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Platone, prova 6

L’anima sorteggiata per ventesima scelse la vita di un leone: era quella di Aiace Telamonio, che rifuggiva dal
nascere uomo, ricordando il giudizio delle armi. 38 Dopo questa venne l’anima di Agamennone: anch’essa
detestava il genere umano per le sofferenze subite, e prese in cambio la vita di un’aquila. 39 L’anima di
Atalanta era invece capitata in sorte nei turni intermedi, e avendo visto i grandi onori riservati a un atleta
non seppe passare oltre, ma scelse quelli. 40 Poi [620c] vide l’anima di Epeo, figlio di Panopeo, assumere la
natura di una donna laboriosa; lontano, tra le ultime, scorse l’anima del buffone Tersite entrare in una
scimmia.41 Venne infine a fare la sua scelta l’anima di Odisseo, che per caso era stata sorteggiata per ultima;
essendo ormai guarita dall’ambizione grazie al ricordo dei travagli passati, andò in giro per parecchio tempo
a cercare la vita di uno sfaccendato qualsiasi, e a fatica ne trovò una che giaceva in un canto ed era stata
trascurata [620d] dagli altri. Quando la vide disse che avrebbe fatto lo stesso anche se fosse stata
sorteggiata per prima, e tutta contenta se la prese.
Prova 7 Alcesti e l’amore come dono di sé

Quindi, da più fonti, si conviene che Amore è antichissimo. E, così com'è il più antico, è fonte, per
noi, di grandissimi beni. Io, infatti, non so se vi sia un bene maggiore che avere, fin da giovani una
persona virtuosa da amare o anche viceversa, che ci ami. E, in effetti, niente come Amore può dare
all'uomo quei principi che valgono per vivere rettamente tutta la vita, non la nascita, non gli onori,
non la ricchezza, niente di questo.

E poi, solo quelli che amano sono pronti a morire per gli altri e non solo gli uomini ma anche le
donne. Vedi Alcesti, per esempio, la figlia di Pelia che per noi greci è la più bella prova di ciò che
dico, la quale fu la sola a voler morire al posto del suo sposo che aveva pure un padre e una madre;
costei fu tanto più sublime, nel suo cuore di donna, acceso, appunto dall'amore, da far apparire i
parenti di lui quasi degli estranei al loro stesso figliolo, legati a lui soltanto dal nome. E questo gesto
fu giudicato così bello non solo dagli uomini ma anche dagli dei, che questi, pur concedendo solo a
pochi, tra i tanti che compiono belle imprese, il privilegio di vedersi restituita alla luce la loro
anima, consentirono a questa fanciulla il ritorno alla terra, commossi del suo gesto;
Prova 8 La classificazione dei generi della retorica

Si contano tre specie di retorica, poiché altrettanti sono


pure i tipi di uditorio. E poiché l’orazione si compone
di tre elementi – di chi parla, di ciò intorno a cui si parla
e di colui al quale si parla, e il fine del discorso è a lui
diretto (intendo l’uditore), necessariamente l’ascoltatore
o è uno spettatore o uno che giudica, ed è giudice o di
avvenimenti passati o futuri. Di avvenimenti futuri è giudice
il membro dell’assemblea, di quelli passati il giudice
del tribunale, delle capacità dell’oratore lo spettatore.
Di conseguenza vi saranno tre generi di discorsi retorici:
«deliberativo», «giudiziario», «epidittico».

Diverso, inoltre, è il fine per ciascuno di questi generi,


e poiché questi sono tre, tre sono i fini: per chi consiglia,
fini sono l’utile e il dannoso (per un verso, infatti, chi
esorta consiglia per il meglio, chi sconsiglia lo fa come se
dissuadesse dal peggio, inoltre, insieme a questi possono
aggiungersene altri come il giusto o l’ingiusto, il bello o
il brutto); per chi viene chiamato a parlare in tribunale,
fini sono il giusto o l’ingiusto (e pure lui, insieme a giusto
e ingiusto, può aggiungerne altri); per chi loda o biasima
il bello e il brutto (ma, in relazione a questi, anch’essi
possono fare riferimento a fini di altri generi).
Prova9 La retorica scienza della persuasione

Oltre a ciò [sarebbe] assurdo se [fosse] turpe non riuscire a sostenersi con il corpo, ma non [fosse]
turpe [non riuscire a sostenersi] con la ragione: e questo è più proprio dell’essere umano che l’uso
del corpo. Se [è] perché arrecherebbe grandi danni chi usasse ingiustamente una tale forza delle
parole, in ogni caso questo è normale per tutti i beni fatta eccezione per la virtù, e soprattutto per
quelli più utili, come la forza la salute la ricchezza l’arte del comando; infatti qualcuno potrebbe
arrecare grandi vantaggi usandoli giustamente e grandi danni [usandoli] ingiustamente.
Sia dunque la retorica riguardo a ogni cosa la facoltà di considerare credibile ciò che è possibile.
Questo infatti non è il compito di nessun’altra arte: infatti ciascuna delle altre è istruttiva e
persuasiva riguardo a ciò che costituisce il suo fondamento, come l’arte medica riguardo a ciò che è
salutare o portatore di malattia, e la geometria riguardo alle qualità costitutive delle dimensioni, e
l’aritmetica riguardo ai numeri, e allo stesso modo le altre arti e scienze; invece risulta che la
retorica possa considerare ciò che è credibile riguardo a un dato, perciò diciamo anche che essa non
possiede una tecnica relativa a un proprio genere definito.
Prova 10 La città come associazione naturale

Poiché vediamo che ogni stato è una comunità e ogni comunità [1252 a] si costituisce in vista di un bene (perché
proprio in grazia di quel che pare bene tutti compiono tutto) è evidente che tutte tendano a un bene e
particolarmente e al bene più importante tra tutti quella che è di tutte la più importante e tutte le altre comprende:
questa è il cosiddetto “stato” e cioè la comunità statale.

È evidente dunque e che lo stato esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti, se
non è autosufficiente, ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al
tutto, e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente
il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.

Per natura, dunque, è in tutti la spinta verso siffatta comunità, e chi per primo la costituì fu causa di
grandissimi beni. Perché, come, quand’è perfetto, l’uomo è la migliore delle creature, così pure,
quando si stacca dalla legge e dalla giustizia, è la peggiore di tutte. Pericolosissima è l’ingiustizia
provvista di armi e l’uomo viene al mondo provvisto di armi per la prudenza e la virtù, ma queste
armi si possono adoperare specialmente per un fine contrario.

Perciò, senza virtù, è l’essere più sfrontato e selvaggio e il più volgarmente proclive ai piaceri
d’amore e del mangiare. Ora la giustizia è elemento dello stato; infatti il diritto16 è il principio
ordinatore della comunità statale e la giustizia è determinazione di ciò che è giusto.
Prova 11 Gli innumerevoli misfatti di Eratostene e dei Trenta Tiranni

1 Mi sembra difficile, o giudici, non l'iniziare l'accusa, ma smettere di parlare: da essi sono stati
compiuti misfatti tali per enormità e tanti di numero cosicché, vuoi che menta, non potrebbe
formulare accuse più gravi di quelle che vi presento io, vuoi che voglia, non potrebbe dire
completamente la verità, ma è necessario che l'accusatore si stanchi oppure il tempo a disposizione
finisca. Mi sembra che noi subiremo il contrario rispetto a ciò che accadeva nei tempi prima d'ora.
Infatti prima bisognava che coloro che erano accusatori fornissero prove dell'odio che esisteva nei
confronti degli accusati; ora, invece, è necessario investigare presso gli accusati quale odio avessero
contro la città, a causa del quale ebbero il coraggio di commettere tali crimini contro di lei.

Non dico certo che non si adirerà perché non ha rancori e offese privati, ma perché ne hanno tutti
una gran quantità Perciò io, o giudici, sebbene non abbia mai condotto cause mie o altrui, ora mi
trovo obbligato dalle vicende accadute ad accusare costui, cosicché spesso mi sono trovato
nell'inquietezza di non condurre, per l'inesperienza, in modo giusto e da incapace l'accusa in difesa
di mio fratello e in mia difesa: ugualmente, tenterò di spiegarvi dall'inizio, cercando di essere il più
breve possibile.
Prova 12 Atene baluardo dei supplici: Adrasto e gli Eraclidi

Ritengo che ai nostri antenati convenga essere onorati non meno per i cimenti affrontati che per gli
altri benefici.  Infatti continuamente mostrarono la loro città partecipe al bene comune e pronta a
soccorrere i Greci ogni volta che erano soggetti a prepotenze

Ma molto prima della guerra di Troia vennero i figli di Eracle e un po' prima di essi Adrasto figlio
di Talao, re di Argo. Quest’ultimo, dopo la sconfitta subita nella spedizione contro Tebe, non
essendo capace di raccogliere da solo i cadaveri dei caduti sotto la Cadmea, domandò alla nostra
città di prestargli soccorso in questa sventura che coinvolgeva tutti, e di non tollerare che i morti in
guerra restassero senza sepoltura ne che un antico costume e una legge avita fossero aboliti.

I figli di Eracle che fuggivano davanti all’ostilità di Aristeo: è visibile poi che non furono delusi
nelle speranze per le quali si erano rifugiati presso i nostri antenati.

Questi infatti, assuntisi la guerra a favore dei morti contro i tebani, e a favore dei figli di Eracle
contro l’esercito di Euristeo, con una spedizione militare costrinsero i primi a restituire i morti ai
loro congiunti perché li seppellissero.
Prova 13 La vittoria contro i persiani è più gloriosa della conquista di Troia

 Come potrebbero essere commisurati a quei così grandi uomini, questi che di tanto superarono
coloro che combatterono contro Troia, in quanto quelli impiegarono dieci anni a combattere contro
una sola città, questi in poco tempo combatterono contro le forze di tutta l'Asia, non solo per
salvaguardare la loro patria, ma anche per liberare tutta quanta la Grecia.

 Credo anche che qualcuno degli dei abbia causato la guerra, poiché ammirava il loro valore,
affinché non rimanessero sconosciuti uomini di così grande virtù e non morissero senza fama, ma
affinché fossero ritenuti degni degli onori dei figli degli dei e chiamati semidei. I loro corpi infatti li
restituirono alle leggi inesorabili della natura, ma resero immortale il ricordo del loro valore.

Sempre dunque i nostri antenati e i Lacedemoni rivaleggiarono tra di loro, ma tuttavia gareggiavano
per ciò che di più bello vi era in quei tempi, non considerando essi stessi nemici ma emuli, non
adulando il barbaro per rendere schiavi i Greci, ma essendo concordi sulla salvezza comune, e
gareggiando per vedere quale dei due ne sarebbe stato l’autore.
Prova 14 Solone e Creso

Sembra che alcuni tentino di provare che l’incontro con Creso non sia mai avvenuto, per ragioni
cronologiche. A me invece non pare di abbandonare sulla base di alcune cosiddette tavole
cronologiche una storia che si poggia su tante testimonianze, e più importante, si attaglia al carattere
di Solone ed è degna della sua grandezza d’animo e della sua sapienza. Così dunque fu condotto di
nuovo al suo cospetto: Creso gli chiese se qualcuno tra gli uomini fosse più fortunato di lui. E
Solone : “a noi greci, o re della Lidia, la divinità ha concesso di comportarci con misura di fronte a
tutti gli altri beni e per questa moderazione siamo partecipi di una sapienza, come sembra, modesta
e popolare, non regale e piena di splendore. Questa saggezza ci fa osservare che la vita è sempre
esposta a vicende di ogni genere e non permette di andare superbi per i beni presenti ne di ammirare
la felicità di un uomo soggetta ai rovesci del tempo. Il futuro viene a ciascuno vario ed ignoto. Noi
stimiamo felice colui al quale il dio ha dato di esser tale fino alla fine della vita. Il riconoscimento
della felicità di uno che è ancora in vita ed è ancora esposto al pericolo è come la proclamazione di
vittoria e l’incoronazione di un atleta che è ancora in gara per il premio, è infondato e privo di
ratifica-. Dette queste parole Solone ripartì avendo si arrecato dolore, ma senza correggere Creso.
Prova 15 Passione Bruciante di Temistocle

A quanto sembra, ben presto e da giovane Temistocle si dedicò


alla vita politica, vinto dal desiderio di gloria. 21 A causa di questo
desiderio, aspirando subito e fin dall’inizio a primeggiare, con sfrontata
risolutezza affrontò l’inimicizia dei potenti e dei protagonisti
della città, in particolare Aristide figlio di Lisimaco, che sempre si opponeva a lui.
Si dice infatti che Temistocle fosse così bramoso
di gloria e così desideroso di grandi azioni per la sua ambizione 24
che, ancor giovane, al tempo della battaglia di Maratona contro i
barbari, mentre veniva unanimemente lodata la strategia di Milziade,
lo si vedeva per lo più pensieroso, stava sveglio notti intere
e non partecipava ai suoi consueti simposi; a chi gliene chiedeva
il motivo, stupendosi di questo cambiamento di vita, rispondeva
che non poteva dormire a causa del trionfo di Milziade. 25 Infatti,
se gli altri ritenevano che la sconfitta dei barbari a Maratona costi-
tuisse la fine della guerra, Temistocle invece la reputava l’inizio
di scontri ancor più grandi,26 per i quali lui si allenava per il bene
di tutta quanta la Grecia ed esercitava la città, prevedendo, con
largo anticipo, quanto poi successe.
Prova 16 Temistocle convince ad allestire una grande flotta

E in primo luogo, mentre gli Atenesi avevano già l'abitudine di dividersi le


rendite delle miniere d'argento del Laurio, egli solo, presentandosi al popolo,
ebbe il coraggio di dire che bisognava lasciar da parte quella spartizione e con
quel denaro procurarsi triremi per fare la guerra contro gli Egineti. Infatti quella
guerra allora soprattutto si mostrava grave in Grecia e gli Egineti con le molto
loro navi occupavano tutto il mare.
A questo Temistocle anche più facilmente riuscì ad indurli, non già parlando di
Dario nè dei Persiani (giacchè costoro erano lontani e non procuravano timore
immediato come se dovessero presto giungere), ma valendosi opportunamente
dell'ira e della gelosia dei suoi concittadini contro gli Egineti, per indurli ai
preparativi. Infatti con quel denaro furono costruite cento triremi,le quali
servirono a combattere anche la battaglia navale contro Serse.
Dopo di ciò a poco a poco conducendo e facendo scendere i cittadini al mare,

Se con questa riforma Temistocle abbia danneggiato o no l'efficienza e la


purezza della vita pubblica, sia compito piuttosto dei filosofi indagare; ma che
la salvezza di allora venne ai Greci dal mare e che fu la flotta a far risorgere di
nuovo la città degli Ateniesi sta a testimoniarlo , fra l'altro, lo stesso Serse.
Prova 17 Una storia vera dichiaratamente falsa

Molti altri ancora hanno scelto la stessa strada già battuta da questi che ho citato:
hanno stilato il resoconto di certi loro viaggi e peregrinazioni immaginarie, descritto
belve gigantesche, uomini ferocissimi e usi e costumi di vita assolutamente mai visti
prima. Il capostipite di questa numerosa famiglia e il maestro per eccellenza in una
simile arte della ciarlataneria è l’Ulisse omerico, che ha raccontato ad Alcinoo e alla
sua corte di vènti prigionieri, di uomini con un occhio solo, cannibali e selvaggi, e
ancora di animali dalle molte teste e di compagni trasformati per opera di filtri
magici (le fanfaronate, insomma, che ha propinato senza risparmio a quei poveri
ingenui dei Feaci).
E così anch’io nel desiderio di lasciare – per vanità naturalmente – qualche messaggio
ai posteri,5 per non restare il solo privo della sua parte di libertà assoluta
nell’inventare favole, siccome non avevo nessun avvenimento reale da descrivere –
purtroppo non mi è mai successo niente che meriti di essere raccontato – sono
ricorso al falso, ma a un falso molto più onesto di quello dei miei predecessori, perché
almeno in una cosa sono sincero: dichiaro ad alta voce che mento. Con questo
sistema, con l’ammettere io stesso di non dire niente di vero, penso di poter
scampare al biasimo altrui; sia chiaro dunque che scrivo di cose né viste con i miei
occhi, né che mi sono capitate né che ho saputo da altri, ma, insomma, che proprio
non esistono e che non potranno esistere mai; per questo i miei lettori non devono
credere nemmeno a una parola.
Prova 18 I falsi filosofi ingannano la gioventù

Divisi per vari sistemi e per vari labirinti di ragionamenti da loro escogitati, si chiamano Stoici,
Accademici, Epicurei e Peripatetici, e con altri nomi molto più ridicoli di questi. Vestiti del venerando nome
della virtù, con le ciglia aggrottate, con la barba sciorinata, coprono col finto aspetto i loro sozzi costumi, e
son similissimi all’istrione, cui se togli la maschera e il vestimento ricamato d’oro, resta un ridicolo
omiciattolo che per sette dramme rappresenta una parte. Eppure costoro hanno in dispregio tutti gli uomini,
degli dei parlano a sproposito, e radunando giovani sori declamano tragicamente certe pappolate sulla virtù,
enon insegnano che quei loro ribaldi andirivieni di parole. Innanzi ai discepoli lodano al cielo la temperanza
e la modestia, ma quando sono soli, chi può dirvi come banchettano e come leccano l’untume dell’obolo?
Prova 19 Il sepolcro di Aiace

Salamina, posta di fronte ad Eleusi, si protende verso la Megaride…Ci sono ancora i resti dell’agorà e del
tempio di Aiace, con una statua fatta di legno di ebano. Ancora oggi tra gli ateniesi onorano ad Aiace stesso
e ad Eurisace (vi è infatti un altare di Eurisace ad Atene). Si indica un macigno a Salamina non lontano dal
porto; sedendo su questo, dicono che Telamone avrebbe guardato allontanarsi la nave con cui i figli si
recavano in Aulide, per la spedizione comune dei Greci. Gli abitanti di Salamina dicono che, dopo la morte
di Aiace, per la prima volta comparve nella loro terra il fiore di lui; è bianco, con una tinta di rosa; il fiore e
le foglie sono di dimensioni più piccole che nel giglio; come sui giacinti, anche su questo si leggono
lettere.Sul giudizio per le armi (di Achille) ho ascoltato un racconto degli Eoli che più tardi colonizzarono
Ilio: affermano che, quando Odisseo fece naufragio, le armi furono portate dalle onde presso la tomba di
Aiace.
Prova 20 Le pitture del portico Pecile
Nel centro delle pareti gli Ateniesi e Teseo combattono contro le
Amazzoni. Evidentemente, solo a tali donne la sconfitta non toglieva i
generosi ardimenti da loro (nel senso “di fronte ai pericoli”), se dopo la
presa di Temiscira da parte di Eracle e la distruzione dell’esercito che
avevano inviato contro Atene, ugualmente vennero a Troia per combattere
contro gli Ateniesi e tutti i Greci.
All’estremità della pittura vi sono i combattenti di Maratona: i beoti di
platea e quanti ateniesi sono raffigurati (lett./aventi a platea quanti dei
Beoti e (quanti) dall’Attica…) mentre vanno allo scontro con i barbari.
In questa parte le sorti dello scontro sono ancora incerte per entrambi gli
schieramenti, mentre nella parte interna vi sono i barbari che fuggono
dalla battaglia e si spingono l’un l’altro verso la palude; proprio alla fine
della pittura (si vedono) i greci e le navi fenicie che uccidono quanti tra i
barbari scappano verso di queste (=le navi). Qui è rappresentato anche
l’eroe Maratone, dal quale prende il nome la pianura, e Teseo raffigurato
come emergesse dalla terra, e poi Atena ed Eracle: Eracle infatti fu
nominato dio per primo dai Maratonii, come dicono essi stessi.
Prova 5 L’arte politica viene all’uomo da Zeus
Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo,
rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, insieme al fuoco - infatti era
impossibile per chiunque ottenerla o usarla senza fuoco - e li donò
all’uomo.
Ma, come si narra, in seguito la pena del furto giunse a Prometeo per
colpa di Epimeteo.
Con questi mezzi in origine gli uomini vivevano sparsi qua e là, non c’erano
città; perciò erano preda di animali selvatici, essendo in tutto più deboli di
loro. La perizia pratica era di aiuto sufficiente per procurarsi il cibo, ma
era inadeguata alla lotta contro le belve (infatti gli uomini non
possedevano ancora l’arte politica, che comprende anche quella bellica).
Cercarono allora di unirsi e di salvarsi costruendo città; ogni volta che
stavano insieme, però, commettevano ingiustizie gli uni contro gli altri, non
conoscendo ancora la politica; perciò, disperdendosi di nuovo, morivano.
Zeus dunque, temendo che la nostra specie si estinguesse del tutto, inviò
Ermes per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero
fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia.
Prova 4 Occorre leggere nelle vicende storiche il disegno della fortuna

La particolarità della nostra opera ed il meraviglioso dei tempi nostri consistono in questo che
siccome la fortuna ha fatto volgere da una sola parte quasi tutte le forze del mondo e le ha obbligate
a dirigersi tutte ad un medesimo unico scopo così bisogna che anche noi per mezzo della nostra
indagine storica riduciamo ad un unico quadro, per i lettori, il vario operare di cui la fortuna s'è
valsa per il compimento della vicenda universale.

Ora invece vedendo taluni ed anche in un certo numero trattare di guerre particolari collegato ( nel
senso parte delle vicende ad esse connesse), ma nessuno che neppure si appresti ad indagare per
quanto almeno io sappia, la connessione generale e complessiva degli avvenimenti, quando e dove
siano essi mossi e come abbiano avuto il loro compimento, pensai fosse del tutto necessario non
lasciare passare senza considerazione il più belle ed insieme più utile sforzo della fortuna.

Giacchè questa, (la fortuna) che pure molte novità produce ed è in continuo contrasto con la vita
umana, mai, assolutamente, ha compiuto opera ne ha combattuto tale lotta quale ai tempi nostri.
Prova 3 Pericle difende il proprio operato davanti all'assemblea versione

Me l’aspettavo che si sarebbero rivolte contro di me le manifestazioni della vostra


collera (ne conosco, infatti, i motivi), e per questo ho convocato l’assemblea, per
ricordarvi alcune cose e per biasimarvi se senza motivo vi adirate con me o se cedete
alle disgrazie. Giacché io penso che la città, se tutta quanta è prospera, arreca ai
privati più vantaggi che se fosse fortunata in ciascuno dei suoi cittadini, ma andasse
in rovina nel suo complesso. Quando dunque una città può sopportare le disgrazie dei
singoli, mentre ciascuno non può quelle della città, come si può non aiutarla tutti
insieme e non comportarsi all’opposto di voi? Colpiti dalle sventure che si abbattono
sulle vostre case, abbandonate la salvezza comune e accusate me che vi ho spinto alla
guerra – ma accusate anche voi stessi che insieme a me l’avete decisa. Eppure vi
adirate con me, che sono un uomo più di ogni altro capace, io credo, di prendere le
necessarie decisioni e di spiegarvele, amante della città e superiore al denaro.

Cosicché, se anche solo un poco avete creduto che queste qualità io le possedessi più
di ogni altro, e se vi siete lasciati convincere a entrare in guerra, ora non è giusto che
io sia accusato di avervi fatto un torto.
Prova 2 La peste di Atene

umentava la loro difficoltà, oltre alla malattia, anche l’afflusso della gente dai campi
alla città; e soprattutto erano in difficoltà i nuovi arrivati. [2] Non esistendo case per
loro, ma abitando in baracche rese soffocanti dalla stagione, la strage avveniva nel
massimo disordine e, morendo l’uno sull’altro, giacevano a terra cadaveri, e si
voltolavano nelle strade e attorno a tutte le fontane, mezzo morti, per desiderio di
acqua. I luoghi sacri in cui si erano attendati erano pieni di cadaveri, poiché la gente
moriva sul posto: gli uomini, infatti, sopraffatti dalla violenza delle disgrazie, ignari
di quel che sarebbe stato di loro, cadevano nell’incuria del santo e del divino.

Tutte le consuetudini che prima avevano nel celebrare gli uffici funebri furono
sconvolte, e si seppelliva così come ciascuno poteva. E molti usarono modi di
sepoltura indecenti, per mancanza degli oggetti necessari, dato che numerosi erano i
morti che li avevano preceduti: prevenendo chi elevava la pira, gli uni, posto il loro
morto su una pira destinata a un altro, vi davano fuoco; altri, mentre un cadavere
ardeva, vi gettavano sopra quello che portavano e se ne andavano.
L’uccisione di cesare nel racconto di Plutarco

Tra coloro che erano pronti (= i congiurati) sguainate le spade, lo circondarono.


Dovunque volgesse lo sguardo non vedeva che colpi e pugnali, sul volto, sugli occhi,
dovunque, talché fuggendo e inseguito come una bestia selvaggia restò impigliato
nelle mani di tutti, perché bisognava che tutti avessero parte in quel rito sacrificale e
ne gustassero il sangue.

Perciò anche Bruto gli vibrò un colpo, all’altezza dell’inguine; e dicono che quando
Cesare – in quell’andare di qua e di là gridando e cercando di difendersi- lo vide
estrarre il pugnale si tirò la toga sul capo e si accasciò, vuoi per caso, vuoi perché
spinto intenzionalmente dagli assassini presso la base su cui stava la statua di
Pompeo, inondandola di sangue, sicchè parve che Pompeo stesso presiedesse alla
punizione del suo nemico, disteso ai suoi piedi e agonizzante per il gran numero di
ferite, Si dice che ne abbia ricevute ventitrè. E molti anche si ferirono tra loro, tanti
erano i colpi indirizzati verso un solo corpo.
Il suicidio di Catone

Demetrio ed Apollonide si allontanarono in silenzio, piangendo senza poter obiettare


nulla. Uno schiavetto portò la spada a Catone, che la prese e la esaminò dopo averla
sguainata. Si accertò che non fosse spuntata e che la lama fosse ben affilata, poi
esclamò: «Ora mi appartengo!»213. Depose la spada, riprese in mano il dialogo di
Platone e, a quanto narrano, lo lesse due volte da cima a fondo.

Uscito Buta e sguainata la spada se la conficcò nel petto, La mano, gonfia, era debole.
Il colpo, quindi, non fu mortale. Nel corso della lenta agonia il corpo di Catone,
cadendo dal letto, fece cadere un abaco217, che si trovava lì vicino. Al rumore, i servi
si resero conto di ciò che era avvenuto; le loro grida fecero accorrere il figlio e gli
amici. Sconvolti nel vedere Catone ricoperto di sangue, con i visceri in gran parte
fuori dal corpo, ma vivo e cosciente, chiamarono il medico che cercò di rimettere a
posto i visceri rimasti intatti e di ricucire la ferita. [10] Catone si riprese: riacquistata
la lucidità, cacciò via il medico, si lacerò i visceri con le mani, riaprì la ferita e spirò.