudio Marcello, espugnatore di Siracusa e salvatore
della patria: Dante vorrebbe dire che ogni contadino che si mette a capo di una
fazione si atteggia a ribelle dell'autorità imperiale, o a salvatore della patria (le due
interpretazioni non si escludono a vicenda).

L'espressione se... vedi lume (v. 148) vuol dire «se vedi chiaramente».

CANTO IX
Argomento del Canto. Dante si addormenta nella valletta. Sogno dell'aquila (santa
Lucia porta dante alla porta del Purgatorio). Incontro con l'angelo guardiano, che
incide sette P sulla fronte di Dante. Ingresso in Purgatorio. È la notte tra domenica 10
aprile (o 27 marzo) e lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300.

Dante si addormenta e sogna (1-33)L'aurora sta ormai imbiancando il cielo a oriente,


nell'emisfero boreale, con la costellazione dello Scorpione di fronte ad essa, mentre
nel Purgatorio sono già trascorse circa tre ore dall'inizio della notte. Dante, affaticato
per il viaggio e per il fatto di avere un corpo in carne e ossa, si sdraia sull'erba nella
valletta e si addormenta. Verso l'alba, quando la rondine emette i suoi stridi e la
mente umana fa dei sogni rivelatori della realtà, il poeta sogna di vedere sopra di sé
un'aquila dalle penne d'oro, che volteggia e sembra sul punto di scendere a terra.
Dante nel sogno pensa di essere sul monte Ida, là dove Ganimede fu rapito da Giove
tramutatosi in aquila, e pensa fra sé che forse il rapace è solito colpire in quel luogo le
sue prede. Poi sogna che l'aquila piombi su di lui e lo ghermisca, portandolo in alto
sino alla sfera del fuoco dove gli sembra di bruciare: nel sogno prova dolore, il che lo
induce a svegliarsi improvvisamente.

Risveglio di Dante e spiegazione di Virgilio (34-69)Dante si scuote non diversamente


da Achille, quando si risvegliò a Sciro non sapendo dove si trovasse poiché la madre
Teti lo aveva rapito a Chirone mentre dormiva. Dante si sveglia d'improvviso e
impallidisce, raggelando: accanto c'è solo Virgilio, mentre il sole è già alto nel cielo e
lo sguardo del poeta è rivolto al mare. Virgilio si affretta a spiegargli che non ha nulla
da temere e deve anzi confortarsi, poiché il viaggio procede bene ed egli è giunto alla
porta del Purgatorio, scavata nella parete rocciosa del monte là dove il maestro gli
indica. Virgilio spiega inoltre che poco prima, sul fare dell'alba quando Dante dormiva,
una donna era giunta nella valletta dicendo di essere santa Lucia e prendendo il poeta
addormentato, per condurlo in alto. Sordello e gli altri principi della valletta erano
rimasti lì e Dante era stato trasportato alla porta del Purgatorio quando fu giorno
fatto, seguito dallo stesso Virgilio. Lucia aveva deposto Dante in quel punto, ma prima
i suoi occhi avevano indicato al maestro l'accesso al monte, quindi la santa se ne era
andata proprio nel momento del risveglio di Dante. Il poeta è riconfortato dalle parole
di Virgilio e appena il maestro lo vede privo di dubbi e di paure procede verso la porta,
seguito da Dante stesso.

La porta del Purgatorio. L'angelo guardiano (70-93)Dante avverte il lettore che la


materia del suo poema si innalza, perciò il suo stile diventerà d'ora in avanti più
elevato. I due poeti si avvicinano al punto in cui la parete rocciosa del monte è
spaccata e dove c'è una porta alla quale si sale lungo tre gradini, di colore diverso, e
sulla soglia c'è un angelo che fa la guardia e non dice nulla. Dante fissa lo sguardo e
vede che l'angelo siede sul gradino più alto e il suo volto è così luminoso che non
riesce a vederlo; egli tiene in mano una spada, che riflette i raggi del sole e impedisce
a Dante di vederla bene. L'angelo chiede ai due che cosa vogliono e chi li ha condotti
lì, avvertendoli che l'accesso alla porta potrebbe recare danno. Virgilio risponde che
santa Lucia poco prima ha loro indicato la porta, quindi l'angelo dà ai due il permesso
di salire i gradini.
Le sette P sulla fronte di Dante. Accesso al Purgatorio (94-145)Dante inizia salire i tre
gradini: il primo è di marmo bianco e candido, talmente chiaro che il poeta ci si può
specchiare; il secondo è molto scuro, formato da una pietra ruvida che presenta una
spaccatura nella lunghezza e nella larghezza; il terzo sembra di porfido, rosso come il
sangue che sgorga da una vena. L'angelo tiene i piedi su quest'ultimo e siede sulla
soglia, simile al diamante. Virgilio conduce Dante lungo i tre gradini e lo invita a
chiedere umilmente di aprire la porta. Il poeta si getta devotamente ai piedi
dell'angelo, chiedendo misericordia dopo essersi battuto per tre volte il petto. L'angelo
incide sette P sulla fronte di Dante con la punta della spada, raccomandandogli di
lavare queste piaghe una volta avuto accesso alle Cornici. L'angelo estrae dalla sua
veste, del colore grigio della cenere, due chiavi, una d'oro e l'altra d'argento, con le
quali apre la porta usando prima quella argentea. L'angelo avverte che se una delle
due chiavi non funziona la porta non può aprirsi, aggiungendo che quella d'oro è più
preziosa, ma quella d'argento richiede molta scienza e acutezza in quanto è quella che
permette al penitente di entrare. Spiega inoltre che le chiavi gli sono state date da san
Pietro, il quale gli ha raccomandato di sbagliare nell'aprire piuttosto che nel tenere
chiusa la porta, purché i penitenti mostrino una sincera contrizione. Poi l'angelo spinge
la porta per aprirla, dicendo di entrare e avvertendo i due poeti che chi guarda
indietro torna fuori. Gli spigoli della porta, fatti di metallo massiccio, ruotano intorno ai
cardini ed emettono un forte stridore, mostrando che la porta è restia ad aprirsi più di
quanto lo fu la rupe Tarpea dopo la rimozione di Metello. Dante ascolta con attenzione
e gli pare di udire una voce che canta l'inno Te Deum laudamus, in modo simile ai
canti alternati al suono dell'organo, per cui le parole ora si sentono e ora no.

Interpretazione complessiva Il Canto funge da passaggio tra la prima parte della


Cantica, dedicata per lo più all'Antipurgatorio, e la seconda dedicata alle Cornici e al
luogo del secondo regno dove le anime si purificano dai peccati, il che corrisponde a
un innalzamento della materia e di conseguenza a un affinamento dello stile poetico
nei Canti successivi (è Dante ad avvertire i lettori con l'appello ai vv. 70-72, che
anticipa quelli simili che saranno assai frequenti nel Paradiso). Questa sorta di piccolo
proemio cade a metà circa del Canto, dopo che Dante si è addormentato nella valletta
all'inizio della notte e ha sognato un'aquila che lo ha ghermito sul monte Ida e
trasportato in alto, che come poi Virgilio spiegherà non era altri che santa Lucia che
portava il poeta alla porta del Purgatorio. L'episodio si apre con la famosa descrizione
dell'aurora, assai problematica e variamente interpretata, anche se probabilmente
Dante allude al sorgere dell'aurora solare nell'emisfero boreale cui corrisponde, nel
Purgatorio, l'inizio della notte; il poeta si addormenta vinto dalla stanchezza e verso
l'alba, quando si credeva che i sogni fossero veritieri, fa il sogno dell'aquila, anch'esso
variamente interpretato e che forse è solo la traduzione in termini visivi dell'aiuto di
Lucia che agevola Dante per la sua via. Del resto l'aquila era l'uccello sacro a Giove e
simbolo dell'autorità imperiale, il che ha poco a che fare con il significato allegorico di
Lucia (che qui, come già nel Canto II dell'Inferno, è la grazia illuminante che assiste
l'uomo per consentirgli di salvarsi). Il risveglio di Dante è traumatico in quanto non sa
dove si trova, per cui Virgilio deve rassicurarlo e indicargli la porta del Purgatorio
dicendogli che ormai il viaggio è a buon punto; Dante si scuote anche perché nel
sogno gli sembrava di attraversare la sfera del fuoco e il calore lo ha svegliato, e
secondo alcuni commentatori è probabile che egli abbia in realtà sentito il calore del
sole che è già alto sull'orizzonte e lo colpisce una volta che Lucia lo ha deposto di
fronte alla porta. Il sogno di Dante anticipa gli altri due che farà negli altri
pernottamenti in Purgatorio (nei Canti XIX e XXVII), anch'essi allegorici e
analogamente interpretati.

La seconda parte del Canto è ovviamente dedicata alla descrizione della porta
custodita dall'angelo, nonché del complesso rituale cui Dante deve sottoporsi prima di
essere ammesso alle Cornici dall'angelo stesso. La simbologia è connessa ovviamente
al riconoscimento dei propri peccati e all'assoluzione da parte dell'angelo, che riguarda
Dante come tutti i penitenti che di lì devono passare: i tre gradini che conducono alla
porta corrispondono quasi certamente ai tre momenti del sacramento della
confessione, ovvero la contritio cordis (la consapevolezza dei peccati: è il primo
gradino, di marmo bianco in cui Dante può specchiarsi), la confessio oris (la
confessione vera e propria: è il secondo gradino, di pietra scura e screpolata, che
rappresenta lo spezzarsi della durezza dell'animo) e la satisfactio operis (la
soddisfazione per mezzo di opere: è il terzo gradino, rosso come l'ardore di carità
necessario a rimediare ai peccati commessi). Variamente interpretata anche la spada
di cui l'angelo guardiano è armato, che forse è simbolo della giustizia o dell'ufficio del
sacerdote confessore: con essa l'angelo incide sulla fronte di Dante le sette P che
rappresentano ovviamente i sette peccati capitali, che il poeta dovrà purificare
moralmente durante l'ascesa del monte (esse saranno cancellate all'uscita da ogni
Cornice). L'angelo ammette Dante in Purgatorio e ne apre la porta con le due chiavi
(una d'oro e l'altra d'argento) che tiene sotto la veste color cenere, simbolo
quest'ultima della mortificazione della penitenza o forse dell'umiltà del confessore: la
chiave d'oro rappresenta certo l'autorità di dare l'assoluzione che al confessore deriva
da Dio e dalla Chiesa, quella argentea (che secondo l'angelo vuol troppa / d'arte e
d'ingegno) è invece la scienza e la sapienza che il confessore stesso deve avere per
valutare i peccati commessi. Dante sottolinea che entrambe sono state date all'angelo
da san Pietro e che se una delle due non funziona l'apertura della porta, ovvero
l'ammissione del peccatore al Purgatorio, è impossibile: è una velata polemica contro
le facili indulgenze di cui la Chiesa faceva mercato nel Trecento, come lo è il fatto che
la porta si apre a fatica e producendo un tremendo stridore, nel senso che il perdono
di Dio è concesso solo a chi sinceramente si è pentito delle proprie colpe e ciò avviene
assai di rado. Una volta varcata la soglia del Purgatorio, per Dante e la sua guida
inizia un nuovo cammino che li porterà alla tappa successiva, ovvero l'ingresso
nell'Eden sulla cima del monte: anche allora ci sarà un innalzamento dello stile,
mentre qui Dante è colpito dal suono melodioso di alcune voci che intonano il Te
Deum laudamus, in modo tale che egli non ne sente tutte le parole (come quando in
chiesa si canta in alternanza al suono dell'organo). Siamo ormai entrati in una
dimensione diversa da quella dell'Antipurgatorio, dominata dalla serena rassegnazione
delle anime che espiano attivamente le loro pene, come farà anche Dante unendosi
moralmente a loro: il passaggio in ogni Cornice avverrà secondo un cerimoniale fisso,
in cui il canto di Salmi o inni avrà una parte importante (ed è stato osservato come ciò
renda il Purgatorio simile a un enorme monastero, in cui ogni momento è scandito da
uffici liturgici precisi: a ciò, forse, rimanda la similitudine degli organi, peraltro molto
discussa, che chiude questo Canto).
Note e passi controversi

I vv. 1-6 descrivono con ogni probabilità il sorgere dell'aurora solare a oriente
nell'emisfero boreale, che corrisponde alle nove di sera circa nel Purgatorio. L'aurora è
definita concubina di Titone antico perché nel mito classico essa si innamora di Titone
e lo rapisce, per sposarlo, quindi ottiene da Giove l'immortalità; non la chiede però per
lo sposo, che quindi invecchia (di qui l'agg. antico). Le gemme che le rilucono in fronte
sono la costellazione dello Scorpione, il freddo animale / che con la coda percuote la
gente, che si trova nella parte opposta del cielo (quindi fronte indica non la fronte
dell'aurora, bensì il cielo a lei opposto). C'è chi ha pensato alla costellazione dei Pesci
che sorge a oriente nell'emisfero boreale, ma essa è assai poco luminosa al contrario
dello Scorpione; poco probabile l'interpretazione dell'aurora come quella lunare.

I vv. 7-9 indicano che sono le nove di sera circa, perché i passi con cui la notte sale
sono le ore e Dante dice che essa ne ha fatti quasi tre, quindi sono passate circa tre
ore dal tramonto.

I vv. 13-15 indicano che è quasi l'alba, l'ora in cui la rondine emette i suoi stridi:
Dante fa riferimento al mito di Progne mutata in rondine per aver ucciso il marito
Tereo con l'aiuto della cognata FIlomela.

Il v. 18 allude alla credenza, assai diffusa nel Medioevo, che i sogni fatti all'alba
fossero veritieri.

I vv. 22-24 vogliono indicare il monte Ida nella Troade, dove Ganimede fu rapito da
Giove tramutatosi in aquila e portato sull'Olimpo a far da coppiere agli dei.

Infino al foco (v. 30) vuol dire «sino alla sfera del fuoco», che secondo la scienza del
tempo separava la Terra dal I Cielo della Luna.

I vv. 34-39 alludono al mito secondo il quale Teti, madre di Achille, rapì il figlio al
centauro Chirone che gli faceva da precettore per nasconderlo a Sciro, sottraendolo
così alla guerra di Troia; Ulisse e Diomede lo scoprirono con l'inganno e lo portarono
via di lì.

Il balzo citato al v. 50 è probabilmente la parete rocciosa che circonda il monte, che è


digiunto (spaccato) in corrispondenza della porta.

I raggi che si riflettono nella spada dell'angelo (v. 83) possono essere quelli del sole,
oppure lo splendore del suo volto, oppure la luminosità della spada che potrebbe
essere fiammeggiante come quelle degli angeli che hanno scacciato il serpente, anche
se nulla nel testo lo conferma.

L'espressione tinto più che perso (v. 97) indica un colore più scuro del «perso»,
ovvero un colore misto di purpureo e nero (cfr. Inf., V, 89).

La parola regge (v. 134) indica la porta e deriva dal lat. med. regia (porta principale di
un edificio, spec. sacro).
I vv. 126-128 alludono al racconto di Lucano (Phars., III, 153 ss.), secondo il quale
Cesare giunse a Roma deciso a impadronirsi del tesoro pubblico, custodito nella rupe
Tarpea e affidato al tribuno L. Cecilio Metello. Questi tentò di opporsi, ma Cesare lo
rimosse con la forza e aprì la porta che conduceva al tesoro.

Al primo tuono (v. 139) ha probabilmente valore di compl. di tempo, quindi indica il
momento in cui la porta emette il suo stridore.

I vv. 142-145 sono stati oggetto di un vivace dibattito interpretativo, ma il senso più
probabile è questo: «Quello che udivo aveva lo stesso suono che si sente, di solito,
quando si canta in chiesa alternando la voce all'organo, per cui le parole si sentono
ora sì, ora no». Dante farebbe riferimento non al canto polifonico, bensì all'uso di
alternare le voci alla musica dell'organo nelle funzioni liturgiche, ampiamente attestato
già nel XII sec., e vorrebbe indicare che le voci intonano l'inno tacendone alcuni versi
(non occorre pensare a un vero e proprio accompagnamento con organo, anche se
sarebbe ipotesi suggestiva).

CANTO XVI

Argomento del Canto. Il fumo della III Cornice. Incontro con gli iracondi. Incontro con
Marco Lombardo. Discorso sul libero arbitrio e la confusione dei poteri. I tre vecchi
simbolo di virtù. È il tardo pomeriggio di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, verso
le sei.

Spiegazione di Marco sul libero arbitrio (52-81)Dante promette di fare quel che Marco
gli chiede, ma lo prega a sua volta di sciogliere un dubbio che lo assale e che è
raddoppiato a causa delle sue parole, dopo essere stato suscitato da quelle di Guido
del Duca. Il mondo è privo di ogni virtù cavalleresca, come Marco ha dichiarato, e
pieno di malizia; Dante vorrebbe saperne la ragione per mostrarla agli altri, poiché
alcuni la attribuiscono alle influenze celesti e altri alla condotta degli uomini. Marco
emette un forte sospiro e un verso di disappunto, quindi afferma che il mondo è cieco
e Dante sembra proprio venire da lì. Gli uomini, infatti, riconducono la causa di tutto
al cielo, come se esso determinasse necessariamente gli eventi: ma se così fosse il
libero arbitrio sarebbe nullo, e non sarebbe giusto essere premiati per la virtù e puniti
per la colpa. Il cielo, prosegue Marco, dà inizio alle azioni umane, almeno ad alcune,
ma in ogni caso l'uomo può scegliere tra bene e male, e la volontà è in grado di
vincere ogni disposizione celeste. Gli uomini sono dunque guidati dal proprio intelletto,
che è una forza ben maggiore di quella delle influenze astrali.

Causa politica della corruzione umana (82-114) Se il mondo attuale è degenere, la


causa è dunque tutta degli uomini e Marco lo può dimostrare chiaramente. Egli spiega
a Dante che l'anima, una volta creata, è come una fanciulla inconsapevole, che è
mossa dalla bontà di Dio e si indirizza verso ciò che le dà piacere. Essa rivolge il
proprio amore anche a beni materiali e sbagliati, se non viene frenata e guidata
opportunamente: per questo esistono le leggi ed è necessario che un sovrano le
applichi con rigore. Le leggi nel mondo esistono, ma chi le fa rispettare? Nessuno, dal
momento che il papa guida il gregge dei fedeli, confondendo però il potere spirituale
con quello temporale. Il popolo vede che il pontefice corre dietro ai beni terreni, quindi
fa altrettanto e non chiede altro; dunque la causa del male del mondo è la cattiva
condotta degli uomini e non la cattiva influenza dei cieli. Roma aveva due soli
(l'imperatore e il papa) che illuminavano due diverse strade, quella del mondo e quella
di Dio: essi si sono spenti a vicenda, perché la spada si è unita al pastorale e questo
connubio è decisamente negativo, poiché i due poteri non si temono l'un l'altro.

CANTO XXVI

Argomento del Canto. Ancora nella VII Cornice: le due schiere di lussuriosi. Incontro
con Guido Guinizelli. Incontro con Arnaut Daniel. È il pomeriggio di martedì 12 aprile
(o 29 marzo) del 1300, verso le quattro.

Incontro con le anime dei lussuriosi (1-24) Dante, Virgilio e Stazio camminano in fila
lungo l'orlo esterno della VII Cornice, con Virgilio che mette spesso in guardia Dante
sul percorso da tenere, mentre il poeta è colpito sul braccio destro dal sole, che
illumina tutto l'occidente. Dante proietta la sua ombra sulla fiamma e la rende più
rossa, il che rivela a molti penitenti che è ancor vivo. Questo è il motivo per cui
iniziano a parlare di lui, dicendosi l'un l'altro che Dante sembra avere un corpo in
carne e ossa, quindi si avvicinano al poeta e lo osservano meglio, badando a non
uscire dalla cortina di fiamme. Uno dei lussuriosi si rivolge a Dante osservando che
cammina dietro agli altri due poeti, non per lentezza ma per deferenza, e lo prega di
rispondere a lui e alle altre anime che sono tormentate dal dubbio: com'è possibile
che egli faccia ombra, come se fosse ancora in vita in quel luogo dell'Oltretomba?