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Alessio Leggiero

Il soffio de la Parɔl

2018

1
A mia madre
a mio fratello
ai miei maestri
al lettore inquieto

In copertina: Il Soffio, scultura di Antonio Natale Di Maria


http://antonionataledimaria.blogspot.it

© Simona Sanzi/Photo Edit. 


2
Le ferite dell’esistere, gocciando dentro di noi,
generano quel caleidoscopio percettivo
che ci fa assaporare i colori,
vedere i suoni,
toccare il soffio delle parole,
udire le superfici…


3
Voci di carta

1
Potevamo lasciarci cadere il passo stremati com’eravamo. Desiderammo più volte tornare
indietro dove eravamo prigionieri, tra i favi del lavorio degl’esuli. Ma quella fiamma ardente
teneva accesi gli stoppini della nostra speranza. La notte ci ha fatti camminare, la notte ci ha
consegnato la Tua promessa.
Siamo onde del mare sulla sabbia, danziamo come spighe di grano piegate dal vento. Siamo
stelle e puntelliamo la traccia di questo cammino che neanche Abramo vide tutto intero.
Faville di paura attizzate dalla verga di Mosè, scintilliamo le parole di questo alfabeto muto.
Siamo germogli che fioriscono sulle pergamene della storia, siamo i minuti che consumano il
racconto della salvezza.
Siamo resti, siamo residuati di una infanzia rubata all’ombra di un tiglio e di un melo.
Anawim baciati dal becco di una colomba, sei cicatrici ci lasciò sul petto e un cappello.

***

Restai muto. Una giunchiglia di dubbi relegava le corde della mia voce in un grumo di
mugugni. Restai muto anche quando vagivi di vita tra le braccia di tua madre. Non ti
chiamasti Zaccaria come me, ma fosti il mio zikkaron. Attraverso la tua voce, ricordai le
parole dell’angelo, ti saresti chiamato Giovanni. Acconsentii e riebbi la parola. In
quell’istante riconobbi il mio peccato. Fui io il tuo primo battezzato.

***

Fummo colombi innamorati per sette anni. Ero molto felice di sentirmi ogni giorno ricreata
tua sposa, tu mi appassionavi per la canuta saggezza dal sembiante corvino. Eppure il settimo
anno Dio te lo tributò di riposo e volasti via tra le ali angeliche. Lo stesso Dio volle che il mio
amore per te fosse attratto nel dono estremo (per una sposa) della vedovanza. Mi recai ogni
giorno al Tempio per sussurrarti le mie poesie, tendevo l’orecchio in attesa di una parola tua
e Dio rispondeva in cuor mio. A volte un Angelo del cielo si fermava a parlare con me, a volte
mi rivelava gli arcani nascosti nel secolo. Seppi da lui che la Sapienza Infinita, Figlio
dell’unico eterno Padre Adonai, si sarebbe mostrata in carne mortale: il Messia sarebbe nato
come un virgulto dal casato di Davide.
Oramai avevo 84 anni, ma nel fiore della mia vecchiaia, il Signore mi ha premiata: io che non
ebbi prole, potetti stringere al seno il Redentore; io che non diedi latte, fui allattata dal Dio
Infante e Grazia su Grazia ricevetti senza merito alcuno.
La mia vedovanza mi fu accreditata come giustizia.

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Lo Spirito che con-muove ogni cosa, mi fece dirigere verso il Tempio. Muovevo passo dopo
passo senza poter opporre diniego, la mia volontà era assopita in una trance pacificante.
Sentivo di essere leggero come l’aria, veloce come il vento. Le aride ossa, oramai prossime a
disegnare le mie spoglie, ripresero il vigore giovanile senza accusare stanchezza.
Giunto al Tempio, vidi entrare due giovani sposi con il loro primogenito, sapevo che ero lì
per incontrarli, ma esitai. Il dubbio, per un istante, un momento solamente, raggelò il fuoco
che mi aveva trasportato; i pensieri, veloci più dei lampi, paralizzarono ogni muscolo, ogni
nervo. Anche la bocca restò serrata, rigida di morte. Il piccolo corpicino dell’Infante, man
mano che si avvicinavano, promanava una luce iridescente, una luce fatta di suoni celesti.
All’inizio non riuscivo a distinguere la sequenza, eppure sembrava una melodia di voci di
estensione mai udita.
Quando furono dinanzi a me, potevo sentire quel coro angelico raggiare attorno al volto del
Bambino: «Gloria nel più alto dei cieli, pace qui in terra tra gli uomini che Egli ama».
Lo accolsi tra le braccia e anche io mi misi a cantare: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo
servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo,
Israele».

***

Quel sabato in Sinagoga appena varcai la soglia, mentre la penombra tagliava il lucore del
tempo che fuori corre, mi prese un fremito che dalle ciglia si riverberava lungo tutto il mio
corpo. Non fu lo Shabbat a destarmi, ma la sensazione distinta che ci fosse qualcosa di più
grande al di sopra dello Shabbat. Ciò che da sempre ci aveva protetti dalle genti e dal secolo
mi si manifestava in tutto il suo lato prettamente umano e limitato. Pensai che le pietre di
quel tempio non potessero contenerlo e, dunque, trattenerlo. Ho dubitato che la Torah
potesse ancora raccoglierci come la buccia di una melagrana, che tiene dentro i suoi semi.
Proprio mentre ero seduto nel Tempio, mi sentivo sbalzare fuori dal soffio gelido e tagliente
che sibila tra le lettere della parola “estraneo”. E tale fui.
Tu stavi salendo i gradini della Bimà per ricevere il rotolo di Isaia; un profumo di cinnamomo
misto a mirra promanava dalle tue vesti fino a noi, impietriti negli scanni. Quando le tue
mani cominciarono a stendere il rotolo mi cadde una coltre sugli occhi, parevano croste
gelatinose, non vedevo più con la vista degli occhi. Fui preso da un grande spavento. Mi
sentivo cadere come albero cade, mi sentivo accasciare come un telo posato sull'erba.
Eppure cominciai ad avere una visione. Incredibile! Stringevi il rotolo e cominciasti a
leggere... sillaba dopo sillaba le vergelle della pergamena si innervano sulle tue braccia
facendo scomparire nel folio le tue mani; vedevo scorrere l'inchiostro dei caratteri nella tue
vene, parevano imprimersi nella tua carne per il ductus della tua voce.
Tu e la Torah diventaste uno: voce, parola e scrittura. Questa visione durò il tempo della
lettura, poi sentii d’improvviso un tuono e tutto scomparve, tutto tornò ad essere come
prima, riebbi la vista degli occhi. Tu stavi seduto.

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Nella Sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di te . Allora cominciasti a dire loro: «Oggi si è
compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

***

Ero a prua, acquerello sbiadito tra le nuvole del cielo, ombra sul legno disegnato di alghe, un
tratto di carboncino sul foglio del mio spirito, sfumato dalle lacrime che ancora mi stavano
negli occhi. Quella mattina anche le onde sulla barca cantavano il lamento del mio cuore
sconfitto. Giacomo aveva ragione! Non dovevamo gettare le reti verso la parte ovest del lago.
Io ero convinto, anzi certo, che avremmo fatto una pesca abbondante. Sentivo una strana
attrazione per quel posto, non raramente era stato generoso con noi. Avremmo certamente
pescato bene. A volte accade che le nostre intuizioni si impongono per quel chiarore
improvviso che le accompagna, il lucore ci lusinga e, così, ci cattura. Quanto è difficile
ammettere di aver preso solamente un abbaglio! Io li ho costretti a scegliere la rotta
sbagliata, per la mia maledetta cocciutaggine. Adesso che torniamo a riva a mani vuote, la
luce di questo sole nascente mi rivela quanto sia amara la delusione dell’errore... Mi sento
stringere il petto, ho i piedi freddi, le mani si trattengono l’una nell’altra mentre contraggo i
polpacci per resistere ancora al pianto che spinge come un ruscello gorgogliante di pioggia.
Non riesco a guardarli negli occhi, Giovanni mi ammira troppo! lo vedo ricalcare i miei
movimenti, mi imita, mi segue come se fossi un maestro. Dovrei dire che ho sbagliato?
Ormai giunti a riva, la nostra giornata era finita e con essa anche questo tormento. O almeno
credevo. Proprio a riva, dinanzi a noi, trovammo un assembramento di gente attorno a un
giovane rabbi; pensai che non era proprio il momento di badare al ciarlare dei sacerdoti.
Facevo per tirare a riva la barca discosto da loro e Tu mi sei venuto incontro per chiedermi di
salire sulla barca. Forse fu per il mio star chino sulle reti che riuscii a cogliere solamente il
tuo bel sorriso. Quando alzai lo sguardo non seppi dirti di no. Parlavi di ciechi che
riottengono la vista, sordi che odono, malati che guariscono, di benedizione e di un Padre
celeste. Non avevo mai dato tanto peso a queste predicazioni da visionari, eppure il laccio
della mia delusione per la pesca si allentava sentendoti parlare di gente a margine come se
fossero re. Fu allora che mi conquistasti, Rabbì... e divenni il buon pescatore del Regno.

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Guardasti la mia pena e il mio ribrezzo, guardasti il mio desiderio di emancipazione da un
sistema di connivenza sacrale e mi liberasti dal tarlo e dai sensi di colpa.
Ti ho seguito e ho mandato al vento i demoni del Tempio e i sacerdoti. Essi sono maestri di
inganni, infatti dicono che i morti risorgeranno e nello stesso tempo avvolgono nelle bende
mortifere il desiderio di bene che abita il cuore di ogni uomo.
Ero Levi, ora sono Matteo e sono morto trucidato per amor Tuo, Yeshua Ben David.

***

Lo sguardo di Andrea era molto luminoso quel pomeriggio, anche il suo volto era disteso e
non più corrucciato. Non capivo cosa fosse accaduto. Egli non parlava era rapito in un
castello di pensieri che io non riuscivo ad abitare. Avrei chiesto a Simone cosa gli fosse
successo, ma anch’egli se ne stava nella sua stanza con la testa fra le nuvole con gli occhi a
brillare nel vuoto. Quando fummo tutti e quattro a tavola, Andrea esclamò: «Abbiamo
incontrato il Messia!» Mia moglie s’ammutì. Io pensai che avessero bevuto. L’indomani
partirono con uno zainetto in spalla e non tornarono più. In paese dicono che si siano messi
dietro a un certo Gesù di Nazareth. Che sia questi il Messia non lo sappiamo ma io e Giuditta
vedemmo il paradiso nel loro sguardo. Quando Dio chiama per nome, tremano le vene nei
polsi e le pupille luccicano come stelle. Guardate i vostri Vescovi e i vostri sacerdoti negli
occhi, somigliano a quelli di Andrea e Simone?

***

Ti avevo seguito affascinato dal tuo carisma, avevi una luce impossibile negli occhi,
solamente a guardarli si restava rapiti, estasiati, impietriti. Fu un semplice incrocio di
sguardi a fermare i miei piedi dinanzi ai tuoi. Mi sembravi felice, assurdamente felice. La tua
voce scriveva nel cuore le parole che ascoltavamo insaziabilmente affamati di tenerezza; Tu
parlavi a noi: i senza nome, i senza volto, i senza storia, i senza diritto di opinione, i margini
di carne ed ossa - noi, gli ultimi. Tu parlavi a me, al mio desiderio di riscatto, io che
frequentavo la scuola rabbinica per noi fare il beccaio come mio padre. Studiavo sodo per
salvarmi, mi sentivo schiavo del mio destino, aspiravo ad essere libero, non cercavo i beni dei
miei padroni, non volevo ereditare la loro morte: infatti, «quelli che ereditano dai morti sono
essi stessi morti ed ereditano ciò che è morto». Tu mi passasti accanto ed io vidi un chiarore,
sentivo parlare dentro di me la Tua voce, Tu mi hai ripetuto: «sono venuto per liberare, per
riscattare, per salvare». E hai liberato coloro che erano stranieri nella loro stessa casa. Parlavi
di Tuo Padre, dei Suoi pensieri, del Suo Amore senza misura; qualche volta mi hai detto che
eri nel Padre proprio mentre io ti vedevo compiere prodigi. Ma non riuscivo a comprendere
questo assurdo: come può Adonai, l’Onnipotente, il Dio di Abramo essere tutto nel corpo di
un uomo? Io volevo vederLo, volevo stare alla Sua Presenza come Mosè, cercavo la sua
manifestazione negli elementi, ma il tuono non aveva voce, il vento era solamente vento, la
brezza a sera appiccicava la sabbia sul mio volto sudato e stanco del nostro passare di
villaggio in villaggio. Dov’è il Padre? Si avvicinavano i giorni della Tua Passione, ci

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dirigevamo a Gerusalemme ebri della risurrezione di Lazzaro, ma il tarlo di quella domanda
si faceva insistente, come un accordo ripetuto senza variazioni: «dove, dove, dove... Dove
vive il Padre? Quando potrò essere nel suo Regno, quando sarò riscattato?» Quella sera,
nella stanza al piano superiore, celebravamo la Pasqua, la Tua Pasqua, la prima Pasqua da
cristiani e tu parlavi di abbandono e ritorno, del potere nascosto nel cuore, del dono di un
Difensore che ci avrebbe condotti fuori, ci avrebbe fatti uscire con la forza dell’Amore,
sembravi trasfigurato dalle Tue parole. Quando dicesti: «Nessuno viene al Padre se non per
mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo
conoscete e lo avete veduto», io non ho resistito, avevo capito che era il mio momento, non
potevo far passare la fine, prima che fosse tardi per me, non mi sono trattenuto come le altre
volte, ho preso la parola, sono uscito allo scoperto, ed ho detto: «mostrami il Padre!». Sì, ero
con te dall’inizio, ma non ti ho conosciuto, le mie aspettative mi hanno chiuso lo sguardo,
ascoltavo e non comprendevo, mi piaceva essere della partita, tutti ti acclamavano, tu
sembravi il Messia che aspettavamo. Io non ti avevo conosciuto. E fino ad allora non avevo
creduto. Facesti bene a porre accanto al mio nome un punto interrogativo «FILIPPO?». Era
il mio nome di schiavo. Caro fratello, cara sorella, scrivo a te questa mia confessione perché
tu possa credere che Gesù è l’unica Via che ci porta al Padre, vedendo Lui, le Sue opere,
puoi vedere il vero volto di Dio, il Volto di un Padre di Misericordia Infinita. Credi, tu
questo? Credilo e il punto interrogativo che ancora firma il tuo nome si trasformerà nella
consapevolezza del segno di croce che fai ogni mattino e ogni sera. Buona Notte, tuo
Filippo!

***

Ecco ora che poggi ancora lo sguardo sul consumato rotolo, ora che prendi fiato e
l’immagine di Elia si spegne nell’iride e Zarepta s’adombra nel suo sigillo, i loro occhi non
più incantati e imboniti dallo stupore, ma accesi dal dubbio ti piovano addosso infuocati
come dardi; le loro lingue, frecce acute veloci e fitte, soffiano tra le ciocche dei capelli il
canto di un maestrale glaciale e di pietra. Improvvisi e lesti stanno balzando fuori dalla teca
del loro sdegno (paiono i Danai usciti «dalla pancia di legno») come «come api da una
quercia», le quali avendo tessuto con le bave i loro favi si slanciano sui passanti per pungerli.
Si avventano latranti e schiumanti. Sono irritati per aver visto incrinato un messianismo
troppo poco divino per inverarsi. Gesù, omettendo il versetto 2 di Isaia 61 hai negato il loro
nazionalismo, hai smascherato quella latria egotica che sempre trattiene l’offerta alquanto
nell’atto d’imbucarla nel bussolotto votivo. Eccoli! Ti sono addosso. Calcano i passi pesanti.
Giambi di fiele incalzanti Ti spingono verso l’esterno. FUORI. Sei oramai l’estraneo da
espungere, la minaccia ostile.... «Non perdiamo tempo - mugugnano - quest’uomo è ruggine
che corrode, tarlo che disturba il sonno della incosapevolezza, ci farà perdere la pace, è
venuto per ridurci a brandelli: sia eliminato! Sia cancellato! Sia debellato...Sia crocifisso». Il
livore impaurito, coro potente, Ti ha trascinato sul ciglio della protervia per farti cadere giù,
qual sasso pesante inabissato. Chi li trattiene? Chi tiene fermo il loro braccio alzato contro di

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Te? Perché adesso il Tuo sguardo li ammansisce? Essi ora che lupi più non sono, ma divenuti
mansueti cani si son divisi in due fila e tu sei passato in mezzo continuando il Tuo cammino.

***

«La vidi sgretolarsi d’improvviso, una grossa nube di argilla parve sostenerla, ma un rombo
di un tuono potente rivelò la sua scomparsa. Una torre di macerie e corpi umani si innalzava
sul vuoto del crollo. Accadde a Silôam dentro Jerusalem. Era una roccaforte: uccise e non
difese. Diciotto furono schiacciati e impastati di polvere e terra. In quei giorni, nella cerchia
dei miei amici andavamo ripetendo che il Vindice Adonai retribuì le colpe dei loro padri ai
loro figli; pietra su pietra cadde addosso a quegli sciagurati. Quel monito s’impresse nella
mia carne come le corde di una cetra sulle dita di chi salmòdia. Temetti Adonai. Ebbi paura
del suo giudizio tremendo e non osai alzare lo sguardo al cielo». Quando scrissi queste
parole lo feci per non farle morire d’oblìo. Ero uscito dalla scuola Rabbinica così ebro delle
nozioni imparate che non considerai (per anni) il rovescio della medaglia. [Caro Levi non hai
mai compreso che anche le dimostrazioni hanno un rovescio ad excludendum! Sei morto
bendato dai tuoi fogli di numeri senza anima...]. Ad esempio ricordo, in modo vago, lo
confesso, che un giovane Rabbi parlando durante i giorni del fattaccio di Silôam negò la
nostra dottrina retributiva, egli sosteneva che tra il peccato di quei 18 uomini e il crollo non
ci fosse nessuna relazione, anzi ci invitò a cambiare il nostro modo di pensare su Adonai. Fui
il primo ad andarsene via. Francamente ho preferito restare ancorato alla certezza del
rapporto di causa/effetto, piuttosto che sprofondare nell’abisso di un Padre Misericordioso
che non riesco a calcolare.

***

Sei salita al Tempio più affannata del solito, il cuore faticava a scandire i passi pesanti di chi
aveva camminato a lungo. Ho sentito il tuo affanno, ho sentito il peso del tuo respiro, mi era
parso quello di Noè quando chiuse la porta dell’Arca, quello di mia Madre quando mi ha
partorito. Non ho potuto starti discosto, mi sono avvicinato mentre tu guardavi la terra
promessa del tesoro nel Tempio. La luce del tuo sguardo era chiarore nella notte delle ciarle
farisaiche, la scia di una cometa a fendere il clangore delle filatterie acclamate. Il tuo sorriso
ha riempito il vaso di quell’unico soldo lasciato cadere come un bacio. Il bacio sulla fronte di
tuo marito quando è volato via lontano dal tuo ramo ancora troppo verde. Avrei voluto
carezzarti il viso e sistemarti la ciocca di capelli fuori posto, ma non ho voluto svegliarti dal
tuo sogno d’amore.

***

Finalmente ritornammo nella sua regione, ma Gesù non appariva commosso. Si comportò
come al suo solito: insegnava in Sinagoga e voleva guarire i malati. La sua gente stentava a
credere che il figlio di Giuseppe fosse veramente sapiente e brillante. Non riuscirono a

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trattenere la profluvie di pettegolezzi, di maldicenze, passarono il tempo del rito sacro a
rumoreggiare e, usciti dal Tempio, non faticarono molto a congedarsi in fretta.
A causa dei loro pregiudizi Gesù non potette fare miracoli. Infatti, quella gente, criticona e
ciarliera, non aveva fede.
E, dopo la Sua morte, anche io ho sperimentato quanto siano deleteri quel genere di fedeli.

***

Fui zelante, rispettai ogni precetto della Legge - cavillai molto per non perdere la mia libertà
-; non mancai di far bella mostra dei miei oboli - non dimenticai i miei fratelli e parenti, il
concetto di “povero” conta almeno 50 sfumature lessicali -; ritenni la religione superiore ad
ogni altro sapere, mai ammisi contaminazione - eppure ho letto ogni libro proibito, non
riuscivo a resistere al piacere di sottrarmi -; ritenni la Tradizione il mio Dio e misi alla gogna
ogni tentativo di innovazione - salvo dichiarare ai miei amanti di essere un ateo incallito,
potevo mai credere in un Dio, se nel nostro secolo regna la prostituzione? -; vissi felice e
ringrazio Dio di avermi donato il carisma dell’ipocrisia - a dire il vero un giorno una pazza mi
urlò in faccia che sono lontano dal Regno dei Cieli, ma lei si riferiva ai deliri di un certo Gesù
di Nazareth.

***

A sera, quando il giorno cominciava a declinare nella notte, qualcosa di meraviglioso ruppe la
ciclicità di quella naturale ordinarietà. Un fatto straordinario si pose dinanzi agli occhi dei
discepoli: la storia, declinando, entrava nella Vita. Cinquemila uomini, un resto distaccatosi
dall’umanità immersa nelle tenebre, declinava nel Verbo Incarnato (quel bimbo che Maria
declinò nel presepio). Erano affamati e furono saziati, erano stanchi e furono rinfrancati,
erano ciechi e cominciarono a vedere, erano sordi ed impararono ad ascoltare, erano muti e
parlavano con sapienza, erano zoppi e furono guariti. Quella notte imparammo a declinarci
in Dio per restare svegli e non soccombere in umbra mortis.

***

Sentivo stringermi la gola, l’aria stagnava nei polmoni, vedevo sdoppiato, la testa - oh la
testa! - Mi doleva. Presi una fascia di lino bianco e strinsi la fronte fino a segnarla di sangue,
il dolore non si placava. Tutta colpa di quel Nazareno, ma non poteva starsene discosto?
Perché è salito al Tempio? Noi qui abbiamo sempre fatto il bello e cattivo tempo! Noi, i
segnati da Lucifero, sguazziamo nelle Curie e nei Seminari, nelle Case Religiose, noi siamo
stati addestrati per impossessarci dei sacerdoti e delle monache. Per loro abbiamo riservato
un trattamento speciale: non li facciamo strepitare, non li facciamo soffocare durante le
azioni liturgiche, ma li facciamo servi del denaro e della lussuria. Come sono sensibili al
solletico del tintinnio d’ori e d’argenti, come sono lascivi nella musica venerea! Ma il Figlio

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di Dio si avvicinò, mi toccò - la mia pelle s’ustionò all’istante - e mi disse con voce ferma:
«Taci! Esci!» Dovetti obbedire, non potevo agire in modo contrario, liberai quel corpo,
straziandolo a terra. Io, tuttavia, non fui più lo stesso, mi sentii attratto da Lui, cominciai a
seguirlo, avrei voluto imitarlo e, se fossi stato umano, avrei voluto farmi suo discepolo! Il suo
amore per gli esclusi mi muoveva a tenerezza, io non avevo mai provato tenerezza, sentivo
solo l’odio agitarsi con me. Sono un povero diavolo, ma con tutto il cuore, vi dico: «State
lontani dal denaro!»

***

Sognavo che tu fossi più forte di Erode, più autoritario di Pilato e perciò più autorevole dei
Farisei, ti ho seguito perché prendessi il comando e ci liberassi dall’umiliazione, ci donassi
uno Stato, ci riportassi a casa, infatti da secoli siamo senza Patria, derisi da ogni popolo,
depredati e respinti nella schiavitù. Anzi proprio la schiavitù è diventata il nostro riparo, il
nostro nido, la casa che non ci siamo scelti, ma tu ci parli di morte, di crocifissione. Sei tu
forse un malfattore? Perché hai deciso di perdere? Perché ci fai credere che perdere sia un
servizio? Stasera non riesco crederti, stasera preferisco credere alla mia delusione. Ti ho
seguito e fra qualche giorno ti vedrò morire soffocato dal legno del potere, io fuggirò con la
gola rigonfia di lacrime, fuggirò con gli occhi ciechi di rabbia, fuggirò con le mani vuote
perché avrò perso anche io e non avrei voluto.
Prederanno la tua croce e ne faranno feticcio di fariseismo cristiano, prenderanno le tue
parole e le tempesteranno sulle loro vesti regali, prenderanno la tua morte e ne faranno
l’emblema del potere. Molti nel tuo nome metteranno a morte i sogni dei giovani, le speranze
delle vedove e degli orfani, ebbri di grazia solamente umana costringeranno in ginocchio i
poveri che hai guarito.
Hai vinto?

***

Sono Giuda e ho tradito. Sono Pietro e ho tradito. Sono Giacomo e ho tradito. Sono Andrea
e ho tradito. Sono Filippo e ho tradito. Sono Bartolomeo e ho tradito. Sono Matteo e ho
tradito. Sono Simone e ho tradito. Sono Tommaso e non ho creduto.
Fuggimmo tutti quando il Maestro fu imprigionato, fuggimmo impauriti per aver perso la
gloria. Non avemmo tempo di cercare un capocordata in auge, perché il Maestro fu
Risuscitato dal Padre.
Solo Giuda non seppe e non vide e non potette credere. Noi altri quando vedemmo la sua
vera Gloria, gettammo la faccia a terra per coprire la nostra vergogna. Egli ci amò, ci
predilesse, credette nei nostri talenti e noi, quando tutto sembrò svanire all’imbrunite,
voltammo la faccia e al suo Sì eterno opponemmo il nostro No.
Eppure Giuda solamente è stato consegnato alla storia come “il traditore”. Traditori siamo
stati tutti, perché credere non è un assenso apodittico, ma un logorio che costringe la

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ragione nel giardino della fede (un giardino senza steccati, senza estranei, senza esclusi,
senza deportati, senza nemici).
Se credi di non tradire mai, non hai incontrato lo scacco della Croce.

***

Caddi in un torpore lucido, Pietro mi stava accanto, sentivo l’odore della sua pelle arsa dal
sole, ma non riuscivo a vederlo, forse a causa dell’improvviso chiarore profumato di
gelsomino. Stava accadendo qualcosa che accese il lume del senso interiore, infatti i sensi
esterni si confusero in una percezione proteica, cangiante, moltisensa.
Era solamente un brusio di labbra, ma pareva prendere la forma degli oggetti nella stanza,
solidificandosi nella pura materia. Ogni cosa aveva il suo suono che le nostre parole
cantillate disposero in un canto di lode mai udito. Mai contemplai una armonia così sublime!
Credevo di essere solo, ma quando s’udì lo yōbēl mi accorsi che eravamo centinaia di stirpi
diverse, di lingue diverse, di culti diversi e tutti cantavamo nello stesso modo. All’indomani
Andrea mi riferì la stessa esperienza, anche Giovanni puntualizzò che il Paraclito discese
come una fiamma sonora.
Finalmente il Signore ha riempito del Suo Spirito tutto l’universo!

***

Rincasai presto, grazie alla bravura del postiglione che ben domava anche i cavalli
scalmanati. Il viaggio in carrozza non mi distolse dal pensiero assillante di quel verso
dell’evangelista Luca che dice: «In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro;
prima infatti tra loro vi era stata inimicizia». Dinanzi all’innocente, senza ombra di peccato
alcuno; al cospetto dell’immacolato Figlio di Dio, Pilato ed Erode, scoperti nel peccato, si
sono nascosti dietro la selva dei loro reciproci inganni per scipparsi il potere post mortem
Crucifixi. Trovavo quella notazione di Luca molto pungente e non comprendendone
l’economia narrativa, volli appartarmi nel mio studiolo a cercare l’arcano che stabat
gentilmente nascosto sotto quelle linee. Nell’angolo in alto, discosti un palmo dagli altri
libri, conservavo alcune vecchie trascrizioni sulla vita di Benedetto Labre, il cosiddetto santo
senza fissa dimora. Li raccolsi e scorsi alcune pagine, senza sostarvi l’attenzione, lasciavo
semplicemente passare le parole dinanzi agli occhi. Ma quando lessi questo passo: «San
Bendetto Labre fu cercatore di Dio sulle strade della terra. La solitudine fu la sua vocazione,
foss’egli smarrito fra sentieri selvaggi o fra il popolo di Roma. La contemplazione dovette
essere tutta la sua vita nel tempo che precedette la beatitudine eterna», compresi a tutto
tondo il significato della estemporanea consorteria tra Erode e Pilato.
Labre era un medicante così innamorato del Crocifisso da scegliere volontariamente una vita
di stenti per trasformarla in una lenta rivisitazione del Calvario. Ripeteva sovente : «O piaghe
del mio Crocifisso, capaci di ferire cuori di pietra e d’infiammare anime di ghiaccio, fate del
mio corpo una sola piaga, affinché mi possa assomigliare al mio Dio crocifisso!» E così
camminava estatico, fuori da se, silenzioso, assorto in una visione, che troppo
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frettolosamente (con il piglio del razionalista che egli rigettò) si può definire spirituale. Egli
vedeva realissimamente il disegno che Dio ebbe per lui: essere muto testimone della
presenza di Dio, come quel Gesù afasico dinanzi alla veste imperlata di Erode. Questi
avrebbe voluto che il Figlio dell’uomo si assoggettasse ai suoi vezzi femmini - capaci di tener
i miracoli per frivolo trastullo e, ‘sì, imbellir le noiose ore, che il gioco del potere chiede in
cambio a chi accetta la corruttela del “ballo mundano”. Di fronte, per tanto, v’erano la
tenerezza divina - la materna misericordia - e l’arroganza dispettosa ed effeminata; l’amore
che si dona e la brama di possesso che s’infinge dolcezza. Pilato, mostratoci da Luca vieppiù
grossier del cercatore di senso dipinto da Giovanni, cercava di mantener in equilibro il suo
regno senza tigna e rogne. Mettiamoci nel suo romano vestito: Poteva interessarsi a un
sedizioso senza bastoni e spade? Poteva dare peso a un visionario utopista? Da par suo
avrebbe risolto la questione molto più velocemente lavandosene le mani. Che fare allora di
Gesù? Decise di inviare il presunto innocente ad Erode. Questi glielo rispedì indietro qual
pazzo, incapace di intendere e di volere, perché inetto a far loquela. Il gioco era fatto. Si
procedeva a condannar un matto! «Esiste nel fondo della natura umana pervertita - avevo
annotato ancora qualche pagina più avanti - una tale voluttà di male, per cui la stessa
innocenza della vittima, lo stesso sacro suo dolore, muovono lo spirito e i sensi a maggior
odio contro la stessa vittima. Quando il cuore è indurito, la parola della misericordia è
disprezzata, il silenzio di Dio fa tacere il rimorso della coscienza e l’anima cade sotto
l’impero della passione, dell’odio e dell’ira più furibonda».
C’è un silenzio complice che uccide. C’è un silenzio che morendo salva.

***

Venisti Tu ed io mi ero fatto lontano. Non abitavo a casa mia, mi cacciai via, dove nessun
posto somiglia ad un desiderio. Mi misi in catene per non dire nulla, posi un cerotto sulle
mie labbra per non chiamare nessuno per nome. Ero indemoniato. Non abitavo, mi abitava
una legione di cattivi pensieri. Venisti Tu e li trasformasti in porci. Fuggirono via nel mare
dove nuotano i pesci dei pettegolezzi, alcuni li pescano e si avvelenano di noia.Venisti Tu e
mi chiamasti per nome.

***

Mi sradicasti dalla greppia della morte ed io ero in fasce. Dormivo sotterra, ti attendevo,
sapevo che la tua Voce avrebbe impedito agl’inferi di cancellare il mio volto. Ti ho amato
mentre le mie viscere putrescevano, lambite dal bruto avido fomite d’ogni odio. Tu hai
gridato: «Lazzaro!» e la Luce è tornata a fiammeggiare nei miei occhi, la mia mano, come un
bagliore, s’è protesa verso di Te. Ti ho attraversato, Porta Santa, e sono tornato a vivere. Sì
Gesù! Più forte della morte è l’Amore, più forte del male è la Misericordia, più forte del
dolore è il Tuo pianto rigeneratore, sì mio Signore e mio Dio, dolce è il Tuo soffio che mi
respira dentro.
***

13
Le mie mani ferme sull’ambone scrutavano i volti di una assemblea gremita, affamata.
L’incenso ancora disegnava i ghirigori della rosa e delle resine nelle grande navata, quando
le labbra schiuse al canto riprendevano la loro posa. Dovevo prendere la parola e
pronunciare l’omelia sulle tentazioni di Gesù. Ero pronto, già le dita dei piedi spingevano la
suola delle mie scarpe e i calcagni si erano sollevati, gli occhi issavano le vele dei pensieri
sull’albero maestro delle canne del maestoso organo, quando il mio orecchio fu trattenuto
dall’arco di una viola, sonante come il palpito di un cuore vecchio, che prese a raccontare:
«Piedi di schiavi hanno impresso le orme della loro fatica sulla mia sabbia; cavalli al galoppo
hanno condotto i guerrieri in battaglia lacerando il mio manto; mi attraversarono per lunghi
e penosi quaranta anni i piedi liberati dalle catene di Israele, pareva una immensa chiglia che
fendeva in due il mio ventre come una barca fa col mare; Elia profeta puntellò la mia schiena
con un bastone per oltrepassarmi. Sono ritenuto un luogo impervio, dove chi vi entra trova la
morte, chi osa passarvi la notte diviene pasto per le fiere che mi stanno addosso come
pidocchi. Sono arido, senza colture, sacro per Ugarit, nefasto per molti altri. Eppure tra le
mie rocce si nascondono gli amanti, germinano gli amori per poi lasciarmi vuota placenta e
fuggire verso la città. Ancora sento l’idillio dei baci di quella leggiadra gazzella brunita
d’ebano che il cantore intarsiò nelle lettere del suo Cantico.
Che pena esser l’antischema di un giardino, decorato d’ombre e di notti! Sono la stanza buia
d’attraversare tutta d’un fiato! Sono casa disadorna, perforata dal vento, che gli scuri e le
finestre lasciano entrare qual ospite e nemico. Sono la tua parola muta ingoiata di rabbia,
quando lui ti lasciò nuda a specchiarti nel pianto del tuo ventre. Sono laccio che gonfia le
vene... quando le avrai punte non potrai più sciogliermi. Sono pianto che lava via il fetore del
tuo piacere comprato per venti denari... Sono il Deserto».
Avrei voluto stringere la tua amarezza tra le mie braccia e ricondurti ai 40 giorni che passasti
in compagnia del Figlio dell’uomo. Pensai fosse una tentazione e cominciai a parlare alla
gente.

14
11

Verbum panis, scendesti come carne mortale e divenisti pane. Fummo presi da una fame
irrefrenabile nelle carestie di senso di questo nostro essere accampati. Tu scendesti come
manna e non fummo saziati.
Via lucis sulla cartografia delle ore oscure, trasformasti la nostra fame in pani per sfamare.

***

Quella notte capii che fatuo è il fuoco del tempo, fiammella inerte nel nero scuro della storia.
Tu irrompesti e l’irradiasti e l’inondasti di luce sì luminosa che ogni midolla creata prese
lampa. Tu nascesti luminoso infante e rischiarasti le tenebre dell’interiore mutismo. E ogni
essere vibrante e ogni essere senziente e ogni uomo amante si fecer palpito e coro con gli
angeli in tripudio: Gloria in Excelsis e pace finalmente in Terra.

***

C’è grigio là fuori, una trama fitta di quiescenza disperata copre l’orizzonte. Dove c’erano
strade vedo dedali senza uscita, le finestre dei palazzi sono murate di gommapiuma per non
disperdere il tepore asfittico che dilegua i sogni di chi li abita. I parchi e i giardini ora sono
cumuli di pattume. Sembrano cimiteri post-umani: le carcasse arrugginite degli
elettrodomestici formano totem di ferraglia, sono gli ex voto alla divina obsolescenza
programmata. La gente si muove in bici o a piedi, mentre le automobili decorano la scena
urbana, quali rivisitazioni dei monumenti ai caduti. Ci si sposta senza direzione e senza
meta, nessuno capisce il significato di tanto girovagare a vuoto. La descrizione di Krisis, la
città anaffettiva, potrebbe continuare ancor più fitta di dettagli, ma lo scrivente non riesce a
controllare la nausea e sente il bisogno di piegarsi in due per contenere gli spasmi
gastrointestinali. Purtroppo nessuno ha conservato gli occhiali di Gesù, il Nazareno
Crocifisso, per vedere il naturale nitore delle cose. Nessuno ricorda che Egli sovente ridette
la vista ai ciechi.

***

Sono salito sul monte a pregare. Anche io come Pietro e gli altri. Anche io come Giuda. Egli
è l’apostolo che compare poco nel Vangelo. Non conosciamo nulla della sua chiamata,
possiamo avanzare ipotesi così come per parecchie altre parti dei Vangeli – questo è il
fascino di un lógos compiuto e sempre aperto a nuove ermeneutiche. Di Giuda si parla al
momento opportuno e per partito preso: il tradimento come fatto essenziale della
soteriologia cristiana e come monito per i primi credenti a rimanere uniti. Poi si sa che si
uccise, poi non si sa più niente. La damnatio memoriae e l’ostracismo sono tratti comuni di
tutte le società sia micro che macro. Eppure mi chiedo perché tanto silenzio su una
15
dimensione della fede vera, imprescindibile, direi sostanziale. Penso a Pietro traditore senza
conseguenze per la vita del Signore, penso a Giuda legato dei farisei. Ma entrambi sono
fissati nella storia del cristianesimo dal tratto metatemporale dell’esser typoi. Pietro primo
dei papi, Giuda inviato dell’ipocrisia e della falsità. Non che il secondo non possa inabitare
nel primo! Mi viene da proclamare con enfasi omiletica: «nostro fratello Giuda!» Ma la fede
non è una melodiosa romanticheria… la fede costa e a caro prezzo – specialmente quando ti
spinge a camminare nelle tenebre.

***

Ed ora corro via strappandomi di dosso, brandello dopo brandello, l’appartenenza fino alla
nudità estrema di un neonato esposto d’orfanità (beati pauperes spiritu quoniam ipsorum est
regnum caelorum). Sicché Tu - materna misericordia - mi raccogli et aperiens os tuum doces
me come un pellicano apre la bocca e nutre i suoi piccoli. Questo rigurgito d’amore non
richiede alcun mio sforzo. Io prendo dalla Tua bocca la vita.

***

E mi accordo con la mia nudità, affinché il tuo Amore possa trovare, corda dopo corda, gli
armonici impossibili al mio dualismo grecizzato. Discinto il velo della convenzione, spoglio
dei vestimenta saeculi, sono integralmente nudo dinanzi alla tua Parola. Il pudore, liberato
dall’ombra lubrica di un platonismo ingombrante, non sa schermare la luce delle tue
spirituali carezze e il mio rossore è sorpresa gioiosa. Guardo la mia carne mediterranea... la
foggia dei piedi... le gambe rannicchiate... le braccia ....le mani...il petto corvino e protendo
il capo verso la Tua Ulteriorità. Tu, Dio fatto uomo, hai preso la mia carnalità per
pronunciare il mio nome ad alta voce.

***

Guardo il tetragramma puntinato di neumi e penso alle stelle che puntellano la notte. Nel suo
ventre, buio pesto, la luce tremante e fïoca di quei vocalizzi dell’universo bambino, fa giorno
ogni vivente. Guardo quei puntini sonanti a cappello delle sillabe e li somiglio ad un codice
braille per noi figli di Adamo, ciechi nello spirito.

***

C’è una vena aurea nel mio cuore. Scorre lenta. Un susseguirsi di note acuminate che
pulsano ogni volta divine e nuove, quando le dita sfiorano le corde interiori del mio
ascoltare. E passeggio lungo la riva dei pensieri che si ritirano nella risacca di un tempo
insolente, indomito, pacatamente transeunte. Trapassare di respiro in respiro, le gesta
infitte nelle stanze delle cose e delle pose che mi abitano silenziose. Questo è camminare!
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Immoto sul seggio dell’esserci, distante e racchiuso, proteso, slanciato sul pendio della Tua
notte. Tersa di stelle allineate sull’invisibile tetagramma del mio credere e del mio cadere. In
basso. Sul selciato di un errore, sulla traccia rimossa dal rumore, le palme toccano la porosa
ruvidezza del male e i piedi sospesi nell’attimo dell’anastasi, leggeri fluttuano: or che il Tuo
soffio mi innalza oltre il fatto, oltre la segnatura di una storia malata del revisionismo
conformista; oltre la normalità di una assenza celebrata, ostentata, idolatrata, trionfalmente
oscena; oltre la verbosità del consenso, sono di nuovo in piedi dinanzi alla finestra di un
abbraccio vertiginoso… e cammino ancora sulle sillabe armoniche disseminate come pori
sulla Tua pelle neumatica, fino a scomparire nel Tuo in-canto.

***

Mi accosto ancora alla tua penna intanto che la mia mimeticamente scorre sulla carta (mai
rigettata) a guisa di un natante che nel mar del pensato s’inabissa. Nel sommerso della tua
mente io respiro quel milieu che s’arrocca corallino or che il tempo lo trapassa inattuale. Tu
ancora parli alla mia discepol-erranza (ostentata) siccome un maestro parla. Ed io segno
sull’invisibile palinsesto del nostro dialogare i punti di divergenza, spartiacque virtuoso tra
l’autore e il curatore. Quando divinizzati ci ritroveremo nella biblioteca glorificata d’eterna
sapienza, ascolterò dalla tua spirituale voce la recensio più prestigiosa, quella che mai foglio
potrà trattenere.

***

Mi allontanasti dal tuo seno perché io non bevessi più di Te, mentre io ero abbandonato
nell’abbraccio della tua materna protezione, Tu staccasti le mie labbra dalla tua Vita. Avevo
gli occhi infanti persi nella parallasse del nostro Amore, obliqui vetri riflettenti color pelo
d’acqua, mossi dalla sola modulazione della tua Voce lenta e sussurrata come una nenia
improvvisata. Io respiravo il tuo respiro e stringevo al tuo dito la mia mano forte come quella
di un vecchio impaurito, ma tu mi rigettasti per scrivere il mio nome nel libro tragico della
storia - la storia di un singolo, meramente tale, singolarmente autonomo. Senza l’appiglio
del tuo seno nascevo, nella prosa ordinaria degli svezzati, per una seconda definitiva volta.
Tragicamente, lasciasti la mia generazione all’atto di ripudio di un padre in veste talare,
immolandomi sull’altare del mann e dei suoi epigoni. Non volle coprire il mio sguardo
mentre sollevava la sua mano sicaria, non volle proteggere la figliolanza tradita e il sangue
sgorgò rigoglioso lungo il pendio della mia rinuncia a credere che egli fosse figlio di
Abramo. Il mio occhio tramortito, velato di morte, spalancato sul barato della stessa morte,
esangue e vigile, vide, dall’ombra confusa dell’Abisso, la Tua mano trafitta carezzarmi la
fronte e sollevarmi in alto, in alto, in alto. Finalmente, denudato di ogni appoggio troppo
umano, compresi che ora potevo camminare ritto in piedi e non più carponi.

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I titoli di coda di questa domenica corrono veloci nella mia iride. Sono fotogrammi che
profumano del mio ministero. Sanno di pane. Di gente presa per fame, la fame di abbracci
sulla soglia di casa. L’arsura di chi vuol ritornare ed ha paura. Siamo pane e vino, pioggia e
sole. Ego te absolvo... e torniamo ad aggrapparci alla veste di Dio come i bambini stringono
quelle delle madri. Ho confessato per molto tempo. Ogni volta imparo che l’amore si riceve
donandolo senza riserva. Non cambierei il ministero di confessore con null’altro perché il
pane del perdono profuma di buono.

***
Volteggiano nell’aria a fasci colorati le danzatrici, librano i veli le delicate movenze dei corpi
baciati dall’olio, un profumo d’ulivi si spande fin sopra i tavoli e carezza gli sposi ormai
stretti nell’abbraccio della gloria nuziale. Sono sorrisi, sono sguardi inebriati di tannino i
calici levati di questa festa che lenta ti scorre davanti agli occhi, pare il fermento di una facie
d’eternità incipiente. Odore di mosto pigiato nei tini i cembali tintinnanti, di gelsomini
frizzanti i flauti sospesi dinanzi al tuo bel sorriso. Gesù cosa hai pensato a Cana di Galilea
quando tenevi il tempo col battito delle mani e col palpitare del tuo bel cuore? Cosa
vedevano veramente i tuoi occhi scuri come mirtilli maturi? Quali parole scrivevano sulla
cera dei tuoi timpani? Sono qui estasiato con la mia giara d’acqua tra le braccia e lo guardo
fiso, impietrito e di sale non so muovere un passo. Sento il sordo canto della viola muovere le
tue labbra mentre pronunci le sillabe tremende e scintillanti della parola o-r-a. Fu un lampo,
solamente un baleno eppure vidi stillare una goccia del tuo sangue nella mia giara dai riflessi
rubini. Ora l’acqua non è più acqua, è vino appena spremuto. È domenica e profumo di pane,
Ora che sto baciando l’altare. Ora e sempre.

***

Fui affaticato dall’insensato, quando esso attecchì sul mio cuore. Ogni mio pensiero,
svuotandosi, si appesantiva sulle ginocchia a ponderare il malesser-ci. Ogni mia azione
sfuggiva dall’assedio della volontà, chiudendomi nella suspense di un ritmo serrato. Divenni
anaffettivo e, non provando sentimenti, non seppi più decider-mi. Mi persi, mentre
camminavo nel fitto bosco della libertà reclamata. Entrai in un radura luminosa e, quando
credetti di essermi emancipato dai miei padroni, mi persi nel buio radioso di una illusione.
Seduto, accovacciato, sulle mie miserie, sentivo risuonare nella caverna della solitudine un
brano del Vangelo, mi pare di Matteo: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una
di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è
smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le
novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che
neanche uno di questi piccoli si perda». Io mi ribellavo e gridavo contro i rami degli alberi
arsi di luce: «Non sono io una pecora smarrita? Perché non mandi il tuo angelo a salvarmi?

18
Non ti importa che io muoia?». Ma dopo aver urlato, mi sentii consolato, carezzato dal sogno
che Dio mi avrebbe cercato, che Egli sarebbe venuto a riprendermi.

***

Vieni Inizio Speranza - Das Prinzip Hoffnung - ricrea la storia su questa kora post-umana
disorientata. Vieni Via, Vieni come una verità che dischiude e non chiude. Vieni Tempo del
silenzio, parola che si fa deserto e resta in gola come l’inizio di un soffio.

***

Abisso d’Amore Oltrenaturale, taci silente dinanzi alla legge e al sillabario dei legulei.Taci
morente dinanzi al razionalismo e all’abaco dei suoi teologi. Taci esposto dinanzi al
moralismo fondamentalista dei rigidi. Taci squarciato di Misericordia e inondi la Terra della
Tua Passione.

Gesù nascondimi nelle Tue Piaghe, lasciami entrare nel profondo Tuo Cuore, lascia, o Dio
Umile, che ascolti il suono della Vita e sia rigenerato. O mio caro Gesù non voglio far della
Tua Croce uno stendardo dietro il quale mascherarmi e non voglio far della tua spoliazione la
mia ricchezza. Silenziosamente... porti la Tua Croce dove è stata idolatrata.

***

Effatà! Sospiro del Cristo morente che respiri dentro di noi, Spirito appassionato che aleggi
sulle acque degli oppressi e dei perseguitati e rischiari le tenebre del dolore innocente. Apri
i nostri cuori e ricreaci servi per amore.

***

Soffio del Padre che ardesti come colonna di fuoco lungo il corso dei secoli per illuminare la
notte della inumanità; Respiro potente che ispiri l’uomo che si lascia schiudere l’orecchio e
non teme il rombo della Tua Parola vivificante; Spirito Divino che impregnasti di Luce colei
che acconsentì al Verbo Eterno, la Vergine Maria Madre del Creatore — Parola umanata e
innocente che, trafitta sulla Croce, ha guarito il mutismo del peccato.
Tu rialzasti la Vita, Tu liberasti la Via, Tu segnasti la Verità nell’Ade inerte e la Luce Vera
trasudò da ogni cosa e Lui, il Cristo Eterno, nuovo Adamo, Risuscito! Egli vive e ha
tramutato il mare impetuoso della morte in un varco sicuro per la Beatitudine Eterna.

19
Un fuoco nascosto arde tra le nebbie dei nostri giorni che scolorano tramontando, una
fiammella flebile accende le nostre notti raccontate a mani giunte. Preghiera è sempre una
voce narrante che bisbiglia la nostra personalissima fiaba. Consegna e disincanto,
abbandono e ri-cerca prendono la parola quando le lacrime accendono il fuoco che pur
siamo. Luci danzanti, i falò della storia che corre veloce e consuma le fascine dei nostri
dialoghi muti dinanzi all'Abisso di cui siamo specchio e morte.

20
Morceaux
Cur aliquid vidi ?

Una coda di colori multiformi avvolge la mia sagoma sospesa nel pensiero. È un tappeto di
note musicali, è un rigo di parole che si scompongo e si connettono. Pare la forma di un
respiro, la pulsazione di una favilla. Ora sono scale di pensieri ascendenti, ora sono una culla
su cui adagiarsi a riposare, sono parole che danno a vedere una voce. Voce è la storia che si
racconta a ciascuno, Voce è il riverbero eterno del Lógos.
#Ibridazioni #Giobertiane

***

Il natale rovescia la prospettiva della nostra visione del mondo. La culla su cui si è adagiato
Dio è in realtà la tomba del peccato. È così che l’irrecuperabile viene restituito e riformato
col calco che l’ha generato. Questo mirabile fatto testimonia l’ostinazione di Dio a farsi
compagno dell’uomo; fino a condividerne la corporeità e, dunque, accamparsi nella sua
carne. In quel Neonato in fasce sono cullati tutti gli irrecuperabili tra gli uomini. Egli che è
l’unico Giusto, fasciando la ferita della nostra malattia mortale, non ha avuto paura di usare
misericordia.
#Roveto-Ardente

***

Silent night, notte di silenzio; quello della notte primordiale che avvolgeva tutte le cose.
Prima che la Parola sciogliesse il mutismo delle armonie celesti e prima che il nominare di
Adamo definisse i contorni del creato, il silenzio vegliava in attesa di essere rotto dalla Voce
dell’Altissimo. L’istante prima che vedesti la luce, si fermò l’universo ad adorarti Re del
Cosmo e principio della creazione. Ed era silenzio.
#Roveto-Ardente

***

Dio, il Santo ha parlato, Egli ha rivelato il suo pensiero, la sua Parola è uscita dalle sue labbra
ed ha aleggiato sulle acque di Maria, giovane pura. Quella stessa Parola, incorporandosi
nell’uomo Gesù, non perdendo la sua divina essenza, ha coabitato in Lui con la vita umana.
Essa, nell’ordinaria quotidianità, ha rivolto il suo messaggio di redenzione agli esclusi dalla
riconciliazione. Maria canta gioiosa l’amore misericorde che rovescia le sorti tra gli uomini.
Ella ci insegna che la paterna e materna premura di Dio, può fare del nostro limite e dei
nostri blocchi emozionali, un capolavoro di angelica bellezza.

21
Gesù, da Parola che era, che è e che viene, s’immerse nella carne mortale. E prese dimora
nella storia, tuttavia non volle essere tanto distante quanto lo sono gli eventi per chi ne è
spettatore. Volle essere il più vicino possibile al vivere umano, immergendosi in esso fino a
farsi peccato. Questo è il significato dell’immersione nelle acque del Giordano. Siccome Dio
è entrato nel peccato, noi possiamo essere immersi in Lui, essendo rigenerati a vita nuova.
Abbiamo ricevuto nel Battesimo sacramentale una nuova umanità capace di sfuggire alla
morsa del male e lottare per il bene, infatti siamo stati ricreati guerrieri di luce, angeli di
pace. Un Battesimo celebrato senza consapevolezza, ci fa somigliare a quell’aquila, che
cresciuta tra i polli, non imparò mai a volare.
#Roveto-Ardente

***

Un Dio nascosto ed incarnato: non è un ossimoro, non è un paradosso, è Gesù. Una volta
asceso in Cielo, ha promesso che sarebbe stato con noi - EMMANUEL - fino alla fine del
tempo. Il Verbo incarnato, tornato allo stato glorioso, di nuovo si nasconde, non nella
caligine senza nome, ma nella carne di ogni uomo. Oggi l’ho visto negli occhi di un venditore
di libri anarchico. Tu hai mai visto gli occhi di Gesù?
#Roveto-Ardente

***

Quando vediamo una foglia caduta a terra non diciamo che è morta e osservando un albero
brullo non pensiamo di tagliarlo, ma la nostra mente corre immediata al giorno in cui i rami
torneranno a verdeggiare carichi di foglie. Di contro, quando pensiamo alla nostra morte,
percepiamo una sensazione di perentoria definitività. Gesù ci invita a considerare la “grande
bellezza” della vita, quale movimento dalla periferia della creazione al centro vivo dell’e-
sistere, Dio. La nostra propria e singolare morte, allora, non deperisce sotterra, sarà di
nuovo vita nella forma gloriosa degli angeli. Questa rigerminazione nella Bibbia si dice
Risurrezione.
#Roveto-Ardente
***

La vita. Una pulsazione luminosa. Se i nostri cuori fossero lampade accenderebbero le notti
dell’anima. Il nostro stesso antro sarebbe senza ombre perché la luce sarebbe ovunque,
irradiata dall’interno fino a sprizzare dagli occhi raggi su altri occhi spenti. Luce divina noi
siamo: ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων· (In Lui era la vita e la
vita era la luce degli uomini). Non c'è notte per chi ha trovato Dio.
#Roveto-Ardente

22
La lontananza non è propriamente una distanza. L’ombra della lontananza è traccia di una
assenza, di una mancanza. Non voglio dirla nella sua iconica staticità, voglio afferrarla
lateralmente nel suo movimento: solamente quando la teniamo in pugno possiamo guardarle
il volto. La lontananza è il tratto stilizzato di una presenza, linea esile, che accenna senza
definire, abbozza senza caratterizzare il ritratto che ha impresso il suo sigillo sul nostro
cuore. La lontananza è l’Amore visto di spalle.
#Roveto-Ardente

***

Mi piace pensare che Dio sia agitato come una casalinga che ha perso le chiavi di casa,
dimenticandole nel carrello della spesa o come una ragazza che, avendo perso il suo
cagnolino, tappezza di foto segnaletiche il suo quartiere o come quel tale che ha rischiato
l’infarto per aver perso tutti i suoi backup nel Cloud.
Gesù dice agli smarriti di cuore: non temete Dio vi sta cercando.
#Roveto-Ardente

***

Ci affolliamo nei centri commerciali alla ricerca di un mantra che smetterà di funzionare
subito dopo l’acquisto del prodotto di grido. Ci accalchiamo, facendo file improponibili, per
dire al cyberspazio: «c’ero anche io!». Il cofondatore di una nota casa hi-tech ha detto:
«Essere qui in coda ha un significato. Il prodotto ha un significato. È così importante nella
nostra vita e questo è il mio modo di riconoscerlo». Il senso della vita? Mettersi in coda ad
una folla! Eppure il Vangelo dice a chiare lettere che «la folla impediva» di vedere la Via,
Gesù, che porta al vero senso della vita. Zaccheo nella sua piccolezza comprese che per
vedere di più bisogna salire in alto.
#Roveto-Ardente

***

Siamo ciechi e non vogliamo ammetterlo. Siamo accecati dal velo della precomprensione
preconcetta e pretendiamo di vedere in modo macroscopico guardando le cose da un solo
punto di vista, ma la verità si dice in molti modi. La verità è sfaccettata, multilatere, si
manifesta in modo che ognuno possa accedervi da più vie. Cominciamo a conoscere la sua
svelatezza quando chiediamo ad un altro il suo proprio punto di vista. Il Vangelo ci mostra
che anche Dio può offrire la sua visione sul mondo se glielo chiediamo. La fede comincia
quando ci fidiamo del suo sguardo, quando gli chiediamo di vedere con i suoi occhi. Fede e
vista sono quasi sinonimi. #Ibridazioni #Giobertiane

23
La quotidianità potrebbe disperderci in un labirinto di azioni spaesanti, prive di senso,
narcotizzanti. Esse sono la topografia di una città invisibile che perpetua la biblica
morfologia di Gomorra. Quando Dio bussa alle sue porte, i suoi abitanti continuano le loro
faccende come se un Dio non ci fosse: si muovono freneticamente, ma in realtà sono morti,
svuotati della interiore spiritualità. Gesù ci mostra la via d’uscita: fare ogni cosa con amore,
senza paura di dare la vita al proprio prossimo. #Postmodernità

***

«Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente» (Salmo 144). Abbiamo fame di relazioni, di
accoglienza, di riconoscimento, di comprensione, di progetti, di futuro... Fame di un
abbraccio, di un bacio, di una carezza, di una mano sulla spalla... Fame di un padre e di una
madre... La fame nella Bibbia esprime soprattutto l’intenso bisogno umano di relazione con
Dio. Egli si è fatto pane per sfamarci d’amore.
#Roveto-Ardente

***

L’uomo religioso è malato di abduzione: ha fame di segni da decifrare, di indizi da


collazionare, di cifre da tramutare in metafore. Eppure il Regno dei Cieli non è un enigma da
sciogliere, un rebus da risolvere o un giallo da batticuore. Dice Gesù che esso è
semplicemente in mezzo a noi, connaturato alla storia, impastato di umanità, come il figlio
dell’Uomo è intrecciato di carne mortale, e si lascia più facilmente vedere nel pianto
dell’estraneo, nel gemito dell’esclusione, nella scheggiatura dell’ingiustizia, nello strazio
dell’innocenza, piuttosto che nelle profezie della fine del mondo.
#Roveto-Ardente

***

C’è uno stato naturale di mutismo che investe anche noi, apparentemente parlanti. È il
mutismo del cuore: mutilando le parole, le trattiene nei polmoni frante e disarticolate. Privi
delle parole non riusciamo a dire ciò che vorremmo, ad esprimere le nostre emozioni, perciò
ci sdoppiamo ed appiattiamo in un asettico calcolo mentale. La sola ragione, ahimè, ci
impedisce di abbracciare chi amiamo o chi vorremmo (dovremmo?) poter amare. Quando
rinunciamo a venire alla parola, passiamo oltre, trapassiamo, lo sguardo del prossimo, che
domandando, ci pro-voca. Grave mancanza di carità il deliberato mutismo!
#Roveto-Ardente

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Siamo abituati a trafficare per ottenere vantaggi, ad implorare aiuto al potente di turno o,
peggio, gettare fango sul collega di lavoro per prendere il suo posto. Anche con Dio
possiamo comportarci in questo modo, e, non di rado, accade (chiedere per il proprio
tornaconto e le azioni che ne seguono è una vera lebbra spirituale). Alcuni, pertanto, vivono
di Cristo, ma non sono di Cristo, infatti sono impostori. Dio sembra permettere questa
malcelata apostasia (ἀνάϑεµα ἔστω, anathema sit!), ma, in verità, per nostro vantaggio
spirituale, scava un abisso tra quel luridume ed i suoi eletti, affinché non ci lasciamo
ingannare. Pensiamo al ricco Epulone e al povero Lazzaro; guardiamoli negli occhi, chi avrà
uno sguardo terso e soprannaturale? Chi ci donerà un attimo di paradiso?
#Roveto-Ardente

***

L’amore non esclude e non con-clude. Quante volte nel Nome del Padre, abbiamo
marginalizzato, estraniato, ghettizzato? Dio per guarirci dal nostro tribalismo si è fatto
“marginale”. L’amore avvizzisce se le costellazioni dei nostri sentimenti non orbitano
attorno alla Stella che li polarizza e li muove nel giusto ordine: armonia di armonia senza
dissonanze e rumore, abbraccio irradiante e danza è il Cuore di Dio!
#Roveto-Ardente

***

Paralisi fa rima con fede. Siamo affetti da molti tipi di paralisi: ad esempio i dubbi che
irretiscono la fiducia; la convinzione di essere capaci, che ci fa assopire ubriachi di ego; la
paura di compromettersi, che, piegandoci ai voleri del boss di occasione, ci impedisce di
essere testimoni credibili; il calcolo spregiudicato, che ci succhia l’anima, rendendoci la
statua di noi stessi; la compulsione del pettegolezzo, che ci impedisce di guardarci dentro; la
sessualità disordinata, che ci imprigiona nella cosalizzazione del corpo. Il Vangelo ci offre la
certezza che Gesù verrà e ci guarirà.
#Roveto-Ardente

***

Ascoltare, saper lasciare spazio all’altro(-Altro) questo è il segreto della vita. Mi accorgo che
spesso il nostro punto di vista, la nostra lettura (ermeneutica) del reale e dell’umano ci
tracimano verso un falso centro, l’io. L’amore, Dio stesso, ci porta fuori da questo
centripetismo distruttore. L’amore è uscire, andare verso l’altro là dov’è - un centrifughismo
salutare. S. Paolo non avrebbe mai scritto l’Inno alla Carità se il suo io non fosse stato
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accecato sulla via di Damasco. C’é una Damasco nelle nostre case, nelle nostre chiese, in
giro per strada, un evento oscuratore che guarisce la nostra presunzione e illumina la nostra
cecità.
#Roveto-Ardente

***

Abbiamo zaini sulle spalle, sono pieni di gadget per catechesi da shock; indossiamo sandali
per non toccare la terra degli altri con i nostri piedi. Vogliamo preservarci l’abito di discepoli
scelti, abbiamo paura di sporcarlo col dolore di chi ha perso la pace. Camminiamo, perciò,
lungo le strade delle nostre città e non sappiamo leggere la mappa del Regno dei Cieli.
Siamo stati inviati, ma ci sentiamo padroni di un brand che non è nostro. Il logorio della
testimonianza ci ha fatto dimenticare che parliamo in nome di un Altro, forse abbiamo
dimenticato noi stessi il suo Nome, diventando venditori di fumo. Non possiamo, infatti,
“andare” senza uscire da noi stessi, senza più ascoltare la voce dello Spirito. Ascoltare è
l’esodo necessario, che tutti dobbiamo compiere per spezzare la schiavitù del nostro
personalissimo Egitto, il cui Faraone si chiama Ego.
#Roveto-Ardente

***

«Non regalare 2 rose, ma almeno 3 - numero perfetto; se vuoi esser divino, regalane 7». La
cultura popolare ha, in parte, ereditato questa simbologia numerica dalla Bibbia: se 3 indica
la Trinità, 7 indica la completezza (4 punti cardinali + 3 sezioni del mondo secondo la scienza
del tempo - cielo, terra, inferi). Riferito al tempo significa l’eternità, riferito a Dio ne indica
la perfezione. Nella genealogia di Gesù le 14 generazioni manifestano la perfezione divina
(7X2) del Cristo. Scorrendo i nomi, che danno ad esse consistenza, ci accorgiamo che sono
menzionati 0 angeli e tutti uomini e donne fragili, in alcuni casi grandi peccatori. Infatti, Dio
ha scelto di mostrasi Perfetto, perfezionando l'umanità sua creatura. Ora non venirmi a dire
che tu sei “senza peccati”!!!
#Roveto-Ardente

***

Quando nei Vangeli occorre il termine “villaggio” significa l'ostilità nei confronti di Gesù. I
farisei temevano la dirompenza dell’insegnamento di Gesù: parole alla portata dei semplici,
ma capaci di cambiare la vita di chi le accoglieva. L’attaccamento alla legge e, peggio, alle
proprie interpretazioni della Legge li faceva arroccare nella cultura del sospetto. Nei Villaggi
Gesù attraverso parole e gesti mostra quanto sia inefficace la Legge antica. Anche noi
quando il Vangelo ci pro-voca, quando ci chiede di cambiare vita, ci arrocchiamo. Issando
barriere rimandiamo l’incontro con la Parola, eppure la Parola di Dio non può essere
conservata, va “consumata” ogni giorno nella giusta misura - come la manna - perché in essa

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principalmente si mostra il kairós. Non possiamo conservare la Parola sotto la “teca” di una
certa pietas devota che accende ceri al merito di chi la pratica. La Parola di Dio opera, è
operosa! E ci mette in movimento. La nostra risposta al Signore che ci interpella è un
movimento dal centro al periferia: dal castello incantato del nostro Io alla periferia di Dio, i
poveri. Quando usciamo della reggia della nostra egoità ci mettiamo in pellegrinaggio verso
Dio. La Parola ci invita ad uscire, sempre! Ci invita a prendere parte di quel l’unico
movimento che è la Misericordia.
#Roveto-Ardente

***

Ecco l’anti-vangelo dei credenti della domenica, quelli che vanno a messa per timbrare il
cartellino, che giudicano gli altri sulla fede e non guardano all’abisso di negletta piccineria
che distingue la loro propria persona. Sono quelli che credono nelle procedure, nei metodi,
che della legge fanno una foglia di fico o sono quelli che gemono d’invidia, fanno della
propria esistenza un lancio promozionale, si prostituiscono per un posto al sole nei Rotary,
nei Circoli, tra i Mantelli Crociati. Gente che del commercio ha fatto il proprio Dio. Per essi
veramente tutto è possibile, solamente Dio è impossibile. Maria ci mostra la prospettiva
rovesciata attraverso la quale Dio ha incoronato gli umili (sono quelli che credono nella
potenza di Dio e non al denaro, non all’amore svenduto, non al cielo di diamanti hanno
prestato fede).
#Roveto-Ardente

***

Un giovane monaco, stanco della sua mediocrità, disse al suo maestro: «Vorrei conoscere
come tu conosci». Il maestro non rispose nulla. Il giovane monaco cominciò ad imitarne lo
stile di vita, le preferenze culturali, i tempi di preghiera, finanche le pratiche ascetiche.
Quando sentì di aver raggiunto il suo maestro gli disse: «Ora conosco come tu conosci». Il
vecchio maestro restò muto ancora una volta. Il giovane monaco, allora, prese ad imitare lo
stile di scrittura, gli argomenti e le tematiche del suo maestro, perfino il modo di apporre
postille - spesso copiose e fiorite sui libri di lui - e la grafia. Questa volta l’anziano maestro,
avvicinando il giovane monaco, parlò e disse: «Hai creduto essere cosa degna l’imitatio, ed io
l’approvo, tuttavia non è degno del monaco anteporre la gloria personale alla ricerca di Dio,
se tu avessi cercato Lui, piuttosto che emulare un semplice uomo, anche i pesci e gli uccelli e
le bestie selvatiche ascolterebbero i tuoi sermoni, in questo modo avresti superato il tuo
maestro».

***

Indolenza sinonimo di indifferenza. La Parola di Dio ci sorprende quando siamo meno


pronti ad accoglierla. Passa accanto, ci sfiora ferendoci. Entra, puntando dritto al cuore, ci

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denuda, mostrandoci fragili. Il gelo che tocca le ossa indifese, provoca una istintiva chiusura
in quegli schemi di pensiero rassicuranti che ergiamo a baluardo della fortezza inespugnabile
del nostro giardino interiore. Gesù mostra l’inconsistenza delle nostre resistenze alla sua
azione redentrice. Noi che non piangiamo più e non ridiamo più, se non per noi stessi.
#Roveto-Ardente

***

Ci diciamo parole taglienti, arruffate come il pelo di un gatto, velenose da pietrificarci. Sono
le parole indifese della paura. Paura di perdere, di perdersi. Signore Gesù, insegnaci la
naturalezza delle tue parole sulla Croce: insegnaci a “chiedere” senza nasconderci, a
“bussare” senza dissimulare, ad affidarci senza dubitare, ad amare senza recriminare.
#Roveto-Ardente

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Bía, la violenza, succhia al cuore l’inclinazione al bene, è un demone che passa di anima in
anima, miete rancore, lo accumula dentro le fibre del suo flessuoso corpo e scarica la sua
forza sul più debole tra gli esseri. Dice Gesù che il Regno dei Cieli è sotto l’assedio dei
violenti, possiamo noi sottrarci a questa tentazione? Possiamo fare della non violenza la
manifestazione del nostro credere? Infatti, se siamo violenti, possiamo dirci credenti?
#Roveto-Ardente

***

Sale e luce se... Purifichiamo lo sguardo... videre, vedere, attraverso i cuori superando con
gli occhi dello Spirito la coltre di apparenza che, canora sirena, ammalia i nostri facili giudizi.
Signore Gesù, tu continui a guardare dentro di noi quella immagine divina che ci hai donato
attraverso il Battesimo, insegnaci a contemplare nei fratelli il volto di Dio che tu sempre
vedevi nelle pieghe della storia, nelle periferie dell’esistenza terrena che hai unito alla tua
vita divina, perché noi nelle differenze non vedessimo la frantumazione e la dispersione
dell’unico Amore che tutto sorregge.
#Roveto-Ardente

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«Davide e la sua gente continuarono il cammino e Simeì camminava sul fianco del monte,
parallelamente a Davide, e, cammin facendo, imprecava contro di lui, gli tirava sassi e gli
lanciava polvere» (2Sam 16, 13) C’è un Simeì sul cammino di ogni consacrato, quegli, tirando
dardi di menzogna e polveri di calunnia, attenta alla purezza del cuore. Davide - lo attesta il

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redattore biblico - non temette i lanci di Simeì, piuttosto, lo accolse quale messaggero divino
e purificò il suo cuore.
#Roveto-Ardente

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Quando il viandante samaritano si accorse che lo straniero lungo il ciglio della strada era
ferito decise di farsene carico. Una scelta dettata certamente da una sensibilità superiore ai
leviti che l’ebbero preceduto, ma facilitata dalla speciale condizione dello straniero. L’essere
ferito ha annullato la minaccia che sempre sporge dall’estraneità dello straniero. La ferita ha
velato il polemos che ci pone in aut-aut di fronte a chi primieramente percepiamo strano. La
stranezza è l’alterità in quanto tale, il pungolo che l’altro-da-me insinua nell’atto stesso della
prossimità. L’altro è sempre uno straniero, un nostro analogo difforme. La minaccia ha a che
fare con la stranezza che è radicalmente a parte subjecti - potrebbe mai darsi a parte objecti?
Quando individuiamo nel Tu un nemico abbiamo semplicemente affermato la nostra identità
per negationem, privandoci della possibilità - sempre insita nella postura del Tu - che lo
strano si disveli come dono. L’estraneo è ambivalentemente minaccia e dono, ospite e
nemico. Hostis. Credo sia necessario saper cogliere la divaricazione, il bivio di fronte al
quale il Tu ci pone rivolgendosi dalla nostra parte. Lo straniero si pone sempre come
revolutio dell’Io nel tu e, dunque, revolutio del nemico nell’ospite.
#Roveto-Ardente #Postmodernità

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Nella specola interiore trovo la piattaforma per spiccare il salto oltre l’io, oltre il solipsismo.
Oltre Spinoza, oltre Fichte.
#Modernità

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Revolutiones sono i miei scritti precipitati dal calco di un idealismo rovesciato. Rovescio e
calco è la diade della mia filosofia scontata.
#Ibridazioni #Giobertiane

***

I sapienti sono Urbilder e rimangono veri se non possono essere raggiunti. Non esistono in
realtà sono immagini segnavia.
#Modernità

***

La solitudine mi “sprolunga„ fino al punto di massima estensione, poi come una molla mi
slancio oltre me stesso. La gittata è ebrezza dell’io.
#Modernità

***

La bruttezza ci risucchia dentro di sé e adagia sui suoi fondali i nostri desideri. Fiaccati nella
volontà guardiamo gli occhi di Hypnos senz’anima. Assopiti tra i Totem di pattume esaliamo
noia e paura a soffocare il sospiro di chi ha resistito SVEGLIO.
#Postmodernità

***

Gridò nel pozzo - profondo di solitaria vecchiezza - le parole perdute. E quello lento e
stordito dal fremito della voce le restituiva sussurrandole all’orecchio di colui che ha voluto
ascoltare. Sicché la lingua antica trasmodò ora morendo ora rinvenendo nuova.
#Flânerie

***

Frugavi avidamente in un sacchetto di rifiuti, mentre io rovistavo fra gli escreti di una
giornata di vita. Ho spento l’iPod e mi sono trovato un saggio sulle frontiere tra le mani.
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L’immondizia disegna nel secreto dei cassonetti le mura invisibili della separazione tra le
classi sociali ipermoderne che la globalizzazione nasconde. Ricchi e poveri si ammassano gli
uni sugli altri a disegnare con i loro avatara di plastica nera le anse intestinali della storia.
Oggi fuggiamo le frontiere e disegniamo i muri del nostro essere prigionieri nelle città 2.0.
#Postmodernità

L’invenzione della realtà oggi passa per Instagram. È una forma raffinata di pornografia:
cibo, eventi, disastri - rovine esposte come corpi esposti, scippati al nascosto dell’amore.
Passeremo anni a “decostruire” il traditum dei social-media. Questo è un compito per
l’Europa (riserva inesausta di ragionevolezza).
#Postmodernità

***
Le idee gorgogliano dentro di me e mi legano a esse stesse con catene invisibili. Tessono la
loro tela da un capo all’altro rendendo il mio animo permeabile alla storia che m’attraversa.
Mi appartengo solo per metà il resto è vibrazione dello spirito che raccoglie i suoni ideali
nella coclea del mio io e li cede riverberandosi come voce dalle labbra e come luce dagli
occhi. L’opera d’arte del pensiero innerva la totalità del sentire e costringe la creazione nella
mia stessa corporeità. Assomiglio a una contrazione quando l’intuizione essenziale mi sfiora
per sprigionarsi.
#Ibridazioni #Giobertiane

***

«Leggerlo era come scivolar via su una gondola». Così ha scritto Freud del saggio di
Robertson Smith, Lectures on the religion of the Semites. Ci sono libri che ti attraggono
ancor prima di aprirli, sfogliarli, di sentirne l’odore - che sia quello vissuto per il passare
delle mani e degli occhi su di essi o che sia quell’odore acre che un libro fresco di stampa
libera nell’aria, quasi fosse una corolla appena schiusa o un corpo sudato per i raggi del
primo sole. Ci sono libri che entrano nella tua vita scivolando come gondole, silenziosi,
delicati del riserbo di un confessore. Come per l’amore, il primo sguardo reciproco è già una
folgorazione. Il libro-amante di un certo torno di strada si fa compagno fedele di cammino.
Le sue pagine sono mappe disegnate o le suole delle stesse scarpe consumate e mai riposte.
#Flânerie

***

Dieci anni fa mi sono imbattuto in un argomento, la rivoluzione ideale nel pensiero filosofico
e politico di V. Gioberti, che è diventato il mio alimento negli studi. Per amore di ricerca ho
deciso di leggere tutto quello che abbia attinenza con questo tema. Ho corso il rischio di
perdere occasioni e opportunità e soprattutto quello di perdere il piacere della lettura. Ci
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sono morti che rigenerano, che fanno tornare al momento aorgico di ciò che veramente si è.
Pensavo di essere morto ed invece sono tornato in vita. Io sono fatto di libri, mangio libri,
sputo libri vivo sospeso tra un significato e una variante vivo tra le pieghe delle parole. Preso
dallo stupore sto imparando a ringraziare. Questo è il mio eremo.
#Ibridazioni #Giobertiane

***

«Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra
della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce» (Lumen Fidei, 1).
Il tema dell’effimero, di provenienza agostiniana (e dunque paolina), segna del limite la
potentia creaturale: ciò significa che ogni cosa ha un suo raggio di azione delimitato dal
limite intrinseco alla cosa in se stessa. Quando idolatriamo questo limite trasformandolo nel
suo contrario e controvertendo la cosa nel suo simulacro, non ci riferiamo più ad essa, ma al
suo feticcio. Il sole che ogni giorno conosce - dinanzi all’occhio umano - il suo tramonto,
s’immortala nel suo feticcio invitto ed eternamente splendente. La trasformazione del
profano in sacro e della cosa in simulacro avviene per sottrazione; il discreto s’annulla nel
continuo e al tempo viene sottratto il tempo; il senza tempo - l’eterno - consegna al sacerdote
l’eikon del suo culto. Il sole senza tramonto è il sole senza tempo - firmus, fisso nel suo
cardine privo di movimento.

***

Incendium amoris. Sull’armonia del tetracordo e della pericoresi unitrina (Incipit di un


trattato in epistole mai scritto).

Sembrava una emanazione della scrivania questa settecentina dal titolo incendiario, la
polvere aveva nascosto del suo velo i confini tra legno e cuoio. Sapevo che Jacob non
frequentava da anni il suo vecchio studio, ma non avrei mai immaginato una visione tanto
spettrale, la polvere fioriva si ogni contorno, le distanze tra un mobile e l’altro erano infittite
di ragnatele anch’esse impolverate. Jacob prima di ritirarsi nel mutismo della sua cella senile,
aveva in mente un trattato sul pitagorismo cristiano, ci stava lavorando con la metis degli anni
giovanili, prima che una telefonata serrasse le sue corde vocali - con la parola, il povero
monaco perse anche la memoria.
Jacob aveva raccolto una mole di appunti impressionante, molti libri fiorivano di marginalia;
sono riuscito a contare 12 taccuini scritti con grafia minuta e fitta; 7 faldoni di fogli rilegati
con la copertina morbida delle cartelline di cartone. Mi era sembrato di aprire uno scrigno di
anticaglie preziose, veramente più dell’oro e delle gemme pesano questi pensieri audaci
impressi sulla carta come intarsi nell’ebano. Biondi filamenti di idee e di nessi chirografati
con la punta acuminata dell’ingegno, ombre luminescenti delle visioni interne di un uomo
reso saggio dalla monodia delle ore e dei giorni silenziosi. Il silenzio del cuore accordato sui

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registri canori delle pietre sonanti nel chiostro, ha rivelato alla sua mente una visione
eidetica impossibile per i mercanti di sacro sui sagrati del senso.
Jacob se ne stava inerte sulla poltrona nella stanza accanto (che era il suo dormitorio), aveva
uno sguardo molto luminoso, perso nella parallasse di infiniti mondi fluttuanti come nuvole
in cielo. Quando mi avvicinavo per sussurrargli qualcosa all’orecchio le sue palpebre
parevano mettere a fuoco le mie parole sulla scena del suo guardare. Io stesso sentivo che il
mio dire fosse risucchiato dalle sue pupille in un vorticoso baluginio di caratteri danzanti
come dervisci.
Jacob mi diceva spesso che il moto circolare fosse simbolo del conato divino di ogni creatura.
«Tutto ruota amico mio - diceva con la sua voce oratoriale - tutto è in espansione. Questo
moto è la sete di Dio scritta nell’anima delle cose».

***

Eis to onoma, inabitare il nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, fino ad essere
trasformati in un attributo divino, questo significa essere battezzati in Cristo.
#Roveto-Ardente

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Un testo di Theodor W. Adorno mi ha conquistato. Sono avvinto e fremente come un


giovine sturmer. Dinanzi a tanto la lettura s’arresta e sfinisce in una vibrazione potente
modulata lungo la sinusoide verticale di un viola mirifica; pare il respiro voglia abbracciarla,
trattenerla nell’incrocio delle mani verso il petto, ma essa repentina si fa silente carta e
inchiostro. Theodor, queste tue idee scompongo, e... scherzi di luce, interstizi di pensieri,
ombre leggiadre or sono al lume mio or le affiguro come danzatrici: si inchinano e s’inarcano
sul rigo e chi supra chi infra la testolina aggomitolano quasi note annotate in partitura. Le
idee suonano di parole musive, le idee musicano… Una melodia si svolge dentro di noi sul
rullo del carillon che è l’esistere; nel modo sonoro delle stanze di un palazzo che si animano
dei movimenti e delle pose di chi lo abita.
#Postmodernità

***

Un pioggia fina s’infittisce attorno a noi disegna le nostre sagome sullo sfondo opaco della
sera. I miei passi galleggiano sulle pozzanghere agitate dagli spruzzi delle ruote dei bus. Mi
sembra di essere colato a picco in un mondo liquido. Un mondo mutevole che prende la
forma delle gocce che increspano il terreno ostinato a mantenere la sua consistenza
limacciosa. Stelle luminose i riflessi dei fari scintillano dal passato del loro passare. Sarà
questa la storia? Minuzie che prendono il rigo e si fingono parole. Parole intrecciate a parole.
#Postmodernità

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Raffiche di notizie ci piovono addosso, sono gocce gelide e fendenti di bit; coppie
cromosomiche di 0 e 1 prendono il corpo di caratteri tipografici. Cadono, accadono, e
occidono il nostro sguardo distratto dal non senso del reale. Il non senso ama coagularsi nei
tropi del fotogramma. La tempesta mediatica del logos internautico ci tracima.
#Postmodernità

***

Biglietti vidimati, punzonati, segnati a tracciare la nostra geotopia. Il viaggio mi appaga.


Pendolo da provincia e città a perpetuare l’ascolto di un comando surmoderno: exire.
L’exitus da una ragione minoritaria riflessa su se stessa nell’infinito rimando a se stessa. La
ragione illuminata si è frantumata nell’atto di slanciarsi oltre il confine del suo limite. In
questa epoca oltre moderna siamo tornati a peregrinare. La postmodernità è stata un
miraggio svanito troppo in fretta per essere riverberato ancora. Siamo saturi dei lacerti del
pensiero che principiò a precipitare. Ci trasciniamo dietro i suoi cascami camminando
incontro alla promessa di nuovo messianica.
#Postmodernità

***

Guardo attraverso le finestre dei miei album digitali una virtualità realizzata. Infiniti mondi ci
abitano ad ogni tocco sullo schermo di questo nostro stare davanti al non-essente. Siamo noi
questo starsene separati dalle cose, appartati in una interfaccia. Eppure siamo ugualmente
mossi dai movimenti che moviamo su di essa. Pensiamo ancora manualità utensile ciò che
non è più solamente ob-jectum, oggetto. L’interfaccia è un injectum e un subjectum nello
stesso modo e allo stesso tempo.
#Postmodernità

In questo tempo che fugge veloce come un fascio di luce, come un pixel sullo schermo o un
tocco sullo smartphone parliamo un codice morse poco elegante. Oggi che l’informazione ha
fagocitato il racconto e la cronaca live ha ucciso le fiabe, nell’era della parola digitale io, sì lo
ammetto, ho perso il gusto di parlare. E mi ritrovo qui a scrivere per rallentare il tempo per
dilatare lo spazio tra una sillaba e l’altra. Penso seriamente che solamente la letteratura ci
puoi salvare da questo tempo senza tempo del web 2.0.
#Postmodernità

***

W. Benjamin nei suoi Passages scrive: «La moda [...] è in contatto molto più costante e
preciso con le cose a venire. Ogni stagione porta nelle sue ultime creazioni un qualche
segnale segreto delle cose future. Chi imparasse a leggerli, non solo potrebbe conoscere in
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anticipo qualcosa delle nuove correnti artistiche, ma anche dei nuovi codici, delle guerre,
delle rivoluzioni». Leggiamo sotto il velo dell’anticipazione una risposta della creazione tutta
alla prima parola luccicante che per la stessa bocca di Dio separò le tenebre dalla luce, il
tempo dall’eternità, il discreto dal continuo. La creatura è costituita in un vitale dialogo col
creatore attraverso la parola-specchio-riverbero che è il linguaggio umano (troppo difficile
da ammettere per un adattamento casuale dell’evoluzione). L'uomo unico parlante ha
ricevuto nell’archeo adamitico il munus di dare voce divina agli elementi per i quali fu creato
signore e dalla spiritalis restitutio di Cristo la potenza di “vedere” la voce di Dio nel percorso
dei giorni. La profezia è una parola performata e non un presagio da leggere con la
grammatica della mantica. Ora la straordinaria piegatura del tempo sopra il suo asse è come
una irruzione della creazione redenta, un segnavia per orientarci lungo il tortuoso viaggio
della libertà verso l’utero che l’ha concepita. I segni dei tempi, frammenti edenici, sono
scritti con la lingua primordiale che il progresso moderno ha cancellato mediante il
reticolato della domanda-risposta economica. E che la scienza si venda, il sacro si venda,
l’università si venda, la verginità si ri-venda e con essa tante altre virtù... che la morte stessa
si venda è il sintomo di questa estremizzazione del dialogo genesiaco. Dovremmo davvero
riprendere sul serio l’abito della scrutatio al posto della deformata abitutine alla scrutinatio
che ci divide in capri (sempre capri) e pecore, promossi e bocciati, buoni (mai cattivi) e
cattivi, o per dirla con Dan Brown in Angeli e Demoni. La moda, come una resistenza
dell’arte alla compressione capitalisitica, con l’inchiostro simpatico della secolarizzazione sa
ancora scrivere pericopi di vangelo.
#Flânerie #Postmodernità #Ibridazioni Giobertiane

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Da quando negli anni 90 l’efebo e la donna senza forme (taglia 40) hanno preso ad essere le
icone postmoderne dell’eroe, ci siamo sempre più spinti verso una sorta di ermafroditismo
della moda. Una maschera che, quasi tatuaggio, segna in profondità l'identità antropologica
di questo postumano inaugurato dalla sovversione del modello parentale naturale. La
disgiunzione e sproporzione della coppia, la ipertrofizzazione del femminile (risposta dovuta
a quella maschile), l’esasperata divaricazione dei diritti a carico della precipitata debolezza
dei doveri, la rottura del paradigma dell’iniziazione erotica si accompagnano al mercato della
corporeità. Un corpo vale un vestito, un paio di labbra un gelato, un paio di gambe un
collant, un reality show un film porno. Corpi da consumare in un postmoderno
cannibalismo crossmediale. Quando manca il potere d’acquisto e la merce è out of date,
prende facilmente “corpo” la rinuncia al ruolo identitario. Ora mi chiedo quanto modelli di
vita perfetta (di qualsiasi religione o setta), ascetica (di qualsiasi natura mistica), mono
sessuati (corporazioni d’armata o congregazioni religiose) siano immuni da questo tiro
mancino della kora che inclina il maschile al femminile e il femminile al maschile.
#Postmodernità

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«Un vaso di garofani o di reseda sul davanzale della finestra, un mazzetto di viole o una rosa
intrisa in un bicchiere d’acqua frescha, il gorgheggio di un canarino, a cui egli cercava
amicare il gatto lisciato dalla sua carezza ipnotica, il suono della chitarra, che egli soleva
toccare seduto sopra l’orlo di una scranna più riempita di libri, che di lui, erano le estasi care
del suo melodramma interiore» (G. Faldella, Musica e Fiori del Risorgimento Italiano,
Piacenza 1913, 12). A questo Mazzini, descritto da Giovanni Faldella con le tinte mistiche
dell’abatino romantico, preferisco l’impeto tonante del Gioberti iroso.
#Ibridazioni #Giobertiane

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Treves scrive che Ballanche, vissuto in provincia, aveva «le idee abituali come compagne».
Noi solitari sognatori camminiamo accanto alla nostra ombra, ci confondiamo con gli esili
filamenti del nostro pensare. Siamo monaci nel secolo.
#Flânerie
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Il protagonista delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull di Thomas Mann, asserì
che gli angeli parlano in italiano. Una lingua bella, che Papa Francesco ha scelto come sua
prima lingua — un tributo indiretto al sommo Durante di Alighiero degli Alighieri.
Ma quanto la gente conosce Dante?
#Flânerie
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Da qualche giorno penso al pavone, uccello pythagoreus giusta la definizione di Persio. E.


Trevi nel Diario ricorda tre pavoni immobili fibra per fibra ad ascoltare la ruota delle mani di
un pianista suonare Chopin. Ho capito quanto indegni siano i nostri zoomorfismi.
#Flânerie
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Ho tra le mani Il libro dei maestri di Beppe Sebaste. Leggo l’incipit e penso al mio maestro.
Non quello delle elementari! Penso a chi mi ha trasmesso l’amore per la ricerca. Posso citare
le sue opere, raccontare non pochi aneddoti della sua vita - ogni buon discepolo suo
malgrado è anche un buon biografo. E dire che l’ho conosciuto solo per lettera e non erano
dirette a me. Proprio non potevano esserlo! Il mio maestro è Vincenzo Gioberti, l’abate
Gioberti, un brav’uomo (prima che un insigne filosofo).
#Flânerie #Ibridazioni #Giobertiane

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Come il gigante di Micromegas i nostri occhi macroscopici non riescono a vedere le minuzie.
Anche nelle leggere velature di un acquerello c’è tutta la potenza espressiva di Van Gogh.
#Modernità

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«Punti estremi dell’ignoranza sono, dunque, l’ateismo e la superstizione, cose al di qua delle
quali bisogna mantenersi» (Clemente Alessandrino, Protrettico II, 25, 1). Potrei aggiungere
che, nel tempo del neo-paganesimo, l’ateismo è la principale superstizione, seguito a ruota
dalla nostalgia per l’ideologia (culto assai in voga tra gli estremisti depauperati dallo stato dei
fatti). Sottile ateismo è anche quella forma di cattolicesimo farisaico che adora Dio senza
compiere opere di carità — agendo proprio come se Dio non esistesse.
#Postmodernità

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Ho avuto sempre un debole per i libri di J.-L. Nancy: flebile pensiero interstiziale,
passeggero e vorace, feroce e repentino come la fermata di un autobus.
#Flânerie

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La finzione letteraria scompone il narratore nelle pose del suo pensiero. Prima che la forma
lo consegni nella paralisi del segno, egli ha attraversato i secoli e ha preso i corpi che ha
voluto. Il desiderio ci spinge ad imprimere nelle tracce delle parole il volto che non abbiamo
o quello che siamo e non siamo insieme.
#Flânerie
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Rabdomante sento lo scorrere delle idee nelle ramificazioni di senso sommerse nella storia.
Mi distraggo dal presente, chiuso nel mutismo dell’auscultare. Tatto e parola. Odori e
visione. Tutto questo è ascoltare.
#Flânerie
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Lo scrittore condensa nel racconto il vociare interiore che ripete ciò che ha udito da vecchi
cantastorie. Un terminale di voci senza voce. Gesto artigianale quello di vergare righe come
fossero solchi nel terreno. Gesto di speranza seminare nel campo del foglio i semi del
proprio passato. La scrittura passa per una doppia morte quella per stordimento dello
scrittore e quella henotica del lettore, che risorgendo, poi, l’uno nell’altro si scambiano di
posto. Questo felice salto mortale è il de-lirio della conoscenza. Un futuro incipiente.

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***

Ho speso due parole indegne per il mio Gioberti. Avrei voluto la schiettezza pedagogica di
chi educa un pensiero. Eppure conosco a malapena il mio maldestro italiano preunitario.
Parlo di Gioberti come si parlerebbe a Gioberti. E chi ci ha capito qualcosa? Magari anche io
ho plasmato dal fango ermeneutico il mio Gioberti, fantoccio mimetico del mio pensare...
Torno a rincattucciarmi nelle mie carte, a ricamare colla penna quello che le parole parlate
non sanno o non ponno gittar sulla tela oratoriale. Ormai chiuso nell’iconostasi dei miei
pensieri faccio della scrittura la mia voce solitaria, interiore che parla nell’agorà della
memoria, dove vivono i morti.
#Ibridazioni Giobertiane

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La teologia può anche vestire d’incanto la narrazione, può trasfigurare la prosa in metafora
luminosa e innalzarla sul pinnacolo della poesia. Non c’è tenebra che non sia squarciata dalla
colonna e dal fondamento della Verità. Noi dal canto nostro, non vediamo acutamente, senza
le lenti della Misericordia (che in Dio è tutt’uno con la Verità) e, spesso, ci accontentiamo
della crosta di ego-latria che adombra il nostro occhio: essa non è altro che ombra (così la
gloria mundi è solo mondo che «mondeggia» nel giro della vanità).
#Roveto-Ardente

***

Il diletto che sorge dallo scoprire e mettere in luce una verità recondita è di varie specie. Si
può in prima godere in virtù dell’amore proprio, quando l’uomo ama il suo trovato come una
creatura del suo ingegno, senza risalire alla sincera fonte di ogni bene: questo amore è
ingiusto, perché il vero è Dio, e la cognizione è un dono di cui si dee ringraziare, non un
acquisto di cui si possa insuperbire» (V. Gioberti, Del Bello, in EN, XI, 62-63). Queste
parole sono contenute in un libro che fu messo all’Indice. Da parte mia le ho ritenute per un
alto insegnamento spirituale e, combattendo contro un narciso pugnace, mi sforzo a
metterle in pratica.
#Ibridazioni Giobertiane

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Stravinskij a 6 anni si sbalordiva per i suoni che un contadino muto riusciva a produrre col
braccio. Nell’arco della sua carriera di musicista cercò di produrre quei suoni difformemente
dall’onomatopea del parlato. Il muto, incapace di articolare fonemi, lo educò all’ascolto.
Anche noi, un tempo muti (infans, incapace a parlare), ci sciogliemmo alla parola ascoltando
i vezzi di nostra madre. Ella aprì l’orecchio della nostra mente e noi imparammo a dire il
nome proprio degli oggetti auscultandoli come una conchiglia di mare.
#Flânerie

***

Da bambino volevo fare il botanico, non ho mai capito perché. Questo passo di Jünger mi ha
illuminato, forse volevo oltrepassare la soglia della pura rappresentazione, la scorza della
cosalità, il margine dall’apparire e, senza adaequatio, saltare oltre l’orrendo fossato della
fallacia mimetica. «Eravamo venuti nell’Eremo — scrive Ernst Jünger nel suo Sulle scogliere
di marmo — con il piano di dedicarci a profondi studi circa le piante, e cominciammo,
secondo l’ordine antico nelle cose dello spirito, dagli esercizi del respiro e dall’imporci un
regime nella nutrizione. Come tutte le cose di questa terra, anche le piante ci vogliono
parlare, ma una mente chiara è necessaria per comprenderne il linguaggio. Seppur nel loro
germinare, fiorire e sfiorire si nasconda la fallacia, cui niente ci ciò che fu creato si sottrae,
assai bene però si può intuire l’elemento immutevole racchiuso nello scrigno delle
apparenze. [...] E ci era caro il formare strutture sintattiche, che consideravamo a guisa di
modelli; e scrivevamo perciò in brevi metri tre o quattro frasi su di una piccola scheda. In
queste importava a noi di afferrare un frammento del mosaico del mondo, come si incastona
un brillante nel metallo prezioso. Anche per questi modelli avevamo incominciato dalle
piante e proseguivamo a indagare sullo stesso argomento. In tal modo noi descrivemmo le
cose e le trasformazioni del granello di sabbia sino alla scogliera di marmo e dell’attimo
fuggevole sino al giro di un anno. La sera riunivamo le schede e dopo averle lette le
bruciavamo nel camino» (cit. in G. Barsanti, La scala, la mappa, l’albero. Immagini e
classificazioni della natura fra Sei e Ottocento, Sansoni, Firenze 1992, VII).
#Flânerie

***

Cos'è l’illegibilità? Tutti abbiamo sperimentato quel momento invincibile di appannamento


cognitivo, tanto pervasivo da farci abbandonare la lettura di un testo neanche
particolarmente impegnativo. La curiosità si assopisce lasciando il campo a quella
condizione opaca che, i monaci, un tempo, chiamavano accidia. Il codex, per tanto, diventava
la soglia non oltrepassabile tra visibilia et invisibilia, tra mondo e spirito. Credo che questo
valga anche per la vita ordinaria del nostro postumanesimo: l’illegibilità del reale e delle sue
codificazioni ci fa assopire sul frontespizio di una tolleranza acritica, catarifrangente,
polimorfa, appuntabile ad ogni variante dell’essere-in-minoranza. Dalla accidia, in effetti,
nascono tutti i vizi.
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Sono davanti alla vetrina delle novità editoriali, ogni copertina, strizzandomi impertinente
l’occhio, mi offre la sua prestazione e aspetta che mi ricoveri con essa. Eppure nell’angolo
più nascosto, sorge la voce più esigente, le Lettere ai miei nemici di Berdjaev a prendermi per
il collo. Cedere a questo genere di seduzione riserva meritevoli sorprese. Fidatevi.
#Flânerie

***

Ho vissuto un tempo di sonnolente trascuratezza, il chimico assedio mi assopiva in una


dormitio poco rassicurante. Leggevo Oblómov. Lo commiseravo. Mi ubriacavo d’indolenza
per il diuturno ascolto di Casta Diva. Bellini era potente come un mantra ipnotico. Un
giorno, finalmente, mi svegliai e spensi l’oblómovismo sul verso «Greca nascesti» di Battiato.
Fu il mio ingresso nell’età della ragione adulta. Mi svegliai ogni mattino alle 7.00 e lottai
contro i sopori dell’apparenza.
#Flânerie

***

Una nebula caliginosa ha ritratto la mia anima nella notte spirituale. Viene un tempo in cui
Dio tace per ammutire la ridda di voci che strattonano l’anima credente, è il momento del
consummatum est. Il soffio tempestoso di questa locuzione “cruciale” scaraventa dai
piedistalli i personalissimi idola tribus, essi frantumandosi scheggiano di morte i loro
prossimi idola specus; qui la mente par esser rasa come tabula insensiente. Così d’un sol
colpo muoiono infami gli idola fori e gli idola theatri sull’arena del mio vedere. La
rarefazione della notte fitta e nera mi ha riportato ex nihilo, quando ogni cosa, nella sua
potenza, attendeva che il Verbo sonoro vibrasse la vita. Dixitque Deus e tutto fu fatto e si farà
ancora.

***

Trascino il mio pensiero tra gli interstizi delle parole. Emetto suoni come fosse respiro.
Leggo Ferraris. Flatus vocis. Flatus cordis.
#Flânerie

***

Un crollo da scongiurare. Non si tratta delle rovine che fascinarono i Montaigne,


Montesquieu, Stendhal, Chateaubriand, Goethe, durante il loro memorabile Grand Tour in
Italia, si tratta della nostra memoria storica, del filo invisibile che annoda la nostra vita
religiosa a quella gloriosa tradizione monastica impressa a fuoco nella sonorità muta di
queste pietre, che un dì risuonarono del celestiale canto gregoriano. Possiamo tacere?
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Possiamo restare muti d’indifferenza? Possiamo tradire la nostra storia? Un crollo da
scongiurare, per salvare la nostra identità.
#Flânerie

***

C’è un incredulo dentro di me, con esso sono condannato a convivere ancora; contro di esso
sono costretto in una estenuante lotta per la sopravvivenza. Quando prende il sopravvento
devo schiaffeggiarlo con forza, come farei con un avversario, o carezzarlo con premura
perché non continui a spirare dubbi nel mio animo.
#Flânerie

***

Viviamo in micromondi comunichiamo attraverso filamenti di relazioni. Filamenti:


lacerazione della communio; la carcassa della polis; lo sprolungamento di individualità
addossate, accumulate, affastellate.
#Postmodernità

***

Ore 23.50. Mi sveglio di soprassalto, energicamente lucido, rovisto nella borsa in cerca del
mio taccuino nero, formato A6, il tascabilissimo, ho voglia di ritrovarmi. Mi precipito nella
mia borsa desideroso di tornare nel caveau delle ombre, come gli schiavi, poi liberati da
Platone. Voglio rivedere i riflessi delle idee dal punto di vista della mia propria distorsione di
singolo — De umbris idearum. La porta d’ingresso è sbarrata, il mio fido moleskine non c'è,
l’ho smarrito in Evernote. Apro la copertina del mio iPad che svela il display lercio di
d’impronte digitali. L’amabile tratto della Pilot punta fine si è fatto tocco di dita; il ductus,
una animalesca sequenza di tocchi e la segnatura delle parole (la scrittura) dovrò cercarla sul
freddo ed elettrico vetro, quale mutolo lacerto del mio DNA. Chiudo mestamente l’iPad,
convinto di aver perso la memoria.
#Flânerie

41
Mi rincantuccio nelle iperboli che meticolosamente annuso e ausculto. Mi rifugio negli inferi
delle cose, scoperte da una crepa inattuale. Quando essa si dona alla vista, proprio mentre il
mio sguardo con le sue abili dita la allasca e il guscio lascia intravedere il gheriglio, io lesto
mi inabisso straniato.
#Flânerie

***

Ai limiti del feticismo letterario, conservo i rumori, i clamori e i colori caldi delle luci. Era il
1º giorno al Parlamento dell’Italia unita. 2 aprile 1860. Gioberti se la rideva muto nel blocco
di marmo. Piazza Carignano fu in tripudio come nel ’48.
#Ibridazioni #Giobertiane

***

Il passo scandisce il suono dei pensieri gli occhi catturano le emozioni graffite sulla nudità
più esposta: il volto. Attraverso le strade disegnando semirette: seguo la mappa del cuore.
Flanêrie interiore è questo mio camminare.
#Flânerie

***

In ogni mio scritto ho lasciato una traccia mnestica — invisibile e, al contempo,


luminosissima. Un lettore attento potrà riconoscere la mia penna, quando un impostore
l’abbia impugnata al mio posto.
#Flânerie
***

Mystice videre, musicale vibrazione dei sensi est solitudo. Il deserto cogitationum, caveau del
singolo in quanto singolo, silentium di claustrale interconnessione, stilla la rugiada-luce ex
nube dell’Ascoso. Haec nox sensoriale (scil. dei sensi) non è fatua simpatia dello straniato
esser-ci, ma essa, ventre pronubo delle nozze col virgineo nuovo pensiero, s’incaverna
nell’Altro rivelato e deposto.
#Flânerie

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La ragione, angusta cornice del trascendente, infante curiosa e vagabonda, cammina lenta
ove il sentimento corre spedito. Sicché il senso interno, quando vuol comprendere in nuce,
deve balzare indietro e “rivolgersi” dialogante con quel raziocinio poco prima estraniato a
periferia del sentire. Esso, seduto sul ciglio del conoscere, come un paralitico, mendica
insistentemente d’esser sanato e riavuto. Quando il sentimento non oltrepassa leviticamente,
si palesa a ognuno che non c’è carità più fruttosa che quella intellettuale.
#Ibridazioni #Giobertiane

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A sera, quando il velo stalla sul limite della notte e abbruma ogni visibile, gitto l’irrefrenabile
passione delle righe sul tuo pallore musivo e mi fo rapimento e guardo e ammutisco. Eppur,
fatto tuo servitore, a guisa de’ calcari a te simiglianti, m’assale l’urlo immoto di coloro che
persero la parola per i bavagli delle scempiaggini immorali di quel Mangiafuoco revisionista,
imbonitore storiale. Ingurgitati nel giro di un vinile ingannatore son tracce sporche, rumore
che mai par canto, i minores. Tu vedesti e taci tu che i lumi negli studioli albeggiasti del tuo
notturno sinuoso manto. Ancor sorgi a raggelare i sogni di questo prometeo cristiano, sicché
vuoi che gli ultimi restino tali. Tu complice Circe, non seccherai il furore della mia penna!
Mira l’incandescente lama or che fende la tua mortal lampa!
#Ibridazioni #Giobertiane

***

Lo confesso, oggi sono particolarmente stanco. Ho studiato in media 10 ore al giorno.


Perché studio così tanto? Per diletto? Si tratta forse di una naturale inclinazione? Partim (in
parte). È una vocazione. L’ho sentita in Seminario, quando compresi che la fede da sola non
basta, essa infatti ha bisogno della ragione (proprio quanto quest’ultima ha bisogno della
fede) per comprendere la Verità che Dio stesso è. La ricerca teologica per me è una
vocazione a vivere la carità intellettuale. E come un buon pastore ama gli esclusi e le vittime
dell’ingiustizia e della violenza, così chi vuole essere buon ricercatore non aspira al plauso e
ai «primi seggi, seguendo l’ultima moda culturale, ma rischia di perdere la propria vita per il
decoro di quel pensiero cattolico che la storia ha relegato nella prigionia dei minores.
Questa opera di carità intellettuale, in realtà, è una apologetica robusta che non brandisce la
spada, ma la rete da pesca — la stessa che il Nostro Signore Gesù Cristo disse capace di
raccogliere pesci buoni e pesci cattivi.
Ora è più facile comprendere perché ho scritto di Pietro Luciani, di Luigi Ornato, di
Vincenzo Gioberti. I loro nomi, infatti, a molti non dicono nulla, eppure i loro intelletti
ancor brillano sulle pagine di quell’universo disegnato nei libri d’autore.
#Ibridazioni #Giobertiane

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Costellazioni e rotaie.
Versi pendolari.

Sono soffiato nel vento di una vita che rincorre l’altra parallela
A volte si fissano negli occhi e marcano la distanza.

Cadono le idee dal cielo stellato


Si infiggono come aculei nell’anima
Cristalli di sapienza opachi, senza storia
Affiorano a pelo d’acqua
Sul lavacro del mio intuito.

A passo lento imprimo pensieri sull’asfalto rovente


Orme di storia s’appuntano sul particolare del tempo
Com’io mi appunto sul frammento

Ciechi leggeremo i segni arcani


Essi ci tracimano
Ove l’attimo s’arresta

Salgo le scale parola dopo parola


In cima
Ove vele di pensieri,
Confuso spettacolo d’una sera d’aprile,
Solcano le ore.

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Sto correndo lontano
I piedi urlano dolore
Ho le mani ferite
Il sangue gocciando
Canta la mia fuga mundi

Si espandono l’una sull’altra le voci di dentro


Ribollono nella solfatara dei ricordi mancati
Svaniscono di vitale assenza.

Riverberi labirintici
Voci ridondanti
Rimbalzano sulla mia schiena
Sta piovendo letteratura
Zuppo di bergamotto mi lascio asciugare.

E di canizie fiorirò come un ciliegio


Impassibile ai dardi di Krónos
Profumerò di vecchiezza.

Un proteo scintillante
Il suono della parola vibrata
Corda protologica
Tesa sull’empireo raggiante.

Le tue dita si inseguono sui tasti del piano


A volte scorrono veloci
Altre rallentano, sembrano fermarsi
Disegnano itinerari, sembrano uccelli in volo.
Il suono dell’anima è un armonico calpestio
È la melodia del camminare.

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Volano alate le parole mutole del dolore
Fumigano in cielo fino a sparire.
Asciugherai dagl’occhi la paura?

Salgono la nuda pietra i sandali impolverati di umanità


Aprono sentieri di senso nella giungla urbana
Le agili gambe di giovani donne.
Le suore della carità scrivono l’amore
Sulle palme mute di povertà.

Addossati costretti al contatto


Ci spostiamo sui nastri della metro
Oggetti gettati di sguardi rappresi
Fiati sospesi tra gli odori del mattino di ciascuno.

Scivolo sul 30 express


Veloce da una rampa all’altra
Mi sento una biglia
Rotolo via senza fiato
Nelle budella di questa Roma che s’è rimboccata la coperta della notte
Reclino il capo sul petto di un vetro appannato
E mi sento a casa.

E stanno intorno a me muti gli elementi


Come parole inchiostrate.

Mi sono perso nel mio sguardo


Fissavo libri su un chiosco dell’usato
Un pupo siciliano mi ha ingoiato con le sue pupille nere opache
Dipinte del colore della morte.

46
Italia bella e perduta,
Mi hai stregato il cuore con la pozione del tuo sguardo spampanato
Che lasci cadere sul dorso del Primato negato
È una rosa sulle tue cosce illibate.
Donna e Madre mi accosto al tuo petto violato
E attendo le tue amorevoli carezze,
Mi rigenereranno figlio,
Orgoglioso.
Italiano.

Avranno atteso invano la tua ultima missiva,


Chi entra immortale nella storia non scrive più
Una palla di cannone ha ascritto il tuo nome nella città dove vivono gli eroi
Gioberti a Pisa ti disse immortale,
Del tuo nome, o Pilla, fece una cifra della redenzione ideale.

«Tu non mi basti mai, anche se muoio e lo sai»


Versi d’amore riscritti con il tuo sguardo sulle labbra di mia madre
Poi sei volato alto più delle nuvole
Fu un soffio improvviso di maestrale
Fu la tua morte. 1.11.2005
In chiesa ti cantai padre, amico, maestro
Ero diacono e ti ho accompagnato mentre nascevi nell’eternità
Tu stringevi la mano ai miei primi passi sacrati
Ed io cerco ancora il sorriso degli occhi tuoi
Ma non ci sei.

Ed ami starmi attaccato


Legato al mio polso da un esile filo bianco
Sei un palloncino rosso.
A volte mi segui, a volte mi precedi
sulla stringa di vita che ci tiene uniti in questo giocoso sodalizio
Se corro Tu ti lasci correre
Se mi fermo Tu te ne stai a dondolare sul mio capo
Mentre il vento Ti scosta e tende il nostro filo

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Tu mi sorridi e resti ancora con me
Il sole ti farà scoppiare, ma volerò con Te
Io palloncino bianco attaccato ad un filo e al Tuo polso.

Mi guardi esposta in quella posa antica


Seduta e rapita nello stupore
Sei una bimba.
Occhi sottratti al tempo
Diffratti nella grana di un bianco e nero innocente
Ed io mi perdo nella placenta della tua infanzia
E gattono in quelle acque che sapevano di te.
Sospeso.
Prima che il mio vagito fosse accostato al tuo seno,
Prima che il tuo abbraccio mi consegnasse alla vita.
Mamma.

Ed anche i monaci furon scossi nella stabilitas loro.


Mentre la terra stava respirando,
Si com-muoveva, per quella doglia che è la sua vita stessa;
Fin quando nuovi soli e nuovi mondi saranno.
Ed anche i monaci interruppero il canto loro,
Mentre la natura celebrava la sua terrificante danza.
Tutto ha un senso, post hoc!
Or le monache vedono la luce mondana e monaci sono senza fissa dimora
È tempo che nasca un nuovo monachesimo.

Eccomi, µακρόθεν, da lontano


Sosto dinanzi alla Tua Tenerezza
E aspetto come un bambino
Corri a riabbracciarmi
Nei melismi del Tuo canto.

48
Ecstatica ecdotica
M’abbaglia la littera tersa di stratificate varianti
Semoventi nell'immoto cardine della linea.
Gaudio di palpebre mie che sbattono come ali levate in spirale frullo
E fuggono via sul ramo nuovo del verso ritrovato.

Currenti calamo
Inchiostro emozioni
Sfere di raziocinio
Piccole stille di silenzio sonoro.

L’odore paterno del Tuo sguardo divino


Ha carezzato il malheur sul mio viso
E la luce empiva le narici e il cuore si schiarì.

“Ombre silenti”
“Luoghi muti nella vasta notte” restituite il colore alle cose
Rivelate ai viandanti solitari il cielo stellato.
Saturno come pavone lo nasconde dietro la sua coda di finte luci, di facili sorrisi.
Liberate le catene che prigioniere trattengono le parole e i sogni.

E tu non mi sarai sirena, o gloria mundana


La tua voce mefitica non tarlerà il mio orecchio
Io ti combatto e con la cera indifferente ti repello
E non batto ciglio, non sporgo il capo, non scuoto membra.
Quando lo sciamare ingannevole della tua voce sarà fatto abisso
Io vedrò le bianche ossa del tuo destino.

49
Castello interiore, castelli
Parola, parole
Sagrati, mercati
Porta, porte
Soglia, chiacchiera
Annuncio, annunci
Portale, portali
Reti gettate, reti digitali
Il Divino e l’umano:
Annus Misericordiae.

O luna che guardi immota i miei silenti sospiri,


Lascia che rimirandoti ti dimandi: “perché i mortali pugnano seco
e si lacerano e si dilaniano in isfide ferine?”
Tu che Lucii di speculare Facie
rimebra ai nostri razionali lumi che nulla di increato e novo intelligere sappiamo.
L’autor di ogni sostanza e potenza, rabdomanti ci volle
e de’ suoi signa investigatori e venatori
O luna che biancheggi, punteggiando d’etterno il nero imo notturno,
Facci sentinelle del vero, nel letto indiscriminato dei giorni.

E venni a sentir l’eco lontano del disfacimento


in Via Guido Reni.
Quando il soffio del tuo ultimo spiro mi fece foglia tra le foglie
Gittate oramai,
Obliate
Ombre cadute.
Ed or che m’assido tra le brune crespe,
L’onda mortifera di uragani singulti mi trapassa.

50
O Musa ti sei destata,
flebile sussurro sul rantolo del mio esilio,
Allunghi la mano canuta dal barato ove sospiro e m’immolo,
sparso di cinerea pulve.
Or ch’io franto in mille spire volo,
guardo il mortale guado
e di angelico silenzio rido.

A Giosuè Carducci.
Nel muto orto solingo
il sol oscura la mano tesa
a stringere l’aere e il cor.
L’albero di foglie stinte,
pietra e roccia scolpita,
serra silenzïosa lapide
sul mortal sospiro
del pargolo e mutolo tremor.

Si destano latranti cani e insonni


a punteggiare della voce l'inquieta notte
Su queste ombre scalmanate
le stelle occhieggiano calme
nella nera placenta, di silenzïose armonie fitta.
Paiono riccie fiammelle lassù in alto, ove pulsano sorde.
Son esse quieto riparo
alle promesse dei mortali spirti.

E v’è mai pietra e tomba,


sigillo fatale per il cuore che trema di vita infante?
E v’è mai bara per le ossa imbibite di luce?
E v’è sospiro per l’esalato spiro di penne inchiostrate?
O requie per l’alma scolpita sul rigo immortale della prosa?

51
Oh silenzio lunare,
pallore e lucore della notte,
Tu conosci il canto dell’ali in volo.
Tu conosci lo strazio del giorno precipitato in su li monti
avari come il nero
che di mortifero abbraccio ogni cosa dipigne.

La mano delicata scrive sul piano la tua premura d’essere padre


A volte si ferma, sostando su una nota che suona di pianto
La testa che annuisce e pesa, sospira un ritorno
Tu, padre, che accordi ogni notte la voce alle stelle,
aspetti che l’uscio si dissigilli di cadenti braccia opache e immobili
Eppur, ormai canuto, canti i versi di quell’infante che la vita fe’ bruto
Mentre lo spartito disegni di lagrime e del volto suo consunto accarezzi l’ombra.

Cesello e intarsi
il suono della Tua voce che bussa alla porta del cuore
Scale pentatoniche si inerpicano fino al centro dell’anima
dove l’infante che siamo carponi ancor ride alla vita
lacera delle spine di un rifiuto.
Noi come porte ci lasciamo attraversare.
Noi come stelle puntelliamo la notte e segniamo il Tuo passo.

Sfoglio a brandelli le mie carte


assunte nel pallido chiarore del verso
Lacerto dopo lacerto
ho de-composto parole
or rapprese come schiuma marina.
E penso a te impavido lettore
che mi leggerai di notte alla fioca luce di una candela
Non chiudere il libro irto di filo spinato,
ma lasciati ferire dalla pagina della mia vita
Svenduta come i libri sulle bancarelle dei marocchini.

52
Un bagliore
Un lampo di luce
Schiarì in mente l’arcano
La densa nube nesciente si schiuse di petalo in petalo
Vidi la scala issarsi verso Eden
Vidi le armonie celesti cantare l’Hillel
Vidi dentro la coltre il volto mio farsi eco divino.

Questa fiamma,
Ardendo, consuma
Bruciando, purifica
Spegnendosi, converte.

Venne un sorriso a raccontarmi di autunni cadenti


di foglie calpestate e impresse sul basalto di passi senza volto
Venne un sorriso disegnato di lacrime e nessuno seppe asciugarle,
nessuno seppe immortalarlo nella gioia
Venne un sorriso a mascherare il mio dolore,
come una farfalla volata via leggiadra di colori
Venne un sorriso ed io senza proferir parola
fui uno sguardo non più mio.

Un remo sulla sabbia il mio cuore


che sussurra il canto del mare
Tu sei un fremito che mi porta alla deriva
e mi restituisce alla terra
Tu sei l’Amore.

53
Spiragli di senso,
di vero,
di luce
Tra le spire delle paure recondite
Ingoiano la notte del dolore
e illuminano ogni cosa.

Maloula città fantasma


Suonata dal vento
Fortezza deflorata
Vittima sacrificale
Sanguini,
sgozzata sulle tue macerie.

Sfreccia il tricolore,
evanescente di fumo,
nel blu indefinito di un cielo sempre uguale a se stesso
2 giugno,
Italia repubblicana
senza padri,
sposa rubata.

Librarsi tra le case,


volare tra le cose.
In alto nella grigia quotidianità.

Al sud la gente parla forte.


Giorno e notte.
È sorda ai segreti,
Urla contro il silenzio.

54
Le luci fredde dei neon
accendono le finestre la sera tardi
Disegnano in urbe
il calendario di Avvento
del cannibalismo consumistico.

Mi sono guardato negli occhi


erano spenti come i tizzoni sulla spiaggia
dopo una notte di festa.

Di favilla in favilla
lo sguardo jubila
pizzicato dalle corde degli eterni giri
È un musico vascello orante
del soffio creatore vela.

I colori della morte sono doglie imbrunite,


precipitate a terra,
pelli essiccate di tamburi
che hanno vibrato il ritmo della vita.

Accordi vacui di deboli gangli


Embolie di note
Monadi blu cobalto sobbalzano sui pensieri soffiati dal vento
Scalciano i giorni sfogliando pagine di sogni tenui
E son gemme di verde primavera.

Puntellano il cielo gli stormi


Paiono notazioni melismatiche
sul tetagramma dei fili elettrici.
Muti suonano le nuances gotiche

55
nella cattedrale di grano e loglio.
Quando fremita la campanella cenobita,
Negli stalli di foglie e steli s’assidono.

Sul far della sera declino il mio pensiero verso lidi lontani,
plana all’orizzonte e risplende di grida festanti,
Carezzate dalla risacca del mio mare.
Fantasiosi svaniscono,
di giovinezza i simulacri aggiogati dal vento.
Danzano dinanzi alle brune gote e alla barba screziata di canizie.
Riposano all’ultimo raggio di sole,
ed io trattengo il respiro prima che il mio foglio rabbui.

E poi il silenzio
Cullerà i fremiti di una barca vuota che non sa attraccare
Carezzerà i capelli che veleggiano d'attesa
dinanzi al mare di un ritorno che risacca.
Riscalderà gli occhi turchini abbagliati dall'ombra di un abbraccio.
E poi il silenzio.
Raccoglierà le lacrime sul pentagramma di un canto angelico
E la Tua voce avrà il sapore del sale
che stilla goccia a goccia sulle labbra.

Un soffio di fiati
svanendo nel dedalo di asfalto e case
Suonava familiare e dava l'impressione della Traviata.

Erano dovunque
Le voci a stormo precipitavano sul mio capo
Corrosive più del guano.

56
Siamo mosche
sullo stelo del tempo.

C’è un nomade dentro di me,


un viandante cieco,
che si orienta auscultando la parole mute
trattenute nel cuore.

Le parole non devono volarci attorno


dobbiamo prenderle e costringerle in versi
Affinché danzino sul rigo
Sonanti.

Sonnolenti si schiudono i raggi roventi


Ora si accartocciano indifferenti
dinanzi alla statua di Montale.

Rimase nelle mie narici la persistenza delicata del lentisco.


Conoscevo la sua scia profumata
e niente più.

*
Sospeso
il cuore emana essenze legnose,
forti e tenere come un abbraccio d’amore.

57
Danzo nel grembo della gioia
Come una vertigine esco dal tempo
mentre le mie labbra esalano le parole dell’Amore.
Mi condenso in una nuvola
e piovo pioggia
Suono dei rintocchi delle campane.
Spiragli gutturali le tua parole rosse
Sussurrate al profumo di fragole selvatiche
Morbide come la sabbia azzurra in riva al mare.

Puntini bianchi in alto nel nero celeste


Tubi catodici che si spengono
i baci della madri sulla fronte dei figli.

Luminescente petrolio profondo


i carboni occhi Tuoi
mi chiedono e mi domandano
ed io rispondo rimirando.

Pentagramma di foglie dove scrivono gli uccelli


Note di Cielo
Note di legno
Si diffondono in canto e rime
Senza briglie.

Scorro come acqua tra le condutture


Scrivo versi.
Racconto il fuoco
contemplando i suoi silenzi.

58
Mi rotolo nei libri a cercar riparo dalla calura
Mi inchiostro di idee
E mi lavo il fango di questo nostro postumanesimo rovente.

Ho indossato una maglia rossa


Aderisce al mio torso come una bandiera su una bara
Rosso sangue.
Innocente.
Vermiglio del colore delle idee.

Preghiere ustionate senza parole


Bruciate vive
Inginocchiatoi carbonizzati
Ex voto di speranze flagellate dalle fiamme
Canto Luxor.
La morte suona un violino
mentre le dita pizzicano i mitra
e bagnano gli stipiti di sogni.

«Sto camminando con gli occhi sbarrati


lungo un viale alberato.
Le mie gambe si muovono innocentemente
verso il rogo che ha già ingoiato le mie lacrime».
Questo è l’ultimo sms di Asaf
prima di essere trucidato.
Non chiedetemi se fosse
ebreo, cristiano o musulmano.
L’hanno ucciso e non aveva colpa alcuna.

59
Ancora fendi i fili d’erba imberbi,
e squarci il canto degli uccelli,
or che le stelle tremano
e l’aurora si confonde
con il rosso polveroso delle pietre
che scappano via dalla loro posa.

Sono le 4.02.
La rugiada cade a globuli nelle vene
E fremiamo di ancestrale terrore,
I monti sono troppo vicini ai nostri occhi per apparirci divini
- ma lo furono un tempo.
Non sappiamo inginocchiarci e gridare.
Non sappiamo inventarci il nostro castigo,
anche la Natura, lacero il seno,
sparge il suo lamento, sul telo dei suoi figli.
È mirra e suono di viola la sua sepoltura.

Mi inoltrai nella oscura caverna dei suoni luminosi:


Lineamenta di faville scintillanti,
Ecoico ritorno del cimatico soffio protologico.

Sono un orologiaio e sono un ciabattino,


guardo i theoremata nei minuti ingranaggi,
sostando nella forma loro propria,
ripulendoli dalle polveri corrosive
dei critici improvvisati.

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Un gioco di elastici è questo ascoltare
Un balzello tra una vocale e il suo ponte muto
Prendo fiato e mi fermo soppresso dal suono
Fin quando la sua vibrazione non si esaurisca
Nella solidificazione visiva di una figura non disegnata.
Parola e forma,
danza e figura
Ora io sono.

Prima che la riflessione mi appartenga nel cogito


Prima che il concetto pieghi la pagina chiara della mia mente
In rigidi filamenti di pensiero (che somiglio alla vergatura)
Eco raccolto, profumato di Eros, è la voce,
(intanto che il suono muoia e ricominci il sussurro della sua catena armonica).

Nuda pietra,
osceno disincanto della bellezza sottratta,
rovini sul corso della tua storia maledetta,
tracimi in un presente abulico
il tuo passato di fasti classicamente delineati.
Rudere maldestro che pendi oltre il senso debole dell'inutilità,
specchio d’ignavia,
traccia di un racconto che resiste.
Stai immota.
Posa di un flusso che si sottrae all'oblio del deforme.
Materia inerte e feconda ti sei vestita d'erbe e ciclamini,
sicché natura ti rapisce nel suo silente splendore.
Cosa dirai ancora a chi ti confonderà con un giardino romantico
o con desolato campo selvatico;
cosa dirai al selvaggio che ci possiede?
Soffierà il vento a musicare il tuo lamento?
Canteranno le forme disfatte le memorie di un popolo che ritorna a cercarsi?
Narrerai ancora la meraviglia che or genuflesso,
spettatore mi rapprende,
qui a Pieremonte?

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Un paese che non ho vissuto,
strade che non ho vagato;
case che non ho sentito urlare di paura e di dolore;
una chiesa vuota con gente di cera e occhi di vetro blu;
un bar dove vendono anestetici;
alberi che si ostinano a fiorire ed erba che non vuol seccare;
cani che cercano padrone tra macerie di abbandono;
rovi che conquistano le pietre sfaccettate e pietre che crollano via assiepate;
un neonato battezzato e il coraggio di tramandare;
un matrimonio fallito e la voglia di amare ancora;
una collezione di cineserie e il timore di buttar via qualcosa;
le dita sulle corde quasi rotte e le casse armoniche delle orecchie;
la fatica di correre in discesa;
i freni di una bici rotta;
la ruota di scorta stipata in soffitta;
una mano sulla fronte per ripararsi dalla luce;
occhi che aspettano e una gonna lunga disegnata dal vento;
un’ombra di idee e di sogni;
uno scrigno di promesse; u
na cornice di bisogni;
cristalli di bugie;
basalto e cicche di sigarette;
una gatta che ha appena figliato;
il fieno ieri sera falciato;
un paese che non ho... Sei TU.

La grancassa del mio cuore batte a un ritmo folk,


suona con vigore la musica de la fête.
A briglie sciolte i versi corrono
fino a danzare un frenetico sirtaki.
Roteano le vocali bianche come sufi ipnotici,
si inchinano le consonanti,
aprendosi e chiudendosi nel respiro dell'ispirazione estatica.
Ek-stasis, uscire fuori di sé,
è il tema della ballata
che i miei sensi cantano al tuo orecchio sordo.

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Una movida di giovani
si nasconde nella notte
per svanire
oltre la muraglia sorda
degli adulti dopati di necessitas.
Sono tizzoni di canne,
sono perle di vodka,
sono lamine di coca
che addobbano a festa la processione del disagio.
Fanno l’inchino dinanzi alla paura di esistere,
mentre la banda suona il requiem del Venerdì Santo
e passa oltre
fino a ricongiungersi
con i flambeaux dabbene
e con le preghiere di plastica.

André,
seduto sulla tua borsa rossa
come un flanêur sul tetto di una casa,
straniato guardi il mondo scorrere tra i passi affrettati
di gente distratta dai propri pensieri egomani.
Hanno una luce divina i tuoi occhi scuri, intensi e meravigliati...
Sembri un neonato che sorride alla Vita.
Quando sono lacero e spento
per l’insensatezza di questa assurda corsa ai primi posti,
vengo a guardanti negli occhi.
Tu mi illumini dell’immensa pace
che solo la povertà è capace di donare.
Ed è chiarore ed è calore,
il sorriso del Dio bambino
che celi sotto l’irta grigia barba.

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Io sono il mio gatto.
Mi guardo e ammutisco.
Balzo in alto sullo stipite dei pensieri
e li aggomitolo tra le mie braccia rincorrendoli.
Fo capriole sul prato obliquo delle ipotesi.
E affilo le unghie sul dorso dei materiali di scarto.
Mi struscio tra i documenti e i testimoni.
Mi abbandono alle carezze di libro stampato
e il crocchiare delle pagine
accompagna la ballata delle mie fusa.
Io sono un gatto illuminista.

Il cielo,
sì il cielo mi sovrasta,
si abbassa fino alle caviglie,
mi preme contro questa parete sottile
che è la mia anima.
Ogni suo umore disegna i contorni della mia sagoma,
io mi districo, mi sottraggo,
per non soccombere
mi scompongo in pose diffratte,
decostruisco ogni mia membra.
Ma un pensiero,
mi balza addosso come una fiera affamatissima,
e rimesta nel brodo della mia ombra
i frammenti che mi fecero mosaico,
di tessera in tessera ridesta l’effige
che ho dimenticato di essere.
Un pensiero mi ha sbalzato lontano,
mi ha tirato in alto ed io ho aperto
il cielo come un ombrello.
Un pensiero verticale,
discosto,
ha sferrato un colpo mortale
alla mia postura orizzontale.

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Un canto lontano nella notte
i passi del ritorno.
Cadenzati nel silenzio calcano orme invisibili
lasciate sotto il chiarore ardente del sole.
Muto il piede raccoglie
nel ritmato calpestio
le grida degli esiliati dall'amore.
Esse s'innervano lungo le gambe,
disperate come edera abbarbicata sui muri.
Vogliono riprendere il vigore viandante di chi cerca una meta,
vogliono attaccarsi alla vita,
lottando contro l’esclusione che li uccise.

Fuoco di S. Giuseppe
che bruci le sterpaglie di pensieri bugiardi
e arroventi il seccume di idee svendute all’asta dei potenti.
Disegni sul girotondo di visi impavidi
faville di note resinose
e scrivi parole incandescenti
sulle ceneri del cuore sottratto all’Amore.
Resisteranno audaci le promesse?
O saranno fumi di falò prestati al sacro?

Io prete di campagna,
studioso ad ore,
inattuale e per gli ignoranti deteriore.
Resisto in quest’opus contra (d)eum [scil. idolo]
Vergo righe e righe sulle pagine del mio esilio interiore.
Sono uno straniero senz’ospitalità,
un hospes sempre hostes
uno xenos che ha perso il suo simbolon.
Un viandante che spezza il pane.

65
Appendice

Carteggi dell’anima

Tempo fa decisi di scrivere un romanzo epistolare, poi le opere e i giorni mi hanno rubato lo
slancio. Però i protagonisti vivono dentro di me perché sono propriamente io Eberhard, sono
propriamente io Ferdinand. I frammenti di questo dialogo riaffiorano sulla riva della mia
memoria, restituiti, li lascio come impronte sul bagnasciuga di queste pagine.

Caro Eberhard,
ho appena finito di accordare la chitarra di mio nipote, ho pizzicato le sue corde accennando
un vecchio arpeggio imparato da ragazzo, ma quelle corde tese ed argentine sono troppo
unte di solitudine. Mi ha preso voglia di scriverti. Non ti sorprendere, ti scrivo per parlarmi.
Tu sei il mio specchio! Fosti tu a dirlo durante la passeggiata al lago due settimane dopo il
nostro primo incontro alla lezione di Vladimir Propp sulla narrazione. L’origine è la meta
stessa, l’una immagine riflessa dell’altra, l’una riverbero dell’altra, l’una annullamento
dell’altra... Ricordi? La via verso l’autentico è sempre un ritornare, ritornare a casa per
raccontare l’origine; essa come una radice porta il succo vitale alla periferia dei rami e delle
foglie che siamo noi. Il percorso di questo portare rizomatico divenne per noi un symbolon,
divenne il nostro precetto. Ricordi? Dicemmo che il nostro sodalizio avrebbe eliminato la
distanza dalla nostra vita. Tu sei il mio specchio, Eberhard! Ci passavamo le esperienze “di
bocca in bocca”, evocando i nostri viaggi pensanti per paura di diventare troppo sedentari.
Siamo ancora erranti, anche se non abbiamo più lo stesso passo. Ora che siamo distanti ci
sentiamo in egual modo a nostro agio nella liturgia delle nostre lettere. Le tue le conservo
nei libri che leggo. O sono essi un pretesto o tu sei un prezioso (evocativo?) segnalibro. Tu
sei il mio segna-libro! Forse io e te abbiamo davvero poco a che fare con questa terra; ci
orientiamo colla lanterna del nostro domandare impertinente e questa terra, invece, non ama
le domande, cerca la pietà di solide e concrete risposte. Del resto non siamo tutti cresciuti
ascoltando i proverbi di qualche persona di consiglio? La morale delle favole non ammette
contestazioni, si impone da sé, peggio di un dogma — che nel secreto, puoi ripudiare senza
che angelo ti visiti per farti cambiare idea — è una lezione di vita, per comprenderla devi
ascoltarla. Ti si appiccica addosso, confondendoti con sé stessa; come un santo dona il volto
ad una virtù, così la saggezza prende il volto dei suoi martiri. E tra di essi diventa difficile
trovare uno spazio senza perdere il volto della tua individualità. Dovresti essere capace di
mantenere larga la maglia che ti annoda alle catenelle di facce che ti hanno preceduto e a
quelle che verranno dopo di te. Il proverbio ti ingoia allontanandoti dalla tua esperienza
personale, fagocita la [tua] distanza che un rifiuto terrebbe saldamente in piedi, evitando, in
questo modo, lo schiacciamento dell’esemplarità. L’ho capito ieri.
Ero affacciato alla finestra da un’ora, forse erano passati solo cinque minuti, ma ero fermo
davanti al vetro incantato dalla lontananza. Mi ero nascosto tra la tenda ed il vetro, quasi a
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volermi sentire l’interstizio, o meglio direi l’intercapedine, della delimitazione di spazio e
tempo che ogni apertura rivela. Fissavo attraverso il vetro il riflesso del mio volto sul
biancore dei colori mischiati e confusi dalla distanza, ruotavo il capo ora sporgendomi verso
destra ora verso sinistra, con movimenti lenti quasi come si fa ammiccando con gli occhi per
mettere meglio a fuoco le immagini; cercavo, in quella sorta di danza della mente sul corpo,
la giusta visuale, quella che, sola, schiude alla vista il vero tratto delle cose. Una postura
angolare, laterale, obliqua e nello stesso tempo centrata, ombelicale. Sì, ombelicale, di
legame, di vincolo, con quella filigrana di passato che le cose lasciano vedere quando il
nostro guardare diventa opaco. Ero affacciato davanti ad una apertura traslucida su un
frammento di mondo, una porzione di un tutto sui generis, che invece di starsene morta ed
inerme come un fossile (che mentre segna ciò che è stato, sfugge alla morte) si muoveva di
un flusso continuo. Mentre osservavo minutamente questo scorrere di vita senza parola,
sotto lo sguardo mio fisso si è presentata la distanza ancora avvolta nel velo che da sempre me
l’aveva nascosta. Quando la parola resta muta appare la distanza. Penso di aver varcato la
soglia del meta-temporale affacciato alla finestra della sagrestia. Aspettavo. Ora che sto qui a
raccontare, non so dire con precisione se stessi aspettando qualcosa o qualcuno, non mi
sembra fosse vicina l’ora di celebrare. Forse fu una fortuna che non stessi lì annoiato ad
aspettare il suono della campanella della messa serale, immagina come avrei celebrato
immerso com’ero nella ierofania della distanza! Mi si era mostrata a portata di mano — quasi
come per il mistico Dio stesso appare afferrabile — te lo confesso mi sono voluto sporgere
oltre la soglia del suo starmi dinanzi per sfiorarle le mani. Mi sono sentito fragile, credimi,
come quei vecchi che abbracciano forte per paura di non saperlo più fare. E lei? Si è ritratta
mostrandomi il mondo, il mio mondo circostante, tal quale, così com'è. La distanza si è
presa la sua rivincita, è apparsa e svanita nella stesso tempo. Eppure non si è nascosta senza
lasciarmi la ferita di questa nuova consapevolezza che mi tiene inchiodato sulla sedia a
scriverti. Ho forse viaggiato mentre me ne stavo incantato davanti alla finestra? Ero fermo,
fermamente fermo, eppure ho sentito muovermi — per forza d’attrazione, risucchiato ed
immediatamente espulso dalla fenditura che la distanza ha svelato nell’istante in cui sono
tornato. Sai cosa mi viene da pensare? Ecco, il viaggio nella sua consistenza essenziale è una
trasfigurazione delle cose viste nell’impronta dell’andare nomadi; è un esilio. Sì penso
questo; anzi lo credo. Su questa precisa strada lo scenario della realtà e le ragioni della
scrittura coincidono, convergono nel punto in cui si vede la lontananza. Lì e proprio da lì, ci
slanciamo a voler saltare oltre, ma mentre siamo protesi sull’angolo della sponda, dove il
piede e il punto d’appoggio coincidono, i fantasmi della mente si fanno teatro quasi a volerci
trattenere. Caro mio, questo restare e fermarsi sono la posa plastica dell’intuizione
dell’assente nella lontananza. Rifletti: l’immagine non è un movimento afferrato, rubato,
trattenuto? Mi verrebbe da dire che l’immagine è il trionfo della parte sul tutto, l’ouverture
del parziale. Sullo schermo della lontananza, invece, l’immagine è solamente un punto di
fuga, l’inizio della trasfigurazione dello spazio circostante. L’inizio. Il principio in cui tutti
gli inizi sono circonflessi e ricondotti è un punto di luce pulsante. Un punctum saliens. L’ho
visto questo inizio tante volte, ma non l’ho mai riconosciuto come l’inizio, l’ho sempre
considerato proprietà di qualcuno o di qualcosa. Ad esempio, quando i tuoi occhi si sono

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umettati di lacrime perché avemmo la stessa intuizione sul valore ermeneutico dell’ikona,
entrambi gioimmo per la comunanza di intenti, tu dicesti che eravamo simbiotici, io pensai
che fosse un episodio di empatia o addirittura, il passaggio obbligato per il sentiero della
nostra amicizia. Eppure quello era l’inizio, dove tutte le cose si curvano l’una sull’altra e si
espandono l'una nell’altra. Questo mi pare sia il margine estremo della materia — la cosa in
quanto cosa — di cui la lontananza è propaggine.
Entrare nella lontananza è come passeggiare nel museo delle proprie ossessioni o percorrere
l’itinerario della biblioteca dei propri miti. Silenziosi e discreti i libri che hanno preso casa
sugli scaffali del nostro piccolo eden casalingo disperdono nell’ambiente il profumo delle
parole che custodiscono; a sera schiudono le corolle e liberano nell’aria l’essenza dei
pensieri dei quali essi sono la traccia. Il racconto è un profumo disperso nel vento, una favola
sussurrata all’orecchio quando l’occhio si assopisce e socchiudendosi riduce il mondo a
fessura, a linea sottile e sigillo di luce. Questa linea è la promessa che ogni buon libro sa
mantenere; linea di confine, di demarcazione, di unione e di sospensione come “un a capo”,
lungo di essa i caratteri e le loro stesse ombre impresse nel residuo immaginale (che poi è la
stessa visione), danzano il delirio della riflessione. Quando lenta e pesante cala la notte e
fumiga l’ultima candela — quella della fiamma smorta dalla lotta contro il sonno — senti
sollevarsi un’alito leggero, sotto i tuoi piedi, non appena che hai chiuso la porta della tua
libreria. Esso ti segue invisibile e silente a distanza mentre ti dirigi verso la camera da letto,
fino a diventare un brusio persistente ora che hai posato il capo sul cuscino per restituirti ad
un nuovo giorno. Un vociare, delicato quasi quanto una nenia, culla il tuo sonno; gli autori
dei tuoi libri si danno consesso ogni notte attorno al tuo letto per celebrare la rimembranza.
Solamente la linea orizzontale della lontananza può costruire (ri-membrare) le vie, i palazzi o
le case delle città della memoria, dove abitano e si muovono le immagini del pensato. Mi pare
di aver letto che i filosofi pensano prima di studiare. Magari sognano ad occhi aperti prima di
abbassare ancora lo sguardo sulle loro carte. In questo momento mi viene in mente che la
nostra ultima parola serotina è distante quanto il lume di una candela; ritorta alla fiamma di
questa, si fa compagna della nostra solitudine. Siamo visionari in preda all’ebrezza di una
rêverie. Noi che contiamo le ore alla fiamma di una candela. Ecco, con questa ultima frase,
mio Ebherard, pago il debito a Bachelard. Nel tuo vecchio libro sugli anastenaria greci ho
trovato un foglietto scritto di tuo pugno; un profumato foglietto brunito dal tempo su cui hai
tolto una bella citazione da La fiamma di candela di Bachelard. Te la restituisco ora per
lettera, ti farà piacere sprofondare nella sua rêverie: «Le immagini della fiamma — le ingenue
come le più astruse, le sagge come le folli — portano in sé un segno di poesia. Ogni
sognatore di fiamma è un poeta in potenza. Ogni rêverie davanti alla fiamma è una rêverie che
ammira. Ogni sognatore di fiamma è in stato di rêverie primaria. Quest’ammirazione
primaria è radicata nel nostro lontano passato. Noi abbiamo per la fiamma un’ammirazione
naturale, oserei dire un’ammirazione innata. la fiamma provoca un’accentuazione del piacere
di vedere, un al di là del sempre visto. Ci costringe a guardare. La fiamma ci chiama a vedere
come se fosse la prima volta: ne abbiamo mille ricordi, ne sogniamo grazie all’identità
personale di un'antichissima memoria, e tuttavia ne sogniamo tutti, ricordiamo come tutti
ricordano — allora, seguendo una delle leggi più costanti della rêverie davanti alla fiamma, il
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sognatore vive in un passato che è più unicamente il suo, nel passato dei primi fuochi del
mondo». Torniamo così all’origine.
Inizio e origine sono la stessa cosa osservata da due angolature diverse, da due prospettive
affiancate, collaterali, in apparenza contrapposte. Inizio o anche evento e avvento — che per
me sono sinonimi — è il racconto di un ritorno o di una venuta, una narrazione occasionale
simile alle storie che si apprendono per caso dalla bocca sudata di un contadino o di una
massaia intenta a stendere l’impasto del pane. La tradizione dell’origine passa per questi
inizi. La storia inizia da quando cominci a raccontarla. Il racconto prende la parola quando la
noia ha culminato il suo processo di distensione spirituale. Perciò i racconti sono legati ai
gesti collegati alla noia, o meglio a quelle azioni che la preparano e la conservano. L’ascolto
si accompagna ad un gesto, il gesto che quasi incondizionatamente protendiamo verso il
narratore. Si narra per ammazzare la noia, tra operai, contadini, ricamatrici, tessitrici. Si
narra, si raccontano storie “lontane” che fioriscono dal silenzio dei gesti ripetitivi. Il silenzio
è ritmato dalla gestualità. L’inizio ha a che fare con la parola e la manualità, plasma idee quasi
intessendole.
L’origine invece ti guarda in faccia mentre tu cerchi di prenderti lo spazio necessario per
mettere a fuoco la sua immagine. L’origine si manifesta, si lascia guardare, quando ti
allontani dalla visione immaginale, quando entri nella distanza. La sua storia è un sapere
tramandato per visione. Come si tramandano le visioni? La domanda è posta male, non esiste
una modalità, tramandare è la possibilità stessa della visione, il sapere dell’origine è una
visione. Tu intendi che con questo termine io escludo la visione binaria di Descartes —
occhio e oggetti — e il ribaltamento dal soggetto all’oggetto: non penso al vedere come esser
guardati, fosse anche l’affascinante specchio di Merleau-Ponty. Per quanto mi riguarda
visione è un confine che si approssima. Il confine, cioè, tra visibile e invisibile. Esso si
approssima mentre si sfuma (scema) nella curvatura degli oggetti mostrati da più lati, allora,
la visione dell’immagine offerta dall’origine è la piegatura sincronica delle visioni impossibili
da un posizione fissa; la circonflessione della visione sequenziale diacronica. Lo spazio
s’incurva, le linee perdono di tensione, si allentano disegnando volte dove dovrebbero
esserci spigoli, l’origine ci avvolge s’inchina verso di noi trasformando lo spazio che ci
circonda. La kenosi, la piegatura di sé stessa nello spazio, è la rivelazione originale di quello
stesso punto-momento attraverso il quale passa la linea temporale dell’inizio. La luce che
circonfonde la visone originaria trasforma le forme rettangolari in oggetti curvati su una
superficie concava. Così deformate (o performate?) sono segni, tratti, diremmo ikone, ma il
termine ikona è inflazionato. Dovrei esplicitarti cosa intendo per ikona. Lo farò fra qualche
riga, voglio ancora insistere su questa prospettiva onirica che è la distanza stessa. La
deformazione elastica degli spazi nella realtà positiva (come nei sogni) l’ha resa bene quel
genio di Poincaré con la sua bellissima invenzione del disco iperbolico - peccato che sia
scomparso troppo presto. Il disco di Poincaré è un modello di spazio iperbolico. La
tassellazione dei triangoli iperbolici si perde nel margine del cerchio, i triangoli si
rimpiccioliscono fino a scomparire alla vista riassorbiti dal bordo del cerchio. Da questo io
affermo che il visibile si opacizza man mano che segna l'infinitesimale, e l'infinitesimale è il
limite (il bordo) del pensare. Avrai pensato alla superficie a "barile" delle icone russe;

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effettivamente la curvatura delle linee di queste opere pittoriche si presterebbe a disegnare la
visione originaria. Ma della iconografia russa io salvo appena il nadlom la fessura al centro
della forma come spesso è osservabile nella iconografia di S. Nicola. Il nadlom è
un’incarnazione della distanza. Un’apertura. Una finestra. Attraverso di essa l’invisibile
prende la forma del nostro sguardo. Non si tratta di un vedere meglio o di un'acutezza della
vista, ma piuttosto vedere dentro le cose e attraverso di esse e sopra di esse vedere ciò che
altrimenti non sarebbe visibile: in-visibile. L’occhio non è più occhio, il vedere non è più
guardare, ma una visione intellettuale — una mantica. L’occhio accecato dalla distanza riesce
a vedere il volto inguardabile della distanza. L’ikona, per come io la intendo, è questo
accecamento. Questa rivelazione segna anche la distanza che si è distesa fra la tua ikona e la
mia ikona; forse dovrei scrivere diversamente ikona per distinguerla dalla tua e dalle eikone
cristiane, ma non vorrei banalizzare attraverso un bizzoso grafema il rituale dell’accecamento
che è la mia ikona. Potrei ricorrere alla genuinità filologica: la radice indoeuropea Fik di
εἰκών (essere simile-essere conveniente-avere l’apparenza) e, dunque, scrivere ykona per
dire immagine-effigie-ritratto-similitudine-rappresentazione-idea che si mostra come
accecamento. Mah! Non sono convinto di questo scempio grafico! Quella “y” che rimanda al
radicale Fik renderebbe anche la pseudosfera di Beltrami che dimostrò l’esistenza di
superfici iperboliche...
Va bene, lo ammetto — civettuolo come sono — non resisto alla differenziazione! La mia
ykona è uno sguardo fisso che s’infutura, si allenta prolungandosi, uno sguardo che non
vede più a fuoco. Mentre si opacizza passa dall’esterno all’interno: il guardare fisso, l’aver
vista fitta, è leitmotiv dei mistici, qui lo assumo nella cristallizzazione offerta da Dante nella
Divina Commedia, ossia «guardar fiso» come passaggio dalla visione oculare a quella
mentale . Il vedere cos’altro è se non anche collegare i rapporti tra il “fuori” e il “dentro” la
mente, nell’individuare le vie che dalla historia portano alla figura. Dall’inizio all’origine
(forse anche la narrazione è un progressivo accecamento). Immagini della visione
infinitesimale (iperbolica) sono esemplate negli «abbagli» di una delle belle canzoni del
Convivio «Elle soverchian lo nostro intelletto / come raggio di sole un frale viso / e perch’io
non le posso mirar fiso / mi convien contentarme dirne poco». L’ycona dantesca arriva a
confondersi con la realtà di un modello incarnato, rimanendo però ad esso inferiore in
quanto carente di vita. Potremmo, dopo (postea solamente!), recuperare anche la visibilità
pittorica delle eikone russe “vivificate” dal myron. L’ykona allora, è in bilico tra il mutismo,
se resta immagine, e l’annullamento, se diventa viva.
Mio Ebherard, sarà stato un caso aver posato i miei occhi sulla copia dell’eikona del
Pantocrator sinaitico che mi regalò Asja? Quando mi sono scostato dalla finestra, ho fissato
quel volto come ci si guarda allo specchio dopo un lungo pianto. Avrei fatto altre mille cose,
anzi mi ero voltato per prendere un pizzico di tabacco da fiuto e sedermi sulla mia sedia
tarlata a dondolare sui piedi posteriori tra il muro e la scrivania. Ma quel volto umano e poco
umano ha preso il mio sguardo. Mi hanno sorvolato la mente i lontani studi su quel dipinto
quasi fossero un accenno di melodia — quel fulmineo salire alla mente di un tema musicale,
l’attimo prima di canticchiarlo. Ah caro mio, quanto ho letto sulle eikone russe! Direi che ho
divorato libri e phamplet di ogni tipo sull’argomento, al punto che oggi mi muove a nausea.
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Spero che non diventi una moda filosofica questa dell’ikona! Le mode sono devastanti come
l’informazione dei quotidiani. La notizia repentina, nell’istante in cui si consuma, s’insinua
nelle case asettiche-borghesi e colonna dopo colonna si deposita nelle loro orecchie
rendendole sorde. Dove non c’è ascolto non è possibile raccontare storie perché quando
non si ascolta il tempo comincia a mancare. Per raccontare bisogna saper prendere tempo,
anzi un buon narratore è sempre un affabulatore che sa domare il tempo con i gesti e la
parola. Oggi non si ha tempo neanche per la morte, quando si la si espelle dalle nostre case
sparisce anche l’eternità. Oggi si muore nei sanatori. Spirano nelle stanze vuote e asciutte le
memorie di tanti uomini e nell’atto in cui muoiono sono sottratte alla risurrezione del
racconto. Con il loro corpo spirano anche le loro immagini. Un angelo (scrivo angelo per
dire una sorta di intelletto comune, ma angelo è più ambiguo, infatti potrebbe essere anche
un demone o una musa senza aedi, disoccupata) le raccoglie in quel limbo-fossa comune che
è la finzione letteraria. Perdonami Ebherard, la penna mi è scappata dalle mani in un delle
mie digressioni. Ma tra ykona e narrazione c’è uno stretto legame, il legame del tramandare
l’indecifrabile. Il Pantocrator di Asja, sì quell’inquietante volto asimmetrico mi ha inebetito.
Cristo è spostato leggermente dall’asse centrale del quadro, ha uno sguardo rivolto al di là
dello spettatore, fissa lontano, un remoto interlocutore. È egli stesso una lontananza
atemporale. Divinamente lontano. Ma la curvatura, la torsione verso destra del corpo
accompagna la curvatura del trono concavo. La parte sinistra del volto mi pare segnata da
rughe più profonde e marcate, direi più invecchiata della destra, luminosa e liscia come il
viso dei giovani atleti. Dal lato destro a quello sinistro è narrata la storia di quell’uomo. Ma
anche la storia del cosmo dalla benedizione iniziale della creazione, la mano destra
benedicente, alla chiusa dei tempi, il libro coi sigilli nella mano sinistra. Gli occhi sono
sfalsati, le pupille dislocate, come accade quando fissando un volto si confondono i piani
poco prima che la visione si sfuochi nell’opaco. Egli stesso, il Cristo, così dipinto, è ydolon
dell’inizio, immagine rubata al presentarsi della distanza. Mio caro Ebherard, ho sostato
consapevolmente a lungo sulla mano benedicente alla greca, rossa, divinamente rossa, come
una fiamma ardente. Al fumigare del suo fuoco affido l’olocausto di queste mie parole, ora
che hai finito di leggerle. Fiamma siamo, ardiamo di un pensiero, accecati dalla sua furia ci
inabissiamo nella sfrontatezza della sua convinzione.

Tuo,
Ferdinand.

71
Caro Ferdinand,
ho letto e riletto la tua ultima lettera, mi è parso l’evenemenziale testamento di un
intellettuale di rango, tu, invece, hai riferito i tuoi contenuti alla presunta morte asfittica del
lettore inesausto che ho conosciuto quel giorno fatale nello studio di Sankt Peterburg. Ma
credi veramente che i libri abbiano un’anima e siano degli enti personali? Credi che la
cartografia della tua pelle sia inferiore alla Mappa Mundi delle Enciclopedie che foderano
l’Orbe? Potrebbe esserci un aumento nelle scienze senza che la mente studiosa
incartapecorisca? Siamo contadini, coltiviamo parole e vendemmiamo versi; siamo pastori e
pascoliamo idee; siamo carpentieri e costruiamo edifici di ipotesi e falsificazioni; siamo
spazzini e raccogliamo macerie, lacerti, scorie, frammenti di un passato che ha ancora voce
in gola per urlare il suo “eccomi”; siamo sacerdoti e bruciamo incenso dinanzi all’ara
dell’erudizione, specchio misterico, velo e simulacro, dell’eburnea sapienza che ha detto
l’Origine essere “qualcosa”. Tuttavia scorriamo, carsici, torrenti nella piena di vita, di
sangue e carne che è il nostro essere-nel-mondo-e-non-ancora-trapassati. I libri sono il
nostro tegumento, la scorza, la corteccia di una esistenza che si consuma nel tempo vivendo
l’ordinaria follia che alterna alba e tramonto, notte e giorno, morte e vita o solo morte. Non
credi, dunque, che i libri siano intrisi degli umori che le nostre dita disegnano sulla verginità
delle loro pagine intonse, lucide, resinose?
Aspetto un tuo biglietto, anche stanotte, resterò a vegliare come nelle chiese vegliano le
candele votive.

Ti abbraccio, tuo Eberhard.

***
Caro Ferdinand,
prima di congedare questa sera sciatta e disincantata, mi sono concesso il vezzo di una
pagina di rara bellezza letteraria. Ho alzato il gomito e mi sono ubriacato di parole antiche, io
veterano aduso alla carta stampata, più che ai fumi ingannatori dell’alcol. Richard De Bury ha
scritto al capitolo XV del suo Philobiblon: «I libri ci dilettano quando la prosperità ci sorride,
confortano durante i fortunali della vita. Irrobustiscono gli umani propositi, sostengono ogni
severo giudizio. Le arti e le scienze, le cui virtù sono a stento concepibili, si basano sui libri.
Quanto alto possiamo stimare il mirabile potere dei libri, dappoiché attraverso di essi
possiamo stimare gli estremi limiti del mondo e del tempo, le cose che sono e quelle che non
sono, quasi figgendo lo sguardo nello specchio dell’eternità. [...] Quando siamo messi in
catene e privati della libertà corporale, usiamo i libri come messaggeri presso i nostri amici,
per chiedere loro aiuto e metterli in guardia...». I libri vivono in se stessi e ci spalancano
finestre di conoscenza inaspettata, ma quando siamo tristi e solitari, la fredda carta non
riscalda il nostro spirito dell’abbraccio consolatore, non terge le lacrime che rigano le linee
scavate dal tempo sul frontespizio del nostro volto, esposto alle intemperie della libertà altrui
senza misericordia alcuna. Stasera vorrei che le mani dell’Amore scrivessero sulla pagina
della mia vita tenerezza e gioia, ma sono ricurvo sulla mia improvvisa canizie senza il ristoro
di un bacio riparatore. Ferdinand, le mie carte sono mute, impietrite come statue di sale, mi

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fissano di occhi senza anima, non profumano più di verità; ma io continuo a cercare,
continuo a tastare sul tavolaccio il lascito di parola d’amore che ora è rappresa in una
impronta impolverata — sigillo improvvisato di una promessa. Il respiro si fa corto ed io
vorrei dimenticare, riposare, fermarmi e tornare ad ingoiare libri disperato, ma essi ci
dilettano quando sentiamo il sussurro della loro sfida premere sulla nostra fronte. Io non mi
sento in sfida, ho perso... Ed anche ho vinto, quando ho visto l’amore riposare sul mio petto
placido come un bimbo appena svezzato, più glorioso di ogni opera prima.

Buona notte,
Tuo Eberhard.

***

Caro Eberhard,
sono sul treno diretto a Moskow, mentre sistemavo le mie carte, ho ritrovato la tua lettera
ultima. Avrei dovuto risponderti immediatamente, ma qualcosa mi ha trattenuto. Un
desiderio narcisista di sentire le tue parole morire nella eco che ha preso a diffondersi nella
mia testa. Una volontà malata, ai limiti del patologico, di lasciarle planare dentro i meandri
delle mie sinapsi: volevo prenderne consapevolezza o lasciare lentamente dissolvere sulla
negativa delle mie agnizioni? Purtroppo, non so offrirti una risposta al mio retoricume;
tuttavia, in questo momento il vuoto che le mie domande generano, è occupato dal suono di
una fisarmonica, tanto molesto quanto subdolamente sinuoso e attraente. Mi piace lasciarmi
portare da questo mèlos e scriverti alla libera, senza impegno, lasciando alla penna la
dittatura del senso. Mi paiono pennellate sciatte, dispettose, quello che ora vergo dinanzi al
tuo busto mnemonico: forse non ti ho mai detto che ti ho collocato sotto la seconda finestra
della biblioteca, seduto al posto 24 con il mio testo sotto il gomito sinistro e il librone di
Kuzov sotto quello destro. Potrai sopportare tanto scempio? In questi giorni mi sento
scioperato, ti prometto che dopo questo viaggio tornerò il tuo Ferdinand, inchiostrato
d’antico.

***

Caro Ferdinand,
aspettavo di vederti risorgere flâneur in una lettera che tarda ad arrivare. Mi hai promesso
che saresti tornato a scrivere i tuoi anticati arabeschi ideali, ricordi? Sei ancora perso nei tuoi
grovigli emozionali? Amico mio, ti prego, alzati guarda: il sole non ha smesso un solo istante
di baciarti la fronte con le sue carezze rassicuranti; non è più notte, credimi. Mi rincresce che
non riesci a tagliare col rostro della tua intelligenza il bozzolo di congetture che ti impedisce
di volare, leggiadro come una bianchissima farfalla. Vorrei venire di corsa da te a liberarti, io
stesso vorrei farti rinascere nella fiducia amicale. Essa è il cordone ombelicale che ci lega alla
vita: la fiducia è la prima cosa bella che ci siamo detti, possiamo sciuparla? Ho preso il libro
che mi regalasti sul collezionismo di W. Benjamin, intitolato Aprendo le casse della mia

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biblioteca, era ancora intonso, rannicchiato nella bellissima e preziosa edizione di Henry
Beyle. Ho cominciato a tagliare le piegature dei fogli, so che attraverso di esse posso
raggiungerti; riesci a vedere le fenditure del tagliacarte nel tuo bozzolo? Ferdinand, spero
che rileggendolo ancora una volta al posto tuo, tu possa fiorire fresco come un giglio e
spandere il profumo del tuo entusiasmo per la metis filosofica e rinascere proteiforme
fanciullo. Io mi fido di te e confido nell’incanto dei libri, fidati anche tu.

Ti abbraccio, Eberhard

***

Caro Eberhard,
oggi la faringe par darmi un po’ di tregua, sarà perché un dolore si nasconde per dar la scena
ad un dolore ancora più forte? Non sono i mali fisici a straziarmi, piuttosto mi prostra il
melheur procuratomi dalla mia ingenuità. Mio Ferdinand noi abbiamo passato troppo tempo
rinchiusi nella iconostasi della nostra filobiblia, ma i libri sono molto più plastici ed
obbedienti degli uomini che li scrivono. Quanto fuggitivo, recalcitrante, poroso ed
impalpabile è il cuore degli uomini! Io mi sento disarmato di fronte alla cruda società, a volte
mi vedo camminar carponi tra giganti esibizionisti .
Imparerò a vivere?

***

Caro Ferdinand,
mi sei apparso stanco, forse ancora ti trascini il mal di gola invincibile dei tempi del convitto
a Evlach? Quando il tuo volto s’incupisce e le tue risposte fendono l’aria sibilanti come
frecce, riconosco il tuo malessere, la tua angoscia. Lo so, Ferdinand, in quei momenti ti senti
impotente di fronte all’eruzione indisciplinata dei tuoi pensieri, io vedo la fatica che fai a
trattenere la rabbia. Il tuo sguardo accigliato, torvo e appuntito, potrebbe impietrire
chiunque, ma il suo velenoso aculeo si spunta nella calma del tuo animo gentile. Potresti
essere indulgente verso te stesso una volta? Potresti sciogliere la tensione? Concediti un
giorno da scioperato! La tua mente vuole incuriosirsi, non chiuderla sotto la campana di
vetro della ripetizione. Quando i pensieri corrono sfrenati più selvaggi dei cavalli, lasciali
scappare, lasciali fuggire e non ascoltarli: vanno lontano e non ti porteranno mai con loro,
non seguirli, piuttosto, resta.

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Caro Eberhard,
Eccomi a te, vivo emergo dalle mie carte d’esilio, ancora crisalide in mutazione. La luce
divina del tuo angelo materno ottuagenario ha raggiunto anche me stagliandosi come un
carattere abbagliante e pretenzioso. Lo spazio letterario ci configge nella necessità del
leggibile, ci risucchia nel testo nascondendoci dal sole cocente del flusso temporario; il
tempo sulla pagina s’annulla, sospendendosi. Il topos è anche punctum dolelens della nostra
biografia in itinere, resistiamo, restiamo nella icona della lontananza che ogni fictio
rappresenta. Lettura e lontananza, mio Ferdinand, sono sinonimi!

Il tuo exul inmeritus.

***

Caro Ferdinand,
non ho ancora ricevuto un tuo biglietto di risposta all’ultima mia. Avevo pensato di tacere e
starmene in attesa: posso io invadere le tue emozioni? Tuttavia, ho ripreso la penna per pura
necessità, non posso tacere del mio incontro con il divino. Oggi un angelo distinto, elegante,
stranamente consumato dagli anni, di un sembiante ottuagenario, mi è apparso di materna
delicatezza, sul volto di una maestra elementare del secolo passato. Il candore della sua
compostezza, la luce intensa dello sguardo mi ha scritto sul cuore l’epigrafe per il
nomadismo della mia penna inesausta. L’inaspettato, il senso originario delle cose, si è
rappreso nel mio pellegrinaggio dal testo nel testo e nella realtà della singolarità storica. La
storia è una passione dei libri sul croce-via dei volti: non un volto qualsiasi, bensì un volto
ben caratterizzato, quello sorridente dei poveri di spirito. Questo è l'onorario più
gratificante: il sorriso di un “grazie”.

***

Caro Eberhard,
oggi sono molto confuso, mi sembra di aver preso le tue parti o di essermi diffuso
osmoticamente nel tuo animus. Ti sento così prossimo e pure mi percepisco tanto distante
da quel punto d’incrocio che noi siamo. Il crux interpretum si è ridotto ad enigma e dubbio
esistenziale. La voce interiore continua il suo monologo, impetuosa, imperterrita, come una
bambina molesta cattura la mia attenzione ogni volta che volgo lo sguardo altrove. Il suo
arpeggio di insinuazioni si infrange soave contro il muro della mia decisione. Cosa devo fare
per zittirla? Come stordire questa cicala impertinente, che canta nella torrida calura del mio
cuore? Eberhard ho comprato un libro di carta, lo sfoglio, lo odoro, lo tocco, carezzo le
pagine e lo lasciò cadere sul mio petto, sfinito da questo lamento assassino. Non ho letto una
riga. Sento la voce che mi costringere a credere alla sua evidenza, alla sua ermeneutica, alla
sua visione diffratta e malata. Cosa può soffocare il suo canto velenoso, ipnotico? Forse un
fado e la sua saudade potrebbe annullare questo male di vivere che ha rubato la voce al mio

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cuore. Ti saluto rarefatto, sfinito, quando ci incontreremo portami l’immagine di me che ho
lasciato nei tuoi occhi, voglio specchiarmi, chissà, sarò invecchiato ancora?

***

Caro Ferdinand,
ti scrivo due linee, alla rinfusa, di getto — non ho fretta, non ho incombenze, ma ho voglia di
guardare e non scrivere. Cosa guardo? Gli occhi della gente. Mi piace perdermi nei pensieri
che s’accendono, succedendosi, sul cangiante proscenio dello sguardo. Posso “guardar fiso”
il tuo vedere?

***

Caro Eberhard,
ti scrivo un foglietto striminzito, vorrei aver sonno, ma morfeo non si desta per la pia opera
della dormitio. Son sveglio, pimpante della freschezza mattutina, il termine del giorno
coincide con il mio inizio. Il principio... già... principiare, revolvere, ritornare, sono le
varianti di quel movimento innaturale che ci slancia, ci innalza, rimettendoci in piedi.
Anastasis, Risurrezione. Ho sempre creduto che quotidianamente il calar della notte rilasci
un frammento dell’unica Risurrezione di Cristo, un minuscolo frammento che scintilla nel
buio di ogni notte. Così sono spinto a pensare che si verifichino delle micro risurrezioni
durante il corso della nostra propria vita. Riflettici, amico caro, un bacio d’amore non
illumina la paura di smarrirsi che avvinghia gli amanti? O la mano rassicurante che carezza la
fronte dei figli, tremuli come agnellini incapaci di starsene dritti sul campo scuro del terrore,
non fa lo stesso? L’orazione non squarcia le tenebre dell’errore e del dolore? Anche alcune
parole sono ri-creatrici, sono quelle che possono sovvertire l’ombra mortifera delle relazioni
incrinate nel fulgore improvviso della concordia: hai mai provato a chiedere scusa durante
una lite? Il sorriso che ne consegue, allumando il volto rabbuiato non è una piccola pasqua?
Questa notte è il mio minuto inizio, passaggio dallo sprofondo dell’io al mare aperto del
“tu”, la mia rivoluzione “contempl-attiva”: una teoresi attuosa, di gesti e parole...

Buona Notte,
Eberhard, per te è giorno!

***

Caro Ferdinand,
sono seduto sul treno e corro veloce sulla mia strada, seduto, fermo, ma in movimento. Non
mi riferisco al treno cieco ed ebro di gasolio, ma ti scrivo del mio viaggio interiore ad occhi
chiusi, vigili, spalancati sulla visuale dei mie pensieri e dei miei sogni (sì, i miei sogni,
nessuno me li ha rubati, neanche la mia malattia mortale). Forse vorrai sapere dove sto
andando, sarebbe meglio non sapere... ma le catene del cuore, di sangue e ghiaccio, ora sono

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rotte e lui, eterno, corre come un puledro impazzito che non resiste all’impulso di volare tra
rotte infinite di un cielo arrossato d’alba e tramonto insieme. Vuole parlare, vuole cantare,
vuole dirsi, senza tema di lasciar la sua scia di miele e lacrime... Ed essere smentito. Ecco
questo devi sapere: quando il cuore ci prende per mano per portarci nel suo bosco
d’incantesimi e metamorfosi, all’ora più dolce, l’inizio è già morte; il mattino, notte; la gioia,
pianto; la felicità, dolore; l’amore, passione. Questo è il vero principio, catarsi d’ogni
imperfezione, estasi da ogni egoismo, il Do che spalanca il petto per irradiare lo splendore di
un Si, sì alla vita nella sua grigia timidezza, introversa bambina che attende i baci e le carezze
di suo padre. Possiamo negare la tenerezza alla nostra vita piccina, infante, ancora un po’
innocente? Possiamo negarci d’amare? Possiamo implodere in statue di sale senza sapore,
lustrate di brillantina e doppia morale? La passione — il dono d'amore e la sua bellezza —, sì,
ci salverà!
Tu Ferdinand, sei ancora troppo incatenato tra i libri e le carte per accettare di dar la vita per
qualcuno, vivo, vero, in carne, ossa e spirito o già stai risorgendo?

***

Caro Alessio,
permettici di uscire dalla balaustra del nostro vivere di carta, prendiamo la tua penna per
remunerarti di tanto amore, noi personaggi trascritti dal lume di fantasia e, perciò, sottratti
all’informazione obiettiva. Permettici di specchiarci sulla lamina opaca degli attimi fuggenti
e dei tuoi stati d’animo. Siamo i tuoi ambulacri, suffragati dalle tua vacatio erudita. Ti
parliamo dal basso della tua solitudine, rompiamo il tuo silenzio segregato nelle colline delle
tue pastorali non scritte. Sei desolato come un colpo di tamburo che non annuncia nessuno,
in quei luogo maestosi e religiosi, passaggi di guerra. Il teatro della mente accende le luci, si
apre il sipario e canta come una sibilla le nenie della tua memoria di viaggiatore e nomade,
poeta frammentario, che restituisce a parola l’archeologico deposito delle rovine. Tu soffi
sulla nuda zolla i brividi dorati delle infiorescenze che inali sotto il sole patito del tuo esistere
esposto al ludibrio dei pettegoli. Vèstiti del verde damasco e non essere pallido, hai sopra di
te un cielo di speranze e non solo il letto puerile del tuo sentire. Lasciati scheggiare dalle
dialettiche effimere del tuo passare immortale e assoluto, lasciati portare nel castello
interiore del tuo esserci hic et nunc, non voltarti ancora verso un “allora” che non ritornerà
più. Rapsodo e aedo, particola della carne divina, prendi la tua cetra e riposa, mentre dai alla
luce i tuoi fantasmi di cellulosa, gialli come ginestre rapaci di rocce e proclivi. Cantaci
ancora, durante la notte, i canti del tuo vegliare. Vogliamo ascoltarti, abbracciarti come fiumi
che muoiono nel loro mare. Adesso.

Tuoi Eberhard e Ferdinand.

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Carissimo Eberhard,
Carissimo Ferdinand,
esuli siamo straziati dalla nostalgia che stilla goccia a goccia dalle fenditure scoperte
dall’ingiustizia. Peregriniamo malinconici e non speriamo nella restitutio umana — ah quanto
rapace e inconsistente è il buon proposito degli uomini sradicati dall’Origine. Cosa è l’esilio,
miei cari compagni bruniti di china? «Exilium quasi extra solum» scrive Isidoro di Siviglia
nelle sue Etimologie, lo sradicamento muove il piede errante e aggruma sulla pelle il freddo
brivido della dignitas dipartita. Wargus, lupo vagolo, io sono, espunto dalla mia giuridica
persona, per silvas; impunemente, mi ha han vilipeso, serrato fuori dai miei diritti e dalla
Friedlosigkeit (pace cittadina), venduta come brandelli di stoccafisso. [Mi fecero nemico,
feroce canide, insidia degli orticelli e ovili loro. Ed io garrivo e non ringhiavo, sclamavo e
non ululavo; mi crearono nemico per cementatarsi tribali].
Dal folto selvatico mi sono fatto vox musica e canto e giubilo d’amor conchiuso: io abitatore
del cerchio virtuoso ove l’alto e il basso, l’exitus e il reditus, il re e il servo, si danno la mano
amanti nel girotondo che tutto muove e spira in armonia e amicizia. Sicché, mi fecero esule e
mi fu d’amor fortuna!

***

Reprise

Caro Ferdinand,
ti ho creato con la mia penna in un empito di estroversione letteraria, ti ho tratto dalla melma
pleromatica di idee deiette che stavano a brillare fluttuando sul nero della notte intellettiva,
che amiamo chiamare intuizione. Erano stelle, erano stille, erano sangue, erano carne e
spirito. Un rapsodo interiore mi ha cantato le tue gesta mentre il castello, anch’esso
interiore, prendeva le fiamme della negazione assoluta. Ti ho soffiato la vita mentre
l’inchiostro bruniva la carta brucandone gli spazi ancora intonsi per il biancore pallido del
non scritto. Tu hai sorriso pronunciando il il mio nome, come quell’Adamo favellante in
Eden. Vero Paradiso in terra — giardino della performance ecdotica — il nostro dialogo di
stesure rafferme; tu allungavi la mano verso il pomo della autonomia e hai preso a vivere
senza che io contassi più nulla. Hai camminato voltando le spalle alla mia paternità fragile, o
Telemaco infelice! Scrivi di desolazione, di abbandono, di rifiuto, seduto sulla montagna di
spazzatura che produci snocciolando idee senza radici. Scrivi per esistere e sei diventato la
tua stessa scrittura, sonora come una voce, mentre io balbetto amore sui legni del tuo
naufragio, balbetto parole vocali che si dileguano sullo scoglio della desolazione solitaria,
senza che nessuno possa fissarle sul rigo, io codice princeps smarrito. Chi ci emenderà? Chi
scriverà lo stemma codicum del nostro amore rubato? Chi saprà ricomporre la veritas delle
nostre vite frante? Forse solamente un Dio ci potrà salvare.

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