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29/9/2019 Staveco, la “città fantasma” di Bologna | magzine

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INCHIESTE

STAVECO, LA “CITTÀ
FANTASMA” DI BOLOGNA
LORENZO ROMANDINI — 09/04/2018 CONDIVIDI SU:     

Esiste un luogo a Bologna che in realtà non esiste davvero. E’ una città nella città, verde e silenziosa,
paradossalmente protetta per più di un secolo proprio dalla sua destinazione militare. Una città della
guerra che ha mantenuto intatto uno spazio di respiro nel tessuto urbano.  Il suo nome è impresso
nella mente delle persone ma solo per una funzione marginale che questa area svolge. La
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STA.VE.CO (ovvero lo Stabilimento per i Veicoli da Combattimento) è un’area di oltre 90mila metri
quadrati, conosciuta esclusivamente per il piccolo parcheggio a pagamento che ne occupa una
minima parte.

Staveco difatti è divenuto sinonimo di parcheggio, un parcheggio per raccontare un’area immensa.  I
bolognesi non conoscono questo luogo; la memoria storica delle persone si ferma alla costruzione dei
posti auto nel maggio del 2003.  Originariamente l’intera struttura era destinata al servizio delle forze
armate dello Stato. Da ormai 25 anni il complesso è in stato di abbandono, relegato in un silenzio
pieno di desolazione e fallimento. Un silenzio che si contrappone però allo stridore del passare del
tempo e all’avanzare della vegetazione che pian piano stanno cancellando non solo il ricordo ma
anche la stessa presenza di questa area nella città. La Staveco, quindi, “prosegue la sua battaglia” per
non scomparire.

Questi 93.288 metri quadrati sono occupati da una cittadella invisibile, silente e nascosta, facile
preda della vegetazione della collina Codivilla. Un mondo sconosciuto e interdetto: officine, magazzini,
case, rimesse, padiglioni, una ciminiera, depositi, strade, piazzette, sentieri e poi prati e alberi, e
leggendari cunicoli sotterranei e gallerie. Nel 1796 l’intera area venne militarizzata dal passaggio dei
francesi comandati da Napoleone. I francesi crearono un ospedale e una caserma. In seguito, nei
primi del Novecento, questa struttura divenne uno dei maggiori arsenali di Bologna, contando 12.000
addetti; dopo la guerra si convertì a luogo per la riparazione dei mezzi militari e nel 1991 ogni attività
cessò. Uno spazio deserto e abbandonato, 9 ettari senza rumori grazie all’iconico Laboratorio
Pirotecnico (un edificio lungo quasi 200 metri) che oscurerà sì, con il suo inconfondibile grigiore, la
vista dei colli dal viale Panzacchi, ma che funge da schermo sonoro alla confusione del traffico
cittadino.

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Dalla chiusura, l’area è stata totalmente abbandonata: fatta oggetto di speculazioni edilizie e
controversie sul suo futuro. Il 2014 doveva essere l’anno della svolta per l’intera zona: venne infatti
presentato il progetto “Campus 1088”, un nuovo polo accademico dove decentrare alcuni dipartimenti
come Informatica, Belle Arti, Economia, Statistica e Management, che sarebbero stati affiancati da
oltre a 15 mila metri quadrati di aule e laboratori didattici, palestre e un complesso di studentati. Il 15
novembre 2016 l’Università di Bologna scelse però di abbandonare definitivamente il progetto.

Dall’intervista a Simona Storchi, portavoce del professor Ivano Dionigi (ex Magnifico Rettore
nell’anno del progetto “Campus 1088”), Comune e Università «avevano tracciato un medesimo piano
per far rinascere questo luogo; furono firmate le conformità sul programma, i primi segni di fattibilità, il
Masterplan e il giorno 5 marzo 2014 fu messo tutto nero su bianco, siglando ufficialmente l’accordo
per il recupero e la valorizzazione dell’area Staveco».

Il contratto prevedeva l’impegno dell’ateneo di bandire


l’appalto per la realizzazione delle opere entro 22 mesi
Ivano Dionigi: «Questa dalla firma del contratto. A quella data, però, non si arrivò
operazione è dettata per il mai. Il mandato di Ivano Dionigi come rettore terminò in
data 31 ottobre 2015; al suo posto il professor
75% dalla ragione e dal
Francesco Ubertini che assieme al suo staff (sempre
calcolo, per il 25% è dettata secondo Simona Storchi) «ritenne di improntare la
dall’istinto sommato fa il pianificazione strategica dell’ateneo verso un
investimento su tutti i poli universitari esistenti, piuttosto
100% di coraggio». che su un ingente investimento per un nuovo polo
(Staveco)».

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Monica Lacoppola, capo ufficio stampa dell’Ateneo di Bologna, ad una mia richiesta di intervista al
rettore Francesco Ubertini, ha così risposto: «Purtroppo al momento il Rettore non ha modo di
rilasciare alcuna intervista in merito alla questione “Campus 1088”». Sono passati due anni
dall’accantonamento definitivo del progetto e ancora oggi, è presente un contenzioso tra Comune e
Università per il mancato adempimento delle prestazioni presenti nell’accordo avvenuto con il
precedente rettore. L’Alma Mater, in buona sostanza, ha tardivamente compreso l’insostenibilità
dell’intera operazione: si parlava infatti di un investimento iniziale di 100 milioni di euro, ai quali si
sarebbe dovuto aggiungere una nuova capitalizzazione di 300 milioni di euro per altre opere già
programmate sui prossimi anni.  Per garantire almeno una parte della spesa, l’Ateneo aveva
immaginato di vendere una parte delle attuali proprietà immobiliari presenti nell’attuale zona
universitaria: iniziativa che l’Alma Mater ha preferito evitare anche perché, come aveva dichiarato lo
stesso professor Ubertini, la presenza dell’Alma Mater nel centro storico “è il nostro Dna”.

Questa è la situazione, quindi, in data 15 novembre 2016, giorno del diniego da parte del Magnifico
Rettore professor Francesco Ubertini. Preso atto dunque delle motivazioni che provocarono il
fallimento del progetto “Campus 1088” e della costituzione della “Cittadella Universitaria”,
bisognerebbe quantomeno cercare di capire perché ci siano voluti ben 23 anni (da quel lontano 1991)
affinché qualcuno (enti, Comune, istituzioni, associazioni) si interessasse alla situazione dell’area
Staveco. L’assessore all’Urbanistica e riqualificazione della Città storica di Bologna, Valentina
Orioli, ha risposto, in maniera chiara ed esaustiva, a questa problematica. «Il fattore principale da
prendere in considerazione è che l’area Staveco era un’area militare ed è entrata nella disponibilità del
Comune (o per lo meno nella disponibilità di un gestore diverso da quello militare) solamente di
recente (2004).
L’intera area, ora, appartiene all’Agenzia del Demanio. Di conseguenza, tutte queste aree che
facevano parte del Piano Operativo Comunale (POC) “Rigenerazione di patrimoni pubblici” non
potevano essere sviluppate 20 anni fa perché non erano nella disponibilità della città e soprattutto di
gestori interessati a svilupparli. Poi, ovviamente, entrano i gioco i temi economici ma anche i temi
culturali perché noi oggi possiamo parlare di “rigenerazione urbana”, 20 anni fa si sarebbe ritenuto più
conveniente lasciare le aree militari ai militari e costruire strutture nuove in altri parti del territorio».

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Dopo l’abbandono del progetto “Cittadella Universitaria”, a metà 2017 iniziò a consolidarsi l’idea di un
possibile trasferimento di una parte dell’attività del tribunale di Bologna, alla Staveco, creando una
sorta di “Cittadella Giudiziaria”. Un progetto volto a sanare la situazione di criticità logistica
esistente, rispondendo alla necessità di aderire al piano di razionalizzazione dei beni immobili
utilizzato dalle amministrazioni dello Stato. Un risparmio calcolato intorno ai 5 milioni di euro annui,
contando i pesanti affitti delle sedi attuali, tra cui Palazzo Pizzardi. In questo senso, lo scorso 28
gennaio 2018, è stato firmato al Ministero della Giustizia il protocollo d’intesa per il trasferimento degli
uffici giudiziari bolognesi nell’area ex caserma Staveco.  Presenti al tavolo della firma, il Ministro della
Giustizia Andrea Orlando, il Sindaco di Bologna Virginio Merola e il Direttore dell’Agenzia del Demanio
Roberto Reggi.

Soddisfazione per questa storica firma anche per il presidente dell’Ordine bolognese degli
avvocati Giovanni Berti Arnoaldi Veli. «L’Ordine – ha dichiarato Berti – ha sempre sostenuto questo
progetto che consentirà di restituire alla città un’area di grande estensione e pregio abbandonata da
decenni.
Ci hanno assicurato che adesso si potrà lavorare alla soluzione dei due problemi che rimangono sul
tavolo: l’allargamento degli spazi del Tribunale e il reperimento di una nuova e adeguata sede per il
Tribunale per i minorenni». L’intervista si è conclusa con la promessa del presidente dell’Ordine
bolognese degli avvocati «di un impegno dell’avvocatura bolognese costante, perché possiamo essere
noi, la forza propulsiva del progetto, pronti a sollecitare e a vigilare per la sua realizzazione più rapida
e funzionale».

Un progetto, questo, che, come ci ha ricordato nella sua


intervista l’assessore all’Urbanistica, Valentina Orioli,
«Il nostro sogno è quello di «stabilisce che dei 47.000 metri quadri edificabili, il 75%
creare una porta d’accesso sarà destinato agli uffici giudiziari, mentre i restanti (circa
10mila metri quadri) saranno destinati ad ospitare attività
al colle Codivilla che possa
ricreative, commerciali e culturali».  L’aspetto sul quale
mettere in comunicazione il l’assessore si è più volte soffermato è che i tre ettari di
centro storico con l’Istituto terreno non edificabile saranno destinati ad un parco
urbano che ricucirà il centro con la collina. «Non credo
Ortopedico Rizzoli e il che ci saranno problemi per la realizzazione di questo
complesso di San Michele in progetto, la Staveco merita nuova vita come la stessa
Bosco». città di Bologna, ha bisogno della rinascita di questa
area».

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