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DISCUSSIONI

FRANCESCO BRUNI

ITALIANO ALL’ESTERO E ITALIANO SOMMERSO:


UNA LINGUA SENZA IMPERO*

…humilemque videmus / Italiam

1. Nella storia, ancora in molti punti mal nota, della diffusione dell’italiano
fuori d’Italia, è necessario distinguere da un lato i mutamenti dovuti al gioco
mutevole delle circostanze, diverse a causa dell’individualità di situazioni de-
terminate dal gioco di forze (nel senso più ampio) irripetibili per qualità, in-
tensità e intreccio, e dall’altro quei caratteri strutturali che, dipendendo dalla
creatività e capacità d’iniziativa della collettività, dai modi con cui essa si per-
cepisce ed è percepita all’esterno, e insomma da ciò che nel Settecento si
chiamava il ‘genio’ di un popolo e di una lingua, si rivelano stabili nel tempo.
Il termine ‘genio’, difficile da definire in termini rigorosamente scientifici, va
usato con cautela, eppure suggerisce utilmente l’idea di una collettività che
sviluppa un proprio apporto culturale e civile, collegato con gli apporti pro-
dotti da altre collettività (e tenendo in conto i tanti casi possibili di gara ed
emulazione, oppure di sordità e indifferenza, oppure di trasformazione o
equivoco o distorsione, sempre compresenti nel dialogo tra le culture). Di
conseguenza il piano dei mutamenti derivanti da circostanze uniche, e quello
dei caratteri di lunga durata, s’intrecciano tra loro; più precisamente, proprio
la mutevolezza delle circostanze lascia trasparire le invarianti.
Questa breve premessa era necessaria per introdurre la menzione dell’in-
dagine sulle motivazioni allo studio dell’italiano fuori d’Italia, condotta
vent’anni e più or sono dall’Enciclopedia Italiana: promossa negli anni ’70
dal Ministero degli Affari Esteri e resa parzialmente nota nel 1981, l’indagine
fu pubblicata nel 1987. È importante il giudizio d’insieme formulato dal re-
sponsabile del lavoro, Ignazio Baldelli, secondo il quale si può parlare di un
«‘triplice destino’ della lingua italiana: il suo destino di grande lingua di cul-
tura, il suo destino di lingua che si appoggia a una economia, nonostante tut-
to, in grande espansione, il suo destino come lingua delle comunità italiane

* Anticipo qui la pubblicazione dell’intervento presentato al II Congresso dell’Associazione per la


Storia della Lingua Italiana (Storia della lingua e storia, Catania, 26-28 ottobre 1999), di prossima pub-
blicazione negli Atti. Una stesura anteriore di questo lavoro, che qui appare con modifiche e integra-
zioni, è stata presentata con il titolo L’italiano all’estero: una lingua senza impero, all’VIII Convegno na-
zionale di docenti d’italiano – II Convegno internazionale di studi italiani, tenutosi a Belo Horizonte
dal 22 al 24 aprile 1999 e organizzato dall’ABPI – Associação Brasileira dos Professores de Italiano, e
dalla Faculdade de Letras dell’UFMG (Universidade Federal de Minas Gerais). Ringrazio per i loro
suggerimenti Joseph Cremona e Alberto Varvaro, che hanno letto queste pagine.
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all’estero»1. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, a causa della brusca
accelerazione dei mutamenti seguita al crollo del comunismo, alla globalizza-
zione, e all’intensificarsi dei flussi migratori nel mondo; l’indagine, benché
eseguita prima di questi sconvolgimenti, è il punto di partenza più vicino nel
tempo, e il giudizio di Baldelli resta, nella sostanza, valido.

2. La buona tenuta, e in qualche caso un progresso, moderato o sensibile,


dell’insegnamento universitario dell’italiano nel mondo, rientrano in una fase
espansiva più generale, perché non limitata alle università, e costituiscono
una gradita, perché imprevista, sorpresa per tutti, compresi quelli che si so-
gliono chiamare gli addetti ai lavori. Restringendoci alla dimensione accade-
mica, non è ovvia la buona tenuta dell’italiano nei dipartimenti stranieri d’ita-
liano o di romanistica o di lingue e letterature straniere, perché fino a un pas-
sato recente si dava per scontato, non senza ragione (ma con eccesso di pessi-
mismo), uno svantaggio dell’italiano rispetto alle altre lingue occidentali mag-
giori, per la sua debolezza come lingua di comunicazione internazionale, solo
bilanciata, su un piano differente, dal prestigio dell’italiano letterario.
Negli anni ’60-’70 era lecito prevedere un calo dell’interesse per l’italiano,
come effetto delle sfortune della letteratura nei dipartimenti angloamericani,
sempre più proiettati verso l’antropologia o il femminismo o la teoria critica,
a svantaggio degli studi letterari, etichettati svalutativamente come tradizio-
nali. Tuttavia ciò non è avvenuto, o non è avvenuto nella misura che sarebbe
stato lecito attendersi in astratto; in secondo luogo, le fortune della lingua
non si esauriscono nelle glorie della tradizione letteraria.
Il primato mondiale, non da oggi e per un futuro prevedibilmente lungo,
dell’inglese e anche dello spagnolo (e non solo nella parte centromeridionale
del continente americano) non tolgono all’italiano uno spazio significativo,
sulle ragioni del quale è utile interrogarsi.
Tali ragioni vanno cercate a mio avviso in un tratto fondamentale, e inos-
servato, del ‘genio’ di cui si è toccato nel § 1. Per metterlo in luce, conviene
esaminare comparativamente la storia dell’italiano e di altre grandi lingue eu-
ropee. Poiché una comparazione integrale eccederebbe, oltre che l’occasione
presente, le forze di chi scrive, ci si limiterà a poche osservazioni, allo scopo
di impostare un problema di grande portata che, se sarà riconosciuto come
tale, dovrà essere ripreso e discusso.
I 57 milioni circa che lo parlano garantiscono all’italiano una massa critica
che lo pone al riparo dal rischio d’estinzione al quale non sfuggono lingue
sorrette da parlanti che si contano nell’ordine dei milioni anziché delle deci-
ne di milioni; l’influenza dell’inglese sull’italiano, per quanto sensibile, non
giunge insomma a sospingere l’italiano verso quella soglia che, se fosse varca-
ta, ne segnerebbe la riduzione a lingua minacciata. L’italiano, insomma, non
corre il rischio di essere declassato al rango di varietà inferiore, e appare re-

1. La lingua italiana nel mondo. Indagine sulle motivazioni allo studio dell’italiano, a c. di I. BALDEL-
LI, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana 1987, p. 25.
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moto il rischio di una diglossia italiano-inglese.


Se non è una lingua minore, è altrettanto ovvio che l’italiano non è nep-
pure una lingua di larghissima diffusione, quali sono state il greco in fase elle-
nistica e il latino di età imperiale, quali sono state o sono, nell’età moderna, il
russo, l’inglese, il francese, lo spagnolo e il portoghese. Se non pochi naviga-
tori italiani sono stati partecipi delle scoperte geografiche, l’Italia, o meglio le
formazioni statali italiane, sono rimaste estranee alla colonizzazione di cui le
scoperte furono la premessa necessaria, e sono state tagliate fuori dai pro-
grammi di espansione coloniale, che non erano neppure concepibili in un
paese frammentato politicamente, privo fino al XIX secolo avanzato della
forza necessaria per realizzare l’unità politica, e a maggior ragione una politi-
ca fuori dei confini. Altrettanto noto è che il bacino del Mediterraneo fu il
centro di gravità dell’espansione commerciale, e in qualche caso politica, del-
le repubbliche marinare italiane e soprattutto di Venezia.
Le implicazioni, non solo linguistiche, della tarda unità politica raggiunta
dall’Italia (e dalla Germania), rispetto alle origini medievali degli altri stati
dell’Europa occidentale (Inghilterra, Francia, Spagna), sono illustrate effica-
cemente da un luogo della prefazione, ben nota agli storici dello spagnolo2,
di Antonio de Nebrija alla sua Gramática castellana (1492), la prima descri-
zione a stampa di una lingua romanza. Scrive Nebrija nella dedica alla regina
Isabella di Castiglia:
cuando en Salamanca di la muestra de aquesta obra a Vuestra Real Majestad, i me
pregunto que para que podia aprovechar, el mui reverendo padre Obispo de Avila
[Hernando de Talavera] me arrebato la respuesta, i respondiendo por mi dixo: que,
despues que Vuestra Alteza metiesse debaxo de su iugo muchos pueblos barbaros i
naciones de peregrinas lenguas, i conel vencimiento aquellos ternian necessidad de re-
cebir las leies quel vencedor pone al vencido i con ellas nuestra lengua, entonces por
esta mi Arte podrian venir enel conocimiento della…3.

Nebrija scrive nel fatidico 1492, all’indomani della caduta del regno di Gra-
nada, termine della Riconquista, e poche settimane dopo la partenza dal por-
to di Palos, il 3 agosto 1492, delle tre caravelle capitanate da Cristoforo Co-
lombo. Di conseguenza, i pueblos bárbaros ai quali allude Nebrija, che con il
senno di poi potrebbero essere identificati con gli abitatori del Nuovo Mon-
do, si devono identificare con i Mori: Nebrija si augurava che, cacciati dalla
penisola iberica, gli infedeli avrebbero subito la pressione militare, politica e
religiosa dei Re Cattolici anche in territorio africano.
Nebrija rielabora originalmente un’idea presente nella prefazione ai sei li-
bri delle Elegantie di Lorenzo Valla:
Cum sepe mecum nostrorum maiorum res gestas aliorumque vel regum vel populo-
rum considero, videntur mihi non modo ditionis nostri homines, verum etiam lingue

2. R. LAPESA, Historia de la lengua española, Madrid, Gredos 19808, pp. 287-90.


3. Gramatica castellana, a c. di P. GALINDO ROMEO e L. ORTIZ MUÑOZ, Madrid, Edición de la Junta
del Centenario 1946, I, pp. 10-1.
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propagatione ceteris omnibus antecelluisse. Nam Persas quidem, Medos, Assyrios,


Grecos aliosque permultos longe lateque rerum potitos esse, quosdam etiam, ut ali-
quanto inferius quam Romanorum fuit, ita multo diuturnius imperium tenuisse con-
stat; nullos tamen ita linguam suam ampliasse ut nostri fecerunt […] opus nimirum
multo preclarius multoque speciosius quam ipsum imperium propagasse. Qui enim
imperium augent, magno illi quidem honore affici solent atque imperatores nominan-
tur; qui autem beneficia aliqua in homines contulerunt, ii non humana, sed divina po-
tius laude celebrantur, quippe cum non sue tantum urbis amplitudini ac glorie consu-
lant, sed publice quoque hominum utilitati ac saluti. Itaque nostri maiores rebus belli-
cis pluribusque laudibus ceteros homines superaverunt, lingue vero sue ampliatione
seipsis superiores fuerunt, tanquam relicto in terris imperio consortium deorum in ce-
lo consecuti […]. Hec enim [la lingua latina] gentes illas populosque omnibus artibus
que liberales vocantur instituit; hec optimas leges edocuit; hec viam eisdem ad om-
nem sapientiam munivit; hec denique prestitit ne barbari amplius dici possent […].
Ac, ne pluribus agam de comparatione imperii sermonisque romani, hoc satis est
dixisse. Illud iam pridem, tanquam ingratum onus, gentes nationesque abiecerunt;
hunc omni nectare suaviorem, omni serico splendidiorem, omni auro gemmaque pre-
tiosiorem putaverunt et quasi deum quendam e celo demissum apud se retinuerunt
[…]. Amisimus, Romani, amisimus regnum atque dominatum, tametsi non nostra sed
temporum culpa: verum tamen per hunc splendidiorem dominatum in magna adhuc
orbis parte regnamus […] in qua [la lingua latina] discipline cuncte libero homine di-
gne continentur…4.

4. Cito dal testo pubblicato da Mariangela Regoliosi in appendice ai Materiali per il primo Proemio,
nel volume Nel cantiere del Valla, Roma, Bulzoni 1993, pp. 63-125, a pp. 120-3, da cui riporto anche,
dalle pp. 64-7, la traduzione (testo e traduzione offrono una revisione del proemio che, insieme con gli
altri, si legge comunemente nei Prosatori latini del Quattrocento, a c. di E. GARIN, Milano-Napoli, Ric-
ciardi 1952, pp. 594-8): “Quando, come spesso mi avviene, vo meco stesso considerando le imprese dei
popoli e dei re, mi accorgo che i nostri antenati hanno superato tutti gli altri non solo per la dilatazione
del dominio, ma anche nella diffusione della lingua. I Persiani, i Medi, gli Assiri, i Greci e altri molti
hanno fatto conquiste in lungo e in largo; gli imperi di alcuni, anche se inferiori per estensione a quello
romano, sono stati molto più duraturi. Eppure nessuno diffuse la propria lingua quanto i nostri Romani
[…]. Opera, questa, molto più illustre e molto più preziosa della propagazione stessa dell’impero. Quel-
li, infatti, che estendono il dominio sogliono essere molto onorati e vengono chiamati ‘imperatori’; ma
coloro che hanno beneficato l’umanità sono celebrati con lode degna non di uomini ma di dei, perché
non hanno provveduto soltanto alla grandezza e alla gloria della propria città, ma anche al vantaggio e al
riscatto dell’umanità intera. Se dunque i padri nostri superarono gli altri nelle imprese belliche e per me-
riti molto numerosi, nella diffusione della loro lingua furono superiori a se stessi, e, abbandonato quasi
l’impero quaggiù sulla terra, raggiunsero in cielo il consorzio degli dei. […] Fu essa, infatti, a educare
quelle genti e quei popoli in tutte le arti liberali; fu essa ad insegnare loro ottime leggi; fu essa ad aprir
loro la strada ad ogni sapienza, fu essa infine a liberarli dalla barbarie […]. E questo basti, a proposito
del paragone fra la lingua latina e l’impero romano. L’uno già da tempo genti e nazioni scalzarono come
sgradevole soma, l’altra considerarono più soave di ogni nettare, più splendida di ogni seta, più preziosa
d’ogni oro e di ogni gemma, e la conservarono presso di sé gelosamente come un Dio disceso dal cielo
[…]. Perdemmo, Romani, perdemmo, è vero, il regno e il potere, anche se non per colpa nostra, ma a
causa dei tempi: eppure con questo più splendido dominio noi continuiamo a regnare in tanta parte del
mondo […] in questa lingua sono contenute tutte le discipline degne dell’uomo libero…”. Sul proemio
di Valla si vedano M. TAVONI, Latino, grammatica, volgare. Storia di una questione umanistica, Padova,
Antenore 1984, pp. 150 ss. e la ricca analisi del lavoro citato di Regoliosi. Segnalo che, certo indipen-
dentemente dal Valla, una riflessione, condotta da un punto di vista differente e volutamente un po’ pa-
radossale, sull’argomento di lingua e impero, è in un saggio di Josif Brosdkij, Su «1° Settembre 1939» di
W.H. Auden [1984]: “ciò che Auden aveva in mente fin dall’inizio della sua carriera poetica era la perce-
zione che la lingua in cui scriveva era una lingua transatlantica o, meglio ancora, imperiale: non nel sen-
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L’antitesi fra la civiltà e i ‘barbari’ (di per sé generica), il cenno alla legislazio-
ne, e soprattutto la relazione tra l’‘impero’ o dominio e la lingua, oltre a una
certa affinità d’intonazione complessiva, hanno lasciato riconoscere nel Valla
l’ispiratore del programma accennato da Nebrija nel 1492; allo stesso modo, è
stata già individuata la diversa inflessione generale dei due testi, una diversità
da ricondurre alla situazione nella quale scrivono (e pensano) Valla e Nebrija5.
Quest’ultimo, infatti, riflette sull’espansione della Spagna e dello spagnolo al-
l’insegna del celebre motto: “siempre la lengua fue compañera del imperio”6,
e ciò facendo volge in una direzione nettamente differente lo stimolo offerto-
gli dalla tesi di Valla. Lì dove Nebrija lega le fortune dello spagnolo ai successi
della politica espansionistica dei Re Cattolici, Valla aveva distaccato le sorti
della costruzione imperiale romana dal patrimonio ideale della cultura, e del
latino depositario di quel patrimonio, allo scopo evidente di salvare le idee e
le forme della cultura dalla rovina dell’edificio politico al cui interno erano na-
te e si erano diffuse. Se la situazione politica italiana rende conto della distin-
zione del Valla, peraltro in linea con la fiducia classica nella perennità dell’eti-
ca e della cultura di contro alla transitorietà dei beni del corpo e della fortuna,
neppure meraviglia se, in una situazione espansiva che la scoperta dell’Ameri-
ca avrebbe dilatato oltre ogni sua previsione, Nebrija collega le possibilità di
affermazione del castigliano alle prospere fortune della monarchia.
La congiunzione di lingua e impero si ripropone presso autori portoghesi
che, durante il XVI secolo, scrivono in analoghe condizioni, e cioè nella pro-
spettiva di entusiasmanti sviluppi, forieri di nuove conquiste per il cristianesi-
mo non meno che per lo stato. Così avviene nella Grammatica da lingoagem
portuguesa pubblicata a Lisbona nel 1536 da Fernão de Oliveira, il quale pen-
sa all’affermazione del portoghese in “Guine Brasil et India” (capitolo V)7, e
nel Diálogo em louvor da nossa linguagem di João de Barros (1540), dove si
legge che i romani ambivano a far accettare la loro lingua presso le nazioni

so del Raj britannico, ma nel senso che era stata la lingua a fare un impero. Perché non sono le forze po-
litiche o quelle militari a tenere insieme gli imperi: sono le lingue. Prendiamo Roma, per esempio, o
prendiamo, meglio ancora, la Grecia classica, che cominciò a disintegrarsi subito dopo la scomparsa fisi-
ca di Alessandro Magno (che morì anche molto giovane). A tenere insieme questi imperi per secoli, do-
po il crollo dei loro centri politici, furono la magna lingua Graeca e il latino. Gli imperi sono, in primo
luogo e soprattutto, entità culturali; ed è la lingua a fare da mastice, non le legioni” (J. BRODSKIJ, Il canto
del pendolo, Milano, Adelphi 1987, pp. 119-75, a pp. 124-5). Brodskij rovescia, tra l’altro, il detto, diffu-
so anche in età rinascimentale, secondo il quale sono gli uomini a fare la lingua e non la lingua a fare gli
uomini (si vedano, oltre a quelle iberiche già citate, due testimonianze francesi del XVI secolo presso L.
KUKENHEIM, Contributions à l’Histoire de la grammaire italienne, espagnole et française à l’époque de la
Renaissance, Utrecht, H & S Publishers 1974 [rist. dell’ed. di Amsterdam, 1932]).
5. E. ASENSIO, La lengua compañera del imperio, «Revista de Filología española», XLIII (1960), pp.
399-413; F. RICO, Un prólogo al Renacimiento español, in Seis lecciones sobre la España de los siglos de
oro, Universidad de Sevilla-Universidad de Burdeos, P. M. Piñero Ramírez y R. Reyes Cano 1981, pp.
61-94; M. TAVONI, Osservazioni sulle prime grammatiche dell’italiano e dello spagnolo, in Italia ed Euro-
pa nella linguistica del Rinascimento: confronti e relazioni (Atti del Convegno internazionale, Ferrara,
20-24 marzo 1991), I, Ferrara, Panini 1996, pp. 333-46.
6. Gramatica castellana, I, p. 5.
7. Cito dalla riproduzione in facsimile dell’edizione cinquecentesca, pubblicata a Lisbona, a cura
della Biblioteca Nacional, nel 1988.
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barbare ancor più che a sottometterle al giogo del loro dominio8. La suddi-
tanza della Spagna a Roma antica è dimostrata, meglio che da cronache o
scritture, le quali possono essere poco attendibili perché pregiudizialmente
favorevoli al potere dominante, dalla lingua, il testimone più veridico della
vittoria romana nella penisola iberica. L’entusiasmo suscitato dalle imprese
del latino nell’antichità si conserva nell’età moderna, convertendosi in un fer-
vore missionario, culturale e politico connesso alla diffusione del portoghese:
As armas e padrões portugueses postos em África e em Ásia e em tantas mil ilhas fora
da repartiçam das três partes da terra, materiaes sam e pode-âs o tempo gastar; peró
nam gastará doutrina, costumes, linguagem que os Portugueses nestas terras leixarem.
[…] Çerto é que nam á hy glória que se possa comparar a quando os mininos ethío-
pas, persianos, indos d’aquém e d’além do Gange, em suas próprias terras, na força
de seus templos e pagodes, onde nunca se ouvio o nome romano, per esta nossa arte
aprenderem a nossa linguagem com que possam ser doutrinados em os preçeitos da
nossa fé, que nella vam escritos9.

3. Dal 568 (che si suole indicare come l’anno della discesa dei Longobardi in
Italia) fino al 1860-1, le carte politiche dell’Italia adunate negli atlanti storici
raffigurano un quadro politico soggetto a innumerevoli variazioni, ma immu-
tabilmente segnato dal destino della frammentazione politica della penisola e
dal succedersi di ‘imperi’ e cioè dominazioni politiche straniere (germaniche,
bizantine, arabe, angioine, catalano-aragonesi, francesi, spagnole, austriache)
che, in forma diretta o indiretta, controllano porzioni consistenti del paese,
con le note eccezioni della dinastia sabauda (rimasta a lungo periferica negli
equilibri del paese), della Repubblica di Venezia, e di quella formazione pe-
culiare che fu lo Stato pontificio.
Perciò, la congiunzione di fortune linguistiche e successi politici è estra-
nea alla storia culturale italiana, con l’unica eccezione di quel luogo del Co-
mento nel quale Lorenzo dei Medici vagheggia una diffusione del fiorentino
al seguito di un’espansione politica di Firenze la quale, come attestano gli svi-
luppi degli anni e dei secoli seguenti, non ebbe luogo10:
E forse saranno ancora scritte in questa lingua cose subtili e importante e degne d’es-
sere lette, maxime perché insino a ora si può dire essere l’adolescenzia di questa lin-
gua, perché ogni ora più si fa elegante e gentile; e potrebbe facilmente, nella iuventù e
adulta età sua, venire ancora in maggiore perfezzione, e tanto più aggiugnendosi qual-
che prospero successo e augumento al fiorentino imperio: come si debbe non sola-
mente sperare, ma con tutto l’ingegno e forze per li buoni cittadini aiutare; pure, que-
sto, per essere in potestà della fortuna e nella voluntà dello infallibile iudicio di Dio,
come non è bene affermarlo, non è ancora da disperarsene11.

8. ASENSIO, La lengua…, pp. 408-12.


9. Diálogo em louvor da nossa linguagem, a c. di L. STEGAGNO PICCHIO, Modena, Stem 1959, p. 85.
10. L’accostamento di Lorenzo e Nebrija è già in RICO, Un prólogo…, pp. 67-8; cfr. anche la mia In-
troduzione a L’italiano nelle regioni. Storia della lingua italiana, I, Milano, Garzanti 1996, I, pp.
XXXIII-XXXV.
11. LORENZO DE’ MEDICI, Comento de’ miei sonetti, a c. di T. ZANATO, Firenze, Olschki 1991, p. 149.
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Prima e dopo questa dichiarazione speranzosa, che riflette lo stato d’animo,


forse passeggero, del Magnifico, la tradizione italiana rimane estranea, neces-
sariamente, alla congiunzione di lingua e impero. Al contrario, alcuni secoli
dopo le Elegantie, la distinzione tra impero romano e lingua latina proposta
dal Valla è esasperata nella Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Voca-
bolario della Crusca (1817-26), in cui il Monti rende ragione del prevalere,
nella tradizione letteraria italiana, del fiorentino sull’idioma di una città, Ve-
nezia, che pure, in termini di pura forza commerciale e anche politica, aveva
contato più di Firenze:
Fu tempo in Italia che il dialetto Veneziano e il Toscano, siccome i più leggiadri della
nazione, si disputarono la preminenza. Ma la lite non durò lungo tempo, e rimase la
vittoria ai Toscani: perché i Veneziani, se prevalsero di commercio e di signoria, non
prevalsero di scrittori; e nel fatto delle lingue non è la potenza delle armi che decide la
lite, ma quella degli scritti, depositarj dell’umano pensiero e di tutti gli oracoli della ra-
gione, la cui forza è posta principalmente nella parola (subito dopo, Monti cita il Grae-
cia capta di Orazio)12.

Proprio Venezia aveva giocato un ruolo decisivo nella promozione del fioren-
tino a lingua nazionale, grazie a un movimento culturale e a un processo
commerciale e tecnico, connesso allo sviluppo della stampa, che si possono
compendiare nelle due figure guida del Bembo e del Manuzio, l’uno editore
(per i tipi del Manuzio) di Dante e Petrarca, e teorico di un volgare fondato
su Petrarca e Boccaccio, l’altro perché sancì l’identificazione del libro volgare
con il libro in fiorentino o in una varietà molto prossima al fiorentino; e la
scelta compiuta dal principe degli editori del tempo non poteva non essere
gravida di conseguenze sull’editoria coeva e successiva.
Pochi anni dopo la Proposta del Monti, a un altro non toscano sarebbe
riuscito di compiere il nuovo passo decisivo per la storia della lingua italiana:
alludo ovviamente al Manzoni e alla sua conversione al fiorentino parlato.
Come si sa, Bembo e Manzoni furono confortati, in tempi e modi che non
si possono ridurre alla semplificazione di formule onnicomprensive, dall’ade-
sione, con gradi variabili di ortodossia, della cultura: le loro posizioni otten-
nero vittoriosamente il consenso.
Sia il modello del fiorentino letterario proposto dal Bembo, sia il modello
del fiorentino parlato proposto dal Manzoni s’imposero prescindendo dal-
l’apporto e dal consenso della cultura fiorentina, e per certi versi contro di
essa (si pensi al fatto che, dopo un’opposizione non breve, solo nella seconda
metà del XVI secolo la cultura fiorentina accettò, modificandole, le proposte
di Bembo; quanto alla Relazione manzoniana del 1868, fu sconfessata dalla
sezione fiorentina della commissione): era un prezzo necessario da pagare,
compensato dal guadagno decisivo del fiorentino promosso a lingua naziona-
le in virtù di un libero moto culturale e di una libera accettazione da parte

Il proemio dell’opera, dal quale è tratto il passo, sembra da attribuirsi al 1490-1 (T. ZANATO, Saggio sul
«Comento» di Lorenzo de’ Medici, Firenze, Olschki 1979, p. 11).
12. A. DARDI, Gli scritti di Vincenzo Monti sulla lingua italiana, Firenze, Olschki 1990, p. 452.
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dei centri culturali non toscani. Se si ricorda che le origini teoriche (conse-
gnate al Della lingua italiana) della Relazione manzoniana del 1868, e la stesu-
ra definitiva dei Promessi Sposi, precedono di alcuni decenni la data dell’u-
nità politica, si può concludere che il fiorentino-italiano si propagò – in di-
verse ondate successive di italianizzazione – senza coercizione alcuna: quel ti-
po linguistico non fu imposto, ma accolto consensualmente, nonostante alcu-
ni episodi di una resistenza poi sconfitta; né avrebbe potuto essere diversa-
mente, dal momento che il fiorentino non solo non viaggiava al seguito di
eserciti o di navi da guerra, ma neppure dispose, fino al 1860, di quell’arma-
mento nel quale si può metaforicamente riassumere l’azione linguistica eser-
citata da uno stato, con la sua burocrazia, il suo apparato legislativo e giudi-
ziario, e anzitutto con la sua scuola. In altre parole, fino all’Unità nessuna
azione di politica linguistica nazionale fu, per definizione, possibile (e sono
rari gli interventi politici in materia adottati dagli stati preunitari). Anche do-
po l’Unità, l’attenzione delle autorità pubbliche in fatto di lingua fu scarsa, e
si risolse principalmente, se si astrae dal governo della scuola, nell’episodio
da cui trae origine la Relazione del 1868, e in alcuni provvedimenti di età fa-
scista, la cui incidenza non fu grande. Non per nulla l’Accademia della Cru-
sca, la più antica istituzione europea dedicata allo studio della lingua nazio-
nale, ha da tempo abbandonato ogni pretesa di legiferare sull’italiano; più in
generale, mancano in Italia organismi preposti non solo a realizzare una poli-
tica della lingua, ma a indicare criteri di lessico e di formazione delle parole
nel campo tecnico e scientifico (notoriamente dominato dalla lingua inglese),
diversamente da quanto accade in Francia o in Spagna13.

4. Lingua e impero (o, più esattamente, lingua e potenza statale) continuaro-


no a procedere separatamente anche dopo l’Italia unita, la cui formazione è
un passaggio per altri versi così importante per la storia dell’italiano. Per co-
minciare dagli strati sociali inferiori, gli emigrati che negli ultimi decenni del-
l’Ottocento e nel Novecento abbandonarono il paese, spinti dalla speranza di
una vita meno dura di quella a cui li costringeva la loro condizione in una pa-
tria matrigna, non ebbero alcun appoggio dal nuovo stato unitario: la vita dei
singoli e dei gruppi, quale si riflette nella storia dell’emigrazione, andò per
conto proprio, senza incontrarsi con l’azione delle istituzioni e degli uffici
che, in astratto, avrebbero potuto o dovuto incrociarsi con i problemi dell’e-
migrazione stessa. Viene a taglio uno dei racconti del Cuore di De Amicis,
Dagli Appennini alle Ande: la donna emigrata a Buenos Aires, dove ha trova-
to lavoro come cameriera, cessa di dar notizia di sé e i familiari rimasti a Ge-
nova si rivolgono alle autorità consolari:
Temendo d’una disgrazia, scrissero al Consolato italiano di Buenos Aires, che facesse
fare delle ricerche; e dopo tre mesi fu risposto loro dal Console che, nonostante l’avvi-
so fatto pubblicare dai giornali, nessuno s’era presentato, neppure a dare notizie. E

13. G. NENCIONI, Lessico tecnico e difesa della lingua [1985], in Saggi di lingua antica e moderna, To-
rino, Rosenberg & Sellier 1989, pp. 265-80.
ITALIANO ALL’ESTERO E ITALIANO SOMMERSO 227

non poteva accadere altrimenti, oltre che per altre ragioni, anche per questa: che con
l’idea di salvare il decoro dei suoi, ché le pareva di macchiarlo a far la serva, la buona
donna non aveva dato alla famiglia argentina il suo vero nome14.

Avviene così che il figlio minore della donna intraprenda il lungo viaggio che
lo porterà dagli Appennini alle Ande. Non conosco testimonianza del distac-
co, in Italia, tra un’amministrazione e i propri amministrati (ma la parola è im-
propria) più efficace di questa situazione letteraria, illuminante più di tanti do-
cumenti storici, inventata da De Amicis in un libro che, proprio perché vuole
presentare nella luce migliore il recente stato unitario, è attendibile nel dimo-
strare involontariamente l’assoluto scollamento tra gli emigrati e le esili rap-
presentanze ufficiali dell’Italia all’estero, in tutt’altre faccende affaccendate.
Se poi dall’emigrazione come fenomeno che coinvolge i diseredati, abban-
donati a sé stessi prima all’interno e poi all’estero, ci si volge a considerare le
azioni politiche che hanno un interesse linguistico, si può riconoscere che i
momenti in cui si tentò una propagazione aggressiva della lingua non sortiro-
no risultati felici. La riprova che in Italia anche in fase postunitaria lingua e
impero non si coniugano, viene dagli anni che precedono e seguono la Gran-
de Guerra, quando si formano il nazionalismo e l’irredentismo, con i loro ri-
svolti anche linguistici.
All’inizio del secondo decennio del Novecento il Canton Ticino versava in
una situazione economica depressa, godeva di scarsa considerazione all’inter-
no della Confederazione Svizzera, era privo di importanza politica. Aperto alla
penetrazione economica ed etnica tedesca, il Cantone era inoltre sprovvisto di
università e di istituti di cultura superiore. Benché abbastanza isolati, alcuni
intellettuali sensibili alla cultura della Voce di Prezzolini cercarono di reagire
alla decadenza, e fondarono nel 1912 un settimanale, l’Adula. Era un segno
dei tempi che a dirigerlo fossero due donne, Teresa Bontempi e Rosa Colom-
bi: nel 1911 era nata a Bellinzona l’«Associazione femminile di coltura». L’in-
cidenza della rivista fu limitata, e non molto alto il suo profilo intellettuale;
tuttavia, l’Adula pose in termini espliciti il problema di un’identità linguistica
e culturale italiana che doveva essere rafforzata, se si voleva migliorare la situa-
zione complessiva del Cantone, avanzò insomma la «perseverante affermazio-
ne della nostra anima italiana»15. Fino al 1920, la linea della rivista fu estranea
a tendenze irredentistiche; queste cominciarono a manifestarsi nel 1921, per
effetto dell’impresa di Fiume, che impressionò il ristretto circolo di cui la rivi-
sta era espressione, o più esattamente Adolfo Carmine, un bellinzonese con-
vertito al dannunzianesimo e allo spirito di Fiume, finanziatore della rivista.
L’entusiasmo per l’impresa di Fiume rese la rivista sospetta nel Cantone e
nella Confederazione; e ne rafforzò l’isolamento l’appoggio ottenuto da vari

14. E. DE AMICIS, Cuore, a c. di L. TAMBURINI, Torino, Einaudi 19722, p. 285.


15. G. BONALUMI, La giovane Adula (1912-1920), Chiasso, Elvetica 1970, p. 33, che tengo presente
per lo studio introduttivo e l’antologia di testi. Cfr. anche S. GILARDONI, Italianità ed elvetismo nel Can-
ton Ticino negli anni precedenti la prima guerra mondiale (1909-1914), «Archivio storico ticinese», (XII)
1971, pp. 3-84.
228 FRANCESCO BRUNI

intellettuali italiani (Prezzolini, Gentile, Borgese e altri): l’Adula appariva or-


mai un organo asservito a una potenza straniera. L’isolamento della rivista
crebbe con l’adesione alla marcia su Roma e la simpatia per la politica di
Mussolini, finché l’“inequivocabile orientamento irredentistico”16 non indus-
se nel 1935 il governo svizzero a chiuderla. Del resto, la questione andava or-
mai oltre il problema di un gruppo dallo scarsissimo seguito politico, e inve-
stiva la politica estera fascista con la Svizzera, condotta sul doppio binario del
rispetto delle regole di non ingerenza fra gli stati e di atti d’intromissione nel-
la Confederazione17.
Nella politica interna, all’indomani della prima guerra mondiale e dell’an-
nessione del Trentino-Alto Adige, la campagna d’italianizzazione condotta
anche “con le maniere forti”18 in Alto Adige fu causa non ultima di ostilità
fra le comunità di lingua italiana e tedesca, destinate a durare nel tempo e a
prolungarsi molto oltre la conclusione della seconda guerra mondiale.
A parte va valutato il caso dell’Albania, dove la presenza dell’italiano so-
pravvisse al protettorato stabilito dall’Italia nel 1914, e all’invasione fascista
del 1939. In Albania, paese fino a non molti anni fa chiuso al resto del mon-
do e di necessità assente dall’indagine dell’Enciclopedia Italiana con la quale
si sono aperte queste note, i recenti fenomeni migratori hanno rivelato una
poco sospettata conoscenza dell’italiano.

5. Dalla storia degli italiani all’estero, e da quella della cultura e della lingua,
si sa che nei secoli passati molto è stato esportato fuori d’Italia, dalla cultura
rinascimentale alle arti figurative, dall’architettura alla musica, anche nei pe-
riodi nei quali maggiore è stata la debolezza politica del paese, o nelle fasi in
cui la creatività culturale si è per altri versi appannata19. Il fatto è che se non
le idee e la letteratura, le arti figurative o la musica o le presenze della cultura
e dei monumenti di età classica hanno agito da richiamo e messo in primo
piano questo o quell’elemento.
Poco o nulla, invece, si è lavorato sulle implicazioni linguistiche della po-
litica coloniale italiana dagli anni ’80 del XIX secolo alla seconda guerra
mondiale: le vicende dell’italiano in questo campo sono state avvolte da un
oblio storiografico o, meglio, da una vera e propria rimozione, che non può

16. O. LURATI, Il Canton Ticino, ne L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a c.
di F. BRUNI, Torino, Utet 1992, p. 160 (anche nella riedizione L’italiano nelle regioni. Storia della lingua
italiana, cit. nella n. 10, I, p. 237).
17. P. CODIROLI, L’ombra del Duce. Lineamenti di politica culturale del fascismo nel Cantone Ticino
(1922-1943), Milano, Angeli 1988. Una qualche, limitata circolazione l’Adula dovette avere in Corsica:
A. NESI, Linguistica e propaganda. Il caso Corsica durante il fascismo, in Atti del Terzo Convegno della
Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana, a c. di L. AGOSTINIANI e altri, II, Napoli, ESI,
1997, pp. 611-36, a pp. 618-9, in n.
18. S. RAFFAELLI, Le parole proibite. Purismo di stato e regolamentazione della pubblicità in Italia
(1812-1945), Bologna, il Mulino 1983, p. 107 (cfr. inoltre p. 110), da vedere anche per gli orientamenti
linguistici degli ambienti nazionalisti e irredentisti (pp. 40 ss.).
19. Cfr. da ultimo Italian Culture in Northern Europe in the Eighteenth Century, a c. di S. WEST,
Cambridge University Press 1999.
ITALIANO ALL’ESTERO E ITALIANO SOMMERSO 229

non risultare assolutamente infondata agli occhi di un’indagine serena e, per


ciò stesso, aliena da tabù. Se fu decisamente effimero l’impero proclamato
dopo la conquista dell’Etiopia (1936), fu lungo il contatto, anche linguistico,
con l’Etiopia, e tutt’altro che superficiale l’influenza, anche linguistica, sull’E-
ritrea e la Somalia (meno si conosce della Libia).
In questa sede non posso se non menzionare il problema; così come mi li-
mito a una semplice menzione dell’emigrazione postunitaria, che è invece ab-
bastanza studiata20.
Vorrei invece soffermarmi brevemente su un altro momento dell’emigra-
zione dall’Italia: nei decenni dell’Ottocento che precedono e seguono l’Unità,
una cospicua emigrazione si dirige verso Tunisi, Alessandria d’Egitto, il Cai-
ro, Malta. Si tratta di un’emigrazione diversa da quella dei lavoratori che, dal
Sud e dal Nord del paese, sui ritmi di massicce ondate, cercheranno fortuna
in Europa o in altri continenti e, come attesta l’episodio di Cuore ricordato
sopra, non avranno un appoggio significativo da parte delle autorità italiane.
L’emigrazione alla quale mi riferisco, meno nota, non è composta da brac-
cianti o da elementi del proletariato urbano, quelli che, secondo uno stereoti-
po non privo di rapporti con la realtà effettuale, partono con le loro valige di
cartone tenute assieme dallo spago. La fase emigratoria su cui va richiamata
l’attenzione in questa sede è alimentata da ceti medio-alti e causata, almeno
in parte, dal fuoruscitismo politico conseguente ai tentativi insurrezionali fal-
liti che precedono la guerra d’indipendenza del 1859-60. Questa emigrazio-
ne, di buon livello intellettuale e professionale, si sviluppa indipendentemen-
te da un’azione politica voluta dagli stati dell’Italia preunitaria, o è interna a
una logica politica che induce gli stati preunitari a liberarsi di cittadini, o
piuttosto di sudditi, indesiderabili21.
È significativo, dal punto di vista del rapporto tra lingua e forza statale,
che all’indomani dell’Unità gli italiani e l’italiano perdano lentamente, a Tuni-
si e ad Alessandria d’Egitto, le posizioni dirigenti che le comunità di quelle
città si erano guadagnate organizzando i servizi postali e bancari, pubblican-
do giornali in lingua italiana, costruendo scuole e ospedali, partecipando agli
affari. Le potenze europee guardavano infatti con preoccupazione o con osti-
lità alla presenza mediterranea dell’Italia unita, che aveva un peso incompara-
bilmente superiore alle innocue attività degli italiani nel Mediterraneo, quan-
do la penisola era divisa tra formazioni di scarsissima importanza politica e
militare22; e tuttavia resta il fatto che la presenza italiana in un Egitto sempre

20. Basti rinviare ad Altro Polo. Italian Abroad, a c. di C. BETTONI, University of Sidney, Frederick
May Foundation 1986; H.W. HALLER, Una lingua perduta e ritrovata. L’italiano degli italo-americani, Fi-
renze, La Nuova Italia 1993.
21. Cfr. R. PARIS, L’Italia fuori d’Italia, in Storia d’Italia, IV 1, Torino, Einaudi 1975, pp. 509-818, a
pp. 553-9. Segnalo, tra i pochissimi lavori specifici, G. HULL, La parlata italiana dell’Egitto, “L’Italia
Dialettale”, (XLVIII) 1985, pp. 243-254 e, per Malta, un paragrafo di A. CASSOLA, Emigration and Im-
migration in Malta: the Literary and Socio-Cultural Implications, lavoro di prossima pubblicazione, di
cui l’autore mi ha gentilmente consentito di leggere il manoscritto.
22. L’osservazione è di F. CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Roma-Bari,
Laterza 1951 [ried. del 1990], pp. 296-7.
230 FRANCESCO BRUNI

più influenzato dalla Francia e dall’Inghilterra diminuisce a cavallo tra Otto e


Novecento, mentre la Tunisia verrà colonizzata dai francesi, cosa che infligge
una delusione cocente alla politica italiana.
Non si tratta di un episodio isolato: l’affermazione della lingua italiana al
di fuori di una politica sostenuta dallo stato è fenomeno molto più antico nel
Mediterraneo e, non concernendo la dimensione intellettuale o culturale o
letteraria, fornisce un aspetto inedito delle sorti della lingua e, dai primi son-
daggi, promette novità storiografiche importanti. Alla forza espansiva del ve-
neziano de là da mar 23, è necessario aggiungere la capacità d’irradiazione di-
mostrata dall’italiano nel Levante in un periodo che va dal XVI secolo alla
metà circa dell’Ottocento. Se si prendono in considerazione l’impero Otto-
mano e quindi, con la Turchia, i paesi arabi del Mediterraneo, e la Grecia e
l’Albania, territori turchi nei Balcani, si osserva che, a partire dal XVI secolo,
e dunque nel lungo periodo delle guerre d’Italia, inaugurato dalla discesa di
Carlo VIII (1494) e contrassegnato da una somma debolezza militare e politi-
ca degli stati italiani, ricorrono all’italiano gli interpreti-traduttori-segretari,
prevalentemente greci, impiegati alla corte della Sublime Porta per stendere
gli atti indirizzati a stati occidentali come l’Inghilterra e orientali come la
Russia: è clamoroso il trattato di pace del 1774 fra la Turchia e la Russia, ste-
so in un testo turco-italiano e russo-italiano, con l’italiano che forniva la ver-
sione di base. Risulta inoltre che l’italiano fu usato come lingua per transazio-
ni pratiche, commerciali e giudiziarie, a Tripoli di Libia e a Tunisi, e inoltre
dai consolati francese e inglese di Tripoli e di Tunisi24. Risulta, ancora, che
negli anni del risorgimento greco (gli stessi, in Italia, dei moti carbonari del
1820-1: un’altra fase di estrema debolezza politica dei singoli stati e staterelli
italiani e della penisola nel suo complesso) l’italiano era la lingua più diffusa
tra i patrioti che si ribellavano alla dominazione turca25.

23. Secondo la formula fortunata lanciata da G. FOLENA, Introduzione al veneziano “de là da mar”
[1968-70], in Culture e lingue nel Veneto medievale, Padova, Editoriale Programma 1990, pp. 227-67.
24. J. CREMONA, L’italiano in Tunisi. La lingua di alcuni testi del tardo 500 e del 600, in Italiano e dia-
letti nel tempo. Saggi di grammatica per Giulio C. Lepschy, a c. di P. BENINCÀ, G. CINQUE, T. DE
MAURO, N. VINCENT, Roma, Bulzoni 1996, pp. 85-97; ID.,“Acciocché ognuno le possa intendere”. The
use of Italian as a lingua franca on the Barbary Coast of the seventeenth century. Evidence from the En-
glish, «Journal of Anglo-Italian Studies», (V) 1997, pp. 52-69; ID., “La Lingua d’Italia” nell’Africa set-
tentrionale: usi cancellereschi francesi nel tardo cinquecento e nel seicento, in La “Lingua d’Italia”: usi
pubblici e istituzionali, Atti del XXIX Congresso della Società di linguistica italiana (Malta, 3-5 novem-
bre 1995), a c. di G. ALFIERI e A. CASSOLA, Roma, Bulzoni 1998, pp. 340-56 e, ancora di Cremona, la
relazione di prossima pubblicazione negli Atti del convegno catanese menzionati in calce al titolo del-
l’articolo presente. Lo studioso sta preparando una silloge dei documenti da lui scoperti, che risulterà
certo di grande importanza.
25. Nel riprendere alcune delle notizie raccolte nel mio lavoro Lingua d’oltremare. Sulle tracce del
“Levant Italian” in età preunitaria, «Lingua nostra», (LX) 1999, pp. 65-79, avanzo ora l’ipotesi, tutta da
verificare, che una (ma non l’unica) spiegazione dell’italofonia e italografia dei greci potrebbe essere
nel fatto che i giovani destinati a far parte della futura classe dirigente greca nelle strutture amministra-
tive dell’impero ottomano avevano frequentato l’università di Padova. Si dovrebbe poi studiare (raccol-
go un suggerimento comunicatomi privatamente da Alberto Varvaro) se nelle burocrazie delle città me-
diterranee abbia trovato impiego un personale italiano addestratosi, in Italia, alle pratiche della scrittu-
ra cancelleresca.
ITALIANO ALL’ESTERO E ITALIANO SOMMERSO 231

Come spiegare una presenza mediterranea dell’italiano che contraddice lo


scarso peso politico del paese? Considerazioni culturali e considerazioni
commerciali s’intrecciano inestricabilmente in una mescolanza per la quale si
può davvero invocare la categoria di illustre ascendenza settecentesca, per
quanto poco scientifica, del ‘genio’.
Secondo una convinzione profondamente radicata nelle più diverse scuole
della storiografia linguistica e letteraria, e anche nella comune opinione dei
colti, l’italiano, schiacciato dall’alto e dal basso (le dominazioni straniere con
le loro lingue e, soprattutto, la ricca e socialmente diffusa varietà dei dialetti)
avrebbe condotto fino all’Unità una vita esclusivamente letteraria, scritta: l’im-
magine tipica è quella del Manzoni, cui il toscanismo non impediva di sfoggia-
re, nella conversazione con i concittadini, un fluente, impeccabile milanese.
Ho avuto occasione di rilevare più volte, in sede di discussione della sto-
ria dell’italiano in Italia, che una simile ricostruzione non corrisponde alla
realtà storica. In questa sede, dedicata all’italiano oltre confine, in particolare
oltre i confini mediterranei delle lunghe (7.500 km) coste italiane, vorrei se-
gnalare una circostanza tanto ovvia da essere stata trascurata: il fatto che l’ita-
liano abbia trovato una sistemazione letteraria molto più stabile e precoce
che le altre lingue europee, romanze e germaniche, tanto più precoce quanto
più tarda fu l’unificazione politica del paese, spiega la circostanza, a prima vi-
sta strana se non incomprensibile, di un italiano usato in numerosi porti e
centri del Levante come lingua di comunicazione pratica, scritta e, è da pre-
sumere, anche parlata. Coloro che percorrevano le rotte marine e commercia-
vano nel Mediterraneo non erano lettori accaniti delle tre corone; il fatto è
però che l’italiana era la lingua più disponibile come campo neutro nel quale
agevolmente potevano giocare le squadre plurilingui, e quasi babeliche, che
s’incrociavano sulle vie del mare e s’incontravano nei porti; una lingua che al
vantaggio di una sistemazione grammaticale univa il pregio di una stabilità al-
meno relativa: proprio quella stabilità che, per essere stata fissata nelle scrit-
ture, l’avrebbe condannata, secondo la falsa concezione storiografica ora ri-
cordata, a un’esistenza prevalentemente o esclusivamente letteraria. In altre
parole, proprio l’impronta letteraria dell’italiano ne garantisce l’utilizzabilità
pratica nel Mediterraneo.
Vorrei ora soffermarmi su parallelismi e differenze riguardanti uso e fun-
zione dell’italiano, soprattutto durante il XIX secolo, in due isole o gruppi di
isole del Mediterraneo: le isole ionie e Malta.
Dopo il trattato di Campoformio le isole ionie (Corfù, Zacinto, Itaca, Ce-
falonia, Santa Maura, Passo, Cerigo: l’Eptaneso) passarono dalla Repubblica
di Venezia alla Francia, che le avrebbe abbandonate nel 1799. L’anno dopo,
nasceva la repubblica dell’Eptaneso, indipendente fino al 1807, quando essa
ricadde sotto il dominio francese; nel 1809-14, però, le isole furono occupate
dall’Inghilterra, alla quale l’assetto europeo derivante dal Congresso di Vien-
na e dal Trattato di Parigi assegnò il privilegio di esercitarvi il proprio protet-
torato. Solo nel 1864 le isole ionie si congiungevano politicamente al regno
continentale della Grecia. Durante il non breve periodo del protettorato bri-
232 FRANCESCO BRUNI

tannico, e ancora qualche anno dopo, l’italiano (e non solo il veneziano) ri-
mane la lingua della legislazione e dei tribunali, in campo sia civile sia penale,
per quanto gli si affianchino progressivamente l’inglese e il greco. Il passaggio
al greco fu insomma tutt’altro che immediato, anche perché il cambio di lin-
gua era concomitante a un cambio di giurisprudenza26.
Favorevole alla causa dell’indipendenza italiana e greca, come anche a
quella delle altre nazionalità oppresse, Tommaseo invitava la popolazione
delle isole ionie a promuovere il greco agli usi scritti e cólti, senza con ciò as-
sumere atteggiamenti italofobi, né linguistici né culturali; e proprio l’espe-
rienza, comune ai greci non meno che agli italiani, di popoli e lingue privi
della forza, doveva assicurare l’amicizia culturale che, giustamente, gli appari-
va desiderabile:
Se gl’Italiani fossero vincenti e possenti, potrebbe parere prudenza il guardarsene, e
bello ardimento il non li curare, e scusabile orgoglio. Ma la sventura v’è mallevadrice
per essi, e ve li raccomanda. Voi [Tommaseo apostrofa l’intellettualità greca delle isole
ionie che, nello sforzo di ricostruire la propria identità culturale, mostrava segni di in-
sofferenza nei confronti della lunga presenza dell’italiano] non siete né tanto grandi
né tanto felici da disprezzare nessuno. E i felici non impunemente rigettano l’alleanza
della sventura e la sacra fraternità del dolore27.

Come i greci, delle isole ionie o del continente, così gli italiani avevano cono-
sciuto lunghi secoli di asservimento; e il dolore comune poteva, secondo il
Tommaseo, affratellare i due popoli, entrambi estranei a spiriti di conquista e
dominio. L’inevitabile fase di nazionalismo linguistico che accompagna la
standardizzazione di una lingua rese vana, più tardi, la speranza di Tomma-
seo, e in processo di tempo l’aggressione fascista alla Grecia non contribuì
certo alla causa dell’italiano; fatto sta che nel secondo dopoguerra la necessità
acuta di apprendere le lingue straniere, il turismo italiano in Grecia e, cosa
non trascurabile, il buon numero di studenti greci iscritti a università italiane,
hanno riportato l’italiano a una buona diffusione.
Nello scenario del conflitto tra l’Inghilterra e la Francia di Napoleone, un
protettorato britannico si era stabilito, poco prima che nelle isole ionie, a
Malta, l’isola dei Cavalieri di S. Giovanni che aveva fatto parte del Regno del-
le due Sicilie finché, il 12 giugno 1798, Napoleone, lanciato nell’impresa d’E-
gitto, non aveva posto fine alla loro lunga dominazione. La presenza francese
era però durata meno di tre mesi, dal momento che i maltesi si erano ribellati
a una «nazione sì contraria non solo alla religione cristiana, che è il primo fre-
no del governo, ma eziandio alla pubblica tranquillità»28 e avevano chiesto
aiuto a Ferdinando IV re delle Due Sicilie. Poiché questi non aveva potuto

26. Cfr. G. COZZI, Diritto veneto e lingua italiana nelle isole jonie nella prima metà dell’Ottocento, in
Omaggio a Gianfranco Folena, II, Padova, Editoriale Programma 1993, pp. 1533-47.
27. N. TOMMASEO, Dizionario estetico, Firenze, Le Monnier 18674, col. 313.
28. Così in una richiesta di aiuto del 5 settembre 1798, quando l’insurrezione antifrancese era in cor-
so, diretta al re delle Due Sicilie (Maltese Political Development 1798-1964. A Documentary History, a c.
di H. FRENDO, Malta, Interprint Ltd. 1993, p. 13).
ITALIANO ALL’ESTERO E ITALIANO SOMMERSO 233

soccorrerli adeguatamente, «per i torbidi che vi sono in Italia, e nel suo regno
di Napoli», i maltesi gli scrivono il 7 febbraio 1799 chiedendogli, nel medesi-
mo messaggio, il permesso di
ricorrere ad una potenza alleata alla Maestà Vostra, qual è Sua Maestà Britannica la di
cui squadra tiene tuttavia bloccati i Francesi, ad effetto di ottenere dalla medesima
una speciale protezione, e valida cooperazione, in un affare di tanta importanza29.

Il re di Napoli acconsentì e una squadra navale inglese pose il blocco all’isola


fino alla capitolazione francese (5 settembre 1800). Da allora Malta passò, co-
me le isole ionie, sotto l’influenza inglese. A Malta, dove la lingua materna,
una varietà dell’arabo, godeva di un prestigio minore di quello del greco nelle
isole ionie, l’italiano era da secoli la lingua degli usi elevati e, in particolare,
come nelle isole ionie, era la lingua del diritto e dei tribunali, dunque degli
avvocati e dei giudici. Non è eccessivo affermare che la storia politica, prima
ancora che culturale, di Malta e delle isole minori corre, per buona parte del-
l’Ottocento e del Novecento, sulla linea del conflitto tra un partito italofilo e
uno anglofilo, rispettivamente il Partito antiriformista (poi Partito nazionale),
e il Partito riformista; occorre anche considerare il ruolo della religione catto-
lica, che insieme con l’italiano rappresentava un caposaldo dell’identità mal-
tese (come nel cattolico Ticino, dove il germanismo significava non solo l’in-
fluenza della lingua e dei capitali tedeschi, ma anche l’ingresso di un orienta-
mento protestante30). Non posso soffermarmi su una vicenda storica affasci-
nante, pressoché ignota negli studi italiani di italianistica, che è stata rico-
struita in alcune pregevoli trattazioni recenti31, e che dovrebbe indurre a esa-
minare anche le fasi più antiche della storia linguistica maltese32. In questa
sede mi limito a ricordare che in un numero del «Mediterranean Magazine»,
una testata giornalistica inglese edita a Malta per essere diffusa anche negli al-
tri paesi mediterranei, si legge il proposito di pubblicare anche articoli in ita-
liano, «che è la lingua corrente nel Mediterraneo»33. È una testimonianza del

29. Maltese Political Development…, p. 19. Prima che dagli inglesi, i ribelli di Malta erano stati aiuta-
ti dai portoghesi (alleati degli inglesi).
30. Diversa per questo rispetto era, ovviamente, la situazione delle isole ionie, di fede ortodossa.
31. Cfr. H. FRENDO, Party Politics in a Fortress Colony: The Maltese Experience, Malta, Midsea Publi-
cation 19912 [19791]; A. CASSOLA, Malta, ne L’italiano nelle regioni (cfr. sopra alle nn. 16 e 10), pp. 861-
74 (= II, pp. 540-59) e L’italiano nelle regioni. Testi e documenti, Torino, Utet 1994, pp. 843-59, poi nel
volume dello stesso L’italiano di Malta. Storia, Testi e Documenti, Malta University Press 1998; G. HULL,
The Malta Language Question. A Case Study in Cultural Imperialism, Valletta-Malta, Said International
1993; G. BRINCAT, L’italiano della Corona Britannica, in La “lingua d’Italia” (cfr. sopra alla n. 24), pp.
377-97. Mette in rilievo il ruolo dell’italiano in una “compilazione grammaticale e lessicografica” compo-
sta a Malta a cavallo tra XVII e XVIII secolo G. ALFIERI, Il siciliano come dialetto di contatto tra le “lin-
gue” nazionali dei Cavalieri di Malta nel Sei-settecento, in Dialetti e lingue nazionali (Atti del XXVII Con-
gresso della Società di linguistica italiana), Roma, Bulzoni 1995, pp. 241-74 (le parole citate a p. 244).
32. Cfr. peraltro A. VARVARO, Lingua e storia in Sicilia, Palermo, Sellerio 1981, pp. 169-70; J. CREMO-
NA, The survival of Arabic in Malta: the Sicilian centuries, in The Changing Voices of Europe. Papers in
honour of Professor Glanville Price, a c. di M.M. PARRY, W.V. DAVIES and R.A.M. TEMPLE, Cardiff, Uni-
versity of Wales Press 1994, pp. 281-94.
33. B. FIORENTINI, Il giornalismo a Malta durante il Risorgimento italiano, in V. BONELLO-B. FIOREN-
234 FRANCESCO BRUNI

1842; e ancora nel 1883 un capitano Cooper Kirton, residente a Malta, scri-
veva dell’italiano che «it is spoken over the whole of the Mediterranean»34,
sicché si può affermare che la lingua tenne testa a lungo, e vittoriosamente,
alla penetrazione dell’inglese. Nel 1932, quando l’inglese aveva ormai sorpas-
sato l’italiano, e anche il maltese stava guadagnando prestigio, ancora si affer-
mava che difficilmente il diritto italiano di base romana poteva essere sosti-
tuito da un diritto in inglese o in maltese35, anche se appena due anni dopo
una tale sostituzione fu imposta; ma ormai, essendo oneroso il trilinguismo,
insieme con l’inglese guadagnò spazio anche il maltese. La politica inglese
agitò anche lo spettro dell’irredentismo, che a Malta era, per la verità, ben
poco rappresentato; e anche la politica estera fascista perseguì a lungo il fine
di buone relazioni con l’Inghilterra36. Già compromesse a partire dal 1934, le
sorti dell’italiano ricevettero il colpo decisivo dalla seconda guerra mondiale
e dai bombardamenti che l’isola subì dall’aviazione italiana. Come in Grecia
così in Malta l’italiano si riprese, in condizioni differenti, dopo che furono ri-
marginate le ferite del conflitto.

6. Poiché la storia non è magistra vitae, dalle vicende su cui ci siamo soffer-
mati finora sarebbe illegittimo ricavare una previsione sull’italiano fuori d’I-
talia nei nostri anni. Oggi la questione non è di lingua e impero e dei loro
rapporti, felici o mancati, ma di lingua e politica culturale; e sarebbe scorret-
to dedurre dalla ‘lezione delle cose passate’ l’idea che nessuna politica cultu-
rale sia possibile o, che sarebbe più o meno lo stesso, che quando lo stato si
occupa di politica linguistica e culturale, produce più danni che effetti positi-
vi. È ovvio che una politica linguistica pacifica, intelligente e ‘leggera’ è possi-
bile, con un uso oculato e razionale delle risorse, poche o molte che siano.
Ciò che la vicenda qui esposta ha da insegnare è altro, e riguarda il fatto
che oggi, non meno di ieri, l’italiano ha un suo spazio, che appare diverso da
quello delle lingue di collaudata tradizione imperiale e in particolare del fran-
cese, dello spagnolo, dell’inglese, per restringerci a quelle con le quali più
forte è lo scambio culturale, e più costante, perché obbligato, il confronto.
Questo spazio alquanto diverso rispetto a paesi e lingue con cui l’italiano ha
intrattenuto una fitta partita di dare e avere non è stato identificato con chia-
rezza, e sulla stessa circostanza, di per sé elementare, che l’italiano è stato ed
è una lingua senza impero non è stata esercitata una riflessione.

TINI-L. SCHIAVONE, Echi del Risorgimento a Malta, Milano, Cisalpino-Goliardica, 19822, pp. 23-177, a
p. 56.
34. HULL, The Malta Language..., p. 31: è una testimonianza da aggiungere al mio Lingua d’oltremare,
cit. nella n. 25.
35. HULL, The Malta Language..., p. 73.
36. H. FRENDO, Plurality and Polarity: Early Italian Fascism in Maltese Colonial Politics, in Malta. A
Case Study in International Cross-Currents, a c. di S. FIORINI e V. MALLIA-MILANES, Malta University
Publications, 1991, pp. 227-40; ID., Italy and Britain in Maltese Colonial Nationalism, «History of Eu-
ropean Ideas», (XV) 1992, pp. 733-9; ID., Britain’s European Mediterranean: Language, Religion and
Politics in Lord Strickland’s Malta (1927-30), «History of European Ideas», (XXI) 1095, pp. 47-65;
HULL, The Malta Language..., pp. 83ss., 126ss., 199ss.
ITALIANO ALL’ESTERO E ITALIANO SOMMERSO 235

La ragione di tale percezione mancata sta a mio avviso nel modo con cui
si imposta il problema: l’italiano e le altre lingue occidentali sono general-
mente messe sullo stesso piano perché si tratta di grandi lingue di cultura. Se
dalla lingua letteraria, poi, si passa a considerare il paese che ha prodotto
quella lingua e quella letteratura, allora una convinzione ritornante, sia in se-
de storica sia nella discussione di caratteri specifici dell’Italia d’oggi rispetto
ai paesi progrediti, è che l’Italia fa parte del gruppo dei paesi progrediti tran-
ne che per qualche aspetto: è tecnologicamente avanzata, ma deve ancora
compiere un piccolo passo per raggiungere pienamente lo sviluppo del grup-
po di punta; dopo la seconda guerra mondiale il sistema democratico vi si è
saldamente radicato, ma con alcune particolarità derivanti dall’impossibilità
di una normale alternanza tra quelli che fino a pochi anni fa sono stati il par-
tito di maggioranza relativa e il maggior partito d’opposizione; è culturalmen-
te ricca e vivace, ma non sa proporre organicamente all’estero la propria
creatività, diversamente, poniamo, da quanto fanno il Goethe Institut o con-
simili istituti; e si aggiungano altre peculiarità del paese, come l’organizzazio-
ne della giustizia o il rapporto tra il cittadino e le istituzioni, di cui il racconto
di De Amicis offre un tratto significativo. Questo spazio ‘leggero’ dell’italia-
no, che ne distacca il destino da quello delle altre grandi lingue romanze o
dall’inglese, è rimasto generalmente non percepito proprio per il riflesso con-
dizionato che per lunga abitudine ha portato a paragonare l’italiano alle altre
lingue (e nazioni) dell’Europa occidentale, a segnalarne una prossimità la
quale non riesce a colmare la piccola distanza che separerebbe la sorte dell’i-
taliano dalle altre lingue, e con ciò stesso a non cogliere il quid di quella natu-
ra storica che propongo di denominare leggerezza: una leggerezza che vale
per l’italiano come lingua di cultura ma anche di comunicazione nel Mediter-
raneo, e che impone di misurare le fortune della nostra lingua con un metro
diverso da quello che si deve impiegare per le altre lingue occidentali.
Senza entrare nel merito di questioni che investono la compiuta moder-
nizzazione del paese in rapporto alla sua tradizione, e dando per scontato il
valore della letteratura italiana, essa sì valutabile alla stregua delle altre lette-
rature europee, ciò che dalla vicenda linguistica qui abbozzata si può ricavare
è che il proprio dell’italiano è contrassegnato dalla leggerezza, di contro alla
pesantezza delle lingue che per comodità possiamo continuare a chiamare
imperiali: non perché appoggiate necessariamente dalla forza pura delle armi,
ma perché sono sostenute da uno stato funzionante e un po’ incombente, op-
pure da un’egemonia economica o commerciale.
Le fortune passate dell’italiano nei paesi arabi del Mediterraneo come in
Grecia o in Turchia non possono essere le stesse che nel periodo odierno, nel
quale lo studio delle lingue straniere ha motivazioni in parte diverse, ed è po-
steriore a una fase di nazionalismo linguistico per la quale passano di norma i
paesi in via di sviluppo.
È importante, tuttavia, che l’italiano conservi quella leggerezza che, in
tempi difficili, ne ha consentito la penetrazione in ambiti così diversi come
quelli della cultura letteraria e della comunicazione pratica nei porti del Me-
236 FRANCESCO BRUNI

diterraneo. Dei tre punti di forza dell’italiano all’estero indicati da Baldelli, è


inevitabile, e già avanzato, il declino, per ovvi motivi legati al succedersi delle
generazioni nel tempo, dell’italiano degli emigrati, dal momento che è cessato
il flusso dell’emigrazione dall’Italia, e anzi è già avvenuto il fenomeno oppo-
sto dell’immigrazione di ritorno. Saper mantenere e reinventare questa legge-
rezza, oggi affidata – tra l’altro – ai programmi televisivi italiani, che raggiun-
gono molti paesi del Mediterraneo, consente alla nostra lingua di trovare uno
spazio tra le lingue nazionali e la lingua mondiale (l’inglese, ovviamente). In-
ternet e le tecnologie, per definizione leggere, del software, consentono del
resto una presenza della lingua e della cultura non più ristretta ai paesi del
Mediterraneo o alle classi dirigenti europee abituate, come avvenne dopo il
Rinascimento, alla pedagogia e ai piaceri del viaggio in Italia.
Coniugare il prestigio di una lingua letteraria, la cui tradizione deve essere
rinnovata creativamente, con la duttilità di un idioma che sia strumento di la-
voro efficiente è la scommessa su cui si gioca la capacità italiana di riproporre
la propria leggerezza antica, offrendo risposte originali alla novità delle do-
mande poste dall’evoluzione presente.
Finito di stampare nell’ottobre 2000
in Pisa dalle
EDIZIONI ETS