Sei sulla pagina 1di 6

La via salvifica dell'alchimia: il ritorno al divino.

Di Ivan Cuocolo

« L'alchimia è l'arte di liberare parti del cosmo dall'esistenza temporale e di


raggiungere la perfezione, che per i metalli è l'oro, per l'uomo la longevità, poi
l'immortalità e infine la redenzione1 ». Lo scopo della Grande Opera alchemica è ottenere,
quindi, attraverso la purificazione, l'incorruttibilità dei corpi, o, in altre parole, la
‟salvezzaˮ, intesa come liberazione della materia dalla schiavitù dello scorrere del tempo.

All'alchimia si accede col fare o meglio con l'operare. Non vi è dubbio che le
operazioni alchemiche non fossero solo di natura simbolica: erano operazioni materiali,
effettuate all'interno di laboratori, ma perseguivano fini molto diversi da quelli della
chimica. Il chimico pratica l'osservazione esatta dei fenomeni fisico-chimici e di esperienze
sistematiche e riproducibili; l'alchimista si sofferma invece sulla ‟passioneˮ, la ‟morteˮ e l'
‟unioneˮ delle sostanze, in quanto agenti di trasmutazione della Materia viva (attraverso la
Pietra Filosofale) e della vita umana (attraverso l'Elixir Vitae). L'alchimia si poneva come
scienza sacra, mentre la chimica si è costituita nel movimento che ha privato le Sostanze
della loro sacralità. Ed esiste una irriducibile discontinuità fra il registro del sacro e quello
dell'esperienza profana. Agli occhi dell'alchimista, la chimica costituisce una ‟caduta",
proprio perché consisteva nella secolarizzazione di una operazione sacra.

L'alchimia ha, prima di tutto, oltre che questo aspetto pratico, un contenuto
fortemente religioso, e la prospettiva di perfezione che ne è alla base ha un profondo
legame con l'afflato soteriologico del cristianesimo delle origini, ribadito anche nel motivo
paolino della prospettiva di salvezza per tutto il creato: « la creazione stessa […] nutre la
speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della
gloria dei figli di Dio2 » e, naturalmente, col dogma cristiano della resurrezione della carne.

Non per nulla, l'idea dell'opera alchemica come ‟via di ritorno" (remeatio) della
creatura al Creatore, allo stato di purezza originario, viene manifestato simbolicamente
nella figura, ricorrente anche nella mistica, di Adamo ‟prima del peccato", dove
l'alchimista ‟collabora" alla creazione e alla salvezza, ma senza cadere nel peccato di
superbia, illudendosi di potersi sostituire al Principio eterno.

Motivo fondamentale dell'ideologia alchemica è la fede nella reciproca


trasmutabilità dei metalli, in base al presupposto che al loro fondamento vi sia un’identica
comune materia prima3, alla quale i metalli possono essere ricondotti per essere trasformati
e dotati di altre qualità. Questo processo fa capo ad un complesso sfondo metafisico-
cosmologico, di matrice filosofica, in cui prevale il tema della radicale unità del tutto e
dove l’operazione alchemica non è altro che la riproduzione dell’originario e naturale
processo creativo. Come nell'ideologia magica, tutta la realtà è retta da simpatie e antipatie
che mettono in comunicazione i luoghi anche più remoti della creazione, conoscendo
questi legami nascosti colui che compie l'opera può captarli e incanalarli, indirizzandoli in
1 H. Sheppard, XVI Congresso Internazionale di Storia della scienza, tenuto a Bucarest nel 1981; la si può leggere in H.
J. Sheppard, European Alchemy in the Context of a Universal Definition. In: C. Meinel, Die Alchemie in der
euopäischen Kultur- und Wissenschaftsgeschichte, S. 13-17, Wiesbaden 1986.
2 Rm 8, 18-21.
3 Indicata con vari nomi, generalmente ‟acqua divina", ‟argento vivo", ‟pietra filosofale".
una determinata direzione, ma sempre senza alterarne il corso naturale. Questa concezione
panvitalistica è anche alla base della simbologia sessuale presente nei testi alchemici:
dall'ermafrodito simbolo della materia prima al vaso filosofale figurato come ‟utero". Si è
affermata col tempo l'idea dell'esistenza di due ‟poli", lo zolfo e il mercurio, all'interno di
una rete di analogie e di opposizioni. Soprattutto in ambito cristiano, la ricerca della
Grande Opera, in quanto ricerca di salvezza e purificazione, diviene ricerca di Cristo e
ritorno al principio creatore.

Nel corso della storia gli alchimisti hanno investigato la materia, sperimentando
empiricamente e formulando teorie per lo più su base filosofica4, e, in quanto progetto di
salvezza della materia e del corpo, l'alchimia ha mostrato una certa vicinanza anche con
alcune tematiche cabalistiche5. C'è un forte sfondo neoplatonico che sottende l'ideologia
alchemica: in quel circolo eterno che vede dall'Uno divino discendere l'intera Creazione
(Emanatio), si perviene nell'animo dell'uomo a quella Conversio (conversione) che, tramite
l'Opus o Grande Opera, dà inizio al processo di Remeatio (ritorno) alla Fonte eterna
dell'essere.

Questa grande visione cosmica, da cui fu influenzato anche Zosimo (fine III -
inizi IV sec. d.C.), autore di alcuni tra i primi testi alchemici in lingua greca, viene tenuta
ferma da tutta la tradizione neoplatonica, e, tra gli altri, da Giovanni Scoto Eurigena (IX
sec. d.C.), che concepisce l'essere umano, in virtù del suo lume razionale, come luogo di
quella ‟conversione" del ciclo divino, da cui inizia il movimento di ritorno della creatura
verso il Creatore6.

La purificazione/perfezione materiale veniva cercata attraverso l'azione di un


preparato - la Pietra filosofale (Lapis philosophorum) per i metalli e l'Elixir di vita per gli
esseri umani -, mentre il perfezionamento spirituale sbocciava da una rivelazione interiore
o da un'illuminazione sapienziale, come per la gnosi nelle pratiche ellenistiche e
occidentali. Siamo di fronte ad un unico processo in cui ‟materia" e ‟spirito" sono due
facce di una sola entità, in cui la ricerca di perfezione dell'alchimia, anche nella sua
sperimentazione empirico-scientifica, non si distacca mai dalla sfera religiosa e spirituale.
L'alchimia - non va dimenticato - non può prescindere dalla trasformazione della materia,
ma nemmeno dalla purificazione spirituale dell'operante.

C. G. Jung ha mostrato come il simbolismo dei processi alchemici si ritrovi in


certe immagini oniriche. Verso la fine degli anni venti Jung scopre, infatti, singolari
affinità tra antichi simboli cinesi e i sogni dei suoi pazienti: comincia così a studiare i testi
degli alchimisti. Dopo quindici anni di lavoro pubblica i suoi studi, che restano fra le sue
più affascinanti scoperte. Le sue osservazioni non riguardano unicamente la psicologia del
profondo, ma confermano indirettamente la funzione soteriologica che pare costitutiva
dell'alchimia7. La tradizione alchimistica e la pratica analitica hanno in comune il tentativo
di creare una realtà nuova e superiore: da una parte l'oro, la pietra filosofale, dall'altra la
‟presa di coscienza" della psicologia moderna. L'alchimia è espressione di una pulsione a
4 Cfr. L'alchimie et ses racines philosophiques. La tradition greque et la tradition arabe, C. Viano dir., Librairie
Philosophique J. Vrin, Paris 2005.
5 Sul rapporto fra l'alchimia e la tradizione cabalistica, attestato nella tradizione occidentale a partire dal Rinascimento,

cfr. F. Secret, Hermétisme et kabbale, Bibliopolis, Napoli 1992; G. Scholem, Alchemie und Kabbala; A. Schwarz,
Cabbalà e alchimia, che indaga il fondamento più che lo sviluppo storico. Al rapporto tra alchimia e cultura ebraica è
dedicato il volume di Patai, Alchimia ebraica.
6 Cfr. De divisione naturae
7 Cfr. C. G. Jung, Psicologia e alchimia, trad. di Roberto Bazlen, Bollati Boringhieri, Torino 2006.
trasformare la materia prima dell'esperienza in conoscenza: vuole portare alla luce il lato
divino che dorme nell'oscurità degli istinti.

L'alchimia, ha il suo fondamento ideale nella concezione atavica che le sostanze


minerali ‟crescano", ‟maturino" come ‟embrioni" nel ventre della Terra Madre,
partecipando alla sua sacralità, per cui la metallurgia delle origini assume un carattere che
potremmo definire ‟ostetrico". Colui che con arte consapevole ‟estrae" i minerali dalla
Madre Terra interviene nello sviluppo di questi embrioni sotterranei, senza incidere sui
ritmi naturali, semplicemente velocizzandone la naturale crescita, collaborando all'opera
della Natura, aiutandola a ‟partorire più in fretta". Così come la magia naturale, essa non
altera i processi naturali, ma partecipa ad essi, ne scopre i legami nascosti, ne accelera e
facilita il corso.

È probabile che i riti iniziatici e i ‟segreti del lavoro" dei fabbri cinesi, fra i primi
alchimisti noti, costituiscano parte integrante delle tradizioni ereditate dal taoismo e
dall'alchimia cinese8. Il segreto di questa esperienza, di cui essi detenevano il monopolio, si
trasmise attraverso i riti di iniziazione ai mestieri: essi lavoravano su una Materia
considerata viva e sacra, in cui la loro opera mirava alla sua ‟trasmutazione", al suo
‟perfezionamento" e ‟purificazione", in cui l'intervento dell'uomo si accostava al ritmo
temporale specifico delle Sostanze minerali ‟viventi".

Elementi di cultura alchemica sono presenti, infatti, sia nell’antica civiltà cinese
sia in quella indiana, ma l’alchimia che ha maggiormente influenzato la cultura occidentale
nacque ad Alessandria, nell'Egitto ellenistico del I secolo d.C., dove le dottrine
alchimistiche si svilupparono secondo tre fasi: una prima fase che vedeva l’alchimia come
‟tecnica‟, basata sulle pratiche artigianali dell’Egitto pregreco; una fase successiva in cui
l’alchimia assumeva il ruolo di ‟filosofia‟, basata sulla rielaborazione delle teorie
platoniche e aristoteliche sulla materia prima e infine l’alchimia come ‟mistica‟, in cui si
sarebbe operata una fusione tra il precedente patrimonio filosofico e la gnosi ermetica.

Questo tentativo di trasmutazione dei corpi è fin dall'origine collegato alla


mistica ricerca della salvezza e della redenzione:preoccupazione cardine nell'età ellenistica,
quando culti religiosi e misterici d'origine classica si intrecciavano con la predicazione del
nuovo verbo evangelico, con le interpretazioni gnostiche del messaggio cristiano e con la
diffusione degli scritti ermetici, nei quali l'antica religione egiziana continuava a
sopravvivere9.

Durante il III secolo d.C. sempre ad Alessandria vengono introdotte tecniche di


lavorazione dei metalli diverse da quelle tradizionali e si fa strada l'idea che la stessa
‟purificazione" aurea dei metalli sia legata alla parallela ‟purificazione" salvifica
dell'operante. Sarà Zosimo (fine III - inizi IV sec. d.C.) che metterà in relazione le dottrine
soteriologiche ermetiche e gnostiche con il processo di trasformazione dei corpi in spiriti e
degli spiriti in corpi, come - secondo quanto lui stesso ci narra - aveva appreso da Maria10,
8 J. Needman, Science and Civilization in China, CUP 1954 e ss., dove è anche esaminata l'ipotesi della derivazione
dell'elixir nell'alchimia islamica (e poi occidentale) dalla ricerca taoista della lunga vita (macrobiotics); cfr. J. Needham,
Il concetto di elixir e la medicina su base chimica in Oriente e in Occidente, "Acta Medicae Historiae Patavinae" 19
(1985), pp. 7-41

9 Sulla koinè religiosa dei primi secoli d.C., cfr. A. J. Festugière, Hermétisme et mystique payenne (1967), trad. it.
Ermetismo e mistica pagana, Il melangolo, Genova 1991; per il significato religioso dell'ermetismo, il cui rapporto con
l'alchimia sussiste fin dai testi di Zosimo e continua sempre più stretto, finché i due termini divengono quasi sinonimi in
età moderna, cfr. Fowden, The Egyptian Hermes.
10 Secondo una controversa etimologia, l'espressione ‟bagnomaria" (Balneum Mariae) deriverebbe proprio

dall'alchimista ebrea menzionata da Zosimo, la quale, per riprodurre le condizioni naturali di lento riscaldamento dei
l'alchimista ebrea, a cui risalgono sia la concezione dei metalli come composti di corpo,
spirito e anima - analogamente agli esseri viventi -, sia l'invenzione dei primi strumenti
alchemici. Negli scritti di Zosimo già riscontriamo l'esistenza di pratiche e metodologie
diverse, così come la secolare polemica fra alchimisti e ‟ciarlatani" che caratterizzerà
l'intera vicenda dell'alchimia.

L'inglobamento dell'alchimia all'interno dell'orizzonte filosofico fa sì che nel VII


secolo la ricerca sulle "tinture" dei metalli vada sempre più collegandosi alla filosofia
neoplatonica, sviluppando un vero e proprio linguaggio simbolico, e interpretando le
operazioni alchemiche come termini nel rapporto fra l'Uno e il molteplice. Stefano di
Alessandria, filosofo, matematico, astronomo e alchimista, attivo nel VII secolo d.C.
durante il regno dell'imperatore Eraclio I, è il tramite, forse principale, del passaggio delle
conoscenze alchemiche al mondo islamico, che con il primo califfo omayyade, Khalid ibn
Yazid ibn Mu'awiya, manifestò un forte interesse per quella che i bizantini chiamavano «
arte sacra » o « fabbricazione dell'oro » (χρυσοποιία).

Attraverso il centro culturale di Alessandria e la cultura siriaca, l’alchimia


ellenistica viene trasmessa alla civiltà islamica, il cui fondatore viene considerato Giābir
ibn Ḥayyān (vissuto, probabilmente, nel sec. VIII), il Geber della tradizione medievale
latina. Fu proprio attraverso gli Arabi che l’Occidente riprese, successivamente, di nuovo
contatto con la tradizione alchimistica greca. Nel mondo islamico la connessione fra
alchimia ed emanatismo neoplatonico subisce un profondo cambiamento con l'introduzione
di materiali per le operazioni di laboratorio d'origine non greca, provenienti in parte dalla
civiltà harraniana11.

Nell'Occidente del XII secolo la trasmissione di alcune opere, in primis le


Meteore di Aristotele, aveva stimolato la nascita di un'alchimia latina. Tuttavia i primi testi
originali risalgono alla prima metà del Duecento. La nuova disciplina giunse in Europa
assieme al corpus aristotelico, che si andava affermando come nuovo sapere filosofico-
naturalistico. Le ricerche alchemiche non vi trovavano, però, una collocazione chiara: nelle
Meteore, in cui Aristotele analizza i fenomeni naturali del mondo sublunare, i capitoli De
mineralibus ‒ in realtà una traduzione di un'opera di Avicenna, il De congelatione et
conglutinatione lapidum, aggiunta solo alla fine del XII secolo ‒ tralasciano alcuni concetti
alchemici fondamentali, come la scala dei metalli e la correlazione fra questi ultimi e i
pianeti, negando la possibilità di trasmutazione della materia. In questa concezione l'arte
viene considerata più debole della natura, per cui, per ottenere una vera trasmutazione
degli elementi, gli alchimisti dovrebbero modificarne la struttura elementare, riportandoli
ai loro costituenti primari e dunque: « sciant artifices alkimie species transmutari non
posse12 ».

Parimenti complesso si rivelò la sistemazione dell'alchimia all'interno del


sistema classificatorio degli studi, in quanto essa rivestiva una posizione intermedia fra
teoria e pratica senza potersi ridurre definitivamente all'una o all'altra.

Nelle traduzioni latine dall'arabo troviamo spesso il prodotto finale dell'opus


dell'alchimista indicato come ‟elixir13", termine di incerta etimologia. Si è anche ipotizzato
11 Ad Harran, città nel sud-est della Turchia (l'antica Carrhae romana), conquistata dal califfo al-Ma'mun nell'876, una
religione astrale di origine orientale si era incontrata con l'eredità filosofica classica e, secondo quanto racconta una
leggenda sulla conquista islamica, tale sintesi venne attribuita dagli harratiani ai "libri sacri" di Ermete (cfr. T. M.
Green, The City of the Moon God. Religious Traditions of Harran, Brill, Leiden-New York-Koln 1992.
12 R. Halleux, L'alchimia, in Federico II e le scienze, a cura di P. Toubert-A. Paravicini Bagliani, Palermo 1994, pp.

152-161. (trad.: « Sappiano gli artefici dell'alchimia che le specie non possono essere trasmutate »).
13 Cfr. W. Theisen, John Dastin: the alchemist as co-creator, in "Ambix" 38 (1991), pp. 73-78; M. Pereira, Un tesoro
potesse derivare da un termine greco indicante una sostanza per tingere il metallo. La
trasmutazione alchemica dei metalli, tuttavia implica un concetto ben più alto di
purificazione e perfezione della materia, concetto che negli scritti di epoca ellenistica era
stato spesso considerato una metafora della salvezza spirituale. Nell'alchimia islamica,
invece, tramite una significativa influenza del pensiero taoista (cinese) ed indiano, l'elixir
diviene l'elemento in grado di conferire l'immortalità corporea14. In Occidente, solo agli
inizi del XIV secolo troviamo dei testi alchemici (soprattutto quelli attribuiti ai catalani
Raimondo Lullo e ad Arnaldo da Villanova) che parlano esplicitamente di elixir, prodotto
finale dell'opus in grado di conferire la perfezione materiale ai metalli e al corpo umano,
attraverso il riequilibrio perfetto di tutti i corpi con cui viene a contatto. Anche per questo
motivo l'elixir viene spesso identificato come un farmaco portentoso, la cui produzione può
essere ottenuta sia con la tecnica della distillazione, che si ritiene renda possibile una
scomposizione più profonda dei corpi materiali nei quattro elementi originari, sia tramite
una teoria della materia elaborata per la prima volta da Ruggero Bacone e ripresa dagli
alchimisti del primo '300. L'unione della distillazione farmacologica con la dottrina
alchemica dell'elixir avvenne ad opera di Giovanni da Rupescissa (1310 c. - 1365), che nel
suo Liber de consideratione quintae essentiae (1351ca.) descrisse la distillazione dell'alcol
del vino per ottenere medicine miracolose, fra cui l'oro potabile, a cui conferì il nome di
Quintessenza.

Nei secoli XV e XVI si ebbe un ulteriore incremento delle edizioni sia di testi
tradotti dal greco o dall’arabo, sia di opere originali. Sarà con Paracelso che l’alchimia
assumerà il carattere di ‟arte" medica, considerata come un sapere operativo totale:
l’alchimia è l'arte capace di svelare i misteri e i nessi nascosti della natura (entità animata e
vivente, in continua trasmutazione) e di correggerli, canalizzarli, velocizzare il loro
naturale compimento e quindi di ristabilire il corretto rapporto uomo-natura in cui consiste
lo stato di salute. La distinzione fra i contenuti di laboratorio e quelli simbolico-spirituali
affonda le sue radici già negli sviluppi rinascimentali e barocchi, come il celebre Della
trasmutazione metallica sogni tre di Giovan Battista Nazzari (1564) e l'Atalanta fugiens di
Michael Maier (1618), dove i contenuti operativi sono completamente stereotipati. La
nascita della chimica segnò, lungo il XVII secolo, il tramonto dell’alchimia per quanto essa
aveva di occulto e di iniziatico, trasferendosi nella poesia e nelle arti visive, in cui molti
artisti, soprattutto fra Otto e Novecento, fanno riferimento a idee o a motivi iconologici di
origine alchemica15.

Appare evidente, a conclusione di questo studio, che elemento fondante


dell'alchimia sia la sua pretesa di purificazione e salvezza, attraverso la realizzazione
concreta di un ‟catalizzatore", la pietra filosofale o l'elixir, che permetta alla materia e
all'operante di liberarsi del fardello di una materia non pura, non prima e dalla schiavitù
allo scorrere del tempo. Attraverso la purificazione, l'uomo e la materia possono tornare
alla loro originaria purezza e, soprattutto nelle visioni maggiormente influenzate dalla
filosofia ‟neoplatonica", ripercorrere a ritroso la strada che li riconduce alla originaria
fonte divina.

Negli ultimi tre secoli, la razionalità scientifica europea si è impegnata in uno


sforzo immane per tentare di analizzare, conquistare e dominare il mondo. Sul piano
ideologico, questo trionfo della razionalità scientifica si è tradotto nella (talvolta cieca)
fiducia in un progresso infinito e nella convinzione che ‟moderno" sia sinonimo di verità
14 Cfr. J. Needham, Il concetto di elixir e la medicina su base chimica in Oriente e in Occidente, in "Acta Medicae

Historiae Patavinae" 19 (1985), pp. 7-41


15 Cfr. Bonardel, Philosophie de l'alchimie; Calvesi, Arte e alchimia; Schwarz, L'immaginazione alchemica.
del sapere e di dignità della condizione umana. Eppure i danni materiali e spirituali di
simile atteggiamento sono evidenti a tutti; allo stesso tempo sono sempre esistite, ed
esistono tutt'ora, società e culture sofisticate che, senza poter rivendicare alcun merito
scientifico (nel senso moderno del termine) né alcuna attitudine per le produzioni
industriali, avevano elaborato sistemi metafisici, morali e perfino economici perfettamente
validi. La realtà e la grandezza di questi valori culturali "diversi" potrebbero far vacillare le
certezze della civiltà occidentale: i suoi rappresentanti (per non dire i suoi "dirigenti")
potrebbero dover rendere conto se la loro gestione, che potrebbe perdere il suo primato e la
sua caratteristica esclusiva di ‟unica" cultura possibile, valesse effettivamente gli sforzi, i
sacrifici e i danni che ha richiesto.