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QUADERNI DEL CIRCOLO FILOLOGICO LINGUISTICO PADOVANO

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In questo volume sono riuniti gli interventi presentati al XLV convegno interuniver-
sitario di Bressanone, dedicato al tema dell’attesa nei testi letterari esaminati secondo
molteplici punti di vista (metrici, narrativi, poetici, retorici ecc.). In conformità con la
tendenza interdisciplinare dei convegni brissinesi, i saggi coprono un arco cronologi-

L’attesa
co che va dall’antichità alla modernità e accolgono argomenti riguardanti letterature
diverse. Si delinea un quadro ricco di proposte e interpretazioni che lascia intravedere

L’ATTESA. FORME, RETORICA, INTERPRETAZIONI


la possibilità di approfondimenti ulteriori su un argomento centrale nella letteratura
di ogni tempo. Dall’analisi dei tempi verbali nella Bibbia (Ryzhik) si passa ad autori
classici come Seneca e Agostino (Solaro), alla letteratura mediolatina (Mosetti Ca- Forme, retorica, interpretazioni
saretto) e alla letteratura in lingua germanica tar­do-antica e alto medievale (Zironi).
Un compatto manipolo di saggi è incentrato su testi medievali francesi, interessanti il
teatro (Barillari) e i romanzi anticheggianti e arturiani (Sciolette, Russo, De Simone,
Murgia), mentre altri articoli approfondiscono testi di autori italiani con specifica at-
tenzione al sonetto (Bozzola), a Cavalcanti e Dante (Mele, Terrusi). L’epoca moderna
è rappresentata dagli studi sul motivo “dell’attesa della battaglia” in Shakespeare (Ca-
nova), del poema romeno eroicomico della Zingareide (Vranceanu), della letteratura
settecentesca con Alfieri (Santato) e Stendhal (Meter). L’Ottocento è presente con
l’esame del Tristano e Isotta di Wagner (Buschinger) e la narrativa italiana di Nievo
(Capone) e Verga (Pagliardini), mentre l’ultima parte del volume approfondisce aspet-
ti della poesia europea e italiana otto-novecentesca (Coppo, Stevanoni, Brandalise,
Scartozzi) e l’opera di due prosatori italiani del Novecento: Alba De Céspedes (Che-
mello) e Giorgio Manganelli (Matt).

E S E D R A
€ 36,00 e d i t r i c e
Quaderni del Circolo Filologico Linguistico Padovano
- 33 -
fondati da Gianfranco Folena
L’attesa
Forme, retorica, interpretazioni
Atti del XLV Convegno Interuniversitario
(Bressanone, 7-9 luglio 2017)

a cura di Gianfelice Peron e Fabio Sangiovanni


Questo volume è stato stampato con il contributo
del Dipartimento di Studi linguistici e letterari (DiSLL)
dell’Università degli Studi di Padova

ISBN 978-88-6058-115-0
© 2018 Esedra editrice s.a.s.
via Hermada, 4 - 35141 Padova
Tel e fax 049/723602
e-mail: info@esedraeditrice.com
www.esedraeditrice.com
INDICE

Gianfelice Peron
Introduzione IX

Michael Ryzhik
«Ut cum comederis, […] benedicas Domino Deo tuo pro terra optima,
quam dedit tibi»: i tempi verbali per esprimere il futuro profetico nella Bibbia 1

Giuseppe Solaro
Seneca, Agostino e la speranza 11

Francesco Mosetti Casaretto


Forme retoriche dell’attesa nella letteratura mediolatina 15

Alessandro Zironi
Beorn sceal gebidan: l’attesa nella società aristocratico-guerriera germanica 41

Sonia Maura Barillari


L’attesa del Redentore: strategie retoriche del messaggio profetico
nel Jeu d’Adam 55

Flavia Sciolette
L’attesa come pretesto per la descriptio meravigliosa: alcuni esempi 67

Valeria Russo
«Ou li chevaliers atandoit / chevalerie et avanture». L’intervento
dell’attesa diegetica in Chrétien de Troyes 77

Sara De Simone
«Quant vos demorastes deus pas»: fratture e frattempi dell’eroe in sospeso 89

Giulia Murgia
L’attesa della venuta di Carlomagno nei romanzi arturiani in prosa 101

Sergio Bozzola
Definizione ed esperienza dell’attesa metrica nella forma sonetto 115

Valentina Mele
L’attesa come sublimazione negata. Guido Cavalcanti e la modernità 131
Leonardo Terrusi
In attesa del Nome. Ritardi ed attese onomastiche nella Commedia dantesca 143

Mauro Canova
L’attesa prima della battaglia nel teatro di William Shakespeare
(Riccardo III, Macbeth, Enrico V) 159

Guido Santato
L’attesa della «futura Italia» in Alfieri 171

Alexandra Vranceanu
L’attesa dei Turchi nella Zingareide di Ion Budai Deleanu.
Topoi della procrastinazione e temi identitari 189

Helmut Meter
Aspettando l’unione amorosa. L’attesa del lettore in Le Rouge et le Noir 203

Danielle Buschinger
L’attente de Tristan dans le Tristan et Isolde de Richard Wagner 213

Maurizio Capone
L’ardente attesa dell’Unità d’Italia nelle Confessioni d’un italiano
di Ippolito Nievo 221

Angelo Pagliardini
La retorica dell’attesa (delusa) e la poetica del verismo 233

Elena Coppo
«Pan attend et chante ainsi»: l’attesa come condizione della poesia nelle
Moralités légendaires di Jules Laforgue 247

Adone Brandalise
Il presente come attesa. Pratiche del vuoto tra pensiero e poesia nel Novecento 261

Cristina Stevanoni
L’attesa dei nomi infranti. Kavafis, Tèmeto d’Antiochia: 400 d.C. 267

Sergio Scartozzi
Satura «nell’attesa». Il «Tu», «Lui», l’Altro 277

Adriana Chemello
Il «momento della verità». Il romanzo dell’attesa di Alba De Céspedes 291
Luigi Matt
Forme dell’attesa nella scrittura di Giorgio Manganelli 309

Indice dei nomi 321


Angelo Pagliardini

LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO

Quando ci apprestiamo ad analizzare testi veristi, non possiamo non


mettere in relazione l’attesa con la misura del tempo interiorizzato dal
soggetto narratore intradiegetico, su cui si rifrange e si deforma il tempo
della storia, percepito dal narratore come riferimento oggettivo.1 A questo
proposito mi sembra opportuno risalire ad un archetipo della narrazione
intradiegetica occidentale e della definizione della misura del tempo come
percezione soggettiva, le Confessioni di Agostino, in cui, nel libro xi, si riflet-
te sul carattere soggettivo della misura del tempo:

27. 36. In te, anime meus, tempora metior. [...] 28.37. Sed quomodo minuitur
aut consumitur futurum, quod nondum est, aut quomodo crescit praeteritum,
quod iam non est, nisi quia in animo, qui illud agit, tria sunt? Nam et exspectat
et attendit et meminit, ut id quod exspectat per id quod attendit transeat in id
quod meminerit. 
27. 36. È in te, spirito mio, che misuro il tempo. [...] 28.37 Ma come diminu-
irebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come crescerebbe il
passato, che non è più, se non per l’esistenza nello spirito, autore di questa
operazione, dei tre momenti dell’attesa, dell’attenzione e della memoria? Così
l’oggetto dell’attesa fatto oggetto dell’attenzione passa nella memoria.2

Tale definizione salda strettamente l’attesa con la misura individuale del


tempo, un processo fondamentale per l’uso delle figure dell’attesa nella
narrativa di Verga, dove costituiscono un artificio per costruire una narra-
zione priva dell’intervento del narratore esterno, in cui si mette in scena
una comunità formata da un coro di personaggi-narratori in quello che
è stato definito «discorso corale».3 Nei Malavoglia, in molti casi, alla nar-
razione di un evento, come la tempesta della Provvidenza con il carico di
lupini, oppure la morte di Luca nella battaglia di Lissa, si sostituisce l’attesa
dei famigliari e di tutta la comunità di Trezza per l’esito dell’evento stes-

1
Si veda in particolare su «narrazione simultanea» e «narrazione anteriore» G. Genette,
Figure iii. Discorso del racconto, trad. di L. Zecchi, Torino, Einaudi 2006 [ed. or. Paris, Seuil,
1972], p. 266.
2
Agostino, Confessionum Libri xiii, da pl xxxii, reperibile online in www.augustinus.it
3
L. Spitzer, L’originalità della narrazione nei Malavoglia, in Id., Studi italiani, a cura di C.
Scarpati, Milano, Vita e Pensiero, 1976 [1a ed. 1954], pp. 300-306.
234 ANGELO PAGLIARDINI

so, in modo tale che la narrazione sembri «essersi fatta da sé»,4 tramite la
percezione che i personaggi-narratori (non presenti all’evento stesso) ne
trasmettono al lettore.
Verga inserisce nella sua tecnica narrativa una particolare elaborazione
del tempo della narrazione, che consiste in una serie di prolessi parziali e
approssimative, in forma di ipotesi e presagi affidati direttamente ai per-
sonaggi.5 La gestione del tempo è stata già individuata da molti studiosi
come una delle componenti fondamentali del primo romanzo verista. In
particolare Romano Luperini ha più volte insistito sulle particolarità della
struttura temporale nel romanzo I Malavoglia:

Il tempo, dunque, non è rettilineo, ma circolare: ritorna periodicamente su se


stesso, senza reale sviluppo, senza cambiamenti, senza progresso. La natura si
ripete, con un ritmo evolutivo quasi impercettibile (e qui s’incontrano cultura
positivistica e un antistoricismo pessimistico, materialistico e naturalistico).6

Su questa circolarità del tempo si inserisce nei momenti fondamentali


della narrazione la figura dell’attesa, con la duplice funzione di rappre-
sentare il punto di vista corale dei personaggi del villaggio e di allargare
la scena con tecniche simili a quella teatrale della teicoscopia, lo sguardo
attraverso le pareti e del racconto del messaggero, per cui tutto quello che
accade al di fuori del palcoscenico, il villaggio di Trezza, è prima atteso, poi
raccontato da testimoni più o meno attendibili o ricostruito più o meno
fantasiosamente da più narratori popolari. Si tratta di un procedimento di
modulazione del tempo della narrazione sul punto di vista di coloro che
non sono presenti sulla scena, per cui Verga ha lasciato ampia documenta-
zione negli autografi. Tali appunti di Verga si trasformano, all’interno del
romanzo, in un sistema di coordinate temporali in cui coesistono i riferi-
menti cronologici e quelli basati sul punto di riferimento antropologico
della comunità corale che assume la responsabilità della narrazione.7
Già l’incipit introduce una forbice cronologica fra il passato, che diventa
mitico e favoloso, con il generico «un tempo», e un presente che il deit-
tico rende di immediata percezione e al tempo stesso universalizzato in
un «adesso» ancorato ad una enunciazione orale che coinvolge narratori e
narratari.

4
G. Verga, Vita dei campi, in Id., Tutte le novelle, a cura di C. Riccardi, Milano, Mondadori,
1995, p. 192.
5
Per la definizione formale di prolessi ci riferiamo a Genette, Figure iii, cit., pp. 115-127.
6
R. Luperini, Sulla costruzione dei Malavoglia. Nuove ipotesi di lavoro, in Verga. L’ideologia, le
strutture narrative, il «caso» critico, a cura di R. Luperini, Lecce, Milella, 1982, p. 93.
7
Per la ricostruzione della cronologia della storia narrata nel romanzo si vedano R. Lu-
perini Sulla costruzione dei Malavoglia, cit., p. 99; P. Pellini, Verga, Bologna, il Mulino, 2012,
p. 101.
LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO 235

Un tempo i «Malavoglia» erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia
di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava
gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come
dev’essere. [...] Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron
‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul
greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza di
padron Fortunato Cipolla.8

Per inciso si noterà che l’orizzonte immediato di attesa dei narratari


viene richiamato dalla «casa del nespolo» e dalle tre barche ammarrate,
la Provvidenza dei Malavoglia, la Concetta di zio Cola, dove i Malavoglia
troveranno lavoro nella disgrazia economica, e la Concetta di padron For-
tunato Cipolla, futuro consuocero che avrebbe però ritirato la promessa di
concedere che il figlio Brasi prendesse in sposa Mena Malavoglia, dopo il
secondo naufragio della Provvidenza e la morte di Luca in battaglia.
La figura dell’attesa implica uno scarto nella misura del tempo, una dif-
frazione fra tempo percepito e tempo dell’azione, con un prolungamento
del primo, quindi ne è presupposto una scansione molto accurata della
misura del tempo cronologico, elemento che troviamo puntualmente nel
romanzo di Verga. Nei Malavoglia, la fitta rete dei rimandi interni consen-
te di collocare con notevole precisione l’azione del romanzo, fra il 1865,
anno del viaggio disastroso della Provvidenza con il carico di lupini, al 1877
o 1878, anno in cui ‘Ntoni viene scarcerato, dopo «cinque anni ai ferri» a
partire dal 1872, come si ricostruisce per approssimazione all’interno del
romanzo.9
Il segmento di testo più rilevante che vorrei sottoporre ad analisi per
mostrare l’applicazione degli strumenti narrativi del verismo alla retorica
dell’attesa è la tempesta con il naufragio della Provvidenza che provoca la
morte in mare di Bastianazzo Malavoglia e la perdita del carico di lupini, un
evento non raccontato direttamente, non essendo sopravvissuti testimoni,
da cui deriva il nucleo narrativo principale del romanzo, come sottolinea lo
stesso Verga nell’Introduzione:

Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente de-


vono nascere e svilupparasi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini
pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta
sino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che
non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.10

Con linguaggio fra positivistico e darwiniano, l’autore indica nell’affare

8
G. Verga, I Malavoglia, a cura di C. Simioni, Milano, Mondadori, 1972, p. 55.
9
Cfr. nota 7.
10
Verga, I Malavoglia, ed. cit., p. 51.
236 ANGELO PAGLIARDINI

dei lupini intrapreso dai Malavoglia, fino a quel momento pescatori e non
commercianti, il fenomeno da studiare nel romanzo, per osservare gli effet-
ti della «fiumana» del progresso, e «i vinti che levano le braccia disperate»,
protagonisti del romanzo. L’episodio, fondamentale nel romanzo secondo
il progetto indicato dallo stesso autore, viene narrato su due capitoli, il ii
e il iii, separando la parte diurna da quella notturna del tempo corrispon-
dente alla navigazione, in cui sopravviene la tempesta, mentre il racconto
diretto della vicenda terminava nell’ultima parte del i capitolo, con i prepa-
rativi per la partenza e le indicazioni temporali.11
Per quanto riguarda la tecnica della narrazione dell’attesa, il primo ele-
mento che il testo fornisce sono le coordinate cronologiche estremamente
precise, con l’indicazione dell’anno, del mese e del giorno della settimana
in cui parte la spedizione: «e bisognava pensare che la Mena entrava nei
diciassett’anni, e cominciava a far voltare i giovanotti quando andava a mes-
sa»,12 «La Provvidenza partì il sabato verso sera»,13 «in una brutta domenica
di settembre».14 Da tali rimandi interni risulta che l’azione si colloca nella
notte tra un sabato e una domenica di settembre del 1865.
L’indicazione cronologica è accompagnata da elementi sacrali o antro-
pologici, per denotare l’inscrizione del tempo lineare all’interno del tempo
ciclico del sapere popolare, in questo caso il riferimento alla messa domeni-
cale, con gli sguardi dei ragazzi puntati su Mena, rito sacro, ma anche luogo
e momento deputato, nelle comunità agricole, alla ostensione delle giovani
per la scelta da parte dei futuri mariti. Verga ci comunica inoltre il giorno
e l’ora della partenza della Provvidenza, accompagnando l’indicazione cro-
nologica con quella religiosa, con l’implicito presagio infausto del mancato
rituale del suono della campana dell’Ave Maria serale:

La Provvidenza partì il sabato verso sera, e doveva esser suonata l’avemaria,


sebbene la campana non si fosse udita, perché mastro Cirino il sagrestano era
andato a portare un paio di stivaletti nuovi a don Silvestro il segretario.15

Specularmente, la conclusione tragica dell’episodio, la notte della tem-


pesta, viene indicata con duplice segnalazione, cronologica e rituale:

Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi
della fiera di Sant’Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giu-

11
Risulta centrale questo episodio anche nell’analisi di Leo Spitzer, secondo il quale in
queste pagine la scansione temporale e le ripetizioni conferiscono al testo «un principio
epico-ritmico» (Spitzer, L’originalità della narrazione, cit., p. 302).
12
Verga, I Malavoglia, ed. cit., p. 61.
13
Ivi, p. 62.
14
Ivi, p. 77.
15
Ivi, p. 62.
LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO 237

da. Insomma una brutta domenica di settembre, di quel settembre traditore


che vi lascia andare un colpo di mare tra capo e collo, come una schioppettata
fra i fichidindia.16

La notte del naufragio, collocata fra sabato e domenica, viene contraddi-


stinta da una serie di immagini popolari, secondo la prospettiva del coro di
narratori e narratari interni, in cui non manca anche il riferimento sacrale
all’anima di Giuda, tradizionalmente nera, cui si accosta l’oscurità del cie-
lo, con duplice intersezione metonimica e metaforica (anima del diavolo,
nera e cattiva versus notte della tempesta, buia e funesta). Accanto alle in-
dicazioni popolari abbiamo la denominazione cronologica «domenica di
settembre». Tra queste due quinte temporali si narra la tempesta, o meglio
l’attesa della conclusione del viaggio della Provvidenza e la ricostruzione
dei fatti accaduti in mare, di cui sono morti tutti i testimoni. Dal punto di
vista dei famigliari e dei compaesani, la narrazione è formata da elementi
di riflessione prolettici e analettici, in riferimento a quanto accade in mare
con la nave.17
Il primo elemento prolettico, duplice, è dato dall’attesa di una disgrazia
da parte della Longa, accostata alla previsione dell’esito favorevole formu-
lata nel discorso di padron ’Ntoni:

Allorché la Longa seppe del negozio dei lupini, dopo cena, mentre si chiac-
chierava coi gomiti sulla tovaglia, rimase a bocca aperta; come se quella gros-
sa somma di quarant’onze se la sentisse sullo stomaco. Ma le donne hanno il
cuore piccino, e padron ’Ntoni dovette spiegarle che se il negozio andava bene
c’era del pane per l’inverno, e gli orecchini per Mena, e Bastiano avrebbe po-
tuto andare e venire in una settimana da Riposto, con Menico della Locca.18

Lo scambio di battute mostra i due punti di vista, l’aspettativa rispettiva-


mente negativa e positiva dei due personaggi-narratori, con l’applicazione
alla narrazione verista del metodo delle scienze sociali, che presuppone lo
«studio spassionato» e la necessità di prendere in considerazione tutti gli

16
Ivi, p. 77.
17
Per il valore di questa pagina nella rappresentazione dell’impossibile presa di parola
da parte dei personaggi narratori protagonisti del romanzo mi permetto di rinviare alle se-
guenti affermazioni: «Anche Verga arriva ad una lingua artificiale, una lingua che in sé non
potrebbe appartenere né alla comunità linguistica dei personaggi, né a quella dell’autore
[...]. Attraverso quella lingua Verga può dare una fotografia leggibile della realtà sociale e cul-
turale descritta, ma al tempo stesso se ne segna anche il confine: mai sarà possibile che quei
personaggi parlino la stessa lingua delle classi più elevate e in particolare del pubblico dello
scrittore [...]» (A. Pagliardini, La creazione di lingue di frontiera nella letteratura italiana dell’Ot-
tocento: da Belli a Pascoli, in An den Grenzen der Sprache, a cura di P.J. Holzer, M. Kienpointner, J.
Pröll, U. Ratheiser, Innsbruck, Innsbruck University Press, 2011, p. 233).
18
Verga, I Malavoglia, ed. cit., p. 77.
238 ANGELO PAGLIARDINI

sviluppi possibili di una situazione.19


Il secondo elemento prolettico è dato dai preparativi, distinti fa le ope-
razioni commerciali degli uomini e quelle logistiche compiute dalla Lon-
ga, la moglie di Bastianazzo. Le trattative fra zio Crocifisso e Campana di
Legno da un lato, padron ’Ntoni dall’altro si protraggono fino all’ultimo
momento prima dell’imbarco, complicate dal fatto che in realtà il carico
è composto di lupini avariati, con un accordo in extremis per condurre a
termine l’affare e far salpare la barca. La descrizione degli oggetti preparati
dalla moglie di Bastianazzo per la navigazione costituisce invece una proles-
si di ciò che sarebbe accaduto sulla barca durante la navigazione, nel tempo
che sarà poi occupato nella narrazione dall’attesa:

Maruzza se ne sentiva sempre il cuore nero, ma non apriva bocca, perché non
era affar suo, e si affaccendava zitta zitta a mettere in ordine la barca e ogni cosa
pel viaggio, il pane fresco, l’orciolino coll’olio, le cipolle, il cappotto foderato
di pelle, sotto la pedagna e nella scaffetta.20

Dai tali procedimenti risulta una tacita narrazione prolettica del viaggio,
che nelle previsioni della moglie durerà più giorni, per i quali ha preparato
le provviste, e comprenderà la necessità di ripararsi del freddo della notte
in mare. L’uso dei termini tecnici per indicare i luoghi dell’imbarcazione
in cui si possono sistemare le provviste al riparo rimanda alla pratica della
precisione terminologica in relazione all’attesa.21 All’inizio del capitolo ii,
che si colloca al punto della storia in cui la barca è uscita in mare, si dà un
primo segnale di coralità dell’attesa: «Per tutto il paese non si parlava d’al-
tro che del negozio dei lupini».22
Come risulta dalle citazioni precedenti, l’attesa è fatta di presagi, che
seguono una curva ascendente, con prevalenza del segno positivo, fino ad
un punto in cui si ha l’inversione del presagio, cioè l’attesa dell’esito ne-
gativo. Nel nostro caso l’attesa è indicata nel capitolo ii dal fitto scambio
di dialoghi secondo le modalità del discorso diretto e indiretto libero fra i
compaesani di Trezza, in cui si distinguono dei sottogruppi, gli uomini, le
donne, la famiglia Malavoglia:

19
Un altro esempio di questa prolessi a duplice esito si ha nel giudizio popolare sulla
barca che sta per prendere il largo: «Così fu risoluto il negozio dei lupini, e il viaggio della
Provvidenza, che era la più vecchia delle barche del villaggio, ma aveva il nome di buon au-
gurio» (ibid.).
20
Ibid.
21
Le pedagna è una traversa di legno che si trova sulla barca sopra la sentina e che serve
per fissare i piedi durante la remata; la scaffetta è il ripostiglio che si trova sulle barche (P. Pre-
moli, Vocabolario nomenclatore, La Spezia, Fratelli Melita, 1990, s.v. «barca» [1a ed. 1909-1912]).
22
Verga, I Malavoglia, ed. cit., p. 63.
LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO 239

Piedipapera non poteva soffrire quello sputasentenze di padron Cipolla, il qua-


le perché era ricco si credeva di saper tutto lui, e di dar a bere le corbellerie a
chi non aveva denari.
– Chi la vuol cotta e chi la vuol cruda, – conchiuse. – Padron Cipolla aspetta
l’acqua per la sua vigna e voi il ponente in poppa alla Provvidenza. Lo sapete il
proverbio «Mare crespo, vento fresco». Stanotte le stelle sono lucenti, e a mez-
zanotte cambierà il vento, sentite la buffata?
[...]
Padron ’Ntoni non pensava ad altro che alla Provvidenza, e quando non parlava
delle cose sue non diceva nulla, e alla conversazione ci stava come un manico
di scopa.
[...]
Padron Cipolla continuava a dir di sì col capo, tanto più che fra lui e padron
‘Ntoni c’era stata qualche parola di maritar la Mena con suo figlio Brasi, e se il
negozio dei lupini andava bene, la Mena avrebbe avuto la sua dote in contante,
e l’affare si sarebbe conchiuso presto.23

L’attesa ha il suo punto culminante nel momento in cui comincia a mu-


tare di segno la previsione dell’esito, che in questo caso coincide con l’ora
in cui la comunità del villaggio si ritira in casa per il riposo notturno:

Il nonno s’affacciò ancora due o tre volte sul ballatoio, prima di chiudere
l’uscio, a guardare le stelle che luccicavano più del dovere, e poi borbottò: –
«Mare amaro».
Rocco Spatu si sgolava sulla porta dell’osteria davanti al lumicino. – «Chi ha il
cuor contento, sempre canta» – conchiuse padron ’Ntoni.24

Così si conclude la prima parte della narrazione della tempesta, con i


due proverbi che introducono la curva discendente dell’attesa verso l’aspet-
tativa della catastrofe nonché il contrasto fra lo stato d’animo dei Malavo-
glia e quello di coloro che non sono coinvolti direttamente del dramma
della Provvidenza.
Nel capitolo successivo il racconto della notte di tempesta secondo la
prospettiva di chi è rimasto al villaggio prende le forme rituali: da un lato
da parte dei famigliari si ha il rigetto dei riti religiosi, per il tradimento del-
le aspettative di protezione divina sulla barca, dall’altro tutta la comunità si
prepara al lutto rituale:

– Bastianazzo Malavoglia sta peggio di lui, a quest’ora. – rispose Piedipapera,


– e mastro Cirino ha un bel suonare la messa: ma i Malavoglia non ci vanno
oggi in chiesa; sono in collera con Domeneddio, per quel carico di lupini che

23
Ivi, pp. 64-65.
24
Ivi, p. 77.
240 ANGELO PAGLIARDINI

ci hanno in mare.25

Le comari, mentre tornavano dall’osteria, coll’orciolino dell’olio, o col fia-


schetto del vino, si fermavano a barattare qualche parola con la Longa senza
aver l’aria di nulla, e qualche amico di suo marito Bastianazzo, compar Cipol-
la, per esempio, o compare Mangiacarrubbe, passando sulla sciara per dare
un’occhiata verso il mare, e vedere di che umore si addormentasse il vecchio
brontolone, andavano a domandare a comare la Longa di suo marito, e stava-
no un tantino a farle compagnia, fumandole in silenzio la pipa sotto il naso, o
parlando sottovoce fra di loro.26

L’attesa prosegue fino al momento in cui un atto enunciativo a-verbale


da parte della vedova (definita con perifrasi che pone l’accento sull’attesa
dell’evento tragico «La poveretta che non sapeva di essere vedova»), un
grido di disperazione, rompe il silenzio rituale formatosi a fronte dell’esito
tragico: «Allora ella si cacciò le unghie nei capelli con uno strido disperato
e corse a rintanarsi in casa.»27 Nella narrazione corale scelta da Verga non
può non seguire una eco collettiva al grido della vedova, in cui la comunità
lo conferma e lo glossa introducendo la doppia valenza del lutto, ricordan-
done la componente economica: «– Che disgrazia! – dicevano sulla via – E
la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini!».28
L’effetto raggiunto in questo caso con l’uso della narrazione dell’attesa
è la costruzione di una forma assoluta, in cui opera d’arte, rappresenta-
zione della realtà e realtà stessa arrivino a coincidere, come ha osservato
Capuana a proposito dei Malavoglia, riprendendo in parte le espressioni
usate dallo stesso Verga nella lettera dedicatoria della novella L’amante di
Gramigna:

Un’opera d’arte, novella o romanzo, è perfetta quando l’affinità e la coesione


d’ogni sua parte divien così completa che il processo della creazione rimane
un mistero; quando la sincerità della sua realtà è così evidente, il suo modo e
la sua ragion d’essere così necessarie, che la mano nell’artista rimane assoluta-
mente invisibile e l’opera d’arte prende l’aria d’un avvenimento reale, quasi si
fosse fatta da sè e avesse maturato e fosse venuta fuori spontanea, senza portar
traccia nelle sue forme viventi nè della mente ove germogliò, nè dell’occhio
che la intravvide, nè delle labbra che ne mormorarono le prime parole [...].29

La narrazione dell’attesa si ritrova in un altro evento nodale del roman-

25
Ivi, p. 79.
26
Ivi, p. 83.
27
Ibid.
28
Ibid.
29
L. Capuana, Studii sulla letteratura contemporanea. Seconda serie, Catania, Giannotta, 1882,
pp. 122-123.
LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO 241

zo, la vicenda del servizio militare di Luca, che ha come epilogo tragico la
sua morte in battaglia a Lissa, in cui alle aspettative dei familiari e dei com-
paesani si uniscono le informazioni dei due marinai giunti nel villaggio, le
cui voci subiscono un processo di diffrazione nella narrazione corale degli
abitanti di Trezza che le riferiscono con diverse e contraddittorie modifi-
cazioni.
L’episodio si estende su un segmento più ampio del romanzo, fra il set-
timo e il nono capitolo, andando a intersecarsi con altre vicende. L’inizio
della storia è il momento della chiamata alle armi del giovane Luca Malavo-
glia, all’inizio del capitolo vii, poco dopo il Natale del 1865, tre mesi dopo
il naufragio della Provvidenza. Anche in questo caso abbiamo una indica-
zione cronologica precisa che delimita l’inizio dell’azione, l’estrazione del
numero della leva, che se alto comportava di non partire, e che in realtà
era regolato dalla corruzione, cui allude il narratore: «Quello fu un brutto
Natale pei Malavoglia, giusto in quel tempo anche Luca prese il suo nu-
mero alla leva, un numero basso da povero diavolo, e se ne andò a fare il
soldato senza tanti piagnistei, che ormai ci avevano fatto il callo».30 La data
viene fornita direttamente con la festa religiosa, in modo tale che il rito
burocratico della chiamata alle armi si combini con la festa cristiana, in cui,
antifrasticamente rispetto alla tradizione, la famiglia si divide, tanto più che
si tratta del Natale che fa seguito al naufragio e alla morte di Bastianazzo.
Il secondo elemento cronologico, con la conclusione dell’attesa, si trova
nel capitolo ix, quando padron ’Ntoni si reca a Catania dove riesce a otte-
nere l’informazione della morte in battaglia di Luca:

Allorché arrivarono ad un nome, la Longa che non aveva ben udito, perchè
le fischiavano gli orecchi, e ascoltava bianca come quelle cartacce, sdrucciolò
pian piano per terra, mezzo morta.
— Son più di quaranta giorni, — conchiuse l’impiegato, chiudendo il registro,
— Fu a Lissa, che non lo sapevate ancora?31

Dato che la battaglia di Lissa era avvenuta il 20 luglio 1866, la notizia


della morte, con la conseguente conclusione negatva dell’attesa, si colloca
ai primi di settembre. A questa indicazione si accompagna quella rituale,
in quanto la madre di Luca, la Longa, dopo qualche giorno di malattia di-
venta devota dell’«Addolorata» e tutte le sere viene trovata vicino alla statua
di Maria, raffigurata con il figlio morto sulle ginocchia, dalle altre donne,
«quando andavano a prendersi la benedizione», tanto che viene sopranno-
minata la madre addolorata. Verga fornisce qui l’indicazione cronologica di
tipo rituale e antropologico, in quanto da un lato la festa della Madonna

30
Verga, I Malavoglia, ed. cit., p. 116.
31
Ivi, p. 159.
242 ANGELO PAGLIARDINI

Addolorata ricorre il 15 settembre, quindi pochi giorni dopo il ritorno da


Catania con la funesta notizia, dall’altra la Longa che ha perso il secondo
figlio si identifica con l’archetipo cristiano della madre che piange il figlio.
Come in corrispondenza della tempesta con il naufragio della Provviden-
za, anche in questo caso l’attesa era stata costellata dalle prolessi di parenti
e famigliari, con pronostici di segno diverso sull’esito del servizio di leva di
Luca:

«Questo qui non scriverà per danari, quando sarà laggiù», pensava il vecchio; e
se Dio gli dà giorni lunghi, la tira su un’altra volta la casa del nespolo.» Ma Dio
non gliene diede giorni lunghi, appunto perché era fatto di quella pasta; — e
quando giunse più tardi la notizia che era morto, alla Longa le rimase quella
spina, che l’aveva lasciato partire con la pioggia, e non l’aveva accompagnato
alla stazione.32

La curva ascendente delle aspettative viene solo apparentemente turba-


ta dal narratore onnisciente, in quanto si anticipa qui non tanto l’esito della
vicenda, quanto il presagio della sensazione che proverà la madre quando
verrà a conoscenza della morte del figlio. La narrazione dell’attesa si avvale
in questo caso di un canale di comunicazione con il protagonista, in quanto
le notizie che arrivano vengono indirettamente riferite alle lettere spedite
alla famiglia dal soldato. Siamo qui di fronte a quello che Genette chia-
ma «prospettiva a focalizzazione multipla»,33 fornendo proprio l’esempio
del romanzo epistolare, riscritto qui da Verga in una forma che potremmo
chiamare «discorso epistolare libero», cioè ricostruito dal discorso indiret-
to dei personaggi che riferiscono e commentano il contenuto delle lettere:

Luca, poveretto, non ci stava né meglio né peggio; faceva il suo dovere laggiù,
come l’aveva fatto a casa sua, e si contentava. Non scriveva spesso, è vero – i
francobolli costavano venti centesimi – né aveva ancora mandato il ritratto,
perché da ragazzo lo canzonavano che aveva le orecchie d’asino; e invece di
tanto in tanto metteva nella lettera qualche biglietto da cinque lire, che trovava
modo di buscarsi servendo gli ufficiali.34

L’attesa cambia di segno quando arrivano a Trezza i due marinai che


raccontano della battaglia di Lissa. Il testo costituisce uno dei riferimen-
ti espliciti alle vicende del Risorgimento nelle opere veriste di Verga, con
una combinazione dell’elemento storico con l’elemento mitico-fiabesco, in
quanto le vicende raccontate dai due marinai sono accostate alle storie di
Orlando e dei paladini, raccontate nel tradizionale teatro dei pupi:

32
Ivi, p. 117.
33
Genette, Figure iii, cit., p. 237.
34
Verga, I Malavoglia, ed. cit., p. 135.
LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO 243

Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare, e si erano an-
negati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi zeppi di soldati; insomma
un mondo di cose che parevano quelli che raccontano la storia d’Orlando e
dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare colle
orecchie tese, fitta come le mosche.35

Nel brano ritroviamo i procedimenti di costruzione della prospettiva


orientata sui personaggi, non solo con mezzi formali, ma anche con l’inse-
rimento di componenti antropologici e culturali, come osserva Gabriella
Alfieri: «Il dialogo raccontato e il racconto dialogato introdussero nella tra-
dizione letteraria nazionale il capolavoro verghiano, in cui si armonizzava-
no due tradizioni discorsive tipiche della parlata dialettale, la favolistica e
l’opera dei pupi».36
Da questo momento inizia la fase discendente della parabola dell’attesa,
con il silenzio delle lettere che a poco a poco convince i Malavoglia della
veridicità delle notizie portate dai due marinai e della morte in battaglia di
Luca, come sarà poi confermato dal funzionario della capitaneria di porto
di Catania.
Sia Eugenio Borgna che Ginevra Bompiani mettono in relazione la spe-
ranza con la dimensione dell’attesa, nel momento in cui questa diventa
percezione soggettiva, ebbene Verga rileva questo aspetto dell’attesa e non
può non caricarla di speranza, di segno positivo, in quanto ne declina il
carattere soggettivo come misura del tempo da parte del personaggio-nar-
ratore; tuttavia, per la visione della vita e per la concezione artistica sottesa
al progetto narrativo dei Vinti, inserisce lo schema del doppio movimento
ascendente-discendente delle aspettative presenti nel tempo dell’attesa, in
quanto l’esito finale è catastrofico.37 All’interno dell’opera di Verga, il caso
dei Malavoglia non è isolato, in quanto la figura dell’attesa riveste un ruolo
narratologico importante in molte novelle veriste e nel romanzo Mastro-don
Gesualdo. A questo proposito ha scritto Natalia Vacante: «La collocazione
tra mondo modo epico e razionalità della narrazione realistica porta, più
che a un acquisto, a una perdita complessiva di senso. Attraverso la distru-
zione dell’epos Verga rappresenta l’approdo non alla modernità ma ad una
forma di spaesante nichilismo».38

35
Ivi, p. 154.
36
G. Alfieri, Verga, Roma, Salerno, 2016, p. 265.
37
Cfr. G. Bompiani, L’attesa, Milano, Bompiani, 1988; E. Borgna, L’attesa e la speranza,
Milano, Feltrinelli, 2005.
38
N. Vacante, Universi in conflitto e piano della narrazione nella macchina dei Malavoglia, in
Prospettive sui Malavoglia. Atti dell’incontro di studio della società della Modernità letteraria
(Catania 17-18 febbraio 2007), a cura di G. Savoca e A. Di Silvestro, Firenze, Olschki, 2007,
p. 120.
244 ANGELO PAGLIARDINI

Nella novella L’amante di Gramigna,39 le vicende del protagonista sono


in gran parte narrate dal punto di vista dei contadini, fra cui circolavano
diverse voci e che erano in attesa dell’esito positivo o negativo della sua
cattura. Nella novella La roba,40 il protagonista viene introdotto in scena
con moduli fiabeschi dopo una lunga preterizione il cui punto di vista è
quello del «viandante» che sentendo quante terre appartengono a Mazza-
rò ne immagina l’aspetto come quello di un gigante, immagine che verrà
smentita al momento della descrizione del protagonista da parte del letti-
ghiere che lo sta accompagnando: «Invece egli era un omiciattolo, diceva
il lettighiere, che non gli avreste dato un baiocco, a vederlo».41 Per interro-
garci sul significato più profondo che può rivestire l’uso di questa figura,
possiamo riferirci al caso in cui sottende al testo narrativo nel suo insieme,
come in Libertà.42 Nella novella cui Verga ha affidato il ricordo dei fatti di
Bronte, di cui era stato quasi testimone diretto venti anni prima, in tutto il
testo, parallelamente alla vicenda narrata, persiste l’attesa di un mutamen-
to radicale nella vita quotidiana di coloro che hanno attuato la rivolta.43 Il
segno di questa attesa ci sembra condensato nel finale della novella, in cui
di fronte alla condanna il carbonaio dichiara la propria speranza delusa,
in quanto tutta la novella, a partire dal titolo, rappresentava l’attesa della
realizzazione della libertà, mentre Verga affida al condannato la manife-
stazione dell’esito di tale attesa frustrata: «Il carbonaio, mentre tornavano
a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi conducete? – In galera? – O
perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che
c’era la libertà! ...».44
Lo schema binario della duplice parabola ascendente e discendente
dell’attesa, con un punto culminante in cui le previsioni mutano di segno
e da positive che erano diventano negative, costituisce anche la struttura
di fondo del secondo romanzo verista di Verga, il Mastro-don Gesualdo, in
cui nei capitoli della prima e della seconda parte, fino al matrimonio con
Bianca Trao, si produce l’ascesa di Gesualdo e, come tutto fa prevedere, si
attende l’ascesa del muratore di un tempo fino alla condizione di nobile,
al gradino più alto della scala sociale. Dalla terza alla quinta parte del ro-
manzo si assiste alla caduta rovinosa del protagonista, alla dissoluzione del
suo patrimonio, con un presagio di sventura che si presenta già nel primo

39
Verga, Vita dei campi, ed. cit., i, pp. 191-198.
40
Verga, Novelle rusticane, in Id., Tutte le novelle, ed. cit., i, pp. 262-268.
41
Ivi, p. 263.
42
Verga, Novelle rusticane, ed. cit., i, pp. 319-325.
43
Cfr. Alfieri, Verga, cit., p. 35. A questo proposito mi permetto di rinviare ad A. Pa-
gliardini, La narrazione verista della nazione. Analisi diacroniche delle scelte concettuali e stilistiche
nella narrativa di Giovanni Verga, Roma, Aracne, 2018, pp. 112-113.
44
Verga, Novelle rusticane, ed. cit., i, p. 325.
LA RETORICA DELL’ATTESA (DELUSA) E LA POETICA DEL VERISMO 245

capitolo della terza parte, con l’asta sulla gabella delle terre comunali, in
cui appare tutto il drammatico divario che separa Gesualdo sia dalla nuova
famiglia, quella dei nobili, che dalla vecchia famiglia, rappresentata dal pa-
dre, mastro Nunzio.45
Tale articolata e diffusa adozione di una retorica dell’attesa da parte
di Verga trova conferma nella metafora scelta per il ciclo progettato dallo
scrittore catanese, con il titolo originario La marea: l’«ideale dell’ostrica»,
in cui l’antropologia dell’individuo viene racchiusa in un simbolo di attesa
e resistenza ad eventi né condizionabili né prevedibili. Sulla valenza con-
cettuale di questa immagine si potrebbe arrivare ad una considerazione più
generale: la cosiddetta «conversione» verista di Verga potrebbe compren-
dere il progetto di rappresentare la storia, o meglio il suo sviluppo futuro
nel progresso, mediante l’effetto di attesa delusa che provoca nei suoi at-
tori, a cominciare da quelli più umili, che costituiscono i protagonisti del
primo progettato ciclo di racconti. Ci sembrano illuminanti a questo punto
le parole di Luperini, che in un saggio sul finale dei Malavoglia individua in
tale nocciolo estetico-concettuale l’essenza del modernismo già preconiz-
zato nell’opera di Verga:

Nella storia del romanzo ottocentesco I Malavoglia sono un romanzo di svolta.


Nella vita non c’è nulla da cercare. Unica salvezza sarebbe restare nel posto
in cui si è nati ma che il progresso sta ormai travolgendo. La meta non è più
davanti, ma dietro, in un mondo da cui la modernità ci strappa via da noi stessi
recidendo ogni legame con le radici e con le origini.46

A conclusione di questa rassegna di frequentazioni da parte di Verga


della retorica dell’attesa, possiamo indicare alcuni punti fermi del rapporto
molto stretto fra questa e la narrazione verista. In primo luogo, nel mo-
mento in cui Verga demanda l’istanza della narrazione ad una comunità di
personaggi-narratori-narratari, tutti i fatti che si svolgono al di fuori del rag-
gio di luce di quella comunità devono essere narrati come attesa di eventi
piuttosto che come eventi. In secondo luogo la collisione fra le aspettative
dei personaggi sotto il segno della speranza e la visione negativa del pro-
gresso da parte dello scrittore mette in atto una forma di attesa con anda-
mento di parabola dal duplice movimento, prima ascendente, di attesa di
un esito positivo, poi discendente, con presagi dell’esito tragico, in genere
confermati dai fatti.47 A questo punto potremmo arrivare ad affermare che

45
G. Verga, Mastro-don Gesualdo, Milano, Mondadori, 1963, pp. 139-151.
46
R. Luperini, La pagina finale dei Malavoglia, in Prospettive sui Malavoglia, cit., pp. 65-66.
47
Sono significative le parole di Vittorio Spinazzola sul significato del progresso e della
storia nei Malavoglia: «Alla dialettica della lotta di classe si sostituisce la logica del determini-
smo. Il discorso verghiano ribadisce la sua struttura metastorica: anche se assieme conferma
di prender corpo da un’analisi dei rivolgimenti in atto nella realtà collettiva. E appunto lo
246 ANGELO PAGLIARDINI

la forma concettuale dell’attesa frustrata può essere vista come struttura di


fondo di molte delle opere verghiane, anche al di là di quei luoghi in cui
la narrazione dell’attesa viene utilizzata come specifica tecnica narrativa.

sguardo portato sul presente rivela che la crisi perenne della storia umana ha assunto tal
carattere di globalità irrimediabile, da lasciar luogo soltanto alla bancarotta finale» (V. Spi-
nazzola, Verismo e positivismo, Milano, Garzanti, 1977, p. 137).