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CARTESIO

1. Il fondatore del razionalismo


Cartesio da una svolta decisiva al passaggio dal Rinascimento all'età moderna. Nella
sua filosofia, i temi fondamentali della filosofia rinascimentale diventano un problema in cui
sono coinvolti l'uomo come soggetto e il mondo oggettivo. Egli, inoltre, è il fondatore del
razionalismo, ossia di quella corrente della filosofia moderna che vede nella ragione
l'organo della verità, nonché lo strumento per elaborare una nova visione complessiva del
mondo. Cartesio nacque nel 1569 e venne educato nel collegio dei gesuiti di La Flèche. Qui
ricevette una grande cultura: studiò, infatti, retorica, grammatica, latino, ecc; tuttavia egli
pose sotto una luce critica tali studi e li ritenne insufficienti per un orientamento sicuro
all'indagine: proprio alla ricerca di tale orientamento dedicherà tutti i suoi sforzi. Cartesio
apparteneva alla nobiltà di toga e, dopo aver terminato la scuola dei gesuiti, divenne
ufficiale dell'esercito durante la guerra dei Trent'anni. Il costume militare del tempo
permetteva ai nobili un'ampia libertà, per cui egli poté viaggiare per tutta l'Europa. Durante
tali viaggi non solo imparò più di quanto aveva imparato sui libri fino a quel momento,
ma si dedicò anche agli studi di matematica e di fisica e continuò ad elaborare la sua
dottrina del metodo. Nel 1628 si stabilì in Olanda: qui compose un trattato di metafisica,
riprese lo studio della fisica, ed ebbe l'idea di scrivere un trattato sul mondo a cui
avrebbe dato il nome di Trattato della luce. Tuttavia la condanna di Galilei lo sconsigliò dal
pubblicare l’opera, nella quale egli sosteneva la dottrina copernicana. In seguito pubblicò
tre saggi, sulla Diottrica, sulle Meteore e sulla Geometria, ai quali premise una
prefazione intitolata Discorso del metodo.
In seguito Cartesio riprese e concluse la stesura del trattato di metafisica. Questo
venne mandato a un gruppo di filosofi e teologi che esposero alcune osservazioni, e poi
pubblicato con il titolo Meditazioni sulla filosofia prima, con l'aggiunta delle Obiezioni
che le erano state rivolte e delle Risposte di Cartesio.
Intorno al 1644, dopo aver scritto l'opera intitolata Le passioni dell'anima, egli cedette
ai ripetuti inviti della regina Cristina di Svezia di andare a stabilirsi presso la sua
corte. Nell'ottobre giunse a Stoccolma; ma nel rigido inverno nordico si ammalò di
polmonite e morì l'11 febbraio 1650.

2. Il metodo
Cartesio non vuole insegnare, ma descrivere se stesso: parla, infatti, in seconda persona.
Quando uscì dalla scuola dei gesuiti si rese conto di non possedere nessun criterio
per distinguere il vero dal falso; aveva semplicemente acquistato nozioni che nella vita
servivano poco e niente.
Egli, innanzitutto, rifiuta il sapere tradizionale; critica:
• aristotelismo: è una dottrina sterile e incapace di portare a nuove conoscenze;
• teologia: è una dottrina dogmatica che si basa su verità rivelate;
• magia, alchimia, astronomia: sono imposture;
• filosofia: è una dottrina contraddittoria.
Cartesio considera il sapere tradizionale un edificio da abbattere. Ciò perchè tale sapere
si fonda sulla cultura letteraria, che è retorica e formalistica, e sulla memoria e sul
passato; il sapere tradizionale, inoltre, esclude la natura e la scienza (ciò di cui si
interessa Cartesio). Cartesio considera il sapere tradizionale inutile perchè non fornisce
conoscenze nel campo conoscitivo e morale: non serve, quindi, per poter distinguere il
vero dal falso, e il giusto dallo sbagliato.

I termini del
problema
Cartesio cerca un metodo che sia vero e utile (teoretico e pratico) allo stesso tempo: esso
deve dare all'uomo una conoscenza non solo pratica ma anche teorica, e deve condurlo a
distinguere il vero dal falso in vista dell'utilità e dei vantaggi che possono derivarne
dalla vita umana. Tale metodo dovrà rendere l'uomo padrone della natura, e dovrà mettergli
a disposizione i frutti della terra e altre comodità; infine dovrà mirare alla conservazione
della salute.
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In sintesi, il metodo dev'essere un criterio di orientamento unico e semplice, che serva

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all'uomo in ogni campo pratico e teoretico, e che abbia come fine ultimo il
vantaggio dell'uomo del mondo.
Cartesio sostiene che tutti gli uomini possiedono la ragione (bona mens) che, quindi,
è
universale e unica: è proprio sulla ragione che dovrà basarsi il nuovo sapere. Tuttavia
la ragione non serve a nulla senza un metodo che funge da manuale d'istruzione e che
sappia rendere il nuovo sapere sistematico, universale e necessario. Cartesio si chiede
se debba essere lui ad inventare questo metodo, o se esista già una scienza che lo
possieda. Egli, a questo punto, indica la matematica come scienza certa, necessaria, ed
in possesso del metodo. Non è sufficiente, tuttavia, conoscere le regole
matematiche, astrarle da tali discipline e formularle in generale per poterle applicare
alle altre branche del sapere: è necessario anche giustificarle. In altre parole, si tratta
di giustificare il metodo e la possibilità della sua applicazione universale. Il
fatto che le scienze matematiche possiedano già il metodo facilita il compito del
filosofo che, quindi, comincia veramente soltanto nella giustificazione delle regole
metodiche.
Cartesio, quindi, deve:
• formulare le regole del metodo tenendo presente il procedimento matematico;
• fondare con una ricerca metafisica il valore assoluto ed universale del metodo
individuato;
• dimostrare la validità del metodo nei vari rami del sapere.

Le
regole
Il metodo della matematica consiste in due operazioni:
• intuizione: atto immediato con il quale si percepisce qualcosa per mezzo dei sensi
e della mente;
• deduzione: lunga catena di ragionamenti coerenti tra loro. Questi
ragionamenti partono da degli assiomi (ossia da delle verità evidenti) generali non
dimostrati, ma
comunque considerati veri in quanto sono evidenti.
Da queste due operazioni, Cartesio fa derivare le Quattro regole del metodo:
1. Evidenza. Essa corrisponde all'intuizione matematica e consiste nell'accettare per vero
solo ciò che è chiaro e distinto alla mente dell'uomo;
2. Analisi. Consiste nel dividere un problema complesso nei suoi elementi semplici;
3. Sintesi. Consiste nel far derivare dalle conoscenze semplici le conoscenze complesse.
Questa regola corrisponde alla deduzione (far derivare dalle idee semplici quelle più
complesse)
4. Enumerazione e revisione. L'enumerazione consiste nella verifica dell'analisi;
la revisione consiste nella verifica della sintesi. Questa regola, quindi, offre il
controllo delle due regole precedenti, senza tralasciare alcun passaggio o elemento.

3. Il dubbio e il cogito ergo sum


Le regole del metodo individuate da Cartesio non hanno in sé la propria giustificazione. Non le
giustifica nemmeno il fatto che vengano utilizzate con successo dalla matematica, perchè
potrebbero non essere utili ai fini di altre discipline, e ciò le destituirebbe della
necessaria validità assoluta. Cartesio, quindi, deve giustificare le Quattro regole risalendo alla
loro radice: l'uomo come soggettività, o come ragione.

Dal dubbio metodico al dubbio


iperbolico
Secondo Cartesio è possibile trovare una verità assoluta che sia il fondamento del nuovo
sapere e del nuovo metodo ponendo sotto una luce critica tutto il sapere e tutte
le conoscenze. Bisogna sopprimere l'approvazione di ogni cosa
comunemente accettata, dubitare di tutto, e considerare falso, almeno provvisoriamente,
tutto ciò che può essere messo in dubbio. Se in questo modo si giungerà ad un principio che
non potrà essere messo in dubbio, questo principio dovrà essere considerato il fondamento
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di tutte le altre conoscenze. In questo principio si troverà la giustificazione del metodo: da qui
il nome “dubbio metodico”. Il dubbio metodico si distingue dal dubbio scettico per il
fatto che quest'ultimo nega la possibilità di una verità certa e giunge alla sospensione del
giudizio.
Cartesio ritiene che nessuna forma di conoscenza possa sottrarsi al dubbio. Si deve
dubitare

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innanzitutto dei saperi e delle opinioni presenti e passate; queste, infatti, sono soggettive e
relative in quanto dipendono dalle persone, dai tempi, e dai paesi. Si deve dubitare delle
conoscenze sensibili: ciò perchè i sensi qualche volta ci ingannano, per cui possono
ingannaci sempre, e perchè nei sogni si hanno delle conoscenze simili a quelle che si
hanno nella veglia, per cui non è possibile fare una distinzione tra sogno e realtà.
Possono essere messe in dubbio, poi, le conoscenze matematiche e le verità della
logica. Infatti, finché non si è certi dell'origine dell'uomo, si può supporre che l'uomo sia
stato creato da un genio maligno, ossia da una potenza malvagia, che lo inganna
facendogli apparire chiaro ed evidente ciò che è falso e assurdo. In questo modo, quindi,
vengono messe in dubbio anche le verità più certe, l'esistenza dell'uomo stesso e del
mondo esterno. Il dubbio si estende a ogni cosa e diventa assolutamente universale:
si giunge così al “dubbio iperbolico”.
Ma è proprio nel dubbio iperbolico che si intraveda una prima incertezza. Io posso ammettere
di ingannarmi e di essere ingannato in tutti i modi possibili, ma per essere ingannato
ed ingannare io devo esistere, cioè essere qualcosa e non nulla. La sola
proposizione assolutamente vera è, quindi, “io esisto”, in quanto il dubbio stesso la conferma.
Può dubitare solo chi esiste: cogito ergo sum.

La natura del
cogito
La proposizione “io esisto” contiene una prima indicazione su ciò che sono io che esisto.
Non posso affermare che io esisto come corpo, poiché sull'esistenza dei corpi non si sa nulla e
vi è il dubbio. Pertanto io esisto come cosa che dubita, cioè che pensa. In altro
parole, la certezza del mio esistere si riferisce solo al fatto che io penso, e quindi voglio,
dubito, nego, ma le cose che io penso, voglio, nego possono non essere reali; ma è
certamente reale il mio pensare, il mio volere, il mio negare, ecc. La proposizione “io
esisto” equivale dunque alla proposizione “io sono un soggetto pensante”, cioè spirito,
intelletto, o ragione.
Può darsi che le cose che io penso e percepisco non esistano, ma è impossibile che non
esista
io che penso di percepire quell'oggetto. Su questa certezza originaria, che nello stesso tempo è
verità necessaria, deve essere dunque fondata qualsiasi altra certezza. A questo punto
rimane il problema dell'esistenza del mondo esterno. Ci troviamo, ora, nell'ambito del
Solipsismo: si ha a certezza dell'esistenza dell'io pensante e delle idee pensate,
ma non si ha la certezza dell'esistenza della realtà esterna al pensiero formata dagli
altri e dagli oggetti reali.
E' seguendo questi ragionamenti che si giunge alla Regola dell'Evidenza. Questa, infatti,
si fonda sul cogito, che è l'evidenza primaria e originaria, in quanto dimostra l'esistenza
della mente che pensa in modo chiaro, distinto ed immediato, e del pensiero.
Il principio cartesiano riprende il pensiero di movimento che era stato sviluppato da Agostino e
Campanella, anche se lo ripete sulla linea di un altro problema. Infatti, se Agostino cercava
di stabilire la presenza di Dio, e Campanella cercava di stabilire la natura dell'anima,
Cartesio cercava di trovare nell'esistenza del soggetto pensante, il cui essere è
evidente a se stesso, il principio che garantisce la validità della conoscenza
umana e l'efficacia dell'azione umana sul mondo.

Le discussioni intorno al
cogito
I contemporanei di Cartesio discussero ampiamente circa il cogito.
• OBBIEZIONE 1. Qualcuno accusò il ragionamento cartesiano di essere un “circolo
vizioso” affermando che, se il principio del cogito viene accettato perchè è
evidente, la regola dell'evidenza risulta anteriore allo stesso cogito, per cui
la
pretesa di giustificarla in virtù del cogito diventa illusoria. Cartesio rispose a tale
obbiezione dicendo che il cogito costituisce l'evidenza prima e originaria che
rende possibile ogni altra evidenza, dal momento che il cogito è la certezza immediata
che l'io ha della propria esistenza nel momento in cui dubito (pensa). Solo dopo questa
consapevolezza sono possibile le altre evidenza dato che, per definizione, l'evidenza è la
forza con cui un'idea o una conoscenza si impongono alla mente in modo chiaro
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e distinto, quindi l'evidenza presuppone la consapevolezza, da parte dell'io, della
propria esistenza in quanto pensiero. Quindi è il cogito che giustifica la
regola dell'evidenza e non il contrario.
• OBBIEZIONE 2. Gassendi obbiettava che il cogito non fosse un'intuizione

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immediata ma un sillogismo abbreviato, del tipo “Tutto ciò che pensa esiste. Io
penso. Io esisto”. Gassendi respingeva tale sillogismo in quanto la premessa “Tutto
ciò che pensa esiste”non è dimostrata, per cui il cogito non è evidente. Cartesio
rispose a tale obbiezione insistendo sul carattere intuitivo del cogito. In altri termini
la certezza che noi esistiamo perchè pensiamo non è il frutto di un
ragionamento o di un'argomentazione logica, ma di un'esperienza interiore
concreta: il fatto che avverto e sento me stesso in quanto pensante. Quindi,
l'espressione “penso quindi sono” esprime come se fosse un ragionamento la
percezione di un'azione: il pensare che, come tutte le altre percezioni, è
un'intuizione immediata. Si tratta, quindi, di un enunciato performativo,
ossia che esprime un'azione che è vera per il fatto di essere pronunciata.
• OBBIEZIONE 3. Una terza obbiezione viene mossa da Hobbes. Questo, sebbene
concordi con Cartesio nel dire che l'io, in quanto pensa, esiste, asserisce che
dall'affermazione “io penso dunque sono” non discende il fatto che io sia
“sostanza pensante”. A questo punto, infatti, dire “io sto passeggiando” porterebbe a
dire che “io sono una passeggiata”. Per Hobbes la causa del pensiero non deve
essere necessariamente identificata nel pensiero, può essere identificata nella
materia: il cervello. Cartesio risponde osservando che:
1. Il passeggiare non è una caratteristica essenziale dell'uomo: infatti è uomo anche
chi non passeggia; il pensare, invece, è una caratteristica essenziale
dell'uomo senza la quale egli non sarebbe tale. Ne consegue che il passeggiare e
il pensare non possono essere paragonati, come, invece, aveva fatto Hobbes;
2. Il pensare non si può identificare o considerare effetto del corpo, dato che
l'esistenza dei corpi è messa in dubbio e la certezza raggiunta dal
cogito riguarda solo il pensiero;
3. il pensiero indica talvolta l'atto del pensiero, talvolta la facoltà del pensiero,
talvolta la cosa o la sostanza con cui si identifica tale facoltà. Per il fatto che il corpo
non può essere quel qualcosa che pensa, la facoltà del pensare si identifica con una
sostanza la cui esistenza è quella del pensiero (la sola esistenza di cui abbiamo
certezza): la sostanza pensante.

4. Dio come giustificazione metafisica delle certezze umane


Il principio del cogito non mi da la sicurezza di altre esistenza oltre la mia. Io sono un
essere pensante che ha idee e sono sicuro del fatto che tali idee esistano nel mio spirito;
tuttavia non sono sicuro che a queste idee corrispondano realtà effettive fuori di me.
Per risolvere tale “problema”, Cartesio divide tutte le idee in tre
categorie:
• innate: idee che sembrano essere innate in me (capacità di pensare e avere idee);
• avventizie: idee che sembrano essere estranee o venute dal di fuori (idee delle
cose naturali);
• fattizie: idee formate o trovate da me stesso (idee delle cose inventare).
Per scoprire se a qualcuna di queste idee corrisponda una realtà esterna, bisogna chiedersi la
possibile causa di esse.

L'idea di v Dio e le
prove dell'esistenza
Il genio maligno era la “chiave” di tutto; tuttavia, dimostrando l'esistenza di una realtà
esterna partendo dall'esistenza di un Dio buono, si sarebbe risolto tutto più facilmente. Egli
dimostra l'esistenza di Dio con tre prove.
• PRIMA PROVA. Le idee che rappresentano altri uomini o cose naturali,
essendo imperfette, sono prodotte da me. Invece, l'idea di Dio, cioè di una sostanza
infinita,
eterna, onnisciente, onnipotente e creatrice, è difficile che sia stata creata da me;
io,
infatti, sono privo della perfezione l'idea di Dio rappresenta. La causa di un'idea deve
sempre essere perfetta tanto quanto lo è l'idea stessa: per il fatto che io sono una
sostanza finita, non posso essere la causa dell'idea di una sostanza infinita (Dio). La
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causa di Dio deve essere una sostanza infinita, la quale, quindi, deve essere
ammessa come esistente. Questa è la prima prova dell'esistenza di Dio.
• SECONDA PROVA. Si può riconoscere l'esistenza di Dio partendo dal fatto che io ho

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natura finita. Ma se fossi la causa di me stesso, mi sarei dato le perfezioni che
concepisco e che sono appunto contenute nell'idea di Dio. E' evidente, quindi,
che non mi sono creato da me e che mi ha creato Dio, il quale mi ha creato finito ma
mi ha dato l'idea di infinito.
• TERZA PROVA. Questa è la tradizionale prova ontologica che Cartesio riprese
dalla filosofia medievale di Anselmo d'Aosta. Non è possibile concepire Dio come
Essere
perfetto senza ammettere la sua esistenza, perchè l'esistenza è una delle
sue
perfezioni necessarie. Secondo Cartesio, l'esistenza di Dio è richiesta dalla
stessa durata della mia esistenza, in quanto tutto ciò che non ha la causa in se
stesso cesserebbe di esistere qualora la sua causa non continuasse incessantemente a
crearlo. La creazione è continua.

Dio co m e garante dell'evidenza e la possibilità


dell'errore
Una volta riconosciuta l'esistenza di Dio, il criterio dell'evidenza trova la sua ultima
conferma. Dio, essendo perfetto, non può ingannarmi, per cui la facoltà di giudizio che
ho ricevuto da lui non può indurmi in errore se viene adoperata rettamente. Per Cartesio,
quindi, Dio ci permette di passare dalla certezza del nostro io alla certezza delle altre
evidenza. L'esistenza di Dio è garanzia della validità del metodo: Dio non mi inganna, la
ragione è vera, le verità sul mondo sono attendibili.
Ma a questo punti, come è possibile l'errore? Secondo Cartesio, questo dipende da due
cause:
l'intelletto e la volontà. L'intelletto umano è limitato (quello di Dio è infinito); la
volontà umana è libera e quindi più estesa dell'intelletto. La volontà consiste nella possibilità
di fare o non fare, di affermare o negare, ecc; tali scelte possono essere fatte sia rispetto
alle cose che l'intelletto presenta in modo chiaro e distinto, sia rispetto a quelle che presenta
in modo meno chiaro. La possibilità dell'errore risiede proprio nella possibilità di affermare o di
negare ciò che l'intelletto non riesce a capire chiaramente.
L'errore non ci sarebbe se io dessi giudizio solo su ciò che l'intelletto capisce chiaramente e se
mi astenessi di giudicare ciò che non è abbastanza chiaro. Poiché la mia volontà, che
è libera, può indurmi a dare giudizi su ciò che non è abbastanza evidente, nasce la
possibilità dell'errore. L'errore dipende dunque unicamente dal libero arbitrio che Dio ha
dato all'uomo, e lo si può evitare solo attenendosi alle regole del metodo (in primo
luogo alla regola dell'evidenza).
L'evidenza, avendo ottenuto ormai ogni garanzia (in quanto è fondata sulla veridicità di Dio),
consente di eliminare il dubbio che è stato avanzato in principio sulla realtà delle
cose corporee. Io ho l'idea di cose corporee che esistono fuori di me e agiscono sui miei
sensi. Quest'idea, essendo evidente, non può essere ingannevole: devono dunque
esistere cose corporee corrispondenti alle idee che noi ne abbiamo.

Le critiche alla concezione cartesiana


di Dio
Il discorso di Cartesio su Dio venne accusato di essere un “circolo vizioso” perchè il filosofo
pretenderebbe di dimostrare Dio per mezzo dell'evidenza e l'evidenza per mezzo di
Dio. Inoltre Cartesio è stato accusato di “presunzione metafisica”, poiché egli invoca Dio
per giustificare ciò che, in fondo, ritiene già vero prima e indipendentemente da Dio; in
questo modo Dio risulta essere inutile nel campo della conoscenza in quanto egli serve per
giustificare delle evidenze che in realtà vengono ammesse a priori proprio perchè evidenti.
Cartesio si difende affermando che talvolta Dio, più che il garante della verità in se stessa, è il
garante della permanenza della verità; in tal modo, però, il filosofo rischia di dogmatizzare ed
eternizzare le verità umane, andando contro la metodologia della rivoluzione scientifica,
la quale afferma che una cosa è vera fino a quando non viene smentita, e non perchè è
garantita metafisicamente e “per sempre” da qualche principio superiore.
Per quanto riguarda le prove di Dio fornite da Cartesio, esse sono apparse abbastanza
fragili.
Ad esempio, le prime due si fondano sulla non-derivabilità empirica del concetto di
perfezione assoluta. La terza prova è sostanzialmente una ripresa del tradizionale argomento
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ontologico, il quale non sembra possedere quel carattere di “verità inconfutabile” che
Cartesio vorrebbe attribuirgli.

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5. IL DUALISMO CARTESIANO
Accanto alla sostanza pensante, che costituisce l'io, si deve ammettere una sostanza
corporea, divisibile in parti, quindi estesa.
Tale sostanza estesa, però, non possiede tutte quelle proprietà che noi percepiamo di essa.
La
grandezza, la quantità, il movimento, e tutte le determinazioni quantitative, sono certamente
qualità reali della sostanza; ma il colore, il profumo, il sapore, ecc, non esistono come tali
nella realtà corporea e corrispondono in questa realtà a qualcosa che noi non conosciamo.
In tal modo, Cartesio ha spezzato la realtà in due zone distinte ed eterogenee, una
opposta
all'altra, con caratteristiche differenti:
• res cogitans, ovvero la sostanza pensante: è immateriale, inestesa, consapevole
e libera, e la sua esistenza è dimostrata dal dubbio;
• res extensa, ovvero la sostanza estesa: spaziale, inconsapevole e
meccanicamente determinata (segue determinate leggi), che non è altro che il mondo
fisico dei corpi.
A questo punto a Cartesio si presenta il problema di come unire le due sostanze, ovvero di
spiegarne il rapporto biunivoco, e, per quanto riguarda l'uomo, di riuscire spiegare la
relazione tra anima e corpo.
Cartesio pensa di risolvere tale questione con la teoria della ghiandola pineale
(l'epifisi). Questa, infatti, era considerata l'unica parte del cervello che, non essendo
doppia, poteva unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso.

6. IL MONDO FISICO E LA GEOMETRIA


La fisica cartesiana, basandosi sulla rigorosa separazione tra sostanza pensante
e sostanza estesa, eliminò tutti i residui finalistici, magici, astrologici, ecc, dei quali la
filosofia del Seicento era ancora colma. Sebbene i risultati raggiunti da Cartesio nell'analisi
dei singoli fenomeni con possono competere con quelli raggiunti da Galileo, il meccanicismo
cartesiano influì profondamente la formazione della mentalità scientifica. Il meccanicismo
di Cartesio, inteso come la propensione a considerare il mondo come una grande macchina,
non è altro che il determinismo, secondo il quale la rex extensa è composta da elementi che
non si muovono a caso, ma secondo leggi ben precise e deterministiche; qualsiasi
movimento che avviene nell'universo, infatti, è determinato in modo necessario.
Tuttavia bisogna aggiungere che, nel momento in cui la scienza fisica assume una struttura
matematica, la necessità oggettiva si traduce in una necessità logico-matematica, che
ha il suo fondamento nelle leggi del pensiero; ciò perchè fatta un'ipotesi, l'andamento
di un fenomeno può essere dedotto matematicamente da quella. Ma il successo del
procedimento deduttivo generava l'illusione che l'evidenza soggettiva delle argomentazioni
fosse la garanzia della loro corrispondenza con la realtà esterna, indipendentemente
da una conferma sperimentale. Cartesio, seguendo tale illusione, tende ad effettuare non
solo nella metafisica, ma anche nella fisica, quel salto dall'ordine logico all'ordine
ontologico. Egli, infatti, è convinto di poter trarre dalla propria testa le leggi che
governano il mondo. Per Cartesio, non solo le leggi, ma la stessa res extensa trova
fondamento nell'evidenza dello nostra idea dello spazio. Su questa base è ovvio che
indicare come oggettive solo quelle proprietà che siano soggette a una trattazione
geometrica, mentre le restanti proprietà che attribuiamo al mondo sono di natura soggettiva.
La geometria è perciò l'unica scienza fisica.

La geometria
analitica
La Geometria è la parte più importante dell'opera intitolata Discorso sul metodo, e
costituisce la nascita della geometria analitica. Cartesio è consapevole dell'unità delle
diverse scienze matematiche, e perciò ritiene possibile unificare la geometria degli
antichi con l'algebra dei moderni. Per effettuare tale operazione era necessaria una
revisione di entrambe le scienza.
• Geometria degli antichi: essa mirava soprattutto a cercare una dimostrazione ad hoc
per ogni costruzione. Per tale motivo essa non riusciva ad individuare i rapporti

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nella
loro universalità e a formulare leggi generali, le quali sono necessarie a un'impostazione
sistematica della scienza.
• Algebra dei moderni: era considerata da Cartesio molto confusa e oscura sia per l'uso
di simboli inadeguati, sia per il rapporto di subordinazione che la lega alla geometria.

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Cartesio, a questo punto, decise di riordinare sistematicamente la simbologia algebrica
e abbandona l'immediata interpretazione geometrica dei procedimenti algebrici. L'algebra,
riorganizzata in un linguaggio autonomo, diviene adatta a riprodurre la geometria, la quale a
sua volta può essere sfruttata come strumento di chiarificazione intuitiva dei
procedimenti algebrici.
L'operazione richiede l'assunzione di una nuova unità di misura che consenta di interpretare
un numero come una distanza, e l'assunzione di due linee fondamentali (che oggi
chiamiamo appunto “assi cartesiani”) come sistema di riferimento. Una volta posto ciò, punti,
rette e curve possono essere individuate sul piano attraverso procedimenti algebrici, in
relazione al piano.

7. La filosofia pratica
La morale
“provvisoria”
Nella terza parte del Discorso sul metodo, Cartesio aveva stabilito alcune regole di morale
provvisoria.
• PRIMA REGOLA: obbedire alle leggi e ai costumi del paese, conservando la
religione tradizionale e regolandosi in tutto secondo le opinioni più moderate.
Con
questa regola Cartesio rinunciava ad estendere la sua critica nel campo della religione,
della morale e della politica. Questa regola esprime quella parte del carattere
di Cartesio caratterizzata dal rispetto verso la tradizione religiosa e politica. Egli,
ad esempio, aveva la religione del suo re, della sua nutrice. In realtà egli faceva
una distinzione tra due domini:
➢ L'uso della vita, o dominio dell'azione. In questo dominio la volontà ha l'obbligo
di decidersi senza attendere l'evidenza; l'uomo si soddisfa con la probabilità.
➢ La contemplazione della verità, o dominio della contemplazione In questo dominio la
volontà ha l'obbligo di non decidere finché l'evidenza non è stata raggiunta;
l'uomo
si soddisfa solamente con l'evidenza.
La prima regola, quindi, è per Cartesio permanente e definitiva.
• SECONDA REGOLA: essere il più fermo e risoluto possibile nell'azione e
conseguire con costanza anche l'opinione più dubbiosa, una volta che fosse
stata accettata. Anche questa regola è suggerita dalle necessità della vita che
obbligano molte volte ad agire in mancanza di elementi sicuri e definitivi.
• TERZA REGOLA: cercare di vincere se stessi piuttosto che la fortuna, e cambiare
i propri pensieri più che l'ordine del mondo. Cartesio sostenne sempre che nulla è
del tutto in nostro potere, tranne i pensieri, i quali dipendono dal nostro libero
arbitrio. Questa regola, che era il fondamento della morale di Cartesio, esprime
lo spirito cartesiano, il quale esige che l'uomo si lasci condurre unicamente dalla
propria ragione, e delinea l'ideale della moralità cartesiana: la saggezza.

Lo studio delle
passioni
La “morale provvisoria” non fu mai seguita da una “morale definitiva”. Tuttavia egli scriverà
Le passioni dell'anima, un'opera che contiene anche spunti di etica.
In questo scritto, Cartesio distingue nell'anima:
• azioni: dipendono dalla volontà;
• affezioni: sono involontarie, e sono costituite da percezioni, sentimenti o emozioni
causati nell'anima dagli spiriti vitali, ossia dalle forze meccaniche che agiscono nel
corpo.
La forza dell'anima consiste nel vincere le emozioni e nell'arrestare i movimenti del
corpo
che le accompagnano; la debolezza dell'anima consiste nel lasciarsi dominare
dalle emozioni, le quali, essendo spesso contrarie tra loro, portano l'anima a
combattersi e la riducono nello stato più increscioso. Questo, però, non significa che
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le emozioni siano essenzialmente dannose. Esse si rapportano tutte al corpo e sono date
all'anima in quanto questa è congiunta al corpo: esse hanno la funzione naturale di
contribuire a conservare e perfezionare il corpo. Le emozioni fondamentali sono la tristezza e
la gioia. La tristezza avverte l'anima di quelle che sono le cose nocive che, quindi, verranno
odiate, e allontanate. La gioia, invece, avverte l'anima di quelle che sono le cose utili al corpo,
per cui esse saranno amate e si

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tenderà ad acquistarle e conservarle. Le emozioni fanno apparire, quini, il bene e il male, e ci
inducono a fuggire da uno e a cercare l'altro quando ci conviene. L'uomo non deve lasciarsi
guidare da esse, ma dall'esperienza e dalla ragione: solo così potrà distinguere nel loro
giusto valore il bene e il male. In questo dominio sulle emozioni consiste la saggezza, che si
ottiene estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto, e separandolo dai movimenti del
sangue e degli spiriti vitali dai quali dipendono le emozioni.

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