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22 marzo 2020 - 21:43 > Versione online

La narrazione come cura, il progetto


“Chiamateci Ismaele - Resistenza Narrativa
Uniurb”
5' di lettura 21/03/2020 - Quello che parte dall'Università degli Studi
di Urbino Carlo Bo è un invito rivolto a chi studia, lavora, abita (o ha
studiato, lavorato, abitato) nella città feltresca:
Raccogliamo narrazioni attraverso racconti - poesie - disegni -
fotografie - filmati che abbiano le seguenti caratteristiche:

a - una emozione centrale (che deve apparire in grassetto) che descriva


questa emergenza e i vissuti personali di questo periodo
b - oppure indicando tre parole chiave (almeno una deve essere una
emozione ) sulle quali costruire la comunicazione

nella forma scelta tra:

- elaborato(racconto/poesia/riflessioni) - massimo 500 parole


- disegno (sempre con parole chiave) - massimo 3 tavole anche in modalità fumetto
- fotografia (sempre con parole chiave) - massimo 3 scatti
- filmati amatoriali (sempre con parole chiave) - massimo di 3 minuti
- audio narrativi o musicali (sempre con parole chiave) - massimo 3 minuti

Potete scegliere la forma anonima, o solo nome, o nome e cognome, o pseudonimo.

L’obiettivo a breve termine è creare una fune condivisa di galleggiamento emotivo in questa
emergenza dando voce a tutte/i attraverso ciascuna/o.

L’obiettivo a lungo termine è la concretizzazione di un momento (lieto) di riflessione


post-emergenza condiviso.

Inviate testi, disegni e fotografie a elena.acquarini@uniurb.it, alessandra.calanchi@uniurb.it


Inviate video e materiali audio a andrea.laquidara@uniurb.it

CHIAMATECI ISMAELE nasce da un’idea di Elena Acquarini, ricercatrice di Psicologia


clinica dell'Università di Urbino, subito raccolta dalla collega Alessandra Calanchi, docente
di Letteratura e cultura angloamericana che si occupa da qualche tempo di cyberbullismo e
narrazione. A loro si è aggiunto Andrea Laquidara, dottore di ricerca e regista indipendente da
sempre attivo con progetti sul territorio urbinate (vedasi il lungometraggio Fuori dalle mura,
2015). Il titolo richiama esplicitamente Moby Dick, il cui incipit - Chiamatemi Ismaele - riguarda
il narratore e unico sopravvissuto. Se in Oriente abbiamo Sherazade, che nelle Mille e una notte
racconta ogni notte una storia per salvare se stessa e il suo popolo, in Occidente il ruolo del
narratore “sopravvissuto” è rivestito dal protagonista del celebre romanzo di Melville: ma mentre
lì solo uno si salva (il narratore, appunto) noi vogliamo salvarci tutti, quindi Chiamateci
Ismaele. Solo raccontando, tutte/i insieme, potremo dare un senso all’incubo, alla paura, al
cambiamento radicale che in poche settimane siamo state/i costrette/i a sostenere (come mostrano
le due fotografie della Urbino di questi giorni).

Il racconto è un’arte, ma anche una terapia. Lo sanno bene gli amici del Red Badge Project,
che dall’altra parte del mondo (negli USA) da anni “curano” le vittime di sindrome da stress
post-traumatico proprio con sedute di “racconto”, puro e semplice. Ironicamente, uno dei

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22 marzo 2020 - 21:43 > Versione online

fondatori del progetto, Shawn Wong, docente nell’Università di Washington (Seattle), era atteso a
Urbino proprio nel mese di marzo per un seminario formativo sull’argomento, invitato da A.
Calanchi con la collaborazione dell’Ambasciata americana nell’ambito del progetto d’ateneo
Amnesie d’autore di cui è capofila il prof. Roberto Danese.

“Il progetto si colloca all’interno del Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi
Umanistici e Internazionali” spiega Alessandra Calanchi “pur avendo come referenti singole
docenti in quanto, data l’emergenza, ogni tipo di approvazione ufficiale è sospesa. Il Direttore
comunque è a conoscenza ha approvato l’idea. Sottolineiamo però l’importanza che venga
mantenuta una progettualità attiva, che troverà nuove forme e nuovi linguaggi per arrivare a più
persone possibile, per fare rete, per creare forme di resistenza e di appartenenza. Il nostro Ateneo
ha molti secoli di storia alle spalle, secoli d’arte, di cultura: non ci lasceremo sconfiggere.
Scriveteci, mandateci foto, disegni, video. Ci salveremo tutti insieme, non lasceremo che il
Pequod affondi”.

Aggiunge Elena Acquarini: “La narrazione è da sempre un veicolo curativo attraverso la


mobilitazione delle risorse simboliche che ognuno ha maturato e preferito nel tempo. Alcuni
modelli di intervento psico-sociale usano le narrazioni come strumento di cura delle esperienze
stressanti/traumatiche come telaio (ri)organizzante delle memorie frammentate o sfilacciate dal
sovraccarico emotivo. Ciascun simbolo condiviso può contenere un significato ed una emozione
prevalentemente individuali. In questo nostro tempo abbiamo registrato una grande necessità di
condivisione e sappiamo - dalla letteratura scientifica - quanto sia importante acquisire
consapevolezza delle emozioni e dei vissuti complessi in situazioni di stress per canalizzarli
anche in una produzione simbolica narrativa. Penseremo poi quale forma dare nel restituire il
senso di comunità. Abbiamo costruito questa barca generativa di resistenza e resilienza
psicologica con l’obiettivo di raccogliere tutti i vissuti e le emozioni che vorrete condividere.
Scegliete voi come. Nessuno affonderà perché siamo testimoni insieme ormeggiati nella
creatività”.

Per Andrea Laquidara “Il momento che stiamo attraversando, come singoli e come collettività,
ha quelle caratteristiche di eccezionalità che ci obbligano a osservare le cose da un’angolazione
inusuale. Al di là di quanto si creda, nella nostra società - e dunque anche in questo passaggio
imprevisto e impegnativo - noi siamo per la gran parte del tempo fruitori passivi di messaggi
audiovisivi che giungono dall’esterno. Impressionanti, ansiogeni, spettacolari. Spesso siamo meri
veicoli di trasmissione e circolazione. Raramente attivi, creativi ed esplorativi. Raccogliere
immagini e suoni osservati e ascoltati in un momento eccezionale, vissuto come singoli e
come comunità, e poi organizzare insieme questi frammenti di visione in una sinfonia organica,
narrativa, può rappresentare l’occasione per recuperare l’aspetto creativo che l’attuale società
dello spettacolo ci ha fatto smarrire. E può consentirci di riattivare, in qualche misura, una
virtuosa capacità d’interazione con gli eventi naturali - sia pur dolorosi - e con gli altri esseri
umani”.

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