Sei sulla pagina 1di 249

Jonathan Franzen

Come stare soli


Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa

Traduzione di Silvia Pareschi

Einaudi
Dello stesso autore nel catalogo Einaudi
La ventisettesima città
Forte movimento
Le correzioni
Zona disagio
Libertà

Titolo originale How to be Alone


© 2002 Jonathan Franzen. All rights reserved
© 2003, 2011 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
In copertina: foto Peter Marlow / Magnum / Contrasto.
Progetto grafico 46xy.
Questo e-book contiene materiale protetto da copyright e non può
essere copiato, riprodotto, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato
o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun altro modo ad
eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore,
ai termini e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto
esplicitamente previsto dalla legge applicabile. Qualsiasi
distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo cosí come
l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti
costituisce una violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà
sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla
Legge 633/1941 e successive modifiche.
Questo libro elettronico non potrà in alcun modo essere oggetto di
scambio, commercio, prestito, rivendita, acquisto rateale o altrimenti
diffuso senza il preventivo consenso scritto dell’editore. In caso di
consenso, tale libro elettronico non potrà avere alcuna forma diversa
da quella in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla
presente dovranno essere imposte anche al fruitore successivo.
www.einaudi.it
Ebook ISBN 9788858405253
Come stare soli

A Kathy Chetkovich
Qualche parola su questo libro

Il mio terzo romanzo, Le correzioni, al quale ho lavorato per molti


anni, è stato pubblicato una settimana prima dell’attentato al World
Trade Center. In quel momento sembrava che le voci dell’io e del
commercio dovessero tacere – era un momento in cui si sentiva il
desiderio, per dirla con Nick Carraway, «che il mondo indossasse
l’uniforme e mantenesse una sorta di vigilanza morale perpetua».
Tuttavia, gli affari sono affari. Quarantotto ore dopo la catastrofe,
stavo di nuovo rilasciando interviste.
I giornalisti erano particolarmente interessati a quello che
chiamavano «il saggio di “Harper’s”». (Nessuno usava il titolo
originale, Forse sognare, che gli avevano dato i redattori della
rivista). Di solito le interviste cominciavano con la domanda: «Nel
saggio pubblicato da “Harper’s” nel 1996, lei prometteva che il suo
terzo libro sarebbe stato un grande romanzo sociale, capace di
ringiovanire la letteratura americana e di confrontarsi con la cultura
di massa; ritiene di aver mantenuto quella promessa con Le
correzioni?» A ogni nuova intervista spiegavo che anzi, al contrario,
nel saggio avevo a malapena accennato al mio terzo romanzo; che
l’idea della «promessa» era stata inventata di sana pianta da un
redattore o da un titolista del magazine domenicale del «Times»; e
che in realtà, lungi dal promettere che avrei scritto un grande
romanzo sociale per offrire informazioni al lettore comune, avevo
considerato il saggio come un’occasione per rinunciare a quel
genere di ambizione. Dato che la maggior parte dei giornalisti non
aveva letto il saggio, e dato che i pochi che l’avevano letto
sembravano averlo frainteso, diventai bravissimo a fornire un
riassunto chiaro e conciso del suo contenuto; in novembre, dopo piú
di cento interviste, avevo ormai elaborato un bel discorsetto di
rettifica che cominciava cosí: «No, a dire il vero nel saggio di
“Harper’s” parlavo della mia rinuncia al senso di responsabilità
sociale del romanziere e di come abbia imparato a scrivere narrativa
per il puro gusto di farlo…» Ero sbalordito, e piuttosto rattristato, dal
fatto che nessuno sembrasse in grado di riconoscere questo
concetto, cosí semplice e chiaro, all’interno del testo. Come sono
ostinatamente stupidi, pensavo, questi giornalisti!
In dicembre decisi di mettere insieme una raccolta di saggi nella
quale avrei inserito anche la versione integrale di Forse sognare, in
modo da chiarire una volta per tutte ciò che avevo e non avevo detto
in quel testo. Ma quando aprii il numero di «Harper’s» dell’aprile
1996 trovai un saggio, evidentemente scritto da me, che cominciava
con una lamentela di cinquemila parole, cosí penosamente stridente
e sconclusionata che nemmeno io riuscivo a seguirla del tutto. Nei
cinque anni trascorsi da quando avevo scritto il saggio, ero riuscito a
dimenticare che a quell’epoca ero un individuo molto arrabbiato e
con la testa piena di teorie. Il fatto che gli americani guardino
tantissima Tv e leggano poco Henry James mi provocava
un’angoscia apocalittica. Ero quel genere di fanatico religioso
convinto che, siccome il mondo non condivide la sua particolare fede
(nel mio caso, la fede nella letteratura), la Fine dei Tempi sia ormai
vicina. Pensavo che l’economia politica americana fosse un’enorme
cospirazione con l’obiettivo specifico di frustrare le mie ambizioni
artistiche, sterminare i miei aspetti preferiti della civiltà, e
contemporaneamente violentare e uccidere il pianeta. Un terzo del
saggio di «Harper’s» veniva da quel luogo di rabbia e disperazione,
ed era scritto in un tono di sublime sdegno teorico che ora mi faceva
leggermente rabbrividire.
È vero che, persino nel 1996, il saggio si proponeva di
documentare la fuga di uno scrittore in crisi dalla prigione dei suoi
pensieri rabbiosi. E cosí una parte di me è incline a ristamparlo
esattamente come è apparso la prima volta, a testimonianza del mio
antico fanatismo. Ritengo, tuttavia, che la maggior parte dei lettori
non abbia voglia di sorbirsi dichiarazioni come questa:
Mi sembrava evidente che se qualche pezzo grosso dell’economia o
del governo avesse creduto nel futuro dei libri, Washington e Wall Street
non sarebbero state cosí smaniose di sborsare mezzo trilione di dollari
per una Infobahn i cui fautori si fingevano dispiaciuti per gli effetti
devastanti che avrebbe avuto sulla lettura («Dovrete abituarvi a leggere
sullo schermo»), ma non riuscivano a nascondere la loro indifferenza nei
confronti di quella prospettiva.

Dato che questa solfa continuava per un bel po’, ho esercitato la


mia licenza d’autore, tagliando un quarto del testo e rivedendolo da
cima a fondo. (Ho anche cambiato il titolo in Perché scrivere
romanzi?) Nonostante sia ancora molto lungo, spero che adesso
risulti meno gravoso alla lettura, piú lineare nello svolgimento. Se
non altro, vorrei poter affermare, riferendomi a questo saggio: «Visto,
la questione è del tutto chiara e semplice, proprio come sostenevo!»
Quello che ho detto per il saggio di «Harper’s» vale per l’intera
raccolta. Questo libro vuole essere, in parte, la testimonianza del
passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato a
un’accettazione – persino una celebrazione – dell’essere lettore e
scrittore. Non che oggi manchino i motivi per essere arrabbiati e
spaventati. La sete di petrolio della nostra nazione, che ha già
prodotto due amministrazioni Bush e un’orribile Guerra del Golfo,
adesso minaccia di trascinarci in un interminabile conflitto in Asia
centrale. Anche se può sembrare impossibile, oggi gli americani
fanno ancora meno domande sul loro governo di quante ne
facessero nel 1991, e i principali mezzi di informazione sembrano
ancora piú monoliticamente sciovinisti di quanto non fossero allora.
Mentre il Congresso vota di nuovo contro l’applicazione di uno
standard di efficienza energetica del tutto ragionevole per i
fuoristrada, il presidente della Ford Motor Company difende
patriotticamente questi veicoli in uno spot televisivo, dichiarando che
gli americani non dovranno mai accettare «limiti di alcun genere».
Dato il gran numero di nefandezze che vengono perpetrate ogni
giorno, ho deciso di apportare solo qualche minimo aggiustamento
agli altri saggi di questo volume. La prima città suona leggermente
diverso senza il World Trade Center; L’alcova imperiale è stato
scritto prima dell’avvento al potere di John Ashcroft, con la sua
apparente indifferenza nei confronti delle libertà individuali; l’antrace
ha acutizzato i malanni del Servizio postale americano descritti in
Lettere smarrite; e la revoca dell’invito a far parte dell’Oprah Winfrey
Book Club rende fluorescente l’espressione «elitario» nei numerosi
saggi in cui appare. Ma i particolari locali mi interessano meno della
ricerca che è alla base di tutti questi saggi: il problema di preservare
individualità e complessità in mezzo al frastuono e alle distrazioni
della cultura di massa: la questione di come stare soli.
(2002).
Il cervello di mio padre

Questo è uno dei miei ricordi. In un nuvoloso mattino di febbraio


del 1996, ricevetti per posta da St Louis il pacco di San Valentino di
mia madre, che conteneva una romantica cartolina d’auguri rosa,
due barrette Mr Goodbar da un etto, un cuore cavo di filigrana rossa
con un anello di spago per appenderlo, e una copia del referto del
neuropatologo che aveva compiuto l’autopsia sul cervello di mio
padre.
Ricordo l’intensa luce grigia di quel mattino invernale. Ricordo di
aver lasciato le barrette, la cartolina e il ninnolo in soggiorno, di aver
portato il referto dell’autopsia in camera da letto e di essermi seduto
a leggere. Il cervello (cosí cominciava il referto) pesava 1255 grammi
e presentava un’atrofia parasagittale con dilatazione sulcale. Ricordo
di aver convertito i grammi in libbre e le libbre in equivalenti familiari,
i vassoi di carne cellofanati del supermercato. Ricordo di aver
rimesso il referto nella busta senza leggere nient’altro.
Qualche anno prima di morire, mio padre aveva preso parte a una
ricerca sulla memoria e l’invecchiamento finanziata dalla Washington
University, e uno dei benefit per i partecipanti era un’autopsia
cerebrale gratuita. Presumo che la ricerca offrisse altri benefit sotto
forma di controlli medici e terapie, cosa che aveva spinto mia madre,
che adorava gli omaggi di qualunque genere, a insistere perché mio
padre si offrisse volontario. La parsimonia era anche, con tutta
probabilità, l’unico motivo cosciente per cui aveva inserito il referto
dell’autopsia nel mio pacco di San Valentino. Stava risparmiando i
trentadue centesimi del francobollo.
I miei ricordi piú nitidi di quel mattino di febbraio sono visivi e
spaziali: la barretta Mr Goodbar gialla, il mio trasferimento dal
soggiorno alla camera da letto, la luce del tardo mattino di una
stagione lontana dal solstizio d’inverno quanto dalla primavera.
Eppure so di non potermi fidare nemmeno di questi ricordi. Secondo
le teorie piú recenti, che si fondano su un gran numero di ricerche
neurologiche e psicologiche condotte negli ultimi decenni, il cervello
non è un album in cui i ricordi vengono immagazzinati
separatamente come fotografie inalterabili. Un ricordo è, invece,
come afferma lo psicologo Daniel L. Schachter, una «costellazione
temporanea» di attività – un’eccitazione inevitabilmente
approssimativa dei circuiti neuronali che collegano un insieme di
immagini sensoriali e dati semantici per creare la sensazione
momentanea di un ricordo unitario. Immagini e dati sono raramente
appannaggio esclusivo di un unico ricordo. In realtà, mentre stavo
vivendo l’esperienza di quella mattina di San Valentino, il mio
cervello si stava basando su categorie preesistenti di «rosso» e
«cuore» e «Mr Goodbar»; il cielo grigio che vedevo dalla finestra mi
era familiare in seguito ad altre mille mattine d’inverno; e io avevo
già milioni di neuroni impegnati nel ritratto di mia madre – la sua
tirchieria con i francobolli, il suo romantico attaccamento ai figli, la
sua rabbia persistente nei confronti di mio padre, la sua bizzarra
mancanza di tatto, e cosí via. Secondo i modelli piú recenti, dunque,
il mio ricordo di quel giorno è formato da un insieme di collegamenti
neuronali fra le regioni del cervello interessate, e da una
predisposizione dell’intera costellazione ad accendersi –
chimicamente, elettricamente – quando qualsiasi segmento del
circuito venga stimolato. Pronunciate le parole «Mr Goodbar» e
chiedetemi di associarle liberamente, e se non dirò «Diane Keaton»
dirò senz’altro «autopsia cerebrale».
Il mio ricordo di San Valentino funzionerebbe in questo modo
anche se lo stessi rivangando adesso per la prima volta. Ma il fatto è
che ho ri-ricordato quella mattina di febbraio innumerevoli volte da
allora. Ho raccontato la storia ai miei fratelli. L’ho presentata come
un Bizzarro Episodio Materno ai miei amici che amano questo
genere di cose. L’ho persino raccontata, mi vergogno ad ammetterlo,
a persone che conosco pochissimo. Ogni ulteriore rievocazione e
narrazione consolida la costellazione di immagini e nozioni che
formano il ricordo. A livello cellulare, secondo i neuroscienziati, ogni
volta imprimo il ricordo piú in profondità, rafforzando i collegamenti
dendritici fra i suoi componenti e incoraggiando ulteriormente
l’attivazione di quello specifico insieme di sinapsi. Una delle grandi
virtú adattative del nostro cervello, la caratteristica che rende la
nostra materia grigia assai piú intelligente di qualsiasi macchina
finora inventata (l’ingombro hard disk del mio portatile o il World
Wide Web che insiste a rievocare, nei minimi dettagli, un sito di
Beverly Hills 90210 il cui ultimo aggiornamento risale al 20/11/98), è
la nostra capacità di dimenticare quasi tutto quello che ci è
successo. Del passato conservo ricordi generici, prevalentemente
divisi in categorie (un anno trascorso in Spagna; diverse serate in
ristoranti indiani in East Sixth Street), ma relativamente pochi ricordi
di episodi specifici. Tendo a ritornare sui ricordi che conservo, e in
questo modo li rafforzo. Essi diventano letteralmente –
morfologicamente, elettrochimicamente – parte dell’architettura del
mio cervello.
Il modello di memoria che ho descritto in questo compendio
piuttosto approssimativo, da profano, stimola lo scienziato dilettante
che è in me. Tale modello si adatta perfettamente alla qualità dei
miei ricordi, confusi e vividi allo stesso tempo, e incute soggezione
con la sua immagine di reti neuronali che si autocoordinano
spontaneamente, con un parallelismo su vasta scala, per creare la
mia fantasmatica coscienza e il mio fortissimo senso dell’io. Lo trovo
affascinante e postmoderno. Il cervello umano è una rete formata da
cento, forse addirittura duecento miliardi di neuroni, con migliaia di
miliardi di assoni e dendriti che si scambiano milioni di miliardi di
messaggi per mezzo di almeno cinquanta trasmettitori chimici
diversi. L’organo con cui osserviamo e cerchiamo di capire l’universo
è di gran lunga l’oggetto piú complesso che conosciamo in
quell’universo.
E tuttavia è anche un pezzo di carne. A un certo punto, forse piú
tardi in quello stesso giorno di San Valentino, mi sforzai di leggere
l’intero referto del patologo, che comprendeva una «Descrizione
Microscopica» del cervello di mio padre:
Alcune sezioni della corteccia cerebrale frontale, parietale, occipitale e
temporale presentavano numerose placche senili, del tipo piú diffuso, con
un numero minimo di grovigli neurofibrillari. Il materiale trattato con
ematossilina ed eosina mostrava la presenza evidente di corpi corticali di
Lewy. L’amigdala presentava placche, grovigli sporadici e una lieve
perdita neuronale.

Nell’annuncio che avevamo pubblicato sui giornali locali nove mesi


prima, mia madre aveva voluto scrivere che mio padre era morto
«dopo lunga malattia». Le piaceva il tono formale e reticente di
quella frase, ma era difficile non percepire in essa anche il suo
risentimento, l’accento sul termine lunga. L’identificazione delle
placche senili nel cervello di mio padre da parte del patologo serví a
confermare, come solo un’autopsia poteva fare, il fatto contro cui
mia madre aveva lottato quotidianamente per molti anni: come
milioni di altri americani, mio padre aveva il morbo di Alzheimer.
Questa era la sua malattia. Ed era anche, si potrebbe dire, la sua
storia. Ma permettetemi di raccontarla.

L’Alzheimer è una di quelle classiche malattie «dall’inizio


insidioso». Dato che anche le persone sane perdono la memoria
quando invecchiano, non c’è modo di stabilire quale sia il primo
ricordo a cadere vittima della malattia. La questione era
particolarmente complicata nel caso di mio padre, che non solo era
depresso, schivo e leggermente sordo, ma assumeva anche potenti
farmaci per altri disturbi. Per molto tempo fu possibile attribuire i suoi
non sequitur all’udito compromesso, la sua smemoratezza alla
depressione, le sue allucinazioni ai farmaci; e fu proprio cosí che ci
comportammo.
I ricordi piú vividi degli anni in cui mio padre cominciò il suo
declino riguardano cose che non hanno niente a che vedere con lui.
In effetti, sono piuttosto sconcertato dalla posizione centrale che la
mia persona occupa nei miei ricordi, e dal ruolo marginale che vi
svolgono i miei genitori. Ma in quegli anni vivevo lontano da casa. La
mia principale fonte di informazioni erano le lamentele di mia madre
nei confronti di mio padre, lamentele che prendevo con un grano di
sale; la sentivo lamentarsi praticamente da sempre.
Quello dei miei genitori non è stato certo un matrimonio riuscito.
Sono rimasti insieme per amore dei figli e perché non credevano che
il divorzio li avrebbe resi piú felici. Finché mio padre lavorava,
entrambi godevano di una certa autonomia nei rispettivi feudi, la
casa e il posto di lavoro, ma quando lui andò in pensione, nel 1981,
all’età di sessantasei anni, misero in scena una loro versione del
dramma A porte chiuse, recitandolo giorno e notte nella loro
confortevole casa suburbana. Io arrivavo per brevi visite come una
forza di pace dell’Onu, e allora entrambe le fazioni mi presentavano
con fervore le prove a carico dell’avversario.
A differenza di mia madre, che aveva subíto quasi trenta ricoveri
ospedalieri nel corso della sua vita, mio padre ebbe una salute di
ferro finché non andò in pensione. I suoi genitori e zii avevano
superato gli ottanta e i novant’anni, e lui, Earl Franzen, era
assolutamente certo che a novant’anni sarebbe stato ancora al
mondo, «per vedere – diceva sempre – come andrà a finire». (Il suo
omonimo anagrammatico Lear immaginava i suoi ultimi anni in
termini simili: ascoltare le «notizie di corte» insieme a Cordelia,
vedere «chi perde e chi vince, chi è dentro e chi è fuori»). Mio padre
non aveva hobby, e i suoi unici piaceri erano sedersi a tavola,
vedere i figli e giocare a bridge, ma aveva un interesse narrativo nei
confronti della vita. Guardava una quantità sbalorditiva di notiziari
televisivi. La sua aspirazione per la vecchiaia era seguire la storia
della nazione e quella dei suoi figli il piú a lungo possibile.
La passività di questa aspirazione e la monotonia delle sue
giornate lo rendevano quasi invisibile ai miei occhi. Dai primi anni del
suo declino mentale riesco a ripescare un unico ricordo diretto: io
che lo guardo, verso la fine degli anni Ottanta, mentre si sforza
invano di calcolare la mancia sul conto del ristorante.
Per fortuna, mia madre era una grande scrittrice di lettere. La
passività di mio padre, che io consideravo deplorevole ma non del
tutto affar mio, era per lei fonte di amaro disappunto. Fino
all’autunno del 1989 – un’epoca in cui, secondo le sue lettere, mio
padre giocava ancora a golf ed eseguiva le principali riparazioni
domestiche – mia madre mantenne le sue lamentele in termini
strettamente personali:
È estremamente difficile vivere con una persona molto infelice quando
sospetti di essere la causa principale di quell’infelicità. Decenni fa,
quando papà mi disse che secondo lui l’amore non esisteva (che il sesso
era una «trappola») e che lui non era tagliato per essere una persona
«felice», avrei dovuto essere tanto furba da capire che quella relazione
non sarebbe mai stata soddisfacente per me. Ma ero indaffarata &
impegnata con i figli e gli amici a cui volevo bene, e credo di essermi
detta, come Rossella O’Hara, «Ci penserò domani».

Questa lettera risale al periodo in cui la sordità di mio padre era


diventata il nuovo campo di battaglia dei miei genitori. Mia madre
sosteneva che fosse uno sconsiderato a non portare l’apparecchio
acustico; mio padre protestava che gli altri non si premuravano di
«parlare ad alta voce». La battaglia culminò con una vittoria di Pirro:
mio padre acquistò un apparecchio acustico che poi si rifiutò di
portare. Anche questa volta, mia madre elaborò un racconto morale
sulla «testardaggine», la «vanità» e il «disfattismo» di mio padre; ma
è difficile non immaginare, in retrospettiva, che le sue orecchie
difettose servissero già a camuffare un problema piú serio.
Una lettera di mia madre del gennaio 1990 contiene il primo
accenno scritto a questo problema:
Un giorno, la settimana scorsa, ha dovuto saltare il farmaco dell’ora di
colazione per sostenere dei test motori alla Washington University, dove
è in corso la ricerca su Memoria & Invecchiamento. Quella notte mi sono
svegliata al suono del rasoio elettrico, ho guardato l’orologio & lui era in
bagno a farsi la barba alle 2,30.

Nel giro di pochi mesi mio padre cominciò a commettere cosí tanti
errori che mia madre fu costretta a prendere in considerazione altre
spiegazioni:
Può darsi che sia stressato o deconcentrato o che abbia subíto un
deterioramento mentale, ma ultimamente si è verificata una serie di
incidenti che mi preoccupano molto. Continua a lasciare la macchina
aperta o le luci accese & abbiamo dovuto chiamare l’assistenza due volte
in una settimana per venire a ricaricare la batteria (adesso ho attaccato
dei cartelli in garage & sembra che funzioni)… non mi piace affatto l’idea
di lasciarlo solo in casa per piú di qualche minuto.
Il suo timore di lasciarlo solo si fece sempre piú assillante con il
passare dei mesi. Mia madre aveva il ginocchio destro malconcio, e
dato che aveva già una placca d’acciaio nella gamba per una frattura
precedente, doveva affrontare un complicato intervento seguito da
un lungo periodo di convalescenza e riabilitazione. Le lettere che
scrisse tra la fine del 1990 e l’inizio del 1991 si distinguevano per i
paragrafi tormentati in cui si chiedeva se sottoporsi all’intervento e,
in tal caso, cosa fare di mio padre.
Se rimanesse a casa da solo per piú di una notte mentre sono
all’ospedale sarei terribilmente in ansia, perché non chiude i rubinetti, si
dimentica il gas aperto, lascia le luci accese dappertutto, ecc…
Ultimamente controllo e ricontrollo tutto quello che posso, ma anche cosí
molte nostre faccende sono in disordine & la cosa piú difficile da
affrontare è il suo risentimento per le mie intrusioni – «non ti
impicciare!!!» Non accetta né capisce il mio desiderio di rendermi utile &
questa è la cosa piú difficile per me.

A quell’epoca avevo appena terminato il mio secondo romanzo, e


cosí mi offrii di stare con mio padre mentre mia madre veniva
operata. Per non ferire il suo orgoglio, concordammo di fingere che
non sarei venuto per lui, ma per lei. La cosa strana, tuttavia, era che
fingevo soltanto a metà. Lei descriveva l’incapacità di mio padre in
maniera inconfutabile, ma mio padre era altrettanto inconfutabile
quando la dipingeva come un’allarmista bisbetica. Andai a St Louis
perché, per lei, quell’incapacità era assolutamente reale; una volta
là, mi comportai come se per me non lo fosse affatto.
A conferma dei suoi timori, mia madre restò in ospedale per quasi
cinque settimane. Stranamente, nonostante quella fosse la prima e
l’ultima volta che rimanevo solo con mio padre per cosí tanto tempo,
ho pochissimi ricordi precisi di quel periodo passato con lui; ho la
vaga impressione che fosse piuttosto taciturno, ma per il resto
completamente normale. Ciò poteva sembrare in totale
contraddizione con i precedenti resoconti di mia madre. E tuttavia
non ho alcun ricordo di essere stato turbato da quella
contraddizione. Quello che ho, invece, è la copia di una lettera che
scrissi a un amico mentre ero a St Louis. Nella lettera, parlando di
mio padre, accennavo al fatto che gli avevano aggiustato le dosi
delle medicine e che adesso andava tutto bene.
Mi illudevo? Sí, fino a un certo punto. Ma una delle principali
caratteristiche della mente è la smania di costruire interi a partire da
frammenti. Tutti quanti abbiamo un vero e proprio punto cieco nel
campo visivo, nella zona in cui il nervo ottico si congiunge alla retina,
ma il nostro cervello registra immancabilmente un mondo senza
soluzione di continuità. Cogliamo parte di una parola e ci sembra di
sentirla per intero. Vediamo volti espressivi in una tappezzeria a
disegni floreali; siamo sempre impegnati a riempire gli spazi vuoti.
Allo stesso modo, credo che fossi incline a inserire interpolazioni fra i
silenzi e le assenze mentali di mio padre e a insistere nel vederlo
come lo stesso vecchio Earl Franzen di sempre. Avevo ancora
bisogno che recitasse un ruolo nella mia storia. Nella lettera che
scrissi al mio amico, descrivevo una prova mattutina della St Louis
Symphony a cui mia madre ci aveva esortato ad assistere perché i
biglietti omaggio non andassero sprecati. Al termine della prima
parte, nella quale la giovanissima Midori aveva eseguito alla
perfezione il concerto per violino di Sibelius, mio padre saltò in piedi
in preda a un’infelice agitazione geriatrica. «Bene, – disse, – è ora di
andare». Ebbi abbastanza buonsenso da non chiedergli di fermarsi
per la sinfonia di Charles Ives che veniva dopo, ma lo odiai per
quella che ritenni una mancanza di sensibilità artistica. Sulla strada
di casa, fece un commento su Midori e Sibelius. «Non capisco quella
musica, – disse. – Cosa fanno, la imparano a memoria?»

Piú tardi, quella stessa primavera, gli fu diagnosticato un piccolo


cancro alla prostata a lento sviluppo. I medici gli consigliarono di non
darsi la pena di curarlo, ma lui insistette per un ciclo di radioterapia.
Per una specie di coscienza indiretta del proprio stato mentale, era
terrorizzato dall’idea che qualcosa non funzionasse in lui: che,
dopotutto, non sarebbe vissuto fino a novant’anni. Mia madre, che
ebbe un’emorragia interna al ginocchio per i sei mesi successivi
all’operazione, era poco paziente con quella che considerava la sua
ipocondria. Nel settembre del 1991 scrisse:
È un sollievo che papà abbia cominciato la radioterapia & questo lo
obbliga a uscire di casa tutti i giorni [inserita, a questo punto, una faccina
sorridente] – un grosso vantaggio. Era ormai cosí nervoso, cosí
preoccupato, cosí depresso che doveva per forza prendere una
decisione. In effetti, essendo diventato cosí sedentario (contento di non
far nulla), ha avuto troppo tempo per preoccuparsi & pensare a se stesso
– HA BISOGNO di distrazioni!… Sono sempre piú convinta che le maggiori
qualità che una persona possa avere siano (1) un atteggiamento positivo
& (2) un buon senso dell’umorismo – vorrei che papà le avesse.

Seguirono alcuni mesi di relativo ottimismo. Il cancro era stato


debellato, il ginocchio di mia madre era finalmente migliorato, e nelle
lettere era ricomparsa la sua innata fiducia. Mi raccontò che mio
padre aveva vinto una partita a bridge: «Ora che ha la mente un po’
piú lucida & un approccio meno prudente sta giocando benissimo &
questa è quasi l’unica cosa che lo diverte (& che lo tiene sveglio!)»
Ma l’ansia di mio padre per la propria salute non diminuí; aveva
dolori allo stomaco che era convinto fossero causati dal cancro. A
poco a poco, il senso della storia che mia madre mi stava
raccontando passò dal personale e morale allo psichiatrico. «È
davvero sconvolgente il numero di amici che abbiamo perso negli
ultimi sei mesi – tutto questo fa parte del nervosismo & della
depressione di papà, ne sono certa», scriveva nel febbraio del 1992.
La lettera continuava:
Le conclusioni dell’internista, il dottor Rouse (che ha escluso tutte le
possibilità cliniche), confermano pressappoco quello che ho sempre
pensato riguardo ai disturbi di stomaco di papà. Papà è (1) terribilmente
nervoso, (2) molto depresso & spero che il dottor Rouse gli prescriva un
antidepressivo. Sono certa che esiste una cura… L’anno scorso sono
successe cose sconvolgenti, angoscianti, nella nostra vita, lo so
benissimo, ma la malattia mentale di papà lo sta danneggiando
fisicamente & se non vuole sottoporsi a una terapia (come suggerisce il
dottor Weiss) forse adesso accetterà le pillole o qualunque cosa occorra
per nervosismo & depressione.

Per qualche tempo l’espressione «nervosismo & depressione» fu


un elemento costante nelle sue lettere. Il Prozac sembrò tirarlo su di
morale, ma gli effetti furono di breve durata. Infine, nel luglio del
1992, con mia sorpresa, mio padre acconsentí a farsi vedere da uno
psichiatra.
Mio padre era sempre stato estremamente diffidente nei riguardi
della psichiatria. Considerava la terapia come un’invasione della
privacy, la salute mentale come una questione di autodisciplina, e i
suggerimenti sempre piú energici di mia madre affinché «parlasse
con qualcuno» come atti di aggressione – piccole granate di
riprovazione lanciate contro la loro infelicità di coppia. Il fatto che
mettesse piede volontariamente in uno studio psichiatrico era una
misura della sua disperazione.
In ottobre, quando mi fermai a St Louis prima di partire per l’Italia,
gli chiesi delle sue sedute con il medico. Agitò le mani in un gesto
disperato. «È molto competente, – disse. – Ma temo che mi abbia
rifiutato».
L’idea che qualcuno rifiutasse mio padre era piú di quanto potessi
sopportare. Dall’Italia inviai un appello di tre pagine allo psichiatra
perché riesaminasse il caso, ma proprio mentre lo scrivevo, a casa
andava tutto a rotoli. «Mi dispiace dirtelo, – scriveva mia madre in
una lettera spedita via fax in Italia, – ma papà è peggiorato
terribilmente. Il farmaco per i problemi urinari prescritto dall’urologo,
in combinazione con quello per depressione e nervosismo, l’ha
mandato di nuovo fuori di testa, ha avuto allucinazioni terribili».
Durante un fine settimana da mio zio Erv in Indiana, mio padre,
allontanato dall’ambiente familiare, aveva scatenato una notte di
follia culminata con mio zio che gli urlava in faccia: «Earl, Dio mio,
sono tuo fratello, Erv, abbiamo dormito nello stesso letto!» Tornato a
St Louis, mio padre aveva cominciato a infierire contro la signora
Pryble, la pensionata che mia madre aveva assunto per prestargli
assistenza due mattine la settimana mentre lei andava in giro per
commissioni. Non capiva perché avesse bisogno di assistenza, e,
anche ammesso che ne avesse bisogno, non vedeva perché
dovesse assisterlo un’estranea, invece che sua moglie. Era
diventato il classico «nottambulo», che sonnecchiava di giorno e si
scatenava durante le ore piccole.
Infine ci fu una triste visita festiva durante la quale io e mia moglie
intervenimmo in favore di mia madre e la mettemmo in contatto con
un assistente sociale per anziani, e mia madre ci esortò a stancarlo
perché dormisse tutta la notte senza episodi psicotici, e mio padre
sedette con il volto impietrito davanti al caminetto o raccontò
macabre storie della sua infanzia mentre mia madre si angosciava
per la spesa, la spesa proibitiva, delle sedute con l’assistente
sociale. Ma nemmeno allora, per quanto ricordi, qualcuno pronunciò
la parola «demenza». In tutte le lettere di mia madre, la parola
«Alzheimer» appare esattamente una volta, in riferimento a
un’anziana signora tedesca per la quale lavoravo da ragazzo.

Ricordo la diffidenza e il fastidio che provai quando l’espressione


«morbo di Alzheimer» cominciò a diffondersi, quindici anni fa. Mi
sembrava un altro esempio della medicalizzazione dell’esperienza
umana, l’ultima voce della sempre piú ricca terminologia del
vittimismo. Alle notizie fornitemi da mia madre sulla mia vecchia
datrice di lavoro replicai: «Quella che descrivi sembra la solita
vecchia Erika, solo molto peggiorata, e non è cosí che dovrebbe
agire l’Alzheimer, giusto? Ogni mese passo qualche minuto a
irritarmi per le comuni malattie mentali che, per moda, vengono
erroneamente diagnosticate come Alzheimer».
Dalla mia posizione attuale, nella quale passo qualche minuto al
mese a irritarmi per il trentenne moralista che ero allora, riesco a
vedere la mia riluttanza ad applicare il termine «Alzheimer» a mio
padre come un modo per proteggere la specificità di Earl Franzen
dalla genericità di una malattia nominabile. Le malattie hanno dei
sintomi; i sintomi fanno pensare al fondamento organico di tutto ciò
che siamo. Fanno pensare al cervello come a un pezzo di carne. E,
laddove dovrei riconoscere che, sí, il cervello è un pezzo di carne,
sembro invece conservare un punto cieco nel quale inserisco storie
che enfatizzano gli aspetti dell’io piú legati all’anima. Vedere mio
padre malato come una collezione di sintomi organici mi
spingerebbe a interpretare anche l’Earl Franzen sano (e il me stesso
sano) in termini sintomatici – a ridurre le nostre amate personalità a
insiemi circoscritti di coordinate neurochimiche. Chi vorrebbe vedere
la storia della propria vita in questo modo?
Anche adesso mi sento a disagio quando raccolgo informazioni
sull’Alzheimer. Leggendo, per esempio, il libro di David Shenk The
Forgetting: Alzheimer’s: Portrait of an Epidemic, mi torna in mente
che quando mio padre si perdeva nel suo quartiere, o si dimenticava
di tirare lo sciacquone, stava manifestando sintomi identici a quelli di
milioni di altre persone malate. Può essere consolante avere tanta
compagnia, ma mi dispiace vedere il significato personale staccarsi
da certi errori di mio padre, come confondere la moglie con la
suocera, una cosa che allora mi parve bizzarra e misteriosa e dalla
quale racimolai ogni sorta di nuove e importanti intuizioni sul
matrimonio dei miei genitori. A quanto pare, il mio senso della
personalità individuale era illusorio.
La demenza senile esiste da quando la gente ha i mezzi per
descriverla. Quando la durata media della vita umana era ancora
breve e la vecchiaia una relativa rarità, la senilità era considerata un
naturale sottoprodotto dell’invecchiamento – forse il risultato dello
sclerotizzarsi delle arterie cerebrali. Il giovane neuropatologo
tedesco Alois Alzheimer credette di trovarsi di fronte a un tipo
completamente nuovo di malattia mentale quando, nel 1901,
ricoverò nella propria clinica una donna di cinquantun anni, Auguste
D., che soffriva di strani sbalzi d’umore e gravi perdite di memoria e
che, durante la prima visita, forní risposte problematiche alle
domande di Alzheimer:
«Nome?»
«Auguste».
«Cognome?»
«Auguste».
«Come si chiama suo marito?»
«Auguste, credo».

Quattro anni dopo, quando Auguste D. morí in manicomio,


Alzheimer, avvalendosi dei recenti progressi nel campo della
microscopia e della colorazione istologica, riuscí a distinguere nei
vetrini dei suoi tessuti cerebrali la natura sorprendentemente doppia
della sua malattia: innumerevoli pezzi di «placca» dall’aspetto
vischioso e innumerevoli neuroni sommersi da «viluppi» di fibrille
neuronali. Le scoperte di Alzheimer suscitarono un grande interesse
nel suo mentore Emil Kraepelin, l’allora decano della psichiatria
tedesca, che era impegnato in una feroce disputa scientifica con
Sigmund Freud e con le sue teorie psicoletterarie sulla malattia
mentale. Le placche e i viluppi di Alzheimer fornivano un gradito
sostegno clinico alla tesi di Kraepelin secondo cui la malattia
mentale era fondamentalmente organica. Nel suo Trattato di
psichiatria egli definí la malattia di Auguste D. Morbus Alzheimer.
Nei sessant’anni successivi all’autopsia effettuata da Alzheimer su
Auguste D., proprio mentre i progressi nella prevenzione e nella cura
delle malattie aggiungevano quindici anni all’aspettativa di vita nelle
nazioni sviluppate, il morbo di Alzheimer continuò a essere
considerato una rarità medica, un po’ come la corea di Huntington.
David Shenk racconta di una neuropatologa americana di nome
Meta Naumann che, nei primi anni Cinquanta, praticò l’autopsia
cerebrale su 210 vittime di demenza senile e scoprí che una
minoranza presentava arterie sclerotizzate, mentre la maggior parte
mostrava la presenza di placche e viluppi. Era la prova inconfutabile
che il morbo di Alzheimer era molto piú diffuso di quanto si
pensasse; ma a quanto pare il lavoro di Naumann non convinse
nessuno. «Pensavano che Meta dicesse sciocchezze», ricorda suo
marito.
La comunità scientifica non era semplicemente pronta ad
accettare il fatto che la demenza senile fosse qualcosa di piú di una
naturale conseguenza dell’invecchiamento. Nei primi anni Cinquanta
non c’era una categoria consapevole di «anziani», non era ancora
scoppiato il boom delle comunità di pensionati della Sun Belt, non
esisteva l’Aarp1, né lo sconto al ristorante per chi mangia al turno
delle sei; e il pensiero scientifico rifletteva queste realtà sociali.
Bisognava attendere gli anni Settanta perché maturassero le
condizioni per una nuova interpretazione della demenza senile. A
quell’epoca, come afferma Shenk, «le persone vivevano cosí a lungo
che la senilità non sembrava piú tanto normale o accettabile». Il
Congresso approvò il Research on Aging Act2 nel 1974, e istituí il
National Institute on Aging3, su cui ben presto si riversò una cascata
di fondi. Alla fine degli anni Ottanta, al culmine della mia irritazione
contro il termine clinico e la sua improvvisa ubiquità, l’Alzheimer
aveva ottenuto lo stesso status sociale e medico delle cardiopatie e
del cancro – e la quantità di fondi destinati alla ricerca era lí a
dimostrarlo.
Ciò che accadde con l’Alzheimer negli anni Settanta e Ottanta non
fu solo un cambiamento nel paradigma diagnostico. Il numero di
nuovi casi è in vertiginoso aumento. Dato che sempre meno persone
vengono stroncate da un infarto o muoiono per un’infezione, sono
sempre di piú quelle che sopravvivono per diventare dementi. Nelle
cliniche i pazienti con l’Alzheimer vivono molto piú a lungo degli altri,
al costo di almeno quarantamila dollari l’anno a paziente; finché non
vengono ricoverati, essi sconvolgono progressivamente la vita dei
membri della famiglia incaricati di assisterli. Sono già cinque milioni
gli americani con questa malattia, e il loro numero potrebbe salire a
quindici milioni entro il 2050.
Dato che esiste un grosso giro di denaro intorno alle malattie
croniche, le industrie farmaceutiche stanno investendo febbrilmente
nella ricerca di brevetti per l’Alzheimer, mentre gli scienziati che
attingono ai finanziamenti pubblici presentano richieste di brevetto
per conto proprio. Ma poiché la conoscenza della malattia rimane
vaga (un cervello funzionante non è molto piú accessibile del centro
della terra o dei confini dell’universo), nessuno può dire con certezza
quali percorsi di ricerca porteranno a una cura efficace. Nel
complesso, a quanto pare, l’opinione diffusa nel settore è che le
persone sotto i cinquant’anni possano ragionevolmente aspettarsi di
ricevere farmaci efficaci contro l’Alzheimer nel momento in cui ne
avranno bisogno. Ma d’altra parte, vent’anni fa, molti ricercatori
avevano predetto che nel giro di vent’anni si sarebbe trovata una
cura per il cancro.
David Shenk, che è tranquillamente sotto i cinquanta, sostiene in
The Forgetting che una cura per la demenza senile potrebbe avere
dei risvolti negativi. Egli osserva, per esempio, una sorprendente
peculiarità dell’Alzheimer: spesso i pazienti soffrono sempre meno
con il procedere della malattia. Assistere un ammalato di Alzheimer
è faticosamente ripetitivo proprio perché l’ammalato non ha piú
l’equipaggiamento cerebrale necessario a percepire la ripetizione.
Shenk cita pazienti che parlano di «qualcosa di delizioso nell’oblio»,
e che avvertono un’esaltazione dei piaceri sensoriali nel momento in
cui giungono a stabilirsi in un eterno Presente senza passato. Se la
nostra memoria a breve termine è distrutta, non ci ricorderemo,
quando ci chiniamo ad annusare una rosa, che ci siamo chinati ad
annusare quella stessa rosa per tutta la mattina.
Come osservò per la prima volta lo psichiatra Barry Reisberg
vent’anni fa, il declino di un ammalato di Alzheimer rispecchia in
senso inverso lo sviluppo neurologico di un bambino. Le prime
capacità sviluppate dal bambino – alzare la testa (da uno a tre mesi),
sorridere (dai due ai quattro mesi), mettersi a sedere senza bisogno
di aiuto (dai sei ai dieci mesi) – sono le ultime a scomparire nella
persona affetta da Alzheimer. Lo sviluppo cerebrale del bambino si
consolida tramite un processo chiamato mielinizzazione, nel quale i
collegamenti assonali fra neuroni vengono gradualmente rinforzati
da guaine di mielina, una sostanza grassa. A quanto pare, poiché le
regioni che si sviluppano per ultime nel cervello del bambino restano
le meno mielinizzate, queste regioni saranno anche le piú esposte
all’aggressione dell’Alzheimer. L’ippocampo, che trasforma i ricordi a
breve termine in ricordi a lungo termine, è molto lento a mielinizzarsi.
Ecco perché non siamo in grado di formare ricordi episodici
permanenti prima dei tre o quattro anni, e perché l’ippocampo è la
prima zona in cui compaiono le placche e i viluppi dell’Alzheimer. Ed
ecco da dove arriva l’apparizione spettrale della paziente allo stadio
intermedio che è ancora in grado di camminare e nutrirsi da sola
anche se non ricorda niente da un’ora all’altra. Il bambino interiore
non è piú interiore. Neurologicamente parlando, siamo di fronte a
una persona dell’età di un anno.
Benché Shenk cerchi coraggiosamente di vedere un vantaggio
nell’infantile affrancamento dalle responsabilità e nella fanciullesca
concentrazione sul Presente dell’ammalato di Alzheimer, sono certo
che tornare bambino fosse l’ultima cosa che mio padre desiderava.
Le storie che raccontava sulla sua infanzia nel Nord del Minnesota
erano generalmente (come si addice ai ricordi di un depresso)
orribili: padre brutale, madre ingiusta, interminabili faccende
domestiche, povertà e isolamento, tradimenti famigliari, spaventosi
incidenti. Piú di una volta mi aveva detto, quando era già in
pensione, che il piú grande piacere della sua vita era stato andare a
lavorare da adulto in compagnia di altri uomini che apprezzavano le
sue capacità. Mio padre era un uomo profondamente riservato, e per
lui essere riservati significava mantenere il contenuto vergognoso
della propria vita intima lontano dagli sguardi della gente. Poteva
esistere per lui una malattia peggiore dell’Alzheimer? Nelle fasi
iniziali, essa provocò la disgregazione dei rapporti interpersonali che
lo avevano salvato dai peggiori momenti di isolamento depressivo.
Nelle fasi piú avanzate lo privò della protezione della condizione
adulta, dei mezzi con cui nascondeva il bambino dentro di sé. Avrei
preferito che gli venisse un infarto.
Eppure, benché gli argomenti di Shenk a favore dei lati positivi
dell’Alzheimer siano piuttosto deboli, il suo assunto centrale è piú
difficile da respingere: la senilità non è soltanto una distruzione di
significato ma anche una fonte di significato. Nel caso di mia madre,
i danni dell’Alzheimer da una parte amplificarono e dall’altra
rovesciarono alcuni schemi ricorrenti del suo matrimonio. Mio padre
si era sempre rifiutato di parlarle di sé, e adesso, ogni giorno di piú,
non riusciva a parlarle di sé. Per mia madre, lui era sempre lo stesso
Earl Franzen che sonnecchiava nella saletta e non ci sentiva bene.
Paradossalmente, fu lei quella che lentamente e inevitabilmente
perdette se stessa, vivendo con un uomo che la scambiava per sua
madre, che dimenticava tutto quello che sapeva di lei e che alla fine
smise di chiamarla per nome. Lui, che aveva sempre sostenuto di
essere il capo all’interno del matrimonio, quello che prendeva le
decisioni, l’adulto che proteggeva la moglie infantile, adesso non
poteva fare a meno di comportarsi come un bambino. Adesso era
lui, e non piú mia madre, a lasciarsi andare a indecorosi scoppi
emotivi. Adesso lei lo portava in giro per la città come un tempo
aveva portato me e i miei fratelli. Una mansione dopo l’altra,
assunse il controllo della vita di entrambi. E cosí, la «lunga malattia»
di mio padre, benché terribilmente faticosa e frustrante, le diede
l’opportunità di acquisire gradualmente un’autonomia che non le era
mai stata concessa: di sistemare qualche vecchio conto in sospeso.
Quanto a me, una volta accettata la portata del disastro, la pura e
semplice durata della malattia mi costrinse a un piú stretto e
inaspettatamente gradito contatto con mia madre. Imparai, come
probabilmente non avrei imparato altrimenti, che potevo davvero
contare sui miei fratelli e che loro potevano contare su di me. E
stranamente, pur avendo sempre stimato le mie doti di intelligenza e
buonsenso e consapevolezza, scoprii che vedere mio padre perderle
tutte e tre mi rendeva meno timoroso di perderle a mia volta.
Diventai un po’ meno timoroso in generale. Davanti a me si era
aperta una brutta porta, e io scoprii di essere in grado di
oltrepassarla.

La porta in questione era al quarto piano del Barnes Hospital, a St


Louis. Circa sei settimane dopo che io e mia moglie avevamo messo
in contatto mia madre con l’assistente sociale ed eravamo tornati
sulla costa orientale, mio fratello maggiore e i medici convinsero mio
padre a entrare in ospedale per una serie di accertamenti. L’idea era
quella di ripulirgli il sangue da tutti i farmaci e vedere cosa c’era
sotto. Mia madre lo aiutò a registrarsi all’accettazione e passò il
pomeriggio a sistemarlo nella stanza. Quando lo lasciò per andare a
cena, mio padre era sempre uguale, semipresente come al solito,
ma quella sera, a casa, mia madre cominciò a ricevere telefonate
dall’ospedale, prima da mio padre, che le chiedeva di andare a
toglierlo da «questo albergo», e poi dalle infermiere che le riferivano
che era diventato aggressivo. Il mattino dopo, quando tornò
all’ospedale, lo trovò del tutto fuori di sé – pazzo furioso,
profondamente disorientato.
La settimana dopo tornai a St Louis. Mia madre mi portò
direttamente dall’aeroporto all’ospedale. Mentre lei parlava con le
infermiere, andai in camera di mio padre e lo trovai a letto,
completamente sveglio. Lo salutai. Lui gesticolò freneticamente per
zittirmi e mi fece cenno di avvicinarmi al cuscino. Quando mi chinai
su di lui mi chiese, con un flebile sussurro, di parlare a bassa voce
perché «loro» stavano «ascoltando». Gli chiesi chi fossero «loro».
Non me lo seppe dire, ma i suoi occhi rotearono spaventosamente
per ispezionare la stanza, come se ultimamente «li» vedesse
dappertutto e fosse sconcertato dalla «loro» scomparsa. Quando
mia madre apparve sulla soglia, mi confidò, con un sussurro ancora
piú fioco: «Credo che siano arrivati fino a tua madre».
I miei ricordi della settimana seguente formano nel complesso una
macchia sfocata, inframmezzata da un paio di scene sconvolgenti.
Andavo in ospedale tutti i giorni e rimanevo al capezzale di mio
padre il piú a lungo possibile. Neppure una volta gli riuscí di mettere
insieme due frasi coerenti. Il ricordo che, in retrospettiva, mi sembra
piú significativo è un ricordo molto singolare. È immerso in una
penombra irreale, da interno, è ambientato in una stanza d’ospedale
che non trova riscontro in nessun altro mio ricordo né per
l’orientamento né per le dimensioni ridotte, e mi ritorna in mente
privo di quegli indizi cronologici che di solito caratterizzano i miei
ricordi. Non sono nemmeno sicuro che risalga alla prima settimana
in cui andai a trovare mio padre in ospedale. E tuttavia sono certo
che non si tratti di un sogno. Tutti i ricordi, dicono i neuroscienziati,
sono in realtà ricordi di ricordi, ma di solito non sembrano tali.
Questo invece sí. Mi ricordo di ricordare: mio padre a letto, mia
madre seduta accanto a lui, io in piedi vicino alla porta. Avevamo
appena avuto un’angosciosa conversazione famigliare, forse su
dove avremmo trasferito mio padre quando fosse uscito
dall’ospedale. È una conversazione che mio padre detesta, per quel
poco che riesce a seguirla. Alla fine urla con enfasi appassionata,
come se ne avesse abbastanza di tutte quelle sciocchezze: «Ho
sempre amato tua madre. Sempre». E mia madre si nasconde la
faccia tra le mani e scoppia in singhiozzi.
Quella fu l’unica volta in cui lo sentii dire che amava mia madre.
Sono sicuro che il ricordo sia autentico perché la scena mi sembrò
enormemente significativa anche allora, e poi la descrissi a mia
moglie e ai miei fratelli e la incorporai nella storia che stavo
raccontando a me stesso sui miei genitori. Quando, qualche anno
piú tardi, mia madre sostenne che mio padre non le aveva mai detto
di amarla, neppure una volta, le chiesi se si ricordasse di quella volta
in ospedale. Le ripetei le sue parole, e lei scosse la testa con aria
incerta. «Può darsi, – disse. – Può darsi che l’abbia detto. Non me lo
ricordo».
Io e i miei fratelli ci alternavamo, a intervalli di pochi mesi, nelle
visite a St Louis. Mio padre non mancò mai di riconoscermi come
una persona che era lieto di vedere. La sua vita in clinica era un
interminabile sogno angoscioso, popolato di fantasmi del passato e
di compagni di degenza deformi e squilibrati; in quel sogno, le
infermiere entravano piú come intruse sgradite che come attrici. A
differenza di molte pazienti donne, che scoppiavano a piangere
come bambine e subito dopo avvampavano di piacere davanti a una
coppa di gelato, non vidi mai mio padre piangere, e il piacere che
provava mangiando il gelato non smise mai di sembrarmi una cosa
da adulti. Mi rivolgeva cenni significativi e sorrisi ansiosi mentre mi
confidava frammenti di assurdità, e io annuivo come se lo capissi.
L’argomento meno incoerente era il suo desiderio di essere portato
via da «questo albergo», e la sua incapacità di comprendere perché
non potesse vivere in un piccolo appartamento e lasciare che mia
madre si prendesse cura di lui.
Il giorno del Ringraziamento di quell’anno, mia madre, mia moglie
e io lo tirammo fuori dalla clinica e lo portammo a casa con una
sedia a rotelle sulla mia Volvo station wagon. Non era piú tornato a
casa da quando era stato ricoverato, dieci mesi prima. Se mia madre
aveva sperato in una gratificante dimostrazione di gioia da parte sua,
rimase delusa: a quell’epoca, un cambiamento di sede non lo
impressionava piú di quanto avrebbe impressionato un bambino di
un anno. Ci sedemmo davanti al camino, e per un’irragionevole,
sciagurata consuetudine, ci venne l’idea di fotografare un uomo che,
nonostante la sua incoscienza, sembrava perfettamente e
dolorosamente cosciente di essere un triste soggetto per una
fotografia. Oggi trovo orribili quelle immagini: mio padre che si inclina
sulla sedia a rotelle come una marionetta dai fili allentati, gli occhi
folli e sbarrati, la bocca semiaperta, la macchia del flash sugli
occhiali che quasi gli cadono dal naso; mia madre con una
maschera di disperazione ragionevolmente trattenuta sul volto; mia
moglie e io che esibiamo sorrisi grottescamente forzati mentre ci
allunghiamo a toccare mio padre. A tavola mia madre stese un
asciugamano su mio padre e gli tagliò il tacchino in piccoli pezzi.
Continuava a chiedergli se fosse contento di essere a casa per la
cena del Ringraziamento. Lui rispondeva con un silenzio, con un
movimento degli occhi, qualche volta con una lieve alzata di spalle. I
miei fratelli chiamarono per augurargli buone feste; e qui, di punto in
bianco, tirò fuori un sorriso e una voce cordiale, fu in grado di
rispondere a domande semplici, ringraziò entrambi per la telefonata.
Questa parte della serata era tipica dell’Alzheimer. Dato che i
bambini imparano molto presto i comportamenti sociali, in molti
ammalati di Alzheimer la capacità di compiere gesti di cortesia e
pronunciare frasi vagamente garbate sopravvive a lungo alla
distruzione dei ricordi. Non era cosí straordinario che mio padre
fosse in grado di gestire (piú o meno) le telefonate d’auguri dei miei
fratelli. Ma considerate quello che successe in seguito, dopo cena,
davanti alla clinica. Mentre mia moglie correva dentro a cercare una
sedia geriatrica, mio padre sedeva accanto a me e osservava il
portone dell’istituto in cui stava per rientrare. «Sarebbe stato meglio
non uscire di qui, – mi disse con voce chiara e forte, – che doverci
ritornare». Questa non era una frase vaga; era del tutto pertinente
alla situazione, e indicava una precisa consapevolezza della sua
condizione generale e una connessione con il passato e il futuro.
Stava chiedendo che gli venisse risparmiato il dolore di essere
trascinato di nuovo verso la coscienza e la memoria. E infatti il
mattino seguente al giorno del Ringraziamento, e per il resto della
nostra permanenza, lo vidi piú folle che mai: le parole trasformate in
un guazzabuglio di sillabe alla rinfusa, il corpo in preda a
un’agitazione scomposta.
Secondo David Shenk, la piú importante delle «finestre sul
significato» offerte dall’Alzheimer è il rallentamento della morte.
Shenk paragona la malattia a un prisma che rifrange la morte nello
spettro delle sue parti, di solito saldamente congiunte – morte
dell’autonomia, morte della memoria, morte della consapevolezza,
morte della personalità, morte del corpo –, e condivide l’opinione piú
diffusa sull’Alzheimer: questa malattia è particolarmente triste e
orribile perché il paziente perde il proprio «io» molto prima che il
corpo muoia.
Questo mi sembra in gran parte corretto. Quando il cuore di mio
padre si fermò, lo stavo già piangendo da anni. Eppure, quando
ripenso alla sua storia, mi chiedo se le varie morti siano davvero cosí
disgiunte, e se la memoria e la coscienza abbiano davvero pieno
diritto, dopotutto, a essere considerate la sede della personalità. Non
riesco a smettere di cercare significati nei due anni successivi alla
perdita del suo presunto «io», e non riesco a smettere di trovarli.
Ciò che mi colpisce è soprattutto l’apparente persistere della sua
volontà. Non posso fare a meno di credere che stesse applicando
qualche residuo fisico di autodisciplina, qualche riserva di energia
situata nei nervi, sotto la coscienza e la memoria, quando raccolse le
forze per la richiesta che mi fece davanti alla clinica. Non posso fare
a meno di credere, inoltre, che il crollo del mattino seguente, come
quello della prima notte che passò da solo in ospedale, equivalesse
a una rinuncia a quella volontà, a un lasciar andare, un abbracciare
la follia di fronte a un’emozione insostenibile. Anche se possiamo
fissare il punto iniziale (piena consapevolezza e sanità mentale) e il
punto finale (oblio e morte) del declino di mio padre, il suo cervello
non era soltanto uno strumento di calcolo che impazziva in modo
graduale e inesorabile. Laddove il progresso sottrattivo
dell’Alzheimer avrebbe previsto un costante andamento verso il
basso come questo –

– il crollo di mio padre mi appariva piuttosto cosí:


Rimase padrone di sé piú a lungo, credo, di quanto a prima vista
sembrasse consentirgli il suo equipaggiamento neurologico. Poi
crollò e cadde piú in basso di quanto la patologia gli avrebbe
normalmente imposto, e scelse di restare cosí per il novantanove
per cento del tempo. Quello che lui voleva (nei primi anni, rimanere
lucido; negli ultimi, lasciar andare) era parte integrante di quello che
era. E quello che voglio io (storie sul cervello di mio padre che non
parlino di carne) è parte integrante di quello che scelgo di ricordare e
raccontare.
Una delle storie che intendo raccontare, quindi, mentre cerco di
perdonare a me stesso la lunga cecità nei confronti della malattia di
mio padre, riguarda la sua propensione a nascondere quella
malattia, e il fatto che per parecchio tempo conservò un carattere
abbastanza forte da riuscirci. Mia madre giurava che era cosí. Non
riusciva a ingannare la donna con cui viveva, per quanto la
angariasse, ma riusciva a rimettersi in sesto finché i figli erano in
città o c’erano ospiti in casa. Probabilmente la vera soluzione
dell’enigma del mio soggiorno con lui durante la degenza di mia
madre è piú legata al suo sforzo di volontà che alla mia cecità.
Dopo quel brutto giorno del Ringraziamento, quando ci rendemmo
conto che non sarebbe mai piú tornato a casa, aiutai mia madre a
riordinare la sua scrivania. (Il genere di libertà che ci si prende con la
scrivania di un bambino o di un defunto). In un cassetto trovammo le
prove di piccoli, furtivi sforzi per non dimenticare. C’era un mucchio
di biglietti su cui aveva scritto l’indirizzo dei suoi figli, un indirizzo su
ognuno, ripetuto su parecchi biglietti. Su un altro biglietto aveva
scritto la data di nascita dei figli maggiori – «Bob 13/1/48» e «TOM
15/10/50» – e poi, nel tentativo di ricordare la mia (17 agosto 1959),
aveva cancellato il mese e il giorno e aveva tirato a indovinare sulla
base delle date dei miei fratelli: «JON 13/10/49».
Considerate, inoltre, quelle che credo siano le ultime parole che mi
rivolse, tre mesi prima di morire. Da un paio di giorni andavo alla
clinica per una doverosa visita di novanta minuti e ascoltavo i suoi
borbottii su mia madre e le affabili congetture su certi minuscoli
oggetti che si ostinava a vedere sulle maniche del maglione e sulle
ginocchia dei pantaloni. Non c’era niente di diverso in lui il mattino
della mia ultima visita, niente di diverso quando lo riportai in camera
sulla sedia a rotelle e gli dissi che stavo per lasciare la città. Ma a
quel punto alzò lo sguardo su di me e – di nuovo, all’improvviso, la
sua voce si fece forte e chiara – disse: «Grazie di essere venuto. Ti
sono grato di aver trovato il tempo per venire da me».
Frasi fatte? Una finestra sul suo io essenziale? Non mi sembra di
avere molta scelta sulla versione a cui credere.

Nel basarmi sulle lettere di mia madre per ricostruire la


disintegrazione di mio padre, percepisco l’ombra degli anni non
documentati dopo il 1992, quando io e lei cominciammo a
raccontarci tutti i particolari per telefono e smettemmo quasi
completamente di scriverci. Sono perfettamente d’accordo con
Platone quando, nel Fedro, descrive la scrittura come la «stampella
della memoria»: il mio racconto non sarebbe completo senza quelle
lettere. Ma, laddove Platone lamenta il declino della tradizione orale
e l’atrofia della memoria provocata dalla scrittura, io, all’altro capo
dell’Era della Parola Scritta, sono impressionato dalla solidità e
dall’attendibilità delle parole sulla carta. Le lettere di mia madre sono
piú vere e complete dei miei ricordi egocentrici e soggettivi; lei
stessa mi appare piú viva nella frase scritta «HA BISOGNO di
distrazioni!» che in ore di filmati o cataste di fotografie.
Il desiderio di registrare le storie in maniera indelebile, di annotarle
con parole permanenti, mi sembra imparentato con la nostra
convinzione di non essere fatti di sola biologia. Mi chiedo se l’attuale
sensibilità culturale al fascino del materialismo – la crescente
propensione a considerare la psicologia come una questione
chimica, l’identità come una questione genetica, e il comportamento
come il prodotto di antiche esigenze dell’evoluzione umana – non sia
intimamente connessa alla rinascita dell’oralità e al declino della
parola scritta tipici dell’era postmoderna: le nostre continue
telefonate, le nostre effimere e-mail, la nostra tenace devozione al
luccichio del televisore.
Ho già detto che anche mio padre scriveva lettere? Generalmente
scritte a macchina, generalmente introdotte da un paragrafo di scuse
per gli errori di ortografia, le sue lettere erano molto meno frequenti
di quelle di mia madre. Una delle ultime risale al dicembre del 1987:
Questo periodo dell’anno è sempre difficile per me. Non sono a mio
agio con tutta questa storia dei regali, perché mi piacerebbe comprare
qualcosa per gli altri ma mi manca l’immaginazione per comprare le cose
giuste. Temo di prendere oggetti della taglia sbagliata o del colore
sbagliato o inutili, e immagino in anticipo i problemi per restituirli o
cambiarli. Mi piace regalare attrezzi, ma Bob mi ha fatto notare il
problema di questa categoria di oggetti, quando in una certa occasione
gli ho regalato un piccolo martello ben bilanciato, e il suo commento è
stato che quello era il secondo o terzo martello e non me ne servono altri,
grazie. E poi c’è il problema dei regali per tua madre. È cosí sentimentale
che mi addolora non prenderle qualcosa di carino, ma lei ha accesso
illimitato al mio conto corrente. Le ho detto di comprare qualcosa per sé e
di dire che gliel’ho regalato io, cosí potrà competere con il commento
post-natalizio: «Guarda cosa mi ha regalato mio marito!» Ma lei non
vuole prendere parte a questo inganno. Cosí io soffro per tutto il periodo
delle feste.

Nel 1989, mentre le sue capacità di concentrazione diminuivano


con l’aumentare di «nervosismo & depressione», mio padre smise
del tutto di scrivere lettere. Io e mia madre fummo perciò stupiti di
trovare, nello stesso cassetto in cui aveva lasciato quegli indirizzi e
quelle date di nascita, una lettera non spedita datata 22 gennaio
1993 – incredibilmente tardi, poche settimane prima del crollo finale.
La lettera era in una busta indirizzata a mio nipote Nick, di sei anni,
che a sua volta aveva appena cominciato a scrivere lettere. Forse
mio padre si vergognava di spedire una lettera che sapeva non
essere del tutto coerente; piú probabilmente, dato lo stato di salute
del suo ippocampo, se ne era semplicemente dimenticato. La lettera,
che per me è diventata l’emblema di uno sforzo di volontà eroico e
invisibile, è scritta a matita, con una calligrafia minuscola che non
riesce a mantenere un andamento orizzontale:
Caro Nick,
abbiamo ricevuto la tua lettera un paio di giorni fa e siamo contenti di
vedere che vai bene a scuola, soprattutto in matematica. Scrivere bene è
importante, perché la capacità di scambiare idee regolerà l’uso che una
nazione può fare delle idee di un’altra nazione.
Molti dei tuoi parenti piú prossimi sono bravi scrittori, e quindi mi hanno
tolto un peso. Avrei dovuto imparare a scrivere meglio, ma è cosí facile
dire: Lasciamo fare alla mamma.
So che la mia scrittura non sarà facile da leggere, ma ho un problema
con i nervi delle gambe e mi tremano le mani. Guardando quello che ho
scritto prevedo che avrai difficoltà a capire, ma con un po’ di fortuna
riuscirò a essere alla tua altezza.
Il tempo è cambiato da freddo e umido a secco con un bel cielo
azzurro. Spero che rimanga cosí. Continua a impegnarti.
Con affetto,
il Nonno
P.S. Grazie dei regali.

Mio padre aveva cuore e polmoni molto forti, e mia madre si stava
preparando a un finale di partita della durata di due o tre anni
quando, un giorno di aprile del 1995, mio padre smise di mangiare.
Forse non riusciva a deglutire, o forse, con gli ultimi brandelli di
volontà, aveva deciso di mettere fine alla sua indesiderata seconda
infanzia.
Quando arrivai in città, la sua pressione era scesa a settanta di
massima, con la minima appena percettibile. Di nuovo, mia madre
mi portò direttamente dall’aeroporto alla clinica. Lo trovai
rannicchiato su un fianco sotto un lenzuolo leggero, con il respiro
corto e gli occhi semichiusi. I suoi muscoli avevano perso vigore, ma
la faccia era liscia e calma e quasi completamente priva di rughe, e
le mani, che non erano affatto cambiate, sembravano stranamente
grandi in confronto al resto del corpo. Non c’è modo di sapere se
riconobbe la mia voce, ma pochi minuti dopo il mio arrivo la sua
pressione salí a 120/90. Allora temetti, e temo tuttora, che il mio
arrivo gli avesse reso le cose piú difficili: che fosse ormai pronto a
morire ma si vergognasse a compiere un atto cosí privato o
spiacevole di fronte a uno dei suoi figli.
Io e mia madre stabilimmo un ritmo di osservazione e attesa, in
cui uno dei due dormiva mentre l’altro vegliava. Un’ora dopo l’altra,
mio padre giaceva immobile e si faceva strada verso la morte; ma
quando sbadigliava, lo sbadiglio era il suo. E anche quel corpo, per
quanto deperito, era ancora meravigliosamente il suo corpo.
Proprio mentre le parti superstiti del suo io diventavano sempre
piú piccole e frammentarie, io mi ostinavo a vederlo nella sua
interezza. Continuavo ad amare, in maniera specifica e personale,
l’uomo che sbadigliava in quel letto. E come avrei potuto non
ricavare storie da quell’amore – storie di un uomo con una volontà
ancora cosí intatta da distogliere la faccia quando cercai di pulirgli la
bocca con un tampone di spugna bagnata? Andrò nella tomba
sostenendo che mio padre era deciso a morire, e a morire, per
quanto possibile, a modo suo.
Noi, da parte nostra, eravamo decisi a non lasciare che la morte lo
cogliesse da solo. Forse ci sbagliavamo di grosso, forse aspettava
soltanto di essere lasciato solo. Tuttavia, durante la mia sesta notte
in città, rimasi sveglio a leggere un romanzo facile dalla prima
all’ultima pagina mentre lui respirava ed emetteva i suoi grandi
sbadigli. Passò un’infermiera, gli auscultò i polmoni e mi disse che di
sicuro non era mai stato un fumatore. Mi suggerí di andare a casa a
dormire, e si offrí di mandare una certa infermiera del piano di sotto
a visitarlo. Evidentemente, la clinica aveva un proprio angelo della
morte con un dono speciale per convincere i moribondi, quando i
loro parenti erano andati a casa, che potevano morire tranquilli.
Rifiutai l’offerta dell’infermiera e svolsi io stesso quella funzione. Mi
chinai su mio padre, che odorava leggermente di acido acetico ma
per il resto era pulito e caldo. Mi feci riconoscere e gli dissi che
qualunque cosa dovesse fare, io ero d’accordo, che poteva lasciar
andare e fare quello che doveva.
Nel tardo pomeriggio si alzò un forte vento, come spesso capita a
St Louis all’inizio dell’estate. Stavo strapazzando le uova quando
mia madre chiamò dalla clinica e mi disse di raggiungerla di corsa.
Non so perché pensai che non ci fosse fretta, ma prima di uscire
mangiai qualche toast con le uova, e nel parcheggio della clinica
restai seduto in macchina e alzai il volume della radio, che
trasmetteva la canzone dei Blues Traveler tanto in voga in quel
periodo. Nessuna canzone mi ha mai reso cosí felice. Tutt’intorno
alla clinica le grandi querce bianche ondeggiavano e impallidivano
sotto le raffiche di vento. Sentivo che avrei potuto volare via per la
felicità.
Ma non era ancora morto. A metà della serata un temporale
investí la clinica, facendo saltare tutte le luci tranne quelle di
emergenza, e io e mia madre restammo seduti al buio. Non mi piace
ricordare quanto fossi impaziente che mio padre smettesse di
respirare, quanto fossi pronto a fare a meno di lui. Non mi piace
immaginare quello che provava mentre giaceva in quel letto, quali
forme, confuse o vivide, sensoriali o emotive, quella lotta assunse
nella sua testa. Ma non mi piace nemmeno credere che non ci fosse
niente.
Verso le dieci, io e mia madre stavamo discutendo con
un’infermiera sulla soglia della stanza, non molto tempo dopo che
era tornata la luce, quando mi accorsi che mio padre si stava
portando le mani alla gola. Dissi: «Credo che stia succedendo
qualcosa». Era il respiro agonico: il mento si sollevava per far
entrare l’aria nei polmoni dopo che il cuore aveva smesso di battere.
Sembrava che annuisse molto lentamente e profondamente, come
per dire di sí. E poi piú nulla.
Dopo averlo baciato per l’ultima volta e aver firmato i moduli che
autorizzavano l’autopsia cerebrale, dopo aver guidato lungo le
strade allagate, mia madre si sedette in cucina e, cosa per lei
insolita, accettò la mia offerta di un Jack Daniel’s liscio. «Adesso
capisco – disse – che quando sei morto sei morto sul serio». Questo
era verissimo. Ma, nella modalità rallentata dell’Alzheimer, mio padre
non era molto piú morto adesso di quanto non fosse due ore o due
settimane o due mesi prima. Avevamo semplicemente perso l’ultima
delle parti da cui potevamo ricavare un essere intero e vivente. Non
ci avrebbe lasciato nessun nuovo ricordo di sé. Adesso le uniche
storie che potevamo raccontare erano quelle che avevamo già.
(2001).

1 American Association of Retired Persons: Associazione pensionati


d’America [N. d. T.].
2 Legge per la ricerca sui fenomeni di invecchiamento [N. d. T.].
3 Istituto nazionale per la ricerca sull’invecchiamento [N. d. T.].
L’alcova imperiale

Privacy, privacy, la nuova ossessione americana: reclamata come


il piú fondamentale dei diritti, propagandata come la piú desiderabile
delle merci, e dichiarata morta due volte la settimana.
Ancora prima che Linda Tripp1 premesse il tasto di registrazione
della segreteria telefonica, i commentatori ci avvisavano che «la
privacy è sotto assedio», che «la privacy è in condizioni
spaventose», che «la privacy come noi la conosciamo potrebbe non
esistere nell’anno 2000». Dicono che il Grande Fratello e il suo
fratellino minore, il cittadino medio americano, mi stiano spiando
attraverso la rete informatica. Rivelano che telecamere di sicurezza
non piú grandi di un ragno mi osservano da ogni angolo buio, che
femministe arcigne sorvegliano i comportamenti in camera da letto e
le conversazioni nella pausa caffè, che segugi genetici possono
distillare la mia intera esistenza da una gocciolina di saliva, e che un
voyeur può equipaggiare una normale videocamera con un filtro che
gli permette di vedere attraverso i vestiti. Poi arriva il fiume di acqua
sporca dall’ufficio del Procuratore indipendente, che sgorga dai
canali televisivi ufficiali e commerciali per saturare le coscienza
nazionale. Lo scandalo Lewinsky segna, secondo il filosofo Thomas
Nagel, «il culmine di una disastrosa erosione» della privacy; esso
rappresenta, come afferma la scrittrice Wendy Kaminer, «il totale
disprezzo della privacy e dell’autonomia individuale che esiste nei
regimi totalitari». Nella persona di Kenneth Starr2, la «sfera
pubblica» ha infine sopraffatto – frantumato, trafitto, calpestato,
invaso, schiacciato – «la vita privata».
Il panico per la perdita della privacy ha in sé tutta la smania
accusatoria e la paranoia del buon vecchio allarmismo americano,
ma manca di un ingrediente fondamentale: un pubblico
sinceramente allarmato. Gli americani si preoccupano della privacy
in maniera essenzialmente astratta. Qualche volta una comunità ben
informata si aggrega per difendersi, come quando gli utenti della
Rete bombardarono la Casa Bianca di e-mail contro il «clipper
chip»3, e qualche volta una notizia particolarmente intollerabile
suscita una protesta a livello nazionale, come quando la Lotus
Development Corporation tentò di mettere in vendita un CD-ROM che
conteneva il profilo finanziario di quasi metà degli abitanti del paese.
Nel complesso, tuttavia, persino di fronte a violazioni su vasta scala
come quelle commesse nella guerra contro la droga, gli americani
rimangono stranamente passivi. Io non faccio eccezione. Leggo gli
editoriali e cerco di inquietarmi, ma non ci riesco. Nella maggior
parte dei casi, mi ritrovo a provare l’opposto di quello che vorrebbero
gli esperti di privacy. In quest’ultimo mese mi è già successo due
volte.
Il sabato mattina in cui il «Times» uscí con il testo completo del
rapporto Starr, ciò che pensai mentre sedevo da solo nel mio
appartamento e cercavo di finire la colazione fu che la mia stessa
privacy – non quella di Clinton, e neppure quella di Lewinsky – era
stata violata. Io amo lo sfarzo distante della vita pubblica. Amo sia lo
sfarzo che la distanza. Ora un Presidente rischiava l’impeachment, e
come ogni bravo cittadino avevo il dovere di mantenermi informato
sulle prove, ma qui le prove consistevano in due persone che
palpavano e succhiavano, e in un inganno reciproco. Quello che
provai, quando queste prove approdarono accanto al mio pane
tostato e al mio caffè, non fu una finta ripugnanza che celava un
segreto interesse per lo scandalo; non mi sentivo offeso dal sesso in
sé e per sé; non mi preoccupavo per una potenziale futura erosione
dei miei diritti; non sentivo il dolore del Presidente nella maniera
enfatica in cui lui una volta aveva dichiarato di sentire il mio; non ero
nauseato dalla rivelazione che i funzionari pubblici commettono
cattive azioni; e, nonostante sia iscritto al Partito democratico, il mio
disgusto era di natura diversa dal disgusto partigiano che provavo
scoprendo che i Giants avevano sprecato un vantaggio nell’ultimo
quarto. Quello che provavo, lo provavo in prima persona. Si stavano
intromettendo nella mia vita.
Un paio di giorni piú tardi ricevetti una telefonata dalla banca di
una delle mie carte di credito, che mi chiedeva di confermare due
recenti addebiti in una stazione di servizio e uno in un negozio di
ferramenta. Indagini come questa sono comuni al giorno d’oggi, ma
quella era la prima volta che mi capitava, e per un attimo mi sentii
stranamente vulnerabile. Allo stesso tempo, ero perversamente
lusingato dal fatto che qualcuno, da qualche parte, si fosse
interessato a me e si fosse preso la briga di telefonare. Non che al
giovane operatore importasse di me personalmente. Aveva l’aria di
leggere le sue battute da un opuscolo. Lo sforzo di impegnarsi in un
lavoro che quasi sicuramente non gli piaceva sembrava ispessirgli la
lingua. Cercava di buttar fuori le parole, di pronunciarle in fretta
come se fosse imbarazzato o irritato dalla loro quasi totale inutilità,
ma continuavano a incespicargli nei denti, e dovette fermarsi e
cavarsele di bocca una alla volta. Era il computer, disse, il computer
che effettua controlli, ehm, di routine, sa, sugli addebiti… e c’è
qualcos’altro in cui posso esserle utile stasera? Decisi che se quel
giovane voleva far scorrere sul monitor i miei addebiti e valutare il
significato dei miei due pieni di benzina e dei miei cinque litri di
vernice al lattice, per me andava bene.
Ed ecco qual era il problema. Il sabato mattina in cui uscí il
rapporto Starr, la mia privacy era, nella classica visione liberale,
assoluta. Ero solo in casa, nessuno mi osservava, i vicini non mi
importunavano, i giornali non parlavano di me, ed ero perfettamente
libero, se volevo, di ignorare il rapporto e godermi il cruciverba del
sabato ancora al dente; eppure la semplice esistenza del rapporto
rappresentava una tale offesa per il mio senso della privacy che
potevo a malapena indurmi a toccarlo. Due giorni piú tardi venni
disturbato in casa mia dallo squillo del telefono: mi fu chiesto di
spifferare il nome da ragazza di mia madre, e venni informato del
fatto che qualche sconosciuto stava esaminando i dettagli
digitalizzati della mia vita quotidiana; eppure nel giro di cinque minuti
l’intero episodio mi uscí di mente. Mi ero sentito invaso quando ero
apparentemente al sicuro, e mi sentivo al sicuro quando ero
apparentemente invaso. E non sapevo perché.
Il diritto alla privacy – definito da Louis Brandeis e Samuel Warren,
nel 1890, come il «diritto a essere lasciati in pace» – sembrerebbe,
di primo acchito, un principio fondamentale della vita americana. È il
grido di battaglia degli attivisti che lottano per il diritto all’aborto,
contro i voyeur, per il diritto all’eutanasia, contro la creazione di un
database sanitario nazionale, per standard piú severi di criptatura
dei dati, contro i paparazzi, per l’inviolabilità della posta elettronica
dei dipendenti e contro i test antidroga nelle aziende. A un’analisi piú
attenta, tuttavia, la privacy si rivela il gatto del Cheshire dei valori:
poca sostanza, ma un sorriso molto seducente.
Dal punto di vista legale, il concetto è un pasticcio. La violazione
della privacy è il nucleo emotivo di molti crimini, dalle molestie
assillanti allo stupro, dal voyeurismo alla violazione di proprietà
privata, ma nessun codice penale la proibisce in astratto. Il diritto
civile varia da stato a stato, ma in genere segue un’analisi compiuta
quarant’anni fa dal giurista Dean William Prosser, che scompose la
violazione della privacy in quattro illeciti civili: intrusione nella mia
solitudine, pubblicazione di miei fatti privati che non siano di legittimo
interesse pubblico, pubblicità che getti una falsa luce sulla mia
reputazione, e appropriazione del mio nome o delle mie sembianze
senza il mio consenso. Questi illeciti formano un insieme piuttosto
fragile. L’intrusione assomiglia molto alla violazione di domicilio, la
falsa luce alla diffamazione, e l’appropriazione al furto; e il danno
che rimane dopo aver sottratto questi reati estranei è cosí
mirabilmente descritto dalla frase «inflizione di disagio emotivo» da
rendere quasi superfluo il reato di violazione della privacy. Le vere
basi dell’idea di privacy sono rappresentate dal classico concetto
liberale di autonomia personale. Negli ultimi decenni, molti giudici ed
esperti di diritto hanno preferito parlare di una «zona di privacy»
invece che di una «sfera di libertà», ma è cambiata solo la forma,
non la sostanza: non si tratta della creazione di una nuova dottrina,
ma di una dottrina vecchia riconfezionata e rimessa sul mercato.
Qualunque cosa cerchiate di vendere, che si tratti di immobili di
lusso o di lezioni di esperanto, l’amena parola «privato» vi sarà
sempre di aiuto. L’inverno scorso, come proprietario di una Bank
One Platinum Visa Card, mi venne proposta l’adesione a un
programma chiamato PrivacyGuard®, il quale, secondo gli opuscoli
promozionali, «vi mette al corrente dei vostri dati personali
accessibili a datori di lavoro, assicuratori, compagnie di carte di
credito e agenzie governative». I primi tre mesi di PrivacyGuard®
erano gratuiti, cosí mi iscrissi. Quello che ricevetti per posta furono
carte da compilare: buste e moduli di richiesta per un Resoconto
delle Operazioni e per altre ricerche, e anche un deludente libretto
disadorno su cui annotare i risultati della ricerca. Compresi subito di
non essere abbastanza interessato, per esempio, alla
documentazione sulle mie infrazioni del codice stradale da aspettare
un mese per ottenerla; ma solo quando chiamai PrivacyGuard® per
cancellare la mia iscrizione, e fui quasi implorato di non farlo, capii
che l’intero scopo di questo «servizio» era quello di sfruttare il mio
tempo e la mia energia per ridurre le perdite dovute alle frodi sulla
Bank One Visa.
Persino le discussioni che si riferiscono legalmente alla privacy
prendono in scarsa considerazione il reale danno emotivo derivante
da rivelazioni o intrusioni indesiderate. Una proposta di legge
nazionale sulla Privacy Genetica, per esempio, parte dal
presupposto che il mio Dna riveli piú cose sulla mia identità e la mia
salute futura di quanto non facciano altri dati clinici. Finora, in realtà,
il Dna non rivela piú segreti di quanti non ne rivelino un soffio al
cuore, una storia famigliare di diabete o una passione smodata per
le ali di pollo Buffalo. La possibilità di un abuso di informazioni
genetiche, cosí come di ogni altra documentazione clinica, da parte
di datori di lavoro e assicuratori è agghiacciante, ma questo è solo
incidentalmente un problema legato alla privacy; il danno principale
è rappresentato dalla discriminazione sul lavoro e dall’aumento dei
premi assicurativi.
Analogamente, il problema della sicurezza online è soprattutto una
questione di dettagli tecnici. Gli attivisti americani definiscono
«privacy elettronica» quella che i loro omologhi europei chiamano
«protezione dei dati». La nostra definizione è elettrizzante; la loro è
precisa. Se qualcuno ha intenzione di rubare il numero e la data di
scadenza della vostra Amex, o se un ex fidanzato malvagio sta
cercando il vostro nuovo indirizzo, vi serve il tipo di segretezza
intransigente che la criptatura cerca di garantire. Tuttavia, se state
parlando al telefono con un amico, vi basta avere una sensazione di
privacy.
Il dramma sociale della protezione dei dati funziona piú o meno
cosí: un hacker o una compagnia di assicurazioni o un addetto alla
vendita telefonica riescono ad accedere a una banca dati segreta, i
cani da guardia dell’interesse pubblico abbaiano forte, e nuove
barriere vengono erette. Proprio come la maggior parte delle
persone ha una discreta paura dei germi ma lascia la virologia ai
Centri per il Controllo delle Malattie, cosí la maggior parte degli
americani prova un ragionevole interesse per la questione della
privacy ma lascia il lavoro di custodia vero e proprio agli esperti. Il
nostro problema è che adesso i custodi hanno cominciato a
seminare il panico e a trattare la privacy non come un valore fra gli
altri, ma come il valore che supera tutti gli altri.
Lo scrittore Richard Powers ha recentemente dichiarato in un
articolo di fondo del «Times» che la privacy è «una fugace illusione»,
e che quindi la battaglia per la criptatura delle comunicazioni digitali
sarà «gravida di conseguenze» quanto la Guerra Fredda. Powers
definisce «la sfera privata» come «quella parte della vita che non
viene registrata», e vede nelle impronte digitalizzate che lasciamo
ogni volta che paghiamo con la carta di credito l’approssimarsi del
«momento in cui ogni giorno della vita di ogni persona diventerà una
giornata di Mr Bloom, registrata in tutti i dettagli e tranquillamente
riproducibile su computer». È spaventoso, naturalmente, pensare
che il mistero della nostra identità sia riducibile a sequenze finite di
dati. Tuttavia, il fatto che Powers possa seriamente paragonare le
frodi sulle carte di credito e l’intercettazione delle chiamate dai
cellulari all’incenerimento termonucleare mette in evidenza
soprattutto la contagiosità del panico da privacy. Dove sono
«registrate», dopotutto, le cose che Powers o chiunque altro pensa,
vede, dice, desidera, progetta, sogna o di cui si vergogna? Un Ulisse
digitale che consistesse soltanto in una lista degli acquisti e di altre
operazioni registrabili del suo eroe potrebbe arrivare al massimo a
quattro pagine: era davvero tutta qui la giornata di Bloom?
Quando gli americani rinunciano sinceramente alla privacy, lo
fanno in cambio di un tangibile miglioramento nel campo della salute
o della sicurezza o dell’efficienza. La maggior parte delle violazioni
legalizzate – la notifica dell’Hiv, i raggi X all’aeroporto, la Megan’s
Law4, il test del palloncino, il test antidoping sugli atleti universitari,
le leggi che tutelano il feto e il paziente in stato vegetativo, il
monitoraggio dei gas di scarico delle auto, le perquisizioni senza
vestiti nelle carceri, persino la denuncia della corruzione
presidenziale da parte di Kenneth Starr – sono in primo luogo misure
di salute pubblica. Mi infastidiscono le telecamere di sicurezza in
Washington Square, ma apprezzo quelle sui marciapiedi della
metropolitana. Il rischio che qualcuno abusi della registrazione dei
miei pagamenti tramite Telepass mi sembra sufficientemente basso
rispetto ai vantaggi che ricavo da quel sistema. Idem per il rischio
che qualcuno faccia di me una vittima della totale libertà di stampa
garantita dal Primo Emendamento; in un paese con
duecentosettanta milioni di abitanti, le mie probabilità di essere
messo alla berlina di fronte alla nazione sono pari a zero.
Il giurista Lawrence Lessig ha definito gli americani «bovini»
perché, sulla base di calcoli come questo, accettano ciò che egli
chiama la «sovietizzazione» della vita privata. La cosa curiosa della
privacy, tuttavia, è che di solito per ottenerla basta semplicemente
credere di averla. Una mia vicina del palazzo di fronte passa molto
tempo a esaminarsi i pori davanti allo specchio, e io la vedo proprio
come lei a volte vede me. Ma la nostra rispettiva privacy rimane
intatta finché nessuno dei due si sente osservato. In teoria, quando
mando una cartolina, sono consapevole del fatto che gli impiegati
postali potrebbero leggerla, magari ad alta voce, e magari persino
riderci sopra, ma io non rischio alcun danno a meno che, per pura
sfortuna, l’unico impiegato postale del paese che conosco non veda
la mia cartolina, si dia una pacca sulla fronte e dica: «Oh, cavolo, io
questo lo conosco».

Il nostro panico da privacy non è solo esagerato. È fondato su una


convinzione errata. Ellen Alderman e Caroline Kennedy, in The Right
to Privacy, riassumono cosí il comune buonsenso dei sostenitori
della privacy: «Oggi c’è meno privacy di una volta». Questa
affermazione è stata ripetuta o insinuata cosí spesso, in tanti libri e
articoli di fondo e salotti di talk-show, che adesso gli americani,
nonostante la passività del loro comportamento, nei sondaggi di
opinione si dichiarano doverosamente preoccupati per la loro
privacy. Se la consideriamo da qualsiasi punto di vista storico,
tuttavia, questa affermazione ci appare bizzarra.
Nel 1890, l’americano medio viveva in una città di piccole
dimensioni, ed era sottoposto a una sorveglianza quasi totale. Ogni
suo acquisto non solo veniva «registrato», ma veniva registrato negli
occhi e nella memoria di negozianti che lo conoscevano, di genitori,
moglie e figli. Non poteva neanche fare due passi fino all’ufficio
postale senza che i suoi movimenti venissero seguiti e analizzati dai
vicini. Probabilmente era cresciuto dormendo in un unico letto
insieme a fratelli e sorelle e forse anche ai genitori. A meno che non
fosse benestante, i suoi mezzi di trasporto – il treno, il cavallo, i suoi
stessi piedi – erano pubblici oppure lo esponevano agli sguardi di
tutti.
Nei sobborghi e nelle zone residenziali dove vive attualmente
l’americano medio, minuscole famiglie nucleari abitano in case
enormi, nelle quali ogni persona ha la propria camera da letto e,
qualche volta, il proprio bagno. Persino in confronto ai sobborghi in
cui sono cresciuto negli anni Sessanta e Settanta, l’attuale quartiere
di condomini o complesso residenziale custodito offre un
impressionante grado di anonimato. Conoscere i propri vicini non è
piú la norma. Le comunità tendono a essere sempre piú virtuali, i
loro membri non hanno volto oppure hanno perfettamente sotto
controllo il volto che mostrano in pubblico. I mezzi di trasporto sono
per la maggior parte privati: i fuoristrada piú recenti sono grandi
come salotti e sono dotati di telefono, lettore CD e schermo televisivo
di serie; dietro gli alti finestrini oscurati di queste unità mobili di
PrivacyGuard®, della serie io-ti-vedo-ma-tu-non-puoi-vedermi, una
persona può indossare il pigiama o un bikini alla liquirizia, tanto
nessuno lo sa e a nessuno importa. Forse il governo si intromette
nella vita famigliare un po’ piú di quanto non facesse cento anni fa
(gli assistenti sociali fanno visita a vecchi e poveri, gli ufficiali sanitari
esigono le vaccinazioni, la polizia indaga sulle violenze domestiche),
ma queste intrusioni non sono neanche paragonabili alla curiosità
invadente da cittadina di provincia che hanno sostituito.
Il «diritto a essere lasciati in pace»? Lungi dall’essere scomparso,
sta esplodendo. Oggi, in America, questo diritto è l’essenza
dell’architettura, del paesaggio, dei trasporti, delle comunicazioni e
della filosofia politica dominante. La vera ragione per cui gli
americani sono indifferenti al tema della privacy è cosí grossa da
risultare quasi invisibile: siamo completamente sommersi dalla
privacy.
La minaccia, quindi, non riguarda la sfera privata, bensí la sfera
pubblica. Si è fatto un gran parlare del possibile effetto deterrente
dell’indagine di Starr sui futuri aspiranti a cariche pubbliche (si
presenterebbero solo i fanatici e le nullità), ma questa è soltanto una
parte del problema. La vita pubblica di Washington, proprio perché è
pubblica, appartiene a tutti. Siamo tutti invitati a partecipare con i
nostri voti, il nostro patriottismo, le nostre campagne e le nostre
opinioni. Il peso collettivo della popolazione rende possibile una fede
nella vita pubblica intesa come qualcosa di piú grande e piú duraturo
e piú dignitoso di quanto qualunque sporco individuo possa rivelarsi
in privato. Ma, proprio come un cecchino sul campanile di una
chiesa può svuotare le strade di un’intera città, uno scandalo
veramente disgustoso può indebolire quella fede.
Se la privacy deriva da un’aspettativa di invisibilità, l’aspettativa di
visibilità è ciò che definisce uno spazio pubblico. Il mio «senso della
privacy» serve a tenere il pubblico fuori dal privato e il privato fuori
dal pubblico. Una specie di border collie mentale emette guaiti di
angoscia quando mi accorgo che il confine tra i due è stato varcato.
Ecco perché la violazione di uno spazio pubblico è cosí simile, come
esperienza, alla violazione della privacy. Passo accanto a un uomo
che fa la pipí sul marciapiede in pieno giorno (gli autisti dei furgoni
possono essere particolarmente rigorosi nella loro intransigente
filosofia di gestione della vescica), e sebbene la privacy piú
compromessa da quell’atto sia in apparenza quella dell’uomo con la
patta aperta, sono io a percepire l’invasione. Gli esibizionisti e i
molestatori sessuali e quelli che praticano la fellatio sul molo e quelli
che ti raccontano i loro guai sugli autobus cittadini, tutti quanti
aggrediscono il nostro senso del «pubblico» mettendosi in mostra.
Dato che oggi esibirsi in pubblico è considerato un sinonimo di
apparire in Tv, lo spazio televisivo dovrebbe essere, di conseguenza,
il principale spazio pubblico. Tuttavia, molte cose che le persone
dicono in Tv non sarebbero mai tollerate in uno spazio
genuinamente pubblico – sul banco dei giurati, per esempio, o
persino su un marciapiede cittadino. La Tv è un’enorme, ramificata
estensione del miliardo di salotti e camere da letto in cui viene
consumata. È raro che in metropolitana si senta qualcuno parlare ad
alta voce, diciamo, di incontinenza, ma in televisione succede da
anni. La Tv è priva di vergogna, e senza vergogna non può esserci
distinzione fra pubblico e privato. L’inverno scorso, una conduttrice
televisiva mi guardò negli occhi e, con il tono di una parente stretta,
menzionò una nidiata di bambini dell’Iowa chiamandoli «i sette
beniamini d’America». Era già abbastanza strano, venticinque anni
fa, seguire la cronaca di Dan Rather sul Watergate tra lo spot del
Geritol e quello dell’aspirina Bayer, come se le imminenti dimissioni
di Nixon fossero in qualche modo situate nel mio armadietto delle
medicine. Ora, infilata tra le pubblicità della margarina Promise e
delle crociere Celebrity, la notizia stessa è un abito da cocktail
macchiato – e la Tv non è altro che il pavimento dell’alcova.
La riservatezza, nel frattempo, è diventata una virtú obsoleta. Ora
la gente nomina prontamente le proprie malattie, il proprio canone
d’affitto, i propri antidepressivi. I trascorsi sessuali vengono
spiattellati al primo appuntamento, le Birkenstock e i pantaloni
tagliati al ginocchio si infiltrano in ufficio durante i venerdí casual, il
telelavoro porta la sala riunioni in camera da letto, il moderno design
«soft» per l’ufficio porta la camera da letto in sala riunioni, i
commessi danno unilateralmente del tu ai clienti, i camerieri non ti
portano da mangiare finché non entri in confidenza con loro,
l’audiomessaggeria sottolinea la prima persona in «Sono spiacente,
ma non capisco il numero che ha digitato», e i cyberentusiasti, con
un termine improprio particolarmente grottesco, designano come
«forum pubblici» i frammenti di silicio trattato con cui un
«partecipante» al forum può comunicare mentre siede, non sbarbato
e a gambe incrociate, fra lenzuola aggrovigliate. Il mondo in rete
come minaccia alla privacy? Siamo di fronte all’orribile spettacolo di
una privacy trionfante.
Un autentico spazio pubblico è un luogo dove ogni cittadino è il
benvenuto e dove la sfera puramente privata è esclusa o limitata. Il
motivo per cui negli ultimi anni i musei d’arte hanno registrato un
forte aumento di visitatori è che i musei rappresentano ancora quel
genere di spazio pubblico. Dopo le lenzuola aggrovigliate, com’è
piacevole l’obbligo del decoro e del silenzio, la mancanza di
consumismo sfacciato. Com’è bello passeggiare, vedere ed essere
visti. Tutti hanno bisogno di una passeggiata ogni tanto – un posto
dove andare quando vuoi annunciare al mondo (non al piccolo
mondo di amici e famigliari, ma al grande mondo, il mondo reale)
che hai un vestito nuovo, o che sei innamorato, o che ti sei
improvvisamente accorto di essere piú alto di un paio di centimetri
quando non curvi le spalle.
Purtroppo, i luoghi interamente pubblici sono una categoria quasi
estinta. Abbiamo ancora i tribunali e i banchi dei giurati, i treni dei
pendolari e le stazioni degli autobus, di tanto in tanto un viale che è
davvero un viale e non un centro commerciale all’aperto, certi caffè e
certi marciapiedi cittadini. Altrimenti, per gli americani adulti, l’unico
spazio semipubblico è il mondo del lavoro. Qui, soprattutto ai piani
alti delle aziende, i codici di abbigliamento e comportamento sono
applicati abitualmente, le confidenze vengono scoraggiate, e la
formalità è ancora la regola. Ma questi rituali si estendono soltanto
agli impiegati dell’azienda, e anche loro, quando diventano vecchi,
inabili al lavoro, obsoleti o sostituibili con personale esterno,
possono essere scacciati e finire relegati alle lenzuola aggrovigliate.
L’ultimo grande, poderoso bastione della vita pubblica americana
è Washington, D.C. Ecco perché mi sentii particolarmente turbato
quando esplose il Rapporto Starr. Ecco perché ebbi la sensazione
che si stessero intromettendo nella mia vita. Era una vera e propria
violazione della privacy: la vita privata che invadeva brutalmente il
piú pubblico degli spazi pubblici. Non voglio vedere sesso nelle
notizie da Washington. Il sesso è dappertutto – nelle sitcom, sul
Web, sulle copertine dei libri, nelle pubblicità di automobili, sui
cartelloni pubblicitari di Times Square. Non può esserci almeno una
cosa nel panorama nazionale che non riguardi il letto? Tutti
sappiamo che c’è sesso nei gabinetti del potere, sesso dietro lo
sfarzo, sesso sotto le toghe della giustizia; ma non possiamo
comportarci da adulti e fingere che non sia cosí? Fingere non che
«nessuno stia guardando», ma che tutti stiano guardando?
Da vent’anni a questa parte, i capitani d’industria e i politici di
quasi tutto lo spettro parlamentare, dai repubblicani di Gingrich ai
democratici di Clinton, decantano le virtú della privatizzazione delle
istituzioni pubbliche. Ma esiste forse una parola migliore di
«privatizzazione» per definire il Lewinskygate e la conseguente
pioggia di rivelazioni (le infedeltà di Helen Chenoweth, di Dan
Burton, di Henry Hyde)? Coloro che si chiedevano come sarebbe
stata una presidenza privatizzata oggi possono, grazie al signor
Starr, contemplarne una.

Nel racconto di Denis Johnson Beverly Home, il giovane narratore


passa le sue giornate a lavorare in una clinica per invalidi incurabili,
dove c’è un paziente particolarmente sfortunato che nessuno va a
trovare:
Uno spasmo incessante lo costringeva a sedere di traverso sulla sedia
a rotelle e a fissarsi la punta del naso e le dita nodose. Quella malattia
era piombata su di lui all’improvviso. Nessuno lo andava a trovare. Sua
moglie aveva chiesto il divorzio. Aveva solo trentatre anni, se non
sbaglio, ma era difficile capire quello che diceva perché non riusciva piú a
parlare, si limitava a gemere serrando ripetutamente le labbra e tirando
fuori la lingua.
Aveva finito di fingere! Era un completo ed evidente disastro. E intanto
noi continuiamo a ingannarci a vicenda.

In un’alcova imperiale grande quanto l’intera nazione e ricoperta di


spessi tappeti, potremmo limitarci a essere dei disastri ed evitarci il
problema di fingere. Ma chi vuol vivere in un mondo che sembra un
pigiama-party? La privacy perde valore se non esiste qualcosa a cui
contrapporla. «E intanto noi continuiamo a ingannarci a vicenda» – e
meno male. Il bisogno di indossare una maschera pubblica è
fondamentale quanto il bisogno di una vita privata in cui toglierla.
Abbiamo bisogno di una casa che non sembri uno spazio pubblico e
di uno spazio pubblico che non sembri una casa.
Se cammino lungo Third Avenue di sabato sera provo un senso di
vuoto. Intorno a me vedo giovani attraenti curvi sui loro StarTacs e
Nokia con un’espressione preoccupata, come se stessero sondando
un dente cariato, o regolando l’apparecchio acustico, o
comprimendo un muscolo stirato; la tecnologia personale comincia
ad assomigliare a un handicap fisico. La sola cosa che voglio da un
marciapiede è che la gente mi veda e si lasci vedere, ma anche
questo modesto ideale viene frustrato dagli utenti di cellulari e dalla
loro privacy importuna. Dicono cose come «Facciamo il cuscus, per
contorno?» e «Sto andando al Blockbuster». Non infrangono alcuna
legge divulgando queste chiacchiere da tavolo della colazione. Non
c’è nessuna PublicityGuard da comprare, nessuna costosa riserva
della vita pubblica dove poter fuggire. L’isolamento, che sia in una
suite al Plaza o in una baita sui monti Catskills, si conquista con
relativa facilità. La privacy è protetta sia come merce sia come
diritto; i luoghi pubblici non sono protetti per niente. Sono pochi e
insostituibili come le foreste vergini, e tutti dovrebbero averne cura. Il
compito di salvaguardarli si fa sempre piú difficile mentre il settore
privato diventa sempre piú esigente, fastidioso e deprimente. Chi ha
il tempo e l’energia per difendere la sfera pubblica? Quale retorica
potrà mai competere con il desiderio di «privacy» degli americani?
Quando rientro in casa di sera non accendo subito le luci. Ormai
da anni, per una precauzione istintiva, non rischio piú di cogliere alla
sprovvista i vicini inondando il soggiorno di luce, anche se l’unica
attività in cui sono immersi quando li sorprendo è guardare la Tv.
Stasera la vicina attenta alla propria epidermide è in casa con il
marito, e a quanto pare si preparano per andare a una festa. La
donna, che intravedo fra le veneziane e l’intelaiatura della finestra,
indossa un accappatoio, ha i capelli raccolti con una grossa molletta
e siede davanti allo specchio. L’uomo, che si è impomatato i capelli e
ha indossato un paio di pantaloni eleganti e una T-shirt bianca, è in
piedi accanto al divano nell’altra stanza e guarda la Tv in una
posizione che riconosco come disimpegnata. Infine la donna
sparisce dentro la camera da letto. L’uomo si mette una camicia
bianca e una cravatta e si siede di traverso sul bracciolo del divano;
guarda ancora la televisione, ma ha assunto un’aria piú interessata.
La donna ritorna indossando un vestito giallo senza spalline, e
sembra un essere completamente diverso. Viva la trasformazione!
Viva la distanza fra pubblico e privato! Vedo un rapido andirivieni che
comprende gioielli, giacche e una borsetta, e poi la coppia, tutta in
ghingheri, si avventura nel mondo esterno.
(1998).

1 L’impiegata della Casa Bianca che ha reso pubblici i nastri delle sue
conversazioni telefoniche con Monica Lewinsky [N. d. T.].
2 Il Procuratore indipendente che mise sotto accusa Clinton per il caso
Lewinsky [N. d. T.].
3 Un dispositivo per la crittografia proposto dal governo federale americano
per uso pubblico. Il chip permetterebbe di trasmettere messaggi in forma
codificata, ma allo stesso tempo consentirebbe ad alcuni enti governativi Usa
di intercettare e decodificare il messaggio quando vi è il sospetto di un’azione
criminale [N. d. T.].
4 Legge che obbliga i colpevoli di reati sessuali a registrarsi presso le
autorità locali dopo il rilascio dalla prigione [N. d. T.].
Perché scrivere romanzi?
(Il saggio di «Harper’s»)

La mia disperazione nei confronti del romanzo americano nacque


nell’inverno del 1991, quando fuggii a Yaddo, la colonia di artisti
nella parte settentrionale dello stato di New York, per scrivere gli
ultimi due capitoli del mio secondo libro. Mi ero appena separato da
mia moglie, e vivevo un periodo di volontario isolamento a New York
City, trascorrendo lunghe giornate di lavoro in una stanzetta bianca,
imballando dieci anni di beni in comune e facendo passeggiate
notturne lungo strade dove si parlavano in uguale misura il russo,
l’hindi, il coreano e lo spagnolo. E tuttavia le notizie, attraverso il
televisore e l’abbonamento al «Times», riuscivano a raggiungermi
persino nel cuore del mio quartiere di Queens. Il paese si stava
preparando estaticamente alla guerra, armato della retorica di
George Bush: «Sono in gioco principî di vitale importanza».
L’ottantanove per cento di consensi alla politica di Bush, cosí come
la pressoché totale assenza di pubblico scetticismo nei confronti
della guerra, mi facevano apparire gli Stati Uniti come una nazione
irreparabilmente scollegata dalla realtà – che sognava la gloria nel
massacro di iracheni senza volto, sognava riserve infinite di petrolio
per i viaggi dei pendolari, sognava l’esenzione dalle regole della
storia. E anch’io, quindi, sognavo di fuggire. Volevo nascondermi
dall’America. Ma quando giunsi a Yaddo e scoprii che non era affatto
un rifugio – il «Times» arrivava tutti i giorni, e gli altri abitanti della
colonia parlavano in continuazione di missili Patriot e nastri gialli –
cominciai a pensare di avere, in realtà, bisogno di un monastero.
Poi un pomeriggio, nella piccola biblioteca di Yaddo, trovai il
romanzo breve di Paula Fox Quello che rimane. «L’avrebbe fatta
franca su tutto!» è la speranza che si impossessa della protagonista
del romanzo, Sophie Bentwood, una donna senza figli che vive a
Brooklyn, infelicemente sposata con un avvocato benpensante. Un
tempo Sophie traduceva romanzi francesi; ora è cosí depressa che
riesce a malapena a leggerli. Nonostante gli ammonimenti del
marito, Otto, ha dato del latte a un gatto randagio, e il gatto ha
ripagato la cortesia mordendole la mano. Sophie si sente subito
«estremamente ferita» – è stata morsa senza «nessuna ragione»,
proprio come nel Processo Josef K. viene arrestato senza «nessuna
ragione» –, ma quando il gonfiore alla mano diminuisce, Sophie
diventa euforica per la speranza di evitare l’iniezione antirabbica.
Il «tutto» su cui Sophie vuole farla franca, però, è qualcosa di piú
della tollerante autoindulgenza dimostrata con il gatto. Sophie vuole
farla franca sul fatto di leggere romanzi dei Goncourt e mangiare
omelettes aux fines herbes in una via dove i vagabondi giacciono nel
proprio vomito e in un paese che sta combattendo una sporca
guerra in Vietnam. Vuole che le venga risparmiato il dolore di
affrontare un futuro al di là della sua vita con Otto. Vuole continuare
a sognare. Ma la logica del romanzo non glielo permetterà. È
costretta, invece, a questa equiparazione del personale al sociale:
«Dio, se ho la rabbia non sono diversa da ciò che accade all’esterno»,
dichiarò a voce alta, e provò uno straordinario sollievo, come se,
finalmente, avesse scoperto ciò che poteva creare un equilibrio fra il
succedersi dei giorni tranquilli e alquanto vuoti che passava in quella
casa, e quei presagi che illuminavano il buio ai margini della sua
esistenza.

Quello che rimane, che venne pubblicato per la prima volta nel
1970, termina con un atto di violenza profetica. Logorato dalla
tensione per il crollo del proprio matrimonio, Otto Bentwood
agguanta una boccetta di inchiostro dalla scrivania di Sophie e la
scaglia contro la parete della camera da letto. L’inchiostro con cui
sono stati scritti i suoi testi di giurisprudenza e le traduzioni di Sophie
forma ora una macchia illeggibile. Le righe nere sul muro sono i
segni di un tragico destino ma anche gli araldi di uno straordinario
sollievo, la fine di un febbrile isolamento.
Equiparando il crollo di un matrimonio al crollo di un sistema
sociale, Quello che rimane si riferiva in maniera diretta alle ambiguità
che stavo sperimentando durante quel gennaio. Il fatto che il mio
matrimonio stesse cadendo a pezzi era una cosa fantastica o una
cosa terribile? E l’angoscia che provavo era dovuta a un malessere
interiore, dell’anima, oppure mi veniva imposta dal malessere della
società? Il fatto che qualcun altro, oltre me, avesse sofferto per
queste ambiguità e avesse visto la luce in fondo a esse – che il libro
di Fox fosse stato pubblicato e conservato; che potessi trovare
compagnia e consolazione e speranza in un oggetto preso quasi a
caso da uno scaffale – somigliava a un esempio di grazia religiosa.
Eppure, proprio mentre venivo salvato, come lettore, da Quello
che rimane, come scrittore ero sopraffatto dalla disperazione
riguardo alla possibilità di connettere il personale con il sociale. Al
giorno d’oggi, chiunque si ritrovasse a leggere Quello che rimane
verrebbe colpito dalla familiarità ma anche dall’estraneità del mondo
dei Bentwood. Un quarto di secolo non ha fatto altro che ampliare e
confermare il senso di crisi culturale espresso da Fox. Ma ciò che
oggi sembra essere il locus di quella crisi – il banale ascendente
della televisione, la frammentazione elettronica del dibattito pubblico
– non appare da nessuna parte nel romanzo. Per i Bentwood
comunicazione significava libri, un telefono, lettere. I presagi non
scaturivano ininterrottamente da un cavo o da un modem; si
intravedevano soltanto di sfuggita, ai margini dell’esistenza. Una
boccetta di inchiostro, che oggi sembra un bizzarro oggetto d’altri
tempi, nel 1970 poteva ancora rappresentare un simbolo.
In un inverno in cui ogni casa della nazione era infestata dalle
spettrali presenze televisive di Peter Arnett da Bagdad e Tom
Brokaw dall’Arabia Saudita – un inverno in cui gli abitanti di quelle
case, piú che individui, sembravano un algoritmo collettivo per la
conversione dello sciovinismo mediatico in un indice di consenso
dell’ottantanove per cento – fui tentato di pensare che un moderno
Otto Bentwood coi nervi a pezzi avrebbe sfondato a calci lo schermo
del televisore in camera da letto. Ma il punto non era questo. Otto
Bentwood, se fosse vissuto negli anni Novanta, non avrebbe avuto i
nervi a pezzi, perché il mondo non avrebbe piú esercitato alcuna
influenza su di lui. Snob spudorato, avatar della parola stampata e
uomo autenticamente solitario, Otto appartiene a una specie cosí
minacciata da essere quasi irrilevante nell’era della democrazia
elettronica. Per secoli l’inchiostro, sotto forma di romanzi, ha fissato
individui distinti e soggettivi all’interno di narrazioni dense di
significato. Quello che Sophie e Otto intravedevano, nel profetico
sgorbio nero sulla parete della camera da letto, era la
disintegrazione della nozione stessa di personaggio letterario. Non
c’è da stupirsi che fossero disperati. Erano ancora gli anni Sessanta
e non avevano idea di cosa li avesse colpiti.

C’era un assedio in corso: andava avanti da molto


tempo, ma gli stessi assediati erano gli ultimi a prenderlo
sul serio.
da Quello che rimane

Quando finii il college, nel 1981, non ero al corrente della morte
del romanzo sociale. Non sapevo che Philip Roth ne avesse
compiuto l’autopsia molto tempo prima, descrivendo la «realtà
americana» come qualcosa che «stordisce… dà la nausea… fa
infuriare, e infine… crea persino un certo imbarazzo alla scarsa
immaginazione degli individui. L’attualità supera continuamente il
nostro ingegno…» Io ero innamorato della letteratura, e di una
donna che mi aveva attratto, fra l’altro, perché era una brillante
lettrice. Avevo un gran numero di modelli per il tipo di romanzo
intransigente che volevo scrivere. Fra questi modelli c’era persino un
romanzo intransigente che aveva trovato un ampio pubblico: Comma
22. Joseph Heller aveva scoperto un modo per superare l’attualità,
utilizzando l’assurdità della guerra moderna come metafora della
diffusa degenerazione della realtà americana. Il suo libro si era
insinuato cosí profondamente nell’immaginario della nazione che il
mio Webster’s Ninth Collegiate forniva non meno di cinque
sfumature di significato per il titolo. Il fatto che in seguito nessun
romanzo impegnativo avesse influenzato la cultura in modo anche
solo lontanamente paragonabile a Comma 22, proprio come
nessuna questione era piú riuscita a galvanizzare tanti giovani
americani emarginati quanto la guerra del Vietnam, era facilmente
trascurabile. Negli anni del college il marxismo mi aveva dato alla
testa, e credevo che il «capitalismo monopolistico» (come lo
chiamavamo) abbondasse di «momenti negativi» (come li
chiamavamo) che uno scrittore avrebbe potuto sbattere in faccia agli
americani se solo avesse confezionato le proprie bombe sovversive
all’interno di una narrazione abbastanza attraente.
Quando cominciai a scrivere il mio primo libro avevo ventidue anni
e sognavo di cambiare il mondo. Quando lo finii avevo sei anni in
piú. L’unica, minuscola speranza mondana a cui ancora mi
aggrappavo era un passaggio su radio Kmox, «la voce di St Louis»,
con le sue lunghe, profonde interviste a scrittori che ascoltavo da
ragazzo nella cucina di mia madre. Il mio romanzo, La
ventisettesima città, parlava dell’innocenza di una città del Midwest –
delle forti ambizioni municipali di St Louis in un’epoca di apatia e
confusione –, e non vedevo l’ora di trascorrere quarantacinque
minuti con uno dei conduttori del talk-show pomeridiano di radio
Kmox, il quale, nella mia immaginazione, mi avrebbe aiutato a
sviluppare i temi che nel libro erano rimasti latenti. Agli ascoltatori
infuriati che avrebbero telefonato per chiedermi perché odiavo St
Louis avrei spiegato, con il tono coraggioso di chi ha perduto la
propria innocenza, che quello che a loro sembrava odio era in realtà
un amore difficile. Tra il pubblico in ascolto ci sarebbe stata la mia
famiglia: mia madre, che considerava quella dello scrittore una
carriera socialmente irresponsabile, e mio padre, che sperava di
trovarmi un giorno recensito sulla rivista «Time».
Solo quando La ventisettesima città venne pubblicato, nel 1988,
mi accorsi di quanto fossi ancora innocente. L’ossessivo interesse
dei media per la mia giovane età mi sorprese. E altrettanto mi
sorprese il denaro. Lanciato dall’ottimismo degli editori, secondo i
quali quel romanzo fondamentalmente cupo e controcorrente
avrebbe potuto vendere una miriade di copie, guadagnai abbastanza
da finanziare la stesura del mio secondo romanzo. Ma la piú grossa
sorpresa – la vera misura di quanto avessi sottovalutato l’allarme
che io stesso avevo lanciato nella Ventisettesima città – fu che il mio
romanzo culturalmente impegnato non suscitò alcun impegno da
parte della cultura. Il mio scopo era la provocazione; quello che
ottenni, invece, furono sessanta recensioni nel vuoto.
Il mio passaggio su radio Kmox fu significativo. L’annunciatore, un
mestierante con la faccia rossa per il whiskey e uno straziante
riporto di capelli, evidentemente non era andato oltre il secondo
capitolo. Sotto il microfono a giraffa, sfiorava le pagine del romanzo
come se sperasse di assorbirne la trama attraverso l’epidermide. Mi
rivolse le domande che mi rivolgevano tutti: Come mi sentivo a
ricevere recensioni cosí positive? (Benissimo, dissi). Il romanzo era
autobiografico? (No, dissi). Come mi sentivo nei panni del ragazzo di
St Louis che ritorna nella città d’origine per un lussuoso giro
promozionale? Vagamente deluso. Ma questo non lo dissi. Avevo
già capito che i soldi, la notorietà, la corsa in limousine fino allo
studio fotografico di «Vogue» non erano semplici indennità
accessorie. Erano il premio principale, la consolazione per il fatto di
non avere piú alcuna rilevanza all’interno della cultura.

È impossibile dire con precisione quanto sia diminuito il numero


dei romanzi che rivestono una certa importanza per la cultura di
massa americana, rispetto al periodo in cui Comma 22 venne
pubblicato. Ma il giovane scrittore ambizioso non può fare a meno di
notare che, nel recente sondaggio di «USA Today» su
ventiquattr’ore di vita culturale americana, la televisione viene citata
ventuno volte, i film otto, la musica pop sette, la radio quattro e la
narrativa una volta soltanto (I ponti di Madison County). Oppure che
riviste come «The Saturday Review», che all’apice della carriera di
Joseph Heller vagliavano ancora mucchi di romanzi, sono
completamente scomparse. O che oggi il «Times Book Review»
pubblica non piú di due recensioni di narrativa alla settimana
(cinquant’anni fa, il rapporto tra narrativa e saggistica era uno a
uno).
L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in
cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non
essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e
John Cheever, perché la rivista «Time» li aveva messi in copertina, e
«Time», per mio padre, era la massima autorità in campo culturale.
Nell’ultimo decennio, la rivista il cui profilo rosso ha incorniciato per
due volte la faccia di James Joyce, ha dedicato la copertina a Scott
Turow e Stephen King. Si tratta di due validi scrittori, ma non c’è
dubbio che siano state le dimensioni dei loro contratti a procurare
loro quelle copertine. Il dollaro è oggi il metro di valutazione
dell’autorità culturale, e un periodico come «Time», che fino a non
molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso
serve soprattutto a rifletterli.
L’America letteraria in cui mi ritrovai dopo la pubblicazione della
Ventisettesima città assomigliava stranamente alla St Louis in cui
ero cresciuto: un’ex grande città che era stata sventrata e
prosciugata dalle autostrade e dall’esodo dei bianchi. Intorno al
nucleo urbano depresso della narrativa seria prosperavano nuove
periferie di intrattenimento di massa. Gli ultimi residui di vitalità del
centro cittadino erano concentrati nelle comunità di neri, ispanici,
asiatici, gay e donne, che avevano occupato le strutture lasciate
libere dalla fuga dei maschi bianchi eterosessuali. I programmi del
Master of Fine Arts offrivano alloggi e lavoro ai sottoccupati; alcuni
eccentrici artisti amanti della città continuavano ad abitare in vecchi
magazzini; e i lettori di passaggio nel fine settimana potevano
ancora visitare alcuni monumenti culturali ben sorvegliati dalla
polizia – la chiesa di Toni Morrison, l’orchestra di John Updike, la
Faulkner House, il Wharton Museum e il Mark Twain Park.
All’inizio degli anni Novanta ero depresso come il nucleo urbano
della narrativa. Il mio secondo romanzo, Strong Motion, era una
lunga e complicata storia sulla vita di una famiglia del Midwest in un
mondo di sovvertimento morale, e questa volta, invece di spedire le
mie bombe in una busta imbottita piena di ironia e understatement,
come avevo fatto con La ventisettesima città, ero uscito allo scoperto
lanciando molotov di retorica. Ma il risultato fu identico: un’altra
pagella con buoni voti da parte dei critici, che avevano sostituito gli
insegnanti la cui approvazione, quando ero piú giovane, avevo
desiderato ardentemente senza però ricavarne alcuna
soddisfazione; una discreta quantità di denaro; e il silenzio
dell’irrilevanza. Nel frattempo, mi ero ricongiunto con mia moglie a
Philadelphia. Per due anni avevamo continuato a spostarci lungo tre
zone di fuso orario, cercando un luogo piacevole e poco costoso
dove non ci sentissimo estranei. Alla fine, dopo un’attenta
valutazione, avevamo preso in affitto una casa troppo costosa in
un’altra città depressa. Il fatto che continuassimo a sentirci infelici
sembrò confermare al di là di ogni dubbio che non esisteva alcun
posto al mondo per gli scrittori di narrativa.
A Philadelphia cominciai a fare calcoli inutili, moltiplicando il
numero di libri che avevo letto l’anno precedente per il numero di
anni che potevo ancora ragionevolmente aspettarmi di vivere, e
scorgendo nelle tre cifre del risultato non tanto un preannuncio di
mortalità (anche se le notizie da quel fronte non mi tirarono su di
morale), quanto una misura dell’incompatibilità del lento lavoro della
lettura con l’ipercinesi della vita moderna. D’un tratto ebbi
l’impressione che i miei amici che un tempo leggevano non si
giustificassero neanche piú per il fatto di avere smesso. Una giovane
conoscente che si era laureata in Letteratura inglese, quando le
chiesi cosa stesse leggendo, rispose: «Vuoi dire lettura lineare?
Come quando leggi un libro dall’inizio alla fine?»
Non c’è mai stato un grande spreco di amore fra la letteratura e il
mercato. L’economia dei consumi predilige prodotti che si possano
vendere a un prezzo elevato, che si logorino in fretta o si possano
migliorare regolarmente, e che offrano a ogni miglioramento qualche
lieve vantaggio in termini di utilità. Per un’economia come questa, il
nuovo che rimane nuovo non è soltanto un prodotto inferiore; è un
prodotto antitetico. Un classico della letteratura è poco costoso,
riutilizzabile all’infinito e, peggio ancora, non migliorabile.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’economia politica americana
si è impegnata a consolidare i propri guadagni, ad ampliare i
mercati, a mettere al sicuro i profitti e a scoraggiare i pochi che
ancora la criticavano. Nel 1993 i segni di questo consolidamento
erano visibili ovunque. Li riconoscevo nei voluminosi furgoncini e nei
massicci fuoristrada che avevano rimpiazzato l’automobile come
veicolo preferito nei sobborghi – quei Ranger e Land Cruiser e
Voyager che costituivano il vero bottino di una guerra combattuta per
mantenere il piú basso possibile il prezzo della benzina americana,
una guerra che aveva trasmesso qualcosa come mille ore di spot
pubblicitari per l’alta tecnologia, una guerra dei consumi diffusa
attraverso la Tv commerciale. Vedevo i soffiatori da giardino
sostituire i rastrelli. Vedevo la Cnn tenere in ostaggio i viaggiatori
nelle sale d’attesa degli aeroporti e i clienti in fila alle casse dei
supermercati. Vedevo i processori 486 rimpiazzare i 386 e venire
rimpiazzati a loro volta dai Pentium, di modo che, nonostante le
nuove economie di scala, il prezzo base di un computer portatile non
scendesse mai al di sotto dei mille dollari. Vedevo la Penn State
University vincere il Blockbuster Bowl.
Tuttavia, proprio mentre andavo santificando la letteratura, ero
cosí depresso da non riuscire a fare altro, dopo cena, che
accasciarmi davanti alla Tv. Non avevamo i canali via cavo, ma
trovavo sempre qualcosa di divertente: una partita Phillies contro
Padres o Eagles contro Bengals, M*A*S*H*, Cheers, Homicide.
Naturalmente, piú guardavo la Tv e peggio mi sentivo. Se sei uno
scrittore e nemmeno tu hai voglia di leggere, come puoi aspettarti
che qualcun altro legga i tuoi libri? Pensavo che avrei dovuto
leggere, cosí come avrei dovuto scrivere il terzo romanzo. E non un
terzo romanzo qualsiasi. Avevo sempre pensato che inserire i
personaggi di un romanzo in un ambiente sociale dinamico
arricchisse la narrazione; che la gloria di questo genere letterario
consistesse nell’abbracciare la distanza che separa l’esperienza
privata dal contesto pubblico. E poteva esistere un contesto piú
vitale dell’annullamento di tale distanza da parte della televisione?
Ma il terzo libro mi paralizzava. Torturavo la storia, la stiracchiavo
per farvi entrare un numero sempre maggiore di quelle cose-del-
mondo che interferiscono con l’impresa della scrittura. L’opera piena
di trasparenza e bellezza e allusività che volevo scrivere si stava
gonfiando di tematiche. Avevo già inserito la farmacologia
contemporanea e la Tv e la razza e la vita carceraria e un’altra
dozzina di linguaggi; come sarei riuscito a ironizzare anche
sull’esaltazione di Internet e sul Dow Jones, lasciando spazio per le
complessità dei personaggi e dell’ambientazione? Il panico cresce
nel divario fra la continua espansione del progetto e i tempi sempre
piú stretti dei cambiamenti culturali: Come ideare un vascello che
possa galleggiare sulla storia per tutto il tempo necessario a
costruirlo? Il romanziere ha sempre piú cose da dire a lettori che
hanno sempre meno tempo per leggerle: Dove trovare l’energia per
dialogare con una cultura in crisi quando la crisi consiste
nell’impossibilità di dialogare con la cultura? Furono giorni infelici.
Cominciai a pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato nell’intero
modello di romanzo come forma di «impegno culturale».

Nel diciannovesimo secolo, quando Dickens e Darwin e Disraeli


leggevano le opere l’uno dell’altro, il romanzo era il principale mezzo
di istruzione sociale. Un nuovo libro di Thackeray o di William Dean
Howells era atteso con la stessa eccitazione con cui oggi si attende
un evento cinematografico di fine dicembre.
La grande, ovvia ragione del declino del romanzo sociale è che le
moderne tecnologie sono un mezzo di istruzione sociale molto piú
efficace. Televisione, radio e fotografia sono media vividi e
immediati. Anche il giornalismo, sulle orme di A sangue freddo, è
diventato una possibile alternativa al romanzo in campo creativo.
Grazie all’ampio pubblico di cui dispongono, la Tv e le riviste
possono permettersi di raccogliere una vasta quantità di informazioni
in poco tempo. Pochi scrittori seri hanno abbastanza soldi per fare
un salto a Singapore, o per pagare l’enorme quantità di consulenze
che conferiscono una parvenza di autenticità a serial televisivi come
E.R. e NYPD Blue. Se uno scrittore di medio talento volesse
raccontare, per esempio, la condizione degli immigrati clandestini,
sarebbe uno sciocco a scegliere lo strumento del romanzo. Idem per
lo scrittore che intendesse offendere la sensibilità dominante. Il
lamento di Portnoy, del quale a suo tempo persino mia madre sentí
parlare quanto bastava per disapprovarlo, è stato probabilmente
l’ultimo romanzo americano che avrebbe potuto apparire sul radar di
Bob Dole come un incubo di depravazione. I Baudelaire di oggi sono
i musicisti hip-hop.
L’essenza della narrativa è il lavoro solitario: il lavoro della
scrittura, il lavoro della lettura. Sono in grado di conoscere
intimamente Sophie Bentwood, e di parlare di lei con la stessa
naturalezza con cui parlerei di una buona amica, perché ho riversato
i miei stessi sentimenti di paura e alienazione nell’interpretazione del
personaggio. Se l’avessi conosciuta solo attraverso la versione
cinematografica di Quello che rimane (Shirley MacLaine realizzò il
film nel 1971, per farsi pubblicità), Sophie sarebbe rimasta un’Altra,
da cui mi avrebbero separato lo schermo, la superficialità della
pellicola e la presenza scenica della MacLaine. Al massimo, avrei
potuto dire di conoscere un po’ meglio Shirley MacLaine.
Eppure, il principale desiderio del paese è proprio quello di
conoscere un po’ meglio Shirley MacLaine. Viviamo sotto la tirannia
del letterale. Gli sviluppi quotidiani delle storie di O. J. Simpson,
Timothy McVeigh e Bill Clinton hanno un’intensa, iconica presenza
che relega le nostre vite non teletrasmesse in un subalterno mondo
d’ombra. Per giustificare la loro richiesta di attenzione, gli organi
dell’informazione e della cultura di massa sono costretti a offrire
qualcosa di «nuovo» ogni giorno, anzi, ogni ora. Anche se i buoni
scrittori non seguono deliberatamente le mode, molti di loro si
sentono in dovere di prestare attenzione alle tematiche
contemporanee, e adesso si trovano di fronte a una cultura in cui
quasi tutte le tematiche vengono bruciate praticamente senza sosta.
Una scrittrice che volesse descrivere la società in un modo attuale
sia nel 1996 sia nel 1997, potrebbe ritrovarsi a corto di solidi
referenti culturali. Una questione di attualità durante la fase di
progettazione verrà quasi certamente superata nel momento in cui il
romanzo sarà stato scritto, riscritto, pubblicato, distribuito e letto.
Niente di tutto questo impedisce ai commentatori culturali – in
particolare a Tom Wolfe – di biasimare gli scrittori per la loro rinuncia
alla descrizione sociale. La cosa piú sorprendente del manifesto per
il «Nuovo Romanzo Sociale» scritto da Wolfe nel 1989, ancor piú
della sua incredibile ignoranza dei numerosi ed eccellenti romanzi
socialmente impegnati pubblicati tra il 1960 e il 1989, era l’incapacità
di spiegare perché il suo Nuovo Scrittore Sociale ideale non dovesse
scrivere sceneggiature per Hollywood. E perciò vale la pena di
ripeterlo: Cosí come la macchina da presa ha conficcato un piolo nel
cuore dell’arte descrittiva, la televisione ha ucciso il romanzo di
cronaca sociale. Gli scrittori realmente impegnati possono ancora
piantare un chiodo in qualche crepa del monolito. E tuttavia lo fanno
con la consapevolezza di non poter piú contare sul proprio materiale,
come facevano Howells e Sinclair e Stowe, ma solo sulla propria
sensibilità, e con la prospettiva che nessuno li leggerà per ricavarne
informazioni.

Philip Roth aveva già inquadrato la situazione, almeno fino a


questo punto, nel 1961. Osservando che «a uno scrittore di
narrativa, la sensazione di non vivere realmente nel proprio paese –
cosí come viene descritto da “Life” o da quello che sperimenta
quando esce dalla porta di casa – deve sembrare un grave ostacolo
professionale», Roth si chiedeva, in tono piuttosto malinconico:
«Quale sarà il suo soggetto? Il paesaggio?» Tuttavia negli anni
successivi c’è stato un altro giro di vite. Oggi la nostra obsolescenza
va al di là dell’usurpazione del ruolo informativo da parte della
televisione, e piú in profondità della sostituzione dell’immaginario
con il letterale. Flannery O’Connor, piú o meno nel periodo in cui
Roth esprimeva le sue considerazioni, sosteneva che il «compito
della narrativa» è quello di «incarnare il mistero attraverso le
usanze». Come la poetica che Poe ricavò dal suo stesso «Corvo»,
cosí questa formulazione lusinga in particolar modo il lavoro della
stessa O’Connor, ma non ci sono dubbi sul fatto che «mistero» (il
modo in cui gli esseri umani evitano o affrontano il significato
dell’esistenza) e «usanze» (i rudimenti del comportamento umano)
siano sempre stati l’interesse principale degli scrittori di narrativa.
Ciò che spaventa lo scrittore contemporaneo è il fatto che il
consumismo tecnologico che governa il nostro mondo miri
specificamente a mettere in dubbio entrambi questi interessi.
O’Connor replicò alla questione sollevata da Roth, cioè
all’impressione che ci sia ben poco nel panorama mediatico
nazionale che uno scrittore possa sentire proprio, sostenendo che la
migliore narrativa americana è sempre stata regionale. Si trattava di
un’osservazione piuttosto inopportuna, dato che l’eroe di O’Connor
era il cosmopolita Henry James. Ma con ciò intendeva dire che la
narrativa si nutre di specificità, e che le usanze di una determinata
regione hanno sempre fornito un terreno particolarmente fertile per
chi esercita il mestiere dello scrittore.
Il regionalismo prospera ancora, quantomeno in superficie. In
effetti, oggi nei campus universitari è di moda dire che non esiste piú
una sola America, ma molte Americhe diverse: le uniche cose che
una lesbica nera di New York e un georgiano della chiesa battista
del Sud hanno in comune sono la lingua inglese e l’imposta federale
sul reddito. Tuttavia, con ogni probabilità sia la newyorchese che il
georgiano guardano Letterman tutte le sere, fanno fatica a pagarsi
un’assicurazione sanitaria, hanno un impiego minacciato dal
trasferimento della produzione in paesi stranieri, si recano in enormi
discount a comprare gadget di Pocahontas per i loro figli, sono spinti
al cinismo dalla pubblicità, giocano al lotto, sognano quindici minuti
di celebrità, prendono un inibitore di riassorbimento della serotonina
e hanno una colpevole cotta per Uma Thurman. Il mondo attuale è
un mondo in cui i ricchi drammi collaterali delle usanze locali sono
stati rimpiazzati da un unico dramma verticale, il dramma della
specificità regionale sopraffatta dalla generalità commerciale. Oggi lo
scrittore americano si trova di fronte a un totalitarismo culturale non
dissimile dal totalitarismo politico con cui si scontrarono due
generazioni di scrittori dell’Europa dell’Est. Ignorarlo significa
corteggiare la nostalgia. Affrontarlo, tuttavia, comporta il rischio di
produrre una narrativa che ripeta continuamente la stessa tesi: il
consumismo tecnologico è una macchina infernale, il consumismo
tecnologico è una macchina infernale…
Ugualmente scoraggiante è il destino delle «usanze» nel senso
piú comune del termine. Maleducazione, irresponsabilità, doppiezza
e stupidità sono le caratteristiche delle reali interazioni umane: la
materia delle conversazioni, la causa di molte notti insonni. Ma nel
mondo consumistico della pubblicità e dell’acquisto, il male non è
una questione morale. Il male sono i prezzi elevati, le seccature, la
carenza di alternative, la carenza di privacy, il bruciore di stomaco, la
perdita di capelli, le strade sdrucciolevoli. Non c’è da stupirsi, dato
che gli unici problemi per cui valga la pena di pubblicizzare una
soluzione sono quelli risolvibili con il dispendio di denaro. Ma il
denaro non può risolvere il problema della cattiva educazione – il
chiacchierone nel cinema buio, la cognata che si dà arie di
superiorità, il partner egoista – se non offrendo rifugio
nell’isolamento della privacy. E questa privacy è proprio l’obiettivo
che il Secolo Americano ha perseguito. Prima c’è stata la fuga di
massa verso le periferie, poi la diffusione delle videocassette, e
infine la creazione di comunità virtuali, la cui caratteristica piú
impressionante è il fatto che l’interazione al loro interno sia del tutto
opzionale – terminabile nell’istante in cui l’esperienza cessa di
soddisfare l’utente.
È stato ampiamente osservato come tutte queste tendenze
rendano la gente piú infantile. Non si fa molto caso, invece, al modo
in cui esse stanno trasformando sia le nostre aspettative di
intrattenimento (deve essere il libro a portarci qualcosa, piuttosto che
noi a portare qualcosa al libro) sia il contenuto stesso di
quell’intrattenimento. Il problema per lo scrittore non consiste solo
nel fatto che l’uomo medio o la donna media trascorrano cosí poco
tempo in compagnia degli altri; abbiamo, dopotutto, una ricca
tradizione di romanzi epistolari, e la condizione di Robinson Crusoe
è molto simile alla solitudine dello scapolo suburbano
contemporaneo. Il vero problema è che l’intera vita dell’uomo o della
donna comune è sempre piú strutturata in modo da evitare quei
conflitti su cui la narrativa, preoccupata delle usanze, ha sempre
prosperato.
A questo punto siamo davvero di fronte all’obsolescenza dell’arte
seria in generale. Immaginiamo che l’esistenza umana sia definita
da un Dolore: il Dolore di non essere, ognuno di noi, il centro
dell’universo; di avere desideri che saranno sempre piú numerosi dei
mezzi a nostra disposizione per soddisfarli. Se consideriamo la
religione e l’arte come i metodi storicamente preferiti per venire a
patti con questo Dolore, che ne è dell’arte quando i nostri sistemi
tecnologici ed economici e persino le nostre religioni
commercializzate sono ormai abbastanza sofisticati da collocare
ognuno di noi al centro del proprio universo di scelte e gratificazioni?
La risposta della narrativa al tormento delle cattive maniere, per
esempio, è quella di renderle ridicole. Il lettore ride insieme allo
scrittore, si sente meno solo con quel tormento. È un’operazione
delicata, che richiede un certo impegno. Come può competere con
un sistema – seleziona le tue telefonate; esci con gli altri via modem;
procurati i soldi per trattare soltanto con il mondo privatizzato, dove i
lavoratori devono essere gentili altrimenti perdono il posto – che
rimuove la causa del tormento?
Nel lungo periodo, è probabile che la disgregazione della vita
sociale avrà conseguenze sgradevoli di ogni genere. Nel breve
periodo, tuttavia, in questo secolo sorprendentemente pieno di
prosperità e salute, la disgregazione esige un pesante tributo dagli
antichi metodi per affrontare il Dolore. Il senso di solitudine e inutilità
e smarrimento che la frammentazione sociale può produrre – e che
si può condensare nella generica definizione o’connoriana di mistero
– è già sufficiente per etichettare tale frammentazione come
malattia. Ogni malattia ha le proprie cause: un’anomalia nella
chimica del cervello, abusi sessuali infantili, le welfare queens1, il
patriarcato, le disfunzioni sociali. E ha anche una cura: Zoloft,
terapia di recupero della memoria, il Contratto con l’America, il
multiculturalismo, il World Wide Web. Una cura parziale o, meglio
ancora, una serie infinita di cure parziali, ma in mancanza d’altro
anche la semplice consolazione di sapersi ammalati – qualunque
cosa è meglio del mistero. La scienza aggredí il mistero religioso
molto tempo fa. Ma soltanto quando la scienza applicata, sotto forma
di tecnologia, modificò sia la richiesta di narrativa sia il contesto
sociale in cui la narrativa veniva scritta, noi scrittori avvertimmo in
pieno il cambiamento.

Anche adesso, collocando prudentemente la mia disperazione nel


passato, mi riesce difficile confessare tutti questi dubbi. Negli
ambienti editoriali, le ammissioni di dubbio vengono generalmente
definite «piagnistei» – poiché si ritiene che le lamentele culturali
siano patetiche e interessate nel caso di scrittori che non vendono,
ingrate nel caso opposto. Per individui gelosi della propria privacy e
ferocemente competitivi come gli scrittori, soffrire in silenzio
sembrerebbe la strada piú sicura. Anche se dentro si è tormentati da
cattivi presagi, è molto meglio irradiare fiducia e sperare che sia
contagiosa. Quando uno scrittore afferma pubblicamente che il
romanzo è condannato, si può star certi che il suo ultimo libro non
sta andando bene; dal punto di vista della reputazione, è come
sanguinare in acque infestate da squali.
Ancora piú difficile è ammettere quanto fossi depresso. Mentre il
marchio sociale della depressione perde importanza, il marchio
estetico la acquista. Non è solo il fatto che la depressione sia ormai
tanto di moda da risultare banale. È la sensazione di vivere in una
cultura riduttivamente binaria: o sei sano o sei malato, o funzioni
oppure no. E se l’appiattimento del campo di possibilità è
esattamente ciò che ti deprime, ti rifiuti di prendere parte
all’appiattimento dichiarandoti depresso. Decidi che è il mondo a
essere malato, e che rifiutarsi di funzionare in un mondo come
questo significa essere sani. Abbracci quello che i medici
definiscono «realismo depressivo». È ciò che canta il coro nell’Edipo
re: «Ahi, generazioni dei mortali, come pari al nulla la vostra vita io
calcolo! Quale uomo, quale, riporta felicità maggiore che sembrare
beato, e con quest’apparenza scomparire?» Dopotutto non sei altro
che un protoplasma, e un giorno sarai morto. L’invito a lasciarsi alle
spalle la depressione, tramite medicine o terapie o sforzo di volontà,
sembra un invito a girare le spalle a tutte le oscure intuizioni sulla
corruzione e l’infantilismo e le illusioni del McMondo nuovo. E queste
intuizioni sono l’unico retaggio del romanziere sociale che desideri
rappresentare il mondo non solo nel particolare ma anche
nell’essenza, che voglia gettar luce sull’occhio moralmente cieco del
ciclone virtuale, e che creda che gli esseri umani meritino qualcosa
di piú del futuro di soddisfazioni elettroniche dal prezzo allettante che
si sta tramando per loro in questo stesso momento. Invece di dire
Sono depresso, vorresti dire Ho ragione!
Ma tutte le prove disponibili indicano che sei diventato una
persona con cui non è possibile vivere e non è divertente parlare. E
mentre ti rendi sempre piú conto di essere, come scrittore, uno degli
ultimi depositari del realismo depressivo e della critica radicale della
società terapeutica che esso rappresenta, il ruolo informativo che
viene conferito alla tua arte diventa insostenibile. Ti domandi, perché
mi prendo la briga di scrivere questi libri? Non posso pretendere che
la massa ascolti le notizie che ho da darle. Non posso pretendere di
sovvertire niente, perché qualunque lettore in grado di decifrare i
miei messaggi sovversivi non ha bisogno di sentirli (e lo scenario
dell’arte contemporanea è un costante promemoria di quanto
possano apparire stupidi gli artisti quando si mettono a far prediche
al coro). Non sopporto l’idea che la narrativa seria ci faccia bene,
perché non credo che esista una cura per tutte le cose sbagliate del
mondo, e anche se lo credessi, che diritto avrei di offrire una cura, io
che per primo mi sento ammalato? E in ogni caso, è difficile
considerare la letteratura una medicina quando leggere serve
soprattutto ad aumentare la deprimente estraniazione dalla massa;
prima o poi il lettore attento alla propria salute finirà con l’identificare
la lettura stessa con la malattia. Sophie Bentwood, per esempio, ha
scritto in fronte «candidata al Prozac». Per quanto splendidi e comici
siano i suoi tormenti, e per quanto quei tormenti la facciano apparire
profondamente umana, un lettore che le voglia bene non potrà fare a
meno di chiedersi se magari una terapia con un analista non
potrebbe essere la soluzione migliore.
Mi oppongo, infine, all’idea di letteratura come nobile vocazione
superiore, perché l’elitarismo mal si accorda alla mia natura
americana, e perché, anche se la mia fede nel mistero non mi ha
indotto a diffidare del senso di superiorità, la mia fede nelle buone
maniere mi renderebbe difficile spiegare a mio fratello, che è un
appassionato di Michael Crichton, che il mio lavoro è semplicemente
migliore di quello di Crichton. Nemmeno i post-strutturalisti francesi,
con la loro celebrazione filosoficamente inoppugnabile del «piacere
del testo», possono aiutarmi, perché so che, per quanto Quello che
rimane sia ricco di metafore e di sofisticazioni linguistiche, quello che
ho provato leggendolo per la prima volta non è stata una cascata
collaterale e gioiosamente erotica di associazioni infinite, ma
qualcosa di logico ed estremamente pertinente. So che c’era una
ragione per cui mi piaceva leggere e mi piaceva scrivere. Ma ogni
apologia e ogni difesa sembrano dissolversi nell’acqua zuccherata
della cultura contemporanea, e presto diventerà davvero difficile
alzarsi dal letto al mattino.
Due rapide generalizzazioni riguardanti gli scrittori: non ci piace
indagare troppo a fondo sulla questione del pubblico, e non ci
piacciono le scienze sociali. Che cosa imbarazzante, dunque, che il
mio faro nella nebbia – la persona che senza volerlo ha fatto di piú
per riportarmi sulla strada della scrittura – sia una studiosa di
scienze sociali che si occupa del pubblico della narrativa seria in
America.
Shirley Brice Heath ha ricevuto il MacArthur Fellow Award, è
specializzata in antropologia linguistica e insegna inglese e
linguistica a Stanford; è un’esile, elegante signora dai capelli bianchi
senza alcuna ravvisabile tolleranza per le chiacchiere inutili. Durante
tutti gli anni Ottanta, Heath frequentò quelle che definisce «zone di
transizione forzata» – luoghi in cui la gente è tenuta prigioniera
senza poter ricorrere alla televisione o ad altri svaghi ristoratori.
Viaggiò sui mezzi pubblici di ventisette città diverse. Si appostò negli
aeroporti (almeno prima dell’avvento della Cnn). Portò il suo
taccuino nelle librerie e nelle località balneari. Ogni volta che vedeva
qualcuno leggere o acquistare «opere di narrativa essenziali» (che
significa, pressappoco, romanzi di qualità in edizione tascabile), gli
chiedeva di concederle qualche minuto di attenzione. Partecipò a
congressi estivi di scrittori e a programmi di scrittura creativa per
torchiare gli efebi. Intervistò i romanzieri. Tre anni fa intervistò me, e
l’estate scorsa pranzammo insieme a Palo Alto.
Nella misura in cui ci prendiamo la briga di pensare al pubblico, a
noi scrittori piace immaginare un «pubblico generico» – un’ampia,
eclettica sacca di persone discretamente istruite che possono essere
indotte, tramite recensioni abbastanza convincenti o un marketing
abbastanza aggressivo, a concedersi un buon libro impegnato.
Facciamo del nostro meglio per ignorare che, fra gli adulti con un
analogo livello di istruzione e con vite analogamente complicate,
alcuni leggono parecchi romanzi e altri ne leggono pochi o non ne
leggono affatto.
Heath ha constatato questa situazione e, nonostante mi abbia
fatto notare di non aver intervistato tutti gli americani, la sua ricerca
demolisce con molta efficacia il mito del pubblico generico. Perché
una persona coltivi un interesse per la letteratura, mi disse, devono
verificarsi due circostanze. Primo, l’abitudine a leggere opere di una
certa consistenza deve essere stata «intensamente formata»
quando la persona era molto giovane. In altre parole, uno o entrambi
i genitori devono aver amato le buone letture e incoraggiato il
bambino ad amarle a sua volta. Sulla costa orientale, Heath
riscontrò una forte componente di classe in questo processo. I
genitori delle classi privilegiate incoraggiano la lettura per un senso
di ciò che Louis Auchincloss chiama «diritto acquisito»: cosí come
una persona civile dovrebbe essere in grado di apprezzare il caviale
e un buon Borgogna, allo stesso modo dovrebbe saper trarre
piacere da Henry James. La classe sociale ha meno importanza in
altre parti del paese, soprattutto nel Midwest protestante, dove la
letteratura è vista come un modo per esercitare la mente. Come
sostiene Heath, «Una parte dell’impegno per diventare una brava
persona consiste nel non usare il tempo libero in modo frivolo. Si
deve poter rendere conto di se stessi attraverso l’etica del lavoro e
attraverso un saggio utilizzo del proprio tempo libero». Nel secolo
che seguí la Guerra Civile, le cittadine del Midwest ospitavano
migliaia di circoli letterari, nei quali, scoprí Heath, la moglie del
portinaio era attiva quanto la moglie del medico.
Il semplice fatto di avere un genitore che legge, tuttavia, non basta
a trasformare una persona in un lettore perenne e appassionato.
Secondo Heath, i giovani lettori devono anche trovare qualcuno con
cui condividere il proprio interesse. «Un bambino, o una bambina,
che abbia preso l’abitudine di leggere comincerà a farlo sotto le
coperte, alla luce di una torcia, – mi disse. – Se i genitori sono
intelligenti glielo proibiranno, e cosí lo inciteranno a continuare.
Altrimenti troverà un sodale con la stessa abitudine, e quello
diventerà il loro segreto. Talvolta l’incontro con il sodale non avviene
prima del college. Alle superiori, soprattutto, il fatto di essere un
lettore comporta una penalizzazione sociale. Molti ragazzi che sono
stati lettori solitari arrivano al college e d’improvviso scoprono: “Oh
mio Dio, qui c’è altra gente che legge”».
Mentre Heath sciorinava le sue conclusioni davanti a me, io
ricordavo con quanta gioia, alle medie, avevo trovato due amici con
cui potevo parlare di J. R. R. Tolkien. Stavo anche pensando che per
me, oggi, non esiste niente di piú sexy di una lettrice. Ma poi mi resi
conto di non possedere neanche il primo requisito indispensabile
menzionato da Heath. Le dissi che non ricordavo di aver mai visto i
miei genitori con un libro in mano durante la mia infanzia, eccetto
quando mi leggevano qualcosa ad alta voce.
Senza perdere un colpo, Heath replicò: «Sí, ma esiste un secondo
tipo di lettore. È l’isolato sociale – il bambino che fin da piccolo si
sente assai diverso da tutti quelli che lo circondano. Questo è molto,
molto difficile da scoprire in un’intervista. Le persone non amano
ammettere di essere stati degli isolati sociali da bambini. Allora
accade che quel senso di diversità venga trasportato in un mondo
immaginario. Il quale, però, non può essere condiviso con quelli che
ti stanno intorno – perché è immaginario. E cosí il dialogo piú
importante della tua vita si svolge con gli autori dei libri che leggi.
Anche se non sono presenti, essi diventano la tua comunità».
A questo punto l’orgoglio mi spinge a fare una distinzione fra i
giovani lettori di narrativa e i giovani secchioni. Il classico secchione,
che trova rifugio nei fatti o nella tecnologia o nei numeri, non è
contraddistinto da una socialità dislocata, bensí da un’antisocialità.
La lettura assomiglia a un’attività da secchioni perché è un’abitudine
che si nutre del senso di isolamento e allo stesso tempo lo aggrava.
Ma il fatto di essere un bambino «socialmente isolato» non
condanna automaticamente a diventare un adulto imbranato alle
feste e con l’alito cattivo. In effetti, può rendere ipersocievoli. Solo
che a un certo punto si comincia ad avvertire un tormentoso, quasi
contrito bisogno di ritirarsi in disparte a leggere – di ricongiungersi a
quella comunità.
Secondo Heath, i lettori del tipo socialmente isolato (che lei
chiama anche lettori «resistenti») hanno molte piú probabilità di
diventare scrittori di quelli la cui abitudine è stata formata. Se la
scrittura era il mezzo di comunicazione nella comunità dell’infanzia,
è logico che, crescendo, gli scrittori continuino a considerare la
scrittura come qualcosa di indispensabile per provare un senso di
connessione. Quella che viene percepita come la natura antisociale
degli autori «essenziali», che può concretizzarsi nell’esilio di James
Joyce come nella solitudine di J. D. Salinger, deriva in gran parte
dall’isolamento sociale necessario per vivere in un mondo di
fantasia. Guardandomi negli occhi, Heath disse: «Tu sei un individuo
socialmente isolato che vuole disperatamente comunicare con un
essenziale mondo immaginario».
Sapevo che stava usando la parola «tu» in senso impersonale.
Eppure, avevo l’impressione che mi stesse guardando dritto
nell’anima. E l’euforia che provai per quella descrizione accidentale
di me stesso in polisillabi impoetici fu la conferma della verità di tale
descrizione. Il semplice fatto di essere riconosciuto per ciò che ero,
di non essere incompreso, si era rivelato, all’improvviso, una ragione
per scrivere.

Nella primavera del 1994 ero un individuo socialmente isolato il cui


disperato desiderio era soprattutto quello di fare un po’ di soldi. Dopo
essermi separato da mia moglie per l’ultima volta, cominciai a
insegnare scrittura creativa in un piccolo college di materie
umanistiche, e nonostante gli dedicassi troppo tempo, quel lavoro mi
piaceva. Ero rincuorato dalla bravura e dall’ambizione dei miei
studenti, che non erano ancora nati quando Rowan & Martin’s
Laugh-In2 era andato in onda per la prima volta. Mi rattristai, tuttavia,
quando seppi che molti dei miei migliori scrittori avevano giurato di
non frequentare piú i corsi di letteratura. Una sera uno studente mi
riferí che la sua classe di narrativa contemporanea era stata incitata
a discutere per un’ora intera sulla presunta omofobia della scrittrice
Leslie Marmon Silko. Un’altra sera, quando entrai in classe, tre
studentesse stavano ridendo a crepapelle del romanzo utopico-
femminista che erano costrette a leggere per un seminario su Donne
e Narrativa.
L’ottimismo terapeutico che attualmente imperversa nei
dipartimenti di Letteratura inglese sostiene che i romanzi si dividono
in due categorie: Sintomi di malattia (opere canoniche dei Secoli Bui
prima del 1950) e Medicina per un mondo piú sano e felice (opere di
donne e di persone appartenenti a culture non-bianche o non-etero).
Ma la colpa di tutto questo non può essere attribuita alle autrici
contemporanee delle opere che l’Accademia usa in modo cosí
ottimistico. Se il romanzo americano possiede ancora una qualche
rilevanza culturale – un interesse al di là dell’Accademia, una
presenza nelle conversazioni domestiche –, ciò accade
prevalentemente per merito delle donne. Secondo le stime di librai
bene informati, le donne acquistano il settanta per cento della
narrativa, e quindi forse non c’è da stupirsi se negli ultimi anni molti
dei romanzi piú venduti, i buoni libri che trovano un pubblico, siano
stati scritti da donne: madri romanzesche che rivolgono sguardi
assennati alle proprie figlie nelle opere di Jane Smiley e Rosellen
Brown; figlie romanzesche che danno ascolto a madri cinesi (Amy
Tan) o nonne chippewa (Louise Erdrich); una romanzesca schiava
liberata che conversa con lo spirito della figlia che lei stessa ha
ucciso per salvarla dalla schiavitú (Toni Morrison). Il buio di questi
romanzi non è un buio politico, che si possa scacciare con i lumi
della critica contemporanea; è il buio di dolori difficili da curare.
L’attuale fioritura di romanzi scritti da donne e da appartenenti a
minoranze culturali dimostra lo sciovinismo di chi giudica la vitalità
della letteratura americana dalle fortune del romanzo sociale
tradizionale. Anzi, si può dire che la cultura letteraria nazionale sia
piú sana per il fatto di essersi staccata dall’ambito della cultura di
massa; che la cultura universale «americana» non sia stata altro che
uno strumento per il perpetuarsi di un’élite maschile, bianca ed
eterosessuale, e che il suo declino rifletta il meritato abbandono di
una tradizione esaurita. (Il modo in cui Joseph Heller descrive le
donne in Comma 22, per esempio, è cosí imbarazzante che ho
esitato a consigliare il libro ai miei studenti). È possibile che
l’esperienza americana sia ormai talmente estesa e sfaccettata che
nessun «romanzo sociale» alla maniera di Dickens o Stendhal possa
sperare di rispecchiarla; forse adesso sarebbero necessari dieci
romanzi con dieci prospettive culturali diverse.
Oggi, purtroppo, i giovani scrittori dimostrano di sentirsi
imprigionati dalla propria identità etnica o di genere – dissuasi dal
dialogare oltre i propri confini da una cultura in cui la televisione ci ha
condizionati ad accettare soltanto la testimonianza letterale dell’Io. E
il problema si aggrava quando gli scrittori si rifugiano nei programmi
di scrittura creativa delle università. Ogni numero di qualsiasi piccola
rivista letteraria, pubblicata da candidati al Master of Fine Arts
consapevoli del fatto che i candidati al Master of Fine Arts debbano
veder pubblicati i propri manoscritti allo scopo di acquisire o
mantenere un posto da insegnante, contiene sicuramente qualche
variante di tre generici tipi di racconto: «La mia interessante
infanzia», «La mia interessante vita in una città universitaria», «Il mio
interessante anno all’estero». All’interno dell’Accademia gli scrittori
svolgono l’importante funzione di insegnare la letteratura per il
semplice gusto di farlo, e nel frattempo alcuni di loro pubblicano
anche qualche opera valida, ma come lettore rimpiango i giorni in cui
un maggior numero di scrittori viveva e lavorava in città. Il ritiro
nell’Io e il declino del romanzo di ampio respiro mi rattristano, per la
stessa ragione per cui mi rattrista l’ascesa dei sobborghi: mi piace
vedere il massimo di diversità e contrasto stipati in un’unica
eccitante esperienza. Anche se la cronaca sociale non è piú tanto
una funzione determinante quanto un sottoprodotto accidentale del
romanzo – le osservazioni di Shirley Heath confermano che i lettori
seri non leggono per istruirsi –, a me piacciono ancora i romanzi vivi
e polivalenti come città.

Il valore di questa ricerca, e il motivo per cui la cito con tanta


frequenza, deriva dal fatto che Heath si è data la pena di studiare
empiricamente ciò di cui nessuno si è mai occupato, mettendo in
rapporto il problema della lettura con un vocabolario abbastanza
neutro da sopravvivere nel nostro ambiente culturale privo di valori. I
lettori non sono persone «migliori» o «piú sane» o, al contrario, «piú
malate» dei non-lettori. Semplicemente, appartengono a una
comunità piuttosto particolare.
Secondo Heath, un tratto distintivo delle «opere di narrativa
essenziali» è l’imprevedibilità. Heath giunse a questa definizione
dopo aver scoperto che la maggior parte delle centinaia di lettori
impegnati che aveva intervistato doveva fare i conti, in un modo o
nell’altro, con la propria imprevedibilità. I terapeuti e i sacerdoti che
danno consigli alle persone turbate sono inclini alle letture difficili. Lo
stesso vale per coloro le cui vite non hanno seguito il corso che ci si
aspettava: coreani di casta mercantile che non diventano mercanti,
ragazzini del ghetto che vanno al college, gay dichiarati che vengono
da famiglie tradizionaliste, e donne le cui vite si sono rivelate
completamente diverse da quelle delle loro madri. Quest’ultimo
gruppo è particolarmente numeroso. Al giorno d’oggi milioni di donne
americane hanno una vita molto diversa da quella che forse avevano
progettato sull’esempio materno, e tutte loro, secondo il modello di
Heath, sono potenzialmente predisposte a leggere narrativa
essenziale.
Nelle sue interviste, Heath scoprí una «vasta unanimità» di lettori
seri secondo i quali la letteratura «“fa di me una persona migliore”».
Si affrettò ad assicurarmi che, piú che fungere da auto-aiuto per
tornare sulla retta via, «la letteratura seria influisce sulle condizioni
radicate nella vita dei lettori, costringendoli cosí ad affrontarle. E,
affrontandole, arrivano a vedersi come persone piú profonde e piú
abili a gestire la propria incapacità di vivere in modo del tutto
prevedibile». I lettori le ripetevano sempre la stessa cosa: «Grazie
alla lettura riesco a conservare il senso di qualcosa di essenziale –
la mia integrità morale, la mia integrità intellettuale. “Essenzialità”
significa qualcosa di piú che “un libro impegnativo”. Leggendo quel
libro, io stesso mi sento essenziale». Tale essenzialità, aggiunge
Heath, viene quasi sempre trasmessa verbalmente, ed è percepita
come qualcosa di stabile. «Ecco perché – mi disse – i computer non
basteranno ai lettori».
La stragrande maggioranza delle persone intervistate da Heath ha
descritto la narrativa essenziale come «l’unico luogo in cui ci sia una
speranza civile, pubblica, di venire alle prese con la dimensione
etica, filosofica e sociopolitica della vita, che altrove viene trattata in
modo cosí semplicistico. Da Agamennone in poi, per esempio,
abbiamo dovuto affrontare il conflitto tra la lealtà alla famiglia e la
lealtà allo stato. E la buona narrativa è quella che si rifiuta di fornire
facili soluzioni al conflitto, di dipingere le cose come bianche o nere,
come buoni contro cattivi. Esattamente l’opposto della psicologia
spicciola».
«E le religioni sono a loro volta essenziali opere di narrativa», le
dissi.
Heath annuí. «È proprio quello che dicono i lettori: leggere buona
narrativa è come leggere un brano particolarmente intenso di un
testo religioso. Ciò che la religione e la buona narrativa hanno in
comune è il fatto di non fornire risposte, di non essere conclusive. Il
linguaggio delle opere letterarie sprigiona qualcosa di nuovo a ogni
lettura. Ma l’imprevedibilità, lungi dal significare totale relativismo,
evidenzia invece la perseveranza con cui gli scrittori continuano a
tornare su problemi fondamentali. La famiglia contro il paese, la
moglie contro l’innamorata».
«Essere vivi contro dover morire», dissi io.
«Proprio cosí, – disse Heath. – Naturalmente, l’imprevedibilità
della letteratura presenta alcuni aspetti di prevedibilità. È l’unica
cosa che tutte le opere essenziali hanno in comune. Ed è a quella
prevedibilità che i lettori dicono di aggrapparsi – la sensazione di
avere compagnia in questa grande impresa umana».
«Una mia amica mi dice sempre che la lettura e la scrittura, in
ultima analisi, hanno a che fare con la solitudine. Comincio ad
arrivarci».
«Si tratta di non essere soli, sí, – disse Heath, – ma anche di
sentire che esiste una via d’uscita, una ragione per vivere. La
ragione si trova nella continuità, nel persistere dei grandi conflitti».
Sul volo di ritorno da Palo Alto, in una zona di transizione forzata
con equipaggio di dipendenti-proprietari della Twa, rifiutai gli
auricolari per The Brady Bunch Movie3 e per uno special di E!4 della
durata di un’ora, ma mi ritrovai a guardarli lo stesso. Lo special di E!
privo di audio mi svelò l’idraulica dei sorrisi insinceri.
Quell’apparizione di falsità mi fece agognare alle emozioni
spontanee di una letteratura che non cerca di vendermi niente.
Tenevo aperto in grembo Faces in the Water, il romanzo di Janet
Frame ambientato in un manicomio: frasi sconfortanti ma
stranamente pertinenti, su cui i miei occhi non vollero soffermarsi
finché finalmente, dopo due ore e mezza, lo schermo silenzioso di
fronte a me si spense.
Povera Noeline, che aspettava una proposta di matrimonio da parte
del dottor Howell, nonostante le uniche parole che egli le avesse mai
rivolto fossero Come stai? Sai dove ti trovi? Sai perché sei qui? – frasi
che normalmente sarebbero difficili da interpretare come dimostrazioni di
affetto. Ma quando sei ammalata ti ritrovi in un nuovo campo di
percezione, nel quale raccogli le interpretazioni che poi ti forniscono il
pane quotidiano, il tuo unico cibo. Cosí, quando alla fine il dottor Howell
sposò l’ergoterapista, Noeline venne trasferita al reparto disturbi mentali.

Aspettarsi che un romanzo regga tutto il peso della nostra società


disturbata – che ci aiuti a risolvere i nostri problemi contemporanei –
mi sembra una peculiare illusione americana. Scrivere frasi talmente
autentiche che si possa trovarvi rifugio: Non è abbastanza? Non è
già tanto?

Non piú di quarant’anni fa, quando l’uscita del Vecchio e il mare di


Hemingway rappresentava un evento nazionale, i film e la radio
venivano ancora considerati intrattenimenti «bassi». Negli anni
Cinquanta e Sessanta, quando i film divennero «cinema» e
pretesero di essere presi sul serio, il ruolo di intrattenimento «basso»
venne assegnato alla Tv. Infine, negli anni Settanta, con le udienze
del caso Watergate e All in the Family, anche la televisione si rese
parte essenziale dell’alfabetizzazione culturale. Il newyorchese
single e istruito che nel 1945 leggeva venticinque romanzi seri
all’anno, oggi ha forse il tempo di leggerne cinque. Mentre si
assottiglia lo strato di lettori dall’abitudine formata, quello che resta è
essenzialmente lo zoccolo duro di lettori resistenti, che leggono
perché non possono farne a meno.
Lo zoccolo duro è un bottino molto piccolo da suddividere fra un
numero molto grande di scrittori in attività. Per guadagnarsi da vivere
in maniera decente, uno scrittore deve anche rientrare fra i cinque
autori preferiti di un’enorme quantità di lettori dall’abitudine formata.
Ogni anno, in attesa del colpo grosso, una manciata di bravi
romanzieri ricevono anticipi da sei e persino sette cifre (fornendo
cosí argomenti agli spiriti euforici del tipo «la letteratura americana
va a gonfie vele!»), e alcuni di loro entrano effettivamente in
classifica. Avviso ai naviganti di E. Annie Proulx ha venduto quasi un
milione di copie negli ultimi due anni; l’edizione rilegata del best-
seller letterario di Cormac McCarthy Oltre il confine è arrivata al
numero 51 nella lista dei libri piú venduti dell’anno di «Publishers
Weekly». (Il numero 50 era Star Trek: Ieri, oggi, domani).
Anthony Lane, in un paio di saggi apparsi di recente su «The New
Yorker», ha dimostrato che se i best-seller contemporanei sono per
la maggior parte romanzi insulsi, prevedibili e scritti male, anche i
best-seller di cinquant’anni fa erano insulsi, prevedibili e scritti male.
I saggi di Lane distruggono opportunamente la nozione di un’età
dell’oro pre-televisiva in cui le masse americane se ne stavano col
naso affondato nei capolavori della letteratura; egli chiarisce che i
gusti popolari di questo paese non sono affatto peggiorati nel corso
di mezzo secolo. Ciò che è cambiato è l’aspetto economico
dell’attività editoriale. Il best-seller numero uno del 1955, Marjorie
Morningstar, vendette centonovantamila copie. Nel 1994, in un
paese con neanche il doppio degli abitanti, L’appello di John
Grisham ha venduto piú di tre milioni di copie. Oggi l’editoria è una
filiale di Hollywood, e il romanzo di cassetta è un prodotto per il
mercato di massa, un sostituto portatile della Tv.
Il persistere di un mercato per la narrativa impone un’utile
disciplina a noi scrittori, ricordandoci del nostro dovere di divertire.
Ma se l’Accademia è uno scoglio per gli scrittori ambiziosi, il mercato
americano moderno – con la sua suddivisione degli artisti in
Superstar, Star e Sconosciuti; con il suo acuto riconoscimento del
fatto che nulla spinge un prodotto quanto un personaggio – è un
posto davvero difficile. È possibile, se si è dotati del temperamento
adatto, autopromuoversi validamente con ironia, prendendosi gioco
del mercato promozionale. Cosí l’argomento della prosa del giovane
scrittore Mark Leyner è l’autopromozione del giovane scrittore Mark
Leyner; egli è stato tre volte a Letterman. La maggior parte degli
scrittori si sente piuttosto a disagio nel commercializzare
l’esperienza intrinsecamente privata della lettura per mezzo di un
personaggio pubblico – nei tour promozionali, nei talk-show
radiofonici, sui sacchetti e le tazze da caffè di Barnes & Noble. Lo
scrittore per cui la cosa piú importante è la parola scritta è, ipso
facto, un personaggio antitelevisivo, ed è istruttivo ricordare quanti
fra i nostri piú anziani e stimati scrittori abbiano scelto, in un paese
dove altrimenti la pubblicità viene cercata quanto il Graal, di
difendere la propria privacy. Salinger, Roth, McCarthy, Don DeLillo,
William Gaddis, Anne Tyler, Thomas Pynchon, Cynthia Ozick e
Denis Johnson concedono pochissime interviste, tengono
pochissime lezioni, fanno pochissimi tour promozionali, e a volte
rifiutano persino di farsi fotografare. In molti casi si tratta senza
dubbio di drammi di isolamento sociale come quelli descritti da
Heath. Ma per alcuni di questi scrittori la riservatezza è parte
integrante del credo artistico.
Nel primo romanzo di Gaddis, Le perizie (1954), una controfigura
dell’autore esclama: «Che cosa vogliono dall’uomo che non abbiano
già ottenuto dall’opera? Cosa si aspettano? Cosa rimane quando
l’opera è terminata, che cos’è un artista se non le briciole del proprio
lavoro, il disastro umano che segue le tracce di ciò che ha
compiuto?» Scrittori del dopoguerra come Gaddis e Pynchon e artisti
del dopoguerra come Robert Frank hanno dato risposte molto
diverse da quelle di Norman Mailer e Andy Warhol. Nel 1954, ancor
prima che la televisione soppiantasse la radio come mezzo di
comunicazione dominante, Gaddis riconobbe che, per quanto a
breve termine l’autopromozione possa sembrare piacevolmente
sovversiva, l’artista che abbia seriamente intenzione di rifiutare la
cultura dell’immagine fasulla e mercificata deve a sua volta rifiutarsi
di diventare un’immagine, anche a costo di un sicuro anonimato.
Per molto tempo, cercando di seguire l’esempio di Gaddis, scelsi
la linea dura di lasciare che il mio lavoro parlasse per me. Non che
fossi esattamente tempestato di inviti; tuttavia mi rifiutai di insegnare,
di recensire libri per il «Times», di scrivere di scrittura, di andare alle
feste. In un’epoca di personaggi, parlare al di fuori del romanzo mi
sembrava un tradimento: implicava una mancanza di fiducia nella
narrativa come mezzo di comunicazione ed espressione, e perciò
contribuiva, pensavo, ad accelerare l’esodo del pubblico
dall’immaginario al letterale. Avevo una cosmologia di eroi silenziosi
e gregari traditori.
Il silenzio, tuttavia, è un’affermazione utile solo se qualcuno, da
qualche parte, si aspetta di sentire la tua voce. Il silenzio, negli anni
Novanta, sembrava soltanto una garanzia di solitudine. E alla fine mi
resi conto che la mia disperazione nei confronti del romanzo era il
risultato non tanto della mia obsolescenza quanto del mio
isolamento. La depressione si presenta sotto forma di realismo sul
marciume del mondo in generale e della tua vita in particolare. Ma il
realismo è semplicemente una maschera per la vera essenza della
depressione, che è un’opprimente alienazione dal resto dell’umanità.
Piú sei convinto di avere esclusivo accesso al marciume, piú ti
spaventa avere a che fare con il mondo; e meno hai a che fare con il
mondo, piú il resto dell’umanità ti sembra perfidamente contento di
continuare ad averci a che fare.
Scrittori e lettori sono sempre stati inclini a questa alienazione. La
comunione con la comunità virtuale della carta stampata richiede
solitudine, dopotutto. Ma l’alienazione diventa molto piú profonda,
pressante e pericolosa quando quella comunità virtuale non è piú
densamente abitata e trafficata; quando la salvifica continuità della
letteratura è presa d’assalto dall’elettronica e dall’Accademia;
quando la tua alienazione diventa generale anziché individuale, e le
pagine d’economia sembrano annunciare una cospirazione mondiale
per mandare in pensione te e tutta la tua specie, e il prezzo del
silenzio sembra essere non piú l’anonimato, bensí l’oblio assoluto.
Riconosco che una persona che scrive le proprie confessioni su
una rivista a tiratura nazionale potrebbe non risultare del tutto
credibile quando afferma che il completo isolamento non è una
valida alternativa, in senso sia psicologico sia finanziario, per gli
scrittori nati dopo lo Sputnik. Forse sono diventato un gregario
traditore. Ma seguendo tardivamente i miei libri fuori di casa,
facendo un po’ di giornalismo e persino partecipando a qualche
festa, mi è sembrato di presentare non tanto me stesso al mondo,
quanto piuttosto il mondo a me stesso. Una volta uscito dalla mia
bolla di disperazione, scoprii che quasi tutti quelli che incontravo
condividevano molte delle mie paure, e che gli altri scrittori le
condividevano tutte.
In passato, quando la vita letteraria era sinonimo di cultura, la
solitudine era una scelta plausibile in città dove si poteva sempre,
giorno e notte, trovare il conforto della folla fuori dalla porta di casa.
Nell’era dei sobborghi, quando le acque in piena della cultura
elettronica hanno trasformato ogni lettore e ogni scrittore in un’isola,
forse dovremmo darci piú da fare per confermare a noi stessi che
una comunità esiste ancora. Un tempo diffidavo dei dipartimenti di
scrittura creativa per quella che mi sembrava la loro sicurezza
artificiale, proprio come diffidavo dei circoli letterari perché trattavano
la letteratura come un ortaggio che si potesse ingoiare soltanto
accompagnandolo con una cucchiaiata di socialità. Adesso, mentre
brancolo in cerca del mio senso di comunità, diffido un po’ meno di
entrambi. Vedo l’autorità del romanzo fra il diciannovesimo e gli inizi
del ventesimo secolo come un evento dovuto al caso – alla
mancanza di rivali. Oggi la distanza fra lo scrittore e il lettore si sta
accorciando. Al posto di figure olimpiche che parlano alle masse
sottostanti, abbiamo due diaspore parallele. Lettori e scrittori sono
uniti dal bisogno di solitudine, dalla ricerca di essenzialità in
un’epoca sempre piú evanescente: dalla spinta a cercare dentro di
sé, tramite la carta stampata, una via d’uscita dall’isolamento.

Uno dei concetti piú cari ai cybervisionari è l’antidemocraticità


della cultura letteraria: secondo loro, la lettura di buoni libri è
soprattutto un passatempo per maschi bianchi benestanti, e quindi la
nostra repubblica sarà piú sana se si abbandonerà ai computer.
Come dimostra la ricerca di Shirley Heath (o anche un occasionale
giro in libreria), i cybervisionari mentono. La lettura è un’attività
etnicamente varia e socialmente scettica. I maschi bianchi e ricchi
che possiedono potenti computer portatili formano oggi l’élite piú
rilevante del paese, e la parola «elitario» è il bastone con cui
colpiscono coloro che non fondano la propria vita sull’acquisto di
tecnologia.
Il fatto che una diffidenza o un’aperta avversione nei confronti di
ciò che oggi chiamiamo «letteratura» abbia sempre contraddistinto i
visionari sociali, da Platone a Stalin agli attuali tecnocrati del libero
mercato, può indurci a pensare che la letteratura, al di là
dell’intrattenimento, possa diventare una forma di opposizione
sociale. A volte capita che un romanzo infiammi il dibattito politico,
oppure che vi sia coinvolto. E dato che il solo, modesto favore che
ogni scrittore chiede alla società è la libertà di espressione, spesso il
ruolo di voce della coscienza in periodi di fanatismo religioso o
politico tocca proprio a poeti e romanzieri. L’aura di antagonismo che
circonda la letteratura è particolarmente intensa in America, dove lo
scarso valore conferito all’arte è un modo per trasformare i piccoli
lettori resistenti in scrittori adulti sommamente alienati. Inoltre, dato
che i soldi hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nella nostra
cultura, e dato che di solito la gente che ne guadagna parecchi non
è molto interessante, i personaggi piú memorabili della letteratura
americana sono spesso degli emarginati sociali: Huck Finn e Janie
Crawford, Hazel Motes e Tyrone Slothrop5. Infine, la sensazione di
antagonismo aumenta in un’epoca in cui il semplice fatto di prendere
in mano un libro dopo cena rappresenta una specie di Je refuse!
culturale.
È troppo facile, dunque, dimenticare con quanta assiduità i bravi
artisti di tutti i tempi abbiano sostenuto, come disse Auden, che l’arte
«non fa accadere niente»6. È troppo facile passare dalla
consapevolezza che il romanzo possa avere un effetto alla
convinzione che debba averlo. Nabokov ha riassunto piuttosto bene
la piattaforma politica che ogni scrittore potrebbe sottoscrivere:
nessuna censura, buona istruzione per tutti, nessun ritratto di capo
di stato piú grosso di un francobollo. Al di là di questo, i nostri
programmi divergono radicalmente. Ciò che emerge come elemento
comune a tutti non è la certezza che un romanzo possa cambiare
qualcosa, ma la certezza che possa preservare qualcosa. La cosa
da preservare dipende dallo scrittore; può essere altrettanto
personale quanto «La mia interessante infanzia». Ma mentre il
paese diventa sempre piú distratto e affascinato dalla cultura di
massa, la posta in gioco aumenta anche per gli autori la cui
ambizione principale è quella di assicurarsi un lavoro da insegnante.
Che ne siano consapevoli o meno, gli scrittori stanno preservando
una tradizione di linguaggio preciso ed espressivo; un’abitudine a
guardare oltre la superficie delle cose; forse una comprensione
dell’esperienza privata e del contesto pubblico come elementi distinti
ma compenetrati; forse mistero, forse usanze. Ma soprattutto stanno
preservando una comunità di lettori e scrittori, i cui membri si
riconoscono fra loro perché ritengono che non esista niente di facile.
Shirley Heath descrive questa idea di complessità con il termine
blando di «imprevedibilità»; Flannery O’Connor la chiamava
«mistero». In Quello che rimane, Fox la cattura cosí: «L’anarchia
ticchettava dentro il carapace della vita normale e delle sue intese
abbozzate». Secondo me, la parola che meglio descrive la visione
del mondo di un romanziere è «tragica». Nel resoconto di Nietzsche
sulla «nascita della tragedia», che rimane una teoria pressoché
imbattibile sul perché la gente ami le storie tristi, la comprensione
anarchica e «dionisiaca» dell’oscurità e imprevedibilità della vita si
unisce a elementi «apollinei» di chiarezza e bellezza formale per
produrre un’esperienza di intensità religiosa. Persino per coloro che
non credono a nulla di ciò che non vedono con i propri occhi, la
rappresentazione in forma estetica della condizione umana può
risultare (anche se noi scrittori veniamo giustamente derisi per l’uso
eccessivo di questa parola) redentrice.
Si possono trovare diverse morali nell’Edipo re – «Dài ascolto agli
oracoli», per esempio, oppure «Aspettati l’inaspettato», o «Sposati in
fretta, pentiti con comodo» –, e la loro esistenza conferma in noi la
sensazione di un ordine alla base dell’universo. Ma naturalmente ciò
che rende umano Edipo è il fatto di non dare ascolto all’oracolo. E
anche se Sophie Bentwood, duemilacinquecento anni piú tardi, «non
dovrebbe» provare a isolarsi dalla società idrofoba che la circonda,
naturalmente ci prova lo stesso. Ma poi, come scrive Fox: «Con
quanta rapidità il guscio della vita adulta, la sua importanza, si
sgretolò sotto i colpi di ciò che d’improvviso era diventato reale e
indispensabile e assurdo».
Spero sia chiaro come con la parola «tragico» io intenda
praticamente qualsiasi tipo di narrativa che fornisce piú domande
che risposte, che non risolve il conflitto nella banalità. (In realtà,
l’indicatore piú attendibile di una prospettiva tragica in un’opera di
narrativa è l’umorismo). Il motivo per cui definisco «tragica» la
narrativa seria è quello di evidenziarne la distanza dalla retorica
dell’ottimismo che pervade la nostra cultura. La menzogna
necessaria a qualunque regime vittorioso, compreso l’allegro tecno-
corporativismo sotto il quale viviamo attualmente, è che il regime
abbia reso il mondo un posto migliore. Il realismo tragico preserva la
cognizione del fatto che ogni miglioramento ha sempre un prezzo;
che niente dura per sempre; che, se nel mondo il bene supera il
male, ci riesce per il rotto della cuffia. Ho il sospetto che l’arte non
abbia mai fatto particolare presa sull’immaginario americano perché
il nostro è un paese dove sono accadute pochissime cose terribili.
L’unica vera tragedia che ci sia capitata è stata la schiavitú, e forse
non è un caso che la letteratura del Sud sia stata straordinariamente
ricca e feconda di menti geniali. (Si provi a confrontarla con la
letteratura dell’assolata, fertile, pacifica costa occidentale). Per la
grande maggioranza bianca, almeno in superficie, la storia di questo
paese è fatta di successo e ancora successo. Il realismo tragico
preserva l’accesso alla sporcizia che si trova dietro il sogno della
Libera Scelta – alle difficoltà umane dietro l’agio tecnologico, al
dolore dietro la narcosi della cultura popolare: a tutti quei presagi
che stanno ai margini della nostra esistenza.

Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma,


quel che piú conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo
sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio. La via
per la disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il
romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza.
FLANNERY O’CONNOR

La depressione clinica non è una metafora. Ha una componente


ereditaria e può essere curata con farmaci e terapie. Per quanto tu
possa credere che l’esistenza abbia in sé una malattia incurabile, se
sei depresso prima o poi ti arrenderai e dirai: Non voglio piú stare
cosí male. Il passaggio dal realismo depressivo al realismo tragico,
dall’oscurità paralizzante all’oscurità come fonte di forza, sembra
perciò richiedere, stranamente, la fede nella possibilità di una cura.
Ma questa «cura» non è affatto semplice.
Ho trascorso i primi anni Novanta intrappolato in una doppia
solitudine. Non solo mi sentivo diverso da tutti quelli che mi stavano
intorno: anche l’epoca in cui vivevo mi sembrava completamente
diversa da ogni epoca precedente. Nel mio caso, quindi, lo sforzo
per riconquistare una prospettiva tragica ha comportato una duplice
spinta verso l’esterno: la riconnessione con la comunità di lettori e
scrittori, e il recupero del senso storico.
Si può avere un senso generale dell’oscurità della storia, una
convinzione misticamente dionisiaca che la partita non sia finita
finché non lo è davvero, senza avere quell’apollinea comprensione
dei dettagli che ci permette di apprezzare le consolazioni offerte
dalla storia. Fino a un anno fa, per esempio, non mi sarebbe mai
venuto in mente di affermare che questo paese è «sempre» stato
dominato dal commercio7. Vedevo soltanto la bruttezza del presente
commerciale, e di conseguenza mi infuriavo per il tradimento di
un’America precedente, che immaginavo piú vera, meno venale,
meno ostile all’attività narrativa. Ma quanto può apparire ridicola
l’autocommiserazione di uno scrittore del tardo ventesimo secolo alla
luce, per esempio, della vita di Herman Melville. La sua vita mi
suona familiare: la fama ottenuta con il primo romanzo, la dolorosa
scoperta dello scarso interesse della sua visione per il gusto
popolare dominante, la crescente sensazione di estraneità a quella
repubblica sentimentale, i tremendi problemi economici, l’abbandono
da parte dell’editore, il disastroso fallimento commerciale della sua
opera piú bella e ambiziosa, la presunta malattia mentale (la sua
malinconia, la sua depressione), e infine il ritirarsi a scrivere
unicamente per la propria soddisfazione.
Quando leggo la biografia di Melville, vorrei che avesse avuto
l’esempio di un altro come lui, vissuto qualche secolo addietro, per
non sentirsi piú la vittima solitaria di una maledizione. Vorrei anche
che avesse potuto dire a se stesso, quando lottava per sfamare
Lizzie e i bambini: Ehi, mal che vada posso sempre insegnare
scrittura creativa. Nel corso della sua vita, Melville ricavò circa
diecimilacinquecento dollari dai suoi libri. Neanche oggi gli viene
concessa una tregua. Nella prima edizione delle opere complete di
Melville pubblicate dalla Library of America, il frontespizio del
secondo volume recava il nome, scritto in vistosi caratteri da
ventiquattro punti, HERMAN MEVILLE.
L’estate scorsa, mentre prendevo familiarità con la Storia
americana, e mentre parlavo con lettori e scrittori e riflettevo
sull’«isolato sociale» heathiano, mi rendevo conto che la mia
condizione non era una malattia ma un’essenza. Come potevo non
sentirmi estraniato? Io ero un lettore. La mia essenza mi aspettava
da sempre, e adesso mi dava il benvenuto. D’improvviso mi accorsi
di quanto fossi ansioso di costruire e abitare un mondo immaginario.
Quell’ansia mi era sembrata una solitudine nella quale avevo
rischiato di morire. Come potevo pensare di dover guarire per
sentirmi a mio agio nel mondo «reale»? Non serviva una cura, né a
me né al mondo; l’unica cosa che necessitava di cure era la
consapevolezza del mio posto nel mondo. Senza quella
consapevolezza – senza un senso di appartenenza al mondo reale –
non si poteva essere felici in un mondo immaginario.
Al centro della mia disperazione nei confronti del romanzo c’era il
conflitto tra la sensazione di dover Parlare alla Cultura e Portare
Informazioni al Lettore Comune e il desiderio di scrivere di ciò che mi
stava piú a cuore, di perdermi nei personaggi e nei luoghi che
amavo. Scrivere, e anche leggere, era diventato un dovere odioso, e
queste, considerato il misero stipendio che se ne ricava, sono cose
che ha senso fare soltanto se ci si diverte. Non appena mi fui
liberato del mio presunto dovere nei confronti di una chimerica
cultura di massa, il mio terzo libro si rimise in moto. Oggi mi stupisco
di essermi fidato cosí poco di me stesso per cosí tanto tempo, di
aver provato un bisogno schiacciante di combattere esplicitamente
contro tutte le forze che interferiscono con il piacere della lettura e
della scrittura: come se, popolando e sistemando il mio piccolo
mondo alternativo, avessi potuto, anche volendo, ignorare il quadro
sociale piú ampio.
Mentre capivo tutto questo, ricevetti una lettera da Don DeLillo, al
quale avevo scritto in preda all’angoscia. Egli, fra l’altro, diceva:
Il romanzo è tutto ciò che i romanzieri scrivono in un determinato
periodo. Se fra quindici anni non staremo scrivendo il grande romanzo
sociale, forse vorrà dire che la nostra sensibilità sarà tanto cambiata da
renderlo un lavoro meno impellente – e non che avremo smesso di
scrivere perché il mercato si è esaurito. Lo scrittore conduce, non segue.
La forza motrice risiede nella sua testa, non nel numero dei lettori. E se il
romanzo sociale vivrà, a fatica, sopravvivendo nelle crepe e nei solchi
della cultura, forse verrà preso piú sul serio, come uno spettacolo in via di
estinzione. Un contesto ridotto ma piú intenso.
La scrittura è una forma di libertà personale. Ci libera dall’identità di
massa che vediamo formarsi intorno a noi. Alla fine, gli scrittori non
scriveranno per diventare gli eroi fuorilegge di una sottocultura, ma
soprattutto per salvare se stessi, per sopravvivere come individui.

DeLillo aggiunse un postscriptum: «Se i lettori seri scompariranno


quasi del tutto, forse vorrà dire che ciò che chiamiamo “identità” avrà
smesso di esistere».
La cosa strana di questo postscriptum è che non posso leggerlo
senza provare un impeto di speranza. Il realismo tragico ha l’effetto
perverso di trasformare i propri seguaci in ottimisti. «Temo davvero –
scrisse una volta O’Connor – che il fatto che i poveri saranno
sempre con noi sia fonte di soddisfazione per lo scrittore di narrativa,
perché significa, essenzialmente, che egli potrà sempre trovare
qualcuno come lui. Il suo interesse per la povertà riguarda una
povertà essenziale per l’essere umano». Anche se Silicon Valley
riuscisse a installare un casco per la realtà virtuale in ogni casa
americana, anche se i lettori seri scomparissero quasi del tutto,
resterebbero un mondo affamato al di là dei nostri confini, un debito
nazionale sul quale il governovia-cavo non può far altro che torcersi
le mani, e i buoni, vecchi, apocalittici cavalieri di guerra, malattia e
degrado ambientale. Se i salari reali continueranno a diminuire, i
sobborghi della «Mia interessante infanzia» non offriranno molta
protezione. E se il multiculturalismo riuscirà a trasformarci in una
nazione di tribú con poteri indipendenti, ogni tribú verrà privata del
conforto del vittimismo e sarà costretta ad affrontare la limitatezza
umana per quello che è: un aspetto della vita. La storia è la realtà
idrofoba da cui noi tutti, come Sophie Bentwood, vorremmo
nasconderci. Ma prima o poi tutte le bolle scoppiano. Se questo sia
un bene o un male, i realisti tragici non lo dicono. Si limitano a
rappresentarlo. Una generazione fa Paula Fox riusciva, prestando
molta attenzione, a scorgere la perdizione e la salvezza in una
boccetta di inchiostro rotta. A quei tempi il mondo stava finendo, sta
finendo anche adesso, ed è bello sapere di appartenergli ancora.
(1996).

1 «Regine della pubblica assistenza», epiteto spregiativo con cui vengono


indicate le madri single benestanti che si avvalgono dei sussidi governativi [N.
d. T.].
2 Show televisivo. La prima puntata andò in onda il 22 gennaio 1968 [N. d.
T.].
3 Film del 1995, versione cinematografica di una serie televisiva degli anni
Settanta, trasmessa anche in Italia con il titolo La famiglia Brady [N. d. T.].
4 Canale via cavo specializzato in gossip [N. d. T.].
5 Huck Finn è il protagonista delle Avventure di Huckleberry Finn di Mark
Twain, Janie Crawford di Con gli occhi rivolti al cielo di Zora Neale Hurston,
Hazel Motes della Saggezza nel sangue di Flannery O’Connor, e Tyrone
Slothrop dell’Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon [N. d. T.].
6 Da «In memoria di W. B. Yeats», in Un altro tempo, a cura di Nicola
Gardini, Adelphi, Milano 1997 [N. d. T.].
7 Mi rendo conto che si tratta di una triste confessione, e che il fatto di aver
superato il college senza aver mai seguito un corso di Storia o Letteratura
americana rappresenta una misera scusa [N. d. A.].
Lettere smarrite

Il crollo delle poste di Chicago cominciò prima che la gente


potesse vederne i segni premonitori. Prima, cioè, che gli spettri di
lettere non consegnate si levassero a ogni angolo della città per
perseguitare l’amministrazione colpevole – un centinaio di sacchi di
posta vecchia di mesi accumulati nel furgone di un postino del North
Side; un quintale di posta recente bruciata sotto un viadotto del
South Side; piú di millecinquecento tra lettere e pacchi lasciati a
marcire in una fossa poco profonda sotto una veranda del West
Side, e una camionata di corrispondenza nascosta nei ripostigli di un
postino in un sobborgo di Chicago. Il crollo cominciò martedí 20
gennaio 1994, intorno alle due del pomeriggio, quando una donna di
nome Debra Doyle telefonò al direttore dell’ufficio postale di zona
per dirgli che la sua famiglia non riceveva la posta dal giovedí
precedente.
Nel corso degli anni, Doyle si era rassegnata all’inefficienza
dell’ufficio postale di Uptown, che smistava la corrispondenza
destinata al suo quartiere. Un’interruzione di due o tre giorni non la
sorprendeva piú. Ma un’intera settimana senza posta, sia pure una
gelida settimana di gennaio, le sembrava troppo. Thomas Nichols, il
direttore dell’ufficio postale, le spiegò che i postini non potevano
effettuare le consegne perché i furgoni non partivano. Disse che se
voleva la sua posta doveva andare a ritirarla all’ufficio postale. Forse
Nichols non la credeva tanto temeraria da uscire di casa in quel
clima polare, e invece Doyle, dopo aver riagganciato, andò dritta alla
macchina.
La popolazione servita dall’ufficio di Uptown rappresenta, nella
sua varietà, un’enciclopedia della città americana contemporanea.
Professionisti e pensionati vivono in grattacieli e ville vicino al lago
Michigan, vagabondi e drogati si aggirano lungo la Lawrence e la
Bryn Mawr Avenue, e su entrambi i lati della sopraelevata immigrati
asiatici e dell’Europa orientale abitano gomito a gomito con persone
di ceto medio che vivono a Chicago da sempre, come Debra Doyle.
Per anni, l’unica cosa che tutte queste persone hanno avuto in
comune è stato il codice postale 60640 – insieme alla sgradevole
esperienza che li attendeva a ogni visita nell’ufficio di Uptown. L’atrio
puzzava come un marciapiede della metropolitana. Gli impiegati, a
quanto pareva, non avevano altro piacere nella vita che bere il caffè
nelle ore di punta e lanciare nelle ceste piú lontane i pacchi con la
scritta «Fragile». Quando andavano a ritirare un pacco, i clienti
mettevano in conto di perdere un’ora.
Quando arrivò all’ufficio, Doyle chiese di parlare con Nichols. Le
dissero che non c’era. Doyle, scettica, compose il numero dell’ufficio
dal telefono pubblico nell’atrio. Nichols rispose. Quella che seguí fu
una scena tipica di Chicago: una cliente delle poste infuriata che
affronta un dirigente evasivo e poco disponibile. Queste scene
terminavano, nel migliore dei casi, con la promessa di un servizio
migliore per il futuro; nel peggiore, con il direttore che gridava
improperi in direzione della cliente.
Quel particolare pomeriggio, però, non appena Doyle e Nichols si
furono sbattuti il telefono in faccia, una donna alta ed energica entrò
con passo deciso nell’atrio dell’ufficio di Uptown e chiese se poteva
essere di aiuto. Si presentò come Gayle Campbell. Doyle le espose
il suo problema, e Campbell scomparve nel retro dell’ufficio. Nel giro
di pochi minuti ritornò con una settimana di posta della signora
Doyle. Le diede anche il numero del cercapersone e del telefono di
casa, e la esortò a chiamarla in caso di ulteriori problemi con le
consegne. Quindi scomparve di nuovo.
Il Servizio postale degli Stati Uniti, il sistema che distribuisce il
materiale cartaceo in tutto il paese, ha qualche problema con le
grandi città. Lo scorso inverno, quando Doyle incontrò Campbell,
l’ottantotto per cento delle famiglie americane definiva il servizio
postale «buono», «molto buono» o «eccellente», mentre città come
New York e Washington esprimevano indici di gradimento intorno al
settantacinque per cento, e Chicago, con il suo sessantaquattro per
cento, era ultima in classifica. Piú di un terzo degli abitanti di
Chicago aveva valutato il servizio postale cittadino come «scarso» o
«mediocre», e il malcontento era ancora piú diffuso nei popolosi e
benestanti quartieri che si affacciavano sulla sponda settentrionale
del lago, dove negli ultimi dieci anni il servizio era stato pessimo e gli
utenti avevano raggiunto un livello di esasperazione che poteva
sembrare comico a chi non lo avesse sperimentato di persona.
Una storia dell’orrore tipica di Chicago, insolita solo per il suo
protrarsi nel tempo, è quella di Marilyn Katz, esperta di
comunicazione e consulente politica. Nel 1986, Katz e suo marito
acquistarono una casa degli inizi del secolo in Magnolia Avenue, un
quartiere tranquillo e poco affollato dalle parti di Uptown. D’un tratto,
dopo tre anni, smisero di ricevere la posta. Katz dovette chiamare
l’ufficio di Uptown quattro volte in due settimane, prima che il
direttore le fornisse una spiegazione. La spiegazione fu che il
postino aveva dichiarato «abbandonata» la casa dei Katz.
A quel punto il servizio riprese, ma solo a intermittenza. La posta
dei Katz, quando arrivava, arrivava in ritardo, e spesso con una
cospicua aggiunta di corrispondenza indirizzata ad altre famiglie del
quartiere. Marilyn Katz instaurò uno scambio particolarmente vivace
con il palazzo al numero 5500 di Lakewood. La sua assicurazione
sulla casa venne sospesa, e anche quella sulla vita: non aveva mai
ricevuto gli avvisi di pagamento. Nell’agosto del 1990, prima di
partire per una vacanza di dieci giorni, le fu comunicato che la
compagnia telefonica avrebbe interrotto il servizio per il mancato
pagamento delle bollette. Quando tornò dalla vacanza, le bollette del
telefono di maggio, giugno, luglio e agosto erano lí ad aspettarla.
Pochi mesi dopo, si accorse di non ricevere piú «The New Yorker».
Quando telefonò al servizio abbonamenti, apprese che l’ufficio di
Uptown aveva inviato al giornale la notifica del suo trasloco.
Nell’inverno del 1992, Katz consegnò personalmente un
questionario sul servizio postale a ogni famiglia del quartiere nel
raggio di sedici isolati. I questionari tornarono indietro insieme a una
litania di lamentele analoghe alle sue, con l’aggiunta di nuovi orrori.
«Il postino è un tipo eccentrico, beve e bazzica con gente strana
durante le consegne»; «la postina si porta dietro i figli e li fa lavorare
al suo posto»; «il postino viene a molestarci di notte, in cerca di
soldi».
Katz inviò i risultati del sondaggio al direttore delle poste di
Chicago. Sei mesi piú tardi, non avendo ricevuto risposta, si mise al
lavoro con Mary Ann Smith, un consigliere municipale che si
occupava di reclami alle poste dal 1988. Smith strappò al nuovo
direttore delle poste, Jimmie Mason, la promessa di rispondere al
sondaggio di Katz entro il 2 ottobre, ma era ormai pieno inverno
quando il consigliere Smith riuscí a organizzare per Katz e i suoi
vicini un incontro con Mason. Egli chiese il loro aiuto per monitorare
il servizio postale. Katz rispose che non voleva monitorare la posta,
voleva semplicemente riceverla. Mason disse che per migliorare il
servizio ci sarebbe voluto del tempo. Intanto, promise di riverniciare
le cassette per le lettere del distretto di Uptown, che erano state
riempite di scarabocchi dai ragazzi del quartiere. Si offrí anche di
fornire alle famiglie l’apposita vernice blu per mantenere in ordine le
cassette. A Katz questo sembrò il massimo della codipendenza:
«Non solo ci permettono di consegnare e monitorare al posto loro. Ci
permettono anche di verniciare le cassette».
Nonostante Mary Ann Smith continuasse a organizzare «incontri
cittadini» durante i quali diversi funzionari delle poste fecero diverse
promesse, il servizio postale di Uptown non migliorò. Infine, lo
scorso inverno, dopo sei anni di tira e molla, Smith giunse alla
conclusione che nessun gruppo locale avrebbe potuto attirare
l’attenzione del Servizio postale degli Stati Uniti. Smith sollecitò il
Comitato finanziario del Consiglio municipale a promuovere
assemblee sull’impatto economico di un servizio postale inefficiente,
e poi si arrese. «Abbiamo fatto del nostro meglio, – disse, – non
sono tenuta a dedicare tutto il mio tempo a questa faccenda».
Intanto, Katz aveva deciso di affidare la corrispondenza
importante alla Federal Express, e aveva dato istruzioni per
l’accredito diretto degli assegni sul conto corrente. Si assicurò che
tutti i documenti di valore le venissero spediti nel suo ufficio
downtown. Cosí come aveva già rinunciato ad altri servizi pubblici,
andando in macchina al lavoro e iscrivendo i figli a una scuola
privata, adesso evitava il piú possibile il Servizio postale, usando il
telefono, il fax, il computer. Anche lei si era arresa. «Non c’era il
minimo senso di responsabilità, – disse. – Era chiaro che l’ufficio
postale se ne lavava le mani».
Secondo Marilyn Katz e Mary Ann Smith e Debra Doyle – e anche
secondo altri, come Sidney R. Yates, un deputato del Nono Distretto
dell’Illinois che ha criticato il servizio postale di Chicago per dieci
anni – avere a che fare con l’ufficio postale era frustrante soprattutto
perché nessuno dei dipendenti riusciva a spiegare come mai la
posta non venisse consegnata. In alcuni casi Katz ricevette delle
scuse (il direttore dell’ufficio di Uptown, per esempio, le confidò che i
sindacati gli impedivano di emettere sanzioni disciplinari nei confronti
dei postini), ma non ottenne mai alcuna spiegazione, anche solo
formale, per le gravi mancanze rivelate dal suo sondaggio. I
funzionari erano cordiali agli incontri e silenziosi in seguito. Era come
se, semplicemente, non gliene importasse nulla; non si rendevano
neppure conto di avere un problema.
Quando Debra Doyle incontrò Gayle Campbell nell’atrio dell’ufficio
di Uptown, capí di aver trovato un’amministratrice a cui tutto questo
importava. Piú tardi, quella sera stessa, quando chiamò Campbell a
casa, capí anche di aver trovato un’amministratrice consapevole dei
problemi che affliggevano l’ufficio postale. Campbell non la smetteva
di parlare, tanto era arrabbiata, e Doyle capí immediatamente –
tanto che il mattino dopo chiamò subito il consigliere municipale del
quartiere, Patrick O’Connor – che la frustrazione interna all’ufficio
postale aveva finalmente raggiunto gli stessi livelli di quella esterna.
E quando i livelli divennero pari, le informazioni cominciarono a
fluire.

Per quanto se ne parli sempre male, il Servizio postale è la


manifestazione piú costante e piú amata del governo federale nella
vita quotidiana della nazione. Il mio senso di appartenenza a questa
nazione deriva almeno in piccola parte dalla consapevolezza di
avere ancora il miglior servizio postale, le tariffe piú basse e i
francobolli piú brutti di qualsiasi altro paese industrializzato. (Cosí
come le poste italiane sono profondamente italiane, e quelle
tedesche profondamente tedesche). Malgrado la sua burocrazia,
inoltre, il Servizio postale riesce a svolgere un compito difficile in
maniera encomiabile. Ho il sospetto che gli orrori postali
diventerebbero una cosa da nulla se ogni famiglia del paese avesse
a che fare sei giorni alla settimana con il ministero del Lavoro o con
la Marina. Nonostante ami definire la sua azienda dal fatturato di
cinquanta miliardi di dollari l’anno «l’ottava piú grande società del
paese», il direttore generale delle Poste, Marvin Runyon, deve
sottostare a vincoli impensabili per qualsiasi dirigente del settore
privato: la responsabilità verso le commissioni del Congresso; una
politica di pari opportunità nelle assunzioni e nelle promozioni, con
una particolare attenzione nei confronti di reduci di guerra e
handicappati; e, soprattutto, l’offerta di un servizio di prima qualità e
a tariffa fissa per tutti. Il Servizio postale incarna il sogno della
democrazia. Ogni cittadino, compresi detenuti e bambini, può
comunicare con chiunque allo stesso prezzo ridotto. Ed è proprio
questo imperituro ideale di servizio universale a mantenere in piedi
un’istituzione che per la maggior parte della sua esistenza si è
pericolosamente collocata a metà strada fra governo, grandi imprese
e politiche locali. Se non fosse per questo ideale, Washington
avrebbe da tempo liquidato l’intera azienda.
L’inasprimento delle relazioni fra la città di Chicago e il suo ufficio
postale è, fino a un certo punto, una conseguenza dell’universalità
del servizio. Ogni volta che parlo con un dipendente delle poste
provo una sgradevole sensazione di trasparenza, di svantaggio
epistemologico. I dipendenti delle poste non hanno bisogno di
conoscere i particolari della mia personale relazione con la posta,
come il fatto che copio religiosamente su carta carbone le mie
lettere, o che ho cambiato indirizzo sedici volte negli ultimi cinque
anni (solo nell’ultimo anno ho avuto quattro indirizzi diversi a
Philadelphia), o che da ragazzo ho collezionato tutte e tre le varianti
della famosa emissione Dag Hammarskjöld del 1962, o che
considero la bilancia per lettere l’unico strumento di precisione
realmente indispensabile. Quello che i dipendenti delle poste sanno
di me è esattamente quello che sanno di tutti: che sono un cliente.
Un po’ come avviene per il clero cattolico, conosciamo il Servizio
postale molto meno di quanto lui conosca noi. Oprah Winfrey ha
fatto un koan della domanda: Perché gli impiegati delle poste si
ammazzano fra loro? A dispetto della loro ubiquità, gli uffici postali
restano uno dei luoghi di lavoro piú reconditi d’America. Sono
enclave straniere all’interno del paese. Hanno il proprio network
satellitare interattivo, attraverso il quale i dipendenti ricevono notizie
ed esortazioni dall’hotel Enfant Plaza di Washington.
Molti impiegati postali tengono la propria vita lavorativa
nettamente separata da quella privata. Gli impiegati e i postini che
vivono nei quartieri malfamati di Chicago mi hanno confessato di non
rivelare la loro professione ai vicini, perché un impiego alle poste li
marchierebbe come persone agiate, bersagli per i ladri. Un
amministratore di alto livello mi ha raccontato di aver imparato a dire
che lavora «per il governo», altrimenti la gente gli chiederebbe
perché non ha ricevuto la posta mercoledí scorso.
Quando i dipendenti delle poste escono insieme, discutono su chi
è andato a letto con chi per ottenere una promozione, e sul fattorino
trovato morto per cause naturali su un divano della stanza del
personale. Fanno congetture sul motivo per cui Marvin Runyon non
ha battuto ciglio durante un’intervista televisiva, e se ciò si possa
attribuire ai farmaci per il mal di schiena che è costretto a prendere.
Si divertono a parlare di cani. Se vengo aggredito da un branco di
cani randagi, mi spiegano, devo stordire con il gas urticante quello
che abbaia per primo. Mi hanno raccontato la storia di un postino dei
sobborghi che per sfuggire a un pastore tedesco infuriato fu costretto
a rifugiarsi in un contenitore per la corrispondenza in cui per tutta
l’estate aveva gettato bucce di banana e cartoni del latte.
In un caldo mattino di giugno sto aspettando nell’area
confortevolmente squallida riservata al personale dell’ufficio di
Cragin, nel West Side di Chicago, mentre un postino di nome Larry
Johnson finisce di gettare la posta nella sua «cassetta» – un
mobiletto a scomparti con una casella per ogni paio di indirizzi. Il
lavoro di smistamento della posta può richiedere dall’ora e mezza
alle quattro ore; la giornata lavorativa comincia non piú tardi delle
cinque e mezza del mattino. «Non ci vuole un gran cervello per fare
questo lavoro, – mi dice Johnson, – a parte il fatto che devi saper
leggere». E aggiunge, con una risata, che alle poste non si deve mai
dare per scontato che tutti sappiano leggere e scrivere. Johnson è
un uomo tarchiato, con i pantaloni blu della divisa che gli scendono
sui fianchi; ha trentacinque anni, ma la stanchezza lo fa sembrare
piú vecchio. Mi dà una bomboletta di gas urticante (la sua entra in
azione due o tre volte la settimana) e lo seguo fuori fino alla sua
berlina, una Lincoln scassata rosso scuro; Johnson tiene aperto il
bagagliaio con una leva da pneumatici mentre vi infila dentro fasci di
lettere e un pacchetto grande come una scatola da scarpe. A
Chicago, non tutti i postini sono muniti di furgone.
Johnson passa la maggior parte della giornata lavorativa all’ufficio
postale, ma è in strada che il suo lavoro acquista un significato,
qualunque esso sia. Mentre riempie la borsa per la prima tappa del
giro di consegne, mi dice che non ama socializzare con i colleghi.
«Parlano troppo, – dice. – Si raccontano i propri affari». Come la
maggior parte dei postini, Johnson ha un secondo lavoro: è pastore
in una chiesa protestante. I suoi parrocchiani non sanno che
consegna la posta, e i suoi colleghi non sanno che predica. Per
strada, tuttavia, le anziane signore che lo aspettano sulla soglia per
scambiare un «buongiorno» sanno benissimo chi è. Gli danno lettere
da imbucare, soldi per i francobolli e notizie del vicinato. Mi indica
una casa il cui proprietario è morto il sabato precedente.
È un giorno con poca posta per quel quartiere operaio. Johnson
non ha granché da infilare nelle cassette e nelle fessure delle porte,
a parte qualche fattura dell’ospedale e i volantini degli empori
Walgreens. Il suo è semplicemente un lavoro di gambe e
concentrazione. Se lascia vagare la mente – magari chiedendosi se
la famiglia in fondo all’isolato si sarà ricordata di rinchiudere il cane
feroce – si dimentica di consegnare le riviste e i cataloghi, che si
trovano in uno scomparto separato, e deve tornare indietro. La sua
camicia si macchia di sudore mentre procediamo fra le ombre
lunghe del mattino, in un quartiere residenziale svuotato dall’esodo
dell’ora di punta. I bambini ammalati e gli scrittori che lavorano in
casa conoscono questo vuoto. È un senso di alienazione, che in me
è sempre stato acuito e confermato dal rumore dei passi del postino.
Fare il postino significa abitare questo vuoto per ore, calpestare
cinquecento prati abbandonati, uno dopo l’altro. Chiedo a Johnson di
raccontarmi la cosa piú interessante che gli è capitata nei suoi nove
anni da postino. Dopo un momento di riflessione, dice che non gli è
mai capitato niente di interessante.
Forse la caratteristica piú rilevante di un impiego alle poste è che
gli impiegati stessi lo considerano redditizio e sicuro. Un postino con
sei anni di servizio guadagna piú di trentamila dollari, e può venire
licenziato solo se combina un vero disastro. Un’altra caratteristica
rilevante è che il lavoro può essere tremendo e sgradevole. Le poste
funzionano sia come trampolino di lancio per sfuggire a un futuro di
povertà nei quartieri popolari, sia come rifugio per persone senza
grandi ambizioni, per tipi solitari come Bartleby lo scrivano. (Melville
attribuiva la stranezza di Bartleby al suo impiego nell’ufficio lettere
smarrite). I dirigenti si preoccupano degli impiegati e dei postini
scontenti, dato che molti dipendenti delle poste sono reduci di guerra
addestrati all’uso delle armi, e quasi tutti si preoccupano dei
trasferimenti punitivi – al turno di notte, in una zona ad alto tasso di
criminalità, nel North Dakota. Per migliorare la produttività,
l’organizzazione si affida soprattutto a una disciplina quasi militare
basata sull’anzianità di servizio, e il rovescio della medaglia di
questa disciplina è rappresentato da inganni e risentimenti. Certi
postini si fermano al distributore a guardare il baseball, se sono certi
di passarla liscia. Sulle piattaforme di carico si fuma marijuana e si
beve whiskey. Nei gradi piú alti della scala gerarchica, le droghe
sono legali: i dirigenti mi parlano di ricette per Valium, Klonopin,
Zoloft, Prozac e Paxil. Passo una serata bevendo margarita doppi
con tre amministratori profondamente frustrati per l’incompetenza dei
colleghi. Mi dicono che quando entri nel mondo degli stipendi e delle
indennità postali, anche se lo detesti, non ne esci piú.
«Un sacco di gente dice che siamo strapagati e non facciamo
niente», dice uno di loro.
«Non potremmo trovare un altro lavoro a Chicago, – dice la
seconda, una donna sulla cinquantina. – Un funzionario delle poste
di Chicago? Che cerca lavoro? Mi piacerebbe fare la cameriera da
qualche parte. Ma mi guarderebbero male».
«È come essere positivi all’Hiv», mi dice il terzo.
Gayle Campbell, la persona che ha avuto un ruolo centrale nel
crollo delle poste di Chicago, è prigioniera del mondo delle poste e
del proprio perfezionismo. È una bella donna, alta e magra, con gli
occhi grandi, il volto espressivo e folti capelli ramati che porta
raccolti o sciolti alla paggetto. La sua evidente intelligenza e il suo
modo di fare diretto e appassionato possono ispirare devozione.
Tutti i clienti che ha aiutato la descrivono come un angelo salvatore.
L’arredatore Robert Pope mi ha detto: «Non ho mai incontrato un
impiegato postale che parlasse in modo franco e diretto, a parte
Gayle Campbell. È una persona rara, una luce nel buio». Altri
ammiratori di Campbell, anche se ugualmente entusiasti, ammettono
di essere stati turbati dalla sua estrema dedizione al Servizio
postale. Una volta mise sottosopra un centro di smistamento in
cerca di alcuni biglietti aerei spediti all’indirizzo sbagliato. Un’altra
volta tornò a casa, nel quartiere di Uptown, con alcuni pacchi da
consegnare personalmente, il mattino dopo, a un cliente nell’atrio del
palazzo. Di norma lavora settanta ore la settimana, anche se è
pagata per quaranta. Il confine tra il suo lavoro e la sua identità è
molto sottile. Si definisce una «fanatica delle poste». Suo marito è
un postino.
Benché la storia di Campbell contenga alcuni dettagli eccezionali,
essa corrisponde al modello dell’impiegato postale in carriera che,
sentendosi un outsider nel mondo esterno, trova la propria missione
nel lavoro e la propria casa in un’amministrazione dalla struttura
militaresca. Campbell è nata in Canada nel 1950, ed è cresciuta a
Edmonton e Moose Jaw. Dal punto di vista culturale si considera
tuttora canadese, con antenati africani, irlandesi e nativi americani.
Nel 1962 la sua famiglia si trasferí a Harvey, una cittadina a sud di
Chicago dove Campbell, studentessa eccellente, finí le superiori
prima di compiere sedici anni. Si arruolò immediatamente
nell’esercito e prestò servizio in Vietnam per due anni. Durante una
licenza partecipò a un concorso per la pubblica amministrazione,
ottenendo un punteggio di 99,6 su 100. Subito dopo il congedo, si
presentò al direttore dell’ufficio postale di Harvey. «Sono stata una
sposa bambina del Servizio postale, – dice. – Non conosco altro».
Campbell lavorò come postina per quindici anni. Nel 1987 fu
promossa alla logistica, e cominciò una rapida carriera. Nel 1991
diventò direttore generale dell’automazione e della meccanizzazione
a Chicago, con duecento impiegati e tredici dirigenti alle sue
dipendenze. Per un anno e mezzo venne mandata in giro per tutto il
sistema logistico come mediatrice, formatrice e revisore contabile.
Nell’autunno del 1992, tuttavia, una riorganizzazione della
burocrazia postale eliminò diversi livelli amministrativi intermedi nel
settore logistico; questo sembrò precluderle ogni ulteriore
avanzamento. Decise di chiedere una piccola retrocessione e venne
trasferita alla distribuzione; intendeva acquisire esperienza in quel
settore, svolgere per un anno un lavoro di livello intermedio, e quindi
cercare di tornare alla logistica, questa volta con un posto da
dirigente. Nel gennaio del 1993 diventò sovrintendente alla
distribuzione nell’ufficio di Hyde Park, nel South Side di Chicago.
Quello stesso inverno, le aziende che utilizzavano il Servizio
postale, tra cui un consorzio di banche regionali noto come Chicago
Clearing House, presentarono aspri reclami. Per paura di perdere
clienti la Chicago Clearing House non rese noto il contenuto dei
reclami, ma le banche avevano gravi problemi, fra l’altro, con le
caselle di fermoposta dell’Ufficio postale centrale, presso le quali
ricevevano cospicui assegni da parte di investitori pubblici e privati. Il
Servizio postale si era ufficialmente impegnato a consegnare il
novanta per cento della corrispondenza via fermoposta nei tempi
standard. (Per la posta spedita nel distretto di Chicago, il tempo di
consegna è un giorno, ossia ventiquattr’ore. La posta spedita da
Seattle a Chicago arriva normalmente in tre giorni). Nell’inverno del
1993, la corrispondenza via fermoposta consegnata nei tempi
standard era poco piú del sessanta per cento.
Ormer Rogers, il direttore del Servizio postale del distretto dei
Grandi Laghi, trovandosi nei guai su vari fronti, allestí una Squadra
per il miglioramento del servizio composta da otto membri, con il
compito di identificare le falle nel sistema logistico e nella
distribuzione e di darsi da fare per ripararle. Alcune nomine di
Rogers furono dettate da ragioni politiche; le altre tenevano conto
delle qualifiche professionali. Di questo secondo gruppo faceva parte
Gayle Campbell, che divenne il leader de facto della squadra.
I problemi in cui si imbatté sembravano infiniti. Scoprí che alcuni
postini andavano in giro con contenitori di plastica arrangiati alla
bell’e meglio, perché nessuno aveva assegnato loro una borsa.
Scoprí postini che mettevano la posta non consegnata nelle buche
delle lettere, in modo che venisse di nuovo raccolta e smistata. Sentí
per caso il direttore di un ufficio postale urlare «Vai a farti fottere!» a
un cliente a cui avevano rotto la serratura della casella postale.
Scoprí postini che nelle giornate fredde rimanevano seduti nel
furgone da mezzogiorno alle sette e mezza di sera, e poi ritornavano
in ufficio con tutta la posta per accumulare quattro ore di straordinari.
Andò all’aeroporto O’Hare da cui partiva la posta aerea, e scoprí che
i jet venivano autorizzati a partire senza il carico di posta specificato
dal contratto. Andò alla Nbc Tower, downtown, e scoprí che i sacchi
della posta venivano depositati fuori dall’edificio, dove chiunque
poteva aprirli. Imbucò a caso alcune lettere in giro per la città, e
prese nota di quando venivano raccolte e annullate. Alcune finirono
in un ufficio per la posta smarrita di Minneapolis.
Queste scoperte, e i rapporti che seguirono, non giovarono certo
alla relazione fra la Squadra per il miglioramento del servizio e i
dirigenti delle poste di Chicago. Nell’ottobre del 1993, il direttore
delle poste Jimmie Mason incontrò la squadra e la sollecitò a
moderare i toni dei rapporti. Invece di limitarsi a criticare per iscritto,
disse Mason, la squadra doveva sforzarsi di collaborare con i
dirigenti; i membri della squadra, in qualità di esterni, non si
rendevano conto delle pressioni che doveva subire il direttore di un
ufficio postale.
Campbell lo considerò un pretesto come un altro. La sua vita era
cosí strettamente legata all’ufficio postale che considerava quel
luogo un’estensione di se stessa. Un ufficio postale «sporco» la
disturbava quanto un gabinetto sporco. Invece di smorzare i toni dei
rapporti, li rese ancora piú duri. Il 15 e il 16 novembre, durante la sua
seconda visita all’ufficio postale di Graceland Annex, in un quartiere
sulla sponda settentrionale del lago, annotò i metri di posta
«decurtata», cioè lasciata indietro, dai postini. La cassa nº 5706
conteneva piú di ventitre metri di posta decurtata. Altre casse
sfortunate contenevano venticinque, trenta, ventotto metri di posta.
Sotto la cassa nº 5709 scoprí due grossi sacchi di posta raccolta ma
non smistata, con il timbro della settimana precedente. Il 17
novembre, all’ufficio postale di Lakeview, Campbell trovò della posta
che era stata messa da parte durante le vacanze di luglio e doveva
ancora venir consegnata. Nella cassa nº 1342 trovò posta prioritaria
datata ottobre e una comunicazione del Fisco risalente a settembre.
Nella cassa nº 1346 trovò un campione di cereali General Mills del
giugno precedente.
Per tutto il 1993, Campbell aveva continuato ad assicurare ai
clienti furiosi che Jimmie Mason era seriamente intenzionato a
ripulire Chicago. Campbell, tenacemente ottimista, era ancora sicura
di ottenere una promozione grazie alle sue lunghe giornate di lavoro
e ai miglioramenti apportati dalla sua squadra. Tuttavia, o si era
sbagliata su Mason fin dall’inizio, oppure Chicago lo aveva cambiato.
Secondo Campbell, alla fine di novembre Mason promise a
un’assemblea di dirigenti delle poste cittadine che la Squadra per il
miglioramento del servizio sarebbe stata sciolta entro la fine
dell’anno, e che quindi non dovevano temere altri fastidi.
Quella stessa settimana, tuttavia, un uomo di nome Jerry Stevens
andò all’ufficio di Graceland per chiedere ragguagli sulla sua
corrispondenza d’affari, che non si era materializzata per quattro
giorni consecutivi. Stevens capitò in un’area riservata al personale,
dove intravide montagne di posta decurtata. Novanta minuti dopo
aver chiamato l’ufficio reclami, ricevette una telefonata dal direttore
dell’ufficio di Graceland, che si scusò per le carenze del servizio e
minacciò di farlo arrestare se fosse entrato di nuovo nell’area
riservata al personale. Stevens chiamò immediatamente il «Chicago
Sun - Times», e il reporter Charles Nicodemus inserí quell’aneddoto
al centro di un resoconto sferzante sulle lamentele postali del North
Side.
Quando la storia venne pubblicata, il 13 dicembre, Rogers, il
direttore del distretto dei Grandi Laghi, ordinò al suo staff di
controllare gli uffici dei quartieri sulla sponda settentrionale del lago,
e chiese al Servizio di ispezione postale di condurre un’indagine
parallela. Il Servizio di ispezione è un cane da guardia con la catena
lunga: indaga su tutto, dai furtarelli degli impiegati all’uso di droga,
dalle frodi finanziarie alla pornografia su Internet. Campbell, che
aveva lavorato con gli ispettori e li aveva giudicati degni di fiducia, li
mise segretamente al corrente dei suoi rapporti. Il capo degli
ispettori chiese l’assistenza della Squadra per il miglioramento del
servizio prima che Jimmie Mason potesse farla fuori.
Quando i nuovi rapporti vennero completati, all’inizio di febbraio
del 1994, Mason incontrò tutti i membri della squadra per discutere
di quella che definiva «mobilità verso l’alto». Campbell si disse certa
di poter fare un buon lavoro come direttrice dell’ufficio di Uptown,
dato che era l’ufficio del suo quartiere. Mason obiettò che non aveva
l’esperienza necessaria. Le offrí un posto da sovrintendente sotto
l’attuale direttore di Uptown, Thomas Nichols – che era stato un
frequente bersaglio delle sue critiche. Lei disse: No, grazie. Una
settimana piú tardi, Mason la nominò sovrintendente alla
distribuzione di Hyde Park.

Le poste di Chicago divennero per la prima volta l’emblema di


un’istituzione in crisi quando, nell’ottobre del 1966, subirono un
tracollo improvviso. Dieci milioni di lettere e pacchi sommersero
l’immenso, antiquato Ufficio postale centrale. Vagoni merci e furgoni
rimasero bloccati davanti agli ingressi dell’edificio. Per quasi tre
settimane il servizio di distribuzione nell’area cittadina si interruppe,
e milioni di lettere e pacchi diretti fuori città subirono forti ritardi.
Due anni dopo, la Commissione presidenziale per l’organizzazione
delle poste, nota come la Commissione Kappel, attribuí la colpa
della paralisi alle strutture antiquate e malridotte e a una serie di
problemi di gestione, tra cui l’assenza, nei sei mesi precedenti, di un
direttore generale delle poste, il «pensionamento di un numero
insolitamente elevato di dirigenti alla fine del 1965», il morale basso
degli impiegati, «il doppio dei permessi per malattia rispetto alla
media nazionale», e «la produttività piú bassa di tutta la nazione».
Plus ça change: questa lista è una diagnosi puntuale della crisi del
1994.
L’Ufficio postale centrale al 433 di West Van Buren Street, un
edificio vecchio di sessantun anni, è ancora la struttura postale
autonoma piú grande del paese, ed è un monumento a tutti i sistemi
per la trasmissione di informazioni caduti in disuso. Le verdi acque
del fiume Chicago lambiscono le sue fondamenta. Gli scantinati si
affacciano sui binari della Union Station, dove i treni hanno quasi
smesso di portare la posta; e le nove corsie della Eisenhower
Expressway passano proprio sotto l’edificio. Nell’atrio silenzioso e
cupo, cinque bassorilievi di ottone raffigurano i mezzi di trasporto
utilizzati dall’ufficio a partire dal 1933: navi a vela, navi a vapore,
aerei, corriere e treni. Un Centro filatelico autonomo vende colibrí e
scoiattoli adesivi e, in ogni forma e colore, amore, AMORE, Amore –
l’allegra astrazione commemorata dalle poste americane come se
fosse un titolo regale.
Le funzioni svolte finora dall’Ufficio postale centrale verranno
presto ripartite fra un nuovo stabilimento in via di costruzione
sull’altro lato della strada, al costo di duecentocinquanta milioni di
dollari, e uno stabilimento piú piccolo nella zona nord-ovest della
città, che sta entrando in fase operativa. Per adesso, il vecchio
stabilimento smista ancora quasi tutta la corrispondenza della
«Seconda Città». Alle sei di sera, lavoratori di entrambi i sessi si
affannano nell’eterna oscurità delle piattaforme sotterranee di carico,
fra i miasmi di diesel, prelevando dai furgoni contenitori di plastica
pieni di posta e mandandoli di sopra, alla «cascata» – un sistema di
cinghie e scivoli inclinati lungo il quale le lettere in arrivo arrancano
come salmoni. Un rullo seleziona tutto ciò che non è idoneo allo
smistamento automatico (oggetti curvi, spessi, irregolari) e lo invia in
un contenitore per il trattamento speciale. L’automazione e la
meccanizzazione hanno reso molto piú veloce lo smistamento
rispetto al 1966, ma nel frattempo il volume complessivo della
corrispondenza è piú che raddoppiato. Pacchi incellofanati di «TV
Guide» alti un metro e cubi di materia grezza pubblicitaria riposano
pigramente sui bancali. I sovrintendenti indossano spille con la
scritta «Io sono parte della soluzione». Una patina di polvere ricopre
ogni cosa, facendo sembrare questo posto un angolo sperduto di
mondo. Le finestre fuligginose lasciano trapelare la luce della sera
sul parquet malconcio e sul grigio arredamento governativo. Gli
impiegati si muovono a velocità uniforme, portando le cassette della
corrispondenza dal settore «in uscita» a quello «in entrata». Lo
stabilimento, nella sua antichità, è terribilmente verticale. Le rampe
di carico dell’ultimo piano vennero progettate per ospitare i cavalli da
tiro.
La mia guida ufficiale nel sistema postale di Chicago è Debra
Hawkins, una minuta, solare specialista della comunicazione dalla
voce soave. In ogni angolo dell’Ufficio postale centrale i suoi ex
colleghi la salutano con esclamazioni di gioia, e lei insiste sul
concetto di «famiglia postale». Parla di squadre postali di bowling, di
golf, di basket. «Siamo molto uniti, – dice. – Abbiamo persone con
piú di cinquant’anni di servizio. Questa è la loro vera famiglia. Vivono
per venire a lavorare alle poste».
Ma se la famiglia va cosí d’accordo, perché gli indici di gradimento
dei clienti di Chicago sono cosí bassi? Tra le varie spiegazioni fornite
da Debra Hawkins e da altri membri della famiglia, è sorprendente
vedere quante coinvolgano gli utenti. (1) I clienti non capiscono che
non tutti possono rappresentare la prima tappa del giro di consegne.
(2) I clienti si ricordano dell’unica esperienza negativa che hanno
avuto e dimenticano le numerose esperienze positive. (3) I clienti si
trasferiscono di frequente, e compilano male, o non compilano
affatto, i moduli per il cambiamento di indirizzo. (4) I clienti non
capiscono l’importanza del numero di interno, e spesso cambiano
appartamento dentro lo stesso edificio senza correggere l’indirizzo.
(5) I clienti non mettono il nome sulle cassette della posta. (6) Gli
immigrati scrivono gli indirizzi in un modo diverso dal nostro. (7) In
seguito ai progetti di riqualificazione dei quartieri, la popolazione del
North Side è cresciuta piú rapidamente di quanto gli uffici abbiano
potuto espandersi. (8) Sempre piú persone hanno cominciato a
lavorare in casa, con un conseguente aumento del volume di posta.
(9) I clienti scrivono gli indirizzi con una calligrafia illeggibile che i
lettori automatici non riescono a decifrare. (10) I giornali mettono in
risalto i lati negativi. E comunque, (11) il servizio non è peggiore di
quello di molte altre grandi città.
Da un lato, queste spiegazioni riflettono il genere di rifiuto, letterale
e psicologico, che ha consentito al servizio postale di Chicago di
rimanere pessimo a dispetto del costante martellamento di lamentele
fondate. In seno a una famiglia sotto stress può attecchire ogni sorta
di dipendenza patologica. Piuttosto che ammettere che un membro
della famiglia sta svolgendo male il proprio lavoro, alcuni impiegati
delle poste sostengono (Spiegazione nº 12) che «quelli che ricevono
piú posta – in altre parole, i clienti piú importanti – sono quelli che si
lamentano di piú».
Dall’altro lato, l’insofferenza della «famiglia» nei confronti degli
utenti è in parte giustificata. Quando uso la Federal Express, accetto
come condizione che i moduli prestampati vadano compilati in
stampatello. Un indirizzo e-mail sbagliato anche di un solo carattere
non va da nessuna parte. Se inverto due cifre in un numero di
telefono, mi ritrovo a discutere con qualcuno che parla
animatamente in portoghese. I media elettronici ti avvertono
immediatamente dell’errore; con le poste, devi aspettare. Non
abbiamo tutti quanti sperimentato, almeno una volta, la loro
umanità? Spedisco una lettera ad amici indirizzandola a Upper
Molar1, New York (in realtà vivono a Upper Nyack), e mi aspetto che
un estraneo si metta a ridere e la consegni entro quarantotto ore. Il
piú delle volte, l’estraneo si comporta proprio cosí. Con la missione
che si prefigge, quella di offrire un servizio universale, il Servizio
postale è come il pronto soccorso di una grande città, obbligato per
contratto ad accettare ogni mal di gola, gravidanza e genitore
demente gli venga presentato. Può succedere di aspettare per ore in
un corridoio mal illuminato. Lo staff potrà essere collerico e lento. Ma
alla fine ti curano. Nel reparto «Indirizzi errati» dell’Ufficio postale
centrale – dove arriva la posta indirizzata in modo illeggibile o
inesatto – vedo numeri civici nell’ordine delle decine di migliaia;
accoppiate impossibili di codici postali e vie; indirizzi senza nome,
senza via, senza città; indirizzi che consistono nella descrizione di
un edificio; indirizzi scritti con inchiostro a base di acqua reso
illeggibile dalla pioggia. Impiegati specializzati studiano questi orfani
uno a uno. Alla fine, se non riescono a rimandarli a casa, li
marchiano con il piú eloquente dei timbri postali: quel vermiglio dito
accusatore puntato verso il mittente.
Non tutte le spiegazioni fornite dalla famiglia postale per le
disgrazie di Chicago ricadono sugli utenti. Si fa un gran parlare del
rigido inverno del 1994 (Spiegazione nº 13). Si accenna anche alla
direzione. Debra Hawkins mi ricorda che le poste di Chicago hanno
avuto sette direttori generali negli ultimi sette anni, ognuno con il suo
progetto, e che spesso i dirigenti trasferiti qui da zone del paese piú
temperate e suburbane non hanno il coraggio di affrontare i problemi
del sistema e preferiscono il pensionamento anticipato. La gestione
del suolo pubblico di Chicago è una vera seccatura: la
modernizzazione delle strutture logistiche è stata rimandata per anni,
perché le poste avevano messo gli occhi su un terreno per il quale la
commissione edilizia aveva altri progetti.
Infine, ed è la spiegazione piú plausibile, la famiglia postale
incolpa la riorganizzazione del servizio attuata da Marvin Runyon.
Dopo essere stato per molti anni dirigente in due importanti società
automobilistiche, e poi presidente della Tennessee Valley Authority,
Runyon diventò direttore generale delle Poste nel luglio del 1992, e
sferrò immediatamente un attacco alla burocrazia postale. Annunciò
l’intenzione di eliminare trentamila dipendenti «in eccesso», e offrí
un bonus di sei mesi di stipendio a tutti gli impiegati con i requisiti
necessari che andassero in pensione entro il 3 ottobre 1992. La
proposta di prepensionamento – parte integrante della piú radicale
ristrutturazione di un ente governativo dai tempi in cui Eisenhower
riorganizzò il Pentagono – si rivelò estremamente popolare. Quando
tutte le domande furono consegnate, il numero di dipendenti che
richiedevano il pensionamento anticipato arrivò a quarantottomila. Di
questi, tuttavia, soltanto quattordicimila occupavano posti «in
eccesso». Gli altri erano postini anziani, impiegati, fattorini, direttori.
Il prepensionamento fu un duro colpo per la città. Un sistema
antiquato come quello di Chicago, che funziona grazie all’esperienza
dei dipendenti, alla fine del 1992 perdette millecinquecento fra gli
impiegati piú anziani, ovvero quasi il dieci per cento della forza
lavoro. Il personale logistico e amministrativo venne trasferito negli
uffici postali senza ricevere il necessario addestramento. Per tutto il
1993 l’organico rimase insufficiente. Dato che non poteva
permettersi di sospendere nessuno, la direzione istituí un
programma di «sospensioni virtuali», in base al quale i lavoratori
potevano ricevere fino a tre sospensioni per cattiva condotta senza
perdere nemmeno un giorno di stipendio.
Tutto ciò ebbe effetti prevedibili sulla disciplina. Il danno al morale
dei dipendenti fu piú sottile. Senza una buona supervisione, la sola
ricompensa per i postini che lavorano sodo e finiscono le consegne
nel primo pomeriggio – e che, bisogna dirlo, rappresentano la
maggioranza in quasi tutti gli uffici – è quella di doversi sobbarcare il
lavoro lasciato indietro dai colleghi piú pigri. I cattivi postini, invece,
quelli che passano il pomeriggio a bere e finiscono le consegne al
tramonto, vengono ricompensati con gli straordinari. Una scarsa
supervisione genera un sistema di incentivi alla rovescia, un sistema
che i dirigenti di Washington chiamano «la Cultura». I dipendenti
degli uffici in cui vige la Cultura lavorano il meno possibile, con
l’eccezione di un giovedí su due. Due giovedí al mese, infatti, i
postini possono ritirare lo stipendio alla fine del giro, e l’intera città di
Chicago riceve la corrispondenza entro il primo pomeriggio.
Erich Walch, originario di Chicago e impiegato a Evanston, è uno
dei tanti postini per i quali il lavoro è una ricompensa sufficiente.
Walch ritiene che la direzione non sappia apprezzare l’intelligenza e
l’impegno dei postini coscienziosi. Per questo, secondo lui, il livello
di frustrazione è cosí alto. «Un sacco di gente arriva al punto di dire:
“Ho fatto tutto quello che potevo, ma adesso farò molto meno.
Consegnerò solo la posta ordinaria e i periodici. Forse qualche
stampa ogni tanto. E camminerò molto piano. E poi c’è sempre
domani”».
I direttori degli uffici postali, dal canto loro, si lamentano degli
ingombranti contratti di lavoro e dei sindacati ostruzionisti che
impediscono di imporre la disciplina. Questo punto di vista è
contestato dai sindacalisti, compreso Walch (che è un
rappresentante sindacale), secondo il quale i dirigenti sono
semplicemente troppo pigri, disinformati o sommersi dalle scartoffie
per rispettare le regole. In effetti, la presunta ostilità fra supervisori e
sindacati ha tutta l’aria di un mito di convenienza. I sindacati
forniscono ai dirigenti un alibi per la loro direzione disastrosa, che a
sua volta aumenta il potere dei sindacati all’interno degli uffici
postali; nel frattempo la produttività cola via dalle crepe del sistema.
La Cultura pervade anche la burocrazia. Gli amministratori di
Chicago, un gruppo di individui sorprendentemente demoralizzati,
lamentano ancora l’incompetenza dei dirigenti arrivati al potere
durante la riorganizzazione del 1992. La maggior parte degli
impiegati postali ritiene che gli avanzamenti di carriera siano
inquinati dal favoritismo; e sebbene il nepotismo non sia mai troppo
evidente, le poste di Chicago rappresentano una famiglia in senso
piuttosto letterale, una famiglia allargata di zie, zii, cognati e
fidanzate. Un’amministratrice di alto livello mi rivela: «La direzione ci
ha chiesto di addestrare i nostri nuovi superiori».
Questa particolare amministratrice, disperata per la stupidità del
suo capo, ha recentemente acquistato una bambola vudú da un
venditore ambulante della comunità haitiana di Rogers Park. Ha
pagato dieci dollari in piú per ottenere una maledizione speciale a
nome del suo capo. La bambola era dotata di tre spilloni con
capocchia di madreperla, con i quali la donna le ha perforato la
testa, il cuore e lo stomaco. Il mattino seguente, ha trovato l’ufficio in
fermento per la notizia che il capo era stato trasferito fuori Chicago.
Poco tempo dopo, è stato colpito da una grave malattia di natura
sconosciuta.

Nelle prime ore del mattino del 4 febbraio 1994, nel parcheggio
dell’ufficio postale di Lakeview in Irving Park Road, la disfunzione
della famiglia postale produsse un frutto spettacolare. Un postino
che non riusciva ad avviare il furgone aprí quello di un collega, il
Postino 1345, per collegare le due batterie. Nel retro del furgone
trovò un centinaio di sacchi di posta non consegnata – per un totale
di 40 100 pezzi destinati a 484 indirizzi diversi, come risultò in
seguito. Le buste piú vecchie recavano il timbro di dicembre.
Quando gli ispettori postali chiesero alla Squadra per il
miglioramento del servizio di contare il contenuto dei sacchi (cosa
che venne fatta meccanicamente, tramite lettori ottici), la notizia del
ritrovamento giunse fino a Gayle Campbell, la quale fu amareggiata,
ma non stupita, dalla trasgressione del Postino 1345. In un rapporto
del novembre precedente lo aveva citato come un lavoratore poco
efficiente che decurtava abitualmente la posta, e senza dubbio nel
frattempo non era stata presa alcuna misura per migliorare il suo
rendimento. A quel punto, Campbell decise di passare l’informazione
a una persona che ne avrebbe fatto buon uso.
La persona in questione era Charles Nicodemus. Da quando il
«Sun-Times» di dicembre aveva stampato il suo articolo, gli abitanti
di Chicago avevano bombardato la redazione con aneddoti sulle
poste, ma il giornale non aveva materiale sufficientemente concreto
per una seconda puntata. Poi, il 21 gennaio, Nicodemus ricevette
una telefonata dal consigliere municipale Patrick O’Connor, il quale
gli disse che uno dei suoi elettori – Debra Doyle – aveva parlato con
una dipendente disposta a raccontare storie e fare nomi. Nicodemus
non si lasciò sfuggire l’occasione di coltivarsi Gayle Campbell.
Quando Nicodemus tentò di verificare la storia del Postino 1345,
l’ufficio postale gli mentí ripetutamente. Anche dopo che il «Sun-
Times» ebbe pubblicato il primo dei tre articoli sull’episodio, i
portavoce delle poste continuarono a negare, per quasi un’intera
giornata, che i sacchi di posta fossero stati ritrovati per caso. Queste
menzogne, insieme alla notizia che l’indice di gradimento del servizio
postale era sceso al minimo storico del sessantaquattro per cento,
indussero il «Sun-Times» a pubblicare, il 20 febbraio, un editoriale
che chiedeva le dimissioni di Jimmie Mason.
Quando apparve l’articolo, Campbell era già tornata a Hyde Park.
Ma mentre collaborava con Nicodemus aveva continuato a sperare
che Ormer Rogers, il direttore regionale delle Poste, rimanesse
scioccato quanto lei dalle notizie sul proprio staff. La disillusione
finale ebbe luogo nell’ufficio di Ashburn, nella zona sud-ovest di
Chicago, dove alla fine di febbraio Campbell partecipò a un incontro
con i responsabili della distribuzione di tutta la città. Al primo piano
dell’ufficio postale c’era un mare di posta che arrivava fino al mento.
«Aprii la porta e dissi: “Dio, questo non è un ufficio postale, è un
magazzino”», racconta. Mentre salivano al secondo piano, Ormer
Rogers e una cinquantina di direttori e piú di duecento supervisori si
fecero strada attraverso quel mare di posta senza un commento,
come se non esistesse. «Capii che stavo lavorando per le persone
sbagliate, – dice Campbell. – Capii che non erano affatto intenzionati
a migliorare le cose». Campbell, perduta ogni speranza, consegnò a
Nicodemus i rapporti finali sulle verifiche commissionate da Rogers
in dicembre. Il 2 marzo, quei rapporti finirono sulla prima pagina del
«Sun-Times» («UN’INDAGINE SVELA LE MAGAGNE DEL SERVIZIO POSTALE») e
in una nutrita serie di articoli successivi: duecentocinquanta metri di
posta bloccata all’ufficio postale di Lincoln Park; supervisori che
tolleravano l’uso di droghe e di alcol da parte dei dipendenti durante
l’orario di lavoro; la Squadra per il miglioramento del servizio messa
a tacere e poi congedata.
Campbell, inoltre, spedí via fax alcune copie del rapporto finale
all’ufficio di Washington del senatore Paul Simon, che aveva sentito
parlare di lei da Patrick O’Connor. Simon e una sua collega, la
senatrice dell’Illinois Carol Moseley-Braun, scrissero una lettera a
Marvin Runyon, sollecitandolo a recarsi a Chicago di persona.
Runyon, che temeva di andarsi a cacciare in un ginepraio, rifiutò.
Allora Simon lo chiamò a casa, a Nashville (Runyon fa la spola tra
Nashville e Washington in aereo) e lo convinse a ripensarci. Runyon
inviò a Chicago il suo vice, Joseph R. Caraveo, e altri due dirigenti a
livello nazionale perché preparassero il terreno per la sua visita.
Il venerdí precedente la visita di Runyon, per uno di quei «casi»
che alimentano le congetture paranoiche sull’esistenza di una
cospirazione, ventimila fra lettere e pacchi con date che andavano
dal 1979 al 1992 vennero rinvenuti nei bidoni dell’immondizia dietro
una casa nella zona sud-ovest di Chicago; l’ex proprietario dello
stabile, un postino in pensione, confessò di essersi portato spesso il
lavoro a casa quando non riusciva a finire le consegne. Quello
stesso venerdí, la polizia trovò un quintale di posta recente che
bruciava nel sottopassaggio di un viadotto ferroviario. Come spiegò
in seguito la postina colpevole, Darnesia Bullock, mentre Caraveo
faceva ispezioni a caso in tutta la città, i postini avevano ricevuto
l’ordine di non lasciare corrispondenza inevasa negli uffici postali. Il
passaggio pedonale le era sembrato una logica soluzione. Bullock
ipotizzò che i senzatetto avessero poi dato fuoco alla posta.
La città era di umore irritabile quando Runyon arrivò. La sua visita
culminò in un’«assemblea cittadina» alla Broadway Armory, nel
quartiere di Uptown. Ufficialmente l’assemblea era una riunione del
Comitato finanziario del Consiglio municipale sull’impatto economico
di un servizio postale inefficiente. Runyon, Mason e il capo del
settore logistico di Chicago, Celestine Green, seduti al tavolo di
fronte a un oceano di accusatori e a uno sparuto gruppo di difensori,
sembravano gli imputati di un tribunale per crimini di guerra. Mentre i
membri del Progressive Labor Party distribuivano volantini che
chiedevano una paga di otto ore per sei ore di lavoro, Runyon si
scusò con gli abitanti di Chicago e promise di inviare un’unità
operativa per fare pulizia. Davanti ai microfoni aperti, i testimoni
raccontarono storielle sarcastiche e cantarono canzoni derisorie.
Marilyn Katz descrisse con lucidità la propria frustrazione, e Debra
Doyle riferí una storia efficace e incisiva sulle bollette del gas che
non aveva mai ricevuto – una storia che venne trasmessa in Tv per
parecchi mesi.
Dopo la partenza di Runyon, un’unità operativa formata da
ventisette dirigenti esperti giunti da ogni parte del paese si accinse a
continuare il lavoro ingrato e misconosciuto della Squadra per il
miglioramento del servizio. Vennero ripetute le solite promesse, e
l’attenzione dei media diminuí per un po’. Ma la dirigenza di Jimmie
Mason aveva i giorni contati.
Il 25 aprile, Van H. Seagraves, editore del «Business Mailers
Review», pubblicò la notizia bomba che Celestine Green aveva
utilizzato duecentomila dollari destinati alla manutenzione per
riarredare il proprio ufficio con armadietti da cucina in legno
massiccio, un bagno in marmo e un condizionatore per ciascuna
delle sette finestre. Corse voce che la notizia della ristrutturazione
fosse letteralmente trapelata quando l’acqua dell’idromassaggio di
Green era filtrata dal soffitto del reparto espressi, due piani piú in
basso. La situazione peggiorò ulteriormente alla fine del 1995,
quando l’intero Ufficio postale centrale dovette essere evacuato.
Green aveva commesso un errore cosí madornale che la direzione
di Washington non poté far altro che rimuoverla dall’incarico. E già
che c’era, il 3 maggio destituí anche Ormer Rogers e Jimmie Mason.
Trattandosi del Servizio postale, tutto si svolse con la massima
discrezione. Nonostante la destituzione di Rogers, nessun dirigente
ebbe una riduzione dello stipendio o delle indennità. Rogers fu
mandato a Kansas City, Mason nel South Carolina, e Celestine
Green nei sobborghi meridionali di Chicago, dove suo marito dirige
lo smistamento.
Con l’unità operativa di Runyon impegnata a Chicago, e con la
rimozione dei vertici aziendali, la nube radioattiva si spostò a est,
verso Washington. Durante le udienze che si tennero al Congresso
ai primi di giugno, alcuni membri del consiglio di amministrazione
delle poste – i supervisori del Servizio postale di nomina
presidenziale – espressero contrizione e rabbia. Marvin Runyon
annunciò un’altra riorganizzazione della gerarchia postale che
avrebbe riunito la Distribuzione e la Logistica, due settori che lui
stesso aveva separato nel 1992. La riorganizzazione suscitò le ire
del deputato William L. Clay, che fece notare come solo uno su dieci
dei nuovi dirigenti regionali fosse di colore, e a quanto pare fece
perdere la pazienza a un membro del consiglio di amministrazione
delle poste, Robert Setrakian, che invitò privatamente i suoi colleghi
a rimuovere Runyon prima che il Servizio postale andasse
completamente in pezzi. Il senso di crisi si aggravò in luglio, quando
il «Washington Post» annunciò che in un sobborgo del Maryland
alcuni ispettori postali avevano trovato milioni di lettere e pacchi
nascosti dentro quattro rimorchi nei pressi di un centro di
smistamento che non poteva, o non voleva, completare il proprio
lavoro quotidiano.
Ognuno di questi eventi riecheggiava il crollo delle poste di
Chicago. Quando Debra Doyle incontrò Gayle Campbell, il confine
tra i due mondi era già stato abbattuto. Doyle condusse Campbell da
Nicodemus, che a sua volta rivelò lo stato del mondo delle poste alla
gente di Chicago; con l’arrivo di Marvin Runyon da Washington e di
Eye to Eye with Connie Chung2 da New York, non potevano che
cadere parecchie teste.
L’epilogo del crollo giunse sabato 7 maggio, quando i pompieri
accorsi per spegnere un incendio in un condominio di Palatine
Township, un sobborgo a nord-ovest di Chicago, non riuscirono a
raggiungere il solaio a causa di un muro di corrispondenza
ammucchiata nel ripostiglio della camera da letto del padrone di
casa. Un fascio di lettere con indirizzi del North Side cadde ai piedi
di un pompiere. Il bottino consisteva in 3396 lettere di posta ordinaria
(inclusa una carta Visa tolta dalla busta ma mai firmata né utilizzata),
1138 periodici, 165 chili di lettere commerciali e 1136 compact disc.
L’appartamento era quello di Robert K. Beverly, un postino con sette
anni di servizio all’ufficio postale di Irving Park, il quale, temendo di
essere punito per non aver completato il giro di consegne, aveva
cominciato a portarsi la posta a casa con la sua Jaguar usata. La
cosa sconcertante di questa storia è che nessuno, nella zona di
competenza di Beverly, si era mai lamentato di non ricevere la posta.
Il suo arresto colse alla sprovvista l’ufficio di Irving Park.
La famiglia postale mi spiega che quell’episodio rappresenta
un’anomalia. Beverly viene definito una mela marcia o un caso
clinico, le cui azioni non provano nulla se non le tenebre nascoste
nel suo cuore. La famiglia afferma che il raccolto di mele marce di
questa primavera è stato un caso. La divulgazione di una scoperta
ha portato ad altre scoperte. Le cose non vanno diversamente nelle
altre città.
Quando le riferisco queste scuse, Gayle Campbell scuote
gravemente la testa come un giudice severo. Dice che in un rapporto
del 1993 aveva segnalato la zona di competenza di Beverly come
«un caso difficile», costellato di posta arretrata. È sicura che a
Chicago esistano altri Robert Beverly da scoprire. Avendo parlato
con il caporeparto di Beverly («l’uomo piú apatico e indifferente che
abbia mai incontrato») e con il direttore dell’ufficio postale di Irving
Park, è in grado di spiegare la misteriosa assenza di lamentele. «Le
lamentele c’erano, – dice. – Ma so che lí non tenevano un registro
dei reclami, perché lo scrissi nel mio rapporto. Non avevano un
registro dei reclami da darmi. Glielo feci notare. Tenevano i piedi
sulla scrivania e parlavano di baseball. Fuori c’erano venti persone
che aspettavano di essere servite, e solo due impiegati allo
sportello».
Queste sistematiche magagne hanno resistito per dieci anni
all’interno della principale rete di comunicazione di una delle città e
dei centri finanziari piú importanti del paese, e il fatto che solo la
forza d’urto combinata di un’amministratrice anticonformista, dei
mass media e di una delegazione del Congresso abbia costretto il
sistema a occuparsi di quelle magagne solleva seri dubbi sulle
possibilità di sopravvivenza a lungo termine del Servizio postale e
delle città degli Stati Uniti.
Cinque anni dopo la crisi del 1966, il vecchio ministero delle Poste
fu riorganizzato come Servizio postale degli Stati Uniti, una
«società» di proprietà federale di cui il Congresso e il Presidente
avevano la supervisione, ma non il controllo diretto. Secondo la
Commissione Kappel, le Poste sarebbero diventate abbastanza
flessibili da sopravvivere nel mondo moderno soltanto se fossero
passate a una gestione autonoma. Il Congresso e il Presidente
perdettero il controllo politico delle cariche, ma nello stesso tempo si
liberarono dell’onere di far funzionare il Servizio postale e di coprire il
suo deficit. Invece di subire le pressioni dell’opinione pubblica
scontenta delle tariffe o del servizio, adesso potevano unirsi alle
critiche.
La crisi del 1994 è il risultato di questa politica. Gli abitanti delle
grandi città, ora piú che mai, sono cittadini di seconda classe. È
commovente vedere un anziano membro del Congresso come
Sidney Yates, che ha lavorato a Washington insieme a Truman,
scuotere la testa con nostalgia ripensando ai giorni in cui le Poste
erano gestite dal Congresso. Il ministero delle Poste era la
ricompensa piú ambita per il leader del partito presidenziale, e fino al
1971 la direzione delle poste di una grande città era una carica
politica. Se il servizio era scadente, si poteva telefonare al
presidente del proprio collegio elettorale e ottenere qualche risultato.
Nei primi anni Novanta, come scoprí Yates, nemmeno una telefonata
al ministro delle Poste in persona avrebbe prodotto qualche risultato.
Con i loro quindicimila dipendenti, le poste di Chicago erano ancora
una base del potere politico, che distribuiva assunzioni come un
tempo i capitani di distretto distribuivano libbre di bacon; ma non
servivano alcun padrone tranne se stesse. La stessa
riorganizzazione che aveva protetto i direttori dalle vessazioni
politiche e aveva consentito agli impiegati efficienti di aspirare a
incarichi importanti, ora di fatto isolava l’ufficio postale cittadino dai
suoi componenti.
A Chicago, la politica delle macchine ha lasciato il posto alla
politica razziale. È sfuggito all’opinione pubblica, ma non sfugge a
un’osservazione privata, il fatto che l’agitazione tra i clienti bianchi
del North Side è cominciata poco tempo dopo l’insediamento alle
Poste del primo direttore nero, e che da allora i vari dirigenti neri
hanno dovuto far fronte a lamentele sempre piú insistenti. All’inizio
del secolo, la carriera di impiegato postale era una delle poche
carriere rispettabili aperte agli afroamericani istruiti (Cross Damon, il
protagonista di The Outsider di Richard Wright, conduce dialoghi
esistenzialisti con tre colleghi al 433 di West Van Buren Street), e
ancora oggi rimane una delle principali vie di fuga per i neri dei
quartieri poveri. Alla fine degli anni Settanta, quando quasi tutta la
classe media bianca si era trasferita nei sobborghi, gli impiegati delle
poste di Chicago erano per la maggior parte neri. Oggi la
percentuale è di circa il novanta per cento.
Molti dei problemi dell’ufficio postale di Uptown – assenteismo
dilagante, continuo ricambio del personale, morale basso – sono
acuiti dalla distanza dal quartiere nero di South Side, dove vive la
maggior parte dei dipendenti. Quando ottengono un posto fisso, i
dipendenti si trasferiscono subito in quartieri piú comodi. Lo stesso
vale per i responsabili di settore e i dirigenti, che erano soliti definire
Uptown con il soprannome di «Siberia». Il risultato per il North Side è
una forza lavoro perennemente inesperta.
La questione razziale ha influito sulla crisi anche in modi piú
profondi. Gli uffici postali dei quartieri sulla riva settentrionale del
lago venivano considerati «problematici» a causa dell’alto numero di
lamentele. In effetti, altri uffici di Chicago erano gestiti ugualmente
male, ma gli abitanti dei quartieri poveri lavoravano tutto il giorno,
oppure ricevevano poca posta, a parte il sussidio e gli assegni della
previdenza sociale. Nel North Side vivevano liberi professionisti,
persone con abbastanza tempo a disposizione da accorgersi dei
ritardi postali e dei numeri mancanti del «Wall Street Journal». Il
North Side aveva delle aspettative. Aveva imparato a organizzarsi e
protestare nei dodici anni in cui era stato sindaco Richard J. Daley3.
Ma adesso le regole erano cambiate. Le Poste, anche se in teoria
erano un servizio cittadino, e un tempo lo erano effettivamente state,
non erano tenute a rendere conto di nulla.
In maggio, la sede di Chicago del Naacp4 denunciò il
trasferimento di Mason, Rogers e Green – tutti afroamericani – come
una manovra razzista, visto che due dei successori erano bianchi e
che Thomas Ranft, il capo bianco di Green, era sopravvissuto alla
ristrutturazione. Era una denuncia capziosa, perché implicava che le
migliaia di impiegati neri coscienziosi dovessero il proprio incarico
non tanto alla loro competenza, quanto al colore della pelle. Ma
rivelava anche il timore, dietro la riluttanza dell’ufficio postale ad
ammettere le proprie manchevolezze, di una perdita di controllo da
parte dei neri. Secondo Gayle Campbell, ciò che l’aveva resa una
«traditrice» non era tanto l’aver divulgato i segreti della famiglia
postale, quanto l’avere, per usare le parole di un dirigente, «fatto
entrare l’uomo bianco». I bianchi che aveva fatto entrare non erano
soltanto William Good e David Fields, i sostituti di Rogers e Green, e
i politici bianchi come Simon, Smith e Yates, ma anche i giornalisti,
che molti neri americani e quasi tutti i dipendenti postali di Chicago
considerano prevenuti nei loro confronti.
Nei primi mesi del suo incarico, Rufus F. Porter, il nuovo direttore
delle Poste, ha evitato la retorica della famiglia, preferendo un
lessico aziendale fatto di «iniziativa» e «comunicazione» e «spirito
imprenditoriale». Porter, un californiano di quarantasei anni, è un ex
fattorino che ha conseguito un master alla scuola serale. Entrando
nel suo ufficio al quarto piano dell’Ufficio postale centrale, capisco
perché Celestine Green, che aveva lo stesso grado di Jimmie
Mason, avesse sentito il bisogno di rinnovare l’arredamento. L’ufficio
del direttore delle poste di Chicago è una squallida distesa di
moquette a pelo lungo, interrotta qua e là dalla sagoma pesante di
un mobile intagliato. Porter, un uomo tarchiato dalla postura
insolitamente eretta, siede sul bordo di una sedia con le mani
incrociate sopra un enorme tavolo da riunione. Risponde alle mie
domande con la cadenza secca e vigorosa di un cadetto durante
un’esercitazione. «Non si può insegnare lo spirito di iniziativa, – dice.
– Però si può creare un’atmosfera, un contesto, dove le persone si
sentano potenziate. Ed è quello che stiamo cercando di fare. Stiamo
cercando di creare quel tipo di atmosfera».
E a detta di molti, Porter ci sta riuscendo. Ha rimosso gli stessi
dirigenti inadeguati che Campbell aveva segnalato nei suoi rapporti,
ha ripristinato le sospensioni disciplinari, e ha dimostrato di voler fare
tutto il necessario per migliorare il servizio postale di Chicago. I
funzionari frustrati dai superiori potranno ancora infilzare le bambole
vudú; ma probabilmente il trasferimento di un amministratore
incapace dipenderà piú dalla volontà riformatrice di Porter che dal
potere della magia nera. Anche l’irriducibile Campbell si è convertita.
«Porter è l’uomo che Chicago aspettava, – dice. – Non rimarremo in
fondo alla classifica ancora per molto».

Non essere piú i peggiori: è un’aspirazione la cui modestia


dovrebbe moderare l’ottimismo ispirato dagli sforzi di Porter. Quando
gli chiedo perché le città come Chicago sono state trascurate cosí a
lungo, Frank Brennan, portavoce nazionale del Servizio postale, mi
parla dello storico legame delle Poste con «l’America delle piccole
città», dove l’identità di una comunità e il suo rapporto con la
nazione erano racchiusi fra le mura del piccolo ufficio postale. Le
grandi città, dice Brennan, fanno parte di un’«America in
espansione» dove i rapporti interpersonali che definiscono la
missione delle Poste sono molto piú difficili da mettere in pratica. In
questa prospettiva, lo stato di abbandono in cui versano le poste di
Chicago si rivela parte di una piú ampia frustrazione federale nei
confronti delle grandi città. William Henderson, il nuovo direttore
esecutivo delle Poste, afferma: «In una grande città americana ci
sono molte cose difficili da gestire, e le poste sono una di queste».
Henderson ritiene che un’alta densità di popolazione, sotto forma di
ingorghi e grattacieli, ostacoli inevitabilmente il flusso della posta di
superficie. «È semplicemente un dato di fatto. Tutti sono irritati dalle
grandi città, anche noi».
I problemi delle città non sono soltanto logistici. Nei primi anni
Ottanta, quando una minoranza urbana a lungo repressa ottenne il
controllo delle Poste, molti dei suoi membri si dimostrarono
comprensibilmente meno interessati ad affrontare i profondi problemi
strutturali che avevano ereditato che non a conquistare (come
Celestine Green) i simboli esteriori del potere di cui aveva a lungo
goduto la vecchia classe dirigente. Alla radice dei problemi delle
poste di Chicago c’è il grande dislivello fra i due strati della società
americana, che in nessun luogo è evidente come nelle grandi città e
che al giorno d’oggi viene colmato quasi esclusivamente dal Servizio
postale universale. Le piú grandi ricchezze e la tecnologia piú
avanzata vivono a stretto contatto con un sottoproletariato urbano di
seconda e terza generazione, al quale un impiego alle poste può
apparire piú come un diritto costituzionalmente garantito che come
una responsabilità. Campbell, per quanto fosse infuriata per il
tradimento perpetrato dai dirigenti postali a danno degli utenti, lo era
altrettanto per il tradimento dei nuovi assunti. «Loro vogliono
imparare, – dice. – Vogliono essere istruiti. Ma se la gente se ne sta
in ufficio a bere il caffè e a parlare al telefono con Janie dell’ufficio
postale vicino, non si può raggiungere un grande livello produttivo».
Eppure, nonostante le seccature che procurano, le grandi città
rappresentano ancora i principali clienti del Servizio postale. Se sono
strutturalmente condannate a un servizio piú lento, come suggerisce
Henderson, allora qualcuno ne soffrirà – le città oppure il Servizio
postale. Ed è chiaro che le città stanno già soffrendo. Un cattivo
servizio postale abbassa la qualità della vita e ostacola gli affari, e di
conseguenza spinge le società e le persone benestanti verso i
sobborghi. È un processo che sgomenta i cittadini irriducibili come
Marilyn Katz. «Per me, – dice Katz, – le città sono la linfa vitale della
cultura e della democrazia, perché sono uno dei pochi luoghi dove
esiste una reale integrazione fra persone diverse. Una conseguenza
della maggiore stratificazione della società è che le grandi città sono
diventate “cittadini di seconda classe” in quasi tutti i settori del
servizio pubblico. Il Servizio postale funziona a Wilmette, ma non a
Chicago».
Il Servizio postale, dal canto suo, non viene danneggiato
dall’esodo verso Wilmette. Il vero pericolo è quello di un esodo
virtuale verso sistemi alternativi di distribuzione dell’informazione. La
corrispondenza di lavoro, che secondo le stime del Servizio postale
è diminuita di un terzo negli ultimi cinque anni, è il settore in cui
l’impatto del fax e dell’e-mail è piú visibile. Finora questa perdita è
stata compensata da un potente flusso di posta pubblicitaria. I suoi
sostenitori piú entusiasti, come William Henderson, sembrano
convinti che l’utilità del Servizio postale sopravviverà allo sviluppo
della sovrastruttura informatica nazionale annunciata con tanto
entusiasmo dal vicepresidente Gore. «La posta è oggi il prodotto piú
interattivo degli Stati Uniti, – dice Henderson. – Una lettera si può
infilare in tasca e leggere dappertutto. È il massimo dell’interattività».
Il problema è che, per non finire seriamente nei guai, il Servizio
postale non deve perdere troppi clienti. Alla sua prima apparizione
davanti al Congresso, nel 1992, Marvin Runyon spiegò come
l’aumento delle tariffe postali avesse spinto molti clienti, che finora
avevano spedito la propria pubblicità sotto forma di stampe, verso
forme di distribuzione alternativa come la televisione o i volantini
appesi alle maniglie delle porte. «Quando alzeremo le tariffe, – disse
Runyon, – il Servizio postale verrà privatizzato da ditte esterne. Non
da noi, ma da ditte esterne».
A causa del suo impegno a garantire un servizio universale, il
Servizio postale deve sostenere grosse spese per le infrastrutture.
Non può espandersi e contrarsi come le aziende normali. Di
conseguenza, non occorre Internet per farlo andare in crisi. Basta
che esista un’alternativa sempre piú attraente come una superstrada
dell’informazione. Se un numero sufficiente di utenti, sia privati che
aziendali, cominceranno a usarla, la conseguenza sarà un uragano
di tariffe sempre piú alte e di qualità del servizio sempre piú bassa, e
il volume della posta continuerà a scendere. Quando ciò accadrà, il
Congresso avrà due alternative: sovvenzionare o privatizzare.
Ritornare alla sovvenzione federale delle Poste richiederebbe
l’onesta ammissione che un servizio universale a tariffa fissa sia un
ideale costoso; e il costo ricadrebbe sui contribuenti. Perciò esiste la
possibilità che il Servizio postale venga privatizzato, con la
conseguente vendita al miglior offerente di mercati redditizi come
Wilmette e il Loop di Chicago, e che il servizio pubblico diventi un
residuato privo di fondi, un servizio di ripiego per le aree rurali e
quelle piú povere.

Alle due e mezza di un afoso pomeriggio estivo mi trovo sulla


superstrada che si allontana dal Loop in direzione ovest. In città non
impiegavo piú di venticinque minuti per recarmi a un appuntamento,
con la ferrovia sopraelevata o a piedi. Sulla rete stradale nazionale,
guidando in modo aggressivo, raggiungo i confini della città in poco
meno di un’ora. Nei sobborghi il traffico non è meno intenso. Su
strade che vengono ampliate, o ulteriormente ampliate, anche
mentre le sto percorrendo, una fila serrata di macchine si allunga
fino all’orizzonte. Quando arrivo a destinazione, un nuovo centro di
smistamento a Carol Stream, mi accorgo che solo qui rallenta
l’avanzata dei complessi industriali e dei condomini tra i campi di
grano.
Tutte le speranze di sopravvivenza del Servizio postale puntano
sulla crescita. Per evitare un’impennata delle tariffe, le perdite nel
settore della corrispondenza personale devono essere compensate
da guadagni nei settori della vendita per corrispondenza e della
pubblicità. Già adesso la pubblicità postale assorbe un dollaro su
cinque della spesa pubblicitaria nazionale, e William Henderson
ritiene che la cifra aumenterà quando le aziende comprenderanno il
potenziale dell’invio di pubblicità dentro le buste delle bollette, vere o
fasulle. Henderson è particolarmente entusiasta della recente
proliferazione delle carte di credito.
Per tener dietro al crescente volume di posta, il Servizio postale
del futuro dovrà anche automatizzarsi sempre di piú, e a Carol
Stream la completa automatizzazione sta per diventare realtà. Lo
stabilimento è un’esposizione di strumenti ad alta tecnologia, con
nastri trasportatori e tramogge e percorsi guidati dipinti in toni
pastello, e una sala di controllo con pratici schermi catodici che
interagiscono con l’utente se vengono sfiorati in un punto
interessante o difficile. Ci sono macchine che mescolano e
rimescolano le buste nell’ordine in cui il postino le consegnerà. C’è
una macchina che spruzza un codice a barre fosforescente sul retro
di ogni lettera con l’indirizzo scritto a mano, e poi trasmette
un’immagine dell’indirizzo a Knoxville, Tennessee, dove gli impiegati
lo leggono e inseriscono il codice postale, che viene infine
ritrasmesso a Carol Stream e applicato sopra la busta sotto forma di
un codice a barre nero. C’è un gran fracasso di macchine che
raddrizzano le buste e annullano i francobolli, di lettori ottici, di
macchine che smistano le lettere, di muletti motorizzati che passano
avanti e indietro, di nastri trasportatori, di macchine che smistano la
posta non voluminosa e di lettori di codici a barre; ma è un fracasso
ordinato, incoraggiante. L’unico prodotto di questo stabilimento è
l’ordine. Il liquido che viene incanalato in questo ordine è
prevalentemente bianco. Si adatta piacevolmente alle cinghie a
frizione e ai ganci meccanici. Galleggia, bisbiglia. Viene definito
flusso di posta e, a differenza della posta che circola nell’Ufficio
postale centrale di Chicago, non possiede alcuna personalità
riconoscibile. Sono stranamente lieto di scoprire, in un sacco pieno
di pacchetti con l’etichetta «Indirizzi errati», una solitaria busta
imbottita un po’ strappata, indirizzata a una casella postale di
Prudhoe Bay, Alaska, che reca come indirizzo del mittente: Ignoto,
Texas.
Mi allontano da Carol Stream, guidando lungo campi di soia e
impianti di imbottigliamento di Zima. In fondo a una fitta schiera di
negozi lunga circa un chilometro, mi imbatto nel K’s Mail Center, una
piccola impresa luminosa e pulita che offre non solo cassette per la
posta e francobolli, ma anche servizi notarili, spedizioni via fax,
desktop publishing, duplicazione di chiavi, carta da pacchi e biglietti
di auguri con scritte umoristiche. Il proprietario, un simpatico
immigrato nigeriano di nome Chris Kator, tiene aperto fino a tardi e
fornisce ogni immaginabile servizio di spedizione. Kator mi dice di
aver acquistato il franchising per le possibilità di espansione e di
sinergia tra i servizi. Lui non ha alcun motivo di lamentarsi del
Servizio postale, anche se pochi fra i suoi clienti lo utilizzano per le
loro spedizioni.
Nella fresca aria condizionata del negozio di Kator, fra le macchine
beige silenziosamente accese in modalità risparmio energetico, la
marcia verso la privatizzazione – verso una repubblica frammentata
piena di offerte straordinarie e frodi senza scrupoli – mi sembra
irresistibile. E altrettanto irresistibile mi sembra l’idea che il luogo in
cui gli americani potranno partecipare direttamente al sistema di
governo non sia l’ufficio postale di una piccola città con la bandiera
nell’atrio, ma un punto vendita extraurbano con striscioni fluorescenti
(VENDIAMO CERCAPERSONE) esposti in vetrina.
Tuttavia, al mio rientro in città dopo un altro sgradevole tragitto in
superstrada, soccombo alla nostalgia. Penso al piacere con cui Mary
Ann Smith descrive il biglietto natalizio «con la busta dorata e
l’indirizzo del mittente stampato in oro» che un ex consigliere
comunale le ha inviato dalla prigione. Penso al piacere che io stesso
ho provato scoprendo che Debra Hawkins, prima di diventare una
specialista della comunicazione, era impiegata all’Ufficio postale
centrale e smistava la posta per il quartiere di Pilsen, e aveva quindi
forse maneggiato le lettere che scrivevo a mio fratello. Penso al
postino di Evanston, Erich Walch, che racconta come tutti i clienti del
suo nuovo giro detestassero il loro ex postino, e di conseguenza
detestino anche lui. «C’è voluto piú di un anno perché alcuni di loro
mi guardassero come un essere umano e non grugnissero quando li
salutavo, ma alla fine ci sono riuscito», dice. Penso alle anziane
signore di origine polacca che aspettano sotto la veranda e
sorridono nel ricevere le lettere dal postino afroamericano che è
anche, nella sua seconda vita, un predicatore. Penso alla posta che
si sta accumulando a casa mia, a Philadelphia, e pregusto il
momento in cui la leggerò.
Ciò che rende gradito l’arrivo di una persona in uniforme da
postino non è semplicemente l’eventualità che ci stia recapitando
una lettera d’amore o una vincita alla lotteria. È la speranza, la fede,
che il Servizio postale sia al nostro servizio. Fin dai tempi in cui
raggiungevano con la diligenza i remoti insediamenti dei monti
Appalachi, le Poste americane hanno offerto a un popolo solitario
un’universale e umana imposizione delle mani. Sono l’istituzione piú
sacra del paese. Un rogo di lettere in un viadotto turba la nostra
innocenza quanto un prete pedofilo; e quando un sacramento viene
amministrato virtualmente, come nel caso dei predicatori televisivi, i
fedeli vengono ridotti a consumatori. Neppure il piú disperato fra gli
abitanti di Chicago con cui ho parlato ha proposto di smantellare il
Servizio postale.
Il primo agosto, Rufus Porter ha accolto la vecchia richiesta di
trasferimento di Gayle Campbell, spostandola da Hyde Park alla
direzione della Squadra rilevamento posta ordinaria. Quando
Campbell gli ha spiegato in cosa consiste il suo lavoro – monitorare
la raccolta e la consegna della posta ordinaria senza alcuna facoltà
di intervento – il commento del suo medico è stato: «Stanno
cercando di ucciderti». Ultimamente Campbell ha sborsato
duecentosettantotto dollari di tasca propria per pagare una giornata
di inserimento dati a una ragazza dell’agenzia Kelly, e dato che
neppure questo le sembrava sufficiente, si è svegliata alle due del
mattino per inserire i dati in un computer portatile. «Se non lo faccio
io, – dice, – chi lo farà?»
Io e Campbell abbiamo opinioni diverse su cosa la stia uccidendo.
Lei, in qualità di vittima, sta cercando i mandanti. Vede una perfida
alleanza tra dirigenti bugiardi e sindacati arroganti, che stanno
distruggendo il suo ideale di servizio alla clientela. Io, d’altro canto,
sono afflitto da una doppia visione, individuale e strutturale. Vedo
una donna che vive per il suo lavoro. Vedo anche un sistema
economico che sta uccidendo la città di Campbell – la stessa città
che ha inventato il moderno mercato dei beni primari. Le poste di
Chicago sono le vestigia di un vecchio sistema gestionale dal quale
gli stessi vertici di Washington stanno fuggendo a gambe levate. Per
sopravvivere in questo mondo privatizzato, il Servizio postale aspira
a diventare semplicemente un altro strumento – un po’ come
l’efficiente raccoglitore di dollari e distributore di merci che Internet è
destinato a diventare per colpa dei suoi difensori e dei loro discorsi
ipocriti su «non-linearità» e «pluralismo». Il capitalismo tecnologico è
una macchina infernale. Ottiene sempre ciò che vuole. Se non
smantellerà il Servizio postale dall’esterno, gli entrerà dentro per
rubargli l’anima. L’affetto con cui gli americani guardano alle Poste è
pura nostalgia. È il doppio ideale di un popolo che nel profondo del
cuore non ama quello che i suoi desideri hanno creato.
Quando infine rientro a Philadelphia, trovo ad attendermi cinque
centimetri di posta. William Henderson sarà lieto di sapere che ho
ricevuto quattro diversi inviti ad attivare una carta di credito, tutti
inoltrati prontamente e senza costi aggiuntivi da un mio indirizzo
precedente. Ci sono anche lettere di deputati che non ho votato,
fatture delle carte di credito che già possiedo, quattro numeri del
«Los Angeles Times Book Review» con adesivi gialli che mi
sollecitano a «Comunicare il Nuovo Indirizzo», una grossa busta con
sopra la faccia di Ed McMahon, tre buste della Val-Pak piene di
buoni sconto per il lavaggio dei tappeti e per le pizzerie Little
Caesar’s, e la solitaria lettera di un amico che vive in Inghilterra.
Anche se è stata spedita da settimane, la apro con impazienza. Il
mio amico mi chiede perché non gli ho scritto.
(1994).

1 Molare superiore [N. d. T.].


2 Notiziario della Cnn condotto dalla famosa anchor Connie Chung. Il
programma è andato in onda dal ’93 al ’95 [N. d. T.].
3 Richard J. Daley è stato sindaco di Chicago dal 1955 al 1967, il periodo in
cui il partito democratico di Chicago divenne il piú potente partito democratico
cittadino degli Usa [N. d. T.].
4 National Association for the Advancement of Colored People:
Associazione nazionale per i diritti delle persone di colore [N. d. T.].
Erika Imports

Quando ero alle superiori ho lavorato per tre anni come


magazziniere presso una coppia di emigrati tedeschi, Erika e Armin
Geyer, che gestivano una piccola impresa, la Erika Imports, nel
seminterrato della loro tetra abitazione nei sobborghi di St Louis.
Diversi pomeriggi la settimana mi lasciavo alle spalle un mondo
profumato di libertà e spensieratezza per salire le scale della buia
veranda e fare capolino nel soggiorno dei Geyer, dove di solito Erika
e Armin e il loro schnauzer ipernutrito se ne stavano stravaccati a
russare su vecchie sedie e divani tedeschi dalle gambe di legno.
L’aria era satura dell’odore di cotolette unte e di fumo di sigaretta.
Sul tavolo della sala da pranzo c’erano i resti del Mittagessen: piatti
sporchi di burro e prezzemolo, una torta di panna montata
parzialmente devastata, una bottiglia di Moselle vuota. Erika, con
indosso una vestaglia imbottita che si apriva a rivelare un reggiseno
o una guaina da Vecchio Mondo, continuava a russare mentre Armin
si svegliava e mi accompagnava al mio posto di lavoro nel
seminterrato.
La Erika Imports aveva contratti in esclusiva con laboratori della
Ddr che producevano articoli da regalo fatti a mano – statuette di
Santa Claus e conigli di Pasqua smaltati, uova di legno dipinte con
maestria, pregevoli figurine da presepe intagliate, tangram in
mogano, giostre natalizie con propulsione a candela alte fino a un
metro – molto richiesti dai negozi di articoli da regalo di tutti gli stati
della fascia centrale. Erika poteva quindi permettersi di trattare i
clienti con arroganza. Spediva merce rotta, oppure incollata da
Armin con insolente negligenza. Scriveva le fatture in un corsivo
tedesco illeggibile per gli americani. Decurtava gli ordini dei clienti
che erano usciti dalle sue grazie, dicendo: «Ne vogliono venti – ach!
Gliene mando tre».
Il mio lavoro nel seminterrato consisteva nell’assemblare scatole
di cartone, riempirle di trucioli e scatole piú piccole, controllare le
fatture per accertarmi che gli ordini fossero completi, e sigillare le
scatole con scotch di carta che inumidivo con una spugna marina.
Dato che ero pagato piú del minimo salariale, e che i rompicapi
topologici dell’imballaggio mi divertivano, e che i Geyer mi avevano
in simpatia e lodavano la mia conoscenza del tedesco e mi davano
un sacco di dolci, era sorprendente che odiassi tanto quel lavoro –
che invidiassi persino i miei amici che lavoravano alle friggitrici del
Long John Silver’s oppure pulivano i filtri dell’olio al Kentucky Fried
Chicken.
Odiavo, tanto per cominciare, le arbitrarie violazioni della mia
autonomia: i sabati pomeriggio silurati da un’improvvisa telefonata di
Erika, che abbaiava nel ricevitore: «Ja, komm immediatamente!»
Odiavo le strane muffe che crescevano sulla spugna marina nella
bacinella di acqua sporca. Poi c’era lo schnauzer e tutto ciò che lo
riguardava. C’era la riluttanza di Armin a svolgere qualsiasi lavoro
manuale senza prima leccarsi le dita, e il suo respiro rumoroso
mentre becchettava le cedole dell’Ups con una Olivetti manuale.
C’era la forte puzza di sudore di Erika e i forti profumi con cui non
riusciva a coprirla. E c’era il lato kitsch e chiassoso della sua attività,
l’alluvione stagionale di campane di polistirolo e sentimentali pupazzi
di neve e giocattoli di plastica da quattro soldi, che mi facevano
immaginare fin troppo chiaramente la desolazione estetica dei
negozi di chincaglierie negli ospedali degli stati centrali.
Il motivo principale per cui invidiavo i miei amici che stavano nelle
cucine dei fast-food, tuttavia, era che il loro lavoro mi sembrava
meravigliosamente impersonale. Non dovevano mai vedere le vene
azzurrine della pancia che fuoriusciva dalla vestaglia del loro
direttore, mentre un bicchiere rovesciato inzuppava di champagne
economico il tappeto ai suoi piedi. Frammenti di hamburger e patate
prezzemolate non marcivano in una ciotola per cani sul loro posto di
lavoro. E soprattutto, le loro mamme non si impietosivano per i loro
capi.
Quando finii le superiori, mia madre continuò a insistere perché mi
fermassi a «fare due chiacchiere» con i Geyer tornando dal college,
o andassi a salutarli dopo la funzione religiosa, alleviando per
qualche minuto il loro isolamento sociale, o mandassi loro cartoline
dall’Europa. Lei stessa, per spirito di carità cristiana e masochismo,
ogni tanto invitava i Geyer per una cena e una partita a bridge,
durante la quale Erika, a volume crescente e passando a poco a
poco dall’inglese al tedesco, insultava Armin per i suoi peccati e
crimini di giocatore, e Armin diventava paonazzo e cominciava a
sbraitare in propria difesa. Nonostante credesse con fervore nella
responsabilità personale, mia madre ricorreva ai piú evidenti
stratagemmi se ero in casa quando Erika telefonava. Mi passava il
ricevitore («Jonathan vuole salutarti!») e poi, quando cercavo di
restituirglielo, mi faceva dire a Erika che l’avrebbe richiamata «la
settimana prossima». Poveri Erika e Armin, con i loro emboli, le loro
ossa rotte, i loro ricoveri improvvisi! Ogni passo del loro declino mi
venne fedelmente riportato dalle lettere di mia madre. Adesso sono
tutti morti, e io mi chiedo: Non c’è modo di sfuggire ai fatti personali?
Sono passati venticinque anni, e non ho ancora trovato una
situazione lavorativa che non abbia qualcosa a che fare con la
famiglia, la lealtà, il sesso, il senso di colpa, o con tutte e quattro
queste cose insieme. Comincio a pensare che non la troverò mai.
(2001).
Setacciare le ceneri

Le sigarette sono l’ultima cosa a cui voglio pensare. Non mi


considero un fumatore, non mi identifico con i quarantasei milioni di
americani che hanno questo vizio. Detesto l’odore del fumo e la
violazione della privacy nasale che esso rappresenta. I bar e i
ristoranti alla moda – con una clientela che si ritiene esclusiva anche
a causa delle nubi tossiche dietro cui si nasconde – cominciano a
disgustarmi. Sono stato asfissiato dentro camere d’albergo dove la
notte prima aveva dormito un fumatore, e nei gabinetti pubblici dove
gli uomini usano le Winston, con la loro nauseante puzza di sudore,
come lassativo. («Il mio alito fa schifo | per le Winston faccio il tifo»
era la parodia grammaticalmente impeccabile della pubblicità delle
Winston che recitavo da piccolo). Certi giorni a New York sembra
che i due terzi delle persone che camminano sul marciapiede, in
mezzo ai gas di scarico, abbiano in mano una sigaretta accesa; io
compio continue manovre per mantenermi sopravvento. Nel mio
appartamento, per bloccare le emissioni dei vicini del piano inferiore,
ho sigillato con il silicone gli interstizi fra le tavole del pavimento e il
battiscopa. La prima volta che entrai in un casinò, in Nevada, ebbi
una visione infernale: file e file di donne di mezza età con la faccia
lunghissima che fumavano Kent lunghissime e inserivano
compulsivamente dollari d’argento nelle slot-machine. Quando sento
dire che le sigarette sono sexy, penso al Nevada. Quando vedo
un’attrice o un attore aspirare profonde boccate di fumo in un film,
immagino i pireni e i fenoli che devastano le delicate cellule epiteliali
e le solerti ciglia dei loro bronchi, il monossido e il cianuro che si
legano alla loro emoglobina, i battiti affaticati del loro cuore in preda
al panico chimico. Le sigarette sono il distillato di una paranoia piú
generale che assedia la nostra cultura, la terribile consapevolezza
della fragilità dei nostri corpi in un mondo di pericoli molecolari. Mi
fanno una paura del diavolo.
Dato che sono in grado di odiare quasi tutti gli attributi delle
sigarette (per non parlare dei sigari), e dato che ho fumato quella
che credevo la mia ultima sigaretta cinque anni fa e non ho mai
posseduto un portacenere, riesco facilmente a considerarmi libero
dalla nicotina. Ma se l’uomo che porta il mio nome non è un
fumatore, allora perché c’è ancora un aspiratore inserito nella
finestra del suo soggiorno? Perché, alla fine di ogni giornata di
lavoro, c’è una piccola collezione di mozziconi in un piattino sul
tavolo accanto all’aspiratore?
Le sigarette erano il piú grosso tabú della famiglia culturalmente
conservatrice in cui sono cresciuto – piú pesante persino del sesso e
della droga. Un anno prima che nascessi, il padre di mia madre era
morto di cancro ai polmoni. Aveva cominciato a fumare da soldato,
durante la prima guerra mondiale, ed era rimasto un forte fumatore
per tutta la vita. Sembra che fosse una persona molto amata da tutti,
e per quanto io possa schernire l’ossessione del nostro paese per la
salute – l’elevazione della forma fisica a culto e della longevità a
segno del favore divino –, resta il fatto che se mio nonno non avesse
fumato avrei avuto la possibilità di conoscerlo.
Mia madre parla ancora delle sigarette con profonda avversione.
Io cominciai a fumarle di nascosto al college, forse in parte perché
lei le odiava, e con il passare degli anni maturai una paura di essere
smascherato molto simile, ne sono convinto, a quella del gay che
teme di uscire allo scoperto con i genitori. Mia madre aveva creato il
mio corpo dal suo, dopotutto. Il mio deliberato avvelenamento di quel
corpo non era forse il rifiuto piú estremo della mia condizione di
figlio? Venire allo scoperto significa annunciare: questo è ciò che
sono, questa è la mia identità. L’aspetto curioso dell’attributo
«fumatore» inteso come marchio di identità, tuttavia, è la sua
provvisorietà. Domani potrei decidere di non esserlo piú. E allora
perché non far finta di non esserlo già da oggi? Per acquisire il
controllo della propria vita, le persone si raccontano storie su come
vorrebbero essere. È privilegio esclusivo del fumatore, che di tanto
in tanto si sente cosí deciso a smettere che è come se avesse già
smesso, ricevere la prova inconfutabile di come queste storie non
siano necessariamente vere: ecco i mozziconi nel portacenere, ecco
l’odore nei capelli.
Come fumatore, quindi, ho imparato a diffidare non solo delle mie
storie su me stesso, ma di tutti i racconti che aspirino a un significato
morale inequivocabile. E si dà il caso che negli ultimi mesi gli
americani siano stati sottoposti proprio a questo genere di racconti
da parte della stampa, mentre documenti «riservati» fanno luce sulle
macchinazioni del Grande Tabacco, gli scienziati industriali si fanno
avanti per denunciare i loro precedenti datori di lavoro, nove stati e
un consorzio di sessanta studi legali avviano pesanti cause per
danni, e la Food and Drug Administration si impegna a
regolamentare le sigarette come strumenti per la somministrazione
di nicotina. La diffusa opinione liberale che il Grande Tabacco
rappresenti il Male con la M maiuscola è riassunta nella recensione
del «Times» a Ashes to Ashes, la nuova ed eccellente storia
dell’industria del tabacco scritta da Richard Kluger. Rimproverando
Kluger per (chi l’avrebbe mai detto) la sua «obiettività» e
«imparzialità», Christopher Lehmann-Haupt mette il commercio delle
sigarette sullo stesso piano morale della schiavitú e dell’Olocausto.
Lo stesso Kluger, imparziale o no, usa piú volte la parola «angeli»
per riferirsi agli attivisti antifumo. Nell’introduzione al libro, egli offre
una scelta drastica: o i produttori di sigarette sono
«fondamentalmente uomini d’affari come gli altri», oppure sono
«appestati morali che si approfittano degli ignoranti, dei poveri, delle
persone emotivamente vulnerabili e di quelle geneticamente
predisposte».
Il mio disagio di fronte a queste dicotomie potrebbe riflettere il fatto
che, a differenza di Lehmann-Haupt, non mi sono ancora liberato dal
vizio. Ma in nessun dibattito nazionale mi sento cosí poco in sintonia
con l’opinione corrente. Nonostante la mia diffidenza nei confronti
dell’industria americana, e soprattutto di un’industria che si dedica
con impegno a corrompere i membri del Congresso, una parte di me
insiste nel fare il tifo per il tabacco. Sussulto quando mi sforzo di
leggere le ultime notizie sulla salute: SECONDO GLI ULTIMI STUDI, LE
FUMATRICI HANNO MAGGIORI PROBABILITÀ DI PARTORIRE BAMBINI RITARDATI.
Colgo al volo le espressioni particolarmente ricercate, tra il
metaforico e il melodrammatico, come in questa frase presa dal
«Times»: «Queste deposizioni sono l’ultimo di una serie di colpi che
hanno intaccato l’aura di invincibilità che un tempo ammantava
l’industria del tabacco, un’industria da 45 miliardi di dollari che oggi
affronta un diluvio di cause legali». La mia solidarietà con le schiere
di fumatori incalliti – operai, afroamericani, scrittori e artisti,
adolescenti alienati, malati di mente – si espande fino a
comprendere le aziende fornitrici di sigarette. Penso: Adesso siamo
tutti perdenti. Il tempo di guerra è un tempo di bugie, mi dico, e la piú
grande bugia della guerra contro le sigarette è che l’equazione
morale si possa ridurre a una netta dicotomia. O forse il tabacco ha
corrotto anche me?

Cominciai a fumare quando ero studente in Germania, nel periodo


buio dei primi anni Ottanta. Ronald Reagan aveva appena
pronunciato il discorso sull’«impero del male», e Jonathan Schell
stava pubblicando Il destino della Terra. A Berlino girava voce che
se il sabato mattina ti svegliavi in un mondo ancora intatto, eri salvo
per un’altra settimana; si pensava che la Nato avesse il suo
momento di massima inattività il venerdí notte, che le truppe del
Patto di Varsavia avrebbero scelto quelle ore per irrompere
attraverso il Fulda Gap, e che la Nato avrebbe dovuto usare i missili
per respingerle. Dato che calcolavo intorno al cinquanta per cento le
mie probabilità di sopravvivere a quel decennio, il rischio aggiuntivo
causato dal fumo mi sembrava trascurabile. In realtà, le sigarette
possedevano un certo fascino apocalittico. L’incubo della
proliferazione nucleare corrispondeva alla proliferazione di sigarette
– anonimi, mortiferi cilindri a forma di missile – nella mia vita. Le
sigarette sono una costante delle guerre moderne, le migliori amiche
del soldato, e in un’epoca in cui la guerra poteva arrivare fino al mio
salotto, il fumo divenne un simbolo della mia impotente
partecipazione civile alla Guerra Fredda.
Una delle ansie che le sigarette riescono a placare è,
paradossalmente, la paura di morire. Quale fumatore serio non ha
avvertito un’ondata di panico al pensiero del cancro ai polmoni e non
si è subito acceso una sigaretta per tranquillizzarsi? (È una logica da
Guerra Fredda: le armi nucleari ci fanno paura, perciò costruiamone
ancora di piú). La morte è una rottura del legame fra l’io e il mondo,
e dato che l’io non può immaginare di non esistere, forse ciò che
rende davvero spaventosa la prospettiva di morire non è la
scomparsa della coscienza ma la scomparsa del mondo. La paura di
un olocausto nucleare a livello planetario era quindi identica, dal
punto di vista funzionale, alla mia personale paura di morire. E il
potenziale di morte insito nelle sigarette era confortante, perché mi
permetteva, in pratica, di acquistare familiarità con l’apocalisse, di
conoscere i contorni di quel terrore, di rendere la potenziale morte
del mondo meno strana e quindi un po’ meno minacciosa. Il tempo si
ferma per la durata di una sigaretta: quando fumi, sei acutamente
presente a te stesso; esci dallo scorrere affrettato e inconscio della
vita. Ecco perché ai condannati a morte viene concessa l’ultima
sigaretta, ecco perché (o almeno cosí si narra) mentre il Titanic
affondava, i signori in abito da sera si affacciavano al parapetto con
la sigaretta in bocca: è molto piú facile lasciare il mondo se sei
sicuro di esserci stato. Come scrive Goethe nel Faust, «Abbiamo il
dovere di essere presenti, anche solo per un istante».
La sigaretta è comunemente considerata l’araldo della modernità,
l’allegro compare del capitalismo industriale e dell’urbanizzazione ad
alta densità. Le folle, l’ipercinesi, la produzione di massa, il lavoro
ottusamente ripetitivo, l’ascesa sociale, tutto ciò ha il proprio
correlativo nella sigaretta. Il numero di singole unità consumate
supera di gran lunga quello di qualsiasi altro prodotto. «Corta,
briosa, facile da provare, facile da finire e altrettanto facile da gettare
prima di averla finita, – scriveva il “Times” in un editoriale del 1925
citato da Richard Kluger, – la sigaretta è il simbolo di un’era
meccanizzata in cui i principali ingranaggi sono i nervi umani». A sua
volta prodotta da una confezionatrice meccanica chiamata Bonsack
machine, la sigaretta serviva da tranquillante per gli operai alla
catena di montaggio, scomponendo in segmenti tollerabili lunghe
giornate di opprimente monotonia. Per le donne, osservava
l’«Atlantic Monthly» nel 1916, la sigaretta era «il simbolo
dell’emancipazione, il temporaneo sostituto del voto». Nel
complesso, è impossibile immaginare il ventesimo secolo senza
sigarette. Esse spuntano con ubiquità zelighiana in vecchie
fotografie e cinegiornali, cosí prive di individualità da essere
difficilmente visibili, eppure, una volta viste, decisamente insolite.
La storia narrata da Kluger sull’industria delle sigarette ricorda la
storia dell’industria americana in generale. Un’industria che fino al
1880 era disgregata in centinaia di piccole imprese famigliari e nel
1900 era controllata da un solo uomo, James Buchanan Duke, che
introducendo l’uso della confezionatrice Bonsack e reinvestendo
un’enorme porzione dei suoi profitti nella pubblicità, e poi utilizzando
ora il bastone dei prezzi di guerra, ora la carota di allettanti offerte di
rilevamento, trasformò la sua American Tobacco Company
nell’equivalente della Standard Oil o della Carnegie Steel. Infine,
come tutti gli altri monopolisti, Duke si scontrò con gli smantellatori di
monopoli, e nel 1911 la Corte suprema ordinò la liquidazione della
American. Il risultato fu un oligopolio che lanciò immediatamente
nuove marche – Camel, Lucky Strike, Chesterfield e Marlborough –
tuttora in lotta per aggiudicarsi quote di mercato. Per i commercianti
americani la sigaretta era l’articolo perfetto, una merce che
assicurava grossi profitti con piccoli investimenti di magazzino e
spazio espositivo; un pacchetto di sigarette, osserva Kluger, «era
leggero e robusto, scarsamente deteriorabile, difficile da rubare
perché di solito veniva esposto dietro il banco, poco soggetto ad
aumenti di prezzo e molto facile da vendere».
Dato che ogni marca aveva piú o meno lo stesso sapore, le
aziende produttrici impararono presto a collocarsi all’avanguardia del
settore pubblicitario. Negli anni Venti, l’American Tobacco offriva
cinque stecche di Lucky Strike gratis ai medici che la appoggiavano,
e poi lanciò una campagna che affermava «20 679 Medici Dicono
Che Le Lucky Causano Meno Irritazione»; l’American fu anche la
prima azienda a prendere di mira le donne attente alla linea («Per
non cedere alla tentazione, fumati una Lucky»). L’industria fu la
prima a utilizzare l’avallo di personaggi famosi (la star del tennis Bill
Tilden: «Fumo Camel da anni, e non mi stanco mai del loro gusto
dolce e ricco»), le sponsorizzazioni radiofoniche (Arthur Godfrey:
«Fumavo due o tre pacchetti di questa roba [Chesterfield] al giorno –
e sto benissimo»), i manifesti pubblicitari aggressivi (il piú famoso,
«Camminerei un miglio per una Camel», continuò per venticinque
anni a soffiare giganteschi anelli di fumo in Times Square), e infine la
sponsorizzazione di spettacoli televisivi come Candid Camera e I
Love Lucy. I brillanti spot pubblicitari della Philip Morris – fumatori di
Benson & Hedges le cui sigarette da cento millimetri venivano
schiacciate dalle porte dell’ascensore; falsi video amatoriali di
cameriere d’albergo che rubacchiano sigarette sull’aria di «Ora hai la
tua sigaretta, baby» – erano un passatempo fondamentale della mia
infanzia. Ricordo anche la canzoncina «Silva Thins, Silva Thins», il
mantra per un effimero prodotto dell’American Tobacco che
corteggiava la popolazione femminile con l’orribile slogan «Le
sigarette sono come le ragazze, le migliori sono snelle e ricche».
La campagna di maggior successo, naturalmente, fu quella delle
Marlboro, un prodotto di fascia alta per signore che la Philip Morris
rilanciò sul mercato nel 1954 in una versione con filtro per il pubblico
di massa. Come tutti i prodotti moderni, la nuova Marlboro aveva un
design studiato nei minimi dettagli. La miscela di tabacco fu
potenziata per resistere all’alleggerimento provocato dal filtro, il
pacchetto «flip-top» venne introdotto nel vocabolario nazionale, la
scelta del rosso serví a indicare un sapore forte e la grafica subí
infiniti aggiustamenti prima del look finale, che includeva un falso
stemma araldico con sopra il motto Veni, vidi, vici; vennero persino
condotte ricerche di mercato in quattro città per decidere il colore del
filtro. Tuttavia, la mossa davvero geniale fu la campagna
pubblicitaria di Leo Burnett. La chiave del suo successo era la
trasparenza. Mettete un cowboy solitario davanti a uno sfondo di
colline al tramonto, e quell’immagine vi fornirà quasi tutte le
associazioni positive che si accompagnano alle sigarette: rude
individualismo, sessualità maschile, fuga dalla modernità urbana,
sapori forti, vita intensa. La Marlboro segna il passaggio della nostra
cultura commerciale da un’era di promesse a un’era di sogni
splendidi e vuoti.
Non c’è da stupirsi se un’azienda tanto furba da promuoversi cosí
bene abbia raggiunto, in soli trent’anni, una posizione di egemonia
nell’industria del tabacco. Il trionfo della Philip Morris descritto da
Kluger è il genere di storia edificante e ispiratrice che le scuole di
business fanno leggere agli studenti: per portare al successo
un’azienda americana, sarebbe la lezione, fate come la Philip Morris.
Concentratevi sui prodotti con il piú alto margine di profitto.
Progettate con cura i nuovi prodotti, poi spingeteli con forza sul
mercato. Investite le eccedenze di liquidi in attività diversificate
strutturalmente simili alla vostra. Siate meritocratici. Giocate
d’anticipo. Non indebitatevi troppo. Createvi pazientemente un
mercato estero. Non esitate a imbrogliare i clienti quando ne avete la
possibilità. Consegnate i vostri critici agli avvocati. Dimostrate di
avere classe – sponsorizzate il Mahabharata. Sfidate la moralità
convenzionale. Non dimenticate che dovete essere leali prima di
tutto nei confronti degli azionisti.
Mentre il principale concorrente, R. J. Reynolds, si faceva sempre
piú debole e provinciale, giú a Winston-Salem – sprofondando nella
produzione di sigarette a buon mercato con basso margine di
profitto, diversificando gli investimenti in modo disastroso e quasi
annegando nei debiti dopo la scalata da parte di Kohlberg Kravis
Roberts & Company –, la Philip Morris diventava il leader mondiale
dell’industria delle sigarette e una delle aziende piú redditizie del
mondo. All’inizio degli anni Novanta, la sua quota del mercato
nazionale per le sigarette di fascia alta raggiungeva l’ottanta per
cento. Il valore di un’azione della Philip Morris aumentò con un
coefficiente di 192 tra il 1966 e il 1989. Sano, ricco e saggio, l’uomo
che nel ’64 smise di fumare e investí i soldi delle sigarette in azioni
Philip Morris.
Lo spettacolare successo dell’azienda è ancora piú straordinario
perché ha avuto luogo nei decenni in cui le argomentazioni
scientifiche contro le sigarette stavano diventando schiaccianti. Con
la possibile eccezione della bomba all’idrogeno, nel mondo moderno
niente genera piú paradossi delle sigarette. Cosí, nel 1955, il decreto
della Commissione federale per il commercio che cercava di limitare
la pubblicità ingannevole proibendo l’indicazione dei livelli di catrame
e nicotina si rivelò una manna per l’industria, permettendo di
pubblicizzare le sigarette con filtro per la loro implicita sicurezza,
proprio mentre il contenuto di sostanze tossiche veniva aumentato
per compensare il filtro. Lo stesso accadde con la legge del 1965
che, imponendo le scritte di ammonimento sui pacchetti di sigarette,
impedí la creazione di norme statali e locali potenzialmente piú
severe e forní uno scudo inestimabile contro future cause per danni.
E lo stesso accadde anche nel 1971, quando il Congresso votò la
messa al bando degli spot pubblicitari per le sigarette, cosa che fece
risparmiare milioni di dollari all’industria, eliminò efficacemente la
concorrenza privandola del trampolino televisivo, e pose fine alle
devastanti pubblicità antifumo che venivano trasmesse per il
principio di correttezza dell’informazione. Persino un provvedimento
ostile come l’aumento della tassa d’esercizio federale del 1982 tornò
a vantaggio dell’industria, che usò la tassa come paravento per una
serie di aumenti, raddoppiando il prezzo al pacchetto nel giro di dieci
anni, e impiegò gli utili straordinari per investimenti diversificati. Ogni
passo avanti compiuto dal governo per regolamentare il fumo – la
messa al bando degli spot pubblicitari, il divieto di fumare sugli aerei,
il guazzabuglio di divieti locali nei luoghi pubblici – allontanava
ulteriormente le sigarette dalla coscienza degli elettori non fumatori.
Il risultato, dato il potere politico degli stati produttori di tabacco, è
stata l’esenzione specifica delle sigarette dal Fair Labeling and
Packaging Act1 del 1966, dal Controlled Substances Act2 del 1970,
dal Consumer Product Safety Act3 del 1972, e dal Toxic Substances
Act4 del 1976. Nella linea di difesa scelta dall’industria nelle cause
per danni, il paradosso appare con la massima evidenza: dato che
nessun querelante può dirsi ignaro dei rischi del tabacco – cioè,
proprio perché la sigaretta è il piú noto prodotto letale d’America –,
coloro che lo vendono non possono essere accusati di negligenza.
Non c’è da meravigliarsi che, fino a quando la Liggett non invertí la
tendenza la scorsa primavera, nessun produttore di sigarette avesse
mai sborsato un centesimo in una causa per danni.
Oggi, tuttavia, l’era del paradosso sta forse per finire. Mentre la
nazione smantella i suoi missili, l’attenzione si rivolge alle sigarette. Il
muro di segretezza che proteggeva l’industria sta crollando proprio
come il Muro di Berlino. La Terza Ondata5 incombe su di noi, e
minaccia di distruggere tutto ciò che è intrinsecamente moderno.
Non è un caso che gli Stati Uniti, i pionieri dell’era dell’informazione,
siano anche in prima linea nella guerra contro le sigarette. A
differenza delle nazioni europee, che hanno scelto un approccio piú
pragmatico al problema del fumo, con tasse sulle sigarette che
raggiungono i cinque dollari al pacchetto, le milizie antifumo del
nostro paese scendono in campo con zelo puritano. Abbiamo
bisogno di un nuovo Impero del Male, e il Grande Tabacco ha tutti i
requisiti necessari.

L’argomento usato per equiparare l’industria del tabacco ai


mercanti di schiavi e al Terzo Reich è il seguente: dato che ogni
anno quasi mezzo milione di americani muoiono prematuramente
come diretta conseguenza del fumo, i produttori di sigarette sono
colpevoli di omicidio di massa. L’ovvia obiezione a questo argomento
è che l’industria del tabacco non ha mai fisicamente costretto
nessuno a fumare una sigaretta. Per parlare di «omicidio», quindi,
occorre postulare forme di coercizione piú sottili, che si dividono in
tre categorie. Primo: negando pubblicamente una verità ben nota ai
propri scienziati, e cioè che i fumatori correvano un pericolo mortale,
l’industria ha contribuito a perpetrare un’immensa frode con esiti
letali. Secondo: attirando bambini impressionabili in un vizio molto
difficile da perdere, l’industria ha effettivamente «imposto» i suoi
prodotti a persone che non avevano ancora del tutto sviluppato le
proprie capacità di resistenza. Infine: rendendo accessibile e
allettante un prodotto pur sapendo che creava dipendenza, e
manipolando i livelli di nicotina, l’industria ha volontariamente
esposto il pubblico a una forza (la dipendenza) in grado di uccidere.
Una «scioccante» raccolta di documenti industriali «riservati»,
divulgata da un impiegato scontento della Brown & Williamson e ora
pubblicata con il titolo The Cigarette Papers, dimostra che il Grande
Tabacco conosceva da decenni i rischi del fumo e ha fatto di tutto
per nasconderli e negarli. The Cigarette Papers e altre recenti
rivelazioni hanno spinto il Dipartimento di Giustizia a incriminare vari
dirigenti per falsa testimonianza, e potrebbero fornire ai querelanti le
prove concrete di un illecito ai danni della salute pubblica. Queste
rivelazioni, tuttavia, non sono affatto sconvolgenti. Una volta preso
atto che le diverse marche hanno diversi (ma costanti) livelli di
nicotina, come si può non concludere che l’industria sia in grado di
controllare, e di fatto controlli, il dosaggio? Quale persona
ragionevole non penserebbe che le pubbliche dichiarazioni di
«dubbio» sulla nocività delle sigarette non siano altro che bugie
obbligatorie e formali dell’industria? Se i ricercatori rinvenissero un
documento segreto con la prova che Bill Clinton ha aspirato,
saremmo sconvolti? Quando i portavoce dell’industria contestano
l’integrità del ministro della Salute e si ostinano a negare
l’innegabile, sono colpevoli non tanto di illecito quanto di sembrare
(come ebbe a dire un dirigente citato da Kluger) «neandertaliani».
«La verità – scrive Kluger – era che i produttori di sigarette
diventavano sempre piú ricchi mentre le scoperte scientifiche contro
di loro aumentavano, e prima che qualcuno avesse ben compreso la
situazione, le alternative sembrarono ridursi a due: vile confessione
e resa ai paladini della salute o ferma negazione e
razionalizzazione». Nei primi anni Cinquanta, quando gli studi
epidemiologici dimostrarono per la prima volta il collegamento tra il
fumo e il cancro ai polmoni, i dirigenti delle aziende ebbero davvero
la possibilità di liquidare le loro imprese e trovarsi un altro lavoro. Ma
molti di questi dirigenti venivano da famiglie rispettabili che
commerciavano in tabacco da decenni, e a quanto pare erano quasi
tutti forti fumatori; a differenza del tipico spacciatore di eroina, essi
correvano volontariamente gli stessi rischi che imponevano ai loro
clienti. Inoltre, dato che erano dirigenti aziendali, dovevano essere
leali prima di tutto con gli azionisti. Se il semplice fatto di essere
rimasti in affari costituisce una colpa, allora la cerchia dei colpevoli
deve ampliarsi fino a comprendere ogni individuo che ha posseduto
azioni di una società produttrice di sigarette dal 1964 in poi, sia
direttamente che tramite un fondo pensione, un fondo comune
d’investimento o una borsa di studio universitaria. Potremmo anche
aggiungere ogni emporio e supermercato che vendesse sigarette e
ogni giornale che accettasse di pubblicizzarle; il monito del ministro
della Salute, dopotutto, era di dominio pubblico.
Quando le aziende decisero di restare in affari, gli avvocati
presero rapidamente il controllo della situazione. La cosa che
emerge piú chiaramente da Ashes to Ashes è l’influenza deformante
delle consulenze legali sulle azioni dell’industria. A quanto pare,
molti scienziati industriali e alcuni dirigenti volevano davvero
produrre una sigaretta meno nociva e ammettere francamente i
rischi comprovati del fumo. Ma, paradossalmente, i tentativi
dell’industria di agire con correttezza non furono meno
controproducenti dei tentativi di regolamentazione del governo.
Quando i dirigenti della R&D proposero di mettere in commercio
sigarette con filtro e con quantità ridotte di nicotina e catrame come
potenziale beneficio per la salute pubblica, i legali dell’azienda
obiettarono che definire una marca «innocua» o «piú innocua»
significava ammettere che le altre marche fossero pericolose e
quindi esporre il produttore a richieste di risarcimento. Allo stesso
modo, i legali dell’azienda guardarono con repulsione la «sigaretta
palladium», un prodotto molto meno cancerogeno che la Liggett
aveva ideato negli anni Settanta con una spesa di milioni di dollari.
Metterla in commercio era sbagliato dal punto di vista della
responsabilità civile, ma inventarla e poi non metterla in commercio
era ancora peggio, perché allora l’azienda poteva essere accusata di
negligenza per non averla introdotta sul mercato. La Epic, cosí si
chiamava la nuova sigaretta, venne infine soffocata dagli
incartamenti legali.
Kluger descrive un’industria in cui la paranoia legale diffuse
rapidamente le sue metastasi in ogni organo vitale. Gli avvocati
ammaestrarono i dirigenti che comparivano davanti alle commissioni
del Congresso, sovrintesero alla ricerca «indipendente»
sponsorizzata dall’industria a fini deprecabilmente personali, e
fecero in modo che tutta la documentazione riguardante ricerche
sulla dipendenza o sul cancro venisse dirottata su consulenze
esterne, in modo che fosse protetta dal segreto d’ufficio. Il risultato fu
una bizzarra replica dei racconti doppiamente contraddittori con cui
io stesso giustifico la mia vita di fumatore: una storia vera sommersa
da una finzione utilitaria. Un vecchio dirigente della Philip Morris
citato da Kluger la riassume cosí:
Nell’azienda esisteva un conflitto tra scienza e legge che non è mai
stato risolto… e cosí partecipiamo a questa danza rituale – ciò che è
«dimostrato» e ciò che non lo è, i fattori determinanti e quelli marginali –
e la risposta degli avvocati è: «Fate muro»… Se Helmut Wakeham [il
presidente della R&D] avesse gestito la faccenda, credo che ci sarebbe
stata qualche ammissione. Ma l’ebbero vinta gli avvocati… i quali…
dicevano, in pratica, «Mio Dio, non puoi fare quell’ammissione» senza
rischiare azioni legali contro l’azienda. Quindi non esisteva un piano
unitario – quando i critici dell’industria parlano di «cospirazione», danno
troppo credito alle aziende.

Nell’universo morale rovesciato di un processo per danni causati


dal fumo, ogni dichiarazione sincera o angosciata di un dirigente
viene usata per provare la colpevolezza degli imputati, mentre ogni
trucco calcolato serve a sostenere la loro innocenza. Qui c’è
qualcosa di molto sbagliato; ma senza la prova che gli americani
abbiano effettivamente creduto alle bugie dell’industria, non è affatto
certo che questo qualcosa si possa definire omicidio.
Piú incriminanti risultano le recenti notizie sul reclutamento di
fumatori minorenni da parte dell’industria. A Washington, D.C., alcuni
rappresentanti della Lorrilard sono stati sorpresi a regalare Newport
ai bambini; Philip J. Hilts, nel suo libro Smoke Screen, dimostra
come la R. J. Reynolds abbia deliberatamente collocato speciali
espositori promozionali in negozi e chioschi noti come ritrovi di
liceali; e il tenero Joe Camel, con la sua faccia a forma di pene, è
una delle apparizioni piú disgustose del nostro panorama culturale.
Le aziende produttrici, a quanto dicono, si starebbero
semplicemente disputando quote di mercato nella fondamentale
fascia di età dai diciotto ai ventiquattro anni, ma documenti interni
riportati da Hilts rivelano che almeno un’azienda canadese ha
effettivamente studiato come raggiungere un target di fumatori
esordienti dai dodici anni in su. (Alcune ricerche citate da Hilts
dimostrano che l’ottantanove per cento dei fumatori adulti ha
cominciato prima dei diciannove anni). Secondo gli attivisti
antitabacco, la pubblicità delle sigarette adesca i giovani clienti
offrendo immagini di fumatori adulti spensierati e attraenti, ma evita
di accennare ai disastri provocati dal fumo. Quando i giovani
fumatori sono cresciuti abbastanza da rendersi conto della propria
mortalità, sono ormai dipendenti in modo irreparabile.
Anche se l’idea che un industriale sottolinei deliberatamente i lati
negativi dei propri prodotti è senz’altro assurda – proviamo a
immaginare la McDonald’s che manda in onda corpi obesi o arterie
ostruite –, non ho dubbi sul fatto che la pubblicità delle sigarette
prenda di mira i giovani americani. Dubito, tuttavia, che questa
pubblicità induca una grande quantità di bambini a fumare.
L’adolescente insicuro o emarginato accende la sua prima sigaretta
in risposta alle sollecitazioni dei coetanei o all’esempio di modelli
adulti – i cattivi del cinema, le rock star, le top model. Al massimo, la
pubblicità serve a qualificare il fumo come un’attività da adulti
socialmente accettabile. Questo sarebbe un motivo sufficiente per
vietarlo o controllarlo piú rigidamente, e anche per bandire i
distributori automatici. La maggior parte delle persone che
cominciano a fumare finiscono col pentirsene, e dunque ogni
strategia dissuasiva è apprezzabile.
L’attrazione innata che le sigarette esercitano sugli adolescenti,
tuttavia, non è interamente imputabile ai produttori. Nelle ultime
settimane ho notato sui giornali alcune pubblicità antitabacco che,
per ottenere un effetto sconvolgente, mostrano l’immagine di una
ragazzina con una sigaretta in mano. È chiaro che le modelle non
sono vere fumatrici, eppure, nonostante la falsità dell’immagine, le
sigarette conferiscono loro un’aria decisamente sensuale.
L’obbrobrio dei fumatori minorenni cela un obbrobrio di sessualità
adolescente e preadolescente, e uno dei sogni piú splendidi e vuoti
imposti da Madison Avenue è che un bambino rimanga innocente
fino al suo diciottesimo compleanno. La verità è che senza la guida
dei genitori, gli adolescenti prendono ogni sorta di decisioni
irrevocabili prima di essere abbastanza grandi da valutarne le
conseguenze – abbandonano la scuola, hanno figli, si laureano in
sociologia. Il loro desiderio principale è gustare i piaceri dell’età
adulta, come il sesso o l’alcol o le sigarette. Attribuire alla pubblicità
delle sigarette un potere «rapace» significa ammettere che ormai i
genitori hanno meno autorità sull’educazione morale dei propri figli di
quanta ne abbia la cultura commerciale. Anche in questo caso ho il
sospetto che l’industria del tabacco sia stata scelta come capro
espiatorio – costretta a sostenere l’urto di una piú generale rabbia
collettiva per il sostituirsi dell’azienda alla famiglia.
L’argomento che dimostra in maniera definitiva la colpevolezza
morale del Grande Tabacco è che la dipendenza è una forma di
coercizione. La nicotina è una tossina che una volta ingerita induce il
cervello del fumatore a difendersi modificando la propria chimica.
Una volta che tali cambiamenti hanno avuto luogo, il fumatore deve
continuare ad assumere nicotina a intervalli regolari per mantenere il
nuovo equilibrio chimico. Le industrie produttrici lo sanno benissimo,
e un avvocato citato da Kluger riassume cosí le cause per
coercizione: «Voi mi avete spinto a fumare pur sapendo che il fumo
provoca dipendenza, e adesso dite che è colpa mia». Tuttavia, come
Kluger osserva subito dopo, questo argomento ha parecchi punti
deboli. Ancora prima che si venisse a sapere della sua connessione
con il cancro, per esempio, era risaputo che il fumo fosse un vizio
difficile da perdere. La tolleranza alla nicotina, inoltre, varia molto da
persona a persona, e l’industria offre da tempo una serie di marche
con dosi ultrabasse. Infine, nessuna dipendenza è invincibile: milioni
di americani smettono ogni anno. Quando un fumatore dice che
vorrebbe smettere ma non ci riesce, ciò che in realtà sta dicendo è:
«Vorrei smettere, ma non voglio patire i tormenti dell’astinenza».
Sostenere il contrario significherebbe gettar via ogni residuo
concetto di responsabilità personale.
Se la dipendenza da nicotina fosse esclusivamente fisica,
smettere sarebbe relativamente facile, perché i sintomi da astinenza
acuta, le smanie fisiche, di solito non durano piú di qualche
settimana. Quando io stesso smisi, sei anni fa, potevo fare a meno
della nicotina per intere settimane, e persino quando lavoravo
fumavo al massimo qualche ultra-light al giorno. Ma quando decisi
che la mia ultima sigaretta era quella che avevo fumato il giorno
prima, crollai di colpo. Passò un mese in cui ero troppo agitato per
leggere un libro, troppo confuso persino per fissare l’attenzione su
un giornale. Passò un altro mese prima che riuscissi a concentrarmi
abbastanza da scrivere almeno una lettera informale a un amico. Se
a quel tempo avessi avuto un lavoro, o una famiglia a cui badare,
forse non avrei notato l’astinenza psicologica. Ma si dà il caso che
nella mia vita stesse accadendo ben poco. «Lei fuma?» chiede Lady
Bracknell a Jack Worthing nell’Importanza di chiamarsi Ernesto, e
alla sua risposta affermativa ribatte: «Mi fa piacere. Un uomo
dovrebbe sempre avere un’occupazione».
Non esiste una ragione semplice e universale per cui le persone
fumano, ma di una cosa sono certo: non è perché sono schiave della
nicotina. L’ipotesi piú plausibile con cui spiego la mia stessa
propensione al vizio è che appartengo a una categoria di persone
dalla vita non sufficientemente strutturata. I malati di mente e gli
indigenti fanno anch’essi parte di questa categoria. Assorbiamo una
tossina letale come la nicotina, sospesa in un aerosol di idrocarburi e
nitrosammine, perché non abbiamo ancora trovato piaceri o routine
che rimpiazzino l’alternanza consolatoria e strutturante di bisogno e
gratificazione che il vizio della sigaretta ci offre. Un’espressione per
definire questo bisogno di struttura potrebbe essere
«automedicazione»; un’altra potrebbe essere «tirare avanti». Ma
sono pochissimi, forse nessuno, i forti fumatori sopra i trent’anni che
non si sentano in colpa per il danno che infliggono a se stessi.
Persino Rose Cipollone, la donna del New Jersey i cui eredi furono
sul punto di vincere una causa contro l’industria del tabacco all’inizio
degli anni Ottanta, era stata reclutata da un attivista. Il consorzio di
sessanta studi legali che ha intentato una causa collettiva a nome di
tutti i fumatori americani non mi sembra meno rapace delle aziende
imputate. Non ho mai incontrato un fumatore che desse la colpa del
suo vizio a qualcun altro.
Nel complesso gli Stati Uniti assomigliano a un tossicodipendente,
nel quale l’es industriale si occupa degli affari sporchi mentre l’io
politico disorientato si affligge e tentenna. Quel che è certo è che
l’industria del tabacco non sarebbe tuttora fiorente, a trent’anni dal
primo rapporto del ministro della Salute, se le nostre assemblee
legislative non fossero corruttibili, se i concetti di onore e
responsabilità personale non avessero ampiamente ceduto il passo
al potere delle querele e del dollaro, e se gran parte della nazione
non approvasse l’idea che la responsabilità aziendale debba
riguardare l’utile netto prima che il consorzio civile. Senza dubbio
alcuni dirigenti si sono comportati in maniera spregevole, ed è
naturale che i paladini della salute pubblica li detestino, cosí come il
nicotinomane arriva infine a detestare le sigarette. Ma assegnare
loro il ruolo di mostri morali – di fonte di ogni male – è soltanto
un’altra forma di intrattenimento da prima serata.

Vendendo l’anima ai consulenti legali, il Grande Tabacco dimostrò


molto tempo fa di aspettarsi che il problema del fumo venisse
definitivamente risolto in tribunale. Forse tra non molto l’industria
subirà una sconfitta cosí devastante in una causa per danni che da
quel momento solo i produttori stranieri potranno permettersi di fare
affari nel nostro paese. O forse una legge della Corte federale
risolverà un problema che il sistema politico si è dimostrato del tutto
incapace di risolvere, e la Corte suprema emetterà una sentenza
che rappresenterà per la questione del fumo quello che Brown
contro il Board of Education ha rappresentato per la segregazione
razziale e Roe contro Wade per l’aborto.
Nonostante la recente defezione della Liggett, è improbabile che
le cause intentate dall’assicurazione sanitaria di cinque stati possano
cambiare i metodi dell’industria. Si potrebbe obiettare, osserva
Kluger, che questi casi equivalgono a «istanze per danni personali
camuffate», e che, secondo un decreto della Corte suprema, le leggi
federali sull’etichettatura delle sigarette rappresentano uno scudo
efficace contro questo tipo di istanze. A rigor di logica, quindi, gli stati
dovrebbero fare causa ai fumatori, non ai produttori. E forse i
fumatori, a loro volta, dovrebbero fare causa alla previdenza sociale
e ai fondi pensione privati per tutti i soldi che risparmieranno grazie
alla loro morte prematura. Le migliori stime del «costo» del fumo su
scala nazionale, inclusi i risparmi dovuti alle morti premature e le
entrate delle tasse d’esercizio, sono cifre negative. Se la salute del
paese venisse misurata con criteri fiscali, commenta ironicamente un
economista citato da Kluger, «il fumo dovrebbe essere
sovvenzionato invece che tassato».
In definitiva, la convinzione che la secolare storia d’amore fra il
paese e le sigarette possa concludersi in modo razionale e
amichevole appare ingenua quanto la convinzione che esista un
modo indolore per disintossicarsi dalla nicotina. Quando smisi per la
prima volta, non toccai una sigaretta per quasi tre anni. Scoprii che
ero in grado di lavorare piú produttivamente senza la distrazione e il
disgusto dovuti all’accumulo di sigarette, ed ero felice di essere
finalmente il non-fumatore che la mia famiglia aveva sempre creduto
che fossi. Alla fine, però, in un periodo di forte smarrimento, mi
rammaricai di avere smesso per gli altri invece che per me stesso. In
quel periodo frequentavo fumatori, e ricaddi nel vizio. Forse ho
smesso di trovare sexy chi fuma, ma per me fumare è ancora sexy. Il
piacere di portare con sé la droga, di arrendersi ai suoi voleri e
rilassarsi dietro un velo di fumo, è assolutamente licenzioso. Se la
longevità fosse il mio interesse principale, potrei spaventarmi tanto
da smettere in questo stesso istante. Ma per il fatalista che pensa
piú al presente che al futuro, la fastidiosa voce della coscienza –
della società, della famiglia – è solo un altro fattore nell’equilibrio
mentale che sorregge il vizio.
«Forse, – scrive Richard Klein in Seduzione della sigaretta, –
smettiamo di fumare solo quando cominciamo ad amare le sigarette,
quando siamo cosí ammaliati dal loro fascino e cosí grati per i loro
benefici che alla fine ci rendiamo conto di ciò che perdiamo
smettendo, di quanto sia urgente trovare sostituti per una parte delle
attrattive e dei poteri che le sigarette combinano alla perfezione».
Vivere con polmoni incontaminati e un cuore non affaticato è un
piacere che spero di preferire presto al piacere di una sigaretta. Per
me stesso, quindi, sono cautamente ottimista. Per la classe politica,
retoricamente divisa tra condanna petulante e negazione
neandertaliana, e assuefatta al veleno dei soldi del tabacco che
circolano nel sistema legale, nelle legislature, nei mercati finanziari e
nella bilancia commerciale, lo sono molto meno.
Qualche settimana fa, a Tribeca, in un crepuscolo alla Magritte, ho
visto una donna a una finestra illuminata al piano alto di un palazzo
di loft. Era in piedi su una sedia e stava abbassando il pannello
superiore di una finestra a ghigliottina. Ha scosso i capelli e ha fatto
un gesto complicato con le braccia, dal quale ho dedotto che si
stesse accendendo una sigaretta. Poi ha appoggiato il gomito e il
mento al pannello e ha soffiato fuori il fumo nell’aria umida. Mi sono
innamorato a prima vista vedendola lassú, metà fuori e metà dentro,
che inspirava contraddizione ed espirava ambivalenza.
(1996).

1 Legge sul confezionamento e le etichette dei prodotti [N. d. T.].


2 Legge sulle sostanze controllate [N. d. T.].
3 Legge sulla sicurezza dei prodotti di consumo [N. d. T.].
4 Legge sulle sostanze tossiche [N. d. T.].
5 Riferimento al libro The Third Wave di Alvin e Heidi Toffler, in cui viene
analizzata la transizione dalla società industriale (o della «Seconda Ondata»)
alla società informatica (o della «Terza Ondata») [N. d. T.].
Il lettore in esilio

Qualche mese fa ho dato via il televisore. Era un vecchio e


massiccio Sony Trinitron, regalo di un amico la cui fidanzata non
sopportava il fischio penetrante emesso dall’apparecchio. Il
rivestimento in finto legno ricordava un’epoca in cui i televisori
tentavano, anche se con scarsi risultati, di passare per mobili –
un’epoca in cui i designer riuscivano ancora a immaginarli spenti. Lo
tenevo in luoghi inaccessibili, tipo il fondo di un armadio, e ottenevo
un’immagine decente solo sedendo a gambe incrociate di fronte allo
schermo e manovrando l’antenna. È difficile guardare la Tv in modo
piú scomodo di quanto facessi io. Eppure sentivo che il Trinitron
doveva andarsene, perché per tutto il tempo che fosse rimasto in
casa, raggiungibile tramite una combinazione di prolunghe, avrei
trascurato la lettura.
Sono nato nel 1959, all’apice di un grande spartiacque
generazionale, e oggi mi trovo di fronte a un atroce dilemma: vivere
senza l’accesso elettronico alla cultura del mio paese, o cercare di
sopravvivere in quella cultura senza la definizione di identità che
ricavo da una regolare immersione nella letteratura. Riesco a
comprendere la mia vita nel contesto di Raskolnikov e Quentin
Compson, non di David Letterman o Jerry Seinfeld1. Ma la vita che
comprendo grazie ai libri mi sembra sempre piú solitaria, lontana dal
panorama mediatico che costituisce il presente di tante altre
persone.
Oggi per ogni lettore che muore c’è uno spettatore che nasce, e a
quanto pare stiamo assistendo, in questa ansiosa metà degli anni
Novanta, al definitivo spostamento di un equilibrio. Per i critici inclini
all’allarmismo, il passaggio da una cultura basata sulla parola
stampata a una cultura basata sulle immagini virtuali – un passaggio
che è cominciato con la televisione e si sta ultimando con il
computer – è un fatto apocalittico. Cosí come Silicon Valley sogna
l’«applicazione imbattibile» che renda il Pc indispensabile a ogni
americano, gli allarmisti cercano un argomento imbattibile che renda
evidente l’imminenza dell’apocalisse.
Un recente tentativo di trovare questo argomento è un libro dal
titolo A Is for Ox, dello studioso Barry Sanders, che sceglie come
punto di partenza due tristi tendenze: l’aumento della violenza fra i
giovani e il calo dei punteggi nelle prove di lingua per l’ammissione
all’università. In risposta al fatto appurato che i bambini non leggono
e non scrivono piú come un tempo, fortunatamente Sanders rifiuta di
affermare che i Pokemon abbiano ucciso Mamma Oca. La Tv è
ancora il cattivo, nella sua cosmologia, ma è colpevole non tanto di
impedire la lettura quanto di sostituirsi all’interazione verbale con
genitori e coetanei. A prescindere dalla qualità dei programmi, un
eccesso di ricezione passiva arresta lo sviluppo orale del bambino e
lo prepara a sentirsi frustrato dalle regole apparentemente arbitrarie
dell’inglese standard. Il computer e la Tv in classe non fanno che
aggravare il distacco dal linguaggio parlato. La frustrazione si
trasforma in risentimento: i ragazzi abbandonano la scuola e, nel
peggiore dei casi, si uniscono alle bande di violenti che Sanders
definisce «post-analfabeti». Egli sostiene che senza
un’alfabetizzazione radicata nell’oralità non può esistere né un io
come noi lo intendiamo, né una coscienza di sé. Interpretare il
passato, compiere scelte nel presente, progettare un futuro, provare
senso di colpa o rimorso – sono attività precluse, secondo Sanders,
ai disumani teppisti di oggi e alla società interamente
computerizzata, priva di cultura sia orale che scritta, di domani.
Il problema di questo argomento imbattibile è che Sanders indica
troppi responsabili. Egli attribuisce la crisi nazionale
dell’alfabetizzazione tanto alla minore quantità di tempo che i genitori
trascorrono con i figli quanto alla televisione che ha riempito il vuoto.
I giovani teppisti, osserva Sanders, oltre a essere teledipendenti,
provengono da famiglie povere e instabili. Siamo dunque di fronte a
un’apocalisse tecnologica, oppure si tratta di una semplice
disfunzione sociale vecchia maniera? Tutte le madri che conosco
proibiscono ai figli di guardare troppa Tv, e stimolano le loro capacità
di resistenza incoraggiandoli a leggere. Come i lettori di questo
saggio, io e i miei amici apparteniamo a quella categoria istruita di
«analisti simbolici» che secondo il ministro del Lavoro Robert Reich
stanno ereditando il mondo. Le generalizzazioni di Sanders sui
«giovani d’oggi» si applicano soltanto a quel segmento della
popolazione (sicuramente molto ampio) che non ha i soldi o il tempo
per vaccinare i propri figli contro i danni piú devastanti dei media
elettronici. Ciò che egli descrive come il sacrificio volontario della
civiltà non è altro che una frattura; e l’ironia di questa frattura è che
quelli con maggiore accesso all’informazione sono anche quelli
meno impastoiati nei cavi che la convogliano.

Tutti coloro che apprezzano simili ironie apprezzeranno anche


Essere digitali di Nicholas Negroponte, una guida al Mondo di
Domani per chi ritiene che qualunque problema creato dalla
tecnologia possa essere risolto da una tecnologia migliore.
Negroponte è il direttore del Media Lab all’M.I.T., e Essere digitali è
una raccolta dei suoi articoli mensili per la rivista «Wired», la
«bibbia» (come l’ho sentita definire) graficamente avventurosa del
cybermondo. «Wired» si sforza di celebrare i privilegi di un gruppo
ristretto senza chiudere la porta ai nuovi arrivati, e ci riesce
vendendo sia visioni che informazioni riservate. Le visioni sono la
specialità di Negroponte. Lui è l’oracolo del gruppo.
I pezzi grossi del governo e dell’industria corrono da Negroponte
in cerca di consigli, e di conseguenza buona parte di Essere digitali
riguarda (come definirla altrimenti?) l’allocazione delle risorse. I
produttori di sistemi per la realtà virtuale devono impiegare la
potenza limitata dei loro computer per aumentare la risoluzione dei
monitor, oppure per migliorare il tempo di reazione del sistema ai
movimenti della testa e del collo dell’utente? Vai con la velocità, dice
Negroponte. Wall Street deve investire in pipeline elettroniche di
grosse dimensioni, oppure in tecnologia televisiva che utilizzi le
pipeline esistenti con maggiore efficienza? Vai con le macchine
piccole e intelligenti, dice Negroponte.
Forse perché il titolo Essere digitali sembra promettere
l’articolazione di un nuovo modo di essere umani, mi ci è voluto un
po’ per capire che il libro non parla della trasformazione di una
cultura, bensí di soldi. Il primo interrogativo di Negroponte su
un’invenzione come la realtà virtuale è se esista un mercato pronto
ad accoglierla. Se tale mercato esiste, qualcuno inevitabilmente lo
sfrutterà, e perciò è inutile chiedere «Ne abbiamo bisogno?» o
«Quali danni potrebbe provocare?» «Il consumatore» è un’allegra
costante nel libro di Negroponte, il suo arbitro preferito.
Essere digitali è pieno di riferimenti a un mondo di
internazionalismo danaroso – gli alberghi di lusso in cui alloggia
l’autore, i suoi pranzi con primi ministri, i voli intercontinentali, le
aziende vinicole della Borgogna, i collegi svizzeri, le bambinaie
bavaresi. La facilità con cui le professioni, il capitale e i segnali
digitali attraversano i confini nazionali si accompagna alla mobilità
della nuova élite informatica, quei fortunati analisti simbolici che,
come parecchie classi dirigenti prima di loro, stanno scoprendo di
avere molto piú in comune con gli eletti di altri paesi che con i
negletti del proprio. Essere digitali si segnala per la totale assenza di
nazionalismo e l’intercambiabilità delle ambientazioni. In una breve
digressione, Negroponte si lamenta perché la gente gli dà lezioni
sulla vita nel mondo reale – «come se – dice lui – vivessi in un
mondo irreale». Ha ragione di lamentarsi. Il suo mondo è reale come
quello delle bande giovanili evocate da Barry Sanders. Ma quei due
mondi si stanno allontanando sempre di piú.
In alto, sopra le nuvole, splende sempre il sole. Negroponte
dipinge un domani di tostapane parlanti, frigoriferi intelligenti e
computer personalizzati («Potrete acquistare una personalità alla
Larry King per l’interfaccia del vostro quotidiano»), che ricorda il
cartone animato I pronipoti nella sua conservazione degli attuali
valori suburbani. Per trovare gli indizi di una trasformazione piú
profonda, bisogna leggere fra le righe. Negroponte ha l’abitudine,
per esempio, di ridurre le funzioni umane a ingranaggi: l’occhio
umano è un «fruitore di immagini», l’orecchio è un «canale», le facce
sono «monitor» e «il pubblico garantito della Disney si rinnova a un
ritmo di oltre 12 500 nascite l’ora». Nel futuro, «i CD-ROM saranno
commestibili, e i processori paralleli si applicheranno sul corpo come
una lozione solare». Il nuovo essere umano digitale si nutrirà non
solo di unità di memoria, ma anche di narcisismo. «Il giornale uscirà
in edizione unica… Si chiamerà “Il mio quotidiano”». Gli scrittori, nel
frattempo, passando dal testo alla multimedialità, assumeranno il
ruolo di «ideatori di scenari teatrali o parchi tematici».
Quando guarda i giovani, Barry Sanders vede facce smarrite,
prive di emozione. Negroponte vede una generazione dotata di
«buone capacità matematiche e un’educazione piú visiva», che
compete allegramente in un cyberspazio dove «la realizzazione in
campo intellettuale non sarà piú patrimonio esclusivo del topo di
biblioteca». Egli adotta una specie di corporativismo terapeutico,
difendendo i videogiochi come maestri di «strategia» e
«pianificazione», e ricordando che suo figlio non era riuscito a
imparare le addizioni e le sottrazioni finché il suo insegnante non
aveva messo il simbolo del dollaro davanti alle cifre. La sua
massima ammissione riguardo all’esistenza di una disfunzione
sociale è la descrizione dei robot che nel prossimo futuro ci
porteranno da bere e spolvereranno le nostre librerie vuote: «Per
ragioni di sicurezza, un robot domestico deve anche saper abbaiare
come un cane feroce».

È facile criticare il deliberato astoricismo di Negroponte; è piú


difficile, tuttavia, disprezzare un autore che comincia il suo libro con
la confessione: «Dato che sono dislessico, non amo leggere».
Negroponte è semplicemente un uomo che si è arricchito
speculando sul futuro e che è disposto, come un investitore di
successo, a rivelare i suoi segreti. Oltre a offrire qualche vaga
certezza («La tecnologia digitale può rivelarsi una forza della natura
che attirerà la gente in una grande armonia mondiale»), egli non
finge che la sua rivoluzione possa risolvere problemi piú seri della
seccatura di recarsi al Blockbuster per noleggiare un film.
In una cultura di false prospettive, dove Johnny Cochran può
sembrare piú alto di Boris Eltsin, è difficile capire se Internet sia
davvero una novità importante. Russell Baker ha paragonato
l’esaltazione della Rete all’esaltazione dell’energia atomica negli
anni Cinquanta, quando gli imbonitori dell’industria promettevano
che presto l’ammontare delle bollette mensili sarebbe sceso a
«pochi centesimi». Gli attuali sostenitori della tecnologia non
possono offrire ai comuni consumatori un beneficio misurabile come
l’elettricità a buon mercato. Le qualità del prodotto, al contrario, sono
immateriali, e vengono comunicate tramite il linguaggio della salute e
della tendenza.
La tecnologia digitale, si dice, è una buona medicina per una
società sofferente. La Tv ci ha dato il governo dell’immagine;
l’interattività restituirà il potere al popolo. La Tv ha prodotto milioni di
bambini ineducabili; i computer li istruiranno. I palinsesti decisi
dall’alto ci hanno isolati; le reti di persone comuni torneranno a
unirci. Essere digitali, oltretutto, è una medicina squisita. È un
piacere della cultura di massa che siamo invitati a concederci. In
verità, alcune delle cose migliori trasmesse dalla televisione sono
finanziate dall’Ibm: suore in un convento italiano che parlano
sottovoce di Internet, uomini d’affari marocchini che sorseggiano tè
alla menta e discutono di interfacce. Queste pubblicità sono anche,
allo stesso tempo, sfarzosi esempi di arte postmoderna. Certo, tale
arte serve semplicemente a far sembrare inevitabile l’elargizione dei
nostri dollari alla Ibm. Ma ormai la popolarità si giustifica da sola.
Se stessi costruendo il mio argomento imbattibile contro la
rivoluzione digitale, comincerei dal fatto che tra i suoi sostenitori ci
sono sia Newt Gingrich che Timothy Leary. Qui c’è qualcosa che non
torna. Douglas Rushkoff, nel libro Media Virus! – una lunga
esplorazione della controcultura mediatica –, cita uno scettico
pensatore New Age che offre questa rosea immagine della
rivoluzione: «Non esiste piú uno spazio privato. L’idea di una cultura
scritta è fondamentalmente borghese – il gentiluomo che si ritira a
riflettere nel suo studio tappezzato di libri. È un concetto molto
elitario». Robert Coover, in un paio di saggi dello stesso tenore
pubblicati dal «Times Book Review», promette che l’ipertesto
sostituirà «il percorso a senso unico» del romanzo tradizionale con
opere leggibili in molti modi diversi, liberando cosí i lettori dal
«dominio dell’autore». Nello stesso tempo, un gruppo di autori New
Age vicini al presidente della Camera dei rappresentanti Gingrich
promuove l’assemblea cittadina elettronica come il perfetto antidoto
allo stanco liberalismo della Seconda Ondata2. Laddove Wall Street
vede un guadagno per gli investitori, i visionari di ogni credo politico
vedono potere per le masse.
Il fatto che le notizie di questo futuro migliore continuino ad
arrivare a mezzo stampa – nella «tombale, scostante oppressione
della carta», come ha scritto un giornalista di «Wired» – può essere
semplicemente un paradosso di obsolescenza, come la necessità di
andare a cavallo fino al concessionario dove compreremo la nostra
prima macchina. Ma Negroponte, spiegando perché ha deciso di
pubblicare un libro vero e proprio, rivela il motivo sorprendente della
sua scelta: i multimedia interattivi lasciano poco spazio
all’immaginazione. «La parola scritta, invece, – afferma Negroponte,
– suscita immagini ed evoca metafore che traggono gran parte del
loro significato dall’immaginazione e dalle esperienze del lettore.
Quando leggete un romanzo, i colori, i suoni e i gesti vengono in
larga misura da voi».
Se prendesse sul serio la salute della collettività, Negroponte
dovrebbe analizzare piú a fondo questo concetto e chiedersi che ne
sarà del tono muscolare della nostra immaginazione in un’era
completamente digitale. Ma potete star certi che né lui né gli
intransigenti interessi aziendali di cui è portavoce sono inclini a
sentimentalismi. La verità è semplice, anche se sgradevole. Il
romanzo sta morendo perché il consumatore non lo vuole piú.

I romanzi non sono affatto morti, naturalmente – basta chiedere ad


Annie Proulx o a Cormac McCarthy. Ma il Romanzo, inteso come
sede di autorità culturale, sta vacillando, e in The Gutenberg Elegies,
una raccolta di saggi dal sottotitolo The Fate of Reading in an
Electronic Age, Sven Birkerts si dichiara sorpreso e costernato
perché il declino della narrativa non ha suscitato grande dolore.
Nemmeno i professionisti della critica letteraria, che dovrebbero
essere i principali difensori del romanzo, hanno lanciato l’allarme, e
Birkerts, a sua volta critico letterario, sembra un soldato leale
abbandonato dal suo reggimento. Il tono delle sue elegie è
coraggioso ma sconsolato.
Birkerts comincia la difesa del romanzo parlando della propria
infanzia in una famiglia di immigrati, e di come fosse giunto a capire
se stesso leggendo Jack Kerouac, J. D. Salinger e Hermann Hesse.
Quegli scrittori, cosí come i loro eroi emarginati e romantici,
divennero modelli da imitare e con i quali confrontarsi. Piú tardi, nella
landa emotivamente desolata su cui tanti vennero depositati
dall’ondata idealistica degli anni Sessanta, Birkerts superò anni di
depressione leggendo, lavorando nelle librerie e, infine, diventando
recensore. «Praticamente, – dice, – sono stato salvato dai libri».
Libri come catalizzatori di realizzazione personale e libri come
santuari: i due concetti sono appaiati perché Birkerts ritiene che
«l’introspezione, la componente piú riflessiva dell’io», richieda uno
«spazio» in cui l’individuo possa riflettere sul significato delle cose.
Paragonata allo stato di chi guarda un film o consulta un ipertesto, la
concentrazione sul romanzo appare piú vicina a uno stato
meditativo, e Birkerts dà il meglio di sé quando delinea le sottigliezze
di quello stato. Questa è la descrizione del suo primo approccio a un
romanzo: «Sento uno strattone. La catena si è accoppiata alla ruota
dentata; sento partire l’ingranaggio, poi scivolo in avanti». E questa è
la sua acuta replica alla promessa che l’ipertesto ci libererà
dell’autore: «Questo “dominio dell’autore” è stato, almeno finora, lo
scopo della lettura e della scrittura. L’autore padroneggia le risorse
del linguaggio per creare una visione che coinvolgerà e in qualche
modo soggiogherà il lettore; il lettore si impegna ad assoggettarsi
alla volontà creativa di qualcun altro». Birkerts che parla di lettura è
come M. F. K. Fisher che parla di cucina o Norman Maclean che
parla di pesca con la mosca. Le loro descrizioni sono decisamente
invoglianti.
La visione idilliaca dello studio tappezzato di libri si contrappone,
tuttavia, a un violento allarmismo. Nel declino del romanzo, Birkerts
non vede soltanto una trasformazione dei nostri passatempi abituali.
Egli vede un mutamento nella natura stessa dell’umanità. Nei suoi
incubi, in realtà, «non ci sono neotrogloditi che grugniscono e
maneggiano la clava, ma efficienti e ricchi manager informatici che
vivono ai livelli piú bassi di ciò che significa essere umani e non si
accorgono della differenza». Birkerts ammette che la tecnologia ci
ha fornito prospettive piú globali e tolleranti, ha facilitato il nostro
accesso all’informazione, ha ampliato la nostra definizione di noi
stessi. Ma, come sottolinea ripetutamente, «piú i nostri sistemi di
accesso laterale diventano complessi e sofisticati, maggiore è il
sacrificio in termini di profondità». Invece di Augie March3, Arnold
Schwarzenegger. Invece del campo di battaglia di Manassas, un
parco tematico. Invece di narrazioni che organizzano il mondo, una
mappa del mondo complessa come il mondo stesso. Invece di
un’anima, l’appartenenza a una moltitudine. Invece di saggezza,
dati.
Nella conclusione delle Elegies, Birkerts evoca, dalle pagine della
rivista «Wired», il Diavolo in persona, «mellifluo e baldanzoso», un
«mago delle sequenze binarie» che propone di rimpiazzare la fatica
dell’esistenza terrena con un «sogno vivido e piacevole». In cambio
vuole soltanto l’anima dell’umanità. Birkerts confessa di invidiarlo:
«Mi chiedo, come quando al liceo mi confrontavo con i tipi eleganti e
atletici, con i capitani di squadra e i rappresentanti di classe, se in
fondo non rinuncerei a tutti quei dubbi e quelle domande per essere
semplicemente come lui». Eppure, nonostante sia tentato dalla
sensualità della tecnologia diabolica, una voce dal cuore gli dice:
«Rifiutala».
La tecnologia come incarnazione del Diavolo, l’essere digitali
come perdizione: considerato che una scrittrice contemporanea
come Toni Morrison ha un pubblico molto piú vasto di quello che
aveva Jane Austen ai suoi tempi, le iperboli di Birkerts non
sembrano motivate da un’analisi oggettiva. Egli ci fornisce un indizio,
credo, quando accenna al proprio modo di vivere al di sotto di ciò
che significa essere umani. Birkerts parla di sigarette, di birre, di
macabre premonizioni di sventura, di insonnia, di tetri pensieri. Egli
cita come pubblico principale dei suoi libri i numerosi amici che si
rifiutano di ammettere l’oscurità culturale di questo periodo e
riducono gli sviluppi dell’elettronica a una valorizzazione della parola
scritta. «A volte mi chiedo se io e i miei riflessivi amici viviamo nello
stesso mondo… Naturalmente preferisco pensare che sia un
problema loro».
Queste righe sono intrise di depressione e di quel senso di
alienazione che è una diretta conseguenza della depressione.
Niente aggrava questa alienazione come quella valanga di tendenze
che la televisione ha creato e che i venditori della rivoluzione digitale
stanno sfruttando. Non è un caso che Birkerts individui l’apocalisse
nelle pagine di una rivista di tendenza come «Wired». Egli è ancora
il ragazzo solitario delle superiori, escluso dalle compagnie «in» e
dunque spinto verso i piaceri alternativi e piú «genuini» della lettura.
Ma cosa c’è di tanto sbagliato, potremmo chiedergli, nell’essere un
ricco ed efficiente manager informatico? I capitani di squadra e i
rappresentanti di classe sono davvero senz’anima?
L’elitarismo è il tallone d’Achille di ogni seria difesa dell’arte, un
facile bersaglio per le frecce avvelenate della retorica populista.
L’elitarismo della letteratura moderna è senz’altro peculiare –
un’aristocrazia dell’alienazione, una confraternita di dubbiosi e
insicuri. Tuttavia, dopo aver espresso il sospetto che i non-lettori
considerino la lettura «come una specie di giudizio di valore, un atto
elitario ed escludente», Birkerts è abbastanza coraggioso da
confermare le loro peggiori paure: «L’atto di leggere è un giudizio.
Chi legge considera insufficienti le conoscenze e le priorità che
governano la vita comune». Se si fosse fermato qui, alla dura realtà
del fascino selettivo della letteratura, The Gutenberg Elegies
sarebbe stato un peana incontestabile, per quanto inascoltato. Ma
dato che i libri gli hanno salvato la vita, e dato che non sopporta il
pensiero di un mondo senza letteratura, Birkerts cede al fascino di
un’altra, piú popolare difesa dell’arte: una difesa «politically correct»
che evita l’elitarismo. In poche parole, mentre la tecnologia è un
semplice palliativo, l’arte è terapeutica.
Ammetto di essere sensibile a questo argomento. È il motivo per
cui ho tolto di mezzo il Trinitron e sono tornato ai libri. Ma cerco di
tenerlo per me. Può darsi che le famiglie infelici siano esteticamente
superiori a quelle felici, la cui felicità risulta monotona, ma le famiglie
«disfunzionali» non lo sono affatto. È facile difendere un romanzo
sull’infelicità; tutti conoscono l’infelicità: fa parte della condizione
umana. Un romanzo sulla disfunzione emotiva, tuttavia, si riduce a
manicheismo utilitario. Esso può diventare l’espressione di una
funesta condiscendenza, che ostacola il ritorno alla salute con la
celebrazione della patologia, oppure una lezione pratica, che aiuta i
lettori a comprendere e superare le proprie disfunzioni. L’ossessione
per la salute sociale produce un’analoga volgarità: se un romanzo
non è parte della soluzione politica, allora deve essere parte del
problema. Il dottorando che «denuncia» Joseph Conrad come
colonialista è simile al comitato scolastico che bandisce Holden
Caulfield come pessimo modello di comportamento – simile anche,
purtroppo, a Birkerts, la cui insistente difesa della lettura parte dal
presupposto che i libri debbano in qualche modo «servirci».
Io amo i romanzi quanto Birkerts, e anch’io sono stato salvato dai
libri. La sua arringa, quella di un lobbista nella causa della letteratura
che richieda un sussidio intellettuale per il suo cliente, mi
commuove. Ma gli scrittori vogliono che le loro opere siano un
piacere, non una medicina. Attribuire la decadenza del romanzo alle
tecnologie infernali e ai critici traditori, come fa Birkerts, non
eliminerà il danno, cosí come non lo eliminerà l’argomento che la
lettura ci rende migliori. In definitiva, se gli scrittori vogliono che le
loro opere siano lette, la responsabilità di renderle avvincenti e
indispensabili ricade esclusivamente su di loro.

Tuttavia resta ancora un fatto spiacevole, e cioè che, come


afferma Birkerts, «la vita quotidiana dell’americano medio è ormai
Teflon per lo scrittore». Un tempo, i personaggi occupavano campi
carichi di status e geografia. Oggi il mondo è sempre piú binario. Si
divide in coloro che hanno e coloro che non hanno. Le persone sono
funzionali oppure disfunzionali, nervose oppure stanche. Le famiglie
infelici, forse anche piú di quelle felici, sono tutte ugualmente
incollate alla Cnn, al Re Leone, ad America Online. Non è solo una
questione di riferimenti culturali; è il tessuto stesso delle loro vite. E
se il lavoro dello scrittore si basa sulla creazione di personaggi
complessi su un ampio sfondo sociale, come si fa a scrivere un
romanzo se gli elementi sullo sfondo sono indistinguibili da quelli in
primo piano?
«La narrativa – secondo Birkerts – mantiene la propria vitalità
culturale solo finché riesce a portare ai lettori informazioni
significative su cosa significhi vivere nel mondo attuale». Egli ha in
mente le opere di ampio respiro e di grande successo scritte da
Tolstoj e Dickens, Bellow e Steinbeck, e non c’è dubbio che la forma
del romanzo stia subendo lo stesso destino della tragedia
shakespeariana e dell’opera verdiana. Ma forse la notizia della sua
morte non ha l’importanza che Birkerts le attribuisce. Può darsi che il
pubblico del romanzo sia drasticamente diminuito negli ultimi
decenni, ma la vitalità culturale ha dovuto rassegnarsi al silenzio,
all’inganno e all’esilio per tutto il nostro secolo tecnologico. Kafka ha
detto a Max Brod di volere che i suoi romanzi venissero bruciati,
Henry Green e Christina Stead sono caduti nell’oblio quando erano
ancora in vita, Faulkner e O’Connor si sono nascosti nel Sud rurale. I
piú originali e lungimiranti romanzieri contemporanei non solo
accettano le tenebre, ma le cercano alacremente. «Tutto nella
cultura si oppone al romanzo, – ha detto Don DeLillo in un’intervista
al “Paris Review”. – Ecco perché abbiamo bisogno di uno scrittore
antagonista, di un romanziere che scriva contro il potere, le
multinazionali, lo stato o l’intero apparato di assimilazione».
L’idea moderna dello scrittore antagonista ha una lunga tradizione,
e le sue varianti piú recenti risalgono almeno alla prima guerra
mondiale, quando lo scrittore satirico Karl Kraus si definiva
«l’inguaribile contrario» della compagine formata da tecnologia,
mezzi di informazione e capitale. Un’idea che ha impiegato piú
tempo per emergere, ma che è implicita in un’opera come The
Gutenberg Elegies, è quella del lettore antagonista. Il paradosso
della letteratura è che la sua élite è puramente autoselettiva.
Chiunque sappia leggere è libero di farne parte. E, mentre l’élite
informatica continua a farsi iniezioni di letteratura, una certa
percentuale di lettori passerà inevitabilmente, come il mitico
fumatore di marijuana, a roba piú pesante. Cosí, mentre la mobilità
sociale ingrossa le file dei negletti, le anime irrequiete avranno
sempre piú motivi per cercare metodi di opposizione – «per
immaginare un altrove, – secondo la descrizione che Birkerts dà
della lettura, – e andare a cercarlo». L’apparente democrazia delle
odierne reti digitali è un prodotto della loro infanzia. Prima o poi, ogni
organismo sociale passa dall’anarchia alla gerarchia, e qualunque
ordine scaturito dal caos primordiale della Rete sarà probabilmente
distopico quanto utopico. Su tutto questo incombe la minaccia di una
noia mortale. Ma anche se la rivoluzione digitale dovesse
trasformarsi in una versione liberista del totalitarismo staliniano sorto
dalla rivoluzione bolscevica, l’effetto perverso potrebbe essere
un’elevazione dello status della lettura. Il mondo dei samizdat, il gran
numero di lettori che impararono a memoria le opere complete di
Osip Mandel'štam e Anna Achmatova, dovrebbe ricordarci che la
lettura può sopravvivere, e persino prosperare, in esilio.
Entrambi, non solo Negroponte che non ama leggere, ma anche
Birkerts che considera imminente la fine della storia, sottovalutano
l’instabilità della società e l’indisciplinata varietà dei suoi membri.
L’apoteosi elettronica della cultura di massa ha semplicemente
riconfermato l’elitarismo della letteratura, che si era fugacemente
eclissato nel periodo d’oro del romanzo. Il declino dell’autorità
culturale della letteratura mi addolora, e assisto con rammarico al
sorgere di un’era cosí ansiosa da rendere insostenibili i piaceri del
testo. Non credo che molti altri si libereranno del televisore. Forse io
stesso non resisterò a lungo senza comprarne un altro. Ma la prima
lezione che impariamo dalla lettura è come stare soli.
(1995).

1 Rispettivamente: protagonista di Delitto e castigo di F. M. Dostoevskij;


personaggio dell’Urlo e il furore di W. Faulkner; famoso conduttore di talk-
show televisivi; attore comico, autore e protagonista della serie televisiva
Seinfeld [N. d. T.].
2 Citato riferimento al libro The Third Wave di Alvin e Heidi Toffler [N. d. T.].
3 Protagonista del libro di Saul Bellow Le avventure di Augie March [N. d.
T.].
La prima città

Due fatti accaduti quest’anno mi hanno spinto a chiedermi perché


le città americane in generale e New York in particolare si diano
ancora la pena di esistere. Il primo è stato un volo di ritorno da St
Louis. Ero seduto vicino a una donna intelligente e simpatica di
Springfield, Missouri, che stava portando il figlio undicenne a trovare
i parenti a Boston. Il bambino aveva già guadagnato punti estraendo
dallo zaino un libro invece che un Game Boy, e quando la madre mi
disse che avrebbero passato due giorni a New York e che quella era
la prima volta che suo figlio ci andava, le chiesi quali luoghi avessero
intenzione di visitare. «Vogliamo andare al Fashion Cafe, – rispose,
– e poi proveremo a entrare al Today Show1. È lí che ci si mette
davanti alla finestra e si appare in Tv? Mio figlio ci vuole andare». Le
dissi che non sapevo niente di quella finestra, e che sembrava
davvero interessante, poi chiesi se non avrebbero visitato la Statua
della Libertà e l’Empire State Building. La donna mi lanciò una
strana occhiata. «Ci piacerebbe anche vedere Letterman, – disse. –
Crede che sia possibile trovare i biglietti?» Le risposi che la
speranza è l’ultima a morire.
Dopo questo, che mi ricordò come per il resto della nazione New
York sia ormai in larga misura una città della mente – o al massimo il
teatro della magica trasformazione delle immagini in realtà –, il
secondo fatto fu una passeggiata a Silicon Alley, in Lower
Manhattan. Silicon Alley è un quartiere dove l’idillio fra la gente «in»
di downtown e la rivoluzione digitale è uscito dalle camere da letto
dei piani alti e ha messo su casa dietro le vetrine; vidi ragazze simili
a fotomodelle, che non sarebbero entrate al Fashion Cafe neanche
morte, raggrupparsi intorno ai computer mentre guru dalla testa
rasata le aiutavano a configurarli. Il Cyber Cafe, al 273 di Lafayette
Street, è uno strano fenomeno. Secondo il dogma del Web, non
dovrebbe esistere. «Muoversi con un clic nel cyberspazio, – scrive
William J. Mitchell nel suo recente manifesto, Città di bit. – Questo è
il nuovo tipo di passeggiata cittadina… una città sradicata da
qualsiasi luogo definito sulla superficie terrestre, plasmata dai vincoli
delle connessioni e della larghezza di banda invece che
dall’accessibilità e dal prezzo dei terreni, con un funzionamento
prevalentemente asincrono, e abitata da individui disincarnati e
frammentari che rappresentano una collezione di pseudonimi e alter
ego». Eppure il Cyber Cafe – per non parlare delle migliaia di locali,
gallerie d’arte, librerie e caffè non cyber che sorgono nel raggio di un
chilometro – assomiglia moltissimo a una passeggiata vecchio stile,
dove la gente va per vedere ed essere vista.
Due New York, quindi: la prima è una provincia virtuale di Planet
Hollywood; la seconda è un luogo definito sulla superficie terrestre,
popolato da giovani che proprio mentre si disincarnano e si
frammentano non sanno resistere al desiderio di Esserci. Fra la New
York dell’immaginario di Springfield e la New York di Lafayette Street
c’è una frattura che mi sento ben preparato a comprendere. Sono
cresciuto nel Missouri, e negli ultimi quindici anni mi sono trasferito a
New York sei volte. In nessuna di queste occasioni c’erano ad
attendermi un lavoro o una comunità di persone già formata. Il
mestiere di scrittore mi consente di vivere dove voglio, perciò
sarebbe logico che scegliessi un luogo poco costoso. Tuttavia, ogni
volta che mi trovo in uno di questi luoghi poco costosi mi sento di
nuovo chiamato a infliggermi la vita newyorchese – e questo
nonostante il timore di vicini con televisore e pianoforte, l’avversione
per il provincialismo della metropoli e l’immunità alla «vitalità
culturale» cittadina. Quando sono qui, passo molto tempo in casa; di
solito entro nei musei e a teatro all’ultimo minuto, in preda al panico,
prima di andarmene da un’altra parte. E nonostante adori Central
Park e la metropolitana, non provo un travolgente per la Grande
Mela nel suo complesso. Questa città ha ben poco della desolazione
commovente di Philadelphia, per esempio, e nulla della profonda
familiarità di Chicago, dove sono nato. Quello che mi attira, ogni
volta, è la sicurezza. In nessun altro luogo sono al sicuro dalla
domanda: Perché qui?
Gli affitti elevati di Manhattan, in particolare, dimostrano che la
gente non vuole fuggire da questa città, ma viverci. Non è un caso
che i parigini adorino New York. Qui, nonostante la griglia di strade
ortogonali, si sentono a casa, dato che una delle caratteristiche
peculiari dell’Europa è che i suoi centri urbani continuino ad attirare,
invece che respingere, la vita pubblica. Al contrario, per un
americano del Midwest come me, desideroso di un senso di
collocazione culturale, New York è il posto migliore dopo l’Europa.
Eppure quasi tutte le metropoli americane sono fortemente
centrifughe, e il contrasto fra i nostri centri cittadini privi di vita e gli
animati centri delle città europee ha spinto l’architetto e saggista
Witold Rybczynski a chiedersi: «Perché le nostre città non sono
cosí?» Nel suo libro City Life, pubblicato di recente, Rybczynski si
propone di esaminare le «aspettative urbane» del Nuovo Mondo.
Nonostante dedichi buona parte del libro a spiegare il diverso
aspetto delle nostre città, Rybczynski si rende conto che quel «cosí»
significa qualcosa di piú profondo: una vitalità urbana, un senso di
familiarità con l’idea di vivere in città. Washington, D.C., ha
boulevard diagonali in stile parigino, edifici di altezza uniforme e
un’architettura monumentale, eppure nessuno scambierebbe una
strada residenziale di Washington alle dieci di sera per il
Quattordicesimo Arrondissement. Inoltre, non si può negare l’attuale
avversione del nostro paese nei confronti delle città. Lo stato di New
York si è vendicato di Gotham City nella persona di George Pataki2; i
tagli in programma per l’assicurazione sanitaria statale, i servizi
sociali e altri programmi federali colpiscono i centri cittadini come
missili balistici intercontinentali; e i gruppi che l’attuale maggioranza
repubblicana al Congresso, proveniente in gran parte da piccoli
centri e dalla costa occidentale, considera un elemento di disturbo –
i poveri, i gay, le élite liberali, i musicisti rap, gli artisti finanziati dal
Nea3, i burocrati governativi – sono concentrati, guarda caso, nelle
grandi città.
City Life rintraccia le origini di questa ostilità. Durante una visita a
Williamsburg, Virginia, Rybczynski dice di essere stato colpito non
«dal suo intenso carattere “storico”… ma piuttosto dalla sua aria
familiare». Williamsburg è il prototipo della piccola città americana,
che si distingue non solo per «l’abbondanza di spazio», ma anche
per la relazione con la natura. Le città europee erano
tradizionalmente racchiuse entro mura di pietra e muri di classe;
l’appartenenza alla borghesia (letteralmente, «abitanti della città»)
comportava parecchi privilegi gelosamente difesi. Le città americane
furono aperte fin dall’inizio. «I costruttori di città, – dice Rybczynski,
circondati da distese di territorio selvaggio, – non reagirono
enfatizzando il contrasto fra la natura e l’uomo, ma incorporando il
piú possibile l’elemento naturale nella città, sotto forma di spiazzi
erbosi, viali alberati o grandi parchi». Eppure la città coloniale finí col
diventare una vera e propria «celebrazione della casa», e questo
perché i colonizzatori del Nordamerica provenivano da Inghilterra e
Olanda, due paesi in cui i cittadini agiati, a differenza dei loro
omologhi di altre nazioni europee, avevano una spiccata preferenza
per le case di proprietà. In America, anche la gente con pochi mezzi
poteva permettersi di acquistare una casa, e la terra era cosí
abbondante che ogni casa aveva un giardino privato. E il
decentramento della società non era soltanto una questione di
spazio. Rybczynski individua agli inizi della nostra storia «una
sorprendente tendenza verso una diffusa omogeneità», e riferisce
che nel 1830 Alexis de Tocqueville, perlustrando i boschi americani
in cerca di contadini, trovò invece un colono che leggeva libri e
giornali e parlava «il linguaggio della città». A parte gli schiavi
africani e i nativi americani, eccezioni che confermano la regola, non
c’erano contadini al di sopra del Rio Grande, e il risultato di questa
frattura tra campagna e vita campestre era tipicamente americano:
una vita cittadina senza città.
Nel racconto di Rybczynski, i primi centocinquant’anni di storia
postcoloniale americana non furono altro che una deviazione
dall’inevitabile realizzazione di questi ideali proto-suburbani. La
praticità quacchera e la grande quantità di immigrati fecero sí che
Philadelphia, per esempio, che William Penn aveva progettato come
una «verde città di campagna», vedesse in poco tempo il suo ampio
reticolo di strade lottizzato dagli speculatori e ricoperto di villette a
schiera. Il reticolo di Penn, e non la sua utopia verde, divenne la
norma per le grandi città americane. Inoltre, in mancanza di una
nozione di città come incomparabile ricettacolo di cultura, era quasi
inevitabile che la città americana diventasse un’impresa puramente
commerciale. Per quanto l’aristocrazia urbana agognasse alle
raffinatezze europee, i tentativi di rendere le città piú «simili a Parigi»
– il progetto di Daniel Burnham per una Chicago orizzontale fatta di
parchi e viali è forse il piú famoso – di lí a poco si scontrarono con il
vantaggio economico dei grattacieli o affondarono sotto le ondate di
immigrazione. Come afferma Rybczynski, «la città redditizia sostituí
la città bella».
Eppure la città redditizia funzionava. I primi decenni del secolo
furono il periodo d’oro della vita urbana americana. Di solito non
rimpiango di non essere vissuto in un’epoca precedente (penso
sempre che sarei morto di una malattia che stava per essere
debellata), ma faccio un’eccezione per gli anni in cui le città erano il
cuore del paese, gli anni di Lou Gehrig4 e Harold Ross5, degli
Automat e dei grattacieli, dei tram, delle fedore e delle stazioni
ferroviarie piene di gente. Faccio questa eccezione proprio perché
quell’epoca sembra cosí anomala, cosí estranea al continuum che
collega i coloni di Williamsburg e i boscaioli urbani di Tocqueville agli
abitanti delle enormi distese di villette a schiera dei giorni nostri. In
quell’epoca la nazione avrebbe potuto prendere un orientamento
meno scialacquatore, piú attento alla collettività, piú europeo.
Ironicamente, quei decenni furono forse l’unico periodo in cui le
città europee guardarono a ovest in cerca di ispirazione. Se c’è un
cattivo in City Life è Le Corbusier, il quale, dotato di quello che
Rybczynski chiama «un dono warholiano per l’autopromozione», girò
il mondo propagandando la propria visione della Città Radiosa del
futuro. City Life presenta un interessante contrasto fra l’eroico lavoro
descrittivo di un uomo del diciannovesimo secolo come Tocqueville e
la perniciosa stupidità di un rappresentante del ventesimo secolo
come Le Corbusier con la sua visione normativa: supergrattacieli
circondati da prati e superstrade; una separazione cartesiana del
lavoro dal gioco, delle abitazioni dal commercio. Quando Le
Corbusier propose di radere al suolo duecentoquaranta ettari nel
centro di Parigi, venne ignorato da tutti, eccetto i suoi colleghi
intellettuali francesi. In America, tuttavia, le sue idee influenzarono
una generazione di urbanisti e finirono con l’ispirare centinaia di
progetti di «rinnovamento» urbano. Gli abitanti di Manhattan
convivono tuttora con la radiosità dei dormitori della Nyu e delle case
popolari di East Harlem.
Ma il progetto della Città Radiosa, i cui difetti sono riconosciuti
ormai da tempo, non avrebbe potuto uccidere il centro delle città
americane da solo. Kenneth T. Jackson conclude il suo studio sulla
suburbanizzazione americana, Crabgrass Frontier, con un’eccellente
analisi del «decentramento residenziale». Jackson attribuisce lo
straordinario tasso di suburbanizzazione degli Stati Uniti a due
cause fondamentali: il pregiudizio razziale e il costo ridotto delle
case. I sobborghi forniscono un rifugio sicuro ai bianchi ansiosi, e
svariati fattori – alto reddito procapite, terreni e trasporti a buon
mercato, finanziamenti governativi e agevolazioni fiscali – hanno
reso la fuga accessibile alla grande classe media.
Le piú rilevanti aspettative urbane dell’America contemporanea,
quindi, prevedono centri cittadini poveri e privi di bianchi e sobborghi
di tranquillizzante omogeneità. Rybczynski, stranamente, dimentica
queste particolari aspettative. L’ultimo capitolo di City Life, «Il meglio
di entrambi i mondi», decanta la comunità di Chestnut Hill, che
diventò il rifugio della classe media di Philadelphia nei primi decenni
del secolo, quando un miliardario locale di nome George Woodward
costruí insieme al suocero alcune centinaia di belle case in scisto del
Wissahickon. L’area residenziale di Woodward, con la sua media
densità di popolazione, l’abbondanza di verde e l’architettura
accuratamente progettata, si ispirava allo Hampstead Garden
Suburb, un quartiere modello costruito nei dintorni di Londra nel
1906. In Vita e morte delle grandi città, Jane Jacobs osserva che i
sobborghi residenziali, dato che non hanno né le strade animate
delle vere città né la privacy dei veri sobborghi, prosperano solo se
gli abitanti sono omogenei e relativamente ricchi. Rybczynski
contraddice Jacobs affermando che la comunità di Chestnut Hill,
dove ora Rybczynski possiede una casa, «è diventata piú
eterogenea dal punto di vista sociale ed economico». La elogia
definendola «città e villaggio allo stesso tempo», «un’Arcadia con
una lieve patina di urbanizzazione», con una strada centrale,
Germantown Avenue, che è «proprio il tipo di quartiere pedonale
vecchio stile che piace tanto alla gente». Parla della «lunga» lista
d’attesa per affittare una residenza Woodward.
Per constatare la realtà delle città americane, vale la pena di
osservare piú da vicino il quartiere in cui vive Rybczynski. L’ultima
volta che mi sono trasferito a New York, venivo da Philadelphia. Io e
mia moglie avevamo sentito parlare della lista d’attesa per le
residenze Woodward, e restammo sorpresi quando, durante il
colloquio previsto per tutti i richiedenti, ci fu detto che c’erano
parecchie case disponibili fin da subito. Solo piú tardi venimmo a
sapere che tutte le famiglie che abitavano nelle residenze Woodward
del nostro quartiere, in una città prevalentemente nera come
Philadelphia, erano bianche. Il supermercato ben fornito e il centro
commerciale piú vicini si trovano entrambi in quartieri misti, e sono
poco frequentati dai bianchi di Chestnut Hill. Quando facevo la
spesa in quei luoghi ero colpito dalla cordialità e dalla gentilezza
esemplari con cui venivo trattato. Sapendo che un cliente di colore in
un centro commerciale o in un supermercato frequentato
prevalentemente da bianchi avrebbe probabilmente avuto
un’esperienza del tutto diversa, non potevo fare a meno di chiedermi
se quella gentilezza non avesse un significato letteralmente
esemplare. Del tipo: Vorremmo essere trattati come stiamo trattando
te.

Le prime città degli stati europei erano spesso capitali sotto ogni
punto di vista – commerciale, culturale, governativo e demografico.
L’America delle origini, invece, era cosí decentrata e diffidente nei
riguardi del potere centralizzato che solo intorno al 1900, quando
Wall Street e i mass media diventarono il governo ombra della
nazione, le quattro funzioni vennero riunite nella città di New York. Il
primato di New York è tuttora inalterato, e lo dimostra il fatto che
continui a fare da parafulmine per il risentimento nazionale. Quando
gli americani inveiscono contro «Washington», si riferiscono
all’astrazione del governo federale, non al District of Columbia. New
York è detestata come luogo reale – per la sua volgarità, la sua
arroganza, le sue folle e la sua sporcizia, la sua depravazione e cosí
via. Un diffuso risentimento è il miglior elogio che una città possa
ricevere, e alimentando l’idea della Mela come Frutto Proibito della
nazione, tale risentimento garantisce non solo che le anime
ambiziose del tipo «If I can make it there, I’d make it anywhere»
continueranno a gravitare su New York, ma anche che la gioventú
culturalmente ribelle degli stati centrali le seguirà. Non c’è modo
migliore per rifiutare il luogo dove si è nati, per dichiarare l’intenzione
di reinventare se stessi, che trasferirsi a New York; parlo per
esperienza personale.
Mi preoccupa un po’, quindi, che la città abbia ricevuto l’elogio
supplementare di un’enciclopedia da un milione e mezzo di parole.
The Encyclopedia of New York City, curata dallo stesso Kenneth
Jackson che ha scritto Crabgrass Frontier, mi sembra un vero e
proprio epitaffio. L’Encyclopedia ha la mole e l’ambizione di un
monumento. È un imponente elenco per un’epoca innamorata degli
elenchi. Appena l’ebbi fra le mani, la sfogliai in cerca della voce
«Fogne», un argomento sempre affascinante. Trovai una buona
panoramica storica, ma nessun accenno al dramma quotidiano delle
fogne contemporanee. In realtà, quasi tutti gli articoli piú lunghi
dell’Encyclopedia sono afflitti da una soporifera uniformità. Ogni
voce comincia con qualche segreto vagamente folcloristico sui
primordi della città (alla voce «Intellettuali», per esempio, scopriamo
che «il piú importante circolo intellettuale della fine del diciottesimo
secolo era il Friendly Club»), porta avanti l’argomento con
ostinazione decennio dopo decennio, spesso prendendo un buon
ritmo intorno al 1930 (cosí, sotto «Intellettuali», «The New Republic»
e «The Partisan Review» sono trattati abbastanza per esteso), e
infine si esaurisce piuttosto miseramente quando arriva all’epoca
attuale («A metà degli anni Novanta… le maggiori riviste d’opinione
avevano ancora sede a New York, ma il loro punto di vista non era
piú autorevole come in passato»). Si prova una strana sensazione
nel vedere il presente, che dopotutto è cosí presente, ripetutamente
descritto come il polveroso capolinea dei binari della storia. I
recensori dell’Encyclopedia si sono soffermati sulle sue lacune, e i
loro cavilli rafforzano l’idea della città come un’opera finita piuttosto
che un’opera in via di realizzazione.
Il principale piacere dell’Encyclopedia consiste in una sorta di
derridiana cascata di associazioni collaterali. Mi trasferisco da
«Terrorismo» ad «Anarchia», poi attraverso la pagina fino alla voce
«Anfibi e Rettili», per passare infine a «Uccelli» e (dopo un piccolo
salto a «Birdland» e una visita di cortesia a «Parker, Charlie») a
«Scarafaggi», che «si dice siano attratti dal dentifricio», cosa che mi
porta a «Colgate-Palmolive» e al suo fondatore «Colgate, William»,
che scappò dall’Inghilterra nel 1795 «per sfuggire all’ostilità popolare
nei confronti del padre, un sostenitore della Rivoluzione francese». È
come giocare al Telefono: il collegamento tra «Anarchia» e i
sanculotti non è fornito dalla storia, bensí da «Scarafaggi».
Eppure c’è qualcosa di sterile in questo piacere. Una città vive
negli occhi, nelle orecchie e nel naso dello spettatore solitario. Ci si
rivolge alla letteratura per trovare il punto di intersezione interiore fra
città e individuo, e per creare un legame vitale con la storia di New
York poche righe di Herman Melville o Don DeLillo sono piú efficaci
di intere pagine di un’enciclopedia. Questo è Ismaele downtown:
Eccovi ora la città insulare dei manhattanesi, racchiusa dalla sua
cintura di banchine come le isole indiane lo sono dalle scogliere di
corallo. Il commercio la circonda con la sua risacca. A destra e a sinistra
le strade vi portano fino all’acqua.

E questo è il Bucky Wunderlick6 di DeLillo, che percorre le stesse


strade piú di un secolo dopo:
Eravamo a metà pomeriggio e stava cominciando a piovere, aria
traboccante di libertà mancata, odori chimici portati dal fiume. In quel
clima i ponti assumevano una bellezza crudele, come signore grigie
ormai quasi indifferenti ai sonetti loro dedicati.

Un artista profondamente newyorchese come DeLillo non è citato


nell’Encyclopedia, e il lunghissimo articolo sulla «Letteratura» liquida
la scena letteraria post-Norman Mailer con poche frasi come questa:
«Molti degli scrittori che divennero famosi negli anni Sessanta
lasciarono la città negli anni Settanta e Ottanta».
Durante quegli anni Settanta e Ottanta, scrive Rybczynski, negli
Stati Uniti veniva aperto un nuovo centro commerciale ogni sette
ore. In City Life si legge che i centri commerciali, con sempre piú
alberghi annessi e musei e piste di pattinaggio e biblioteche
pubbliche al loro interno, hanno ormai diritto a essere considerati «le
nuove downtown». Rybczynski si stupisce della «varietà» dei cibi
che vengono serviti nei centri commerciali («Tex-Mex, cinese,
italiano, mediorientale») e paragona la scena a quella di un caffè
all’aperto. Secondo lui, in definitiva, i centri commerciali attirano la
gente perché forniscono «un ragionevole (agli occhi di molti) livello di
ordine pubblico; il diritto di non assistere a comportamenti bizzarri, di
non essere aggrediti e spaventati da adolescenti villani, ubriachi
molesti e mendicanti aggressivi». E aggiunge: «Non mi sembra una
pretesa assurda». Ai «colleghi accademici» che potrebbero porre
obiezioni all’«iperconsumismo» e alla «realtà artificiale» dei centri
commerciali, Rybczynski risponde che «le forze commerciali hanno
sempre costituito il centro delle città americane», e che «non è
chiaro perché una panchina in un centro commerciale venga
considerata piú artificiale di una panchina nel parco».
Da parte mia, lo ammetto, provo un desiderio quasi fisico per i
comfort del centro commerciale suburbano. I miei recettori neuronali
vengono inondati da tranquillanti naturali quando passo dal
parcheggio all’aria condizionata. All’interno la luce è soffusa, e le
voci sembrano venire da lontano. Non importa se da Waldenbooks
non si trovano i libri di Denis Johnson e se Sam Goody non ha la
discografia di Myra Melford; ho il portafoglio pieno, la pelle bianca e
mi sento assolutamente bene accetto. È una comunità, questa? È
una realtà artificiale, oppure mi trovo in un vero luogo di pubblico
passeggio? Non lo so. Quando non provo una violenta repulsione
per il viola e il verde petrolio, i colori piú in voga quest’anno per
l’abbigliamento sportivo nei sobborghi, sono troppo impegnato a
godermi l’eccitazione degli acquisti per farci caso.
Il mio desiderio di vita cittadina è completamente diverso. Spesso
si tinge d’ansia; non mi rilasso mai del tutto finché non rientro a
casa; c’è tutto un mondo di differenze tra l’interno e l’esterno. Com’è
possibile che la vita a New York, una città i cui edifici sembrano fiotti
cristallizzati di puro capitale fuso, sia meno vincolata al mondo del
consumismo della vita nei sobborghi, che all’apparenza offre piú
libertà e privacy? La risposta è, in sintesi, che le città rappresentano
uno stadio anteriore, meno avanzato, nello sviluppo della
compravendita, in cui i produttori lavorano a stretto contatto con i
consumatori e l’intero meccanismo economico è sotto gli occhi di
tutti e quindi meno soggetto al perpetuo incanto dei venditori
moderni; inoltre, piú in generale, c’è qualcosa nella natura stessa
delle città che accresce il senso di responsabilità individuale. Con
questo non voglio dire che noi abitanti della città siamo consumatori
meno fanatici degli abitanti dei sobborghi, o che gli interventi delle
imprese private nei settori della nettezza urbana e dell’ordine
pubblico non stiano trasformando ampie zone di Manhattan in centri
commerciali all’aperto – ma solo che le strade di New York offrono
molte piú possibilità di vivere esperienze diverse dall’esborso di
denaro di quante non ne offra il tipico centro commerciale.
Tuttavia Rybczynski ha ragione a sottolineare che «civico» e
«commerciale» sono sempre stati quasi sinonimi in America. Anche
le città europee fungevano storicamente da centri di produzione e
commercio, ma oltre a queste funzioni ne avevano altre, piú antiche:
fortezze, sedi di cattedrali e università, residenze di principi e,
soprattutto, incarnazioni di identità regionali o nazionali. Barcellona è
la Catalogna, e ogni nuovo edificio che sorge in quella città serve a
rendere l’identità della Catalogna piú gloriosa e concreta. È
impossibile immaginare un simile affetto nei confronti di una città
americana, se non altro perché non abbiamo identità regionali cosí
compatte e tenaci – cosí tribali – come quella catalana. Questa
nazione è stata colonizzata prevalentemente da immigrati in cerca di
libertà o di opportunità economiche, o di entrambe le cose, e
secondo me non è un caso che il periodo d’oro delle città americane
sia venuto subito dopo il periodo di massima immigrazione. Questi
immigrati avevano in comune soltanto il rifiuto del Vecchio Mondo, e
cosí non svilupparono mai un senso di appartenenza che andasse al
di là del loro quartiere e gruppo etnico. In poco tempo adottarono
l’ideale della casa-come-regno tipico del Nuovo Mondo, con tutte le
sue implicazioni: quello che guadagni e quello che compri sono cose
molto piú importanti del luogo dove lo fai.
La cosa davvero misteriosa, quindi, non è che abbiamo cosí
poche città «come Parigi», ma che abbiamo delle città tout court.
Sebbene molti americani preferiscano i sobborghi, ce ne sono
ancora milioni che scelgono espressamente le città. «Yuppie» non è
un appellativo benevolo, ma le persone che hanno contribuito a
mettere la u in quella parola sono ancora tantissime. Persino i centri
urbani piú desolati – Syracuse nella Rust Belt, Colorado Springs al
centro di un incontrollato sviluppo neocaliforniano – conservano
qualche isolato di vitalità multifunzionale. E molte città piú grandi –
New York, Boston, San Francisco, Chicago, Los Angeles, Seattle –
mantengono una massa critica costante. Nel bene e nel male, il
parametro piú attendibile della vitalità di una metropoli è la
disponibilità dei ricchi a vivere nei quartieri centrali. Un tempo, la
classe media era l’indice della vitalità urbana; nei discorsi del
sindaco Giuliani, lo è tuttora. Ma come ha osservato il ministro del
Lavoro Robert Reich, oggi il termine «classe media» ha una
connotazione piú sociologica che economica. E la definizione
migliore per questa classe sarebbe «suburbana».
Per quanto la presenza dei ricchi nelle città sia un parametro
attendibile, è soltanto l’effetto finale di una catena di cause che
comincia con la capacità di attirare i giovani. Quanto durerebbe l’élite
di Park Avenue senza le orde di giovani single che popolano
Yorkville? Per quanto tempo downtown resterebbe una capitale della
cultura senza il costante afflusso di giovani artisti, studenti e
musicisti? Si parla molto della dipendenza dei poveri dalle città, ma
anche i giovani, soprattutto i giovani creativi, hanno bisogno di vivere
nei grandi centri. I sobborghi possono essere un luogo ideale per
trascorrere l’infanzia, ma alle persone che hanno già lasciato il nido
e devono ancora costruirsene uno per conto proprio serve un punto
di raccolta. Cosí le città continueranno ad avere una folta schiera di
utenti, quantomeno di sera e nei fine settimana – a meno che,
naturalmente, non si diffondano i matrimoni combinati via Internet; e
se devo immaginare una cosa piú squallida di un corteggiamento
virtuale, penso alla vita quotidiana di due coniugi che si sono
corteggiati in quel modo.

Il mio passatempo preferito è passeggiare per le strade di


Manhattan nei giorni di vento, o dopo il tramonto, quando si alzano i
gas di scarico. Mi piace camminare, e negli ultimi anni,
passeggiando sui marciapiedi dei sobborghi di St Louis e del
Colorado, ho notato qualcosa di strano: una percentuale non
trascurabile degli uomini che mi sfrecciano accanto in macchina o
nei fuoristrada (si tratta sempre di uomini) si sentono spinti a urlarmi
improperi. È difficile capire perché lo facciano. Gli unici elementi
insoliti che mi caratterizzano sono il fatto di essere a piedi e di non
indossare una tuta verde petrolio e viola o un berretto da baseball
alla rovescia. La mia ipotesi è che mi urlino contro semplicemente
perché sono un estraneo, e da dietro i loro finestrini chiusi non
sembro piú reale di un allenatore di football che abbia deciso una
mossa azzardata su uno schermo televisivo.
Sono stato verbalmente aggredito anche a New York, ma solo da
pazzi a piede libero, e solo in metropolitana, circondato da altre
persone che simpatizzavano per me. Jane Jacobs identifica come
tratto distintivo della vita cittadina la possibilità di mantenere la
privacy in mezzo alla folla – una privacy il cui mantenimento non
dipende da espedienti difensivi pseudogenitoriali come case isolate
e aree commerciali controllate, ma da comportamenti adulti che si
imparano meglio in luoghi pubblici come i marciapiedi. L’ipotesi che
la «morte delle buone maniere» che suscita tanto biasimo in tutto il
paese abbia avuto inizio nelle case, piuttosto che nelle cosiddette
giungle urbane, trova conferma in qualsiasi cinema, dove il pubblico
abituato a guardare videocassette in camera da letto non è piú
capace di tacere.
In Vita e morte delle grandi città, Jane Jacobs cita anche Paul
Tillich, secondo il quale la città, per sua natura, «offre ciò che
altrimenti si potrebbe raggiungere soltanto viaggiando, e cioè
l’ignoto». I luoghi troppo familiari, come le catene di negozi o i lotti di
case tutte uguali, intaccano l’autonomia dell’intelligenza e,
stranamente, annullano la privacy. Nei sobborghi mi sento un
estraneo, esposto allo sguardo di tutti. Solo in un luogo affollato ed
eterogeneo come New York, circondato dall’ignoto, mi sento di
nuovo me stesso.
Non sono cosí ingenuamente innamorato delle città, naturalmente,
da non accorgermi che le finestre di Silicon Alley servono a fini di
ostentazione tanto quanto gli schermi a tubo catodico che si celano
dietro di esse; e che il legame nascosto tra il Fashion Cafe e il Cyber
Cafe è una cultura del Farsi Vedere. Si potrebbe temere, inoltre, che
i giovani venuti a Manhattan in cerca di quello che cerco io – la
centralità, la privacy delle folle, la soddisfazione di essere un
elemento di disturbo – finiscano per essere respinti dai miasmi della
disneyficazione che incombono sopra SoHo e Fifty-seventh Street e
si insinuano dentro l’East Village e Times Square. Per adesso,
comunque, lavoro e dormo in un edificio che ospita due sarte, un
agente immobiliare, un antiquario, un ristoratore e un pescivendolo.
Se mi sdraio a terra e mi rilasso ascoltando il mio respiro, sento il
respiro piú lento della città, un suono simile al brontolio della risacca:
vagoni della metropolitana colmi di persone che stanno imparando
come vivere qui.
(1995).

1 Notiziario del mattino della Nbc [N. d. T.].


2 Governatore dello stato di New York dal 1994 [N. d. T.].
3 National Endowment for the Arts: Fondo nazionale per le arti [N. d. T.].
4 Leggendario campione dei New York Yankees negli anni fra il 1925 e il
1939 [N. d. T.].
5 Fondatore di «The New Yorker» nel 1923 [N. d. T.].
6 Protagonista del romanzo Great Jones Street [N. d. T.].
Materiale di recupero

(Non sono molti i magazzini che si spacciano per castelli, e tra


quelli che lo fanno, il Mercer Museum di Doylestown, Pennsylvania,
è sicuramente uno dei piú grandi. Il museo è alto trenta metri, con la
facciata liscia e le torrette quadrate di un riformatorio o un castello di
sabbia, ed è fatto interamente di cemento. Un ricco eccentrico di
nome Henry Mercer lo costruí nel primo decennio del secolo, in
parte per promuovere l’uso del cemento e in parte per ospitare la
sua impareggiabile collezione di attrezzi che l’industrializzazione
americana stava rendendo inutili. Mercer aveva setacciato i fienili e
le aste di un mondo in trasformazione e aveva riportato nella contea
di Bucks forme da calzolaio, presse per mele e mantici da fabbro di
ogni sorta, e anche una scialuppa per la caccia alla balena completa
di arpioni. Nella torretta piú alta si trovano una botola da forca e un
carro funebre a cavalli. Nell’atrio a sette piani, dozzine di slitte e culle
intagliate a mano sono appese, forse ad opera di un poltergeist, alle
volte del soffitto di cemento.
Il Mercer può essere un luogo davvero gelido. Un pomeriggio di
dicembre di poco tempo fa, verso la fine di una visita, stavo
osservando con molta attenzione gli oggetti in mostra al pianoterra,
dove si trova l’impianto di riscaldamento. E lí, con mia grande
sorpresa, mi imbattei nel mio telefono, alloggiato in una teca di vetro
con la scritta TECNOLOGIA OBSOLETA.
Il mio è un telefono a disco della AT&T, modello base nero,
noleggiato dalla New England Bell nel 1982 e acquistato per intero
due anni dopo nel caos della svendita della Ma Bell. (Mi sembra di
ricordare di non averlo pagato). La copia identica del Mercer era in
bilico sopra un mucchio di nastri a otto piste – un’accoppiata che
trovai subito offensiva. I nastri a otto piste sono uno dei grandi cliché
dell’obsolescenza; fanno venire in mente Ray Coniff e il velluto a
coste larghe. Il telefono a disco, invece, prestava ancora fieramente
servizio nel mio soggiorno. Poco tempo prima l’avevo usato per
ordinare le periferiche del computer chiamando un numero con il
prefisso di Silicon Valley, tanto per restare in tema di modernità.
Quella teca era un’evidente provocazione. Eppure, piú cercavo di
non pensarci, piú mi sentivo sotto accusa. Mi resi conto, per
esempio, dell’energia repressiva che impiegavo per ignorare le mie
visite al telefono a tastiera in camera da letto, dal quale ormai
dipendevo per il saldo del conto corrente e le informazioni sui voli e
gli orari dei treni. Mi resi conto di consumare altra energia per odiare
la casella vocale («prego attendere l’operatore») che relegava il
telefono a disco in un ruolo di serie B. Mi resi conto, in poche parole,
di essere codipendente. Il mio telefono a disco era sempre meno
all’altezza del mondo moderno, ma io continuavo a proteggerlo e a
tenerlo in mostra al pianterreno, perché ero affezionato a
quell’oggetto e avevo paura dei cambiamenti. E non era l’unica cosa
che proteggevo in quel modo. D’improvviso mi resi conto di
possedere un’intera famiglia disfunzionale di strumenti obsoleti.
Il mio televisore era un vecchio aggeggio ingombrante, con uno
schermo che rimaneva grigio finché la prolunga che serviva da
antenna non entrava in contatto diretto con la mia pelle. Mi chiedo se
possa esistere un’immagine piú tetra della codipendenza delle
centinaia di ore che ho passato con un pezzo di filo di rame tagliente
stretto fra indice e pollice per migliorare la qualità dell’immagine del
mio televisore. Quanto al resto, l’amico con il quale stavo visitando il
Mercer era arrivato in aereo da Los Angeles, la sera prima, con un
videoregistratore in un sacchetto di plastica. Me l’aveva regalato
perché smettessi di raccontare che non lo possedevo.
Racconto ancora di non possedere un lettore CD, e fingo di non
possedere alcun CD. Ma per piú di un anno mi sono ritrovato, in casa
di amici, in appartamenti presi in prestito, persino nelle biblioteche
delle colonie di artisti, a registrare furtivamente su cassetta incisioni
reperibili soltanto su CD. Poi ascolto le cassette con il mio stereo e mi
dimentico da dove arrivano – finché, in una di quelle squallide
reiterazioni provocate dalla codipendenza, non avverto il bisogno di
convertire su nastro un altro CD.
Quella teca al Mercer, in quel freddo pomeriggio di dicembre, fu
uno schiaffo in pieno viso da parte del mondo moderno: Era ora di
crescere. Di mandare in pensione il telefono a disco. Di ricordare
che cambiare fa bene alla salute. Accettare l’inevitabile fa bene alla
salute. Se non si sta attenti, si rischia di essere già vecchi a
trentacinque anni.
Eppure, mentre scrivo queste righe, mesi piú tardi, il mio telefono
a disco è ancora in servizio. Ho descritto l’obsolescenza dei miei
apparecchi come un difetto caratteriale che io, come il coniuge di un
tossicodipendente, sto cercando di compensare. La verità è che il
difetto, la malattia, sono insiti in me. Sono io quello obsoleto.
L’obsolescenza deriva direttamente da ciò che faccio e non faccio
per vivere. Alla radice di entrambe le mie ragioni per conservare il
telefono a disco c’è la tipica vita dello scrittore.
La prima ragione, piú ovvia, è che i telefoni, pur costando poco,
non sono gratuiti. Di solito gli scarsi guadagni costringono i giovani
artisti alla parsimonia. Sarei felice se i lettori di narrativa seria si
moltiplicassero, cosí potrei mettere da parte centoventinove dollari
per un lettore CD. Ma è davvero pensabile che d’improvviso la gente
cominci a leggere piú romanzi? Finché ciò non accadrà, e finché il
sole non comincerà a sorgere a occidente, io rimarrò l’erede de facto
di due sistemi di valori disperatamente obsoleti: la parsimonia da Era
della Depressione della generazione dei miei genitori e il radicalismo
anni Sessanta della generazione di mio fratello maggiore. Negli anni
Sessanta le persone erano abbastanza ingenue da chiedersi:
«Perché dovrei lavorare tutta la settimana per pompare altri dollari in
un sistema consumistico corrotto e disumano?» Ormai non capita
molto spesso di sentire questa domanda, se non fra gli artisti e gli
scrittori che hanno bisogno di lunghe ore libere per svolgere il
proprio lavoro. E neanche noi troviamo particolarmente gradevole
l’obsolescenza prodotta dalla parsimonia.
Nei Quaderni di Malte Laurids Brigge, Rilke traccia un parallelo fra
la maturazione di un poeta e la storia di Venezia. Egli descrive
Venezia come una città che ha costruito qualcosa dal niente, una
città «voluta in mezzo al nulla su foreste sommerse», un «corpo
indurito, ridotto all’essenziale», uno «stato intraprendente, che
barattava il sale e il vetro della sua povertà con i tesori dei popoli».
Lo stesso Rilke era un vero e proprio fannullone, un impareggiabile
esempio di totale rifiuto del lavoro retribuito, e ha concorso piú di
chiunque altro a formare la mia idea di ciò che dovrebbe essere la
letteratura e di come un giovane scrittore possa realizzarla. La
narrativa, pensavo, era la trasmutazione del vile metallo
dell’esperienza nell’oro della lingua. Scrivere narrativa significava
raccogliere ciò che il mondo aveva abbandonato lungo la strada e
ricavarne qualcosa di bello.
Anche se l’ho preso da Rilke, questo modello ha un sapore
americano. In una nazione dedita a sfruttare le risorse di un
continente selvaggio, il motore dello sviluppo economico crea un
risucchio potentissimo, polverizzando e riassemblando sogni su
scala industriale, espellendo e rimestando ogni sorta di detriti umani
e materiali. Il giro di soldi che li circonda conferisce una tale opacità
ai forzuti condottieri della cultura di massa – figure romanzesche
come Silas Lapham, George Babbitt, Tom Buchanan, Recktall
Brown1 – che alla fine si è costretti a concludere che questi
personaggi manchino di spessore. I personaggi davvero memorabili
della narrativa americana, da Bartleby a Flem Snopes, da Oedipa
Maas all’Uomo Invisibile2, sembrano vivere in acque stagnanti, tra il
ronzio dei mosconi e le cassette della frutta rotte che galleggiano in
superficie. E come quegli abitanti della Nuova Guinea che pare non
siano in grado di distinguere tra il soggetto di una fotografia e la
fotografia stessa, ho passato i miei vent’anni a perlustrare
letteralmente cespugli di erbacce e cassonetti e inceneritori in cerca
di materiale, nel tentativo di trasformare la mia vita in una perfetta
metafora della mia arte. Il trionfante ritorno a casa con il bottino
recuperato – pale da neve, i rebbi di un rastrello rotto, lampade a
stelo, stelle di natale ancora vive, pentole di alluminio – faceva parte
del mio lavoro di scrittore quanto la stesura della bozza definitiva. Un
vecchio telefono non era soltanto un apparecchio domestico, ma
anche il personaggio di un racconto.
La parsimonia, quindi, in senso letterale e metaforico, è la prima
ragione per cui il telefono a disco è ancora in circolazione. L’altra
ragione è che i telefoni a tastiera mi ripugnano. Non mi piace il loro
trillo asettico, la loro aria taiwanese, il loro design fuori moda, la loro
egemonia compiaciuta. È un assioma dell’arte contemporanea che
l’economia politica americana abbia ridotto l’estetica a una questione
di resistenza. I miei amici benestanti che continuano ad acquistare
cassette nonostante la superiorità e l’inevitabilità dei CD hanno scelto
di opporsi, finché possono, all’ignominia dello smisurato margine di
profitto che è la caratteristica piú rilevante dei CD. Per lo stesso
motivo apprezzo l’ineleganza anni Settanta dei componenti del mio
stereo, che rappresenta un affronto alle moltitudini di raffinate
scatole nere installate in ogni casa della nazione.
Per molto tempo questo tipo di resistenza sembrò preziosa, o
quantomeno innocua. Ma un giorno ti svegli e ti accorgi di essere
stato superato da tutti. Un giorno la bellezza della parsimonia e
l’ideale della semplicità si pietrificano in ossessioni sterili che fanno
solo perdere tempo. Un giorno scopri che la nuova vittima del
mercato non è piú un oggetto banale come il telefono a disco o il 33
giri, ma una cosa di vitale importanza come il romanzo. Un giorno,
invece del mio telefono, il Mercer ospiterà le mie copie di Singer e
Gaddis e O’Connor, impilate con irritante negligenza sopra un
mucchio di nastri a otto piste («TECNOLOGIA OBSOLETA, OVVERO: IL
VERDETTO DEL MERCATO») come se riposassero sulle ceneri della
storia. Un giorno visito il Mercer, e il giorno dopo mi sveglio
depresso.

Da sei anni il farmaco antidepressivo Prozac tira su di


morale milioni di americani e migliaia di azionisti della Eli
Lilly.
– incipit di un articolo del «New York Times» del 9
gennaio 1994.

Adeguarsi alla realtà fa bene alla salute. Fa bene alla salute, una
volta compreso che la narrativa come quella di Proust e Faulkner è
condannata, interessarsi alla tecnologia vittoriosa, crearsi una
nicchia nel nuovo ordine informatico, abbandonare e dimenticare i
valori e i metodi del modernismo letterario che i lettori piú vecchi
sono troppo distratti e demoralizzati per apprezzare e ai quali i lettori
piú giovani, allevati a televisione ed educati nella nuova ortodossia
della politica identitaria e della superiorità del lettore rispetto al testo,
sono quasi ciechi e sordi. Fa bene alla salute smettere di farsi venire
l’ulcera e l’emicrania per opere impegnative che possono piacere a
qualche collega tormentato, ma per il resto suscitano disagio o vero
e proprio sdegno nei lettori in erba. Fa bene alla salute arrendersi
quando non c’è piú niente da fare. Fa altrettanto bene, quasi per
definizione, non pensare alla morte per poter vivere: fa bene
adeguarsi (e quindi prendere parte) alla propria emarginazione di
scrittore, accettare come inevitabile il pubblico sempre piú ristretto, il
rapporto sempre piú malsano con l’editoria, il ritiro nelle speciali
Unità di Isolamento Protettivo che ora le università assegnano agli
scrittori entro i piú ampi confini dei dipartimenti di Inglese (perché
altrimenti i docenti a vita, piú numerosi e feroci, sbranerebbero gli
scrittori creativi). Fa bene abbassare i propri standard, definire
«eccellente» quello che cinque anni fa avresti definito «passabile,
ma niente di speciale». Fa bene, quando scopri che gli studenti del
tuo corso universitario di scrittura non distinguono «svelare» da
«svegliare» e non hanno mai letto Jane Austen, evitare di infuriarti o
agitarti, ma limitarti a stringere i denti e continuare a perdere tempo
con l’insegnamento che ti serve per vivere. E fa ancora meglio
evitare di preoccuparsi – annuire e sorridere durante le lezioni e non
svelare il can che dorme, lasciando che gli studenti scoprano Jane
Austen quando Merchant e Ivory trarranno un film da qualche suo
libro.
Non sono del tutto ironico quando definisco «salutari» queste
reazioni alla sentenza di morte rappresentata dall’obsolescenza. Il
punto è proprio la salute. Il dolore della consapevolezza, il dolore
della conoscenza, cresce di pari passo con le informazioni sul
degrado del nostro pianeta e l’inadeguatezza del nostro sistema
politico e l’inciviltà della nostra società e l’insolvenza della nostra
economia e l’ingiustizia che regna in un quinto del nostro paese e
nei quattro quinti del mondo che non è ricco come noi. Per
tradizione, da quando la religione ha perso il dominio delle classi
istruite, gli scrittori e gli altri artisti si sono caricati di una sofferenza
supplementare per alleviare il fardello al resto dell’umanità, si sono
accollati volontariamente una parte del dolore della conoscenza in
cambio di una possibilità di raggiungere la fama o l’immortalità (o
semplicemente perché non avevano scelta, era la loro natura).
Questo patto non ha mai raggiunto una stabilità definitiva, ma in
genere è sempre stato realizzabile. Uomini e donne dalla vista
particolarmente acuta accettavano di essere i custodi del nostro
malcontento. Prendevano l’orrore e la bruttezza e la generale
meschinità del mondo e li trasformavano in un dono offerto al
pubblico: opere piene di rabbia o di tristezza, magari, ma anche di
bellezza.
Nel bene e nel male, la nostra è oggi una società tecnologica, e
nonostante i vantaggi in termini di salute e ricchezza di cui godono le
classi piú abbienti, è difficile sostenere che la tecnologia o il suo
fratello siamese, il liberismo, abbiano fatto granché per rimediare agli
antichi problemi dell’umanità e all’ingiustizia del mondo; come se ciò
non bastasse, hanno creato, esacerbato, o quantomeno trascurato
uno stuolo di preoccupazioni che affliggono le persone ragionevoli. È
facile capire perché un tecnoconsumismo che produce un mucchio
di Wal-Mart e di lavastoviglie a buon mercato raccolga molti piú
consensi di un sistema, come l’ex Unione Sovietica, che non
produce niente di tutto questo. Ma perché i cattivi costumi culturali
devono rimpiazzare quelli buoni? Perché coloro che un tempo
leggevano adesso noleggiano videocassette? Perché le famiglie che
non hanno mai letto libri o comprato dischi di musica classica
d’improvviso impazziscono per i CD-ROM?
La risposta piú comune è che la televisione e le altre tecnologie
moderne sono comode e suadenti, progettate per consentire e
incoraggiare la passività, ed essendo prodotti aziendali sono esenti
dalla complessità e dagli scrupoli fastidiosi che affliggono i talenti
individuali. A un livello piú profondo, tuttavia, esiste un’altra risposta,
e cioè che è stato siglato un nuovo patto. Abbiamo accettato che la
tecnologia si prenda cura di noi. La tecnologia segue l’esempio della
medicina, la quale, quando non riesce a guarire una malattia, cerca
di alleviare la sofferenza con tutti i mezzi a sua disposizione. E cosí
abbiamo una società in cui il dolore della conoscenza continua ad
aumentare (perché la società sta diventando piú incivile e meno
controllabile, il futuro è sempre meno immaginabile, e – soprattutto –
le coscienze inquiete sono sempre piú isolate), una società che già
rappresenta un peso quasi insostenibile per strutture come la Bibbia
e I fratelli Karamazov e Beethoven e Matisse, che si proponevano di
rappresentare ogni aspetto dell’umanità tranne la scienza e la
tecnologia. Inoltre, dato che il rapporto fra arte e pubblico non è mai
stato facile, è comprensibile che un ampio segmento della
popolazione non stia ad aspettare che un artista o uno scrittore
geniale inventino una struttura piú adeguata, ma cerchi invece
conforto nei potenti narcotici offerti dalla tecnologia sotto forma di Tv,
cultura popolare e oggetti di ogni tipo, anche se questi narcotici
provocano dipendenza e alla lunga non fanno che aggravare i
problemi della società.
Man mano che questi narcotici acquistano popolarità, il loro uso
diventa sempre piú socialmente accettabile. Anche se non è ancora
successo del tutto, anche se certi libri vengono ancora letti e
ricevono ancora molte lodi insincere, noi scrittori possiamo
facilmente prevedere il giorno in cui la vecchia generazione di lettori
si sarà stancata e non ci sarà una nuova generazione a sostituirla:
quando noi stessi saremo tutto ciò che resta del nostro pubblico. Ed
è qui che interviene il dolore della conoscenza. Il dolore è reale, il
peso della conoscenza è reale. Guardate cosa succede quando il
patto fra arte e società viene abrogato. A poco a poco il nostro
pubblico ci abbandona per la televisione e i suoi cugini altrettanto
suadenti. Non lo rimproveriamo per la sua defezione, sappiamo che
è doloroso dover rimanere coscienti, comprendiamo il bisogno di
narcotizzarsi, di lasciarsi entusiasmare dalle tendenze piú
aggiornate, e cosí via. Ma la perdita di quel pubblico ci fa sentire
ancora piú soli. La solitudine rende il fardello della conoscenza
ancora piú pesante. E allora la ricerca della salute comincia ad
attirare qualcuno dei nostri. Ne attira sempre di piú. Costoro negano
che la letteratura sia minacciata. Poi si riconciliano con la nuova
tecnologia. Decidono che è eccitante. Mandano giú l’idea che se la
scelta illimitata va bene per il mercato, deve andar bene anche per
l’esperienza della lettura. Trovano sollievo nel rassegnarsi ai continui
sforzi imposti dal mercato per accontentare il pubblico; un bel peso
in meno sulle spalle! Cominciano a prendere i «personaggi» offerti
dalla cultura commerciale – i vari Kennedy e Arnold
Schwarzenegger – e a raccontare storie su di loro. Si definiscono
postmoderni e credono di essere loro a usare il sistema, mentre è il
sistema a usarli. Sostengono che questi «personaggi» siano piú
interessanti di qualsiasi frutto della fantasia, e in effetti sta
diventando difficile, in una nazione di teledipendenti, immaginare
una vita interessante…
Quello che resta è un nucleo sempre piú ridotto, formato da coloro
che per temperamento sono incapaci di illudersi che la «cultura»
tecnologica non sia una droga pericolosa. Sappiamo di essere in
pochi. E il compito di segnalare il pericolo, e di rivendicare una
prospettiva da cui tornare a rappresentare i cuori e le menti degli
uomini all’interno di una società creata proprio da quei cuori e da
quelle menti – questo compito è rimasto a noi, insieme al
conseguente dolore di conoscere l’importanza di tale compito. E a
un certo punto il peso diventa schiacciante. La tortura si rinnova ogni
volta che vedi un amico smettere di leggere libri, e ogni volta che
vieni a sapere di un altro giovane e allegro scrittore che fa Tv sotto
forma di letteratura. Cadi in depressione. E poi vedi quello che può
fare la tecnologia per i depressi. Può guarirli dalla depressione. Può
restituire loro la salute. E questo è il punto in cui mi trovo: mi guardo
intorno e vedo tutti quanti (o almeno cosí sembra) ritrovare la salute.
Si godono la Tv e i figli e non hanno troppe preoccupazioni.
Prendono il Prozac e non sono depressi. Sono tutti gentili fra loro e
sorridono con sorrisi non depressi, e mi guardano con occhi cosí
opachi che comincio a dubitare di me stesso. Comincio a credere di
detestare la salute. Sono sul punto di telefonare per farmi
prescrivere un farmaco…)

Cosí termina il brano in cui ho rovistato per mettere insieme


questo saggio. Scrissi quel brano due anni fa, quando ero solo e
incapace di scrivere narrativa – quasi incapace persino di leggere il
giornale, tanto mi deprimevano gli articoli. Il mondo non è cambiato
molto negli ultimi due anni, io invece sí. Chissà se posso trarre
conclusioni generali dalla mia esperienza. So soltanto che, poco
dopo aver scritto quel brano, mi arresi. Mi arresi e basta. Non volevo
piú essere infelice, a nessun costo. E cosí non cercai piú di
diventare uno scrittore-con-la-S-maiuscola. Tutto ciò che volevo era
desiderare di alzarmi al mattino.
Passò qualche mese. Tenni un seminario di scrittura all’università,
e poi dovetti affrontare il problema di come guadagnarmi da vivere.
Volevo solo un po’ di tempo per scrivere in privato, per me stesso.
Non per diventare qualcuno in campo culturale, ma semplicemente
per poter frequentare di tanto in tanto quell’unico punto di
collegamento con il mondo della carta stampata. Il modo in cui alla
fine scelsi di guadagnarmi da vivere (scrivendo articoli per riviste) mi
sembrava dolorosamente restrittivo. Ma un piccolo passo nel mondo
– un passo che avevo compiuto con terrore – bastò a ricordarmi che
non ero solo.
Mi sembrò di ricordare per la prima volta. Ricordai che quando ero
ragazzo passavo parecchie ore del sabato a estrarre chiodi
arrugginiti da una catasta di pannelli che mio padre aveva staccato
dalle pareti del seminterrato. Ricordo di averli raddrizzati a martellate
sopra un rottame di ferro che mio padre usava come incudine, e poi
di aver guardato mio padre riutilizzare quei chiodi per costruirsi un
laboratorio e rivestire di nuovi pannelli il seminterrato. Ricordo la mia
venerazione adolescenziale per Tom, il mio fratello maggiore, che
negli anni Settanta girava film d’avanguardia a Chicago e che
ristrutturò un appartamento a Pilsen con attrezzi e materiali scovati
in larga misura nell’ormai defunto mercato di Maxwell Street. Tom
aveva due vecchie Karmann Ghia, una gialla e malconcia ereditata
dall’altro fratello, Bob, che dopo la laurea in medicina aveva
comprato un’Alfa Romeo, e una azzurra ancora piú malconcia che
gli era costata centocinquanta dollari. Tom toglieva i pezzi da una
per montarli sull’altra, e viceversa; quel lavoro gli portava via molto
tempo. Ero con lui il giorno in cui la macchina gialla fuse una biella e
si spense, e anche il giorno in cui il cofano della macchina azzurra si
spalancò sulla Dan Ryan Expressway, ostruendoci la visuale e
mandandoci quasi a sbattere. Sembro nostalgico? Non lo sono. Non
desidero tornare a quei giorni, perché ricordo benissimo che l’unico
posto al mondo dove avrei voluto essere era lí, accanto a Tom, sulla
banchina disseminata di marmitte e tubi di scappamento, mentre lui,
con le dita irrigidite dal vento di Chicago, fissava il cofano della Ghia
con un pezzo di fil di ferro. Allora sapevo di essere felice, e cosí
posso ripensare a quegli anni senza nostalgia. Ero presente in quei
momenti, e ciò mi basta.
Quando cominciai a scrivere sul serio, al college, avevo
un’ingombrante Remington nera che si innalzava per circa trenta
centimetri al di sopra della scrivania, pesava quanto un piccolo
condizionatore d’aria e richiedeva tutta la forza del mio carpo per
funzionare. Piú tardi scrissi il mio primo romanzo e metà del secondo
con due Silver-Reed portatili (cinquanta dollari nel 1980, soltanto
sessantanove dollari nel 1985). Quando si rompevano, le
aggiustavo. Il mio trionfo, durante una settimana in cui diversi
giornali mi rimandarono indietro cinque racconti con lettere di rifiuto,
fu la sostituzione del cordino di nylon che mandava avanti il carrello
con un pezzo di filo interdentale.
Per battere a macchina in bella copia, io e mia moglie usavamo
una Smith-Corona elettrica da diciotto chili. La nostra vecchia auto,
una Chevy Nova, funzionava solo con il bel tempo, e la Smith-
Corona sembrava rompersi sempre quando nevicava. All’inizio degli
anni Ottanta, a Boston, io e mia moglie arrancavamo sopra cumuli di
neve infagottati come contadini, in parte trascinando e in parte
trasportando la Smith-Corona fino alla cooperativa di Harvard. Da
qualche parte nelle viscere della cooperativa viveva un uomo di
nome Mr Palumbo. Non incontrai mai Mr Palumbo faccia a faccia,
ma gli parlai spesso per telefono. Aveva una voce aspra, e sapevi
che era immerso fino ai gomiti nell’olio della macchina. Mr Palumbo
adorava le riparazioni a buon mercato, e io lo adoravo per questo.
Una volta, in una di quelle sere prematuramente indaco tipiche di
Boston, mi chiamò per dirmi che il motore della Smith-Corona aveva
l’albero rotto e quindi andava sostituito, al prezzo di cinquanta
dollari. Era evidente che gli dispiaceva dovermelo dire. Un paio d’ore
piú tardi, molto dopo il tramonto, mi chiamò di nuovo. «L’ho
aggiustata! – gridò. – L’ho incollata. Ho incollato l’albero al motore
con la resina epossidica!» Ricordo che ci chiese diciotto dollari per
quel lavoro.
Comprai il mio primo computer nel 1989. Era una rumorosa
scatola di metallo della Amdek, con un monitor Vga bianco carta. Da
bravo codipendente, arrivai a gradire il ronzio della ventola del
computer. Mi convinsi che mi piaceva perché eliminava il rumore
della strada e degli altri appartamenti. Ma dopo due anni di intenso
utilizzo, l’Amdek cominciò a produrre un nuovo sibilo stridente, la cui
comparsa sembrava dipendere (anche se non ne ebbi mai la
certezza) dalle variazioni dell’umidità relativa dell’aria. La mia prima
soluzione fu quella di mettermi i tappi nelle orecchie nelle giornate
afose. Ma dopo sei mesi di tappi, con il sibilo che diventava sempre
piú insistente, rimossi l’involucro di lamiera del computer. Armeggiai
e trafficai, proteggendomi l’orecchio con la mano libera. Poi il sibilo
cessò senza motivo, e per parecchi giorni lavorai su un computer
scoperchiato, con la scheda madre e i fili colorati in evidenza. E
quando il sibilo ritornò, scoprii che potevo fermarlo esercitando una
pressione sui circuiti stampati che controllavano l’hard disk. C’era
uno spazio in cui potevo incastrare una matita, e se avvolgevo un
elastico intorno alla matita la pressione correttiva rimaneva stabile.
Non riuscii a richiudere bene il coperchio; per sbaglio avevo spanato
una vite, e un angolo dell’involucro rimase staccato, continuando a
sbatacchiare.
Fino a un certo punto, naturalmente, tutte le persone non agiate
imparano a convivere con apparecchi difettosi. Solo che alcuni di noi
ne fanno un motivo di orgoglio. Ma i ricordi di quando lavoravo su
macchine per scrivere mezze rotte non mi servono soltanto per
confermare la mia natura. L’immagine della mia Amdek decrepita ma
ancora funzionante è anche, per me, l’immagine della permanente
«straccioneria» dell’America. L’obsolescenza è il prodotto principale
della nostra passione nazionale per la tecnologia, e io sono ormai
convinto che l’obsolescenza non sia un male ma una meraviglia: non
la perdizione, bensí la salvezza. Piú il progresso tecnologico diventa
precipitoso, piú cresce il volume dei detriti obsoleti. E i detriti non
sono soltanto materiali. Sono anche una religione arrabbiata, la
rinascita di ideologie controculturali, i nuovi disoccupati, gli eterni
disadattati. Tutto ciò garantisce che gli scrittori non saranno mai soli.
L’ineluttabile obsolescenza è il nostro patrimonio.
La scrittura creativa è un’attività fondamentalmente amatoriale.
Chi la pratica è una persona solitaria che rovista nei rifiuti, non un
team specializzato che produce forme di intrattenimento, e noi
americani siamo abbastanza fortunati da vivere in un meraviglioso
mondo di spazzatura. Una volta, quando vivevo a Monaco, rubai due
ciottoli da un cantiere lungo il marciapiede. Volevo avvolgerli in carta
di giornale e usarli come fermalibri. Era un sabato pomeriggio, le
strade erano deserte, eppure il mio furto mi sembrò cosí
tremendamente trasgressivo che corsi per interi isolati, con una
pietra in ogni mano, finché non fui certo di essere al sicuro. E sentivo
ancora l’occhio severo dello Stato fisso su di me. Mentre a New
York, dove vivo attualmente, i cassonetti in pratica mi invitano ad
alleggerirli del loro utile carico di mattoni e cianfrusaglie. A
mezzanotte, sopra i mucchi di rifiuti illuminati dai lampioni, condivido
il sapere dei senzatetto, che di notte dispongono i loro ritrovamenti
su coperte sporche all’angolo tra Lexington e Eighty-sixth Street e
barattano radiosveglie di dubbia qualità con pomelli di vetro
scheggiato. L’uso e l’abbandono sono la falda acquifera nella quale
filtrano gli oggetti di consumo, diffondendo l’infezione della
produzione di massa e tornando a emergere come individui dotati di
una storia.
È allettante immaginare la resistenza di uno scrittore americano al
tecnoconsumismo – una resistenza che sfortunatamente nella
maggior parte dei casi si manifesta sotto forma di privazioni forzate –
come una specie di fruibile resistenza politica. Qualche tempo fa,
uno dei miei ex studenti dell’università venne a trovarmi, e io lo
portai a fare una passeggiata nel mio quartiere. Jeff è un giovane
capace e ambizioso, invaghito della critica di Pynchon a tecnologia e
capitalismo, e incerto se perseguire un Ph.D. in inglese oppure
cimentarsi con la narrativa. Durante la passeggiata gli parlai con
fervore. Gli dissi che un tempo anch’io ero stato sedotto da quella
vita non cooptata dal Sistema che la teoria letteraria ci promette, ma
terminata la seduzione iniziale avevo capito che la cattedra
universitaria – il conto da mezzo milione di dollari aperto a tuo nome
dalla Tiaa-Cref3, il computer ultimo modello che ti viene fornito con lo
sconto dalla Apple Corporation per comporre le tue monografie
«sovversive» – è il mezzo con cui il Sistema coopta il teorico
letterario. Gli dissi che la narrativa è un rifugio, non un mezzo di
azione.
Poi passammo accanto a un delizioso mucchio di rifiuti, da cui
estrassi una sedia di legno con il sedile rotto, cosparsa di stucco e
vernice, e un pezzo di metallo di due centimetri per dieci con cui
staccare i grumi di stucco piú grossi. Un lavoro sporco. Jeff disse:
«Sarà questa la mia vita se divento uno scrittore?»
Dopo anni di depressione, non mi importava di suonare
autoindulgente. Dissi che ciò che mi interessava era proprio il
recupero. Probabilmente avrei potuto permettermi una sedia nuova;
il fatto che preferissi vivere tra cose recuperate e rinate era una mia
scelta.
Una bella lavata, un pezzo di un robusto pannello di frassino tolto
da un cassetto abbandonato sul marciapiede, otto viti di ottone
recuperate per fissare il pannello alla parte inferiore della sedia, e un
pennarello nero per nascondere gli schizzi di vernice bianca: ecco
come recuperai la sedia.
(1996).

1 Protagonisti di: Le fortune di Silas Lapham di William Dean Howells;


Babbitt di Sinclair Lewis; Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald; Le
perizie di William Gaddis [N. d. T.].
2 Protagonisti di: Bartleby lo scrivano di Herman Melville; Il borgo di William
Faulkner; L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon; L’uomo invisibile di Ralph
Ellison [N. d. T.].
3 Teachers Insurance and Annuity Association - College Retirement
Equities Fund, uno dei maggiori fondi pensione americani [N. d. T.].
Unità di controllo

Visto dalla Route 67 del Colorado, il corpo di guardia del Federal


Correctional Complex sembra il padiglione di un parco di lusso, con
fregi color giada e una bordura di ghiaia rosa. Avvicinandomi in
macchina, riesco a distinguere due uomini di colore in giacca e
cravatta dietro i vetri scuri delle finestre. Uno di loro viene fuori a
controllare la mia carta d’identità e mi chiede se sono armato. Gli
dico che ho un appuntamento con Mr Louis Winn all’una.
La guardia risponde: «Con chi?»
Glielo ripeto. Lui mi guarda perplesso e torna nel padiglione, da
dove esce l’altro uomo. È un po’ stempiato e assomiglia vagamente
a Langston Hughes. Indossa un bel gessato grigio. «Louis Winn», mi
dice senza sorridere, stringendomi la mano attraverso il finestrino
aperto.
«Oh, è lei Mr Winn», rispondo con un sorriso abbastanza grande
per tutti e due. Deve pensare che io sia sorpreso perché mi
aspettavo un bianco. Mi dice di seguire la sua auto su per la collina.
Ma dato che mi sono sentito maltrattato, insisto, tirandomi la zappa
sui piedi: «Sembrava che la guardia non la conoscesse».
Mr Winn mi lancia una raggelante occhiata di disappunto e, senza
dire una parola, prosegue fino alla macchina.
Qui a Florence, Colorado, il business della legge e dell’ordine
all’americana sta andando a gonfie vele. Il Federal Correctional
Complex è il nuovo, sfarzoso prodotto di una guerra contro la droga
che, a prescindere da quanto sia riuscita a frenare gli appetiti illeciti
della nazione, ha contribuito a raddoppiare la popolazione carceraria
federale in meno di dieci anni. Gli abitanti di Florence erano cosí
entusiasti di ospitare questo business che hanno acquistato il
terreno per la struttura e l’hanno offerto in dono al Bureau of
Prisons1. Sono venuto a vedere come funziona il business, dentro e
fuori dai cancelli.
Il nucleo centrale del Fcc Florence è la Administrative Maximum
Facility, un modernissimo carcere da sessanta milioni di dollari dove
sono rinchiusi quelli che la stampa popolare chiama «il peggio del
peggio» dei prigionieri federali. Adx Florence, Alcatraz delle
Montagne Rocciose e Admax sono alcuni dei suoi soprannomi.
Forse un giorno John Gotti verrà trasferito qui, ma Manuel Noriega
no. (Noriega è cittadino panamense, e i regolamenti dell’Adx violano
la Convenzione di Ginevra). L’Adx ospita attualmente circa
duecentocinquanta prigionieri – poco piú di metà della sua capienza
– che rimangono chiusi in cella ventitre ore al giorno, quasi
completamente privi di contatti umani. A meno che la pena capitale
non diventi ordinaria amministrazione, è difficile che la logica e la
tecnologia delle carceri americane progrediscano tanto da superare i
sistemi di controllo dell’Adx.
Secondo gli opuscoli del Bureau of Prisons (Bop), l’Adx ha il
compito di «influire sul comportamento dei detenuti, affinché coloro
che manifestano un comportamento non pericoloso e partecipano ai
programmi obbligatori possano venire ammessi in un complesso
carcerario piú aperto». La maggior parte dei detenuti dell’Adx è stata
trasferita per cattiva condotta da carceri di minore sicurezza. Il
diciotto per cento ha ucciso un altro detenuto, il sedici per cento ha
aggredito a mano armata un altro detenuto, il quindici per cento è
evaso o ha tentato di evadere, e il dieci per cento ha aggredito a
mano armata un membro del personale carcerario. C’è poi un
gruppetto di prigionieri che vengono considerati terroristi a causa
delle loro idee politiche sovversive. Io ho chiesto un colloquio con
due detenuti politici: Mutulu Shakur e Ray Luc Levasseur.
Il Fcc Florence è formato da quattro strutture carcerarie. Dal corpo
di guardia, la strada si snoda lungo la collina e oltrepassa un campo
di lavoro di minima sicurezza non recintato (il «Club Fed»), un
invitante Federal Correctional Institution di media sicurezza, un
austero penitenziario di massima sicurezza, e il bunker triangolare di
mattoni che ospita l’Adx. L’arida prateria d’alta quota si è
trasformata, grazie alla correzione federale, in un terreno irrigato e
alterato dalla mano dell’uomo. Quando vivevo a Colorado Springs,
passavo spesso davanti al cantiere di questo complesso carcerario
mentre andavo a camminare sui monti del Sangre de Cristo.
L’architettura è spigolosa, dipinta a strisce, con una predominanza di
verde petrolio e rosa salmone. Finché non è comparsa la recinzione
di filo spinato, ho continuato a pensare che un cowboy proprietario
terriero stesse costruendo un’area commerciale stranamente isolata
con finestre a risparmio energetico.
All’ingresso una segretaria bionda di nome Donna mi fa firmare un
registro, mi chiede di indietreggiare fino a una parete di mattoni rossi
e mi scatta tre foto con una Polaroid. Nel frattempo discute con aria
indifferente con qualcuno nelle viscere dell’Adx, dicendogli di
«portare su Shakur». Il volume e la potenza del segnale delle radio
dell’Adx sono calibrati in modo che la voce cominci subito a parlare
con intensità colloquiale, senza crepitio o distorsione; l’interlocutore
sembra quasi presente in carne e ossa. Donna viene informata
dell’arrivo di Shakur. Mi timbra l’avambraccio con inchiostro invisibile
e lo passa sotto una lampada nera. Compare la scritta fluorescente
TAMP.
«Si dovrebbe leggere STAMP», dice Donna, timbrandomi di nuovo.
Controlliamo sotto la lampada nera, e la seconda parola è ancora
TAMP. Mi timbra per la terza volta e combina un gran pasticcio. Mr
Winn intercede con un brontolio impaziente, e già sono grato di non
essere il solo ad aver suscitato il suo disappunto.
Anche se l’Adx è la prima prigione federale progettata
appositamente per l’isolamento ininterrotto dei prigionieri, la pratica
della segregazione cellulare è vecchia quasi quanto la repubblica.
Nel 1823 la Repubblica di Pennsylvania inaugurò a Philadelphia
l’Eastern State Penitentiary, dando origine al famoso «sistema della
Pennsylvania» che in seguito venne copiato dai costruttori di prigioni
di tutto il mondo. I quaccheri che progettarono l’Eastern State
ritenevano che la condivisione dello spazio carcerario spingesse i
detenuti alla depravazione, e cosí alla Eastern State ogni prigioniero
aveva una cella e un cortile per conto proprio, da cui non usciva mai.
In caso di trasferimento il prigioniero veniva incappucciato, perché
non venisse contaminato dalla depravazione fluttuante nell’aria. Il
fatto che spesso i prigionieri in perpetuo isolamento si impiccassero
o si ferissero a morte veniva attribuito alla follia provocata dalla
masturbazione.
Con il passare degli anni, mentre in America lo spazio carcerario
diventava sempre piú prezioso e lo studio della criminologia faceva
progressi, la segregazione cellulare sistematica cadde in disuso. A
metà del secolo, le sentenze giudiziarie avevano ormai imposto
severi limiti all’uso dell’isolamento punitivo. Tuttavia, a partire dagli
anni Settanta, l’idea dell’isolamento perpetuo venne riesumata sotto
forma di «segregazione» a scopi «amministrativi». L’isolamento
come metodo di controllo, invece che di punizione, era considerato
una misura «amministrativa», e in quanto tale legittima.
I supercarceri di massima sicurezza, che rappresentano l’inasprirsi
della lotta fra la società e i suoi prodotti criminali, sorgono ormai in
piú di venticinque stati. Il piú famoso si trova in California, dove il
convergere della vendicativa ignoranza popolare e della crescente
violenza delle gang cittadine ha portato alla costruzione di
un’enorme «unità di controllo» a Pelican Bay, appena sotto il confine
con l’Oregon. Nel gennaio del 1995, cinque anni dopo l’apertura di
Pelican Bay, numerosi aspetti delle sue modalità di punizione
vennero giudicati crudeli e insoliti da un giudice del distretto federale,
Thelton Henderson, il quale disse, in pratica, che il desiderio dei
californiani di «chiuderli dentro e buttare via la chiave» aveva creato
un incubo. I detenuti di Pelican Bay venivano abitualmente privati
dell’accesso alle cure mediche e psichiatriche, subivano violenze
gratuite da parte delle guardie e mostravano segni di danni
psicologici – insonnia, difficoltà di concentrazione, pensieri suicidi,
rabbia esasperata nei confronti della società – quasi sicuramente
causati dall’isolamento prolungato. Tuttavia, dato che il giudice
Henderson non arrivò al punto di far chiudere la prigione, i funzionari
del sistema carcerario considerarono la sua sentenza come una
vittoria.
I pavimenti sono la prima cosa che noto all’Adx Florence. Sono
quasi tutti di linoleum a scacchi, in colori personalizzati come il rosso
mattone e il grigio seme di papavero, e tirati a lucido in maniera
eccezionale. Sembra che desiderino ardentemente essere notati ed
elogiati. Idem per la pulizia, la solidità dei mobili d’acciaio, le eleganti
camicie bianche e le cravatte granata delle guardie
straordinariamente azzimate, la disorientante disposizione non
rettilinea dell’edificio, il regolamento discreto ma efficace: tutte cose
bene in vista. In realtà, dietro questo splendore si può vedere lo
sforzo cosciente di lavare l’onta che il concetto di «unità di controllo»
ha subíto a causa di Pelican Bay e del predecessore dell’Adx a
Marion, Illinois – un supercarcere la cui reputazione è stata
periodicamente offuscata da Amnesty International.
Tuttavia, nonostante la mia ammirazione per lo splendore dell’Adx,
ci sono cose che noterò soltanto quando sarò uscito. Finché non
sarò salito nella mia auto rovente e non mi sarò quasi ustionato la
lingua con l’acqua della bottiglia che avevo lasciato sul sedile, per
esempio, non mi renderò conto di quanto fosse perfetta la
temperatura all’interno dell’Adx. Lo stesso vale per l’odore, che
nell’Adx è del tutto assente tranne che in un corridoio, dove colgo
una gradevole zaffata di qualcosa al limite fra organico e inorganico
– intonaco fresco, forse. Nell’Adx c’è un’illuminazione ideale: mai
violenta, perfetta per la lettura. I rumori: nessun clangore di ferraglia,
nessun grido lontano, nessun interfono berciante. Le porte
automatiche si aprono con un ronzio e si chiudono con uno scatto
secco. Mr Winn parla a bassa voce –
MR WINN (a un tenente che ci passa accanto) Come va?
TENENTE (preoccupato, chinandosi verso di lui) Come, scusi?
MR WINN (stancamente, con disappunto) Ho detto, come va?
TENENTE (con evidente sollievo) Oh, bene, bene.
– ma riesco a sentirlo senza difficoltà. Sono tentato di dire che regna
un’atmosfera di deprivazione sensoriale. Ma l’Adx lascia sui visitatori
un’impressione di pace, non di deprivazione. In effetti, piú di una
volta durante la mia visita, mi ritrovo a pensare che sarebbe un
ottimo posto per leggere e scrivere. Tuttavia, diffido abbastanza dei
grandi sistemi di controllo da ritenere che Mr Winn vorrebbe che
pensassi proprio questo.
Ogni volta che incontriamo un posto di guardia, Mr Winn infila una
delle Polaroid scattate da Donna in un cassetto metallico e la passa
a una guardia appostata dietro un vetro spesso, e la guardia a sua
volta fa scivolare sotto il vetro una lampadina tascabile delle
dimensioni di una carota per controllare il mio timbro. A quanto pare
è sufficiente che qualcosa luccichi sul mio avambraccio.
Ecco come un prigioniero entra nella sala «contatti» all’Adx. Io e
Mr Winn siamo in piedi nella porzione di mondo libero delimitata dal
tavolo di cemento che divide la stanza, chiusa a chiave dall’esterno.
Attraverso lo spioncino della porta sulla parete opposta sento un
tintinnio metallico e scorgo alcune teste e spalle. La porta si apre ed
entra Mutulu Shakur, con i polsi ammanettati dietro la schiena. La
porta si richiude. Con il volto atteggiato a un’espressione complessa
in cui si leggono noncuranza, rabbia e dignità, Shakur accosta la
schiena alla porta, si accovaccia e lascia che la guardia, da fuori,
apra una fessura grande come una scatola da scarpe e allunghi la
mano a togliergli le manette. Le manette scompaiono, la fessura
viene richiusa ermeticamente.
Mr Winn si appoggia contro la parete alle mie spalle. Durante
l’intervista non mi giro verso di lui, neanche una volta, ma ho la
sensazione che guardi spesso l’orologio.
Shakur indossa un berretto di lana e comuni occhiali di plastica
nera. I suoi dreadlock sono spruzzati di grigio. Mi chiede da chi ho
avuto il suo nome e numero di matricola. Gli rispondo: da un gruppo
di Boulder che si occupa di diritti umani nelle carceri e ha forti legami
con detenuti politici. Shakur fa parte del movimento Republic of New
Afrika, ed è stato condannato, fra l’altro, per complicità in una rapina
a mano armata del 1984 nella quale morirono due poliziotti; l’accusa
lo ha ritenuto responsabile ai sensi della legge Rico perché i
rapinatori si incontravano nella sua clinica di agopuntura.
Shakur mi spiega che è finito in un carcere di massima sicurezza,
prima a Marion e adesso all’Adx, perché il direttore del penitenziario
di Lewisburg, Pennsylvania, dove l’avevano inizialmente rinchiuso,
riteneva che avesse troppa influenza sui giovani di colore ed
eccessivi contatti con l’esterno. Il messaggio che Shakur vuole
comunicarmi, durante il nostro colloquio troppo breve, è questo: i
neri che hanno avuto guai con la giustizia possono diventare una
guida per gli altri, e il Sistema li tiene in prigione per mantenere allo
sbando le comunità nere. «Le prigioni sorgono in zone isolate, –
dice. – La gente come me, che è sempre vissuta in una comunità, fa
fatica a sentirsi collegata al resto del mondo. Immaginati un ragazzo
che si becca venticinque anni per quindici grammi di crack: è isolato.
Ci sono forti probabilità che subisca un danno mentale».
Mentre si alza, Shakur mi chiede di spedire una copia del mio
articolo a suo figlio. «Tupac Shakur, – dice. – Tu sai chi è».
Gli prometto che farò avere l’articolo a Tupac.
Quando resta solo con me, Mr Winn mi fa una ramanzina. Dice
che l’Adx è «completamente aperto» ai giornalisti, e che lui non ha
alcun controllo su ciò che posso ricavare dalla mia visita. (Cita, con
una risatina, il titolo del pezzo sull’Adx pubblicato dal «Times» di
Londra: Gli estremisti d’America imprigionati in una «tomba»).
Tuttavia, avrebbe preferito sapere che avevo parlato con gli attivisti
per i diritti umani di Boulder. «Bastava dirlo, – afferma. – Mi avrebbe
aiutato a capire cosa sta facendo».
Gli spiego che ho telefonato a Boulder solo perché mi serviva il
nome di qualche detenuto disposto a parlare. Ma ormai il suo
disappunto sembra essersi consolidato in giudizio.
Mr Winn annuncia che la nostra visita terminerà entro le 15,30.
Sono le 14,15, la visita non è neanche cominciata, e io devo fare
un’altra intervista. Che peccato, mi dice, che non sono venuto di
mattina. Avremmo avuto tutta la giornata.
«Ma avrei potuto cominciare in qualunque momento, – gli
rispondo. – È stato lei a chiedermi di scegliere l’ora. Ho detto l’una
senza neanche pensarci».
Scuote la testa con aria affranta. Gli era sembrato che non potessi
venire prima dell’una. Anche lui è un tipo mattiniero. Se solo avesse
saputo…
Ray Luc Levasseur è un proletario franco-canadese del Maine. Ha
un fisico possente, ricoperto di tatuaggi. Manifesta il nervosismo
trattenuto di un uomo che potrebbe fumare mezza sigaretta in una
sola boccata. Ha i baffi, e sopracciglia cosí folte e scure da sembrare
un terzo baffo.
Dal 1974 al 1984 Levasseur ha vissuto in clandestinità e ha fatto
parte di un’organizzazione specializzata in attentati dinamitardi
contro i nemici militari ed economici della classe operaia mondiale. È
stato catturato nel 1984, dopo essere apparso sulla lista dei Dieci
Maggiori Ricercati dell’Fbi.
«Guardo pochissimo la Tv, piú che altro i telegiornali e qualche
partita ogni tanto, – mi dice. – Quando la radio funziona – cosa che
non capita da settimane – a volte ascolto la Npr2». L’unico momento
in cui vede altri detenuti è durante le tre ore d’aria settimanali. Ha
una moglie e tre figlie che ha toccato per l’ultima volta nel 1989.
Ogni prigioniero del sistema carcerario federale è tenuto a
partecipare a qualche «programma» di riabilitazione – terapia di
disintossicazione da droga o alcol, formazione professionale, lavoro
in fabbrica. Per uscire dall’Adx, un detenuto deve non soltanto
rispettare il regolamento, ma anche seguire un «programma». Fra le
cose che rendono Levasseur un «detenuto politico» ci sono i suoi
dinieghi. A Marion si è rifiutato di lavorare in una fabbrica che
produceva cavi coassiali per l’esercito. «Possono calpestarmi e
tenermi dentro finché vogliono, – mi dice, – ma io non costruirò
equipaggiamenti per l’esercito o la polizia, punto. Mai e poi mai». Per
quanto riguarda il lavoro nella fabbrica di mobili aperta di recente
all’interno dell’Adx, afferma: «Credo che usare i detenuti come servi
o schiavi sia fondamentalmente sbagliato».
Gli chiedo di parlarmi dei secondini dell’Adx.
«Non ne ho ancora incontrato uno di queste parti, – risponde. –
Sono tutti importati. Il lato positivo è che qui non c’è quel
cameratismo da amici d’infanzia che c’era a Marion. Là era terribile,
ognuno lavorava per un parente dell’altro, sa com’è, e anche se ti
ammazzavano di botte erano sicuri di farla franca. Qui non è cosí
male, perché sono tutti arrivati da poco. Ma ho la sensazione che
con l’andare del tempo la stronzata dei vecchi amici comincerà
anche qui. Credo che la prigione favorisca quel genere di cose».
Mr Winn, in piedi accanto a me, sospira a intervalli di cinque minuti
precisi.
Chiedo a Levasseur se si considera il peggio del peggio.
«Uomini come Robert McNamara – risponde – hanno ammazzato
un sacco di gente, molta piú di quella che ho ammazzato io. Questo
è il problema. Se vogliamo definire criminali quelli che fumano il
crack o rubano nelle case, la faccenda si riduce sempre ai neri e ai
poveri. Ok? Ma poi abbiamo questi crimini orrendi compiuti da gente
come McNamara. E la Union Carbide, che cazzo ha fatto in India, ha
ammazzato ottomila persone». Abbassa un po’ la voce, con aria
pensierosa. «Naturalmente mi hanno condannato per un attentato
alla Union Carbide». Ridacchia, poi si sfrega la faccia e recupera la
compostezza. «Un piccolo prezzo da pagare per la vita di quelle
persone». Indica Mr Winn. «Probabilmente quelli come Robert
McNamara sono i suoi idoli. Lui non li considera criminali».
Mr Winn coglie l’occasione per dirmi, con aria indifferente: «Ha
altre domande?»
Alzo le spalle.
Levasseur alza le spalle.
Gli dico che gli scriverò.
Non appena Levasseur se n’è andato, una guardia ci fa uscire dal
nostro settore della sala visite. Ci restano venticinque minuti per
visitare l’Adx. Un tempo sufficiente per percorrere innumerevoli
corridoi a temperatura controllata; per verificare l’indistruttibilità delle
suppellettili di cemento di una cella vuota (la cella è grigia, grande
circa due metri per tre e mezzo, ed è dotata di un monoblocco
lavandino-wc-fontanella, un letto e una scrivania di cemento, un
accendino elettrico incassato nella parete e una stretta finestra che
offre un frammento di cielo azzurro); per fare un salto in una delle
biblioteche di diritto legale e in quella per il tempo libero (solo best-
seller dozzinali; un mucchio di Louis L’Amour e Robert Heinlein); e
per una breve conversazione che rasenta toni amabili. Chiedo a Mr
Winn come abbia fatto l’Adx ad attirare l’attenzione di Cbs, Abc, Nbc,
Cnn, Npr, Bbc, della Tv francese, della Tv dello Yorkshire, di «Der
Spiegel», del «New York Times», del «Times» di Londra e di
«Details». Mi risponde che le principali attrattive dell’Adx sono in
parte le sue tecnologie sofisticate, ma soprattutto il «fascino di
Alcatraz» – l’alone di leggenda che circonda inevitabilmente
qualsiasi prigione che contenga il peggio del peggio.
Sempre sperando di tirarlo dalla mia parte, azzardo l’ipotesi che
idealizzare le carceri sia una cosa morbosa. Mr Winn annuisce.
«Provi a lavorare in una prigione per un giorno, – risponde. – Non è
un luogo ameno».
Il suo tono ragionevole mi commuove, ma solo per un attimo. La
violenta guerra politica che ha scosso l’America negli anni Sessanta
e Settanta e che ultimamente è tornata di attualità – nel caso
Unabomber, a Oklahoma City, nella Philadelphia di Mumia Abu
Jamal – infuria soprattutto nelle carceri, in cui sono rinchiuse un
milione e mezzo di persone, quasi tutte povere. Il fatto che la
stragrande maggioranza di queste persone non abbia idee politiche
non diminuisce la portata della guerra. Rare sono le guerre
combattute per principio; carcerati e carcerieri sono semplicemente
nemici di sangue. E tutto ciò ha radici profonde. Mr Winn è cresciuto
in basi militari, mentre Shakur è cresciuto nel quartiere Jamaica di
Queens e Levasseur in una città industriale di una zona depressa
del Maine. La loro guerra viene nascosta all’opinione pubblica dalla
vernice verde petrolio e salmone, e da frasi come «il peggio del
peggio». I vinti sono perlopiú sociopatici. I vincitori indossano abiti
eleganti e parlano di tristezza.
Mi piacerebbe credere di non essere coinvolto in questa guerra.

Per la contea di Fremont, Colorado, le prigioni hanno un solo e


unico significato: dollari. Il capoluogo della contea, Cañon City, è
stata probabilmente la prima comunità d’America a riconoscere
l’industria carceraria come un settore in espansione. Nel 1868, dopo
aver appoggiato Denver nel tentativo riuscito di diventare la capitale
permanente dello stato, Cañon poté scegliere la propria ricompensa:
la prigione o l’università. Scelse la prigione.
A piú di un secolo di distanza, la città e i suoi dintorni hanno il
controllo assoluto del sistema carcerario statale. Nove delle diciotto
prigioni del Colorado sorgono entro un raggio di otto chilometri dal
Wal-Mart di Cañon City. Il Colorado Territorial Prison Museum, che
ha sede in un blocco carcerario smantellato all’estremità occidentale
della città, è un luogo di ritrovo dell’alta società di Cañon. Nel
giardino del museo ci sono tavoli da picnic, una rugginosa camera a
gas ottagonale e un paio di celle in cui turisti inglesi scottati dal sole
si fingono detenuti pericolosi. I cittadini illustri contribuiscono alla
Fondazione del museo con la quota Direttore (da cinque a diecimila
dollari); quelli meno insigni possono scegliere, per esempio, la quota
Sergente (da cento a cinquecento dollari). Per raccogliere altri fondi,
una volta all’anno si tiene un torneo di golf e di tanto in tanto una
festa denominata Big House Bash – un ballo in maschera dove,
qualche anno fa, i benefattori entrando nella sala deponevano il
proprio invito in un modellino di plastica della camera a gas.
Qualche chilometro a est di Cañon, sulle rive del fiume Arkansas,
c’è la cittadina a-un-solo-semaforo di Florence. Qui i membri
dell’American Legion3 e degli ordini dell’Alce e dell’Aquila4 giocano a
Bingo tre volte la settimana. All’angolo della strada che porta al Fcc
sorge un nuovo fast-food Hardee di cui tutti in paese vanno fieri.
Lungo la Main Street sono schierati una banca, un emporio, una
drogheria con un manifesto dall’aria permanente che dà il benvenuto
al Fcc e una grande quantità di locali sfitti e cartelli con la scritta
«Vendesi». La sindaca di Florence, Merle Strickland, una
settantaduenne signora texana con orecchini di brillanti grossi come
borchie e un Ford pickup bianco, ha liquidato il suo negozio di mobili
perché poteva guadagnare di piú con Wall Street e perché (dice
scherzando) le azioni sono piú facili da trasportare.
Lungo le strade laterali di Florence corrono canali rivestiti di
cemento, che irrigano i prati ombreggiati da pioppi di casette
decorate a stucco e di qualche villa vittoriana in mattoni. Cyanide
Street, alla periferia occidentale di Florence, termina in uno squallido
parcheggio per camper chiamato Last Mile Estates. L’Arkansas, che
scorre impetuoso al di là del parcheggio, ha un colore che ricorda i
carciofi al vapore.
Un tempo Florence era una città da trentamila abitanti e il centro di
una fiorente industria estrattiva. Qui avveniva l’estrazione o la
lavorazione di carbone, petrolio, oro, calcare, gesso, argilla smettica
e alabastro. Florence 42, il pozzo di petrolio a produzione continua
piú vecchio della contea, produce ancora quattro barili al giorno.
Tuttavia, negli anni Ottanta la maggior parte delle risorse minerarie
della contea di Fremont erano ormai esaurite. Colline dissestate e
gole dall’aria innaturale deturpavano il paesaggio, e la popolazione
di Florence si era ridotta a tremila unità.
«Sembrava il letto di un lago morto, una distesa di argilla piena di
crepe, – dice Skip Dyer, l’ex direttore esecutivo dell’Ente per lo
sviluppo economico della contea di Fremont. – I soldi venivano
dall’acqua, e l’acqua era appena sparita. Fu un periodo terribile per
moltissima gente e per moltissime imprese».
Per l’economia stremata della contea di Fremont, un complesso
carcerario federale rappresentava il terminale di un oleodotto da cui
il denaro federale sarebbe sgorgato, sotto forma di salari, a un ritmo
superiore ai cinquantamila dollari al giorno. La costruzione o il
rinnovo delle infrastrutture avrebbe portato altri occasionali scrosci di
denaro contante. I fautori della prigione prevedevano che la clientela
delle loro attività commerciali sarebbe aumentata e che la
popolazione sarebbe cresciuta fino a raggiungere la massa critica,
attirando nuovi datori di lavoro nella regione.
La contea di Fremont cominciò a sfruttare la nuova risorsa
federale nel 1986, quando uno del posto, un rappresentante di
matite di nome Tom Schryver, intravide la possibilità di realizzare il
classico colpo grosso all’americana. Suo fratello, che guarda caso
lavorava per il Bop, gli accennò che il governo federale stava
cercando college, monasteri e conventi in difficoltà da convertire in
prigioni di minima sicurezza. Perdipiú, guarda caso, Cañon City
possedeva proprio un immobile di quel genere: l’abbazia di Holy
Cross. L’abbazia sorgeva su un appezzamento di novanta ettari ai
confini della città, vicino al Wal-Mart, ed era provvista di dormitori e
di una sala da pranzo con trecento posti a sedere. Correva voce che
navigasse in cattive acque.
Inoltre c’erano segni evidenti che la contea di Fremont non avesse
niente in contrario a ospitare detenuti. Dopo la mia visita all’Adx, una
domenica mattina passo a prendere Jimmie Lloyd, un consigliere
comunale di Florence che ha promesso di presentarmi a Schryver.
Lloyd, un tenente colonnello dell’aeronautica in pensione, riassume
cosí l’atteggiamento degli abitanti di Cañon nei confronti delle
prigioni: «Gli evasi non rimangono da queste parti, e a chi verrebbe
in mente di svaligiare una casa che potrebbe appartenere a una
guardia carceraria? Se ti prendono finisci in prigione, e magari ti
ritrovi la tua vittima come sorvegliante. Inoltre corri il rischio che ti
facciano saltare le cervella. Ci sono probabilmente piú armi da fuoco
in questa zona che in metà dello stato».
Attraversando la frazione di Penrose oltrepassiamo una casa con
il giardino pieno di struzzi, e Lloyd esprime l’opinione che gli
allevamenti di struzzi siano uno schema di Ponzi. In una strada
polverosa dove i numeri civici non seguono alcuna logica evidente,
riusciamo a individuare la modesta casa a un piano di Tom Schryver.
Schryver è un uomo gentile, dal volto aperto e sereno. Nonostante
il ventre sporgente, ha i bei lineamenti di una persona snella. Ci
viene incontro sulla porta in sandali e calzoni larghi di poliestere
marrone. «Sono solo un vecchio provinciale, – mi dice con allegria. –
Stavo vendendo le mie matite quando ho incontrato Steve Stewart».
Steve Stewart arriva poco dopo. È un agente immobiliare e si
vede. Lo si intuisce dai chili di troppo, dalla faccia affidabile,
dall’abbigliamento sportivo indossato con disinvoltura. È arrivato in
macchina da Colorado Springs con tre orologi commemorativi per gli
allenatori della squadra di little league in cui gioca suo figlio. Tom
Schryver ha inciso delle targhette di ottone per gli orologi. «È
un’attività secondaria di Tom», dice Stewart.
Tom Schryver conobbe Stewart quando vendeva matite
personalizzate e altri souvenir commerciali alla sua agenzia. Alla fine
del 1986, Schryver acquisí la licenza di agente immobiliare e fece
subito visita all’abbazia di Holy Cross. L’amministratore dell’abbazia
confermò che i monaci erano effettivamente pronti a vendere.
Schryver concordò con l’amministratore un prezzo di offerta di 12,75
milioni di dollari, e ottenne i diritti esclusivi sulla proprietà per
settantacinque giorni. Poi si rivolse al responsabile per le
acquisizioni immobiliari del Bop, un uomo di nome Jim Jones.
Ciò che convinse definitivamente Jones fu il video di dodici minuti
girato da Schryver. Lo guardiamo nel soggiorno di Schryver,
sorseggiando una sottomarca di diet cola. Schryver non riesce a
nascondere il suo orgoglio per gli zoom, le panoramiche e la colonna
sonora. «Abbinare testo e immagini non è facile come sembra, –
dice. – Nei momenti di silenzio alzavo il volume dello stereo, poi
tornavo ad abbassarlo quando dovevo parlare».
La musica sembra Mantovani.
«È un disco del Reader’s Digest», dice Schryver.
Il video vuole sembrare una panoramica degli edifici dell’abbazia
per qualsiasi potenziale acquirente. Schryver, tuttavia, l’ha modellato
abilmente sulle necessità del Dipartimento di Giustizia. «Faccio una
battuta sulle prigioni, – dice. – Vediamo se riuscite a coglierla. È un
mio piccolo scherzo privato».
«Un tuo piccolo scherzo privato», gli fa eco Steve Stewart con
comica soggezione.
Ci sono, in effetti, parecchie battute. Con la musica in sottofondo,
Schryver descrive la palestra dell’abbazia come «un luogo molto
piacevole dove stare al fresco». (Si rivolge a noi in tono allegro:
«Capito? Stare al fresco?») Poi spiega che gli edifici sorgono a una
certa distanza dalla Highway 50, in modo da creare «una zona
cuscinetto fra l’abbazia e l’esterno» («Zona cuscinetto! Hi hi!»), e fa
notare che l’unico ingresso dell’abbazia «può venire facilmente
munito di un cancello per limitare l’accesso».
«L’intera città ha molte analogie con Dachau», osserva Stewart
con aria sorniona.
«Quest’ultima panoramica è stata particolarmente difficile perché
ho dovuto girarla a bordo di un’auto, – dice Schryver. – È venuta
benissimo. Vedete quel camion che sbuca fuori nel momento esatto
in cui arrivo all’ingresso? È molto piú difficile di quanto si immagini».
«“E adesso diamo un’occhiata al crematorio”», recita Stewart con
voce da annunciatore.
Nel febbraio del 1987, Jim Jones si recò a Florence e proclamò
l’abbazia il luogo piú adatto che avesse visto fino a quel momento.
Piú di mille cittadini di Cañon spedirono lettere prestampate che
esortavano il Bop ad acquistarla. Secondo Stewart, Jones fu
sopraffatto dalla risposta. Annunciò pubblicamente che il Bureau
stava per acquistare una proprietà in Colorado.
«Stavo già contando i trecentosettantacinquemila dollari che
rappresentavano la mia quota della commissione, – dice Schryver. –
Avevo preso gli opuscoli della Mercedes-Benz».
«L’affare era ormai concluso, – dice Stewart. – E poi, una
settimana dopo la perizia finale, mi alzo un sabato mattina e vedo un
titolo a tutta pagina sul giornale: SALTA L’ACCORDO PER L’ABBAZIA. Ecco
come gli agenti esclusivi della proprietà vennero a sapere che
l’accordo era sfumato».
I monaci dell’abbazia avevano tenuto una votazione finale sulla
vendita e avevano cambiato idea.
«Avevo speso molte energie in quel maledetto affare, – continua
Schryver. – Avrei potuto alzare un gran polverone quando l’accordo
andò a monte. Ma lasciai che se ne occupasse Steve».
Dato che la sua agenzia deteneva i diritti esclusivi sulla proprietà e
aveva trovato un compratore valido, pronto e disponibile, Steve
Stewart era convinto che l’abbazia gli dovesse comunque la quota di
mediazione. Scrisse al delegato apostolico a Roma e stabilí un diritto
di prelazione sull’abbazia. Ma nessuno al Dipartimento di Giustizia
confermò che il Bop fosse intenzionato all’acquisto.
«Tutti cercano i loro venti minuti di gloria, – mi dice Jimmie Lloyd
durante il viaggio di ritorno a Florence. – Come la maggior parte
delle persone, Tom Schryver non li ha ottenuti».

Il mio secondo tentativo di penetrare nel Fcc Florence ha luogo nel


Federal Correctional Institution di media sicurezza. Come l’Adx, il Fci
è una vetrina. Tra le sue caratteristiche umanitarie piú rilevanti vi
sono una capanna sudatoria dove i nativi americani possono
praticare i loro rituali, sei tavoli da biliardo di misura regolamentare,
un atelier di pittura e una biblioteca il cui patrimonio comprende
L’arcobaleno della gravità in edizione rilegata e lo studio di Walter
Kaufmann su Hegel. Al centro si trova un grande campus percorso
da sentieri, dove prigionieri in uniforme color cachi spingono la
motofalciatrice sull’erba lussureggiante. Quasi la metà dei detenuti
sono finiti al Fci per reati connessi all’uso di droga.
La mia guida, la coordinatrice del Case Management Denise
Snider, mi mostra da cima a fondo la fabbrica di mobili Unicor. La
Unicor è una società federale semiautonoma, come il Servizio
postale, che gestisce le fabbriche del Bop e tratta esclusivamente
con acquirenti federali. I prodotti del Fci Florence sono sedie e divani
comodi e privi di personalità. Il salario dei detenuti oscilla fra i
quaranta centesimi e il dollaro e venticinque l’ora. Vedo torri di
gommapiuma, trapani ad aria compressa e graffatrici fissate a rotoli
di tubi gialli penzolanti, un’interessante Sala Incollaggio e parecchi
uomini in divisa cachi.
La Unicor offre una formazione professionale nel settore della
produzione – uno degli scopi dichiarati del programma è quello di
fornire ai detenuti «capacità rivendibili sul mercato» –, ma per
assicurarsi un posto da impiegato nel grazioso ufficio commerciale
ultimo modello della Unicor è necessaria una precedente esperienza
nel mondo esterno. Dietro ogni scrivania, dove l’occhio moderno si
aspetta di vedere una giovane donna con braccialetti, spalline
imbottite e frangetta cotonata, c’è un uomo in divisa cachi con i
capelli lunghi e la barba che scrive a macchina con alacrità. L’effetto
è parodistico o surreale.
Per buona parte della mia visita al Fci, la coordinatrice del Case
Management Snider rimane del tutto indifferente ai miei sforzi per
entrare nelle sue grazie. I suoi abiti e la sua pettinatura sono
dichiaratamente pratici, ed evidentemente non vede l’ora che me ne
vada. Tuttavia, mentre sto uscendo, lascia affiorare qualche
minuscola crepa nella sua professionalità.
«Mi stavo specializzando in psicologia al college, – dice,
spiegandomi come ha ottenuto due lauree in criminologia. – Una
professoressa mi disse che secondo lei ero perfetta per la
criminologia. Si addice alla mia natura. Mi piace indagare sulle
persone a loro insaputa».
Le chiedo quanti dipendenti della prigione abitino a Florence o in
altre cittadine dei dintorni. Ricordo che Mr Winn non vive da quelle
parti.
«Siamo incoraggiati a vivere nei pressi del carcere, – dice Snider.
– Ma il posto piú vicino dove ho trovato una scuola materna è
Pueblo. Forse agli amministratori di colore piacerebbe vivere nei
dintorni, ma non si sentono bene accetti a Florence o a Cañon City,
cosí finiscono a Pueblo o Colorado Springs, a un’ora da qui. Il nostro
direttore è di colore, per esempio. Non riesce a vivere da queste
parti».

Nel giugno del 1987, dopo che l’affare dell’abbazia era andato a
monte, l’Ente per lo sviluppo economico della contea di Fremont
(Fcedc) venne a sapere da Jim Jones che il Bop aveva deciso di
costruire un complesso carcerario nuovo di zecca negli Stati Uniti
occidentali. La Fcedc si affrettò a individuare quattro siti potenziali
nella contea di Fremont, e Jones si dimostrò particolarmente
entusiasta di un terreno di proprietà del Dipartimento correzionale
del Colorado, situato fra Cañon City e Florence. La Fcedc gli
assicurò che l’avrebbe ottenuto senza pagare.
Nel maggio del 1988 Jim Jones chiese a Skip Dyer, il direttore
esecutivo della Fcedc, quale sarebbe stata la reazione della
comunità di fronte a un complesso piú ampio, che avrebbe potuto
contenere fino a tre strutture carcerarie. «La abbraccerebbero molto
piú forte», rispose Dyer.
Nonostante il Bop fosse corteggiato dalle comunità
economicamente depresse di tutto l’Ovest e stesse esaminando siti
edificabili in almeno cinque di esse, la contea di Fremont si trovava
in una posizione di vantaggio. Proprio quando sembrava che fosse
tutto sistemato, l’assemblea legislativa del Colorado si rifiutò di
autorizzare la donazione del terreno al governo federale. «Eravamo
ragionevolmente certi di ottenere quel terreno demaniale, – dice
Dyer. – Quando l’affare andò a monte, pensammo di battere il ferro
finché era caldo».
Il ferro venne battuto dal proprietario del negozio di abbigliamento
Jim’s Clothing di Florence. Jim Provenzano è un uomo tarchiato, dai
miti occhi castani e dalla carnagione olivastra. Suo padre, un sarto
italiano, arrivò a Florence nel 1916 e fondò un’attività commerciale
prendendo le misure ai minatori che entravano nei pozzi, cucendo
mentre loro lavoravano sottoterra e consegnando gli abiti quando
tornavano in superficie alla fine del turno. Provenzano Jr era
membro del comitato direttivo delle carceri della contea, e sapeva
dell’esistenza di un sito alternativo, poco piú a sud di Florence,
giudicato adatto da Jim Jones. Il prezzo di partenza era centomila
dollari. Provenzano parlò con un amico che lavorava alla Rocky
Mountain Bank & Trust, dicendogli che avrebbe investito mille dollari
nell’acquisto del terreno se la banca ne avesse investiti altrettanti.
«Per me era piú facile mandare un uomo sulla luna che trovare
mille dollari, – dice Provenzano. – Ma ci restavano solo due
settimane, e sapevo che il governo federale era interessato a quella
proprietà. Cosí dissi: Compriamola. Il mio scopo principale era di far
arrivare il nostro negozio al settantacinquesimo anniversario.
Speravo di poter fornire occupazione alla gente del luogo e di dare ai
nostri ragazzi un posto dove lavorare, se l’avessero voluto».
La Fcedc, spronata da Provenzano, organizzò rapidamente una
raccolta di fondi. «Sembravano tutti contagiati dalla stessa malattia,
– dice Provenzano. – Era come un’asta. Tutti si impegnavano
formalmente a contribuire; dovevi farlo anche tu». Nel giro di due
settimane la Fcedc aveva ottantamila dollari in banca e altri
sessantamila in impegni. Nell’estate del 1988 poté spedire al Bop un
certificato di proprietà per centoventi ettari di deserto – adempiendo
cosí alla promessa di un terreno gratuito.
I lavori cominciarono il 14 luglio 1990. Alcuni dignitari venuti da
fuori fecero una breve comparsa al barbecue che si tenne nel parco
di Florence. Quell’evento è oggi commemorato da un piccone
appeso a una parete della Camera di Commercio. Sulla parete ci
sono anche acquerelli incorniciati delle quattro prigioni che sorgono
all’interno del complesso. Sopra i quadri, due ghirlande d’acciaio
sono legate con un nastro ai pannelli di compensato. Una targhetta
scritta a mano identifica le ghirlande come FILO SPINATO DELLA PRIGIONE
FEDERALE.

Per i mezzi di informazione nazionali e internazionali, l’Adx


rappresenta la vetrina del nuovo millennio, ma a est di Cañon City
sorge un nuovo Colorado State Penitentiary (Csp), inaugurato
quindici mesi prima dell’Adx federale, a partire dagli stessi principî e
con un progetto semplice e accurato. Bisogna ammirare gli impiegati
governativi per aver convinto la gente che l’Adx facesse notizia.
È difficile immaginare una persona piú diversa da Louis Winn della
mia guida al Csp, l’agente amministrativo Dennis Burbank. Mr Winn
è stato trasferito da queste parti; Dennis ci è nato. Mr Winn è
mellifluo ed eloquente, un maestro nel lasciarsi sfuggire evidenti
occasioni di fornire informazioni. Dennis esprime sentimenti,
opinioni. È un individuo che utilizza le parole «utilizzare» e
«individuo» con una naturalezza che le fa sembrare quasi gergali.
Riesce a entusiasmarsi parlando dell’Adx federale («Adoro le loro
celle d’isolamento»), e poi rabbrividisce visibilmente al pensiero delle
prigioni dell’Oklahoma («un esempio di quello che non si deve
fare»). Quando lo incontro indossa una cravatta rossa-bianca-e-blu
di considerevole bruttezza. Sulla cravatta è scritta un’unica parola:
LIBERTÀ.
Dennis presenta il Csp come una struttura progettata per fornire
una specie di amore severo: per essere il genitore rigoroso ed
esigente che forse la maggior parte dei suoi residenti non ha mai
avuto. Se si rispettano le regole e si impara a controllare i propri
impulsi antisociali, dallo sgradevolissimo Livello Uno (nessun diritto,
due guardie di scorta per andare fino alla doccia) si passa al meno
sgradevole Livello Tre (piú soldi per le piccole spese, piú libertà
personali) e infine, dopo sei mesi o un anno, si ritorna in una
prigione dove è possibile interagire con gli altri detenuti. È la teoria
dell’in loco parentis. Il Csp si propone di imprimere nella mente del
detenuto, persona infantile che dà sfogo ai suoi istinti repressi, il
concetto che il mondo intorno a lui è reale ed esige un’assunzione di
responsabilità.
Il personale del Csp si dedica con notevole ingegnosità a creare
«programmi di gestione comportamentale» per ogni specifica
trasgressione. Chi lancia feci contro una guardia, per esempio, viene
privato del solito vitto carcerario e al suo posto riceve una «dieta
speciale»: un polpettone molliccio ad alto contenuto proteico che
Dennis descrive come «non molto gustoso». Con la massima
delicatezza possibile, chiedo se la dieta speciale alteri la qualità
delle feci di coloro che la seguono. Dennis risponde di no. La dieta è
semplicemente un messaggio: smettila di comportarti male e potrai
tornare al cibo vero.
Quando mi dichiaro turbato dal possibile verificarsi di disturbi da
deprivazione sensoriale all’interno del Csp, Dennis manda a
chiamare un esperto, un assistente sociale di nome Gene Espinoza,
il quale mi spiega che in realtà i prigionieri non sono poi cosí isolati.
Oltre ai costanti contatti quotidiani con il personale, i detenuti si
chiamano da una cella all’altra, bussano sulle pareti e, quando
pensano di non essere visti, confezionano con le lenzuola le «funi
dei topi» – lunghe corde che infilano sotto la porta della cella,
cercando di farle schioccare come fruste per raggiungere la porta di
un’altra cella. Se sei riuscito a «insederare» un po’ di tabacco
(un’espressione spiritosa di Dennis, che significa «nascondere nel
retto, fuori dalla portata di una perquisizione superficiale») e vuoi
venderlo a un vicino, la fune del topo è il mezzo preferito per
condurre la transazione.
Il mio rapporto con Dennis attraversa un momento di imbarazzo
quando faccio notare che quei contatti che Mr Espinoza definisce un
beneficio per la salute mentale sono in realtà proibiti dal regolamento
e abitualmente puniti. Ecco come Dennis risolve il paradosso: «Ai
detenuti non è permesso comunicare fra loro. Eppure lo fanno».
Il Csp funziona a pieno regime. A partire da giugno, i detenuti
ammontavano a quattrocentottantasei uomini e tredici donne.
Ognuna delle quattro «unità» del Csp ha una stanza per le visite
mediche e un’altra per il barbiere (quest’ultima svolge anche la
funzione di consultorio psicoterapeutico); l’idea è quella di ridurre al
minimo il tempo trascorso dai detenuti fuori dalle loro unità. Al centro
dell’unità c’è un’area di controllo su due piani, da cui si dipartono in
maniera tangenziale otto «bracci». Il piano superiore dell’area di
controllo è protetto da pannelli di vetro, e contiene un paio di guardie
addette alla sorveglianza dei grandi monitor a colori che controllano
le serrature, le luci, gli interfoni, l’erogazione di acqua, e cosí via.
Dennis dice che in origine i controlli venivano effettuati tramite uno
schermo tattile, ma le guardie si ritrovavano ad aprire le porte
starnutendo o sfiorando lo schermo con la manica. Adesso usano il
mouse.
Ogni braccio contiene sedici celle disposte su due piani, che si
affacciano su una «sala centrale» con il pavimento di cemento
lucidato a cera. La prima regola di un’unità di controllo è che i
detenuti non devono entrare in contatto diretto fra loro, e qui i
dispositivi elettronici sono al servizio di una complicata coreografia di
andirivieni. I detenuti dei Livelli disciplinari Uno e Due devono essere
ammanettati e scortati da due guardie ogni volta che escono di cella;
il grosso incentivo del Livello Tre è il permesso di percorrere senza
scorta i quindici metri che separano la cella dalla doccia, dalla
palestra o dal telefono. Ogni unità contiene detenuti di diversi livelli,
in modo che i privilegi del Livello Tre siano sotto gli occhi di tutti.
Otto o dieci celle non mostrano segni di vita. Nella palestra del
piano inferiore, la cui attrezzatura consiste in una sbarra per le
trazioni, un detenuto dalla barba bionda si allena silenziosamente al
di là del vetro. Nella palestra del piano superiore un detenuto
dall’acconciatura afro non del tutto cresciuta schiaccia il volto contro
la finestra per scrutare il nulla del tardo pomeriggio. (Il Csp non
possiede un’area ricreativa esterna). Qualche altro detenuto tiene il
volto appoggiato allo spioncino della cella. Un altro ancora sta
facendo la doccia. Attraverso la porta a vetri dello stretto vano
doccia riesco a distinguere non troppo chiaramente la testa e il
tronco nella luce color miele. L’acqua scorre per non piú di dieci
minuti, poi il computer del braccio la chiude. Se il detenuto ha
bisogno di un rasoio, una guardia glielo porta prima della doccia e
torna a prenderlo a doccia finita.
«Non riesco ancora ad abituarmi al silenzio che regna in questo
carcere», dice Dennis.
Nelle celle vere e proprie regna raramente il silenzio. La Tv è
importante al Csp – cosí importante che se un detenuto arriva senza
televisore, glielo assegnano non appena esce dal Livello Uno. Il Csp
ha una propria emittente, che trasmette programmi educativi e di
formazione professionale (Dennis cita il «lavoro di portineria» come
esempio di professione), insieme a film e programmi religiosi. Il
sabato sera c’è il Bingo. Il terapista ricreazionale del Csp, Jim
Gentile, inquadra nella telecamera a circuito chiuso la gabbia
ruotante da cui estrae le palline numerate. Gentile chiama sei
cinquine, e i detenuti con le cartelle vincenti gli inviano una Richiesta
di Colloquio. Il giorno dopo, durante il giro d’ispezione, consegna
una barretta dolce a ogni vincitore. Gentile dice che se si prende un
sabato sera libero, riceve lettere di insulti per tre giorni di fila.
Nel seminterrato del Csp si trova la cosiddetta Accettazione. Qui si
svolgono gli arrivi e le partenze dei detenuti, che indossano una tuta
arancione. Durante la nostra visita, c’è un volto schiacciato contro lo
spioncino di ogni cella di custodia. Nuovi arrivati. Devono avere tutti
piú o meno ventotto anni. Bianchi, ispanici, neri; tutti nel fiore della
gioventú. Uno di loro grida, senza rivolgersi a nessuno: «Ehi! Quante
telefonate mensili si possono fare al Livello Uno?»
Sento che mi stanno guardando e sto attento a non incrociare il
loro sguardo. Che cosa temo? Che una vertigine mi attiri verso di
loro? Che vedano la mia paura? Che mi coinvolgano nella loro
guerra? Che sia costretto a registrare emotivamente il fatto che sono
libero e presto correrò lungo l’autostrada in mezzo ai ginepri e ai pini
nani verso la cena che mi aspetta a Florence? Alla scuola media ho
imparato che, evitando lo sguardo di certi ragazzini nell’atrio, riuscivo
qualche volta a non farmi notare, o quantomeno a non farmi
picchiare. Abbassare lo sguardo è un segno di rispetto – l’ho
imparato molto presto. Ma è anche, naturalmente, un modo per non
vedere.
Una delle celle di custodia dell’Accettazione ha una finestra vera e
propria, non una semplice fessura nella porta. All’interno c’è un
uomo di colore con la testa rasata che mi sorprende a guardarlo.
Distolgo lo sguardo e poi torno a fissarlo, e lui mi rivolge uno strano
sorrisetto – a cui non credo di attribuire un significato eccessivo
definendolo una caricatura del sorriso che si scambiano due esseri
umani, e nello stesso tempo un gesto di fiducia nel fatto che io possa
comprendere e condividere lo scherzo. Gli restituisco un sorriso
troppo ampio. Mi cade dalla faccia, e distolgo lo sguardo.

A quanto pare, i fautori della prigione che immaginavano il fiorente


sviluppo della città sotto una pioggia di dollari federali hanno avuto
qualche sorpresa. I principali appalti per la costruzione del Fcc
Florence furono assegnati a grosse imprese venute da fuori, e molti
degli abitanti di Florence che avevano sperato di lavorare nel
cantiere non superarono i test di forza. Invece dell’occupazione, la
città ottenne traffico, polvere, e un aumento della clientela dei bar.
Quando venne il momento di scegliere il personale dell’Adx, il Bop,
che intendeva massimizzare la professionalità del suo carcere-
vetrina, importò guardie e amministratori esperti da altre zone del
paese. La maggior parte dei lavori di portineria, lavanderia,
giardinaggio e cucina sono svolti dai prigionieri, e per quanto
riguarda gli impieghi affidati a esterni, si scoprí che i candidati non
dovevano avere piú di trentasette anni. Questa fu una rivelazione
sgradita per una città di pensionati; gli impiegati municipali la
definiscono «il trauma».
Jim Provenzano aveva sperato che gli agenti di custodia
acquistassero le uniformi nel suo negozio. Purtroppo, dice,
«volevano uno sconto di dieci dollari sugli stivali, altrimenti
avrebbero usato il normale equipaggiamento governativo. Come
posso competere con le uniformi del governo?» Alcuni addetti alla
manutenzione del Fcc comprano le uniformi da Provenzano, ma il
suo stock di abbigliamento western non è certo andato a ruba.
Quando Provenzano valuta il ricavato della sua scommessa da
mille dollari, le sue frasi sfumano in ellissi preoccupate. «Non vorrei
sembrare negativo, ma…» Nonostante sia convinto che alla fine
Florence si arricchirà, ammette che il Jim’s Clothing non sta
andando bene quanto aveva sperato. «Non so se sarò ancora in
affari tra due anni».
«Sono solidale con i nostri commercianti, – dice Merle Strickland,
la sindaca di Florence attenta all’andamento del mercato. – Stanno
cercando di sopravvivere in un’economia basata soprattutto sul
terziario. Sarei felice di veder prosperare gli affari della comunità, ma
i commercianti avranno gli stessi problemi che ha avuto il mio
negozio di mobili: la gente andrà a comprare dove costa meno. Se
vuoi fare fortuna da queste parti, devi entrare nel settore dei servizi».
Strickland mi porta a vedere il nuovo campo da golf a nove buche
di Florence, il Bear Paw Golf Course, dotato di driving range e
practice green con vista sul perimetro settentrionale del Fcc. Il Bear
Paw venne costruito in parte per attirare i burocrati della prigione,
che si credeva fossero appassionati di golf, e in parte per agganciare
un progetto residenziale. Alla fine di una strada di ghiaia piena di
solchi, alcuni villini fuori misura offrono un bel panorama di recinti
elettrificati.
Secondo Strickland, Florence possiede le infrastrutture idriche per
sostentare una popolazione di ventimila abitanti. L’acqua
rappresenta un’importante fonte di reddito per la città, che ricava un
margine di profitto del cinquanta per cento dagli utenti extraurbani;
l’acqua venduta al Fcc frutta un totale di circa cinquemila dollari al
mese. «Alcuni dei nostri consiglieri comunali amano dire che la piú
grande risorsa di questa città sono i suoi abitanti, – dice Strickland. –
Io invece penso che la risorsa piú preziosa dei miei elettori sia
l’acqua».
Le dico che non capisco bene in che modo la prigione abbia
alimentato i nuovi complessi residenziali che stanno sorgendo
intorno alla città.
Strickland fa un gesto sprezzante. «Lo sviluppo edilizio non
dipende dal carcere. Dipende da attrattive come questo campo da
golf. Fa parte di una tendenza diffusa lungo tutta la Front Range. Le
guardie che guadagnano dodici dollari l’ora non cercheranno casa
qui. E ho sentito parecchi amministratori della prigione sostenere
che non gliene importa molto di vivere vicino al posto di lavoro».
Parlando dei fautori della prigione, Strickland afferma: «Credono
tutti che stia arrivando Babbo Natale. Ma Babbo Natale non esiste».
È proprio quello che sembra aver compreso Jim Provenzano. Ora
si rende conto, dice, che quando gli impiegati del complesso
carcerario escono dal lavoro vogliono andare direttamente a casa,
invece di fermarsi a fare acquisti a Florence. Poi aggiunge,
scherzando, che i commercianti locali dovrebbero pagare per far
installare degli autovelox sulla strada per Pueblo e Colorado
Springs, in modo che la gente non possa raggiungere tanto in fretta i
centri commerciali.
«La gente pensa che siccome il mio è l’unico negozio del paese, i
miei prezzi debbano essere piú alti, – dice Provenzano. – Non è
cosí. Ma abbiamo una generazione di giovani che non conoscono
nulla all’infuori del Wal-Mart, nulla all’infuori dei centri commerciali».
Provenzano, che inizialmente aveva accettato di parlare con me
per «qualche minuto», alla fine chiacchiera per un’ora. Quando,
ormai in procinto di uscire, mi dimostro interessato a un paio di
Levi’s, mi conferma quello che in passato i commessi delle catene di
negozi hanno sempre risolutamente negato: i 501 della stessa
misura possono avere tagli molto diversi. Provenzano non ha i
32x34 prelavati che sto cercando – il suo stock non è molto ampio –
ma riesce, dopo molte prove e confronti, a individuare un paio di 33
x 34 abbastanza stretti da andarmi a pennello.
«Ho qualche problema con la Levi’s, – dice mentre batte lo
scontrino. (Lo stesso prezzo che si trova nelle catene di negozi). –
Dicono che ho un basso volume di vendite. Vendo Levi’s da
sessant’anni, e adesso mi dicono che ho un basso volume di
vendite».
Dopo avermi preso in giro affabilmente per il mio puntovita in
aumento e avermi chiesto la taglia della camicia, mi regala una
maglietta da indossare con i jeans nuovi. È decorata con un disegno
del Federal Prison Camp.

Se il Riccardo II di Shakespeare fosse vissuto ad Alcatraz negli


anni Trenta, avrebbe potuto notare l’unicità del progetto e
dell’ambientazione, lo splendore dello scenario circostante e il
fascino di una sicurezza imperfetta. Nell’Adx Florence, Riccardo II
avrebbe visto un perfetto, anonimo profitto circondato da un
paesaggio inaridito. Paragonando la prigione in cui ha vissuto al
mondo del 1995, non potrebbe evitare di vedere soldi. Dollari dentro,
dollari fuori.
L’avvenirismo dell’Adx e del Csp non deriva dal loro
equipaggiamento hi-tech (non ci sono uniformi esoscheletriche o
disintegratori da film di fantascienza), ma dal contesto sociale in cui
queste carceri vengono costruite. Non è difficile estrapolare la logica
della soluzione al crimine fornita dalla nostra economia. Sotto molti
aspetti, il nostro non del tutto sgradevole presente può fornirci
qualche indizio sul nostro futuro. Nella città di New York, per
esempio, il numero di omicidi si è ridotto drasticamente, mentre la
popolazione carceraria dello stato è in vertiginoso aumento. I tre
quarti dei detenuti dello stato di New York provengono da appena
sette quartieri poveri di New York City. A quanto pare, è davvero
possibile limitarsi a tenere sotto chiave il problema. In tutto il paese i
programmi educativi per i detenuti sono in declino, le esecuzioni
capitali in aumento, e sempre piú legislatori chiedono di ridurre gli
svaghi dei detenuti e di ricavare maggiori guadagni dal lavoro
carcerario.
Prendiamo l’esempio di un giovane nero o latino con il padre in
prigione, nato in un quartiere che non offre un lavoro migliore dei
furti nelle drogherie; questo ragazzo commette un crimine, viene
processato e spedito in carcere in una comunità rurale di bianchi.
Fra il primo e il terzo reato della «Three Strikes Law» interviene un
calcolo cinico: il giovane esce di prigione esasperato e inadatto al
lavoro; inevitabilmente commette un altro crimine; inevitabilmente ci
scappano vittime innocenti. I crimini residui sono il prezzo da pagare
per fare affari in questo paese, e procurano persino il vantaggio di
mantenere sempre viva la paura del crimine nell’opinione pubblica.
A questo punto il darwinista sociale potrebbe riflettere sulle
meraviglie della nostra evoluzione economica. La stampa si occupa
di crimini (soprattutto nel caso relativamente raro di vittime bianche
scelte a caso) perché il crimine vende – perché il pubblico bianco
adora sentirne parlare. Poi l’intensiva, decontestualizzata ed
estremamente vendibile copertura mediatica del crimine diventa la
prova di un’Epidemia Criminale; il Pubblico «si scoccia» di sentir
parlare di una cosa di cui in realtà, come sa bene ogni esperto del
mercato, non si scoccerà mai, e autorizza i propri rappresentanti al
governo a Usare le Maniere Forti. Quindi il criminale viene
demonizzato. La distanza fra Noi e Lui cresce in continuazione,
garantendo cosí che in questo paese, che ha inventato il Western e i
telefilm polizieschi e News at Eleven5, che ha reso celebri i fratelli
James e Bonnie & Clyde, potremo sempre sentire ciò che meno
vogliamo sentire, e cioè quello che piú vogliamo sentire. Quando ci
appassioniamo alle storie e alle punizioni dei nostri assassini, stiamo
in realtà tentando di esorcizzare le contraddizioni che ci rendono
americani. Il nostro rapporto di amore-odio con il crimine è l’epos del
dollaro imperante in guerra contro la frontiera selvaggia.
Infine, quando il giovane nero o latino rimane incastrato per la
terza volta, viene rispedito per sempre in un sistema che mantiene
l’ordine interno e ricava profitti obbligando i prigionieri a svolgere, per
un dollaro l’ora o anche meno, i lavori umili che da liberi si rifiutavano
di svolgere per il minimo salariale. Per quelli che non vogliono
cooperare, c’è sempre un impiego in dispensari di benevola
disciplina come l’Adx e il Csp. Di primo acchito, quando Ray
Levasseur descrive l’Adx come «la polluzione notturna di un
architetto prototecnofascista», sembra ripetere una trita iperbole da
agitprop. Ma consideriamo il fascismo nel senso originale (italiano)
del termine, di un governo che funzioni con la fredda efficienza di
un’azienda e che faccia arrivare i treni in perfetto orario. La vera
essenza del fascismo è un corporativismo patriottico che si presenta
come benefico ed efficiente. Alla luce del futuro che stiamo
costruendo nella contea di Fremont, detenuti come Ray Levasseur e
Mutulu Shakur, resi anomali dalla loro rivendicazione di «politicità»,
sono in realtà i piú tipici prigionieri del sistema. Può darsi che ogni
individuo rinchiuso nelle carceri nazionali rappresenti una storia di
irresponsabilità personale. Ma l’insieme formato da un milione e
mezzo di queste storie è maggiore della somma delle sue parti.
L’insieme è politico, e Levasseur e Shakur sono la voce delle
statistiche, una voce che sta dicendo: Proviamo a pensare se esiste
un rapporto fra il milione e mezzo di uomini in prigione e il nostro
modo di fare affari.
Ed è questo il punto: i federali non mi trattano in modo
amichevole, non sciolgono le loro riserve. Invece ogni nativo del
Colorado con cui parlo è una persona visibilmente piena di
speranze, sogni, paure. Mi basta un’ora per affezionarmi a questa
gente. Non hanno alcuna certezza. Mi sembrano piú liberi e allo
stesso tempo piú prigionieri dei funzionari federali che di giorno se
ne stanno rinchiusi nel loro recinto e al tramonto ritornano a Pueblo
West. Liberi di essere confusi e diffidenti, e prigionieri di quei
meccanismi sempre piú perfetti di controllo e profitto che si stanno
propagando nelle ultime comunità tradizionali americane. Prigionieri
dell’ente federale che fa balenare a una città la speranza di posti di
lavoro che poi non si concretizzano, che promette tre prigioni e
aggiunge un Alcatraz per soprammercato, che accenna alla
possibilità di fare affari con le imprese locali ma finisce per usare
fornitori prestabiliti; prigionieri dell’inevitabile efficienza di centri
commerciali e villette a schiera. Qui non c’è cospirazione, deliberata
malafede o ironia tragica. C’è soltanto, in questa valle di colline
erosive e miniere esaurite, una graduale perdita di innocenza.
Quando Merle Strickland afferma che la maggiore risorsa della
comunità sono i diritti sull’acqua e non gli abitanti, ha perfettamente
ragione ma anche perfettamente torto.
Di notte le prigioni risplendono nel deserto come un reattore
nucleare, una rampa di lancio, un occulto oggetto federale. Anche a
chilometri di distanza si riesce a distinguere la perfetta immobilità
che regna dentro il recinto di filo spinato.
(1995).

1 Dipartimento carcerario [N. d. T.].


2 National Public Radio [N. d. T.].
3 Organizzazione di veterani [N. d. T.].
4 Ordini di fratellanza [N. d. T.].
5 Notiziario scandalistico, una via di mezzo fra il telegiornale e il programma
di intrattenimento [N. d. T.].
Libri a letto

Sulle pagine del «New York Times», che ogni mattina, stese come
erotiche lenzuola sopra il tavolo della colazione, attendono
silenziosamente di attirare la mia attenzione, è apparso di recente un
editoriale di Adam Hochschild, secondo me del tutto ragionevole,
sull’orrore della Tv negli aeroporti. «Nelle uscite afflitte dai televisori,
– scrive Hochschild, – la maggior parte dei passeggeri cerca di
parlare, lavorare o leggere. Ma il rumore penetrante della Tv si
insinua dentro le conversazioni e sopra le pagine». Di lí a poco le
sue rimostranze hanno suscitato la reazione dei Perfezionatori, dei
Riecheggiatori e dei Contestatori che abitualmente scrivono al
«Times». Un Perfezionatore ha suggerito di togliere l’audio ai
televisori degli aeroporti e sostituirlo con i sottotitoli. Un
Riecheggiatore ha scritto in tono commovente dell’analogo orrore
suscitato «dall’odore e dal rumore di popcorn» al cinema; un altro ha
invitato i lettori a «passare una notte in qualunque albergo di poche
pretese senza dover sopportare il ronzio soffocato delle chiacchiere
televisive». (Com’era palpabile l’irritazione nelle parole «ronzio
soffocato»! Nulla rende piú salda la mia fede nell’umanità di una
dispepsia di lettere al «Times»). Insieme a queste lettere, tuttavia, è
arrivata anche una tipica Contestazione del presidente della Turner
Private Networks, il quale sosteneva la strana tesi che la Tv in
aeroporto «non fosse invadente», e quella piú convincente che
Hochschild fosse «piú solo di quanto si immaginasse». A quanto
pare, secondo i sondaggi Nielsen il novantacinque per cento dei
passeggeri ritiene che la televisione migliori l’ambiente
dell’aeroporto, e l’ottantanove per cento afferma: «La Tv mi ripaga
del tempo trascorso in sala d’attesa». Leggendo queste parole ho
provato pietà per Hochschild. Mi sembra di vederlo, mentre cerca
coraggiosamente di dar voce a una maggioranza silenziosa di
vittime, sperando di suscitare lo sdegno dell’opinione pubblica,
quand’ecco che arriva qualcuno con una cifra – novantacinque per
cento – e gli toglie la terra da sotto i piedi. È stato aggredito da una
statistica.
Il business delle medie di mercato, che sono una caratteristica
dell’era dell’informazione – come amici o come tiranni, a seconda di
quanto siete nella media –, era ciò che avevo in mente
quest’inverno, quando intrapresi un’indagine sui libri di sessuologia
popolare contemporanea e mi resi conto di essere uno dei pochi
maschi eterosessuali d’America a non eccitarsi per la biancheria
intima elaborata. Nelle librerie, i libri di sessuologia popolare si
trovano di solito nel reparto Salute (un argomento di tale rilevanza
culturale che ogni libro pubblicato di questi tempi, romanzi compresi,
potrebbe trovare posto in quel reparto), e poiché la «salute»
sessuale non è definibile in maniera oggettiva, questi libri offrono al
lettore una gamma straordinariamente ricca di asserzioni normative.
«Reggiseni e mutandine di pizzo, reggicalze, bustier, tanga e body –
la maggior parte degli uomini non si stanca mai di queste cose»,
scrive Sydney Biddle Barrows, la Mayflower Madam, in Un paio di
cose che noi donne dovremmo sapere. Piú avanti aggiunge: «Per un
motivo o per l’altro, sembra che bustier e corsetti siano indumenti
apprezzati in quasi tutto il mondo». La dottoressa Susan Block, in
The 10 Commandments of Pleasure, ordina alle lettrici: «Indossate
lingerie», e spiega: «Gli uomini che amano il sesso amano le donne
che pensano al sesso e si vestono per il sesso». Susan Crain
Bakos, l’autrice di Come far l’amore in modo sensazionale,
aggiunge: «Gli uomini adorano quando andate a letto in tacchi a
spillo, bustier e calze di nylon». Affinché queste generalizzazioni non
sembrino poco scientifiche, gli autori di Sesso: la guida per l’uomo
riferiscono che, secondo un sondaggio condotto fra i lettori di «Men’s
Health», la biancheria intima è «senza dubbio... l’accessorio erotico
preferito dagli uomini».
Non ho niente in contrario a un bel reggiseno, e ancora meno mi
dispiace essere invitato a toglierlo. Ma la biancheria da bordello
come quella che vendono da Frederick’s of Hollywood mi sembra
stucchevole quasi quanto i siparietti all’intervallo del Super Bowl.
Quando sento che la maggioranza delle persone compra davvero
quella roba, provo lo stesso, ormai consueto senso di alienazione di
quando scopro che il primo album di Hootie & the Blowfish ha
venduto tredici milioni di copie, o che la donna piú ambita dagli
americani è Cindy Crawford. In un certo senso, sono fiero di non
essere come tutti gli altri. Come tutti gli altri, però, ho delle ansie
riguardo al sesso, e in campo sessuale la consapevolezza di non
essere come tutti gli altri porta direttamente al timore di non essere
bravo – o perlomeno di non divertirmi – quanto gli altri.
L’ansia sessuale è un’emozione primitiva; l’amore fisico ha sempre
comportato il rischio di venire respinti nel momento in cui siamo piú
vulnerabili. Se oggi gli americani sono particolarmente ansiosi,
l’opinione diffusa sembra individuare l’origine dell’ansia nella
«trasformazione dei ruoli sessuali», nell’«immagine del sesso fornita
dai media», e cosí via. In realtà, stiamo semplicemente
sperimentando l’ansia del libero mercato. La contraccezione e il
divorzio facile hanno rimosso ogni ostacolo dalla
commercializzazione del sesso, e, come gli attuali cittadini di Dresda
e Lipsia, tutti vogliamo credere di stare meglio sotto un regime in cui
anche i piú poveri possono sognare la ricchezza. Ma mentre crollano
i vecchi muri della repressione, molti americani – le mogli
abbandonate, simili agli operai licenziati della Trabant; o gli uomini
sessualmente inetti, l’equivalente dei burocrati dell’economia
dirigista – hanno cominciato a provare nostalgia per i vecchi
monopoli di stato. Cosa sono Le Regole1 se non un tentativo di dare
nuove leggi a un’economia paurosamente impazzita?
Tuttavia, finché le Regole non diventeranno universali, la
consolazione che si può trovare nell’economia di mercato viene
principalmente dalle statistiche. Siete preoccupati per le dimensioni
del vostro pene? Secondo Sesso: la guida per l’uomo, il pene eretto
della maggior parte degli uomini è lungo dai tredici ai diciotto
centimetri. Vi preoccupa la forma della vostra clitoride? Betty
Dodson, nell’edizione aggiornata di Sex for One: The Joy of
Selfloving, afferma che le variazioni sono «sbalorditive». Il vostro
assillo è la frequenza dei rapporti? «Nella vita segreta degli
americani il sesso non abbonda», concludono gli autori dell’inchiesta
Sex in America. Temete di venire troppo presto? In media, dice
Sydney Barrows, una donna viene dopo diciotto minuti, un uomo
dopo appena tre.
Il problema di chi cerca conforto nelle statistiche, tuttavia, è che
corre il rischio non solo di non rientrarvi, ma di rientrarvi troppo. Chi
vuole davvero essere sessualmente uguale a tutti gli altri? La
camera da letto non è forse il posto dove invece ci aspetteremmo di
sentirci speciali? Unici, persino? L’ultima cosa che desidero è
ricordare il fatto vagamente nauseante che milioni di altre persone in
tutto il paese stanno facendo sesso. Questo è il rompicapo
dell’individuo che deve confrontarsi con le masse, sulle quali non
può fare a meno di sapere piú di quanto vorrebbe: voglio essere
solo, ma non troppo. Voglio essere uguale agli altri ma diverso.

I libri di sessuologia popolare sono soltanto una parte dell’industria


del sesso, ma si potrebbe sostenere che, proprio per il fatto di
essere libri, siano la parte piú rappresentativa. Se un feticcio
sessuale è inteso come una dislocazione di energia genitale, allora il
linguaggio, ancor piú della biancheria intima, è di gran lunga la
deviazione sessuale attualmente piú diffusa nel paese. Non si può
mostrare un seno nudo in televisione, ma non c’è limite alla furtiva
lascivia dei discorsi sullo stupro, l’incesto e le molestie sessuali. Il
cybersesso e il sesso telefonico sono metodi per evitare i liquidi
corporei molto piú diffusi che non l’adorazione delle ginocchia o dei
piedi.
Anche se gli autori di questi libri sembrano riconoscere la
supremazia del linguaggio, non credono che i lettori sappiano come,
o persino quando, usarlo. In Sesso: la guida per l’uomo impariamo
che gli amanti possono sentirsi incoraggiati a dire parolacce
compilando e poi confrontando liste di termini «clinici» e «volgari».
La dottoressa Block elenca quarantacinque possibili nomignoli per il
pene, compreso «birillino», «batacchio» e «stantuffo», e ordina ai
propri lettori: «Scegliete voi». (Gli spiriti piú avventurosi vengono
esortati a «inventare qualcosa di speciale» per il loro «specialissimo
vermetto»). Susan Bakos indica agli amanti tantrici il momento
adatto per «sussurrare appellativi affettuosi», e suggerisce alle
donne che vogliono imparare a dire parolacce di noleggiare film
porno e studiarli con attenzione. «Quando vi sentirete a vostro agio
nel ripetere le parole scritte dallo sceneggiatore, – ci spiega Bakos, –
potrete personalizzarle per renderle piú simili al vostro modo di
esprimervi».
La lettura di un libro di istruzioni pratiche per il sesso si trova
senza dubbio in fondo alla graduatoria dei passatempi erotici – un
po’ sotto la sbucciatura di un’arancia, appena sopra l’uso del filo
interdentale. Uno dei problemi è che questi libri, considerati nel loro
insieme ma anche singolarmente, e nonostante abbiano intenzioni
diametralmente opposte, fanno sembrare molto piccolo il mondo del
sesso. Non importa che esista solo un determinato numero di
combinazioni fra le varie parti del corpo, e che Alex Comfort abbia
già detto molto bene, in libri che hanno venduto piú di otto milioni di
copie, quasi tutto quello che c’era da dire al riguardo. In genere
sembra che le nozioni da diffondere siano sempre le stesse. Uno
dopo l’altro, tutti gli autori di questi libri rintracciano l’etimologia di
«cunnilinguo», sottolineano l’importanza degli «esercizi di Kegel»
per rinforzare i muscoli pubococcigei, e citano Shakespeare sul tema
dell’alcol. («Sveglia il desiderio, ma fiacca l’esecuzione»)2. Tutti
quanti sostengono che gli uomini sono «creature visive», e che le
dimensioni del pene sono meno importanti del modo in cui viene
utilizzato. Esaurite le nozioni, i consigli diventano squallidamente
oziosi. La dottoressa Susan Block ordina agli amanti: «Usate parole
infantili, o almeno “vezzeggiativi”». In Come far l’amore in modo
sensazionale, il cui sottotitolo promette «consigli esotici ed erotici per
lui e per lei», Susan Bakos insegna agli uomini a masturbarsi
usando, «in varie combinazioni», la Carezza Lenta Semplice, la
Carezza Veloce Semplice, la Carezza Lenta a Due Mani, la Carezza
Veloce a Due Mani, la Mano a Coppa, la Carezza a un Solo Dito, la
Pompa del Polso, lo Schiaffo, il Colpo, lo Sfregamento, la
Strizzatina, la Carezza a Mano Aperta e la Carezza a Simulazione
Vaginale; ogni variante è accompagnata da istruzioni.
L’enfatica allegria con cui questi autori comunicano nozioni inutili e
banali è identica a quella delle annunciatrici televisive degli
aeroporti, il cui talento piú sorprendente è la capacità di provare (o di
fingere, come un orgasmo) un rinnovato stupore per l’ultima trovata
nel campo dei dispositivi di sicurezza per auto. Nel tentativo di
rendere affascinante e nuovo ciò che non lo è affatto, questi autori
coniano neologismi a getto continuo, e snocciolano parole come
«sessazionale», «spiritualgasmo» e «sessamorato» con la suprema
sicurezza che oggi il pubblico americano esige dagli esibizionisti di
professione. La dottoressa Block, che si definisce una «filosofa
dell’erotismo», arricchisce i suoi comandamenti con scene di letto fra
lei e il marito: «Max grugnisce come uno scimpanzé quando vuole
leccarmela, e mentre ci dà dentro geme, mugola e dice che sono
squisita». A quelli che non hanno mai condiviso una fantasia erotica
con il proprio amante, ma «vorrebbero provare», la filosofa elargisce
questo consiglio: «Guardate il Dr Susan Block Show insieme –
stimolerà la vostra fantasia!»
Non tutti i libri di sessuologia popolare fanno riferimento alla
televisione in modo cosí esplicito, ma tutti sembrano finalizzati a
intrappolare il sesso (un tempo l’unico piacere gratuito della vita)
nella rete del consumismo. Il lettore viene continuamente esortato ad
acquistare film erotici, biancheria intima di lusso, candele,
champagne, incensi, oli essenziali, vibratori, profumi, bagnoschiuma
aromatici. La dottoressa Betty Dodson, che sembra piú una
conduttrice di aste televisive che la profetessa di un’utopia
autoerotica, ripete due volte nel corso del libro l’indirizzo presso cui
ordinare le sue videocassette. Sydney Barrows suggerisce, per
rendere frizzante anche il piú noioso dei matrimoni, di noleggiare
macchine di lusso, indossare lunghe pellicce e fare vacanze
costose. In Come far l’amore in modo sensazionale, Susan Bakos si
propone di raccogliere per il lettore presumibilmente squattrinato il
raffinato know-how sessuale che i membri delle classi abbienti
acquisiscono a suon di milioni. A quanto pare, al giorno d’oggi il
sesso migliore è appannaggio di una fortunata élite internazionale
che può permettersi di spendere seicentoventicinque dollari per un
seminario sull’orgasmo multiplo. Quando intervista qualcuno, che si
tratti di «belle cortigiane francesi» o di un maestro di Kundalini yoga,
Bakos si prende il disturbo di sottolineare i dati demografici dei loro
clienti, descrivendoli come «viveur» che abitano in «appartate»
dimore suburbane, indossano «completi eleganti» e bevono «caffè
aromatizzato».
Quanto ai benefici di una migliore attività sessuale, Betty Dodson
racconta che, dopo aver seguito una delle sue conferenze sulla
vulva, una donna ha chiesto un aumento di stipendio «– e lo ha
ottenuto!» (Dodson attribuisce l’accresciuta autostima della donna a
un atteggiamento «vagino-positivo»). E un aumento di stipendio è
una quisquilia al confronto della promessa, sia implicita che
dichiarata, di questi autori: la liberazione sessuale dell’intera società.
Possiamo aspettarci la scomparsa di «pregiudizi e fanatismo,
angoscia e miseria, solitudine e violenza»; l’obsolescenza di missili e
fucili; la liberazione dello «spirito della creatività» e il risveglio della
«gioia di vivere». Ecco come Dodson descrive la sua «visione
futuristica» di liberazione:
È la notte di Capodanno del 1999. Tutte le reti televisive mi hanno
autorizzata a presentare il mio programma Orgasmi d’America. Ogni
teleschermo trasmetterà film porno di alta qualità creati dai migliori talenti
della nazione. Allo scoccare della mezzanotte, l’intera popolazione si
masturberà fino all’orgasmo per la pace nel mondo.

Fu Mao ad avere la pessima idea che una rivoluzione, per essere


davvero riuscita, non dovesse mai concludersi, e i libri di sessuologia
popolare raccolgono e distillano la nuova versione della rivoluzione
ininterrotta fornita dalla nostra cultura: un’incessante propaganda
autocelebrativa unita a un’incessante evocazione del Nemico tuttora
potente. Se un giorno la Rivoluzione Sessuale dovesse concludersi
con una vittoria, la gente smetterebbe di rivolgersi a fonti
commerciali per ottenere informazioni e assistenza. Di conseguenza,
i libri dei nostri esperti ci ricordano continuamente che stiamo molto
meglio dei nostri nonni. Essi lodano la scienza di Alfred Kinsey e di
Masters e Johnson; demoliscono allegramente il mito freudiano
dell’orgasmo vaginale «maturo»; ridicolizzano, con titoli come «Gli
annali dell’ignoranza», l’inguaribile stupidità degli esseri umani del
secolo scorso. Ma i lacchè della repressione sessuale non smettono
di perseguitarci. Un autore condanna «i ristretti e paternalistici valori
famigliari degli anni Cinquanta» e l’educazione che ci ha portati a
«negare il sesso e vergognarci dei nostri genitali», mentre un altro
condanna «il matrimonio tradizionale» e «gli attivisti anti-pornografia,
intenti a preservare le loro illusioni romantiche». Tutti, dal primo
all’ultimo, condannano la religione. Secondo quanto affermano gli
esperti, viviamo in una nazione sessualmente repressa, sotto
l’oscuro dominio del cattolicesimo, del fondamentalismo e
dell’ignoranza.
Mi chiedo su quale pianeta vivano questi esperti, che sembrano
ciechi al modo di agire e di vestirsi dei quindicenni di oggi, dimentichi
dell’atmosfera di permissività sessuale di cui loro stessi sono i diretti
beneficiari, e totalmente ignari della grande quantità di ricerche
accademiche, compiute di recente da Peter Gay e da altri studiosi,
che hanno rivelato, sotto le apparenze della «repressione»
vittoriana, un universo di esperienze sessuali tanto intricato quanto il
nostro. Senza dubbio esiste ancora qualche adolescente americano
che ha scelto di dare piú importanza agli scrupoli religiosi che alla
cultura popolare. Ma chi è la dottoressa Susan Block per dire a
questi ragazzi che hanno scelto male? Quanto alla stragrande
maggioranza di giovani che si interessano piú a Baywatch che alla
Bibbia, sono davvero fortunati a vivere in un’epoca in cui tutti sanno,
per esempio, che le donne hanno orgasmi, e che ben pochi di questi
orgasmi sono vaginali. Vale la pena di notare, tuttavia, che è stato il
crescente potere delle donne a diffondere queste conoscenze, e non
viceversa.
Anche se respingo fermamente la nostalgia, i silenzi vittoriani mi
affascinano. La dottoressa Block, dando prova di insolita saggezza,
osserva: «L’aspetto ironico del tabú è che spesso, proibendo una
cosa, la rende molto interessante». In un’epoca di apparente
repressione, il sesso aveva almeno il vantaggio di creare uno spazio
privato. Gli amanti definivano se stessi in opposizione alla cultura
ufficiale, e di conseguenza ogni scoperta assumeva un valore
personale. C’è qualcosa di profondamente noioso nella visione
diffusa, anche solo come ideale, dagli esperti contemporanei: una
lunga vita di sesso vigoroso, ininterrotto, «appagante» e uguale per
tutti. Anche se mi addolora ricordare l’innocenza dei miei vent’anni,
non desidero affatto riscrivere la mia vita, perché ciò significherebbe
eliminare quei momenti di scoperta in cui d’un tratto interi scenari di
esperienza si aprivano davanti ai miei occhi, momenti in cui
pensavo: Allora è questo che si prova. Cosí come ogni generazione
deve poter credere di aver inventato il sesso – «Il sesso cominciò |
Nel millenovecentosessantatre | (Un po’ tardi per me)» era il lamento
ironicamente imperfetto di Philip Larkin –, tutti abbiamo diritto ai
nostri periodi di stasi e alle nostre rivoluzioni. Sono questi gli
ingredienti che trasformano la vita in una buona storia.
Purtroppo, questo genere di storie si perde facilmente tra le false
certezze della nostra cultura mediatica: la certezza che un massiccio
bombardamento di informazioni produca cultura, e che
un’incessante comunicazione produca una comunità. Susie Bright,
Susan Block e la dottoressa Ruth sono chiassose e pronte ad
andare in onda. Potete accenderle, ma non potete smorzarle.
Continuano a blaterare di frenuli, perinei, punti G, tecniche di
strizzamento, scimpanzé e vibratori, body e reggicalze, «orgasmi
auricolari» e «orgasmi podalici». Le loro opere creano il dilettante
maldestro. La loro scoperta della «tecnica» sessuale crea una
popolazione sprovvista di tecnica. La cultura popolare a cui
appartengono assomiglia pertanto a una festa sulla spiaggia
organizzata da Mtv. Dall’esterno la festa sembra divertente, ma gli
osservatori passivi si accorgono subito di non essere stati invitati. «È
vero che alcune persone hanno orgasmi multipli… esperienze orali
elettrizzanti, amplessi straordinari ed emotivamente intensi che
durano ore? – domanda Susan Bakos al lettore. – Per quanto possa
sembrare incredibile – sí. Perché voi no?» Un lettore solitario
potrebbe a buon diritto rispondere: Perché ho un televisore in
camera da letto.

Il termine «deviazione sessuale» fa pensare alla perversione, a


qualcosa di morboso. Ma, anche se è indubbio che la nostra cultura
promuove una deviante dislocazione dal genitale al verbale, questa
dislocazione non è di per sé morbosa. Il motivo per cui un libro sul
sesso può alleviare (almeno temporaneamente) la solitudine è che
nel sesso fra esseri umani la componente immaginativa è altrettanto
importante di quella biologica. Quando facciamo l’amore, abbiamo
sempre in mente l’immagine di noi stessi mentre facciamo l’amore. E
anche se sostituire un corpo con un libro può essere semplicemente
un modo per ingannare i nostri genitali, la cosa sorprendente è che
l’inganno spesso funziona. Quando avevo quattordici anni spulciavo
il Webster’s Collegiate per trovare il significato di parole come
«amplesso». Rovistando tra le pagine di Ann Landers Talks to
Teenagers About Sex in cerca di brani scabrosi, scoprii con
eccitazione che la semplice vista di una «ragazza con una maglietta
attillata» è sufficiente a risvegliare il desiderio in un adolescente.
Per chi è in cerca di questi brividi letterari ma non ha i mezzi per
compilare un proprio elenco di testi stuzzicanti, adesso c’è The Joy
of Writing Sex: A Guide for Fiction Writers, un libro paradeviante
della scrittrice Elizabeth Benedict. The Joy consiste principalmente
in scene di sesso tratte da opere di scrittori contemporanei,
incorniciate dai commenti briosi e banalizzanti della stessa Benedict.
I brividi sovversivi forniti dal Lamento di Portnoy, per quanto
numerosi, difficilmente sopravvivrebbero a un’analisi come questa:
«Roth riesce a trasformare il cliché della prima visita di un ragazzino
a una prostituta in una scena ricca ed esilarante che ci riporta ai temi
del romanzo, il conflitto fra l’essere un buon Ebreo e un buon figlio
Ebreo, e l’essere trasgressivo quanto la tua libido ti supplica di
essere». Benedict confida che una delle maggiori attrattive della
stesura di quel manuale è stata il poter «leggere libri sexy e pensare
soltanto al sesso per lunghi periodi di tempo». Il fatto che Benedict la
consideri una circostanza invidiabile può forse spiegare la profonda
somiglianza – i paralleli piuttosto sorprendenti – tra il suo prodotto e
quelli degli scrittori di sessuologia popolare. È stato scritto
semplicemente per essere venduto.
Come i pop-sessuologi, Benedict si congratula con la nostra
epoca per il suo grado di sviluppo, e si congratula con i propri lettori
per la fortuna di essere diventati maggiorenni dopo la pubblicazione
di Paura di volare. Allude alle «incalcolabili tragedie
dell’autocensura» che colpirono gli autori nei secoli bui prima del
1960, e accenna alle forze del male (puritanesimo,
fondamentalismo, governi sessualmente repressivi) che minacciano
la nostra precaria libertà. Anche se, come la dottoressa Block,
Benedict riconosce per un attimo l’eccitazione generata dai tabú
(«Adesso che possiamo dire tutto, cosa ci resta da dire?»), questo
argomento indebolirebbe il suo progetto, e quindi viene lasciato da
parte. Un analogo disagio traspare quando Benedict riconosce che
scindere la tecnica per scrivere scene di sesso dalla sfida di scrivere
buona narrativa è inutile quanto scindere la tecnica sessuale dalla
sfida di amare qualcuno. La buona narrativa sessuale, a quanto
risulta, è molto affine alla buona narrativa in generale, poiché vi si
ritrovano, come afferma Benedict, «tensione, conflitto drammatico,
evoluzione dei personaggi, intuizioni, metafore e sorprese». Queste
qualità sono la Carezza Lenta, la Carezza Veloce e la Carezza a
Due Mani su cui Benedict ritorna, in varie combinazioni, nel corso di
tutto il libro. Evitate i cliché, consiglia – o almeno «date loro un taglio
particolare». Cercate di «rendere interessante la scrittura». Non
dimenticate: «Non occorre essere espliciti, ma bisogna essere
specifici». E se non funziona, lasciate perdere.
Nonostante si ritenga in grado di liberare il lettore dai «demoni»
dell’autocensura, Benedict è piuttosto vaga su come ciò possa
accadere, e a un certo punto insinua che la liberazione è
semplicemente una questione di volontà: «Domanda: Chi sono i tuoi
censori e come li metti a tacere? Risposta: Lo fai e basta». Ma un
libro che intenda fornire «il permesso di aprirsi» a nuove possibilità
ha bisogno di un protagonista esemplare, e analogamente a Betty
Dodson, che in Sex for One: The Joy of Selfloving racconta
soprattutto i trionfi professionali di Betty Dodson, le opere a cui
Benedict è piú interessata sono le proprie. Nel manuale sono inclusi
quattro lunghi brani tratti dai suoi romanzi, e Benedict li elogia con
incantevole ingenuità. («Queste sono scene emotivamente
complesse…») Nello stesso tempo, ci ricorda che le sue doti non
derivano da alcun manuale. Nelle sue opere, ci spiega, non ha
«cercato coscientemente di creare un conflitto o di introdurre
elementi di sorpresa» – anche se, indubbiamente, adesso si rende
conto «dell’importanza di questi elementi».
La frode di The Joy of Writing Sex: A Guide for Fiction Writers è
piú ignobile che non quella dei libri di sessuologia, perché a letto
ogni uomo può diventare un re e ogni donna una regina, ma non tutti
possono diventare scrittori di successo. Nietzsche diceva: «I libri per
tutti sono sempre maleodoranti; si impregnano dell’odore della gente
ordinaria». Certo, forse la verità è che io non sono migliore degli altri.
Ma chi vuole conoscere una simile verità? Proprio come ogni
amante, in una certa misura, crede di fare l’amore come nessun altro
al mondo, cosí ogni artista si aggrappa tenacemente all’illusione che
la propria arte sia importante, necessaria e unica.
L’elitarismo estetico e lo snobismo sessuale non sono
atteggiamenti cosí riprovevoli come la nostra cultura li fa sembrare.
Sono sforzi dell’individuo per assicurarsi un piccolo spazio privato
all’interno del frastuono generale. Tutti dovrebbero essere elitari – e
tenerlo per sé.

L’unico servizio gradito reso da Benedict in The Joy è


l’asportazione chirurgica delle scene di sesso dal loro contesto.
Quanto piú sono sinceramente espliciti, credo, tanto piú i brani
scabrosi di un romanzo chiedono di essere asportati. Durante la mia
adolescenza, i romanzi erano il cavallo di Troia con cui talvolta
l’eccitazione poteva insinuarsi nella mia vita protetta. Tuttavia, nel
corso degli anni, sono arrivato a temere l’approssimarsi di una scena
di sesso nella narrativa seria. Il mio timore di quella che definirei
caduta orgasmica è tanto piú intenso quanto piú la storia è
avvincente. Spesso le frasi cominciano ad allungarsi in maniera
joyciana. La mia ansia cresce parallelamente all’ansia dell’autore, e
ben presto la fragile bolla del mondo immaginario viene distrutta
dalla dura necessità di menzionare parti del corpo e movimenti –
dalla monotonia di quelle descrizioni. Quando il sesso è reso in
maniera convincente, tende ad apparire autobiografico, e il mio
desiderio di immergermi nella biochimica di un estraneo arriva solo
fino a un certo punto. Qualche genio – Philip Roth potrebbe essere
un esempio – scrive scene esplicite in modo cosí abile o spavaldo
da farla franca, ma nella maggior parte dei romanzi, anche in quelli
per il resto eccellenti, la nomenclatura corporea è irrimediabilmente
contaminata dagli scrittori che l’hanno usata in precedenza al solo
scopo di eccitare il lettore.
Jacques Derrida ha dimostrato con sublime contorsionismo, nel
saggio La mitologia bianca, come il linguaggio sia un sistema cosí
autonomo che persino una parola basilare come «sole» non può
essere ricondotta con certezza a un Sole oggettivo ed
extralinguistico. Una candela assomiglia a un piccolo sole, ma il sole
assomiglia a una grossa candela; se lo esaminiamo da vicino, ci
accorgiamo che il linguaggio opera tramite le associazioni collaterali
della metafora, piuttosto che tramite le identificazioni verticali della
nominazione. Dunque cos’è il «sesso»? Ogni cosa assomiglia al
sesso, e il sesso assomiglia a ogni cosa – al cibo, alle droghe, alla
lettura e alla scrittura, agli affari, alla guerra, allo sport,
all’educazione, all’economia, alle regole sociali. Eppure, in fin dei
conti, tutti gli orgasmi sono piú o meno uguali. Forse è questo il
motivo per cui le opere letterarie che parlano di sesso sono allo
stesso tempo efficaci e noiose. Il linguaggio nominale del tipo fica-
calda-e-bagnata-cazzo-lungo-e-duro tende a essere fine a se
stesso, e ci riesce. L’orgasmo è un prodotto di consumo, e, in un
modo o nell’altro, il linguaggio che lo accompagna rimane sempre
una specie di testo pubblicitario.
Il linguaggio come sesso, invece, rischia di incappare nei pericoli
di un eros illimitato. Quando vado a letto con un libro, spero che
l’autore si dimostri leale nei miei confronti. In questi giorni sto
leggendo Alta fedeltà di Nick Hornby, una divertente parodia
dell’ansia maschile in cui il narratore viene lasciato dalla fidanzata
per l’inquilino del piano di sopra, un uomo che, come il narratore
stesso ricorda, a letto era «una specie di ossesso»:
«Certo che la tira parecchio in lungo», dissi una sera in cui eravamo
entrambi svegli, a letto, a guardare il soffitto. «Ah, l’avessi io questa
fortuna», disse Laura. Era una battuta. Ridemmo. Ah, ah, ah, dicemmo.
Ah, ah, ah. Ma adesso non rido. Mai una battuta mi ha dato tanta nausea
e paranoia e insicurezza e autocommiserazione e orrore e dubbio.
Quando infine una scena di sesso particolareggiata si delinea
all’orizzonte narrativo, verso pagina cento di un romanzo che parla
quasi esclusivamente di sesso, la sgradevole prospettiva di una
caduta orgasmica viene attenuata da una rara circostanza: in effetti,
trovo piuttosto sexy sia l’oggetto d’amore (una cantante folk-rock
americana) che il luogo in cui si svolge la scena (uno squallido
appartamento in uno squallido quartiere londinese). Pur non
aspettando con ansia i capezzoli turgidi e lo schizzo di sperma che a
quanto pare seguiranno, sono pronto a perdonarli e forse anche ad
apprezzarli. Ma quando, dopo aver indugiato per otto pagine di goffe
trattative e ansia precoitale, Hornby mette a letto i suoi amanti,
d’improvviso il narratore dichiara: «Non intendo addentrarmi nella
faccenda, né dilungarmi sul chi-ha-fatto-cosa-a-chi». Di fronte alla
scelta tra la fedeltà ai «fatti» e la fedeltà al lettore, Hornby non
delude il lettore. Con una semplice frase risolutiva, Hornby mi
dimostra che lui stesso, nel corso delle sue letture, ha sperimentato
la stessa sgradevole suspense che ho appena sperimentato io, e per
un attimo, anche se sono a letto da solo, non mi sento solo. Per un
attimo, sento di appartenere a un gruppo non abbastanza numeroso
da rappresentare un campione statisticamente significativo, ma
neppure tanto ristretto quanto il proprio io indifeso. È un gruppo
formato da due individui, lo scrittore leale e il lettore fiducioso. Siamo
diversi eppure uguali.
(1997).

1 Riferimento al libro di Ellen Fein Le regole per il matrimonio [N. d. T.].


2 Macbeth, atto II, scena III [N. d. T.].
Ci vediamo a St Louis

In un freddo mattino di fine settembre, sul ciglio di una strada


dissestata dai camion che costeggia terreni impregnati di sostanze
chimiche per raggiungere capannoni dall’aria malsana, un produttore
televisivo e il suo cameraman mi stanno spiegando come
attraversare il Mississippi in direzione di St Louis e cosa, piú o meno,
dovrei provare mentre lo faccio.
«Sei tornato a vedere la tua città, – mi dicono. – Stai osservando
lo skyline e l’Arco».
Il cameraman, Chris, un uomo con il torace ampio e rotondo e la
faccia rossa, è originario di queste parti e parla con l’accento di
queste parti. Il produttore, Gregg, è un tipo cosmopolita, alto e di
bell’aspetto, con riccioli da fotomodello. Attraverso il finestrino della
mia auto a noleggio, Gregg mi passa un walkie-talkie per
comunicare con lui e la troupe, che mi seguiranno a bordo di un
furgone.
«Vai piano, – dice Chris, – mantieniti sulla seconda corsia da
destra».
«Piano quanto?»
«Circa cinquanta all’ora».
Da lontano riesco a distinguere il traffico di pendolari, ancora
intenso, sulle sopraelevate che si immettono nel Poplar Street
Bridge. C’è un’ombra di illegalità nel nostro confabulare sul ciglio
della strada, in questa zona industriale a est di St Louis che sembra
perfetta per sbarazzarsi di un cadavere, ma non stiamo facendo
niente di piú moralmente dubbio di una registrazione televisiva.
Nessuno dei pendolari che infastidiremo lo sa, naturalmente, ma
credo che se lo sapessero – se sentissero la parola «Oprah» – molti
di loro si sentirebbero meno infastiditi.
Dopo aver provato il walkie-talkie, torniamo indietro verso una
rampa d’accesso. Ho trascorso la notte a St Louis e sono salito sul
ponte esclusivamente per effettuare questa ripresa. Sono un nativo
del Midwest che vive sulla costa orientale da ventiquattro anni. Sono
un burbero abitante di Manhattan che, con il desiderio di collaborare
tipico di un nativo del Midwest, ha accettato di fingere di arrivare
nella città in cui ha trascorso l’infanzia per riscoprire le proprie radici.
Il traffico in entrata è piú intenso di quello in uscita. Un’auto che mi
sta incollata al paraurti lampeggia con gli abbaglianti quando freno
per consentire al furgone della troupe di affiancarmi a sinistra. Lo
sportello laterale è aperto, e Chris si sporge con la telecamera sulla
spalla. Nell’ultima corsia a destra, un autoarticolato sta cercando di
sorpassarmi.
«Dovresti abbassare il finestrino», dice Gregg nel walkie-talkie.
Abbasso il finestrino, e i miei capelli cominciano a svolazzare.
«Rallenta, rallenta», sbraita Chris dall’altro lato della strada
indistinta.
Sollevo il piede dall’acceleratore, guardando la strada vuotarsi
davanti a me. Io sono lento e il mondo è veloce. L’autoarticolato si è
accostato sulla destra, nascondendo del tutto il Gateway Arch e il
profilo della città che dovrei fingere di osservare.
Chris, sporgendosi con la telecamera dal furgone, grida infuriato, o
disperato, sopra il rombo dei motori. «Rallenta! Rallenta!»
Ho una morbosa avversione a bloccare il traffico – ereditata forse
da mio padre, per il quale una serata a teatro diventava un tormento
se era seduto davanti a una persona di bassa statura – ma
obbedisco all’ordine che mi viene strillato, e l’autoarticolato alla mia
destra mi supera rombando, sgombrando la visuale dell’Arco proprio
mentre superiamo il ponte e ci dirigiamo a ovest.
Mentre partiamo in ricognizione per una seconda ripresa, Gregg
mi spiega al walkie-talkie che Chris non stava gridando con me,
bensí con il suo assistente, l’autista del furgone. Ogni volta che
rallentavo, dovevano rallentare anche loro. Mi sento imbarazzato,
ma sono contento che nessuno si sia fatto male.
Per la seconda ripresa, rimango nell’ultima corsia di destra e
procedo a metà della velocità consentita, cercando di assumere
un’aria – di che tipo? da scrittore? curiosa? nostalgica? – mentre il
camionista alle mie spalle mi bersaglia con raffiche di clacson.
Davanti alla storica Old Courthouse di St Louis, dove venne
discusso il caso di Dred Scott1, io, Chris e il suo assistente
attendiamo con ansia mentre Gregg esamina le nuove riprese su un
monitor portatile Sony. Gregg continua a scuotere la testa per
allontanare i bei capelli dal volto. A est della Courthouse, l’Arco si
innalza sopra un terreno piantato a frassini. Tempo fa ho scritto un
romanzo incentrato su questa inossidabile icona ammonitrice della
mia infanzia, tempo fa ho conferito calore e mistero all’Arco e alle
contee che lo circondano, ma questa mattina mi sento privo di
soggettività. Non provo altro che una tediosa ansia di fare bella
figura. Sono un oggetto muto ma necessario, un passivo fornitore di
immagini, e ho la sensazione che non mi riesca bene neanche
questo.
Il mio terzo libro, Le correzioni – un romanzo famigliare su tre
sofisticati cittadini della costa orientale che a tratti desiderano e a
tratti ripudiano i sobborghi dell’entroterra in cui vivono i loro anziani
genitori –, verrà presto annunciato come l’ultimo libro scelto da
Oprah Winfrey per il suo Book Club televisivo. La settimana scorsa
una delle produttrici del programma di Winfrey, una donna schietta e
sbrigativa di nome Alice, mi ha telefonato a New York per spiegarmi
quali fossero le mie responsabilità come autore dell’Oprah Book
Club. «Questo è un libro difficile per noi, – ha detto Alice. – Non
credo che sapremo come trattarlo finché non riceveremo il parere
dei nostri lettori». Ma per realizzare una mia breve biografia visiva e
un compendio impressionista delle Correzioni, i produttori avevano
bisogno di qualche «ripresa B» da montare insieme alle «riprese A»
della mia intervista. Dato che il programma del mio tour
promozionale prevedeva un giorno libero a St Louis il lunedí
successivo (volevo andare a trovare alcuni vecchi amici dei miei
genitori), sarebbe stato possibile girare qualche ripresa B nel mio
vecchio quartiere?
«Certo, – ho risposto. – E che ne direste di riprendermi qui a New
York?»
«Sí, forse faremo anche quello», ha detto Alice.
Mi sono permesso di farle notare che nel tratto di strada fra il mio
appartamento e lo studio di Harlem che condivido con un amico
scultore, New York offriva parecchi punti di interesse visivo!
«Vedremo cosa vogliono fare, – ha detto Alice. – Ma potrebbe
concederci un’intera giornata a St Louis?»
«Va bene, – ho risposto, – anche se ormai St Louis non ha piú
niente a che fare con la mia vita».
«Forse piú avanti ci prenderemo un altro giorno per girare qualche
scena a New York, – ha detto Alice, – dopo il suo tour, se ne avremo
il tempo».
Uno dei motivi per cui sono uno scrittore è che ho un cattivo
rapporto con l’autorità. L’unica volta che ho indossato un’uniforme è
stato durante il secondo anno delle superiori, quando suonavo il
basso tuba nella banda dei Marching Statesmen, la squadra di
football della Webster Groves High School. Avevo quindici anni e
crescevo in fretta; in un paio di mesi, da settembre a novembre, ero
cresciuto tanto da non entrare piú nell’uniforme. Al termine
dell’ultima partita in casa della stagione, mentre mi allontanavo dal
campo, passai in mezzo a gruppi di ragazze del terzo e quarto anno
che indossavano jeans attillati e lunghe sciarpe. Morendo di
vergogna, cercai di far scendere i pantaloni a coprire le mie ridicole
ghette. Slacciai i bottoni di ottone e lasciai che la giacca arancione-
e-nera svolazzasse con fare ribelle. In quel modo sembravo,
semmai, ancora piú impacciato, e venni scoperto quasi subito dal
direttore della banda, Mr Carson, che si avvicinò a grandi passi, mi
costrinse a voltarmi e mi gridò in faccia. «Franzen, tu fai parte dei
Marching Statesmen! Se non sai portare questa uniforme con
orgoglio, allora non portarla affatto. Hai capito?»
Quando ho accettato il sostegno di Winfrey al mio libro, avevo
bene in mente il rimprovero di Mr Carson. Ero consapevole del fatto
che la televisione funziona per immagini, e che queste immagini
devono essere il piú possibile semplici e vivide. Se i produttori
volevano fare di me un abitante del Midwest, avrei tentato di
accontentarli.
Il venerdí pomeriggio, Gregg mi ha chiamato per chiedermi se
conoscevo i proprietari della mia vecchia casa e se, in tal caso, ci
avrebbero permesso di girare qualche ripresa all’interno. Gli ho detto
che non li conoscevo. Gregg si è offerto di andare da loro a chiedere
il permesso. Ho detto che non volevo entrare nella mia vecchia casa.
Bene, ha detto Gregg, se avessi voluto almeno passeggiare davanti
alla casa, lui sarebbe stato felice di chiedere il permesso ai
proprietari. Ho detto che non volevo avere niente a che fare con la
mia vecchia casa. Ma dato che le mie resistenze lo stavano irritando,
gli ho offerto alcune alternative che speravo trovasse allettanti:
poteva riprendermi nella mia vecchia chiesa, nel liceo, persino nella
mia vecchia strada, a patto che non mostrasse la casa dove ero
cresciuto. Gregg, con un sospiro, ha annotato il nome della chiesa e
della scuola. Quando ho riattaccato, mi sono accorto che mi stavo
grattando le braccia, le gambe e il busto. In effetti, tutto il mio corpo
si stava coprendo di macchie rosse.
Oggi, lunedí mattina, mentre sono fermo all’ombra di un Arco a cui
non attribuisco alcun significato, l’eruzione cutanea si è ormai
concentrata in una fascia di bruciore e prurito, tipo fuoco di
sant’Antonio, nella parte in basso a destra del busto. È la prima volta
che soffro di un disturbo del genere. Il prurito è calato durante
l’agitazione delle riprese sul ponte, ma mentre aspettiamo che Gregg
approvi il girato mi viene voglia di grattarmi selvaggiamente.
Alla fine Gregg alza gli occhi dal piccolo monitor. Nonostante sia
visibilmente scontento della seconda ripresa, annuncia che non sarà
necessario girarne una terza. Chris, il cameraman, mostra i denti
come un cane da caccia che ha appagato i propri istinti. Indossa un
paio di jeans e una camicia di velluto a coste, e ha l’aria di uno che
da giovane ascoltava gli Allman Brothers e i Lynyrd Skynyrd. Gregg,
dal canto suo, avrebbe potuto essere un fan degli Smiths e dei New
Order. Mentre usciamo dalla città diretti a ovest, mi aspetto che
Gregg mi rivolga qualche domanda su St Louis, o magari una battuta
sulla noia e l’artificiosità di quanto stiamo facendo, ma deve
rispondere ai messaggi sul cellulare. Gregg ha una troupe costosa e
un attore restio a collaborare, e gli restano sette ore di luce.
Dagli ex vicini di casa dei miei genitori, Glenn e Irene Patton, sono
andato la domenica, dato che dovevo tenere libero il lunedí per le
riprese. I Patton avevano previsto meglio di me la difficoltà di troppe
visite una dopo l’altra, e mi avevano telefonato a New York per
offrirsi di organizzare un piccolo ricevimento.
Sono entrato nella mia vecchia strada, Webster Woods, alle tre del
pomeriggio, avvicinandomi alla casa dei Patton dalla direzione che
mi avrebbe consentito di non passare davanti alla casa dei miei
genitori. Cadeva una pioggia leggera, né estiva né autunnale; da un
albero veniva il gracchiare di una masnada di corvi. Nonostante
Glenn fosse appena stato operato a entrambe le ginocchia e Irene si
fosse da poco ripresa da un autentico caso di fuoco di sant’Antonio, i
due Patton avevano un’aria sana e felice quando sono venuti ad
aprirmi.
Dalle finestre della cucina, dove ho fatto qualche vano tentativo di
dare una mano con i rinfreschi, si vedeva il retro della mia vecchia
casa. Irene ha parlato con simpatia della giovane coppia che vi
abitava. Mi ha raccontato quello che sapeva della loro vita e dei
miglioramenti che avevano apportato alla casa nei due anni trascorsi
da quando io e i miei fratelli l’avevamo venduta. Il minuscolo giardino
sul retro era diventato il parcheggio per una barca di medie
dimensioni e un enorme fuoristrada. Mi è parso che il prato fosse
stato asfaltato, ma non potrei dirlo con certezza, perché non sono
riuscito a guardare per piú di un secondo.
«Li ho informati del tuo arrivo, – ha detto Irene, – e saranno
felicissimi di mostrarti la casa, se vorrai».
«Non voglio vederla».
«Oh, lo so, – ha detto Irene. – Ellie Smith, quando l’ho chiamata
per invitarla, ha precisato di non essere piú passata per questa
strada da quando voi ragazzi avete venduto la casa. È troppo
doloroso per lei».
Il campanello dei Patton ha cominciato a suonare. Avevamo
invitato altre quattro coppie che conoscevano bene i miei genitori e
che non vedevo da quando era morta mia madre. C’era qualcosa di
miracoloso nel guardarli arrivare a due a due e accomodarsi nel
soggiorno moquettato dei Patton, nel vederli tutti cosí vivi e uguali a
se stessi. Avevano piú o meno la stessa età dei miei genitori –
settanta, ottant’anni – e alcuni di loro sono presenti nei miei primi
ricordi famigliari. Quando arriviamo davvero a comprendere la morte
di una persona cara, come io stesso avevo infine compreso, con
riluttanza, la morte dei miei genitori, ci accorgiamo che la prima e piú
importante conseguenza della morte è che non rivedremo mai piú
quella persona come un corpo che vive, sorride e parla. Questa è la
misteriosa essenza della perdita. Abbracciare le donne con cui mia
madre aveva giocato a bridge per quasi tutta la vita, stringere le
grandi mani degli uomini con i quali mio padre aveva ripulito il
sottobosco o criticato il presidente Reagan, significava percepire la
perdita e il suo contrario allo stesso tempo. Alcune di quelle coppie
avrebbero potuto essere i miei genitori, tuttora vivi e vegeti, tuttora
noncuranti dei propri acciacchi, tuttora intenti ad accettare uno dei
famosi drink di Glenn Patton o a riempirsi il piattino di verdure crude
e dessert assortiti e Brie al forno con tapenade dolce. E tuttavia non
erano i miei genitori. C’era quella casa ristrutturata là fuori a
provarlo. C’erano la barca e il gigantesco fuoristrada.
Al termine della festa, quando mi sono seduto a guardare una
partita dei Rams nel salotto dei Patton, si è alzato un forte vento
autunnale che ha asciugato le strade e rischiarato il cielo. Mi è
venuta in mente l’ultima pagina della Strada di Swann: il vento che
«increspava la superficie del Grand Lac di piccole onde, come un
vero lago». Le grandi querce che aiutavano Marcel «a capire meglio
la contraddizione insita nel ricercare dentro la realtà i quadri della
memoria, ai quali mancherebbe comunque l’incanto che acquistano
dalla stessa memoria e dal non essere percepiti con i sensi». E la
sua conclusione: «La realtà che avevo conosciuto non esisteva piú».
Questa era una lezione che avevo assimilato molto prima che mia
madre morisse. Ogni volta che andavo a trovarla, restavo deluso
dall’inconsistenza, dall’opacità delle stanze che nella mia memoria
erano intrise di un significato quasi magico. E adesso avevo ancor
meno motivo di andare a cercare il passato in quella casa. Se mia
madre non mi verrà incontro sul vialetto in vestaglia, con in mano i
ciuffi di erba sanguinella che ha strappato o i virgulti che ha colto nel
prato, se non emergerà dal seminterrato con le braccia cariche delle
lenzuola bagnate stese dopo la fine della pioggia (le era sempre
piaciuto l’odore delle lenzuola asciugate al sole), ciò che vedo dalle
finestre dei Patton, pensai, non mi interessa. Mentre guardavo la
partita di football e ascoltavo il vento arido, mi sono convinto che non
sopportavo di guardare la mia vecchia casa perché quel luogo
rappresentava un capitolo chiuso: non volevo percepire l’inevitabile
vuoto che avrei trovato là dentro, non volevo essere costretto a
incolpare una casa innocente perché continuava a esistere dopo
aver perso il suo significato.

Ma lo spettacolo deve continuare! Mi riprendono quattro volte


mentre giro a sinistra per entrare in Webster Woods, con Gregg che
ci ferma ogni volta per esaminare la ripresa sul monitor. Giriamo
varie scene in cui guido molto lentamente verso la mia vecchia casa.
Uno degli uomini, tramite il walkie-talkie, mi suggerisce di guardarmi
attorno incuriosito, come se non venissi qui da tempo. Quando
torniamo a girare la stessa scena, Chris prende posto sul sedile del
passeggero per catturare il mio punto di vista da dietro il parabrezza,
poi si addossa allo sportello per catturare il mio guardarmi attorno
incuriosito, come se non venissi qui da tempo.
All’una parcheggiamo ai piedi della piccola collina su cui sorge la
mia vecchia casa. I nuovi proprietari hanno costruito un muro di
contenimento lungo il pendio dove un tempo spingevo il tosaerba
con grande fatica. Il muro è rosa – l’effetto è quello di una fortezza di
mattoncini Lego – ma forse esiste un progetto a lungo termine per
ricoprirlo di edera.
Poco dopo devo distogliere lo sguardo. Il sole e il cielo sono
luminosi, gli alberi ancora verdi. Tre bambini giocano davanti a
un’orribile scatola decorata a stucco, l’unica casa che è stata
costruita in questa via da quando non vivo piú qui. Gregg sta
chiedendo alla madre il permesso di riprendere i bambini. Non la
conosco. Un tempo conoscevo tutti a Webster Woods, ora conosco
solo i Patton.
Per mezz’ora, mentre la troupe riprende generici bambini
americani che ruzzano su un generico prato, rimango seduto al sole
su uno spartitraffico triangolare di fronte alla casa dei Patton. Cerco
di non grattarmi dove mi prude. Alle mie spalle c’è la giovane quercia
che la mia famiglia ha piantato dopo la morte di mio padre. Dato che
non aveva lasciato istruzioni per la sua sepoltura o cremazione – si
era sempre rifiutato di entrare in argomento –, decidemmo di
piantare un albero su questa aiuola, dove mio padre aveva tosato
l’erba e rastrellato le foglie per quasi trent’anni. Spargemmo un po’
delle sue ceneri intorno all’albero e posammo una piccola lapide di
marmo con l’iscrizione IN MEMORIA DI EARL FRANZEN. Ho la sensazione
che questo albero potrebbe interessare a Gregg, e non capisco del
tutto la mia decisione di non parlargliene. Senza dubbio, se sto
proteggendo la mia privacy, è assurdo che sia seccato perché la
troupe presta attenzione ai figli di qualcun altro.
Dopo che Gregg è corso alla mia auto a prendere un modulo con
la liberatoria da far firmare alla madre dei bambini, vengo invitato a
passeggiare per la strada mentre Chris mi riprende camminando
all’indietro. Gregg mi chiede di dire qualche parola su Webster
Woods, e io pronuncio un breve peana sul luogo, su quanto sia
felice di essere cresciuto qui, sul mio affetto per le scuole pubbliche
e la chiesa congregazionalista.
Gregg aggrotta le sopracciglia. «Qualcosa di piú specifico su
questo quartiere».
«Beh, è un quartiere suburbano, naturalmente».
«Qualcosa sul tipo di gente che vive qui».
Ciò che sento nei confronti della gente che vive qui adesso è che
non è la stessa gente di prima, e la odio per questo. Sento che
morirei di rabbia se dovessi vivere in questa strada dove un tempo
sono stato cosí felice. Sento che questa strada e il suo ricordo mi
appartengono; eppure è evidente che non possiedo nulla di tutto
questo, neppure le scene che vengono girate per il mio libro.
Perciò tengo, davanti alla telecamera, una breve lezione di
sociologia sui cambiamenti intervenuti nel quartiere,
sull’ampliamento delle case, sulla maggiore agiatezza delle nuove
famiglie. Il contenuto di verità di questa lezione è probabilmente
prossimo allo zero. Irene Patton è uscita di casa e mi saluta dal
giardino. Io ricambio il suo gesto come se salutassi una sconosciuta.
«Sei sicuro che non possiamo riprenderti davanti alla tua casa? –
dice Gregg. – Davanti, non dentro?»
«Mi dispiace molto, – rispondo, – ma non voglio». E poi, dato che
non capisco cosa voglio proteggere, provo una fitta di rammarico per
le difficoltà che sto creando. Dico a Gregg che gli darò una fotografia
della casa in inverno, con la neve. «Potete mostrare la foto», gli dico.
Gregg si scosta i capelli dal viso. «E ce la darai senz’altro».
«Senz’altro».
Ma Gregg sembra ancora insoddisfatto, e cosí mi ritrovo a offrirgli
l’albero. Gli parlo dell’albero, gli racconto la sua storia, ma l’effetto
non è quello che speravo. Gregg non dimostra un grande interesse
mentre guido la troupe verso l’aiuola triangolare e indico la lapide di
marmo. Irene Patton è ancora in giardino, ma adesso evito persino
di guardarla.
Per un’altra mezz’ora riprendiamo me e l’albero da distanze e
angolazioni diverse. Cammino lentamente verso l’albero, mi metto di
fronte all’albero in atteggiamento contemplativo, fingo di osservare
l’iscrizione alla base dell’albero. Il prurito al torace mi ricorda la
scena di Alien in cui l’alieno neonato fuoriesce dal petto
dell’astronauta.
A quanto pare non riesco a emozionarmi.
«Stai guardando l’albero, – suggerisce Gregg. – Stai pensando a
tuo padre».
Mio padre è morto, e l’ho l’impressione di esserlo anch’io. Mi
ricordo, e poi mi costringo a dimenticare, che anche una parte delle
ceneri di mia madre è stata sparsa qui. Mentre Chris effettua zoom e
panoramiche, io registro piú che altro il disegno dei rami sulla retina,
cercando di ricordare le dimensioni dell’albero quando l’abbiamo
piantato e di calcolarne il ritmo di crescita annua; ma una parte di me
sta osservando me stesso. Una parte di me si immagina quanto
appariranno melense queste riprese in televisione. Il mio lavoro di
scrittore consiste nel rendere le emozioni, e adesso sto contribuendo
a sciupare questo albero, cioè la mia materia prima. Capisco che lo
sto sciupando perché Gregg mi osserva come io osserverei una
penna a sfera difettosa. Il tremendo prurito al ventre e alla schiena è
quasi un sollievo, perché mi distrae dalla vergogna di non saper
rendere giustizia a mio padre e al suo albero. Quanto vorrei non
avere offerto quest’albero a Gregg! Ma come avrei potuto non
offrirgli niente?
Come membro dell’Oprah Book Club mi sto rivelando un
fallimento, e mentre la troupe, dopo piú di tre ore trascorse a
Webster Woods, sta finendo di riprendere la mia passeggiata nel
quartiere, il mio fallimento diventa totale. Cinque parole mi
fuoriescono dal petto come un ripugnante giovane alieno. Dico:
«Tutto questo è cosí fasullo!»
Chris, con mia sorpresa, alza lo sguardo dall’obiettivo, ride e
annuisce vigorosamente. «Hai ragione!» La sua voce vibra di
allegria e di qualcosa che somiglia alla rabbia.
Gregg, impassibile, si limita a guardare l’orologio. Resta poco
tempo, e lo scrittore sta facendo il difficile.

Lasciamo Webster Woods e attraversiamo le zone occidentali


della contea diretti al Museo dei Trasporti, un binario di raccordo
divenuto celebre perché le società ferroviarie vi hanno depositato il
materiale rotabile obsoleto, probabilmente ottenendo qualche
detrazione d’imposta in cambio del disturbo. Non sono
particolarmente attratto dai treni, e non sono mai stato al museo, ma
una scena delle Correzioni è ambientata in un museo dei trasporti, e
uno dei protagonisti del romanzo era un impiegato delle ferrovie.
Perciò il mio compito è quello di stare fermo o camminare accanto ai
treni con aria contemplativa. Faccio questo per un’ora.
Quando arriva il momento di raggiungere la libreria dove stasera
leggerò e firmerò autografi, stringo la mano a Gregg e gli comunico
la mia speranza che ci sia qualche ripresa utilizzabile. Nella tristezza
della sua risposta riconosco un mio simile, perfezionista e
apprensivo, il cui tornare piú volte sulla stessa scena è l’equivalente
del mio tornare piú volte sullo stesso brano.
«In qualche modo mi arrangerò», dice.
Il Borders Bookstore di Brentwood è già affollato al mio arrivo. Un
addetto stampa della casa editrice, un nativo di St Louis di nome
Pete Miller, è arrivato in aereo con la sorella, la fidanzata e un regalo
per me: una bottiglia di single-malt scotch da bere durante il tour.
Vedendolo adesso, dopo aver trascorso una giornata fra estranei, mi
sento di nuovo in famiglia. Non si tratta solo del fatto che lavoro per
la stessa piccola casa editrice da quattordici anni, o che Pete e i suoi
colleghi sono piú amici che soci in affari. Il fatto è che Pete e la sua
ragazza sono appena arrivati da New York, e New York, fra tutte le
città del mondo, è quella che piú mi ricorda la casa in cui sono
cresciuto. I miei genitori mi hanno avuto in età avanzata, e da
piccolo mi capitava spesso di restare per conto mio mentre gli adulti
andavano al lavoro e alle feste. New York è questo, per me.
In preda alla nostalgia, per poco non getto le braccia al collo di
Pete. Ma è solo alla fine della lettura che il mio legame con
quest’altra casa, St Louis, si manifesta in tutta la sua portata. Tra le
persone in fila per gli autografi ci sono numerosi conoscenti – ex
compagni di classe, genitori di amici, amici dei miei genitori,
insegnanti di catechismo, compagni di recite scolastiche, professori
del liceo, colleghi di mio padre, compagni di bridge di mia madre,
gente che frequentava la chiesa o che abitava a Webster Woods, piú
o meno vicino a noi. Il nuovo proprietario della mia vecchia casa,
l’uomo che ho odiato per tutto il giorno, è venuto fin qui per salutarmi
e per consegnarmi un cimelio: un battiporta di ottone con sopra
inciso il mio cognome. Prendo il battiporta e stringo la mano
all’uomo. Stringo la mano a tutti e bevo lo scotch che Pete mi ha
versato. Assaporo la buona volontà di queste persone che non
pretendono nulla da me, che si sono fermate soltanto per salutarmi,
magari per farsi autografare un libro, in ricordo dei vecchi tempi.
Uscito dalla libreria, mi dirigo subito verso l’aeroporto. Devo
prendere l’ultimo volo serale per Chicago, dove domattina io e Alice
registreremo novanta minuti di intervista per Oprah. Qualche ora fa,
mentre mi sforzavo di assumere un’aria contemplativa per la
telecamera, Winfrey annunciava pubblicamente di aver scelto il mio
libro, e lo elogiava in termini che mi avrebbero fatto arrossire se
avessi avuto la fortuna di sentirli. Come piú tardi mi riferirà un amico,
secondo Winfrey l’autore aveva riversato tante di quelle cose nel
libro che «non deve essergli rimasto neanche un pensiero in testa».
Questa descrizione si rivelerà stranamente azzeccata. All’inizio della
prossima serata, a Chicago, durante la firma degli autografi e le
interviste, mi imbatterò in due diversi tipi di lettore. Quelli del primo
tipo mi diranno: «Mi piace il tuo libro, e sono felice che Oprah lo
abbia scelto»; mentre quelli del secondo tipo diranno: «Mi piace il
tuo libro, e mi dispiace molto che Oprah lo abbia scelto». E dato che
sono il genere di persona che quando si trova in Texas prende subito
l’accento texano, risponderò a tono a entrambi. Parlando con gli
ammiratori di Winfrey, proverò un impeto di gratitudine e buona
volontà e troverò meraviglioso che la televisione stia incrementando
il pubblico dei lettori. Parlando con i detrattori di Winfrey, proverò lo
stesso fastidio fisico che ho provato quando stavamo trasformando
la quercia di mio padre in un’immagine melensa, e mi lamenterò del
logo del Book Club. Questo mi creerà dei problemi. Proverò una
inaspettata simpatia per Dan Quayle quando nell’Oregon, in un
momento di spossatezza, condenserò le due espressioni «alto-
moderno» e «arte letteraria» usando il termine «alta arte» per
descrivere l’importanza che hanno avuto Proust, Kafka e Faulkner
per la mia scrittura. Anche questo mi creerà dei problemi. Winfrey
ritirerà il suo invito perché le sembrerò una persona
«contraddittoria». Riceverò insulti dai populisti sdegnati di tutta la
nazione. Verrò definito un «bastardo» da un anonimo sulla rivista
«New York», un «coglione presuntuoso» da «Newsweek», uno
«snob megalomane» dal «Boston Globe» e un «marmocchio viziato
e piagnucoloso» dal «Chicago Tribune». Non escluderò la
possibilità, e in parte finirò col credere, di essere tutte queste cose.
Mi pentirò, spiegherò e preciserò, con scarsi risultati. La mia
eruzione cutanea svanirà misteriosamente come è apparsa; il mio
conflitto interiore non farà che aggravarsi.
Ma mentre guido a tutta velocità sulla I-170 in direzione nord, con
lo stomaco vuoto e la mente un po’ annebbiata dallo scotch, tutto
questo è ancora di là da venire. Il battiporta di ottone mi ha
innervosito. L’ho lasciato in custodia a Pete Miller perché non voglio
tenerlo. (Ricomparirà mesi piú tardi nella scrivania del mio editor).
Non voglio toccare il battiporta, non voglio nemmeno guardarlo, per
lo stesso motivo che mi ha spinto a distogliere lo sguardo dalla mia
vecchia casa. Non perché il battiporta mi ricordi quanto la casa sia
ormai vuota di significato, ma perché forse la casa non è poi cosí
vuota, dopotutto. Può darsi che il passato remoto sia ancora vivo
soltanto nella mia mente, e che la mia memoria sia tratta in inganno
dalla monotonia del presente, ma ci sono ricordi molto piú recenti e
molto piú dolorosi che non ho neppure sfiorato: ricordi che ho
cercato di lasciare dentro quella casa.
Per esempio, c’è il piattino di pyrex pieno di piselli in scatola che
trovai nel frigorifero quando mia madre venne ricoverata in ospedale
per l’ultima volta. Mia madre si era da tempo rassegnata a rimanere
in quella casa mentre i suoi figli fuggivano verso l’una o l’altra costa.
L’avevamo invitata a trasferirsi a sua volta, ma la casa era la sua
vita, ciò che le era rimasto, e per lei non rappresentava un luogo di
solitudine bensí un antidoto alla solitudine. Ma era spesso molto
sola, e io, a New York, ce la mettevo tutta per non pensare alla sua
solitudine. Il piú delle volte ci riuscivo abbastanza bene, ma quando
arrivai in città nel giorno del suo ultimo intervento, la casa mi offrí
alcuni inevitabili promemoria: un asciugamano sporco messo a
bagno in un secchio nel seminterrato, un cruciverba risolto a metà
accanto al letto di mia madre. Quando era stata ricoverata, mia
madre non tratteneva nessun tipo di cibo da piú di una settimana, e
al mio arrivo il frigorifero non conteneva altro che salsine e sottaceti.
Nel ripiano superiore c’erano soltanto mezzo litro di latte scremato,
una lattina di piselli con sopra un pezzo di carta stagnola e, accanto
alla lattina, un piatto contenente una manciata di piselli. Quel piatto
di piselli mi lasciò sconcertato, quasi annichilito. Fui costretto a
immaginare mia madre mentre, sola in casa, si imponeva di
mangiare un boccone di qualcosa, qualunque cosa, un boccone di
piselli, e si accorgeva di non esserne capace. Con la frugalità e
l’ottimismo che la caratterizzavano, aveva messo sia la lattina sia il
piatto nel frigorifero, in caso le fosse tornato l’appetito.
L’ultima volta che misi piede in quella casa, tre mesi piú tardi, fu
per effettuare le riparazioni dell’ultimo minuto con uno dei miei fratelli
e impacchettare le mie cose. Quella settimana ci avevamo dato
dentro per dodici o quattordici ore al giorno, e io continuai a
impacchettare come un forsennato fino al momento di andare a
prendere un furgone a noleggio. Non avevo tempo di provare alcun
sentimento, tranne il piacere di aver finalmente etichettato gli
scatoloni e caricato il furgone; poi d’improvviso arrivò l’ora di andar
via. Cercai mio fratello per salutarlo. Mentre percorrevo il corridoio
mi fermai sulla soglia della mia vecchia camera da letto, e mi resi
conto che non avrei mai piú rivisto quella stanza; fui sommerso da
un’ondata di dolore. Corsi giú per le scale, respirando
affannosamente dalla bocca, con la vista offuscata. Abbracciai
rapidamente mio fratello e, sempre correndo, mi allontanai dalla
casa, saltai sul furgone e percorsi a tutta velocità il viale d’accesso,
strappando il ramo di un albero nella fretta di raggiungere la strada.
In quel momento pensai di aver chiuso. L’implicita promessa che feci
a me stesso quel pomeriggio, la promessa che avrei infranto oggi se
fossi rientrato in quella casa, era che me ne stavo andando una volta
per tutte.
Promesse, promesse. Mi dirigo verso l’aeroporto a tutta velocità.
(2001).

1 Nel 1857 lo schiavo nero Dred Scott, dopo la morte del suo padrone,
chiese di essere affrancato, adducendo come motivazione il fatto di aver
vissuto per anni nell’Illinois (stato dove la schiavitú era vietata) e poi nel
Minnesota (dove era cessata per effetto del Compromesso del Missouri del
1820). Poiché la Costituzione riconosceva la libertà dei cittadini liberi,
sosteneva Scott, egli, come cittadino di fatto, aveva acquisito gli stessi diritti di
un cittadino di nascita. La Corte suprema, con una sentenza-scandalo, rifiutò
di accordargli la libertà, sostenendo che la Costituzione era una Carta che
riguardava i liberi cittadini americani e non gli schiavi neri [N. d. T.].
Giorno dell’insediamento, gennaio 2001

Un paio di sabati fa, in mancanza di impegni piú allettanti, avreste


potuto alzarvi alle 5,30 e, dopo aver lasciato le sciarpe di seta e il
cappotto di cachemire nell’armadio e indossato gli anfibi malandati e
parecchi strati di lana vecchia, prendere un taxi fino allo Harlem
State Office Building in 125th Street, dove venti giovani socialisti, un
branco di studenti della Fordham che viaggiavano insieme, e due
isolate laureande del Barnard College che avevano trascorso la
serata a ubriacarsi al Village Idiot stavano aspettando un mezzo di
trasporto per Washington.
Il mezzo di trasporto, che arrivò piuttosto in ritardo, era formato da
due antiquati bus scolastici gialli. Il responsabile dell’operazione era
David Schmauch, membro della sezione di Harlem
dell’Internazionale Socialista. Schmauch, che ricorda un Kenneth
Branagh glabro, indossava un paio di scarponcini, un parka di nylon
e un ridicolo berretto con pompon. Aveva sborsato millecinquecento
dollari di tasca propria per i bus, e non era arrivato neanche
lontanamente a vendere millecinquecento dollari di biglietti. Un
contingente di simpatizzanti, disse, si era ritirato quando aveva
saputo che i bus erano sprovvisti di toilette. Avreste potuto ridere di
quell’obiezione, della sua affettazione borghese, ma dopo che il
lentissimo bus, ulteriormente rallentato da pioggia e nebbia, ebbe
fatto una sosta-toilette in tutte le aree di servizio del New Jersey
Turnpike – ogni sosta dilatata in una pausa-sigaretta e in uno
spuntino prolungato – avreste desiderato anche voi un autobus
dotato di tutti i comfort.
D’altra parte, ogni momento trascorso su un bus caldo e asciutto a
leggere una copia del «Socialist Worker» era un momento in meno
da trascorrere in piedi nel fango di Stanton Square, dietro la Corte
suprema, dove gli unici ripari erano i gabinetti portatili odorosi di
marijuana e il gazebo rivestito di plastica da cui gli oratori che
preparavano il terreno per il reverendo Al Sharpton1 andavano a
caccia di applausi in un mare di quattro o cinquemila non-
repubblicani bagnati. Quello non era il peggior tempo possibile:
avrebbe potuto piovere piú forte. Se foste stati cosí fortunati da salire
sul bus piú lento e arrivare molto tardi, avreste avuto solo i mignoli
congelati nel momento in cui Sharpton prese il microfono e spronò
tutti, contro la loro volontà, con la concisione e la forza delle sue
denunce. Sotto l’acquazzone, in mezzo ai cartelli ammosciati («Viva
il Ladro!» e «I Cittadini Hanno Votato – Tutti e Cinque») e alle lenti
spruzzate di pioggia degli occhiali alla Bertolt Brecht, avreste potuto
ridere persino delle sue frecciate piú volgari – la sfida a Dubya2 «a
fare di piú che non incasinarsi con Jesse3», per esempio, o la
deliberata balbuzie nel pronunciare il nome di «Clarence T – Tom –
Thomas»4.
La folla era tutta sorrisi mentre si metteva in colonna e marciava
lentamente lungo Maryland Avenue per circondare la Corte
suprema. Se foste stati presenti, avreste potuto sentirvi spronati
dall’incessante cantilenare di

Razzista, sessista, anti-gay,


GEORGE BUSH, go away!
e
Ehi, Dubya, presidente –
Rubi i voti alla tua gente
anche se non aveste realmente considerato George Bush un bigotto
o un ladro di voti. Forse, molto tempo fa, vi sentivate ugualmente
perplessi ai raduni atletici delle superiori. Forse, anche se qui le
ragazze pon pon avevano dreadlock e calzoni di pelle e una
collezione di distintivi dall’aria opprimente (tutta quell’ideologia
esplicita messa in fila come i grani di un rosario) invece che felpe del
college e gonne a pieghe, vi sareste di nuovo ritrovati entusiasti e
disgustati allo stesso tempo. Ma quando il marciapiede che circonda
la Corte suprema si riempí completamente di dimostranti fradici, e la
cantilena si trasformò in una conga che recitava
QUESTA è de-mo-cra-zia,
QUELLA è i-po-cri-sia
con centinaia di braccia bagnate che indicavano la Corte a ogni
«QUELLA», la vostra irritazione per l’autocompiacimento del
QUESTA sarebbe forse stata spazzata via da un improvviso,
insopprimibile sdegno nei confronti di QUELLA: l’edificio di marmo
che si stagliava, silenzioso, buio, inerte, dietro una fila di poliziotti in
elmetto antisommossa. Forse sareste stati felici di essere venuti fin
qui.
Ma poi, mentre il corteo si rimetteva in moto per circondare
l’angolo di sud-est della Corte, avreste potuto vivere la stranissima
esperienza di vedervi guardare voi stessi. Laggiú, dentro la Florida
House sull’altro lato di Second Street, dietro le alte finestre da cui
pendevano vessilli patriottici, c’erano uomini e donne che
attendevano l’inizio della festa e indossavano abiti e scarpe come
quelli che avevate lasciato a casa, mangiavano le stesse cose che
avevate mangiato al ristorante quasi tutte le sere della settimana
precedente, bevevano gli stessi superalcolici di cui vi stava venendo
una voglia improvvisa, e scrutavano con un misto di curiosità e
paura e soddisfazione la fila di manifestanti inzuppati dei quali
facevate un po’ parte anche voi, solo per un momento ma non del
tutto controvoglia.
Il viaggio di ritorno durò sette ore. I giovani socialisti – un tecnico
della compagnia telefonica Verizon, un barista che era stato una
stella del calcio alla Brown, un insegnante – confrontavano i cellulari,
leggevano Marx in edizione ridotta («Cosí mi risparmio di leggere tre
volumi del Capitale in due anni»), elogiavano unanimemente Friends
e si dividevano, con una netta demarcazione fra gay ed
eterosessuali, sui meriti di Xena Principessa Guerriera. Pochi piaceri
sono paragonabili a quello di viaggiare su un autobus di notte, con
un ritardo di ore, insieme a persone con cui si va profondamente
d’accordo. Ma alla fine, inevitabilmente, si viene scaricati in città. La
pioggia si sta ghiacciando sul terreno, uno strato di neve si deposita
sul fango. Potreste continuare a essere una versione di voi stessi, la
versione dell’autobus, piú giovane e rossa, mentre aspettate la
metropolitana per tornare a casa. Ma poi vi togliete gli strati isolanti,
ancora umidi, del costume che avete indossato in quella lunga
giornata, e vedete un costume completamente diverso appeso
nell’armadio; e sotto la doccia rimanete nudi e soli.
(2001).

1 Controverso leader della comunità afroamericana di New York [N. d. T.].


2 Storpiatura di «Double u», soprannome con cui viene spesso chiamato
George «W.» Bush [N. d. T.].
3 Riferimento al reverendo Jesse Jackson, storico leader del movimento per
i diritti civili, fondatore della Rainbow/Push Coalition e due volte candidato
democratico alla presidenza americana (nel 1984 e nel 1988) [N. d. T.].
4 Giudice nero della Corte suprema. La balbuzie serve a enfatizzare il nome
Tom, che richiama il protagonista della Capanna dello zio Tom di H. B. Stowe,
prototipo del nero servile [N. d. T.].
Indice
Frontespizio
Colophon
Qualche parola su questo libro
Il cervello di mio padre
L’alcova imperiale
Perché scrivere romanzi?
Lettere smarrite
Erika Imports
Setacciare le ceneri
Il lettore in esilio
La prima città
Materiale di recupero
Unità di controllo
Libri a letto
Ci vediamo a St Louis
Giorno dell’insediamento, gennaio 2001