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Cicerone, de oratore 3, 24, 93-94

Rerum est silva magna, quam cum Graeci iam non tenerent ob eamque causam
iuventus nostra dedisceret paene discendo, etiam Latini, si dis placet, hoc biennio
magistri dicendi exstiterunt; quos ego censor edicto meo sustuleram, non quo, ut
nescio quos dicere aiebant, acui ingenia adulescentium nollem, sed contra ingenia
obtundi nolui, conroborari impudentiam. Nam apud Graecos, cuicuimodi essent,
videbam tamen esse praeter hanc exercitationem linguae doctrinam aliquam et
humanitate dignam scientiam, hos vero novos magistros nihil intellegebam posse
docere, nisi ut auderent; quod etiam cum bonis rebus coniunctum per se ipsum est
magno opere fugiendum: hoc cum unum traderetur et cum impudentiae ludus esset,
putavi esse censoris, ne longius id serperet, providere.

“La materia è grande, e quando i Greci non la possedevano più e perciò i nostri
giovani quasi disimparavano mentre imparavano, in questi due anni sono comparsi
anche dei maestri latini, come piace agli dei; ed io, da censore, li avevo tolti di mezzo
con un mio editto, non perché non volevo che le menti dei giovani si affinassero,
come diceva non so chi, ma, al contrario, non volevo che si offuscasse il loro ingegno
e che si rafforzasse l’impudenza. Infatti presso i Greci, di qualunque livello fossero,
vedevo che al di là degli esercizi di lingua c’era una qualche conoscenza teorica e una
cultura degna della disciplina; mentre capivo che questi nuovi maestri non potevano
insegnare niente se non a essere sfrontati, cosa che di per sé bisogna evitare con
grande impegno anche quando è unita a buone qualità: ma poiché si trasmetteva solo
questo ed era una scuola di impudenza, ritenni che fosse compito del censore
provvedere a che non si diffondesse oltre”.

Aulo Gellio, noctes Atticae 15, 11, 2:

Aliquot deinde annis post id senatusconsultum Cn. Domitius Ahenobarbus et L.


Licinius Crassus censores de coercendis rhetoribus Latinis ita edixerunt:
'Renuntiatum est nobis esse homines, qui novum genus disciplinae instituerunt, ad
quos iuventus in ludum conveniat; eos sibi nomen inposuisse Latinos rhetoras; ibi
homines adulescentulos dies totos desidere. Maiores nostri, quae liberos suos discere
et quos in ludos itare vellent, instituerunt. Haec nova, quae praeter consuetudinem
ac morem maiorum fiunt, neque placent neque recta videntur. Quapropter et his, qui
eos ludos habent, et his, qui eo venire consuerunt, visum est faciundum, ut
ostenderemus nostram sententiam nobis non placere.'

“Alcuni anni dopo questo senatoconsulto i censori Gneo Domizio Enobarbo e Lucio
Licinio Crasso così decretarono sulla repressione dei retori latini: ‘Ci è stato riferito
che ci sono delle persone che hanno istituito un nuovo tipo di insegnamento, che i
ragazzi vanno a scuola da loro; che si sono dati il nome di retori latini; che lì persone
di giovane età oziano intere giornate. I nostri antenati stabilirono cosa volevano che i
loro figli imparassero e in quali scuole andassero. Queste innovazioni che si
verificano al di là dell’uso e del costume degli antenati non ci piacciono e non ci
sembrano giuste. Perciò, sia a quelli che tengono queste scuole, sia a quelli che hanno
preso l’abitudine di andarci ci è sembrato giusto far sapere il nostro pensiero, che non
ci piace’ ”.

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