Sei sulla pagina 1di 914

Ambiguo, razionalizzante, precursore di un intellettualismo di tipo «moderno», e

insieme cinico, dissacratore. L’enigma Euripide ha attraversato i secoli come emblema


della decadenza del tragico, responsabile di averne tradito le premesse rituali legate
alle radici del sacro, che costituiscono le basi fondanti, ineludibili dei suoi
predecessori e rivali.
Oggi crediamo non sia possibile «inquadrare» Euripide secondo precise categorie. È
necessario leggerlo e rileggerlo più volte, superando gli ostacoli di un linguaggio
drammaturgico capace di toccare le gamme più diverse e di rovesciare tradizioni e
convenzioni. Nulla di più utile dunque di una nuova traduzione, opera di un unico sforzo
interpretativo, per seguire l’evoluzione diacronica, tragedia dopo tragedia, di un autore
«ribelle» e tuttavia consapevole della pesante eredità di un genere legato al sacro e
della sua ricaduta politica e civile. Il palcoscenico di Euripide si popola di eroi ed
eroine che si misurano con un quotidiano sempre più lontano dagli dei: alla fine, il
trionfo è ancora e sempre quello di un potere occulto che si rifà a radici lontane e si
impone anche con la violenza e la forza, in nome di un’antica, forse non più compresa,
sapienza iniziatica.
Dopo Eschilo e Sofocle si conclude la grande opera di traduzione di Angelo Tonelli che
ci offre, in una versione/interpretazione tesa e smagliante, tutte le tragedie di Euripide,
l’ultimo dei tre grandi fondatori del genere tragico.

ANGELO TONELLI è poeta, traduttore, autore e regista teatrale. Tra


le opere di poesia ricordiamo: Frammenti del perpetuo poema
(1998), Canti di apocalisse e d'estasi (2008). Nel campo dei
classici antichi: Oracoli caldaici (1995, 2005), Eraclito,
Dell'origine (1993, 2005), Zosimo di Panopoli (1988, 2004).
Per Marsilio ha curato e tradotto tutte le tragedie di Eschilo,
Sofocle ed Euripide (2007, in cofanetto). Tra le opere teatrali
ricordiamo gli adattamenti dai Sette contro Tebe di Eschilo
(2002), Edipo re di Sofocle (2004), Baccanti di Euripide (2005), La terra desolata di
Eliot (2005), Orestea di Eschilo (2006), Alcesti di Euripide (2007), Antigone di
Sofocle (2008). Premio speciale della giuria del Lerici Pea per l'opera complessiva
(settembre 2008).
GRANDI CLASSICI
TASCABILI MARSILIO
Euripide
LE TRAGEDIE
Alcesti, Medea, Ippolito, Eraclidi, Supplici,
Andromaca, Ecuba, Elettra, Eracle, Ione,
Troiane, Ifigenia in Tauride, Elena, Fenicie,
Oreste, Ifigenia in Aulide, Baccanti

nuova traduzione e cura di Angelo Tonelli

GRANDI CLASSICI tascabili Marsilio


Dello stesso autore
nella «Letteratura universale Marsilio»
con testo a fronte:
Alcesti
a cura di D. Susanetti
Baccanti
a cura di G. Guidorizzi
Ciclope
introduzione di L.E. Rossi
a cura di M. Napolitano
Ifigenia in Aulide
a cura di F. Turato
Medea
introduzione e traduzione di M.G. Ciani
commento di D. Susanetti

A cura di Angelo Tonelli


Eschilo. Le tragedie
Sofocle. Le tragedie
Properzio. Il libro di Cinzia

Introduzione, commento e traduzione dal greco di Angelo Tonelli


© 2007 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale 2014
ISBN 978-88-317-3822-4
www.marsilioeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

Seguici su Facebook

Seguici su Twitter

Iscriviti alla Newsletter


Nel congedare l’ultimo volume della mia traduzione commentata delle tragedie di
tutti i tragici greci, ringrazio sentitamente l’editore Marsilio, nella persona di Emanuela
Bassetti, per la fiducia e il sostegno che mi ha accordato in un’operazione di così vasta
portata, e la professoressa Maria Grazia Ciani.
Ringrazio l’Istituto di Drammaturgia Antica dell’Università di Pavia, e in
particolare la direttrice Anna Beltrametti, Francesca Macrì, Patrizia Pinotti e Massimo
Stella, per la preziosa occasione di confronto che hanno voluto offrirmi.
Un grazie alla professoressa Paola Raffaelli della Biblioteca della Scuola Normale
Superiore di Pisa per l’aiuto prezioso nelle ricerche bibliografiche, e a tutto il
personale della Biblioteca per la sua gentilezza e professionalità.
Grazie alla Direzione del Teatro Astoria di Lerici e ai miei allievi di Teatro
Iniziatico che in questi anni hanno sperimentato con me la messa in scena di alcune
tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide, consentendomi di verificare in concreto la
validità della mia hermenéia.
Un ricordo affettuoso all’amico Massimo della Rosa, filologo, da poco
prematuramente dipartito, che condivise con me gli insegnamenti di Giorgio Colli negli
anni pisani.
ANGELO TONELLI

Golfo degli Dei, maggio 2006


INTRODUZIONE

L’autore

Le fonti principali della biografia di Euripide sono i frammenti di papiro del Bíos di
Satiro, un Ghénos bizantino, una citazione di Suida dalle Synópseis di Tommaso
Magistro e Manuele Moscopulo, un brano delle Noctes Atticae di Aulo Gellio. Tutte
queste fonti sono viziate dalla tendenza, inaugurata da Aristofane comico, a dedurre la
vita dall’opera dell’autore, e inclinano a rappresentarlo come discepolo di Socrate e
dei Sofisti, letterato introverso che si apparta a vivere in una grotta a Salamina, e infine
vittima dell’assalto di cani furiosi che lo sbranarono, come si addice agli empi1.
Figlio di un proprietario terriero, di nome Mnesarchide, e della nobile Clito (sono
del tutto inattendibili le notizie dei comici, che lo dicevano figlio di un’erbivendola e di
un bottegaio, per sbeffeggiare la simpatia del poeta nei confronti dei contadini e dei ceti
umili in generale2), Euripide nacque in un arco di tempo che va dal 485-84 al 480-79, e
morì intorno al 406 a Pella, in Macedonia, alla corte di Archelao, dove si era trasferito
probabilmente per fastidio nei confronti del bellicismo ateniese, e perché era attratto
dal mecenatismo del re.
Di contro alla vulgata aristofanea che parodiava un Euripide ateo, il Ghénos ci
informa che da giovinetto fu custode del fuoco sacro di Apollo Zosterio, e pare che
fosse stato anche coppiere dei danzatori di Apollo Delio in Atene: questa notizia
concorda pienamente con il misticismo e l’intensissima sensibilità religiosa dell’autore,
e si riverbera chiaramente nell’Ippolito.
Educato da aristocratico, praticò la palestra e si dedicò alle lettere e alla musica, e
da Ateneo veniamo a sapere che aveva a disposizione una biblioteca vastissima. Non è
improbabile che eccellesse anche nell’arte della pittura, e ciò traspare dalla icasticità
delle sue descrizioni, specie nelle rhéseis dei Messaggeri, che riescono a tratteggiare
affreschi di grandissima qualità descrittiva, caratterizzati dall’evidente presenza di un
occhio addestrato a cogliere l’insieme e i particolari delle scene.
Il Bíos di Satiro segnala una grande vicinanza di Euripide a Socrate, e addirittura il
Ghénos afferma che Socrate collaborò alla redazione delle tragedie euripidee: sono
evidenti esagerazioni, che comunque segnalano da parte del Nostro una notevole
attenzione, anche polemica, nei confronti del razionalismo etico di matrice socratica3.
Analogo discorso vale per il suo contatto con i sofisti Protagora e Prodico, da cui
dedusse quel compiacimento dell’argomentazione dialettica e retorica che talora
appesantisce le sue tragedie, nonché una certa fiducia nel potere della parola; ma non
mancò certo di criticarne gli eccessi, quando si disancoravano da una profonda eticità,
in nome di un’ ars oratoria che ambiva a piegare al proprio dominio le coscienze, per
fini utilitaristici ed egoistici4.
Secondo il Ghénos, Euripide fu discepolo di Anassagora e Archelao. L’influenza del
primo, soprattutto della sua cosmogonia, della concezione del nous, della morte, della
týche, è evidente in alcuni frammenti e in Troiane 884-888, e confermata da numerose
testimonianze antiche, da Diodoro Siculo a Dionigi di Alicarnasso a Diogene Laerzio.
Le testimonianze attribuiscono la sua morte in Macedonia all’assalto da parte di una
muta di cani: ma con ogni evidenza si tratta di una proiezione sulla biografia di tratti
orfeodionisiaci dell’opera di Euripide, più vicino ai culti misterici che non alla
religione olimpica, che avrebbe subito lo stesso sparagmós iniziatico di Penteo, in
Baccanti, a sua volta imitatio dello sparagmós del dio.
Una chiave di lettura

Vivente contemplazione del mistero di vita e morte: è questa l’essenza della


tragedia greca, inscritta nella forma del teatro, il luogo in cui si va a contemplare
(theáomai) l’uomo stesso in carne ossa respiro anima che agisce trame di vita sottratte
alla vita, trasferite in un luogo consacrato alla visione distaccata di essa. Lo spettatore
(theatés, theómenos) è occhio contemplante, testimone, di ciò che in termini di vita e
morte accade. E anche il Coro è occhio interno all’evento stesso, a sua volta guardato
dal theatés. Il teatro greco è immagine perfetta, incisa nella pietra e nello spazio, della
vita e del cosmo come conoscenza, contemplazione.
Il teatro greco è spazio sacro, abitato dagli dei (a partire da Eschilo le tragedie
venivano rappresentate nel santuario di Dioniso Eleutereo), e il dráma è rito collettivo,
che coinvolge gli attori e gli spettatori in un accadimento iniziatico essoterico – nel
senso che introduce una collettività a una esperienza sapienziale – le cui radici
affondano nella tradizione misterica orfeodionisiaca eleusina5.
Tracce della sua origine sacra si trovano in alcuni elementi strutturali e scenici, che
qualificano il teatro come dramma sacro: dal theologhéion, che è luogo deputato
all’apparizione degli dei, e coincide con il tetto della skené o con una sopraelevazione
vicina, alla presenza davvero frequente di statue e altari o templi in molte delle
tragedie6; inoltre era frequente il ricorso alla mechané o ghéranos, una sorta di gru che
consentiva l’apparizione di divinità alate o volanti7.
Tutto è pieno di dei, nella scena della tragedia greca, e funzionale alla
manifestazione della loro presenza, e non c’è quasi pagina dei testi a noi pervenuti in
cui non vengano menzionati.
A ciò si deve aggiungere che il teatro greco era teatro di maschere, come anche il
teatro sciamanico e religioso arcaico orientale e occidentale, e che la maschera, oltre a
indurre una astrazione e depersonalizzazione che dovrebbe dissuadere da qualsiasi
tentativo di psicologizzare al dettaglio i personaggi secondo canoni moderni, rimanda
tout court allo sfondo dionisiaco, e in particolare all’aspetto infero di Dioniso, che lo
vede assimilato a Ades, e dunque all’invisibile regno dei morti, al distacco dalla vita8.
La tragedia è drama sacro – certo non privo delle implicazioni anche
antropologiche, politiche, estetiche agitate dalla sua epoca – inserito in un contesto
sacro, pullulante di divinità. È testimonianza di un rapporto diretto, talora anche
conflittuale con il divino, che trova espressione in una forma artistica che intreccia
parola, canto, musica, danza e azione.
Quando leggiamo i testi di Eschilo, Sofocle, Euripide, ci troviamo di fronte alla loro
drammaturgia tramandata attraverso la scrittura: ma qui, come anche nella Sapienza
greca, e in misura ancora maggiore, la scrittura è ancillare rispetto all’opera reale, che
è un pezzo di vita offerto allo sguardo del theatés nello spazio sacro del théatron. E
questa opera è come una visione che alimenta la conoscenza, e induce una catarsi delle
passioni, favorendo, a chi sappia guardarla con sguardo da iniziato, il distacco e la
liberazione dalle medesime9.
Sciamanesimo, arte e sapienza, intrecciati alle origini, sono anche alla radice della
tragedia greca, e l’artista tragico, come anche il poeta, il musico, il danzatore, deriva
dallo sciamano, la cui figura, diffusa in Oriente e Occidente, costituisce il trait d’union
originario di queste due culture, di cui l’Orfismo greco è il frutto più eccellente10.
La tragedia greca nasce dal culto dionisiaco, che originariamente si concentrava sul
sacrificio del toro, presso la thyméle, l’altare di Dioniso: il coro nel ditirambo lo
circondava danzando e in seguito divenne il centro del Coro tragico, con il Corifeo che
raccontava la storia del dio11.
«Un rito profanato», dice Artaud, a proposito dell’impressione che suscita il teatro
balinese12.
«Un rito profanato», proprio come per Eschilo, che fu accusato di avere profanato i
Misteri Eleusini, stando a quel che afferma Aristotele: «Ma uno può ignorare ciò che fa,
per esempio [...] oppure dicono di non sapere che si trattava di cose segrete e ineffabili,
come disse Eschilo riguardo ai Misteri»; e come conferma il suo scoliasta, il quale
sosteneva che Eschilo «fu accusato di aver divulgato i Misteri Eleusini attraverso certe
dichiarazioni delle sue tragedie»13.
A Eleusi, ai livelli alti dell’iniziazione, si realizzavano drómena (dalla stessa
etimologia drán che compare anche in dráma), cioè accadimenti, eventi, azioni fatte
accadere o eventuate, in relazione al mito di Demetra e Kore, ma anche a temi orfici, e
a riti dionisiaci. Il rito stesso era un dráma, e la funzione dei drómena era
psicotropica, cioè mirava a volgere la psiche in direzione di uno stato di coscienza che
consentisse l’esperienza suprema, l’epoptéia che è visione della luce. Perché tale
funzione potesse esercitarsi, gli iniziati dovevano compiere di persona il drómenon, o
trovarsi in uno stato di totale inerenza ed empatia quando esso veniva agito dallo
iatromante o dagli iatromanti, dotati di poteri sciamanici.
Iniziatica è anche l’esperienza di kátharsis, che caratterizza la tragedia secondo
Aristotele14: la catarsi tragica non va intesa soltanto come una purga emozionale dopo
la quale ci si sente alleggeriti e che ha funzione di favorire l’integrazione nella società,
perché terapeuticamente scarica le tensioni15. La catarsi è soprattutto una terapia
dell’anima, perché consente la purificazione da pietà e terrore che nascono da
Pólemos, ovvero dal conflitto, e dunque è azione sapienzialeiniziatica orfeoeleusina.
Tutto ciò rimanda alla natura complessa, biunivoca, di Dioniso, che è il dio della
tragedia e unisce in sé il páthos della vita (il pianto, ma anche il riso, come si ritrova
nel dramma satiresco) e la contemplazione, il distacco, simboleggiati dallo specchio
del Dioniso orfico, che conduce dalla vita oltre la vita, in una forma di
transimmanentismo che ha radici profonde in tutta la sapienza greca.
Alla luce di tutto questo, se Orestea di Eschilo, Edipo re e Edipo a Colono di
Sofocle, Alcesti, Eracle, Elena e ancor più vistosamente Baccanti di Euripide sono
tragedie tout court iniziatiche, risulta evidente che tutta la tragedia, proprio in virtù
della sua origine rituale e della sua forma, che implica uno sguardo contemplante sulla
materia magmatica della vita e della morte, è iniziazione a un livello più alto di
sapienza, che potremmo definire, sinteticamente, eusébeia-sophrosyńe, devozione agli
dei e saggezza, che consiste nella capacità di contemplare le proprie emozioni e
acquisire misura ed equilibrio, rinunciando alla hýbris, che è la tracotanza dell’ego
individuale.
Di questa tradizione nobile della tragedia greca – che era strumento raffinatissimo di
educazione pubblica attraverso un percorso di discesa nelle ombre individuali e
collettive, e di purificazione rituale poiché si svolgeva in uno spazio sacro durante
festività dedicate a Dioniso – l’opera di Euripide è parte integrante, una volta che sia
liberata dai pregiudizi niciani che ne fanno l’emblema della decadenza del tragico in
direzione del socratismo e del razionalismo, e dalle interpretazioni troppo ideologiche
della critica recente, che vuole vedere nel grande tragico una sorta di prodromo
dell’«intellettuale» contemporaneo, aprendo il varco ad attualizzazioni improbabili, se
vengono avulse dallo sfondo sacro della sua drammaturgia: il dramma sacro euripideo
celebra la potenza degli dei, che sono ministri di iniziazione alla sophrosyńe-eusébeia,
anche quando la loro volontà possa sembrare arbitrio agli occhi degli umani e ne
evochi la bestemmia e il disprezzo.
Gli dei dominano le azioni dei viventi, e le guidano al giusto fine, in una teodicea
non sempre esplicita, né mai scontata, ma comunque sovente dichiarata.
Il Coro conclude Andromaca, Alcesti, Medea, Elena, Baccanti con parole che
rivelano questo iato tra volere divino e conoscenza umana: «Molte sono le forme delle
cose divine, / molti eventi inattesi portano a compimento gli dei: / e quello che ci
aspettavamo non è accaduto, / mentre il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile. /
Così è finita questa vicenda»16.
Nel celebre corale di Elena le giovani schiave greche pongono la domanda che
enuncia l’imperscrutabilità radicale del divino: «Che cosa è dio / che cosa non dio, /
che cosa c’è in mezzo? / Chi tra i mortali, indagando, / dirà di avere trovato il limite
estremo, / se vede le cose degli dei / balzare qui e là, / e di nuovo capovolgersi, / in
eventi inattesi, che si contraddicono?»17.
Gli dei non sono soltanto imperscrutabili, per gli umani: spesso sono la causa del
loro dolore, e ricevono un contraccambio di insulti, insinuazioni, bestemmie.
In Ione, il giovane ministro del dio critica Apollo, rasentando la bestemmia:
«Adesso vado a riempire i vasi dell’acqua lustrale con le brocche d’oro. / Ma non
approvo Apollo. / Che cosa combina? Stupra vergini e poi le abbandona? / Mette al
mondo figli di nascosto e non si preoccupa se muoiono? / No: se sei potente, devi
seguire la via della virtù. / Gli dei puniscono tutti i mortali malvagi: / e allora come
può essere giusto che voi stabiliate leggi per i mortali, / se poi siete i primi a
trasgredirle? Se un giorno / (cosa che certamente non succederà, sto solo formulando
un’ipotesi) / tu, Poseidone e Zeus sovrano del cielo / renderete conto agli umani dei
vostri stupri, / dovreste svuotare i vostri santuari per risarcire le ingiustizie, / perché
pensate solo al vostro godimento, / senza riflettere sulle conseguenze: / se
scimmiottiamo queste prodezze degli dei, / è giusto ritenere malvagi non gli umani,
bensì chi ne è maestro»18.
E Creusa, che è stata stuprata dal dio, raddoppia la dose degli insulti: «A te, che
intoni il tuo canto / con la lira dalle sette corde, / costruita con le corna di animali
esanimi, / ma capace di riecheggiare / le melodie armoniose delle Muse, / a te, figlio di
Leto / griderò le mie accuse / davanti alla luce del sole! / Venisti da me splendido / con
i tuoi capelli d’oro, / mentre raccoglievo nelle pieghe della veste / petali gialli, come
raggi aurei, / † per farne ornamenti †. / Tu mi afferrasti per i polsi candidi / e mentre
gridavo O madre! / tu, dio e compagno di letto, / mi spingesti su un giaciglio, nella
caverna, / e rendesti onore ad Afrodite, spudoratamente. / E io, la sciagurata, ti
partorisco un figlio. / Poi, per paura di mia madre, / lo abbandono nel tuo letto, /
proprio dove avevi aggiogato me, l’infelice, / su quel letto di infelicità. / ÓIMOI MOI /
E adesso nostro figlio è morto, / lo hanno rapito gli uccelli / per farne banchetto. / Ma
tu, sciagurato, / suoni la tua cetra, / intoni il peana di esultanza»19.
Ecuba, la madre straziata, perde ogni fiducia nei confronti degli dei, e giunge al
sarcasmo: «Lasciatemi a terra: / ciò che non si desidera non fa piacere, fanciulle. /
Quello che soffro, e ho sofferto e soffrirò ancora / è così atroce che mi abbatte al suolo.
/ O dei!... ma sono cattivi alleati questi a cui mi rivolgo. / Eppure dà un certo tono
invocare gli dei, / quando ci si trova nella sciagura»20. E ancora Ecuba, di fronte
all’assurdità delle sventure che si abbattono su di lei e sulla sua famiglia, nega
l’esistenza di qualunque teodicea: «ANDROMACA O madre di Ettore, il guerriero / che un
tempo con la sua lancia abbatté moltissimi Argivi, / le vedi queste disgrazie? / ECUBA
Vedo le azioni degli dei: / esaltano chi non vale niente, annientano i grandi»21.
Ippolito, condannato a morte proprio dalla sua eccessiva devozione ad Artemide,
grida il proprio sconforto per essere stato tradito dai divini: «Zeus, Zeus, lo vedi? /
Proprio io, il puro, il devoto, / io che supero tutti per virtù, / ecco che precipito
nell’Ade, / e la mia vita è distrutta fino in fondo. / Non è servita a niente / tanta fatica
per testimoniare agli umani / il rispetto nei riguardi degli dei»22. E poco dopo maledice
gli dei: «PHÉU / O se la stirpe dei mortali potesse scagliare maledizioni contro gli
dei!»23.
In Euripide la relazione con gli dei non è lineare come in Eschilo e Sofocle, ma
agitata da una tensione estrema e da contraddizioni, ambivalenze, dubbi: l’uomo
convoca il dio a un rapporto personale, diretto, spesso lacerante, perché intollerabile,
per gli umani, è il mistero del dolore e della morte.
In Eracle, nel contraddittorio tra Teseo e l’eroe ritornato in sé dopo la follia, si
inscena apertamente il conflitto tra due visioni opposte del divino, con il primo che si
fa portavoce della vulgata sugli dei, e il secondo che allude alla concezione di essi in
uso nei Misteri: «TESEO Nessuno tra i mortali può sottrarsi al destino, / e neanche tra gli
dei, se le parole dei poeti non sono menzogne. / Non si sono forse accoppiati tra di loro
contro ogni legge? / Non hanno forse svergognato i loro padri / mettendoli in catene per
impadronirsi del potere? / Ma nonostante questo continuano ad abitare sull’Olimpo / e
sopportano le proprie colpe. / Che cosa dirai, a chi ti obbietterà che sei un mortale / ma
non sopporti quello che ti è successo, / mentre lo sopportano gli dei?»24; «ERACLE
ÓIMOI è ben poca cosa, nella mia disgrazia! / Non penso proprio che gli dei
apprezzino amori non leciti, / e non ho mai creduto, né mai lo crederò, che si mettano in
catene, / né che vogliano assoggettarsi l’un l’altro. / Il dio, se è davvero un dio, non
manca di nulla: / si tratta di miserabili ciarle dei poeti»25.
Ma non mancano celebrazioni degli dei, dai corali di Baccanti in onore di Dioniso,
a quello di Ippolito, che celebra Afrodite ed Eros: «Tu, Afrodite, / travolgi l’animo
inflessibile / degli dei e degli umani, / e con te il dio dalle ali multicolori, / che lo
circonda con volo veloce. / Si libra sulla terra e sul mare / echeggiante, salso, / Eros
alato, fulgido, aureo, / assalta i cuori in delirio, / ammalia le fiere dei monti e del mare
/ e tutti gli animali che la terra nutre / e che il sole ardente / illumina con il suo sguardo,
/ e gli umani. / Tu sola, Afrodite, su tutti / regni con dominio regale»26.
E soprattutto, non mancano limpide dichiarazioni di fiducia in una teodicea.
Ne sono garanti i Dioscuri, che nel finale di Elettra si rivolgono a Oreste con queste
parole: «Ci penseranno loro, alle nozze. / Tu scappa da queste cagne e vai ad Atene. /
Avventano contro di te il passo tremendo, / con le loro sagome nere, le mani-serpenti, /
e portano il frutto di dolori atroci. / Presto, adesso! / Noi due dobbiamo andare al mare
di Sicilia, / a salvare le navi che lo attraversano. / Percorriamo le distese del cielo, / e
non per portare aiuto agli impuri, / ma per liberare dai duri tormenti / chi ha a cuore ciò
che è santo e giusto. / Nessuno voglia compiere ingiustizia, / né imbarcarsi sul vascello
degli spergiuri: / sono un dio, e questo è ciò che proclamo ai mortali»27.
Teseo, in Supplici, formula una teodicea eudaimonistica, fondamento della civiltà
umana: «Ho già dibattuto con altri su una questione del genere: / qualcuno ha detto che
per i mortali il peggio prevale sul meglio. / Io sono dell’idea opposta: ci sono più beni
che mali, per gli umani. / Se così non fosse, non saremmo vivi. / Lode al dio che diede
ordine alla nostra vita / liberandola dal caos e dalla bestialità, / innanzi tutto
infondendoci l’intelligenza / e poi dandoci la parola come messaggera del pensiero / e
consentendoci di riconoscere il linguaggio, / e ci diede il nutrimento che viene dai frutti
/ e le gocce di pioggia che cadono dal cielo / per nutrire i doni della terra e irrorarne il
grembo. / E ancora i ripari dall’inverno e dal sole ardente, e la navigazione, / affinché
ogni terra potesse scambiare con un’altra le risorse di cui è priva. / Riguardo a ciò che
è oscuro e che non sappiamo chiaramente, / ci sono gli indovini che osservano la
fiamma dei sacrifici, / le pieghe delle viscere e il volo degli uccelli, e lo decifrano per
noi. / Gli dei hanno ordinato la vita in questo modo: / non è forse arroganza esserne
scontenti?»28.
Proprio Ione, la tragedia in cui, più che altrove, non si risparmiano insulti agli dei,
si chiude con il riconoscimento della providentia di Apollo, che guida al lieto fine, e
con la sentenza di Atena: «Ti apprezzo per la tua lode al dio, / e perché hai cambiato
idea: / le azioni degli dei avanzano lente nel tempo, / ma alla fine si rivelano
efficaci»29.
Anche Ecuba, sommersa fino all’assurdo dall’onda immensa delle sciagure,
riconosce nella trama degli eventi la mano di Zeus, che guida le vicende umane secondo
giustizia, e la esprime con toni fortemente innovativi: «ECUBA O tu, fondamento della
terra e che sulla terra hai dimora, / chiunque tu sia, inconoscibile, o Zeus, / necessità di
natura o intuizione dei mortali, / io ti supplico: avanzando per tragitti di silenzio / guidi
secondo giustizia le vicende degli umani. / MENELAO Che cosa succede? / Hai inventato
un nuovo modo di supplicare gli dei?»30.
Nell’attuazione della teodicea gli dei non sono sovrani assoluti, bensì ministri di
Ananke, la Necessità cosmica, che il Coro di Alcesti celebra con accenti orfici:
«Grazie alle Muse / mi librai in alto, / e accostandomi a molte dottrine / non trovai
nulla più potente di Necessità, / e non trovai nessun rimedio / nelle tavolette tracie
incise dalla voce di Orfeo, / e neanche nei farmaci che Apollo prescrisse agli
Asclepiadi / mietendo erbe per i mortali dai molti dolori. / Solo questa Dea non ha
altari, non statue / a cui ci si possa avvicinare. / Solo Lei non dà ascolto a sacrifici. / Ti
supplico, mia Signora, / non accostarti a me / con violenza più tremenda che in passato!
/ Solo con il tuo aiuto anche Zeus / può compiere ciò che ha stabilito»31.
Ogni possibile teodicea urta contro il senso della sofferenza inevitabilmente
connessa con la condizione umana: gli dei non possono garantire la gioia, e spesso si
fanno ministri del dolore, perché così vuole Necessità. Gli umani non sono nati per
essere sempre felici, e lo strazio può essere segno di elezione, come nelle parole dei
Dioscuri, in Elena: «Gli dei non odiano chi è nobile d’animo, / soltanto lo fanno
soffrire più di chi non conta niente»32.
Il lamento sulla fragilità della condizione umana trova espressione in innumerevoli
passi di grande intensità lirica.
Così Ecuba, in Troiane: «Folle, tra i mortali, / chi si illude di godere saldamente
della buona sorte / e se ne rallegra: la fortuna, con i suoi capricci, / balza ora qua ora
là, come un uomo incostante: / nessuno può essere felice, mai»33.
E il Coro, in Oreste: «O lacrimevoli, / molto straziate stirpi degli effimeri, /
guardate il destino, / come avanza contro ogni attesa. / Uno dopo l’altro / hanno il
proprio turno di strazio, sempre diverso, / nel lungo volgere del tempo: / non c’è requie
per la vita dei mortali»34.
Agamennone, in Ifigenia in Aulide: «Conserva il sigillo che porti con te, su questa
tavoletta. / E vai. / Già si accendono, l’aurora luminosa e la quadriga infuocata del
Sole. / Aiutami, in questa mia pena. / Nessuno dei mortali è felice fino alla fine, /
nessuno ha fortuna sempre. / Nessuno, mai, è nato per scampare al dolore»35.
E ancora la Nutrice, in Ippolito, con meravigliosa malinconia: «La vita degli umani
è tutta dolore, e non c’è tregua agli affanni. / Forse esiste qualcosa d’altro, più
desiderabile della vita, / ma la tenebra lo circonda, lo occulta dietro le nuvole. /
Amanti mal riamati, così sembriamo, / di questa luce che rifulge sulla terra, / perché di
un’altra vita / non abbiamo esperienza / e di ciò che sta sotto la terra non c’è
rivelazione: / ci trascinano favole vane»36.
Tale, la legge dura della vita. Ma l’esito non è nichilistico: ne scaturisce una
saggezza che sa gioire della vita come essa si presenta giorno dopo giorno, quando
l’onda della sventura non si abbatte sugli umani fragili.
Eracle invita a godere dei piaceri di Afrodite, giorno dopo giorno, perché la morte
incombe: «Tutti i mortali devono morire, / e non esiste nessuno che possa sapere se
domani sarà vivo. / È oscuro il tragitto della sorte: / non lo si può insegnare, e non c’è
arte per apprenderlo. / Adesso che hai sentito questi insegnamenti e hai imparato da me,
/ rasserenati, brinda, / e tieni conto che solo la vita di ogni giorno ti appartiene: / il
resto è nelle mani della sorte. / E onora Afrodite, la divinità più gradita ai mortali: / è
una dea davvero benevola. / Dammi retta e lascia perdere tutto il resto, / se ti sembra
che io abbia ragione. / E penso proprio di averla. / Basta con questa afflizione
esagerata, e bevi con me»37.
Nelle parole del Coro in Elettra, con una sorta di leopardismo ante litteram, la
beatitudine coincide con l’assenza di sventura: «Chi, tra i mortali, può essere sereno, /
e non soffre nessuna sciagura, / costui vive beato»38.

Exemplum lampante dell’andamento spesso enantiodromico, contraddittorio, del


pensiero di Euripide, è la sua rappresentazione della donna.
I suoi personaggi più grandi sono donne, da Alcesti ed Evadne a Medea, da Fedra a
Ecuba, da Elena a Elettra, a Ifigenia, a Macaria, a Polissena, e ognuna di esse incarna
un archetipo del femminile: la sposa devota fino all’autosacrificio, la strega
onnipotente, innamorata e terribile, la folle d’amore e di orgoglio, la mater dolorosa, la
figlia devota del padre, la vittima del sacrificio che si trasforma in eroina e viene
consegnata alla gloria.
La donna è grandiosa, anche quando assume connotati sinistri, come Medea, o in
forma diversa, Fedra, Elettra, Ecuba. Ma contemporaneamente, proprio per questa sua
potenza conculcata dalla civiltà patrilineare, è demonizzata, temuta, e disprezzata.
Così Giasone, in Medea: «È stato forse uno sbaglio prendere questa decisione? /
Anche tu diresti di no, se non ti tormentasse l’ossessione del letto. / Ma voi donne
pensate di avere tutto, quando va bene a letto. / Ma se qualcosa a letto non va per il
verso giusto, / ecco che trasformate le relazioni più nobili e più belle / nelle situazioni
più squallide. / I mortali dovrebbero riprodursi in qualche altro modo, / e la schiatta
delle femmine non dovrebbe esistere: / così non ci sarebbero disastri per gli umani»39.
E Ippolito: «O Zeus, perché hai piazzato sotto la luce del sole / le donne, questo
flagello subdolo per gli uomini? / Se volevi seminare la stirpe dei mortali, / non era
necessario ricorrere alle femmine: / essi avrebbero dovuto offrire nei vostri santuari /
una certa quantità di bronzo, di ferro o d’oro, / in modo da acquistare, per avere figli, /
il seme corrispondente al valore del tributo. / E in questo modo avrebbero potuto
abitare nelle proprie case / libere dalla presenza delle femmine. / [...] / Che la donna
sia un grande flagello risulta chiaro da questo: / il padre che l’ha messa al mondo e l’ha
allevata / paga una dote e la trasferisce altrove, / per liberarsi da una calamità del
genere. / Invece chi si porta in casa questa creatura funesta / è tutto contento di
addobbare con bei gioielli l’idolo maledetto / e la copre di pepli, scialacquando il suo
patrimonio»40. E ancora: «Ma ora, poiché Teseo è lontano da questa terra, / me ne
andrò anch’io da questa casa, senza dire niente. / E quando tornerò qui con mio padre
starò proprio a vedere / come lo guarderete in faccia, tu e la tua padrona. / Vi auguro di
andare in rovina. / Non mi sazierò mai di odiare le donne, / anche se qualcuno potrà
dire che continuo a ripetermi: / anche loro non la finiscono mai di essere malvage. / O
qualcuno le ammaestra alla rettitudine, / oppure mi sia accordato di mettermele sotto i
piedi per l’eternità»41.
Oreste giunge a negare alla donna la facoltà della generazione, assegnandole il ruolo
di ricettacolo passivo, come un campo che rimane sterile se non riceve il seme
fecondatore: «È stato mio padre a generarmi. / Tua figlia mi ha soltanto partorito: / un
campo, che riceve il seme da qualcun altro. / Un figlio non potrebbe mai nascere senza
un padre, / e io ho preferito sostenere chi ha dato principio alla stirpe / piuttosto che la
donna: si è limitata a tirare su i figli»42.
Il personaggio euripideo talora è ambivalente, scisso tra una componente istintuale e
la riflessione raziocinante su di essa, alla maniera socratica o sofistica, che di solito,
almeno nei casi più eclatanti, si risolve con l’accordo delle due facoltà a tutto
vantaggio dell’impulso distruttivo.
Così Medea, nell’atto di uccidere i figli, si arresta di fronte al loro sguardo: «PHÉU
PHÉU perché mi guardate così, bambini miei? / Perché mi sorridete con quell’ultimo
sorriso? / AIÁI che cosa farò? / Mi si schianta il cuore, donne, / a guardare gli occhi
luminosi dei miei figli. / Non potrei mai farlo: addio ai miei piani di prima. / Porterò i
miei bambini con me, via da questa terra. / Perché raddoppiare le mie sventure, / per
far soffrire il padre con la loro rovina? / No, non lo farò. / Non io. / Addio ai miei
piani»43. Ma subito dopo riaffiora il demone distruttore: «Ma che cosa mi sta
succedendo? / Voglio forse farmi deridere dai nemici, lasciandoli impuniti? / Devo
trovare il coraggio di uccidere i miei figli. / Che vigliacca, anche soltanto a ospitare
nell’animo questi pensieri troppo teneri! / Entrate in casa, figli! / E se qualcuno non
ritiene lecito assistere ai miei sacrifici, sono affari suoi: / io non fermerò la mia
mano»44. Ma la donna demonica si ribella contro il proprio impulso: «Á Á / No, cuore,
non farlo! / Lasciali, disgraziato! / Risparmia i miei figli, cuore! / Vivendo con noi,
laggiù, ti faranno felice»45. Infine, la consapevolezza si associa all’istinto, e Medea
imbocca il tragitto di morte, in una unificazione fatale della scissione: «Lo so. / Ecco
che mi incammino per la pista più sciagurata, / e condurrò i miei bambini per una pista
più sciagurata ancora. / Voglio dire addio ai miei figli. / Date, bambini, date alla
mamma la vostra manina, / perché possa posarvi un bacio»46.
Allo stesso modo (siamo ben lontani dal temperamento monolitico della Clitemestra
eschilea o dell’Antigone di Sofocle), Fedra grida la propria passione per Ippolito, per
rinnegarla subito dopo: «Povera me! Che cosa ho fatto? / Fino a che punto ho deviato
dal buon senso? / Sono impazzita, precipito nella rovina decretata da un dio. / PHÉU
PHÉU povera me! / Ricoprimi con il velo: mi vergogno di quello che ho detto. /
Coprimi. Mi colano lacrime dagli occhi, / e il mio sguardo vede solo vergogna. /
Ritornare in me è strazio, delirare è sciagura: / meglio morire nell’incoscienza»47.
Socratica è la tendenza dei personaggi a riflettere fino all’eccesso su se stessi e
sulle proprie azioni, a discapito dell’intensità del páthos, e sofistica è la
contrapposizione dei punti di vista in rhéseis che sfoggiano tutto l’armamentario della
retorica, in ossequio al verbo relativistico di Protagora, declinato alla maniera dei
causidici.
Così Adrasto celebra il potere dell’educazione, che può plasmare la natura istintuale
degli uomini, e condurli all’eccellenza: «Dopo queste mie parole, non stupirti, Teseo, /
se costoro ebbero il coraggio di immolarsi davanti a quelle torri. / Un’eccellente
educazione conferisce il senso dell’onore, / e un uomo che ha coltivato la virtù / si
vergogna di comportarsi da vigliacco. / Il coraggio può essere insegnato: / i bambini
imparano a dire e ad ascoltare anche ciò che non sanno, / e conservano fino alla
vecchiaia quello che hanno appreso. / E allora date una buona educazione ai vostri
figli»48.
Ma diametralmente opposto all’eudaimonismo razionalistico di Socrate (e al culto
della parola demiurgica e educatrice dei Sofisti), è il punto di vista di Fedra, che così
sentenzia, sgretolandone ogni ambizione paideutica: «... già altre volte nel lungo corso
della notte / ho riflettuto su come si rovini la vita dei mortali, / e non mi sembra che sia
la natura del loro pensiero a farli sbagliare: / gli uomini assennati sono molti. / Ma la
cosa va vista in questo modo: / noi sappiamo ciò che è bene, lo conosciamo, / ma non ci
impegniamo a realizzarlo, / alcuni per pigrizia, altri perché all’eccellenza /
preferiscono qualche altro piacere»49. Impossibile, portare a perfezione l’indole umana,
anche nelle parole della Nutrice di Fedra: «... E i mortali non dovrebbero affannarsi
troppo a perfezionare la loro vita, / perché non riuscirebbero a rendere perfetto in ogni
dettaglio / neanche il tetto delle loro case. / E tu, come penseresti di tirarti fuori / da
una sciagura così grave come quella in cui sei caduta? / Ma se nella tua vita c’è più
bene che male, / poiché sei umana, reputati fortunata»50.
La grandezza di Euripide consiste proprio nella sua capacità di adattare la
tradizione sapienziale e iniziatica della tragedia allo spirito dei tempi, concedendo al
socratismo e alla sofistica alcuni connotati formali, e facendo collidere una nuova
sensibilità (l’individuo in conflitto tra ragione e istinto, una certa attenzione alla vita
politica contemporanea, la ricerca di un’etica minima della serenità, una
sperimentazione formale inesausta, la prefigurazione di temi e modi che saranno della
commedia ellenistica) con l’indole sacra, di origine misterica, dell’opera tragica,
attraverso una contaminazione feconda, che riesce a farsi tramite di una paidéia
nobilissima, concreta e praticabile da tutti, che concilia le vertigini iniziatiche con la
vita di tutti i giorni.
E dunque è tutto vero, quello che la critica ha detto di Euripide, per quel che
riguarda l’analisi di dettaglio dei motivi fondamentali della sua drammaturgia, e
contemporaneamente tutto falso, perché non ha colto il nucleo essenziale, iniziatico (ma
all’insegna di un’inesausta problematizzazione della ricerca sapienziale-iniziatica)
della sua opera, riducendolo ora a sofista o socratico o anassagoreo, ora a individuo
scisso tra «razionale» e «irrazionale», «moderno» in quanto abdicante al sacro e al
senso. Tutti questi «euripidi» esistono, ma sono solo aspetti di un Euripide ben più
profondamente radicato, come Eschilo e Sofocle, nella tradizione che lega la tragedia ai
Misteri, agli dei e alla sapienza.
In questo consiste la sua modernità autentica, e in questo senso potrebbe essere
additato come modello positivo per l’artista contemporaneo, chiamato a seminare
rinascita e sapienza nella crisi, invece che colludere con essa.
Lo spirito iniziatico della drammaturgia euripidea, presente in Oreste e Ippolito, è
chiaramente percepibile in Elena, Alcesti, Eracle, e soprattutto in Baccanti.
Oreste si configura come un itinerario catartico e anabatico, dalle regioni del
conflitto più cupo, fino alla epifania finale di Apollo, che celebra il trionfo di Eirene, la
Pace, in cui si acquietano tutte le tensioni attraversate nel corso della rappresentazione,
a risoluzione di ogni contesa tra gli individui.
Ippolito paga con la vita la sua incapacità di bilanciarsi tra gli opposti della castità
e della via afroditica, perché manca di sophrosyńe, che è la saggezza equilibrata, ma in
ogni caso (vale la pena ricordare la feconda contraddittorietà della poetica euripidea)
vede premiata, in limine mortis e post mortem, la propria dedizione ad Artemide e ai
suoi misteri ascetici.
Elena, la dea umanizzata della bellezza, attraversa peripezie di occultamento, morte
e rinascita alla propria identità, e raggiunge la pace dopo essersi purificata dal culto
eccessivo dell’esteriorità, che contrasta con i Misteri orfeodionisiaci e demetriaci di
Eleusi: «† Hai bruciato offerte / illecite, empie † nel tuo letto nuziale, / scatenando su
di te, o figlia, / la furia della Grande Madre, / perché non hai celebrato i sacrifici della
dea: / grande il potere delle nebridi screziate / e delle foglie di edera che incoronano i
sacri tirsi, / e del rombo roteato nell’aria, / e della chioma che baccheggia per Bromio,
/ e delle veglie notturne in onore della dea. / † Tu ti vantasti soltanto della tua bellezza
†»51.
Alcesti, come Kore, discende all’Ade e ne ritorna, grazie all’intervento di Eracle,
l’eroe orfico ed eliaco che trionfa su tutte le forze distruttive della natura, e anche su
Thanatos, per premiare la generosità della donna, la sua abdicazione dall’ego in nome
dell’amore.
Lo stesso Eracle, nella tragedia omonima, dopo essere stato iniziato ai Misteri
Eleusini e avere trionfato anche sulla morte, approda al senso della solidarietà e della
tenerezza umana attraverso l’estrema delle iniziazioni: quella che si compie attraverso
l’abiezione, l’umiliazione, il dolore.
Infine Baccanti: al termine della grande stagione tragica e della vita di Euripide,
entra in scena il dio stesso della tragedia, che a partire da Eschilo solo qui, almeno
nelle opere che ci sono rimaste, compare in prima persona in un dramma, pur
informandone sempre l’essenza, a celebrare in un rito collettivo il proprio trionfo sul
potere mondano che lo contrasta. La tragedia inscena la vittoria della sapienza
dionisiaca, che è insieme vitalismo e contemplazione, sul potere degli ottenebrati,
rappresentando l’iniziazione simbolica di Penteo, l’ottuso re di Tebe, evocando la
fiducia nella possibile instaurazione di una civiltà democratica ed egualitaria, fondata
sulla comunità degli iniziati all’estasi e ai misteri: «Il dio, il figlio di Zeus, / si rallegra
dei banchetti, / ama Eirene che dà ricchezza, / la dea nutrice dei giovani. / Al ricco, al
povero, / in uguale misura concesse / la gioia del vino ignaro di affanni. / Detesta chi
non ha a cuore queste cose: / alla luce del giorno, nelle piacevoli notti, / continuare a
vivere nella gioia / e tenere il cuore e la mente, nella saggezza, / lontani da uomini che
oltrepassano il limite. / Quanto la gente più umile / ritiene sua legge ed esegue, / questo
io accolgo per me»52. I Misteri dionisiaci suscitano un’etica dell’equilibrio, fondata
sulla sophrosyńe, in grado di garantire i valori positivi che stanno alla base di una
armoniosa vita civile. Fondata su questi valori, oltre che sull’amor di patria e sul senso
della giustizia garantita dagli dei e dalle istituzioni umane, può nascere la civiltà della
sophrosyńe.
Sono gli stessi valori che spingono il vecchio Iolao a decidere di aiutare i figli di
Eracle perseguitati da Euristeo: «Ne sono convinto da tempo: / chi è giusto è nato per
chi gli sta vicino. / Chi invece è smodatamente avido di guadagno / è inutile alla sua
città, intrattabile, buono solo per se stesso. / E lo so non per aver sentito dire. / Anche
se avrei potuto vivere tranquillo ad Argo, / per rispetto e per onorare il legame di
sangue / io affrontai moltissime fatiche con Eracle, quando era con noi. / E adesso che è
nel cielo, / cerco di salvare i suoi figli tenendoli sotto le mie ali, / anche se io stesso ho
bisogno di trovare chi mi protegga»53.
È la stessa generosità che anima lo spirito di sacrificio di Polissena, Ifigenia,
Meneceo, Macaria, Alcesti, e che riceve come ricompensa una gloria imperitura.
La presenza di riferimenti alle vicissitudini politiche dell’epoca, brillantemente e un
po’ esasperatamente messa in evidenza da valenti studiosi, si rivela secondaria rispetto
al progetto di rifondazione civile che anima e percorre l’intera produzione drammatica
di Euripide e, mutatis mutandis, quella dei suoi altrettanto grandi predecessori.
All’ambizione che rovina le città, è preferibile l’Uguaglianza: «Perché, figlio, ti
lasci dominare dal peggiore di tutti i demoni, l’Ambizione? / Non farlo: è una dea
ingiusta. / Si insinua in molte case e in molte città felici, / e poi se ne va, rovinando chi
le ha dato credito. / Ma tu sei impazzito per lei. / Meglio rendere onore
all’Uguaglianza, / che unisce gli amici agli amici, le città alle città, gli alleati agli
alleati, per sempre: / l’uguaglianza garantisce stabilità agli umani, / mentre il meno è
sempre in contrasto con il più, / e scatena i giorni dell’ostilità. / È stata l’Uguaglianza /
a fissare misure e pesi tra gli umani, a determinare il numero: / la palpebra buia della
notte e la luce del sole / percorrono allo stesso modo il ciclo dell’anno, / e nessuno dei
due prova invidia se l’altro prevale. / E se anche il sole e la notte si piegano alle
misure, / perché tu non dovresti accettare un potere sulla casa / pari a quello di tuo
fratello?»54.
Così Giocasta rimprovera Eteocle, e aggiunge, criticando l’avidità di ricchezza e di
potere: «Perché onori smodatamente il potere, un’ingiustizia che dà prosperità, / e pensi
che sia qualcosa di grandioso? / È forse un grande onore, che tutti si girino a guardarti?
/ No, solo illusione vuota. / Vuoi davvero avere tante ricchezze in casa e affannarti
tanto? / Ma che cos’è l’avere di più? Solo un nome, e nient’altro. / Chi è saggio, si
accontenta di quello che gli basta. / Nessuno dei mortali possiede ricchezze che siano
veramente sue: / noi ci prendiamo cura di cose che appartengono agli dei, / e se le
riprendono quando vogliono. / La ricchezza non è stabile: dura solo un giorno»55.
In una visione politica del genere, la guerra viene aborrita, perché nasce dalla
mancanza di sophrosyńe, dall’ambizione e dall’avidità. Andromaca, Ecuba e Troiane
mettono in scena l’orrore della guerra, e così si pronuncia Adrasto in Supplici: «Come
siete stupidi, o mortali † che tendete l’arco al di là del bersaglio / e subite il giusto
castigo di molte sventure †, / ma non date ascolto a chi vi vuole bene, / e siete succubi
di ciò che accade! / E voi, città che potreste sottrarvi alle sciagure grazie alla parola, /
risolvete le situazioni non con i discorsi, ma con la guerra»56.
Come in Eschilo e Sofocle, il frutto della catarsi tragica è la sophrosyńe, che
consiste nella capacità di mantenersi in equilibrio distaccato di fronte a tutti i
pathémata (eccessiva gioia, eccessivo dolore, eccessiva volontà di potenza – la hýbris
–, eccessiva disperazione, eccessiva passione). E la sophrosyńe che in Eschilo, nella
párodos dell’Agamennone 57, è meta obbligata di un tragitto di espiazione e
purificazione impartito dalla «grazia violenta dei divini» (daimónon cháris bíaios), in
cui il patire diventa fonte di consapevolezza (páthei máthos), e nella saga iniziatica di
Edipo re e Edipo a Colono di Sofocle si compie attraverso l’esaudimento
dell’imperativo apollineo «conosci te stesso», in Euripide, oltre che come frutto del
dolore che ammaestra al riconoscimento della caducità delle umane glorie e fortune, si
configura come figlia della stessa sapienza che pervade i misteri orfici e dionisiaci
eleusini, e che viene declinata in un’etica antieroica e minimalistica, capace di
informare di sé il trascorrere quotidiano di una vita il più possibile serena, almeno
quanto concedono i decreti imperscrutabili degli dei.
Il Coro, in Ifigenia in Aulide, celebra la sophrosyńe e la metriótes, ovvero la
moderazione equilibrata nelle passioni, ed esalta una scelta di vita che si fondi sulla
virtù: «Beati coloro che con equilibrata moderazione / gustano i piaceri sensuali della
dea Afrodite / e sanno temperare l’assillo che fa impazzire, / quando Eros dai capelli
d’oro / tende l’arco duplice del fascino, / uno per destinarci alla gioia, / l’altro per
sconquassarci la vita. / Questo lo caccio via da me, o bellissima Cipride, / e dal mio
letto nuziale. / Mi auguro grazia misurata, desideri puri, / e di provare la passione
amorosa, / ma mai in eccesso. / Differiscono le nature dei mortali / e i loro caratteri
sono diversi, / ma la vera eccellenza risplende sempre: / il nutrimento dell’educazione
alimenta la virtù, / e pudore è saggezza, / e riconoscere con la riflessione il nostro
dovere / è una grazia straordinaria, / perché è da lì che la fama / fornisce alla vita una
gloria che non invecchia. / Grandezza è mettersi sulle tracce della virtù, / per le donne
con amori discreti, / per gli uomini con l’ordine interiore / che in modi innumerevoli /
potenzia la loro città»58.
Chiarissime, le parole della Nutrice in Ippolito, all’insegna del «nulla di troppo»
(medén ágan) delfico: «Una lunga vita mi è maestra di molte cose: / che i mortali
dovrebbero intrecciare affetti misurati, / che non penetrino fin nell’intimo midollo
dell’anima, / vincoli d’affetto facili da stringere e da allentare. / È un peso terribile, che
un’anima sola soffra per due, / come adesso io soffro per lei. / Dicono che a essere
troppo rigidi nella vita / si incontrino più difficoltà che gioie, e ci si rovini la salute. / E
allora rispetto all’eccesso prediligo il niente di troppo, / e i saggi mi daranno
ragione»59.
In Medea, il Coro invoca Sophrosyńe allo stesso modo con cui si invoca una
divinità: «Amori smodati / non recano gloria né virtù agli umani. / Ma se Afrodite
giunge con misura, / non c’è dea più soave. / O Signora, non scoccare mai contro di me
dall’arco d’oro / la freccia ineludibile imbevuta di desiderio! / Sia al mio fianco
Sophrosyńe, / che è il dono più bello degli dei, / e Afrodite tremenda non avventi mai
contro di me / risse furiose né contese senza fine / sconvolgendomi di desiderio per il
letto di altri, / ma onorando nozze senza contrasti / amministri con accortezza i letti
delle donne»60.
Lo scatenamento bacchico è catartico, la via dionisiaca culmina nella
contemplazione che non rinuncia alla gioia della vita, e questa coniugazione di
sophrosyńe e esperienza dionisiaca rifulge in Baccanti, in particolare nelle parole con
cui il Coro preannuncia il trionfo di Dioniso: «Avanza lenta, ma è certa / la potenza
divina. / Raddrizza coloro tra i mortali / che onorino l’insensatezza / e nel delirio della
loro illusione / non rendano onore agli dei. / Gli dei occultano abil mente / il lungo
passo del tempo / e braccano chi non li venera. / Ciò che prevarica le leggi e le usanze /
non deve essere conosciuto né praticato. / Non costa grande fatica / pensare che è
questo che conta: / il divino comunque esso sia, / e quanto nel lungo corso del tempo /
ha sempre valore di legge / ed è insito nella natura»61.
Subito dopo si celebra la serenità che consiste nel vivere felici e pacifici giorno
dopo giorno, perché tutto è incerto, nella condizione umana. La manía dionisiaca si
intreccia con la misura, e fonda un’etica della pace e della semplicità quotidiana, che
ha radici nella sapienza iniziatica: «Beato chi sfugge alla tempesta marina / e giunge in
porto. / Beato chi riesce a librarsi al di sopra degli affanni. / L’uno sopravanza l’altro
in ricchezza e potenza / per vie differenti. / Speranze innumerevoli, per innumerevoli
umani: / le une hanno esito felice per i mortali, / altre invece dileguano. / Chi ha vita
felice giorno per giorno, / costui io ritengo beato»62.
È questo il messaggio, sapienziale e politico, che Euripide, poeta, e come tutti i
grandi poeti, sciamano della sua civitas, lancia, postumo, dal teatro di Dioniso, e che
mantiene tuttora intatta la sua vitalità.
ANGELO TONELLI

1 Cfr. A. Beltrametti, La letteratura greca. Tempi e luoghi, occasioni e forme, Roma 2005, p. 108 (N.B.: per la
ricostruzione della biografia di Euripide mi sono basato sul lavoro di P. Ippolito, La vita di Euripide, Napoli 1999).
2 Cfr. Aristofane, Acarnesi, 478; Thesmoforiazuse, 387. La simpatia di Euripide nei confronti del ceto rurale
traspare, per esempio, nella nobiltà d’animo attribuita allo sposo di Elettra nella tragedia omonima.
3 Cfr., per esempio, Medea 1078-1080; Ippolito 380-385.
4 Cfr., per esempio, Ippolito 486-489 e 986-990; Ecuba, 1187-1194; Medea 580-585.
5 Cfr. Eschilo, Le tragedie, a cura di A. Tonelli, Venezia 2000, pp. 32-36.
6 Ci sono statue di varie divinità in Sette contro Tebe, Supplici, Eumenidi di Eschilo; di Apollo in Elettra e Edipo
re di Sofocle, mentre Edipo a Colono è ambientata nel bosco sacro di Colono; in Euripide troviamo il tempio di Zeus
in Eraclidi, di Thetis in Andromaca, di Demetra in Supplici, di Artemide in Ifigenia in Tauride, di Apollo in Ione, e
inoltre statue o altari di Afrodite e Artemide in Ippolito e di Apollo Agyieus in Fenicie.
7 Oceano nel Prometeo pseudoeschileo e, in Euripide, Thetis in Andromaca, Castore e Polluce in Elettra, Apollo in
Oreste e forse Artemide in Ippolito, Atena in Supplici, Ifigenia in Tauride, Ione.
8 Eraclito 22B15DK: «... ma uno stesso dio sono Ade e Dioniso, per il quale infuriano e baccheggiano». Cfr.
commento in Eraclito, Dell’origine, a cura di A. Tonelli, Milano 20052, p. 92.
9 In questo la tragedia, pur nelle evidenti differenze, presenta analogie con la via shivaita e tantrica orientale.
10 Per la derivazione dell’artista dallo sciamano, cfr. il sintetico saggio di L. Simms, Poetry, Myth and the Shaman,
in «The Waters of Hermes» I, Charleston 2000. Sul rapporto tra la Sapienza greca delle origini e l’Oriente, cfr. A.
Tonelli, Cosmogony is Psycogony is Ethics, in The Empedoclean Kósmos: Structure, Process and the Question of
Cyclycity, Proceedings of the Symposium Philosophiae Antiquae Tertium Myconense, a cura di A. Pierris, Patras
2005, pp. 309-330; cfr. anche introduzione a Eraclito, Dell’origine, a cura di A. Tonelli, cit., passim.
11 Tutto ciò in J. Burchardt, Storia della civiltà greca, Firenze 1974, pp. 1140 ss.
12 A. Artaud, Sul teatro balinese, in Il teatro e il suo doppio, Torino 1968, p. 175.
13 Cfr. Aristoteles, Eth. Nic. 1111a 8-10 Bywater, e Eschilo, Le tragedie, a cura di A. Tonelli, cit., pp. 32 ss.
14 In Aristotele, Poetica 1449b 24-28 troviamo la celebre definizione della tragedia come kátharsis.
15 Come si sostiene in V. Di Benedetto - E. Medda, La tragedia sulla scena, Torino 1997, pp. 318-319 (TS 317).
16 Cfr., per esempio, Andromaca, vv. 1284 -1288. Taluni commentatori ritengono interpolati questi versi, nella
maggior parte dei finali.
17 Elena, vv. 1137-1143.
18 Ione, vv. 434-451.
19 Ibid., vv. 881-906.
20 Troiane, vv. 466-471.
21 Ibid., vv. 610-613.
22 Ippolito, vv. 1363-1369.
23 Ibid., v. 1415.
24 Eracle, vv. 1314-1321.
25 Ibid., vv. 1340-1346.
26 Ippolito, vv. 1267-1282.
27 Elettra, vv. 1342-1356.
28 Supplici, vv. 195-215.
29 Ione, vv. 1614-1615.
30 Troiane, vv. 884-889.
31 Alcesti, vv. 962-979.
32 Elena, vv. 1678-1679.
33 Troiane, vv. 1203-1206.
34 Oreste, vv. 976-981.
35 Ifigenia in Aulide, vv. 155-163.
36 Ippolito, vv. 189-197.
37 Alcesti, vv. 782-794.
38 Elettra, vv. 1357-1359.
39 Medea, vv. 567-575.
40 Ippolito, vv. 616-633.
41 Ibid., vv. 659-667.
42 Oreste, vv. 552-556.
43 Medea, vv. 1040-1048.
44 Ibid., vv. 1049-1055.
45 Ibid., vv. 1056-1058.
46 Ibid., vv. 1066-1070.
47 Ippolito, vv. 239-249.
48 Supplici, vv. 909-917.
49 Ippolito, vv. 375-383.
50 Ibid., vv. 467-472.
51 Così il Coro in Elena, vv. 1353-1368.
52 Baccanti, vv. 417-431.
53 Eraclidi, vv. 1-11.
54 Fenicie, vv. 531-548.
55 Ibid., vv. 549-558.
56 Supplici, vv. 744-749.
57 Agamennone, vv. 174 ss.
58 Ifigenia in Aulide, vv. 543-572.
59 Ippolito, vv. 252-266.
60 Medea, vv. 627-642.
61 Baccanti, vv. 882-897.
62 Ibid., vv. 902-911.
LE TRAGEDIE

Alcesti

Tragedia a lieto fine (era la quarta della tetralogia che includeva Cretesi, Alcmeone
a Psofi e Telefo, e sostituiva il dramma satiresco destinato a sciogliere la tensione negli
spettatori), ma attraversata da un fortissimo páthos drammatico, che riesce ad
assimilare anche gli spunti tratti dal genere «comico» (Eracle ghiottone, e forse anche
Thánatos, personificazione folclorica della Morte), Alcesti, rappresentata nel 438,
respira come Baccanti l’aria dei Misteri Orfici ed Eleusini, restituita attraverso
l’irripetibile singolarità dell’arte euripidea, che tratta il mito e il rito con grande
libertà, ma non senza devozione.
I protagonisti sono Admeto (etimologicamente: «Indomabile», un epiteto che lo
avvicina a Ades), figlio di Ferete e re di Fere, in Tessaglia, una regione particolarmente
sensibile al culto orfico; la sua sposa Alcesti, figlia di Pelia, re di Iolco, affine a Kore
per la sua katábasis e la sua anábasis dall’Ade; Apollo, il dio olimpico per eccellenza,
ma anche sciamano solare e protettore di Dioniso; Thánatos, avvolto in un mantello
nero e armato di spada, la personificazione della Morte, maschile in greco, fratello di
Sonno e figlio di Notte, unica divinità che non riceve offerte, e che in Trachinie di
Sofocle crea il veleno mortale per Eracle, di cui è antagonista; Eracle, l’eroe divino di
Pindaro, figlio per ierogamia di Zeus e di Alcmena, la moglie di Anfitrione tebano,
semidio civilizzatore che attraverso le sue fatiche libera la civiltà dalle forze caotiche e
bestiali che pullulano alla sua radice, ed è emblema del tragitto iniziatico che conduce
alla divinizzazione attraverso continue purificazioni.
La tragedia si apre con le parole di Apollo, sul punto di partire dalla reggia di
Admeto per non essere contaminato dal cadavere di Alcesti, che ha accettato di morire
al posto dello sposo, secondo il patto stipulato dal dio delfico con le Moire, per
ringraziare il re che lo aveva trattato con grande umanità durante il periodo di servitù
presso di lui: «Puro, mi sono imbattuto in un uomo puro, il figlio di Ferete, / e l’ho
salvato dalla morte, raggirando le Moire: / le dee accettarono che Admeto evitasse la
morte incombente su di lui, / se qualcun altro fosse morto al suo posto. / Mise alla
prova tutti i suoi cari, li passò in rassegna / [e soprattutto il vecchio padre e la madre
che lo aveva messo al mondo], / ma non trovò nessuno, fuorché la sua sposa, / che
accettasse di morire per lui, e di non rivedere più la luce. / E adesso la stanno portando
tra le loro braccia, per la casa, in agonia, / perché è destino che proprio oggi abbandoni
la vita» (vv. 10-21).
Irrompe Thánatos, che rinfaccia ad Apollo la sua ostilità nei confronti delle forze
ctonie (si pensi al suo scontro con le Erinni nell’Orestea di Eschilo), e ne respinge la
richiesta di risparmiare anche Alcesti. Segue una serrata sticomitia, che si conclude con
la profezia di Apollo, il quale annuncia l’arrivo di uno straniero, Eracle, che libererà
Alcesti dalla morte. Ma Thánatos, sordo alle parole del dio, si avvia per consacrare la
donna al regno dei morti.
Entra il Coro, formato da anziani cittadini di Fere, che si interrogano angosciati
sulla sorte di Alcesti, sospesa tra vita e morte, come dichiara la Serva al suo ingresso:
«Puoi dirla sia viva che morta» (v. 141).
Il Coro e la Serva si uniscono nella celebrazione della sua gloria: «CORO La regina
sappia che morirà nella gloria, / perché è la più eccellente tra le donne che vivono sotto
la luce del sole». (vv. 150-151). A garantire la gloria ad Alcesti è la sua decisione di
sacrificarsi per il marito, e la descrizione dei suoi preparativi per la morte, tra
compostezza rituale e strazio celebrato nell’intimità, ne esalta l’areté con toni di
commozione profonda, in cui il patetico euripideo sa tenere salde radici nell’autenticità
del páthos, che culmina nell’addio al letto coniugale.
L’intermezzo lirico del Coro replica l’angoscia dei cittadini di Fere, che adesso
sanno dell’imminente fine della sposa, ma pregano Zeus, e soprattutto Apollo, di
scongiurare la disgrazia. Annunciano l’ingresso in scena di Alcesti e Admeto, che si
apre con l’invocazione al sole, di enorme impatto emozionale, da parte della donna («O
Sole! O luce del giorno! / Vortici di nuvole che correte nel cielo!», vv. 244-245), e
prosegue con il rimpianto della casa e dell’infanzia («O terra! O tetto della mia casa! /
O letto di quando ero bambina a Iolco, nella mia patria!», vv. 248-249), per culminare
con le visioni lancinanti del traghettatore Caronte, di Ades e della dimora dei morti, che
la convocano: «La vedo, la vedo la barca a due remi, / laggiù sulla palude!/ E Caronte,
il traghettatore dei morti, / già mi chiama, con la mano sul remo: / “Che cosa aspetti? /
Sbrigati, mi stai impedendo di salpare!”» (vv. 252-257).
Alcesti è calamitata verso l’Ade, e nel momento dell’addio il suo pensiero estremo
va ai figli, non a Admeto, che avverte tutto lo strazio del congedo, e teme la solitudine
che lo aspetta, come si teme una condanna a morte, e dichiara un amore che sconfina
nella venerazione: «ÓIMOI parola straziante a udirsi / e più atroce, per me, di ogni
morte! / No, in nome degli dei, / in nome dei figli che lascerai orfani, / non azzardarti a
lasciarmi solo! / Tirati su, coraggio! / Se muori, è la fine, per me. / Dipende da te, che
io viva o muoia. / Io venero il tuo amore» (vv. 273-279).
Alcesti risponde con un tono pacato e riflessivo, ben distante da quello lirico-
patetico-delirante che ha contrassegnato il suo ingresso, e comunica le sue ultime
volontà. In cambio del proprio sacrificio (avrebbe potuto lasciarlo morire e sposare un
altro), chiede al marito di non sposare un’altra donna, perché altrimenti i figli (che si
rivelano movente fondamentale nella sua scelta) sarebbero stati esautorati nella casa e
frustrati nell’affetto dalla nuova madre, la cui ostilità nei confronti della prole di primo
letto era un tópos nella cultura greca.
Di fronte alla propria morte Alcesti si rivela madre-sposa, più che sposa-amante,
mentre Admeto, nell’atto di accogliere la richiesta della donna, esprime una forma di
venerazione-passione che travalica ogni limitazione temporale, e lo impegnerà in un
lutto che dura una vita intera, e che non si rassegna alla perdita dell’amata, a costo di
abbracciarne un simulacro di pietra.
Le parole immediatamente successive di Admeto, oltre a costituire la prima
attestazione della discesa agli inferi di Orfeo, e a indicare la chiave fondamentale di
lettura, in chiave orfica e iniziatica, della tragedia, sono una delle più antiche
attestazioni «letterarie» – ammesso che la tragedia greca possa essere ridotta a
letteratura – della sizigia éros-thánatos: e l’unione amorosa nella morte si spinge al
vagheggiamento della sepoltura comune, come preludio al comune soggiorno nella
dimora dei morti: «E se avessi la lingua e il canto di Orfeo / così da ammaliare la figlia
di Demetra e il suo sposo / e portarti via dall’Ade, / scenderei sotto terra, e non
potrebbero fermarmi / né il cane di Plutone né Caronte / che traghetta le ombre curvo
sul remo, / prima che io ti abbia riportata, viva, alla luce. / E tu aspettami laggiù, il
giorno che morirò, / e prepara la casa, pensando che vi abiterai con me. / Ordinerò a
questi nostri figli / di seppellirmi nella tua stessa bara, al tuo fianco: / neanche da morto
potrei stare senza di te, / l’unica che non mi abbia tradito» (vv. 357-368).
L’addio si conclude con la promessa, da parte di Admeto, di rispettare le condizioni
poste da Alcesti, a cui seguono le lamentazioni, ad alto effetto patetico, dei bambini, e
le disposizioni per il funerale, con un lutto rituale della città che dovrà protrarsi per un
anno.
Il secondo corale celebra l’eccellenza di Alcesti in conformità con i moduli tipici
dell’encomiastica, ed esprime, come aveva già fatto Admeto, il desiderio di riportarla
magicamente alla luce, preparando l’ingresso di Eracle.
L’eroe civilizzatore, legato all’iniziazione eleusina, è di passaggio in Tessaglia per
andare in Tracia a compiere una delle sue fatiche, che consiste nella conquista della
quadriga di Diomede, re dei Bistoni, a cui erano aggiogate cavalle antropofaghe.
Vedendo che Admeto porta i capelli rasati, domanda chi sia morto, e lo scambio di
battute, tenuto sul filo di una ambiguità tragica che sfiora l’enigma, induce Eracle a non
accorgersi della gravità della sventura che ha colpito il palazzo, e ad accettare
l’ospitalità generosamente offerta da Admeto, che nasconde il lutto personale e lo invita
a soggiornare in un’ala della reggia lontana dal luogo del compianto. È significativo lo
scambio di battute che rimanda ancora alla sospensione di Alcesti tra vita e morte,
essere e non essere più, a sua volta evocativa della condizione di passaggio implicata
dalla morte-iniziazione: «ERACLE È morta la tua sposa, Alcesti? / ADMETO Posso
pronunciare un duplice discorso, su di lei. / ERACLE Hai detto che è morta o che vive
ancora? / ADMETO Vive non viva, e questo mi tormenta. / ERACLE Non ne so molto di
più: non capisco quello che dici. / ADMETO Non sai quale destino l’aspetta? / ERACLE
Lo so: ha accettato di morire al tuo posto. / ADMETO E allora come è possibile che sia
viva, / se ha acconsentito a questo? / ERACLE Á / non piangerla prima del tempo, la tua
sposa: aspetta che sia giunta l’ora. / ADMETO Chi deve morire è già morto, e chi è morto
non è più. / ERACLE Ma si pensa che essere e non essere siano ben distinti. / ADMETO Tu
la pensi così, Eracle, io in un altro modo. / ERACLE E allora perché piangi? Chi, tra i
tuoi cari, è morto? / ADMETO Una donna. Abbiamo appena parlato di una donna» (vv.
518-531).
Il gesto ospitale di Admeto gli guadagna l’elogio del Coro, che prelude alla
celebrazione delle esequie e all’ingresso del padre, Ferete, venuto per unirsi allo
strazio del figlio e per onorare Alcesti con ricche offerte funebri.
Ma l’accoglienza che Admeto riserva al padre è secca e scostante. Respinge le sue
offerte e gli rinfaccia la viltà che gli ha impedito di immolarsi per lui, nonostante l’età
ormai avanzata, decretando la morte di Alcesti. Si spinge fino a rinnegare il padre e la
madre, che lo avrebbero lasciato morire, pur di salvarsi la vita.
La risposta di Ferete è altrettanto dura, restituisce al figlio l’accusa di viltà, e lo
incolpa della morte di Alcesti, con toni che raggiungono il sarcasmo più feroce: «E mi
rinfacci la mia codardia proprio tu, miserabile, / tu, che vali meno della donna / che è
morta per il bel giovanotto che tu sei?» (vv. 696-698).
Nell’atto stesso in cui afferma che non esiste alcuna legge o usanza che lo obblighi a
sacrificarsi per consentire la sopravvivenza del figlio, Ferete sostiene che ognuno è
nato per se stesso, e che tutti amano la vita: «Adoro questa luce del dio Sole, la adoro»
(v. 722).
Lo scontro si chiude con l’uscita di scena sdegnata di Ferete, accompagnato dalle
maledizioni insultanti del figlio, che ne rinnega la paternità, insieme con la maternità
della madre.
Il corteo funebre esce di scena, seguito dal Coro che augura ad Alcesti di sedere
accanto a Kore, la sposa di Ades, nella dimora dei morti, in virtù della sua eccellenza.
Entra in scena il Servo incaricato di assistere l’ospite, e riferisce il comportamento
gretto di Eracle, che cantava e si rimpinzava di cibo e di vino e reclamava i doni
ospitali, mentre dall’altra ala del palazzo riecheggiavano le grida di dolore e i lamenti
funebri. Sopraggiunge l’eroe, che nota il suo turbamento, e lo invita a brindare e
celebrare Afrodite, perché tanto dolore per la morte di una donna estranea al casato gli
sembra eccessivo. L’eroe gozzovigliatore accompagna la propria esortazione con una
tirata gnomica sulla condizione umana, invitando i mortali a godere della vita di ogni
giorno, consapevoli che tutto è nelle mani della sorte, e che la vita non è garantita in
eterno.
Ma dal servo Eracle conosce la verità, e si rammarica di avere fatto baldoria in
presenza di un lutto così grave. Quando apprende che Alcesti verrà sepolta lungo la
strada che porta a Larissa, si ripromette di salvarla, strappandola dalle grinfie di
Thánatos: «Devo salvare la donna che è appena morta, / e restituirla a questa casa, / per
dimostrare ad Admeto la mia riconoscenza» (vv. 840-842).
Mentre l’eroe si allontana Admeto rientra con il Coro, a cui esprime il proprio
tormento per la perdita della sposa, lo strazio insostenibile che lo trascina ancora una
volta a desiderare, almeno a parole, di seguirla nella morte.
Di fronte alla prospettiva di entrare nella casa deserta – nonostante i tentativi da
parte del Coro di consolarlo con l’argomentazione topica che già ad altri è accaduto
quello che adesso sta accadendo a lui – lo sposo di Alcesti si rende conto (árti
mantháno) dell’entità effettiva del dolore: «Amici, penso che la mia sposa / sia stata
più fortunata di me, anche se non sembra, / perché non la sfiorerà mai più nessun
tormento, / e ha messo fine a molte sofferenze nella gloria. / Io invece, che non avrei
dovuto vivere, vivrò una vita di dolore, / dopo avere eluso il mio destino: / ne sono
consapevole, adesso. / Come sopporterò di entrare in questa casa?» (vv. 935-940).
Si leva il canto del Coro, a sigillare il destino di Admeto e di Alcesti, serrati nella
morsa della dea non troppo dissimile dalla Morte: Ananke, la Necessità che sovrasta
uomini e dei, la forza cosmica inesorabile a cui – con una venatura pessimistica
tipicamente euripidea – non si può sfuggire né con le iniziazioni orfiche né con le
escogitazioni della medicina ispirate da Asclepio. Il destino, marchiato da Ananke,
sembra ormai scolpito nella pietra sepolcrale di Alcesti.
Ma ecco che ritorna Eracle, che si scusa per l’equivoco con Admeto, e porta con sé
una donna velata (il velo è un tópos del rituale iniziatico) che dice di avere ricevuto in
premio per una vittoria in una gara atletica, e la affida all’ospite, incaricandolo di
sorvegliarla mentre egli andrà a caccia delle cavalle antropofaghe, nel paese dei
Bistoni.
Admeto invita l’eroe ad affidarla a un altro ospite, perché la presenza di una donna
nella casa gli farebbe tornare alla mente Alcesti, tanto più che la donna velata le
assomiglia in maniera impressionante.
Ma Eracle insiste, e dopo avere messo alla prova la fedeltà di Admeto alla memoria
della sposa, gli rivela che è proprio Alcesti, che egli ha sottratto a Thánatos per
ricompensare il re della sua gentilezza d’animo e della sua generosità.
La tragedia si conclude con l’esultanza incredula di Admeto, che dovrà attendere i
tre giorni canonici della purificazione rituale prima di poter parlare con la sposa,
ancora legata al regno dei morti, e con la partenza di Eracle. Al funerale si sostituiranno
danze e sacrifici per celebrare il lieto evento, suggellato in explicit dalle parole rituali
del Coro, che chiudono anche Medea, Baccanti, Andromaca, Elena: «Molte sono le
forme delle cose divine, / molti eventi inattesi portano a compimento gli dei: / e quello
che ci aspettavamo non è accaduto, / mentre il dio ha trovato un varco per
l’imprevedibile. / Così è finita questa vicenda» (vv. 1159-1163).
Così, sullo sfondo di tragitti orfici ed eleusini, rituali iniziatici di morte e rinascita,
parallelismi con il mito di Kore e Ades, si conclude la tragedia che più di ogni altra
tocca il dolore fondamentale della condizione umana, legato al principium
individuationis: la necessità di morire, ineludibile.
Admeto, per volontà degli dei, ha avuto una possibilità di sottrarvisi.
Ma è Alcesti, che abdica al proprio ego in nome dell’amore materno e della
devozione allo sposo, a conquistare l’immortalità, in un percorso iniziatico che va al di
là della via etico-contemplativa e dualistica dell’Orfismo, e allude a misteri
soteriologici in cui è centrale l’autoannullamento, l’amore e la dedizione di sé
all’amato: come non pensare alla via iniziatica a cui allude anche il Simposio di
Platone, a Misteri d’Amore forse mai istituzionalizzati, ma vivi nel profondo dell’anima
greca, e non disgiunti dalla tradizione orfeodionisiaca eleusina?
«Soltanto gli amanti accettano di morire l’uno per l’altro, e non solo gli uomini, ma
anche le donne. A testimoniarlo per i Greci basta Alcesti, la figlia di Pelia, l’unica che
accettò di morire al posto dello sposo, anche se egli aveva un padre e una madre. Ma
l’amore di Alcesti superò il loro affetto tanto da farli apparire estranei al figlio,
congiunti soltanto di nome. E questa azione sembrò così eccellente non solo agli umani
ma anche agli dei, che presi da ammirazione per quello che aveva fatto le concessero il
privilegio che accordarono a assai pochi autori di grandi gesti: rimandare la loro anima
dal regno dei morti. Anche gli dei ammirano sommamente la virtù e l’ardore ispirati
dall’amore» (Platone, Simposio 179 b-d).
Medea

Vero e proprio monstrum, per quel suo collocarsi in limine tra condizione umana e
divina (era nipote del dio Sole) Medea, figlia di Eeta, re di Colchide, nella tradizione
mitologica greca è l’archetipo della maga, della donna sapiente, ma anche della
straniera che suscita sospetto, creatura ctonia e assassina ma anche guaritrice, e nel
corso dei secoli ha ispirato innumerevoli autori a riscriverne la storia, da Corbeille a
Grillparzer, alla versione operistica di Cherubini su libretto di Hoffmann, a Mendès,
Anouilh, Alvaro, fino a Pasolini, per non citare che alcuni.
La tragedia, rappresentata nel 431, si apre con il discorso della Nutrice, che
racconta l’antefatto. Pelia, re di Iolco, temeva di perdere il trono per opera di Giasone,
che ne era il legittimo pretendente, e lo mandò in Colchide a capo della spedizione
degli Argonauti, alla ricerca del vello d’oro. Quando giunse in Colchide Medea si
innamorò perdutamente di lui, e lo aiutò, con le sue arti magiche, a conquistare il vello.
Poi lo riaccompagnò a Iolco e istigò le figlie di Pelia a uccidere il padre, dicendo che
se lo avessero fatto a pezzi e ne avessero bollito le membra sarebbe ringiovanito. In
seguito al delitto Medea e Giasone dovettero rifugiarsi a Corinto, dove la maga in un
primo tempo riuscì a guadagnarsi il favore dei cittadini, salvandoli dalla carestia con le
sue arti.
Ma Giasone decide di sposare Glauce, la figlia di Creonte, re di Corinto, e ripudia
Medea, che reagisce con furia e disperazione, e una violenza che la spinge a odiare i
propri stessi figli: «... odia i figli, non prova gioia a guardarli. / Ho paura che possa
ordire qualcosa di terribile: / il suo animo è violento, e non sopporterà di essere
umiliata» (vv. 36-39).
Entra il Pedagogo con i bambini, e informa la Nutrice della decisione presa da
Creonte: esiliare da Corinto la madre e i figli, con il consenso di Giasone. Il dialogo si
conclude con le parole della Nutrice, cariche di presagi sinistri: «Entrate in casa,
figlioli, sarà meglio. / Tu tienili il più possibile in disparte / e non lasciare che si
avvicinino alla madre, così stravolta. / L’ho già vista che li scrutava con lo sguardo di
un toro infuriato, / come se volesse fare qualcosa di terribile. / E non placherà la sua
furia, lo so bene, / prima di essersi scagliata contro qualcuno. / Speriamo che faccia del
male ai nemici, non ai suoi cari» (vv. 89-95).
Feroce e ostinata: è questa l’indole di Medea, che stramaledice il padre e i figli,
nella furia: «AIÁI / Me infelice, ho patito, ho patito / uno strazio che suscita grandi
lamenti. / Maledetti voi, figli di una madre odiosa! / Possiate crepare insieme con
vostro padre, / e tutta la casa possa crollare con voi!» (vv. 111-114).
Da un ingresso laterale entra il Coro, formato da quindici donne di Corinto, che
vengono informate dalla Nutrice riguardo alla condizione in cui versa Medea: la donna-
maga si augura di morire e di vedere la rovina dei nuovi sposi e della casa,
appellandosi a Themis, la dea della giustizia garante dei giuramenti, e Artemide,
divinità del femminile selvatico, spesso identificata con la ctonia Ecate.
Su richiesta del Coro, Medea esce dalla casa, e dopo avere riflettuto sulla propria
condizione di straniera, che deve adeguarsi alle abitudini del popolo che la ospita e non
mostrarsi arrogante, fa alcune considerazioni sull’infelicità della donna, che nel marito
trova un padrone del suo corpo, da cui non può separarsi, pena l’infamia, e a cui è
legata dal vincolo della fedeltà; il maschio, invece, può divertirsi altrove. Questa
condizione, comune a tutte le donne, è aggravata dal fatto che Medea è straniera in terra
straniera, senza nessuno che la protegga.
Conclude proclamando la propria volontà di farla pagare a Giasone, e chiede il
silenzio complice del Coro, che riconosce in lei la vittima di una prevaricazione, e
acconsente.
Entra Creonte, che comunica brutalmente a Medea la sua decisione di bandirla dalla
città insieme con i figli, nel timore che possa fare del male a Glauce: «sei sapiente, e
esperta di molte arti malefiche, / e soffri perché ti hanno portato via l’uomo con cui
spartivi il letto» (vv. 285-286).
La prima reazione di Medea è una diagnosi orgogliosa sulla stupidità e il sospetto
che gli uomini comuni nutrono nei confronti di chi sia detentore di una sapienza che
oltrepassa l’ordinario. Ma subito minimizza i propri poteri e rassicura Creonte, e gli
chiede di lasciarla restare a Corinto, poiché l’unico vero oggetto del suo rancore è
Giasone.
Creonte sospetta che le parole di Medea nascondano un inganno, e rifiuta di
concederle il soggiorno nella città. Ma la donna finge di accettare la decisione, e
ottiene di poter restare a Corinto ancora per un giorno, facendo leva sul suo senso
paterno e commuovendolo in nome dei figli.
Esce Creonte, e Medea nell’atto stesso in cui riconosce la propria ineluttabile
catastrofe, dichiara lucidamente a se stessa e alle donne l’intenzione di vendicarsi sugli
sposi e su Creonte, uccidendoli con la spada o con il veleno, e giura di portare a
termine l’impresa in nome di Ecate, dea delle magie e dei morti: così Giasone e i suoi
non potranno ridere di colei che discende dal dio Sole. Conclude con una sentenza sulla
perfidia delle donne: «e poi noi siamo donne, / le creature tra tutte meno capaci di gesti
nobili, / e artefici espertissime di tutti i malefici» (vv. 407-409).
Le fanno eco le parole di solidarietà del Coro nei confronti della donna tradita, che
è occasione per criticare la misoginia della tradizione letteraria greca: «Cambierà la
fama, darà gloria alla mia vita: / ne viene onore per la razza delle donne. / Su di noi non
si abbatteranno più calunnie. / E le Muse degli antichi aedi / smetteranno di cantare la
mia infedeltà. / Apollo, signore delle melodie, / non assegnò alla nostra mente / il canto
divino della lira: / avrei fatto riecheggiare un inno / contro la schiatta dei maschi» (vv.
415-429).
Entra in scena Giasone, che la accusa di non avere accettato la sua decisione di
convolare a nozze regali, condannando così all’esilio precauzionale se stessa e i figli.
Afferma comunque di essere disposto ad aiutarla, in nome della prole e di un certo
affetto nei suoi confronti.
Medea gli riversa addosso il fiume in piena della collera, rinfacciandogli l’aiuto che
gli aveva prestato nella conquista del vello d’oro, e l’uccisione di Pelia. Ma soprattutto
lo accusa di avere violato i giuramenti e averla ripudiata nonostante la presenza dei
figli, condannandola all’esilio insieme con loro, nella solitudine, disprezzata da tutti.
La replica di Giasone (Euripide, a differenza di Sofocle e di Eschilo, pur non
essendo un sofista, ha un gusto tutto sofistico per il contrasto verbale condotto sul filo
del lógos retorico, che si distacca dal páthos o comunque se ne distanzia in
autocompiacimenti di parole) mira a smontare il suo debito di riconoscenza nei
confronti di Medea, dicendo che sono stati Eros e Afrodite a fare in modo che la donna-
maga lo aiutasse, dominandola con la forza incoercibile della passione.
Sostiene di averla già ricompensata abbastanza: è stata civilizzata e raffinata, da
barbara che era, e si è creata fama di donna sapiente presso i Greci.
Riguardo alla decisione di convolare a nozze con Glauce, afferma di averlo fatto per
motivi politici (da esule che era diventerà membro della famiglia regale), per garantire
un futuro a Medea e ai figli, e non perché desiderasse una nuova donna, o volesse altri
figli. Vagheggia, Giasone, di creare una grande famiglia, con Medea consenziente, e
nuovi figli che si aggiungano a quelli che già ci sono, e ne garantiscano l’avvenire da
regnanti.
Chiude con un’invettiva contro la gelosia delle donne, che si trasforma in una
dichiarazione di misoginia radicale, certo non inconsueta in Euripide: «È stato forse
uno sbaglio prendere questa decisione? / Anche tu diresti di no, se non ti tormentasse
l’ossessione del letto. / Ma voi donne pensate di avere tutto, quando va bene a letto. /
Ma se qualcosa a letto non va per il verso giusto, / ecco che trasformate le relazioni più
nobili e più belle / nelle situazioni più squallide. / I mortali dovrebbero riprodursi in
qualche altro modo, / e la schiatta delle femmine non dovrebbe esistere: / così non ci
sarebbero disastri per gli umani» (vv. 567-575).
In questo modo si guadagna la disapprovazione del Coro e le parole sprezzanti di
Medea, che (antisofisticamente) mette a nudo la falsità delle sue ben costrutte
argomentazioni, che ammantano di belle chiacchiere un animo e un comportamento
radicalmente corrotti: Giasone avrebbe dovuto accordarsi con Medea prima di
stipulare le nozze. L’Argonauta replica sostenendo che non avrebbe mai ricevuto il suo
consenso, e le rinfaccia di non aver saputo cogliere l’opportunità di garantire sicurezza
e ricchezza a sé e ai figli, accettando la nuova situazione. Chiude nel più infelice dei
modi, invitando Medea ad accettare denaro per sé e per i figli.
L’incontro si conclude con le parole sprezzanti e minacciose di Medea: «Vattene
via! / Ti assalirà la voglia della ragazza che hai appena sposato, / se stai troppo tempo
fuori di casa. / Goditi il tuo matrimonio! / Ma forse – e un dio parla con me – / dovrai
rimpiangere di avere contratto queste nozze» (vv. 623-626).
Il Coro, prima di esaltare l’importanza della patria e maledire Giasone, invoca
Afrodite affinché non colpisca con passioni smodate, e Sophrosyńe, la dea della
temperanza, affinché conceda amore equilibrato, nozze senza contrasti.
Entra in scena Egeo, re di Atene, di ritorno dall’oracolo di Delfi, a cui si era rivolto
per avere figli, e vedendo la tristezza stampata sul volto di Medea, le chiede che cosa
stia succedendo. La maga lo mette al corrente del tradimento di Giasone e,
impegnandolo con un giuramento, ottiene dal re di essere ospitata ad Atene, in cambio
della promessa di fargli avere figli.
Egeo si allontana, con il plauso del Coro, che lo riconosce uomo di giustizia e
generosità, e Medea esulta, in nome di Zeus, Dike, e del dio Sole, perché Egeo le
garantisce incolumità e assistenza quando sarà fuggita da Corinto.
Rompe allora ogni riserva, e comunica alle donne il suo piano: convocare Giasone,
fingendo di essersi pentita della propria intransigenza, e uccidere la giovane sposa,
facendole avere dalle mani dei figli un peplo e una corona avvelenati, come dono di
nozze.
E c’è un’ulteriore, più atroce delitto, il delitto più atroce che essere umano possa
compiere, ma che nelle parole di Medea – sempre più archetipo della potenza numinosa
e terribile del femminile, rovesciata Clitemestra rediviva, incarnazione dell’ombra del
femminino oppresso nella pólis androcentrica che si fa demonio non privo di ragioni,
ma non per questo meno insensato del demonio che opprime – diventa conseguenza
inevitabile della serie di cause ed effetti attivati dalla decisione di Giasone: «Ma
adesso basta con questi discorsi: / se penso al delitto che devo compiere, mi viene da
piangere. / Ucciderò i miei figli. / Nessuno me li porterà via. / Devasterò tutta la casa
di Giasone e me ne andrò via da questa terra, / per fuggire al massacro di chi amo di
più al mondo, i miei figli, / dopo avere affrontato il delitto più empio. / Non si può
tollerare che i nemici ridano di noi, mie care. / Avanti! / Perché vivere ancora?» (vv.
790-798).
Il Coro cerca inutilmente di dissuaderla.
Rientra Giasone, e la donna finge di essersi pentita della propria intransigenza, e di
accettare le condizioni poste dall’uomo. Convoca i bambini, che entrano in scena
accompagnati dal Pedagogo.
Quando li vede, la simulazione subisce un’incrinatura («... riconosco di aver
sbagliato», v. 892) ben evidente per il pubblico, ma non percepita da Giasone che si
compiace della metánoia di Medea, e già pregusta un futuro da regnanti per i figli,
consociati nella nuova, grande famiglia. Medea però pone una condizione: che i figli
possano restare a Corinto per essere cresciuti personalmente dal padre.
Ottiene che Giasone si impegni a convincere Glauce a farsi intermediaria della
richiesta presso Creonte, e aggiunge che per facilitare la sua opera di convincimento
manderà i bambini a portarle con le loro mani doni pregiati, un peplo e una corona
d’oro.
Giasone tenta di dissuaderla, invitandola a non privarsi di tanta ricchezza, e si
dichiara sicuro che la sua parola possa riuscire, da sola, a convincere Glauce. Medea
taglia corto, e invia i bambini dalla promessa sposa, accompagnata dalle parole del
Coro, che prefigurano la rovina: «Ora non nutro più speranza / che i figli vivranno, non
più. / Ormai avanzano verso il massacro» (vv. 976-977).
Entra il Pedagogo con i bambini, e con l’annuncio che i doni sono stati consegnati.
Medea leva ancora il suo lamento, e al servitore sconcertato risponde con parole
ambigue, che alludono al destino di morte che incombe sui piccoli.
Segue uno dei monologhi più famosi del teatro greco, con Medea lacerata tra il
desiderio di felicità e di vita per i figli, e il proposito di fatto già irrevocabile di
ucciderli con le proprie mani.
Dapprima ripropone, e si ripropone, l’ipotesi che i figli restino a Corinto con
Giasone, mentre lei andrà in esilio; ma anche questa ipotesi va a scivolare in una
metafora in cui il cambiamento di condizione dei figli può coincidere con la loro morte:
«E voi non vedrete mai più con i vostri occhi la madre, / perché passerete ad altra vita»
(vv. 1038-1039).
Il pensiero del massacro degli innocenti si scontra con la realtà del loro sguardo
luminoso, e Medea arretra: «Mi si schianta il cuore, donne, / a guardare gli occhi
luminosi dei miei figli. / Non potrei mai farlo: addio ai miei piani di prima» (vv. 1042-
1045).
Ma risorge il demone duro, ci sono due Medee in una: «Ma che cosa mi sta
succedendo? / Voglio forse farmi deridere dai nemici, lasciandoli impuniti? / Devo
trovare il coraggio di uccidere i miei figli. / Che vigliacca, / anche soltanto a ospitare
nell’animo questi pensieri troppo teneri! / Entrate in casa, figli! / E se qualcuno non
ritiene lecito assistere ai miei sacrifici, sono affari suoi: / io non fermerò la mia mano»
(vv. 1049-1055).
E ancora l’altra Medea, la Medea più umana, si rivolta contro il proprio cuore nero,
il thymós che è la sede degli impulsi emotivi e passionali, e della furia: «Á Á / No,
cuore, non farlo! / Lasciali, disgraziata! / Risparmia i miei figli, cuore! / Vivendo con
noi, laggiù, ti faranno felice» (vv. 1056-1058).
La decisione infine è presa, consapevolmente, in nome dei demoni vendicatori
dell’Ade, del rifiuto tipicamente eroico di ridursi a oggetto di scherno per i nemici, e
del thymós che riscuote la sua parte. Le due Medee sono diventate una, che si congeda
dai bambini: «Voglio dire addio ai miei figli. / Date, bambini, date alla mamma la
vostra manina / perché possa posarvi un bacio!» (vv. 1069-1070).
Nel congedo non c’è la freddezza della psicopatica, bensì tutto l’amore di una madre
per i figli; l’arte di Euripide riesce a far diventare naturale il gesto più innaturale del
mondo, il crimine più osceno: «O manina adorata! / O bocca adorata! / O bellezza, o
lineamenti nobili dei miei figli! / Siate felici! Ma laggiù. / La vita in questo mondo ve
l’ha strappata vostro padre. / O dolce abbraccio! O pelle tenera! / O dolcissimo respiro
dei miei bambini!» (vv. 1071-1075).
Medea uccide i figli per orgoglio e disperazione, e perché soccombe alla propria
dimensione pulsionale, passionale, e non conosce sophrosyńe; l’intelligenza disgiunta
dalla saggezza e dall’equilibrio si trasforma nel rasoio della mente che ordisce
coscientemente il crimine contro il cuore, in nome del cuore ottenebrato: «E mi accorgo
del male che sto per compiere, / ma più potente dei miei piani è la furia del cuore, / che
per i mortali è causa delle più grandi sventure» (vv. 1078-1080).
Segue un Corale (vv. 1081-1115), in cui le donne affermano di essere toccate
anch’esse da una Musa che consente loro di accostarsi alla sapienza (sophía), ed
esprimono un punto di vista negativo (forse di matrice orfica) contro la riproduzione,
perché se da un lato consente di gioire del dolce germoglio dei figli, dall’altro espone
alla fatica di allevarli senza sapere se si riveleranno eccellenti o incapaci, e al rischio
che muoiano prematuramente per volontà della Moira.
Entra in scena il Messaggero, che riferisce la fine atroce di Glauce e Creonte, con
una tecnica descrittiva che non sarebbe azzardato definire cinematografica: l’occhio
percorre rapido ogni dettaglio e restituisce una visone d’insieme atroce e insieme
estetizzante, macabra e comunque seducente per il virtuosismo icastico del narrante,
come accadrà per lo sparagmós di Penteo nel finale di Baccanti.
Dopo avere narrato l’unione esiziale di Glauce e Creonte nell’abbraccio mortale
che li trasforma in un unico cadavere informe, il Messaggero chiude con una sentenza
pessimistica sulla condizione umana, che neanche la ricchezza sottrae all’infelicità:
«Ho sempre pensato che le cose umane siano solo ombra, / e non avrei timore a dire
che quanti, tra i mortali, / hanno fama di sapienti, o di scandagliatori del pensiero, /
devono essere ritenuti i più grandi stupidi: / nessuno è felice, tra i mortali. / Chi diventa
ricco, è più fortunato di un altro. / Ma non è felice, mai» (vv. 1224-1230).
Precipitano i tempi del delitto, come chiaramente rivelano le parole di Medea,
prima di rientrare in casa, dove ci sono i bambini destinati alla morte: «Mie care, ho
deciso quello che farò: / ucciderò il più presto possibile i miei figli / e me ne andrò via
da questa terra. / Se perdo tempo, non vorrei che fossero uccisi / da un’altra mano,
meno benevola. / Devono morire, assolutamente. / E poiché devono morire, / li
ucciderò io che li ho messi al mondo. / Forza, armati, cuore!» (vv. 1236-1242).
Medea entra, e si sentono le grida dei bambini da dentro la casa.
Sopraggiunge Giasone, che cerca i figli per sottrarli alla vendetta da parte dei
Corinzi.
Apprende dal Coro che sono morti per mano della madre, e ordina ai servi di
abbattere la porta, per vedere i loro cadaveri, e la donna che dovrà punire.
Ma Medea appare su un carro sospeso nel cielo (l’effetto spettacolare era ottenuto
grazie alla mechané, una specie di gru che sollevava in alto gli attori), dono del dio
Sole, Helios, padre di suo padre. E da quella distanza inarrivabile grida a Giasone il
suo scherno, disvelando la propria natura demonica, comunque transumana, in uno dei
finali più spettacolari e sconcertanti della tragedia greca, che vede la donna maga e
intoccabile inarcarsi in tutta la violenza del delitto compiuto e affermato (come non
vedere in Medea una Clitemestra impunibile e a suo modo sacra?), in nome di una
logica che sfugge a quella umana. Medea è la Dea Madre offesa dal paredro che la
tradisce, e manifesta la sua onnipotenza distruttiva colpendolo attraverso il potere sulla
riproduzione, di cui il maschio, in una visione ginecocentrica, è deficitario.
Medea è un enigma del femminile, ombra numinosa e atroce, creatura bifida eppure
divina, monstrum ferito e vendicatore.
Inutilmente, mentre si allontana portando con sé anche i cadaveri dei figli, la
inseguono le parole urlate e maledicenti di Giasone, colpevole di avere innescato la
catena di delitti, secondo la logica del femminile arcaico, che Euripide ha esibito in
tutta la sua potenza distruttiva e numinosa, per ostendere la distruttività della passione,
e i rischi mortali a cui espone il tradimento della parola data.
Disumana, bestemmiata, demonica, ormai al di là dello strazio, Medea si invola
portando con sé il proprio enigma.
Ippolito

Rappresentata nel 428, Ippolito è il fortunato rifacimento di Ippolito Velato messo


in scena qualche anno prima, in cui con ogni probabilità il giovane doveva velarsi il
capo di fronte alle avances dirette della matrigna.
La storia della letteratura, nelle riprese del mito officiate da Seneca, Ovidio,
Racine, Swinburne, d’Annunzio, Cvetaeva, W. Pater, O’Neill, Yourcenar, Ritsos, ha
concentrato l’attenzione su Fedra, la matrigna che comunica al figliastro la propria
passione irrefrenabile, umanizzando, sostanzialmente, la vicenda, alla quale invece
Euripide attribuisce i connotati di uno scontro tra forze divine che si incarnano in
psicologie umane.
Il dramma, ambientato a Trezene, di fronte al palazzo di Teseo, dove ci sono due
statue, una di Afrodite, vicino alla porta, e una di Artemide, si apre con l’ingresso di
Cipride-Afrodite, la dea dell’amore e della passione amorosa, che non tollera, come in
generale ognuno degli dei, di essere trascurata dagli umani, ed esprime la sua collera
nei confronti di Ippolito, frutto di una relazione di Teseo, marito di Fedra, con
un’Amazzone (Antiope? Ippolita? Melanippe?), vale a dire una donna cacciatrice e
guerriera che si sottrae agli archetipi tradizionali del femminile. Ad Afrodite Ippolito
antepone Artemide, la dea della caccia e della natura selvaggia, vergine e priva di un
paredro.
La dea dell’amore si vendica facendo in modo che Fedra, che abita ad Atene con il
marito, si innamori a prima vista del figliastro giunto da Trezene, dove era stato
allevato da Pitteo, padre di Teseo. In seguito anche Teseo e Fedra dovranno andare in
esilio a Trezene, dove la donna si strugge di passione per Ippolito: «Ma dopo che Teseo
ha abbandonato la terra di Cecrope / fuggendo alla contaminazione / per avere versato
il sangue dei figli di Pallante / ed è venuto fin qui attraverso il mare con la sua sposa /
accettando un anno di esilio lontano dalla sua terra, / Fedra piange, sconvolta dagli
aculei di eros, / e si strugge di infelicità, in silenzio, / e nessuno dei suoi riesce a capire
quale sia il morbo che la affligge» (vv. 34-40).
Afrodite farà in modo che Teseo sappia della passione di Fedra per il figliastro, e
che lo uccida grazie al potere che gli era stato conferito dal padre Poseidone, il dio del
mare, di pronunciare tre maledizioni infallibili. E Fedra morirà, ma senza perdere il
proprio onore.
Sulle ultime, minacciose parole della dea («Non lo sa, che le porte dell’Ade si sono
già spalancate, / e che in questo giorno vede la luce per l’ultima volta» (vv. 56-57),
entra in scena Ippolito, con il suo seguito di servi-cacciatori, levando invocazioni alla
statua di Artemide.
Il giovane offre alla dea una corona di fiori, e celebra la propria purezza e il proprio
privilegio, di coltivare una relazione esclusiva con lei.
Inutilmente gli accompagnatori invitano il giovane a onorare anche Afrodite. Prima
di entrare in casa, in ottemperanza all’ordine con cui Ippolito taglia corto sulla
questione, il servo si rivolge al simulacro di Afrodite, invocandone la clemenza per le
intemperanze giovanili del figlio di Teseo.
Ippolito esce con il Coro secondario, ed entra il Coro formato dalle donne di
Trezene, che descrive i sintomi indecifrabili della malattia che ha colpito Fedra: «sta
rintanata in casa, sfinita, / nel suo letto di malattia, / e un velo sottile ombreggia i suoi
capelli biondi. / E mi hanno detto che ormai sono due giorni / che non accosta cibo alla
bocca / e mantiene il corpo puro / dal frutto di Demetra, / e nel suo tormento segreto /
vuole soltanto approdare / al termine infelice di morte» (vv. 131-140).
Tra le varie ipotesi formulate dal Coro (che sia posseduta da un dio dell’incubo –
Pan – o del terrore notturno – Ecate – o dell’ossessione – i Coribanti –, o che Teseo la
tradisca con un’altra donna, o infine che le sia giunta una cattiva notizia da Creta, la sua
patria), c’è anche quella che Fedra abbia trascurato, al contrario di Ippolito, di rendere
onore a Dictinna, la dea della caccia non dissimile da Artemide.
Entra in scena Fedra, accompagnata dalla Nutrice. Smania, e delira, e nel delirio
amoroso si identifica con l’oggetto del proprio amore: «Portatemi sulla montagna: /
andrò nella boscaglia e tra i pini / dove i cani da caccia / braccano i cervi screziati, e li
assaltano. / Per gli dei, voglio aizzarli, quei cani, / e impugnare con la mia mano una
lancia tessalica / e scagliarla sfiorando i miei capelli biondi!» (vv. 215-222); e si
identifica anche nella devozione di Ippolito per Artemide: «O Artemide, signora della
palude marina / e dei maneggi che risuonano per il calpestio dei cavalli, / come vorrei
trovarmi nei tuoi campi / a domare puledre venete!» (vv. 228-231).
Poi ritorna in sé (il suo movimento psichico non è molto dissimile da quello che
agita Medea, anch’essa lacerata da due impulsi contraddittori): «Povera me! Che cosa
ho fatto? / Fino a che punto ho deviato dal buon senso? / Sono impazzita, precipito nella
rovina decretata da un dio. / PHÉU PHÉU povera me! / Ricoprimi con il velo: / mi
vergogno di quello che ho detto. / Coprimi. Mi colano lacrime dagli occhi, / e il mio
sguardo vede solo vergogna. / Ritornare in me è strazio, delirare è sciagura: / meglio
morire nell’incoscienza» (vv. 239-249).
Al Coro che chiede informazioni sullo stato di salute di Fedra, la Nutrice risponde
che la donna non ne vuole parlare, non tocca cibo da due giorni, e nasconde il suo
tormento al marito, che è lontano e non può rendersi conto di persona della gravità del
male.
Sollecitata dalle donne, decide di interrogare nuovamente la padrona, e alla fine del
suo discorso suasorio, tocca un tasto che fa sussultare Fedra: «Ma sappilo – e poi
diventa pure più ostinata del mare: / se morirai, tradirai i tuoi figli, / che saranno
esclusi dalla reggia del padre. / Te lo giuro in nome dell’Amazzone, regina di cavalli, /
che ha generato un padrone per i tuoi figli, / un bastardo che avanza pretese di figlio
legittimo! / Lo conosci bene, è Ippolito» (vv. 304-310).
La Nutrice ha menzionato Ippolito, e Fedra non riesce a controllarsi: «Mi hai uccisa,
nutrice. / In nome degli dei, ti prego, non pronunciare mai più il suo nome» (vv. 311-
312).
La Nutrice incalza, e Fedra, dopo reticenze e rinvii, rivela la tremenda verità:
«FEDRA Che cos’è quello che gli umani chiamano amare? / NUTRICE Una cosa allo
stesso tempo dolcissima e straziante. / FEDRA Io ho vissuto solo lo strazio. / NUTRICE
Che cosa dici? Sei innamorata, figlia? Di chi? / FEDRA Chiunque egli sia... il figlio
dell’Amazzone. / NUTRICE Vuoi dire Ippolito? / FEDRA Sei stata tu, non io, a dirlo» (vv.
347-352).
Al Coro che commisera il suo destino, Fedra risponde con le celebri parole che
suonano una critica all’eudaimonismo razionalistico di matrice socratica, che proclama
l’identità di virtù e conoscenza: «... già altre volte nel lungo corso della notte / ho
riflettuto su come si rovini la vita dei mortali, / e non mi sembra che sia la natura del
loro pensiero a farli sbagliare: / gli uomini assennati sono molti. / Ma la cosa va vista
in questo modo: / noi sappiamo ciò che è bene, lo conosciamo, / ma non ci impegniamo
a realizzarlo, / alcuni per pigrizia, altri perché all’eccellenza / preferiscono qualche
altro piacere» (vv. 375-383).
Dopo avere enumerato, tra i piaceri che contrastano l’esercizio della virtù, l’amore
della chiacchiera, l’ozio, e il pudore (inteso come tendenza al conformismo nei
confronti delle regole sociali, che procura una piacevole approvazione), Fedra
ripercorre con il Coro il tragitto del suo pensiero da quando il dardo di Eros l’ha
colpita. All’inizio aveva deciso di non rivelare a nessuno la malattia d’amore, e di
sostenere da sola il peso della propria follia. Ma poiché in questo modo non riusciva a
trionfare su Afrodite, pensò al suicidio, per evitare di disonorare il marito e i figli, e di
essere annoverata nella schiera delle donne traditrici del vincolo coniugale. Conclude
con una sorta di teodicea, di cui è arbitro il tempo: «Solo questo avvantaggia nella vita:
essere giusti e buoni. / Prima o poi il tempo smaschera i malvagi, / mettendo uno
specchio davanti a loro, come a una giovane donna. / Mi auguro di non appartenere mai
a questa schiera» (vv. 426-430).
La Nutrice attutisce i toni di sgomento e timore con cui in precedenza aveva accolto
la rivelazione di Fedra, e riconduce la passione che la divora all’azione irresistibile di
Afrodite. Dopo avere citato esempi di passioni che travolsero anche gli dei (Zeus per
Pasifae, Aurora per Cefalo), aggiunge – e forse anche qui è presente una polemica
contro il perfezionismo morale socratico – «E i mortali non dovrebbero affannarsi
troppo a perfezionare la loro vita, / perché non riuscirebbero a rendere perfetto in ogni
dettaglio / neanche il tetto delle loro case. / E tu, come penseresti di tirarti fuori / da
una sciagura così grave come quella in cui sei caduta? / Ma se nella tua vita c’è più
bene che male, / poiché sei umana, reputati fortunata» (vv. 467-472). Perciò essa invita
Fedra a deporre i propositi suicidi e l’orgoglio, e ad avere il coraggio di amare,
sperando di trovare una soluzione al travaglio che la lacera.
Ma la proposta della Nutrice, di rivelare a Ippolito il suo amore, sconvolge la
donna, che rifiuta.
La Nutrice rompe ogni indugio e entra nella casa. Il Coro celebra la potenza di Eros
e Afrodite, augurandosi di non doverne mai assaggiare la sferza.
Fedra si accosta alla porta e riferisce al Coro le voci che provengono da dentro, con
Ippolito che insulta la Nutrice, chiamandola ruffiana e traditrice del letto di Teseo. Il
segreto è stato profanato. Fedra minaccia ancora il suicidio, e rimane in scena mentre
entrano Ippolito e la Nutrice, che non si accorgono della sua presenza.
La donna cerca inutilmente di trattenere Ippolito dal rivelare a tutti il segreto che
egli aveva giurato di non profanare, ma il figlio di Teseo è un fiume in piena, e scaglia
una invettiva feroce contro la stirpe delle donne: «O Zeus, perché hai piazzato sotto la
luce del sole / le donne, questo flagello subdolo per gli uomini? / Se volevi seminare la
stirpe dei mortali, / non era necessario ricorrere alle femmine: / essi avrebbero dovuto
offrire nei vostri santuari / una certa quantità di bronzo, di ferro o d’oro, / in modo da
acquistare, per avere figli, / il seme corrispondente al valore del tributo. / E in questo
modo avrebbero potuto abitare nelle proprie case / libere dalla presenza delle
femmine» (vv. 616-624).
Dopo avere definito sopportabili solo le donne sempliciotte (difficile dubitare della
misoginia di Euripide), e avere espresso il suo odio nei confronti delle donne sapienti,
che sono più pericolose, Ippolito dice che per rispetto del giuramento non rivelerà il
segreto a Teseo, che al momento è lontano, ed esce con l’intento di partire dalla città.
Disperata, Fedra rinfaccia alla Nutrice l’infausta decisione di parlare con Ippolito, e
la allontana in malo modo. Dopo avere vincolato il Coro a mantenere il segreto,
comunica la decisione di uccidersi, e rientra in casa, non senza avere proferito parole
sinistre: «Morendo in questo giorno farò felice Afrodite, che mi uccide. / Soccomberò a
un amore amaro. / Ma morendo sarò la rovina anche di qualcun altro: / così capirà che
non deve inorgoglirsi per le mie sventure. / Dividendo con me questo strazio imparerà
la moderazione» (vv. 725-731).
Il Coro intona il compianto, e da dentro l’edificio si sente la voce della Nutrice:
annuncia che Fedra si è impiccata.
Di ritorno da un pellegrinaggio, entra Teseo con il suo seguito, e viene informato del
suicidio della moglie. Secondo un canone diffuso nella tragedia, Teseo leva il
compianto, mentre il Coro tenta di consolarlo.
Improvvisamente Teseo si accorge che il cadavere della sposa stringe tra le dita una
tavoletta, su cui è inciso un messaggio. Legge, e raddoppia la propria disperazione,
perché la lettera rivela una verità sconvolgente: «Ippolito ha osato fare violenza alla
mia sposa, / disprezzando l’occhio venerabile di Zeus» (vv. 885-886).
La reazione di Teseo è immediata; Ippolito deve morire, colpito da una maledizione:
«O padre Poseidone, tu un giorno mi promettesti / di esaudire tre maledizioni. /
Mandane a compimento una: uccidi mio figlio, / fai che non sopravviva a questo giorno,
/ se le promesse che mi hai fatto erano sincere» (vv. 887-890).
Se Poseidone non manderà a compimento la maledizione, l’unica alternativa, per
Ippolito, è l’esilio.
Attratto dalle grida, rientra il figlio di Teseo, e vede il cadavere di Fedra, e il padre
accanto a esso, che risponde con il silenzio alle sue domande angosciate.
Dopo una digressione intorno alla stoltezza degli umani e alla loro doppiezza, che
insospettisce Ippolito, Teseo aggredisce il figlio con parole devastanti: «Guardate lui,
che è nato da me ma ha coperto di vergogna il mio letto, / e la morta stessa lo accusa
chiaramente di essere il peggiore degli uomini! / Ormai la tua empietà mi ha
contaminato. / E allora fai vedere la tua faccia a tuo padre, qui, davanti a me!» (vv.
943-947).
La difesa di Ippolito si fonda tutta sulla propria consolidata vocazione alla castità,
su una condotta di vita virtuosa e nutrita di compagnie oneste, sullo scarso interesse per
la ricchezza e il potere, e conclude giurando la propria innocenza, in nome di Zeus e
della terra, e aggiungendo parole enigmatiche: «Non so quale timore l’abbia spinta al
suicidio: non posso dire altro. / Anche se non era capace di essere casta, lei lo è stata, /
mentre io, che lo ero, ho impiegato male la mia virtù» (vv. 1032-1035).
Fedra non era compiutamente virtuosa, perché desiderava il figliastro, ma di fatto si
è rivelata tale perché ha spento quel desiderio a prezzo della propria vita, mentre
Ippolito, dogmaticamente irrigidito nella propria sophrosyńe, ha risposto con troppa
durezza alla sollecitazione di Afrodite, trasgredendo al giuramento che lo impegnava a
non rivelare il segreto.
Ma la condanna da parte di Teseo è irrevocabile: Ippolito sarà cacciato in esilio, in
base alla prova inoppugnabile costituita dalla lettera di Fedra.
Lo scrupolo religioso impedisce al giovane di rivelare il segreto della donna, a cui
era vincolato dal giuramento prestato alla Nutrice.
Il giovane si allontana, piangendo per la perdita della patria e soprattutto della
compagnia di Artemide, e dichiarando la propria innocenza e la propria castità: «Non
vedrete mai un uomo più casto di me, / anche se mio padre non la pensa in questo
modo» (vv. 1100-1101).
Il Coro secondario dei Servi esprime tutto il suo sconcerto per il destino ingiusto di
Ippolito; gli fa eco il Coro delle donne, che si unisce al compianto dei cacciatori per
l’esilio non meritato, finché non sopraggiunge un Messaggero, ad annunciare a Teseo, in
una lunga, icastica rhésis, che Ippolito sta per morire, dopo essere stato sbalzato dal
carro, a opera di un’ondata improvvisa, enorme, e dell’intervento prodigioso di un toro
inviato da Poseidone.
Conclude giurando sull’innocenza di Ippolito: «Io sono soltanto un servitore della
tua reggia, sovrano, / ma non potrò mai convincermi che tuo figlio sia un depravato, /
neanche se tutta la schiatta delle femmine si appendesse a un cappio, / e riempissero di
scritte tutti i pini dell’Ida: / conosco la sua nobiltà d’animo» (vv. 1249-1254).
Teseo, che dapprima aveva esibito toni sprezzanti, all’annuncio della morte
imminente del figlio modifica il suo atteggiamento, attenua l’esultanza: «Odiavo colui
che ha subito questo scempio / e ho gioito delle tue parole: / ma ora, per il rispetto
dovuto agli dei e a lui stesso, che è mio figlio, / non mi rallegro per le sue disgrazie e
non me ne rattristo» (vv. 1257-1260).
Poi ordina che Ippolito sia portato al suo cospetto, per confutare ulteriormente le sue
pretese di innocenza, mentre il Coro esalta ancora la potenza di Afrodite e di Eros.
Dal theologhéion – una piattaforma sopraelevata rispetto alla skené – compare
Artemide che apostrofa Teseo con parole durissime e gli rivela l’accaduto: «Morsa dal
pungolo della dea, / la più ostile a tutte noi che amiamo la verginità, / si innamorò di
tuo figlio. / E mentre tentava di avere la meglio su Afrodite con i ragionamenti, / fu la
nutrice a rovinarla involontariamente con le sue manovre, / rivelando a tuo figlio la sua
malattia d’amore / dopo averlo vincolato con un giuramento. / Ed egli, come era giusto,
non cedette alle sue proposte / e, rispettoso come è degli dei, / non mancò alla parola
data neanche quando tu lo aggredisti. / Fedra, per paura di essere scoperta, scrisse
quelle menzogne, / e rovinò tuo figlio con l’inganno, riuscendo a convincerti» (vv.
1301-1312).
La colpa di Teseo è nuda, irrimediabile: egli ha scagliato contro Ippolito le
maledizioni esiziali di Poseidone senza svolgere prima un’inchiesta.
Ma è anche meritevole di perdono, perché non poteva sapere che cosa fosse
successo realmente, e perché dietro l’accaduto c’è la volontà di Afrodite, e nessuno
degli dei può ostacolare il campo d’azione dell’altro: «Terribile, quello che hai fatto. /
Ma anche tu puoi essere perdonato, / perché è stata Afrodite a volerlo, per saziare la
sua furia. / C’è questa legge tra gli dei: / che nessuno vuole opporsi alla decisione di un
altro, / e preferiamo non intervenire mai. / Ma sappi bene che è stato solo per timore di
Zeus / che mi sono coperta di una vergogna del genere: / lasciar morire colui che amo
più di chiunque altro tra i mortali» (vv. 1325-1334).
Entra in scena Ippolito, sorretto dai servitori.
Grida la propria innocenza, incapace di rendersi conto di essere stato tradito dagli
dei.
Urla il proprio dolore, lo strazio delle ferite, e vuole morire, per liberarsene.
Lo raggiunge, consolatrice, la voce di Artemide. Commossa, ma impossibilitata a
versare lacrime dalla sua natura divina, essa rivela al morente che è stata Afrodite a
tramare la sua fine, perché odiava la sua castità, che gli impediva di renderle i dovuti
onori.
Il figlio compiange il padre caduto nella rete degli dei che sono i veri responsabili
dell’accaduto («O se la stirpe dei mortali potesse scagliare maledizioni contro gli
dei!», vv. 1415-1416).
Artemide lo placa, annunciandogli che non resterà invendicato, perché farà morire
Adone, caro ad Afrodite. Inoltre egli riceverà onori rituali nella città di Trezene, e
l’amore di Fedra nei suoi confronti sarà cantato dai poeti.
Infine, prima di allontanarsi per non essere contaminata dal cadavere, invita Teseo a
prendere il figlio tra le braccia: «E tu, figlio del vecchio Egeo, / prendi tra le braccia
tuo figlio, stringilo a te: / lo hai ucciso senza volerlo, / ed è naturale che gli uomini
sbaglino, se sono gli dei a deciderlo. / E tu, Ippolito, ti invito a non odiare tuo padre: /
fare questa fine era tuo destino. / Addio! Non mi è lecito guardare i defunti, / né
contaminare il mio sguardo con il fiato dei morenti, / e vedo che ormai sei vicino a
questa sciagura» (vv. 1431-1439).
La dea si invola, Ippolito si congeda da lei e perdona il padre: «Salve, e addio
anche a te, vergine felice: / per te non è difficile abbandonare un lungo sodalizio. /
Depongo ogni rancore nei riguardi di mio padre, / poiché è questo che vuoi, e io ti
obbedisco da sempre» (vv. 1440-1443).
Poi muore tra le braccia del genitore.
Il compianto del Coro chiude la tragedia più di ogni altra piena di dei, perché sono
state le dee a dirigere le azioni dei mortali, a farsi colpevoli delle loro colpe e
responsabili della loro grandezza, a meritarne le bestemmie e la venerazione.
Lacerato tra due dee, impossibilitato a onorare Afrodite per eccesso di dedizione a
Artemide, Ippolito soccombe: da un punto di vista umano, ha mancato di equilibrio, di
sophrosyńe, ed ha reagito con rigidità narcisistica alla proposta della Nutrice,
messaggera di éros. Ma la sua rinuncia ascetica, la sua purezza e la dedizione alla dea,
sono premiate dalla pacificazione finale, e dalla gloria: il tragitto euripideo verso
l’eccellenza non è mai lineare, ma costellato di innumerevoli incertezze, e di umane
ombre.
Eraclidi

Databile forse tra il 430 e il 427 a.C., all’epoca degli scontri durissimi tra Atene e
Sparta, e sicuramente mutila nell’episodio del sacrificio di Macaria, la tragedia celebra
sia la pietas, non senza ombre e incrinature, dell’impero ateniese che la grandezza dei
derelitti, con abbondanti concessioni al patetico e al miracoloso.
Iolao, vecchio compagno d’armi di Eracle, adesso asceso al cielo, e con lui
Alcmena, la madre dell’eroe, si sono rifugiati presso l’altare di Zeus Agoráios, a
Maratona, per proteggerne i figlioletti: sono perseguitati da Euristeo, signore
dell’Argolide, acerrimo nemico di Eracle al quale aveva imposto le dodici fatiche.
Iolao si è assunto l’onere di difendere i figli dell’amico in nome della giustizia e
dell’altruismo, rinunciando alla possibilità di vivere tranquillamente ad Argo,
nonostante sia anch’egli bisognoso di aiuto, vista la non più giovane età.
Il vecchio e Alcmena hanno deciso di chiedere asilo a Maratona perché confidano
nella protezione da parte dei Teseidi di Atene, legati da vincolo di parentela con i
ragazzi.
Mentre Illo, figlio di Eracle, con i fratelli maggiori è andato a cercare asilo in un
altro luogo nel caso che la richiesta di protezione venga respinta, Iolao tiene con sé i
bambini presso l’altare, e Alcmena si occupa delle bambine all’interno del tempio.
Sopraggiunge l’Araldo di Euristeo, che ordina bruscamente a Iolao di allontanarsi
dallo spazio sacro e fare ritorno ad Argo, per essere giustiziato.
Il vecchio, confidando nella protezione degli Ateniesi, respinge la richiesta, e
l’Araldo lo strattona, facendolo cadere a terra, nonostante indossi le bende rituali dei
supplici. Alle grida di Euristeo accorrono i vecchi di Atene, che si informano
dell’accaduto e garantiscono protezione ai profughi, in nome dei valori più alti
dell’Ellade: «È naturale rispettare i supplici degli dei, straniero, / e che essi non siano
costretti con la forza a abbandonare le sedi dei divini. / Non lo concederà Dike
sovrana» (vv. 101-104).
La reazione dell’Araldo è immediata e minacciosa, ma sopraggiungono Demofonte e
Acamante, figli di Teseo, sovrani della regione.
Informato della violenza esercitata dall’Araldo sul vecchio, Demofonte chiede
spiegazioni che ottengono una risposta fondata sulla logica del potere e della
convenienza politica: «Certo sperano che tu sia fuori di te: / così sarai l’unico tra tutti i
Greci da cui sono andati / a lasciarti impietosire stupidamente dalla loro disgrazia. /
Su, fai il confronto: / che cosa ci guadagni ad accoglierli nella tua terra, / oppure a
lasciare che li portiamo via? / Da noi puoi ottenere per la tua città / l’appoggio del
grande esercito di Argo, / e tutta la potenza di Euristeo. / Ma se stai a sentire i loro
discorsi e le loro lagne / e te ne lasci ammorbidire, / la faccenda dovrà essere risolta
da una guerra: / non illuderti che ci ritireremo dallo scontro senza ricorrere alle armi»
(vv. 150-161).
L’Araldo invita Demofonte a privilegiare il favore di Argo, rispetto a quello dei
derelitti, che non avranno mai la forza di abbatterne la potenza, e chiude con parole
perentorie: «Non fare come fate di solito: preferire i più deboli / quando ti è possibile
scegliere i più forti come amici» (vv. 176-178).
Prende la parola il vecchio Iolao, che invita il re a respingere la proposta, in nome
della grandezza di Atene e del suo rispetto per la legge, e dei vincoli di parentela e di
favore (alcuni critici vedono nel tema della cháris il nucleo fondamentale della
tragedia) che la legano alla discendenza di Eracle.
Il Coro, commosso, si schiera dalla sua parte.
Demofonte spiega al vecchio le motivazioni che lo spingono ad accettare la sua
richiesta: il rispetto per Zeus, sul cui altare siede supplice con i bambini, il legame di
parentela e il debito di favore nei confronti di Eracle, e per terzo, ma non ultimo,
l’onore, ovvero evitare ciò che procura vergogna (tò aischrón). Congeda l’Araldo e lo
invita a tornare ad Argo, e a ripresentarsi eventualmente con una accusa nei confronti
degli ospiti, che verrà valutata secondo giustizia in un processo regolare, ma respinge
la richiesta di consegnarli profanando l’altare di Zeus e i diritti dei supplici.
L’Araldo insiste, minaccia, cerca di persuadere, e infine si azzarda a mettere le mani
addosso ai supplici. Demofonte lo ferma, e lo caccia dalla città.
L’incontro si chiude con parole durissime da ambo le parti: «ARALDO Me ne vado: /
da solo non ho forze sufficienti per reggere lo scontro. / Ma ritornerò qui con le lance di
bronzo dell’armata di Argo, / che non sono poche. / Mi aspettano migliaia di guerrieri, /
e alla loro testa c’è Euristeo in persona, il re. / Mi attende ai confini estremi della terra
di Alcatoo, / attento a quello che succede qui. / Quando saprà del sopruso che gli hai
inflitto / apparirà, in tutto il suo fulgore, / di fronte a te e ai tuoi cittadini e a questa terra
e alle sue messi: / non avrebbe nessun senso che ci fossero per noi tanti giovani in
Argo, / se non per vendicarci di te. / DEMOFONTE Crepa. Non ho paura della tua Argo. /
Non avresti mai dovuto cercare di portarli via di qui con la forza, / coprendomi di
infamia. / La mia città non obbedisce a Argo: è libera» (vv. 274-287).
L’Araldo esce di scena, e Iolao celebra la grandezza di Atene e dei Teseidi, mentre
Demofonte si prepara ad affrontare l’esercito degli Argivi e invita i supplici ad
allontanarsi dall’altare, e entrare in casa.
Il vecchio preferisce non abbandonare il luogo sacro: resterà a pregare gli dei per il
successo in battaglia, e anche per preservare da qualunque rischio se stesso e i figli di
Eracle.
Il Coro dei vecchi rinnova la propria esecrazione nei confronti di Euristeo e degli
Argivi, e esibisce equilibrio e fermezza nel respingere le loro proposte: «Io amo la
pace. / Ma tu, sovrano scellerato, / io ti dico che se muoverai contro questa città / non
otterrai quello che pensi. / Non sei l’unico a possedere / lance e scudi di bronzo. / Sei
smanioso di combattere: / ma con le tue armi / non riuscirai a sconvolgere / la città
felice delle Cariti. / Non provarci» (vv. 371-380).
Rientra Demofonte, con lo sguardo velato di inquietudine.
Annuncia a Iolao che Atene è pronta a difendere i supplici, ma gli oracoli
impongono una decisione terribile, di cui egli non vuole e non può assumersi la
responsabilità, poiché, a differenza di Euristeo, non è tiranno assoluto di una tribù di
barbari, ma deve rispondere del suo operato ai cittadini: «Ho radunato tutti gli indovini,
/ ho vagliato antiche profezie, pubbliche e segrete, / che sono fonte di salvezza per
questa terra. / E i responsi discordano su tutto, fuorché su questo: / mi ordinano di
immolare a Kore, figlia di Demetra, / una vergine, figlia di padre nobile. / E io mi
prendo tanta cura di voi, come vedi, / ma non ucciderò mia figlia / e non obbligherò
nessun altro dei cittadini a uccidere la sua» (vv. 402-413).
Iolao precipita nello scoramento. Comprende le ragioni di Demofonte, e non ritrae
la propria gratitudine e ammirazione nei confronti suoi e della città. Si offre come
ostaggio, in cambio della salvezza per i bambini, e chiede al re di essere consegnato a
Euristeo al loro posto. Ma il coro sottolinea l’inutilità del suo gesto, in quanto Euristeo
vuole i figli di Eracle, non lui.
A questo punto Euripide prepara il primo coup de théâtre: attratta dai lamenti di
Iolao, esce dal tempio la vergine Macaria, scusandosi per avere contravvenuto al
comportamento usuale delle donne, ovvero tacere e mantenere il riserbo, e si informa su
ciò che sta accadendo.
Quando il vecchio la mette al corrente del responso, e della decisione di Demofonte,
la giovane donna rompe ogni indugio: «Non devi più temere l’esercito di Argo! / Io
stessa, prima che me lo impongano, o vecchio, / sono pronta ad affrontare la morte e a
offrirmi per il sacrificio» (vv. 500-502).
Il suo gesto allontanerà ogni ombra di viltà dalla condotta degli Eraclidi, e
risparmierà a lei stessa di cadere nelle mani dei nemici, se Atene sarà sconfitta, ed
essere uccisa ignominiosamente, o cacciata in esilio nonostante i propri nobili natali;
inoltre, se riuscisse a salvarsi tradendo i suoi fratelli, resterebbe sola, e nessuno la
vorrebbe più come sposa e madre dei propri figli.
Ma la motivazione fondamentale resta una: l’amore della gloria, legato al senso
della propria dignità: «Vi offro la mia vita, per mia scelta. / Non sono attaccata alla
vita, / e ho trovato il modo più bello per lasciarla: / morire nella gloria» (vv. 530-534).
Le fanno eco le parole di elogio del Coro e di Iolao, che riconosce in lei il seme
divino di Eracle.
Su invito di Demofonte, la vergine – in ossequio ai canoni del formidabile patetismo
euripideo – rivolge l’estremo saluto ai fratelli e al vecchio Iolao, e dopo avere chiesto
una sepoltura degna del proprio gesto, conclude con una sentenza pessimistica sulla
vita, rispetto alla quale la morte, purché sia estinzione totale, si rivela un farmaco: «È
questo il compenso che mi spetta / per i figli che non ho avuto e per la mia verginità, /
se esiste qualcosa sotto terra. / Ma spero che non ci sia proprio nulla: / se noi, mortali e
destinati a morire, / incontreremo sofferenze anche laggiù, / non saprei dove potremmo
rivolgerci. / La morte, pensano che sia il più grande farmaco delle sventure» (vv. 591-
596).
C’è ammirazione assoluta per la donna, nelle parole con cui Iolao accoglie la sua
decisione irrevocabile; ma c’è anche lo strazio di chi ottiene dalla sorte la salvezza in
cambio di un dolore forse ancora più atroce della propria fine.
Il Coro stempera la tensione con parole ispirate a una saggezza della medietas, a una
sconsolata sophrosyńe: «Non è lecito sottrarsi al destino stabilito, / e nessuno potrà
scansarlo grazie alla sua saggezza: / chi ci prova si procurerà sempre tormenti senza
senso. / Coraggio, non abbatterti, / e sopporta ciò che viene dagli dei» (vv. 615-620).
La gloria è riscatto dallo strazio: «Muore nella gloria l’infelice, / per i suoi fratelli e
per questa terra: / una fama non oscura la attende presso gli umani» (vv. 621-628).
Si prepara il secondo coup de théâtre: entra in scena il Servo di Illo, con l’annuncio
che il figlio di Eracle, il nipote di Alcmena, è tornato, e sta schierando l’esercito a
fianco di quello degli Ateniesi.
Iolao, nonostante la propria vecchiezza, e i vani tentativi del Servo di dissuaderlo,
decide di indossare le armi appese come offerte votive nel tempio, e di unirsi
all’esercito, per combattere contro gli Argivi. Neanche le parole del Coro e di Alcmena
riescono a fermarlo, e il Servo e il vecchio, all’insegna del patetico e del grottesco, e
insieme del sublime, si avviano all’improbabile cimento.
Il Coro invoca la protezione di Atena, unica garanzia di salvezza.
Entra in scena il Messaggero, con l’annuncio meraviglioso per Alcmena: la vittoria
degli Ateniesi, la salvezza per Illo, Iolao – che è miracolosamente ritornato giovane, e
ha compiuto imprese gloriose – e tutti i suoi cari.
Alcmena esulta, e alla sua esultanza si associa il Coro, che celebra una teodicea
all’insegna della Moira e dell’orfico Aión: «Molte cose genera la Moira che dà
compimento / e Aión, figlio di Chronos. / Sei sulla via giusta, città. / Non si deve mai
dimenticare / di rendere onore agli dei. / Chi ti invita a non farlo / sfiora la follia / di
fronte a prove così lampanti. / Sono chiari i segni del dio: / trascina al delirio gli
ingiusti, sempre» (vv. 899-908).
La hýbris di Euristeo è stata punita con la sconfitta, e adesso viene portato al
cospetto di Alcmena, che lo aggredisce con parole spietate, rinfacciandogli le fatiche a
cui aveva costretto Eracle, e la persecuzione degli Eraclidi, e decretandone la condanna
a morte.
Ma il Servo la informa che non può essere ucciso: lo proibisce la legge degli
Ateniesi, che non consente di togliere la vita a chi sia catturato in battaglia.
Alcmena è decisa, e vuole la vita di Euristeo.
Il capo degli Argivi, prima tracotante e vanaglorioso e ora sconfitto, risponde con
dignità: riconduce a Era, ostile a Eracle per gelosia nei confronti di Alcmena, la
responsabilità delle persecuzioni nei confronti del figlio di Zeus e poi degli Eraclidi, e
si rimette alla volontà della donna e degli Ateniesi, confidando nella loro osservanza
della legge.
Ma la madre di Eracle è inflessibile: lo ucciderà, in nome della vendetta privata,
sottraendolo così alla giurisdizione ateniese, e restituirà il corpo ai familiari che
verranno a reclamarlo.
In ossequio a un oracolo di cui era al corrente, ma che pensava sarebbe stato eluso
grazie alla protezione di Era, Euristeo – c’è evidente eco di eventi politici coevi, che
vedevano Argo allearsi con Atene contro Sparta – farà un dono alla città che gli
avrebbe risparmiato la vita, decidendo che il suo corpo venga seppellito in territorio
ateniese, per proteggerlo da eventuali futuri attacchi da parte degli Spartani, discendenti
degli Eraclidi: «Ammazzami pure: non ti supplicherò. / Ma farò un dono a questa città
che mi ha risparmiato la vita / e si è fatta scrupolo di uccidermi: / l’antico vaticinio di
Apollo, che in futuro le gioverà più di quanto creda. / Quando sarò morto mi
seppellirete dove è decretato dal destino, / davanti al santuario della vergine di
Pallene, la divina. / Avrete la mia benevolenza e giacerò per sempre sotto terra /
straniero-ospite, salvezza per questo paese, / il nemico più feroce dei discendenti di
costoro, / se marceranno contro di voi con un grande esercito, / tradendo i benefattori di
adesso: begli ospiti avete protetto!» (vv. 1026-1037).
Euristeo viene ucciso, ma sul trionfo dei deboli grava l’ombra di una maledizione
sui loro discendenti: la teodicea si è realizzata, ma non senza una imperfezione che la
problematizza e la incrina, alla maniera euripidea.
Supplici

Dramma che sconfina nella liturgia di morte, ostensione della sofferenza che
vorrebbe chiudere con ogni guerra, ma che la realtà della guerra deve accettare perché
così vogliono il Fato e gli dei, Supplici, definita da Aristofane grammatico «encomio di
Atene», fu messa in scena con ogni probabilità tra il 424 e il 421.
È ambientata a Eleusi, di fronte al tempio di Demetra, dove c’è un altare, presso il
quale si trova Etra, madre di Teseo, re di Atene, e intorno a lei le madri e i figli dei
guerrieri morti nella spedizione contro Tebe, che era già stata oggetto di Sette contro
Tebe di Eschilo e che dieci anni dopo sarà ripresa dallo stesso Euripide in Fenicie.
Etra supplica Demetra, la dea madre per eccellenza, in nome delle madri dei caduti
che le hanno chiesto di intercedere presso Teseo; il re di Atene deve costringere i
Tebani a restituire i cadaveri dei loro figli, rimasti insepolti per decreto di Creonte,
dopo essere caduti combattendo agli ordini di Adrasto per restituire a Polinice il potere
che gli spettava sulla città, e che gli era stato usurpato dal fratello Eteocle: «Io vi prego
per queste vecchie donne, / che hanno lasciato le loro case nella terra di Argo / e si
sono prostrate alle mie ginocchia con i ramoscelli dei supplici, / straziate da una
sciagura terribile: / hanno perduto i loro sette nobili figli, morti presso le porte di Tebe.
/ Li aveva condotti là Adrasto, re degli Argivi, / che voleva recuperare a suo genero
Polinice, cacciato in esilio, / quello che gli spettava dell’eredità di Edipo. / Queste
madri vorrebbero dare sepoltura / ai loro figli che sono caduti in battaglia, / ma i
vincitori non concedono loro neanche di raccoglierne i cadaveri, / e oltraggiano le leggi
degli dei» (vv. 8-19).
Vicino alla porta del tempio, associato alla spedizione delle madri supplicanti, si
trova Adrasto, il capo della spedizione dei Sette, prostrato a terra in lacrime.
Etra ha mandato un araldo nella città, per convocare il re, affinché cacci le
supplicanti e Adrasto, o esaudisca la loro richiesta, e il Coro delle argive adempie alla
liturgia straziata della supplica, per commuovere Etra, in nome dell’amore materno.
Entra in scena Teseo, preoccupato dall’assenza di Etra. Informato dalla madre,
chiede spiegazioni a Adrasto, che depone ogni orgoglio e ricapitola le motivazioni che
lo avevano spinto ad attaccare Tebe, e conclude con un appello appassionato: «O
sovrano di Atene, il più valoroso di tutta la Grecia, / adesso che ho i capelli bianchi, io
che fui re fortunato / mi vergogno di prostrarmi a terra e abbracciare le tue ginocchia. /
Ma devo soccombere alla mia sventura. / Salva i miei morti! / Abbi pietà delle mie
disgrazie, e di costoro, madri dei caduti, / che sono vecchie con i capelli bianchi, e non
hanno più figli, / ma hanno trovato il coraggio di venire qui, / trascinando i loro vecchi
corpi, straniere in terra straniera» (vv. 163-172).
Al termine del discorso, Adrasto spiega perché ha deciso di rivolgersi a Teseo, e
tesse un elogio di Atene.
La risposta di Teseo è ampia e articolata, enuncia una visione eudaimonistica e
progressiva della vita e della civiltà, secondo l’ordine garantito dagli dei. L’errore
nasce dalla trasgressione a questo ordine naturale e divino, all’insegna della tracotanza
e dell’orgoglio che fa credere agli umani di poter superare gli dei in sapienza: «Ma la
nostra mente aspira a dimostrarsi più forte del dio, / e ci riempiamo l’animo di
orgoglio, / e ci illudiamo di essere più sapienti dei divini. / Mi sembra che anche tu
appartenga a questa schiera...» (vv. 216-219).
L’errore di Adrasto consiste nell’avere dato in spose le sue figlie – in seguito a un
oracolo di Apollo forse mal inteso – a Tideo e Polinice, due stranieri, due esuli non
certo protetti da un buon demone, che hanno trascinato Argo in una guerra di
espansione, e hanno contaminato la stirpe pura della casa con una impura; inoltre il re
di Argo aveva mosso guerra a Tebe nonostante il parere contrario degli indovini, che
avevano previsto la sconfitta.
La requisitoria contro Adrasto è occasione per una critica in chiave pacifista a una
delle possibili cause della guerra di invasione: l’avventatezza dei giovani smaniosi di
gloria e di potere. «... ma tu disprezzasti gli dei, e trasgredisti ai loro decreti con la
violenza, / condannando la città alla rovina, perché ti lasciasti fuorviare dai giovani, /
che si beano di ricevere onori / e alimentano le guerre senza tenere conto della
giustizia, / e trascinano alla rovina i loro concittadini, / uno per diventare il comandante
in capo, / un altro per imperversare una volta che si sia impadronito del potere, / e un
altro ancora per bramosia di ricchezza, / senza preoccuparsi se il popolo viene
danneggiato dalle loro azioni» (vv. 231-237).
Teseo motiva così il rifiuto della supplica, e congeda bruscamente Adrasto, il quale,
non senza esibire un certo fastidio per la ramanzina di Teseo, comunica alle donne che
la supplica è stata respinta.
Le vecchie madri rinnovano l’invocazione, che tocca l’animo del re, e ancora più di
Etra, che perora la loro causa con decisione, invitando il figlio ad accogliere la loro
richiesta, per non mancare di rispetto agli dei, per procurarsi onore, per abbattere la
tracotanza dei Tebani che vogliono sovvertire le usanze di tutta la Grecia, di cui Atene
si erge a tutrice. In questo modo Teseo allontanerebbe da sé ogni ombra di viltà, e
conserverebbe ad Atene la fama di paladina universale della legge, che è fonte della
sua grandezza.
Il re accetta il consiglio della madre, e decide di parlare ai cittadini portando con sé
Adrasto, per convincerli della giusta causa, come è doveroso in una democrazia
partecipata: «Ma voglio che anche tutta la città sia d’accordo con me. / E certo lo sarà,
se io lo voglio. / Ma se gli concedo di parlare, / il popolo sarà meglio disposto nei miei
confronti: / gli ho conferito la sovranità, liberando Atene / e garantendo diritto di voto
uguale per tutti. / Prendo con me Adrasto come testimone dei discorsi che farò, / e vado
all’assemblea dei cittadini. / Li convincerò, metterò insieme giovani scelti tra gli
Ateniesi / e poi tornerò qui, in assetto di guerra, / e manderò un’ambasceria a Creonte /
chiedendo che ci restituiscano i cadaveri» (vv. 349-358).
Il Coro esulta, augurandosi che Teseo recuperi i corpi dei caduti.
Il re di Atene convoca un araldo con l’intenzione di mandarlo a Tebe, per chiedere a
Creonte di dare sepoltura ai morti, e minacciare l’intervento armato qualora rifiuti di
concederla.
Ma proprio a questo punto sopraggiunge l’Araldo di Tebe, che chiede del re.
La risposta di Teseo è un encomio della democrazia e dell’uguaglianza ateniese:
«Hai commesso un errore già all’inizio del tuo discorso, / cercando un re in questo
luogo: / la città non è nelle mani di uno solo, ma è libera, / e la sovranità è nelle mani
del popolo, / e le cariche pubbliche durano un anno, a rotazione. / Nessun privilegio per
chi è ricco, / perché i poveri godono dei suoi stessi diritti» (vv. 403-408).
L’Araldo, non senza qualche contraddizione nel suo argomentare, replica
contrapponendo la monocrazia tebana all’ideale democratico di Atene, che coinvolge
anche i poveri nella gestione del potere e sfocia nella demagogia.
Teseo critica aspramente il regime tirannico, e esalta l’isonomía (uguaglianza di
diritti) e la parresía (libertà di parola) propri della società democratica; aggiunge che i
tiranni, preoccupati che qualcuno ne usurpi il potere, eliminano i giovani migliori, e si
prendono le ricchezze, e le figlie dei sudditi a seconda del capriccio.
In nome del popolo di Tebe, l’Araldo arrogante intima a Teseo di allontanare le
supplici e Adrasto da Atene, e di non tentare di recuperare i cadaveri degli Argivi:
altrimenti sarà guerra.
In maniera forse strumentale, visto il taglio del discorso che mira a spingere Teseo a
rifiutare di esaudire la supplica di Adrasto, l’Araldo si lancia in un proclama non
inefficace contro ogni guerra: «Quando il popolo deve votare per la guerra, / nessuno
pensa che potrebbe toccare a lui, morire, / e trasferisce sempre su qualcun altro questa
sventura: / ma se al momento del voto avessero davanti agli occhi questa eventualità, /
la smania di combattere non avrebbe mai condotto la Grecia alla rovina. / Eppure tutti
noi umani sappiamo quale sia la migliore tra due prospettive, / sappiamo distinguere
ciò che è bene e ciò che è male, / e quanto la pace sia migliore della guerra per i
mortali: / le Muse la adorano, la detestano le dee della vendetta, / ed essa gioisce di
una bella prole, si rallegra della ricchezza. / Ma nella nostra meschinità noi mettiamo
da parte tutto questo, / e decretiamo guerra, e facciamo schiavi i più deboli, / uomo
contro uomo, città contro città» (vv. 481-493).
Aggiunge che Teseo si appresta ad accorrere in aiuto di cadaveri, che oltre tutto
sono morti giustamente, secondo una teodicea che ne castigava la tracotanza (è il caso
topico di Capaneo), e lo invita alla prudenza, che è una forma di coraggio e può evitare
di fare scelte temerarie che si risolvono nella rovina delle città.
Ovvia la reazione emozionale indignata del Coro e di Adrasto, a cui fa seguito la
replica discorsiva di Teseo, che rifiuta qualunque ingerenza di Creonte nella sfera
decisionale di Atene, e chiede ai Tebani di seppellire i morti in nome delle leggi di tutta
la Grecia, e nel rispetto dell’armonia cosmica. Se i cadaveri dei valorosi restassero
insepolti, in tutta la Grecia verrebbe incentivata la viltà, poiché la gloria in battaglia
non riceverebbe nessuna benemerenza.
L’Araldo esaspera lo scontro, e Teseo lo caccia. Poi convoca l’esercito, per
marciare alla volta di Tebe, invocando l’aiuto da parte degli dei che onorano la
giustizia, unica garanzia di vittoria.
Divise in due semicori polifonici, le donne di Argo esprimono inquietudine per
quello che accadrà, se la guerra contro Tebe dovesse costare molte vite agli Ateniesi,
per causa loro, e si interrogano sulla volontà degli dei.
Entra in scena un Messaggero, che era stato servo di Capaneo, l’eroe che in Sette
contro Tebe di Eschilo era emblema di tracotanza e fu incenerito dalla folgore di Zeus,
e riferisce i particolari della battaglia, annunciando la vittoria di Teseo.
Adrasto interroga il Messaggero, e viene a sapere che i cadaveri dei sette eroi sono
stati recuperati, mentre gli altri guerrieri sono stati sepolti da Teseo alle pendici del
monte Citerone, nelle vicinanze di Tebe. Teseo si era anche occupato personalmente di
lavare le ferite dei cadaveri insepolti, e preparare i letti dei morti; Adrasto ritiene
umiliante e atroce occuparsi di queste liturgie di morte, ma il Messaggero (e qui c’è
tutta l’umanità di Euripide) gli risponde con una semplice domanda: «Che cosa c’è di
umiliante / nelle sciagure che colpiscono a turno gli umani?» (v. 768).
Il Messaggero esce di scena, e Adrasto inizia il compianto, a cui si associano le
donne, mentre fa il suo ingresso il corteo funebre con i cadaveri dei sette guerrieri.
L’azione drammatica si è trasformata in evento liturgico, rituale che ostende il
dolore nudo, evoca pietà, accomuna tutti nello strazio.
Entra Teseo, l’uomo della pólis, e dal compianto legato alla sfera privata degli
affetti si passa alla liturgia civile della commemorazione, attraverso le domande che il
re rivolge a Adrasto, per sapere chi fossero i sette eroi.
Nell’elenco di Adrasto gli eroi vengono umanizzati: Capaneo, con evidente
provocazione antieschilea (cfr. Sette contro Tebe, vv. 375 ss.), viene celebrato per la
sua parsimonia, modestia, affabilità e moderazione, e il ferocissimo Tideo viene
esaltato come raffinato «sofista delle armi». Altrettanto accade per Eteoclo, capace di
astenersi dalle ricchezze, e per Ippomedonte, frugale, dedito a temprare il proprio
fisico per rendersi utile alla città, e per Partenopeo, il figlio della cacciatrice Atalanta,
pacifico, bellissimo e desiderato da uomini e donne, ma attento a non cedere all’errore.
L’elenco si chiude con una celebrazione collettiva degli eroi, all’insegna di una
visione eudaimonistica dell’educazione, in ossequio alla cultura socratica e sofistica:
«Dopo queste mie parole, non stupirti, Teseo, / se costoro ebbero il coraggio di
immolarsi davanti a quelle torri. / Un’eccellente educazione conferisce il senso
dell’onore, / e un uomo che ha coltivato la virtù / si vergogna di comportarsi da
vigliacco. / Il coraggio può essere insegnato: / i bambini imparano a dire e ad ascoltare
anche ciò che non sanno, / e conservano fino alla vecchiaia quello che hanno appreso. /
E allora date una buona educazione ai vostri figli» (vv. 909-917).
Il Coro riprende il compianto, a cui si associa l’elogio di Polinice da parte di Teseo,
che decide di ardere tutti gli eroi in un solo rogo, e di seppellire il corpo di Capaneo in
una sede appartata, vicino al tempio di Demetra, perché era stato colpito dalla folgore
di Zeus.
Adrasto leva ancora il suo grido contro ogni guerra, in nome della comune
sofferenza degli umani, condannati a vivere per breve tempo: «O infelici mortali, /
perché impugnate le armi e vi uccidete tra di voi? / Smettetela! Basta con le guerre! /
Custodite le vostre città, / in pace, con chi vive nella pace. / Breve, la vita, / e
dobbiamo viverla nel modo più sereno, non tra gli affanni» (vv. 949-954).
Gli fa eco la rinnovata liturgia del compianto materno, che tocca livelli altissimi di
sensibilità: «Mi restano solo le lacrime. / Meste memorie di mio figlio / giacciono nella
casa, / ciocche di capelli recisi nel lutto, corone / <e libagioni per i morti> / e i canti
che Apollo, il dio dai capelli d’oro, / non ascolta. / Mi sveglierò presto piangendo / e
bagnerò di lacrime / le pieghe delle vesti sul mio petto» (vv. 971-979).
Improvvisamente le donne scorgono Evadne, sorella di Eteoclo, moglie di Capaneo,
in alto su una rupe che sovrasta il tempio. La donna ha deciso di gettarsi sul rogo del
suo sposo, per congiungersi con lui nell’ultimo abbraccio, in un intreccio sublime di
amore e morte: «Per amore di gloria / mi getterò da questa rupe, nel fuoco, /
mescolando il mio corpo con quello del mio sposo, / nella vampa ardente, carne con
carne, vicini. / Andrò nelle stanze di Persefone, / e non ti tradirò mai, da morto, /
continuando a vivere sulla terra. / Addio luce, addio nozze!» (vv. 1015-1025).
Sopraggiunge trafelato Ifi, il padre di Evadne e di Eteoclo: sta cercando la figlia che
è fuggita dalla casa minacciando il suicidio rituale, e chiede informazioni al Coro.
Dall’alto della rupe gli risponde la voce della figlia, che conferma la decisione di
gettarsi sul rogo, per amore e per desiderio di gloria. A nulla valgono i tentativi di
dissuaderla da parte del vecchio padre, che assiste al suicidio e grida il suo dolore, e
riflette sulla condizione umana, e sulla sofferenza atroce della perdita dei figli, per poi
autocondannarsi a un’estinzione straziata, in solitudine.
Ifi esce di scena, e la liturgia funebre si arricchisce di nuove presenze, in un
crescendo rituale insieme solenne e patetico, con l’ingresso di Teseo, Adrasto e dei
figli dei sette guerrieri, che portano le urne cinerarie: «Le porto, le porto dal rogo, / o
mia povera madre, / le membra di mio padre, / peso che mi opprime ancora di più per
lo strazio. / In un piccolo spazio / ho raccolto tutto quello che ho» (vv. 1123-1126).
Si intrecciano le fonti del dolore, le madri compiangono i nipoti, i bambini le madri,
e tutti insieme i sette guerrieri caduti.
Interviene Teseo, che consegna ufficialmente le ceneri dei morti alle donne,
invitandole a conservare gratitudine per Atene, nel tempo a venire.
Sul theologhéion compare la dea Atena, protettrice della città, che invita Teseo a
obbligare con un giuramento Adrasto ad essere per sempre alleato di Atene. Il
giuramento verrà inciso nel tripode sacro che sarà donato a Delfi, dopo che sul bacile
saranno state sgozzate tre pecore, secondo il rito. Il pugnale con cui vengono uccise le
vittime sarà sepolto vicino ai roghi dei cadaveri, e se un giorno gli Argivi decidessero
di attaccare Atene trasgredendo al patto, verrà riportato alla luce, mettendoli in fuga.
Ai figli dei sette guerrieri dice che un giorno, «cuccioli di leone diventati adulti»,
marceranno contro Tebe a capo dell’esercito argivo e distruggeranno la città, e
verranno detti Epigoni.
Così si conclude la tragedia che più di ogni altra si offre come ritualizzazione del
dolore collettivo che nasce dalla violenza delle guerre tra gli umani, e insieme celebra
la grandezza di Atene. Unica protagonista è la pena per la condizione umana, che non sa
redimersi dallo spirito di odio e di contesa, anche perché tutto ciò sembra voluto dagli
dei, dal Fato.
Andromaca

Rappresentata tra il 429 e il 425, e forse più precisamente nel 426425, Andromaca,
definita dráma tõn deutéron («opera secondaria») da parte del compilatore
dell’Argomento, appartiene con Ecuba e Troiane al «ciclo delle vinte» troiane, e
rappresenta le conseguenze nefaste della guerra.
Divisa scenicamente in due spazi dalla presenza di due edifici, di cui uno protettivo,
il tempio di Thetis, e l’altro, la casa di Neottolemo, che è luogo dell’aggressività di
Ermione, presenta anche nell’intreccio una strutturazione per coppie antagonistiche
(Andromaca/Ermione, Menelao/Peleo, Oreste/Neottolemo), e manca di un vero e
proprio protagonista. L’unità è però garantita dall’azione, che rispetta rigorosamente i
rapporti di causa-effetto.
In apertura Andromaca, la sposa di Ettore caduto a Troia, originaria di Tebe
Ipoplacia, in Misia, lamenta la propria condizione: «O città di Tebe, vanto della terra
asiatica, / da te un giorno partii con lo sfarzo della dote ricca d’oro / per giungere al
focolare del re Priamo, / come sposa per Ettore, che gli avrebbe generato figli, / io
Andromaca, un tempo degna di invidia, / adesso la più sciagurata di tutte le donne [...],
/ io che vidi Ettore, il mio sposo, morire sotto i colpi di Achille, / e vidi Astianatte, il
figlio che gli avevo partorito, / scaraventato giù dalle alte torri, / quando i Greci si
impadronirono della pianura di Troia. / Tutti sapevano che appartenevo a una delle
famiglie più nobili, / ma giunsi in Grecia da schiava, / e mi diedero a Neottolemo, uno
delle isole, / come trofeo di guerra, preda scelta dal bottino troiano» (vv. 1-15).
Adesso Andromaca, ridotta in schiavitù, ha dato un figlio a Neottolemo, figlio di
Achille, che definisce spregiativamente «uno delle isole», per segnalare la differenza
tra la sua condizione regale di prima e quella servile di adesso. Neottolemo l’ha
ripudiata per unirsi in nozze con Ermione, la spartana figlia di Menelao e di Elena, e la
donna, sterile, la perseguita attribuendo questa infecondità ai suoi filtri maligni.
Anche se Andromaca ha lasciato il letto di Neottolemo, che aveva dovuto subire
contro la sua volontà in quanto schiava di guerra, Ermione e Menelao si accaniscono
contro di lei. Per questo si è rifugiata nello spazio inviolabile del santuario di Thetis, la
Nereide madre di Achille. Ha mandato di nascosto suo figlio in un’altra casa, per
timore che lo uccidano in assenza di Neottolemo, che si è recato a Delfi per chiedere
perdono dell’atto di arroganza che in passato aveva compiuto ai danni di Apollo
pretendendo che gli rendesse giustizia per avere versato il sangue di suo padre (vv.
1106-1108).
Una serva fedele, che continua a trattarla come una principessa anche adesso che è
caduta in disgrazia, conferma i suoi timori, e la informa che Ermione e Menelao
ordiscono trame terribili contro di lei, e hanno intenzione di uccidere il suo unico figlio,
prima che possa raggiungere la casa in cui vuole metterlo al sicuro.
Neottolemo è lontano, e suo nonno Peleo, oltre a essere troppo vecchio per
contrastare Menelao, probabilmente non ha ricevuto le informazioni che Andromaca gli
ha inviato attraverso messaggeri complici dell’Atride: toccherà alla Serva tentare di
raggiungerlo e convocarlo con urgenza a palazzo.
La Serva si allontana, e Andromaca, abbracciando la statua di Thetis, in una
monodia elegiaca in distici (l’unica in tutto il teatro greco, a conferma dell’intensa vena
sperimentale di Euripide), intona il lamento sulla patria perduta, sulla morte di Ettore, e
sulla propria condizione di schiava, concludendo con una sentenza pessimistica sulla
condizione umana: «Non si deve dire felice nessuno dei mortali / prima di vedere come
è disceso sotto terra, / come ha varcato il giorno estremo» (vv. 100-102).
Nella párodos il Coro delle donne di Ftia esorta Andromaca ad allontanarsi dalla
sede sacra, e a sottomettersi alla volontà dei vincitori: le donne provano compassione
per lei, ma tacciono, per timore di Ermione, che entra in scena esibendo la propria
ricchezza e il proprio sfarzo, a insulto della povertà in cui è ridotta Andromaca, alla
quale imputa la propria sterilità. La collera di Ermione non conosce misura; essa
minaccia di uccidere la sposa di Ettore, oppure di costringerla a salvarsi la vita a
prezzo delle umiliazioni più vergognose, perché non c’è nessuno, non Ettore, non
Priamo, che possa aiutarla, ora che è schiava in terra greca.
La risposta di Andromaca è conforme al gusto euripideo per la contrapposizione di
argomenti conflittuali, secondo i canoni della retorica: dopo avere ridicolizzato la tesi
di Ermione che la vedrebbe intenzionata a prendere il suo posto a fianco di Neottolemo,
ne critica l’essenza stessa di donna incapace di essere una buona sposa. La donna
virtuosa, secondo un modello tradizionale di cui Andromaca è emblema, deve
accontentare il marito in ogni caso, e deve saper contenere la propria sensualità, o
comunque dissimularla, anche se è più intensa di quella dei maschi. L’allusione alla
sessualità famelica delle femmine non è priva di una certa vena, tutta euripidea, di
misoginia, ma è anche funzionale alla denigrazione di Elena che Andromaca vuole
inscenare nel suo discorso, esibendo una propria etica matrimoniale di assoluta
compiacenza e tolleranza nei confronti dei desideri del maschio.
Lo scontro verbale si prolunga nella sticomitia, che si conclude con la minaccia
reiterata, da parte di Ermione, di uccidere Andromaca anche nell’area consacrata.
Il Coro deplora la nascita di Paride e il suo giudizio nella gara di bellezza tra
Afrodite, Era e Atena, che originò la guerra tra Troia e la Grecia, e fu fonte di lutto per
entrambe.
Entra in scena Menelao, con il figlio di Andromaca, e minaccia di ucciderlo se la
donna non si consegna. La risposta di Andromaca è sprezzante, e colpisce Menelao
nell’onore: «O fama, fama! Come hai ingigantito e esaltato / la vita di tantissimi mortali
che non valgono nulla! / [...] / Sei stato proprio tu, un uomo così da poco, / a portare via
a Priamo Troia, un giorno, / capeggiando guerrieri scelti della Grecia? / Tu, che ti sei
fatto gonfiare dai discorsi / di questa bambinetta che è tua figlia / fino al punto di
metterti contro una povera donna ridotta in schiavitù. / Non sei degno di Troia, / né
Troia meritava di essere conquistata da te» (vv. 319-329).
Andromaca incalza, dicendo che se la ucciderà mentre si trova nel tempio, Ermione
sarà contaminata dall’assassinio, e con lei Menelao, perché ne sarebbe complice di
fatto. E se ammazzeranno il bambino che ha avuto da Neottolemo, il padre non lo
lascerà invendicato, e caccerà Ermione via dalla casa, disonorandola, e condannandola
a non trovare mai un marito. Conclude ricordando che è stato per la contesa sorta
intorno a una donna che Menelao ha mosso guerra a Troia.
Menelao replica richiamandosi all’amore per la figlia, che conta più di ogni
ambizione alla gloria, e in nome del detto proverbiale «tàtõn phílon koinà» («gli amici
hanno in comune ogni cosa»), tipico dell’etica aristocratica greca, decide di intervenire
contro la schiava di Neottolemo, anche in assenza del suo legittimo proprietario,
intimandole di uscire dal santuario per morire, in cambio della vita del figlio: «Muori
tu, così tuo figlio scamperà alla morte. / Perché se non accetterai di morire, lo ucciderò:
/ uno di voi due deve crepare» (vv. 381-383).
Andromaca è inchiodata a una scelta dall’esito in ogni caso atroce. Ma non ha
dubbi, e come le altre eroine della tragedia euripidea, da Alcesti a Ifigenia a Macaria,
decide di sacrificarsi per salvare la vita al figlio, che è il bene più prezioso, e si
allontana dall’area consacrata: «Ecco, lascio l’altare, mi metto nelle vostre mani: /
sgozzatemi, assassinatemi, legatemi, / appendetemi pure a un cappio! / O figlio, io che ti
ho partorito, / mi avvio verso l’Ade per non farti morire. / Se sfuggirai alla morte, /
ricordati di tua madre, di quanto ha sofferto per morire» (vv. 411-415).
Ma Menelao rinnega la parola data: il figlio verrà consegnato a Ermione, che
deciderà come ucciderlo.
La sposa di Ettore lancia contro i Greci la più tremenda delle invettive, accusandoli
di essere falsi, assassini, avidi e corrotti, e si dichiara pronta a morire con dignità,
perché la sua vita è finita quando Troia è stata espugnata, e ha perduto lo sposo: «La
morte a cui mi hai condannata non mi angoscia come pensi: / la mia vita era giunta al
termine / quando l’infelice città dei Frigi fu conquistata / e fu ucciso il mio sposo
glorioso, che tante volte con la sua lancia / ti ha ridotto a marinaio codardo, da soldato
che eri» (vv. 453-457).
Il Coro ammonisce Ermione, che prima o poi dovrà pagare per questo crimine, e
compiange la sorte di Andromaca e di suo figlio, condannati a morte a causa della
situazione di ambiguità coniugale in cui si è trovato Neottolemo, e con lui le sue due
donne: duplici nozze sono nefaste per i mortali, come anche due regnanti in una stessa
città, o due timonieri in una sola nave, o due artisti che compongono lo stesso inno.
Andromaca viene legata e lamenta la morte imminente di se stessa e del figlio.
Inutile la supplica del bambino che si getta alle ginocchia di Menelao.
Proprio in quel momento il Coro annuncia l’arrivo del vecchio Peleo, padre di
Achille e nonno di Neottolemo, che ingiunge all’Atride di sospendere l’esecuzione, in
mancanza di un giusto processo.
Andromaca supplica il vecchio di salvarla, e Peleo ordina a Menelao di slegarle le
mani e di liberarla.
Menelao rifiuta, e scatena la rabbia del vecchio padre di Achille, che gli rinfaccia
di essersi fatto rubare da Paride una moglie certo non casta, come tutte le spartane, e di
avere scatenato una guerra funesta per la Grecia intera, per riprendersi la donna
infedele, invece di ripudiarla dopo il tradimento. In quella guerra è morto anche
Achille, e Peleo ritiene Menelao responsabile della sua fine: «io vedo in te il
criminale, l’assassino di Achille» (v. 615).
Il fiume delle parole nell’ira non si arresta qui: Ermione è figlia di una donna da
poco, e Menelao non ha nemmeno sporcato le sue belle armi in battaglia, e ha costretto
Agamennone a sacrificare Ifigenia per recuperare Elena, la fedifraga; e quando l’ha
recuperata, invece di ammazzarla si è messo a scodinzolare alla cagna traditrice. Ma
non potrà sfuggire alla persecuzione del figlio di Neottolemo: «Ma lui vi farà piangere,
te e tua figlia che abita in questa casa, / anche se fosse tre volte bastardo» (vv. 634-
636).
Menelao replica accusando Peleo di proteggere una nemica dei Greci, per di più
corresponsabile della morte di Achille (Paride, che lo uccise, era fratello di Ettore), e
lo mette in guardia dal rischio di consegnare il trono di Ftia ai figli di una barbara.
Discolpa Elena dicendo che ha agito per decreto degli dei, e tutto si è risolto in un
grande successo per i Greci.
La replica di Peleo investe la concezione stessa dell’areté militare ellenica,
proponendone una critica in chiave democratica e populista: «ÓIMOI che brutte usanze
abbiamo in Grecia! / Quando l’esercito erige trofei sui nemici, / non si pensa che il
merito sia di chi ha tribolato: / la gloria va tutta al comandante, / che è uno fra altri
diecimila ad agitare la lancia, / ma riscuote il più grande riconoscimento / anche se non
fa niente più di quanto possa fare uno solo. / Così anche tu e tuo fratello state seduti sul
trono, / gonfi di superbia per Troia / e per la spedizione militare che avete fatto laggiù,
/ ma vi siete innalzati grazie alle fatiche e alle sofferenze di altri» (vv. 693-705).
Infine, con parole sprezzanti, intima a Menelao di andarsene via con la sua figlia
sterile, e libera Andromaca e il figlioletto.
Menelao decide di andarsene, per sottomettere in battaglia la città di Pilo,
minacciando di risolvere la questione con Neottolemo al suo ritorno, pacificamente
oppure con le armi. Liquida il vecchio con parole taglienti: «Non do peso alle tue
chiacchiere: / sei solo un’ombra parlante che ci sta davanti, / e non puoi fare altro che
discorsi» (vv. 744-746).
Il condottiero esce con il suo seguito, e dopo di lui si allontanano anche Andromaca
e il bambino, rassicurati dalle parole del vecchio: «Chi oserà metterci le mani
addosso? / Se ne pentiranno, se osano farlo» (vv. 758-759).
Lo stasimo del Coro, sulla scia di Pindaro, Simonide, Solone, celebra la nobiltà che
si associa alla giustizia, esaltando le gesta di Peleo, dalla battaglia a fianco dei Lapiti
civilizzatori contro i Centauri selvaggi, alla partecipazione all’impresa degli Argonauti,
alla prima conquista di Troia, a fianco di Eracle.
Entra in scena la Nutrice, e si rivolge alle donne del Coro, annunciando che
Ermione, lasciata sola da Menelao, si vuole suicidare, perché teme che Neottolemo al
suo ritorno la punisca per quello che ha fatto e la disonori cacciandola dalla casa: più
di una volta lei e i servi le hanno impedito di impiccarsi o di trafiggersi con la spada.
Ermione sfugge alle ancelle e esce dal palazzo discinta, con la spada in pugno,
gridando il suo dolore e il pentimento per avere tentato di uccidere Andromaca. La
Nutrice la disarma, e cerca di tranquillizzarla: Neottolemo non la ucciderà, e Menelao
non la tradirà mai.
Entra in scena Oreste, figlio di Agamennone, che sta andando a Dodona a consultare
l’oracolo di Zeus, e trovandosi nelle vicinanze di Ftia ha deciso di fare visita a
Ermione, che è sua cugina di sangue.
La donna si getta alle sue ginocchia e ne implora l’aiuto; gli confessa di avere
cercato di uccidere Andromaca e il figlio bastardo perché Neottolemo si è innamorato
della vedova di Ettore. Ma Peleo lo ha impedito, e il padre Menelao, che era suo
complice, se ne è andato, lasciandola sola.
Oreste capisce che Ermione teme il castigo da parte di Neottolemo: morire, oppure
essere ridotta a schiava della concubina di cui prima era la padrona. In una rudimentale
autodifesa la figlia di Elena adduce le visite di donne maligne, che l’hanno istigata a
tentare di eliminare la rivale. Accecata dalla follia, ha prestato ascolto alle loro
esortazioni, e si è rovinata.
Oreste rivela il suo proposito: non è venuto in seguito a una richiesta di Ermione, ma
per portarla via, poiché gli appartiene di diritto, da quando Menelao gliela aveva
promessa in sposa prima della guerra contro Troia. E adesso il figlio di Agamennone
coglie l’occasione di riprendersi ciò che è suo, tanto più che aveva implorato
Neottolemo di non sposare Ermione: dopo il matricidio avrebbe potuto prendere in
moglie solo una donna della propria stirpe, perché nessun’altra donna avrebbe voluto
convolare a nozze con un esule. Ma Neottolemo aveva respinto la richiesta,
rinfacciandogli il matricidio e la conseguente persecuzione da parte delle Erinni.
Oreste riporterà Ermione dal padre, e la affiderà a lui, sottraendola al figlio di
Achille. La donna esorta Oreste ad accelerare i tempi della fuga, per timore di Peleo e
di Neottolemo, ma Oreste allude a una trappola che ha teso a Neottolemo in visita a
Delfi, con l’aiuto dei suoi compagni d’armi, facendosi squallido officiante della
vendetta di Apollo nei confronti del figlio di Achille che lo aveva offeso.
Ermione e il matricida escono, e il Coro invoca Apollo e Poseidone, che erano stati
costretti da Zeus a costruire le mura di Troia, e chiede agli dei perché hanno
abbandonato la città infelice, condannando Greci e Frigi a una guerra devastante come
tutte le guerre, fonte di morti strazianti, per i sovrani di Troia, e poi per Agamennone,
ucciso da Clitemestra al ritorno, a vendetta del sacrificio di Ifigenia, in una catena di
delitti culminante nel matricidio di Oreste. Troia e la Grecia sono accomunate nel lutto:
«Una peste, una peste / si abbatté sulla Grecia, e la bufera / percorse i campi della
Frigia, ricchi di frutti, / stillando sangue sui discendenti di Danao» (vv. 1044-1046).
Rientra in scena Peleo, e le donne lo informano della fuga di Ermione con Oreste, e
della trama che quest’ultimo ha ordito ai danni di Neottolemo. Il vecchio vorrebbe
mandare qualcuno ad avvisare il nipote in pericolo, ma proprio in quel momento
sopraggiunge il Messaggero, ad annunciare che il figlio di Achille, caduto nella
trappola tesa dalle calunnie di Oreste, è morto battendosi gloriosamente, da guerriero
degno della fama e del valore del padre; ha resistito a tutti gli assalti, finché non si è
levato il grido tremendo di Apollo, che incitava la folla a ucciderlo: «Il nostro signore
si stagliava come in una quiete sospesa, / fulgido nelle armi luccicanti, / fino a quando
dal bel mezzo del sacrario inaccessibile / qualcuno lanciò un grido tremendo,
spaventoso, / che incitò quella folla, la spinse al combattimento. / Fu allora che cadde,
il figlio di Achille, / trafitto al fianco da un fendente di spada affilata» (vv. 1145-1150).
Entra in scena (si notino ancora una volta le condensazioni spaziotemporali
antinaturalistiche del teatro greco) un corteo di servi che portano il cadavere di
Neottolemo. Non resta che il dolore più crudo, per Peleo, e per il Coro la lamentazione
della sventura che si è abbattuta sulla casa, in seguito alle nozze di Menelao con
Ermione, figlia di Elena, e all’accusa che il mortale aveva osato muovere contro il dio.
Dea ex machina, sospesa in alto dalla mechané, entra in scena Thetis, fendendo il
cielo lucente, a consolare Peleo e dargli istruzioni.
Il cadavere di Neottolemo dovrà essere sepolto a Delfi, a vergogna di tutti gli
abitanti di quel luogo, a denuncia dell’omicidio tramato da Oreste. Andromaca con il
ragazzo andrà nella terra dei Molossi, e sposerà Eleno, l’indovino troiano.
Peleo verrà trasformato in un dio, e vivrà per sempre con Thetis.
Non resta che accettare la volontà degli dei, e del Fato: essi impongono la
sofferenza e la morte, che traggono senso e fondamento dalla loro stessa volontà
imperscutabile: «Devi sostenere il destino che ti è stato decretato: così ha deciso Zeus.
/ Smetti di piangere i morti: / gli dei hanno assegnato questa sorte a tutti gli umani. / E si
deve morire» (vv. 1268-1272).
Ecuba

Messa in scena nel 424, Ecuba è ambientata nel Chersoneso Tracio, dove si trova
l’accampamento degli Achei di ritorno da Troia, con la grande tenda di Agamennone e
una più modesta in cui sono radunate le prigioniere di guerra troiane.
Il dramma si apre con l’apparizione del fantasma di Polidoro, che con ogni
probabilità si libra nell’aria per mezzo della mechané: è il figlio più giovane di Ecuba
e di Priamo, che nella versione euripidea del mito, a differenza di quella iliadica, in cui
fu ucciso da Achille sotto gli occhi di Ettore, viene assassinato da Polimestore, l’ospite
tracio presso il quale lo aveva mandato il padre: «E inviò con me, in segreto, anche
dell’oro: / così, se fossero crollate le mura di Troia, / ai figli superstiti non sarebbe
mancato di che sopravvivere» (vv. 10-12).
Polimestore, quando seppe della caduta di Troia, uccise il giovane per impadronirsi
dell’oro, e ne gettò il cadavere in mare. Da tre giorni il suo fantasma si libra sopra la
testa di Ecuba, mentre anche la sorella di Polidoro, Polissena, sta per essere mandata a
morte, perché così ha voluto un altro fantasma, quello di Achille: «il figlio di Peleo,
Achille, è apparso sul suo sepolcro, / e ha bloccato la partenza di tutta l’armata ellenica
/ che stava per volgere i remi verso casa. / E chiede che la sua tomba sia onorata / con
il sacrificio di Polissena, mia sorella» (vv. 37-41).
Polidoro annuncia che in quello stesso giorno Ecuba vedrà i cadaveri di due figli,
perché egli apparirà ai piedi di una schiava, in riva al mare, nella risacca, per ottenere
sepoltura, come gli hanno garantito i Signori degli Inferi.
Sconvolta dall’apparizione, Ecuba esce dalla tenda, reggendosi sul bastone e alle
braccia delle ancelle, ignara di quello che è accaduto e che sta per accadere, ma
ossessionata da presagi sinistri: «O fulgore di Zeus! O notte di tenebra! / Perché mi
sconvolgono in questo modo / gli incubi e i fantasmi della notte? / O Terra veneranda,
madre dei sogni dalle ali nere, / la scaccio via da me, la visione di sogno, atroce, / che
mi è apparsa nel cuore della notte: / mio figlio, sano e salvo, in Tracia, / e la mia cara
figlia Polissena» (vv. 68-76).
Il canto di párodos del Coro, formato dalle quindici prigioniere troiane, conferma
nel modo più agghiacciante le premonizioni dei sogni. Le donne annunciano che i Greci,
per volontà dei due figli di Teseo, Demofonte e Acamante, e soprattutto di Odisseo,
l’astuto demagogo, hanno decretato di immolare Polissena. Odisseo sta per venire a
strappare la figlia dalle braccia della madre.
Ecuba, sola, schiacciata dal peso della sciagura, è sgomenta e chiama Polissena
fuori della tenda, per comunicarle la decisione degli Argivi.
La giovane scoppia a piangere, non per se stessa, bensì per la madre, che dovrà
patire un’altra, terribile sofferenza, e resterà sola. Per se stessa Polissena non piange,
perché morire è meglio che vivere da prigioniera: «Piango per te, madre sventurata, /
con lamenti funebri. / Ma non piango per la mia vita, / che è solo oltraggio, e fango. /
Morire, per me, è destino migliore» (vv. 211-215).
Entra in scena Odisseo, e invita bruscamente Ecuba ad accettare la decisione
dell’esercito. La regina si lascia prendere dallo sgomento, e pensa che gli dei non
l’abbiano fatta morire a Troia per poterle infliggere altre, più atroci sciagure. Ma poi
alla mater dolorosa subentra la donna capace di intelligenza, e si rivolge a Odisseo con
fare pacato, cercando, con estrema lucidità, di ottenere un favore dal moltoastuto
guerriero: la salvezza per la figlia, in cambio del beneficio che un tempo a sua volta
egli aveva ricevuto da lei, quando entrò nella città di Troia sotto mentite spoglie, per
spiare le mosse dei nemici, e fu riconosciuto da Elena; Elena lo denunciò subito a
Ecuba, che decise di risparmiargli la vita, e lo fece uscire dalla città. In cambio di
questa grazia chiede a Odisseo di salvare Polissena, che è innocente e non ha fatto
niente di male ad Achille.
Sarebbe molto più giusto immolare Elena, che fu la vera causa della guerra e della
morte del figlio di Peleo.
Ecuba supplica Odisseo in nome dell’instabilità dell’umana sorte: «Chi ha il potere
non deve farne abuso / e chi gode di buona sorte non deve illudersi che starà sempre
bene: / anch’io ero felice, ma adesso non lo sono più, / e un solo giorno mi ha portato
via tutta la gioia» (vv. 282-285).
Ma Odisseo replica in nome della ragione politica, che impone di onorare gli eroi
morti per la patria, altrimenti i guerrieri non saranno motivati a sacrificarsi per il bene
della pólis, e si tireranno indietro in caso di guerra, vedendo che non si tributano onori
a chi è morto gloriosamente.
Ecuba cede di fronte all’irremovibilità di Odisseo: non le resta che invitare la figlia
a supplicarlo affinché le risparmi la vita, in nome della sua sensibilità di padre. Ma la
giovane declina l’invito, e dichiara di essere pronta a seguire Odisseo, che si è girato
dall’altra parte per impedirle di toccargli il mento nel gesto rituale della supplica:
«Vedo, Odisseo, / che nascondi la destra sotto il mantello e giri la faccia da un’altra
parte, / affinché io non possa toccarti il mento. / Nessuna paura: / non dovrai rispondere
di me a Zeus protettore dei supplici, / perché io ti seguirò: è questo il mio destino, e
desidero morire» (vv. 342-347).
Polissena, come Ifigenia, accetta volontariamente la propria sorte perché è stata
cresciuta per essere una regina, e non una schiava. Preferisce morire libera, con dignità,
ma vuole che Ecuba sia di sostegno a questa sua decisione difficile, e la aiuti ad
affrontarne le conseguenze.
Ecuba apprezza il coraggio della figlia, ma piuttosto che assistere alla sua fine
preferisce immolarsi al suo posto, oppure seguirla nella morte.
Polissena respinge con delicatezza queste richieste, che contrasterebbero con la
volontà di Odisseo, e alla fine di uno scambio di battute altamente patetico si avvia a
morire: «Portami con te, Odisseo, / ma coprimi la testa con un velo, / perché a sentire i
lamenti di mia madre / mi si spezza il cuore prima di essere immolata, / e io spezzo il
suo con i miei gemiti. / O luce! Mi è ancora lecito invocarti, / ma potrò gioire di te
soltanto per il tempo del tragitto / che mi condurrà alla spada, e al sepolcro di Achille»
(vv. 432-437).
Ecuba si accascia a terra, maledicendo Elena, la causa della guerra di Troia.
Il Coro delle prigioniere leva il lamento sulla propria condizione di schiavitù,
nell’incertezza del luogo a cui saranno destinate (la Doride? Ftia? Delos? Atene?), per
vivere una vita non vita: «O terra dei miei padri disfatta nel fumo, / conquistata dalla
lancia degli Argivi! / E io, in una terra non mia, / mi chiameranno schiava, / dopo che
avrò lasciato l’Asia, / scambiandola con la dimora d’Europa, / stanza nuziale
dell’Ade» (vv. 475-483).
Entra in scena Taltibio, l’araldo, che trova Ecuba sdraiata a terra, a faccia in su,
sigillata nei veli, con il capo cosparso di cenere; Ecuba si illude che l’Araldo sia
venuto per comunicarle che gli Achei hanno deciso di sacrificarla sulla tomba di
Achille. Ma in realtà Taltibio è venuto per convocarla a seppellire Polissena. La madre
affranta chiede come sia morta Polissena, e l’Araldo racconta, commosso, come
Neottolemo, il figlio di Achille, abbia officiato il sacrifico in onore del padre, per
ottenere un felice ritorno da Troia, e come la vergine abbia affrontato eroicamente
l’esecuzione, da regina che rifiuta di vivere da schiava, e trova libertà nella morte: «...
io muoio perché ho scelto di morire. / Non toccatemi! Offrirò la mia gola senza timore.
/ Uccidetemi, ma lasciatemi libera, in nome degli dei, / affinché io possa morire libera!
/ Sono una regina, / e mi vergogno di essere chiamata schiava tra i morti» (vv. 548-
552).
Il sacrificio, così affine a quello di Ifigenia, è compiuto, e tutto l’esercito, preso da
ammirazione per la vergine barbara, partecipa alle esequie.
Ecuba sprofonda in un dolore reiterato, insostenibile, da cui emerge con quel
raziocinare fin troppo didascalico, tipico del manierismo parasofistico o parasocratico
euripideo, interrogandosi sul rapporto tra indole naturale e educazione, per poi
recuperare piena lucidità e senso della propria funzione, e apprestarsi a lavare il
cadavere di Polissena, come richiesto dal rito funebre. Chiude con una sentenza sulla
labilità della fortuna umana, e la necessità di accontentarsi di vivere giorno dopo
giorno senza imbattersi nella sventura. Il Coro si associa alla sua pena, riflette
sull’inizio nefasto della guerra, a causa del ratto di Elena e del giudizio di Paride, e
sulle conseguenze funeste per tutti.
Ma non c’è tregua allo strazio della madre: entra in scena una Serva, con un
cadavere velato, e riferisce a Ecuba che su di lei si è abbattuta una nuova sciagura. In
un crescendo di angoscia, la regina pensa che possa trattarsi dell’altra sua figlia,
Cassandra, la profetessa. Infine, apprende la verità: il cadavere è quello di suo figlio
Polidoro.
Assurdo, questo dolore che si riversa su un altro. Assurdo, da far vacillare la mente
nell’incredulità che stordisce, o da far sprofondare Ecuba in un abisso di pena senza via
di uscita, per il resto dei giorni. Quando la Serva la informa che il cadavere di Polidoro
è stato restituito dalle onde, non ha più dubbi: è stato Polimestore, l’ospite tracio, a
ucciderlo, per impadronirsi del tesoro: «Assassinio nefando, innominabile, /
incredibile, sacrilego, intollerabile. / Dove è andato a finire il diritto degli ospiti? /
Stramaledetto tra gli uomini! / Lo hai fatto a pezzi, / hai macellato le membra di questo
ragazzo, senza pietà» (vv. 714-720).
Entra in scena Agamennone, che convoca Ecuba per dare sepoltura a Polissena.
La donna recupera la capacità di pensare, e infine decide di vendicarsi, con l’aiuto
del condottiero acheo: «Senza il suo aiuto non potrò vendicare i miei figli. / Perché
arrovellarmi ancora? / Devo osare: se ci riesco o no, non conta. / Agamennone, ti
supplico, / per le tue ginocchia, per il tuo mento, per la tua destra fortunata!» (vv. 749-
753).
Agamennone deve aiutarla, in nome della legge divina, nella vendetta contro
Polimestore, che ha violato il diritto degli ospiti: «Forse noi siamo schiave, e
impotenti. / Ma potenti sono gli dei e la Legge che li governa: / ed è per questa Legge
che noi crediamo negli dei / e stabiliamo i confini del giusto e dell’ingiusto. / Ma se
nelle tue mani sarà annientata / e non la pagheranno coloro che uccidono gli ospiti / o
chi si azzarda a saccheggiare i templi degli dei, / allora non c’è più giustizia tra gli
umani. / Sai che sarebbe una vergogna, e allora rispettami» (vv. 798-806).
Ecuba ha implorato in nome del nómos divino, ma Agamennone le volta le spalle.
E allora lo supplica in nome di Afrodite, ovvero del legame che lo unisce con l’altra
sua figlia, Cassandra, la profetessa prigioniera di guerra e concubina del re.
Agamemnone acconsente alla richiesta, ma la ragione di stato gli impone di fare in
modo che nessuno sospetti che abbia aiutato la madre per amore della figlia. Ecuba
accetta: ucciderà Polimestore con l’aiuto delle altre prigioniere troiane che si trovano
nelle tende.
Ottiene che la cerimonia di sepoltura di Polissena sia sospesa, affinché in seguito si
possano officiare esequie comuni con Polidoro, e invia la Serva a convocare
Polimestore e i suoi figli per un incontro, che sarà una trappola mortale.
Il Coro delle prigioniere intona il canto struggente per Troia ormai conquistata, nella
nostalgia per la patria perduta.
Sopraggiunge l’ignaro Polimestore, e Ecuba, la vittima che – come Medea –
diventerà diabolico, lucido carnefice, non lo guarda in faccia, dissimulando il vero
motivo di questo suo atteggiamento: «Ho vergogna di guardarti in faccia, Polimestore, /
adesso che sono caduta in questa sventura così tremenda. / Nella condizione miserabile
in cui sono ridotta ora, / mi vergogno di fronte a chi mi ha visto felice, / e non riuscirei
a sostenere il tuo sguardo. / Ma non credere che lo faccia perché sono adirata con te,
Polimestore. / C’è anche un altro motivo: la consuetudine che vieta alle donne / di
guardare in faccia gli uomini» (vv. 968-975).
Con la scusa che si tratti di una comunicazione riservata, la regina fa in modo che
Polimestore allontani la scorta, e poi, fingendo di ignorare la verità, gli chiede notizie
su Polidoro. Polimestore mente in maniera spudorata, dicendo che è vivo, e che il
tesoro che aveva portato da Troia è salvo. Ecuba finge di credergli, in uno scambio di
battute di grande effetto per gli spettatori, che conoscono la realtà dei fatti.
Poi la donna, conoscendone l’avidità, convince il traditore a entrare con i figli nella
tenda delle prigioniere, affinché prenda in custodia le ricchezze che dice di avere
portato con sé da Troia. Chiude con una frase sinistra, carica di ironia tragica:
«Neanche un Acheo, là dentro: ci siamo solo noi donne. / Presto, entra: gli Achei
smaniano di salpare da Troia per tornare in patria. / Quando avrai fatto quello che devi
fare, / ritornerai con i tuoi figli là dove hai sistemato il mio» (vv. 1018-1022).
Polimestore e i figli entrano con Ecuba, mentre il Coro ritma nel suo canto il corso
ineluttabile della vendetta: «Non hai ancora pagato per il tuo delitto, ma forse presto lo
farai. / Naufrago che precipita nell’abisso di un mare inospitale / perderai la vita e ogni
speranza» (vv. 1025-1033).
Si odono le grida di Polimestore da dentro la tenda; accecato, mena colpi
all’impazzata, perseguitato dalle parole di Ecuba, la vendicatrice: «Colpisci pure, non
risparmiare niente. / Sfonda le porte. / Non potrai rimetterti gli occhi lucenti nelle
orbite, / e non vedrai più i tuoi figli vivi, perché li ho ammazzati io» (vv. 1044-1046).
Polimestore esce dalla porta brancolando, inveisce contro le troiane, chiede aiuto ai
Greci.
Sopraggiunge Agamennone, e il tracio gli racconta quello che è successo.
Il re si trasforma in arbitro di un processo improvvisato che vede protagonisti
Polimestore e la sua carnefice.
Il traditore degli ospiti ammette di avere ucciso Polidoro, ma dice di averlo fatto
per il bene dei Greci, neutralizzando un potenziale nemico, e per evitare ulteriori
scorrerie nella Tracia, di cui è re; sostituendosi alla funzione canonicamente esercitata
dal Messaggero, racconta in prima persona come si sia svolta l’aggressione omicida da
parte di Ecuba e delle Troiane, che hanno accecato lui e massacrato i figli, e chiude con
una invettiva contro le donne: «Se qualcuno ha parlato male delle donne di una volta, /
o di quelle di adesso, o di quelle che verranno, / io riassumerò tutto in questo modo: /
una stirpe come questa non la nutre né il mare né la terra, / e lo sa bene chi ha a che fare
con loro» (vv. 1178-1182).
Ecuba neutralizza la tirata retorica di Polimestore condannando, antisofisticamente, i
bei discorsi che ammantano ingiustizie; con grande lucidità e abilità oratoria confuta le
false motivazioni che il tracio ha addotto di fronte ad Agamennone per l’assassinio di
Polidoro, e lo inchioda a quella vera: l’avidità sfrenata di impadronirsi dell’oro,
imponendo ad Agamennone un’alternativa che non ammette elusioni. «E tu,
Agamennone, ti dimostri un infame se lo aiuti: / ti ritroverai ad avere favorito un
sacrilego, / un uomo sleale ed empio, che non rispetta le leggi dell’ospitalità. / E di te
diremo che favorisci le canaglie / perché sei della loro stessa razza» (vv. 1233-1237).
Agamennone non ha scelta, e deve condannare Polimestore: «Per voi ammazzare un
ospite è cosa da nulla: / ma per noi, che siamo Greci, è una vergogna. / Come potrei
sottrarmi alle accuse, se ti assolvo? / Impossibile. / E dal momento che hai osato
compiere un’azione infame, / subiscine anche le sgradite conseguenze» (vv. 1240-
1251).
La tragedia, tra tutte la meno popolata di dei, si chiude con la condanna a morte di
Polimestore, umiliato da una schiava. Ma anche il re tracio può celebrare la sua
vendetta, anche se soltanto di parole-profezie, vaticinando la fine di Ecuba e di
Agamennone: Ecuba, trasformata in una cagna dagli occhi di fuoco (Ecate? un’Erinni?
in ogni caso una divinità ctonia, a segnalare, se ce ne fosse bisogno, il carattere sacrale
anche di questa tragedia), precipiterà in mare, e morirà, e il luogo dove sorgerà il suo
sepolcro sarà detto Cinossema (Sepolcro della cagna); la figlia, Cassandra, morirà, per
mano di Clitemestra, che ucciderà anche Agamennone.
L’arroganza di Polimestore accelera la sua fine, e mentre Agamennone, ignaro,
nonostante il vaticinio, del destino che lo attende una volta tornato in patria, prefigura
un futuro di felicità nella casa, Ecuba va a seppellire i suoi due figli.
In chiusura il Coro sigilla la tragedia del dolore e della Necessità che tutto piega
sotto il proprio giogo ineludibile, compiangendo la schiavitù delle donne troiane:
«Andate al porto, alle tende, o amiche, / a sperimentare lo strazio della schiavitù. / È
dura, la Necessità» (vv. 1293-1295).
Elettra

Con ambientazione ben diversa rispetto alla sontuosa facciata del palazzo degli
Atridi in Coefore di Eschilo, che ne costituisce il termine di confronto, rispetto al quale
Euripide si muove con grande autonomia creativa modellando il mito in maniera
personale, Elettra, rappresentata tra il 421 e il 416, si apre con un prologo affidato al
contadino di nobile origine, ma povero, a cui la giovane era stata data in sposa da
Clitemestra ed Egisto dopo l’assassinio di Agamennone, in modo da impedire che
potesse appoggiarsi a un marito potente per vendicare il padre.
Il contadino non ha mai voluto consumare il matrimonio, per rispetto di una donna di
rango così superiore al suo, ed Elettra è ancora vergine: Euripide, qui come altrove, per
spirito egualitario e democratico, tende a caratterizzare in termini positivi personaggi di
condizione umile, che sono portatori del senso della misura, rispetto alla dismisura dei
potenti.
Elettra, seguita da una serva, esce di casa sorreggendo una brocca sulla testa, e si
rivolge alla notte, in una invocazione di grande effetto, perché accoda a un attacco
estremamente lirico una livida invettiva nei confronti di Clitemestra, madre non madre,
e del suo paredro, Egisto: «O notte nera, nutrice degli astri d’oro, / ho messo sul mio
capo questa brocca / e vado ad attingere alle correnti del fiume, / ma non perché io mi
sia ridotta a un tale punto di necessità: / voglio esibire agli dei la tracotanza di Egisto, /
e versare al vasto cielo le lacrime per mio padre. / La stramaledetta Tindaride, mia
madre, / mi ha cacciata dal palazzo, per compiacere il suo sposo, / e sta con Egisto, gli
ha partorito altri figli / e considera me e Oreste come avanzi della casa» (vv. 54-64).
Segue uno scambio di battute con il Contadino che rivela un rapporto fatto di
tenerezza e rispetto umano.
Accompagnato da Pilade, l’amico inseparabile, entra in scena Oreste, che è venuto
in Argolide per vendicare il padre, in seguito agli oracoli di Apollo, e durante la notte
ha celebrato un sacrificio sul suo sepolcro. Poi ha deciso di mettersi sulle tracce della
sorella, di cui sa che si è sposata e non è rimasta a palazzo, e sul far dell’alba sta
chiedendo informazioni alla gente dei campi per sapere dove abita.
Elettra, di ritorno dalla fonte, canta una monodia in cui lamenta la propria sventura,
inveisce contro gli assassini del padre e si interroga sulla sorte del fratello,
augurandosi che possa venire in città, a liberarla dalle sofferenze e a vendicare il
sangue del padre: «Possa tu giungere da me, la disgraziata, / a liberarmi da questi
tormenti / – o Zeus, Zeus! – / a vendicare il sangue di nostro padre / odiosamente
versato. / Dirigi ad Argo i tuoi passi di esule» (vv. 135-139).
Entra in scena il Coro di giovani schiave argive, e informa Elettra che è arrivato un
pastore di Micene, ad annunciare una festa in onore di Era, a cui sono invitate tutte le
giovani donne.
Ma Elettra non vi parteciperà perché glielo impediscono il dolore e la povertà in cui
è ridotta; a nulla vale l’insistenza del Coro, che la invita ad andare per rendere onore
alla potente dea. Elettra è troppo inasprita dal dolore: «Nessuno degli dei / ascolterà il
grido di dolore di questa sventurata, / né i sacrifici che mio padre offrì un tempo. /
ÓIMOI per colui che è stato ucciso / e per chi vive nella disgrazia, / vagando in esilio
in terre straniere, / sedendo alla tavola dei servi, / dopo essere nato da padre glorioso!
/ E io vivo consumandomi l’anima / in un tugurio miserabile / sulle rupi dei monti, /
mentre mia madre vive con un altro marito / nel suo letto di sangue» (vv. 198-212).
La figlia di Agamennone interrompe il lamento perché Oreste e Pilade balzano fuori
dal nascondiglio in cui si erano appostati, e le vanno incontro. Dopo un primo momento
di paura, la giovane decide di ascoltare le ragioni dei due, e Oreste, senza rivelare la
propria vera identità, le dice di essere venuto a portarle un messaggio da parte del
fratello. Elettra esulta, perché adesso sa che è vivo, anche se in esilio.
Oreste vuole saggiare la sorella, e la indaga sulla sua disposizione d’animo nei
confronti del fratello che crede lontano. Apprende che Elettra vive nell’attesa del suo
ritorno, e che il contadino a cui è stata data in sposa la rispetta, anche per timore di un
rientro di Oreste.
Quando le chiede che cosa dovrebbe fare suo fratello, se tornasse in patria, la
risposta di Elettra è decisa, inequivocabile: «Accetterei anche di morire, a patto di
versare il sangue di mia madre» (v. 281).
Sempre dissimulando la propria identità, Oreste invita Elettra a spiegargli
dettagliatamente la situazione, con il pretesto che andrà a riferirla al fratello. La
giovane lamenta la povertà in cui vive, in un tugurio, vestita di stracci, costretta ad
andare ad attingere l’acqua, esclusa dalle danze, mentre Clitemestra, la madre
assassina, se la spassa sul trono, circondata dalle serve asiatiche deportate da
Agamennone. Il sepolcro del grande condottiero non riceve onori, e Egisto, il paredro
di Clitemestra, lo infama. Conclude con un appello accorato allo straniero, affinché
informi Oreste: «Ti prego, straniero, riferiscigli tutto questo. / È un messaggio di cui io
sono l’interprete, / ma che gli mandano in molti: / le mani, la lingua, il mio animo
infelice, la mia testa rasata, / e con essi suo padre. / Sarebbe una vergogna per Oreste,
se suo padre ha annientato i Frigi, / e lui non fosse in grado di uccidere da solo un uomo
solo, / anche se è giovane e figlio di padre più nobile» (vv. 332-338).
Rientra dai campi il Contadino, che accoglie benevolmente quelli che crede gli
emissari di Oreste, e li invita a entrare nella casa, per ricevere i doni degli ospiti. Di
fronte a tanta gentilezza d’animo, Oreste critica qualsiasi possibilità di valutare gli
esseri umani in base alle appartenenze di classe o alle frequentazioni, e si lancia in un
elogio del povero che sa vivere con dignità.
I due stranieri accettano l’invito ed entrano, ed Elettra incarica il marito di andare a
chiedere viveri e doni ospitali al vecchio pedagogo di Agamennone, che non abita
lontano.
Secondo un modulo dedotto dall’epica il Coro canta la gloria di Achille e la
magnificenza del suo scudo e delle armi, descrivendo le scene che vi sono istoriate:
sull’orlo dello scudo Perseo che decapita la Gorgone, assistito da Hermes, e al centro
il carro del sole con gli astri; nell’elmo d’oro Sfingi che artigliano la preda; sulla
corazza la Chimera, leonessa che fugge di fronte a Pegaso, il cavallo alato di
Bellerofonte. Al termine della digressione, il Coro apostrofa Clitemestra, la figlia di
Tindaro, accusandola della morte di Agamennone: «Furono i tuoi amori / o figlia di
Tindaro, donna malvagia, / a uccidere il re di questi guerrieri. / Ma gli dei che
dimorano nel cielo / un giorno manderanno anche te incontro alla morte: / ancora e
ancora vedrò il tuo sangue / colare lungo il collo / sotto il colpo della spada» (vv. 479-
486).
Convocato dal marito di Elettra, arriva il vecchio pedagogo, con un agnello, corone
di fiori, formaggi e vino vecchio e aromatico. Consegna i doni ospitali, e scoppia in
lacrime, perché durante il tragitto ha fatto una deviazione ed è andato al sepolcro di
Agamennone, per officiare una personalissima libagione. Vi ha trovato una pecora
sgozzata e riccioli biondi, che pensa siano di Oreste, e invita Elettra a confrontarli con i
suoi.
La risposta di Elettra tende a ridicolizzare la soluzione drammaturgica che Eschilo
aveva realizzato in Coefore: i capelli di un fratello e di una sorella difficilmente si
somigliano, perché appartengono a un uomo abituato alle palestre e a una donna dedita
a più raffinate cure del corpo; impossibile fare una verifica in base alle orme, perché
quella di un maschio è più grande; impossibile, infine, fondare l’agnizione su qualche
veste che Elettra avrebbe potuto tessere per Oreste prima del suo esilio: «Anche se
avessi tessuto per lui delle vesti, / come potrebbe indossarle ancora adesso, se allora
era un bambino? / A meno che i vestiti non crescano insieme alla statura. / Sarà stato
qualche straniero a tagliarsi i capelli, / mosso da pietà per il suo sepolcro, / oppure
qualcuno della città che è riuscito a sfuggire alle spie» (vv. 538-546).
I due ospiti escono dalla casa. Il vecchio guarda Oreste con attenzione, e esplode in
una esclamazione di gioia, perché da una cicatrice vicino al sopracciglio che si era
procurata a palazzo, inseguendo una cerva insieme con la sorella, ha riconosciuto il
figlio di Agamennone, il fratello di Elettra.
Segue la liturgia consueta dell’agnizione, con le profusioni patetiche di affetto,
contenuta però in un tratto assai breve, rispetto, per esempio, a quella tra Elena e
Menelao in Elena, e a quella tra i due fratelli in Coefore di Eschilo.
Il Coro esulta, e Oreste passa bruscamente al tempo dell’azione, e si rivolge al
vecchio amico del padre, per chiedergli consiglio: «... dimmi cosa devo fare per punire
l’assassino del padre / e mia madre, che si è congiunta a lui in nozze sacrileghe. / Ho
qualche amico ben disposto nei miei confronti, qui in Argo? / O è andato tutto a rotoli,
come il mio destino? / Con chi devo allearmi? / Devo agire di notte o di giorno? / Per
quale via potrò raggiungere i miei nemici?» (vv. 599-604).
Il vecchio lo incita a uccidere Egisto e Clitemestra, per impadronirsi della città, e
gli propone un piano: durante il tragitto per raggiungere la casa di Elettra, aveva visto
in un campo Egisto, scortato soltanto dai servi, impegnato a celebrare il sacrificio di un
bue in onore delle Ninfe. Oreste dovrà passare vicino al campo, che è in prossimità
della strada, e sarà invitato al banchetto, come vuole la consuetudine ellenica. A questo
punto, toccherà a lui decidere come agire, a seconda delle circostanze.
Per quel che riguarda Clitemestra, è Elettra a proporre un piano d’azione: il vecchio
dovrà andare da lei e recarle il falso annuncio che la figlia ha partorito un maschio. La
regina verrà, perché in lei c’è ancora qualche traccia di amore materno, e piangerà per
la condizione umile dei figli: ma la casa di Elettra sarà per lei la dimora di Ades.
Adesso è Elettra a dirigere l’impresa con determinazione virile, e ordina al vecchio
di accompagnare Oreste al luogo del sacrificio.
I due fratelli invocano Zeus, Era, lo spirito del padre Agamennone, la Terra, tutti i
guerrieri caduti per espugnare Troia, e tutti coloro che odiano gli assassini, affinché li
assistano nell’impresa.
Le parole di Elettra a Oreste sigillano l’invocazione: «E io ti grido ancora: morte a
Egisto! / Se cadrai al suolo sconfitto da un fendente esiziale, / anch’io sarò morta con
te, e non dire che sono viva: / mi trapasserò il fegato con la spada a due tagli. / Vado
dentro, a fare i preparativi. / Se da te mi giungeranno buone notizie, / tutta la casa
griderà di gioia. / Se morirai, accadrà il contrario: questo è quanto» (vv. 685-692).
Il Coro, non senza una vena critica nei confronti del mito, rievoca la maledizione
della casa, lo scontro tra Atreo e Tieste, quest’ultimo che sottrae al fratello,
seducendone la moglie, l’agnello dalla lana d’oro, emblema del potere: tutto ciò
provocherebbe lo sconvolgimento del cosmo, l’inversione della rotta del carro solare,
per volere di Zeus.
Si sente un grido in lontananza, e le donne chiamano Elettra, che esce di casa,
inquieta perché non sa se sia morto suo fratello o Egisto.
Entra in scena il Messaggero, uno dei servi di Oreste, e annuncia che Egisto è morto.
Elettra esulta, e viene informata sui dettagli dell’impresa.
L’amante di Clitemestra aveva invitato gli ospiti a palazzo, dove si celebrava il
sacrificio di un toro. Poiché Oreste gli aveva detto di essere tessalo, e i Tessali erano
rinomati per la loro abilità nello squartare i tori a regola d’arte, Egisto gli chiede di
officiare lo squartamento rituale.
L’esame delle interiora annuncia sciagure imminenti, e Egisto si incupisce: a Oreste
che gliene domanda il motivo, risponde che teme la vendetta dei figli di Agamennone.
Oreste si fa dare un coltello più grande, e mentre Egisto si china a ispezionare le
viscere, gli spezza le vertebre, uccidendolo. I servi gli si avventano contro, ma riesce a
placarli, rivelando la propria identità, e la giusta causa del suo gesto.
Poi si avvia verso la casa di Elettra, portando il cadavere del nemico.
Il Coro invita Elettra ad esultare, e la figlia di Agamennone non esita a farlo: «O
luce! / O quadriga fulgida del sole! / O terra! O notte, che fino a ora sei stata la mia
unica visione! / Adesso l’occhio e le palpebre sono liberi, / perché l’assassino di mio
padre, Egisto, è morto. / Forza amiche! / Devo tirare fuori tutti gli ornamenti per i
capelli che ho in casa, / per incoronare il capo di mio fratello in trionfo!» (vv. 866-
872).
Arrivano Oreste e Pilade, con il cadavere di Egisto. Dice Oreste: «Vengo dopo
avere ucciso Egisto non a parole, ma con i fatti, / e per dartene prova certa, ti porto il
suo cadavere. / Fanne quello che vuoi, dallo in pasto alle bestie rapaci / o agli uccelli,
figli dell’aria, oppure piantalo su un palo: / perché adesso è tuo schiavo, / colui che
prima veniva chiamato padrone» (vv. 893-899).
Elettra esita a infierire sul cadavere dell’odiato nemico, perché teme di attirare su di
sé l’ostilità dei cittadini. Ma poi, di fronte alla determinazione di Oreste, si lancia in
una invettiva a tu per tu con il morto. Lo accusa di avere ucciso Agamennone senza
neanche andare a Troia, di essere stato solo un paredro succube di Clitemestra, di bei
lineamenti ma di tempra scarsamente virile, di essersi fatto grande in virtù delle
ricchezze, che sono sempre effimere, e non della propria nobiltà d’animo, di avere
violentato le donne del palazzo. Chiude la requisitoria post mortem con una sentenza
che implica una segreta teodicea: «Maledetto! / Il tempo ha smascherato la tua
incoscienza, e hai pagato il conto. / Il malvagio che corre bene il primo tratto, / non
pensi di avere vinto nella corsa Dike, / prima di essersi avvicinato alla meta, / e avere
svoltato il traguardo della vita» (vv. 952-956).
Il cadavere di Egisto deve essere portato dentro la casa, e nascosto, in modo che
Clitemestra non lo veda prima di essere colpita da Elettra.
La regina arriva su un cocchio, avvolta nel fasto di vesti preziose.
Oreste vacilla, ed Elettra lo richiama all’azione necessaria, voluta da Apollo:
«ORESTE Come potrò ammazzare colei che mi ha partorito e mi ha cresciuto? / ELETTRA
Come lei ha ammazzato nostro padre. / ORESTE O Apollo, hai pronunciato vaticini senza
senso... / ELETTRA Se Apollo è uno stolto, chi è saggio?» (vv. 969-972).
Oreste teme sia la contaminazione che si abbatterà su di lui se ucciderà la madre, sia
il sacrilegio che commetterebbe se trasgredisse al vaticinio di Apollo. Il timore di
un’azione così atroce lo induce a dubitare dell’autenticità dell’oracolo; ma alla fine egli
prende la terribile decisione: «Mi accingo a un compito tremendo, / e tremenda sarà la
mia azione. / Se è questa la volontà degli dei, così sia: / ma è impresa atroce, e non mi
piace compierla» (vv. 985-987).
Il Coro saluta la regina, non senza ironia tragica: «Io ti venero come una dea beata, /
per la tua grande ricchezza e felicità. / Ma è giunto il tempo di onorare la tua sorte. /
<Salve>, o regina!» (vv. 994-997).
Clitemestra ordina alle schiave di aiutarla a scendere dal carro, ma Elettra si offre
di farlo personalmente, perché la sua condizione non è diversa dalla loro: «Mi hai
bandito dalla casa, come una prigioniera di guerra. / Anch’io, come costoro, fui predata
quando fu depredato il palazzo, / e sono orfana di padre come loro» (vv. 1008-1010).
Nella rhésis di replica, Clitemestra, fedele al cliché di donna determinata, che non
accetta di farsi subalterna al maschio, dichiara Agamennone responsabile della sorte di
Elettra, perché aveva deciso di sacrificare Ifigenia per recuperare Elena, la puttana di
Menelao, e per di più si era portato a casa come concubina Cassandra, la figlia di
Ecuba: per questo Clitemestra l’aveva tradito.
Elettra accusa la madre di essersi rivelata poco diversa da Elena, insinuando che
civettasse con gli uomini ancora prima che Agamennone decidesse di sacrificare
Ifigenia, e di avere infierito sui suoi due figli che non le avevano fatto niente di male,
pur di impadronirsi delle ricchezze regali, e con esse comperarsi un nuovo marito.
Clitemestra deve essere uccisa dai figli, a vendetta del sangue paterno versato.
La regina si dimostra pentita di quello che ha fatto: «me infelice per avere deciso
quello che ho deciso! / Mi sono spinta troppo oltre, nell’ira contro il mio sposo» (vv.
1109-1110).
Elettra non si commuove, e con parole che suonano sinistre invita la madre a entrare
nella casa dove si trova il cadavere di Egisto, con il pretesto di farle officiare il
sacrificio della decima luna dopo il parto (e il riferimento al toro rimanda all’immagine
con cui Eschilo alludeva ad Agamennone, nella tragedia omonima): «Offrirai agli dei il
sacrificio che è loro dovuto. / Il canestro è pronto, e la lama che ha abbattuto il toro è
ben affilata. / Tu verrai abbattuta al suo fianco: / anche nelle dimore di Ades sarai la
sposa di colui con cui giacevi da viva. / È questo il favore che voglio farti, / questa la
tua punizione per l’assassinio di mio padre» (vv. 1141-1146).
Il Coro canta il mutamento della sorte, l’uccisione che si officia a contraccambio
dell’uccisione di Agamennone. Da dentro la casa si sentono le grida, e i due fratelli
escono, con i servi che portano i cadaveri dei due amanti.
Compiuto il delitto, Elettra e Oreste si rendono conto della sua atrocità, nonostante
fosse giusto fare quello che è stato fatto, nonostante fosse stato decretato dagli dei.
Oreste rievoca la mattanza della madre, di cui Elettra è stata la vera ispiratrice:
«ORESTE L’hai vista, la sventurata? / Ha gettato via le vesti, / e mi ha mostrato il seno
mentre la massacravo / IÓ MOI / strisciando a terra con le membra che mi hanno
generato. / Ma io l’ho afferrata per i capelli... / CORO Lo so bene: hai percorso le vie
dello strazio, / a sentire l’urlo di dolore / della madre che ti ha partorito. / ORESTE Mi
ha messo la mano sul mento / e gridava: “Ti supplico, figlio mio!” / e si aggrappava al
mio volto. / Lasciai cadere la spada. / CORO Infelice Clitemestra! / Ma tu come hai
potuto reggere la vista del suo sangue, / mentre tua madre esalava l’ultimo respiro? /
ORESTE Mi sono coperto gli occhi e ho officiato il sacrificio, / ho piantato la spada nella
gola di mia madre. / ELETTRA Ma sono stata io a incitarti, a impugnare la spada con te. /
CORO Hai compiuto il delitto più atroce» (vv. 1206-1226).
Compaiono, in alto sul tetto della casa, Castore e Polluce, i Dioscuri fratelli di
Elena e Clitemestra trasformati in divinità, e in una lunghissima rhésis affermano che la
morte di Clitemestra ed Egisto è stata un atto di giustizia. Ma Oreste non è stato giusto,
perché ha ucciso un consanguineo, e non si è dimostrato saggio neanche il dio Apollo
che lo ha indotto al matricidio.
In conformità con la tradizione mitologica che era stata oggetto dell’Orestea di
Eschilo, ma non senza significative variazioni, Oreste dovrà dare Elettra in sposa a
Pilade, e poi andarsene dalla città, braccato dalle Erinni della madre, finché non
giungerà ad Atene, dove verrà processato nell’Areopago: sarà assolto con parità di
voti, e Apollo si assumerà la responsabilità del delitto. Le Erinni, sconfitte nel
processo (nessun accenno alla loro trasformazione in Eumenidi, che era la grande
acquisizione simbolica e «politica» di Eschilo), sprofonderanno in una cavità della
terra, dove sorgerà un oracolo. Oreste poi si stabilirà in una città dell’Arcadia che da
lui prenderà il nome di Orestéion.
Egisto sarà seppellito dagli abitanti della città, mentre della sepoltura di Clitemestra
si occuperanno Menelao, appena tornato da Troia, ed Elena che, in conformità con la
versione del mito che Euripide inscena nella tragedia omonima, non ci era mai andata.
Il Contadino andrà in Focide con Pilade, e sarà coperto di ricchezze.
Il Coro chiede perché i Dioscuri, pur essendo fratelli di Clitemestra, non abbiano
impedito la sua uccisione, e la risposta dei divini chiama in causa il potere ineludibile
del Fato, e l’errore di un dio, in una teologia certo non scevra da perplessità nei
confronti del dio di Delfi: «La Moira ha trascinato all’ineludibile, / e i vaticini privi di
saggezza pronunciati da Apollo» (vv. 1301-1302).
Anche Elettra si interroga sull’origine della sua azione tremenda, e la responsabilità
viene rovesciata sugli antenati, come in Eschilo: «ELETTRA Ma quale Apollo, quali
oracoli / mi hanno fatta diventare l’assassina di mia madre? / DIOSCURI Azioni comuni,
comuni destini: / l’accecamento dei padri vi ha distrutti entrambi» (vv. 1303-1306).
Ai due fratelli non resta che separarsi, subito dopo avere assaporato la gioia
dell’incontro. I Dioscuri esortano Oreste ad andare ad Atene, per sottrarsi
all’inseguimento delle Erinni, e pronunciano una chiara teodicea: «DIOSCURI Tu scappa
da queste cagne e vai ad Atene. / Avventano contro di te il passo tremendo, / con le loro
sagome nere, le mani-serpenti, / e portano frutto di dolori atroci. / Presto, adesso! / Noi
due dobbiamo andare al mare di Sicilia, / a salvare le navi che lo attraversano. /
Percorriamo le distese del cielo, / e non per portare aiuto agli impuri, / ma per liberare
dai duri tormenti / chi ha a cuore ciò che è santo e giusto. / Nessuno voglia compiere
ingiustizia, / né imbarcarsi sul vascello degli spergiuri: / sono un dio, e questo è ciò che
proclamo ai mortali» (vv. 1342-1356).
Li accompagna il saluto del Coro, con una sentenza che rintraccia la beatitudine, per
gli umani, nell’assenza di sventure, nella serenità dell’animo: «Chi, tra i mortali, può
essere sereno, / e non soffre nessuna sciagura / costui vive beato» (vv. 1357-1359).
Eracle

Dramma di datazione incerta (424, come Ecuba, oppure tra il 421 e il 416?), Eracle
converge sulla figura dell’eroe civilizzatore già presente in Alcesti, l’annientatore dei
mostri ctoni, semidivinità eliaca legata ai Misteri orfeodionisiaci, e ne rappresenta la
follia decretata dalla gelosia di Era, la caduta nell’abisso del delirio omicida (è
evidente l’analogia tematica con Aiace di Sofocle, ma qui l’eroe invece di
autoeliminarsi in nome del codice d’onore affronta una trasformazione interiore), e la
rinascita iniziatica a una nuova sensibilità.
Nel prologo spetta ad Anfitrione, il genitore umano di Eracle, che fu partorito da
Alcmena in seguito alla ierogamia con Zeus, presentare se stesso (è argivo, figlio di
Alceo, che discendeva anch’egli dal padre degli dei), Megara, la sposa di Eracle, e i
figlioletti dell’eroe, tutti stretti all’altare di Zeus Sotér, e narrare gli antefatti: hanno
dovuto riparare presso l’altare per sfuggire alla persecuzione da parte di Lico, nuovo re
di Tebe, che vuole eliminarli perché sono parenti di Creonte, il padre di Megara, che
egli ha ucciso per impadronirsi del regno.
Eracle non può intervenire, perché è disceso nell’Ade a catturare Cerbero, il cane
degli Inferi, per portare a compimento l’ultima fatica che gli è stata imposta da
Euristeo, re di Argo, in cambio del ritorno in patria di Anfitrione.
Megara, la madre dei bambini, di fronte alla situazione presente rimpiange la fortuna
di un tempo, quando suo padre Creonte era ancora sovrano di Tebe, ricorda le nozze
gloriose con Eracle e incalza Anfitrione, gli chiede di trovare una via di scampo: il
vecchio propone di attendere, perché il tempo potrebbe portare salvezza, magari con il
ritorno dell’eroe.
Il Coro dei vecchi tebani, nella párodos, raggiunge faticosamente l’orchestra, e
compiange la sorte dei figli di Eracle. Poi i vecchi annunciano l’ingresso in scena di
Lico, il re usurpatore, il persecutore dei figli di Eracle.
Con tono sprezzante, Lico si rivolge a Anfitrione e Alcmena, frustrando le loro
speranze nel ritorno dell’eroe, e denigrandone le imprese. Poi conferma la sua
intenzione di uccidere i bambini, perché teme che una volta cresciuti possano vendicare
l’assassinio del loro nonno Creonte.
Anfitrione difende appassionatamente l’areté di Eracle, che l’eroe si è conquistata
in innumerevoli azioni gloriose, come la partecipazione alla Gigantomachia al fianco di
Zeus e la vittoria sui Centauri, di cui fu testimone il monte Foloe. Ribattendo alle parole
denigratorie di Lico, esalta la sua abilità nel tirare con l’arco, l’arma democratica per
eccellenza, a differenza dell’armatura degli opliti, che era prerogativa dei ricchi e dei
nobili. Intima a Lico di consentire ai supplici di andare in esilio, lontano da Tebe, se
vuole conservare il potere sulla città, e rimprovera Tebe e tutta la Grecia per
l’ingratitudine che stanno dimostrando nei confronti dell’eroe che le ha beneficiate tante
volte, se decidono di lasciare i suoi figli nelle grinfie di un tiranno.
Irritato dalle parole del vecchio, Lico ordina ai suoi scherani di procurare della
legna e accatastarla intorno all’altare, per bruciare vivi i supplici: «Ordinate ai
boscaioli di tagliare tronchi! / Quando li avranno portati qui in città, / accatastateli tutto
intorno all’altare, / incendiateli e bruciate vivi costoro! / Così impareranno che adesso
sono io, e non il morto, / a regnare su questa terra» (vv. 241-246).
Il Coro si schiera con le vittime, in nome del rispetto per la grandezza di Eracle, e
per disprezzo nei confronti dell’usurpatore. Megara ringrazia i vecchi, e poi si rivolge
ad Anfitrione, spegnendo ogni sua speranza nel ritorno di Eracle, e invitandolo a
cercare una morte gloriosa, degna della stirpe.
Il vecchio supplica Lico di uccidere lui e Megara prima dei piccoli, e la donna lo
implora di concederle di far entrare i figli nella casa paterna per indossare le vesti
funebri. Lico acconsente.
Anfitrione rimprovera aspramente Zeus perché ha abbandonato i figli di Eracle,
rivelandosi inferiore al comune mortale che invece ha cercato fino all’ultimo di
salvarli: «O Zeus, allora è stato inutile spartire con te il letto nuziale, / ed era inutile
chiamarti padre di mio figlio, come me. / Non eri così amico come sembravi, / e io, che
sono un comune mortale, trionfo per virtù su un grande dio, / perché non ho tradito i
figli di Eracle, / mentre tu sei stato davvero abile a infilarti di nascosto in un letto / e a
prendere la donna di un altro, / senza che nessuno te ne avesse dato il permesso, / ma
non sei in grado di salvare i tuoi cari. / O sei un dio ignorante, oppure non sei giusto»
(vv. 339-347).
Il Coro esalta Eracle disceso agli Inferi con un inno che ne celebra tutte le maggiori
imprese: l’uccisione del leone di Nemea, nelle vicinanze di Argo; il trionfo sui
Centauri; l’uccisione della cerva dalle corna d’oro di Cerinea e la sua consacrazione ad
Artemide; l’aggiogamento delle cavalle antropofaghe di Diomede, re dei Bistoni;
l’uccisione di Cicno, il figlio di Ares che derubava e uccideva i pellegrini che
andavano dalla Tessaglia a Delfi; l’abbattimento del serpente Ladon che custodiva il
Giardino delle Esperidi, e la conquista delle mele d’oro; la vittoria su Tritone, per
bonificare il mare; la sostituzione di Atlante, per dargli sollievo dalla fatica di reggere
il mondo sul proprio dorso; la vittoria sulle Amazzoni sanguinarie e la conquista della
cintura della loro regina Ippolita, dono di Ares; infine l’uccisione dell’Idra di Lerna e
del mostruoso Gerione.
I vecchi compiangono la sua morte nell’Ade: «... e navigò nell’Ade che trabocca di
lacrime, / per compiere l’estrema fatica: / infelice, vi ha concluso la sua esistenza / e
non ha più fatto ritorno. / Non ci sono più amici nella sua dimora / e il remo di Caronte
aspetta i suoi figli / là dove termina il tragitto della vita, / che non ammette ritorno, /
senza dei, senza giustizia. / La tua casa cerca le tue braccia, / ma tu non ci sei» (vv.
426-435).
Poi annunciano l’entrata in scena dei figli, vestiti per la morte. Il mesto corteo
avanza, e Megara intona la lamentazione per i piccoli; alla fine invoca Eracle, che torni,
magari anche solo come un fantasma, come un’ombra, per terrorizzare i nemici:
«Basterebbe che venissi anche solamente in sogno: / coloro che uccidono i tuoi figli
sono solo dei vigliacchi» (vv. 495-496).
Anfitrione invoca Zeus e conclude, rivolto ai vecchi del Coro, con una riflessione
amara sulla caducità delle fortune umane, e sulla necessità di gioire il più possibile dei
momenti sereni.
Improvvisamente sopraggiunge Eracle, suscitando la meraviglia di Megara e
Anfitrione. Anche l’eroe si stupisce, nel vedere i bambini nei paramenti funebri, il
padre in lacrime, la sposa stretta tra una folla di uomini. Si avvicina, e Megara lo
informa che Lico si è impadronito del potere dopo avere ucciso Creonte, e che stava
per uccidere anche i bambini. Eracle è pronto ad attaccare Lico e i suoi scherani nella
reggia, ma Anfitrione lo convince a entrare in casa e attendere il suo arrivo, per
coglierlo di sorpresa.
Il figlio di Zeus segue il consiglio ed entra per onorare gli dei della casa dopo il
ritorno dagli Inferi, dove ha sconfitto Cerbero, grazie all’iniziazione ai Misteri
Eleusini. Euripide connota l’eroe in chiave decisamente iniziatica, perché il descensus
ad inferos è uno dei momenti centrali del tragitto iniziatico in tutte le tradizioni:
«ANFITRIONE Davvero sei disceso nella dimora di Ades, figlio? / ERACLE E ho portato
alla luce la bestia a tre teste. / ANFITRIONE L’hai sconfitta in uno scontro, / oppure è
stato un dono della dea? / ERACLE L’ho vinta: ho avuto buona sorte, / dopo avere
assistito ai misteri» (vv. 610-613).
I vecchi esaltano la grandezza di Eracle, l’eroe civilizzatore: «È figlio di Zeus, / ma
la sua virtù ha superato la nobiltà della nascita, / e con le sue fatiche ha donato ai
mortali / una vita senza tempeste, / annientando mostri tremendi» (vv. 696-700).
Anfitrione esce di casa, mentre sopraggiunge Lico con i suoi uomini, che gli ingiunge
di chiamare i bambini e Megara, per andare incontro alla morte.
Il padre di Eracle convince il tiranno ad entrare nella casa, per prelevare la donna
che siede supplice presso il focolare e lo segue, per assistere alla sua fine: «Entro nella
casa, per vederlo quando cadrà morto: / è bella, la morte di un nemico che paga il conto
per il male che ha fatto» (vv. 731-733).
Il Coro commenta gli eventi, esultando per il trionfo di Eracle e per la morte di
Lico. Gli dei hanno rivelato la loro presenza, ed esiste una giustizia cosmica. Esiste una
legge divina che punisce chi va contro la giustizia per avidità, per ambizione.
Tebe esulta, Eracle trionfa, e Zeus ha dimostrato di essere sovrano degli eventi: «O
duplici amplessi nuziali / di un mortale e di Zeus / che si insinuò nel letto / della sposa,
la giovane figlia di Perseo! / Come mi si rivela degno di fede, o Zeus, / questo tuo
antico congiungimento amoroso, / quando non me lo aspettavo più. / Ma il tempo ha
mostrato il valore fulgente di Eracle: / sei uscito dagli antri sotterranei / lasciando la
dimora infera di Plutone. / Per me sei un re più potente / del sovrano ignobile: / costui,
se guardo all’esito dello scontro, / mi ha mostrato che gli dei / amano ancora la
giustizia» (vv. 798-814).
A questo punto l’intreccio sembrerebbe concluso, perché nessuna causa è restata
senza effetto.
Ma all’improvviso, portate dalla mechané, compaiono in alto sulla casa due
divinità, Iride e Lyssa, che terrorizzano i vecchi: «Quale fantasma vedo sopra la casa? /
– Fuggiamo! Fuggiamo! Solleva il tuo piede lento! Via di qui! / – O Paián sovrano,
allontana da me le sventure!» (vv. 815-821).
È Iride, messaggera degli dei, a parlare per prima, e ad annunciare una decisione
tremenda dei divini, e in particolare di Era, che perseguita l’innocente Eracle con la sua
gelosia, perché è nato da un tradimento di Zeus nei suoi confronti.
Con lei c’è una terribile divinità ctonia, Lyssa, figlia di Notte e di Urano. Iride si
rivolge alla dea distruttrice assegnandole il compito decretato da Era, di precipitare
l’eroe in una follia devastante, che lo spingerà ad assassinare i propri figli, e a fornire
in questo modo un esempio del potere assoluto degli dei: «... riconoscerà l’odio che
Era cova contro di lui, e il mio odio: / altrimenti gli dei non contano niente, / e i mortali
si gonfieranno di orgoglio, / se Eracle non sconta la sua punizione» (vv. 840-842).
Lyssa è una divinità tenebrosa, che colpisce gli umani facendoli delirare, è votata a
seminare sofferenza. Ma di fronte alla prospettiva di abbattersi su Eracle, che è vittima
innocente della gelosia di Era, ed è figlio di Zeus, arretra, e invita la dea a ripensarci:
«... voglio dare un consiglio a Era, prima di vederla sbagliare, / e a te, se volete
prestare fede alle mie parole. / Tu mi porti nella casa di un uomo / che non è certo
sconosciuto sulla terra, né tra gli dei: / ha bonificato terre inaccessibili e mari selvaggi,
/ e con le sue sole forze ha risollevato il culto degli dei / che era decaduto a opera di
uomini empi. / Vi invito a non ordire contro di lui sciagure così grandi» (vv. 847-854).
Ma Iride insiste, e la figlia della Notte accetta di eseguire il compito che le è stato
assegnato; essa stessa descrive gli effetti sconvolgenti del suo assalto a Eracle: «Ecco,
guarda: sta per lanciarsi nella corsa / e scuote la testa e ruota le sue pupille di Gorgone,
/ ansima senza ritegno come il toro pronto alla carica, / e leva un muggito terribile
invocando le Chere del Tartaro. / Ben presto ti farò danzare io con più slancio, /
suonerò per te il flauto del terrore. / Risali all’Olimpo, Iride, sollevando il nobile
piede; / io mi insinuerò, invisibile, nella casa di Eracle» (vv. 867-873).
Iride vola nuovamente nell’Olimpo, mentre Lyssa si insinua, non visibile, nella casa
di Eracle.
Il Coro piange il destino dell’eroe, che soccomberà sotto i colpi di Lyssa:
«Rapidamente il dio ha rovesciato la fortuna di un uomo, / rapidamente i figli
moriranno per mano del padre» (vv. 885-886).
Da dentro la casa si sente la voce di Anfitrione che urla per la strage dei figli.
Entra in scena il Messaggero, che annuncia la morte dei bambini, in una rhésis di
grande efficacia, all’altezza di quelle dei messaggeri in Medea e Baccanti, e racconta
come la follia si era impadronita di Eracle: «Ma lui non era più lo stesso. / Ruotava gli
occhi, sconvolto, / e ne schizzava fuori il bulbo insanguinato, / mentre la bava gli
colava sulla barba folta. / Scoppiando in una risata folle disse: / “Padre, perché dovrei
officiare il sacrificio con il fuoco purificatore / prima di avere ammazzato Euristeo, e
fare una doppia fatica, / mentre mi è possibile sistemare questa faccenda in un colpo
solo? / Quando avrò portato qui la testa di Euristeo / purificherò le mie mani per coloro
che ho ucciso adesso. / Versate l’acqua lustrale, buttate via la cesta! / Chi mi passa
l’arco e la clava? / Voglio andare a Micene. / Bisogna prendere leve e picconi a due
punte, / per scalzare di nuovo con il ferro ricurvo, dalle fondamenta, / le mura
ciclopiche, erette con gli scalpelli / seguendo la traccia segnata in rosso”. / Poi si mise
in movimento, e anche se non lo aveva, / diceva di avere un carro, e ci saliva sopra, e
menava colpi con il braccio, / come se spronasse i cavalli con il pungolo. / I servi
ridevano, ma li assaliva il terrore...» (vv. 931-950).
Eracle crede, nel suo delirio, di essere arrivato in Megaride, sull’Istmo, al palazzo
di Niso, mentre in realtà si sta aggirando per la casa, e poi di trovarsi sotto le mura di
Micene, e scambia Anfitrione, che cerca di farlo rinsavire, per il padre di Euristeo che
lo supplica di risparmiare il figlio.
Lo allontana, e decide di uccidere i bambini, pensando che siano i figli del nemico.
Li colpisce con le frecce e la clava con cui aveva compiuto tante imprese gloriose, e
uccide anche la sposa che tenta di proteggere l’ultimo superstite.
Si salva soltanto Anfitrione, grazie all’intervento di Atena che colpisce l’eroe con
una pietra: «Cade a terra, e urta con la schiena una colonna / spezzata in due dal crollo
del tetto, distesa sulla sua stessa base. / Arrestammo la nostra fuga, io e il vecchio, / e
con le corde lo legammo a una colonna: / così, una volta che si fosse risvegliato, / non
avrebbe potuto aggiungere altri delitti / a quelli che aveva commesso. / Dorme, lo
sventurato, un sonno certo non felice: / ha ucciso i suoi figli, la sua sposa. / Non so chi
sia più sciagurato di lui, tra i mortali» (vv. 1006-1015).
Il Coro compiange il destino di Eracle, più terribile di quello delle cinquanta
Danaidi che massacrarono i loro rispettivi sposi, o di Procne, che uccise il figlioletto
Itis per punire il marito. Poi assiste alla scena raccapricciante, quando la porta si apre e
la casa rivela l’orrore: «Guardate, si spalancano i battenti / della casa dalle alte porte!
/ IÓ MOI / Guardate, i figli sventurati / giacciono di fronte al padre infelice, / che
dorme un sonno atroce dopo averli ammazzati! / Corde, tutto intorno, e l’intrico dei
nodi / che circondano il corpo di Eracle, / lo incatenano al pilastro di pietra della casa.
/ Eccolo qui: come un uccello / che piange i suoi pulcini implumi / il vecchio si è
avvicinato a noi / con il suo passo lento, straziato» (vv. 1029-1041).
Anfitrione e i vecchi assistono terrorizzati al risveglio di Eracle.
L’eroe non ricorda nulla, è confuso, chiede aiuto agli amici: «Non sarò disceso
un’altra volta giù nell’Ade, / dopo esserne appena tornato per Euristeo? / Ma non vedo
il macigno di Sisifo, / e neanche lo scettro della figlia di Demetra. / Sono stordito.
Dove mi trovo, così confuso? / OÉ c’è qualcuno dei miei amici, vicino o lontano, / che
possa guarire questo caos della mia mente? / Non riesco a riconoscere nulla di ciò che
mi era familiare» (vv. 1101-1108).
Anfitrione si accosta all’eroe, e quando capisce che non è più posseduto dal delirio
lo informa di quello che ha fatto, mostrandogli i cadaveri dei bambini e della sposa.
Eracle si dispera, e si prepara al suicidio, alla maniera dell’Aiace sofocleo:
«ÓIMOI perché vivere ancora, / se ho assassinato i miei figli adorati? / Non dovrei
forse precipitarmi giù da una rupe scoscesa, / o conficcarmi una spada nel fegato, / per
vendicare io stesso il sangue dei miei figli, / o bruciare nel fuoco questa mia carne
†...†, / per evitare la vita ingloriosa che mi attende?» (vv. 1146-1152).
Sopraggiunge Teseo, l’amico e parente più caro, che Eracle aveva riportato in vita
dall’Ade. L’eroe, con un gesto che, mutatis mutandis, rimanda anche al rituale
iniziatico, si copre il capo per la vergogna, e per non contaminare lo sguardo del re.
Teseo è venuto con un esercito, perché aveva saputo che Lico minacciava Anfitrione
e tutta la famiglia. Quando vede i cadaveri, stupisce, inorridito.
Il padre dell’eroe lo informa dell’accaduto, e Teseo, con grande delicatezza, chiede
a Eracle di togliere il mantello che gli copre il volto, e di lasciarsi aiutare, perché un
vero amico è amico anche nella sventura: «A te che siedi straziato, / io chiedo di
mostrare il tuo volto a chi ti vuole bene: / nessuna nube è tanto nera / da poter
nascondere sotto un velo di tenebra / il cumulo delle tue sciagure. / Perché agiti la mano
e mi fai segno che hai paura? / Temi di contaminarmi, se mi rivolgi la parola? / Non mi
inquieta l’idea di condividere la tua disgrazia: / un tempo abbiamo condiviso la
fortuna» (vv. 1214-1221).
Teseo convince Eracle – che è pronto a suicidarsi in un atto di arroganza che egli
considera speculare a quella degli dei che gli si sono accaniti contro – a sopravvivere,
in nome della Grecia che ha bisogno di lui, e non sopporterebbe la sua morte.
Come accade troppo spesso nella tragedia euripidea, all’intensità del páthos
subentra una disamina razionale e retorica dei moventi dell’azione, e il dialogo fino ad
ora intenso tra i due eroi assume i toni di una dissertazione da causidici ispirati dalla
Sofistica, in cui Eracle – a partire dalla sofferenza derivata dalla sua nascita contrastata
da Era, fino alle fatiche affrontate per volere di Euristeo, e al massacro dei figli –
spiega perché deve uccidersi, e Teseo perché non deve farlo, in quanto tutti, uomini e
dei, sono sottomessi al destino, e devono colmarlo: «TESEO Nessuno tra i mortali può
sottrarsi al destino, / e neanche tra gli dei, se le parole dei poeti non sono menzogne. /
Non si sono forse accoppiati tra di loro contro ogni legge? / Non hanno forse
svergognato i loro padri / mettendoli in catene per impadronirsi del potere? / Ma
nonostante questo continuano ad abitare sull’Olimpo / e sopportano le proprie colpe. /
Che cosa dirai, a chi ti obbietterà che sei un mortale / ma non sopporti quello che ti è
successo, / mentre lo sopportano gli dei?» (vv. 1314-1321).
Teseo, esempio come sempre di eroismo, rettitudine, generosità, invita l’amico
straziato ad andare con lui ad Atene, di cui è re, e una volta giunto là, a purificarsi, e
vivere, libero da contaminazione, in una casa che gli offrirà lui stesso. Ad Atene sarà
onorato e i cittadini potranno godere della gloria che deriva dall’avere aiutato un uomo
così grande.
Nella sua replica Eracle contesta la visione tradizionale degli dei di cui Teseo si è
fatto tramite per consolarlo, attribuendola alle invenzioni dei poeti, e testimonia una
concezione della divinità più vicina a quella dei Misteri: «ÓIMOI è ben poca cosa,
nella mia disgrazia! / Non penso proprio che gli dei apprezzino amori non leciti, / e non
ho mai creduto, né mai lo crederò, che si mettano in catene, / né che vogliano
assoggettarsi l’un l’altro. / Il dio, se è davvero un dio, non manca di nulla: / si tratta di
miserabili ciarle dei poeti» (vv. 1340-1346).
Decide però di accettare la proposta di Teseo, perché il suicidio sarebbe un atto di
viltà, e perché anche l’ultima prova, che ha demolito tutta la sua possanza, va affrontata
con dignità, accettando il destino, e lasciandosi consolare dal calore dell’amicizia, che
non era valso a salvare l’Aiace sofocleo, arroccato nella propria solitudine eroica:
«Ma ho riflettuto, anche se mi trovo nella sciagura: / temo che mi si accusi di
vigliaccheria, se mi uccido. / Chi non sa sostenere le disgrazie / non saprebbe sostenere
neanche l’assalto di un uomo. / Mi farò forza, sopporterò di vivere. / Verrò nella tua
città, e ti ringrazio infinitamente dei tuoi doni. / Ho assaggiato fatiche innumerevoli,
senza rifiutarne nemmeno una, / e non ho pianto, mai. / E non avrei mai creduto che
sarei arrivato a versare lacrime. / Ma adesso, a quanto pare, devo assoggettarmi al
destino. / E sia» (vv. 1347-1358).
Non gli resta che congedarsi dal padre, e affidargli la sepoltura dei figli.
Dopo qualche esitazione, decide di conservare le armi con cui ha compiuto il
massacro, perché sono anche l’emblema del suo eroismo: «O gioia funesta dei baci, o
funesta compagnia di queste armi! / Non so più se conservarle o gettarle via, / perché
mi urteranno il fianco dicendo: / “Con noi hai ucciso i tuoi figli e la tua sposa, / e in noi
porti con te gli assassini dei tuoi figli”. / Potrò impugnarle ancora? Con quale pretesto?
/ Dovrò spogliarmi delle armi / con cui ho compiuto le più belle gesta in Grecia / e
morire nella vergogna, soccombendo ai miei nemici? / No, non devo abbandonarle. /
Devo conservarle, anche se è un tormento» (vv. 1376-1385).
La scena finale è una apoteosi della philía: Teseo porge la mano a Eracle per
aiutarlo a risollevarsi, e lascia che si appoggi alla sua spalla, dispensando parole di
solidarietà, perché chiunque, nella sventura, può rasentare l’abiezione.
Così si conclude la tragedia dedicata all’eroe semidivino iniziato ai Misteri
Eleusini, che riuscì a trionfare su tutti i mostri – che sono anche i nodi oscuri della
mente – e anche sulla morte, ritornando vivo dall’Ade.
Al culmine dell’iniziazione orfica, l’iniziazione all’umiltà attraverso il dolore
dischiude a una profonda solidarietà tra gli umani.
Ione

Dramma a intreccio, e tragedia a lieto fine, messa in scena in una data incerta tra il
419 e il 411, Ione ha per protagonista l’eroe eponimo di una delle tribù elleniche, gli
Ioni, la cui vicenda assomiglia non poco a quella di tanti trovatelli-eletti, destinati a
diventare grandi personaggi attraverso varie peripezie: basti nominare Iamo, il «figlio
della viola», della sesta Olimpica di Pindaro, concepito anch’egli da un’unione
clandestina tra Apollo e Evadne, ma soprattutto Edipo e anche, al di fuori della
tradizione greca, Mosè. Il trovatello eletto, secondo uno schema archetipico
ampiamente diffuso, non ha nome e nasce al di fuori della pólis, in un luogo selvaggio, e
soltanto alla fine di complesse traversie verrà investito del proprio autentico,
eccezionale rango, e assumerà un nomen-omen significativo del suo destino.
Il prologo della tragedia, ambientato davanti al tempio di Apollo a Delfi, è recitato
da Hermes, il dio-messaggero, figlio di Zeus e di Maia, che racconta come Apollo
avesse messo incinta Creusa ad Atene, sotto l’Acropoli, tra le rocce dette Makrái, e
come Creusa, dopo avere tenuto nascosto al padre l’amplesso con il dio, avesse
abbandonato l’infante in quella stessa grotta, deponendolo in una cesta rotonda, con due
serpenti d’oro come custodi, secondo la tradizione inaugurata da Erittonio, mitico
fondatore di Atene.
In seguito Apollo chiese a Hermes di prelevare il neonato e di portarlo a Delfi con
la cesta e le fasce, e deporlo davanti alla soglia del tempio. La profetessa dell’oracolo
vide la cesta, e decise di allevare il bambino, senza sapere che fosse figlio del dio, e
chi fosse la madre.
Cresciuto nel tempio, il figlio di Apollo e Creusa diventò custode del tesoro e
amministratore dei beni del santuario.
Nel frattempo Creusa si sposa con Xuto, che non era un ateniese autoctono, ma un
acheo figlio di Eolo, che la aveva ottenuta in moglie a ricompensa per l’aiuto prestato
agli Ateniesi nella battaglia contro i Calcodontidi dell’Eubea. Adesso Creusa e Xuto,
sterili, sono giunti all’oracolo per interrogarlo riguardo alla possibilità di avere figli. Il
dio farà sì che Xuto prenda il suo figlio clandestino come figlio proprio, in modo che
possa ricongiungersi con la madre, senza che nessuno venga a sapere dell’amplesso
segreto.
Hermes si allontana, celandosi in un boschetto di allori, e annuncia l’ingresso del
figlio di Apollo, battezzandolo con il nome di Ione, «Colui che viene», allusivo agli
eventi che si preparano: «Sarò il primo tra gli dei a chiamarlo Ione, / con il nome che
sta per toccargli in sorte» (vv. 80-81).
L’ingresso di Ione è all’insegna della più assoluta purezza e devozione, come
dichiara anche il momento aurorale del giorno: «Già Helios risplende sulla terra / con
la sua quadriga rifulgente, / e gli astri cercano rifugio nella notte sacra / da questo fuoco
del cielo. / Le cime inaccessibili del Parnaso, / inondate dal bagliore del sole, /
accolgono per i mortali / la ruota della luce diurna. / Il fumo della mirra secca / si libra
verso i tetti di Apollo, / e la donna di Delfi / siede sul tripode divino, / cantando ai
Greci gli oracoli / dettati dal dio» (vv. 82-93).
Mentre i servitori del dio delfico che lo accompagnano si allontanano in direzione
della sacra sorgente Castalia, Ione si dedica alle occupazioni abituali: spazzare
l’ingresso del santuario con ramoscelli di alloro e bende consacrate, spruzzando acqua
sul pavimento, e scacciare via gli uccelli che danneggiano le offerte.
In questi gesti semplici il giovane riversa un’infinita devozione per Apollo, che
chiama «padre» senza sapere quanto le sue parole corrispondano al vero: «Apollo è
mio padre, il mio genitore, / e io tesso le lodi di chi mi ha nutrito, / e nel tempio chiamo
con il nome di padre / Apollo che mi ha aiutato. / O Paián, o Paián! / Sii beato, beato, /
o figlio di Leto!» (vv. 136-143).
Entra il Coro delle ancelle di Creusa, che proviene da Atene, e ammira le
meraviglie scolpite o istoriate sulla facciata del tempio, da Eracle che decapita l’Idra
di Lerna, a Bellerofonte, che cavalca il cavallo alato, Pegaso, e uccide la Chimera, alla
Gigantomachia, in cui gli dei (Atena, Zeus, Dioniso) sono impegnati contro i figli
tracotanti della Terra.
Sopraggiunge Creusa, che alla vista della sede oracolare scoppia in lacrime,
suscitando la meraviglia di Ione. Egli cerca di capire da che cosa derivi il suo
scoramento, ma Creusa svia il discorso e il giovane le pone le domande di rito per i
visitatori del tempio, da cui apprende il nome della donna, la sua patria, Atene, e le sue
nobili origini.
Nel parlare delle origini di Creusa, il discorso va a cadere sulle Makrái, riaprendo
la ferita mai rimarginata.
In una sticomitia carica di allusioni incrociate, ma sempre elusive, alla reale identità
dei due colloquianti, Creusa informa Ione che lei e il marito Xuto sono venuti per
ricevere da Apollo un responso riguardo alla possibilità di avere figli, poiché sono
sterili, e apprende che il giovane non ha né padre né madre, ed è stato cresciuto nel
tempio da quando era in fasce.
Dissimulando la relazione segreta con Apollo, e attribuendola a una fantomatica
amica, la donna chiede a Ione di farsi mediatore per un responso segreto del dio, ma
ottiene una risposta negativa; il dio non rivelerà mai ciò che vuole nascondere, e
punirebbe chiunque lo comunicasse attraverso una profezia: «Nessuno sarà disposto a
interpretare l’oracolo. / Se la perfidia di Apollo verrà smascherata proprio nel suo
santuario, / il dio avrebbe ragione a punire chi te la rivelasse attraverso le profezie. /
Vattene altrove, donna: / non si devono chiedere responsi che possano danneggiare il
dio» (vv. 369-373).
Sopraggiunge Xuto, reduce dalla consultazione dell’oracolo di Trofonio, e Creusa
invita Ione a non raccontargli nulla del loro dialogo.
L’oracolo di Trofonio ha vaticinato che i due coniugi non torneranno da Delfi senza
figli, e Xuto si accinge a entrare nel tempio per interrogare la Profetessa, accompagnato
da parole di Creusa che suonano strane alle orecchie del giovane, e lo insospettiscono:
«CREUSA Così sarà. / Se l’Obliquo intende porre rimedio adesso alle sue colpe di
allora, / non per questo mi diventerà amico in tutto e per tutto. / Ma è un dio, e io
accetterò la sua volontà. / IONE Ma perché la straniera / continua a insultare il dio con
parole oscure? / A che cosa allude? / Davvero consulta l’oracolo per affetto nei
confronti della sua amica, / oppure tace su qualcosa che deve essere taciuto? / Ma che
cosa me ne importa, della figlia di Eretteo? / Non è una mia parente» (vv. 425-434).
La sua fiducia nel dio si incrina ed egli muove aspre critiche al comportamento degli
dei: «Adesso vado a riempire i vasi dell’acqua lustrale con le brocche d’oro. / Ma non
approvo Apollo. / Che cosa combina? Stupra vergini e poi le abbandona? / Mette al
mondo figli di nascosto e non si preoccupa se muoiono? / No: se sei potente, devi
seguire la via della virtù. / Gli dei puniscono tutti i mortali malvagi: / e allora come
può essere giusto che voi stabiliate leggi per i mortali, / se poi siete i primi a
trasgredirle?» (vv. 434-443).
Il Coro invoca Atena Nike e Artemide, sorelle di Apollo, affinché gli Ateniesi,
stirpe di Eretteo, possano avere figli che ne garantiscano la continuità e il prestigio,
celebra la fortuna che nasce da una bella prole, e conclude compiangendo la donna che
si è unita con Apollo e il bambino nato dall’amplesso, perché non c’è felicità per i figli
che nascono da un dio e da un mortale.
Xuto esce dall’oracolo esultante, e apostrofa Ione con il nome di «figlio»,
suscitandone lo stupore, e un certo fastidio. La reazione negativa di Ione non si attenua
quando Xuto gli comunica che il dio gli ha profetizzato che appena uscito dal tempio
avrebbe incontrato suo figlio, e chiede chi possa essere sua madre. Investigando i
trascorsi sentimentali di Xuto, i due ricostruiscono una possibile nascita di Ione dalla
relazione con una donna, una menade di Bacco, che il padre aveva incontrato quando
era venuto a Delfi prima di sposarsi con Creusa.
A questo punto ogni dubbio dilegua, e padre e figlio si ritrovano, nell’illusione
voluta dal dio, ma la gioia dell’agnizione con il padre viene subito offuscata dal
rimpianto per la madre sconosciuta: «O amata madre, potrò mai posare il mio sguardo
su di te? / Adesso ho voglia di vederti ancora più di prima, chiunque tu sia. / Ma forse
sei morta, e io non potrò fare nulla» (vv. 563-565).
Il Coro si augura che anche Creusa possa avere figli, mentre Xuto esorta Ione ad
andare con lui ad Atene, dove potrà vivere nobile e ricco.
Ione è felice di avere ritrovato il padre, ma teme di non essere accettato dagli
Ateniesi, fieri della loro autoctonia, e di essere respinto in quanto straniero e bastardo:
se resterà nell’ombra, non conterà niente, e se invece si darà alla carriera politica e
raggiungerà i vertici del potere, attirerà su di sé l’ostilità di altri potenti, che lo
ostacoleranno in ogni modo. Incontrerebbe anche l’ostilità di Creusa, che non ha avuto
figli, e dovrà affrontare da sola questo tormento che prima spartiva con il marito: Xuto
dovrà scegliere con chi dei due schierarsi, e tradire la moglie o il figlio. Infine, il
potere e la ricchezza procurano nemici e fastidi; molto meglio continuare a vivere una
vita di devozione nel tempio: «Lascia che io continui a vivere in questo luogo: / è
ugualmente bello, gioire di grandi cose / o essere contenti di cose piccole» (vv. 646-
647).
Ma Xuto non demorde, e annuncia che allestirà un banchetto pubblico proprio nel
luogo dell’agnizione, per officiare il sacrificio che di solito si celebra alla nascita di un
figlio, e poi porterà Ione ad Atene, fingendo che sia un ospite, e non suo figlio, per
evitare di affliggere Creusa. Trascorso un certo tempo, la convincerà a farne l’erede del
regno.
Infine, decide di ribattezzare il giovane con il nomen-omen Ione, in conformità con
quanto aveva profetizzato Hermes nel prologo: «E ti chiamo Ione, con un nome che ben
si adegua alla circostanza, / perché sei stato tu a venirmi incontro per primo, / mentre
uscivo dal sacrario del dio» (vv. 661-663). Ordina alle donne di non rivelare niente
alla moglie, altrimenti saranno uccise.
Ione obbedisce, ma si augura di trovare al più presto sua madre, e che sia una donna
di Atene, così potrà godere della parresía, il diritto di parola che vige nella città «di
razza pura».
Il Coro delle ancelle compiange Creusa, quando saprà che Xuto ha ritrovato il figlio
concepito con un’altra donna, mentre lei è sterile, e si augura che Ione muoia prima di
arrivare ad Atene: «fate che il ragazzo non giunga mai alla mia città / e muoia,
abbandonando la sua giovane vita» (vv. 719-720).
Entrano in scena Creusa e il vecchio Pedagogo, e il Coro trasgredendo agli ordini di
Xuto li informa della cerimonia in onore del figlio acquisito, che si sta celebrando
all’insaputa della donna.
Il vecchio Pedagogo ricostruisce la trama degli eventi, mettendo in cattiva luce Xuto
agli occhi di Creusa: straniero, si è introdotto nella città autoctona di Atene e si è
impadronito dei beni della casa di Eretteo, ma quando ha capito che Creusa era sterile,
ha generato di nascosto un figlio con un’altra donna, una schiava, e lo ha consegnato a
qualcuno di Delfi, per poi allestire la messa in scena dell’agnizione grazie all’oracolo,
e fare del figlio illegittimo il nuovo padrone del palazzo.
Non c’è scelta: bisogna uccidere Xuto e Ione, o almeno quest’ultimo, per evitare che
sia lui a danneggiare o uccidere Creusa, e l’officiante di morte sarà proprio il vecchio
Pedagogo, che vuole sdebitarsi nei confronti della casa che gli ha dato di che vivere.
Creusa, esasperata dalla disgrazia, in una monodia di grande effetto decide di
rivelare l’amplesso con Apollo, che dopo averla abbandonata a se stessa e aver fatto
morire il frutto del loro incontro, ha dato a suo marito un figlio che rappresenta una
minaccia. La rabbia nei confronti del dio raggiunge toni di estrema durezza: «A te, che
intoni il tuo canto / con la lira dalle sette corde, / costruita con le corna di animali
esanimi, / ma capace di riecheggiare / le melodie armoniose delle Muse, / a te, figlio di
Leto / griderò le mie accuse / davanti alla luce del sole! / Venisti da me splendido / con
i tuoi capelli d’oro, / mentre raccoglievo nelle pieghe della veste / petali gialli, come
raggi aurei, / † per farne ornamenti †. / Tu mi afferrasti per i polsi candidi / e mentre
gridavo O madre! / tu, dio e compagno di letto, / mi spingesti su un giaciglio, nella
caverna, / e rendesti onore ad Afrodite, spudoratamente. / E io, la sciagurata, ti
partorisco un figlio. / Poi, per paura di mia madre, / lo abbandono nel tuo letto, /
proprio dove avevi aggiogato me, l’infelice, / su quel letto di infelicità. / ÓIMOI MOI /
E adesso nostro figlio è morto, / lo hanno rapito gli uccelli / per farne banchetto. / Ma
tu, sciagurato, / suoni la tua cetra, / intoni il peana di esultanza» (vv. 881-906).
Il Pedagogo istiga Creusa a far uccidere Ione dai suoi servi.
Ma Creusa ha un’idea migliore: ucciderà Ione, di cui ignora la vera identità, con una
goccia del sangue della Gorgone che ha ereditato dal padre, il quale a sua volta l’aveva
avuta da Erittonio. E non lo ucciderà ad Atene, dove troppo facilmente i sospetti
ricadrebbero su di lei, ma proprio a Delfi, durante la festa. Sarà il Pedagogo a
incaricarsi di somministrargli il veleno.
Il Pedagogo si avvia, mentre il Coro plaude all’impresa, che impedirà a uno
straniero di regnare sulla città autoctona degli Eretteidi, e chiude con una tirata contro i
maschi e contro la misoginia propria dei poeti, non troppo dissimile da quella che si
trova in Medea (vv. 410 ss.): «Questo canto, questa Musa maligna, / si ritorca contro i
maschi, contro i loro letti: / dimostra di non ricordarsi dei figli, / Xuto, che pure
discende da Zeus / e non ha condiviso con la mia padrona, nella casa, / il destino
comune di non avere figli. / Ha favorito un’altra Afrodite, / e si è ritrovato un figlio
bastardo» (vv. 1096-1105).
Entra in scena un Servo, e riferisce che il complotto è stato scoperto, e i capi della
città cercano Creusa per lapidarla, e puniranno anche le sue ancelle.
Rientra Creusa, disperata, e su consiglio del Coro va a rifugiarsi sull’altare, proprio
mentre sopraggiunge Ione, deciso a ucciderla, anche a costo di profanare il luogo sacro.
Lo ferma l’ingresso in scena della Profetessa, che lo invita a deporre la furia e ad
andare ad Atene. La ministra di Apollo tiene sotto il braccio una cesta, proprio quella
in cui aveva raccolto Ione quando era stato esposto, e che il dio le aveva ordinato di
tenere nascosta fino a quel momento. In essa ci sono le fasce in cui lo aveva avvolto la
madre, e con esse Ione deve partire alla sua ricerca.
In una rhésis patetica, Ione compiange il proprio destino e quello della madre, ma
poi decide di non avventurarsi nella ricerca, per timore di scoprirsi figlio di una
schiava.
Proprio mentre sta per dedicare la cesta al dio, lo assale un dubbio, e cambia idea:
«O Apollo, ti dedico questo canestro nel tuo santuario! / Ma cosa mi succede? / Mi
scontro con il volere del dio / che ha salvaguardato per me i segni di riconoscimento di
mia madre? / Devo aprire la cesta, devo farmi coraggio. / Non potrò mai scavalcare il
mio destino. / O sacre bende, fasce che custodite le mie cose care, / che cosa mi
nascondete?» (vv. 1384-1389).
Ione estrae gli oggetti dalla cesta, e Creusa non può trattenere un grido di sorpresa,
perché riconosce in essi le cose che vi aveva messo quando aveva abbandonato il
bambino.
Si precipita fuori dallo spazio consacrato dell’altare, per stringere a sé il canestro e
il figlio. Ne segue una delle scene di agnizione più efficaci dell’antichità, giocata su una
suspense incalzante, in cui l’assassina si scopre madre della vittima, e il vendicatore
figlio di colei che vorrebbe uccidere, con un recupero dell’identità autentica che chiude
il gioco di specchi delle false coscienze sigillandolo in un abbraccio struggente: «IONE
O madre adorata! / Con che gioia ti ho vista, / e con che gioia mi abbandono sul tuo
viso! / CREUSA O figlio! / O luce (che il dio mi perdoni) / per tua madre più fulgida di
quella del sole! / Ti stringo tra le mie braccia, quando non speravo più di ritrovarti: /
pensavo che abitassi sottoterra, nel regno dei morti, / in compagnia di Persefone. / IONE
O madre cara, ero morto, / ma adesso, non più morto, riappaio tra le tue braccia. /
CREUSA IÓ IÓ distese dell’etere rifulgente, / che cosa dirò, che cosa griderò? / Da dove
mi giunge questa gioia inattesa? / Chi mi ha dato tanta felicità?» (vv. 1437-1448).
Culmina, la gioia.
Ma c’è ancora un’ombra da dissipare: quando Ione dice alla madre che bisogna
comunicare a Xuto la bella notizia, Creusa sussulta, perché Ione non è figlio di suo
marito.
L’ombra dilegua subito, non appena Ione apprende di essere figlio di Apollo.
Ma resta ancora qualcosa che il giovane non riesce a comprendere, e che insinua in
lui il sospetto di essere frutto di un’avventura giovanile della madre: perché Apollo lo
ha assegnato a Xuto, se è figlio suo?
La madre cerca di dare una spiegazione, che però non riesce a convincerlo: «CREUSA
In nome di Atena Nike, / che combatte sul carro a fianco di Zeus contro i Giganti, /
giuro che nessuno dei mortali è tuo padre, figlio mio, / perché tuo padre è l’Obliquo, il
Signore che ti ha cresciuto. / IONE E allora come mai ha attribuito suo figlio a un altro
padre, / e dice che sono figlio di Xuto? / CREUSA Ma non ha detto che sei nato da lui. /
Ti ha dato in dono a Xuto, anche se sei suo figlio. / Può succedere che qualcuno affidi il
proprio figlio a un amico, / affinché ne erediti la casa. / IONE Ma il dio vaticina verità o
menzogne? / Tutto questo, come è naturale, mi sconvolge, madre. / CREUSA Adesso stai
a sentire quello che mi è venuto in mente, figlio. / È per il tuo bene che Apollo ti
insedia in una famiglia di nobili, / perché se si dicesse che sei figlio del dio, / non
potresti mai riceverne in eredità né il nome, né la casa. / Come sarebbe possibile, se io
ho occultato quel matrimonio / e ho anche tentato di ucciderti a tradimento? / Apollo,
per venire in tuo aiuto, ti assegna a un altro padre. / IONE Non mi lascio convincere da
argomentazioni così superficiali. / Andrò nel tempio e chiederò ad Apollo / se sono
figlio suo o di un mortale» (vv. 1528-1548).
Dea ex machina, compare dall’alto del tempio Atena, inviata dal fratello Apollo,
che non gradisce presentarsi di persona a rispondere di quello che ha combinato in
passato, e rivela la verità all’ancora incredulo Ione: suo padre è proprio il dio di Delfi,
che lo ha concepito con Creusa, e Xuto lo ha ricevuto in dono, affinché sia introdotto in
una casa di nobile lignaggio.
In un finale all’insegna del mito di fondazione della civiltà ateniese sotto la
protezione di Apollo, Atena rivela che Creusa dovrà insediare sul trono Ione, che
appartiene alla stirpe degli Eretteidi, e da Ione nasceranno quattro figli, capostipiti ed
eponimi delle quattro tribù preclisteniche dell’Attica (i Geleonti, gli Opliti, gli Argadi
e gli Egicori), che un giorno popoleranno le Cicladi e i territori costieri, e da Ione
prenderanno il nome di Ioni. Anche Creusa e Xuto avranno due figli propri, Acheo e
Doro, capostipiti ed eponimi delle tribù omonime.
Gli dei, e in particolare Apollo, hanno agito, all’insaputa degli umani, per il loro
bene, anche a prezzo della loro sofferenza, e il dio di Delfi ha ben progettato ogni cosa:
«ATENA Apollo ha sistemato bene ogni cosa: / innanzi tutto ti ha fatto partorire senza
doglie, / e così nessuno dei tuoi cari se ne è accorto. / Dopo che partoristi questo
bambino e lo esponesti in fasce, / ordinò a Hermes di prenderlo in braccio e di
trasferirlo qui, / e lo nutrì e non lo lasciò morire. / Taci, dunque, e non dire che è tuo
figlio, / affinché Xuto gioisca della sua illusione / e tu, donna, possa partire di qui con
ciò che ti è caro. / Addio! Vi annuncio un destino di gioia, / dopo il sollievo da questi
tormenti» (vv. 1595-1605).
Ione si persuade, e Creusa leva lodi ad Apollo, di cui comprende l’operato.
Ad Atena la sentenza conclusiva, che suggella il senso della tragedia in cui più che
in ogni altra Tyche si rivela ministra di Ananke, e il Caso è una forma di Necessità
governata direttamente dagli dei: «Ti apprezzo per la tua lode al dio, / e perché hai
cambiato idea: / le azioni degli dei avanzano lente nel tempo, / ma alla fine si rivelano
efficaci» (vv. 1614-1615).
A ulteriore suggello, la teodicea celebrata nelle parole del Coro, anch’esso
convertito al verbo di Apollo: «CORO O Apollo, figlio di Leto e di Zeus, salve a te! / Se
sulla casa si abbatte la sciagura, / dobbiamo onorare gli dei e farci coraggio: / alla fine,
gli eccellenti ottengono il premio che meritano, / mentre i malvagi, come è nella loro
natura, / non saranno mai felici» (vv. 1619-1622).
Troiane

Terza di una trilogia di tema troiano, che comprendeva Alessandro (Paride, che fu la
causa della guerra di Troia), Palamede (vittima di parte greca della guerra, in seguito
alla congiura ordita a suo danno da Odisseo, per vendetta), e si concludeva con il
dramma satiresco Sisifo, Troiane fu messa in scena nel 415, e si configura come un
ininterrotto rito funebre, un thrénos protratto e convergente intorno alla figura di Ecuba,
che non abbandona mai la scena.
Il dramma, che rappresenta ancora una volta gli effetti devastanti della guerra per i
vinti, ma anche per i vincitori, si apre con il prologo pronunciato da Poseidone, che,
contrariamente alla tradizione iliadica che lo vuole filoellenico, è schierato dalla parte
dei Troiani. Il dio deve abbandonare gli altari della città devastata: «quando un tristo
deserto si impadronisce di una città, / il culto degli dei si guasta, non ricevono onori»
(vv. 26-27).
Troia è terra desolata, luogo di dolore. Le donne prigioniere vengono spartite a sorte
tra i vincitori. Eccezionalmente rispetto ai canoni della tragedia, è il dio stesso ad
annunciare la presenza in scena di Ecuba, che giace in lacrime davanti alla soglia: «E
se qualcuno vuole vedere questa sventurata, eccola qui, / Ecuba che giace davanti alla
soglia, / e versa tante lacrime per tante sofferenze: / senza che ne sapesse nulla, una
figlia, Polissena, / ha fatto una fine atroce accanto al monumento funebre di Achille, / e
anche Priamo e i suoi figli sono morti» (vv. 36-40).
A conclusione della rhésis di Poseidone, entra in scena Atena, la dea protettrice dei
Greci. Vuole castigare coloro che aveva protetto, per vendicarsi dell’affronto subito da
parte di Aiace Oileo, che aveva trascinato via dal santuario il suo simulacro e la sua
sacerdotessa, Cassandra.
La dea propone un accordo a Poseidone: «Quando navigheranno da Troia verso casa
/ Zeus invierà pioggia e grandine senza fine, e raffiche di vento buio. / Mi assicura che
mi darà il fuoco della sua folgore, / per colpire gli Achei, incendiare le loro navi. / E
tu, da parte tua, fai rimbombare l’Egeo di onde immani e di gorghi, / fai traboccare di
cadaveri l’insenatura dell’Eubea: / così per il futuro gli Achei impareranno / a onorare
il mio santuario, e a venerare gli altri dei» (vv. 77-86).
Poseidone accetta, e all’insegna dell’antibellicismo euripideo enuncia una inedita
teodicea, che contrasta con lo spirito imperialistico greco, e che vede gli dei come
persecutori di chi distrugge le città e i loro templi: «Sconvolgerò l’Egeo, e pulluleranno
di cadaveri le coste di Mykonos, / e le rocce di Delos, Scyros e Lemnos e il capo
Cafareo. / Forza, vai sull’Olimpo, prendi le saette dalle mani di tuo padre, / e poi
aspetta che salpi la flotta degli Argivi. / Stolto, tra i mortali, / chi devasta città, santuari
e tombe, sacre sedi dei morti, / e le riduce a deserti: sarà, poi, la sua rovina» (vv. 88-
97).
Gli dei escono, e tutto converge su Ecuba, che si alza da terra, parla tra sé e sé, e
lamenta la propria sorte, la fortuna di un tempo che si è rovesciata in sventura, in uno
strazio che consuma, oltre che l’anima, anche il corpo: «Sollevati da terra, sventurata! /
Alza su la testa! / Questo non è più Troia, e noi non siamo più i re di Troia. / La sorte si
è rovesciata: devi reggerne i colpi» (vv. 98-101).
Il lamento continua, ripercorrendo le tappe della spedizione greca contro la città,
sulle tracce di Elena, responsabile della rovina dei Priamidi e di Ecuba stessa,
incagliata nel lido della sventura.
La regina si fa corifea di un thrénos che coinvolge il Coro delle prigioniere di
guerra, che accorrono alle sue parole. Divise in due semicori, le donne sono angosciate
dal destino che le attende: venire assegnate per sorteggio ai guerrieri greci, insieme con
la loro regina.
Entra in scena l’araldo Taltibio, con l’annuncio che le donne sono già state assegnate
in sorte, ma non tutte insieme, bensì ognuna a un guerriero diverso. Cassandra, la
profetessa figlia di Ecuba, sarà concubina di Agamennone, mentre Polissena, l’altra
figlia, verrà immolata sul sepolcro di Achille; Neottolemo, il figlio di Achille, avrà
Andromaca, mentre Ecuba, per sua sventura, toccherà a Odisseo: «Mi è toccato in sorte
di fare da schiava / a uno spregevole traditore, nemico della giustizia, / un mostro che
non conosce legge, / che rovescia con la sua lingua ogni cosa / in un senso e nel senso
contrario e in quello contrario ancora, / e a tutti fa detestare ciò che prima avevano a
cuore. / Piangete per me, o Troiane! / È la fine, me sventurata!» (vv. 282-291).
Taltibio convoca fuori dalla tenda Cassandra, la profetessa consacrata ad Apollo e
ora costretta a soggiacere ai desideri di Agamennone, per portarla al condottiero dei
Danai. Ma vede brillare dall’interno la luce di una torcia, e teme che le Troiane
abbiano intenzione di uccidersi con il fuoco, piuttosto che diventare schiave.
Ordina di aprire la porta, e la visione che si presenta, di altissima suggestione
spettacolare, è Cassandra in delirio, con una torcia in mano: nell’esaltazione celebra in
anticipo un immaginato, esiziale, imeneo, il rito nuziale tra lei e Agamennone, che sarà
l’inizio della fine per la casa degli Atridi.
Inutilmente Ecuba cerca di calmare il delirio della figlia con l’aiuto delle ancelle.
Cassandra grida le sue profezie: «... Agamennone, il re glorioso degli Achei / si
congiungerà con me in nozze più micidiali delle nozze di Elena. / Perché lo ucciderò, e
distruggerò la sua casa, / vendicando i miei fratelli e mio padre» (vv. 358-360).
Poi critica i vincitori, che hanno causato la rovina di molti per una donna sola, e a
causa sua sono giunti a sacrificare per mano del padre una vergine innocente, per poi
morire in nome di un ideale ben più misero di quello dei Troiani, che lottavano per
difendere la propria città dagli invasori. Ettore, emblema del valore troiano, è morto da
eroe, proprio grazie alla guerra scatenata ingiustamente dagli Achei, e anche Paride è
diventato famoso grazie alle nozze con Elena.
Taltibio intima a Cassandra e Ecuba di salire sulle navi, per andare al servizio di
Agamennone e Odisseo, ma si guadagna le parole insultanti della sacerdotessa, che lo
accusa di essere schiavo dei potenti, e profetizza che Ecuba morirà a Troia, e non sarà
serva di Odisseo; e Odisseo sarà condannato a vagare dieci anni, affrontando prove
terribili, prima di tornare a Itaca, dove incontrerà miriadi di sciagure.
Dopo avere vaticinato la propria fine e quella di Agamennone, Cassandra getta via
le bende sacre, ma non per ostilità nei confronti di Apollo, come accadeva in
Agamennone di Eschilo (vv. 1264 ss.), e dichiara la propria funzione di Erinni
vendicatrice nei confronti del condottiero acheo a cui è stata assegnata: «Addio, madre,
non piangere. / O patria adorata, e voi, fratelli che giacete sotto terra, / e tu, padre che
mi hai fatto nascere, / non dovrete attendermi a lungo: / discenderò tra i morti con un
trofeo di vittoria, / e dopo avere annientato la casa degli Atridi, / che ci hanno trascinati
alla rovina» (vv. 458-461).
Cassandra esce di scena, scortata da Taltibio e dai soldati, mentre Ecuba si accascia
a terra, respinge le ancelle che la aiutano a risollevarsi, e manifesta una sfiducia
radicale nei confronti degli dei. Poi rievoca i fasti della sua vita («Fui regina e fui
sposa di re...», v. 474) e la caduta rovinosa: «... a coronamento delle mie sciagure, /
arriverò in Grecia come una vecchia schiava, / e mi assegneranno le mansioni più
pesanti per una vecchia: / fare la portinaia che custodisce le chiavi, / io che sono la
madre di Ettore, / oppure la panettiera, e dormire per terra con la mia schiena rugosa, /
io che ho dormito in letti regali, / e vestire di stracci il mio corpo consunto, / vergogna
per chi aveva vissuto nel benessere» (vv. 489-497).
Sola, orbata dei figli, si augura di morire, e pronuncia una sentenza pessimistica
sulla condizione umana: «O figlia, o Cassandra che condividi il delirio con gli dei, / in
quali circostanze hai perso la tua castità! / E tu, dove sei, povera Polissena? / Di tanti
figli che mi erano nati, nessuno, né maschio né femmina / viene in aiuto di questa
sventurata. / Perché mi rimettete in piedi? Per quale speranza? / Conducete questi miei
piedi, / che un tempo, a Troia erano delicati e adesso sono da schiava, / a un
pagliericcio, per terra, o a un drappo di pietra: / così potrò gettarmici sopra, e morire
consumata dalle lacrime. / Non ritenete felice nessuno tra coloro che godono di buona
sorte, / prima che sia trapassato» (vv. 500-510).
Il Coro aggiunge lamento a lamento, un canto di lutto per Troia, la celebrazione triste
della sua caduta grazie alla trappola del cavallo di legno. Annuncia a Ecuba che sta
arrivando Andromaca, sul carro di Neottolemo, ricolmo delle spoglie di Ettore e dei
Troiani, e stringe al seno il figlio Astianatte.
Il lamento adesso assume due voci e due volti, Ecuba e Andromaca, che convergono
nel compianto per Ettore, figlio e sposo, precipitato anzi tempo nell’Ade, e per la città
devastata, ridotta a ricovero di avvoltoi, cumulo di macerie, per colpa di Paride.
Ecuba si avventa ancora contro gli dei, con parole sconsolate e taglienti, perché
l’eccesso di dolore mette in crisi la fiducia in una qualsiasi teodicea. La buona sorte si
è rovesciata in sciagura, la vita in morte: Andromaca era nobile e ora è schiava,
Cassandra è appena stata strappata alla madre. E adesso Ecuba apprende che Polissena
è stata assurdamente immolata sulla tomba di un cadavere d’eroe. Sempre più la
tragedia si fa catarsi del dolore, e della pietà.
Andromaca ritiene Polissena più fortunata, mentre anche nell’abisso della sofferenza
rimane in Ecuba il senso di un attaccamento, tutto greco, alla vita: «ANDROMACA È
morta come è morta. / Ma la sua morte è fortuna maggiore del mio vivere. / ECUBA Non
sono la stessa cosa, figlia mia, vivere e essere morti: / la morte è il nulla, nella vita ci
sono speranze» (vv. 630-633).
Parole che non incrinano la sentenza negativa di Andromaca sulla vita: «O madre, tu
che hai generato figli, / ascolta la parola più bella, che infonderà gioia nel tuo animo: /
io dico che non essere nati è come essere morti, / e essere morti è meglio che vivere
nello strazio. / Chi è morto non soffre, perché non si accorge di nessuna sciagura, /
mentre chi ha vissuto nella felicità e cade in disgrazia, / si tormenta per la nostalgia
della fortuna perduta. / Lei, è come se non avesse mai visto la luce: / è morta, e non sa
nulla delle sue sventure» (vv. 634-642).
Andromaca è vittima della propria fama di sposa devota e custode della casa e della
serenità del maschio, che ha invogliato Neottolemo, il figlio di Achille, a prenderla
come moglie-schiava nella sua reggia, dove sarà stretta nella morsa di un’alternativa
atroce: allontanare dal proprio cuore il ricordo di Ettore, e amare il nuovo sposo,
procurandosi così il rancore del morto; oppure conservarsi fedele a Ettore, e incorrere
nell’odio di Neottolemo. In ogni caso, non le resta speranza, se non nella forma
consolatoria dell’illusione.
Ecuba invita la donna a conquistare il favore del nuovo marito, per garantire la
propria incolumità, e crescere il figlio di Ettore nella prospettiva di un futuro sereno.
Ma entra in scena l’Araldo, con un annuncio terribile: i Greci, su consiglio di Odisseo,
hanno deciso di uccidere il figlio di Ettore e Andromaca, scaraventandolo giù dalle
mura, per impedire che un giorno possa vendicare la morte del padre.
La donna deve subire, e non le è concesso neanche lo sfogo della maledizione contro
gli assassini del bambino: «se dirai qualcosa che susciti l’ira dell’esercito, / questo
bambino non avrà sepoltura né compianto funebre. / Se invece starai zitta e subirai di
buon grado il tuo destino, / non lascerai il suo cadavere insepolto, / e ti guadagnerai
maggiore benevolenza da parte degli Achei» (vv. 735-739).
Andromaca piange il destino del figlioletto, e le proprie nozze infelici, e si rivolge
ad Astianatte con tutta la tenerezza di una madre straziata, in una scena di grandissimo
effetto patetico: «Piangi, figlio? Ti rendi conto della tua sciagura? / Perché ti afferri a
me con le mani e ti stringi alle mie vesti, / rifugiandoti sotto le mie ali come un
uccellino? / Non accorrerà Ettore, brandendo la sua lancia gloriosa, / risorgendo da
sotto terra per salvarti, / non i parenti di tuo padre, non i Frigi potenti: / spiccando un
balzo esiziale dall’alto, / spezzerai il tuo respiro, senza nessuna pietà. / O abbraccio di
bimbo così caro alla madre! / O dolce profumo della tua pelle! / Invano questa
mammella ti ha nutrito in fasce, / invano mi travagliavo e mi logoravo nelle doglie. /
Saluta tua madre, adesso per l’ultima volta, / corri da colei che ti ha partorito, /
abbracciami, avvicina la tua bocca!» (vv. 749-763).
Quindi inveisce contro i Greci, capaci di un’azione così efferata, e maledice Elena,
che ha causato la guerra. Poi si arrende sotto i colpi del destino e accetta l’imbarco
sulla nave che la porterà a Ftia.
Astianatte si avvia a morire, e l’Araldo rivela la propria compassionevole umanità:
«Coraggio, piccino, / sciogli il dolce abbraccio della madre straziata, / sali in cima alla
corona delle torri erette dai padri, / dove hanno decretato che devi morire. / Ma un altro
dovrebbe essere araldo di tali disgrazie, / uno che sia meno incline di me alla pietà, / e
ami più di me l’impudenza» (vv. 782-789).
Escono di scena, Astianatte e i suoi accompagnatori e Andromaca sul carro, ed entra
in scena Menelao, che si accinge a riprendere possesso di Elena: dichiara di non avere
mosso guerra a Troia per riconquistare la moglie, bensì per punire Paride, che aveva
tradito la sua fiducia. Riporterà Elena ad Argo per ucciderla in patria, a vendetta di tutti
i Greci che sono morti per causa sua.
Ecuba leva un’invocazione, che suona enigmatica perché riprende l’invocazione a
Zeus garante della teodicea cosmica di Eschilo, Agamennone 160 ss., ma ricorre ad
espressioni che secondo alcuni interpreti rimandano alla teoria dell’aér di Diogene di
Apollonia, e introducono elementi di linguaggio naturalistico che suonano stridenti
all’orecchio dei Greci, come si deduce anche dalla battuta immediatamente successiva
di Menelao. Ciò non toglie che in ogni caso a Zeus venga attribuita una teodicea:
«ECUBA O tu, fondamento della terra e che sulla terra hai dimora, / chiunque tu sia,
inconoscibile, o Zeus, / necessità di natura o intuizione dei mortali, / io ti supplico:
avanzando per tragitti di silenzio / guidi secondo giustizia le vicende degli umani. /
MENELAO Che cosa succede? / Hai inventato un nuovo modo di supplicare gli dei?» (vv.
884-889).
Trascinata dai soldati, sopraggiunge Elena, che apprende di essere condannata a
morte, e pronuncia un discorso a propria discolpa, attribuendo a Ecuba l’origine della
guerra, poiché era stata lei a partorire Alessandro Paride; e colpevole al pari di lei fu
Priamo, che non lo eliminò appena nato, come reclamavano i sogni premonitori della
sua sposa. Poi ci fu il giudizio sulle tre dee, Atena, Era e Afrodite: la dea dell’amore
vinse, e unì Elena e Paride in nozze vantaggiose per tutta la Grecia, che si liberò così
dal rischio di essere dominata dai barbari. Infine, anche Menelao ebbe la sua parte di
colpa, perché partì lasciandola sola a palazzo in balìa di Paride e della dea dell’amore,
che è la vera responsabile degli eventi.
Esortata a difendere l’onore dei suoi figli e della sua patria contro le parole
persuasive di una donna malvagia, Ecuba si incarica di smontare la costruzione retorica
di Elena. Assurdo, che faccia passare per stupide le tre dee, rendendole protagoniste di
un gioco vanesio, pur di salvare la faccia: non è stata Afrodite a impadronirsi della sua
mente, ma, viceversa, la sua mente è diventata essa stessa Afrodite, alla vista del
bellissimo Paride (si noti il rovesciamento della concezione arcaica che compariva, per
esempio, nel finale dell’Agamennone eschileo, in cui Clitemestra, dopo avere ucciso
Agamennone assegnava all’alástor, il demone vendicatore, la responsabilità del suo
gesto): «Mio figlio era bellissimo, / e la tua mente, a vederlo, è diventata Afrodite: /
tutte le pazzie sono Afrodite, per i mortali, / e giustamente il nome della dea comincia
come aphrosyńe. / E tu sei impazzita, / quando lo hai visto nelle sue vesti barbariche,
tutto fulgido d’oro» (vv. 987-992).
In realtà Elena aveva seguito spontaneamente Paride a Troia, perché sperava di
vivere nel lusso, e si era guardata bene dal chiedere aiuto ai suoi concittadini o ai suoi
fratelli gemelli Castore e Polluce, che non si erano ancora trasferiti tra gli astri. Per
tutto questo merita la morte.
Sarà imbarcata su una nave diversa da quella di Menelao, per evitare che egli ne
subisca il fascino, e gli Argivi la uccideranno, affinché sia di esempio per tutte le
donne: «E una volta rimpatriata in Argo, / infame, morirà nell’infamia, come merita, / e
insegnerà a tutte le donne a essere caste, anche se non è facile. / Ma in ogni caso la sua
fine sarà un monito per il loro delirio, / anche per quelle che sono peggiori di lei» (vv.
1055-1059).
Poi le donne piangono la perdita degli sposi, destinati a restare insepolti, e la
propria condizione di schiave, deportate sulla nave, tra le lacrime dei bambini.
Infine, vedendo Taltibio e la scorta che rientrano con il cadavere di Astianatte
portato sullo scudo, ne annunciano la morte atroce: «O spose sventurate dei Troiani, /
guardate il cadavere di Astianatte, / assassinato dai Danai, / che lo hanno buttato giù
dalle torri, / come si lancia un disco, senza pietà» (vv. 1118-1122).
Taltibio riferisce a Ecuba che Neottolemo è già partito in gran fretta alla volta di
Ftia, portando con sé Andromaca, che ha chiesto alla madre di officiare il rito funebre
di Astianatte sullo scudo di Ettore, poiché non ha potuto farlo lei di persona.
Ecuba fa eco all’annuncio con una rhésis intensamente patetica, in cui inveisce
contro i Greci, che hanno ucciso un bambino innocente per l’assurda paura che un
giorno potesse raddrizzare Troia, e vendicarsi degli Achei. Descrive con la consueta
icasticità euripidea i dettagli della sua morte atroce, e chiude compiangendone il
destino, emblematico della caducità delle cose umane: «Folle, tra i mortali, / chi si
illude di godere saldamente della buona sorte / e se ne rallegra: la fortuna, con i suoi
capricci, / balza ora qua ora là, come un uomo incostante: / nessuno può essere felice,
mai» (vv. 1203-1206).
La lamentazione viene ripresa nei metri lirici del Coro, e continua nel kommós
recitato a voci alterne da Ecuba e dalle donne, per culminare nelle parole della mater,
che vogliono conferire valore e senso alla sciagura, perché essa diviene occasione di
canto: «Gli dei volevano soltanto il mio strazio, / e odiavano Troia più di qualunque
altra città: / inutili, i sacrifici che celebravamo in loro onore. / Se un dio non avesse
rovesciato e affondato sotto terra ciò che era in alto, / nessuno saprebbe di noi, e non ci
dedicherebbero inni i poeti, / né offriremmo materia di canto ai mortali che verranno
dopo» (vv. 1240-1245).
Si vedono bagliori di fiaccole in lontananza, e Taltibio che ordina ai soldati di
incendiare Troia, prima della partenza.
Non resta che il páthos estremo dei gesti rituali raccontati in parole-poesia, a
testimoniare l’assurdità della guerra, il suo corteo di devastazione, mentre Troia
rimbomba sotto la propria rovina, e la scena si fa deserto di dolore: «ECUBA La cenere
come fumo che si libra nell’aria / farà sparire dalla vista la mia casa. / CORO Scompare
il nome di questa terra. / Tutto finisce in qualche modo. / Troia, città di sventura, non
c’è più. / ECUBA Avete inteso? Avete sentito? / CORO Pergamo rimbomba. / ECUBA Il
terremoto, il terremoto... / CORO ... dilaga per tutta la città! / ECUBA IÓ / Membra
tremanti, reggete i miei passi! / Andate, o infelici, verso il giorno della schiavitù. /
CORO IÓ povera città! / E tu, dirigi il tuo passo alle navi degli Achei» (vv. 1320-1332).
Ifigenia in Tauride

Aristotele (Poetica 1455b) collocava questa tragedia, rappresentata nel 414 e


destinata a rimodellare la saga degli Atridi in antitesi con la versione eschilea del mito,
tra gli esempi perfetti di architettura drammatica, insieme con Edipo re di Sofocle. La
posteriore Elena, come ha dimostrato Grégoire, ricalca la struttura di questa Ifigenia,
con parallelismi fin troppo evidenti perché si possa sentire il bisogno di ulteriori
disamine critiche.
In prologo, è Ifigenia stessa, nel tempio di Artemide in Tauride di cui è sacerdotessa
e officiante di rituali macabri, a narrare l’antefatto. Suo padre Agamennone, in seguito
alle rivelazioni dell’indovino Calcante, l’aveva immolata per ottenere navigazione
propizia all’esercito degli Achei che era trattenuto in Aulide da una interminabile
bonaccia per volontà di Artemide, irata nei confronti del condottiero ellenico; ma fu un
sacrificio illusivo, perché la dea intervenne, e sostituì la giovinetta con una cerva:
«Artemide mi trafugò, / e agli Achei diede, al mio posto, una cerva. / Mi mandò
attraverso l’etere rifulgente, / e mi insediò qui, nella terra dei Tauri, dove su popoli
barbarici / regna il barbaro Toante, che ha piedi veloci come ali / e da questa velocità
dei suoi piedi ha preso nome. / E lui mi ha insediata qui, sacerdotessa di questo tempio,
/ dove officio i preliminari di un rituale gradito alla dea Artemide / (di bello ha solo il
nome, “rito”, / ma del resto non parlo, perché la dea mi fa paura): / sono altri poi a
scannare le vittime nei penetrali di questo suo sacrario» (vv. 29-41).
La notte precedente le ha portato visioni inquietanti, in cui le sembrava di preparare
per il sacrificio il fratello Oreste: per questo decide di offrire libagioni in onore del
fratello lontano, e rientra nel santuario per convocare le ancelle greche che le sono state
assegnate dal re Toante.
Proprio in questo momento entrano in scena Oreste e il suo fedele amico Pilade:
sono venuti in seguito a un oracolo di Apollo, secondo il quale il figlio di Agamennone
doveva recarsi nella terra dei Tauri per impadronirsi della statua di Artemide, che era
caduta dal cielo e veniva onorata in quel santuario. Solo così si sarebbe liberato dalla
maledizione per il matricidio, che lo perseguitava.
Di fronte ai trofei macabri che ornano la facciata del tempio, Oreste si sgomenta, e
vorrebbe tornare indietro. Ma Pilade lo esorta a proseguire nell’azione, per non
contraddire l’oracolo del dio, e lo invita ad allontanarsi e cercare riparo in una delle
grotte costiere, lontano dalla nave, affinché i Tauri non possano trovarli.
I due giovani si allontanano, e rientra Ifigenia, accompagnata dal Coro delle ancelle,
alle quali racconta le visioni notturne, e la sua intenzione di officiare un rituale in onore
del fratello che crede morto: «È per lui che voglio versare / sul dorso della terra /
queste libagioni e la coppa degli estinti, / il latte che zampilla dalle giovenche montane,
/ le gocce del vino di Bacco, / il miele delle api gialle, / fiotti che placano i defunti»
(vv. 159-166).
Sopraggiunge un mandriano, proveniente dalla costa, e annuncia che sono arrivati
dal mare due giovani greci, e devono essere sacrificati alla dea. Uno dei due dà segni
di delirio: impugna la spada, e si slancia contro i vitelli, scambiandoli per le Erinni, e
li massacra. I mandriani decidono di attaccare gli stranieri, ma proprio in quel momento
il delirio si placa, e l’uomo si abbatte al suolo, con la bava alla bocca, mentre il suo
compagno lo soccorre amorevolmente. Poi si riprende, e assalta i mandriani, che
contrattaccano a loro volta, finché non riescono ad avere il sopravvento sui due. Il re
Toante decide di mandarli al tempio, perché siano sacrificati.
Ifigenia, inferocita contro i Greci in seguito al sogno, si prepara a compiere il rito –
ma questa volta, a differenza di altre circostanze, senza alcuna pietà – e lamenta che non
siano mai sbarcati in Tauride Elena, o Menelao, per offrire loro un’Aulide in
contraccambio di quella in cui era stata destinata a morte.
Il Coro si interroga sull’identità dei due giovani, ipotizzandone il tragitto con
raffinati intarsi mitologici che si intrecciano al gusto per la descrizione geografica, e
chiude augurandosi vendetta su Elena, la liberazione dalla schiavitù, e il ritorno in
patria: «O se Elena figlia di Leda / per le preghiere della padrona / venisse qui,
lasciando la città di Troia, / circondando i suoi capelli / con una rugiada di sangue, / e
morisse pagando uguale pena / per mano della nostra padrona / che le taglia la gola! /
Riceveremmo il più gradito degli annunci, / se dalla Grecia venisse un navigante / a
liberarci dal tormento di questa triste schiavitù. / Vorrei, in sogno, / essere nella mia
casa / e nella città di mio padre, / gustando il piacere del sonno, / la grazia di una
beatitudine / a tutti comune» (vv. 439-455).
Arrivano i due giovani, scortati dai soldati di Toante.
Ifigenia li interroga, ne ammira la prestanza, e compiange (con evidente ricerca di
effetto patetico) la sorella che dovesse perdere due fratelli del genere: «Chi è la madre
che vi ha partorito? / Chi sono vostro padre e vostra sorella, ammesso che ne abbiate
una? / Che coppia di giovani fratelli perderà, se vi perde! / Chissà a chi toccherà una
sorte del genere. / Il volere degli dei muove per tragitti imperscrutabili, / e non c’è
nulla che si possa conoscere chiaramente: / la sorte ci svia in direzione dell’ignoto. /
Da dove venite, stranieri disgraziati? / Lungo, il tragitto fino a questo paese, / e lungo il
tempo che passerete sotto terra, lontano da casa» (vv. 473-481).
Oreste invita la sacerdotessa a risparmiare le lacrime, perché stridono con la sua
funzione di sacrificatrice, e rifiuta di farsi oggetto di pietà, quando ormai la sua sorte è
segnata.
Nella sticomitia che segue, Ifigenia chiede il nome dei giovani, ma Oreste rifiuta di
rivelare il proprio, perché in questo modo resterà salvo il suo onore. Rivela soltanto la
sua città di origine, Micene, ma non spiega il motivo dell’esilio. Ifigenia chiede
informazioni sulla guerra di Troia, Elena, Menelao, l’indovino Calcante, Odisseo,
Achille, e Agamennone.
Oreste si stupisce che la donna sia così ben informata sui protagonisti della storia
greca, e la sacerdotessa gli rivela di essere nata in quella terra, per poi sparirne quando
era poco più che una bambina. Vuole sapere di più intorno alla sorte del padre
Agamennone, e apprende che è stato assassinato dalla moglie Clitemestra, e che Oreste
ha ucciso la madre per vendicare il padre. Infine domanda se il figlio di Agamennone
sia ancora vivo, e di fronte alla risposta positiva irride il sogno menzognero, che
alludeva alla sua morte. Propone un patto: Oreste andrà a Micene, a consegnare un
messaggio ai suoi parenti, e in cambio avrà salva la vita, mentre Pilade verrà
sacrificato, secondo l’uso della città. Oreste accetta, ma a condizione che sia l’amico
ad avere salva la vita, poiché gli vuole bene e si sente responsabile di averlo coinvolto
nell’impresa.
Di fronte a tanta generosità e tanto eroismo, Ifigenia pronuncia parole colme di
ammirazione, di cui il pubblico coglie l’effettiva valenza: «Cuore sublime! / Certo è
nobile la radice da cui sei nato, e sei un amico vero con gli amici. / O se fosse come te
il fratello che mi è rimasto! / Anch’io ho un fratello, stranieri, anche se non posso
vederlo. / Ma poiché è questo che vuoi, manderemo lui con la lettera, / e sarai tu a
morire, dal momento che lo desideri così tanto» (vv. 609-616).
Oreste deve essere sacrificato, e Ifigenia sarà l’officiante del rito preliminare.
Ancora una volta il dramma assume la caratteristica di un gioco di specchi e
nascondimenti, che il pubblico conosce, e i protagonisti ignorano: «ORESTE Se ci fosse
la mano di una sorella a comporre il mio cadavere! / IFIGENIA Vano augurio, il tuo
augurio, o infelice, chiunque tu sia. / Vive lontano da questo paese di barbari. / ...
Adesso vado nel sacrario a prendere la tavoletta. / Non credere che io ti voglia male. /
Servi, fate loro la guardia, ma senza catene! / Forse il mio messaggio raggiungerà
inaspettatamente in Argo / colui che amo più di chiunque altro, / e la lettera gli porterà
una gioia inimmaginabile, / annunciandogli che la sorella che credeva morta, vive» (vv.
628-642).
Ifigenia rientra nel tempio, e i due giovani si interrogano sulla sua identità: deve
essere davvero una greca, perché sa troppe cose su Troia, Calcante, Achille; ed è di
Micene, dal momento che vuole mettersi in contatto con quelli di laggiù.
Intanto Pilade ha riflettuto, e decide di morire con l’amico, perché teme le calunnie
dei cittadini, che potrebbero sospettarlo di avere ucciso Oreste per impadronirsi del
potere su Micene, vista la situazione disastrosa in cui versa la famiglia degli Atridi.
Oreste si oppone, invitandolo a vivere e a sposare Elettra, e a erigere un tumulo in
suo onore a Micene, quando sarà morto. Chiude con una critica severa nei confronti di
Apollo: «L’Apollo dei vaticini mi ha mentito: / con uno stratagemma mi ha mandato il
più lontano possibile dalla Grecia, / perché si vergognava delle sue profezie. / Io gli ho
dato tutto, e ho creduto in lui / ma adesso vado incontro alla morte, / per pagare
l’uccisione di mia madre» (vv. 711-715).
Pilade accetta di sopravvivere, ed esorta Oreste a non disperare dell’oracolo di
Apollo.
Ifigenia esce dal tempio con le tavolette della lettera, e impegna Pilade con un
giuramento a consegnarle, giurando a sua volta di fare in modo che il giovane si
allontani dalla città incolume, con il consenso del re.
Per non correre il rischio che il messaggio vada perduto in caso di naufragio,
Ifigenia lo recita ad alta voce a Pilade, e in questo modo Oreste ha una traccia per
scoprire la sua vera identità: «IFIGENIA Dirai a Oreste, figlio di Agamennone: / “Ti
manda questa lettera colei che fu sacrificata in Aulide, / Ifigenia, che è ancora viva, /
anche se non è viva per chi si trovava in quella terra”. / ORESTE Ma dov’è? È
resuscitata dalla morte? / IFIGENIA L’hai davanti agli occhi» (vv. 769-773).
L’agnizione ormai è inevitabile, e Euripide la inscena con grande maestria,
attraverso ben dosate procrastinazioni e complicanze, fino all’esibizione di
contrassegni inoppugnabili da parte di Oreste, che descrive i ricami eseguiti dalla
sorella, e rammenta gesti che soltanto loro due potevano ricordare, come il lavacro da
parte di Clitemestra, la ciocca di capelli che la fanciulla aveva fatto avere alla madre, e
infine la lancia di Pelope, che era nascosta nella sua camera di ragazza.
Lacrime di gioia, espressioni struggenti d’amore coronano il riconoscimento dei due
fratelli, nella rammemorazione comune del dolore trascorso, del gesto assurdo di
Agamennone.
L’agnizione li ha anche salvati dal rischio di commettere un sacrilegio terribile: che
Oreste morisse per mano della sorella ignara della sua identità. Adesso i tre devono
trovare una via di fuga dalla Tauride.
Oreste informa la sorella del motivo della sua missione, voluta da Apollo, e la
invita a farsene complice: «Fu allora che il dio parlò dal tripode d’oro e mi inviò qui, /
a trafugare l’immagine caduta dal cielo per collocarla in terra ateniese. / Collabora con
la salvezza che il dio ci ha decretato: / se ci impadroniremo del simulacro della dea,
sarò libero dal delirio, / e ti riporterò a Micene su una nave dai molti remi. / Forza,
sorella adorata, salva la casa di nostro padre, e salva me! / Se non ci impossesseremo
della statua della dea caduta dal cielo / sarà la fine per me e per tutta la stirpe dei
Pelopidi» (vv. 976-986).
Ifigenia è d’accordo, ma teme la vendetta del re e della dea: in ogni caso è pronta a
morire, se questo significasse la salvezza per Oreste. Infine, trova la soluzione: dirà che
Oreste viene dalla Grecia ed è un matricida, e potrà essere sacrificato solo dopo una
purificazione nelle acque del mare, e così anche il suo compagno; e anche la statua
della dea dovrà essere lavata perché è stata toccata dall’impuro.
Ottenuta la complicità delle donne, a cui promette di portarle con sé in Grecia,
Ifigenia invita Oreste e Pilade a nascondersi nel tempio, e invoca Artemide, esortandola
a offrire il suo aiuto e a trasferirsi ad Atene.
Come l’alcione che intona un canto struggente, il Coro esprime tutta la nostalgia per
la patria e il timore di essere abbandonato nella terra dei barbari, e vagheggia un volo
immaginario di ritorno.
Entra in scena il re Toante, e chiede a Ifigenia perché tenga tra le braccia la statua
della dea: le spiegazioni della sacerdotessa seguono il filo del piano ordito con Oreste
e Pilade, e riesce a convincere il re barbaro a consegnarle gli stranieri, e a intimare ai
cittadini che nessuno esca di casa, per non essere colpito dal contagio. Il re stesso
dovrà restare al tempio, per purificarlo con una torcia, con il capo velato in modo da
non vederli.
Toante entra nel tempio, mentre Oreste e Pilade escono, e il Coro intona un peana in
onore di Artemide e di Apollo uccisore del drago Pitone, il dio degli oracoli usurpati a
Themis, figlia di Gaia, che invano tentò di recuperarne il possesso.
Arriva il Messaggero, e chiama a gran voce il re Toante, per avvisarlo che gli
stranieri e Ifigenia sono fuggiti portando con sé la statua della dea su una nave greca,
con la complicità delle donne. Ma le onde li hanno bloccati in prossimità della riva, e
potrebbero essere fermati da un intervento tempestivo del re.
Toante si avvia all’inseguimento, minacciando ritorsione contro le donne, al suo
ritorno.
Lo ferma Atena, che compare in alto sul tempio, e gli impone di desistere, perché
l’evento si è compiuto per volere del Fato e degli dei: «Dove, dove ti lanci
all’inseguimento, o re Toante? / Ascolta queste parole di Atena. / Smettila di dare la
caccia e di scatenare la fiumana dei tuoi guerrieri: / Oreste è venuto fin qui per decreto
del Fato, in seguito ai vaticini di Apollo, / per fuggire alla rabbia delle Erinni e
ricondurre ad Argo sua sorella, / e trasferire la statua sacra nella mia terra. / In questo
modo troverà sollievo dalle sciagure che adesso lo affliggono. / Così io ti parlo» (vv.
1435-1442).
Oreste dovrà andare a Halai, nella costa sudorientale dell’Attica, e lì collocare la
statua dentro un tempio dedicato ad Artemide Tauropolos, e istituire un rito a memoria
dello scampato pericolo, mentre Ifigenia fonderà rituali di iniziazione femminile a
Brauron, all’insegna del sacrificio dell’orsa consacrata ad Artemide.
Toante accetta la volontà di Atena, in nome della devozione che va tributata agli dei,
e lascerà partire Oreste, Pilade e Ifigenia, e anche le ancelle, in piena pacificazione: «O
Atena sovrana, manca di saggezza / chi ode la parola degli dei ma non le dà credito. /
Non provo rancore per Oreste / che se ne è andato via con la statua della dea, / e
neanche per sua sorella. / Perché dovrei? / È forse bello mettersi contro gli dei, che
sono più forti? / Vadano pure alla tua terra con la statua della dea / e la collochino là,
con ogni fortuna. / Manderò anche queste donne nella Grecia felice, come tu comandi»
(vv. 1475-1485).
Così si chiude la tragedia, e la volontà imperscrutabile, ma sacra, degli dei ha
compimento, in una religiosità che si nutre anche del dubbio e della bestemmia, a tal
punto è certa della propria forza, a tal punto è radicata nell’animo umano.
Elena

Tragedia a lieto fine come Ifigenia in Tauride, che ne è il modello strutturale,


Elena, messa in scena alle Grandi Dionisie del 412, è un’opera che si presta a
molteplici letture – per la natura enigmatica della sua protagonista, insieme umana e
divina, angelica e demoniaca, iniziatica e profana – che ne fanno punto di collisione e
collusione tra identità e doppio, menzogna e verità.
Euripide presenta un’Elena antitetica alla fedifraga distruttiva consacrata dall’epos
e da Eschilo: non fu lei a fuggire a Troia con Paride, bensì un suo simulacro, mentre la
vera Elena andò alla corte di Proteo, in Egitto.
La natura divina di Elena, come dea preellenica della bellezza naturale in seguito
umanizzata, è confermata dalla sua nascita dall’uovo fecondato da Zeus, e dal fatto che
era oggetto di culto a Sparta e in altre città della Grecia. Inoltre il rapimento la assimila
ad altre divinità femminili, tra cui Kore-Persefone, che fu rapita da Ades.
L’occultamento e la rinascita di Elena, il passaggio dalla menzogna alla verità offrono
la possibilità di interpretare la tragedia in chiave iniziatica, con una decisa prossimità
alla tradizione orfica.
Nel prologo Elena, che si trova in Egitto alla corte di Teoclimeno, figlio di Proteo, e
si è rifugiata presso il sepolcro del padre per sottrarsi alle brame del figlio, racconta
l’antefatto, da quando Paride la ebbe in sposa in seguito al giudizio sulle tre dee, fino
all’inganno voluto da Era: «Afrodite promise a Alessandro la mia bellezza / (se può
dirsi bellezza la sventura) / e che sarei diventata la sua sposa. / E vinse. / E Paride, il
pastore dell’Ida, abbandonò le sue stalle / e venne a Sparta, per avere il mio letto. / Ma
Era, infuriata per la sconfitta, / fece abbracciare ad Alessandro un fantasma d’aria: / al
figlio del re Priamo concesse non me, / ma una statua che respira, fatta di cielo, a mia
somiglianza. / E gli sembra di possedermi, / ma non possiede me, bensì solo un
simulacro vuoto» (vv. 27-36).
Quando scoppiò la guerra tra la Grecia e Troia, i contendenti non si battevano per
difendere la vera Elena bensì soltanto il suo nome, perché Hermes l’aveva nascosta in
una nuvola e portata al palazzo di Proteo, il più casto dei mortali, affinché potesse
rimanere fedele a Menelao. Ma dopo la morte di Proteo, suo figlio, meno casto di lui,
se ne era invaghito e voleva sposarla. Elena è disperata, ma la sostiene una speranza:
«... ho sentito le parole del dio, di Hermes. / Dice che tornerò ad abitare con il mio
sposo nella terra gloriosa di Sparta, / ed egli verrà a sapere che non sono andata a
Troia, / per non dover rifare il letto a qualcun altro» (vv. 56-59).
Entra in scena l’arciere Teucro, fratellastro di Aiace Telamonio, bandito in esilio
dal padre perché non aveva saputo impedirne il suicidio, e notando la somiglianza con
l’odiata Elena, si trattiene a stento dall’ucciderla.
Dissimulando la propria identità, Elena interroga Teucro su Elenasimulacro: «ELENA
E avete catturato anche la donna di Sparta? / TEUCRO Menelao l’ha trascinata per i
capelli. / ELENA L’hai vista con i tuoi occhi la sventurata, / o parli per averne sentito
dire? / TEUCRO Con i miei occhi, proprio come adesso vedo te. / ELENA Attenti che non
sia un’allucinazione inviata dagli dei. / TEUCRO Basta, parlare di Elena. Cambiamo
discorso. / ELENA Allora siete convinti di quello che avete visto? / TEUCRO L’ho vista io
stesso con i miei occhi, e la vede la mia mente» (vv. 115-122).
Elena chiede notizie di Menelao, e apprende che una tempesta lo ha disperso nel
mare Egeo insieme con Elena-simulacro, e che in Grecia lo danno per morto. Inoltre sua
madre Leda si è impiccata per la vergogna, mentre riguardo ai due fratelli, i Dioscuri,
si è diffusa una duplice notizia: che siano stati tramutati in astri, oppure si siano
suicidati anch’essi a causa della sorella.
Teucro comunica il motivo della sua visita: vuole incontrare la profetessa Teonoe,
figlia di Proteo e di Psamate, per avere un responso riguardo alla rotta da seguire per
approdare a Cipro, dove l’oracolo di Apollo ha destinato che vada a stabilirsi e
fondare un’altra Salamina, a ricordo della sua madrepatria.
Elena lo esorta a fuggire subito, prima che rientri Teoclimeno, che è
momentaneamente impegnato in una battuta di caccia, e odia tutti i Greci. Teucro si
allontana, elogiando l’Elena reale, e insieme maledicendo il suo doppio: «Che gli dei
possano ricompensarti per la tua nobiltà d’animo. / Somigli a Elena nell’aspetto, ma
non nell’animo: sei ben diversa. / Le auguro di crepare, e di non arrivare mai alle rive
dell’Eurota. / A te invece auguro di essere felice per sempre, donna» (vv. 158-163).
Elena inizia a lamentare le proprie sventure, invocando le Sirene infere, emblemi di
seduzione e morte, e Persefone, mentre entra in scena il Coro di giovani schiave greche.
Sono state attratte da un grido della padrona, che somiglia al grido delle Ninfe insidiate
da Pan, così come essa è insidiata da Teoclimeno. Come d’uso nella párodos amebaica,
Elena riprende il proprio lamento, ricapitolando le sventure che ha appreso da Teucro
mentre le donne le fanno eco compiangendola, e si dispera per la pessima fama a cui
l’ha condannata Afrodite. Soffre perché le vengono attribuite colpe inesistenti, e ormai
dispera di rivedere Menelao. Sua madre è morta, e di questa morte Elena è colpevole
(in quanto Elena-simulacro), e contemporaneamente innocente: «Ed è morta anche mia
madre, / e sono io la sua assassina, colpevole, incolpevole» (vv. 280-281).
Ma in realtà Elena non si sente colpevole, perché non ha agito érga, bensì ha subito
prágmata: «Nessuna sventura mi manca, e sono morta, / ma per quello che ho subito,
non per quello che ho fatto» (vv. 285-286).
Se Menelao è morto, non potrebbe tornare in patria, perché la ucciderebbero
scambiandola per il suo doppio, e non ci sarebbe lo sposo a riconoscerla grazie a
contrassegni noti soltanto a loro due. E l’alternativa di sposare Teoclimeno le suona
come una condanna all’infelicità.
l’amechanía che la inchioda le fa vedere nella morte l’unica via di uscita dalla
sofferenza originata dalla sua bellezza.
Il Coro la convince a interrogare Teonoe intorno alla sorte di Menelao, e la donna
giura che se è morto si suiciderà, e lamenta la fine assurda di Troia, distrutta per azioni
che non erano azioni: «IÓ Troia, città di sventura! / Azioni non azioni ti hanno
annientata. / Hai sofferto uno strazio senza senso» (vv. 362-364).
Elena e il Coro escono, ed entra Menelao, afflitto perché la sorte avversa lo ha fatto
naufragare sulla costa dopo lunghe navigazioni infruttuose, insieme con Elena-
simulacro: l’ha lasciata con i suoi compagni superstiti in una grotta, e adesso si
avvicina al palazzo di Proteo per procurarsi qualcosa di utile.
Compare una vecchia, caratterizzata da tratti comici e popolareschi, e gli ingiunge di
andarsene, perché i Greci non sono graditi nella reggia. Menelao insiste per entrare, e
apprende di essere approdato in Egitto, e che nella casa vive Elena.
Reagisce con meraviglia e cerca di darsi una spiegazione, ma decide comunque di
rimanere e attendere l’arrivo del re, per poi valutare se rientrare alla nave o chiedergli
aiuto in base al diritto di ospitalità, fiducioso nel prestigio del proprio nome.
Si mette in disparte, mentre rientra il Coro che annuncia il responso di Teonoe:
Menelao è vivo, e vaga di mare in mare, senza riuscire a fare ritorno a Micene.
Rientra anche Elena, esultante, e conferma le parole del Coro, aggiungendo che
Teonoe ha profetizzato che il suo sposo arriverà da lei, dopo molte peripezie: adesso si
trova nelle vicinanze, dopo avere fatto naufragio.
Proprio in quel momento Menelao esce dal nascondiglio, ed Elena reagisce sorpresa
e terrorizzata: «ÉA chi è costui? / Non sarà una trappola decisa dall’empio figlio di
Proteo? / Devo correre al sepolcro / come una puledra veloce o una baccante di
Dioniso. / Quest’uomo ha proprio l’aspetto di un selvaggio, / e mi dà la caccia per
catturarmi» (vv. 541-545).
La donna cerca di raggiungere l’altare, ma Menelao la trattiene, per parlarle.
Quando si ferma presso il sepolcro, entrambi si accorgono della somiglianza
sconvolgente con i reciproci sposi, e Elena è la prima a riconoscere Menelao nel
naufrago.
Per Menelao, che ha lasciato Elena-simulacro nella grotta, è più difficile accettare
la verità, e decide di andarsene, sconsolato, abbandonando nella disperazione la vera
Elena, che ha cercato inutilmente di spiegargli che a Troia era andata non lei, ma solo
una parvenza fatta di etere, per volontà di Era.
Proprio in quell’istante arriva un Servo di Menelao, ad annunciare che Elena-
simulacro si è volatilizzata, dopo avere rivelato l’incredibile verità: «Tua moglie è
scomparsa, / si è librata nelle profondità dell’etere. / Si è occultata nel cielo, dopo
avere abbandonato la caverna sacra / dove la tenevamo in custodia, e ci ha detto queste
parole: / “O poveri Frigi, e poveri tutti gli Achei! / Per colpa mia siete morti sulle
sponde dello Scamandro, / per le trame di Era, pensando che Paride / avesse un’Elena
che in realtà non aveva. / Io sono rimasta tra di voi per il tempo necessario, / e dopo
avere svolto il compito a me destinato / ritorno da mio padre, nel cielo. / La povera
figlia di Tindaro, che non ha nessuna colpa, / gode ingiustamente di cattiva fama”» (vv.
605-615).
Ma quando vede la vera Elena presso l’altare, il Servo trasale, teme di essere stato
raggirato da un incantesimo, e consente a Menelao di riconoscere la propria sposa:
«Salve a te, figlia di Leda! / Ma allora eri qui. / E io ho appena annunciato / che ti sei
involata tra gli abissi degli astri: / non sapevo che avessi un corpo alato. / Ma non ti
permetto di prenderti gioco di noi un’altra volta, / perché a Troia hai già fatto soffrire
fin troppo tuo marito e i suoi alleati. / MENELAO Allora le cose stanno proprio così, / e
le sue parole coincidono con queste, e dicono la verità. / O giorno desiderato, che mi
consente di riabbracciarti!» (vv. 616-624).
Come in ogni agnizione, seguono le parole dell’esultanza, il ricordo dei tempi felici
e della caduta, gli abbracci del rinnovato amore, e la ricostruzione degli eventi, adesso
condivisi nella memoria comune. Il Servo si unisce al giubilo, e dopo una tirata contro
gli oracoli e gli indovini, che non erano riusciti a impedire che tanti guerrieri morissero
per una nuvola, su indicazione di Menelao va ad avvisare i compagni che si trovano
nella grotta, affinché si tengano pronti.
Placata la commozione e la curiosità, Elena si rende conto che Menelao rischia di
morire per mano di Teoclimeno, perché sarebbe di ostacolo al matrimonio tra lui e la
figlia di Leda, che fino a quel momento è riuscita a sottrarsi alle sue voglie.
L’unica via di scampo è guadagnarsi la complicità di Teonoe, in modo che non riveli
a Teoclimeno la presenza di Menelao nel paese, e poi escogitare un piano di fuga.
Si sente rumore di chiavistelli che si aprono, e con un ingresso in scena di grande
potenza suggestiva, preceduta dalla luce di una torcia, esce dalla reggia Teonoe, la
profetessa, accompagnata da due ancelle: «Fammi da guida tu, con la luce della torcia! /
Purifica con lo zolfo le profondità dell’aria, nel rituale sacro, / così io potrò cogliere il
soffio puro del cielo: / e tu, se qualcuno con il suo piede sacrilego / ha contaminato il
mio percorso, / percuoti il suolo con la torcia di pino infuocata, purificatrice, / prima
del mio passaggio. / Dopo che avremo reso onore agli dei con il mio rito, / riportate
dentro casa la fiamma del focolare» (vv. 865-872).
Elena si dispera, teme per la sorte di Menelao.
Teonoe, in effetti, sa tutto. Informa i due sposi che gli dei si riuniranno proprio in
quel giorno, perché Era adesso favorisce il rientro in patria di Menelao, affinché si
sappia che non ha consumato le nozze con Elena, mentre Afrodite lo ostacola. Teonoe
deve decidere se schierarsi con Afrodite e rivelare la presenza di Menelao, oppure con
Era, e tacerla. Elena si getta alle sue ginocchia e la supplica, in lacrime, di non parlarne
con Teoclimeno, mentre Menelao, fedele al canone eroico, invece di supplicare la
profetessa, invoca lo spirito di Proteo, perché faccia in modo che Teonoe lo aiuti a
mantenere la promessa, che aveva pronunciato da vivo, di restituirgli la sposa. Infine,
minaccia di uccidere se stesso e Elena sul sepolcro come esigeva il giuramento,
contaminandolo con il sangue versato.
Teonoe, il cui nome significa «intuire divino», decide di schierarsi al fianco di Era,
e di salvare Menelao e Elena, in nome della giustizia e di una teodicea di chiara
matrice orfica: «Concordo con i rimproveri / che rivolgi a mio padre davanti a questo
sepolcro: / sarei ingiusta, se non ti restituissi la tua sposa. / Anche Proteo, se fosse
ancora vivo, / te la riconsegnerebbe, e ti restituirebbe a lei. / C’è una punizione per i
morti e per tutti i viventi, / se vengono meno alla parola data: / l’essenza spirituale dei
trapassati non ha più vita, / ma ha una coscienza immortale, perché va a finire nell’etere
immortale. / Per non tirarla alle lunghe, tacerò, come mi avete supplicato di fare, / e non
diventerò mai complice del delirio di mio fratello: / lo aiuterò anche se sembra il
contrario, / perché trasformerò chi è sacrilego in un uomo rispettoso degli dei» (vv.
1009-1021).
Guadagnata la complicità di Teonoe, si tratta di escogitare un piano per allontanarsi
insieme dal paese. Impossibile fuggire su un cocchio, perché non conoscono il
territorio. Impossibile uccidere Teoclimeno, perché la profetessa non lo consentirebbe.
Elena trova la soluzione, come d’obbligo in un teatro che attribuiva alla donna la
prerogativa della scaltrezza e dell’inganno: Menelao fingerà di essere morto, lei e le
donne gli tributeranno il compianto rituale, e la sposa chiederà a Teoclimeno di
officiare il funerale su un sepolcro vuoto: in mezzo al mare, perché è lì che giace
Menelao.
Teoclimeno dovrà fornire un’imbarcazione, in cui mettere gli arredi funebri da
gettare in acqua, e Menelao si imbarcherà su di essa insieme con i marinai superstiti.
Ultimo accorgimento: sarà Menelao stesso ad annunciare la propria morte, fingendo
di essere un marinaio che lo ha visto morire travolto dalle onde, e gli stracci che
indossa serviranno a confermare che è scampato proprio a quel naufragio.
Mentre il suo sposo rimane presso il sepolcro, che lo difenderà in caso di
aggressione, Elena va alla reggia, per incontrare Teoclimeno; ma prima cambierà il suo
abito bianco con uno nero e si raserà i capelli, per simulare il lutto, e leverà
invocazioni a Era e ad Afrodite.
Il corale che segue è di grande respiro, e dalla lamentazione per la sorte di Elena e
delle troiane e dei loro sposi, si dilata fino all’interrogazione sull’imperscrutabilità del
volere divino, e alla denuncia dell’assurdità di ogni guerra: «Che cosa è dio, / che cosa
non dio, / che cosa c’è in mezzo? / Chi tra i mortali, indagando, / dirà di avere trovato il
limite estremo, / se vede le cose degli dei / balzare qui e là, / e di nuovo capovolgersi, /
in eventi inattesi, che si contraddicono? / Tu Elena, sei nata da Zeus, sei sua figlia: / tuo
padre ti ha generato nel grembo di Leda / prendendo forma di cigno alato. / Ma in tutta
la Grecia gridano / che sei traditrice, infedele, / senza giustizia, senza dei. / Che cosa ci
sia di chiaro / nelle vicende dei mortali / io non lo so. / † Ma la parola degli dei / ho
trovato che è vera †. / Folle chi si guadagna la gloria / con la guerra, a colpi di lancia, /
cercando una soluzione da stupido / ai contrasti che travagliano i mortali...» (vv. 1137-
1154).
Reduce da una battuta di caccia ritorna Teoclimeno, il re rozzo e brutale dei barbari,
con cani e servitori: gli hanno riferito della presenza di un greco, e a vedere che Elena
non si trova più presso il sepolcro, teme che sia stata rapita su una nave, e stia già
viaggiando alla volta della Grecia.
Sta già disponendo le guardie all’inseguimento, quando vede la donna acconciata a
lutto, e blocca gli armigeri.
Elena, conforme al piano che ha ideato, gli spiega che si è vestita a lutto perché ha
appreso da uno straniero (Menelao che sta rannicchiato presso il sepolcro in
dissimulati panni) la notizia che il suo sposo è morto.
In una sticomitia condotta sul filo dell’ironia tragica, e in cui il re viene sempre più
ridicolizzato, Elena dichiara di essere pronta a sposare Teoclimeno, ora che il suo
primo marito è morto, e a dimenticare ogni rancore. Chiede che il re autorizzi il rito
funebre secondo l’usanza dei Greci, in onore di Menelao a cui è ancora affezionata.
Per culmine di malizia, è Menelao stesso, interpellato dal re, a dare indicazioni
sullo svolgimento della cerimonia: occorreranno armi di bronzo per onorare il defunto,
perché era un guerriero, e una nave, che dovrà andare ben al largo, in modo che se ne
distingua a stento la scia, affinché le onde non restituiscano i resti impuri del rituale.
Teoclimeno cade nella trappola – tutto contento della devozione che Elena ha
dimostrato nei confronti del marito, e di cui pensa di poter essere a sua volta oggetto un
giorno, in quanto futuro sposo – e si dimostra generoso anche con il finto naufrago.
Adesso Elena e Menelao giocano con il re giovane e stolto come una coppia di gatti
con il topolino: «MENELAO È questo il tuo dovere, giovane: / amare il marito che è qui
con te e lasciare quello che non è più vivo. / È questa la decisione più opportuna, dopo
ciò che ti è successo. / Se farò ritorno in Grecia sano e salvo / e tu diventerai una sposa
come si deve per tuo marito, / metterò fine alle calunnie che ti hanno perseguitata. /
ELENA Farò come dici: / mio marito non avrà mai di che lamentarsi di me. / Tu mi sei
vicino, e te ne accorgerai» (vv. 1288-1295).
Il secondo stasimo del Coro, uno dei più discussi per la sua apparente divagazione
dalla trama, è di cardinale importanza per comprendere la dimensione iniziatica di
Elena e del teatro euripideo in generale, e a una lettura approfondita si rivela
fondamentale per capire la valenza simbolica e misterica della tragedia.
La prima strofe racconta di Demetra, la divinità fondatrice dei Misteri Eleusini, qui
assimilata a Cibele, la Grande Madre orientale, che va alla ricerca della figlia (di cui
non si può pronunciare il nome, secondo le prescrizioni del rituale eleusino) rapita dal
dio degli Inferi, Ades: «Un tempo con passo rapido / la madre montana degli dei / balzò
per le valli ricche di selve, / per le correnti dei fiumi, / per le onde risonanti del mare, /
nella smania di ritrovare la figlia perduta, / la fanciulla di cui non è lecito pronunciare
il nome. / Fragore penetrante delle nacchere, / quando la dea aggiogò al suo carro le
belve / e mosse alla ricerca della figlia / rapita alle danze circolari delle vergini; / e
con le ali ai piedi, dietro di lei, / si mossero Artemide armata del suo arco / e Atena,
occhio di Gorgone, / con tutta la sua armatura, e con la lancia. / Ma Zeus, con sguardo
che irradia dalle dimore celesti / decretò destino ben diverso» (vv. 1301-1319).
L’antistrofe I e la strofe II raccontano la siccità provocata da Demetra addolorata,
che diventa demone vendicatore per il rapimento della figlia, e l’istituzione di
celebrazioni festive afroditiche, all’insegna di grida esultanti (alalà), dei cimbali di
bronzo e dei timpani (che sono anche strumenti dionisiaci, come il flauto che Demetra
impugna per unirsi alla festa), per far sorridere la dea.
L’antistrofe II, anche se il testo è in parte corrotto, allude alla colpa fondamentale di
Elena, l’empietà nel letto nuziale e il culto dell’esteriorità, in contrasto con la
celebrazione dell’interiorità sacra dei misteri orfeodionisiaci e demetriaci eleusini: «†
Hai bruciato offerte / illecite, empie † nel tuo letto nuziale, / scatenando su di te, o
figlia, / la furia della Grande Madre, / perché non hai celebrato i sacrifici della dea: /
grande il potere delle nebridi screziate / e delle foglie di edera che incoronano i sacri
tirsi, / e del rombo roteato nell’aria, / e della chioma che baccheggia per Bromio, / e
delle veglie notturne in onore della dea. / † Tu ti vantasti soltanto della tua bellezza †»
(vv. 1353-1368).
La vera Elena ha espiato nell’oscurità e nell’intimità di una vita appartata e dolente
gli effetti devastanti del proprio doppio, che è stato causa di distruzione per Greci e
Troiani, e ha distrutto anche il suo nome, coprendolo di vergogna: così, attraverso
questa iniziazione, ha potuto comprendere il limite della pura esteriorità, e adesso,
purificata, può rinascere a una nuova vita.
Rientrano in scena Elena e Menelao, pronti alla fuga, e Teoclimeno, il quale si
preoccupa con grande, ridicola sollecitudine, che il cenotafio marino di Menelao venga
officiato nel migliore dei modi, e procura loro una nave fenicia, pregustando la gioia
delle proprie nozze.
Il Coro, invece, esulta per l’imminente ritorno in patria dei due sposi che si sono
ricongiunti, e perché Elena potrà riscattare la propria reputazione, poiché non ha mai
sposato il barbaro, non è mai andata a Troia.
Arriva un altro Messaggero, rivela a Teoclimeno l’inganno di cui è stato vittima, e
gli annuncia che Menelao e Elena sono fuggiti con l’aiuto dei naufraghi greci che fino a
quel momento erano rimasti nascosti e sono stati imbarcati con il pretesto di associarli
alla celebrazione del cenotafio: gli uomini di Teoclimeno avevano accettato la volontà
di Menelao, perché il re lo aveva nominato comandante della nave.
Una volta al largo, invece di celebrare il sacrificio in nome del morto, il condottiero
degli Achei leva una preghiera a Poseidone e alle Nereidi, affinché consentano a lui e
alla sua sposa un viaggio propizio fino alla costa greca.
Gli uomini di Teoclimeno capiscono l’inganno, ma è troppo tardi, e vengono
sconfitti da Menelao e dai suoi compagni, e scaraventati in mare.
La nave adesso viaggia alla volta della Grecia, e Teoclimeno vuole vendicarsi della
sorella che lo ha tradito nascondendo la presenza di Menelao a palazzo, mentre il Coro
cerca inutilmente di farlo desistere, dicendo che Teonoe ha agito secondo giustizia, per
impedirgli di fare torto alla memoria del padre.
Dei ex machina, appaiono i Dioscuri, fratelli di Elena, e lo fermano, rivelando che
ciò che è accaduto era volontà degli dei: «Teoclimeno, re di questa terra, / ferma questa
collera ingiusta che ti trascina! / Siamo noi a chiamarti, i Dioscuri che Leda partorì un
giorno, / i fratelli di Elena che è appena fuggita via dalla tua casa. / Ti infuri per nozze
che non erano volute dal destino; / e tua sorella Teonoe, figlia di una Nereide divina, /
non ha commesso nessun torto nei tuoi confronti, / perché ha onorato le leggi degli dei e
le giuste consegne del padre. / Elena doveva rimanere nella tua casa solo fino a questo
momento. / Adesso che Troia è stata rasa al suolo, / e dopo che gli dei si sono serviti
del suo nome, non più. / Deve ricongiungersi con il suo sposo, / e andare a vivere con
lui nella sua casa» (vv. 1642-1655).
A Elena garantiscono navigazione propizia, e che una volta morta sarà assunta tra gli
dei, al loro fianco, secondo il volere di Zeus.
Anche Menelao avrà destino felice e andrà a vivere nell’Isola dei Beati.
Teoclimeno si rimette alla volontà dei divini, ed esalta la nobiltà d’animo di Elena:
«O figli di Leda e di Zeus, / depongo il rancore che nutrivo nei confronti di vostra
sorella, / e non voglio più uccidere la mia. / Che Elena faccia pure ritorno alla sua
casa, se così vogliono gli dei. / E sappiate che siete fratelli di sangue / della migliore,
della più virtuosa delle donne. / Gioite di Elena, della sua indole nobilissima, / che non
è di tutte le donne» (vv. 1680-1687).
Il finale, pronunciato dal Coro, è quello rituale che compare anche alla fine di
Alcesti, Medea, Andromaca e Baccanti, a testimoniare l’imperscrutabile governo degli
dei sul mondo, che trova varco a ciò che per gli umani è imprevedibile, ma ha
comunque senso sacro.
Fenicie

Databile con buona approssimazione tra il 410 e il 409 a.C., la tragedia, come
anche, sebbene tangenzialmente, Supplici, si concentra sulla saga tebana, già
ampiamente visitata da Eschilo (Sette contro Tebe) e da Sofocle (Antigone, Edipo re,
Edipo a Colono), ma modula la materia del mito in maniera assolutamente libera ed
originale.
Il prologo è affidato a Giocasta, che è sopravvissuta a Edipo, e ricapitola le tristi
vicende dei Labdacidi, dal parricidio e dall’incesto del re al suo autoaccecamento, fino
alle maledizioni che scaglia contro i figli che lo hanno rinchiuso nel palazzo: «I miei
figli, quando la barba cominciò a ombreggiare le loro guance, / rinchiusero il padre,
affinché scendesse l’oblio su una sciagura / che poteva essere occultata soltanto con
molti stratagemmi. / Edipo è vivo, è nel palazzo. / È appestato dal destino, / e scaglia
contro i suoi figli le maledizioni più blasfeme, / gli augura di spartirsi questa reggia a
colpi di spada» (vv. 63-68).
Terrorizzati, i figli decidono di non convivere nella reggia, e di alternarsi al potere,
un anno a testa. Il primo turno spetta a Eteocle, e Polinice va ad Argo, in esilio
volontario. Ma quando poi reclama il proprio turno di comando, Eteocle gli rifiuta
l’alternanza, e allora marcia contro Tebe, con Adrasto, re di Argo, di cui ha sposato la
figlia.
Adesso l’esercito di Polinice è sotto le mura, e Giocasta tenta di riconciliare i due
fratelli, proponendo loro un incontro.
Quando Giocasta rientra nella reggia, fa il suo ingresso in scena il vecchio
Pedagogo, su una parte sopraelevata del palazzo, seguito da Antigone, la figlia di Edipo
e della regina. Il dialogo tra i due personaggi dall’alto della casa alterna il parlato
ritmico, giambico, del Pedagogo al cantato in metri vari della giovinetta, in una
teichoskopía, ovvero l’osservazione dell’esercito nemico dall’alto delle mura, di
tradizione omerica (cfr. Iliade 121-244): nella drammaturgia tragica esisteva un
precedente illustre (condotto sotto forma di annuncio da parte di un Messaggero, in un
linguaggio meno descrittivo e più dionisiaco, all’insegna di un più arcaico Ares), in
Sette contro Tebe di Eschilo.
Il Pedagogo, rispondendo alle domande di Antigone, identifica a uno a uno i sette
guerrieri: Ippomedonte miceneo, Tideo etolico, Partenopeo figlio di Atalanta,
l’indovino Anfiarao, Capaneo il superbo, Polinice al fianco di Adrasto.
Durante la descrizione, il vecchio riconosce che Polinice avanza contro Tebe
secondo giustizia, perché è stato ingannato dal fratello, e proprio per questo teme
l’esito dello scontro: «Ma li accompagna Dike, mentre marciano contro la nostra terra, /
e temo che anche gli dei se ne accorgano» (vv. 154-155).
Terminata la descrizione (con Antigone che, alla vista di Polinice, esprime il
desiderio di poter volare da lui come una nuvola sospinta dal vento, per abbracciarlo),
il Pedagogo invita la giovinetta a rientrare nella sua stanza.
Entra in scena il Coro formato dalle donne fenicie che sono venute in Grecia per
consacrarsi, a Delfi, al servizio di Apollo, che ha consentito alla loro città di trionfare
in battaglia. Le donne, legate a Tebe da un vincolo ancestrale, perché il fondatore della
città, Cadmo, aveva origini fenicie, vagheggiano l’arrivo nella sede sacra di Delfi, ne
celebrano le due divinità tutelari, Apollo e Dioniso, e paventano l’attacco contro la
città da parte degli Argivi.
Spada in pugno, entra in scena Polinice, che è stato convocato dalla madre, ma teme
che si tratti di un agguato. Decide di rinfoderare l’arma e riparare presso l’altare, e
interroga le donne sulla loro provenienza. Soddisfatta la sua richiesta, a sua volta
informa le donne della propria identità. Nell’apprendere che hanno di fronte Polinice,
figlio di Edipo, esse esaltano la comune origine, e convocano Giocasta. La madre entra
in scena, vestita di nero, con la testa rasata in segno di lutto per l’esilio a cui Polinice è
stato ingiustamente costretto da Eteocle, e esulta del ritrovato abbraccio.
Poi parla di Edipo, del suo dolore per l’ostilità tra i fratelli, del suo rammarico per
le maledizioni che ha scagliato contro di loro, nella furia: «Il vecchio senza occhi che
sta nella reggia, / sempre in lacrime rimpiange / la coppia di fratelli che si sono staccati
dalla casa. / Ha tentato di scannarsi da solo con la spada, / ha appeso i lacci alle travi /
piangendo sulle maledizioni / che ha scagliato contro i suoi figli. / E urla, senza tregua,
si occulta nel buio» (vv. 327-336).
Polinice esprime tutta la commozione che lo ha pervaso nel rivedere i luoghi
dell’adolescenza, compiange il lutto della madre, e poi le chiede notizie di Edipo e
delle sorelle. Riceve una risposta che non lascia spazio alla gioia, e a cui bisogna
rassegnarsi: «Un dio devasta la stirpe di Edipo, / e tutto ha avuto inizio da quando
partorii figli che non dovevo partorire, / e sposai tuo padre, per mia sciagura, e ti
generai. / Ma perché parlo così? / Bisogna sopportare il decreto degli dei» (vv. 379-
382).
Nella sticomitia che segue Giocasta incalza il figlio con interrogazioni sulla sua
condizione di esule, e Polinice ne indica l’aspetto peggiore nella mancanza di parresía,
ovvero della libertà di parola che consente di esporre la propria opinione nelle
assemblee democratiche, con la conseguenza di dover subire la stupidità dei potenti.
Madre e figlio concordano su una cosa: la patria è il bene più caro per i mortali.
Polinice ricapitola il suo arrivo ad Argo, e racconta come ebbe in sposa una figlia
del re in seguito a un oracolo di Apollo, destino che toccò anche a Tideo, anch’egli
esule. Poi Adrasto promise ai generi che li avrebbe ricondotti nelle loro rispettive
patrie, a cominciare da Polinice: per questo adesso è venuto con l’esercito possente
degli Argivi, pronto a recuperare ciò che gli spetta di diritto.
Arriva Eteocle, e Giocasta tenta di mediare la contesa, invitando Polinice a esporre
per primo le proprie ragioni.
Polinice parla in nome della giustizia, e si dice pronto a restituire il regno a Eteocle,
dopo che lo avrà gestito per un anno, e così via, restaurando il patto che era stato
infranto.
Eteocle invece parla in nome del potere: «Io parlerò senza nascondere niente,
madre: / mi spingerei fino a dove sorgono gli astri † il sole † / e scenderei nelle viscere
della terra, se fossi in grado di farlo, / pur di procurarmi la più grande delle divinità, il
Potere. / E questo vantaggio, madre, preferisco tenermelo ben stretto / e non voglio
davvero cederlo a un altro. / Sarebbe da vigliacchi, perdere il più e accontentarsi del
meno» (vv. 503-510).
Dopo queste parole tracotanti, Eteocle esibisce l’unico argomento plausibile da
contrapporre alla giustizia di Polinice: lo accusa di muovere in armi contro la patria.
Giocasta lo rimprovera, in un discorso di grande spessore etico, che si tramuta in un
elogio dell’uguaglianza, condotto in chiave antropocosmica: «Perché, figlio, ti lasci
dominare / dal peggiore di tutti i demoni, l’Ambizione? / Non farlo: è una dea ingiusta. /
Si insinua in molte case e in molte città felici, / e poi se ne va, rovinando chi le ha dato
credito. / Ma tu sei impazzito per lei. / Meglio rendere onore all’Uguaglianza, / che
unisce gli amici agli amici, / le città alle città, gli alleati agli alleati, per sempre: /
l’uguaglianza garantisce stabilità agli umani, / mentre il meno è sempre in contrasto con
il più, / e scatena i giorni dell’ostilità. / È stata l’Uguaglianza / a fissare misure e pesi
tra gli umani, a determinare il numero: / la palpebra buia della notte e la luce del sole /
percorrono allo stesso modo il ciclo dell’anno, / e nessuno dei due prova invidia se
l’altro prevale. / E se anche il sole e la notte si piegano alle misure, / perché tu non
dovresti accettare un potere sulla casa / pari a quello di tuo fratello?» (vv. 531-547).
Continua esibendo la vanità della ricchezza e del potere e conclude il discorso
agitando il fantasma della rovina che si abbatterà sulla città, se Eteocle si ostinerà ad
aggrapparsi al potere, per ambizione.
A Polinice rinfaccia di muovere contro la patria a capo di un esercito straniero,
rischiando di ottenere una vittoria che è infamia, oppure, in caso di sconfitta, di tornare
ad Argo lasciando dietro di sé una scia di cadaveri.
Conclude esortando i due contendenti a non coltivare l’eccesso, a non restare
nell’inconsapevolezza: «L’inconsapevolezza di due individui che mirano allo stesso
fine / è la peggiore delle sciagure» (vv. 584-585).
Eteocle taglia corto: continuerà a regnare su Tebe, e Polinice deve andarsene subito,
se non vuole essere ucciso.
La replica decisa di Polinice dà avvio a una serrata sticomitia, al termine della
quale non resta che cedere la parola alle armi.
Polinice dovrà andarsene senza che il fratello gli conceda di salutare il padre e le
sorelle, e nel momento del congedo dichiara che si schiererà in battaglia in modo da
scontrarsi con lui, e ucciderlo.
Il Coro rievoca il passato mitico di Tebe, dalla sua fondazione ad opera di Cadmo,
alla nascita di Dioniso-Bromio da Semele e Zeus, alla leggenda degli Uomini Seminati,
nati dai denti di drago, capostipiti della stirpe tebana, a Epafo, figlio della giovenca Ió,
progenitore di Cadmo, alla fondazione dei Misteri Eleusini ad opera di Demetra, e
invoca la protezione divina sulla città.
Entra in scena Creonte, fratello di Giocasta, e annuncia quello che gli ha riferito un
prigioniero: gli Argivi si stanno preparando ad accerchiare le mura, schierando sette
guerrieri con i loro reparti, uno a ogni porta. Consiglia al re di fare altrettanto,
disponendo i sette condottieri più valorosi di Tebe, ognuno con il suo battaglione, alle
sette porte, per contrastarli.
Eteocle concorda, e si augura di trovarsi di fronte suo fratello, per ucciderlo.
Decide di rivolgersi all’indovino Tiresia, per sentire se ci sia qualche responso
importante in vista dello scontro. L’incarico di convocare Tiresia è affidato a Meneceo,
figlio di Creonte.
Prima di avviarsi allo scontro, nell’eventualità che gli capiti di morire in battaglia,
Eteocle raccomanda a Creonte di lasciare senza sepoltura il cadavere di Polinice.
Il Coro si rivolge ad Ares, il dio della guerra, e lo invita a schierarsi con i Tebani,
associando il furor della battaglia, con cui possiede gli umani, alla frenesia con cui li
invasa Dioniso, il dio di Tebe. Le donne si rammaricano che Edipo avesse trovato
salvezza nel Citerone, dando inizio alle sofferenze dei Labdacidi con le sue nozze
d’incesto, conquistate sconfiggendo la Sfinge inviata da Ades contro i Tebani, e
rievocano i giorni gloriosi della città: da Cadmo che sconfigge il drago dalla cresta
purpurea, e le sue nozze con Armonia, a cui convennero tutti gli dei, all’edificazione
delle mura ad opera di Anfione e Zeto. La progenitrice della stirpe tebana, Ió, era una
vergine di Argo poi tramutata in giovenca, e testimonia l’origine comune dei due popoli
che adesso stanno per versare sangue reciproco.
Entra in scena Tiresia, l’indovino cieco, accompagnato dalla figlia, che tiene in
mano i responsi dell’oracolo, e da Meneceo. È di ritorno da Atene, dove con i suoi
vaticini ha consentito a Eretteo di sconfiggere Eumolpo, invasore di Eleusi, grazie al
sacrificio di sua figlia: a ricompensa della sua opera, gli Ateniesi gli hanno donato una
corona d’oro.
Creonte esulta della sua efficacia, e lo informa della situazione.
Le parole del veggente (impossibile non pensare alla sua profezia in Edipo re di
Sofocle, rappresentata qualche anno prima) suonano come una condanna per Tebe,
macchiata dall’errore originario di Laio: generò, contro il volere degli dei, un figlio,
Edipo, che sposò sua madre, e gli dei stessi lo condussero alla rovina e
all’accecamento affinché fosse di esempio per la Grecia. Ma i suoi figli vollero
occultarlo nella reggia, e calare su di lui il velo dell’oblio, guadagnandone le
maledizioni terribili, che segnano il loro destino, e il destino della città: «... presto si
ammazzeranno l’un l’altro, Creonte, / e cadaveri si abbatteranno su cadaveri, / e le armi
argive si mescoleranno alle armi dei Cadmei, / procurando lacrime amare alla città di
Tebe. / E tu, o città infelice, sarai rasa al suolo, / se qualcuno non darà ascolto alle mie
parole. / Perché era questa la cosa più importante: / che nessuno dei figli di Edipo fosse
cittadino o sovrano di Tebe, / perché erano indemoniati e destinati a rovinare la città»
(vv. 880-888).
Infine, il cieco veggente rifiuta di rivelare l’unica via di salvezza che resta per Tebe,
perché segnerebbe la fine per lui e per chi deve proteggere la città.
Creonte lo trattiene, vuole conoscere il responso, e Tiresia non riesce a dissuaderlo.
Ma, prima di rivelare le profezie, l’indovino chiede che il figlio di Creonte si allontani.
Creonte rifiuta, ma le parole del veggente suonano condanna terribile per entrambi:
«Per salvare la patria devi immolare Meneceo. / Sì, proprio questo tuo figlio. / Sei
stato tu stesso a convocare la tua sorte» (vv. 913-914).
Creonte inorridisce: «CREONTE Non ho udito, non ho ascoltato. Al diavolo la città! /
TIRESIA Non è più lui: si tira indietro. / CREONTE Addio, e ti auguro ogni bene. / Non ho
nessun bisogno dei tuoi vaticini» (vv. 919-921). Prostrandosi ai piedi di Tiresia lo
supplica di non rivelare il vaticinio alla città. Ma il veggente non può esaudire il suo
desiderio, perché sarebbe un atto contro giustizia.
A Creonte che gli chiede da dove sia scaturita la sciagura presente, l’indovino dice
che Meneceo deve essere sacrificato nel luogo stesso in cui l’antenato Cadmo aveva
ucciso il drago, in modo da placare Ares e la Terra con sangue di un discendente degli
Uomini Seminati, a contraccambio del sangue del serpente.
L’alternativa non lascia scampo: la famiglia o la pólis, Meneceo o Tebe.
Come non pensare all’identico aut aut a cui Creonte era inchiodato in Antigone di
Sofocle, rappresentata molti anni prima?
Ma il Creonte euripideo opta per la salvezza del figlio, e lo invita a fuggire prima
che Tiresia comunichi l’oracolo ai cittadini. Meneceo accetta: Creonte gli darà
dell’oro, ed egli andrà in Tesprozia, al santuario oracolare di Dodona, e lì chiederà
asilo. Prima però vuole andare a salutare Giocasta, la sorella di Creonte, che lo aveva
allattato da piccolo, e invita il padre ad allontanarsi.
Creonte esce, e Meneceo rivela le sue vere intenzioni; si immolerà per salvare la
città: «Andrò lassù, mi ergerò sugli spalti, e mi taglierò le vene, / farò cadere il mio
sangue nel recinto buio e profondo del serpente, / come ha profetizzato l’indovino, e
libererò la mia terra. / Ho finito. / E adesso mi avvio a offrire alla città un dono di
morte non inglorioso, / e libererò questa terra dalla sciagura che la appesta. / Se ognuno
pensasse a tutto quello che può fare di utile / e lo offrisse alla patria per il vantaggio
comune, / le città in futuro soffrirebbero disgrazie meno gravi, e sarebbero felici» (vv.
1009-1018).
Meneceo esce, e il Coro rievoca la gloria e la caduta di Edipo, dalla liberazione di
Tebe dalla Sfinge, alle nozze incestuose che contaminarono la città, fino alle
maledizioni lanciate contro i figli, per poi esaltare il gesto di Meneceo: «Ammirazione,
ammirazione / per il giovane che va alla morte / per la sua patria / e lascia a Creonte le
lacrime, / alle sette porte di Tebe il trionfo! / O se potessimo essere madri come sua
madre! / O se potessimo avere un figlio così eccellente!» (vv. 1054-1061).
Entra in scena il Messaggero, e riferisce a Giocasta l’esito dello scontro: Tebe è
salva, ed Eteocle e Polinice sono ancora vivi, grazie al sacrificio del figlio di Creonte.
Fin qui tutto bene, per Giocasta, a parte la notizia della fine di Meneceo. Ma il
Messaggero deve darle un annuncio terribile: i suoi due figli stanno per battersi a
duello, su proposta di Eteocle, e il vincitore diventerà padrone assoluto della reggia.
La madre deve accorrere, e cercare di fermarli, se è ancora in tempo. Chiama
Antigone, la figlia, e la mette al corrente della situazione: devono affrettarsi al campo
di battaglia, e prostrarsi ai piedi dei due fratelli, per supplicarli di non battersi.
Giocasta e Antigone escono, e le donne, mosse a pietà, piangono per la madre, e per
il destino dei due fratelli.
Arriva Creonte, sconvolto, portando il cadavere di Meneceo, e cerca la sorella
Giocasta, perché lo lavi e lo esponga: «Mio figlio è morto, si è ucciso per la sua terra. /
Ha acquistato fama di nobiltà, che per me è strazio. / Si è tagliato la gola con le sue
mani, / e io l’ho appena raccolto nel dirupo del drago, / e l’ho portato fin qui tra le mie
braccia. / Povero me! / Tutta la casa urla. / Sono venuto da mia sorella Giocasta,
vecchio da una vecchia, / affinché lo lavi, e lo esponga, il mio figlio che non c’è più. /
Chi non è morto, ai morti / deve tributare il dovuto onore, / e venerare il dio di
sottoterra» (vv. 1313-1321).
Apprende che Giocasta è andata via, per impedire il duello esiziale.
Arriva un secondo Messaggero, e annuncia che i due fratelli sono morti, e con loro
anche Giocasta.
Entra in scena Antigone, baccante dei morti, con il corteo funebre che accompagna i
tre cadaveri: «Nessun velo / sulla mia guancia tenera, ombreggiata di riccioli. /
Nessuna vergogna se sotto le palpebre / arrossisce il mio volto virginale. / Baccante
dei morti / mi sento trascinata via. / Ho tolto ogni velo dai miei capelli, / ho sciolto la
mia veste sfarzosa colore del croco, / e guido la processione dei morti, straziata. / AIÁI
IÓ MOI» (vv. 1485-1492).
Nella sua intensa monodia piange sui cadaveri consanguinei, sulla solitudine che la
attende, e convoca Edipo: «Mi strappo i capelli dalla testa: / su quale di questi
cadaveri / li getterò, per primo, come offerta? / Su mia madre, sui suoi seni senza latte,
/ o sulle piaghe che scempiano i cadaveri / dei miei fratelli? / OTOTOTÓI esci dalla
tua casa / con il tuo occhio cieco, / o vecchio padre! / Mostrala, Edipo, la tua esistenza
infelice, / tu che dentro la reggia / hai rovesciato sui tuoi occhi / una tenebra senza
contorni / e trascini ancora / una vita fin troppo lunga! / Mi senti, tu che ti aggiri per
casa / vagando con passi di vecchio, / o riposi, infelice, sul tuo giaciglio?» (vv. 1522-
1538).
Appare Edipo, barcollante, appoggiato al bastone: «O figlia, / perché con le tue
lacrime che suscitano pietà / mi hai convocato dal mio letto, / dalle mie stanze di
tenebra, / qui fuori, alla luce, / con questi miei passi di cieco / che si regge al bastone, /
simulacro bianco, etereo / oppure cadavere di sottoterra, / o sogno che dilegua?» (vv.
1539-1545).
Antigone annuncia al padre la morte della madre-sposa, e dei due figli-fratelli, in
seguito alle maledizioni che lui stesso aveva lanciato: «Conoscerai parole che
annunciano sventura, padre: / i tuoi figli non vedono più la luce del sole, / e neanche la
tua sposa, che come un bastone, sempre, / reggeva faticosamente il tuo passo cieco. / O
padre ÓMOI!» (vv. 1546-1549).
Edipo vuole sapere come sia morta Giocasta, e Antigone glielo racconta: «Tolse a
un cadavere la spada dall’elsa di bronzo / e la immerse nelle sue carni: / straziata dal
dolore per i figli / cadde riversa sui loro corpi. / Il dio che ha compiuto questi eventi /
ha radunato sulla nostra casa / tutti i dolori in questo solo giorno, padre» (vv. 1577-
1581).

Il seguito della tragedia (vv. 1582-1766) – con Creonte che bandisce in esilio
Edipo, lo scontro con Antigone per la sepoltura di Polinice, Edipo che brancola tra i
cadaveri dei suoi cari e poi decide di andare a morire a Colono –, carico di
contraddizioni con il resto dell’opera, è interpolato, come il finale di Sette contro Tebe
(vv. 8611077), secondo alcuni studiosi da parte di un’unica mano che voleva accentuare
gli elementi patetici e accordare la trama dei due drammi all’Antigone di Sofocle, in
ossequio al gusto del pubblico.
Oreste

Ritratto come un criminale senza scrupoli in Andromaca, in questa tragedia,


rappresentata nel 408, Oreste viene ricondotto nel solco della tradizione eschilea, non
senza le variazioni e le complicanze tipicamente euripidee, e assume tratti che lo
accostano – per la sua condizione di ammalato-emarginato – al Filottete di Sofocle,
rappresentato un anno prima.
Davanti al palazzo degli Atridi, in Argo, Elettra, sorella di Oreste e figlia di
Agamennone, rievoca le origini della colpa che ha scatenato la serie di sciagure che si
sono abbattute sulla sua stirpe, a partire da Tantalo che in Euripide (Ifigenia in Aulide,
v. 504) è figlio di Zeus, e viene punito per avere divulgato i segreti degli dei. La
punizione consisteva nell’essere immerso in uno stagno, con l’acqua fino al mento:
quando però provava a bere, l’acqua si ritraeva, e così i rami carichi di frutti che
pendevano sulla sua testa, quando tentava di cibarsene; sul suo capo incombeva un
macigno enorme, sempre sul punto di cadergli addosso, che lo condannava a provare
perpetuo terrore. Tantalo generò Pelope, e Pelope generò Atreo e Tieste, che portarono
all’estremo dell’orrore lo scontro tra consanguinei, quando Atreo imbandì al fratello un
banchetto con le carni dei suoi stessi figli.
Atreo generò Menelao e Agamennone, che sposò Clitemestra, e cadde sotto i suoi
colpi, a vendetta del sacrificio della loro figlia Ifigenia officiato dal padre in Aulide,
per favorire la partenza della flotta (cfr. Ifigenia in Aulide).
Poi Apollo persuase Oreste, figlio di Agamennone, ad assassinare la madre per
vendicare a sua volta il padre, con l’aiuto di Elettra, sua sorella.
Compiuto il matricidio, Oreste, prostrato, consunto, braccato dalle Erinni della
madre, giace ormai da sei giorni su un letto davanti alla reggia, posseduto dal delirio,
assistito dalla sorella: «ELETTRA † ... consunto da un morbo feroce, / giace qui, gettato
su questo letto †, / e il sangue della madre lo insegue vorticando, / lo bracca in accessi
di follia: / dico il sangue, perché non oso nominare le dee, / le Eumenidi, che lo
stravolgono di terrore. / Sono ormai trascorsi sei giorni, / da quando ha scannato nostra
madre / e il suo cadavere è stato purificato alla vampa del fuoco, / e sono sei giorni che
non tocca cibo, e non si lava. / Nascosto sotto le coperte, / quando ha un po’ di tregua
dal morbo, ritorna in sé e piange; / a volte invece balza via di corsa dal letto, / come un
puledro che fugge dal giogo» (vv. 34-45).
Adesso è giunto il giorno del giudizio, e gli Argivi, che hanno già condannato i due
fratelli a restare in isolamento perché sono contaminati dal delitto, decideranno se
lapidarli.
Unica speranza di salvezza, il ritorno di Menelao, che è arrivato da Troia con la
flotta, ed è all’ormeggio nel porto di Nauplion, dopo avere mandato in città Elena, di
notte, per sottrarla alle aggressioni di quanti avevano perduto qualche parente sotto le
mura di Troia.
Elena si informa sulle condizioni di Elettra e di Oreste, che non ritiene colpevole,
perché (alla maniera di Eschilo) assegna ad Apollo la responsabilità del suo delitto, ed
Elettra le descrive la tristissima condizione in cui versa il fratello.
Elena, che teme di essere aggredita dai cittadini, manda la figlia Ermione a versare
libagioni di latte, miele e schiuma di vino sul sepolcro di Clitemestra. Ma in ossequio
alla sua tradizionale vanità, recide soltanto la punta dei capelli, per offrirli alla defunta,
suscitando il commento astioso di Elettra: «O natura, che flagello sei per gli umani! [...]
/ Avete visto come ha reciso soltanto le punte dei capelli, / per salvaguardare la sua
bellezza? / È sempre la solita. / Gli dei possano averti in odio, / come tu hai rovinato
me, Oreste e tutta la Grecia!» (vv. 126-131).
La párodos del Coro, assai simile al passo dell’Eracle in cui Anfitrione invita i
vecchi a non svegliare l’eroe dormiente, assume la forma originale di un canto a bassa
voce, che tenta di consolare i due fratelli, ma finisce per svegliare Oreste.
Il matricida si riprende dal sonno che gli ha dato tregua dallo strazio, e si consegna
alle cure delicate di Elettra, la sorella che gli asciuga la schiuma che gli cola dalla
bocca e dagli occhi, e lo aiuta a muovere qualche passo. Approfittando della tregua dal
delirio, informa il fratello che Menelao, debitore di un favore a Agamennone e dunque
anche ai suoi figli, è arrivato a Nauplion.
Oreste se ne rallegra, ma subito viene assalito dal morbo, e scambia per un’Erinni la
sorella che cerca di aiutarlo; reclama l’arco di corno che Apollo gli ha donato per
difendersi dalle persecutrici, e minaccia di colpirle, se non se ne andranno.
Ritornato in sé, rimprovera Apollo, il vero responsabile del matricidio: «...
rimprovero Apollo, / che mi ha fatto compiere il delitto più empio, / rassicurandomi
solo a parole, ma non nei fatti. / Se guardandolo negli occhi avessi domandato a mio
padre: / “Dovevo o non dovevo uccidere mia madre?”, / credo che mi avrebbe toccato
il mento con le sue mani / e mi avrebbe implorato in ogni modo / di non scannare mai
con la spada colei che mi aveva partorito, / perché lui non sarebbe mai più tornato alla
luce del sole, / e io, nella mia sventura, / avrei dovuto colmare il calice di tutte queste
disgrazie» (vv. 285-293).
Poi si rivolge alla sorella con parole affettuose, e la invita a riposarsi, riconoscendo
in lei l’unica persona disposta ad aiutarlo. Elettra lo tranquillizza, e lo invita, con
altrettanto affetto, a cercare ristoro nel giaciglio.
Il Coro esorta le Erinni a placare i loro assalti contro Oreste, che eseguì gli ordini
del dio di Delfi, e compiange il giovane matricida, emblema della sofferenza umana.
Poi le donne annunciano l’arrivo di Menelao.
Il condottiero si rallegra nel rivedere la sua casa, ma contemporaneamente si
affligge al pensiero dell’orrore di cui è stata spettatrice: il veggente Glauco gli aveva
già annunciato la morte di Agamennone ad opera della sposa, e al suo sbarco un
pescatore lo aveva informato del matricidio di Oreste.
Il figlio di Agamennone si rivolge a Menelao toccandogli le ginocchia in segno di
supplica, e lo implora di salvarlo. Afferma di essere tormentato dalla consapevolezza
di avere commesso un’azione terribile, che lo condanna al rimorso, e lo stravolge nel
delirio scatenato dal sangue della madre. Racconta a Menelao come si è abbattuta su di
lui la follia, la notte in cui vegliava sul cadavere di Clitemestra insieme con Pilade, e
descrive le allucinazioni che lo perseguitano. Confida nell’aiuto di Apollo, che lo ha
indotto a uccidere Clitemestra: ma la volontà degli dei è imperscrutabile, e non sa
quando il dio delfico si deciderà a intervenire in suo soccorso.
Spiega a Menelao che l’ostilità dei cittadini nei suoi riguardi è fomentata da Eace –
pieno di rancore nei confronti di Agamennone da lui ritenuto responsabile dell’affronto
che il fratello Palamede aveva subito da Odisseo nella spedizione contro Troia – e
dagli amici di Egisto, il paredro di Clitemestra, assassinato insieme a lei.
L’unica via di scampo potrebbe derivare da un intervento di Menelao, che deve un
favore a Agamennone: «Confido in te per sfuggire alla disgrazia. / Ti è andato tutto
bene, ma all’arrivo hai trovato i tuoi cari nella sventura: / spartisci con loro la tua
buona sorte, e non tenere il successo solo per te. / Fatti carico di una parte delle
difficoltà, / e restituisci a chi devi i favori che ti ha fatto mio padre: / chi non è amico
anche nella sventura, / è amico solo di nome e non di fatto» (vv. 448-455).
Ma proprio in questo momento entra in scena Tindaro, il padre di Clitemestra e di
Elena, vestito di nero e con i capelli rasati a lutto. Oreste si sente perduto, e prova
anche vergogna nei confronti del nonno che lo aveva tenuto tra le braccia da piccolo, e
a cui ha ucciso la figlia: «In quali tenebre posso sprofondare la faccia? / Dietro quale
nuvola la nasconderò, / per sottrarmi allo sguardo del vecchio?» (vv. 468-469).
Tindaro è felice di riabbracciare dopo tanti anni lo sposo di sua figlia Elena, ma
inorridisce alla vista di Oreste: «Salve anche a te, Menelao, mio caro genero! / ÉA [...]
Eccolo qui di fronte alla casa / questo serpente che ha assassinato sua madre, / e
scintilla dagli occhi un bagliore che appesta! / È proprio lui, e lo odio più di chiunque
altro al mondo. / E tu, Menelao, rivolgi la parola a questo sacrilego?» (vv. 477-481).
Menelao invita Tindaro a portare rispetto al figlio di Agamennone caduto in
disgrazia. Ma inutilmente: il padre di Citemestra accusa Oreste di avere vendicato
l’assassinio del padre senza ricorrere a un regolare processo contro la madre, che gli
avrebbe procurato fama di uomo equilibrato, evitandogli di commettere un sacrilegio
che contamina.
Assassinando la madre, si è lasciato possedere dallo stesso demone che aveva
guidato la mano della genitrice, il demone che vuole sangue in cambio di sangue, e che
moltiplicherebbe all’infinito la catena dei delitti.
Clitemestra doveva essere punita (Tindaro è ben consapevole di non essere stato
fortunato, con le figlie), ma dalla legge dei Greci, e non in base a quella del taglione, e
Menelao non può proteggere il figlio di Agamennone a rischio di mettersi contro gli dei.
Oreste replica con una rhésis molto articolata, in cui contesta abilmente le accuse di
Tindaro. Conferma la sua scelta di schierarsi dalla parte del padre, che (in ossequio
alla versione già propugnata da Apollo in Eumenidi di Eschilo, 657 ss.) è il vero
procreatore della stirpe, mentre la femmina funge soltanto da ricettacolo del seme (vv.
552-556).
Clitemestra, in assenza dello sposo, si era infilata un amante nel letto; immolandola
sul suo cadavere il figlio ha celebrato una doverosa vendetta dell’onore paterno, anche
a prezzo di commettere un sacrilegio.
Uccidere la madre che ha tradito e assassinato il suo sposo, nella visione di Oreste,
significa porre freno alla possibilità che le donne uccidano i mariti e riescano a evitare
il giusto castigo, e per questo Oreste ritiene di avere reso un grande servigio alla
Grecia; d’altronde se non avesse vendicato il padre sarebbe stato perseguitato dalle sue
Erinni: «che cosa mi avrebbe fatto il morto / se avessi acconsentito con il silenzio al
delitto di mia madre? / Non mi avrebbe forse investito con il suo odio, / facendomi
travolgere dalla danza delle Erinni?» (vv. 580-582).
Infine, il matricida rovescia su Tindaro la responsabilità di tutta la catena di delitti,
perché è stato lui a mettere al mondo Clitemestra, che ha disonorato lo sposo: «Sei stato
tu la mia rovina, vecchio, / perché hai messo al mondo una figlia infame. / È per la sua
audacia spudorata che sono rimasto senza mio padre / e sono diventato l’assassino di
mia madre. / Vedi che Telemaco non ha ammazzato la sposa di Odisseo: / è stato perché
lei non passava da un marito all’altro, / e il letto nuziale è rimasto incontaminato nella
casa» (vv. 585-590).
A completa autoassoluzione, Oreste afferma di avere ucciso per obbedire ad
Apollo: al dio va ricondotta ogni responsabilità, e spetterebbe al dio il compito di
salvare il matricida.
Le parole di Oreste non hanno fatto altro che esasperare Tindaro, e il vecchio decide
di scatenare la città contro il matricida, e ancora di più contro la sorella che lo ha
istigato a uccidere Clitemestra.
Proibisce a Menelao di prestare aiuto a Oreste, e si allontana.
Le sue parole non restano senza effetto, e il condottiero è attanagliato dal dubbio, se
aiutare o meno i matricidi. Oreste insiste nella richiesta di sostegno, in nome del favore
che Agamennone aveva fatto al fratello in occasione della guerra contro Troia per
riprendere Elena, giungendo persino a sacrificare la figlia Ifigenia, e anche perché la
sua morte coinciderebbe con l’estinzione del seme paterno.
Conclude con una ulteriore esortazione, in nome di Elena e dello spirito di
Agamennone: «Tutti i Greci sono convinti che tu ami tua moglie, / e non parlo così per
tirarti dalla mia parte con le adulazioni. / E allora – povero me per le mie sciagure!
come mi sono ridotto! – / ti prego in suo nome. / Ma che cosa posso fare? / Devo
accettare questa sofferenza, / perché è per il bene di tutta la casa che ti imploro. / O zio,
fratello di sangue di mio padre, / pensa che da sottoterra il morto senta questi nostri
discorsi, / e come uno spirito che voli sopra il tuo capo, / ti ripeta le stesse parole che
ti sto dicendo io [...]. / Ho finito di parlare, e ti ho chiesto di salvarmi la vita: / è una
cosa che ricercano tutti, non io soltanto» (vv. 669-679).
Menelao risponde dichiarandosi pronto a soccorrere i due fratelli, ma molto
diplomaticamente limita il suo sostegno a un tentativo, che Oreste sa destinato a fallire,
di placare Tindaro e i cittadini con le parole, invece di schierare il proprio esercito a
difesa dei figli di Agamennone.
Di fronte a questo atteggiamento, Oreste esplode in parole insultanti, per poi
sprofondare nella disperazione: «O tu che non vali niente / a meno che non ci sia da
guidare un’armata per una femmina! / O tu che sei il più vile / quando si tratta di
accorrere in aiuto dei tuoi cari! / Scappi via, e mi giri le spalle, / e i favori che ti ha
fatto Agamennone non contano più nulla? / O padre, non hai amici, nella sciagura. /
ÓIMOI mi tradiscono, e non ho più speranze, / non so dove rivolgermi per scampare
alla morte decretata dagli Argivi: / lui era la mia unica via di scampo» (vv. 717-724).
A spezzare il senso di isolamento di Oreste sopraggiunge Pilade, il suo amico
fraterno, esiliato dal padre che lo accusa di essersi contaminato partecipando al
matricidio. È stato attirato in città dalla notizia che si stava preparando un’assemblea
per condannare a morte i matricidi: ha visto con i suoi occhi l’adunanza, e si dichiara
pronto ad aiutare l’amico, anche a costo della vita.
Oreste gli spiega come Menelao si sia tirato indietro, di fatto privilegiando il
rapporto con Tindaro, che voleva la sua testa, rispetto alla memoria del favore di
Agamennone, che lo avrebbe impegnato ad aiutarlo a qualunque costo.
Non resterebbe che la fuga, ma le guardie sorvegliano ogni via d’uscita.
Rimane una sola possibilità: andare al sepolcro di Agamennone, invocare la sua
protezione, e affrontare l’assemblea dei cittadini.
Il matricida si allontana, sorretto dall’amico, e il Coro compiange la stirpe degli
Atridi, che un tempo insuperbiva in Grecia e a Troia, mentre ora su di essa si è
rovesciata la sventura, e la sorte atroce di Oreste, che ha compiuto il più tremendo dei
delitti.
Elettra esce dal palazzo, e le donne la informano della decisione di Oreste, proprio
mentre sopraggiunge un Messaggero, ad annunciare che i due fratelli dovranno morire in
quello stesso giorno, in seguito alla decisione degli Argivi.
Il Messaggero, fedele alla casa di Agamennone, racconta come si è svolta la
discussione: Taltibio, che qui è connotato come un araldo sottomesso ai potenti,
ammicca agli amici di Egisto e pronuncia un discorso bello e perfido per mettere in
cattiva luce Oreste, mentre Diomede, lo spregiudicato amico di Odisseo, difende i due
matricidi; segue l’intervento di un demagogo impudente (in cui molti critici intravedono
la figura del democratico radicale Cleofonte), un emissario di Tindaro, che con grande
e sfrenata eloquenza istiga a uccidere i due fratelli, subito contraddetto da un lavoratore
dei campi, per il quale Euripide lascia trasparire una grande simpatia, che invita la
cittadinanza a offrire una corona a Oreste, per avere ucciso Clitemestra.
Infine prende la parola Oreste, sostenendo che ha ucciso la madre per difendere,
oltre che il padre, anche i cittadini, con lo scopo di impedire che si creasse un
precedente di impunità per le donne che uccidono lo sposo.
Egli fa leva sul timore più o meno inconscio della cultura patrilineare nei confronti
della donna, di cui abbondano esempi sia nella tragedia che nella commedia greca, ma
non riesce a convincere l’assemblea: trionfa l’oratoria del demagogo, che lo condanna
a morire con la sorella.
Il figlio di Agamennone riesce ad evitare la lapidazione, garantendo che si suiciderà
con Elettra, e si appresta a raggiungerla per officiare il rito della morte comune,
accompagnato da Pilade.
Il Coro compiange il destino di chi un giorno era potente in Grecia, e adesso è
destinato a morire, e lamenta la sofferenza connaturata alla natura umana: «O
lacrimevoli, / molto straziate stirpi degli effimeri, / guardate il destino, / come avanza
contro ogni attesa. / Uno dopo l’altro / hanno il proprio turno di strazio, sempre
diverso, / nel lungo volgere del tempo: / non c’è requie per la vita dei mortali» (vv.
976-981).
Elettra, in una monodia nella quale riprende motivi mitologici a cui aveva già
accennato nel prologo, riepiloga le tristi vicende dei Tantalidi, destinate a culminare
entro breve nella triste fine sua e del fratello.
Rientra Oreste, ed Elettra si lascia andare alla commiserazione del comune destino
di morte. Il figlio di Agamennone interrompe bruscamente il suo lamento, perché non
vuole cedere alle lacrime e apparire vile, e rifiuta di ucciderla con le sue mani, perché
gli è bastato l’assassinio della madre.
Elettra accetta di suicidarsi con la spada, ma prima vuole abbracciarlo.
Oreste non sa più trattenere le lacrime: «ORESTE Godi pure di questa gioia vuota, /
se abbracciarsi è un piacere, per chi si avvicina alla morte. / ELETTRA O mio adorato! /
O tu che hai lo stesso caro, dolcissimo † nome di tua sorella †, / e la stessa anima! /
ORESTE Riuscirai a commuovermi: / voglio ricambiarti con le mie mani piene d’amore. /
Povero me, perché dovrei vergognarmene ancora? / O seno di mia sorella, o abbraccio
adorato! / Nella nostra sciagura, non ci resta che questo saluto, / invece dei figli e delle
nozze» (vv. 1043-1051).
Precipitano i tempi, e Oreste si prepara a conficcarsi la spada nel fegato con le sue
stesse mani, invitando Elettra a fare altrettanto, e incarica Pilade di seppellirli insieme,
nella tomba del padre.
Poi fa l’atto di trafiggersi con la lama, ma Pilade lo ferma, perché non vuole
sopravvivere all’amico, con cui ritiene di condividere la responsabilità dell’uccisione
di Clitemestra, e non intende sopravvivere neanche a Elettra, sua promessa sposa.
Di comune accordo i due amici, prima di morire, decidono di vendicarsi di Menelao
uccidendo Elena, con un gesto che varrà loro la riconoscenza di tutti i Greci che
avevano perso qualcuno dei loro cari nella spedizione contro Troia.
Ma Elettra ha un’idea migliore: prendere in ostaggio Ermione, la figlia di Menelao,
quando farà ritorno dalla tomba di Clitemestra, a cui è andata a versare libagioni per
conto di Elena, e minacciare di ucciderla dopo averne ammazzato la madre, se il padre
cercherà di fare del male ai tre amici. E se poi Menelao, nella furia, aggredirà Oreste,
Ermione morirà.
La figlia di Menelao sta per tornare, e i tre si dispongono all’agguato: Elettra resta
davanti al palazzo, ad accogliere la ragazza, e trattenerla, mentre i due amici nella
reggia uccideranno Elena.
Prima dell’impresa, i due fratelli e Pilade invocano la protezione dello spirito di
Agamennone. Poi Elettra, in una scena di grande movimento ed efficacia spettacolare,
sparpaglia le donne, divise in due semicori, in varie postazioni nelle vicinanze della
casa, perché facciano la guardia al palazzo.
Dall’interno della reggia si sente l’urlo di Elena, che invoca l’aiuto di Menelao.
Elettra infierisce, incita all’assassinio: «Ammazzatela! Uccidetela! Scannatela /
vibrando i fendenti delle spade a doppio taglio, / colei che abbandonò suo padre / colei
che abbandonò il suo sposo / colei che mandò a morire tanti Greci, / uccisi a colpi di
lancia lungo le rive del fiume, / dove caddero lacrime su lacrime / per le frecce di
ferro, / presso i gorghi dello Scamandro!» (vv. 1303-1310).
Le donne annunciano che sta arrivando Ermione, e Elettra la accoglie con simulata
benevolenza, persuadendola a entrare nella casa, dove viene catturata dai due amici.
Si sente un rumore di chiavistelli, e dalla reggia esce un troiano effeminato che in
una monodia sofisticata e concitata, infarcita di quelle troppo frequenti iterazioni di
parole che valsero a Euripide le parodie dei comici, racconta l’assalto a Elena, intenta
al telaio: «FRIGIO Fu allora che la povera Ermione entrò nella reggia, / proprio quando
stava per abbattersi a terra / sua madre, la sventurata che l’aveva messa al mondo. / E
quei due accorsero come baccanti sprovvisti di tirso / e la ghermirono con le loro mani
/ come un cucciolo di fiera delle montagne. / E poi si volsero nuovamente / contro
Elena, la figlia di Zeus, per ucciderla. / Ma era sparita dalla stanza, / via, attraverso il
palazzo / – o Zeus e Terra! O luce e notte! – / per effetto di un filtro o di incantesimi, / o
perché l’avevano rapita gli dei. / Non so come sia andata a finire: / io scappai via dalla
casa. / Menelao, dopo avere patito / molto strazianti, molto strazianti vicissitudini, /
invano ha ripreso da Troia / Elena, la sua sposa» (vv. 1490-1503).
Spada in pugno esce Oreste, che sta cercando il Frigio per impedirgli di gridare e
attirare i cittadini a palazzo: ne nasce una scena che già gli scolii definiscono comica e
che qualche autore ha ritenuto spuria, in cui il servo, pur di salvarsi la vita, esibisce una
dedizione totale alla causa di Oreste, che alla fine lo risparmia, dopo avere dimostrato
la superiorità dei Greci sui Troiani.
Il figlio di Agamennone è pronto ad affrontare Menelao, e il Coro preannuncia il
nuovo scontro che sconvolgerà ancora una volta la casa degli Atridi.
In un gran finale denso di effetti spettacolari, e articolato su tre livelli spaziali, si
vede fumo levarsi dall’alto della casa, e la vampa delle torce accese dai tre matricidi
che si sono asserragliati sul tetto del palazzo, mentre ritorna Menelao, che ha saputo
dell’uccisione di Elena e del rapimento di Ermione, e vuole vendicare la sposa, salvare
la figlia.
Ma dall’alto del palazzo Oreste minaccia di colpirlo con pezzi di cornicione, di
incendiare la reggia e scannare Ermione sul fuoco.
Menelao potrà salvare la figlia soltanto se convincerà gli Argivi a non pretendere la
morte dei tre amici. Poiché esita, Oreste ordina a Elettra e Pilade di appiccare fuoco al
palazzo.
Portato in scena dalla mechané, ancora più in alto del tetto in cui si trovano i tre
matricidi, compare Apollo, recando con sé Elena che egli stesso ha salvato obbedendo
agli ordini di Zeus.
La sposa di Menelao siederà accanto ai fratelli Castore e Polluce nei recessi
dell’etere, e proteggerà i naviganti, dopo avere assolto la funzione, decretata dagli dei,
di scatenare una guerra che alleggerisse la terra dal peso fastidioso di una moltitudine
eccessiva di mortali.
Nella soluzione a lieto fine di questa tragedia di azione, assai diversa dalla
drammatizzazione in chiave simbolico-politica della saga degli Atridi che ne aveva
proposto Eschilo in Orestea, il dio impone a Menelao di deporre la collera, e destina
Oreste a vivere per un anno nella pianura Parrasia, a sud dell’Arcadia, che da lui
prenderà il nome di Oresteion; di lì andrà ad Atene, nell’Areopago, ad affrontare il
processo intentato dalle Erinni per il matricidio, e ne uscirà vincitore grazie al voto
degli dei. Una volta liberato dal marchio di infamia per l’uccisione di Clitemestra,
sposerà proprio Ermione, che adesso sta minacciando con la spada, mentre Pilade
sposerà Elettra, e vivrà un’esistenza beata per il resto dei suoi giorni.
Poi Oreste dominerà su Argo, mentre Menelao tornerà a regnare su Sparta.
Il figlio di Agamennone esulta alle parole del dio (aveva temuto, come già in Elena
979, che fosse stato un demone a parlare attraverso la voce di Apollo e a dirigere le sue
azioni) e si rimette alla sua volontà: «O Obliquo, profeta, / allora i tuoi vaticini non
mentivano, e dicevi la verità. / Ma ero terrorizzato all’idea / di udire un demone della
vendetta, / mentre mi illudevo di udire la tua voce. / Tutto è finito bene, e farò come
dici: / ecco che libero Ermione dalla morte, e la accetto in moglie, / quando suo padre
vorrà darmela» (vv. 1666-1672).
Menelao saluta Elena, invidiandone la destinazione celeste, e concede Ermione in
sposa a Oreste.
Ogni conflitto è composto nel finale della tragedia, all’insegna della potenza di
Apollo, e un nuovo equilibrio si è generato, nel nome di Eirene, la dea della pace, di
cui il dio stesso si fa promotore: «Andate per la vostra via, / e onorate Eirene, la più
bella delle dee» (vv. 1682-1683).
L’inscenamento di un tragitto che ha percorso le vie terribili di Contesa si è risolto,
catarticamente, nella pace, conducendo lo spettatore attraverso un itinerario di
katábasis-anábasis, in cui alla violenza dello scontro tra volontà opposte che tendono a
darsi morte si sostituisce, per intervento divino (e gli dei sono anche qualità dell’animo
umano), la cessazione del conflitto, la pacificazione.
Ifigenia in Aulide

Rappresentata postuma, con Baccanti e Alcmeone a Corinto, con ogni probabilità


nel 403, in una trilogia che gli valse il trionfo alle Grandi Dionisie, Ifigenia in Aulide
riprende la materia già affrontata da Eschilo in Agamennone, e come di consueto la
risolve con originalità di stile e sensibilità, e con significative variazioni sul mito, il
tutto nell’ambito del grande sperimentalismo formale, già evidente nella struttura del
prologo, che caratterizza l’ultimo Euripide.
Nell’accampamento dei Greci in Aulide, Agamennone chiama fuori dalla tenda un
vecchio servitore. È l’alba, e tutto è quiete, intorno.
Solo Agamennone è agitato da un grande tormento, e lo scambio di battute con il
Vecchio è occasione per sentenziare sulla vanità dei fasti umani: «AGAMENNONE Non si
sente canto di uccelli, né rumore di mare: / tacciono i venti, e il loro silenzio pervade
l’Euripo. / VECCHIO Ma perché sei balzato fuori dalla tenda, re Agamennone? / Tutto è
ancora tranquillo qui in Aulide, / le sentinelle delle mura stanno immobili. / Rientriamo.
/ AGAMENNONE Ti invidio, vecchio, / e invidio coloro che passano tutta la vita lontani
da pericoli, / ignorati da tutti, senza gloria. / Invidio meno chi riceve onori. / VECCHIO
Ma è proprio questo il bello della vita. / AGAMENNONE Il bello, ma anche l’inaffidabile.
/ Il prestigio attrae, ma quando c’è procura tormento. / Talora il destino decretato dagli
dei / non va per il verso giusto, e ci sconvolge la vita, / talora ci lacerano i giudizi della
gente, variabili, maligni» (vv. 9-27).
Il Vecchio esorta il re ad accettare le regole della vita, e il volere degli dei, mentre
Agamennone angosciato, in lacrime, scrive e poi cancella e poi riscrive ancora su una
tavoletta.
Alla curiosità del Vecchio, che lo interroga sul perché del suo comportamento,
risponde con una lunga rhésis, in cui spiega gli antefatti della vicenda, dal rapimento di
Elena a opera di Paride, alla guerra dichiarata a Troia da Menelao e dai Greci, che
adesso, sotto il comando di Agamennone, sono bloccati in Aulide, per mancanza di
venti propizi.
L’indovino dell’esercito, Calcante, ha suggerito di sacrificare la figlia di
Agamennone, Ifigenia, ad Artemide, la dea dell’Aulide, per ottenere venti favorevoli
alla navigazione, e conquistare Troia.
In un primo momento il re aveva deciso di rinunciare, e stava per sciogliere
l’esercito. Ma poi suo fratello Menelao lo aveva convinto a non venire meno
all’impegno, e a osare il gesto atroce, e Agamennone, d’accordo con Calcante, Odisseo
e Menelao, ha deciso di mandare una lettera alla moglie Clitemestra, perché faccia
venire in Aulide Ifigenia, con il pretesto di false nozze con Achille.
Adesso, pentito, ha scritto un’altra lettera, in cui disdice il matrimonio con Achille
(che è del tutto all’oscuro dell’inganno costruito sul suo nome) e lo rinvia ad altro
momento, e incarica il Vecchio di recapitarla a Clitemestra. Chiude con un sentenza
pessimistica sulla condizione umana: «Conserva il sigillo che porti con te, su questa
tavoletta. / E vai. / Già si accendono, l’aurora luminosa e la quadriga infuocata del
Sole. / Aiutami, in questa mia pena. / Nessuno dei mortali è felice fino alla fine, /
nessuno ha fortuna sempre. / Nessuno, mai, è nato per scampare al dolore» (vv. 155-
163).
Nella párodos, il Coro formato da donne della Calcide, che hanno varcato lo stretto
dell’Euripo per venire dall’antistante Eubea ad ammirare l’armata dei Greci, esalta gli
eroi di cui aveva sentito parlare, in un lungo elenco condotto con grande perizia
descrittiva, e chiude celebrando l’invincibile potenza della flotta: «La flotta era proprio
come me l’avevano descritta, / e chi l’avvicinerà con nave barbara non farà ritorno: /
così grande era la sua potenza. / E io non dimenticherò mai quell’adunata dell’esercito /
di cui avevo già sentito parlare nella mia casa» (vv. 296-302).
Da un ingresso laterale entrano in scena il Vecchio servitore e Menelao, che lo
strattona per impadronirsi della tavoletta con il messaggio di Agamennone a
Clitemestra.
Attirato dalle grida, Agamennone esce dalla tenda.
Menelao legge il messaggio, e inveisce contro il fratello, minacciando di rivelarne il
contenuto a tutto l’esercito, e richiamandolo alla sua responsabilità di comandante
supremo, cui competono gli onori e gli oneri di una carica di grande prestigio.
Lo accusa di essersi rimangiato la parola, per salvare la vita della figlia, e
Agamennone, certo di avere posto rimedio a un errore terribile disdicendo le false
nozze di Ifigenia, gli rinfaccia di essersi congiunto con una donna disonesta e afferma
che non sacrificherà sua figlia per l’onore di Menelao.
Ma entra in scena il Messaggero, e annuncia l’imminente arrivo di Clitemestra e
Ifigenia, per le nozze con Achille.
Dissimula, Agamennone, e lo invita a ritirarsi nella tenda.
Poi libera il proprio tormento, riconosce l’ombra di pena che incombe sulla vita
dedicata a servire il demone dell’orgoglio, e prefigura lo strazio della sposa e della
figlia: «Ma che cosa dirò alla mia sposa? / Che accoglienza le riserverò? / Come potrò
reggere il suo sguardo? ... E la povera vergine / – vergine? sarà ben presto la sposa di
Ades, a quanto sembra –, / che pena provo per lei! / Mi sembra di sentire le sue
invocazioni: / “O padre, mi ucciderai? / Nozze come queste le auguro a te e a chi ti sta
a cuore”» (vv. 454-464).
Di fronte alla sofferenza di Agamennone, Menelao si commuove, e recede dal
proposito: meglio congedare l’esercito e rinunciare a Elena, che sacrificare la vita di
una giovane consanguinea: «Sono stato un bambino stupido: prima di vedere le cose da
vicino / non capivo che cosa significa ammazzare i propri figli. / E inoltre, pensando
che ha il mio stesso sangue nelle vene, / ho provato pietà per quella povera ragazza /
che sta per essere immolata a causa delle mie nozze. / Ma che cosa c’entra tua figlia
con Elena? / Via dall’Aulide! Congediamo l’esercito! / E tu smetti di inondare di pianto
i tuoi occhi, fratello, / trascinando anche me alle lacrime. / Tu ti senti vincolato
dall’oracolo su tua figlia, / ma io no, e ti cedo la mia parte» (vv. 489-499).
Agamennone ringrazia il fratello, ma ormai deve sacrificare la figlia, altrimenti
Calcante e Odisseo riveleranno tutto all’esercito. E se anche si potrebbe far tacere
l’indovino uccidendolo, sarebbe ben più difficile mettere a tacere Odisseo, che
racconterebbe tutto all’esercito per ambizione di potere: «Non pensi che si piazzerà nel
bel mezzo dell’esercito / e racconterà l’oracolo interpretato da Calcante, / e dirà che io
ho promesso di sacrificare Ifigenia ad Artemide, / ma poi mi sono rimangiato la
promessa? / Non trascinerà dalla sua parte tutto l’esercito, / per ordinare di uccidere
noi due e di sacrificare la ragazza? / E se anche riuscissi a rifugiarmi ad Argo, /
verranno alle mura dei Ciclopi, / e saccheggeranno la mia terra, e la devasteranno. /
Sono queste le mie sventure. / Povero me, in che vicolo cieco mi hanno spinto gli dei,
adesso!» (vv. 528-537).
Raccomanda a Menelao di fare in modo che Clitemestra non sappia nulla, prima che
si sia impadronito di Ifigenia per sacrificarla, e chiede alle donne di Calcide di
mantenere segreto quello che hanno udito.
Il Coro risponde con un canto che celebra la sophrosyńe e la metriótes, ovvero la
moderazione equilibrata, nelle passioni amorose, in modo da evitarne gli effetti
distruttivi, ed esalta il potere dell’educazione, e una scelta di vita che si fondi sulla
virtù. La rovina di Troia, e la contesa devastante per Greci e Frigi, fu originata proprio
dalla mancanza di equilibrata moderazione nella passione di cui Paride si accese per
Elena.
Arriva il carro con Clitemestra, Ifigenia e il piccolo Oreste, e le donne si preparano
ad accoglierli con i dovuti riguardi.
Clitemestra, ignara, esulta all’idea delle nozze gloriose della figlia, che invita a
salutare il padre a cui è affezionatissima: «E tu vieni qui, stai al fianco di tua madre,
Ifigenia, / fammi apparire la più beata delle madri / agli occhi di queste straniere. /
Vieni a salutare tuo padre a cui vuoi tanto bene! / O mio veneratissimo signore, re
Agamennone, / eccoci arrivate, obbedendo ai tuoi ordini» (vv. 627-632).
Ifigenia – qui il gioco dell’ironia tragica si fa estremo – corre felice incontro al
padre-officiante di morte, che l’ha convocata per nozze destinate a portarla tra le
braccia di Ades.
La sticomitia addensa emozioni contrastanti nell’animo del re, dalla gioia di
rivedere la figlia e sperimentarne l’affetto, allo strazio per l’atroce abbandono
imminente, dall’impulso a comunicarle subito la verità, alla necessità di tacerla, perché
è troppo dura, fino al culmine dell’ambiguità nelle parole che svelano e occultano al
tempo stesso: «IFIGENIA Adesso parti per un lungo viaggio e mi abbandonerai, padre? /
AGAMENNONE Anche tu, figlia, farai un lungo viaggio, come tuo padre. / IFIGENIA PHÉU
che bello se mi portassi con te sulla stessa nave! / AGAMENNONE Salirai anche tu su una
nave, e ti ricorderai di tuo padre. / IFIGENIA Viaggerò da sola o con mia madre, su
quella nave? / AGAMENNONE Da sola, senza padre, senza madre» (vv. 664-669).
Agamennone invita la ragazza a entrare nella tenda, e di fronte a Clitemestra finge
che le sue lacrime siano le lacrime che accompagnano lo sponsale della figlia, ormai
destinata a un’altra casa.
Clitemestra si informa sul lignaggio del futuro marito, e dimostra di apprezzare la
scelta del re. Ma quando Agamennone manifesta l’intenzione di escluderla dal rito, con
la scusa che verrà officiato in mezzo ai soldati, la regina rifiuta di obbedire, e si
allontana.
Il condottiero di eserciti rinuncia all’idea di liberarsi della moglie, ed esce di scena
per andare a consultare l’indovino Calcante, mentre il Coro prefigura l’assalto greco
alle mura di Troia, il massacro dei guerrieri, lo strazio delle donne destinate a
diventare schiave dei vincitori.
Sopraggiunge Achille, e cerca Agamennone, per incitarlo a far partire subito
l’esercito, ormai logorato dall’attesa, oppure congedarlo definitivamente.
Clitemestra sente le sue parole da dentro la tenda, e gli va incontro, e si felicita con
lui per l’imminente matrimonio con Ifigenia. Ma Achille non ne sa niente, e pensa che la
regina sia impazzita.
Interviene il Vecchio servo, li mette al corrente delle intenzioni di Agamennone,
smaschera l’inganno delle nozze. La madre della vergine supplica Achille di sottrarla al
sacrificio: «Aiutami, o figlio della dea, nella mia disgrazia, / e aiuta colei che fu detta
tua moglie, anche se invano. / L’avevo incoronata per le nozze, e la portavo da te, / e
adesso invece l’accompagno alla morte. / Sarà una vergogna per te, se non la
difenderai: / non l’hai presa in moglie, / ma ti hanno chiamato sposo diletto della
ragazza infelice. / Per il tuo mento, per la tua mano destra, per tua madre, ti scongiuro: /
il tuo nome è stata la mia rovina, e il tuo nome deve difendermi» (vv. 903-909).
Achille, in seguito a una scelta ponderata, razionale, decide di aiutarla, per
difendere il proprio nome dalle calunnie, e dalla contaminazione che deriva dall’essere
stato strumento, seppure inconsapevole, di un delitto. L’eroe, che Euripide riconnota
come eroe totalmente positivo e molto umano, consiglia Clitemestra di supplicare
Agamennone affinché risparmi la figlia: se il condottiero dell’esercito non si lascerà
commuovere, si dichiara pronto a intervenire personalmente per proteggerla.
Il Coro esalta i nobili natali di Achille e la sua eccellenza, e compiange il destino di
Ifigenia, per chiudere con una sentenza pessimistica sulla decadenza dell’umanità: «Ma
a te / sul tuo capo, sui bei riccioli, / gli Argivi poseranno una corona, / come sulla
vitella intatta, screziata, / che viene da grotte di pietra, / e imporporeranno di sangue /
la tua gola esposta alla morte. / Eppure non fosti allevata / tra i sibili e i fischi dei
mandriani, / ma accanto alla madre, / destinata a nozze con un figlio dell’Inaco. / Dove
conta ancora qualcosa / il volto del Pudore, della Virtù? / Ormai l’empietà trionfa, / e
la virtù non vale niente per i mortali, / e non c’è più legge, / e i mortali non fanno più a
gara, in comune, / per evitare l’invidia degli dei» (vv. 1080-1097).
Rientra in scena Clitemestra, e annuncia che Ifigenia si consuma in lacrime, da
quando ha saputo che il padre ha deciso di sacrificarla.
Arriva anche Agamennone, che continua nella messa in scena, e finge di convocare
Ifigenia per le nozze. Ma Clitemestra gli comunica quello che ha saputo, e il re deve
gettare la maschera.
Clitemestra gli rivolge una duplice accusa: di averla presa in sposa con la forza, un
tempo, sottraendola a Tantalo, il suo primo marito; e adesso di immolare una delle tre
figlie che lei gli ha partorito, dopo essersi sempre comportata in maniera irreprensibile,
come una moglie devota.
È per questo che gli minaccia un ritorno amaro in patria, se ucciderà Ifigenia:
«Basterà un pretesto da niente, e io e le figlie superstiti / ti riserveremo l’accoglienza
che meriti» (vv. 1180-1181).
Agamennone avrebbe dovuto invitare Menelao a sacrificare sua figlia Ermione,
oppure l’esercito, se era così smanioso di andare a Troia, avrebbe dovuto tirare a sorte
chi dovesse immolare la propria figlia.
Entra in scena Ifigenia, si getta alle ginocchia del padre, e in una rhésis di grande
effetto patetico lo implora di non ucciderla, in nome dell’affetto e dell’insensatezza di
quel sacrificio, coinvolgendo nella supplica anche il piccolo Oreste, per poi chiudere
con una difesa appassionata del valore della vita: «Dirò una sola parola, che ne azzera
ogni altra: / vedere questa luce è la cosa più bella per gli umani; / sotto terra, invece, è
il nulla. / Folle chi si augura di morire: / meglio vivere male, che morire bene» (vv.
1249-1252).
Agamennone ama Ifigenia, ed è consapevole della gravità del suo gesto, ma deve
compierlo, in nome della Grecia, per liberare la patria dalla minaccia dei barbari.
Clitemestra e Ifigenia comprendono che non c’è scampo. Ifigenia maledice Paride, il
giudizio delle dee e Elena, e il sacrificio sacrilego di un padre sacrilego. Sono contro
di lei, le rade di Aulide e i venti avversi, per volontà di Zeus, per il destino di
sofferenza che inchioda i mortali sotto il giogo della necessità: «O se Aulide non
avesse mai accolto in queste rade / le poppe delle navi rostrate di bronzo, / che
andranno a Troia sospinte dai remi! / E non avesse mai fatto soffiare / venti contrari
sull’Euripo, / Zeus che ad alcuni dei mortali / mitiga in vario modo le brezze, / per la
gioia delle vele, / mentre ad altri dispensa afflizione / stringendoli in una morsa fatale, /
e altri ne fa salpare, altri ammainare, / altri ancora costringe all’attesa. / O molto
straziata, molto straziata / stirpe degli effimeri! / Che destino funesto per gli umani /
scoprire la necessità!» (vv. 1319-1332).
Si avvicinano i guerrieri, e tra di essi Achille. Ifigenia vorrebbe nascondersi, perché
di fronte all’eroe si vergogna delle false nozze, ma Clitemestra la invita bruscamente a
restare, per ottenere l’aiuto del figlio di Peleo.
Achille annuncia a Clitemestra che l’esercito reclama a gran voce il sacrificio della
vergine, e a nulla è valso il suo tentativo di dissuaderli: capeggiati da Odisseo, tutti i
Greci, e anche i suoi fedelissimi Mirmidoni, erano pronti a lapidarlo, se si fosse
opposto all’esecuzione.
L’eroe è pronto a difenderla, anche a costo della vita, e invita Clitemestra a
stringersi alla figlia, per proteggerla con il suo potere regale.
Ma Ifigenia, con una scelta che ribalta il modello eschileo, e crea un coup de théâtre
di grande effetto, decide di accettare l’ineluttabile, e morire nella gloria per salvare la
patria, anche perché una vita, soprattutto la vita di una donna, vale assai meno della vita
di Achille e di miriadi di Greci: «Io offro la mia vita alla Grecia. / Sacrificatemi, e
distruggete Troia! / Il mio gesto sarà ricordato a lungo: / sono questi i miei figli, le mie
nozze, la mia fama. / È giusto che i Greci abbiano il dominio sui barbari, madre, / non i
barbari sui Greci: / loro sono schiavi, questi sono uomini liberi» (vv. 1397-1400).
Ammirato della sua nobiltà d’animo, Achille cerca di dissuaderla, e si dichiara
pronto a battersi per lei, per averla in sposa. Ma l’eroina è determinata a compiere il
suo tragitto di morte: «Io parlo senza badare a nessuno. / Basta già la Tindaride / a
suscitare battaglie con il suo corpo, e stragi di guerrieri. / Tu, straniero, non morire per
me, e non uccidere nessuno. / Lascia che sia io a salvare la Grecia, se mi è possibile»
(vv. 1416-1420).
Il guerriero si arrende alla sua volontà, ma la accompagnerà armato al sacrificio,
per essere pronto a intervenire nel caso che cambiasse idea all’ultimo momento.
Nella sticomitia con la madre, Ifigenia la esorta a non abbattersi, e a non rasarsi i
capelli in segno di lutto, perché grazie al suo gesto anche lei sarà glorificata, e perché
la dea, alla quale si immola, sarà anche la sua fonte di salvezza: forse allude
enigmaticamente al prodigio di Artemide, che la sostituirà con una cerva.
Si congeda dal piccolo Oreste, e esorta Clitemestra a non odiare Agamennone,
difendendo il gesto che egli ha dovuto compiere in nome della ragion di stato.
Poi si allontana dalla madre straziata, per andare al prato di Artemide.
È la vergine stessa a dare istruzioni per il compimento del sacrificio, invitando le
donne a intonare un peana per la dea. Essa stessa intona un peana sulla propria fine:
«Portatemi via! / Io annienterò Troia e i Frigi. / Offrite, portate / corone per la mia
testa, / cingete con esse i miei capelli! / Offrite, portate / l’acqua consacratrice! /
Danzate in cerchio / intorno al tempio, / intorno all’altare, / per Artemide sovrana, / la
beata! / Con il mio sangue, / con il mio sacrificio / adempirò il vaticinio» (vv. 1475-
1486).
Il Coro celebra la sua apoteosi sacrificale: «IÓ IÓ / guardatela, la distruggitrice di
Troia e dei Frigi, / mentre avanza con la testa incoronata, / purificata dall’acqua
lustrale, / per aspergere con le gocce del suo sangue / l’altare della dea che ama il
sangue, / quando le squarceranno il bel collo. / L’acqua limpida, consacrata, del padre /
ti aspetta, e l’armata degli Achei / che vuole muovere alla volta di Troia» (vv. 1509-
1520).
Spetta al Messaggero informare del prodigio Clitemestra: «Gli Atridi e tutto
l’esercito stavano fermi, gli occhi fissi a terra. / Il sacerdote brandì la spada, e levò
un’invocazione. / Scrutò la gola, dove vibrare il fendente. / Un grande strazio mi
trapassò il cuore, / e rimasi immobile, il capo reclino. / Ma all’improvviso, ecco che
assistiamo a un prodigio! / Lo avevamo sentito tutti, ben distinto, il colpo della spada, /
ma nessuno vide dove fosse caduta la ragazza. / Il sacerdote grida, e gli fa eco tutto
l’esercito, / scorgendo il prodigio inatteso, opera di un dio. / Non riuscivamo a
crederci, anche se era davanti ai nostri occhi. / Ecco che una cerva palpitante,
grandissima, magnifica, / giaceva a terra e l’altare della dea era tutto inondato dal suo
sangue» (vv. 1577-1593).
La dea ha accettato il tributo degli Achei, ma ha risparmiato la vergine, e a detta
dell’indovino Calcante l’ha condotta tra gli dei – la cui volontà è imprevedibile, ma
danno salvezza a chi amano – dopo averle assegnato gloria immortale tra i Greci.
Agamennone esulta, e Clitemestra gli augura felice viaggio, e felice ritorno in patria.
Baccanti

A sigillo della vita e dell’opera di Euripide, il trionfo di Dioniso, il dio maschio-


femmina dell’ebbrezza e della contemplazione che unifica in sé tutte le opposizioni, e
fonda una civiltà sapienziale e mistica, fondata sulla comunità degli iniziati al suo culto.
Con Baccanti, messa in scena trionfalmente nel 403 insieme con Ifigenia in Aulide,
la tragedia greca, al termine della sua vertiginosa stagione creativa, recupera la propria
radice originaria di rito dionisiaco collettivo e lo dichiara esplicitamente,
rappresentando l’iniziazione simbolica di Penteo, il re di Tebe che respinge il dio, ma
ne diviene volens-nolens un adepto, attraverso un processo di identificazione mistica
con i suoi caratteri e le sue peripezie. Anche Sofocle, che sopravvisse di qualche anno
al più giovane rivale, concluse nel 401 la sua produzione drammatica suggellando in
chiave esplicitamente mistica, con il rapimento da parte degli dei, in Edipo a Colono, il
tragitto iniziatico di Edipo.
Penteo, nemico di Dioniso, come sovente l’Io lo è del Sé, ne è anche il doppio
inconsapevole e mimetico, come l’Io lo è del Sé, e ripercorre le tracce di Dioniso-
Zagreus, il Dioniso degli Orfici (e orfeoeleusina è la matrice dei Misteri di Eleusi), che
fu smembrato dai Titani e poi rigenerato da Zeus, il dio del quale gli iniziati mangiano
simbolicamente il corpo nello scatenamento estatico in cui divorano anche carni crude,
a significare il ripristino della divina natura originaria degli umani.
Baccanti si apre con un prologo recitato da Dioniso stesso, il dio delle metamorfosi,
e dunque anche della morte-rinascita, che ha preso le sembianze di uno straniero: la
maschera, e dunque il mutamento di identità, è il cuore stesso del teatro greco
consacrato a Dioniso, e simboleggia l’estasi che conduce fuori di sé chi la sperimenta.
E questo uscire fuori di sé – come accade all’attore, che diventa altro da sé, a
testimonianza dell’origine mistico-sciamanica dell’azione drammatica – è una morte:
«Uno stesso dio sono Ades e Dioniso», folgorava Eraclito (fr. 22B15DK). E il volto
dei morti veniva sigillato da una maschera funebre.
Lo Straniero-Dioniso dichiara la sua natura divina: è figlio di Zeus e di Semele, una
delle figlie di Cadmo, il mitico fondatore di Tebe, che fu colpita dalla folgore dello
stesso Zeus in seguito alle macchinazioni di Era contro la gestante incolpevole. La
sposa di Zeus aveva subdolamente persuaso Semele a chiedere a Zeus di manifestarsi
nella stessa forma con cui si era manifestato a lei: il dio arriva su un carro, saettando
folgori, e Semele, colpita da una di esse, muore e viene trasformata in una dea. Il feto
termina il ciclo di gestazione cucito in una coscia di Zeus, e nasce dal padre. A
testimonianza della folgorazione di Semele le rovine della sua casa, trasformate da
Cadmo in un recinto sacro che Dioniso ha ricoperto con tralci e grappoli d’uva,
tradizionalmente associati al suo culto, fumano ancora.
Il dio travestito da uomo ripercorre le tappe del tragitto che ha percorso a Oriente,
partendo dalla Lidia e dalla Frigia, per spingersi fino alla Persia, alla Battriana,
all’Arabia e all’Asia, diffondendo ovunque i suoi misteri, per poi giungere a Tebe, la
prima città greca in cui vuole insediare il suo culto, suscitando il grido sacro, e facendo
impugnare ai suoi iniziati il bastone sciamanico coronato di edera.
Ma a Tebe le altre figlie di Cadmo, Autonoe, Ino e Agave, hanno calunniato il dio,
negando che sia figlio di Zeus, e attribuendo questa falsa paternità a una trovata di
Semele, che dopo essere stata fecondata da un uomo qualunque, aveva incolpato il
padre degli dei su consiglio di Cadmo: proprio per questo Zeus l’avrebbe colpita con
la folgore, castigandola per la menzogna.
Irritato dal comportamento delle tre donne, Dioniso le ha invasate con la follia
bacchica, spingendole ad abbandonare le loro case e a correre sui monti in delirio,
celebrando l’oribasía dionisiaca. In questo modo Tebe dovrà arrendersi al culto
dionisiaco, e riconoscere la ierogamia di Semele con Zeus, da cui è nato Dioniso.
Ma Penteo, figlio di Agave e nipote di Cadmo, che ha ricevuto dal nonno il potere su
Tebe, fa guerra al culto di Dioniso e gli rifiuta le offerte e le invocazioni rituali.
Per questo il dio rivelerà la sua vera natura, e marcerà contro la città a capo di un
esercito di menadi, le donne invasate dalla sua sacra follia, e la annienterà.
Dioniso, a chiusura della rhésis, convoca il tiaso, cioè la congrega delle sue adepte,
sacerdotesse-sciamane che lo hanno seguito nel viaggio di diffusione del culto. Le
esorta a levare in alto e far risuonare i timpani frigi, i tamburelli dal rimbombo cupo,
inventati da Rhea per proteggere Dioniso infante, in modo che la città di Tebe si
accorga della loro presenza, mentre il dio andrà a raggiungere le Baccanti sul monte
Citerone, per unirsi all’oribasía.
Irrompe sulla scena il Coro delle Baccanti reclutate in Asia, che percuotono il
timpano e gridano il sacro euoé, in onore di DionisoBacco-Bromio, e invitano tutti al
silenzio rituale, per poi celebrare la beatitudine che scaturisce dall’adesione al suo
culto.
La frenesia deve dilagare in tutta la città di Tebe, coinvolgendo anche il paesaggio in
una trasfigurante danza cosmica, perché la manía dionisiaca pervade ogni cosa: «O
Tebe che hai nutrito Semele, / incoronati di edera! / Germoglia, germoglia / di verde
smilace dai bei frutti! / Celebra Bacco con rami di quercia o di abete, / indossa le pelli
screziate di cerbiatto / cingile con intrecci di candida lana! / Consacrati con i tirsi
violenti! / Ben presto danzerà tutta la terra, / quando Bromio guiderà i tiasi / verso il
monte verso il monte, / dove risiede l’orda delle donne: / lontano dai telai, lontano
dalle spole / le ha incalzate il pungolo di Dioniso» (vv. 105-119).
Entra in scena l’indovino Tiresia, che indossa i paramenti bacchici, e chiama
Cadmo, per andare a officiare con lui i riti dionisiaci; e Cadmo arriva subito, animato
dallo stesso entusiasmo dell’amico, e pronto a raggiungere il luogo delle danze, perché
l’ebbrezza dionisiaca, che abolisce le ordinarie percezioni spaziotemporali, fa
dimenticare la vecchiaia: «Guidami tu, Tiresia, vecchio che guida un altro vecchio: / tu
sei sapiente. / Io non mi stancherei mai, notte e giorno, / di battere il suolo con il tirso:/
che gioia, ci siamo dimenticati di essere vecchi! / TIRESIA È quello che provo anch’io, /
anch’io sono diventato più giovane e prenderò parte alle danze» (vv. 185-190).
Sarà il dio stesso a condurre alla montagna i due vecchi che si sorreggono l’un
l’altro, gli unici, in tutta la città, ad essere saggi, perché onorano il dio. Tiresia
ammonisce a non trascurare le tradizioni degli antenati, e dunque il culto degli dei
radicato nella memoria collettiva di un popolo, che non può essere messo in
discussione da nessun razionalismo: «C’è poco da fare i sofisti, con gli dei. / Le
tradizioni degli antenati, antiche come il tempo, / non c’è pensiero che possa abbatterle,
/ neanche con le escogitazioni della mente più eccelsa. / Qualcuno dirà che non mi
vergogno della mia vecchiaia, / se mi accingo a danzare con la testa coronata di edera. /
Ma il dio non sta a fare distinzioni tra giovane e vecchio / quando si tratta di danzare: /
vuole ricevere onori comuni da tutti, / e che tutti lo celebrino senza eccezioni» (vv.
200-209).
Quasi a contraddire con la sua stessa presenza le parole sapienziali del vecchio
indovino, entra in scena sconvolto Penteo, il figlio di Agave e di Echione a cui Cadmo
ha concesso il potere su Tebe, e annuncia quello che ha saputo mentre si trovava lontano
dalla città: le donne hanno abbandonato le case e sono andate nei boschi e sulle
montagne simulando possessioni bacchiche, danzando per Dioniso e concedendosi agli
amplessi dei maschi. Penteo ne ha già catturate alcune, e le ha messe in catene, ed è
pronto a stanarle dalla montagna, per farle desistere da quello che definisce un
«baccheggiare depravato» (v. 232).
Poi parla dello Straniero-Dioniso, a cui attribuisce caratteri androgini: lo accusa di
essere uno stregone ciarlatano che si intrattiene con le donne con il pretesto delle
iniziazioni, e per di più sostiene che Dioniso sia veramente un dio, nato dalla coscia di
Zeus, dopo essere stato concepito da Semele. Per tutto questo minaccia terribili
rappresaglie: «... se lo sorprenderò in questa terra, / gli farò smettere di battere il tirso
e di scuotere i suoi riccioli: / gli spiccherò la testa dal collo. / Dice che Dioniso è un
dio, che è stato cucito nella coscia di Zeus, / mentre in realtà è stato bruciato dalla
folgore con sua madre, / che si era inventata un matrimonio con Zeus. / Non meritano la
forca, queste nefandezze, / e la sua tracotanza insolente, chiunque sia lo straniero?» (vv.
239-247).
Irride i due vecchi e venerabili baccanti, accusando Tiresia di avere corrotto Cadmo
per poter speculare sull’introduzione di un nuovo culto nella città, e chiude con una
battuta che segnala il suo timore nei confronti delle donne: «Vedo Tiresia, lo scrutatore
di portenti, / vestito di pelli screziate di cerbiatto, / e con lui il padre di mia madre, che
baccheggia con il tirso! / Ridicolo. / No, non voglio vederla la vostra vecchiaia
demenziale! / Non vuoi buttare via l’edera? / Non vuoi liberare la tua mano dal tirso, tu,
il padre di mia madre? / Sei stato tu a fargli venire queste idee, Tiresia. / Tu aspiri a
introdurre tra gli uomini questo nuovo dio / per poter continuare a scrutare il volo degli
uccelli / e lucrare dall’osservazione delle vittime nei sacrifici. / Se non ti avessero
difeso i tuoi capelli bianchi / ti saresti già ritrovato a sedere nel mucchio delle
baccanti, legato, / perché introduci iniziazioni perverse: / quando le donne sono
ammesse alla gioia del vino nei banchetti, / io dico che non c’è più niente di sano nei
riti» (vv. 249-262).
Il giovane si guadagna la disapprovazione del Coro, e una replica articolata di
Tiresia. L’indovino lo accusa di essere un buon parlatore, ma privo di intelligenza
profonda, alla maniera dei Sofisti, e celebra le virtù di Dioniso, pari a quelle di
Demetra, perché Questa, in quanto divinità della terra, fornisce agli uomini tutto ciò che
è secco e li nutre, mentre Quello ha fornito tutto ciò che nutre ed è umido, e in
particolare il vino, che placa gli affanni e dona il sonno, e viene offerto, esso stesso
essenza divina, agli dei.
Tiresia conferma la nascita divina di Dioniso e ne fornisce una versione originale.
Zeus sottrasse il neonato alla vampa del fulmine e lo portò con sé nell’Olimpo. Ma
Era, per gelosia, voleva cacciarlo via (stesso trattamento aveva riservato a Eracle,
anch’egli frutto di una ierogamia), e allora il padre degli dei escogitò uno stratagemma,
e foggiò con l’etere un Dioniso fittizio, che diede in ostaggio alla dea, e liberò il vero
Dioniso; poiché in greco «méros» significa coscia, e «hómeros» «ostaggio», in seguito
a una confusione di parole invalse l’idea che il neonato divino fosse stato cucito nella
coscia di Zeus.
Così nacque, divinamente, il dio che dona la capacità profetica attraverso il delirio
bacchico, e partecipa anche della natura di Ares, scatenando terrore negli eserciti
ancora prima che infuri la battaglia, e ha trovato accoglienza anche nella sacra sede di
Delfi, accanto ad Apollo, di cui è opposto complementare. L’indovino chiude esortando
Penteo ad accogliere e onorare il dio, e rimproverando aspramente il suo
atteggiamento: «E allora io e Cadmo, che tu prendi in giro, / ci incoroneremo di edera e
ci daremo alle danze: / siamo due vecchi dai capelli bianchi, ma dobbiamo danzare. /
Non mi lascerò sedurre dalle tue parole, / non combatterò contro gli dei. / Sei pazzo
della pazzia più atroce, / e non riuscirai a guarire dalla tua malattia / né con i farmaci
né senza di essi» (vv. 322-327).
Cadmo si rivolge al giovane con modi paterni, cerca di convincerlo a moderare il
linguaggio, se non altro in nome della ragion di stato, citandogli, per dissuaderlo
dall’ostinazione, la brutta fine che aveva fatto Atteone, suo cugino, sbranato dai cani
perché si era insuperbito nei confronti di Artemide. Poi fa l’atto di incoronargli la testa
con edera, in onore del dio.
Il gesto di Cadmo non ottiene altro esito che moltiplicare la furia di Penteo, che se la
prende con Tiresia, ordina che la sua sede profetica venga distrutta, e sguinzaglia i
soldati per la città, affinché catturino lo Straniero-Dioniso, e lo portino al suo cospetto,
in catene.
I due vecchi escono di scena, e il Coro intona il primo stasimo, all’insegna della
celebrazione della sacralità, e di un Dioniso mistico e sapienziale a cui si associano
ebbrezza ed equilibrio, e Póthos, Charis, le Muse, divinità dell’armonia, ed Eirene, la
Pace.
Di grande intensità le parole con cui le Baccanti scandiscono la misura della
sapienza, che non coincide con il possesso di conoscenze, ma è un più sottile stato della
mente, che si accorda al ritmo del cosmo, e stabilisce il limite concesso all’umano, che
non deve ambire a mete troppo grandi, perché la brevità della vita non consente mai di
realizzarle: «L’esito di parole sfrenate, / di stoltezza che non conosce legge / è la
sventura: / vita tranquilla e saggezza / stanno al riparo delle tempeste / rinsaldano le
case. / Anche se dimorano nell’etere / i Celesti scorgono le vicende dei mortali. / Il
sapere non è sapienza / e neanche il meditare l’oltreumano: / breve, la vita. / Per
questo, / chi insegue cose troppo grandi / non ottiene neanche ciò che è presente. / A
mio parere, / così fanno i pazzi, gli ottenebrati» (vv. 386-402).
Dioniso è il dio dell’uguaglianza, della gioia e della Pace, di una sapienza che si
coniuga all’umiltà: «Il dio, il figlio di Zeus, / si rallegra dei banchetti, / ama Eirene che
dà ricchezza, / la dea nutrice dei giovani. / Al ricco, al povero, / in uguale misura
concesse / la gioia del vino ignaro di affanni. / Detesta chi non ha a cuore queste cose: /
alla luce del giorno, nelle piacevoli notti, / continuare a vivere nella gioia / e tenere il
cuore e la mente, nella saggezza, / lontani da uomini che oltrepassano il limite. / Quanto
la gente più umile / ritiene sua legge ed esegue, / questo io accolgo per me» (vv. 416-
432).
Arriva un Servo di Penteo, trascinando in catene il numinoso Straniero-Dioniso, che
si è consegnato spontaneamente, ridendo. Il suo arrivo ha coinciso con il verificarsi di
un prodigio, perché le catene che imprigionavano le Baccanti si sono spezzate da sole:
«Le catene che imprigionavano i loro piedi si sono spezzate da sole / e i chiavistelli
delle porte si sono aperti / senza che intervenisse mano di mortale. / Quest’uomo viene
qui a Tebe ricolmo di molti prodigi. / Pensaci tu, al resto» (vv. 447-450).
L’approccio di Penteo all’uomo che è anche il dio – e che nel corso della sticomitia
dissemina tracce di questa sua vera indole, dissimulata nel sembiante che comunque
allude a una natura ambigua – lascia trasparire una sorta di fascinazione omoerotica
mista a un atteggiamento canzonatorio: è il primo segno di una identificazione implicita,
che si espliciterà nel seguito della tragedia, quando Penteo sperimenterà lo sparagmós
alla maniera di Zagreus: «Slegategli le mani. / È caduto nel laccio, / e non sarà mai così
veloce da riuscire a sfuggirmi. / Non sei certo brutto, straniero, almeno agli occhi delle
donne: / ed è per loro che sei venuto a Tebe. / Hai lunghi riccioli, certo non perché tu
sia un lottatore, / che scendono fino alle guance, e traboccano di seduzione. / La tua
pelle è ricercatamente candida, / perché ti ripari all’ombra ed eviti di esporti ai raggi
del sole, / per riuscire a catturare Afrodite, con la tua bellezza» (vv. 451-459).
Interrogato da Penteo, lo Straniero-Dioniso dichiara di essere originario della Lidia,
in Asia Minore (alle soglie dell’Oriente), e di essere stato introdotto da Dioniso stesso,
attraverso un incontro diretto, in piena consapevolezza, alle teletái, le «iniziazioni» che
adesso egli sta diffondendo in Grecia.
Penteo è attratto dal rituale misterico (tà órghia), e vorrebbe saperne di più, ma lo
Straniero-Dioniso non rivela il segreto al sacrilego curioso: «I rituali del dio detestano
i sacrileghi» (v. 476).
Lo Straniero-Dioniso conferma che il culto del dio si è già diffuso tra i barbari, che
in questo hanno dimostrato una grande superiorità nei confronti dei Greci. Aggiunge che
il rituale viene officiato perlopiù di notte, perché la notte aggiunge sacralità, senza che
questo implichi necessariamente la corruzione dei costumi: «Anche di giorno si
possono escogitare oscenità» (v. 488).
Penteo decide di tagliargli un ricciolo e farsi consegnare il tirso, prima di
rinchiuderlo in prigione, e riceve una risposta che potrebbe fargli intuire la vera
identità dell’interlocutore: «PENTEO Per prima cosa ti taglierò questo ricciolo delicato.
/ DIONISO I miei capelli sono sacri: li faccio crescere in onore del dio. / PENTEO E poi
dammi il tirso che hai in mano. / DIONISO Toglimelo tu: ma è di Dioniso. / PENTEO Ti
rinchiuderò nella prigione. / DIONISO Verrà il dio stesso a liberarmi, quando vorrò. /
PENTEO Ma certo: / quando lo invocherai stando nel mucchio delle baccanti. / DIONISO
Anche adesso è qui vicino e vede quello che mi fai. / PENTEO E dove sarebbe? Non lo
vedo. / DIONISO Qui da me. Ma tu non lo vedi perché sei empio» (vv. 493-502).
Ma Penteo non ha occhi né orecchi per comprendere, e moltiplica la sua furia, in un
sussulto estremo dell’Io che insuperbisce oltre misura, prima del tracollo iniziatico a
cui lo costringerà il dio. Nell’atto stesso in cui si inarca nell’esaltazione dei propri
natali e del proprio nome, il nomen diventa omen e rivela un destino, perché Penthéus
ha la stessa radice di penthéin, che significa «patire», e di pénthos, la «sofferenza»,
che è proprio quanto lo attende: «PENTEO Agguantatelo! Quest’uomo disprezza me e la
città di Tebe. / DIONISO Vi ingiungo di non legarmi, e parlo da saggio a chi non lo è. /
PENTEO E io ordino di legarti, e ho più potere di te! / DIONISO Non sai quello che dici,
né cosa stai facendo, né chi sei. / PENTEO Sono Penteo, figlio di Agave, e mio padre è
Echione. / DIONISO Nome che ben si adatta alla sciagura» (vv. 503-508).
Il dio ha rivelato enigmaticamente la vera essenza del suo antagonista umano, per
poi allontanarsi verso la prigione, non senza lanciare ancora un monito in cui dichiara
la propria vera identità: «Vado. / Ma non posso subire quello che non devo subire. /
Sarà Dioniso a farti pagare queste offese, / anche se dici che non esiste. / Fai torto a
me, ma è lui che trascini in catene» (vv. 515-518).
Il secondo stasimo del Coro invoca l’epifania di Dioniso, che si manifesti per
fermare la hýbris del re sanguinario, discendente di Echione, uno degli Uomini
Seminati, di cui le Baccanti accentuano i tratti ctoni e mostruosi, di Gigante nemico
degli dei.
Dall’interno del palazzo in cui è stato segregato si sente la voce del dio, che scatena
un terremoto e incendia la casa, e provoca la reazione atterrita delle sue stesse adepte:
«CORO Á Á / Presto il palazzo di Penteo verrà scosso, crollerà al suolo. / C’è Dioniso
nelle stanze. / Veneratelo. – Lo veneriamo. / Le vedete, le architravi di pietra / che
oscillano sulle colonne? / Ecco che Bromio urla dentro la casa / il suo urlo di trionfo. /
DIONISO Accendi la vampa di folgore rifulgente! / Brucia brucia il palazzo di Penteo! /
CORO Á Á / Non vedi il fuoco? Non la scorgi / presso la sacra tomba di Semele / la
vampa che la folgore tonante di Zeus / lasciò qui un giorno? / Abbattete al suolo i vostri
corpi tremanti! / Abbatteteli al suolo, menadi! / Il Signore marcia contro questo palazzo.
/ Lo rovescia, il figlio di Zeus» (vv. 586-603).
Dal punto di vista scenico, è possibile che venisse scossa una parte della facciata –
a meno che non si alludesse a un’architrave della zona interna al palazzo – e che si
producessero rumori retroscenici, senza pensare a un crollo di tutta la reggia. Inoltre
dal recinto coperto di tralci che circondava la tomba di Semele poteva levarsi una
fiamma, e fumo, ben visibile agli spettatori.
Compiuti i prodigi, lo Straniero-Dioniso libero dalle catene esce dal palazzo,
accolto dall’esultanza delle donne, e si rivolge alle Baccanti, che hanno sussultato allo
scatenarsi numinoso del terremoto e all’avvampare della fiamma, e si sono gettate a
terra: «Forza, sollevatevi! † / Fatevi animo! / Smettetela di tremare in questo modo! /
CORO O luce per me immensa del baccanale che intona l’euoé, / con che gioia ti vedo,
nel mio deserto, nella mia solitudine!» (vv. 606-609).
Al mistagogo che non si manifesta esplicitamente come dio neanche nei loro
confronti, ma mantiene una certa ambiguità, le Baccanti d’Asia chiedono come abbia
fatto a liberarsi e Dioniso risponde che si è liberato da solo: Penteo si era illuso di
averlo messo in catene incatenando un toro che era presso la greppia (e il toro è una
delle forme in cui si manifesta Dioniso), mentre lui se ne stava tranquillamente in
disparte a guardarlo. Proprio allora Bacco scatenò il terremoto e accese la fiamma nel
sepolcro di Semele. Penteo si agita, corre in ogni direzione, ordina ai servi di portare
tutta l’acqua del fiume, per spegnere l’incendio. Non pago, il dio crea un simulacro
dello Straniero nell’atrio della reggia, e il re sacrilego si avventa contro di esso,
menando colpi all’impazzata. Infine, umano che ha osato scontrarsi con un dio, si
accascia, mentre il suo antagonista esce dalla casa in tutta calma.
Eccolo, il re sempre meno re, uscire dalla porta sconvolto, e accorgersi che lo
Straniero è lì presente, imperturbato, e gli rivela che è stato Dioniso a liberarlo, come
aveva preannunciato nel momento in cui veniva condotto in catene.
Penteo ordina di chiudere le porte della città, ma lo Straniero gli ricorda che gli dei
oltrepassano anche le mura.
Significativamente annunciato dallo Straniero-Dioniso, dal Citerone ricco di neve
sopraggiunge un Messaggero, per riferire in una rhésis di grande efficacia le imprese
straordinarie delle Baccanti, a cui ha assistito di persona.
Il pastore racconta di avere visto tre tiasi di donne, guidati dalle tre figlie di Cadmo,
rispettivamente Autonoe, Agave, che è anche la madre di Penteo, e Ino. Al contrario di
quanto sosteneva il re nell’atto di scatenare contro di loro la sua furia, le donne non
erano dedite ai piaceri del sesso e del vino: «E tutte avevano abbandonato i corpi al
sonno: / alcune appoggiavano il dorso alla chioma di un abete, / altre su fronde di
quercia stavano con il capo reclinato al suolo, / alla rinfusa, ma castamente, e non
erano, come dici tu, / gonfie di vino tra i boccali e il suono dei flauti, / alla ricerca di
Afrodite in luoghi isolati» (vv. 683-688).
Dissipato ogni dubbio circa la castità delle Baccanti, il Messaggero descrive il
risveglio armonioso delle donne di Dioniso, che si sciolgono i capelli sulle spalle e
indossano le nebridi, mentre serpenti leccano le loro guance; e in una potentissima
immagine, che indica il radicamento della spiritualità dionisiaca nella natura, allattano
cuccioli di lupi e di caprioli.
Ma il numinosum del tiaso dionisiaco coinvolge anche il regno minerale, attraverso
un atto di magia naturale, mediato dal bastone sciamanico e regale, il tirso che fa
sgorgare acqua dalla roccia, e latte e vino dal terreno: «Una di esse afferrò il tirso e lo
battè su una roccia: / ne sgorgò uno zampillo di rugiada; / un’altra colpì il terreno con il
tirso / e il dio ne fece zampillare una fonte di vino; / e tutte quelle che erano colte dal
desiderio della bevanda bianca, / grattavano la terra con la punta delle dita / e
ricavavano zampilli di latte. / E dai tirsi ornati di edera stillavano fiotti dolci di miele»
(vv. 704-711).
I mandriani, su consiglio di uno di loro, abile oratore, frequentatore della città,
decidono di allontanare Agave dal resto del tiaso, per conquistarsi il favore del re, e si
appostano dietro un cespuglio, da dove assistono al propagarsi della follia dionisiaca,
che coinvolge tutta la natura circostante.
Agave, nella corsa, passa vicino al cespuglio, e il mandriano esce fuori dal
nascondiglio per fermarla.
Ma la madre di Penteo chiama le altre Baccanti, e i pastori riescono a sottrarsi a
stento allo smembramento rituale da parte delle donne, che si avventano sulle bestie al
pascolo, facendole a pezzi senza ricorrere alle armi: «Avresti potuto vedere una di loro
divaricare con le sue mani / una giovenca dalle mammelle rigonfie che lanciava
muggiti, / e altre che facevano a pezzi le vitelle. / Avresti potuto vedere fianchi di bestie
e zoccoli biforcuti / che venivano scagliati in alto e in basso, / e penzolavano dai rami
degli abeti, gocciolando sangue. / E i tori violenti, che fino a quel momento infuriavano
con le loro cornate, / vacillavano per poi abbattersi a terra, / trascinati da mani
innumerevoli di giovani donne. / L’involucro delle loro carni veniva fatto a pezzi / più
rapidamente del congiungersi delle ciglia nei tuoi occhi di re» (vv. 740-747).
Poi come uno stormo di uccelli che si leva in volo le donne attraversano la pianura
vicina a Tebe e assaltano i centri abitati di Isia e di Eritre, ai piedi del Citerone, in una
razzia prodigiosa, in cui si sovvertono le leggi della realtà ordinaria: «E rapivano i
bambini dalle case, / e tutto ciò che si mettevano sulle spalle, / stava su, senza nessuna
corda che lo tenesse: / non bronzo, non ferro cadeva sulla terra nera. / C’era fuoco sui
loro capelli, ma non li bruciava. / Infuriati per le rapine delle baccanti, i cittadini
correvano alle armi. / Ma era uno spettacolo davvero straordinario a vedersi, o re: / le
loro lance appuntite non si macchiavano di sangue, / mentre esse scagliando i tirsi che
avevano in mano, / li ferivano e li mettevano in fuga, / loro, donne, degli uomini, certo
non senza l’intervento di un dio» (vv. 754-764).
Infine, l’orda sacra ritorna da dove era partita, e le donne si lavano via il sangue,
mentre i serpenti detergono le loro guance con la lingua.
Non resta che consigliare a Penteo di inchinarsi di fronte al nuovo dio, che oltre a
tutto ha fatto dono ai mortali del vino che placa i tormenti, e propizia l’amore.
Anche il Coro, naturalmente, concorda, mentre Penteo si esalta ancora di più nella
furia, e decide di muovere all’assalto delle Baccanti, e non si lascia ammorbidire dai
tentativi di dissuasione da parte dello Straniero-Dioniso, che di fronte a tanta protervia
sancisce la morte-iniziazione del re.
Lo persuade a travestirsi da donna, con un abbigliamento grottesco che include una
parrucca, un peplo lungo fino ai piedi e un turbante sulla testa, una nebride e un tirso:
così potrà spiare l’orda delle menadi, senza rischiare di essere ucciso.
Come Atena in Aiace di Sofocle, anche qui il dio gioca con l’uomo che ha tentato di
contrastarlo, con una efferatezza irridente, che esautora il re e contemporaneamente lo
trasforma proprio in ciò che voleva combattere, facendosi mistagogo crudele del
recalcitrante: «DIONISO Ti vestirò io. Entriamo. / PENTEO Con che vestito? Da donna?
Ho vergogna. / DIONISO Non hai più voglia di osservare le menadi? / PENTEO Che abito
dici di volermi far indossare? / DIONISO Ti metterò sulla testa una chioma fluente. /
PENTEO E che cos’altro? / DIONISO Un peplo che ti arriva fino ai piedi, e un turbante
sulla testa. / PENTEO E mi metterai addosso anche qualcos’altro? / DIONISO Un tirso in
mano, e una pelle screziata di cerbiatto. / PENTEO Non posso vestirmi da donna! /
DIONISO Ma se ti scontrerai con le baccanti scorrerà sangue. / PENTEO È vero, prima
devo fare un’esplorazione» (vv. 827-838).
Penteo entra nel palazzo, precedendo lo Straniero-Dioniso, che prima di seguirlo si
rivolge alle sue adepte – è notevole che anche con loro insceni il gioco della doppia
identità, senza rivelarsi direttamente come dio – e le informa della trappola mortale che
gli ha teso; infonderà una leggera follia nel re, in modo che accetti di travestirsi da
femmina, ed essere massacrato dalle mani di sua madre Agave, dopo essere diventato
lo zimbello di tutti i Tebani: «Donne, l’uomo è nella rete: / andrà dalle baccanti e sarà
punito con la morte, come è giusto. / Dioniso, adesso tocca a te: non sei lontano. /
Facciamogliela pagare cara» (vv. 847-850).
Lo Straniero-Dioniso entra nella reggia, e il Coro intona il terzo, intensissimo
stasimo, esaltando la libera danza notturna della Baccante, che viene paragonata a una
cerbiatta che fugge felice all’agguato dei cacciatori, e si slancia nella pianura aperta,
per poi trovare rifugio nella selva, lontano da presenza umana.
Nell’efimnio la sapienza dionisiaca viene impartita dal dio come vendetta pregustata
che assale il nemico con la violenza della morte rituale: «Che cos’è la sapienza? / O
quale dono degli dei ai mortali / è più bello che imporre la mano vittoriosa / sulla testa
del nemico? / Si ama sempre ciò che ci piace» (vv. 877-881).
Nell’antistrofe, il Coro celebra il trionfo della volontà divina, con parole che non
possono non ricordare – seppure nelle naturali differenze, che si palesano
completamente nell’epodo – il grande stasimo dell’Agamennone eschileo (vv. 174 ss.),
in cui si celebra la «grazia violenta dei divini» che obbliga gli umani a raggiungere la
sapienza, anche se la respingono: «Avanza lenta, ma è certa / la potenza divina. /
Raddrizza coloro tra i mortali / che onorino l’insensatezza / e nel delirio della loro
illusione / non rendano onore agli dei. / Gli dei occultano abilmente / il lungo passo del
tempo / e braccano chi non li venera. / Ciò che prevarica le leggi e le usanze / non deve
essere conosciuto né praticato. / Non costa grande fatica / pensare che è questo che
conta: / il divino comunque esso sia, / e quanto nel lungo corso del tempo / ha sempre
valore di legge / ed è insito nella natura» (vv. 882-896).
La potenza degli dei raddrizza l’indole distorta degli umani che rifiutano la verità,
che consiste nel tenere in massima considerazione il divino e rispettare la legge
cosmica, evitando di prevaricare i culti radicati nella memoria profonda della civiltà.
L’epodo sviluppa il tema tipicamente euripideo della serenità che consiste nel
vivere felici e pacifici giorno dopo giorno, sottratti alle tempeste della vita, senza
lasciarsi troppo coinvolgere da una eccessiva tendenza all’azione finalizzata alla
ricchezza, perché tutto è incerto, nella condizione umana, e non tutto giunge a buon fine;
nell’originale interpretazione di Euripide, la sapienza dionisiaca si intreccia con la
misura, e fonda un’etica della pace e della semplicità quotidiana che ha radici nel
grandioso dell’esperienza iniziatica: «Beato chi sfugge alla tempesta marina / e giunge
in porto. / Beato chi riesce a librarsi al di sopra degli affanni. / L’uno sopravanza
l’altro in ricchezza e potenza / per vie differenti. / Speranze innumerevoli, per
innumerevoli umani: / le une hanno esito felice per i mortali, / altre invece dileguano. /
Chi ha vita felice giorno per giorno, / costui io ritengo beato» (vv. 902-911).
Adesso il dio esce dalla reggia e imperversa, esponendo al ludibrio Penteo: «...
dico a te Penteo! Esci fuori di casa, fatti vedere, / addobbato da donna, da menade, da
baccante, / spia di tua madre e della sua schiera! / Sembri proprio una delle figlie di
Cadmo» (vv. 913-917).
Grottesco, istupidito dal delirio infuso da Dioniso, Penteo fa il suo ingresso in scena
da re rovesciato in buffone-femmina, e vaneggia, vede due soli e due Tebe, e un toro
cornuto al posto del dio.
Il dio crudele moltiplica l’illusione di Penteo, affiancandolo nel suo tragitto verso la
morte con parole che ingannano: «DIONISO Ci scorta il dio, che prima non ci era
propizio, / ma adesso è nostro alleato. Ora vedi quello che devi vedere» (vv. 923-924).
Il re si compiace della somiglianza con la madre che officerà il suo sparagmós: e il
cacciatore è anche la preda, come il dio che lo uccide.
Ormai è nelle mani di Dioniso, che gioca ad agghindarlo per il suo carnevale
iniziatico senza trascurare nessun dettaglio.
Delira, Penteo, invasato da un senso di onnipotenza esilarante, sotto lo sguardo
irridente del dio. Nella sua esaltazione ha perso ogni timore nei confronti dei
concittadini, e vuole attraversare la città. Il dio-mistagogo si dichiara sua guida e sua
salvezza.
Chiude la sticomitia Dioniso, che nella metafora della glorificazione occulta la
modalità della morte del re sacrilego, che verrà issato sulla cima di un abete, a sigillare
il compiuto trionfo del dio: «Straordinario tu sei, straordinario, / e ti avvii a
vicissitudini straordinarie. / Troverai una gloria che tocca il cielo. / Tendi le mani,
Agave! / E anche voi, figlie di Cadmo, generate dallo stesso seme: / accompagno questo
giovane a una grande prova. / Ma a vincere saremo io e Bromio. / Il resto, lo diranno
gli eventi» (vv. 971-976).
Penteo e il suo spietato mistagogo si allontanano, e il Coro incita le Baccanti, che
apostrofa come «figlie di Lyssa», ovvero della Furia, a scatenarsi contro Penteo, e
prefigura il ruolo determinante che la madre assolverà nella sua morte-iniziazione.
L’efimnio e l’antistrofe dichiarano esplicitamente che l’assalto mortale da parte
delle Baccanti è un atto di giustizia contro colui che a sua volta si è scagliato contro i
riti (órghia) di Dioniso e di Semele. Penteo è exemplum e capro espiatorio di una
comunità, e la sua sorte si fa occasione per una delle consuete sentenze universali di
Euripide, che vede nella morte una occasione di saggezza riguardo alle cose divine, e
nella capacità di accettare il limite dell’umano la via per la serenità dell’animo,
vivendo nella purezza e nella devozione, nel rispetto della giustizia e degli dei: «Venga,
si mostri, la giustizia, / venga impugnando la spada, / trapassi la gola all’uomo senza
dio, / senza legge, senza giustizia, / al figlio di Echione nato dalla terra, / lui che, con
mente ingiusta e furia sacrilega / si scaglia contro i tuoi riti, o Bacco, / e contro i riti di
tua madre, / con animo folle, impeto di delirio, / per vincere con la violenza / ciò che
non può essere vinto. / La morte ineludibile / è fonte di saggezza riguardo agli dei, / e
non superare il limite dell’umano / è vivere senza tormento. / Non invidio il sapere. /
Aspiro ad altre mete, grandi, splendide, / † una vita che tende al bene †, / purezza e
devozione, notte e giorno, / rifiutare le usanze che offendono la giustizia, / tributare
onore agli dei» (vv. 991-1010).
L’epodo è una invocazione diretta all’epifania animale di Dioniso in forma di toro,
serpente o leone, affinché compia giustizia: «Appari in forma di toro / o di serpe dalle
molte teste / o di leone che spira fuoco! / Vai, o Bacco, con volto che ride / scaglia una
rete di morte / intorno al cacciatore delle baccanti / che è caduto in mezzo all’orda
delle menadi!» (vv. 1017-1023).
Arriva il secondo Messaggero, e riferisce che Penteo è morto, suscitando l’esultanza
delle Baccanti d’Asia.
In una delle rhéseis più intense del teatro greco il Messaggero racconta la fine
atroce di Penteo, all’insegna del numinoso e del tremendo.
Poiché dalla sua postazione non riesce a vedere l’orda delle Baccanti, il re chiede
allo Straniero-Dioniso di aiutarlo, e il dio lo issa prodigiosamente sulla cima di un
abete.
Caricatura di re, Penteo viene avvistato, e la voce del dio incita il tiaso alla
vendetta, mentre un silenzio sovrumano si distende sulla valle: «Più che vedere le
menadi, fu avvistato da loro. / E non si riusciva ancora a vederlo lassù, a cavalcioni, /
che lo straniero era già sparito, / e una voce dal cielo (la voce di Dioniso, credo) gridò:
/ “O fanciulle, vi ho portato colui che vuole irridere voi, me e i miei riti: / fate
vendetta!” / Mentre diceva queste parole, / tra cielo e terra rifulse la luce di un fuoco
sacro. / Silenzio, nell’aria, e in silenzio le foglie della valle boscosa. / Non si udiva
verso di fiera» (vv. 1075-1085).
Sospinte dalla voce di Bacco, le menadi si avventano in corsa verso l’albero a cui è
aggrappato Penteo, e lo tempestano di pietre, per poi disporsi in cerchio intorno al
tronco e svellerlo dalle radici, facendo cadere a terra il suo inusuale ospite.
A guidare lo scempio è proprio la madre, che non riconosce il figlio implorante
perché è posseduta dalla furia del dio: «“Sono io, madre, Penteo, tuo figlio, / che hai
partorito nella casa di Echione. / Pietà, madre, non uccidermi per i miei errori: sono tuo
figlio”. / Ma lei, sbavando e ruotando le pupille stravolte, / incapace di intendere ciò
che doveva intendere, / era invasata da Bacco, e non gli dava ascolto. / Gli agguanta il
braccio sinistro, / punta i piedi contro il fianco del disgraziato / e gli strappa via una
spalla, ma senza sforzo, / perché era il dio a moltiplicare il vigore delle sue mani» (vv.
1118-1128).
Penteo viene smembrato dall’orda: «Ino portava a termine l’opera dall’altro fianco,
/ snudandolo delle sue carni. / Autonoe e tutta l’orda delle baccanti si accalcavano in un
unico urlo. / Penteo levava lamenti, finché gli restava fiato, / e loro esultavano,
gridando. / Una si portava via un braccio, un’altra il piede con il calzare. / Le costole
erano nude, scarnificate. / Tutte, con le mani grondanti di sangue / giocavano a palla con
i brandelli della carne di Penteo. / Giace a pezzi il suo cadavere, / disseminato in parte
sotto le rocce dure, / in parte nella macchia folta del bosco: difficile, la ricerca» (vv.
1129-1139).
Lo sparagmós è compiuto, e con esso l’iniziazione simbolica di Penteo, che assume
la forma di una morte concreta: ha rifiutato di accogliere il dio morendo al proprio ego,
e il dio lo ha assimilato a sé a prezzo della vita. Per colmo di orrore e di allusività
iniziatica, è stata proprio la madre, che è simbolo della Grande Madre dei Misteri,
dell’Unità originaria, a piantare sul tirso la testa del figlio, scambiandolo per un leone
delle montagne (ancora un rimando all’identità con il dio, di cui il leone è una
manifestazione), e adesso sta arrivando a palazzo, menando vanto dell’impresa che ha
compiuto e invocando Bacco che è stato suo compagno nella caccia.
Il Messaggero chiude con una sentenza che può ben racchiudere l’essenza del
messaggio euripideo: «Coltivare saggezza e venerare gli dei: è questa la cosa migliore.
/ Penso che questo sia il possesso più ricco di sapienza / di cui possano avvalersi i
mortali» (vv. 1150-1152).
A suggello dell’accaduto, il Coro invita a celebrare il dio con le danze, a
compiangere Penteo, e ad accogliere con il grido rituale dell’euoé Agave che entra in
scena esibendo il macabro trofeo.
Le donne in un primo momento pensano che si tratti davvero del cucciolo di un leone
dei monti, che la madre ha catturato scatenandosi nella caccia per istigazione del dio:
Dioniso viene definito agréus, «cacciatore», con un attributo che lo identifica con
Zagreus, il Dioniso degli Orfici, che subì lo sparagmós a opera dei Titani e fu poi
rigenerato da Zeus.
Accecata dal furor dionisiaco, la madre si esalta della propria impresa, e chiama a
gran voce il padre, per esibire la preda di fronte ai suoi occhi.
Entra in scena Cadmo, portando i brandelli del re smembrato, che ha rinvenuto ai
piedi del Citerone, dopo una ricerca faticosa.
Il vecchio ha saputo delle imprese temerarie delle figlie, e dell’arrivo di Agave, che
adesso lo apostrofa esibendogli esultante la preda, e gliela offre come trofeo di cui
andare glorioso: «Come vedi, porto tra le mie braccia questo trofeo che ho conquistato,
/ affinché venga appeso al tuo palazzo. / E tu, padre, accoglilo nelle tue mani. / Invita
gli amici a banchetto, sii orgoglioso della mia preda!» (vv. 1238-1242).
Di fronte alla macabra ostensione Cadmo si ritrae inorridito, ma Agave attribuisce
alla scontrosità tipica dei vecchi la reazione a suo avviso scarsamente entusiastica, e
per colmo di ironia tragica insiste che chiami Penteo, per redarguirlo della sua ostilità
nei confronti del dio, e perché venga a condividere la sua esultanza.
Cadmo sa che quando la madre si accorgerà di quello che ha fatto soffrirà
atrocemente; gradualmente, accompagna il ritorno alla realtà della figlia: «AGAVE Che
cos’è che non va in tutto questo? / Che cosa ti fa stare male? / CADMO Volgi lo sguardo
al cielo, innanzi tutto. / AGAVE Ecco, ma perché mi hai invitata a guardarlo? / CADMO È
uguale a prima o ti sembra che abbia cambiato aspetto? / AGAVE C’è più luce, è più
limpido. / CADMO Ti senti ancora sconvolta, dentro di te? / AGAVE Non capisco che cosa
vuoi dire. / Ma in qualche modo sento che sto ritornando in me. / Non penso più quello
che pensavo prima» (vv. 1263-1270).
Infine, la più atroce delle agnizioni: «CADMO E chi è il figlio che hai dato al tuo
sposo in questa casa? / AGAVE Penteo, frutto dell’unione tra me e suo padre. / CADMO E
allora di chi è il volto che tieni tra le braccia? / AGAVE Di un leone, a quanto dicevano
le cacciatrici. / CADMO Osservalo bene: non ti costa molta fatica, guardarlo. / AGAVE ÉA
cosa vedo? Che cosa è questo che tengo tra le mani? / CADMO Guardalo attentamente e
comprendi con più chiarezza. / AGAVE Povera me, vedo lo strazio più grande! / CADMO
Ti sembra che somigli a un leone? / AGAVE No, povera me! È la testa di Penteo che
stringo tra le mani!» (vv. 1275-1284).
Adesso Agave è consapevole di quello che è successo: il dio ha castigato lei e
Penteo perché respingevano le sue iniziazioni e non credevano che fosse un dio.
Con grande intensità patetica, Cadmo piange la rovina che si è abbattuta sulla sua
casa per volontà del dio, lo strazio della madre, e la perdita dell’adorato nipote, per
poi concludere con una sentenza che trasforma la sua personale catastrofe in un
exemplum valido per la collettività: «Ma adesso io sono un infelice, e tu sei nella
sventura, / su tua madre si può solo piangere, / e sventurati sono i tuoi congiunti. / Se
qualcuno disprezza gli dei, / guardi a questa morte, e li onori» (vv. 1323-1326).
Al verso 1329 inizia una lacuna, di cui ignoriamo l’estensione: trasportato dalla
mechané oppure sul theologhéion, compare Dioniso ad annunciare direttamente la
propria parola, e a spartire i destini.
Cadmo e la sua sposa Armonia si trasformeranno in serpenti, come accadeva agli
eroi, dopo aver sconfitto gli Illiri a capo degli Enkheleis, che dovranno subire molte
sventure in seguito al saccheggio del tempio di Apollo, mentre i due sposi, grazie
all’intervento di Ares, verranno trasferiti tra i Beati, nei Campi Elisi. Le loro sofferenze
avrebbero potuto essere evitate se avessero riconosciuto subito la divinità del dio, ma
ormai è troppo tardi.
Cadmo e Agave devono accettare il destino voluto da Dioniso, per un antico decreto
di Zeus: il padre, trasformato in serpente, e la sua sposa con lui, dovrà combattere a
capo di un esercito di barbari, mentre la figlia, oltre a patire lo strazio per l’uccisione
di Penteo, dovrà andare in esilio, una volta che Cadmo sia partito.
Dioniso ha trionfato, impartendo la propra iniziazione in forma di vendetta nei
confronti dei potenti della pólis e delle donne che ne respingevano il culto.
Agave maledice il luogo in cui ha fatto strage del suo stesso sangue, e vuole
dimenticare il tirso, simbolo del tiaso. Ma pur sottraendo se stessa ai riti, sa che altre
Baccanti continueranno a officiarli: «Portatemi dalle mie sorelle, / o donne che mi
scortate nel tragitto: / le condurremo con noi, come miserevoli compagne di esilio. /
Vorrei andare dove non possa vedermi, il maledetto Citerone, / né io veda il Citerone
con questi occhi, / e dove non resti ricordo del tirso: / se ne occupino altre baccanti»
(vv. 1381-1387).
Il trionfo di Dioniso è assoluto, annichilente, e anche il suo antagonista è stato
trasformato simbolicamente in un adepto, in ossequio alla natura profonda del dio, che è
la natura stessa della sapienza, e che prima o poi, come folgorava Eraclito, come
sentenziava Eschilo, raggiunge il cuore degli umani, lo vogliano o non lo vogliano: «Il
Signore, infatti, è cacciatore».
NOTA ALLA TRADUZIONE

La traduzione è stata condotta in prevalenza sulla base del testo greco stabilito
nell’edizione critica di G. Murray (Oxford 1902-1913) e di J. Diggle (Oxford 1981-
1994).

Segni diacritici adottati:

† † passo irrimediabilmente corrotto


< > lacuna
[ ] espunzione

Nell’edizione antica mancavano le didascalie nel testo, che anche noi preferiamo
evitare, limitandoci a segnalare l’attribuzione delle battute ai vari personaggi.
A.T.
ALCESTI
Personaggi
APOLLO
THANATOS
CORO DI VECCHI DI FERE
SERVA DI ALCESTI
ALCESTI
ADMETO
IL PICCOLO EUMELO
ERACLE
FERETE
UN SERVO

Scena: a Fere, in Tessaglia, davanti alla reggia di Admeto


APOLLO Addio palazzo di Admeto,
dove ho sopportato di spartire la mensa con gli schiavi,
anche se sono un dio!
Il colpevole è Zeus, che uccise mio figlio Asclepio1
scagliandogli un fulmine nello sterno.
Io mi infurio, e ammazzo i Ciclopi che forgiano le sue saette2.
E allora mio padre, per punirmi,
mi costrinse a fare da servo a un mortale.
Una volta giunto in questa terra,
ho pascolato le mandrie del mio ospite
e ho custodito la sua casa fino a oggi.
Puro, mi sono imbattuto in un uomo puro, il figlio di Ferete3,
e l’ho salvato dalla morte, raggirando le Moire4:
le dee accettarono che Admeto evitasse la morte incombente su di lui,
se qualcun altro fosse morto al suo posto.
Mise alla prova tutti i suoi cari, li passò in rassegna
[e soprattutto il vecchio padre e la madre che lo aveva messo al mondo],
ma non trovò nessuno, fuorché la sua sposa,
che accettasse di morire per lui, e di non rivedere più la luce.
E adesso la stanno portando tra le loro braccia, per la casa, in agonia,
perché è destino che proprio oggi abbandoni la vita.
E io, per non essere contaminato nel palazzo,
lascio questo tetto che mi è più che caro.
Ma ecco che sopraggiunge Thanatos, il sacerdote dei morti5,
che sta per portarla nella dimora di Ades.
Ha spiato il giorno in cui deve morire,
ed è arrivato proprio al momento giusto.
THANATOS Á Á
Che cosa fai davanti al palazzo?
Perché ti aggiri nei dintorni, Apollo?
Vuoi fare ancora una volta torto agli dei di sottoterra,
limitando le loro prerogative o cancellandole del tutto?
Non ti è bastato impedire la morte di Admeto
prendendoti gioco delle Moire con arte ingannatrice?
Adesso impugni l’arco e fai la guardia alla figlia di Pelia6,
che ha promesso di morire al posto del suo sposo
per liberarlo dalla morte?
APOLLO Non avere paura: la giustizia è dalla mia parte,
e ho buoni motivi.
THANATOS E che bisogno hai dell’arco, se sei nel giusto?
APOLLO Sono abituato a portarlo sempre con me.
THANATOS Come sei abituato ad aiutare questa casa contro giustizia.
APOLLO Soffro per la sventura di un uomo a cui sono affezionato.
THANATOS E allora vuoi portarmi via anche quest’altro morto?
APOLLO Ma non ti ho portato via con la forza neanche il primo.
THANATOS E allora perché sta sopra la terra e non sotto?
APOLLO Ha offerto in cambio la sua sposa, per la quale sei venuto qui.
THANATOS E la porterò agli Inferi, tra i morti.
APOLLO Prendila e vattene. Non so se riuscirò a persuaderti.
THANATOS A uccidere chi devo uccidere? È questa la mia incombenza.
APOLLO No: a dare la morte a chi sta già per morire.
THANATOS Capisco quello che dici, e cosa vuoi ottenere.
APOLLO Non c’è modo che Alcesti viva fino alla vecchiaia?
THANATOS No, pensaci:
anche a me piace godere degli onori che mi spettano.
APOLLO Ma non potrai portarti via più di una vita.
THANATOS Ricavo maggior onore dai morti giovani.
APOLLO Ma se morirà da vecchia, avrà esequie più sontuose.
THANATOS Legiferi per chi ha i soldi, Apollo.
APOLLO Come hai detto? Non sapevo che fossi anche sofista.
THANATOS Chi ha i soldi potrebbe comprarsi una morte per vecchiaia.
APOLLO Non vuoi proprio farmi questo piacere?
THANATOS No davvero: lo sai come sono fatto.
APOLLO Odioso ai mortali, detestato dagli dei.
THANATOS Non puoi avere sempre quello che non dovresti avere.
APOLLO Eppure, anche se sei così crudele, dovrai desistere,
perché verrà al palazzo di Ferete un uomo valorosissimo,
mandato da Euristeo a portare via le cavalle
dalle contrade invernali della Tracia7.
Costui, accolto ospitalmente qui nel palazzo di Admeto,
ti porterà via questa donna con la forza.
E tu dovrai fare in ogni caso quello che non vuoi fare,
ma senza la mia gratitudine, e anzi, con il mio odio.
THANATOS Dilungati pure in chiacchiere:
non ne ricaverai nulla.
La donna discenderà nella dimora di Ades.
Vado da lei, per iniziarla con la spada:
chi ha un capello reciso dalla sua lama
è consacrato agli dei di sottoterra8.

COROChe cos’è tutta questa quiete davanti al palazzo?


Perché tace la dimora di Admeto?
– Qui vicino non c’è nessuno dei suoi cari
che ci dica se dobbiamo piangere la morte della regina
o se è ancora viva e vede questa luce
la figlia di Pelia, Alcesti,
che a me e a tutti è sembrata la più eccellente delle donne
nei confronti dello sposo.

[str. I
– Qualcuno sente lamentazioni nelle stanze
o mani che percuotono i petti
o urla di dolore, come se tutto fosse finito?
– No. E non c’è nessuno dei servi vicino alla soglia.
O se tu apparissi, Apollo guaritore, tra i flutti della sciagura!9
– Non starebbero in silenzio, se fosse morta.
– † Non è fuori dal palazzo, morta. †
– Da cosa lo deduci? Io non pretenderei di saperlo.
Che cosa ti incoraggia a pensarlo?
– Come avrebbe potuto Admeto dare sepoltura alla sua nobile sposa
senza che ci fosse qualcuno ad assistere?

[ant. I
– Davanti alla soglia non scorgo acqua di fonte per le abluzioni
come è consuetudine davanti alle porte dei morti.
– E poi nel vestibolo non ci sono capelli recisi
† che cadono quando si lamentano i morti †
né rimbombano le mani † delle giovani † donne10.
– Eppure questo è il giorno decisivo...
– † Che cosa intendi dire? †
– ... il giorno in cui deve andare sotto terra.
– Mi hai ferito nel cuore, nella mente.
– Quando gli eccellenti vengono straziati
chi ha fama di essere onesto deve compiangerli.

[str. II
Non c’è nessun luogo della terra,
non in Licia, non nelle sedi riarse di Ammone11,
dove si possa mandare una flotta
per riscattare la vita della sventurata:
incalza il destino ineluttabile
e non so più a quale altare degli dei accostarmi
per celebrare sacrifici.

[ant. II
Soltanto se il figlio di Apollo
vedesse ancora questa luce
lei potrebbe lasciare le dimore di tenebra
e le porte dell’Ade:
faceva risorgere i morti
prima che Zeus lo trafiggesse
con il dardo di fuoco del fulmine12.
Ma adesso, come posso ancora sperare che sia viva?
– Tutti i riti sono stati compiuti da chi regna.
Gli altari di tutti gli dei
traboccano di vittime che grondano sangue.
Ma non c’è nessun rimedio alla sventura.
– Ma ecco una delle ancelle che esce dal palazzo, in lacrime:
di quale destino ci darà l’annuncio?
È comprensibile il pianto
quando ai padroni capita qualche sventura.
Ma noi vorremmo sapere se Alcesti è ancora viva, o è morta.

SERVA Puoi dirla sia viva che morta.


CORO Ma come potrebbe una stessa persona essere morta e viva?
SERVA Ormai reclina il capo, nell’agonia.
CORO Non c’è più nessuna speranza di salvarle la vita?
SERVA La stringe la morsa del giorno fatale.
CORO Le preparano la cerimonia funebre?
SERVA Sono già pronti gli ornamenti con cui la seppellirà lo sposo.
CORO Povero te, grande Admeto, che donna perderai!
SERVA Il signore non può ancora rendersene conto,
prima di averlo sofferto.
CORO Allora la regina sappia che morirà nella gloria,
perché è la più eccellente tra le donne che vivono sotto la luce del sole.
SERVA E come potrebbe non essere la più eccellente?
Chi potrà dire il contrario?
Come dovrebbe essere la donna in grado di superarla?
Come potrebbe una donna tributare maggior venerazione allo sposo
che accettando di morire per lui?
Lo sa tutta la città.
Ma tu ti meraviglierai a sentire quello che ha fatto dentro la casa.
Quando si rese conto che era arrivato il giorno decisivo
lavò con acqua di fiume il suo corpo candido,
estrasse la veste e i gioielli dalle loro custodie di cedro
e si adornò con cura.
Poi, ergendosi davanti a Hestia la supplicò con queste parole13:
«O Signora, io discendo sotto terra,
ma per l’ultima volta mi prostro ai tuoi piedi
e ti imploro di allevare tu i miei figli quando resteranno orfani.
Concedi al maschio una sposa devota, alla femmina un marito nobile.
Concedi loro di non morire troppo presto,
come colei che li ha partoriti,
e che colmino la misura della loro vita nella gioia, nella loro patria».
E si accostò a tutti gli altari della casa di Admeto,
li ornò di corone e innalzò le sue suppliche,
spiccando foglie di mirto dai rami14,
senza versare lacrime, senza un gemito,
senza che la sciagura incombente sciupasse la sua bellezza.
Poi si gettò sul letto nuziale, sul suo letto,
e scoppiando in lacrime disse:
«O letto, dove sciolse la mia verginità
l’uomo per il quale adesso incontro la morte,
addio! Io non ti odio: hai ucciso solo me,
che muoio perché rifiuto di tradire te e il mio sposo.
Sarai di un’altra donna, certo non più virtuosa di me,
ma forse più fortunata».
Si inginocchia, e lo bacia, e intride tutte le coperte
con i rivoli di lacrime che le colano dagli occhi.
E una volta che si fu saziata di lacrime, fuggì via a capo chino.
Ma più di una volta, nell’uscire,
si voltò e ritornò indietro per gettarsi sul letto.
E i figli piangevano afferrandosi alle vesti della madre,
e lei li prendeva in braccio e copriva ora l’uno ora l’altra di baci,
poiché sapeva di essere vicina alla morte.
E tutti i servi nel palazzo versavano lacrime, piangevano la loro padrona.
E lei porgeva la mano a tutti, e tutti, anche i più umili,
ricevevano e ricambiavano le sue parole di addio.
È questa la sciagura che si abbatte sulla casa di Admeto.
Se fosse morto, non ci sarebbe più.
Ma poiché sfugge al destino di morte
lo coglie uno strazio che non potrà mai dimenticare.
CORO E Admeto piange per questa disgrazia,
perché dovrà perdere una sposa così eccellente?
SERVA Sì, piange, stringendo tra le braccia la donna che ama
e la scongiura di non lasciarlo solo.
Ma chiede l’impossibile: Alcesti si spegne, il morbo la corrode.
Si abbandona tra le sue braccia, triste fardello,
e anche se esala ancora solo un fievole respiro
vuole volgere lo sguardo alla luce del sole
[per l’ultima volta: perché non vedrà mai più i suoi raggi, il suo cerchio].
Adesso vado a riferire che sei qui:
non tutti vogliono tanto bene ai loro sovrani
da stare loro affettuosamente vicini nelle sventure.
Ma l’amicizia che vi lega ai miei padroni ha radici antiche.

[str.
CORO
– IÓ Zeus! Quale via di scampo dalla sciagura,
quale liberazione dalla sorte
che si abbatte sui nostri sovrani?
– <AIÁI >
† Viene qualcuno fuori dalla casa,
† oppure devo tagliarmi i capelli
e indossare i pepli neri?
– È tutto chiaro, amici, tutto chiaro.
Ma supplichiamo gli dei:
la potenza degli dei è immensa.
– O Apollo Signore,
trova un rimedio per la sventura di Admeto!
– Trovalo, trovalo!
† Come lo hai già trovato † una volta,
così anche ora scaccia la morte,
ferma Ades sanguinario!

[ant.
– PAPÁI <...>
O figlio di Ferete,
che sciagura, per te, perdere la tua sposa!
– AIÁI
Per tutto questo dovresti tagliarti la gola
o impiccarti a un cappio altissimo,
e non basterebbe ancora.
– Perché in questo giorno
vedrai morire la tua cara sposa, la tua sposa adorata.
– Guarda! Guarda!
Eccola che esce dal palazzo con il suo sposo!
– Leva il tuo grido, o terra di Fere,
e piangi la migliore tra le donne:
consumata dal morbo
discende sotto terra, va incontro a Ades.
– Non dirò mai più che le nozze siano fonte di gioia
piuttosto che di tormento
se penso a ciò che è successo nel passato
e al destino presente del re, che per il tempo a venire
vivrà una vita non vita
solo, senza la sua ottima sposa.

[str. I
ALCESTIO Sole! O luce del giorno!
Vortici di nuvole che correte nel cielo!
ADMETO Vede te e me, due sventurati,
che non hanno fatto agli dei nessun torto
che tu debba pagare con la morte.

[ant. I
ALCESTIO terra! O tetto della mia casa!
O letto di quando ero bambina a Iolco, nella mia patria!15
ADMETO Riprendi le forze, o infelice, non abbandonarmi!
Invoca gli dei potenti, che abbiano pietà!

[str. II
ALCESTI La vedo, la vedo la barca a due remi,
laggiù sulla palude!
E Caronte, il traghettatore dei morti,
già mi chiama, con la mano sul remo:
«Che cosa aspetti?
Sbrigati, mi stai impedendo di salpare!»
Così mi mette fretta, irritato.
ADMETO ÓIMOI
È amaro il tragitto di cui parli.
O infelice, che sofferenze, per noi!

[ant. II
ALCESTI Mi trascina, mi trascina qualcuno
– non lo vedi? –
alla dimora dei morti.
È Ades alato, e da sotto le ciglia
sogguarda con bagliore nero.
Che cosa vuoi fare? Lasciami!
Povera me, per quale strada mi incammino!
ADMETO Straziante per chi ti ama
e soprattutto per me e per i figli,
che ci spartiamo questo dolore.

ALCESTI Lasciatemi, lasciatemi adesso!


Mettetemi giù: non mi reggo più in piedi.
Ades è vicino.
Buia, la notte, mi striscia negli occhi.
O figli, figli! Non avete più madre.
Possiate vivere felici, o figli,
e vedere la luce del sole!
ADMETO ÓIMOI parola straziante a udirsi
e più atroce, per me, di ogni morte!
No, in nome degli dei,
in nome dei figli che lascerai orfani,
non azzardarti a lasciarmi solo!
Tirati su, coraggio!
Se muori, è la fine, per me.
Dipende da te, che io viva o muoia.
Io venero il tuo amore.
ALCESTI O Admeto, vedi come sono ridotta!
Prima di morire voglio che tu ascolti le mie ultime volontà.
Ti ho onorato, facendo in modo che vedessi la luce del sole
a prezzo della mia stessa vita.
E ora muoio per te, anche se avrei potuto non morire
e sposare un altro tra i Tessali, a mio piacimento,
e abitare in un palazzo ricco e regale.
Ma io non ho voluto vivere senza di te, con i figli orfani,
e non sono stata avara della mia giovinezza, delle gioie che avevo.
Ma tuo padre e tua madre ti avevano tradito,
anche se per loro sarebbe stato bello morire a quell’età,
e bello salvare il figlio morendo nella gloria.
Avevano solo te, e se tu fossi morto
non restava loro nessuna speranza di generare altri figli.
E noi due avremmo potuto vivere per tutto il resto del tempo
e non avresti dovuto piangere la perdita della tua sposa,
né crescere figli orfani.
Ma qualcuno degli dei ha fatto in modo che le cose andassero così.
E così sia.
Ma tu ricorda di essermi grato per tutto questo,
perché anch’io ti chiederò qualcosa, che certo non ha lo stesso valore
(non c’è niente che valga più della vita),
ma qualcosa di giusto, come riconoscerai tu stesso
poiché ami questi tuoi figli quanto li amo io, se non sei impazzito.
Lascia che siano padroni della mia casa:
non sposare una donna peggiore di me,
che sarà per loro una matrigna
e alzerà le mani sui nostri figli, spinta dal rancore.
Ti prego, non farlo!
La matrigna, l’intrusa, detesta i figli di primo letto,
è più velenosa di una vipera16.
Il figlio maschio trova un grande baluardo nel padre,
[...] ma tu, figlia mia, come potrai essere un’adolescente felice?17
Come sarà la donna di tuo padre con cui avrai a che fare?
Speriamo che non diffonda calunnie infamanti sul tuo conto,
quando sarai nel fiore della tua giovinezza, per rovinarti le nozze.
Non avrai più una madre ad accompagnarti quando ti sposerai,
né a incoraggiarti durante il parto, figlia mia,
ad assisterti quando nulla vale più dell’amore materno:
perché io devo morire, e questa disgrazia
non si abbatterà su di me domani, né il giorno dopo domani † ... †:
da subito si dirà che sono entrata nella schiera dei morti.
Addio, e siate felici! Tu, mio sposo,
puoi vantarti di avere preso in moglie la migliore delle donne,
voi, figli, di avere avuto la migliore delle madri.
CORO Coraggio! Non ho nessuna esitazione a parlare per lui:
farà tutto questo, se non ha perso la testa.
ADMETO Sarà così, sarà così, non avere paura.
Sei stata mia quando eri viva,
e anche dopo morta sarai la mia unica donna,
e nessuna delle giovani di Tessaglia
prenderà il tuo posto e diventerà mia moglie.
Non c’è nessuna donna più eccellente di te
per nobiltà di natali, per bellezza, e non desidero altri figli:
poiché non posso più gioire di te
supplico gli dei di poter gioire almeno di loro.
E porterò il lutto per te non per un anno solo,
ma per tutta la vita, mia sposa,
odiando colei che mi ha partorito, detestando mio padre:
mi amavano solo a parole, non nei fatti.
Tu invece mi hai salvato la vita,
dando in cambio ciò che hai di più caro.
Come non piangere, se perdo una sposa come te?
Basta con le feste e i banchetti, e le corone di fiori,
e le musiche che hanno sempre riempito il mio palazzo!
Non potrei più avvicinare le mie dita alla lira
né risollevare il mio spirito al suono del flauto.
Mi hai portato via la gioia di vivere.
Il tuo corpo, scolpito dalla mano esperta di artisti,
giacerà nel letto, e io mi getterò su di esso,
lo cingerò con le mie braccia invocando il tuo nome,
e mi sembrerà, pur non avendola,
di stringere tra le braccia la mia donna: gelida gioia, lo so,
ma forse potrà alleggerire l’angoscia che mi opprime.
E mi consolerai aggirandoti nei miei sogni,
perché è dolce vedere chi si ama nella notte,
anche se solo per poco.
E se avessi la lingua e il canto di Orfeo
così da ammaliare la figlia di Demetra e il suo sposo
e portarti via dall’Ade18,
scenderei sotto terra, e non potrebbero fermarmi
né il cane di Plutone19 né Caronte
che traghetta le ombre curvo sul remo,
prima che io ti abbia riportata, viva, alla luce.
E tu aspettami laggiù, il giorno che morirò,
e prepara la casa, pensando che vi abiterai con me.
Ordinerò a questi nostri figli
di seppellirmi nella tua stessa bara, al tuo fianco:
neanche da morto potrei stare senza di te,
l’unica che non mi abbia tradito.
CORO E io condividerò con te da amico
questo tuo lutto straziante per lei, perché ne è degna.
ALCESTI O figli, lo avete udito voi stessi vostro padre:
ha promesso che non vi imporrà un’altra sposa,
e non mi coprirà di vergogna.
ADMETO È la mia promessa, e la rispetterò.
ALCESTI A questo patto ti affido i nostri figli: prendili dalle mie mani.
ADMETO Li prendo, amato dono di mano amata.
ALCESTI Sii madre per loro, al mio posto.
ADMETO È necessario, poiché resteranno senza di te.
ALCESTI O figli, discendo sotto terra proprio quando avrei dovuto vivere.
ADMETO ÓIMOI che cosa farò senza di te?
ALCESTI Il tempo mitigherà il tuo dolore: chi è morto, non è più nulla.
ADMETO Portami con te, in nome degli dei, portami laggiù!
ALCESTI Basto io, a morire per te.
ADMETO O destino, di quale sposa mi privi!
ALCESTI Già mi schiaccia gli occhi il peso della tenebra.
ADMETO Se tu mi lasci, per me è la fine, mia sposa.
ALCESTI Puoi già dire che non esisto più.
ADMETO Risolleva la testa, non lasciare soli i tuoi figli!
ALCESTI Non sono io a volerlo... ma... addio figli miei!
ADMETO Guardali! Guardali!
ALCESTI Io non sono più nulla.
ADMETO Che cosa fai? Mi abbandoni?
ALCESTI Addio!
ADMETO Povero me, è la mia fine!
CORO Se ne è andata. La sposa di Admeto non è più.

[str.
FIGLIO20 IÓ MOI che destino!
Padre, la mamma se ne è andata sotto terra,
non è più sotto la luce del sole.
Mi ha abbandonato, mi ha lasciato orfano.
Povero me!
† Guarda, guarda le sue palpebre †
le sue mani senza più vita!
Ascoltami, ascoltami, mamma, ti prego!
Sono io, sono io, che ti chiamo, mamma
io † il tuo pulcino †, che mi chino sulla tua bocca!
ADMETO Non sente, non vede.
È terribile la disgrazia che ci schianta.

[ant.
FIGLIOSono piccino, papà,
e sono rimasto solo, senza la mia mamma.
Che disgrazia! Che dolore!
E tu, sorellina, soffri con me.
<...> Inutili, davvero inutili le tue nozze, padre,
non hai potuto invecchiare con lei:
è morta prima del tempo.
E ora che te ne sei andata, mamma,
è morta anche la nostra casa.
CORO Admeto, devi sopportare questa sciagura:
non sei né il primo né l’ultimo tra i mortali
ad avere perduto una sposa eccellente.
Sappi che tutti dobbiamo saldare il nostro debito di morte.
ADMETO Certo che lo so, e questa disgrazia
non mi è caduta addosso all’improvviso.
Lo sapevo, e mi struggevo da tempo.
Ma adesso devo dare disposizioni per il funerale:
voi statemi vicino, e intonate un peana
per il dio di sotto terra, l’inesorabile.
Ordino a tutti i Tessali di cui sono sovrano
di associarsi al lutto per questa donna,
rasandosi il capo e indossando abiti neri.
E voi che aggiogate le quadrighe e cavalcate i destrieri,
tagliate con lame di ferro le loro criniere21.
Per dodici lune non si oda suono di flauto o di lira nella città:
non seppellirò mai nessun altro a me più caro,
né che si sia comportato meglio di lei nei miei riguardi.
È degna di ricevere onori da me,
perché è stata l’unica a morire al mio posto.

[str. I
CORO Addio, figlia di Pelia,
possa tu abitare felice
nella dimora di Ade, dove non batte il sole.
Lo sappiano, Ades, il dio dai capelli neri,
e lo sappia il vecchio traghettatore dei morti
che sta al remo e al timone,
che la sua barca a due remi
ha portato al di là della palude di Acheronte
la più eccellente di tutte le donne.

[ant. I
E i servitori delle Muse ti canteranno molte volte
sulla lira dalle sette corde
e negli inni senza accompagnamento della lira,
a Sparta, quando nel ciclo delle stagioni
ritornerà il mese delle feste Carnee
e per tutta la notte la luna starà alta nel cielo,
e ad Atene, ricca, felice22.
Così potente è l’ispirazione al canto
che morendo hai lasciato agli aedi.

[str. II
Come vorrei che spettasse a me, e fosse mio potere
ricondurti alla luce dalle stanze dell’Ade
e dalle correnti del Cocito23
con una nave che attraversi il fiume dei morti!
Perché solo tu, o amata tra le donne,
solo tu hai avuto la forza di riscattare dall’Ade il tuo sposo
in cambio della tua vita.
La terra ricada leggera su di te.
E se il tuo sposo si prendesse un’altra compagna di letto
avrebbe il mio odio, e quello dei tuoi figli.

[ant. II
La madre non ha accettato
di essere seppellita al posto del figlio
e neanche suo padre.
<...> lo hanno messo al mondo
ma non hanno avuto la forza di salvarlo, gli sciagurati,
anche se avevano i capelli bianchi.
Tu invece dilegui nel fiore della giovinezza,
morendo per il tuo giovane sposo.
Potessi incontrarla, una consorte d’amore pari a te:
ma è destino raro, nella vita.
Starebbe per sempre con me, lontano dal dolore.

ERACLE Ospiti che abitate nella terra di Fere, è in casa Admeto?


CORO Sì, Eracle, il figlio di Ferete è nel palazzo.
Ma dimmi perché sei dovuto venire in Tessaglia, nella città di Fere.
ERACLE Affronto una fatica per Euristeo di Tirinto24.
CORO E dove stai andando? Che tragitto sei obbligato a percorrere?
ERACLE Vado in Tracia per impadronirmi della quadriga di Diomede25.
CORO Come potrai riuscirci? Non sai nulla di lui?
ERACLE No. Non sono mai andato nella terra dei Bistoni.
CORO Non potrai impadronirtene senza battaglia.
ERACLE Ma non posso neanche sottrarmi alle fatiche.
CORO Ripartirai da quella terra dopo avere ucciso,
oppure vi resterai morto.
ERACLE Non è il primo rischio che corro.
CORO Che cosa ci guadagnerai, se sconfiggi il padrone della quadriga?
ERACLE Porterò le cavalle al sovrano di Tirinto.
CORO Non è semplice mettere il morso alle loro mascelle.
ERACLE Lo è, a meno che non soffino fuoco dalle narici.
CORO Non soffiano fuoco,
però fanno a pezzi gli uomini con le mascelle fulminee.
ERACLE Ma tu ti riferisci al pasto di bestie selvagge dei monti, non di cavalle.
CORO Vedrai le loro mangiatoie sporche di sangue.
ERACLE Di chi si vanta di essere figlio il loro mandriano?
CORO Di Ares, e gli appartiene lo scudo tracio tutto d’oro.
ERACLE Anche questa è una fatica degna del mio destino
che è sempre stato duro e in salita,
se devo battermi con i figli di Ares:
prima con Licaone, poi con Cicno26,
e adesso vado allo scontro con le cavalle e il loro padrone.
Ma nessuno vedrà mai il figlio di Alcmena
tremare di fronte a mano nemica.
Ecco che Admeto, il sovrano di questa terra, esce dal palazzo.
ADMETO Salve, o figlio di Zeus, sangue di Perseo!27
ERACLE Salute anche a te, Admeto, re dei Tessali!
ADMETO Vorrei che si avverasse quanto mi auguri.
So che sei ben disposto nei miei confronti.
ERACLE Perché porti i capelli rasati a lutto?
ADMETO Oggi mi accingo a seppellire un morto.
ERACLE Ti auguro che il dio
abbia tenuto la sventura lontano dai tuoi figli.
ADMETO I miei figli sono vivi dentro casa.
ERACLE Tuo padre è ormai abbastanza vecchio per morire.
ADMETO È vivo, Eracle, ed è viva anche mia madre.
ERACLE È morta la tua sposa, Alcesti?
ADMETO Posso pronunciare un duplice discorso, su di lei.
ERACLE Hai detto che è morta o che vive ancora?
ADMETO Vive non viva, e questo mi tormenta.
ERACLE Non ne so molto di più: non capisco quello che dici.
ADMETO Non sai quale destino l’aspetta?
ERACLE Lo so: ha accettato di morire al tuo posto.
ADMETO E allora come è possibile che sia viva,
se ha acconsentito a questo?
ERACLE Á
non piangerla prima del tempo, la tua sposa: aspetta che sia giunta l’ora.
ADMETO Chi deve morire è già morto, e chi è morto non è più.
ERACLE Ma si pensa che essere e non essere siano ben distinti.
ADMETO Tu la pensi così, Eracle, io in un altro modo.
ERACLE E allora perché piangi? Chi, tra i tuoi cari, è morto?
ADMETO Una donna. Abbiamo appena parlato di una donna.
ERACLE Appartiene alla tua stessa stirpe,
oppure non è una tua consanguinea?
ADMETO Non è consanguinea, ma è legata a questa casa28.
ERACLE E perché è morta nel tuo palazzo?
ADMETO L’abbiamo cresciuta qui come orfana
dopo la morte di suo padre29.
ERACLE PHÉU
Come avrei preferito trovarti in una situazione meno dolorosa, Admeto!
ADMETO Perché parli così? Che cosa vuoi fare?
ERACLE Andrò al focolare di altri ospiti.
ADMETO No, non è possibile, signore.
Non si abbatta su di me una sventura così grande!
ERACLE Chi è in lutto non gradisce l’arrivo di ospiti.
ADMETO I morti sono morti: entra nella reggia.
ERACLE È un’indecenza,
che un ospite banchetti vicino a chi sta piangendo.
ADMETO Le stanze per gli ospiti alle quali ti accompagneremo
si trovano in un’altra ala del palazzo.
ERACLE Lasciami andare, e ti guadagnerai la mia gratitudine.
ADMETO No, non puoi andartene a casa di un altro.
E tu, accompagnalo nell’ala più appartata del palazzo,
apri le stanze degli ospiti e ordina a tutti i servi che si trovano là
di preparare cibo in abbondanza.
Voi, chiudete bene le porte dei cortili:
i lamenti non devono affliggere gli ospiti mentre mangiano.
CORO Che cosa fai?
Hai il coraggio di accogliere ospiti
proprio quando si è abbattuta su di te una sciagura del genere?
Sei impazzito?
ADMETO E mi avresti dato la tua approvazione
se lo avessi cacciato dalla mia casa e dalla città
mentre veniva da me come ospite?
No davvero,
perché la mia sciagura non si sarebbe alleviata per questo,
e io mi sarei dimostrato inospitale.
Sventura su sventura,
tutti avrebbero detto che la mia casa detesta gli ospiti.
E costui è il più eccellente degli ospiti,
pronto ad accogliermi quando vado nella terra riarsa di Argo30.
CORO Ma perché gli hai nascosto la sciagura,
se è un amico come dici?
ADMETO Non avrebbe accettato di entrare in casa,
se avesse saputo del mio dolore.
Penso che così facendo sembrerò folle a qualcuno,
e mi disapproverà.
Ma la mia casa non sa che cosa significhi respingere gli ospiti
e non rendere loro il dovuto onore.

[str. I
CORO O dimora sempre aperta agli ospiti
di un uomo generoso!
Anche Apollo di Pito, il dio dalla bella lira volle abitarti
e accettò di diventare un pastore nei tuoi pascoli,
intonando canti nuziali con la zampogna
per le tue greggi, lungo i pendii31.

[ant. I
E con lui, attratte dai suoi canti,
pascolavano le linci pezzate,
e dalla valle dell’Otri32
accorreva la congrega fulva dei leoni,
e il cerbiatto screziato
danzò al ritmo della tua cetra, o Apollo,
balzando agilmente
dalla macchia di abeti altochiomati,
per la gioia di udire il tuo canto soave.

[str. II
Per questo è ricchissima di greggi la casa di Admeto,
presso il lago di Bebe dalle belle correnti33,
e ha come confine ai suoi campi arati e ai suoi pascoli
† il cielo † dei monti Molossi, a Occidente,
dove c’è la sosta dei cavalli del Sole, durante le tenebre.
E signoreggia sul mare Egeo
fino alle coste del Pelio, prive di approdi.

[ant. II
E adesso ha dischiuso le porte del suo palazzo
e ha accolto l’ospite con occhi umidi di lacrime,
perché dentro la casa piange la sua sposa appena morta:
chi è nobile inclina al pudore.
Negli eccellenti c’è ogni pregio:
ammiro la loro saggezza
e nel mio intimo sono certo
che avrà una vita felice
l’uomo che rende onore agli dei.

ADMETO O uomini di Fere che mi state vicini e mi volete bene,


il cadavere ormai è pronto,
e i servi lo hanno sollevato per portarlo al sepolcro.
E voi, rivolgete il saluto rituale alla morta
che si avvia per l’estremo tragitto.
CORO Ma ecco tuo padre che si avvicina con il suo passo di vecchio,
e con lui il suo seguito di servitori
che portano ornamenti per la tua sposa, offerte funebri.
FERETE Vengo a unirmi al tuo strazio, figlio,
perché hai perduto una sposa nobile e casta:
nessuno può dire il contrario.
Ma devi reggere questo dolore, anche se non è facile.
Accetta questi ornamenti, che discendano con lei sotto terra.
Dobbiamo rendere onore al suo cadavere,
perché è morta per salvarti la vita, figlio,
e non mi ha privato di te, non ha permesso
che mi consumassi senza di te in una vecchiaia straziata:
ha avuto il coraggio di compiere questo nobile gesto,
ha arricchito di gloria la vita di tutte le donne.
O tu che lo hai salvato, e ci hai risollevati nella caduta,
addio a te, e sii felice anche nella dimora di Ades!
Sono queste le nozze che giovano ai mortali:
altrimenti non vale la pena unirsi in matrimonio.
ADMETO Sei venuto al funerale senza che ti avessi invitato,
e non gradisco la tua presenza.
Non indosserà mai gli ornamenti che hai portato:
non ne ha bisogno per essere sepolta.
Avresti dovuto spartire con me il mio dolore
quando ero condannato a morire.
E invece te ne stavi in disparte, e anche se sei vecchio
lasciavi che fosse qualcun altro, giovane, a morire.
E adesso vieni a versare lacrime sul suo cadavere?
Non sei davvero mio padre,
e colei che ciancia di avermi partorito e che dicono mia madre
non è stata lei a farmi nascere: mi ha messo al mondo una serva
e di nascosto qualcuno mi ha avvicinato al seno della tua donna.
Alla prova dei fatti, ti sei rivelato per quello che sei,
e io non credo proprio di essere tuo figlio.
Spicchi tra tutti per la tua codardia,
tu che sei così avanti negli anni e sei giunto alla fine della vita,
ma non hai accettato, né hai avuto il coraggio
di morire per tuo figlio.
Avete consentito che lo facesse una donna
che non discende dalla mia stirpe,
ma è la sola persona che giustamente potrei chiamare madre e padre.
Eppure avresti potuto cimentarti in una bella prova, morendo per tuo figlio,
quando era ormai ben poco il tempo che ti rimaneva da vivere.
[E io e lei avremmo vissuto il resto dei nostri giorni,
e non sarei rimasto solo a piangere sulle mie sventure.]
Eppure hai avuto dalla vita
tutto quello che può avere un uomo fortunato.
Sei stato re, da giovane,
e hai avuto in me un figlio a cui lasciare in eredità la tua casa:
alla tua morte non avresti dovuto lasciarla ad altri
che se la spartissero come una preda.
E non verrai a dirmi che mi avresti lasciato morire
perché non ti ho onorato nella tua vecchiaia,
proprio io che ti ho rispettato più di chiunque altro.
È questa la gratitudine tua e di colei che mi ha partorito.
E allora sbrigati a mettere al mondo altri figli,
che ti sostengano nella tua vecchiaia,
e che quando sarai morto preparino il tuo cadavere e lo espongano:
non sarò certo io a darti sepoltura con queste mie mani.
Per quello che dipendeva da te, sono morto.
E se vedo ancora i raggi del sole
grazie a un’altra persona che mi ha salvato,
di costei dichiaro di essere figlio,
e sostegno affettuoso della sua vecchiaia.
Sono solo vane ciance, quando i vecchi si augurano di morire,
e brontolano contro la vecchiaia e la durata eccessiva della loro vita:
se la morte si avvicina davvero, nessuno desidera più morire
e la vecchiaia smette di essere un peso per loro.
CORO Smettetela: la sciagura presente basta e avanza.
Giovane, non irritare tuo padre!
FERETE O figlio, contro chi credi di scagliare i tuoi insulti?
Forse contro un Lidio o uno della Frigia comperato come schiavo?
Non lo sai che sono nato libero in Tessaglia,
e sono figlio legittimo di un padre tessalo?
La tua arroganza supera ogni limite,
e non credere di poterti congedare così,
dopo avermi scaricato addosso i tuoi insulti di giovinastro.
Ti ho fatto nascere e ti ho allevato
affinché tu fossi il signore della casa,
ma non sono tenuto a morire per te.
Questa usanza – che i padri abbiano il dovere di immolarsi per i figli –
non mi è stata tramandata né dagli antenati né dai Greci.
Destinato alla sventura o alla fortuna, sei nato per te stesso,
e quello che dovevi ricevere da me lo hai ricevuto.
Sei capo di molti sudditi, e ti lascerò grandi appezzamenti di terra,
che a mia volta ho ereditato da mio padre.
E allora che torto ti avrei fatto? Che cosa ti tolgo?
Non ti chiedo di morire per me, come io non muoio per te.
Tu sei felice di vedere la luce: pensi che tuo padre non lo sia?
Il tempo che dobbiamo trascorrere laggiù è lungo,
e la vita è breve, ma bella.
E infatti hai lottato spudoratamente per non morire
e sei vivo, dopo avere oltrepassato il termine del tuo destino
e dopo avere ucciso la tua sposa.
E mi rinfacci la mia codardia proprio tu, miserabile,
tu, che vali meno della donna
che è morta per il bel giovanotto che sei?
Sei stato davvero scaltro a escogitare il modo per non morire:
ti basta convincere tutte le donne che sposerai a immolarsi per te.
E copri anche di insulti i tuoi cari che non accettano di farlo,
quando sei proprio tu il vigliacco?
Non dire più niente,
e renditi conto che tutti amano la vita come la ami tu.
E se continui a insultarmi,
ascolterai anche tu molte cattiverie veritiere.
CORO Ne sono state dette anche troppe di cattiverie, adesso e prima.
Vecchio, finiscila di insultare tuo figlio!
ADMETO Parla pure: io ho già parlato.
E se ti fa male ascoltare la verità, non dovevi farmi torto.
FERETE Avrei fatto un errore ancora più grande,
se fossi morto al tuo posto.
ADMETO È forse uguale, morire giovani o vecchi?
FERETE Abbiamo da vivere una sola volta, non due.
ADMETO Ti auguro di vivere più a lungo di Zeus.
FERETE Lanci maledizioni contro i tuoi genitori
che non ti hanno fatto niente di male?
ADMETO Me ne ero già accorto, che vuoi vivere a lungo.
FERETE E tu non stai forse officiando le esequie
di chi è morto al tuo posto?
ADMETO Segno della tua viltà, miserabile.
FERETE Non è certo morta per me: questo non puoi dirlo.
ADMETO PHÉU
Vorrei proprio che un giorno fossi tu ad avere bisogno di me.
FERETE Prenditi un bel po’di mogli, così saranno in tante a crepare.
ADMETO Dovresti essere tu a vergognarti di tutto questo,
perché non hai accettato di morire.
FERETE Adoro questa luce del dio Sole, la adoro.
ADMETO Pensiero meschino, non virile.
FERETE Ma almeno non te la ridi facendo il funerale a un vecchio.
ADMETO Un giorno morirai, e la tua morte sarà ingloriosa.
FERETE Non farò caso alla cattiva reputazione, da morto.
ADMETO PHÉU PHÉU come è spudorata la vecchiaia!
FERETE Alcesti non mancava certo di pudore, ma di saggezza.
ADMETO Vattene e lascia che io seppellisca questa morta.
FERETE Me ne vado,
e la seppellirai proprio tu che l’hai assassinata.
Ma dovrai risponderne ai suoi parenti:
Acasto non sarà più considerato un uomo,
se non vendicherà il sangue di sua sorella34.
ADMETO Alla malora, tu e la donna che vive con te!
E invecchiate senza figli, anche se ne avete uno:
ecco cosa vi meritate!
Non entrerete più in questa casa,
e se dovessi rinnegare pubblicamente la casa paterna, la rinnegherei.
Ma noi dobbiamo sopportare la sventura che ci ha colpiti:
avviamoci, andiamo a seppellire il cadavere.
CORO IÓ IÓ te infelice per il tuo coraggio!
O sposa generosa e nobilissima! Addio!
Ti accolgano benevoli Hermes sotterraneo e Ades.
Se anche laggiù c’è qualche privilegio per gli eccellenti
possa tu goderne, sedendo accanto alla sposa di Ades35.
SERVO Ne ho visti di ospiti venuti da ogni dove al palazzo di Admeto,
e ho imbandito la tavola per loro.
Ma non ne ho mai accolto uno più gretto di questo:
per prima cosa, anche se si è accorto che il mio padrone è in lutto,
è entrato nel palazzo, ha avuto la sfrontatezza di varcare la porta.
E poi, anche se era al corrente della disgrazia
non ha certo mostrato discrezione nell’accettare i doni ospitali,
e anzi, se non gli portavamo qualcosa, insisteva.
Poi prende † in mano † un boccale di edera36
e beve il vino generato dal grappolo nero, senza diluirlo,
finché la vampa del liquore non lo avvolge e lo riscalda.
E si incorona il capo con ramoscelli di mirto, latra una melodia stonata.
Si potevano udire due canti:
lui che si sgolava senza nessun rispetto per la disgrazia di Admeto,
e noi servi che piangevamo la nostra signora,
ma senza mostrare all’ospite gli occhi bagnati di lacrime,
perché Admeto ce lo aveva proibito.
E ora io sto nel palazzo a rimpinzare l’ospite,
che è un ladro, un delinquente pronto a tutto,
mentre Alcesti se ne è andata per sempre dalla casa
e io non ho potuto accompagnarla, né salutarla, né piangerla,
colei che è stata una madre per me e per tutti i servitori
e ci ha tolti dai guai mille volte, mitigando la collera dello sposo.
Non è dunque giusto che io odi l’ospite
che è arrivato qui nel bel mezzo della nostra disgrazia?
ERACLE Ehi tu!
Che cos’è questo sguardo così corrucciato e pensieroso?
I servi non devono essere accigliati al cospetto degli ospiti,
e devono accoglierli affabilmente.
Invece tu ti trovi davanti a un amico del tuo padrone
e lo accogli con una faccia scontrosa e accigliata,
tutto preoccupato della disgrazia
che riguarda una donna estranea al casato37.
Vieni qui, così diventerai più saggio!
† Conosci † la natura delle cose mortali? Penso proprio di no.
E come potresti conoscerla? Su, stammi a sentire.
Tutti i mortali devono morire,
e non ne esiste nessuno che possa sapere se domani sarà vivo.
È oscuro il tragitto della sorte:
non lo si può insegnare, e non c’è arte per apprenderlo.
Adesso che hai udito questi insegnamenti e hai imparato da me,
rasserenati, brinda,
e tieni conto che solo la vita di ogni giorno ti appartiene:
il resto è nelle mani della sorte.
E onora Afrodite, la divinità più gradita ai mortali:
è una dea davvero benevola.
Dammi retta e lascia perdere tutto il resto,
se ti sembra che io abbia ragione.
E penso proprio di averla.
Basta con questa afflizione esagerata, e bevi con me
[con una ghirlanda sulla testa,
senza preoccuparti per quello che succede].
Sono certo che un sorso dopo l’altro cambierai umore,
non sarai più così angosciato e cupo.
Chi è mortale deve nutrire pensieri da mortale.
Per chi è troppo serio e accigliato, a mio parere,
la vita non è vita, ma sventura.
SERVO Lo sappiamo.
Ma a quello che stiamo vivendo adesso
non si addicono né baldorie né risate.
ERACLE La morta era un’estranea.
Non soffrirne troppo: i signori di questo palazzo sono vivi.
SERVO Come, vivi?
Non hai saputo niente della sciagura che si è abbattuta sulla casa?
ERACLE Certo, se il tuo padrone non mi ha mentito.
SERVO È troppo, davvero troppo ospitale.
ERACLE Non avreste dovuto trattarmi con tutti questi riguardi
solo perché è morta un’estranea?
SERVO Davvero un’estranea...
ERACLE Non mi avrà nascosto qualche disgrazia?
SERVO Vai, e stai allegro:
ci penso io alle disgrazie dei miei padroni.
ERACLE A giudicare dall’inizio del tuo discorso,
non si tratta della disgrazia capitata a un estraneo.
SERVO In caso contrario la tua baldoria non mi avrebbe irritato.
ERACLE Allora i miei ospiti mi hanno fatto un torto davvero atroce.
SERVO Sei capitato nel momento meno opportuno
per essere ospitato nella casa.
[Siamo in lutto: vedi le teste rasate, gli abiti neri.
ERACLE E chi è morto?] È forse morto uno dei figli, o il vecchio padre?
SERVO È morta la sposa di Admeto, ospite.
ERACLE Che cosa dici?
E mi avete ospitato anche in una situazione del genere?
SERVO Non se la sentiva di respingerti da questa casa.
ERACLE O infelice, che sposa eccellente hai perduto!
SERVO Siamo morti tutti, non lei soltanto.
ERACLE Me ne ero accorto,
a vedere i vostri occhi bagnati di pianto,
i capelli rasati, l’espressione del volto.
Ma era riuscito a convincermi,
dicendo che stava celebrando il funerale di un’estranea.
Ho fatto violenza a me stesso, ho varcato questa soglia
e ho bevuto nella casa di quest’uomo ospitale,
che sta soffrendo questa disgrazia.
E intanto io a fare baldoria, con la corona sulla testa!
Ma è stata anche colpa tua,
perché non mi hai parlato di questa sciagura
che si è abbattuta sul palazzo.
Dove la seppellisce? Dove posso trovarla?
SERVO Dritto lungo la strada che porta a Larissa,
appena fuori dal sobborgo38:
là vedrai la pietra sepolcrale levigata.
ERACLE O mio cuore che hai sostenuto tante sofferenze,
e tu, mia mano,
dimostratelo adesso di che tempra è il figlio
che Alcmena di Tirinto, figlia di Elettrione, ha generato a Zeus.
Devo salvare la donna che è appena morta,
e restituirla a questa casa,
per dimostrare ad Admeto la mia riconoscenza.
Andrò là, e spierò le mosse di Thanatos,
il dio della morte dal manto nero:
penso proprio che lo scoverò vicino alla tomba,
a bersi il sangue delle vittime.
Balzerò fuori dall’appostamento,
e se riuscirò a afferrarlo e avvinghiarlo con le mie braccia,
nessuno riuscirà a liberarlo prima che mi abbia consegnato la donna,
straziato dal dolore ai fianchi.
Se fallisco nell’agguato,
e Thanatos non si accosta alle offerte di sangue,
andrò laggiù, nella dimora di Kore
e del Signore degli Inferi, dove non batte il sole39,
e la reclamerò: sono sicuro che riporterò Alcesti sulla terra,
e la restituirò all’abbraccio del mio ospite,
che mi ha accolto nel suo palazzo e non mi ha respinto,
anche se lo ha colpito una sciagura così pesante,
e anzi, me ne ha tenuto all’oscuro, per riguardo.
Chi, tra i Tessali, è più ospitale di costui?
Chi tra tutti i Greci?
Non potrà dire di avere fatto del bene, lui così nobile,
a un uomo meschino.
ADMETO IÓ
Odiosa soglia, visione odiosa
della mia casa deserta!
IÓ MÓI MOI AIÁI <AIÁI>
Dove andare? Dove fermarmi? Cosa dire? Cosa non dire?
Come morire?
Mia madre mi partorì per un destino di dolore.
Invidio i morti, li amo,
voglio abitare con loro, laggiù in quella dimora.
Non è più gioia per me guardare i raggi del sole,
né camminare sulla terra.
Come amavo quell’ostaggio
che Thanatos mi ha strappato via,
per consegnarlo a Ades!40

[str. I
CORO Avanti! Avanti! Entra nella tua casa!
ADMETO AIÁI
CORO Il pianto si addice al tuo dolore.
ADMETO È É
CORO Hai percorso un tragitto di pena, lo so bene.
ADMETO PHÉU PHÉU
CORO Così non aiuti colei che è morta.
ADMETO IÓ MÓI MOI
CORO Che strazio non poter avere mai più davanti agli occhi
il volto della sposa adorata.
ADMETO Riapri la ferita dei ricordi che mi lacerano il cuore.
Quale sciagura più grande, per un uomo,
che perdere la sua sposa fedele?
Come vorrei non averla mai presa in moglie,
e non avere mai vissuto con lei in questa casa!
Io invidio chi non ha moglie né figli:
ha soltanto la sua vita,
e soffrire per essa non supera la misura.
Ma assistere alle malattie dei figli
e vedere il letto nuziale devastato dalla morte
è cosa che non si può sopportare,
quando si potrebbe vivere tutta la vita
senza figli e senza una sposa.

[ant. I
CORO La sorte, la sorte si avventa su di te,
e non puoi combatterla.
ADMETO AIÁI
CORO Ma tu non metti freno al tuo strazio.
ADMETO É É
CORO Difficile, sopportare, ma tuttavia...
ADMETO PHÉU PHÉU
CORO ... sopporta: non sei tu il primo ad avere perduto...
ADMETO IÓ MÓI MOI
CORO ... la sua donna.
La sventura si rivela, e opprime ora l’uno, ora l’altro dei mortali.
ADMETO Tormenti immani, e lutti,
per i cari che sono sotto terra!
Perché non avete lasciato che mi gettassi nella fossa,
e giacessi morto accanto a lei,
la più eccellente tra le donne?
Ades avrebbe avuto due vite, le più fedeli,
che avrebbero attraversato insieme
anche la palude degli Inferi.

[str. II
CORO Ci fu uno, nella mia famiglia,
che perse l’unico figlio che aveva nella casa,
sciagura degna di pianto.
Ma anche se non poteva avere altri figli,
e cominciava ad avere i capelli bianchi, ed era ormai vecchio,
sopportò la disgrazia.
ADMETO Casa, tu sei quella di sempre.
Ma come potrò entrare?
Come riuscirò ad abitare nelle tue stanze,
adesso che il mio destino si è rovesciato?
ÓIMOI come è cambiato tutto,
rispetto al giorno in cui feci il mio ingresso nella casa
con le fiaccole del Pelio e i canti nuziali41,
tenendo per mano la mia amata sposa,
e ci scortava un corteo vociante
e ci diceva felici, me e colei che ora è morta,
perché eravamo entrambi nobili e di nobili origini,
e ci univamo nelle nozze.
Ma adesso, ai canti nuziali
si sostituisce il lamento funebre
e sono abiti neri, non i pepli candidi,
ad accompagnarmi dentro il palazzo,
fino al letto deserto.

[ant. II
CORO Quando non conoscevi sventura
e vivevi un destino di gioia
è venuto da te questo strazio.
Ma ti sei salvato la vita.
La tua sposa è morta, ha abbandonato l’unione d’amore.
Che cosa c’è di nuovo in questo?
Già a molti la morte ha rapito la sposa.
ADMETO Amici, penso che la mia sposa
sia stata più fortunata di me, anche se non sembra,
perché non la sfiorerà mai più nessun tormento,
e ha messo fine a molte sofferenze nella gloria.
Io invece, che non avrei dovuto vivere, vivrò una vita di dolore,
dopo avere eluso il mio destino:
ne sono consapevole, adesso.
Come sopporterò di entrare in questa casa?
Chi saluterò, e chi mi rivolgerà il saluto
che allieti il mio ingresso nel palazzo?
Dove andrò?
Mi caccerà via il deserto che c’è là dentro,
a vedere vuoto il letto della mia sposa e il seggio su cui sedeva,
e il pavimento lurido nelle stanze,
e i figli che si lasceranno cadere alle mie ginocchia piangendo la madre,
e i servi che leveranno i loro lamenti
per avere perduto una padrona così eccellente.
Così accadrà nel palazzo:
fuori, saranno le nozze dei Tessali a cacciarmi via,
e le riunioni affollate delle donne.
Che strazio, per me, vedere le coetanee della mia sposa!
E tutti i miei nemici mi diranno:
«Eccolo, quello che vive nell’infamia,
quello che non ha avuto il coraggio di morire, e nella sua codardia
si è sottratto all’Ade barattando la vita della sua sposa.
E si illude di essere ancora un uomo?
E per di più odia chi lo ha messo al mondo,
quando è lui a non avere avuto il coraggio di morire».
Sarà questa la mia triste gloria, che si aggiunge alla sciagura.
Che cosa ci guadagno a vivere, amici,
se dovrò vivere nell’infamia e nell’infelicità?

[str. I
COROGrazie alle Muse
mi librai in alto,
e accostandomi a molte dottrine
non trovai nulla più potente di Necessità42,
e non trovai nessun rimedio
nelle tavolette tracie incise dalla voce di Orfeo43,
e neanche nei farmaci che Apollo prescrisse agli Asclepiadi
mietendo erbe per i mortali dai molti dolori44.

[ant. I
Solo questa Dea non ha altari, non statue
a cui ci si possa avvicinare.
Solo Lei non dà ascolto a sacrifici.
Ti supplico, mia Signora,
non accostarti a me
con violenza più tremenda che in passato!
Solo con il tuo aiuto anche Zeus
può compiere ciò che ha stabilito.
E tu pieghi con la tua forza
persino il ferro dei Calibi45,
e il tuo volere inesorabile
non ha riguardo per nulla.

[str. II
La Dea ha ghermito anche te
in una morsa ineludibile.
Fatti forza: non saranno le tue lacrime
a riportare i morti sulla terra.
Anche i figli degli dei
dileguano nel buio della morte.
La amammo quando era con noi,
e la ameremo anche adesso che è morta:
hai preso in moglie
la più nobile tra le donne.

[ant. II
Nessuno pensi che la tomba della tua sposa
sia un mucchio di terra funebre:
riceva onori al pari degli dei,
e la venerino i viandanti.
E qualcuno, imboccando la via traversa dirà:
«Costei morì per il suo sposo
e adesso è un demone beato;
salute a te, o Signora, e siimi propizia!»
Così si rivolgeranno a lei.
– Ma ecco! Admeto, se non sbaglio,
il figlio di Alcmena sta venendo al tuo palazzo.

ERACLE Con gli amici si deve parlare liberamente, Admeto,


e non si deve stare in silenzio, a covare rancori nelle viscere.
Io mi sono trovato vicino a te nella tua disgrazia,
e pensavo che avresti messo alla prova la mia amicizia.
Ma non mi hai detto che la salma esposta era quella della tua sposa,
e mi hai ospitato nel tuo palazzo,
come se stessi officiando un lutto che non riguardava la tua famiglia.
E io mi sono messo una corona sulla testa
e ho offerto libagioni agli dei nella tua casa funestata dalla perdita.
Ti rimprovero per questo.
Sì, ti rimprovero.
Ma non voglio affliggerti ancora di più, nella sventura in cui ti trovi.
Ti dirò perché sono ritornato sui miei passi:
prendi questa donna e veglia su di lei,
finché non sarò di ritorno con le cavalle tracie,
dopo avere ucciso il re dei Bistoni.
E se mi succedesse quello che non vorrei (mi piacerebbe ritornare),
te la offro in dono, come ancella nella tua casa.
Mi è costata molta fatica averla:
ho saputo che qualcuno aveva bandito una gara pubblica,
una prova che meritava l’impegno degli atleti,
l’ho vinta e ne riporto costei come premio della vittoria.
C’erano cavalli, come trofei per il trionfo nelle gare più leggere,
mentre per i vincitori nelle gare più pesanti, il pugilato e la lotta,
il premio consisteva in buoi, con l’aggiunta di una donna46.
Poiché mi trovavo là, sarebbe stata una vergogna
sprecare una possibilità del genere, di guadagno e di gloria.
Ma come ti ho detto, devi occuparti di questa donna:
non l’ho rubata, ma sono venuto qui dopo averla conquistata con fatica.
Forse, con il tempo, anche tu mi elogerai per questa impresa.
ADMETO Non è stato per disprezzo
o perché io non ti ritenga un amico
che ti ho nascosto il destino infelice della mia sposa.
Ma se te ne fossi andato alla casa di un altro ospite
si sarebbe aggiunto strazio allo strazio,
ed erano già sufficienti le lacrime
che dovevo versare sulla mia sventura.
E se è possibile ti prego, signore,
ordina di occuparsi di lei a un altro dei Tessali
a cui non sia successo quello che è successo a me:
ci sono molti altri a Fere, disposti a ospitarti.
Non farmi ricordare il mio dolore:
non riuscirei a trattenere le lacrime,
vedendo questa donna nella mia casa.
Non aggiungere malessere al mio malessere,
perché basta e avanza il peso della disgrazia che mi schiaccia47.
E poi, in quale ala del palazzo potrebbe vivere una donna giovane?
Perché è giovane, lo si vede da come è vestita, e dai suoi ornamenti.
Soggiornerà nelle stanze dei maschi?
E come riuscirà a mantenersi pura aggirandosi tra i giovani?
Non è facile, Eracle, tenerli a freno, ed è per te che mi preoccupo.
Oppure dovrei ammetterla nella camera nuziale della morta?
E come potrei farla entrare nel letto che era suo?
Ho paura di essere rimproverato da due parti:
da qualcuno dei cittadini
che mi accusi di tradire la mia benefattrice
cadendo nel letto di un’altra giovane,
e da colei che è morta e merita che io la veneri
e la tenga in grande considerazione.
E tu, donna, chiunque tu sia,
sappi che hai la stessa statura di Alcesti, e il suo stesso aspetto.
ÓIMOI in nome degli dei,
allontana questa donna dalla mia vista,
non annientare un uomo già distrutto!
A guardarla, mi sembra di vedere la mia sposa.
Il mio cuore è sconvolto, gli occhi grondano lacrime.
O me infelice, soltanto adesso sento il gusto amaro di questo lutto!
CORO Non potrei certo dire che tu sia baciato dalla buona sorte;
ma comunque essi siano, dobbiamo reggere i doni degli dei.
ERACLE Come vorrei poter riportare alla luce la tua sposa
dalle dimore dei morti, e concederti questa grazia.
ADMETO So che vorresti farlo. Ma in che modo?
Non è lecito che i morti ritornino alla luce.
ERACLE E allora non eccedere, e sopporta come si conviene.
ADMETO È più facile prodigarsi in consigli
che sopportare il dolore quando si soffre.
ERACLE Che cosa ci guadagni, a piangere sempre?
ADMETO Lo so anch’io, ma è una smania che mi assale.
ERACLE L’amore per chi è morto spinge alle lacrime.
ADMETO Mi ha distrutto, e ancora più di quanto io riesca a esprimere.
ERACLE Hai perduto un’ottima sposa, chi può negarlo?
ADMETO Tanto che non mi piace più vivere.
ERACLE Ci penserà il tempo a raddolcire il dolore che adesso culmina.
ADMETO Sì, il tempo, ma se tempo è morte.
ERACLE Una donna e nuove nozze metteranno fine al tuo rimpianto.
ADMETO Silenzio! Che cosa hai detto? Non avrei mai pensato...
ERACLE Che cosa? Non riprenderai moglie? Resterai senza una donna?
ADMETO Nessun’altra donna giacerà al mio fianco.
ERACLE E pensi che questo possa giovare in qualche modo alla morta?
ADMETO Ovunque essa sia, devo renderle onore.
ERACLE D’accordo, d’accordo. Ma passerai per pazzo.
[ADMETO Non potrai più chiamarmi sposo di una donna.
ERACLE Apprezzo la tua fedeltà alla moglie.]
ADMETO Meglio morire, piuttosto che tradirla, anche se è morta.
ERACLE E allora accetta questa donna nella tua nobile casa.
ADMETO No, ti prego, in nome di Zeus che ti ha generato!
ERACLE Sbagli a non fare come ti dico.
ADMETO Ma se lo faccio il tormento mi morderà il cuore.
ERACLE Dammi retta: entro breve il favore che mi fai
potrebbe risolversi in un vantaggio per te.
ADMETO PHÉU
O se tu non avessi mai vinto questa donna nella gara!
ERACLE La mia vittoria è anche la tua.
ADMETO Belle parole! Ma la donna deve andarsene.
ERACLE Se ne andrà, se deve andarsene.
Ma prima pensa se è proprio necessario.
ADMETO Sì lo è, ma solo se non ti adiri con me per questo.
ERACLE Se me ne preoccupo è perché so qualcosa.
ADMETO Ebbene, hai vinto. Ma non mi fai certo piacere.
ERACLE Verrà il momento che tesserai le mie lodi. Adesso obbediscimi.
ADMETO Su, accompagnatela, visto che bisogna accoglierla a palazzo.
ERACLE Io non la affiderei ai tuoi servi.
ADMETO Portala dentro tu stesso, se vuoi.
ERACLE No, la metterò nelle tue mani.
ADMETO Non la toccherei mai: può entrare da sola.
ERACLE Mi fido soltanto della tua mano.
ADMETO O signore, mi costringi a farlo contro la mia volontà.
ERACLE Coraggio, tendi la mano e tocca la tua ospite.
ADMETO Lo faccio,
ma come se dovessi spiccare via la testa della Gorgone48.
ERACLE L’hai presa?
ADMETO Sì.
ERACLE E allora custodiscila.
Prima o poi dovrai dire che il figlio di Zeus è un ospite generoso.
Guardala, non ti sembra che assomigli alla tua sposa?
Deponi il lutto: ti bacia la buona sorte.
ADMETO O dei! Che cosa dire? Che miracolo insperato!
È davvero la mia sposa, quella che vedo,
oppure è inganno di un dio questa felicità che mi sconvolge?
ERACLE No: quella che vedi è proprio la tua sposa.
ADMETO Bada che non sia un simulacro venuto dagli Inferi.
ERACLE Non è un negromante colui che hai ospitato.
ADMETO Davvero quella che ho davanti agli occhi
è la sposa che ho seppellito?
ERACLE Certo, e non mi sorprende che tu non voglia credere alla tua fortuna.
ADMETO Posso sfiorarla, e parlare con mia moglie, viva?
ERACLE Parla con lei: adesso hai tutto quello che volevi.
ADMETO O sguardo, o corpo della mia amatissima sposa!
Ti ritrovo quando non ci speravo più, e non pensavo più di rivederti.
ERACLE È tua, e che l’invidia degli dei stia lontana da voi.
ADMETO O nobile figlio del grandissimo Zeus,
possa tu essere felice, e il padre che ti ha generato vegli sempre su di te!
Tu da solo hai raddrizzato il mio destino.
Ma come sei riuscito a riportarla alla luce dagli Inferi?
ERACLE Battendomi con la divinità che l’aveva in suo potere.
ADMETO E dove hai attaccato battaglia con Thanatos?
ERACLE Proprio vicino alla sua tomba.
Sono balzato su dall’appostamento e l’ho afferrato con le mani.
ADMETO E perché lei sta lì immobile, e non parla?
ERACLE Non puoi ancora udire le sue parole,
prima che sia stato reciso il suo legame con gli dei degli Inferi,
prima che sorga la luce del terzo giorno49.
Su, portala dentro!
E tu, Admeto, che sei un uomo giusto,
anche per il futuro continua a onorare gli ospiti.
Addio.
Io vado a portare a termine la fatica
che mi ha imposto il re figlio di Stenelo50.
ADMETO Resta con noi, alla nostra mensa.
ERACLE Ci sarà un’altra occasione: ora devo sbrigarmi.
ADMETO Buona fortuna, e rapido ritorno!
Ordino ai cittadini e a tutti i miei sudditi
di istituire danze per celebrare il lieto evento
e che facciano fumare gli altari con i sacrifici.
Adesso la mia vita è migliore di prima:
non nego di avere avuto fortuna.

CORO Molte sono le forme delle cose divine,


molti eventi inattesi portano a compimento gli dei:
e quello che ci aspettavamo non è accaduto,
mentre il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile.
Così è finita questa vicenda51.
MEDEA
Personaggi
NUTRICE
PEDAGOGO
MEDEA
CORO DI DONNE
CREONTE
GIASONE
EGEO
MESSAGGERO
FIGLI DI MEDEA

Scena: a Corinto, davanti alla casa di Medea


NUTRICE O se la nave Argo non avesse mai volato
attraverso le Simplegadi scure, fino alla Colchide,
e il pino tagliato dall’ascia
non si fosse mai abbattuto nelle valli del Pelio,
né avesse fornito remi alle mani degli eroi eccellenti,
che per Pelia mossero alla ricerca del vello tutto d’oro!1
La mia padrona, Medea,
non avrebbe mai navigato verso le torri della terra di Iolco,
con l’animo sconvolto dall’amore per Giasone,
né avrebbe istigato le figlie di Pelia a uccidere il padre,
e ora non abiterebbe con lo sposo e i figli qui a Corinto,
esule benvoluta dai cittadini di questa terra in cui è giunta,
e in assoluta armonia, per quel che la riguarda, con Giasone:
è davvero una grande salvezza,
quando una donna va d’accordo con il suo sposo.
Ma adesso tutto si è rovesciato in odio,
e si sono rovinati gli affetti più cari,
perché Giasone ha tradito i suoi figli e la mia padrona
e si accoppia in nozze regali
dopo avere preso in sposa la figlia di Creonte,
sovrano di questa terra2.
E la povera Medea, disonorata, invoca gridando i giuramenti
e i patti sanciti con la stretta di mano, pegno supremo di lealtà,
e chiama gli dei a testimoni del contraccambio
che ha ricevuto da Giasone.
E giace senza cibo, il corpo in balìa dei tormenti,
e consuma tutta la sua vita nelle lacrime
da quando si è accorta di essere stata umiliata dallo sposo.
E non alza gli occhi, non solleva il volto da terra,
ma come rupe o flutto tempestoso del mare
rifiuta i consigli di chi le vuole bene.
Solo, a volte, piegando il collo candido,
piange tra sé e sé per il suo caro padre,
per la sua terra e la sua casa
che ha tradito per venire fin qui con un uomo
che adesso l’ha disonorata.
Lo ha capito dalla sventura, l’infelice,
quanto sia importante non perdere la propria patria.
E odia i figli, non prova gioia a guardarli.
Ho paura che possa ordire qualcosa di terribile:
il suo animo è violento, e non sopporterà di essere umiliata.
La conosco bene,
e temo che conficchi la spada affilata nel fegato di qualcuno,
[entrando in silenzio nella camera da letto]
o ammazzi il sovrano e lo sposo,
e poi attiri su di sé una sciagura ancora più grande.
È terribile, Medea, e chi si scontri con lei
non riuscirà a ottenere facilmente la vittoria.
Ma ecco, arrivano i suoi bambini,
che hanno appena smesso di fare le corse,
e non sanno nulla della sventura che ha colpito la madre:
di solito i bambini ignorano il dolore.
PEDAGOGO Ehi tu, che da tanto tempo appartieni alla mia padrona,
perché te ne stai tutta sola davanti alla porta,
a lamentarti tra te e te di queste sciagure?
Come mai Medea non ti vuole vicino?
NUTRICE Vecchio accompagnatore dei figli di Giasone,
per i buoni servitori la disgrazia dei padroni
è come una disgrazia propria, e turba il loro animo.
Non riuscivo più a sopportare la pena, e ho deciso di venire qui
per gridare alla terra e al cielo quello che è successo alla mia padrona.
PEDAGOGO La poveretta non ha ancora smesso di piangere?
NUTRICE Beata illusione! Non è che all’esordio dello strazio.
PEDAGOGO Povera pazza, se è lecito parlare dei padroni in questo modo:
non sa ancora niente delle nuove sciagure.
NUTRICE Di che cosa si tratta, vecchio? Non tenermi all’oscuro.
PEDAGOGO Niente: mi sono già pentito di quello che ho detto prima.
NUTRICE No, te ne supplico, non nascondermelo:
sono una schiava come te.
Se è necessario tacere, non ne parlerò con nessuno.
PEDAGOGO Mi ero avvicinato al posto in cui i più anziani
siedono per giocare a dadi, presso l’acqua sacra di Pirene3
e, senza dare l’impressione di ascoltare,
ho sentito dire da un tale che Creonte, il signore di questa terra,
vuole cacciare da Corinto questi bambini, e la madre con loro.
Non so se le sue parole corrispondano a verità:
in ogni caso, mi auguro di no.
NUTRICE E Giasone sopporterà
che i suoi figli vengano maltrattati in questo modo,
anche se è in lite con la madre?
PEDAGOGO Nuovi affetti sostituiscono quelli di un tempo,
e lui non ama più questa casa.
NUTRICE È la fine, per noi,
se aggiungeremo una nuova sventura a quella antica,
prima che sia finita.
PEDAGOGO Ma tu stai calma e non dire niente,
perché non è il momento che la padrona venga a saperlo.
NUTRICE O figli, avete sentito come vi tratta vostro padre?
Che crepi!
No: è il mio padrone.
Ma come si dimostra malvagio con i suoi cari.
PEDAGOGO E chi non lo è, tra i mortali?
Te ne accorgi solo adesso, che ognuno ama se stesso più del prossimo,
[chi a ragione, chi solo per un tornaconto]
se ha smesso di amarli per accoppiarsi con un’altra donna?
NUTRICE Entrate in casa, figlioli, sarà meglio.
Tu tienili il più possibile in disparte
e non lasciare che si avvicinino alla madre, così stravolta.
L’ho già vista che li scrutava con sguardo di toro infuriato,
come se volesse fare qualcosa di terribile.
E non placherà la sua furia, lo so bene,
prima di essersi scagliata contro qualcuno.
Speriamo che faccia del male ai nemici, non ai suoi cari.
MEDEA (da dentro la casa) IÓ
me infelice per i miei tormenti
IÓ MÓI MOI, come vorrei morire!
NUTRICE Proprio come dicevo, cari bambini:
vostra madre ha il cuore in tumulto, ribolle di rabbia.
Presto! Presto! Entrate in casa
e non fatevi vedere da lei, non avvicinatevi!
Guardatevi dal suo temperamento selvaggio
e dalla natura feroce di un animo ostinato.
Su, andate! Entrate in casa al più presto!
È chiaro: la nube della disperazione che comincia a levarsi
presto arderà di furia ben più devastante.
Che cosa farà una donna così fiera e irrefrenabile,
sotto il morso delle sciagure?
MEDEA AIÁI
Me infelice, ho patito, ho patito
uno strazio che suscita grandi lamenti.
Maledetti voi, figli di una madre odiosa!
Possiate crepare insieme con vostro padre,
e tutta la casa possa crollare con voi!
NUTRICE IÓ MÓI MOI
IÓ me sventurata!
Che colpa hanno i figli dell’errore commesso dal padre?
Perché odiare loro?
Ohimè figli!
Come soffro al pensiero che possa succedervi qualcosa!
Tremendo, l’arbitrio di chi comanda:
non ricevono mai ordini, ne impartiscono spesso,
ed è difficile che rinuncino a sfogare la loro furia.
Meglio vivere da uguali con uguali.
Possa io avere una vecchiaia non grandiosa, ma tranquilla.
Già la parola stessa, misura, risulta vincente;
a praticarla, è di gran lunga la cosa migliore, per gli umani.
L’eccesso non offre vantaggi ai mortali, mai.
Piuttosto, reca sciagure maggiori,
quando un demone si infuria con la casa.
CORO L’ho udita la voce, l’ho udito l’urlo
della sventurata donna di Colchide,
che non si dà ancora pace.
Coraggio, vecchia, parlamene!
Mi trovavo sulla soglia, quando udii un grido.
E certo non mi rallegro, donna,
dello strazio di questa casa
che mi è così cara.
NUTRICE La casa non esiste più.
Tutto finito.
Lui è imprigionato da un letto regale,
mentre la padrona consuma la sua vita nel talamo,
senza che nessuno dei suoi cari
le dica una parola che raddolcisca il suo cuore.
MEDEA AIÁI
Come vorrei che una folgore mi trapassasse la testa!
Che cosa ci guadagno a vivere ancora?
PHÉU PHÉU
O se potessi dissolvermi nella morte,
abbandonando questa vita che odio!

[str.
CORO Avete udito, o Zeus, e Terra, e Luce
il grido che intona la sposa sventurata?
Che smania ti ha preso
dell’orrendo giaciglio, o insensata?
Verrà in fretta il termine di morte:
non levare queste invocazioni.
Se il tuo sposo onora un nuovo letto
non adirarti con lui per questo:
ci penserà Zeus a difenderti.
Non struggerti troppo in lacrime per il tuo sposo.

MEDEA O grande Themis, o Artemide sovrana4,


vedete che cosa subisco,
dopo avere legato a me lo sposo stramaledetto
con giuramenti solenni?
Possa io vederli a pezzi, con tutta la loro casa,
lui e la sua sposina, che hanno osato farmi torto per primi.
O padre, o città da cui sono fuggita
dopo avere massacrato oscenamente mio fratello!
NUTRICE Sentite che cosa dice,
e come invoca gridando
Themis che protegge gli auspici, e Zeus,
che i mortali ritengono garante dei giuramenti?5
Non basterà certo una piccola vendetta
a placare la furia della mia padrona.

[ant.
CORO In che modo potrebbe venire davanti a noi
e dare ascolto alle nostre parole,
deponendo la sua furia cupa
e il proposito ostinato della sua mente?
Non manchi mai a chi mi è caro
la mia sollecitudine.
Su, vai da lei e accompagnala qui, fuori dalla casa.
Dille che anche noi le vogliamo bene.
Presto, prima che faccia del male a chi è dentro.
L’impeto del suo dolore non conosce misura.
NUTRICE D’accordo,
ma temo che non riuscirò a convincere la mia padrona.
Tuttavia ti farò il favore di addossarmi questa fatica,
perché Medea lancia ai servi occhiate furiose,
come una leonessa che abbia appena partorito,
se qualcuno le si avvicina per parlarle.
Non sbaglieresti a definire sciocchi
e assolutamente privi di saggezza
gli uomini di una volta,
che crearono inni per le feste e i banchetti e le cene,
melodie che raddolciscono il vivere;
ma nessuno scovò il modo di mettere fine
con la musica e con i canti variamente intonati,
ai tormenti odiosi dei mortali, fonte di morte
e di sciagure terribili che devastano le case.
Eppure sarebbe un bel guadagno
se i mortali curassero queste sventure con i canti.
Ma dove ci sono banchetti ben imbanditi,
perché strillano inutilmente?
Per la gioia dei mortali basta già l’abbondanza delle vivande.
CORO Ho udito il suono straziato dei suoi lamenti
e le grida acute di dolore
contro lo sposo perfido,
che ha tradito il letto nuziale.
E poiché ha subito ingiustizia
invoca la Themis dei giuramenti, la sposa di Zeus,
che la fece partire per la Grecia
sulla riva opposta del mare,
attraverso il mare notturno,
fino allo stretto del Ponto,
la chiave salmastra difficile da attraversare6.

MEDEA Donne di Corinto, sono venuta fuori dalla casa


per non attirarmi i vostri rimproveri:
so che molti tra i mortali sono davvero superbi,
sia che se ne stiano isolati, sia che si facciano vedere da tutti,
e che altri si sono procurati una pessima reputazione di insensibili
solo perché amavano starsene tranquilli.
Non c’è giustizia negli occhi dei mortali,
se è vero che possono detestare qualcuno a prima vista,
senza averne scandagliato a fondo il sentire
e senza averne ricevuto alcun torto.
Lo straniero deve adeguarsi alla città che lo ospita, è vero,
ma non approvo chi fa l’arrogante
e in questa sua stupidità tratta male i concittadini.
Questa disgrazia, che mi è piombata addosso senza che me l’aspettassi,
ha devastato la mia vita.
È la fine, per me.
Vivere non mi dà più gioia, e voglio morire, mie care.
Lo so bene: colui che era tutto per me, il mio sposo,
si è rivelato il più infame degli uomini.
Tra tutte le creature che hanno vita e intelligenza
noi donne siamo le più disgraziate.
Per prima cosa dobbiamo comprarci un marito, senza badare a spese,
e procurarci un padrone del nostro corpo,
che è una sciagura ancora peggiore.
Ma anche in questa scelta corriamo un grande rischio:
lo prenderemo buono o cattivo?
La separazione non giova certo alla reputazione delle donne,
e non è possibile ripudiare il marito.
Chi giunge dove ci sono costumi e leggi diverse
dovrebbe essere un’indovina
– visto che a casa sua non lo ha imparato di certo –
per sapere di che tempra sia il suo futuro compagno di letto.
E se il nostro sforzo ha successo,
e il marito sopporta volentieri il giogo coniugale,
la nostra vita è invidiabile.
Ma in caso contrario, dobbiamo morire.
Un maschio, se si stanca di stare con i suoi,
se ne va in giro e si libera dalla noia
[rivolgendosi a un amico o ai suoi coetanei],
ma noi dobbiamo tenere lo sguardo fisso su un’unica persona.
Dicono che trascorriamo una vita senza rischi in casa,
mentre loro vanno a combattere le guerre.
Si sbagliano:
tre volte meglio stare in armi che partorire anche una volta sola!
Ma quello che sto dicendo non riguarda me e te nello stesso modo.
Tu hai la tua città, che è questa, e la casa paterna,
e una vita agiata e puoi frequentare i tuoi amici.
Io invece, sola, senza una patria,
subisco l’oltraggio di un maschio,
che mi ha razziato da una terra barbara.
E non ho una madre, non un fratello, non un consanguineo
presso il quale trovare approdo da questo mare di sventura.
Soltanto questo vorrei che tu mi accordassi,
se troverò il modo di farla pagare a mio marito
[e a chi gli ha dato in sposa sua figlia
e alla donna che si è preso in moglie],
per questo male che mi ha fatto: il tuo silenzio.
La donna è sempre piena di paura e vigliacca
di fronte alla violenza e alla visione di un’arma.
Ma quando subisce un torto nella vita coniugale,
non esiste mente più sanguinaria della sua.
CORO Farò come dici.
Hai ragione a punire tuo marito, Medea,
e non mi meraviglia che tu soffra per la tua sorte.
Ma vedo arrivare Creonte, sovrano di questa terra,
messaggero di nuove decisioni.
CREONTE Tu, che hai quell’aria torva e sei furibonda con tuo marito!
Proprio tu, Medea:
ho decretato che te ne devi andare via da questa terra,
in esilio, con i tuoi due figli.
E alla svelta.
Sono io l’arbitro di questa decisione, e rientrerò in casa
soltanto dopo averti cacciato fuori dai confini di questo paese.
MEDEA AIÁI è la mia fine!
Povera me, sono distrutta!
I miei nemici allentano tutte le gomene
e per me non c’è nessun approdo agevole
fuori dal mare della sciagura.
Ma anche se sono sotto i colpi della disgrazia,
voglio farti una domanda:
perché mi cacci via da questa terra, Creonte?
CREONTE Temo – non serve a niente velare le parole –
che tu possa fare a mia figlia del male a cui non c’è rimedio.
Molte tue caratteristiche concorrono ad alimentare questa mia paura:
sei sapiente, e esperta di molte arti malefiche,
e soffri perché ti hanno portato via l’uomo con cui spartivi il letto.
Ho sentito che minacci – così mi riferiscono –
di fare del male a me che gli ho dato mia figlia,
a lui che l’ha sposata e alla sposa stessa.
Ma io prenderò le mie precauzioni prima che mi capiti tutto questo.
Meglio, per me, avere il tuo odio adesso, donna,
che piangere in futuro per essermi lasciato intenerire.
MEDEA PHÉU PHÉU
Non è questa la prima volta, Creonte,
che la mia reputazione mi ha recato danno
e mi ha procurato grandi disgrazie.
Chi per natura sia equilibrato
non deve mai educare i suoi figli a diventare sapienti oltre misura:
oltre che passare per indolenti agli occhi dei concittadini,
attirano su di sé la loro invidia maligna.
A offrire agli stupidi una sapienza che non conoscono,
passerai per inetto e non sapiente.
E se ti riterranno superiore a coloro
che godono fama di avere una cultura varia,
darai fastidio alla città.
Ed è proprio quello che mi è capitato:
poiché sono sapiente, alcuni mi detestano,
[per altri sono una perdigiorno, per altri ancora il contrario],
se non mi ritengono addirittura una nemica.
Eppure non sono poi troppo sapiente.
Ma tu hai paura di me:
temi forse che possa farti qualcosa di spiacevole?
Non temere, Creonte, non posso certo nuocere a un sovrano.
E poi, che cosa mi avresti fatto di male?
Hai dato tua figlia a chi volevi.
È il mio sposo che odio.
Tu hai agito sensatamente, credo,
e non ti invidio se hai fortuna.
Officiate pure il matrimonio, beatevi!
Ma lasciatemi vivere in questa terra:
anche se sono stata offesa,
me ne starò zitta, cederò ai più forti.
CREONTE Parole che suonano dolci,
ma in cuor mio temo che tu stia tramando
qualche atrocità nei miei confronti.
Mi convinci ancora meno di prima:
una donna che si scatena nella collera, come anche un uomo,
è più facile da tenere a bada di chi è sapiente,
e proprio per questo sa tacere.
Vattene, alla svelta e senza discorsi!
La decisione è stata presa,
e non c’è espediente che ti consenta di restare qui da noi
a covare rancore nei nostri confronti.
MEDEA No, per le tue ginocchia, per le nozze di tua figlia!
CREONTE Parole sprecate: non mi lascerò convincere.
MEDEA Mi caccerai via? Non avrai pietà delle mie suppliche?
CREONTE Non ti amo più della mia casa.
MEDEA O patria, come mi ritorni in mente adesso!
CREONTE Per me è il bene più grande, dopo i figli.
MEDEA PHÉU PHÉU
Che sciagura, l’amore, per i mortali!
CREONTE Dipende dal volgere degli eventi.
MEDEA O Zeus, non ti sfugga chi è responsabile di queste disgrazie!
CREONTE Vattene via, folle! Liberami da questo tormento!
MEDEA Sono io a soffrire, e non ho bisogno di altre sofferenze.
CREONTE Presto ti cacceranno via le mie guardie, con la forza.
MEDEA No, ti prego, Creonte...
CREONTE Donna, a quanto pare vuoi continuare a molestarmi.
MEDEA Andrò in esilio: non è per questo che volevo supplicarti.
CREONTE E allora perché disobbedisci e non te ne vai via da questa terra?
MEDEA Lasciami restare ancora per questo giorno,
così potrò pensare a come partire per l’esilio,
e a come procurare ai miei figli il necessario per il viaggio,
poiché loro padre non si preoccupa di provvedere a loro.
Pietà per i miei figli!
Anche tu sei padre: dovresti essere ben disposto nei loro confronti.
Non è di me che mi do pensiero, né del mio esilio:
è la loro disgrazia che io piango.
CREONTE Non mi sono mai comportato da tiranno
e più di una volta la pietà per gli altri è stata la mia rovina.
E anche adesso sto facendo un errore, donna, lo vedo bene:
ma avrai quello che vuoi.
Ma ti avviso: se la luce del sole che sorgerà domani
vedrà te e i tuoi figli ancora nei confini di questa terra, morirai.
E questa è parola che non mente.
[Ma adesso, se proprio devi rimanere, ricorda: un giorno solo.
Così non commetterai nessuna delle atrocità che mi angosciano.]
CORO O donna di sciagura!
PHÉU PHÉU te infelice per i tuoi tormenti!
Dove andrai?
A quale casa, a quale paese ospitale,
che ti salvi dalle tue sventure?
[..........]
O Medea, in quale uragano di sciagura ti ha condotto un dio!
Non hai via di uscita.
MEDEA È la fine, per me, sotto tutti i punti di vista:
chi può dire il contrario?
Ma non andrà a finire così: non fatevi idee del genere.
Ci sono ancora battaglie per i novelli sposi,
e tormenti non da poco per chi li ha uniti in nozze.
Pensi forse che lo avrei lisciato così,
se non avessi pensato di trarne qualche vantaggio,
o senza avere ordito una trama alle sue spalle?
Non gli avrei neanche rivolto la parola,
non lo avrei nemmeno sfiorato con le mie mani.
E lui è arrivato a un punto di stupidità tale
che proprio quando poteva stroncare i miei propositi sul nascere,
cacciandomi da questa terra,
mi ha permesso di rimanere ancora per questo giorno
nel quale farò cadaveri tre dei miei nemici,
il padre, la sposa e il mio sposo.
Ho a disposizione molti modi per ucciderli,
ma non so a quale mettere mano, mie care:
potrei incendiare la loro casa di sposi,
o piantare una spada affilata nel loro fegato
dopo essermi insinuata nella camera da letto senza fare rumore...
Ma c’è un solo ostacolo, per me:
se mi sorprenderanno mentre cerco di introdurmi nel palazzo
per portare a termine il mio piano
i miei nemici rideranno della mia morte.
Molto meglio ammazzarli con il veleno,
che è la via più diretta, quella in cui sono più esperta.
E sia.
E una volta morti?
Quale città mi accoglierà?
Quale ospite mi proteggerà,
in una terra che i nemici non possano violare e in una casa sicura?
Nessuno.
E allora resterò qui ancora per qualche tempo,
per vedere se mi si presenta un riparo sicuro,
e compirò questo assassinio con l’inganno, nel silenzio.
Ma se mi perseguiterà una sventura irrimediabile,
impugnerò io stessa la spada, e a costo di morire
li ucciderò, giungerò alla violenza più audace.
No, in nome della Signora che venero più di ogni altra divinità
e ho eletto a mia complice,
Ecate7, che dimora nell’intimità del mio focolare,
nessuno di loro potrà gioire riempiendo di strazio il mio cuore!
Renderò funeste e luttuose le loro nozze,
funesto il legame che li unisce, e la mia cacciata da questa terra.
Forza, Medea!
Non risparmiare nessuna delle arti in cui sei esperta.
Decidi. Ordisci le tue trame. Compi l’impresa atroce.
La prova del tuo coraggio è adesso.
Vedi che cosa ti hanno fatto?
Non devi lasciarti ridere dietro
dai discendenti di Sisifo, alle nozze di Giasone8,
tu che sei stirpe di padre nobile e del Sole!9
Tu possiedi le conoscenze: e poi noi siamo donne,
le creature tra tutte meno capaci di gesti nobili,
e artefici espertissime di tutti i malefici.

[str. I
COROLe correnti dei fiumi sacri
invertono il proprio corso,
e la giustizia e tutte le cose si rovesciano.
Le decisioni degli umani sono inganni,
e non si mantengono le promesse
fatte nel nome degli dei.
Cambierà la fama, darà gloria alla mia vita:
ne viene onore per la razza delle donne.
Su di noi non si abbatteranno più calunnie.

[ant. I
E le Muse degli antichi aedi
smetteranno di cantare la mia infedeltà.
Apollo, signore delle melodie,
non assegnò alla nostra mente
il canto divino della lira:
avrei fatto riecheggiare un inno
contro la schiatta dei maschi.
Il tempo, nel suo lungo corso,
può dire molte cose
sul nostro destino, su quello dei maschi.

[str. II
Tu navigasti dalla casa di tuo padre
con il cuore in delirio,
attraversando le duplici rupi marine10.
E vivi in terra straniera
dopo avere perduto il tuo letto e il tuo sposo, o infelice,
e sarai cacciata in esilio da questa terra, nell’infamia.

[ant. II
Scomparso il potere dei giuramenti,
non c’è più pudore nella grande Grecia,
si è involato nell’aria.
E tu non hai casa di padre, o sventurata,
dove trovare approdo dal mare dei tuoi tormenti:
un’altra regina, più potente,
si è impadronita del tuo letto
e regna sulla casa.

GIASONE Non è la prima volta, questa:


in più circostanze mi sono accorto
che un carattere violento è un flagello irreparabile.
Avresti potuto vivere in questa terra, in questo palazzo,
sopportando a cuore leggero i decreti di chi ha il potere,
e invece verrai cacciata in esilio, per i tuoi discorsi demenziali.
Non me ne importa niente:
continua pure a blaterare che Giasone è il peggiore degli uomini.
Per le parole che hai pronunciato contro i sovrani,
ritieni un guadagno essere punita con l’esilio.
Da parte mia, ho sempre tentato di placare la collera del re
e avrei voluto che tu rimanessi qui.
Ma tu ti intestardisci nella tua follia
e continui a sparlare dei sovrani.
E allora sarai bandita da questa terra.
Ma nonostante tutto questo non ho voluto rinnegare i miei cari
e intendo occuparmi di te, donna,
perché non voglio che ti caccino via con i figli,
senza mezzi, ridotta al bisogno:
l’esilio trascina con sé molte disgrazie.
Anche se mi odi, non potrei mai esserti nemico.
MEDEA Mille volte infame
– perché è questo l’insulto più pesante
che riesco a lanciare contro la tua vigliaccheria –
sei venuto qui da me, sei venuto qui,
tu, il più odioso agli dei, e a me e a tutta la stirpe degli umani?
No, non è coraggio né audacia
guardare negli occhi le persone care dopo averle rovinate:
è impudenza, la peggiore di tutte le pesti!
Ma hai fatto bene a venire:
così io mi sentirò più leggera dopo averti insultato,
e tu soffrirai a sentire le mie parole.
Comincerò dall’inizio.
Io ti ho salvato la vita,
e lo sanno tutti i Greci che salparono con te sulla nave Argo,
quando ti mandarono ad aggiogare i tori che soffiavano fuoco
e a seminare il campo della morte11.
E fui io a uccidere il drago insonne che custodiva il vello tutto d’oro
avvolgendolo nei molti cerchi delle sue spire,
e a innalzare per te la luce della salvezza.
E fui io a tradire mio padre e la mia casa
per venire con te a Iolco, sotto il monte Pelio12,
certo per amor tuo più che per saggezza.
E feci morire Pelia della morte più atroce,
per mano delle sue figlie, liberandoti così da ogni timore.
E nonostante tutto quello che ho fatto per te,
tu, il più infame degli uomini, mi hai tradito,
e ti sei trovato un’altra moglie, anche se avevi figli.
Se non ne avessi avuti, ti si sarebbe potuta perdonare,
questa smania di una donna nuova.
Invece rinneghi i giuramenti, e non riesco a capire
se pensi che gli dei di un tempo abbiano perduto ogni potere,
o adesso per gli umani valgano leggi nuove:
perché tu lo sai bene, di avere tradito la parola data.
PHÉU mia mano destra, che tu hai stretto tante volte,
e voi, mie ginocchia,
che assurdità essere sfiorate da quest’uomo meschino!
Come sono state deluse le nostre speranze!
E va bene: mi confiderò con te come se fossi mio amico.
Ma che cosa posso aspettarmi di buono da te?
Eppure lo farò, così le risposte che darai alle mie domande
ti riveleranno ancora più squallido.
Dove andrò adesso? Forse alla casa di mio padre,
che ho tradito, come anche la mia patria, per te, per venire fin qui?
O andrò dalle povere figlie di Pelia?
Mi riserverebbero certamente una bella accoglienza,
dopo che ho ammazzato il loro padre.
Le cose stanno proprio così:
mi sono procurata l’odio dei miei familiari.
E poiché per compiacerti ho fatto del male a chi non dovevo,
adesso loro sono contro di me. Per compensare tutto questo
mi hai reso davvero beata agli occhi di molte donne greche!
Povera me, che marito fantastico e fedele mi ritrovo,
se dovrò andare in esilio, bandita da questa terra,
senza più amici, sola, con i miei figli, anche loro soli.
Che vergogna per lo sposo novello
che i suoi figli e la donna che lo ha salvato
siano ridotti a fare i vagabondi e a chiedere l’elemosina!
O Zeus, perché hai fornito agli umani
indizi certi per riconoscere se l’oro è falso,
ma nel loro corpo non è stato impresso nessun contrassegno
per smascherare chi è malvagio?
CORO Terribile la furia, e non conosce rimedio,
quando amici giungono allo scontro con amici.
GIASONE A quanto sembra devo dimostrarmi abile nel parlare,
e come un timoniere esperto devo ridurre le vele,
per sfuggire, o donna, alla tua loquacità senza ritegno.
Vanti troppo i tuoi meriti,
ma io credo che la salvezza della mia spedizione sia stata Afrodite,
e lei soltanto tra tutti gli dei e gli umani.
La tua mente è sottile, e non ti piace dichiarare
che a costringerti a salvarmi è stato Eros con i suoi dardi ineludibili.
Ma su questo non mi dilungherò in particolari:
in qualunque modo tu mi abbia aiutato, va bene così.
Ma dalla mia salvezza hai avuto più di quanto tu non abbia dato,
e te lo dimostrerò.
Innanzi tutto vivi in Grecia, e non in una terra barbara,
e ti sei fatta un’idea della giustizia,
e sai ricorrere alle leggi, senza fare uso della violenza.
E poi tutti i Greci si sono accorti della tua sapienza,
e ti sei procurata buona fama.
Ma se avessi abitato agli estremi confini della terra,
nessuno parlerebbe di te.
Per quel che mi riguarda, non vorrei avere oro in casa,
né intonare il canto meglio di Orfeo13,
se non mi toccasse un destino di gloria.
Non dico altro, riguardo alle mie imprese:
sei stata tu a suscitare uno scontro di parole.
Riguardo ai tuoi rimproveri per le mie nozze regali,
innanzi tutto ti dimostrerò che in questa scelta sono stato accorto,
e poi saggio, e grande amico di te e dei miei figli.
Su, calmati.
Da quando sono venuto qui dalla terra di Iolco,
trascinandomi dietro una folla di sventure senza rimedio,
quale soluzione migliore avrei potuto trovare, poiché ormai ero in esilio,
che prendere in moglie la figlia del re?
No, non l’ho deciso per fastidio del tuo amplesso
(so che è questa l’idea che ti tormenta),
o perché mi avesse stordito il desiderio di una nuova moglie,
e neanche per gareggiare con chi ha molti figli
– quelli che ho mi bastano, e non ho niente da rimproverarmi –
ma perché potessimo vivere bene e senza che ci mancasse nulla:
so che tutti, anche gli amici, scansano chi è povero.
E poi volevo crescere la mia progenie in modo degno del mio casato,
e generare fratelli ai figli che mi hai dato
e metterli tutti insieme, alla pari, in un’unica famiglia, e vivere sereni.
E poi che bisogno hai tu di altri figli?
Io invece ho tutto l’interesse
di beneficiare i figli che ho con quelli che verranno.
È stato forse uno sbaglio prendere questa decisione?
Anche tu diresti di no, se non ti tormentasse l’ossessione del letto.
Ma voi donne pensate di avere tutto, quando va bene a letto.
Ma se qualcosa a letto non va per il verso giusto,
ecco che trasformate le relazioni più nobili e più belle
nelle situazioni più squallide.
I mortali dovrebbero riprodursi in qualche altro modo,
e la schiatta delle femmine non dovrebbe esistere:
così non ci sarebbero disastri per gli umani.
CORO Davvero ben ornato il tuo discorso, Giasone.
Ma anche se non te lo aspetteresti, ti dirò come la penso:
tu hai agito contro giustizia, tradendo la tua sposa.
MEDEA In tante cose la mia opinione è assai diversa da quella dei più:
per me chiunque abbia talento nei discorsi, ma sia ingiusto,
merita la più grande delle punizioni,
perché si vanta di mascherare bene la sua ingiustizia con le chiacchiere,
e poi ha la sfrontatezza di compiere i delitti più meschini.
Ma in realtà non è saggio abbastanza.
Così anche tu adesso, non esibirmi modi garbati e discorsi accorti:
basta una mia parola per stenderti.
Se non fossi stato una canaglia
avresti dovuto sposarti con il mio accordo, e non celebrare le nozze
senza che i tuoi cari ne fossero al corrente.
GIASONE Saresti stata davvero contenta
di metterti al servizio di questo mio disegno, se te ne avessi parlato,
tu che neanche adesso sei disposta a liberarti il cuore da tutta questa furia!
MEDEA Non è stato certo questo a trattenerti,
ma il fatto che il letto di una barbara
non ti avrebbe garantito una vecchiaia gloriosa.
GIASONE Mettitelo bene in testa, ora:
non ho sposato la figlia del re, che adesso è mia moglie,
per desiderio di una donna,
ma, come ho detto anche prima, perché volevo salvarti,
e generare per i miei figli fratelli dello stesso seme regale,
che fossero baluardo per la nostra casa.
MEDEA Mi auguro che non mi tocchi mai una vita beata che reca strazio,
né una prosperità che mi laceri l’animo.
GIASONE Sai come potresti modificare questo augurio
e dimostrarti più saggia?
Augurandoti che l’utile non ti sembri mai doloroso,
e di non reputarti infelice quando tutto ti va bene.
MEDEA Coprimi pure di insulti: sai dove rifugiarti.
Io invece dovrò andarmene in esilio da questa terra, e da sola.
GIASONE Sei stata tu a cercartela: non dare la colpa a nessun altro.
MEDEA Che cosa avrei fatto per meritarmelo?
Ti ho forse preso in moglie e poi tradito?
GIASONE Hai lanciato maledizioni sacrileghe contro i sovrani.
MEDEA E mi ritrovo a essere una maledizione anche per la tua casa.
GIASONE Non ho intenzione
di disquisire ancora con te su questi argomenti.
Ma se vuoi avere un sostegno in denaro
per i figli o per te stessa durante l’esilio,
dimmelo: sono pronto a offrirtelo con generosità
e a mandare contrassegni ai miei ospiti,
che ti tratteranno con ogni riguardo.
Se rifiuti, ti dimostri sciocca, donna.
Placa la tua rabbia, e ne avrai miglior guadagno.
MEDEA Non mi rivolgerei mai ai tuoi ospiti,
e non accetterei mai qualcosa da te.
E tu piantala di farmi offerte:
l’aiuto di un vigliacco non serve a nulla.
GIASONE E allora chiamo a testimoni le divinità:
io sono disposto a aiutare te e i figli con ogni mezzo;
ma tu disdegni i miei benefici,
e nella tua arroganza respingi chi ti vuole bene.
E questo ti procurerà sofferenze ancora più grandi.
MEDEA Vattene via!
Ti assalirà la voglia della ragazza che hai appena sposato,
se stai troppo tempo fuori di casa.
Goditi il tuo matrimonio!
Ma forse – e un dio parla con me –
dovrai rimpiangere di avere contratto queste nozze.

[str. I
CORO Amori smodati
non recano gloria né virtù agli umani.
Ma se Afrodite giunge con misura,
non c’è dea più soave.
O Signora, non scoccare mai contro di me dall’arco d’oro
la freccia ineludibile imbevuta di desiderio!

[ant. I
Sia al mio fianco Sophrosyne14,
che è il dono più bello degli dei,
e Afrodite tremenda non avventi mai contro di me
risse furiose, né contese senza fine
sconvolgendomi di desiderio per il letto di altri,
ma onorando nozze senza contrasti
amministri con accortezza i letti delle donne.

[str. II
O patria, o casa!
Possa non essere mai privata della mia città,
e non mi tocchi una vita piena di ostacoli, disperata,
che è il peggiore dei tormenti.
La morte, la morte
possa domarmi,
prima che per me si compia quel giorno.
Nessun male peggiore
che essere privati della patria.

[ant. II
L’ho visto con i miei occhi,
non parlo per averne sentito dire:
tu soffri lo strazio più tremendo,
ma non una città, non un amico ti compatiranno.
Che muoia, l’ingrato
a cui è lecito disonorare i suoi cari
dopo avere dischiuso la chiave di un animo puro:
non sarà mai mio amico.
EGEO Salve a te, Medea!
È questo il modo migliore di salutare gli amici appena li si incontrano.
MEDEA Salve anche a te, Egeo, figlio del saggio Pandione!15
Da dove vieni?
EGEO Dall’antico oracolo di Apollo.
MEDEA Che cosa ti ha spinto ad andare all’ombelico profetico della terra?
EGEO Volevo sapere che cosa devo fare per avere figli.
MEDEA Per gli dei! Non ne hai ancora avuti?
EGEO No, è questa la sorte che mi ha decretato il dio.
MEDEA Hai moglie, o non hai mai fatto esperienza del letto nuziale?
EGEO Conosco il vincolo del letto nuziale.
MEDEA E che cosa ti ha detto Apollo, riguardo ai figli?
EGEO Parole troppo sapienti, perché mortale possa capirle.
MEDEA E mi è lecito conoscere il responso del dio?
EGEO Certamente: ci vuole proprio una mente saggia.
MEDEA Che cosa ha vaticinato? Dimmelo, se mi è concesso sentirlo.
EGEO Di non sciogliere il piede che sporge dall’otre prima...16
MEDEA Prima di fare che cosa? O di giungere a quale terra?
EGEO ... prima di avere fatto ritorno al focolare paterno.
MEDEA E con quale intenzione ti sei imbarcato per venire qui?
EGEO Vi è un certo Pitteo, sovrano di Trezene...17
MEDEA Figlio – così dicono – di Pelope, e assai rispettoso degli dei.
EGEO Voglio informarlo del responso divino.
MEDEA È uomo sapiente, e di cose del genere se ne intende.
EGEO Ed è anche il più caro dei miei ospiti.
MEDEA Buona fortuna! E che il tuo desiderio sia esaudito.
EGEO Ma perché hai gli occhi sciupati e sei così smunta?
MEDEA O Egeo, il mio sposo è il più infame di tutti gli uomini.
EGEO Che cosa hai detto? Fammi capire meglio perché sei così afflitta.
MEDEA Giasone è ingiusto con me, senza che io gli abbia fatto alcun torto.
EGEO Che cosa ha combinato? Spiegati meglio.
MEDEA Ha un’altra donna, che spadroneggia nella casa.
EGEO Davvero ha osato commettere un’infamia del genere?
MEDEA Sappilo bene: prima mi amava, e ora mi disprezza.
EGEO Perché si è innamorato di lei o perché il tuo letto lo disgusta?
MEDEA Una grande passione: non è nato per essere fedele.
EGEO Vada in malora, se è una canaglia come dici.
MEDEA Gli è venuta la fregola di imparentarsi con i regnanti.
EGEO E chi gli dà sua figlia? Concludi il discorso.
MEDEA Creonte, il signore di Corinto.
EGEO Posso ben capire il tuo tormento, donna.
MEDEA Sono rovinata. E per di più mi cacciano da questa terra.
EGEO Chi? Mi annunci un’altra disgrazia.
MEDEA Creonte mi bandisce da Corinto.
EGEO E Giasone glielo permette? Non mi piace neanche questo.
MEDEA A parole no, ma di fatto ha tutte le intenzioni di tollerarlo.
Ma per questo tuo mento, per le tue ginocchia, ti supplico, ti imploro:
pietà, pietà per me, per questa sciagurata!
Non lasciare che mi caccino via, in un esilio solitario.
Accoglimi nella tua terra, nella tua casa, al tuo focolare.
Così gli dei possano esaudire il tuo desiderio di avere figli,
e tu possa morire felice.
Tu non sai che fortuna hai trovato in me.
Io ti guarirò dalla sterilità e farò in modo che semini una stirpe di figli:
così potenti sono i farmaci che conosco.
EGEO O donna,
sono propenso a farti questo favore per più di un motivo:
innanzi tutto per riguardo agli dei,
e poi per la tua promessa di farmi avere figli,
perché è proprio questo che desidero con tutto il mio essere.
Le cose stanno così, per quanto mi riguarda:
se verrai nella mia terra, cercherò di darti protezione,
perché sono un uomo giusto.
Ma voglio preavvisarti di questo soltanto, donna:
io non ho nessuna intenzione di portarti via da questo paese.
Se però tu, di tua scelta, verrai alla mia casa,
potrai restarci al sicuro, e non ti lascerò in balìa di nessun altro.
Ma tu vai via da questa terra di tua spontanea volontà,
perché non voglio macchiarmi di colpa
neanche nei confronti dei miei ospiti.
MEDEA Va bene.
Ma se mi garantissi tutto questo con un giuramento,
avresti fatto tutto quello che dovevi fare per me.
EGEO Non ti fidi di me? O temi qualche intralcio?
MEDEA Mi fido, ma la casa di Pelia è contro di me, e anche Creonte.
Una volta vincolato a questi giuramenti non potresti consegnarmi a loro,
se volessero trascinarmi via dal tuo paese.
Ma se c’è soltanto un accordo verbale
e non un giuramento di cui sono garanti gli dei,
potresti stringere amicizia con loro
e prestare ascolto alle loro intimazioni.
Io non ho modo di farmi valere,
mentre loro hanno ricchezza e potere regale.
EGEO C’è molta previdenza, donna, nelle tue parole,
e se sei di questo avviso, non rifiuterò di farlo.
Anche per me questa è la soluzione più sicura,
così avrò qualche giustificazione da esibire ai tuoi nemici,
e tu avrai maggiori garanzie: dimmi i nomi degli dei.
MEDEA Giura in nome del suolo della Terra
e del Sole, padre di mio padre, e di tutta la stirpe degli dei.
EGEO Di fare o non fare che cosa? Dimmelo.
MEDEA Che non mi caccerai dalla tua terra,
e che se qualcuno dei miei nemici vorrà trascinarmi via
non lo permetterai, finché sei vivo.
EGEO In nome della Terra e della luce fulgida del Sole,
in nome di tutti gli dei, giuro di fare quello che dici.
MEDEA Va bene così.
E se verrai meno a questo giuramento, che cosa ti succederà?
EGEO Quello che succede ai mortali che offendono gli dei.
MEDEA Parti sereno: è tutto a posto.
E anch’io verrò al più presto nella tua città,
dopo avere fatto quello che ho in mente,
e avere ottenuto quello che voglio.
CORO Possa il figlio di Maia,
il Signore che accompagna i viandanti18,
scortarti alla tua casa, e possa tu compiere
tutto ciò che desideri, a cui fissi il tuo pensiero:
perché davanti ai miei occhi, o Egeo,
ti sei dimostrato uomo generoso.
MEDEA O Zeus e Dike figlia di Zeus!19
O luce del Sole!
Ora trionferò sui miei nemici, mie care.
Ho già imboccato la via.
Ora sì, spero che i miei nemici la pagheranno,
perché quest’uomo mi è apparso come un porto
per il buon esito dei miei piani,
proprio quando mi dibattevo nella difficoltà più grande.
È lì che attraccherò una volta giunta alla città e alla rocca di Atena.
Ormai è tempo che io ti riveli tutto quello che ho in mente:
tu ascoltami, e sappi che parlo sul serio.
Manderò uno dei miei servi da Giasone
e gli chiederò di venire qui da me.
E appena sarà arrivato, gli dirò parole dolci,
che anch’io sono d’accordo, e che mi stanno bene
le sue nozze regali, che ha potuto ottenere tradendomi,
e che è stata una scelta utile e ben pensata.
E gli chiederò che i miei figli restino qui,
non perché li voglia lasciare in una terra ostile
in balìa dei miei nemici e dei loro oltraggi,
ma perché voglio uccidere con l’inganno la figlia del sovrano.
Li manderò con doni, un peplo sottile e una corona d’oro,
[affinché li consegnino alla sposa,
chiedendole di non cacciarli da questa terra].
E quando li prenderà e li indosserà,
farà una fine atroce, la sposina, e chiunque la tocchi:
così micidiali saranno i veleni con cui intriderò quei doni.
Ma adesso basta con questi discorsi:
se penso al delitto che devo compiere, mi viene da piangere.
Ucciderò i miei figli.
Nessuno me li porterà via.
Devasterò tutta la casa di Giasone
e me ne andrò via da questa terra,
per fuggire al massacro di chi amo di più al mondo, i miei figli,
dopo avere affrontato il delitto più empio.
Non si può tollerare che i nemici ridano di noi, mie care.
Avanti!
Perché vivere ancora?
Non ho più patria, non ho più casa, non ho scampo dalle sciagure.
Fu un errore, allora, lasciare la casa paterna,
facendomi abbindolare dalle chiacchiere di un greco
che me la pagherà, se gli dei sono con me.
Non vedrà mai più vivi i figli che gli ho generato,
e non metterà al mondo figli con la sua nuova moglie:
lei, l’infame, deve morire nell’infamia per effetto dei miei veleni.
Nessuno creda che io sia una stupida, o una debole, o una rassegnata.
Al contrario, sono micidiale per i nemici, benevola con gli amici:
chi è di questa tempra ha vita più ricca di gloria.
CORO Poiché mi hai messo al corrente di questo tuo proposito,
voglio aiutarti, e in nome delle leggi umane
ti dissuado dal metterlo in atto.
MEDEA Non ho altra scelta.
Posso comprendere che tu parli così: non soffri quello che soffro io.
CORO Avrai il coraggio di assassinare i tuoi figli, donna?
MEDEA Così mio marito riceverà il morso più feroce.
CORO E tu diventerai la più sciagurata delle donne.
MEDEA Così sia.
Tutte le chiacchiere sono superflue.
Su, vai, e porta qui Giasone:
ricorro a te per tutti gli incarichi di fiducia.

[str.
CORO Ricchi e felici fin dall’antichità
i discendenti di Eretteo, figli degli dei beati20,
nati da una terra sacra e inviolata,
nutrendosi della sapienza più nobile,
sempre incedono con grazia
attraverso l’etere fulgente,
dove dicono che un giorno
le nove Muse della Pieria, le pure,
generarono la bionda Armonia21;

[ant. I
e raccontano che Afrodite,
attingendo alle acque magnifiche del Cefiso22,
effonda sulla loro contrada
soffi miti di vento, che spirano dolcemente.
E cingendosi sempre i capelli
con una corona profumata di rose
invia gli Amori,
che siedono sullo stesso scranno della Sapienza,
coartefici di ogni eccellenza.

[str. II
Come potrà la città dei fiumi sacri,
la contrada ospitale con gli amici,
accogliere insieme con gli altri
te, l’assassina dei figli,
te, la sacrilega?
Pensaci bene,
prima di vibrare il colpo sui tuoi figli!
Pensaci bene,
alla strage di cui ti addossi la colpa!
No! Per le tue ginocchia,
ti supplichiamo
in tutti i modi, con tutte noi stesse:
non assassinare i tuoi figli!

[ant. II
Da dove prenderai il coraggio
† per la tua mente e per la tua mano,
così da vibrare al cuore dei tuoi figli
il fendente della tua audacia terribile? †
Come potrai volgere su di loro lo sguardo
e reggerne il destino di morte
senza versare lacrime?
Non potrai mai,
quando essi si prostreranno supplicandoti,
intridere di sangue la tua mano
con animo spietato.

GIASONE Mi hai convocato, ed eccomi qui.


Anche se mi detesti,
almeno questo non potevo negartelo, e ti starò a sentire:
che cosa vuoi ancora da me, donna?
MEDEA Giasone, ti prego:
perdonami per quello che ti avevo detto.
È naturale, del resto, che tu sopporti i miei scatti di rabbia,
dopo che ci siamo amati così tanto.
Ci ho ripensato, tra me e me, e mi sono rimproverata così:
«Che sciagurata!
Perché faccio la pazza e me la prendo con chi ha scelto il giusto?
Perché muovo guerra ai sovrani del paese e al mio sposo,
che dispone quello che è più utile per me,
prendendosi in moglie una figlia di re, e generando fratelli ai miei figli?
Non placherò la mia furia?
Perché mi affliggo,
quando gli dei provvedono a me nel migliore dei modi?
Non ho forse i miei figli?
Non sono forse consapevole di trovarmi in esilio dalla mia patria,
e che abbiamo pochi amici?»
Facendo queste considerazioni,
mi rendevo conto di essere molto poco lucida,
e che la mia rabbia era assurda.
Ora invece approvo la tua decisione,
e mi sembra che tu sia stato saggio
nel procurarci questo legame di parentela.
Ero stata davvero una stupida,
io che avrei dovuto esserti complice in questo proposito,
e collaborare al suo buon esito, e assistere al tuo matrimonio
e curarmi con gioia della tua sposa.
Ma siamo quello che siamo:
non intendo dire un flagello, ma siamo donne.
E tu non avresti dovuto scendere
sullo stesso piano della mia cattiveria,
né ribattere alle mie sciocchezze con altre sciocchezze.
Lascio perdere, riconosco di avere sbagliato.
Ma adesso ho preso la decisione migliore.
O figli, figli!
Venite qui, uscite dalla casa!
Venite fuori!
Abbracciate vostro padre!
Parlate con lui, come gli parlo io!
Fate come vostra madre:
deponete l’astio di prima contro chi ci è caro!
Abbiamo fatto la pace, è finito il rancore.
Stringete la sua mano!
ÓIMOI come mi rendo conto della sciagura nascosta!
Figli, potrete vivere ancora a lungo,
e tendere le care braccia a vostro padre?
Povera me!
Come cedo facilmente al pianto, come trabocco di angoscia!
Finalmente ho fatto la pace con vostro padre,
ma inondo di lacrime questi visini teneri.
CORO Anche dai miei occhi sgorgano molte lacrime.
Speriamo che non si faccia avanti
una sciagura più grande di quella presente.
GIASONE Apprezzo queste tue parole, donna,
e non rimprovero neanche quelle di prima:
è naturale che la razza delle femmine
si infuri con lo sposo che combina nuove nozze.
Ma il tuo cuore si è convertito al meglio
e anche se ti ci è voluto del tempo,
hai capito quale sia la scelta vincente:
e questo è il comportamento di una donna saggia.
In quanto a voi, figli,
vostro padre vi ha messi bene al sicuro, con l’aiuto degli dei:
penso che un giorno sarete i capi di Corinto, insieme con i vostri fratelli.
Intanto, crescete: al resto provvederà vostro padre
e quelli, tra gli dei, che ci saranno benevoli.
Mi auguro di vedervi raggiungere il culmine della giovinezza
e fiorire nella prosperità, trionfanti sui miei nemici.
Ma tu, perché inondi di lacrime le tue pupille,
e distogli il volto impallidito, e non gioisci di queste mie parole?
MEDEA Non è niente. Stavo pensando a questi miei piccoli.
GIASONE Coraggio! Li sistemerò nel migliore dei modi.
MEDEA Farò come dici e mi fiderò delle tue parole.
Ma la donna è femmina, e si abbandona con facilità alle lacrime.
GIASONE Ma perché questo pianto esagerato sui bambini?
MEDEA Perché sono stata io a partorirli.
E quando auguravi loro di vivere mi sono rattristata,
pensando se questo potrà accadere davvero.
Ma riguardo al colloquio a cui ti ho convocato,
alcune cose te le ho già dette,
e adesso richiamerò alla tua memoria le altre.
Poiché i regnanti hanno deciso di bandirmi da questa terra
– e anche secondo me è proprio questa la cosa migliore, lo capisco bene,
che io non rimanga a vivere qui intralciando te e i sovrani del paese,
dal momento che sembro ostile a questa casa –
ebbene, io me ne andrò via, in esilio.
Ma chiedi a Creonte che non bandisca da questo paese i nostri figli,
affinché siano cresciuti personalmente da te.
GIASONE Non so se riuscirò a convincerlo, ma devo provarci.
MEDEA E allora ordina alla tua donna di chiedere a suo padre
che i tuoi figli non siano cacciati da questa terra.
GIASONE Certo, e penso che riuscirò a convincerla,
se è una donna come tutte le altre.
MEDEA Ti aiuterò in questo tentativo.
Le manderò i doni, lo so bene,
di gran lunga più belli che ci siano:
un peplo sottile e una corona d’oro,
e saranno i nostri figli a consegnarglieli.
Che un’ancella me li porti qui, al più presto!
Sarà felice non una, ma diecimila volte,
perché ha sposato un uomo eccellente come te,
ed entra in possesso di quei beni preziosi
che il Sole, padre di mio padre,
aveva donato ai suoi discendenti.
Su, bambini, prendete questi regali di nozze,
e offriteli alla principessa, alla sposa felice!
Non sono certo da disprezzare, i doni che riceverà.
GIASONE Pazza, perché svuoti le tue mani di queste ricchezze?
Ti sembra che scarseggi di pepli, il palazzo dei re?
Ti sembra che scarseggi d’oro?
Conservali, non darli in regalo!
Come è vero che valgo qualcosa agli occhi di mia moglie,
per lei conterò più delle ricchezze, ne sono sicuro.
MEDEA Piantala!
Si dice che i doni riescano a persuadere anche gli dei.
L’oro vale più di infinite chiacchiere, per i mortali.
La buona sorte è con lei, il dio la fa prosperare,
è così giovane ed è già una regina.
Io darei la mia vita, non solo l’oro,
per risparmiare l’esilio ai miei bambini.
Forza, figli miei, entrate nel palazzo sontuoso
e scongiurate la nuova sposa di vostro padre, e mia padrona,
offritele peplo e corona, imploratela
che non vi bandisca da questo paese!
Bisogna che riceva questi doni
proprio nelle sue mani, al più presto.
Presto, andate! Fate tutto per bene!
E poi tornate, riportando a vostra madre
il lieto annuncio che ha raggiunto il suo scopo.

[str. I
COROOra non nutro più speranza
che i figli vivranno, non più.
Ormai avanzano verso il massacro.
Accetterà la sposa, accetterà,
per sua sventura,
i diademi d’oro, la rovina.
Cingerà i suoi capelli biondi
con i monili di morte,
lei stessa, con le sue mani.

[ant. I
Il loro fascino, lo splendore immortale
la spingeranno a indossare il peplo,
la corona istoriata d’oro:
ormai presso i morti
indosserà l’abito da sposa.
È questo il laccio,
questo il destino di morte
in cui cadrà, sciagurata.
Non ci sarà scampo, per lei, dalla rovina.

[str. II
E tu, o infelice,
o sposo funesto, genero di sovrani,
non lo sai, ma distruggi la vita dei tuoi figli,
e rechi una morte atroce alla tua sposa.
O sventurato, come ti inganni sul tuo destino!

[ant. II
Compiango il tuo strazio,
o madre infelice dei figli,
che li ucciderai
per l’offesa del letto nuziale
che lui ha abbandonato
contro la legge e contro di te,
per dividere la casa con un’altra sposa.

PEDAGOGO Padrona, ecco i tuoi figli!


Non dovranno più andare in esilio,
e la sposa regale ha ricevuto con gioia i doni nelle sue mani.
Là dentro tutto a posto, per i tuoi bambini.
ÉA
Perché ti irrigidisci sconvolta,
proprio quando la sorte ti è propizia?
[Perché ti volti dall’altra parte
e non accogli con gioia quello che ti sto dicendo?]
MEDEA AIÁI
PEDAGOGO Questo lamento non si accorda al mio annuncio.
MEDEA AIÁI ancora una volta!
PEDAGOGO Forse non mi accorgo che ti sto annunciando una sciagura,
e mi ingannavo, pensando di riferirti una buona notizia?
MEDEA Hai annunciato quello che hai annunciato.
Non è te che rimprovero.
PEDAGOGO E perché abbassi lo sguardo e piangi a dirotto?
MEDEA Non posso fare altrimenti, vecchio.
Questo piano lo abbiamo ordito insieme,
gli dei e io, con la mia mente distorta.
PEDAGOGO Coraggio! Un giorno ritornerai anche tu, grazie ai tuoi figli.
MEDEA Ma prima porterò laggiù qualcun altro, per mia disgrazia.
PEDAGOGO Non sei l’unica a doverti distaccare dai figli:
i mortali devono abituarsi a sopportare le sciagure.
MEDEA Farò come dici. Ma tu entra in casa
e occupati di tutto ciò che è necessario ogni giorno ai bambini.
O figli, figli!
Vi attendono una città, una casa,
dove vivrete per sempre senza vostra madre
abbandonandomi alla mia infelicità!
Io vado in esilio, in un’altra terra,
prima di poter gioire di voi e assistere alla vostra felicità,
prima di esultare per le vostre nozze e per la sposa e il letto nuziale,
prima di innalzare la torcia nel rito.
Povera me, per il mio orgoglio ostinato!
Inutile, o figli, avervi cresciuti,
inutile avere patito e essermi consumata nelle doglie,
reggendo i dolori lancinanti del parto.
Eppure un giorno io, l’infelice, riponevo in voi molte speranze,
che mi avreste assistito nella vecchiaia e, dopo che fossi morta,
avreste composto con le vostre mani il mio cadavere,
cura invidiabile, per gli umani.
Ma adesso è svanita quella dolce illusione: senza di voi
trascinerò una vita piena di tristezza e di tormento.
E voi non vedrete mai più con i vostri occhi la madre,
perché passerete ad altra vita.
PHÉU PHÉU perché mi guardate così, bambini miei?
Perché mi sorridete con quell’ultimo sorriso?
AIÁI che cosa farò?
Mi si schianta il cuore, donne,
a guardare gli occhi luminosi dei miei figli.
Non potrei mai farlo: addio ai miei piani di prima.
Porterò i miei bambini con me, via da questa terra.
Perché raddoppiare le mie sventure,
per far soffrire il padre con la loro rovina?
No, non lo farò.
Non io.
Addio ai miei piani.
Ma che cosa mi sta succedendo?
Voglio forse farmi deridere dai nemici, lasciandoli impuniti?
Devo trovare il coraggio di uccidere i miei figli.
Che vigliacca,
anche soltanto a ospitare nell’animo questi pensieri troppo teneri!
Entrate in casa, figli!
E se qualcuno non ritiene lecito assistere ai miei sacrifici, sono affari suoi:
io non fermerò la mia mano.
ÁÁ
No, cuore, non farlo!
Lasciali, disgraziata!
Risparmia i miei figli, cuore!
Vivendo con noi, laggiù, ti faranno felice.
No, per i demoni vendicatori dell’Ade, che stanno sotto terra,
non consegnerò mai i miei figli agli oltraggi dei nemici!
[Devono assolutamente morire.
E poiché devono morire, a ucciderli sarò io che li ho generati].
È già fatto compiuto, e lei non sfuggirà alla morte.
Ecco che si è già messa in testa la corona.
Ecco che la sposa regale muore dentro il peplo.
Lo so.
Ecco che mi incammino per la pista più sciagurata,
e condurrò i miei bambini per una pista più sciagurata ancora.
Voglio dire addio ai miei figli.
Date, bambini, date alla mamma la vostra manina
perché possa posarvi un bacio.
O manina adorata!
O bocca adorata!
O bellezza, o lineamenti nobili dei miei figli!
Siate felici! Ma laggiù.
La vita in questo mondo ve l’ha strappata vostro padre.
O dolce abbraccio! O pelle tenera!
O dolcissimo respiro dei miei bambini!
Andate! Andate!
Non sono più in grado di posare † su di voi il mio sguardo †:
le sciagure mi hanno sconfitta.
E mi accorgo del male che sto per compiere,
ma più potente dei miei piani è la furia del cuore,
che per i mortali è causa delle più grandi sventure.
CORO Già molte volte
mi sono addentrata in discorsi fin troppo sottili,
spingendomi a scontri dialettici
maggiori di quelli che dovrebbe affrontare la razza delle femmine.
Ma posso farlo perché anche noi abbiamo una Musa
che ci avvicina per condurci alla sapienza.
Non tutte, certo, ma tra le tante
forse potresti trovarne una piccola schiera:
non è del tutto estranea alle Muse la razza delle donne.
E affermo che tra i mortali
coloro che non hanno mai fatto esperienza di figli
e non ne hanno mai generati
sono più felici di chi ne ha messi al mondo.
Chi è senza figli, poiché non ne ha esperienza,
non sa se sia gioia o tormento l’averne,
proprio perché non gli sono capitati,
e così sta alla larga da molte inquietudini.
Ma chi ha nella sua casa il dolce germoglio di figli,
costoro li vedo sfiancati dalle preoccupazioni per tutta la vita:
innanzi tutto su come crescerli bene e come lasciare loro di che vivere.
Poi, non è sicuro se si diano tanta pena
per figli che non valgono nulla o per figli eccellenti.
E dirò anche di una sciagura che è la peggiore per tutti i mortali:
ammettiamo che abbiano di che vivere,
e siano nel fiore della giovinezza, e siano venuti su eccellenti.
Ma se così decreta il destino,
ecco che arriva la Morte e si avvia giù nell’Ade,
trascinando via i loro corpi.
Perché, oltre alle altre disgrazie gli dei avventano sui mortali
anche questo strazio a causa dei figli,
la più triste di tutte le sventure?

MEDEA Mie care, da tempo aspetto che accada l’evento,


e sto all’erta per sapere come andranno a finire le cose dentro il palazzo.
Ma ecco che vedo arrivare il servo di Giasone:
ansima, e questo vuol dire che ci annuncerà qualche nuova disgrazia.
MESSAGGERO O tu che contro ogni legge
hai compiuto un delitto tremendo,
fuggi, fuggi, Medea, sali su una nave o su un carro!
MEDEA Che cosa è successo di tanto grave per cui dovrei fuggire?
MESSAGGERO È appena morta la principessa.
E anche Creonte, suo padre, è morto per effetto dei tuoi veleni.
MEDEA Che annuncio stupendo!
D’ora in poi ti annovererò tra i miei amici e benefattori.
MESSAGGERO Che cosa dici?
Sei in te, e non stai delirando, donna,
tu che dopo avere devastato la casa dei re
ti delizi a sentirtelo dire e non dai segno di paura?
MEDEA Avrei anch’io qualche argomento
con cui replicare a queste tue parole.
Ma datti pazienza, amico, e dimmi: come sono morti?
Mi renderai doppiamente felice,
se sono morti della morte più atroce.
MESSAGGERO Quando i tuoi due figli arrivarono con il padre
ed entrarono nelle stanze della sposa,
noi servi che soffrivamo per le tue disgrazie ne fummo felici.
E subito correva di orecchio in orecchio l’annuncio
che tu e tuo marito avevate fatto la pace.
C’era chi baciava le mani dei bimbi, chi la testolina bionda.
Anch’io ero contento di accompagnare i tuoi figli
negli appartamenti delle donne.
La padrona, a cui adesso vanno gli onori che un tempo tributavamo a te,
prima di vedere i tuoi due bambini,
volge su Giasone il suo sguardo innamorato.
Ma poi si coprì gli occhi e girò dall’altra parte il suo viso candido,
disgustata per l’arrivo dei tuoi figli.
E tuo marito placava lo sdegno e la rabbia della giovinetta con queste parole:
«Non odiare chi amo, deponi la tua collera e voltati,
considera tuoi cari coloro che lo sono per il tuo sposo.
Accetta i doni e chiedi a tuo padre di liberarli dall’esilio, per amor mio».
E lei, a vedere il peplo e il diadema, non seppe resistere
e cedette a tutte le richieste dello sposo.
E prima che il padre e i tuoi figli fossero lontani dalla casa
prende il peplo multicolore e lo indossa;
e dopo essersi messa sui riccioli il diadema d’oro
si acconcia i capelli davanti allo specchio fulgido,
sorridendo all’immagine inanimata del suo corpo.
Poi si alza dal seggio e attraversa le stanze,
incedendo con eleganza sul candido piede,
e gioisce fin troppo dei doni, e più di una volta
si volta indietro, sulla punta dei piedi, per rimirarsi tutta quanta.
Quello che accadde dopo fu spettacolo tremendo a vedersi:
muta colore, arretra sghemba, è tutta un tremito,
e a stento riesce a rovesciarsi su un seggio, a non cadere per terra.
E una vecchia ancella, pensando che l’avesse assalita
la furia di Pan o di qualcun altro degli dei, lanciò l’urlo rituale23.
Ma poi vede una bava bianca che le cola dalla bocca
e lei che rovescia le pupille nelle orbite:
non c’era più sangue nel suo corpo.
Allora al suo urlo di prima si sostituì un alto grido di dolore.
E subito un’ancella accorse alle stanze del padre,
e un’altra a quelle dello sposo,
a riferire la disgrazia che era successa alla giovane donna.
E tutte le stanze rimbombavano di passi fitti, di corsa.
Trascorso l’arco di tempo in cui un corridore rapido,
avanzando a grandi passi, avrebbe percorso uno stadio di sei plettri24,
la poveretta interruppe il suo silenzio, riaprì gli occhi
e si svegliò lanciando un gemito tremendo.
Due sciagure si abbattevano su di lei:
la corona d’oro che le circondava la testa
emetteva uno spaventoso torrente di fuoco divoratore,
e il peplo sottile, dono dei tuoi figli,
corrodeva la carne candida della sciagurata.
In balìa delle fiamme si alza dal seggio e fugge,
agitando i capelli e la testa in tutte le direzioni,
per liberarsi dalla corona.
Ma l’oro rimaneva saldamente attaccato,
e quanto più lei scuoteva i capelli,
tanto più il fuoco raddoppiava la vampa.
Cade a terra, vinta dalla sventura,
e nessuno, fuorché suo padre, può riconoscerla:
non si distingueva più la forma degli occhi,
né i nobili lineamenti del volto,
ma – visione atroce – da sopra la testa
il sangue gocciolava misto al fuoco,
e le carni, come lacrime di resina dai tronchi di pino,
colavano giù dalle ossa sotto i morsi non visibili del veleno.
E tutti avevano paura a toccare il cadavere:
la fine che aveva fatto ci era maestra.
Ma il povero padre non pensa alla sciagura.
Entra in casa all’improvviso, si slancia sulla morta.
Subito leva un lamento, e la abbraccia e la bacia dicendo:
«O mia povera figlia, quale demone
ti ha fatto morire di una morte così disonorevole?
Chi ti porta via a questo vecchio che ormai è sull’orlo del sepolcro?
Ohimè come vorrei seguirti nella morte, figlia mia!»
E dopo avere finito di piangere e lamentarsi,
voleva sollevare il suo vecchio corpo,
ma rimaneva attaccato al peplo sottile,
come l’edera ai rami dell’alloro.
Era una lotta terribile.
Lui avrebbe voluto sollevare il ginocchio, lei lo avvinghiava.
Se riusciva a fare forza, strappava via dalle ossa le sue vecchie carni.
Alla fine ci rinunciò, l’infelice, e morì, schiantato dal dolore.
Giacciono morti, la figlia e il vecchio padre,
vicini: † sciagura che suscita pianto †.
Non intendo parlare di ciò che ti riguarda:
tu stessa saprai come scampare alla punizione.
Ho sempre pensato che le cose umane siano solo ombra,
e non avrei timore a dire che quanti, tra i mortali,
hanno fama di sapienti, o di scandagliatori del pensiero,
devono essere ritenuti i più grandi stupidi:
nessuno è felice, tra i mortali.
Chi diventa ricco, è più fortunato di un altro.
Ma non è felice, mai.
CORO Sembra che in questo giorno il dio
abbatta molte sciagure su Giasone, come è giusto.
[O sventurata, come compiangiamo le tue disgrazie, o figlia di Creonte,
che discendi nella dimora di Ade per le tue nozze con Giasone!]
MEDEA Mie care, ho deciso quello che farò:
ucciderò il più presto possibile i miei figli
e me ne andrò via da questa terra.
Se perdo tempo, non vorrei che fossero uccisi
da un’altra mano, meno benevola.
Devono morire, assolutamente.
E poiché devono morire,
li ucciderò io che li ho messi al mondo.
Forza, armati, cuore!
Ma perché ritardiamo a compiere un crimine tremendo e necessario?
Avanti, mia mano sventurata, impugna la spada!
Impugnala, avviati verso il traguardo straziato della vita!
Non fare la vigliacca.
Non ricordarti dei bambini che ami tanto, che hai partorito:
solo per il breve corso di questo giorno
dimenticali! E poi, piangi.
Perché anche se li ucciderai, tu li ami.
Io sono una donna di sventura.
[str. I
CORO IÓ Terra e raggio abbacinante del Sole,
guardatela, guardatela
la donna maledetta,
prima che avventi sui suoi figli
la mano assassina, suicida!
Sono germogli nati dal tuo seme d’oro,
ed è spaventoso che sangue divino
assurdamente cada al suolo per mano di umani.
O luce divina,
tienila lontano, fermala, sradicala via dalla casa,
la disgraziata, sanguinaria Erinni25
sospinta dai demoni della vendetta!

[ant. I
Sprecata,
la cura faticosa dei figli.
Inutile,
avere partorito una prole adorata,
o tu che lasciasti il varco inospitale
delle Simplegadi, le rupi scure.
O sventurata,
perché su di te, sul tuo animo,
si abbatte una furia nefasta,
e assassinio su assassinio, nell’odio?
Terribili, per i mortali
le contaminazioni di sangue consanguineo
versato sulla terra;
tormenti appropriati, inviati dal dio
si abbattono sulle dimore,
di chi uccide i propri congiunti.

I FIGLI (da dentro la casa) IÓ MÓI MOI

[str. II
CORO Lo senti il grido? Lo senti l’urlo dei tuoi figli?
FIGLIO I ÓIMOI che cosa farò?
Dove potrò fuggire alle mani della madre?
FIGLIO II Non lo so, mio fratello adorato. Siamo morti.
CORO Devo entrare nella casa? Voglio evitare che massacri i suoi figli.
FIGLIO I Sì, in nome degli dei!
Venite ad aiutarci: ne abbiamo bisogno.
FIGLIO II È una trappola! Sta per trafiggerci con la spada.
CORO Disgraziata, allora eri davvero di pietra o di ferro,
tu che ucciderai con le tue stesse mani
la messe di figli che hai partorito.

[ant. II
Una sola, una sola
tra tutte le donne dell’antichità
ho sentito dire che aggredì con le sue mani i suoi piccoli:
Ino, posseduta dalla follia per opera degli dei,
quando la moglie di Zeus la cacciò dalla casa
condannandola a vagabondare.
E la sventurata si gettò in mare
e fece strage sacrilega dei figli:
slanciando il piede oltre la riva del mare
morì trascinando con sé nella morte i suoi due bambini26.
Che cosa potrebbe accadere di più atroce?
O letti molto tormentati delle donne,
quanta rovina avete già portato ai mortali!

GIASONE O donne, voi che state nei pressi di questo palazzo,


dov’è Medea, che ha commesso questi delitti atroci?
È ancora in casa o è fuggita via?
Dovrà occultarsi sotto terra,
oppure librarsi con le ali verso gli abissi dell’etere,
per non subire la vendetta dei re.
O si illude di poter fuggire impunemente da questa reggia
dopo avere assassinato i sovrani del paese?
Non è di lei che mi preoccupo, ma dei miei figli.
Lei riceverà del male da coloro ai quali ne ha fatto.
Io sono venuto per salvare la vita dei miei figli:
non vorrei che i miei parenti facessero loro qualcosa
per vendicarsi del massacro sacrilego
compiuto dalla madre.
CORO O sventurato!
Non lo sai, Giasone, a che punto di sventura sei giunto?
Altrimenti non avresti parlato così.
GIASONE Che cosa è successo? Vuole forse assassinare anche me?
CORO I tuoi bambini sono morti:
è stata la loro madre a ucciderli, con le sue mani.
GIASONE ÓIMOI, che cosa vuoi dire? Mi hai ucciso, donna.
CORO I tuoi figli non esistono più, sappilo.
GIASONE E dove li ha assassinati?
CORO Apri la porta, e vedrai il massacro dei tuoi figli.
GIASONE Presto, servi! Allentate le spranghe, aprite i battenti!
Voglio vedere la mia doppia rovina: i miei figli cadaveri,
e la donna su cui devo abbattere la mia punizione.

MEDEA Perché scuoti la porta e tenti di sfondarla,


cercando i cadaveri dei tuoi figli, e me, che li ho assassinati?
Fatica sprecata:
se è di me che hai bisogno, parla, dimmi cosa vuoi.
Ma non potrai mai toccarmi con le tue mani.
Helios, padre di mio padre,
mi ha dato questo carro come difesa dai nemici27.
GIASONE O creatura orrenda!
O donna più di qualunque altra detestata
dagli dei, da me e da tutto il genere umano,
tu che hai osato trafiggere con la spada i figli che hai partorito
e hai distrutto anche me, lasciandomi senza di loro!
E dopo avere commesso questi delitti,
dopo avere osato l’azione più sacrilega,
osi ancora volgere lo sguardo sul cielo e sulla terra?
Crepa!
Adesso ragiono, io che prima sragionavo,
quando ti condussi, flagello immane,
da una casa e da una terra barbara in una reggia greca,
proprio te, che hai tradito il padre e la terra che ti ha nutrito.
Gli dei hanno avventato contro di me il tuo demone della vendetta.
Hai ammazzato tuo fratello presso il focolare domestico28
e ti sei imbarcata sulla nave Argo dalla bella prua.
È stato questo il tuo esordio.
E dopo esserti sposata con me e avermi partorito dei figli
li hai massacrati per una questione di letto.
Nessuna donna greca
sarebbe mai stata così temeraria da spingersi a tanto.
Ma io mi sono unito in matrimonio con te,
in un vincolo per me ostile, esiziale,
con te, che sei una leonessa, non una donna,
e hai tempra più feroce di Scilla che si annida nella costa tirrenia29.
Ma non riuscirei a morderti l’animo neanche con migliaia di insulti,
perché la tua impudenza non ha freno.
Ti auguro di crepare, autrice di crimini osceni,
assassina contaminata dal sangue dei tuoi figli.
Non mi resta che piangere sulla mia sorte:
non potrò gioire delle nuove nozze, né potrò parlare, da vivi,
ai figli che ho messo al mondo e allevato,
perché li ho perduti.
MEDEA Potrei replicare alle tue parole con un lungo discorso,
se Zeus padre non sapesse il male che mi hai fatto
in cambio del bene che hai ricevuto da me.
Non dovevi disonorare il mio letto,
per poi spassartela e riderne in cuor tuo.
E neanche la principessa e Creonte che te l’ha data in sposa
avrebbero dovuto pensare di passarla liscia,
cacciandomi da questa terra.
Nonostante questo, chiamami pure leonessa, se vuoi,
o Scilla che si annida nella costa tirrenia:
ho restituito il colpo al tuo cuore, perché così doveva essere.
GIASONE Anche tu sei straziata dal dolore e spartisci con me il tormento.
MEDEA Sappilo bene:
è un guadagno, il tormento, purché tu non possa ridere di me.
GIASONE O figli, che madre infame avete avuto in sorte!
MEDEA O figli, come vi ha uccisi la pazzia di vostro padre!
GIASONE Non è stata la mia mano a massacrarli.
MEDEA È stata la tua tracotanza, e le tue nuove nozze.
GIASONE Hai deciso di ammazzarli per gelosia.
MEDEA Pensi che per una donna questo sia un dolore da nulla?
GIASONE Sì, se è saggia. Ma in te tutto è cattiveria.
MEDEA Ecco, i tuoi figli non esistono più: e questo ti morderà l’animo.
GIASONE Ci sono invece – ÓIMOI –
e incombono sul tuo capo come demoni della vendetta!
MEDEA Lo sanno gli dei chi è stato a dare inizio a questa sciagura.
GIASONE Certo, conoscono il tuo animo disgustoso.
MEDEA Odiami. Ma io detesto i tuoi rimproveri: mi infastidiscono.
GIASONE E io i tuoi: ci sarà facile separarci.
MEDEA Come? Che cosa devo fare?
Anch’io lo desidero spasmodicamente.
GIASONE Lascia che io seppellisca i morti e pianga su di loro.
MEDEA No di certo, perché li seppellirò io con questa mia mano,
dopo averli portati al sacrario di Era Acraia30,
perché nessuno dei nemici possa oltraggiarli, rovesciando il loro sepolcro.
E qui, in questa terra di Sisifo31,
istituirò una festa sacra e riti espiatori per tutto il tempo a venire,
a contraccambio di questa strage sacrilega.
E io stessa me ne andrò nella terra di Eretteo,
per vivere con Egeo, figlio di Pandione32.
Tu invece infame come sei, morirai giustamente nell’infamia,
colpito alla testa da un pezzo della nave Argo,
e vedrai la fine amara delle nostre nozze33.
GIASONE Possano distruggerti l’Erinni dei figli
e Dike vendicatrice dei delitti di sangue.
MEDEA Quale dio, quale demone credi che ti ascolterà,
traditore dei giuramenti, ingannatore degli ospiti?
GIASONE PHÉU PHÉU lurida assassina dei tuoi figli!
MEDEA Vai a casa, a seppellire tua moglie!
GIASONE Vado, ma senza i miei due figli.
MEDEA E questo non è ancora vero pianto: aspetta di essere vecchio.
GIASONE O miei figli carissimi!
MEDEA Alla madre, non a te.
GIASONE È per questo che li hai ammazzati?
MEDEA No: li ho uccisi per farti soffrire.
GIASONE ÓMOI povero me!
Come vorrei la bocca adorata dei miei figli, per coprirla di baci!
MEDEA Adesso parli con loro,
adesso vuoi abbracciarli, tu che prima li rifiutavi.
GIASONE In nome degli dei,
concedimi, di sfiorare il corpo tenero dei miei piccoli!
MEDEA Non è possibile: getti parole al vento.
GIASONE O Zeus, lo senti cosa dice, come mi respinge,
che cosa subisco da questa immonda leonessa assassina dei figli?
Ma per quanto mi è lecito e per quanto posso,
io intono per loro il canto funebre
e invoco gli dei, e li chiamo a testimoni
che dopo avere assassinato i miei figli
mi impedisci di accarezzarli
e di seppellire i loro cadaveri.
O se non li avessi mai messi al mondo,
per non vederli uccisi da te!
CORO Molte sono le forme delle cose divine
molti eventi inattesi portano a compimento gli dei:
e quello che ci aspettavamo non è accaduto,
mentre il dio ha trovato un varco per l’imprevedibile.
Così è finita questa vicenda34.
IPPOLITO
Personaggi
AFRODITE
IPPOLITO
CORO SECONDARIO DI CACCIATORI
SERVO
CORO DI DONNE
NUTRICE DI FEDRA
FEDRA
TESEO
MESSAGGERO
SERVI
ARTEMIDE

Scena: a Trezene, davanti alla reggia di Teseo. C’è una statua di Artemide e una di
Afrodite
AFRODITE Potente e gloriosa tra i mortali e nel cielo,
il mio nome è Cipride1.
Io rendo onore a quanti vivono e vedono la luce del sole
tra il Ponto e i confini del monte Atlante2, e venerano il mio potere,
ma abbatto chi è tracotante nei miei riguardi:
anche agli dei piace essere onorati dagli umani.
E dimostrerò subito che dico la verità.
Il figlio di Teseo, Ippolito,
partorito da un’Amazzone e educato dal devoto Pitteo3,
è l’unico tra i cittadini di Trezene4
a dire che sono la peggiore tra le dee.
Disdegna i letti, rifiuta le nozze
e onora Artemide, la sorella di Apollo, la figlia di Zeus.
La ritiene la più grande delle dee,
ed è sempre con la dea vergine nelle foreste verdi
a fare strage di bestie selvatiche, grazie alle cagne veloci5:
relazione eccessiva, per un mortale.
Non è per questo che ce l’ho con lui: che cosa me ne importa?
Ma mi vendicherò oggi stesso delle offese di Ippolito.
E non devo sforzarmi troppo, perché il più è già fatto.
Un giorno, quando Ippolito partì dalla casa di Pitteo
per andare ad assistere e celebrare i sacri misteri di Pandione6,
Fedra, la nobile sposa di suo padre, lo vide,
e per mia volontà, fu presa subito nel cuore
da un amore tremendo per lui,
e prima di venire qui a Trezene
fece innalzare sulla rocca di Atena, proprio di fronte a questa terra,
un tempio dedicato ad Afrodite
poiché si era innamorata di un amore straniero7:
e in futuro le genti diranno
che il tempio della dea fu fondato per Ippolito8.
Ma dopo che Teseo ha abbandonato la terra di Cecrope9
fuggendo alla contaminazione
per avere versato il sangue dei figli di Pallante10
ed è venuto fin qui attraverso il mare con la sua sposa
accettando un anno di esilio lontano dalla sua terra,
Fedra piange, sconvolta dagli aculei di eros,
e si strugge di infelicità, in silenzio,
e nessuno dei suoi riesce a capire quale sia il morbo che la affligge.
Ma il suo amore non deve finire così:
lo rivelerò a Teseo, e lui sarà smascherato.
E il padre ucciderà il giovinetto che mi dichiara guerra,
avvalendosi del privilegio che gli ha accordato Poseidone sovrano del mare,
di invocare tre volte maledizioni che non cadono a vuoto11.
E Fedra conserverà il suo onore, ma morirà:
non posso preoccuparmi della sua brutta fine,
tanto da privarmi del piacere
di far pagare ai miei nemici l’offesa che mi hanno recato.
Ma ecco, vedo arrivare il figlio di Teseo,
che ha appena finito di dedicarsi alle fatiche della caccia.
Io me ne vado.
C’è con lui un ampio seguito di servitori
che celebrano la dea Artemide con i loro canti.
Non lo sa, che le porte dell’Ade si sono già spalancate,
e che in questo giorno vede la luce per l’ultima volta.
IPPOLITO Seguitemi! Seguitemi!
Levate i vostri canti in onore di Artemide celeste,
figlia di Zeus, che veglia su di noi!
IPPOLITO E SERVI Signora, signora veneranda, stirpe di Zeus,
salve, salve a te Artemide,
figlia di Leto e di Zeus,
di gran lunga la più bella tra le vergini,
tu che nell’ampio cielo
dimori nella nobile reggia di tuo padre, ricca d’oro!
Salve a te
o bellissima, la più bella
delle dee che abitano l’Olimpo!
IPPOLITO A te, o Signora,
io porto questa corona intrecciata,
di fiori raccolti dove il pastore non si azzarda
a pascolare le greggi, né giunge mai la falce,
in un prato puro, attraversato dalle api in primavera,
e che Pudore rinfresca con la rugiada del fiume.
Solo chi ha sapienza eterna in tutte le cose,
impressa nella sua indole, non imparata da altri,
può mieterne i fiori, proibiti ai malvagi.
O amata Signora, accogli da mani devote
questa corona, per i tuoi capelli d’oro.
Solo tra tutti i mortali, ho questo privilegio:
stare con te, parlarti, udire la tua voce
anche se non scorgo il tuo volto.
Mi auguro che la fine della mia vita
possa essere così, come l’ho cominciata.
SERVO O signore
– perché solo gli dei dobbiamo chiamare padroni –
accetteresti da me un buon consiglio?
IPPOLITO Certo: altrimenti mi dimostrerei il contrario di saggio.
SERVO Conosci la legge stabilita per i mortali...
IPPOLITO Non capisco di cosa stai parlando.
SERVO ... che impone di detestare chi è superbo e inamabile?
IPPOLITO È vero: chi tra i superbi non è odioso ai mortali?
SERVO E non è vero che chi è affabile riscuote favore?
IPPOLITO Verissimo, e ottengono guadagni con poca fatica.
SERVO E non credi che lo stesso valga per gli dei?
IPPOLITO Sì, se noi mortali seguiamo le loro stesse usanze.
SERVO E perché tu non rivolgi il saluto a una dea veneranda?
IPPOLITO Quale dea? Attento a quello che dici.
SERVO Afrodite, che è là vicino alla tua porta.
IPPOLITO La saluto da lontano perché sono casto.
SERVO Ma è una dea veneranda, illustre tra i mortali.
IPPOLITO Dei, umani: ognuno ha le sue preferenze.
SERVO Ti auguro di essere felice, e di avere tutta la saggezza che ti serve.
IPPOLITO Non mi piace nessuno degli dei che vengono onorati di notte12.
SERVO Ragazzo mio, bisogna onorare tutte le divinità.
IPPOLITO Fatevi avanti, miei accompagnatori,
entrate in casa, pensate a mangiare!
Dopo la caccia, una tavola imbandita fa piacere.
E bisogna strigliare i cavalli,
così dopo mangiato li aggiogherò ai carri
e li impegnerò negli esercizi di cui hanno bisogno.
E tu salutami tanto la tua Afrodite.
SERVO Io, invece,
poiché non si devono imitare i giovani che la pensano così,
come si conviene a un servo,
leverò preghiere al tuo simulacro, o Afrodite Signora.
Devi essere comprensiva,
se qualcuno per intemperanza giovanile
pronuncia parole assurde nei tuoi riguardi.
Fai come se non lo avessi sentito:
bisogna che gli dei siano più saggi dei mortali.

[str. I
CORORaccontano di una roccia
che stilla acqua di Oceano dalle balze del monte
facendo sgorgare una fonte di acqua sorgiva
che si può attingere con le anfore13.
Proprio là c’era una mia amica,
che bagnava vesti purpuree nell’acqua corrente
per poi stenderle sul dorso caldo
della roccia battuta dal sole.
È stata lei per prima
a riferirmi notizie sulla padrona:

[ant. I
sta rintanata in casa, sfinita,
nel suo letto di malattia,
e un velo sottile ombreggia i suoi capelli biondi.
E mi hanno detto che ormai sono due giorni
che non accosta cibo alla bocca
e mantiene il corpo puro
dal frutto di Demetra14,
e nel suo tormento segreto
vuole soltanto approdare
al termine infelice di morte.

[str. II
Sei posseduta da un dio, figlia mia,
da Pan, o da Ecate,
o dai Coribanti degni di venerazione,
o dalla Madre delle montagne?15
† ... † Oppure ti struggi
per avere mancato nei confronti di Dictinna16,
la dea cacciatrice,
lasciandola senza le offerte che le spettano?
Essa incede nella palude e sulla spiaggia,
sui gorghi d’acqua marina17.

[ant. II
O una qualche relazione segreta nella casa
porta al pascolo il tuo sposo
il capo degli Eretteidi, il nobile18,
e lo allontana dal tuo letto?
Oppure salpando da Creta è approdato qui,
a questo porto assai ospitale con i naviganti,
un marinaio che reca alla regina qualche notizia
che ha incatenato al letto il suo animo
per lo strazio, l’angoscia?

[ep.
Convive con il temperamento intrattabile delle donne
una angosciosa, infelice impotenza
di doglie e deliri.
Ha trapassato anche il mio ventre
una volta, questa bufera.
Ma gridai invocando
Artemide celeste, propiziatrice dei parti,
Signora degli archi19,
e grazie agli dei mi frequenta sempre
la dea da me molto onorata.
Ma ecco davanti alla soglia la vecchia nutrice
che accompagna la signora fuori dal palazzo:
voglio sapere che cosa ha devastato il suo corpo,
che cosa le ha fatto mutare colore.

NUTRICE O sciagure dei mortali! O malattie odiose!


Che cosa devo fare per te? Che cosa non fare?
Eccoti la luce, eccoti il cielo rifulgente!
Il tuo letto di inferma adesso è fuori dal palazzo,
ma sulle tue sopracciglia si ingigantisce la nube odiosa.
Dicevi soltanto di voler venire qui,
ma ben presto smanierai per tornare nelle tue stanze,
perché cambi idea di continuo e non riesci a gioire di nulla,
non ti piace niente di quello che hai a disposizione,
e ciò che è lontano ti sembra più desiderabile.
Meglio essere ammalati che fare da medici agli altri:
la prima cosa è semplice, mentre disagio dell’animo e fatica di braccia
attendono chi deve prestare le cure.
La vita degli umani è tutta dolore, e non c’è tregua agli affanni.
Forse esiste qualcosa d’altro, più desiderabile della vita,
ma la tenebra lo circonda, lo occulta dietro le nuvole.
Amanti mal riamati, così sembriamo,
di questa luce che rifulge sulla terra,
perché di un’altra vita
non abbiamo esperienza
e di ciò che sta sotto la terra non c’è rivelazione:
ci trascinano favole vane.
FEDRA Alzatemi, sollevatemi la testa: mi sento mancare.
Reggetemi per le braccia, ancelle!
Troppo pesante, questa benda sulla mia testa.
Toglila via, scioglimi i riccioli sulle spalle!
NUTRICE Coraggio, figlia,
non stravolgerti così.
Sopporterai meglio la malattia
con calma e nobiltà d’animo:
per i mortali non c’è scampo dal dolore.
FEDRA AIÁI
come vorrei attingere acque pure
da una sorgente fresca,
e trovare ristoro distesa sotto i pioppi
o in un prato fitto di erbe!
NUTRICE Figlia, cosa dici?
Non vorrai parlare così davanti a tutti,
vomitando discorsi allucinati?
FEDRA Portatemi sulla montagna:
andrò nella boscaglia e tra i pini
dove i cani da caccia
braccano i cervi screziati, e li assaltano.
Per gli dei, voglio aizzarli, quei cani,
e impugnare con la mia mano una lancia tessalica20
e scagliarla sfiorando i miei capelli biondi!
NUTRICE Perché deliri così, figlia?
Perché anche a te sta a cuore la caccia?
Perché questo desiderio di acqua sorgiva?
C’è un colle ricco di acque, presso le mura: puoi bere da lì.
FEDRA O Artemide, signora della palude marina
e dei maneggi che risuonano per il calpestio dei cavalli,
come vorrei trovarmi nei tuoi campi
a domare puledre venete!21
NUTRICE Che cosa sono queste farneticazioni?
Poco fa bruciavi per il desiderio di andare a caccia sulla montagna,
e ora smani di cavalcare puledre sulla sabbia arida.
Ci vorrebbe una grande capacità divinatoria, ragazza mia,
per capire quale sia il dio che ti fa delirare
e ti sconvolge la mente.
FEDRA Povera me! Che cosa ho fatto?
Fino a che punto ho deviato dal buon senso?
Sono impazzita, precipito nella rovina decretata da un dio.
PHÉU PHÉU povera me!
Ricoprimi con il velo:
mi vergogno di quello che ho detto.
Coprimi. Mi colano lacrime dagli occhi,
e il mio sguardo vede solo vergogna.
Ritornare in me è strazio, delirare è sciagura:
meglio morire nell’incoscienza.
NUTRICE Ti copro con il velo. Ma la morte,
quando distenderà un velo su di me?
Una lunga vita mi è maestra di molte cose:
che i mortali dovrebbero intrecciare affetti misurati,
che non penetrino fin nell’intimo midollo dell’anima,
vincoli di affetto facili da stringere e da allentare.
È un peso terribile, che un’anima sola soffra per due,
come adesso io soffro per lei.
Dicono che a essere troppo rigidi nella vita
si incontrino più difficoltà che gioie, e ci si rovini la salute.
E allora rispetto all’eccesso prediligo il niente di troppo,
e i saggi mi daranno ragione.
CORO O vecchia, nutrice fedele della regina,
vediamo Fedra così straziata,
ma non riusciamo a capire quale malattia la consumi.
Vorremmo che fossi tu a spiegarcelo.
NUTRICE Non lo so † ... †. Gliel’ho domandato, ma non vuole parlarne.
CORO E non sai neanche quale sia l’origine di queste sofferenze?
NUTRICE Eccoci al punto di prima: non dice niente.
CORO Come è debole e disfatta!
NUTRICE Non potrebbe essere altrimenti: non tocca cibo da due giorni.
CORO È impazzita o vuole morire?
NUTRICE Vuole morire: non mangia per non vivere.
CORO Mi stupisce che il suo sposo non faccia qualcosa per impedirlo.
NUTRICE Gli nasconde il suo tormento e nega di stare male.
CORO E lui non se ne accorge, guardandola in faccia?
NUTRICE Non è qui.
CORO E non puoi forzarla tu,
per cercare di sapere di che malattia si tratti,
e che cosa sia questo delirio?
NUTRICE Ho provato in tutti i modi,
senza ricavarne niente di più.
Ma non desisterò dai miei tentativi neanche adesso:
così anche tu che sei qui vicina
potrai testimoniare come mi comporto
nei confronti della mia padrona caduta in disgrazia.
Forza, figlia mia, dimentichiamoci quello che è stato detto prima!
Raddolcisciti, rasserena il tuo sopracciglio incupito,
e il tragitto dei tuoi pensieri.
Anch’io non ti tratterò più nel modo sbagliato di prima
e cercherò di parlarti in maniera più appropriata.
Se il male di cui soffri è di quelli che non si possono neanche nominare,
queste donne ti saranno vicine.
Se invece possono esserne messi al corrente anche i maschi,
parla, e ne informeremo i medici.
E va bene.
Ma perché continui a tacere?
Non dovresti startene in silenzio, figlia:
piuttosto, rimproverami se sbaglio a parlare,
oppure acconsenti a quello che dico di buono!
Dimmi qualcosa, guardami!
Povera me, donne!
Ci affanniamo per niente, e siamo al punto di partenza:
non si lasciava intenerire dalle mie parole prima
e non si lascia convincere adesso.
Ma sappilo – e poi diventa pure più ostinata del mare:
se morirai, tradirai i tuoi figli,
che saranno esclusi dalla reggia del padre.
Te lo giuro in nome dell’Amazzone, regina di cavalli,
che ha generato un padrone per i tuoi figli,
un bastardo che avanza pretese di figlio legittimo!22
Lo conosci bene, è Ippolito.
FEDRA ÓIMOI
NUTRICE Questo ti tocca?
FEDRA Mi hai uccisa, nutrice.
In nome degli dei, ti prego, non pronunciare mai più il suo nome.
NUTRICE Lo vedi? Capisci benissimo, ma anche se capisci,
non vuoi aiutare i tuoi figli e salvarti la vita.
FEDRA Voglio bene ai miei figli,
ma mi sconvolge un’altra bufera della sorte.
NUTRICE Non hai contaminato di sangue le tue mani, vero figlia mia?
FEDRA Le mie mani sono pure, è il mio cuore a essere contaminato.
NUTRICE Non sarà il malocchio di un nemico?
FEDRA No, un amico mi distrugge senza volerlo,
e senza che io lo voglia.
NUTRICE È stato forse Teseo a offenderti in qualche modo?
FEDRA No: sono io a augurarmi
che nessuno mi sorprenda a fargli del male.
NUTRICE E allora che cosa succede di così tremendo da indurti a morire?
FEDRA Lasciami nel mio errore: non si risolve a tuo danno.
NUTRICE Se fallirò non sarà per mia scelta.
FEDRA Che cosa fai? Afferri la mia mano, vuoi forzarmi?
NUTRICE E anche le tue ginocchia, e non ti lascerò andare.
FEDRA Peggio per te, poveretta, se te lo dirò, peggio per te.
NUTRICE Quale sciagura più atroce potrebbe capitarmi, che non averti più?
FEDRA Ne morirai. Eppure è cosa che mi fa onore.
NUTRICE E perché nascondi un’azione nobile, nonostante le mie suppliche?
FEDRA Mi ingegno a tirare fuori qualcosa di nobile da ciò che è osceno.
NUTRICE E se parlerai non sembrerai ancora più degna di stima?
FEDRA Vattene, per gli dei! Lascia la mia mano!
NUTRICE No, perché non mi fai il dono che mi devi.
FEDRA Te lo farò: rispetto il tuo gesto di supplica.
NUTRICE Ormai è il momento che io taccia: spetta a te parlare.
FEDRA O madre sventurata, di chi ti innamorasti!
NUTRICE Ti riferisci al suo amore per il toro, figlia mia?
Che cosa intendi dire?23
FEDRA E tu, mia povera sorella, sposa di Dioniso!24
NUTRICE Che cosa ti succede, figlia? Parli male dei tuoi consanguinei?
FEDRA E io per terza, che muoio infelice.
NUTRICE Mi hai sconvolta: che cosa arriverai a dire?
FEDRA Da allora, non da adesso, è iniziata la mia sventura.
NUTRICE Adesso non ne so molto più di prima.
FEDRA PHÉU
Come vorrei che fossi tu a dire quello che devo dire io!
NUTRICE Non sono un’indovina,
e dunque non posso conoscere con chiarezza ciò che è oscuro.
FEDRA Che cos’è quello che gli umani chiamano amare?
NUTRICE Una cosa allo stesso tempo dolcissima e straziante.
FEDRA Io ho vissuto solo lo strazio.
NUTRICE Che cosa dici? Sei innamorata, figlia? Di chi?
FEDRA Chiunque egli sia... il figlio dell’Amazzone.
NUTRICE Vuoi dire Ippolito?
FEDRA Sei stata tu, non io, a dirlo.
NUTRICE ÓIMOI che cosa dirai ancora, figlia?
Mi uccidi.
Donne, mi schianta. Non riuscirò più a vivere.
Li odio, il giorno e la luce che ho davanti agli occhi.
Precipiterò il mio corpo, lo getterò via,
mi libererò della vita attraverso la morte.
Addio! Io non sono più nulla.
Perfino chi è saggio, anche se non vorrebbe, ama il male.
E allora Afrodite non era una dea,
ma qualcosa di ancora più potente di una dea,
se mai può esistere qualcosa del genere,
poiché ha annientato lei, me e questa casa.
CORO L’hai sentita, oh l’hai sentita
la regina lamentarsi di sventure
inascoltabili, tremende!
Che io possa morire, mia cara,
prima di impazzire come lei.
IÓ MÓI MOI
PHÉU PHÉU
Povera te, per questo strazio!
O tormenti di cui si nutrono i mortali!
È la fine, per te.
Hai portato alla luce il tuo male.
Che cosa ti aspetta,
prima che si sia compiuto questo giorno?
Qualcosa di tremendo sta per accadere nella casa.
Ormai è chiaro dove andrai a finire
per la sorte decretata da Afrodite,
o povera figlia di Creta!25
FEDRA O donne di Trezene
che abitate questa soglia estrema del Peloponneso,
già altre volte nel lungo corso della notte
ho riflettuto su come si rovini la vita dei mortali,
e non mi sembra che sia la natura del loro pensiero a farli sbagliare:
gli uomini assennati sono molti.
Ma la cosa va vista in questo modo:
noi sappiamo ciò che è bene, lo conosciamo,
ma non ci impegniamo a realizzarlo,
alcuni per pigrizia, altri perché all’eccellenza
preferiscono qualche altro piacere.
E i piaceri della vita sono tanti:
le grandi chiacchierate, e l’ozio,
che è un vizio seducente. E il pudore26.
Sì, perché esistono due tipi di pudore,
uno positivo, e un altro che rovina le case.
Se ciò che è opportuno fosse ben chiaro,
non avremmo un nome solo per due qualità diverse.
Questa è la mia ferma convinzione,
e non esisteva veleno che potesse annientarla
e farmi decidere per l’idea opposta.
Ma voglio mettere al corrente anche te
del tragitto che ha percorso il mio pensiero.
Dopo che fui ferita dal dardo di Eros,
riflettei su come avrei potuto sopportarlo meglio.
E l’inizio fu questo: tacere su questa malattia, occultarla.
Della lingua non ci si può fidare,
perché sa elargire buoni consigli agli altri,
ma procura moltissimi guai a se stessa.
In secondo luogo, mi ero proposta di sopportare bene la mia pazzia
dominandola con la moderazione.
Infine, poiché con questi mezzi non riuscivo a trionfare su Afrodite,
decisi di morire: e nessuno negherà che fosse la scelta migliore.
Non vorrei che il bene che faccio restasse nascosto,
né che le mie vergogne avessero molti testimoni.
Sapevo che il fatto in sé e la mia malattia mi coprivano di infamia
e per di più mi rendevo ben conto di essere una donna,
e che tutti detestano le donne.
O se fosse morta nel peggiore dei modi la donna
che per prima infamò il proprio letto nuziale con uomini estranei!
Questo flagello delle femmine è partito dalle case dei nobili,
e se l’infamia gode del loro apprezzamento,
certo incontra anche quello dei poveracci.
Detesto le donne che a parole fanno le caste,
mentre di nascosto si dedicano alle oscenità più temerarie.
Ma come fanno, o Afrodite, Signora del mare,
a guardare in faccia i loro sposi
senza un brivido di paura per il buio, loro complice,
e per le mura delle stanze, che prima o poi potrebbero parlare?
È proprio questo che mi uccide, amiche mie,
il timore di essere sorpresa mentre disonoro il mio sposo
o i figli che ho generato.
Possano vivere liberi, con pieno diritto di parola,
nella gloriosa città di Atene, onorati grazie alla madre.
Un uomo, anche ricco di ardimento,
se viene a sapere di meschinità commesse dalla madre o dal padre,
assume un atteggiamento da schiavo.
Solo questo avvantaggia nella vita: essere giusti e buoni.
Prima o poi il tempo smaschera i malvagi,
mettendo uno specchio davanti a loro, come a una giovane donna.
Mi auguro di non appartenere mai a questa schiera.
CORO PHÉU PHÉU
come è bella, in ogni caso, la virtù!
Come raccoglie il frutto della buona fama, tra i mortali!
NUTRICE O signora, poco fa la tua sventura
ha suscitato in me un timore improvviso e terribile.
Ma ora mi accorgo di essere stata una sciocca:
nei ripensamenti c’è in qualche modo più saggezza, per i mortali.
Non ti è successo niente di straordinario o di folle:
si è abbattuta su di te la furia della dea.
Sei innamorata – c’è forse di che stupirsene? –
ma è cosa che capita a molti tra i mortali.
E tu vuoi morire per un amore?
Non sarebbe davvero una bella cosa se dovesse morire
chi è innamorato o sta per innamorarsi di chi ha vicino.
Non si può reggere l’assalto di Afrodite
quando aggredisce con tutta la sua veemenza:
incalza dolcemente chi è arrendevole,
ma se si imbatte in chi è presuntuoso e tracotante,
lo afferra e lo devasta, puoi starne certa.
Si aggira nel cielo, e dimora nei flutti marini, Afrodite,
e ogni cosa nasce da Lei:
è Lei che semina e suscita il desiderio
che fa esistere tutti noi che siamo sulla terra.
E quanti possiedono le scritture degli antichi
e sono essi stessi frequentatori delle Muse,
sanno che un giorno Zeus desiderò prendere in sposa Semele27,
e sanno che fu per amore che una volta
Aurora dalla bella luce rapì Cefalo tra gli dei28.
E tuttavia essi vivono in cielo, non scappano lontano dai divini,
e accettano di essere stati sconfitti dall’accaduto.
E tu non cederai?
Tuo padre avrebbe dovuto farti nascere ad altre condizioni,
o sotto il dominio di altri dei, se rifiuti di accettare questa legge.
Quante pensi che siano le persone equilibrate
che vedono vacillare i loro matrimoni e fanno finta di non vedere?
E quanti i padri che appoggiano i figli nelle loro sbandate amorose?
È proprio dei saggi nascondere ciò che non è bello.
E i mortali non dovrebbero affannarsi troppo a perfezionare la loro vita,
perché non riuscirebbero a rendere perfetto in ogni dettaglio
neanche il tetto delle loro case.
E tu, come penseresti di tirarti fuori
da una sciagura così grave come quella in cui sei caduta?
Ma se nella tua vita c’è più bene che male,
poiché sei umana, reputati fortunata.
Forza, figlia mia, deponi i pensieri funesti,
e smettila di fare l’orgogliosa:
è solo tracotanza volere essere più potenti degli dei.
Abbi il coraggio di amare: è stato un dio a volerlo.
Anche se sei preda della malattia, cerca di guarire:
si troverà un rimedio per questo morbo,
un incantesimo o una formula magica.
Se non ci fossimo noi donne a trovare la soluzione
gli uomini lo scoprirebbero quando ormai è troppo tardi.
CORO Fedra, costei sta dicendo
quello che sarebbe più utile in questa circostanza;
ma a te va la mia lode, anche se questa lode
è meno piacevole delle sue parole
e più dolorosa, per te, a udirsi.
FEDRA È proprio questo
che rovina le città ben governate dei mortali e le loro dimore:
i discorsi troppo belli.
Non si deve dire ciò che risulta gradevole agli orecchi,
ma ciò che dà buona fama.
NUTRICE Che magniloquenza!
Tu non hai bisogno di bei discorsi, ma di quell’uomo.
Dobbiamo fare chiarezza al più presto,
e dirgli la verità sul tuo conto.
Se tu non ti trovassi in una situazione così a rischio
e fossi padrona di te stessa,
non ti spingerei a farlo per favorire la tua voglia e il tuo piacere.
Ma la posta in palio è grande: salvarti la vita.
E nessuno vorrà rimproverarmene.
FEDRA O tu che pronunci parole tremende,
non vuoi chiudere la bocca e finirla con questi discorsi vergognosi?
NUTRICE Vergognosi,
ma per te migliori delle tue nobili affermazioni:
meglio un’azione che ti salvi la vita,
di un buon nome di cui potrai vantarti da morta.
FEDRA No, in nome degli dei, basta così.
Tu ammanti di belle parole azioni infami.
La passione ha soggiogato il mio animo a un punto tale
che se tu adorni di belle parole azioni infami
cadrò in balìa proprio di ciò che cerco di fuggire.
NUTRICE Se ti sembra giusto così,
non avresti dovuto commettere questo errore.
Ma poiché lo hai commesso, dai retta a me:
me ne sarai grata in un secondo tempo.
Ma adesso che ci penso, in casa ho filtri d’amore
che senza coprirti di vergogna e senza danneggiare la tua mente
ti guariranno da questa malattia, se sarai coraggiosa.
Ma dobbiamo procurarci un contrassegno del tuo amato,
una ciocca di capelli o un pezzo di mantello,
per combinare da due cose un unico beneficio.
FEDRA Si tratta di un unguento o di qualcosa da bere?
NUTRICE Non lo so: pensa a giovartene, non a volerne sapere di più.
FEDRA Mi spaventi: mi sembri troppo accorta.
NUTRICE Vedi: ti fa paura tutto. Ma che cosa temi?
FEDRA Che tu ne parli con il figlio di Teseo.
NUTRICE Lasciami fare, figlia:
sistemerò tutto nel migliore dei modi.
Soltanto... aiutami tu, Afrodite, Signora del mare!
Per il resto, basterà che io dica quello che ho in mente
agli amici che stanno dentro casa.

[str. I
COROEros, Eros
che stilli desiderio sugli occhi
e insinui una dolce grazia
nell’animo di coloro che assali,
non mostrarti a me come fonte di rovina,
accordati al mio ritmo!
Il dardo del fuoco o degli astri
non brucia più di quello di Afrodite
che Eros, figlio di Zeus,
scaglia dalle sue mani29.

[ant. I
Invano, invano
presso l’Alfeo e la dimora di Apollo a Pito30
la Grecia accumula ecatombi,
se non veneriamo Eros,
il tiranno degli umani,
Lui che tiene le chiavi
delle stanze più care ad Afrodite,
il distruttore, che quando giunge
precipita i mortali in ogni disgrazia.

[str. II
Afrodite rapì dai palazzi di Eurito
la puledra di Ecalia
mai aggiogata al letto,
che prima non aveva mai conosciuto
né uomo né nozze;
la aggiogò come una Naiade fuggitiva
come una Baccante,
nel sangue, nel fumo
in nozze violente
la assegnò al figlio di Alcmena.
O nozze di sventura!31

[ant. II
O sacre mura di Tebe!
O bocca di Dirce!32
Potreste testimoniarlo voi,
come si insinua Afrodite.
Al tuono circondato dalle fiamme
diede in sposa la madre di Bacco nato due volte
e la addormentò in una morte cruenta33.
Terribilmente Afrodite spira dovunque,
vola qua e là come un’ape.

FEDRA Fate silenzio, donne! È la mia fine.


CORO Quale nuova sventura funesta la tua casa, Fedra?
FEDRA Silenzio, voglio capire che cosa dicono là dentro!
CORO Taccio, ma è preambolo davvero sinistro.
FEDRA IÓ MOI AIÁI
Me infelice per le mie sciagure!
CORO Che cosa dici? Che grido è questo?
Che voci ti terrorizzano, donna? Che cosa ti sconvolge? Parla.
FEDRA Sono distrutta.
Accostatevi a questa porta e ascoltate come gridano dentro casa.
CORO Ci sei tu, lì dalla porta,
e tocca a te riferirci le voci che vengono da dentro.
Dimmelo, dimmi che disgrazia è successa.
FEDRA Il figlio dell’Amazzone amante dei cavalli, Ippolito,
lancia grida, copre di insulti tremendi la nutrice.
CORO Sento le grida, e non mi è chiaro.
Ma risuona nitido l’urlo che attraversa le porte
e giunge, giunge fino a te.
FEDRA È chiaro: la chiama ruffiana di oscenità,
traditrice del letto del suo padrone.
CORO ÓMOI che sciagura!
Sei stata tradita, mia cara.
Che cosa posso inventare per te?
Il segreto è stato profanato.
Sei finita.
AIÁI É É
Chi ti vuole bene ti ha tradito.
FEDRA Mi ha distrutta, rivelando quello che mi succede:
mossa dall’affetto, ha cercato di guarire la mia malattia,
ma mi ha fatto del male.
CORO E ora? Che cosa farai adesso che non hai scampo?
FEDRA Non lo so, ma di una cosa sono certa:
morire al più presto è il solo rimedio allo strazio di questo momento.
IPPOLITO O Madre Terra! O raggi del sole!
Mi è toccato di udire parole che non avrei mai dovuto udire.
NUTRICE Taci, figlio, prima che qualcuno ti senta gridare.
IPPOLITO Non posso tacere dopo avere udito parole così tremende.
NUTRICE Taci, te ne supplico, per questa tua bella mano.
IPPOLITO Non accostare la tua mano alla mia! Non toccare la mia veste!
NUTRICE Per le tue ginocchia, non distruggermi!
IPPOLITO Perché dovrei, se a sentire te non hai detto niente di male?
NUTRICE Non era discorso per gli orecchi di tutti.
IPPOLITO Ciò che è bello è ancora più bello se lo si annuncia a molti.
NUTRICE O figlio, non profanare il tuo giuramento!
IPPOLITO La mia lingua ha giurato, non il mio cuore.
NUTRICE O figlio, che cosa farai? Rovinerai chi ti vuole bene?
IPPOLITO Che schifo: non amo i depravati.
NUTRICE Perdona, figlio: l’errore è connaturato all’indole degli umani.
IPPOLITO O Zeus, perché hai piazzato sotto la luce del sole
le donne, questo flagello subdolo per gli uomini?
Se volevi seminare la stirpe dei mortali,
non era necessario ricorrere alle femmine:
essi avrebbero dovuto offrire nei vostri santuari
una certa quantità di bronzo, di ferro o d’oro,
in modo da acquistare, per avere figli,
il seme corrispondente al valore del tributo.
E in questo modo avrebbero potuto abitare nelle proprie case
libere dalla presenza delle femmine.
[...]
Che la donna sia un grande flagello risulta chiaro da questo:
il padre che l’ha messa al mondo e l’ha allevata
paga una dote e la trasferisce altrove,
per liberarsi da una calamità del genere.
Invece chi si porta in casa questa creatura funesta
è tutto contento di addobbare con bei gioielli l’idolo maledetto
e la copre di pepli, scialacquando il suo patrimonio.
[...]
Meglio infilarsi in casa una nullità,
una donna scema che non serve a niente.
Odio le donne accorte,
e mi auguro di non ritrovarmene mai per casa
una più intelligente di quanto deve esserlo la donna:
è nelle femmine accorte che Afrodite insinua meglio la malizia.
Al contrario è proprio la scarsa intelligenza
a preservare da follie le sempliciotte.
E poi bisognerebbe che le serve non si avvicinassero alle donne:
con loro dovrebbero coabitare bestie mute,
in modo che non possano rivolgere loro la parola né riceverne risposta.
Ma adesso † le infami che sono dentro casa †
ordiscono progetti infami, e le serve li portano allo scoperto.
E anche tu, dannata, sei venuta a barattare con me
il letto inviolabile di mio padre.
Mi laverò le orecchie con acqua di sorgente, per purificarmi.
Potrei forse essere così meschino da accettare queste proposte,
se mi sento immondo già soltanto ad averle udite?
Sappilo bene donna:
ti salva solo il mio rispetto per ciò che è sacro.
Se non mi avessi preso alla sprovvista
con quei giuramenti nel nome degli dei
non mi sarei trattenuto dal parlarne con mio padre.
Ma ora, poiché Teseo è lontano da questa terra,
me ne andrò anch’io da questa casa, senza dire niente.
E quando tornerò qui con mio padre starò proprio a vedere
come lo guarderete in faccia, tu e la tua padrona.
Vi auguro di andare in rovina.
Non mi sazierò mai di odiare le donne,
anche se qualcuno potrà dire che continuo a ripetermi:
anche loro non la finiscono mai di essere malvage.
O qualcuno le addestra alla rettitudine,
oppure mi sia accordato di mettermele sotto i piedi per l’eternità.
FEDRA O infelici, o sciagurati destini delle donne!
Adesso che sono caduta in rovina
di quali mezzi, di quali parole dispongo
per sciogliere il nodo in cui mi hanno intrappolata le parole?
È quello che mi sono meritato.
IÓ terra! IÓ luce!
Come potrò sottrarmi alla sciagura?
Come potrò occultare il mio tormento, mie care?
Chi tra gli dei verrà ad aiutarmi,
chi tra gli umani sarà al mio fianco
o si farà complice delle mie azioni ingiuste?
Il mio strazio è invalicabile:
oltrepassa il limite stesso della vita.
Sono la più disgraziata delle donne.
CORO PHÉU PHÉU
È finita.
Le arti della tua nutrice non hanno avuto buon esito, signora.
Che rovina!
FEDRA O stramaledetto flagello dei tuoi cari,
che cosa mi hai fatto!
Che Zeus, padre di mio padre34,
possa annientarti fin dalle radici, colpendoti con il fulmine.
Non ti avevo detto, prevedendo i tuoi propositi,
di tacere ciò che adesso mi copre di infamia?
Ma tu non sei riuscita a trattenerti,
e io non morirò certo con onore.
Devo trovare una nuova soluzione.
Ippolito, esasperato dalla rabbia,
rivelerà la tua colpa a suo padre, accusandomi.
Dirà anche al vecchio Pitteo quello che è successo
e riempirà tutta questa terra con i discorsi più infami.
Possiate crepare, tu e chiunque abbia la smania
di aiutare i suoi cari contro la loro volontà, slealmente.
NUTRICE Padrona, hai ragione a rinfacciarmi il male che ho fatto,
perché quello che è successo ti morde l’anima,
e debilita la tua intelligenza.
Se me lo permetti, anch’io ho qualche risposta da darti.
Ti ho cresciuta e ti voglio bene.
Ho cercato una cura per la tua malattia,
ma non ho trovato quello che avrei voluto.
Se mi fosse andata bene,
di sicuro mi annovereresti tra le persone sagge:
la saggezza si valuta dalla buona riuscita.
FEDRA Ti sembra giusto? Ti sembra che possa bastarmi,
se prima mi ferisci e poi ammetti il tuo torto a parole?
NUTRICE Ci stiamo dilungando in chiacchiere.
Sono stata una stupida, è vero,
ma esiste una via di scampo anche da questa situazione, figlia.
FEDRA Piantala con i discorsi!
Già prima mi hai consigliato male e hai combinato un disastro.
Fuori dai piedi, e pensa ai fatti tuoi!
Ci penserò io a risolvere la mia situazione.
E voi, nobili fanciulle di Trezene, esaudite questa mia preghiera:
occultate nel silenzio quello che avete udito qui.
CORO Giuro in nome di Artemide veneranda, figlia di Zeus,
che non svelerò mai nessuna delle tue disgrazie.
FEDRA Giusto.
E aggiungo soltanto che ho trovato una via di uscita da questa sciagura,
così potrò offrire ai miei figli una vita onorevole
e volgerò a mio vantaggio le sventure che si sono abbattute su di me.
Non disonorerò la reggia di Creta
e non mi presenterò al cospetto di Teseo
dopo avere compiuto azioni così oscene solo per salvare una vita.
CORO Non vorrai compiere un gesto irrimediabile?
FEDRA Morirò. Devo solo decidere in che modo.
CORO Non dirlo.
FEDRA E allora dammi tu un buon consiglio.
Morendo in questo giorno farò felice Afrodite, che mi uccide.
Soccomberò a un amore amaro.
Ma morendo sarò la rovina anche di qualcun altro:
così capirà che non deve inorgoglirsi per le mie sventure.
Dividendo con me questo strazio imparerà la moderazione.

[str. I
CORO Potessi occultarmi in antri profondi
e un dio mi mutasse in uccello alato
tra stormi in volo.
Potessi librarmi al di sopra delle onde
che battono la costa adriatica,
al di sopra delle acque dell’Eridano,
dove le vergini infelici
compiangendo Fetonte
stillano nei flutti ribollenti
raggi lucenti, lacrime d’ambra35.

[ant. I
Potessi giungere
fino alla sponda ricca di meli
delle Esperidi che intonano canti36,
là dove il re del mare37
che domina sulle acque ribollenti
impedisce il tragitto ai naviganti
e sancisce il limite sacro del cielo,
sostenuto da Atlante,
e sorgenti immortali si riversano
presso il giaciglio di Zeus38,
dove la terra dispensatrice di felicità, la moltodivina,
alimenta la gioia degli dei.

[str. II
O nave di Creta dalle ali bianche,
che attraverso i flutti del mare risonante
hai portato via la mia signora
dalla reggia felice a nozze sciaguratissime!
Duplici, infausti presagi
accompagnarono la sua traversata veloce39
dalla terra di Minosse ad Atene gloriosa,
e quando legarono le cime ritorte delle gomene
nella costa di Munichia40
e misero piede sulla terra ferma.
Le spezzò l’anima

[ant. II
la malattia feroce di Afrodite,
un amore sacrilego,
e travolta dalle onde di una sciagura atroce
annoderà al suo collo candido
un cappio appeso al soffitto della camera nuziale,
vergognandosi di un destino orribile:
preferisce la buona reputazione,
e affrancarsi dal tormento dell’amore.

NUTRICE (da dentro) IÓU IÓU


Accorrete, tutti voi che siete vicini al palazzo!
La padrona, la sposa di Teseo si è impiccata!
CORO PHÉU PHÉU è finita!
La regina è morta, pende da un cappio.
NUTRICE Non volete sbrigarvi?
Qualcuno porti una spada a doppia lama
per tagliare il nodo che le stringe la gola.
CORO Che fare, amiche mie?
Entriamo nella casa e liberiamo la regina dal cappio che la strozza?
– Perché? Non ci sono ancelle più giovani?
Strafare è rischioso, nella vita.
NUTRICE Raddrizzatela! Distendete l’infelice cadavere!
Amara custodia della casa, per il mio signore.
CORO È morta, la poveretta, a quanto dicono.
La stendono già, come si fa con i cadaveri.

TESEO O donne, sapete cos’era quell’urlo


che mi è arrivato dalla reggia, † quelle alte grida di servi †?
La mia casa non si degna di spalancarmi le porte
e di accogliermi benevolmente come si fa con i pellegrini.
Sarà successo qualcosa al vecchio Pitteo?
È già avanti negli anni, ma per me sarebbe un dolore,
se dovesse lasciare questa casa.
CORO Questo destino non riguarda i vecchi, Teseo:
è la morte di un giovane ad affliggerti.
TESEO ÓIMOI è morto uno dei miei figli?
CORO No, sono vivi,
ma la loro madre è morta della morte per te più straziante.
TESEO Che cosa dici? La mia sposa è morta? Come è successo?
CORO Si è impiccata a un cappio.
TESEO Per qualche dolore, oppure le è successo qualcosa?
CORO Questo è quello che sappiamo.
Anch’io sono appena entrata nel palazzo, Teseo,
per piangere la tua sciagura.
TESEO AIÁI perché, sciagurato pellegrino,
porto sul capo questa corona di foglie intrecciate?41
Togliete le spranghe alle porte, servi!
Aprite i chiavistelli!
Voglio vederla, l’amara visione della mia sposa,
che mi ha distrutto con la sua morte.
CORO IÓ IÓ te infelice per le tue sciagure!
Hai subito, hai compiuto
un evento che sconvolge questa casa.
AIÁI per la tua audacia,
tu che sei morta di morte violenta
commettendo un’azione sacrilega,
per assalto della tua mano sciagurata.
Chi ha coperto di tenebra la tua vita, o infelice?

[str.
TESEO ÓMOI per i miei tormenti!
Ho sofferto, povero me, la più atroce delle sventure.
O destino, con quale peso ti sei abbattuto sulla mia casa,
onta inenarrabile di un demone maligno,
devastazione invivibile di una vita!
Povero me, ho davanti agli occhi
un mare di sventure così immenso
che non potrò mai più venirne fuori,
né potrò valicare l’onda di questa sciagura.
Con quale nome, con quale nome, donna,
devo chiamare la tua sorte di sventura?
Sei dileguata via dalle mie mani come un uccello,
balzando rapida verso l’Ade.
AIÁI AIÁI tristi, tristi vicende!
Da qualche dove, da lontano
viene a gravare su di me
il destino decretato dai divini
per l’errore di qualcuno dei miei avi.

CORO Non sei l’unico, signore,


su cui si siano abbattute sciagure come questa:
anche molti altri hanno perduto la nobile sposa.
TESEO Voglio sprofondare sotto terra.
Voglio morire, e abitare sotto terra nella tenebra,
me infelice, che ho perduto la tua presenza adorata.
Hai ucciso me, più che te stessa.
† Chi mi dirà † da dove è venuto il destino di morte,
che ha assalito il tuo cuore, o sventurata?
Qualcuno si deciderà a dirmi che cosa è successo,
oppure questo palazzo è solo l’inutile riparo di un branco di servi?
ÓMOI MOI <...> per te!
Povero me, che strazio insostenibile, indicibile
davanti ai miei occhi, in questa casa!
Sono finito: svuotata, la mia casa, orfani i figli.
<AIÁI AIÁI> ci hai lasciati, ci hai lasciati,
o mia adorata, la migliore delle donne,
quante ne vede la luce del sole,
il bagliore notturno delle stelle.
CORO Povero te! Che sciagura dilaga nella reggia!
Per la tua disgrazia i miei occhi si bagnano di lacrime,
e da tempo rabbrividisco se penso a quello che accadrà dopo.
TESEO ÉA ÉA
Che cos’è questa tavoletta che ha in mano?42
Vorrà informarmi di qualcosa che non conosco?
Oppure la poveretta mi ha scritto una lettera
di sposa e di madre, con qualche richiesta?
Rassicurati, infelice:
nessun’altra entrerà nel letto o nella casa di Teseo.
Il marchio che la morta ha impresso sul castone d’oro attira il mio sguardo:
scioglierò i lacci del sigillo
per vedere che cosa ha da dirmi questa lettera.
CORO PHÉU PHÉU
il dio aggiunge questa nuova disgrazia alla disgrazia presente.
† ... †
PHÉU PHÉU la reggia dei miei sovrani è distrutta, non esiste più!
[O demone, se è possibile, non devastare la reggia, ascolta la mia preghiera.
Scorgo già presagi funesti, come l’indovino da un indizio].
TESEO ÓIMOI ecco un’altra sciagura
che si aggiunge alla sciagura, insostenibile, indicibile.
Povero me!
CORO Di che cosa si tratta? Dimmelo, se posso saperlo.
TESEO Urla, urla mostruosità, la sua lettera.
Dove troverò rifugio dalle sciagure che mi schiacciano?
È la fine, sono distrutto.
Povero me, quale, quale canto intona questo scritto!
CORO AIÁI le tue parole preannunciano sventure.
TESEO Non la serrerò più sulla soglia della mia bocca,
questa sciagura invalicabile, esiziale.
IÓ città!
Ippolito ha osato fare violenza alla mia sposa,
disprezzando l’occhio venerabile di Zeus.
O padre Poseidone, tu un giorno mi promettesti
di esaudire tre maledizioni.
Mandane a compimento una: uccidi mio figlio,
fai che non sopravviva a questo giorno,
se le promesse che mi hai fatto erano sincere.
CORO O signore, in nome degli dei, ritira queste tue parole.
Credimi: in seguito ti accorgerai di avere commesso un errore.
TESEO Impossibile, e lo caccerò anche da questa terra,
e di due destini possibili se ne compirà uno:
Poseidone, onorando le mie maledizioni,
lo farà morire e lo invierà alle dimore di Ades,
oppure, bandito da questo paese, vagherà in terra straniera,
oppresso da una vita di angoscia.
CORO Ma ecco che è arrivato tuo figlio Ippolito,
e proprio al momento giusto!
Placa la tua ira feroce, re Teseo,
prendi la decisione migliore per la tua casa.
IPPOLITO Ho udito il tuo grido e sono accorso qui, padre.
Ma non so perché piangi, e vorrei che fossi tu a dirmelo.
ÉA che cos’è questo?
Vedo la tua sposa morta, padre.
Ne sono stupito:
l’ho lasciata poco fa, ed era ancora viva.
Che cosa le è successo?
Come è morta? Vorrei saperlo da te, padre.
Perché taci?
Non è il caso di tacere, quando succede una sciagura.
[...] Non è giusto, padre, che tu nasconda le tue disgrazie
a chi ti è amico, e anzi, più che amico.
TESEO O uomini, quanti errori inutili!
Perché insegnate innumerevoli discipline,
escogitate e scoprite ogni cosa,
ma c’è una sola arte che non conoscete e non cercate di conoscere,
insegnare la saggezza a chi non ne ha?
IPPOLITO Hai detto che è un grande sapiente
chi riesce a costringere gli stolti alla saggezza.
Ma stai sottilizzando fuori luogo, padre,
e temo che le tue disgrazie ti facciano andare oltre il limite.
TESEO PHÉU
i mortali dovrebbero avere indizi certi
e un modo per riconoscere l’animo degli amici,
in modo da distinguere chi è amico sincero e chi non lo è;
e gli umani dovrebbero avere due voci, tutti,
una onesta, e l’altra che è quella che è:
la voce ingiusta verrebbe confutata da quella onesta,
e non potremmo ingannarci.
IPPOLITO Forse qualcuno degli amici
ha sussurrato ai tuoi orecchi qualche calunnia nei miei confronti,
e sono caduto in disgrazia senza averne colpa?
Sono stupito: le tue parole assurde, deliranti mi sgomentano.
TESEO PHÉU
Fino a dove può arrivare l’animo dei mortali!
Quale mai limite ci sarà alla sfrontatezza più temeraria?
Se si gonfia nel corso di una generazione,
e ogni generazione sorpasserà sempre in cattiveria quella precedente,
bisognerà che gli dei aggiungano a questa nostra terra
un’altra che ospiti gli ingiusti e i malvagi.
Guardate lui, che è nato da me ma ha coperto di vergogna il mio letto,
e la morta stessa lo accusa chiaramente di essere il peggiore degli uomini!
Ormai la tua empietà mi ha contaminato43.
E allora fai vedere la tua faccia a tuo padre, qui, davanti a me!
Tu saresti quel superuomo che vive con gli dei?
Saresti il virtuoso, l’immacolato?
Non potrei mai credere a queste tue vanaglorie,
e accusare di stupidità gli dei.
Fatti pure grande e spaccia la tua dieta vegetariana,
mettiti sotto il patrocinio di Orfeo e baccheggia
inchinandoti di fronte a tutti quei libri che sono solo fumo44:
sei stato colto sul fatto.
Lo grido a tutti: bisogna fuggire gli individui come te.
Irretiscono con parole solenni, e intanto ordiscono oscenità.
Lei è morta: pensi che questo sarà la tua salvezza?
No: sarà proprio questo a metterti in trappola, infame.
Quali giuramenti, quali discorsi possono valere più di questa donna,
e liberarti da questa accusa?
Dirai che ti odia, e che i figli legittimi
sono sempre stati ostili al bastardo?
Dirai che ha fatto un cattivo affare con la sua vita,
se ha distrutto il bene più prezioso, per il suo odio nei tuoi confronti?
Oppure che la follia non è connaturata agli uomini,
mentre è innata nelle donne?
Ma io so che i giovani non sono più saldi delle donne,
quando Afrodite sconvolge il loro animo in fiore:
li salva soltanto il fatto che sono maschi.
Ma perché adesso sto a discutere con te,
mentre qui c’è il suo cadavere, testimone che non ammette smentite?
Vattene al più presto in esilio, via da questa terra!
E non mettere piede in Atene edificata dagli dei,
né entro i confini della terra su cui si estende il mio potere.
Se cedessi dopo avere subito da te quello che ho subito,
Sinis, il bandito dell’Istmo,
non testimonierebbe più che sono stato io a ucciderlo,
bensì che me ne vanto a vuoto,
e le rupi di Scirone che si ergono lungo il mare
non diranno più che sono spietato con le canaglie45.
CORO Non so come potrei dire felice qualcuno dei mortali:
anche chi sta in alto precipita in basso.
IPPOLITO Padre, il tuo animo è teso da una furia spaventosa.
Questa situazione si presta a fare bei discorsi,
ma non è poi così bella, a sviscerarla a fondo.
Non so esibire eloquenza davanti a una folla,
e mi riesce meglio al cospetto di pochi miei coetanei.
Ed è giusto così: ha più talento ad arringare la folla
chi vale poco agli occhi dei saggi.
Ma ora, sotto i colpi della sventura,
devo dare fiato a tutta la mia eloquenza.
E prenderò le mosse dal tuo primo attacco a tradimento
con cui intendevi distruggermi senza che io potessi controbattere.
Tu vedi questa luce, questa terra:
ebbene in esse non c’è mai stato un uomo più casto di me,
anche se tu lo neghi.
Innanzi tutto so onorare gli dei
e gli amici che frequento cercano di non commettere ingiustizie,
e si vergognerebbero di sollecitare infamie
o di ricambiare le persone care con azioni indegne.
E non prendo in giro chi mi frequenta, padre,
ma ho sempre la stessa disposizione nei confronti degli amici,
siano essi presenti o assenti.
E se c’è una cosa che non mi tocca,
è proprio quello per cui adesso ti illudi di tenermi in pugno:
fino a oggi il mio corpo casto non ha conosciuto amplesso,
e non ne so nulla se non per sentito dire,
o per averlo visto in immagini dipinte,
che non smanio neanche di vedere, poiché ho animo virginale.
Non sei convinto della mia castità? E va bene.
Ma allora devi dimostrare come mi sarei corrotto.
Fedra era forse la più bella di tutte le donne?
O speravo di stabilirmi nella tua reggia,
prendendomi anche in moglie l’ereditiera?
Sarei stato folle e stupido.
Oppure perché il potere piace anche a chi è saggio?
† No, davvero †, perché rovina l’anima a chi ne è attratto.
Per quanto mi riguarda, vorrei essere il primo nei giochi ellenici,
ma il secondo nella città,
e condividere con amici eccellenti una vita fortunata.
In questo modo c’è libertà di azione,
e l’assenza di rischi procura una gioia più grande che l’esercizio del potere.
Ora sai tutto di me, manca solo un dettaglio:
se io disponessi di qualcuno
in grado di testimoniare quale sia la mia vera natura,
e potessi ribattere alle accuse con lei ancora viva,
riconosceresti i colpevoli dai fatti.
Ma adesso, in nome dello Zeus dei giuramenti, in nome della terra,
giuro che non ho mai sfiorato la tua sposa,
e non l’ho mai desiderato, né ho pensato di farlo.
Possa io morire senza gloria, senza nome,
[senza città, senza una casa, e vagare in esilio per tutta la terra],
e quando sarò morto il mare e la terra non accolgano le mie carni,
se sono davvero malvagio.
Non so quale timore l’abbia spinta al suicidio: non posso dire altro.
Anche se non era capace di essere casta, lei lo è stata,
mentre io, che lo ero, ho impiegato male la mia virtù.
CORO Ti sei difeso dall’accusa con argomenti validi,
pronunciando un giuramento in nome degli dei,
che è garanzia di non poco conto.
TESEO Ma che ciarlatano! Ma che incantatore!
Ha disonorato chi lo ha messo al mondo
e si illude di averla vinta su di me esibendo la sua mitezza d’animo.
IPPOLITO Anch’io mi stupisco di te, padre:
se tu fossi stato il figlio e io il padre,
e ti fossi azzardato a sfiorare la mia donna
ti avrei ammazzato, non ti avrei condannato all’esilio.
TESEO Parole davvero degne di te.
Ma non morirai, come vorrebbe la legge che hai proposto per te stesso:
troppo facile una morte rapida, per uno sciagurato.
Bandito dalla tua patria, vagabondo in terra straniera,
sarai costretto a sopportare il peso di una vita di tormenti.
[È questa la ricompensa che spetta ai sacrileghi.]
IPPOLITO ÓIMOI che cosa farai?
Mi caccerai da questa terra
senza aspettare che il tempo riveli la verità sul mio conto?
TESEO Sì, e ti odio tanto che se fosse in mio potere
ti caccerei al di là del Ponto Eusino e delle colonne di Ercole46.
IPPOLITO E mi bandirai da questa terra senza un processo,
senza neanche verificare il giuramento,
o una prova, o i responsi degli indovini?
TESEO Questa tavoletta non contiene oracoli,
e ti denuncia senza margini di dubbio:
tanti saluti agli uccelli che volano sopra la nostra testa!47
IPPOLITO O dei, perché non dico tutto,
mentre mi distruggete proprio voi, che onoro?
Ma no: tanto non riuscirei a persuadere chi devo,
e infrangerei il giuramento senza ricavarne niente.
TESEO ÓIMOI come mi distrugge questa tua aria da santo!
Che cosa aspetti a filare via al più presto da questa terra?
IPPOLITO Povero me, dove andrò?
Chi mi concederà la sua ospitalità,
se andrò in esilio con il marchio di questa accusa?
TESEO Tutti quelli che si dilettano di ospitare stupratori e infami.
IPPOLITO AIÁI mi ferisci a fondo!
Mi viene da piangere, all’idea di passare per infame,
e soprattutto ai tuoi occhi.
TESEO Avresti dovuto piangere e pensarci bene prima,
quando hai osato fare violenza alla sposa di tuo padre.
IPPOLITO O casa, se tu potessi parlare per me,
e testimoniare se sono veramente un malvagio!
TESEO Che astuzia, rifugiarsi in testimoni muti!
Ma è proprio l’accaduto a dichiararti infame, senza bisogno di parole.
IPPOLITO PHÉU
O se potessi stare di fronte a me stesso e guardarmi,
per piangere le mie sventure!
TESEO Ti eserciti molto di più a curarti di te stesso
che non a essere devoto e onesto con chi ti ha messo al mondo.
IPPOLITO Che madre sventurata, che nascita funesta!
Non lo auguro a nessuno di coloro che amo,
di essere un figlio illegittimo.
TESEO Non lo avete ancora cacciato fuori, servi?
Non avete udito che l’ho mandato in esilio da un pezzo?
IPPOLITO Chiunque mi metta le mani addosso, se ne pentirà.
Cacciami tu stesso da questa terra, se è quello che vuoi.
TESEO È quello che farò, se non mi obbedisci:
il tuo esilio non suscita la mia pietà.
IPPOLITO La decisione è presa, a quanto sembra.
Povero me, che conosco la verità, ma non so come rivelarla.
O figlia di Leto, che amo al di sopra di tutti gli dei,
tu che siedi al mio fianco, mia compagna di caccia,
dovremo lasciare la gloriosa Atene48.
Addio, città e terra di Eretteo!49
Addio, pianura di Trezene, che doni tanta gioia
a chi trascorre in te la sua gioventù!
Ti guardo e ti saluto adesso per l’ultima volta.
Avanti, giovani di Trezene, miei coetanei,
venite a salutarmi e accompagnatemi fuori da questo paese.
Non vedrete mai un uomo più casto di me,
anche se mio padre non la pensa in questo modo.

[str. I
SERVIDavvero potente, la provvidenza degli dei:
quando tocca nell’animo toglie via il dolore.
Racchiudo dentro di me la speranza di comprendere,
ma se guardo alle sorti e alle azioni dei mortali ci rinuncio:
tutto si tramuta in qualcosa d’altro,
e cambia sempre la vita moltoerrante degli umani.

[ant. I
CORO O se in risposta alle mie invocazioni
il destino inviato dagli dei mi concedesse
prosperità, fortuna, animo non intriso di dolore,
e potessi coltivare pensieri non inflessibili, non falsi,
e avere un carattere facile, che adattandosi a ogni domani,
possa avere sempre in sorte una vita fortunata!

[str. II
SERVILa mia mente si offusca:
quello che vedo mi sorprende,
perché ho visto, ho visto
l’astro più rifulgente della greca † Artemide †
cacciato in una terra straniera
dall’ira di suo padre.
O sabbie del litorale di questo paese!
O boscaglie dei monti,
dove uccideva le fiere con i suoi cani veloci
in compagnia di Dictinna veneranda!50

[ant. II
CORO Non salirai più sulle pariglie di puledre venete,
facendo scalpitare i cavalli addestrati
nella pista di Limna51.
Tacerà nella casa paterna
il canto insonne della lira;
non ci saranno ghirlande
per il riposo di Artemide tra l’erba alta.
Il tuo esilio ha messo fine alle contese delle vergini
per il tuo letto di nozze.

[ep.
E io per la sciagura che si è abbattuta su di te
sopporterò tra le lacrime
un destino che schianta.
O madre sventurata,
lo hai partorito invano! PHÉU
sono adirata con gli dei!
IÓ IÓ
O Cariti sempre congiunte52,
perché lasciate che sia cacciato
dalla sua patria, dalla sua casa,
questo poveretto, che non ha nessuna colpa?

Ma ecco che vedo uno del seguito di Ippolito:


avanza in fretta verso il palazzo, con aria cupa.
MESSAGGERO Donne, dove potrei trovare Teseo, il re di questa terra?
Ditemelo, se lo sapete. È dentro il palazzo?
CORO Eccolo: sta uscendo proprio adesso.
MESSAGGERO O Teseo, ti porto una notizia
che angoscerà te e i cittadini di Atene e di Trezene.
TESEO Di che cosa si tratta?
Forse una nuova sciagura si è abbattuta sulle città vicine?
MESSAGGERO Ippolito non è più, se posso esprimermi così:
vede ancora la luce, ma è sull’orlo della morte.
TESEO Chi è stato a ucciderlo?
Qualcuno che lo odiava
perché ne aveva disonorato la moglie violentandola,
come ha fatto con quella di suo padre?
MESSAGGERO Lo ha ucciso il suo stesso cocchio,
e le maledizioni che hai scagliato contro di lui,
invocandole da tuo padre, il signore del mare.
TESEO O dei! O Poseidone!
Allora sei davvero mio padre, poiché hai esaudito le mie invocazioni.
Come è morto?
E dimmi: come si è abbattuta la mazza di Dike
su colui che mi ha disonorato?
MESSAGGERO In lacrime,
strigliavamo i cavalli presso la costa battuta dai flutti:
qualcuno era venuto a dirci che Ippolito
non avrebbe più fatto ritorno in questa terra,
poiché avevi decretato per lui un triste esilio.
E giunse anche lui, a unirsi al nostro pianto sulla riva,
e lo seguiva un corteo senza fine di amici e di coetanei.
Dopo un po’ smise di lamentarsi e disse:
«Ma perché mi agito così? Devo obbedire agli ordini di mio padre.
Servi, preparate i cavalli, aggiogateli ai carri.
Questa non è più la mia città».
Ci sbrigammo tutti quanti,
e in men che non si dica preparammo le puledre
e le piazzammo davanti al nostro padrone.
Agguanta le redini dal parapetto del carro, inserisce i piedi negli incavi.
E levando in alto le braccia disse agli dei:
«O Zeus, che io possa morire se sono un infame.
E che io muoia, oppure continui a vedere la luce del sole,
mio padre si renda conto di avere sbagliato nei miei confronti».
E così dicendo, prende il pungolo, frusta le puledre.
E noi servitori a ridosso del carro, all’altezza delle redini,
scortavamo il nostro padrone per la via che va dritta ad Argo e Epidauro53.
E quando giungemmo in un luogo isolato
– c’è una spiaggia oltre i confini di questa terra,
proprio di rimpetto al Golfo Saronico –
ecco un brontolio sotterraneo, come un tuono di Zeus,
un boato profondo, che dà i brividi a udirlo.
Le puledre rizzarono il muso e le orecchie al cielo,
e ci assalì un terrore irrefrenabile: da dove proveniva quel rumore?
Ed ecco che voltandoci verso la spiaggia battuta dai flutti
vediamo un’onda prodigiosa innalzarsi fino al cielo,
così che non riuscivo più a scorgere la rupe di Scirone,
e anche l’Istmo ne era nascosto, e la rocca di Asclepio54.
Poi si gonfia, schizza tutto intorno molta schiuma
e si riversa sulla costa dove c’era la quadriga, facendo ribollire il mare.
La terza ondata fa scaturire un toro, prodigio di ferocia,
e tutta la terra riecheggiava dei suoi muggiti terrificanti.
I nostri occhi non riuscivano a sostenere lo spettacolo che ci apparve.
Subito le puledre furono sconvolte da un terrore tremendo,
e il padrone, abituato ai modi dei cavalli,
afferrò le redini e le tirò verso di sé, come fa il marinaio con il remo,
flettendo il corpo all’indietro, tenendosi alle briglie.
Ma le puledre, mordendo il freno temprato sul fuoco,
trascinano il cocchio con violenza,
indifferenti alla mano dell’auriga, alle redini, al carro massiccio.
E se Ippolito ne dirigeva la corsa verso il terreno più molle,
il toro gli appariva davanti e lo costringeva a deviare,
faceva impazzire di terrore le quattro cavalle.
E se quelle puntavano verso le rocce, imbizzarrite,
si avvicinava in silenzio al carro e lo seguiva,
fino a costringerlo a sbandare e rovesciarsi,
facendo sbattere una ruota contro qualche roccia.
Ci fu una grande confusione:
i mozzi delle ruote rimbalzavano in alto con le chiavi degli assi
e lo sventurato viene trascinato via,
impigliato dalle redini in un groviglio inestricabile,
e la sua testa si frantuma contro le rocce,
le sue carni vanno a brandelli.
E gridava parole tremende a udirsi:
«Ferme! Non uccidetemi, voi che siete state nutrite nelle mie stalle!
O sciagurata maledizione di mio padre!
Chi vorrà salvare il più virtuoso degli uomini?»
Eravamo in molti a volerlo,
ma troppo lenti per riuscire a raggiungerlo.
E lui, svincolatosi non so come dalle briglie,
cade a terra, esalando ancora un flebile respiro.
E le cavalle e il prodigio funesto del toro
sparirono non so dove nel terreno irto di rocce.
Io sono soltanto un servitore della tua reggia, sovrano,
ma non potrò mai convincermi che tuo figlio sia un depravato,
neanche se tutta la schiatta delle femmine si appendesse a un cappio,
e riempissero di scritte tutti i pini dell’Ida55:
conosco la sua nobiltà d’animo.
CORO AIÁI si è compiuta una nuova vicenda di sciagure,
non c’è scampo dal destino ineludibile.
TESEO Odiavo colui che ha subito questo scempio
e ho gioito delle tue parole:
ma ora, per il rispetto dovuto agli dei e a lui stesso, che è mio figlio,
non mi rallegro per le sue disgrazie e non me ne rattristo.
MESSAGGERO Come dobbiamo comportarci?
Dobbiamo portarlo qui?
O che cos’altro dobbiamo fare per compiacerti?
Riflettici, e se vuoi dar retta ai miei consigli,
non incrudelirai nei confronti del tuo figlio sventurato.
TESEO Portatelo qui.
Voglio guardarlo negli occhi,
colui che nega di avere violato il mio letto,
per confutare le sue affermazioni con le mie parole,
e con questi eventi decretati dai divini.
CORO Tu, Afrodite,
travolgi l’animo inflessibile
degli dei e degli umani,
e con te il dio dalle ali multicolori,
che lo circonda con volo veloce.
Si libra sulla terra e sul mare
echeggiante, salso,
Eros alato, fulgido, aureo,
assalta i cuori in delirio,
ammalia le fiere dei monti e del mare
e tutti gli animali che la terra nutre
e che il sole ardente
illumina con il suo sguardo, e gli umani.
Tu sola, Afrodite, su tutti
regni con dominio regale.
ARTEMIDE Nobile figlio di Egeo, ascoltami!
È Artemide, figlia di Leto, che ti parla.
Povero Teseo, perché ti rallegri
di avere ucciso empiamente tuo figlio,
lasciandoti suggestionare
dalle menzogne oscure di tua moglie?
È ben chiara la sciagura che si è abbattuta su di te.
Perché, per la vergogna,
non ti nascondi sotto terra,
o non ti allontani da questa sofferenza
librandoti in alto come un uccello?
Non hai più il diritto di vivere tra gli uomini onesti.
Ascolta, Teseo, la realtà delle tue disgrazie.
Io non ne trarrò nessun vantaggio, e ti farò soffrire ancora di più:
sono venuta fin qui per mostrarti l’onestà di tuo figlio,
affinché muoia con onore,
e la follia della tua sposa, che in qualche modo è anche la sua nobiltà.
Morsa dal pungolo della dea,
la più ostile a tutte noi che amiamo la verginità,
si innamorò di tuo figlio.
E mentre tentava di avere la meglio su Afrodite con i ragionamenti,
fu la nutrice a rovinarla involontariamente con le sue manovre,
rivelando a tuo figlio la sua malattia d’amore
dopo averlo vincolato con un giuramento.
Ed egli, come era giusto, non cedette alle sue proposte
e, rispettoso come è degli dei,
non mancò alla parola data neanche quando tu lo aggredisti.
Fedra, per paura di essere scoperta, scrisse quelle menzogne,
e rovinò tuo figlio con l’inganno, riuscendo a convincerti.
TESEO ÓIMOI
ARTEMIDE Le mie parole ti mordono l’animo, Teseo?
Calmati, e stai a sentire il resto:
dovrai versare ancora più lacrime.
Tu sai che avevi a disposizione da parte di tuo padre
tre maledizioni infallibili.
Ma una, o sciagurato, l’hai rivolta contro tuo figlio,
invece che contro uno dei tuoi nemici.
Il tuo genitore marino, per benevolenza nei tuoi confronti,
ti accordò quello che doveva, poiché aveva fatto una promessa:
ma tu ti sei comportato male con lui e con me,
perché non hai aspettato né prove né responsi, e non hai fatto indagini.
Hai fatto precipitare i tempi dell’inchiesta,
e hai scagliato troppo presto le maledizioni contro tuo figlio, uccidendolo.
TESEO Mi auguro di morire, Sovrana!
ARTEMIDE Terribile, quello che hai fatto.
Ma anche tu puoi essere perdonato,
perché è stata Afrodite a volerlo, per saziare la sua furia.
C’è questa legge tra gli dei:
che nessuno vuole opporsi alla decisione di un altro,
e preferiamo non intervenire mai.
Ma sappi bene che è stato solo per timore di Zeus
che mi sono coperta di una vergogna del genere:
lasciar morire colui che amo più di chiunque altro tra i mortali.
In quanto alla tua colpa, l’ignoranza ti libera dall’accusa di malvagità.
E poi la tua sposa, morendo, ha sottratto ogni possibilità di verifica,
ed è riuscita a convincerti.
Questa sciagura è scoppiata su di te, ma anch’io ne soffro:
gli dei non gioiscono quando muore chi li rispetta,
ma annientiamo i malvagi, con i loro figli e le loro case.
CORO Eccolo che arriva, lo sventurato!
Che scempio, le sue carni, la sua testa bionda!
O strazio della casa!
Quale duplice lutto decretato dagli dei
si è impadronito del palazzo!
IPPOLITO AIÁI AIÁI
Povero me!
Mi hanno straziato le sentenze ingiuste di un padre ingiusto.
È la fine, povero me!
ÓIMOI MOI
Fitte di dolore mi trapassano la testa,
spasimi guizzano nel cervello.
Ferma!
Un po’ di riposo per il mio corpo sfinito!
ÈÉ
Maledette cavalle da tiro,
vi ho nutrite con le mie mani
e mi avete distrutto, mi avete ucciso.
PHÉU PHÉU
In nome degli dei, servi,
toccatele, ma piano piano, le mie carni ferite.
Chi c’è alla mia destra?
Sollevatemi nel modo giusto,
trasportatelo con delicatezza lo sventurato,
colui che fu maledetto per errore del padre!
Zeus, Zeus, lo vedi?
Proprio io, il puro, il devoto,
io che supero tutti per virtù,
ecco che precipito nell’Ade,
e la mia vita è distrutta fino in fondo.
Non è servita a niente
tanta fatica per testimoniare agli umani
il rispetto nei riguardi degli dei.
AIÁI AIÁI
Ancora una fitta, una fitta di dolore!
Lasciatelo, questo disgraziato,
e sopraggiunga la morte che guarisce.
† Uccidetemi, ammazzate l’infelice! †
Voglio una lama a doppio taglio,
che mi spacchi in due,
che mi faccia addormentare nella morte.
O sciagurata maledizione di mio padre!
Da parenti, da antichi progenitori assassini
risorge la sciagura e non ritarda, e mi ha raggiunto.
Ma perché, se non sono colpevole di nessun delitto?
IÓ MÓI MOI
Che cosa dire?
Come affrancherò la mia vita da questo strazio insostenibile?
Come vorrei che mi sprofondasse nel sonno,
il nero, il notturno abbraccio fatale di Ades!
ARTEMIDE O infelice, a quale giogo di sventura sei aggiogato!
È stata la tua nobiltà d’animo a ucciderti.
IPPOLITO ÉA
O soffio di un profumo divino!
Ti sento, anche nello strazio, e offri sollievo al mio corpo.
Artemide è qui.
ARTEMIDE Sì, infelice, la dea a te più cara di ogni altro dio è qui.
IPPOLITO Mi vedi, o Signora, come sono ridotto?
ARTEMIDE Ti vedo, ma non mi è lecito spargere lacrime.
IPPOLITO Il tuo compagno di caccia, il tuo servitore non è più...
ARTEMIDE Sì, ma mi sei caro anche adesso che muori.
IPPOLITO ... e neanche il tuo auriga, e colui che custodiva le tue immagini.
ARTEMIDE È stata la perfida Afrodite a tramare tutto questo.
IPPOLITO ÓIMOI adesso capisco chi è la divinità che mi ha ucciso.
ARTEMIDE Ti rimproverava di averla privata degli onori a lei dovuti,
ti odiava per la tua castità.
IPPOLITO Lei da sola ci ha distrutti tutti e tre: adesso me ne rendo conto.
ARTEMIDE Sì, ha distrutto te, tuo padre e la sua sposa.
IPPOLITO Piango anche la sciagura di mio padre.
ARTEMIDE Ingannato dagli intrighi della dea.
IPPOLITO Te infelice per questa disgrazia, padre.
TESEO Sono distrutto, figlio, non è più gioia per me, vivere.
IPPOLITO Compiango il tuo errore più che la mia sorte.
TESEO Come vorrei morire al tuo posto, figlio!
IPPOLITO O doni funesti di tuo padre Poseidone!
TESEO Non fosse mai giunta sulle mie labbra, quella maledizione.
IPPOLITO Perché mai?
Mi avresti ucciso in ogni caso, tanto ribollivi di rabbia.
TESEO Un dio aveva stravolto la mia mente.
IPPOLITO PHÉU
O se la stirpe dei mortali potesse scagliare maledizioni contro gli dei!
ARTEMIDE Lascia perdere.
Non resterà impunita neanche nelle tenebre degli inferi
l’ira della dea Afrodite che si abbatte contro di te
per la tua devozione e la tua nobiltà d’animo:
io stessa con le mie mani, con questi dardi ineludibili,
farò vendetta su di un altro che le sia carissimo tra i mortali56.
E a te, o sventurato, in cambio di queste sciagure,
conferirò i massimi onori nella città di Trezene: le fanciulle vergini
si recideranno i capelli in tuo onore prima del matrimonio,
e tu coglierai a lungo il frutto di un compianto immenso57.
Le vergini parleranno sempre di te nei loro canti
e l’amore con cui Fedra ti amò non cadrà in un silenzio anonimo.
E tu, figlio del vecchio Egeo,
prendi tra le braccia tuo figlio, stringilo a te:
lo hai ucciso senza volerlo,
ed è naturale che gli uomini sbaglino, se sono gli dei a deciderlo.
E tu, Ippolito, ti invito a non odiare tuo padre:
era tuo destino fare questa fine.
Addio! Non mi è lecito guardare i defunti,
né contaminare il mio sguardo con il fiato dei morenti,
e vedo che ormai sei vicino a questa sciagura58.
IPPOLITO Salve, e addio anche a te, vergine felice:
per te non è difficile abbandonare un lungo sodalizio.
Depongo ogni rancore nei riguardi di mio padre,
poiché è questo che vuoi, e io ti obbedisco da sempre.
AIÁI ormai la tenebra cala sui miei occhi.
Prendimi, padre, sorreggimi!
TESEO ÓIMOI figlio, che cosa fai di me, di questo infelice!
IPPOLITO È la fine. Vedo già le porte dei morti.
TESEO Lascerai che questa mia mano resti impura?
IPPOLITO No: ti assolvo dall’avermi ucciso.
TESEO Come? Mi assolvi dal sangue che ho versato?
IPPOLITO Ne chiamo a testimone Artemide, la dea dell’arco.
TESEO O figlio adorato, come ti riveli nobile nei confronti di tuo padre.
IPPOLITO Augurati che anche i tuoi figli legittimi si comportino così con te.
TESEO ÓIMOI che devozione agli dei, che nobiltà d’animo!
IPPOLITO Addio anche a te, addio di cuore, padre!
TESEO Non lasciarmi solo, figlio! Resisti!
IPPOLITO Ho già resistito: ora è finita, padre.
Presto, copri il mio volto con un velo!
TESEO † O terra gloriosa di Artemide59 e di Atena, † che uomo perderai!
Povero me!
Quanto a lungo, o Afrodite, mi ricorderò dei tuoi delitti!

CORO Giunge inatteso questo strazio


che colpisce tutti i cittadini.
Scorreranno copiose le lacrime:
le gesta dei grandi meritano maggior compianto,
ci avvincono di più.
ERACLIDI
Personaggi
IOLAO
ARALDO
CORO DI VECCHI ATENIESI
DEMOFONTE
MACARIA
SERVO
ALCMENA
MESSAGGERO
EURISTEO

Scena: a Maratona, presso l’altare di Zeus Agoráios, davanti al tempio di Zeus


IOLAO Ne sono convinto da tempo:
chi è giusto è nato per chi gli sta vicino.
Chi invece è smodatamente avido di guadagno
è inutile alla sua città, intrattabile, buono solo per se stesso.
E lo so non per aver sentito dire.
Anche se avrei potuto vivere tranquillo ad Argo,
per rispetto e per onorare il legame di sangue
affrontai moltissime fatiche con Eracle, quando era con noi1.
E adesso che è nel cielo2,
cerco di salvare i suoi figli tenendoli sotto le mie ali,
anche se io stesso ho bisogno di trovare chi mi protegga.
Subito dopo che loro padre lasciò questa terra,
Euristeo decise di ucciderci3.
Ma noi riuscimmo a scappare: siamo senza patria, ma in salvo.
Vaghiamo in esilio, da una città all’altra,
perché Euristeo, oltre a tutto il male che ci ha fatto,
ci fa violenza anche in questo modo:
spedisce araldi ovunque abbia saputo che ci siamo stabiliti
e ci reclama, e ci fa cacciare via,
minacciando che dovranno vedersela con la città di Argo,
che non è certo una potenza da poco, nell’amicizia come nello scontro,
e dicendo che il successo sta dalla sua parte.
E loro, vedendo che sono debole,
e che costoro sono ancora piccoli e orfani di padre,
si piegano ai più forti, e ci bandiscono dal loro paese.
Io accompagno nella fuga questi piccoli fuggiaschi,
subisco la loro stessa sventura.
Non me la sento di tradirli, perché ho paura che si dica:
«Guardate: i ragazzi sono rimasti senza padre,
e Iolao non li ha difesi, anche se è loro parente!»
Orfani di tutta la Grecia, siamo giunti nella regione di Maratona4,
e sediamo supplici presso l’altare degli dei, per ottenere il loro aiuto.
Dicono che in questa pianura abitino i due figli di Teseo,
che l’hanno ottenuta grazie al sorteggio
tra i discendenti di Pandione, parenti di questi ragazzi5.
È per questo che siamo arrivati qui, al confine di Atene gloriosa.
Sono due vecchi, le guide di questo esilio:
io, che mi curo di questi bambini,
e Alcmena, che cerca di proteggere le figlie di suo figlio Eracle
stringendole tra le braccia all’interno di questo tempio6.
Sono ragazze giovani, e ci facciamo scrupolo
di lasciarle avvicinare alla folla e di farle stare presso l’altare.
Intanto Illo7 e i fratelli maggiori
vanno a cercare un posto in cui potremo trovare riparo,
se ci cacceranno da questa terra con la forza.
O figli, figli! Venite qui! Aggrappatevi alla mia veste!
Ecco l’araldo di Euristeo che avanza verso di noi.
È lui che ci perseguita e ci costringe a vagabondare,
senza una terra in cui fermarci.
Ti auguro di crepare, maledetto, tu e chi ti ha mandato!
Con questa tua bocca hai annunciato molte sciagure
anche al loro nobile padre.
ARALDO Se credi di avere trovato qui una sede confortevole
e di essere giunto in una città alleata, sbagli:
nessuno anteporrà a Euristeo la tua estenuata potenza.
Muoviti! Perché ti affanni così?
Devi andare ad Argo, dove faranno giustizia su di te a colpi di pietra.
IOLAO No: mi difenderà l’altare del dio,
e la terra libera a cui sono giunto.
ARALDO Devo ricorrere alla forza delle mie braccia?
IOLAO Non trascinerai via con la forza né me né questi ragazzi.
ARALDO Te ne accorgerai: non sei stato buon profeta al riguardo.
IOLAO Non ci riuscirai mai, finché sono vivo.
ARALDO Vattene di qui!
Li trascinerò via anche se non vuoi, perché appartengono a Euristeo.
IOLAO Voi che abitate da sempre in Atene, accorrete in nostra difesa!
Siamo supplici di Zeus Agoráios8, ma ci fanno violenza
e le nostre bende vengono contaminate,
a vergogna della città, a oltraggio degli dei9.

CORO – ÉA ÉA che cosa sono queste urla presso l’altare?


Quale sciagura imminente rivelano?

[str.
– Guardate il vecchio sfinito, rovesciato a terra! O infelice!
<lacuna di un verso>
– Chi è stato a farti cadere a terra, infelice?
IOLAO È stato lui, ospiti,
e vuole trascinarmi via con la forza dall’altare di Zeus,
oltraggiando i vostri dei!
CORO E tu, vecchio, da quale terra vieni
e da dove sei giunto alla gente che abita nella Tetrapolis?
Siete approdati qui salpando dalla costa dell’Eubea,
battendo il mare con i remi?10
IOLAO Non vivo su un’isola, ospiti:
siamo giunti alla vostra terra da Micene.
CORO E come ti chiamava la gente micenea?
IOLAO Forse sapete di Iolao, lo scudiero di Eracle:
non sono il primo sconosciuto.
CORO Ne ho già sentito parlare.
Ma dimmi: chi è il padre di questi bambini che tieni per mano?
IOLAO Sono i figli di Eracle, ospiti,
e sono giunti qui come supplici vostri e della città.

[ant.
CORO Quale è la loro richiesta?
Dimmi: vogliono forse parlare con il nostro popolo?

IOLAO Supplicano di non essere consegnati,


e di non dover andare ad Argo
dopo essere stati strappati con la forza ai vostri dei.
ARALDO Questo non piacerà di certo ai tuoi padroni
che hanno potere su di te, e ti scoveranno qui.
CORO È naturale rispettare i supplici degli dei, straniero,
e che essi non siano costretti con la forza a abbandonare le sedi dei divini.
Non lo concederà Dike sovrana11.
ARALDO Costoro appartengono a Euristeo:
cacciali dalla tua terra e non ti farò del male.
CORO È sacrilega quella città
che non presta ascolto alla preghiera dei supplici.
ARALDO Ma è bello fare la scelta migliore e risparmiarsi guai.
CORO Prima di azzardarti a tanto
avresti dovuto chiedere un colloquio con il sovrano di questa terra:
se rispetti un paese libero
non devi trascinare via con la forza gli stranieri dagli altari degli dei.
ARALDO E chi è il sovrano di questa regione?
CORO Demofonte, figlio di un padre nobile, Teseo.
ARALDO Allora dovrei parlarne con lui: il resto sono solo chiacchiere.
CORO Eccolo che arriva di fretta con suo fratello Acamante:
ci ascolteranno12.
DEMOFONTE Sei vecchio,
ma sei accorso prima dei giovani a questo altare di Zeus.
Parla, dunque, spiegaci quale evento ha radunato qui questa folla.
CORO Costoro che siedono supplici sono i figli di Eracle,
e come vedi, o sovrano, hanno incoronato l’altare.
Con loro c’è Iolao, il fedele scudiero di Eracle.
DEMOFONTE Che bisogno c’era di gridare,
in una circostanza del genere?
CORO È stato lui a provocare un urlo
cercando di trascinarli via dall’altare con la forza:
ha fatto cadere il vecchio, e io ho pianto per pietà di lui.
DEMOFONTE Indossa un abito greco,
ed è greca la foggia del suo peplo,
ma ha i modi di un barbaro.
Adesso tocca a te parlare, e subito: dimmi da dove vieni.
ARALDO Sono di Argo: è questo che vuoi sapere.
Ma voglio dirti perché sono venuto e chi mi manda:
mi manda Euristeo, il re di Micene, con l’incarico di portarli via.
Sono qui, o straniero, per fare e dire molte cose giuste.
Io sono argivo e voglio portare via questi Argivi
che sono fuggiti dal mio paese
e sono stati condannati a morte dalle sue leggi:
poiché abitiamo nella stessa città,
è giusto che noi stessi esercitiamo sovranamente la giustizia
contro i nostri concittadini.
Hanno già cercato rifugio presso molti altri focolari:
abbiamo pronunciato questo stesso discorso,
e nessuno ha osato attirare guai su di sé.
Ma qui sono venuti perché pensano che tu sia pazzo,
oppure si sono ritrovati senza vie d’uscita
e hanno tentato il tutto per tutto.
Certo sperano che tu sia fuori di te:
così sarai l’unico tra tutti i Greci da cui sono andati
a lasciarti impietosire stupidamente dalla loro disgrazia.
Su, fai il confronto:
che cosa ci guadagni ad accoglierli nella tua terra,
oppure a lasciare che li portiamo via?
Da noi puoi ottenere per la tua città
l’appoggio del grande esercito di Argo,
e tutta la potenza di Euristeo.
Ma se stai a sentire i loro discorsi e le loro lagne
e te ne lasci ammorbidire,
la faccenda dovrà essere risolta da una guerra:
non illuderti che ci ritireremo dallo scontro senza ricorrere alle armi.
E che cosa dirai per giustificare la tua guerra contro Argo?
Quali territori dirai che ti hanno sottratto?
Di che cosa ti hanno rapinato? Quali alleati vai ad aiutare?
In nome di che cosa seppellirai i cadaveri dei caduti?
Ti procurerai una pessima fama presso i cittadini,
se ti metti nei guai per un vecchio,
uno che ha già il piede nella fossa, uno che non è niente, insomma,
e per questi ragazzini. Nel migliore dei casi
† dirai che potrai trovare soltanto una speranza †
e questo è molto peggio della situazione di adesso.
Costoro infatti, anche se cresceranno e prenderanno le armi,
avranno la peggio contro gli Argivi, se è questo che ti esalta.
E ci vorrà parecchio tempo,
e questo arco di tempo potrebbe segnare la vostra fine.
Stammi a sentire:
non darmi niente, ma lascia che io porti via ciò che è mio,
e ti conquisterai il favore di Micene.
Non fare come fate di solito: preferire i più deboli
quando ti è possibile scegliere i più forti come amici.
CORO Chi potrebbe formulare un giudizio
o capire bene di che cosa si tratta,
prima di avere sentito, ben chiare, le parole di entrambi?
IOLAO O re, poiché c’è questo diritto nella tua terra,
mi è possibile prendere la parola a mia volta, dopo avere prestato ascolto,
e nessuno mi caccerà via prima che io abbia parlato,
come è accaduto altrove13.
Noi non abbiamo niente da spartire con costui:
dal momento che in seguito al decreto
non abbiamo più a che fare con Argo,
e anzi siamo stati esiliati dalla nostra patria,
come potrebbe avere il diritto di trascinarci via in qualità di Micenei,
se ci troviamo in una situazione di questo genere
perché ci hanno banditi dalla nostra terra?
Siamo stranieri.
Oppure ritenete giusto che chi è stato esiliato da Argo
sia bandito anche dalla Grecia intera?
Ma da Atene no di certo:
non si lascerà davvero intimidire dagli Argivi
fino al punto di cacciare dal suo territorio i figli di Eracle.
Atene non è Trachis e neanche una città dell’Acaia14,
da dove tu, esaltando Argo come stai facendo adesso con i tuoi discorsi,
facevi cacciare costoro contro ogni diritto,
quando sedevano supplici presso gli altari.
Se sarà così, e approveranno quello che dici,
non riconosco più in Atene la patria della libertà.
Ma io so il loro coraggio e la loro indole: preferiranno la morte.
Gli uomini eccellenti antepongono l’onore alla sopravvivenza.
Basti questo, sulla città di Atene:
le lodi eccessive diventano antipatiche,
e più di una volta troppi elogi hanno disturbato anche me.
Ma a te voglio dire che è tuo dovere salvarli,
perché sei il sovrano di questa terra.
Pitteo è figlio di Pelope, e da Pitteo nacque Etra, e da lei tuo padre Teseo.
E adesso passerò in rassegna la loro stirpe.
Eracle era figlio di Zeus e Alcmena,
a sua volta figlia di una figlia di Pelope15:
dunque tuo padre e il padre di questi ragazzi sono figli di cugine.
È questo il tuo legame di parentela con costoro, Demofonte.
Ma al di là di esso, aggiungo che hai anche un debito nei loro confronti.
E lo dico perché come scudiero di loro padre
navigai con Teseo alla conquista della cintura micidiale.
Eracle riportò tuo padre alla luce dai recessi oscuri dell’Ade:
tutta la Grecia ne è testimone16.
Ti chiedono di restituire il favore ricevuto,
di non consegnarli e non lasciare che siano strappati ai tuoi dei
e che vengano cacciati via da questa terra:
sarebbe una vergogna per te † ... e una sciagura nella città †
se questi tuoi consanguinei, supplici, erranti,
– ÓIMOI come sono ridotti: guardali! guardali! –
venissero cacciati via con la forza.
Ma ti supplico, cingendoti con le mie braccia, ti scongiuro,
non rifiutare la tua protezione ai figli di Eracle.
Sii per loro parente, amico, padre, fratello, o anche padrone:
è sempre meglio che cadere sotto gli Argivi.
CORO Provo pietà a sentire le loro disgrazie, signore.
Adesso più che mai vedo la nobiltà sconfitta dalla sorte:
anche se sono figli di un padre nobile si trovano nella sventura,
e non è giusto.
DEMOFONTE Iolao, tre riflessioni, intorno a questa vicenda
mi obbligano a non respingere le tue richieste:
innanzi tutto Zeus, sul cui altare tu siedi con questa schiera di bambini;
poi il legame di parentela e il mio debito nei confronti di loro padre,
che mi impegna ad aiutarli;
infine l’onore, di cui ci si deve preoccupare più di qualunque altra cosa.
Se lascerò che questo altare sia profanato con la forza da uno straniero,
sembrerà che io viva in una terra che non è libera,
e che tradisca i supplici perché ho paura degli Argivi:
e allora meriterei di ritrovarmi un cappio intorno al collo.
Avresti dovuto venire in un’occasione più fortunata:
ma anche adesso non devi avere paura
che qualcuno strappi con la forza te e i ragazzi da questo altare.
Araldo, vai ad Argo, riferisci a Euristeo.
E aggiungi che se ha da muovere qualche accusa a questi miei ospiti
otterrà giustizia.
Ma non li porterai mai via di qui.
ARALDO Neanche se è giusto e io trionfo nella discussione?
DEMOFONTE E come potrebbe essere giusto
trascinare via un supplice con la forza?
ARALDO † E non è una vergogna per me, e per te un danno? †
DEMOFONTE Certo, se te li lascio portare via.
ARALDO Tu pensa a farli uscire dai tuoi confini,
e in un secondo tempo noi li porteremo via di lì.
DEMOFONTE Sei folle, se pensi di essere superiore agli dei.
ARALDO A quanto pare le canaglie devono trovare rifugio proprio qui.
DEMOFONTE Tutti possono rifugiarsi presso l’altare degli dei.
ARALDO Non la penseranno così i Micenei17.
DEMOFONTE Non sono forse io a comandare su questa terra?
ARALDO Solo se sei saggio e non rechi danno ai Micenei.
DEMOFONTE Sono disposto a farlo, ma a patto di non oltraggiare gli dei.
ARALDO Non voglio che scoppi una guerra tra te e gli Argivi.
DEMOFONTE Neanch’io, ma non li lascerò andare.
ARALDO Li porterò via, perché sono miei.
DEMOFONTE Non ti sarà facile ritornare ad Argo.
ARALDO Ci provo subito, così lo saprò immediatamente.
DEMOFONTE Toccali, e la pagherai in questo istante.
CORO In nome degli dei, non azzardarti a picchiare un araldo.
DEMOFONTE Lo farò, se non impara a essere saggio.
CORO Tu vattene. E tu non mettergli le mani addosso, signore.
ARALDO Me ne vado:
da solo non ho forze sufficienti per reggere lo scontro.
Ma ritornerò qui con le lance di bronzo dell’armata di Argo,
che non sono poche.
Mi aspettano migliaia di guerrieri,
e alla loro testa c’è Euristeo in persona, il re.
Mi attende ai confini estremi della terra di Alcatoo,
attento a quello che succede qui18.
Quando saprà del sopruso che gli hai inflitto
apparirà, in tutto il suo fulgore,
di fronte a te e ai tuoi cittadini e a questa terra e alle sue messi:
non avrebbe nessun senso che ci fossero per noi tanti giovani in Argo,
se non per vendicarci di te.
DEMOFONTE Crepa. Non ho paura della tua Argo.
Non avresti mai dovuto cercare di portarli via di qui con la forza,
coprendomi di infamia.
La mia città non obbedisce ad Argo: è libera.
CORO È tempo di premunirsi,
prima che l’esercito di Argo si accosti ai confini:
è feroce, l’Ares dei Micenei,
e per quello che sta accadendo, lo è ancora di più.
È consuetudine di tutti gli araldi ingigantire gli eventi.
Che cosa credi che dirà al re,
se non che ha subito torti tremendi
e poco ci mancava che venisse ammazzato?
IOLAO Per i figli non c’è privilegio maggiore
che essere figli di un padre nobile, eccellente
[e prendere in sposa una donna di nobili natali;
non avrà la mia approvazione chi si lascia dominare dal desiderio
e si unisce con una donna di basso rango,
lasciando ai figli un’eredità di vergogna a causa della propria lussuria]:
la nobiltà può difendere dalla disgrazia più di un’origine umile,
e noi, caduti in una sciagura così grande
troviamo amici e parenti in costoro,
che sono i soli a difenderci in tutta la terra greca.
Date loro la mano, bambini! Date loro la mano!
E voi date la vostra ai bambini, e avvicinatevi!
Bambini, abbiamo messo alla prova la loro amicizia:
se un giorno vi sarà possibile fare ritorno in patria
e abitare nella casa di vostro padre e recuperare le sue prerogative
<...> riteneteli sempre vostri salvatori e vostri amici.
Ricordatevi di non sollevare mai le vostre armi contro questa terra,
e di considerarla la più cara di tutte le città.
Sono degni della vostra venerazione,
coloro che, vedendoci ridotti a vagare nella miseria,
si sono messi contro una città così potente
e contro il popolo dei Pelasgi19, e se li sono fatti nemici:
non ci hanno consegnati, nonostante tutto questo,
né ci hanno cacciati dalla loro terra.
E io, da vivo e da morto, quando sarà la mia ora,
tesserò le tue lodi di fronte a Teseo20, mio caro, e lo colmerò di gioia
raccontandogli come ci accogliesti e prestasti aiuto ai figli di Eracle
e come, con la tua nobiltà,
salvaguardi la gloria di tuo padre in tutta la Grecia.
Nato da nobili genitori, non ti riveli da meno di tuo padre.
Come te ne esistono davvero pochi: se ne trova forse uno su mille,
che non sia peggiore del proprio padre.
CORO Questa terra, secondo giustizia,
vuole soccorrere sempre chi si trova in difficoltà:
ha già sopportato fatiche innumerevoli per gli amici,
e anche adesso vedo avvicinarsi lo scontro.
DEMOFONTE Ben detto, vecchio, e confido che faranno proprio così:
si serberà memoria del favore che ho concesso.
Convocherò l’assemblea dei cittadini e darò disposizioni
per affrontare l’armata dei Micenei con un grande esercito21.
Per prima cosa manderò gli esploratori,
affinché non mi attacchino di sorpresa:
sono lesti ad accorrere in aiuto, quelli di Argo.
Poi radunerò gli indovini e celebrerò sacrifici.
Tu allontanati dall’altare di Zeus, e vai a palazzo con i bambini.
C’è chi si occuperà di te, anche in mia assenza.
Avanti, vecchio, vai in casa.
IOLAO No: non vorrei allontanarmi dall’altare.
Rimaniamo seduti qui, supplici,
in attesa che tutto si sia risolto bene per la città.
Quando questa battaglia si sarà conclusa con la tua vittoria,
andremo a palazzo.
Abbiamo negli dei alleati non meno potenti dei loro, o re:
Era, la moglie di Zeus, protegge gli Argivi,
ma noi godiamo della protezione di Atena22.
Io dico che per avere successo è fondamentale
anche avere dalla propria parte gli dei migliori:
Atena non si rassegnerà alla sconfitta.

[str.
COROTu insuperbisci, ma altri
non per questo ti tengono in maggior conto,
straniero venuto da Argo,
e con la tua magniloquenza
non mi spaventi.
E non accada mai che abbia paura di te Atene,
la grande, dalle belle danze.
Sei tu il folle, Euristeo,
tiranno di Argo, figlio di Stenelo.

[ant.
Tu che sei venuto in un’altra città
certo non inferiore ad Argo,
e anche se sei straniero
vuoi trascinare via di prepotenza
i supplici degli dei,
gli erranti che si sono aggrappati alla mia terra,
e non vuoi arrenderti ai re
e non dici niente di giusto.
Dove si potrebbe trovare una persona saggia
a cui sia gradito tutto questo?

[ep.
Io amo la pace.
Ma tu, sovrano scellerato,
io ti dico che se muoverai contro questa città
non otterrai quello che pensi.
Non sei l’unico a possedere
lance e scudi di bronzo.
Sei smanioso di combattere:
ma con le tue armi
non riuscirai a sconvolgere
la città felice delle Cariti23.
Non provarci.

IOLAO O figlio, perché vieni qui da me


con lo sguardo velato di inquietudine?
Hai da riferirmi qualcosa di nuovo sui nemici?
Indugiano, oppure sono già qui?
Che cosa hai sentito dire?
Non penserai che l’araldo abbia annunciato menzogne.
Il generale fortunato, che gode del favore degli dei,
muoverà, ne sono sicuro, contro Atene,
tutto tronfio di superbia.
Ma Zeus castiga chi insuperbisce oltre misura.
DEMOFONTE È arrivato, l’esercito degli Argivi guidato da Euristeo:
l’ho visto io stesso.
Chi afferma di essere un valente condottiero
non deve limitarsi a spiare le mosse dei nemici
con gli occhi dei suoi messaggeri.
Non ha ancora lanciato l’esercito nella nostra pianura:
sta fermo su uno spuntone di roccia e spia – così almeno mi sembra –
da che parte far avanzare l’esercito senza dover ricorrere alle armi
e dove accamparsi al sicuro nella nostra terra.
Io ho già ben predisposto ogni cosa: la città è in armi,
le vittime sono pronte presso gli altari degli dei
a cui devono essere immolate,
e gli indovini nella rocca celebrano sacrifici
che mettano in fuga i nemici e salvino la città.
Ho radunato tutti gli indovini,
ho vagliato antiche profezie, pubbliche e segrete,
che sono fonte di salvezza per questa terra.
E i responsi discordano su tutto, fuorché su questo:
mi ordinano di immolare a Kore, figlia di Demetra,
una vergine, figlia di padre nobile24.
E io mi prendo tanta cura di voi, come vedi,
ma non ucciderò mia figlia
e non obbligherò nessun altro dei cittadini a uccidere la sua.
Chi è così pazzo da offrire spontaneamente e con le sue stesse mani
i propri figli, la cosa che ama di più al mondo?
Puoi immaginartele, le loro riunioni funeste:
alcuni dicono che è giusto prestare aiuto ai supplici stranieri,
altri scagliano accuse contro la mia follia.
Se lo farò, scoppierà la guerra civile, stanne certo.
Pensaci anche tu,
e aiutami a trovare la via di salvezza per voi e per questa terra,
e il modo per evitare le accuse dei cittadini.
Non sono il despota assoluto di una tribù di barbari,
e mi trattano con giustizia solo se agisco secondo giustizia25.
CORO La città se li è presi a cuore,
ma un dio non le concede di prestare aiuto agli stranieri che lo richiedono?
IOLAO O figli, siamo come gente di mare:
scampati alla furia selvaggia della bufera, hanno quasi toccato terra,
ma poi i venti li hanno cacciati di nuovo dalla costa in mare aperto.
Così anche noi veniamo respinti via da questa terra
quando ormai ci eravamo messi in salvo sulla riva.
ÓIMOI perché mi hai arriso prima, o mia sventurata speranza,
per poi rifiutarmi questa grazia?
Certo, posso perdonarlo,
se non vuole uccidere i figli dei suoi concittadini,
e accetto anche quello che succede qui ad Atene:
se gli dei vogliono che sia questa la mia sorte,
non per questo svanirà la mia gratitudine nei tuoi confronti.
O figli, non so che cosa fare di voi.
Dove ci rivolgeremo? A quale tra gli dei
non abbiamo ancora offerto corone in segno di supplica?
A quale terra, a quale cinta di mura
non abbiamo ancora chiesto di proteggerci?
È la fine, figli: ci consegneranno.
Non mi importa di morire,
se non fosse che i miei nemici gioiranno della mia morte.
Ma è per voi che piango, è per voi che provo pietà, miei piccini,
e per la vecchia Alcmena, la madre di vostro padre.
O te infelice per la tua lunga vita,
e infelice anch’io per avere sofferto tanto, e inutilmente.
Era destino. Era il nostro destino,
cadere nelle mani del nemico, e morire nella vergogna.
Ma sai come puoi aiutarmi?
Io non ho perso del tutto la speranza di salvarli:
consegna me agli Argivi al loro posto, o sovrano!
Non correre rischi, e fai che i miei figli siano in salvo.
Bene. Non devo essere troppo attaccato alla mia vita.
Euristeo, nella sua ottusità, smania di avermi in pugno
e infierire su di me, il compagno di Eracle.
Chi ha intelligenza si augura lo scontro
con nemici intelligenti, non con gli stupidi:
anche nella disgrazia potrebbe ricevere molto rispetto, e giustizia.
CORO Intenti nobili, ma impraticabili:
non è per te che il re muove contro di noi a capo dell’esercito.
Che cosa ci ricava, dalla morte di un vecchio?
È loro che vuole uccidere.
Ciò che atterrisce i nemici sono i germogli di case nobili,
giovani e capaci di ricordare il male fatto a loro padre.
È di tutto questo che deve preoccuparsi.
Ma se conosci una soluzione più adatta alla circostanza,
mettila in pratica, perché dopo avere sentito i vaticini
sono ridotto all’impotenza, e ho paura.
MACARIA Ospiti, è questo che vi chiedo innanzi tutto:
non pensate che sia la mancanza di pudore
a farmi uscire fuori dal tempio.
La cosa più bella per una donna
è il silenzio, e il riserbo, e starsene quieta dentro casa.
Ma a sentire i tuoi lamenti, Iolao, sono uscita fuori,
anche se i miei non mi hanno incaricata in nessun modo
di condurre trattative per conto della famiglia.
Tuttavia, poiché ne ho qualche diritto e mi stanno a cuore i miei fratelli,
desidero informarmi della loro e della mia situazione:
ti morde forse l’animo qualche disgrazia
che si è aggiunta alle sventure che ci avevano già colpiti?
IOLAO Fanciulla, non è da adesso che a buon diritto ti elogio
più di qualunque altro figlio di Eracle.
Proprio quando ci sembrava che le cose si mettessero bene per la nostra casa,
ecco che siamo piombati di nuovo in una situazione senza via di uscita.
Demofonte dice che i cantori di vaticini
fanno intendere che a Kore, figlia di Demetra,
non si deve immolare un toro o un agnello,
ma una vergine di nobili natali,
se vogliamo sopravvivere, noi e questa città:
è questa la nostra disperazione,
perché Demofonte non vuole immolare figli suoi
né di qualcun altro dei cittadini.
E velatamente mi dice che se non troveremo un’altra soluzione
dovremo cercare rifugio in un’altra terra,
perché lui vuole salvare il suo paese.
MACARIA E la nostra salvezza dipende da questo?
IOLAO Da questo. Per il resto andrà tutto bene.
MACARIA Non devi più temere l’esercito di Argo!
Io stessa, prima che me lo impongano, o vecchio,
sono pronta ad affrontare la morte e a offrirmi per il sacrificio.
Che cosa potremo dire,
se la città decide di correre per noi un grande rischio
e noi addossiamo ad altri i nostri affanni,
e mentre ci è possibile salvarci con una morte,
cerchiamo scampo da essa?
No davvero.
Sarebbe ridicolo, se stessimo qui a lamentarci,
seduti come siede chi rivolge una supplica agli dei,
e pur essendo nati da un padre eccellente come il nostro,
esibissimo la nostra viltà: non è indecente, per persone del nostro valore?
E sarebbe davvero atroce, credo (ma mi auguro che non accada mai),
se questa città sarà espugnata, cadere nelle grinfie dei nemici
e, figlia di un padre nobile, vedere ugualmente l’Ade
dopo avere subito gli affronti più terribili.
O andrò aggirandomi come una vagabonda, cacciata da questa terra?
Non dovrò forse vergognarmi, se qualcuno dirà:
«Perché siete venuti fin qui con i rami dei supplici,
se avete tutta questa smania di vivere a ogni costo?
Andatevene via da questa terra: non aiuteremo i vigliacchi».
Ma non posso neanche sperare di cavarmela bene
se i miei fratelli muoiono e io riesco a salvarmi (e sono molti
coloro che hanno tradito in questo modo i propri cari):
chi vorrà sposare una ragazza che non ha nessuno?
chi vorrà fare figli con me?
Non è forse meglio morire,
piuttosto che soffrire queste umiliazioni ingiuste?
Forse vi si adatterebbe più agevolmente un’altra donna,
che non goda della mia stessa fama.
Portatemi dove dovrò morire.
Ornate di bende il mio capo
e date inizio al rito sacrificale, se volete.
E trionfate sui nemici.
Vi offro la mia vita, per mia scelta.
Non sono attaccata alla vita,
e ho trovato il modo più bello per lasciarla:
morire nella gloria.
CORO PHÉU PHÉU
che cosa dirò, dopo avere udito le parole sublimi di Macaria,
che accetta di morire al posto dei suoi fratelli?
Chi tra gli umani potrebbe pronunciare parole più nobili di queste
e agire con più nobiltà?
IOLAO O figlia, non sei nata da un altro:
sei proprio seme dell’animo divino di Eracle.
Sono orgoglioso delle tue parole, ma la tua sorte mi strazia.
Proporrò una soluzione più giusta:
dobbiamo convocare qui tutte le sue sorelle,
e sarà la sorte a stabilire chi deve immolarsi per tutta la famiglia,
perché non è giusto che tu muoia senza un sorteggio.
MACARIA Non vorrei mai morire per decreto del caso:
non avrei nessun merito.
Non dire altro, vecchio.
Se accettate, se volete servirvi di me,
io offro per loro la mia vita con entusiasmo,
perché lo voglio, senza che nessuno mi ci costringa.
IOLAO PHÉU
Parole ancora più nobili di quelle che hai pronunciato poco fa,
che pure erano eccellenti.
Ma tu superi in audacia la tua audacia,
e le tue parole di prima con la nobiltà di quelle di adesso.
Io non ti ordino né ti vieto di morire, figlia:
con la tua morte aiuti i tuoi fratelli.
MACARIA Saggio invito.
Ma mi sia lecito morire come decido liberamente.
E tu non temere di essere contaminato dalla mia morte.
Seguimi, vecchio: voglio morire tra le tue braccia.
Stai con me, coprimi con il peplo.
Io vado al terribile sacrificio,
come è vero che sono figlia del padre
da cui mi vanto di essere nata.
IOLAO Non potrei mai assistere alla tua morte.
MACARIA Allora implora Demofonte che io possa spirare
tra le braccia di donne, non di uomini.
DEMOFONTE Così sarà, o sventurata tra le vergini,
perché anche per me sarebbe motivo di vergogna
se tu non fossi onorata degnamente,
soprattutto perché sei di animo nobile e sei giusta:
con i miei occhi ho visto in te la più coraggiosa di tutte le donne.
Se vuoi, vai a rivolgere l’estremo saluto ai tuoi fratelli e al vecchio.
MACARIA Addio, vecchio.
Addio, e ammaestra tu, per me, questi bambini,
affinché siano sapienti di ogni sapienza,
come lo sei tu, e non di più: basterà questo.
Cerca di salvarli, con tutta l’anima:
siamo i tuoi figli, ci hai cresciuti con le tue mani.
Vedi, anch’io offro me stessa nell’età delle nozze
e morirò al posto loro.
E voi, fratelli miei che siete qui, tutti insieme,
vi auguro di essere felici, e di godere di quelle gioie
per cui mi verrà squarciato il cuore.
Onorate il vecchio Iolao e la vecchia Alcmena,
la madre di mio padre, che sta dentro il tempio.
E se gli dei un giorno vi accorderanno
la fine delle sofferenze e il ritorno,
ricordatevi che dovete dare sepoltura a chi vi ha salvati.
Ed è giusto che sia una sepoltura magnifica:
non mi sono risparmiata in nulla, per voi,
e sono morta per la mia famiglia.
È questo il compenso che mi spetta
per i figli che non ho avuto e per la mia verginità,
se esiste qualcosa sotto terra.
Ma spero che non ci sia proprio nulla:
se noi, mortali e destinati a morire,
incontreremo sofferenze anche laggiù,
non saprei dove potremmo rivolgerci.
La morte, pensano che sia il più grande farmaco delle sventure.
IOLAO O tu che risplendi per coraggio al di sopra di tutte le donne,
sappi che da viva e da morta ti tributeremo i più grandi onori.
E ora addio.
Mi astengo da bestemmiare la dea, Kore figlia di Demetra,
a cui è stato consacrato il tuo corpo.
O figli, è la fine! Il dolore mi schianta.
Prendetemi e appoggiatemi all’altare.
Copritemi con questo peplo, figli miei.
Non mi rallegro di quello che succede,
ma se non si fosse dato compimento all’oracolo, saremmo spacciati:
maledizione ancora maggiore, certo,
ma anche quella di adesso è una sciagura.

[str.
CORO Dico che nessun uomo
è beato, oppure sventurato, senza gli dei.
La stessa casa non è sempre prospera:
una sorte segue l’altra.
Precipita uno dall’alto nella miseria,
e innalza un altro † dalla povertà † all’opulenza.
Non è lecito sottrarsi al destino stabilito,
e nessuno potrà scansarlo grazie alla sua saggezza:
chi ci prova si procurerà sempre tormenti senza senso.

[ant.
Coraggio, non abbatterti,
e sopporta ciò che viene dagli dei.
Non affliggerti troppo per la pena.
Muore nella gloria l’infelice,
per i suoi fratelli e per questa terra:
una fama non oscura la attende presso gli umani.
La virtù avanza sempre attraverso i tormenti.
Il suo gesto è degno del padre, degno dei suoi nobili natali,
e se rendi onore alla morte degli eccellenti
io sono con te.

SERVO Salve, figli! Dov’è il vecchio Iolao?


E la madre di vostro padre si è allontanata da questo altare?
IOLAO Sono qui, per quanto possa contare la mia presenza.
SERVO Perché stai lì prostrato, con gli occhi a terra?
IOLAO Soffro per un tormento che si è abbattuto su di me e sui miei cari.
SERVO Alzati! Solleva la testa!
IOLAO Sono vecchio, e ormai non ho più forze.
SERVO Ma io vengo a portarti una grande gioia.
IOLAO Chi sei tu? Non ricordo di averti incontrato da qualche parte.
SERVO Il servo di Illo: se mi guardi non mi riconosci?
IOLAO O carissimo! Vieni a salvarci dalla rovina?
SERVO Certo, e per di più adesso le cose si mettono bene per te.
IOLAO O madre di un figlio eccellente!
Dico a te, Alcmena: vieni fuori, ascolta queste parole graditissime.
Da tanto tempo ti tormentavi,
non sapendo se sarebbero tornati coloro che adesso sono qui.
ALCMENA Iolao, perché tutte queste grida che il tempio ne rimbomba?
Forse qualche araldo è ritornato da Argo per farti violenza?
Sono debole, ma dovevi saperlo, straniero:
finché vivo, non potrai mai trascinarli via,
altrimenti non si dica più che sono la madre di Eracle.
Se allungherai le tue grinfie su di loro
dovrai batterti con due vecchi, a tua ignominia.
IOLAO Coraggio, vecchia! Non avere paura.
Non si tratta dell’araldo venuto da Argo con discorsi ostili.
ALCMENA Perché hai lanciato quel grido, messaggero di paura?
IOLAO Per farti uscire e farti venire qui da lui, davanti al tempio.
ALCMENA Non ne so niente: chi è costui?
IOLAO Annuncia che il figlio di tuo figlio è ritornato.
ALCMENA Salute a te per questa buona notizia.
Ma dove è andato a finire Illo, dopo aver messo piede in questa terra?
Che cosa gli impedisce di mostrarsi qui con te e rendermi felice?
SERVO Sta schierando l’esercito che ha portato con sé.
ALCMENA Allora la cosa non mi riguarda.
IOLAO Sì che ti riguarda. E tocca a me chiedere informazioni.
SERVO Che cosa vuoi sapere?
IOLAO Quanti sono i suoi alleati?
SERVO Molti. Ma quanti di preciso non lo so.
IOLAO Penso che lo sappiano i capi degli Ateniesi.
SERVO Lo sanno. Illo è schierato all’ala sinistra.
IOLAO E l’esercito è già in armi, pronto al combattimento?
SERVO Hanno già fatto uscire dagli schieramenti le vittime sacrificali.26
IOLAO A che distanza si trova l’armata degli Argivi?
SERVO A una distanza dalla quale si distingue bene il capo dell’esercito.
IOLAO Che cosa sta facendo? Schiera i reparti?
SERVO Immagino di sì, anche se non riuscivo a udirli.
Vado: non vorrei che i miei capi attaccassero battaglia senza di me.
IOLAO Vengo con te. Ci preoccupiamo della stessa cosa:
stare vicini ai nostri amici per aiutarli, come ci è possibile.
SERVO Non è da te dire sciocchezze del genere.
IOLAO E neanche tenermi alla larga dai nemici quando infuria la battaglia.
SERVO Ma non hai più il vigore di una volta, mio caro.
IOLAO Che cosa dici?
Non sarei forse in grado di colpire qualcuno trapassandogli lo scudo?
SERVO Certo, ma cadresti prima di farlo.
IOLAO Nessuno dei nemici riuscirà a sostenere il mio sguardo.
SERVO Se il braccio non agisce, non saranno certo gli occhi a ferire.
IOLAO Ma almeno non saremo inferiori per numero ai nostri nemici.
SERVO È scarso il peso che aggiungeresti all’esercito dei tuoi.
IOLAO Non tentare di fermarmi mentre sono pronto ad agire.
SERVO Forse puoi averne l’intenzione,
ma non sei in grado di farlo, stanne certo.
IOLAO Puoi dire quello che ti pare, ma sappi che io non rimango qui.
SERVO E come potrai andare dagli opliti, senza armi?
IOLAO Nel tempio ci sono le armi votive sottratte ai prigionieri:
prenderò quelle.
Se vivo, le restituirò; se muoio, il dio non le reclamerà.
Forza, entra!
Stacca dai ganci un’armatura da oplita e portamela. Sbrigati!
È una vergogna, stare qui a far la guardia alla casa come dei vigliacchi,
mentre gli altri affrontano il combattimento.
CORO Il tempo non ha ancora abbattuto il tuo coraggio,
che fiorisce ancora.
Ma il corpo non ti regge più.
Perché ti affliggi assurdamente
in ciò che ti recherà danno
e sarà ben poco utile alla nostra città?
Bisogna sapersi ricredere, quando si è vecchi,
e lasciar perdere ciò che è irrealizzabile:
in nessun modo potrai riavere la tua gioventù.
ALCMENA Perché vuoi lasciarmi sola con i figli, vecchio? Sei impazzito?
IOLAO Agli uomini agire di forza. Spetta a te occuparti di costoro.
ALCMENA Perché? Se muori tu, come potrò salvarmi?
IOLAO Sarà compito dei nipoti che sopravvivranno.
ALCMENA E se cadessero nella sventura,
come mi auguro che non succederà mai?
IOLAO Non avere paura, questi ospiti non ti tradiranno.
ALCMENA Sono loro la mia unica speranza: non ho altro.
IOLAO Anche Zeus, ne sono certo, si preoccupa delle tue sofferenze.
ALCMENA PHÉU non parlerò mai male di Zeus.
Lo sa lui se è giusto o no nei miei confronti.
SERVO Eccoti tutta l’armatura: indossala al più presto,
perché lo scontro è imminente, e Ares detesta i ritardatari27.
Ma se il peso delle armi ti intimorisce, mettiti in marcia senza di esse:
per ora la porterò io, e la indosserai quando sarai nello schieramento.
IOLAO Giusto.
Su, porta le armi, e tienile a portata di mano.
Passami l’asta e reggimi per il braccio sinistro guidando i miei passi.
SERVO Devo accompagnare un oplita come si fa con i bambini?
IOLAO Devo evitare di inciampare: sarebbe segno di sventura28.
SERVO Che bello, se tu fossi efficace nell’agire quanto sei volenteroso!
IOLAO Sbrigati: sarà terribile, per me, non arrivare in tempo per lo scontro.
SERVO Sei tu che vai piano, non io,
anche se ti sembra di fare chissà che cosa.
IOLAO Non vedi come incalzano, le mie gambe?
SERVO Vedo che più che altro ti sembra di andare veloce.
IOLAO Non parlerai così, quando mi vedrai sul posto.
SERVO A fare cosa? Vorrei che tutto ti andasse bene.
IOLAO A colpire i nemici trapassando il loro scudo.
SERVO Se mai riusciremo ad arrivarci: è di questo che mi preoccupo.
IOLAO PHÉU
Possa tu essermi alleato possente, mio braccio,
come ricordo che lo fosti,
quando radevi al suolo Sparta al fianco di Eracle29.
Che disfatta infliggerei a Euristeo,
che non ha neanche il coraggio di reggere l’assalto delle lance.
Chi è ricco e fortunato, per di più gode di questo vantaggio ingiusto:
tutti credono che sia anche valoroso.
Chi ha successo, pensiamo che sia dotato di ogni qualità.

[str. I
CORO O terra! O luna notturna!
O raggi fulgidi del dio
che donate luce ai mortali30,
portatemi l’annuncio!
Gridatelo al cielo
e presso il trono supremo di Zeus
e di Atena dagli occhi grigioazzurri31.
Per la mia patria,
per la mia casa,
poiché ho accolto i supplici
devo recidere con la spada scintillante
il pericolo che incombe.

[ant. I
Terribile, che la città di Micene,
prospera e molto celebrata
per la potenza del suo esercito,
covi rancore contro la mia terra.
Ma sarebbe un’infamia, o città,
se per le intimazioni di Argo
consegnassimo gli stranieri
che ci rivolgono la loro supplica.
Zeus è al mio fianco, non ho paura.
Zeus giustamente mi è propizio.
Per me, gli dei
non si riveleranno mai inferiori ai mortali.

[str. II
O Signora32 – poiché a te appartengono
la terra e la città di cui sei madre, padrona e custode –
devia altrove colui che contro giustizia
conduce qui da Argo l’esercito agitatore di lance.
Non è giusto che per la mia virtù
mi caccino via dalla mia casa.

[ant. II
Tu sei sempre onorata da noi con vittime sacrificali
e alla fine del mese di Ecatombeone
non si trascurano mai
i canti dei giovani e le danze in tuo onore33.
E sulla collina percorsa dal vento
echeggia il grido notturno,
risuonano i passi delle vergini34.

MESSAGGERO Padrona, ti porto notizie


per te assai brevi a udirsi, per me magnifiche da riferire.
Abbiamo vinto, e si erigono trofei con le armature dei tuoi nemici.
ALCMENA O carissimo, per questo annuncio, da oggi in poi sei libero.
Ma tu non hai ancora affrancato me da un’inquietudine:
non so se coloro a cui voglio bene sono vivi.
MESSAGGERO Sono vivi, e godono di grandissima gloria nell’esercito.
ALCMENA E allora il mio vecchio Iolao è vivo?
MESSAGGERO Certo, e ha compiuto le imprese più belle, grazie agli dei.
ALCMENA Di che cosa si tratta?
Ha compiuto qualche nobile gesto in battaglia?
MESSAGGERO È ritornato giovane, da vecchio che era.
ALCMENA Riferisci un evento miracoloso.
Ma innanzi tutto voglio che mi racconti il trionfo dei miei cari.
MESSAGGERO Ti spiegherò tutto in una volta.
Non appena schierammo i nostri opliti proprio di fronte all’esercito nemico,
Illo balzò giù dalla quadriga e si piazzò in mezzo alle armate.
Poi disse: «O tu che vieni da Argo a capo dell’esercito,
perché non lasciamo che questa terra <...>?
Non recherai nessun danno a Micene se la privi di un uomo:
avanti, battiti con me, uno contro uno!
Se mi uccidi, prenditi i figli di Eracle e portali via;
se sei tu a morire, lascia che io recuperi
le prerogative di mio padre e la mia casa».
L’esercito approvò, perché era un bel discorso,
che mirava ad allontanare sofferenze e dimostrava coraggio.
Ma Euristeo, senza provare nessuna vergogna di chi stava a sentire
né per la propria esibizione di codardia,
anche se era il capo dell’esercito,
non osò accostarsi alla lancia di quel prode guerriero,
e si comportò come il più vigliacco di tutti:
ecco che razza di uomo era venuto a ridurre in schiavitù i figli di Eracle!
Illo rientrò nelle file,
e quando si accorsero che non ci sarebbe stata la tregua per il duello,
gli indovini cominciarono subito a officiare i sacrifici,
ma fecero sgorgare † dalla gola dei buoi † il sangue propiziatorio.
Chi saliva sui carri, chi, fianco a fianco, si nascondeva dietro gli scudi.
Il sovrano degli Ateniesi incitava l’esercito
con le parole che si convenivano a un nobile capo:
«Miei concittadini, ora ognuno di voi deve battersi
a difesa della terra che lo generò e lo nutrì!»
Euristeo invece pregava gli alleati
di non lasciare che Argo e Micene fossero coperte di vergogna.
Quando fu dato il segnale con lo squillo acuto della tromba tirrenica35
e gli eserciti si scontrarono,
immagina che grande frastuono di scudi poté risuonare,
quante urla di dolore, quanti gemiti.
Dapprima l’assalto dell’esercito argivo ci schianta, ma poi si ritirano.
In un secondo momento resistevano piede contro piede, corpo a corpo.
Furono in molti a cadere, e urlavano † per incitarsi †: «Forza Ateniesi!»,
oppure: «Forza, voi che seminate i solchi della terra di Argo!
Volete coprire di vergogna la vostra città?»
A stento, provandole tutte e non senza fatica
mettemmo in fuga l’armata di Argo.
Fu allora che il vecchio Iolao,
scorgendo Illo che si lanciava all’attacco,
gli tende la destra implorandolo di farlo montare sul cocchio.
Impugna le redini, si slancia a inseguire i cavalli di Euristeo.
Fino a questo punto ho visto con i miei occhi,
quello che accadde in seguito posso riferirlo
solo per avere saputo da altri.
Mentre attraversava il borgo di Pallene, consacrato ad Atena36,
scorgendo il carro di Euristeo supplicò Ebe37 e Zeus
che lo facessero ritornare giovane un solo giorno,
per farla pagare ai nemici.
È un miracolo, quello che potrai udire.
Due astri si posarono sui gioghi dei cavalli
e occultarono il carro in una nuvola scura.
Chi se ne intende dice che fossero tuo figlio Eracle e Ebe.
E il vecchio uscì dalla tenebra fitta,
esibendo un corpo nel pieno vigore della giovinezza.
Agguanta la quadriga di Euristeo,
il nobile Iolao, presso le Rocce di Scirone38,
e lo lega per le braccia, e ora sta venendo qui,
trascinando, magnifico trofeo, il condottiero fino ad ora felice.
La sua sorte di adesso annuncia ai mortali un insegnamento lampante:
non invidiate chi sembra fortunato prima di averlo visto morire,
perché la felicità dura poco.
CORO O Zeus delle vittorie,
adesso mi è lecito vedere il giorno che mi affranca dalla tremenda paura.
ALCMENA O Zeus,
troppo tardi hai rivolto lo sguardo sulle mie sventure,
ma io ti ringrazio ugualmente per quello che hai fatto.
Ora so chiaramente quello che prima non credevo:
mio figlio vive con gli dei.
O figli, adesso sì che sarete liberi dalle sofferenze,
liberi dal maledetto Euristeo,
e rivedrete la città di vostro padre,
metterete piede nei possedimenti che vi spettano,
e celebrerete sacrifici agli dèi déi vostri antenati:
separati da loro, stranieri,
conducevate un’esistenza infelice, da vagabondi.
Ma quale segreto proposito ha in mente Iolao,
se ha risparmiato la vita a Euristeo?
Dimmelo: a mio parere non è cosa saggia
catturare un nemico e non condannarlo a morte.
MESSAGGERO Vuole renderti onore,
che tu lo veda con i tuoi occhi † vincitore †, tuo schiavo, in tua balìa39.
Lo ha costretto in catene con la forza:
rifiutava di venire vivo al tuo cospetto e subire la tua vendetta.
Su, vecchia, rallegrati, e ricordati di quello che mi hai detto prima,
quando ho iniziato il mio discorso: liberami!40
In una circostanza come questa
chi è nobile deve mantenere la sua parola.

[str. I
CORO Dolce, per me, la danza,
quando il suono acuto del flauto, con grazia † ... †
e Afrodite mi dispensi la sua armonia.
Ed è gioia anche assistere al successo degli amici,
che prima sembravano destinati alla sventura.
Molte cose genera la Moira che dà compimento
e Aión, figlio di Chronos41.

[ant. I
Sei sulla via giusta, città.
Non si deve mai dimenticare
di rendere onore agli dei.
Chi ti invita a non farlo
sfiora la follia
di fronte a prove così lampanti.
Sono chiari i segni del dio:
trascina al delirio gli ingiusti, sempre.

[str. II
Tuo figlio, o vecchia, è asceso al cielo:
era falsa la voce
che fosse disceso nella dimora di Ades,
il corpo divorato dalla vampa tremenda del fuoco:
giace nell’amabile letto di Ebe
nella dimora celeste tutta d’oro42.
O Imeneo, hai reso onore ai due figli di Zeus!43

[ant. II
Molti eventi convergono.
Dicono che Atena proteggesse il loro padre,
e a salvarli sono stati la città
e il popolo consacrati a quella dea44:
fermò la tracotanza di un uomo
che preferiva essere prepotente invece che giusto.
Mi auguro di non insuperbire mai,
di non superare mai la misura.

SERVO O padrona, tu lo vedi, e tuttavia voglio dirtelo:


è Euristeo, colui che ti abbiamo portato.
Visione insperata, per noi, e per lui sorte non meno inattesa.
Non si sarebbe mai immaginato di finire nelle tue mani,
quando muoveva da Micene con l’esercito che porta molto dolore
e insuperbiva smisuratamente contro giustizia,
pensando di distruggere Atene.
Ma la divinità ha dato voto contrario, ha rovesciato la sua sorte:
Illo e il valente Iolao hanno eretto una statua
a Zeus delle vittorie, in segno di trionfo,
e mi hanno ordinato di condurti Euristeo per farti felice.
È bellissimo vedere prostrato nella sciagura
il nemico che prima esultava nella buona sorte.
ALCMENA Sei qui, maledetto?
Finalmente Dike si abbattuta su di te?45
Innanzi tutto girati da questa parte e guarda in faccia i tuoi nemici!
Adesso non puoi più dare ordini: devi solo obbedire.
Sei tu, infame, colui che si è arrogato il diritto
di infliggere tante umiliazioni a mio figlio, che adesso è dove è?
Dimmelo: voglio saperlo.
Quale torto non hai avuto l’ardire di fargli,
tu che lo hai anche costretto a scendere vivo nell’Ade
e lo hai spedito a massacrare idre e leoni?
Non parlo delle altre infamie che hai escogitato:
il discorso andrebbe troppo per le lunghe.
E non ti sei accontentato di azzardarti a tanto,
ma hai messo in bando da tutta la Grecia me e i suoi figli,
anche se sedevamo supplici nei templi dei divini,
noi ormai vecchi, e loro ancora piccoli.
Ma ti sei imbattuto in una città libera e in uomini liberi,
che non si sono lasciati intimidire da te.
Devi morire di una morte atroce, e per te sarà tutto di guadagnato:
non dovresti crepare una volta sola, dopo tutto quello che hai fatto.
SERVO Non è compito tuo ucciderlo.
ALCMENA E allora non è servito a niente farlo prigioniero?
Forse una legge gli vieta di morire?
SERVO Chi governa questa terra non vuole la sua morte.
ALCMENA E perché? Per loro non è bello uccidere i nemici?
SERVO Non quelli che hanno catturato vivi in battaglia.
ALCMENA E Illo ha tollerato questa decisione?
SERVO Avrebbe dovuto rifiutarsi di obbedire alle leggi di questa terra?
ALCMENA Euristeo dovrebbe morire
e non vedere † mai più la luce del sole †.
SERVO Non c’è nessuno pronto a ucciderlo.
ALCMENA Io sì. Anch’io sono qualcuno.
SERVO Se lo farai ti attirerai critiche pesanti.
ALCMENA Amo questa città: su questo non si discute.
Ma nessuno dei mortali mi porterà via quest’uomo,
poiché è caduto in mio potere.
Chi vuole mi chiami pure tracotante,
dica pure che insuperbisco troppo, per essere una donna:
lo farò in ogni caso.
CORO Tremendo, lo so, ma comprensibile, donna,
l’odio che nutri nei confronti di Euristeo.
EURISTEO Donna, sappi bene che non cercherò di blandirti,
e che per salvarmi la vita
non dirò nulla che mi procuri fama di vigliacco.
Non ho scelto io di scatenare questo conflitto:
ero ben consapevole di essere tuo cugino
e di appartenere alla stessa stirpe di tuo figlio Eracle46.
Ma Era, poiché era una dea, mi afflisse con questo morbo,
con o senza il mio permesso.
Quando presi a odiare Eracle
e capii che avrei dovuto affrontare questo scontro,
mi diedi a escogitare fatiche
e ne ideai molte, dedicandoci notti intere;
se avessi perseguitato e ucciso i miei nemici
avrei evitato di vivere il resto dei miei giorni nel terrore:
sapevo che tuo figlio non era uno dei tanti, ma un vero uomo.
Parlerò sempre bene di lui, anche se era mio nemico,
perché era un valoroso.
E una volta ucciso lui, non avrei forse dovuto fare di tutto
per uccidere, cacciare e insidiare questi suoi figli,
poiché sapevo che mi odiavano dell’odio
che avevano ricevuto in eredità dal padre?
Così facendo mi sarei messo al sicuro.
Se ti fossi trovata nella mia situazione,
non avresti forse perseguitato anche tu
i germogli ostili di quel leone nemico,
e li avresti lasciati vivere ad Argo, per fare la saggia?
Non ci crederebbe nessuno.
Non mi hanno ucciso quando ero pronto a morire,
e adesso, secondo le leggi della Grecia,
chi mi uccide commette sacrilegio.
La città mi ha lasciato andare, perché è saggia:
privilegia il dio rispetto all’odio nei miei confronti.
Hai parlato, io ho risposto.
Adesso dichiarami assassino o uomo nobile.
Questo è quanto: non desidero la morte,
ma neanche mi angoscia perdere la vita47.
CORO Alcmena, voglio darti un modesto consiglio:
lascialo andare, perché è questo il decreto della città.
ALCMENA E che cosa accadrebbe nel caso che lui morisse
e io rispettassi il volere della città?
CORO Sarebbe la soluzione migliore. Ma come si potrebbe fare?
ALCMENA È facile spiegartelo: lo ucciderò
e consegnerò il suo cadavere ai suoi cari che verranno a reclamarlo48.
Non disobbedirò alla legge di questa terra, per quanto riguarda il suo corpo,
e lui me la pagherà con la morte.
EURISTEO Ammazzami pure: non ti supplicherò.
Ma farò un dono a questa città che mi ha risparmiato la vita
e si è fatta scrupolo di uccidermi:
l’antico vaticinio di Apollo, che in futuro le gioverà più di quanto creda.
Quando sarò morto mi seppellirete dove è decretato dal destino49,
davanti al santuario della vergine di Pallene, la divina50.
Avrete la mia benevolenza e giacerò per sempre sotto terra
straniero-ospite, salvezza per questo paese,
il nemico più feroce dei discendenti di costoro,
se marceranno contro di voi con un grande esercito,
tradendo i benefattori di adesso: begli ospiti avete protetto!
Sapevo tutto questo, ma sono venuto qui ugualmente,
senza lasciarmi spaventare dall’oracolo del dio.
Perché?
Pensavo che Era fosse molto più potente degli oracoli
e non mi avrebbe tradito.
Ma non consentite a costoro
di versare libagioni o sangue per me, sul mio sepolcro:
in cambio della mia morte li fornirò di un ritorno funesto51,
mentre voi trarrete da me un duplice guadagno:
con la mia morte sarò la vostra fortuna, la loro rovina.
ALCMENA Che cosa aspettate?
Lo avete sentito o no?
Ammazzate quest’uomo,
se volete salvare la città e i vostri discendenti!
La indica lui, la via più sicura:
è un nemico, ma da morto vi sarà utile.
Servi, portatelo via,
e poi ammazzatelo e gettatelo ai cani!
E tu non sperare di sopravvivere
e cacciarmi di nuovo dalla mia patria!

CORO Concordo. Muovetevi, servi!


Nessuna contaminazione sui sovrani,
per quanto ci riguarda.
SUPPLICI
Personaggi
ETRA
CORO DI DONNE ARGIVE
TESEO
ADRASTO
ARALDO
MESSAGGERO
EVADNE
IFI
FIGLIO DEI CADUTI
ATENA

Scena: a Eleusi, davanti al tempio di Demetra


ETRA O Demetra che custodisci il focolare di Eleusi1,
e voi, sacerdotesse del suo santuario,
concedete felicità a me, a mio figlio Teseo,
alla città di Atene e alla terra di Pitteo!2
Io sono Etra, e mio padre mi allevò qui, in un ricco palazzo,
e poi mi diede in moglie a Egeo, figlio di Pandione,
in seguito all’oracolo dell’Obliquo3.
Io vi prego per queste vecchie donne,
che hanno lasciato le loro case nella terra di Argo
e si sono prostrate alle mie ginocchia con i ramoscelli dei supplici,
straziate da una sciagura terribile:
hanno perduto i loro sette nobili figli, morti presso le porte di Tebe4.
Li aveva condotti là Adrasto, re degli Argivi5,
che voleva recuperare a suo genero Polinice, cacciato in esilio,
quello che gli spettava dell’eredità di Edipo6.
Queste madri vorrebbero dare sepoltura
ai loro figli che sono caduti in battaglia,
ma i vincitori non concedono loro neanche di raccoglierne i cadaveri7,
e oltraggiano le leggi degli dei.
Ecco là Adrasto, prostrato a terra, gli occhi inondati di lacrime:
spartisce con le donne la fatica di ottenere il mio aiuto,
e piange sulla disgraziatissima spedizione che ha guidato,
lontano dalla sua patria.
Insiste con me: vuole che supplichi mio figlio
e lo convinca a raccogliere i cadaveri
con la forza della persuasione o con la violenza delle armi,
e a collaborare alla loro sepoltura.
Pensa che solo mio figlio e Atene
possano compiere per lui questa impresa.
Sono uscita di casa a officiare il sacrificio propiziatorio per il raccolto8,
e sono venuta a questo recinto sacro, dove per la prima volta, dicono,
apparve (si levò ritta, in un brivido) la spiga feconda, su questa terra9.
Coronata di questa catena di foglie che non è catena10
sto ferma vicino agli altari consacrati alle due dee, Kore e Demetra11,
spinta dalla compassione per queste madri dai capelli bianchi
che hanno perduto i loro figli, e dal rispetto per le loro bende sacre.
Ho già inviato alla rocca un araldo che convochi qui Teseo,
perché liberi la nostra terra da questo loro strazio,
o faccia tutto quello che gli impongono le loro suppliche,
e che è azione sacra, dovuta agli dei:
è giusto che le donne facciano tutto per mezzo dei maschi,
se sono sagge.

[str. I
COROTi imploro, o vecchia,
con la mia bocca di vecchia,
gettandomi ai tuoi piedi.
† ... senza legge... Riscatta i miei figli!
Hanno abbandonato i loro corpi sfatti dalla morte
in pasto alle fiere delle montagne. †

[ant. I
Guarda le lacrime miserevoli
che colano dalle mie palpebre,
le mie carni rugose lacerate con le unghie.
Perché?
Non ho esposto nella casa i cadaveri dei miei figli,
e non vedo i loro sepolcri.

[str. II
Anche tu, o signora,
un giorno hai generato un figlio,
e hai colmato di gioia il letto del tuo sposo.
Partecipa con la tua comprensione al mio dolore,
partecipa a tutto lo strazio che io soffro,
poiché coloro che ho messo al mondo
sono morti.
Ti prego, convinci tuo figlio,
che venga all’Ismeno12,
e affidi alle mie mani
quei corpi di giovani morti nel fiore della vita,
che vagano senza sepoltura.

[ant. II
Non per celebrare gli dei,
ma stretta nella morsa della necessità
sono venuta a prostrarmi
e a levare le mie suppliche
presso i loro altari ardenti13:
la giustizia è con noi, e tu,
grazie al valore di tuo figlio
hai il potere di cancellare la mia disgrazia.
Il mio strazio è degno di pietà,
e ti prego: fai che tuo figlio
restituisca il mio, ormai morto,
alla mia mano infelice,
perché io possa abbracciare
le sue povere membra.

[str. III
Ecco: altro pianto, a gara
si avvicenda al mio pianto.
Rimbombano i colpi delle ancelle.
Forza, colpitevi con me!
Forza, compagne del mio strazio!
L’Ade rispetta la nostra danza.
Graffiatevi il viso!
Insanguinatevi le unghie candide!
Il vostro corpo si arrossi di sangue.
<AIÁI>
Onorare chi è morto rende onore a chi vive14.

[ant. III
Insaziabile, straziante
mi trascina il piacere di piangere,
come fiotto d’acqua
che cola da un’alta rupe,
lamento che non finisce mai:
il dolore per la morte dei figli
suscita il pianto delle donne.
AIÁI
O se la morte mi facesse dimenticare il dolore!

TESEOChi leva questi lamenti,


chi si colpisce il petto,
che ne riecheggia il sacrario?
L’angoscia mi mette le ali.
Sto cercando mia madre, che non è in casa da tempo:
non vorrei che le fosse successo qualcosa.

ÉA
Che cosa significa?
Mi accorgo che il mio discorso
dovrà partire da qualcosa di nuovo:
la mia vecchia madre seduta all’altare con donne straniere,
che esprimono il dolore ognuna in modo diverso.
Dai loro occhi di vecchie
versano a terra lacrime che suscitano pietà.
Hanno i capelli rasati, e non indossano vestiti da festa.
Che cosa significa, madre? Parla, e io starò a sentire.
Mi aspetto qualche brutta notizia.

ETRA O figlio, queste donne sono le madri


dei sette condottieri che morirono alle sette porte di Tebe.
Mi stanno intorno in cerchio, come vedi,
e impugnano i ramoscelli dei supplici.
TESEO E chi è quell’uomo lì vicino alla porta,
che leva questo lamento degno di pietà?
ETRA Adrasto, a quanto dicono, il re degli Argivi.
TESEO Chi sono i ragazzini che lo circondano?
Forse i figli di queste donne?
ETRA No, sono i figli dei morti.
TESEO E perché sono venuti da noi come supplici?
ETRA Io lo so, ma lascio che siano loro a dirtelo, figlio.
TESEO Dico a te, che ti nascondi la testa sotto il mantello:
scopriti, smettila di lamentarti e parla con me.
Se non si parla, non si ottiene niente.
ADRASTO O Teseo, sovrano vittorioso della terra ateniese,
vengo a supplicare te e la tua città.
TESEO Che cosa cerchi? Di cosa hai bisogno?
ADRASTO Tu sai della mia spedizione funesta.
TESEO Non hai certo attraversato la Grecia in silenzio.
ADRASTO In essa ho perso i migliori degli Argivi.
TESEO Sono questi i tristi risultati della guerra.
ADRASTO Sono andato a chiedere la restituzione dei loro corpi alla città di Tebe.
TESEO Confidavi negli araldi di Hermes, per seppellire i morti?
ADRASTO Sì, ma chi li ha ammazzati non lo consente.
TESEO E che cosa dicono? La tua è una richiesta sacrosanta.
ADRASTO Che cosa dicono? Non sanno reggere il loro stesso trionfo.
TESEO Sei venuto da me per un consiglio, o per qualcos’altro?
ADRASTO Vorrei che tu, Teseo, recuperassi i figli degli Argivi.
TESEO Dove è andata a finire la grande Argo? Si vantava a vuoto?
ADRASTO Abbiamo perso, e ora veniamo da te.
TESEO Sei stato tu a deciderlo, o tutta la città?
ADRASTO Tutti i discendenti di Danao ti supplicano di seppellire i loro morti15.
TESEO Perché avevi lanciato le sette schiere all’assalto di Tebe?
ADRASTO Volevo fare un favore a tutti e due i miei generi16.
TESEO A chi tra gli Argivi avevi concesso in matrimonio le tue figlie?
ADRASTO I miei parenti acquisiti non erano originari della città.
TESEO Allora hai dato in spose a stranieri le tue figlie argive?
ADRASTO Sì, a Tideo e a Polinice di Tebe.
TESEO E per quale motivo ti sei infatuato di queste nozze?
ADRASTO Apollo mi diede vaticini difficili da decifrare.
TESEO Che cosa disse Apollo, decretando il matrimonio delle ragazze?
ADRASTO Che dovevo dare le mie due figlie a un cinghiale e a un leone.
TESEO E come hai interpretato il responso del dio?
ADRASTO Si riferiva a due esuli che bussarono alle mie porte di notte.
TESEO Ti riferisci a due persone: chi erano? Parla.
ADRASTO Tideo e Polinice, e tra di loro scoppiò una rissa.
TESEO E tu hai dato a loro le tue figlie, pensando che fossero le due fiere?
ADRASTO Mi sembrò che si azzuffassero come bestie.
TESEO E come erano venuti da te dopo essere espatriati?
ADRASTO Tideo era in esilio per avere versato il sangue di suo fratello17.
TESEO E il figlio di Edipo, perché dovette andarsene da Tebe?
ADRASTO Per le maledizioni di suo padre:
aveva paura di dover uccidere il fratello.
TESEO Allora fu saggio a infliggersi un esilio volontario, come dici.
ADRASTO Ma chi rimase recò offesa a chi se ne era andato.
TESEO Il fratello lo spogliò dei suoi averi?
ADRASTO Io venni proprio per vendicarlo di questa ingiustizia:
e fu la mia rovina.
TESEO Dopo avere consultato gli indovini e scrutato la fiamma dei sacrifici?
ADRASTO ÓIMOI mi incalzi proprio sul mio più grande errore.
TESEO A quanto sembra non ci andasti con il favore degli dei.
ADRASTO Ma c’è di più: ci andai contro la volontà di Anfiarao18.
TESEO Hai respinto così alla leggera il monito degli dei?
ADRASTO Mi aveva confuso il trambusto di quei giovani guerrieri.
TESEO Coraggio avventato, quando sarebbe stata necessaria la previdenza.
ADRASTO [Che ha rovinato parecchi generali.]
O sovrano di Atene, il più valoroso di tutta la Grecia,
adesso che ho i capelli bianchi, io che fui re fortunato
mi vergogno di prostrarmi a terra e abbracciare le tue ginocchia.
Ma devo soccombere alla mia sventura.
Salva i miei morti!
Abbi pietà delle mie disgrazie, e di costoro, madri dei caduti,
che sono vecchie con i capelli bianchi, e non hanno più figli,
ma hanno trovato il coraggio di venire qui,
trascinando i loro vecchi corpi, straniere in terra straniera.
Non sono venute in delegazione per celebrare i misteri di Demetra,
ma per dare sepoltura ai morti, anche se avrebbero dovuto essere i figli
a seppellire un giorno le madri con le loro mani, a rendere gli onori funebri.
[...]19
Potresti replicarmi subito:
«Ma perché non ti sei rivolto al Peloponneso
e hai deciso di gravare di questo impegno Atene?»
È giusto che te lo spieghi:
perché Sparta è spietata e inaffidabile,
e le altre città sono piccole e deboli20.
Soltanto la tua città potrebbe sostenere questa impresa:
sa guardare alle situazioni che meritano pietà,
e ha in te un capo giovane e eccellente;
proprio quello che, se manca,
segna la rovina di molte città, che non hanno un capo.
CORO Anch’io mi unisco alle tue parole:
abbi pietà, Teseo, prendi su di te la mia sorte!
TESEO Ho già dibattuto con altri una questione del genere:
qualcuno ha detto che per i mortali il peggio prevale sul meglio.
Io sono dell’idea opposta: ci sono più beni che mali, per gli umani.
Se così non fosse, non saremmo vivi.
Lode al dio che diede ordine alla nostra vita
liberandola dal caos e dalla bestialità,
innanzi tutto infondendoci l’intelligenza
e poi dandoci la parola come messaggera del pensiero
e consentendoci di riconoscere il linguaggio;
e ci diede il nutrimento che viene dai frutti
e le gocce di pioggia che cadono dal cielo
per nutrire i doni della terra e irrorarne il grembo;
e ancora i ripari dall’inverno e dal sole ardente, e la navigazione,
affinché ogni terra potesse scambiare con un’altra le risorse di cui è priva.
Riguardo a ciò che è oscuro e che non sappiamo chiaramente,
ci sono gli indovini che osservano la fiamma dei sacrifici,
le pieghe delle viscere e il volo degli uccelli, e lo decifrano per noi.
Gli dei hanno ordinato la vita in questo modo:
non è forse arroganza esserne scontenti?
Ma la nostra mente aspira a dimostrarsi più forte del dio,
e ci riempiamo l’animo di orgoglio,
e ci illudiamo di essere più sapienti dei divini.
Mi sembra che anche tu appartenga a questa schiera,
perché non sei stato certo saggio
quando ti sei lasciato soggiogare dalle profezie di Apollo
e hai dato le tue figlie a degli stranieri,
† come se fossero stati gli dei a stabilirlo †.
E mescolando la tua stirpe pura con una impura, hai lacerato la tua casa:
un uomo saggio non avrebbe dovuto unire gli ingiusti con i giusti,
ma piuttosto guadagnare alla sua famiglia
parenti che godano di un buon demone.
Il dio accomuna le sorti,
e a causa dei misfatti di chi ha l’animo appestato
rovina chi ne subisce il contagio, anche se è del tutto innocente.
Il giorno che guidasti tutti gli Argivi nella spedizione,
gli indovini diedero i loro responsi,
ma tu disprezzasti gli dei, e trasgredisti ai loro decreti con la violenza,
condannando la città alla rovina, perché ti lasciasti fuorviare dai giovani,
che si beano di ricevere onori
e alimentano le guerre senza tenere conto della giustizia,
e trascinano alla rovina i loro concittadini,
uno per diventare il comandante in capo,
un altro per imperversare una volta che si sia impadronito del potere,
e un altro ancora per bramosia di ricchezza,
senza preoccuparsi se il popolo viene danneggiato dalle loro azioni. [...]21
E dopo tutto questo io dovrei diventare tuo alleato?
E che bel discorso farò ai miei cittadini?
Vattene, e buona fortuna: se hai sbagliato nelle tue decisioni
† tocca a te resistere al destino, e lasciarci in pace. †
CORO Hanno sbagliato. Ma succede, ai giovani.
Bisogna perdonarlo. [...]
ADRASTO O re, non ti ho scelto come giudice delle mie disgrazie
e neanche perché tu mi castigassi e mi punissi
scoprendo che ho commesso qualche sbaglio,
ma per ricevere il tuo aiuto.
Ma se rifiuti, non mi resta che rassegnarmi: che cosa potrei fare?
Forza, vecchie, muovetevi!
Posate i ramoscelli grigioverdi di ulivo coronati di bende,
e chiamate a testimoni gli dei, la terra,
e la dea che porta la fiaccola, e la luce del sole22,
che le nostre suppliche agli dei sono state inutili.

<CORO .............. Pitteo>23


che era figlio di Pelope, e noi che veniamo dalla terra di Pelope
abbiamo il tuo stesso sangue, che è quello del padre.
Che cosa vuoi fare?
Tradirai questi vincoli, caccerai dalla tua terra queste vecchie,
senza che abbiano ottenuto nulla di ciò che dovevano ottenere da te?
No. Gli animali trovano rifugio nelle rupi, gli schiavi negli altari degli dei;
una città, quando è sconvolta dalla tempesta, trova rifugio in un’altra.
Non esiste, tra i mortali, nessuna felicità destinata a durare per sempre.

– Allontanati, sventurata, dal suolo consacrato a Persefone!


Allontanati, e vai a supplicarlo abbracciandogli le ginocchia.
Supplicalo che ti riporti il cadavere dei figli.
Povera me, che li ho perduti sotto le mura di Tebe!
[...]

– O caro, per il tuo mento24, tu che sei il più glorioso tra i Greci,
ti scongiuro, povera me,
abbracciandoti le ginocchia, stringendo la tua mano.

– Pietà di me, † che ti supplico come una mendicante † per i miei figli,
e levo miserevoli, miserevoli lamentazioni.

– Ti prego, figlio,
non lasciare senza sepoltura nella terra di Cadmo25
per la gioia delle bestie selvagge,
i miei figli, che sono giovani come te.

– Guarda le lacrime sulle mie palpebre.


Ecco, mi prostro alle tue ginocchia,
perché i miei figli abbiano un sepolcro.
TESEO Madre, perché hai coperto i tuoi occhi con veli sottili, e piangi?
Forse perché hai sentito i loro tristi lamenti?
Hanno turbato anche me.
Solleva il tuo capo imbiancato,
non spargere lacrime vicino all’altare venerando di Demetra.
ETRA AIÁI
TESEO Non devi piangere per le loro disgrazie.
ETRA Povere donne!
TESEO Tu non ne fai parte.
ETRA Figlio, posso dire qualcosa di utile per te e per la città?
TESEO Sì: anche dalle donne possono venire molti saggi suggerimenti.
ETRA Esito a dire il pensiero che nascondo dentro di me.
TESEO È brutto nascondere consigli utili ai propri cari.
ETRA Non voglio che un giorno mi si rinfacci
che ho fatto male a tacere adesso,
né che ho rinunciato a dire quello che ritengo giusto
per paura che le parole delle donne, anche se sono giuste, siano inutili.
E allora, figlio, innanzi tutto ti esorto a onorare gli dei,
perché non vorrei che cadessi in errore mancando loro di rispetto:
[per il resto sei saggio, sbagli solo in questo].
Poi, io me ne starei tranquilla,
se non fosse un dovere schierarsi con coraggio
a fianco di chi subisce ingiustizia:
sappi che ciò ti procurerà grandissimo onore.
E io non mi vergogno, o figlio, di esortarti
a costringere con la forza delle armi quei tracotanti che lo impediscono
a dare sepoltura ai morti e a tributare loro gli onori funebri.
Ferma coloro che vogliono rovesciare le usanze di tutta la Grecia!
La giusta salvaguardia delle leggi consolida le città.
Qualcuno dirà che ti sei tirato indietro atterrito, per codardia,
quando avresti potuto conquistare una corona di gloria per la città,
e che il tuo scontro con il cinghiale selvaggio fu impresa di poco conto26,
mentre ti sei rivelato vigliacco alla vista degli elmi e delle lance,
quando si trattava di battersi sul serio.
No, figlio: se sei mio figlio, non farlo!
Non vedi la tua patria?
La deridono per la sua imprudenza,
ma lei fissa con sguardo feroce chi la schernisce,
e si potenzia proprio nelle difficoltà,
mentre le città che se ne stanno tranquille nell’ombra
hanno anche lo sguardo velato d’ombra,
tutte costrette nelle loro cautele.
Non accorrerai in aiuto di questi morti
e di queste povere donne che hanno bisogno di te, figlio mio?
Non tremo per te, se agisci con la giustizia al tuo fianco:
adesso vedo che tutto va bene per la gente di Cadmo,
ma sono convinta che il prossimo lancio di dadi
avrà esito diverso per loro.
Il dio sovverte sempre ogni cosa.
CORO O mia carissima madre, hai detto le cose giuste per lui e per me:
e questo raddoppia la mia gioia.
TESEO Madre, confermo quello che ho già detto di lui:
ho mostrato in che cosa ha fallito nelle sue decisioni,
ma mi accorgo anch’io che i tuoi ammonimenti sono giusti,
perché non è mia abitudine sottrarmi ai pericoli.
Compiendo tante belle gesta ho mostrato ai Greci
che è mia consuetudine castigare i malvagi, sempre,
e ora non posso sottrarmi a questo impegno gravoso.
Che cosa diranno i miei nemici,
se tu che mi hai messo al mondo e stai in ansia per me
sei la prima a ingiungermi di affrontare questa prova?
Lo farò: andrò a riscattare i caduti,
cercando di convincere i Tebani con i discorsi.
Altrimenti, ricorrerò alla forza delle armi.
Così sarà, e non senza il favore degli dei.
Ma voglio che anche tutta la città sia d’accordo con me.
E certo lo sarà, se io lo voglio.
Ma se gli concedo di parlare,
il popolo sarà meglio disposto nei miei confronti:
gli ho conferito la sovranità, liberando Atene
e garantendo diritto di voto uguale per tutti.
Prendo con me Adrasto come testimone dei discorsi che farò,
e vado all’assemblea dei cittadini.
Li convincerò, metterò insieme giovani scelti tra gli Ateniesi
e poi tornerò qui, in assetto di guerra,
e manderò un’ambasceria a Creonte
chiedendo che ci restituiscano i cadaveri.
Su vecchie, togliete a mia madre le ghirlande consacrate:
la prenderò per mano e la porterò al palazzo di Egeo.
Disgraziato il figlio che non restituisce ai genitori
il servizio che ha ricevuto da loro.
[È un bellissimo tributo di affetto,
e chi lo offre a chi lo ha generato a sua volta lo riceverà dai propri figli.]

[str. I
CORO Argo nutrice di cavalli, mia patria,
le hai udite, le hai udite
queste parole del sovrano, colme di rispetto per gli dei,
così importanti per il Peloponneso e per Argo?

[ant. I
O se Teseo arrivasse al termine e al culmine delle mie sventure,
e portasse via quei cadaveri che grondano sangue
ma sono ancora l’orgoglio delle loro madri,
e stringesse amicizia perpetua con la terra di Inaco!27

[str. II
È vanto splendido per le città una fatica sacra
e procura gratitudine eterna.
Quale sarà il decreto di Atene nei miei confronti?
Mi sarà alleata, e otterremo che i nostri figli abbiano un sepolcro?

[ant. II
Aiuta la madre, città di Atena, aiutala,
e fai che le leggi umane non siano profanate.
Tu rendi onore alla giustizia
e soccorri sempre chi patisce sventura.

TESEOAraldo, tu con la tua arte


sei sempre al servizio mio e della città, portando messaggi:
attraversa l’Asopo e le acque dell’Ismeno28
e riferisci queste parole al sovrano superbo dei Cadmei29:
«Teseo ti chiede il favore di dare sepoltura ai morti.
La sua terra confina con la tua e ritiene giusto ottenere questa grazia,
e farti stringere amicizia con tutta la gente che discende da Eretteo».
Se accetteranno, tessi le loro lodi e poi ritorna qui.
Se non si lasceranno convincere, continua con queste parole:
«Allora riceverete la schiera dei miei uomini in armi».
L’esercito è accampato nei dintorni, e lo passano in rassegna:
è pronto qui vicino, presso la sacra sorgente di Callicoro30,
e la città, quando ha capito che anch’io volevo così,
ha accettato volentieri e con gioia di affrontare questo rischio.
ÉA
Chi è costui che viene a intralciare i miei discorsi?
Non sono sicuro, ma mi sembra uno di Tebe, un araldo.
Fermo tu!
Forse viene incontro alle mie richieste, e ti esonera dalla tua fatica.
ARALDO Chi è il re di questa terra?
A chi devo riferire le parole di Creonte, che adesso è il re di Tebe,
dopo che Eteocle è morto presso le sette porte,
per mano di suo fratello Polinice?
TESEO Hai commesso un errore già all’inizio del tuo discorso,
cercando un re in questo luogo:
la città non è nelle mani di uno solo, ma è libera,
e la sovranità è nelle mani del popolo,
e le cariche pubbliche durano un anno, a rotazione.
Nessun privilegio per chi è ricco,
perché i poveri godono dei suoi stessi diritti.
ARALDO Mi hai dato un punto di vantaggio, come nelle partite di dadi:
lo Stato da cui vengo è sotto il governo di uno solo, non della moltitudine,
e non c’è nessuno che possa trascinarlo di qui o di là a proprio tornaconto
esaltandolo con le sue chiacchiere: un governante del genere
risulta gradevole, sul momento, e fa molto piacere,
ma poi si rivela un flagello, e per sfuggire alla giustizia
tenta di mascherare gli sbagli del passato con accuse bugiarde.
E d’altra parte come potrebbe guidare una città
il popolo che non sa neanche mettere in piedi un discorso come si deve?
È il tempo, non la fretta, a incrementare la conoscenza.
Un poveraccio che lavora la terra, anche se non fosse ignorante,
non potrebbe interessarsi della vita politica, perché ha da lavorare.
È una peste per i migliori, una canaglia che viene dal nulla,
e ottiene il potere conquistandosi il popolo con i suoi discorsi.
TESEO Davvero arguto, l’araldo,
e davvero bravo a inventarsi chiacchiere fuori luogo.
Ma visto che sei stato tu a scatenare questo scontro di parole,
stammi a sentire: per la città non esiste niente di peggio che un tiranno.
Per prima cosa non ci sono leggi condivise,
e il potere è nelle mani di uno solo
che si è impadronito della legge per conto proprio, abolendo l’uguaglianza;
quando invece ci sono leggi scritte
il povero e il ricco godono degli stessi diritti,
e il più debole può rispondere al potente, se ne riceve offesa,
e il più piccolo può trionfare sul più grande, se la giustizia è con lui.
La libertà è racchiusa in questa formula:
«Chi vuole parlare in pubblico
per fare qualche proposta utile alla città?»
Chi vuole si fa vedere, chi non vuole se ne sta in silenzio.
Esiste forse un’uguaglianza maggiore di questa, per una città?
E poi, quando è il popolo a governare un paese,
si rallegra che ci sia un continuo ricambio di sudditi giovani,
mentre il sovrano assoluto pensa che rappresentino un pericolo,
e elimina i migliori e quelli che ritiene dotati di intelligenza,
perché teme che possano minare il suo potere.
E come potrebbe essere salda una città,
quando si strappano e si falciano via i giovani coraggiosi,
come le spighe nei campi a primavera?
Perché ci si dovrebbero procurare beni per i propri figli,
se tutte quelle ricchezze accumulate con fatica se le godrà il tiranno?
E perché allevare bene le figlie nella casa,
se serviranno a fornire piacere ai tiranni,
e lacrime a chi gliele ha preparate?
Mi auguro di morire,
piuttosto che vedere le mie figlie costrette a nozze con la forza.
È questa la frecciata con cui rispondo alla tua.
Che cosa sei venuto a chiedere a questa terra?
Se non fossi l’inviato di una città,
te ne saresti tornato a casa piangendo, perché straparli:
un messaggero deve limitarsi a dire quello che gli è stato ordinato,
e poi tornarsene in tutta fretta da dove è venuto.
Da ora in poi Creonte mandi nella mia città
messi meno loquaci di te.
CORO PHÉU PHÉU
I malvagi, quando hanno successo grazie al favore degli dei,
diventano tracotanti,
come se tutto dovesse andare sempre bene per loro.
ARALDO Ecco la mia risposta: tu pensala pure così,
ma io sono convinto dell’esatto contrario,
e in nome di tutto il popolo di Tebe,
ti ordino di non lasciare che Adrasto venga nella tua città.
E se è già qui, infrangi il sacro mistero delle sue bende di supplice,
e caccialo dalla tua terra prima che tramonti la luce del sole.
Non cercare di recuperare i cadaveri con la forza,
perché tu non hai niente a che spartire con la città di Argo.
Se farai quello che ti dico,
guiderai la tua nave attraverso un mare calmo.
In caso contrario, un’onda immane di lance
si rovescerà su di noi, e su di te e gli alleati.
Pensaci bene, e non irritarti per le mie parole.
Non rispondermi con un discorso tronfio di prepotenza
per il solo fatto che governi una città libera.
Non c’è da fidarsi della speranza:
ha fatto scoppiare la guerra tra molte città,
esasperando la rabbia oltre misura.
Quando il popolo deve votare per la guerra,
nessuno pensa che potrebbe toccare a lui, morire,
e trasferisce sempre su qualcun altro questa sventura:
ma se al momento del voto avessero davanti agli occhi questa eventualità,
la smania di combattere non avrebbe mai condotto la Grecia alla rovina.
Eppure tutti noi umani sappiamo quale sia la migliore tra due prospettive,
sappiamo distinguere ciò che è bene e ciò che è male,
e quanto la pace sia migliore della guerra per i mortali:
le Muse la adorano, la detestano le dee della vendetta,
ed essa gioisce di una bella prole, si rallegra della ricchezza.
Ma nella nostra meschinità noi mettiamo da parte tutto questo,
e decretiamo guerra, e facciamo schiavi i più deboli,
uomo contro uomo, città contro città.
Tu presti il tuo aiuto a nemici che oltre tutto sono morti,
vuoi recuperare e dare sepoltura a uomini
che sono stati annientati dalla loro stessa tracotanza.
Non è forse giusto che continui a ardere il cadavere folgorato di Capaneo,
che accostò una scala alla porta e giurò che avrebbe devastato Tebe,
volessero o non volessero gli dei?31
E l’indovino non fu inghiottito da una voragine
che circondò d’abisso la sua quadriga?32
E gli altri capi non giacciono forse alle porte,
con le articolazioni delle ossa cardate a colpi di pietra?
Vantati di saperne più di Zeus,
oppure riconosci che gli dei abbattono i malvagi,
secondo giustizia.
Chi è saggio deve per prima cosa volere bene ai suoi figli,
e poi ai suoi genitori e alla sua patria,
che deve rendere più potente, e non distruggere.
Non c’è da fidarsi di un condottiero temerario,
né di un uomo di mare troppo irruente:
saggezza è stare calmi al momento opportuno.
Anche questo è coraggio: la prudenza.
CORO Bastava il castigo di Zeus.
Non dovevate offendere in questo modo i morti.
ADRASTO Infame!
TESEO Taci, Adrasto.
Non aprire bocca, parla solo dopo di me.
Non è a te che costui è venuto a lanciare i suoi proclami, ma a me,
e dunque tocca a me rispondergli.
E comincerò dalle tue prime affermazioni.
Non mi risulta che Creonte sia il mio padrone,
e non è neanche più potente di me:
non può costringere Atene a fare quello che dice.
Rovesceremmo il corso delle cose, se obbedissimo ai suoi ordini.
Non sono certo io a dichiarare questa guerra,
e non sono neanche venuto con gli Argivi nella terra di Cadmo;
ma penso che sia giusto seppellire i morti,
nel rispetto della legge panellenica
senza recare danno alla città e senza scatenare scontri o massacri.
Che cosa c’è di male in tutto questo?
Se anche avete subito qualche offesa da parte degli Argivi,
loro sono morti, e avete respinto gloriosamente i vostri nemici,
coprendoli di vergogna: giustizia è fatta.
Lasciate che i cadaveri ricevano sepoltura,
e che ogni elemento torni da dove è venuto alla luce,
lo spirito all’etere, il corpo alla terra:
lo abbiamo avuto soltanto per dimorarci da vivi,
e poi deve riprenderselo la terra che lo ha nutrito33.
Pensi di fare torto a Argo se non seppellisci i morti?
No: è un oltraggio che colpisce tutta la Grecia,
se i caduti vengono lasciati senza sepoltura,
usurpati delle onoranze che gli spettano.
Se si sancisce questa usanza, i valorosi diventeranno più vili.
E tu sei venuto ad agitarmi terribili minacce,
quando avete paura che si seppelliscano dei cadaveri?
Che cosa temete che vi possa capitare?
Che i morti, una volta seppelliti, scavino la vostra terra?
O che mettano al mondo figli nelle cavità del sottosuolo,
e che costoro facciano vendetta?
Che stupido spreco di parole,
dettato da una paura perversa e senza senso!
Sciocchi, rendetevi conto delle umane sventure.
Vivere è combattere.
Qualcuno è fortunato subito, qualcuno lo sarà domani,
e per qualcun altro la fortuna appartiene ormai al passato.
Il dio gioca.
Chi è nella sventura, gli tributa grandi onori,
e chi gode di ricchezza, lo esalta,
perché teme che quel vento propizio lo pianti in asso.
Ben consapevoli di questo,
dobbiamo sopportare senza infuriarci
le offese che non oltrepassano la misura
e non dobbiamo fare torti che possano danneggiare la città.
Come?
Consegnaci i cadaveri per la sepoltura,
perché vogliamo officiare il sacro rito.
In caso contrario, è chiaro che cosa accadrà:
verrò io a sotterrarli con la forza.
Non si dirà mai tra i Greci che l’antica legge dei divini
è giunta da me, e ad Atene, per poi essere profanata.
CORO Coraggio! Se difendi la luce di Dike,
ti sottrarrai alle calunnie degli umani34.
ARALDO Vuoi che concluda alla svelta il discorso?
TESEO Dì pure: di sicuro non sei un taciturno.
ARALDO Tu non porterai mai via da Tebe i figli degli Argivi.
TESEO E tu, per favore, stai a sentire che cosa ti rispondo.
ARALDO Sono tutto orecchi: adesso è il tuo turno.
TESEO Seppellirò i caduti, li strapperò alla terra dell’Asopo35.
ARALDO Prima dovrai rischiare la vita in battaglia.
TESEO Ho già affrontato molte altre prove.
ARALDO Tuo padre ti ha fatto così forte da reggere lo scontro con tutti?
TESEO Soltanto con i prepotenti: non punisco i buoni.
ARALDO Siete abituati a darvi sempre da fare, tu e la tua città.
TESEO Affronta molti rischi e ottiene molti successi.
ARALDO Fatti avanti:
a Tebe ti accoglierà la lancia degli Uomini Seminati36.
TESEO Ma che razza di guerrieri feroci potrà mai nascere da un drago?
ARALDO Te ne accorgerai per esperienza: sei ancora giovane.
TESEO Con la tua vanagloria non scatenerai certo la mia ira:
ma vattene da questa terra,
e portati via i discorsi senza senso con cui sei venuto,
perché non ci conducono a nessuna conclusione.
Che avanzino tutti gli opliti e tutti i guerrieri sui carri!
Muovano alla volta di Tebe
anche i cavalli ornati di borchie, con le bocche schiumanti.
Io in persona, araldo di me stesso,
andrò alle sette porte di Cadmo impugnando la spada tagliente.
A te, Adrasto, ordino di restare qui,
di non mescolare il tuo destino con il mio.
Io solo, con il mio demone, guiderò l’armata,
nuovo condottiero in una nuova battaglia.
Ho bisogno di una cosa soltanto:
gli dei che onorano la giustizia mi stiano vicini.
L’unione di questi due elementi assicura la vittoria:
ai mortali il valore non serve a niente,
se non hanno il favore degli dei.

[str. I
SEMICORO I – O madri sciagurate di condottieri sciagurati,
un terrore livido si insedia nelle mie viscere.
– Che parole sinistre!
– Quale destino attende l’esercito di Atene?
– Ti riferisci alle armi o alle diplomazie?
– Sarebbero preferibili. Ma se la città assisterà a stragi feroci
e udirà il suono dei petti percossi nel dolore,
povera me, che cosa mi diranno, di che cosa mi accuseranno!

[ant. I
SEMICORO II – Ma la Moira37 può rovesciare ancora
chi rifulge nella buona sorte: è in questo che confido.
– Tu proclami giusti gli dei.
– Chi, se non loro, assegna gli eventi?
– Ma io vedo che sotto molti aspetti
gli dei non hanno niente da spartire con i mortali.
– Ti distrugge l’antica paura.
Giustizia reclama giustizia, sangue altro sangue.
Gli dei tengono nelle loro mani il termine di ogni cosa
e concedono ai mortali tregua dalla sventura.

[str. II
SEMICORO I – Come potremmo giungere
alle pianure dalle belle torri38,
dopo avere lasciato l’acqua di Callicoro, sacra a Demetra?39
– Se un dio ti desse le ali per raggiungere la città dai due fiumi
le vedresti, le vedresti le sorti di chi ti è caro.
– Quale sorte, quale destino
attende il valoroso sovrano di Atene?

[ant. II
SEMICORO II – Leviamo ancora invocazioni agli dei invocati!
È questa la prima garanzia contro il terrore.
– IÓ Zeus che fecondasti la nostra antica genitrice, la figlia di Inaco40,
sii alleato propizio per me e per questa città!
– Il tuo vanto, il sostegno della tua città,
è stato oltraggiato, ma tu conducilo al suo rogo.

MESSAGGERO Donne, sono venuto con molte belle notizie.


Ero caduto prigioniero nella battaglia
che i sette guerrieri adesso morti
avevano combattuto con le loro schiere presso la sorgente di Dirce,
e mi sono salvato41. E Teseo ha vinto.
Sarò breve: ero un servo di Capaneo,
che Zeus incenerì con la folgore ardente42.
CORO O carissimo, è davvero una buona notizia il tuo ritorno,
e quanto ci hai riferito su Teseo.
Se anche l’esercito di Atene è in salvo,
ci daresti un annuncio in tutto e per tutto gradito.
MESSAGGERO È in salvo,
e ha fatto quello che avrebbe dovuto fare Adrasto con i suoi Argivi,
quando li guidò dall’Inaco in una spedizione contro Tebe43.
CORO E come hanno innalzato il trofeo in onore di Zeus,
il figlio di Egeo e i suoi compagni?
Parla, tu che eri là, e dai questa gioia a noi che non eravamo presenti.
MESSAGGERO I raggi fulgidi del sole,
misura nitida dell’ora, colpivano la terra,
e io mi ero messo in osservazione
da una torre alta vicino alla porta di Elettra44.
E vedo tre schiere di guerrieri: la fanteria con gli scudi,
che muoveva verso l’alto, verso il colle che chiamavano Ismenio45;
il re in persona, il figlio di Egeo, il glorioso, con i suoi compagni d’armi,
i cittadini dell’antica terra di Cecrope schierati all’ala destra46,
e i Parali, con le loro lance, presso la sorgente di Ares47.
I cavalieri si erano piazzati per metà a destra
e per metà a sinistra dell’esercito,
e i carri stavano sotto il venerando sepolcro di Amfione48.
Tutti i Tebani si erano schierati davanti alle mura,
e alle loro spalle c’erano i cadaveri, oggetto dello scontro.
I cavalieri erano schierati di fronte ai cavalieri, i carri di fronte ai carri.
L’araldo di Teseo proclamò a tutti:
«Silenzio, cittadini! Silenzio, schiere dei Tebani!
Ascoltate: noi siamo venuti per i morti,
e vogliamo dare loro sepoltura
per salvaguardare l’antica legge della Grecia,
senza nessuna intenzione di fare massacri».
E Creonte non rispose a queste parole,
ma restò in silenzio, pronto a combattere.
Furono gli aurighi a scatenare lo scontro,
incrociando i loro carri gli uni contro gli altri,
schierando a terra i loro fiancheggiatori, in ordine di combattimento.
Si battevano con le spade,
mentre gli aurighi facevano voltare i cavalli
e tornavano a dare man forte ai loro compagni.
Forbante, il capo della cavalleria ateniese,
e i capi della cavalleria tebana49 quando videro la ressa dei carri
si scontrarono, alternando sconfitte e vittorie.
Le ho viste con i miei occhi queste cose,
e non ne ho sentito solo parlare, di tutto quello strazio,
perché ero proprio dove gli aurighi si battevano con i fanti.
E non so da dove cominciare,
se dalla polvere che si levava fitta fino al cielo
oppure da tutti quelli che venivano trascinati su e giù dalle redini,
e dal sangue che scorreva a fiumi,
di chi stramazzava a terra, di chi cadeva dai carri fracassati
e sbatteva la testa, perdendo la vita tra i rottami.
Creonte, non appena si rese conto
che la cavalleria degli Ateniesi aveva il sopravvento,
imbracciò lo scudo di vimini e andò avanti,
prima che i suoi alleati fossero presi dallo sconforto.
Ma Teseo non si lasciò cogliere di sorpresa
e avanzò impugnando le armi scintillanti.
Al centro degli schieramenti ci fu lo scontro frontale.
Uccidevano. Venivano uccisi.
E l’uno urlava all’altro, per incitarlo:
«Colpisci! Attacca gli Ateniesi!»
La schiera dei guerrieri nati dai denti del drago
si batteva con vigore spaventoso50,
e la nostra ala sinistra fu costretta a ripiegare.
Ma l’ala destra trionfa, e mette in fuga i Tebani:
l’esito della battaglia è incerto.
Lode al nostro condottiero, in quella circostanza:
non pago di trionfare all’ala destra,
accorre dove il suo esercito è in crisi.
Lancia un grido così forte che ne riecheggia la terra:
«Figli, se non fermate l’assalto feroce degli Uomini Seminati,
per Atene è la fine»51.
E così infonde coraggio in tutto l’esercito dei discendenti di Cranao52.
Impugna l’arma di Epidauro, la clava spaventosa53.
La rotea come una fionda, falcia gole con i suoi colpi,
fracassa gli elmi che riparano le teste dei nemici.
A fatica, i Tebani riuscirono a fuggire.
Io lanciai un grido di esultanza, e presi a ballare, a battere le mani.
Intanto i nostri puntavano alle porte.
Giovani e vecchi levavano grida e lamenti nella città,
il terrore li spingeva ad accalcarsi nei templi.
Gli Ateniesi avrebbero potuto entrare nelle mura, ma Teseo li fermò:
disse che era venuto a reclamare i cadaveri, non a distruggere la città.
Si devono scegliere capi come lui,
valorosi nel pericolo, ma ostili alla tracotanza del volgo,
che quando ha successo cerca di spingersi sul punto più alto della scala,
e così rovina la prosperità di cui avrebbe potuto godere.
CORO È giunto, questo giorno in cui non speravo,
e adesso credo negli dei,
e sento che la sventura non mi perseguita più come prima,
perché costoro l’hanno pagata.
ADRASTO O Zeus,
perché si dice che i poveri mortali sanno riflettere e decidere?
Noi dipendiamo da te e ci limitiamo a eseguire le tue disposizioni.
Per noi Argo era invincibile, perché eravamo in tanti, giovani e forti.
E quando Eteocle, per amore di moderazione, propose un accordo,
noi lo respingemmo, segnando la nostra fine54.
Il vincitore, il popolo senza cervello di Tebe,
come un poveraccio arricchito di colpo,
divenne tracotante e la sua tracotanza segnò nuovamente la sua rovina.
Come siete stupidi, o mortali
† che tendete l’arco al di là del bersaglio
e subite il giusto castigo di molte sventure †,
ma non date ascolto a chi vi vuole bene,
e siete succubi di ciò che accade!
E voi, città che potreste sottrarvi alle sciagure grazie alla parola,
risolvete le situazioni non con i discorsi, ma con la guerra.
Ma perché continuare?
Dimmi come hai fatto a salvarti, e poi ti porrò altre domande.
MESSAGGERO Quando la città fu sconvolta dal tumulto delle armi
uscii dalla porta attraverso la quale entrava l’esercito.
ADRASTO Avete recuperato i caduti per i quali affrontaste lo scontro?
MESSAGGERO Sì, i condottieri delle sette schiere gloriose.
ADRASTO Come hai detto? E tutti gli altri che sono caduti?
MESSAGGERO Sono stati sepolti alle pendici del Citerone55.
ADRASTO Dal versante della Beozia o da quello dell’Attica?
E chi li ha seppelliti?
MESSAGGERO Teseo, presso la rupe ombrosa di Eleutere56.
ADRASTO E dove hai lasciato i cadaveri ancora insepolti,
quando ti sei mosso per venire qui?
MESSAGGERO Vicino: tutto ciò che sta a cuore è sempre vicino.
ADRASTO E soffrivano, i servi,
mentre li portavano via dal luogo in cui erano morti?
MESSAGGERO Non furono gli schiavi a occuparsene.
<ADRASTO ..............>
MESSAGGERO Lo diresti, se ci fossi stato mentre Teseo si curava dei morti.
ADRASTO Ha lavato lui stesso le ferite di quegli infelici?
MESSAGGERO Ha anche preparato i letti di morte, e ha coperto i cadaveri.
ADRASTO Incombenza atroce, umiliante.
MESSAGGERO Che cosa c’è di umiliante
nelle sciagure che colpiscono a turno gli umani?
ADRASTO ÓIMOI come avrei voluto morire con loro!
MESSAGGERO Lamentazioni vane, che suscitano anche il pianto delle donne.
ADRASTO È solo un’impressione:
sono loro le maestre del pianto.
Ma basta così.
A mani levate, vado incontro ai morti.
Effonderò i canti lamentosi dell’Ade, chiamerò i miei cari:
mi hanno lasciato solo, e piango nella mia solitudine disperata.
Esiste un solo bene che i mortali non possono recuperare,
una volta che lo hanno perduto: la vita.
Le ricchezze se le possono riprendere.

[str. I
COROUna cosa va bene, un’altra è disgrazia.
Gloria per Atene,
e l’onore dei condottieri si raddoppia.
Ma che amarezza per me,
posare lo sguardo sui cadaveri dei miei figli.
Ma è bello vedere, se mai lo potrò vedere,
il giorno insperato,
anche se è dolore che strazia più di ogni altro.

[ant. I
O se Chronos, l’antico padre57,
mi avesse lasciata senza nozze fino a oggi!
Che cosa mi obbligava a mettere al mondo figli?
Credevo che sarebbe stata una immane sciagura
restare senza un marito.
Ma adesso che ho perso i miei figli,
vedo fin troppo, fin troppo chiaro
quale sia la vera sciagura.

[ep.
Eccoli, arrivano!
Li vedo, i cadaveri dei miei figli!
Povera me!
Come vorrei morire con loro,
scendere con loro nell’Ade!

[str. II
ADRASTOO madri, udite il mio lamento!
Levate, levate il vostro grido di dolore
in risposta alle mie lamentazioni
per i morti che giacciono sotto terra.
CORO O figlio! Io ti parlo,
ma come è triste per le vostre madri
chiamarvi con questo nome, ora che siete morti.
ADRASTO IÓ IÓ
CORO ... per le mie disgrazie.
ADRASTO AIÁI
CORO <..............>
ADRASTO IÓ abbiamo patito...
CORO ... lo strazio più atroce.
ADRASTO O città di Argo, non lo vedi il mio destino?
CORO Vede anche me, l’infelice, privata dei suoi figli.

[ant. II
ADRASTO Portate qui la causa della contesa,
i cadaveri che grondano sangue di quegli sventurati,
trucidati indegnamente da uomini indegni.
CORO Datemeli. Voglio abbracciarli, stringerli a me.
ADRASTO Sono tuoi, sono tuoi.
CORO Mi schiaccia il peso delle sciagure.
ADRASTO AIÁI
CORO E non piangi per le loro madri?
ADRASTO Ascoltatemi!
CORO Levi i tuoi lamenti per noi tutti.
ADRASTO O se i guerrieri di Tebe mi avessero lasciato cadavere nella polvere!
CORO O se non mi fossi mai fatta aggiogare dal letto di un maschio!
ADRASTO Davanti ai vostri occhi c’è un mare di sventure,
o madri infelici dei vostri figli!
CORO Ci graffiamo le guance con le unghie, ci cospargiamo il capo di cenere.
ADRASTO IÓ IÓ MÓI MOI
O se sprofondassi sotto terra!
O se mi trascinasse via una bufera
e la folgore di Zeus si abbattesse sulla mia testa!
CORO Hai visto nozze funeste, e oracoli funesti di Apollo58.
È venuta da noi, lasciando la casa di Edipo,
l’Erinni suscitatrice di pianto59.
TESEO Stavo per porti domande
† mentre levavi lamenti per quei guerrieri, ma lascerò perdere.
E adesso metto da parte le domande di allora, e ti chiedo, Adrasto †:
«Perché costoro furono eccellenti per valore tra i mortali?
Spiegalo tu che sei saggio, a questi giovani cittadini, poiché lo sai.
Ho assistito alle loro imprese
– valorose più di quanto si possa esprimere a parole –
con cui speravano di conquistare Tebe.
Solo una domanda non ti farò, per non risultare ridicolo:
con chi si scontrò in battaglia ciascuno di loro,
quale fu il nemico che lo colpì con la lancia.
Sono discorsi senza senso per chi li fa e per chi li sta a sentire,
perché chi va in guerra e vede nugoli di lance passargli davanti agli occhi
non può riferire con chiarezza chi sia stato valoroso.
Non mi azzarderei a porre domande del genere,
e neanche mi fiderei se qualcuno me ne facesse il resoconto:
chi sta di fronte al nemico, a fatica riesce a scorgere l’indispensabile».
ADRASTO Allora stammi a sentire:
sono felice che tu mi abbia affidato l’incarico di celebrare chi mi è caro,
e voglio dire ciò che è vero e giusto.
Vedi il punto in cui si abbatté in volo la folgore feroce di Zeus?
Costui è Capaneo, che era molto ricco,
ma non menava vanto delle sue ricchezze,
e non era più orgoglioso di un povero,
e fuggiva quelli che andavano troppo fieri della loro tavola
e disdegnavano la frugalità.
Diceva che la virtù non consiste nel gonfiarsi il ventre,
ma nella moderazione.
Era un amico vero per gli amici vicini e lontani:
non ce ne sono tanti come lui.
Schietto, affabile, non era mai aggressivo con i suoi schiavi
né con i suoi concittadini60.
Dirò di Eteoclo per secondo,
che ha coltivato una forma diversa di eccellenza.
Da giovane era povero, ma ottenne moltissimi onori nella terra di Argo.
Gli amici gli offrivano spesso somme di denaro,
ma lui le rifiutava, per non lasciarsi condizionare,
sottomettendosi al giogo delle ricchezze.
Non ce l’aveva con la città, ma con chi commette errori:
la città non ha nessuna colpa,
se gode di cattiva reputazione a causa di un cattivo timoniere.
Ecco com’era il terzo, Ippomedonte: fin da piccolo ebbe la forza
di non cedere ai piaceri delle Muse, alla bella vita,
e abitava in campagna, gli piaceva temprarsi duramente alla virilità.
Faceva battute di caccia, amava andare a cavallo e tirare con l’arco,
perché voleva fornire alla città un corpo che le fosse utile.
Quest’altro è il bellissimo Partenopeo,
un ragazzo, il figlio di Atalanta, la cacciatrice61.
Nacque in Arcadia,
ma venne alle correnti dell’Inaco e fu educato in Argo.
E innanzi tutto, come devono fare gli immigrati,
non diede mai fastidio a nessuno, non si mostrò ostile alla città,
e non attaccò mai le liti
che rendono odiosi sia i cittadini che gli stranieri.
Arruolato nell’esercito come un cittadino di Argo, difese il suo paese,
ed era felice se la città prosperava,
si affliggeva se le succedeva qualche disgrazia.
Molti uomini erano innamorati di lui, e † tantissime † donne,
ma evitava di commettere errori.
Tesserò con poche parole una grande lode di Tideo:
[non brillava per eloquenza,
ma era uno straordinario sofista nelle armi,
e sapeva escogitare molte astuzie.
Anche se era meno intelligente di suo fratello Meleagro,
era altrettanto famoso nell’esercizio delle armi,
e fece dello scudo un’arte raffinata]62
ricco e ambizioso, andava orgoglioso delle sue azioni,
non dei suoi discorsi.
Dopo queste mie parole, non stupirti, Teseo,
se costoro ebbero il coraggio di immolarsi davanti a quelle torri.
Un’eccellente educazione conferisce il senso dell’onore,
e un uomo che ha coltivato la virtù
si vergogna di comportarsi da vigliacco.
Il coraggio può essere insegnato:
i bambini imparano a dire e ad ascoltare anche ciò che non sanno,
e conservano fino alla vecchiaia quello che hanno appreso.
E allora date una buona educazione ai vostri figli.
CORO IÓ figlio!
Che disgrazia, averti nutrito,
averti portato nel mio grembo,
avere sofferto le doglie del parto.
E adesso appartiene a Ades il frutto dei miei travagli.
Povera me! Ho partorito un figlio
ma non ho più il sostegno della mia vecchiaia.
Che sciagura!
TESEO Gli dei onorarono il nobile figlio di Oicleo
quando lo rapirono vivo con la sua quadriga negli antri sotterranei63,
e io non dico falsità nel tessere le lodi del figlio di Edipo, Polinice,
che fu mio ospite prima di lasciare la città di Cadmo64
e trasferirsi in esilio volontario ad Argo.
Ma sai che cosa intendo fare di questi morti?
ADRASTO So soltanto che devo darti retta.
TESEO Capaneo, colpito dalla saetta di Zeus...
ADRASTO Hai intenzione di seppellirlo a parte
perché il suo corpo è sacro?65
TESEO Sì, e tutti gli altri in un solo rogo.
ADRASTO E dove erigerai il suo tumulo in disparte dagli altri?
TESEO Proprio vicino a questo tempio.
ADRASTO Dovrebbero occuparsene i servi.
TESEO Ci penseremo noi: portate qui i cadaveri.
ADRASTO Avvicinatevi ai vostri figli, madri sventurate.
TESEO Non mi sembra opportuno, Adrasto.
ADRASTO Come? Le madri non dovrebbero toccare i loro figli?
TESEO Morirebbero, a vederli sfigurati in questo modo.
ADRASTO Visione atroce, il sangue e le ferite dei cadaveri.
TESEO E allora perché vuoi che soffrano anche questo strazio?
ADRASTO Concordo.
Voi, donne, aspettate con pazienza: Teseo ha ragione.
Prenderete le loro ossa quando li avremo arsi sul rogo.
O infelici mortali,
perché impugnate le armi e vi uccidete tra di voi?
Smettetela! Basta con le guerre!
Custodite le vostre città,
in pace, con chi vive nella pace.
Breve, la vita,
e dobbiamo viverla nel modo più sereno, non tra gli affanni.

[str. I
CORO Non ho più i miei magnifici figli,
non ho più i miei bambini,
non ho più la fortuna di cui godono le madri argive
e Artemide, la dea dei parti,
non parlerà più con chi non ha figli66.
Vita di sciagura, la mia.
Mi agito, come nube che vaga
sospinta da venti di bufera.

[ant. I
Sette madri, sette figli
abbiamo generato, per nostra sventura,
i più gloriosi tra gli Argivi.
E adesso senza i miei bambini, senza i miei figli
invecchio nell’infelicità più atroce.
Non appartengo ai morti, non ai vivi:
destino singolare, il mio destino.

[ep.
Mi restano solo le lacrime.
Meste memorie di mio figlio
giacciono nella casa,
ciocche di capelli recisi nel lutto, corone
<e libagioni per i morti>
e i canti che Apollo, il dio dai capelli d’oro,
non ascolta.
Mi sveglierò presto piangendo
e bagnerò di lacrime
le pieghe delle vesti sul mio petto.

Ma ecco che vedo la dimora funebre di Capaneo


e il suo sacro sepolcro,
e fuori dal santuario
le offerte di Teseo ai morti.
Vicino c’è Evadne, figlia di Ifi,
la nobile sposa del guerriero
ucciso dalla folgore67.
Ma perché sta lassù, sulla rupe
che sovrasta questo edificio?
Perché ha percorso quel tragitto?

[str. II
EVADNE Che luce, che fulgore
irradiavano nel cielo il sole e la luna
† là dove Ninfe veloci
cavalcano attraverso le tenebre con le fiaccole †,
quando la città di Argo levò canti di gioia
per le mie nozze e per il mio sposo,
Capaneo dalle armi di bronzo!68
Sono accorsa fuori dalla mia casa
come una baccante in delirio
per trovare le fiamme del rogo, il suo sepolcro,
e dissolvere nell’Ade
la mia vita straziata, i miei tormenti.
È la morte più dolce,
morire con gli amati che muoiono,
se così decreta il destino.
CORO Ecco, lo vedi, proprio vicino a dove ti trovi,
il rogo, scrigno di Zeus:
è lì il tuo sposo, domato dal lampo della folgore.

[ant. II
EVADNE La vedo, la mia morte:
è qui, dove mi trovo.
Il destino si accorda con i miei passi.
Per amore di gloria
mi getterò da questa rupe, nel fuoco,
mescolando il mio corpo con quello del mio sposo,
nella vampa ardente, carne con carne, vicini.
Andrò nelle stanze di Persefone69,
e non ti tradirò mai, da morto,
continuando a vivere sulla terra70.
Addio luce, addio nozze!
† O se in Argo i nostri figli
potessero vedere nozze giuste come queste!
.............. †71.
CORO Ma ecco che si avvicina Ifi, il tuo vecchio padre:
lo attendono novità che ignorava,
e che, una volta udite, lo faranno soffrire.
IFI Povere voi, e povero me, nella mia vecchiaia!
Sono venuto qui straziato dal dolore
per due creature che hanno il mio stesso sangue:
mio figlio Eteoclo è stato ucciso dalle armi dei Cadmei
e voglio imbarcare il suo cadavere su una nave per riportarlo in patria.
E sto cercando mia figlia, la moglie di Capaneo,
che è fuggita da casa di corsa e vuole morire con il suo sposo.
Fino a poco fa era sotto sorveglianza nel palazzo,
ma è andata via non appena ho allentato la vigilanza
a causa di queste nostre disgrazie.
Pensiamo che si trovi proprio da queste parti: l’avete vista?
EVADNE Perché lo domandi alle donne?
Sono qui sulla rupe, come un uccello, padre.
Qui, in alto sopra la pira di Capaneo,
mi libero dal peso della mia sventura.
IFI Figlia, quale vento ti ha spinta? Dove vuoi andare?
Perché sei fuggita di casa e sei venuta qui?
EVADNE Se sapessi la decisione che ho preso, andresti su tutte le furie.
Non voglio che tu la senta, padre.
IFI Perché? Tuo padre non ha il diritto di conoscerla?
EVADNE Non potresti esserne giudice imparziale.
IFI Perché ti sei vestita così bene?
EVADNE Mi sono vestita per la gloria, padre.
IFI A vederti, non dai l’impressione di essere in lutto per il tuo sposo.
EVADNE Mi sono fatta bella per un gesto non consueto.
IFI E per questo ti fai vedere vicino al rogo?
EVADNE È qui che vengo a celebrare il mio trionfo.
IFI Quale trionfo? Voglio saperlo.
EVADNE Su tutte le donne su cui ha posato lo sguardo il sole.
IFI Grazie alle arti di Atena o alla tua saggezza?72
EVADNE Grazie al mio coraggio: morirò con il mio sposo, e giacerò con lui.
IFI Che cosa dici? Perché pronunci questo enigma malato?
EVADNE Mi getterò nel rogo di Capaneo.
IFI O figlia, non parlare così davanti a tutti!
EVADNE È proprio questo il mio desiderio: che lo sappiano tutti gli Argivi.
IFI Non acconsentirò al tuo gesto.
EVADNE Non importa: non puoi fermarmi.
Ecco, mi butto giù. Non è bello per te,
ma è bello per me e per il mio sposo che arderà con me.

CORO IÓ donna, hai compiuto un gesto atroce!


IFI Povero me, è la mia fine, figlie di Argo!
CORO É É
dopo avere patito queste sventure † vedere il gesto temerario!
Povero te! †
IFI Non esiste nessuno più infelice di me.
CORO IÓ infelice!
Tu, vecchio, e la mia sciagurata città
avete condiviso il destino di Edipo.
IFI ÓIMOI perché ai mortali non è possibile ritornare giovani,
e poi vecchi ancora?
Se qualcosa va male nella casa,
ripensandoci possiamo rimettere a posto tutto.
Ma non la vita.
Se potessimo essere per due volte giovani e poi vecchi,
potremmo rimediare agli errori di una vita in quella che viene dopo.
Io, nel vedere altri che si riproducevano,
desideravo avere figli, e mi consumavo in questo rimpianto.
† Ma se fossi arrivato a questo punto e avessi fatto esperienza
di cosa significa per un padre rimanere senza figli †
non sarei mai caduto nella disgrazia in cui mi trovo adesso.
Ma ho generato, ho messo al mondo un giovane eccellente,
e ora mi è stato tolto.
E sia. Che cosa devo fare, povero me?
Andare a casa?
Per vedere tutte quelle stanze vuote, la mia vita desolata?
O andrò nella casa di Capaneo?
Mi piaceva così tanto, quando avevo mia figlia.
Ma non c’è più, lei che mi baciava sempre sulla guancia
e mi stringeva il viso tra le mani.
Per un vecchio padre non c’è niente di più bello che una figlia:
nei maschi c’è più grandezza, ma il loro animo è meno tenero.
Sbrigatevi a portarmi a casa, e lasciatemi al buio.
Morirò là, consumando il mio vecchio corpo nel digiuno.
Che cosa ci guadagnerei, a toccare le ossa di mia figlia?
O vecchiaia ineluttabile, come ti detesto!
E detesto tutti quelli che vogliono allungarsi la vita
con cibi e bevande, e con filtri magici,
deviando il corso del destino, per non morire.
Chi deve morire perché non può più essere utile alla terra,
dovrebbe crepare e togliersi di mezzo, per non intralciare i giovani.
CORO IÓ <IÓ>
Ecco che già trasportano le ossa dei figli estinti.
Sorreggete, ancelle, una vecchia senza forze
sfibrata dallo strazio per i figli,
che ha vissuto molto tempo † ... †
e si strugge per tutti i suoi tormenti.
Quale sciagura più grande per i mortali
che vedere i propri figli morti?

[str. I
FIGLIO DEI CADUTI Le porto, le porto dal rogo,
o mia povera madre,
le membra di mio padre,
peso che mi opprime ancora di più per lo strazio.
In un piccolo spazio
ho raccolto tutto quello che ho.
CORO IÓ IÓ figlio,
porti lacrime alla madre dei morti,
un po’ di cenere in cambio di quei corpi
un tempo gloriosi a Micene.73

[ant. I
FIGLIO DEI CADUTI Non hai più figli, non hai più figli,
e io infelice, dopo avere perduto il mio povero padre
vivrò orfano in una casa abbandonata
senza l’abbraccio di chi mi ha generato.
CORO IÓ IÓ
Dove sono andate a finire le mie doglie per farli nascere?
E la mia gioia per il parto?
E il nutrimento materno, gli occhi insonni nelle veglie,
e i baci sul viso dei miei piccini?

[str. II
FIGLIO DEI CADUTI Sono andati via. Non esistono più.
ÓIMOI padre!
Sono andati via.
CORO Ormai vagano nell’aria, dissolti in cenere.
Un volo, e sono giunti nell’Ade.
FIGLIO DEI CADUTI Padre, li senti i tuoi figli, come piangono?
Potrò mai vendicare la tua morte con le armi?
CORO È il mio augurio † figlio! †

[ant. II
FIGLIO DEI CADUTIChe gli dei decretino giusta vendetta per i padri.
CORO Questo strazio non si è mai assopito.
AIÁI per la mia sorte!
Ma basta con i lamenti, basta con il dolore.
FIGLIO DEI CADUTI L’acqua scintillante dell’Asopo74
mi accoglierà ancora, nell’armatura di bronzo
alla testa dei Danaidi, vendicatore del padre ucciso.

[str. III
Mi sembra di vederti ancora, padre, davanti ai miei occhi.
CORO Ti bacia dolcemente sulla guancia.
FIGLIO DEI CADUTI Ma le parole con cui mi incoraggiavi si disperdono nell’aria.
CORO A entrambi ha lasciato lo strazio,
a me, come madre, e a te che non smetterai mai di soffrire per tuo padre.

[ant. III
FIGLIO DEI CADUTI È un peso così grande che mi schianta.
CORO Stringo al seno quella cenere tanto amata.
FIGLIO DEI CADUTI Scoppio in lacrime,
a udire queste parole così piene di tristezza.
Mi hanno toccato l’anima.
CORO O figlio, te ne sei andato.
Non ti vedrò più, amato vanto di madre riamata.

TESEO Adrasto, e voi donne di Argo,


guardate questi giovinetti che portano nelle loro braccia
i corpi dei loro valorosi padri che ho recuperato.
Ve li doniamo, io e la mia città.
E voi ricordatevene con gratitudine:
quello che avete avuto da me, è davanti ai vostri occhi.
Ai figli dovete spiegare questo:
di onorare Atene e tramandare ai figli dei figli
la memoria di ciò che avete ricevuto.
Zeus e gli dei del cielo siano testimoni
che ve ne andrete da questa terra con tutti gli onori.
ADRASTO Teseo, siamo consapevoli
di tutto il bene che hai fatto alla nostra terra,
quando aveva bisogno di aiuto, e te ne saremo grati in eterno:
ti siamo debitori di altrettanta magnanimità.
TESEO Che cos’altro devo fare per voi?
ADRASTO Siate felici, tu e la tua città: lo meritate.
TESEO Così sia, e ti auguro altrettanto.
ATENA Ascolta, Teseo, queste parole di Atena75.
Ti dirò che cosa devi fare per trarre beneficio da questa situazione.
Non lasciare che questi giovani
riportino con tanta facilità le ossa ad Argo,
ma impegnali a un giuramento,
in cambio delle fatiche tue e della tua gente.
E a giurare deve essere Adrasto, perché è il sovrano assoluto
e ha il potere di farlo a nome di tutta la terra dei Danaidi.
Il giuramento è questo:
gli Argivi non marceranno mai contro questa terra,
e se altri popoli la attaccheranno,
combatteranno contro di loro per difenderla.
Se violeranno il giuramento e marceranno contro Atene,
prega che la terra degli Argivi sia distrutta.
E adesso ascolta dove devi immolare le vittime del sacrificio.
In casa hai un tripode dai piedi di bronzo
che Eracle ti aveva ordinato di collocare vicino all’altare pitico
quando si accingeva a compiere una nuova fatica
dopo avere distrutto Troia fin dalle fondamenta76.
Sgozzaci sopra tre pecore,
e incidi il giuramento all’interno del bacile.
Poi affidalo in custodia al dio di Delfi77,
a memoria del giuramento, a testimonianza per tutta la Grecia.
Nascondi sotto terra, vicino ai roghi dei sette cadaveri,
il coltello acuminato con cui sgozzerai le vittime:
se marceranno contro Atene, glielo mostrerete,
e li terrorizzerà, e garantirà loro un pessimo ritorno.
Poi fai che i morti se ne vadano da questa terra.
Lascia recinti sacri dove i cadaveri sono stati purificati con il fuoco,
proprio vicino al trivio dell’Istmo78.
A te ho detto questo, e ai figli degli Argivi dico:
da grandi, distruggerete la città dell’Ismeno79
e vendicherete l’uccisione dei vostri padri.
Tu, Egialeo, prenderai il posto di tuo padre a capo dell’esercito,
e ne sarai il nuovo condottiero,
e con te verrà dall’Etolia il figlio di Tideo,
a cui suo padre ha dato nome Diomede.
Quando la prima peluria vi ombreggerà il mento, e non prima,
il popolo dei discendenti di Danao dalle armi di bronzo
dovrà marciare contro la città di Tebe dalle sette porte.
Sarà amaro il vostro arrivo, per loro:
cuccioli di leone diventati adulti, distruggerete la loro città.
Così deve essere, e la Grecia vi chiamerà Epigoni,
e offrirete ai posteri materia di canto,
tanto grande sarà l’impresa che compirete con il vostro esercito,
con l’aiuto degli dei.
TESEO Atena sovrana, obbedisco alle tue parole.
Tu mi indirizzi bene, e mi impedisci di sbagliare.
Vincolerò Adrasto con un giuramento:
solo, mettimi tu sulla via giusta.
Se sei propizia alla città,
vivremo sicuri per il resto dei nostri giorni.

CORO Muoviamoci, Adrasto.


Prestiamo giuramento a Teseo e alla città.
Dobbiamo rendere onore alle fatiche che hanno affrontato per noi:
ne sono degni.
ANDROMACA
Personaggi
ANDROMACA
SERVA
CORO DELLE DONNE DI FTIA
ERMIONE
MENELAO
MOLOSSO, FIGLIO DI ANDROMACA
PELEO
NUTRICE
ORESTE
MESSAGGERO
THETIS

Scena: a Ftia, davanti alla reggia del figlio di Achille, Neottolemo, e a un santuario di
Thetis, con una statua della dea e un altare
ANDROMACA O città di Tebe, vanto della terra asiatica1,
da te un giorno partii con lo sfarzo della dote ricca d’oro
per giungere al focolare del re Priamo,
come sposa per Ettore, che gli avrebbe generato figli,
io Andromaca, un tempo degna di invidia,
adesso la più sciagurata di tutte le donne [...],
io che vidi Ettore, il mio sposo, morire sotto i colpi di Achille,
e vidi Astianatte, il figlio che gli avevo partorito,
scaraventato giù dalle alte torri,
quando i Greci si impadronirono della pianura di Troia.
Tutti sapevano che appartenevo a una delle famiglie più nobili,
ma giunsi in Grecia da schiava,
e mi diedero a Neottolemo, uno delle isole2,
come trofeo di guerra, preda scelta dal bottino troiano.
E adesso vivo in questa pianura tra Ftia e Farsalo3,
dove Thetis marina dimorava con Peleo,
lontano dagli umani, nella solitudine:
i Tessali chiamano Tetideo questo luogo,
a memoria delle nozze divine.
Qui, in questa casa4, venne ad abitare il figlio di Achille,
ma lasciò che fosse Peleo a regnare sulla terra di Farsalo,
poiché non voleva impugnare lo scettro
finché il vecchio fosse vivo.
E io generai un figlio maschio in questa casa,
unendomi con il figlio di Achille, che è il mio padrone.
E prima, anche se giacevo prostrata nelle disgrazie,
speravo che se mio figlio si fosse salvato
avrei trovato in lui una difesa e un soccorso alle mie sventure;
ma da quando il mio padrone
ha preso in moglie Ermione, la spartana5,
e ha ripudiato il mio letto di schiava,
lei mi perseguita con cattiverie atroci,
dicendo che con filtri, di nascosto,
voglio renderla infeconda e odiosa allo sposo
e che voglio vivere in questa casa al suo posto,
cacciandola via con la forza dal letto nuziale.
Ma questo è un letto che prima ho dovuto subire
contro la mia volontà, e adesso ho lasciato.
L’ho diviso con Neottolemo, ma contro la mia volontà:
potrebbe testimoniarlo il grande Zeus.
Ma non riesco a persuaderla, e mi vuole uccidere,
e c’è suo padre, Menelao, a dare man forte alla figlia.
Ed è già nel palazzo: è venuto da Sparta proprio per questo.
Atterrita, sono venuta a sedermi in questo santuario di Thetis,
qui vicino alla casa, per non morir