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LE CORPORAZIONI

L'ORDINAMENTO CORPORATIVO IN ITALIA


La Rivoluzione dell'Ottobre 1922 non soltanto instaurava un nuovo ordine politico e
restituiva allo Stato forza, prestigio ed autorità, ma poneva altresì le premesse di un
nuovo ordine sociale economico. La profonda trasformazione dello Stato seguita
all'avvento del Fascismo va invero considerata come il prodotto storico di due fattori
essenziali: il fattore politico ed il fattore economico-sociale. Questi due fattori hanno
determinato da un lato, il nuovo assetto politico costituzionale dello Stato, e dall'altro,
il nuovo ordinamento economico e sociale a base corporativa. (di cui tratteremo in
fondo). Se quest'ultimo trova nel primo le sue necessarie condizioni di vita e di
sviluppo, i due aspetti dello Stato Fascista si integrano vicendevolmente, giacché
comuni sono i principi su cui si fondano i comuni fini cui si ispirano la dottrina politica
e la dottrina economica del Fascismo.
Gli uni e gli altri sono limpidamente formulati e determinati dalla "carta del Lavoro",
documento fondamentale della Rivoluzione delle Camice Nere, che ha condensato in
un'armonica sintesi il pensiero fascista e che ha presieduto alla realizzazione dello
Stato corporativo.
Le basi istituzionali del sistema furono poste dalla legge del 3 aprile 1926, n.563, sulla
disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro, integrata dal R.D. 1° Luglio 1926,
n,1130, contenente le relative norme di attuazione. I principi su cui riposa detta legge
meritano una breve illustrazione.
1) Per ciascuna categoria di datori di lavoro, di lavoratori, di professionisti od artisti
può essere riconosciuto giuridicamente una sola associazione sindacale. Il sindacato
in altri termini, è libero, nel senso che la legge non ne impone la costituzione e che ha
una base associativa volontaria, ma è unico. La unicità trova la sua logica spiegazione
negli stessi presupposti politici del sistema. Prima del Fascismo in Italia, come avviene
oggi nella generalità dei Paesi, le organizzazioni sindacali erano altrettante quanti i
partiti politici in contrasto, che si servivano di esse come strumento di lotta e di
sopraffazione.
Il Sindacalismo pre-fascista, lungi dall'esprimere gli interessi economici e morali delle
categorie produttive professionalmente organizzate, non costituiva null'altro che una
varietà ed un aspetto della lotta politica, da cui esulavano del tutto, il più delle volte, le
aspirazioni ed i moventi puramente economici e sociali. Di conseguenza, il movimento
sindacale non si limitava a contrapporre le forze contrastanti del capitale e del lavoro,
per superare, sia pure con il metodo della violenza, l'antitesi dominante nella vita
economica; bensì creava scissioni e contrasti anche nell'ambito di ciascuna classe e di
ciascuna categoria professionale, spezzando artificiosamente la omogeneità e la unità
degli interessi. Esso, in altre parole, divideva e dissociava i produttori, alla stessa
guisa che i partiti politici dividevano e dissociavano i cittadini. Nello Stato Fascista ,
unico è il Sindacato, come unico è il partito. La unità del Sindacato, mentre
corrisponde alla omogeneità della categoria, si riallaccia alla concezione organica della
vita morale, politica ed economica della Nazione, che il Fascismo ha affermata e
realizzata.

2) Il Sindacato Fascista, pur nascendo dallo spirito e dall'impulso associativo dei


produttori, è dotato per effetto del riconoscimento giuridico, della personalità di diritto
pubblico. Esso rappresenta legalmente tutti coloro che appartengono alla categoria
professionale per cui è costituito, siano o meno soci. Può imporre tributi ai propri
rappresentanti con le modalità fissate dalla legge e commisurati per ogni anno alle
retribuzioni percepite dai lavoratori o corrisposte dai datori di lavoro per una giornata
di lavoro. E' dotato di una propria potestà normativa che si concreta nella stipulazione
dei contratti collettivi per la disciplina dei rapporti di lavoro e degli accordi di carattere
economico. Correlativamente ai poteri di cui gode, il Sindacato è soggetto al controllo
dello Stato, verso il quale risponde del pieno e retto adempimento delle proprie
funzioni. Ed i suoi fini vanno al di là della pura tutela degli interessi economici e
riflettono altresì l'assistenza, l'istruzione e l'educazione morale e nazionale dei
rappresentati.

3) I contratti collettivi di lavoro, stipulati dalle associazioni sindacali legalmente


riconosciute e pubblicati nei modi di legge, sono obbligatori per tutti i produttori,
datori di lavoro e lavoratori, rappresentati dalle associazioni stipulanti, ed appartenenti
alle categorie di cui essi si riferiscono. Ciascun produttore, sia o non sia iscritto al
Sindacato, è tenuto ad osservare gli obblighi imposti dal contratto collettivo e gode,
nel contempo, dei diritti che da esso gli derivano.
La efficacia "erga omnes" del contratto collettivo costituisce una delle caratteristiche
più originali dell'ordinamento fascista del lavoro.
Il contratto collettivo è, in sostanza, una vera e propria legge e,come ogni legge, esso
dà a ciascuno la responsabilità dei propri obblighi ed, insieme, la certezza e la garanzia
dei propri diritti. I patti collettivi, quando siano scaduti, continuano a restare in vigore
fino alla formazione dei nuovi patti, sicché nessuna soluzione di continuità può
verificarsi nella disciplina dei rapporti di lavoro.

4) Lo sciopero e la serrata, un tempo mezzi normali per l'autodifesa e la lotta di classe,


sono configurati come reati e repressi con adeguate sanzioni che giungono, nei casi
più gravi, a pene restrittive della libertà personale. L'abbandono del lavoro e la
chiusura degli stabilimento a scopo puramente economico sono fatti che non soltanto
turbano l'ordine pubblico, ma ledono gravemente l'interesse economico della Nazione,
che non consente inutili dispersioni di ricchezza. Per tale considerazione, lo Stato
Fascista li reprime o ne punisce gli autori.

5) Le controversi collettive del lavoro che sorgono tra le associazioni sindacali sono
decise dalla Magistratura del Lavoro, la quale è chiamata non soltanto ad interpretare i
patti già esistenti, bensì anche a regolare essa medesima i rapporti di lavoro. quando
le associazioni non abbiano raggiunto l'accordo per la formazione dei nuovi patti.
Quanto si è esposto vale a far scorgere l'intimo nesso e la stretta armonia da cui sono
legati gli istituti creati dalla legge fascista.
Organizzate giuridicamente le forze del lavoro e del capitale, su un piano di perfetta
parità, lo Stato Fascista ha eliminato la lotta di classe ed ha assicurato un ordine
giuridico nella vita economica del Paese. A ragione, quindi, la legge del 3 aprile 1926,
che affonda le sue radici nella rinnovata coscienza nazionale, fu definita la legge della
pace e della giustizia fra le classi.
L'inquadramento sindacale delle categorie professionali nelle associazioni
giuridicamente riconosciute ha richiesto alcuni anni di lavoro arduo e paziente. Esso si
è andato via via perfezionando, attraverso gli insegnamenti forniti dall'esperienza, fino
a raggiungere l'attuale assetto che ha fornito le basi sicure per la costituzione delle
Corporazioni.
Sul piano nazionale, le categorie sono inquadrate nelle Federazioni Nazionali costituite
per i diversi rami dell'attività economica. Le federazioni aderiscono a più ampi
organismi di carattere nazionale e cioè alle Confederazioni, costituite in
corrispondenza delle grandi branche della produzione ed aventi il compito di
coordinare l'attività sindacale delle varie federazioni e di esprimere integralmente gli
interessi generali delle categorie in esse organizzate.
Le Confederazioni sono le seguenti:
Confederazione Fascista degli Agricoltori cui aderiscono 4 Federazioni Nazionali;
Confederazione Fascista dei lavoratori Agricoltura, cui aderiscono 4 federazioni
Nazionali.
Confederazione Fascista degli Industriali con 45 Federazioni
Confederazione Fascista dei Lavoratori dell'industria con 20 federazioni di cui una,
quello dello Spettacolo, comprende 9 Sindacati Nazionali;
Confederazione Fascista dei Commercianti con 37 Federazioni
Confederazione Fascista dei lavoratori del Commercio, con 5 Federazioni
Confederazione Fascista delle Aziende Credito Assicurazione, con 13 Federazioni
Confederazione Fascista dei Lavoratori del Credito e Assicurazioni con 4 Federazioni
Confederazione Fascista dei Professionisti e Artisti con 22 Sindacati Nazionali.
Esistono inoltre speciali Federazioni Nazionali di Cooperative che aderiscono all'Ente
Nazionale Fascista della Cooperazione ed alle Confederazioni di imprese similari. Alla
periferia, le categorie sono organizzate in Sindacati ed eventualmente in nuclei minori.
Dalle Confederazioni dipendono localmente le Unioni dei datori di lavoro e dei
lavoratori, che coordinano l'attività degli organi locali delle Federazioni Nazionali; per i
professionisti e gli artisti sono invece costituiti appositi Sindacati Provinciali.
Al 31 dicembre 1934, le forze della organizzazione sindacale erano indicate dalle
seguenti cifre:
Industriali: 157.596 rappresentanti, compresi i dirigenti di azienda;
Artigiani: 723.605; Proprietari di fabbricati: 3.520.000;
Agricoltori: 2.658.266; Commercianti 724.574;
Aziende del credito e Assicurazione 15.560;
Lavoratori dell'Industria: 3.313.382; Lavoratori dell'Agricoltura: 2.744.072:
Lavoratori del Commercio: 868.196; Lavoratori del Credito e Assic: 54.573
Esercenti una libera professione o attività artistica: 170.564.
In complesso, le persone fisiche e giuridiche rappresentate dalle associazioni sindacali
ammontavano a 7.150.787.
Circa l'attività svolta dalle organizzazioni sindacali per la disciplina dei rapporti di
lavoro, si rileva che i contratti ad efficacia provinciale raggiungessero nel 1934 il
numero di 1367, mentre quelli nazionali e ultraprovinciali furono 117; altri 98 contratti
erano, al principio del 1935, in corso di esame e di pubblicazione.
Sulla base di tali dati, si può affermare che attualmente la quasi generalità delle
categorie è disciplinata dal contratto collettivo. Occorre altresì ricordare la preziosa
opera di assistenza sociale ed economica di assistenza sociale ed economica che le
associazioni svolgono nella loro azione quotidiana, ed i preziosi risultati conseguiti per
l'allevamento morale e culturale dei loro rappresentanti.

Sul finire dell'anno 1933, dopo oltre sette anni dalla emanazione della legge sindacale,
il Regime ritenne bastevole la esperienza e maturi i tempi per passare decisamente
dalla fase sindacale a quella corporativa. Sulla base dei tre punti fondamentali fissati
dal Duce - quali dovessero essere i compiti delle Corporazioni, quante se ne dovessero
creare, come costituirle- il problema formò oggetto di approfondito esame e di
appassionati dibattiti in seno al Consiglio Nazionale delle Corporazioni, organismo
funzionante sin dal 1930 e che già aveva reso eminenti servigi al Paese. Le discussioni
svoltesi intorno alla nuova costruzione da imprendere si conclusero con il memorabile
discorso che il Duce pronunciò il 14 novembre 1934 per illustrare la Sua mozione sulle
Corporazioni: Lo storico discorso, che ebbe vastissima eco nel mondo intero, gettò un
fascio di luce sulla realtà economica dei nostri tempi e, attraverso una critica definitiva
del liberalismo economico colpevole di molti errori e di gravi sciagure, segnò l'avvento
di una nuova economia, più rispondente alle esigenze della vita moderna e più atta a
garantire l'ordine e la giustizia nei fatti economici: la economia corporativa.
La dottrina economica fascista muove da un principio diametralmente opposto a
quello della scuola liberale che per più di un secolo ha imperato nel mondo e che si
riassume nella vecchia e nota formula del "lasciar fare, lasciar passare".
Questa formula vuol significare che i singoli individui, sebbene spinti dai propri
impulsi egoistici, agiscono nel modo più rispondente alla utilità collettiva, che
l'interesse di ciascuno coincide felicemente con l'interesse di tutti. Per il fallace
ottimismo di quella scuola, gli uomini ed i governi dovrebbero cullarsi nella illusione
che il moto spontaneo ed automatico delle cose garantisce il benessere e conduce alla
prosperità. Ogni intervento dello Stato nel campo economico sarebbe dannoso perché
devierebbe il corso dei fatti economici ed altererebbe le loro conduzioni naturali. La
vita economica, abbandonata a se stessa, si svolgerebbe nel migliore dei modi
possibili. Le crisi avrebbero un carattere ciclico, ma si risolverebbero spontaneamente;
ogni intervento le aggraverebbe o ne ritarderebbe la soluzione. Il liberalismo
economico, dunque, non conosce altra legge che quella dell'egoismo individuale ed
opina che i popoli siano impotenti a piegare il corso degli eventi e a dirigerli verso fini
collettivi.

Il pensiero fascista, dopo aver respinto il liberalismo politico, ha decisamente reagito


contro il liberalismo economico, che trova la sua più significativa smentita nelle più
recenti vicende economiche e nella stessa politica economica della quasi generalità
dei Paesi, che tende sempre più all'intervento nella vita economica ed alla direzione di
essa.

L'ultima terribile crisi, come disse il Duce con frase incisiva, è penetrata così
profondamente nel sistema che si è rivelata una crisi del sistema. La dottrina
corporativa afferma che è possibile e necessario intervenire nell'ordine economico ed
introdurvi una disciplina intesa ad armonizzare gli interessi contrastanti, tutelando
sovra ogni altro, l'interesse superiore della economia nazionale. All'abulia ed al
determinismo liberale, essa oppone la ferma volontà di piegare e governare la realtà
economica; al principio individualistico ed alla legge del più forte essa oppone gli
imperativi morali della solidarietà e della collaborazione; all'anarchia cui
inevitabilmente conduce la lotta sfrenata e disordinata degli egoismi individuali essa
vuole sostituire un ordine ed una disciplina.
éur respingendo e superando l'individualismo liberale, il corporativismo rispetta la
iniziativa e la proprietà privata e riconosce che in esse risiedono la forza e lo slancio
dell'attività economica. Sotto tale aspetto, esso si differenzia nettamente dalle teorie
socialiste che propugnano la statalizzazione della produzione. Da queste ultime esso si
distacca altresì perché riposa sul concetto della solidarietà economica nazionale e fa
dipendere dall'accrescimento della produzione nazionale la prosperità collettiva e la
effettiva giustizia sociale.

Il corporativismo è dunque un sistema di economia disciplinata e controllata.


E la genialità e la originalità del sistema italiano stanno nel fatto che la direzione della
produzione non viene imposta dall'alto, non da un organo o da un ente che sia al di
fuori dell'attività produttiva, ma dalle stesse categorie produttive. Il sistema è stato
quindi definito come quello dell'autodisciplina organica della produzione.
Le Corporazioni sono gli istituti in cui questa autodisciplina si attua e si concreata. In
base alla legge del 5 febbraio 1934, n. 163, che ne regola la costituzione e le funzioni, le
Corporazioni hanno tre ordini di compiti: conciliativi, consultivi, normativi.
La conciliazione delle controversie collettive del lavoro è affidata ad appositi collegi da
costituirsi di volta in volta, avuto riguardo alla natura ed all'oggetto delle singoli
questioni. Nessun organo come le Corporazioni è idoneo a risolvere i conflitti del
lavoro, attraverso l'equo contemporamento degli opposti interessi dei datori di lavoro e
dei lavoratori e la tutela delle superiori esigenze nazionali.
La funzione consultiva è destinata a fare della Corporazione uno strumento stabile di
consultazione che per la sua particolare competenza tecnica, potrà riuscire di prezioso
ausilio alle pubbliche amministrazioni.

In virtù del suo potere normativo, la Corporazione è infine chiamata ad elaborare le


norme per il regolamento collettivo dei rapporti economici, nonché a fissare le tariffe
per ogni prestazione o servizio economico ed i prezzi dei beni di consumo venduti al
pubblico in condizioni di privilegio. Le norme e le tariffe suaccennate, come pure gli
accordi economici concluse dalle associazioni sindacali ed esaminati dalle
Corporazioni, quando siano approvati dall'Assemblea Generale del Consiglio
Nazionale delle Corporazioni o dal Comitato Corporativo Centrale e pubblicati con
decreto del Capo del Governo, acquistano forza di legge. La inosservanza è punita con
le stesse sanzioni previste per i contratti collettivi di lavoro.

Le Corporazioni sono state costituite con Decreti del Capo del Governo del 29 maggio,
del 9 e del 23 giugno 1934. Esse sono 22, e si distinguono nei seguenti tre gruppi.
1) Corporazioni a ciclo produttivo, agricolo, industriale e commerciale: dei Cereali;
della Orto-floro-frutticoltura; Vitavinicola; Olearia; delle Bietole e dello Zucchero; della
Zootecnia e della Pesca; del Legno; dei Prodotti Tessili.
2) Corporazioni a ciclo produttivo industriale e commerciale della Metallurgia e della
Meccanica; della Chimica; dell'Abbigliamento; della Carta e della Stampa; delle
Costruzioni Edili; dell'Acqua, del Gas e dell'Elettricità; delle industrie Estrattive; del
Vetro e della Ceramica;
3) Corporazioni per le attività produttrici di Servizi: della Previdenza e del Credito; delle
Professioni e delle Arti; del Mare e dell'Aria; delle Comunicazioni Interne; dello
Spettacolo, dell'Ospitalità.
Le Corporazioni sono costituite per grandi rami di produzione e, salvo quelle delle
attività produttrici di servizi, in base al criterio del ciclo produttivo. Tale criterio implica
che in ciascuna Corporazione sono rappresentate tutte le attività interessate al ciclo
economico per cui essa è costituita e che vanno dalla produzione della materia prima
alle sue successive trasformazioni fino al prodotto finito e pronto per il consumo.

Così nella corporazione dei Cereali, ad esempio, sono rappresentate le seguenti


attività: produzione dei cereali, industria della trebbiatura, industria molitoria, industria
risiera, industria dolciaria, industria delle paste e della panificazione, commercio dei
cereali e dei prodotti derivati. Nella Corporazione dei prodotti Tessili vediamo
compreso l'intero ciclo produttivo della seta; in quella delle Bietole e dello Zucchero
troviamo tutte le categorie agricole, industriali e commerciali interessate ai cicli
produttivi dello zucchero e dell'alcool da bietola.
La rappresentanza dei datori di lavoro e dei lavoratori per ciascuna attività economica,
è paritetica, in relazione ad una delle caratteristiche fondamentali del sistema, che è
quella di porre su un piede di perfetta uguaglianza datori di lavoro e lavoratori. Una
rappresentanza specifica è inoltre data ai liberi professionisti ed artisti, alla
cooperazione, all'artigianato, agli istituti di carattere nazionale. Di ciascuna
Corporazione fanno parte tre rappresentanti del P.N.F. dei quali uno ha il compito di
fare le veci del Presidente, che è il Ministro per le Corporazioni. Al Partito è assegnata,
nell'ordinamento corporativo, l'alta funzione politica di rappresentare e di tutelare, al di
sopra di ogni contrasto, gli interessi generali della collettività nazionale.

Le Corporazioni vennero insediate da Mussolini, in Campidoglio, il 10 novembre 1934.


Esse hanno subito iniziato il loro lavoro, affrontando e risolvendo, sul terreno della
realtà concreta, numerosi e ardui problemi economici, alcuni dei quali attendevano da
decenni la loro soluzione.
Con la effettiva costituzione delle Corporazioni, la grande costruzione creata da
Mussolini è stata compiuta. L'attenzione del mondo è oggi rivolta agli istituti sorti dalla
Rivoluzione Fascista ed all'alto e nuovo insegnamento che Roma impartisce.

LA CRISI ECONOMICA MONDIALE - QUELLA AMERICANA


IL CROLLO COMMERCIALE
La crisi economica che tormenta il mondo intero da sei anni, accenna qua e là a
qualche miglioramento, che dovrebbe farci sperare in unA prossima risoluzione
definitiva. Essa ha richiamato l'attenzione di tutti gli studiosi dei due Continenti, ha
destato la preoccupazione di tutti gli uomini di governo; se ne sono ricercate le cause,
se n'é fatta l'analisi economica e politica, si è confrontata con le crisi di altri tempi, se
ne sono suggeriti i rimedi.
Il fenomeno è stato deplorato da alcuni sensi di disperazione e con la visione dolorosa
che possa prolungarsi per tutto il secolo; un vecchio agricoltore italiano, che fu pure
un uomo politico, non ha esitato ad affermare che anche le crisi sono provvidenziali,
perché "esse sono lo scotto che l'umanità deve pagare per progredire", ed ha
soggiunto, da buon coltivatore, che, "come le arature estirpano la gramigna e tutte le
erbacce che infestano le colture redditizie, le crisi eliminano in buona parte i parassiti, i
faccendieri, gli inerti, gli arrivisti, i fanfaroni, affinché la buona sementa possa poi
germogliare feconda, e possa l'umanità, migliorata, procedere oltre, sul cammino
segnato da Dio".
Esaminiamola un po' questa crisi, prendendola alle sue origini e seguendola nelle
vicende del suo sviluppo.
QUELLA AMERICANA
Nell'Ottobre 1929 scoppiò la clamorosa perturbazione della Borsa di New York, che
sconvolse tutta la vita della grande repubblica e si diffuse nel mondo intero. Essa
portò immediatamente a chiusura di banche, a fallimenti disastrosi di grosse industrie,
a milioni di disoccupati, a marce di affamati.
La Confederazione americana aveva adottato, nell'immediato dopoguerra, una politica
monetaria che doveva portarla fatalmente alla crisi:assorbì ingenti quantità d'oro e,
invece di utilizzare questa merce preziosa in imprese produttive e in opere di
rendimento, la distribuì largamente in operazioni di prestito senza richiedere quelle
garanzie che costituiscono la base di sicurezza dell'economia creditizia. Si ebbe, così,
quella inflazione del credito che voleva avere l'aspetto formale di una esuberante
prosperità economica, e che era in aperto contrasto con la politica monetaria
deflazionistica esercitata sul mercato internazionale.
Che ne derivo? I prezzi all'ingrosso delle materie prime discesero sensibilmente,
perché gli Stati Uniti erano divenuti i dominatori del mercato mondiale, o tali si
ritenevano, e tutti i paesi erano legati al sistema monetario nord-americano del gold
exchange standard; i prezzi al minuto sul mercato interno, a causa della inflazione
creditizia che metteva il denaro a disposizione di tutti, erano saliti notevolmente. Si
registravano alti profitti, alti dividendi, alti salari e, nella illusione che questa
condizione economica dovesse permanere, non si sentiva il peso dell'alto costo della
vita.
Scoppiata la crisi di borsa, le banche americane, che sono gli organi del credito, si
trovarono con le casse piene di titoli, che erano stati loro consegnati in cambio
dell'oro; le società industriali e commerciali ebbero un arresto nel movimento degli
affari, e le loro azioni diminuivano di valore; i crediti concessi all'estero in misura
insolita, specialmente in Germania, si erano congelati. E fu il tracollo di imprese
industriali e di banche.
Anche nella proprietà immobiliare urbana e rustica, si ebbero i sintomi gravi della crisi.
Nelle città si era diffuso il facile e comodo sistema di acquistare a credito la casa di
abitazione, il quartiere di ritrovo, il fabbricato per l'esercizio del commercio; in
campagna si comprava la fattoria a credito; e le banche, le società di assicurazione,
altri istituti sovvenzionatori accendevano ipoteche sui fabbricati e sulle fattorie. La
crisi generò il malessere dovunque: stipendi e salari ridotti o cessati, guadagni venuti
meno, i prezzi delle derrate agricole avviliti resero tutti i debitori morosi, e le banche
furono costrette alle esecuzioni immobiliari.
In tutte le classi sociali si ebbe la distruzione di patrimoni, milioni di lavoratori furono
gettati sul lastrico. In quell'immenso mercato di 125 milioni di consumatori, che ha la
vastità di un continente, si era sognata la vetta del benessere e si precipitò nel baratro
del disordine economico.
Le prime conseguenze si riscontrarono nel movimento commerciale d'esportazione.
Gli Stati Uniti erano divenuti fornitori dei mercati di tutto il mondo: esportavano oltre la
metà del cotone prodotto, oltre il 30 per cento degli olii minerali, tra il 10 e il 50 per
cento delle varie categorie di macchine, il 40 del rame, il 20 del frumento, il 40 del
tabacco; e tutta questa esportazione si contrasse subito, anche perché la
Confederazione Americana credette di poter risolvere la crisi adottando un
provvedimento che si è concretato in un grossolano errore: elevò con le tariffe
proibitive, una muraglia doganale quasi insormontabile per porre un freno
all'importazione delle merci, e questo provocò una legittima reazione nei vari paesi
importatori delle merci americane. La riduzione della esportazione, per un paese che
ha un eccesso di produzione, diventa una stasi della produzione, e la crisi, che si
credeva di poter attenuare, si aggrava, trascinando nella marea limacciosa le correnti
più torbide di tutti gli altri paesi.

IL CROLLO COMMERCIALE
Infatti, la crisi attuale ha frenato il movimento commerciale di tutto il mondo. La
Società delle Nazioni ha compiuto una statistica del commercio internazionale nel
quinquennio 1929-1933, e ha ottenuto questi risultati, valutati in milioni di dollari-oro.
Import Export Totale
1929 35.601 33.040 68.641
1930 29.087 26.495 55.582
1931 20.818 18.908 39.726
1932 13.996 12.902 26.898
1933 12.485 11.694 24.179
Ne risulta che il 1929 si manteneva ancora una situazione relativamente elevata, perché la crisi
scoppiò sulla fine di esso, ma nel 1930 abbiamo avuto il primo crollo della crisi economica con
una diminuzione di 6514 milioni di dollari nelle importazioni dei vari Stati del mondo, di 6545
milioni di dollari nelle esportazioni complessivamente una diminuzione di 13 miliardi 59 milioni
di dollari nel commercio totale; il che corrisponderebbe a una diminuzione complessiva di 248
miliardi 121 milioni di lire italiane.
Nel 1931 la caduta è stata notevolmente più forte, con un'altra diminuzione di 8 miliardi 269
milioni di dollari nelle importazioni e di 7 miliardi 587 milioni nelle esportazioni,
complessivamente di 15 miliardi 856 milioni di dollari che corrispondevano allora a 301 miliardi
264 milioni di lire italiane. Nel 1932 continua la discesa con un'altra diminuzione complessiva di
12 miliardi 829 milioni di dollari; nel 1933 la discesa si sarebbe sensibilmente frenata: il valore
delle importazioni calcolato in dollari-oro per l'opportunità e il rigore dei confronti - giacché
nell'aprile del 1933 anche il dollaro si è distaccato dalla parità aurea - si è diminuito di 1511
milioni,quello delle esportazioni di 1208, per cui, complessivamente, avremmo avuto una
diminuzione di 2 miliardi 719 milioni di dollari-oro corrispondenti a 51 miliardi 661 milione di
lire nostre. Che sia questo un primo sintomo di avviamento alla risoluzione economica? Non
dobbiamo dimenticare, però, che siamo ridotti al minimo del movimento commerciale, e che il
miglioramento si misura da elementi positivi, non da elementi negativi.
Facendo il confronto fra il valore del commercio mondiale del 1929 con quello del 1933 si
avrebbe una diminuzione di 23 miliardi 116 milioni di dollari-oro all'importazione e di 21
miliardi 346 milioni all'esportazione, il che rappresenta una diminuzione complessiva nel
movimento commerciale di tutto il mondo di 44 miliardi 462 milioni di dollari-oro, una somma
che, in moneta italiana, si avvicina agli 845 miliardi di lire.
Non solamente assistiamo a una diminuzione continua, ma ad un ritmo accelerato di discesa nei
primi tre anni di crisi; il valore totale del 1930 risulta inferiore del 19 per cento a quello del 1929,
degrada ancora del 23 per cento nel 1931, e del 19 per cento nel 1932: il 1933 segnerebbe un
regresso del 65 per cento rispetto al commercio mondiale del 1929.

CARATTERISTICHE DELLA CRISI


ORIGINI DELLA CRISI
Quali sono le caratteristiche della crisi attuale? presenta essa delle analogie con le precedenti o si
differenzia da quelle con una particolare fisionomia? Le due domande sono suggestive e
tenteremo di dare loro una risposta che possa sembrare accettabile.
Incominciamo dalla seconda, perché ci riuscirà più facile risalire alla prima. La tragica crisi, che
travaglia tutta quanta l'umanità, per quanto si possa considerare sui generis, presenta qualche
carattere di somiglianza con le crisi anteriori. E' stato dimostrato che, da quasi un secolo e
mezzo, le grandi crisi si ripetono a periodi regolari di tempo, oscillanti intorno al decennio.
Jevons disegnò questa serie di crisi scoppiate nel secolo scorso: 1815, 1825, 1836, 1847, 1857,
1866, 1874; e noi possiamo completare la serie con queste altre: 1883-85, 1890-92, 1900.01. 1907-
08, 1914, 1920.21, 1929....Come si vede, la crisi attuale è un anello di una grande catena: assume
una forma titanica di spessore, ma è una fase di un ciclo.
Non è superfluo accennare ad un confronto con la crisi del 1920-21. La guerra aveva arrestato gli
scambi e creato dei monopoli di approvvigionamenti; il brusco ritorno all'economia di pace
rovesciava questa forzata costituzione dei mercati isolati, e si ebbe la crisi che culminò nel 1921.
A questi fattori economici dobbiamo aggiungere la depressione fisica e psichica degli individui, il
disordine degli spiriti, che noi ritroviamo nel periodo finale della guerra e all'indomani
dell'armistizio in tutte le categorie sociali: è un malessere comune, generato dalle fatiche, dalle
privazioni, dalle sofferenze dell'immane conflitto, aggravato dal fatto di una alimentazione
insufficiente e da cattive condizioni igieniche generali. Dopo la guerra, nei paesi più
profondamente provati è stata accompagnata da fenomeni specifici: nella classe operaia si rileva
un disgusto del lavoro, la ripugnanza a chiudersi dentro una officina, la diffidenza verso il
padrone, la brama quasi irrequieta di spendere tutto il salario; nella classe industriale e
commerciale si afferma un bisogno sempre più acuto, quasi furioso, di guadagnare molto denaro,
di speculare, d'interporsi come intermediari lautamente retribuiti fra il produttore e il
consumatore, esagerando l'altezza dei prezzi senza misura né pudore.

fra la crisi del 1920-21 e quella attuale abbiamo avuto un periodo di relativo benessere, turbato
però da crisi localizzate, come quella del 1923 negli Stati Uniti e l'altra del 1925 in Germania. Nel
1926 si ebbe a lamentare il gravissimo sciopero dei minatori inglesi; nell'Europa continentale si
rilevò una produzione aumentata in Germania, nel Belgio, nella Svezia, e una produzione
diminuita in Francia, nella Spagna, in Italia; nel 1927 Italia e Francia superano il disagio della
deflazione e nel 1928 si afferma dovunque un movimento di espansione industriale e
commerciale.

La crisi del 1929 s presenta con un carattere che si è riscontrato in altre precedenti: è una crisi di
sovrapproduzione. La statistica documenta che tra il 1921 e il 1929 l'indice mensile della
produzione industriale è raddoppiato negli Stati Uniti; e in tutti gli altri Paesi si sono avuti,
tranne poche eccezioni di qualche saltuario arresto, aumenti continui nella produzione di molte
materie prime, derrate alimentari o prodotti fabbricati. Generale il fenomeno del cumulo di
merci presso i produttori, generale la richiesta proporzionalmente scarsa dei consumatori,
generale doveva diventare la crisi. Non diciamo che questa abbia colpito nella stessa misura tutti
gli Stati e che tutti i prodotti ne abbiamo risentito la eguale ripercussione, ma la scossa si è
universalizzata:
La crisi spaventosa attuale si differenzia dalle precedenti per alcune caratteristiche proprie.
Anzitutto, la durata e l'intensità. Quando finirà questa crisi, che è già al sesto anno della sua
morbosa esistenza? Non abbiamo ancora gli elementi concreti per dare una risposta risolutiva.
La crisi attuale è la più complessa e anche la più diffusa fra quante la statistica ne abbia
registrate: nessuna attività umana sfugge al suo tormento, nessun paese del mondo può isolarsi
da essa; vi sono fattori politici che s'intrecciano con quelli economici e che danno alla crisi una
fisionomia speciale, che assume atteggiamenti nuovi e insospettati da Stato a Stato. Nella
Confederazione nord-americana abbiamo due restrizioni, che sono in aperto contrasto con tutta
la storia di quel popolo, una demografica e l'altra economica: una legge del 1925 ha limitato
l'immigrazione, mentre fino allora la corrente migratoria poteva portare milioni di lavoratori
nella Repubblica stellata, e ora l'immigrazione è addirittura annullata per la disoccupazione che
la crisi ha generato in quel paese; nel 1930 si è elevata una muraglia doganale quasi
insormontabile, con tariffe proibitive che frenano l'importazione delle merci.

In Inghilterra, la gravità della crisi economica è misurata dalla cifra dei disoccupati; è diminuito
il movimento commerciale e la politica economica si va ispirando al protezionismo, che urta con
quelle tradizioni classiche del libero scambio che hanno segnato pagine gloriose della storia
inglese; ha abbandonato la parità aurea, svalutando la propria moneta; si è trovata nella dura
necessità di ridurre i salari reali che irrigidivano i costi di produzione.

In Germania, le finanze pubbliche e l'economia privata si sono trovate in una depressione


fallimentare: severi provvedimenti adottati dal governo nel 1931 hanno regolato i prezzi del
mercato, diminuito gli stipendi di tutti i funzionari e gli impiegati, consentendo una riduzione
delle imposte; l'accordo si Losanna, firmato il 9 luglio 1932, sospese il pagamento di tutti i debiti
di guerra tra le potenze europee, e la Germania che avrebbe dovuto pagare ancora 37 annualità
per una somma complessiva di 76 miliardi 800 milioni di marchi-oro, trasse dall'accordo il
prodigioso vantaggio di liquidare le riparazioni così gravose con l'impegno di emettere
obbligazioni del Reich, quando le condizioni generali del mercato glielo consentono, per un valore
nominale di tre milioni di marchi-oro, che verranno versate a saldo delle sue riparazioni.

In Francia si è preteso fino a tre anni or sono che non vi era crisi economica in quel paese, e si
dava all'afflusso d'oro alla banca nazionale il significato che i crediti francesi all'estero sono in
misura superiore ai debiti; ma in quest'ultimo triennio la Francia ha visto aumentare la
disoccupazione, peggiorare la bilancia commerciale, è stata assillata dagli scioperi e non ha
pagato la quota semestrale dei debiti di guerra agli Stato Uniti.
Dell'Italia ne parleremo fra breve.
ORIGINI DELLA CRISI

La determinazione delle cause di una crisi ha fornito materia a diverse teorie e ha dato origine a
contestazioni vivaci. Anche la crisi attuale è stata molto discussa fra gli studiosi, perché non tutti
si trovano d'accordo nel fissare la causa:
Nei paesi anglo-sassoni prevale il principio della spiegazione monetaria e si fa risalire l'origine
della crisi presente all'aumento del saggio di sconto, a quella politica di restrizione dei crediti,
applicata dalle banche degli Stati Uniti fino dall'inizio del 1928, politica che andò poi
diffondendosi in altri paesi delle due Americhe e della Europa. E' stato però osservato che gli
Stato Uniti hanno goduto di una grande prosperità durante tutto il 1928 e nei primi nove mesi del
1929, malgrado l'aumento verificatosi nel saggio di sconto, e non sarebbero caduti nella crisi, se
non fosse sopravvenuta la catastrofe di borsa dell'ottobre 1929. E si rileva che il saggio di sconto
aumenta normalmente nei periodi floridi per la notevole richiesta di credito che moltiplicata
attività economica genera, mentre il malessere economico rallenta le domande di credito e fa
abbassare il saggio di sconto.
Qualche scrittore francese ha formulato una nuova teoria monetaria della crisi, e la scorge nella
ineguale distribuzione dell'oro nel mondo; ma qui sorge un'altra obbiezione: perché la crisi è
scoppiata negli Stati Uniti, che avevano esuberanza di riserve auree e si è diffusa rapidamente e
con intensità nei paesi poveri d'oro, mentre è stata in origine meno acuta in Francia, che ha
cumulato tanto oro? Sono indubbiamente dei contrasti che non facilitano la risoluzione del
problema.
Nel 1930 si attribuiva la crisi che cominciava allora a imperversare nel mondo, alla politica delle
tariffe doganali eccessive; nell'aumento del 1931 alle direttive della banca d'Inghilterra; nel
giugno del 1932 alle riparazioni tedesche; all'inizio del 1933 ai debiti di guerra, e nell'autunno di
quell'anno alla politica monetaria americana; attualmente si fa risalire il perdurare della crisi
agli armamenti dei grandi Stati e alla persistente minaccia di una nuova guerra. Possiamo dire
che tutte queste cause hanno agito, qua e là in misura diversa, e sono tuttora operanti.
E' sempre il malessere che conduce alla crisi. C'è un disordine nel mercato? una parte del
capitale limita la produzione nella fiducia di realizzare un reddito maggiore, un'altra parte si
arrischia in nuove imprese con l'illusione di soddisfare nuovi bisogni, ma l'una e l'altra possono
trovarsi insoddisfatte, ed ecco la crisi. A volte ci sono dei finanzieri improvvisati che credono di
poter sfruttare le incertezze d'un momento e gettano il loro capitale sul mercato con
l'intendimento di soffocare i piccoli imprenditori, che vivacchiavano appoggiandosi a vicenda, ma
una raffica impetuosa travolge anche quegli ingordi speculatori.
La iperproduzione ha avuto un tracollo perché si è visto innalzare davanti a sé le formidabili
barriere doganali; poteva essere esuberante rispetto alle richieste locali, ma calcolava sui mercati
aperti di altri paesi; i fenomeni economici non hanno più la vitalità isolata e chiusa di una volta,
ma sono diventati universali; se si pongono degli ostacoli insormontabili a questo movimento
commerciale la merce rimane ferma, va perduta, il capitale non si rinnova, la vita economica si
spegne. Ecco perché, fra i tratti notevoli dello squilibrio economico, si é rilevata la coesistenza di
una produzione che non trova sbocchi e di bisogni che non possono essere soddisfatti: il mondo
soffre piuttosto di sottoconsumo che di sottoproduzione.

LE RIPERCUSSIONI DELLA GUERRA


I DEBITI DI GUERRA E LE SPESE MILITARI
Abbiamo voluto ricordare le varie teorie esposte per fissare le origini della crisi, ma vogliamo ora
richiamare la'ettenzione degli studiosi sopra un avvenimento di carattere universale che alla crisi
attuale si ricollega.
Il noto economista inglese KEYNES, in un discorso tenuto a New York nel maggio del 1931, fece
le più nere previsioni sulla immininza di un disastro sociale se i prezzi avessero continuato nella
loro marcia discendente. Un mese dopo, e precisamente verso la metà di giugno, il presidente
Hoover, in un discorso pronunciato a Indianapolis, esaminò ampiamente la situazione
economico-finanziaria dell?europa e dichiarò che le ragioni principali della crisi si potevano così
concretare: l'eredità perniciosa della grande guerra, le imposte enormi, gli armamenti,
l'instabilità politica e sociale, gli squilibri economici causati dalle nuove frontiere. Prima e
soprattutto, diciamo noi, la grande guerra, perchè gli altri fenomeni sono stati una derivazione
diretta di essa; e precisiamo il nostro pensiero.
La guerra spaventosa del 1914-1918 ha veramente sconvolto il mondo intero, modificandone la
struttura economica; l'Europa ne è stata particolarmente colpita per una immane distruzione di
ricchezza: molteindustrie hanno dovuto mutare l'attività per la quale si erano sviluppate allo
scopo di provvdere il materiale richiesto dalla guerra; il sistema monetario ha subito la fatale
sregolatezza, obbedendo alla legge disordinata dell'inflazione e contribuendo a moltiplicare i
debito pubblici di tutti gli Stati; il milione è divenuto un'unità monetaria di grado inferiore e si è
fatto sostituire dal miliardo.

Durante la guerra abbiamo avuto un arresto notevole della natalità e una mortalità eccezionale
degli uomini validi al lavoro; si sono dovute utilizzare le forze femminili e si sono verificati,
quindi, degli spostamenti in varie manifestazioni dell'attività economica, che richiedevano un
riassetto nel dopoguerra.
Si sono generati nuovi bisogni, create nuove esigenze,; la guerra ha irrigidito la domanda di
alcuni beni e ha limitato l'offerta di altri, conducendo a una nuova struttura economica. Si
dovevano, quindi, verificare fluttuazioni negli affari: nuove tariffe doganali adottate dagli Stati,
nuove invenzioni industriali per la maggior utilizzazione delle forze motrici, nuovi gusti nelle
diverse classi sociali, hanno esercitato nell'organismo economico un'influenza isterica.
L'Ufficio di studi economici della Società delle Nazioni, in una monografia sulla situazione
economica mondiale del 1931-32, dimostra che la guerra ha distrutto l'equilibrio che esisteva nel
mondo economico dell'anteguerra; essa ha veramente sovvertito il modo di vivere e il modo di
pensare dei popoli.

Da ADAMO SMITH in poi tutti gli economisti si sono occupati di questo rapporto fra la guerra e
la depressione economica. E' stato, però, anche osservato che subito dopo le guerre si manifesta
sempre una forte attività per riparare il materiale, ma qualche anno più tardi questa attività
subisce un rilassamento.
Ecco perchè la Francia non dimostrò sofferenza subito dopo la guerra del 1870-71, ma tutta
l'Europa fu colpita dalla crisi del 1873-74; ecco perchè dopo la guerra mondiale del 1914-18 si è
avuta una crisi parziale nel 1920-21, un tentativo di ricostruzione negli anni successivi, la crisi
immane e universale del 1929 in poi.

In verità, dopo la grande guerra tutti gli studiosi hanno formulato nettamente il problema della
ricostruzione economica, dall'intensa preparazione ad un ritorno graduale dell'ordinamento
normale, ma gli uomini di governo, turbati da altre preoccupazioni, perchè in altri Paesi alla
guerra militare aveva fatto seguito la guerriglia civile, trascurarono i fondamentali rapporti che
devono sussistere tra la produzione e la distribuzione e il consumo. Abbiamo assistito
inizialmente ad un'attività febbrile, che sembrava volesse riprare i danni causati dal flagello, ma
questa speranza degenerò nei disordini del 1920-21; si ebbe l'illusione di un miglòioramento nel
1923.24 per ritornare a una tendenza regressiva nel 1925 anno in cui l'economia di vari paesi
risentì il contraccolpo della deflazione, della stabilizzazione della moneta; nel 1927 Italia e
Francia superarono la crisi deflazione e nel 1928 si affermò dovunque un movimento di
espansione industriale e commerciale.

Dobbiamo riconoscere che non era facile riparare ai danni causati da quella guerra: 60 milioni di
mobilitati, tre quarti dei quali furono combattenti, 10 milioni di morti sul campo, 10 milioni di
invalidi e mutilati, diversi milioni di borghesi uomini e donne e fanciulli, deceduti a causa delle
armi o delle epidemie.
Le spese dirette della guerra si sono valutate 200 miliardi di dollari, il che vuol dire mille miliardi
di lire-oro e le perdite inflitte alla produzione si sono calcolate in una cifra doppia: cifre
fantastiche, misurate a trilioni di lire, che spiegano benissimo la tragica situazione mondiale del
dopoguerra: crisi, disordine, fame. E ben faticosa doveva riuscire un'opera di risanamento.

I DEBITI DI GUERRA E LE SPESE MILITARI


Un'altra tristeberedità della guerra che noi possiamo assumere come una causa non trascurabile
della crisi, è costituita dal peso, divenuto insopportabile, dei debiti.
Per iniziativa del Governo Fascista fu firmato a Washington nel novembre del 1925 l'accordo
dell'Italia con l'America, e nel gennaio 1926 si firmò a LOndra l'accordo con l'Inghilterra. Si
dovevano pagare all'America: un milione di dollari all'anno per i primi cinque anni, 14 milioni di
dollari all'anno per 25 anni e 50 milioni per altri 32 anni, arrivando così alla somma di 1975
milioni di dollari. All'Inghilterra si dovevano pagre: 2 milioni di sterline per il primo esercizio, 4
milioni per il secondo e terso, 4 milioni e mezzo per una durata di 58 anni, 2 miliioni e un quarto
nel 62° esercizio, in totale una somma di 272.250.000 di sterline. Complessivamente, al momento
della convenzione si calcolava un debito di guerra da parte dell'Italia di 63 miliardi di nostre lire,
un sacrificio grave che veniva distribuito sovra tre generazioni di italiani (fino al 1988):
E' vero che noi avremmo dovuto essere sollevati dalle riparazioni tedesche, ma la Germania
aveva le capacità e la volontà di pagare?.
Il capo dei nazional-socialisti tedeschi Hitler, divenuto nel 1933 Capo del Governo e nel 1934
Capo dello Stato e del Governo insieme, proclamò nel 1930 che la Germania si trovava così
stremata, dopo aver pagato nel decennio del dopoguerra 50 miliardi di marchi tedeschi agli Stati
vittoriosi, che non poteva più continuare a pagare. E nel maggio 1931 gli Stati Uniti offrirono la
moratoria di un anno nel pagamento dei debito e delle riparazioni.
Ma, indipendentemente da questa condizione disperata della Germania, noi riaffermiamo il
principio che i debiti di guerra contratti fra gli Alleati si devono annullare. Disse l'Inghilterra,
subito dopo la guerra, che era costretta a chiedere alla Francia, al Belgio, all'Italia, il pagamento
dei prestiti che essa aveva fatto loro durante la guerra perchè doveva pagare i debiti che, a sua
volt, aveva contratto con gli Stati Uniti; vi avrebbe rinunziato se da tale pagamento fosse stata
esonerata.
Nel 1917, cioè al tempo dell'emissione dei prestiti, molti deputati americani dicevano apertamente
che quel contributo era offerto come una legittima difesa e rappresentava una cifra irrisoria nel
grave peso finanziario e nell'eroico sacrificio degli Alleati europei. E, nell'estate del 1926
quaranta membri della Facoltà di Scienze politiche della Columbia University inviarono un
messaggio al Presidente della Confederazione per richiedere la convicazione di una conferenza
internazionale che avrebbe dovuto rivedere l'intero problema del pagamento dei debiti, facendo
proposte per una nuova sistemazione; e accennavano chiaramente a un annullamento totale e
parziale.
Quei prestiti furono fatti dall'America all'Inghilterra all'Italia (ci soffermiamo un momento sulla
nostra situazione finanziaria), non già per risolvere problemi economici interni del nostro Paese,
ma per uno scopo comune, l'Italia spese quei denari nelle forniture militari, impiegò oltre cinque
milioni di operai nella guerra, fu la prima a vincere: come richiedere del denaro per le uniformi
nelle quali i nostri soldati andavano a farsi uccidere per difendere Italia, Francia, Inghilterra,
Stati Uniti dalle minacce della Germania?
E non è superfluo ricordare ancora che il ricavato dei prestiti fatti all'Italia su speso, per la quasi
totalità, nei paesi creditori con vantaggio di quelle industrie; e si può tranquillamente osservare
che la vittoria , se ga salvato l'Italia dall'oppressione mortale, è stata un eccellente affare
economico per l'Inghilterra e per l'America, divenuti colossi dell'economia mondiale.
Se si potessero abolire i debiti guerra fra gli Stati vittoriosi, si diminuirebbe il peso dei più deboli
senza creare imbarazzi ai più forti economicamente, e si preparerebbe quella perequazione, che è
pure elemento di pacificazione e di progresso.
Non bisogna dimenticare che gli accordi sui debiti di guerra furono tutti basati sulla capacità di
pagamento; ma i debitori dichiarano che la loro capacità di pagamento risulta oggi, a causa della
crisi assillante, fortemente diminuita. Sorgerebbe però, una connessione automatica fra debiti e
disarmo. La Società delle Nazioni ha fatto una statistica delle spese "per la difesa nazionale" che
gli Stati sostengono attualmente: esse figurano nei diversi bilanci in unità monetarie differenti, e,
riducendole in lire-oro, si avrebbe una spesa annua di 22 miliardi e mezzo. Il calcolo risale a tre
anni or sono; oggi bisognerebbe aumentarlo sensibilmente.

L'Europa spendeva, per la difesa nazionale, 163 milioni di sterline nel 1883, avendo una
popolazione di 335 milioni di abitanti; nel 1908 la spesa era salita a 300 milioni di sterline con
una popolazione di 436 milioni; nel 1928 le spese militari raggiunsero i 524 milioni di sterline
mentre la popolazione era di 480 milini; alla distanza di 45 anni la popolazione europea è
aumentata di 145 milioni di abitanti e le spese si sono accresciute di 361 milioni di sterline.
Se questi 13 miliardi di lire-oro che l'Europa spende annualmente nell'esercito e in armamenti, li
sapesse per una buona metà risparmiare per devolvere l'altra metà in opere produttive, sarebbe
un sollievo per tutti: quei sei o sette miliardi risparmiati andrebbero ad alleggerire le imposte,
quegli altri sei miliardi darebbero lavoro ai disoccupati, diffondendo il benessere: ecco una
superba via aperta per risolvere la crisi economica. Siamo pienamente d'accordo che il disarmo
dev'essere universale; non è concepibile che uno Stato disarmi se altri si mantengono armati.

DALLA GUERRA MILITARE ALLA GUERRA DOGANALE


LA REALTA’ DI UNA CRISI
Il debito pubblico e le spese militari sono stati chiamati i due paurosi pozzi si San patrizio; essi
appaiono a noi come due grossi anelli che legano assieme i fattori economici e i fattori politici; e
questa interferenza non è mai stata così intima come in questi anni del dopoguerra, ha reso più
aspri gli antagonismi politici, e si può considerare anch’essa come una generatrice della crisi:
Il trattato di Versaglia, stipulato il 28 giugno 1919 tra la Germania a le potenze alleate, fece
perdere alla Germania l’Alsazia-Lorena, lo Sleving settentrionale, la Ponsania e la _artitam
occidentale, parte della Slesia, il territorio di Hultchin, i circoli di Eupen e Malmedy, la città
libera di Danzica, in tutto 70 mila chilometri quadrati di superficie con oltre 6 milioni di abitanti;
spezzò tutto l’impero austro-ungarico; creò dieci nuovi Stati. E questa nascita di nuovi Paesi
generò nuovi protezionismi, provocò uno spostamento delle relazioni commerciali, favorì
l’indebitamento europeo e spinse l’industria a uno sviluppo artificiale: Nuove barriere doganali
hanno posto ostacoli nuovi a tutto il movimento commerciale; alla vecchia economia
internazionale si è venuta sostituendo un’economia nazionale chiusa, e al principio economico
della libera concorrenza, che si era andato regolando con trattati di commercio da Stato a Stato
si è venuto sovrapponendo il principio del protezionismo.

Questa interferenza dei fenomeni politici su quelli economici si è andata intensificando in questi
ultimi anni negli Stati Uniti d’America e doveva avere le sue ripercussioni in Europa. Una legge
del 1925 limitò le immigrazioni e nel 1930 si frenò l’importazione delle merci. Il nuovo Presidente
Roosevelt, assunto al potere il 4 marzo 1933, ebbe a rilevare che le alte tariffe doganali sono state
una delle cause effettive della crisi e si propose di porvi rimedio; in sulla fine del 1933 iniziò il
National Recovery Act, l’atto che doveva risolvere la crisi: ha mutato, infatti, lo spirito dominante
dell’industria negli affari, ha sostituito l’interesse della gran massa del popolo alle ingorde
speculazioni dei banchieri; ma il new deal, il nuovo patto, è ancora lungi dalla risoluzione della
crisi.

In Itala si è sentito il bisogno di creare strumenti adeguati per appoggiare una politica economica
espansionistica. Il 15 dicembre 1924 si costituì l’Istituto nazionale di credito per il lavoro italiano
all’estero, con la finalità di finanziare imprese condotte da emigrati italiani, sottraendoli allo
sfruttamento straniero e aggiungendo alla loro nuda forza di lavoro anche quella del capitale:
una legge del 7 aprile 1925 creò l’Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità, per la
concessione di prestiti a imprese private aventi lo scopo di costruire impianti, ultimare lavori,
sfruttare concessioni di riconosciuta pubblica utilità; un decreto-legge del 13 febbraio 1927
riordinò l’Istituto nazionale per i cambi, che agisce sotto la vigilanza del Ministero delle finanze e
ha per scopo di acquistare e vendere a pronti e a termine divise estere, agevolando il commercio
dell’Italia con l’estero.
Questi provvedimenti, adottati nel periodo di incremento della nostra attività economica, sono
stati integrati, durante il periodo della depressione. con la creazione di due nuovi istituti:
L’Istituto mobiliare italiano (IMI) e l’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), dei quali
parleremo fra breve.

L’intervento dello Stato per attenuare la crisi avrebbe dovuto essere regolato con criteri
internazionali di reciproco scambio; invece alla guerra militare, che aveva provocato il disordine
mondiale, si è venuta sostituendo la guerra doganale, che ha aggravato la crisi. In tutti gli Stati
del mondo si sono introdotti nel biennio 1931-32, aumenti generali della tariffa dei dazi
d’importazione o si sono adottate misure restrittive delle importazioni. I 22 Paesi che hanno
aumentato le loro tariffe generali concorrono per una percentuale del 40-42 al commercio globale
del mondo; o 55 paesi che hanno comunque aumentato i dazi vi concorrono per una percentuale
dell’ 89-90.

LA REALTA’ DI UNA CRISI

Se, come è stato rilevato dai cultori severi della Statistica, al giganteggiare della grande ricchezza
ha fatto riscontro il dilagare dell’eterna miseria, e se la crisi del 1929 ha costituito lo sbocco fatale
di un periodo di follia collettiva, nel corso del quale si assiste al contrasto di un aumento di
produzione e di un’azione persistente di diminuzione di consumo, noi riteniamo superfluo
insistere nella ricerca delle cause quando ci assilla una cruda domanda: quali possono essere i
rimedi a questa crisi tormentosa?
Possiamo rispondere subito che se essa è mondiale non si può risolvere con la cooperazione di
tutti gli Stati. Ecco perché la Conferenza di Losanna, dopo aver firmato l’accordo per le
riparazioni di guerra, subordinandolo al regolamento generale di debiti di guerra dell’Europa
verso l’America, iniziò l’altro studio per far rinascere la fiducia indispensabile allo sviluppo delle
relazioni economiche e finanziarie normali fra i popoli.
Ma dobbiamo, purtroppo, constatare che l’umanità non sa usare della propria capacità
produttiva, si lamenta dell’abbondanza, non sa distribuire i mezzi di sussistenza di cui dispone.
Se la capacità di produzione del mondo potesse essere realizzata e, insieme con essa, la
riparazione dei prodotti tra gli uomini, nessuna tavola rimarrebbe senza pane, nessun uomo
senza indumenti, nessuna famiglia senza tetto. E invece ci sono milioni e milioni di uomini che,
non trovando lavoro, sono stati ridotti alla disperazione della fame. Perché? L’industriale frena
la produzione perché il prezzo di vendita dei suoi prodotti risulterebbe inferiore al costo da lui
sopportato, e la legge del tornaconto, che è l’applicazione economica della grande legge
universale del minimo mezzo, verrebbe violata; l’imprenditore ha i magazzini pieni e non può
mettere le merci sul mercato perché il consumatore, che pur ne sentirebbe vivo il bisogno, non ha
moneta sufficiente per l’acquisto: la legge della domanda e dell’offerta risponde a un principio di
correlazione, giacché non si può domandare economicamente una cosa senza offrirne
un’altra;l’agricoltore chiude da quattro anni la sua azienda con una passività progressiva, e
l’eccessivo costo delle spese culturali assorbe tutta la possibilità produttiva della terra e fa
consumare i vecchi risparmi o costringe a nuovi debiti; e la svalutazione della terra porta
all’abbandono della proprietà.
Agricoltori, industriali e commercianti limitano l’impiego della manodopera, perché la loro
resistenza si va ultimando, e in tutti gli Stati i disoccupati hanno toccato cifre insolite, si contano
a decine di milioni e chiedono aiuto e hanno minacciato moti rivoluzionari.

Ecco la realtà della crisi economica: crisi dell’abbondanza perché difettano i compratori; crisi
della povertà perché i consumatori, nella stragrande maggioranza, non hanno la possibilità d’
acquisto. Ed è questo disequilibrio stridente che bisogna risolvere con un orientamento fattivo
della politica economica e finanziaria.
In tutti gli Stati le entrate pubbliche sono aumentate notevolmente, sono divenute quasi favolose
rispetto all’anteguerra; e sono entrate derivate, che si prelevano dalle ricchezze dei privati con
grave loro sacrificio. Queste entrate pubbliche dovrebbero trasformarsi in funzioni e servigi atti
alla soddisfazione dei bisogni collettivi: ci dovrebbe essere un compenso adeguato tra il sacrificio
sopportato nel pagamento dei tributi e il beneficio risentito nella soddisfazione dei bisogni. Ma
fino a che le spese militari assorbiranno buona parte di queste entrate tale compenso non potrà
verificarsi.

La Conferenza di Ginevra, riprendendo i lavori nel 1932 dopo l’accordo di Losanna, arrivò a
questa conclusione: è giunta l’ora di adottare delle misure sostanziali più ampie per quanto
concerne il disarmo, onde consolidare la pace nel mondo.Ma altri avvenimenti hanno costretto gli
Stati ad aumentare le forze armate, hanno fatto uscire la Germania dalla Società delle Nazioni,
hanno raffreddato i rapporti di amicizia fra l’Italia e l’Inghilterra, hanno oscurato l’orizzonte
della pace mondiale, affievolendo il programma della ripresa economica.

Insieme alle spese militari gli interessi del debito pubblico gravano enormemente nei bilanci di
tutti gli Stati. Gli Stati Uniti hanno complessivamente, all’interno e all’estero, un debito di 27
miliardi di dollari; e venendo agli Stati d’Europa, l’Italia figura per 105 miliardi di lire, senza
tener conto dei debiti di guerra, la Francia per 460 miliardi di franchi, l’Inghilterra per 7
miliardi 860 milioni di sterline, senza tener conto anche per questi due Stati dei debiti di guerra:
la Germania segnerebbe 11 miliardi 706 milioni di marchi, ma il dato è incompleto, perché non vi
figurano né i debiti di guerra né i prestiti fatti all’estero nel 1924.
Riducendo a lire italiane i debiti dei cinque Stati si arriverebbe coi corsi medi attuali, ad una
somma di un trilione 233 miliardi; e non ci occupiamo di tutti gli altri Stati del mondo, grandi e
piccoli, che sono tutti, in varia misura, colpiti da debiti pubblici.

Il 30 giugno 1932 il Governo inglese decise la conversione del prestito di guerra 5 per cento in un
nuovo prestito del 3,5 per cento, risparmiando 23 milioni di sterline all’anno, cioè 575 milioni di
franchi-oro; nel settembre 1932 la Francia ne seguì l’esempio, e nel febbraio 1934 anche l’Italia
convertì il suo consolidato dal 5 al 3,50 per cento.
Con la riduzione delle spese militari e con l’attenuazione dei debiti pubblici arriveremmo più
facilmente a quella pace mondiale che è nell’augurio di tutti e potremmo riprendere i rapporti di
scambio economico.

RISPARMI E INVESTIMENTI
ECONOMIE NELLE SPESE PUBBLICHE
Se gli studiosi si sono trovati in disaccordo nella determinazione delle cause della crisi economica,
più notevole il disaccordo si riscontra nelle proposte per la risoluzione della crisi..
Una lettera aperta di alcuni economisti inglesi al Times, che la pubblicò il 1° novembre 1932,
dava questa ricetta pratica per risolvere la crisi: consumare di più, risparmiare di meno, denaro
a buon mercato, operazioni a mercato aperto.
Ci permettiamo qualche osservazione e qualche constatazione. L’aumento del consumo è
indubbiamente un indice di benessere, ma è stato giustamente rilevato che esistono tre classi di
consumatori: imprenditori, risparmiatori, lavoratori; i primi difettano ora di profitto, i secondi
hanno limitato di poco il loro consumo, i terzi soffrono della riduzione di lavoro e di salario.
Il risparmio è aumentato progressivamente in questi ultimi anni. In Italia, le casse di risparmio
ordinarie e le casse postali di risparmio avevano 26 miliardi 333 milioni di lire in deposito alla
fine del 1928, ma siamo saliti a 39 miliardi alla fine del 1934; tenendo conto dei depositi degli altri
istituti di credito si arriverebbe vicino ai 50 miliardi di lire. Ma buona parte del risparmio è
sottratta agli investimenti; si risparmia di più perché si ha un’ossessione opprimente del rischio
dell’impresa. Non è la diminuzione del risparmio che contribuirà a risolvere la crisi, ma è la crisi
risolta, cioè debellata, che porterà alla diminuzione del risparmio per investire il capitale in
imprese fiduciose.
Il Presidente della Società italiana per azioni, ALBERTO PIRELLI, nella relazione annuale letta
il 27 novembre 1932 alla presenza del capo del Governo, pronunciò queste parole: “ Essenziale
per la ripresa di tutte le attività economiche del nostro Paese è che s’intensifichi la formazione del
risparmio, fondamento della vita economica e civile di tutti i paesi, e che esso si convogli sempre
più abbondantemente verso gli impieghi produttivi”. Non basta, dunque, cumulare il risparmio,
bisogna saperlo rivolgere ad impieghi produttivi, giacché gli economisti insegnano che il denaro
stagnante produce miseria nei paesi che ne difettano e danneggia i paesi che lo detengono. La
ricchezza è portata non tanto dall’abbondanza del denaro quanto dalla rapidità della sua
circolazione: uno scudo che passa da una in altre mani cento volte in un mese -come scriveva
Sallustio Bandini nel ‘700- farà figura di cento scudi, provvedendo ai bisogni di cento persone. Il
denaro circola quando c’è fiducia nel mercato, si nasconde quando c’è diffidenza; non può dare
animazione di vita all’industria e al commercio là dove l’organismo sociale langue nella
depressine.

Il risparmio è un consumo differito, è una riserva per un ulteriore bisogno: investire può voler
significare la rinunzia al potere di consumo, ma, nell’economia moderna, l’investimento è un atto
di produzione. Bisogna, pero, essere molto cauti nella scelta dell’impiego: una volta si diceva che
ogni cassa di risparmio deve tener presente la natura della clientela, le condizioni di ambiente, i
bisogni che sogliono manifestarsi in epoche diverse, che deve saper frazionare gli investimenti in
larga misura tanto per specie che per persone, limitando i ricchi e portando il maggior numero di
persone a godere dei benefici del credito. Ma oggi, che abbiamo istituti di credito agrario, istituti
di credito mobiliare, istituti di credito fondiario, istituti specializzati per ogni forma di attività
economica, le casse di risparmio possono essere largamente e sicuramente adoperate dal Governo
per le opere di pubblica utilità, particolarmente per quelle opere di bonifica che risanano le
campagne e fanno creare nuove città, opere economiche e civili al tempo stesso. Lo Stato è un
buon cliente, perché può attendere a lunga scadenza il rimborso del denaro speso in grandi e
provvidenziali opere di bonifica, ed è sempre pronto a rispondere a una richiesta dei depositanti
alle casse, valendosi del proprio Tesoro o della cassa d’ammortamento o della banca di emissione.

ECONOMIE NELLE SPESE PUBBLICHE


I rimedi tentati di risolvere la crisi sono stati, un po’ qua e un po’ là, la riduzione della
produzione, lo stimolo al consumo, l’aumento dei mezzi di credito; e qualche studioso ha
prospettata l’azione da svolgere per raggiungere il desiderato equilibrio in tre punti
fondamentali: riduzione di produzione, riduzione dei costi, allargamento dei mercati; si è pure
avvertito che la condizione essenziale pel raggiungimento di questo equilibrio è il ritorno nella
fiducia nel mondo politico ed economico.
Noi diciamo che si potrà arrivare gradatamente ad eliminare la crisi economica applicando un
precetto evangelico: economie. Economie nel bilancio dello Stato, economie nella vita privata.
Bisogna ridurre le spese pubbliche al centro e alla periferia per costituire un margine attivo di
bilancio, che consentirà di alleviare il carico tributario. Bisogna avere l’onesto coraggio di
guardarci nello specchio e di persuaderci che la crisi ci ha reso poveri.
Non si può fare un bilancio di spese senza avere una conoscenza rigorosa delle entrate: ogni spesa
nuova deve corrispondere ad una economia già effettuata. Abbiamo deplorato tante volte le
dissipazioni. le distruzioni, le spese coreografiche che sono un reato imperdonabile in un paese
che ha bisogno d’iniziare la sua ricostruzione economica. Quando potremo dare al ministro del
Tesoro le chiavi invulnerabili dell’Erario, per modo che ogni pagamento debba essere giustificato
da servizi indispensabili alla vita del Paese, da attività produttive, da opere di progressivo
sviluppo economico e civile, attueremo veramente il programma di redenzione.
Le spese pubbliche sono salite dovunque a cifre fantastiche. La Francia registrava a bilancio nel
1913 una spesa complessiva di 5 miliardi 57 milioni di franchi, e nel 1930 si era lanciata a 53
miliardi: facciamo pure la riduzione del valore attuale del franco rispetto a quello
dell’anteguerra, ma l’aumento in franchi-oro è più che raddoppiato; e quel governo ha sentito il
bisogno di ridurre la spesa a 41 miliardi nel 1932, ma è salita a 50 miliardi nel 1934, per
ridiscendere a 40 miliardi nel 1935. L’Inghilterra aveva una spesa pubblica centrale di 250
milioni di sterline nell’anteguerra, e nel consuntivo del 1933-34 la troviamo a 779 milioni.
In Germania, i 4 miliardi di marchi nel 1914 sono saliti a 7 miliardi e mezzo nel 1931-32 e a 6
miliardi e mezzo nella previsione del 1934.35. Tanto in Inghilterra quanto in Germania si è
conservata la valuta aurea.

In Italia le spese pubbliche ammontavano a 2 miliardi 688 milioni di lire nel 1913-14, e si
conteggiarono a 20 miliardi e mezzo nel 1934-35, che corrispondono a 5 miliardi 600 milioni di
lire-oro. Passiamo ad uno Stato piccolo, la Svizzera, e troveremo una spesa di 122 milioni di
franchi nel 1914, salita a 444 milioni nel 1932 e a 431 nel 1934. Se dall’Europa andiamo in
America, gli Stati Uniti ci danno una spesa di 524 milioni di dollari nel 1913, che si protende a 5
miliardi di dollari nel 1931-32 e a 7 miliardi nel 1933-34, ma con una previsione di 4 miliardi 639
milioni di dollari nel 1934-35.
In tutti i bilanci, di tutti gli Stati, due voci di spese sono notevolmente aumentate: gli interessi del
debito pubblico e le spese militari; la generazione attuale sopporta le spese della guerra, che ha
travagliato il mondo, e le spese di una tormentosa difesa contro eventuali minacce di un’altra
guerra.
Inaugurando la XVIII Conferenza interparlamentare del commercio, tenuta a Roma il 19 marzo
1933, il Capo del Governo italiano ebbe a dire che la soluzione dei vari problemi economici è
condizionata dal raggiungimento di una migliore atmosfera politica e di una profonda
comprensione della realtà. E in una discorso precedente, tenuto a Torino il 23 ottobre 1931,
aveva espresso il pensiero che “se la realizzassero le premesse necessarie e sufficienti per una
collaborazione delle quattro grandi potenze occidentali, l’Europa sarebbe tranquilla da punto di
vista politico e forse la crisi che ci attanaglia andrebbe verso la fine”.
Si rende, dunque, necessaria una collaborazione spirituale fra le grandi Potenze, e dell’accordo di
queste trionferà la pace universale. Ma questa collaborazione internazionale,fiduciosa e fattiva,
richiede a sua volta una organizzazione unitaria nei singoli Stati, un ordinamento disciplinato
obbiettivo e cosciente, che sappia conciliare gli interessi singoli con quelli collettivi. Uno scrittore
tedesco, dopo aver constatato che la crisi attuale è una crisi di struttura e che i presupposti del
capitalismo non sussistono più nella società moderna, conclude che per superare questa crisi
bisogna trovare una sutura fra iniziativa e l’interesse collettivo; e si compiace di avvertire che ciò
che si propone di fare in Germania il nuovo Governo nazionale. Avrebbe potuto aggiungere, a
titolo di storia, che quanto ha saputo realizzare in Italia l’economia corporativa.

VICENDE ECONOMICHE ITALIANE


POI ARRIVA L’ANNO FATALE : IL 1929
Abbiamo parlato della crisi mondiale in genere con qualche accenno qua e là all’Italia;
vogliamo ora esaminare _artitamene le ripercussioni che essa ha avuto nella nostra
vita economica. Sarà opportuno gettare uno sguardo sulle vicende dell’economia
italiana dallo sconvolgimento della guerra al turbamento della crisi.
Tutti gli Stati travolti da quel flagello sentirono il bisogno di studiare e preparare i
provvedimenti che si ritenevano più efficaci per il passaggio allo stato di pace. Anche
in Italia fu costituita la Commissione reale per il dopoguerra, che si ripartì in diverse
sezioni, alle quali fu affidato il compito di vagliare le questioni più ardenti della vita
economica e giuridica, amministrativa e politica.
La sezione finanziaria dimostrò poi che il considerevole inasprimento dei prezzi delle
derrate e delle merci all’interno trovava la causa fondamentale nell’aumento
dell’emissione della carta moneta, ed emise il voto che, nella ricostituzione
dell’economia di pace, si procedesse ad un razionale risarcimento della circolazione da
attuarsi in un periodo non superiore a cinque anni. Il voto fu emesso in sulla fine del
1918, ma la complessiva circolazione , che al 31 dicembre 1918 era di 13 miliardi 874
milioni di lire, andò aumentando fino a toccare i vertici di 22 miliardi al 31 dicembre
1920, e si mantenne intorno ai 21 miliardi e mezzo negli anni successivi.
La stessa Commissione, della quale facevano parte i pensatori più noti del Paese,
accostò il problema della nostra espansione commerciale ai grandi mutamenti politici
che la guerra veniva a determinare; le correnti internazionali del commercio avevano
già subito profondi spostamenti durante la guerra, ed era facile prevederne i
turbamenti nuovi, specialmente per l’Italia che aveva perduto i migliori mercati per la
esportazione dei suoi prodotti agricoli nei due ex-imperi dell’Europa centrale e che
doveva dare ai traffici un orientamento affatto diverso:
Questi fenomeni di circolazione di prezzi, di movimento commerciale sono legati fra
loro e in rapporto di dipendenza col cambio. Avanti guerra si parlava poco di cambio,
perché le monete dei singoli Stati grandi e piccoli, avevano la parità aurea o vi si
avvicinavano; durante la guerra si sono cominciate a verificare le divergenze, e dopo si
sono avuti sbalzi impreveduti, addirittura fantastici.
Fino al 1914 il commercio internazionale aveva un solo svolgimento, il credito privato:
si può dire che non si conosceva il denaro, e i pagamenti si facevano con assegni
bancari, il cui valore variava da mercato a mercato. La guerra ha frantumato questa
unità economico-finanziaria mondiale, e ha dato alla struttura del commercio un
ordinamento nuovo.Tutti gli Stati ricchi e poveri, si sono abbandonati a una emissione
sregolata di carta moneta.
Il 10 aprile 1922 si tenne a Genova una conferenza, nella quale si discusse la proposta
di creare una cooperazione permanente fra i grandi istituti di emissione allo scopo di
regolare i rapporti monetari internazionali: ma ogni Stato tendeva a migliorar la propria
posizione economica a finanziaria all’infuori di qualsiasi prospettiva di vincolo
internazionale, per la qual cosa anche la conferenza di Genova rimase puramente un
contributo teorico.
La crisi del 1920-21 segnò in Italia la catastrofe di due grandi società metallurgiche,
l’Ilva e l’Ansaldo, e di uno dei maggiori istituti di credito, la banca Italiana di Sconto. La
depressione dell’industria continuò nel 1922 e si ebbero sbalzi disordinati nel
movimento dei cambi: la sterlina che registrava 109,25 nel gennaio 1921, discese a
70,93 nel maggio per risalire a 101,64 in ottobre; la ritroviamo a 81,64 nell’aprile del
1922 e a 111,82 nell’ottobre; la bilancia del commercio dà un’eccedenza massima
dell’importazione di 15 miliardi di lire nel 1920 e una minima di 6 miliardi 463 milioni nel
1922.
L’avvento del Fascismo al Governo diede un aspetto nuovo alla vita italiana: non
c’erano più scioperi, si era ripristinato lo spirito di disciplina nelle officine, migliorati i
rapporti fra i datori di lavoro e i prestatori d’opera, diminuita la frequenza delle
oscillazioni dei cambi. E l’esercizio finanziario, che si era chiuso nel 1921-22 con un
disavanzo di 15 miliardi 761 milioni di lire, nel 1923-24 ridusse il disavanzo a 418
milioni di lire. Cominciò pure a ridursi la circolazione dei biglietti di banca, e se ne
ebbero le ripercussioni benefiche nelle condizioni generali del Paese: l’industria della
seta segnò un esito soddisfacente per il rendimento dei bozzoli, l’industria del cotone
ebbe un notevole risveglio per la riduzione dei prezzi della materia prima, che le
consentì di esaurire le scorte esistenti, l’industria della lana riprese l’esportazione nei
suoi vari rami.
Alla fin del 1924 e al principio del 1925 assistiamo a una sfrenata speculazione dei titoli
azionari , che si lanciano a prezzi favolosi. Basti ricordare che le azioni dell’industria
del cotone e della seta, i cui numeri indici erano, rispettivamente di 345,1 e 355,9 nel
1921, salirono a 1773,6 e 1073,3 nel febbraio 1925.
Il Governo frenò queste speculazioni elevando il saggio ufficiale dello sconto: era del
5,5 per cento nel 1923-24 e fu portato gradatamente al 6, al 6,50, al 7 per cento dal
marzo al giugno 1925; s’introdussero norme restrittive nel funzionamento delle borse.
Avvenne, così, una precipitazione nei titoli, con perdite forti dei risparmiatori e con
diserzione delle borse.
Nel 1926 il Governo concentrò l’emissione dei biglietti in un solo istituto, la Banca
d’Italia; ritirò i biglietti da 25 lire circolanti a debito diretto del Tesoro nella somma di
400 milioni di lire, trasformò in pezzi d’argento del valore convenzionale di 5 e 10 lire i
biglietti di Stato di questi due tagli, già emessi per un totale di 1700 milioni di lire; alla
coniazione di nuove monete d’argento si destinarono gli spezzati da 1 e da 2 lire che
erano stati ritirati dalla circolazione e si conservavano nelle tesorerie dello Stato. Il
bilancio dello Stato chiuse l’esercizio 1925-26 con una eccedenza attiva di 2268 milioni
di lire.
A questa promettente situazione finanziaria non corrispondevano, però, le condizioni
economiche del Paese: l’andamento generale delle industrie fu nel 1926 meno proficuo
di quello verificatosi nell’anno precedente; si ebbe una contrazione nella domanda
paesana dei prodotti e una rarefazione del capitale circolante; nelle aziende
commerciali si lamentarono difficoltà d’incassi, dilazioni di pagamento. E la
svalutazione della lira, malgrado i provvedimenti adottati dal Governo Nazionale,
continuò ad accentuarsi: la sterlina salì a 120 e fece qualche sbalzo fino a superare le
150 delle nostre lire; il dollaro si spinse a 24,80 per toccare 30,54; il franco svizzero
raggiunse le 480 per lanciarsi a 590,27. Il 18 agosto 1926 il capo del Governo,
Mussolini, insorse contro questa tendenza minacciosa e pronunciò a Pesaro un
discorso che è rimasto storico per il suo accento di fierezza: “non infliggerò mai
questo popolo meraviglioso, l’onta morale e la catastrofe economica del fallimento
della lira. La nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra
ricchezza, il segno delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, va difesa, e
sarà difesa”:

Subito dopo, per un fenomeno suggestivo, i cambi discesero con una continuità
ininterrotta, e così pure l’indice dei prezzi: il corso dell’oro che era salito fino a un
massimo di 610 alla fine di luglio 1926, cadde a 421 il 13 dicembre e si mantenne
intorno a 427 alla fine dell’anno. E nel 1927 l’Italia entrò nel novero delle Nazioni a
valuta risanata e a moneta avente per base l’oro: un decreto-legge del 5 agosto istituì
la Cassa per l’ammortamento del debito interno; e un decreto-legge del 21 dicembre
1927 restaurò la convertibilità del biglietto di banca e fissò la nuova parità della lira
italiana, che portò a questa misura: 19 lire per il dollaro, 92,46 per la sterlina, 3,666 per
ogni antica lira-oro, o franco svizzero.

Dal secondo semestre del 1926 al secondo semestre del 1928 si riscontra una
riduzione del 14 per cento nella circolazione cartacea, ma il corso dell’oro è diminuito
del 29 per cento, il livello dei prezzi all’ingrosso è disceso del 26 per cento, il costo
della vita ha subito una riduzione del 19 per cento e anche la misura dei salari si è
ridotta del 15 per cento. La stabilizzazione monetaria ha fatto cessare anche quelle
oscillazioni dei prezzi delle merci e dei servizi che avevano assunto forme violente nel
periodo di stabilita.
POI ARRIVA L’ANNO FATALE : IL 1929
Siamo così arrivati all’anno fatale. Nel 1929 l’Italia aveva condotto, ad un punto augurale
l’assestamento della sua economia, stava superando tutti gli ostacoli che la rivalutazione della lira
aveva frapposto al suo progressivo sviluppo industriale, ma, alla fine di quell’anno e all’inizio del
1930, fattori di carattere internazionale la turbarono profondamente.
Il ribasso dei corsi dei titoli fiduciari e dei prezzi all’ingrosso delle merci fu anche da noi il primo
segno della crisi: il miglioramento verificatosi nel 1927-29 aveva consentito prospettive di
estensione in diversi impianti industriali, e di bonifiche agrarie, ma se ne dovette sospendere
l’esecuzione. Diamo alcuni indici sintomatici.
Il carbon fossile e l’energia elettrica sono elementi base di tutta l’attività industriale e
commerciale; il loro consumo fu di 190 nel 1929 rispetto all’indice 100 del 1913, discese a 180 nel
1930, e questa diminuzione misura l’arresto del movimento economico di tutto il Paese. L’acciaio
ha acquistato un’importanza grandiosa in tutte le sue applicazioni; facendo sempre il confronto
coll’indice 100 del 1913 si ha una produzione di 217 nel 1929, di 179 nel 1930, e anche questa
sensibile diminuita produzione che si verifica nel primo anno di crisi è indice manifesto di
depressione economica. Il cotono greggio è la materia prima di tutta l’industria manifatturiera, e
l’Italia, come tutti gli Stati d’Europa, non produce cotone greggio, ma lo deve importare per dare
lavoro ai cinque milioni e mezzo dei fusi di filatura dei suoi opifici; l’importazione del 1929 che
ebbe un indice di 127, che discese a 107 nel 1930; la sua diminuita importazione si traduce in un
freno all’industria cotoniera.
Prendiamo un’altra serie di indici riferendoci sempre alla stessa base dell’anteguerra; e
troveremo ancora un’eccedenza delle entrate sulle spese nel bilancio dello Stato per il 1929: ,a
essa diminuisce nel 1930, come pure si attenua il rapporto fra l’esportazione e l’importazione,
perché tutto il movimento commerciale comincia ad affievolirsi. Il debito pubblico interno che
segnava nel 1929 un indice di 576 rispetto al 100 del 1913, sale a 582 nel 1930, e questo costituisce
un peso; la circolazione bancaria diminuisce a 726 a 701, seguendo il programma di governo; i
prezzi all’ingrosso risentono una riduzione sensibilissima, passando da 418 a 411, e questo
aggraverà la depressione della proprietà agricola e delle grandi imprese industriali.
La violenta perturbazione dell’economia mondiale assottiglia in Italia le correnti del traffico
turistico, indebolisce notevolmente le rimesse degli emigranti, riduce l’ammontare dei noli
percepiti dai nostri armatori per trasporti marittimi internazionali, tende a restringere la
domanda di merci italiane all’estero.
Il risparmio italiano si accresce, perché il denaro si è impaurito di ogni investimento rischioso, e
questo ostacola l’afflusso del capitale straniero, non solo, ma i titoli italiani, che erano stati emessi
o venduti all’estero, ritornano in patria.
A questi disagi, che si possono considerare come elementi d’importazione dall’estero, se ne
aggiungono altri di carattere interno. Comincia a manifestarsi, specie nel secondo semestre del
1930, una contrazione dei consumi; in ogni forma di attività economica la difficoltà di
proporzionare i prezzi di vendita ai costi di produzione riduce i profitti; il saggio d’interesse del
denaro si è elevato, i fidi e finanziamenti a lunga scadenza si sono ridotti, e ne abbiamo la
ripercussione in notevoli dissesti commerciali; il peso degli oneri fiscali genera sofferenze in tutte
le categorie, in tutti i rami.
Ci è grato, però, rilevare che, fin dal primo anno della depressione, l’Italia a differenza di altri
Stati, ha qualche raggio di sole nelle tenebre dell’orizzonte economico: il 1930 ebbe un
andamento proficuo nell’industria saccarifera e una produzione abbondante. Un quello stesso
anno la Banca d’Italia, ritenendo pletorico il numero delle aziende di credito che funzionavano
nel regno, assecondo i concentramenti, favorendo la riduzione delle spese generali e attenuando
la concorrenza per l’accaparramento dei depositi; e la Cassa d’ammortamento, che era stata
istituita nel 1927, annullò al 31 dicembre 1930 ben 789 milioni di lire in titoli pubblici, 649 dei
quali in consolidato.
Malgrado tutti i provvedimenti del Governo, concreatati in opere di vigilanza, di tutela , di
assistenza alla produzione industriale e all’attività commerciale del Paese, la depressione si rese
acuta; e ne abbiamo una manifestazione specifica nell’alta frequenza dei dissesti. Nel 1930 furono
dichiarati 13.610 fallimenti: è stato calcolato che giornalmente, in media, nel 1930 si sono avuti 7
fallimenti e 290 protesti cambiari in più dell’anno precedente:
Dalla statistica del commercio speciale, pubblicata mensilmente dal Ministero delle Finanze,
ricaviamo che l’importazione italiana fu valutata 21 miliardi 907 milioni nel 1929 e discese a 17
miliardi 432 milioni nel 1930: una diminuzione di quasi 4 miliardi e mezzo di lire; l’esportazione
fu di 15 miliardi 246 milioni di lire nel 1929 e discese a 12 miliardi 123 milioni nel 1930; abbiamo
qui una diminuzione di oltre 3 miliardi di lire. Si nota, cioè, complessivamente, un movimento
commerciale di 37 miliardi 153 milioni di lire nel 1929, che discende a 29 miliardi 555 milioni nel
1930.

LA VITA ECONOMICA NEL 1931-1934


CIO’ CHE SI ERA FATTO- LA PRODUZIONE - I TRAFFICI
Abbiamo tracciato la situazione della vita economica italiana nel primo anno della nostra
depressione: possiamo ora seguirne lo sviluppo e colpirne la immagine negli anni
successivi.

I primi mesi del 1931 sembravano avere portata la depressione allo stadio acuto di
gravità, tanto che le aziende male amministrate si sono poste in liquidazione e anche le
bene amministrate hanno risentito il peso delle difficoltà finanziarie. La produzione si è
mantenuta discretamente buona e la restrizione del consumo si è affermata in misura
meno forte che altrove.

In agricoltura - Il raccolto del grano, che era stato di quasi 71 milioni di quintali nel 1929,
era disceso a 57 nel 1930, per elevarsi a 66 milioni nel 1931, risalire a 75 milioni nel 1932, e
toccare il massimo di 81 milioni nel 1933; è disceso a 63 milioni 328 mila quintali nel 1934
per risalire a oltre 76 milioni nel 1935. Costatiamo, con legittimo conforto che il
miglioramento alimentare verificatosi in tutte le classi sociali in questi ultimi anni ha quasi
annientato la pellagra che tormentava l’Italia settentrionale. Nel 1925 fu iniziata in Italia,
per volontà del Capo del Governo, la battaglia del grano; e non a caso si volle dare alla
grande impresa una denominazione che è tutto un programma denso di significato;
battaglia, non per i fini da raggiungere per la qualità dei messi, ma per il prestigio e la
santità della causa, per la disciplina che rigidamente richiede. Il risultato è stato così
soddisfacente, che noi possiamo affermare tecnicamente dimostrato questo principio:
l’Italia può e deve ritrarre dalle sue terre tutto il suo pane. Non è necessario aumentare la
superficie coltivata, anzi può diminuirla notevolmente; è necessario invece aumentare il
rendimento medio per ettaro. E risparmiare la superficie coltivata a grano vuol dire
destinare terremo ad altre colture, ai foraggi, alla canapa, al lino, al tabacco, alla bietola,
al riso, secondo la natura del suolo e le attitudini della popolazione e le richieste del
mercato.
Dal grano al vino: la produzione del 1931 è stata eccezionalmente scarsa, ma la restrizione
verificatasi nel consumo ha fatto discendere i prezzi molto bassi; nel 1932 s’è avuta una
produzione relativamente abbondante: 45 ,4 milioni di ettolitri: Il consumo si mantiene
fiacco e le condizioni del mercato si sono peggiorate; rimane alta la quota dei gravami
fiscali, che supera in varie regioni, e per il grado normale del vino da pasto, il prezzo di
vendita all’ingrosso del vino; la crisi diventa penosa. La produzione del 1933 è stata di 33
milioni di ettolitri, nel 1934 di 31 milioni.
La produzione dell’olio d’oliva, che era di 3 milioni di quintali nel 1929, fu minima nel
1930 con 1 milione 344 mila quintali; risali a quasi 2 milioni e mezzo nel biennio 1931-32,
a 1 milione 761 mila nel 1933, a 2 milioni 332 mila nel 1934; malgrado i prezzi abbassati,
la domanda permane limitata e si fanno abbondanti scorte esportabili. La
Confragricoltori in una riunione del febbraio 1933, emise dei voti per conseguire
l’intervento dello Stato al fine di migliorare le condizioni del mercato.

Nell’Industria - L’Italia dipende quasi interamente dall’estero per il carbone e per il


petrolio; anche in questi due prodotti che danno il moto all’attività industriale e
commerciale si nota un consumo depresso, malgrado che i prezzi abbassati sui mercati e la
mitezza dei noli marittimi rendano facile l’approvvigionamento. Anche per l’energia idro-
elettrica si deve rammaricare un regresso nel consumo industriale e in quello domestico;
se ne ha, invece, un compenso nel progressivo sviluppo della elettrificazione ferroviaria e
tranviaria.
Una industria che in Italia ha avuto periodi floridi, è quella della seta: in questi ultimi
anni il raccolto medio annuale dei bozzoli ha oscillato fra i 55 e i 60 milioni di chilogrammi
nel 1927-29, si è mantenuto sui 53 milioni nel 1930, ma il notevole ribasso dei prezzi
verificatosi nel 1931 lo ha fatto discendere a 34,5 milioni; nel 1932 è risalito a 38, per poi
ridiscendere a 34 nel 1933 e a 28,8 nel 1934.

Il mercato italiano si può considerare un anello di congiunzione fra i mercati orientali


produttori di bozzoli e i mercati occidentali consumatori; nel 1929-30 esportò 6 milioni
350 chilogrammi di seta tratta e quasi 4 milioni di cascami di seta; l’esportazione di tessuti
di seta si valutava intorno a un miliardo di lire nel 1928 e nel 1929, è discesa a 670 milioni
nel 1930, fino a umiliarsi a 35 milioni nel 1934. Sul mercato italiano la crisi mondiale, ha
avuto ripercussioni dolorose. Né sono bastati - per non vedere spengersi questa industria
secolare- i premi di produzione dello Stato concessi ai _artitamene e ai filandieri

L’industria del cotone: prima della guerra aveva saputo conquistare molti mercati, li
perdette fatalmente in quella parentesi tragica della vita, ma li ha aveva ripresi subito
dopo, poi le difficoltà hanno cominciato a tormentarla. La depressione ha creato dissesti
che hanno portato alla chiusura di vari stabilimenti e hanno stimolato al concentramento
delle imprese. L’industria cotoniera occupava 250 mila operai prima della crisi, li ha
risotti ora a 150 mila: la domanda del prodotto si è ristretta all’interno e all’estero, e i
prezzi si sono abbassati a un tale livello da far scomparire il profitto unitario. Le
esportazioni hanno dato questi risultati: 1 miliardo nel 1931, 735 nel 1932, 610 milioni nel
1933, fino a scendere a 492 milioni nel 1934.
Il complessivo movimento d’importazione e d’esportazione che superava i 4 miliardi nel
1929, si è ridotto a 1 miliardo 293 milioni di lire nel 1934. Un tracollo considerevole.
Un indice sintomatico del progresso industriale di un Paese, potremmo anche dire della sua
importanza economica, è dato dalla produzione del ferro; è il metallo più utile che si conosca, e se
ne hanno, a seconda del contenuto in carbonio, tre varietà: la ghisa, che è il ferro meno puro,
l’acciaio , che si ottiene per decarburazione della ghisa, il ferro dolce, che è il più puro. La
produzione siderurgica mondiale si calcola ora, approssimativamente, attorno ai 200 milioni di
tonnellate, ma erano 300 milioni dieci anni or sono. Quale ne è il contributo dell’Italia? Nel 1929
si produssero 2 milioni 143 mila tonnellate di acciaio greggio e 678 mila tonnellate di ghisa
greggia; nei tre anni successivi la produzione è andata continuamente diminuendo, riducendosi a
1 milione 391 tonnellate di acciaio e a 461 mila di ghisa nel 1932; si è ripresa nel 1933 e nel 1934
risalendo a 1 milione 850 mila di acciaio e a 521 di ghisa.
Per regolare la produzione e l’utilizzazione di questo metallo, fino dal 1929 si costituì un
sindacato fra produttori di laminati, ma non tutti vi aderirono; e siccome questi dissidenti
ostacolavano la finalità per la quale il sindacato era sorto, così un provvedimento legislativo del
gennaio 1932 ha autorizzato il ministero delle corporazioni a disporre la costituzione di consorzi
obbligatori fra gli esercenti dei vari rami dell’industria siderurgica “allo scopo di disciplinare la
fabbricazione e la vendita dei prodotti dell’industria stessa”.

Le industri meccaniche che si differenziano in molteplici imprese, occupavano 227.543 operai alla
fine del 1929; ma questa massa lavoratrice si è ridotta a 127.692 alla fine del 1934: alla distanza
di cinque anni (da quel famoso 1929) troviamo 100 mila occupati in meno, abbiamo, cioè, una
riduzione del 44 per cento. E la depressione, pur così forte, sarebbe stata ancora maggiore, se lo
Stato non fosse intervenuto a sostegno di numerosi stabilimenti.
Un altro metallo, usatissimo nelle industrie per impianti elettrici, essendo buon conduttore, e per
la fabbricazione di numerosi utensili per uso domestico, è il rame; ma la diminuita attività delle
industrie elettriche ne ha ristretto il consumo, che, normalmente, oscillava fra i 65 e 70 mila
tonnellate all’anno.

COMMERCI E TRAFFICI - Tutti gli elementi che abbiamo ricordato fin qui, e che danno
alimento alle svariate forme di produzione economica, li ritroviamo anche nel movimento
commerciale, che si afferma e concreata nei trasporti terrestri e marittimi. Esaminiamoli
_artitamene.
Il traffico dei viaggiatori e delle merci nei trasporti terrestri si è andato indebolendo in misura
opprimente in questi ultimi anni, con una conseguente limitazione di entrate. L’esercizio
ferroviario statale del 1930-31 si è potuto ancora chiudere in pareggio, perché la riduzione delle
entrate si è fronteggiata con un oculato e previdente risparmio nelle spese e con altri
provvedimenti: si è diminuito il personale, si sono lievemente abbassati i salari, si è abolita la
prima classe in servizi per linee secondarie; si sono istituiti dei treni popolari festivi con tariffe
bassissime e si sono fatte larghe concessioni eccezionali per aumentare il traffico in determinati
periodi dell’anno. I veicoli su gomma (auto e autocarri) fanno una concorrenza non trascurabile
al servizio ferroviario, specialmente per i trasporti a piccole distanze. Gli esercizi 1933-34 e 1934-
35 si sono chiusi con disavanzi di oltre 800 milioni di lire.
I trasporti marittimi hanno risentito in misura anche più forte la ripercussione della crisi. Nel
1931 si sentì il bisogno di riunire tre grandi Società di navigazione: la Navigazione Generale, il
Lloyd Sabaudo, la Cosulich; si venne a formare una società unitaria, cui si è dato il nome fatidico
e augurale di Società Italia. Con queste fusioni si sono ridotte le spese amministrative, si sono
eliminate le spese di concorrenza. Anche le maggiori imprese, che esercitavano servizi
sovvenzionati, hanno seguito l’iniziativa della fusione: il Lloyd triestino, la Sitmar. la Marittima
Italiana si sono raccolte in una unica impresa, che ha conservato il nome della prima del gruppo,
costituendo un blocco di naviglio di 320 mila tonnellate.
Poi le due fusioni si sono armonizzate: la Società Italia controlla il nuovo Lloyd per cu tutto il
naviglio italiano agisce sotto una direzione unica, con il concorso provvidenziale dello Stato.
Prima della crisi avevamo assistito ad uno sviluppo eccessivo dei trasporti marittimi; ed era stato
favorito da incoraggiamenti statali non pienamente giustificati. Il ribasso dei noli, inatteso ed
esagerato, la contrazione dei traffici, che ha assunto un aspetto disastroso, hanno smorzato le
speranze del concentramento operato nel 1931; già l’anno successivo ha dovuto registrare un
peggioramento delle condizioni finanziarie della navigazione libera di linea e una sofferenza della
navigazione sovvenzionata. Le svalutazioni della sterlina e delle monete di altri paesi marinari
dovevano congiungersi al ribasso dei noli e alla restrizione del traffico per aggravare la
situazione economica della marina mercantile italiana.

LA DEPRESSIONE NELLA PROPRIETA’ FONDIARIA


E LA SPECULAZIONE DEL DOPOGUERRA
La depressione economica italiana si differenzia dalla crisi mondiale per le speciali condizioni del
nostro paese. I proprietari italiani ricordano gli anni dell’immediato dopoguerra, che segnarono
la ridda fantastica della compra-vendita dei terreni: la terra per alcuni era diventata una merce
comune; coloro che avevano cumulato somme favolose durante la guerra le investivano in poderi
e tenute, pagando prezzi altissimi; oggi sono tassati in misura di quella valutazione e i prezzi di
mercato sono precipitati improvvisamente a un livello minimo. Non hanno più alcuna riserva
monetaria e acquistano semi, concimi, macchine, strumenti di lavoro, tutto a credito dai Consorzi
agrari con l’obbligo di pagare a raccolta.
E’ stato dimostrato con dati precisi che il prezzo attuale del grano era uguale nel 1930 a cinque
volte il prezzo di vendita dell’anteguerra, lo è divenuto oggi uguale a tre volte e mezzo, mentre il
costo attuale di produzione è uguale a sette volte il costo dell’anteguerra. Soltanto le alte
produzioni, dai 30 quintali in su per ettaro, diventano redditizie.
Non c’è stata mai tanta richiesta di mutui fondiari come ora. Le domande sono così numerose,
che se ne respingono molte e si prolunga la procedura per rallentare l’operazione; le cartelle
fondiarie al 3,50 per cento, emesse nell’anteguerra, si ricercavano a un prezzo superiore alla pari
ed erano discese nel 1931 a 410 lire (il valore nominale di emissione è di 500 lire), per risalire
l’anno dopo a 440; erano state emesse invece, cartelle al 4,50, al 5 e al 6 per cento che, nel 1934, si
sono convertite al 4 per cento per disposizione governativa.

Nel quinquennio 1930-34 sono stati stipulati dagli istituti di credito fondiario 10.841 mutui su
beni rustici per un ammontare di 1 miliardo 875 milioni, e 18 miliardi 949 milioni su beni urbani
per un ammontare di 3 miliardi 268 milioni; complessivamente, i mutui di credito fondiario in
questo quinquennio di depressione hanno avuto un ammontare di 5 miliardi 143 milioni di lire.
Gli istituti di credito agrario, a loro volta, nello stesso quinquennio 1930-34, hanno concesso
1.124.061 mutui d’esercizio per un ammontare di 4 miliardi 251 milioni di lire, e 29.766 mutui di
miglioramento per 884 milioni 496 mila lire. In cinque anni la proprietà fondiaria si è aggravata
di mutui per una somma di oltre 10 miliardi di lire.

I proprietari fondiari, così gravemente colpiti dalla depressione, si caricano di debiti e si trovano
imbarazzati a pagare le rate semestrali di ammortamento. Nei primi quindici giorni di gennaio e
di luglio le sale del credito fondiario, dove si fanno i pagamenti rateali, erano affollate fino a
pochi anni or sono; oggi si trovano deserte; e tutti sono in arretrato. Basterebbe l’arretrato di un
semestre per mandare all’asta il fondo, ma l’istituto pazienta due tre semestri e ora passano
anche questi e le espropriazioni fondiarie sono dovunque numerose: la situazione è preoccupante.

Lo Stato ha fornito e continua a fornire aiuti all’agricoltura così tormentata: ha stanziato in


bilancio degli assegni quinquennali per contributi su prestiti agrari di esercizi rateizzati, per
diminuire gli interessi sulle anticipazioni fatte agli agricoltori dai consorzi agrari e ha destinato
oltre un miliardo di lire per venire in aiuto di agricoltori benemeriti, che avevano ricorso al
credito per opere di miglioramento e che ora si trovano in gravi difficoltà economiche.
Molti proprietari si erano trovati nella dura necessità di vendere subito il raccolto granario, per
compensare le anticipazioni avute dai consorzi agrari, ma consorzi e governo li hanno assistiti
anche in questo momento critico con una istituzione iniziata nell’estate 1932 e che si è andata
intensificando nel 1933. Consiste nelle vendite collettive compiute sotto la vigilanza dei consorzi
agrari per sopprimere quel groviglio d’intermediari che si frappone fra il produttore e il
consumatore e aggredisce l’uno e l’altro. I prezzi all’ingrosso, quelli che riscuote il produttore,
sono discesi notevolmente, come abbiamo già documentato, da pochi anni a questa parte, mentre
i prezzi al minuto, quelli che paga il consumatore, hanno subito lievi oscillazioni. Le vendite
collettive toglierebbero questo stridente contrasto rendendo un beneficio al produttore e al
consumatore, eserciterebbe una funzione economica e morale.

I consorzi agrari, disseminati in tutta Italia, sono gli enti adatti per dare attuazione a questo
provvedimento: come forniscono gli agricoltori di concimi e di strumenti agrari, possono
ricoverare il grano in locali appositi, anticipare al produttore i nove decimi del prezzo di
mercato, venderlo al momento opportuno e al prezzo conveniente, utilizzando i magazzini propri
e quelli dei comuni o di altri enti e degli stessi proprietari fino a che non si siano costruiti in ogni
provincia i silos adatti per questo servizio. Per preparare con la maggior efficacia questa attività
provvidenziale e per assicurare il suo progressivo e vitale sviluppo, si ritiene utile compiere una
serie di operazioni preliminari: una statistica dei produttori, che ci consenta di avere una
indicazione esatta dei granai e locali adatti alla conservazione del prodotto; un accordo con i
grandi mulini per la concessione dei silos e dei magazzini di loro proprietà; una statistica
rigorosa dei consumi della provincia per la distribuzione del prodotto e per l’offerta della
quantità esuberante a quelle province che ne abbiano bisogno.

In tempi di guerra si è fatta la requisizione dei cereali, e la popolazione ha potuto superare


difficoltà paurose; in tempi di pace, molestati dalla crisi economica, possiamo fare l’ammasso
volontario del frumento per la vendita collettiva, eliminando speculazioni ingorde, assicurando ai
produttori un prezzo equo e remunerativo , senza gravare i consumatori, stimolando gli
agricoltori a più intensa e razionale coltivazione.
Ritorneremo allora anche nella valutazione della terra, ai principii fondamentali della dottrina
economica: la terra non deve dare niente del suo, deve saper conservare la sua fertilità, e il suo
valore non deve dipendere da quanto essa può produrre naturalmente, ma deriva dalla facilità
che essa offre di raggiungere i più alti prodotti al minimo costo: è l’industria agraria che si giova
della terra per trasformare i concimi nei vari prodotti richiesti dal mercato.
Il valore della terra si commisurava una volta, nella vecchia agricoltura, dal grado della sua
fertilità naturale, e i terreni si distinguevano in classi; nell’economia attuale il valore della terra
aumenta nella stessa proporzione con la quale l’agricoltore ne sa innalzare la produttività. La
vecchia agricoltura impiegava dei secoli a raddoppiare la produzione di un terreno, la nuova
raddoppia e triplica la produzione in pochi anni.

E allora, perché si assiste alla realtà angustiante di una improvvisa e sensibile svalutazione della
terra, quando la battaglia del grano ha trionfato con un aumento della produzione nazionale e
con esempi mirabili di produzioni che si elevano ai 50, ai 60 quintali per ettaro? E’ stato
osservato dai tecnici che il deprezzamento della terra non può avere che tre cause: l’ignoranza, la
mancanza di capitale per l’esercizio dell’industria agricola, la libidine del possesso. Ebbene,
abbiamo vinto l’ignoranza con l’opera assidua e illuminata delle cattedre ambulanti e dei
sindacati degli agricoltori; ma il capitale difetta e, come abbiamo detto, tutti gli agricoltori
ricorrono al credito, vincolando i prodotti futuri; la libidine del possesso era divenuta,
nell’immediato dopoguerra un gioco di borsa fatto col miraggio abbagliante d’una ricchezza
privilegiata, ma coloro che avevano fatto gli acquisti a prezzi fantastici si trovano ora morosi con
l’esattore delle imposte e col credito fondiario.
Eppure, noi riteniamo che la proprietà fondiaria, percorsa da una malattia fulminea, sia dotata
di tali energie di resistenza da poter evitare il tracollo per entrare in uno stato di convalescenza
risanatrice. Avverranno anche qui le epurazioni e la terra sarà lasciata a quei saggi agricoltori
che ne sanno adeguatamente valutare la potenzialità produttiva e la sanno utilizzate per la
soddisfazione dei bisogni nazionali.

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ALBERTO BENEDUCE
Geniale conoscitore e manovratore dei meccanismi finanziari,
pur non essendo fascista,
lavorò nell'ombra per lunghi anni accanto al dittatore

L'EMINENZA GRIGIA DI MUSSOLINI


SALVO' L'ITALIA DAL CAOS ECONOMICO
Cos'è una "eminenza grigia"? La storia recente dell'Italia è purtroppo punteggiata da un
numero davvero notevole di misteri irrisolti e forse per questo la cosiddetta "dietrologia"
è diventata una delle discipline più frequentate del paese. Un amore forse innato (e
sicuramente un po' provinciale) per le teorie dei complotti altro non ha fatto che
alimentarne l'uso strumentale. Chi non ha mai sentito parlare di "poteri forti", di
"eminenze grigie", di "regie occulte" o di "grandi vecchi"?
Tanto meglio se questi termini significano tutto e niente, perchè l'alone di mistero che ne
deriva trae origine proprio da questa indeterminatezza. In realtà, se andiamo a consultare
il dizionario, la definizione di eminenza grigia non ha in sè e per sè una accezione
negativa, o esclusivamente negativa, ma tant'è: non è certo un caso che in Italia sia
soprattutto ad un personaggio come Licio Gelli (" il burattinaio") che viene di norma
affibbiata questa etichetta del "grande vecchio"..
C'è tuttavia un'altra figura che in Italia è solitamente definita come "eminenza grigia", ed
è quella di Enrico Cuccia, il riservatissimo presidente di Mediobanca. Nonostante non
abbia mai occupato alcuna carica istituzionale, nelle sue mani si sono spesso concentrati
poteri immensi, e la sua influenza - per quanto indiretta - sulla economia italiana è stata
talvolta pari se non superiore a quella di un ministro del governo. Nelle mani di Cuccia,
che ha fatto della discrezione uno stile di vita (mai in assoluto un'intervista concessa ai
giornalisti), sono passati i pacchetti azionari di maggioranza della quasi totalità delle più
importanti società italiane; il suo ormai mitico quanto inaccessibile studio di via
Filodrammatici a Milano ha visto disegnare le strategie finanziarie di quelle stesse
società e comporne nella più assoluta segretezza i conflitti di potere.
Di origini siciliane, Enrico Cuccia è sposato con una donna dal nome curioso: Idea
Socialista. La signora - così pare - è chiamata meno impegnativamente Ida, ma resta
egualmente curiosa tanta fede nel socialismo da imporre un tale nome alla figlia,
soprattutto se scopriamo che il padre in questione fu uno dei più stretti collaboratori di
Mussolini in campo economico e finanziario durante tutto il periodo fascista. L'uomo
che sapeva tutto!
Se poi scopriamo che oltre ad essere il suocero di Cuccia ne fu per certi versi il
predecessore e per altri una sorta di maestro e di padre spirituale, la cosa si fa
doppiamente curiosa. Non solo: Alberto Beneduce (ecco finalmente in scena il
protagonista dell'articolo; ma è legittima un po' di suspense quando si fa la conoscenza
di una vera eminenza grigia…) fu, quanto a potere e prestigio, un Enrico Cuccia al cubo.
Nonostante abbia sempre sostanzialmente operato dietro le quinte, la figura di Beneduce
è assolutamente centrale nel panorama della storia economica - e della storia
dell'industria italiana tout court - tra le due guerre mondiali.
Nato a Caserta il 29 marzo 1877 da una famiglia di modeste condizioni, Alberto
Beneduce studiò discipline matematiche a Napoli, dove si laureò nel 1900. Fino
all'avvento del fascismo Beneduce fu apertamente socialista. La sua carriera procedette
brillantemente su più fronti: quello politico, quello universitario e quello professionale.
Nel 1910 fu abilitato alla libera docenza in statistica e demografia e nello stesso anno si
vide assegnata una cattedra all'Università di Genova. Nel 1911 Francesco Saverio Nitti,
allora primo ministro, lo chiamò a collaborare al progetto di un ente pubblico che
gestisse monopolisticamente le assicurazioni sulla vita. L'anno successivo il suo apporto
alla nascita e alla organizzazione dell'Istituto Nazionale delle assicurazioni (INA), in
qualità di consigliere di amministrazione, fu probabilmente determinante. Seguace di
Bissolati, nel 1913 fece parte del comitato elettorale socialista-riformista che lo
sosteneva. In questo periodo Beneduce, che aveva nel frattempo aderito alla massoneria,
faceva parte del comitato centrale dell'Associazione nazionale del libero pensiero.
Nel 1914-15 fu interventista e con Bissolati e Nitti cercò di sostenere le ragioni che i
gruppi democratici avrebbero avuto per schierarsi a fianco delle altre grandi democrazie
occidentali. Si occupò tra l'altro dei problemi economico-finanziari connessi alle
necessità belliche, e collaborò con Stringher, governatore della Banca d'Italia, alla
istituzione del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, strumento che si rivelerà
di primaria importanza nel sostenere il sistema industriale durante la problematica
congiuntura di guerra. Mentre la maggior parte degli aderenti socialisti si era mantenuta
su posizioni (per quanto variegate) di neutralità, Beneduce fu volontario in un reparto
combattente del Genio.
Inutile dire che vi entrò come ufficiale. Vi uscì del resto già nel 1916, per assumere la
carica di amministratore delegato dell'INA. È in questo periodo che la sua
collaborazione con Nitti si fa ancora più stretta. Il suo apporto alle politiche economico-
finanziarie del governo (particolarmente riguardo ai programmi di ricostruzione post-
bellica) risultò importantissimo: è a lui che si deve la concessione della polizza gratuita
di assicurazione ai combattenti, e soprattutto l'istituzione dell'Opera nazionale
combattenti (ONC) di cui fu anche, inizialmente, il presidente. La funzione principale di
questo organismo, nato all'indomani dell'umiliante sconfitta di Caporetto, non era solo
quella di rendere più accettabili alle truppe - completamente frustrate sul piano fisico e
psicologico - le durissime condizioni della guerra di trincea , ma anche e soprattutto
quella di promuovere uno sforzo per una vera ricostruzione alla fine della guerra: si
proponeva infatti compiti organizzativi e formativi verso i reduci, e diverse iniziative nel
campo delle bonifiche agrarie e dell'assistenza finanziaria.
Nel novembre del 1919 Beneduce si dimise da amministratore delegato dell'INA e da
professore d'università per presentarsi alle elezioni politiche nel collegio di Caserta,
schierandosi con il gruppo social-rifomista guidato da Ivanoe Bonomi. Eletto deputato,
rappresentò il proprio collegio per due legislature (la XXV e la XXVI), dal 1919 al
1923. Presidente della commissione Finanza e Tesoro della Camera, ebbe una parte
importante nella legislazione economica e finanziaria dei governi Nitti e Giolitti.
Politicamente si dimostrò favorevole alla collaborazione con i cattolici guidati da don
Sturzo. Il 4 luglio 1921 entrò a far parte del governo Bonomi in qualità di ministro del
Lavoro e della Previdenza Sociale, dicastero di recente istituzione. Molto significative
furono le contrastanti reazioni seguite alla sua nomina: mentre i nazionalisti lo
giudicarono il nemico forse più pericoloso per il fascismo, Mussolini in persona ne lodò
pubblicamente le capacità su il Popolo d'Italia (5 luglio 1921). Del resto Beneduce, che
come abbiamo visto proveniva da una famiglia di umili condizioni, il prestigio di cui
godeva se lo era conquistato sul campo, grazie alle sue capacità, e molto probabilmente
anche chi gli era nemico non poteva negarne la competenza tecnica: proprio la sua
intelligenza fuori dal comune era ciò che agli occhi dei fascisti lo rendeva maggiormente
pericoloso.
L'esperienza governativa non fu per Beneduce gratificante, se è vero che, insoddisfatto,
già nell'ottobre del 1921 presentò a Bonomi le sue dimissioni. Dimissioni che però -
questo a riprova del prestigio di cui ormai godeva - non furono accettate: Beneduce
concluse dunque il suo lavoro di ministro solo nel febbraio del 1922. Se osserviamo da
vicino l'attività politica di Beneduce tra il 1919 e il 1922, notiamo come essa sia
decisamente intensa. Ai ruoli ricoperti già menzionati se ne aggiunsero numerosi altri
derivanti dalla sua partecipazione a molte diverse commissioni e a incarichi speciali di
vario genere. L'elenco degli enti e delle associazioni in cui ricoprì a vario titolo cariche
amministrative è davvero lunghissimo. Molto spesso si tratta poi di posizioni di
responsabilità. Fu membro del Consiglio superiore di statistica e di quello per
l'Istruzione Commerciale, membro del Consiglio superiore del credito, del Consiglio
superiore della previdenza e assicurazioni sociali, e del comitato permanente della
previdenza e assicurazioni sociali, e membro del Consiglio di amministrazione della
Cassa nazionale per gli infortuni sul lavoro.

Fece anche parte del Comitato dell'associazione della Croce Rossa per il soccorso ai
malati e ai feriti in guerra. Fu, infine, presidente della Cassa nazionale di previdenza per
l'invalidità e la vecchiaia degli operai. Se non sapessimo che tutti questi incarichi, per
tacere di quelli secondari, furono una quasi naturale conseguenza del prestigio goduto da
Beneduce, saremmo tentati di sospettare una certa qual mania di protagonismo. Al
contrario, Beneduce fu sempre maestro di discrezione. In pochi anni egli era riuscito a
costruirsi una solida reputazione di uomo al di sopra delle parti, e proprio su questa
immagine di imparzialità e di discrezione (nonché, ovviamente, sulle sue grandi capacità
professionali) che costruì la sua brillante carriera.
È strano constatare quanta poca letteratura esista su una figura così importante per la
storia dell'economia italiana, degna, per il ruolo centrale che ha avuto, di figurare
accanto a personaggi come Einaudi, Vanoni o Mattei, che in effetti godono di ben altra
fama. Poco ha giovato a Beneduce, molto probabilmente, proprio questa vocazione
all'understatement.
Nel 1922, al momento del colpo di stato fascista, Beneduce abbandonò la vita politica e
non si presentò alle successive elezioni del 1924, ma continuò sempre a schierarsi con i
gruppi democratici in tutte le più importanti occasioni di opposizione al fascismo al
quale - inizialmente - sosteneva si dovesse resistere anche con l'uso della forza.
Fu sempre al fianco dei più importanti esponenti progressisti, da Bonomi a Turati ad
Amendola, sia prima sia dopo il delitto Matteotti. A proposito del delitto Matteotti,
considerato come il vero inizio della dittatura fascista, ricordiamo che fu proprio grazie a
Beneduce e al gran maestro della massoneria, Domizio Torrigiani, che l'opposizione
antifascista entrò in possesso del noto memoriale di Cesare Rossi e lo stesso Beneduce si
prodigò perché questo pervenisse al Re Vittorio Emanuele III, e con esso anche il
memoriale Filippelli.
Quella che possiamo senza alcun dubbio osservare in questo caso è una radicale
opposizione al fascismo. Nel maggio 1925, tuttavia, Beneduce fu tra quelli che
premettero per un ritorno in aula degli Aventiniani affinché l'opposizione al governo
fascista si svolgesse all'interno del Parlamento. Non solo, si faceva strada in Beneduce
l'idea che un eventuale collaborazione con i fascisti fosse da prendere in considerazione.
Egli in realtà non fu l'unico in quegli anni a sostenere questa possibilità: come molti altri
esponenti democratici oscillò spesso tra un giudizio completamente negativo sul
fascismo e la speranza che esso rientrasse nei confini della legalità e che dunque fosse
opportuno sperimentare con esso una qualche forma di collaborazione.
Nella seconda metà del 1925, col rafforzarsi del nuovo regime e il frantumarsi
dell'opposizione antifascista, Beneduce si distaccò dagli amici noti per antifascismo e
con un probabilmente molto ben calcolato silenzio sul nuovo corso della vita politica si
dedicò interamente a quelle iniziative pubbliche e private che lo porteranno, di lì a poco,
a una stretta collaborazione col regime fascista. Un silenzio, quello di Beneduce, che
lascia molto spazio alle libere interpretazioni, o meglio che non ne lascia alcuno, perché
nessuno può provare con certezza quali considerazioni abbiano prevalso nelle sue
decisioni.

Forse solo una grande ambizione personale, condita da una ben ponderata dose di
cinismo politico; forse invece un realismo spinto alle estreme conseguenze di accettare
la collaborazione con un regime che altrimenti sentiva di dover decisamente rifiutare,
nella speranza di ricavare uno spazio di libertà e di azione il più ampio possibile. Quali
che fossero le sue motivazioni, dobbiamo dire che i suoi scopi li raggiunse in pieno, se è
vero come è vero che proprio il fascismo lo lanciò in una dimensione ancora più grande
( tanto da diventare, come abbiamo già più volte ripetuto, figura di prima grandezza
della storia economica nazionale), e se è vero anche che il suo rapporto con il regime
non richiese mai riconoscimenti ufficiali, risolvendosi come vedremo in un rapporto
diretto e personale con Mussolini.
Già dal 1926 dunque Beneduce assunse la presidenza della cosiddetta "Bastogi", che
conservava il nome di Società per le strade ferrate meridionali, ma che era in realtà una
società di primissima importanza nel settore elettrico. Evidentemente Beneduce non
partiva da zero, ma si giovava di una solida esperienza sui problemi finanziari sia interni
sia internazionali e soprattutto su una rete di contatti importanti intrecciata negli anni
precedenti. Fin dagli inizi egli poté contare sulla amicizia e sull'appoggio di Stringher e
del potente Volpi, ministro delle Finanze molto ben introdotto nel mondo bancario.

Nel 1927 Volpi stesso lo incaricò di appoggiare il lavoro dello Stringher per la
predisposizione di tutte le lunghe e complicate manovre finanziarie necessarie per
attuare la riforma monetaria. Con il famoso "discorso di Pesaro" dell'estate del 1926
Mussolini si era impegnato - per evidenti questioni di prestigio politico - a difendere il
cambio della lira. In particolare si volle difendere la cosiddetta "quota 90" rispetto alle
sterlina (con grande dispendio di retorica nazionalista, per difendere un cambio che in
realtà sopravvalutava il vero valore di mercato della nostra moneta), e ciò costrinse le
istituzioni monetarie del Paese a un duro lavoro di adeguamento. Anche in questo caso
l'apporto di Beneduce all'elaborazione del provvedimento che fissava a 92,46 il cambio
lira-sterlina (21 dicembre 1927) fu decisivo, e lo fu anche per quanto concerne tutte le
operazioni collaterali tra le quali la sistemazione del debito fluttuante dello Stato e la
definizione degli accordi con le autorità monetarie inglesi e americane.
Comincia dunque in sordina l'ascesa di Beneduce e senza bisogno che questi si esponga
mai dal punto di vista politico: con molta probabilità possiamo credere che egli mai fu
fascista, tanto è vero che più volte Mussolini resistette alle insistenti pressioni di certi
ambienti fascisti che mal tolleravano la persona di Beneduce in così elevati posti di
comando. La forza (e quindi il potere) di Beneduce stava nella grande stima che il duce
in persona aveva in lui.
La documentazione storica su questo strano rapporto personale che legava Mussolini a
Beneduce è piuttosto carente: non si sa molto sulla natura di questo rapporto ma è certo
che la condotta di Beneduce, del resto volutamente circoscritta in ambito puramente
tecnico, era improntata ad una lealtà che non lasciava indifferente Mussolini.
Ovviamente non è il caso di ricamare troppo attorno alla relazione Mussolini -
Beneduce: l'ascesa di quest'ultimo trovava appoggio nel primo ma è altrettanto evidente
che essa è determinata dal modo con il quale Beneduce si seppe muovere nel mare
turbolento dell'economia italiana, in particolare in occasione della crisi bancaria degli
anni Trenta,
alla cui soluzione egli contribuì in modo a dir poco fondamentale.

Lo sguardo va qui allargato su un orizzonte più ampio: nell'autunno del 1929 il crollo
di Wall Street, la borsa più importante del mondo, fa deflagrare una crisi latente, che è
crisi dell'economia reale e crisi finanziaria assieme. Tra il 1929 e il 1932 in tutto il
mondo si assisterà a un drammatica crollo della produzione industriale (il che, sia detto
per inciso, porterà a una progressiva chiusura di stampo autarchico delle singole
economie nazionali, e dunque ad un aumento della conflittualità che avrà il suo ruolo
nello scoppio della successiva guerra mondiale). Ebbene: nemmeno l'Italia sfuggì alla
grande depressione, ma la crisi assunse una forma particolare. Il sistema industriale
italiano infatti aveva subìto una forte accelerazione - soprattutto in alcuni settori - con la
Prima guerra mondiale grazie alle commesse statali.

Venute a mancare quelle, a fronte di un mercato ancora poco sviluppato, la crisi da


sovrapproduzione era stata quasi automatica. La grande anomalia, in ogni caso, era
costituita dall'intreccio tra banche e industrie, anch'esso divenuto più stretto nel periodo
1915-18. Questo "abbraccio perverso" era la conseguenza di un mercato finanziario
troppo contratto e comunque sbilanciato sui titoli di stato: da sempre il grave handicap
del capitalismo italiano era (e in parte lo è tuttora) quello di essere un "capitalismo senza
capitali". In sostanza accadeva che banche e industrie si controllassero a vicenda: le
prime ingerivano nella gestione industriale, mentre i gruppi industriali tentavano di
acquisire i pacchetti azionari di controllo delle banche più importanti per utilizzare i
depositi dei risparmiatori come fonte di finanziamento.

Questo sistema, comunemente definito di banca mista, aveva in Toepliz, presidente della
Banca Commerciale, il più acceso sostenitore. Esso in effetti aveva dato un contributo
più che notevole al processo di industrializzazione del Paese, ma già fin nel 1921 il crak
della importante Banca Italiana di Sconto (BIS) aveva reso evidente a molti, tra i quali
Beneduce, che la banca mista era troppo esposta al rischio di venire coinvolta
dall'eventuale crisi dell'industria. Una tale commistione di interessi si rifletteva poi nella
composizione dei consigli di amministrazione delle banche e delle imprese controllate (o
viceversa): i dirigenti finivano per essere gli stessi e ciò donava una sfumatura ancora
più ambigua al quadro generale. Durante tutti gli anni Venti il sistema bancario soffrì
visibilmente di questa anomala commistione: oltre alla BIS crollò la Banca Agricola
Italiana (1923) e i fallimenti non si contarono. Il Banco di Roma fu invece salvato,
sempre nel 1923, per motivi di opportunità politica: era appena caduta la BIS e con essa
l'Ansaldo, e inoltre il Banco di Roma avrebbe trascinato con sé moltissimi altri piccoli
istituti di credito.

Non ultimo, esso rappresentava gli interessi di molti gerarchi fascisti e dello stesso
Vaticano. Le prime risposte alla crisi arrivarono concretamente attorno al 1926,
orchestrate dall'attenta regia del solito Beneduce. Dal 1919 egli era presidente del
Consorzio di credito per le opere pubbliche (CREDIOP) e dal 1924 dell'Istituto di
credito per le opere pubbliche (ICIPU), di cui era stato ispiratore e fondatore. Questi due
importanti enti gli avevano consentito di farsi una incomparabile esperienza nel campo
del credito industriale. Egli li aveva gestiti entrambi con una filosofia diametralmente
opposta a quella di Toepliz, il che, come vedremo, lo porterà in seguito ad un inevitabile
conflitto con quest'ultimo.

Nel 1926 la "sezione speciale autonoma" del Consorzio per sovvenzioni su valori
industriali venne organizzata nella forma voluta da Beneduce per una gestione autonoma
delle operazioni di salvataggio. L'istituto venne così in possesso di numerose
partecipazioni azionarie rilevate dalle banche in difficoltà: queste in parte furono
nuovamente cedute ai privati, in parte mantenute sino a quando non le passò all' IRI, la
grande invenzione di Beneduce che diventerà realtà qualche anno più tardi. Nel 1929
infatti, la caduta dei corsi azionari aveva danneggiato soprattutto quelle banche - la
Commerciale, il Credito Italiano, il Banco di Roma - che più di altre partecipavano della
proprietà di imprese industriali da loro stesse finanziate coi depositi.

Dal 1930 al 1933 la crisi andò progressivamente peggiorando, dimostrando una volta
per tutte che il sistema della banca mista era giunto all'epilogo. Inoltre, nel tentativo di
sostenere le imprese in difficoltà, le banche invece di smobilizzare i propri capitali,
intervenivano ancora più pesantemente con l'acquisto di nuove partecipazioni azionarie,
innescando un circolo vizioso pericolosissimo. Le immissioni di liquidità della Banca
d'Italia (che solo dal 1926 era l'unica titolare del diritto di emissione e di controllo dello
stock monetario, nonché di controllo sul resto del sistema creditizio) evitarono il crollo
dell'intero sistema bancario ma non poterono risolvere una crisi che era strutturale. A
questo proposito la maggiore lungimiranza di Beneduce, convinto assertore della
separazione tra credito ordinario e credito industriale, ebbe la meglio sulla ostinata
convinzione di Toepliz, per il quale il salvataggio dello Stato avrebbe dovuto permettere
alla Commerciale (e così alle altre banche) di riprendere la politica sino ad allora
adottata.

Beneduce, al quale fu affidato l'intervento statale, sosteneva invece che il settore


pubblico, una volta messi a disposizione i capitali necessari al salvataggio avrebbe
dovuto acquisire i titoli e le partecipazione industriali delle banche e provvedere di suo
conto alla loro gestione e al successivo smobilizzo. Il primo grande tentativo di
rispondere alla ristrettezza del mercato finanziario (obbligazionario in particolare) che
tanti ostacoli poneva allo sviluppo industriale fu la costituzione dell' Istituto Mobiliare
Italiano (IMI), ente pubblico che avrebbe dovuto realizzare il credito industriale
attraverso la concessione di mutui a medio e lungo termine alle piccole e medie imprese.
Costituito nel maggio del 1931 l'IMI (di cui Beneduce era consigliere
d'amministrazione) fu sopraffatto dalla gravità della crisi e l'attuazione pratica dei suoi
obiettivi fu molto limitata. Intervento di ben maggiore portata, che ben possiamo
definire storica per l'economia italiana, fu la costituzione dell'IRI.

L'Istituto per la Ricostruzione Industriale rappresentò una novità assoluta anche


rispetto alle esperienze di altri paesi. Della sua ideazione e della sua organizzazione,
elaborata nel più totale riserbo assieme a Donato Menichella (l'allora presidente della
Banca d'Italia, anch'egli personaggio anomalo in quanto non fascista) e a Pasquale
Saraceno, Beneduce rese conto solo ed esclusivamente al duce. Il silenzio attorno al
progetto fu totale, e Mussolini stesso, a quanto sembra, diede il suo benestare al lavoro
già ultimato

Presieduto dallo stesso Beneduce e costituito per regio decreto il 23 gennaio 1933, l'IRI
fu finanziato dalla Banca d'Italia e dal Tesoro e si assunse l'immane compito di
smobilizzare le partecipazioni delle banche miste nelle aziende industriali, operazione
quanto mai complessa anche a causa dell'intricatissimo sistema delle partecipazioni
incrociate. Questo portò l'IRI a possedere azioni in un numero assai notevole di aziende
nei più disparati settori: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all'agricoltura, dal tessile
alla meccanica. Caso particolare quello del settore bancario, dove la quasi totalità delle
azioni era costituita dai capitali sociali di Banca Commerciale, Banca di Roma e Credito
Italiano, che si vennero così a trovare sotto controllo pubblico. Dal 1936 esse assunsero
la qualifica di Banche di Interesse Nazionale (le cosiddette BIN), che hanno
conservato fino alle privatizzazioni avvenute in questi anni Novanta.

Tutto ciò fece dell'IRI un mastodonte economico, dalle proporzioni esagerate rispetto a
quasi tutti gli altri gruppi di imprese operanti allora in Italia. Il suo bilancio presentava
dimensioni fuori dall'usuale: all'attivo erano iscritte partecipazioni per circa 8 miliardi di
allora. Una cifra esorbitante, basti pensare che il capitale sociale dell'IMI ammontava a
551 milioni. L'IRI era stato pensato da Beneduce come un ente temporaneo per gli
smobilizzi e per il finanziamento a medio-lungo termine delle piccole e medie imprese.

Esso finì invece per diventare permanente perché le risorse di capitale del mercato
risultarono insufficienti a riassorbire tutte le partecipazioni. Queste difficoltà possono
dare l'idea di come l'azione di Beneduce andasse a toccare l'intero sistema economico
nazionale. Dal giugno 1937 un provvedimento governativo rese l'IRI un ente
permanente e se in un certo senso questa fu una piccola sconfitta per Beneduce è lecito
immaginare che egli si sia adeguato con il suo usuale realismo alla situazione
contingente, sfruttando al meglio le risorse che questa gli metteva a disposizione. Tra
l'altro la ripresa economica del 1935 se da un lato era essa stessa un ostacolo al
riacquisto delle partecipazioni IRI, in quanto gli investimenti del settore privato erano
già impegnati in una fase di espansione, dall'altro aumentò il valore delle azioni a
allontanò il pericolo di nuovi collassi finanziari.

Ciò che però allontanò davvero il timore di nuove crisi fu la normalizzazione dell'attività
creditizia che seguì la legge bancaria del 1936, l'ultimo capolavoro di Beneduce, di cui
la costituzione dell'IRI era stata la premessa indispensabile. Datata 12 marzo 1936 (ed
emendata nel 1937 e nel 1938), la riforma bancaria fu ispirata da Beneduce e suddivise il
credito a breve da quello a lungo termine. Il primo fu assegnato agli istituti di credito
ordinario tra cui le tre banche pubbliche (chiuse all'azionariato estero), le casse rurali e
di risparmio, le banche popolari, le ex banche di emissione (che avevano fino a pochi
anni prima il diritto di stampare lire: tre queste San Paolo, Monte dei Paschi, i Banchi di
Napoli e Sicilia).

Il credito industriale divenne invece competenza esclusiva di IMI, CREDIOP e ICIPU.


In realtà la legge disciplinava la raccolta e non gli impieghi e quindi non impediva che
questi potessero essere anche ad altissimo rischio, ma permetteva agli organi di controllo
appositamente creati di interferire con giudizio di merito - potere notevolissimo - sul
rapporto raccolta/impieghi. Questo potere spettava a un Comitato interministeriale nato
contestualmente alla legge e alla Banca d'Italia che sempre in virtù della riforma
diventava completamente pubblica e aumentava I propri poteri di supervisione
dell'intero sistema creditizio, assumendo definitivamente il carattere di "banca delle
banche".

Quanto all'IRI, esso venne gestito da Beneduce con criteri privatistici e con la perenne
cautela di mantenere l'intervento statale nei limiti del controllo finanziario, senza
sconfinare nell'ambito della gestione e della programmazione. Egli fu in questo senso un
riformista illuminato: dotato di un senso dello Stato che pochi in Italia prima e dopo di
lui hanno dimostrato, per principio percepì sempre compensi ed emolumenti solo dalle
sue partecipazioni in società private e mai dall'amministrazione pubblica. La sua
impronta sulla forma dell'economia italiana si è conservata praticamente fino ad oggi: gli
ordinamenti finanziari e l'assetto della proprietà dei capitali qualificarono da allora, in
Italia, un tipo di economia "mista" di iniziative pubbliche e private.
LA NASCITA DELLE PARTECIPAZIONI STATALI
Dall'esperienza dell'IRI nacque il sistema delle partecipazioni statali, unico in Europa e
forse nel mondo, una sorta di "terza via" tra liberalismo e socialismo che ha avuto le ben
note degenerazioni di corruzione partitocratica ma che ha anche avuto nel nostro paese
una notevole importanza storica, essendo stato tra l'altro uno dei più importanti terreni di
incontro tra la cultura di sinistra e quella cattolica.

Tornando al 1936, superata la crisi economica, la posizione di Beneduce nella vita


finanziaria del paese è, se possibile, ancora più forte: lo troviamo presidente dell'IRI,
dell'ICIPU, del CREDIOP, dell'Istituto per il credito navale (altra sua personale
creazione, in omaggio alla filosofia della specializzazione finanziaria), dell'Istituto
nazionale dei cambi e del Comitato centrale amministrativo del Consorzio per
sovvenzioni su valori industriali.

Nel settore privato conservava la carica di presidente della Bastogi e quella di


consigliere di amministrazione delle società controllanti o controllate tra cui Fiat,
Pirelli, Edison, Montecatini, Generali.

Verso la fine del luglio 1936 Beneduce fu colpito, a Milano, da una grave malattia da cui
guarì solo dopo qualche mese e che lasciò le sue capacità lavorative molto
compromesse. Mantenne la presidenza dell'IRI fino al 1939 nonostante che dopo la
malattia si fossero moltiplicate le pressioni su Mussolini per un suo esonero dalla carica.
Il 4 aprile 1939 venne nominato senatore in quanto ex-ministro e solo allora gli venne
conferita la tessera del partito nazionale fascista (PNF) al quale tuttavia, egli non volle
mai formalmente aderire, limitandosi, come per il passato a manifestazioni di personale
devozione e solidarietà al duce. Poco dopo questa nomina lasciò ogni incarico nella
pubblica amministrazione, comprese tutte le cariche minori. Ripresosi, almeno in parte
dalla malattia, dedicò tutte le restanti energie al governo della Bastogi.

Anche in questi ultimi anni diede prova di notevole lucidità e lungimiranza


adoperandosi affinché le imprese idroelettriche meridionali non fossero vincolate
all'influenza dei grossi complessi industriali del nord e affinché disponessero di mezzi
finanziari tali da stare al passo con l'espansione del Settentrione, in funzione e in
previsione dei programmi di industrializzazione del Mezzogiorno.
L'immagine che ci resta di Beneduce, tuttavia, è quella di uomo di Stato. Uomo
potentissimo, per certi versi, servitore dello Stato per altri. Massone, socialista, fascista,
riformista? Cosa sia veramente è molto difficile dirlo. Molte delle fonti bibliografiche
che lo riguardano sono frammentarie e indirette. Il ritratto che ne esce è forse più quello
di un grand commis (dove l'aggettivo grande è pienamente giustificato) che di una
eminenza grigia. Alberto Beneduce morì a Roma il 26 aprile 1944, dopo una vita spesa,
spesso dietro le quinte, a fare da arbitro nel grande gioco dell'economia italiana.
L'importante eredità economica principale del periodo fascista la lasciò interamente
nelle sole mani del genero: Enrico Cuccia. A fine guerra, era l'unico a sapere chi "aveva
avuto".

1945-1950 - La "grande" ABBUFFATA


ANNO 1950

Le "Partecipazioni Statali": un sistema unico in Europa e forse nel mondo, una sorta
di "terza via" tra liberalismo e socialismo. Tanti effetti benèfici ma anche le ben note
degenerazioni che trasformarono le "partecipazioni" nel dopoguerra in un "campo dei
miracoli" tutto italiano, anche questo "unico al mondo". Del resto Pinocchio è nato in
Italia, e di "Pinocchi" nel dopoguerra ne spuntarono fuori un reggimento, sotto la regia
di alcuni singolari personaggi con la vocazione a fare il "gatto e la volpe".
Questa è la pagina del più grande mistero d'Italia. Un mistero su milioni di miliardi.
Ma che cosa hanno lasciato Mussolini e Beneduce? In
quali mani è andato a finire tutto quel ben di Dio che si chiamava IRI ecc.
? E chi ha preso soldi (banche e privati) dove si è cacciato? Ha creato
un'azienda sua o degli italiani? RISPOSTE Dopo la guerra lo
slogan fu uno solo su ogni cosa: "Chi ha avuto ha
avuto, e chi ha dato ha dato"
A tutte queste 4 domande rispose con una famosa inchiesta UGO ZATTERIN nel 1950,
svelandoci molti retroscena. La prima domanda è - cosa ha lasciato?- la singolare e
inquietante risposta è "...nessuno ne sa niente", anche se molti su quel "Ben di Dio" ci
hanno messo le mani, e molti vanno affermando con disinvoltura "...si ho ricevuto
qualcosa, ma non ricordo quanto, come e quando".

Infatti l'Ente che aveva erogato i finanziamenti, o non possiede una lista, oppure se ne
aveva una, quest'anno (1950), prima ancora di fare verifiche e chiedere i rimborsi,
improvvisamente viene sciolto. Da chi è perchè? un mistero !
I soliti "poteri forti" nell'ombra di qualche "salotto buono" zitti zitti, si spartirono il
"malloppo".
Reciproco patto:
"Io non so nulla cosa hai tu ricevuto, e tu non sai nulla cosa ho ricevuto io;
chiaro?".

La puntata di Beneduce-Cuccia l'abbiamo già letta: un imprecisato intreccio


aggrovigliato di grandi industrie e grandi banche, i cui nomi e i cui finanziamenti
ricevuti durante il regime li conoscevano solo pochi; forse nemmeno Mussolini. O se li
aveva questi nomi Mussolini, sparirono a Dongo. E qui sorge il sospetto che in "quelle
carte" c'era ben altro.
(Comunismo e imprenditoria strinsero nel '45 un patto di ferro- questo è noto).

Un vago accenno su certi traditori che "hanno solo improntitudine e gola di guadagno"
Mussolini lo fa nella sua ultima intervista, cinque giorni prima di essere catturato a
Dongo, ma già lo aveva fatto con molto anticipo in quel 25 ottobre del 1938 quando in
modo sprezzante si rivolse a "quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano
nel nostro Paese". Ai quali negli anni precedenti aveva offerto tutto, denari, onori,
prestigio e in molti settori il bastone di comando.

Infatti, finita la guerra questa grande labirinto finanziario è diventato tortuoso per tutti.
Ma a muoversi dentro con disinvoltura qualcuno è però rimasto. Le "eminenze grigie"
del "potere forte" e delle "regie occulte" il filo di Arianna loro lo hanno bel saldo in
mano. "L'uomo che sapeva tutto" ed agiva nella massima discrezione i degni eredi li
aveva lasciati, ma erano altrettanto silenziosi e discreti quanto lui. Mai, il primo
(Beneduce) rilasciò in tanti anni una sola intervista, come poi suo genero (Cuccia) nel
complessivo arco di un intero secolo. Cioè 100 anni di imprenditoria italiana avvolta nel
mistero.

Ugo Zatterin inizia così la sua inchiesta, uscita nel marzo del 1950, su Oggi:
------------------------------------------------------

"L'on Piero Malvestiti, sottosegretario al tesoro, è un uomo di studi e di lavoro


indefesso, ma non chiedetegli a quanti miliardi ammontino le "partecipazioni
finanziarie" dell'ex Stato fascista. Vi risponderà con un gesto desolato "Non ne ho la
minima idea". Anche il dottor Gaetano Balducci, ragioniere generale dello Stato, è un
autentico dominatore dei bilanci nazionali, ma non pregatelo di fornirvi l'elenco
completo e sistematico delle "partecipazioni". Si scuserà cortesemente, vi spiegherà che
un elenco completo non esiste e che il sistema è ancora da inventare: al ministero
posseggono soltanto un approssimativo elenco alfabetico, dove l'IRI (la creatura di
Beneduce- l'Istituto per la Ricostruzione Industriale - un colosso) è collocato
disinvoltamente tra l'Istituto Poligrafico e un banale Istituto Sperimentale delle foglie di
tabacco. Non deve far meraviglia, quindi se il presidente del consiglio, trovatosi tra i
piedi all'ultimo momento un ministro come La Malfa, esperto di economia, gli abbia
affidato il compito di ricercare nei meandri del demanio tutte le "partecipazioni
finanziarie" dello Stato, condizione indispensabile per poterle in un secondo tempo,
organizzare e quantificare. (insomma per riprendersi lo Stato quello che i "beneficiati"
avevano avuto "quasi in regalo": cioè i finanziamenti dello Stato, cioè da "Mussolini-
Stato", innanzitutto)

Le "partecipazioni finanziarie" (ripetiamo creatura di Beneduce, nata per volontà di


Mussolini) costituiscono gli interventi dello Stato nell'economia privata. Esse si
realizzano nei modi e con i riflessi più diversi. Esistono infatti attività industriali gestiti
da amministrazioni pubbliche, con patrimonio personale, e bilancio non distinti da
quello dello Stato: gli arsenali, i polverifici, i laboratori aeronautici, gli stabilimenti
chimici, e simili retrobottega della difesa nazionale; così la zecca, l'istituto superiore di
sanità, l'istituto del restauro, la calcografia, il gabinetto fotografico, i laboratori delle
case di pena; in totale quasi duecento unità. Seguono le aziende autonome, che hanno
bilancio separato e particolari ruoli per il personale: le ferrovie, le poste, i telegrafi, i
monopoli, le strade nazionali, le foreste demaniali, fino ad arrivare alle banane africane
(su queste ci mise le mani un famoso ministro; si prese cioè - di soppiatto- il monopolio.
Ndr).

Una terza categoria, la più vasta e più complessa, raccoglie invece imprese finanziarie o
industriali, con personalità giuridica, bilancio, patrimonio e dipendenti propri, nelle quali
lo stato interviene alla pari con i cittadini, partecipa alla fondazione apportando capitali
liquidi o in natura (es. Agip), Banca Nazionale del Lavoro, Istituto Mobiliare Italiano,
IRI ecc.); o acquista direttamente delle azioni (esempio Monte Amiata, Cogne,
Cinecittà); o diventa azionista indiretto, quando il pacchetto azionario sia in possesso di
un ente creato sostenuto con capitale statale (es. tutte quelle imprese dipendenti
direttamente o indirettamente dall'IRI, che sono centinaia, ma che ognuna ne controllano
a loro volta altre centinaia - che spesso prosperano perchè sono fornitrici delle prime).

Esistono però infinite altre figure di "partecipazioni". Le Terme demaniali, gestite


direttamente o date in concessione (A chi? un mistero! E chi le ha liquidate? un altro
mistero). Così molti altri enti controllati dal ministero dell'Agricoltura, Unsea, Upse,
Consorzi Agrari ecc.; Gli Istituti previdenziali più importanti: INPS. INAIL, INAM,
INA, ognuno dei quali per suo conto controlla altre imprese economiche, nate spesso
come satelliti per fornire i vari pianeti. Aziende ibride, come "La Provvida", l'ARAR, o
il GRA incaricato di gestire il parco automobili ceduto dagli alleati, il CIP, che doveva
contemporaneamente coordinare e disciplinare l'approvvigionamento dei combustibili
liquidi. Enti vigilati dal ministero dell'Industria: l'Ente assistenza alle piccole industrie,
l'Istituto cotoniero, l'Ente serico, l'Ente zolfi, l'Ente per la cellulosa, e per la carta. Le
gestioni speciali, Commissioni per i Combustibili liquidi, Comitato carboni.
Commissioni dell'industria che hanno (perfino) il potere di imporre tributi particolari. E
non dimentichiamo tutte le innumerevoli spiagge demaniali marine date in concessione,
o le stesse Colonie Marine e Montane. Eccetera. Eccetera. Eccetera

E' una massa fluida e caotica, di estensione imprecisata un intreccio aggrovigliato, una
tela di ragno di nomi, sigle, cifre. Per tutti inestricabile. Perchè sottratte alla vista, o
perchè dissimulate, o perchè mascherate, o perchè messe con noncuranza nel mucchio.

Nell'abbraccio generose e spregiudicato i principali complessi siderurgici dello Stato si


trovano accanto all'Istituto per il Dramma Antico (!), le più grandi compagnie di
navigazione sono accanto all'Azienda Zootecnica Pavese, le banche onnipotenti accanto
all'Associazione Macellai (!) o all'Accademia di Santa Cecilia, alla Cassa sottufficiali, o
all'Ente per la tutela del Passero Solitario o del Lupino Dolce.

Ognuna di queste entità, nel suo piccolo o nel suo immenso sforzo di espansione,
partecipa a sua volta alla vita di altri enti e organismi, come fondatrice o come azionista,
direttamente o indirettamente, così i tentacoli dello Stato si allungano e si moltiplicano
forse suo malgrado nel sottobosco parastatale, penetrando nella finanza e nell'industria
privata, aumentando oneri, doveri, responsabilità e pericoli per il pubblico denaro.

In tale numerosa figliolanza e nepotanza, la primogenitura morale e insieme la parte del


"figlio, prodigo" spetta certamente all'IRI. Lo Stato lo ha partorito (vedi in altre pagine,
in quelle di Beneduce) in un impeto di pietà e di demagogia, dandogli i capitali necessari
per salvare di volta in volta le imprese sull'orlo della rovina; e l'IRI, nella sua
magnanima opera di soccorso, ha steso rapidamente le mani sulla maggioranza o sulla
totalità delle azioni di oltre 250 grandi complessi finanziari ed industriali, di cui una
quarantina in perpetua liquidazione.

L'intreccio divenne in certi casi miracolistico. L'industria veniva finanziata da una banca
sottraendogli azioni e mettendo i propri funzionari nei consigli d'amministrazione,
oppure la stessa industria sottraeva azioni alla banca ed entrava nei consigli
d'amministrazione della stessa con i propri manager o gli stessi proprietari, così
attingeva al credito facile con il risparmio. Questo dopo che lo Stato aveva finanziato sia
la banca che l'industria medesima. (E chi era questo Stato? Ma la "fata turchina!")

Questo gigante dai piedi di argilla che è l'Iri, può così vantare (allora, nell'immediato
dopoguerra e ancora oggi (anno 1950 Ndr.) il suo dominio su un quarto (!) di tutta la
"raccolta" bancaria italiana, un quarto (!) della produzione elettrica nazionale, il 57 (!)
per cento dei telefoni attivi, il 43 (!) per cento della produzione siderurgica, l'80 (!!!) per
cento delle costruzioni navali, oltre che su notevoli quote nell'industria meccanica
minore. Nei suoi registri di impersonale e caleidoscopico padrone, sono segnati i nomi
della Banca Commerciale, del Credito Italiano, del Banco di Roma, del banco di Santo
Spirito (le altre banche, Il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, la banca del Lavoro, il
Monte dei Paschi e la banca Popolare di Novara sono istituti di diritto pubblico, onde lo
Stato complessivamente ha in sua mano più che il 95 (!!!!) per cento dell'attività
creditizia), tra le sue aziende elettriche è presente il gruppo SIP, con la RAI, la Cetra, la
Sipra, e la casa editrice che li difende; tra le telefoniche figura la STET, con la TELVE e
la TIMO; attraverso la "holding" FINSIDER si fanno avanti la TERNI, l'ILVA, le
acciaierie di Conegliano, e di Dalmine; nella FINMARE confluiscono la società di
navigazione Italia, il Lloyd Triestino, l'Adriatica e la Tirrena; la FINMECCANICA
raccoglie i cantieri Ansaldo, i cantieri riuniti dell'Adriatico, il cantiere di Trieste, la
Odero-Terni-Orlando e la Navalmeccanica; in appendice seguono anche la San Giorgio,
la Metalmeccanica, l'Alfa Romeo, la Motomeccanica, la Filotecnica Salmoiraghi, l'ex
silurificio di Napoli.

Ma lo Stato attualmente non solo non è riuscito ad organizzare con un unico piano tutte
le sue "partecipazioni", ma neppure a coordinare la gestione di ciascuna azienda dove il
mosaico dei funzionari designati dal tesoro, dalle finanze, dall'industria, dal commercio
estero, dall'agricoltura, e da altri ancora, fa sì che ogni amministratore agisca
indipendentemente dagli altri, come se il proprio ministero soltanto abbia vera
importanza, e il resto siano degli inutili intrusi.

Vien subito da riflettere che un governo capace di manovrare l'IRI come si usa uno
strumento organico ed articolato, potrebbe controllare senza fatica tutta (!!!) l'economia
nazionale, imprimerle i più utili indirizzi, dirigerla (!!!) secondo l'interesse economico e
sociale del Paese.
Il controllo c'è, viene fatto puntualmente, con una monotona meccanicità, ma con dubbia
armonia, dalla direzione del demanio e dalla ragioneria centrale, cioè dal ministero del
Tesoro e dal ministero delle Finanze da cui rispettivamente esse dipendono. Uno non sa
cosa fa l'altro. (sembra un vero e proprio "patto di ferro" reciproco. Ndr.)

Meticolosi controlli, nessun calcolo sbagliato, nessuna virgola fuori posto, nulla sfugge
all'occhio vigile dei vari Ispettorati. Il riscontro è perfetto, meticoloso, la legge può
riposare tranquilla. Ma è sufficiente questa pulizia formale perchè il Paese possa
anch'esso riposare tra due guanciali?.

La vita di un'impresa economica deve essere sì onesta, ma anche intelligente, poichè il


rispetto della legge è un superfluo snobismo se la gestione segna sempre il passivo
maggiore dell'attivo. Oltre i sindaci in qualsiasi azienda esiste un consiglio di
amministrazione che si preoccupa degli scopi economici per cui essa è stata creata. Nelle
"partecipazioni" gli amministratori sono tutti funzionari statali, ove lo Stato detenga la
totalità delle azioni, o un insieme di funzionari e di privati, proporzionalmente al
pacchetto azionario posseduto. Questi funzionari sono generalmente degli ottimi
impiegati, scelti dai diversi ministeri interessati alla gestione di ciascuna azienda.
Ognuno di loro rappresenta il proprio ministro, ma solo il proprio ministro, a lui riferisce
con zelo e disciplina, ma a lui soltanto, e secondo i criteri particolari della propria
amministrazione. I più, inoltre, non si occupano di una sola azienda, ma di molte nello
stesso tempo, alcune di natura assai diversa tra loro; non è quindi esagerato il sospetto
che essi difficilmente possano controllarle tutte con piena coscienza e che la loro
influenza, là dove dividono le responsabilità con amministratori privati risulti per forza
di cose limitata; nè deve sembrare offensivo il pensiero che i compensi aggiunti per tali
prestazioni straordinarie li mettano alla pari dei consiglieri privati d'amministrazione,
perchè spesso durante le liquidazioni, si trasformano controllori di sè medesimi.

Nel complesso dell'IRI, l'insufficienza del controllo statale è ancora più palese.
Organismi di grande impegno economico e politico come l'Ansaldo o la banca
Commerciale, rendono conto della loro vita una volta all'anno in un'assemblea dove lo
Stato è rappresentato da un timido delegato IRI , il quale a sua volta riceve istruzioni da
un mastodontico istituto che, per recenti disposizioni fa capo assai genericamente al
Consiglio dei Ministri e si limita a presentare alle Camere un altrettanto generico
bilancio annuale. Chi dunque potrà giudicare obbiettivamente quali imprese meritino il
danaro dello Stato? Chi potrà valutare a nome dello Stato l'economicità delle singole
gestioni? Chi si preoccupa di inquadrare l'attività di ogni "partecipazione" nella politica
generale del governo? Chi deciderà l'eliminazione degli Enti superflui? Chi si prenderà
la briga di portare a termine le liquidazioni, alcune delle quali durano da lustri (es. il
Credito Marittimo è in liquidazione dal 1925) e che dureranno probabilmente fin che un
liquidatore e alcuni impiegati non rinunceranno al proprio stipendio e fin quando
andranno in pensione.

Apatia, abulia, forse una vena abile di corruzione, hanno finora ridicolizzato le
"partecipazioni finanziarie" dello Stato. Una successione di interventi massicci, che
costituisce già lo schema formale di una autentica nazionalizzazione, è praticamente
manovrata da una ventina di famiglie, cui appartengono le chiavi dei principali consigli
di amministrazione. Ogni azienda procede infatti per suo conto e per suo conto succhia
quattrini all'erario. Un consigliere delegato o un direttore generale sono i veri padroni
che di solito rammentano l'esistenza di una "partecipazione" dello Stato al momento di
pagare i salari alle esuberanti maestranze. Un principio è stato solennemente canonizzato
nella vita dell'IRI: più un'azienda è pesante e malata, tanto minore in proporzione è la
presenza del capitale e del rischio privato. Una conclusione è stata accettata senza
ribellione: che le società IRI rappresentino un curiosissimo tipo di impresa, in cui la
minoranza privata trova quasi sempre i mezzi per imporsi alla maggioranza statale.

Il nostro governo ha seguito finora la strada peggiore per un vero capitano d'industria.
S'è lasciato guidare dalla piazza e dalla demagogia, ha fatto la politica di Di Vittorio e
quella delle clientele. Ha garantito obbligazioni industriali per centinaia di miliardi e non
è stato capace nemmeno di segnarsele tutte su un pezzo di carta, come farebbe uno
strozzino qualunque, così da sapere il totale dei rischi a cui si è esposto. O almeno dove
mandare una lettera di sollecito quando ne pretende la legittima restituzione.

Il governo nel '47, ad esempio ha creato il FIM (Finanziamento all'Industria Meccanica -


chiamato anche "rosario dei miliardi") , ha distribuito altri miliardi alla Fiat, alla
Caproni, alla Ducati, alla Breda, alla Isotta Fraschini, alla Sfar, e a tante altre. Ora lo
stesso governo la FIM l'avvia verso la liquidazione senza essere stato rimborsato che in
minima parte dei suoi prestiti (9 li ha persi, 31 sono esposti in aziende malatissime
quindi inesigibili; e prima del Fim altri 15 erano stati distribuiti "graziosamente": e senza
pratici risultati, a causa della nota "politica di cassa", onde i quattrini in alcune aziende
sono sempre arrivati molto in fretta, in altre sempre molto tempo dopo le richieste e
spesso ciò che avrebbe potuto sanarsi un mese prima, è diventato insanabile un mese
dopo, quando erano già fallite.
Inoltre le critiche più forti rivolte alla FIM sono due e fondate: di essere stato troppo
banchiere al momento di dare il danaro ad alcune aziende, e troppo poco dopo averlo
dato ad altre. In altre parole il FIM nel concedere le sue grazie ad alcune aziende si è
comportato come una banca privata, piuttosto esoso pretendendo interessi elevati,
prestando a scadenza così breve da non coprire in certi casi neppure un ciclo di
lavorazioni, e pretendendo tali garanzie ed ipoteche (e anche un immediato rientro) da
trasformare spesso un'operazione sociale in una vera e propria tirannia speculatoria. Per
contro lo stesso FIM in alcune grandi aziende non si è minimamente preoccupato di
controllare dove e come venivano spesi i suoi soldi. Insomma "mano forte" in alcune
"mano guantata" in altre.

I suoi uomini di fiducia il FIM li sceglie con criteri che esulano quasi sempre
dall'economia e dal buon senso. Es. alla Ducati di Bologna, estromessi i fondatori
(ovviamente tecnici), la direzione è stata affidata ad un ex direttore di banca
(ovviamente non tecnico). Alla Breda viene nominato commissario governativo il
presidente di una associazione calcistica romana, che si desiderava sostituire nella sua
carica sportiva. Dai campi di calcio alle locomotive.
Adesso all'IRI, il più importante organismo della ricostruzione italiana, in testa alla lista
dei possibili presidenti è il senatore Corbellini. Nell'accettare la candidatura senza
esitazione, si è spiegato chiaramente: "Se D'Aragona ha potuto prendere il mio posto alle
ferrovie, io posso benissimo diventare presidente dell'IRI".
Guidare le aziende certi funzionari lo hanno preso per uno sport, da praticare
dilettantisticamente nel tempo libero, un giorno quì e un giorno là.

Mentre IRI significa, centinaia di aziende, decine di migliaia di operai, centinaia di


miliardi di capitali. Ma purtroppo il tutto è sotto un solo consiglio di amministrazione
composto di otto funzionari ministeriali, in tutt'altre faccende affaccendati, e di cinque
privati cittadini, che dirigono per conto loro il "dirigismo" (così lo chiama La Malfa)
dello Stato italiano.

Al FIM ora faranno il funerale dopo aver in due anni e mezzo prestato, con risultati
modesti, 65+15+10 miliardi (pari a 2500 di oggi anno 2000) alle industrie meccaniche;
lo accompagneranno al cimitero critiche e minacce e una polemica mai finita. Il compito
cui doveva far fronte era arduo: intervenire in quella "crisi di riconversione" in quelle
aziende attrezzate soprattutto per la guerra, per sostituire macchinari, riconquistare i
mercati perduti, diminuire i costi, migliorare i prodotti.
Qualcosa si è ottenuto, alcune aziende non grandissime (Marelli, Tosi, Macchi, Galilei,
Piaggio, Borletti, Siemens, Siai e altre) hanno preso prestiti e li hanno restituiti fino
all'ultima lira compresi gli interessi e hanno ripreso a vivere di vita propria.
Quelle invece dove le commesse di guerra nel passato incidevano per una buona metà
della produzione normale, dopo nutrite e ripetute iniezioni di miliardi che hanno
permesso di sostituire i macchinari vecchi con i nuovi, sono state poste in liquidazione
per quattro soldi (aziende "buttate via come ciabatte", è l'espressione di un ministro
competente). Poi dopo aver messa in liquidazione la stessa FIM i grandi complessi che
le hanno assorbite quelle aziende ora non pagheranno nemmeno una lira. Saranno
doppiamente premiate. Hanno speso quattro soldi e si sono liberate di fastidiose
concorrenti.
Tutto a spese del contribuente.

E dunque morto il FIM. Liquidato. L'ultimo espediente con cui si era cercato di dare
ossigeno all'economia italiana. Ma l'intervento disordinato e incompetente si è rivelato
alla fine in un'opera di beneficenza sproporzionata con risultati raggiunti molto modesti.
Vogliamo pensare che sia accaduto solo per i primi due motivi - ma allora è giusto che
l'economia sia libera e non più controllata dallo Stato con commissari governativi,
magari stimatissimi, ma inidonei, perché sommersi dai problemi tecnici, dalle camarille
e dal gioco sotterraneo degli interessi che si svolgono intorno alle grandi aziende.

La lezione può servire, per le sorti dell'industria italiana, che dipendono da ben altre cose
che dalle raccomandazioni di De Gasperi, dall'intransigenza di Pella, dalle minacce di
Togni e tanti altri. E' mille volte allora più giusto credere nella libertà e continuare a dare
fiducia all'iniziativa privata, anche dentro le piccole aziende, dove un industriale
intelligente può escogitare mille soluzioni per rendere prospera la propria azienda, senza
dover ripetere - come fanno invece i grandi complessi- il monotono ritornello
dell'inflazione, minacce di licenziamenti, fisco esoso, o chiedere svalutazioni della
moneta per le proprie esportazioni. Altrettanto di monotona vacuità il "piano" che
sbandiera la CGIL, panacea universale di tutti i mali. Il risultato di entrambi è la solita
minaccia di questa serrata o di quello sciopero, che fa spegnere i sogni del più capace
pianificatore costretto a rompere sempre l'equilibrio di intelligenti programmi.

Ma non ci illudiamo. Le "partecipazioni" ci sono ancora; tanti enti come il FIM ci sono
ancora; e a Roma esiste ancora la inveterata consuetudine di spedire nelle fabbriche
lombarde, emiliane, piemontesi, degli ottimi -non lo mettiamo in dubbio- professionisti
romani, forse stimatissimi a palazzo di Giustizia, ma troppo facili a restare sommersi da
problemi che non capiranno mai. I loro piani andranno sempre a catafascio, i miliardi
arriveranno sempre non nel posto giusto oppure fuori tempo, e il disordine invece di
diminuire aumenterà; ovviamente a spese del contribuente.

Resta ora il grande carrozzone IRI.


Quanto durerà non lo sappiamo. Ma se continua troveremo i soliti commissari
governativi a sedersi nelle poltrone dei consigli di amministrazione a parlare di cemento
e di marmellate, di tondini di ferro e di vermut, di pesce conservato e apparecchi radio,
di petrolio e banane. Senza capirci nulla, senza conoscere di ogni settore il mercato, né il
libero mercato.
Molte società operano anch'esse nei più disparati mercati, ma hanno un proprio distinto
management; non possono affidarsi a improvvisati consiglieri che pretendono addirittura
di modificare strategie produttive e commerciali; non vogliono ogni due mesi correre il
rischio di trovarsi sull'orlo del fallimento né vogliono sperare quelle illusorie boccate di
ossigeno che spesso o non arrivano o arrivano in ritardo.
Non ci resta dunque che sperare, che lo sviluppo economico del Paese percorre altre
strade.
Ma non facciamoci illusioni. Stiamo parlando di far finire un carrozzone, proprio nel
momento in cui se ne sta aprendo un altro. Ieri 10 agosto è stata istituita la Cassa del
Mezzogiorno con un piano di investimenti a lungo termine per lo sviluppo economico
delle regioni meridionali.

A "lungo termine". Significa tanti anni. Quanto costerà al Paese quest'altro carrozzone,
lo sapranno forse solo i nostri figli o addirittura i nostri nipoti".
UGO ZATTERIN, Oggi, marzo 1950