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Decision Map’s.

Mappe per deliberare e


prendere decisioni
Quando la tecnologia sostiene il nostro apparato cognitivo

https://en.wikipedia.org/wiki/Deliberation#/media/File:Haagse-
magistraat.jpg (Pubblico dominio)

La “ragione” è lo strumento da cui noi esseri umani dobbiamo dipendere


quando il nostro obiettivo è quello di formarci giudizi che diano affidamento.
Le abitudini sono guide efficienti in molte occasioni; l’impulso, casuale o
istintivo, spesso sarà allettante, e e talvolta irresistibile. Ma queste e altre basi
non razionali del giudizio possono risultare catastrofiche quando, in una sfera
qualunque, il nostro benessere dipende dal sapere come stanno davvero le
cose, e cosa si può correttamente inferire dai fatti noti.

(I. Copi, C, Cohen*)

Imparare l’arte della “deliberazione”

Quando dobbiamo prendere posizione o decidere cosa pensare o fare


abbiamo bisogno di qualcosa di diverso dal, o di più del, semplice
“ragionare”.
La “ragione” di cui parlavano Copi e Cohen nel passo sopra citato
andrebbe intesa in senso più generale della “ragione” intesa come
strumento per fare inferenze. Un ragionamento svolto assomiglia
al pensare, come un cadavere ad una persona viva!

Chi riflette, chi medita, saggia, tenta ipotesi, ne deriva conseguenze, ne


valuta i pro e i contro, ritorna indietro, cerca evidenze e contro-evidenze,
ne inferisce ulteriori dati, immagina obiezioni, le esamina, le confuta,
subisce il fascino delle analogie, le insegue e così via. La riflessione è un
andirivieni, che assomiglia al percorso labirintico o a un nodo
autostradale; il ragionamento svolto è un percorso lineare e obbligato,
come una strada ferrata: una volta che hai messo il treno sui binari,
attivando gli scambi giusti (regole inferenziali), arrivi a destinazione.

Per riprodurre una meditazione abbiamo bisogno di ricorrere al modulo


narrativo, perché la riflessione è un cammino che avviene nel tempo,
con le sue sequenze spazio-temporali: inizio, fermate, ritorni, riprese,
strade senza uscita ecc. Laddove per riprodurre un’argomentazione
possiamo ricorrere al modulo espositivo. E’ quello che facciamo quando
spieghiamo come siamo arrivati ad una conclusione o perché crediamo
giusto quello che pensiamo intorno a un dato argomento.

C’è un nome per questo processo di pensiero non lineare: deliberazione.


Quando meditiamo o riflettiamo su un argomento per cercare di
stabilire una nostra posizione, non stiamo facendo altro che cercare di
arrivare ad una “deliberazione”, ad una decisione in merito a cosa
pensare o fare. E lo facciamo discutendo con noi stessi,
argomentando pro e contro, mettendoci una volta dalla parte di chi
difende e una volta dalla parte di chi attacca.

Deliberare è prendere una decisione intorno a qualcosa da fare, a un


comportamento da tenere o a una posizione da prendere intorno ad un
dato argomento, dopo avere messo su una bilancia, e pesato pro e
contro, valutato le conseguenze, chiarito i termini del problema. La
deliberazione può avvenire attraverso un discussione con altri, ma anche
nel chiuso del proprio foro interiore: in cui si discute solo con se stessi.

Una deliberazione è quella che, in fondo, chiediamo anche ai nostri


studenti quando gli facciamo scrivere un tema d’italiano di carattere
argomentativo. Gli diamo tre ore per offrirci, sulla base di qualche
considerazione di altri, una propria posizione in merito ad un tema. Gli
stiamo chiedendo di darci una “deliberazione” improvvisata.

Deliberare, cioè prendere decisioni ponderate intorno a ciò che è meglio


fare o più verosimile credere è fondamentale nella nostra vita
quotidiana, così come nella nostra vita professionale, quando ci
troviamo in situazioni in cui non abbiamo a disposizione verità evidenti
e previsioni certe.
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Per deliberare bene (il che non vuol dire prendere sempre la decisione
giusta) abbiamo bisogno di conoscenze (evidenze), di chiarezza nelle
nostre preferenze, di consapevolezza della possibile interferenza dei
nostri “pregiudizi” (bias, emozioni, euristiche) e di buona logica, per
analizzare i problemi, per fare inferenze e verificare ragionamenti.
Abbiamo bisogno, insomma, di “pensiero critico”, che non entra in
azione, perciò, solo in fase di verifica di una posizione, ma anche nella
fase precedente.

E’ un processo, infatti, quello della deliberazione, che attiene al contesto


della “scoperta”, laddove l’argomentazione attiene al contesto della
“giustificazione”. E non si può pensare che il pensiero critico possa
ridursi alla verifica delle pretese o delle prese di posizione. Il pensiero
critico deve preoccuparsi di sostenere il nostro sforzo cognitivo anche
nel contesto della scoperta, nel prendere posizioni razionalmente
giustificate o giustificabili.

Una volta stabilita una “delibera” (la via in su), gli argomenti portati per
stabilirla, gli argomenti che ci hanno convinto, saranno gli stessi che
potremo (ma non necessariamente) utilizzare per difenderla o
presentarla agli altri (la via in giù). Ed è vero che, quale che sia il modo
in cui arriviamo alla nostra deliberazione, ciò che importa è la
verifica/confutazione della stessa (Popper), ma quando le nostre
deliberazioni portano a scelte e a corsi di azione, anche curare la fase
della “scoperta” è fondamentale, e qualche volta vitale, per le
conseguenze, anche pratiche, che essa può avere.

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Insegnare l’arte

Come catturare una deliberazione? Abbiamo già parlato delle argument


maps, o mappe di ragionamento. Le mappe di ragionamento o
argomentazione sono utili in fase di analisi, quando l’argomentazione
(con la sua posizione e gli argomenti a sostegno) c’è già.

Prendiamo l’esposizione del “Cogito ergo sum” di Cartesio tratta dalla


Parte quarta del Discorso sul Metodo:

https://en.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Descartes#/media/File:Frans_Hals_-
_Portret_van_Ren%C3%A9_Descartes.jpg (Pubblico dominio)

Avevo notato da tempo, come ho già detto, che in fatto di costumi è necessario
qualche volta seguire opinioni che si sanno assai incerte, proprio come se
fossero indubitabili; ma dal momento che ora desideravo occuparmi soltanto
della ricerca della verità, pensai che dovevo fare proprio il contrario e rigettare
come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio,
e questo per vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie
convinzioni che fosse interamente indubitabile. Così, poiché i nostri sensi a
volte ci ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale essi ce la fanno
immaginare. E dal momento che ci sono uomini che sbagliano ragionando,
anche quando considerano gli oggetti più semplici della geometria, e cadono in
paralogismi, rifiutai come false, pensando di essere al pari di chiunque altro
esposto all’errore, tutte le ragioni che un tempo avevo preso per dimostrazioni.
Infine, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli possono
venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia
vero, presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano
introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni. Ma
subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso,
bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando
che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le
supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla,
giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della
filosofia che cercavo.

Pur ricorrendo al modulo narrativo, Cartesio sta spiegando come è


arrivato a stabilire il suo primo principio, portando le ragioni che lo
hanno convinto ad affermarlo. È, insomma, un resoconto, e possiamo
ricostruire la linea del ragionamento con una semplice argument map,
in questo modo:

Le argument maps ci possono supportare meno in fase di deliberazione,


quando si tratta di esplorare un problema al fine di arrivare a prendere
una posizione. La struttura di una mappa di ragionamento standard è
questa:

Poniamo una tesi, portiamo ragioni a favore o contro, che, a loro volta,
possono essere sostenute da ulteriori argomenti e contro-argomenti ecc.

Una mappa di questo tipo ci permette di catturare una linea di


ragionamento, ma non la ricchezza di un’argomentazione complessa,
che non è fatta di sole inferenze, ma anche di chiarimenti lessicali, di
definizioni, di domande, di conseguenze, di spiegazioni ecc.

Prendiamo le celebri pagine di Cesare Beccaria contro la pena di morte:


Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini,
mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un
governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli
uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la
sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della
privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è
l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri
uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di
ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu
fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di
uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società
intera?

Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere
non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica
necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la
morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il
primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal
potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa
produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte
di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o
perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon
luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di
governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al
di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima,
dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano
piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un
cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per
distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi
giusta e necessaria la pena di morte.

Beccaria propone all’inizio della sua riflessione una domanda da cui fa


partire la sua argomentazione: qual è la fonte del diritto di punire con la
morte (già l’uso del termine “trucidare”: cioè uccidere in modo brutale e
violento, ha una valore retorico-argomentativo, che non riesce a
rientrare nella mappa)? Si pone quindi una opzione: 1. la pena di morte
è un diritto (è giusta); 2. la pena di morte è una guerra della nazione con
un cittadino.

Abbandonata la prima opzione attraverso un primo ragionamento, B.


sviluppa la seconda, con una risposta ad una domanda implicita:
quando la guerra di una nazione contro un cittadino è giustificata? Da
qui, poi, si diparte l’argomentazione di Beccaria volta a dimostrare che
la pena di morte non è né utile, né necessaria.

Naturalmente, se volessimo ricostruire l’ossatura logica


dell’argomentazione potremmo agevolmente farlo:
Ora, quello che qui mi preme sottolineare è che se vogliamo catturare il
modo in cui Beccaria conduce la sua argomentazione, come una sorta di
messa in comune di riflessioni volte a stabilire una posizione (una
deliberazione, appunto), una mappa di ragionamento non è efficace e
funzionale: tralascia domande, tralascia opzioni; impedisce, cioè, di
visualizzare l’albero delle domande e delle possibilità
scandagliate da chi ha deliberato. Avremmo bisogno di un tipo di
mappa diverso, più ricco e complesso.

Le Decision maps

Ebbene, oggi uno strumento per creare questo tipo di mappe ce


l’abbiamo: le Decision Maps.
Cosa sono? Decision map è il nome per una tipologia di mappe nata per
supportarci nelle nostre deliberazioni e nelle prese di decisione. Tim van
Gelder le descrive in questo modo:

La mappatura delle decisioni può essere considerata come appartenente a una


famiglia più ampia di tecniche di mappatura che comprende la mappatura
mentale, la mappatura concettuale, la mappatura di dialogo, la mappatura
degli argomenti e altre. Tutte queste tecniche utilizzano diagrammi box-and-
arrow per aiutarci a “vedere” ciò che stiamo pensando. Ognuno di essi ha le
proprie regole e convenzioni distintive, ed è quindi adatto a determinate
applicazioni ma non ad altre. La mappatura delle decisioni è unica nel suo
genere in quanto realizzata appositamente per supportare le decisioni
deliberative.[Traduzione mia]

Spesso abbiamo l’illusione di avere il controllo del nostro pensiero e


delle nostre decisioni, ma è, appunto, un’illusione. Scrive sempre van
Gelder:

La realtà è che le decisioni, soprattutto quelle importanti, sono spesso piuttosto


complicate. Per impostazione predefinita, cerchiamo di mantenere e
processare questa complessità nella nostra testa. Il guaio è che le nostre
capacità cognitive sono limitate in modi cruciali, e possono essere rapidamente
sopraffatte. Le considerazioni rilevanti vengono ignorate, e le distorsioni
cognitive entrano in gioco. Una mappa decisionale aiuta ad affrontare questo
problema registrando il pensiero fuori dalla testa in una forma facilmente
analizzabile. In effetti, lavorare con le mappe decisionali è come aggiungere più
RAM ad un computer; ci permette di dedicare più risorse cognitive centrali al
compito veramente difficile di valutare le considerazioni e scegliere l’ opzione
giusta.

Per costruire una decision map io uso un software freemium messo a


punto dagli stessi autori di Rationale ( un software per creare
Argument maps), che si chiama bCisive.

bCisive è un software con cui realizzare diagrammi che possono aiutare


nel , e mostrano in modo chiaro la struttura logica di un processo
decisionale (o deliberativo) complesso: le varie opzioni, i pro e i contro,
gli argomenti e le prove; e, insieme, come questi pezzi si rapportano
logicamente tra di loro.
Si tratta non di un semplice supporto grafico-visuale (di una semplice
rappresentazione della conoscenza, per capirci), ma di un vero e
proprio sostegno cognitivo per disciplinare il pensiero ( a
proposito di tecnologia “inutile”!): supportandoci nell’analisi di opzioni,
stimolandoci a porre domande a partire da domande e richiedendo di
ricercare evidenze e sviluppare linee di ragionamento.

In questo template, vediamo un modello di Decision map con alcune


delle convenzioni grafiche utilizzate:

Convenzioni grafiche di Bcisive

Come le argument maps, le decision maps possono servire, oltre che


per pensare in modo disciplinato, anche per analizzare forme
complesse di pensiero come le “meditazioni” o le riflessioni filosofiche
(un utilizzo possibile, che non era stato pensato dai creatori del
software), in modo da prendere consapevolezza di come pensiamo ( e
non solo di come ragioniamo) e di come potremmo farlo meglio. Mappe
che, con il giusto addestramento, potrebbero essere utili per aiutare i
nostri studenti a pensare “meglio”.

Diversamente dalle Argument maps, con il loro andamento lineare, le


Decision maps permettono di rappresentare graficamente al meglio
l’andamento ondivago del pensiero in fase di “scoperta” e di
deliberazione; così come permettono di catturare una discussione
finalizzata a stabilire una posizione o a fare una scelta.

Per capire di cosa sto parlando, prendiamo la Prima delle Meditazioni


metafisiche di R. Descartes, un testo in cui il filosofo francese cerca di
riprodurre proprio questo andirivieni del pensiero: proponendo
evidenze, ponendosi domande, formulando ipotesi, sviluppando
ragionamenti, proponendo obiezioni, nuove domande ecc.:

Già da qualche tempo, ed anzi fin dai miei primi anni, mi sono accorto di
quante falsità ho considerato come vere, e quanto siano dubbie tutte le
conclusioni che poi ho desunto da queste basi; ho compreso dunque che
almeno una volta nella vita tutte queste convinzioni devono essere sovvertite, e
di nuovo si deve ricominciare fin dai primi fondamenti, se mai io desideri
fissare qualcosa che sia saldo e duraturo nelle scienze. […]

Per ottenere questo risultato non sarà d’altra parte necessario dimostrare che
<<quelle opinioni >> sono tutte false, cosa che forse non riuscirei mai ad
ottenere; ma poiché ormai la ragione mi persuade che bisogna tenere
accuratamente lontano ogni assenso dalle convinzioni che non sono
assolutamente certe e indubitabili, non meno che dalle proposizioni che sono
apertamente false, basterà questa considerazione per respingerle tutte, se
troverò in ciascuna un qualche motivo di dubbio. Non le dovrò esaminare
quindi tutte in maniera particolareggiata, cosa che richiederebbe un lavoro
infinito. Ma poiché, tolti i fondamenti, tutto quello che è edificato sopra questi
principi cadrà da sé, affronterò subito proprio quei principi sui quali poggiava
ciò che un tempo ho creduto.

Tutto ciò appunto che fino ad ora ho ammesso come vero al massimo grado,
l’ho tratto dai sensi o per mezzo dei sensi; tuttavia mi sono accorto talvolta che
essi ingannano, ed è atteggiamento prudente non fidarsi mai di quelli che ci
hanno ingannato anche solo una volta. Ma, sebbene i sensi talvolta ci
ingannino riguardo ad alcuni particolari minuti e marginali, tuttavia vi sono
moltissime altre opinioni delle quali non si può chiaramente dubitare, sebbene
siano desunte da essi; come ad esempio che io sono qui, sto seduto presso il
fuoco, indosso la mia vestaglia invernale, tocco con le mani questo foglio, e
cose simili. Ma in che modo si potrebbe negare che proprio queste mani, e che
tutto questo corpo sia mio? A meno che non mi consideri simile a quei pazzi il
cui cervello è turbato e offuscato da un vapore così ostinato, proveniente dalla
bile nera, che essi affermano con tenacia di essere dei re mentre sono
poverissimi, oppure vestiti di porpora mentre sono nudi […]. Ma costoro sono
pazzi e, se adattassi a me un qualche esempio preso da loro, non sembrerei
meno pazzo io stesso.

Benissimo dunque; come se non fossi un uomo che è solito dormire la notte, e
nei sogni provare tutte quelle immagini, e talvolta anche meno verosimili di
quelle che provano costoro da svegli. Quante volte poi il riposo notturno mi fa
credere vere tutte queste cose abituali, ad esempio che io sono qui, che sono
vestito, che sono seduto accanto al fuoco, mentre invece sono spogliato e steso
tra le lenzuola! Eppure ora vedo con occhi che sono sicuramente desti questo
foglio, questo mio capo che muovo non è addormentato, stendo questa mano
con pienezza di sensi e di intelletto e percepisco: chi dorme non avrebbe
sensazioni tanto precise. Come se poi non mi ricordassi che anche altre volte
nel sogno sono stato ingannato da simili pensieri; e mentre considero più
attentamente tutto ciò, vedo che il sonno, per sicuri indizi, non può essere
distinto mai dalla veglia con tanta certezza che mi stupisco, e questo stupore è
tale che quasi mi conferma l’opinione che sto dormendo.

Orsù dunque, immaginiamo di sognare e che non siano veri questi particolari
che cioè noi apriamo gli occhi, muoviamo la testa, stendiamo le mani e che
forse non le abbiamo neppure le mani, e nemmeno tutto questo corpo. Tuttavia
di sicuro bisogna ammettere che quel che ci appare nel sogno richiama alcune
immagini dipinte, che non hanno potuto essere rappresentate se non ad
immagine delle cose vere e reali, e perciò almeno queste cose generali, gli occhi
cioè, il capo, le mani e tutto il corpo, non sono oggetti immaginari, ma veri e
reali.

E infatti gli stessi pittori, anche quando si adoperano a rappresentare nelle


forme più inusitate le Sirene ed i Satiri, non possono loro assegnare delle forme
naturali completamente nuove, ma si limitano a mescolare insieme le membra
di diversi animali; se poi si dà il caso che essi escogitino anche qualcosa di così
nuovo che niente di simile sia mai stato visto, o che sia completamente
artefatto e falso, tuttavia devono essere veri almeno i colori, con i quali
compongono questa loro immagine.

E per un uguale motivo, sebbene anche tutte queste cose generali, cioè gli
occhi, il capo, le mani ed altre cose simili, possano essere immaginarie, tuttavia
bisogna ammettere necessariamente che vi sono ancora delle cose più semplici
e universali, che sono vere ed esistenti, dalla mescolanza delle quali, così come
dalla mescolanza dei colori veri, sono formate tutte queste immagini delle cose
che sono nel nostro pensiero, siano esse vere e reali, oppure finte e
immaginarie.

Di questo genere sembrano essere la natura corporea comunemente intesa e la


sua estensione; allo stesso modo la figura delle cose estese; ed allo stesso modo
la loro quantità, la loro grandezza ed il numero; ugualmente il luogo nel quale
si trovano, il tempo in cui durano e simili.
E perciò da questo potremo con qualche ragione concludere che la fisica,
l’astronomia, la medicina e tutte le altre discipline che dipendono dalla
considerazione delle cose composte, sono certo dubbie; mentre l’aritmetica, la
geometria ed altre scienze di tal genere, che non trattano se non di cose
semplicissime ed oltremodo generali, e poco si curano se esse si trovino nella
natura o no, contengono qualcosa di certo e di scevro da ogni dubbio. Infatti sia
che io sia sveglio, sia che dorma, due più tre fanno cinque e il quadrato non può
avere più lati di quattro; e non sembra che possa accadere che verità tanto
evidenti cadano in sospetto di falsità. […]

Abbiamo riportato solo un estratto per evidenti ragioni di spazio, ma la


decision map che abbiamo realizzato comprende tutta la prima
Meditazione:
Come è facile immaginare, le Decision maps possono avere diverse
applicazioni didattiche. Oltre che per analizzare e valutare criticamente
argomentazioni complesse, possiamo usarle (avendo a disposizione una
Lim o un Monitor interattivo) quando conduciamo discussioni in classe,
sia in fase di brainstorming sia come guida per riflettere insieme agli
studenti attorno a qualche tema; sviluppando assieme agli studenti linee
di ragionamento ecc. Così facendo l’aula può veramente diventare un
laboratorio o una palestra di pensiero.

Un altro uso possibile (anzi direi uno dei più utili) è nelle attività
connesse con la pratica del Debate, in particolare, nella fase di raccolta
dei dati e degli argomenti.

Questo e tanto altro: tutto quello che la fantasia di noi docenti può
immaginare e mettere in pratica, utilizzando la tecnologia “buona”
per buone pratiche didattiche.

By Pietro Alotto on March 5, 2018.

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Exported from Medium on March 16, 2019.