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Stefano Trovato

Bessarione, uomo bizantino del Rinascimento italiano

La figura del cardinale Bessarione si impone nel mondo della cultura rinascimentale per molteplici
meriti: discepolo del filosofo neopagano Giorgio Gemisto Pletone, fu dottissimo prelato della chiesa
ortodossa e poi influente cardinale, uomo di vastissima cultura sia greca che latina, tanto da essere,
secondo Lorenzo Valla, il più latino dei greci e il più greco dei latini 1. Ispiratore forse della venuta
in Italia dei primi tipografi attivi nel nostro paese (Sweynheym e Pannartz) e del loro programma
editoriale (una serie di titoli di classici e padri della chiesa), fu anche stimolatore della diffusione di
Strabone in Italia, e quindi una delle cause indirette della decisione di Colombo di tentare il viaggio
verso le terre delle spezie attraverso l'Oceano, poiché Strabone in due passi parla esplicitamente
della possibilità di raggiungere in tal modo le Indie2.
La memoria del cardinale Bessarione vive in maniera tangibile nella Biblioteca Marciana, da lui
fondata nel 1468 con la donazione alla Repubblica di Venezia della sua ricca raccolta di libri, frutto
di una passione coltivata fin dalla tenera età, come si esprime egli stesso nella lettera in cui
annuncia al doge e al senato la sua decisione.
Nella stessa lettera egli annuncia che due sono i principali motivi della scelta di Venezia come erede
della sua biblioteca: la Serenissima è lo stato del buon governo, e, in secondo luogo, la città è “quasi
alterum Byzantium”, un'altra Costantinopoli3. Venezia non è quindi confrontata con Roma o con
Sparta o altre città-stato dell'antichità, ma piuttosto con la perduta metropoli dell'Impero Romano
d'Oriente. Lo sguardo del cardinale è rivolto al passato prossimo e non al passato remoto
dell'antichità classica, cui invece rimandano molti codici della celebre biblioteca, tanto da essere
stata definita “biblioteca nazionale ellenica” 4 oppure “biblioteca a carattere nazionale” e “biblioteca
della civiltà ellenica”5.
In tale definizione è sottolineato il carattere nazionale piuttosto che quello religioso: lo stesso
cardinale, nella lettera scritta dopo la notizia della fine di Costantinopoli in cui annunciava la
volontà di costituire una biblioteca per salvare la cultura greca, definiva la metropoli bizantina non
come città capitale dell'ortodossia (come sostenitore dell'unione tra le chiese d'Oriente e d'Occidente
sarebbe stata tra l'altro una posizione equivoca), ma come “focolare comune e unico degli Elleni”,
anche se poche parole prima manteneva l'antica distinzione cristiana tra “i nostri maestri” (cioè
cristiani) e “quelli di fuori” (cioè pagani) 6, come se il rigorismo dei primi cristiani, desiderosi di
respingere come estranei gli scrittori pagani, fosse ancora vivo nel munifico patrono di umanisti e
discepolo di Pletone.
Tuttavia le osservazioni di Elpidio Mioni sulle poche tracce di annotazioni del cardinale nei circa
centottanta codici di argomento religioso appaiono una conferma del carattere rinascimentale della
biblioteca raccolta da Bessarione7.
1 consensu eruditorum inter Graecos Latinissimus, inter Latinos Graecissimus (cf. John Monfasani, Byzantine
Scholars in Renaissance Italy: Cardinal Bessarion and Other Emigrés, Aldershot, Variorum, 1995, IV, p. 319).
2 Cf. Marino Zorzi, Cenni sulla vita e sulla figura di Bessarione, in Bessarione e l'Umanesimo a cura di Gianfranco
Fiaccadori, Napoli, Vivarium, 1994, pp. 1-19; Elpidio Mioni, Vita del cardinale Bessarione, incompiuta e pubblicata
in Miscellanea Marciana 6 (1991).
3 Lotte Labowsky, Bessarion’s Library and the Biblioteca Marciana, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1979, pp.
147-151 pubblica la lettera. L'impressione è valida anche per gli storici moderni, cf. per esempio Jonathan Harris,
Costantinopoli, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 202: “Istanbul non possiede un corrispettivo bizantino dell'acropoli di
Atene o del foro di Roma [. . .]. C'è un altro modo, tuttavia, per farsi un'idea della Costantinopoli bizantina: visitare
Venezia. [. . .] Forse non può vantare l'atmosfera vivace delle strade di Istanbul, ma i suoi edifici medievali sono
ancora intatti. È in questi edifici che si può riconoscere, in parte, l'influsso bizantino”.
4 Marino Zorzi, La Libreria di San Marco, Milano, Mondadori, 1987, p. 46 e 77.
5 Marino Zorzi, La Libreria di San Marco, Milano, Mondadori, 1987, p. 47.
6 ejmoi; d je[ti tw'n te quvraqen tw'n te kaq jhJma'" didaskavlwn ejlleivpei oujk ojlivga suggravmmata. Ijstamevnh"
me;n ou\n th'" koinh'" Jellhvnwn kai; movnh" eJstiva" oujk ejfrovntizon (Ludwig Mohler, Kardinal Bessarion als
Theologe, Humanist und Staatsmann, III, Paderborn, Ferdinand Schöningh, 1942, p. 479).
7 Elpidio Mioni, “Bessarione bibliofilo e filologo”, Rivista di studi bizantini neoellenici n. s. 5 (1968), pp. 61-83, in
particolare pp. 79-81.
In effetti, grazie al fondatore della Marciana, ci sono giunti manoscritti tra i più importanti di alcune
tra le opere fondamentali dell'Ellade antica. Come è noto, tra i codici bessarionei che
impreziosiscono la Biblioteca Marciana vi sono, per citarne solo alcuni, il cosiddetto Venetus A, il
codice Gr. Z. 454 (=822), fondamentale per gli studi omerici; il codice contenente l'Antologia
Planudea, Gr. Z. 481 (=863), importante per gli studi sulla poesia epigrammatica; il cod. Gr. Z. 447
(=820) contenente i Deipnosofisti di Ateneo di Naucrati, che quindi ci trasmette una ricchissima
messe di notizie dell'erudizione antica; il manoscritto più antico della Biblioteca di Fozio, Gr. Z.
450 (=652), che ci informa invece su quanto conoscevano della letteratura antica i circoli più colti
della Bisanzio del nono secolo; il codice Gr. Z. 474 (=842), importantissimo per la conoscenza del
testo di Aristofane, il poeta della commedia antica ateniese.
Naturalmente non mancano le più importanti opere della letteratura cristiana di lingua greca, ma
talora anche in questo caso l'aspetto di biblioteca nazionale ellenica non è contraddetto. Per esempio
è degna di nota la presenza nella raccolta bessarionea dei codici Gr. Z. 122 (=295) e Gr. Z. 123
(=296). Essi sono infatti molto importanti per la trasmissione del testo del Contra Julianum8, l'opera
scritta da Cirillo patriarca di Alessandria d'Egitto nella prima metà del quinto secolo, noto
soprattutto per il linciaggio della filosofa Ipazia, da lui istigato o comunque tollerato. Cirillo
intendeva confutare il Contra Galilaeos, l'opera polemica scritta dall'ultimo imperatore pagano,
Giuliano l'Apostata, contro i cristiani (chiamati sprezzantemente galilei dal nome della regione di
Nazareth). Cirillo, citando per esteso molti passi del Contra Galilaeos al fine di dimostrarne
l'assurdità, ne garantì, paradossalmente, una sia pure parziale conservazione. Infatti il Contra
Galilaeos, oggetto di condanna ecclesiastica, non rientra tra le opere di Giuliano che i copisti
bizantini trascrissero per generazioni fino alla caduta di Costantinopoli assicurandole così la
diffusione nel mondo moderno; pertanto proprio l'opera di Cirillo permise la sopravvivenza della
polemica anticristiana giulianea. Non a caso uno dei pochi codici di scrittori cristiani postillati dal
cardinale è proprio il Gr. Z. 123 (=296), glossato “non per interessi strettamente religiosi, ma per
chiari intenti filosofici: difatti vi annotò tutte le citazioni di Porfirio” 9, il celebre filosofo pagano
della tarda antichità, autore di un trattato Contra Christianos. Tra l'altro la biblioteca di Bessarione
contava anche uno dei manoscritti più importanti delle opere dello stesso Giuliano, il codice Gr. Z.
366 (=919)10.
Questa esplicita volontà di tramandare ai posteri la classicità si manifesta anche nell'edificio
costruito nel secolo successivo, la Libreria Sansoviniana, capolavoro dell'architetto Iacopo Tatti
detto il Sansovino.
La storica sede della Biblioteca, infatti, si presenta in forma di “basilica” classica, nel senso quindi
antico, precristiano del termine, in un “foro” che la vede protagonista privilegiata di un linguaggio
architettonico antico e nuovo allo stesso tempo. La proclamazione di Venezia come “nuova Roma”
è il risultato della trasformazione architettonica dell'area marciana, in cui la Libreria Sansoviniana
gioca un ruolo fondamentale. Anche le raffigurazioni scultoree che, scolpite nel corso di vari
decenni, adornano la Libreria, appaiono la conferma di questo ritorno all'antico. La storia
dell'umanità, priva di aperti riferimenti al cristianesimo, inizia in basso con le origini selvagge
simboleggiate da miti talora violenti e culmina, attraverso la rappresentazione di Vittorie, Virtù e
Arti, nella balaustra, dove divinità dell'Olimpo ed eroi divinizzati si ergono nel cielo come simboli
del trionfo dello spirito sulla materia. Ritti al culmine dell'edificio, in contrapposizioni alle figure
inferiori, quasi imprigionate nella materia in pose contorte, sembrano simili, più che alle statue del
coronamento della Basilica di San Marco, alle divinità olimpiche che, nel Partenone di Atene,
assicurano la vittoria dell'ordine razionale contro la mostruosità ferina simbolo della barbarie.
Il ritorno dell'antica sapienza nel mondo moderno appare manifestarsi allo stesso modo nella
biblioteca come raccolta di codici e nella biblioteca come edificio, in una trionfale affermazione del
8 Cf. Paul Burguière, “Histoire du texte et des éditions”, in Cyrille d'Alexandrie, Contre Julien, tom. 1. Introduction,
texte critique, traduction et notes par Paul Burguière et Pierre Évieux, Paris, Les Éditions du Cerf, 1985, pp. 78-94.
9 Elpidio Mioni, “Bessarione bibliofilo e filologo”, Rivista di studi bizantini neoellenici n. s. 5 (1968), pp. 61-83: 80.
10 Cf. Joseph Bidez, La tradition manuscrite et les éditions des discours de l’empereur Julien, Gand, van Rysselberghe
& Rombaut; Paris, Champion, 1929, p. 29 sul cod. Gr. Z. 366 (=919) e p. 100 sullo stemma codicum dei manoscritti
contenenti le opere di Giuliano.
ripristinato legame con il passato.
Eppure, tra le indubbie novità nelle scelte librarie di Bessarione e in quelle architettoniche e
scultoree dei responsabili della costruzione e decorazione della Libreria, è possibile riconoscere
anche elementi di continuità con la tradizione precedente.
La decorazione scultorea della Libreria, secondo Ivanoff, ha alla base “il concetto evemerista
medioevale degli Dei pagani e degli eroi mitici, come personaggi storici realmente esistiti,
divinizzati in seguito dall'immaginazione popolare”11. Anche nel vicino Palazzo Ducale un capitello,
il cosiddetto capitello dei pianeti, raffigura gli dei antichi, sia pure sotto spoglie medievali12.
Allo stesso modo il desiderio di Bessarione di tramandare ai posteri l'antica cultura greca non è una
novità nel mondo bizantino. Secondo la nota definizione con cui si apre il manuale di storia
bizantina di Ostrogorski, Bisanzio era una civiltà basata sulla struttura statale romana, sulla eredità
culturale greca e sulla religione cristiana13.
Il mondo bizantino non era una civiltà monolitica e la fusione delle varie tradizioni, che erano alla
sua origine, poteva, a seconda delle epoche o delle singole personalità, dare luogo a esiti diversi, in
cui per esempio era possibile la prevalenza di uno dei tre principali elementi, come sottolinea in un
recente studio Anthony Kaldellis, per il quale la tradizione romana era molto importante, anche se
meno appariscente di quella ellenica e di quella cristiana. Infatti è possibile che i fondamentalisti
cristiani e gli appassionati della antica cultura ellenica fossero meno numerosi (per quanto oggetto
di maggiore attenzione da parte degli studiosi di oggi) di quanti erano legati alla antica tradizione
statale che sorse nel Lazio e che nella Nuova Roma sul Bosforo sopravvisse per un millennio alle
invasioni barbariche del quinto secolo14.
Allo stesso modo, secondo Silvia Ronchey, la forza della tradizione statale romana permise la difesa
della tradizione culturale greca, come evidenziato dalla sua valutazione della vicenda di Ipazia, la
filosofa alessandrina linciata dalla plebe a causa dei contrasti con il patriarca di Alessandria Cirillo:
“La condanna di Cirillo nelle fonti bizantine, contrapposta alla sua difesa nella Roma dei papi, è la
cartina al tornasole della persistente volontà di separazione tra stato e chiesa che a Bisanzio, stato
laico anche se con religione di stato, si applicò senza soluzione di continuità [. . .]. Lo studio dei
testi antichi è continuato, insieme alla tradizione manoscritta e alla trasmissione delle idee, anche se
queste potevano talvolta apparire in conflitto con l'ideologia cristiana dominante”15.
Un altro interessante esempio di questo atteggiamento è quello del cod. Gr. Z. 172 (=574), di
provenienza bessarionea, uno dei vari manoscritti posseduti dal cardinale di argomento giuridico 16.
Nel cod. Gr. Z. 172 (=574) è riprodotta, a c. 28r, senza commenti o censure, l'intitolazione 17 della
Ecloga degli iconoclasti Leone III e Costantino V, vere e proprie “teste di turco” della cristianità
ortodossa, ma in questo caso definiti “imperatori saggi e pii”. L'intitolazione è oltretutto preceduta
da una miniatura (c. 27v) in cui, oltre a Giustiniano, sono raffigurati Leone III e Costantino V.

11 Nicola Ivanoff, “La Biblioteca Marciana. Arte e Iconologia”, Saggi e Memorie di Storia dell'Arte 6 (1967), pp. 1-77:
23. Cf. ora anche Amalia Donatella Basso, “Un'iscrizione sconosciuta sul paramento lapideo della Libreria
Marciana. Riflettendo sugli argomenti che suscita”, Ateneo Veneto 197 (2010), pp. 51-81, in particolare pp. 71-74
sull'ispirazione filosofica che pervade la decorazione della Libreria.
12 Cf. Nicola Ivanoff, “La Biblioteca Marciana. Arte e Iconologia”, Saggi e Memorie di Storia dell'Arte 6 (1967), pp.
1-77: 12.
13 G. Ostrogorsky, Storia dell'Impero Bizantino, Torino, Einaudi, 1968, p. 25.
14 Cf. Anthony Kaldellis, Hellenism in Byzantium, The Transformations of Greek Identity and the Reception of the
Classical Tradition, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 20: “individual Byzantines could chose to
«specialize» in different sites of the culture, for instance to train in Attic rhetoric and master the conventions of what
they called «Hellenism» or to devote themselves to monasticism and move in institutions that transcended
«Romania» (as the Byzantines called their state). Professional Hellenists and Christian fundamentalists were never
at ease with each other in Byzantium. These two options have received considerable attention by scholars. Yet both
may have constituted minorities in Byzantine society. It is possible that the culture's center of gravity is represented
by men like Attaleiates, who spent his life in public service, entangled in and maintaining the institutions of
Romania”.
15 Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Milano, Rizzoli, 2010, p. 192.
16 Tra i codici bessarionei di argomento giuridico si segnala per esempio il Gr. Z. 179 (=598), contenente tra l'altro le
novelle di Giustiniano.
17 L'intitolazione è pubblicata in C. A. Spulber, L'Eclogue des Isauriens, Cernautzi, Librairie Mühldorf, 1929, p. 1.
Il peso della tradizione statale romana si nota anche in un fenomeno, a prima vista incredibile, che
corrisponde perfettamente alla presenza di un importante manoscritto delle opere di Giuliano nella
biblioteca di Bessarione, ossia la presenza dei resti mortali dell'Apostata nel cuore della
Costantinopoli cristiana, vicino ai resti di santi e imperatori cristiani.
Il corpo di Giuliano, infatti, dopo essere stato sepolto nel 363 a Tarso in Cilicia, era stato portato in
data imprecisata a Costantinopoli, nel mausoleo imperiale della chiesa dei Santi Apostoli 18. La
presenza della tomba di Giuliano in un mausoleo di imperatori cristiani è un'altra manifestazione
materiale della fusione, nella civiltà bizantina, dei vari elementi derivati dal mondo antico. Come
legittimo imperatore romano, a Giuliano spettava una regolare sepoltura nel mausoleo imperiale.
All'Apostata fu addirittura risparmiata la sorte toccata ai resti dell'imperatore cristiano, ma
iconoclasta, Costantino V Copronimo, allontanati dalla chiesa dei Santi Apostoli dopo la definitiva
sconfitta dell'iconoclastia19.
Il trasferimento dei resti mortali dell'Apostata in una delle più importanti e antiche chiese di
Costantinopoli, che tra l'altro fu il modello della veneziana basilica di San Marco, è attestato anche
da fonti molto particolari: le liste di sepolcri imperiali che circolavano in eta mediobizantina,
attestate per la prima volta in un'opera dell'imperatore bizantino Costantino Porfirogenito (De
Caerimoniis II.42), e presenti anche, in una traduzione latina (il cosiddetto Necrologium
imperatorum et catalogus eorum sepulchrorum), in una delle redazioni (la Editio tertia secondo
Cessi) di una delle più antiche cronache veneziane, la Origo civitatum Italie seu Venetiarum20.
Il Necrologium tramanda queste poche notizie su Giuliano, in cui, a parte la presenza dell'epiteto di
Apostata, non vi sono allusioni polemiche alla sua politica anticristiana, come se l'epiteto avesse
perso, inflazionato per il troppo uso, la sua carica polemica: “Giuliano l'Apostata, parente di
Costantino, morì in Persia il ventisei giugno. Il suo corpo fu portato a Costantinopoli, e posto nella
chiesa dei Santi Apostoli, nella parte settentrionale, in un sarcofago di porfido. Regnò tre anni e otto
mesi”21.
La presenza del Necrologium in una cronaca composta in ambiente veneziano, quindi un ambiente
fortemente condizionato dalla tradizione bizantina, è un segno della forza dell'eredità dello stato
romano, come lo è la presenza, tra il Palazzo Ducale e la Basilica di San Marco, della scultura in
porfido raffigurante i tetrarchi, i quattro membri del collegio imperiale di una Roma ancora pagana
in cui i cristiani erano perseguitati.
Un esempio ancora più interessante è quello fornito da Giorgio Scolario, divenuto il primo patriarca
di Costantinopoli (con il nome di Gennadio II) dopo la conquista turca. Rivolgendosi all'ultimo
imperatore bizantino in una lettera del 1449, egli presentava Giuliano e Temistio al termine di una
lista di esempi positivi di sovrani e imperatori che stimavano i filosofi (come Alessandro Magno
che stimava Aristotele, o Traiano che stimava Dione Crisostomo) 22. Lo stesso Gennadio II, qualche
anno dopo, in una lettera scritta intorno al 1454-1456, giustificava il rogo del trattato filosofico
dell'appena defunto Pletone, accusando il filosofo di essere come Giuliano e altri apostati23. Pertanto
il paragone positivo di qualche anno prima tra Giuliano e l'ultimo imperatore bizantino è una
18 Sulla tomba di Giuliano a Costantinopoli cf. da ultimo Mark J. Johnson, “Observations on the Burial of the Emperor
Julian in Constantinople”, Byzantion 78 (2008), pp. 254-260.
19 Cf. Ilse Rochow, Kaiser Konstantin V (741-75). Materialien zu seinem Leben und Nachleben, Frankfurt am Main,
Peter Lang, 1994, pp. 138-139 su questo evento, che però coinvolse i resti del solo Costantino V (quelli degli altri
imperatori iconoclasti della sua dinastia non furono infatti allontanati); pp. 131-146 sul Nachleben di questo sovrano
a Bisanzio.
20 Il Necrologium è nella forma più antica della meta del decimo secolo, ma fu poi aggiornato e in seguito tradotto
durante l'Impero Latino d'Oriente per essere infine incorporato nella Origo.
21 Cf. Origo civitatum Italie seu Venetiarum (Chronicon Altinate et Chronicon Gradense) a cura di Roberto Cessi,
Roma, Tipografia del Senato, 1933, p. 104: Iulianus Apostata, consanguineus Constantini, mense iunii, vicesima
sexta die, defunctus est in Persida. Allatum est corpus illius in Constantinopolim, et positum est in septentrionali
parte, in templo Sanctorum Apostolorum, in labro porfiretico. Regnavit ann. IIII, mens. VIII.
22 Gennade Scholarios, Oeuvres complètes, Tome IV, Paris, Maison de la Bonne Presse, 1935, p. 470. Sulla lettera cf.
MARIE-HELENE BLANCHET, Georges-Gennadios Scholarios (vers 1400-vers 1472). Unintellectuel orthodoxe face a la
disparition de l'Empire byzantin, Paris, Institut Francais d'etudes byzantines, 2008, pp. 422-425 (a p. 425 sulla
datazione).
23 Gennade Scholarios, Oeuvres complètes, Tome IV, Paris, Maison de la Bonne Presse, 1935, p. 152.
testimonianza, ancora più impressionante delle precedenti, di quanto fosse forte, anche negli ultimi
giorni di Bisanzio, la tradizione statale romana.
Anche il peso della tradizione culturale ellenica, che, come si è notato, è abbondantemente
documentata nella biblioteca di Bessarione, si manifesta in tutto il millennio bizantino, come appare
da elogi dell'arte retorica di Giuliano l'Apostata, che potrebbero apparire singolari qualora non si
considerino le triplici fondamenta della civiltà bizantina.
Nel complesso sembra per la maggior parte dei casi corretta la conclusione di Afinogenov, secondo
cui l'interesse per l'opera letteraria dell'Apostata si limitava alla forma e non riguardava il
contenuto24. Per questo l'autore del quinto secolo Sozomeno, nella Historia Ecclesiastica V.19.3,
poteva permettersi di elogiare le qualità letterarie del Misopogon, una violenta opera polemica di
Giuliano, definendola un discorso “bellissimo e molto raffinato”, dopo aver già sottolineato in
V.2.15 i talenti naturali dell'Apostata25.
Perfino Cirillo di Alessandria, nella confutazione del Contra Galilaeos, il perduto trattato
anticristiano di Giuliano, ne apprezza la forma e elogia non una volta sola il talento dell'autore,
mostrandosi dispiaciuto per la sua scelta di abbandonare il cristianesimo e di porre al servizio del
paganesimo le innegabili doti di scrittore. All'inizio dell'opera, infatti, egli scrive: “Dotato dunque di
un naturale talento linguistico, il potentissimo Giuliano lo affilò contro il nostro Signore Gesù
Cristo”26. E all'inizio del libro sesto Cirillo ripete il giudizio: “Dotato dunque di un naturale talento
linguistico e di una non spregevole eleganza nel parlare, accusò la Sacra Scrittura”27.
Allo stesso modo Teofilatto arcivesco di Ocrida come teologo, nel commento al Vangelo di Marco 28,
definisce “maledetto” l'Apostata29; come panegirista dell'imperatore Alessio Comneno, invece, a
fianco di passi di altri autori, riutilizza coscientemente e strumentalmente un passo di Giuliano
scrittore30.
Di fronte a questi esempi, quindi, non c'è da stupirsi se, Giorgio di Trebisonda, emigrato in Italia
come molti altri dotti greci dell'epoca, in un'opera polemica sulla traduzione latina di un'opera di
Aristotele (Adversus Theodorum Gazam, scritta nel 1456), quindi in un contesto destinato a
evidenziare in prevalenza problemi letterari, può permettersi, nel passo seguente, di utilizzare e di
elogiare l'opera letteraria di Giuliano: “Chi sa il greco legga il panegirico di Eusebia scritto da
Giuliano, uomo di prisca eloquenza, e talmente attica da non risultare inferiore a nessun ateniese”31.

24 Così Afinogenov in Jakov Ljubarskij, “Quellenforschung and/or Literary Criticism. Narrative Structures in
Byzantine Historical Writings”, Symbolae Osloenses 73 (1998), pp. 5-73: 22-23, a proposito del “formalist
approach” basato prima di tutto “on a clear distinction between form and contents [. . .]. Byzantine authors and
educated readers were for the most part themselves very much aware of such distinctions. As is well known, the
Byzantines continued to copy, e. g., works of Julian the Apostate, apparently because they appreciated the form and
for its sake could disregard the contents (pace the talks of cryptopaganism). Ample evidence for the same
phenomenon can be found in Photios' Bibliotheca”.
25 Sozomenus, Kirchengeschichte, herausgegeben von Joseph Bidez, eingeleitet, zum Druck besorgt und mit Registern
versehen von Günther Christian Hansen, Berlin, Akademie-Verlag, 1960, pp. 223 e 193.
26 Cyrille d'Alexandrie, Contre Julien, tom. 1. Introduction, texte critique, traduction et notes par Paul Burguière et
Pierre Évieux, Paris, Les Éditions du Cerf, 1985 (Sources Chrétiennes, 322), p. 106.
27 Patrologia Graeca vol. 76, col. 780.
28 L'opera era presente nella biblioteca bessarionea con i codici ora della Biblioteca Marciana Gr. Z. 26 (=340), Gr. Z.
30 (=342), Gr. Z. 31 (=231) e Gr. Z. 32 (=689).
29 Patrologia Graeca. Vol. 123, Paris, J.-P. Migne, 1864, col. 604.
30 Cf. l'analisi in Karl Praechter, “Antique Quellen des Theophylaktos von Bulgarien”, Byzantinische Zeitschrift 1
(1892), pp. 399-414: 413 (a p. 414 conclude: “selbst der gewaltige kaiserliche Feind der Kirche, dessen ganzes
Streben der Unterdrückung der neuen Lehre galt, in dieser Zweiten Epoche der byzantinischen Litteraturgeschichte
auch in anderer als polemischer Absicht gelesen und, wo er Brauchbares brachte, verwertet wurde”). Il futuro
cardinale Bessarione disseminò di allusioni alle or. 17 e 18 di Libanio (la monodia e l'orazione funebre per Giuliano)
le monodie I e III per Teodora, moglie di Alessio IV di Trebisonda morta il 12 novembre 1426; cf. esempi in
Georgios Fatouros, “Bessarion und Libanios. Ein typischer Fall byzantinischer Mimesis”, Jahrbuch der
Osterreichischen Byzantinistik 49 (1999), pp. 191-204: 194-198.
31 Legant, quaeso, qui graece sciunt, imperatoris Iuliani, viri eloquentiae priscae, atticeque ita loquentis, ut nulli
Atheniensium cedat, laudes ab ipso in Eusebiam editas. Nec enim multum operae consument. Nam statim in exordio
«e» particula diasaphetice ac solutive sic apertissime ponitur, ut etsi Cagis laudatores non longe a canibus
impudentia nec procul a porcis spurcitia absunt, negare tamen non possunt (Ludwig Mohler, Kardinal Bessarion
Questo uso strumentale di Giuliano autore della letteratura greca risalta ancor più se posto a
confronto con l'attacco rivolto, alla fine della stessa opera, contro il defunto Giorgio Gemisto
Pletone, maestro di Bessarione, e la sua ideologia di restaurazione del paganesimo: “Vi era nel
Peloponneso un uomo del tutto empio e infedele, di nome Gemisto. Egli, mentre viveva, distolse
molti dal cristianesimo per volgerli alle sozzerie del paganesimo”32.
La polemica di Giorgio di Trebisonda era, infatti, rivolta implicitamente anche contro Bessarione e
il suo circolo, tanto che nel 1458, nella Comparatio philosophorum Aristotelis et Platonis, non esitò
a denunciare il neopaganesimo di Pletone e, implicitamente, forse anche lo stesso Bessarione 33, che
fu, tra l'altro, il pietoso raccoglitore di quanti scritti del maestro poterono essere salvate dal rogo del
patriarca di Costantinopoli, tanto che ancora adesso sono conservati nella Biblioteca Marciana i
codici bessarionei Gr. Z. 379 (=520), Gr. Z. 406 (=791), Gr. Z. 517 (=886) e Gr. Z. 519 (=773),
contenenti opere o frammenti di opere di Pletone.
Nella civiltà bizantina l'elemento più forte, dal punto di vista ideologico, era comunque la tradizione
cristiana. Per riutilizzare una efficace formula di Guglielmo Cavallo, “il referente cristiano – fede,
etica, teologia – riveste una valenza primaria” 34. Questo spiega perché, lungo tutto il millennio
bizantino, diventa quasi un luogo comune l'uso dell'accusa, rivolta ad avversari politici o personali,
di apostasia o neopaganesimo35.
Un caso molto noto è quello di Leone Cherosfatta, diplomatico sotto l'imperatore Leone VI (886-
912) prima di essere condannato all'esilio. Areta vescovo di Cesarea scrisse contro di lui un libello
intitolato, con una allusione al Misopogon giulianeo, Misogoes. Cherosfatta, è accusato di empietà e
accostato a Giuliano, con cui è invitato ad andare all'inferno. Egli, infatti, sarebbe un emulo e un
imitatore di Porfirio e Giuliano, autori di trattati anticristiani. Lo stesso Areta paragona (nello scr.
15 Westerink) a Porfirio e Giuliano anche altri suoi avversari, accusandoli di imitare con i loro
sofismi i cavilli dei nemici del cristianesimo contro la semplicità del Vangelo 36, ma è noto che lo
stesso vescovo di Cesarea fu per ben due volte accusato di ateismo37.
Questo genere di accuse non era appunto raro a Bisanzio e pertanto anche la denuncia effettuata da
Giorgio di Trebisonda contro Bessarione e il suo circolo di umanisti è un'altra delle eredità di
Bisanzio, o quantomeno non è spiegabile soltanto alla luce dell'atmosfera culturale del
als Theologe, Humanist und Staatsmann, III, Paderborn, Ferdinand Schöningh, 1942, p. 283).
32 Fuit quidam in Peloponneso vir omnino impius atque infidelis, cui Gemistus nomen fuit. Is, dum vivebat, multos a
fide Christi ad spurcissimas gentilium opiniones detorsit (Ludwig Mohler, Kardinal Bessarion als Theologe,
Humanist und Staatsmann, III, Paderborn, Ferdinand Schöningh, 1942, p. 340). Sull'invettiva di Giorgio di
Trebisonda cf. John Monfasani, George of Trebizond, Leiden, E. J. Brill, 1976, pp. 152-156 e John Monfasani,
“George of Trebizond's Critique of Theodore Gaza's Translation of the Aristotelian Problemata”, in Aristotles'
Problemata in different times and tongues. Edited by Pieter De Leemans and Michèle Goyens, Leuven, Leuven
University Press, 2006, pp. 275-294.
33 Nella cinquecentina (finora l'unica edizione disponibile di quest'opera), stampata con il titolo Comparationes
phylosophorum Aristotelis et Platonis, Venetiis, per Iacobum Pentium de Leuco, 1523, la sezione in cui Pletone è
attaccato duramente si trova alle cc. V 6 recto – X 2 verso. Bessarione è il bersaglio polemico vivente di Giorgio di
Trebisonda e il tanto temuto quanto innominato “quarto Platone”, secondo l'interpretazione di John Monfasani,
George of Trebizond, Leiden, E. J. Brill, 1976, p. 159 e John Monfasani John, “A tale of two books: Bessarion's In
Calumniatorem Platonis and George of Trebizond's Comparatio Philosophorum Platonis et Aristotelis”,
Renaissance Studies 22 (2008), pp. 1-15: 13.
34 Guglielmo Cavallo, “A Bisanzio: pratiche intellettuali e modelli del passato”, in L'autorité du passé dans les
sociétés médiévales sous la direction de Jean-Marie Sansterre, Rome, École française de Rome, 2004, pp. 325-338:
327.
35 Per alcuni esempi mi permetto di rimandare alle pp. 4-5 del mio saggio Un antieroe dai molti volti. Giuliano a
Bisanzio come Apostata, scrittore, imperatore e in una particolare interpretazione «ratzingeriana» dello storico
Sozomeno, in Incontri di Filologia Classica 10 (2010-2011), pp. 1-28.
36 Arethae Scripta minora, edidit L. G. Westerink, t. 1, Lipsiae, in aedibus B. G. Teubneri, 1968, pp. 208, 212 e 180.
37 Per Alexander Kazhdan, A History of Byzantine Literature (850-1000), edited by Christine Angelidi, Athens,
National Hellenic Research Foundation. Institute of Byzantine Research, 2006, p. 82 la ricorrente accusa di
paganesimo è un frutto della riscoperta dei classici operata da Fozio: “The accusation of «paganism» is the strongest
evidence of the penetration of antiquity within the intellectual cosmos of Byzantine high society”. Areta fu accusato
di ateismo intorno all'anno 900 e in seguito nel 907 (cf. Romilly J. H. Jenkins, Studies on Byzantine History of the
9th and 10th Centuries, London, Variorum, 1970, VII, pp. 345 e 349-351; a p. 349: “The charge of atheism was
perhaps no more than a pretext”).
Rinascimento italiano e della diffusione nel Quattrocento di tendenze neopagane più o meno
esplicite.
Il multiforme aspetto della civiltà bizantina è quindi perfettamente esemplificato nella biblioteca di
Bessarione dalla presenza di importanti codici testimonianti la ricchezza e la varietà culturale del
mondo in cui il cardinale si era formato. Come metropolita di Nicea era un uomo bizantino
formatosi in una civiltà millenaria in cui i classici erano di casa e non c'era stato pertanto un
Rinascimento come quello italiano38, ma, come uomo del Rinascimento italiano, voleva trarre
ispirazione dall'antichità per opere nuove, secondo la formula di Agostino Pertusi 39. Tra le sue tante
opere nuove, ancora oggi esiste la Biblioteca Marciana.

38 Gianfranco Fiaccadori, La tradizione bizantina, l'Oriente greco, l'Italia meridionale, in Bessarione e l'Umanesimo a
cura di Gianfranco Fiaccadori, Napoli, Vivarium, 1994, pp. 21-32 delinea appunto “lo sfondo bizantino di primo
Quattrocento in cui lo storico addita gl'incunaboli della formazione bessarionea”.
39 Agostino Pertusi, Leonzio Pilato fra Petrarca e Boccaccio. Le sue versioni omeriche negli autografi di Venezia e la
cultura greca del primo Umanesimo, Venezia – Roma, Istituto per la Collaborazione Culturale, 1964, p. 506.