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Gian Mario Villalta

L’apprendista

S O C I E TÀ E D I T R I C E M I L A N E S E

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L’apprendista
di Gian Mario Villalta

ISBN 978-88-93-90240-3

Copyright © 2020 Società Editrice Milanese


www.semlibri.com

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PRIMA PARTE

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Zitto io, mi sto zitto, non sono affari miei, pensa Tilio men-
tre conta le candele, le poggia una vicina all’altra, finisce la
prima riga, tra sé ripete non sono affari miei, occhio che va
a finire come quell’altra volta. Una sola, un’unica volta ha
detto la sua, ha dato l’idea, ma vedi poi, dice tra sé, come è
andata. Attento che, se cade, la candela si rompe. Ha con-
cluso la seconda riga. Adesso la terza, una sopra l’altra. A
quest’ora c’è luce fuori, mica granché, con queste giornate
che non fa che piovere. Da settimane. Pure un gran freddo.
Maggio sembra novembre.
Come hanno fatto sempre va bene – dice Tilio dentro di
sé, come parlando a qualcuno –, se continuano è perché va
bene. Poi non importa se non va bene a nessuno, perché non
ci sarà neanche un cane alle sette, con una giornata così,
come domenica scorsa. Però, allora, la finisci di chiedermi:
“Tilio, lo vedi?”, “Tilio, è possibile?”. Benissimo così. A me
va bene, dice senza un soffio, solo muovendo le labbra.
Adesso conta i soldi. Tante monete, tante candele. Qual-
cosa in più, a volte, non tutti sono così ragionieri. C’è scritto
Offerta. Lasciamo stare. D’accordo anche 1 euro c’è scritto
– vedi tu perché, se è un’offerta... – ma insomma, se hai
una moneta da due, cosa fai, torni fuori a cambiare? A Por-

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denone la prima messa è alle otto. Ma chiamami matto se
glielo dico. Ecco, tre euro in più. Qualcosa avanza sempre.
Ride. Ci hanno scherzato, lui e Fredi, facciamo la cassa co-
mune e al sabato viene un aperitivo con il rinforzo. Ma figu-
riamoci loro due, lui e il Fredi, ancora un po’ si spiacevano
di avere scherzato. Trecentomila ce ne vorrebbero, non tre,
di euro. La caldaia, per cominciare. Appena ci pensa, Tilio
si alita sulle mani. Ha dei mezzi guanti, che lasciano fuori
le dita per lavorare. La caldaia parte dopo mezz’ora. Stride,
stantuffa e non pare avviarsi. Per graziadidio poi cammina.
Ma ci vorrebbero dodici ore per il caldo vero. Il piumino è
chiuso fino al mento, intorno alla testa un paraorecchie con
il marchio Nike. Era di suo figlio. Non vanno più, gli ha
detto, lui ha comprato un berretto con il pompon. Da ra-
gazzino, ha ammesso il figlio, mi sarei sentito un deficiente,
ma ora va così. E se va così, si porta il pompon da deficiente,
ha chiuso lì Tilio. Lo ha pensato, a dire il vero, non gliel’ha
detto. Ci sono almeno tre, quattro gradi in meno dentro la
chiesa, e fuori fa già freddo abbastanza. Una ghiacciaia. Vo-
glio proprio vedere chi viene alle sette, pensa Tilio. Ma non
si accorgono che la mettono storta, quando accendono una
candela, ché poi sgocciola tutta di sotto? Palpa le tasche del
piumino, trova la spatola. Comincia a raschiare. Guarda
qua, ha fatto una stalagmite, dice sottovoce. Si dice stalag-
mite? Da sotto in su, certo, una stalagmite. È sicuro che si
dice così, quell’altra, dall’alto in giù, è una stalattite. Ma è
meglio controllare. Prende il cellulare, va su Google. Sor-
ride. Aveva ragione. Meglio ripassare ogni tanto, però. Non
sarebbe la prima volta che gli pareva di essere certo di qual-
cosa e poi Google lo ha sbugiardato. Fredi lo prende in giro.
Dice che sembra un ragazzino, sempre lì a tocchignare l’ag-
geggio. Imparo delle cose, gli ha risposto. Controllo. Non
ha detto a Fredi che da qualche tempo perde i nomi. Di per-
sone, di cose che conosce, restano lì dietro un muro e farli

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uscire è una pena. Ogni tanto dà una controllatina, per ve-
dere se il mondo è ancora al suo posto.

Fredi lo ha lasciato a casa. Con questo tempo a maggio c’è


un’umidità che ti slega le ossa. Se esce per servire all’altare
è già abbastanza. Ha la sua età, Fredi. E poi lui dice che non
riesce a coricarsi presto, e così la mattina gli pesa di alzarsi. A
Tilio no, ché si sveglia alle cinque, e se rimane a letto le ossa
a lui gli si slegano ancora di più. Per le candele, del resto, e i
soldi e i libretti sui banchi Fredi non si preoccupa più. Ha ca-
pito che è preciso. Conta e segna via via sul registro. È un
quadernone a quadretti, di quelli di scuola. Fredi ci ha incol-
lato un’etichetta davanti e ha scritto registro. Però quelli che
mettono le candele potrebbero essere un po’ più ordinati an-
che loro. Se la metti storta la candela si consuma prima. Sor-
ride: ma che cosa vuol dire, non è che il pensiero vale di meno.
Si fa per devozione, e allora cosa importa se brucia male. Non
è come una moneta nel pozzo, rimugina Tilio, che accendi
la candela e pensi il desiderio. Allora sì che gli dovrebbe im-
portare se la fiamma si mangia la cera in quel modo. Come
se butti giù un euro e non senti il glug che lo inghiotte, poi
guardi e ti accorgi che sta su una pietra. Tilio s’immagina l’ac-
qua che fa specchio sul fondo, le cento lire rimaste sul mat-
tone sporgente, è il pozzo di casa sua, quando era bambino.
Però monete lì dentro non ne ha mai gettate nessuno, poco
ma sicuro. Che cosa pensa uno che accende una candela? Of-
fre un pensiero. Ma cosa vuole in cambio? Niente, lo fa vo-
lentieri. Tilio si chiede perché è bello accendere una candela,
piace anche a lui, e gli piace vedere quando ce ne sono molte,
fanno una luce che non ce n’è uguale. Si immagina la chiesa
piena di candele accese, candelabri, bugie, piatti con i lumini
sui banchi, sugli altari, sul pavimento, una luce viva che trema
verso l’alto fin sopra le colonne. Una grotta, una caverna illu-
minata dal palpitare di mille stelline di luce, che in alto diven-

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tano un merletto, un soffione luminoso, e più su c’è la tene-
bra. Ma un mese di pioggia e ’sto freddo, altro che candele!
La caldaia dovrebbe partire dalla sera prima. Si ricorda che
da piccolo c’erano le Rogazioni per i raccolti, quando il tempo
marciava male. Una sosta agli incroci delle contrade, e lì in-
sieme a tutta voce: A fulgure et tempestate, libera nos Domineee!
La Rogazione scacciava pure la peste, la fame e la guerra: A
peste, fame et bello, libera nos Domineee! Adesso per la peste, la
fame e la guerra, almeno qui da noi, pare che siamo a posto.
Ma un freddo così a maggio. Si gira verso l’altare con il croci-
fisso. Non lo dico per me, pensa Tilio, ma se è vero quel che
si sente, il clima globale e tutto il resto, allora sarebbe da farci
qualcosa. Prende lo straccio e finisce di pulire il portacandele.
Rifornisce gli scansi, non pieni zeppi, solo venti candele da
una parte, venti dall’altra. Si gira di nuovo verso l’altare. Di-
cono che ha cose più importanti da fare, ma se davvero è il
clima globale, non ce la fanno da soli, gli esseri umani, pensa
Tilio, e poi si sfrega le dita, ci alita sopra, increspa le labbra in
un mezzo sorriso: vedi un po’ che viene davvero da parlargli,
se stai qui tutto il tempo.
Quando era bambino, forse un ragazzino, che già s’im-
maginava le parole come erano scritte, ripeteva a mente: Ah,
peste fame belo! Così diceva il prete, per come aveva capito
lui. Peste fammi bello. Un bel rebus: se preghi la peste di farti
bello, che cosa può succedere. Poi più tardi l’aveva inteso,
che non era così, si era fatto spiegare. Bello era la guerra.
Liberaci dalla peste, Signore, dalla fame e dalla guerra. Ecco:
aveva senso. Lui era sempre stato così, uno che quando non
aveva capito chiedeva. Ci aveva sempre tenuto a sapere le
cose. Non aveva studiato, ma non vuol dire che ti piace re-
stare ignorante. Anche in fabbrica non c’era nessuno che sa-
peva tutto come lui sulla verniciatura. Perché si faceva do-
mande, cercava la risposta. Gli davano la distinta dell’ordine
e lui si arrangiava di tutto.

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Perché fare la messa alle sette, quando sai che non viene
nessuno? Oggi poi che c’è la gara. A Pordenone la prima
funzione è alle otto. Forse sarebbe meglio alle nove. E quella
dopo: alle undici e mezza. Così però vanno perse le messe
di suffragio. Magari, a ragionarci, se vengono più persone,
va a finire che si va a pari. E i suffragi in settimana. Certo
che quando passo per le offerte, il braccino è corto: un euro,
cinquanta centesimi. Poi vanno al ristorante gurmé e ci la-
sciano centocinquanta a testa. Si paga quello che si compra.
E qui non si compra niente. Un biglietto di entrata, sarebbe
da mettere. Sì, va’ là, così chiudiamo.

Però la messa alle sette, noi tre, io Fredi e il Don, è ridicolo,


ché il Don tira via e diventa una corsa verso il missa est. Me
lo ricordo, quando era in latino, missa est, che sospiro, via
fuori a correre, a giocare a bandiera, a comprare il gelato.
Ma lascia, se dicono che va bene così, vuol dire che a loro va
bene. Per Pasqua la mia bella idea me la sono presa nei denti.
Chi va a immaginare che portano quei pastrocchi. Conti-
nuo a credere che funzionerebbe, ma non con quella roba lì.
Insomma, sì, perché non facciamo qualcosa per Pasqua, gli
ho detto al Don, per far venire più gente. Per esempio? Per
esempio una mostra di arte sacra, gli dico. Abbiamo un Ti-
ziano in chiesa. Si è messo a ridere, ma dopo, quando gli ho
spiegato, mi ha detto che si poteva fare. Però ha chiamato
quello sbagliato, che ha portato gli artisti che conosceva lui.
Erano quadri brutti. Per questo non ha funzionato. La chiesa
era avvilita, peggio di prima. Se non sanno dipingere perché
dicono che fanno i pittori? Strisce di colore, macchie, la Ma-
donna secca, contorta, un filo di ferro, e gli altri peggio, pure
un Cristo fatto come se fosse una lastra di radiografia. Dove
li ha trovati quello, gli artisti, nelle patatine? Un fallimento.
Vuoi mettere se invece ci mettevi quindici quadri veri? Belli,
che uno si fermava a guardare un po’ e ci pensava sopra. In-

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vece una bruttura, come i responsori, prova a sentirli bene,
avevo detto a Fredi, sembrano le canzoni che portano alla
Corrida. Parole appiccicate, musica stracca, una pena. Non
vuoi chiedere a un musicista bravo qualcosa di meglio? Ma
lascia. Dopo la mostra non dico più una parola.
Che pace però. È il suo bello. Si sente che non ti può suc-
cedere niente di male mentre stai qui. Con le belle giornate
è meglio che andare al bar. Questo mese è tornato come a
novembre, quando cominci a vedere le signore che rabbri-
vidiscono. Magari c’è il sole e vengono fuori da casa con il
giacchetto corto, la scollatura libera. Non si ricordano che è
una ghiacciaia. Conta i libretti: Parrocchia di Santa Maria de-
gli Angeli, Quarta domenica di Pasqua. Cinque per ogni banco.
Fosse per lui, farebbe solo i primi sette. Ma poi c’è sempre
quello che resta in fondo. Fredi dice che in ogni caso gli
tocca, è così che si fa, come si è sempre fatto.
Non è vero che vengono solo i vecchi. Non vengono più
neanche quelli. Vengono in pochi. Certe volte nessuno.
Questa è la verità.
Guarda l’orologio. Un quarto d’ora. Un lavoro fatto bene,
è questo che conta. Adesso mi merito un caffè, pensa Tilio,
raccoglie la spatola, la pulisce e la rimette in tasca, dà un’ul-
tima occhiata: tutto a posto.

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Si è dimenticato di salutare, il Don, è andato via di furia. In-


freddolito e col muso. Come previsto, solo noi tre. E men-
tre portava alla bocca l’ostia – Fredi stava vicino a lui, io
in primo banco – è venuta giù una sgrondata d’acqua così
forte che si è sentito sferzare i vetri lassù in alto. Don Li-
vio è trasalito, o almeno mi è sembrato. A me ha fatto sen-
tire che c’era il vuoto intorno, mi sono stretto le mani sul
costato, sotto il giaccone, come per abbracciarmi. Fredi tre-
mava, servendo all’altare. Non per il freddo. Gli tremano
sempre un po’ le mani. Ha un’età. Dice che non sono ancora
pronto. Devo imparare, stare attento e rubare con gli occhi.
Ci scherza, a modo suo: «Vedrai che viene il tuo momento»,
e non vuol dire che mi lascia fare, pensa Tilio, intende dire
che finché c’è lui me lo scordo.
Fredi si è messo in testa un berretto di lana nero, appena
finita la funzione. La sciarpa l’aveva tenuta. È stata una sof-
ferenza per lui servire messa con quella grossa sciarpa di
lana intorno al collo, ma non si è fidato di toglierla. Il ber-
retto sì, c’è un limite a tutto. Fredi osserva Tilio mentre si-
stema l’altare. È soddisfatto abbastanza. Annuisce mentre
accompagna con lo sguardo ogni gesto. Non gli pare proprio

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elegante, ma lo trova preciso. Se qualcuno entra e lo vede
non deve pensare che è un operaio, non è sufficiente il la-
voro ben fatto, come in fabbrica, questa è la casa del Signore.
Però quelle braghe color cacca di gatto! Deve imparare che
ogni gesto conta, non solo la precisione, essere delicati, in
primis, ci vuole dell’armonia, non per niente si dice che sono
cose sacre.
Ha fatto fatica a mettere le calze, seduto sul letto, le
mani e i piedi non si volevano incontrare. E appena fuori
dalla porta di casa quell’aria fredda, le sferzate di pioggia,
per fortuna che ha la cerata con il cappuccio e la mantella.
L’esperienza servirà pure a qualcosa. Lo dice sempre a Ti-
lio, considera tra sé, l’esperienza serve, è quella che conta,
alla fine.

Seduti in sacrestia, si sono presi dall’armadio ognuno la sua


coperta. Di lana buona, aveva raccomandato Fredi, se no
non passi l’inverno. C’è un’ora da aspettare e non puoi an-
dare dentro e fuori dal bar tutto il giorno. A parte il fatto che
uscire adesso sarebbe stonfarsi dalla testa ai piedi.
Visti da fuori sembrano due profughi tirati su da un nau-
fragio. No, i profughi sono giovani.
Cosa dici se ci facciamo un goccio, chiede Fredi, e Tilio sa
che si deve alzare per prendere il termos sotto la panca. Oggi
toccava a lui. Preparano il termos di caffè un giorno per uno.
Sette parti di caffè e tre di vodka. Non grappa né rum, ché
dopo si sente dal fiato e si passa subito per ubriaconi. A criti-
care son bravi, le poche volte che vengono, i fedeli. Don Livio
li chiama sempre i fedeli. Per Fredi sono quelli, e così li chiama
anche Tilio.
«Secondo te sono già partiti?» chiede Fredi, guardando
le braghe di Tilio per criticarle. Oggi c’è la gara, sono due
giorni che lavorano. I corridori passano come le furie, ma
è meno di mezzo minuto, che cosa si vede non si sa, pensa

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Fredi. E prima aspetti un’eternità bloccato lì in mezzo a sen-
tire scemenze. Poi tutti a ripetere, a chiedere chi era il primo,
se è proprio sicuro che è lui.
«Dicono che corre il ragazzo di Giulio dell’anagrafe» an-
nuncia Tilio dopo che si è sentito il rumore quando ha in-
ghiottito il caffè. «È venuto fuori già quattro volte sulla “Gaz-
zetta” questo mese. Una con la fotografia. Giulio si presenta
alle votazioni, si dice in giro così, con il figlio campione gli
spetta l’assessorato allo Sport, secondo lui.»
Fredi guarda per la terza volta le braghe di Tilio con in-
sistenza, intanto, tiene le labbra in caldo vicino alla tazza.
«Adesso va meglio» dice, dopo un altro sorso. «Hai visto che
lavoro in piazza, il palco, la copertura, le scritte per terra,
speriamo che non si faccia male nessuno.»
«Manchiamo noi,» risponde Tilio, sostenendo lo sguardo
di Fredi che va e viene dalle braghe «manchiamo solo io e te
e poi alle votazioni, se contiamo le ultime tre, ci ha provato
tutto il paese.»
«Ferma tutto, altolà!» lo rimprovera Fredi. «Qui dentro di
politica non si parla. Abbiamo un patto.»
Le braghe beige non vanno bene. Fredi non lo dice, ma
continua a buttare occhiate che parlano. E Tilio gli risponde
con gli occhi che non c’è niente da discutere. Si veste il nero,
dice lo sguardo di Fredi. Non è la prima volta che ne parlano.
Il nero e il grigio scuro. Anche il blu scuro. E basta. Il me-
stiere ha le sue regole. «Non vado sull’altare» gli risponde fi-
nalmente Tilio.
Voleva evitare, ma Fredi non smette. «Che cosa vuol dire
che non vai sull’altare?» Adesso che può parlare, Fredi va
dritto per dritto. «Raccogli le offerte, sei di servizio. A parte
questo, uno entra in chiesa e ti vede che lavori qui dentro,
non vuol dire se non c’è messa.»
«Bloccano tutte le strade per la gara» dice Tilio, così evita
di rispondere, quando si ostina Fredi è un calvario. «Per noi

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non è un problema,» aggiunge «veniamo a piedi. C’è chi si
lamenta, ma viene gente da fuori, i bar lavorano, ci sono i
giornali. Il sindaco ha detto che sta diventando di interesse
nazionale. C’è scritto che partono alle nove e mezza,» insiste
Tilio per portare il discorso da un’altra parte e lasciar per-
dere le braghe «prima i ragazzi, dopo i professionisti, alle
undici. Per i ragazzi è più breve. Se il figlio di Giulio diventa
un campione se ne andrà via anche lui.» Tilio ha finito le ul-
time parole in un soffio e Fredi sa che sta pensando a suo fi-
glio. Tilio guarda in su la finestrella da dove scende la poca
luce che c’è in sacrestia e si incanta a osservare la pioggia
che batte sui vetri.

Parla bene Tilio, far andare la caldaia dalla sera prima, certo,
pensa Fredi. E dove si trovano i soldi? Il Don fa le messe di
suffragio la domenica mattina perché negli altri giorni sono
tutti impegnati. Tutti sono sempre impegnati, se è per que-
sto. La domenica viene la vedova, un fratello anziano. Gli
altri, i figli, i parenti, i vicini di casa sono impegnati anche
la domenica. Macché vicini, chi vuoi che venga? Non si sa
più chi sono i vicini di casa, buongiorno e buonasera, se va
bene, che trovi quello educato. Fredi vorrebbe sapere a che
cosa sta pensando Tilio, fisso a guardare in su, quel poco di
luce che vortica in mezzo a un flagello di gocce. Guardaci
qui, dice tra sé, provando un po’ di pena, due fagotti scuri
nella penombra. Poi Tilio attacca a voce alta: «Lo sai che vo-
gliono aggiungere una gara di donne? Era sulla “Tribuna”
di ieri. Il ciclismo delle donne va forte. Anche il calcio delle
donne, più ancora: tra poco fanno vedere i Mondiali in te-
levisione». Fredi ha sentito, ma quando non vuole sentire
diventa sordo. Spinge in avanti le labbra, come per dare un
bacio, lentamente, poi le ritira. Lo fa due, tre volte. È quello
che pensa del calcio femminile. Tilio ci prova gusto. Insi-
ste, parla più forte: «Diventano meglio degli uomini, vedrai,

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hanno fatto vedere delle azioni in tivù che parevano Corso
e Mazzola». Fredi era dell’Inter, Tilio lo sa, l’Inter di quella
volta, la Grande Inter di Herrera. Fredi lo guarda, però non
in faccia, gli guarda le braghe e sorbisce l’ultimo sorso di
caffè con la vodka facendo rumore.

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Per il secondo suffragio c’è don Luigi. Don Livio non può
dire messa quattro volte in una mattina, non è più un giova-
notto. Prima il defunto Mario e la defunta Augusta, e adesso
i defunti Gildo e Lucia. Quando li dici separati, ripetendo
la parola defunto, vuol dire che sono due messe in una, per
due famiglie diverse; quando li congiungi, come Gildo e Lu-
cia, sono parenti. Fredi serve don Luigi nervoso, ci mette
una premura che per Livio non serve, dice lui, perché il no-
stro Don ha maniera. È più simpatico don Luigi, non proprio
simpatico, sarebbe meglio dire “alla mano”. Per Fredi, dritto
per dritto, un prete di campagna. Viene da un paesetto che
non ha niente, si sono tenuti la parrocchia perché le frazioni
in collina sono di gente che non viene giù da noi per campa-
nilismo. Si fa per dire, campanilismo, non hanno un vero cam-
panile, solo un coso vuoto che sarà alto tre metri e mezzo.
Per suonare le campane hanno messo gli altoparlanti. Il no-
stro paese ha due ville venete, il parco, e la chiesa è ancora
concattedrale. Fredi lo dice spesso, con-cat-te-dra-le, con
soddisfazione. Ci sono storie sul come e perché don Livio
è venuto qui. È stato a Roma. Si dice che dovevano farlo ve-
scovo. Non pare neanche un prete, a Tilio, troppo elegante,
troppo chiuso, dritto sul busto come di preti non ne ha visti

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mai. C’è chi parla di donne, viene facile a vederlo così, tutto
tirato: mandato qui in castigo per una storia di donne. Fredi
dice che è stato disobbediente. Così una volta il Don: «Sono
qui per la mia disobbedienza», se l’è lasciato scappare. Que-
stioni di gerarchia, ma non si sa, solo una voce tra le altre,
anche se l’ha detto Fredi, che non se l’inventerebbe. Non è di
queste parti, don Livio, una volta sono venuti a trovarlo dei
parenti da Bergamo, gente distinta, con una BMW da cro-
ciera. Non erano in visita di piacere. Sono stati un’ora a di-
scutere in canonica e poi se ne sono tornati via a muso duro.
Che erano dei parenti l’ha detto il Don a Fredi, come per sfo-
garsi pronunciando parenti con l’amaro in bocca.
Ci sono quelli che non sono contenti quando hanno don
Luigi per le funzioni o per il rosario. Troppo alla buona.
Canta i salmi a memoria, senza pensare a quello che di-
cono, non ci mette niente di suo. Le prediche sono chiac-
chiere, più che altro, discorsi che si potrebbero fare al bar,
a volte si perde via. Non che del Don siano contenti tutti, è
troppo saputo per certuni, a volte non si capisce bene che
cosa dice alla predica, diventa difficile, riporta di continuo
frasi dalle Scritture. Si lamentano, i fedeli. Si lamentano sem-
pre. Pare vada così anche per i professori: mamme e papà
all’oratorio non fanno altro che lamentarsi, pensa Tilio, non
ce n’è uno che vada bene. Il fatto è, come dice Fredi, che
vorrebbero un prete su ordinazione, così i professori, così
per tutto. Ognuno vorrebbe che fosse tutto come i canali
tivù, le bibite all’ipermercato, mille offerte, così crede di es-
sere lui che decide.
All’oratorio si lagnano di tutto. Poi quando si mettono a
fare loro diventa peggio, litigano subito, si dividono in tre
partiti, non sono contenti finché non mandano a monte l’i-
dea. Uno dice che non si può, non si può mai niente. Quest’al-
tro ha la fissa dei diritti, diritti di che? Il fatto è che vuol co-
mandare lui. Allora fa il sapiente a parole fino a quando la

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situazione passa il limite. Poi si indigna e si toglie, lascia che
facciano gli altri, ché proprio non lo capiscono, e così – alla
fine – non si fa più niente. Anzi si fa alla buona, come si è
sempre fatto.
Per i defunti Gildo e Lucia c’erano quattro persone, tre
anziani e una donna sui quaranta. La donna è venuta per-
ché ha portato i vecchi con l’auto, pensa Tilio. Non ha mai
smesso di piovere.
Don Luigi torna nel pomeriggio, per il suffragio delle di-
ciassette.
Tilio è uscito. Torna dopo dieci minuti e trova Fredi già
avvolto nella coperta in sacrestia, si è preso il termos da solo.
«Hai visto dove appoggiava il calice, se non stavo attento»
dice Fredi, quando Tilio è già seduto vicino a lui con la co-
perta chiusa stretta sul collo. Ogni volta che don Luigi se ne
va, Fredi ha una critica pronta. Le braghe di Tilio sono mac-
chiate di pioggia fino al ginocchio, per fortuna ha le scarpe
grosse, da montagna. Sono marrone scuro. Per Tilio era un
bell’abbinamento con le braghe beige. Sulle scarpe Fredi non
ha detto niente.
Le braghe non le guarda più, pensa Tilio. Fredi tiene le
mani in grembo con le dita intrecciate. Ogni tanto lascia ca-
dere le palpebre. Pare che preghi. Ma Fredi è solo stanco.
Nel pomeriggio si metterà a letto a riposare. Si capisce per-
ché gli viene sonno tardi, dorme dopo pranzo. Tilio guarda
il viso di Fredi, è severo, sereno, tiene nascosta la dolcezza
come una vergogna. Le labbra troppo carnose con quella
mascella squadrata, i capelli bianchi tagliati a scodella, lun-
ghetti sulle orecchie, le palpebre ben disegnate, due con-
chiglie. Quanti sono, ottantaquattro, ottantasei? Tilio non
gli ha mai chiesto gli anni. Fa il confronto con i suoi settan-
tadue: più di dieci di differenza, sì, più di dieci sicuro. Tilio
pensa che la faccia di Fredi cambia di continuo espressione,
ma ogni volta è come una nuvola che passa, e sotto resta

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sempre severa, serena, di una serenità senza letizia, fatta di
fiducia nella disciplina.
Tilio ha imparato la parola letizia durante una riunione di
sera con i genitori, quando è venuto un teologo da Padova.
Aveva capito tutto, quella volta, anche se era difficile. Il teo-
logo aveva parlato di san Francesco e di suo padre Pietro di
Bernardone, un nome che resta impresso. L’argomento an-
nunciato era il rapporto tra genitori e figli. Il teologo, come
si chiamava, chi se lo ricorda, un uomo sui cinquanta, pu-
lito, aveva fatto un discorso che lo aveva sorpreso, sulla le-
tizia, soprattutto. Tilio aveva capito, gli aveva fatto un suo
effetto, male e bene insieme. Era troppo tardi per farci qual-
cosa, però, di quello che aveva capito: suo figlio veniva a tro-
varlo una volta ogni quindici giorni, e quando stava da lui si
capiva che contava i minuti. Gli altri genitori alla fine, an-
dato via il teologo, si erano lamentati che non aveva parlato
dei problemi. Fanno le riunioni per parlare dei problemi. Al-
tro non gli interessa. Ci tengono ai problemi. La riunione
successiva con uno psicologo pratico del bullismo era stata
un successo. Il bullismo era un problema e qualcuno doveva
risolverlo. Così andava bene. Invece a lui quel discorso sulla
letizia non era più andato via dalla testa. Pietro di Bernar-
done aveva dato ogni cosa al figlio e preparava per lui il fu-
turo migliore, ma quella cosa lì, la letizia del cuore, non sa-
peva che cosa fosse, povero Pietro, e forse non l’aveva saputo
neanche suo padre Bernardone, poveretti, poveri noi. È in-
deciso se mandare giù un altro sorso di caffè con la vodka,
Tilio, sospira e pensa di avvertire Fredi: «La gara si fa,» dice
a voce alta «quella dei ragazzi è saltata ma i campioni cor-
rono con qualsiasi tempo, mi hanno detto». «Che cosa c’è?»
domanda Fredi allarmato. «Prima sono uscito per chiedere
al bar, ero curioso, scusa, senza avvisare. Con un tempo così
volevo proprio sapere se la gara veniva annullata. E invece la
fanno, solo i professionisti però, con qualsiasi tempo.»

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Fredi scuote la testa, dice: «Lascia stare, era la voce, era
quella strana, non quello che hai detto». Tilio non può con-
fessare che stava pensando alla letizia del cuore. Ogni volta
che gli torna in mente gli partono i pensieri, gli pare di po-
ter continuare i ragionamenti del teologo, farli suoi, che lo
riguardano, che parlano della sua vita, si commuove quasi,
sente un vuoto.
«No, niente,» dice Tilio a voce alta «è che fa freddo fuori.»

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C’è da asciugare per terra. Saranno stati una trentina, sono


entrati con la guida, hanno fatto il giro della chiesa, si sono
fermati all’altare dove c’è la pala di Tiziano, dieci minuti, e
poi sono usciti lasciando il pavimento macchiato di acqua e
di fango. Tutti con le giacche a vento, gli ombrelli, le scarpe
da trekking. Italiani, parlavano italiano. Se non parlano or-
mai non si distingue più: hanno tutti più di sessant’anni, i
vestiti sportivi, i capelli corti. Vengono tedeschi, austriaci,
anche olandesi per vedere la pala. E per le ville. Hanno at-
traversato il parco, dopo la visita alla Contarini, una sosta
di due minuti al negozio nella barchessa, tanto non com-
prano. La guida è la Serena, la figlia di Terenzio il macel-
laio. Marcia come un granatiere, se li porta dietro di qua e
di là, prima villa Giustinian, poi l’altra, il parco, il monu-
mento ai caduti della Grande Guerra, la chiesa con la pala
famosa e poi via, di nuovo sul pullman verso un agrituri-
smo che li aspetta con lo spiedo e la polenta. E per la messa
pro populo non si può lasciare la chiesa con questa sporchi-
sia. È brava la Serena, in quindici minuti dice tutto quello
che c’è da dire, e poi li raduna fuori sulla piazza, racconta il
palazzo del Comune, i resti romani non visitabili, chiede se
ci sono domande e intanto il pullman si è già girato verso

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dove è venuto e si sente il fruscio delle porte che si aprono.
Con questo tempo né caffè né gelato. Ci guadagna solo l’a-
griturismo. E l’agenzia del trasporto, che non è di qui. Il Co-
mune paga Serena a forfé o visita per visita? Tilio non l’ha
mai chiesto, non è detto che sia il Comune, forse sono quelli
dei pullman.
Fredi sta attento a non ansimare. E Tilio a non sentirlo.
Si offenderebbe. Ha una tecnica sua per strizzare lo strac-
cio e passarlo per terra pulito senza doversi piegare. Non fa
mezzo gesto in più, non lascia un secondo di pausa tra un
gesto e l’altro. Pare quasi che segua una musica.
In quindici minuti i turisti sono riusciti a sporcare tutto
il pavimento, le due navate laterali e il corridoio centrale, in
mezzo ai banchi, perché la Serena fa il giro intorno ma c’è
sempre qualche amante dell’architettura che vuole vedere
meglio dal centro. Si vede tutto, con un po’ di pazienza, an-
che l’organo in fronte all’altare, ma quelli che gettano oc-
chiate da intenditore vogliono passare nel mezzo.
Puliscono per venticinque minuti. Fredi ha finito per
primo la sua metà, la navata di destra e dall’altare fino al
centro tra i banchi. Osserva Tilio. Gli dice: strizza meglio lo
straccio, tira il manico più vicino, in alto, non in lungo, ricor-
dati che non è mai asciutto bene dietro di te, se ci pesti sopra
poi sei daccapo. Pare abbastanza soddisfatto. Fredi è con-
tento che ha finito per primo. Dice: «Lasciamo che finisca di
asciugare e mettiamoci caldi. Manca mezz’ora. Ho portato il
pane con l’uvetta».
Fredi fa un chilometro e mezzo a piedi per andare a pren-
dere il pane con l’uvetta da Meto, dove lo trova ogni sa-
bato, ma soprattutto è quello buono. Ha provato altre volte
dall’alimentari del centro, e anche dal nuovo, il Grano d’oro,
ma non ce l’hanno sempre e quando ce l’hanno non sa di
niente, pare di quelli confezionati. Forse sono confezionati,
li tolgono dal cellofan e li mettono su un vassoio per i baùchi

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che gli va bene tutto. Meglio il Mulino Bianco al supermer-
cato, allora. Se ci fosse ancora il supermercato.
Era troppo piccolo. Ci andavano solo i vecchi, come lui,
senza auto, altri che gli hanno tolto la patente, e quelli che
fanno due euro di spesa per passare il tempo, scroccare un
caffè, sparlare di qualcuno che è appena passato. Prima
hanno chiuso il reparto macelleria. Poi la verdura. Solo carne
e ortaggi confezionati. Infine erano rimasti in due, uno a
riempire gli scaffali e una alla cassa. Chi non ha l’auto fa
spese piccole, e chi l’auto ce l’ha vuole avere più scelta, come
all’Emisfero o alla Despar della rotonda, subito fuori dal
paese. Si chiamava supermercato quando l’hanno aperto ma
con il tempo è diventato piccolo, una bottega in confronto ai
nuovi. I nuovi sono iper, e i super chiudono. Due, cinque volte
più grandi della chiesa, che è la più grande della provincia. E
poi c’è la Ipercoop, al centro commerciale.
Il pane con l’uvetta di Meto è il meglio in assoluto. Dice
as-so-lu-to, Fredi, ha aperto il sacchetto di carta e se lo è
stirato sulle ginocchia. Un gioco di prestigio: i due panetti
fermi al centro senza toccarli. Non ne prende uno per sé e
l’altro lo dà a Tilio. Ne prende uno e lo divide a metà. Tilio
sa già che poi dividerà anche il secondo. Masticano in si-
lenzio e non occorre dire niente. È buono, e a quest’ora ci
vuole. Quando tocca a lui portare il mangiare della pausa,
Tilio preferisce i panini con il prosciutto. Il prosciutto buono
lo compra a Pordenone, se ci va, altrimenti preferisce met-
tere insieme speck e melanzane, oppure la mortadella e il
formaggio, una cosa così, saporita. Ma deve ammettere che
il panino con l’uvetta di Meto ha un gusto speciale.
«È rimasto Meto,» commenta Fredi «ma tra un po’ va in
pensione anche lui. Vedrai che il Grano d’oro chiude prima
della fine dell’anno. Largo ai giovani va bene, ma un me-
stiere non si inventa dall’oggi al domani. Fare la spesa di-
venta un rebus. C’è Giovanni, quello della gastronomia, che

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è più caro di un gioielliere. A proposito, anche la gioielleria,
chi compra gioielli veri, orologi di marca? Per la comunione
e la cresima solo telefoni. Tengono la mano in tasca per ta-
stare il telefono nuovo, ché mi tocca dirglielo: “Fuori le mani
in vista, siete in chiesa”, mi tocca dire.»
Gustano il panino con l’uvetta, Tilio a bocconate, Fredi lo
pizzica a pezzetti e li appoggia sulla lingua. Ci vorrebbe un
calice di bianco ma non si può. Un altro sorso di caffè con la
vodka. Piano, però, che c’è ancora la messa grande.
Le vesti dei chierichetti sono in ordine. Dovrebbero pen-
sarci loro, una volta era così, dice sempre Fredi, ma oggi non
puoi darle a casa da lavare e stirare. Tra poco arrivano, Tilio
ha seguito lo sguardo di Fredi fino alla porta e gli ha letto
il pensiero. Speriamo, pensa. Sono in tre e se ne vengono
due per la messa grande è già tanto, e poi, come dice Fredi,
non si può fargli fare nulla, non imparano. Si fatica a far-
gli lasciare il telefono in sacrestia. Non capiscono che non
possono guardare i messaggi da sopra l’altare, ti fissano in
faccia come se quello strano sei tu. Non che ci sia molto da
scegliere. Sono pochi al catechismo e nessuno che ha voglia
di servire messa, se non fosse per qualche genitore che insi-
ste, ricatta, promette regali. Più i nonni che i genitori, a dire
il vero. Ai genitori piacciono le riunioni, le conferenze, par-
lare dei problemi. Portano i figli per ritrovarsi tra loro. An-
che quelli, però, quanti sono, quindici? Fredi si è alzato per
andare a fare due passi di sotto. Vuol dire che va a pisciare.
Lo deve fare ogni ora. Tilio gli ha detto che il dottore gli fa la
ricetta delle pastiglie per la prostata. Lui zitto, tira in fuori le
labbra, le ritira, come neanche sentito. Magari alla sua età le
pastiglie non bastano più. Intanto arrivano Lucas e Marco,
salutano i nonni sulla porta, posano le loro cose sulla panca
e mettono la veste. In silenzio. Né allegri né tristi. Fuori il
dente e fuori il dolore, un’oretta e tutto è finito.
Lucas almeno ci tiene a far bene. Suo nonno è più gio-

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vane di me, pensa Tilio, aveva la carrozzeria attaccata alla
fabbrica. Dopo che gli ho portato la macchina quella volta,
la Ford Escort, chissà quanti anni fa, da allora ci siamo sem-
pre salutati, ma parlati poche volte. Suo figlio era a scuola
con Paolo. Ma Paolo è sposato da cinque anni e di figli non
vuole saperne. Non che non possono, ho trovato il coraggio
di chiederlo, dice che non è il momento. Mio figlio è così,
tutto al momento giusto, forse ha ragione, sta facendo una
bella carriera quando tanti come lui sono ancora che cercano
la loro strada. Ho chiesto a Lucas se il nonno ha ancora la
carrozzeria. Mi ha risposto di sì. Più giovane, è vero, ma di
un paio di anni. Alla sua età ha ancora voglia di quella vita.
Arrivavo in fabbrica e c’era già, andavo via e c’era ancora.
E almeno un’ora di straordinario la facevo sempre. E poi il
sabato, ogni sabato mattina fino all’una. La carrozzeria era
sempre aperta e lui che entrava e usciva di furia con un’auto,
un cliente, un operaio. Abitavamo vicini. Poi lui s’è fatto la
villetta con il giardino fuori dal paese. È grande la carroz-
zeria, un capannone che pare una fabbrica. Tilio ha sen-
tito dire che adesso da quelle parti costruiranno palazzi per
abitarci, buttano giù i capannoni. Il posto è bello, vicino al
fiume. D’altra parte ci sono decine di capannoni vuoti, non
solo sulla provinciale, tutta la Zona Industriale all’ingresso
del paese verso Polegra è piena di capannoni vuoti. Bene se
fanno appartamenti. Ma tra poco che cadono a pezzi le case
del centro cosa succede?

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Fredi passa in rivista i due chierichetti. Aggiusta la manica,


che non spunti la felpa rossa che c’è sotto, sistema un col-
letto. Con un buffetto sulla nuca ripete i passaggi più im-
portanti della messa scandendo le parole. Fosse per lui, all’i-
nizio farebbe prove su prove, ma dopo le prime due volte i
genitori dicono che hanno il nuoto, il ballo, l’inglese, i com-
piti di scuola e non gli resta altro tempo. Fanno tutte ’ste
cose e non sanno tenere in mano un turibolo, commenta
Fredi tra sé, ne parla solo con Tilio, e Tilio dice che lui le
vede le madri scarrozzare tutto il giorno bambini ai quattro
cantoni del paese. Le più esigenti li portano a Pordenone.
Che cosa faceva Paolo nel pomeriggio, quando Tilio stava in
fabbrica e sua madre in merceria dalla Flavia?
È arrivato il Don. La gara incomincia tra pochi minuti, i
ciclisti saranno tutti ammucchiati alla partenza, sotto l’ac-
qua che viene giù, più sottile adesso, ma senza requie. La
messa e la corsa iniziano alla stessa ora.
In chiesa fa freddo ma per fortuna le trentacinque per-
sone che hanno preso posto sui banchi sono vestite da
pieno inverno, anche se è maggio. Sabato scorso aveva fatto

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una schiarita nel primo pomeriggio e più tardi era arrivato
il caldo. La domenica c’erano le comunioni. Il tempo aveva
tenuto, almeno fino all’inizio della cerimonia. Ma la chiesa
non si era scaldata di un grado e i bambini e i parenti che si
erano presentati vestiti leggeri, belli colorati, con le gambe
nude e i colli scoperti, dopo un quarto d’ora hanno comin-
ciato a battere i denti. La celebrazione è durata due ore. Don
Livio ha capito che cosa stava succedendo e ha ripetuto
qualche salmo, tirato in lungo la predica, per dare il tempo
a quelli che erano usciti di ritornare di corsa con i cappotti e
le sciarpe per tutta la famiglia. Quando sono finite le comu-
nioni pioveva di nuovo da tre quarti d’ora.
Fredi dirige silenzioso. Nessuno se ne accorge, ma è lui
che guardano i due chierichetti, lui che dà i tempi al Don,
lui che accenna l’attacco all’organista. Tilio sta sulla sedia
accanto alla porta della sacrestia, deve solo prendere la bu-
sta delle offerte quando è il momento e passare tra i ban-
chi. Una volta si chiamava elemosina. Si ricorda, da bam-
bino, gli davano due monete quando partiva da casa, una
per il gelato e una per l’elemosina. Da maggio in poi, perché
il gelato arrivava a maggio. Che cosa prendeva d’inverno
con l’altra moneta? Una pasta. La Gusta ne aveva sempre
un vassoio pieno la domenica mattina. Il bar della Gusta
stava proprio davanti alla chiesa. Ora ci abita un architetto
che ha rifatto tutto tirando su un muro intorno al giardino.
Il Giardinetto, ecco, sì, così si chiamava il bar della Gusta.
Il giardino non era granché, più grande la parte interna,
chiusa da un cancello: quella esterna aveva tre tavolini e
una decina di sedie. Ma c’era un ippocastano magnifico. Il
più bello mai visto. E dentro il bar era piccolissimo, anche
il banco, un paio di metri. D’inverno c’era la stufa a legna
e, oltre alle paste, si poteva chiedere una cioccolata. Tilio ri-
corda i gelati da trenta lire. La Gusta aveva una tecnica sua,
usava una spatola e metteva il gelato sul cono e poi ancora

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e poi un’altra volta; non ti accorgevi che tanto ne metteva e
tanto ne toglieva, lasciando un bel vuoto in mezzo, cosic-
ché te ne dava poco e a te pareva di più, ché lo avevi man-
giato con gli occhi. Però c’era il cono, che era buono. A volte
a qualcuno per dieci lire vendeva solo il cono. Si potevano
comprare trenta pastigliette Golia, con trenta lire, e lei te le
contava una per una sotto gli occhi, quello era il bello. La
Gusta è stata la prima a chiudere. Poi il cinema, più avanti,
poi il barbiere. Adesso il barbiere è un giovane, il nipote, ha
aperto vicino al distretto sanitario. È un esperto di barbe,
creme per barbe, nastrini, adesso tutti si rasano i capelli e
curano la barba. Il padre lavora in banca, forse è in pen-
sione. Erano già andati a stare sui lotti della filanda anni
fa. Nel centro del paese ci sono poche famiglie, e anziani
soli, qualche extra africano nelle case più vecchie con i ba-
gni scassati e gli infissi a pezzi. Quelli almeno fanno fami-
glia. Il resto, più cani che bambini. Tilio esce di casa nel po-
meriggio e gli pare di camminare in un posto abbandonato,
finalmente poi vede una vecchia, quella lo saluta e si piega
a raccogliere la merda del cane continuando a parlargli del
più e del meno.
È evidente che si annoiano, i fedeli, a parte quattro o cin-
que che sanno rispondere e si infervorano nei canti. Rispon-
dere messa, si diceva una volta, era quello che dovevano sa-
per fare bene i chierichetti. Il prete e i chierichetti insieme
erano in dieci, a volte in dodici, facevano un volume di
suono sufficiente a permettere agli altri di seguire comun-
que, pregare, cantare, anche se non sapevano bene le pa-
role. E però la chiesa suonava di voci. A Tilio pare che a
un’indifferenza come quella che viene dai banchi sia possi-
bile rimediare solo in un modo: diciamo che fa tutto il prete
e gli altri ascoltano. È meno brutto. Che senso ha sentire
qualche voce che inizia e poi si spegne, due vecchie che gri-
dano quasi sorde, e un pavarotti che arriva sempre in ri-

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tardo perché non sa le parole. Fa tutto il prete e gli altri sono
liberi di partecipare con il pensiero, l’anima, il cuore, come
vogliono, ma non in questo modo che fa una pena da voler-
sene andare via.
Il Don chiede a Fredi di venire soltanto per la funzione
delle diciannove. Quella prima, dice, sarà per una sola per-
sona, ne è sicuro, e con una giornata del genere in un quarto
d’ora don Luigi ha finito. Inutile fare la strada per poi stare al
freddo un’ora e passa.
Fredi dice di sì, che sta bene anche a lui. Ma Tilio che ha
imparato a conoscerlo capisce che è contrariato. Lo stuz-
zica, quando il Don è andato via e stanno mettendo ordine
sull’altare. «Vedrai che se viene il clima globale che tutti
dicono» sussurra Tilio «le messe le fanno via internet, così
ognuno sta a casa sua, sui ventun gradi fissi.» «Non qui,»
si irrita Fredi «se devi fare lo spiritoso hai tempo dopo, non
qui.»
Tilio sa che ha sbagliato. Finisce il lavoro più diligente
del solito. In sacrestia, quando si vestono per uscire, chiede
a Fredi se ha qualcosa di caldo per pranzo. Fredi è ancora
seccato, sporge in fuori e tira dentro le labbra. «E se an-
diamo a vedere l’arrivo dei corridori?» azzarda Tilio. «Poi ti
offro un piatto di pasta al Canton, vicino a casa tua. Non la
pasta, le seppie in umido, le fanno tenere, con i bisi.» Fredi
non risponde, apre la porta della sacrestia. Piove. C’è vento
freddo.
Ci vediamo dopo, dice, e si avvia sotto la pioggia con
la sua cerata impenetrabile. Un passo dopo l’altro, scom-
pare dietro l’angolo della piazza. Tilio è rimasto a guar-
darlo indeciso su cosa fare. A lui il Don non si è degnato di
dire una parola. Non che sperasse davvero di sentirsi in-
vitare per fare una prova, il suo primo tentativo di servire
messa, forse si poteva. Avrebbe potuto dirlo così, per fare
uno scherzo a Fredi. Ma don Livio non scherza mai. E a Ti-

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lio dei corridori non importa nulla. Lasciamo stare le sep-
pie. Andrà a casa, scalderà il minestrone che ha preparato
ieri sera, si metterà seduto in poltrona con la tivù accesa.
Sarà al suo posto alle diciassette. A lui Fredi non ha detto
di riposarsi.

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Quando Tilio arriva alle cinque del pomeriggio Fredi è già


in sacrestia, involto nella coperta, con la sciarpa che gli na-
sconde il mento e il berretto di lana che gli copre le soprac-
ciglia. Si è cambiato le scarpe e ora calza gli scarponcini
neri con il pelo all’interno. Non si vede, il pelo, ma Tilio lo
sa. Sono i famosi scarponcini per la messa di Capodanno.
Deve essersi bagnato fino alla caviglia, Fredi, tornando a
casa, i tombini non ricevevano più e c’era un palmo d’acqua
su tutta la piazza. Oppure gli scarponcini sono un segno di
protesta contro le braghe beige di Tilio, contro il Don che lo
voleva lasciare a casa, contro il tempo maledetto che non
smette di piovere e tiene ferma la temperatura a sei gradi.
Tilio lo lascia lì seduto, con gli occhi semichiusi, e va a ispe-
zionare la chiesa.
Tutto in ordine. D’altra parte chiudono la chiesa dopo la
messa grande e la riaprono per il primo suffragio del pome-
riggio. Defunti Esterina e Danilo. Se c’è una comitiva in pro-
gramma, Serena avverte. Gli altri, se vogliono vedere il Ti-
ziano, aspettano. Al bar della piazza raccolgono le lamentele
di chi trova la chiesa chiusa, di sabato e di domenica, soprat-
tutto, ma anche durante la settimana.
Durante la settimana, figuriamoci. Fredi viene la mattina

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alle sette e alle dieci va a fare la spesa, torna nel pomerig-
gio a volte anche un’ora, un’ora e mezza prima della messa.
Dal Comune è arrivata più di una volta una lettera, dov’era
scritto che la pala di Tiziano è importante per il turismo,
però non hanno mai pensato di mandare qualcuno di sor-
veglianza. Sono tanti in Comune, vuoi che non ne trovino
uno. Un ragazzo, magari, uno studente, anche se non è un
dipendente del Comune, un laureato che ce ne sono a spasso
quanti ne vuoi: viene nelle ore morte della giornata, impara
a spiegare l’opera, non pretenderà mica milioni. Va bene che
è l’unica chiesa aperta, sarebbe l’unica chiesa aperta, si la-
mentano, una su quattro. Ai Battuti si apre due volte l’anno,
San Giovanni e Sant’Andrea mai. San Giovanni non si sa
neanche in che stato si trova, l’ultima volta che sono en-
trati hanno trovato infiltrazioni dal tetto. Meglio non sapere
niente, allora, lasciarla chiusa e amen. Non si riesce a scal-
dare questa, di fare lavori nelle altre non se ne parla.

Tilio pensa che è inutile continuare a portare a confronto il


passato. Lo fa sempre, gli viene senza pensarci. E infatti una
volta c’era sempre qualcuno della Confraternita che fissava
la manutenzione. L’ultima volta avevano riparato il porton-
cino della cripta a Sant’Andrea. Poi la Confraternita ha finito
di esistere. Non si porta neanche più la Madonna col baldac-
chino in processione. E chi la porta? Ma sono confronti che
non servono a niente.
Non c’è più il vestito della festa, del resto. Non ce l’ha
neanche lui. E una festa senza il vestito elegante già non è
più una festa. Che discorsi. Che cosa vuol dire? Tilio si rende
conto che a volte i discorsi arrivano da soli, anche se non
servono a niente, anche se non concludono, girano intorno,
tanto per macinare tempo. Ma che ci può fare se i pensieri
non si fermano mai? Non lo sai da dove vengono, dove vo-
gliono andare a parare, quelli arrivano e cominciano a sca-

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vare, poi tornano dopo che hanno pescato chissà quale sce-
menza, lo sanno che è una scemenza, per esempio questa
del vestito da festa, ma non mollano, continuano a filarci in-
torno. Pensi alla Confraternita, così, il primo esempio che
viene, e vedi la festa del patrono, la Madonna sul baldac-
chino, il tappeto di petali di rosa, e poi c’è un modo di dire
che non si usa più, si diceva “il vestito della festa”, ecco che
ti si attacca quello. Che cosa ci si può fare. È così. Di notte,
per esempio. E appena svegli, quando non si è capito ancora
bene che giorno è, arriva da pensare qualcosa, che a volte
non c’entra niente, e invece di lasciar stare, provare a met-
tere in bolla la testa, ci si fila dietro. Si fanno dei giri intorno,
si trovano dispiaceri, tornano fuori cose passate, si macina il
tempo, ci si lascia tirare dentro. All’inizio pare di sistemare
tutto. Sì, è così, pare di indovinare che cosa dovresti pensare
per mettere tutto a posto. Capire, fare ordine. Poi quel tutto
si aggroviglia e comincia a frantumarsi, si sfarina, una pol-
vere. Si diceva una volta: chi va al mulino s’infarina. E così
ti ritrovi addosso il tempo che hai macinato senza aver con-
cluso nulla, resta solo da scuotere via la polvere rimasta sulla
manica che se ne va con un soffio.

Fredi non risponde.


«Di’ un po’,» alza la voce Tilio «ce l’avrai mica con me?»
«Non vedo l’ora che si arrivi alle otto» risponde Fredi. La
corsa era finita bene, sotto un diluvio ma nessun incidente,
gli aveva detto Tilio. Il figlio di Giulio arrivato secondo, di
mezza ruota. Era per parlare. A volte Fredi fa venire il ner-
voso. Ti fa sentire invisibile. Forse vorrebbe davvero che fossi
invisibile, pensa Tilio.
Si è seccato perché ho fatto quella domanda a don Luigi,
questa mattina. Fredi è così. Ci pensa dopo. Ci pensa su an-
che due, tre giorni dopo, e ritorna su qualcosa che non ti ri-
cordi, una stupidaggine, vuole chiarire. Si secca perché non

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ti ricordi. Se gli dai ragione perché vuoi passare oltre è peg-
gio. Allora devi ascoltare che ti rinfaccia una parola, che non
sai più se l’hai detta, e ti spiega perché hai sbagliato.
Ma Tilio ricorda bene la domanda che ha fatto a don
Luigi stamattina.
Don Luigi aveva letto con la sua voce grassa: «Hanno la-
vato le loro vesti, rendendole candide con il sangue dell’agnello».
Era un discorso più lungo, don Luigi lo aveva letto di fretta,
ma proprio nella fretta queste parole erano rimaste isolate,
vive. Tilio aveva preso il libretto e le aveva cercate: Ap. 7, 9.
14-17. Quinta riga: Sono quelli che vengono dalla grande tribo-
lazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide con il
sangue dell’agnello.
Aveva messo il libretto sotto gli occhi di don Luigi, finita
la messa, andati via tutti, e gli aveva chiesto che cosa voleva
dire. «Bisogna accettare il mistero» aveva risposto don Luigi,
che non ce ne aveva voglia. «Non è facile comprendere le
Scritture.» Aveva aggiunto: «A volte non basta una vita».
«Non sono un cretino.» Così aveva risposto Tilio, e Fredi
era trasalito, gli aveva lanciato un’occhiataccia. Tilio ha ripe-
tuto: «Non mi tratti come un cretino, volevo sapere che cosa
pensa lei che vuol dire, don Luigi, cosa capisce lei quando
dice, qui» e aveva segnato col dito «che con il sangue dell’a-
gnello le vesti sono state rese candide».
«Vedi figliolo...»
Tilio ha avuto uno scatto. «Non importa, don,» ha inter-
rotto secco «non importa.» Figliolo. Se non erano in chiesa
glielo diceva lui a chi avrebbe dovuto dire figliolo.
È una cosa forte, pensa ancora adesso Tilio, fa un effetto,
il sangue che lava e fa diventare candide le vesti. A Tilio gli
fa provare qualcosa di brutto e di bello insieme: il sangue
che lava. Vendetta. Ma anche giustizia, e poi pace. Le vesti
diventano candide. Purezza. La purezza dopo la vendetta?
Oppure è un sacrificio. La purezza dopo che qualcuno si è

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sacrificato e il sangue ha lavato... Il sangue che lava le vesti
e le rende candide, poi le indossano quelli che vengono dalla
grande tribolazione, è bello, è spaventoso.
Avrebbe voluto soltanto che don Luigi gli dicesse che ef-
fetto faceva a lui, che cosa gli succedeva nella testa quando
pronunciava quelle parole. Se non gli fa nessun effetto, si era
incattivito Tilio, perché don Luigi non butta la veste alle or-
tiche e non smette di leggere in chiesa parole che non gli di-
cono niente?
Fredi si era già allontanato, non appena aveva sentito la
domanda di Tilio a don Luigi, non aveva voluto né udire né
vedere.
Dopo tutto quel gelo, la comitiva che aveva sporcato la
chiesa, la messa grande, e ancora la pioggia fredda, andare a
casa e tornare, Tilio se ne era dimenticato.
Fredi ci stava pensando adesso. Il prete non è un profes-
sore, pensa Fredi. Non ti interroga. Ti crede. Tu devi credere
a lui. Tilio non ha la fede, per questo ha bisogno di capire.

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Una sola volta, che Tilio si ricordi, Fredi si è alterato. Bam-


bini con i giocattoli, genitori che tocchignano i cellulari, si-
gnore in canottiera, sopporta tutto. Al massimo si avvicina e
si ferma a guardare severo. Le signore hanno sempre qual-
cosa da mettersi al collo dentro la borsa, ci si chiede per-
ché non lo fanno prima. Non ci pensano, d’estate, si capisce,
vengono dalla calura e si godono il fresco.
A Fredi quella volta non è importato nulla se era la mo-
glie del sindaco. È partito a scheggia che alla sua età non
ci si immagina un passo così sicuro, le si è parato davanti
prima ancora che entrasse nel banco: signora, il cane lo
deve portare fuori. Né buongiorno né scusi una parola. Lo
de-ve por-ta-re fuo-ri, dritto per dritto, e lui fermo davanti a
impedirle di fare un altro passo. La moglie del sindaco non
è più tornata.
Fredi ha riferito l’episodio a don Livio. Gli ha detto veda
Don, se ritiene di scusarsi per il mio comportamento è una
sua decisione, ma io non cambio idea, se vuole i cani in
chiesa farà a meno di me.
Don Livio gli ha dato ragione. D’altra parte don Livio
aspetta di andarsene dal primo giorno che è arrivato, ha
detto Fredi, come per fargli un complimento, per dire che

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merita di più. Si capisce che non è fatto per curare la par-
rocchia, è più uno che studia, chissà, dovrebbe insegnare in
seminario. Don Livio ha detto però che a Pordenone ci sono
venti seminaristi, la metà non sono italiani. Dice che non è
adatto. A scuola, per l’ora di religione, ancora meno. Pare ci
abbia provato, parlare della droga e delle famiglie divorziate,
tenerli buoni finché suona la campanella, non fa per lui. Do-
vrebbe insegnare ai preti, quelli giovani, ha detto Fredi, e
quelli metterci la passione che lui non ha più. Se gli è ri-
masta una passione, è per la politica: don Livio porta il suo
giornale alle dieci di mattina e lo lascia sul tavolo delle at-
tività parrocchiali. Se non viene nessuno in chiesa, secondo
lui è perché non si capisce che un buon cristiano deve por-
tare sempre avanti la sua idea della vita, non solo quando va
a messa. Anzi, è per questo che nessuno va a messa, per-
ché nessuno sa più che cosa vuole, senza la guida di un’i-
dea della vita. Fredi annuisce quando il Don parla di que-
ste cose, ma gli passano via. Rispetta don Livio, perché in
chiesa è impeccabile, il resto non è affare suo. Una volta ha
detto a Tilio che a lui non interessa la politica perché i po-
litici dicono sempre che cosa devono fare gli altri. Tilio non
gli crede fino in fondo, perché Fredi, al contrario di lui, vor-
rebbe che il Don avesse voglia e fosse capace di dire qualcosa
a quelli che vengono in chiesa e vorrebbe che parlasse pro-
prio dell’idea della vita. E invece don Livio si limita alle Scrit-
ture, legge, spiega leggendone un altro pezzetto, spiega an-
che quello con altre parole del Vangelo. A Tilio va bene così,
non gli piacerebbe che il Don gli dicesse come deve vivere.
A lui piacerebbe che gli raccontasse che cosa dicono a lui, a
don Livio vivo e presente in carne e ossa, quelle parole che
pronuncia leggendo a voce alta il Vangelo. Non ha mai pen-
sato di chiedergli niente, si capisce che non è quella persona.
Tilio credeva che invece don Luigi, che si presenta come uno
alla mano, pronto a scherzare e parlare di tutto, fosse pre-

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sente vivo e in carne e ossa quando pronuncia quelle pa-
role. Magari le capisce più alla buona, aveva pensato Tilio,
più come me. Però meglio di me, lui che ha studiato, e poi
ha scelto quella vita proprio per causa di quelle parole. Don
Luigi gli ha detto figliolo, invece.
E quando torna, per la prima messa di suffragio del po-
meriggio, don Luigi si comporta come se non fosse successo
niente. Meglio così.
Fredi prova pena per Tilio. Sapeva bene che cosa si di-
ceva di lui, prima ancora che venisse a fargli da aiuto. E sa-
peva che il figlio non lo voleva più vedere. Una debolezza,
commentava a chi gli riferiva i particolari. Il figlio, Paolo, se
lo ricorda bene. In chiesa non si è più visto da quando aveva
tredici anni. Neanche Tilio, a parte Pasqua e Natale, se è per
questo. Dopo la cresima del figlio è venuto la prima volta per
il funerale della moglie. Il Paolo se lo ricorda tranquillo, in-
telligente. Presuntuoso però, di quelli che sanno una pagina
più del libro. Pare che lui e Tilio adesso si vedano di nuovo.
Quando Fredi ha saputo la verità, quella che gli ha raccon-
tato Tilio, non è cambiato niente per lui, una debolezza è una
debolezza. Non siamo tutti uguali. Non che Fredi si creda
uno meglio, la sua debolezza l’ha avuta anche lui. Il fatto è
che non se n’è volute permettere più. Una è bastata. Punto.
La faccenda curiosa è che viene così poca gente in chiesa
ma è più che sufficiente per sapere i fatti di tutti. Così Fredi
sapeva tutto di Tilio anche se Tilio non andava in chiesa. Sa-
rebbe una cosa bella, in fondo, se fosse preoccupazione, vo-
lontà di aiutare. Sarebbe la chiesa vera, no? Interessarsi de-
gli altri, sapere cosa gli succede, per dare una mano, anche
solo per compassione. È una bella parola, compassione, nes-
suno ci pensa: vuol dire che a uno che patisce tu gli stai vi-
cino. Per qualcuno è ancora così, non siamo tutti uguali, per
fortuna. Ma di compassione, in generale, poca ce n’è. Anzi,
c’è quasi la soddisfazione, come se tutti gli altri credessero di

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essere meglio di noi e invece, vedi tu, anche a loro qualcosa
va storto. Ma sì, ci pare sempre che gli altri credano di essere
migliori di noi, allora se gli va male è come avere le prove che
non è così. Gli sbagli degli altri sembra che facciano contenti
i vicini, gli amici, i fratelli. È sempre stato così, pensa Fredi, lo
so che è così, è il male dell’uomo. Anche quando gli va male
a un amico, a un fratello, se non è troppo il male, se non ti
viene danno, c’è qualcosa dentro di te che non è tutto dispia-
cere. Ma poi ci si vergogna, subito, ci vuole il coraggio di ver-
gognarsi. Quella vergogna è buona, è la nostra strada giusta,
è su questa via che si trova la vera amicizia, il bene necessa-
rio. Tilio quella volta, per quella debolezza che poi in fondo
chiunque avrebbe dovuto capire, ha preferito non pretendere
l’amicizia, non chiedere più il bene, neanche a suo figlio, così
è riuscito a ignorare la maldicenza. Fredi pensa che Tilio non
vuole amicizia neppure da lui, crede sia sufficiente aiutarlo,
sopportare, è diventato il suo modo di voler bene. Con suo fi-
glio è uguale. Come se fosse una penitenza. Ma quello non è
il bene. Lo so io, pensa Fredi, se non lo so io chi può saperlo.
Don Luigi ha concluso il suffragio in diciotto minuti. Sta
già ridendo delle sue stesse facezie mentre si toglie le vesti
in sacrestia. Tilio lo aiuta, segue l’ordine che gli ha insegnato
Fredi, nonostante la fretta del prete, perché si deve mettere
ogni cosa al suo posto nella giusta successione.
Tilio ha riconosciuto il fratello di Danilo, Claudio, con il
resto della famiglia. Alla messa di suffragio erano solo loro,
ma erano in sette. Un record. Alla fine della funzione si sono
stretti la mano. Claudio non ha chiesto a Tilio come mai
stava lì a raccogliere le elemosine. Non l’ha chiesto, pensa
Tilio, perché lo sa già tutto il paese.
Claudio era stato tirato fuori con il forcipe, una specie di
tenaglia che doveva aiutare le madri nei parti difficili. Invece
delle lame sulle ganasce, la tenaglia aveva due mezze sfere,
giuste per stringere la testa del bambino e tirarlo fuori a

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forza. A Claudio, per farlo nascere in quel modo, gli avevano
spezzato un braccio e schiacciato il cranio. Il braccio si era
aggiustato male, crescendo gli era rimasto bloccato vicino al
corpo, riusciva a fare solo una metà del movimento. Ma era
cresciuto forte, e da ragazzino usava quel braccio come una
morsa per bloccare i rivali nella lotta. Tilio se lo ricorda bene,
alle elementari, e nel campetto di calcio dietro alla chiesa.
Correva storto, tirava dei gran puntali, ma giocava fino alla
fine. In testa gli era rimasta una specie di scansia obliqua,
non troppo profonda ma visibile, come se da una parte la
fronte fosse composta di due stadi. Faceva il buono, ma non
lo era per niente.
Da adulto aveva fatto fortuna con le assicurazioni, al
punto da avere un intero piano di uffici in centro e la so-
rella, la cognata, il cognato al suo servizio. Lavoravano tutti
per lui che li comandava a bacchetta. Infine era arrivato an-
che il fratello, a tempo perso, che di mestiere faceva il po-
stino. Danilo aveva un altro carattere, era il più grande ma
era indolente, si faceva dominare. E Claudio regnava sulla
famiglia intera. Si vestiva come un signore, si era fatto la
villa e comprato un’auto da mobiliere. Quando è scoppiato
lo scandalo in paese, non aveva più voluto che Danilo si fa-
cesse vedere all’agenzia. Era andata così: qualcuno si era la-
mentato, aveva fatto denuncia e poi c’era stata l’ispezione
all’ufficio postale. Nel deposito di Danilo avevano trovato
lettere e pacchi di uno, due anni prima. C’erano buste strac-
ciate, prive del contenuto, e una quantità di altre mai conse-
gnate, riviste, cataloghi, cartoline, bustoni ammucchiati in
disordine sul pavimento. Qualcuno ha raccontato altro: la
puzza di caciocavallo rimasto a marcire, che i parenti ave-
vano mandato più volte al professor Loiodice dalla Puglia, e
bambole gonfiabili, vibratori dentro scatoli insospettabili, e
cassette natalizie con i resti dei panforti sbocconati a morsi,
lasciate a riempirsi di insetti.

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Danilo, passato un anno, aveva attaccato un tubo allo
scarico della Ritmo e aveva voluto morire chiuso nell’auto in
mezzo ai campi. Gli affari avevano invece continuato pro-
speri per Claudio, che si era fatto pure aggiustare il brac-
cio. Ora lo apriva quasi del tutto. Nessuno lo chiamava più
Ciompo, come alle elementari. Ciompo in dialetto voleva dire
che c’era un impedimento, come dire handicappato. Allora
era così, uno zoppo era chiamato Zoppo, un balbo Balbo.
Non c’era cattiveria. Con il tempo è tutto cambiato, di zoppi
e di balbi ce n’è di meno, e c’è un’altra educazione, nessuno
dice più handicappato. Adesso qualcuno lo chiama Dottore,
lui che non ha finito le medie, ma non per questo Danilo
piace di più. Un commento maligno sentito al bar era stato
che i suoi parenti accettavano di vederlo soltanto alla messa
in suffragio del fratello. Quando comprava la messa, Danilo,
per non dare ai parenti piena soddisfazione, aggiungeva
sempre il nome della madre Esterina.

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Ines e Franco, il suffragio delle sette è per loro, è stato ordi-


nato da quella nuova coppia che è venuta a stare sopra la ge-
lateria. Non si sa se Ines e Franco erano marito e moglie re-
golari, se i genitori di lui o di lei; si sa solo che al momento
di nominarli va detto “mamma e papà”. C’è un modulo da
compilare, al giorno d’oggi, anche per ricordare i morti. È
venuta lei a chiedere per la funzione, un sabato pomeriggio,
gentile, sulla cinquantina, bionda come tutte a quell’età, ben
vestita. Di quei due si sa poco, escono la mattina e tornano la
sera dopo le otto. Si deve pensare che vengono da un paese
vicino perché non hanno qui, che si sappia, la banca, l’assi-
curazione, e soprattutto lei non va qui da noi dalla parruc-
chiera.
A questa messa qualcuno viene sempre. Con un tempo
del genere però è già tanto che erano in nove. Più quello
che resta in fondo e arriva sempre dopo che la funzione è
iniziata. Un minuto dopo. Fredi pensa che se ne sta fuori,
ascolta e aspetta contando i secondi da quando il Don at-
tacca Nel nome del padre. Non è uno di qui. Potrebbe essere
pure straniero. Tanto non parla, in ogni caso. Entra un mi-
nuto dopo e se ne va un minuto prima dell’andate in pace.
Sta in piedi per tutto il tempo, dietro l’ultimo banco. Fredi

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ha detto a Tilio di continuare a porgergli la busta per le of-
ferte, anche se ormai è sicuro che non ci mette niente: è così
che si deve fare e così si fa. Però andare fino in fondo alla
chiesa per piazzare la busta sotto gli occhi di uno che fa
come se fossi invisibile, domenica dopo domenica, diventa
una comica.
Come di tutti, anche se non si sa niente, di lui si dice
molto. Si è comprato un piano di palazzo Amicucci, quello
tutto scuro in via Roma che pare disabitato. Anzi, pare che
cada a pezzi. Dicono che sta là. Qualche volta viene visto
fare la spesa all’Emisfero, qualche volta seduto su una pan-
china al parco, con lo stesso cappello chiaro in testa. Il cap-
pello è largo e gli nasconde una parte del viso come la giacca
lunga e troppo grande gli nasconde una parte del corpo.
Non guarda mai in faccia nessuno e non si riesce a guar-
darlo in faccia.
Secondo Fredi don Livio lo conosce, lo dice perché lui,
Fredi, conosce il Don, e ha visto che gli fa un cenno di sa-
luto, solo un clic nello sguardo, nessun altro si accorgerebbe.
Fredi ammette di non capire quello lì e il Don che ci azzec-
cano. Uno che non si toglie il cappello in chiesa. Se lascia
stare è solo per rispetto del Don.
È sicuro che ha qualcosa, una cicatrice, una grossa ciste,
si vergogna di far vedere la testa. Il farmacista lo compatisce,
pare. Tilio ha sentito uno al bar raccontare che un altro gli ha
riferito che il farmacista dice che è una pena, non si riesce a
stare vicino agli altri, con quel disturbo, è chiaro che preferi-
sci così, non vuoi correre il rischio di vedere che provano di-
sgusto per la tua persona.
Durante la funzione la pioggia aveva smesso di bat-
tere sui vetri fino all’ostensione. Poi si è sentito un bron-
tolare lungo, un tuono che pareva ripetersi come un’eco e
non finiva più. Mentre due dei nove presenti si avvicinavano
all’altare per la comunione si è scatenata una furia di vento

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e grandine che ha distratto tutti. Tilio ha cercato di ricor-
dare se aveva chiuso gli scuri dalla parte dello stravento. Chi
s’è allarmato per l’auto, chi per le tende da sole, chi si è do-
mandato se un parente fosse al sicuro, tutti, ha pensato Ti-
lio, avevano altro per la testa al punto che, fosse stato in don
Livio, avrebbe interrotto la comunione e chiesto di pregare
per scacciare l’angoscia. È una fortuna che Fredi, che pure
a volte pare gli legga nella mente, certi pensieri non riesca
a vederli, si dice Tilio. Fredi serve il prete alla perfezione, lo
guida attraverso la liturgia, ma è la chiesa, non il prete, il suo
signore, perché il Signore abita nella sua chiesa. Tilio sa che
Fredi obbedisce a ordini superiori, come ha detto lo stesso
Fredi una volta, insomma, obbedisce al padrone di casa e a
quello deve obbedire anche il prete e, secondo Fredi, anche il
Papa. Sono gli ordini dall’alto che gli permettono di consen-
tire a se stesso l’obbedienza a don Luigi, quando è don Luigi
a officiare, anche se non lo ritiene all’altezza.
Fredi non lo capisci chi è di dentro. E di fuori esagera a
mostrarsi subito per quello che vuole far vedere che è. Puoi
detestarlo. Tilio ci è andato vicino la prima volta che si sono
parlati. Erano anni che non entrava in chiesa, a parte il fu-
nerale della sua Irma.
Era di pomeriggio, il primo giorno davvero caldo di giu-
gno, l’anno passato. Tilio aveva fatto il giro del ponticello
dietro l’INPS, era risalito dal vecchio macello, era passato
davanti alle scuole elementari per ritornare poi dal ponte
grande nella piazza. Sudava e sentiva la fatica. Camminava
troppo veloce, forse, o era proprio la giornata: fatto sta che
quando ha visto la chiesa gli è venuto subito in mente che
dentro c’era il fresco, un ricordo di quando era bambino, la
bella ombra, il soffitto altissimo, la luce schermata lassù dai
vetri a colori. Era aperta.
Si era trovato già dentro, senza aver deciso di entrarci,
guidato da quel ricordo. Non che dopo non ci fosse stato,

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da ragazzo, e poi per sposarsi, e il battesimo, la cresima di
Paolo e a Pasqua e a Natale sempre fino a due anni fa, l’ul-
tima volta, per il funerale della sua Irma. Quella volta po-
teva essere anche un palasport o una discoteca, per lui non
faceva differenza, non ha certo guardato la chiesa mentre
era evidente che Irma era dentro quel bussolotto di legno,
non c’erano dubbi, ma quella era proprio la cosa assurda che
non riusciva a credere. Il male gli era rimasto addosso, an-
che dopo, e in chiesa non ci era più tornato. No, c’era tor-
nato una volta, per le Palme, a prendere l’ulivo benedetto,
ma poi era andato via a mani vuote, perché aveva trovato un
cesto pieno di confezioni di cellofan con un ramettino stri-
minzito, tre foglie chiuse dentro la busta da un punto di cu-
citrice. Aveva guardato una donna lì vicino e le aveva chie-
sto come mai. È meglio così, aveva risposto quella, perché se
no va a finire che quando si è seccato le foglie si sbriciolano
e tocca pulire.
Adesso si ricorda che quella volta dell’ulivo il cesto era
stato messo fuori dalla porta in cima ai gradini. Non era en-
trato più, quindi, da due anni. Non ce l’aveva con nessuno,
tantomeno con Dio, però il male che era stato non lo voleva
provare di nuovo.
E invece si era trovato già dentro, con quel pensiero di
quando era bambino: una pace, un fresco! Da chiedersi per-
ché non ci aveva pensato prima. Si muoveva piano, un passo
verso la navata centrale, un altro verso l’altare di Santa Lu-
cia, aveva messo le mani in tasca per cercare una moneta,
voleva accendere una candela perché era contento di quel
fresco, di aver trovato un posto così.
Segnati!
Tilio era trasalito. D’istinto aveva guardato nella dire-
zione dell’altare dove c’è il Cristo in croce.
Per rispetto, non per altro, entri in casa d’altri, fa’ un segno, no?
La voce veniva da dietro la colonna grande che regge il

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pulpito. Poi Tilio ha visto chi parlava. Era il sacrestano, lo ve-
deva passare quasi tutti i giorni. Era sempre chiuso nei suoi
pensieri, Tilio non sapeva mai se salutarlo.
C’è posto per tutti. Non è un buon motivo per essere maledu-
cati.
Adesso però basta, aveva pensato Tilio, si era stizzito. Gli
stava scappando un chi cazzo credi di essere, poi si è ricordato
che era in chiesa. Ma non si segna, resta lì a muso duro, vo-
glio proprio vedere, pensa.
«È di quelli che vengono per turismo» dice l’altro, ora-
mai non parla più con lui, ma solo tra sé. «Perché non viene
quando è vestita, allora, bella in ordine, ché adesso è tutto
da fare. La chiesa nuda così non vale la pena, se si viene a far
visita per turismo» continua a bofonchiare, allontanandosi,
scompare dopo le colonne.
E lui salutare allora? Un saluto, sarebbe fare peccato? Un
saluto a uno che è appena entrato, non dico il benvenuto, ma
una parola cortese, pensa Tilio, non sarebbe meglio?
Gli ha guastato lo star bene, quello lì, tutto il gusto di
prima, esce e trova il caldo più fastidioso.

La domenica dopo va a messa.


C’è il sole fuori, dentro sono una ventina. Pensa che
la gente non viene perché c’è l’antipatico. Lo vede servire
messa, prendere le offerte, affaticato ma perfetto, non sem-
bra quello dell’altro giorno, è sereno, mette fiducia. Forse
non c’è nessuno in chiesa perché vanno tutti al mare.
La domenica dopo va a messa a Longherano, a tre chilo-
metri, per capire se in un paese più piccolo è diverso. E un
sacrestano più gentile, magari. In chiesa sono in sette. A ser-
vire messa c’è uno sui cinquanta, grossolano, con un sorri-
setto ebete e la camicia chiazzata di sudore. Non si può fare
a meno di guardarla.
Tilio fa una cosa che è sicuro che è stupida: il lunedì torna

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in chiesa, la sua chiesa, per parlare con il sacrestano, quel
vecchio antipatico che però adesso ha capito avere qualcosa
che lui sa, qualcosa che conosce bene.
È cominciato così, poi Tilio è tornato, si sono parlati an-
cora. Ci stava di dargli una mano, mentre parlavano. E
quando il sacrestano, oramai lo chiamava per nome, quando
Fredi ha cominciato a dargli ordini non si è quasi accorto,
già gli pareva normale.
A Fredi manca la letizia del cuore, adesso Tilio sa come
si chiama quella cosa che lui conosce bene, quella cosa che
lo ha fatto tornare. Non è soltanto il fatto che sono soli. E
che non sono disperati. Ci sono molte persone sole e dispe-
rate perché sono sole. Lui e Fredi, questo aveva capito subito,
erano soli ma non erano disperati, sapevano dare ordine alla
giornata, avere pensieri per ogni cosa, ma avevano perduto
la letizia del cuore. Non potevano fare nulla l’uno per l’altro,
se è per questo, non c’erano dubbi, ma si erano incontrati.

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Tilio si riscuote. Da qualche tempo si imbambola nei pen-


sieri e quando torna al presente ha bisogno di ritrovarsi. Ci
pensa il freddo, questa volta, lo riporta al suo posto, dentro i
muscoli indolenziti, dentro gli occhi che vedono il camice, il
cingolo, la stola e la bottiglia vuota sopra la cassettiera.
Adesso si ricorda del vino. Quando aveva controllato
l’ampolla sull’altare, alla fine della funzione, Fredi si era
accorto che era quasi vuota. L’aveva portata in sacrestia e
aveva chiesto a Tilio di provvedere. Ce n’era ancora un fon-
dino, nella bottiglia. Tilio aveva versato quello. Era scarso.
Gli ha preso lo sconforto. Il vino va conservato bene, ci vuole
cura. Per questo prendono una bottiglia alla volta dalla can-
tina della canonica.
Non ce l’aveva fatta, all’idea di uscire di nuovo con l’ac-
qua che non smetteva di sbattere sui vetri gli erano cadute
le braccia. Dopo, aveva pensato, lo faccio dopo, e si era stretto
nelle spalle con un brivido al pensiero di stare là fuori.
Adesso la bottiglia vuota era lì e non si sarebbe riempita
con il pensiero, la poteva fissare fin che voleva, restava vuota
e fuori posto.
Fredi non si è accorto che non bastava, pensa Tilio, perde
colpi.

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Cancella questo pensiero, non vale dare la colpa a Fredi,
che si è fidato. Il vino non è compito suo. Tilio guarda dalla
porta della sacrestia, lo vede che sistema di nuovo l’altare,
annusa i fiori. È capace di cambiare l’acqua, Fredi, se sente
un odore cattivo. All’idea di mettere le mani sotto l’acqua
fredda del rubinetto, Tilio si stringe di nuovo nelle spalle.
Poche scuse, si dice, si guarda intorno, prende la cerata di
Fredi, se l’aggiusta sopra il piumino e affronta le intemperie.
Fa più freddo dentro che fuori, pensa Tilio, dopo che
ha posato la bottiglia piena sulla cassettiera e ha rimesso
la cerata al suo posto. Fosse stata accesa tutto il giorno, a
quest’ora la caldaia avrebbe fatto il suo lavoro, un bel tie-
pido, da sentirsi a casa. Invece è rimasta spenta fino alle cin-
que, e poi è stata fermata di nuovo alle sei e mezza. È suffi-
ciente per rompere il crudo dell’umido, afferma Fredi, non si
può pretendere altro. Non è vero, e anche Fredi lo sa, accen-
derla e poi spegnerla di nuovo non serve a niente, tanto vale
risparmiare anche quello. Ma se i fedeli quando vengono tro-
vano i tubi gelidi poi si lamentano.
Apre la bottiglia fredda e versa il vino fino alla giusta mi-
sura trattenendo un brivido.
Manca un quarto d’ora all’ultima funzione. Tilio e Fredi si
sono riavvolti nelle coperte e aspettano che arrivi il Don. Ti-
lio dovrà leggere, se non arriva Matilde e se non c’è nessun
altro in chiesa che vuole farlo. Con Fredi non se ne parla.
Dice che non è corretto.
«La tua cerata è una bomba» dice Tilio, pensando di farlo
contento. «Sono uscito a prendere il vino e non ho preso una
goccia d’acqua.»
«Potevi chiedere» è la risposta di Fredi. Tilio ci resta male
e allora Fredi gli ricorda dove l’ha comprata, quando era an-
dato una settimana in Tirolo, e aveva visto che tornavano
dai sentieri con quella roba addosso. Perché gli piaceva cam-
minare sotto la pioggia erano affari loro, non era certo una

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cosa sensata, ma lui che, anche se non gli piaceva, per venire
in sacrestia lo doveva fare, ha dovuto ammettere che non
aveva mai visto niente di meglio per stare asciutti.
Eccoci qui due fagotti abbandonati nel freddo, pensa Ti-
lio.
Chissà se Paolo telefona questa sera. Di solito si ricorda la
domenica dopo cena, quattro parole, ma bastano: «Sto bene,
sì tutto a posto». Una sera a sorpresa chiama e dice: «Do-
mani ti passo a trovare». Una volta ogni tanto. Quando ar-
riva si siede, aspetta che sia pronto il caffè. Tiene le mani
aperte sulla tavola. Sono più di sua madre che mie, le mani
di Paolo, con le dita lunghe, belle.
Una volta lo ha raccontato.
«Tua madre era bambina, abitava tre numeri dentro la via
Noncello, che faceva angolo; noi al primo di via Oberdan. I
genitori si frequentavano e lei veniva spesso a casa. La ve-
devo anche in strada, con gli altri piccoli, allora si stava tanto
in strada.
«Irma era ciccetta, le mettevano sempre dei nastri in te-
sta, aveva otto anni, lo so perché insieme più tardi abbiamo
fatto il conto. Ecco che un giorno me la trovo vicino alla bi-
cicletta che tiene una mano sul manubrio. La saluto e lei
mi mette in mano un biglietto. C’è disegnato un sole e c’è
scritto ti amo tutto in stampatello. Le sorrido, dico grazie,
prendo la bicicletta e vado via. Figuriamoci, hai tredici anni,
a una bambina di otto cosa devi dirle.
«Finita lì, ci vediamo sempre, il tempo passa, ho venti-
sette anni e al posto della bicicletta c’è parcheggiata la Su-
zuki 380. Irma è seduta sulla sella. Io sono sceso con la
camicia bianca, gli occhiali da sole, è domenica, ho un ap-
puntamento con la Liviana della profumeria. È la fine di
giugno. Irma è seduta sulla Suzuki, gonna e camicetta senza
maniche, i capelli lavati e pettinati, uno splendore. Non
la guardavo bene da troppo tempo, penso, non posso fare

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a meno di farmi un giro con gli occhi su tutto il corpo, la
gonna corta, la camicetta che tira davanti, si vede tutto. E la
faccia seria, sorridente ma seria, quando mi domanda “Mi
porti a fare un giro?”, resto senza parole. Mi sono scordato
l’appuntamento ma non siamo partiti subito. Non smettevo
di guardarla.
«Non c’è stato un film che ho visto con una scena così.
Ci guardiamo e poi ci guardiamo ancora. Le dico che non so
se va bene, come uno stupido. Lei mi chiede perché. Sto per
dirle altro, che poi ci sparlano sopra, che sono troppo grande
per lei, ma quest’ultima cosa è una stupidaggine e quello
che dico invece è: “Perché noi due se cominciamo poi non fi-
nisce più, non mi puoi più lasciare”.»
E invece, quando aveva finito il racconto, e aveva pronta
la frase di lei: “Allora metti in moto che andiamo”, in quel
momento, proprio sul bello che neanche in un film, Tilio si è
commosso. Paolo ha detto: «Papà la so già, questa storia, ma
sì che è bella, però non devi pensarci sempre».
E invece lei lo ha lasciato. Giorno dopo giorno la malat-
tia l’ha portata lontano, lo ha lasciato ancora prima di mo-
rire, ha pensato Tilio, e gli si sono bagnati gli occhi. Sa che
non deve fare così. Paolo non se ne rende conto ma ogni
volta che lui si lascia andare in quel modo poi passa una set-
timana in più prima che torni. Paolo non vuole. E lui, Tilio,
non è capace di fargli capire quanto è contento di vederlo.
Si ripromette che lo fa, che gli mostra la letizia del cuore, e
invece va a finire sempre che gli scarica addosso un peso.
Come se lo attendesse per questo: fargli pesare la solitudine.
Invece di mostrargli quanto è contento che sia venuto a tro-
varlo. Ogni volta è così, ogni volta il contrario di quello che
vuole che succeda quando sa che suo figlio sta arrivando e
lo aspetta. Fino all’ultimo, fino a quando non suona il cam-
panello, Tilio si dice che deve mostrargli la letizia del cuore.
E invece le poche parole che passano tra di loro prendono

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presto la piega che porta a scaricare addosso a Paolo il peso
della sua solitudine, così capisce suo figlio, e invece non è
vero che soffre la solitudine, vuole soltanto condividere dei
pensieri, parlare della vita, dei ricordi belli, ma poi succede
quella cosa lì, che i ricordi belli fanno male.
Tilio si riscuote. Fredi lo sta guardando non si sa da
quanto e sorride perché si è imbambolato di nuovo. «Sogna-
rello,» gli dice «ci sarebbe da dare un’ultima pulita per terra,
prima di andare via.» Lo chiama Sognarello quando Tilio si
perde via.
Quando escono, alle otto passate, si capisce che c’è an-
cora luce, ma è soffocata dai nuvoloni che incombono sulla
piazza.

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Fredi va avanti, domani mattina alle sei e mezza si trove-


ranno di nuovo in sacrestia. Tocca a lui il caffè.
Tilio lo guarda scomparire nella mezza luce all’angolo
della piazza.
Tutto il contrario che in fabbrica, il lunedì, pensa Tilio,
domani si sta tranquilli.
Il lunedì mattina in fabbrica c’era sempre una rogna, e
c’era chi la domenica aveva aiutato l’oste a chiudere il bar
a ore piccole. Così il giorno dopo arrivi alle sette alla topì
morto di sonno e prima o dopo ti scordi di togliere le dita. La
topì non perdona, tira avanti il pezzo da sola sotto la sega,
mica si ferma. Le compravi con la sicurezza, che dovevi
schiacciare due pulsanti con le mani lontane dalla sagoma,
ma il lavoro così non va avanti. E poi era snervante: metti
sotto, togli la mano, togli quell’altra, premi qua e premi là.
Tiravi via i bottoni e chiudevi il circuito elettrico: ecco fatto.
E a lavorare ci vai da sveglio. Fredi non capirebbe, per lui le
regole vengono prima di tutto. È la regola che fa il lavoro, a
sentire lui, non il lavoro che detta la regola.
Domani è di nuovo lunedì. Un’altra settimana volata.
Non va male, via, che si sa sempre che cosa fare. Ci sono di
quelli che alla nostra età, pensa Tilio, scambiano il giorno

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per la notte, davanti alla tivù sempre accesa a contare le pia-
strelle ciabattando dalla cucina al divano, dal divano alla
cucina, ti credo che finiscono fuori di tramontana.
La domenica è dura ma alla fine c’è soddisfazione, pensa
Tilio, chissà se al Tg3 hanno fatto vedere il figlio di Giulio.
Sono troppe le messe di domenica, io me ne sto zitto ma ne
bastano tre, quattro al massimo. E almeno una bella. Per me,
pensa Tilio, va bene così, sto a fare il mio, e dopo quella fac-
cenda della mostra, io, zitto e mosca. Ma vuoi mettere un
prete con un po’ di carica, mettici vita, stai facendo la cosa
più importante per te e per quelli che ti stanno davanti, met-
tici tutto, no? Ci vuole coraggio, pensa Tilio, ancora sulla
porta della sacrestia, si guarda intorno ora che scende una
piovetta fine e chiara: la luce della piazza pare diffusa con
uno spray.
Gli vengono in mente i getti della vernice, quando stava
in fabbrica, dovevano essere sempre perfetti se no l’opaco
non brillava uniforme. Nessuno voleva stare in verniciatura.
Dicevano che veniva il tumore. A lui non è venuto niente.
In reparto non ci fumava. E teneva la mascherina quando
seguiva la qualità dello spruzzo sulle ante. Lo prendevano
in giro, l’uomo mascherato, gli dicevano, alzavano le mani
come per arrendersi, ma intanto lui è ancora qua. Antine lu-
cide come le sue non le buttava fuori nessuno. È vero che
stava in fondo, dietro il vetro, e il peggio era di quelli che
lustravano i pezzi o impilavano il verniciato. Ma è stato lì
più di tutti, anche dopo la crisi, fino a quando la fabbrica
ha chiuso e per lui era ora della pensione. Pareva si fossero
messi d’accordo, lui e la fabbrica, tu chiudi e io smetto di la-
vorare. Il primo caporeparto, quando avevano messo in piedi
la verniciatura nuova, poco più che un ragazzo ma l’unico
che sapeva far marciare le macchine comilfò. Fino al duemi-
lasette si lavorava anche dieci ore, quando occorreva. E tutti
i sabati mattina. Poi è arrivata la crisi. Fine dello straordina-

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rio. E ferie più lunghe. Infine siamo rimasti in pochi, gli or-
dini sempre meno, mezze giornate a girarci i pollici, perché
il padrone ha avuto rispetto di noi più vecchi. Stop. Chiuso
tutti, fabbrica, paròn, operai, tutto finito, capannone vuoto,
erbacce all’ingresso e vetri rotti. Ogni tanto ci fa ancora un
giro per guardare.
Non c’è pericolo che la chiesa chiuda, dice tra sé mentre
guarda la piazza, riconosce una coppia che arriva per cena
in trattoria. Non chiude mai la chiesa finché ci sono morti
da seppellire. Nati sempre di meno. Ma di morti ce ne sarà
sempre. Saranno i neri, a un certo punto, per adesso ci sono
stati già i primi extra dell’Est messi nel cimitero da noi, al-
banesi, romeni. I cinesi non si sa dove portano i morti. Ma
la chiesa non chiude, finché si muore, sta’ sicuro. Però al-
meno la messa grande potrebbero farla meglio, scusa, la
gente va ovunque tranne che a messa e a messa ci sarebbe
tutto, si canta, si parla della vita sul serio, si sta tutti insieme.
Si potrebbe anche muovere tutti insieme le mani mentre si
prega cantando. E la musica vera, non quelle risciacquature
di Sanremo. C’è una pala di Tiziano qui dentro! Compra-
vano i quadri da Tiziano, che era il più figo di tutti, se ascolti
bene la Serena. Oggi si dovrebbe suonare la musica di un
fuoriclasse, uno di quelli che sentono tutti. Tilio va a vedere
su Google le canzoni più belle del duemiladiciannove, ecco qui
Lewis Capaldi, Someone You Loved. Il Papa dovrebbe chia-
mare questo Capaldi e chiedergli: “Scrivimi un pezzo”. E tu
vai a messa come la cosa più bella che hai da fare la dome-
nica, secondo me, pensa Tilio, non è che al Signore paghi
un’ora di tedio, se è vero che sta qui dentro.
Ti piace il campo sportivo, ti piace la palestra, e ballare,
e al cine, dimmi tu se non ti piace trovarti a casa del Si-
gnore. La meglio musica, i balli, i vestiti più costosi che ti
riesci a comprare. Questo merita, o no? Don Luigi dice che
tutti vanno dietro alle cose del mondo e trascurano la ve-

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rità, per questo ignorano la chiesa. Non vorrei bestemmiare,
pensa Tilio, ancora sulla porta della sacrestia, la verità è Dio,
va bene, ma con le cose del mondo che cosa si fa? A Dio, se-
condo te, non importano? Mica ne abbiamo di altre. E per-
ché le ha create, se non ci devono importare? Adesso la luce
si vede che sta andandosene e forse è meglio se si incam-
mina verso casa. Però anche oggi durante il secondo suffra-
gio del pomeriggio don Luigi ha insistito sull’argomento, e
don Luigi è sempre troppo sciatto.
Durante la predica si è perso un paio di volte, come sem-
pre. Inizia un discorso e poi non lo finisce. Riattacca a caso
leggendo di nuovo una riga dalle Scritture. Don Luigi si è
preso in un tramaglio, non la finiva di criticare tutti quelli
che avevano lasciato Dio per correre dietro alle cose che non
valgono niente e poi aveva aggiunto altro, lo aveva ripetuto
più volte, qualcosa come inutili, futili, qualcosa del genere,
continuava a ripeterlo. E poi ancora da capo che gli uomini
abbandonano la chiesa e cercano la felicità dove non pos-
sono trovarla. Si è ingarbugliato nel vicolo cieco delle cose
futili, inutili, vane, la vanità delle cose, ha ripetuto più volte.
Poi si è incantato. È rimasto con la bocca aperta a metà. Fi-
nalmente ha abbassato gli occhi sulla pagina del messale e
ha letto: Le mie pecore ascoltano la mia voce... Poi da lì ha rico-
minciato, già un altro discorso, sulla voce di Dio.
Perché non parli a questi quattro che sono qui, si imma-
gina di dirgli Tilio, invece di tormentarli minacciando quelli
che non ci sono? Ché poi se è tutto il contrario? Se è stato
Dio che ci ha abbandonati?
Tilio va’ a casa, si dice, mentre aspetta davanti alla porta
della sacrestia, che cosa aspetta non lo sa, che faccia buio
del tutto, ecco che cosa aspetta. Come può l’uomo che di
fronte a Dio non è niente farlo sparire, pensa Tilio mentre si
comanda di fermarsi con quei discorsi che è ora di andare,
al massimo l’uomo può nascondersi, voltargli le spalle, be-

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stemmiare, questo può l’uomo, se Dio è Dio. Allora che cosa
resta da pensare: è lui, Dio, che ha abbandonato l’uomo.
Ha lasciato questo mondo, gli ha voltato le spalle. Forse è
altrove, ci sono galassie migliori. Non può essere colpa
dell’uomo, perché, grazieadio, la colpa l’uomo l’ha sempre
avuta, non è che Dio la scopre adesso. Diciamo che l’ha fatto
lui, ecco: e non lo sa allora chi è, l’uomo, non l’ha sempre sa-
puto? Si è stancato di giocarci. È così? L’uomo è stato il suo
giocattolo e lui si è stufato. Magari c’è ancora, chi lo sa? Ma
non si occupa più di certe cose, ha trovato qualcos’altro per
passare l’eternità. Adesso non esageriamo, pensa Tilio, que-
sto diventa bestemmiare. Però come può essere che l’uomo,
io per esempio, abbia deciso di abbandonare Dio? Chi sarei
mai per poter decidere una cosa del genere? È lui che non mi
trova più interessante. Il buon Dio ci ha mollati qua, come
giocattoli rotti. Adesso fa davvero scuro, Tilio, si dice in un
soffio, va’ a casa.

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Una settimana matta, in mano alle streghe, evviva che arriva


il caldo ma fa così un giorno e mezzo e poi viene giù un’ora
d’acqua a secchiate. Un’afa che non si respira. Torna bello ma
un’altra volta nel pomeriggio pioggia e ancora freddo. Dalla
canottiera al giaccone, dal giaccone alla canottiera, fuori – qui
dentro in chiesa sempre uguale. Tre o quattro gradi di più,
alle 11.30, oggi che pare tenga al bello stabile, a sentire il me-
teo regionale. Quinta domenica di Pasqua, il Signore dice addio
ai suoi fedeli e promette che non li abbandonerà. I fedeli sperano
che il bello tenga anche sulle spiagge, al meteo ci credono. In
chiesa sono una cinquantina però, con la messa grande ci si
rifà delle prime tre, andate deserte.
Tilio risponde ai salmi leggendo nel libretto, questa volta
lo hanno ascoltato, «Che cosa ti costa stampare più grande,»
ha detto «siamo tutti anziani, si fatica a vedere le parole an-
che con gli occhiali.» L’ha fatto notare a Fredi, non al Don,
dopo lo smacco della mostra con il Don non ci prova più.
E Fredi l’ha sorpreso. «Sai che è una buona idea» gli ha ri-
sposto subito, ne ha parlato lui con don Livio e adesso Ti-
lio legge orgoglioso guardandosi intorno, gli pare che tutti
siano più contenti, anche se sono in dieci con il libretto in
mano. La chiesa, possiamo dirlo, pensa intanto Tilio, me-

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rita proprio, oggi, ci sono anche i fiori freschi. Venerdì puli-
zie generali. Sabato i fiori. Questa mattina, con la luce bella
lassù dai lastroni, pare di sentire il profumo con gli occhi.
Fredi ha voluto spostare tutti i banchi, venerdì, tirare giù
vasi e candelieri, cambiare i teli degli altari e anche la ten-
dina del tabernacolo. Va fatto ogni tanto, ha insistito. Tilio
lo ha visto affaticato, che si doveva prendere qualche pausa
senza farsi accorgere, e ha provato a suggerirgli di fare una
cosa un giorno e un’altra quello dopo, ma Fredi ha rispo-
sto che non andava bene. Se fai la pulizia generale, ha in-
sistito, deve essere completa, se no va a finire che per pu-
lire una parte dopo sporchi quello che hai già pulito. Tilio
allora ha cercato di stargli davanti in tutti i lavori, portar-
gli via il grosso, spingere i banchi da parte, salire sulla scala
per i vasi, dicendo qualche scemenza, per farsi sgridare, così
Fredi non capiva che lui era preoccupato. A un certo punto,
verso le quattro del pomeriggio, Tilio si aspettava che Fredi
mollasse, non era andato a casa a riposare, faticava a tirare
il fiato. Ma quello niente, ha inventato la scusa di andare a
prendere una cosa in sacrestia e si è seduto dieci minuti, così
ha pensato Tilio, perché ci ha messo tanto, e poi di nuovo
sotto fino alle sei. Per dare ordini e fare critiche però il fiato
non gli manca mai, ha pensato Tilio stizzito, quando Fredi lo
ha fatto risalire sulla scala perché c’era una candela che non
stava dritta perfetta.
I banchi hanno delle targhette di ottone con i nomi delle
famiglie che li hanno pagati. Forse famiglie che una volta
occupavano tutto il banco la domenica, alla messa grande.
Adesso, che Tilio sappia, c’è solo la vecchia Cavarzerani che
si siede sul banco con il suo cognome. Pare sempre infa-
stidita da qualcosa, forse da quegli estranei che occupano
il suo scanno e non sanno bene quando sedersi o stare in
piedi. E per il fatto che non si inginocchiano. Non si ingi-
nocchia quasi nessuno più, nonostante abbiano ricoperto il

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legno con una imbottitura in finta pelle bella gonfia di gom-
mapiuma. Oggi però anche la Cavarzerani pare più sorri-
dente. È la luce. Finalmente una giornata come si deve.
Fuori, mentre veniva in chiesa, Tilio ha notato che c’era il
fogliame, c’era l’erba, le siepi, tutto un lievitare di verde bril-
lante che pareva di vederlo crescere sotto gli occhi. Sul ci-
glio delle strade, sulla riva del canale, anche intorno al par-
cheggio dietro la piazza, da ogni pezzetto di terra un’erba
alta che così non l’aveva mai vista. Le frasche debordanti
dalle recinzioni sui marciapiedi, i cespugli montati sopra i
muretti. Ramaglie, rampicanti, siepi sporgenti dalle cancel-
late, con tutta la pioggia di questo mese il caldo degli ul-
timi giorni ha spinto tutto in fuori, tutto verso l’alto. Rimane
in vista qualche papavero, pallido. Le pratoline, gli occhietti
della madonna, le orchidee selvatiche, niente, sono state se-
polte sotto ondate di erbe matte. A Tilio pare già di sen-
tire le lamentele, fuori dalla chiesa, perché il Comune lascia
crescere tutto come se fosse abbandonato. A sentire il Co-
mune, non ce la fanno più, costa troppo e a parte i costi non
ci stanno dietro, troppo pochi operai. C’è stata anche un’or-
dinanza del sindaco che obbligava i proprietari a regolare
il fronte strada. E poi cosa fai, metti le multe a quelli che ti
hanno votato? Uno non ha l’attrezzatura, quell’altro torna
a casa solo il venerdì sera. Ha provato a parlarne con Fredi,
così per dire qualcosa, tra il primo e il secondo suffragio.
Avevano deciso di non tirare fuori le coperte, ma dopo
un quarto d’ora hanno capito che era meglio se le mettevano
sulle spalle, almeno, ché non era proprio tiepido. Oggi toc-
cava a Fredi portare il caffè. Ci ha messo troppo zucchero.
Tilio gliel’ha detto più di una volta, lo zucchero puoi aggiun-
gerlo nella tazza.
Secondo Fredi, quando a ognuno faceva comodo avere
un po’ di fieno, una fascina di legna per avviare la stufa, al-
lora la gente si dava da fare, falciava, potava, tutto veniva

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pulito, ma per interesse. Non gli puoi chiedere a uno di lavo-
rare per niente. Ti risponde che paga le tasse. Tilio ha voluto
insistere, però il vialetto di casa, ha detto, se diventa una sa-
vana, che fai? E poi, ha aggiunto, si nasconde di tutto lì den-
tro, per cominciare le zecche. Fredi ha risposto: «Che cosa
pretendi, che mi metto a falciare l’erba del fosso, l’hai visto il
fosso che è fondo due metri? Poi anche la tiro su, da due me-
tri sotto, me la carico su un carretto e la porto al deposito del
Comune, ti pare?».
È stato allora che a Tilio è venuta in mente la casa di via
Nespoledo, fuori dal paese, dove avevano abitato tutti in-
sieme con i nonni fino a quando aveva compiuto sei anni,
che adesso cadeva a pezzi soffocata dall’ailanto e dalla vi-
talba. C’era un fico venuto su in cucina. Si vedeva dalle fine-
stre prive di scuri. Si vedeva bene, c’era luce, il tetto era ve-
nuto giù a imbuto, il solaio del primo piano era tracollato, le
porte uscite dai cardini. Di quattro case ce n’era rimasta una
sola abitata. La sua era quella messa peggio, la più lontana
verso il fiume. Quando l’ha pagata non si poteva già entrare
più, ma si era illuso che si poteva salvare. Poi non è stato
così. Tutta colpa della moglie di suo fratello.
Colpa sua, invece, che se l’era legata al dito.
Quando era venuto il momento di ereditare il fratello non
aveva voluto né vendere, né dividere, è un bene che resta,
aveva detto, ci pensiamo più avanti. E intanto la moglie ci
aveva fatto il giardino, invitava per le grigliate, diceva agli
amici andiamo da me in campagna. Voleva la casa di campa-
gna, proprio lei, che dalla campagna aveva fatto di tutto per
andarsene e comprare un appartamento in centro, ai piani
alti, non voleva più saperne di quella vita. Poi le è venuta la
fissa della campagna, come una signora, per le domeniche e
gli inviti. Quando è morto il fratello di Tilio lei aveva voluto
vendere, se non altro perché nella casa di campagna i lavori li
faceva il marito. E Tilio si era rifiutato. Voglio proprio vedere,

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si era detto, allora la casa con il pezzo di terra valeva ancora
qualcosa, ma lui non aveva bisogno. Non è contento di come
è andata, se ci pensa adesso, è stato una carogna. Quando
aveva saputo che la cognata aveva davvero bisogno di ven-
dere, dopo che i valori erano crollati, aveva fatto il bastardo,
tira e molla, tira e molla, finché aveva strappato un prezzac-
cio. Una parte era sua, oltretutto, e senza il suo consenso lei
non poteva vendere. Tilio stava comodo, poteva permettersi
di comprare e di non comprare. I veri affari si fanno così,
quando gli altri hanno l’acqua al collo e per te non cambia
niente. Poi Irma era stata male e alla casa non ci aveva pen-
sato più. Dopo, con quello che era successo, le chiacchiere,
Paolo che si era messo contro, aveva pensato di sistemare la
casa per Veronika e per suo figlio Serghei, ma gli era bastato
parlare con uno e con l’altro artigiano per i preventivi e già
gli era arrivato il fastidio. C’erano i sorrisetti, le domande col
doppio fondo. Aveva rinunciato. E poi, dopo che Veronika se
n’era andata, quella casa gli ricordava quanto era stato cat-
tivo, illuso, imbecille tutto insieme e tutto legato a quello
sfascio di catapecchia che poteva starsene pure a marcire, lui
non ci sarebbe più andato.

Fredi gli dice: «Hai visto che è come la penso io, si sente
quando la chiesa è curata, se ne accorge anche chi non vede
la differenza».
«Mi è venuta in mente la casa di via Nespoledo,» gli dice
Tilio, ancora sopra pensiero «prima che parlavamo delle erbe
matte. Sarà seppellita. Ti ho detto, no, che Paolo voleva ven-
derla? Non valeva più niente, che cosa vuoi vendere, dico io,
la terra resta, e se vuoi ci puoi costruire. Anche adesso che la
metà è andata giù.»
Fredi sporge le labbra e le ritira. Tilio sa che vuole an-
dare a casa, non ha voglia di restare in sacrestia dopo che la
messa grande è finita e sono andati via tutti. Ha bisogno di

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riposare. Fredi sporge le labbra e le ritira di nuovo, mentre fa
segno a Tilio di uscire per primo, ché oggi la chiave la tiene
lui. Tuo figlio voleva vendere perché aveva capito che volevi
metterci dentro quell’altra, questa è la verità, e la sai bene,
pensa Fredi. Hai ceduto, non ce l’hai fatta più. Tutti contro,
e tuo figlio più di tutti. Che cosa potevi fare? Lo so bene che
non era una questione di soldi. Sei stato debole. Una de-bo-
lez-za. Si deve affrontare una debolezza una volta nella vita,
pensa Fredi mentre gli tiene una mano sulla spalla, un po’
per mostrargli sostegno e un po’ per spingerlo fuori che è
inutile stare ancora lì. Tra poco siamo di nuovo qui dentro
con quattro ore da far passare prima che arrivi la fine della
giornata, pensa Fredi girando la chiave.

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SECONDA PARTE

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Alle sette e mezza c’è la messa per il defunto Vittorio. È mer-


coledì. Il meteo dice che il tempo tiene. Celebra don Luigi
perché il Don è via dai parenti a Bergamo. Quella questione
non la risolvono, ha detto Fredi, poteva pure restare. Fredi
non sa di quale questione si tratta, ma il Don gli ha fatto
capire che va perché deve, dispiaciuto di fare il viaggio per
niente. Fredi e il Don si capiscono al volo: se ha detto che
deve è perché avrebbe preferito non andare, se no avrebbe
detto che andava e basta.
Don Luigi non dice niente, non commenta l’assenza del
Don, lui viene, dice messa a modo suo e se ne va, fa quello
che gli è stato detto, trascurato o no porta fuori il lavoro.
Pare che si arrangi di tutto, nella sua parrocchia. Del resto
dicono pure che in chiesa ci vanno in pochi perché lui ha
rotto le abitudini del prete di prima. Don Luigi dice messa,
confessa, va a dare l’olio santo se occorre, niente altro. La
parrocchia è troppo piccola, la chiesa povera, preferiscono
andare fuori anche per i sacramenti, chiedono la dispensa.
Chissà come se la passa sempre solo, don Luigi, sempre con
quel sorrisino pronto. Va a fare la spesa, si fa il letto, pulisce
il bagno. Mette sul fuoco l’acqua per la pasta. Sempre vestito
da prete con il collarino bianco. Prega prima di addormen-

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tarsi? Che cosa spera, come vede i giorni che ha davanti?
Tilio dice a se stesso che lui ai giorni che ha davanti non ci
pensa, e a quello che dice ci crede: venga quello che deve ve-
nire, per lui ormai la vita è scritta.
Certo, una mattina di sole, come l’altro giorno, il fresco
che risveglia, chissà da dove viene quella voglia, che è un
po’ bella e quasi è un fastidio, che ancora qualcosa potrebbe
succedere. Sentire di nuovo che lo puoi dire a qualcuno,
che quel fresco ti risveglia la nostalgia, ti fa venire fretta di
non sai cosa. Non era andata tutta liscia, con Irma, come la
racconta lui ora. Intanto non aveva chiuso con la Liviana e
poi, anche dopo, qualche scemenza l’ha fatta. E si erano la-
sciati tre o quattro volte, prima di decidersi per il matrimo-
nio, quando lui credeva che lei non lo volesse più. Invece lo
aveva aspettato ancora. Un giorno gli aveva detto: «Voglio
qualcuno che conosco bene e che mi sta vicino fino all’ul-
timo giorno». Era di Irma questo pensiero, non suo, Tilio era
convinto che si stava insieme per il bello della vita, perché
il bello insieme era di più, mica perché si pensa di morire. E
poi gli era rimasta sempre in fondo la voglia di qualcosa, una
novità, una vita diversa, scappare via dai giorni che si ripe-
tono uguali. Si era aspettato per anni un colpo di scena. Al-
tro che film! Il matrimonio lo era stato, un cine, ma di quelli
dove il finale giusto, quando tutto si sistema, non arrivava
mai. Adesso non direbbe che Irma gli manca, non occorre
dirlo, quello che non aveva mai immaginato è che non gli
manca nel pensiero, o come un dolore nel petto, ma come
se gli avessero tagliato via un pezzo. Adesso Tilio crede di
aver sempre voluto anche lui l’unione con una persona fino
all’ultimo giorno e che quella persona sia stata Irma, poteva
essere solo lei. E invece Irma lo aveva lasciato aspettare l’ul-
timo giorno senza nessuno.
Si è perso in questi pensieri, Tilio, durante il funerale. È
stato nel pomeriggio, officiava un prete di fuori, giovane, sui

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quaranta. L’inizio era alle quindici ma don Lorenzo è arri-
vato un’ora prima, aveva già fatto visita alla camera ardente
e incontrato i parenti stretti. Fredi ha risposto alle sue do-
mande per mezz’ora, mentre il prete scriveva su un notes.
Alcune informazioni erano strambe, come per esempio se
aveva comprato qualche abito nuovo negli ultimi tempi, ma
non chiedeva pettegolezzi. La Dorina era morta di un colpo
a novantadue anni, una morte così se la augurano tutti,
ché prima era sempre stata bene. Un sacranòn, da vecchia
come da giovane, guai a toccarle la famiglia. E forse pro-
prio per questo è stata punita, come fa la vita con tutti, col-
pendo dove ti fa più male. Gli era morto un figlio di venti-
due anni. Un incidente. Gli altri due erano già fuori di casa
e tutti avevano capito che lei non ce l’avrebbe fatta. Invece
ci ha messo due anni, non ha voluto andare a stare con il fi-
glio più grande, che aveva una casa dove lei avrebbe avuto
due stanze proprie: è rimasta sola con la camera del figlio
morto intatta, mai buttato via neanche una mutanda, puliva
e spolverava ogni mattina, ma ce l’ha fatta. Ha tirato su lei i
nipoti, ha fatto i pranzi la domenica, ha seppellito il marito
senza una lacrima. Lacrime non ne aveva più, è stato il com-
mento di Fredi, che non è certo uno tenero. Al funerale della
Dorina c’era tutto il vicinato. Non solo vecchi, ché la Do-
rina una parola ce l’aveva per tutti, e non sempre una parola
buona, ma sincera.
Il giovane prete si era scritto tutte queste cose e poi ha
chiesto di ritirarsi da solo in sacrestia fino all’inizio della
funzione, lasciando Fredi e Tilio a cincischiare con gli arredi
della chiesa, aggiusta qui, sposta di là, per passare il tempo,
già che a stare fuori non ci erano abituati. Poi quando aveva
cominciato a entrare in chiesa qualcuno si erano nascosti
dietro la cantoria, perché pareva strano salutare uno per uno
chi veniva a sedersi.
È stato un bel funerale. Fa ridere dire è stato un bel fune-

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rale, lo so, pensa Tilio, ma questa volta tocca dire così. Op-
pure si può dire che è stato un funerale sincero. Pareva quasi
una festa, a un certo punto, eravamo tutti contenti di essere
lì. Facile quando si muore a novantadue anni senza mai una
malattia, dopo che hai tirato su le due belle famiglie dei fi-
gli, i bravi nipoti venuti grandi. Ma non così facile come a
dirlo. Dorina, a parte la disgrazia più grande, ha avuto i suoi
dispiaceri, ha fatto anche i suoi sbagli, come tutti. Non ha
mai rinunciato a vivere con gli altri, però, a dare, pretendere,
ricominciare. Per questo c’erano tutti, o quasi tutti, quelli
della sua strada e della piazza.
È stato anche merito di don Lorenzo, bisogna ammet-
terlo. Lo ha concesso pure Fredi, che fatica a fare un com-
plimento a un prete che non sia don Livio. È vero che cri-
tica di continuo don Livio, però gli altri non li sopporta. Il
prete giovane c’ha le palle, si è fatto scappare Fredi, dritto
per dritto. «E poi» ha aggiunto «quella cosa lì, che non mori-
remo mai, l’ha girata per il verso giusto.»
Infatti, pensa Tilio, quando il prete aveva detto, al fune-
rale di Irma, che Irma non era morta, lui voleva lasciare lì
tutto e andarsene. Ma cosa mi vieni a raccontare, aveva pen-
sato, apri un po’ la cassa e prova a dare un’occhiata. Quella
volta la favola che Irma era solo addormentata in questa vita
per risvegliarsi accanto al Signore gli aveva dato fastidio,
anzi, gli montava la rabbia, che non ha voluto più ascoltare
e le lacrime che gli erano uscite erano lacrime di impotenza.
Don Lorenzo l’aveva detto come era vero per tutti, adesso
Tilio non saprebbe ripeterlo, ma era che la vita non poteva
finire così, perché era una cosa troppo grande. Non pos-
siamo accettare la morte, diceva, e lo faceva sembrare nor-
male, perché la vita non può essere umiliata da un cuore che
si ferma di battere. Diceva qualcosa del genere, e faceva leg-
gere a ognuno dentro di sé l’enormità della vita, la sua im-
mensità, sì, lo aveva ripetuto, non possiamo misurarla, la

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vita, e così non possiamo credere che la morte la cancelli.
Non ha mai parlato di resurrezione, di paradiso, niente. Cre-
dere nella vita o credere nella morte, questo è stato il di-
scorso. Chi crede in Dio crede nella vita, ha concluso. E an-
che Tilio ha scoperto di credere in Dio.
Qualche ora più tardi, quando il giovane prete se n’era già
andato, Fredi e Tilio da soli nella sacrestia, in attesa del suf-
fragio delle diciotto, hanno parlato del funerale. Non come
al solito, le due battute, qualche critica al prete o ai presenti
nei banchi, ma cercando di capire bene che cosa aveva detto
il prete. Tilio non era più così sicuro di credere in Dio. Quel
don Lorenzo lo aveva incantato ma non aveva detto bene la
verità: la morte è davvero la fine di tutto. Come fa, quando
sei morto, aveva chiesto a Fredi, a rimanere valido quello
che hai creduto da vivo?

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«Fai che, se ci credi, la morte non è la fine di tutto» ha rispo-


sto Fredi. «È così, no? È tutto qui.»
Tilio scuote la testa. «E dove vai» chiede «da morto? Se si
spegne tutto, non c’è mica una parte che vola via, non lo può
credere più nessuno» insiste.
Fredi fa capire che non vuole parlarne ancora. Sta pre-
parando le vesti per don Luigi. «Per fortuna domani c’è di
nuovo il Don» dice per cambiare discorso.
Tilio rimane seduto, c’è tempo, vorrebbe una risposta, in
fondo non gli dispiacerebbe avere un dubbio. Ci riprova, pur
sapendo che Fredi si infastidisce: «Non è che basta credere
in una cosa perché diventi vera, per esempio» fa lo spiritoso
«ho creduto più di una volta che sarei diventato milionario e
non è mai successo».
«Non ci hai creduto veramente» risponde Fredi, secco,
esce e va a fare finta di far qualcosa sull’altare perché fin qui
è già abbastanza.
A Fredi dispiace di averlo lasciato in quel modo, sa che
adesso Tilio continuerà a ragionare fino a perdersi via e fis-
sare un mobile o una piastrella con quegli occhi che si capi-
sce che non stanno guardando. Tilio è un caso a sé, pensa
Fredi, sta fermo in se stesso e però si perde da tutte le parti.

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Per Fredi gli esseri umani sono di due categorie, quelli che
stanno fermi in se stessi e quelli che si perdono da qualche
parte. Lui, Fredi, secondo lui, è di quelli che stanno fermi
in se stessi. Tilio per esempio, dopo che Irma stava sempre
peggio e non si levava più dal letto, se fosse stato fermo in
se stesso avrebbe cercato un aiuto. Lo so che cosa si deve af-
frontare. Soltanto dopo che hai provato lo sai che cosa vuol
dire, ma tutti gli altri trovano da criticarti. Non ha altro da
fare tutto il giorno, Tilio che è in pensione, guarda che il letto,
il mangiare, la casa, quando fai per uno fai anche per due,
no? Perché hai bisogno di aiuto? Se non si muove dal letto, la
aiuti con le medicine, la pulisci, va bene, un paio di volte al
giorno, ma non è mica un’estranea, dopo trent’anni e passa
di matrimonio sai com’è fatta. Poteva chiedere all’assistenza
sociale, alla Caritas, parlare con qualche altra associazione.
Due, tre ore al giorno di sollievo. Se è per il sollievo. Uscire,
fare due passi, andare al mercato in un paese vicino dove
nessuno ti conosce e nessuno ti chiede per prima cosa come
sta tua moglie e se adesso è a casa da sola. Salvarsi la vita, si
chiama, pensa Fredi.
Fredi non l’ha provato, non sa cosa vuol dire avere una
persona che ti sta morendo in casa, ma ne ha sentito raccon-
tare le mille volte: prima di confessarsi col Don parlano con
lui, succede spesso, e va a finire che dicono a lui in dialetto
quello che al Don in italiano, cercando le parole, non rie-
scono a dire.
Un malato che non guarirà più, in casa, un malato che
prende le medicine che lo fanno vomitare e gli fanno venire
la diarrea e gli fanno sentire il ghiaccio ai piedi e il fuoco
nello stomaco ben sapendo che non serviranno a farlo gua-
rire, questo malato che non dorme mai e sta sempre cercando
di dormire, che sente ogni fruscio della casa come un’offesa
personale e che non sente niente quando gli parli, questo
malato con cui non puoi stare ventiquattro ore su ventiquat-

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tro e non puoi lasciare un minuto, sì, se sei solo, questo ma-
lato ti usurpa casa e cervello e tu vieni prosciugato della vita
e invaso senza requie dai peggiori pensieri. Ho dormito per
mesi accanto a lei, stringendole la mano, aveva detto Tilio
a Fredi, non importava se la mano si era assottigliata, se a
volte mi scacciava via. Si assopiva solo così, con me vicino
e la sua mano nella mia. Non importava se la tosse improv-
visa, il vomito, il pianto trasformavano in un istante quella
pace in un disastro. Piangeva per vergogna. Non si commi-
serava, non implorava di farle passare il dolore. Irma aveva
vergogna di quel suo corpo malato che non le obbediva più.
Le stavo vicino tutto il tempo finché un giorno mi ha cac-
ciato via. Non era mai successo. Non me l’aspettavo, se pure
mi avevano detto in ospedale che dovevo aspettarmelo. Ha
avuto una crisi, io sapevo che il male era arrivato al cervello,
ma quello che diceva e la rabbia, l’astio contro di me non
potevo reggere, credimi, tu sai che non è lei veramente, è il
male, ma cosa vuol dire? È lei che te lo sta dicendo, porco,
maledetto schifoso, è lei che ti sputa in faccia e si tira su la
camicia, guarda qua, guardala porco schifoso, cosa credi che
sia già morta, grida e ti vengono brividi di orrore e poi perdi
tutto il coraggio, tutta la forza. Dopo un minuto crolla, il viso
torna quello di prima, devastato, dolce, arriva una tenerezza
che ti fa più male di prima.
E allora da bravo, pensa Fredi, invece che chiedere aiuto,
ha fatto lui, e si è portato in casa la russa di trent’anni. Va
bene, trentasei, e non è russa, è ucraina come tutte le ba-
danti di qui, sono una colonia, si organizzano. Sono cin-
quantenni grosse di corporatura, con la messa in piega
schiacciata sulle tempie, le gonne larghe a pieghe. Se non ci
fossero loro la parrocchia sarebbe un lazzaretto. Ma Vero-
nika ha le sue forme, è giovane e come si veste è stato sulla
bocca di tutti.
Nessuno gliel’ha perdonata, a Tilio, dal primo giorno.

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Suo figlio, non ne parliamo. Ma prima di lui i parenti, i vi-
cini, i conoscenti, tutti. Irma è malata che sta morendo e lui
si porta già in casa quella puttana. Nel giro di una setti-
mana ripetevano tutti questa frase, chi più calcando sul già,
chi più su puttana. La Russa, Veronika è diventata la Russa,
che anche Fredi la chiama così d’istinto e poi si deve correg-
gere ricordandosi che è Ucraina. “Russa” vuol dire puttana,
“Ucraina” badante, non si sa perché, ma è così.

«Guarda che non ti devi offendere,» lo sorprende Tilio alle


spalle «parlo con te perché voglio sapere cosa pensi.»
Fredi per poco non lasciava cadere la pisside. «Ti pare il
modo di farmi spavento» chiede a Tilio, e ripone la coppa
con calma. Si avvia verso la sacrestia e si siede al suo solito
posto.
«Non credere,» dice Fredi «non ne so più di te, non si può
sapere. La morte. Non è un caso che tutti quelli che sono
riusciti a convincere gli altri di essere tornati indietro sono
diventati famosi, ma non mi far bestemmiare. Dobbiamo
stare fermi in noi stessi. Voglio dire che è difficile sapere che
si muore e poi vivere come se non fosse così, ma è la solu-
zione migliore che è stata mai trovata dagli esseri umani.»
Tilio scuote la testa. “Bella trovata!” vorrebbe dirgli, ma
sa che Fredi vuole smettere con quei discorsi più di tutto
perché gli dispiace di discutere, vorrebbe pace, lo guarda ne-
gli occhi. Fredi chiede di stare in pace ancora qualche mi-
nuto prima della funzione.

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Veronika aveva un figlio in Ucraina. Lo teneva sua madre


perché il marito non si sapeva mai dov’era. A bere, a cer-
care guai. Fredi si ricorda che il figlio si chiama Serghei. Al-
lora Veronika mandava tutti i soldi che guadagnava a casa,
per il figlio, la madre e una sorella più giovane che non vo-
leva finisse male e cercava di farla studiare. Si teneva tre
ore libere al giorno per muoversi fuori all’aria aperta, guar-
dare le vetrine, girare al centro commerciale. Odiava ritro-
varsi con altre ucraine ai giardinetti o al chiosco del gelato
all’inizio del parco. E la domenica era padrona di occuparsi
dei suoi vestiti, della camera, di preparare qualche pacco da
spedire. Spediva tutto quello che gli altri avrebbero buttato
via, maglie, scarpe, una moka, una spazzola, tutto ancora
nuovo secondo lei, che lo affidava a un trasportatore di per-
sone per consegnarlo alla madre. Conosceva il trasportatore
perché era andata avanti e indietro molte volte con quel pul-
mino, ogni volta convinta che non sarebbe mai tornata in
Italia. Non era vita quella che faceva qui. Ma poi non era
vita quella che faceva a casa sua. Così ripartiva, senza una
vita né da una parte né dall’altra. Malediceva la prima volta
che aveva creduto di risolvere qualcosa andandosene, aveva
venticinque anni, era piena di speranza come una bambina.

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Questo nessuno lo voleva sapere, pensa Fredi. Quello che
tutti hanno visto è stato una giovane donna bella che andava
e veniva dalla casa di Tilio e poi, quando hanno saputo che
era la badante, fiiùùù!, i fischi, e ahah!, le esclamazioni, c’era
solo un pensiero da fare e quello hanno fatto. Chissà chi ha
avuto il coraggio di chiederlo a Tilio direttamente: «Ciò Ti-
lio, vedo una donna che viene a casa tua...». Lasciando in so-
speso la parte importante: “Chi è? Che ci viene a fare?”. Ti-
lio, per come lo conosco, pensa Fredi, ha risposto che aveva
bisogno di un aiuto perché non ce la faceva più. Che avesse
bisogno di aiuto pareva esagerato, a chi lo ascoltava, che di-
chiarasse di non farcela più a stare con sua moglie era uno
scandalo. Se lo ripetevano: dice che non ce la fa più. Non
erano tutti così, solo quelli che non avevano provato a veder
soffrire in quel modo qualcuno per tutto il giorno, qualcuno
che tira il fiato con una specie di rantolo, che perde il con-
trollo e non sa più ciò che dice, e tu puoi solo torturarlo con
le medicine che gli fanno venire il vomito e il gelo in tutto
il corpo ma che non serviranno a guarirlo. Serviranno sol-
tanto a prolungare la sofferenza il più possibile. Quelli che
sapevano di cosa si trattava si vergognavano, si erano sem-
pre vergognati a dirlo. Perché era come parlare male della
moglie, del marito, della madre, era come mostrarlo agli altri
quando non era davvero lui stesso ma l’ostaggio della ma-
lattia. Descriverlo cattivo, insensato, puzzolente, offensivo,
inerme, fuori di testa, era offendere la persona che ti aveva
messo al mondo, la persona che era stata unita con te per la
vita. Si dice che è lucida. O che non è più lucida. Lucida. E
questa l’unica parola che si usa per dire come sta una per-
sona che sta morendo di un cancro mentre il cancro fa di
lui o di lei quello che vuole, trasformando il suo corpo in un
ammasso di dolore, di demenza e di prostrazione.
Povero Tilio, ma chissà, forse anche a lui, pensa Fredi,
qualcosa d’altro sarà passato per la testa, con una donna

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bella e giovane tutto il giorno per casa. Non l’ha mai detto
apertamente, riflette Fredi, ma ha detto tante altre cose che
possono far pensare. Ti aiuti, in quella situazione, ti capisci,
aveva detto Tilio, ti viene naturale di cercare un appoggio,
una confidenza. È una brutta fatica la vita da badante, con le
sue nostalgie e il bisogno di denaro che ti sta addosso, come
è mostruosa la stanchezza del marito che vuole stare vicino
alla moglie. Irma era contenta, quando se ne rendeva conto,
che ci fosse qualcuno che la ripuliva e che non era Tilio, di
lui si è sempre vergognata.
Irma era contenta che ci fosse Veronika, di questo Ti-
lio è sempre stato sicuro, pensa Fredi, lui stesso mi ha ripe-
tuto molte volte che quando entravano insieme nella stanza,
nelle ultime settimane, quando Irma non parlava più, era
l’unico momento in cui sorrideva.
Tilio si chiede che cosa sta pensando Fredi. Ha il risvolto
del giaccone preso dentro il collo che lo fa sembrare un po’
gobbo, adesso che è seduto. «Ehi, gobbetto, aggiustati il
collo!» gli dice Tilio sorridendo.
Fredi si guarda il bavero prima dalla parte sbagliata poi
da quella giusta e fa un gesto che significa “Che cosa vuoi
che sia?”. Non intende aprire il giaccone, Fredi, e allora tenta
di tirare su il pezzo di stoffa sulla destra del collo con la
mano sinistra. È troppo infagottato. Annaspa.
Allora Tilio si alza e con delicatezza tira fuori il bavero e
lo alliscia sul collo, una carezza. «Ecco qua,» gli dice «adesso
sei a posto.»
«Non mi guardo più allo specchio prima di uscire» dice
Fredi. «Prima lo facevo, l’ho sempre fatto ma da un po’ di
tempo no, mi dimentico, il pensiero di uscire mi porta via
tutto.»
«Tutte scuse» sorride Tilio. «Di’ che volevi lanciare una
moda.» Sorride anche Fredi, come si fa a non volergli bene,
pensa, tornando ai pensieri di prima, lui e la ragazza tutto

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il giorno in casa insieme, il pranzo, la televisione, ti faccio
un caffè. La stanchezza. La stanchezza mortale che viene
quando si assiste un malato alla fine dei suoi giorni, un ma-
lato che soffre ogni istante, quella stanchezza che ti fa ap-
poggiare la testa su una spalla, chiudere gli occhi, abbando-
narti. E anche Fredi si lascia andare, chiude gli occhi.
Mi sembri Temistocle Porracin, l’hai conosciuto Temi-
stocle?, chiede Tilio, per richiamare l’attenzione di Fredi,
non ne può più di stare lì solo mentre l’altro è isolato nei
suoi pensieri. Aveva il mal della nonna, Temistocle, non mi
ricordo come lo chiamano i medici: ti addormenti all’im-
provviso, così, sbamf, ti casca la testa e parti. Era sempre in
movimento, sempre attento, fumava, beveva caffè, un gatto
in gabbia quando era al bar, non voleva far brutta figura.
Ma quando cedeva e restava seduto un po’ di più, sbamf, la
testa sul tavolo. Poi si svegliava, subito dritta la testa con
gli occhi già aperti, il sorriso tirato, come niente. Facevano
finta quasi tutti di non accorgersene, tranne i soliti: “Buo-
ndì Temistocle!”, però, niente di più cattivo. Temistocle si
era comprato una Honda 750, perché l’auto non la poteva
guidare. Allora il casco non era obbligatorio. Filava come
un pazzo staccando nelle curve, diceva che doveva fare così,
con l’aria in faccia e con quel pericolo era sicuro di non ce-
dere. A me pareva che quella necessità della moto lo avesse
modellato: la testa ovale, i capelli tutti indietro, il naso al
centro troppo grosso in proporzione al viso, sembrava che
fosse nato sulla moto e cresciuto con lei, se la guardavi, la
Honda gli somigliava.
Fredi ride. «No, non ho conosciuto questo Temistocle.
Perché gli avranno dato quel nome?»
«Figurati, e mio cugino, Callisto?» risponde Tilio, toccan-
dosi il pollice. «E Aniceto?» Si tocca la punta dell’indice. «E
Eustorgio?» Si tocca la punta del medio. «E Genoveffa?» Si
tocca l’anulare. «E...» Si tocca il mignolo. «E... non mi viene,

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erano cinque, mi sono rimasti in mente questi cinque nomi
perché non ce li aveva nessuno e a me hanno sempre fatto
ridere.»
«Cinque più Temistocle» precisa Fredi. Tilio esita. «È
così... O no? Adesso non importa. No, Cirillo, Cirillo il gùa,
l’arrotino, cinque più Temistocle.»
Fredi sorride, ha cambiato faccia adesso, non è più pen-
sieroso. Tilio è contento.
«Canòn» dice Fredi. Tilio lo guarda interrogativo. «Ka-
non, con la cappa» ripete Fredi. «È un nome giapponese.
Vuol dire armonia del fiore. Un nome di donna. Cazuco, in-
vece,» aggiunge Fredi ridendo «Kazuko con due cappa, uno
all’inizio e uno in mezzo, vuol dire l’unico vero uomo. Ce n’è
anche di più curiosi. Ti ho raccontato, no?, che non riuscivo
a tenerli a mente, guarda che l’abitudine vuol dire... quando
sento Eustorgio, per esempio, anche se non mi è mai capi-
tato prima, capisco che è un nome, non so perché, è fatto
come un nome, anche se è strano va bene. Quei nomi là in-
vece per me all’inizio parevano solo sillabe appiccicate, come
fai a ricordarti? Quasi tutti uguali. Kanon e Kazuko invece
te li ricordi subito. Non c’entra niente, è vero, perché te lo sto
dicendo?, però ti assicuro che quelli lì me li sono ricordati al
primo colpo.»
«Ma tu poi lo parlavi davvero il giapponese?» La do-
manda di Tilio suona come quella di un bambino.
«Dopo anni qualcosa sì» risponde Fredi, modesto, così un
po’ fa capire che non era una cosa da chiedere.
«Non ti prego di farlo, però mi piacerebbe» dice Tilio, il
viso che esprime curiosità infantile. «Dai, su, dimmi qual-
cosa.»
Fredi mette una mano avanti. «Ma ti pare?» dice. «Non
è che stiamo qui a fare giochetti, dopo che te l’ho detta una
frase in giapponese, che te ne fai?»
«Niente, è chiaro che non me ne faccio niente, che di-

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scorsi! Però mi piace l’idea» si lamenta Tilio. «Per una volta,
cosa ti costa.» Fredi pensa che certe volte è proprio un bam-
bino. Sta quasi sul punto di farlo, ma poi cambia idea, per-
ché dovrebbe parlare giapponese a comando? Neanche per
sogno. Tilio aveva capito che lo stava per fare, era pronto a
sentire la frase in giapponese. In quel momento è entrato
don Luigi: «Giovanotti» ride con la vociona. «Ragazzi miei,
si comincia!»

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«Ma sai che faccio fatica a credere che Fredi sia stato in Giap-
pone tutti quegli anni?» dice quasi a voce alta Tilio tra sé,
mentre si va a sedere sul suo solito scanno. Tra poco entrerà
il prete, Fredi lo aspetta sulla porta della sacrestia. In Giap-
pone, a fare il missionario, lui. Mi ha anche spiegato come
mai c’era andato ma non è quello, a quello ci credo, continua
Tilio, non riesce a mollare il pensiero pure se don Luigi è en-
trato e va verso l’altare.
Era ancora giovane, la rabbia, il tradimento, almeno come
lo aveva visto lui, tutto giusto. Ma il Giappone! Fredi in
Giappone proprio non riesco a figurarmelo. Poi lui ha detto
che non andava mica in giro, faceva servizio interno, in uffi-
cio. Però in Giappone come fai a mettercelo, Fredi che parla
giapponese! Ha detto che i giapponesi li prendevano per so-
litudine. Non si convertivano come pensiamo noi, si avvici-
navano per partecipare, erano molto fedeli, se la si vede così.
Non esiste un popolo che vive in solitudine come i giappo-
nesi, ha insistito Fredi, gli anziani soprattutto, ha detto che lì
si diventa anziani presto.
Tilio si perde nei pensieri. Si figura Fredi con una specie
di kimono come quelli dei film, però tutto nero, i capelli rac-
colti in un codino, una stanza di casa giapponese che pare

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fatta di carta. Poi cancella, non era così. Avevano un edifi-
cio moderno, ha raccontato Fredi, con il riscaldamento come
da noi, ché anche lì quando viene il freddo non scherza. Ma
l’immagine di Fredi con il kimono nero non lo lascia stare.
Gli viene da ridere. Gli capitava così anche da piccolo, i pen-
sieri più strani gli venivano proprio in chiesa, anche a guar-
dare le donne dall’altra parte, quando si stava divisi le donne
a sinistra e gli uomini a destra del corridoio centrale. A volte
guardava una donna e poi, quando distoglieva gli occhi, la
pensava ancora al suo posto, seduta o in piedi giusto come
l’aveva vista, ma nuda.
A volte immaginava che erano nudi tutti quanti. Gli ca-
pitava, gli capita ancora adesso, quando ha qualcuno vicino
di pensare ai genitali, il pene e i testicoli dentro le mutande,
se stanno schiacciati, fa un confronto su come al momento
sta lui. E le donne, all’improvviso, la signora alla posta che
aspetta, la signora seduta dietro lo sportello, come sono i ca-
pezzoli, la vagina è ben chiusa? Si immagina la mutandina
che tira da una parte e si vede in trasparenza la figa, come
la bocca di un rapinatore con una calza di nylon in testa. Da
ragazzino, in chiesa, quando parlavano della resurrezione,
immaginava come sarebbe stato, com’era dipinto sulla volta
della chiesa, tutti nudi ma lui vedeva precisi le tette cadenti
i cazzi a penzoloni dei vecchi, le ragazzine con il pelo ap-
pena spuntato e i bambini con il birolino all’insù – da bravi
adesso: in piedi! La chiesa era sempre piena, allora. In piedi,
dopo che era suonato il campanello: nudi bianchi e rosa, ri-
spondete a voce alta, tendete le braccia verso l’altare princi-
pale! Durava pochi secondi, prima che tornassero di nuovo
tutti immobili con il vestito della festa.
Fredi comunque è un personaggio. Non come Tilio che
non si è mai mosso da lì se non per andare al mare o in
montagna a cinquanta chilometri. Sua moglie avrebbe vo-
luto viaggiare, erano andati a Venezia, sul Garda e a Verona.

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Anche Trieste. Ma Roma no. Una volta stavano per partire
con la compagnia del gruppo Avis, ma poi lui si è tirato in-
dietro. Irma avrebbe voluto andare a Parigi. A Parigi, senza
sapere una parola di francese. Tilio non se la sentiva. Non
gli è mai piaciuto viaggiare, questa è la verità. Non che non
fosse contento, poi, di quello che vedeva, ma stava meglio a
casa sua, senza tutti quei traffici, la fatica, salire, scendere,
sistemarsi, fare e disfare sempre di corsa. A dire il vero non
lo sa. Non hanno mai dormito una notte fuori, a parte il so-
lito posto al mare quando Paolo era piccolo. Lo prendevano
in giro, al bar, raccontavano che erano stati in Croazia, in
Spagna, sul Mar Rosso, e tu? Tilio, tu sempre a casetta tua?
Lui rispondeva che ci aveva messo tanto a farsi una casa co-
moda, dove ci stava bene e non capiva perché doveva andar-
sene in giro a cercare noie. Era sicuro che in un altro letto
non avrebbe dormito. Irma protestava, insisteva, ma non
troppo. Se lo avesse fatto, se avesse insistito di più, oggi Ti-
lio potrebbe dire che l’aveva fatta contenta. Gli dispiaceva,
adesso, di non averla portata a Parigi. La verità è che si ve-
deva tutto il tempo davanti e pensava che un giorno sarebbe
successo, sistemato Paolo, sposato e uscito di casa, sarebbe
venuto il momento di pensare solo per loro. Chissà se era
vero, si chiede Tilio, e non può fare a meno di vedere la loro
camera da letto, diventata una stanza d’ospedale, Irma che
non ce la fa a morire e lo guarda come se volesse toglier-
gli l’anima, capace solo ormai di strappare ossigeno dalla
macchina inarcando il petto. Poi vede Veronika, è lei che le
prende la mano, lui impietrito che non riesce a muovere un
muscolo. È il momento. No, non è ancora il momento, Irma
non muore. Si assopisce dopo l’iniezione. Veronika sorride e
gli dice vieni via, devi riposare.
Che cosa avrebbe fatto Fredi, al posto suo? Tilio se lo
chiede ogni volta che quelle immagini gli tornano in mente.
Fredi composto, preciso, presta assistenza con poche pa-

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role. Veronika non ci sarebbe stata, se Fredi era al posto suo?
Sono domande stupide, vengono da sole, quello che è stato è
stato e non ci si può fare niente.
Sono in dodici in chiesa, il suffragio è ordinato dalla fa-
miglia Fumagalli. Non sono di qui. Dopo che hanno svuo-
tato le caserme sono arrivati dei militari nuovi alla palaz-
zina del comando. Di migliaia che ce n’erano e riempivano
il centro del paese il sabato e la domenica pomeriggio, sono
rimasti solo quelli, una trentina. Anche la famiglia di Fredi
era venuta a vivere qui perché il padre aveva ottenuto il co-
mando in una caserma di addestramento reclute. Non lo
aveva ottenuto per merito, anzi, lo avevano costretto, lon-
tano da dove si sarebbe potuto creare qualche imbarazzo.
Un incarico “punitivo”, si diceva nell’esercito. Lontano tanto
da dov’era stato prima, così che Fredi era diventato anche
lui un ufficiale prima di sapere perché suo padre era finito a
fare da balia alle reclute, con la carriera bloccata, in una ca-
serma che non contava niente. E quando l’ha saputo ha la-
sciato l’esercito, dall’oggi al domani, buttato via una carriera,
per disperazione, ha detto Fredi stesso, perché non era più
la sua vita.
Era arrivato ai trent’anni senza che nessuno gli avesse
mai detto niente.
Il padre, un ramo secco, crepitava discorsi sulla decenza,
la civiltà, la democrazia da difendere con le armi, se neces-
sario, dai comunisti che stavano a due passi. Il padre che
gli aveva sempre richiesto un comportamento esemplare. E
sua madre, almeno lei, non capiva? Quelli che sapevano, che
dubbi, o forse che aspettative, che idea si erano fatta di lui,
con un padre così... C’erano fascicoli riservati, è sicuro, che
non aveva mai potuto immaginare: per questo era stato dif-
ficile ottenere il trasferimento a Trento? Per questo lo indi-
rizzavano verso una carriera d’ufficio, non operativa? Fredi
con la divisa, Fredi con il kimono, Fredi vestito di nero da sa-

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crestano. Eppure Fredi era uno che stava fermo in se stesso,
come gli piaceva dire.
Uno così in paese Tilio lo aveva conosciuto, ma non stava
fermo in se stesso per niente. Beveva parecchio. E dopo una
certa ora poteva diventare insolente. Lo chiamavano l’Ardito,
era un vecchio quando Tilio era bambino, dicevano che era
stato nella legione straniera. Le chiacchiere riportavano che
in casa sua c’era una fotografia in divisa da legionario di lui
giovane che tagliava la testa di un nero. Tirava una gamba, a
causa di una vecchia ferita. Quando aveva bevuto troppo di-
ceva frasi in una lingua che nessuno sapeva. Quello che rac-
contavano era uno sceneggiato: si era innamorato della figlia
del padrone dei campi dove suo padre era mezzadro, lei era
cortese, e lui aveva capito male, a tal punto che un giorno,
in mezzo alla strada, si era dichiarato. Lei era andata oltre
con un sorriso, non un sorriso felice, o invitante, ma come se
avesse visto un oggetto o un animale strano. Il giovane non
aveva capito, lei non gli aveva detto niente però aveva sor-
riso, allora ci aveva riprovato.
Il giorno dopo il padre di lei aveva parlato con il padre di
lui, che aveva parlato al figlio. E il figlio la mattina successiva
non c’era più.
Non si sa quanto c’era di vero di tutto quello che diceva
di aver visto, ma è sicuro che l’Ardito di posti ne aveva gi-
rati e di mestieri ne aveva fatti tanti, a tal punto che solo a
guardarlo era chiaro che non era più uno di qua. Era diverso
da tutti gli uomini del paese. A Tilio pareva vecchio, ma
quando è morto ha sentito dire che era morto giovane, per
colpa della vita che aveva fatto. Tilio non ne ha conosciuti
altri con una vita così, solo Fredi e l’Ardito, uno il contrario
dell’altro: si capiva però che erano stati lontani, in un altro
mondo. Anche Fredi capiresti che non è uno del paese, se il
paese fosse ancora com’era. Adesso vanno tutti in giro do-
vunque, ma nessuno cambia, tornano uguali. Tilio si chiede

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che cosa ti costringe a scappare via, a lui non è mai venuto
in mente. Ha conosciuto tanti emigranti, questo sì, tornati
per venire a visitare i parenti, alcuni anche per restare, ma è
un’altra cosa. Lui, questo è certo, non sarebbe mai andato in
Svizzera o in Francia, un suo zio gliel’aveva chiesto, da Lo-
sanna, gli aveva detto che lì si stava bene. A Tilio non inte-
ressava. Lui non voleva muoversi, prima ancora di coman-
dare la verniciatura, quando era poco più di un ragazzo, era
già sicuro che sarebbe stato meglio restare, farsi una casa
dove era cresciuto, diventare uno come tutti.
L’Ardito aveva in comune con Fredi quelle pause, que-
sto gli pareva di ricordare adesso, Tilio ci pensa ancora un
po’ sopra, ecco cos’è: quando tocca a lui parlare, Fredi la-
scia passare un momento, te ne accorgi alla lunga, valuta se
è necessario dire qualcosa, perché quello che c’è da dire do-
vresti saperlo già. A volte sta zitto. Toccherebbe a lui parlare
ma non dice niente. Era quello? È da quello che si distingue
un militare, crede di indovinare Tilio, perché gli insegnano
le procedure, le chiamano così, vero? E più si parla più c’è il
rischio di fraintendere. Per il resto non potevano essere più
diversi. A parte il fatto che l’Ardito per Tilio era un ricordo
che pareva sognato, mentre con Fredi ci stava insieme tutti
i giorni.
Aveva pensato all’Ardito soprattutto per quel gesto fuori
di logica, la fuga in un altro mondo, dall’oggi al domani, una
vera follia, e perché? Per una sciocchezza, in fondo. Quella
sera bastava un altro paio di grappe, una bella dormita, e la
mattina dopo, passato il mal di testa, capire che una Rosina
o una Carmela erano meglio per la vita. Con quella smor-
fiosa che cosa ci avrebbe fatto davvero non se l’era mai chie-
sto? Forse avrebbe trovato un altro pretesto per fare la stessa
pazzia, l’Ardito, perché a volte è così, c’è qualcosa che si deve
fare, mica si sa, e prima o poi si trova il motivo.
Tilio di pazzie ne aveva viste fare, ma lui non ne è mai

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stato capace, anche quando avrebbe voluto. Ha sempre pen-
sato che è stato il dovere, la sua idea di dovere, è sempre
stata quella che ha vinto. A volte, oggi per esempio, gli viene
da chiedersi se invece non gli è mancato il coraggio.
E Fredi non ce lo vede, ma è lui che l’ha raccontato, e
quindi è vero: lasciare la morosa con gli inviti del matri-
monio già fatti, lasciare la carriera di ufficiale, e senza dire
niente né a sua madre né a suo padre se ne va via in Giap-
pone a fare il missionario. Non proprio subito così, Tilio ri-
corda che Fredi ha raccontato di essere andato a Roma, prima
del Giappone, in un convento. Si può dire anche di Fredi che
quella pazzia ce l’aveva già dentro e che tutto quello che è
venuto a sapere sul padre è stato solo un pretesto?
Tilio lascia questi pensieri perché ha capito che c’è qual-
cosa che non va. Fredi è girato di tre quarti verso l’altare
maggiore, fermo come in fotografia, con una mano nella
tasca destra della giacca. Sta cercando, tira fuori la mano e
la infila nella tasca dei pantaloni. Tilio prova a capire. Fredi
guarda il tabernacolo e tenta la tasca interna della giacchetta
con un movimento appena meno composto del solito, ma
sufficiente per far muovere Tilio dal suo sedile accanto alla
porta della sacrestia. Il tempo sta passando, se ne accorge
anche il Don che si gira a guardare.
Fredi non trova la chiave del tabernacolo.
Ecco che cosa sta succedendo, Fredi ha perso la chiave
del tabernacolo. Non è vero, non è possibile, l’ha solo messa
nella tasca sbagliata, forse è rimasta in sacrestia nel giaccone
appeso al gancio. Tilio vorrebbe andare a controllare ma ap-
pena fa un passo Fredi lo fulmina con lo sguardo, non ti az-
zardare a venirmi in aiuto dice chiaro il lampo degli occhi.
Adesso il tempo che passa lo sentono tutti.
Finalmente dalla tasca posteriore dei pantaloni esce la
chiave. Fredi si avvicina al tabernacolo e apre, come se non
fosse successo niente, non un sospiro né un sorriso.

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«Perché non ci veniamo a dormire qui?» chiede Tilio a Fredi


in sacrestia. «C’è un fresco che uno ci pensa dieci volte di
notte, quando senza il pinguino ti pare che stai a bagnoma-
ria e con il pinguino ti freghi il collo.»
È arrivato il caldo, quaranta gradi, dopo una settimana
che si è stati anche bene, finalmente, la sera arrivava l’aria
dalle colline e la mattina c’erano almeno tre ore belle fre-
sche.
Oggi alle otto fuori si cuoce già.
Fredi non risponde, è normale, sa che Tilio dice queste
cose per provocarlo. Ci ha pensato anche lui di dormire lì,
non è la prima volta, quando arriva in sacrestia di pome-
riggio, dopo essersi risvegliato male, sudato e più stanco di
prima. Dormire in chiesa la notte no, non se ne parla, ma a
un riposino nel pomeriggio, a quello sì che ci ha pensato.

Si sposano a giugno perché si usa così, ma soprattutto per


il tempo. Tutti pensano a giugno con il sole e con il fresco,
quando è ancora inverno. E poi a giugno grandina o è una
graticola. Le donne perché così possono mettersi i vestiti da
sposa, vuol dire che è lecito travestirsi come in una favola,
senza null’altro sopra, e c’è la bella luce per i video con i cel-

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lulari. Per le foto è perfetta, bianca, che viene giù dritta dal
cielo. Se non fosse che però a giugno oggi diluvia e domani
fa un caldo bestia, pensa Tilio, che ascolta sempre il meteo
regionale e prima quelli del giornale radio che hanno la fissa
del clima globale. Lo ha sentito dire da sempre che le sta-
gioni non sono più quelle di una volta. Però questo caldo a
giugno non se lo ricorda. Finita la cerimonia gli sposi girano
un’ora intorno alla piazza, in cerca dei posti migliori per
mettersi in posa. Oggi si prendono un’abbrustolita, pensa
Tilio, magari la sposa ha il cappello ma lui deve stare at-
tento. È vero però che quel giorno non senti né il caldo né
il freddo. Tilio si ricorda che si era sposato a novembre e si
era tolto il cappotto per le fotografie, lui che è un freddoloso,
come niente.
Avrebbe dovuto sposare Veronika. Magari non in chiesa.
Avrebbe dovuto aspettare. Non lo pensa davvero, come una
cosa possibile, è una fantasia. Tilio si lascia prendere dalle
immagini che gli arrivano nei pensieri e scatta nella mente
una, due, dieci foto, primi piani di lui e Veronika sorridenti
il giorno del loro matrimonio. Sa che se allarga lo sguardo
c’è Serghei, il ragazzo sta vicino a sua madre, fa lui da testi-
mone. La testa di Tilio, finché vuole mantenere quella specie
di sogno a occhi aperti, sa che non deve guardare dall’altra
parte, vicino a lui, dove non c’è suo figlio, né sua cognata,
nessuno. La chiesa diventa una sala del municipio, loro tre
bastano, adesso, c’è un uomo che ha un foglio di carta in
mano. No. Non funziona. E non riesce a tornare indietro,
a questo punto, ai primi piani belli di lui e Veronika sorri-
denti, che pure venivano così facili, adesso non si presen-
tano più. Anche se avesse aspettato non sarebbe cambiato
niente, pensa Tilio, deluso. Domanda a Fredi se sa chi sono
gli sposi di oggi.
Fredi sa solo che lui ha quarantadue anni e lei trenta-
nove. A parte i due ragazzi di sabato scorso, dice Fredi, spo-

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siamo gente che a quell’età dovrebbe aspettare i nipoti, non
fare figli. Tilio annuisce. Ci pensa. Se Paolo si fosse sposato
a vent’anni... Poi però dice: «Guarda che a vent’anni hanno
appena finito la scuola, non è come ai miei tempi, e poi an-
che io ne avevo trenta quando ho sposato la mia Irma». Fredi
non risponde. «Oilà Fredi, tu quanti ne avevi quando eri
pronto a sposarti?» Fredi sporge in fuori le labbra e poi le ri-
tira, una, due volte.
Ne aveva trentatré. Questo Tilio lo sa, voleva solo par-
lare. Fredi sta pensando che di Simona ha solo qualche ri-
cordo così lontano che non sembra suo. È curioso che veda
solo se stesso, se ripensa a quel pomeriggio chiusi in cucina,
quando le ha detto che non poteva far altro che trovare un’al-
tra vita, perché quella non era la sua. Simona non lo aveva ca-
pito. Come poteva? Non aveva immaginato che lui sarebbe
sparito il giorno dopo per sempre. Pensava a uno sfogo, gli
dava una parte di ragione. Senza dire la fatica che Fredi aveva
fatto per farsi trasferire a Trento, dove lei insegnava al liceo.
Pareva che non fosse possibile, doveva restare a Roma, in-
sistevano i suoi superiori. Ha dovuto rinunciare alla promo-
zione. I genitori non erano d’accordo, né quelli di lui né quelli
di lei. Cosa gli costava aspettare un incarico di comando e poi
sposarsi: sarebbe stata trasferita d’ufficio lei, forse potevano
scegliere dove. Trento non era mica New York. C’erano posti
dieci volte meglio in Italia. Ma a lui Simona piaceva a Trento,
l’aveva conosciuta lì e si era innamorato di lei e di dove lei vi-
veva insieme. Per un frutto piace tutto un orto. Non voleva Si-
mona senza Trento. La montagna, il fiume, i posti dove si in-
contravano erano una cosa sola con il bello di stare insieme e
il domani che veniva senza doverci pensare.
Simona portava i jeans e le gonne sopra il ginocchio. Fredi
se ne ricorda. E ricorda che sua madre l’aveva criticata. A
Fredi invece piaceva, come piaceva la Simona appassionata
di cinema, di musica, di politica. Era una professoressa, in-

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segnava storia e filosofia. Lei sì che era giovane, come quelli
che si vedevano sui giornali, non come lui che gli sembrava
di avere ormai passato la giovinezza senza averla mai vis-
suta. Non voleva portare via Simona da quel mondo, dove
la sua gioventù brillava, c’erano le amicizie, la sincera vita-
lità, per farla diventare una grigia insegnante casalinga in
un posto dieci volte più bello di Trento.
Non aveva più saputo niente di lei dopo quel pomeriggio.
Sparito a quindici giorni dalle nozze e mai più dato notizie.
Quando l’aveva incontrata, quando si era innamorato di lei,
aveva pensato che prima non aveva mai vissuto davvero. Fi-
nalmente c’era qualcosa di suo, qualcosa che voleva. E dopo
aver saputo la verità su suo padre aveva cambiato idea: fino
a quel momento aveva vissuto una vita che non era la sua.

Sembrano più giovani, mentre arrivano davanti all’altare tra


gli applausi, la sposa ha un abito elegante, non di quelle cose
da bomboniera scollacciate come quella di sabato scorso.
Che era giovane sì, ma in chiesa non si va con tutto di fuori e
un velo intorno per la creanza. A Tilio questa faccenda degli
applausi in chiesa non piace. Ai funerali, poi... Non gli piace
pensarla come Fredi, che è troppo rigido su tutto, ma gli ap-
plausi ai funerali li trova una vera stupidaggine.
Sono tanti, oggi, la chiesa è strapiena. Con tutti quei pa-
renti e gli amici e i conoscenti venuti solo per vedere, que-
sto è un vero matrimonio. Quando certe volte arrivano che
sono poco più di una decina e si confondono con quelli che
prendono messa per conto loro, ti viene da dire che sono qui
per firmare un contratto. Che poi è un contratto si sa, pensa
Tilio. Te ne accorgi se provi a divorziare. Così gli ha detto
Paolo, che gli ha spiegato che cosa stanno passando certi
suoi amici. Per Tilio se il divorzio non c’era era uguale. Lo
aveva votato, va bene, quando c’è stato da votare, perché gli
pareva giusto, non per altro.

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Fredi è andato dal barbiere. Lo sapeva che oggi sarebbe
stata una giornata di lusso. Guardalo là come tiene la testa
alta. Ieri sera era a pezzi, le pulizie, i fiori, i libretti nuovi, ha
lavorato tutto il giorno e per lui è troppo. Si è messo anche
la camicia bianca. Chissà se pensa che potrebbe essere lui
il padre dello sposo. Fredi non ci pensa affatto, è lui invece,
Tilio, che ci sta pensando.
Il fatto che non avesse mai pensato al divorzio non vuol
dire però che avesse capito bene quello che si promette in
chiesa: un matrimonio che unisce fino alla morte. C’era
sempre la vita presente, piena di pensieri, e c’era quella che
ci sarebbe stata più avanti. Anche alla vecchiaia non ci pen-
sava sul serio. Con Irma o no. Sarebbe arrivata anche quella
e ci sarebbe stata anche Irma. Basta. Perché pensare che uno
muore e quell’altro no. Invece il matrimonio è questo. L’a-
more è l’amore, ma quando tu vuoi legarti a una persona sul
serio è questo che stai facendo, lo sai, se pure non sei capace
di pensarlo: fino a quando uno dei due morirà. Come la vuoi
vedere? Una barzelletta? Ecco: un atto di crudeltà, ti leghi
a una persona per vederla morire o perché lei veda morire
te. Invece, se la rigiri, vedi qualcosa che non ti sai spiegare.
Che cosa c’entra l’amore col veder morire la persona che hai
unito a te per la vita? Non lo sai. Però c’è qualcosa, che Tilio
prova a dire a se stesso ma non ci riesce, c’è qualcosa di più
grande di lui, gli pare di sentire. Qualcosa di così perfetto e
ingiusto che ti verrebbe da gridare. Irma lo sapeva, invece, lo
voleva. Lo aveva sposato per quello. Tilio era attraente, gua-
dagnava, erano anni così pieni di novità che gli pareva una
disgrazia di stare fermo. Con le donne era uguale. Qualcuna
ne aveva combinata, anche grossa. E l’ultima più grossa di
tutte, tanto che era sicuro che Irma non lo avrebbe voluto
più. Invece lei aveva detto poche parole, qualcosa come: «So
chi sei e voglio restare fino all’ultimo giorno con te, non c’è
nessun altro che io voglia vicino tra dieci, tra venti anni, tu

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non ci pensi mai?». No, Tilio non ci pensava, tra vent’anni
poteva viaggiare su Marte, per come la vedeva lui, sarebbe
potuto succedere di tutto. Come si fa a pensare a questa ra-
gazza tra vent’anni, perché non trenta allora, quando è già
vecchia, che senso ha? Però la faccia seria di Irma, quando
gli ha detto che da vecchia voleva averlo vicino, gli aveva
scavato qualcosa. Gli pareva una cosa da donne, troppo
sentimento, ma sapeva che non era così. Non direbbe che
aveva pensato proprio a quello che lei aveva detto, ma quello
che gli aveva detto lo aveva costretto a pensare a lei tutto il
giorno. Un mese dopo le ha chiesto di sposarlo.

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Chissà perché quando è così, pensa Fredi, che vedi tante


persone eleganti, si salutano, si mettono a gruppi nei ban-
chi con un sorriso, pensi che sono felici. Vorresti essere con
loro, uno di loro. E perché quando vengono una quindicina,
seri, tesi, ti chiedi se fanno bene a sposarsi, ché forse dove-
vano pensarci su bene. Perché viene così? Che cosa ne sai,
magari quelli sorridono e sono eleganti perché devono, lo
sanno fare, e sotto sotto stanno ai coltelli, invidie, cattive-
rie, potessero vedersi morti. Siamo fatti così, mica bene, con-
clude Fredi, è come se ti si potesse appiccicare la pegola o
la fortuna dagli altri solo a guardarli. Non ci possiamo far
niente. Quando poi vai a vedere ti capita che quello mode-
sto, che non gli dai due centesimi, è una persona perbene e
magari di casa sta anche meglio di quegli altri che vivono
di debiti. Uno non cambia, del resto. Quello che è fatto così
continua anche dopo che gli hanno pignorato la casa. Però la
chiesa piena di gente vestita bene, con i fiori e le candele ac-
cese, è un’altra cosa.
Tilio non si è messo la giacca, osserva Fredi, è vanitoso,
dato che è magro alla sua età vuol farsi vedere. Gli manche-
rebbe solo di mostrare i tatuaggi, come quello là grosso in
manichette. Sarà un parente. Gli amici degli sposi sono tutti

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vestiti come si deve. Tilio fa girare tutto il mondo intorno
al suo dito. Se vede uno che si sposa pensa a quando si è
sposato lui. Non lo so più perché è andata così, quella volta,
pensa Fredi, la verità è questa. Quando avevo trent’anni mi
pareva di sapere tutto della vita e invece, dopo, più il tempo
passa e più ti rendi conto che la vita fa di te quello che vuole.
Tilio pretende di sapere tutto, fa sempre domande. Il Giap-
pone, sì, parlami in giapponese, perché no? E dopo che l’ho
fatto? Se ti prendo in giro e dico parole a caso, come te ne
accorgi? E perché non mi sono sposato quella volta, e dopo
se ci ho pensato, cioè se ho avuto altre donne, e se ho pen-
sato di sposarmi di nuovo, e perché no, quello non smette
mai. Gli ho raccontato tutto. Forse non sono stato chiaro.
Che cosa aspetta il Don a venire fuori, questi qui già ini-
ziano a chiacchierare. Tra un poco vedrai che vanno su e giù
tra i banchi a salutarsi e chiedere come va.
Gli sposi sono arrivati con la marcia nuziale e adesso,
pensa Fredi, tocca farla ripetere. Però non quando entra il
Don, se no pare che sia per lui. Fredi si muove lento verso la
sacrestia per andare a vedere.

A Tilio, pensa Fredi, era meglio dirgli così, dritto per dritto:
la guerra era finita e noi siamo stati dai nonni in Abruzzo
ancora due anni. A Lu Casale, come lo chiamavano loro, Ca-
salbordino, non c’era giorno che qualcuno non mi chiedesse
perché stavamo ancora lì. Mio padre non era stato ucciso, lo
dovevo ripetere sempre.
Cinque anni avevo quando siamo partiti all’inizio della
guerra.
Ne avevo dodici quando ho rivisto mio padre.
Io non ero più un bambino, lui non era più lui. Un vec-
chio. Invece me lo ricordavo la vitalità in persona, la forza,
l’allegria. Siamo partiti noi in treno, io mia madre e mia so-
rella per arrivare quassù nel Veneto, dritti in caserma, lui

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non aveva una casa, non è venuto a prenderci in stazione, ha
mandato un militare con la camionetta.
Ti basta questo, Tilio? Ecco come dovrebbe saperla, la mia
storia, gli anni della scuola e quelli dell’accademia con il do-
vere cucito addosso e il gelo in casa, poche parole, tutte sul
contegno e sui valori. Il padre a tavola qualche volta, la mat-
tina sempre presente per dare la sveglia alle sei. Lo sai Ti-
lio, gli chiederei, che lo credevo normale, credevo che per
tutti fosse così? Un idiota, va bene, non così idiota però da
non capire che qualcosa in casa nostra andava storto. Ero si-
curo però che andava soltanto un po’ peggio delle altre fa-
miglie, non che era diverso. Tutti si lamentavano della fa-
miglia. Tutti tranne me, che dovevo avere dignità, contegno
prima di tutto. E ti viene da ridere, Tilio, se ti dico che gli al-
tri invidiavano me?

Adesso però il Don deve venire fuori. Che cosa può... Ec-
colo. Ecco, adesso così, bene. Fredi fa un cenno a Sergio, l’or-
ganista, che rifà la marcia nuziale. Si sono messi seduti, un
giorno, Fredi e Sergio, e hanno concordato la scelta delle
musiche, i segni necessari per gli attacchi e per le conclu-
sioni. Sergio si è sempre creduto un grande artista, sceglieva
le musiche a estro, e poi quando si lasciava prendere andava
avanti a suonare e non la finiva più. La ragione di Sergio è
che l’organo c’è solo in chiesa e allora come fa a farsi ascol-
tare? A volte viene di pomeriggio. Quando ha finito si affac-
cia, è chiaro però che i battimano di Fredi e Tilio gli danno
poca soddisfazione.

Hanno anche bombardato, vicino a Lu Casale, quando sono


arrivati gli americani e io credevo che mio padre fosse con
loro. Fa ridere che proprio io, un ufficiale dell’esercito, pas-
sati i trent’anni non sapessi ancora che le forze armate ita-
liane si erano disperse e quelli che erano rimasti con Mus-

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solini stavano con i tedeschi. Sì, lo avevo studiato, come si
studia a scuola, armistizio, volatilizzati gli alti comandi, re-
sistenza civile. Invece che cosa doveva fare un ufficiale di
carriera dopo l’armistizio nessuno se lo chiedeva mai. Nem-
meno io, se è per questo. Della guerra non si parlava. Non a
scuola. Non all’oratorio. In casa mai. Se gli americani ci ave-
vano salvati dai tedeschi e noi avevamo avuto la libertà gra-
zie a loro, mio padre stava con gli americani. Per questo era
pronto a combattere i comunisti, perché erano come i tede-
schi, pronti a invadere la nostra patria.
Tilio non ne sa niente, quando aveva dodici anni lui c’era
già la Seicento e Carosello. Sembra che viviamo tutti nello
stesso tempo, quando stiamo insieme, pensa Fredi, anche
qui, il Don, gli sposi, i genitori, quello grosso con il tatuag-
gio, pare proprio che questo momento sia uguale per tutti.
Ah, certo che è così. Ma dentro ognuno ha il tempo suo,
non come un albero piccolo e uno più grande, però. Come...
Come... Non gli viene. Fredi pensa alle radici, come quelle
più vecchie si possono intrecciare e poi di nuovo spingersi
oltre, fino a non sentire più da dove gli arriva il buono o il
veleno che succhiano troppo lontano... Ma non gli compare
la frase giusta. Non è facile. Tilio è più bravo. Si gira e si ri-
gira le frasi in testa, se le prepara. E poi ti viene fuori come
dal niente: «Nessuno pensa a che cosa vuol dire fin che morte
non vi separi», come aveva fatto prima, quando già gli sposi
erano entrati e loro due si sono avvicinati per le solite ultime
disposizioni.
In quel momento lì uno si domanda secondo te quanti
fanno la comunione, se bastano le particole, se è meglio far
scendere il Don vicino ai banchi o far salire i gradini, intanto
che si guarda se ci sono disabili, se ci sono vecchi che cam-
minano male, queste sono le cose che si dicono subito prima
della cerimonia, mica filosofia. Pure io, pensa Fredi, potrei
prepararmi una frase e poi, alla vigliacca, sparargli in faccia:

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“Perché tuo figlio è andato a stare a Padova, se per il lavoro è
distante uguale da qua?”. Io lo so perché. Padova è una città,
risposta già pronta. Però se faccio a Tilio quella domanda
non è perché voglio questa risposta, se no non la farei. Vero
o no? Se faccio quella domanda è perché voglio sapere se ci
sono motivi diversi, cose tra loro due, voglio dire, nei loro
rapporti, insinuo che se n’è andato via per mettere distanza
tra lui e suo padre. Se no perché? I giovani vanno a stare in
città e non nei paesi pieni di vecchi, di cani e di palazzi che si
disfano, lo sanno tutti. Ma lui ti chiede: «Fredi, quanti anni
avevi quando eri pronto a sposarti?». Ti pare una domanda
fatta per rispondere direttamente? Se gli rispondevo “Tren-
tatré”, era quella la risposta che si aspettava?
Non ero io che avevo chiesto a Simona di sposarmi, era
stato uno che aveva vissuto una vita falsa, una vita non sua.
Come potevo essere sincero? Sì, fin che morte non ci separi,
ma la morte di chi? Di quello che ero stato fino a quando
le avevo chiesto di sposarmi o di quell’altro che non sapevo
che cosa sarebbe diventato e che in quel momento non vo-
leva diventare nessuno, soltanto cancellare, cancellare per
sempre quello che era stato prima.

Guardalo Tilio che elegantone, come allunga la borsa delle


offerte, che gesto perfetto, ti credo, ci ho messo dei mesi per
farglielo capire, così si fa, precisione e armonia, armonia e
precisione. Si dovrebbe compiacere di meno. Capisco che
oggi qui dentro è festa grande. Ma dovrebbe evitare di sor-
ridere in quel modo. Tilio è fatto così, vuole piacere sempre.
Alla sua età. Se gli pare che non ti piace è lui che ti vuole
corteggiare. Non se ne fa una ragione. Come la prima volta
che è venuto nel pomeriggio a dirmi perché non gli piacevo.
Non era quello il punto. In realtà voleva chiedermi come mai
non era piaciuto a me, lui che mi aveva fatto il favore di en-
trare in chiesa e che aveva passeggiato in chiesa quasi mera-

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vigliato di stare lì. Era quello che mi aveva fatto sbottare. Hai
sempre abitato a centocinquanta metri, imbecille, che cosa
mi fai, adesso, quello che scopre a settant’anni la sua chiesa?
Tutti abbiamo i nostri difetti, pensa Fredi. Vediamo quelli
degli altri. I nostri più grandi sono quelli che vediamo di
meno, è la regola. Qualche piccolo difetto ce lo riconosciamo,
fa simpatia, però quello che ci costringe a non vedere quello
che siamo, quello lì niente, non lo vedremo mai. Fredi dice
questo perché sta pensando che Tilio è uno che sta fermo in
se stesso più di tanti altri, anche se ogni tanto gli fa venire il
nervoso. E poi si dice che dovrebbe fargli piacere vedere che
Tilio è contento di raccogliere le offerte. Pensa tu, se glielo
dicevi l’altr’anno! “Vedrai che un giorno raccogliere le of-
ferte ti farà fiorire il sorriso sulle labbra.” Non si è certi che
sarebbe un bene farlo notare a lui, proprio a Tilio – conclude
Fredi tra sé –, chissà quali contorti ragionamenti riuscirebbe
a inventare.

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Credeva fosse la vecchia, quando l’hanno portata dentro in


quattro e l’hanno stesa per terra, tenendole alte le gambe.
Invece era la madre della sposa. Tilio si era affacciato per la
curiosità di vedere come sudavano sotto il sole a quaranta-
quattro gradi percepiti, così ha detto il meteo, mentre si fa-
cevano le foto, e ha visto quella signora secca, un grumo di
ossa, che tirava il fiato da una spalla, come si dice, appog-
giata al muretto. Facevano ombra anche i fili per stendere e
quella stava ritta, immobile, a guardare gli sposi che si spo-
stavano agli ordini di un fotografo indemoniato, zuppo di
sudore fino alla cinta. Invece, quando Tilio si è avvicinato,
ha riconosciuto la donna che durante la cerimonia stava ac-
canto alla sposa. Hanno tuffato le mani nell’acquasantiera,
le hanno spruzzato la faccia e bagnato i polsi. Si è riavuta su-
bito, la messa in piega perfetta. Tilio è tornato indietro, inu-
tile perdere tempo. Voleva dire a Fredi di lasciare tutto come
stava, non c’è suffragio nel pomeriggio, e assicurargli che
viene lui dopo a sistemare per la messa delle diciotto. Ma
quando arriva all’altare vede che ha già portato via tutto. In
sacrestia trova Fredi seduto al suo posto, non si è levato la
giacca, tiene le mani sulle cosce e guarda a terra.
Ci sono le vesti sulla cassettiera, alla rinfusa. Tilio comin-

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cia con calma a ripiegarle e rimetterle al loro posto secondo
l’ordine. Intanto tiene osservato Fredi con la coda dell’oc-
chio. «Cosa dici se restiamo qui, esco a prendere qualcosa in
trattoria, e ce lo mangiamo all’ombra con una bottiglia di ac-
qua fresca.» Fredi non risponde, non tira in avanti le labbra.
«Arriviamo a casa che siamo già cotti e troviamo un forno,
stammi a sentire, acqua fresca, un boccone leggero, e stiamo
qui a raccontarcela. Poi tu vai a casa e torni quando inizia la
messa, al resto ci penso io.» Basterebbe un sì con la testa. In-
vece Fredi non si muove. Tilio non può fare a meno di pen-
sare a un samurai sconfitto, lo immagina senza un pensiero,
svuotata la mente di tutto, che si affida all’immobilità come
ultima dignitosa certezza. Lo guarda a intermittenza, men-
tre finisce il lavoro, Fredi si offre alle sue fantasie: è un uffi-
ciale dopo la battaglia, è un soldato di Cristo, è un samurai
nella casa del suo signore.
Va a controllare se la donna e i soccorritori sono usciti,
chiude il portone, ritorna in sacrestia respirando l’odore ve-
getale della chiesa infiorata. «Allora io vado» dice a Fredi.
Poi Tilio ha un’esitazione. Ma scuote la testa, come per rifiu-
tare un’idea. Subito dopo ha un’espressione decisa: prende le
chiavi della sacrestia, esce richiudendosi la porta alle spalle
e da dentro Fredi sente girare una, un’altra mandata alla
serratura.
Fredi increspa le labbra in un sorriso. Ha esagerato. Oggi
ha esagerato. Deve lasciar fare dove può e lasciar perdere
quando non può. Non ha valutato che la mattinata non aveva
pause, tra una funzione e l’altra, dalle sette e mezza in poi.
Occorre avere rispetto per gli anni, anche quando la testa ha
altri pensieri e non li sta a sentire. Adesso meglio. Il respiro è
tornato regolare. È contento delle premure di Tilio, anche se
a volte è una zucca. Certo che i matrimoni sono come i fune-
rali, uno finisce sempre per lasciarsi invadere dai suoi amori
e dai suoi morti. Non che non vada bene, deve essere così,

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è per quello che ti commuovi. E senti che arriva il senso di
stare insieme, pure se conosci appena gli sposi, se al funerale
ci sei andato perché dovevi. Tilio si lascia prendere da queste
cose. Lui, Fredi, può dirsi vaccinato. Dai e dai, matrimoni e
funerali, anno dopo anno, finisce che ti preoccupi solo che
tutto vada bene senza sorprese. Una volta lo sposo si mette
a piangere e non si riesce più a calmarlo, non riesce a dire
sì, tutti fermi per un quarto d’ora. Un’altra volta la sposa in-
fila lo strascico sotto un banco e quando si sente bloccata
tira, tira finché non si strappa mezzo vestito di dosso e tocca
chiamare una sarta per rimediare e andare avanti con la ce-
rimonia. C’è chi sviene, chi vomita, chi tossisce fino a sof-
focare e chi per la felicità o il dispiacere si è fatto un metro
di grappe e arriva in chiesa ciucco disfatto. Fortuna per gli
sposi che adesso spendono meno. Fino a dieci anni fa c’era
chi buttava milioni di lire solo per vestire la chiesa, pagare
cantanti, sorprendere tutti con una cafonata all’uscita da-
vanti al portale. E poi ti arriva uno ubriaco molesto che non
riesci a zittire, o il figlio di tua sorella ti vomita la colazione
sull’abito bianco. Mah! La verità è che i pensieri vanno dove
vogliono. Arrivano prima che tu li chiami. Prima, durante
la cerimonia, guardava Tilio e gli avrebbe dato uno schiaf-
fone, non è possibile, voleva dirgli, che si veda così tanto che
pensi agli affari tuoi. Si perde via. E dopo, quando ti viene
vicino, ti presenta il conto: Fredi, quanti anni avevi quando eri
pronto a sposarti? Pronto a sposarmi? Volevo farlo, questo sì.
Sarebbe stato bizzarro che non lo avessi voluto. Anzi, avevo
passato i trenta quando ho conosciuto Simona, e allora alla
mia età senza una fidanzata da sposare si passava per strani.
Però è vero che ero sicuro: Simona era la donna della mia
vita. Aveva quella passione per tutto che a me mancava. An-
che per studiare. Le dicevo di prendersi più tempo per lei, di
stancarsi di meno, ma le brillavano gli occhi quando mi rac-
contava che cosa stava leggendo. Mi piaceva di più, in ve-

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rità, per questo. Chi poteva sapere che proprio un libro mi
avrebbe rivoltato come una tartaruga a pancia sopra.
Era soltanto un elenco di nomi. La domanda era stata in-
genua. «Come si chiama tuo padre?» aveva trillato Simona
sbandierando il libro con il righello giallo in mezzo per se-
gnare la pagina. Il righello me lo ricordo, non se pioveva o
c’era il sole, non com’era vestita Simona. Era venuta dall’altra
stanza, l’avevo chiamata perché era pronto il caffè, facciamo
una pausa insieme, le avevo detto, per farla smettere, a dire
il vero, e chiederle di uscire. Fa-ta-li-tà. Una fatalità: lei vo-
leva fare la spiritosa, non immaginava. Invece era proprio il
nome di mio padre tra quelli degli ufficiali che si erano uniti
alla Repubblica di Salò. Quelli che si erano messi sotto il co-
mando dei tedeschi. Nome e cognome. Io e mia madre a Lu
Casale pregavamo per l’eroe che difendeva la patria con la di-
visa dell’esercito italiano. E il valoroso difensore della patria
con la divisa dell’esercito italiano lo avevamo ritrovato alla
fine della guerra. Però la guerra era finita da più di due anni.
Simona non poteva aiutarmi. Presenza di spirito non ne ho
mai avuta tanta, ma ho trovato una smorfia di divertimento,
però poi non riuscivo a pensare altro, continuavo a ragionare,
immaginare, cercare prove. Non ho dormito. Il giorno dopo,
arrivato l’orario di apertura degli uffici pubblici, ero già in cac-
cia di informazioni. Pochi giorni e ho saputo. Non sono tor-
nato a casa. Non ho parlato con mio padre. Adesso penso di
poter capire. Adesso, non allora. Non ero preparato, non ero
in grado di comprendere, forse è per questo che ho fatto quello
che ho fatto, per arrivare a questa età e ritrovarmi finalmente
capace di farmene una ragione, vuoi vedere che magari è così.
Vuoi vedere che si arriva finalmente a capire che certe cose
non sai davvero perché le fai.

Lo scrocchio deciso della serratura precede l’ingresso di Ti-


lio. Ha una borsina ecologica di quelle che si rompono su-

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bito, per questo tiene la bottiglia dell’acqua in mano e chiude
la porta spingendola con il tallone. Tilio appoggia l’acqua
e la sporta. Tira davanti a Fredi la panca che stava addos-
sata al muro e c’è il prosciutto, c’è il melone già tagliato a
fette, c’è dell’insalata di riso, vualà, i piatti di cartone, le po-
sate, i bicchieri. «E ora si fa picnic» decreta Tilio con enfasi
aprendo la bottiglia dell’acqua appannata e gocciolante. «Su,
dai,» esorta «oggi offre Casagrande.» Fredi non deve fare al-
tro che allungare la mano verso il bicchiere pieno e bere una
sorsata di acqua fresca.
Parlano poco, masticando, dicendo ogni tanto che è
buono. Quando hanno finito, Tilio ripulisce e mette ordine.
Fruga nei cassetti e dentro l’armadio finché trova una tra-
puntina e la stende sulla panca, con due vesti da chierichetto
fa un cuscino poi dice: adesso tu ti stendi qui e ti riposi, ve-
drai che un sonnetto io riesco a farlo anche seduto, lo faccio
tutti i giorni, mente Tilio, e si lascia andare sulla sua poltron-
cina, senza pensieri. Dopo qualche minuto si addormenta.

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Fredi ha paura di cadere. La panca non è troppo stretta, e


c’è il muro, ma metti che ti rigiri vedi che tonfo, fai la figura
e magari ti fai pure male. Tilio ha chiuso la porta? Se entra
qualcuno e ci vede così, pensa: “Ecco che cosa fanno questi
due tutto il giorno”. Mio padre l’ho perdonato. O dimenti-
cato. Il tempo, è il tempo che fa tutto. Simona è diventata un
fantasma. E mio padre una catena di conseguenze, pensa
Fredi, i fatti cambiano, con il tempo. Se era convinto, l’o-
nore, la patria, come le concepiva lui, dopo che il re è scap-
pato, gli alti comandi dileguati, nella sua testa non ci stava
di nascondere la divisa e darsi alla macchia in montagna.
Lo posso pensare. Fosse morto, i conti tornavano. La morte
aiuta sempre, in questi casi. Ma era ancora vivo però quando
ha capito che i tedeschi si ritiravano, che era una disfatta.
Perché non gli ho chiesto niente? Mi avrebbe potuto rispon-
dere che si era reso conto che i tedeschi li usavano e li tene-
vano d’occhio, per esempio, e aggiungere che aveva capito
che erano pazzi assassini, che lui aveva protetto dei civili,
quando era chiaro che gli italiani per quei dementi erano
carne da macello, forse gli avrei creduto, forse poteva essere
vero. Ma sono andato a Roma, subito, ho chiesto al mio co-
mandante di lasciarmi finire una ricerca sulla storia del bat-

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taglione e quello compiaciuto mi ha raccomandato: «Arrivi
fino ai giorni nostri».
A Roma c’era un mio compagno di corso, mi fidavo di
lui. E la fiducia non è stata tradita. Mi ha aiutato nelle ricer-
che, non sulla storia del battaglione, si capisce. Mio padre
aveva avuto incarichi di comando nella Repubblica Sociale
Italiana. Questo era agli atti. In Piemonte. Ordini per il con-
trollo sulla popolazione, operazioni di polizia. Non al fronte,
quindi. Ho potuto risalire al documento che, due anni dopo
la fine della guerra, lo assegnava a una caserma di reclute,
carriera senza futuro, però senza perdere il grado. Niente
altro. Il mio amico, Sandro, mi presenta un suo cugino del
ministero. Così imparo la teoria, le posizioni politiche, la
questione dell’amnistia e tutto il resto, ma non c’è modo di
trovare una carta su mio padre. Il cugino di Sandro mi dice
che più avanti non si può andare. Gli domando chi può sa-
pere. Mi fa il nome di un generale, riabilitato senza adde-
biti, era stato in quella stessa area operativa, Cuneo, Alba,
tra Liguria e Piemonte. Quando mi riceve sento subito l’an-
tipatia. A me interessa perché non lo hanno catturato, per-
ché non è stato processato, perché mio padre è sparito da
ufficiale al servizio dei nazisti e poi è ricomparso come co-
mandante di una caserma dell’esercito italiano. Non ne ho
cavato nulla. Filosofia sì, parecchia, e provocazioni: ero mai
stato in guerra? Avevo mai comandato un assalto, perché era
di questo che si trattava, se mi rendevo conto della diffe-
renza tra prendere i gradi facendo campeggio e guadagnarli
sul campo. Non è stata una conversazione. Mi ha intimidito
e umiliato per tutto il tempo. Pareva che fossi io a dovermi
giustificare. Avrebbero dovuto processare me e tutti quelli
come me che avevano avuto la vita comoda e si permette-
vano di giudicare. Sono riuscito a chiedergli se mio padre
aveva disertato. Mi ha riso in faccia. «Lei non sa di che cosa
sta parlando» ha risposto, finito di ridere, con disprezzo. Ha

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aggiunto: «Vuole un eroe? Non ha capito che cosa è suc-
cesso? Li fanno ministri, adesso, quelli che hanno tradito
prima la monarchia e poi l’onore. Manca solo che mi venga
a parlare di crimini di guerra» ha insistito. «Crimini di guerra
di chi? Dei tedeschi, dei soldati italiani, di quelli di Salò, dei
partigiani comunisti di Tito, di chi?» E ha continuato dicendo
non ricordo più cosa mentre alzava la voce finché la vena
sulla fronte non gli si è gonfiata e allora mi sono alzato in
piedi, sull’attenti, ho fatto il saluto e me ne sono uscito men-
tre lui mi gridava dietro di fermarmi, di tornare indietro che
non mi aveva congedato.
Un impulso, una rabbia che non riuscivo a vederci dentro,
questo me lo ricordo bene, ma è come non ricordare niente.
C’è il fatto: mi sono informato sulle procedure per l’imme-
diata quiescenza, via, fuori dall’esercito, subito e per sem-
pre. Eppure non sono più io quello là, si dice Fredi, ho solo
questo ricordo, ma niente altro che mi faccia sentire che ero
io quello che compilava i moduli, rispondeva alle domande,
consegnava la divisa rifiutandosi di tornare alla caserma di
assegnazione. Non mi ricordo i pensieri, né cosa pensavo di
fare, c’è solo la traccia di un’umiliazione, di una sconfitta,
questo sì, pensa Fredi, rigirandosi sulla panca.

Non è così male, in fondo, si dice sistemandosi su un fianco,


è sicuro che si riposa. Si era tolto la giacca, quando si è steso,
l’aveva messa sulla sedia, forse ci arriva. Non vuole aprire gli
occhi. Le immagini di quando era giovane gli arrivano lu-
minose, senza controllo. Roma, gli uffici, le trattorie, le vie
monumentali, non c’è più rabbia né umiliazione, se si lascia
andare, fanno piacere. Lui era quel giovane che cammina
in via del Corso, quello che siede in Trastevere sotto una
pergola, guarda la gente per strada, la mattina, che cos’è la
mattina presto a Roma, prima che aprano le botteghe! Non
vuole aprire gli occhi. Allunga il braccio, muove la mano nel

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vuoto finché non trova la sedia. La giacca c’è. La prende e si
copre il fianco e la spalla, senza aprire gli occhi.
Mentre Fredi passa dai ricordi alla fantasia dei ricordi,
dalla fantasia al sonno, Tilio sta sognando. Sa che sta so-
gnando perché mentre bacia Veronika si chiede se è proprio
lei, se è suo il capezzolo che sta accarezzando con il pollice,
se i capelli che gli fanno caldo hanno il suo profumo. Che
posto è? Non è casa sua, ci sono pareti bianche e un armadio
che non riconosce. Sta baciando il collo di Veronika e lei gli
slaccia la cintura, ridendo, ride anche lui, si stupisce, stanno
ridendo e spogliandosi e spingendo inguine contro inguine.
È sicuro che è Veronika, il neo sotto il seno è suo, è suo
l’osso sporgente dell’anca. Non smettono di ridere quando
la donna in maglietta azzurra e mutandoni bianchi si unisce
a loro. Ha un cespo di capelli ricci e la pelle scura. Mentre
la donna detta istruzioni Tilio vede che ha un numero sulle
spalle e le scarpe da calcio. Comanda lei, Tilio deve met-
tersi dietro e Veronika appoggiarsi al muro. La donna cala
i pantaloni di Veronika e mentre Tilio la penetra grida Gol!
Un uomo, che prima non si vedeva, grida Gol! dalla parte
dell’armadio. Le porte dell’armadio sono spalancate, l’uomo
ha i capelli bianchi, è vestito di nero, è Fredi. Non può essere
Fredi, si dice Tilio nel sogno, e Fredi sparisce, però è sparita
anche Veronika e la donna con il gran cespo di capelli di-
venta una fotografia a grandezza naturale.
In Francia sono iniziati i Mondiali di calcio femminile,
non passa un’ora che non si veda in tivù una o l’altra ra-
gazza della squadra italiana. Questa mattina c’era la replica
di uno speciale che raccontava la storia di quella che ha so-
gnato, il miglior difensore della squadra. Sapeva chi era per-
ché aveva visto le prime partite. Tilio aveva paura di essere
in televisione, nel dormiveglia, era come vedere tutto dentro
lo schermo e c’era il paese intero che guardava insieme a lui.
Tilio si sistema sulla sedia, non è proprio comoda, pensa,

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ma perché aprire gli occhi e svegliarsi? Sto ancora un po’
così, adesso arriva l’immagine della piazza sbiancata dal
sole, la vecchia è ancora attaccata al muretto, è tanto, tanto
vecchia. Un uccello bianco precipita dal campanile e riprende
il volo a pochi metri da terra, Tilio lo segue con lo sguardo,
vede il cielo senza nuvole, dove sono le nuvole? Continua a
guardare il cielo dietro le colline, dal fondo del bosco, il cielo
che non finisce mai.

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Fredi è steso sulla panca. La luce dalla finestra della sacre-


stia gli cade giusta sul petto, il viso sembra ancora più pal-
lido. Tilio è in piedi vicino a lui e non sa cosa fare. Ha pro-
vato a convincerlo di chiamare qualcuno ma Fredi non lo ha
permesso, solo qualche minuto, ha detto, poi passa, non c’è
niente da fare.
Sono tre giorni dalla domenica del matrimonio. Non si
può aspettare ancora, aveva detto Fredi la sera prima, caldo o
non caldo le pulizie vanno fatte. Questa mattina Tilio doveva
passare dal patronato a firmare la denuncia dei redditi, dieci
minuti, gli avevano assicurato al telefono. Invece altri ave-
vano pensato, come lui, di approfittare del fresco della mat-
tina, e quando era arrivato c’era la fila prima ancora dell’a-
pertura. Tutti anziani alzati presto, e un paio di loro – una
donna grassa con uno scamiciato celeste, soprattutto lei –
avevano avuto da ridire su tutto, prolungando la discussione
e le chiacchiere dopo la discussione, cosicché Tilio era riu-
scito a mettere la sua firma solo due ore dopo. Fredi non lo
aveva aspettato.
Tilio aveva chiamato per avvertire, pure sapendo che
Fredi non avrebbe risposto: spegne la suoneria, chiude il cel-
lulare in un cassetto della sacrestia e lo riprende quando se

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ne va. «Il Don lo sa dove sono, chi vuoi che mi chiami?»
aveva risposto Fredi le prime due volte che Tilio gli aveva
fatto notare che allora poteva anche lasciarlo a casa. Non
era il caso di ritornarci una terza volta, aveva pensato Tilio,
non con Fredi. È fatto così, pensa Tilio, che ha capito subito,
quando è arrivato, che Fredi aveva lavato il pavimento da
solo. Aveva spostato e rimesso in ordine tutti i banchi. Lo
aveva sentito entrare e gli era venuto incontro verso la sa-
crestia con quel suo viso sereno, quell’accenno di sorriso che
Tilio conosceva bene. La faccia da testardo. Questa volta Ti-
lio ha pensato che Fredi meritava di sentirsele cantare, dritto
per dritto, come dice lui. “Che cosa hai voluto dimostrare?”
gli stava per dire, ma poi Fredi si è incurvato e ha piegato le
ginocchia. Tilio lo ha abbracciato giusto in tempo, prima che
cadesse, e lo ha fatto stendere sulla panca. E invece di ras-
sicurarlo, aprirgli il colletto della camicia o portargli un bic-
chiere d’acqua Tilio gli dice tutto quello che stava per dir-
gli prima, anche di più, perché ha preso paura, e adesso che
vede Fredi respirare di nuovo regolare e riprendersi l’espres-
sione del viso, non riesce a trattenere lo sfogo.
Tilio non ci crede, Fredi gli dà ragione! Ammette di es-
sere una testa dura, lo ringrazia per la pazienza. Allora sta
male, pensa Tilio.
Fredi intanto pensa che Tilio è uno che si adatta, se vede
che la cosa non va cambia strada. Invece lui è fatto così, deve
confermare a se stesso quello che è, o cambiare tutto. Fles-
sibile, un po’ più flessibile, lo dice anche don Livio. Essere
flessibili però non vuol dire che sei disposto a tutti gli ag-
giustamenti, pur di venirne fuori, pensa Fredi, ma intanto
si chiede da dove vengono questi pensieri adesso, disteso su
quella panca, ché se non arrivava Tilio lui da solo avrebbe
avuto paura.
Tilio gli chiede quanto tempo è che non si fa vedere. Da
prima di Natale, mente Fredi. Sono due anni che non va da

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un medico perché sa che cosa non va bene. Ha il cuore vec-
chio, più vecchio di lui. Prende ogni giorno le pastiglie ma
forse è ora di controllare se vanno ancora bene. Sua sorella
l’aveva detto: «Vieni a stare da me». Abita a cento metri dalla
chiesa, è più comodo per tutto.
Aveva ritrovato la sorella sposata e già vedova, quando
era tornato. Benestante, si poteva dire, con una bella casa
e senza il bisogno di lavorare. E suo padre non parlava più.
Farfugliava, si muoveva poco, come fosse legato. Lo aveva
riconosciuto, questo sì, ma senza commozione, senza un ge-
sto. Con la madre parlare era inutile: lei dava sempre ragione
a tutti.
Non era tornato perché il suo superiore gli aveva detto
che suo padre stava morendo, adesso lo sa, ma perché era il
momento di cambiare vita. Si stava adattando ai piccoli pri-
vilegi, alla certezza del ruolo, alla giovane amante di cui sa-
pevano tutti e chiudevano un occhio. Non gli piaceva. Le
giornate ricominciavano con la certezza di un limite impo-
sto a ogni decisione, non era ipocrisia, gli aveva assicurato il
confessore, era prudenza. Fredi si era convinto: l’amore por-
tava alla fede, non il contrario. La fede non dettava l’amore,
al massimo ti faceva trovare il dovere. Ma l’amore si era ri-
dotto a opera di sostegno, certezza del proprio compito. Tor-
nare sempre di nuovo alla piccola parrocchia, lasciare che la
società vada per suo conto, restarne fuori. E relazioni perso-
nali, erotismo. Anche quello era amore ma non portava alla
fede. L’amore, per Fredi, voleva dire venir trascinati via da
qualcosa che portava oltre lo stare bene, le faccende quoti-
diane, più avanti di tutto, anche se non sapevi dove, poteva
solo stare là, l’amore: viene talmente da lontano che non può
fermarsi sul primo divieto del buon senso. Invece, anche se
con parole tutte diverse, quello che aveva parlato di buon
senso era stato il Papa polacco all’audizione della comunità
missionaria, quando era venuto in visita. Aveva cari più di

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tutto gli equilibri internazionali, la politica, le missioni do-
vevano segnalarsi come esempio di solidarietà. La fratel-
lanza, quello era il concetto. Frat-tel-lan-za. Sì, come una fa-
miglia perbene. Non devo ricordarle, caro Giovanni Paolo,
che il fratello più famoso della nostra religione è Caino. Non
glielo ha detto, è ovvio, ma avrebbe meritato di sentirselo
dire.
Si era convinto per molto tempo che era tornato perché
suo padre stava morendo. Ora è sicuro che non voleva re-
stare. Forse il suo superiore aveva capito tutto. Di sua so-
rella, il matrimonio e la morte del marito, mica gli aveva
detto niente. Eppure sapeva. Non si era meravigliato che il
suo superiore sapesse tutto di lui, il motivo di disagio era
un altro: era a conoscenza di cose che lo riguardavano delle
quali lui, Fredi, non sapeva niente. Se gli altri sanno tutto
di te cosa importa, se è quello che sai anche tu. Se invece
sanno cose di te che tu non sai, allora ti controllano, se vo-
gliono possono manipolarti. E quella volta è stato così, pensa
adesso Fredi. Come mai gli è così chiaro adesso? Il suo supe-
riore lo osservava, e aveva capito che era meglio fare senza
di lui. Così lo aveva mandato via. Suo padre stava male da
un anno e mezzo, lo ha scoperto quando è tornato. E lui,
Fredi, era convinto invece di aver preso una decisione alla
fine di profondi pensieri e dolorose risoluzioni. Il padre era
morto un anno dopo, la madre era andata a stare da sua so-
rella e lui era rimasto a vivere da solo nella casa di quando
era ragazzo. Dopo che è morta anche la madre, la sorella gli
ha proposto di vivere insieme da lei, la casa è grande, po-
tevano anche non incontrarsi per giorni, se non volevano,
aveva insistito. Nadia, la sorella, gli voleva bene, aveva sei
anni di meno e ricordi diversi, vivi, una parte importante,
per lei, della sua memoria. Fredi poteva dire di provare un
sentimento che non era amicizia né attaccamento, qualcosa
di più sfumato, non per questo fragile, quello che mancava

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era la confidenza. Per questo le preoccupazioni della sorella
per la sua salute erano sempre state tenute a distanza da un
certo ritegno. La sorella invece aveva ragione, doveva rifare
gli esami, farsi controllare.
Tilio aveva ragione. Nadia aveva ragione. Avevano ra-
gione tutti, in questo momento, per Fredi. Almeno fino a
quando non fosse riuscito a rimettersi in piedi.

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Fredi si chiede se succede a tutti così, che il tempo fa come


una curva, un tornante, e ti riporta di fronte a uno spazio in-
certo, come da bambino, dove importa quello che succede
oggi e domani sembra troppo distante per potersi fidare.
Non è vero che i bambini piccoli vogliono tutto e subito. Vo-
gliono. E per loro il volere e la parola dopo non possono stare
insieme. Volere e domani, volere e tra un mese, volere e l’anno
prossimo per un bambino di tre anni vuol dire no, quello che
vuoi non sarà, smettila pure. E come un bambino non gli in-
teressava più niente di quello che succedeva nel mondo, ne
aveva viste anche di peggio, nessuno aveva imparato niente.
Gli esseri umani non possono stare senza fare il male così
come non possono stare senza cercare il bene. Il male non
è più astuto del bene, come si crede, è più veloce. Quando
tutto diventa più veloce il male è avvantaggiato. Però finisce
che fa male anche a se stesso, per fortuna. Così almeno la
pensa adesso, Fredi, ancora steso sulla panca ma sicuro che
va riprendendosi. Forse riesce anche a parlare.
«Mi chiedi sempre di quando sono partito per il Giap-
pone» sussurra a Tilio, ma troppo piano, lo vede precipitarsi,
gli prende la mano. «No, lascia stare.» Fredi toglie la mano,
alza la voce: «Volevo dirti di quando sono partito per il Giap-

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pone, me lo hai chiesto cento volte». Adesso Fredi sente che
può parlare, forse potrebbe alzarsi, ma resta dove si trova,
con gli occhi socchiusi. «Mi prendi in giro o ti interessa sul
serio sapere? Sai il motivo?» chiede Fredi a Tilio. «È questo:
credevo che quello che decidevo di fare fosse molto impor-
tante, come se dovessi rispondere a tutto il mondo. Ero io
così, oppure era un tempo così, in quegli anni. Se ci penso,
non ero l’unico. Non so da dove veniva questa cosa, si dove-
vano prendere decisioni, e queste decisioni, che erano per-
sonali, private, erano così importanti da non essere più sol-
tanto personali o private. Adesso lo so che potevo andare
in Giappone o continuare la carriera militare, oppure lau-
rearmi in ingegneria, a nessuno sarebbe importato, dopo
dieci, vent’anni. Invece allora ho creduto che quella deci-
sione sarebbe stata determinante per il mondo intero. Si fa
per dire. Insomma il mondo intero lo vedevo allora come
qualcosa che dipendeva da me. Era stata la guerra, credo. E
gli anni dopo la guerra. Eravamo tutti convinti che la Storia
avrebbe potuto andare diversamente e così credevamo che
ognuno di noi doveva pensare alla Storia, quando pensava
alla carriera, ai sentimenti. O forse ero l’unico fesso idea-
lista che un fascista voltagabbana sia riuscito a mettere al
mondo.»
Tilio è allarmato da questo discorso, mentre Fredi resta
disteso, con gli occhi semichiusi. Il tono, quello gli fa im-
pressione, è quello di chi si confessa. «Vuoi che chiamo don
Livio?» chiede a Fredi.
«Ma va’ a cagare» sussurra Fredi, chiude gli occhi, scuote
la testa dispiaciuto per quello che ha appena detto. «Aiutami
a rialzarmi» aggiunge. «Non oggi il prete, non oggi, abbi pa-
zienza.»
Da seduto Fredi diventa più normale, quello di sempre,
tira in fuori le labbra, le ritira e borbotta: «Non mi potevi
dire ieri sera che avevi quell’impegno e venivi più tardi?

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Sono stato in pensiero». Sorride, sa che l’idea è divertente,
infatti sorride anche Tilio quando immagina Fredi preoccu-
pato per la sua salute mentre a lui sta venendo un colpo.
C’era Menotti fuori dal municipio quando sono passato
alle otto, racconta Tilio.
È ora che tutto ritorni normale, come gli altri giorni. Non
servirebbe a niente insistere, con Fredi, cercare di fargli pro-
mettere di andare dal dottore, di riguardarsi un poco.
Meglio contargli del Menotti, così come gli è stato detto
da Gastaldello, l’assicuratore, che adesso è in pensione
e passa tutto il tempo a raccogliere chiacchiere da un bar
all’altro senza consumare niente, così che tutti gli osti ce
l’hanno con lui. Chiede: «Gentilmente, un bicchier d’acqua di
rubinetto», Gastaldello, ricorda Tilio a Fredi, come fai a non
darglielo, però non lo puoi far pagare e lui, Gastaldello, se
non trova qualcuno che gli offre qualcosa viene da te, legge
il giornale, va al cesso, da anni, senza lasciarti un euro. Fredi
sorride. Bene. «Ma aspetta allora che ti racconto» continua
Tilio. «Vedo Menotti e poi incontro Gastaldello che ha visto
che l’ho visto, sì, insomma, non gli avrei mai chiesto niente,
è stato lui che mi ha rivolto la parola per dirmi le ultime di
quello là. Per quello là intendeva quello che avevo appena vi-
sto, Menotti, ci siamo?»
Fredi lo guarda. «Va bene,» dice «ho capito, e allora?»
«No, era per dirti che non sono stato io a chiedergli niente,
ma è stato Gastaldello che me l’ha voluto dire a tutti i costi.»
«Va bene» ripete Fredi «e allora?»
«Allora,» dice Tilio «non si accontenta più di dare la colpa
al Comune di avergli perso i disegni della casa dopo i lavori
che ha fatto per dividerla in due unità abitative, come dice
lui, per far venire a stare la figlia di sopra, adesso vuole che
sia il geometra comunale a fare il disegno e passare le pra-
tiche al catasto. Gastaldello dice che Menotti fa il nome di
un assessore della Regione, sbraita che vuole la cosa risolta

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entro l’estate se no manda un controllo ufficiale su tutti gli
atti del catasto. Si presenta ogni mattina e comincia a gri-
dare. Secondo lui pensa che lo accontentano per toglierselo
dalle palle. Ha una ricevuta, si attacca a quella, ma in cata-
sto dicono che potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, un ag-
giornamento sull’esistente, una richiesta generica, non ci
sono domande allegate, non ci sono disegni, soltanto la rice-
vuta di un ticket. Gastaldello dice che ha sempre fatto così in
ospedale, quando ancora ci lavorava, ferie su ferie, le terme
pagate con tutti i comodi. Ti tormenta finché non ottiene
quello che vuole. E adesso vuole che il Comune gli paghi il
condono, hai capito?»
«Gastaldello si inventa» scuote la testa Fredi, divertito.
«Metà delle chiacchiere che girano sono le sue, e sono quelle
che nessuno crede. Figurati se ha una ricevuta e non c’è
scritto per che cosa è stata fatta. Menotti briga per guada-
gnarci, è sicuro, ma non può far credere che ha accatastato
i lavori se non lo ha fatto.» Quando si tratta di burocrazia
Fredi ne sa parecchio, e Tilio non ha motivo di non credergli.
Gastaldello lo sanno tutti che a un certo punto era rimasto
con la metà degli assicurati perché ogni cliente veniva fuori
dal suo ufficio informato su tutte le disgrazie del paese.
«Ma tu» chiede Tilio serio «eri convinto, quando hai la-
sciato l’esercito, quando sei andato in Giappone, e dopo,
quando sei tornato, sei sempre stato convinto che quella era
l’unica cosa da fare?» Tilio fa una pausa ma Fredi non parla.
«Non ti è venuto il dubbio che forse avevano ragione gli altri,
forse ti facevi portare dal momento. Ti ammiro» dice Tilio.
Fredi scuote la testa. «Macché,» borbotta «cosa vuoi am-
mirare.»
«Ti ammiro,» insiste Tilio «ma mi fai anche un po’ paura.
Io non ho mai deciso niente, ci pensavo prima, mentre par-
lavi, non come te, sì, insomma, ho sempre deciso quello che
mi pareva meglio anche per gli altri.»

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«Sei stato più bravo di me» sussurra Fredi, come una sen-
tenza.
«Non capire male, non l’ho fatto per gli altri, l’ho fatto
per me, per non sbagliare. Ancora peggio, alla fine,» abbassa
la voce Tilio «perché non ci credevo abbastanza. Non ho mai
creduto fino in fondo, al punto di prendere una decisione
mia, soltanto mia. Mi chiedo se mi è mancato il coraggio, o
che cosa, se è il carattere. Intanto» cambia discorso Tilio «mi
dici che cosa resta da fare per finire le pulizie e poi ti accom-
pagno a casa.»
Fredi sta per dirgli di non permettersi, lo sa lui cosa deve
fare, quando andrà a casa e con chi. Poi invece risponde:
«Faccio come te, ti ascolto, decidi tu, però poi devi fare le
cose come ti ho detto io».

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Non c’è niente di più bello di una mattina d’estate, quando è


una bella mattina come questa, pensa Tilio sulla porta della
sacrestia. Ha creduto, mentre camminava da casa sua verso
la chiesa, di aver trovato le parole, di essere riuscito a dire
che era come un richiamo, passo dopo passo, che ti senti
sfiorare la pelle da una promessa. Sei tu che senti l’aria, la
luce, il cielo o sono loro che sentono te? È bello che i pen-
sieri ci si perdono dentro. Ti lasci portare dai tuoi passi dove
ti trovi già dentro i colori, la materia viva, la musica che fa
il mondo. È bello pure perdere le parole, pensa Tilio, dispia-
ciuto che la camminata sia stata così breve e di non essere
riuscito a liberarsi da questa sua fissa di sorvegliare sem-
pre che cosa gli sta succedendo. Prova a dirsi di lasciar per-
dere. «Basta adesso, solo un minuto, no?» sbuffa Tilio, per
scacciare via dalla testa questo fastidio e guardare un’ultima
volta a mente libera il cielo, il muretto del ponte, gli albe-
relli lungo il fiume. L’incanto è rotto, però, non succede più
niente. Tira fuori di tasca la chiave e apre la porta.
L’intuizione di una gioia promessa, quella sensazione
che ha incontrato appena uscito di casa, non lo abbandona
quando è dentro la chiesa e lo accompagna per tutto il tempo
necessario a eseguire i suoi compiti. Quando arriva Fredi,

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alle sette e un quarto, Tilio sta finendo di rifornire l’acqua-
santiera principale, tiene con le due mani la tanica di acqua
benedetta. Quando resta solo una pozzetta sul fondo dà l’i-
dea di poca igiene, passa la voglia di metterci dentro le dita,
gli ha insegnato Fredi.
«Visto che giornata?» dice Tilio, che ha tenuto viva la con-
tentezza di quando è arrivato un’ora prima. La chiesa fre-
sca, il lavoro facile e regolare, lo hanno aiutato a sostenere
l’umore. Fredi non ha risposto. Tilio gli fa cenno che è tutto
a posto, possono stare qualche minuto seduti in sacrestia
prima che arrivi il Don. Fredi non può fare a meno di dare
una controllata in giro con gli occhi, cerca di non farsi accor-
gere. «È tutto a posto, ti ho detto» si dispiace Tilio, perché
ormai merita che si fidi, le sa fare quelle cose, ci mette atten-
zione. Fredi intuisce che c’è rimasto male. Si scusa. «No, ma
figurati» ribatte subito Tilio. Le scuse di Fredi sono una no-
vità, negli ultimi tempi, che gli dà fastidio. Se Fredi si scusa
non va bene, oggi è domenica e la giornata è lunga, non può
cominciare in salita. «Va’ che hai ragione,» si inventa Tilio
«non mi ricordo più se ho portato via la scala dall’altare di
Santa Lucia, vedi che è meglio controllare?» La scala è al
suo posto, ma intanto Tilio si allontana per qualche minuto
e quando ritorna, per scherzo, gli dà il benvenuto come se
Fredi fosse appena entrato in quel momento.
Fredi ride. «Sei un pagliaccio» gli dice con dell’affetto
nella voce.
Alla prima messa c’erano almeno venti persone, sono le
solite che vengono più presto perché è tornato il caldo. Gio-
vedì c’era nuvolo, e di notte è piovuto. Non è come la setti-
mana prima, ma gli anziani sono bombardati dalla televi-
sione che gli insegna come difendersi dalla calura. Tilio si è
inventato un trucco, fa ghiacciare il caffè dentro una botti-
glia di plastica dell’acqua minerale e lo mette di fianco alla
cassettiera, all’ombra. Per tutta la mattina, a mano a mano

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che si squaglia c’è caffè freddo da gustare un sorsetto alla
volta. Fredi ci aggiunge lo zucchero, ce n’ha sempre delle
bustine nel cassetto. «Come fai?» gli chiede Tilio. «Che ti la-
scia la bocca dolce e poi ti viene sete.»
«E allora bevo» risponde Fredi. «E dopo vado giù e me ne
libero, non ti hanno detto che bere l’acqua fa bene?»
«Guarda che se provi due giorni senza zucchero poi con
lo zucchero fa schifo» butta lì Tilio.
«Guarda che me l’hai detto duecento volte e ti ho sempre
risposto che mi piace così.»
«Secondo te il pavarotti oggi viene?»
La domanda di Tilio fa voltare Fredi dalla sua parte. «Ma
allora te ne sei accorto anche tu» gli chiede. Tilio lo ha chia-
mato il pavarotti perché fa la voce da tenore, come si fa a non
notarlo, quelli davanti si girano per vedere chi è che mette
fuori quei muggiti sempre in ritardo su tutti. Non sa le pa-
role e non le impara. Legge, ma gli piace tanto la sua voce
e tiene troppo la nota. Da quando ha capito che è diventato
un’attrazione il pavarotti viene ogni domenica alla messa
grande.
Più tardi il pavarotti c’era, infatti, con altri venticinque.
La funzione è iniziata male perché il Sigàgno è entrato in
chiesa, si è messo come lo vedi di solito, accasciato tutto
storto, con una mano nascosta sotto la maglia e l’altra mezza
aperta, contorta, portata avanti più in alto della testa. Lo
vedi all’entrata del parcheggio dopo la gastronomia di Gio-
vanni o sotto i portici in piazza.
Oggi sta proprio in mezzo alla navata centrale, subito
dopo l’ingresso, per evitarlo chi entra svolta subito sui lati. Li
devi vedere come schizzano, certuni nascondendo un sob-
balzo, cercano subito di portarsi lontano. Quando sono al
sicuro, sui banchi davanti, c’è chi fa finta di non aver visto
niente e chi gira e rigira la testa cercando in giro qualcuno
che lo tolga da lì.

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La security in chiesa, ha pensato Tilio, ecco che cosa
manca, devo dirlo a Enrico, quando lo incontro, non deve ac-
contentarsi di mettere i bigliettini di notte sulle serrande. Ti-
lio si immagina Enrico con la divisa blu, la striscia rossa sul
petto e sulla schiena, che sta sulla porta della chiesa con il
metal detector e la pistola al fianco, la pancia che sborda dal
cinturone. Guarda i fedeli uno a uno e ogni tanto qualcuno
ne scarta, lo lascia fuori, quello protesta ma non c’è niente da
fare, Enrico è inflessibile, c’è chi può entrare e chi no.
E invece lui, il Sigàgno, una pena, in mezzo alla chiesa,
nessuno lo guarda, lui che ripete con gli occhi bassi la canti-
lena per favore per mangiare con quella mano tesa tutta con-
torta. Dicono che la mano è buona, e che è buona anche l’al-
tra, lo hanno visto, cammina dritto quando ha finito e se ne
va. Si trascina fino al primo angolo e dopo che ha svoltato
nell’altra via si tira su e lo devi vedere, sciolto come a pas-
seggio. Non si sa chi per primo lo ha chiamato Sigàgno, zin-
garo, perché scuro, con gli occhi accesi, vestito sempre con i
colori troppo vivi. Una pena sentirlo, per favore per mangiare,
sporco che devi proprio rotolarti per terra per ridurti così.
Una pena anche peggio doverlo mandare via.
Tilio non si sentiva di fare nulla, l’avrebbe lasciato lì. È
stato Fredi a prendere l’iniziativa. Finché stanno fuori dalla
porta si può chiudere un occhio, ha detto Fredi dopo, ma
dentro la chiesa no. Non ha detto che dava fastidio, né che
poteva rubare qualcosa.
Gli dai una moneta per pietà e quello ti prende il portafo-
glio, eccome se succede, a sentire uno che stava due banchi
avanti. Tilio ha sentito un altro affermare che se prendi l’a-
bitudine di riempirti la chiesa di quelli come il Sigàgno poi
non viene più nessuno. Voleva dire, intanto, che non sarebbe
venuto più lui.
Fredi ha detto soltanto che in chiesa sono permessi solo
certi comportamenti. Come non si mangia, così non si men-

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dica. Fuori dalla chiesa non dico niente, insiste Fredi, però
qui dentro non vieni a farti la barba, non lavi l’auto. E non
chiedi l’elemosina. Senza contare, aggiunge, che la chiesa la
chiede già per te.
«Ma quando mai» scatta Tilio, che è stato zitto fin dall’i-
nizio, per tutto il tempo che ci è voluto a cacciare fuori il Si-
gàgno che piangeva e chiedeva per favore per mangiare men-
tre Fredi aiutato da un uomo con il pizzetto, che non vedeva
l’ora, lo trascinava fuori. C’era sollievo, tra i fedeli, e mancava
alla fine soltanto un applauso. L’imbecille con il pizzetto se lo
aspettava, guardava in giro orgoglioso. «Quando mai» ripete
Tilio. «Se le offerte non bastano a tenere aperta la chiesa. Di’
piuttosto che i cari fedeli si infastidiscono perché si sentono in
trappola. Per strada va bene, tiri dritto, pensi che può anche
andare a lavorare o che tu preferisci essere un buon cittadino,
e se tutti fossero come te la gente per strada non ci sarebbe.
Oppure getti una moneta senza guardare e ti senti a posto»
insiste Tilio. «In chiesa invece ce l’hai lì sotto gli occhi proprio
mentre canti a tutto volume che quelli come lui sono i prefe-
riti del padrone di casa. Beati i poveri, sì, se mi stanno lontani.»
Fredi non raccoglie.
«Sei come Salvini, lasceresti annegare tutti» si lascia
scappare Tilio.
«Ma non dire stupidaggini. E qui dentro di politica non si
parla» ribatte Fredi serio. «Non è perché stiamo discutendo
che le regole non valgono più.»
Fredi si chiede perché Tilio se la prende così. E gli dice
che è un ipocrita. L’altro lo guarda allibito. «Sì, il vero ipo-
crita sei tu, perché non tiri fuori i risparmi dalla banca e li
dai al Sigàgno. Perché non te lo porti a pranzo a casa tua, ha
detto che non ha da mangiare, mi pare. Non è che sei me-
glio tu, che lo lasci in chiesa, perché della chiesa non ti im-
porta, rispetto a quelli che in chiesa non lo vogliono perché
la chiesa è fatta per altro e non per mendicare.»

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Fredi si sta arrabbiando. «Ci sei rimasto male, ci credo,
ma perché dare la colpa agli altri? Qualcuno di quelli che
oggi erano in chiesa sarà rimasto male come te, all’uscita
avrà dato, oppure avrà pensato di aiutarlo in qualche modo.
Almeno qualcuno di loro si è sentito in colpa, una colpa
che è sua, e qualcosa farà. E ci sono quelli che non gli im-
porta niente, che cosa vuoi. Però non danno la colpa agli al-
tri, troppo facile, ti pare? Credi che mi abbia fatto piacere?»
Fredi adesso non vuole insistere troppo, comincia a traffi-
care con i paramenti, aggiunge: «Non si sa da dove viene,
quel disgraziato, sono due anni che vive così, nessuno sa
dove dorme, estate e inverno, cosa credi che mi sia sentito
fiero di averlo portato fuori?».
Tilio pensa che è un ricatto, certo, mi ha tappato la bocca,
ammette, ma adesso, secondo lui, o mi porto a casa il Si-
gàgno o devo stare zitto. Vendano il Tiziano. No, che sce-
menza, pensa Tilio, che non accetta di stare all’angolo dove
Fredi l’ha messo e allora, come parlando tra sé, replica: «Siete
nella politica voi della chiesa. Fa’ lavorare la politica, no?».
«Guarda che ti ho sentito.» Fredi si gira verso di lui. «Qui
ti posso dare ragione, ma noi di politica non parliamo.»
Dopo una pausa: «Quando mi trovo quello là sporco, puzzo-
lente, seduto per terra nella mia chiesa che si contorce e sup-
plica, dimmi tu che cosa devo fare: c’è un orario, una messa
da iniziare».
«Allora fa’ partire la messa, vedrai che se ne va» risponde
secco Tilio.
«Bravo» sentenzia Fredi a fior di labbra. «Voglio vedere
te.»

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Gli ha rovinato la giornata. Era stata una delizia fino a


quando è entrato il Sigàgno, le ore erano passate leggere.
Adesso a Tilio gli rode la mente. Fredi ha sempre ragione
lui, ha la risposta per tutto. Quella volta però che ho visto la
Vìcari scacciare una poveraccia dal suo negozio, io che ero lì
le ho chiesto signora, lei non è presidente della Caritas? Sai
cosa mi ha risposto? Con la Caritas faccio molto per loro, se
mi guastano l’attività non posso più fare niente. Così mi ha
detto, continua Tilio con se stesso, anche lei sicura di avere
ragione, come Fredi. Ha detto la mia chiesa, Fredi. Di chi è la
chiesa? Se ascolti le prediche... lascia perdere va’, si vede pro-
prio che siamo fatti a cassetti. E c’è sempre un doppio fondo,
credi di vedere tutto quello che c’è dentro, ma non è così, tiri
fuori il cassetto e capisci che è molto più grande di quello
che ci hai trovato. È successo anche a me. Mi sono reso conto
che c’erano le chiacchiere su di me e Veronika troppo tardi.
Ero sincero, raccontavo a tutti la situazione. Come stavano
e come non stavano le cose. I sorrisetti, le battutine, ma sì,
come sempre, non credevo ci fosse malizia. Poi dopo che
mi hanno visto con lei in trattoria è scoppiato il bubbone, si
sono sentiti liberi di dire a voce alta quello che pensavano.
Certuni dritto in faccia. Irma era sotto terra, non poteva

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soffrirci, mi pare. Mi hanno riportato che mia cognata l’ha
detto dalla parrucchiera: non vedevo l’ora di vederla crepare.
Ha detto proprio crepare.
Aveva voluto dimostrare che lui era tranquillo, intocca-
bile dalla malizia. Tilio aveva fatto venire Serghei, il figlio
di Veronika, gli aveva dato la stanza di Paolo. Serghei non
lo guardava in faccia. Stava chiuso in camera tutto il giorno.
Tre, quattro mesi, e poi si è reso conto che andava a fare
la spesa al centro commerciale, per non dover più parlare
con nessuno. Paolo l’avevano sentito gridare anche i vicini.
Aveva perso la testa. Quando ha visto la sua camera occu-
pata da Serghei ha cominciato a rinfacciargli tutto quello che
non aveva fatto per lui e per sua madre e che adesso non ve-
deva l’ora di fare per quella puttana russa e quella merda di
suo figlio. «Perché non ti sposi?» gli aveva chiesto. «Tanto
non importa, te lo dico io come va a finire, quella ti lascia in
mutande, che cosa credi, che sia innamorata di un vecchio?»
Tilio aveva tenuto duro ancora per qualche mese, poi
aveva cominciato a non dormire, a sentire lo stomaco che
bruciava.
Aveva allora pensato di sistemare Veronika e suo figlio in
un’altra casa.
È stata proprio quell’idea, quando l’ha detto a Veronika,
che ha fatto venire fuori tutto quello che si erano tenuti den-
tro. Tilio non ci aveva fatto una buona figura, pareva pro-
prio quello che era: se la toglieva dai piedi e andava a tro-
varla quando gli faceva comodo. E Tilio aveva trovato anche
lui qualche cosa di nuovo: lei credeva di non lavorare più, far
studiare il figlio e chiamare la sorella dall’Ucraina.
Non c’era stato litigio, non una parola esplicita su quello
che l’uno e l’altra avevano capito, ma dopo quella discus-
sione in casa non ci si poteva stare più. Finché è stato Tilio
a dire che voleva vendere la casa e andare a vivere più vi-
cino a suo figlio. Era una bugia. Chiariva la situazione, però.

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Quando Veronika è uscita con la valigia e i due sacchi neri
di quelli dell’immondizia pieni di cose sue, Tilio non l’ha
accompagnata. Non si è comportato bene, lo sapeva allora
e lo sa ancora adesso, ma Paolo è suo figlio, e c’era molto di
peggio.
Il peggio era che, quando si è chiesto che cosa voleva,
che cosa aspettarsi dalla vita, si è reso conto che era stato un
sogno, bello ma ormai si era svegliato. Nel sogno si era vi-
sto i giorni che aveva davanti insieme a Veronika. Da sve-
glio quei giorni non c’erano più, non sapeva come riempirli,
stare in casa con lei, uscire con lei, accompagnare Serghei
in piscina, non era la sua vita quella. La sua vita era un’al-
tra e non aveva nessuna voglia di iniziarne una nuova. Que-
sto voleva dire trovarsi svegliato d’un colpo, capire come
stanno le cose. Una vita vera comincia senza sapere che cosa
ti aspetta. Con Veronika i giorni sarebbero stati come sa-
peva già, fino a quando avrebbe deciso lei di cambiarli, op-
pure la sorte, con gli anni, avrebbe portato nella vita di ogni
giorno difficoltà, o la malattia, lei avrebbe dovuto decidere
se fare da badante a lui, dopo che lo aveva fatto per la mo-
glie. Che cosa c’era per lui davanti? Perdere Paolo, questo
era sicuro. E Veronika col passare del tempo avrebbe avuto
ancora tanto futuro. E lui solo il passato. Veronika era stata,
era ancora una presenza forte, se pensava alla presenza, ma
bastava spostare il pensiero di un anno, e poi un altro anno
avanti e quella presenza non c’era più. Uno, due anni più
avanti, ecco che Veronika scompariva. Non era la sua vita,
ne era certo, Tilio la sua vita adesso sapeva che cos’era, non
che fosse finita, ma non poteva ricominciare, non gli interes-
sava, non era per lui.
Non poteva durare, era stata una parte dei commenti.
Un’altra parte era stata che finalmente Tilio l’aveva capita.
Un’altra ancora, molte altre ancora, fantasie, che la russa lo
aveva derubato di una parte dei risparmi e aveva tagliato

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la corda, che lui era geloso e la maltrattava, che lei aveva
un amante e Tilio l’aveva scoperto, che questo amante era
Paolo, suo figlio, e Veronika non poteva più stare in quella
casa perché Paolo non voleva.
Pochi mesi ancora e anche le chiacchiere si erano ridotte
al ricordo delle chiacchiere che si erano fatte su Tilio, un
uomo ancora giovane, in salute, che a quell’età non fa pec-
cato se trova una compagna. C’è stato chi lo ha detto a lui,
senza esitare, e uno più sfacciato ha fatto il nome e il co-
gnome di una signora benestante che sarebbe stata felice di
pianificare un incontro. Ecco che cosa siamo, pensa Tilio,
mentre riordina dopo la messa, buoni a trascinare fuori dalla
chiesa un pezzente. Fatti a cassetti, pieni di doppi fondi.

Tilio non parla più a Fredi fino a quando si salutano sulla


porta della sacrestia. Non vede l’ora di arrivare a casa. Gli
pesa l’idea di tornare più tardi. La giornata è guastata, non
vale più niente, tanto meglio sarebbe andare a dormire e
svegliarsi domani mattina. Ma c’è un’altra messa alle sei.
Dormire neanche parlarne, quel poco di sonno che gli ba-
sta va lasciato alle ore più pesanti della notte, quando stare
svegli è una condanna, fino alle cinque di mattina. Dopo le
cinque della mattina, qualche minuto più tardi, le volte che
va bene, è pronto a mettersi in piedi senza bisogno di pun-
tare la sveglia.
Al ritorno in sacrestia l’umore di Tilio non è migliorato.
Fredi lo capisce subito, Tilio non lo guarda in faccia. È pure
arrivato con un quarto d’ora di ritardo, l’ha fatto apposta,
vuole vedere se Fredi gli dice qualcosa. Non è la prima volta
che succede. Se c’è qualcosa da fare, uno dice: “Metti via
questo”, l’altro: “Vedi quella cosa se è a posto”, e via così,
piano piano le cose si accomodano da sole. Arriva la frase,
oppure il gesto giusto, o sbagliato, e proprio perché è sba-
gliato si ricomincia a parlare. Ma oggi devono solo aspettare

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il Don. Tilio guarda per terra, le mani sulle cosce. Fredi fa
finta di studiare la porta, tiene Tilio nel raggio dello sguardo,
però, lo osserva. Le dita della mano destra di Tilio si muo-
vono, come per sgranchirsi, passa il palmo sulla stoffa dei
pantaloni. Fredi stringe le labbra e le apre, fa il rumore di
quando scolli il nastro adesivo. Congiunge le punte delle
dita. Tilio continua a far finta di fissare una piastrella. La
bocca di Fredi si chiude, si riapre come per parlare, si chiude
di nuovo. Si mischiano i pensieri a stare insieme in questa
stanza per tanto tempo, pensa Fredi, sicuro di sapere che
cosa passa per la testa di Tilio.
«Quando ho lasciato l’esercito,» dice Fredi scandendo le
parole «un mio amico, il compagno di corso che a Roma mi
aveva aiutato per le ricerche su mio padre, ha capito che non
sapevo dove stare. Non potevo vivere in albergo. Così mi ha
introdotto in una residenza per religiosi, si pagava pochis-
simo, una stanza grande, pulita, il bagno in corridoio. Fino
a quel momento avevo saputo che cosa fare. Disfare è facile,
ci riesce chiunque, e io ero stato bravo: da solo, senza un le-
game, senza un lavoro, non avevo idea di cosa sarebbe stato
dopo. Hai bisogno di tempo, intanto puoi stare qui, mi ha
detto il mio amico, parlando di fronte al prete che mi doveva
accogliere. Un uomo magro, avrà avuto la tua età, un poco ti
assomigliava.
«Ci incontravamo sulle scale, sul portone d’ingresso. Un
giorno mi ha chiesto se poteva offrirmi un caffè. Aveva un
piccolo appartamento al piano terra con le finestre sul cor-
tile interno. Ho creduto di dovergli fare un discorso. Mi ha
fermato subito, lei non è qui per fare il turista, mi ha detto,
si capisce, per oggi gustiamoci il caffè, è una bella giornata.
Mi ha suggerito di visitare qualche posto, si è offerto di pre-
starmi un libro, niente, insomma, è passata un’ora così. Ci
sono voluti due mesi per entrare in intimità, senza volere.
«Te lo racconto perché me lo hai chiesto più di una volta,»

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precisa Fredi «e perché ci riguarda, per stamattina. Non sto
a spiegarti tutti i passaggi: se non era fuori per impegni suoi,
ogni giorno mi offriva il caffè e parlavamo. Quello che vo-
glio dirti alla fine è che è stato lui a portarmi a decidere di
andare in Giappone. Ho scelto io, non fraintendere, non ha
fatto niente per convertirmi o cose del genere. Anzi. Ecco
che cosa voglio dirti: lui mi ha fatto capire che sono pochi
che sanno la vita che vogliono e come ottenerla. Si viene
messi al mondo da qualcuno e si cresce dentro le loro vite,
non solo decidono loro, ma ci mettono in testa il passato, e
mangiamo quello che ci danno, andiamo dove ci portano.
Se ci pensi, anche dopo, gli amici, gli insegnanti, gli allena-
tori, quello che diventiamo passa attraverso di loro.»
Tilio adesso lo guarda, apre gli occhi più del normale sol-
levando le sopracciglia. Vuol dire “La stai facendo troppo
lunga”. «Va bene,» risponde Fredi «ecco qui: non ci rendiamo
conto, ma quello che diventiamo è fatto di regole. Questo sì,
questo no. Arrivo fino a qui, fino a là no. Se ci pensi, è così.
Posso assaggiare le rane, ma i topi no. È un esempio. Una
donna facile sì, una puttana no. Credimi che ci sono andato
a fondo, a pensarci e ripensarci: tutto il resto è fatto di desi-
deri. Senza le regole si perdono anche i desideri, però. Un’ul-
tima cosa poi finisco: i desideri possono rompere le regole. I
grandi dolori possono farlo. Sta a te riuscire a ricostruire al-
tre regole o perderti. Te lo dico perché mi sono visto perso,
quella volta, e il prete lo aveva capito.»
Tilio guarda Fredi, si aspetta ancora qualcosa. Il suo
modo di guardare dice va bene, non ho niente in contrario, ma
non capisco dove vuoi arrivare. Ritorna il silenzio. Fredi è di-
sorientato, credeva di avere un discorso importante da fare,
Tilio doveva reagire, invece sta ancora aspettando che arrivi
al dunque.
«Non ho tanto di più da dire» afferma Fredi a voce bassa,
dispiaciuto. «Per stamattina, intendo, le regole ti aiutano

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quando vuoi troppe cose e non sai deciderne una.» Ma non è
questo, no. Fredi tace, apre la mano destra con il palmo verso
l’alto, apre la bocca per parlare, ma la richiude senza un suono.
Tilio dice: «Non importa, sono io che non capisco». Tenta un
sorriso. Adesso gli dispiace di aver tenuto il muso.
«Non volevo niente, quella volta, non ero più niente» ri-
prende Fredi, si sente che fatica a trovare le parole. «Non
credevo. Ho fatto quella scelta perché ho pensato che darmi
regole più alte, più difficili, mi avrebbe portato a credere, sa-
rei diventato quello che volevo, non so come dirti, obbedire
a una legge superiore mi avrebbe fatto diventare migliore.
E avrei finito per crederci, un giorno. È stato così. Non devi
ignorare quello che provi, parlo di stamattina, ma devi ob-
bedire a una legge superiore.»
Fredi non è contento di quello che ha detto. Non doveva
venire fuori così, non con quelle parole.
Tilio adesso vuole solo togliere Fredi dall’imbarazzo. Vor-
rebbe rispondergli, fargli esempi. Se non passi oltre, se non
forzi, le regole ti legano, vorrebbe dirgli, diventi prigioniero.
Invece annuisce, dice che ci deve pensare. Ripiomba nel si-
lenzio di prima, lasciando Fredi che lo guarda come per
chiedergli scusa.
Ci sta pensando sul serio, Tilio, mettiamo che il Sigàgno
restava là e nessuno gli diceva niente. Quando sarebbe an-
dato via? Perché i mendicanti non possono chiedere l’ele-
mosina in chiesa prima dell’inizio della funzione? Vado con
Fredi, da questa parte, diventa una regola. Però trascinarlo
fuori non è una regola più alta. Permettere solo alcuni com-
portamenti, in chiesa, e non altri, è una regola alta? Tilio si
dice che deve pensarci. Gli sembra però che Fredi voleva dire
altro. Qualcosa di più personale. Ha detto di più con la fatica
di non riuscire a trovare le parole che con le parole che ha tro-
vato, riflette Tilio. Ripete a Fredi che ci penserà. Fa una pausa
lunga. «Non dico che hai torto,» aggiunge «devo pensarci.»

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Domani un funerale. Un solo battesimo dal primo di giu-


gno, tre matrimoni. Con i funerali, al 5 di luglio siamo a
quattro. Chissà se viene fuori un pareggio, alla lunga. Tilio
sorride alla sua stessa battuta pensando che ci sia Fredi che
lo ascolta. Su di lui poteva fare effetto: sporgeva in fuori le
labbra, le ritirava e restava zitto per qualche minuto. Negli
occhi però si vede quando le scemenze di Tilio lo divertono.
Invece oggi Fredi non c’è, si prende due giorni di vacanza,
ha precisato. Lo ha chiamato al telefono. È la prima volta.
Tilio ha risposto con una voce che Fredi ha dovuto ag-
giungere subito di non preoccuparsi. Troppo caldo per troppi
giorni di seguito, ha detto Fredi, permettimi di stare buono
per quarantott’ore. Tilio non era convinto, Fredi non sta a
casa per riposare, non lui. Però un momento dopo si è di-
menticato di impensierirsi per Fredi, perché lui gli ha detto
che era già d’accordo con un sacrestano di Somigo per ser-
vire messa. Tilio non ha replicato niente. Dopo un poco è
toccato a Fredi rompere di nuovo il silenzio. Non è ancora il
tuo momento, gli ha detto. Tilio ha risposto va bene, è tua la
chiesa, con dispetto, pure sapendo che Fredi non poteva ri-
cordarsi la frase di quel giorno che era entrato il Sigàgno.
Stamattina Tilio ha finito alle nove, è andato al mercato.

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Il suffragio per il defunto Antonio inizierà tra mezz’ora.
Dopo pranzo, a casa senza voglia di niente, ha acceso il pin-
guino in corridoio e si è seduto in poltrona a guardare la tivù
con la porta aperta. È l’unico modo per salvarsi il collo. Paolo
lo ha chiamato sul cellulare. Il prossimo fine settimana non
ci sarà e allora: «Se non hai impegni,» gli ha detto «vengo a
trovarti stasera». Ha risposto che non ne ha. Che impegni
vuoi che abbia? ha pensato. Stamattina al mercato alle nove
faceva già troppo caldo, il camion della rosticceria non c’era,
mancava anche l’Ape di quello del pesce. Il Comune ha la-
sciato uno spazio sotto i portici per le fattorie che vengono a
vendere i prodotti loro. Secondo Tilio quando ne hanno. Se
no li comprano dal grossista in viale Venezia. C’è poca luce e
nonostante l’acqua che ci spruzzano le verdure hanno qual-
cosa di vecchio. Vendono yogurt, formaggio, miele, che met-
tono sui tavoli. Non ti fa voglia. Potrebbero portare un frigo.
Non ha comprato nulla e alla fine è entrato a prendere il fre-
sco nel solito market Crai. Paolo viene per cena, alle nove.
Tilio assaggerà qualcosa mentre prepara. Cenare a quell’ora
per lui è un ramadan. Alle otto di solito ha già sparecchiato
e lavato i piatti.
Tilio si ripete sempre che non deve fare confronti e dire
che una volta era così, una volta era colà, è ridicolo. Lo racco-
manda sempre anche agli altri, questa mattina ha pure insi-
stito con il Ceccato che stava fuori dalla porta del negozio. Si
è fermato per scambiare due parole, e quello ha iniziato a la-
mentarsi. Non compra niente nessuno, colpa dei centri com-
merciali, colpa di quelli là, non vedi che non ce n’è più uno
dei nostri in giro, ci sono più banchi dei cinesi che altro, se
poi guardi bene, ha mostrato, puntando un dito sul piazzale,
il Ceccato, che sudava ma restava sulla porta aspettando
qualcuno per lagnarsi. I nostri, voleva dirgli Tilio, li trovo al
cimitero, lì sì che li conosco tutti. Nonostante l’umore, Tilio
vede che c’è aria di vacanza al mercato, pensionati, qualcuno

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con un nipote e poi, è vero, gente che non si conosce ma
al venerdì mattina i nostri, quelli che non sono in vacanza,
sono a lavorare, si spera. C’era un omone in canottiera con le
braghe corte e le ciabatte, una faccia da americano della base
Nato, teneva per mano un bambino piccolissimo, vicino a
lui, che sgambettava e lanciava il cappellino. Quella monta-
gna d’uomo lo raccoglieva e glielo metteva di nuovo in testa.
Almeno cinque volte in pochi minuti, Tilio li ha osservati. Ha
pensato che il bambino si sentiva sicuro, non è perché è pic-
colo che non le sa queste cose, era fiero, stava con suo padre,
certo era il padre, lo guardano tutti, si spostano per lasciarlo
passare. Di suo padre Tilio si era vergognato, faceva lo stra-
dino, passava ore in osteria, a volte lui o suo fratello lo dove-
vano andar a prendere. A casa stava in canottiera a fumare,
era dolce, remissivo, si interessava sempre di tutti, chiedeva
se stavano bene. Non era riuscito a ottenere la patente. Per
questo aveva voluto che Paolo fosse fiero di lui, il suo eroe, e
di sua madre, la donna più bella del mondo, come ripeteva
Tilio a lei e al bambino. Convinceva Irma a vestirsi bene an-
che per andare a fare la spesa, quando usciva con Paolo. Ti-
lio si ripuliva e si cambiava in fabbrica, una passata al collo
e alle ascelle con il sapone sotto il rubinetto. Quando usciva
nessuno doveva esitare a stargli vicino. D’estate Paolo si fa-
ceva trovare già sul portone e stanco o non stanco Tilio lo
portava a fare due passi, si fermavano a salutare le persone
per strada, tutti dovevano sapere chi era suo figlio e suo fi-
glio doveva sapere che tutti portavano rispetto a suo padre.
Tilio pensa che gli piacerebbe portare a spasso un nipote,
una femmina ancora meglio. Ci fosse stata una bambina da
viziare, con Veronika non sarebbe successo niente, ha pen-
sato Tilio, poi si è detto che era una sciocchezza. Prima di
rincasare, al mercato ha incontrato la Giorgia. Si spingeva
avanti appoggiata a un carrello. Poi Tilio ha cercato su Goo-
gle, si dice deambulatore.

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«Non va bene, non va tanto bene» gli ha detto, quando si
è fermato per salutare. «Sono ottanta quest’anno. Problemi
agli occhi» ha aggiunto. Tilio ha notato che la parte sinistra
della bocca era storta. Poche parole, di nuovo i saluti. Chissà
se Giorgia si ricorda di quella sera che si erano chiusi dentro
la stanzetta dell’oratorio. Di piacerle l’aveva capito, ma era
una donna di venticinque anni e lui un ragazzo di dicias-
sette. C’era la sagra del paese, gli abitanti si potevano con-
tare tutti tra le giostre, le bancarelle intorno alla chiesa. Era
stata lei a ridere tanto, a scherzare, a prenderlo in giro in quel
modo che Tilio aveva già imparato da un po’ che cosa voleva
dire. Quello che avevano fatto nello stanzino l’aveva voluto
lei. E quando non aveva voluto più gli aveva detto adesso
basta, aspetta un momento che trovo un bagno, tu vai,
che se mi vedono uscire con i capezzoli così grossi è come
averci messo un cartello. Erano davvero grossi. A pensarci
gli fanno gola di nuovo. Poi arriva l’immagine della Giorgia
che ha visto prima e gli passa subito. Non era più accaduto.
Né lui né lei avevano cercato occasione. Chissà se mi ricordo
solo io, ha pensato Tilio. Avevano tenuto la simpatia, questo
è vero, ma solo per i saluti, come stamattina.
Se non fa un figlio Paolo perché non si separa? Si è spo-
sato bene, così bene che la moglie ha frequentato poco Tilio
e la Irma, e ogni volta più che altro per cortesia. Dal giorno
del funerale della sua Irma non l’ha più vista. Si capisce che
trova noiosi i discorsi di Tilio, che i suoi racconti riguardano
persone poco interessanti, per lei, questioni di borgata, di
gente che non conta nulla. Chi l’ha tirato su l’uomo che hai
voluto sposare? è stato tentato di chiederle più di una volta
Tilio, quando ancora veniva a casa sua e chiedeva del guar-
daroba per il cappotto e del decanter per il vino, guardando
con delusione l’etichetta sulla bottiglia. L’aveva visto l’ap-
pendiabiti in corridoio, all’ingresso, e il vino lo aveva messo
in fresco Tilio proprio per lei. Gli era costato cinquanta euro,

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il migliore che hai, aveva preteso da Berto della bottiglie-
ria. Se Paolo è contento, va tutto bene, però. Pure se è con-
tento senza figli. Chi sono io, si era detto Tilio, per giudi-
care, ché anche un solo figlio è stato un miracolo. Paolo però
non è contento. E non da ieri. Con lui è impossibile parlarne.
Non puoi capire, dice, tu hai fatto un’altra vita, io non so
mai a che ora finisco e dove sarò all’ora di cena. Per Fran-
cesca è uguale. Ci diciamo sempre che dobbiamo prendere
una pausa e intanto aumentano gli impegni, stiamo insieme
sempre meno, sempre più stanchi e nervosi.
Appena sposati lui e Irma avevano pensato di aspettare,
per i figli, sarebbero venuti dopo. E quando avevano deciso,
niente, Irma non restava incinta. Adesso è tutto così lon-
tano nel tempo che Tilio deve pensarci. Lei ci stava male,
lui meno, non sentiva il bisogno. Poi Irma gli ha detto che
aspettava un bambino quando era già di tre mesi, perché
voleva che fosse certo, dopo che quasi non ci sperava più.
Quella mattina Tilio era andato a lavorare come se avesse
bevuto del vino frizzante, con una leggera euforia e la testa
piena di zucchero filato. Si ricorda bene solo una cosa: aveva
visto vicino a una siepe un volo di farfalle, erano almeno
una decina, piccole, bianche, e allora aveva pensato che sa-
rebbe andato tutto bene.
Paolo non sa che Tilio ha imparato a girare intorno a
tutto quello che si ricorda di Irma, dopo la sua morte, come
sull’orlo di un burrone. Non si può scendere, là dentro, è me-
glio non guardare troppo. Chissà se lui ha trovato una di-
fesa. Paolo si rimprovera di non essere stato abbastanza vi-
cino a sua madre mentre era malata, per questo ce l’ha con
Tilio, perché pensa che Tilio lo creda, e creda che lo ha fatto
per la carriera, il successo, per questo è sempre in allarme
nei confronti di suo padre. Tilio è convinto che sia così. Non
è così che vanno le cose? Uno crede che l’altro creda che lui
abbia creduto... quante volte va in questo modo?

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Tilio è contento quando qualcuno si complimenta con lui
per la carriera di Paolo. Bastava iniziare due anni dopo, gli
ha detto Paolo, e ora sarei a fare siti web per le biblioteche
comunali e i B&B di Mogliano. Invece aveva preso lo scivolo
buono appena in tempo, e a trentasei anni sta negli uffici di
chi comanda, l’azienda vende in tutta Italia, in Germania,
ai polacchi e agli ungheresi. Non c’è niente che non va, con
Francesca, ha detto una volta, a parte la vita. Tilio non rie-
sce a capire come suo figlio possa avere quei pensieri e con-
tinuare così. C’erano stati momenti brutti, per Tilio, questo
è vero, ma non aveva mai rinunciato a Irma, a suo figlio,
a fare due chiacchiere in osteria. Una vita da niente, forse,
per Francesca, la figlia di uno dei mobilieri più ricchi della
provincia. Per dire, il padre le aveva fatto costruire un ma-
neggio, quando a dodici anni le era venuta la passione per i
cavalli. Raffaele era stato uno dei primi a capire che tutti al-
largavano casa, costruivano villette, compravano un mini al
mare: camerette da due soldi, in truciolare, trasporto facile e
montaggio veloce. Magari non aveva capito niente: non sa-
peva fare di meglio che le camerette; poi ha visto che non
riusciva a starci dietro e che più ne venivano fuori più ne
chiedevano. La fabbrica si allargava di un capannone anno
per anno. E poi ha sposato la contessa. Nessuno ci credeva,
la figlia di Magnaforatut, così chiamavano il conte suo pa-
dre, alla fine anche diritto in faccia, gli ex mezzadri per
primi, quelli che lo avevano sempre ossequiato come il sior
conte. Dicevano che il matrimonio della figlia gli aveva sal-
vato il palazzo. Si era anche malignato che Raffaele, il padre
di Francesca, sapeva di riprenderselo qualche anno dopo,
dato che il conte stava già male e non ne avrebbe avuto per
molto. Il conte Odoardo Ottolini, il Mangia-fuori-tutto: ca-
sinò, autista, feste fino alle sei di mattina. Aveva tanta di
quella terra, fattorie, un intero paese in collina, che a man-
giarsi fuori tutto ci aveva messo trent’anni d’impegno. E gli

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ultimi dieci a uova e radicchio. La figlia era venuta su bella
magra, ma sempre contessa. Però Raffaele aveva chiuso la
fabbrica, non è riuscito a portarla fuori dalla crisi. Ha detto
a Tilio che non valeva la pena di metterci un soldo. Comun-
que è milionario, che cosa gli importa del mobilificio, se resti
attaccato al passato per il sentimento, ha detto a Tilio, ti fai
tanto male e basta.

Quando ritorna nel pomeriggio, il sostituto di Fredi trova


Tilio in sacrestia. Lo ha sentito bussare, si è scosso dai suoi
pensieri e ha preparato un bel sorriso di benvenuto. Ric-
cardo è simpatico, pratico, va tutto liscio come stamattina.
Quando è arrivato, alle sette e un quarto, Tilio lo aspettava
fuori, si sono stretti la mano, Riccardo sapeva di lui. Si sono
piaciuti abbastanza da riconoscere che sarebbe stato facile
lasciar riposare Fredi per qualche giorno. Riccardo non sa-
peva altro. Era stato il parroco di Somigo a chiedergli que-
sto favore, gli aveva telefonato don Livio. Un uomo di una
certa presenza, valuta Tilio. Fredi aveva voluto lui. Riccardo
ha detto solo che avrebbe potuto chiamarlo Fredi, ché si co-
noscevano, senza bisogno di scomodare i preti. Di questo
pareva dispiaciuto.
All’inizio della messa Tilio si è concentrato su Riccardo.
Voleva vedere se quello che faceva sarebbe stato capace di
farlo anche lui. Non aveva mai pensato davvero di sostituire
Fredi, gli sarebbe piaciuto provare a servire messa con la
sua guida. Era Fredi che gli interessava, non proprio servire
messa, avrebbe voluto sentirgli chiedere di fare una prova.
Riccardo era corretto, puntuale, un paio di volte Tilio ha esi-
tato: fosse stato al suo posto avrebbe avuto bisogno di un
aiuto del Don, solo un’occhiata, non di più.
Così si era perso la lettura del Vangelo.
La predica però l’ha ascoltata, e don Livio si sa che ripete
quello che è stato letto e poi aggiunge altri passi delle Scrit-

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ture per spiegare meglio. Una frase ha colpito Tilio: “Non
sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”.
Erano i peccatori, i non credenti, che avevano bisogno di
mangiare alla sua tavola, e non quelli che già credevano nel
Signore. Don Livio portava a esempio altri passi del Vangelo.
Tilio però voleva capire a modo suo. Era una fissa, ormai. Se
quello che ascolto non mi dice niente, perché devo credere
alla spiegazione di un altro, si ripete ogni volta.
Per lui non era il cibo – il Don diceva cibo spirituale – che
guariva i malati, i peccatori, e li portava a credere nella sal-
vezza. Con il cibo Gesù faceva quello che voleva, moltipli-
cava i pani e i pesci, lo trasformava in carne e sangue del
suo stesso corpo. Tutto era spirituale se voleva, dipendeva
da lui, da Cristo Gesù. Se non era il cibo allora cos’era? Era
l’invito, era quello, arriva infine a pensare Tilio. Aprire le
braccia e dire siediti qui a mangiare alla mia tavola. Senza
spiegazioni. Forse nessuno pensava di farlo, prima di Gesù.
Anche adesso, chi dice a uno che detesta, e sa che anche
l’altro lo odia, chi gli dice vieni qui, ma non “Vieni qui che
parliamo, facciamo una discussione”, no, vieni e siediti qui
con me che mangiamo un boccone insieme. Se vuoi parlare
o se non vuoi non importa. Gli chiedi ne vuoi ancora?, e gli
versi da bere, prendi il piatto di portata e glielo metti da-
vanti, prendi pure. È malato di questo, il pubblicano, il fari-
seo. Siamo malati di questo tutti quanti: di discorsi, di buone
ragioni, di sapere già tutto. La medicina è mostrargli che
non ci sono parole, scuse o promesse per guarire quel male.
Certo, a pensarci, si dice Tilio, di dare qualcosa siamo capaci
tutti, per generosità, crediamo, per i buoni princìpi, ci fa sen-
tire superiori. Come col Sigàgno. Se ci sentiamo superiori
viene facile. Invece a chi gli dici, se ti detesta, se non ti piace
niente di lui, a chi chiedi “Su, dai, vieni alla mia tavola, cena
con me”. Non è come regalare, non è sopportarlo e lasciarlo
vivere. È un’altra cosa, è quasi impossibile. Non trovi le pa-

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role per dire che cos’è. Pensaci bene, dice Tilio a se stesso,
chi lo farebbe, chi lo fa mai nella vita.
Fredi gli ha raccontato che aveva un’amante in Giap-
pone. Non ha detto un’innamorata, una fidanzata, ha sem-
pre detto amante. Chissà perché proprio lui che girava sem-
pre intorno a certe parole. Per mangiare alla stessa tavola
c’erano delle regole. Non le chiamava regole, lei, non diceva
che questo era giusto e quest’altro sbagliato. Diceva che era
educazione. È educato, non è educato, tutto qui, però non
accettava di fare in un altro modo, aveva un bel dirle Fredi
che nell’intimità, quand’era sola con lui, potevano mangiare
come faceva comodo e vestita come le pareva. La differenza
era nell’eleganza, nella grazia, secondo lei, ha detto Fredi, e
tu però avevi l’impressione di stare a tavola con una donna
che recitava una parte fissa, sempre la stessa, ogni volta.
Fredi ha raccontato dell’amante per far capire a Tilio che
non è un bigotto, questo è sicuro, quel giorno che è venuta
fuori la discussione sul prete di Bonisico. Girava in jeans e
maglietta, diceva cazzo di qua cazzo di là, pieno di idee sulla
chiesa tutte sue. Era venuto un pomeriggio per i ragazzi del
campo estivo. Era piaciuto molto. Fredi era furibondo. A Ti-
lio non era rimasto simpatico ma, aveva detto a Fredi, al-
meno non è come quei morti di sonno che arrivano di solito.
I ragazzi si danno una svegliata. È stato allora che Fredi ha
detto “amante”, e l’ha ripetuto più volte, certo, per far vedere
che non è un bigotto, però l’esempio aveva un motivo: l’edu-
cazione non è fatta solo di quello che si crede di avere den-
tro, ha precisato Fredi, è quello che dà una regola per tutti,
è da fuori che fai ordine su quello che hai dentro. Tilio non
era d’accordo. Guarda che se tu hai una regola e la rispetti
sempre, dentro ti metti in squadra, diventi così, ha insistito
Fredi. Tilio ha lasciato cadere il discorso, non c’era modo di
ragionare.
Appena torna Fredi lo invito a cena, decide Tilio, che salta

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da un pensiero a un altro, non abbiamo mai fatto insieme un
pasto vero seduti a tavola. Poi, di nuovo, chissà se la Gior-
gia si ricorda ancora di quella volta nella stanzetta? Non gli
importa davvero se, sarebbe invece curioso di sapere come
se ne ricorda adesso. Per lui pensarci fa simpatia, tenerezza,
niente di erotico, quasi non se ne rammenta. Invece gli è ri-
masto in mente vivo quando gli ha fatto notare i capezzoli. È
più erotico quello, adesso, di tutto il resto. E pure poco prima
le tette le aveva avute nelle mani, le aveva baciate. Niente.
I due bottoni sotto il vestito invece li ricorda. E quando ci
pensa adesso però lei gli arriva davanti con la bocca storta,
il deambulatore, gli occhi spenti e ansiosi. A lui resta solo
quel frammento, pensa Tilio, e a lei? Rimane qualcosa a lei?
Come ci pensa, Giorgia, con quella bocca storta, con quegli
occhi, quella fatica a camminare, se quando lo vede le capita
mai di pensarci?

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La mattina dopo Riccardo chiede notizie di Fredi. A Somigo


lui ha un aiuto che lo sostituisce, ma gli piacerebbe capire
se ci sarà bisogno anche per un terzo giorno. Tilio risponde
che non sa niente, la sera prima ha avuto a cena suo figlio e
hanno parlato fino a tardi. Troppo tardi per chiamare Fredi.
Ammesso che avrebbe risposto.
Non è che non mi vuole rispondere, precisa Tilio dopo
che ha notato lo sguardo sorpreso di Riccardo, è che lascia
il telefono in giro con la suoneria spenta e poi non sente la
chiamata. E, toccato da un pensiero, Tilio gli dice che non
conosce il numero del fisso di casa, se ce l’ha. Non c’era
mai stata occasione. Riccardo risponde che non importa, se
Fredi non si fa sentire entro sera, prova a chiarirsi con don
Livio. Ascolta, aggiunge, chissà cosa ne pensa don Livio, tu
hai sentito il discorso di Zaia ieri a Conegliano, andiamo
a Roma, ha detto, se non ci danno l’autonomia. A Tilio di-
spiace, ma vuole restare leale con Fredi. Abbiamo un patto,
io e Fredi, qui dentro non si parla mai di politica. Riccardo
lo guarda. Tilio risponde con una faccia che vuol dire è così
e basta. L’altro risponde con una faccia che dice va bene,
contenti voi.

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Tilio aveva comprato le melanzane alla parmigiana da Gio-
vanni, per la cena della sera prima, e del roast beef all’in-
glese affettato con una cura che quello pareva un chirurgo.
Ventun euro e settanta, il costo dell’intervento. L’insalata
però l’ho fatta io, ha affermato con orgoglio, per far sorri-
dere Paolo.
Paolo ha voluto parlare di Veronika. Tilio ha messo le
mani avanti, non è necessario, ha assicurato, ma Paolo non
si è lasciato convincere.
Tilio non lo ha dato a vedere, però è rimasto offeso
quando suo figlio gli ha assicurato che Veronika non poteva
essere innamorata di lui. Tutto quello che diceva Paolo era
vero, ragionevole, giusto, Tilio non si era mai illuso di altro.
O forse solo per un momento. A parte il fatto che non c’è
solo la passione che tiene insieme un uomo e una donna. Si
sostengono, si fidano, si aiutano a stare bene. Ma è vero che
questo discorso diventa buono dopo, quando la fiducia e il
sostegno sono già un fatto.
Era una storia già decisa in partenza, come ha detto
Paolo, certo che lo era, non era questo il punto. Del resto
la decisione che aveva preso, insomma, come era andata a
finire, era chiaro che non occorreva discuterne tanto. Però
che fosse suo figlio a spiegarglielo da sapientino tranquillo
e sorridente gli dava fastidio. Lo ha ascoltato, continuando
a dargli ragione, e intanto ha pensato a Irma, mentre lui
parlava, provava a rievocare l’espressione del suo viso attra-
verso i tratti del figlio. Paolo ha la fronte dritta come quella
di Tilio, le orecchie con i lobi uniti come le sue, ma gli oc-
chi e la bocca sono di sua madre. Lei ci avrebbe creduto
che Veronika era innamorata di lui, o avrebbe fatto finta di
crederlo, l’avrebbe minacciato di non provarci, scherzando,
per lei tutte le donne che incontrava lo volevano conqui-
stare. Era un’esagerazione, Irma ci giocava, e lui l’avrebbe
rimproverata ridendo, non dire sciocchezze, figurati quella,

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così giovane. Ma gli faceva piacere, anche così, un’abitu-
dine da tanti anni, era bello che lei lo dicesse.
A Paolo cosa costava fargli credere che per lui suo pa-
dre valeva, era un uomo apprezzabile, attraente? Non era
la prima volta che il figlio lo sorprendeva per quella sua lo-
gica cruda. Si era chiesto altre volte da dove era venuto fuori
un figlio così. Era sembrato un regalo, quando è nato, e poi
sempre meglio e sempre di più, fin da piccolo saggio, se-
reno, tanto bravo a scuola che se avevi una giornata storta,
come diceva sua madre, andavi a parlare con i professori.
Non si sa cosa gli è mancato. Era laureato da due giorni e
già si era rimesso a studiare, cosicché Tilio lo aveva preso in
giro, bonario. «Riposati un po’,» gli aveva detto «vai un po’
in giro, ci sono le ragazze.» L’altro ha risposto che non vo-
leva trovarsi a lavorare otto ore al giorno per portare a casa
mille euro. Tilio lavorava nove ore al giorno e altre cinque
il sabato mattina e ne guadagnava milleseicentocinquanta,
assegni famigliari compresi. Lo faceva per suo figlio, so-
prattutto. Forse avrebbe dovuto dirglielo. Il fatto è che Paolo
a volte lo metteva a disagio, pareva che il figlio fosse l’adulto
e lui l’adolescente.
E che vita fa adesso Paolo? Lavora sempre – altro che
sabato! –, non ha la testa libera dal lavoro un solo minuto.
Una volta al mese scappa dalla sua magnifica casa per
portare la moglie in un albergo dove per una notte paga
quanto un mese della mia pensione, giudica Tilio, e co-
munque non scopano. Si compra una macchina da cento-
mila euro per andare da casa all’azienda, venti chilometri.
Regala alla moglie borse da cinquemila euro che usa due
volte. Torna a casa alle dieci, che ha già cenato o che deve
cenare, controlla comunque di nuovo la posta, riordina l’a-
genda per il giorno dopo.
Lo ha raccontato lui, ieri sera, non proprio così ma il
succo era quello, dicendo che l’assurdo stava proprio nel

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fatto che aveva il lavoro, la donna, la vita che voleva e che
non desiderava nulla di diverso. Una vita che non riesco a
vivere, aveva detto Paolo con una smorfia, poi aveva fatto
una pausa e aveva aggiunto: «In un certo senso». Tu credi
che mi interessi solo la carriera. Non è così. Se non ti rac-
conti un sacco di balle, è inutile credere che vai in giro una
settimana in bicicletta in Germania – lì sì che hanno le piste
ciclabili! come assicura un mio collega – e credi di staccare la
spina, come dice lui, avere tempo da dedicare a te stesso. Tutte
puttanate. Quando torni sei soltanto più facile da mettere
sotto pressione di prima, te lo dico io che lo vedo, il mio col-
lega. Tanto vale andare in un albergo di lusso e sperare di
annoiarti a morte.
A Tilio non è venuto in mente niente da potergli dire per
aiutarlo. Avrebbe preferito trovarsi in sacrestia, si sarebbe
sentito più libero. La cucina di casa sua non era il posto mi-
gliore, costretto nella parte del padre che era sempre stato.
Per Paolo quella cucina era da sempre uguale: facile pen-
sare che l’uomo che aveva davanti fosse lo stesso di quando
era bambino. Chissà se i figli capiscono che anche i geni-
tori hanno una loro vita, che li cambia nel tempo proprio
come succede a loro. Gli uomini dell’età di Paolo non li ca-
piva, erano pieni di sfaccettature ma tutte lisce e ben in-
castrate come le astronavi dei film. Com’erano tra loro, tra
amici della stessa età? Pensa avere un amico così: ti capita
una disgrazia e lui ti consola sereno dicendo che è colpa tua
perché non sei abbastanza intelligente. Per fortuna non ho
bisogno di lui, ho da vivere del mio, sarebbe un’umiliazione
continua. Adesso esagero, pensa Tilio, considerando che è
ora di dormire.

Ha infatti continuato a ripensare alla sera passata con suo


figlio, dopo che era andato via, a ricordare le scene e ripe-
tere le frasi. Era la prima volta che Paolo si confidava così.

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E forse, a pensarci bene, aveva cominciato parlando di Ve-
ronika proprio per avvicinarsi, parlando di sentimenti, di
scelte della vita.
Prima che se ne andasse Tilio ha osservato che c’erano
state giornate davvero torride, negli ultimi due mesi, tutta
una scusa per raccontargli del Ton Fabbro, che aveva l’offi-
cina in fondo a via Roggiuzza. Dovevi vederla, l’antro di un
mago, con la forgia che ardeva in un nero d’inferno e lui che
scatenava scintille battendo il ferro – ha raccontato –, noi ra-
gazzi si spiava dal portone pronti a spaventarci se ci vedeva
e chiedeva «Chi è là?», con una voce che metteva i brividi.
Quando c’erano le giornate della canicola, d’estate, il Ton
Fabbro, che si chiamava Egidio, andava a dormire due ore
nel pomeriggio dentro un loculo vuoto del cimitero. «Un fre-
sco!» aveva detto, dopo che il becchino lo aveva visto uscire
e si era preso un mezzo colpo. «Una pace!» aveva assicu-
rato, non c’era posto dove poter stare meglio. «Il becchino»
aveva continuato Tilio «dopo quella volta entrava in cimitero
un’ora più tardi e prima di passare il cancello gridava: “Egi-
dio! Egidio sei lì?”. Paolo aveva riso. Gli aveva dato un’oc-
chiata che voleva essere di comprensione. «Quante monate
avevate per la testa» aveva concluso.
Adesso devo proprio dormire, decide Tilio. Chissà se
Paolo aveva capito il perché di quella storiella. C’è stata
dell’altra gente, c’è stato un altro modo di vivere. Vuol dire
che non ce n’è uno solo.
Devo ammettere che è rimasto qui tutta la sera, si con-
sola Tilio, il tempo per me l’ha trovato. Non so se sta meglio
lui o quelli che portano le pizze con i motorini. Scemenze.
Stanno peggio quelli. Ma quando si è guastata la vita di
tutti? Io, sì, ho le mie idee, ma cosa contano? Alla sua età
non avrei di sicuro passato una sera con mio padre, se fosse
stato ancora vivo. Da solo con mio padre non avrei passato
un quarto d’ora, si dice Tilio con amarezza.

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La mattina dopo, in sacrestia, quando Riccardo se ne va,
Tilio decide di fare una sorpresa a Fredi. Lavorerà tutto il
giorno e domani Fredi troverà la chiesa lustra perfetta.
E se dopo sembra che Tilio vuole mostrargli di poter fare
senza di lui?
Viene qualcuno a messa stasera, vede la chiesa pulita,
con i fiori nuovi e i candelieri lustri, e poi è capace di in-
contrare l’indomani mattina Fredi e dirgli hai visto come ha
fatto bene quello là, tutto da solo? C’è chi ha la malizia nel
sangue, neanche se ne accorge di fare danno. Uno ti ferma
per strada, ti chiede se tutto va bene, e se gli dici di sì lo
vedi che resta deluso. In televisione insistono sull’indiffe-
renza che c’è nelle grandi città, che uno si accascia al suolo
e lo scansano senza guardarlo, perché allora non dicono che
nei paesi non gli interessi tu ma le tue sfighe? Vogliono sa-
pere della tua malattia, del lavoro che hai perso, del figlio
che è stato bocciato. Non potevo fare un passo senza che mi
chiedessero della mia Irma, finché non ho cominciato a ri-
spondere sì, tutto bene. Cosa potevo dire a uno che mi fer-
mava per strada, che vedere quella sofferenza e non poter
fare niente mi scavava il cervello? E che la rassegnazione,
dopo il secondo intervento, era peggio di tutto, quando Irma
non aveva più creduto di poter guarire. Troppo male per re-
sistere, mi aveva detto una volta senza guardarmi negli oc-
chi. Tu stai vicino, le stringi la mano e lei non stringe, le
porti l’acqua e lei non la vuole, ha bisogno di tutte le forze
solo per respirare, che cosa devi fare, che cosa fai su e giù per
le stanze di casa, quando accendi la tivù e ti senti in colpa,
mangi un piatto di pasta e preferiresti che non fosse buona,
trovi assurdo che sia così buona mentre lei dall’altra parte
della parete cerca un sorso d’aria in fondo al respiratore, che
cosa fai?
Domani a Fredi lo dico. Quella volta, quando gli ho rac-
contato di me e di Veronika, mi ha guardato in quel modo

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suo, che sembra dire io sì che ti capisco. Invece domani
vado dritto per dritto, come dice lui. Spiegamelo tu, gli
chiedo domani, visto che capisci, perché io non lo so pro-
prio. Veronika non la vedevo se era bella, se era brutta, se
era russa o africana, all’inizio era solo qualcuno che mi
stava vicino quando lavavo Irma, quando passavo l’aspira-
polvere e ascoltavo il rumore che faceva, con il cuore in gola
perché era troppo forte e sapevo che dava fastidio, quando
chiudevo tutte le porte e aprivo le finestre della cucina an-
che d’inverno perché non andasse di là l’odore del man-
giare. Irma non mi diceva niente ma io sapevo che l’odore
del mangiare le faceva venire la nausea. Veronika c’era, ba-
stava quello, non volevo vederla lavorare, fare quello che era
il dovere mio. Era qualcuno che restava con Irma quando
dovevo uscire per fare la spesa, andare in farmacia, pagare
le bollette. Irma non era sola. Non è più stata sola un mi-
nuto. Facevamo i turni anche per mangiare, dormire, guar-
dare la televisione.
Quando è stata la prima volta che ci siamo seduti insieme
sul divano? Quando abbiamo mangiato insieme la prima
volta? Non me lo ricordo.
Voglio che Fredi sappia tutto questo e mi dica lui, che ca-
pisce, quando è stata la prima volta che ci siamo accorti di
essere due persone, un uomo e una donna, ci siamo guar-
dati per un momento di più. Non mi sovviene, giuro. L’o-
dore in bagno, la faccia appena sveglia alle tre di mattina,
la gonna che sale quando è seduta e lei non si preoccupa
di tirarla giù verso il ginocchio, l’intimità, una intimità mai
cercata, le mani che si sfiorano ripiegando il bucato. No,
caro Fredi, io non ho capito. E quando ci siamo abbracciati
la prima volta voleva essere solo un abbraccio. È stato solo
un abbraccio. Dopo, caro Fredi, dopo che è morta Irma, in-
vece di andare via Veronika mi ha aiutato a sistemare la
casa. La prima notte che siamo stati insieme, nella camera

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dove aveva sempre dormito da sola, era per volersi bene, per
avere un po’ di bene.
E già sapevo che non c’era più altro per me, non sarebbe
stata con lei la vita che mi restava da vivere.
Ecco qui, Fredi, è tutto, gli dirò, spiegami tu che cosa ca-
pisci.
E cosa ha risposto, Fredi? Che non è a questo che aveva
pensato. Aveva pensato a lei, a Veronika, non a me. Una de-
bolezza, la mia, un cedimento. Ma lei? Era lei che aveva una
scelta: ancora una volta costretta a tornare al suo paese, ri-
trovare una vita misera, la fatica di sapere che è una con-
danna, e qui invece un uomo gentile, piacevole, non importa
se non è giovane. Avevo pensato più a lei, ha detto Fredi,
perché era lei che poteva scegliere. Di te ho pensato che in-
vece scelta non ne hai mai avuta: non potevi smettere subito
di sostenere un’altra persona, abituato com’eri a sacrificarti,
a dedicare la vita. Quando si hanno gli stessi pensieri per
molto tempo, quando si fanno certi gesti per mesi e poi per
anni, si cambia senza rendersi conto, si diventa fatti di quei
pensieri e di quei gesti. Si crede di essere rimasti quelli di
prima, e che adesso, dopo che è passata l’emergenza, adesso
che la marea si è ritirata, si è convinti di poter tornare indie-
tro, quelli di prima, e invece senza saperlo si continua a es-
sere chi si è diventati.
Tilio arriccia le labbra, poi le increspa in una smorfia. E
allora se sono qui è perché voglio prendermi cura di te? vor-
rebbe ribattere, ma non lo fa. Oppure, pensa Tilio, voglio
servire. Non si può vivere senza servire a niente.

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TERZA PARTE

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Il primo di settembre e già è domenica, bel modo di comin-


ciare il mese a tradimento, pensa Tilio, come tornare in fab-
brica il due gennaio di lunedì. Controllo su Google. Il calen-
dario 2020. Ecco. «Il due viene di giovedì, si ragiona, vero
Fredi?» chiede a voce alta. «Se il due gennaio è di giovedì la
settimana passa veloce.» Fredi lo guarda interrogativo, sta
riponendo i calici. «Volevo dire che iniziamo bene, il primo
del mese di domenica. Agosto è filato via liscio, poteva finire
a metà settimana, no?»
«Cosa ti cambia se è il trentuno di agosto o il primo set-
tembre?» chiede Fredi.
Prima di replicare, Tilio prende fiato, si capisce che ha
molto da dire sulla differenza tra i giorni del mese. «Non
sono proprio lo stesso tempo,» afferma «anche se i giorni
hanno tutti ventiquattr’ore, perché da un mese ti aspetti
delle cose e la settimana finale...»
Fredi ha alzato la mano per fermarlo, sorride: «Non vo-
levo sapere che differenza faceva per te, volevo dirti che per
me non fa differenza». Tilio sta in sospeso, ci pensa, poi una
specie di sorriso viene fuori anche a lui.
Però non è proprio così, continua tra sé, i giorni sono i
giorni, alla fine della giornata si tirano i conti, diversi da

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quelli di una settimana, certe cose diventano importanti per
una giornata e contano meno per una settimana. Per i mesi
non è così? Vale anche per le stagioni. Forse è complicato ma
non è sbagliato: c’è un punto di partenza, guardi avanti; e un
punto di arrivo, guardi indietro. Per la giornata è normale.
Lo facciamo ogni giorno: giornata brutta, giornata bella, no?
E se poi va a finire bene, una rogna che avevi alle dieci di
mattina non conta più niente. Ma vale lo stesso per le setti-
mane, i mesi e le stagioni, vale per gli anni. Siamo fatti così.
Adesso vuole replicare a Fredi, il discorso fila, vuole proprio
vedere. «Sognarello, mi dai una mano?» lo richiama Fredi,
spegnendogli il discorso in bocca. «Guarda che il primo di
settembre intanto ci porta un matrimonio alle cinque del
pomeriggio, vuol dire che se finiamo in premura e torniamo
per le tre e mezza ci restano tre belle ore di riposo.»
Tilio è contento che Fredi si organizzi il riposo. Il mese
di luglio non è stato facile. Fredi non aveva preso due giorni
di vacanza. Aveva fatto esami. Sangue, urine, feci, TAC, ri-
sonanza, servizio completo. Adesso prendeva delle pasti-
glie nuove ma soprattutto doveva evitare strapazzi. Tilio
l’ha aiutato. Parlando chiaro con il Don, per prima cosa
troppe funzioni la domenica e la levataccia per niente ogni
mattina. Così la prima messa era stata spostata in avanti di
un’ora e mezza. Con un buon risultato, soprattutto la do-
menica, perché più di qualcuno ha capito che poteva an-
darci a un’ora decente e salvarsi anche il pranzo in fami-
glia o fuori in collina. Finita quella, niente suffragi fino alla
messa grande. Il Don se n’è fatta una ragione, e poi ha vi-
sto che i suffragi non diminuiscono. Se mette insieme il
defunto Ezio, la defunta Annalisa, il defunto Paolo e il de-
funto Giuseppe, così è chiaro che, ripetendo ogni volta la
parola defunto, vuol dire che sono di quattro famiglie di-
verse, a chi ordina le messe va ancora bene. Si fanno com-
pagnia, ha commentato Tilio, alludendo ai pochi parenti

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che si presentano. Non ha detto a Fredi che secondo lui i
suffragi li ordinano per abitudine, perché gli pare che de-
vono, sono sempre gli stessi, e quello che gli interessa è
una data libera da altri impegni.
Fredi aveva accettato che Tilio, quando andava a fare
la spesa per sé, gli portasse a casa la sua. A lui non pesava
fare le due rampe di scale con le buste piene. Adesso cena-
vano insieme un paio di volte la settimana, sempre a casa
di Fredi. Mangiari facili, spesso comprati pronti. Uno dell’o-
steria aveva fatto una battuta, persa la russa, aveva detto, si
consola con il sacrestano. Tilio era presente e ha riso anche
lui, non c’era malizia. Quando viene agosto c’è qualche turi-
sta in più per il Tiziano. Per il resto però è come per tutti gli
altri lavori, si sta più tranquilli, si lascia correre. Era filato via
così liscio quell’agosto che Tilio avrebbe voluto non finisse
più. Invece con il primo del mese già la domenica e subito un
matrimonio alle cinque del pomeriggio.
E il venerdì aveva dovuto andare in macchina fino a Tre-
viso per comprare le candele.
Quella stessa mattina, quando era arrivato davanti al so-
lito negozio di via Colombera, lo aveva trovato chiuso. Era
così vicino alla chiesa che aveva la lista degli acquisti an-
cora in mano. Si era voluto informare nel primo bar e in-
vece di rispondergli l’oste è andato nel retrobottega, è tor-
nato con il “Gazzettino” del giorno prima. Il titolo era: Anche
i preti comprano su internet. Il negozio di articoli sacri della dio-
cesi abbassa la serranda. Fredi non ci voleva credere. Tilio gli
ha fatto vedere i prezzi in rete, ti credo che sbaraccano, ba-
stava saperlo prima, ha chiuso il discorso Fredi. Consegna in
quarantott’ore, garantivano. «Guarda qui,» Tilio gli mostra il
cellulare «hanno le ostie per i celiaci.» Si sono ripromessi di
vedere meglio e controllare i prezzi la settimana successiva,
un lavoro di più, ha sbuffato Fredi alla fine, prima bastava
fare la lista e portare via il necessario.

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Il Vangelo di oggi ha soddisfatto Tilio. Era contento di
stare in chiesa, ascoltare quelle parole. E adesso – si con-
vince – se incontro Raffaele lo so io cosa dire.
La ragione è che l’altra mattina quando li ha visti insieme,
Paolo con la moglie e di fianco a lei suo padre, Raffaele, con
le scarpe da ginnastica bianche e il colletto della polo rial-
zato dietro la nuca, aveva preferito evitarli. Li ha seguiti con
gli occhi, rimanendo in disparte. Stava nell’ombra del por-
tico, davanti alla vetrina dell’agenzia immobiliare, ha prefe-
rito concentrarsi a guardare le proposte di vendita.
Lo avessero scorto, avrebbe detto che voleva proprio ve-
dere quanto valeva il rustico in rovina, ché ce n’è in ven-
dita di malridotti peggio del suo. Questo avrebbe detto. Ma
erano presi dai loro discorsi e nessuno dei tre si è accorto di
lui. Meglio così. Raffaele era uno che non si sarebbe rispar-
miato di chiedergli: adesso fai il sacrestano, allora? Avevano
la confidenza, si conoscevano da ragazzi. Sempre la battuta
pronta, Raffaele, di sicuro avrebbe ghignato, gorgogliando
una risatina: “Te fa el nònsol alora?”, o ancora peggio, in ita-
liano, con la figlia e Paolo al suo fianco, una freddura delle
sue: “Hai trovato lavoro nell’azienda del Papa?”.
Oggi Matilde aveva letto dal Vangelo: «Quando sei in-
vitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto,
perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui
che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Al-
lora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece,
quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché
quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni
più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commen-
sali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia
sarà esaltato».
Avesse sentito prima questo Vangelo sarebbe andato in-
contro a Raffaele per dirgli la verità, che lui non faceva il sa-
crestano ma l’apprendista sacrestano. Non c’è niente da ri-

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dere. “Ti ricordi quando sei andato a imparare il mestiere?”
gli avrebbe chiesto Tilio. Raffaele aveva iniziato come lui,
mettendo la colla nelle scanalature, menando di gomito la
carta vetrata. Quando impari un mestiere capisci ancora
dov’è il tuo posto e dove devi arrivare. Te lo fa capire quello
che ti sta davanti e dà ordini, prende in giro, rimprovera,
però lui sa fare. Non è per il lavoro, avrebbe detto a Raffaele,
ma per capire che non sono arrivato, che so stare al mio po-
sto e non è un posto assegnato per sempre. L’apprendista sa-
crista è perfetto per me, senti come suona bene, apprendista.
Sto all’ultimo posto, nessuno mi manda via, dormo bene e
saluto per strada. “Vuoi saperlo, Raffaele,” gli avrebbe chie-
sto “la vuoi proprio sapere la verità? Siamo noi che crediamo
migliori i posti davanti, e poi viviamo con la paura che arrivi
qualcuno a mandarti via.”
L’apprendista non è un ultimo posto, però, pensa Tilio,
adesso si rende conto che il discorso gli viene meno efficace
di come credeva all’inizio. Quando ha sentito le parole del
Vangelo lo aveva pensato subito: ecco, adesso so cosa dire!
Avesse sentito il Vangelo due giorni prima, sicuro che invece
di sperare di non essere visto in fondo all’ombra del portico,
ci andava lui incontro a Raffaele in mezzo alla piazza. E se
c’era Paolo tanto meglio. In quel momento era certo di quello
che aveva capito e convinto di poterlo dire semplice e chiaro.
Però adesso il discorso che sta recitando nei suoi pensieri
non è proprio quello che gli pareva così chiaro e semplice
solo pochi minuti prima. I posti non sono assegnati, va bene,
e tu ti siedi in fondo: lo vuoi tu, quel posto, lo hai scelto, per
non crederti di più di quello che sei. Non hai potuto rifiu-
tare l’invito dicendo che non ti senti all’altezza. Questo è im-
portante. Non lo decidi tu, se sei all’altezza. Accetti l’invito
come tutti, poi non dipende da te il posto che ti viene asse-
gnato, ma vai a metterti in fondo.
Questo gli appariva abbastanza lampante, e c’era di che

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rispondere a Raffaele, se pure non gli aveva mai fatto nes-
suna domanda, perché Raffaele era uno di quelli che si sede-
vano davanti, per tutta la vita non aveva fatto altro che cor-
rere e spingere per sedersi davanti.
Però usare il Vangelo per una rivalsa, pensa Tilio, è una
vigliaccata. Gli era sembrata la risposta giusta, ma non era
una risposta, serviva a lui per rivalersi del disagio che aveva
provato vedendosi comparire il consuocero a pochi metri
con Paolo e la moglie. È Raffaele che lo chiama consuocero.
Ma Raffaele non c’entra più, e ora a Tilio pare sfuggire anche
il significato di tutto il resto.
Dopo che ha dovuto abbandonare l’uso di quelle parole
come ripicca, Tilio cerca di ricordarsele di nuovo, come se
avesse perso qualcosa, non sono più quelle di prima. Sem-
bra che sia scritto semplice il Vangelo, lo capisce anche un
bambino. Invece poi le parole ti confondono. A Tilio pareva
che l’apprendista fosse proprio un modo per mettersi all’ul-
timo posto senza falsa umiltà. Allora però bastava dire di
non mettersi davanti, di non voler stare tra i primi. Così c’è
umiltà. Perché a Tilio non sono mai piaciuti quelli che di-
cono di essere umili, ha ragione Fredi, uno sta fermo in se
stesso, quella è l’umiltà che non ha bisogno di vantarsi. C’è
chi dice di essere umile per vantarsi, è un fatto. Perché met-
tersi proprio tra gli ultimi, come nelle fiabe?
Tilio prende il libretto della messa e legge quello che
aveva soltanto sentito recitare. Si rende conto che aveva pre-
ferito la parte del Vangelo che piaceva a lui, e aveva trascu-
rato quello che veniva dopo. Nelle fiabe sei l’ultimo per-
ché poi diventi il primo, come Cenerentola. Sembra così, in
fondo, anche il Vangelo che ha sentito Tilio. Questa è la parte
che non ha ascoltato: “Quando offri un pranzo o una cena,
non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né
i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e
tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un ban-

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chetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato per-
ché non hanno da ricambiarti”.
Buonanotte. Però vedi che non è una fiaba? si dice Tilio.
Non andava più bene come risposta a Raffaele. Ma come fai
a invitare poveri, storpi, ciechi e nessuno altro? Ti imma-
gini? Tilio legge di nuovo. Poi crede di capire: la parola im-
portante è “contraccambio”. La vera generosità è il contrario
del bene fatto tra persone che possono contraccambiare. Ma
c’è qualcosa che Tilio non riesce a comprendere bene, è come
se il Vangelo volesse a tutti i costi non credere alla generosità
e al voler bene spontanei. Sì, la prima cosa che pensi è di in-
vitare chi ti piace, chi ti sta simpatico, così si fa tutti. E in-
vece il Vangelo chiede di fare qualcosa di innaturale, forzare
il bene e la generosità verso qualcuno che non ti interessa,
non hai piacere di avere vicino, no, non è solo questo, devi
offrire il tuo bene a qualcuno che ritieni indegno, perché il
bene vorrebbe andare verso il meglio, i belli, i simpatici, i ge-
nerosi, quelli che la pensano come te, e allora diventa mate-
ria di scambio anche se non lo vuoi. È così? Se è così come
si fa? Tilio vorrebbe chiedere a don Livio. Ma è meglio se sta
zitto. Don Lorenzo, che è giovane, e Tilio aveva apprezzato
tanto il suo modo di predicare, gli aveva detto che il Vangelo
non era l’oroscopo. Tilio aveva provato una simpatia speciale
per don Lorenzo, però dopo il funerale della Dorina non era
più tornato. Stava in una parrocchia vicina e Tilio era andato
a trovarlo.
E così gli ha confidato che aveva bisogno di capire come
fa un prete a spiegare il Vangelo. Certe volte credo di esserci,
di afferrare bene, mi si apre tutto, ha voluto essere sincero,
Tilio, ma mi pare che poi le parole mi scappano via proprio
quando sono sicuro di quello che vogliono dire.
Don Lorenzo non lo ha messo al suo posto, non gli ha
detto di lasciare ai preti il compito di spiegare il Vangelo, per-
ché è difficile per uno come lui che non ha studiato. Gli ha

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solo detto che non è l’oroscopo. Ha aggiunto che non dob-
biamo leggerlo perché parla di noi, non ci rivela quello che
siamo, non suggerisce come agire. Diceva sempre “noi”, non
intendeva noi preti, parlava anche di Tilio. Aveva poi usato
un’espressione curiosa, preferirei dire. Non ha detto ritengo,
neppure credo. Ha aggiunto: «Preferirei dire che siamo noi che
dobbiamo cambiare il senso alle parole, per come le usiamo
di solito, per trovare il loro significato più pieno nei Vangeli».
«Dunque potete capirlo solo voi preti?» si era ostinato Ti-
lio, senza polemica nella voce, di fronte a quello che gli pa-
reva un gioco di parole. Don Livio allora aveva ragione, stava
intanto pensando, quando spiegava il Vangelo con altri passi
del Vangelo o con le parole dei santi. E poi gli si è accesa un’i-
dea: mi sta dicendo, don Lorenzo, che ci vuole un mestiere,
non solo lo studio, occorre capire che cosa hanno potuto de-
cidere che vuol dire gli altri venuti prima, come i giudici, per
esempio, quando vanno a vedere i processi precedenti?
Don Lorenzo lo guarda dubbioso, strizza gli occhi, è una
buona osservazione, concede. Poi, riscuotendosi, con tono
più amichevole gli dice che ci vuole fede, più di quella di un
giudice. «E c’è un bel problema, se vuole pensarci, lei che
pensa così tanto, caro Tilio: hai bisogno della fede per capire
il Vangelo e la fede te la può dare solo il Vangelo.»

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Tutto come già scritto. Raffaele era tra gli invitati al matri-
monio. Presidente della squadra di pallone, benefattore della
sagra, sostenitore di tutti i sindaci eletti, aveva per diritto il
posto vicino al padre della sposa. Nelle prime file gli amici
degli sposi e i parenti più stretti erano vestiti tutti uguali
come nei film americani. Gli uomini proprio uguali, le donne
no, ma cambiava solo il colorino pallido dell’abito o la forma
della scollatura. Il risultato era che quelli dietro di loro, an-
che i più attenti a darsi da fare per apparire eleganti, sem-
bravano fuori posto. È venuto il momento che Tilio ha messo
davanti agli occhi di Raffaele la borsa delle offerte. Il consuo-
cero lo ha guardato con una curiosità esagerata, comica, fa-
cendo finta di trovarsi davanti agli occhi qualcosa che non
aveva mai immaginato. «Te fa ’l nònsol?» gli ha sussurrato.
Tilio si è avvicinato a una spanna dall’orecchio: «Apprendi-
sta, apprendista nònsol».
Come fosse stato già scritto, ma scritto da così tanto
tempo che a Tilio non aveva fatto né caldo né freddo. Anzi,
mentre gli era già capitato di ripensare a una frase detta da
qualcuno e alla risposta che aveva dato, e si era ritrovato,
scontento, a correggere, a migliorare, a cercare la frase giusta
quando era troppo tardi e l’altro era già andato via, questa

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volta non aveva avuto ripensamenti. Botta e risposta, a per-
fezione. Soltanto arrivata la sera, a casa da solo, dopo che si
era coricato e aveva spento la luce, Tilio con gli occhi aperti
nel buio ha ammesso di aver dato troppa importanza a Raf-
faele da quando era stato annunciato il matrimonio dei loro
figli. Ha temuto che oggi Paolo e sua moglie fossero stati tra
gli invitati. Lo avrebbero visto che girava tra i banchi a chie-
dere l’elemosina.
Non gli importa, si dice sempre, ma poi sente che qual-
cosa gli pizzica. Raffaele a sedici anni era uguale, sbruffo-
nate tante, ma innocenti, uno intelligente. Avrebbe prefe-
rito per Paolo una moglie meno ricca? E perché? Se lui per
primo, Tilio, proprio lui aveva sempre saputo dare ai soldi
la giusta importanza. Aveva avuto paura che Paolo, prima o
dopo, avrebbe scontato la differenza di... Ma di cosa? Si era
detto mille volte che a guadagnarci erano Raffaele e sua fi-
glia, con la testa e l’educazione che aveva Paolo. Per restare
fermo in se stesso, come dice Fredi, Tilio vuole capire. Non
prende sonno finché non ne viene fuori. I soldi, è questo il
punto, si dice. Ti pare che puoi diventare quello che vuoi. Se
ascolti i discorsi di tutti, per strada, in televisione, all’osteria,
non c’è altra misura che conta. Perché non sai chi sei e chi
vuoi diventare, perché tanto non importa più, pare che non
c’è differenza se sei un uomo onesto o un farabutto, uno che
sa il suo mestiere o un ciarlatano, e allora i soldi sono l’unica
misura certa, sono tutti i desideri che vuoi, quando non hai
un desiderio più forte di tutto. Tilio si chiede se vuole qual-
cosa che potrebbe ottenere con i soldi. No, non più. Se Paolo
ne avesse bisogno, forse. Ma non è così. E allora, perché do-
vrebbe vergognarsi di mettere sotto gli occhi di suo figlio la
borsa delle offerte per la chiesa? Deve solo avere più fiducia:
Paolo potrebbe davvero volerlo conoscere, sapere com’è fatto
suo padre. E poi non ho finito ancora di volergli bene, pensa
Tilio, non ho ancora finito di voler bene a mio figlio, questa

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frase gli piace, se la ripete, la gusta fino in fondo prima di
addormentarsi.

È lunedì e c’è da ripulire, salvare i fiori migliori per la chiesa


e buttare gli altri, fare due conti sulle entrate e sulle spese
della settimana. Il riso sui gradini della chiesa e sul sagrato
l’ha spazzato subito, ieri, alla fine della cerimonia. Ha do-
vuto raccogliere da terra una sporta di confetti. Li hanno
lanciati a manciate, da un cesto infiocchettato, c’erano due
ragazze vestite di bianco pagate per farlo. Non si sa da dove
viene questa novità, si era chiesto Tilio a mezza bocca, quasi
sperando che qualcuno lo sentisse. Sono duri come sassi.
Non credo ci sia un gran gusto a prendere una grandinata in
faccia, se pure di confetti. Contenti loro. Nessuno li ha rac-
colti, e adesso? Sono puliti, ma chi mangia più niente dopo
che è caduto a terra. Finiscono nell’umido, con il riso. Un la-
voraccio, e per fortuna non piove. Con la pioggia il riso corre
via fino alla piazza e si appiccica dentro le fughe dei mase-
gni. Gli sposi rideranno per cento anni, se c’è proporzione,
pensa Tilio che deve andare a prendere un altro secchio per-
ché il primo è già pieno.
Paolo è stato criticato, dice Tilio a Fredi, perché sua mo-
glie ha voluto sposarsi all’abbazia. Fredi sta guardando il pa-
vimento per decidere quando è asciutto, Tilio aspetta per ri-
mettere a posto i banchi. Hanno cambiato tecnica, si fa meno
fatica. Tilio passa davanti per tirare via il grosso e Fredi va
dietro a finire le parti più difficili. I banchi li sposta Tilio. C’è
voluta dell’insistenza, poi però Fredi ha accettato. Lo ha vo-
luto dire però che il sistema giusto resta quello di prima. Ma
guarda il risultato, ha ribattuto Tilio. Fredi aveva tirato in
fuori le labbra e le aveva ritirate una sola volta, la sua opi-
nione era che il risultato conta meno del metodo, ma anche
così poteva andare. Tilio vuole parlare di Paolo, il primo ten-
tativo è andato a vuoto, Fredi non ha raccolto. «Guarda che

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abbiamo quasi finito» osserva Tilio. «E ci resta mezza gior-
nata per fare quei quattro conti.»
Fredi si siede, dice: «Allora stiamo qui tranquilli e spe-
riamo che non entri nessuno». Le porte della chiesa sono
aperte, così asciuga meglio per terra, si sono detti, e Tilio
ha messo i cunei di legno sotto i due sportelli della bus-
sola, che hanno il braccetto per la chiusura automatica.
Adesso ci sono due fasci di luce che si stampano sul pavi-
mento come in un quadro. Tilio ci riprova, dice che si com-
plimentavano con lui per il matrimonio di Paolo, perché
sposava bene, come se avesse vinto alla lotteria. Fredi si
alza, prende lo straccio dall’orlo del secchio e va a passarlo
sul pavimento vicino al battistero. C’era rimasta dell’ac-
qua, dice, e si siede. Una pozzetta su una pietra consumata.
Quella non si asciugava da sola, sentenzia. Vuol dire che
secondo lui il pavimento va asciugato, non aspettare se-
duti che si asciughi da solo. «Per me non era tutta questa
fortuna» ci riprova Tilio per la terza volta. «Contento lui va
bene, è quello che conta, ma per i soldi che cosa vuoi, non
è più come una volta, se il matrimonio finisce non hai di-
ritto più a niente.»
«Sta’ attento, Tilio.» Finalmente Fredi lo guarda in fac-
cia. «Non so di cosa ti fai pensieri: se tuo figlio divorzia starà
comunque meglio di prima, in fatto di soldi, s’è incrociato
la vita con quelli che ce li hanno, oramai, e vedrai che da lì
non si sposta. Ti preoccupi per te, non per lui, ti preoccupi
di quello che pensa chiunque. Paolo si sarebbe sposato bene
con un’altra. Che si sarebbe sposato bene era evidente, come
era evidente che lo aspettava una bella carriera. È una for-
tuna, e chi lo sa? Lo capirà lui. Se era come una volta sarebbe
diventato tutto suo? Non credere.»
«Oggi pensano solo ai soldi» ribatte Tilio.
«E una volta no? Si ammazzavano tra fratelli per un faz-
zoletto di terra, lascia stare.»

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Tillio lo guarda storto, non vuole ammettere che ha ra-
gione.
«Una volta, una volta» sbuffa Fredi, tornando a guardare
il pavimento. «Sei attaccato al passato perché adesso il paese
non c’è più. Tu non sei mai stato una persona, sei stato tutto
un paese. Andavi avanti e ti aggiustavi con i discorsi degli
altri, le decisioni che prendevano gli altri, è vero che così fa-
cevano anche loro, non voglio dire, il paese era così. Ti capi-
sco.» E per dimostrare che lo capisce gli dà un colpetto sulla
spalla con il pugno chiuso. Poi sorride, si guarda il pugno,
gli viene in viso un’espressione comica, stupito lui stesso di
un gesto che non sa da dove è venuto fuori.
Fredi si sistema più comodo sulla seduta del banco,
muove le mani per concentrarsi, sta per fargli un discorso.
Poi lascia cadere le mani sulle cosce e sussurra: «Io invece
sempre un estraneo che doveva entrare a far parte della vita
degli altri. A Lu Casale, a scuola, nel quartiere. Non puoi sa-
pere che posto era, con la guerra, e dopo che la guerra era
finita non si capiva perché mio padre non arrivava, perché
non ci portava via. Il postino grida che c’è una lettera per
tua madre, dopo due ore esci per andare a giocare in cortile
e c’è sempre qualcuno che ti chiede se ti hanno scritto che
tuo padre è morto, se è prigioniero, se viene a prenderti pre-
sto. Poi quando siamo venuti qui che ero più grande anche
peggio, ti immagini l’accento che avevo preso? Mi ricordo
che avevo detto il cacio, e mi hanno guardato strano. Qual-
cuno aveva capito il cazzo. Cacio era italiano, lo usavamo a
scuola, ma qui in italiano era formaggio. Poi l’esercito, che
ti devo dire? Sono sempre stato uno che deve capire come
funziona, abituarsi, trovare la sua parte in commedia, ogni
volta di nuovo. Cosa credi, perché mi sono deciso per questo
lavoro? Avevo un’età. Ho pensato di fare quello che era più
adatto a chi ero diventato. Per la missione, lasciato l’esercito,
era stato diverso, credevo di cambiare vita». Fredi si guarda

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le mani, continua dicendo che invece a quella vita era già
adatto, l’aveva scoperto presto. Non sapeva quanto sarebbe
rimasto. «Così» conclude «non sono cambiato molto, forse
mi sono abituato meglio a stare solo. Per me il passato non
è... vedi, la tua vita non si interrompe...»
Tilio aspetta che finisca, ma Fredi ha già finito. «E non
hai mai pensato di sposarti.» Non è una domanda, quella
di Tilio, è un’affermazione. «Una volta, lo sai. E dopo quella
volta,» Fredi si schiarisce la gola «dopo quella volta non ho
più avuto occasione. Non l’occasione di sposarmi, intendo.
Be’, adesso mi pare asciutto. Se tu sistemi i banchi da solo io
vado in sacrestia e comincio a vedere che cosa occorre per la
settimana.»

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Im-be-cil-le. Im-be-cil-le. Fredi ha girato l’angolo troppo


allo stretto e ha sbattuto il ginocchio sullo spigolo della
panca. Im-be-cil-le sta ripetendo tra i denti a se stesso
mentre Tilio si gira e gli chiede che cosa c’è. Fredi con-
tinua a massaggiarsi sotto il ginocchio, sbuffa, tira su la
saliva con un risucchio. «Che cosa facevi,» chiede a Tilio
«stavi pregando?» Preferirebbe dire che è colpa di Tilio, se
ha preso la botta. Stava entrando in sacrestia e lo ha vi-
sto inginocchiato sotto il Cristo, con gli avambracci appog-
giati all’alzata. Aveva le mani giunte, guardava in su, per
un momento Fredi ha pensato che non fosse lui. «Volevo
provare, che cosa c’è di male» risponde Tilio mentre ritorna
alla panca per finire di contare le particole.
Fredi sente un’oppressione che gli schiaccia la testa,
crede che siano le troppe cose da tenere insieme. A volte
si deve difendere, perché gli sembra che arrivi dentro la
mente un’onda di pensieri che lo travolge, troppe cose che
deve fare e troppi ricordi in disordine. Lo sa bene che è
colpa del sangue, del cuore che gli fa brutti scherzi, ma
quello che gli succede è che sente perdere i pensieri. Non è
la prima volta negli ultimi mesi che urta da qualche parte

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o qualcosa gli cade di mano. Tilio si avvicina. «Fa’ vedere»
dice mentre gli tira su la braga fino al ginocchio. «Tra un
momento ti passa,» annuisce «viene fuori la botta e poi
non senti più niente, un bel bollo nero, certo che gli hai
dato dentro!»
Fredi tira giù la braga e continua a massaggiare. Porta
la testa all’indietro. «Mi pare che il ventilatore lo puoi an-
che portare via,» dice guardando verso l’angolo della panca
«la stagione si è rotta, caldo da ventilatore non ne viene più
di sicuro.» Fredi torna a guardare lo spigolo della panca,
come l’ha preso quel maledetto cantone? È passato milioni
di volte, non può essere ridotto così male da doversi guar-
dare i piedi a ogni passo.
«I conti come li fai,» lo riscuote la voce di Tilio «ti ricordi
il periodo dell’anno?»
Fredi non ha capito, ha tirato su di nuovo la braga e si
guarda il ginocchio pallido, intuisce che è una domanda e
si gira verso di lui, lo guarda, Tilio allora gli chiede a voce
più alta come fa a sapere il numero delle particole. Eccolo
Tilio, sempre uguale. «Fai conto di quanta gente viene e chi
farà la comunione» risponde Fredi.
«Cinquanta persone fanno la comunione tra oggi e do-
mani, secondo te, sa Dio come lo calcoli» sogghigna Tilio.
«È un numero, cinquanta, poi si vede» ribatte l’altro.
«Va bene, sono queste qua» sorride Tilio, mostrando
le particole su un piattino. «Sono una manciata» sorride
più sfacciato Tilio e aggiunge: «Tanto vale che prendi una
branca di particole, più o meno sono quelle, e poi si vede.
Perché contarle se non sai quante?».
Fredi alza gli occhi verso il soffitto. «Le particole si con-
tano, non si prendono a branche» sentenzia. «E poi sai
quante te ne restano, no? Per questo si contano due volte.»
Tilio scuote la testa. «Bell’attrezzo» dice, puntando il
mento verso l’inginocchiatoio.

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«Ti piace. Per questo hai fatto un giro di prova. Pensa
che uno lo voleva comprare» si rasserena Fredi, le parti-
cole vanno contate e gli fa piacere cambiare discorso. «Era
entrato in sacrestia dalla chiesa, me lo sono trovato sulla
porta che chiedeva permesso. Uno elegante, sui settanta
ma li nascondeva, abbronzato, taglio di capelli di lusso,
quel tipo. Mi ha detto come si chiamava, mi ha chiesto se
andava tutto bene, intanto si guardava in giro. Ha messo
gli occhi sull’inginocchiatoio. Bello questo, ha detto, è an-
dato vicino, ha cominciato a palparlo. Poi ci ha provato: se
me lo vendete ve ne porto uno moderno con le imbottiture
e c’è un bel regalo per la chiesa. A parte il fatto che non
era a me che doveva parlare, gliel’ho detto subito, e quindi
chiuso, a parte un altro fatto, che nessuno qui è nato ieri, e
ti assicuro che gliel’ho fatto capire, ho proprio voluto chie-
dergli che cosa se ne faceva. E vedi che ce n’è di gente che
gli piace, come te,» precisa Fredi «che li compra per mobi-
lia. Lo mettono in camera, ci appoggiano i vestiti. Lo usano
per comodino. Il tizio mi ha detto che quelli con il cassetto,
come questo, sono i più ricercati. Tu te lo metteresti in ca-
mera?»
Tilio accetta la provocazione. «Perché no?» dice. «Mi sta
giusto all’angolo vicino al comò.»
«Sta’ buono,» sorride Fredi «che mi fa male la gamba.»
Tilio ripone le particole, segna sul quaderno quelle da
consacrare e quelle che restano nel sacchetto. «Hai sentito
che si è annegato uno nel fiume? Un ragazzo, sono andati a
fare il bagno alle tre di mattina.»
Fredi scuote la testa, non sa cosa dire. «Figlio di un dot-
tore dell’ospedale,» continua Tilio «dicono che prima ave-
vano mandato giù di tutto, non solo alcol, a casa di uno che
aveva fatto gli anni.»
Fredi borbotta, Tilio lo guarda interrogativo. «Quando
smetti di fare scemenze?» dice Fredi a voce alta. «È tardi

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per fare le cose giuste, chi non ne ha fatte di stupidate? Re-
stano quelli che gli è andata bene.»

«Sarebbe proprio ora di portarlo via, quel ventilatore. Uno


lo vede qui a fine settembre e pensa che sei trascurato,
non che ti serve.» A Fredi non piace che ci sia roba in vi-
sta che non c’entra niente, la sacrestia deve rimanere sem-
pre uguale, perfetta al primo sguardo. Ha pure insegnato a
Tilio che deve mettere il giaccone nell’armadio, i bicchieri
nello sportello, non si lascia niente in giro. Quel povero ra-
gazzo, che fine. Fredi sa che prima ha detto una cosa vera
per tutti ma non per lui. Le stupidate non ha mai avuto il
coraggio di farle. La decenza, l’onore, l’esempio, queste pa-
role di suo padre, quando era in casa, che sua madre ri-
peteva quando il padre non era in casa, gli avevano fatto
passare i suoi primi anni come un vecchio. I compagni di
classe non lo invitavano se avevano in programma un di-
vertimento, stufi di sentirlo dire che non stava bene, che
andava a finire in malagrazia, come se fosse un professore
anziano, un... un sacrestano, ecco, un sacrestano, si com-
piace tra sé, Fredi, per l’ironia. Se non le hai fatte prima, le
stupidate le fai dopo, va a finire così, pensa Fredi, le fai più
silenziose, lo so, e più sono silenziose più sono puzzolenti,
come le scoregge. Ecco, adesso mi manca solo di pensare
alle scoregge in sacrestia, si rimprovera Fredi. Sente ancora
dolore sotto il ginocchio. Come sono diventato una piaga,
pensa, cosa vuoi che sia. Però è stata una bella botta, si
dice per non buttarsi giù ancora, se è stata una botta forte
ha diritto di lagnarsi, l’importante è restare lucidi con la
testa. «A proposito dell’ospedale,» richiama Tilio all’atten-
zione «tutti che si lamentano, anche ieri Bepi Pasini pareva
venuto a parlare di chissà che cosa e poi non ha fatto al-
tro che lagnarsi dei dottori, dei reparti, sa tutto dell’ospe-
dale, come se fosse il direttore, e ha una critica per tutto.

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Mi va sempre bene, allora, a me che trovo sempre tutto in
orario.»
Tilio ride. «Sei raccomandato da qualcuno che sta molto
in alto» commenta.
«Ma va’ là, aspettano un quarto d’ora e già cominciano
a protestare. Pensionati. Devono fare presto, sempre una
premura vigliacca. Quei poveri cristi agli sportelli li devi
vedere che bravi, si sentono dire di tutto e tirano dritti. E
dopo che Bepi ha consegnato i contenitori, gli hanno fatto
il prelievo, dopo che ha tirato su un caos per dieci minuti
di ritardo, viene fuori che sono appena le otto, a casa non
ha niente da fare, come ammazza il tempo fino a ora di
pranzo? Va al bar dell’ospedale a raccogliere chiacchiere, e
poi a cercare qualcuno per lagnarsi.»
«Ascolta, Bepi si lagna di tutto» ribatte Tilio seduto al
suo solito posto, il termos del caffè in mano, con un cenno
chiede a Fredi se ne vuole anche lui. «Bepi è andato in pen-
sione a quarantacinque anni» continua Tilio. «Sono quelli
come lui i più incazzati, se te ne sei accorto.» Non si può
stare senza far niente, pensa Tilio mentre versa il caffè nelle
tazze, si immagina che passa le giornate davanti alla tivù.
Quando lavori dalla mattina alla sera non vedi l’ora di avere
un giorno libero. Ma quando hai tutti i giorni liberi i desi-
deri che avevi si squagliano, non è più così bello fare una
passeggiata in collina, sederti fuori del bar a fare due cia-
cole. Oppure corri dietro ai desideri impossibili, ti incazzi
con il mondo perché sono fuori portata. Tilio pensa che è
un bene per lui avere la sua età, per come va il mondo. Alla
sua età, può anche farsi da parte. Però non ce la farebbe
a stare tutto il giorno a grattarsi. No, adesso c’è Fredi, va
bene, ma potrebbe anche fare altro. Si immagina che vende
auto di lusso, parcheggia davanti all’osteria l’ammiraglia,
la più alta di gamma, bianca con i cerchioni in lega e il
nome del concessionario sulla portiera. Quelli seduti fuori

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lo guardano, lo riconoscono, si scambiano uno sguardo di
ammirazione. Macché, non vanno più bene neppure le fan-
tasie, alla sua età.
«Poi è vero che si sentono delle storie tremende» lo ri-
scuote la voce di Fredi. «Di quelli che gli operano la gamba
sana, che gli dimenticano le forbici in pancia, ma basta che
succeda una volta e la raccontano per dieci anni, secondo
me, gli piace dire che tutto va male, alla gente.»

«Certo che se uno gli resta una forbice in pancia non è uno
scherzo,» riprende Fredi «ma qui da noi è difficile, ti dico
una volta in dieci anni, no?»
Tilio non risponde. Con Irma erano stati efficienti, pun-
tuali, crudeli: avevano lasciato tutte le possibilità aperte,
nessuna condanna e nessuna speranza. Intanto Irma si fa-
ceva forza, combatteva. Poi quando non è riuscita più a farsi
forza, hanno detto che si poteva solo aspettare la fine. Sei
mesi al massimo. Sono stati tredici. Tilio non si è mai la-
mentato dei dottori, dell’ospedale, di niente, ma quello che
ha conosciuto è quanto ha sofferto Irma per poter morire,
non l’hanno guarita, l’hanno stremata, umiliata, torturata
con le cure. Sa che hanno fatto tutto quello che potevano
fare. Non sa se è giusto. Non lo ha mai detto a nessuno,
anzi, non ha mai messo in parole precise il pensiero, ma sa
bene, Tilio, che lui l’avrebbe aiutata a morire prima. Adesso
è contento di non averlo fatto, ma è una povera soddisfa-
zione, era lei che inarcava la schiena in cerca di un sorso
d’aria, era lei che vomitava, che aveva la nausea per ore, è
lei che è morta.
E lui, Tilio, non ci pensa a morire? Il fatto è che non
c’è nulla da pensare. Puoi anche concentrarti, fare come se
non ci sei più. Un lampo buio. Un momento che è già pas-
sato quando lo vuoi afferrare. Prepararsi alla morte, sì, va’
là, è una cazzata. Finché sei vivo sei costretto a continuare

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a vivere, succhiare un altro respiro con tutte le forze, non
sei tu che lo vuoi, non puoi farci niente. Tilio ha capito que-
sto: con l’età, viene il momento che vedi la vita che ti resta,
non importa se sarà un anno o altri venti, sarà quella, se ti
va bene e non vengono disgrazie, a quella ti devi preparare,
non alla morte, che non ne sai niente. E se viene una di-
sgrazia vera sperare che sia veloce.
«Oggi sei di compagnia» Fredi fa lo spiritoso. «A cosa
pensi?» gli dice. «Che avresti fatto meglio la predica?»

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C’è poco da ridere, pensa Tilio, ma non lo dice. Fredi non


parla mai di quello che viene detto durante le funzioni, per
lui è importante solo che marci a regime il macchinario. Non
è stata la predica, stamattina, a colpire Tilio. Del resto c’e-
rano sette persone e don Livio ha tirato via messa in venti
minuti. La prima lettura gli aveva dato da pensare, questo è
vero, ma poi a chi chiedere se l’hai capita? Il foglietto diceva
Tm, I. Su Google era spiegato: Prima lettera di San Paolo a Ti-
moteo. Credeva di aver capito il succo. Se qualcuno insegna
la religione deve seguire le parole di Gesù e deve amare la
povertà. Era da intendere però che seguire non era tutto, oc-
correva sottomettersi, era chiaro, si doveva spianare via l’or-
goglio. Ma tra mettere da parte l’orgoglio e sottomettersi c’è
differenza.
A Tilio non andava giù, di sottomettersi. Forse perché era
come dirgli che doveva accettare quello che dicevano i preti
e non pretendere di capire lui. Sottomettersi voleva dire ac-
cettare di non capire? Ma allora, se non capisci, che merito
c’è? È vero che se capisci in un certo modo troppo personale,
poi dici in giro delle cose diverse da quello che sta scritto
nei Vangeli, ci metti del tuo di sicuro. E qui veniva il deside-
rio di arricchire. C’era un legame tra voler capire il Vangelo

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e l’ambizione della ricchezza. Forse quella volta, quando è
stata scritta la lettera, con le prediche potevi diventare come
oggi un cantante, uno della televisione. Vuoi vedere che pre-
dicando diventavi famoso come un calciatore.
Ma per me, pensa Tilio, che c’entra, vedi se voglio pre-
dicare... Se la povertà riguarda quella cosa lì, sono a posto.
Perché, se no... uno che è povero non ha niente da dare. Però
è importante dare, e allora? Che cosa voleva dire essere po-
veri? Pare che questa lettera sia scritta per mettere ordine,
decidere come ci si comporta, ma non è più il Vangelo. Il bello
del Vangelo è che tu non lo sai proprio, non riesci a capire
che cosa devi fare, ti tocca scommettere su dove puoi arri-
vare a metterti in discussione. Non c’è niente come il Van-
gelo, pensa Tilio, ti rovescia come un guanto.
Oggi stava ancora pensando alla lettura precedente,
quando Matilde è andata al microfono per il Vangelo, per
questo se lo è perso. Ma quello di ieri no. La puttana che
asciuga i piedi a Gesù con i capelli e continua a baciarglieli
è forte, come fai a prenderlo per un esempio di comporta-
mento. Non basta, ha portato un unguento profumato, una
confezione nuova e lo usa per carezzare Gesù. E la povertà?
Ecco il Vangelo. Quel profumo è un lusso, Gesù non lo ri-
fiuta. E si lascia pure carezzare tutto come quella sa fare
per mestiere. Altroché, se il Vangelo ti dà come esempio una
cosa così... È lei che si comporta bene, secondo Gesù. È un
ferro rovente, ragiona Tilio, questa cosa qui se ci pensi. Ci si
era rotto la testa, ah sì, chi non avrebbe voluto essere al po-
sto di Gesù! Arriva questa, non le importa se ci sono gli al-
tri, ti accarezza, non si dice dove ti unge e fino a che punto
arriva, il collo, anche le spalle, ti fa togliere la camicia? I
piedi, adesso, te li lava con calma e poi... poi li asciuga con
i capelli. Con i capelli! C’è del sesso, è evidente. Gesù lo
ignora. Vede la generosità, vede la puttana contenta della
sua fede e gli interessa solo quello. Anzi, la puttana è felice

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di dedicarsi a lui, offre i gesti che sa fare, questo è quello
che conta, invece gli altri, quelli che lo seguono, che lo so-
stengono ogni giorno, fanno cagare, sono diventati freddi,
usano la fede per giudicare. Una cosa del genere non l’ho
vista o sentita, ma neanche al cine, si dice Tilio mettendo al
loro posto le tazzine lavate.

«Hai visto chi c’era all’ultima, ieri?» Fredi gli sta appicci-
cato, oggi, vuole parlare. Tilio è passato a prendere le vesti
in tintoria, e adesso vanno riposte con l’ordine che sa Fredi.
A Tilio dice soltanto: «Passami il camice, passami la planeta,
adesso il cingolo». Fredi li segna con l’indice, così Tilio ri-
passa i nomi. Fredi gli chiede se ieri sera in chiesa ha ricono-
sciuto il primario del reparto di Medicina, l’ex primario, po-
vero, il migliore, venivano da mezza Italia per farsi operare
da lui. «Visto che c’era una signora che lo accompagnava? È
ridotto che dimentica tutto, se va da solo al bar continua a
voler pagare il caffè cinque, dieci volte. Passa un secondo e
si dimentica tutto. Lo vedi e ti pare quello di prima. Ti fermi
a parlare, è simpatico, due battute, e poi capisci che non c’è,
non ci sta con la testa. La sai la storia, no?»
Fredi tira gli angoli delle vesti, perché restino più tesi, ha
cura di pareggiare la pila ogni volta che aggiunge qualcosa.
«Una sciocchezza, un foruncolo, una cosetta su per il
naso. Russava. Russava, capisci? Allora ha chiesto al suo vice
di fargli un favore e tirargliela via. Complicazioni, dicono
così. E a lui le complicazioni l’hanno lasciato in coma per
quasi un anno, e poi è rimasto un deficiente. Il suo amico, il
vice, è in causa con i parenti. Se lo vedi non è più lui. Non si
sa chi sta peggio» commenta Fredi.
Tilio tace. Passa le vesti con attenzione, sa che deve man-
tenere perfetta la piega. Poi commenta che per tutti basta
un niente, non ci si pensa mai, anzi, ci si pensa sempre ma
non serve a nulla. A volte considera che non se l’è meritato

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di arrivare alla sua età senza un problema, non è mai stato
ricoverato in un ospedale. A voce alta: «È il destino, ti pare,
o è una lotteria?». Fredi pensa che non cambia niente, che
lo giudichi un destino o una lotteria non è quello il punto.
Lo ripete a voce alta, poi aggiunge: «Alla fine sei costretto a
trovarci un perché, a tutto quello che ti capita. Russava. L’o-
perazione era uno scherzo, lo hanno detto tutti. Magari de-
cideva di non operarsi e tre giorni dopo moriva in un inci-
dente d’auto».
Fredi appoggia le mani al cassetto, guarda Tilio negli oc-
chi, dice: «La prima volta che mi hanno chiesto se volevo
operarmi ero appena tornato dal Giappone. E come vedi
sono ancora qua. Sai cos’è, vai a capire: dal Giappone vo-
levo venire via già dopo il primo anno, e così un anno dopo
l’altro. Forse non l’avrei mai fatto se non mi dicevano della
malattia di mio padre. Là sono sempre stato bene. Poi torno
e nel giro di un paio d’anni sono in ospedale. Stavo male
prima e non me ne accorgevo? È possibile che stare vicino
a mio padre mi abbia fatto ammalare? Sai quelli che dicono
che ti viene il cancro per un trauma, o perché sei infelice ti si
straccia il cuore, ti chiedi se c’è del vero».
Tilio dice che è meglio fare una pausa. «Hai visto che ho
messo il ventilatore vicino alla porta, così dopo mi ricordo
di portarlo a casa.» Fredi annuisce, non ha tolto le mani dal
cassetto, aspetta una risposta. Tilio si siede, lo invita a fare
come lui. «Sta’ qui buono un momento, non credere che non
l’abbia pensato, come si chiama, aspetta.» Armeggia con il
cellulare. Ha trovato. «Psicosomatico. Dicono che è psicoso-
matico. Se Irma era più felice non si sarebbe ammalata? È
stata colpa mia, che non l’ho fatta felice? Come fai a non do-
mandartelo. E io allora, che non avuto mai niente di più di
un raffreddore, sono sempre stato felice?»
Fredi si è seduto, scuote la testa, poi però fa un gesto con
la mano come per chiedere parola. Tilio annuisce, lo invita

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a parlare. «Al corso non mi risparmiavo, e poi da tenente
di nuovo da capo l’addestramento. Marce, notti di guar-
dia, freddo, caldo, mai un problema. Alle visite sempre per-
fetto. Vuoi dirmi che era un male a orologeria? Non puoi
non pensarci.»
Tilio è d’accordo. «Però non si sa,» soggiunge «il male non
si prevede.» Poi gli sembra che ha detto una sciocchezza. Ri-
pete, invece, dopo un po’, più convinto: «Il male vero non si
prevede». E offre sempre prove contrarie – pensa Tilio –, il
bene, invece, ha bisogno di mostrare dove attacca radici.

«E adesso che si fa, finisco io?» chiede Tilio. «Tu metti via le
vesti.» Le tovaglie vanno una sopra l’altra, altare per altare,
non è così complicato. Fredi vorrebbe andare via, adesso, re-
stare solo con i suoi pensieri. Mormora che va bene, finisca
pure.
Intanto pensa che la decenza, l’onore, la patria erano di-
ventati un credito che non si poteva più riscuotere. Il debitore
se n’era scappato nel silenzio, nell’invalidità, nel bisogno to-
tale di cura, e lui non aveva potuto costringerlo a cancellare
l’obbligo estorto in malafede. Sì, aveva contratto per la vita
un credito di decenza, onore e amor di patria verso un uomo
che aveva tradito due volte, due volte aveva buttato via una
divisa e ne aveva indossata un’altra. «Questa non è un’uni-
forme come quella di un autista, o di un cuoco,» aveva detto
quello stesso uomo a Fredi quando aveva preso i gradi di te-
nente «questa è la tua faccia, il tuo orgoglio.» E adesso Fredi
può pensare che il padre parlava del suo orgoglio ferito,
dell’uomo che aveva voluto essere ma non era stato. Com-
plicazioni, anche in questo caso? Pare normale continuare
a fare il soldato, a uno che è nato ufficiale, e magari è con-
vinto di agire per coerenza. Una decisione che pare giusta,
anzi, non è neanche una decisione, ti sembra l’unica cosa da
fare, e invece un istante dopo tutto precipita senza rimedio.

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Quello che Fredi sa, quel vuoto, quella debolezza nel petto,
è che non ha potuto ferire, rinfacciare tutto, sfogare il ran-
core. Non ha potuto perdonare. Niente ha potuto, è finito in
ospedale, gli hanno chiesto se voleva essere operato e lui ha
saputo che quello era il prezzo per sentirsi libero. Il padre era
morto sei mesi prima. È stato in ospedale, infatti, se n’è reso
conto allora che il padre era morto, ormai non gli doveva più
niente, il debito si era dissolto.
Molti anni più tardi è venuto il tempo di trovare i docu-
menti e di parlare di nuovo della Repubblica Sociale, di chi
erano e che fine avevano fatto gli uomini di Mussolini dopo
la fine della guerra. Funziona così, si aprono gli archivi, vien
tolto il segreto. Poi i libri, i film, i discorsi in tivù. Anche
in paese c’era stata una conferenza organizzata dall’ANPI
in sala consigliare. Gli ex partigiani presenti erano pochi e
se ne sono andati scontenti. Speravano rivelazioni, invece il
professore aveva parlato soprattutto di questioni politiche
e giuridiche. C’era una situazione internazionale che non
permetteva processi, aveva detto, e poi la realtà italiana era
troppo intricata; così aveva concluso che, secondo lui, l’am-
nistia era stata una soluzione ragionevole e quasi obbligata.
A una domanda che pretendeva di dividere i casi, l’esercito
da una parte, dall’altra la Repubblica Sociale, un ruolo an-
cora diverso per i partigiani di una parte e dell’altra, aveva
risposto in un modo che aveva scontentato tutti. «Non è di
questo che mi occupo» aveva detto, poi aveva indicato al-
cuni libri che potevano interessare da quel punto di vista,
che non era il suo. «Sono storie di uomini,» aveva aggiunto
«e le storie degli uomini sono tutte diverse. Una legge che si
fa per tutti» aveva concluso «non può dare torto o ragione
alla storia di un singolo uomo.»
Fredi si era annotato quei libri che il professore aveva sug-
gerito. Li aveva letti. Il nome di suo padre non c’era. Adesso
sono passati tre anni da quella conferenza dove nessuno sa-

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peva chi era lui e chi era stato suo padre. I libri più interes-
santi erano due, il nome di suo padre non c’era nell’uno e
non c’era nell’altro. Le storie degli uomini erano tristi, a volte
schifose, altre sfortunate. Fredi si trovava d’accordo con quel
signore che aveva chiesto quattro diversi tribunali, ma poi?
Come avrebbero potuto fare? Da parte sua non restava che
una sola certezza: se suo padre fosse stato radiato dall’eser-
cito la sua vita sarebbe stata diversa. Non migliore, questo
chi lo poteva sapere. Di sicuro di-ver-sa.
Ma dov’è andato a finire Tilio? Tocca sempre stargli die-
tro. Gli dà una voce. Tilio risponde che sta arrivando.
Fredi ha finito di mettere le vesti al loro posto, adesso
vuole stare seduto con Tilio, non occorre parlare. Gli piace
trattarlo come un ragazzo, ha capito che piace anche a Ti-
lio. L’amicizia è così, tra uomini, ci si comporta come ragazzi
pure da vecchi.
E si fa i seri quando si vuole parlare di cose serie, ci si
mette d’impegno, come da ragazzi, pensa ancora Fredi, met-
tendosi la giacca e stringendosela sul petto. Prima che lavo-
rava stava bene, ma adesso che si è seduto sente che è me-
glio coprirsi. «Fa fresco a stare seduti, non è vero?»
Tilio, che è appena entrato e sta ancora in piedi, risponde:
«Aspetta adesso che provo». Si siede, dice subito ridendo che
è vero, fa proprio fresco.

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Veronika sta portando la donna vecchia con i capelli gialli e


suo marito al negozio di occhiali.
La donna è un po’ curva, cammina senza appoggi ma è
molto lenta.
Veronika spinge la carrozzella dove l’uomo sta seduto ac-
cartocciato, oppure è molto piccolo, perché da dietro si vede
solo un berretto chiaro.
Tilio apprezza il corpo di Veronika sotto il vestito leg-
gero. Lei è davanti, non si è accorta di lui. Adesso si gira e
lo guarda, vede che Tilio sta con una donna molto bella che
gli tiene il braccio, più giovane di Veronika, si capisce che ha
classe.
No, così non va, sarebbe più bello che Veronika si fer-
masse a parlare con la bella donna, poi lui arriva e Veronika
lo saluta, non sa niente di loro due, ecco allora che la bella
donna si avvicina a Tilio, preme il corpo sul suo e lo bacia
sfiorandogli le labbra.
Non va bene ancora, Tilio cerca un altro posto, l’interno
di un bar: è seduto da solo, entra Veronika e proprio mentre
lei sta per andargli incontro la bella donna la precede, gli ac-
carezza la nuca e gli sfiora le labbra con il bacio.

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Non è facile, la bella donna non può apparire dal nulla.
Non può correre per superare Veronika.
Tilio è alle prese con la soluzione di quel movimento,
forse è meglio se la bella donna sta dietro uno scanso del
muro, se esce dalla toilette alle sue spalle.
Però esce così, dal niente, e... bau-sétete!
Farsi trovare seduto davanti alla porta del cesso è ancora
peggio, figurati, la bella donna esce, richiude la porta e lo
bacia felice che finalmente è andata di corpo?
Non va. Tutta colpa dell’incontro con Veronika in farma-
cia. Tilio era lì per Fredi, ma lei non poteva saperlo. Ha par-
lato per prima: doveva comprare le medicine per i suoi due
nuovi pazienti, una donna e un uomo, lui invalido. Molto
anziani, vivono in un paese in collina, un borgo di poche
case. Tutto qui, Veronika gli ha dato queste informazioni, di
lei niente, niente di Serghei.
Veronika aveva un vestito leggero, e queste prime gior-
nate di ottobre – l’arietta frizzante, un raggio di sole – por-
tano il loro boresso. Ma non è questa la causa: le fantasie
dove Veronika deve vederlo desiderabile sono state accese
dal fatto che lei non lo ha considerato. Non l’aveva più vista
da un anno e mezzo, quando era uscita da casa con la vali-
gia e i sacchi neri delle immondizie pieni della sua roba. Ti-
lio si aspettava un rimprovero, o peggio, vedendola appena
entrato aveva temuto un gesto sgradevole, uno sguardo in-
sultante. Aveva sperato in un’allusione, dopo, qualcosa che
facesse capire che era dispiaciuta che fosse andata così, ma-
gari con un po’ di tristezza, o di ruggine. Invece niente,
quattro parole e via. Poi quando lui le ha raccontato della
chiesa, di Fredi che aveva il cuore debole, e ha voluto fare lo
spiritoso dicendo che adesso facevano quasi lo stesso me-
stiere, non ha mostrato sorpresa, anzi, non ha mostrato in-
teresse. Ha risposto «Ah, bene!», e si è girata di nuovo verso
il bancone.

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Tutto quello che avevano passato, come niente.
“Questo sì che è carattere!” si era detto Tilio in un primo
momento. Poi gli si era insinuato il dubbio che fosse proprio
quello che era, non le importava di lui, un altro anziano tra i
tanti di cui si era occupata, ecco.
E adesso, immaginando come sarebbe stato se lo avesse
visto con una bella donna più giovane e con più classe di
lei che lo adorava, cercava di togliersi il fastidio. Ma prova
e riprova non veniva mai una scena abbastanza soddisfa-
cente. Meglio lasciar perdere, meglio così, se non altro quelli
che erano in farmacia e stavano con gli occhi aperti e con
le orecchie tese per non farsi scappare niente erano rima-
sti delusi abbastanza. Farmacista compreso. Pregustavano
di portar fuori la giornata commentando e raccontando l’in-
contro. Invece non era successo niente. Gli sta bene, pensa
Tilio mentre, ricordando i particolari, si vede parecchio di-
gnitoso, vede Veronika che mantiene il contegno, sono stati
bravi, si rende conto adesso, non hanno dato soddisfazione
a quei quattro avvoltoi. Però, nonostante vada bene, adesso,
e forse è anche meglio – un incontro da film, i due che ten-
gono tutto dentro, nelle parole banali il peso del sentimento
taciuto –, nonostante si stia convincendo che è andata così,
gli resta l’eco di un dispiacere. Il motivo è un altro, si dice,
questa bella giornata, quest’arietta frizzante che merite-
rebbe due passi in collina e invece mi tocca andare a chiu-
dermi in sacrestia.
Poi le ore che passano fino alle cinque del pomeriggio
sono lente.
Quando gli ha portato le medicine, prima di pranzo, Tilio
ha trovato Fredi affannato. Gli ha gridato da dentro casa di
aspettare, lasciandolo sulla porta, e poi ci ha messo un po’
prima di aprire.
Tilio ha trovato, ancora un mese fa, un contenitore dove
mettere in ordine le pastiglie, ognuna con il suo orario, e l’ha

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comprato per Fredi. Così non si sbaglia, ha pensato, e non
può dimenticarsi. Si occupa lui di ricaricarlo ogni volta. «Hai
pronto da mangiare?» chiede a Fredi, mentre finisce l’opera-
zione. «Potevi dirmi che ti portavo qualcosa.» Poi, visto che
l’altro non ha risposto, aggiunge: «Non costringermi a farti
l’ispezione in cucina. Ah, come si chiama? Non farmi cer-
care sul cellulare. Quelli alla mensa con la fascia al braccio...
era... il Nucleo Controllo Cucine? N.C.C., me lo ricordo sai,
ho fatto anch’io il militare. Quando eri in punizione ti man-
davano a lavare marmitte».
Fredi è sempre a posto, anche in casa, ha una camicia
bianca e una maglia grigia con i bottoni davanti. Porta le
scarpe, anche in casa. Tilio gli ha chiesto se non ha le cia-
batte, tempo fa, e Fredi ha risposto di sì, che sono per la
camera e il bagno, ma di ciabattare in cucina e in salotto
non gli pare il caso. Tilio sente che Fredi apre il frigo e lo ri-
chiude. Ci sono delle forbici sul tavolo e del nastro adesivo.
Che cosa stava facendo Fredi? Torna con due vaschette di
plastica, le posa sul tavolo e le apre, in una c’è del riso bol-
lito con dentro dei pezzi di tonno, nell’altra dei piselli. «Ce
n’è per pranzo e per cena» afferma Fredi, quasi orgoglioso.
«Hai visto, sei contento?» Fredi scherza, le premure di Tilio
lo fanno sentire in imbarazzo, ma gli fanno piacere, lo aiu-
tano, c’è poco da dire, è così. Si sono salutati dandosi ap-
puntamento a più tardi, come se ce ne fosse stato bisogno,
hanno precisato l’orario.
Tilio è arrivato un quarto d’ora prima. Gli era venuto in
mente di passare a prendere Fredi, ma non va bene star-
gli troppo addosso. Tilio vorrebbe dirgli che non lo fa per
la preoccupazione, perché lo vede più di una volta a corto
di fiato, con le mani che non sa dove metterle, ma è un di-
scorso difficile. Cosa gli dice, che gli fa piacere stare insieme
perché sono amici? Non lo sa bene, Tilio, quanto sono amici,
non l’ha mai pensata così l’amicizia. Oggi dopo mangiato

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non aveva voglia di niente. Ha acceso e spento la televi-
sione, ha guardato vecchie fotografie, ha aperto l’armadio
dicendosi per la millesima volta che sarebbe l’ora di dare via
i vestiti di Irma. E che fastidio mi danno, si è chiesto Tilio,
ha sfiorato la manica di un giacchino verde scuro, questo
le stava così bene che glielo dicevo ogni volta, e lei lo met-
teva per sentirselo dire. Le stava bene anche quando non
stava più bene lei, ricorda Tilio e chiude l’armadio. Le ore
sono passate così, si è fatto un altro caffè e poi lo ha dimen-
ticato nella tazza vicino al lavello, ha cambiato gli asciuga-
mani del bagno, era ora, si è detto, annusando quelli fre-
schi. È andato a guardare nella scarpiera, aperto e richiuso
gli sportelli, è tornato in cucina, ha trovato il caffè e lo ha
bevuto freddo.
Adesso pensa che la sacrestia è perfetta. Sta seduto al suo
posto, fa scorrere gli occhi, li ferma ogni tanto su un parti-
colare. Non c’è niente di più di quello che occorre, pensa Ti-
lio, solo il necessario e tutto dove deve stare. Viene don Li-
vio, viene don Luigi, viene chiunque e c’è tutto quello che gli
occorre, in qualsiasi momento, e niente di più. Come nell’e-
sercito, ricorda Tilio, mica potevi scegliere cosa metterti, se
l’ordine era di vestirti da inverno mettevi la maglia a collo
alto e la norvegese in testa, anche se c’erano trenta gradi. Ti-
lio sorride, non stava pensando questo. Non è l’esempio giu-
sto. Sente la campana che suona l’ora e Fredi non è ancora
arrivato.
Ha due minuti di ritardo, si scusa Fredi, ma la sorella lo
ha tenuto al telefono. «Nadia insiste che vada a vivere da
lei. Sempre le stesse cose, che la casa è grande, avrebbe la
sua autonomia, c’è l’ascensore. Insomma come si fa, uno si
abitua a stare solo» dice Fredi, che continua a parlare con
un pacco in mano e non si capisce dove lo vuole appog-
giare. Finalmente si decide, mette il pacco davanti agli oc-
chi di Tilio, gli dice che è per lui. Ha comprato una carta

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da regalo dorata, c’è un nastro blu, grosso, con un fiocco
un po’ storto. A guardarla bene la confezione non è venuta
proprio perfetta. «Guarda che pesa» dice Fredi. «Lo vuoi
prendere o no?»
Pesa, in effetti, Tilio chiede se è per lui.
«Te l’ho appena detto,» bofonchia Fredi «vedi altri?»
«Che cos’è?» chiede Tilio.
«Perché, non lo apri?» domanda Fredi, che pare più cu-
rioso di lui.
Tilio ha appoggiato il pacco sopra la panca. Fa con calma.
C’è una scatola chiusa con del nastro adesivo. Tilio gratta
con l’unghia da un capo, lo solleva e poi strappa via. Dentro
la scatola ci sono delle cose incartate con cura. Tilio scarta,
è una tazza. Ce ne sono altre cinque così. «Non sono tutte
proprio uguali uguali!» dice Fredi, per rompere il silenzio.
«Ma è il loro bello.»
«Guarda che sono molto preziose» aggiunge Fredi, con
un filo d’ansia nella voce. «Ho portato poche cose dal Giap-
pone, e queste sono il meglio.»
Tilio non sa cosa dire, non è il suo compleanno, non c’è
motivo, è chiaro che non sono da usare in sacrestia. E poi
non hanno manico... hanno qualcosa di unico, però, lo in-
tuisce anche se non sa capire che cosa.
Per colmare il silenzio Fredi gli dice che può regalarle a
Paolo. «Così fai bella figura con la contessa,» sorride «sono
da museo.» Fredi ci tiene a far capire a Tilio quanto è pre-
zioso il regalo che gli fa, non gli importa se non è educato,
ci ha pensato a lungo prima di privarsi delle cose più belle e
più costose che possiede. Tilio lo capisce un poco alla volta
e non può fare a meno di sentirsi confuso. È contento. Poi
gli si affaccia un pensiero e si commuove. Non sa cosa dire.
E quello che vorrebbe dire non gli riesce. Allora fa una cosa
da non credere, abbraccia Fredi, gli sussurra «Grazie, gra-
zie» all’orecchio. Tiene stretto Fredi ancora un momento, per

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poi liberarsi, come se fosse stato l’altro a stringerlo, esclama:
«Ma cosa ti passa per la testa?».
È Fredi a questo punto che dovrebbe dire qualcosa, ma sa
benissimo che sarebbe sbagliata qualsiasi frase. «Rimetti via
tutto,» ordina a Tilio con finto tono burbero «non siamo qui
per fare i balletti, è ora di mettersi a lavorare.»

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Oggi c’è vento. Passata la metà di ottobre arrivano le gior-


nate più imprevedibili. Per la prima messa c’era don Luigi,
non si stanca di chiacchierare mentre si veste e si sveste con
una lentezza che ti fa venire il latte ai ginocchi. Da uno come
lui, che vuol far vedere di essere sempre preso da impegni,
ci si aspetta che sia pratico, si arrangi in fretta. Invece gli
piace farsi aiutare e stordirti di stupidaggini. Questa mat-
tina è arrivato alle barzellette. Fredi è uscito, per non dirgli
niente. Tilio lo sopporta meglio, con un po’ di malizia lo fa
parlare della sua parrocchia. Don Luigi li detesta, quelli di
quel paese dimenticato da Dio al punto da sputtanarli con
nome e cognome. Moreno Bortolin si è comprato il robot per
tenere rasato il giardino ma ha lasciato il portello aperto e
così ha sterminato l’insalata nell’orto di sua madre. Giacomo
Dus ha rotto il vetro dell’ambulatorio con la stampella gri-
dando al medico di aprire, che non poteva chiuderlo fuori,
ma il medico non c’era perché viene solo due volte la setti-
mana e non era un giorno di quelli. Luciano Mascherin si è
rotto una gamba: ha comprato una moto più grande di lui e
gli è caduta addosso. Christian Coral ha preso su per sbaglio
il telefono della moglie e mentre lucidava piastrelle a Sacile
ha ricevuto una chiamata da uno che non ha neanche detto

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pronto ma subito: «Amore mio, tra dieci minuti arrivo». Mai
prendere un telefono uguale a quello di tua moglie, ridac-
chia don Luigi. Ecco, pensa Tilio, scemenze, sfighe, disgra-
zie, sappiamo soltanto questo, questo vogliamo sentire, per
il resto degli altri non ci importa niente. A Tilio viene un
pensiero, in questo momento, non è che istiga don Luigi a
dare il peggio di sé per sentirsi migliore lui? Gli fa piacere
poter credere che da un prete si pretende molto di più e don
Luigi non è all’altezza? Lui, Tilio, è sicuro che non ci trova
gusto? Se non fosse un prete, don Luigi non sarebbe simpa-
tico? Meglio il Don, che se ne sta al di sopra di tutto, con le
sue Scritture, la sua politica, le sue maniere distanti, dritto
con la schiena e il collo come se fosse un pezzo solo? Tilio
conclude che è giusto essere scontenti, è giusto pretendere
molto, anche troppo da un prete. Sa che non va bene come
ragionamento ma si dice che sarebbe assurdo se non fosse
così.
È tutto pronto per la prima messa, Tilio versa il caffè, sa-
rebbe quasi ora di metterci la vodka, ma non lo dice perché
a Fredi non fa bene. In sacrestia si sta col giaccone. «Non
so se è il momento» gli dice Fredi guardandolo con inten-
zione. «Non è mai il momento,» aggiunge «però sono giorni
che voglio chiederti un favore.» Tilio gli fa cenno di andare
avanti. «Si-mo-na,» scandisce Fredi «la morosa che stavo per
sposare a Trento prima di... insomma, sai: mi domando di
lei, mi piacerebbe sapere qualcosa.»
«E se è morta?» risponde d’istinto Tilio, solo dopo capisce
che non doveva.
«Se è morta,» annuisce Fredi «qualcosa si potrà sapere,
immagino, di quando era viva.
«Se penso adesso a come sono scappato via... dalla mia
vita, questo volevo fare,» esita Fredi «se ci penso... mi viene
quasi da ridere, non mi riconosco, non capisco il perché.»
Poi, quasi d’un fiato: «Non so più come è stato possibile osti-

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narmi a non tornare indietro. Non mi sono più fatto trovare.
Mia madre mi ha detto quante volte mi ha cercato, non lo
sapeva dov’ero, mia madre, e lei non le credeva. Non mi pare
possibile che ero io. Poi ha smesso di cercarmi. Adesso vor-
rei sapere di lei, ti rendi conto che cervello? Mi dico da solo
che non ha senso, però dopo mi torna, non me ne libero».
Tilio scuote la testa, chiede il cognome, scrive su Google Si-
mona Angeli Trento, tocca su immagini. Chiede a Fredi se
può essere una che c’è nelle foto. «Sono tutte giovani» ag-
giunge «tranne questa.» Simona Angeli è una dirigente sco-
lastica in pensione, come dice l’articolo di giornale colle-
gato, e la foto è stata fatta a una riunione dell’Associazione
La Storia. È la segretaria. «È lei» dice Fredi, guardando con
attenzione. «Non è lei» si corregge. È confuso. Non immagi-
nava fosse così facile. «Non è lei» dice più convinto. Poi, te-
nendo ferma la voce: «È lei o non è lei, cosa cambia? Hai ra-
gione tu,» conclude «è una scemenza.» Tilio non gli dice che
lui non può avere ragione di niente perché non aveva detto
una sola parola al riguardo.
Fredi è scombussolato, Tilio è stato un demonio, in un at-
timo: guarda qua! E cosa c’è da guardare, una foto, dirigente,
segretaria dell’associazione. Non vuol dire niente. Cosa cre-
devo, si chiede, e poi per fare cosa. Fredi sente che è sempre
più la fatica a vincere: fatica a muoversi, fatica a respirare, fa-
tica anche a pensare. È ora di lasciare che tutte le parti del
corpo smettano di obbedire. Si siede e finge di assopirsi. Si
assopisce. Tilio lo guarda, guarda l’orologio, tra cinque mi-
nuti gli toccherà la spalla, sarà sufficiente per fargli riaprire
gli occhi.
Dopo la messa Tilio non è andato a casa, ha voluto ve-
dere i lavori della nuova rotonda. Il tracciato passa rasente
la scuola elementare e sarà necessario interrare il laghetto,
dicono quelli che non la vogliono, un mostro ecologico, un
disastro ambientale. Per ogni cosa dicono così. Quegli al-

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tri, quelli che la costruiscono, dicono che aumenta la sicu-
rezza, porta lavoro, migliora le infrastrutture. Questi dicono
pure loro sempre le stesse cose. Va a finire che l’infrastrut-
tura è al servizio di un nuovo ipermercato, come è già suc-
cesso. Tilio è convinto, risulti bella o brutta, che si poteva
fare a meno. Viene già il mal di testa a fare dodici rotonde
in sette chilometri, in quella direzione. A parte le rotonde
non si costruisce più niente. Tutto fermo. Tilio si è incammi-
nato per andare a vedere, adesso che avevano iniziato, dopo
due anni di titoli sul “Gazzettino”, e per strada poi si è scor-
dato, è passato oltre, invece di svoltare in via Nitti ha conti-
nuato sul viale. È stato il vento: oggi c’è il vento. È insolito.
Non è un posto di vento, non c’è il mare e non c’è la monta-
gna. Non c’è neppure la parola vento, non si usa, qui si dice
aria. Viene su aria, oppure c’è una gran aria. Ma questo di
oggi fa tremare la camicia sui fianchi. A Tilio piace, il vento
viaggia, porta semi, fa nascere erbe nuove, alberi. Nessuno
ferma il vento. Porta terra nelle crepe dei muri. Arrivano
semi di radici mai viste prima: che cosa fai, un processo al
vento? Come quelli che arrivano da chissà dove, ce ne sa-
ranno sempre che arrivano col vento. Quelli non li chiudi in
nessun posto, non li rimandi indietro. I pacchetti di semi li
puoi trattare, uno vende, uno compra, si fanno controlli. Ma
il vento? Una legge contro il vento non la fa nessuno. Tilio
si immagina sopra un picco roccioso, molto in alto, si vede
solo il cielo. Con un bastone raduna in circolo i venti sopra
la testa, gira gira e i venti aumentano di velocità. Poi si im-
magina che li indirizza sulla pianura, dove stanno tirando
su un muro per fermarli, vogliono chiudere fuori i venti. Ti-
toli sul “Gazzettino”. Chi vuole il muro e chi non lo vuole.
Due battaglioni di gente che grida «Mostro ecologico. Di-
sastro!» da una parte, dall’altra «Lavoro. Infrastruttura!». E
Tilio guida i venti dal suo sperone di roccia, li punta verso
di sé, che adesso cammina sul viale, la camicia che trema

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sui fianchi. Ecco, dice alla gente, rivolto prima da una parte
e poi dall’altra, invece di gridare sempre, ascoltate il vento.
La verità è che Tilio non crede più che qualcuno lo ascolti.
Per questo cammina da solo. Si dice che è per l’età, vede più
indietro che davanti a sé, è ora di lasciare qualcosa, sem-
mai, non di chiedere. Tilio anche oggi si è stupito del Van-
gelo, a proposito di chiedere e di ottenere risposta. Il giu-
dice che non temeva Dio né teneva in considerazione alcun
cittadino decide di far giustizia per la vedova che gli rompe
senza tregua le palle. Non lo fa per giustizia, né per timore
di Dio, né perché gli conviene: lo fa per togliersela di torno,
perché quella continua a chiedere, non smette mai. Così rac-
conta Luca, Tilio è andato a vedere: Lc 18, 1-8. Dopo parla
Gesù, dice di fare attenzione a come s’è comportato il giu-
dice disonesto. Lo chiama disonesto, c’è scritto. Poi chiede
se Dio non farà giustizia, allora, meglio e più in fretta del
giudice. Don Luigi, a messa grande, ha detto che il Vangelo
parla della preghiera. Non bisogna mai stancarsi, mai smet-
tere di pregare. Ma dov’è il punto? Se perfino quel giudice,
pur di togliersi di torno il fastidio, rende giustizia, allora è
certo che Dio farà meglio? È mica un ragionamento. A Ti-
lio pare che il paragone tra quel giudice e Dio sia sbagliato,
non ci può stare, Dio non ci fa una bella figura. E poi cosa
vuol dire, magari che Dio capisce prima del giudice che tu
continuerai a pregare fino a sfinirlo, e allora per togliersi la
rogna ti fa giustizia prima? Dio ascolta, va bene, questo di-
ceva il Don. Al giudice le richieste danno solo fastidio. Dio
ascolta volentieri le tue preghiere. Non è granché. A meno
che non ci sia da capire qualcosa di più sulle preghiere. Più
preghi, più vuoi, più ottieni, questo c’è da comprendere? A
Tilio era venuta in mente una storiella che gli aveva raccon-
tato l’uomo che portava il pesce per le case quando lui era
piccolo. Aveva attrezzato delle cassette sui portapacchi, da-
vanti e dietro la bici, si chiamava Silvio, teneva il pesce in

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fresco con dei sacchi bagnati e del ghiaccio. Silvio comin-
ciava a parlare ancora prima di entrare nella corte e con-
tinuava a parlare che già era fuori in strada. Ne aveva per
tutti. A Tilio contava sempre storie di mare, protagonisti pe-
scatori e pesci. Il peschereccio era stato colto dalla tempe-
sta, il capo aveva iniziato a dare ordini, tu fai questo, tu fai
quello. L’unico che se ne stava fermo attaccato al legno era il
mozzo, poco più grande di un bambino. La tempesta comin-
ciava a infuriare e il capo a gridare ordini a dritta e a man-
cina. «E il ragazzo,» infine urla forte il capo «il ragazzo fac-
cia qualcosa anche lui: che preghi!» E giù una bestemmia. Il
racconto voleva dire che non si sta senza far niente, quando
c’è bisogno. Anzi, che non ci si fa vedere che si sta senza far
niente. Era così anche per i contadini, Tilio se lo ricorda. E
poi c’era la bestemmia, che Silvio non pronunciava perché
c’era la mamma o la nonna di Tilio, e diceva «porco io» o
«porco ìole». Invito a pregare e bestemmia dovevano far ri-
dere. Mentre l’insegnamento era che non si tollera che uno
non faccia nulla. E forse che una preghiera, non si sa mai...
La storiella era rimasta impressa a Tilio perché si era visto
lui nella parte del bambino. In mezzo alla tempesta, spa-
ventato, coraggioso, pregava a voce alta. Si era immaginato
l’Ave Maria, era quella la preghiera da usare per il soccorso.
Sorride Tilio, vedi cosa ti resta impresso di una vita, quando
di tanti altri fatti importanti hai perso quasi tutto. Adesso
non gli riesce più di entrare nella parte del ragazzino. Non
sa se direbbe l’Ave Maria, non sa se è in grado di pregare.
Le preghiere le sa, ha fatto un bel ripasso da un anno a ’sta
parte, ma pregare per chiedere, pregare per ottenere no. Ti-
lio dice a voce alta le preghiere in chiesa. Lo fa per dovere.
E perché qualcosa detto tutti insieme unisce, si immagina
che si crei come una sfera di lode, un ringraziamento per il
vivere, quella sfera che si alza sopra chi prega e fa una spe-
cie di luce... È un’immagine, per spiegare un modo di sen-

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tire la cosa. Parole al vento? Se uno prega non può mica cre-
dere che ci sia Dio con l’orecchia tesa che ascolta. Un tempo
ci hanno creduto, forse, ma adesso no, è qualcosa che uno
dice che sente dentro. Dio è dentro di lui e ascolta. Ma così
tra Dio e se stessi c’è troppa confusione. E poi, se è lì dentro
di te, ti sente subito, mica c’è bisogno di pregare tanto, anzi,
ti legge i pensieri e via.
C’è poco da fare i furbi, si dice Tilio, perché si ricorda
quando pregava, per Irma, e non era Dio, non sapeva chi
pregava e perché lo faceva ma era sicuro di pregare. Tilio
si dice di non pretendere troppo. Forse ci sono tanti modi
di pregare, e comunque si prega, in un modo o nell’altro,
Dio o non Dio, succede a tutti di trovarsi a pregare. La giu-
stizia, però, non capisce che c’entra. Non capisce il Vangelo?
Però non può bastare che uno si sente che una cosa va bene
così, è a suo agio con quei pensieri e la cosa è giusta; se gli
va di traverso è sbagliata, non può essere quello il criterio.
Fa ridere se dici che hai preso una decisione che ti fa urlare
dal dolore ma sei contento, perché era giusto così? Dovrebbe
non far ridere per niente, se si parla di giustizia. Ma qualcosa
del genere non esiste. A pensarlo sì, ma poi non va così mai.
Eppure abbiamo bisogno di pensarlo, anche se non succede,
si dice Tilio. Dopo preferisce godersi ancora un poco il vento
prima di tornare indietro verso casa, il cantiere della rotonda
lo andrà a vedere un’altra volta.

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Quello stesso pomeriggio Tilio ha trovato Fredi già in sacre-


stia. Aveva tirato fuori la coperta e se l’era avvolta intorno.
Appena arrivato, neanche il tempo di salutare e Fredi si è
scusato, ha detto che non doveva prendersela per la mattina,
la ricerca di Simona, era stato lui a chiedere.
Tilio non sa cosa dire, fa un gesto con la mano come
per significare che è acqua passata. Fredi però resta con lo
sguardo scuro, sospeso verso la parete. «È incredibile» dice.
Tilio lo guarda interrogativo. «È incredibile» insiste Fredi
«che io non abbia fatto altro per tutta la vita che voler can-
cellare le immagini della mia infanzia, e adesso invece mi
arrivano da lontano come se venissero su dall’acqua. Mi
fanno chiudere gli occhi, restare sospeso. Prima, qualche
minuto fa, è stato un cavallino bianco, con la sella rossa e
le briglie dorate. Non ero ancora andato a Lu Casale, sicuro,
non mi ricordo dove stavo, né la casa né altro. Ma il giocat-
tolo è stato mio, non lo lasciavo mai.
«E sai come è arrivato? Con i pantaloni al ginocchio. Mi
era venuta l’immagine del primo giorno di scuola, avevo un
paio di braghe a quadrettoni e le calze lunghe: mi rimaneva
solo un paio di centimetri di pelle scoperta.
«E poi mio padre non è più tornato. Allora il tempo è an-

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dato all’indietro, quando c’era mio padre, e così è venuto
fuori dal niente il mio cavallino.
«Chissà che cosa c’è sepolto qua dentro» dice toccandosi
la testa.
«Vengono su, capisci, arrivano: ieri era mia madre che
faceva una buca in giardino. Avevamo un giardino e non
me lo ricordavo. Nella buca ci metteva un fagotto. Mi par-
lava, sorridendo, diceva che era il nostro segreto. Ho pro-
vato a tornare più indietro. Niente. Che cosa c’era in quel
fagotto di tela non lo so. Una montagna di vita e ti resta
solo qualche sentiero, un prato, una roccia con tre alberi
che spuntano dietro. È la tua giornata. Passi sempre di lì,
vedi sempre quel prato. Le punte degli alberi con la piog-
gia e col sole.»
Fredi non sta più parlando con Tilio, adesso sono soltanto
pensieri. Tilio gli ha sorriso, quando ha smesso di parlare,
si è voltato per sistemare le vesti. “Sempre gli stessi alberi,
gli stessi sentieri”, la vede adesso, Fredi, la sua montagna, ci
sono stagioni, anni sepolti sotto valanghe di roccia, e terra
fresca negli scoscesi, in fondo, nera dentro l’ombra nera. Il
cavallino viene fuori dal buio della fenditura, trova la via per
risalire, attraversa boschi dimenticati, costeggia torrenti che
continuano a scorrere e non saranno mai più raggiunti, fin-
ché trova il posto con il solito prato, dove sta Fredi, e gli salta
sulle ginocchia, come può succedere, com’è che avviene?
Fredi ha provato a scavare, ha portato via terra, scheggiato
la roccia, cercato nella direzione del padre, di Simona, di lui
stesso quando era a Roma e aveva appena lasciato l’esercito.
Nulla. Terra e ancora terra. Le solite immagini come foto-
grafie invecchiate che perdono lucentezza. E invece la madre
che scava una buca, il loro segreto, così segreto che non lo
saprà mai più, invece la porta di una casa nel sole, due pla-
tani e una rete metallica, un bambino che pela la scorza di
un ramo con un temperino, invece il quadro con una torre e

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un asino, il cielo azzurro, una figura troppo grande spezzata
dalla linea della terra all’orizzonte.

Fredi chiama Tilio, si alza per raggiungerlo vicino all’altare.


«Non ti sono molto di aiuto in questi giorni» sussurra.
Tilio sorride. «È arrivato il freddo» dice. Pensa che in
chiesa l’inverno arriva prima. Domani è San Martino. «Spe-
riamo» dice a voce alta «che San Martino due giorni ce li
regali.» Fredi non rinuncia a dargli indicazioni, segna con
il dito un vaso che va messo un po’ più di lato, suggerisce
di sistemare il banchetto con le stampate della diocesi e i
pieghevoli informativi. Ha i denti che si chiudono male, os-
serva Tilio, adesso che lo guarda bene. Il labbro superiore ri-
mane teso, non poggia bene su quello sotto, agli angoli della
bocca una traccia di saliva. Vorrebbe chiedergli se si è di-
menticato di mettere l’adesivo, ma Fredi oggi è debole, pare
un po’ perso.
Fredi ha la dentiera. Non ne hanno mai parlato, non sono
mai arrivati a questa confidenza. Pochi anni di differenza
sono stati sufficienti per salvarmi i denti, pensa Tilio. Un cal-
vario, ricorda, suo padre e sua madre a ogni pasto non man-
cavano di lamentarsi. Prima un buco, ridicolo, sugli incisivi
superiori, proprio in mezzo. Si ricorda che non la poteva più
guardare, sua madre pareva un pupazzo, se ne vedevano di
simili a Carosello. Il nonno, il padre di suo padre, da quando
se ne ricorda i denti non li aveva mai avuti, e non s’era messo
la dentiera: vederlo mangiare era ripugnante. Colpa della te-
levisione, s’era detto Tilio quando era già adulto e andava a
farsi controllare dal dentista una volta l’anno. Prima della te-
levisione era normale, perdevano i denti e non ci pensavano
più: era già ora di invecchiare. Suo padre lo aveva sgridato
quando con il primo stipendio era andato a farsi piombare
un molare. Soldi buttati. A settant’anni Tilio aveva quasi
tutti i denti curati. E tre impianti. Aveva speso quello che

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aveva speso ma lui dei pezzi di lego in bocca non li voleva.
Togli e rimetti, clic-clac, con i ferri e la plastica color gengiva.
Da ragazzino, alla scuola media, c’era uno che gli manca-
vano i due incisivi superiori: giocava con la protesi, la tirava
fuori e la rimetteva con la lingua, come un esercizio di abi-
lità, andare in bici senza mani, per esempio.
Animali senza denti non se ne ricorda. Una vacca molto
vecchia, una volta che era stata male e avevano dovuto
mandare giù la medicina infilandole in gola il collo della
bottiglia, mentre uno le teneva spalancata la mandibola
Tilio aveva visto che aveva i denti consumati, neri, sì, ma
ce li aveva, non li aveva persi. Gli animali non si spazzo-
lavano i denti. Perché gli uomini avevano i denti così de-
licati? Aveva cercato su Google qualche tempo fa e aveva
capito che gli esseri umani hanno una dentatura diversa
dagli animali: quelli mangiano carne o erba oppure grani,
non tutto quanto. Tagliano, strappano, macinano. Gli uo-
mini hanno i denti per fare questo, quello e quest’altro. Per-
ciò sono un problema: è complicato come crescono, è com-
plicato come vengono usati. Adesso quando Tilio guarda i
ragazzi si stupisce di quanto abbiano i denti sani. Anche
i molari, quando ridono a bocca aperta senza vergogna si
vedono fino in fondo al rosso della gola perfetti, bianchi,
ben disegnati. Non sono tanto belli i giovani, oggi? Tilio ci
pensa spesso, si chiede se vede la gioventù che è in loro, non
la persona, se è quella che gli piace, adesso che la gioventù
è lontana. Sarà pure, però che sono più belli è un fatto, a co-
minciare dai denti. Irma era un’eccezione, ha tenuto tutti i
denti suoi fino all’ultimo giorno. Prima di ammalarsi vo-
leva andare dal dentista perché la gengiva si era ritirata e
lasciava scoperto un millimetro d’oro sul colletto dell’unico
dente incapsulato. Tilio aveva pensato che le donava, quel
baleno d’oro che compariva solo ogni tanto, quando veniva
colta di sorpresa da qualcosa che le allargava il sorriso fino

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in fondo. Era come un marchio di autenticità, quel filo d’oro,
garantiva che tutto il resto era vero, non una dentiera. Tilio
sposta il pensiero, con grande fatica, come girare il volante
di un vecchio camion senza servosterzo, lo guida verso al-
tre considerazioni: quel pensiero stava puntando verso la
sepoltura di Irma, vedeva il corpo che si decomponeva, i bei
denti perfetti, l’unico premolare con la coroncina d’oro vi-
cino all’osso.
È passata anche l’estatella di San Martino. Con il clima
globale, come lo chiamano in tivù, c’era da aspettarsi di
tutto. Invece qualcosa ha mantenuto, due mezze giornate di
sole, sempre considerando che in questo periodo faceva già
un freddo becco, se lo ricorda bene Tilio, che oggi è arrivato
in sacrestia con il giaccone sotto il braccio, mentre quando
era giovane a novembre era già ora di mettere sciarpa e cap-
potto. Fredi arriva, saluta, ma non si siede. È un po’ confuso.
«Mio padre,» dice «ho sognato mio padre che si toglieva la
divisa e la stendeva sul letto, con ordine, non sono sicuro se
l’ho sognato o lo ho visto.»
«Poi dici a me» scherza Tilio «che mi perdo via coi pen-
sieri!» Lo prende per un braccio e lo fa sedere.
Fredi farfuglia qualcosa, poi a voce alta: «C’è chi torna
sempre a casa e chi scappa sempre via. Io sono scappato.
Però la casa è sempre quella. Nessuno se ne libera».
Tilio gli versa il caffè, gli dice che è vero, che è così, la
casa è da dove si parte, c’è chi vuole sempre partire e chi
vuole sempre tornare, ma forse non è proprio la casa, la casa
c’entra poco, è dove ci si trova, dove ci si rende conto che si è
stati messi dalla vita. È da lì che si parte. Non si può restare.
«Io sono stato sempre a due passi, ho sempre provato a tor-
nare. Tu invece» dice a Fredi, gli tiene ancora il braccio «hai
pensato che partire era tutto. La chiesa no, non è una casa,
la chiesa ti è andata bene perché è un posto di passaggio.
Qui puoi pensare di essere sempre e solo partito, di partire

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ogni giorno. Non c’è niente di proprio in una chiesa. È stato
questo?» Tilio non ha mai parlato così a nessuno, con questa
libertà, con questa confidenza.
Fredi annuisce, poi dice: «Chissà».

«Mi diventi filosofo,» aggiunge «commenti il Vangelo, vuoi


dire che cos’è la vita. Vedi, io no, so solo che è stata tanta, più
di quella che sono stato capace di trattenere. Anche quando
sembrava poca. Più di quella che ho potuto capire.» Sorride.
Si dà una spinta di reni per sollevarsi in piedi. «Muoviti filo-
sofo,» scherza «che oggi si lavora.» E con un passo sicuro che
stupisce Tilio, dopo tanto tempo che lo aveva visto malfermo
sulle gambe, Fredi si incammina verso l’interno della chiesa.
Per il resto della giornata appare allegro. Lavora senza esa-
gerare, chiede aiuto, si siede un paio di volte, ma non manca
di energia, non ha più quel velo di assenza che ha avuto ne-
gli occhi per settimane.
Fredi è ancora energico per l’ultima funzione, quando
Tilio, se potesse, eviterebbe di mostrare la borsa delle of-
ferte ai cinque presenti per il suffragio del defunto Alfonso.
A una signora che ha appena fatto la comunione, poteva
essere la moglie del morto, Tilio ha la stupida idea di fare
un commento a voce alta: «Per tutti i buoni c’è un posto in
paradiso», non sa neanche perché. Non pensava al defunto
commemorato.
Chissà se ci pensava la donna, o se pensava a se stessa
quando ha guardato Tilio con un filo di simpatia, ma iro-
nica, e ha risposto «Mah!». E se fosse che non ci crede più
nessuno? Se lo è chiesto. Non solo se lo è chiesto ma si è
figurato tutti i cristiani, Papa compreso, che non credono
più al paradiso, al giudizio universale, non sanno più come
immaginarseli. Questo vuol dire non essere più cristiani?
Non credere più a niente? È meglio se mi sbrigo a darmi
una mossa, si scuote Tilio, se no Fredi fa tutto lui.

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D’altra parte muoversi è meglio: se stai fermo devi tenere
il giaccone ben chiuso. E più tardi è meglio se ci metti sopra
la coperta. È arrivato il freddo. La chiesa non sente le due ore
di sole del pomeriggio, da più di duecento anni tre quarti dei
muri esterni non ricevono un raggio di sole.

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Tilio entra e saluta. La sacrestia è immersa nell’ombra, viene


l’autunno, comincia così, con il buio la mattina e lui e Fredi
che indovinano uno il viso dell’altro mentre parlano senza
accendere luci. Appoggia il termos, prende la coperta. «Hai
sentito che frescolino» dice sottovoce a Fredi.
Vuoi vedere che dorme, pensa Tilio indeciso se lasciarlo
stare o fargli un dispetto. Prova un fischio leggero. Niente.
Non vuole metterlo di cattivo umore, allora pensa di toglier-
gli la coperta con attenzione, piano, come faceva con Paolo
quando era piccolo, che poi era bello vederlo che la cercava
per stare al caldo ancora un poco, nel sonno, fino a quando
apriva gli occhi meravigliato di vedere suo padre in piedi ac-
canto al letto. Diceva sempre “Ancora un minuto”, e un mi-
nuto dopo si alzava.
La coperta è facile da far scivolare dalle orecchie fino a sco-
prire le spalle. Gli occhi di Fredi rimangono chiusi. Il collo ha
una posizione innaturale, adesso Tilio se ne accorge, mette un
ginocchio a terra, abbraccia Fredi e lo trascina giù, lo stende
sul pavimento. Lo scuote piano. Prova a sentire il cuore.
Niente. Il viso non mostra sofferenza, gli occhi sono chiusi, ha
sentito arrivare la morte e si è lasciato prendere? Tilio non rie-
sce a fare altro che guardarlo, toccargli le mani, il viso.

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Il corpo di Fredi è morbido, la pelle delle mani liscia e tie-
pida, non sei andato da nessuna parte, pensa Tilio, sei qui,
ancora tutto qui. Fredi si è spento. Non può fare a meno di
pensare che Fredi, tutta la sua vita, tutte le cose che ha fatto
e che ha visto, tutte le parole che ha detto sono nel buio di
questo corpo disteso. È Fredi. E non è più lui. Tutto buio. Il
corpo pieno dei suoi organi, di sangue, di umori dentro un
buio che non è neanche più buio, non è più Fredi. Ma Fredi
si può guardare, si può toccare, non è andato da nessun’altra
parte. Tilio immagina il buio che è arrivato veloce, attraver-
sando tutta la vita di Fredi, cancellandola come una grande
città che affonda nella notte fino a scomparire. Filari di luci,
corone, cortei colorati di fari, prima l’aeroporto, poi le stra-
dine in collina, dopo si spegne il nastro pulsante della tan-
genziale. Si ritira, la luce, come risucchiata nel nulla, si spen-
gono i viali, gli alberghi in periferia, le schiere di villette sul
lago. Giorni e giorni che entrano nel buio, visi e visi uno a
uno, a decine, i corpi nella folla cancellati dal buio. Palazzi
visti in viaggio, visti in sogno, opere d’arte, profili di mon-
tagne, interi pomeriggi, mesi, anni sprofondano nell’oscu-
rità. La luce si ritira come un’onda dai parchi recintati nei
quartieri di periferia, lascia per un istante ancora visibili
le sagome dei palazzi vicino alla stazione dei treni, poi più
niente, anche il costato ruggine della ferrovia è inghiottito
dalla tenebra. L’amore, i desideri, le speranze, l’onda della
notte avanza e sommerge tutto. Le chiese, i ristoranti, le
vie che diventano strette, le più antiche, scompaiono. L’in-
tera adolescenza sprofonda. La piazza con la fontana, i lam-
pioni, tutto scompare risalendo le cellule, occupando il san-
gue, fino al cervello, ai tessuti più fini. Dove già c’era buio, i
cavi elettrici interrati, le tubature, le gallerie sotterranee, gli
scantinati, ancora più buio, buio, buio.
C’è un bambino in fondo al corridoio, quando non resta
che un ultimo barlume bianco dietro di lui. E si spegne.

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La città è ancora calda di vita, il corpo di Fredi è ancora
intatto. La notte della terra, la notte del cielo e di tutto l’u-
niverso li ha sommersi, stanno come in fondo a un mare di
silenzio e di oscurità, senza sapere più che cos’è il silenzio,
senza più vedere che è notte ovunque.
Tilio ha le mani sul viso di Fredi. Deve fare qualcosa
adesso. Chiamare l’ambulanza non serve a niente. Va a sve-
gliare don Livio. Aspetta che finisca di vestirsi, lo accompa-
gna, fa una cosa stupida come tendere la mano aperta per
mostrargli Fredi, quando entrano in sacrestia, eccolo, questo
è tutto lui adesso, questa cosa qui per terra.

Tilio si incarica di avvertire la sorella, sa dove abita. Don Li-


vio ha detto che pensa lui ai certificati, a chiamare l’agen-
zia per tutto il resto. Ma i vestiti per la sepoltura, scegliere
la cassa, concordare gli avvisi e il trasporto, sono ancora un
modo per occuparsi di Fredi. Tilio dice alla sorella di Fredi
che lui sa come fare, se lo ricorda bene.
Nadia si è seduta, ha portato le mani alla faccia e le ha te-
nute premute per mezzo minuto. Ha detto che se lo aspettava.
Non aveva voluto operarsi fino a quando era venuto troppo
tardi per farlo. Era convinto che l’intervento lo avrebbe cam-
biato, non gli avrebbe dato più vita ma gliene avrebbe por-
tata via. Sono andati insieme a casa di Fredi a scegliere l’a-
bito, hanno preso una camicia bianca. Tilio non ha potuto
fare a meno di parlare a Nadia delle tazze che Fredi gli aveva
regalato. Non so se devo restituirle, ha aggiunto, dopo che
le ha raccontato come Fredi era arrivato con il pacco infioc-
chettato in sacrestia, mi pare che sia un bene che appartiene
alla famiglia. Nadia ha guardato Tilio negli occhi. «Quale fa-
miglia?» ha chiesto. «Non c’è più nessuna famiglia.» Non ha
pianto mai. Si capiva che era svuotata. Aveva lasciato intra-
vedere la traccia di un sorriso quando Tilio si era fatto scap-
pare una battuta involontaria, dopo aver detto che si incari-

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cava lui delle incombenze per la sepoltura, aveva aggiunto:
«Con la chiesa siamo già a posto».
Era tornato da Nadia per dirle che cosa era previsto per
i funerali e per farle scegliere la cassa. Occorrono ragiona-
menti a voce alta, se piace e quanto costa, discorsi che non si
vorrebbero fare. Avevano deciso insieme per un legno chiaro,
liscio, senza fregi. È stato necessario sfogliare insieme un ca-
talogo. Tilio aveva pensato che portare lei nell’ufficio delle
pompe funebri sarebbe stato peggio. Ha voluto risparmiarle
quel modo di parlare della signorina addestrata per trattare
con i parenti dei morti, non era colpa sua, ci metteva impe-
gno, ma era comunque disgustoso il passaggio dalle parole
che sembravano condividere il dolore a quelle che decanta-
vano il mobile, come lo chiamava, i suoi pregi, e infine, im-
pietoso, l’elenco delle cifre per chi vuole spendere qualcosa
di più e chi qualcosa di meno.
Poi i preparativi in chiesa. Don Livio gli ha chiesto di dire
due parole durante la funzione. Tilio non se la sentiva di
parlare al microfono, non ne sarebbe stato capace. Allora il
prete gli ha proposto di scrivere qualche riga, sarebbe stato
importante, un ricordo, un saluto, l’avrebbe letto lui.
Ci ha provato. Tilio si è seduto in cucina, le finestre
aperte, la luce accesa anche se non occorreva. Aveva davanti
il blocco che usa per fare la lista della spesa. Ogni parola di
ogni frase che gli pareva adeguata, dopo che l’aveva scritta
diventava, rileggendola, falsa. Troppo insulsa. Oppure
troppo gonfia. Ho perso un caro amico, mi mancherà. Questo
era vero. Ma valeva la pena di farlo dire a voce alta dal prete?
E poi, cosa voleva dire un amico? Fredi era Fredi. Che cosa
doveva scrivere? Passavamo la giornata insieme condividendo
tutto. Doveva scrivere questo? Non suonava giusto, quelli
che non sapevano niente delle loro giornate, che cosa avreb-
bero pensato? Incontrarti è stato importante per me. Ho capito il
valore dell’amicizia. Mi hai insegnato molto. Il tuo apprendista.

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Ancora peggio, senza sentimento. Tilio scrive e cancella. Ci
pensa ancora. Straccia un foglio e un altro e ancora un altro.
Poi si lascia andare. Che cosa scriverei, si chiede, se non lo
dovesse leggere il prete in chiesa? Scrive, cancella. Scrive di
nuovo, corregge. Ricopia in bella grafia: È stato un onore con-
tare le candele per te, mio samurai, mi dispiace soltanto di averti
abbracciato una sola volta.
Tilio ha gli occhi umidi. Un groppo in gola. Non si può
certo leggere in chiesa, decide. Dirà a don Livio che non è
riuscito. Gli chiederà per favore di trovare lui qualche parola,
un semplice segno di affetto.

Tilio non può fare a meno di rivedere se stesso che toglie la


coperta a Fredi e lo stende a terra, gli tocca il viso e le mani, lo
guarda. Se arrivava prima, poteva salvarlo? Non era in ritardo,
anzi, era arrivato qualche minuto in anticipo sull’abitudine. E
Fredi da quanto era là? Lui sì che era troppo presto. Di solito
la mattina veniva mezz’ora dopo, era un accordo che avevano
preso ancora all’inizio dell’estate. Non si può pensare che sa-
pesse di morire e sia uscito prima di casa per questo, per an-
dare a morire in sacrestia. Era un gioco tra loro due: chi arri-
vava qualche minuto prima e chi dopo. «Te la prendi comoda,
eh!» diceva uno, oppure l’altro: «Non hai niente di meglio da
fare che sei già qui?». Così tutti i giorni, ma non la mattina. La
mattina arrivava prima Tilio. E Fredi almeno mezz’ora dopo.
Perché Tilio non si è stupito, allora, quando è entrato in sacre-
stia e lo ha visto seduto? Ma perché Fredi poteva essersi ricor-
dato appena sveglio qualcosa che non voleva dimenticare di
nuovo, perché entravano e uscivano dieci volte al giorno, per-
ché c’era fresco fuori e buio appena entrato. Quando si vede-
vano da lontano, ognuno che proveniva dalla sua direzione,
non accorciavano la distanza che li separava, ma si dirigevano
verso la porta della sacrestia, misuravano i passi per arrivare
insieme. Era come un balletto, un duello western, si guarda-

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vano in faccia, guardavano la porta, mancava solo la musica
con la tromba e uno che fischiava note lunghe. Quante volte
era accaduto? Poche. Troppo poche.
Che cosa farò domani? si chiede Tilio. E dopo domani?
Domani e dopodomani sa già cosa fare, c’è il funerale, si
dice ironico contro se stesso. E poi? Ci sarà pure qualcosa.
Vedrai che le giornate si mettono in fila, una dopo l’altra, si
dice così, no?
Un’estate veloce, il calore rovente e l’acqua ai calcagni, un
giorno via l’altro, sotto il tiro incrociato delle notizie, stragi,
alluvioni, vastità di foreste in fiamme. Hai visto? Hai sen-
tito? Non occorreva commentare. E adesso Fredi è entrato
nella corrente dove tutto viene portato via e si perde. Brucia
la Groenlandia, i ghiacciai crollano come grattacieli, il corpo
bianco di Fredi si allontana insieme all’acqua che era rimasta
imprigionata nei cristalli del gelo da millenni. La volta del
cielo è limpida, non si vedono le stelle che guidano il corpo
luminoso di Fredi seguendo le costellazioni. Nell’acqua vi-
cino al suo viso fluttuano semi neri. La luce diventa sempre
più candida fino a cancellare anche l’acqua, si vedono solo i
riflessi colorati del giaciglio di residui di plastica che si è for-
mato sotto il corpo di Fredi.

La sera chiama Paolo. Si sente dire «Finalmente!», perché,


continua Paolo: «Se non chiamo io tu non ti fai sentire». Tilio
gli dice che è per non disturbarlo. Poi gli racconta di Fredi.
Parla parecchio. Paolo ascolta, ogni tanto dice una parola
per far sentire che c’è ancora.
Quanto tempo è passato, un quarto d’ora? Quando Tilio
trova il coraggio di parlare a suo figlio della letizia del cuore.
È un discorso confuso. Ma c’è un momento che fa nascere
un silenzio buono. Tilio ha detto che c’è troppa paura di vi-
vere, e non diventa più vivere ma schiavitù. «La letizia del
cuore, che belle parole!» ha continuato Tilio. «Posso dirti che

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ti voglio bene, che parlare con te adesso è un regalo, pensa
quello che vuoi.»
E Paolo ha detto: «È di più, di più che voler bene». Poi c’è
stato quel silenzio. E restava poco da dire. Si sono salutati.
Le voci però erano diverse, si sentiva tutto quello che ave-
vano dentro, perciò avevano parlato ancora solo per conti-
nuare a sentire l’uno la voce dell’altro.
E dopo Tilio ha dormito. Si è alzato presto come suo so-
lito. La notizia che oggi è il funerale di Fredi gli arriva prima
ancora di aprire gli occhi. Sarà perfetto.
Quando arriva in sacrestia, nel pomeriggio, è troppo
presto. Ha lavorato tutta la mattina e ha riservato l’ultima
ispezione a dieci minuti prima dell’inizio della cerimonia.
Adesso si siede. Prende la coperta. Quella di Fredi. Non ha
portato il termos.
Rinuncia a vedere Fredi seduto al suo posto. Preferisce
imprimersi bene nella mente la sacrestia e a ogni sguardo
che si posa sul muro, sulla cassettiera, sul crocifisso, ricor-
dare un’immagine di quando c’era Fredi. E lasciarla andare.
La chiesa è a posto. Ci sono già più di venti persone nei
banchi. Arriva Riccardo, lo ha chiamato don Livio. «Ma sa-
rei venuto ugualmente» precisa. Tilio gli chiede se il Don è
arrivato.
È arrivato, vanno insieme in sacrestia dove entrano uno
dietro l’altro don Luigi e don Lorenzo, officeranno insieme.
Tilio aveva preparato le vesti e insieme a Riccardo serve i
preti mentre si accordano sulla celebrazione.
Tilio esce, la chiesa è quasi piena. Ci sono quelli che ven-
gono sempre e qualcuno che non si vede mai, Meto il panet-
tiere è uno, un’altra è la moglie di Sandro, quello del bar in
piazza, e c’è anche lui, qualche banco più indietro, con Ga-
staldello e Menotti, c’è il farmacista, Serena con il padre. E
c’è Paolo, in piedi nel primo banco, i loro sguardi si incon-
trano e Paolo sorride.

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Riccardo è seduto vicino alla porta della sacrestia, con la
borsa della offerte appoggiata sulle ginocchia.
Tilio è vicino all’altare.
È vestito di grigio – grigio scuro –, ha la camicia bianca,
la barba rasata a fondo e i capelli regolati ieri mattina.
È pronto per fare segno all’organista di iniziare.
Pronto a servire messa per la sua prima e ultima volta.

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Questo volume è stato stampato nel mese di febbraio 2020
presso Grafica Veneta S.p.A. di Trebaseleghe (PD)

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