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ARCHEOMEET Archeologia e divulgazione in Sardegna: appunti su un incontro tra studiosi e cittadini

ARCHEOMEET
Archeologia e divulgazione
in Sardegna: appunti su un incontro
tra studiosi e cittadini

a cura di
GIACOMO PAGLIETTI e MAURIZIO ONNIS

ISBN 9788868512248
ARCHEOMEET
Archeologia e divulgazione
in Sardegna: appunti su un incontro
tra studiosi e cittadini

a cura di
GIACOMO PAGLIETTI e MAURIZIO ONNIS

Arkadia Editore
COMUNE DI VILLANOVAFORRU

I testi contenuti in questo libro sono tratti dall’incon-


tro-dibattito pubblico “Archeomeet”, tenuto il 7 luglio
2018 nel paese di Villanovaforru (sud Sardegna). La gior-
nata di incontri, la cui diretta Facebook è stata curata da
Marco Esposito (Aps Mare Calmo), è stata registrata da
Federico Leonardi e trascritta da Marta Pili. Il testo è sta-
to rivisto ed integrato dagli autori. A tutti va un sentito
ringraziamento.

Realizzazione: Arkadia Editore, giugno 2019


ISBN 9788868512248

Foto di copertina Gianni Alvito - Teravista

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INDICE

G. Paglietti, M. Onnis
Verso un “archeopensiero” 9

F. Pinna, N. Dessì, I. Montis


Raccontare l’archeologia della Sardegna: come? 13

M. Tatti, L. Sanciu, A. Stiglitz


Onda su onda. Dialogo su tsunami marini e mediatici 37

Appendice
Appello agli studiosi di scienze dell’antichità
del mondo mediterraneo 59

M. Onnis, F. Caterini, G. Paglietti


I nodi cruciali: dai Giganti agli Shardana 69
VERSO UN “ARCHEOPENSIERO”

In questi ultimi anni si assiste in Sardegna a un cre-


scente interesse per l’archeologia da parte di persone di
varia estrazione sociale ed età.
Questo fatto, già percepibile nei social network, è
concretamente visibile nella partecipazione del pubbli-
co a conferenze, seminari ed escursioni. Si tratta di una
archeo-community composta da insegnanti, impiegati,
operai, professionisti, artigiani, che hanno in comune la
passione per l’archeologia e in particolare per la preisto-
ria e la protostoria della Sardegna.
In tale comunità, l’informazione archeologica è
mediata per lo più da strutture associative che, coinvol-
gendo studiosi in dibattiti e seminari, offrono al pubblico
la possibilità di apprendere e accedere alle principali e
attuali tematiche archeologiche.
Molti altri si muovono invece autonomamente, attra-
verso la lettura di pubblicazioni scientifiche (spesso con-
siderate poco accessibili) o di autori e studiosi freelance
che, con un linguaggio più ordinario, propongono nuove
tesi sui temi caldi dell’archeologia sarda.
Gran parte di questo popolo si confronta poi nei so-
cial, all’interno dei numerosi gruppi di archeologia pre-
senti nel web, scambiandosi informazioni, pubblicando
immagini, partecipando a discussioni che molto spesso
finiscono per essere valvole di sfogo personali piuttosto
che dibattiti civili.

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Gli autori delle ricerche sono in quest’ultimo periodo interessi) nei confronti dell’Isola da parte di chi la osserva
in crescita esponenziale e appaiono di varia estrazione, dall’esterno: la Sardegna è sempre più all’attenzione dei
ispirati da interessi molteplici. media italiani e internazionali come portatrice di valori
Alcuni, muovendo da malcontento e frustrazione, vol- culturali, sociali ed economici originali e autonomi.
gono accuse alle istituzioni, imputandogli di aver occul- Il popolo sardo che si interessa della propria storia,
tato dati scomodi ed erigendosi a guru di verità rivelate della propria archeologia, del proprio patrimonio monu-
o di scoperte sensazionali. Altri, spinti dalla passione e mentale, è un popolo che da ingenuo colonizzato si sco-
dalla competenza per i temi più vari, propongono nuo- pre antico colonizzatore, da illetterato troglodita volge
ve e talvolta rivoluzionarie ipotesi che, per la loro impo- ad architetto e scultore innovatore, da isolano e isolato
stazione o per i contenuti “forti” (che però nessuno ha il diventa principe indiscusso del Mediterraneo antico. In-
coraggio di confutare), non vengono accolte tra le aule somma, quella sarda d’oggi è una nazione evoluta che
accademiche. Sono infine disponibili le pubblicazioni de- non ha più niente da temere, che colleziona primati da
gli archeologi “strutturati”: ancorate a legittimi ma rigidi sostituire alle vecchie etichette e che prepotentemente
criteri di scientificità, appaiono incapaci di comunicare vuole il giusto riconoscimento nei libri di storia, arte, ar-
in maniera semplice. Il risultato è che si crea uno spazio chitettura.
vuoto tra ricerca e società, vuoto ormai colmato su più Tornando all’archeologia e alla sua divulgazione.
fronti da divulgatori di varia qualità: c’è chi è mosso da Il generale contesto di rivalsa identitaria, di social-dia-
intenti speculativi e chi invece, con sacrificio ed entusia- tribe, di editoria specializzata fuori controllo, di prese di
smo, ha preso come missione il fare dell’archeologia una posizione e di scontri al limite della denuncia, non è altro
disciplina alla portata di tutti. che lo specchio di un fenomeno sociale in assestamento,
Al centro di tutte queste passioni e interessi contra- della presa di coscienza del proprio potenziale culturale
stanti sta la Sardegna. da parte della comunità sarda. Ed è quindi giunto il mo-
Sardegna etichettata per lungo tempo come bistrat- mento di lavorare, anche in archeologia, sulla costruzio-
tata, dimenticata, occultata, umiliata, depressa e che, in ne di un modus operandi che integri la ricerca con la co-
verità, oggi sembra lentamente uscire da quell’esilio cul- munità locale.
turale che abbiamo conosciuto nei nostri libri di scuola. L’archeologia pubblica, quale forma di ricerca parte-
Sardegna che in fondo non è poi così barbara, dove i cipata, inizia in Sardegna a dare i primi risultati: scende
nuraghi non sono più le spelonche dei banditi ma edifici dalla cattedra, si ferma nelle piazze e si confronta diret-
dal fascino misterioso, dove il sardo non è più un pastore tamente con le persone, un pubblico attento, propositivo
criminale ma il depositario di un codice genetico straor- e desideroso di farsi educare.
dinario. A Villanovaforru, nel mese di luglio 2018, abbiamo
E noi crediamo di non sbagliare affermando che è in condotto un esperimento chiamato “Archeomeet”: un in-
atto un cambiamento di prospettiva (e probabilmente di contro sull’archeologia e sulla sua divulgazione, tra per-

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sone di varia estrazione e competenza. Lo abbiamo fatto Raccontare l’archeologia della Sardegna: come?
con Fabio Pinna, docente universitario di Archeologia
medioevale, con gli archeologi e divulgatori Nicola Dessì, Fabio Pinna, Nicola Dessì, Ilaria Montis
Ilaria Montis, Alfonso Stiglitz e Matteo Tatti, con il geolo-
go Nicola Sanciu, con l’antropologo e scrittore Fiorenzo
Caterini. Noi, infine, abbiamo curato questo resoconto,
che ci auguriamo possa dare un piccolo contributo al di-
battito civile e costruttivo sui temi dell’archeologia e sul Fabio Pinna: Il primo dei nostri confronti a tema si
suo impatto sulla nostra società. propone di analizzare i modi corretti ed efficaci per il
racconto di quanto emerge dalle ricerche archeologiche.
Giacomo Paglietti Maurizio Onnis Nell’ambito della comunicazione scientifica, l’informa-
Direttore Museo Archeologico Sindaco di Villanovaforru zione sugli studi archeologici ha caratteri molto specifici,
“Genna Maria”, Villanovaforru derivanti anche dal particolare coinvolgimento che i resti
del passato possono provocare nel visitatore. Il contatto
diretto con un sito archeologico può lasciare indifferenti
i non addetti, ma può trasformarsi – soprattutto con la
guida di chi ha studiato a fondo i siti e la storia – in un’e-
sperienza appassionante, in grado di evocare gli eventi e
la vita quotidiana delle persone del passato, e di condur-
re anche molto lontano da ciò che con pazienza e meto-
do la comunità degli studiosi ha ricostruito.
Si tratta di un equilibrio difficile da trovare, tra un rac-
conto piacevole ed efficace e il rigore dell’analisi, che
richiede cura dei dettagli, prudenza, verifiche, continui
confronti.
Può essere interessante, pertanto, confrontarsi con
due archeologi come Ilaria Montis e Nicola Dessì. En-
trambi sono approdati, dopo un ricco percorso di forma-
zione ed esperienze, ad attività professionali che hanno
come elemento comune il racconto dell’archeologia
“sul campo”.
Nicola Dessì già da bambino amava girovagare tra
i nuraghi del suo territorio. Ha conseguito una laurea

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triennale in beni culturali e quella specialistica in arche- Io sono ricercatore all’Università degli studi di Caglia-
ologia. Poi ha frequentato la scuola di specializzazione in ri: mi occupo di archeologia medievale, disciplina che
beni archeologici. Ha preso parte a scavi archeologici in insegno nei corsi di laurea in beni culturali e spettacolo,
Sardegna, Tunisia e Spagna, e da tredici anni opera nel archeologia e storia dell’arte. Insegno anche Archeologia
campo dell’archeologia preventiva. postmedioevale alla Scuola di specializzazione in beni
È impegnato in progetti con le scuole primarie e nella archeologici e Percorsi turistici e culturali nel corso di
comunicazione televisiva e radiofonica. Iscritto all’albo Economia e gestione dei servizi turistici. Da 22 anni sono
delle guide turistiche della regione Sardegna, collabora iscritto all’albo dei giornalisti, nella lista dei pubblicisti.
con numerosi tour operator e gruppi archeologici, curan- L’esperienza di ricerca e l’esigenza di condividere le mie
do l’organizzazione di tour culturali incentrati sulla cono- conoscenze mi hanno portato a riflettere sulla necessità
scenza di siti archeologici, in modo particolare risalenti di un’efficace comunicazione del patrimonio culturale e
alla preistoria e all’età nuragica, spesso sconosciuti al ad investire in questa direzione anche nella formazione
grande pubblico. delle nuove generazioni.
Ilaria Montis, archeologa, già da piccola voleva fare Credo che la prima domanda da porci riguardi le no-
questo mestiere. Ha conseguito la laurea in archeologia stre motivazioni: perché sentiamo la necessità di raccon-
a Pisa, dove ha anche frequentato la scuola di specializ- tare l’archeologia alla gente?
zazione in archeologia. A Siena ha conseguito un master
in geo-tecnologie. In Sardegna ha lavorato presso l’uni- Nicola Dessì: Nel mio caso, anzitutto, perché amo il
versità di Cagliari con un assegno di ricerca e contempo- mio lavoro e trovo piacevole raccontare ciò che ho ap-
raneamente come libera professionista. Nel frattempo preso durante gli studi universitari e negli scavi. Il se-
ha ottenuto un dottorato in scienze e tecnologie per l’ar- condo motivo è che la gente lo chiede. In Sardegna vi è
cheologia e i beni culturali presso l’Università di Ferrara. una grande sete di conoscenza del proprio passato, pro-
Adesso anche Ilaria lavora come libera professionista e si babilmente maggiore rispetto alle altre regioni d’Italia.
occupa di archeologia preventiva. Nel suo lavoro cerca di Il motivo di tanto interesse è forse legato al poco impe-
mettere insieme aspetti più tecnici, che l’hanno portata gno del mondo accademico nella divulgazione della sto-
a scrivere diversi articoli scientifici, e altre competenze, ria della Sardegna. C’è tanto da raccontare, ma bisogna
acquisite da oltre dieci anni nel suo percorso di ricerca in- capire anzitutto qual è la strategia da adottare nel farlo.
teriore. Pratica yoga e meditazione e, dopo aver frequen- Io ad esempio ho iniziato a fare divulgazione con i bam-
tato il mindfulness teacher training a Roma, è diventata bini, nelle scuole elementari, raccontando in maniera
insegnante mindfulness. Ha creato così il progetto “Sar- semplice ma senza tuttavia rinunciare alla scientificità.
degna Sacra”, in cui cerca di mettere insieme questi due Nell’ultimo decennio, abbiamo conosciuto in Sardegna
percorsi. Pratica quindi un modo diverso di rivolgersi alle una vera e propria rivoluzione culturale: la gente oggi fre-
persone. quenta sempre più i siti archeologici e c’è più interesse in

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generale. Una prova l’abbiamo nel web, dove troviamo Se la Sardegna fosse più aperta all’esterno, avrebbe
centinaia di pagine, gruppi e siti dedicati all’archeolo- un turismo archeologico in crescita.
gia sarda. Sempre nel web sono nate spesso diatribe in La Sardegna archeologica è ancora poco conosciuta
merito all’archeologia sarda e io lo trovo positivo: indica fuori dall’Isola stessa, rispetto ad altre mete più note.
quanto interesse c’è nei confronti dalla materia. Quei pochi che ne sentono parlare vengono qui con gran-
dissima curiosità, ma non sono ancora tanti quanti po-
Fabio Pinna: Quindi dobbiamo raccontare l’archeolo- trebbero essere sulla base del nostro immenso patrimo-
gia perché c’è una domanda forte che proviene da gruppi nio archeologico. La Sardegna non ha nulla da invidiare
di persone molto diversi tra loro? Oppure prevale l’esi- a destinazioni più gettonate, ma bisogna potenziare i
genza di stupire, inventandosi qualunque cosa per rac- servizi per il visitatore. I poli museali che richiamano i vi-
contare il patrimonio archeologico ai turisti ed essere in sitatori sono davvero pochi. Basta confrontare il numero
grado di attrarli con proposte originali e coinvolgenti? di visitatori del nuraghe di Barumini con quelli di altri siti
importantissimi, come il Santu Antine di Torralba, che
Ilaria Montis: No, assolutamente no. non ha lo stesso tipo offerta ed è quindi fuori dai circuiti
L’archeologia va raccontata indiscriminatamente a che invece Barumini riesce a intercettare.
tutti e quindi per primi ai sardi stessi, perché per com-
prendere il presente, chi siamo e dove vogliamo andare, Fabio Pinna: Quindi, oltre ai turisti interessati a un
dobbiamo conoscere il nostro passato. L’archeologia certo tipo di esperienza culturale, i destinatari del nostro
è una disciplina storica ed è uno degli strumenti utili a raccontare l’archeologia sono le persone delle nostre co-
comprendere questo passato. Allo stesso tempo, dobbia- munità, compresi i bambini e le persone anziane, porta-
mo raccontare la nostra storia anche agli altri. E non si trici a loro volta di un patrimonio di ricordi. Giusto?
tratta di un discorso solo turistico, legato strettamente
all’economia. Almeno per quanto mi riguarda, la finalità Ilaria Montis: Assolutamente sì. Alle attività che orga-
è senz’altro più ampia. nizzo io viene gente di qualsiasi tipo e di qualsiasi età.
C’è una grande sete di conoscenza del passato, cosa Vengono anche ragazzi di vent’anni con gli amici, perché
che verifico puntualmente ad ogni escursione, ad ogni sono interessati loro stessi a scoprire questo passato, a
viaggio e in tutte le occasioni in cui svolgo attività di- scoprire i monumenti, a scoprire il significato di questi
vulgative. Il mio approccio mira proprio a coinvolgere le luoghi. Allo stesso modo, vengono anziani e famiglie con
persone: sento realmente cosa chiedono i partecipanti, bambini. C’è un interesse trasversale, che porta a incon-
a cosa sono interessati, cosa cercano di comprendere trarsi persone provenienti dalla Sardegna, dall’Italia e
attraverso la visita di un luogo antico. Come studiosi del dall’Europa. Durante le visite ai siti emergono il vissuto di
passato, il nostro dovere è senz’altro cercare di saziare ognuno e i tanti interessi che generano in queste persone
questa sete di conoscenza. il desiderio di scoprire la Sardegna. Questo è molto bello,

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perché crea ricchezza, oltre che dal punto di vista cultu- comunicazione ben documentata e corretta. Il lavoro di
rale, anche umano. chi comunica l’archeologia diventa oggi molto delicato:
tu sperimenti questo?
Fabio Pinna: Nicola, sei d’accordo sul fatto che l’arche-
ologia sia davvero una disciplina per tutti? Nicola Dessì: L’archeologia è uno strumento, col qua-
le possiamo fare del bene ma anche del male. A me in-
Nicola Dessì: Assolutamente sì. Dal punto di vista ana- teressa raccontare in maniera semplice ciò che è stato
grafico coinvolgiamo una fascia di pubblico molto am- scritto e scoperto da altri colleghi, perché questo chiede
pia, dai bambini agli anziani. Sotto il profilo sociale, allo la gente comune. Qualsiasi materia può essere strumen-
stesso modo, l’archeologia ha il potere di unire persone talizzata politicamente, ma quando parlo di identità io
con esperienze e destini differenti. Chi oggi partecipa alle mi riferisco a un bisogno interiore tipico di ogni essere
escursioni archeologiche fa i lavori più disparati, ma tutti umano. Non penso certo alla politica. E non condivido la
sono accomunati dalla passione per la storia dell’Isola, demonizzazione della ricerca delle proprie radici o dell’e-
anche in termini identitari. La richiesta più forte è cono- saltazione della civiltà nuragica, attuata talvolta da acca-
scere le radici della propria terra: siamo circondati dalle demici schieratisi apertamente contro qualsiasi forma di
vestigia del passato, in Sardegna più che altrove basta valorizzazione del nostro passato e della Sardegna, che
voltarsi e trovarsi davanti un nuraghe o un monumento essi cercano invece di sminuire. Prendiamo ad esempio
di qualsiasi altra epoca. In più ci sono tantissimi musei. Vi il tema “Shardana”. Non capisco perché sia così difficile
è una grande richiesta di divulgazione semplice, e forse ammettere o accettare che gli Shardana possano essere
siamo in pochi a rispondere a questa esigenza. Abbiamo stati i sardi. In questa ipotesi io non vedo nulla di sbaglia-
la necessità di formare più studenti e professionisti del to o politicamente scorretto.
settore, che qui potrebbero trovare nuovi sbocchi lavo-
rativi. Il turismo archeologico è in Sardegna una realtà Fabio Pinna: Credi che l’atteggiamento accademico
consolidata ed è in forte crescita. risponda a una visione ideologica, a un fine diverso dalla
ricerca della verità? Non pensi possa esserci, piuttosto,
Fabio Pinna: Quella che descrivi non è solamente la una difficoltà da parte della comunità scientifica a soste-
necessità di rispondere a una curiosità generica dei vi- nere posizioni che non appaiono sufficientemente con-
sitatori. Parli di una domanda più profonda da parte fortate dai dati?
delle persone, che si avvicinano all’archeologia con il
desiderio di riscoprire la storia del proprio territorio e, in Nicola Dessì: Personalmente mi sembra di riconosce-
qualche modo, la propria identità. Visto così, il raccon- re in tutto questo un grosso complesso di inferiorità, in-
to dell’archeologia comporta una grande responsabilità, culcatoci già dal secolo scorso. Si continua a parlare di
perfino politica, e diventa più che mai importante una dominazioni, di invasioni, senza prove tangibili che ciò

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sia realmente accaduto. Forse sarebbe il caso di iniziare Vicino Oriente antico ed ho sempre avuto l’idea di unire
a cambiare terminologia: perché non parlare di incontri cose diverse. La via per connettere il mio percorso alla
culturali, di acculturazioni, piuttosto che di dominazioni Sardegna, da cui ero partita e dove avevo intenzione di
o invasioni che vedono i sardi come popolo subalterno? tornare, era proprio fare una tesi sull’archeologia feni-
Tale atteggiamento ha finora giocato un ruolo sfavorevo- cio-punica, così da poter condurre una ricerca nella mia
le anche sul piano economico: i sardi spesso non credono isola e unire Oriente e Occidente. Inizialmente avevo due
nelle proprie capacità perché la storia stessa li dipinge passioni, l’orientalistica e la preistoria, ma a Pisa non ho
come incapaci. fatto preistoria perché non si parlava di preistoria della
Sardegna. Quindi ho optato per l’archeologia del Vicino
Fabio Pinna: Quando evochiamo modalità di interpre- Oriente, che mi permette di avere una prospettiva più
tazione della realtà riferentisi al mondo della psicologia, ampia sul Mediterraneo antico, non focalizzata unica-
non possiamo dimenticare che in molti casi il complesso mente sulla Sardegna. E questo per me è indispensabile.
di superiorità e inferiorità giocano insieme e che, sulla È altrettanto vero però che, senza nulla togliere ad altri
base dei complessi attribuiti agli altri, si può forzare la ve- periodi, ciò che distingue la Sardegna è la ricchezza e
rità storica in un senso o nell’altro. Potrei dire, da arche- la monumentalità delle testimonianze preistoriche, e in
ologo del Medioevo, che sento trascurato il mio periodo particolare la civiltà nuragica, assolutamente unica. Per
storico. Ma è possibile che altri colleghi, studiosi del pe- quanto possa sembrare che se ne parli tanto e che venga
riodo romano o di quello fenicio, a loro volta ritengano esaltata, a mio parere non se ne parla ancora abbastan-
il proprio campo non ancora sufficientemente approfon- za. Ho deciso di dedicarmi a tale campo proprio perché
dito e che magari non si sia investito a sufficienza nelle sentivo questa grande lacuna, ma non mi sono comun-
indagini sulla presenza romana o fenicia in Sardegna. que fossilizzata: il mio progetto si chiama “Sardegna Sa-
In questo, forse, ci può aiutare Ilaria: lei ha cominciato cra” e il focus è l’archeologia del sacro. Ha quindi come
occupandosi per la laurea proprio di fenici, mentre nel- oggetto le testimonianze relative al sacro e ai luoghi di
le sue attività più recenti pone l’attenzione sul periodo culto, di cui mi occupo anche in modo diacronico, spa-
preistorico e nuragico. Potrei chiederle: l’unico modo ziando tra diverse epoche.
per essere efficaci nella comunicazione archeologica in
Sardegna è concentrarsi sui nuraghi? Potrei dire, con un Fabio Pinna: Spiegaci un po’ come funziona questo
minimo di cattiveria, che hai “fiutato l’affare”, lasciando i tuo programma.
fenici e passando a occuparti di nuragici?
Ilaria Montis: Io propongo programmi con temi diver-
Ilaria Montis: No, non è una questione di fiutare af- si, a seconda del sito visitato. Ad esempio, uso un tema
fari. Io mi sono laureata in archeologia fenicio-punica come filo conduttore e inserisco nell’itinerario siti che
per un motivo ben preciso: ho studiato archeologia del riportano a quel tema e permettono di approfondirlo.

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Faccio escursioni dal taglio classico, legato alla divulga- go può incutere timore, un altro può mettere a proprio
zione archeologica, o di taglio più esperienziale. Questo agio, per motivi sempre soggettivi.
significa semplicemente vivere ciò che si fa con una par-
tecipazione a 360 gradi: parlo di qualità dell’attenzione Fabio Pinna: Ma non c’è il rischio di relativizzare l’og-
del visitatore e del suo coinvolgimento emotivo e perso- gettività della ricerca?
nale. Tengo molto a che ogni persona possa farsi un’idea
autonoma e libera, sono contro ogni forma di indottri- Ilaria Montis: Assolutamente no, perché la mia fi-
namento, e mi piace mettere a confronto diverse inter- nalità è guidare le persone ad un ascolto più cosciente.
pretazioni, condotte a partire dagli stessi dati di scavo. L’esperienza del sito che poi ognuno fa prescinde da
Racconto tutto questo coinvolgendo le persone, parlan- ciò che propongo io: una cosa sono i contenuti, un’altra
do a ciascuna di esse. All’inizio della giornata le invito a come ogni singola persone vive l’esperienza della giorna-
presentarsi reciprocamente, perché si sentano a proprio ta in un determinato luogo. Abbiamo una vita talmente
agio e cada il muro che separa chi parla e chi ascolta. Le frenetica che spesso, nonostante si decida di andare la
spingo a intervenire. Tutti si sentono partecipi, perché domenica in escursione, non riusciamo a staccare dalle
possono dare il proprio contributo al discorso. incombenze quotidiane e lavorative, perdendo così gran
parte dei benefici della giornata. Osservare due minuti di
Fabio Pinna: C’è anche una parte di meditazione? respiro, camminare in silenzio, ascoltare i rumori della
natura, permettono di liberare la mente e accedere a un
Ilaria Montis: Sì, a volte conduco anche pratiche di livello di attenzione superiore.
consapevolezza (mindfulness). Hanno lo scopo di rilassa-
re le persone e portare la loro attenzione a una qualità Fabio Pinna: Nicola, hai mai partecipato a una di que-
maggiore, aiutandole a concentrarsi sul momento pre- ste esperienze? Tu lavori così o in modo molto diverso?
sente. Si può fare in tanti modi: ad esempio, invitando le
persone a respirare per qualche minuto con l’attenzione Nicola Dessì: Purtroppo non ho mai avuto il piacere
rivolta al respiro stesso. di partecipare a queste esperienze. Io mi limito a rac-
contare il territorio, dal periodo più antico e dalla prima
Fabio Pinna: Ma qual è il rapporto tra questa esperien- presenza umana fino quasi ai giorni nostri. Noi siamo il
za personale e il sito archeologico? risultato di tutte le popolazioni e culture avvicendatesi in
Sardegna. Trovo sbagliato descrivere sempre i siti sardi
Ilaria Montis: Portando l’attenzione a se stessi, alle di qualsiasi epoca come esito di popoli esterni, dei fenici,
proprie sensazioni e emozioni, le persone creano una re- dei cartaginesi, dei romani. Si tratta di sardi, anzitutto,
lazione con il luogo in cui si trovano. A seconda del luogo acculturati diversamente nelle varie epoche, che hanno
visitato si possono percepire sensazioni diverse: un luo- lasciato testimonianze da ammirare ancora oggi. È ne-

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cessario rimarcare che i sardi non sono scomparsi da un Fabio Pinna: Dovremmo anche pensare a come for-
certo punto della storia in poi, ma che sono invece cam- mare, tra le nuove generazioni, la figura dell’“archeolo-
biati, poiché il cambiamento è necessario e vitale. Divul- go 2.0”. Un professionista con i suoi titoli di studio e la
gare l’archeologia per compartimenti stagni non porta a specializzazione su un determinato periodo storico, che
grandi risultati. È necessario invece raccontare il territo- abbia però anche la capacità di cogliere i caratteri gene-
rio secondo tutte le sue sfaccettature, perché il popolo rali di un territorio, di conoscere la comunità nella quale
che lo abita è lo stesso. La cultura cambia, ma non cam- lavorerà, la sua storia e i suoi problemi, e che sappia poi
bia l’identità dei popoli. Quando organizzo un tour, pro- raccontare tutto questo. Gli archeologi della mia genera-
pongo un territorio e voglio che venga scoperto intera- zione che hanno voluto coltivare questo approccio han-
mente, in tutti suoi aspetti. Per questo cerco anche di far no dovuto imparare da soli. Come avete acquisito, voi, le
lavorare la gente del posto, assicurandomi ad esempio competenze che oggi vi permettono di essere comunica-
che l’hotel non sia di una catena internazionale, con sede tori dell’archeologia? Secondo voi, cosa bisognerebbe in-
fiscale fuori dalla Sardegna, e unendo all’archeologia l’e- serire nel percorso universitario di utile a quanti vogliono
nogastronomia e la natura. investire sulla comunicazione in archeologia?

Fabio Pinna: Ho spesso la sensazione, vedendo gli ar- Ilaria Montis: Per quanto mi riguarda, ho sempre sen-
cheologi lavorare alla comunicazione e alla divulgazione, tito la necessità di comunicare, già dai primi anni di uni-
che agiscano in maniera creativa ma solitaria, senza ap- versità. Partecipavo agli scavi di Nora e mi offrivo sempre
porto della comunità. Tu hai fatto un cenno alla necessi- volontaria per spiegare ai turisti quanto stavamo facen-
tà di ragionare sul territorio nel quale si opera. Lavori da do. Non a tutti era gradita questa “intromissione” del
solo? pubblico nel lavoro degli archeologi, ma oggi per fortu-
na tale tendenza si sta invertendo. Penso che il desiderio
Nicola Dessì: No, diversi professionisti collaborano di divulgare sia una vocazione, ma è anche vero che le
con me. È importante formare una squadra di colleghi doti si devono coltivare. Per me è fondamentale avere un
onesti e bravi, ognuno con le sue competenze. L’archeo- occhio di riguardo per le persone e, quindi, studiare co-
logo viene spesso visto come un estraneo, perché arriva municazione e il rapporto con il pubblico. Bisogna però
in un Comune a scavare e non coinvolge la popolazione. anche sviluppare la propria empatia, capire come stanno
Non è che devono scavare tutti, ma basterebbe far capire coloro che hai davanti e se ti stanno seguendo o se stan-
cosa si sta facendo. Non bisogna fare dello scavo arche- no perdendo l’attenzione. È essenziale imparare a non
ologico un luogo inaccessibile, perché così creiamo lon- perdere mai il contatto con le persone che ti ascoltano
tananza. Noi invece dobbiamo lavorare per avvicinare le ed è utile seguire corsi di formazione nel campo della co-
persone. municazione.

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Fabio Pinna: Chi deve fare tutto ciò? Un archeologo cazione e cosa consigli per la formazione universitaria
che studia comunicazione o un comunicatore che studia dei nuovi archeologi?
archeologia?
Nicola Dessì: Penso che comunicatori non si nasca ma
Ilaria Montis: Io, da archeologa, dico che preferisco si diventi. Bisogna limitare al minimo l’imbarazzo o la ti-
gli archeologi che sanno comunicare ai bravi comunica- midezza nel parlare in pubblico e lavorare sulla voce, per
tori che non sanno di cosa stanno parlando. Per quanto catturare l’attenzione di chi ci ascolta. Consiglio quindi
possa studiare e farsi un’infarinatura, il comunicato- di iniziare con un semplice corso di teatro, di dizione, di
re non avrà mai la competenza di un archeologo. Per lettura ad alta voce. Dobbiamo esercitarci nel parlare in
illustrare gli aspetti tecnici dell’archeologia serve un pubblico, parlare con i bambini. La base deve essere ri-
archeologo che sappia comunicare e rendere le cose gorosamente scientifica ed ecco perché l’esperienza uni-
semplici. versitaria è necessaria. Certo, ci sono e ci saranno sem-
pre meno fondi per gli scavi archeologici, ma tantissimi
Fabio Pinna: Cosa pensi delle divulgazioni museali, dei siti e molto materiale sono già stati portati alla luce. A
pannelli didascalici? noi spetta il compito di raccontarli, sia nei monumenti
all’aperto sia nei musei, dove la nostra presenza è resa
Ilaria Montis: Abbiamo tanti musei con guide prepa- necessaria dal fatto che spesso i reperti sono accompa-
rate, che sanno “raccontare” l’esposizione, ma capita gnati da didascalie troppo lunghe, estremamente tecni-
spesso che il visitatore si affidi ai pannelli e che questi che. Sarebbe sicuramente più proficuo allestire musei “a
siano proprio illeggibili. Da poco sono stata a Malta e portata di bambino”, con aree giochi, didascalie semplici
sono rimasta colpita dalla bravura dei maltesi nella co- e brevi, pochi materiali bene illustrati. Il museo non deve
municazione archeologica: in particolare, gli allestimen- essere solo un contenitore di oggetti belli da vedere, il
ti sono fatti con pannelli semplici e dispositivi tattili e museo deve raccontare, chi esce dal museo deve avere
video coinvolgenti. Una presentazione chiara e di forte le idee più chiare di quando è entrato. Il Museo Arche-
impatto emotivo. Inoltre a Malta non si vergognano di ologico di Cagliari è l’esempio lampante di come avere
dire che la civiltà maltese del neolitico è stata una civiltà in esposizione materiali bellissimi non basti a chiarire
unica, con dei primati. Malta ha una trentina di siti ar- le idee del visitatore. Dobbiamo pensare innanzitutto ai
cheologici, una decina dei quali musealizzati, e conta bambini. Ma anche un adulto che non sa, ed è come un
più visitatori di quanti ne abbiamo noi in tutti i siti della bambino, deve iniziare dalle basi.
Sardegna.
Fabio Pinna: Ci sono oggi tanti musei che assumono il
Fabio Pinna: Nicola, come ti sei formato alla comuni- punto di vista dei bambini nel loro percorso espositivo.

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In Sardegna, ad esempio, c’è il museo Biddas di Sorso1, Fabio Pinna: Funziona insomma sul piano promozio-
che “racconta” i villaggi abbandonati, lo spopolamento, nale. Ma per ciò che riguarda una corretta narrazione del-
temi con importanti ricadute sull’attualità. Non espone la ricerca scientifica?
reperti, ma i temi sono presentati con rigore e a misura di
bambino. Ed è stato il primo museo a ottenere, nel 2013, Nicola Dessì: Proprio perché è uno strumento effi-
il “Premio Riccardo Francovich”, promosso dalla Società cace, Facebook può essere usato in tanti modi diversi.
degli Archeologi Medievisti Italiani per la divulgazione ar- E se deve essere teatro dello scontro tra scientificità e
cheologica nel campo dell’archeologia post-classica2. non scientificità, utilizziamolo al meglio. Dipende da noi
Un’ultima questione riguarda l’uso del web e dei social sfruttare bene questo grande strumento che ci permette
media per la comunicazione dell’archeologia. Si tratta di di varcare i confini della Sardegna.
un campo in cui l’archeologia manifesta tutta la sua vi-
vacità, con dibattiti spesso accesi, ma non mancano le Ilaria Montis: Nella comunicazione odierna, Facebook
perplessità. La rete aiuta davvero la comunicazione dei e gli altri social sono imprescindibili. Sono importanti per
risultati delle ricerche archeologiche e ne favorisce la la sponsorizzazione della nostra attività imprenditoria-
comprensione o, per le sue caratteristiche, ci allontana le, ma non solo: se io posto nella mia pagina articoli con
dalla verità delle cose? buoni contenuti, creo divulgazione efficace. Un discorso
a parte riguarda le discussioni che seguono i post: lì sta
Nicola Dessì: Facebook è utilissimo al mio lavoro, per- ad ognuno capire quando è il caso di dibattere e quan-
ché con esso pubblicizzo la mia attività gratuitamente e do non lo è. Si possono spiegare e chiarire delle cose, ma
a un pubblico potenzialmente mondiale. A me interessa quando si vede che la discussione si sta trasformando in
molto portare in Sardegna visitatori dal resto d’Italia, dal uno scambio d’insulti bisogna chiudere. I social sono i ca-
resto del pianeta. talizzatori del malcontento delle persone e per questo vi
nascono confronti scorretti. Si possono però pubblicare
anche ottimi contenuti scientifici e ci si può intrattenere
nel confronto con il lettore capace.
1
Si veda la scheda del museo Biddas nel sito del MIBAC:http://
www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/
Fabio Pinna: E il lettore che vuole informarsi sull’ar-
Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.htm-
l?id=162742&pagename=157031. cheologia e ha difficoltà a distinguere ciò che è corretto
dalle fake news?
2
SAMI, “Biddas. Museo dei Villaggi Abbandonati della Sar-
degna” vince il premio Francovich 2013. Disponibile su:
http://archeologiamedievale.unisi.it/sami/%E2%80%9C-
Ilaria Montis: Dove esiste libertà di parola non si pos-
biddas-museo-dei-villaggi-abbandonati-della-sarde- sono evitare certi inconvenienti. Sta alle persone dare fi-
gna%E2%80%9D-vince-il-premio-francovich-2013. ducia o meno a chi divulga contenuti archeologici. Il com-

28 29
pito degli archeologi è proprio dare informazioni chiare e sapere come considerate questo cambio di nome, sia in
trasparenti, meritandosi la fiducia del lettore con la qua- termini scientifici sia in termini divulgativi. Ho presentato
lità dei contenuti. Oggi l’autorevolezza si conquista sul una mozione sul tema in consiglio comunale e vorrei sa-
campo e il suo riconoscimento arriva dal basso. Deriva pere in quali altre direzioni spingere, oltre che sul Mibac
quindi dalla nostra capacità di comunicare con le perso- e sulla Regione Sardegna, per tornare al nome “Giganti”.
ne. Non è nostro compito andare a scovare le fake news.
Daniela Musio (dal pubblico): Io mi occupo di arche-
Augusto Montisci (dal pubblico): Non sono archeolo- ologia e vorrei tornare alla domanda iniziale, al perché
go, ma sono un grande appassionato, e il discorso sulle comunicare l’archeologia. Non mi sento molto soddisfat-
fake news mi lascia interdetto. È vero che c’è molta cre- ta dall’andamento del dibattito. Abbiamo ascoltato due
atività in chi s’improvvisa archeologo, ma spesso mi ac- interessantissime testimonianze, uniche e soggettive:
corgo che c’è molta creatività anche in chi l’archeologo due archeologi ci hanno raccontato come la divulgazio-
lo fa per mestiere. Io al termine “rigore scientifico” attri- ne archeologica è diventata per loro un mestiere. Ma vor-
buisco un significato legato agli esperimenti di laborato- rei tornare al principio: perché è necessario comunicare
rio e sentir parlare di scientificità delle teorie archeologi- l’archeologia? E se lo è, vorrei sapere quale ruolo posso-
che mi lascia un po’ stranito, perché in tale campo molte no avere le istituzioni, cioè l’università e gli enti locali, in
questioni sono aperte e tuttora discusse. Ho il timore questo compito.
che, proprio per l’inclinazione dell’archeologia a suscita-
re movimenti di opinione, si tenda spesso a incanalare Ilaria Montis: Per Andrea: anche secondo me cam-
la teoria ufficiale, a irrigidirla, indebolendo la possibilità biare il nome cui tutti sono abituati è, dal punto di vista
per chi viene dopo di dire: «No, guarda, quel che dici tu del marketing e della comunicazione, un autogol. Però
si può scientificamente dimostrare falso». Altra cosa: ho non credo che chiamarli “Eroi” cambi qualcosa sul pia-
il dubbio che, a livello accademico, la Sardegna riman- no scientifico: si tratta comunque di una denominazione
ga un campo di studi collaterale, che riscuote l’interesse convenzionale e sta a noi spiegare cosa rappresenta. Sul
scientifico solo di scienziati e archeologi sardi. tema toccato da Augusto: certo, se pensiamo agli esperi-
menti di laboratorio di altre discipline, l’archeologia non
Andrea Riccio (dal pubblico): Sono consigliere comu- può definirsi una scienza esatta. Io infatti ricordo sem-
nale ad Oristano. Sono rimasto molto colpito e irritato pre che nulla è certo. Tuttavia la sfida è proprio questa:
dalla volontà di usare il nome “Eroi di Monte Prama” in raccontare l’archeologia e far comprendere perché, sulla
luogo dell’ormai consueto “Giganti di Monte Prama”, al base oggettiva dei reperti, si possano escludere alcune
quale tutti siamo affezionati. Si invoca la presunta man- ipotesi e altre, invece, possano ritenersi valide. Tempora-
canza di scientificità del nome “Giganti”, mentre sareb- neamente, almeno fino a che nuove scoperte le invalide-
be in qualche modo giustificabile quello di “Eroi”. Vorrei ranno e ne avvaloreranno di nuove, avvicinandoci sempre

30 31
più alla ricostruzione corretta dei fatti del passato. Non ni, a mio parere, è garantire l’accessibilità ad almeno un
sempre noi archeologi abbiamo curato la divulgazione e sito per Comune. Non è necessario solo avere un servizio
anche per questo motivo si è poi assistito al proliferare di guardiania, o avere un servizio di guide. È importan-
di teorie di ogni genere. Prima abbiamo parlato dei so- te anche disporre di una squadra che vada una tantum a
cial. È chiaro che in poco spazio non si può scendere nel pulire il sito e renderlo accessibile.
dettaglio e che servirebbero ben altri approfondimenti.
Ma proprio raccontare al pubblico in che cosa consiste il Fabio Pinna: In risposta alla domanda di Augusto:
metodo archeologico, spiegare in che modo gli archeo- penso che la questione epistemologica e metodologi-
logi arrivano alle loro conclusioni, dovrebbe essere uno ca sia fondamentale. Riconoscersi in un comune meto-
dei nostri compiti fondamentali. Ancora oggi a me capi- do dell’agire archeologico è ciò che permette di fare la
ta d’incontrare colleghi convinti che l’archeologia non si differenza tra quanto può essere e non essere accetta-
possa spiegare alle persone. Secondo la mia esperienza, to. Ritengo, inoltre, che oltre ad un racconto efficace e
invece, tutto si può spiegare: bisogna avere la pazienza all’accento su aspetti appassionanti per il pubblico, sia
per farlo e l’umiltà di parlare alla gente da pari a pari, e necessario “illuminare” la nostra ricerca, mostrare come
non da un pulpito. avviene, rendere trasparenti i passaggi che portano alla
costruzione della conoscenza, far capire l’utilità di una
Nicola Dessì: Per quanto concerne la questione “Gi- comunità scientifica anche molto severa e che però con-
ganti” o “Eroi”: prima di imporre una nuova nomencla- duce a validare le nostre tesi cose con una certa ragio-
tura, noi abbiamo innanzitutto il dovere di spiegare cosa nevolezza, se non con assoluta certezza. Questa è una
sono questi reperti, quando e dove sono state costruite sfida comunicativa importante e per molti aspetti nuo-
le statue e qual era la loro funzione. La Soprintendenza va, con un peso educativo forte. Faciliterebbe tutti saper
non deve occuparsi di marketing. Ha altri compiti, come distinguere tra ipotesi, dati e interpretazioni: quanto più
lo scavo e la tutela dei siti. Della promozione è bene si si parte da un metodo condiviso, tanto più è facile svi-
occupino esperti del settore, in collaborazione con le co- luppare una discussione serena e avvicinarsi alla verità3.
munità locali. Se a un territorio conviene una certa de- L’intervento di Daniela Musio ci porta a un’altra sfida an-
nominazione, non la si può proibire. Sul ruolo delle isti- cora: sono sempre più numerose in Italia, e ora anche in
tuzioni nell’agevolare il nostro lavoro direi questo. Ogni
territorio, ogni Comune ha qualcosa da offrire in termini
archeologici. Ma ci siamo fatti un giro per vedere in che
stato sono tanti siti mal gestiti? Si trovano in uno stato
pietoso. Dopo tanti soldi spesi, si ha una situazione peg- 3
Preziose considerazioni su che cosa possa significare un’ar-
giore di quella iniziale. Sono ricoperti dalla vegetazione e cheologia pubblica, etica e democratica sono contenute in Va-
spesso manca la cartellonistica. Il compito delle istituzio- lenti 2017.

32 33
Sardegna4, le esperienze di scavi archeologici che diven- Bibliografia
tano un luogo di comunità. Situazioni in cui, a partire dal-
la ricerca archeologica, persino le scuole modificano la
propria programmazione didattica e si giovano del rap-
porto con gli archeologi e con lo scavo5. Queste realtà, a
mio avviso, generano un valore enorme, grazie al connu-
bio forte con il territorio, e contribuiscono allo sviluppo
di un’idea sana e dinamica di identità. In tali casi, oltre Pinna F. 2018. Archeologia medievale e costruzione parte-
alla stratificazione storica riconoscibile nel singolo sito, cipata dell’identità locale: percorsi di archeologia di co-
diventa importante cogliere una “stratificazione di co- munità a Luogosanto (Sardegna nord-orientale). In F.
munità”. L’archeologia, così, si percepisce davvero come Sogliani, B. Gargiulo, E. Annunziata e V. Vitale (a cura
una “cosa speciale”, perché permette di fare comunità a di), VIII Congresso Nazionale di Archeologia Medievale
partire da luoghi che sono speciali a loro volta o possono (Matera, 12-15 settembre 2018), All’Insegna del Giglio,
diventarlo. Sesto Fiorentino, I: 85-89.
Valenti M. 2017. Appunti, grezzi, per un’agenda di Arche-
ologia Pubblica in Italia. In J. Moreland, J. Mitchell, B.
Leal (eds.), Encounters, Excavations and Argosies. Es-
says for Richard Hodges, Archaeopress Archaeology,
Oxford: 314-328.
Zanini E., Giorgi E. 2016. Uomini e cose a Vignale: bilancio
di un decennio di archeologia partecipata, “Forma Ur-
bis”, anno XXI (9): 30-35.

4
Per alcune riflessioni, a partire dalle indagini in corso nel sito
del Palazzo di Baldu-Luogosanto, si veda Pinna 2018. Si veda
anche la pagina facebook “Luogosanto medievale. Archeolo-
gia e comunità”: https://www.facebook.com/luogosantome-
dievale/.
5
È esemplare, a riguardo, il caso di Vignale in Zanini, Giorgi
2016. Si rimanda, per ulteriori dettagli e aggiornamenti, all’in-
dirizzo http://www.uominiecoseavignale.it.

34 35
Onda su onda. Dialogo su tsunami marini e mediatici

Matteo Tatti, Luigi Sanciu, Alfonso Stiglitz

Matteo Tatti: Il titolo scelto per il presente confron-


to offre diversi interessanti spunti di argomentazione:
ne parleremo con due professionisti, due personalità
completamente diverse per interessi di studio, ma che
in alcune occasioni paiono avvicinarsi tantissimo l’una
all’altra.
Luigi Sanciu, geologo, porta avanti diverse importan-
ti attività di divulgazione e didattica legate alla sua ma-
teria. La geologia è infatti una disciplina interessante e
affascinante, ma forse ancora troppo poco divulgata al
grande pubblico. Alfonso Stiglitz, archeologo, da tantis-
simi anni è impegnato in attività di ricerca sul campo, in
particolare nel territorio del Sinis e a Cagliari, ed ha alle
spalle varie campagne di scavo.
Per introdurre l’argomento, vorrei richiamare alla vo-
stra memoria il 26 dicembre del 2004, quando, al largo
dell’isola di Sumatra, in Indonesia, venne registrato un
fortissimo sisma di magnitudo 9.1. Considerato il terzo si-
sma per importanza mai registrato, circa 25 minuti dopo
generò uno tsunami con onde alte tra i 15 e i 30 metri, che
andarono a infrangersi violentemente su tutto l’arcipela-
go indonesiano e poi sul Bangladesh, la costa dell’India e
lo Sri Lanka6.

6
USGS current earthquake information: earthquake.usgs.gov.

37
Le onde, con una velocità media compresa tra i 200 e fa colpì la regione del Golfo del Messico nota oggi come
i 400 chilometri al secondo, si spinsero fino a 4.500 chilo- Yucatan, contribuendo all’estinzione dei dinosauri7.
metri di distanza, abbattendosi violentemente sulle co- Lungo buona parte delle coste del Golfo del Messico
ste orientali del continente africano, in Somalia, Kenya, sono stati trovati i depositi che si formano in seguito ad
Tanzania, Madagascar, Mozambico e Sud Africa. uno tsunami, le tsunamiti. Ciò ci fa capire che lo tsunami
Lo tsunami fu registrato anche in Australia e attraver- ha ripercussioni non solo nelle immediate vicinanze del
sò tutto l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico, proiet- punto di origine: le sue onde possono viaggiare per centi-
tando i suoi effetti addirittura sulle coste dell’Antartide e naia o migliaia di chilometri, secondo la morfologia delle
su quelle del continente americano. coste o del tratto di mare interessati.
Fu un evento naturale di violenza incredibile, che
si lasciò dietro enormi distruzioni e 230.000-280.000 Matteo Tatti: Quando parliamo del Mediterraneo,
morti. tendiamo a immaginarlo come un mare tranquillo, chiu-
Partiamo allora da qui: Luigi Sanciu, aiutaci a capire so, protetto, amico. Invece tantissimi eventi sismici han-
cosa sia tecnicamente uno tsunami e come si generi. no interessato e interessano il nostro mare e il territorio
italiano.
Luigi Sanciu: Tsunami è una parola giapponese che Cosa succederebbe se gli eventi di cui abbiamo par-
significa “onda di porto”. Perché utilizziamo una parola lato prima si svolgessero nel Mediterraneo? La violenza
giapponese? e la distruzione verrebbero amplificati o ridotti dalla sua
Perché il Giappone e l’Indonesia sono fra le zone più natura fisica di bacino circoscritto?
colpite dagli tsunami, onde generate, nella maggior
parte dei casi, da terremoti e frane sottomarine. I giap- Luigi Sanciu: Circa 8.000 anni fa si verificò un fortissi-
ponesi sono abituati da migliaia di anni a convivere con mo tsunami, causato da un terremoto vicino alle coste
questo fenomeno naturale e nella loro storia recente della Sicilia. Il terremoto provocò la frana di un versante
sono stati registrati tsunami con onde alte 10, 30 e an- dell’Etna e milioni di tonnellate di roccia e terra scivola-
che 40 metri. rono nei fondali marini, depositandosi fino a 20 chilome-
Possiamo ben immaginare l’impatto di questi muri tri dalla costa. Si generò uno tsunami che devastò tutte
d’acqua, che sommergono tutto e lasciano dietro di sé le coste del Mediterraneo Orientale. Secondo le stime, le
devastazione e morti. onde raggiunsero i 40-50 metri d’altezza8.
A provocare gli tsunami non sono però solo terremoti Può sembrare molto, ma l’onda più alta fu registrata
e frane sottomarini.
In pochissimi casi documentati si è visto che anche
l’impatto di meteoriti può innescare questo fenomeno. 7
Schulte et alii 2010. 
Un caso certo è quello del meteorite che 65 milioni di anni 8
Gianfreda, Mastronuzzi, Sansò 2001.

38 39
nel 1956 in Alaska. Un terremoto nella terraferma causò 3.000 anni fa. Trovare un’ostrica di 3.000 anni non è di per
il distacco di una frana dal fianco di un fiordo, che a sua sé la dimostrazione che uno tsunami partito dal Golfo di
volta generò un’onda di circa 500 metri di altezza9. Cagliari abbia trasportato quel mollusco fino a Barumini
Possiamo affermare comunque che in una situazione o Villanovaforru. Uno tsunami di una certa entità traspor-
di mare aperto, con coste relativamente basse, si può ar- terebbe anche alberi, corpi umani, animali. Soprattutto,
rivare a onde di 20-50 metri di altezza e non di più. dovrei trovare tracce di quell’evento in tutte le coste del
Mediterraneo occidentale. Ma niente di tutto ciò è stato
Matteo Tatti: Cosa troviamo, lungo le coste del Me- ancora minimamente provato.
diterraneo, che testimoni lo svolgersi di eventi di questo
tipo? Matteo Tatti: Spieghiamo un po’ quali tracce lascia
sulle coste uno tsunami come quello indonesiano.
Luigi Sanciu: Dopo tsunami di questa entità, rimango-
no strati geologici di 15-20 centimetri, nei quali troviamo Luigi Sanciu: Ne stanno ancora studiando i detriti.
sabbia marina, microfossili e organismi marini. È questo Quest’onda ha trascinato persino barche, fino a 5 chilo-
materiale a farci capire che la stratificazione geologica metri dal porto: se si formasse un deposito, una tsunami-
che stiamo studiando è insolita. te, i geologi del futuro si troverebbero davanti qualche re-
Le tsunamiti, però, non sono semplici da interpretare, sto d’imbarcazione. Lo tsunami trasporta i detriti e dove
perché spesso si confondono con altri tipi di stratificazio- trova un ostacolo i detriti si fermano e si accumulano. Se
ni e di fenomeni. Se guardate le tsunamiti di Santorini, consideriamo il nuraghe un ostacolo, nella stratigrafia
ad esempio, noterete ceramica e conchiglie di tipi diffe- dovrei trovare un accumulo di vegetali, di tronchi ed al-
renti10. tro materiale, o ancora i resti delle vittime dello tsunami:
A me è capitato di trovare cose simili vicino ai nuraghi: in Sardegna non abbiamo nulla di ciò. Scientificamente
ceramica e conchiglie, solitamente di un unico genere, il parlando non possiamo dire che non si sia mai verificato.
Cardium. Quindi: o c’è stato uno tsunami che ha selezio- Ma di sicuro possiamo affermare che ancora non ne ab-
nato solo quel genere di bivalve, o qualcosa non torna. biamo le prove. In definitiva, non ci sono testimonianze
E infatti l’archeologo ci potrà spiegare che quelli sono in geologiche di uno tsunami avvenuto in Sardegna.
realtà avanzi di pasto.
In qualche caso sono state ritrovate ostriche fossili Matteo Tatti: Abbiamo visto come onde di 15-30 me-
vecchie di 20 milioni di anni, scambiate per ostriche di tri possano provocare danni ingentissimi e un numero
enorme di vittime. Quali tracce archeologiche dovrem-
mo trovare dopo l’impatto sulle coste della Sardegna di
9
Mader, Gittings 2002. un’onda alta 500 metri? Tale è infatti l’altezza supposta
10
McCoy, Dunn 2002, 2004. dell’onda che, secondo il giornalista Sergio Frau, avreb-

40 41
be colpito la nostra isola nel 1175 a.C. Un evento di que- Frau, soprannominai questi tsunami “Platini”, ripren-
ste proporzioni avrebbe causato un’ingressione marina dendo il nome del famoso calciatore. Platini aveva la
notevole a partire dal Campidano di Cagliari, provocan- capacità di tirare punizioni che saltavano la barriera dei
do a suo dire la fine della civiltà nuragica. Il ricordo di un giocatori avversari. Ecco, questi due tsunami hanno fat-
evento tanto traumatico si sarebbe fissato nella memo- to la stessa cosa. Lungo la costa di Cagliari, dove l’onda
ria delle popolazioni, arrivando a stimolare il racconto avrebbe avuto il maggior impatto, troviamo il nuraghe
della mitica Atlantide scomparsa tra le acque, di cui parla Diana di Quartu Sant’Elena, praticamente in riva al mare
Platone. Alfonso Stiglitz, partiamo da qui: è ipotizzabile e, dalla parte opposta, l’Antigori di Sarroch: nessuno dei
un’identificazione della Sardegna con Atlantide? due nuraghi presenta tracce di distruzione da maremo-
to o di copertura da fango. Circa l’altro tsunami, quello
Alfonso Stiglitz: Leggendo Frau, i suoi libri11 e le sue oristanese: è vero che ci sono tanti nuraghi coperti, ma
interviste, apprendiamo che il 1175 a.C. fu un anno sfor- troviamo anche il nuraghe Tradori di Narbolia, vicino al
tunato per la Sardegna, per i sardi e per chi era venuto in mare, che svetta senza fango o distruzione, pur trovan-
Sardegna per commerciare. Un mega maremoto partito dosi tra l’acqua e s’Urachi. È assente, cioè, quel tipo di co-
dal Golfo di Cagliari avrebbe infatti attraversato tutto il pertura o distruzione che un archeologo si aspetterebbe
Campidano, salendo fino a Barumini e addirittura al nu- di rilevare dopo simili eventi.
raghe Genna Maria di Villanovaforru (400 metri s.l.m.). Se poi analizziamo i nuraghi presi come esempio da
In contemporanea, un secondo tsunami avrebbe colpito Frau – Su Nuraxi di Barumini e S’Urachi di San Vero Milis
la Sardegna nord-occidentale e avrebbe distrutto il nu- –, scopriamo che la copertura di terra avvenne a seguito
raghe S’Urachi di San Vero Milis, provenendo da nord-o- del crollo di strutture realizzate successivamente al 1175
vest. a.C. A S’Urachi di San Vero Milis le strutture più alte sono
Tutto ciò avrebbe coperto i nuraghi di “fango”. Do- di età romana repubblicana13. Il grande strato che copre
vremmo trovare vistose tracce geologiche di questi tsu- il nuraghe di San Vero Milis venne interpretato da Frau
nami, perché un’onda così potente, che arriva fino a 80 come prova dello tsunami. Spesso due metri è, in realtà,
chilometri di distanza dalla costa e supera i 300 metri di una discarica moderna: alla sua base abbiamo trovato
altezza, non dovrebbe solo sommergere di “fango” i nu- piatti in ferrosmalto e, al di sotto, gli strati romani.
raghi, ma creare anche distruzioni visibili e rilevabili. Anche la teoria che i nuraghi di pianura siano stati tut-
Nella mia prima uscita pubblica sul tema12, a seguito ti coperti dall’onda e i nuraghi di montagna siano invece
degli articoli di giornale che annunciavano la teoria di rimasti tutti liberi cade se si vanno a vedere le immagini
del Nolza di Meana Sardo, a 800 metri sopra il livello del

11
Frau 2002; Faraglia, Frau 2004; Frau, Manca 2004.
12
Stiglitz 2004a. 13
Van Dommelen et alii 2018.

42 43
mare: prima degli scavi era identico a Barumini, total- databile in epoca successiva al 1175 a.C.16. Poggia sulla
mente coperto. sabbia della spiaggia integra, non su strati di maremoto.
Infine, secondo Frau lo tsunami avrebbe cancellato la A Tharros, sempre nel Sinis, le capanne del villaggio nu-
civiltà nuragica e i nuragici si sarebbero poi spostati in ragico, che secondo Frau sarebbe stato colpito in pieno
Italia per fondare la civiltà etrusca14. dal maremoto, sono coperte da sabbia eolica.
Ebbene, dopo il 1175 a.C. la civiltà nuragica era ancora A S’Urachi, in alcuni punti, abbiamo raggiunto la base
in piedi. Anzi, raggiunse il massimo di capacità economi- della struttura muraria nuragica, che poggia su un fondo
ca, organizzativa, politica. Questa tesi non trova quindi molto spesso di ciottoli alluvionali del paleoalveo del fiu-
alcun riscontro scientifico. me Tirso, quindi molto più antico del tempo del presunto
tsunami. Addossati alla struttura e sopra questo strato di
Matteo Tatti: Dal punto di vista archeologico, vi siete ciottoli ci sono strati di vita che partono dal Bronzo Fina-
imbattuti nei vostri scavi in strati dei quali non si com- le e arrivano all’età romana repubblicana, ma nessuno
prenda bene la formazione o che presentino anomalie? strato che abbia creato un’interruzione di questo svilup-
po17.
Alfonso Stiglitz: Strati problematici se ne trovano
sempre. Vanno contestualizzati e interpretati. In nessuno Matteo Tatti: Esistono nel Mediterraneo tracce arche-
strato corrispondente a quella fase storica ho però mai ologiche di qualche evento catastrofico che abbia pro-
visto qualcosa che possa attestare elementi distruttivi vocato l’abbandono repentino di un sito e portato alla
tanto imponenti. scomparsa di una civiltà?
Nell’area del Sinis, che dovrebbe essere stata colpita
da uno degli tsunami, ho potuto scavare contesti nuragici Alfonso Stiglitz: Sì. È Santorini, un’isola vulcanica
in riva al mare. A Su Pallosu per esempio, abbiamo scava- del Mare Egeo che ospitava una città minoica molto im-
to un deposito votivo relativo al Bronzo Recente (XIII se- portante. L’esplosione del vulcano provocò la distruzio-
colo a.C.), ricoperto da sabbia di tipo eolico, cioè portata ne del centro di Santorini e un maremoto le cui onde si
dal vento, e non da strati di devastazione15. propagarono nel Mediterraneo.
Sulla spiaggia di fronte, Sa Rocca Tunda, dall’altra Io ho scavato in Turchia, nell’antico sito greco di Iasos:
parte del golfo, ho scavato un monumento nuragico che nell’agorà sono visibili gli strati delle ceneri provenienti
penso possa essere interpretato come una fonte sacra, dall’esplosione di quel vulcano. La città di Santorini ven-
ne distrutta, ma la catastrofe non provocò la scomparsa

14
Da ultimo Frau 2017. 16
Stiglitz 1984.
15
Castangia 2013; Castangia, Mulargia, Stiglitz 2017. 17
Van Dommelen et alii 2018: 145-146, figg. 5-6.

44 45
della civiltà minoica. Eppure fu un evento avvertito sia doci l’attività umana, si fa presto a raggiungere spessori
come esplosione, sia come maremoto, sia come nuvola notevoli.
di ceneri in tutto il bacino del Mediterraneo. A questo punto, però, introduciamo un altro elemento
di discussione.
Matteo Tatti: Geologia e archeologia sono due disci- L’ipotesi di identificazione tra Sardegna e Atlantide ha
pline indipendenti, ma condividono un concetto fonda- avuto un’evoluzione mediatica molto complessa e inte-
mentale, quello di stratigrafia. Luigi Sanciu: proviamo a ressante. Tale identificazione era stata proposta appun-
spiegare il concetto di stratigrafia e di interramento delle to come ipotesi di lavoro: nata come inchiesta, si è poi
strutture? trasformata in teoria scientifica, nonostante sia basata
su dati che l’archeologia e la geologia hanno dimostrato
Luigi Sanciu: Si pensa che i nuraghi fossero alti anche falsi. Inoltre, ha avuto un’eco mediatica impressionante
15-20 metri. Quindi, quel che noi vediamo oggi è forse un ed ha ottenuto una sorta di bollino di garanzia da parte di
terzo della struttura originaria. La maggior parte del ma- istituzioni prestigiose come l’UNESCO e l’Accademia dei
teriale mancante è andato a formare un cumulo di bloc- Lincei. Come è stato possibile?
chi. Spesso però non troviamo un grosso quantitativo di
materiale, perché nei secoli i conci sono stati riutilizza- Alfonso Stiglitz: Innanzitutto, quella di Frau è una
ti in altri ambiti. Inoltre i nuraghi non erano costruiti a tesi e non un’ipotesi. Nella ricerca, un’ipotesi ha alle spal-
secco: avevano intonaci di fango, adatti a coibentare la le dati scientifici che autorizzano a proporla. Qui, invece,
struttura e dare maggior sostegno. Aggiungiamoci i sedi- si partiva da una tesi priva di riscontro anticipata nelle
menti da trasporto eolico, protrattosi per qualche miglia- pagine di un quotidiano autorevole, “la Repubblica”, e
io d’anni, e capiamo che l’interramento del nuraghe non quindi nel libro18 di Frau stesso. La successiva mostra del
è un evento così straordinario. 2004 diede un notevole impulso al rilancio del libro e al
suo entusiastico accoglimento in Sardegna19.
Matteo Tatti: Il processo d’interramento delle strut- L’adesione dei mass media sardi fu totale. Per alcuni
ture è affascinante. Pensiamo al crollo delle casette di un anni non venne intervistato sull’argomento alcun geolo-
centro storico: nel giro di qualche anno se ne può già no- go o archeologo esperto della Sardegna nuragica.
tare l’evoluzione. Dovetti faticare molto per far uscire tre articoli, uno
Dopo qualche mese comincia a formarsi un deposito
di detriti, sui quali cresce l’erba che trattiene a sua vol-
ta altro materiale trasportato dal vento. Ipotizziamo che 18
Un ciclo di articoli, editi su “la Repubblica” dal 30 marzo al
in un anno si depositi appena un millimetro di materiale 30 aprile 2002, lanciava la successiva pubblicazione del libro.
e scopriamo che in un millennio si depositano 1000 mil- 19
Sulla mostra e le reazioni vedi Frau, Manca 2004 e Faraglia,
limetri di materiale, ossia un metro di terra. Aggiungen- Frau 2004.

46 47
per giornale (“L’Unione Sarda”, “la Nuova Sardegna”, Alfonso Stiglitz: C’era un problema di comunicazio-
“Giornale di Sardegna”)20 e a nessun specialista del set- ne: non esisteva Facebook ed era complicato ricavarsi
tore fu offerta la possibilità di discutere pubblicamente spazi autonomi dai quali esporre il proprio punto di vi-
la questione. Poi vennero la mostra di Frau a Parigi, l’U- sta. Per comunicare, in Sardegna, bisognava passare at-
NESCO e l’Accademia dei Lincei. Nei convegni dell’Acca- traverso i quotidiani, attraverso Raitre o Videolina. C’era
demia dei Lincei, a Roma, e dell’UNESCO, a Parigi, non fu una fortissima mediazione da parte giornalistica, tutta
chiamato a parlare nessun geologo o archeologo esper- schierata a favore di Frau. Una parte di questi organi di
to di nuragico. È evidente che un’operazione mediatica stampa apparteneva inoltre al gruppo di “la Repubblica”
funziona solo se non si levano voci difformi. Io scrissi al e quindi le difficoltà a farsi sentire aumentavano, nono-
presidente dell’Accademia dei Lincei chiedendo che fos- stante conferenze e prese di posizione pubbliche. In ul-
se invitato al loro evento un qualsiasi archeologo sardo o tima istanza, il mondo scientifico fece un appello, espo-
non sardo che si occupasse della civiltà nuragica, ma non nendo i dati accertati22. Si tratta di un sistema che puoi
ebbi nessuna risposta. usare solo quando non c’è altro modo per comunicare
Dobbiamo interrogarci sulla fascinazione degli acca- col pubblico. Subivamo la totale censura di qualsiasi pre-
demici per i misteri archeologici: dà il senso dell’inade- sa di posizione scientifica.
guatezza di un certo ambito scientifico, che manca di vi-
sione storica. Sono accademici che si occupano di altro Matteo Tatti: Perché tanto interesse per una teoria
o che, anche quando si occupano di archeologia, non si priva di basi certe?
occupano di civiltà nuragica. Spesso, poi, quanti ne par-
lano non dicono di essere d’accordo con quelle tesi, ma
di trovarle “affascinanti”. Appoggiano la tesi in modo di-
22
L’appello e la raccolta di firme nacquero dalla necessità di
staccato, pronti a sfilarsi. dare visibilità all’opinione scientifica degli studiosi che, da
diversi punti di vista, opinioni e scuole, si occupavano della
Sardegna e dell’età nuragica, a fronte della pesante censura
Matteo Tatti: I professionisti dell’archeologia, in re- esistente nei mass media, regionali e nazionali. Davanti a una
altà, hanno cercato di rispondere alla “corazzata” che infinità di articoli, interviste, recensioni, filmati a favore del-
spingeva l’ipotesi lanciata da Frau21. Secondo te, Alfonso la teoria di Frau, non era stato possibile ottenere che venisse
Stiglitz, è mancato qualcosa? Sono stati utilizzati gli stru- sentito in alcun modo un archeologo esperto della materia. La
menti adatti? raccolta di firme riportava i dati scientifici acquisiti dalla ricer-
ca e smentiva le tesi contenute nel libro di Frau: in nessuna
parte del testo dell’appello si emetteva una scomunica o una
censura. Si chiedeva, semplicemente, che venissero presi in
considerazione i dati provenienti dalla ricerca scientifica, ac-
20
Stiglitz 2004a, 2004b, 2005.
curatamente ignorati nel libro e nella successiva campagna di
21
Con un appello riportato in Appendice in questo testo. scavo.

48 49
Alfonso Stiglitz: Io fui il primo a prendere posizione fonso Stiglitz: quanta libertà di dissentire abbiamo oggi
pubblica, perché è mio dovere di ricercatore scientifico in Italia e in Sardegna?
fare informazione e perché si stava mettendo pesante-
mente in discussione lo scavo che conducevamo a S’U- Alfonso Stiglitz: Fabrizio Frongia ha fatto una tesi di
rachi: in un paio di convegni venne addirittura chiesta la laurea in antropologia culturale incentrata sui meccani-
chiusura degli scavi. Mi sono dovuto pronunciare pub- smi di costruzione dei miti in Sardegna, dall’Ottocento ai
blicamente, per fare in modo che non venisse impedita giorni nostri. La tesi è poi diventata un libro, Le torri di
la ricerca scientifica23. Senza quelle mie uscite, probabil- Atlantide24, e lui è stato condannato a sei mesi di carce-
mente, non avremmo potuto scavare. re, convertiti in oltre 20.000 euro di multa, per aver osa-
to criticare le parole di Frau. È stato condannato senza
Matteo Tatti: Mario Tozzi, geologo e grande sosteni- sapere d’essere imputato: la notizia gli è arrivata dopo
tore dell’ipotesi di Sergio Frau, ha invitato i sardi a farsi la sentenza. È un fatto inquietante: si scrive un testo
furbi e utilizzare la sua idea a fini turistici. Luigi Sanciu: scientifico, nel quale si esprimono delle critiche, e per
cosa ne pensi? questo si è condannati. È un fatto gravissimo, per la li-
bertà di ricerca, per la libertà d’informazione. Nell’ultimo
Luigi Sanciu: Tozzi, bravissimo geologo e divulgatore, libro di Frau, uscito prima che Frongia sapesse di essere
guarda oltre il discorso scientifico. Intende l’etichetta di stato processato e condannato, c’è un capitolo dedica-
Atlantide come strumento per creare turismo e, su quel to a questa vicenda, intitolato Colpirne uno per educarne
piano, potrebbe anche avere ragione. Tuttavia, posse- 10025. È una frase intimidatoria. Sono fatti gravissimi per
diamo un patrimonio storico unico al mondo e non ab- la divulgazione scientifica: oggi ogni testo scientifico nel
biamo bisogno di prendere in prestito miti che non ci ap- quale si faccia un’analisi critica rischia un processo. Non
partengono. sono però riusciti a intimorire o colpirci.
Noi dobbiamo essere bravi a comunicare ciò che ab-
biamo, uscendo da ambiti accademici che a volte ci co- Annarosa Corda (dal pubblico): Vorrei portare un
stringono ad utilizzare linguaggi difficili da comprendere contributo al dibattito Frau-mondo accademico, rilevan-
per il grande pubblico. do che non è vero che gli archeologi si sottraggono. Anzi.
Io ricordo un dibattito cui ho partecipato, organizzato
Matteo Tatti: Chiuderei con questa domanda ad Al- dal Consorzio “Sa Corona Arrubia”, al tempo della mo-
stra sugli Egizi. Tra gli eventi collaterali c’era un incontro

23
Stiglitz 2004a, 2004b, 2005. Da ultimo vedi il capitolo finale 24
Frongia 2012.
del libro di Frau 2017, dal significativo titolo “A.A.A. Aiuto! Ap-
pello al Fai & C. per S’Uraki, nuraghe sotto assedio”. 25
Frau 2017: 600-601.

50 51
tra Sergio Frau e Paolo Bernardini. Frau si avvicinò a me Alfonso Stiglitz: Però Frau stesso mette il tema del-
prima dell’inizio della conferenza, senza che mi cono- lo tsunami al centro del suo libro. Tanto che tutta la sua
scesse, e mi disse: «Interessante! Oggi ne vedremo delle campagna in Sardegna è volta a ricerche sullo tsunami,
belle!». Partiva già prevenuto, sapeva già cosa andava a non sulle Colonne d’Ercole. Ricordo inoltre che l’identi-
fare, e fu veramente uno spettacolo squallido: Bernardini ficazione tra Sardegna e Atlantide è stata già proposta
rispondeva, cercava di obiettare, e lui invece attaccava in nel Settecento, quando si collegarono le Colonne al Tem-
maniera molto volgare e molto violenta. A un certo pun- pio di Tiro, al Tempio di Cartagine, ai templi dedicati a
to Frau andò dritto, esprimendosi con parolacce. Stiamo Melqart26. Si parlava di Colonne di Melqart, non d’Erco-
quindi parlando di una persona che non possiamo com- le: furono poi i greci a cambiare loro nome. Frau scrive
battere con le armi usuali. Un mio alunno, a fine incon- in modo accattivante, ma porta dati sbagliati, porta dati
tro, mi disse: «Lei ci insegna a rispettare le opinioni degli falsi.
altri, ci insegna a parlare uno per volta…». E io dovetti
rispondere che quel giorno avevano imparato che ciò Daniela Musio (dal pubblico): La mia domanda è que-
non sempre accade. Non è vero che gli archeologi si sot- sta: se l’ipotesi sullo tsunami è una sciocchezza, perché il
traggono. È vero che, se dovessero star dietro a tutte le pubblico ci ha creduto? Se la collettività ha gli strumenti
accuse rivolte loro, non avrebbero tempo per fare altro. per capire e appropriarsi di contenuti scientifici, difficil-
mente crede alle fesserie propinate dai mass media.
Anonimo (dal pubblico): Frau fa il suo mestiere, il
giornalista, e fa bene le sue inchieste. Il suo approccio è Alfonso Stiglitz: Scontiamo la mancanza di un gior-
originale, rispetto all’archeologia. Però il libro non è un nalismo scientifico. È vero, noi archeologi dobbiamo fare
libro di archeologia, non è un libro sullo tsunami, non è comunicazione, ma ci vorrebbe anche un giornalismo
un libro su Atlantide. Lui elabora un’ipotesi che lo porta scientifico che da noi non c’è. Poi c’è il profondo senso
a spostare le Colonne d’Ercole nello Stretto di Messina e d’inferiorità dei sardi: non ci bastano i nuraghi, abbiamo
da qui parte per rivedere il mito di Atlantide, che pone bisogno di qualcos’altro che ci nobiliti.
nel Mediterraneo. Tutto il dibattito si è poi concentrato Una volta sono stato intervistato dalla BBC circa le
sullo tsunami, non rendendo merito al lavoro complesso “ossa di gigante” ritrovate a Pauli Arbarei. Il giornalista
svolto da Frau. Ho assistito a diversi incontri e devo dire mi chiese perché la gente ci credesse e io risposi che i
che non ho mai sentito parlare dell’ossatura del libro, dei sardi sono bassi di statura e scoprire di avere un antena-
suoi veri contenuti. Sembra un libro sullo tsunami, ma to gigante li gratifica, li rende più forti. Infine: noi ci ade-
non lo è.

Matteo Tatti: Oggi ci siamo concentrati sullo tsunami


perché questo è il tema che ci è stato sottoposto. 26
Stiglitz 2017.

52 53
guiamo al colonialismo compassionevole, col rischio di Bibliografia
assimilare la nostra identità a ciò che vuole il turista.

Luigi Sanciu: Manca una conoscenza diffusa della ge-


ologia della Sardegna. Quasi nessuno sa che in Sardegna
abbiamo strati vecchi di 500 milioni di anni, che conser-
vano i fossili più antichi d’Europa. Una cultura più diffu-
sa ci permetterebbe di affrontare un tema come quello Castangia G. 2013. Capo Mannu Project 2012. Prima cam-
dello tsunami con un minimo di senso critico. Dobbiamo pagna di scavo del sito di Su Pallosu (San Vero Milis,
ripartire dalle scuole, per arrivare poi a tutte le persone OR), “Traces in Time” 3. Disponibile su:
che hanno curiosità e sete di sapere cosa sia successo http://www.archaeologicaltraces.org/index.php/2014-
nella nostra isola durante la sua lunghissima evoluzione 01-28-09-56-01/traces-in-time/31-tit-3-2013/48-
geologica. tit0017
Castangia G., Mulargia M., Stiglitz A. 2017, Capo Man-
nu Project: il deposito nuragico di Su Pallosu (San Vero
Milis, OR). Gli scavi 2013. In G. Paglietti, F. Porcedda,
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bile su: http://ojs.unica.it/index.php/layers/article/
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than previously reported. In Proceedings of the Chap- Sicily–Italy), “Marine Geology” 281: 1–13.
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Disponibile su: http://www.ingv.it/servizi-e-risorse/BD/
catalogo-tsunami/catalogo-degli-tsunami-italiani
van Dommelen P., Díes Cusí E., Gosner L., Hayne J., Pérez- È importante riportare integralmente il testo dell’ap-
Jordà G., Amià Ramis D., Roppa A., Stiglitz A. 2018. Un pello27 perché i lettori possano rendersi conto, diretta-
millennio di storie: nuove notizie preliminari sul proget- mente e senza intermediari, che non fu né una scomu-
to S’Urachi (San Vero Milis, OR), 2016-2018, “Quaderni” nica né una censura, ma un elenco di dati scientifici con-
29: 141-166. Disponibile su: divisi dalla comunità archeologica, a prescindere dalle
diversità di vedute.
http://www.quaderniarcheocaor.beniculturali.it/index.
php/quaderni/article/view/389/243

27
L’appello è stato promosso nel 2005 dall’Istituto Italiano di
Preistoria e Protostoria e firmato da 303 persone tra studenti
e studiosi di archeologia, geologia, storia e antropologia, ar-
cheologi professionisti, docenti universitari, insegnanti, con-
servatori museali, funzionari della Regione Autonoma della
Sardegna e delle Soprintendenze archeologiche nazionali.

58 59
Appello agli Studiosi di Scienze
dell’Antichità del Mondo Mediterraneo

Archeologi, Geologi, Storici, Filologi, Glottologi, Antro-


pologi, studiosi e professionisti di varie discipline, impe-
gnati a vario titolo nello studio delle antiche civiltà del
Mediterraneo e particolarmente della Sardegna, riten-
gono importante fare alcune considerazioni su recenti
operazioni mass-mediatiche intorno al passato della Sar-
degna. Premesso che ognuno può trattare e interpretare
ciò che vuole come meglio crede, è bene precisare che
dal punto di vista della ricerca scientifica, da cui gli stu-
diosi estensori di questo appello non intendono prescin-
dere, è utile fare le seguenti precisazioni:

1. solo su un piano di fantasia può essere divertente


ipotizzare una identificazione della Sardegna con
la mitica isola platonica di Atlantide, con l’imma-
ginaria sede dei beati Iperborei, con l’Eden biblico
e col mondo dell’aldilà della tradizione classica e
cristiana;

2. in modo particolare, l’Atlantide di Platone non è


un dato storico riferibile a un determinato luogo
e a un determinato tempo, ma è solo una costru-
zione poetica e utopistica a fini esplicativi, ricono-
sciuta come tale già dal discepolo Aristotele, che

61
affonda le radici in una serie di miti largamente 6. non esistono indizi di una tale inondazione nem-
diffusi nel mondo antico, radicati nella consape- meno nelle terre che circondano la Sardegna lun-
volezza della fragilità delle conquiste della civiltà go tutto l’arco costiero del Mediterraneo occiden-
di fronte allo strapotere della natura e rafforzati tale;
dalla memoria di catastrofi naturali effettivamen-
te accadute e documentate come l’eruzione del
vulcano di Thera nelle Cicladi, tra il XVII e il XVI sec. 7. la civiltà nuragica non scomparve improvvisa-
a.C.; mente nel XII sec. a.C. e men che mai a seguito di
un cataclisma: ciò è testimoniato senza ombra
di dubbio dalla grande fioritura, in ogni angolo
3. la moderna ricerca archeologica e storica evita il dell’Isola, degli insediamenti riferibili alla fase
ricorso a cataclismi, invasioni e migrazioni come denominata Bronzo Finale, che secondo i più re-
spiegazione risolutiva dei cambiamenti culturali, centi aggiustamenti cronologici occupa proprio il
e può accogliere tali elementi solo come fattori periodo compreso tra l’inizio del XII e la seconda
concomitanti nel quadro di ricostruzioni interpre- metà del X sec. a.C. e a cui risalgono i manufatti
tative di tipo sistemico su scala geografica ade- nuragici rinvenuti sull’acropoli eoliana di Lipari
guata; in associazione col contesto indigeno Ausonio II e
con ceramiche micenee del periodo detto Tardo
Elladico III C;
4. quanto espresso al punto precedente vale in par-
ticolare per la dissoluzione delle organizzazioni
politico-economiche esistenti nel Mediterraneo 8. non è mai esistita un’“età del fango” e non è mai
orientale negli ultimi secoli del II millennio a.C.; esistita una contrapposizione tra la “Sardegna dei
giganti abbattuti” (cioè dei nuraghi distrutti del
Campidano, della Marmilla e del Sinis) e una “Sar-
5. sulla base dei risultati acquisiti in circa 200 anni degna dei giganti intatti dell’interno”: a chiunque
dalla ricerca archeologica e geologica, è possibile li osservi con un minimo di spirito critico appare
affermare che non esiste in Sardegna alcun indi- evidente che tutti i nuraghi si presentano dan-
zio di un’ipotetica inondazione, provocata da un neggiati in misura dipendente dai tipi di pietra
fenomeno geologico ipoteticamente verificatosi impiegati, dai vari fattori di dissesto (imperfezio-
nei mari circostanti la Sardegna intorno all’anno ni strutturali, agenti atmosferici e altri agenti na-
1175 a.C.; turali come le radici degli alberi, demolizioni in-
tenzionali) e infine dal plurimillenario prelievo di

62 63
materiale lapideo per la costruzione dei fabbricati gno di interruzione tra una campagna di scavo e
di età successiva, dai tempi dell’espansione feni- la successiva;
cia a oggi; ed è evidente che quest’ultimo fattore
deve essere stato determinante proprio nel Cam-
pidano, nella Marmilla e nel Sinis, regioni agricole 10. non esiste in Sardegna alcuna traccia delle mi-
e povere di pietra da costruzione. Quel che rico- gliaia di cadaveri umani ed animali che il presun-
pre non solo i nuraghi del Bronzo Medio e Recen- to cataclisma avrebbe dovuto provocare, e di cui
te, ma anche gli insediamenti del Bronzo Medio, immaginando che siano stati recuperati uno per
Recente e Finale e dell’Età del Ferro, e perfino le uno dal fango e bruciati senza spiegare chi e come
strutture erette durante i secoli sopra e accanto avrebbe potuto recuperarli e bruciarli;
ad essi, non è “fango”: sono invece diversi strati di
crollo e di ricostruzione, riferibili a molte fasi sca-
glionate nel tempo; 11. al di là dei dettagli interpretativi, che restano le-
gittimamente sottoposti alle discussioni e alle
verifiche anche interdisciplinari, vi è sostanziale
9. se a puro titolo di esempio si considera il noto concordanza di principi, metodi e conclusioni tra
complesso nuragico di Barumini (dove gli scavi gli archeologi pertinenti alle varie scuole e a di-
e i restauri continuano ancora oggi procurando verse nazionalità;
informazioni perfettamente in linea con tutto
quanto si ricava dalle numerosissime indagini
compiute o in corso in tutta la Sardegna), emerge 12. la dissoluzione della civiltà nuragica resta un fe-
con assoluta evidenza che gli strati di crollo del nomeno storico da indagare con ampiezza di
monumento e dell’abitato circostante ricoprono metodi operativi e interpretativi, peraltro già dif-
omogeneamente i resti delle strutture nuragiche fusamente applicati in Sardegna e vivacemente
e punico-romane realizzate nel corso dei secoli, in discussi col libero apporto di tutti gli studiosi in-
parte prima e in parte dopo la data della presunta teressati; non è accettabile l’imposizione di un’u-
inondazione; anzi i resti particolarmente evidenti nica soluzione precostituita, per di più evidente-
degli abitati del Bronzo Finale e della Prima Età mente inadeguata;
del Ferro, successivi a tale ipotetico fenomeno, si
conservano ben sotto il livello considerato come
prova del ristagno conseguente all’inondazione, e 13. nonostante le numerose indubitabili testimo-
che invece non costituisce altro che un labile se- nianze di connessione tra la Sardegna e la fascia
costiera medio-tirrenica durante le età del Bronzo

64 65
e del Ferro, non è condivisibile l’ipotesi del trasfe- scontro nella toponomastica sarda e nella tradi-
rimento in massa dei sardi nuragici sopravvissuti zione storica e letteraria concernente la Sarde-
alla presunta inondazione, né un tale fatto po- gna;
trebbe essere considerato evento determinante
per la nascita della civiltà etrusca;
17. sul piano scientifico è insostenibile la recen-
te revisione e deformazione del quadro storico
14. pur con innovazioni a tutti i livelli e con appor- dell’intera area mediterranea e vicino-orientale,
ti culturali di varia provenienza, non può essere in cui si crea una sostanziale confusione per non
posta in dubbio la fondamentale continuità del- dire identità tra Sardi, Etruschi, Fenici, Ebrei, Fili-
la protostoria dell’Italia centrale tirrenica, dalle stei-Peleset, Shardana e altri “popoli del mare”,
comunità protourbane del Bronzo Finale e della Kaphtor-Keftiu, Celti, e perfino gli abitanti della
Prima Età del Ferro alle comunità urbane etru- mitica e biblica Tarshish e i Feaci dell’omerica
sche; Scheria e in cui l’elemento sardo o presunto tale
viene presentato sempre come predominante e
determinante;
15. una connessione diretta e organica tra la civil-
tà nuragica e quella protoetrusca ed etrusca è
comprovata, ma solo a livello di scambi di beni di 18. è ugualmente inaccettabile la totale svalutazione
pregio, merci varie e tecnologia, a livello di ma- del grandioso fenomeno storico della colonizza-
trimoni tra famiglie aristocratiche e di normali zione fenicia e punica, strappato alle sue origini
spostamenti di alcuni elementi umani, non certo culturali e linguistiche vicino-orientali e inesora-
di migrazioni di massa; ma questi apporti nuragici bilmente ricondotto ad un unico centro propulso-
in Etruria non assurgono mai al rango di elementi re individuato nella sarda Tharros;
costitutivi e identificativi della cultura locale che
resta altra cosa, ben separata e distinta da quella
nuragica; 19. nessun archeologo ha mai espresso esplicito con-
senso per le ipotesi sopra ricordate, solo alcuni
studiosi si limitano a esporre considerazioni e
16. indipendentemente dalla presunta connessione consensi limitatamente alla collocazione delle
dell’etnonimo “Tyrrhenòi” con le torri nuragiche, cosiddette “Colonne d’Ercole”;
i nomi con cui gli Etruschi chiamavano se stessi
(Rasna, Rasena o Rasenna) non hanno alcun ri-

66 67
20. nessuno degli studiosi firmatari del presente ap- I nodi cruciali: dai Giganti agli Shardana
pello crede che la Sardegna della preistoria, della
protostoria e della storia sia stata isolata, arretra- Maurizio Onnis, Fiorenzo Caterini, Giacomo Paglietti
ta e ignorata, ma nemmeno accetta l’insostenibi-
le slogan di una Sardegna origine e fine di tutte
le civiltà mediterranee o approva il tentativo di
rinchiudere nel mito le sue millenarie vicende;
Maurizio Onnis: Questo terzo incontro si intitola “I
nodi cruciali” e si propone di dare un’occhiata ad alcuni
21. su queste e su altre questioni e visioni si ribadisce punti molto controversi della nostra storia più antica. Lo
il primato della ricerca scientifica sulle pur buone facciamo con Giacomo Paglietti e Fiorenzo Caterini.
ragioni dell’immaginazione. Giacomo Paglietti è un archeologo titolato. Non è solo
laureato in Conservazione dei Beni Culturali: ha anche un
dottorato e una specializzazione in Archeologia. È il diret-
tore scientifico del Parco Archeologico e del Museo “Gen-
na Maria”, qui a Villanovaforru, e dell’area archeologica
di Serri. In questi anni ha fatto numerosi scavi.
Fiorenzo Caterini è antropologo e si occupa di questio-
ni che riguardano l’ambiente e la storia della Sardegna.
Qualche anno fa ha pubblicato un libro intitolato Colpi di
scure e sensi di colpa28, che ha fatto discutere parecchio:
rivisitava infatti la storia ambientale della nostra isola e,
in particolare, raccontava il disboscamento dell’Ottocen-
to. Da poco ha pubblicato un secondo volume, intitolato
La mano destra della storia29, che rivisita la storiografia
della Sardegna e riguarda alcune tematiche controverse.
Proprio di queste parliamo stasera.
Io modero questo incontro perché scrivo testi di storia
per le scuole secondarie inferiori e superiori. In tali testi

28
Caterini 2013.
29
Caterini 2017.

68 69
non parlo mai di storia della Sardegna, perché è una sto- sotto forma di quelle tendine con 300-400 commenti so-
ria che resta fuori dai programmi ministeriali, come d’al- cial in cui la gente litiga sulle questioni della storia sarda
tronde tutte le cosiddette “storie locali”, cioè le storie – non mettono realmente di fronte l’accademico e l’ap-
regionali, che non rientrano nel grande fiume della nar- passionato, come si suole credere. Nascono invece nel
razione storica italiana. momento in cui si tocca la forte polarizzazione esistente
Torniamo in parte agli argomenti della prima e della tra una visione riduzionista della storia sarda e una sua
seconda discussione. Quel che abbiamo oggi è, da un visione particolarmente aperta.
lato, il mondo accademico, che diffonde le sue tesi “uf- Questo è il problema centrale: la considerazione che
ficiali” e le difende. Dall’altro lato abbiamo il mondo dei i sardi hanno della propria storia e che produce, in alter-
cosiddetti “divulgatori”, che molto spesso vanno al di là nativa, o un forte complesso di inferiorità o un forte com-
delle tesi accademiche e diffondono le proprie teorie con plesso di superiorità. Noi ci trasciniamo dietro un proble-
i tanti mezzi oggi a disposizione. ma storiografico sardo che nasce nei primi decenni nel
In mezzo abbiamo la società, molto spesso bistratta- Novecento e persiste, in maniera accentuata, nel secon-
ta: tutti veniamo tirati per la giacca e portati a credere e do dopoguerra, all’epoca dei Piani di Rinascita, quando
difendere le tesi degli uni o degli altri. si produsse un’egemonia culturale che in qualche ma-
La prima domanda che faccio è: di chi è la responsabi- niera tagliava di netto tutte le prerogative tradizionali e
lità di tale situazione? Io sono abbastanza fortunato per- storiche della Sardegna.
ché, essendo tornato in Sardegna nel 2013, ho perso l’età Il fatto grave è che il problema storiografico sardo, in
d’oro di queste diatribe. Però sento ancora oggi il persi- Sardegna, allo stato attuale degli studi, viene negato. La
stere di questo clima. Vorrei sapere, dal vostro rispettivo nascita e lo sviluppo dello Stato Nazione italiano han-
punto di vista, a cosa dobbiamo tutto ciò. no avviato un fisiologico processo di inculturazione nel
corso del quale il pacchetto storiografico italiano è stato
Fiorenzo Caterini: Ho monitorato per anni queste proiettato all’indietro, ricostruendo una storia funziona-
discussioni nei social, oltre ad aver ricostruito nel mio le a quell’inculturazione e tagliando di fatto fuori la Sar-
ultimo libro le varie diatribe “atlantidee”. Sui temi della degna dai processi storiografici nazionali. La negazione
storia c’è in Sardegna una conflittualità molto forte, ma delle parti più eminenti della storia sarda deriva da que-
procedendo con lo studio mi sono reso conto che tra gli sti processi nazionali, che finiscono per diventare perva-
accademici e i non titolati non vi era una guerra di posi- sivi e condizionano anche la nostra storiografia.
zione e di ruolo.
Certo, lo studio del sistema storiografico come siste- Giacomo Paglietti: Io direi che non ci sono colpe o
ma culturale evidenzia una fisiologica difesa delle pro- colpevoli, ma che bisogna focalizzare i fattori che hanno
prie competenze, ed è normale che vi siano delle spinte portato alla situazione attuale.
destabilizzatrici da parte della società. Ma le diatribe – A mio parere uno di questi è che l’archeologia del No-

70 71
vecento è stata per il primo cinquantennio una disciplina temi archeologici con un linguaggio diverso da quello
per una cerchia ristretta di specialisti e solo a cominciare dell’archeologia ufficiale. Tale fatto provoca irritazione
dagli anni Ottanta del secolo scorso si è sentita l’esigenza nell’accademia, che non riconosce quei contributi come
di comunicare i risultati delle ricerche al grande pubbli- metodologicamente corretti, non li ritiene utilizzabili, e
co. In questi ultimi anni c’è stata da parte della popola- soffre dell’invadenza degli outsiders sentendo minaccia-
zione una crescente richiesta di informazioni e occorre to il proprio ruolo. Tuttavia dobbiamo prendere atto che
ovviamente adoperarsi per dare una risposta. proprio nel contesto “non ufficiale” nascono discussioni
Il problema è che a questa richiesta, arrivata quasi e interpretazioni interessanti, sperimentazioni utili alla
inaspettatamente, non è corrisposto un riscontro imme- ricostruzione storica, intuizioni spesso più stimolanti di
diato da parte degli studiosi. Non per una loro colpa, ma tante stantie e prudenti posizioni accademiche.
perché si sono ritrovati impreparati, non avendo ricevuto Credo che gli appassionati debbano disporsi all’utiliz-
dall’accademia la formazione giusta e la missione a fare zo di una corretta terminologia, a proporre valide scan-
divulgazione. Questo impasse è stato invece prontamen- sioni cronologiche, a dotarsi nei loro lavori di un appa-
te affrontato da chi sentiva il dovere di rispondere a tali rato bibliografico consistente, insomma ad adottare il
richieste: sia il semplice autodidatta sia il (raro) archeolo- linguaggio degli archeologi. Ma penso anche che questi
go titolato che per attitudine e per passione ha coraggio- ultimi debbano mostrarsi più propensi ad ascoltare sen-
samente intrapreso la strada della divulgazione, facen- za pregiudizi le posizioni di tutti, magari indirizzando e
done anche un lavoro. correggendo lì dove è possibile farlo.
Solo di recente, con il riconoscimento dell’archeolo- Quando si propone uno studio a una rivista scientifi-
gia come disciplina “pubblica”, ci si sta adoperando in tal ca, esso viene sottoposto a una revisione, chiamato in
senso: l’università stessa promuove oggi seminari e wor- gergo “referaggio”. Uno o più studiosi autorevoli, i refe-
kshop per la formazione degli operatori e per l’adozione rees appunto, esprimono un’opinione, danno un giudizio
delle best practices nel campo della diffusione delle sco- sul tuo lavoro: «guarda che qui il tuo lavoro è debole, da
perte archeologiche. Tuttavia è un intervento che giunge questo punto di vista devi modificare qualcosa, devi inte-
in clamoroso ritardo: il tentativo di rispondere all’esigen- grare, l’apparato bibliografico non è consistente» e altro.
za di informazioni cui accennavo prima è stato in parte Ti danno cioè le indicazioni utili a rendere il tuo lavoro
già soddisfatto (e continua ad esserlo) dagli outsiders, metodologicamente corretto, aggiornato e infine inat-
dagli archeofili e dai specialisti afferenti ad altri ambiti, taccabile. Se si vuole che il proprio lavoro sia apprezzato
creando inevitabilmente uno scontro con la struttura da tutti, occorre allinearlo a codici condivisi, altrimenti si
preposta alla divulgazione scientifica, cioè l’accademia. assiste ad una vera Babele!
In questo spazio, che è quello dei social network, del- Spesso il linguaggio proposto dagli outsiders non è
la carta stampata e degli incontri pubblici, si propon- quello dell’archeologia ed è normale che vengano addi-
gono studiosi e semplici appassionati che discutono di tati come eterodossi. Tuttavia, secondo me, gli studiosi

72 73
non devono dire «non è questo il modo di fare», ma «ti tutto attorno, appunto, a quale dei due nomi sia giusto
dico come fare». o sbagliato attribuire alle statue. In realtà il problema, la
vera anomalia, sta nella procedura assolutamente atipi-
Maurizio Onnis: Credo che chi possiede la conoscenza ca: lo Stato, all’interno di un processo di prevaricazione
abbia il compito di divulgarla: deve precedere la società sociale, rivendica a sé persino il primato di nominare le
e non rincorrerla. Stiamo dunque parlando di un’accade- cose, le cose che ormai hanno un nome popolare e rico-
mia che non è riuscita a formarsi in tempo per la richiesta nosciuto. Rivendica cioè un’esclusiva rispetto alla storia
della società, di un’accademia che è arrivata tardi. Non è e alla società della Sardegna.
una buona cosa. Questa rivendicazione dello Stato nei confronti della
Fiorenzo, nel nostro titolo abbiamo scritto “Dai Gi- storia sarda è una costante.
ganti agli Shardana”. Torniamo un po’ ai Giganti, sem- Nel mio studio pongo le statue di Mont’e Prama in
pre guardando al tema dal punto di vista antropologico: analogia con il più importante monumento del processo
cos’ha impedito per trent’anni che quei reperti venissero di nazionalizzazione italiana moderna. Si tratta del mo-
studiati, restaurati ed esposti al pubblico? numento che simboleggia più di ogni altro la creazione
di una mitologia nazionale, la cosiddetta mitopoiesi, de-
Fiorenzo Caterini: Ci sono diversi livelli di interpreta- viandola da riferimenti popolari come il sovrano, il papa,
zione dei fenomeni e potremmo catalogare la vicenda di l’aristocrazia e il clero, e indirizzandola, all’interno di un
Mont’e Prama sotto la voce “trascuratezza del singolo”, o processo di democratizzazione sociale, all’eponimo rap-
della Soprintendenza, o della politica che non si occupa presentato dal milite ignoto.
abbastanza di queste cose. Il più importante monumento nazional-popolare,
Ma secondo me, secondo l’antropologo che si occu- quello che ci fa sentire tutti fratelli, è l’Altare della Patria,
pa di sistemi simbolici, le statue di Mont’e Prama hanno con la tomba del milite ignoto. In esso la comunità si im-
una valenza simbolica talmente potente da entrare ine- medesima proprio perché il milite ignoto non ha nome,
vitabilmente in conflitto con l’apparato e gli strumenti non è un eroe e potrebbe essere uno di noi. È lì che si
d’inculturazione e creazione dell’identità in capo allo forma la coscienza nazionale del popolo. Lì si perpetua
Stato Nazione. Il problema delle statue di Mont’e Prama una ritualità costante che forma la coscienza nazionale
è insomma tipico di tutti i processi di inculturazione na- del popolo, quella che ci rende tutti fratelli con una storia
zionale. È un argomento complesso e meriterebbe una comune.
discussione a parte. Voi immaginate, seguendo questa suggestione, quan-
Qui mi limito a considerare che anche la vicenda del to il sito dei Giganti di Mont’e Prama potrebbe entrare in
cambiamento del nome – auspicato dalla Soprintenden- concorrenza con l’Altare della Patria e con la tomba del
za, da “Giganti” ad “Eroi”, per un meccanismo mentale milite ignoto. La concorrenza, dal punto di vista simbo-
che porta alla semplificazione della complessità – ruota lico, è incredibile. Ed è un’aggravante: in qualche modo

74 75
lo Stato Nazione, nel suo processo di acculturazione, ha bronzetti sardi” di Cavalupo di Vulci33, permettendo una
visto in quel sito un luogo da escludere assolutamente connessione con il corredo di questa sepoltura della pri-
dalla storiografia ufficiale. ma Età del Ferro, datata alla seconda metà del IX sec.
a.C., coerentemente con le datazioni descritte prima. È
Maurizio Onnis: Su questo punto, e sempre per ag- un argomento che richiederebbe veramente giornate di
giornare la divulgazione, voglio chiedere a Giacomo qua- approfondimento.
le sia oggi la datazione più accreditata delle statue. Vorrei invece riallacciarmi al discorso precedente,
sulla scelta del termine con cui identificare le statue
Giacomo Paglietti: La datazione delle statue di Mont’e di Mont’e Prama. Con la decisione di utilizzare nel sito
Prama non può prescindere dai dati ottenuti dalle tom- web della Regione Autonoma della Sardegna dedicato a
be, poiché i frammenti delle prime sono stati rinvenuti Mont’e Prama34 il termine “Eroi” e non quello di “Gigan-
sopra e ai lati delle seconde. Le recenti datazioni assolu- ti”, la Soprintendenza ha voluto a mio avviso ribadire
te al carbonio-14, ottenute su diverse sepolture, colloca- la distanza tra scienza ufficiale e fanta-scienza. Credo
no la maggior parte delle tombe a cassone litico tra l’XI che, tra le altre cose, questa soluzione sia stata adotta-
e l’VIII secolo a.C.30. Inoltre, il famoso sigillo scaraboide ta per non incorrere nel rischio di avvicinare i “Giganti”
della tomba 25 è stato da Alfonso Stiglitz recentemente di Cabras al racconto degli uomini giganteschi di Pauli
datato al 1130-945 a.C.31. Sappiamo che la necropoli fu Arbarei35.
utilizzata per alcune generazioni e solo una serie cospi- Tuttavia, per quanto sia comprensibile la preoccupa-
cua di datazioni assolute potrà chiarirne meglio l’intera zione della scienza, tale scelta calata dall’alto è apparsa
genesi e sviluppo32. in qualche modo violenta e non giustificata: l’utilizzo del
Per le statue, non disponendo al momento di datazio- termine “Eroe” è infatti discutibile. Tale definizione è sta-
ni assolute, ci si deve avvalere della datazione indiretta. ta mutuata dall’archeologia classica, laddove l’eroe è un
La statua di pugilatore con scudo morbido, rinvenuta a uomo o un semidio dotato di virtù eccezionali e autore
Mont’e Prama nel 2014, è stata accostata iconografica- di gesta leggendarie, celebrato e ricordato nell’heroon,
mente al bronzetto proveniente dalla nota “tomba dei la tomba monumentale. Ora, a Mont’e Prama abbiamo i
pugilatori, gli arcieri, i guerrieri, e ogni categoria è rappre-
sentata da repliche. Nessuna statua sembra distinguersi

30
Lai, Fonzo, Pacciani, O’Connel 2014; Carenti, Ranieri, Zucca Caputo 2015; Arancio, Moretti Sgubini, Pellegrini 2010; Ber-
33

2015. nardini 2002; Falconi Amorelli 1966.


31
Stiglitz 2014. 34
Si veda il sito istituzionale www.monteprama.it.
32
Tronchetti 2014: 172-173. 35
Muscas 2008.

76 77
dalle altre, né possiamo riconoscere il monumento che che fossero strettamente pertinenti o cronologicamente
le celebra. Insomma: quali gesta eroiche avrebbero com- contestuali alla necropoli. In questo ambito, bisognereb-
piuto gli “Eroi” di Mont’e Prama? Qual è il monumento be richiamarsi al confronto tra chi pone e chi non pone
che li ricorda, che li divinizza? E perché tante repliche l’apporto dei fenici o di altre popolazioni vicino-orientali
dell’unico Eroe? O meglio, perché tante repliche dei tanti alla base della produzione statuaria di Mont’e Prama.
Eroi? Come vediamo, una scelta di questo tipo va comun-
que giustificata e supportata da dati che al momento non Maurizio Onnis: Passiamo ad un altro argomento: la
possediamo. scrittura, nodo controverso di cui si parla in termini mol-
In attesa di una conoscenza più approfondita del com- to vivaci. Chiederei a Fiorenzo Caterini di esporci il suo
plesso funerario di Mont’e Prama, io manterrei la dicitura pensiero su questo tema.
“Giganti”, se non altro perché tali statue sono già cono-
sciute così nel mondo. Sarebbe come cambiare il nome Fiorenzo Caterini: Per tanto tempo la storiografia nu-
della Coca-Cola dopo averla esportata in tutti i continen- ragica è stata vittima della fenicio-mania. Ma se appunto
ti. Non dimentichiamo che la definizione “tomba dei gi- i nuragici hanno appreso così tante cose dai fenici, possi-
ganti” è in uso ormai da più di un secolo e ad oggi a nes- bile che non abbiano appreso la scrittura? Questa ovvia-
suno, mi sembra, è venuto in mente che fosse davvero mente è una provocazione!
la sepoltura di giganti, così come nessuno crederà che i Il problema della scrittura nuragica è stato portato
nuraghi sono la casa degli orchi e così via. Non è possibile avanti da uno studioso in particolare, Gigi Sanna36, e sulla
alcun fraintendimento. questione c’è sempre stato un vero e proprio pregiudizio.
Io ne ho ricostruito i motivi, individuandoli nell’importan-
Maurizio Onnis: Ho chiesto della datazione dei Giganti za dirimente della scrittura stessa. Non dimentichiamo il
di Mont’e Prama per questo: fa una profonda differenza paradigma della civiltà nuragica secondo la tradizione
che siano statue dell’XI-X secolo o statue del IX-VIII, vero? accademica: era una popolazione “barbarica”, e questo
Intendo dire: riportare indietro di un paio di secoli i Gi- escludeva la possibilità di una scrittura. Era un’ipotesi
ganti di Monte Prama non significa anche impostare un nemmeno presa in considerazione, come l’altra, riguar-
discorso completamente diverso sui rapporti tra i nuragi- dante gli Shardana: nel suo ultimo libro, Giovanni Ugas37
ci e gli altri popoli? ci ricorda che fino agli anni ’70-’80 non si poteva parlare
di Shardana in Sardegna!
Giacomo Paglietti: Oggi, a portare indietro la datazio-
ne dell’intero complesso di Mont’e Prama sono le data-
zioni assolute delle sepolture. Non è però certo che le sta-
tue siano in diretta connessione con le tombe. Si trovano 36
Sanna 2004, 2016.
infatti al di sopra, frammentate, e non abbiamo la prova 37
Ugas 2017.

78 79
È ovvio che da tali chiusure nascano i libri di fanta-ar- in un concio di marna del cortile. Nessuno però li ha mai
cheologia. presi seriamente in considerazione: questo, secondo me,
Quando negli studi si creano dei vuoti a causa di una è un ambito tutto da battere. Bisognerebbe mettere in
visione eccessivamente conservativa, gli spazi finiscono campo degli specialisti e “ascoltare” gli studi che sono
per essere coperti dagli outsiders. A quel punto non vale stati fatti finora, anche quelli non accademici.
lamentarsi della fanta-archeologia: ci si deve pensare
prima. Fiorenzo Caterini: Da poco ho assistito allo sfogo di
un archeologo che pubblicava, scherzosamente, la fo-
Giacomo Paglietti: Sul tema “scrittura nuragica” in- tografia di una rettoscopia, riferita al libro di Francesco
nanzitutto occorre chiarire cosa si intende per “nuragi- Masia sulla scrittura nuragica39. Intendeva dire che un
co”. medico, perché Francesco Masia è un medico, si doveva
Se l’età nuragica coincide con l’età del Bronzo, devo occupare di quelle cose lì, e non di scrittura nuragica.
constatare che non esistono documenti epigrafici di que- Io ritengo invece che il suo libro sia un aiuto notevole
sto periodo. Se invece il concetto di nuragico viene este- per l’avanzamento della questione.
so – e a mio parere lo si fa erroneamente – anche all’età Lui è un neuropsichiatra e può parlarci da competente
del Ferro, ecco che la scrittura trova una sua connotazio- delle connessioni linguistiche tra scrittura e neurologia.
ne. I manufatti archeologici che presentano segni alfabe- È un libro che può essere catalogato come giornalismo
tici sono infatti allineabili ad altri documenti epigrafici, scientifico, con un’analisi dello stato dell’arte sulla que-
attestanti che la scrittura in quest’epoca è utilizzata in stione “scrittura nuragica”. Non entra nel merito dell’e-
più parti del Mediterraneo. pigrafia e conclude con un appello agli intellettuali a
Il fatto che in piena età nuragica non ci fosse un siste- prendere in considerazione il problema. Il testo è arrivato
ma di scrittura non è per me un problema: sono esistite all’orecchio di qualche epigrafista e probabilmente in fu-
diverse civiltà senza scrittura. Comunque, bisogna am- turo, sul tema, avremo delle sorprese. Spesso, nella sua
mettere che gli studi accademici in questo campo sono tensione difensivista, l’accademia diventa “proattiva” ri-
abbastanza rari38. spetto ad autori come Masia, assolutamente innocenti.
Nei nuraghi ci sono segni grafici e se ne trovano anche
al “Su Nuraxi” di Barumini. Non intendo però quello nel Giacomo Paglietti: È lo stesso discorso del contadino
corridoio dell’ingresso sopraelevato, ma quello presente che scopre l’archeo-astronomia: Mauro Peppino Zedda,
imbattutosi in una disciplina assolutamente trascurata
in Sardegna e fino a pochi anni fa tendenziosamente as-
38
Una storiografia degli studi su questo tema ed una rassegna
sui documenti epigrafici della “scrittura nuragica” è riportata
in Zucca 2012. 39
Masia 2017.

80 81
similata all’astrologia o alla ufologia. È il caso di un au- Com’è possibile, mi sono domandato, che contro que-
todidatta che si immerge in uno studio, ha un’idea e la sto fenomeno popolare si scateni la censura? Perché
porta avanti: il suo lavoro ha già trovato plauso all’este- in Sardegna non si può utilizzare il nome “Shardana”
ro40 e vale quindi il detto “nessuno è profeta in patria”. Il nell’insegna di una pizzeria o quello di “Giganti” in un
discorso riguardante la scrittura nuragica è simile: non è logo? Come mai in Italia, invece, troviamo spesso l’im-
un tema battuto dall’accademia, ma dagli archeofili, e il magine di Romolo e Remo con la lupa nelle insegne delle
tempo darà ragione di tutto ciò. Occorre prendere atto osterie? La Roma capitolina è piena di codici mitologici
che tali lavori esistono e che con essi ci si deve confron- che riportano all’antica Roma.
tare. In tutto il mondo, lo Stato Nazione trasmette questi
codici per un motivo semplice: i miti scomposti in tas-
Maurizio Onnis: Altro punto nodale: cosa scandalizza selli elementari si ricordano meglio, vengono trasmessi
tanto nell’ipotesi che gli Shardana coincidano con i Nu- meglio alla società. La mitologia è socialmente e politi-
ragici? camente accettata in tutto il mondo, meno che in Sarde-
gna. Come mai solo in Sardegna questo fenomeno sca-
Fiorenzo Caterini: Qui ci troviamo di fronte a un altro tena tante diatribe? Non si può vendere il ciondolo con
retaggio conservativo. la faccia dei Giganti, non si può fare merchandising con
La Sardegna è stata posta fuori dalla storiografia na- queste cose, tutto viene censurato sotto la voce “mito-
zionale italiana con la motivazione che fosse fuori dai poiesi”. Io credo che la mitologia sarda venga censurata
processi storici dell’età del Bronzo e del Mediterraneo. perché la mitopoiesi è un’esclusiva in mano allo Stato.
E tale pregiudizio è ovviamente incompatibile con l’idea Solo lo Stato Nazione ha la facoltà di imporre una sua mi-
che i sardi nuragici fossero pienamente partecipi della tologia come codice comunicativo. Di conseguenza, vie-
storia del Mediterraneo Orientale. L’ipotetica identifica- ne censurata ogni forma di mitizzazione della storia della
zione sardi nuragici-Shardana ha quindi scatenato una Sardegna.
chiusura, durata sino alla pubblicazione del recente libro
di Ugas. Giacomo Paglietti: È vero che il nome degli Sharda-
Ho studiato il fenomeno Shardana, analizzando i dati na e dei Giganti è commercialmente spendibile, però
generali del contesto e i suoi effetti nella società sarda. È dobbiamo fare delle scelte. Per affermare che i Nuragici
un mito tanto dirompente da entrare di forza nella cul- erano gli Shardana bisogna avere delle prove e, a mio
tura popolare: dei guerrieri che gli egiziani definiscono avviso, fino a quando non sarà rinvenuta in Sardegna
invincibili. una nave nuragica, ossia una nave dell’età del Bronzo
con segni inequivocabili di appartenenza alla civiltà nu-
ragica, non potremo asserire che i nuragici navigavano.
40
Zedda 2015. Poi, anche appurato che navigassero, resta il problema

82 83
di connetterli con gli Shardana. Gli scavi e le ricerche in fondo non eravamo così barbari come ci hanno fatto
d’epoca della costruzione dei nuraghi non hanno resti- credere per tanti anni. Siamo arrivati a questo punto per-
tuito prove riconducibili alla presenza di soldati arma- ché la cultura sarda e quindi anche l’archeologia è stata
ti e assimilabili ai pirati Shardana, guardie di Ramses per tanto tempo snobbata, tenuta a bada, non valorizza-
II, raffigurati nei celebri bassorilievi di Abu Simbel (XIII ta. Ma abbiamo veramente bisogno di queste cose? Non
sec. a.C.) o a quelli di Medineth Habu, che riproducono possiamo valorizzare ciò che già abbiamo? Il nuraghe è
la battaglia navale del delta del Nilo nel 1177 a.C. tra i già un unicum. Allo stesso modo, la statuaria e le sculture
Popoli del Mare e Ramses III. dell’età del Ferro sono del tutto eccezionali rispetto a ciò
In un suo recente libro l’archeologo Sebastiano Tusa che si trova nel Mediterraneo. Non abbiamo, a mio pare-
ha svolto un approfondimento sulle navi dei Popoli del re, bisogno di creare nuovi miti. Puntiamo su quello che
Mare, navi dalle pernaccie o polene a protomi di uccelli abbiamo, senza complessi, e portiamolo alla luce.
acquatici41 che niente hanno a che vedere con quelle di
animali cornuti delle navicelle sarde, per altro successive Maurizio Onnis: Ieri mi sono letto il testo della legge
di più di due secoli. Appigli per identificare i Nuragici ne- appena approvata dalla Regione Sardegna sulla lingua
gli Shardana sono anche lo scudo circolare e l’elmo cor- sarda. Uno degli articoli dice che, nell’ambito dell’auto-
nuto, ma dobbiamo sempre fare i conti con il divario cro- nomia scolastica, la RAS si prenderà il compito di stabili-
nologico che separa queste rappresentazioni dai bronzi re la percentuale di tempo che le scuole devono dedicare
figurati dell’età del Ferro e dall’assenza nella produzione allo studio della storia sarda. Questa legge è del 2018 e
materiale nuragica, durante l’epoca degli Shardana, di nasce 70 anni dopo lo statuto della Regione Autonoma e
elementi culturali assimilabili ad essi. 155 anni dopo l’unità d’Italia. Finalmente qualcuno dice
L’immagine del soldato con elmo cornuto e scudo ton- che è tempo di studiare la storia della Sardegna. È una
do è presente inoltre in due statuine bronzee rinvenute a cosa spiacevole che ci si sia arrivati con tanto ritardo.
Cipro. Se ci facciamo prendere dall’entusiasmo e dal de-
siderio di dimostrare che la civiltà nuragica era potente, Anonimo (dal pubblico): Che differenza c’è tra le tom-
arriviamo facilmente a pensare che avesse una grande be dei giganti e le statue dei Giganti? In altre parole: per-
flotta capace di minacciare gli Egizi. Ma se ragioniamo ché le tombe dei giganti non sono un pericolo per la cul-
dal punto di vista archeologico, dobbiamo ammettere tura ufficiale, mentre lo sono le statue?
che non ci sono documenti sufficientemente probanti.
Ora sembra che dobbiamo far vedere al mondo intero Gaetano Ranieri (dal pubblico): La parola “Giganti” è
che possedevamo la scrittura, che avevamo la flotta, che nata dal libro Giganti di pietra42. In precedenza, Lilliu par-

41
Tusa 2018. 42
Bedini, Tronchetti, Ugas, Zucca 2012.

84 85
lava di kolossòi43 e Torelli ha usato la parola “Giganti”44. marla “tomba collettiva dell’età del Bronzo!”». Ebbene:
Qualche anno fa, facemmo un progetto con Raimondo “tomba dei giganti” è la terminologia popolare data a
Zucca e Paolo Bernardini che si intitolava “Mont’e Prama quelle sepolture dell’età del Bronzo, mentre “statue dei
il sacrario degli eroi infranti”. Poi lo stesso Zucca pub- Giganti”, egualmente un nome popolare, è stato attribu-
blicò il libro Giganti di pietra. Sembrerebbe una cosa di ito alle sculture dell’età del Ferro. La differenza è quindi
poco conto, ma in realtà ci sono dietro delle questioni innanzitutto cronologica. Io penso che la comunicazio-
molto importanti. La mia è una constatazione: il potere ne pubblica del passaggio da “Giganti” a “Eroi” non sia
oggi prevarica il sapere e questo è inaccettabile. Sappia- stata adeguata. Il cambiamento è stato calato dall’alto e
mo che a dare cultura non è certo il potere: il sapere deve ha sancito la separazione tra le istituzioni e la società. Le
entrare nel cuore di tutti. È importante che non ci siano ragioni scientifiche del mutamento non sono state spie-
prevaricazioni. La conoscenza, il sapere, devono essere gate e al momento non vedo dati a sostegno di tale scel-
trasmessi a tutti. C’è bisogno di una rivoluzione cultura- ta. Se il termine “Giganti” è più efficace, continuiamo ad
le, perché nessuno può impedirci di sapere. utilizzarlo. Quando si capirà che ruolo effettivo ebbero le
statue se ne riparlerà, ma fino ad allora le istituzioni non
Michele Tilocca (dal pubblico): Si è citato il caso del- possono impedire di chiamare queste statue come me-
le civiltà preromane, che in qualche maniera sono state glio si crede.
ricomprese all’interno della storiografia nazionale italia-
na. Facciamo il caso degli Etruschi, pensiamo a Tarquinio Fiorenzo Caterini: Resta il fatto che vengono spesi
il Superbo, personaggio negativo che fa comunque parte soldi pubblici per un’operazione di promozione che in re-
del mito di fondazione della romanità, posto a sua volta altà, invece di promuovere, produce danni. Si spendono
alla base della Nazione italiana. Non poteva essere che soldi pubblici in questo modo e poi non si trovano i soldi
anche i Giganti venissero ricompresi in questa storiogra- per nuovi scavi.
fia? E tutto ciò non rivela la dicotomia tra una Nazione
Italia e un’entità Sardegna in qualche modo in contrasto Giacomo Paglietti: Però, cercando il lato positivo,
con essa? possiamo constatare che la polemica ha creato un raffor-
zamento sociale, una solidarietà di popolo, una voglia di
Giacomo Paglietti: A un certo punto, è stato diver- sapere e confrontarsi. Dobbiamo cercare di ricavare tut-
tente seguire sui social chi diceva: «non possiamo più to il bene possibile anche da queste cose.
chiamare la tomba dei giganti così e dobbiamo chia-
Fiorenzo Caterini: Vorrei ringraziare il professor Ra-
nieri per la sua presenza e per le sue osservazioni. Sui
43
Lilliu 1997: 288. rapporti tra potere e sapere esiste una letteratura infini-
44
Tronchetti 2015. ta. Se il sapere non si piega al potere, si arriva allo scon-

86 87
tro. In questo momento, il potere lavora per rafforzare i Bibliografia
processi di nazionalizzazione culturale e noi non possia-
mo fare altro che resistere.

Maurizio Onnis: Io voglio rispondere alla domanda


sulla nazione. In questo momento ci sono due nazioni
in lotta: una in cui veniamo tutti inseriti a partire dalla
scuola e un’altra che non è riconosciuta e che cerca di ac- Arancio M.L., Moretti Sgubini A.M., Pellegrini E. 2010.
quistare visibilità. Per giustificare la mia risposta torno al Corredi funerari femminili di rango a Vulci nella prima
discorso della scuola. Scrivo testi scolastici per le scuole età del ferro: il caso della Tomba dei Bronzetti sardi. In
medie e posso dire che l’editoria scolastica è veramente N. Negroni Catacchio (a cura di), L’alba dell’Etruria.
un ingranaggio fondamentale dell’industria culturale di Fenomeni di continuità e trasformazione nei secoli XII-
massa. In questo campo, scrivere libri di storia significa VIII a.C. Ricerche e scavi, Atti del Nono Incontro di Studi
proprio formare le coscienze degli individui. Quindi, fino Valentano (Vt) – Pitigliano (Gr), 12-14 Settembre 2008,
a che non ci metteremo a scrivere per la scuola la storia Milano: 169-214.
sarda non ne usciremo. Potremmo continuare a fare con- Bedini A., Tronchetti C., Ugas G., Zucca R. 2012. Giganti
vegni su convegni, ma avremmo comunque gente che è di pietra. Mont’e Prama. L’heroon che cambia la storia
stata forgiata su un’altra incudine. della Sardegna e del Mediterraneo, Fabula, Monastir.
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