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IV Capitolo. Gli psicologi dell’Io: A. Freud, H. Hartmann, R.A. Spitz, M.S.

Mahler
Con la denominazione psicologia dell’Io vengono di solito identificati gli apporti alla
conoscenza psicoanalitica determinati dai lavori di un gruppo di analisti americani,
dopo il secondo dopoguerra, considerato piuttosto omogeneo e peculiare per le
innovazioni introdotte nella teoria e nella tecnica psicoanalitica. L'interesse di questi
autori deriva dalla seconda topica freudiana perché era lì che risiedevano le
osservazioni freudiane sull'Io. In particolare questi autori studiano le funzioni e le
caratteristiche dell'Io, ma aggiungono un aspetto importante che Freud aveva solo
accennato, cioè il ruolo dell'Io nel rapporto con la realtà. Quindi dagli psicologi dell'Io
in poi le relazione primarie del bambino diventano estremamente importanti: infatti
una delle critiche maggiori rivolte alla psicanalisi è di essere poco concreta e molto
astratta. Gli psicanalisti freudiani ritengono che lo scopo della psicoanalisi sia di
scoprire l'inconscio; gli psicologi dell'Io si dedicano invece soprattutto a ciò che
caratterizza la superficie psichica, quindi trattano delle funzioni dell'Io, cioè qualcosa
di direttamente osservabile, ma non escludono comunque ciò che è profondo e che
Freud chiamava inconscio.
Questo aspetto permette di aprire una serie di teorie che si fondano sull'osservazione
diretta: nella psicanalisi il terapeuta lavora sui contenuti mentali che il paziente porta,
quindi il terapeuta ascolta; il bambino invece, secondo gli psicologi dell'Io, viene
osservato perché le funzioni dell'Io sono degli aspetti visibili dall'occhio clinico.

1. Anna Freud La sua posizione teoretica da una parte evidenzia un legame con le
teorie del padre, condividendo la sua teoria classica e la metapsicologia, dall’altro
propone contribuiti originali come l’importanza dell’Io e dei meccanismi di difesa.
Importante è inoltre l’attenzione al soggetto in età evolutiva attraverso l’osservazione
infantile, lo sviluppo di un modello di comprensione della normalità e della patologia
del bambino, attenzione al punto di vista evolutivo anche nell’adulto e infine interesse
per la prevenzione.
1.1 L’Io e i meccanismi di difesa Anna Freud osserva che inizialmente si è data
molta importanza all’Es, tanto che la psicoanalisi venne definita “psicologia del
profondo”, tuttavia critica questa denominazione in quanto evidenzia che lo
psicanalista non può osservare direttamente il profondo, l’Es, ma solo i derivati
dell’inconscio mediati dall’Io e dal soggetto. Infatti se Es ed Io sono in armonia può
essere osservato il processo in cui l’Io percepisce ​l’impulso proveniente dall’Es​,
l’accrescere della tensione e la sua liberazione attraverso la gratificazione. Quando
però il passaggio degli impulsi dà luogo a conflitti l’osservazione viene interrotta, l’Es
viene considerato come un intruso e l’Io sente come aliene le sue istanze e mette in
atto ​meccanismi di difesa​, manovre dell’Io per proteggere se stesso da istinti e affetti
interni o esterni considerati pericolosi. Come risultato l’Io in qualità di osservatore
rileva una pulsione dell’Es non genuina ma modificata anche in conseguenza
dell’eventuale azione del Super-Io. Anna Freud inoltre sottolinea che l’uso eccessivo
di questi meccanismi può distorcere la realtà e impoverire l’Io.
I meccanismi elencati da Anna Freud comprendono 10 dei classici descritti dal padre,
come: ​rimozione,regressione,​ f​ ormazione reattiva​, i​ solamento​, ​annullamento
retroattivo​, i​ ntroiezione​, ​identificazione​, ​proiezione​,​rivolgimento contro se stessi e
trasformazione nel contrario.​ Accanto ad essi l’autrice ne aggiunge alcuni realtivi al
interazione tra l’individuo e l’altro, come: ​l’​identificazione con l’aggressore​, ​una
delle più potenti armi dell’Io nel gestire gli oggetti esterni che generano angoscia,
trasformandosi da quello che viene minacciato a quello che minaccia e una forma di
altruismo,​ l’arrendersi ai propri impulsi e desideri in favore di quelli degli altri. Ne
individua inoltre altri motivati dalla paura della forza degli istinti nella pubertà, quali
l’a​ scetismo e l’​intellettualizzazione oltre alla ​negazione in fantasia, negazione
mediante parole ed atti, limitazione dell’Io.​ Anna inoltre evidenzia le categorie di
motivazioni e pericoli dai quali l’Io si difende, dividendole in:​paura della forza degli
istinti​, sentiti troppo potenti,​angoscia proveniente da pericoli o minacce ​che
provengono da oggetti della realtà​, angoscia del super-io​, e ​altri pericoli che derivano
da esigenze e bisogni di sintesi dell’Io, ossia conflitti tra tendenze opposte.
Anna Freud non ha scoperto i meccanismi di difesa, però li operazionalizza e quindi
ne dà un definizione e degli esempi concreti e li situa in un continuum, in modo che i
primi siano meccanismi più primitivi e gli ultimi siano meccanismi messi in atto dai
pazienti più gravi. Se Freud definiva il meccanismo di difesa come un meccanismo
patologico, secondo Anna Freud questi sono invece meccanismi che promuovono
l'adattamento. In terapia questi sembrano un problema, in quanto ostacolo al lavoro
terapeutico, tuttavia in realtà lavorare sul meccanismo di difesa è la chiave di volta del
cambiamento: lo scopo non è eliminare i meccanismi, ma renderli più flessibili,
trasformando i primitivi in maturi e rendendo il paziente più consapevole dell'uso che
ne fa.
1.2 La prevenzione della psicopatologia Un secondo filone di studio di Anna Freud
riguarda la possibilità di prevenire nello sviluppo del bambino l’insorgere delle
nevrosi, risultato di vicende infantili vissute. Grazie al proprio lavoro, Freud osservò
molti bambini, dalle War Nurseries a quelli sopravvissuti ai campi di concentramento
fino alla Hampstead Clinic. Alla fine conclude che non può esserci una piena
prevenzione attraverso la psicoanalisi in quanto non si può prevenire una disarmonia
interna tra le diverse istanze psichiche. Tuttavia Anna continua ad attribuire
importanza all’influenza della realtà genitoriale, della potenziale influenza
dell’ambiente e della necessità di indagare l’equilibrio tra forze interne ed esterne
nella psiche del bambino.
1.4 Normalità e patologia del bambino La coniugazione dell’interesse per lo
sviluppo del bambino e della condivisione delle teorie paterne dà origine al modello di
approccio evolutivo alla normalità e alla patologia del bambino, dell’adolescente e
dell’adulto, con enfasi sul contributo della clinica psicoanalitica e dell’osservazione
diretta. Anna ha infatti sempre sostenuto la complementarietà, per la conoscenza dello
sviluppo infantile, di osservazioni su basi psicanalitiche e conoscenze derivate dal
setting psicanalitico. L'autrice elabora quindi il concetto fondamentale di ​armonia e
disarmonia interna e in particolare un processo evolutivo che si basa su:​dotazione
naturale o patrimonio congenito​, ​ambiente e ​grado di strutturazione e maturazione
raggiunto all’interno della personalità. Nel 1962 poi Anna Freud affronta il problema
dell’accertamento diagnostico in individui in evoluzione. Infatti durante lo sviluppo
del bambino i sintomi, le inibizioni, le ansie non hanno necessariamente lo stesso
significato che assumeranno più tardi in quanto i fenomeni possono essere legati ad
uno stress evolutivo e scomparire o perdurare anche dopo. Inoltre è difficile definire
un criterio di adattamento ai compiti vitali: per l’adulto la normalità è la capacità di
gestire i compiti vitali, mentre per il bambino il successo o il fallimento non ha lo
stesso significato che per l’adulto. Secondo Anna quindi, per una diagnosi adeguata, si
deve considerare la capacità del bambino di progredire lungo delle sequenze evolutive
o il danno relativo a tale capacità. Bisogna accertare dove un bambino si colloca nella
scala evolutiva, se la posizione è adeguata all’età e in che modo e misura le
circostanze esterne e interne e i sintomi interferiscono con la crescita. Così Anna
individua due tipi di strumenti per questo compito:le ​linee evolutive e il ​profilo
metapsicologico​.
1.4.1 Le linee evolutive Anna diviene consapevole dell’inadeguatezza delle fasi dello
sviluppo libidico come quadro di riferimento dello sviluppo e della patologia infantile
e per comprendere la complessità dello sviluppo dell’Io e del super-Io. Inoltre
emergeva sempre di più la presenza di disturbi diversi da quelli nevrotici e non
spiegabili in termini di regressione e fissazione rispetto alle fasi dello sviluppo
psicosessuale. Vengono quindi individuate le linee evolutive come supplemento alle
fasi libidiche che propongono di individuare le interazioni fondamentali tra Es, Io e
Super-Io e i vari livelli di evoluzione, basate sull’idea centrale che osservazioni
dettagliate del comportamento del bambino devono permettere a un professionista di
trarre inferenze sul funzionamento della vita interna del bambino. Le principali linee
riguardano: la sequenza dalla dipendenza del neonato dalle cure materne fino al
conseguimento dell’autonomia adulta, il passaggio dall’egocentrismo alla
socievolezza, lo sviluppo del gioco autoerotico sul proprio corpo, o anche
l’indipendenza fisica e il passaggio dall’allattamento all’alimentazione razionale,
l’acquisizione del controllo sfinterico, la conquista della responsabilità verso la salute
del corpo.
1.4.2 Il profilo metapsicologico Il profilo metapsicologico si prefigge una diagnosi
psicoanalitica del bambino che consiste nel comprenderlo all’interno del quadro
psicoanalitico di riferimento. Non si tratta dunque di raccogliere sintomi o elementi,
ma di illustrare gli aspetti del funzionamento mentale e le reciproche interconnessioni,
i modi, le difficoltà o i fallimenti di adattamento interno alla realtà esterna, come
procede e quanto è strutturato lo sviluppo psicologico rispetto all’età e quanto è in
funzione degli apporti esterni. Al termine della prima consultazione si propone un
profilo iniziale per formulare un’ipotesi sull’intervento più appropriato da adottare. In
caso di trattamento intensivo psicoanalitico, questo profilo viene proposto anche
durante e dopo per verificare le ipotesi iniziali e i cambiamenti. Il profilo, ideato
inizialmente per i quadri nevrotici, è stato poi esteso a disturbi più gravi, anche fisici,
e a diverse età. Il profilo si può dividere in due parti, una relativa ad elementi esterni e
l’altra ad elementi interni, con un’ulteriore suddivisione tra descrizione strutturale (Es,
Io e Super-Io) e organizzazione patologica. In particolare, nella parte del mondo
interno è valutato lo sviluppo della libido e la sua distribuzione economica, lo
sviluppo della libido oggettuale e lo stadio di sviluppo raggiunto dall’aggressività, lo
sviluppo dell’Io, del super-Io, la valutazione genetica, dinamica (conflitti tra le
istanze) e della forza delle tendenze progressive rispetto a quelle regressive.
1.6 La psicopatologia e la scelta del trattamento L’intervento classico per la nevrosi
secondo Anna Freud è la psicanalisi. Tuttavia distingue tra ​nevrosi infantile,​ che può
scomparire con lo sviluppo, e ​disturbi evolutivi​, che presentano una carente
strutturazione dell’Io, rappresentazioni mentali poveramente definite e difficoltà nel
distinguere tra realtà e fantasia. Questi soggetti possono presentare problemi nello
sviluppo cognitivo, nella comprensione verbale, nello sperimentare emozioni, nel
comunicarle e nell’essere consapevoli delle stesse negli altri. E’ evidente quindi che
questi due caso non possono rispondere ugualmente allo stesso trattamento e il profilo
metapsicologico e le linee evolutive consentono di giungere a una diagnosi
differenziata su tutti questi aspetti.

2. Heinz Hartmann Considerato il fondatore della psicologia dell’Io, il pensiero


centrale di Hartmann (1894 – 1970) è l’attenzione all’Io con la conseguente attenzione
all’incidenza dei fattori ambientali nella strutturazione della personalità e un maggiore
interesse alla normalità rispetto alla psicopatologia. Fondamentale per lui è combinare
l’​osservazione longitudinale diretta della prima infanzia con i dati delle ricostruzioni
forniti dall’analisi allo scopo di costruire una teoria psicoanalitica dello sviluppo che
si avvale del metodo osservativo più di quello ricostruttivo.
Pur conservando la tripartizione strutturale classica, Hartmann si distanzia dalla
tradizionale psicoanalisi per il ​ruolo e le funzioni assegnate all’Io​. Al contrario di
Freud, che vedeva l'Io in eterna lotta nel difendersi dagli attacchi dell'Es, del Super-Io
e della realtà, Hartmann ritiene che esista una "​sfera dell'Io libera dai conflitti​" la
quale permette l'adattamento e lo sviluppo e che contiene le funzioni principali dell'Io.
La genesi dell’apparato psichico si determina da uno ​stadio indifferenziato in cui Io
ed Es appaiono indistinguibili, così come le loro funzioni. L’Io si costituisce poi come
organo specializzato di adattamento principalmente connesso al rapporto con la
realtà.
Infatti, nella prima fase della vita l’uomo dipende totalmente dall’ambiente, essendo
vincolato per la sua sopravvivenza alle cure fornitegli dagli adulti. In seguito la sua
capacità di adattarsi alla realtà evolverà conseguentemente alla maturazione dell’Io (e
del super-Io), il quale sviluppo appare orientarsi in modo divergente rispetto a quello
dell’Es descritto da Freud. Per Hartmann l’Io evolve secondo 3 determinanti
principali: ​l’ereditarietà​, ​l’influenza pulsionale​, ​l’influenza della realtà​. La
propensione verso la realtà appare quindi in parte indipendente dalle richieste
pulsionali di soddisfacimento di un bisogno, configurandosi anche come propensione
autonoma. Tale ​parziale indipendenza dalle esigenze dell’Es dimostra che la natura
umana non è più motivata solo da esigenze pulsionali, ma anche il rapporto con
l’ambiente diventa una fonte indipendente di gratificazione dell’individuo. Hartmann
quindi dà un ruolo fondamentale alla realtà e all’​ambiente, pur non distaccandosi del
tutto dal modello strutturale e pulsionale. L’Io di Hartmann è quindi da un lato il
prodotto della ​maturazione biologica individuale​, dall’altro è il risultato dello
sviluppo dell’evoluzione individuale secondo ​l’interazione tra disposizione genetica
e fattori ambientali.
A livello dinamico, per Hartmann l’Io è più robusto nell’opposizione alle pulsioni
dell’Es, avendo un vasto assortimento di motivazioni indipendente dalle altre strutture
psichiche, come le tendenze adattive, gli interessi autonomi dell’Io come desiderio di
ricchezza o di successo, o anche gli imperativi morali). Tuttavia, per poter essere
“autonomo” nella misura in cui intende l’autore, a differenza dell'Io per Freud che non
possedeva una propria energia, in quanto questa derivava dall'Es, l’Io per Hartmann
deve poter attingere in maniera indifferenziata a diverse fonti di energia, sia essa
aggressiva o libidica. L'autore ridefinisce perciò almeno parzialmente il ruolo
dell’​aggressività​, distaccandosi dalla concezione di pulsione di morte: l’energia
proveniente dalla pulsione aggressiva, come la libidica, può essere messa a
disposizione dell’Io per scopi di rapporto con la realtà o con il proprio sé, attraverso il
meccanismo della deistintualizzazione o neutralizzazione​, che modifica la natura
stessa della pulsione. L’aggressività si può quindi manifestare anche positivamente nel
controllo del corpo, della realtà e nella formazione della struttura psichica sotto forma
di ​aggressività neutralizzata​, fornendo all’Io una forza motrice utile al suo
funzionamento, mentre l’​aggressività internalizzata contribuisce alla formazione del
super-Io. Questo meccanismo può assomigliare al concetto freudiano di sublimazione,
tuttavia tra i due c'è una sostanziale differenza: infatti la neutralizzazione dell'energia
non è un processo esclusivamente difensivo attuato a seconda delle esigenze come la
sublimazione, bensì un processo continuo che, trasformando l'energia stessa (e non
deviandone la meta), favorisce l'adattamento, lo sviluppo e il funzionamento dell'Io.
Le caratteristiche di un ​adeguato adattamento, ​inteso come l'insieme dei processi che
permettono di dominare la realtà, secondo Hartmann sono: ​abilità produttiva,​ ​capacità
di godere la vita e ​sano equilibrio mentale​. Per Hartmann l’individuo nasce con una
capacità innata di adattamento a un ​ambiente di prevedibilità media che, a
differenza di Winnicott, è molto meno attivo sullo sviluppo dell’individuo e più
filologicamente determinato: la possibilità dell’ambiente di influire sullo sviluppo
adattivo individuale è minima mentre è possibile il contrario, cioè la modificazione
della capacità adattiva dell’individuo attraverso 3 diverse modalità:
- autoplastica​ (cambiamento individuale per adattarsi alle esigenze ambientali);
- alloplastica​ (cambiare l’ambiente per renderlo più affine alle proprie esigenze);
- ricercare un nuovo ambiente più favorevole.​
L'adattamento quindi non è un processo passivo e individuale, ma attivo,
transgenerazionale e culturale. Questo perché il bambino quando nasce non si ritrova
ad affrontare la situazione di adattamento ex novo, ma può sfruttare le abilità e le
conoscenze fino ad allora ottenute dalla stessa umanità.

4. Renè A. Spitz​. Spitz (1887 – 1974) è noto principalmente per l’interesse per le
funzioni dell’Io che consentono al bambino di acquisire consapevolezza del partner
materno e per aver individuato l’importanza delle cure materne e le loro conseguenze
fisiche e mentali. Inoltre è noto dal punto di vista metodologico per il suo tentativo di
introdurre il metodo sperimentale nell’osservazione infantile.
4.1 La deprivazione della figura materna Spitz dimostrò quanto sia deleteria
l’assenza di una figura materna. Verificò infatti negli orfanotrofi la “​sindrome da
ospedalizzazione​”, osservando bambini che venivano curati per poter sopravvivere,
ma in assenza del normale scambio circolare di affetto che è necessario ad un bambino
per il suo sviluppo normale. Questi bambini, lasciati soli, soffrivano di un ritardo in
tutte le sfere. Appare quindi essenziale per la sopravvivenza che l’equipaggiamento
innato del neonato sia “ravvivato” dall’interazione e relazione con la madre che media
ogni tipo di percezione, azione e conoscenza. Definì inoltre, attraverso lo studio di
madri prigioniere, il fenomeno di “​depressione anaclitica​” che si presenta verso i 9
mesi di vita nel bambino con sintomi di apprensione, tristezza, piagnucolio e rifiuto a
nutrirsi, dovuto ad un iniziale buona relazione madre-bimbo nei primi sei mesi,
seguita da una separazione fisica. Se il bambino veniva ricongiunto alla madre prima
dei tre mesi dal distacco i sintomi regrediscono; in caso contrario questi si aggravano
sempre di più fino a portare insonnia, perdita di peso e in casi estremi morte.
4.2 Le funzioni dell’Io, le relazioni oggettuali e gli organizzatori della psiche Le
funzioni dell’Io si strutturano in quelli che Spitz chiama “​organizzatori della psiche​”,
che consentono il raggiungimento di nuovi livelli di integrazione nello sviluppo
evolutivo, al quale si associano degli ​indicatori, che rappresentano dei segnali esterni
del fatto che si stiano verificando dei cambiamenti interni. Spitz ipotizza ​tre stadi
dell’organizzazione psichica:
- il primo si manifesta con lo ​stabilirsi della percezione e dell’inizio dell’Io,​
- il secondo ​integra le relazioni oggettuali con le pulsioni e stabilisce l’Io come
struttura psichica,​ con una varietà di sistemi, apparati e funzioni
- il terzo ​avvia lo sviluppo delle modalità di comunicazione semantica che rende
possibile l’emergenza del Sé e l’inizio delle relazioni sociali a livello umano.
Basandosi su Freud, egli avanza l'ipotesi che fin dalla nascita sia presente il ​principio
omeostatico di regolazione, che tende a mantenere la tensione dell'energia in un range
ottimale. Nel momento in cui compaiono delle ​asincronie tra la progressione rigida
della maturazione e il costante mutamento dovuto allo sviluppo, hanno origine dei
periodi critici che richiedono un nuovo sviluppo adattivo della struttura psichica,
portando alla comparsa degli organizzatori.
Spitz parte dall’ipotesi di una ​iniziale indifferenziazione tra Io ed Es, interno ed
esterno, pulsione ed oggetto.
Primo organizzatore​: Il punto di partenza per il costruirsi della percezione è la cavità
boccale, in quanto la maggior parte degli scambi tra madre e figlio avviene nella
situazione di nutrimento, durante il quale il bambino guarda la faccia della madre: il
bambino inizia quindi ad essere consapevole del mondo esterno e a riconoscere ritmi
di piacere e dispiacere, e si attiva il ​sistema percettivo diacronico​, che gradualmente
sostituisce ​l'organizzazione cenestetica primitiva​, in cui gli stimoli arrivavano al
neonato in maniera selettiva; da questo punto di partenza e tramite un continuo
dialogo e interscambio tra madre e bambino si può passare a ​modalità discriminative
(diacritiche) con la comparsa del ​primo organizzatore della psiche a partire dal
secondo mese di vita, che si manifesta tramite uno specifico ​indicatore​, il ​sorriso non
specifico o detto anche ​indifferenziato in quanto il bambino risponde ad una qualsiasi
configurazione di viso materno, purché ci sia la Gestalt di due occhi, un naso e una
bocca. Questa risposta segnala il passaggio dalla ricezione dello stimolo interno alla
percezione dell’esterno e indica la raggiunta capacità di sospendere il funzionamento
incondizionato del principio del piacere e costituisce un movimento in direzione del
principio di realtà. La psiche è diventata sufficientemente organizzata da essere capace
di collegare l’affetto all’intenzionalità e si inizia la costruzione di un Io rudimentale la
quale funzione sintetica è operativa. Inoltre, con l’apparire del primo organizzatore la
barriera allo stimolo caratteristico della fase cenestetica diventa meno operativa e il
bambino si trova a dover affrontare compiti evolutivi sempre più complessi.
Secondo organizzatore​: Tra il terzo e l’ottavo mese di vita il procedere dello sviluppo
dell’Io comporterà lo stabilirsi dell’oggetto libidico vero e proprio, come fusione delle
due pulsioni (aggressiva e libidica) sotto la dominanza della libido, nel momento in
cui il bambino realizza che l’oggetto buono gratificante e l’oggetto cattivo frustrante
sono in realtà una stessa persona. Con la crescente complessità dello sviluppo, il
miglioramento della percezione visiva e con l’esperienza psicologica con la madre il
bambino diviene consapevole della propria madre e non sorridere più alla vista di un
volto che non sia quello della madre, anzi all’avvicinarsi dell’estraneo si ritira e
piange. Questo indicatore (​angoscia dell’ottavo mese o ​angoscia dell’estraneo​)
indica il raggiungimento di un nuovo livello di relazioni oggettuali e con esso del
secondo organizzatore della vita psichica. Per gestire l’angoscia di separazione inizia
il lungo processo di internalizzazione, attraverso cui egli diventa indipendente
dall'ambiente che lo circonda. Inoltre, con l’aumento della locomozione, l’esperienza
tattile si riduce.
Terzo organizzatore: Secondo Spitz la prima astrazione e il primo segno di pensiero
adulto è costituita dal ​"no" semantico​, accompagnato dallo scuotere della testa,
indicatore del terzo organizzatore. Ogni no proveniente dalla madre costituisce una
frustrazione sperimentata che forza il bambino al ritorno alla passività. Il dispiacere
causa conflitto e forza il confronto con il fatto che è l’oggetto libidico la fonte del
dispiacere. Allora il bambino si identifica con l’aggressore e dice no come la madre.
Ciò da avvio ad una nuova forma di ​interscambio con gli oggetti: l’azione viene
rimpiazzata dal messaggio, incrementando la distinzione tra le rappresentazioni di sé e
dell’oggetto, mentre la comunicazione assume una forma semantica. Il processo di
fusione è un precursore essenziale al raggiungimento di questo terzo livello, in quanto
la dominanza dell'investimento libidico su quello aggressivo di creare una struttura
autoregolatoria nella soluzione fornita dal no.
Nel corso dello sviluppo la madre costituisce quindi un partner vitale, di cui Spitz
cerca di individuare le capacità. Egli sostiene che già durante la gravidanza la donna si
prepara a partecipare dell'interscambio affettivo con il neonato, riattivando
momentaneamente la modalità di risposta cenestetica.
4.3 La psicopatologia Spitz evidenzia l’importanza fondamentale del partner materno
e delle relazioni oggettuali. Se la “perfetta” relazione madre figlio non corrisponde a
un tale rapporto perché i due individui non sono in sintonia c'è infatti la possibilità di
disturbi seri. “Bambini senza amore finiranno per essere adulti pieni d’odio”

5. Margareth S. Mahler I contributi della Mahler (Sopron 1897 – New York 1986)
sono rilevanti per il tentativo di ampliare le ipotesi psicanalitiche sulla base delle
osservazioni dirette e sistematiche del bambino molto piccolo. Teorizza quindi un
cammino evolutivo che il bambino percorre nel passare da uno stadio iniziale di non
responsività del mondo esterno a uno stadio di non differenziazione dalla madre fino
alla realizzazione finale di un Sé separato e autonomo. Secondo la Mahler la nascita
biologica e psicologica non coincidono nel tempo: la prima è un evento osservabile, la
seconda è un continuo processo intrapsichico che si svolge lentamente in un processo
di “separazione-individuazione” che si riflette lungo tutto il ciclo di vita e rimane
sempre attivo. ​Separazione,​ ossia l’emergere del bambino da una fusione simbiotica
con la madre, e ​individuazione,​ ossia l’assunzione del bambino di proprie
caratteristiche individuali, sono due processi evolutivi interconnessi, ma che possono
procedere in maniera discontinua tra di loro. E’ però evidente una stretta connessione
tra processo intrapsichico e la maturazione degli apparati cognitivi e funzionali. La
Mahler alla base della sua teorizzazione pone due concetti base della teoria
psicoanalitica:
- Adattamento​: di importanza fondamentale nelle prime fasi di sviluppo. Fin dal
principio il bambino si sviluppa nell’unità duale madre-figlio e, per quanto la
madre possa adattarsi al figlio, quest’ultimo avrà capacità di adattamento assai
maggiori poiché, mentre la personalità della madre è già sviluppata, quella del
bambino tenderà ad aderire a quella materna, sana o patologica che sia. Il
bambino prende quindi forma in armonia e in stretta relazione con i modi e lo
stile della madre.
- Relazione oggettuale​: il lavoro sulla separazione-individuazione
approfondisce come si sviluppa la relazione oggettuale a partire dal narcisismo
primario e in parallelo allo sviluppo dell’Io. La consapevolezza di essere
separato è il presupposto di una vera relazione con la madre e per giungere a
ciò bisogna considerare lo sviluppo cognitivo e delle funzioni più complesse
dell’Io. La relazione oggettuale si sviluppa dal narcisismo infantile simbiotico
primario fino a raggiungere la separazione-individuazione e il funzionamento
dell’Io e il narcisismo secondario si sviluppano nella matrice della relazione
dapprima narcisistica e in seguito oggettuale con la madre.
5.1 Il processo di separazione-individuazione
5.1.1 I precursori del processo di separazione-individuazione
Fase autistica normale​: nelle settimane che precedono l’evoluzione verso la simbiosi,
il bambino è caratterizzato da una relativa assenza d’investimento di stimoli esterni
(barriera agli stimoli) e da un prevalere dei processi fisiologici, in una situazione
simile a quella prenatale. Il neonato sembra trovarsi in uno stato primitivo di
disorientamento allucinatorio in cui la soddisfazione del bisogno appartiene alla
propria sfera autistica onnipotente. Grazie alle cure materne è però gradualmente
condotto fuori della tendenza alla regressione vegetativa fino al raggiungimento di un
equilibrio omeostatico con l’ambiente esterno.
Fase simbiotica normale​: dal secondo mese in poi, il bambino comincia ad avere una
consapevolezza vaga di un oggetto che soddisfa i suoi bisogni, segnando l’inizio della
fase simbiotica normale in quanto il bambino agisce come se egli e la madre fossero
un sistema onnipotente, un’unità duale e comincia a incrinarsi la barriera agli stimoli.
Il termine simbiosi rappresenta uno stato di indifferenziazione, di fusione con la
madre, in cui l’Io non è ancora differenziato dal Non-Io. Il culmine di questa fase si ha
verso i 4-5 mesi con la comparsa, dal punto di vista comportamentale, del “sorriso
specifico di risposta” alla madre e comportamenti di demarcazione tra sé e l’altro e,
dal punto vista psicologico, con l’inizio di un legame affettivo tra madre e bambino.
5.1.2 Le sottofasi del processo di separazione-individuazione
Sottofase di differenziazione​: verso i 5 mesi, al culmine della simbiosi, inizia la
prima sottofase del processo di separazione-individuazione, cioè la differenziazione,
caratterizzata dallo sviluppo della percezione sensoriale esterna, una memorizzazione
della comparsa e scomparsa della madre e un’aspettativa della soddisfazione dei
bisogni. A 6 mesi il bambino comincia a sviluppare la propria immagine del corpo e a
distinguere quindi tra il suo corpo e quello della madre, esplorandola in modo tattile
(le tira i capelli, il naso e le orecchie). Si evidenziano tre modalità con cui si esplica
questa fase:
- processo di “schiusura”: il bambino osserva gli oggetti e l’ambiente esterno e
poi torna a rivolgersi alla madre
- ispezione doganale​: il bambino esamina sia a livello tattile che visivo la faccia
della madre o di altre persone
- rivolgersi indietro a guardare la madre:​ il bambino comincia a confrontare la
madre e l’altro, cioè il familiare e il non-familiare.
Sul concetto di angoscia dell’estraneo la Mahler entra in conflitto con Spitz, in quanto
per lei questa si può verificare in caso di gravi lacune nel rapporto madre-figlio, ma
interferisce solo moderatamente con il comportamento esplorativo gratificante mentre,
se la fase simbiotica è avvenuta in maniera soddisfacente, esplorando e incontrando
l’estraneo il bambino reagisce con stupore e curiosità.
Sottofase di sperimentazione​: caratterizzata dall’euforia nell’esercizio delle funzioni
autonome, specie quelle motorie, giungendo a tratti ad un apparente disinteresse per la
madre. Tre aspetti contribuiscono all’instaurarsi di questa fase:
- improvvisa differenziazione corporea dalla madre
- instaurarsi di un legame specifico con lei
- lo sviluppo e il funzionamento degli apparati autonomi dell’Io in prossimità
con la madre
Lo sviluppo di queste competenze sposta l’interesse del bambino dalla madre al
mondo esterno. Questa fase si distingue in due periodi:
- sperimentazione precoce​: la madre resta al centro dell’interesse del bambino,
che continua ad essere necessaria come ​rifornimento affettivo attraverso il
contatto fisico, ma c’è entusiasmo per gli oggetti esterni che vengono esplorati
con gli organi percettivi.
- sperimentazione effettiva:​ inizia con l’acquisizione della locomozione in
posizione eretta che permette un nuovo livello visivo e vede il bambino
investito nell’uso delle sue funzioni dell’Io. Questa fase provoca uno stato
umorale di euforia, ma si sperimenta un abbassamento dell’umore quando la
madre si allontana in quanto in questa fase si ha per la prima volta la
consapevolezza iniziale dell’assenza della madre.
Sottofase di riavvicinamento​: Anche questa fase si distingue in due periodi, ma è
evidenziato anche un terzo periodo che segna la conclusione della sottofase:
- riavvicinamento precoce:​ si osserva che il bambino che sembrava provare
piacere dall’allontanamento della madre, ora improvvisamente cambia
direzione e si volge nuovamente alla madre con atteggiamento gioioso e la
preoccupazione di condividere le esperienze con lei. Verso la metà del secondo
anno infatti, con l’accrescere delle capacità cognitive, il bambino diventa
sempre più consapevole della separazione fisica dalla madre e c’è un aumento
del bisogno che ha di lei. I modelli caratteristici del bambino che indicano il
desiderio di riunione con l’oggetto d’amore in questa fase sono: seguire la
madre come un’ombra e allontanarsi all’improvviso per essere rincorso e
ripreso in braccio. A seconda delle proprie capacità adattive, la madre può
rispondere con disponibilità emotiva oppure no.
- riavvicinamento vero e proprio:​ si ha una vera e propria crisi di
riavvicinamento, caratterizzata da ambitendenza tra il desiderio di evitare la
madre e quello di starle molto vicino. Diventa evidente la paura di perdere
l’oggetto d’amore e si attuano meccanismi di contatto e di controllo differenti
da quelli fisici, come uso del linguaggio o oggetti transizionali. Sono importanti
in questa fase le figure diverse dalla madre, come il padre, che aiutano ad
alleviare questo conflitto. La madre si accorge qui che il bambino comincia ad
avere una propria personalità.
- La soluzione del conflitto viene facilitata dal ritrovamento da parte del bambino
di una distanza ottimale, favorita sia dallo sviluppo del linguaggio, sia dal
progresso nell’esprimere desideri e fantasie attraverso il gioco simbolico.
Sottofase del consolidamento dell’individualità e inizio della costanza dell’oggetto
emotivo​: ha due principali compiti:
- la conquista di un’individualità definita e permanente
- il conseguimento di un grado relativo di costanza oggettuale.
Si evidenzia una più organizzata strutturazione dell’Io e chiari segni di
interiorizzazione delle richieste parentali che indicano la formazione dei precursori del
super-Io. Le determinanti primarie dello stabilizzarsi della costanza emotiva sono: il
senso di fiducia e di sicurezza e l’acquisizione cognitiva della rappresentazione
simbolica.
5.2 La simbiosi e il processo di ricerca Il concetto di simbiosi nasce nella Mahler da
osservazioni condotte in ambito clinico in bambini che, come conseguenza di
separazione, sperimentano panico e frammentazione che portano ad una simbiosi
psicotica. L’autrice cerca quindi di capire come i bambino normali raggiungono quello
che gli psicotici non riescono, ossia il passaggio dall’illusione di un’unità alla
coscienza della separazione. La Mahler ipotizzo che il processo di separazione
avvenisse durante il secondo anno di vita e fece osservazioni in tal senso. Ha quindi
combinato l’osservazione longitudinale di un periodo che va dai 6 mesi ai 3 anni di un
soggetto con l’osservazione dell’intero gruppo di bambini. Ciò ha portato alla
concettualizzazione delle sottofasi del processo di separazione-individuazione.
5.3 Psicopatologia Si ha patologia nel processo di separazione-individuazione quando
il bambino è incapace di rispondere o adattarsi a stimoli che provengono dalla figura
materna oppure quando reagisce con panico di fronte alla separazione, cioè quando il
bambino non riesce ad organizzarsi intorno al rapporto con la madre vista come
oggetto esterno d’amore. Ne possono conseguire 2 patologie: bambini autistici e
bambini con un’organizzazione simbiotica.
5.4 Lo sviluppo del pensiero di Mahler Varie critiche sono state sollevate alla teoria
della separazione-individuazione. Studi hanno infatti dimostrato che il bambino è
molto più avanzato nello sviluppo percettivo e cognitivo rispetto a quanto teorizzato
dalla Mahler e diventa quindi inaccettabile che il bambino sperimenti se stesso come
fuso con la madre. Inoltre, un’ampia controversia è stata quella tra Mahler e Stern.
Stern ritiene infatti che i bambini non iniziano la vita in una fase autistica normale, ma
fin dalla nascita sono capaci di differenziare le risposte all’ambiente, al quale si
interessano, e sono consci della differenziazione tra sé e gli altri, almeno a un livello
primitivo. Stern dà poi molta importanza alle fantasie della madre e ai suoi effetti
sull’iniziale relazione madre-bambino. La Mahler riesaminò quindi il suo pensiero e
ridusse il periodo della fase autistica alle prime 4 settimane e ritenne che in queste
prime due fasi sia presente una differenziazione percettiva (non emotiva ancora
assente) tra Sé e oggetti e un interesse per il mondo esterno. E’ infatti da sottolineare
che la Mahler ha descritto la fase simbiotica basandosi su concezione teorica e non
sull’osservazione come per le fasi di separazione-individuazione ed esiste perciò
dicotomia tra i due concetti.
In una riformulazione della fase autistica, la Mahler teorizza che il neonato deve
raggiungere un buon livello di sincronia con la voce e i gesti del suo caregiver: ogni
bambino infatti stimola la propria madre nelle funzioni di cura e sostentamento e a sua
volta la madre risponde empaticamente. Infine la Mahler può esser considerata come
uno dei precursori dell’infant research perché cerca di connettere conoscenze derivate
dalla psicologia cognitiva dello sviluppo (Piaget) e concettualizzazioni psicoanalitiche
sullo sviluppo.
6. Conclusioni La psicologia dell’Io è stata considerata quale “teoria ponte” tra la
costruzione teorica psicoanalitica e il nascente pragmatismo statunitense di
derivazione comportamentista.

V Capitolo. Il mondo interno: Melanie Klein


1. Il modello kleiniano​. Nel pensiero di Melanie Klein (1882 – 1960) è dominante
l’immagine di mente quale “contenitore di oggetti”, interni o interiorizzati, ossia entità
sentite come dinamicamente concrete, che animano la vita psichica dando luogo a
fenomeni tipici su cui insiste la clinica kleiniana, quali angoscia, scissione, proiezione,
idealizzazione... Presenti fin dall’inizio della vita, gli oggetti danno vita a delle
formazioni psichiche precoci che delineano nel neonato una personalità ben articolata
e diventano parti del Sé che vengono proiettate in oggetti esterni. L’Io, considerato
esistente dalla nascita, da una parte opera con e su tali oggetti, quale attore dei
meccanismi di ​introiezione e ​proiezione​, dall’altra subisce la loro azione. Inoltre,
differentemente dal sistema frediano, le pulsioni per la Klein appaiono
indissolubilmente legate all’oggetto che è buono o cattivo in funzione della modalità
libidica o aggressiva con cui questo è sentito. Perciò la motivazione che attiva la vita
psichica va rintracciata nella Klein nel dinamismo suscitato dalla relazione con
l’oggetto: ricercato in quanto amabile o odiato in quanto produce angoscia e quindi da
distruggere.
2. La tecnica del gioco e l’interpretazione La novità della Klein fu quella di
utilizzare nella terapia il gioco del bambino alla pari delle libere associazioni e della
narrazione di un sogno negli adulti, che per la Klein non è tanto la realizzazione
allucinatoria di qualche desiderio, quanto la manifestazione di un’organizzazione di
oggetti interni. Non fu la prima ad utilizzare in seduta il gioco, ma fu la prima a
intenderlo come diretta ed immediata espressione dei processi inconsci, la via elettiva
per arrivare ad essi, considerando la povertà delle associazioni verbali del bambino.
Nella prima fase del pensiero (1919-1932), la Klein perfeziona la sua tecnica del gioco
proponendo una serie di giocattoli accuratamente scelti in modo che il bambino possa
facilmente proiettare su di essi persone o cose del suo mondo affettivo. Nella seconda
fase elabora la teoria delle posizioni (1935).
Ella pensa di instaurare con il piccolo un rapporto analitico non diverso da quello con
l’adulto. Polemizzando con A. Freud sostiene infatti che:
1) anche il bambino mostra una relazione di transfert, ritenuta impossibile dalla Freud,
essendo ancora vigenti le prime relazioni coi genitori. Già prima dei 3 anni, secondo la
Klein, questi ha interiorizzato le figure dei genitori come figure scisse, idealizzate e
estremamente buone o cattive e si realizza il transfert.
2) non sono necessari interventi preparatori all’analisi al fine di creare un
atteggiamento emotivamente favorevole verso il terapeuta: il bambino percepisce
presto i benefici del rapporto analitico e inoltre è bene che emergano le pulsioni
aggressive verso il terapeuta, per poter elaborarle e attenuare la conseguente angoscia
del Super-Io.
Nella prima fase del pensiero della Klein si forgia il sui tipico modo di interpretare,
focalizzato intorno all’idea di oggetto. Definì quindi ​l’equazione simbolica il regolare
meccanismo per il quale le figure di genitori, fratelli, parti del corpo proprio o dei
genitori o le rispettive funzioni corporee vengono identificati con altri oggetti o
funzioni del mondo esterno, equazione resa possibile dal fatto che entrambi (oggetti
interni e esterni) sono investiti con la medesima modalità affettiva (libidica o
angosciosa) e soprattutto per l’analogia di forma o funzione, analogia in cui persiste il
carattere simbolico. In quest’ottica, ogni attività ludica consiste in un investimento
libidico dell’attività, a cui ricorre sempre un ​simbolismo genitale.​ Tuttavia,
nell’equazione simbolica l’oggetto interno tende ad essere confuso con quello esterno,
mentre nel simbolo la differenza viene salvaguardata. E’ con il simbolismo che si
edifica il rapporto del soggetto con il mondo esterno e con la realtà nel suo complesso.
Il mondo esterno diventa così “significativo” perché si carica del valore emotivo dei
primi oggetti. Nella posizione depressiva si sottolinea l’importanza di elaborare
correttamente la separazione dagli oggetti d’amore primari. Qui il simbolo è in luogo
dell’oggetto perduto e la sua introduzione suppone il lavoro di lutto con cui l’Io da
una parte rinuncia all’oggetto, dall’altra lo ricrea in una forma nuova, investendo
nuovi oggetti, processo alla base della creatività umana.
Infine, per la Klein esistono corrispondenze dirette e crude tra ogni elemento riferito
in una seduta e un significato inconscio. Ogni pensiero astratto è ricondotto ad un
oggetto concreto. Nel modello kleniano risulta quindi uno schiacciamento della
nozione di rappresentazione sull’oggetto come entità concreta.
3. Dinamiche del mondo interno La Klein nello sviluppo del suo pensiero porta
sempre più indietro la genesi del comportamento normale e di quello patologico: per
l’autrice già nel lattante sono presenti articolate relazioni oggettuali, sia pure in forme
fantasiose. “Il bambino ha fin dall’inizio della vita postnatale una relazione con la
madre (sebbene incentrata sul seno) impregnata di tutte le componenti di una relazione
oggettuale: amore, odio, fantasie, angosce e difese”. Costante della Klein è l’idea che
non vi siano in alcun momento della vita processi psichici costituiti da meri stati
emotivi privi di correlati ideativi, o meglio privi di “oggetti”. Per questo non ritiene
corretto postulare un “narcisismo primario” all’inizio della vita. Il narcisismo è una
relazione con oggetti, in particolare con parti interne del Sé. Inoltre nella Klein è
assente il punto di vista economico della metapsicologia freudiana in quanto, per lei,
non esiste spinta pulsionale, situazione d’angoscia o processo psichico che non
coinvolga oggetti esterni o interni. La spinta pulsionale mira sempre a qualcosa e se
l’oggetto non è presente nella realtà, allora esso si costituisce nella mente: l’oggetto si
dà quindi come il correlato intenzionale della pulsione.
Le fantasie affondano dunque le loro radici nei bisogni primari del bambino,
nell’ambito della relazione con la madre. Il primo oggetto cui mira il neonato è il seno
e se questo è assente si attiva la presenza di un oggetto cattivo che il lattante attacca o
si rivolge ad altri oggetti (svezzamento).
4. La motivazione: dalla pulsione all’oggetto Nella lavoro della Klein compare
l'idea di una pulsione aggressiva attiva già in tenera età in violenti moti sadici.
L'aggressività del bambino è concepita come una proiezione all'esterno dell'innata
pulsione di morte, considerata equivalente a quella aggressiva (in quanto, a differenza
di Freud, per Klein la mente non tende mai al deperimento naturale, ma è sempre
attiva per amare o odiare, far vivere o distruggere), e prevede una stretta connessione
con l'oggetto al quale viene subito fissata o piuttosto è vissuta come paura di un
oggetto super potente e incontrollabile sentito come malevole e da distruggere.
Si ravvisa inoltre una severa forma di aggressività nell'identificazione proiettiva,
secondo la quale il sé o parti del sé vengono introdotte fantasmaticamente nell'oggetto
esterno per controllarlo dal suo interno e l'oggetto diventa cattivo perché il bambino vi
ha proiettato le proprie parti cattive. Infine, Klein descrive ​l’invidia​, un fattore innato
attivo già nel neonato, come un sentimento di rabbia perché un'altra persona possiede
qualcosa che desideriamo e ne gode: l'impulso invidioso mira a portarlo via e a
danneggiarlo. Dunque nella Klein si assiste alla complessa transizione dal modello
pulsionale a quello oggettuale relazionale nel senso che l'oggetto finisce con
l'assumere una funzione motivazionale riservata da Freud alla pulsione. Non è la
ricerca del piacere a promuovere il comportamento bensì la ricerca dell'oggetto, che
diventa motivazione nella misura in cui è pregno di valenze affettive. Inoltre un
oggetto è sentito buono o cattivo in funzione:
- del comportamento dell'oggetto verso il bambino che suscita rispettivamente
moti di amore o di odio.
- del modo con cui il bambino lo ha dapprima investito (pulsione libidica e
quella aggressiva).
Inoltre, mentre per Freud l'angoscia era l'effetto di una rimozione mal riuscita, per la
Klein l'angoscia si ritrova in ogni individuo quale inevitabile contropartita dei moti
sadici presenti in misura diversa in ognuno e consiste nel timore che l'oggetto
aggredito si ritorca sull'Io, ubbidendo a un'innata legge del taglione (​angoscia
persecutoria​). A causa del suo contenuto minaccioso, essa stimola l'Io a produrre, al
fine di tenerla a bada, l'ampia serie di difese psicotiche nevrotiche che si esprimono
nel ricco vissuto di fantasie proprie del mondo interno.
5. Concezione dello sviluppo Nel libro “Psicanalisi dei bambini” (1932) la Klein
espone le fasi dello sviluppo infantile. La Klein, analizzando i suoi piccoli, riconosce i
genitori come quelle figure di fantasia che minacciano il bambino, poiché da oggetto
aggrediti sono diventati agenti di ritorsione. Ipotizza quindi la presenza di un Super-Io
già ai tre anni di età, che deriva dall'introiezione di quelle figure. “Il bambino desidera
ardentemente di distruggere l’oggetto libidico, divorandolo, facendolo a pezzi, ma al
destarsi delle tendenze edipiche consegue l’introiezione dell’oggetto che diventa colui
dal quale ci si aspetta una punizione e sorge l’angoscia. Il bambino teme una
punizione che corrisponde al proprio modo di fare il male e il super-Io diventa
qualcosa che morde, che fa a pezzi”. In seguito si scopre che il Super-Io più che
derivare dall'introiezione della figura parentale, sarà in connessione con la pulsione di
morte e con la conseguente ​angoscia primaria​. Il Super-io acquisisce le colorazioni
proprie dell'oggetto pulsionale: divorante e vampiresco nella fase orale, espulsivo in
quella anale. Il Super-Io non solo precede il complesso d'Edipo, ma ne promuove pure
lo sviluppo. Se per entrambi i sessi l'oggetto principale della fase orale è la madre, il
rapporto frustrante con il seno induce da una parte a fantasie sadiche di svuotamento
del corpo materno, dall'altra a volgere l'interesse verso l'oggetto paterno. Dunque, il
seno e il pene diventano gli oggetti primati dei desideri orali del bambino. Dopo una
"fase di femminilità", comune ad entrambi i sessi, in cui il bambino si identifica con la
madre e il pene paterno diventa l'oggetto desiderato, nel maschio fa seguito il
passaggio all'Edipo positivo (desiderio della madre). Nella bambina, invece, si
presenta l'invidia del pene e del seno materno, mentre il pene paterno è fonte di
felicità. Dunque, gli oggetti parziali seno/pene, fanno provare invidia alla bambina e
ritorione al bambino. Nella seconda parte della sua opera, formata dalla teoria delle
posizioni, la Klein insiste sul carattere parziale dei primi oggetti. Il seno materno
diventa il prototipo di ogni successiva relazione: un buon rapporto col seno agli inizi
della vita è condizione indispensabile per il benessere psichico futuro. Lo sviluppo è
governato processi di introiezione e proiezione. Nelle prime fasi di vita prevale la
proiezione: l’Io deve difendersi dall’angoscia e ripiega verso l'esterno le tendenze
distruttive originarie. D’altra parte l’introiezione, fungendo quale meccanismo di
difesa, comporta l’interiorizzazione dell’oggetto cattivo per salvaguardare quello
esterno buono. In un secondo tempo prevalgono i processi di integrazione e
interiorizzazione di un buon seno e della figura totale della madre. Un tipico
meccanismo di difesa dall’angoscia, la proiezione, diventa un importante mezzo di
crescita: da un lato tiene a bada l’angoscia di frammentazione dalla quale l’Io si sente
minacciato, dall’altra salva l’oggetto buono a cui l’Io deve appoggiarsi. Il meccanismo
della scissione si attiva presto proprio per tenere separate le parti buone da quelle
cattive. Man mano che lo sviluppo procede, gli oggetti diventano più simili all’oggetto
esterno, consentendo al soggetto un progressivo adattamento e l’accettazione della
compresenza di aspetti buoni e cattivi nello stesso oggetto e nel proprio Io. Solo la
presenza di genitori realmente amorevoli permette di bonificare nel bambino i terribili
fantasmi persecutori presenti a seguito dell’innato suo sadismo.
6. La teoria delle posizioni La teoria delle posizioni è una sistemazione ordinata e
chiarificativa dei processi dello sviluppo. Le posizioni consistono ciascuna in un
articolato e coerente assetto di oggetti interni, con le relative angosce e difese. Nella
posizione schizo-paranoide la compresenza delle due pulsioni (libidica e aggressiva)
porta alla scissione dell’oggetto in due oggetti separati e considerati autonomi, uno
buono (che dà gratificazione) e uno cattivo (che dà frustrazione): il seno è quindi ora
aggredito, ora desiderato, in rapida successione. L’introiezione dell’oggetto buono
gratifica e rassicura il bambino, mentre quello cattivo provoca terrore e disintegra l’Io
in quanto, se da una parte opera sugli oggetti, dall’altra l’Io subisce gli effetti del suo
stesso operare, assumendo i caratteri della relativa posizione (una corrispondente
scissione nel suo stesso interno). La personalità si struttura così in rapporto al tipo di
relazione oggettuale intrattenuta.
La componente ​paranoide di questa posizione deriva dal carattere persecutorio con cui
è vissuto l’oggetto cattivo. L’Io si sente vittima di attacchi provenienti da oggetti
esterni o interni e se ne difende in vari modi come: ​l’idealizzazione dell’oggetto buono
per contrastare quello cattivo, la ​negazione dell’esistenza dell’oggetto cattivo,
l’elaborazione di ​fantasie di controllo onnipotente dell’oggetto, o anche
l’identificazione proiettiva con cui sono intromesse nell’oggetto esterno le parti cattive
del sé, al fine di dominarlo dall’interno. In seguito la Klein teorizzerà anche la
proiezione di parti buone del Sé per consentire buone relazioni, improntate sulla
comprensione dall’interno dell’altro (empatia).
Si accede poi alla ​posizione depressiva nel momento in cui il bambino giunge ad una
maturazione tale da cogliere la madre non più come seno, ma come persona totale,
integrando gradualmente i due oggetti (buono e cattivo). Vi è ambivalenza delle
pulsioni, in quanto lo stesso oggetto più ora essere suscettibile sia di amore, sia di
odio. Insieme a questa integrazione dell’oggetto avviene anche quella tra le parti
prima scisse dell’Io che però si rende responsabile della perdita dell’oggetto buono.
Ne deriva un senso di colpa per gli impulsi aggressivi che hanno procurato il male
all’oggetto d’amore. L’​angoscia depressiva,​ tipica di questa posizione, consiste nel
timore di distruggere l’oggetto amato e, nella misura in cui l’Io si rende conto di
dipendere dall’oggetto totale, nel timore per se stesso di trovarsi solo e abbandonato.
La depressione è quindi l’esito della perdita dell’oggetto, anche immaginaria, ed è
collegata allo stato del lutto. Le due difese tipiche di questa posizione sono:
- La ​maniacalità con cui il soggetto cerca di trionfare sull’oggetto,
disprezzandolo per non dipendere da esso e non soffrire per la sua perdita.
- La ​riparazione che dà avvio ad un superamento della posizione depressiva e
consiste, passando per una positiva utilizzazione del senso di colpa, alla
riparazione dell’oggetto leso: favorisce, insieme alle limitazioni delle
propensioni distruttive, l’installazione nel bambino di un oggetto totale e
buono, simile a quello reale, ed un Io forte, dotato di maggior coesione.
Il passaggio tra le 2 posizioni è graduale e mai definitivo, in quanto perdurano delle
oscillazioni tra le due: perciò sono definite posizioni e non fasi, prototipi rispetto al
riproporsi nel corso della vita di momenti di scissione, di perdita (con le correlate
ansie e angosce) in tutte le situazioni di conflitto, di competizione, ecc. Le posizioni
infatti, essendo due forme di strutturazione degli oggetti interni, forme tipiche di
organizzazione dell’esperienza, tornano utili come schemi per affrontare i fenomeni
normali e patologici dello sviluppo.
7. La psicopatologia Nella prima fase del pensiero kleniano prevalgono le descrizioni
di disturbo mentale secondo le classificazioni freudiane: bambini nevrotici ossessivi,
fobici, isterici, al più autistici. Tuttavia la Klein ipotizza la presenza di nevrosi già
nelle fasi pregenitali (Freud = dopo la fase fallica) e sottolinea che il sintomo
nevrotico appare una difesa dall’angoscia, enfatizzando l’idea di Freud di angoscia
come segnale di pericolo da cui il soggetto si difende producendo sintomi. Nella
seconda fase, con la teoria delle posizioni, le nevrosi diventano secondarie ai nuclei
psicotici e possono essere lette come difese dai pregressi aspetti psicotici. Vi è quindi
una continuità genetica tra psicosi e nevrosi, il cui superamento deve passare dalla
ricomposizione degli oggetti interni a livello delle posizioni. I meccanismi di difesa
più arcaici, scissione e identificazione proiettiva, prendono qui il posto che Freud
attribuiva alla rimozione, con la quale spiegava la psicosi.
I fallimenti nell’elaborazione delle posizioni nel primo anno di vita diventano quindi
punti di fissazione su cui si innesta il disturbo psicotico nell’adulto. La Klein connette
in un unico quadro la schizofrenia e la paranoia: il delirio persecutorio paranoico è la
conseguenza della scissione e della proiezione dell’oggetto cattivo. Lo schizofrenico
non riesce ad integrare l’oggetto e sé nella direzione depressiva e resta preda di
violente scissioni e proiezioni, mentre il depresso non riesce a conseguire la
riparazione dell’oggetto e di se stesso e resta diviso tra un Io cattivo e un oggetto
buono.
La Klein infine insiste sul rapporto con la madre come decisivo nella strutturazione
della personalità e attribuisce la psicosi interamente a disturbi nel corso di quel
rapporto, sottovalutando la figura paterna e la triangolazione edipica. La presenza di
relazioni oggettuali e di angosce arcaiche nello psicotico fa sì che sia possibile la cura
e si instauri con l’analista un transfert intenso.
Capitolo VI - Il contributo di Winnicott​.
2.1 La concezione dello sviluppo Il contributo di Winnicott ha origine
dall’osservazione che la coesione e l’unità della persona sono una difficile conquista,
in genere destinata a realizzarsi solo in parte e in un contesto ambientale favorevole. Il
suo approccio è volto dunque a individuare i fattori evolutivi necessari per questo
sviluppo. Connesso a questo obiettivo è la formulazione di un ​concetto di sé
dinamico che permette la realizzazione di una relazione dialettica tra il ​vero Sé,​
pensato come la parte più autentica di ciascuno di noi che va protetta e che coincide
con il gesto spontaneo, l’idea personale, il sentirsi reali e potenzialmente creativi, e il
falso Sé​, meno autentica, ma necessaria per l’equilibrio interno ed esterno in quanto
accoglie insieme gli elementi dell’esperienza del vivere ed è finalizzato alla
costruzione di una protezione da una ​realtà frustrante incapace di anticipare
empaticamente i bisogni del bambino. Avviene quindi uno spostamento di attenzione
dal concetto di pulsione a quello di bisogno, connesso al maggior peso dato alle cure
materne.
Per Winnicott il bambino è spontaneo, produce gesti ed esprime bisogni che
richiedono conferme da parte di chi si prende cura di lui. La ​madre-ambivalente deve
essere presente, ma capace di rendersi invisibile a vantaggio della libertà del figlio,
sapere illudere e gradualmente disilludere, essere quindi in grado di non interferire
nello sviluppo spontaneo del bambino, ma anche mantenere la propria identità,
rispettando così i bisogni di entrambi.
L' esperienza di Winnicott gli aveva infatti permesso di rendersi conto del divario tra
le aspettative elevate dei figli e le possibilità concrete dei genitori di soddisfarle e
comprese così i rischi del genitore nel confondere la genitorialità con il farsi carico di
un compito impossibile. Da qui l’importanza data allo sviluppo dei primi 6 mesi di
vita, ​sviluppo emozionale primario​, che può essere descritto da tre concetti-guida:
- Il concetto di dipendenza​: ipotizza un evoluzione dalla dipendenza assoluta a quella
relativa fino all’indipendenza. La ​dipendenza assoluta è quella in cui il neonato non sa
di dipendere da qualcuno che si prende cura di lui, c’è unità bimbo-madre. Qui il ruolo
della madre è favorire l’innata tendenza alla crescita essendo presente. La ​dipendenza
relativa dai sei mesi ai due anni è caratterizzata da una graduale consapevolezza del
bambino dei propri bisogni e della propria dipendenza. Se la madre si allontana per
troppo tempo compaiono ansia e timore che possono portare ad una regressione alla
dipendenza assoluta. Infine, si arriva all’​indipendenza nella pubertà, caratterizzata
dall’avvenuta introiezione dell’ambiente che dà sostegno all’Io.
- Il concetto di organizzazione​: pensato come un passaggio da uno stato di non
organizzazione ad uno di organizzazione in quanto ognuno di noi presenta diversi
livelli di organizzazione interna della personalità a seconda dell’età e delle esperienze.
Nei primi mesi il bambino è in una condizione di vulnerabilità, incapace di distinguere
gli stimoli esterni da quelli interni, senza alcuna idea di sé. E’ necessario che ci sia un
ambiente in grado di proteggerlo dai vissuti di vuoto, di inesistenza: questo ruolo è
svolto dalla madre, grazie alla condizione psicologica di ​preoccupazione materna
primaria​, uno stato transitorio di benevola chiusura su se stessa, con la quale la madre
diventa ricettiva dei bisogni del neonato, raggiungendo i suoi stessi livelli di
vulnerabilità. Avviene così una reciproca identificazione in cui la madre accetta di
avvicinarsi ad una condizione di disorganizzazione e di perdita transitoria
dell’immagina adulta di sé, tradotta in una dipendenza reciproca tra i due. Importante
è che gradualmente la madre esca da questo stato per fare strada alla ​capacità di
disilludere e disilludersi​, cioè di filtrare per sé e il bambino frammenti di realtà.
- Il concetto di integrazione​: passaggio da uno stato di non integrazione a uno di
integrazione. Agli inizi il bambino non possiede infatti unità corporea tale da
permettere di parlare di sensazioni: se ha fame ​lui è la fame, ogni sensazione dolorosa
gli può sembrare eterna. Fondamentale è quindi la risposta materna ai gesti e alle
espressioni del bambino che gli consentono progressivamente di attribuire un senso al
proprio gesto, diventando uno strumento di organizzazione mentale e corporea. Le
sensazioni sperimentate come separate tra loro si trasformano in unione di sensazioni,
così il bambino può sperimentare il passaggio dal “non Io” al “Io sono”, con la
possibilità di tornare di tanto in tanto a stati di non integrazione, di riposo, sostenuti
dalla presenza materna e essenziali per il futuro sviluppo della capacità di “essere
solo”, senza provare l’angoscia di essere abbandonati.
Tra le funzioni della madre troviamo quindi:
- l’​holding​ che facilità il processo di integrazione nella direzione dell’​Io sono,​
- l’​handling ​(manipolazione), che favorisce la personalizzazione, permettendo
un insediamento della psiche nel soma creando un’unità indispensabile per il
pieno coinvolgimento nella realtà e per la salute mentale.
- l’​object presenting, ​la presentazione del mondo al bambino, tenendo conto
della sua vulnerabilità. Gli oggetti devono essere presentati in modo continuo,
graduale, e in modo da favorire l’illusione di essere lui a crearli: è importante
che la madre sappia anticipare empaticamente i bisogni del bambino in modo
da far apparire l’oggetto nel momento in cui il bimbo lo allucina,
consentendogli di sperimentarsi transitoriamente onnipotente e sviluppando la
sua “innata creatività”. Il bambino ha così i primi contatti con la realtà esterna,
ancora senza i suoi aspetti frustranti.
Winnicott parla di ​oggetto soggettivo per indicare lo stato della relazione in cui,
grazie all’illusione il “non me” viene percepito come parte di sé. Quando
l’onnipotenza allucinatoria è acquisita, la madre deve operare una progressiva
disillusione per far capire che il mondo esterno non è sempre sotto il suo controllo e i
suoi poteri hanno dei limiti, procedendo su due livelli: continuando ad andare incontro
ai bisogni del bambino, ma cercando di facilitare il rapporto con l’oggetto esterno. Ciò
segna l’inizio del processo di separazione e individuazione e l’attenuarsi della
preoccupazione materna. La madre ora risponde ai bisogni del bambino ponendo un
intervallo temporale tra espressione e soddisfazione, portando a volte ad una delusione
che può scatenare reazioni aggressive, in una “assenza di pietà”. Tuttavia, se la madre
si dimostra capace di non farsi distruggere da questa aggressività il bambino
gradualmente abbandona l’onnipotenza primaria e acquisisce la costanza dell’oggetto.
Dall’​oggetto soggettivo s​ i passa all’​oggetto oggettivo:​ il bambino sviluppa la
consapevolezza che questi non fa parte di sé, ma è un “oggetto oggettivamente
percepito” e l’accettazione della sofferenza psichica attivata dalla sua perdita.
2.2 L’oggetto transizionale ​Uno dei paradossi più noti di Winnicott, consente di
rappresenta in un altro modo il passaggio dall’oggetto soggettivo a quello oggettivo e
mostra l’importanza dei cambiamenti dalla dipendenza assoluta all’indipendenza.
Partendo dalla contrapposizione ​dell’area della soggettività (realtà interna) e di quella
della ​percezione obiettiva (realtà esterna), Winnicott teorizza l’esistenza di una terza
area, ​l’area intermedia di esperienza, alla quale realtà interna ed esistenza esterna
contribuiscono contemporaneamente. In quest’area si colloca l’​oggetto transizionale​,
un ponte tra soggetto e oggetto che compare tra i 4-12 mesi e poi essere qualsiasi cosa
ricordi la madre. Lentamente l’oggetto comincia ad assumere un'importanza vitale per
il bambino, specie quando è solo, dove diventa una difesa contro l’angoscia. Se i
genitori sono “sufficientemente buoni” devono evitare qualsiasi rottura nella
continuità dell’esperienza del bambino con esso.
Nell’ottica del bambino l’oggetto non viene né dall’esterno né dall’interno, ma è un
“possesso di ciò che è non-me”, pur avendo a che fare con “cio che è me”. Il processo
è di investimento dell’oggetto sia di libido narcisistica (l’aspetto me) che di libido
oggettuale (l’aspetto non-me). Il rapporto con l’oggetto è tale per cui non è più
totalmente sotto controllo onnipotente (come l’oggetto soggettivo), ma non è ancora al
di là del suo controllo (come l’oggetto oggettivo). Si colloca invece tra la creatività
primaria e la percezione obiettiva basata sull’esame di realtà. Anche se non tutti i
bimbi vi fanno ricorso, è segno della potenziale capacità di elaborare l’onnipotenza e
la separazione, in virtù della sua funzione di oggetto-ponte tra l’esperienza di assoluta
dipendenza e l’esperienza di un sé nascente. Può rimanere nell’adulto come
consapevolezza di possedere un luogo di riposo dove lasciare liberamente fluttuare la
mente e giocare con le proprie idee, a differenza dell’oggetto feticcio o tossico che
mantiene il soggetto in condizione di dipendenza.
2.3 La psicopatologia Le idee di Winnicott riguardo alla psicopatologia possono
essere riassunte in:
Approccio psichiatrico ​e psicanalitico​: opera una distinzione tra i due affermando
che il primo si basa sull’​attuale,​ cioè su una diagnosi diretta a circoscrivere il disturbo
e ciò che lo ha immediatamente preceduto, il secondo invece prende in considerazione
l’​intera vita ​dell’individuo e la sua elaborazione della dipendenza assoluta e relativa.
Inoltre all’interno dell’approccio psicoanalitico distingue tra ​analisi e ​lavoro
analitico,​ diretta a sottolineare che un’​analisi andrebbe condotta solo con pazienti che
presentano un sé sufficientemente integrato e stabile, capace di reggere il complesso
processo a cui la relazione dà vita. Il ​lavoro psicanalitico è invece indicato quando
l’individuo ha sviluppato un falso sé e tendenze antisociali e confonde realtà interna
ed esterna. L’analista può però parlare del ​Vero sé solo al ​Falso sé del paziente, in
quanto il Vero sé rimane nascosto fino a che il paziente non si fida abbastanza
dell’analista. Inoltre, è soltanto nell’atto creativo che è possibile raggiungere il Vero
sé, espresso nella sua forma massima nel gioco. Così nella psicoanalisi infantile
Winnicott utilizza il disegno come luogo di incontro tra il terapeuta e il paziente.
Nosografia​: Winnicott ritiene che tutte le psicopatologie derivano da carenza
ambientali che si differenziano a seconda che si presentino prima o dopo il
raggiungimento dell’integrazione e dell’unità dell’Io. Distingue così una
madre-oggetto, che fa fronte ai bisogni fisici urgenti del bambino da una
madre-ambiente, che ha capacità di allontanare l’imprevedibile e ricevere affetto.
Come Freud, anche Winnicott sostiene che non si può tirare una linea netta tra
patologia e normalità, così differenzia tre tipi di disturbi:
- ​Psicosi​, se il bambino ancora nello stadio della dipendenza assoluta va incontro a un
mancato adattamento dell’ambiente ai suoi bisogni può vivere ​un’angoscia primaria
catastrofica che, se la carenza è profonda e duratura, può portare a autismo,
schizofrenia, depersonalizzazione o ​difese di tipo psicotico (dissociazione o scissione)
per proteggere l’Io.
- ​Disturbi dell’equilibrio del Sé:​ Nel caso in cui la madre non è capace di capire i
bisogni del figlio gli chiede ​condiscendenza, lo stadio più precoce del falso sé. Il
bambino è quindi costretto a dare senso, da solo, al proprio gesto, non potendo però
utilizzare lo stato corporeo che non ha trovato risposta, ma la condiscenza imitativa
lontana dal Vero sé. Il bambino può così continuare a vivere nonostante il mancato
avvio dell’investimento libidico, ma in modo “falso”, dimostrando una protesta a
questa condizione attraverso irrequietezza o disturbi dell’alimentazione.
In qualche misura il Falso sé è presente in tutti e Winnicott ipotizza 5 possibili stati
nelle relazioni tra questi e il Vero sé:
- Stato patologico:​ il falso sé pretende di costituirsi come reale, come se fosse il
vero sé, invadendo l’intera persona;
- Stato confine: il falso sé schiaccia il vero sé in funzione difensiva, ma questi è
riconosciuto come potenziale e gli è permessa una vita segreta;
- Stato della sofferenza​: il falso sé crea le condizioni per fare emergere il vero
sé;
- Stato di fragilità​: il più vicino alla salute, il falso sé si forma sulla base di
identificazioni che hanno carattere imitativo o sono poco unite da un Io
sufficientemente sano e forte. E’ un continuo cercare di stare dietro alla vita
senza sentirsi bene con se stessi;
- Stato di salute:​ il falso sé costituisce l’atteggiamento sociale che permette
l’adattamento nelle diverse circostanze.
- ​Tendenze antisociali​: sono il segnale di un vissuto interiore di deprivazione che, a
differenza della psicosi, avviene dopo la dipendenza assoluta. Il bambino cerca così di
comunicare il proprio disagio e l’ambiente dovrebbe rendersi responsivo rispetto a
questi segnali nel più breve tempo possibile per evitare che queste tendenze si
trasformino in disturbi del carattere o psicopatologie.
Parte terza – Ulteriori sviluppi
IX Capitolo. La nascita del pensiero: Wilfred R. Bion
1. Il modello bioniano di mente Bion ha un’immagine psicobiologica di mente, per
cui c’è una stretta connessione tra i processi somatici e quelli psichici. Il corpo è
intriso di virtualità psicologiche ed invoca la psichicità come messa in forma di vissuti
emotivi e il pensiero è il modo di legare questi vissuti, cioè dar loro un significato. In
ciascuno di noi è presente un livello proto mentale. L’immagine psicobiologia di
mente è il quadro in cui si inserisce la teoria bioniana dello sviluppo come crescita, a
partire dai bisogni corporei, del pensiero e delle funzioni mentali e la psicosi è il
deficit o il crollo di queste funzioni. Condivide con Freud l’idea di una psichicità in
principio anoggettuale ma secondo Bion è organizzata in un pensiero, in un
significato: l’oggetto mentale è il risultato stesso di questa messa in forma o
trasformazione delle afferenze corporee, sensoriali ed emozionali. Bion parla non di
pulsioni, ma di funzioni, operazioni atte a dar forma e creare pensiero. L’oggetto che
secondo Bion è oggetto di pensiero più che oggetto-cosa concreta, è il risultato di una
funzione di sintesi e di trasformazione e non qualcosa che, innato o proiettato che sia,
si offre d’embleè (klein). E’ prioritaria per Bion la formazione del contenitore più che
dei contenuti, le funzioni più che gli oggetti, i legami più che gli oggetti legati. La
psicosi non è tanto spiegata tramite la dinamica di oggetti interni, quanto come crollo
dell’apparato e delle funzioni mentali. La griglia di Bion è una schema grafico, a
forma di matrice, utile a inquadrare, dopo la seduta, il materiale clinico in funzione di
2 parametri: il tipo di uso che l’analizzando fa di una data affermazione e il tipo di
materiale presentato (secondo una scala di forme di pensiero dalle più grezze alle più
raffinate). Una medesima frase o parola può avere più significati e diventano prioritari
il contesto del dire (sintassi) e l’intenzione del locutore (pragmatica) per cogliere il
senso. Per Bion il simbolo rappresenta una congiunzione riconosciuta come costante
dal gruppo o dal singolo.
2. La gruppalità originaria della persona A Bion fu affidato il compito di curare,
come psichiatra, la riabilitazione di soldati affetti da nevrosi di guerra nel secondo
conflitto mondiale: tentò terapie collettive e attività di gruppo autogestite. Il gruppo è
considerato come un soggetto unico e vide l’affiorare di una serie di stati emotivi, di
atmosfere collettive che chiamò “mentalità di gruppo” o “cultura di gruppo”. Inventò
espressioni linguistiche nuove, per evitare preconcetti, e chiamò “assunti di base”
(AdB, Basic assumptions) 3 configurazioni tipiche e ricorrenti della mentalità di
gruppo. AdB lotta e fuga quando il gruppo si sente minacciato AdB dipendenza
quando il gruppo attende dal un leader interno la soluzione ai problemi Adb
accoppiamento quando spera che la soluzione venga dall’unione di alcuni membri del
gruppo Il capo del gruppo emerge dall’AdB attivo in quel momento. Esempio: un
soggetto paranoide è il leader naturale del gruppo in AdB lotta e fuga. Bio elabora la
nozione di sistema protomentale in cui esistono dei prototipi dei tre assunti di base
ognuno dei quali esiste in funzione dell’appartenenza dell’individuo al gruppo. E’
un’area a cavallo tra mente e corpo, sede di emozioni caotiche che spiega il carattere
collettivo delle emozioni e delle reazioni del gruppo. Il protomentale si configura
anche come una sorta di gruppalità interna all’individuo per il fatto che in ciascuno c’è
una disposizione costitutiva e non accidentale che Bion chiama valenza, ad essere uno
col gruppo. Gli AdB, dando luogo a fasi dominate dall’emozione, sono il più delle
volte di ostacolo al gruppo di lavoro e deve essere superato nella direzione della
differenziazione individuale, ma la spinta del protomentale può essere un incentivo
per l’evoluzione degli AdB verso il “gruppo di lavoro specializzato”, cioè forme di
gruppo funzionali.
3. Formazione del pensiero come cardine dello sviluppo​. Bion abbraccia
un’accezione larga di pensiero e ne propone un ventaglio di tipi, in funzione del grado
di elaborazione: gli “elementi alfa”, i pensieri onirici e i miti, le preconcenzioni, le
concenzioni, i concetti, il sistema scientifico deduttivo, e infine il calcolo algebrico. Il
pensiero scientifico è la forma psicologicamente più evoluta. Il pensiero è visto in
stretto intreccio con la sfera emotiva: la sua accezione di esperienza, da cui occorre
apprendere per la crescita, non è empiristica ma è intesa come esperienza emotiva in
cui l’individuo è preso. Alla costituzione del pensiero concorrono le afferenze
emozionali, le sensazioni di piacere, di angoscia, di terrore. Bion chiama “elementi
beta” le afferenze sensoriali ed emotive grezze. La capacità di “metabolizzare”
sensazioni ed emozioni grezze è detta “funzione alfa” e le prime forme di pensiero
sono appunto elementi alfa in cui comprendiamo le immagini visive, gli schemi
uditivi e gli olfattivi. Tutto il materiale utilizzabile dai pensieri onirici, dal pensiero
inconscio di veglia, dalla barriera di contatto, dalla memoria. Già nelle prime fasi di
sviluppo, grazie alla funzione alfa, si attua il passaggio dalla preconcezione alla
concezione: la prima è una forma di pensiero consistente in un’aspettativa, ma
l’oggetto è veramente pensato solo all’incontro dalla preconcezione “con impressioni
sensoriali a essa adeguate”: da qui finalmente il pensiero, nella forma di concezione
dell’oggetto soddisfacitorio. Bion ha una chiara distinzione tra oggetto e pensiero di
esso. Il pensiero si forma anche i assenza dell’oggetto soddisfacitorio e consiste giusto
nella rappresentazione dell’oggetto assente o pensiero in assenza dell’oggetto. In caso
positivo nel bambino si forma, bonificando gli elementi beta, l’immagine dell’oggetto
assente e gratificante sentito come assente e non come allucinato: si apre così lo
spazio di un pensiero desiderante. Nel caso invece di incapacità a differire la
soddisfazione, in carenza cioè di funzione alfa, si genera, anziché il pensiero di
oggetto assente, la falsa presenza di un oggetto irreale, cattivo, la non-cosa, che risulta
dall’aggregazione di elementi beta che devono essere eliminati. Alla formazione della
funzione alfa, e in genere alla capacità del bambino di modificare i dirompenti
elementi beta, concorre la madre con la sua maggiore o minore capacità di dare un
senso, una risposta corretta alle emozioni del bambino. La madre favorisce non
soltanto l’introiezione dell’oggetto buono, ma anche la formazione delle strutture e
funzioni mentali. Grazie all’accudimento il bambino apprende dalla madre le capacità
di contenimento e introietta il contenitore stesso e con ciò la funzione alfa. La
funzione materna di metabolizzare gli elementi beta del bambino è resa possibile da
ciò che Bion chiama la reverie, cioè la dote di immedesimarsi con un pensiero
preconcettuale, empatico, nei vissuti del piccolo restituendogli elaborati. La reverie
materna suppone evidentemente un’area proto mentale, trans individuale e alla
frontiera tra soma e psiche. Un certo rilievo nello sviluppo del pensiero lo hanno
anche i miti che Bion pone tra gli elementi alfa e le preconfezioni. Il mito fa parte
della parato primitivo degli strumenti di apprendimento di cui dispone l’individuo e
consente di mettere ordine nella conoscenza del mondo, organizzando in particolare le
trame di rapporti tipici tra gli individui. Si può parlare del mito come di un a-priori
biologico culturale della conoscenza e del comportamento sociale umano.
4. Aspetti topici e motivazionali Per quanto riguarda il rapporto tra conscio e
inconscio Bion introduce la nozione di barriera di contatto, una zona di passaggio,
costituita sul modello delle sinapsi neuronali, dove i processi mentali possono
transitare senza soluzione di continuità tra un’area e l’altra. La funzione alfa forma
tanto i pensieri consci che inconsci e il passaggio è nei due sensi: vi è un pensiero
vigile nel sogno e un pensiero sognante nelle attività coscienti. Conscio e inconscio
sono due punti di vista reversibili e ogni processo psichico ha una visione binoculare.
L’oggetto mentale integra emozioni ed elementi percettivi: nella costituzione di un
pensiero convergono gli aspetti psicodinamici e le percezioni o immagini degli
oggetti. Il momento motivazionale è sia nella stessa funzione alfa come creatrice di
pensiero che nella spinta alla crescita insita nella necessità di modificare gli elementi
beta. Odio (H) e amore (L) sono intesi come fattori intrinseci al legame subordinati ad
un terzo fattore, la conoscenza (K), sono qualità del legame. Opposto all’amore non è
l’odio ma la rottura del legame, la mancata rappresentazione dell’altro. Opposto di K
non è l’ignoranza ma la disgregazione della funzione del pensiero. L’evoluzione dello
sviluppo è lineare e avviene attraverso due tipi di operazioni (meccanismi):
l’interazione di contenitore e contenuto ha il suo prototipo nella funzione materna di
ricettacolo capace di elaborare gli elementi beta proiettati dal bambino nella madre:
contenitore e contenuto sono parte dell’apparato della funzione alfa della madre e
trova i presupposti nei vissuti soggettivi di funzioni fisiologiche (nutrizione e
respirazione). l’oscillazione ottenuta generalizzando le due posizioni kleniane
schizoparanoide (PS) e depressiva (D) sullo stesso piano, sinonimo dei processi di
frammentazione e integrazione, alternanza tra analisi e sintesi, tra scomposizione in
elementi e loro ricomposizione, tra rottura e nuova forma.
5. Sviluppo come trasformazione​. Il problema della crescita conseguita con
l’apprendimento attraverso l’esperienza emotiva, si radicalizza: da una parte le
ristrutturazioni necessarie in ogni cambiamento (con il dolore) e la necessità di
recuperare l’origine, entrando in contatto con ciò che Bion chiama O. Non essendo
sufficienti le trasformazioni in K occorre rinunciare a K e ripassare per O. Le
trasformazioni in O sono prioritarie e riguardano la realtà anteriore alla conoscenza. O
è sede di una psichicità indifferenziata (tra mente e corpo e tra soggetto e oggetto ed è
definito la verità assoluta. L’esperienza emozionale, la cosa in cui consistono gli
elementi beta, è un vissuto anteriore alla parola e quindi O è un vissuto inesprimibile.
O si ritrova anche in ricorrenti esperienze emozionali forti quali l’angoscia, il terrore,
o il godimento, l’orgasmo ecc. Se la si vuole esprimere con le parole ci se ne separa,
l’essere è diverso dal dire. Per Bion è essenziale alla crescita il momento della
catastrofe, lo sviluppo non necessariamente è lineare, né assicurato. O è un momento
di ritorno a un’area priva di strutturazione. O è l’area a cui attinge non solo il mistico,
ma anche il grande artista, lo scienziato geniale, ogni personalità innovativa perché ha
elaborato un’idea nuova ripartendo dalle radici. Un analogo processo di passaggio in
O deve farlo il soggetto in analisi e l’analista, partecipando con il paziente ai momenti
di terrificante destrutturazione dell’esperienza di O. In questo tipo di trasformazioni il
tempo perde di senso: “l’evoluzione mentale o crescita è catastrofica e priva di
tempo”.
6. La psicopatologia Bion a partire dagli anni ’50 si dedica alla cura analitica di
soggetti psicotici e nel suo libro “Attacchi al legame” parla di transfert negativo nella
psicosi: il paziente stravolge ciò che fa in rapporto con lui più che attaccarlo. Distorce
la comunicazione linguistica, così anche con i genitori e le persone familiari. E’ in
gioco non tanto una dinamica di oggetti cattivi, ma una disgregazione della funzione
di contenere. Lo psicotico è un soggetto sopraffatto da una serie di elementi beta,
collegati ad un senso di catastrofe, da attribuire al fallimento o alla carenza a suo
tempo della funzione di reverie: il bambino, incompreso nei suoi bisogni primari e
privo della capacità di contenere le emozioni, introietta il terrore di morire. Gli
elementi beta, in mancanza di quelli alfa, danno luogo ad un’agglomerazione perversa
di vissuti non elaborati: è lo schermo beta che si pone al posto della barriera di
contatto tra conscio e inconscio. Ne risulta un pseudoapparato mentale che porta alla
produzione di formazioni deliranti (oggetti bizzarri). Nella psicosi si assiste al crollo
dell’apparato per pensare, un conflitto tra K e non K, mentre nella nevrosi il conflitto è
tra conscio e inconscio, il soggetto giunge a formulare un pensiero, una verità che però
respinge. L’analista dovrebbe lasciarsi andare ad un pieno coinvolgimento di tutta la
sua persona nella trasformazione in O, solo in un secondo momento può emergere un
pensiero che contenga ed interpreti (trasformazione in K) il vissuto comune creatosi
nella relazione. Analista ed analizzando hanno da apprendere dalla comune esperienza
emotiva, un’area comune, transindividuale, proto mentale mediante una capacità di
immedesimarsi nell’altro. Il modello bioniano lavora attraverso la trasformazione: dal
magmatico, confusivo, gruppale e virtuale al formato, distinto, pensato, individuato e
individuale.

Parte quarta – La ricerca recente sul bambino


XIII Capitolo. La teoria dell’attaccamento: John Bowlby
Il lavoro di Bowlby si stacca dal modello pulsionale freudiano e da quello kleiniano e
ha portato contributi con le sue ipotesi sull’attaccamento come primitivo sistema
motivazionale allo sviluppo.
1. Le premesse​. Il lavoro di Bowlby si basa sulle osservazioni dirette sui bambini,
prima e dopo la separazione dalla madre e l’idea che “nel bambino piccolo la fame
dell’amore della presenza materna non è meno grande della fame di cibo”. Da qui
deriva l’ipotesi che la perdita della figura materna possa generare reazioni e processi
psicopatologici che, secondo Bowlby, ancora agiscono nelle persone adulte che
risentono di separazioni subite nella prima infanzia.
2. L’attaccamento. Bowlby attinge a molte discipline per spiegare lo sviluppo dei
processi psicopatologici, però si serve comunque della psicoanalisi come schema di
riferimento perché a sua avviso più adatta a fornire spiegazioni in ambito
psicopatologico e perché i concetti da lui utilizzati sono elementi essenziali del
pensiero psicoanalitico. Dai concetti di ​imprinting (Lorenz: piccoli di anatroccolo
sviluppano un legame con la madre o suoi surrogati, indipendente dalla semplice
richiesta di nutrizione) e di ​bisogno di calore (Harlow: cuccioli di macachi
preferiscono manichini soffici senza cibo a duri con cibo) presi dall’etologia, nasce la
definizione di ​comportamento di attaccamento​, mostrato dalla persona nel
mantenere la prossimità e vicinanza ad un’altra ritenuta in grado di affrontare il
mondo in modo più adeguato e che si manifesta in quelle situazioni in cui la persona è
spaventata e che si attenua invece quando si ricevono delle cure. Per Bowlby quindi il
legame che unisce madre e bambino non si instaura sulla base del soddisfacimento dei
bisogni primari, piuttosto sulla base di predisposizioni innate e di continuità e stabilità
del rapporto, ha una funzione biologica di protezione ed è il prodotto dell’attività di
diversi sistemi comportamentali che hanno come risultato quello di mantenere la
vicinanza del bambino con la madre.
Bowlby identifica quindi quattro fasi attraverso le quali si sviluppa il legame di
attaccamento:
1. Dalla nascita alle otto-dodici settimane​: il bambino non è in grado di
discriminare le persone che lo circondano nonostante riesca a riconoscere,
attraverso l’odore e la voce, la propria madre. Successivamente, il bambino
riuscirà a mettere in atto modi di relazionarsi sempre più selettivi, soprattutto
con la figura materna;
2. Sesto - settimo mese​: il bambino è maggiormente discriminante nei confronti
della persone con le quali entra in contatto;
3. Dal nono mese​: l’attaccamento con la figura di attaccamento diventa stabile e
visibile, richiama l’attenzione della figura di riferimento e la usa come ​base
sicura​ per esplorare l’ambiente, ricercando in essa protezione e consensi.
4. Il ​comportamento di attaccamento si mantiene stabile fino ai ​tre anni​, età in
cui il bambino acquisisce la capacità di mantenere tranquillità e sicurezza in un
ambiente sconosciuto essendo, però, sempre in compagnia di figure di
riferimento secondarie (​gerarchie di preferenze​), con la certezza che la figura
di riferimento faccia sempre e presto ritorno.
Per valutare l'attaccamento nei bambini di circa una anno si utilizza la ​Strange
situation d​ i Mary Ainsworth, una procedura strutturata in cui si osservano i
comportamenti corrispondenti a 2 momenti di separazione e di successiva riunione del
bambino dalla madre in presenza di un estraneo in un ambiente estraneo, che permette
di descrivere 3 modelli di attaccamento:
- Sicuro​: il bambino mostra fiducia nella disponibilità del genitore, sentendosi
libero di esplorare, determinato dalla presenza di una figura sensibile ai segnali
del bambino, disponibile e pronta a concedergli protezione nel momento in cui
il bambino lo richiede.
- Ansioso ambivalente​: il bambino non è certo della disponibilità del genitore e
mostra angoscia di separazione e ha difficoltà di separarsi, promosso da una
figura d’attaccamento che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da
frequenti separazioni, se non addirittura da minacce di abbandono, usate come
mezzo coercitivo.
- Ansioso evitante:​ il bambino si aspetta un rifiuto e minimizza i suoi bisogni per
prevenirlo. Deriva da una figura di attaccamento che respinge costantemente il
figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto o protezione
Altro concetto chiave della teoria dell’attaccamento è quello di ​modello operativo
interno (IWM), r​ appresentazioni mentali che si costruiscono durante i primi 5 anni nel
corso dell’interazione col proprio ambiente, modelli di se stesso e degli altri basati sui
modelli ripetuti di esperienze interattive che vengono generalizzati e che il bambino
usa per predire il mondo e mettersi in relazione con esso. Essi consentono di valutare e
analizzare le diverse alternative possibili, scegliendo quella ritenuta migliore per
affrontare le difficoltà che si verificano, guidando le risposte, soprattutto in situazioni
di ansia o di bisogno. Questi modelli del Sé e quelli delle figure di attaccamento sono
complementari.
3. La psicopatologia Bowlby ritiene che il bambino darà luogo a un legame che
risulterà adeguato o patologico in virtù della natura dell’attaccamento e delle
dinamiche genitoriali a cui è esposto e ha cercato la connessione tra eventi cruciali
della vita (es. perdita dei genitori) e sintomi psichiatrici in bambini e adulti. Secondo
lui carenze qualitative dei genitori dovute a depressioni, mancanza di sensibilità, ecc.
possono causare disgregazioni che poi si traducono in disturbi psichiatrici secondo 3
modalità:
-la ​rottura o disgregazione​ del legame di attaccamento, di per sé causa di disturbo
- l’​internalizzazione di modelli di attaccamento precoce disturbati possono influenzare
le relazioni successive in modo da rendere la persona più esposta e vulnerabile
- ​percezione attuale di una persona delle proprie relazioni e l’uso che essa fa di queste
può renderla più o meno vulnerabile a crolli psicologici davanti a difficoltà.
4. La teorizzazione di Bowlby e la teoria psicanalitica classica​. Nonostante Bowldy
afferma di prendere come modello quello psicoanalitico, come per il concetto di
monotropia, ossia l’importanza primaria data ad un unico legame, in realtà in molti
aspetti si discosta da essa. Un primo elemento di distinzione è il ​sistema
motivazionale​, in quanto la motivazione primaria non è rappresentata dalle pulsioni,
ma dall’attaccamento. Un secondo invece riguarda ​l’importanza data alla realtà,​
all’attualità della situazione più che alla fantasia, diretta conseguenza della maggiore
importanza data all’osservazione piuttosto che i sentimenti e i pensieri espressi. Altro
distacco è che il bambino non viene più considerato in un rapporto di ​dipendenza dalla
madre necessario per la sopravvivenza, ma in una relazione di ​attaccamento di
carattere descrittivo e acquista un ruolo attivo nel suo instaurarsi. Bowlby abbandona
così il modello di fissazione-regressione e del conflitto a favore di un modello di
costruzione continua che enfatizza la coerenza del senso del sé, della propria storia
personale e dei propri schemi di relazione.
XV Capitolo. Il modello di sviluppo in psicanalisi: Daniel Stern
1. La critica al concetto di “narcisismo primario”. Il modello di sviluppo infantile
di D. Stern si colloca all’interno della corrente denominata “Infant Research”, un’area
di ricerca al confine tra psicoanalisi e psicologia evolutiva che ha lo scopo di
formulare una teoria dello sviluppo psichico più aderente ai dati forniti dalla ricerca.
Questo capovolgimento di prospettiva porta Stern a criticare il concetto di narcisismo
primario e a contestare il modello di sviluppo come progressione evolutiva per fasi e
tappe successive che implica la possibilità di fissazione o regressione, ritenuto poco
adeguato a spiegare uno sviluppo. Secondo Stern si tratta infatti di una ​concezione
lineare dello sviluppo, come una sequenza predeterminata in cui ogni fase rappresenta
un’organizzazione dell’esperienza che ingloba quelle precedenti e non coesiste con
esse. Il concetto di ​fissazione-regressione, r​ itenuto poco adeguato a spiegare lo
sviluppo e la psicopatologia per la mancanza di una sua funzione biologica e adattiva,
viene contrapposto a quello di ​equifinalità, che presuppone una tendenza innata
all’autocorrezione e al ripristino del percorso evolutivo. Stern sottolinea poi in questo
modello anche i problemi legati all’oralità, la simbiosi o l’autonomia per la
comprensione della psicopatologia ed estende la loro rilevanza a tutto il ciclo vitale e
non più ad una singola fase evolutiva (infantile) determinante per la loro risoluzione
definitiva. Infine, l’autore capovolge l’evoluzione dell’esperienza del Sé e del’altro
che la psicoanalisi aveva considerato come una conquista dello sviluppo a partire da
uno stato iniziale di indifferenziazione. In particolare modo fa un’analisi del modello
di Mahler, che si muove su due livelli paralleli:
- critica la concettualizzazione della Mahler riguardo la simbiosi e l’autismo
- propone un modello che sostiene la precoce capacità del bambino di
sperimentare l’emergere di un organizzazione del sé fin dai primi mesi.
Il bambino per Stern è infatti attivamente impegnato nella ricerca di stimoli che è in
grando di regolare con il contributo materno per raggiungere livelli ottimali di
stimolazione e presenta una predisposizione all’​interazione sociale, che porta Stern a
teorizzare che non esiste uno stato di indifferenziazione o di confusione tra sé e l’altro.
2. Il modello di costruzione continua dello sviluppo​. Stern riconosce l’importanza
dei cambiamenti che si verificano nei primi due anni di vita del bambino e concepisce
lo sviluppo come una sequenza epigenetica di compiti adattivi che emergono con la
maturazione delle capacità fisiche e mentali del bambino e che possono essere risolti
solo con il sistema diadico madre-bambino.
La concezione dello sviluppo di Sterni si colloca nel modello di costruzione continua
dello sviluppo: secondo cui esiste una sequenza evolutiva che delinea una successione
di cambiamenti biocomportamentali che si individuano come periodi distinti in cui le
caratteristiche biologiche, cognitive, affettive e sociali si riorganizzano sulla base di
un nuovo livello organizzativo in conseguenza del quale emergono capacità
qualitativamente nuove e di maggiore complessità. Si assiste ad una progressione di
compiti evolutivi che la coppia madre-bambino deve risolvere in maniera congiunta e
reciproca per conseguire l’adattamento. Il significato evolutivo delle fasi viene
determinato dalla qualità del processo di negoziazione e di regolazione reciproca tra
madre e bambino necessario a mantenere una continuità di organizzazione al livello
successivo di complessità.
Nel modello di costruzione continua dello sviluppo viene sottolineata l’importanza del
contesto evolutivo e delle continue transazioni tra individuo e ambiente; il bambino,
fin dalla nascita, viene considerato come parte di un sistema internazionale che si
dispiega nel tempo mantenendo un’intrinseca continuità. [Questo modello si
contrappone a quello di fissazione-regressione poiché non specifica il punto di origine
delle forme di psicopatologia ma ritiene che possono emergere in qualsiasi momento
della vita].
Nel modello di sviluppo conseguente il vero oggetto di studio è il sistema dinamico di
relazione madre-bambino. Stern focalizza la sua attenzione sui processi interattivi di
natura sociale cui partecipano il bambino e la madre fin dai primi mesi di vita e che
rappresentano il prototipo per i successivi scambi interpersonali.
La partecipazione attiva all’interazione reciproca è resa possibile dal bagaglio
comportamentale che madre e bambino mettono in gioco per costruire la loro
particolare relazione a partire dal repertorio di comportamenti comunicativi di cui
entrambi dispongono. I comportamenti interattivi regolano i livelli ottimali di
stimolazione di cui il bambino ha bisogno e permettono al bambino di organizzare
l’esperienza sula base dell’identificazione di costanti che Stern definisce isole di
coerenza necessarie alla definizione di sé e dell’altro.
Il bambino, man mano che cresce, acquisisce quindi un repertorio sempre più ampio di
ricordi. Come scrive Stern, possiamo ipotizzare che gli “eventi” vissuti concorrano a
formare un “ricordo”, così come i vari ricordi possono essere assemblati costituendo
uno “scenario” che assume il significato di prototipo. Nel bambino l’identificazione
dei caratteri invarianti dell’esperienza conduce ad una categorizzazione progressiva
dell’esperienza la quale porta alla formazione di prototipi che si possono definire
momenti R (rappresentazioni di esperienza) mentalmente costruiti. Uno specifico
momento interattivo vissuto, momento V, viene codificato in memoria per formare il
ricordo di un episodio specifico, cioè un momento M.
Il bambino crescendo acquisisce un repertorio sempre più ampio di ricordi
interiorizzati e la capacità di organizzarli in astrazioni e modelli prototipici che non
coincidono necessariamente con la somma dei ricordi esperienziali.
Via via che i bambini accedono ad un livello più complesso dell’organizzazione
simbolica acquistano una maggiore abilità nel risolvere i problemi nei vari sistemi
motivazionali. Il risultato è che la rappresentazione simbolica assicura sia una
maggiore possibilità di trasformazione sia l’instaurarsi di un senso di continuità.
Questi processi rappresentano le modalità innate attraverso cui il bambino è in grado
di ostruire una rappresentazione dell’esperienza soggettiva precoce, in cui ogni
esperienza è decodificata secondo elementi fondamentali che lentamente portano
all’identificazione di costellazioni di costanti relative al Sé e all’altro.
3. Lo sviluppo dei sensi del sé. ​Il ​senso del sé viene visto da Stern come
“un’esperienza soggettiva organizzante”; è ciò che dà coerenza e continuità
all’esperienza dell’individuo, integrando percezioni e affetti, sistemi motivazionali e
rappresentazioni. Ognuno dei sensi del sé emerge in congiunzione con le nuove
capacità che accompagnano i cambiamenti dello sviluppo infantile precoce. Non sono
stadi o fasi che si susseguono secondo una prospettiva sequenziale, piuttosto operano
continuamente e simultaneamente per tutto il corso della vita dell’individuo,
rappresentando forme diverse e specifiche di fare esperienza di sé e delle relazioni
interpersonali.
All’emergere dei diversi sensi del sé si accompagna la comparsa progressiva di nuovi
campi di relazione, cioè modalità nuove di sperimentare le esperienze interpersonali.
Stern, quindi, concettualizza l’emergere dei diversi sensi del Sé come prospettive
soggettive organizzanti in relazione ai momenti di crescita discontinua che si
verificano nei primi anni di vita.
Il senso del sé emergente: nei primi 2 mesi di vita il bambino non ha ancora la
possibilità di integrare in maniera unificata l’esperienza soggettiva; l’innata capacità
di stabilire connessioni, rappresenta la base esperienziale che gli consente di
sperimentare il precoce e graduale processo di integrazione e di organizzazione di
questa esperienza. Dunque, questa esperienza emergente costituisce il Sé emergente,
come modalità soggettiva di fare esperienza di sé e dell’altro.
Il senso del sé nucleare: tra i 2 e i 6 mesi l’esperienza del bambino sembra costituirsi
in maniera più unitaria, organizzando tra loro quegli elementi fondamentali
dell’esperienza soggettiva, come l’intensità, le forme, gli schemi temporali, gli affetti
vitali e il tono edonico, che gli consentono di sperimentare un senso organizzato di Sé.
Con il secondo-terzo mese di vita si assiste alla comparsa del “sorriso sociale”.
Contemporaneamente, il bambino è impegnato in complesse interazioni sociali
favorite dall’innata preferenza per il volto e la voce umana e dalla capacità di
mantenere lo sguardo reciproco con l’altro. A queste predisposizioni sociali, risponde
la madre con una serie di comportamenti corrispondenti alle preferenze del bambino.
Questo senso del Sé opera ancora al di fuori della consapevolezza, ma il bambino si
percepisce come un’entità fisica unitaria, dotata di volontà e vita affettiva propria e
percepisce se stesso come l’autore delle proprie azioni.
Inoltre, il bambino attraverso esperienze di stimoli sensoriali (visivi, uditivi, tattili e
propriocettivi) distingue la loro struttura temporale e di intensità tra il proprio sé e
l’altro sé.
Ciò che progressivamente integra i diversi caratteri di un’esperienza vissuta e fornisce
costanza al senso del Sé nucleare è la memoria, che costituisce la base del senso di
continuità del Sé.
Il senso del sé soggettivo: tra i 7 e i 9 mesi il bambino entra nel campo di relazione
intersoggettiva e sperimenta un nuovo senso del Sé, quello soggettivo, che viene
costruito a partire dalle nuove capacità di condividere l’attenzione, le intenzioni e gli
stati affettivi di un altro. Ne sono esempi il gesto di puntare il dito, le espressioni
protolinguistiche, oppure quando utilizza l’espressione affettiva della madre per
risolvere il dubbio su una situazione incerta.
Da qui si sviluppa la “teoria delle menti separate”, in cui nel bambino viene percepito
un proprio contenuto mentale, viene riconosciuta l’esistenza di un contenuto mentale
nell’altro e la possibilità che questi contenuti entrino in comunicazione attraverso la
sintonizzazione affettiva. Questa sintonizzazione affettiva tra madre-bambino non si
verifica più a livello comportamentale, ma si colloca negli stati interni. Per questo
motivo, la modalità espressiva della madre e del bambino può non essere la stessa.
Il senso del sé verbale: verso la metà del secondo anno di vita, il bambino comincia a
essere consapevole di sé, in modo autoriflessivo. Si riconosce allo specchio, utilizza
pronomi per riferirsi a sé, accede alla possibilità di giocare in modo simbolico. Inizia a
usare il linguaggio in maniera comunicativa e simbolica. Il bambino accede al senso
del Sé verbale, entra nel campo della relazione verbale, dove sperimenta un nuovo
modo di entrare in relazione con gli altri, ovvero creando attraverso il linguaggio dei
significati condivisi e comunicare la propria visione del sé e delle cose.
Il senso del sé narrativo: verso il terzo-quarto anno di vita inizia il periodo formativo
di un’altra esperienza soggettiva organizzante, “il senso del Sé narrativo”, in cui il
bambino trasforma la sua capacità di usare il linguaggio come sistema di
comunicazione sul mondo e arriva a costruire una narrazione della propria storia
(autobiografia).
4. La psicopatologia Stern fonda la sua teoria della psicopatologia sul modello di
sviluppo che si avvale di una prospettiva relazionale fondata sulle competenze
interattive della coppia madre-bambino.
L’indagine psicanalitica privilegia l’esperienza intrapsichica risultante interiorizzata
dei modelli di relazione costituiti a partire dalle esperienze interattive, al contrario
della classica che privilegia i processi fantasmatici.
Secondo Stern è a livello delle interazioni e delle regolazioni intrinseche alla coppia
madre-bambino che va indagata la funzionalità o la patologia della relazione.
Sono importanti la sincronia, la sintonia, la reciprocità di entrambi, la capacità della
coppia di stabilire e mantenere un livello di stimolazione ottimale.
Stern concepisce il bambino come un essere attivo fin dalla nascita, capace di
utilizzare meccanismi di autoregolazione e regolazione relazionale, e sostiene che alle
interazioni della diade contribuiscono sia la madre sia il bambino.
Se i comportamenti materni sono eccessivamente interferenti con la capacità di
autoregolazione del bambino, il difetto nella regolazione può diventare una
caratteristica della relazione e divenire parte del modello relazionale interno del
bambino. Dunque, i difetti continui e prolungati della regolazione possono costituire
la base della patologia.
A questo proposito Stern prende in considerazione l’interazione prolungata del
bambino con una madre depressa, che presenta un rallentamento psicomotorio,
melanconia e angoscia. Stern allora descrive questi schemi di “essere con”, che
rappresentano il punto di vista soggettivo del bambino, relativo a vedersi in
interazione con un altro “in un certo modo” e indicano schemi sensomotori, percettivi,
concettuali, scripts, sentimenti e aspetti protonarrativi.
Una prima esperienza soggettiva è quella della microdepressione: il bambino vuole
relazionarsi con la madre attraverso i processi di imitazione, di identificazione o di
intersoggettività per “essere con” la madre, ma sperimenta un calo di attivazione, la
perdita di affetti positivi e un aumento del ritardo psicomotorio.
Un altro schema di “essere con” è rappresentato dalla strategia del bambino di
rianimare temporaneamente la madre dalla depressione. In certi casi, questo schema
non ha una buona riuscita, allora la madre mostra una mancanza di coinvolgimento e
spontaneità, in cui il sentimento è assente ma il desiderio è forte.
Dunque, quando uno stesso modello interattivo patogeno dura molto tempo, la
patologia può interessare la formazione del carattere e il tipo di personalità. Stern
sostiene che la patologia nasce: da un lato a causa di un’accumulazione di modelli
interattivi ripetuti; dall’altro lato colloca le nevrosi attuali in una precisa origine
storica e narrativa dell’evento traumatico dell’evento traumatico che ha colpito
l’individuo.