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LA PSICOLOGIA DELLA TRANCE E L’ELUSIVITA’ DEL

PARANORMALE

Bruno Severi

INTRODUZIONE

Fin da quando ho iniziato ad interessarmi di parapsicologia, mi sono accorto


che i fenomeni paranormali, il più delle volte, non sono mai ben definiti, mai
perfettamente bianchi o perfettamente neri, come si dice, bensì si presentano
caratterizzati da varie tonalità di grigio. In altre parole, lo sperimentatore, quando
studia i sensitivi, otterrà assai spesso dei risultati che, pur potendo essere molto
interessanti, mostrano tuttavia qualche imprevisto o qualche incertezza che ne
limitano drasticamente il valore. Talvolta, ad un primo esame, i risultati potranno
sembrare chiarissimamente bianchi ma, ad una successiva e più attenta osservazione,
noteremo spesso una piccola ed inquietante macchiolina nera che c’era
precedentemente sfuggita. Ne consegue che dobbiamo passare da una rassicurante
certezza ad un imbarazzato stato di dubbio. Per meglio spiegarmi, ricorro ad un noto
esempio riferentesi ad un fatto realmente accaduto. Una trentina d’anni fa, in un
negozio di Miami, in Florida, iniziarono all’improvviso a prodursi stranissimi
fenomeni. Con grande frequenza, alcuni degli oggetti in vendita, disposti su più file
di scaffalature, iniziarono ad abbandonare inspiegabilmente la loro collocazione, a
fluttuare nell’aria, a cadere per terra o ad infrangersi contro le pareti. Dal momento
che questa fenomenologia si protraeva già da un certo tempo, i proprietari invitarono
alcuni noti parapsicologi con la speranza di capire la causa di questi strani fatti e,
possibilmente, di trovare il modo di farli interrompere. I parapsicologi, armati degli
opportuni strumenti di controllo, si misero in attesa nel negozio prestando la massima
attenzione. I fenomeni non si fecero aspettare, ma vediamo in quale modo.
Nonostante l’attenta cura ed attenzione, non fu mai possibile osservare i fenomeni
dall’inizio alla fine. Essi tendevano ad accadere sempre alle spalle degli investigatori.
Mentre essi guardavano da una parte, gli oggetti abbandonavano la loro sede e
volavano, o cadevano, stando sempre al di fuori della loro visuale. Il massimo che
sono riusciti a vedere furono le fasi finali dei fenomeni. In definitiva, sembrava che
dietro tutto questo ci fosse un’intelligenza nascosta che voleva impedire una piena
documentazione dei fatti. La causa di questo poltergeist fu fatta ricadere su un
commesso del negozio che, una volta debitamente allontanato, permise il ritorno alla
tanto agognata normalità.
Un altro esempio lo traggo dalla mia esperienza. Il Prof. Ferdinando Bersani,
membro di spicco del CSP e professore di fisica all’Università di Bologna, verso la
fine degli anni settanta mi aveva invitato a partecipare ad esaminare in laboratorio un
promettente mini-geller. Questi fu isolato in una stanza con il compito di deformare
psicocineticamente un oggetto. Si trattava di una sottile sbarretta metallica collegata
elettricamente ad un dispositivo di registrazione posto nella camera adiacente dove
erano raccolti gli sperimentatori. Una telecamera nascosta registrava lo svolgimento
della prova. Attraverso la telecamera, della quale naturalmente il ragazzo era ignaro,
si poteva controllare che non avvenisse nulla di fraudolento ed in particolare che egli
non toccasse l’oggetto bersaglio. Dopo una lunga attesa, il dispositivo che doveva
registrare la deformazione della sbarretta metallica si mise in frenetica attività. La
nostra gioia fu immensa, annullata però subito dopo quando ci accorgemmo che in
quel preciso momento la telecamera aveva smesso di funzionare. In definitiva,
potevamo essere certi che l’oggetto aveva iniziato a deformarsi, che il ragazzo, sino
ad un attimo prima, non lo aveva toccato perché seduto lontano come evidenziato
dalla telecamera, ma la prova definitiva del fenomeno ci è venuta meno a causa
dell’improvvisa ed inspiegabile momentanea interruzione della ripresa
cinematografica nel momento fondamentale della prova. Anche in questo caso
pensammo che un’oscura e maligna intelligenza avesse voluto deliberatamente
mettere una macchiolina nera su un candido quadro bianco.
Non mancano, inoltre, i casi in cui il fenomeno paranormale si produce, ma in
maniera mascherata e non immediatamente palese. Solo in seguito, magari dopo un
lungo tempo, la paranormalità del fenomeno viene riconosciuta e capita. Ma spesso è
troppo tardi.
Questa relazione cercherà di approfondire l’analisi di questa conturbante e
indesiderata caratteristica dei fenomeni paranormali suggerendo, nel contempo,
qualche ipotesi interpretativa applicabile sia ai sensitivi che ai medium spiritici.

UNA PRESENZA SCOMODA: L’ELUSIVITA’

Da quanto sopra esposto si possono trarre, a mio avviso, due considerazioni. La


prima è questa: se consideriamo l’elusività dei fenomeni paranormali, e come essi
cerchino quasi costantemente di occultarsi dietro una cortina di incertezze tali da non
permetterci mai di ottenere effetti solidi e ripetibili, possiamo supporre che nella
mente dell’uomo esista un meccanismo favorente questo stato di cose. Questa
proprietà della mente di presentare i fenomeni paranormali come imbrigliati da un
costante velo di elusività appare come una sorta di censura inconscia che toglie
all’intero quadro qualche particolare strategico per non fare trapelare sino in fondo
l’oggettività completa del fenomeno. La seconda considerazione riguarda il
comportamento dei sensitivi: si osserva in loro un certo pudore, se non vergogna, ad
esporre pubblicamente le loro capacità paranormali. Hanno timore di apparire pazzi,
strani o semplicemente diversi. Paura di essere presi per quello che non sono, ossia
individui ai margini o al di là dei limiti imposti dal contesto sociale e culturale in cui
vivono. Chissà quanti sensitivi e medium hanno tenuto nascosti o represso i loro
poteri per queste ragioni calandosi nel più completo e comodo anonimato?!
Sommando tra loro queste due considerazioni, sembra, pertanto, che il
sensitivo (o il medium, come presto vedremo) imbocchi assai spesso la strada
dell’elusività per mantenere un margine d’estraneità verso quello che produce, una
sorta di alibi che all’occorrenza lo deresponsabilizzi. A conferma di questo clima di
paura e di reticenza che caratterizza i sensitivi o i medium, presento un famoso caso
avvenuto nel 1973. Si tratta delle sedute medianiche organizzate da quel circolo di
studiosi canadesi che avevano creato fittiziamente l’entità spiritica di Philip. Essi
ricorsero a questo stratagemma per scavalcare il problema della responsabilità e della
paura di sentirsi medium. Ognuno di loro non si sentiva più di tanto coinvolto in
quelle poderose manifestazioni medianiche che ad un certo punto cominciarono a
presentarsi. Più o meno coscientemente, tutto quello che sarebbe potuto accadere, e
che in seguito si verificò, non era attribuibile alle facoltà medianiche di una persona
in particolare tra i presenti; tutto era riferibile ad un’entità creata artificialmente
(Philip) ed alla quale, piano piano, ogni membro del circolo canadese prese a credere
sempre di più. In questo curioso modo venne esorcizzata la paura di riconoscersi
come il medium delle sedute, le quali, così facendo, subirono improvvisamente un
rapido salto di qualità con la produzione di una poderosa fenomenologia paranormale
prevalentemente di carattere fisico.

CONFERME DALLA STORIA

La stessa seduta medianica si alimenta di questi fattori che favoriscono o


determinano l’elusività del paranormale. Prima di tutto l’esigenza di un ambiente
buio, poi la necessità di un comportamento benevolo ed acritico da parte dei
partecipanti. Spesso si usa il cosiddetto gabinetto medianico all’interno del quale si
cela il medium durante tutta la seduta, lontano dal controllo dei partecipanti. Segue,
poi, la quasi costante impossibilità ad usare in pieno dei controlli adeguati ed una
strumentazione scientifica. Oltre ai fattori ambientali ed al comportamento dei
partecipanti, lo stesso medium, per operare, necessita di qualcos’altro che lo aiuti, in
qualche modo, a deresponsabilizzarsi: la trance. Si tratta di una trance particolare
detta di possessione. Una volta entrato in trance, non è più lui a parlare, a fornire le
informazioni o a provocare i fenomeni fisici che tutti conosciamo. Sono gli spiriti, di
vario livello e grado, che parlano ed agiscono per tramite suo. Egli non è più padrone
né del proprio corpo, né della propria mente. Anche la sua voce cambia: nel tono,
nella dizione, nella cadenza e nelle inflessioni. Può anche parlare in una lingua
straniera. Tutto quello che sarà detto o fatto avrà non un’origine umana, bensì
spirituale, a volte divina. Niente di nuovo sotto il sole. Infatti, il medium non è altro
che l’erede di una tradizione antichissima che vede le sue origini risalire all’uomo
preistorico. In quei tempi, ma ancor oggi presso i residui popoli primitivi, l’antenato
del nostro medium era lo sciamano. Questi esercitava i suoi compiti e le sue capacità
divinatorie, chiaroveggenti e di guaritore entrando in trance. Allora non si trattava di
trance di possessione come avviene nei nostri medium, ma era una trance estatica:
con opportune tecniche e rituali, lo sciamano entrava in uno stato alterato di
coscienza mediante il quale la sua anima abbandonava il corpo e saliva al mondo
ultraterreno dove gli spiriti, o le divinità, che là albergavano, gli comunicavano le
risposte ai quesiti che lo sciamano era stato incaricato di risolvere. Generalmente si
trattava di trovare la causa ed il rimedio delle malattie, di avere consigli sulla
prossima battuta di caccia o su azioni di guerra, di ritrovare oggetti scomparsi o
rubati, etc. Anche in questo caso, lo sciamano, al ritorno dal suo viaggio estatico
nell’altro mondo, probabilmente mascherava le sue doti di sensitivo attribuendo tutto
il merito (o il demerito) delle informazioni ricevute agli spiriti o agli dei. Il suo
viaggio estatico non è altro che una rappresentazione simbolica e rituale all’interno di
uno stato modificato di coscienza. Rappresentazione che si adattava alle credenze
religiose e cosmogoniche ed alla attese del pubblico che lo seguiva con piena
partecipazione, fiducia e timore reverenziale.
Presso quei popoli che superarono la fase sciamanica a favore di altre forme di
credenze e di culti più evoluti, questo fenomeno di attribuzione ad altri delle proprie
capacità paranormali cambiò veste, pur conservando nella sua essenza molti degli
attributi primitivi. Le varie sibille, pitonesse, pizie, le invasate ed i sacerdoti che
facevano capo ai vari oracoli dell’antichità (spesso regolarmente riconosciuti dallo
stato e dalle istituzioni religiose) fornivano i loro responsi entrando in un nuovo tipo
di trance, quello di possessione. I Greci riconoscevano quattro tipi di trance: la trance
divinatoria, alla quale presiedeva il dio Apollo, la trance poetica propria delle Muse,
la trance rituale i cui adepti erano posseduti da Dioniso, e la trance erotica indotta da
Eros e Afrodite. Ricorrendo a certe pratiche più o meno segrete, a volte favorite
dall’assunzione di sostante psicoattive (principalmente giusquiamo, stramonio,
belladonna e mandragora), o a fumi o a gas misteriosi che esalavano dal terreno,
questi personaggi entravano in uno stato modificato di coscienza all’interno del quale
la loro consapevolezza veniva azzerata per permettere l'ingresso di un dio, o di un suo
rappresentante come vedremo più avanti. Essi venivano letteralmente posseduti dal
dio evocato che utilizzava “i loro organi vocali come se fossero i propri, esattamente
come fa il controllo tra i medium dello spiritismo moderno; per questo, i discorsi
delfici di Apollo sono sempre coniugati in prima persona e mai in terza” .
L’antica forma di divinazione (ancora presente ai nostri giorni), fatta
interpretando la disposizione casuale di certi oggetti (ossicini, conchiglie, steli d’erba,
fessurazione del guscio delle tartarughe, etc.), non era fatta risalire alle doti
chiaroveggenti o precognitive dell’indovino, bensì era vista come una proprietà
magica intrinseca agli oggetti stessi. Seneca sosteneva che la divinazione basata sul
volo degli uccelli, il rumoreggiare dei tuoni, il movimento delle stelle poteva rivelare
i destini umani all’indovino perché “tutte le cose sono state preordinate in una
successione fatalistica e causale”. Anche in questi casi, si respingeva decisamente
l’idea che la possibilità di predire il futuro fosse cosa umana; l’indovino era solo il
lettore e l’interprete di un ordine nascosto già scritto nelle cose.
La via del sogno è da tempo immemorabile praticata per rispondere alle
domande più intime e più pressanti che la gente si pone. Anche in questo caso è uno
spirito, o un dio, che parla nel corso dei sogni (talvolta si tratta di un congiunto
deceduto di recente o di un antenato). Famoso è il caso del demone di Socrate che,
specialmente nel sogno, suggeriva al filosofo quali scelte importanti dovesse adottare
nel corso della sua vita (Apuleio, 1992). I poemi classici, l’Iliade, l’Eneide e
l’Odissea in particolare, ci testimoniano di un mondo e di una cultura nelle quali
abbondavano gli interventi divini durante il sonno o in stato di attenuata vigilanza per
consigliare o per far assumere decisioni importanti agli uomini. In controtendenza
sembra invece procedere il sommo Aristotele. Egli dubitava che i sogni profetici
derivassero dagli Dei suggerendo, al contrario, che il potere di divinazione e la
produzione di sogni profetici emergessero da un’innata facoltà dell’anima. Ma i più la
pensavano diversamente. Anche i popoli primitivi hanno fatto, e fanno ancora, largo
ricorso al sogno per risolvere i loro problemi esistenziali.
Ricordo che, durante il mio soggiorno in Africa nello stato sub-sahariano del
Mali, una guaritrice di etnia Dogon mi ha confidato che gli spiriti entravano nei suoi
sogni per svelare le cause ed i rimedi delle malattie dei suoi pazienti. Questa era la
parte fondamentale e più caratterizzante della sua professione. In questi casi, è
evidente, il contenuto paranormale dei sogni viene delegato ad entità sovrumane o a
dei.
Anche nel buio della foresta amazzonica i guaritori, chiamati genericamente
curanderos ed eredi di una millenaria tradizione sciamanica, non si assumono mai in
prima persona la responsabilità del merito, o del demerito, della loro attività. Grazie
all’ingestione di sostanze psicoattive di origine vegetale, essi entrano in un altro stato
di coscienza. In questa condizione, come già visto nei casi precedenti, essi vengono
istruiti dagli spiriti sulle cause delle malattie, quali accorgimenti o quali prodotti far
assumere ai pazienti, come trovare il responsabile di un furto, dove indirizzare la
prossima battuta di caccia, quale strategia assumere per sottomettere o sterminare una
tribù nemica, etc.
Negli attuali riti Vudù il panorama sostanzialmente non è cambiato.
Abbandonandosi a danze sostenute da musiche sfrenate, gli adepti ed i sacerdoti del
culto vengono posseduti da un dio che parla attraverso la loro bocca fornendo le
risposte alle domande che erano state sottoposte dai partecipanti alla cerimonia.
Affine al Vudù è la Macumba che si avvale anch’essa della trance da
possessione per svelare la volontà delle divinità e prevedere il futuro.
Si potrebbero citare decine di ulteriori esempi di questo particolare
atteggiamento assunto da chi è delegato a svelare i segreti che ci circondano o a
risolvere i nostri problemi esistenziali ricorrendo a pratiche occulte. Basta scorrere le
pagine della storia o della vita di altri popoli, alcuni di questi nemmeno tanto lontani
da casa nostra o dai giorni nostri. Quel che conta, ai fini di dare forza alla mia ipotesi,
è che questo processo di delega ad altri più in alto di noi delle capacità di veggenza è
un processo ubiquitario e da sempre presente.

LONTANI TABU’

Credo di avere fornito sufficienti esempi e considerazioni per confermare, o


fare almeno prendere in serio conto, la possibilità che la trance, nelle sue varie forme
e sfaccettature, non sia dopo tutto una condizione dai caratteri così trascendentali e
misteriosi come molti suppongono che sia. Mi sento di affermare che molto
probabilmente essa rappresenta un rifugio o una strategia adottati da tutti i popoli e in
tutte le epoche, per non assumersi il gravoso compito di riconoscere, davanti al
prossimo, e forse ancor più, davanti a se stessi, di possedere dei poteri quasi magici,
estranei alla gran massa degli altri esseri umani. Una sorta di tabù innato che vieta o
sconsiglia di possedere il controllo di certi fenomeni che in passato erano ritenuti
magici od anche divini, e che al giorno d’oggi definiamo semplicemente come
paranormali. Vedere cose lontane, prevedere il futuro, curare gli ammalati con la sola
forza della mente non sono cose umane, suggerisce questa specie di tabù. Chi
dimostra di possedere questi segni di apparente natura sovrannaturale e li fa suoi
pubblicamente è un arrogante, uno che sfida gli spiriti e gli dei e che si vuole porre
sul loro stesso piano. Questi ultimi potrebbero punire severamente l’incauto con la
morte o con la pazzia, così ammonisce la credenza popolare, se non anche la
religione. Probabilmente, come detto in precedenza, i medium moderni ed i sensitivi
sono gli eredi di questo clima superstizioso che proviene da un lontano passato. E non
ci dobbiamo certo meravigliare della loro reticenza.
A conferma di questo stato delle cose, la stessa cultura giudaico-cristiana offre
degli esempi e delle norme molto chiari, ancora attuali. Si sostiene che i profeti della
Bibbia fossero ispirati direttamente da Dio. Infatti, nel momento in cui
profetizzavano, essi cadevano in un profondo stato di trance che spesso arrivava ad
essere una vera e propria esperienza mistica. Il contenuto delle loro visioni e delle
ispirazioni interiori sembravano essere letteralmente piovute dal cielo. Gesù curava
gli ammalati con un atto di volontà ed ha compiuto diverse altre cosette strane
conosciute come miracoli. Gli unici suoi imitatori riconosciuti sono i santi. In un
profondo ed interessantissimo studio sulla vita dei santi cattolici, il frate gesuita H.
Thurston (1952) sottolinea come la grande maggioranza dei santi manifesti quasi
costantemente un profondo imbarazzo per i prodigi da loro stessi prodotti. Quasi una
vergogna o un fastidio di cui hanno cercato, in vari modi, di nascondere o di
minimizzare la portata e di negare per essi ogni diretta responsabilità. I fenomeni
miracolosi (che probabilmente sono di natura paranormale) venivano dai diretti
interessati fatti risalire alla volontà di Dio, non certamente al loro potere. Le stesse
considerazioni fatte riguardo i santi cristiani ed i profeti, si possono benissimo
applicare ai santi ed ai profeti di altre importanti religioni fuori dalla sfera della
Cristianità. Quel che è certo è che ogni buon credente avrà notevoli difficoltà a porsi
sullo stesso piano del suo Dio o dei suoi più qualificati rappresentanti.
Anche da questi fatti ha avuto origine questa sorta di tabù che ha messo le sue
radici negli strati più profondi della nostra psiche.
A partire dagli sciamani, proseguendo attraverso i profeti, gli oracoli, i
veggenti di ogni sorta ed arrivando ai medium dell’era moderna, si nota un fatto
estremamente significativo. Tutti questi personaggi, custodi di poteri estranei alla
maggioranza dei loro simili, erano costretti da impulsi misteriosi ad esercitare la loro
peculiare professione. Non potevano sottrarsi ad essa. Una spinta interiore
(vocazione, chiamata dagli spiriti, predisposizioni naturali, etc.) li obbligava a seguire
quella strada, pena la malattia, la sofferenza e, in certi contesti, anche la morte.
Poiché, tuttavia, erano fortemente condizionati da quella specie di tabù ancestrale
sopra accennato, che cosa c’era di meglio, per chi era portatore di simili capacità,
dell’annullare il suo io entrando in uno stato alterato di coscienza e lasciarsi
possedere, farsi portavoce di qualcun altro infinitamente più potente ed onnisciente di
lui? Spostavano in questo modo il loro coinvolgimento da attori a comparse di
secondo piano. Se poi le cose non fossero andate a buon fine, se le risposte si fossero
rivelate errate o non del tutto adeguate, allora non se ne doveva attribuire la
responsabilità al medium o al veggente, ma si sosteneva che si era data un’errata
interpretazione ai messaggi piovuti dall’alto, o che spiriti di basso livello si erano
intromessi nella cerimonia dando risposte sbagliate, con buona pace di tutti.

TRANCE

Da quello che sembra emergere dalle considerazioni sopra esposte, vedo la


trance medianica come uno stato modificato di coscienza di tipo probabilmente
autoipnotico che viene vissuto ed interpretato come una rappresentazione o una
commedia. Naturalmente, in questo tipo di trance autoipnotica sono ben evidenti gli
aspetti dissociativi della personalità. Il canovaccio della rappresentazione medianica
appare, nelle sue linee essenziali, piuttosto stabile e ripetitivo. Istanze psicologiche
inconsce ed ancestrali indirizzano il medium ad entrare in questo stato modificato di
coscienza ogni volta che inizia una seduta. Egli vive la sua esperienza in maniera
apparentemente passiva, ponendosi in disparte, lasciando che altri si assumano il
ruolo di protagonisti. Almeno così desidera che le cose appaiano. Finita la trance, il
medium rientrerà in sé ignaro di quanto detto o avvenuto. Non ne serberà alcun
ricordo. Anche questo fa parte della commedia e ciò servirà, inoltre, a sottolineare la
sua estraneità ai fatti, in definitiva ad esentarlo da ogni responsabilità. Egli ha avuto
un ruolo del tutto marginale, quello di un mezzo (da cui deriva, infatti, il termine
medium) per favorire un processo che nei suoi punti qualificanti ha visto altri nelle
vesti di attore.
Nella storia dello spiritismo e della grande medianità sembra si possano
cogliere alcune importanti eccezioni a questo schema. Mi riferisco in primo luogo al
grande medium Daniel D. Home che spesso produceva notevolissimi fenomeni
medianici in uno stato di coscienza apparentemente normale (sebbene talora cadesse
in trance). Tuttavia, era sua premura precisare che quello che avveniva al di fuori
della trance riguardava ugualmente un intervento da parte degli spiriti, riaffermando,
così, il suo ruolo del tutto marginale nei confronti dei fenomeni prodotti.
Infine, non si può nemmeno escludere l’ipotesi che possa esistere, o coesistere,
un’altra funzione della trance di possessione: quella di rendere i responsi più
prestigiosi ed accettabili perché originati, in ultima analisi, dall’intervento di entità di
un alto piano spirituale, se non addirittura espressione della onniscienza e della
volontà divina. Gli indovini o gli oracoli della storia antica sarebbero probabilmente
quelli che hanno fatto maggiore ricorso a questa strategia.
Oltre a quelle sopra indicate, sono state suggerite o documentate altre chiavi di
lettura della trance in contesti differenti, od anche similari, rispetto a quelli da me
riportati. Ricordo, ad esempio, la connessione tra trance e sessualità suggerita da
Nandor Fodor (1959), ed ancor prima da Hereward Carrington (1921), o la funzione
di riscatto sociale della trance documentata in varie società da alcuni autori. Molti
studiosi che hanno trattato la trance di possessione l’hanno considerata una forma di
isteria. Interessantissimi esempi di questo rapporto sono stati descritti presso alcune
comunità rurali del nord dell’India. Anche a casa nostra sono facilmente
documentabili casi che sembrano confortare questo binomio trance-isteria, come il
fenomeno del Tarantismo del nostro Meridione. Ed infine, occorre tenere una porta
aperta alla possibilità che la trance rappresenti veramente uno stato della mente che ci
mette in sintonia con altre realtà ed altri esseri non di questo mondo.
Per quel che riguarda i sensitivi, che non ricorrono alla trance medianica
probabilmente perché incapaci di raggiungerla, il processo di deresponsabilizzazione
segue altre vie ugualmente sottili ed efficaci. Non potendo estraniarsi dai fenomeni
delegandoli ad altri, come fanno i medium, la via seguita dalla maggioranza dei
sensitivi è duplice: o non provocando alcun fenomeno paranormale; oppure,
specialmente se spinti da una certa dose di esibizionismo, provocandoli, ma in modo
ambiguo ed elusivo. I risultati, anche se buoni, saranno tuttavia non conclusivi e, in
quanto tali, deresponsabilizzanti. I sensitivi mantengono in questo modo un margine,
spesso esiguo ma importante, per mettere in dubbio l’intero castello delle loro
capacità paranormali.
In conclusione, essi sanno benissimo che una minuscola macchiolina nera su
un quadro bianco può avere un’efficacia devastante ed impedisce di infrangere quel
tabù ancestrale di cui sono ancora succubi e custodi.