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Sparta

Storia e rappresentazioni
di una città greca

i
a Marcello Lupi
Città ben governata al punto da apparire un modello ideaìe di co -
munità politica. Città dedita esclusivamente alrese rcizio delle
armi e come tale simile a un accampamento militare. Città di
'" eguali'" eppure fo n data sulla selezion e euge netica dei ··miglio-
ri". Le rappresentazion i di Sparta n elle fonti antiche e n elle let -
tur e dei m oderni so n o innumere,·oli. ma ne hanno restituito
spesso un· immagin e distorta.
-L"impetuoso s,·iluppo degli studi spartani n egli ultimi decenni
fornisce oggi un quadro più equilibrato - ma anche più proble-
matico - del mo ndo di Sparta . Intrecciando il racconto degli av-
venimenti sto rico- politici co n la descrizione della società e del -
le istituzio ni cittadin e. il libro offre una ricostruzion e sintetica e
aggio rnata della storia di una città che ha avuto un peso notevole
nelrimmagin ario occidentale.

,\ larcello Lupi inseg11a Storia greca neirUni,e rsità degli Studi della Campania
.. Lu igi Vanvitell i''. A partire dalla sua prima monografia. L·ordine delle genera·
.:ioni (Bari 2000). si è ampiamente occupato di storia spartana.

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Marcello Lupi

Sparta
Storia e rappresentazioni di una città greca

Carocci editore @, Quality Paperbacks


1' edizione, marzo 1017
© copyright 1017 by Carocci editore S.p.A., Roma

Realizzazione editoriale: Progedit Sri, Bari

Finito di stampare nel marzo 1017


da Digitai Team, Fano (PU)

ISBN 978-88-430-8553-8

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 2.2. aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Premessa Il

Nota introduttiva 15

I. Immagini di Sparta 19

Il mito di fondazione: Dori ed Eraclidi lO


La fondazione politica della città: le leggi di Licurgo l3
Sparta, Creta e la costituzione mista l6
Gli scritti sulla Costituzione degli Spartani l8
Una breve panoramica delle fonti 3l

l. Le origini e la prima espansione 39

La Laconia micenea 41
L'emergere della città dorica e i suoi culti 44
Memorie delle guerre messeniche 49
Aspetti della società spartana nel VII secolo 54
Il Mediterraneo spartano 57

3. Lo sviluppo delle istituzioni politiche 61

Un documento problematico: la Grande rhetra 61


Suddivisioni civiche e villaggi 65
La diarchia: Agiadi ed Euripontidi 69
Il consiglio degli anziani 73
La magistratura degli efori 76
Gli altri Lacedemoni: le comunità perieciche 79

4. La costruzione dell'egemonia: VI e v secolo 85

Una rivoluzione di VI secolo? 86


Le guerre contro Arcadi e Argivi 89
Chilone, Cleomene e la lega dei Peloponnesiaci 92
L'egemonia riconosciuta: Sparta e le guerre persiane 97
Eroicizzare Leonida: gli usi della vittoria l02
Una prospettiva spartana sulla Pentecontetia 106
Tradizione e innovazione nella guerra del Peloponneso IIO

5. La struttura economica II7

Proprietà fondiaria ed eredità II8


La servitù ilotica 122
L'economia spartana tra ideologia e realtà 127
Gli usi privati della ricchezza 130

6. L'ordine della vita collettiva 133

Sistema delle età ed educazione collettiva 134


La "costruzione" delle madri e dei figli 138
I pasti in comune 143
Gli Spartani in festa 147
Gli Spartani in guerra 149
Cerimonie funebri e memoria dei caduti 152.

7. Dalla crisi di IV secolo alla città romana 157

L'età di Agesilao 158


Il collasso del dominio spartano 162.
Verso l'Ellenismo: isolamento e irrilevanza 166
Gli ultimi re: Agide IV, Cleomene III e Nabide 169
Dall'adesione alla lega achea alla pax romana 173
La città musealizzata 176

Epilogo

Liste dei re e cronologia essenziale

Bibliografia 193

Indice dei nomi e dei luoghi 2.15


Premessa

Una frase abusata di Geoffrey de Ste. Croix, risalente al 1972, vuole che
di libri su Sparta ve ne siano «molti e per lo più scadenti». Per quanto
ingenerosa, questa critica fotografava lo stato della ricerca quando anco-
ra non aveva avuto inizio l'impetuosa rinascita degli studi spartani che, a
partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, ha profondamen-
te trasformato - e problematizzato - il quadro delle nostre conoscenze.
Al di fuori di un limitato numero di addetti ai lavori, tuttavia, di questa
trasformazione c'è scarsa consapevolezza e scopo di questo volume è di
offrire un'introduzione sintetica, e per quanto possibile agile, alla sto-
ria e alla società di Sparta che tenga conto dei nuovi approcci di ricerca
emersi negli ultimi decenni. Sarà poi il lettore a giudicare se esso, oltre a
essere uno dei "molti" - ma in realtà un unicum nel panorama editoria-
le italiano, dove ogni volta che si è voluto fornire una sintesi di questa
materia si è sempre ricorso all'esercizio della traduzione - sia anche da
annoverare fra i libri "scadenti".
Un'osservazione preliminare sul titolo è necessaria. Si è qui fatta una
scelta diversa da quella riscontrabile nelle varie sintesi monografiche, più
o meno ampie, apparse su questo terna negli ultimi vent'anni nelle princi-
pali lingue occidentali. Nei loro titoli, anzi nei sottotitoli, il riferimento al
mito di Sparta è frequente, la città è qualificata come una "superpotenza",
la sua storia è definita "epicà' e i suoi guerrieri "eroici". In un caso, l'autore
aspira a presentare il suo lavoro come "una nuova storia" di Sparta. Da
parte mia, sebbene in queste pagine si dovrà necessariamente parlare del
mito di Sparta e dell'eroicizzazione dei suoi guerrieri, ho preferito evitare
quei termini che rischiano involontariamente di riproporre gli stereotipi
che gli studi più recenti hanno permesso di superare, così come, sul ver-
sante opposto, tendo a guardare con sospetto troppo esplicite dichiara-
zioni di nuovisrno. La scelta del sottotitolo - Storia e rappresentazioni di
una citta greca - intende rimarcare come la storia di Sparta, nonostante
12. SPARTA

gli effetti distorcenti delle molte rappresentazioni offerte dalle fonti an-
tiche, debba anzitutto essere lecca per ciò che è, vale a dire la scoria di una
città greca. Perché se è vero che Sparta fu per un paio di secoli, incorno
alla metà del primo millennio a.C., una superpotenza del mondo antico,
è altrettanto vero che essa, pur con alcune significative peculiarità, ebbe
in comune con le altre città greche, o comunque con molte di esse, i tratti
di fondo dell'organizzazione sociale e istituzionale, oltre ad averne con-
diviso la parabola storica.
Quanto alla struttura del volume, si è inevitabilmente operato un
compromesso nel costruire un intreccio era racconto policico-evenemen-
ziale e descrizione della società e delle istituzioni di Sparta. Entrambe
queste tematiche, peraltro, presentano una difficoltà. Da un lato, nello
scrivere una scoria degli avvenimenti di una città che ebbe a lungo - in-
sieme ad Atene, la sua storica rivale - un ruolo di primissimo piano nella
più ampia scoria del mondo ellenico, si corre il rischio di scrivere invo-
lontariamente una piccola scoria greca. Ho cercato di sottrarmi a questo
rischio attenendomi al principio in virtù del quale, nell'offrire un quadro
sintetico degli avvenimenti, fosse importante soffermarsi maggiormente
su quelli che hanno determinato dei cambiamenti nella società spartana
o che hanno pesato sul modo in cui Sparta è stata percepita nel mondo
antico. Ad esempio, non interessa in questa sede la vicenda delle guerre
persiane in quanto tali, ma certamente è utile sottolineare il modo in cui
esse furono utilizzate per elaborare la leggenda di Sparta, così come della
guerra del Peloponneso è utile valorizzare le fratture che produsse nel!'or-
dine sociale spartano e nel sistema di valori dei suoi cittadini. Dal!' al-
tro lato, la descrizione del sistema istituzionale ed economico spartano
e dello stile di vita dei suoi cittadini - lo Spartan way of!ife - deve fare i
conti con la consapevolezza, sempre più chiara nella storiografia recente,
dei continui cambiamenti a cui essi furono soggetti nel corso del tempo,
sebbene le fonti tendano a sottacere queste trasformazioni. Non è sem-
plice, pertanto, individuare il momento giusto in cui parlarne: farlo trop-
po presto potrebbe ingenerare l'idea, che è proprio ciò che la tradizione
antica vuole avvalorare, che il modello sociale e istituzionale spartano sia
stato elaborato in un'età molto antica e sia stato esso a determinare la
prosperità della città. La realtà, come sempre, è più complessa.
Adeguandomi a un uso diffuso negli scudi spartani, ho scelto di
partire, nel CAP. 1, dal ben noto tema dell'idealizzazione e delle rappre-
sentazioni di Sparta nelle fonti antiche, nella convinzione che non sia
possibile accostarsi a una narrazione della scoria spartana senza che pre-
PREMESSA 13

liminarmente siano stati illustrati, quantomeno a grandi linee, i modi e


i tempi della costruzione del mito di Sparta. Con questo ben chiaro in
mente, i CAPP. 2 e 3 sono dedicati l'uno alle "memorie" della storia più
antica della città tra età micenea e alto arcaismo, l'altro ali' istituziona-
lizzazione delle sue strutture politiche durante l'età arcaica. Il periodo
della massima potenza di Sparta tra la metà del VI secolo a.C. e l'esito
vittorioso della guerra del Peloponneso, che la nascita di una riflessione
storiografica in Grecia consente di ricostruire in maniera meno nebulo-
sa, è considerato nel CAP. 4, mentre i CAPP. s e 6 si soffermano, rispet-
tivamente, sulle strutture economiche e sulle forme di socialità dei suoi
cittadini, vale a dire sui due temi che da sempre hanno suscitato l'inte-
resse degli osservatori di Sparta e che in anni recenti sono stati maggior-
mente toccati dalla nuova ondata revisionista di studi spartani. Il CAP. 7,
infine, descrive la parabola discendente della vicenda storica di Sparta,
dal precario imperialismo di inizio IV secolo alla "musealizzazione" della
città in epoca romana. Per inciso, questa organizzazione della materia
separa la trattazione dei due gruppi subalterni dei "perieci" e degli "iloti",
che nei lavori di sintesi di storia spartana sono generalmente considera-
ti in immediata successione: d'altra parte, il rapporto fra gli Spartani e
coloro che abitavano ai margini del loro territorio - i perieci, appunto -
peniene soprattutto alla sfera delle relazioni politiche, mentre la servitù
iloti ca è il fondamento dell'economia agraria spartana.
Il tema della fortuna di Sparta nella cultura occidentale, segnato
anch'esso da una moltiplicazione di ricerche negli ultimi anni, merite-
rebbe un altro volume. La mia narrazione si ferma all'evo antico, salvo
accennare nell'Epilogo, in una veloce scorribanda, alcune linee lungo le
quali è avvenuta, a partire dalla cultura umanistica, la riscoperta di Spar-
ta in età moderna.

Il lettore specialista avvertirà certamente che l'esposizione della mate-


ria risente, forse più del necessario, degli interessi che hanno guidato
l'autore nei suoi studi spartani, e di questo chiedo scusa. La scrittura di
questo volume, peraltro, si è intrecciata con la fase finale della stesura di
un'altra monografia di materia spartana che mi tiene impegnato da mol-
ti anni. La conclusione di entrambi i volumi intende essere, quantomeno
nei miei auspici, il termine di una lunga fase della vita in cui la presenza
di Sparta è stata alquanto ingombrante. Ad alleggerire questa presenza
hanno contribuito diverse persone, che vorrei qui tacitamente ringrazia-
re. Quanto alla dedica, essa spetta a mio padre, in memoria.
Nota introduttiva

Questo volume presuppone la familiarità con le scansioni canoniche


della storia greca. È perciò opportuno richiamarle alla memoria, pur
nella consapevolezza del loro carattere convenzionale:

3100-1100 a.e. Età del bronzo


uoo-800 a.e. DarkAge
800-479 a.C. Età arcaica
479-32.3 a.C. Età classica
323-31 a.C. Età ellenistica

La rilevanza dell'età arcaica nella storia spartana rende utile distinguere


fra prima età arcaica (o alto arcaismo) e, a partire ali' incirca dal 600 a.C.,
tarda età arcaica. La dizione "età storica" si riferisce invece, alquanto va-
gamente, al periodo che inizia con l'età arcaica e per il quale disponiamo
di una più o meno ampia documentazione scritta ( in opposizione al pre-
cedente periodo "preistorico", noto in prevalenza attraverso la documen-
tazione archeologica). Nelle pagine finali del volume si avrà occasione
di passare brevemente in rassegna le vicende di Sparta sotto il dominio
romano e persino oltre l'evo antico, ma la grande maggioranza delle date
presenti nel testo è, ovviamente, avanti Cristo. In ogni caso, quando non
è indicato se una specifica data è a.C. o d.C., è perché il contesto lo ren-
de superfluo. Una cronologia essenziale degli avvenimenti è inserita in
fondo al volume.
Allo stesso modo, si suppongono conosciuti i principali autori anti-
chi citati e di volta in volta chiamati a supporto dell'argomentazione,
ma si provvederà a fornire nei due paragrafi conclusivi del CAP. 1 alcune
informazioni di base sugli autori e sui testi più rilevanti per la ricostru-
zione della storia spartana. I nomi degli autori antichi e le loro opere
sono citati per esteso. L'abbreviazione FGrHist rimanda alla raccolta dei
SPARTA

frammenti di storici greci di F. Jacoby, Die Fragmente der griechischen


Historiker, Berlin 1923-1958 (dopo la sigla è indicato il numero dell'auto-
re nella raccolta e il numero del frammento preceduto da F; un numero
preceduto da T si riferisce invece alle testimonianze su quell'autore). La
numerazione dei frammenti poetici segue le edizioni di: D. L. Page (ed.),
Poetae melici Graeci, Oxford 1962; M. L. West (ed.), !ambi etelegi Graeci
ante Alexandrum cantati. I-II, Oxford 1989-92, 2• ed. La numerazione
dei frammenti dei Presocratici e di Aristotele si attiene rispettivamente
a: H. Diels, W. Kranz (Hrsg.), Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin
1952, 6• ed.; O. Gigon (ed.),Aristotelis opera. III. Librorum deperditorum
Jragmenta, Berlin 1987.
Le uniche altre sigle si riferiscono al materiale epigrafico. Le tavolette
micenee sono citate secondo le convenzioni correnti, in cui HV e TH
indicano il luogo di provenienza, e cioè rispettivamente Agios Vasileios
in Laconia e la città di Tebe. Le iscrizioni spartane sono citate in base alla
numerazione delle lnscriptiones Graecae: pertanto, la sigla IG V.I rimanda
a G. Kolbe (ed.), lnscriptiones Laconiae et Messeniae, Berlin 1913. Le ab-
breviazioni MEIGGS-LEWIS e RHODES-OSBORNE si riferiscono, nell'or-
dine, alle seguenti raccolte di epigrafi di interesse storico: R. Meiggs, D.
Lewis (eds.),A Selection oJGreek Historical lnscriptions to the End ofthe
Fi.fth Century B.C., Oxford 1988, 2• ed.; P.J. Rhodes, R. Osborne (eds.),
Greek Historical lnscriptions 404-323 B.C., Oxford 2003.
Da ultimo, nella trascrizione dei nomi geografici e di altri nomi anti-
chi la coerenza non è sempre consigliabile: in generale è parso opportuno
attenersi all'uso italiano quando consolidato, salvo ricorrere in altri casi
alla semplice traslitterazione dei nomi greci (e dunque, con buona pace
del theta greco, si dirà "Termopile" ma anche "Therapne", e non manche-
rà qualche paradosso: feste "lacinzie", ma Apollo "Hyakinthios").
NOTA INTRODUTTIVA 17

FIGURA I
Grecia centrale e meridionale

-· j - , Larissa
TESSAGLIA

MARE
EGEO . ~

~ C11p0Malea
Capo
Tenaro C?Cit,ra
Fonte: P. A. Rahe, The Grand Strategy of Classica/ Sparta. Tht Persian Challenge, New Haven-
London :z.015, p. XVI (modificata).
I
Immagini di Sparta

Incorno al 525 a.C. alcuni esuli provenienti dall'isola egea di Samo navi-
garono alla volta della Laconia, la regione sudorientale del Peloponneso
in cui è situata Sparta. Presentatisi dinanzi ai magistrati spartani, essi ne
invocarono l'aiuto, militare ed economico, contro il tiranno Policrace
che alcuni anni prima si era impadronito del potere sull'isola. Stando
al racconto di Erodoto (m,46), gli Spartani, dopo che gli esuli ebbero
perorato a lungo - troppo a lungo - le proprie ragioni, risposero di aver
dimenticato la prima parte del loro discorso e di non averne compresa
la fine. Presentatisi una seconda volta davanti ai magistrati, i Sami si
limitarono a porcare un sacco e a dire che il sacco aveva bisogno di fari-
na. L'aiuto richiesto venne concesso, ma gli Spartani fecero osservare ai
Sami che quel loro insistere sul sacco era stato superfluo.
L'aneddoto è indicativo di una diffusa immagine degli Spartani im-
prontata alla sobrietà in molti aspetti del vivere quotidiano - anche,
dunque, nel parlare - e cale da giustificare il persistere nel nostro lessico
di aggettivi quali "spartano" o "laconico". Il medesimo aneddoto, peral-
tro, è riportato secoli più cardi in un'opera di Plutarco sui Detti degli
5'partani, che raccoglieva il materiale di una tradizione secolare di" detti"
(apophthegmata) per i quali essi andavano famosi. Alcuni di essi sono
celeberrimi e hanno veicolato un'immagine di Sparta destinata a durare
nel tempo: l'immagine di una città austera e dedita pressoché esclusiva-
mente all'esercizio delle armi - Isocrate ebbe a definirla «simile a un ac-
campamento militare» (Archidamo 81) - e, parallelamente, l'immagine
di una società in cui l'individuo è sottomesso dalla nascita alla morte al
controllo pervasivo dello Stato. Ma è proprio in questa e altre analoghe
immagini, nel loro aspetto idealizzante e spesso stereotipato, che si cela
uno degli ostacoli maggiori alla corretta interpretazione della società di
Sparta e della sua vicenda storica. Costituendo il punto di riferimento di
quegli ambienti oligarchici che simpatizzavano per gli Spartani e che tal-
2.0 SPARTA

volta ne imitavano il modo di vivere anche nell'apparenza esteriore - la


barba e i capelli lunghi, il vestiario modesto e grezzo -, Sparta è stata og-
getto di un processo di idealizzazione. Tale idealizzazione, che senz'al-
tro gli stessi Spartani favorirono, trova però espressione nella letteratura
superstite in opere di autori di origine non spartana. Fu soprattutto era i
gruppi oligarchici ateniesi che ebbe inizio, incorno alla metà del v secolo
a.C., un singolare fenomeno di mitizzazione della scoria e della società di
Sparta che ha finito per condizionare una parte significativa delle fonti
disponibili. È consuetudine riferirsi a questo fenomeno, richiamandosi
al cicalo di un libro rinomato, con l'espressione di "miraggio spartano".
Esso si manifesta in forme diverse, canto che all'interno stesso della tra-
dizione filosparcana è possibile distinguere diversi atteggiamenti: c'è la
"laconomania" estrema di coloro che consideravano gli Spartani una sor-
ca di semidèi; c'è l'elogio ragionato, e non privo di qualche critica, del
loro sistema politico; c'è la nostalgia della Sparta del bel tempo amico. E
c'è anche, sul versante opposto degli ambienti democratici, una rappre-
sentazione decisamente negativa della città, che si alimentava anch'essa
di immagini stereotipare (come quella della doppiezza degli Spartani,
che una cosa dicono e un'alcra pensano). In breve, incorno alle rappre-
sentazioni di Sparta e degli Spartani si è combattuta una straordinaria
baccaglia ideologica. E poiché da cali rappresentazioni non si può pre-
scindere, è opportuno iniziare da esse, volgendo lo sguardo, anzitutto, ai
miei che sono alla base dell'idealizzazione di Sparta e alle forme leccera-
rie in cui essa trova espressione.

Il mito di fondazione: Dori ed Eraclidi

Nella memoria antica l'evento fondativo della città è costituito dalla di-
scesa dei Dori nel Peloponneso e dall'insediamento di una parte di essi
a Sparta. I Dori non furono, tuttavia, i primi ad abitare la città. Prima
del loro arrivo Sparta aveva avuto un ruolo di primo piano in occasio-
ne della guerra che i Greci (gli Achei della tradizione epica) avevano
condocco contro Troia. I poemi omerici la presentano come una delle
ciccà che sorgevano nella "concava Lacedemone" - un toponimo che,
come vedremo, è screccamence associato a Sparta - e ne fanno la sede
del re Menelao. Fratello di Agamennone, il re di Micene che guidò la
spedizione contro Troia, Menelao aveva sposato la bella Elena, il cui
rapimento ad opera del troiano Paride fu all'origine, come è universal-
1MMAGINI DI SPARTA 2.1

mente noto, della guerra. È proprio attraverso il suo matrimonio che


Menelao era divenuto re di Sparta: il precedente sovrano, Tindareo, era
il padre di Elena - patrigno, in realtà, giacché secondo il mito il vero pa-
dre era Zeus - e discendeva dai più antichi re della Laconia. Si narrava
che Tindareo fosse stato detronizzato dal fratellastro lppocoonte e poi
reinsediato sul trono grazie all'intervento di Eracle. In seguito, quando
Elena raggiunse l'età del matrimonio e molti pretendenti ne chiesero
la mano, Tindareo scelse Menelao e gli passò il regno. Nella generazio-
ne successiva Oreste - figlio di Agamennone, ma sposo di Ermione, a
sua volta figlia di Menelao ed Elena - unì i domini di Agamennone
e Menelao, che infine passarono a Tisameno, il figlio di Oreste sotto
il cui regno ebbe luogo l'arrivo dei Dori nel Peloponneso. Sebbene gli
Spartani avessero cura di sottolineare la forte discontinuità tra questa
Sparta achea, rappresentata nella poesia epica, e la città dorica di cui essi
si sentivano gli eredi, questo passato leggendario aveva un ruolo rilevan-
te nella memoria cittadina. Ne sono testimonianza i culti che la città
tributava a Elena e Menelao, così come ai fratelli di Elena, i due gemelli
Castore e Polluce, generalmente noti come Dioscuri (ma non nella do-
cumentazione spartana, che preferisce chiamarli Tindaridi).
La leggenda della discesa dei Dori si presenta in diverse varianti. I
due autori che offrono maggiori dettagli, lo storico Diodoro Siculo
(rv,57-88) e il mitografo conosciuto come Pseudo-Apollodoro (11,8),
sono tardi e il loro racconto si richiama a versioni di questo mito ela-
borate nel corso del IV secolo a.C., nelle quali non si riflette necessa-
riamente il punto di vista spartano. Nelle sue linee essenziali, a ogni
modo, la storia è la seguente: dopo la morte di Eracle e la sua successiva
ascesa all'Olimpo a fianco del padre Zeus, i suoi discendenti, gli Eracli-
di, furono braccati e cacciati dal Peloponneso per mano di Euristeo, il
re di Micene e Tirinto che aveva sottoposto Eracle alle celebri fatiche.
Gli Eraclidi fecero ogni sforzo per potervi tornare al più presto, ma
solo dopo un lungo peregrinare vi riuscirono grazie all'aiuto dei Dori,
alla guida dei quali invasero il Peloponneso e lo conquistarono. L'esatto
luogo di origine dei Dori era controverso già nell'antichità, ma la ver-
sione corrente a Sparta era quella che si riflette in alcuni versi del poeta
elegiaco Tirteo, attivo nel VII secolo a.C. Da essi si ricava che gli Sparta-
ni pretendevano di essersi insediati nella propria città provenendo dalla
cittadina di Erineo, ubicata nella piccola regione montuosa della Gre-
cia centrale che in età classica era nota come Doride (fr. 2. WEST: «Zeus
stesso, lo sposo di Era dalla bella corona, diede questa città agli Eraclidi,
22 SPARTA

insieme ai quali, dopo aver abbandonato Erineo ventosa, giungemmo


alla vasta isola di Pelope» ). Nella costruzione della propria identità gli
Spartani attribuirono grande rilevanza al loro essere, al tempo stesso,
Dori ed Eraclidi. Il legame fra queste due componenti identitarie si pa-
lesa anche nella tradizione relativa al re Egimio, figlio di Doro e mitico
antenato di tutti i Dori, che aveva ricevuto l'aiuto di Eracle nella lotta
contro i Lapiti della Tessaglia e ne aveva poi, dopo la morte dell'eroe,
adottato il figlio Ilio.
Ilio, che era riuscito a vendicare il padre uccidendo Euristeo, fu il
primo a tentare di guidare i Dori nel Peloponneso, ma fallì poiché ave-
va male interpretato l'oracolo che concedeva agli Eraclidi di tornare
al tempo del "terzo" raccolto. L'oracolo intendeva dire che il ritorno
sarebbe stato possibile non nel terzo anno, come aveva creduto Ilio,
ma nella terza generazione successiva. E infatti la conquista del Pelo-
ponneso, che Tucidide (1,12,3) collocava ottanta anni dopo la presa di
Troia, avvenne solo tre generazioni più tardi, quando i tre fratelli eracli-
di Temeno, Cresfonte e Aristodemo riuscirono a penetrarvi. L'ultimo
sovrano acheo, Tisameno, venne ucciso e la popolazione fu cacciata o
sottomessa. Nella spartizione fra i tre fratelli del territorio conquista-
to, la Laconia toccò in sorte ad Aristodemo, ma era controverso se egli
avesse fatto in tempo a giungervi: infatti, sebbene la tradizione sparta-
na si sforzasse di sottolineare che Aristodemo morì quando aveva già
preso possesso di Sparta (Erodoto VI,52,1-2), una più diffusa tradizione
panellenica lo faceva morire prima, attribuendo ai suoi figli, i gemelli
Euristene e Prode, il ruolo di fondatori della città e di capostipiti delle
due famiglie che in età storica detenevano, insieme, il potere regale: gli
Agiadi e gli Euripontidi. La centralità che nella narrazione spartana del
proprio passato assume questo momento è confermata dalla memoria
delle danze e dei sacrifici che si riteneva avessero accompagnato la fon-
dazione della città e l'istituzione della doppia regalità da parte dei Dori
(Tucidide v,16,3).
La discesa dei Dori è un tipico racconto inteso a giustificare la pre-
senza di un determinato popolo in un dato territorio. A differenza degli
Ateniesi, che rivendicavano di essere sempre vissuti nella stessa terra - di
essere, cioè, autoctoni - gli Spartani, in quanto Dori, sostenevano di es-
sere venuti da un'altra terra e di aver preso possesso di quella che abitava-
no con la forza delle armi. Al tempo stesso, legittimavano questa conqui-
sta asserendo che essi, in quanto Eraclidi, ne avevano diritto perché a suo
tempo, dopo che Tindareo era stato detronizzato da Ippocoonte, Eracle
IMMAGINI DI SPARTA

aveva conquistato Sparta e l'aveva restituita a Tindareo, che si era però


impegnato a trasmetterla ai discendenti di Eracle. In questa prospettiva,
la Sparta achea celebrata dalla poesia epica - quella di Tindareo, Mene-
lao ed Elena - era un preludio che anticipava la vera fondazione della
città ad opera di Dori ed Eraclidi.

La fondazione politica della città: le leggi di Licurgo

C'è un secondo evento fondativo che nella memoria collettiva degli


Spartani svolgeva una funzione essenziale. I primi re eraclidi si presen-
tano come conquistatori, non come fondatori di una comunità politica
dotata di una legislazione. Eppure, alla base dell'idealizzazione di Sparta
c'è anzitutto l'elogio della sua organizzazione politica e sociale, cui le
fonti antiche si riferiscono attraverso le nozioni di kosmos ("ordinamen-
to politico") e di eunomia ("buon governo", "buona legislazione"). Di
qui la necessità dell'intervento di un legislatore, Licurgo, cui attribui-
re la specificità di tale ordinamento. Nel racconto di Erodoto (1,65,2.),
Licurgo si presenta come una sorta di nuovo fondatore che trasforma
Sparta da città che ha le leggi peggiori fra tutti i Greci in città ben go-
vernata. Anche Tucidide (1,18,1), che pure non cita espressamente Licur-
go, accenna a un lunghissimo periodo di conflitto civile successivo alla
fondazione di Sparta ad opera dei Dori, che ebbe termine quando, oltre
quattrocento anni prima della fine della guerra del Peloponneso, Sparta
si diede una buona legislazione che le consentì di non essere mai retta da
un regime tirannico. Se adeguiamo le indicazioni di Tucidide al nostro
sistema cronologico, Sparta sarebbe stata fondata dai Dori grosso modo
nel uoo a.C. (ottanta anni dopo la caduta di Troia), ma il suo tanto ce-
lebrato ordinamento politico sarebbe stato introdotto parecchio tempo
dopo, verso la fine del IX secolo (quattrocento anni prima del 404, anno
della vittoria spartana nella guerra del Peloponneso).
Di fatto, nessuno nell'antichità aveva le idee chiare su Licurgo e
sull'epoca in cui sarebbe vissuto, che oscillava fra l'età dei primi re eracli-
di e l'istituzione, cui egli stesso avrebbe contribuito, dei giochi olimpici
nel 776 a.C. In apertura della biografia che gli dedicò, Plutarco scrisse
che <<del legislatore Licurgo assolutamente nulla si può dire che non sia
controverso» (Vita di Licurgo 1,1), riconoscendo in tal modo che non
esisteva una tradizione ufficiale sul legislatore spartano. Alle incertez-
ze degli antichi si è sostituito lo scetticismo dei moderni: la storicità di
24 SPARTA

Licurgo non è più da tempo nell'agenda della ricerca storica su Sparta


ed è opinione condivisa che si tracci di un personaggio fittizio, la cui in-
venzione va collocata nel VI secolo giacché Tirteo, nel secolo preceden-
te, non sembra abbia avuto cognizione di questo legislatore. Evidente-
mente, nel corso della trasformazione che la società spartana attraversò
nel VI secolo, precedenti tradizioni che attribuivano ad altri i costumi
spartani - forse ai gemelli Euriscene e Prode, se non addirittura al re dei
Dori Egimio - furono offuscate dall'emergere della figura di Licurgo.
Sulla natura umana di questo legislatore, peraltro, già la tradizione an-
tica manifestava dubbi: si raccontava che, quando si era recato presso il
celebre santuario oracolare di Delfi, ricevette dalla sacerdotessa, la Pizia,
un responso che avanzava il sospetto che egli non fosse un uomo ma un
dio. Alla sua morte, poi, gli Spartani «gli eressero un santuario e hanno
per lui una grande venerazione» (Erodoto 1,66,1). Speculazioni intor-
no all'etimologia del nome Licurgo, che potrebbe significare "facitore
di luce", hanno in passato alimentato la teoria che egli fosse originaria-
mente una divinità solare reimpiegata nella funzione di legislatore, ma
l'esistenza di un culto in suo onore potrebbe indicare che era venerato in
quanto eroe, non necessariamente come un dio.
Segno evidente della centralità che assunse Licurgo nella memoria
culturale spartana è il facto che fu rivendicato a sé da entrambe le fa-
miglie reali, che lo inserirono nelle proprie genealogie non in qualità
di re, ma immaginando che egli, in quanto tutore di un nipote ancora
in età minore, avesse svolto la funzione di reggente. Le due fonti più
antiche che lo citano, ambedue div secolo a.C., riflettono due posizioni
divergenti sull'origine familiare di Licurgo: per Simonide (fr. 123 PAGE)
egli era un Euripontide, per Erodoto (1,65,4) un Agiade. Nel IV secolo
finì per imporsi la tradizione che egli fosse il figlio secondogenito del re
euripontide Eunomo - un nome che è una chiara allusione al "buon go-
verno" introdotto da Licurgo - e in quanto cale non destinato a regnare.
Tuttavia, dopo la morte del fratello maggiore, ebbe l'opportunità di ap-
propriarsi del regno ma non volle farlo, limitandosi ad assumere il ruolo
di tutore di Carilao, il figlio del fratello defunto, e ad accogliere l'invito
degli Spartani a trasformare l'ordinamento della città.
Si riteneva che Licurgo avesse ricevuto le sue leggi direttamente da
Apollo, attraverso la consultazione dell'oracolo delfico, ma secondo altri
egli si era recato a Creta per studiarne il sistema costituzionale e di lì le
aveva importate. Per il resto, la tradizione su Licurgo presenta alcuni dei
motivi generalmente connessi alle figure dei legislatori, e in particolare
IMMAGINI DI SPARTA 25

quello della necessità di mantenere immutate le buone leggi che aveva


introdotto: Licurgo avrebbe ottenuto ciò lasciandosi morire lontano da
Sparta, dopo aver fatto giurare ai suoi concittadini che non avrebbero
alterato le sue leggi prima che egli fosse tornato in città. Indipendente-
mente da queste invenzioni biografiche, tuttavia, a essere storicamente
rilevante è l'"uso" che di Licurgo è stato fatto nel corso della storia spar-
tana. Egli non è semplicemente un legislatore, ma il legislatore per an-
conomasia, e in quanto tale una parte consistente della tradizione antica
gli attribuisce l'introduzione di tutte le istituzioni spartane con la sola
eccezione della doppia regalità, che, ovviamente, doveva preesistere a Li-
curgo. La connotazione acriticamente positiva delle sue leggi determinò
che, quando si provò a dare una spiegazione della crisi della città nel
IV secolo a.C., essa fu individuata nell'abbandono della legislazione di
Licurgo. E, inversamente, quando si presentò la necessità di operare un
cambiamento nel sistema istituzionale della città, fu necessario presen-
tarlo nella forma di un ritorno all'originaria costituzione di Licurgo. È
esemplare, sotto questo profilo, l'interpretazione che in diversi momen-
ti della storia spartana venne data della principale magistratura cittadi-
na, quella dei cinque efori: nel v secolo sono considerati un'istituzione
introdotta da Licurgo, ma nel corso del secolo successivo si sviluppa -
forse come effetto collaterale della lotta politica interna alla città - una
tradizione che li ritiene una magistratura posteriore a Licurgo e ne at-
tribuisce l'introduzione al re Teopompo; in età ellenistica, infine, il re
Cleomene III liquiderà gli efori per non avere ostacoli nell'attuazione
delle sue radicali riforme sociali e giustificherà il suo gesto asserendo che
essi, oltre a non costituire un'istituzione di Licurgo, avevano nel corso
dei secoli usurpato dei poteri che non spettavano loro.
In sintesi, Licurgo è con ogni verosimiglianza un personaggio fittizio,
ma l'uso che la tradizione antica ne ha fatto è sufficientemente reale da
aver determinato, ancora nella pratica storiografica corrente, una totale
sovrapposizione tra Licurgo e le istituzioni di Sparta. Con la nozione
di "Sparta licurgica", infatti, è consuetudine riferirsi a quella particolare
fisionomia delle istituzioni cittadine intorno alle quali è costruita l' im-
magine idealizzata di Sparta: una città al cui vertice siedono, accanto ai
re, gli anziani e gli efori; e soprattutto una città austera, in cui sin dalla
più giovane età ciascun individuo si sottopone all'educazione collettiva,
prende parte ai sissizi - i pasti in comune - e si dedica costantemente
all'esercizio delle armi perché non ostacolato da necessità economiche
assolte, in sua vece, dal lavoro servile degli iloti.
SPARTA

Sparta, Creta e la costituzione mista

La tradizione secondo cui Licurgo, recatosi a Creta, aveva attinto alla


sapienza legislativa dei Cretesi e di lì importato le sue leggi si accompa-
gnava alla valorizzazione, su cui si esercitarono a lungo gli autori antichi,
delle somiglianze fra la costituzione spartana e quella vigente a Creta.
Si raccontava anche che Licurgo avesse frequentato a Creta il poeta e
musico Taleta di Gortina e anzi fosse stato - insieme a Zaleuco, il legi-
slatore di Locri Epizefiri - discepolo di Taleta. A buon diritto, Aristo-
tele lamentava che questo racconto non era particolarmente attento alla
coerenza cronologica (Politica I 274a25-3 I), giacché il cretese Tal eta, a sua
volta accreditato di un viaggio a Sparta su invito di Licurgo, era figura
del VII secolo a.C. e perciò considerevolmente posteriore rispetto alle
pur discordanti collocazioni cronologiche del legislatore spartano. Ma
poco importa: ciò che conta è che questa improbabile connessione fra
legislatori di età arcaica è il modo attraverso cui gli antichi hanno messo
in relazione i pretesi autori di quelle buone forme di governo che negli
ambienti conservatori greci erano lodate per la loro stabilità. E infatti
la nozione di eunomia era associata agli ordinamenti politici tanto di
Sparta, quanto di Creta e Locri Epizefiri.
Per larga parte, tuttavia, il rapporto fra le costituzioni di Sparta e Cre-
ta è una costruzione ideologica. Lo è, anzitutto, perché l'isola di Creta
era costituita da una moltitudine di città, per cui l'idea stessa di "costi-
tuzione cretese" è un'astrazione. Inoltre, le supposte somiglianze fra i
due ordinamenti sono di valore diseguale. Alcune, come la presenza di
una servitù rurale o di un consiglio degli anziani, sono diffuse nel mon-
do greco ben al di là delle sole Sparta e Creta. Altri parallelismi, quali
il rapporto era la magistratura spartana degli efori e quella cretese dei
kosmoi, non apparirebbero nemmeno cali se la riflessione politica antica
non li avesse esplicitamente enfatizzati. Quanto ai pasci in comune, a
prima vista il parallelismo più evidente, esistevano comunque significa-
tive differenze tra quelli accescaci a Sparta e i pasci in comune cretesi,
che peraltro avevano una diversa denominazione (cfr. infra, pp. 143-4).
Ne segue che, sebbene sia Spartani che Cretesi rivendicassero la propria
ascendenza dorica, non è opportuno richiamarsi a una pretesa origine
comune per rendere ragione di queste somiglianze. Esse sono, in parte, il
frutto di convergenze strutturali fra la società spartana e quella di alcune
città dell'isola di Creta, ma deve essere stata soprattutto la buona fama
IMMAGINI DI SPARTA 27

delle legislazioni cretesi ad aver alimentato tradizioni volte a enfatizzare


il legame fra Sparta e Creta.
Lo sviluppo e l'evoluzione di queste tradizioni è un capitolo impor-
rante dell'idealizzazione di Sparta. Secondo Erodoto (1,65,4) erano gli
stessi Spartani a credere che Licurgo avesse importato le sue leggi da
Creta, ma già negli anni della guerra del Peloponneso, nel contesto dello
scontro ideologico fra Sparta e Atene, la tesi dell'emulazione spartana di
leggi altrui offriva il fianco a facili critiche. E infatti, nel celebre discorso
pronunciato nel 430 a.C. in onore dei caduti ateniesi nel primo anno
della guerra, il leader democratico Pericle poteva rivendicare con orgo-
glio che, all'opposto, la costituzione di Atene non imitava quelle degli
altri ma semmai ne costituiva un modello (Tucidide n,37,1). La rispo-
sta della tradizione filospartana fu quella di affermare l'originalità delle
istituzioni di Sparta: erano stati i Cretesi ad aver imitato le leggi degli
Spartani e non viceversa, e a dimostrazione di ciò venne avanzato l'ar-
gomento che alcune città cretesi - Litto, in particolare - erano colonie
di Sparta e in quanto tali dovevano averne adottato le leggi. La polemica
che ne seguì sulla priorità fra questi due ordinamenti politici venne poi
risolta dallo storico Eforo di Cuma (FGrHist 70 F 149 ), che si schierò a
favore della priorità cretese, ma nel frattempo il terna della somiglianza
tra le due costituzioni era entrato stabilmente nella riflessione politica
di IV secolo. Nella Repubblica di Platone le costituzioni di Sparta e Cre-
ta, «lodate da molti» (544c), costituiscono l'ordinamento politico più
vicino al modello utopico di città che egli elabora. Anche la scelta di
inserire fra gli interlocutori delle Leggi, l'ultimo dei suoi dialoghi, uno
Spartano e un Cretese di certo non è casuale. Né è casuale che Aristotele,
chiamato anche lui a confrontarsi con il terna della migliore costituzione
possibile, abbia offerto nel secondo libro della Politica una descrizione
comparata degli ordinamenti di Sparta e Creta.
La lode dell'ordinamento spartano e della sua stabilità si espresse an-
che nell'elaborazione di una teoria che avrebbe avuto lunga fortuna nel
pensiero politico antico, e cioè la tesi della "costituzione mistà', per la
quale il miglior ordinamento politico era quello in grado di mischiare e
bilanciare al proprio interno aspetti dei regimi monarchici, oligarchici
e democratici. Aristotele vi fa riferimento in più occasioni. Egli osserva
che alcuni elogiavano gli Spartani « asserendo che l'istituzione dei re è
espressione della monarchia, il potere degli anziani lo è dell'oligarchia,
mentre l'esercizio della democrazia risiede nel potere degli efori perché
gli efori sono di estrazione popolare», ma aggiunge che altri giudica-
SPARTA

vano l'eforato un potere di natura tirannica - ed effettivamente così la


pensava Platone - mentre l'aspetto democratico dell'ordinamento spar-
tano si esprimeva «nei pasti in comune e nella vita di tutti i giorni»
(Politica 1265b33-41). Più avanti nella stessa opera Aristotele ribadisce
che secondo alcuni l'elemento democratico andava individuato nella
vita comune che gli Spartani, indipendentemente dalla loro ricchezza,
conducevano, giacché comune era l'educazione dei ragazzi, l'alimenta-
zione e l'abbigliamento (1294b18-29).
Esistevano dunque differenti modi di adattare la teoria della costi-
tuzione mista alle istituzioni spartane, a dimostrazione dell'incessante
dibattito che, a partire dal v secolo a.C. e almeno fino alla riflessione di
Polibio, si sviluppò sulle istituzioni spartane e sulle virtù che apparivano
associate al loro ordinamento politico: il coraggio di fronte al nemico
(andreia), la temperanza (sophrosyne) e la concordia nelle relazioni civili
(homonoia).

Gli scritti sulla Costituzione degli Spartani

L'elaborazione di modelli ideali di ordinamento politico, così come la


riflessione sul rapporto fra le costituzioni di Sparta e Creta, rivelano
l'interesse che il tema della "costituzione" (politeia) aveva presso il pub-
blico di età classica, in particolare quello ateniese. È nel contesto di que-
sto interesse che va situata l'elaborazione di quello specifico sottogenere
letterario nel quale l'idealizzazione di Sparta trova la sua più compiuta
espressione. Si tratta di un gruppo di opere, generalmente di limitata
estensione, dedicate all'esposizione dell'ordinamento introdotto da Li-
curgo - che di queste opere è l'indiscusso protagonista - e per lo più
intitolate Costituzione degli Spartani (più propriamente "dei Lacedemo-
ni": Lakedaimonion Politeia).
L'ambiente nel quale questa produzione inizialmente si sviluppò è
quello dei circoli oligarchici ateniesi - anzitutto quello gravitante intor-
no alla figura di Socrate - che guardavano con ostilità alla forma politica
democratica che si era affermata ad Atene nel corso del v secolo a.C.
Inevitabilmente, il loro modello politico di riferimento era costituito da
Sparta ed è tutt'altro che sorprendente che il primo autore noto di una
Costituzione degli Spartani sia stato Crizia, il maggiore esponente di quel
regime oligarchico dei Trenta, i cosiddetti "trenta tiranni", che assunse
per pochi mesi il potere ad Atene dopo la fine della guerra del Pelopon-
IMMAGINI DI SPARTA

neso. Crizia, che fu anche l'autore di un'elegia in cui veniva lodata Spar-
ta, ebbe occasione di affermare pubblicamente - o quantomeno così
riferisce Senofonte (Elleniche 11,3,34) - che «la più bella costituzione
sembra a buon diritto essere quella degli Spartani». Della sua Costitu-
zione ci sono giunti solo pochi frammenti, ma essa dovette dettare la
linea lungo la quale si mossero le opere successive, a partire da quella di
Senofonte, che è l'unico scritto intitolato Costistuzione degli Spartani
che ci sia pervenuto integralmente.
Prima di soffermarci su di essa è però opportuno chiarire in che misu-
ra gli stessi Spartani abbiano contribuito all'elaborazione di questo mo-
dello storiografico. La questione si pone in virtù di un breve riferimento
di Aristotele (Politica 1333618-2.1) a un certo Tibrone, indicato come
I' au core di riferimento fra quelli che « si mostrano pieni di ammirazione
per il legislatore degli Spartani» e che « scrivono intorno alla loro co-
stituzione». Poiché il Tibrone in questione è generalmente identificato
con un ufficiale spartano attivo nel primo decennio del IV secolo a.C., è
stata ipotizzata l'esistenza di una storiografia locale spartana incentrata
incorno alla figura del legislatore Licurgo, tanto più che negli stessi anni
anche due figure di primo piano dell 'establishment cittadino, il re Pau-
sania II e Lisandro, avrebbero scritto dei libelli su questioni inerenti la
costituzione spartana (in verità, pare che Pausania II, costretto all'esilio,
avesse scritto qualcosa "contro" le leggi di Licurgo!). È però necessaria
cautela: è quantomeno strana l'assenza di frammenti o di qualunque al-
tra notizia su di un Tibrone scrittore di un'operetta su Sparta, se egli fu
davvero l'autore di riferimento fra quelli che lodavano l'ordinamento di
Licurgo. Più di un argomento induce a ritenere che il nome di Tibrone
possa essere stato uno pseudonimo utilizzato inizialmente da Senofonte
per far circolare la sua Costituzione degli Spartani.
Le vicende biografiche dell'oligarca ateniese Senofonte - anch'egli
coinvolco nel regime dei Trenta, poi esule dalla propria città a partire dal
401 a.C. - lo condussero a vivere a contatto diretto con gli Spartani, a
conoscere personalmente il loro re Agesilao, di cui scrisse un encomio,
e a trascorrere un lungo periodo nel Peloponneso, a Scillunte, in una
tenuta che gli Spartani avevano messo a sua disposizione. L'esatta data-
zione della Costituzione degli Spartani è incerta, ma il contesto storico
di riferimento è quello del primissimi anni del IV secolo. L'assunto su
cui l'opera si basa è che la potenza della città è la diretta conseguenza
della bontà delle sue istituzioni o, per meglio essere aderenti alla termi-
nologia dell'autore, delle "pratiche sociali" (epitedeumata) introdotte da
SPARTA

Licurgo. A queste pratiche sono dedicati i primi dieci capitoli: sulla scia
di Crizia (fr. 32 DIELS-KRANZ) - la cui operetta iniziava dalla «procrea-
zione dell'uomo», vale a dire dalle prescrizioni alle quali si attenevano i
genitori spartani affinché la loro prole fosse robusta-, Senofonte prende
in considerazione anzitutto le norme riguardanti la generazione dei figli
e i costumi matrimoniali; prosegue poi con la descrizione del sistema
educativo spartano nei suoi vari gradi di età, dall'adolescenza alla gio-
ventù; passa alla trattazione della condotta cui sono tenuti gli uomini di
età matura, dilungandosi sui pasti in comune e sui comportamenti pro-
pri della sfera economica; accenna brevemente alla magistratura dell'e-
forato e dedica l'ultimo di questi capitoli al consiglio degli anziani. Se ne
ricava che la descrizione dei costumi degli Spartani disegna un percorso
che va dalla nascita alla tarda età, e ciò è indicativo di quanto l'organiz-
zazione delle età della vita fosse percepita come un tratto essenziale della
società spartana.
Senofonte enfatizza costantemente la diversità radicale fra il modo
di vivere degli Spartani e quello di tutti gli altri Greci. Con una posizio-
ne differente da quella di altri ambienti filospartani, che riconoscevano
quantomeno la somiglianza tra le istituzioni di Sparta e Creta, la Sparta
licurgica descritta da Senofonte è una città diversa e incomparabilmente
migliore di qualsiasi altra: un mondo a parte. Costituisce pertanto una
sorpresa che, all'interno del blocco finale dell'opera riservato all'esposi-
zione dell'organizzazione militare e dei privilegi goduti dai re, l'imma-
gine immacolata di Sparta venga sconfessata nel problematico capitolo
14 (il penultimo nella tradizione manoscritta, ma sussiste la possibilità
che in origine fosse l'ultimo). In esso lo stesso autore, che fino a quel mo-
mento aveva lodato senza riserve le istituzioni spartane, riconosce ora i
comportamenti devianti che hanno assunto gli Spartani del suo tempo,
fino a osservare che essi non obbediscono più «né al dio né alle leggi di
Licurgo». Evidentemente, la pur profonda ammirazione per gli Sparta-
ni non impedì a Senofonte di cogliere i limiti della loro azione politica.
Nel corso della seconda metà del IV secolo, d'altra parte, la questione
di come fosse stato possibile che una città così potente e ammirata fosse
andata incontro repentinamente a una crisi che appariva irreversibile ri-
chiedeva delle spiegazioni. E poiché Aristotele, nella sua Politica, offriva
una spiegazione di questa crisi, è particolarmente deplorevole la perdita
della sua Costituzione degli Spartani, che era una delle 158 Costituzioni
che il filosofo e la sua scuola produssero nell'ambito di un più ampio
sforzo di raccolta di documenti utili per la ricerca in materia di legisla-
IMMAGINI DI SPARTA 31

zione e di ordinamenti politici. Essa però ebbe una considerevole dif-


fusione nell'antichità e fu ampiamente utilizzata da Plutarco nella Vita
di Licurgo. Una breve epitome alle Costituzioni di Aristotele, composta
dall'erudito di età ellenistica Eraclide Lembo, suggerisce che - in ma-
niera non dissimile dalla Costituzione degli Ateniesi, che è l'unica delle
Costituzioni aristoteliche che possediamo quasi integralmente - anche
la Costituzione degli Spartani si dividesse in un due parti: una prima di
carattere storico, che si soffermava sulla discesa di Dori ed Eraclidi, e poi
ampiamente sulla figura di Licurgo e su alcune trasformazioni successi-
ve dell'ordinamento spartano; e una seconda che descriveva i costumi
della città seguendo il modello della successione delle età della vita. La
scuola aristotelica produsse anche un'altra Costituzione degli Spartani,
per mano di Dicearco di Messene, autore attivo fino ai primi anni del III
secolo. La sua opera dovette essere molto apprezzata dagli stessi Sparta-
ni: la circostanza che per lungo tempo fu in vigore una disposizione che
imponeva di leggerla ogni anno nella sede degli efori, davanti ai giovani
lì riuniti, lascia ritenere che Dicearco abbia avuto accesso diretto a fonti
spartane e che gli Spartani abbiano accolto il suo resto come una sorta di
rappresentazione ufficiale delle istituzioni cittadine.
La produzione di opere dedicate alla costituzione di Sparta o ai suoi
costumi prosegue in età ellenistica. Possediamo però solo un numero
irrisorio di frammenti di cale produzione e spesso ignoriamo anche la
cronologia dei singoli autori. Un posto di rilievo, tuttavia, ha la figura
del primo erudito spartano di cui si abbia conoscenza, Sosibio Lacone
(FGrHist 595). Fu autore di diverse opere di carattere antiquario che trat-
tavano di culti e tradizioni civiche e che, per la ricchezza del materiale
che contenevano, dovettero essere utilizzate dalla trattatistica su Sparta
di età romana. Meritevoli di menzione sono anche gli autori provenienti
dall'ambiente degli Stoici, a dimostrazione della perdurante fortuna di
Sparta ali' interno delle scuole filosofiche. In particolare, Sfero di Bo-
ristene (FGrHist 585), cui è attribuita una Costituzione degli Spartani e
un'opera Su Licurgo e Socrate, visitò Sparta e cooperò con il programma
di riforme introdotte dal re Cleomene III, favorendo il ripristino dell'e-
ducazione collettiva dei giovani e dei pasti comuni, che avevano abban-
donato l'austerità di età classica. Il ruolo che Sfero avrebbe avuto nel
fo mire nelle sue opere un'immagine della Sparta licurgica funzionale
alle riforme di Cleomene rimane questione controversa.
Per il resto, gli autori di età ellenistica e romana che scrissero una Co-
stituzione degli Spartani o che trattarono di "cose spartane" (Lakonika)
SPARTA

si riducono a poco più di una lista di nomi, alcuni dei quali noti esclu-
sivamente perché in età imperiale romana l'erudito Ateneo di Naucrati,
autore dei Deipnosofisti, citò brevi frammenti di alcuni di essi allo scopo
di illustrare i costumi conviviali spartani.

Una breve panoramica delle fonti

Le opere specifiche sulla costituzione spartana costituiscono solo una


parte, ancorché significativa, delle fonti a cui dobbiamo la nostra cono-
scenza di Sparta. Nelle pagine precedenti, tuttavia, si è avuta occasione
di richiamare anche altri autori e opere, sicché può essere utile fornire
qui, ordinatamente, i dati essenziali sulle principali fonti di cui dispo-
niamo, così che il lettore possa inquadrarle nel loro corretto contesto
ogniqualvolta si farà riferimento a esse.
Tra le fonti di età arcaica, un ruolo significativo è rivestito dai poeti
Tirteo e Alcmane. Su entrambi circolavano tradizioni di dubbia attendi-
bilità che li volevano non originari di Sparta, ma ciò che conta è che nella
loro poesia si riflettono i diversi aspetti della società e cultura spartana di
VII secolo a.C. (cfr. infra, pp. 54-7 ). A Tirteo, che la tradizione biografi-
ca antica collocava al tempo della seconda guerra messenica, erano attri-
buite elegie che incitavano i giovani al combattimento e che pare fossero
cantate durante i banchetti. In particolare, egli fu l'autore di un'elegia di
carattere narrativo intitolataEunomia, in cui si rispecchiava l' autorappre-
sentazione che la comunità spartana dava della propria storia più antica:
nei frammenti di questa elegia (frr. 1-4 e forse anche 5-7 WEST) il raccon-
to dell'arrivo dei Dori a Sparta, della costruzione di un ordine politico e
della conquista della Messenia si accompagnava all'esortazione, rivolta
agli Spartani, all'obbedienza. La lirica di Alcmane apre invece uno squar-
cio illuminante sulla vivacità culturale della città arcaica. Egli compose
soprattutto parteni, i canti intonati dai cori di ragazze spartane. Quello
meglio conosciuto grazie a un ritrovamento papiraceo, il cosiddetto Par-
tenio del Louvre (fr. 1 PAGE), offre una rappresentazione del mondo e dei
valori delle ragazze appartenenti all' élite spartana. Il riferimento a perso-
naggi delle famiglie reali - anche a un Leotichida, da identificare con il
re euripontide Leotichida I, vissuto nel tardo VII secolo (fr. 5,2 PAGE) - è
indicativo degli ambienti aristocratici che commissionavano i suoi canti.
Oltre un secolo dopo sarà un altro poeta lirico, Simonide di Ceo,
a celebrare su committenza degli stessi Spartani le imprese della città
JMMAGINI DI SPARTA 33

negli anni delle guerre persiane. È però solo l'emergere di una storio-
grafia greca nel v secolo a fornirci una massa critica di informazioni,
cali da consentire una ricostruzione pressoché continua della storia
spartana a partire dall'età tardoarcaica. Il periodo che va dai decen-
ni finali del VI secolo al 478 a.C. è coperto dalle Storie di Erodoto
di Alicarnasso. Nei nove libri di quest'opera sono contenute una se-
rie di tradizioni sulla storia più antica della città, sui conflitti tra le
due case regnanti e, soprattutto, sul ruolo determinante giocato dagli
Spartani nelle guerre persiane: essi sono, in particolare, i protagonisti
delle ampie trattazioni dedicate, nei libri settimo e nono, alle battaglie
delle Termopile e di Platea. È bene tenere presente che Erodoto non
è uno storico che tratta di eventi contemporanei, ma compose la sua
opera quando le guerre contro i Persiani erano terminate già da di-
versi decenni. La materia del suo racconto, pertanto, è costituita dalle
innumerevoli tradizioni orali che egli ebbe l'opportunità di raccoglie-
re nel corso dei suoi viaggi (aveva visitato anche Sparta: cfr. III,55,2.).
Tradizioni di ogni genere: c'erano quelle più o meno ufficiali, nelle
quali si rifletteva la rielaborazione del proprio passato operato dalle
singole città greche, ma c'erano anche tradizioni familiari o prove-
nienti dall'ambiente dell'oracolo delfico, che contenevano materiale
aneddotico e folclorico. La narrazione che ne deriva potrà essere poco
affidabile ai fini di una precisa ricostruzione di quanto è realmente av-
venuto, ma ciò non sminuisce in alcun modo la straordinaria ricchezza
del materiale erodoteo su Sparta.
Storico di eventi contemporanei fu invece l'ateniese Tucidide. Gli
otto libri delle sue Storie narrano con grande dettaglio e acutezza in-
terpretativa la guerra del Peloponneso a partire dal suo scoppio nel 431
a.C. e fino al 411. Ne segue che per il periodo fra il 478 e il 431 non
disponiamo di un racconto particolareggiato, ma possiamo quantome-
no contare - oltre che sulla Biblioteca storica di Diodoro Siculo, opera
della metà del I secolo a.C. - su alcune digressioni che lo stesso Tucidide
sviluppa nel primo libro a proposito della sorte del reggente Pausania e
sul terremoto che devastò Sparta. Poco importa, ai fini della valutazione
delle informazioni "spartane" che egli fornisce, se fu davvero esule nel
Peloponneso (di certo, però, anche lui era stato a Sparta: cfr. I,134,4),
giacché la cura nella selezione degli informatori rendono le Storie di
Tucidide un'opera indispensabile per giudicare l'azione spartana negli
anni della guerra del Peloponneso. Oltre ai dati politico-evenemenziali
non mancano capitoli rivolti a importanti aspetti della mentalità e delle
34 SPARTA

istituzioni spartane, come il timore che gli Spartani nutrivano verso la


massa degli iloti e l'organizzazione dell'esercito.
Tra i continuatori di Tucidide l'unico di cui ci sia pervenuta integral-
mente l'opera è, di nuovo, Senofonte. Dopo aver lasciato Atene, Seno-
fonte aveva combattuto come mercenario a fianco del principe persiano
Ciro il giovane in occasione della celebre e fallimentare spedizione dei
Diecimila, la cui vicenda avrebbe poi raccontato nell 'Anabasi. Ma la sua
principale opera storica è costituita dai sette libri delle Elleniche, che
iniziavano nel 4u nel punto in cui si era interrotto Tucidide - e utiliz-
zando, peraltro, materiale tucidideo per gli anni finali della guerra del
Peloponneso - e proseguivano fino al 362.. Vivendo esule a fianco degli
Spartani, le Elleniche sono di fatto, a partire dall'anno 400, un racconto
della storia greca dal loro punto di vista e costituiscono, nonostante al-
cune lacune narrative, una fonte imprescindibile per la storia della città
nel quarantennio successivo.
Quanto agli storici di età classica per i quali disponiamo di soli
frammenti, va quantomeno menzionata l'oscura figura di Carone di
Lampsaco, vissuto probabilmente nel v secolo, che pare avesse scritto
un'opera sui Pritani dei Lacedemoni (FGrHist 2.62. T 1). Una magistra-
tura dei "pritani" è però assente dall'ordinamento politico spartano: se
con questo termine Carone intendeva indicare gli efori, l'opera doveva
avere la forma di una lista di magistrati. Fra gli storici di IV secolo emer-
ge invece Eforo di Cuma (FGrHist 70 F 149 ), autore di ventinove libri
di Storie - più un trentesimo scritto dal figlio - che iniziavano con la
discesa dei Dori e terminavano nel 346. A Eforo si deve uno sforzo di
sistematizzazione e razionalizzazione delle tradizioni sulla storia spar-
tana arcaica, mentre per il periodo classico egli cercò di offrire una nar-
razione alternativa a quella dei suoi predecessori. Lo si evince non solo
dai singoli frammenti, ma anche dalle pagine dei molti autori posteriori
che, a dimostrazione della grande fortuna delle sue Storie, le hanno uti-
lizzate anche quando non le citano espressamente: in particolare, per il
periodo che va dal 480 a.C. alla metà del IV secolo, Eforo costituisce la
fonte principale della Biblioteca storica di Diodoro Siculo in relazione
agli eventi della Grecia continentale.
I riferimenti alla storia spartana e alle sue istituzioni abbondano an-
che in tre altri grandi autori del IV secolo, che pure non furono storici.
Abbondano anzitutto in Platone che, in quanto nipote di Crizia e al-
lievo di Socrate, non poteva che nutrire sentimenti filospartani. Plato-
ne rimproverava al legislatore spartano di avere dato vita a un ordina-
rMMAGINI DI SPARTA 35

mento politico orientato esclusivamente verso la guerra, ma è indubbio


che canto la città ideale progettata nella Repubblica quanto quella delle
Leggi risentano del modello storico costituito dalle istituzioni spartane:
la presenza nella Repubblica di una classe di "guardiani" che era dedi-
ca alla difesa della città e viveva dei beni fornici da una classe di pro-
ductori richiama il rapporto esistente a Sparta era i cittadini, che non
svolgevano attività agricole o artigianali, e gli iloti. Di diverso tenore
sono i frequenti accenni a Sparta presenti nella pubblicistica di lsocra-
ce. In quanto espressione della tradizione democratica ateniese, Isocrate
ha, essenzialmente, una percezione negativa della città e nondimeno,
intervenendo nell'arco di circa un cinquantennio nel dibattito politi-
co ateniese attraverso le sue Orazioni, egli si trovò a fornire, a seconda
delle circostanze politiche del momento, giudizi altalenanti, talora an-
che positivi, su Sparta, la sua politica e le sue istituzioni. Quanto agli
innumerevoli riferimenti di Aristotele a Sparta, si è già anticipato come
il filosofo abbia abbandonato la visione idealizzante di Sparta e ne abbia
passato al setaccio, in particolare in un capitolo del secondo libro della
Politica (1269a29-1271b19), il sistema politico, osservando che le ragioni
della crisi della città risiedevano proprio in quelle istituzioni che pure
erano state giudicate ottime.
La progressiva marginalità politica di Sparta a partire dalla metà del
rv secolo determina una corrispettiva marginalità della presenza della
città nei racconti storiografici. Le Storie di Polibio offrono però dettagli
importanti sull'estremo ed effimero tentativo di Sparta, a cavallo tra III e
II secolo a.C., di esercitare una politica di potenza in un contesto geopo-
litico in cui gli attori erano cambiaci: ali' interno del Peloponneso Sparta
doveva fare i conti con quella lega achea di cui Polibio stesso era stato un
autorevole esponente, all'esterno c'erano i regni ellenistici e l'emergente
potenza di Roma.
Infine, era le fonti tarde, risultano fondamentali le opere dei due au-
tori greci che, quando ormai il dominio imperiale di Roma era incontra-
stato, più si sforzarono di riflettere sulla grandezza della propria scoria
passata e di rivendicare il ruolo dell'eredità greca: il biografo Plutarco
e Pausania il periegeca. Plutarco di Cheronea, vissuto fra I e II secolo
d.C., fu soprattutto l'autore delle Vite, in cui metteva in parallelo un
personaggio appartenente alla tradizione storica greca e uno romano.
La Vita di Licurgo - a cui era accostato Numa, il secondo re di Roma,
al quale si dovevano le istituzioni religiose della città - non poteva
realmente essere, in virtù di quanto sopra si è detto sul legislatore spar-
SPARTA

tana, una biografia. Forte della conoscenza di larga parte della lette-
ratura sull'ordinamento politico di Sparta, Plutarco strutturò la Vita
secondo lo schema di una Costituzione degli Spartani e ne condivise
l'immagine idealizzante della città, tanto da dubitare della storicità di
quelle istituzioni che non gli apparivano degne del legislatore. Oltre
alla biografia di Licurgo, Plutarco compose altre tre Vite spartane: quel-
le di Lisandro e di Agesilao - messi a confronto, rispettivamente, con
Silla e Pompeo - e quella duplice dei re di età ellenistica Agide IV e
Cleomene III, la cui infruttuosa azione di riforma richiamava quella
dei fratelli romani Tiberio e Gaio Gracco. Aveva anche pianificato di
scrivere una Vita di Leonida, che, non essendoci pervenuta, potrebbe
non essere mai stata scritta.
La produzione di Plutarco relativa a Sparta non si limitava alle Vite.
Tra i suoi scritti compaiono anche, ali' interno di quella vasta raccolta
nota come Moralia, i già menzionati Detti degli Spartani, che, oltre a in-
cludere una silloge di detti attribuiti a singoli individui spartani, talvolta
anche anonimi, contenevano due distinte sezioni dedicate l'una a una
breve descrizione delle istituzioni e dei costumi spartani (gli Instituta
Laconica) e l'altra ai detti delle donne spartane. La natura di quest 'ope-
ra è però sfuggente: essa sembra costituire l'officina di Plutarco, che vi
avrebbe raccolto il materiale da utilizzare poi per la composizione delle
Vite spartane, ma nella forma in cui ci è pervenuta potrebbe risentire
degli interventi di qualcuno che ha integrato il materiale plutarcheo con
informazioni provenienti da altre fonti.
La Periegesi della Grecia di Pausania è invece una sorta di guida ai
luoghi e ai monumenti in cui si rifletteva il grande passato della Grecia.
Composta dopo la metà del II secolo d.C., l'opera contiene un libro,
il terzo, dedicato alla Laconia (ma è di interesse per la scoria di Sparta
anche quello successivo sulla Messenia). Pausania ci guida in una serie
di itinerari attraverso la città, nel corso dei quali vengono menziona-
ti oltre sessanta templi, venti culti eroici, diversi portici e ginnasi, un
teatro e molto altro ancora. Beninteso, la Sparta che egli descrive è una
città che ha subito un vigoroso processo di monumentalizzazione, as-
sai diversa dalla città "austera" e urbanisticamente poco sviluppata delle
epoche precedenti. Nondimeno, le informazioni che fornisce sui miti e i
riti associati a questi monumenti sono un'imprescindibile testimonian-
za della lettura che in età imperiale romana gli Spartani diedero della
loro scoria più antica. Sfortunatamente, è impossibile individuare sul
terreno gli itinerari percorsi da Pausania e, di conseguenza, le sue pagine
1MMAGINI DI SPARTA 37

non consentono una ricostruzione della topografia della città: solo in


un numero limitato di casi gli archeologi hanno potuto identificare i
monumenti che egli menziona.
Questa circostanza ci introduce ad alcune brevi osservazioni sulla do-
cumentazione archeologica ed epigrafica. In relazione alla prima è do-
veroso riconoscere l'oggettivo ritardo nello sviluppo di un'archeologia
spartana. A lungo, e proprio in conseguenza del carattere scarsamente
urbanizzato dell'originario insediamento di Sparta, che ancora in età
classica era costituito da una somma di villaggi (cfr. infra, pp. 67-8), l'in-
dagine archeologica è stata trascurata. La nostra conoscenza della città si
deve per buona parte agli scavi, fondamentali ma interrotti troppo pre-
sto, che la British School at Athens condusse nei primi anni del Nove-
cento nell'area dell'acropoli - una bassa collina che emerge lievemente
dal pianoro detto di Palaiokastro - e in corrispondenza del santuario
di Artemide Orthia. Dopo di allora, però, ci si è limitati a campagne di
scavo brevi e per lo più di emergenza, i cui risultati sono rimasti spesso
inediti. Meglio nota, anche perché non impedita dall'edificazione di età
moderna, è la conoscenza di alcune aree rurali spartane, soprattutto a
seguito dell'indagine archeologica di superficie (la cosiddetta Laconia
Survey) condotta negli anni Ottanta del secolo scorso da un gruppo di
ricerca anglo-olandese, che ha però concentrato la sua attenzione non
sulla pianura di Sparta in senso stretto, ma su un'area di circa 70 km 2
situata a est e a nord-est della città.
Quanto alle fonti epigrafiche, esse diventano consistenti solo in età
tarda, consentendo una discreta ricostruzione delle istituzioni cittadine
durante l'età imperiale romana, ma sono scarsamente rilevanti in rela-
zione alle fasi più antiche e rinomate della storia spartana. Le iscrizioni
pubbliche superstiti di età arcaica e classica sono infatti pochissime, e
altrettanto scarse sono le iscrizioni private in grado di aprire squarci si-
gnificativi sulla cultura e società di Sparta. Ciò è senz'altro da connettere
alla scarsa consuetudine nell'utilizzo dello strumento epigrafico: sebbe-
ne 1'archiviazione di documenti pubblici risulti attestata, la Sparta di età
classica non si è sforzata di autorappresentarsi attraverso epigrafi esposte
su stele o monumenti. La notizia di Plutarco secondo cui il legislatore
spartano avrebbe proibito di mettere per iscritto le leggi ( Vita di Licurgo
13,r) è certamente una leggenda, ma riflette la consapevolezza di questa

scarsa consuetudine.
Ne segue che, di fatto, il recente sviluppo degli studi spartani si è
potuto avvalere solo marginalmente di nuovi documenti e di fonti non
SPARTA

letterarie. Esso si è fondato, piuttosto, sulla consapevolezza del co~~inuo


processo di invenzione e di rielaborazione della memoria che si ,hani-
festa nella documentazione letteraria; sulla valorizzazione delle fonti
contemporanee, quando disponibili, e di tutte quelle che si può presu-
mere abbiano subito in misura limitata l'effetto distorcente del miraggio
spartano; e, infine, su una rilettura di questa documentazione attraverso
l'uso di modelli provenienti dalle scienze sociali. Eppure, anche con que-
ste precauzioni, la ricostruzione della storia spartana continua a essere
lacunosa e la sua interpretazione controversa.
l
Le origini e la prima espansione

Situata lungo le sponde occidentali del fiume Eurota, che sfocia in mare
circa quaranta chilometri più a sud, Sparta domina da nord una fertile
pianura alluvionale delimitata ai lati da due catene montuose: il Par-
non, che la separa dalla costa orientale del Peloponneso, e il Taigeto,
che ne segna a occidente lo spartiacque con la Messenia. Con i suoi
oltre 2..400 metri di altitudine il Taigeto è il rilievo più alto del Pelo-
ponneso e da esso scendono un numero consistente di torrenti che con-
fluiscono nell' Eurota e determinano la fertilità del territorio. Stretta tra
questi due massicci montuosi, che nel loro prolungamento meridionale
arrivano fino ai capi di Malea e di Tenaro, e delimitata anche a sud da
una fascia collinare che la separa dal mare, la pianura di Sparta assu-
me quella conformazione avvallata alla quale l'epica omerica si riferiva
con l'epiteto di "concava Lacedemone" (koile Lakedaimon ). Il rapporto
tra i toponimi di "Lacedemone" e di "Sparta" richiede un chiarimento.
Sebbene il loro uso nelle fonti antiche non sia sempre coerente, Sparta
- cioè la "seminata", secondo l'etimologia più accreditata del termine -
indica per lo più la città, laddove il toponimo Lacedemone è utilizzato
sia come sinonimo di Sparta sia per indicare una realtà geografica più
vasta. Ne segue che i cittadini di Sparta erano detti "Spartiati" (Spar-
tiatai), mentre il termine "Lacedemoni" (Lakedaimonioi) si applicava
tanto agli Spartiati in senso stretto quanto ai perieci, gli abitanti di con-
dizione libera delle altre città e villaggi della Laconia su cui dominava
Sparta.
Forma abbreviata per indicare i Lacedemoni è quella di "Laconi" (La-
kones ), da cui deriva il termine Lakonike, "terra dei Laconi" ("Laconia''
non è dizione antica). L'estensione del territorio al quale si riferivano
questi toponimi variò storicamente a seconda dell'estendersi, e più tardi
del restringersi, del dominio spartano. Nel celebre Catalogo delle navi, la
sezione del secondo canto dell'Iliade in cui sono elencati i contingenti
40 SPARTA

FIGURA 2.
Laconia

CAPO
CAPO MALEA
TENARO


o 4 .5 9
km

Fonte: K. A. RaaRaub, H. van Wccs (eds.), A Companion to Archafr Greece, Maldcn-Oxford 2.009,
p. xxvn (modificata).
1,E ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 41

achei che parteciparono alla spedizione contro Troia, la "concava Lace-


demone" risulta inglobare, oltre che Sparta e altre cittadine situate nella
pianura circostante, anche alcuni centri che si affacciavano sul golfo la-
conico e finanche su quello messenico. Ugualmente, per tutto il periodo
in cui Sparta dominò sulla Messenia, il termine Lakonike indicò tutto il
Peloponneso meridionale, comprensivo sia della Laconia che della Mes-
senia. Ma non è il caso di insistere sulle dizioni etnico-geografiche. È sul
primo manifestarsi di società complesse in Laconia che bisogna volgere
lo sguardo.

La Laconia micenea

Sulla preistoria più antica della Laconia basti dire che, come in gran par-
te della Grecia continentale a sud della Tessaglia, gli insediamenti neoli-
tici sono pochi e dispersi. Nella pianura spartana è il sito di Kouphovou-
110, un villaggio due chilometri a sud-ovest della città moderna, ad aver
offerto agli archeologi i dati più significativi per valutare le forme della
presenza umana in quest'area a partire dal Neolitico medio (ca. 5500
a.C.). Incorno al 3000 a.C., col passaggio all'età del bronzo, una mag-
giore densità di insediamenti e un'organizzazione sociale più articolata
è archeologicamente riconoscibile, oltre che a Kouphovouno, nei siti di
Palaiopyrgi e Agios Vasileios. Ma è solo nel corso del secondo millennio
che si manifestano le forme di complessità sociale che consentiranno l 'e-
mergere, durante la tarda età del bronzo (1650-uoo a.C.), della Laconia
micenea.
La Grecia in età micenea è notoriamente caratterizzata dalla presenza
di una ricca élite guerriera coinvolta nei traffici mediterranei finalizzati
ali' accaparramento di materie prime e di beni di prestigio. I maggiori
ceneri di potere in cui emerse questa élite svilupparono una particolare
forma di organizzazione sociale incentrata intorno a un palazzo retto da
un sovrano (il wanax) e dotato di una struttura articolata che si avvaleva
di un numero considerevole di funzionari. Le esigenze amministrative
del palazzo erano assolte attraverso l'utilizzo di una scrittura sillabica,
la Lineare B, testimoniata dalle tavolette di argilla rinvenute, in varia
quancicà, nei principali palazzi. L'epica omerica conservava solo una me-
moria confusa di questa società, ma sufficiente perché i Greci di età sto-
rica identificassero i resti ancora visibili dei palazzi (mura "ciclopiche",
tombe a tholos ecc.) con le vestigia del mondo degli eroi achei cantato da
42 SPARTA

Omero. Non sorprende, pertanto, che nell'uso corrente i resti archeolo-


gici dei palazzi di Micene o di Pilo siano popolarmente identificati con
quelli di Agamennone e Nestore, i re achei che dominavano su queste
città nei racconti epici sulla guerra di Troia.
L'identificazione di un analogo palazzo miceneo in Laconia, da at-
tribuire al mitico re Menelao, è risultata però problematica giacché, fino
a pochi anni fa, nessun sito della regione aveva restituito tavolette in
Lineare B. Non che siano mancaci i candidati, giacché la Laconia pre-
senta un numero considerevole di insediamenti del periodo dell'acme
della civiltà micenea (xiv e XIII secolo a.C.). Almeno quattro siti si sono
contesi il titolo di palazzo di Menelao. Il più a nord, quasi al confine con
l'Arcadia, è quello situato nei pressi della cittadina di Pellana, nell'alta
valle dell'Euroca. La presenza di diverse tombe monumentali, soprat-
tutto una grande tomba a tholos, e il rinvenimento di resti di strutture
architettoniche che il loro scopritore ha avventurosamente attribuito a
un palazzo miceneo hanno suggerito questa inusuale localizzazione set-
tentrionale della sede di Menelao. Maggiormente accreditata, soprattut-
to per gli scavi a lungo condotti dalla British School ac Athens, è stata
l'identificazione della sede del re di età micenea con il cosiddetto Mene-
laion, un sito ubicato poco a sud-est della città moderna sulla riva orien-
tale dell' Eurora, dove sono venute alla luce numerose residenze della tar-
da età del bronzo, risalenti almeno al 1450 a.C., che paiono precorrere la
struttura dei palazzi micenei. La felice posizione dell'insediamento, su
di una collina ben protetta dalla quale si riusciva a controllare la media
valle del!' Eurora, e la circostanza che in questa stessa area - che gli Spar-
tani di età storica chiamavano Therapne - furono venerati a partire dal-
l 'v111 secolo i sovrani achei Elena e Menelao è parso un forre argomento
a favore dell'individuazione di questo sito come il maggiore centro del
potere palaziale nella Laconia micenea.
Gli altri due candidati, i già citati siti di Palaiopyrgi e Agios Vasi-
leios, sono dislocati più a sud. L'insediamento di Palaiopyrgi fu occu-
pato durante tutto il periodo miceneo e si segnala per la sua estensio-
ne. Nei suoi pressi è stata rinvenuta la tomba di Vapheio, una tra le più
antiche (ca. 1500 a.C.) e monumentali tombe a tholos dove fu sepolco
un "principe" che dovette di cerco esercitare un significativo potere. Il
suo ricco corredo è noto per due tazze auree finemente decorate, che
risentono dei modelli stilistici provenienti dalla Creta minoica. Nelle
vicinanze di Palaiopyrgi si trova anche il sito di Amide, che pure mostra
tracce rilevanti di occupazione in età micenea. Infine, dodici chilometri
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 43

a sud di Sparta, quasi al termine meridionale della pianura spartana, la


spaziosa collina dominata dalla cappella bizantina di Agios Vasileios è
scaca a lungo considerata, in virtù dei consistenti ritrovamenti di superfi-
cie, come un insediamento di primaria importanza. Eppure, nonostante
la ricchezza dei dati archeologici, il mancato ritrovamento di tavolette
in Lineare B faceva ipotizzare, ancora recentemente, che questi siti po-
cessero essere dei satelliti di un centro palaziale non ancora identificato
sul cerreno, ma dotato di quella struttura amministrativa che nessuno di
essi sembrava avere.
All'interno del quadro appena delineato, la pubblicazione degli ar-
chivi del palazzo di Tebe, in Beozia, ha restituito una testimonianza di
nacura differente. In alcune tavolette, infatti, compare il termine Lake-
daimonios e in una l'espressione "figlio di Lakedaimonios" (TH Gp 2.2.7:
m-ke-da-mo-ni-jo-u-jo ). È incerto se questo "Lacedemonio" sia l'etno-
nimo indicante un abitante di Lacedemone o piuttosto un antroponi-
mo, ma in ogni caso la sua presenza nelle tavolette tebane presuppone
l'esistenza già in età micenea di una località denominata Lacedemone,
con cui il palazzo di Tebe evidentemente manteneva rapporti. È stata
però l'accidentale scoperta nel 2.008 delle prime tavolette in Lineare B
provenienti dalla Laconia, e in particolare da Agios Vasileios, a costituire
un'assoluta novità e a fornire una base più solida per l'identificazione
del palazzo in cui sedeva il re di Lacedemone.
Le tavolette finora pubblicate sono state trovate fuori contesto e si
può solo approssimativamente datarle fra XIV e XIII secolo a.C. Benché
si tratti di testi estremamente frammentari, i riferimenti a tessuti, a so-
stanze aromatiche, a un tripode a doppia ansa - oltreché, probabilmen-
ce, a un individuo di nome Antioco - lasciano intravedere un'articolata
amministrazione palaziale del tutto parallela a quella nota per gli altri
palazzi micenei. La più interessante delle tavolette registra su entram-
bi i suoi lati un numero considerevole di epizosta (Hv Rb 1: e-pi-zo-ta).
Tale termine, attestato anche nelle tavolette provenienti dal palazzo cre-
tese di Cnosso, si riferisce ad armi o comunque a oggetti che sono par-
re dell'equipaggiamento militare e trova una singolare corrispondenza
nella grande quantità di armi che gli scavi stanno portando alla luce.
Senza cedere alle suggestioni che questi ritrovamenti suscitano in con-
siderazione dell'immagine militare della Sparta di età storica, è impor-
tante sottolineare che il ritrovamento di testi in Lineare Be la successiva
indagine archeologica condotta a partire dal 2.010 indicano che siamo
davanti a un centro economico e amministrativo di grande rilevanza e
44 SPARTA

suggeriscono uno status assai elevato per il signore che vi risiedeva. La


struttura palaziale che sta affiorando è imponente in termini di esten-
sione e densità dei resti architettonici, presenta significative tracce di
pitture parietali e ha restituito, durante gli scavi più recenti, un ulteriore
gruppo di tavolette. Ma bisognerà attendere il prosieguo degli scavi ad
Agios Vasileios, la pubblicazione dei loro risultati e dei testi in Lineare
B per poter affermare con definitiva certezza che il palazzo di Menelao è
stato, infine, trovato.

L'emergere della città dorica e i suoi culti

Nel passaggio tra il XIII e il XII secolo a.C. tutti i centri del potere pala-
ziale miceneo andarono incontro a violente distruzioni. La Laconia non
fece eccezione: il sito del Menelaion, archeologicamente quello meglio
conosciuto, risulta abbandonato intorno al 1200, il palazzo di Agios Va-
sileios viene incendiato nello stesso periodo e un generale spopolamento
della regione è deducibile dal facto che pochi fra i numerosi insedia-
menti della Laconia micenea sopravvivono nel XII secolo, pochissimi
nell'x1. È l'inizio del periodo comunemente noto come Dark Age. Le
ragioni di questo tracollo costituiscono maceria di dibattito, ma è certo
che esse non possono essere disgiunte dal più ampio scenario di crisi e di
distruzione che segna la fine dell'età del bronzo in tutto il Mediterraneo
orientale e nel Vicino Oriente antico. Le ricostruzioni di tipo invasio-
nista - che chiamano in causa l'arrivo di nuovi popoli provenienti dal
Nord o, eventualmente, dal mare - hanno a lungo dominato la scena,
accanto a quelle che attribuiscono le distruzioni a sommovimenti inter-
ni, generati forse da cambiamenti climatici (una grande siccità?). Prevale
oggi un approccio diverso, che, da un lato, ipotizza la compartecipazio-
ne di più fattori nel collasso della civiltà micenea e, dall'altro, sottolinea
l'inerente debolezza socioeconomica del sistema palaziale, che richie-
deva elevatissimi costi di mantenimento delle élites e del personale dei
palazzi, ed era troppo dipendente per l'approvvigionamento di metalli
e di beni di prestigio dalla rete di traffici commerciali che coinvolgeva
tutte le grandi potenze della tarda età del bronzo. Non siamo in grado,
pertanto, di individuare i responsabili della caduca dei palazzi, ma è cer-
to che la debolezza del sistema ha facilitato, in un contesto segnato dalla
chiusura delle vie del commercio internazionale e da ampi movimenti di
gruppi umani, la loro distruzione.
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 45

Applicato alla Laconia, questo modello implica che la distruzione de-


gli insediamenti di età micenea non possa essere attribuita, sic et simpli-
(iter, a una grande migrazione. Eppure, come abbiamo ricordato, la tra-
dizione antica non aveva difficoltà ad ascrivere la fine del mondo cantato
d ali' epica omerica proprio a un evento migratorio: la discesa dei Dori. La
scoricità di questa invasione, che fino a qualche decennio fa pochi stu-
diosi mettevano in discussione, non trova più oggi molti consensi. Sul
versante della documentazione archeologica, nessuna delle innovazio-
ni della cultura materiale che accompagnano la fine dell'età del bronzo
- dall'incinerazione dei cadaveri all'adozione del ferro o alla diffusione
della ceramica di impasto nota come barbarian ware - può essere attri-
buita all'arrivo di una nuova popolazione. Di per sé, questo argomento
non è risolutivo, perché esistono movimenti migratori storicamente at-
cescati che non hanno lasciato tracce archeologiche. In Laconia, tuttavia,
una discontinuità c'è e consiste nella fondazione di Sparta, vale a dire
nello spostamento più a nord, quasi al limite settentrionale della piana,
del principale insediamento della valle dell 'Eurota: è nel corso della Dark
Age, infatti, che l'area dell'acropoli di Sparta e quelle a essa adiacenti - ivi
compreso il villaggio di Limne, dove sono state rinvenute le più antiche
sepolture - inizia a essere stabilmente occupata. Sulla base della scarsa
documentazione materiale, che lasciava intravedere una regione presso-
ché disabitata fra il 1050 e il 950 a.C., si è ritenuto fino a qualche anno fa
che Sparta fosse stata fondata solo incorno al 950. In verità, i più recenti
rinvenimenti ceramici stanno modificando questa cronologia e suggeri-
scono che il sito possa essere stato occupato già nel corso dell'xI secolo.
Il quadro archeologico, dunque, è in divenire e non pare opportuno pro-
spettare conclusioni definitive né, tantomeno, identificare meccanica-
mente i fondatori di Sparta con i Dori discesi nel Peloponneso.
L'altra discontinuità è di natura linguistica: nella Laconia del primo
millennio a.C. era parlato un dialetto dorico dai tratti particolarmen-
te conservativi. Diffusi in tutto il Peloponneso orientale e meridiona-
le, i dialetti dorici appartengono, insieme a quelli parlati nella Grecia
nordoccidentale, al più ampio gruppo dei dialetti greci occidentali. La
diversità fra questi dialetti e la lingua riconoscibile nelle tavolette in Li-
neare B è stata a lungo giudicata una conferma linguistica dell'arrivo di
una nuova popolazione dalla Grecia settentrionale. Il quadro, tuttavia,
non è così semplice. È indubbio che nel corso della Dark Age la Grecia
sia stata attraversata da consistenti spostamenti di gruppi umani, ed è
di conseguenza naturale che alcuni di questi gruppi si siano infiltrati,
SPARTA

provenendo presumibilmente dalla Grecia settentrionale, all'interno di


una Laconia poco popolata dopo la crisi del mondo miceneo. Ma questo
non implica che vi sia stata un'invasione in massa con conseguente cac-
ciata o asservimento delle popolazioni preesistenti, né che i nuovi venuti
si riconoscessero sin dall'origine in un' identi rà dorica. L'affermarsi negli
ultimi anni di prospettive di ricerca incentrare sui modi in cui un dato
gruppo umano costruisce la propria identità etnica - la sua ethnicity - ha
infatti indotto a rivedere drasticamente opinioni consolidare.
Queste prospettive hanno mostrato che gli Spartani non erano i di-
scendenti degli invasori dorici che avevano occupato la Laconia e ne ave-
vano cacciato la popolazione achea. Tutt'al più essi erano i discendenti
delle genti che si erano insediare nella regione nel corso della Dark Age,
che parlavano una forma di greco che presentava già alcuni dei trarci che
poi sarebbero stati caratteristici del dialetto dorico di età storica, e che in
qualche misura si erano mischiate con la scarsa popolazione preesistente.
È però importante sottolineare che gli Spartani erano Dori non in virtù
di questa discendenza, ma perché costruirono nel corso della prima età
arcaica una rappresentazione di sé che li identificava come coloro che
avevano occupato il Peloponneso insieme agli Eraclidi. La rivendica-
zione di essere Dori non costituisce perciò un dato primordiale, ma è
l'esito finale di una costruzione identitaria che si può dire conclusa sol-
tanto quando Tirteo, olrre quattrocento anni dopo la pretesa migrazione
dorica, affermerà orgogliosamente la provenienza dei Dori da «Erineo
ventosa» (fr. 2 WEST; cfr. supra, pp. 21-2). Peraltro, il miro dell'arrivo di
Dori ed Eraclidi nel Peloponneso è costituito dall'aggregazione di due
temi di origine diversa: mentre la tradizione relativa al ritorno degli Era-
elidi ha buone probabilità di essere stata inizialmente elaborata ad Argo,
quella sulla discesa dei Dori è connessa nelle fonti più antiche con Sparta,
ed è perciò verosimile che qui abbia avuto origine la costruzione di una
identità dorica, in seguito fatta propria da altre città del Peloponneso. Di
certo, gli Spartani si consideravano i Dori per eccellenza, ed è staro anche
ipotizzato che il carattere conservativo del dialetto parlato a Sparta rap-
presenti un deliberato tentativo attraverso il quale gli Spartani avrebbero
inteso marcare sé stessi come gli "autentici" Dori del Peloponneso.
Anche la sostanziale omogeneità della cultura materiale nella Laco-
nia di questo periodo suggerisce di non speculare su presunti scontri et-
nici era Dori e Achei. Anzi, l'aspetto dinamico e continuamente in fieri
di ogni identità rende sospette tutte quelle memorie antiche, che pure a
lungo hanno influenzato gli scudi moderni, che interpretano in chiave
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 47

di opposizione etnica molti dei supposti eventi della storia spartana più
arcaica. Nella tradizione letteraria i Dori, dopo aver fondato Sparta, si
scontrano con la comunità achea ancora presence ad Amide - cittadina
situata ad appena cinque chilometri a sud dell'acropoli di Sparta-, la
sconfiggono e se ne impossessano. La maggioranza delle fonti colloca
questo evento poco dopo l'arrivo dei Dori in Laconia, mentre è solo
una fonte tarda (Pausania m,2,6) ad attestare che la conquista di Ami-
de sarebbe avvenuta molto più tardi, in pieno VIII secolo. Si aggiunga
che l'interpretazione della documentazione archeologica disponibile è
molto controversa, soprattutto in merito a una possibile continuità di
attività cultuali nel corso della Dark Age sulla collina di Agia Kyriaki,
sede in età storica del santuario di Apollo Hyakinchios ( il cosiddetto
Amyklaion). A ogni modo, il materiale ceramico proveniente da Amide
è del tutto analogo a quello rinvenuto sul sito di Sparta ed è perciò fuor-
viante ragionare sull'assoggettamento della cittadina da parte dei Dori
di Sparta: l'insediamento di Amide del primo millennio a.C. ha ottime
possibilità di essere stato, sin dall'inizio, una parte costitutiva della co-
munità degli Spartani. Piuttosto, la presenza nell'area di Amide, a par-
tire dal VII secolo, di un culto di Agamennone e Alessandra (l'omerica
Cassandra) fa supporre che gli Spartani abbiano elaborato in età arcaica
una tradizione secondo cui questa cittadina era stata la sede dei re achei.
Ì\'ell 'ottica di questa tradizione, è naturale che la "achea" Amide dovesse
c:ssere conquistata dai Dori invasori!
Allo stesso modo, attribuire una connotazione etnica alle componen-
ti subalterne della popolazione laconica, perieci e iloti, è operazione in
cui si cimenterà la storiografia greca di età classica, ma non è di alcun
aiuto per la ricostruzione della storia più antica di Sparta. Per Isocrate
(Panatenaico 177-181) i perieci erano la massa popolare dei Dori invaso-
ri, declassaci e relegati ai margini del territorio spartano, mentre per lo
storico di IV secolo Teopompo di Chio gli iloti erano Achei (FGrHist 115
F 122.). Ma circolavano anche differenti tradizioni sull'origine di que-
sti gruppi: per Eforo di Cuma (FGrHist 70 F 117) i perieci erano degli
st ranieri di diversa provenienza che, dopo che gli Achei avevano abban-
donato la Laconia, erano stati invitaci a ripopolarla dai Dori insediatisi
;~ Sparta. A essi dapprima fu concessa parità di diritti politici, ma poi
turono costretti a pagare un tributo agli Spartani. Gli abitanti di Helos,
una cittadina situata nell'area paludosa presso la foce dell'Euroca, non
accettarono questa imposizione e si ribellarono, ma furono sconfitti e
ridotti allo stato servile. Indipendentemente da se sia stata combatcu-
SPARTA

ta realmente una guerra per la conquista di Helos, bisogna diffidare


della storicità di questa narrazione, giacché la connessione tra Helos e
l'origine dell'ilotismo - già nota, un secolo prima di Eforo, a Ellanico
di Lesbo - ha tutto l'aspetto di una paretimologia intesa a spiegare il
termine che a Sparta era attribuito ai servi rurali, che sarebbero stati
chiamati "iloti" (heilotes) perché provenienti da Helos.
In breve, la natura di queste tradizioni impedisce di ricostruire le
origini di Sparta e i modi in cui essa giunse a controllare non solo la
pianura di Sparta in senso stretto, ma anche la parte più meridionale
della valle del!' Eurota. Se proprio si intende rimanere sul piano di ciò
che è davvero accaduto, ci si dovrà accontentare di un quadro neces-
sariamente ipotetico e sintetizzabile in questi termini: all'indomani
delle distruzioni che causarono la fine della Laconia micenea e che ne
avevano determinato il parziale spopolamento, ebbe luogo un' infiltra-
zione di genti che parlavano una forma arcaica di greco occidentale;
le dinamiche di incontro e di scontro fra questi gruppi e i precedenti
occupanti della regione rimangono sfuggenti, ma è legittimo ritenere
che entro l'vm secolo, attraverso la progressiva fusione di gruppi uma-
ni originariamente distinti, si sia sviluppata nella valle dell'Eurota una
nuova, embrionale, realtà politica che riconosceva il suo centro nell' in-
sediamento di Sparta. Col tempo, essa accrebbe il suo territorio fino a
raggiungere il mare e assorbire all'interno della sua area di controllo le
piccole comunità - le future città perieciche - situate ai margini della
pianura e lungo la costa.
Più che nelle fonti letterarie, le tracce del processo formativo di que-
sta nuova comunità vanno cercate nel paesaggio cultuale che l'evidenza
archeologica, pur limitata, ha messo in luce. Attraverso di essa intrave-
diamo il primo sviluppo, tra il IX secolo a.C. e l'inizio del VII, di un grup-
po di santuari che verranno progressivamente a costituire l'ossatura del
sistema dei culti cittadini. Tra questi santuari - ubicati alcuni nel!' area
della città, mentre altri costituivano una sorta di anello religioso intorno
alla piana di Sparta - si segnala anzitutto quello di Artemide Orthia
(più propriamente Orthia, giacché l'identificazione fra questa divinità e
Artemide si manifesta solo nelle fonti tarde). Situato in prossimità delle
sponde dell'Eurota, tanto da aver subito nei secoli più di un'inondazio-
ne, l'evoluzione di questo santuario ha accompagnato tutta la storia di
Sparta. L'attività cultuale ebbe inizio alla fine del x secolo e già entro il
700 a.C. un muro venne a delimitare un'area pavimentata all'interno
della quale furono eretti un altare e un tempio. Il culto, associato ai riti
1,E ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 49

di passaggio dei ragazzi all'età adulta, acquisì un'assoluta centralità in


una comunità che proprio alla precisa strutturazione delle età della vita
\'t:rrà ad attribuire un ruolo di primo piano. Un chilometro più a ovest,
sull'acropoli di Sparta, il santuario di Atena Chalkioikos ("dalla casari-
\'esrira di bronzo") costituisce l'altro grande centro cultuale cittadino,
e !'Atena ivi venerata era nota anche come Poliachos ("protettrice della
città"). Fuori di Sparta, a Therapne, sorse invece il già citato santuario
di Elena e Menelao; a sud, in località Kalyvia Sochas, quello dedicato a
Demetra Eleusinia; a nord-est della città, presso Tsakona, un santuario
di Zeus Messapeus. Ma soprattutto una serie di culti, anch'essi legati al
mondo giovanile, vennero dedicaci ad Apollo, che assunse un ruolo di
primo piano nel pantheon spartano al punto che gli furono riservate
le principali festività cittadine: le Gimnopedie, le Carnee e, in onore di
Apollo Hyakinthios, le lacinzie. Il gran numero di dediche votive rin-
venute, a partire quantomeno dall'v111 secolo, proprio nel santuario di
Apollo Hyakinthios ad Amide, ne fa, come osserverà secoli più tardi
Polibio (v,19,3) «il più insigne dei santuari della Laconia». Anzi, la cir-
costanza che in età classica le stele riportanti i trattati di pace conclusi
dagli Spartani erano collocate qui (Tucidide v,18,10) dimostra che esso
costituiva un essenziale punto di riferimento, non solo cultuale, per tutti
i Lacedemoni.
Non è sorprendente che, una volta integrati nel sistema religioso della
città, a questi culti si siano accompagnate delle tradizioni che ne connet-
tevano l'origine con il passato mitico della città e, nella maggioranza dei
casi, con il suo momento fondativo: l'arrivo dei Dori.

Memorie delle guerre messeniche

Il grande evento della storia spartana della prima età arcaica è l 'espansio-
ne verso occidente, oltre la catena del Taigeto. A differenza dei conflitti
con Amide o con Helos, quello contro i Messeni è un fatto storico indu-
bitabile, che ebbe delle conseguenze decisive nella storia greca dei secoli
successivi. La conquista della fertile valle del fiume Pamiso e di tutto
il territorio messenico permise infatti alla città di Sparta di controllare
direttamente un territorio quale nessuna altra città greca continentale
controllò mai: i suoi circa 8.000 km 2 - i due quinti del Peloponneso,
coine osserverà Tucidide (1,10,2) - possono apparire poca cosa, ma sono
un'enormità se misurati rispetto all'ordine di grandezza del territorio
so SPARTA

delle singole città greche, consistente spesso in una o due centinaia, se


non addirittura in poche decine di krn 2 • Soprattutto, poi, l'annessione
della Messenia determinò le condizioni socioeconomiche che consenti-
rono a Sparta di esercitare un ruolo egemonico nel Peloponneso e più
in generale nel mondo ellenico. Non è certamente un caso che la fine
della potenza spartana coincise con la perdita, nel corso del IV secolo,
del controllo della Messenia.
Le certezze, tuttavia, finiscono qua, e non per la scarsa consistenza
quantitativa delle fonti disponibili, ma per la loro particolare qualità. A
prima vista, infatti, la ricostruzione della conquista può avvalersi di un
racconto continuo degli eventi, quale è quello che fornisce il periege-
ta Pausania nel libro che dedica alla Messenia. Una parte inusualmente
estesa di questo libro (1v,4-2.3) offre un vivace racconto, palesemente
filomessenico, delle due guerre attraverso le quali gli Spartani presero
possesso della Messenia in età arcaica. La circostanza che Pausania sia in
grado di fornire una quantità di dettagli, come non ne disponiamo per
nessun altro evento bellico greco precedente le guerre contro i Persiani,
deve però invitare alla cautela, giacché essa dipende dal fatto che i Mes-
seni, non appena si liberarono dal dominio spartano nel 369 a.C., sen-
tirono la necessità di dotarsi di un proprio passato e alimentarono una
storiografia interessata alle vicende che avevano condotto all'assoggetta-
mento dell'intera regione. In particolare, Pausania dichiara di utilizzare
come fonti due autori alquanto oscuri, ma approssimativamente databili
al III secolo a.C.: Mirane di Priene, che scrisse un'opera in prosa dedi-
cata prevalentemente al racconto della prima guerra messenica, e Riano
di Bene, autore di un poema epico nel quale era trattata la fase finale
della seconda. Poiché le narrazioni di questi due autori sono rielaborate
nel racconto di Pausania, è bene chiarire quali siano i caratteri di questo
racconto riassumendolo brevemente.
All'origine della prima guerra messenica vi sarebbe stato un incidente
avvenuto presso il santuario di Artemide Limnatis, situato sul lato occi-
dentale della catena del Taigeto, al confine tra la Laconia e la Messenia.
Secondo la versione spartana il loro re Teledo, della famiglia degli Agia-
di, fu ucciso mentre interveniva in difesa di alcune ragazze spartane che,
intente a una celebrazione religiosa all'interno del santuario, avevano
subito violenza ad opera dei Messeni. Secondo la versione messenica,
che sottolineava come sin dall'inizio gli Spartani sarebbero stati mossi
dal desiderio di impossessarsi delle loro terre, non si trattava di ragazze,
ma di giovani ancora imberbi che, vestiti in abiti femminili, si erano in-
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE SI

crodorci nel santuario armati di pugnali allo scopo di uccidere i Messeni


presenti. Il tentativo fallì e a essere uccisi furono i giovani spartani insie-
me allo stesso Teleclo. La guerra non scoppiò subito, ma solo nella gene-
razione successiva quando, dopo una serie di ulteriori offese commesse
da una parte e dall'altra, gli Spartani invasero la Messenia. Pausania, che
è in grado di indicare l'inizio e la fine di entrambe le guerre, data lo scop-
pio della prima al 743-742. a.C. Nei primi anni di guerra gli Spartani
non riuscirono a ottenere successi decisivi e anzi le uniche due battaglie
campali si risolsero in un nulla di fatto. Alla lunga, tuttavia, i Messeni
ricennero opportuno abbandonare le loro città e rifugiarsi sul monte
Ichome. La guerra si trasformò in assedio e infine, nel ventesimo anno, i
i\lesseni si arresero e abbandonarono Ithome: fu imposto loro di giurare
di non ribellarsi agli Spartani e di versare loro metà del prodotto della
eerra che coltivavano. Pausania colloca poi l'inizio della seconda guerra
nel 685-684 a.C., quando i Messeni guidati da Ariscomene si rivoltaro-
no. La figura di Ariscomene, nativo della città di Andania nell'alta valle
del Pamiso, è l'eroe di questa rivolta e il racconto di Pausania ne descrive
le imprese: di nuovo, i primi anni di guerra sono segnati da alcuni scon-
tri campali, ma a seguito della sconfitta dei Messeni nella cosiddetta bat-
taglia della Grande Fossa, Ariscomene preferì rifugiarsi nella fortezza di
Eira, da dove condusse una prolungata azione di guerriglia. Nel 668-667
a.C. la rivolta ebbe fine con la presa di Eira e l'abbandono della regione
da parte di Ariscomene e di molti dei Messeni. Gli altri, catturati, furono
ridotti alla condizione di iloti.
La presenza di una moltitudine di remi topici e romanzeschi pervade
questo racconto: dal giuramento spartano di non tornare a casa prima
di aver conquistato la Messenia fino all'inutile sacrificio di una vergine
o alla rappresentazione delle avventure di Aristomene, Pausania fornisce
una narrazione assai poco credibile delle guerre messeniche. Ma ciò che
conca è se, al di là di questi temi, le fonti di Pausania abbiano potuto
accingere a un nucleo forte della tradizione messenica - sopravvissuto at-
traverso i secoli nelle forme proprie della memoria orale - e siano perciò
affidabili per una ricostruzione quantomeno a grandi linee delle guerre
messeniche. Su questo tema la critica si è a lungo divisa tra quanti han-
no sostenuto che i Messeni, benché asserviti agli Spartani, avessero con-
servato una qualche memoria della loro scoria più antica, e la posizione
0
pposta dei discontinuisti, propensi a ritenere che i Messeni avessero
proceduto, dopo la liberazione, a una semplice invenzione del proprio
passato.
SPARTA

Anzitutto, vanno valutati i dati cronologici. Alcuni versi di Tirteo


attribuivano la presa di Messene al re euripontide Teopompo e aggiun-
gevano che «intorno ad essa combatterono per diciannove anni - sem-
pre, senza interruzione, con animo coraggioso - i padri dei nostri padri
armati di lancia, e nel ventesimo anno, lasciati i pingui campi, quelli fug-
girono dalle alte cime dell'lthome» (fr. 5 WEST). Risulta palese che le
narrazioni delle guerre messeniche elaborate a partire dal IV secolo non
hanno potuto ignorare la testimonianza di un autore arcaico la cui pro-
duzione elegiaca era ormai parte della tradizione poetica greca, e si sono
adeguate a essa. Pertanto, la cronologia della prima guerra messenica fu
fissata a partire dalle liste genealogiche dei re spartani, che situavano il
re Teopompo nella seconda metà dell'vIII secolo a.C. Il fatto che gli
Spartani combatterono « sempre, senza interruzione» per venti anni ( il
doppio della guerra di Troia!) diede origine al tema del giuramento di
non tornare a Sparta prima di aver portato a termine la conquista. Infine,
il carattere della poesia di Tirteo, che comprendeva numerose elegie che
esortavano i giovani al combattimento, faceva ritenere che Tirteo fosse
vissuto al tempo di una nuova guerra contro i Messeni: di conseguen-
za, poiché la prima era stata combattuta al tempo dei «padri dei nostri
padri», la seconda guerra doveva essersi svolta due generazioni dopo la
prima. Si tratta, dunque, di una ricostruzione elaborata a tavolino.
In termini di cronologia assoluta, è possibile che la data del!' inizio
del conflitto offerta da Pausania vada lievemente abbassata, giacché Teo-
pompo, il primo re spartano che si palesa come figura pienamente sto-
rica, risulta meglio situabile a cavallo tra VIII e VII secolo. La tradizione
antica, inoltre, metteva in rapporto il conflitto tra Spartani e Messeni
con la fondazione coloniale di Taranto, la cui collocazione agli anni fi-
nali dell' VIII secolo è confermata dagli scavi della città. Questo rapporto
è testimoniato a partire dalla storiografia di v secolo e sembra costituire
un elemento forte della tradizione. Ma è soprattutto il quadro generale
offerto dall'archeologia messenica che offre spunti interessanti: mentre
la Laconia e molte regioni del mondo greco sono segnate da un vigo-
roso processo di crescita demografica ed economica, in Messenia non
c'è traccia della cosiddetta "rinascita" di VIII secolo. La regione appa-
re isolata, la sua produzione ceramica attardata e l'insediamento della
Dark Age meglio noto attraverso i dati archeologici, quello di Nichoria,
attraversa un periodo di declino fino alla sua distruzione alla metà del
secolo. Difficilmente questa stagnazione sarà stata indipendente dalla
crescita di Sparta. Un tale quadro archeologico impedisce di ritenere che
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 53

la Messenia potesse aver conseguito nell'v111 secolo un'unità politica e


va perciò escluso che Sparta potesse aver ottenuto con la presa di ltho-
me il controllo di tutta la regione. La Messene conquistata, che Tirteo
richiama nei suoi versi, non va identificata con l'intera regione, ma con
la cittadina ai piedi del monte Ithome dove sono emersi, in località Ma-
vromati, i resti di un insediamento risalente al IX secolo e dove, dopo la
liberazione del 369, verrà fondata la nuova città di Messene.
Già prima della fine dell'vm secolo, dunque, gli Spartani iniziarono
]a loro espansione a occidente del Taigeto. I modi in cui furono in grado
di controllare il territorio conquistato e di estendere progressivamente il
loro dominio su tutta la regione sono destinati a sfuggirci. La stessa tra-
dizione di una seconda guerra messenica va accolta con riserva, perché le
fonti più antiche che citano il conflitto fra Spartani e Messeni non sem-
brano avere la percezione di una seconda guerra chiaramente distingui-
bile dalla prima e si riferiscono piuttosto a una singola guerra messenica,
dando l'impressione di conoscerne una sola. D'altra parte, nessuno dei
frammenti superstiti di Tirteo fa un inequivoco riferimento a una guer-
ra in corso contro i Messeni, per cui sembra preferibile immaginare che
ali' iniziale conquista della città di Messene abbia fatto seguito un lungo
processo, sviluppatosi attraverso tutto il VII secolo, di consolidamento
ed estensione del territorio conquistato. Non è necessario, peraltro, che
questo processo abbia comportato l'asservimento di tutta la regione: è
verosimile che alcune comunità siano entrate nell'orbita spartana attra-
verso accordi che ne garantivano la libertà e siano poi state assimilate alle
città perieciche della Laconia.
Quanto alle ragioni che spinsero gli Spartani alla conquista pare da
escludere che lo scopo sia stato sin dall'inizio quello della ricerca di nuo-
ve terre. Difficilmente nell'vm secolo gli Spartani, seppur già in espan-
sione demografica, avevano bisogno di terra « buona da arare, buona
da seminare» (Tirteo, fr. s WEST). Con più probabilità la ragione va
individuata nella cultura di una comunità guerriera emergente, solita a
campagne di razzia nei territori circostanti, che dovette ritenere più pro-
ficuo un controllo diretto della valle del Pamiso, vicina geograficamente
ma ancora debole e poco popolata. Col tempo la conquista si trasformò
in un sistematico sfruttamento delle potenzialità agricole della Messenia
e il quadro che affiora al termine di questo processo è quello di un fertile
territorio in mano agli Spartani ma coltivato da una servitù rurale, intor-
no al quale gravitava una pluralità di piccole comunità perieciche che,
proprio come in Laconia, costituivano una sorta di cintura protettiva
54 SPARTA

delle terre di diretta pertinenza spartana. In questa prospettiva, sembra-


no esserci spazi limitati per la conservazione di un'identità messenica
all'interno di una popolazione sconfitta e asservita - ammesso pure che
cale identità abbia fatto in tempo a costituirsi pienamente. Per tutta l'età
arcaica la culcura materiale della Messenia non presenta caratteri diversi
da quella della Laconia e non si riescono a cogliere dei tratti culcurali
della regione che possano essere il segno della conservazione di un' iden-
tità locale. L'elaborazione di una consapevole identità messenica avverrà
solo più cardi, nel v secolo.

Aspetti della società spartana nel VII secolo

Dalla lettura dell'Eunomia di Tirteo, Aristotele ricavava che al tempo


del conflitto contro i Messeni Sparta era stata attraversata da una dura
crisi sociale, poiché « alcuni, logorati a causa della guerra, pretendevano
che si procedesse ad una divisione della terra» (Politica 1307a1-2.). La
notizia è estremamente scarna, ma del travaglio della società spartana
nel VII secolo a.C. sono testimonianza anche le tradizioni circa l'arrivo
a Sparta di due poeti, Terpandro di Lesbo e Taleca di Gortina, che con i
loro canti avrebbero posto termine al conflitto sociale presente in città,
inducendo gli Spartani all'obbedienza e alla concordia. Terpandro era
noto per essere stato il primo vincitore degli agoni musicali istituiti in
occasione delle feste Carnee al tempo della XXVI olimpiade ( 676-672.
a.C.), mentre del cretese Taleta abbiamo ricordato come la tradizione
biografica su Licurgo ne facesse anche un legislatore.
Queste notizie vanno valutate nel quadro della società spartana
dell'epoca. Non diversamente da quanto accadeva nelle alcre città gre-
che, Sparta era allora una comunità politicamente ancora in formazione,
dominata da un'élite di scampo omerico la cui preminenza sociale si fon-
dava sul prestigio acquisito nell'esercizio della guerra e sulla ricchezza vi-
sta come espressione di cale preminenza. Benché solo parzialmente pub-
blicati, gli oggetti dedicati presso i santuari spartani riflettono il gusto
orientalizzante dell'epoca e indicano la presenza di individui largamente
dediti a quelle spese di prestigio nelle quali si manifestava la competizio-
ne ali' interno delle élites. L'orizzonte dell'aristocrazia spartana, peraltro,
non si limitava alla Laconia. Essa frequentava i grandi santuari che pro-
prio in questo periodo vennero a costituire un punto di riferimento per
tutti i Greci: consultava l'oracolo di Delfi e, se dobbiamo fidarci delle
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 55

liste dei vincitori olimpici, conseguì era l'ultimo quarto dell'vm seco-
lo e l'inizio del VI un numero di vittorie che non ha eguali nelle altre
città greche. Per circa centocinquant'anni gli atleti spartani dominano
a Olimpia. Di questa aristocrazia erano parte anzitutto Agiadi ed Euri-
pontidi e, accanto a essi, un numero di gruppi familiari dei quali almeno
un altro - quello degli Egeidi - è più volte ricordato in relazione agli
eventi della storia spartana più antica. L'espansione della città accrebbe
considerevolmente la ricchezza dell'élite e il divario sociale con il resto
della comunità spartana. Un proverbio di probabile origine arcaica, che
si diceva fosse un oracolo inviato dal dio di Delfi agli Spartani, preannun-
ciava che «l'amore della ricchezza (philochrematia) distruggerà Sparta,
e non altro» (Aristotele, fr. 550 GIGON). Non sorprende, pertanto, che
le guerre messeniche abbiano determinato frizioni sociali, soprattutto a
seguito delle richieste avanzate da coloro che avevano partecipato alla
conquista, ma che non avevano goduto dei vantaggi economici e politici
che ne erano conseguiti. Quali che siano stati i tempi e gli sviluppi di
questa crisi - beninteso, una crisi di crescenza - è certo che, se l'invito
all'obbedienza ebbe successo, è perché fu data una risposta alle richie-
ste avanzate. Una qualche forma di distribuzione delle terre conquistate
ebbe luogo (cfr. infra, pp. u9-2.o) e si venne conseguentemente a forma-
re, seppure all'interno di una società ancora profondamente gerarchiz-
zata, un corpo cittadino consistente in termini numerici, consapevole
della propria forza e nondimeno costituito da soli proprietari terrieri
che vivevano del lavoro servile: è il damos spartano.
In accesa di affrontare più avanti la definizione e la maturazione del-
le strutture politiche cittadine, è opportuno considerare alcuni aspetti
della società spartana che emergono dalle fonti contemporanee (la poe-
sia arcaica e l'evidenza archeologica). Anzitutto l'aspetto militare, dal
momento che il VII secolo è quello in cui secondo un'interpretazione
a lungo dominante si sarebbe diffusa in Grecia - forse proprio a partire
da Sparta, impegnata nel conflitto messenico - una nuova modalità di
combattimento. Tale tecnica bellica, l'oplicismo, prevedeva l'utilizzo di
una pesante armatura, almeno parzialmente in bronzo, di cui uno scudo
rotondo con doppia impugnatura e una lancia di circa due metri erano
gli elementi essenziali. Gli opliti si disponevano ordinatamente in uno
schieramento molto coeso, la falange, la cui efficacia scava nella straor-
dinaria forza d'ureo che le lance, non più utilizzate come arma da getto,
erano in grado di esercitare al momento dell'impatto con i nemici. In
anni recenti, una parte della critica ha messo in discussione che questa
56 SPARTA

trasformazione della tecnica militare sia avvenuta in maniera repentina,


sostenendo piuttosto che essa si sia manifestata attraverso una serie di
passaggi, uno dei quali testimoniato dalla poesia di Tirteo. Le sue elegie
- non facili da valutare perché risentono del modello della poesia epica
nella descrizione dei combattimenti - invitavano i giovani a combattere
fianco a fianco, ma paiono al tempo stesso implicare che le schiere della
falange non fossero ancora compatte e che soldati armati alla leggera si
mescolassero con gli opliti e, protetti dai loro scudi, lanciassero pietre e
altre armi da getto (frr. 11-13 WEST). Ciò che conta, a ogni modo, è che
l'insieme del corpo civico si venne via via a identificare nei valori oplitici.
Ne sono plastica dimostrazione le innumerevoli figurine di piombo che,
a partire dal VII secolo, sono offerte come dediche votive nei principali
santuari spartani: in quello di Artemide Orthia, che ne ha restituite ol-
tre 100.000, non mancano figurine di arcieri, ma sono quelle di opliti
che dominano la scena, soprattutto nel VI secolo.
Alla lunga, la piena affermazione dell'ideologia oplitica favorirà l'e-
mergere di un ethos egualitario e di una corrispondente austerità nei con-
sumi. Ma questo accadrà in seguito: ancora fino ai primi decenni del VI
secolo, Sparta si presentava come una città fiera di esibire la propria pro-
sperità, in cui anche gli strati meno ricchi della cittadinanza, potendo
contare sulla base economica offerta dalle nuove terre messeniche, ten-
devano ad adeguarsi al sistema dei valori e ai consumi dell'aristocrazia.
Le "mitre lidie" indossate dalle ragazze spartane (Alcmane, fr. 1,68-69
PAGE) esemplificano adeguatamente quanto fossero ricercati i beni di
prestigio provenienti dall'Oriente. Al contempo, si sviluppò in Laconia
un artigianato di pregio, che in parte rispondeva ai bisogni dei nuovi cit-
tadini e in parte veniva esportato. Si segnala la qualità dei bronzi e degli
avori e, soprattutto, la grande diffusione della ceramica laconica. Essa
è presente non solo in Laconia, ma in ampie parti del Mediterraneo,
a dimostrazione di come la città, non ancora chiusa su sé stessa, fosse
inserita in un circuito di scambi che coinvolgeva a oriente l'Egitto e la
Lidia, ma raggiungeva anche la Cirenaica, la Sicilia e la penisola italica.
A essere impegnati nella produzione e nella distribuzione di questi beni
non erano però gli Spartiati: sebbene espliciti divieti di svolgere attività
artigianali e commerciali saranno introdotti solo più tardi, difficilmente
i cittadini, tutti proprietari fondiari, si rivolgevano a queste occupazioni.
Per ampia parte, la produzione dovette ricadere sui perieci. Quanto alla
loro distribuzione al di fuori del Peloponneso, è da tempo riconosciu-
to che furono soprattutto le navi samie a trasportarli, in virtù di quella
LE ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE 57

che è stara definita una "relazione speciale" era gli aristocratici spartani
_ che certamente non disdegnavano di trarre profitto dall'esportazione
di queste produzioni - e l'aristocrazia di Samo, ben nota in età arcaica
per il suo coinvolgimento nel commercio mediterraneo.
Ma Sparta in questi anni è anche un grande centro di eccellenza poe-
tica e musicale. Ne è una spia la tradizione che voleva che fosse stato
Licurgo il primo a porcare i poemi omerici nel Peloponneso, avendoli
ricevuti, a seguito di una sua visita a Samo, dalla corporazione dei rapso-
di ivi presence. Innumerevoli furono i poeti che vi operarono, nativi di
Sparta e non: dal poeta epico Cinetone a Tirteo e, soprattutto, alla gran-
de tradizione di poesia lirica, di cui i frammenti della poesia di Alcmane
offrono solo un riflesso assai pallido. Al già citato Terpandro di Lesbo,
che avrebbe inventato la lira a sette corde, è attribuita la prima organiz-
zazione delle istituzioni musicali a Sparta, e a lui seguirono molti altri
(Taleca, Senodamo di Cicera, Senocrito di Locri) la cui attività è asso-
ciata alla celebrazione delle Gimnopedie. Sono infatti le grandi festività
spartane - con le loro performances corali, che erano parte integrante dei
riti di passaggio della gioventù - il luogo di esecuzione di questa produ-
zione poetico-musicale. Non casualmente, gli Spartani avevano fama,
secondo una celebre definizione di Pracina di Fliunce (fr. 2 PAGE), di
essere "cicale" pronte per il coro.

Il Mediterraneo spartano

La valorizzazione di quanto appena rilevato - vale a dire l'attrazione che


Sparta esercitò su poeti e artisti, la vastità della sua rete di relazioni e la
diffusione di prodotti laconici ben al di là del Peloponneso - ha con-
tribuito all'affermarsi in anni recenti della nozione di un Mediterraneo
spanano. Tale nozione non si riferisce soltanto alla presenza reale degli
Spartani o dei loro prodotti nel bacino mediterraneo, ma anche all'ela-
borazione di un insieme di racconci più o meno leggendari che accom-
pagnano e legittimano il ruolo di Sparta in questo più vasto orizzonte, e
che ne enfatizzano la funzione di "madrepatria" di altre città. L' abbon-
danza di ceramica laconica nelle città legate a Sparta da tradizioni di
colonizzazione diretta o indiretta difficilmente può essere un caso.
Due sono le maggiori tradizioni di fondazioni spartane. Quella rela-
tiva all'isola di lhera, nelle Cicladi, chiama in causa i Mini e ne colloca
il popolamento al tempo mitico del ritorno degli Eraclidi (in realtà, la
58 SPARTA

documentazione archeologica indica che l'occupazione dell'isola ebbe


luogo verso 1'800 a.C.). Racconta Erodoto (1v,145-149) che i Mini, che
erano i discendenti degli Argonauti, giunsero in Laconia e si insediarono
alle pendici del Taigeto. Gli Spartani, in virtù del legame che avevano
con loro - anche i Dioscuri, gli eroi spartani per eccellenza, avevano
partecipato alla spedizione della nave Argo -, concessero loro la citta-
dinanza, ma in seguito, poiché i Mini si comportavano con arroganza
e pretendevano di essere associati alla regalità, li imprigionarono. Libe-
rati dalle proprie mogli, che erano le figlie dei cittadini spartani, i Mini
tornarono sul Taigeto fino a quando un membro della famiglia degli
Egeidi - Theras, che era lo zio materno di Euristene e Prode - non volle
portarli con sé nella spedizione coloniale che condusse al popolamento
di Thera, così denominata dal suo fondatore. Molto più tardi, intorno
al 630, gli abitanti di Thera, colpiti da una carestia, procedettero a loro
volta alla fondazione della colonia libica di Cirene. Altre tradizioni ri-
portano di una partecipazione diretta degli Spartani nella colonizzazio-
ne di Cirene, ma è inutile speculare se dietro questa catena di fondazioni
si debba cogliere una partecipazione attiva degli Spartani nel fenomeno
coloniale. Di certo, la particolare rilevanza che il culto di Apollo Karne-
ios e la corrispondente festività delle Carnee rivestivano a Sparta, Thera
e Cirene indica che il legarne fra queste tre città durante l'età arcaica
fosse assai solido e rende verosimile la presenza di gruppi di individui
provenienti dalla Laconia tanto a Thera come a Cirene.
Ma in terna di fondazioni un posto di rilievo spetta a Taranto, l'uni-
ca colonia spartana nell'Occidente mediterraneo. Sulla fondazione di
questa città, che le fonti cronografiche antiche ponevano nel 706 a.C.,
circolavano diverse versioni. Secondo quella risalente allo storico di V
secolo Antioco di Siracusa (FGrHist 555 F 13) al tempo della conquista
della Messenia gli Spartani che si erano rifiutati di combattere furono
chiamati iloti - si tratterebbe, apparentemente, di un'altra spiegazione
dell'origine dell' ilotisrno - e i loro figli, nati durante la guerra, ricevet-
tero l'appellativo di Parteni (Partheniai, che significa "figli di ragazze
non sposate"). Poiché fu loro negato il diritto di cittadinanza, i Parteni
decisero di rivoltarsi in occasione delle lacinzie, ma il complotto ven-
ne scoperto ed essi - sotto la guida di Falanto, uno Spartiata che aveva
avuto un ruolo ambiguo nella rivolta - furono costretti ad abbandonare
la città e a fondare in Iapigia, nei luoghi indicati dall'oracolo delfico,
la città di Taranto. La versione di Eforo di Curna (FGrHist 70 F 216),
invece, si ricollegava al tema del giuramento prestato dagli Spartani, allo
1,E ORIGINI E LA PRIMA ESPANSIONE S9

scoppio della prima guerra messenica, di non tornare in patria prima di


aver distrutto Messene o di essere tutti morti. Dopo dieci anni di guerra,
cuccavia, le donne si lamentarono che Sparta rischiava di rimanere priva
di uomini perché nessuno tornava a Sparta a procreare e, così facendo,
veniva meno il naturale ricambio generazionale. Venne allora deciso che
i combattenti più giovani, che non avevano preso parte al giuramento
perché ancora di età minore ali' inizio della spedizione, tornassero a
Sparta per unirsi promiscuamente con le ragazze - tutti con tutte - allo
scopo di generare quanti più figli possibile. Proprio perché nati al di fuo-
ri di un matrimonio legittimo, i figli generati in questo modo vennero
detti Parteni, ma al termine della guerra gli fu negata la cittadinanza.
Di qui la scelta della rivolta e, dopo il suo fallimento, la fondazione di
Taranto.
Un'ulteriore versione del racconto di fondazione metteva in gioco
anche un gruppo di iloti (gliEpeunaktoi) che avevano preso il posto degli
Spartiati morti durante la guerra e avevano in tal modo ottenuto la citta-
dinanza. Qui basti osservare che a monte di questa multiforme varietà di
racconti si palesa l'idea che quanti partecipavano a una fondazione co-
loniale erano membri marginali della città, i quali, per ragioni differenti,
non avevano avuto accesso ai pieni diritti civici e si trovavano costretti
ad abbandonarla, ed è indubbio che la marginalità politica e sociale sia
una motivazione plausibile di questa come di ogni impresa coloniale. È
però doveroso riconoscere che, nelle forme in cui ci sono pervenute, que-
sce tradizioni sono di scarsa utilità per la ricostruzione degli eventi che
condussero alla fondazione di Taranto alla fine dell'vrn secolo, al punto
che si è anche dubitato che Sparta ne possa essere davvero considerata
la madrepatria. Ebbene, indipendentemente dai racconti di fondazione,
la relazione tra Sparta e Taranto sembra a prima vista assicurata da una
serie di convergenze: il dialetto e la scrittura tarantina richiamano da vi-
cino quella laconica; il sistema dei culti, a partire dalla presenza di Apollo
Hyakinthios e dei Dioscuri, ha un profondo aspetto spartano; anche al-
cune istituzioni civiche si ritrovano in entrambe le città. In nessun caso,
tuttavia, si può essere certi che questi tratti comuni risalgano già al mo-
ll1enco della fondazione e, anzi, quantomeno nel caso degli efori, è vero il
concrario: la magistratura degli efori emerge con chiarezza a Sparta solo
nel VI secolo (cfr. infra, p. 77) e difficilmente a Taranto, dove essa è atte-
stata tardi, può essere stata introdotta in un'epoca precedente. Si profila
la possibilità che alcune di queste convergenze, piuttosto che attestare
con certezza il rapporto tra madrepatria e colonia, esprimano l'interesse
60 SPARTA

dei Tarantini a enfatizzare il loro legame con quella città che nel corso
dell'età arcaica aveva conseguito una preminenza nel mondo greco.
Qualche elemento in più è offerto dalla documentazione materiale.
La più alta concentrazione di ceramica laconica a Taranto si manifesta
fra il 630 e il 550 a.C., con un picco nel primo quarto del VI secolo. Que-
sto dato, che pure è rivelatore dei rapporti esistenti tra le due città, ha
un valore relativo in considerazione della grande diffusione in questo
periodo di ceramica laconica nel Mediterraneo. Più significativa, invece,
è la modesta presenza di vasellame laconico già negli strati di fondazione
della città. L'estrema rarità, a un livello cronologico di fine VIII secolo,
di tale ceramica al di fuori della Laconia, suggerisce che individui che di
lì provenivano abbiano avuto un ruolo nell'occupazione di Taranto. E
poiché i racconti di fondazione, ancorché fittizi e rielaborati nel tempo,
colgono il nesso fra la conquista della Messenia e la formazione a Sparta
di una comunità strutturata politicamente, è nel complesso probabile
che fra i coloni che fondarono Taranto vi siano stati quegli abitanti della
valle dell'Eurota esclusi da questo processo di integrazione politica. La
costruzione di una ben definita identità spartana a Taranto, tuttavia, è
un fenomeno successivo, che ebbe inizio nel VI secolo e che rende ra-
gione dei ricorrenti rapporti che, almeno fino al termine del IV secolo,
attraverseranno la storia di Sparta e della "sua" colonia.
3
Lo sviluppo delle istituzioni politiche

La formalizzazione delle strutture politiche è un processo che accom-


pagna lo sviluppo delle città greche in età arcaica. Si assiste alla gradua-
le sostituzione del potere informale dei membri del!' élite dominante (i
h,uileis omerici) con magistrati cittadini. La fisionomia e la periodicità
di riunione degli organismi assembleari e consiliari, che radunano, ri-
spettivamente, l'intera comunità o un gruppo selezionato di uomini in-
A. uenti, iniziano ora a essere determinate istituzionalmente. Soprattutto,
una linea di distinzione, ancora poco percepibile nella società che i poe-
mi omerici si sforzavano di rappresentare, viene a separare quanti sono
membri della comunità e coloro che ne sono esclusi. Questo processo
- la configurazione del corpo civico - è un momento essenziale di ogni
città greca: è ciò che la trasforma in una polis, una comunità di cittadini.
Negli stessi anni in cui consolida le sue conquiste territoriali e attribui-
sce onore e prestigio ai re che l'hanno guidata alla vittoria, la comunità
degli Spartani è coinvolta in questo processo di istituzionalizzazione e,
anzi, manifesta uno sforzo precoce nel dotarsi di strutture formali di
organizzazione della vita pubblica. Della precocità di questo processo,
che si rivela in certi aspetti arcaicizzanti delle istituzioni spartane, è testi-
mone un documento che è consuetudine citare per la sua eccezionalità:
la cosiddetta Grande rhetra. La discussione di esso è il necessario punto
di partenza nell'analisi dell'ordinamento politico di Sparta.

Un documento problematico: la Grande rhetra

Una premessa è necessaria: sarebbe sbagliato ritenere che l'assetto isti-


tuzionale della polis di Sparta in età arcaica sia meglio ricostruibile del
quadro storico-evenemenziale grazie alla disponibilità di questo docu-
111ento. La Grande rhetra, infatti, è un documento estremamente pro-
SPARTA

blematico del quale sono state fornite innumerevoli interpretazioni, ivi


compresa quella, oggi generalmente respinta, che si tratti di un falso.
Plutarco, che ne trasmette il testo ( Vìta di Licurgo 6) e lo presenta come
un oracolo che Licurgo avrebbe ricevuto dal santuario di Delfi, si limi-
ta a chiamarla rhetra ("pronunciamento", "legge"). È però invalso l'uso
di riferirsi a essa come Grande rhetra, nella convinzione che costituisca
una sorta di fondamento costituzionale dello Stato spartano. Anzi, la
prima costituzione di una polis greca storicamente attestata! La difficol-
tà di questo testo comporta che ogni traduzione costituisca già un' in-
terpretazione, ma, approssimativamente, può essere reso così: «eretto
un santuario di Zeus Syllanios e Atena Syllania, organizzate le tribù e le
obai, istituito un consiglio di trenta anziani compresi gli archagetai, di
tempo in tempo si tengano le ape/lai tra Babyka e Knakion, in questo
modo si introducano e si respingano, e al popolo sia [il testo presenta qui
una breve corruzione] e il potere». Un successivo emendamento avrebbe
stabilito che «qualora il popolo parli in modo storto, gli anziani e gli
archagetai siano i respingitori».
È utile iniziare dalla sintassi. Il testo presenta tre proposizioni subor-
dinate rette da participi ("eretto", "organizzate", "istituito") e considera
il contenuto di queste proposizioni come il presupposto logico perché
abbia luogo ciò che la rhetra dispone nelle proposizioni principali, che
nell'originale greco assumono la forma di costruzioni infinitive. Pertan-
to, l'introduzione di un culto a Zeus e Atena, venerati con l'epiteto al-
trimenti ignoto di Syllanios/Syllania, la distribuzione del popolo in sud-
divisioni civiche denominate tribù (phylai) e obai e l'istituzione di un
consiglio di anziani di trenta membri (Iagerousia) comprendente i due
re - ai quali il testo si riferisce con il nome di "fondatori" (archagetai) -
sono solo la premessa della disposizione principale della rhetra. Tale di-
sposizione stabilisce che a intervalli di tempo regolari ( «di tempo in
tempo») e in luogo stabilito ( «tra Babyka e Knakion»: l'indicazione
topografica è alquanto oscura, ma potrebbe riferirsi ali' intero territorio
della città) si debbano «tenere le apellai». È fuorviante, dunque, consi-
derare la rhetra una sorta di costituzione perché, come è tipico dei testi
legislativi arcaici, essa non ha un contenuto generale, ma è interessata a
una singola disposizione, che in questo caso è la modalità di svolgimento
delle ape/lai. Plutarco spiega che "tenere le apellai" (apellazein) significa
"tenere l'assemblea'' (ekklesiazein), e che pertanto ciò che viene "intro-
dotto" o "respinto" sono le proposte presentate ali' assemblea. È inutile
entrare nei dettagli e indugiare sulle varie interpretazioni che sono state
r,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE

0 tferte del principale nodo esegetico del documento, e cioè il significato


del verbo qui reso con "respingere" (aphistasthai), e che invece una par-
re della critica intende nel senso intransitivo di "allontanarsi". Basti dire
che sulla base della parafrasi del cesto fornica da Plutarco è generalmente
ammesso che la rhetra, dopo aver disposto la periodicità delle adunate
dell'assemblea, indicasse il modo in cui vi si doveva espletare l'azione de-
liberante: il diritto di introdurre proposte (la cosiddetta funzione pro-
buleutica) era attribuito esclusivamente agli anziani e ai re - i quali poi
"respingevano" le eventuali controproposte oppure "si allontanavano"-,
mentre spettava al popolo il potere di decidere su di esse. Merita qui
osservare che per indicare il "popolo" e il suo "potere" la rhetra utilizza
i due termini damos e kratos, dalla cui composizione sarebbe poi nata la
nozione astratta di "democrazia". Ma, quasi a voler respingere ogni timo-
re di evoluzione democratica dell'ordinamento spartano, Plutarco asse-
risce che il testo della rhetra fu emendato: l'eccessiva libertà del popolo
nell'apportare modifiche alle proposte originarie avrebbe determinato la
reazione dei re Polidoro e Teopompo - il vincitore dei Messeni - ed essi
fecero inserire un'integrazione alla rhetra che consentiva agli anziani e ai
re di rigettare le eventuali modifiche introdotte dall'assemblea, qualora
esse avessero distorto il senso delle proposte affidate al voto popolare.
È bene precisare che questa ricostruzione si fonda unicamente sul
commento di cui Plutarco, attingendo con ogni probabilità alla per-
duca Costituzione degli Spartani di Aristotele, correda il testo. Poiché
tuttavia ci sono buone ragioni per ritenere che il contenuto della rhetra
sia stato utilizzato ali' interno della lotta politica spartana di IV secolo,
anche l'interpretazione di Plutarco risente degli usi politici di questo
documento. Ciò rende quantomeno dubbio che si debba realmente
distinguere al suo interno un testo principale e un successivo emenda-
mento: l'edificante storia dei due re attenti a limitare una sfrenata li-
bertà del popolo è assai poco verosimile, e rispecchia le preoccupazioni
della riflessione politica di IV secolo in merito all'eccessiva libertà del
popolo negli ordinamenti politici democratici. Pare dunque ragionevole
concordare con quella parte maggioritaria della critica che ritiene che il
cosiddetto emendamento abbia fatto parte sin dall'inizio del testo della
rhetra. Plutarco adduce inoltre, a conforto della propria interpretazione,
alcuni versi di Tirteo, che si ritiene provengano dalla sua Eunomia, in
cui il poeta esortava gli Spartani a essere obbedienti ai re e agli anziani,
assicurando che da tale obbedienza sarebbe disceso il successo militare e
il potere per il popolo (fr. 4 WEST). Poiché in questi versi sono presenti
SPARTA.

gli stessi attori della rhetra - re, anziani e popolo -, Plutarco vi ha colto
un'allusione a questo testo, quasi che essi ne costituissero una sorta di
parafrasi poetica. Se ciò è esatto, ne segue che, proprio perché "citata" da
Tirteo, la rhetra va datata non oltre la metà del VII secolo.
Il rapporto tra la Grande rhetra e l 'Eunomia di Tirteo è però tutt'al-
tro che sicuro, poiché i versi del poeta sono riportati da Plutarco pro-
prio allo scopo di confortare un'interpretazione politicamente orien-
tata del documento. Conviene perciò leggere la rhetra come un testo
autonomo, senza fare eccessivo affidamento sul commento di Plutarco.
In questa prospettiva il riferimento alle apellai merita attenzione. A
partire dalla lettura di Plutarco, per il quale "tenere le apellai" significa
"tenere l'assemblea", si è a lungo ritenuto che l'assemblea spartana avesse
il nome di apella e questa è ancora la nozione corrente in molti lavori di
divulgazione. Tuttavia, poiché l'assemblea spartana non è mai denomi-
nata apella in nessuna fonte antica, nell'ambito degli studi spartani è un
dato generalmente acquisito che il nome dell'assemblea dovesse essere
un altro, forse quello usuale nel mondo greco di ekklesia (cfr. Tucidide
v,77,1). Le uniche altre apellai di cui abbiamo notizia al di fuori della
Laconia, quelle attestate epigraficamente a Delfi (RHODES-OSBORNE,
nr. 1), altro non erano che la festività annuale in occasione della quale, al
compimento della maggiore età, i giovani erano introdotti all'interno
della comunità civica attraverso l'offerta di animali sacrificali esplicita-
mente denominaci "quelli delle apellai". Alla luce di ciò si può avanzare
un'ipotesi eterodossa, e cioè che il cesto non si riferisca all'azione di "in-
trodurre" o "respingere" le proposte nel corso dell'assemblea popolare,
quanto piuttosto a quella di esaminare se i nuovi membri della comunità
disponessero di tutti i requisiti necessari per essere "introdotti all'inter-
no" del corpo cittadino o se, viceversa, dovessero essere "respinti fuori"
da esso. Interpretata in questo modo, la rhetra riconoscerebbe il popolo
come il titolare del potere di ammettere, o non ammettere, all'interno
della comunità civica quanti avevano raggiunto la maggiore età - e a ca-
denza annuale, perché è così che va certamente intesa l'espressione « di
tempo in tempo». Essa aggiungeva, però, che se il popolo si fosse pro-
nunciato in maniera sbagliata, verosimilmente introducendo chi non
possedeva i requisiti necessari, spettava al consiglio degli anziani e ai re
assumere il ruolo di "respingitori". Un procedimento del tutto parallelo
a quello che aveva luogo in età classica ad Atene, dove era compito del
consiglio dei Cinquecento respingere dalla cittadinanza, per mancanza
di requisiti, coloro che le assemblee locali avevano un po' troppo free-
r.O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE

rolosamente accolto nel novero dei cittadini (Aristotele, Costituzione


rltgli Ateniesi 42,2).
In breve, l'oggetto specifico delle disposizioni della Grande rhetra è
srato individuato, sin dai commentatori antichi, nell'articolazione della
procedura decisionale durante le assemblee popolari e nel ruolo di pre-
minenza assegnato, nel corso di questa procedura, ai re e agli anziani,
che sarebbero stati i soli a poter avanzare proposte e a rigettare le modifi-
che introdotte dal popolo. È però possibile che essa avesse a che fare con
qualcosa di ancora più importante nell'orizzonte della cultura politica
di età arcaica, e cioè la definizione delle procedure di ammissione alla
cittadinanza. In ogni caso, comunque la si voglia interpretare, resta il
fatto che la Grande rhetra è una fondamentale testimonianza del pro-
cesso di strutturazione politica della città, ed è una testimonianza molto
antica, anche se risulta impossibile fornirne una datazione precisa. Le
istituzioni che essa testimonia, o di cui tace, richiedono ora di essere
considerate singolarmente.

Suddivisioni civiche e villaggi

La distribuzione dei cittadini all'interno di suddivisioni civiche è uno


degli aspetti più significativi in cui si manifesta nelle città greche la for-
malizzazione delle strutture civiche. È anzi proprio nella creazione di
questi "segmenti" del corpo cittadino che si è suggerito di cercare le ori-
gini della polis greca. Nel caso spartano, tuttavia, la precisa identificazio-
ne delle due strutture di suddivisione attestate nella Grande rhetra - le
tribù e le obai - richiede un approfondimento.
Quanto alle prime, gli Spartani erano distribuiti nelle tradizionali
tribù doriche degli Illei, Dimani e Panfili. Il rapporto fra questi nomi e
l'ideologia dorica posta a fondamento dell'identità spartana è eviden-
te: gli Illei prendevano nome da Illo figlio di Eracle, mentre Dimani e
Panfili si riteneva fossero i discendenti di Dimane e Panfilo, a loro volta
figli di Egimio sovrano dei Dori (come si ricorderà, Egimio aveva anche
adottato Illo). Fin quando non è stata messa in discussione la storicità
della migrazione dorica, è apparso credibile che la distribuzione della
popolazione in tre tribù fosse un retaggio ancestrale. L'attestazione di
Illei, Dimani e Panfili non solo a Sparta, ma in diverse altre città di
pretesa ascendenza dorica, pareva infatti confermare l'idea che, dovun-
que fossero giunti, i Dori avevano introdotto un'organizzazione della
66 SPART.A.

società che rispecchiava questa tripartizione del popolo. La più recente


consapevolezza che l'identità dorica è una costruzione sociale toglie
valore a questi modelli interpretativi. Le tre tribù non furono porta-
te dai Dori, ma furono introdotte, all'interno di una città che veniva
acquisendo un'identità dorica, allo scopo di rispondere alle necessità
organizzative di una comunità in espansione che iniziava a strutturarsi
politicamente. Per di più, se è corretta la tesi che la costruzione di una
identità dorica sia avvenuta originariamente a Sparta e di qui sia stata
esportata nelle altre città che assunsero questa identità, è allora proba-
bile che anche i nomi delle tribù doriche siano un'invenzione spartana.
Quel che è certo è che la loro più antica attestazione è in un verso di
Tirteo (fr. 19 WEST) che rappresenta l'esercito spartano diviso nelle
tre unità degli Illei, Dimani e Panfili. Il frammento di Tirteo indica
che le tribù avevano anzitutto una funzione militare: attraverso di esse
il corpo cittadino era diviso in tre unità, da immaginare grosso modo
equivalenti in termini numerici, i cui membri combattevano insieme
sul campo di battaglia. Ma non doveva trattarsi della loro unica fun-
zione: nelle città greche le suddivisioni civiche - non solo le tribù, ma
anche le loro ripartizioni interne - svolgevano una molteplicità di fun-
zioni, soprattutto in relazione al controllo del diritto di cittadinanza e
alla conservazione della memoria anagrafica della comunità. E infatti a
Sparta l'inserimento ali' interno di queste suddivisioni - che aveva luo-
go alla nascita, quando il neonato era condotto dinanzi ai «più anziani
della tribù» (Plutarco, Vita di Licurgo 16,1; cfr. infra, pp. 141-2.) - costi-
tuiva il primo passo verso la successiva ammissione, al raggiungimento
della maggiore età, nel novero dei cittadini di Sparta.
Più controversa è la questione delle altre suddivisioni civiche citate
nella Grande rhetra: le obai. Nella prima metà del Novecento si è im-
posto nella critica un modello interpretativo secondo il quale le obai
costituivano una divisione del corpo civico di natura locale, che si era
aggiunta nel corso dell'età arcaica all'ancestrale suddivisione tribale:
questa ricostruzione assume che ogni cittadino spartano era inserito sin
dalla nascita sia in una delle tre tribù doriche, vale a dire in una sud-
divisione civica di tipo "gentilizio" cui si apparteneva per discendenza,
sia in una suddivisione territoriale trasversale rispetto a quella gentili-
zia e costituita, appunto, dalle obai. Si è inoltre ritenuto che le obai, in
quanto suddivisioni territoriali, andassero identificate con i villaggi che
costituivano la polis di Sparta. In un celeberrimo passo, infatti, Tucidi-
de, intravedendo le difficoltà di coloro che avrebbero voluto un giorno
1,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE

ralucare la potenza di Sparta basandosi unicamente sui dati materiali,


osservava che essa sarebbe potuta apparire inferiore alla sua effettiva
,rrandezza «poiché la città non consiste in una concentrazione urba-
~a, né ha templi o edifici sontuosi, ma è un insediamento per villaggi
secondo l'antico modo dei Greci» (1,10,2). Ancora alla fine del v seco-
lo, dunque, Sparta appariva come una città dai caratteri marcatamente
arcaici: un insieme di villaggi piuttosto che un vero e proprio agglome-
raco urbano (nella terminologia greca, una polis kata komas). Tuttavia,
a differenza di Tucidide, che non indica un numero preciso di villaggi,
secondo il modello interpretativo qui richiamato le obai spartane erano
cinque e vanno identificate con i quattro quartieri da cui era costituita la
città in età romana (Pitane, Limne, Mesoa e Cinosura; cfr. infra, FIG. 6,
p. 178) più Amide. Si è immaginato, cioè, che i quartieri della città ro-
mana corrispondessero agli antichi villaggi di Sparta e che a queste ori-
ginarie quattro obai si sarebbe poi aggiunta, come quinta suddivisione
territoriale, la cittadina di Amide, una volta inglobata all'interno della
polis di Sparta durante la più antica espansione della città. Sulla scelta di
limitare a cinque il numero dei villaggi - che, è bene sottolinearlo, nes-
suna fonte antica attesta mai - ha pesato soprattutto la convinzione che
il numero dei componenti la principale magistratura cittadina, quella
costituita dai cinque efori, dovesse corrispondere al numero delle obai.
Questo modello interpretativo presenta molti limiti. Anzitutto, il
rapporto tra numero di magistrati e numero di suddivisioni civiche, se
non esplicitamente avvalorato dalla documentazione, non può essere
assumo come un principio necessario di organizzazione civica. Inoltre,
esso ipotizza una continuità quasi millenaria nella forma urbana del-
la città, dal tempo della Grande rhetra al periodo imperiale romano, e
immagina di conseguenza che i villaggi di età arcaica fossero i quartieri
cittadini attestati nelle fonti di età romana di inizio III secolo d.C., e
già questo di per sé è improbabile. Ma c'è anche un problema di ordi-
ne demografico: questa interpretazione è costretta ad ammettere che
i quattro supposti villaggi che costituivano il nucleo urbano di Sparta
concenessero almeno 30.000 individui (quantomeno alla fine del VI se-
colo a.C., quando la popolazione della città raggiunse il suo picco; cfr.
infra, p. 85). Ciò comporterebbe, tuttavia, che la densità demografica
della città si attestasse su valori significativamente alti e che i quattro
quartieri fossero pressoché contigui l'uno ali' altro, al punto da costituire
di fatto un'unica conurbazione. Ma se davvero vi fosse stato un centro
urbano di tale entità - che, sia detto per inciso, avrebbe fatto di Sparta
68 SPARTA

la più grande metropoli greca di età tardoarcaica! -, l'affermazione di


Tucidide, secondo cui Sparta non costituiva un vero agglomerato urba-
no ed era piuttosto un insieme di villaggi, sarebbe irragionevole. È pre-
feribile ritenere che i villaggi di Tucidide fossero qualcosa di diverso dai
quartieri della città di epoca romana e vadano ricercati all'interno di uno
spazio più ampio di quanto generalmente si immagini. In quest'ottica,
è significativo che Sparta si sia dotata di mura difensive solo nel tardo
III secolo a.C. Secondo l'immagine idealizzante della città, gli Spartani
non ne avrebbero avuto bisogno perché essi stessi fungevano da mura
per la propria città, ma c'è una spiegazione più prosaica: prima dell'ur-
banizzazione di età ellenistica una parte consistente dei suoi villaggi era
dispersa nel territorio e non poteva essere racchiusa all'interno di un
unico muro di cinta. Pertanto, non era solo Amide a essere situata a una
ragguardevole distanza dal centro cittadino, ma un numero imprecisato
di altri villaggi, alcuni dei quali si può supporre fossero ubicati nei pressi
dei diversi santuari che davano forma al paesaggio religioso della piana
spartana (cfr. supra, p. 49 ). L'aggregazione di questi villaggi in un'unica
polis, attraverso quel fenomeno che i Greci chiamavano sinecismo, do-
vette costituire la premessa per la costituzione, nel corso del VII secolo,
di un consistente corpo cittadino e, di conseguenza, per l'esercizio di
una politica di potenza.
Il quadro qui formulato, oltre a essere coerente con la nozione tuci-
didea di una città costituita di villaggi, ha un ulteriore vantaggio: dei
quattro pretesi villaggi che si credeva costituissero il nucleo urbano di
Sparta sin dai tempi più antichi, uno solo - Pi tane - risulta attestato nel-
le fonti di età classica (e, peraltro, solo Pi tane e Limne sono localizzabili
con certezza sul terreno). Ma Pitane si presenta come un villaggio par-
ticolare, giacché per gli autori di V secolo recarsi a Sparta significava an-
dare a Pitane (cfr. Pindaro, Olimpiche v1,2.8; Euripide, Troiane m2.), che
costituiva dunque il vero centro urbano, politico e cultuale della polis,
al punto da identificarsi con Sparta stessa. La città che visitò Tucidide,
priva di mura e di edifici sontuosi, aveva un centro costituito dall'area di
Pi tane, dall'adiacente acropoli e dall' agora, ma per il resto era costituita
da una pluralità di villaggi variamente collocati nella pianura di Sparta.
Diversamente, la Sparta dei quattro quartieri è una realtà che si sviluppe-
rà non prima dell'età ellenistica.
Se le obai non sono da identificare con i villaggi, resta da determina-
re cosa fossero. La ricostruzione di gran lunga più verosimile consiste
nel ritenere che il sistema delle suddivisioni civiche spartane fosse del
[,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE

runo simile a quello presente in altre città greche, dove i gruppi civici
I11inori costituivano in molti casi una segmentazione interna di quelli
più grandi. In altri termini, c'è da supporre che le obai fossero una sud-
Llivisione delle tre tribù doriche. Ciò può trovare conferma nella noti-
1,ia, risalente all'erudito di età ellenistica Demetrio di Scepsi, secondo
cui i cittadini spartani erano divisi in ventisette fratrie (Ateneo 141e-f).
Le fratrie erano una suddivisione civica assai diffusa nel mondo greco
spesso costituivano una segmentazione interna delle tribù, ma il ter-
mine "fratria'' non sembra appartenga al vocabolario delle istituzioni
spartane. È ipotizzabile che questa fonte erudita abbia informalmente
denominato "fratrie" quelle suddivisioni civiche che a Sparta avevano
il nome di obai e che, di conseguenza, le tre tribù doriche si divideva-
no ciascuna in nove obai. Se è così, siamo di fronte a una razionalità
matematica nella distribuzione dei cittadini in gruppi civici simile a
quella che si riscontra altrove, Atene compresa. Ne segue che le tre tri-
bù e ventisette obai, per quanto certamente non prive di una loro base
territoriale, erano entità amministrative astratte che servirono a ren-
dere omogeneo, inquadrandolo in strutture di eguali dimensioni, un
corpo civico che, come abbiamo osservato, proveniva da una pluralità
di villaggi, ognuno verosimilmente di grandezza, popolazione e storie
differenti.

La diarchia: Agiadi ed Euripontidi

La più singolare delle istituzioni politiche spartane è la regalità (basi/eia),


e non tanto perché questo istituto è generalmente assente, quantomeno
in età classica, nelle altre città greche, quanto per la forma peculiare in
cui essa si manifesta a Sparta, quella della diarchia. La tradizione mitica
spartana - lo si è visto - ne spiegava l'origine attraverso la nozione di
"gemellarità": all'epoca della discesa dei Dori, 1'eraclide Aristodemo, cui
r.:ra toccata in sorte Sparta, generò i gemelli Euristene e Prode, ma morì
subito dopo la loro nascita. Gli Spartani attribuirono allora il titolo di re
a entrambi, che divennero così i capostipiti delle due famiglie reali degli
Agiadi e degli Euripontidi. È significativo che queste famiglie, le cui ge-
nealogie erano note già alla storiografia di v secolo (Erodoto v11,204 e
Vrrr,131) abbiano preso nome non dai capostipiti Euristene e Prode, ma
dai loro rispettivi figli, Agide ed Euriponte, a dimostrazione del carattere
fittizio della loro ascendenza eraclide. Evidentemente, quando Agiadi ed
70 SPARTA:

Euripontidi assunsero un ruolo di preminenza nella comunità spartana,


essi rivendicarono di discendere da Eracle e a questo fine ricostruirono le
proprie genealogie intrecciandole con quella degli Eraclidi.
L'origine di questa preminenza può essere solo oggetto di speculazio-
ne. Tra le molte proposte avanzate ha avuto a lungo fortuna, in mancan-
za di meglio, quella secondo cui l'emergere della diarchia andasse messa
in relazione con la pretesa unificazione in tempi antichissimi - prima
della conquista di Amide! - dei quattro villaggi cittadini: gli Agiadi
sarebbero stati espressione del villaggio di Pitane, dove erano situate le
loro tombe (Pausania m,14,2) e forse di quello di Mesoa, mentre gli Eu-
ripontidi erano legati a Limne e Cinosura. Ma, a prescindere dalle consi-
derazioni sopra avanzate sulla conquista di Amide e sui villaggi spartani,
è opportuno sottolineare che questa ricostruzione non ha alcun serio
fondamento nella documentazione disponibile. Piuttosto, è il sistema
di valori del mondo greco arcaico a rendere verosimile che all'origine
della regalità spartana vi sia stato il prestigio militare acquisito - in un
momento imprecisato e non necessariamente nello stesso momento -
da un qualche esponente di queste due famiglie. Il ruolo giocato dell'eu-
ripontide Teopompo nella vittoria contro i Messeni potrebbe cogliere
uno di questi momenti. La cosa certa è l'abilità di Agiadi ed Euripontidi
a legittimare la propria preminenza: mentre altrove in Grecia l'emergere
di forme di potere monarchico risultò poco duraturo, tanto da essere poi
screditare come illegittime e presentate come tirannidi, a Sparta Agiadi
ed Euripontidi riuscirono ad affermarsi come detentori di un'autorità
regale ereditaria dotata di particolari privilegi e a consolidare simbolica-
mente il proprio ruolo. E infatti alla morte di ciascun re non era messo
in discussione il diritto del figlio più anziano di succedergli sul trono,
purché nato da un matrimonio legittimo. Semmai, se dobbiamo cre-
dere a Erodoto (vn,3), la regola della primogenitura era parzialmente
limitata dal principio secondo cui l'erede preferenziale era il primo fi-
glio generato dopo che il padre fosse asceso al trono. In assenza di figli
maschi, invece, era nominato re il parente più stretto in linea maschile
del sovrano defunto. L'identificazione di tale parente, peraltro, non era
sempre univoca e in alcuni casi la scelta del successore dovette ricadere
sulla comunità degli Spartiati riunita in assemblea.
La rivendicazione della discendenza eraclide era rafforzata dall'avallo
del santuario di Delfi: la tradizione vuole che sarebbe stato l'oracolo del-
fico a consigliare agli Spartani di attribuire la regalità a entrambi i figli
di Aristodemo, e in alcuni responsi oracolari i re spartani sono indicaci
r,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 71

1-1GVRA 3
I rlokana. Disegno di rilievo scolpito, risalente al V secolo a.C. (Museo archeologi-
co di Sparta)

li,111c: M. N. Tod, A. J. B. Wace, A Catalogue ofthe Sparta Museum, Oxford 1906, p. 193.

con espressioni quali "stirpe di Eracle" (Erodoto vn,220) o "seme del se-
midio figlio di Zeus" (Tucidide v,16,3). Inoltre, la nozione di gemellarità
era ulteriormente enfatizzata dal legame tra i due re e un'altra coppia
gemellare particolarmente venerata a Sparta: i due Dioscuri, Castore e
Polluce. In occasione delle spedizioni militari, i re erano accompagnati
dalle immagini cultuali dei Dioscuri, al punto che quando, a partire dal
506 a.C., una legge impedì che entrambi i re conducessero insieme una
spedizione, venne parallelamente prescritto che l'immagine di uno dei
Dioscuri rimanesse in città. L'immagine cultuale dei Dioscuri, i cosid-
detti dokana, era aniconica e costituita da due travi di legno parallele
connesse fra di loro attraverso due barre trasversali. Le due travi rappre-
sentavano i due gemelli ed erano parte della mistica della gemellarità che
accompagnava i re Spartani.
72 SPARTA

È appena il caso di anticipare che allo sforzo ideologico di presentare


la diarchia spartana nelle forme di una gemellarità fa riscontro - e ciò è
tutt'altro che sorprendente - la continua ostilità, ora latente ora mani-
festa, che segnò storicamente il rapporto tra le famiglie degli Agiadi e
degli Euripontidi. La storia spartana sarà caratterizzata in più occasioni,
soprattutto in presenza di personalità forti, dal momentaneo primato
di una delle due famiglie e dal corrispettivo eclissarsi dell'altra. Da un
punto di vista formale, tuttavia, i due sovrani erano sullo stesso piano: la
notizia secondo cui l'oracolo delfico avrebbe invitato gli Spartani a ono-
rare maggiormente gli Agiadi (Erodoto VI,52,5) è una tradizione di parte
apertamente sconfessata dagli onori che, senza distinzione tra Agiadi ed
Euripontidi, entrambi i re ricevevano.
Il rapporto tra i re e la città era formalizzato attraverso un giuramento
mensile, con cui i re si impegnavano a esercitare le proprie prerogative
nel rispetto delle leggi, mentre la città, nella persona dei cinque efori,
garantiva loro di conservare intatto il potere regale, purché i re avessero
mantenuto la parola data. L'introduzione di questo giuramento segnala
come nel corso dell'età arcaica - probabilmente nel VI secolo - il pote-
re dei re venne limitato e istituzionalizzato. Le loro prerogative (gerea)
sono accuratamente elencate da Erodoto (v1,56-58), che dà l'impressio-
ne di ricavarle da un documento ufficiale spartano, e da Senofonte ( Co-
stituzione degli Spartani 15), che le presenta come il frutto di accordi fra
il re e la città. Queste prerogative erano espressamente distinte fra quelle
esercitate durante le spedizioni militari e quelle di cui i re godevano in
tempo di pace. Tra le prime vi era la guida delle spedizioni militari - che
in origine pare potessero condurre dovunque volessero, al punto che chi
cercava di impedirlo commetteva sacrilegio - nonché la disponibilità di
una schiera di soldati scelti che ne costituiva la guardia del corpo. Non
a torto, Aristotele assimilava i re spartani a una sorta di generali che,
nel rispetto delle leggi, esercitavano il comando militare a vita (Politica
1285a3-8). Tra i privilegi che ricevevano in patria si segnala, anzitutto, il
ruolo primario che i re avevano nelle pratiche del culto degli dèi. Erano
titolari del sacerdozio di Zeus Lacedemonio e Zeus Uranio e intrattene-
vano anche un rapporto privilegiato con l'oracolo delfico, che era forma-
lizzato riconoscendo a ciascuno di essi il diritto di scegliersi due magi-
strati, i Pythioi, che avevano il compito di recarsi a Delfi e conservavano
memoria dei vaticini ricevuti. Inoltre, i re avevano il diritto di ricevere
una quantità doppia di cibo in occasione della distribuzione di carne nei
sacrifici e durante i banchetti, oltre a disporre di appezzamenti di terra
1,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 73

ali' interno del territorio delle città perieciche. Alcune di queste prero-
aative richiamano da vicino i privilegi dei re omerici, anch'essi onorati
"con parti scelte delle vittime sacrificali e possessori di terreni riservati a
loro. A ben vedere, tuttavia, è proprio il richiamo tra la regalità omeri-
ca e quella spartana a dimostrare non che i re spartani fossero i discen-
denti dei basileis omerici, ma che la regalità spartana venne a costruirsi
ideologicamente avendo ben presente il modello omerico e la sua forza
legittimante. Ciò è chiaramente visibile negli ulteriori onori che i re ri-
cevevano alla morte: dopo che le diverse componenti della società laco-
nica - Spartiati, perieci e iloti, donne incluse - si erano riunite in uno
stesso luogo fino a costituire una massa di diverse migliaia di persone,
rutti si percuotevano il volto e si lamentavano, «dicendo ogni volta che
l'ultimo re, quello scomparso, era stato il migliore» (Erodoto VI,58,3)
e in questo modo erano onorati «non come uomini, ma come eroi»
(Senofonte, Costituzione degli Spartani 15,9 ). L'importanza simbolica di
questa cerimonia è confermata dal fatto che, differentemente da quan-
to accadeva per gli altri Spartani, i corpi dei re morti in terra straniera,
dopo essere stati ricoperti di miele, venivano ricondotti in città e qui
seppelliti con tutti gli onori.
Pretesi discendenti di Eracle, assimilati ai Dioscuri e trattati come se
fossero eroi omerici, non sorprende che le dinastie degli Agiadi ed Eu-
ripontidi abbiano attraversato indenni, seppur con diversi acciacchi, i
secoli chiave della storia spartana per durare fin quasi alla fine del III se-
colo a.C. Eppure, alla straordinaria forza simbolica e carismatica associa-
ta al loro ruolo non sempre è corrisposto un potere reale: questo dipese,
inevitabilmente, dal prestigio personale dei singoli re e dalla loro capa-
cità di far convergere su di sé il consenso dei gruppi dirigenti spartani.

Il consiglio degli anziani

Anche l'istituzione dellagerousia - il consiglio degli anziani - intende


richiamare il mondo descritto nell'epica omerica. Il termine è attestato
già nelle tavolette micenee provenienti da Pilo e nei poemi omerici un
consesso di anziani (gerontes) affianca i re ed è talora responsabile insie-
me a loro delle decisioni comuni. Ma la facciata apparentemente con-
servatrice di molte istituzioni spartane non deve ingannare. La forma-
lizzazione della vita politica nel corso dell'età arcaica rende la gerousia
spartana qualcosa di molto diverso dal suo antecedente omerico.
74 SPARTA.

Come risulta dalla Grande rhetra il numero degli anziani venne


fissato in trenta, ma due seggi erano riservati di diritto ai re indipen-
dentemente dalla loro età. La relazione numerica tra i trenta anziani
e le tre tribù doriche legittima il sospetto che, quantomeno in origine,
ciascuna tribù esprimesse dieci anziani. La formalizzazione si esprime
anche nella regolamentazione delle modalità di voto all'interno del
consiglio: lungi dall'essere una sorta di consiglio della (doppia) corona,
in cui gli anziani coadiuvavano i re offrendo i loro pareri, la gerousia
spartana deliberava attraverso il voto ed era anche previsto che i voti
spettanti ai re fossero attribuiti, in loro assenza, al parente più prossimo
in seno al consiglio (Erodoto v1,57,5). Evidentemente, affinché gli atti
del consiglio avessero valore, era necessario che i re esprimessero il loro
voto o direttamente o delegando questo privilegio a uno dei ventotto
anziani. Non deve ingannare, peraltro, questa presenza dei parenti dei
re, giacché erano innumerevoli gli Spartiati che potevano rivendicare,
richiamandosi a pretesi antenati comuni, un qualche grado di paren-
tela fittizia con i sovrani. Nonostante il loro nome, poi, gli "anziani"
di Omero non è detto che fossero particolarmente vecchi e potevano
ancora militare nell'esercito. A Sparta, invece, si accedeva alla gerou-
sia solo al termine dell'età militare - cioè al raggiungimento dei ses-
sant'anni - e si conservava la carica a vita. Per quanto Aristotele avesse
giudicato inopportuna l'attribuzione di decisioni di grande rilevanza a
individui di età avanzata (Politica 12.7ob35-40 ), la ragione di un così tar-
do accesso va individuata nell'autorevolezza e nel rispetto di cui erano
circondati gli anziani. Secondo Senofonte, sempre pronto a fornire una
rappresentazione idealizzante delle istituzioni spartane, Licurgo aveva
inteso spostare «verso la fine della vita il giudizio di ammissione al con-
siglio degli anziani» di modo che «anche nella vecchiaia non si tra-
scurasse l'esercizio della virtù» (Costituzione degli Spartani 10,1). Ma
vedremo più avanti che il carattere gerontocratico della società spartana
è espressione di un'organizzazione della società per fasce generazionali,
all'interno della quale gli anziani rappresentavano la generazione dei
nonni - più in particolare dei nonni paterni di oltre sessant'anni. Per-
tanto, proprio nel momento in cui non si era più soggetti ad alcun tipo
di obbligo militare e veniva meno la possibilità di accedere a quei ruo-
li di comando legati all'organizzazione dell'esercito, gli anziani erano
ricompensati dalla possibilità di entrare a far parte, con tutta l'auto·
revolezza e il rispetto dovuti alla loro età, di un consesso di persone
chiamate ad affiancare i re.
1,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 75

Aristotele definisce "dinascicà' l'ammissione al consiglio (Politica


n O 6ar 6-19) e questo lascia intendere che l'accesso alla gerousia appa-
risse, quantomeno a un osservatore di IV secolo, ristretto di facto a un
numero limitato di famiglie. Tuttavia, se è facile ipotizzare che le fami-
,rlie dotate di maggiore prestigio abbiano sempre cercato di "piazzare"
f propri membri nel consiglio, è da escludere che gli anziani fossero se-
lezionati ali' interno di un gruppo formalmente delimitato. Basti osser-
yare che impedire l'accesso a coloro che non avevano ancora compiuto
sessant'anni comportava che molte famiglie influenti fossero tempora-
neamente prive di uomini al di sopra di cale età. Di conseguenza, cale
soglia costituiva un ostacolo a un pieno dispiegamento degli interessi
familiari e non consente di definire lagerousia come espressione di una
logica puramente oligarchica. Piuttosto, nella selezione dei candidaci
doveva giocare un ruolo rilevante, accanto alla provenienza familiare,
!'essersi distinti nel corso della vita - nel corso dell'educazione collettiva
e poi in combattimento - e l'aver dato mostra di una piena aderenza ai
Yalori spartani. Non è escluso che una precondizione per essere eletti
fosse l'aver già ricoperto altre magistrature. L'elezione avveniva secondo
una modalità che Aristotele giudicava "infantile" (Politica 12.7ra9-ro).
Quando uno dei ventotto anziani moriva, il posto rimasto vacante era
assegnato a quel candidato che, nel corso dell'assemblea di tutti i cit-
tadini, fosse stato acclamato con un grido più forte: i candidati erano
introdotti in assemblea secondo un ordine stabilito dal sorteggio e l' in-
tensità delle acclamazioni che ciascun candidato riceveva era giudicata
da osservatori esterni che non conoscevano quest'ordine e non erano in
grado di vedere i candidati. Il candidato eletto faceva allora il giro dei
templi, veniva elogiato dai giovani e dalle donne e si recava infine alla
mensa comune, dove riceveva, proprio come spettava ai re, una porzione
doppia di cibo (Plutarco, Vita di Licurgo 2.6).
Non del tutto perspicui, tuttavia, sono i poteri formali dellagerousia.
Si è già osservato che, secondo l'interpretazione tradizionale della Gran-
de rhetra, le era assegnato il potere probuleutico, e cioè la determinazio-
ne preliminare delle proposte su cui il popolo era invitato a deliberare in
assemblea. Ma anche a prescindere dalla rhetra e dalle sue controverse
interpretazioni, la funzione probuleutica era comunemente affidata ai
consigli nella maggioranza delle poleis greche e sarebbe sorprendente se
la gerousia spartana non avesse disposto di questo potere, tanto più che
un episodio di età ellenistica lo attesta esplicitamente (Plutarco, Vita di
Agide r1,1 ). Sorprende, semmai, che quando le fonti storiografiche offro-
SPARTA

no una rappresentazione di una particolare assemblea popolare, il con-


siglio degli anziani si segnali in genere per la sua assenza e siano gli efori
a guidare lo svolgimento dell'assemblea. È possibile che gli efori si siano
affiancati e abbiano col tempo sostituito gli anziani nella direzione delle
assemblee, ma lo stato della documentazione non consente ricostruzioni
definitive del ruolo rispettivo di questi due organi nelle procedure de-
liberative. Meno incerto è il ruolo della gerousia in ambito giudiziario,
perché a essa spettava la giurisdizione nei processi ai cittadini spartani,
in cui la pena era la morte o l'esilio. Insieme agli efori, inoltre, poteva-
no condannare i re o intervenire in questioni attinenti alla successione
dinastica. L'impressione generale, a ogni modo, è che gli anziani, al di
là degli aspetti formali del loro potere, disponevano di un'autorità in
grado di condizionare le scelte politiche della città.

La magistratura degli efori

La Grande rhetra attribuisce il potere al demos - il popolo - ma non


fa alcun cenno a magistrati scelti al suo interno e forniti dell'autorità
di parlare e agire a nome di tutti i cittadini. Nessun cenno, cioè, a quei
cinque efori che in età classica costituivano la principale magistratura
spartana. Nel già citato frammento di Tirteo in cui Plutarco crede di
cogliere un'allusione alla rhetra, il poeta menziona gli "uomini del popo-
lo" (demotai andres: fr. 4,5 WEST) e non sono mancate speculazioni che
hanno voluto scorgervi un implicito riferimento agli efori. Ma è ipotesi
priva di reale fondamento nel testo: tutte le ricostruzioni sull'origine
dell'eforato che si fondano sull'assenza o, all'opposto, tacita presenza
degli efori all'interno della rhetra non conducono a risultati apprezza-
bili. Anche le tradizioni che attribuiscono l'introduzione della magi-
stratura a Licurgo o al re Teopompo - il quale avrebbe in questo modo
reso la regalità più duratura, perché limitata da un contrappeso e quindi
meno sgradita al popolo - non fanno che associare i primi efori a quei
personaggi che, nella memoria spartana del proprio passato, avevano as-
sunto una posizione di primo piano. Ciò rende queste tradizioni molto
sospette e ugualmente sospetta è la collocazione della nascita dell'efora-
to nel 755-754 a.C., che si fonda esclusivamente su calcoli cronografici
di autori tardi. Quanto alla notizia di una lista di efori, risulta che lo
storico di età ellenistica Timeo di Tauromenio ne disponesse di una che
gli permetteva di associare cronologicamente gli efori con i re di Spar-
J0 SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 77

ra (FGrHist 566 T 10 ), ma pur ammettendo che una tale lista si fosse


consolidata già nel v secolo - forse nella misteriosa opera di Carone di
Lainpsaco sui Pritani dei Lacedemoni - è da escludere che potesse essere
,irtendibile nelle sue sezioni più antiche.
In breve, la storia più remota di questa magistratura non è ricostrui-
bile. Si è sospettato che il potere degli efori fosse cresciuto a discapito di
quello di re e anziani, e si è immaginato che il loro ruolo, in origine forse
[imitato ad alcune prerogative religiose, si fosse consolidato per opera
del saggio Chilone, eforo alla metà del VI secolo. Ancorché verosimile,
anche questa tesi trova scarse conferme nella documentazione, giacché
solo una fonte tarda a riferire che Chilone fu il primo ad associare il
potere degli efori a quello dei re (Diogene Laerzio I,68; cfr. infra, p. 92).
Quando gli efori compaiono per la prima volta ali' interno di una nar-
razione storiografica - e ciò accade nelle Storie di Erodoto in relazione
a episodi di tardo VI secolo -, essi si presentano già come la principale
magistratura della città. Sarà bene, perciò, limitarsi ad affermare che 1'at-
tribuzione di un potere rilevante agli efori, che riduceva quello di re e
anziani, rappresentò una modifica del quadro istituzionale di VII secolo,
c.: va situata nel secolo successivo.

Riconosciuti i limiti delle nostre conoscenze, è opportuno fissare


i dari certi o quantomeno molto probabili. Anzitutto, l'eforato è una
magistratura annuale, analoga a quelle di cui la maggioranza delle città
greche si dotò nel corso dell'età arcaica in concomitanza col processo di
istituzionalizzazione delle strutture civiche, ed è la magistratura deputa-
ta agli affari più importanti. Gli efori erano eletti ogni anno in numero
di cinque, ma solo uno di essi, forse il più anziano, era l'eforo "eponimo"
che dava il nome ali' anno in corso (presumibilmente, le liste degli efori
dencavano solo gli efori eponimi). La scarsità di dati prosopografici non
permette di escludere del tutto che la carica fosse iterabile, ma ciò è as-
sai poco probabile, tanto più se si tiene conto che un'altra importante
111 agistratura annuale - la "navarchia", che acquisì grande peso alla fine

dei v secolo - poteva essere assunta solo una volta nella vita. E poiché
a Sparta si accedeva alle magistrature più importanti dopo i trent'anni,
lJ.Liesta doveva essere l'età minima per l'elezione all'eforato. La modalità
di elezione era probabilmente la stessa dellagerousia, giacché anch'essa è
giudicata "infantile". Tutti i cittadini potevano essere eletti efori e certa-
111ente vi aspiravano i membri del!' élite cittadina, sicché la notizia aristo-
telica secondo cui spesso accedevano all'eforato cittadini molto poveri e
SPARTA

di conseguenza corruttibili (Politica 12.7067-10) sembra un riflesso della


crisi della città nel IV secolo più che un dato originario.
Il momento dell'entrata in carica assumeva un valore simbolico ri-
levante, giacché gli efori dichiaravano guerra agli iloti e ordinavano ai
cittadini di tagliarsi i baffi e rispettare le leggi. Quest'ultima prescrizione
riflette bene quell'idea di sorveglianza espressa dal termine stesso che
designa la magistratura: gli ephoroi sono, alla lettera, "coloro che osser-
vano", gli "ispettori". Era una sorveglianza pervasiva che attribuiva agli
efori una funzione di rigido controllo dell'ordine sociale spartano. Essi
si accertavano che i costumi e le istituzioni civiche fossero osservati da
tutti, dai comuni cittadini ma anche dai re. Un testo tardo (Plutarco,
Vita di Agide 11,4-5) fornisce la notizia di una "asteroscopià' periodica:
ogni otto anni, durante una notte limpida, gli efori osservavano il cielo
e se compariva una stella che si muoveva da una parte all'altra del firma-
mento ne ricavavano che i re avessero commesso qualche colpa verso gli
dèi e andassero sospesi, almeno fin quando non si fossero pronunciati i
santuari di Delfi e di Olimpia. È possibile che questa notizia vada con-
nessa con l'altra che attribuisce a un eforo di nome Asteropo, altrimen-
ti ignoto, l'accrescimento del potere dell'eforato in età arcaica a danno
dei re (Plutarco, Vita di Cleomene 10,5). Ma Asteropo è certamente un
personaggio fittizio, inventato dalla tradizione di III secolo a.C., mentre
l'osservazione degli astri da parte degli efori potrebbe essere un rituale
antico da connettere con l'attenzione che la cultura spartana era solita
rivolgere ai fenomeni astronomici e meteorologici. In ogni caso, il con-
trollo esercitato sui re si estendeva anche alle campagne militari, tanto
che di norma due efori accompagnavano il sovrano che partiva per una
spedizione. Inoltre, essi avevano l'autorità di mettere sotto giudizio i
re, multarli e anche imprigionarli. Per condannarli era però necessario
il voto della maggioranza di efori e anziani. Non sorprende, perciò, che
gli efori fossero gli unici a non doversi alzare dinanzi ai re, quantomeno
quando erano seduti sui loro seggi.
L'ampiezza del potere esecutivo degli efori, in ambito civile e mili-
tare, era tale da apparire tirannica ed è efficacemente sintetizzata da Se-
nofonte: «gli efori possono infliggere ammende a chi vogliano e hanno
l'autorità di esigerne immediatamente il pagamento. Hanno anche 1'au-
torità di deporre ed imprigionare i magistrati in carica e di intentare loro
un processo capitale» ( Costituzione degli Spartani 8,4). Essi avevano un
ruolo fondamentale, inoltre, nel determinare, pur nei limiti di una carica
che durava un solo anno, la politica della città. Ciò avveniva attraverso
1,O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 79

la guida che avevano assunto dell'assemblea cittadina. Tale assemblea,


che - è bene ribadirlo - diversamente da un'opinione diffusa non aveva
il nome di apella, si riuniva di norma a ogni plenilunio, forse nella stessa
occasione in cui re ed efori si scambiavano il giuramento mensile, e a essa
spettava, oltre che eleggere i magistrati, la parola ultima sulle scelte più
importanti, in particolare sulla guerra e sulla pace. La formula «è stato
deliberato dagli efori e dall'assemblea» è utilizzata in più occasioni da
un ,mento conoscitore della politica spartana, quale era Senofonte, per
riferirsi alla decisione di condurre una spedizione militare. Ma il ruolo
dell'assemblea, delle cui decisioni gli efori erano gli esecutori, era limita-
co: di fatto, essa poteva solo approvare o respingere le proposte avanzate
dai magistrati. Questo conferiva agli efori e a tutte le autorità in cari-
ca - indicate in alcune fonti con una dizione (ta tele o hoi en telei) che
includeva forse anche gli anziani - un ruolo decisivo nella conduzione
dell'azione politica.

Gli altri Lacedemoni: le comunità perieciche

A partecipare all'assemblea popolare, a eleggere anziani ed efori e a esse-


re distribuiti in suddivisioni civiche erano esclusivamente i cittadini di
Sparta. Si è già anticipato, però, che l'insieme dei Lacedemoni compren-
deva, oltre agli Spartiati, anche gli abitanti di un numero consistente di
città e villaggi della Laconia e della Messenia che erano complessivamen-
te indicati con il nome di "perieci" (perioikoi): erano "coloro che abitano
incorno", un'espressione che riflette il punto di vista degli Spartani inse-
diati nella piana dell'Eurota. A essi allude un celebre passo di Erodoto
nel quale Demarato, il re euripontide esule presso la corte persiana (cfr.
infra, p. 96), mette a confronto i trecento Spartiati caduti nella battaglia
delle Termopile con gli altri Lacedemoni: «grande è la massa di tutti
i Lacedemoni e molte le loro città. Ma quello che vuoi apprendere lo
saprai: c'è a Lacedemone una città, Sparta, di circa 8.000 uomini, e tutti
sono simili a quanti hanno combattuto qui. Gli altri Lacedemoni non
sono simili a questi, ma sono ugualmente valorosi» (Erodoto VII,234).
~uesto passo - in cui Lacedemone è l'intera regione su cui domina
Spana mentre gli « altri Lacedemoni» sono, appunto, i perieci - mostra
nitidamente come l'integrazione politica delle aree esterne alla pianura
~P~rtana fu fenomeno ignoto alla Laconia. A differenza di quanto accad-
e lll Attica, dove nel corso dell'età arcaica tutti i villaggi entrarono a far
80 SPART,11

parte a pieno titolo della polis di Atene, gli "altri" abitanti della Laconia;
per quanto valorosi, non acquisirono mai la cittadinanza spartana: La-
cedemoni sì, ma non Spartiati.
Sebbene rappresentate in maniera uniforme, le comunità perieciche
dovevano costituire una realtà molto variegata sia per i motivi che aveva-,
no determinato la loro condizione sia per ragioni prettamente geografi-
che. Alcune comunità erano centri preesistenti, progressivamente inclu-
si nell'area di controllo spartana nel corso dell'espansione in Laconia e
Messenia. Altre erano invece nuovi insediamenti sorti per un processo di
colonizzazione interna: l'evidenza archeologica mostra che Sellasia, ubi-
cata a nord di Sparta, non fu occupata prima del VI secolo e un discorso
analogo vale anche per Gytheion, dove avrebbe poi avuto sede l' arsena-
le navale di Sparta. Altre ancora erano delle comunità che, costrette ad
abbandonare la loro sede originaria, erano state accolte dagli Spartani
all'interno del proprio territorio: se dobbiamo credere alla tradizione
antica, questa sorte toccò agli insediamenti argolici di Asine e Nauplia,
i cui abitanti, cacciati dagli Argivi, poterono fondare lungo le coste mes-
seniche le nuove cittadine di Asine e Methone. La collocazione geogra-
fica mostra che le cittadine dei perieci si dividevano tendenzialmente in
due gruppi. Da un lato, vi erano quelle situate ai margini delle pianure
controllate direttamente dagli Spartiati: Geronthrai, a oltre venti chi-
lometri da Sparta, occupava le pendici sudorientali del Parnon, mentre
Thouria, in Messenia, era posta ai margini della piana del Pamiso. Al-
cuni di questi centri, peraltro, costituivano un passaggio obbligato per
accedere a Sparta e svolgevano quindi una funzione protettiva: Pellana
e Sellasia, in particolare, controllavano le due vie che, risalendo i corsi,
rispettivamente, dell'Eurota e del suo affluente Oinous, mettevano in
comunicazione la pianura spartana con il Peloponneso centrale e quello
nordorientale. Dal!' altro lato, invece, vi erano le numerose cittadine pe-
rieciche distribuite lungo le coste della Laconia e della Messenia, quasi
a costituire una sorta di barriera che impediva alla popolazione servile,
gli iloti, l'accesso al mare: lungo la costa orientale del Peloponneso era-
no ubicate Prasiai ed Epidauro Limera, nel golfo laconico Gytheion, in
Messenia le già citate Asine e Methone. Anche gli abitanti dell'isola di
Citera erano perieci di Sparta. Nel loro complesso, i perieci costituivano
una moltitudine di comunità di piccola e media grandezza, ognuna delle
quali disponeva di un territorio limitato: Isocrate esagerava nell'asserire
che tale territorio fosse di scarsa estensione e fertilità (Panegirico 179 ),
ma certamente la parte migliore della terra apparteneva agli Spartiati,
r.O SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE 81

l)i conseguenza, i perieci erano soprattutto piccoli proprietari fondiari


..-he coltivavano in prima persona i propri appezzamenti di terra, ma, a
incegrare le loro risorse, intervenivano l'esercizio di attività artigianali
relativamente alle cittadine costiere, le attività economiche legate al
Jllare. Mediamente molto meno ricchi degli Spartiati, c'è da presumere
che solo una parte dei perieci disponesse di un censo sufficiente per po-
cer combattere, in qualità di opliti, al loro fianco.
In termini di organizzazione politica, la natura formale del rapporto
fra le comunità perieciche e la polis di Sparta è stata oggetto, ancora in
anni recenti, di un acceso dibattito. L'oggetto del contendere è se tali
comunità costituissero una sorta di componenti interne di un'unica en-
cirà statale, salvo il fatto che i perieci erano cittadini passivi, di diritto
minore, e come tali non partecipavano alle decisioni e alle elezioni che
si tenevano nell'assemblea degli Spartiati - e perciò erano uomini libe-
ri, ma privi di diritti politici - o vadano invece considerate delle poleis
dotate di proprie istituzioni politiche, ma dipendenti da Sparta e tenute
ad adeguarsi alle decisioni degli Spartiati. La prima ipotesi assume che la
dizione formale dello stato spartano fosse "polis dei Lacedemoni" e che
esso fosse costituito da due diverse categorie di cittadini, gli Spartiati
cui spettava governare e i perieci che si limitavano a essere governati.
Ma l'espressione "polis dei Lacedemoni", attestata talvolta nelle fonti, si
riferisce di norma a Sparta e agli Spartiati e non intende essere compren-
siva anche dei perieci. Inoltre, la distinzione tra cittadini di pieno diritto
e quelli di diritto minore, che assunse grande rilevanza nella riflessio-
ne politica di IV secolo, non pare abbia davvero avuto un ruolo nella
strutturazione delle città arcaiche, delle quali o si era membri a pieno
titolo o si era esclusi dalla cittadinanza. Pertanto, raccoglie oggi un mag-
giore consenso la tesi che le comunità dei perieci, ancorché di dimen-
sioni ridotte, fossero per larga parte delle poleis. A essere decisiva non
è la circostanza che nelle fonti letterarie esse siano talvolta denominate
poleis, perché l'uso del termine potrebbe essere generico e non implicare
automaticamente la natura statuale delle città perieciche. Piuttosto, con-
ta il fatto che alcune città greche mantenevano, attraverso la figura dei
Proxenoi (gli individui che agivano all'interno della propria città come
rappresentanti dei cittadini di un'altra polis), relazioni diplomatiche con
talune città perieciche e risulta anche che la scuola aristotelica avesse de-
dicato una delle sue 158 Costituzioni all'isola di Ci tera, che evidentemen-
te era giudicata una polis a tutti gli effetti. Ma bisogna fare attenzione,
Perché la questione rischia di essere immateriale: se anche riconosciamo
82. SPARTAa

alle comunità perieciche lo status di poleis, si trattò comunque di uno


status appena embrionale, giacché la loro inclusione nell'orbita spartana
limitò lo sviluppo di una strutturazione politica. È per questo che asso-
migliano tanto a dei villaggi dipendenti all'interno della polis spartana.
Si è provato anche a equiparare Lacedemone a uno stato federale, in
cui Sparta aveva assunto il ruolo di città egemone, ma è una strada non
praticabile giacché non c'è traccia di istituzioni federali: non un'assem-
blea, non un consiglio e nemmeno dei magistrati che agivano come rap-
presentanti degli interessi di cucci i Lacedemoni, perieci compresi. Simil-
mente, la relazione era Spartiati e perieci non è nemmeno equiparabile a
un'alleanza, perché, a differenza degli alleaci di Sparta nel seno della lega
del Peloponneso (cfr. infra, pp. 93-4), non risulta che le autorità spartane
abbiano stipulato trattaci con le città perieciche, né che mai le abbiano
consultare in occasione di operazioni militari: lo stesso termine "alleaci"
(symmachoi) non è mai utilizzato in relazione alle cittadine perieciche.
In definitiva, il rapporto formale era queste cittadine e la polis di Sparta
continua a essere sfuggente, perché esse non costituivano parti di un'u-
nica polis, non erano città alleate di Sparta né membri di un medesimo
stato federale, e pertanto la relazione fra Spartiati e perieci non appa-
re adeguatamente inquadrabile all'interno della casistica ricorrente dei
rapporti politici fra comunità greche. Nondimeno, è una relazione mol-
to stretta, di natura culturale e identitaria, che si è venuta a configurare
nel corso dell'età arcaica e che spiega la duratura fedeltà manifestata dai
perieci a dispetto del loro ruolo subalterno. A dispetto persino del farro
che era concesso agli efori, se necessario, di « mettere a morte senza pro-
cesso quanti dei perieci essi volevano» (Isocrate, Panatenaico 181).
L'estensione stessa della denominazione "Lacedemoni" a cucci i pe-
rieci dimostra l'interesse degli Spartiati ad assimilarli, associandoli a un
toponimo - quello della "concava Lacedemone" - che richiamava im-
plicitamente il regno di Menelao e il passato eroico della regione, e aveva
perciò un forte valore evocativo. Si è anche ipotizzato che la Sparta di età
storica si sia appropriata del nome epico di "Lacedemone" proprio allo
scopo di facilitarne l'assimilazione. Seppure con gradazioni differenti,
le comunità perieciche furono soggette a un processo di sparcanizzazio-
ne. Per mal ce di loro questo significò condividere l'identità dorica degli
Spartiati. Cerci costumi spartani, inoltre, trovano riscontro nella docu-
mentazione epigrafica proveniente dall'area periecica: è il caso dell'or-
ganizzazione della gioventù in classi di età e della valorizzazione sociale
della morte in baccaglia. La più nota era le iscrizioni spartane di età clas-
LO SVILUPPO DELLE ISTITUZIONI POLITICHE

sica, la cosiddetta stele di Damonon (1G v.1, 213), assicura poi la presenza
di un circuito festivo di gare ippiche e ginniche che si tenevano tanto nei
pressi di Sparta quanto in territorio periecico: festività che, certamente,
contribuivano all'unità culturale e religiosa di tutti i Lacedemoni. Ma il
rapporto profondo tra la polis di Sparta e gli altri Lacedemoni si manife-
sta soprattutto sotto due profili: la partecipazione comune alle spedizio-
ni militari e il legame che i perieci avevano con i re di Sparta.
In occasione delle spedizioni militari, i magistrati spartani comuni-
cavano l'ordine di mobilitazione, indicavano gli effettivi che ciascuna
città periecica doveva fornire e il luogo, generalmente nei pressi delle
frontiere, in cui doveva avvenire l'incontro con l'esercito spartano. Ai
perieci non restava che ubbidire. La consistenza dei loro contingenti au-
mentò col tempo: ancora all'inizio del v secolo, essi fornivano un nu-
mero di soldati che equivaleva a quello degli Spartiati ed era disposto
in unità separate, ma il loro numero si accrebbe in corrispondenza della
progressiva diminuzione dei cittadini spartani. Ciò determinò una più
stretta integrazione dei perieci all'interno dell'esercito cittadino. Peral-
tro, in quanto sottoposti al comando militare degli Spartiati, i perieci si
trovavano generalmente a ubbidire durante le spedizioni a uno dei re e
proprio ai re - lo si è detto - dovevano cedere una parte della loro terra
migliore. Ma sarebbe sbagliato interpretare tale cessione solo come un
segno della loro subordinazione: attraverso di essa i perieci riconosceva-
no nei re eraclidi i propri re, dai quali si attendevano protezione e con
i quali instauravano un legame di fiducia. Questo legame dovette essere
un efficace fattore di spartanizzazione e fu promosso soprattutto dalle
élites delle singole città perieciche, i cui membri usavano accompagnare i
re in battaglia anche come volontari (Senofonte, Elleniche v,3,9 ). È facile
intuire che tale legame abbia rafforzato la posizione delle élites all'inter-
no delle singole comunità e, di converso, abbia assicurato la fedeltà dei
perieci a Sparta.
4
La costruzione dell'egemonia: VI e v secolo

Ali' inizio della sua Costituzione degli Spartani Senofonte osservava che
Sparta era divenuta la città più potente in Grecia, sebbene fosse la meno
popolosa. Il tema della scarsa consistenza della popolazione_spartana - la
cosiddetta oliganthropia - meriterà più avanti attenzione. E per ora suf-
ficiente osservare che in età arcaica una cale scarsità non si era ancora
manifestata. Anzi, l'espansione di Sparta a partire dall'vm secolo e il
dominio che essa giunse a esercitare su buona parte del Peloponneso
non sarebbero stati possibili se il corpo civico spartano non avesse co-
stituito una massa consistente in termini demografici. Prima della fine
dd VI secolo, quando la popolazione spartana raggiunse il suo picco,
il numero dei cittadini - gli Spartiati maschi adulti - dovette essere
prossimo ai 10.000 individui e si è visto come gli uomini in età militare
fossero circa 8.000 nel 480 a.C. Di conseguenza, la totalità della po-
polazione cittadina, comprensiva di donne e minori, non doveva essere
lontana dalle 40.000 unità. Un numero certamente superiore doveva
essere quello dell'insieme degli abitanti delle comunità perieciche della
Laconia e della Messenia. Quanto alla popolazione servile, non esistono
dati affidabili, ma la circostanza che la terra degli Spartiati era coltivata
esclusivamente da iloti lascia intendere che il loro numero fosse molto
elt-:vaco. Nondimeno, la notizia secondo cui nel 479, in occasione della
baccaglia di Platea, ciascuno dei 5.000 Spartiati impegnaci in combat-
timento era supportato da ben sette iloti (Erodoto 1x,2.8,2.) è davvero
troppo poco verosimile perché possa essere utilizzata per determinare la
reale dimensione della popolazione servile.
Fattore demografico e sviluppo di una solida struttura istituziona-
le furono due elementi determinanti nella costruzione dell'egemonia
sparcana nel Peloponneso del VI secolo. Accanto a ciò vi fu anche una
trasformazione della società spartana. Persino - si è detto - una "rivo-
luzione".
86 SPARTII

Una rivoluzione di VI secolo?

La propensione a "normalizzare" Sparta, cioè a decostruirne l'immagine


di città irrimediabilmente diversa dalle altre, è il più rilevante aspetto di
molti dei contributi recenti alla storia della sua società. Questo rinno-
vamento storiografico non impedisce di cogliere dei tratti di specificità
spartana, né di riconoscere che questi tratti, ancora assenti nella città
di VII secolo, risultano ben visibili ali' inizio dell'età classica. Inevitabil-
mente, il VI secolo - quello in cui, presumibilmente, fu ideata la figura
di Licurgo - si trova a essere indiziato come il momento di un profondo
cambiamento sociale nel segno dell'austerità.
La prima formulazione della tesi di una trasformazione della socie-
tà spartana avvenne ad opera degli archeologi inglesi che condussero, a
inizio Novecento, gli scavi presso il santuario di Artemide Orthia. Si era
potuto osservare che, probabilmente a seguito di un'inondazione, l' in-
tera area cultuale era stata innalzata di quota e livellata con uno strato
di sabbia fluviale, al di sopra del quale era stato eretto il nuovo tempio
della dea. Lo strato di sabbia aveva sigillato i depositi votivi delle età
più antiche, consentendo in questo modo di osservare la differenza, in
termini di quantità e di qualità artistica, fra gli oggetti rinvenuti al di
sopra e al di sotto di esso: quelli più in basso, e dunque più antichi, era-
no espressione di una città fiorente artisticamente, mentre i più recenti
autorizzavano gli archeologici a parlare di "morte" dell'arte spartana. Di
qui l'idea di una rivoluzione che avrebbe trasformato Sparta in una città
austera, avvenuta - se è corretta la datazione oggi prevalente di quello
strato di sabbia - intorno al 570-560 a.C. Da tempo, però, è stata fatta
giustizia dell'eccessiva semplificazione presente in questa teoria. An-
zitutto, perché una parre degli oggetti posti al di sopra dello strato di
sabbia, non essendo stati a loro volta sigillati, potrebbero essere andati
dispersi. Inoltre, il quadro che si evince dal numero e dalla qualità di
dediche rinvenute nei santuari spartani non è univoco, giacché si mani-
festa con differenti andamenti nei singoli santuari, che non consentono
di scorgervi l'improvviso emergere di una cultura dell'austerità. Quanto
al declino dei prodotti artistici laconici destinati all'esportazione, esso
presenta differenti cronologie per singole classi di prodotti e sembra do-
vuto non a cause endogene, ma al successo di prodotti concorrenti, in
particolare ateniesi (e, in ogni caso, si è già osservato che la loro produ-
zione non ricadeva sugli Spartiati). In breve, ricercare nella documenta·
LA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO

jone materiale il riflesso immediato dell'austerità spartana può rivelarsi


fuorviante. Né va trascurato che alcune delle principali opere artistiche
,kscritte da Pausania nella sua visita della città sono collocabili a ridosso
0 poco dopo la metà del VI secolo, quando il bronzista spartano Gitiadas
eseguì la statua di Atena Chalkioikos e i rilievi di bronzo che ne decora-
\ ano il tempio, e Baticle di Magnesia realizzò e decorò, nel santuario di
Apollo Hyakinthios ad Amide, il trono su cui fu poggiata la preesistente
scacua cultuale di Apollo. Anche la Skias - una struttura architettonica
che, qualunque ne fosse la funzione, va probabilmente identificata con
il monumentale edificio circolare ubicato poco a est dell'acropoli - fu
progettata in questi stessi anni da Teodoro di Samo.
La stessa nozione di austerità va inquadrata in un fenomeno tipico
della società greca dell'epoca, e cioè il diffondersi di leggi antisuntuarie
che cercavano di rafforzare la coesione sociale impedendo le spese di
prestigio attraverso cui le aristocrazie di età arcaica avevano reso visibile
la propria preminenza. Non è un caso che anche altrove diminuiscano,
in questo periodo, le forme e il numero delle dediche votive. Di pecu-
liarmente spartano c'è però la radicalità con cui vengono perseguite le
politiche antisuntuarie, che fa sì che nel corso del VI secolo, e in parti-
colare nei suoi decenni finali, la società spartana abbia trovato un equi-
1ibrio intorno alla rappresentazione di sé come comunità di "eguali". Il
senso di tale eguaglianza non deve dare adito a equivoci: non si tratta di
un'eguaglianza economica, ma della diffusione di un ethos egualitario
e conformista che, limitando il dispiego di ricchezze private, mirava a
minimizzare le tensioni che una eccessiva disparità di ricchezze avreb-
be potuto generare. Tucidide era ben consapevole dei cambiamenti in-
tervenuti nei modi di vestirsi e nelle forme di commensalità quando
osservava che «per primi i Lacedemoni adottarono un abbigliamento
modesto secondo la moda attuale ed anche nelle altre cose i più ricchi
assunsero abitudini simili a quelle dei molti» (1,6,4). L'élite spartana
dovette recedere, quantomeno nelle forme di visibilità pubblica, dal suo
st ile di vita e ne è un segno la diminuzione quasi repentina, nel corso del
v I secolo e ancora fino all'inizio del successivo, delle vittorie nelle com-
petizioni olimpiche, di certo la più chiara espressione dei valori delle
aristocrazie greche.
" . Di recente è stato suggerito che il temine homoioi (gli "eguali" o i
511 nili"), inteso come termine tecnico per indicare i cittadini spartani,

non risalga a questo periodo, dal momento che nella documentazione


disponibile compare solo nel IV secolo. Di certo, però, esso presuppo-
88 SPART_.t

ne la consapevolezza, che proprio nel VI secolo deve essere maturata, di


un'eguaglianza che toccava il piano dei comportamenti sociali, ivi com.
presi quelli militari, giacché è sul campo di battaglia che ci si attendeva
che i cittadini spartani fossero tutti "egualmente" valorosi. Questo ethos
egualitario si nutriva in maniera pervasiva di un'ideologia oplitica che
venne a permeare l'intera vita sociale, dall'educazione ginnica delle ra-
gazze alle norme funerarie. Sicché, se c'è una rivoluzione nella Sparta
di VI secolo, essa non va ricercata nell'emergere dell'austerità in quanto
cale, ma nell'elaborazione di un sistema di istituzioni e costumi sociali
che, favorendo lo sviluppo di questo ethos egualitario e militare, con-
ferirono coerenza ideologica alla comunità dei cittadini. Poche di tali
istituzioni furono un'invenzione del momento, poiché si trattò di «un
processo complicato in cui si verificarono alcune innovazioni e molte
modifiche e ristrutturazioni istituzionali» (Finley, 1968, p. 145). Una
serie di costumi preesistenti furono "reistituzionalizzaci", andando in-
contro a modifiche cali da assumere una nuova funzione. Questo spiega
il carattere solo apparentemente arcaico della società spartana e delle sue
pratiche sociali: in realtà, pratiche come l'educazione collettiva e i pasti
in comune - certamente le due più noce della nuova architettura istitu-
zionale - erano cosa assai diversa dai riti di passaggio e dalle precedenti
forme di commensalicà da cui pure discendevano.
Ci si è anche chiesti se questa nuova struttura sia stata o meno l'esito
di un programma preciso, attuato in un tempo relativamente rapido e at-
tribuibile a un unico individuo, e il nome più spesso richiamato è stato,
proprio come nel caso dell'ascesa dell'eforato, quello dell'eforo Chilone.
Un suo ruolo non può essere escluso, ma in mancanza di testimonianze
precise in materia è opportuno tenere distinto il piano dei cambiamenti
socioistituzionali, che potrebbero aver richiesto tempi medio-lunghi, da
quello dei personaggi di cui la tradizione spartana ha serbato memoria
(nel caso di Chilone per il suo riconosciuto ruolo di saggio). Conca il
fatto, piuttosto, che la società che emerse al termine di questo processo,
non prima della fine del VI secolo, si presenta come decisamente "intro-
versa''. Si iniziò a sviluppare l'idea che il mondo esterno fosse fattore di
corruzione e si presero provvedimenti per impedirla, quali le "cacciate
degli stranieri" (xenelasiai) presenti in città. Sparta perse l'apertura me-
diterranea che aveva avuto in età arcaica per concentrare la sua atten·
zione sempre più - non senza un'aspra dialettica interna - verso il solo
Peloponneso.
A COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO
L

Le guerre contro Arcadi e Argivi

:-,:dle fonti di età classica è ben presente l'immagine di Sparta intenta a


~ombattere in continuazione contro le città e i popoli confinanti: Mes-
st:ni, Arcadi e Argivi (Erodoto v,49,8; Aristotele, Politica 127oa1-3). E
infatti, completata la conquista della Messenia, Sparta si trovò presto
coinvolta in nuove guerre che la posero in conflitto con l'Arcadia e la
città di Argo.
Quanto all'Arcadia, la centralità geografica della regione non consen-
re dubbi sulla sua importanza strategica per chiunque aspirasse a con-
crollare l'intero Peloponneso e non sorprende, perciò, l'offensiva che
Sparta condusse contro gli Arcadi. Il racconto più dettagliato è fornito
da Erodoto (I,66-68): forti della fertilità della propria terra e della loro
consistenza demografica, gli Spartani decisero di conquistare l'Arcadia
e a questo fine consultarono l'oracolo delfico. Attraverso un responso
ambiguo il dio negò agli Spartani l'intera regione, ma sembrò conce-
dergli Tegea, che all'epoca era una delle poche città arcadi che avesse
conseguito una matura strutturazione politica. Gli Spartani, pertanto,
partirono baldanzosi alla conquista della città e portarono con sé i ceppi
a cui incatenare i Tegeati una volta che li avessero ridotti in schiavitù, ma
furono sconfitti e, quanti di loro vennero catturati, finirono per coltivare
la pianura di Tegea avvinti a quegli stessi ceppi che si erano portati. Ero-
doto colloca questa prima guerra durante il regno di Leonte e Agasicle,
approssimativamente databile nel corso della prima metà del VI secolo,
e aggiunge che nella generazione successiva - sotto il regno di Anas-
sandrida e Aristone - gli Spartani consultarono nuovamente l'oracolo,
chiedendo quale fosse la divinità che occorreva placare per assicurarsi la
victoria contro i Tegeaci. Il dio di Delfi rispose che bisognava ricondurre
a Sparta le ossa del re Oreste, il figlio di Agamennone, e alluse in maniera
oscura con un ulteriore oracolo al luogo in cui si trovava la sua tomba.
Quando infine essa fu individuata - proprio a Tegea - gli Spartani, ri-
P0nace in città le presunte ossa di Oreste, ebbero la meglio sui Tegeati e
«ormai avevano sottomesso la maggior parte del Peloponneso».
Pur incentrata intorno alla difettosa interpretazione degli oracoli, la
narrazione erodotea sottolinea che l'azione spartana era inizialmente fi-
1~alizzata alla conquista di terra arabile. Peraltro, in questi stessi anni, gli
Spartani occuparono anche la Tireatide, un'enclave pianeggiante situata
1
lingo la cosca orientale del Peloponneso e al confine con il territorio
SPART.Al

controllato da Argo. Evidentemente, proprio perché cresciuta molto in


termini demografici, la comunità degli Spartiati aveva di nuovo cercato
di espandersi al di fuori della Laconia, aveva occupato la Tireatide e ten-
tato la conquista di Tegea. I dati offerti dallaLaconia Survey, che ha rile-
vato una moltiplicazione di piccoli insediamenti rurali proprio intorno
alla metà del VI secolo, permettono di aggiungere un tassello a questo
quadro: essi suggeriscono che gli Spartani si risolsero, dopo l'iniziale
fallimento dell'espansione in Arcadia, a coltivare intensivamente aree
marginali della Laconia, fino a quel momento ritenute di scarso valore
agricolo. E quando infine la vittoria su Tegea fu ottenuta, essa non com-
portò l'asservimento dei suoi abitanti né si accompagnò alla spartizione
del territorio conquistato fra i cittadini, come era avvenuto nel caso della
Messenia. Gli Spartani si limitarono a esercitare un controllo politico
sulla città vinta: per usare la terminologia dell'oracolo erodoteo, Sparta
divenne in quel momento "patrona" (epitarrhothos) di Tegea.
Questo episodio segna l'inizio di un sistema di alleanze in cui la città
sconfitta riconosceva a Sparta, la vincitrice, il ruolo di città egemone.
Particolarmente rivelatore è il tema del ritorno delle ossa di Oreste. A
lungo si è ritenuto che, accogliendo l'"acheo" Oreste, Sparta abbia in-
teso porre termine a una politica di conquista di ispirazione "dorica" e
sostituirla con una politica filoachea basata su una rete di alleanze con
le comunità non doriche del Peloponneso. Questa stessa finalità avrebbe
determinato anche il trasferimento delle ossa del figlio di Oreste, Tisa-
meno, ricondotte a Sparta da Elice, città achea della costa settentriona-
le del Peloponneso (Pausania vn,1,8). Studi più recenti guardano con
scetticismo alla lettura di questi episodi in chiave di politica etnica. Più
rilevante è sottolineare che già a partire dal VII secolo il padre di Oreste,
Agamennone, era onorato ad Amide con un culto in cui era associato
alla principessa troiana Alessandra (cfr. supra, p. 47). Ciò fa presumere
che all'espansione di Sparta si fosse accompagnata assai presto una tradi-
zione che voleva che Sparta - e non Micene - era stata la sede di quell'A-
gamennone che aveva guidato i Greci durante la guerra di Troia. In
quest'ottica, il trasferimento delle ossa di Oreste da Tegea a Sparta aveva
anzitutto lo scopo di enfatizzare la continuità tra il ruolo di comandante
in capo di Agamennone e dei suoi discendenti nella tradizione epica e le
aspirazioni egemoniche di Sparta nel Peloponneso di età arcaica.
Tali aspirazioni si scontravano con quelle, opposte, dell'altra gran·
de città dorica del Peloponneso: Argo. Anch'essa in grado di vantare la
nobiltà delle proprie tradizioni mitiche e di competere con Sparta in
r,A COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 91

ci:nnini di potenziale umano, Argo era divenuta nel corso dell'età arcai-
ca ]a più potente città dell'Argolide, marginalizzando il ruolo di Micene
e: degli altri centri dell'area. Nelle fonti antiche, il momento di maggior
fortuna di Argo appare legato all'enigmatica figura del re (o tiranno)
f idone, peraltro di difficile collocazione cronologica. La notizia di una
\'icroria argiva contro gli Spartani nella battaglia di Hysiai nel 669-668
a.C. è isolata e tarda (Pausania II,2.4,7) e sarebbe imprudente basarsi su
di essa per ricostruire un temporaneo momento di egemonia argiva sot-
co la guida di Fidane. In realtà, la storicità della battaglia è quantomeno
incerta e, anzi, c'è motivo di dubitare di tutte le notizie su conflitti tra
Sparta e Argo antecedenti il VI secolo.
Il primo conflitto certo tra le due città ebbe luogo poco dopo la vitto-
ria su Tegea: se dobbiamo credere al sincronismo con la caduta del regno
di Lidia ad opera di Ciro, re dei Persiani, esso avvenne intorno al 545.
Erodoto (1,82.) riferisce che la recente conquista della Tireatide da parte
spartana aveva suscitato la reazione di Argo. I due contendenti si accor-
darono di risolvere la questione attraverso il combattimento - la cosid-
decca "battaglia dei campioni" - fra due contingenti scelti di trecento
uomini, il cui esito era però risultato incerto: gli Argivi pretendevano
di aver vinto in quanto due dei loro uomini erano sopravvissuti, mentre
gli Spartani rivendicavano il fatto che il loro unico superstite, un certo
O cri ade, non aveva abbandonato il campo di battaglia e, spogliando del-
k armi i cadaveri avversari, aveva compiuto l'atto rituale della vittoria
(salvo poi suicidarsi perché si vergognava di essere l'unico sopravvissu-
to!). Seguì allora lo scontro tra i due eserciti al completo e gli Spartani,
usciti vincitori, introdussero una legge che consentiva loro di portare i
capelli lunghi laddove prima non era consentito, mentre gli Argivi ne
promulgarono una di segno opposto.
Va da sé che è lecito dubitare di molti aspetti di questo racconto. La
"battaglia dei campioni" ha infatti subito un processo di mitizzazione
che ne ha fatto l'archetipo delle battaglie in cui Sparta è rappresentata
da un gruppo selezionato di trecento uomini (e quindi è anche l' ante-
cedente delle Termopile). Alla battaglia venne associata una festività,
quella dei Parparonia, che si svolgeva nei pressi del luogo dove era av-
venuto lo scontro e durante la quale si tenevano cori e gare ippiche: in
}litsta occasione gli Spartani indossavano delle corone di palma, dette
tireatiche", in onore dei caduti (Sosibio, FGrHist 595 F 5). È lecito du-
bitare anche della spiegazione che Erodoto fornisce sulle origini degli
lisi spartani in materia di capigliatura. Anzi, poiché era consuetudine a
92. SPART.Ai

Sparta lasciarsi crescere i capelli solo al raggiungimento dell'età adulta,


laddove fino a quel momento si era tenuti a portarli rasati, ne ricavia-
mo che attraverso l'opposizione tra la capigliatura lunga degli adulti e
la rasatura dei ragazzi si esprimeva simbolicamente la sottomissione dei
secondi ai primi. La narrazione erodotea va allora interpretata nel suo
significato simbolico: è un'affermazione della superiorità degli Sparta-
ni, i cui capelli li facevano apparire «più grandi, più nobili e più fieri»
(Senofonte, Costituzione degli Spartani II,3), sugli Argivi che, sconfitti,
furono costretti a tagliarseli. Il riconoscimento, in altri termini, che a
partire da quel momento l'egemonia nel Peloponneso spettava a Sparta.

Chilone, Cleomene e la lega dei Peloponnesiaci

Alla metà del VI secolo si colloca anche la figura di Chilone. Tradizio-


nalmente annoverato tra i sette saggi, risulta sia stato eforo nel 556-555
a.C. Si è già osservato come la critica lo abbia in passato considerato
l'ispiratore di molte delle trasformazioni di VI secolo. Lo stato della do-
cumentazione non consente di avvalorare questa ipotesi, ma la centralità
politica del personaggio non può essere messa in discussione, se non al-
tro perché esponenti di entrambe le case reali si affrettarono a unirsi in
matrimonio con donne provenienti dalla sua famiglia.
Su di lui si accumulò una ricca aneddotica, che si coglie già nei due
passi erodotei in cui compare (1,59,1-3; vn,2.35,2.): in uno Chilone, ina-
scoltato, mette in guardia il padre del futuro tiranno ateniese Pisistrato
dal generare figli, nell'altro intravede il pericolo che l'isola di Citera rap-
presenta per Sparta, augurandosi che sprofondi nel mare. È irrilevante
che gli episodi siano pura invenzione, giacché essi riflettono due aspetti
della politica spartana - l'azione antitirannica e la percezione della mi-
naccia costituita dal mare - che potrebbero essere davvero da attribuire a
Chilone. Non solo Sparta menava vanto, in quanto città ben governata,
di non essere mai stata retta da tiranni, ma si adoperò efficacemente per
abbattere quelli altrui. Il coinvolgimento di Chilone in questa politica si
affaccia esplicitamente in una testimonianza che associa Chilone e il re
agiade Anassandrida ali' abbattimento di regimi tirannici (Papiro Ryland,
FGrHist 105 F 1). Quanto alla pericolosità di Ci tera, l'aneddoto potrebbe
riflettere la vocazione continentale e peloponnesiaca della visione poli-
tica di Chilone. In quest'ottica, la minaccia proveniente dall'isola non
era quella di costituire un punto di appoggio per un attacco al territorio
LA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 93

spartano - che si palesò solo nel v secolo, quando gli Ateniesi la utiliz-
zarono come base per saccheggiare le coste della Laconia -, ma quella di
favorire una politica aperta verso il Mediterraneo e gli scambi: Citera era
un ottimo approdo per le navi mercantili e rischiava di "corrompere" il
nuovo ordine sociale e politico che stava emergendo nel VI secolo.
Il sistema di alleanze peloponnesiaco, inaugurato dalla vittoria can-
cro Tegea, si allargò velocemente nei decenni successivi. Dopo le città
,ircadi, gli Spartani si sforzarono di attrarre nella loro orbita quelle del
Peloponneso nordorientale, soprattutto allo scopo di isolare Argo e av-
vilirne ogni aspirazione di rivalsa. La circostanza che durante le guer-
re persiane tutti i maggiori centri dell'area - ivi compresi quelli situati
nella stessa pianura argiva, come Micene e Tirinto - combatterono a
fianco di Sparta, laddove Argo rimase neutrale, dimostra che la strategia
di isolamento di Argo aveva ottenuto pieno successo. Molce di queste
cictà, a partire da Corinto e Sicione, avevano attraversato fra VII e VI
secolo l'esperienza delle tirannidi e la loro caduca aveva lasciato spazio a
dei regimi oligarchici che consideravano strategico il legarne con Spar-
ta. L'integrazione degli Elei, che controllavano il santuario di Olimpia,
estese 1'alleanza anche al Peloponneso nordoccidentale. Le cronologie
sono incerte, ma Corinto risulca legata a Sparta già a partire dal 52.5 a.C.,
quando contribuì alla spedizione che gli Spartani, in forza del legarne
che li univa agli aristocratici di Samo costretti all'esilio, condussero sen-
za successo contro il tiranno Policrate.
A questo sistema di alleanze si suole dare il nome di "lega del Pelopon-
neso", dizione moderna che non ne restituisce adeguatamente - come
faceva invece quella antica: "i Lacedemoni e gli alleati" - la natura ege-
monica. Sullo sviluppo di tale lega si può solo congetturare, ma è opinio-
ne ormai consolidata che la sua legittimazione formale risiedesse nei sin-
goli trattati che legavano Sparta a ciascuna città alleata. L'elaborazione
di una sorta di "costituzione" della lega, se mai è esistita, costituirà uno
sviluppo di età classica. Peralcro, il fatto che non risulci attestata alcu-
na spedizione militare comune di tutti gli alleaci prima di quella, aborti-
ta, condotta nel 506 contro Atene, lascia intravedere il carattere ancora
~uido dell'alleanza negli ulcirni decenni del VI secolo. E poiché in quel-
! occasione i Corinzi poterono ritirarsi liberamente dalla spedizione, se
ne ricava che all'epoca gli alleaci non erano ancora tenuti a un giuramento
the li vincolava a « seguire i Lacedemoni per terra e per mare dovunque
1
conducano e ad avere lo stesso amico e lo stesso nemico dei Lacedemo-
ni>>· Questa formula, infatti, compare per la prima volca nella docurnen-
94 SPARTA

razione disponibile solo in un testo epigrafico variamente databile tra la


metà del v secolo e il 418 a.C. (il trattato fra Sparta e un oscuro gruppo
etnico di origine etolica, gli Erxadieis: MEIGGS-LEWIS, nr. 67 bis).
Quanto alle clausole presenti nei trattati, merita attenzione quella
che Aristotele leggeva in un trattato stipulato tra Spartani e Tegeati, in
cui era scritto tra l'altro di «espellere i Messeni dalla terra e non conce-
dere di chrestous poiein» (Aristotele, fr. 609 GIGON). L'interpretazione
moderna secondo cui l'espressione chrestous poiein significa "fare citta-
dini" i Messeni è autorevole e convincente: attraverso questa clausola
Sparta intendeva assicurarsi che i suoi alleati non offrissero ospitalità - e
a maggior ragione nemmeno il diritto di cittadinanza - ai Messeni che si
erano sottratti alla condizione servile. Benché tradizionalmente datato
al VI secolo, il riferimento al timore costituito dai Messeni suggerisce
che il trattato fosse posteriore alla rivolta messenica del v secolo, ma, al
di là della cronologia, è comunque importante notare che per Aristote-
le l'espressione chrestous poiein aveva tutt'altro significato: voleva dire
"uccidere" e andava riferita ai Tegeati. Il trattato, a suo avviso, impediva
di uccidere i cittadini di Tegea che parteggiavano per Sparta. Tale inter-
pretazione, anche se erronea, rivela quello che appariva un dato ovvio
agli autori antichi, e cioè che Sparta era stata in grado di controllare la
politica delle città alleate attraverso i gruppi oligarchici e filospartani
presenti in ciascuna di esse, di cui tutelava gli interessi e l'incolumità
(cfr. Tucidide 1,19,1). Il tessuto connettivo della lega peloponnesiaca va
perciò individuato nei legami di ospitalità tra queste oligarchie, in molti
casi liberate dai tiranni grazie all'intervento di Sparta, e le famiglie pre-
minenti di Sparta, a partire da quelle dei re.
È una curiosa circostanza che i due sovrani, durante il cui regno Ero-
doto poneva i primi passi dell'alleanza peloponnesiaca, si imbatterono
entrambi in un incidente "generativo". Dal lato degli Agiadi, Anassan-
drida non aveva ottenuto eredi dalla prima moglie - per inciso, una
figlia di sua sorella - ed era stato forzato dagli efori e dagli anziani a
prenderne una seconda, ma, poiché non voleva rinunciare alla prima,
si trovò ad avere contemporaneamente due mogli, «cosa nient'affarro
spartana» (Erodoto v,40,2.). La seconda moglie, che discendeva da Chi-
lone, generò subito Cleomene, ma fu velocemente imitata dalla prima,
che in rapida successione diede alla luce Dorieo, Leonida e Cleombroro.
Il principio di anzianità assicurò a Cleomene l'accesso al trono alla mor-
te del padre intorno al 52.0, ma il fratellastro Dorieo, escluso dal regno
nonostante fosse il primogenito della prima moglie del padre, ottenne
LA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 95

dagli Spartani degli uomini per fondare una colonia. La spedizione di


l)orieo non ebbe successo: fallito un primo tentativo di stanziarsi in
Libia, i coloni provarono a stabilirsi in Sicilia, dove Dorieo morì com-
baccendo contro Cartaginesi e Segestani. Sul versante degli Euriponti-
di, invece, il re Aristone, dopo che i suoi due primi matrimoni non gli
avevano dato una discendenza, ripudiò la seconda moglie e si unì a una
donna precedentemente sposata a un altro uomo. La nascita di un erede,
[)emarato, venuto al mondo prima che fossero trascorsi nove mesi dal
matrimonio, alimentò dubbi sul fatto che egli fosse realmente figlio di
Aristone, a cui comunque successe sul trono.
Ma è Cleomene, che regnò per circa un trentennio, il grande protago-
nista della storia spartana a cavallo tra VI e v secolo. La sua politica, forse
per influenza dell'avo Chilone, si mantenne nel solco di un orizzonte
peloponnesiaco e continentale che non contemplava il coinvolgimento
di Sparta lontano dal suo territorio. Isolazionista in materia di spedi-
zioni oltremarine, nelle quali si era avventurato senza fortuna Dorieo, il
suo interventismo si rivolse esclusivamente verso la Grecia continentale:
ali' inizio del suo regno impedì che Tebe estendesse la sua influenza sulla
piccola città di Platea, favorendone l'alleanza con Atene; in seguito, la
sua azione si diresse a più riprese verso la stessa Atene, e si trattò - è
bene sottolinearlo - delle prime spedizioni che gli Spartani condussero
in Attica. Nel 510 vi abbatté la tirannide dei Pisistratidi, ma il tentativo
di integrare Atene, che si avviava ad assumere istituzioni democratiche,
ali' interno dell'orbita spartana fallì: la campagna della lega peloponne-
siaca che egli guidò nel 506 con lo scopo di insediare al potere ad Ate-
ne l'aristocratico lsagora, a cui era unito da legami di ospitalità, non fu
porcara a compimento per l'opposizione dei Corinzi e di Demarato. Il
suo più grande successo fu però la schiacciante vittoria ottenuta sugli
Argivi - forse nel 494, ma la data è tutt'altro che certa - nella batta-
glia di Sepeia. Sebbene accusato, ma poi prosciolto, di aver avuto anche
l'opportunità di occupare Argo e di non averlo fatto perché si era lascia-
to corrompere, la spedizione di Cleomene si inserisce nella politica di
;'.ccerchiamento e isolamento della rivale e i 6.000 Argivi che si diceva
fossero rimasti uccisi in battaglia testimoniano la fine di ogni velleità
argiva di contrastare l'egemonia spartana nel Peloponneso.
Il regno di Cleomene suscita degli interrogativi che vanno oltre il dato
evenemenziale: si tratta di capire in che misura il suo potere e la forza
di orientare così pervasivamente la politica della città - che nella storia
spartana avrà un solo altro parallelo nella figura di Agesilao - si inqua-
SPART,\'.

drino nei meccanismi istituzionali della città e come tentino di modi,


ficarli. È significativa sorto questo profilo la dinamica dei rapporti fra
Cleomene e il suo collega dell'altra casa reale. Quando Demarato cercò
di ritagliarsi un ruolo autonomo, non condividendo l'iniziativa di Cleo-
mene di insediare lsagora al potere ad Atene, venne subito introdotta
una legge che non consentiva che entrambi i re potessero guidare insieme
l'esercito durante una campagna militare. Diversi anni dopo, la rottura
definitiva fra i due si consumò in occasione della vicenda. Su invito degli
Ateniesi, Cleomene era sbarcato nel 491 sull'isola di Egina, colpevole di
aver compiuto un formale atto di sottomissione ai Persiani, e chiese la
consegna di coloro che si erano resi responsabili del gesto. Gli Egineti,
che potevano contare sull'appoggio di Demarato, si rifiutarono però di
consegnare ostaggi e ciò indusse Cleomene ad agire in maniera risolu-
ta contro il suo collega. Si accordò con Leotichida - un membro di un
ramo collaterale degli Euripontidi che aveva motivi personali di ostilità
nei confronti di Demarato, il quale gli aveva sottratto la fidanzata Perca-
lo, discendente da Chilone - e ottenne dalla sacerdotessa delfica, oppor-
tunamente subornata, un responso che dichiarava che Demarato non era
figlio di Aristone. Di conseguenza, Leotichida fu proclamato re, mentre
Demarato tornò a essere un privato cittadino e di lì a poco si rifugiò pres-
so la corte del re persiano Dario.
Cleomene si presenta come un re in grado, da un lato, di utilizzare
con grande efficacia l'autorità del suo ruolo quale si materializzava nei
privilegi tradizionalmente concessi ai re (la conduzione delle spedizio-
ni militari e il rapporto personale con l'oracolo delfico) e, dall'altro,
di ottenere il cambiamento del quadro normativo quando questi stessi
privilegi, nella misura in cui erano posti a sottolineare l'aspetto duale
della regalità, costituivano dei limiti alle sue ambizioni. È corretto dire,
pertanto, che la sua azione politica risente, quantomeno nella descri-
zione che ne offre Erodoto, dell'influenza di un modello di potere che
l'esperienza delle tirannidi aveva reso familiare in Grecia. Quanto alla
fine della sua vicenda umana, essa è quasi romanzesca: non appena ven-
nero smascherate le manovre che avevano condotto alla destituzione di
Demarato, Cleomene fu costretto ad abbandonare la città e rifugiarsi
in Tessaglia; poi, in un rapido succedersi di eventi, coalizzò gli Arcadi
contro Sparta e a tal punto intimorì i suoi concittadini che essi si af-
frettarono a richiamarlo nella pienezza dei suoi poteri. Infine, divenuto
pazzo poco dopo il suo ritorno, i suoi parenti lo legarono a un ceppo,
finché un giorno riuscì a ottenere un coltello dal servo che lo sorveglia-
LA COSTRUZIONE DELL EGEMONIA: VI E V SECOLO 97

va e si tagliò le proprie carni fino a morire (Erodoto VI,74-75). Questa


inverosimile scoria sembra suggerire un ruolo attivo che i suoi parenti
ebbero nel causarne la morte, e non è possibile individuarne altri che
non siano il fratellastro Leonida, che gli successe sul trono agiade, e la
sua unica figlia, Gorgo, che Leonida aveva sposato per rafforzare il suo
diritto alla successione. Un ruolo imbarazzante per l'eroe delle Termo-
pile e per la donna destinata a rappresentare - nella tradizione idealiz-
zante di Sparta - la perfetta personificazione sul versante femminile
delle virtù spartane.

L'egemonia riconosciuta: Sparta e le guerre persiane

Al momento della morte di Cleomene, da collocare fra il 491 e il 488


a.C., i contatti tra Sparta e l'impero persiano duravano già da alcuni
decenni. Quando, subito dopo la metà del VI secolo, il regno di Lidia
fo attaccato da Ciro, il fondatore dell'impero, gli Spartani non inter-
vennero sebbene avessero stretto un'alleanza con Creso, l'ultimo re di
Lidia. In seguito, quando gli ambasciatori delle città greche d'Asia Mi-
nore si recarono a Sparta per chiederne l'appoggio contro Ciro che le
aveva sottomesse, gli Spartani negarono il loro aiuto, ma, se dobbiamo
credere a Erodoto (1,152.), una delegazione spartana si sarebbe recata da
Ciro intimando al nuovo dominatore dell'Asia di non devastare nessuna
città greca («allora come oggi l'isolazionismo ha costituito un eccellen-
te terreno di coltura per la megalomania» - ha osservato Green, 1996,
p. II). È anche probabile che la spedizione spartana contro Policrate di
Samo e quella di poco successiva condotta da Dorieo in Libia testimo-
nino il tentativo di contrastare il crescente espansionismo persiano. Se
è così, il fallimento di entrambe le spedizioni aiuta a comprendere per-
ché Cleomene avesse preferito perseguire una politica isolazionista. E
difatti quando, nel 499, il tiranno di Mileco Aristagora giunse a Sparta
per chiederne il sostegno nella rivolta appena intrapresa dalle città della
Ionia contro il re persiano Dario, non ottenne alcun aiuto. I colloqui
che egli ebbe con Cleomene, al quale indicò i popoli sottomessi al re di
Persia dinanzi a una mappa della terra incisa su una tavoletta di bronzo,
ebbero bruscamente termine non appena Cleomene apprese che il cam-
111ino dal mare Egeo a Susa, dove il re persiano risiedeva, era di tre mesi:
Per gli Spartani era irricevibile la proposta di « un viaggio di tre mesi
10 ncano dal mare» (Erodoto v,49-51).
SPAR'I'..t

Negli anni Novanta del v secolo, tuttavia, la pressione esercitata


dall'espansionismo persiano iniziò a farsi sentire anche nella Grecia con.
tinentale, al punto che una parte delle élites delle singole città assunse
una posizione collaborazionista verso i Persiani. Questo atteggiamento,
il cosiddetto "medismo", non dovette risparmiare Sparta: la decisione
del detronizzato Demarato di rifugiarsi presso il re Dario, che gli donò
terre e città, indica che il sovrano euripontide aveva avuto contatti con
la Persia e non è da escludere che dietro la sua deposizione possa esserci
stata la sconfitta dei gruppi spartani più accomodanti verso la politica
espansionista dell'impero asiatico. Di fatto non era più possibile far fin-
ta di ignorare la Persia e quando, nel 490, Dario decise di punire le città
di Atene ed Eretria, le sole ad aver appoggiato i ribelli della Ionia, in-
viando contro di loro una flotta, gli Spartani vennero chiamati in causa
dagli Ateniesi che ne richiesero l'aiuto. Qui ci imbattiamo in uno dei
molti "ritardi" spartani, i quali acconsentirono a soccorrere gli Ateniesi,
ma dichiararono di non poter trasgredire la legge che imponeva loro di
non partire prima del plenilunio. La conseguenza fu che un contingente
di Spartani giunse a Maratona, dove i Persiani erano sbarcati, a battaglia
terminata e non poté fare altro che osservare i cadaveri dei Persiani scon-
fitti (una tradizione ateniese più tarda attribuisce però il ritardo degli
Spartani a una presunta rivolta dei Messeni).
Richiedendone l'aiuto, anche gli Ateniesi riconoscevano, quantome-
no informalmente, il ruolo egemone di Sparta, che era l'unica città in
grado di esercitare un potere sovraregionale attraverso lo strumento del-
la lega peloponnesiaca. Ciò solleva la questione del rapporto fra tale lega
e la più ampia alleanza ellenica che fu stipulata nell'autunno del 481,
quando giunse la notizia che Serse, il figlio di Dario che gli era succeduto
sul trono, stava apprestando un esercito e una flotta di imponenti dimen-
sioni con l'intenzione di invadere la Grecia. Erodoto (vu,145) riferisce
che «i Greci che avevano i migliori propositi per la Grecia» si scambia-
rono promesse di alleanza e decisero di porre termine alle guerre che vi
erano tra loro, ma tace sulla natura giuridica del vincolo che univa gli
alleati. Essenzialmente, questa lega ellenica si presenta come una lega del
Peloponneso allargata agli Ateniesi e a pochi altri. E se è indubbio che
Atene giocò, non meno di Sparta, un ruolo fondamentale nella vittoria
dei Greci, sta di fatto che la sua posizione era subordinata a quella degli
Spartani, nelle cui mani rimase costantemente il comando fino al 478.
Il dato davvero eloquente è quello della flotta: sebbene gli Ateniesi, che
stavano attraversando in quegli anni una straordinaria fase di crescita, vi
LA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 99

f!GURA 4
Bt1sto di oplita convenzionalmente identificato con Leonida, risalente al 475 a.C.
ca, (Museo archeologico di Sparta)

1-imte: <https://commons.wikimcdia.org/wiki/Filc:Hclmcd_Hoplitc_Sparta.JPG>.

contribuissero con duecento triremi a fronte di un numero irrisorio di


navi fornite dagli Spartani, era comunque a questi ultimi che spettava
il comando navale. D'altra parte, i tentativi di coinvolgere nell'alleanza
anche altre città fallirono proprio sulla questione dell'egemonia: tanto
gli Argivi quanto la potente città di Siracusa, all'epoca guidata dal ti-
ranno Gelone, si dichiararono disponibili a entrare nell'alleanza purché
venisse loro riconosciuto, almeno parzialmente, il comando militare, ma
ricevettero il secco rifiuto degli Spartani.
Nella primavera del 480, attraversato l'Ellesponto, Serse invase la
Grecia da nord. Lo accompagnava anche Demarato, che certamente
contava di tornare a Sparta e divenirne, con l'appoggio dei Persiani, uni-
co sovrano. Nel tentativo di impedire l'accesso alla Tessaglia un esercito
greco si accampò inizialmente presso il passo di Tempe, ma dovette ri-
100 SPARTA

tirarsi. Venne allora deciso di attestare una nuova linea difensiva pressq
le Termopile, uno stretto passaggio costiero che immetteva nella Grecia
centromeridionale, mentre la flotta greca avrebbe tentato di bloccare
quella persiana all'altezza di Capo Artemisia. Alle Termopile il coman-
do della coalizione venne affidato al re Leonida, il quale - con buona
pace dell'iconografia di uomo di età matura che si è consolidata in età
moderna - doveva avere circa sessant'anni. Le fonti divergono sull'esat-
ta consistenza dell'esercito greco, che comunque contava su 4.000 opli-
ti. Tra di essi vi erano, a dire di Diodoro (x1,4,5-6), r.ooo Lacedemoni
di cui 300 erano Spartiati. Erodoto (vII,202; vm,25,1), invece, offre una
prospettiva incentrata esclusivamente sui trecento Spartiati, ignoran-
do la presenza di altri Lacedemoni e segnalando solo incidentalmente
quella degli iloti, che certamente svolgevano una funzione di supporto.
La notizia secondo cui i trecento erano stati selezionati esclusivamente
tra gli uomini che avevano figli - presumibilmente almeno trentenni -
ha suggerito che Leonida fosse consapevole che la spedizione avrebbe
comportato il sacrificio di tutti i combattenti, e avesse voluto in questo
modo evitare l'estinzione delle loro famiglie. L'esclusione delle classi di
leva fisicamente più prestanti può avere però altre ragioni, ed Erodoto
era ben consapevole che gli Spartani si erano limitati a inviare un' avan-
guardia perché impegnati nella celebrazione delle Carnee, ma erano in-
tenzionati ad accorrere appena possibile con tutte le forze. L'invio di
un'avanguardia aveva soprattutto lo scopo di esercitare pressioni sugli
alleati ancora incerti, i Beoti in particolare, che si temeva potessero pas-
sare dalla parte dei Persiani.
Nonostante l'esiguità delle loro forze, i Greci riuscirono a respingere
con successo i Persiani per due giorni, ma, una volta informati che un
traditore aveva permesso ai nemici di aggirare la loro posizione attraver-
so il sentiero montano di Anopea, tennero un sofferto consiglio nottur-
no. A seguito di esso Leonida fu abbandonato dalla maggior parte degli
alleati, restando a difesa del passo - oltre che con i Beoti ( i Tebani, però,
si defilarono appena poterono) - con i suoi trecento. Stando al racconto
erodoteo, il re spartano morì nella mischia del terzo giorno di battaglia
e i suoi uomini, che inizialmente erano riusciti a recuperarne il corpo e
a respingere più volte i nemici, furono alla fine costretti a ritirarsi su una
collina, dove vennero tutti uccisi. Terminata la battaglia, Serse ordinò
che il cadavere del re agiade fosse decapitato e la sua testa impalata. Le
ragioni della scelta del re agiade di resistere fino alla fine non sono facili
da comprendere in termini prettamente militari, tanto più che lo stesso
1,A COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 101

Erodoto (vu,220) ne riporta due diverse, che sono l'esito di differen-


ti tentativi di giustificare a posteriori gli eventi delle Termopile. Da un
jaro, lo storico introduce con un "si dice" quella che era la giustificazione
utnciale della scelta di Leonida, vale a dire che per l'etica militare sparta-
na sarebbe stato sconveniente abbandonare la posizione che si era venuti
a difendere. Dall'altro, Erodoto propone anche una differente spiega-
zione, che chiama in causa un oracolo che aveva profetizzato, all'inizio
dd conflitto, che Sparta sarebbe stata distrutta a meno che uno dei suoi
re non fosse morto. Questa tradizione, che assume che Leonida si fosse
sacrificato per salvare la sua città, fu sicuramente elaborata ali' interno
della famiglia agiade, interessata a glorificare il suo re.
Superate le Termopile, l'esercito persiano poté dilagare verso sud, oc-
cupando e devastando Atene nel frattempo evacuata dai suoi abitanti.
La flotta greca, giudicando non più difendibile la propria posizione a
Capo Artemisia, si ritirò verso il golfo Saronico e qui, nello stretto brac-
cio di mare fra l'isola di Salamina e l'Attica, sbaragliò le navi persiane
nella carda estate del 480. La circostanza che ufficialmente il coman-
do fosse in mano allo spartano Euribiade non può nascondere che il
ruolo determinante nella vittoria lo ebbero le duecento navi ateniesi,
poste sotto la guida di Temistocle. Questa inaspettata sconficca indus-
se il re Serse ad abbandonare la Grecia, affidando l'esercito al genero
Mardonio. Nel frattempo, però, era riemersa a Sparta una visione esclu-
sivamente peloponnesiaca degli interessi della città, che si manifestò
nell'idea di arroccarsi a difesa dell'istmo di Corinto. Sotto la direzione
dell 'agiade Cleombroto - che aveva assunto il ruolo di reggente a nome
del nipote Plistarco, il figlio minorenne di Leonida - molte migliaia
di Peloponnesiaci si impegnarono a « fortificare l'istmo, dal momento
che si preoccupavano di più del Peloponneso, assicurandone la difesa,
mentre si disinteressavano di tutto il resto» (Erodoto VIII,40,2). Anco-
ra nell'estate del 479, nonostante la minaccia ateniese di abbandonare
l'alleanza e accordarsi con Mardonio se i Peloponnesiaci non fossero
venuti in loro aiuto, gli Spartani tardarono a muoversi perché occupati
a terminare la costruzione del muro, oltreché, come sottolinea un po'
maliziosamente Erodoto (Ix,7,1), a celebrare le feste lacinzie.
La svolta appare determinata dall'improvvisa morte di Cleombroto
c dai passaggio della reggenza, in casa agiade, nelle mani del figlio Pausa-
nia, un giovane forse nemmeno trentenne. Al suo comando un contin-
gente di 5.000 Spartiati - cioè tutte le classi di leva dai venti ai quaran-
tacinque anni - si mosse finalmente da Sparta e insieme ad altri 5.000
102. SPART.i\:

perieci si diresse verso l'istmo di Corinto, non a difesa del muro appena
terminato, ma per ricompattarsi con gli altri alleaci. Pausania si trovò
così a guidare un esercito che si dice fosse costituito da quasi 40.000
opliti, il più grande mai uscito dal Peloponneso. Si diresse in Beozia,
dove lo attendeva Mardonio, che disponeva presumibilmente, al di là
delle esagerazioni della tradizione antica, di forze un po' superiori. I due
eserciti si fronteggiarono per molti giorni nei pressi di Platea, fin quando
Pausania, mal sopportando le continue sortite della cavalleria nemica,
operò una ritirata tattica. Prima che essa fosse terminata, ebbe inizio l 'at-
tacco persiano e toccò soprattutto agli Spartani e ai Tegeati sostenere il
combattimento contro le migliori truppe nemiche. La tradizione anti-
ca sottolinea come l'armatura pesante degli opliti greci avesse giocato
un ruolo decisivo, dal momento che i Persiani non ne disponevano. La
morte di Mardonio, poi, segnò l'inizio del disfacimento dell'esercito
barbaro, che fu in larga parre massacrato, mentre i Greci subirono per-
dite limitate. Fra gli Spartiati rimasero uccisi solo in novantuno: Pausa-
nia - osservò Erodoto (1x,64) - aveva ottenuto «la vittoria più bella di
tutte quelle che noi conosciamo».

Eroicizzare Leonida: gli usi della vittoria

In virtù di uno di quei sincronismi dei quali la storiografia antica si com-


piaceva, nello stesso giorno in cui avvenne la battaglia di Platea si sareb-
be combattuta anche quella di Micale, in Ionia. Qui la flotta greca, che
aveva esitato a lungo dopo la vittoria di Salamina, era sbarcata, aveva
incendiato le navi persiane tratte in secco e ne aveva sconfitto le eruppe,
provocando l'immediata adesione delle città della Ionia all'alleanza gre-
ca. A guidare la flotta era stato il re Leotichida. Ma allo stesso modo di
Demarato, al quale si era sostituito sul crono euripontide, « anche Leoti-
chida non ebbe l'opportunità di invecchiare a Sparta» (Erodoto v1,72.):
alcuni anni dopo, in una successiva spedizione che intendeva punire i
Tessali per il loro medismo, si lasciò corrompere dal denaro. Colto in
flagrante, la sua casa fu rasa al suolo ed egli, bandito da Sparta, morì
alcuni anni più cardi a Tegea.
Il reggente Pausania non ebbe sorre migliore. Nel 478-477 a.C. ot-
tenne il comando della flotta greca e condusse una vittoriosa spedizio-
ne navale a Cipro e Bisanzio, ma il suo violento comportamento lo rese
impopolare era i nuovi alleati della Ionia. Le stesse autorità spartane
1
J,A COSTRUZIONE DELL EGEMONIA: VI E V SECOLO 103

110 n avevano apprezzato che egli avesse fatto incidere, sul tripode d'oro
dedicato all'Apollo delfico come decima del bottino raccolto a Platea,
t1n epigramma con il proprio nome (Tucidide 1,132,,2,-3: «Condottiero
dei Greci, dopo che ebbe distrutto l'esercito persiano, Pausania dedi-
cò a Febo questo monumento»). L'iscrizione venne immediatamente
c:rasa e sostituita con la lista di tutte le città che avevano combattuto
a difesa della Grecia, ancora leggibile sulla colonna serpentina che in
antico reggeva il tripode (MEIGGS-LEWIS, nr. 2,7 ). Evidentemente, la
comunità degli Spartiati percepiva il potere conseguito da Pausania
come eccessivo e, diffidandone, richiedeva che anche un uomo di stirpe
reale, vittorioso sul campo di battaglia, si conformasse ai valori eguali-
tari propri della società spartana. Di qui l'infamante accusa rivoltagli,
che ha buone probabilità di essere priva di fondamento, secondo cui
egli aveva chiesto la mano della figlia di Serse allo scopo di governare
sulla Grecia con l'appoggio persiano. Nel racconto di Tucidide (1,94-
95; 12,8-134), che si richiama a una tradizione spartana interessata a rac-
cogliere gli indizi - e a fabbricare le prove - dei suoi reati, Pausania
fu richiamato una prima volta a Sparta, ma fu prosciolto dall'accusa
di medismo e poté tornare privatamente a Bisanzio. Più tardi, intorno
al 470, fu costretto a rientrare definitivamente in città, dove gli efori
avevano raccolto ulteriori prove dei suoi contatti con Serse, oltre che
della sua presunta intenzione di concedere la libertà agli iloti. Per evi-
tare l'arresto si rifugiò come supplice nel tempio di Atena Chalkioikos:
venne murato vivo al suo interno, salvo esserne trascinato fuori, strema-
to, giusto prima che morisse.
Nel frattempo, il comandante spartano che avrebbe dovuto sostituire
Pausania alla guida dell'alleanza greca, Dorcide, era stato rimandato in-
dietro dagli Ateniesi. A seguito di ciò, tutti i Peloponnesiaci si ritirarono
e la guida della guerra contro i Persiani fu assunta da Atene, che, sempre
più consapevole della propria forza navale, fondava nel 478-477 a.C. la
lega delio-attica. L'aver lasciato mano libera agli Ateniesi segnala nuova-
111ence il prevalere a Sparta di una politica isolazionista, ma non fu una
scelta condivisa da tutti, se è vero quanto riferisce Diodoro (x1,50) a pro-
posito di una tormentata assemblea popolare del 475 in cui - nonostan-
te le prospettive di ricchezza che la guerra sul mare lasciava intravedere,
soprattutto ai più giovani - si impose la tesi che non rispondeva agli
interessi della città contendere agli Ateniesi il controllo del mare. Per i
successivi settant'anni il mondo greco si sarebbe polarizzato intorno a
queste due potenze, l'una oplitica e continentale, l'altra navale e rivolta
I04 SPART~

verso il mare, ma incanto, mentre la rivalità tra le due città assumeva le


forme di una guerra fredda, iniziava una lotta ideologica sui rispettivi
meriti - degli Spartani e degli Ateniesi - nella guerra appena vinca con-
tro i barbari.
A Sparta la celebrazione della vittoria trovò consistenza fisica nell'e-
rezione, anch'essa con il bottino di guerra, del cosiddetto "portico per-
siano", che ancora molci secoli dopo Pausania il periegeta considerava
«il luogo più insigne dell' agora» (m,11,3). Ma un ruolo preminente
nella valorizzazione dei meriti spartani lo ebbe, nell'immediatezza della
vittoria, il poeta Simonide di Ceo. Egli è l' aurore del famoso encomio
che onorava i morti delle Termopile, dei quali è « gloriosa la sorte e bello
il destino di morte» e in cui Leonida è «il re di Sparta che ha lascia-
to un grande esempio di valore e fama perenne» (fr. 531 PAGE). Anche
l'iscrizione, posta sul luogo in cui erano sepolci i caduti, che invitava
il viandante straniero ad annunciare agli Spartani «che qui giaciamo,
obbedendo alle loro leggi» (Erodoto vn,228,2), gli va forse attribuita.
Sua, infine, è l'elegia sulla battaglia di Platea, parzialmente restituitaci da
alcuni frammenti papiracei. La centralità del ruolo di Sparta in questa
elegia è palese e lo prova il riferimento, nel più ampio dei frammenti
superstiti (Simonide, fr. 11 WEST), agli uomini che si avviano verso la
battaglia «lasciando l'Euroca e la città di Sparta», così come la celebra-
zione di «Pausania, l'ottimo figlio di Cleombroco». È perciò verosimile
che essa sia stata commissionata dagli Spartani quando ancora il reggen-
te non era caduco in disgrazia. Un accenno nello stesso frammento alla
guerra di Troia e alla morte di Achille suggerisce che fosse già in atto un
processo di eroicizzazione che assimilava i guerrieri spartani agli Achei
che avevanq combattuto a Troia.
La grande questione con cui dovette confrontarsi la propaganda
spartana fu però l'interpretazione degli eventi delle Termopile. Di fat-
to, si era trattato di una sconfitta e Leonida aveva ritardato l'avanzata
dei Persiani solo di pochi giorni. Non è un caso che la tradizione ate-
niese, pur nel riconoscimento dei grandi atti di valore spartani, ne sot-
colineas-se l'inutilità, sostenendo che la salvezza della Grecia era merito
della flotta di Atene. Questo spiega lo sforzo prodotto dagli Spartani
per trasformare una sconfitta militare in un successo dei propri valori.
In particolare, la tesi ufficiale sopra menzionata, secondo cui alle Ter-
mopile gli Spartani non poterono ritirarsi perché non era loro concesso
di arretrare dinanzi al nemico, si richiamava a un valore caratteristico
della cultura militare spartana, attestato già nelle elegie di Tirteo, ma lo
r,A. COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 105

rrasformava in un tratto distintivo dell'essere spartano, quasi il caposal-


do della loro identità. Di qui il richiamo a una legge che ordinava agli
Spartani sempre la stessa cosa, e cioè di «non sottrarsi alla battaglia,
qualunque fosse il numero dei nemici, ma di vincere o morire rimanen-
do al proprio posto» (Erodoto vn,104.4-5). Di qui anche l'elaborazio-
ne dei paradigmi del "buono" e del "cattivo" spartano, che la tradizione
sulle guerre persiane metteva a disposizione. Da un lato, c'erano i guer-
rieri morti valorosamente: alle Termopile il migliore era stato un tale
Dienece, oltre che lo stesso Leonida; a Platea si era distinto tra gli altri
Amonfareto, caduto alla guida del lochos di Pi tane (era il battaglione
proveniente da Pi tane, il villaggio centrale di Sparta; ma Tucidide 1,2.0,3
negava che fosse mai esistita tale unità militare). Sul versante opposto,
invece, il modello negativo era rappresentato da Aristodemo, uno dei
trecento che si diceva Leonida avesse congedato perché si era ammalato
agli occhi, e che tuttavia fu oggetto di disprezzo a Sparta perché aveva
utilizzato questa sua condizione per salvarsi. La circostanza che Aristo-
demo fosse sopravvissuto al suo re rendeva il suo comportamento parti-
colarmente disonorevole ed egli divenne il prototipo di quegli Spartani
che, per non aver affrontato la "bella morte" in battaglia, ricevevano il
nome di "fuggiaschi" (tresantes) ed erano politicamente e socialmente
discriminati, al punto da perdere i pieni diritti .civici ed essere evitati
da tutti. Ma Aristodemo sbaglia anche una seconda volta: quando un
anno più tardi morì a Platea, il suo comportamento si rivela nuovamen-
te scorretto da un punto di vista spartano, perché egli non era caduto
accanto ai suoi compagni, ma aveva volontariamente abbandonato il
suo posto nello schieramento alla ricerca di una morte che riscattasse
il suo onore.
C'è poi un'altra strategia retorica utilizzata dalla propaganda sparta-
na. Poiché la sconfitta delle Termopile era tollerabile solo se interpretata
alla luce del successo di Platea, venne elaborato il motivo della vittoria
di Platea come vendetta dei caduti delle Termopile e, conseguentemen-
te, della morte di Mardonio come soddisfazione data agli Spartani per
l'uccisione di Leonida. Lo sviluppo di questo motivo richiedeva che, in
quanto vendicatore dello zio Leonida, Pausania venisse riabilitato. E in-
fatti nel corso del V secolo le tombe dei due Agiadi - il re e il reggente -
furono collocate Ì'una accanto all'altra sull'acropoli: le ossa di Leonida
vennero ricondotte a Sparta dallo stesso nipote Pausania (così almeno
riferisce un problematico passo di Pausania il periegeta: m,14,1); quanto
alla sepoltura del reggente, l'oracolo delfico richiese che venisse spostata
106 SPART1

nei pressi del luogo in cui era stato murato vivo e sempre lì, accanto J
santuario di Atena Chalkioikos, gli furono dedicate due statue di bronzQii
In breve, nei decenni successivi alle guerre persiane venne portato 4
compimento un processo di monumentalizzazione e memorializzazio,
ne della gloriosa epopea della guerra contro il barbaro. Fu grazie a esso
che Erodoto (vn,224,1) poté venire a conoscenza dei nomi di tutti i tre-
cento: potrebbe averli appresi attraverso una fonte orale, ma non è da
escludere che egli abbia già avuto l'opportunità di leggere la stele, eretta
vicino alle tombe di Leonida e Pausania, su cui erano iscritti i loro nomi
e quelli dei loro padri.

Una prospettiva spartana sulla Pentecontetia

La documentazione disponibile sulla storia spartana del cinquantennio


che separa le guerre persiane dallo scoppio della guerra del Peloponne-
so, la cosiddetta Pentecontetia, è limitata. Il resoconto che Tucidide of-
fre di questo periodo riflette un'ottica ateniese e Sparta vi compare solo
quando le sue vicende si incrociano con quelle dell'imponente crescita
della potenza rivale. Una prospettiva spartana è però fornita dalla noti-
zia erodotea di una successione di cinque battaglie vinte dagli Spartani
in questi anni: «la prima questa di Platea, poi quella di Tegea contro
Tegeati e Argivi, di seguito quella di Dipea contro tutti gli Arcadi ec-
cetto gli abitanti di Mantinea, poi quella sui Messeni all'Ithome, e da
ultima quella che vi fu a Tanagra contro Ateniesi ed Argivi» (Erodoto
IX,35,2). La sola elencazione di queste battaglie indica che dopo il 479
emergono delle debolezze nel dominio spartano sul Peloponneso, che
aiutano a comprendere le ragioni del disimpegno nei confronti della
guerra sul mare. Colpiscono le due battaglie condotte contro gli Ar-
cadi e, soprattutto, la conflittualità con Tegea, che era stata per molti
decenni alleata fedele, al punto da rivendicare nelle spedizioni militari
comuni una posizione di onore nello schieramento peloponnesiaco. La
circostanza che a Dipea la falange spartana combatté schierata su una
sola linea (così almeno riferisce Isocrate, Archidamo 99), e nondime·
no vinse, lascia intendere anche delle difficoltà nella disponibilità di
uomini, forse dovuta alla necessità di sostenere operazioni belliche su
più fronti.
Colpisce meno l'ostilità con Argo. Dopo la durissima sconfitta di Se-
peia, il suo corpo cittadino era sensibilmente mutato per l'immissione
JA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 107

di individui che fino ad allora ne erano stati esclusi, variamente indicati


nelle fonti come "schiavi" o "perieci" (s'intende, ovviamente, perieci di
Argo). Questa immissione aveva dato avvio a un processo di democratiz-
zazione della città, cui si accompagnò l'allargamento del suo territorio:
;-!icene e Tirinto, che grazie al loro legame con Sparta erano rimaste in-
di pendenti da Argo, furono incorporate nella polis argiva nel corso degli
anni Sessanta del v secolo, senza che Sparta potesse intervenire. Pare
evidente che gli Spartani, anche se vincitori nelle battaglie campali, non
erano più in grado di impedire ad Argo il controllo di tutta la piana ar-
"olica. Analoghi fenomeni di creazione di città demograficamente con-
~istenti, nate dalla fusione di più comunità attraverso sinecismi, avevano
coinvolto già negli anni Settanta altre aree del Peloponneso. In quella
nordoccidentale, gli Elei inglobarono ali' interno della propria polis le
comunità minori situate ai margini della valle dell'Elide, e così avvenne
anche nella città arcade di Mantinea. Più avanti nel secolo queste due
città si sarebbero allontanate dall'alleanza con Sparta e assunto ordina-
menti politici democratici.
Ma l'evento che maggiormente segnò, dal lato degli Spartani, gli anni
della Pentecontetia fu la decennale sollevazione dei Messeni. In una
data che le fonti collocano variamente fra l'inizio degli anni Sessanta
del v secolo e il 464-463 a.C. - era da poco salito sul trono euripon-
tide il giovane re Archidamo II - un terremoto colpì Sparta. Le con-
seguenze materiali furono devastanti, se dobbiamo credere alle notizie
di voragini apertesi nel terreno, di picchi del Taigeto precipitati giù e
della distruzione di gran parte delle abitazioni cittadine. Soprattutto,
poi, si materializzò il pericolo che maggiormente metteva a rischio la
base economica e sociale della potenza degli Spartiati: una rivolta de-
gli iloti. Le testimonianze più vicine agli eventi (in particolare Tucidide
1,101,2) hanno ben chiaro che a rivoltarsi furono soprattutto i Messeni,
con la partecipazione, accanto agli iloti, di alcune città perieciche della
regione. Il ruolo giocato da eventuali sollevazioni degli iloti della Laco-
nia sarà stato scarsamente rilevante, tanto più che gli eventi militari di
cui siamo a conoscenza si svolsero esclusivamente in Messenia. Erodoto
(rx,64,2) riferisce della strage avvenuta a Steniclaro di un gruppo di tre-
cento Spartani - di nuovo! - guidati da Aeimnesto, l'uomo che aveva
Ucciso Mardonio a Platea: un episodio che mostra le difficoltà che ini-
zialmente gli Spartani incontrarono nel far fronte ai ribelli. Ben presto,
tuttavia, la lotta si concentrò intorno al monte lthome, dove i Messeni
trovarono riparo e vennero assediati.
108 SPARl',c

Dopo una lunga resistenza, la rivolta ebbe termine con un accordo


che consentiva ai ribelli di Ithome di abbandonare il Peloponneso con
mogli e figli, a patto di non tornarvi mai più: se qualcuno lo avesse fatto,
sarebbe diventato schiavo personale di chi lo catturava. Ma è la premessa
della rivolta messenica che merita attenzione, giacché essa presuppone
il costituirsi di quell'identità messenica condivisa che in età arcaica era
mancata. La presenza di una barriera fisica quale la catena del Taigeto,
che separava gli abitanti della Messenia da Sparta, può aver facilitato la
costituzione di tale identità, ma è improbabile che la popolazione servile
della Messenia (sulle cui forme di organizzazione cfr. infra, p. 12.5) possa
aver autonomamente elaborato un senso di identità etnica. La parteci-
pazione alla rivolta di alcune città perieciche suggerisce che furono so-
prattutto queste comunità, politicamente strutturate, che ne favorirono
lo sviluppo e promossero l'inizio della sollevazione.
L'altro aspetto cruciale della rivolta messenica fu la decisione degli
Spartani di chiedere l'aiuto ateniese in nome dell'alleanza che era stata
stipulata nel 481 e mai formalmente disciolta. Sotto la guida di Cima-
ne, il leader conservatore che allora guidava la politica ateniese e tanto
simpatizzava per Sparta da aver attribuito a uno dei suoi figli il nome di
Lacedemonio, 4.000 opliti ateniesi vennero in soccorso degli Spartani.
Preoccupati però di una presenza così massiccia di Ateniesi, gli Spar-
tani ebbero timore che prendessero iniziative eversive, eventualmente
accordandosi con i Messeni, e li rimandarono presto a casa. Questa scel-
ta segnò la rottura insanabile con Atene, oltre che la fine della carriera
politica di Cimane, che venne ostracizzato. Inoltre, mentre Cimane era
impegnato nel Peloponneso, le riforme promosse da Efialte e proseguite
da Pericle avviarono il sistema politico ateniese verso una democrazia
radicale. La rivalità fra le due città si venne allora configurando sempre
più come un'opposizione fra oligarchia e democrazia, e si sviluppò di
riflesso, nei circoli ateniesi conservatori, ostili al nuovo regime democra-
tico quell'apprezzamento delle istituzioni spartane che costituì l'humus
su cui germogliò il miraggio spartano.
Non è un caso che l'ultima delle cinque vittorie spartane menziona-
te da Erodoto fu conseguita contro gli Ateniesi. All'inizio degli anni
Cinquanta, la città di Megara, fino ad allora aderente all'alleanza pe·
loponnesiaca, passò dalla parte degli Ateniesi e anche l'isola di Egina
fu costretta a entrare nella lega delio-attica, mentre risultò inefficace la
reazione di Corinto, particolarmente preoccupata per l'evolvere della si·
tuazione in un'area - quella del golfo Saronico e del golfo di Corinto -
JA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO

\·ir.tle per i suoi interessi. Questo arrivismo ateniese finì per coinvolgere
;inche Sparta: la Doride - la regione della Grecia centrale da cui gli Spar-
rani ritenevano di provenire - era stata attaccata dai Focesi e l'esercito
spartano, che era intervenuto nel 457 con successo in suo aiuto, si trovò
sbarrata la strada del ritorno. Gli Spartani si aprirono con la forza la via
\·erso casa, sconfiggendo nella battaglia di Tanagra, in Beozia, una coali-
zione di Ateniesi e Argivi, ma subirono perdite consistenti. Gli Ateniesi,
invece, non solo furono in grado di lì a poco di ottenere il controllo della
Beozia, ma in quello stesso torno di tempo condussero una spedizione
navale contro le coste del Peloponneso, durante la quale incendiarono
gli arsenali spartani di Gyrheion. Riuscirono anche ad aiutare gli esuli
,\fesseni che avevano abbandonato Irhome a insediarsi a Naupatto, sulle
cosce settentrionali del golfo di Corinto. Il quadro sembrava volgere de-
cisamente a favore degli Ateniesi, ma negli anni successivi la situazione
murò: si arrivò prima a una tregua di cinque anni e, al suo termine, sia la
Beozia che Megara abbandonarono l'alleanza con Atene. Ciò consenrì
alla lega peloponnesiaca di invadere l'Attica nel 446, ma il re agiade Plei-
scoanatte, cui era stato affidato il comando, non si spinse fino ad Arene
e, accusato di essersi lasciato corrompere dal denaro ateniese, dovette
andare in esilio (un'accusa così ricorrente nei confronti dei re spartani
da essere talvolta sospetta).
Nel 446-445 a.C. Sparta e Atene siglarono una pace di trent'anni,
che definiva con chiarezza le aree di influenza delle due città egemoni.
Se Arene dominava incontrastata sul mare Egeo, Sparta poteva dirsi più
che soddisfatta: il sistema di alleanza peloponnesiaco era tornato sotto
il suo pieno controllo e, al confine stesso con il territorio attico, la città
di Megara e la confederazione beotica erano ora sue alleare; con Argo,
poi, si era giunti già nel 451 a una tregua trentennale. Ma il positivo qua-
dro geopolitico era offuscato dal primo manifestarsi della diminuzione
del numero degli Spartiati. Le perdite umane causare dal terremoto e la
tnorralirà determinata dai continui conflitti di certo contribuirono al
passaggio da un regime demografico ancora espansivo alla cronica scar-
sità di uomini constatabile a partire dalla guerra del Peloponneso. Ma
'}uesca è solo un parte della storia: si vedrà più avanti che fu soprattutto
la rigidità delle istituzioni spartane in materia di criteri di cittadinanza
t di norme sulla procreazione a impedire una ripresa della popolazione
cittadina. Resta il fatto che, alla vigilia della guerra del Peloponneso, il
numero degli Spartiati maschi adulti era sceso intorno alle 5.000 unità,
111tncre quello degli Ateniesi si aggirava sulle 50.000.
IIO SPART,\

Tradizione e innovazione nella guerra del Peloponneso

Nell'autunno del 432. si tenne a Sparta un'assemblea in cui molti dei


suoi alleati - a partire dai Corinzi, nuovamente colpiti nei loro inte-
ressi - accusarono gli Ateniesi di aver violato i termini della pace dei
trent'anni. Proprio i Corinzi, quando alcuni anni prima Samo si erari-
bellata al dominio di Atene, avevano dissuaso gli altri Peloponnesiaci
dall'intervenire in aiuto dei Sami, sulla base del principio che ciascuna
delle due alleanze aveva il diritto di punire i ribelli. E poiché adesso era-
no gli Ateniesi a non rispettare questo principio e a intromettersi negli
interessi delle città peloponnesiache, i Corinzi invitarono gli Spartani
alla guerra. Nel farlo, essi tracciarono dinanzi agli stessi Spartani uno
schizzo di grande efficacia del carattere e della mentalità spartana, os-
servando come, a fronte dell'audacia degli Ateniesi e della loro capa-
cità di realizzare velocemente quanto avevano deciso, gli Spartani si
mostrassero sempre esitanti e timorosi, paghi di quello che avevano e
governati da un sistema politico antiquato. A giudizio dei Corinzi, l' im-
modificabilità delle leggi spartane non costituiva un valore in un quadro
politico che sempre più richiedeva velocità di decisione e adattamento
alla situazione contingente. Dopo il successivo intervento degli amba-
sciatori ateniesi lì presenti, che misero in guardia gli Spartani da azioni
avventate, l'assemblea continuò a porte chiuse: Tucidide, al quale ne
dobbiamo una vivida descrizione, mette in scena lo scontro dialettico
che vi ebbe luogo attraverso l'opposizione tra l'anziano re Archidamo Il
e l'eforo Scenelaida. Archidamo è presentato come un tipico esponente
della culcura spartana della moderazione, un tradizionalista che invitava
a non essere affrettati prima di lasciarsi coinvolgere in un conflitto al di
fuori del Peloponneso. Il re fece anche presence la difficolcà economica
di sostenere la guerra: a differenza degli Ateniesi, che potevano armare
le loro navi grazie al tributo versato dai membri della lega delio-attica,
gli Spartani non richiedevano un tributo ai loro alleati - tutt'al più con-
tribuzioni volontarie - ed erano pertanto privi di ricchezze (Tucidide
1,80,4: «non ne abbiamo nelle casse pubbliche e non siamo pronti a
sborsarle di nostro»). La breve replica dell'eforo Stenelaida, che richia-
mò gli Spartani al dovere di soccorrere velocemente gli alleati messi in
difficolcà dalle azioni ateniesi, ebbe però successo: venne decretato che
la pace era stata violata e, in una successiva assemblea di tutti gli alleati, la
maggioranza dei Peloponnesiaci si pronunciò - in nome dell'autonomia
1,A COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO III

Jdle città greche, minacciata dall'imperialismo ateniese - a favore della


,,uerra, che ebbe inizio nella primavera del 431. Tucidide rimarca, però,
~he la vera ragione del conflitto non era stata l'accondiscendenza sparta-
na verso le rimostranze degli alleati, ma la consapevolezza che l'eccessiva
potenza conseguita dagli Ateniesi stava mettendo in discussione l'equi-
librio bipolare che aveva retto la Grecia nel cinquantennio precedente,
ed era necessario reagire.
Priva di una flotta consistente che potesse confrontarsi sul mare con
gli Ateniesi, l'unica strategia possibile dei Peloponnesiaci era quella di
invadere l'Attica con le preponderanti forze oplitiche di cui dispone-
\'ano, ma al cui interno gli Spartiati erano sempre meno, e devastarne il
territorio sperando che gli Ateniesi uscissero ad affrontarli in una batta-
glia campale. Da parte loro gli Ateniesi, le cui lunghe mura collegavano
la città al porto del Pireo e li rendevano totalmente autosufficienti, non
lo fecero mai, nemmeno quando un'epidemia colpì la città nel 430. Per
questa ragione i primi anni trascorsero senza particolari contraccolpi,
con conflitti in aree periferiche del mondo greco e con invasioni annua-
li dell'esercito peloponnesiaco in Attica, le quali, non potendo durare
troppo a lungo, si rivelarono inefficaci.
Una prima svolta avvenne nel 425, quando gli Ateniesi occuparono
il promontorio di Pilo, in Messenia, e vi costruirono una fortificazione.
Colpiti da questa inaspettata incursione nel proprio territorio, gli Spar-
tani accorsero appena poterono, ma alcune centinaia dei loro opliti, a
seguito dell'intervento della flotta ateniese, si ritrovarono bloccati sul-
la piccola isola di Sfacteria, che limitava l'accesso alla baia di Pilo. Pur
di recuperarli, gli Spartani si affrettarono a offrire la pace, ma l'offerta
venne rifiutata e gli Ateniesi, sbarcati a Sfacteria, poterono catturare
vivi 292 Lacedemoni, dei quali 120 erano Spartiati. A dimostrazione
di quanto gli Spartani fossero stati abili a costruire il mito di sé stessi,
Tucidide sottolinea la sorpresa che ciò suscitò fra i Greci, giacché «si
pensava che gli Spartani non avrebbero consegnato le armi né per fame
né per alcuna necessità, ma sarebbero morti resistendo e combattendo
al limite delle possibilità» (Iv,40).
Quando, l'anno successivo, una spedizione navale ateniese occupò
Ci cera e devastò le coste della Laconia, gli Spartani si decisero a reagire:
Per alleggerire la pressione sul Peloponneso e colpire direttamente gli in-
teressi ateniesi in un'area ricca di risorse minerarie, un contingente mili-
tare si diresse in Tracia, nella Grecia settentrionale. A volere, e a guidare,
l}Uesca coraggiosa spedizione fu Brasida, uno dei nuovi personaggi che
112 SPARTA.

compaiono sulla scena spartana e che sentono l'esigenza di superarne


gli schemi tradizionali dell'azione politica e militare: Tucidide (1v,81,1)
lo definisce un « uomo famoso a Sparta per la sua estrema risolutezza
all'azione». Era inusuale che un esercito spartano attraversasse tutta la
Grecia allontanandosi così tanto dal Peloponneso, ma Brasida poté farlo
perché le milizie che portò con sé non erano propriamente spartane:
si trattava di un migliaio di mercenari e 700 iloti, ed era la prima volta
che Sparta ricorreva - ma lo avrebbe fatto in più occasioni nei decenni
successivi - ad armare gli iloti come opliti in cambio dell'affrancamento.
D'altra parte, gli Spartani erano ben lieti di allontanarli, perché teme-
vano che l'occupazione ateniese di Pilo favorisse una nuova rivolta di
iloti messenici: è in questa circostanza che Tucidide (1v,80,4) riferisce
la notizia, di cui i moderni hanno talora dubitato, secondo la quale già
in una precedente occasione gli Spartani avevano selezionato 2.000 ilo-
ti e, dopo aver finto di affrancarli, li avevano fatti sparire: «e nessuno
seppe in che modo ciascuno era stato eliminato». L'azione di Brasida
ebbe successo e determinò la defezione della colonia tracia di Anfipoli
dal!' alleanza ateniese. Nel 421, tuttavia, lo stesso Brasida rimase ucciso
in combattimento e i fautori della pace - rappresentati a Sparta dal re
Pleistoanatte, richiamato in città dopo quasi venti anni di esilio - eb-
bero il sopravvento. Si arrivò così alla stipula della pace di Nicia, che si
fondava sul principio del ritorno allo status quo precedente allo scoppio
del conflitto. Anche se molte clausole del trattato non furono rispettate,
gli Spartiati catturati a Sfacteria poterono rientrare in città, dove, per
essersi arresi agli Ateniesi, furono temporaneamente limitati nei loro di-
ritti di cittadini.
Molti fra gli alleati peloponnesiaci accolsero malvolentieri la pace e
non la ratificarono. Fra questi vi erano coloro che più di tutti avevano
spinto per la guerra: i Corinzi non avevano ottenuto nessuno dei van-
taggi sperati e ritennero che gli Spartani avevano concluso la pace «non
per il bene del Peloponneso, ma per asservirlo» (Tucidide v,27,2). Inol-
tre, poiché nel 421 era scaduta la tregua trentennale con Argo, inizia-
rono trattative convulse per costruire una nuova alleanza in funzione
ancispartana sotto la guida argiva. Ma furono gli Ateniesi, nonostante
la pace da poco conclusa, a farsi promotori di un'inedita incesa con le
città di Argo, Mancinea ed Elide, dalla quale i Corinzi fecero in tempo a
sfilarsi. Non senza difficoltà, il re euriponcide Agide II, che era succeduto
al padre Archidamo, ottenne nella battaglia di Mantinea del 418 una vit·
toria su Argo e i suoi alleati e riaffermò la superiorità spartana in una bat·
LA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 113

caglia campale. Qualche anno più tardi la guerra riprese apertamente:


nel 415 l'ateniese Alcibiade, che aveva fortemente voluto l'imponente
spedizione in Sicilia, ma che non poté guidarla perché costretto all'e-
silio, convinse gli Spartani, presso i quali si era rifugiato, della necessità
di intervenire in aiuto dei Siracusani assediati. Con una piccola flotta lo
spartano Gilippo giunse in Sicilia e assunse il comando della difesa di
Siracusa, contribuendo in maniera decisiva alla rovinosa sconfitta ate-
niese, che sembrò segnare definitivamente l'esito della guerra.
Nel 413 gli Spartani tornarono a invadere l'Attica, ma questa volta,
di nuovo su suggerimento di Alcibiade, costruirono una fortificazione
a Decelea: in luogo di ricorrere a spedizioni periodiche e inefficaci, essi
\'ennero così a occupare in maniera stabile, e fino al termine della guerra,
un'area vitale dell'Attica che impediva agli Ateniesi il controllo di parte
del loro territorio rurale. La defezione di molti degli alleati di Atene poté
dare l'impressione che la disgregazione del suo impero fosse imminente,
ma gli Spartani erano consapevoli che la vittoria richiedeva una flotta in
grado di competere con gli Ateniesi sui mari e richiedeva, soprattutto, le
risorse economiche per allestirla e pagarne gli equipaggi. La costruzione
di cento navi fu divisa fra i Peloponnesiaci, ma la scarsità dei loro mez-
zi finanziari impose di trovare un accordo con l'unica potenza che era
disposta a fornirli: la Persia. Pur parzialmente riluttanti, gli Spartani si
convinsero della necessità di un'alleanza che tradiva, oltre che il passato
stesso della città, quei Greci in nome della cui libertà avevano dato inizio
alla guerra. Nei tre trattati stipulati tra il 412 e il 411 con il satrapo Tis-
safeme, infatti, Sparta riconosceva la legittimità delle rivendicazioni del
re persiano, Dario II, su tutti i territori che in passato erano appartenuti
alla Persia, e quindi anche sulle città greche d'Asia Minore.
Gli Spartani avevano anche bisogno di una struttura di comando mi-
litare che fosse in grado di operare nel nuovo quadro geopolitico. È in
l]Liesti anni che iniziano a comparire gli "armasti", vale a dire i governa-
tori militari che operavano fuori della Laconia e che, come già Brasida in
Tracia, erano al comando di contingenti militari di diversa provenienza
(inercenari, alleati, perieci e iloti affrancati), ma in cui erano assenti gli
Spaniati. Ugualmente, è a partire da questo momento che la magistra-
tura del comandante della flotta - il navarca -, che per ovvie ragioni
aveva avuto fino ad allora un ruolo limitato, ne acquisì uno molto forte,
al punro che Aristotele poté definirla « quasi un'altra forma di regalità»
(Politica 127oa40 ). Nondimeno, gli Spartani ebbero difficoltà a sfrut-
tare la felice congiuntura: alcuni errori strategici, i continui ritardi con
114 SPARTA.

cui Tissaferne versava le somme pattuite per la paga degli equipaggi e la


sorprendente capacità di ripresa ateniese sembrarono vanificare i succes-
si fino ad allora raggiunti. Una serie di sconfitte navali, e in particolare
quella subita nel 410 a Cizico, comportarono la perdita di buona parte
della flotta e la morte del navarca Mindaro.
La svolta definitiva ebbe luogo con la nomina a navarco, per il 407-
406 a.C., di Lisandro. Alcune fonti lo indicano come un mothax, una
categoria la cui esatta identificazione è incerta, ma che era probabilmen-
te costituita da quanti - figli di Spartiati impoveriti e privati dei dirit-
ti - avevano ottenuto la cittadinanza perché sostenuti economicamente
da famiglie ricche che li avevano cresciuti insieme ai propri figli. Lisan-
dro riuscì a stabilire un rapporto di fiducia con Ciro il giovane, il figlio
secondogenito di Dario II che il sovrano persiano aveva inviato ad assu-
mere il comando in Asia Minore, e ne ricevette il denaro necessario per
riorganizzare una flotta. Dopo una prima vittoria sugli Ateniesi nella
battaglia di Nozio, Lisandro dovette però cedere il comando al navarco
subentrante, Callicratida. La storiografia antica ha disegnato, attraverso
la comparazione fra questi due personaggi, il contrasto di valori che agi-
tava Sparta: Callicratida viene presentato come un interprete dei valori
tradizionali della società spartana, un uomo che rispetta l'autonomia
degli alleati e che si rifiuta di adulare Ciro, ma in questo modo non
riesce a ottenerne la cooperazione e finisce per morire nella battaglia
delle Arginuse, l'ultima vittoria ateniese durante la guerra. Lisandro,
viceversa, è un innovatore, tanto astuto quanto ambizioso, interprete
spregiudicato di una visione politica imperialista. Dopo le Arginuse,
Ciro il giovane impose agli Spartani di richiamare Lisandro, il quale,
non potendo esserlo egli stesso, assunse il ruolo di segretario del nuo-
vo navarco Araco, ma di fatto ottenne il comando. La vittoria decisiva
sugli Ateniesi, sempre più lacerati da dissidi interni, ebbe luogo nel 405
a Egospotami, nell'Ellesponto. Privata dell'ultima flotta e della possibi-
lità di ricevere rifornimenti, Atene venne bloccata per terra dai due re,
Agide e Pausania II, e per mare da Lisandro. Dovette capitolare l' an-
no successivo e fu costretta ad abbattere le mura ed entrare a far parte
dell'alleanza spartana.
Conseguita la vittoria, il dominio spartano rivelò subito il suo ca-
rattere imperialista, sia perché un tributo fu richiesto ai membri della
disciolta lega ateniese, sia perché Lisandro vi impose governi retti da ri-
strette oligarchie di dieci membri, le "decarchie" (il caso di Atene, dove
si insediò il regime dei Trenta, costituisce un'eccezione). Lisandro fu
LA COSTRUZIONE DELL'EGEMONIA: VI E V SECOLO 115

celebrato con straordinari onori: a Delfi il cosiddetto monumento dei


11 avarchi (MEIGGS-LEWIS, nr. 95) lo rappresentava nell'atto di essere
incoronato da Poseidone; a Samo, dove liquidò nel 404 il governo de-
mocratico che fino all'ultimo era rimasto fedele ad Atene, le tradizionali
feste in onore di Era mutarono il loro nome e gli vennero dedicate. Se
a Brasida, anni prima, gli abitanti di Anfipoli avevano tributato onori
.:roici dopo la morte, Lisandro si trovò invece a ricevere, ancorché vi-
\'ente, un culto divino. Siamo lontanissimi dalla tradizione spartana e
non sorprende che gli sia stata attribuita l'intenzione, mai realmente
messa in pratica, di sostituire la regalità ereditaria di Agiadi ed Euripon-
ridi con una regalità elettiva, a cui evidentemente aspirava. Come era già
capitato a Pausania il reggente, tuttavia, l'eccessivo potere conseguito gli
attirò all'interno dell' establishment spartano un'ostilità che non tardò a
manifestarsi. Gli efori, infatti, si affrettarono a smantellare il sistema di
comando costruito da Lisandro, sopprimendo le decarchie e restituendo
alle città sottoposte al dominio spartano governi costituzionali. Ad Ate-
ne, in particolare, gli esuli democratici provarono subito a riprendere il
potere e a Lisandro, che si era prontamente adoperato per impedirlo,
fu tolto il comando: curiosamente, fu proprio il nipote di Pausania il
reggente, il re Pausania II, a ottenere dagli efori - «provando invidia
verso Lisandro» (Senofonte, Elleniche II,4,29) - la guida della spedizio-
ne militare in Attica. Pausania, pur formalmente combattendo contro i
democratici che dal Pireo stavano tentando di rientrare in città, di fatto
si adoperò per una riconciliazione che nel 403 restituì ad Atene un go-
verno democratico.
La guerra del Peloponneso si era alimentata del conflitto ideologi-
co tra regimi oligarchici e regimi democratici. Eppure, un anno dopo
il suo termine, gli Spartani consentivano il ripristino della democrazia
ad Atene, mentre dei due oligarchi ateniesi che più hanno contribuito
all'elaborazione del mito di Sparta, l'uno, Crizia, moriva nel tentativo di
impedire il ritorno dei democratici, mentre l'altro, Senofonte, preferiva
abbandonare Atene e unirsi a quei mercenari che Ciro il giovane, con
l'arrivo aiuto degli Spartani che avevano nei suoi confronti un debito da
onorare, stava reclutando allo scopo di prendersi il trono persiano.
5
La struttura economica

Ottenuta la vittoria, Lisandro inviò a Sparta come bottino di guerra una


grande quantità di oro e argento. Egli stesso, rientrato in città nell'au-
tunno del 404 a.C., consegnò ulteriori 470 talenti d'argento (oltre 12
tonnellate) alle autorità cittadine. Le ricchezze resesi disponibili rap-
presentarono uno shock in una società che non era abituata a gestire
cali masse di denaro e sono presentate dalla tradizione antica come un
elemento di corruzione dell'ordine sociale. La vicenda di Gilippo, che
si era impossessato fraudolentemente di una considerevole quantità di
monete ateniesi provenienti dal bottino e fu costretto a recarsi in esilio,
determinò l'apertura di un dibattito sull'uso della moneta a Sparta in
cui si confrontarono, da un lato, coloro che ritenevano si dovesse libe-
rare la città da tutto l'oro e l'argento e, dall'altro, gli amici di Lisandro
che chiedevano che il denaro restasse in città. Il compromesso raggiunto
consistette nel consentire che le monete straniere potessero entrare in
città a esclusivo uso pubblico, mentre sarebbe stato condannato a morte
chiunque ne fosse stato trovato in possesso a fini privati (Plutarco, Vita
di Lisandro 16-1?).
L'episodio, oltre a essere rivelatore della lotta interna a Sparta che
il potere acquisito da Lisandro aveva generato, consente di cogliere le
difficoltà della struttura economica cittadina, e dell'ideologia che la so-
steneva, di fronte al nuovo quadro storico. Lo sviluppo economico del
mondo egeo aveva subito nel corso del v secolo una forte accelerazione
ad opera del dinamismo imperiale ateniese e gli Spartani, che per lungo
tempo si erano attenuti alla politica del "mai fuori dal Peloponneso", non
disponevano né degli strumenti né della mentalità utile per adattarsi a
tale mondo. La struttura economica della città, che è opportuno ora il-
lustrare, si presentava come lenta e arcaica.
II8 SPARTJ.1

Proprietà fondiaria ed eredità

L'economia spartana era, quasi esclusivamente, un'economia agraria.


Benché non coltivassero direttamente la terra, gli Spartiati erano pro-
prietari fondiari - anzi, dovevano esserlo, perché la condizione di citta-
dino richiedeva il possesso di terreni da cui ricavare i prodotti agricoli
necessari per la partecipazione ai pasti in comune (cfr. infra, p. 144).
Complessivamente, la quantità di terra arabile appartenente ai cittadini
era cospicua, giacché l'espansione di età arcaica aveva reso disponibile un
territorio di grande estensione. Una valutazione esatta non è semplice,
a causa della difficoltà di tracciare i confini che la separavano da quella
che apparteneva alle singole comunità perieciche: una stima equilibrata
punta verso i 50.000 ettari di terra messa a coltura in Laconia e almeno
75.000 in Messenia. A fronte di un numero di maschi adulti mai supe-
riore alle 10.000 unità, questa stima implica che in occasione del picco
demografico della città ciascuno Spartiata potesse contare, mediamente,
su circa 13 ettari (ma poi, col diminuire della popolazione cittadina, su
una quantità ben maggiore). Pur non trattandosi di un valore partico-
larmente elevato, è comunque un'estensione superiore a quella media
della proprietà fondiaria nella Grecia di età classica. E difatti la ricchezza
terriera degli Spartiati era percepita come maggiore di quella degli altri
Greci: in un dialogo platonico (Alcibiade primo 122d) un Ateniese os-
servava che «considerata la terra che possiedono, sia quella loro propria
che quella della Messenia, nessuno di noi potrebbe competere con loro
né per quantità né per qualità, né nel possesso di schiavi, specialmente di
iloti, né per numero di cavalli ne per quanti greggi pascolano in Messe-
nia». Si tratta però di capire, al di là delle esagerazioni retoriche presenti
in questo testo, in che misura la terra fosse divisa più o meno equamente
fra i cittadini. Ciò ci conduce ad affrontare l'intricata questione del re-
gime di proprietà a Sparta.
Una puntuale ricostruzione del sistema fondiario è ostacolata dalle
contraddizioni delle fonti antiche, che non solo risentono dell' idealiz-
zazione di Sparta, ma ne riflettono anche momenti diversi. Fino ad al-
cuni decenni fa, tuttavia, era per lo più accolta la tesi secondo cui tale
sistema, nella forma che aveva assunto al termine delle guerre di conqui-
sta, fosse basato sul principio dell'uguaglianza e indivisibilità dei lotti di
terra (i kleroi). Questa tesi aveva a suo fondamento la tradizione tarda
secondo cui sarebbe stato Licurgo - e successivamente, dopo la conqui-
1,A STRUTTURA ECONOMICA 119

sra della Messenia, il re Polidoro - a operare una divisione della terra


arabile in 9.000 lotti di uguali dimensioni e distribuiti era tutti i cittadi-
ni. La prima attestazione di questa pretesa ripartizione egualitaria è in
p0 libio, ma è Plutarco a esserne il principale testimone ( Vita di Licurgo
8; 1 6,1; Vita di Agide 5,2): egli riferisce che ciascuno Spartiata riceveva
alla nascita uno dei 9.000 lotti di terra, facendo intendere che ne fosse
nd corso della vita solo un tenutario; ma riporta anche che alla sua mor-
re il lotto passava al figlio, e ciò sembra implicare che fosse posseduto
privatamente. Allo scopo di salvare tutti i dati fornici da Plutarco, si era
ipotizzato un sistema che prevedesse, per poter funzionare, un elevato
grado di controllo da parte della polis, che avrebbe consentito il passag-
gio del lotto dal padre al figlio maggiore, ma sarebbe poi intervenuta ad
allocare ai figli cadetti i lotti eventualmente rimasti liberi. La disparità di
ricchezza attestata nelle fonti di età classica, che sono a conoscenza tanto
di Spartani ricchi che di Spartani poveri, veniva spiegata ammettendo la
presenza di una vasta porzione di territorio arabile non compresa nella
redistribuzione e quindi non egualmente divisa. Infine, si riteneva che
all'inizio del IV secolo un'apposita legge - la rhetra promulgata dell'e-
foro Epitadeo, alla quale solo Plutarco accenna (Vita di Agide 5,3-5) -
avesse posto fine all'uguaglianza delle proprietà fondiarie, consentendo
agli Spartiati di alienare i propri lotti attraverso il dono o il lascito te-
stamentario. Tale legge, che avrebbe determinato il rapido collasso del
sistema, offriva una spiegazione del perché Aristotele, nella sua critica
della legislazione fondiaria spartana, notasse che «la terra è finita nelle
mani di poche persone» (Politica 127oa18).
Tra i limiti di questa ricostruzione c'era un'acritica accettazione del
miro dell'uguaglianza spartana, una valorizzazione della primogenitura,
in genere assente nei sistemi greci di devoluzione dei beni, e una fiducia
eccessiva nelle testimonianze tarde, spesso combinate arbitrariamente
tra loro. Si tende oggi a ritenere che quella dell'uguaglianza fondiaria sia
un'invenzione di età ellenistica, creata allo scopo di legittimare la redi-
stribuzione delle terre progettata dal re Agide IV e poi per breve tempo
realizzata da Cleomene III in un contesto storico del tutto diverso: i due
re, infatti, giustificarono i loro progetti (cfr. infra, pp. 170-1) adducendo
la necessità di ripristinare il sistema fondiario introdotto da Licurgo; in
seguito, la storiografia ellenistica recepì il tema dell'uguaglianza licurgi-
ca dei lotti di terra, e questo spiega perché esso costituisse per Polibio e
Plutarco un dato acquisito. Riconoscere il carattere di mito dell'egua-
glianza fondiaria non significa però negare la realtà di una distribuzione
12.0 SPART~

della terra in età arcaica, giacché certamente « ci deve essere stato a un


certo punto nel VII o VI secolo una qualche significativa allocazione di
terra, probabilmente nel territorio di nuova conquista, ai cittadini più
poveri, allo scopo di sostenerli adeguatamente come opliti a tempo pie-
no» (Hodkinson, 2000, p. 104). È anche probabile che, analogamente
a quanto avveniva in occasione di una fondazione coloniale, la terra di
nuova conquista sia stata distribuita più o meno equamente. E non-
dimeno, nella Sparta arcaica e classica non solo la proprietà fondiaria
non era distribuita in maniera uguale, ma l'incero sistema era basato sul
principio della divisibilità ereditaria dei beni. Di conseguenza, anche la
terra distribuita in maniera equa si sarà poi frammentata e riaggregata di
generazione in generazione. Si può ipotizzare che la diseguaglianza nel
possesso fondiario sia rimasta entro limiti contenuti nel corso delle pri-
me generazioni successive alla distribuzione, ma sia cresciuta col tempo
producendo ampie disparità di ricchezza.
L'eredità paterna, peraltro, non era limitata ai figli maschi. Attraverso
lo strumento della dote, che in un'economia agraria come quella sparta-
na non poteva che consistere di terra, anche le figlie ricevevano una par-
te dell'eredità. Se poi erano assenti figli maschi, la figlia che ereditava era
detta patrouchos (alla lettera: "che detiene i beni paterni") e, come anche
altrove nel mondo greco, sul suo matrimonio gravavano delle limita-
zioni, giacché da esso sarebbe dipesa la trasmissione dei beni fondiari:
secondo Erodoto (v1,57,4) spettava ai re indicare a chi dovesse andare
sposa, se il padre non l'aveva già promessa, ed è verosimile che il più delle
volte il marito fosse selezionato nell'ambito dei suoi parenti in modo da
non disperdere il patrimonio. Aristotele si lamentava del fatto che a cau-
sa di questi due meccanismi - le grandi doti e le figlie ereditiere - i due
quinti di tutta la terra erano in mano alle donne (Politica 12.7oa23-29).
Che il sistema fondiario fosse basato sulla divisibilità ereditaria è poi im-
plicitamente confermato dalla norma, definita "tradizionale" da Polibio
(xn,6b,8), che consentiva il costume della poliandria adelfica, vale a dire
la condivisione di una stessa moglie da parte di più fratelli. Nelle società
in cui è presence, infatti, la poliandria adelfica è generalmente associata
alla scelta di mantenere indivisa, evitando frizioni tra fratelli, la proprie-
tà familiare: sposando una stessa donna si limitava la frammentazione
fondiaria, ed è credibile che a Sparta si ricorresse a questo costume nei
casi in cui un padre non aveva sufficiente terra da dividere tra i figli.
È bene però evitare di sostituire il mito di una Sparta egualitaria con
una nuova rappresentazione idealizzante, e cioè quella di un sistema
r,.A STRUTTURA ECONOMICA 121

fondiario dai tratti liberisti, quasi del tutto sottratto al controllo delle
:nicorità cittadine. Non è verosimile, infatti, che una comunità civica
che nel corso del VI secolo aveva promosso una cultura dell'austerità
fondata sul principio che anche i più ricchi si dovevano adeguare allo
srile di vita della maggioranza, non si sia preoccupata di limitare un'ec-
cessiva diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza terriera. L' ac-
cento, allora, va posto sui meccanismi che, proprio allo scopo di preser-
\'are una classe di opliti a tempo pieno, furono introdotti per evitare che
la frammentazione fondiaria determinasse nel corso del tempo l'impo-
verimento e la conseguente perdita della cittadinanza da parte delle fa-
sce più povere. Ebbene, nella cultura economica greca, e soprattutto in
quella spartana, la vendita di beni fondiari era giudicata disdicevole,
giacché privava un cittadino dell'unica forma di ricchezza valorizzata
socialmente, ma ciò difficilmente avrà impedito che avessero luogo, di
farro, delle compravendite di terra. Il riferimento in un paio di fonti,
di cui una proveniente dall'epitome della Costituzione degli Spartani di
Aristotele, all'inalienabilità di una "parte antica" o "parte disposta da
principio" (archaia moira), lascia però intravedere che si fosse cercato
di rafforzare il discredito che la vendita di beni fondiari comportava
con la proibizione formale di vendere almeno una parte di essi. Questa
"parte antica", che certamente era costituita da terra, doveva essere qual-
cosa di molto simile agli "antichi" o "primi" lotti attestati in alcune città
greche, le quali, allo scopo di evitare un eccessivo squilibrio nel possesso
fondiario, ne vietavano l'alienazione, poiché questi lotti erano posti a
garanzia dello status di cittadino. Nel caso degli Spartani, tale garanzia
era costituita dalla disponibilità di un appezzamento di terra che con-
sentisse a ciascuno di versare, quantomeno, la quota di partecipazione
ai pasti in comune.
In quest'ottica, la "parte antica" non va intesa come un riferimento a
una distribuzione della terra avvenuta in imprecisati tempi antichi, ma
porrebbe essere la terra posseduta da principio, e cioè al momento della
nascita. Ciò consente di rivalutare la notizia dell'assegnazione di un lot-
to di terra ai neonati, giacché non si tratterebbe più di immaginare che la
P0 lis assegnava alla nascita uno dei 9.000 lotti eguali. Piuttosto, ciò che
a ciascun figlio legittimo veniva riconosciuto era il diritto, una volta che
avesse raggiunto l'età che gli dava accesso alla sfera economica, di eredi-
tare quella parte dei beni paterni che gli era stata assegnata da principio a
garanzia della sua cittadinanza, e che dunque non poteva essere alienata.
St a di fatto che questa garanzia non impedì l'impoverimento - che non
122 SPART4

si riuscì o non si cercò più di frenare - di una parte della popolazione


spartiata, che a causa di ciò fu esclusa dai pieni diritti civici. È possibile
che il divieto di vendita della terra sia caduto in disuso col tempo, ma
non si può escludere che la cosiddetta rhetra di Epitadeo - di cui pure
buona parte della critica recente tende a negare la storicità, giudicando
Epitadeo una figura fittizia - servisse proprio a rimuovere gli impedi-
menti nell'acquisizione di proprietà fondiarie. Secondo Plutarco, in-
fatti, l'eforo Epitadeo avrebbe attuato la sua riforma perché, venuto in
contrasto col figlio, voleva escluderlo dalla successione, consentendo che
a ereditare la sua proprietà fossero persone estranee al gruppo familiare.
Questa storiella è chiaramente artefatta, ma difficilmente un eforo di IV
secolo può essere un personaggio totalmente inventato. Rimane perciò
aperta la possibilità che a questo eforo fosse legata la memoria di cam-
biamenti intervenuti nei meccanismi di successione ereditaria, che de-
terminarono la rottura del patto generazionale fra padri e figli e, quindi,
il venir meno delle garanzie che assicuravano ai figli l'accesso ali' eredità
e, attraverso di essa, alla cittadinanza.

La servitù ilotica

Strettamente connessa all'organizzazione del sistema fondiario è la for-


ma di lavoro dipendente su cui esso si reggeva. A lavorare la terra erano
gli iloti, e la prima questione da considerare è la precisa definizione della
loro condizione. La storiografia greca distingueva tra schiavi-merce, cioè
acquistati sul mercato (nella terminologia anglosassone, chattel slaves), e
servitù rurali, costituite da popolazioni assoggettate nel corso di guerre
di conquista, che continuavano a coltivare quella che in precedenza era
stata la propria terra, ma in qualità di servi e a vantaggio dei nuovi padro-
ni. La condizione di questo secondo gruppo, cui appartenevano gli iloti,
era talvolta garantita da specifiche norme che impedivano di vendere i
servi al di fuori del territorio della città, tanto che, secondo la celebre
definizione di una fonte tarda, la condizione ilotica si situava a metà
strada tra schiavitù e libertà. Beninteso, distinguere questi due gruppi
attraverso l'utilizzo delle categorie moderne di "schiavitù" e "servitù" è
una scelta arbitraria, e molti studi recenti, sulla base di una classifica-
zione fondata su parametri differenti da quelli antichi, hanno legittima-
mente argomentato che I' ilotismo costituisce a tutti gli effetti una forma
di schiavitù (e certamente le degradazioni cui erano sottoposti gli iloti
r,A STRUTTURA ECONOMICA 123

hanno ben poco di una condizione intermedia tra schiavitù e libertà).


~la è preferibile evitare un puro esercizio classificatorio: il forte legame
esistente fra gli iloti e la terra che coltivavano è sufficiente a considerare
quantomeno tollerabile l'espressione "servitù ilotica".
Sull'origine dell'ilotismo gli antichi avevano sviluppato diverse con-
(Tetrure, e sono state qui già richiamate quelle secondo cui i primi iloti
~arebbero stati gli abitanti di Helos o gli Spartani che non avevano preso
parte alla conquista della Messenia. La ricerca moderna ha in genere ac-
colto - con una libera elaborazione a partire da alcune fonti di IV secolo,
in particolare Teopompo (FGrHist 115 FF 13 e 122) - la tesi che assume-
va che gli iloti fossero i discendenti tanto degli originari abitanti della
Laconia, sottomessi contestualmente all'invasione dorica della regione,
quanto dei Messeni asserviti in conseguenza della conquista della loro
rerra. Chiamare in causa la leggenda della discesa dei Dori non pare più
opportuno, ma questo non inficia il punto fondamentale di questa tesi,
che, muovendosi nel solco della distinzione antica tra schiavitù-merce
e servitù rurali, considera l' ilotismo una forma di servitù generata dalle
guerre di conquista di età arcaica, a seguito delle quali le popolazioni
vinte della Laconia e della Messenia erano entrate in una relazione di
dipendenza dagli Spartani. Un'ipotesi recente ha però obiettato, anche
alla luce di un'analisi comparativa delle forme di lavoro dipendente, che
è improbabile che agli abitanti dei territori conquistati fosse concesso di
continuare a vivere in massa sulle proprie terre, perché sarebbe rimasta
inalterata la loro solidarietà di gruppo e, di conseguenza, il rischio di
una rivolta. Nell'uso greco, inoltre, i prigionieri catturati in guerra erano
generalmente venduti. Di qui l'elaborazione di un diverso quadro inter-
pretativo, secondo il quale l'ilotismo sarebbe il frutto dell'omogeneizza-
zione, completatasi non prima della tarda età arcaica, di una pluralità di
soggetti servili (schiavi-merce, schiavi per debiti, contadini impoveriti
ridotti, come nell'Atene presoloniana, in una condizione di dipenden-
za) verso quel tipo di condizione che noi conosciamo con questo nome.
Non è necessario accogliere questa ricostruzione nella sua forma inte-
grale e si può sospettare che fra quanti furono sottoposti a questo pro-
cesso di omogeneizzazione vi fossero anche gruppi più o meno ampi di
abitanti della Messenia, asserviti a seguito della conquista militare. Essa
ha, però, un elemento di forza indubitabile: la tesi tradizionale assume
che l' ilotismo costituiva un elemento primordiale della società spartana,
risalente almeno all'vnI secolo a.C. e rimasto pressoché immodifica-
to per secoli, ma questo è incompatibile con il riconoscimento oramai
SPARTA,

acquisito dei profondi cambiamenti cui tale società andò incontro nel
corso dell'età arcaica e in particolare nel VI secolo. Sarebbe davvero sor-
prendente se le forme di dipendenza non fossero state coinvolte in que-
sto processo di trasformazione.
La questione della natura pubblica o privata della servitù ilotica ag-
giunge un altro elemento di cui tener conto. Si tratta di una questione
correlata al regime di proprietà della terra: fin quando si è creduto a un
controllo pubblico sull'allocazione dei lotti, è parso naturale accoglie-
re quelle testimonianze tarde che andavano nel senso di un carattere
sostanzialmente collettivo dell' ilotismo (Strabone vm,5,4; Pausania
m,20,6); inevitabilmente, alla crisi di quel paradigma si è accompagnato
un crescente favore verso l'idea di un possesso privato degli iloti. Sta di
fatto che un autore come Eforo, accennando alla norma che proibiva
agli Spartiati di affrancarli o venderli al di fuori dei confini del terri-
torio cittadino (FGrHist 70 F 117 ), riconosceva di fatto che essi erano
posseduti in regime di proprietà privata. La circostanza che venissero
arruolati e in alcuni casi affrancati collettivamente non mette in discus-
sione la natura privata del loro possesso, giacché anche in città dove era
comune la schiavitù-merce si ricorreva, in caso di necessità militare, ad
affrancamenti pubblici di schiavi privati. Il punto è un altro: sebbene
posseduti privatamente, gli iloti tendevano a essere percepiti nella loro
dimensione collettiva, e questa percezione è fenomeno perfettamente
speculare a quello per cui gli Spartiati, sebbene diseguali in ricchezze,
nondimeno tendevano a rappresentarsi come eguali. Pertanto, poiché la
valorizzazione di un ethos egualitario a Sparta si è manifestata compiu-
tamente solo nel VI secolo, anche la creazione dell' ilotismo come forma
predominante di dipendenza servile, caratterizzata da condizioni uguali
per tutti, ha ottime possibilità di essere l'esito finale di un processo di
lunga durata terminato nel corso del VI secolo.
Un'analoga duplicità di versioni sussiste in merito alla quantità di
prodotto della terra che gli iloti dovevano versare agli Spartiati. Alcuni
passi di Plutarco (Vita di Licurgo 8,4; 24,3; Moralia 239e) fanno riferi-
mento a un canone fisso forfettario, che i padroni non potevano aumen-
tare e consistente in una misura predeterminata di farina di orzo e di
liquidi. Un canone fisso, tuttavia, è concepibile solo in presenza di lotti
di terra di eguale estensione: se ne evince che la sua determinazione fece
parte del programma di riforma fondiaria di età ellenistica, che preve-
deva che ogni Spartiata ricevesse un'eguale porzione di terra e da essa
ricavasse, attraverso il lavoro degli iloti, un eguale reddito. In età arcaica
LA STRUTTURA ECONOMICA 125

e classica, invece, la disparità nel possesso fondiario rende più verosimile


che la quota di prodotto versato dagli iloti fosse una percentuale del pro-
Jotto totale. Ciò è confermato da alcuni versi di Tirteo, che attestano
una condizione di dipendenza che prevedeva che i servi, «come asini
schiacciati da pesante soma», versassero ai padroni «la metà di quanti
frutti la terra produce» (fr. 6 WEST). Tirteo non utilizza il termine "ilo-
ri" e Pausania il periegeta, al quale dobbiamo la citazione di questi versi,
li riferisce alla condizione dei Messeni usciti sconfitti nella prima guerra
messenica (cfr. supra, p. 51), che, alla luce di quanto abbiamo poc'anzi
rilevato, non erano ancora dei veri e propri iloti. È presumibile, tuttavia,
che il rapporto di mezzadria attestato nei versi di Tirteo si sia preservato
anche nel!' ilotismo di età classica.
Ci si è anche chiesti se, nel quadro del possesso privato degli iloti, che
non ne escludeva la vendita ali' interno del territorio spartano, essi ri-
manevano fissi su un determinato lotto di terra oppure potevano essere
dislocati. Mancano testimonianze precise, ma bisogna tener conto che
gli iloti costituivano una popolazione che si autoriproduceva: la circo-
stanza che non potessero essere affrancati privatamente - lo poteva fare
solo la città, e si è visto in quali occasioni - dimostra che gli Spartiati
si preoccupavano che il loro numero rimanesse stabile e questo implica
che favorissero la costituzione di legami familiari. Poiché tali legami
sarebbero stati ostacolati in assenza di una qualche forma di stabilità di
residenza, ne possiamo dedurre che gli iloti tendevano a rimanere sulla
scessa terra o che comunque il loro dislocamento fosse limitato.C'è da
immaginare, pertanto, che, quando subentrava un nuovo proprietario
per effetto della divisione ereditaria o della vendita di un lotto di terra,
gli iloti restassero attaccati alla terra che coltivavano e non al proprie-
tario. Quanto alle specifiche forme di residenza, le nostre informazioni
dipendono esclusivamente dai dati archeologici: le ricognizioni di su-
perficie condotte nel!' area messenica di Pilo suggeriscono la presenza
di piccoli villaggi di iloti, mentre in Laconia, più probabilmente, essi
vivevano ali' interno di fattorie isolate. Questa differenza va ascritta alla
distanza tra la residenza dei servi e quella dei loro padroni: in Laconia
gli Spartiati erano in grado di gestire in prima persona le proprie terre
e potevano controllare il lavoro degli iloti anche se questi vivevano in
singole fattorie; diversamente, la maggiore lontananza della Messenia e
la propensione dei suoi iloti a sottrarsi al controllo spartano può aver
consigliato di insediarli in villaggi nucleati, nei quali sarebbe stato più
agevole esercitare un'efficace supervisione. L'unica testimonianza a
SPARTA

proposito di ispettori preposti al controllo della servitù rurale è costi-


tuita da una voce del lessico di Esichio che attribuisce al termine mnoio-
nomoi, altrimenti ignoto, il significato di "capi degli iloti": gli Spartiati,
evidentemente, affidavano a persone di fiducia la gestione del lavoro
servile, ma l'esatta identificazione di tali figure resta opaca (che essi fos-
sero un'élite selezionata fra gli stessi iloti è solo una delle possibilità).
Il rapporto tra padroni e servi contemplava, infine, un altro aspetto
meritevole di attenzione ed è quello dei comportamenti di derisione, di
disprezzo e di violenza - finanche la più estrema - rivolti verso gli iloti.
Era consuetudine forzarli a bere vino e poi condurli, ubriachi, all' inter-
no dei banchetti comuni dove cantavano e si esibivano in danze grotte-
sche, con lo scopo di deriderli e di insegnare ai giovani ad astenersi da
questi comportamenti degradanti. Ma è a Mirane di Priene (FGrHist
ro6 F 2) che dobbiamo la descrizione più completa delle forme di
umiliazione che servivano a marcare la loro inferiorità: erano tenuti a
indossare un rozzo abito di pelle e un particolare berretto di pelo (la
kyne) che li assimilavano simbolicamente a degli animali; ricevevano
ogni anno - forse in occasione della dichiarazione di guerra agli iloti
che gli efori proclamavano entrando in carica - un certo numero di
frustate, che avevano lo scopo rituale di rammentare loro che erano dei
servi; inoltre, gli iloti che avevano sviluppato un'eccessiva forza fisica
erano messi a morte, mentre i loro padroni che non lo avevano impedi-
to ricevevano una punizione. Evidentemente, un ilota troppo forte era
percepito come un pericolo, perché la sua forza lo faceva somigliare a
uno Spartiata e metteva in discussione l'opposizione fra Spartiati forti,
da un lato, e, dall'altro, iloti deboli e di conseguenza inferiori. È ragio-
nevole immaginare che l'uccisione di quelli più forti - prevista anche
da un'altra celebre istituzione spartana, la krypteia (cfr. infra, p. 138) -
avvenisse non di norma ma solo in alcune occasioni, quasi a voler riaf-
fermare periodicamente la distanza che separava gli Spartiati dai loro
servi. Tale distanza trovava un'ulteriore manifestazione sul campo di
battaglia, dove i cittadini combattevano come opliti, laddove agli iloti
erano riservati ruoli logistici di supporto e, se combattevano, lo faceva-
no armati alla leggera. Si è già osservato, però, che le contingenze della
guerra del Peloponneso indussero gli Spartani a fornire un'armatura
oplitica anche a gruppi di iloti. Questa novità destò preoccupazione,
perché comportava un sovvertimento dell'ordine sociale. Non a caso,
gli iloti che avevano accompagnato Brasida nella spedizione in Tracia,
i cosiddetti Brasideioi, ottennero sì la libertà, ma non poterono abitare
LA STRUTTURA ECONOMICA 127

dove volevano: di ritorno nel Peloponneso, gli Spartiati li insediarono


ai margini del loro territorio - a Lepreon, lungo il confine con l'Elide -
a svolgervi un servizio di guarnigione.

L'economia spartana tra ideologia e realtà

Il carattere agrario dell'economia spartana, fondata sulla relazione di di-


pendenza degli iloti dai loro padroni, si accompagnò all'elaborazione di
un'ideologia economica in virtù della quale veri cittadini erano « quanti
si sono liberati dei lavori manuali e, soprattutto, quanti si occupano del-
la guerra»: per Erodoto (11,167) questo modello ideologico, che com-
portava una totale svalutazione dei mestieri, apparteneva a tutti i Greci,
ma erano gli Spartani che lo manifestavano nella maniera più compiuta.
Non aveva torto, giacché essi non si limitavano a disapprovare in manie-
ra informale i lavori manuali, ma introdussero, in un momento impre-
cisato fra VI e v secolo, una norma che vietava ai cittadini di praticare
attività artigianali. Sulla storicità di alcuni dei divieti economici imposti
agli Spartani c'è però da essere cauti, perché essi sono parte dell'idealiz-
zazione di Sparta e suscitano comprensibili scetticismi. In particolare,
è irragionevole che fosse stato introdotto realmente un divieto verso
ogni attività volta al guadagno. Nel fornire un'immagine idealizzante di
Sparta, sia Senofonte ( Costituzione degli Spartani 7) che Plutarco ( Vita
di Licurgo 9) giudicano questo divieto l'ovvia conseguenza -di una so-
cietà in cui dominava l'austerità e non si sentiva il bisogno di particola-
ri beni di lusso, tanto che mercanti e artigiani avevano abbandonato la
città e l'unica moneta in circolazione era una scomoda moneta di ferro,
pesante e di nessuna utilità fuori della Laconia. E nondimeno, malgra-
do questa immagine, a Sparta si svolgevano normali transazioni di beni
tese a ricavare profitti, seppur nelle forme di un'economia dai caratteri
arcaici. Piuttosto, è l'ideologia impostasi nel VI secolo ad aver masche-
rato questa realtà e ad aver maggiormente enfatizzato l'aspetto egualita-
rio dello stile di vita spartano, che trovava una significativa espressione
nell'uso comune che poteva essere fatto di alcuni beni privati: era infatti
lecito, se ve ne era bisogno, prendere in prestito servi, cani da caccia e
cavalli, salvo poi restituirli al proprietario dopo l'uso.
Gli Spartiati più ricchi, che possedevano grandi proprietà fondiarie
e greggi consistenti, ne ricavavano un prodotto di molto superiore alle
necessità e di certo immettevano sul mercato, tramite venditori al det-
12.8 SPARTA

taglio, il surplus di cereali, carne, lana e così via. L' agora di Sparta era il
luogo principale in cui queste transazioni avevano luogo: in un passo
di Senofonte (Elleniche III,3,5-7) essa viene descritta come frequentata
da più di 4.000 individui e, poiché per larga parte non erano cittadi-
ni spartani, doveva costituire un mercato di riferimento non solo per la
città, ma per l'intera regione. Di sicuro, come il passo stesso indica, vi
erano presenti botteghe di fabbri che vendevano armi. Gli unici a essere
formalmente esclusi da attività di compravendita all'interno dell'agora
erano gli Spartiati al di sotto dei trent'anni, laddove per i più anziani
l'esservi impegnati era disonorevole solo se avveniva di continuo: ciò
dimostra che gli Spartiati non erano esclusi dalla sfera economica, ma
la regolamentavano in forme che riflettevano il sistema delle età. Risul-
ta anche che i rapporti economici erano regolati da contratti e spettava
agli efori giudicare le controversie che eventualmente sorgevano. Non si
può negare, pertanto, il coinvolgimento più o meno ampio dei cittadini
nelle transazioni economiche, ma è opportuno comprendere con quali
strumenti fossero condotte.
Gli Spartani non coniarono monete di metallo pregiato prima dell'e-
tà ellenistica. Questo di per sé non è inusuale, perché sono molte le poleis
che non lo fecero, preferendo ricorrere, quando necessario, a monete di
altre città che godevano di fiducia e di larga diffusione (nel Peloponneso
ebbe una duratura circolazione la moneta d'argento di Egina). Ciò che
va osservato, tuttavia, è la coincidenza temporale - in entrambi i casi la
metà del VI secolo - tra la diffusione della moneta in Grecia continenta-
le e l'austerità spartana. Questo implica che, nel momento stesso in cui
si diffuse nel mondo ellenico uno strumento che diede maggiore dina-
micità alle relazioni economiche, Sparta, che in virtù dell'estensione del
suo territorio costituiva di fatto la più grande economia agraria del Pelo-
ponneso, si tenne fuori da questi sviluppi. E mentre la città di VII secolo
era pienamente inserita nelle relazioni commerciali del Mediterraneo,
quella che emerge nel tardo arcaismo diventa chiusa e autoreferenziale.
È in questo contesto che vanno valutate le notizie sulla moneta di
ferro. Le fonti antiche la considerano la moneta tradizionale spartana,
tanto priva di pregio che per trasportarne una quantità corrispondente
a un valore modesto c'era bisogno di un carro (pare che una singola mo-
neta avesse un peso di circa 630 grammi). Si diceva, inoltre, che il ferro
venisse bagnato nell'aceto mentre era ancora incandescente allo scopo
di renderlo inutilizzabile per altri usi. In breve, una moneta priva di va-
lore intrinseco e quasi impossibile da trasportare: apparentemente idea-
LA STRUTTURA ECONOMICA 129

ca per non essere utilizzata! Pertanto, anche se non si tratta dell'unico


caso di moneta di ferro nel mondo greco - quella di Bisanzio è l'esem-
pio più noto -, la realtà storica della moneta spartana è problematica. La
scelta del ferro può essere dipesa dall'ampia disponibilità di questo me-
rallo in Laconia e la circostanza che esso, in particolare se addolcito, si de-
reriora facilmente può spiegare perché nessuna di queste monete sia stata
rinvenuta. Che avesse il nome di pelanor e la forma di focaccia, come
si è supposto fondandosi su fonti lessicografiche, è però solo un'ipotesi.
Risulta perciò utile indagare, più che sulla realtà di questa moneta, sul-
lo sviluppo della tradizione intorno a essa: sia Senofonte che Plutarco
sono molto netti nell'attribuire la sua introduzione a Licurgo, il quale,
contestualmente, avrebbe bandito dalla città l'oro e l'argento. È un dato
oramai acquisito, tuttavia, che il divieto licurgico di possedere metallo
pregiato fu invenzione di quanti, terminata nel 404 a.C. la guerra del
Peloponneso, cercarono di impedire - in contrasto, come si è detto, con
Lisandro - l'introduzione nella città di monete straniere e difesero que-
sra loro posizione asserendo che Licurgo le aveva bandite. La tradizione
sulla moneta di ferro, pertanto, è strettamente connessa con gli eventi
del 404: chi sosteneva che Licurgo avesse bandito il possesso di monete
d'oro e d'argento doveva di necessità contrapporvi una pretesa moneta
cradizionale spartana. Ma resta incerto se la moneta di ferro fu inventata
sul momento o si trattò piuttosto della valorizzazione di un preesistente
strumento di scambio in ferro, che si può immaginare avesse avuto una
qualche diffusione a Sparta, limitata forse a particolari contesti.
In sintesi, a partire dall'età tardoarcaical'economia spartana si chiuse
sempre più su sé stessa. Sul piano degli scambi interni si continuò per
larga parte a ricorrere a forme di baratto, avvalendosi in qualche caso di
monete di altre città (ma in misura marginale, come suggerisce il manca-
to rinvenimento a Sparta di tesoretti monetali) e, forse, di uno strumen-
to di scambio in ferro. Lo shock del 404, poi, determinò l'introduzione
di uno specifico divieto di possedere privatamente monete d'oro e d'ar-
gento, ma fu una reazione passeggera, perché nel giro di pochi anni il
divieto cadde in disuso. Sul piano delle relazioni della polis con il mondo
esterno, nel quale l'utilizzo di moneta coniata si venne progressivamente
a imporre, Sparta fu costretta ad adeguarsi e si dotò, per le necessità di
ordine diplomatico e militare, di un tesoro pubblico che disponeva di
0 ro e argento. Ne è significativa testimonianza un'epigrafe (IG v.1, 1),
che si data agli anni della guerra del Peloponneso e riporta una lista di
contribuzioni volontarie per il fondo di guerra spartano. Vi compaiono
130 SPARTA

contributi di città, di gruppi di esuli e di singoli, versati in alcuni casi


in argento non coniato, ma più spesso in moneta: nonostante lo stato
frammentario del documento, si riconoscono le donazioni sia di monete
d'argento ("stateri" di Egina) che d'oro ("darici" persiani). Ma il com-
plesso delle donazioni appare molto modesto e in linea con quell' imma-
gine, che Aristotele avrebbe in seguito avvalorato (Politica 1271610-17),
di una città nelle cui casse pubbliche non c'era mai denaro: «una città
priva di ricchezze, ma con cittadini amanti delle ricchezze».

Gli usi privati della ricchezza

È ancora Aristotele, nello stesso passo, a informarci che le necessità fi-


nanziarie determinate dalle lunghe guerre comportarono l'imposizione
di un tributo anche agli Spartiati, e che tuttavia il sistema di riscossione
era inefficiente perché i cittadini «non si sottopongono ad un control-
lo reciproco del versamento dei tributi». Questa scarsa propensione a
versare denaro per la propria città si palesa anche nell'assenza di una isti-
tuzione assimilabile alle "liturgie", che nel mondo greco erano lo stru-
mento con cui la polis imponeva ai cittadini più ricchi di assumere sulle
proprie spalle alcuni oneri finanziari. Differentemente da Atene, i ricchi
proprietari fondiari spartani non vennero mai a costituire una "classe
liturgica" chiamata a sostenere le spese più importanti della città.
Ne emerge il quadro di una comunità che a una povertà pubblica ac-
compagnava ricchezze private che potevano essere anche consistenti; e,
poiché la ricchezza era di origine agraria, l'acquisizione da parte dei più
ricchi delle terre che i cittadini più poveri erano stati costretti ad aliena-
re determinò un'ulteriore crescita della disparità economica. Alla lun-
ga, questa dinamica porterà all'imporsi di una società plutocratica, ma
è intanto utile comprendere quali fossero gli usi della ricchezza in una
città che apparentemente la disprezzava. Di certo non ci si può accon-
tentare della consueta immagine idealizzante, secondo cui «quelli che
possedevano molto non ne avevano alcun vantaggio, poiché la ricchezza
non aveva modo di manifestarsi e rimaneva chiusa in casa e immobi-
lizzata» (Plutarco, Vita di Licurgo 9,6). Le limitazioni nell'esibizione
della ricchezza, che le norme cittadine richiedevano in nome dell'egua-
litarismo licurgico, si manifestavano in aspetti rilevanti della vita sociale
- nel vestiario, nell'equipaggiamento militare, così come in alcune cir-
costanze rituali quali i matrimoni o i funerali -, ma continuò a sussistere
LA STRUTTURA ECONOMICA

una pluralità di occasioni in cui la ricchezza trovava modo di esprimersi.


Un esempio indicativo è la proibizione rivolta alle donne di indossare
ornamenti d'oro, che va riferita esclusivamente alle ragazze nell'età di
cransizione verso lo status matrimoniale e non esclude perciò forme di
ostentazione femminile del lusso. Ugualmente, si può ipotizzare che
nella partecipazione ai canti corali la ricchezza giocasse un suo ruolo,
dal momento che non esisteva una figura analoga al corego ateniese, che
sosteneva le spese dei cori, ma ciascuno lo doveva fare con i propri mezzi.
E va quantomeno richiamata, tra le cerimonie festive che materializza-
vano la differenza sociale, la processione da Sparta ad Amide che aveva
luogo durante le lacinzie, in occasione della quale le ragazze viaggiavano
su carri riccamente adorni (i cosiddetti kannathra), che riflettevano le
differenti possibilità economiche delle famiglie di appartenenza.
Per un ristretto gruppo di Spartiati particolarmente facoltosi c'era
un'altra possibilità: quella di esibire la propria ricchezza, o di tesauriz-
zarla, al di fuori del territorio della città. L'uso di occultare in depositi
situati all'estero, in particolare in Arcadia, una parte delle proprie risorse
di oro e di argento - si è parlato di "tesaurizzazione rimossà' - sembra
fosse diffuso già nel v secolo e va di pari passo con la tendenza a fare mo-
stra della propria disponibilità economica nei grandi santuari panelleni-
ci. Notoriamente, una delle manifestazioni più eclatanti della ricchezza
delle aristocrazie greche era costituita dalle vittorie ottenute nella corsa
dei carri in occasione delle competizioni che avevano luogo in questi
santuari, dalle quali si ricavava prestigio e potere. Ebbene, quando gli
Spartani, le cui vittorie a Olimpia erano diminuite in maniera drastica
nei primi decenni del VI secolo, tornarono a ottenere un numero consi-
stente di vittorie, le conseguirono nelle gare ippiche. Il picco di queste
vittorie si situa fra 450 e 42.0 a.C. (dopo di che, per un ventennio, gli
Spartani furono esclusi dai giochi Olimpici) ed è coevo ai primi segnali
di allargamento del divario economico tra ricchi e poveri: la ricchezza
conseguente alla maggiore disponibilità di terre da parte dell'élite spar-
tana trovava evidentemente nelle corse dei carri una delle occasioni in
cui manifestarsi.
La possibilità di ottenere vittorie nei principali agoni panellenici
presupponeva a sua volta la presenza di un circuito locale di competi-
zioni equestri, che ci è testimoniato da un rilevante documento rinve-
nuto a Sparta: è la già ricordata stele di Damonon (1G v.1, 2.13; cfr. supra,
pp. 82.-3), una dedica ad Atena Poliachos nella quale sono elencate le
Vittorie ottenute da Damonon e suo figlio in una serie di competizio-
SPARTA.

ni ippiche che si svolgevano in tutta la Laconia. Ovviamente, non era


la stessa cosa vincere in queste competizioni locali e vincere invece nei
grandi agoni panellenici, ma il documento, databile nei primi anni del
IV secolo, illustra bene il coinvolgimento dell'élite spartana in un' atti-
vità che era estremamente dispendiosa. Peraltro, mentre Damonon si
limitava a celebrare le vittorie ottenute con una stele sull'acropoli spar-
tana, le vittorie conseguite negli agoni panellenici erano accompagnate
dalla dedica di sfarzosi monumenti, che il più delle volte includevano
una statua del vincitore. A tali dediche si aggiungevano quelle offerte
negli stessi santuari dai comandanti militari. Le circa quaranta statue di
bronzo da cui era costituito il monumento dei navarchi che Lisandro de-
dicò a Delfi rappresentano, nella loro eccezionalità, un caso particolare,
ma indicano chiaramente che per l'élite spartana il luogo in cui celebra-
re sé stessi ed esibire la propria ricchezza fossero i santuari panellenici.
Fuori del territorio cittadino questa élite non si sentiva più vincolata al
contenimento delle spese suntuarie. Non è un caso che Senofonte indi-
casse tra le ragioni della crisi della città ( Costituzioni degli Spartani 14,4)
la circostanza che «coloro che sembrano essere i primi» preferivano ot-
tenere comandi ali' estero piuttosto che restare a Sparta, e si sottraevano
in questo modo all'austerità e alla durezza del modo di vivere spartano.
6
L'ordine della vita collettiva

L'essenza dello Spartan way o/ !ife era racchiusa, agli occhi degli altri
Greci, in alcune pratiche sociali che già si è avuto occasione di richia-
mare nel corso di queste pagine e che, per larga parte, sono l'esito del-
la trasformazione sociale della città nella tarda età arcaica. L'austerità
di queste pratiche era proverbiale nell'antichità e si è riflessa in alcune
immagini fra le quali spicca, per la suggestione che essa ha esercitato e
ancora esercita, quella raffigurante gli anziani intenti ad accertarsi che
i neonati fossero sani e a decretarne, qualora non lo fossero, la morte.
È l'immagine in cui meglio si rispecchia la percezione di Sparta come
città "totalitaria", che perseguiva politiche eugenetiche e non concedeva
ai padri la scelta di allevare o meno i figli, avocando a sé l'autorità su
ogni aspetto della vita, dalla nascita alla morte. La critica degli ultimi
decenni, nel suo sforzo di negare l'eccezionalità spartana e normaliz-
zare l'interpretazione della sua società, ritenendola solo parzialmente
diversa da quella delle altre città greche, è però intervenuta a negare la
presenza di un controllo pervasivo della comunità statale sulla vita dei
singoli cittadini. Sta emergendo, grazie a questo sforzo, una più atten-
dibile immagine della città, che riconosce il ruolo della famiglia e del
privato nella vita sociale degli Spartiati. Ma bisogna evitare gli eccessi:
mettere in discussione, come talvolta si è fatto, la storicità di alcune te-
stimonianze perché in contraddizione con questa "nuovà' immagine di
Sparta è una strada da percorrere con cautela.L'idealizzazione di Sparta
ha certo pesato nel deformare la rappresentazione della sua società e, di
conseguenza, è compito arduo offrirne una ricostruzione attendibile,
rna che alcune pratiche sociali possano essere messe da parte alla stregua
di pure invenzioni è un'ipotesi estrema, da verificare di volta in volta.
Ìanto più che il loro esame consente di intravedere una società che, al
di là del suo preteso aspetto totalitario, ha reinterpretato una moltitu-
dine di costumi e riti di una società tradizionale, dando loro una forma
134 SPARTA

peculiare che la faceva apparire "diversa". E ha elaborato, intorno alle


pratiche sociali in cui si manifestava questa diversità, una propria idea
di cittadinanza.

Sistema delle età ed educazione collettiva

Diversa, certamente, era l'educazione spartana, obbligatoria per tutti i


cittadini. Gli unici esentati erano gli eredi al trono: destinaci a coman-
dare, essi non partecipavano a una pratica sociale che aveva la funzione
di abituare i ragazzi all'ubbidienza e al conformismo. Il nome con cui è
generalmente noto il sistema educativo è agoge, sebbene sia solo a partire
dall'età ellenistica che il termine risulta utilizzato in riferimento all'edu-
cazione spartana. Peraltro, più che riferirsi all'educazione nel suo com-
plesso, l 'agoge era più propriamente la "disciplina" che la società spartana
richiedeva ai più giovani. Il cardo apparire del termine nella documen-
tazione disponibile esemplifica bene un problema di fondo con cui è
necessario confrontarsi. Il sistema educativo ha costituito, ancora in età
romana, l'istituzione in cui gli Spartani maggiormente riconoscevano
la propria identità e ciò ne spiega la sopravvivenza attraverso i secoli.
Tuttavia, poiché esso è inevitabilmente mutato nel corso dei secoli, non
è facile valutare l'affidabilità delle fonti tarde - in particolare di Plutar-
co, che poté in prima persona assistere ad alcuni riti che ancora avevano
luogo alla sua epoca - per la ricostruzione dell'educazione di età classica.
Numerose convergenze era la descrizione offerta da Senofonte (Costitu-
zione degli Spartani 2-4) e quella di Plutarco (Vita di Licurgo 16-19 ), che
si fondava ampiamente su materiale aristotelico, suggeriscono però che
anche la fonte più carda possa fornire informazioni di ottima qualità.
Prima di entrare nello specifico dell'educazione collettiva, sono
opportune alcune osservazioni sul sistema di classi di età all'interno
del quale si sviluppava il processo educativo. Si è discusso se la società
spartana possa essere considerata una "autentica" società a classi di età,
ma è una discussione che rischia di essere puramente nominalistica: se
si considerano cali solo quelle società in cui i gruppi strutturaci per età
regolano l'organizzazione di una comunità acefala - che cioè non con-
centra il potere politico in mano a dei capi -, è indubbio che Sparta
non possa essere annoverata fra le società a classi di età. Questo criterio
risale però a scudi antropologici invecchiaci, mentre il punto che merita
di essere sottolineato è un altro: a Sparta assistiamo a una scrutturazio-
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 135

ne del corso biologico dell'esistenza rigidamente determinata e cale da


assegnare al criterio dell'età, quale si manifestava sia nelle classi di età
sia in un'organizzazione dell'incera comunità per fasce generazionali,
un ruolo di primo piano in tutte, o quasi, le sfere di azione sociale. Ciò
la differenziava da quanto accadeva nella maggioranza delle città greche,
in cui la funzione dei gruppi di età era in genere limitata ai riti e ai culti
che presiedevano il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Le fonti di
cui disponiamo non consentono di indagare sulle origini di questa pecu-
liarità, ma è probabile che gli Spartani abbiano proceduto a rifunziona-
lizzare riti preesistenti e intorno a essi abbiano costruito una complessa
organizzazione delle età. È verosimile, in considerazione del legame esi-
stente tra le classi di età giovanili e il culto di Artemide Orthia, che ciò
sia avvenuto in corrispondenza della profonda ristrutturazione del san-
tuario della dea all'inizio del VI secolo. Quel che è certo è che l 'organiz-
zazione delle età e il sistema educativo che osserviamo in età classica non
rappresentano il residuo di un mondo arcaico o primitivo, ma l'esito di
un processo intenzionale di istituzionalizzazione.
Alla base del sistema delle età vi era l'inclusione di ciascun indivi-
duo all'interno della classe che comprendeva tutti coloro che fossero
nati in uno stesso anno. Queste classi scorrevano di anno in anno attra-
verso un sistema di gradi di età. Alcune fonti tarde forniscono anche il
nome dei singoli gradi di età annuali, che andavano dai quattordici ai
vent'anni, ed è probabile che questi nomi risalissero già all'età classica.
In particolare, quelli che compivano venti anni erano chiamati eirenes:
era un momento significativo nella vita di ogni Spartiata, poiché segnava
il conseguimento dell'età adulta, l'assunzione del ruolo di cittadino e
l'entrata a pieno titolo nell'esercito (e infatti le classi di età divenivano
da quel momento classi di leva). Ma non era l'unica cesura presence nel
sistema spartano delle età, poiché ugualmente importante era quella dei
trent'anni, quando aveva termine l'educazione collettiva. Sia Senofonte
che Plutarco non si soffermano però sui singoli gradi di età annuali, ma
li accorpano all'interno di categorie più ampie. Senofonte distingue tre
fasce d'età e associa a ciascuna di queste fasce specifici comportamenti:
le prime due erano costituite da ragazzi (prima paides e poi paidiskoi),
inencre la terza includeva i giovani tra i venti e i trent'anni (hebontes).
Si accedeva all'educazione già a partire dai sette anni. Non bisogna
però ritenere che i fanciulli fossero sottratti alla famiglia. Piuttosto,
alla socialità che si sviluppava nell'ambiente familiare se ne aggiungeva
una seconda, particolarmente valorizzata dall'ideologia cittadina, seb-
SPAR1',I\.

bene sia impossibile indicare quanto tempo si trascorresse in famiglia e


quanto invece con i compagni di età. I ragazzi venivano divisi in gruppi
(le agelai, "greggi", ma il nome corrente a Sparta doveva essere bouai), e
su tutti sovrintendeva un magistrato specificamente addetto all'educa-
zione, il paidonomos. Intorno ai dodici anni l'educazione diveniva più
dura: i ragazzi si rasavano a zero i capelli, vivevano per tutto l'anno con
un'unica veste e dormivano insieme ai coetanei su dei pagliericci. Si do-
vevano accontentare di razioni ridotte di cibo, ma era concesso rubarlo,
salvo essere puniti se scoperti: una contraddizione solo apparente, che
aveva lo scopo di mettere alla prova i ragazzi e far emergere le capacità
dei migliori. L'educazione spartana, infatti, generava conformismo, ma
era anche un meccanismo di selezione delle leadership.
Il furto di cibo era al centro del celebre rituale che aveva luogo nel
santuario di Artemide Orthia. Nella forma che aveva in età classica, il
rito si basava sulla sfida tra un gruppo di ragazzi intenti a rubare dei
formaggi posti sull'altare della dea e un secondo gruppo, costituito pre-
sumibilmente da giovani uomini, che armato di fruste si adoperava per
impedirlo. Non era una fustigazione rituale, perché i ragazzi cercavano di
evitare di essere colpiti dalle fruste, ma una prova di sopportazione e di
abilità. Il materiale archeologico che lo stesso santuario ha restituito for-
nisce ulteriori evidenze sulle competizioni che vi avevano luogo. Da un
lato, abbiamo le centinaia di maschere di terracotta, databili tra il VII e il
v secolo a.C., che rappresentavano figure grottesche, donne anziane, gio-
vani uomini, adulti ecc. La loro funzione è ignota: si può solo ipotizzare
che nel santuario avessero luogo delle rappresentazioni drammatiche,
connesse forse con i riti di passaggio d'età, che facevano uso di maschere.
Dall'altro lato, gli scavi hanno restituito oltre cento stele con iscrizio-
ni dedicatorie a Orchia: per lo più sono di età romana, ma una risale
all'età classica (1G v.1, 255). In cali stele i vincitori delle competizioni era
adolescenti celebravano la loro vittoria e dedicavano alla dea un falcetto,
un'arma che i ragazzi spartani - non ancora opliti adulti - erano soliti
porcare con sé e che era strettamente associata ai rituali di iniziazione. La
sorveglianza che gli adulti rivolgevano al processo educativo dei ragazzi
aveva anche lo scopo di evitare usi impropri di cali armi nel corso delle
numerose gare e lotte che accompagnavano questi anni di formazione.
A vent'anni il percorso iniziatico aveva termine: i giovani si faceva-
no crescere i capelli, erano soliti ungersi d'olio il corpo e, soprattutto,
assumevano atteggiamenti spavaldi e competitivi che contrastavano
con l'obbedienza e la riservatezza cui erano tenuti durante la prima fase
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 137

dell'educazione. Fonti tarde attestano che i giovani in questo periodo


erano detti anche sphaireis, un termine che li associa a una competizio-
ne - alla quale allude già Senofonte ( Costituzione degli Spartani 9,5) -
che prevedeva l'utilizzo di una palla (sphaira). Ma la manifestazione più
eclatante della continua rivalità giovanile era la selezione dei trecento
hippeis, i "cavalieri". Nonostante il nome, essi costituivano l'élite dell' e-
sercito oplitico e accompagnavano i re in battaglia: era perciò partico-
larmente prestigioso appartenervi. La selezione era affidata dagli efori a
ere uomini nel pieno del vigore fisico (gli hippagretai), ciascuno dei quali
ne doveva scegliere cento e doveva giustificare la propria scelta. Quanti
erano stati esclusi si sentivano in costante competizione con i tre selezio-
natori e i trecento prescelti, al punto che i due gruppi venivano spesso
alle mani. La selezione, infatti, si rinnovava ogni anno e, fin quando non
avessero raggiunto i trent'anni, gli esclusi potevano aspirare a essere am-
messi tra gli hippeis e sfruttavano ogni occasione per attaccare quelli che
erano stati scelti al loro posto. Consentendo queste forme di violenza
controllata - tutti gli adulti avevano facoltà di intervenire qualora lo
scontro degenerasse - questa usanza offriva uno sfogo all'irruenza gio-
vanile e la metteva al servizio della città.
La dialettica tra i ragazzi non ancora ventenni e i giovani tra i venti
e i trent'anni era un aspetto essenziale del sistema educativo spartano.
Sebbene ancora sottoposti all'educazione collettiva, i giovani adulti co-
adiuvavano il paidonomos nel vigilare sui ragazzi e svolgevano nei loro
confronti una funzione educatrice che trovava espressione, tra le altre
cose, nelle relazioni pederastiche. Era costume, infatti, che un giovane
adulto assumesse il ruolo di "amante" (erastes, ma il termine locale era
cispenelas) di un ragazzo "amato" (eromenos). Speculando sul significato
del termine eispenelas, "colui che soffia dentro", si è ritenuto in passato
che nella concezione spartana dell'atto pederastico l'amante trasmettes-
se ali' amato, attraverso il proprio seme, le sue qualità di eccellenza fisica
e militare. È un'interpretazione priva di reale supporto nella documen-
tazione, ma non c'è ragione di dubitare che l'atto fosse realmente consu-
1nato: le fonti che descrivono la pederastia spartana come una relazione
fondata sull'ammirazione che il giovane provava per il ragazzo, negando
che vi fosse un rapporto carnale, sono quelle che più riflettono l'idealiz-
zazione di Sparta. Peraltro, pur trattandosi di una pratica profondamen-
te integrata nel sistema educativo, è improbabile che la pederastia fosse
istituzionalizzata al punto che tutti i ragazzi dovevano passare attraverso
di essa. Di certo, i legami che si creavano attraverso questi rapporti po-
SPAR'I'Ji.

cevano costituire un mezzo di ascesa sociale, giacché, non diversamente


dalle relazioni matrimoniali, anche quelle pederastiche potevano essere
di convenienza.
Un discorso a parte va fatto sulla krypteia. La fama di questa pratica,
che la tradizione antica aveva difficoltà ad attribuire a Licurgo a causa
della sua efferatezza, è legata a un'interpretazione che ne venne offerta
circa un secolo fa e che la considerava un rito di iniziazione: per divenire
membro a pieno titolo della comunità, il ragazzo spartano era tenuto a
uccidere un ilota! Il quadro delle fonti non è però univoco, poiché sotto
il nome di krypteia è riportato sia un particolare esercizio di resistenza al
dolore e alla fatica, che richiedeva ai giovani di vivere per un certo perio-
do nascosti lontano dalla città (così Platone, Leggi 633b-c; si osservi che
kryptos significa, per l'appunto, "nascosto"), sia una pratica terroristico-
poliziesca che contemplava delle spedizioni notturne durante le quali i
giovani uccidevano gli iloti (Aristotele, fr. 543 GIGON). Di fronte a questa
duplice rappresentazione, la critica non è pervenuta a un'interpretazione
condivisa e non è escluso che possa trattarsi di due usanze differenti. È
rilevante notare, tuttavia, che nessuna delle fonti che citano la krypteia
è precedente agli anni Cinquanta del IV secolo e si fa sempre più strada
l'idea che essa, lungi dall'essere il retaggio ancestrale di un rito primitivo,
sia un costume introdotto dopo la perdita della Messenia. Potrebbe essere
stato un modo per riaffermare, attraverso l'uccisione degli iloti, la supe-
riorità degli Spartiati e il loro diritto a dominare su iloti e Messeni. In ogni
caso, la krypteia non riguardava i ragazzi nell'età della transizione alla vita
adulta, ma era riservata a un numero limitato - una piccola élite - di gio-
vani già adulti, il che ne esclude una funzione prettamente iniziatica.

La "costruzione" delle madri e dei figli

Il termine dell'educazione collettiva a trent'anni non è casuale ed evi-


denzia l'importanza che questo momento aveva nella vita degli Spar-
tiati. A quest'età i giovani abbandonavano la compagnia dei propri
coetanei ed erano incoraggiati a mettere su famiglia: anzi, esistevano
specifiche punizioni per i celibi. Tali punizioni, che si può ipotizzare
scattassero a trentacinque anni, indicano che la comunità si attendeva,
una volta concluso il percorso educativo, un veloce conseguimento del-
la condizione di paternità. Il loro scopo, tuttavia, non era quello di mas·
simizzare la procreazione, altrimenti non si comprenderebbe perché
1,'0RDINE DELLA VITA COLLETTIVA 139

\'enissero puniti anche coloro che si sposavano troppo tardi. Piuttosto,


lo scopo era quello di definire i limiti, da un lato e dall'altro, dell'età da
destinare alla procreazione. Del resto, la questione della riproduzione
del corpo civico, generazione dopo generazione, era centrale nella cul-
cura spartana, perché non si trattava solo di mettere al mondo dei figli,
ma soprattutto di generare "buoni" Spartani, e a questo fine il ruolo
della donna era valorizzato più di quanto usuale nel mondo greco. Un
detto che sarebbe stato pronunciato da Leonida, rivolgendosi alla mo-
glie Gorgo, vuole che compito della donna spartana fosse « sposare un
uomo valente e generare figli valenti» (Plutarco, Moralia 24oe). Da al-
cri Detti attribuiti alle madri spartane risulta chiaro cosa ciò significasse:
il tema che li ispira - come nel celebre caso della madre che invitava il
figlio in partenza per la guerra a tornare "con lo scudo" o "sopra lo scu-
do", cioè a tornare con onore, non importa se vivo o morto - è il timore
che il figlio non si mostrasse degno della città di Sparta o che fosse fug-
gito dando le spalle al nemico (di qui anche l'importanza che le ferite
ricevute dai figli caduti in guerra fossero sul petto e non sulla schiena).
È certo una rappresentazione ideologica della maternità spartana, che
però spiega l'attenzione che, allo scopo di generare figli degni di Sparta,
veniva rivolta all'educazione delle ragazze in quanto future madri, ai
costumi matrimoniali e alla nascita.
Le ragazze spartane tendevano a sposarsi a una età più alca rispetto
alle consuetudini vigenti in Grecia. Le fonti non forniscono indicazioni
precise, ma è verosimile che ciò avvenisse incorno ai diciotto/venti anni.
Questo allungamento del periodo durante il quale le ragazze erano, al
tempo stesso, puberi e nubili era variamente valutato. Agli occhi degli
altri Greci, presso i quali le ragazze passavano giovanissime, spesso anche
prima dei quindici anni, dalla casa dei genitori a quella dei loro mariti,
questo "ritardo" dell'età matrimoniale appariva poco decoroso perché
illlungava una fase della vita in cui le adolescenti godevano di una libertà
giudicata eccessiva: invece di trascorrere il loro tempo all'interno della
casa, impegnate nella produzione di vesti o in altre attività domestiche
giudicate più appropriate alle donne, le ragazze spartane socializzava-
no fra loro negli spazi pubblici! Dietro l'accusa formulata da Aristotele
(Politica 1269b12-14) di licenziosità delle donne spartane c'era la disap-
provazione verso cali comportamenti. E, se pure avevano fama di esse-
re belle - proprio come il loro archetipo mitico, la spartana Elena -,
era però una reputazione ambigua: essendo solite indossare una tunica
corea, necessaria all'esecuzione di attività fisiche, la tradizione ostile agli
SPARTA

Spartani le apostrofava come "mostracosce" (Ibico, fr. 58 PAGE), incapa-


ci nemmeno se avessero voluto di essere pudiche (Euripide, Andromaca
595-596). La circostanza che in occasione di alcune processioni rituali
cantassero e danzassero nude dinanzi ai giovani favorì la diffusione di
questo pregiudizio.
Nel sistema di valori spartano, però, il differimento dell'età matri-
moniale era giustificato sulla base della credenza che i figli sarebbero
nati robusti solo se generati da madri e padri a loro volta robusti. L'età
giusta per iniziare a procreare, quindi, era quella della piena maturità
fisica (circa trent'anni per gli uomini, venti per le donne), per cui, da
un lato, non era opportuno sposarsi troppo presto, dall'altro, le ragazze
spartane, allo stesso modo dei loro coetanei maschi, erano tenute du-
rante l'adolescenza a un intenso esercizio fisico che avrebbe consentito
loro, una volta spose, di generare figli forti. In particolare, la loro attività
ginnica consisteva in gare di corse e di lotta: le prime sono ampiamente
attestate - basti qui richiamare l'idillio di Teocrito che rappresenta un
gruppo di 240 ragazze, tutte unte d'olio, intente a una corsa lungo l'Eu-
rota (Epitalamio di Elena 22-25) -, mentre siamo male informati sulle
lotte. In ogni caso, sebbene le giovani spartane non pare attraversassero
dei gradi di età analoghi a quelli maschili, la loro socializzazione negli
anni che precedevano il matrimonio - all'interno dei cori come nell 'at-
tività ginnica - era intensa e risentiva del modello maschile (forse anche
in relazione a possibili relazioni omosessuali fra le ragazze; cfr. Plutarco,
Vita di Licurgo 18,9 ).
L'insistenza delle fonti sulla funzione procreativa del matrimonio
non deve però mascherare alcuni aspetti peculiari della sessualità spar-
tana. Una celebre pagina di Plutarco (Vita di Licurgo 15,4-10) attesta
che il matrimonio assumeva le forme di un rapimento rituale e che gli
incontri tra gli sposi avvenivano, per un periodo che poteva essere anche
lungo, di nascosto. In occasione di questi incontri la ragazza attendeva
lo sposo al buio stesa su un pagliericcio, con il capo rasato a zero e in-
dossando un mantello e dei calzari da uomo: assumeva, cioè, l'aspetto
di ragazzo sottoposto all'educazione collettiva. Le ragioni di questo
travestimento sono chiarite da un autore di età ellenistica, tale Agnone
di Tarso (Ateneo 602d-e), che è a conoscenza del fatto che prima del
matrimonio era consuetudine dei giovani spartani avere con le ragazze
dei rapporti sessuali modellati sulle relazioni pederastiche che in questa
stessa fase della vita essi intrattenevano con i ragazzi, e questo implica
che il coito fosse infecondo. I due testi stanno evidentemente parlando
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 141

della stessa cosa, anche se paiono contraddirsi sulla natura prematrimo-


niale (Agnone) o all'inverso matrimoniale (Plutarco) di tale usanza.
Tuttavia, la circostanza che gli incontri descritti da Plutarco avessero
luogo di nascosto, con il giovane intento a non farsi vedere mentre en-
rrava e usciva dalla casa in cui lo attendeva la ragazza, assicura che non si
trattava di una relazione già pienamente matrimoniale, ma di una sorta
di matrimonio nascosto. Nel periodo fra i venti e i trent'anni i giovani
spartani erano dunque impegnati in una duplice sessualità: l'una pede-
rastica, che in questa fase della vita era quella socialmente valorizzata,
l'altra eterosessuale, durante la quale si univano furtivamente con le
loro (future) spose nelle stesse forme in cui lo facevano con i ragazzi e
dalla quale non ci si attendeva la generazione di figli - il che, peraltro,
non impediva che talvolta ne nascessero.
È bene considerare come si configurasse una società i cui costumi ma-
trimoniali inibivano la procreazione fino a quando l'uomo non avesse
raggiunto trent'anni, e nella quale però erano puniti quanti si attarda-
vano a sposarsi e a procreare. Ne discendeva, infatti, una divisione del
corpo civico secondo un criterio generazionale, che distingueva fra la
classe dei figli, dei padri e degli anziani ( i nonni paterni). Il grado gene-
razionale dei figli comprendeva quanti non avevano ancora trent'anni
ed erano impegnati nell'educazione collettiva, ma esclusi dalla sfera eco-
nomica e politica. La generazione dei padri, invece, era costituita dagli
uomini di età matura fra i crema e i sessant'anni, che potevano accedere
alle principali magistrature cittadine: non è detto che tutti avessero con-
seguito la paternità, mal' eventuale scelta di non sposarsi era socialmente
stigmatizzata. Infine, gli uomini di oltre sessant'anni erano liberi dagli
obblighi militari ed eleggibili al consiglio degli anziani. Questo criterio
di organizzazione sociale, circoscrivendo severamente il periodo desti-
nato alla procreazione legittima, si sforzava di mantenere costante la di-
stanza era le generazioni, con indubbi vantaggi soprattutto in relazione
alla devoluzione dei beni fondiari: un figlio che a trent'anni metteva su
famiglia poteva contare sul facto che il padre, se vivo, avesse superato i
sessant'anni e gli avesse ceduto la gestione della proprietà familiare.
La struttura generazionale della società spartana offre un quadro di
riferimento per riconsiderare il canto famoso costume spartano dello
scrutinio dei neonati. L'unica fonte che lo testimonia (Plutarco, Vita di
licurgo 16,1-2) asserisce che alla nascita i bambini erano condotti dai
loro padri nelle cosiddette leschai, nelle quali gli anziani delle tribù li
esaminavano con attenzione e, se li giudicavano robusti, comandavano
SPARTA.

che fossero allevati e che ricevessero, come si è detto, un lotto di terra.


Se apparivano deboli o deformi, invece, si ricorreva ali' infanticidio ed
essi venivano abbandonati in una voragine nei pressi del Taigeto. Pare
indubbio che, così come si presenta, il testo implichi il perseguimen-
to di una politica eugenetica volta all'"allevamento dei migliori". Ma
una parte della critica più recente, partendo dall'assunto che le prati-
che eugenetiche risultano attestate nella Repubblica di Platone e in altri
modelli utopici di città, ha negato la storicità di questo costume. Si è
immaginato, cioè, che esso sia stato inventato, presumibilmente dall'au-
tore di una Costituzione degli Spartani consultato da Plutarco, basandosi
su un motivo diffuso ali' interno della tradizione utopica. La questione
non può però essere risolta così facilmente, tanto più che il riferimento
alle leschai, che erano un luogo tipico della socialità spartana, coglie un
aspetto di questa cerimonia che difficilmente può essere frutto di inven-
zione. Perciò, più che rifiutare la testimonianza, è preferibile provare a
reinterpretare il costume descritto da Plutarco.
La presentazione dei neonati dinanzi agli anziani della tribù ha tutto
l'aspetto delle tipiche cerimonie che nelle città greche erano finalizza-
te all'ammissione dei bambini ali' interno della suddivisione civica alla
quale apparteneva il padre. Attraverso tali cerimonie la comunità rico-
nosceva la legittimità di nascita del neonato e, di conseguenza, il suo di-
ritto futuro a essere ammesso nel corpo civico e a ereditare i beni paterni.
Ma a Sparta i figli eventualmente nati durante la fase "nascosta" del ma-
trimonio di certo non erano ritenuti legittimi, per cui la presentazione
dei neonati aveva tra i suoi fini quello di ribadire che figli legittimi erano
solo quelli messi al mondo da genitori che non fossero troppo giovani.
E dunque, poiché a Sparta si riteneva che i figli nascessero sani e robusti
solo se generati da padri e madri nell'età della piena maturità fisica, ecco
che gli anziani della tribù, più che osservare chi fra i neonati fosse desti-
nato a crescere sano e chi no, guardavano di fatto chi era nato nei tempi
destinati alla procreazione legittima e chi invece troppo presto o troppo
tardi. Così richiedeva il loro sistema di pensiero, sicché dietro l'aspetto
apparentemente eugenetico di questa pratica spartana si cela un mecca-
nismo di controllo della corretta distanza fra le generazioni: se generati
al momento sbagliato, i figli erano di fatto illegittimi e ci si aspettava che
fossero deboli e malfermi. Va da sé che in una cerimonia che ammette-
va ali' interno delle suddivisioni civiche i figli legittimi, quelli illegittimi
difficilmente venivano condotti dinanzi agli anziani della tribù: c'è da
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 143

presumere che l'infanticidio dei neonati fosse più affermato simbolica-


mente che praticato nella realtà.
Da ultimo, c'è un peculiare costume matrimoniale che, alla luce di
quanto fin qui osservato, merita di essere menzionato: a un uomo an-
ziano che avesse una moglie giovane era consentito ottenere una discen-
denza tramite un uomo fisicamente prestante. Pertanto, questa relazione
matrimoniale si presentava come deviante rispetto alle norme spartane
sull'età dei coniugi, ma il ricorso a una paternità "surrogatà' permetteva
di rispettare il principio per cui i figli dovevano nascere da genitori biolo-
gici nel pieno delle loro forze. Commentando questo costume, Senofon-
te ( Costituzione degli Spartani 1,9) osservava che ai figli così generati era
riconosciuta la posizione sociale del padre legale, ma non ne ereditavano
i beni, e ciò implica che essi non fossero pienamente legittimi. Non ca-
sualmente, lo stesso Senofonte attesta la presenza, ali' interno della so-
cietà spartana, di un gruppo di figli illegittimi e che tuttavia erano «di
bell'aspetto e non ignari degli onori cittadini» (Elleniche v,3,9).

I pasti in comune

L'altra istituzione nella quale si è voluto riconoscere l'aspetto totalita-


rio della società spartana sono i pasti in comune e si comprende bene
il perché: ogni giorno - più precisamente ogni sera - gli Spartiati non
condividevano i pasti in famiglia, ma erano tenuti a prenderli insieme a
un piccolo gruppo di propri concittadini. È utile, anche in questo caso,
iniziare dal nome. Nella tradizione antica essi sono generalmente noti
come "sissizi" (syssitia ), un termine che, richiamando per contrasto quel-
lo di "simposio", intende indicare una commensalità in cui l'aspetto do-
minante non era dato dal "bere insieme", ma dal "consumare insieme il
pasto". Senofonte preferisce il termine syskenia, che mette in risalto che i
pasti si tenevano sotto una stessa tenda e ne valorizza di conseguenza la
funzione militare, perché era durante le campagne militari che gli Spar-
tiati consumavano i pasti sotto le tende dell'accampamento. Né l'uno
né l'altro termine appartengono però all'uso spartano. La fortuna del
nome "sissizi" nella tradizione antica è dovuta al fatto che il dibattito
sulle somiglianze tra la costituzione spartana e quella cretese si incen-
trò in particolare sui pasti in comune: l'invenzione del termine servì
perciò a creare una categoria unitaria, ali' interno della quale inquadra-
re le forme di commensalità attestate a Sparta e Creta e diversamente
144 SPARTA

denominate in ciascuna di queste realtà. A Creta il nome dei sissizi era


andreia ("banchetti degli uomini", un vocabolo attestato nella Sparta di
età arcaica: Alcmane, fr. 98 PAGE), mentre a Sparta essi erano chiamati
pheiditia o philitia: se la forma originaria era la prima, il nome dei pa-
sti in comune intendeva alludere alla loro frugalità (il verbo pheidesthai
significa "vivere in maniera parsimoniosa"); il termine philitia, invece,
sembra richiamare l'amicizia (philia) che caratterizzava le relazioni tra i
membri di uno stesso sissizio.
Il termine syssitia, inoltre, compare quasi sempre al plurale, a dimo-
strazione di come la prospettiva attraverso la quale le fonti li considerano
non è quella del singolo individuo, che si aggrega ad altri per partecipare
privatamente a un banchetto, ma è quella della città che ripartisce i suoi
membri in una pluralità di gruppi conviviali. Ne segue che i sissizi erano
anzitutto un'istituzione della polis, e infatti per Aristotele il «criterio
tradizionale della cittadinanza» (Politica 1271a35-37) era la partecipa-
zione ai pasti in comune e, soprattutto, il pagamento mensile delle quo-
te contributive. Questa quota operava come un meccanismo censitario:
ogni Spartano conservava la cittadinanza fintanto che le sue proprietà
gli garantivano - oltre a quanto necessario per la sua famiglia - un pro-
dotto sufficiente per versare tale quota. In considerazione del carattere
dell'economia spartana, non sorprende che la quota, in natura, fosse co-
stituita da quegli stessi prodotti che i cittadini ricavavano dai propri ter-
reni e poi consumavano durante i pasti: anzitutto farina di orzo e vino,
e poi formaggio, fichi e una modesta somma di denaro per l'acquisto di
altri alimenti. Le quantità indicate nelle fonti sono superiori al consu-
mo ordinario di un individuo ed è perciò verosimile che una parte della
quota fosse destinata alla città per finalità pubbliche, soprattutto milita-
ri, mentre il resto spettava al sissizio cui ogni singolo cittadino apparte-
neva. La grandezza media delle proprietà fondiarie spartane suggerisce
che, fin quando non si acuirono le disparità economiche, l'assolvimento
di quest'obbligo fiscale dovette essere agevole. Gli unici a non versare la
propria quota erano i due re, la cui condizione, come si è visto anche in
relazione all'educazione collettiva, era particolare: oltre a banchettare
insieme quando non erano impegnati in spedizioni militari, i re erano
nutriti a spese pubbliche.
Il principio alla base della composizione dei sissizi era che coloro che
prendevano il pasto insieme erano compagni d'armi. Di conseguenza, i
sissizi fungevano anche da unità militare - un'unità di piccole dimen-
sioni, se è vero che a ciascuno di essi partecipavano in età classica circa
1' ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 145

quindici persone. Non erano però i magistrati cittadini a decidere a qua-


le sissizio aggregare ciascun individuo. Ogni sissizio, infatti, era un'unità
a sé e, nonostante la funzione pubblica che svolgeva, conservava un ca-
rattere privato, tanto che si diceva che nessuna delle parole che i convi-
tati si scambiavano dovesse trapelare all'esterno. Pertanto, erano i com-
ponenti di ciascun sissizio che avevano la facoltà di decidere quali nuovi
membri cooptare al proprio interno. Plutarco ( Vita di Licurgo 12,9-11)
descrive una particolare modalità di ammissione che richiedeva, affin-
ché un candidato fosse ammesso, l'unanimità: ogni commensale gettava
dentro un vaso una pallottola di mollica che, se schiacciata, costituiva un
voto contrario all'ammissione. Se nel corso dello scrutinio veniva tro-
vata anche una sola pallottola schiacciata, il candidato veniva respinto.
Un voto in queste forme "democratiche': che richiamano vagamente la
procedura ateniese dell'ostracismo, solleva alcune perplessità, ed è anche
stato suggerito che questa fosse una modalità introdotta nel IV secolo
non per ammettere i candidati al sissizio, ma per respingere i membri
che non disponevano più dei requisiti per farvi parte. A ogni modo, più
di un indizio mostra che erano le relazioni pederastiche ad avere un ruo-
lo determinante nel processo di cooptazione. A partire dall'età in cui
erano coinvolti in tali relazioni, infatti, i ragazzi iniziavano a frequentare
il sissizio del proprio erastes. Tale frequentazione era un ulteriore mo-
mento di formazione ai valori della comunità, giacché durante i sissizi
era consuetudine discorrere su chi fosse un buon cittadino e chi no, e ai
ragazzi era richiesto di rispondere in maniera adeguata: venivano osser-
vati e messi alla prova, per poi essere eventualmente ammessi al raggiun-
gimento dei vene' anni.
Quanto alla moderazione dei pasti in comune, essa si misurava nella
mancanza di sfarzo degli ambienti in cui si tenevano, nell'ethos eguali-
tario della società spartana, che imponeva una quantità fissa di cibo per
tutti, e nell'assenza di pietanze ricercate, in luogo delle quali vi erano
semplici focacce d'orzo e il celebre brodo nero, preparato con carne sui-
na. La dieta, peraltro, era integrata dalla carne che i commensali era-
no soliti inviare al sissizio in occasione di sacrifici e battute di caccia,
le uniche due circostanze per le quali era ammesso assentarsi. È bene
sottolineare, però, che accanto alla porzione fissa di cibo vi erano gli
epaikla (le "aggiunte al pasto"), che correggono l'immagine egualitaria
del sissizio spartano, poiché gli alimenti consumati durante questa se-
conda parte del banchetto - per lo più carne e pane di frumento, più
ricercato di quello tradizionale di orzo - erano offerti dai più ricchi. Pur
SPARTA

costituendo un momento di redistribuzione alimentare che consentiva


a tutti una dieta più varia, la liberalità dei più ricchi nel fornire questi
cibi "aggiuntivi" costituiva un mezzo di differenziazione sociale che si
prestava a usi impropri, potendo determinare, come accadde nel III se-
colo a.C., un'involuzione oligarchica dei sissizi. Nella consumazione del
vino, infine, è possibile misurare uii. 'altra significativa differenza rispetto
agli usi simposiali diffusi nel mondo greco: a Sparta era proibito farcir-
colare la coppa di vino fra tutti i commensali, con conseguente obbligo
di bere, ma ognuno ne consumava secondo il suo desiderio. C'era anche
una specifica coppa laconica - una tazza di ceramica detta kothon - di
cui la tradizione antica elogia la semplicità e praticità di uso in occasione
delle campagne militari (cfr. Crizia, fr. 34 DIELS-KRANZ).
Ma ciò che conta, al di là degli aspetti antiquari dell'istituzione, è of-
frire un'interpretazione storica dello sviluppo di questa specifica forma
di socialità, e a questo fine è decisivo individuarne il rapporto con gli al-
tri modelli conviviali diffusi in Grecia e certamente non estranei alla cul-
tura spartana arcaica. Il simposio aristocratico è ben attestato nella Spar-
ta di VII e VI secolo a.C., sia nei frammenti della poesia di Alcmane, sia
a livello iconografico: la ceramica laconica rappresenta frequentemente,
fino al 52.5 circa, scene di banchetto i cui partecipanti, distesi su lettini
riccamente decorati, assumono la posizione reclinata caratteristica del
simposio greco. E sebbene la tradizione antica offra una rappresentazio-
ne antisimposiale dei sissizi, rimarcandone l'aspetto di commensalità
militare, anch'essi erano una forma, pur peculiare, di quella convivialità
maschile che, dal banchetto omerico in poi, costituì un connotato es-
senziale della società greca. Sulla loro origine è consuetudine citare un
frammento di Alcmane (fr. 17 PAGE) in cui il poeta dice di ricercare un
pasto fatto di' «cose comuni, allo stesso modo del damos», ed è sug-
gestivo cogliere in queste parole l'emergere, in opposizione ai simposi
aristocratici, dei valori comunitari propri del damos oplitico. Ma è bene
essere prudenti prima di riconoscere nel pasto descritto da Alcmane
l'antecedente dei sissizi: il processo che determinò il passaggio da una
pluralità di modelli conviviali all'affermarsi dei pasti in comune di età
classica resta oscuro e non può essere ridotto al progressivo emergere
di una cultura egualitaria e antisimposiale. Anzi, proprio perché i sissi-
zi erano un'istituzione civica, al punto che l'esercizio stesso del diritto
di cittadinanza richiedeva il versamento di una quota contributiva, vi
deve essere stato un momento preciso in cui essi sono stati inventati:
un momento, cioè, in cui le più sobrie forme conviviali del popolo sono
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 147

state istituzionalizzate e trasformate in una pratica obbligatoria per tutti


i cittadini. Peraltro, trattandosi di pasti quotidiani, la loro introduzione
deve aver determinato in maniera repentina l'abbandono delle pratiche
conviviali dell'élite spartana. Una data intorno ai decenni finali del VI
secolo è la più verosimile.

Gli Spartani in festa

La quotidianità della partecipazione ai sissizi era interrotta dalle festi-


vità previste dal calendario religioso. In ciò non c'è nulla di peculiar-
mente spartano, poiché le feste scandivano il tempo di ogni comunità
greca, ma la partecipazione ad alcune di esse era giudicata dagli Spartani
tanto importante che in diverse occasioni ritardarono la partenza delle
loro spedizioni militari per portare a termine le cerimonie. Purtroppo,
la documentazione disponibile non consente un'adeguata ricostruzione
del sistema festivo e del suo calendario. Tutti i principali culti cittadi-
ni, ad ogni modo, erano accompagnati da feste, contraddistinte talvolta
da agoni ginnici e ippici: è il caso degli Athanaia celebrati in onore di
Atena Chalkioikos, degli Eleusinia che si svolgevano a Kalyvia Sochas
e della festività-dedicata a Poseidone Gaiavochos. Le fonti letterarie in-
dicano però la preminenza delle tre grandi festività riservate ogni anno
ad Apollo e attribuiscono un ruolo di primo piano ai gruppi strutturati
per età nella loro celebrazione. La preminenza di Apollo non sorprende
alla luce della notizia erodotea (v1,57,2) secondo cui al dio erano offerti
a spese pubbliche due sacri~ci al mese, l'uno al plenilunio e l'altro nel
settimo giorno del mese. L'individuazione dell'ordine delle tre festività
è però incerta: di recente si è suggerito, tenendo conto dei fenomeni
astronomici che regolavano il calendario, che le lacinzie si svolgessero a
inizio primavera, le Gimnopedie in piena estate, seguite, a poca distanza,
dalle Carnee.
Le lacinzie si presentano come una festa di capodanno, di rinnova-
inento per tutta la comunità, e c'è pertanto da immaginare che nel corso
della sua celebrazione avvenisse il passaggio di ogni Spartiata da un gra-
do di età annuale a quello successivo, Esse devono il loro nome all'eroe
Hyakinthos, il giovane amato da Apollo, la cui morte, ritualmente rievo-
cata, conferiva alla prima parte della festività un'atmosfera di compianto
e di lamento. La gioia dominava invece nella fase successiva, durante la
quale si svolgevano i riti principali. Vi era, anzitutto, la processione ver-
SPARTA

so Amide e si è già ricordato che le ragazze vi giungevano su dei carri


detti kannathra, mentre spettava alle donne sposate tessere il chitone
per la statua di Apollo. C'erano poi una serie di sacrifici, un banchet-
to noto come kopis, danze e canti corali: il canto del peana in onore di
Apollo ne era, probabilmente, il momento culminante. La durata di tre
giorni, testimoniata per le lacinzie di età ellenistica dall'erudito Policra-
te (FGrHist 588 F 1), potrebbe non essere stata sufficiente a contenere la
molteplicità di riti che vi avevano luogo nel periodo classico e che ne
facevano la più importante festività spartana. Gli abitanti di Amide, che
ospitavano la festa, vi svolgevano un ruolo particolare, ma alle lacinzie
partecipavano tutte le componenti della società: uomini nei diversi gradi
di età, ragazze, donne sposate e schiavi. La centralità che il santuario di
Apollo ad Amide aveva per tutti i Lacedemoni rende pressoché cerco
che vi partecipassero anche i perieci e non è escluso, anzi, che gli Heka-
tombaia - una festa nel corso della quale le comunità perieciche sacrifi-
cavano un gran numero di buoi, uno per ciascuna di esse - si svolgessero
nel corso delle lacinzie.
Quanto alle Gimnopedie, il loro nome implica che i partecipanti vi
danzassero "nudi" (gymnoi). È però incerto cosa comporti il riferimen-
to alla nudità. Si è spesso ritenuto che l'espressione sia da intendere nel
senso di "disarmati", ma non va sottovalutato il valore della nudità nella
cultura spartana: un celebre passo di Tucidide (1,6,5) rammenta che gli
Spartani furono i primi a denudarsi in pubblico e ungersi il corpo in
occasione delle esercitazioni ginniche e non si può escludere, perciò, che
la nudità richiamata nel nome debba essere incesa in senso letterale. La
circostanza che non potessero parteciparvi i celibi che erano stati san-
zionati per non essersi sposati entro l'età richiesta suggerisce un legame
fra questa festa e la nudità incesa come incentivo al matrimonio. Nelle
fonti disponibili, a ogni modo, è soprattutto il ruolo delle rappresenta-
zioni corali a essere enfatizzato: nei diversi giorni in cui si sviluppavano
le Gimnopedie si succedeva una serie di competizioni corali, in cui a
turno si cimentavano cori di ragazzi, di uomini adulti e di anziani. Vi
era anche una particolare performance - i cosiddetti trichoria -, in cui
tre cori in rappresentanza delle diverse età della vita erano presenti si-
multaneamente sulla scena, alternandosi nel canto. Nella descrizione
che ne offre Plutarco (Vita di Licurgo 21,3) il coro degli anziani iniziava
cancan do « noi un giorno fummo uomini vigorosi», e a esso rispondeva
dapprima il coro degli adulti con le parole «e noi lo siamo, se vuoi fanne
esperienza» e da ultimo quello dei ragazzi che cantava «e noi saremo
e' ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 149

111 olto più forti»: un'illustrazione davvero paradigmatica del ruolo delle
età e della loro corretta successione nella società spartana.
Le Carnee, infine, costituivano una festività diffusa nelle città che
rivendicavano un'ascendenza dorica. Attraverso il culto di Apollo Kar-
neios, esse rievocavano il momento della discesa dei Dori nel Peloponne-
so (karnos è il nome del montone, che guida le greggi così come Apollo
,weva guidato i Dori in Laconia). Nella forma che assumevano a Sparta,
dove la loro organizzazione era in mano ai giovani non ancora sposa-
ci, era l'aspetto militare quello maggiormente valorizzato. Difatti, esse
vengono presentate come un'imitazione della disciplina militare e uno
dei riti che le qualificava prevedeva che ottantuno uomini, in numero di
ere per fratria, consumassero insieme il pasto distribuiti in nove tende,
obbedendo, proprio come se fossero in un accampamento, agli ordini di
un araldo. La distribuzione di questi uomini nelle nove tende rifletteva
la struttura civica di matrice dorica, basata su tre tribù e ventisette fratrie
(dr. supra, p. 69). L'enfasi "triadica" di questa festività trovava un'ulte-
riore espressione nella sua durata: nove giorni.

Gli Spartani in guerra

È già emersa sufficientemente la centralità della guerra nell'orizzonte


ideologico degli Spartani, al punto che la distinzione tra quanto aveva
a che fare con essa e tutto il resto assumeva un ruolo essenziale nella
loro percezione del mondo. Questa valorizzazione ideologica, che dà
una patina guerresca anche a quegli aspetti della società che non hanno
una connessione diretta con la guerra, non si traduceva in un milita-
rismo volto alla conquista. Abbiamo potuto osservare, anzi, una forte
resistenza degli Spartani verso politiche interventiste e continui conflitti
rnilitari. Se si prescinde dalla "guerra" contro gli iloti, funzionale al man-
tenimento dell'ordine sociale, non apparteneva alla mentalità spartana
ricercare la guerra in quanto tale. E nondimeno, proprio perché erano
srati educati a essa sin dalla più giovane età, gli Spartani avevano costrui-
to una macchina militare che costituiva il necessario completamento
dell'ideologia guerriera fin qui descritta. Il funzionamento di tale mac-
china merita qualche parola.
Anzitutto, in occasione delle spedizioni militari, spettava agli efori
indicare le classi di leva che dovevano mobilitarsi (ma c'è da ritenere
che questo compito in origine toccasse ai re). Le classi erano quaran-
ISO SPARTA.

ta e comprendevano tutti gli uomini fra i venti e i sessant'anni. I più


anziani, tuttavia, raramente erano mobilitati per spedizioni fuori del
territorio spartano: ancora all'inizio della guerra del Peloponneso era
consuetudine chiamare alla leva i "due terzi" dell'esercito, un'espressio-
ne da riferire agli uomini fino ai quarantacinque anni. In seguito, però,
la diminuzione degli Spartiati costrinse gli efori ad aumentare il numero
di classi mobilitate. Anche la struttura dell'esercito subì diversi cambia-
menti tra età arcaica e classica, peraltro assai difficili da ricostruire. Si è
già ricordato che nell'età di Tirteo esso era costituito da tre grandi unità
corrispondenti alle tribù doriche e non è escluso che questa organizza-
zione perdurasse ancora negli anni delle guerre persiane. Diversamen-
te, la struttura che incontriamo a partire dalla guerra del Peloponneso,
quando il calo della popolazione cittadina determinò l'integrazione dei
perieci all'interno delle stesse unità militari degli Spartiati (cfr. supra, p.
83), non aveva più alcun rapporto con le suddivisioni civiche e compren-
deva sei o sette unità maggiori - Tucidide le chiama lochoi, Senofonte
morai -, ciascuna guidata da un polemarco. Il re e i polemarchi costi-
tuivano lo stato maggiore dell'esercito e condividevano la stessa tenda.
Le unità maggiori erano a loro volta suddivise in unità di dimensioni più
piccole ed è qui che risiedeva uno dei punti di forza dell'esercito spar-
tano: nella maggioranza delle città greche il carattere non profes.sionale
degli eserciti comportava che essi fossero poco articolati al loro interno
e costituiti, prevalentemente, da opliti che solo di rado combattevano
fianco a fianco; a Sparta, invece, l'esercito era articolato in gruppi di sol-
dati molto affiatati, perché abituati a stare insieme. D'altra parte, la cir-
costanza che i membri di uno stesso sissizio fossero integrati all'interno
di una medesima unità militare è una spia significativa dell'affiatamento
e della solidarietà che legava i combattenti.
L'unità di base era l' enomotia, cioè il gruppo di uomini vincolati da
un giuramento che li impegnava a non abbandonare mai il comandan-
te della propria unità, nemmeno se era morto sul campo. Enfatizzando
l'obbligo di rimanere accanto al proprio comandante - laddove ad Ace·
ne, invece, gli efebi ammessi all'interno dell'esercito oplitica giuravano
di non abbandonare il compagno schierato accanto -, questo giuramen·
to evidenzia il carattere gerarchico dell'esercito spartano. Ciascuna eno·
motia, inoltre, contava circa quaranta soldati ed era costituita, quanto·
meno a livello ideale, da un uomo per ciascuna delle quaranta classi di
leva. Di conseguenza, più numerose erano le classi di leva mobilitare,
più grande era il numero dei componenti dell' enomotia che partecipava
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 151

al combattimento. È utile, a livello esemplificativo, tener conto di come


fosse scruccuraco l'esercito in occasione della baccaglia di Mantinea del
+18 a.C., per la quale era stata ordinata la mobilitazione di massa (gli
unici a non partecipare al combattimento furono i giovanissimi e le classi
di leva più anziane). Tucidide (v,68), che pure non nasconde la difficoltà
di occenere informazioni accendibili «a causa della segretezza del loro
ordinamento politico», attesta che gli Spartani erano distribuiti in sette
baccaglioni (lochoi), ciascuno dei quali diviso in quattro unità interme-
die (pentekostyes), che a loro volta erano ulteriormente divise in quattro
enomotiai. A Mancinea ogni enomotia era costituita da circa trentadue
uomini, schieraci su una profondità di otto file, ma la profondità poteva
yariare a seconda delle indicazioni che venivano date dal comandante
di ciascun baccaglione. La catena di comando era rigida ma funzionale,
giacché cucci gli ordini partivano dal re, passavano ai polemarchi e, attra-
verso i comandanti delle varie unità, giungevano infine ai componenti
delle singole enomotiai.
Questa efficace organizzazione, che può essere considerata l'espres-
sione più avanzata dell'oplicismo greco, spiega perché gli Spartiati fosse-
ro percepiti come "professionisti della guerrà' (technitai ton polemikon:
Senofonte, Costituzione degli Spartani 13,5). Ciò non implica, tuttavia,
che fossero impegnaci continuamente in esercitazioni militari: pur liberi
da necessità economiche, i cittadini spartani di oltre crent' anni, che non
erano più coinvolti nell'educazione collettiva, avevano solo l'obbligo di
mantenere in esercizio il proprio fisico. Si credeva, cioè, che un addestra-
mento militare eccessivamente tecnico servisse a poco, perché ciò che
concava era la prestanza fisica e per conservarla la caccia era considera-
ta l'accivicà più utile. D'altra parte, Senofonte osserva che alcune delle
manovre militari per le quali gli Spartani erano noci e che apparivano
complesse agli altri Greci erano, di facto, abbastanza semplici.
In occasione delle spedizioni militari era consuetudine del coman-
dante in capo - il più delle volte uno dei due re - procedere a una serie
di sacrifici, il primo al momento in cui l'esercito lasciava la città, l'ultimo
subito prima della baccaglia. Gli Spartani avevano fama di essere molto
scrupolosi nel compimento degli obblighi religiosi nei confronti degli
dèi e poco propensi, pertanto, al combaccimenco in presenza di presagi
negativi. Quanto all'equipaggiamento, è ipotizzabile che, come in cucco
il mondo greco, esso fosse a carico del cittadino, ma è cerco che la città
iinponeva una sostanziale uniformità incesa a marcare l'uguaglianza: è
noto, infatti, che i soldati indossavano una vesce color porpora, la phoi-
152 SPARTA.

nikis, e che i loro scudi di bronzo portavano come emblema un grande


lambda, la lettera iniziale di "Lacedemoni" (ma quest'ultimo dato è te-
stimoniato solo da un frammento di un commediografo ateniese, ed è
da prendere con qualche cautela). Tale equipaggiamento faceva apparire
l'esercito che avanzava come «un'unica massa di bronzo e di porpora»
(Senofonte, Agesilao 2,7 ), in grado di incutere un particolare timore. E
non c'è dubbio che l'elemento psicologico giocasse un ruolo rilevante
nelle vittorie militari spartane: per molti dei loro nemici la fama del!' in-
vincibilità degli Spartani, la vista dei loro capelli lunghi e la sicurezza con
cui essi, muovendosi a passo cadenzato e al suono dei flautisti, avanzava-
no uniformemente evitando che l'intero schieramento si scomponesse,
dovevano apparire uno spettacolo difficile da sostenere.

Cerimonie funebri e memoria dei caduti

Nel quadro dell'etica militare spartana, non poteva mancare una par-
ticolare valorizzazione di quanti fossero morti in battaglia. Anche in
relazione alle cerimonie funebri vale però ciò che qui più volte è stato
osservato a proposito della profonda trasformazione sociale di età tardo-
arcaica. Per il periodo precedente, infatti, alcuni versi di Tirteo alludono
a una cerimonia per il guerriero morto in combattimento che conser-
vava tratti tipicamente omerici: in occasione di essa «giovani e·anziani
insieme levano lamenti e tutta la polis si affligge nel doloroso rimpianto,
ed insigne è la sua tomba fra gli uomini, e insigni i suoi figli, i figli dei
figli e la stirpe a venire» (fr. 12 WEST). Siamo di fronte a una eroicizza-
zione del defunto - certamente un aristocratico -, dalla quale era la sua
famiglia a trarre prestigio. La cerimonia diventava occasione di lamenti
funebri e di deposizione di beni di prestigio nella tomba, in un'ottica di
esaltazione tanto del suo valore individuale quanto, di riflesso, dei suoi
familiari. I culti eroici che si svilupparono intorno a tombe di VIII e VII
secolo a.C., sporadicamente attestati dalla documentazione archeologi-
ca, si collocano in questo stesso contesto.
A partire dalla metà del VI secolo, le sepolture individuali vennero
sostituite da tombe collettive (polyandria). Non è un costume limitato a
Sparta: anche ad Atene nel v secolo si impose l'uso di sepolture colletti·
ve. Ma, differentemente dalla pratica ateniese, che prevedeva che le sai·
me dei caduti in guerra fossero ricondotte in patria e seppellite durante
una pubblica cerimonia nel cimitero del Ceramico, nell'area suburbana
L'ORDINE DELLA VITA COLLETTIVA 153

FIGURA 5
Sede commemorativa di guerriero morto in guerra, risalente al IV secolo a.C. (Mu-
seo archeologico di Sparta)

1-iinte: Low (2006), p. 87.

della città, a Sparta le sepolture erano collocate nei pressi del luogo in
cui si era svolta la battaglia. Questo costume, il cui primo caso attesta-
to risale alla "battaglia dei campioni" (cfr. supra, p. 91), si riflette in un
celebre detto di uno Spartano, il quale, all'Argivo che gli faceva notare
che nel territorio di Argo vi erano molte tombe di Spartani, rispose che
a Sparta invece non ve ne era nessuna di Argivi (Plutarco, Moralia 2.33c),
sottolineando in questo modo che il territorio spartano non era mai sta-
to invaso. Le sepolture in terra straniera servivano a ricordare ai nemici
la potenza di Sparta e, quando collocate nei pressi di città alleate, in-
tendevano essere un segno visibile dell'impegno profuso dagli Spartani
Per venire in loro soccorso. Proprio nel cimitero ateniese del Ceramico,
ad esempio, gli scavi hanno riportato alla luce la tomba degli Spartani
154 SPARl'.I\

morti durante la spedizione che nel 403 a.C. il re Pausania II condusse


contro i democratici ateniesi.
Una pagina di Plutarco ( Vita di Licurgo 2 7) aggiunge particolari ri-
levanti, seppure in parziale contraddizione con l'uso appena descritto.
Essa attesta che le sepolture - tutte, non solo quelle dei caduti in bac-
caglia - si adeguarono alla generale sobrietà della società spartana: il
legislatore, infarti, concesse che i morti fossero sepolti all'interno della
città e che le tombe fossero poste vicino ai templi, di modo che i gio-
vani crescessero in mezzo a esse abituandosi a non inorridire dinanzi
alla morte; non consentì invece, a salvaguardia della semplicità della
sepoltura, che fosse sepolto qualcosa insieme al morto, il cui cadavere
inumato veniva sobriamente avvolto in una veste di porpora e in foglie
di ulivo; quanto al lutto, venne stabilito che non poteva prolungarsi
oltre undici giorni. C'è però un dato in questa pagina di Plutarco che
conferma come il sistema ideologico spartano privilegiasse il morto in
baccaglia rispetto agli altri defunti. Tra le prescrizioni funerarie attribui-
te a Licurgo, infatti, vi era anche la proibizione di iscrivere sulla tomba il
nome del defunto, ma con due eccezioni: il nome poteva essere indicato
se si trattava di donne "sacre" - la cui identificazione è però incerta, e
a lungo si è preferito emendare il cesto di Plutarco e leggervi un riferi-
mento a donne morte durante il parto - o di uomini morti "in guerra".
Ebbene, Plutarco non sta mentendo: non è frequente che la documen-
tazione epigrafica confermi quanto attestato dalle fonti letterarie, ma
in questo caso disponiamo di una serie di stele funerarie, la più antica
delle quali è databile alla metà del v secolo, in cui il nome del deceduto è
accompagnato esclusivamente dall'espressione "in guerra" (en polemoi;
cfr. FIG. 5). Le dimensioni delle lapidi, di pietra locale e assai modeste
nella forma, sono molto contenute, ma colpisce il facto che esse proven-
gano dal territorio spartano o da quello di alcune città perieciche della
Laconia, e non dal sito della baccaglia: ciò solleva la questione del per-
ché, se esse contrassegnavano la tomba di uomini caduti in guerra, i loro
corpi siano stati riportati in patria e sepolti singolarmente. Si è avanzata
l'ipotesi che le tombe in questione appartenessero ai combattenti feriti
e poi deceduti dopo il ritorno in città, o che l'uso del sepolcro collettivo
non fosse esclusivo e si accompagnasse alla presenza di tombe cittadine
di singoli guerrieri caduti. In anni recenti, si è provato anche a supera-
re la contraddizione con l'argomento che queste stele non avevano la
funzione di marcare una tomba - i caduti sarebbero già stati seppelliti
là dove si era svolta la battaglia -, ma costituivano esclusivamente dei
1,'0RDINE DELLA VITA COLLETTIVA 155

piccoli monumenti utili a conservare memoria del defunto all'interno


della sua città.
In ogni caso, mentre la tomba collettiva in terra straniera assumeva la
funzione di messaggio rivolto al mondo esterno, il significato delle stele
per i caduti in guerra era rivolto alla comunità degli Spartani. Sebbene sia
difficile immaginare che a commissionarle possano essere state persone
diverse dai familiari del defunto, la loro estrema e formalizzata sobrietà
le rendono oggetti non particolarmente adatti a costituire il punto di ri-
ferimento per la commemorazione del morto da parte della sua famiglia.
Riportando appena il nome del caduco, queste piccole lapidi negavano il
richiamo alle sue origini, che si esprimeva attraverso il patronimico (pre-
sente, invece, nella stele per i caduti delle Termopile: cfr. supra, p. 106).
Pertanto, c'è da chiedersi quale fosse l'intenzione delle autorità sparta-
ne nel momento in cui consentirono ai familiari la commemorazione,
ma la limitarono così drasticamente nelle forme. Probabilmente, non è
solo questione di austerità: queste stele servivano a creare un particolare
paesaggio funerario. La notizia di Plutarco secondo cui erano consenti-
te le sepolture all'interno della città va relativizzata tenendo conto che
Sparta era una polis costituita da una pluralità di villaggi, ma comporta
che chiunque si muovesse all'interno del territorio spartano si doveva
imbattere frequentemente in lapidi funerarie con i nomi degli uomini
morti in battaglia: esse ricordavano di continuo agli Spartani quale fosse
il comportamento che ci si aspettava tenessero in battaglia, e quale fosse
l'unico atto grazie al quale si sarebbe conservata memoria del loro nome.
C'era una sola cerimonia funebre che si sottraeva a questo quadro
di moderazione. Si è già accennato, infatti, come i due sovrani fossero
onorati con una sepoltura che si richiamava a modelli eroici. Ma c'è da
aggiungere un dato: anche nel caso dei re le norme spartane sottolinea-
vano la differenza fra quelli morti in guerra e gli altri. Una preziosa testi-
rnonianza di Erodoto (vI,58,3) assicura che se un re moriva in battaglia
una sua immagine veniva approntata e posta su una bara ben adorna.
torse non è casuale che il primo re spartano a essere morto sul campo sia,
per quanto ci è noto, Leonida: l'usanza di accompagnare il funerale del
re con un'effigie funeraria, quasi un secondo corpo, potrebbe essere stata
introdotta proprio allo scopo di onorare l'eroe delle Termopile.
7
Dalla crisi di IV secolo alla città romana

Il IV secolo si apre a Sparta con i funerali del re Agide - «più solenni


di quanto adeguato a un essere umano» (Senofonte, Elleniche m,3,1) -
morto, probabilmente nel 400 a.C., subito dopo il suo ritorno in città
da una vittoriosa spedizione condotta contro gli Elei, che un ventennio
prima avevano escluso gli Spartani dalla partecipazione ai giochi olimpi-
ci e che ora furono ricondotti a più miei consigli. Ma si apre anche, poco
dopo, con un episodio rivelatore delle tensioni che agitavano la città ne-
gli anni stessi in cui dominava sul mondo greco. Erano tensioni generate
dalle contraddizioni insite nella società spartana, che emersero però, con
prepotenza, solo dopo la victoria nella guerra del Peloponneso. Un in-
dovino che eseguiva i consueti sacrifici rituali annunciò l'imminenza di
una congiura e alcuni giorni dopo un delatore rivelò che effettivamente
un cale Cinadone, che non apparteneva al novero degli "eguali", scava tra-
mando una rivolta. I congiuraci facevano affidamento sull'esiguità degli
Spartiati - la cui consistenza numerica continuava a diminuire - e, all' in-
verso, sul crescente numero di quanti erano privi dei diritti politici o del-
la libertà personale. Non si trattava solo dei perieci e degli iloti, giacché
le trasformazioni sociali degli anni della guerra del Peloponneso aveva-
no facto sorgere nuovi gruppi di esclusi: c'erano gli Spartiati decaduti al
rango di "inferiori" (hypomeiones), probabilmente per non essere stati in
grado di pagare la contribuzione mensile per i pasci in comune, e c'erano
- lo si è accennato - gli iloti che, introdotti nelle file dell'esercito, erano
assurti a "nuovi cittadini" (neodamodeis), senza tuttavia che cale cittadi-
nanza conferisse loro reali diritti politici. I sentimenti di questi gruppi
nei confronti degli Spartiati, che la tradizione antica ci presenta come
sempre più divoraci da un desiderio di ricchezza che corrompeva il siste-
1na dei valori cittadini, sono ben espressi nelle parole di Cinadone stesso,
secondo il quale « quando fra di loro si parlava degli Spartiati, nessuno
riusciva a nascondere con quanto piacere se li sarebbe mangiaci anche
SPARTA

crudi». L'azione fu sventata prima del nascere e Cinadone, arrestato, ri-


velò i nomi di tutti i congiurati e confessò, prima di essere messo a morte,
che la ragione della congiura stava nella volontà «di non essere da meno
a nessuno a Sparta» (Senofonte, Elleniche m,3,4-11).

L'età di Agesilao

La successione sul trono euripontide non fu indolore. Ad Agide sarebbe


dovuto succedere il figlio Leotichida, ancora giovanissimo, ma correva
voce che egli fosse in realtà il frutto di una relazione che l'ateniese Alci-
biade aveva intrattenuto con la moglie di Agide durante il suo soggiorno
a Sparta. Queste dicerie furono abilmente sfruttate da Lisandro, che si
adoperò per portare sul trono Agesilao, figlio di secondo letto di Archi-
damo e perciò fratellastro del re defunto. Lisandro, che era stato l'erastes
di Agesilao, volse in suo favore un oracolo che metteva in guardia la città
da una "regalità zoppa", convincendo l'assemblea degli Spartani che esso
non si riferiva ad Agesilao, che pure era leggermente claudicante, ma a
Leotichida, il quale, non essendo un Eraclide in quanto figlio illegittimo,
avrebbe reso la città moralmente zoppa (Senofonte, Elleniche m,3,1-4;
Plutarco, Vita di Agesilao 3). Divenuto quasi quarantacinquenne re di
Sparta, Agesilao fu estremamente abile a costruire una solida rete di rela-
zioni clientelari - era solito, peraltro, donare ai membri appena eletti del
consiglio degli anziani una veste e un bue come segno del loro prestigio -
e a legare a sé i notabili delle città perieciche e alleate. Ciò gli consentì
di marginalizzare tutti i re che si succedettero sul trono agiade. La sua
figura domina la storia spartana, e più in generale greca, per i successivi
quarant'anni, al punto da essere stato giudicato «per comune consenso
il più grande e illustre uomo del suo tempo» (Teopompo, FGrHist 115
F 321). Eppure, al termine di questi quarant'anni, Sparta si ritrovò a es-
sere una poèenza marginale nel mondo greco e, sebbene il re euripontide
non possa essere ritenuto il responsabile delle ragioni sociali della crisi,
il suo regno accompagna la parabola discendente della storia spartana.
Nel 401 Ciro il giovane aveva cercato di scalzare il fratello maggiore
Artaserse II dal trono persiano, potendo disporre di un consistente eser-
cito di mercenari greci e del velato appoggio spartano, ma era rimasto
ucciso nella battaglia di Cunassa, a nord di Babilonia. Il satrapo Tis-
saferne aveva allora rivendicato il dominio della Persia su tutte le città
greche d'Asia, che era quanto una dozzina di anni prima gli Spartani
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 159

si erano impegnati a concedere. Ma, per aver di fatto appoggiato Ciro,


Sparta si trovò schierata contro il re Artaserse II e questo le consentì di
assumere il ruolo di protettrice dei Greci d'Asia e di condurre, a partire
dall'anno 400, una spedizione militare in Asia Minore in nome della
libertà delle città greche. La guida venne affidata dapprima all'armosta
Tibrone, poi l'anno dopo a Dercillida e infine, nel 396, allo stesso re
Agesilao, che prima di attraversare l'Egeo volle compiere, atteggiandosi
a nuovo Agamennone, un sacrificio ad Aulide, la località della Beozia
in cui la leggenda voleva che il re di Micene avesse sacrificato quando si
era imbarcato per Troia (i Beoti, però, ostacolarono il sacrificio, un atto
che è all'origine della politica ferocemente antitebana del re). Era stato
Lisandro a consigliare ad Agesilao di guidare la spedizione, in modo da
affiancarlo e controllarlo, ma il re si sbarazzò velocemente dell' ingom-
brante tutela e, alla guida di un esercito in cui gli unici Spartiati erano un
gruppo di trenta consiglieri, sconfisse i Persiani nella battaglia di Sardi.
Questa vittoria non produsse effetti determinanti - se non la rimozio-
ne del satrapo Tissaferne, che il re Artaserse II fece mettere a morte -,
ma costrinse i Persiani a rivedere la propria strategia. Per allontanare gli
Spartani dall'Asia, infatti, essi incoraggiarono con consistenti elargizio-
ni di oro i potenziali nemici di Sparta ad assumere un atteggiamento
apertamente antispartano. Tra questi vi erano non solo Argo e Atene,
ma anche città fino a qualche anno prima alleate di Sparta, e cioè Corin-
to e Tebe, quest'ultima con un ruolo sempre più dominante all'interno
della federazione beotica. E quando nel 395, in una disputa tra Locresi
e Focesi, i Beoti intervennero a favore dei primi, gli Spartani vennero in
soccorso dei Focesi, dando inizio alla cosiddetta guerra corinzia. Presso
la città beotica di Aliarto, Lisandro fu vinto e ucciso prima che un altro
contingente spartano guidato dal re Pausania II potesse unirsi a lui: so-
spettato di avere volutamente ritardato il ricongiungimento, Pausania si
sottrasse alla condanna capitale rifugiandosi esule a Tegea.
Di fronte alla formalizzazione dell'alleanza antispartana tra Tebe,
Atene, Argo e Corinto, Agesilao non poté che rientrare in Grecia. La
Aorca, che egli aveva affidato al cognato Pisandro, andò completamente
perduta nelle acque di Cnido nel 394, sconfitta dalle navi persiane gui-
date dell'ateniese Conone. Ciò segnò la fine del controllo del mare che
lisandro aveva conseguito con la vittoria di Egospotami. D'altra parte,
le vittorie che gli Spartani ottennero nelle battaglie campali di Nemea e
Coronea - in questo secondo caso al comando di Agesilao - non furono
risolutive, tanto che negli anni seguenti la guerra proseguì stancamente,
160 SPARTA.

soprattutto nell'area intorno a Corinto. Sul piano militare gli Spartani


appresero a loro spese l'efficacia delle nuove tecniche di combattimen-
to introdotte dal!' ateniese Ificrate, basate sull'uso di milizie mercenarie
armate alla leggera, i peltasti, che con la loro agilità potevano mettere in
difficoltà gli opliti se il combattimento aveva luogo su terreni accidentati
(nel 390 un intero battaglione spartano fu decimato presso la località di
Lechaion). Viceversa sul piano diplomatico che essi posero le basi per
un'efficace risoluzione del conflitto: nelle trattative che furono condotte
a partire dal 392-391 a.C., gli Spartani si dissero disposti a riconoscere ai
Persiani il controllo delle città greche d'Asia, purché avessero ottenuto
in compenso il riconoscimento del ruolo di garanti (prostatai) del!' au-
tonomia e della libertà delle altre città greche. Su questa base, e dopo
che il navarco spartano Antalcida ebbe impedito agli Ateniesi l'accesso
all' Ellesponto, si giunse nel 387-386 a.C. alla stipula della pace del Re (o
di Antalcida), in cui il re persiano Artaserse II si impegnava a combattere
con ogni mezzo coloro che non l'avessero rispettata.
Gli Spartani non avevano vinto la guerra e avevano anzi tradito i Greci
d'Asia, ma in quanto garanti del principio dell'autonomia - di cui Age-
silao fu l'architetto di una interpretazione rigidamente funzionale agli
interessi di Sparta - avevano di certo vinto la pace. Dal punto di vista
degli Spartani, infatti, il principio dell'autonomia non metteva in di-
scussione la loro egemonia sulla lega del Peloponneso, al cui interno
l'autonomia degli alleati era formalmente rispettata e non si richiedeva-
no tributi. Nondimeno, in base al medesimo principio gli Spartani im-
posero ai Tebani lo scioglimento della federazione beotica. Anche Argo
e Corinto, che nel corso della guerra si erano unite per costituire un'unica
polis, tornarono a essere due città distinte. Inoltre, alla scopo di colpire
Mantinea, ritenuta un alleato poco fedele, nel 385 gli Spartani imposero
che la città arcade abbattesse le sue mura e fosse divisa in quattro villag-
gi autonomi: un evidente abuso del principio dell'autonomia, in questo
caso applicato non alla città ma ai suoi villaggi costitutivi. Mal'episodio
che nella percezione dei contemporanei apparve come l'espressione di
una politica prepotentemente imperialista ebbe luogo nel 382, quando
allo spartano Febida fu affidata la guida di una spedizione contro Olinto,
giudicata responsabile, in violazione della pace del Re, della costruzione
di una federazione di città della Calcidica. Mentre era in marcia, Febida
approfittò del!'occasione per occupare l'acropoli di Tebe, la Cadmea, e
Agesilao, con cui probabilmente il piano era stato concordato, ne dife·
se l'operato nel corso di un dibattito che si tenne a Sparta. La vicenda,
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 161

cuttavia, causò irritazione fra una parte degli Spartani: nella tradizione
rifluita in Diodoro è l'altro re - Agesipoli, il figlio di Pausania II - a es-
sere presentato come il rappresentante di una politica rispettosa della
pace e dell'autonomia delle città, laddove Agesilao «era favorevole alla
guerra ed aspirava al dominio sui Greci» (xv,19,4). E persino Senofonte
(Elleniche v,4,1), pur non accusando il suo benefattore Agesilao, dovette
riconoscere che l'occupazione di Tebe costituì una palese ingiustizia che
gli dèi non avrebbero tardato a punire. A ogni modo, Febida fu mulcato,
ma sulla Cadmea rimase una guarnigione spartana e anche in altre città
tornarono a essere collocati presidi e armasti.
La politica imperialista di Agesilao si accompagnò a una riorganiz-
zazione della lega del Peloponneso che prevedeva la possibilità per gli
alleati di versare denaro al posto di uomini - denaro che a sua volta po-
ceva essere utilizzato per assoldare mercenari, sempre più presenti negli
eserciti greci di questo periodo - e soprattutto comportava la divisione
della lega in dieci distretti, ciascuno chiamato a fornire un'eguale quota
di opliti durante le spedizioni militari. La circostanza che gli Spartani,
fra cittadini e perieci, costituissero uno solo dei dieci distretti è un'elo-
quente dimostrazione della sempre maggiore sproporzione tra il potere
egemonico di cui disponeva Sparta e la consistenza del suo contributo
militare. Tale intrinseca fragilità si manifestò rapidamente. Nel 379 gli
esuli cebani, che si erano rifugiaci ad Atene, rientrarono in città caccian-
do il presidio spartano presente sulla Cadmea. Alcreccanco significativo
fu un episodio dell'estate dell'anno successivo, quando Sfodria, l'armo-
sta di stanza nella città beotica di Tespie, penetrò di notte e apparen-
temente senza l'autorizzazione delle autorità spartane in Attica. Il suo
attacco, che mirava a prendere il porto del Pireo, fallì per il sopraggiun-
gere dell'alba, ma determinò una crisi diplomatica con Atene, che gli
ambasciatori spartani disinnescarono assicurando che Sfodria sarebbe
stato processato e messo a morte. Sfodria era legato politicamente al
re agiade Cleombroto, da poco succeduto al fratello Agesipoli, che era
morto a seguito di una febbre mentre conduceva la campagna contro
O li neo; ma il figlio di Sfodria, Cleonimo, era l 'eromenos di Archidarno,
figlio di Agesilao ed erede al trono euripontide. La pagina che Senofon-
te dedica a questa vicenda (Elleniche v,4,24-34) costituisce uno stra-
ordinario spaccato della politica e delle relazioni sociali spartane: per
compiacere Cleonimo, Archidamo intervenne presso il padre in difesa
di Sfodria, e Agesilao effettivamente ne favorì l'assoluzione utilizzando
l'argomento che Sfodria era senza dubbio colpevole, ma non era pos-
SPARTA.

sibile condannare un uomo che, durante tutte le fasi dell'educazione


collettiva, aveva sempre agito con onore: «Sparta, infatti, ha bisogno
di cali soldati». La mancata condanna di Sfodria irritò gli Ateniesi, che
già si stavano adoperando per la costruzione di una nuova alleanza na-
vale che li sottraesse alle prevaricazioni degli Spartani. Il documento
fondativo di questa lega, il cosiddetto decreto di Aristotele (RHODES-
OSBORNE, nr. 2.2), dichiarava espressamente l'intenzione ateniese di ri-
spettare l'autonomia delle città che avessero aderito ali' alleanza, ma al
tempo stesso additava negli Spartani coloro che non lasciavano i Greci
liberi e autonomi.
Nella prospettiva di Sparta, cuccavia, non erano gli Ateniesi la vera
minaccia, ma i Tebani. Essi avevano inizialmente aderito alla lega navale
ateniese, ma la loro intenzione era quella di ricostituire socco la propria
guida l'unirà di cucci i Beoti. Gli Spartani condussero una serie di cam-
pagne militari in Beozia per impedirlo - guidare a partire dal 376 da
Cleombroco, giacché la rottura di una vena mise fuori gioco Agesilao
per alcuni anni - senza tuttavia alcun risultato. Anzi, in uno scontro
svoltosi a Tegira nel 375, due battaglioni spartani subirono gravi perdi-
te, consentendo ai Tebani di estendere il proprio potere su buona parte
della Beozia. E quando anche Platea, città storicamente alleata di Atene,
venne presa e distrutta dai Tebani nel 373, gli Ateniesi realizzarono che la
crescente potenza tebana costituiva un pericolo ed era opportuno venire
a patti con gli Spartani.

Il collasso del dominio spartano

Nel corso degli anni Settanta del IV secolo era risultato chiaro che gli
Spartani non disponevano più della forza necessaria per esercitare da
soli un ruolo egemonico sull'incera Grecia continentale. Ambasciatori
provenienti dalle principali città convennero perciò a Sparta nell'esta-
te del 371 allo scopo di rinnovare i termini di una pace comune. Nella
speranza di tornare a essere i due pilastri intorno ai quali si muoveva
la politica greca, Ateniesi e Spartani trovarono un accordo ( «noi più
forti che in passato grazie a voi, e voi grazie a noi»: Senofonte, Elleniche
VI,3,17 ), ma il principio dell'autonomia scava sempre più stretto ai Teba-
ni, che chiesero di poter giurare la pace a nome di cucci i Beoti. Ciò non
gli fu concesso: quando però Agesilao intimò loro di lasciare autonoma
la Beozia, il leader cebano Epaminonda replicò invitando a sua volta il re
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA

spartano a lasciare libera e autonoma la Laconia. Erano parole che met-


revano in discussione non solo il diritto degli Spartani di parlare a nome
di rutta la lega del Peloponneso, ma persino quello di rappresentare le
cittadine perieciche: la legittimità stessa di una comunità politica in cui
una minoranza di Spartiati decideva per tutti i Laconi era contestata.
L'irritazione di Agesilao fu cale che immediatamente cancellò dal trac-
rato i Tebani, che furono gli unici a esserne esclusi. Come conseguenza,
da un lato gli Spartani ottemperarono al principio dell'autonomia riti-
rando i loro armasti e presidi là dove presenti, ma dall'altro ordinarono
al re Cleombroto, che già si trovava in Focide alla guida dell'esercito
peloponnesiaco, di marciare contro i Tebani per costringerli a concedere
l'autonomia alle città della Beozia.
Cleombroto non poté evitare lo scontro frontale: già in passato era
stato sospettato di nutrire sentimenti filocebani e, se non avesse attac-
cato, sarebbe stato costretto ali' esilio. I due eserciti si affrontarono nel
territorio di Tespie, a Leuccra, e sebbene disponessero di forze maggiori
gli Spartani subirono una durissima sconficca. Le innovazioni tattiche
in ero dotte da Epaminonda ebbero un ruolo decisivo: l'ala sinistra dell 'e-
sercito beota, dove erano schierate le forze migliori, venne rinforzata nel
numero delle file e annientò gli Spartani che, collocaci come era tradi-
zione sull'ala destra del proprio schieramento, si trovarono proprio di
fronte a essa. Rimasero uccisi 1.000 Lacedemoni e, dei 700 Spartiati che
avevano preso parte alla baccaglia, ben 400: fra di essi Cleombroto stes-
so, parte dello stato maggiore dell'esercito e i giovani posti a guardia del
re. Erano perdite considerevoli nel quadro dell'ormai cronica diminu-
zione del numero dei cittadini, ma non si trattò solo di questo. Sparta
aveva subito sconfitte in passato, ma mai una così netta umiliazione in
una battaglia campale ed era dai tempi di Leonida che un suo re non
restava sul terreno. I contemporanei percepirono la baccaglia di Leuttra
come un evento epocale, tanto inaspettato da richiedere una spiegazione
di ordine soprannaturale. Più laicamente, Aristotele ne avrebbe sintetiz-
zato il significato qualche decennio dopo, asserendo che Sparta « non fu
capace di resistere ad una sola disfatta ed andò in rovina per mancanza
di uomini» (Politica 127oa33-34).
Ciò che accadde in città non appena giunse la notizia della sconfitta
è una cartina di tornasole del suo sistema di valori e, al tempo stesso, del
pragmatismo che la situazione richiedeva. Appreso della battaglia, gli
efori non interruppero l'esecuzione del coro degli uomini - si era nell'ul-
timo giorno delle Gimnopedie - ma attesero che terminasse, comuni-
SPARTA

cando poi i nomi dei caduti e raccomandando alle donne di sopportare


in silenzio il dolore. Il giorno dopo, mentre i parenti dei superstiti, ver-
gognandosene, evitavano di farsi vedere in pubblico, quelli delle vittime
si aggiravano per la città con volto sereno. Anche il figlio di Agesilao,
Archidamo, pur rattristandosi per la morte di Cleonimo, che era caduto
in battaglia insieme al padre Sfodria, poté constatare che il giovane di cui
era stato l' erastes non gli aveva arrecato vergogna: era stato il primo dei
cittadini a morire in battaglia, combattendo dinanzi al suo re. Gli efori
decretarono per la prima volta la mobilitazione di tutte le classi di leva
fino ai sessane' anni, ma restava il problema di cosa fare degli Spartiati so-
pravvissuti, i quali, per non essere morti accanto a Cleombroto, si confi-
guravano come "fuggiaschi" e avrebbero perciò dovuto essere puniti con
la privazione dei diritti politici: per evitare una ulteriore diminuzione del
numero dei cittadini, Agesilao risolse la questione stabilendo, in occasio-
ne dell'assemblea che avrebbe dovuto decidere della loro sorte, che, per
quel giorno, era opportuno lasciar "dormire" le leggi.
La vittoria tebana ebbe un immediato riflesso negli equilibri pelopon-
nesiaci: su impulso di Mantinea, che tornò a costituire una singola città
e ricostruì le sue mura, si realizzò un'alleanza antispartana formata dalla
maggioranza degli Arcadi, che si unirono in una federazione, e dalle città
di Elide e Argo. Quest'alleanza richiese a sua volta l'aiuto dei Tebani,
che nell'inverno del 370-369 a.C. discesero nel Peloponneso al coman-
do di Epaminonda. Pur consapevoli di quanto fosse difficile l'accesso
alla valle dell' Eurota, i Tebani si lasciarono convincere ad attaccare di-
rettamente Sparta, confidando in una sollevazione dei perieci. Di fronte
all'eccezionalità dell'evento - era la prima volta che la città, da sempre
priva di mura, veniva minacciata da un esercito nemico - gli Spartani
offrirono la libertà agli iloti che avessero preso le armi contro gli invasori
e in 6.000 risposero all'appello: Senofonte riporta, però, che persino in
questa drammatica circostanza gli Spartani, quando videro gli iloti ar-
mati e schierati al proprio fianco, ne ebbero un istintivo timore perché
«parvero essere troppi» (Elleniche VI,5,29 ). La pianura spartana fu sac-
cheggiata, ma Epaminonda preferì evitare un combattimento casa per
casa e si diresse dapprima a sud - in direzione di Gytheion, che assediò
per alcuni giorni - e poi in Messenia. La liberazione del territorio a ovest
del Taigeto, incredibilmente omessa nel racconto di Senofonte, segnò
più delle sconfitte militari l'irreversibilità del declino spartano, poiché
le proprietà di molti dei suoi cittadini erano in Messenia e la loro perdita
ne aggravò la condizione economica. Per dare una struttura politica al
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA

cerritorio liberato, Epaminonda patrocinò la fondazione, in quello stesso


:i69 a.C., della città di Messene ai piedi del monte Ithome, il cui corpo
civico venne ad essere costituito, per larga parte, dagli iloti e dai perieci
della Messenia. Per molti decenni a venire gli Spartani non avrebbero ri-
conosciuto la legittimità della nuova città: dal loro punto di vista la Mes-
senia era, tutt'al più, una nozione geografica che si riferiva a una parte
del proprio territorio e i suoi abitanti non potevano che essere degli iloti.
Più o meno contemporaneamente alla fondazione di Messene si ebbe
anche quella della città di Megalopoli, nata dal sinecismo di numerose
piccole comunità dell'Arcadia meridionale. Pure in questa circostanza
l'iniziativa è da attribuire a Epaminonda, ma sarebbe errato interpretare
queste fondazioni come esclusiva espressione della sua strategia militare,
volta a isolare Sparta e circondarla di città ostili e legate politicamente ai
Tebani. A monte degli eventi che sancirono la crisi finale dell'egemonia
spartana, un ruolo determinante lo ebbe l'emergere di nuove identità
etniche, intorno alle quali vennero a coagularsi, nei primi decenni del
rv secolo, nuove entità statuali che ridefinirono la mappa del Pelopon-
neso. Fino ad allora, gli Spartani erano stati facilitati nel controllare la
lega peloponnesiaca dalla limitata strutturazione politica di alcune delle
comunità sue alleate, soprattutto nell'area dell'Elide e dell'Arcadia, e
dal legame clientelare con i gruppi oligarchici che dominavano queste
comunità. Diversamente, nelle entità statuali che emersero nel IV secolo
- non necessariamente nella forma della polis, ma più spesso attraver-
so la creazione di strutture federali demograficamente consistenti -, il
processo di strutturazione politica si era accompagnato alla costruzione
di identità etniche che le rendevano più coese. Inoltre, favorendo una
maggiore partecipazione politica, queste nuove formazioni statuali era-
no tendenzialmente democratiche e antispartane.
In un tale contesto, militare e politico, l'egemonia sul Peloponne-
so non era più recuperabile e il destino della lega appariva segnato. Gli
Spartani poterono ancora ottenere, in assenza dei Tebani, una vittoria
su una coalizione di Arcadi, Messeni e Argivi nella "battaglia senza la-
crime", così chiamata perché da parte spartana non vi furono caduti. E
tuttavia Sparta non era più in grado di proteggere quanti tra i suoi alleati
le rimanevano fedeli e fu costretta a lasciar liberi i Corinzi di concludere
una pace separata con Tebe nel 365. L'obbligo di seguire i Lacedemoni
dovunque essi li conducessero, che era il cardine della lega peloponne-
siaca, veniva meno: gli Spartani «concessero di cessare le ostilità anche
agli altri alleati che non erano più disposti a combattere al loro fianco;
SPARTA

quanto a sé stessi, dichiararono che avrebbero continuato a combaccere


qualunque sorte gli fosse stata riservata dal dio, perché mai avrebbero
accettato di perdere la Messenia, che avevano ricevuto dai loro padri»
(Senofonte, Elleniche vn,8,9 ).

Verso l'Ellenismo: isolamento e irrilevanza

Nel 362 a.C., su sollecitazione degli Arcadi, Epaminonda discese nuo-


vamente nel Peloponneso, dove alcune circostanze contingenti aveva-
no spinto gli Elei e la città di Mancinea, venuta a contrasto con le altre
città dell'Arcadia, ad abbandonare l'alleanza con Tebe e riavvicinarsi
agli Spartani. Anche Arene, timorosa di una victoria che consolidasse
l'egemonia tebana, si era decisa a intervenire al loro fianco. Epaminonda
puntò su Sparta, ma nei pressi della città un coraggioso attacco degli
Spartani causò scompiglio era le file tebane e parve opportuno non insi-
stere. Epaminonda ripiegò allora nel territorio arcade, dove, nella piana
di Mantinea, i due eserciti si scontrarono: la coalizione guidata dai Te-
bani risultò vincitrice sul campo, ma la morte di Epaminonda vanificò la
victoria. Il celebre commento con cui Senofonte termina le sue Elleniche,
relativo alla confusione che da quel momento regnò in Grecia, dove nes-
suna città si era mostrata capace di conseguire una definitiva egemonia,
non deve oscurare il fatto che gli Spartani, anche se avessero vinto, diffi-
cilmente avrebbero potuto invertire il corso degli eventi - di cerco non
avrebbero invertito la dinamica declinante della loro società.
Privata della metà del suo cerri torio e della ricchezza che la Messenia
forniva, non più in grado di esercitare una politica egemonica nemmeno
all'interno del Peloponneso, Sparta inizia nél corso degli anni Cinquan-
ta del IV secolo a essere una potenza sempre più di secondo piano nel
mondo greco e a isolarsi politicamente. Ciò si riflette nella disattenzione
della tradizione storiografica verso quanto avveniva a Sparta, che com-
porta che per tutto il periodo che va fino alla metà del III secolo dispo-
niamo di una documentazione limitata. È indicativo della disattenzione
delle fonti il fatto che del re agiade Cleomene II - figura certamente
irrilevante, ma che regnò per quasi sessantun' anni fino al 309 a.C. - non
si sappia praticamente nulla. Mal 'evento che meglio segnala il contrasto
era la fama di cui la città godeva appena qualche anno prima e la realtà
pose 362 è la spedizione che Agesilao condusse in Egitto all'età di più di
occant 'anni. Per far fronte alla difficile situazione finanziaria della città,
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA

il re euripontide accolse nel 360 l'invito a recarsi in Egitto, di fatto come


mercenario, in appoggio dei ribelli egiziani che si erano sollevati contro
il re di Persia. Le parole di Plutarco, secondo cui gli Egiziani alla vista
dell'anziano e malconcio Agesilao « si misero a sbeffeggiarlo e a rider-
ne» ( Vita di Agesilao 36,8-9 ), hanno il sapore di una malinconica consi-
derazione sulla mutevolezza dei destini umani. In Egitto Agesilao - che
conduceva con sé 1.000 opliti, forse Spartiati declassati - fu coinvolto
nelle faide interne tra i capi della resistenza egiziana e quando era ormai
sul punto di tornare a Sparta morì in Libia.
Ma Agesilao è solo il primo di una serie di re o principi spartani che
preferirono allontanarsi da Sparta per assumere il ruolo di condottie-
ri all'estero. Lo fece anche il figlio Archidamo III, il cui regno coincise
con l'emergere della potenza macedone. In occasione della terza guerra
sacra, che consentì al re di Macedonia Filippo II di intromettersi nelle
vicende greche, Sparta - pur appoggiando formalmente, e per quanto
possibile finanziariamente, i sacrileghi Focesi che avevano saccheggiato
il santuario di Delfi - si astenne dal farsi coinvolgere in azioni militari. E
quando Filippo strinse un'alleanza con le città di Messene, Megalopoli
e Argo, rinnovando il progetto tebano di isolare Sparta, ad Archidamo
non restò che adeguarsi ai nuovi rapporti di forza e imbarcarsi per soc-
correre le colonie spartane di Lieto, allora impegnata contro Cnosso, e di
Taranto. La tradizione antica enfatizza che Archidamo rispose pronta-
mente alla richiesta di aiuto dei Tarantini, minacciati dalle popolazioni
italiche, in virtù del legarne di consanguineità tra Sparta e Taranto, ma
di certo dovette contare molto la consistenza dell'ingaggio. Morì com-
battendo contro i Messapi presso l'odierna Manduria in quello stesso
anno, il 338, in cui Filippo s'imponeva in Grecia sconfiggendo Ateniesi
e Tebani nella battaglia di Cheronea.
A conferma dell'isolamento degli Spartani sta il facto che essi furo-
no i soli a non aderire alla lega di Corinto, lo strumento con cui Filippo
unì i Greci sotto la sua egemonia con l'intenzione di attaccare i Persia-
ni. Né il sovrano macedone se ne curò, limitandosi a una spedizione
nel Peloponneso che sottrasse a Sparta alcuni territori di confine. Di
conseguenza, gli Spartani non parteciparono nemmeno alla grande
spedizione che suo figlio Alessandro condusse a partire dal 334 in Asia,
n1a va regisrrato che, per celebrare la sua prima vittoria nella baccaglia
di Granico, Alessandro inviò ad Atene trecento armature catturate ai
Persiani, chiarendo, nell'iscrizione che accompagnava la dedica alla dea
Atena, che a offrirle erano «Alessandro figlio di Filippo e i Greci cran-
168 SPARTA.

ne gli Spartani» (Arriano, Anabasi 1,16,7 ). Forse involontariamente,


questa iscrizione riconosceva negli Spartani, marcandone l'assenza, de-
gli attori politici di cui ancora si doveva tener conto. Tali, infatti, li con-
sideravano i Persiani, che, nel tentativo di allontanare l'esercito di Ales-
sandro dall'Asia, ricorsero all'usuale strategia di fornire agli Spartani i
mezzi finanziari per suscitare, con l'utilizzo di milizie mercenarie, una
sollevazione in Grecia. La velocità con cui il sovrano macedone ebbe la
meglio sull'ultimo re persiano, Dario III, vanificò questo progetto, ma
il re euripontide Agide III, il figlio di Archidamo, poté utilizzare il de-
naro dei Persiani per un'azione militare che, più che a liberare la Grecia
dai Macedoni, doveva avere il più modesto obiettivo di restituire alla
città un ruolo egemonico nel Peloponneso, con la recondita speranza di
riprendersi la Messenia. Nella baccaglia di Megalopoli del 331-330 a.C.
egli venne sconfitto da Antipatro, che Alessandro aveva lasciato a reg-
gere la Macedonia in sua assenza, e morì in battaglia. Informato dell 'ac-
caduto, lo stesso Alessandro avrebbe ironizzato sull'evento, giudicando
quella di Megalopoli - che pure aveva visto confrontarsi due eserciti di
grande consistenza - una "battaglia di topi" se messa a confronto con
l'epopea conquistatrice di cui egli era il protagonista in Oriente. Come
garanzia di buon comportamento futuro, cinquanta Spartiati apparte-
nenti all' élite cittadina furono consegnati ad Antipatro come ostaggi.
Questa nuova sconfitta determinò un ripiegamento di Sparta. È si-
gnificativo che la tradizione letteraria collochi nei primi anni dell'età
ellenistica l'erezione di una cinta muraria, resasi necessaria dopo le ripe-
tute invasioni della Laconia (Giustino XIV,5,6-7; si osservi, però, che do-
vette trattarsi di una palizzata di legno, perché le mura che gli archeologi
hanno individuato sul terreno appartengono alla fine del III secolo). Per
il resto, gli episodi di storia spartana su cui le fonti si soffermano sono
relativamente pochi. Ci sono le spedizioni oltremarine dei due figli di
Cleomene II, quella di Acrotato in Sicilia e quella che Cleonimo con-
dusse in soccorso, nuovamente, di Taranto.C'è la discesa in Laconia di
Pirro - re dell'Epiro e in quel momento anche della Macedonia-, che
nel 2 72 cercò di imporre con la forza sul trono agiade proprio Cleonimo,
ma venne respinto (il legittimo sovrano era il figlio di Acrotato, Areo I,
che al momento dell'attacco si trovava a Creta). E c'è infine il ruolo che
lo stesso Areo si ritagliò promuovendo, con a fianco Atene e spalleggiato
dal re di Egitto Tolomeo II, la cosiddetta guerra cremonidea. Nel corso
di essa, combattendo, come era usuale dire, nel nome della libertà dei
Greci contro il re macedone Antigono Gonata, Areo morì nei pressi di
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA

Corinto: era il 265. Suo figlio, che come il nonno aveva il nome di Acro-
rato, gli successe brevemente nel regno, ma cadde anche lui in battaglia,
vinto da Aristodemo tiranno di Megalopoli.
È consuetudine sottolineare che Areo attuò durante il suo lungo re-
gno una trasformazione della regalità spartana sul modello delle monar-
chie ellenistiche. Lo dimostra, tra le altre cose, la circostanza che sulle
prime monete d'argento spartane - coniate in verità fuori di Sparta, pro-
babilmente per pagare i mercenari assoldati per la guerra cremonidea -
compaia il nome del re Areo (Basile[os} Areios), ignorando che a Sparta
di re ve ne erano ancora due. Ma non cambia solo il modello di regalità,
giacché le trasformazioni sociali toccano anche quei costumi che più di
rutti erano il segno della diversità spartana. Una preziosa testimonianza
dello storico Filarco (FGrHist 81 F 44) ci informa che durante i regni di
Areo e di Acrotato i sissizi abbandonarono la loro tradizionale sobrie-
tà e una varietà di cibi raffinati iniziarono a essere consumati durante la
seconda parte del pasto. Seguì, però, una reazione: pochi anni dopo la
morte di questi re il tema del ripristino delle istituzioni ancestrali s' im-
pose, spesso violentemente, all'interno dell'azione politica spartana.

Gli ultimi re: Agide IV, Cleomene III e Nabide

Il cono d'ombra storiografico che aveva avvolto Sparta nella prima età
ellenistica si dirada nella seconda metà del III secolo, in corrispondenza
con l'ascesa al trono di alcuni sovrani la cui azione attirò l'attenzione de-
gli storici antichi. In particolare, le Vite che Plutarco dedicò ai re Agide
IV e Cleomene III forniscono - nonostante l'ottica idealizzante che le
pervade e che proviene dalla fonte del biografo Filarco - una testimo-
nianza essenziale su questo periodo. In tutt'altra prospettiva, Polibio e
sulla sua scia lo storico romano Tito Livio offrono una rappresentazio-
ne tirannica delle figure di Cleomene III e, soprattutto, di colui che per
ultimo si fregiò del titolo di re a Sparta, Nabide. Nel complesso, tutta-
via, l'attenzione rivolta a questi personaggi è la conseguenza del ruolo
rilevante che Sparta tornò temporaneamente ad assumere, se non altro
ali' interno del Peloponneso.
Perché ciò avvenisse, era necessario che fosse data una risposta alle
ragioni sociali della crisi della città, che sono sintetizzate in un passo
assai noto della Vita di Agide di Plutarco ( 5,6-7 ), secondo il quale alla
tnetà del III secolo il numero degli Spartiati si era ridotto a 700 unità,
SPARTA

e «di questi erano circa cento quelli che possedevano una terra e un
lotto; la folla degli altri, priva di risorse e di onori, se ne stava in città
difendendosi pigramente e senza ardore nelle guerre esterne, sempre
aspettando l'occasione di un cambiamento e di una rivoluzione». La
"rivoluzione" spartana di III secolo - è bene chiarirlo subito - non fu
però prodotta dal basso, ma fu promossa dal vertice stesso della socie-
tà, nella persona di alcuni sovrani che erano influenzati, come già nel
caso di Areo, dal modello della regalità ellenistica. Tale regalità si fon-
dava sul legame tra il re e il suo esercito e, per quanto gli eserciti di età
ellenistica fossero costituiti per una parte cospicua da mercenari, era
evidente che non si dava la possibilità di praticare una politica di po-
tenza senza la ricostituzione di un corpo cittadino di proprietari terrieri
dediti all'esercizio delle armi e legati al sovrano. E poiché a Sparta non
era possibile operare cambiamenti istituzionali, se non legittimandoli
come un ritorno all'originaria costituzione di Licurgo, ecco che, nello
scontro che si produsse tra i promotori delle riforme e la ristretta oligar-
chia di proprietari fondiari che vi si opponevano, una parte significativa
la ebbe l'abilità nel far prevalere una rappresentazione delle istituzioni
licurgiche funzionale ai propri interessi. La ricerca di una legittimazio-
ne, peraltro, non deve nascondere l'estrema violenza che raggiunse in
questi anni la lotta politica, con condanne a morte di re e l'eliminazio-
ne fisica di più di un collegio di efori.
Il primo tentativo di riforma fu messo in atto dal re euripontide
Agide IV, asceso al trono nel 244. Plutarco che lo presenta come un
giovane idealista che, benché ricchissimo e cresciuto negli agi, assume
da subito un comportamento "spartano" e si adopera per restaurare la
pretesa eguaglianza introdotta da Licurgo: il suo programma di rifor-
me contemplava, infatti, l'abolizione dei debiti e una redistribuzione
egualitaria delle terre mirante a creare 4.500 lotti destinati agli Spartiati
nella valle dell'Eurota e altri 15.000 per i perieci nel restante territorio
della Laconia. Era previsto che il numero degli Spartiati fosse integrato
concedendo la cittadinanza a quei perieci o altri stranieri che avessero
ricevuto un'educazione da uomini liberi, che fossero nel fiore dell'età e
fisicamente idonei. Il ripristino dei costumi tradizionali - ivi compresi i
sissizi in cui distribuire il nuovo corpo cittadino - completava il piano di
riforma. Attraverso l'eforo Lisandro questo piano fu presentato al consi-
glio degli anziani, ma venne respinto per un solo voto a causa dell'ostilità
dell'altro re, Leonida II, a cui facevano riferimento i ricchi proprietari
terrieri ostili alla redistribuzione delle terre. Ma Lisandro, richiaman-
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 171

dosi ad alcune antiche norme che Leonida avrebbe violato, riuscì a farlo
destituire (il suo posto sul trono agiade fu preso dal genero Cleombro-
co II) e la riforma venne approvata. L'unica sua parte a essere attuata, tut-
cavia, fu l'abolizione dei debiti, perché lo stesso zio di Agide, Agesilao,
eletto eforo nel collegio dell'anno successivo, ritardò la redistribuzione
delle terre: se dobbiamo credere a Plutarco, Agesilao era un proprietario
terriero indebitato che aveva ogni interesse nell'abolizione dei debiti,
ma nessuno nella redistribuzione fondiaria. Tale ritardo, a ogni modo,
consentì a quanti erano avversi alle riforme di reagire e i rapporti di forza
si capovolsero. Nel 2.41 Leonida riottenne il trono, Cleombroto dovette
andare in esilio e Agide - che dapprima si era rifugiato nel santuario di
Atena Chalkioikos, ma poi con l'inganno ne era stato condotto fuori -
fu arrestato e messo a morte.
Eppure, toccò proprio al figlio di Leonida, Cleomene III, riprendere e
attuare i progetti di riforma. Il padre gli aveva dato in sposa la vedova di
Agide, Agiatide, una delle molte figure femminili che compaiono nelle
Vite plutarchee di Agide e Cleomene e che trasmettono un'immagine,
certo stereotipata, del carattere forte delle donne spartane, in grado di
condizionare le scelte politiche dei loro uomini. Sia o meno vero che
Agiatide trasmise a Cleomene le idee rivoluzionarie del primo marito,
di certo il quadro sociale esistente non consentiva alla città di rispondere
alle minacce esterne, tanto che verso il 2.40, durante una loro incursione
in Laconia, gli Etoli poterono catturare indisturbati un numero consi-
derevole di iloti (quantificati con qualche esagerazione in 50.000 da
Plutarco, Vita di Cleomene 18,3). Divenuto re nel 2.35, Cleomene dovette
anzitutto confrontarsi con la lega achea, che in quegli anni si stava impo-
nendo sotto la guida di Arato di Sidone come nuova potenza egemone
del Peloponneso. Forte dei primi successi ottenuti contro gli Achei, tra
cui la presa e il saccheggio di Megalopoli, Cleomene nel 2.2.7 mise in opera
il suo piano, ridistribuendo le terre, costituendo un esercito cittadino di
4-.000 opliti e ristabilendo «l'ordinamento appropriato dei ginnasi e dei
sissizi» (Plutarco, Vita di Cleomene 11; cfr. supra, p. 31). Per farlo modifi-
cò violentemente le istituzioni della città: gli efori furono uccisi e la loro
magistratura soppressa perché non licurgica; quanto allagerousia, è dubi-
tabile la notizia secondo cui avrebbe soppresso anch'essa (Pausania II,9,1),
ma sta di fatto che durante il suo regno non si ha notizia del consiglio
degli anziani, molti dei quali furono probabilmente esiliati; venne invece
introdotta la carica del patronomos ("guardiano della tradizione patria"),
dai poteri molto più limitati. Soprattutto, egli mise fine alla doppia rega-
172 SPARTA

lità degli Agiadi ed Euripontidi: Archidamo v, ultimo erede della dina-


stia euripontide, che dopo la morte di Agide IV viveva esule a Messene, fu
assassinato al suo ritorno a Sparta e Cleomene lo sostituì con il proprio
fratello, Euclida. Più che essere un modo per rispettare formalmente il
principio della doppia regalità, la nomina del fratello conferma l'assimi-
lazione della regalità spartana a quella dei monarchi ellenistici, presso i
quali era comune associare al regno un proprio congiunto.
U potere assoluto così conseguito permise a Cleomene di condurre
una politica aggressiva nei confronti della lega achea, che sembrò quasi
condurlo a ottenere dagli Achei il riconoscimento della sua egemonia e
il comando stesso della lega. Ma Arato di Sicione, che peraltro temeva la
diffusione di idee di rivoluzione sociale in tutto il Peloponneso, preferì
chiedere il soccorso del re di Macedonia, Antigono Dosane. Di fronte alla
discesa dell'esercito macedone, Cleomene arrivò a offrire agli iloti la possi-
bilità di acquistare la propria libertà, raccogliendo in questo modo la som-
ma necessaria a finanziare lo sforzo militare, soprattutto attraverso l' ar-
ruolamento di altri mercenari. Nulla poté, tuttavia, quando nel 222 tentò
di bloccare l'avanzata macedone all'ingresso della Laconia, presso Sellasia.
Qui il suo esercito - che pure tra Lacedemoni, alleati e mercenari contava
20.000 uomini - fu annientato e Cleomene dovette fuggire in Egitto.
Antigono restaurò a Sparta, per la prima volta occupata da un eser-
cito nemico, la costituzione degli avi (patrios politeuma: Polibio 11,70,1),
un concetto politicamente variabile ma che potrebbe riferirsi al rein-
sediamento del collegio degli efori. Nel 219, alla notizia della morte di
Cleomene in Egitto, gli Spartani provarono anche a restaurare la doppia
regalità, ma la scelta dei membri degli Agiadi e degli Euripontidi, che
potevano più o meno legittimamente aspirare a essere nominati re, non
fu felice e servì solo a provocare un'ulteriore umiliazione della città a se-
guito della nuova discesa in Laconia dei Macedoni, questa volta guidati
da Filippo v. Il quadro degli eventi degli anni successivi è sempre più
caotico, ma da essi emerge, dopo una rovinosa sconfitta subita nel 207
per mano degli Achei nell'ennesima battaglia di Mantinea, la figura di
Nabide. Nonostante il nome di origine semitica, Nabide era figlio di un
Demarato e ciò implica che abbia rivendicato una pretesa discendenza
dall'omonimo re euripontide vissuto tre secoli prima. Monarca ellenisti-
co a tutti gli effetti, Nabide conia monete con il suo ritratto, dispone di
un palazzo reale e intrattiene rapporti diplomatici con gli altri sovrani
ellenistici che gli riconoscono il titolo di basileus. La sventura di Nabide,
non solo sul piano evenemenziale, ma anche su quello della rappresen·
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 173

razione storiografica, è però quella di essere stato il primo spartano a


doversi confrontare con i Romani, oramai proiettati verso il Mediterra-
neo orientale dopo la vittoria sui Cartaginesi: nella tradizione romana,
infatti, Nabide è presentato come un tiranno. La sua posizione antima-
cedone, in verità, gli aveva assicurato inizialmente buoni rapporti con i
Romani, impegnati nella guerra contro Filippo v, ma il comportamento
di Nabide era stato ambiguo, al punto da occupare Argo con la compli-
cirà dello stesso Filippo v. Pertanto, dopo che il proconsole romano Tito
Quinzio Flaminino ebbe sconfitto i Macedoni e proclamato ai giochi
isrmici del 196 lalibertàdelle città greche, l'occupazione di Argo non era
più tollerabile. L'anno successivo anche i Romani discesero per la prima
volta in Laconia: di fronte alla disparità di forze, Nabide fu costretto ad
accettare le durissime condizioni di pace che gli vennero imposte, ma fu
lasciato sul trono. In seguito, sfruttando la confusione che seguì il suo
assassinio nel 192., gli Achei, guidati dallo stratego Filopemene, occupa-
rono Sparta e la incorporarono nella lega achea.

Dall'adesione alla lega achea alla pax romana

La resa di Nabide nel 195 a.C. aveva posto termine alla secolare dipen-
denza delle città perieciche. Flaminino, infatti, aveva sottratto a Sparta il
controllo delle città costiere della Laconia, ponendole sotto la tutela de-
gli Achei. Forse nello stesso anno, o comunque di lì a poco, queste città si
federarono in una lega, il koinon dei Lacedemoni: priva di un accesso al
mare, Sparta cessava di essere l'unica entità politica della Laconia. Nem-
meno la servitù ilotica durò ancora a lungo. L'ultima apparizione di iloti
nelle fonti risale al regno di Nabide, che ne aveva affrancati parecchi,
ed è incerto se la loro condizione giuridica venne formalmente abolita
nello stesso 195, quando Flaminino ne liberò altri come ricompensa per
la loro collaborazione contro Nabide, o sia silenziosamente scomparsa
negli anni seguenti.
Quanto rimaneva delle istituzioni licurgiche venne abrogato qualche
anno dopo, seppur solo temporaneamente: mal sopportando l'alleanza
forzosa con Filopemene, a Sparta riprese il sopravvento la fazione an-
tiachea che condusse nel 189 un attacco contro la cittadina di Las, nella
penisola di Tenaro, dove si erano rifugiati gli esuli filoachei. Di fron-
te a questa violazione della pace del 195, Filopemene intervenne nuo-
vamente a Sparta nel 188, ottenendo con le minacce la consegna degli
174 SPARTA

esponenti della fazione a lui ostile, che furono messi a morte, l'abbatti-
mento delle mura e l'abrogazione delle leggi e dei costumi di Licurgo.
Tito Livio commenta, a questo proposito, che «nulla per gli Spartani
era tanto di sacrificio quanto l'abolizione della disciplina di Licurgo, a
cui si erano abituati durante ottocento anni» (xxxv111,34,9). Costretta
ad assumere gli ordinamenti della lega achea e a riconoscerne i magistrati
e i decreti, Sparta si trovò lacerata al suo interno da lotte tra fazioni, al
punto da inviare a Roma nel 184-183 a.C. ben quattro delegazioni che si
facevano interpreti di interessi diversi. I Romani, che nel 188 non erano
intervenuti ma non avevano apprezzato gli eccessi di Filopemene, inizia-
rono a fare delle concessioni a Sparta: pur ribadendo che la città doveva
rimanere nel seno della lega achea, consentirono che le mura venissero
ricostruite e non è escluso che gli Spartani poterono riadattare i costumi
tradizionali (l'alternativa è che li abbia ristabiliti nel 146).
Nei decenni successivi, il progressivo deteriorarsi dei rapporti dei
Romani con la lega achea favorì la costituzione di un legame privile-
giato tra Roma e Sparta, agevolato dalla diffusione del mito spartano
tra l'élite romana, che avrebbe trovato espressione nella riflessione sulle
somiglianze fra le istituzioni delle due città. Da parte loro, gli Spartani
avevano compreso che «il riconoscimento e la salvaguardia della loro
specificità culturale, dell'eccezione lacedemone, passava attraverso la
loro integrazione in un insieme più globale, il mondo nuovo che Roma
stava instaurando» (Texier, 2.014, p. 295). Pertanto, certi dell'appoggio
romano, gli Spartani defezionarono dalla lega nel 148 e, pur sconfitti
militarmente dagli Achei, si videro confermare la loro indipendenza dal
senato romano. La reazione della lega achea si manifestò in una dispe-
rata sollevazione contro i Romani che non aveva alcuna possibilità di
successo: nel 146 il console romano Lucio Mummia ne ebbe facilmente
ragione, sciolse la lega achea e rase al suolo Corinto. A Sparta, invece, fu
riconosciuta la condizione di civitas libera.
Da questo momento la storia di Sparta è, oltre che poco nota, di
scarso interesse. Pur formalmente liberi, gli Spartani non potevano
che muoversi nell'orbita del grande impero mediterraneo di Roma. La
necessità di avere dei protettori nel nuovo centro del mondo li spinse
a diventare clienti della famiglia dei Claudii. Vennero poi coinvolti,
loro malgrado, nelle guerre civili romane: come tutti i Greci, nel con-
flitto tra Cesare e Pompeo si schierarono con quest'ultimo; in quello
fra i cesariani e i cesaricidi appoggiarono i triumviri Gaio Ottaviano e
Marco Antonio, peraltro a duro prezzo, giacché 2.000 soldati spartani
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 175

caddero nella battaglia di Filippi. Ma è in occasione della guerra tra


Ottaviano e Antonio che Sparta fece la scelta giusta, poiché fu la sola
città greca, o quasi, a schierarsi dalla parte di Ottaviano. Lo spartano
Euricle, figlio di un certo Lacare che Antonio aveva messo a morte con
l'accusa di pirateria, guidò un piccolo contingente navale nella bac-
caglia di Azio del 31 a.C. e ricevette da Ottaviano, a ricompensa della
sua fedeltà, la cittadinanza romana assumendo il nome di Gaio Giulio
Euricle. A lui è legato - nel mondo pacificato da Ottaviano, nel frat-
tempo divenuto Augusto - l'ultimo sussulto di grandezza spartana:
ottenne la presidenza degli Accia, i giochi istituiti a commemorazione
della vittoria di Azio, e poté esercitare per un quarto di secolo, forte
dell'amicizia con l'imperatore, un potere su Sparta che, qualunque ne
fosse la legittimazione costituzionale, assomigliava a una monarchia.
Personaggio estremamente ambizioso e spregiudicato, al punto da in-
serirsi negli affari del re Erode di Giudea - dai tempi di Areo I gli
Spartani avevano stretto un legame con gli Ebrei, avallato in nome di
una parentela tra i due popoli -, Euricle fu accusato per ben due volte
davanti ad Augusto dall'aristocrazia spartana, che evidentemente mal
sopportava di essere assoggettata al figlio di un pirata (trai suoi accusa-
tori compare un discendente di Brasida, il comandante che combatté
nella guerra del Peloponneso). Nella seconda occasione, in una data
collocabile tra il 7 e il 2. a.C., Augusto prese atto che Euricle abusava
della sua amicizia e lo esiliò. Fu probabilmente dopo il suo esilio che
l'imperatore riorganizzò la lega dei Lacedemoni, che assunse il nome
di lega degli Eleutherolakones (i "Laconi liberi"), a sottolinearne la de-
finitiva liberazione da Sparta. Euricle fu però riabilitato post mortem e i
suoi discendenti - prima il figlio Lacone e poi il figlio di quest'ultimo,
Spartiatico - continuarono a esercitare sulla città un potere dinasti-
co che ebbe termine solo durante il principato di Nerone, quando si
ebbe il ritorno a un governo "repubblicano". Un fenomeno documen-
tariamente significativo accompagna questo ritorno: per tutto il pe-
riodo che va dalla fine del I all'inizio del III secolo d.C. - in altri ter-
mini, dall'età dei Flavi a quella dei Severi - il numero delle iscrizioni
spartane, che riportano liste di magistrati o che si riferiscono ai culti e
alle festività cittadine, cresce in maniera rilevante e illumina i modi in
cui Sparta, che ormai era una normale città della provincia romana di
Acaia, si confrontò con il suo glorioso passato. Un passato che seppe
usare abilmente, riuscendo a costruire intorno a esso la sua identità di
città provinciale.
SPARTA

La città musealizzata

Nel 2.1 a.C. Augusto si era recato a visitare Sparta. Secondo lo storico
Cassio Dione (uv,7 ), l'imperatore - oltre a restituirle il controllo dell' i-
sola di Citera, che divenne un possesso privato di Euricle - partecipò
anche ai sissizi. Non ci è dato sapere in cosa consistessero esattamente
questi sissizi. Di sicuro, non erano più i pasti comuni cui tutti i cittadini
erano tenuti a partecipare quotidianamente, ma è significativo che esi-
stessero ancora e che, fra le scarne informazioni relative alla permanenza
di Augusto a Sparta, venga ricordato che l'imperatore vi prese parte. Au-
gusto si adeguò in questo modo a un comportamento che era divenuto
usuale tra i nobili romani, i quali si recavano in visita "turisticà' in Grecia
alla ricerca dei luoghi nei quali si incarnava il suo grande passato. Questo
viaggio di formazione culcurale, oltre a prevedere un periodo di perma-
nenza ad Atene, dove si potevano ammirare i monumenti di età classica
e frequentare le scuole filosofiche o oratorie, contemplava spesso un sog-
giorno a Sparta. E poiché la città era rinomata non per i suoi edifici, ma
per le leggi di Licurgo, lo scopo di un viaggio in Laconia era quello di
poter osservare dal vivo la disciplina delle sue istituzioni. O, per meglio
dire, quanto ne rimaneva e che consisteva soprattutto nei riti che ac-
compagnavano l'educazione spartana, opportunamente riattualizzati e
modificati. Sissizi ed educazione collettiva erano ciò che rendeva Sparta
peculiare e degna di essere visitata. Tra gli altri anche Cicerone, olcre
cinquant'anni prima di Augusto, era stato a Sparta e aveva assistito ai riti
e alle competizioni che avevano luogo tra adolescenti.
Per molci aspetti, dunque, Sparta era divenuta un museo vivente e
si comprende bene perché la visita della città fosse consueta per quanti
erano animati dall'ammirazione verso la culcura greca: non è un caso
che l'altro imperatore di cui si ha notizia di un suo passaggio per Sparta
sia il filoellenico Adriano, che vi soggiornò nel 12.4-12.5 e nel 12.8-12.9
d.C. Quanto agli Spartani, la riproposizione volutamente arcaicizzan-
te di alcune delle usanze per le quali la città era famosa, costituiva un
mezzo di affermazione della propria identità. Tale fenomeno trova la
sua espressione più evidente nei riti che continuavano a tenersi presso il
santuario di Artemide Orthia, «il simbolo iconico della Sparta classica
per le classi colce del principato» (Spawforth, 2.012., p. 118). Le iscri-
zioni provenienti dal santuario testimoniano che i ragazzi che avevano
ottenuto la vittoria erano ancora inquadrati in gradi di età annuali e,
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 177

sulla scia di un uso che durava da alcuni secoli, dedicavano falcetti alla
dea. Ma non bisogna lasciarsi ingannare da questa apparente continuità,
perché l'educazione di età romana non era più un'espressione viva della
società e non era più integrata con le altre istituzioni cittadine: era, sem-
plicemente, un costume riservato ai giovani dell'aristocrazia ci ccadina
per un periodo limitato di tempo, dai sedici ai vent'anni. Anche i riti
che si svolgevano nel santuario erano sensibilmente diversi: mentre in
età classica l'abilità dei ragazzi scava nel rubare i formaggi evitando per
quanto possibile i colpi delle fruste, in età romana il rituale si esauriva
nell'atto della fustigazione e il vincitore era colui che meglio sopportava
in silenzio le frustate. È difficile dire quanto sia attendibile la tradizio-
ne letteraria, che enfatizza che il sangue dei ragazzi fustigaci bagnava
l 'al care della dea al punto che alcuni di essi sarebbero morti durante
il rito, ma di cerco questa fascinazione per il sangue è coerente con un
mondo che aveva negli spettacoli gladiatori una delle sue espressioni più
rilevanti. Significativamente, gli Spartani si preoccuparono più volte, in
età imperiale, di modificare l'area cultuale della dea: dapprima durante
il principato di Augusto, quando fu predisposta un'area teatrale per ac-
cogliere gli spettatori che venivano ad assistere al rito; e poi ancora nel
III secolo d.C., quando essa venne rimodellata fino ad assumere la forma
di un piccolo anfiteatro.
Ugualmente, il sistema istituzionale di questo periodo si sforzò dico-
niugare le istituzioni tipiche di una città provinciale con la tradizione
spartana. Oltre al patronomos, relegato alla funzione onorifica di magi-
strato eponimo, le lisce di magistrati pervenuteci mostrano come la mac-
china istituzionale della città fosse in mano a ere magistrature: quella
dei cinque efori, i cinque nomophylakes (i "guardiani delle leggi") e la
gerousia. Ad eccezione dei nomophylakes, un'istituzione risalente all'età
ellenistica di cui ignoriamo il momento esatto di introduzione, si trat-
ta di corpi magistratuali che si richiamavano alla tradizione spartana.
Nonostante la conservazione del nome, tuttavia, restava ben poco delle
istituzioni antiche: gli efori si univano ai nomophylakes per costituire la
jynarchia, vale a dire un comitato congiunto di dieci magistrati che dete-
neva la funzione probuleucica; gli anziani non erano più tenuti ad avere
almeno sessant'anni, erano eletti annualmente ed erano in numero di
vencitré; inoltre, gli anziani formavano insieme alla synarchia un con-
siglio (boule) di trentatré membri. Se è corretta l'ipotesi secondo cui il
numero degli anziani era stato ridotto affinché la boule avesse un nume-
ro di componenti eguale alla somma di efori e anziani in età preceden-
SPARTA.

FIGURA 6
La città di Sparta in età romana

1 Circuito murario di età ellenistica


2 Mura di età tardoancica
J Santuario di Artemide Orthia
4 Santuario di Poseidone Tenario
s Tempio di Acena Chalkioikos
6 Skias?
7 Agora
8 Teatro romano

Fonte: Kennell (2010), p. VII (modificata).

te, cogliamo come gli Spartani cercassero in ogni modo di conservare


un'apparente continuità tra passato e presente.
Da un punto di vista urbanistico, infine, la città non aveva più nulla
della Sparta arcaica e classica, ancora costituita da una pluralità di villag·
gi. Racchiusa all'interno delle mura di età ellenistica, essa era ora divisa
nelle quattro ripartizioni di Pi tane, Limne, Mesoa e Cinosura, che - seb-
bene rivendicassero per sé il nome arcaicizzante di obai, le suddivisio·
ni civiche attestate nella Grande rhetra (cfr. supra, pp. 66-8) - non era·
no dei villaggi, ma i quartieri di una città relativamente prospera e ormai
ben sviluppata sotto il profilo urbano. Il processo di monumentalizza·
DALLA CRISI DI IV SECOLO ALLA CITTÀ ROMANA 179

zione di Sparta è riconoscibile nell'erezione di un numero consistente


di nuovi templi, ivi compresi quelli dedicaci a Cesare e ad Augusto, che
vennero a occupare una posizione preminente ali' interno dell 'agora.
Ma la più significativa manifestazione di cale processo fu l'edificazio-
ne in età augustea, lungo le pendici dell'acropoli, del teatro. Esso è cer-
tamente espressione del mecenatismo di Euricle, oltre a essere la strut-
tura meglio conservata fra i resti archeologici della città antica. Col-
locato a pochissima distanza dalle statue di Leonida e Pausania, il tea-
tro si inserì in un area pregna di valori simbolici. Risulta infatti che
proprio in onore di Leonida e Pausania si tenevano ogni anno - in oc-
casione della festività denominata Leonideia, che è ben attestata nella
documentazione epigrafica di età imperiale - delle declamazioni e dei
giochi a cui solo gli Spartani potevano partecipare. In una città rivol-
ta verso il passato, questo rinnovato sforzo nel valorizzare la victoria
sui Persiani non sorprende e trova un'ulteriore manifestazione nella
ristrutturazione del portico dei Persiani, da attribuire anch'essa, con
buona probabilità, a Euricle. Ma è interessante notare che cale valoriz-
zazione si prestava a un nuovo significato nel contesto della rinnovata
minaccia persiana rappresentata dall'impero dei Parti. La scelta di due
imperatori romani, prima Lucio Vero nel 162 d.C. e poi Caracalla nel
214, di richiedere a Sparta delle truppe da impegnare nella spedizione
contro i Parti era militarmente irrilevante, ma particolarmente evo-
cativa: Caracalla, in particolare, volle che la gioventù spartana che lo
accompagnava fosse inquadrata all'interno di un lochos di Picane (Ero-
diano IV,8,3; cfr. supra, p. 105), con evidente richiamo al battaglione che
- settecento anni prima! - si era messo in risalto contro i Persiani nella
baccaglia di Platea.

Non interessa in questa sede seguire ulteriormente le vicende di Sparta


nella carda età imperiale e oltre. Le nostre conoscenze, peraltro, sono
limitate. Il materiale epigrafico inizia a rarefarsi nel corso del III secolo
d.C., allineandosi a una tendenza generale che accompagna il passaggio
dal mondo antico alla carda antichità. Gli ultimi cataloghi di magistrati
cittadini si datano alla metà del secolo, mentre è del 268 la discesa in
Grecia degli Eruli, che non è sicuro abbiano raggiunto Sparta. Cerco,
invece, è il saccheggio della città da parte dei Goti di Alarico nel 396, a
seguito del quale venne eretto un nuovo muro di fortificazione, ancora
parzialmente visibile. Mal' abitato che questo muro proteggeva - pochi
eccari intorno ali' acropoli della città - si era estremamente ridotto.
180 SPARTA

Nel frattempo, la penetrazione del cristianesimo in città, di cui ci


sono tracce già a partire dal II secolo, si intensificò progressivamente e
generò tensioni fra la componente cristiana della città e quanti rimane-
vano fedeli alle tradizioni e ai culti antichi. Il retore Libanio, che fece in
tempo ad assistere alla fustigazione rituale dei ragazzi, riferisce, in una
lettera scritta nel 365, di aver appreso che a Sparta alcune statue cultuali
erano state distrutte ad opera dei cristiani. Era un processo inarrestabi-
le: meno di un secolo dopo l'apologeta cristiano Teodoreto rivendica-
va soddisfatto il completo abbandono di quelle leggi di Licurgo che un
tempo lasciavano impunita la pederastia e consentivano, a suo dire, co-
stumi matrimoniali aberranti. La memoria di un grande passato, conser-
vatasi per secoli nelle forme musealizzate che abbiamo descritto, andava
scomparendo del tutto. Nel 457 è attestata per la prima volta la nomi-
na di un vescovo della città, mentre appartiene con ogni probabilità al
secolo successivo l'edificazione di una basilica cristiana sull'acropoli di
Sparta, a due passi da quel tempio di Atena Chalkioikos che per secoli
era stato uno dei centri cultuali della Sparta pagana.
Seguì, intorno al 600 d.C., l'occupazione slava della valle dell'Euro-
ta. Il sito di Sparta non venne del tutto abbandonato, ma bisognò atten-
dere duecento anni prima che l'imperatore bizantino Niceforo I potesse
riconquistare il Peloponneso e procedere al ripopolamento della città, a
cui le fonti coeve si riferiscono ora con il nome di Lacedemonia. Molto
più tardi, a seguito degli eventi della quarta crociata, un esercito franco
guidato da Goffredo di Villehardouin discese in Laconia e prese posses-
so della città. Toccò a suo figlio, Guglielmo II, far erigere nell'inverno
fra il 1248 e il 1249 - a pochi chilometri da Sparta, su una ripida collina
lungo le pendici orientali del Taigeto - la fortezza di Mistrà. La città che
crebbe a ridosso di questa fortezza diventò nei secoli successivi l'ultimo
grande centro della cultura bizantina, ma il suo sviluppo determinò, pri-
ma della fine del XIII secolo, il definitivo abbandono dell'abitato antico.
Epilogo

Ciriaco di Ancona fu il primo ,dei viaggiatori dell'Europa occidentale


che, a partire dall'età dell'Umanesimo, si recarono a Sparta alla ricerca
delle vestigia dell'antica città. All'epoca - era il 1436 - si riteneva che la
cittadina bizantina di Mistrà corrispondesse al sito dell'antica Sparta e
non è chiaro quali rovine Ciriaco fu in grado di vedere. Per buona parte
della prima età moderna, tuttavia, il Peloponneso fu sotto il dominio
ottomano e furono in pochi coloro che, sulle orme di Ciriaco, si av-
venturarono in Laconia. Merita ricordare quantomeno l'abate francese
Michel Fourmont, che nel 1730 si recò a Sparta, dove riuscì a trascrivere
un numero cospicuo di iscrizioni antiche, rendendosi però responsabile
della distruzione di alcune di esse e della falsificazione di altre. Ma il
più noto di questi viaggiatori è il colonnello britannico William Martin
Leake, che visitò Sparta negli anni delle guerre napoleoniche, descrisse
con cura le rovine che fu in grado di osservare e si sforzò di identificar-
le sulla base delle fonti antiche, al punto da poter essere considerato il
fondatore dell'archeologia spartana. Nel febbraio 1830 - l'anno stesso
in cui Leake pubblicava il resoconto dei suoi viaggi nel Peloponneso -
i protocolli di Londra sancivano la piena indipendenza della Grecia dal-
!' impero ottomano. Il suo primo re, il bavarese Ottone I, accolse l'invi-
to degli abitanti di Mistrà a rifondare Sparta nei pressi dei ruderi della
città antica. Un progetto urbanistico fu approntato e nel 1834, mentre
il re si insediava con il suo governo ad Atene, fu decretata la costruzione
della nuova città.
La riscoperta di Sparta in età moderna ha però solo marginalmente a
che fare con le notizie fornite dai viaggiatori occidentali che vi si recava-
no e non ha pressoché nessun rapporto con la rifondazione ottocentesca
della città. Come è naturale aspettarsi in un'età che tornava a nutrirsi di
testi antichi, fu una riscoperta che si fondava sulle letture di Senofonte e,
soprattutto, della Vita di Licurgo di Plutarco. Si comprende bene, perciò,
SPARTA.

come da queste letture abbiano tratto alimento nuove forme di idealiz-


zazione di Sparta, la cui legislazione tornò a essere richiamata come mo-
dello politico a cui ispirarsi. Questi più recenti capitoli della leggenda
spartana costituiscono, nel loro insieme, un'altra storia, diversa da quella
qui affrontata. Ma soffermarsi brevemente su alcuni momenti della rap-
presentazione di Sparta in età moderna - una Sparta pronta a mille usi,
elogiata in ambienti ed epoche differenti per le ragioni più varie - può
costituire un utile epilogo.
La fortuna di Sparta nella cultura francese fra Illuminismo e Rivo-
luzione è senz'altro uno di questi momenti. Le voci dedicate a Sparta
nell 'Encyclopédie, curate dal Cavaliere de Jaucourt, sono per lo più cele-
brative, ma il giudizio sulla città dei singoli philosophes è variegato. Vol-
taire, ad esempio, ne offrì uno decisamente negativo, osservando quanto
scarso fosse stato il lascito culturale spartano se messo a confronto con
quello ateniese. Convinto degli effetti positivi della ricchezza e del lusso
per lo sviluppo delle arti, Voltaire non poteva essere attratto da quell' im-
magine di città austera che pure, nella Francia del Settecento, determinò
una vera e propria fascinazione verso Sparta. Di questa linea di pensiero,
profondamente influenzata dalle pagine di Plutarco sulla sobrietà dei
costumi introdotti da Licurgo, i due esponenti principali furono Jean-
Jacques Rousseau e Gabriel Bonnot, abate di Mably. Tuttavia, mentre
Rousseau, con la mente rivolta alla sua Ginevra, idealizza !'"austerità
repubblicana" di Sparta su di un piano di pura astrazione e solo di rado
menziona specifiche istituzioni spartane, Mably mette in relazione la
frugalità degli Spartani con le riforme socioeconomiche attuate dal legi-
slatore e ne valorizza in particolare quella fondiaria. Dalle pagine di Plu-
tarco, infatti, egli ricavava l'idea di una perfetta eguaglianza di ricchezza
fra tutti i cittadini ed era portato a ritenere che gli Spartani non posse-
dessero in regime di proprietà privata le terre assegnate loro alla nascita.
Essi disponevano solo dell'usufrutto della terra, giacché, a suo avviso, a
Sparta vigeva la comunità dei beni. Influenzato dalla critica di Rousseau
alla proprietà privata, questa interpretazione "comunista" della società
spartana ebbe fortuna e influenzò a sua volta l'azione dei rivoluzionari
francesi, tanto che per il leader giacobino Robespierre, che era solito nei
suoi discorsi richiamarsi a Sparta, non era in discussione che la sua eco-
nomia fosse basata sulla comunità dei beni. Nondimeno, Robespierre
non riteneva che cale modello economico fosse adeguato alle esigenze
della Francia, laddove fu invece François-Noel Babeuf a ispirarsi a esso,
promuovendo nel 1796 la congiura degli Eguali contro il governo del
EPILOGO

Direttorio. Le pagine che il rivoluzionario italiano Filippo Buonarroti


dedicò a questa cospirazione, cui aveva partecipato accanto a Babeuf,
testimoniano che il progetto di abolire la proprietà privata, in quanto
causa primaria della diseguaglianza fra gli uomini, aveva ben presente la
pretesa comunità dei beni fondiari vigente a Sparta.
Il mutato clima politico di età postrivoluzionaria e l'affermarsi nel
corso dell'Ottocento, soprattutto in ambito anglosassone, di sistemi
politici liberali comportò che l'interesse verso Sparta fosse eclissato da
quello per l'Atene democratica. Ma la sostituzione di Sparta con Atene
come modello politico di riferimento fu solo parziale. Nel clima autori-
cario della Germania bismarckiana Sparta godette ottima stampa, e ciò
spiega perché, con l'affermarsi del nazionalsocialismo negli anni Trenta
del secolo scorso, la città di Licurgo abbia esercitato una particolare at-
trazione in terra tedesca. In questo caso, tuttavia, ad affascinare non era
la pretesa redistribuzione delle terre che tanto aveva sedotto i rivoluzio-
nari francesi. Il richiamo a Sparta, piuttosto, si incentrò ossessivamente
intorno al tema della razza.
La frase che il ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph
Goebbels, pronunciò nel 1936 durante una visita della città- «a Sparta
io mi sento come in una città tedesca» - è indicativa di come l'ideolo-
gia nazista avesse inculcato l'idea di una parentela ideale e razziale fra la
stirpe spartana e quella tedesca. Non solo Sparta era considerata, come
Hitler stesso aveva avuto occasione di dire, «il più luminoso esempio
di Stato a base razziale della storia umana», ma venne anche teorizzato
che la razza spartana era la stessa dei Tedeschi. Alla base di questa tesi,
ampiamente valorizzata nella pubblicistica di quegli anni, vi era l'argo-
mento secondo cui i Dori - e fra di loro, in primo luogo, gli Sparta-
ni - erano giunti per ultimi in Grecia provenendo da nord e avevano di
conseguenza conservato intatta la loro razza ariana. Sparta si presenta-
va dunque, nell'immaginario nazista, come uno Stato nordico, razzista
e che in quanto tale perseguiva politiche di conservazione della purez-
za della razza. È facile immaginare come, in tale contesto, un costume
come quello dell'eliminazione dei bambini deformi fosse non solo valo-
rizzato, ma costituisse una sorca di supporto ideologico delle politiche
eugenetiche perseguite dai nazisti.
Tra i luoghi in cui questa ideologia venne veicolata vi erano anzi-
tutto le scuole destinate alla formazione dell'élite nazionalsocialista, le
cosiddette Napola, oltre che le Adolf-Hider-Schulen. Proprio a uso di
cali scuole nel 1940 fu pubblicato un libro su Sparta il cui sottotitolo
SPARl'a

- Lotta per la sopravvivenza di una casta dirigente nordica - sintetizza


perfettamente cosa Sparta rappresentasse nella cultura nazista. Il libro,
curato dall'archeologo Otto Wilhelm von Vacano, conteneva una sele-
zione di fonti antiche su Sparta e alcuni saggi dello stesso von Vacano
e di Helmut Berve, storico di punta della Germania nazista. Lo scopo
della ricerca era di incoraggiare gli studenti, nel momento in cui la loro
patria era impegnata nello sforzo bellico di assicurare alla razza tedesca
il dominio sul!' Europa, a riconoscere nella società spartana e nei suoi
valori il modello a cui tendere. E non poteva mancare un richiamo alla
battaglia delle Termopile e al valore supremo della morte in battaglia.
Tale richiamo si fece sempre più forte via via che si approssimava la
caduta del Terzo Reich. Nell'Appello alla Wehrmacht del 30 gennaio
1943, Hermann Goring invitava i soldati tedeschi accerchiati a Stalin-
grado a sacrificarsi seguendo l'eroico esempio di Leonida e dei suoi tre-
cento, così da poter essere onorati con parole simili a quelle della celebre
iscrizione che onorava gli Spartani caduti: «se tu vai in Germania riferi-
sci che ci hai visti combattere a Stalingrado, come la legge, la legge per la
sicurezza del nostro popolo, ci ha comandato» (e nondimeno, appena
il giorno dopo, il comandante tedesco a Stalingrado, Friedrich Paulus, si
consegnò nelle mani dei Sovietici, sebbene Hitler lo avesse nominato in
extremis feldmaresciallo, implicitamente invitandolo al suicidio). Due
anni più tardi, nel giorno del suo ultimo compleanno e con l'armata so-
vietica alle porte di Berlino, anche Hitler avrebbe spiegato così la sua
decisione di non abbandonare la sua capitale: «anche la lotta disperata
conserva in sé eternamente valore di esempio. Basti pensare a Leonida e
ai suoi trecento Spartani».
Comprensibilmente, l'associazione fra Sparta e il regime nazista non
ha giovato alla fortuna di Sparta dopo la fine della Seconda guerra mon-
diale. Durante la Guerra fredda la pubblicistica americana ha anzi avva-
lorato un'assimilazione tra la democrazia ateniese e quella statunitense
e, per converso, tra il militarismo e totalitarismo spartano e quello dei
Sovietici. L'Occidente democratico non poteva essere indulgente verso
un sistema politico che si prestava a raffronti con le due maggiori ideolo-
gie totalitarie del Novecento. Non sorprende, pertanto, che solo in anni
recenti - e a patto di sfrondare l'interpretazione della società spartana
dai suoi presunti aspetti totalitari - abbia avuto luogo una rinascita degli
studi accademici su Sparta. Ed è solo in anni recentissimi che nella cul-
tura di massa si è potuto tornare a ripensare Sparta in un'ottica positiva.
Lo si è fatto, di nuovo, richiamandosi alle Termopile, giacché qualunque
EPILOGO

sia il giudizio che si voglia dare del mondo spartano, «le Termopile ri-
mangono il modello predefinito nella coscienza occidentale per costrui-
re il coraggio civico» (Figueira, 2.004a, p. 1x).
La vicenda di Leonida era già stata il soggetto di un film del 1962., 'Jhe
300 Spartans, diretto da Rudolph Maté. Ma nel clima di Guerra fredda
il film non poteva che sorvolare sugli aspetti della società spartana più
controversi, come la schiavitù o la durezza dell'educazione militare, e
anzi lo stesso ruolo di Sparta era relativizzato a favore di una lettura della
battaglia delle Termopile come sforzo comune di tutti i Greci in nome
della libertà. Assai diverso, invece, il racconto offerto dalla più recente
pellicola di Hollywood dedicata alla baccaglia. 300, film diretto da Zack
Snyder e uscito nelle sale nel 2.007, è un fedele adattamento dellagraphic
nove! dallo stesso titolo che il fumettista Frank Miller aveva realizzato
alcuni anni prima. Esso non nasconde gli elementi più inquietanti della
società spartana, e nondimeno offre un'immagine della città decisamen-
te positiva. Ed è positiva soprattutto in virtù del messaggio politico insi-
to nel film, che tende a modellare la lotta fra Spartani e Persiani - negli
anni segnati dalle guerre degli Stati Uniti contro l'Iraq e l'Afghanistan, e
dalle frequenti tensioni con l'Iran - sullo schema ideologico dello scon-
tro di civilcà. Da un lato, ci si imbatte in un Leonida patriottico e virile;
dall'altro, il re persiano Serse è rappresentato in forme sessualmente am-
bigue, e l'orda barbarica su cui comanda assume tratti vagamente ara-
beggianti e mediorientali.
Ma è inutile insistere sulle implicazioni politiche della pellicola.
Come si sarà potuto constatare in queste pagine, le rappresentazioni
di Sparta non sono state mai, dall'antichità ai giorni nostri, ideologica-
mente neutre. Sta di fatto che il successo del film ha trasformato i nomi
di Sparta e di Leonida in una sorra di marchio, un brand. Ne sono pro-
va, per richiamare qualche esempio banale, il videogioco che ne è sta-
to tratto o le t-shirt su cui sono stampate le parole molon labe, "vieni a
prenderle", che si dice Leonida avesse rivolto a Serse che gli chiedeva di
consegnare le armi. A loro modo, questi prodotti costituiscono il con-
tributo di Sparta alla culcura pop globale. Dopotutto - e sia consentito
concludere con una variazione su una celebre espressione di Aby War-
burg - ogni epoca ha l'idealizzazione di Sparta che si merita.
Liste dei re e cronologia essenziale*

Agiadi

Leonre Prima metà del VI secolo


Anassandrida ca. 560-510
Cleomene (1) 510-490
Leonida (1) 490-480
Plistarco 480-458
Pleiscoanatte 458-446 e 414-409
Pausania (11) 446-414 e 409-394
Agesipoli (1) 394-380
Cleombroto (1) 380-371
Agesipoli (11) 371-370
Cleomene (11) 370-309
Areo (1) 309-165
Acrotaco 165-159
Areo (11) 159-154
Leonida (11) 154-143 e 141-135
Cleombroco (11) 143-141
Cleomene (m) 135-111

Euripontidi

Agasicle Prima metà del VI secolo


Ariscone Seconda metà del VI secolo

• Si è scelto di omettere l'elenco dei re trasmessi dalla tradizione per il periodo


precedente il VI secolo, che presenta incertezze e contiene diversi nomi certamente
leggendari. Molce delle date proposte, peralcro, conservano un margine di appros-
simazione.
188 SPARTA.

Demarato ca. 515-491


Leotichida (11) 491-469
Archidamo (11) 469-417
Agide (11) 417-400
Agesilao (11) 400-359
Archidamo (rn) 359-338
Agide (rn) 338-331
Eudamida (1) 331-300
Archidamo (1v) 300-175
Eudamida (11) 175-144
Agide (1v) 144-141
Eudamida (rn) 141-118
Archidamo (v) ll8-117

Cronologia essenziale

Avanti Cristo

1450 ca. Prime strutture palaziali in Laconia.


1100 ca. Distruzione dei palazzi micenei.
1100 ca. Discesa dei Dori nel Peloponneso (data tradizionale).
I050-950 ca. Primi segni di occupazione nell'area di Sparta.
850-800 ca. Introduzione del "buon governo" (data di Tucidide).
755-754 Introduzione dell'eforato (data tradizionale).
743-741 Inizio della prima guerra messenica; durerà fino al 714-713
(data di Pausania).
Fondazione di Taranto (data tradizionale).
Inizio della seconda guerra messenica; durerà fino al 668-667
(data di Pausania).
676-671 Terpandro vincitore alle Carnee durante la XXVI olimpiade.
650-600 ca. Floruit dei poeti Tirteo e Alcmane.
575 ca. Prima guerra contro Tegea.
556-555 Chilone eforo a Sparta.
550 ca. Vittoria su Tegea e consolidamento dell'egemonia sul Pelopon-
neso.
545 ca. Vittoria su Argo nella "battaglia dei campioni"; all'orizzonte
del mondo greco si affaccia la Persia.
515 ca. Spedizione contro il tiranno Policrate di Samo.
LISTE DEI RE E CRONOLOGIA ESSENZIALE

510 Cleomene abbatte la tirannide dei Pisistratidi ad Atene.


506 Fallisce l'invasione dell'Attica da parte della lega del Pelopon-
neso.
499 Cleomene rifiuta di intervenire in aiuto delle città della Ionia.
494 Schiacciante vittoria su Argo nella battaglia di Sepeia.
491 Spedizione di Cleomene a Egina e destituzione di Demarato.
480 Discesa del re persiano Serse in Grecia: Leonida e i trecento
cadono nella battaglia delle Termopile; la flotta greca vince a
Salamina.
479 Pausania il reggente e Leotichida guidano al successo la coali-
zione greca nelle battaglie di Platea e Micale.
475 Gli Spartani rinunciano all'egemonia sul mare.
470 ca. Pausania il reggente è murato vivo nel santuario di Atena Chal-
kioikos.
465 ca. Un terremoto colpisce Sparta; inizia la decennale rivolta dei
Messeni.
457 Vittoria su Ateniesi e Argivi nella battaglia di Tanagra.
446-445 Sparta e Atene siglano la pace dei trent'anni.
431 Scoppia la guerra del Peloponneso; Archidamo II invade l'At-
tica.
4l5 Gli Ateniesi catturano 12.0 Spartiati a Sfacteria.
4l4 Spedizione di Brasida in Tracia.
4ll Brasida muore ad Anfipoli; pace di Nicia.
418 Agi de II sconfigge gli Argivi e i loro alleati nella battaglia di Man-
tinea.
413 Sconfitta ateniese in Sicilia e occupazione spartana di Decelea.
412. Gli Spartani stipulano un trattato di alleanza con i Persiani.
407-406 Lisandro è nominato navarco; vittoria di Nozio.
406 Il navarco Callicratida è sconfitto e muore nella battaglia delle
Arginuse.
Decisiva vittoria di Lisandro a Egospotami.
Termina la guerra del Peloponneso: Atene e Samo si arrendono
a Lisandro.
401 Il filospartano Senofonte partecipa alla spedizione dei Dieci-
mila.
400 Spedizione degli Spartani in Asia Minore per la libertà delle cit-
tà greche.
Fallisce la congiura di Cinadone.
Agesilao assume il comando della guerra in Asia Minore.
SPARTA.

395 Inizia la guerra corinzia; Lisandro muore nella battaglia di


Aliarto.
394 Sconfitti nelle acque di Cnido gli Spartani perdono l'egemonia
sul mare, ma Agesilao vince a Coronea.
Viene siglata la pace del Re, di cui gli Spartani sono i garanti in
Grecia.
Agesilao impone il frazionamento di Mantinea in villaggi.
Febida occupa l'acropoli di Tebe; l'occupazione durerà fino al
379.
378 Ristrutturazione della lega del Peloponneso.
371 Congresso a Sparta sulla pace comune; epocale sconfitta sparta-
na nella battaglia di Leuttra.
Il tebano Epaminonda invade la Laconia; fondazione delle città
di Messene e Megalopoli.
365 Scioglimento della lega del Peloponneso.
36l Epaminonda muore nella irrisoluciva battaglia di Mantinea.
360-359 Agesilao "mercenario" in Egitto.
338 Archidamo III muore in Italia combattendo contro i Messapi.
331-330 Agide III muore nella battaglia di Megalopoli sconfitto dal reg-
gente macedone Antipatro.
L'epirota Pirro attacca Sparta, ma viene respinto.
Areo I muore combattendo a Corinto nel corso della guerra
cremonidea.
Fallisce il piano di riforme sociali di Agide IV, che viene messo a
morte.
ll7 Cleomene III sopprime l'eforato e attua le riforme.
lll Cleomene III è sconfitto a Sellasia dal re macedone Antigono
Dosone; Sparta è occupata per la prima volta.
l07 La lega achea sconfigge gli Spartani a Mantinea; Nabide assume
il potere.
19 Il proconsole romano Flamini no invade la Laconia e sottrae agli
Spartani le città perieciche.
l9l Sparta è integrata nella lega achea.
188 L'acheo Filopemene impone l'abbandono delle leggi di Li-
curgo.
La lega achea è sconfitta dai Romani; Sparta diviene civitas li-
bera.
Euricle combatte ad Azio a fianco di Ottaviano e diviene signo-
re di Sparta.
li Ottaviano Augusto visita Sparta.
LISTE DEI RE E CRONOLOGIA ESSENZIALE

Dopo Cristo

60 ca. Si esaurisce la dinastia degli Euriclidi.


162e214 Gli imperatori Lucio Vero e Caracalla reclutano truppe sparta-
ne per la guerra contro i Parti.
250 ca. Ultime epigrafi contenenti liste magistratuali.
396 Saccheggio di Sparta ad opera dei Goti di Alarico.
457 Prima attestazione di un vescovo.
1248-1249 Costruzione della fortezza di Mistrà e abbandono dell'abitato
antico.
Rifondazione moderna della città di Sparta.
Bibliografia

Una bibliografia sull'intera storia spartana non può che essere molto selettiva.
Salvo il riferimento ad alcune opere classiche, quella che qui segue è tendenzial-
mente orientata verso gli studi più recenti. Per ulteriori informazioni bibliogra-
fiche si consiglia la consultazione della voce "Sparta" che L. Thommen cura per
Oxford Bibliographies ( <http:/ /www.oxfordbibliographies.com> ).

Premessa

Il duro giudizio sugli studi spartani citato nell'incipit proviene da DE STE.


CROIX (197l, p. 89, nota 1), che indicava però come degni di attenzione due ar-
ticoli all'epoca recenti: STARR (1965) e FINLEY (1968). Questi due lavori hanno
costituito un punto di riferimento per il nuovo sviluppo di studi spartani degli
ultimi decenni, di cui un momento importante è la monografia di CARTLEDGE
(1979), che ha il merito di aver per la prima volta utilizzato in maniera non
estemporanea i dati archeologici. Una presentazione dei nuovi approcci di
ricerca è offerta, in una prospettiva molto personale, da HODKINSON (l015).
Recenti introduzioni monografiche alla storia spartana sono: BALTRUSCH
(1998); CARTLEDGE (lOOl); LÉVY (l003); WELWEI (l004a); CHRISTIEN,
RUZÉ (loo7); KENNELL (l010). Di imminente pubblicazione un Companion
dedicato a Sparta: POWELL (in corso di stampa).

I
Immagini di Sparta
L'opera che ha introdotto la nozione di "miraggio spartano" è quella di OLLIER
(1933-43). Elefantiaca, ma utile, è la trattazione dello stesso tema in TIGER-
STEDT (1965-78); cfr. anche POWELL, HODKINSON (1994).
Le genealogie mitiche spartane sono analizzate da CALAME (1987). Un'a-
nalisi completa delle fonti sulla saga degli Eraclidi e dei Dori è in PRINZ (1979,
194 SPARTA

pp. 206-313), ma cfr. più sinteticamente HALL (1997, pp. 56-65). Sulla funzione
legittimante di questi racconti, in quanto charter myths, è importante lo stu-
dio di MALKIN (1994). Sulla costruzione della figura di Licurgo cfr. PARADISO
(2000), DAVID (2007) e NAFISSI (in corso di stampa). Sulle invenzioni della
tradizione avallate attraverso il richiamo a Licurgo va tenuto presente FLOWER
(2002). La questione del rapporto fra la costituzione di Sparta e Creta è ana-
lizzata da CUNIBERTI (2000) e PERLMAN (2005). Per Sparta come modello di
costituzione mista cfr. HODKINSON (2005).
Per la nozione di politeia nel pensiero greco cfr. BORDES (1982). Sulla centra-
lità della politeia di Licurgo nella storiografia locale spartana cfr. TOBER (2010 ),
mentre la tesi che Tibrone fosse uno pseudonimo di Senofonte è avanzata da
LUPI (2010 ). La più recente edizione della Costituzione degli Spartani di Seno-
fonte è LIPKA ( 2002); sulla questione del capitolo 14 cfr. anche HUMBLE (2004).
Sulla Costituzione degli Spartani aristotelica cfr. BERTELLI ( 2004, pp. 13-31 ); una
proposta sulla struttura dell'opera è in LUPI (2012). Su Dicearco e le Costituzioni
di età ellenistica cfr., rispettivamente, PARADISO (2014) e FIGUEIRA (2007 ).
Sull'Eunomia di Tirteo cfr. BOWIE (2001, pp. 46-7 ); per la funzione della
sua poesia cfr. MEIER (1998, pp. 229-324). La Sparta di Alcmane e dei suoi par-
teni è al centro dell'influente lavoro di CALAME (1977 ); cfr. ora anche FERRAR!
(2008). Elenco qui di seguito alcuni studi che possono costituire un punto di
partenza sulla rappresentazione di Sparta nelle principali fonti antiche. Erodo-
to: VANNICELLI (1993) e LÉVY (1999 ); Tucidide: CARTLEDGE, DEBNAR (2006);
Senofonte: PROIETTI (1987 ), DILLERY (1995); Eforo: CHRISTESEN (2010 ); Pla-
tone: POWELL (1994); Isocrate: CATALDI (2007). Sulla Sparta di Aristotele lo
studio di riferimento è ormai BERTELLI (2004); per Polibio cfr. LÉVY (1987).
Nonostante la centralità di Plutarco come fonte per la storia spartana, manca
uno studio complessivo sull'immagine di Sparta in Plutarco: cfr. comunque, ol-
tre all'utile commento alla Vita di Licurgo di MANFREDINI, PICCIRILLI (1980),
gli studi di DE BLOIS (2005) e MOSSÉ (2007). Su Pausania si consideri il com-
mento al terzo libro di MUSTI, TORELLI (1991); cfr. anche MEADOWS (1995).
Sulle ricerche della British School at Athens in Laconia cfr. CATLING (1998); i
risultati della Laconia Survey sono ora in CAVANAGH et al (1996-2002). Su al-
fabetismo e archivi pubblici a Sparta cfr. BO RING (1979) e MILLENDER (2001).

2
Le origini e la prima espansione

Sui nomi etnogeografici "Spartà', "Lacedemone" e "Laconia" cfr. SHIPLEY


(2004, pp. 569-71). Una quadro sintetico della preistoria della Laconia, quale
si evince dalla Laconia Survey, è in CAVANAGH et al. (1996-2002, voi. I, PP·
BIBLIOGRAFIA 195

12.1-50). Sugli insediamenti micenei nella piana spartana cfr. HOPE SIMPSON
(2.009 ); su Pellana SPYROPOULOS (1998); per il Menelaion cfr. ora la pubblica-
zione dei dati archeologici in CATLING (2.009 ). Le prime tavolette in Lineare B
provenienti da Agios Vasileios sono state pubblicate da ARAVANTINOS, VASI-
LOGAMVROU (2.012.). Sulla questione dell'invasione dorica e della costruzione
identitaria di Sparta come città dorica sono rilevanti gli studi di HALL (1997,
pp. 114-2.8; 2.002., pp. 73-89 ), mentre per il quadro archeologico cfr. EDER (1998,
pp. 89-139 ); una visione più tradizionale sulla storicità dell'invasione è in MU-
STI (1990) e FINKELBERG (2.005). Sui recenti rinvenimenti ceramici che con-
sentono un arretramento della datazione della più antica occupazione dell'area
di Sparta si rimanda a ZAVVOU, THEMOS (2.009, pp. m-3). Per la tradizione
sulla conquista di Amide cfr. le considerazioni di NAFISSI (2.009, pp. 117-2.0);
sul culto di Agamennone e Alessandra cfr. SALAPATA (2.014). Il paesaggio reli-
gioso è sinteticamente descritto da RICHER (2.012., pp. 197-2.05).
Sulla conquista della Messenia cfr. soprattutto LURAGHI (2.008, pp. 68-
146), un testo che porta decisivi argomenti a favore della tesi che la costruzione
dell'identità messenica è fenomeno successivo alla conquista; cfr. anche AL-
COCK (1999). Per la figura di Aristomene cfr. OGDEN (2.004). Sulla crisi della
società spartana di VII secolo cfr. NAFISSI (1991, pp. 82.-108) e VAN WEES (1999,
pp. 2.-6). Sulla valorizzazione dell'atletismo all'interno dell'élite spartana cfr.
NAFISSI (1991, pp. 162.-72.) e ora anche CHRISTESEN (in corso di stampa). Il con-
tributo spartano alla nascita dell'oplitismo è stato analizzato da CARTLEDGE
(1977), ma per una più recente disamina delle diverse posizioni sull'oplitismo
greco e la sua origine cfr. gli studi raccolti in KAGAN, VIGGIANO (2.013). Sulla
diffusione della ceramica laconica cfr. NAFISSI (1991, pp. 2.2.7-76) e COUDIN
(2009); è di CARTLEDGE (1982.) la nozione di una "relazione speciale" fra Spar-
ta e Samo. Un quadro sintetico della cultura musicale spartana in età arcaica
è in CALAME (2012.). L'idea di un Mediterraneo spartano è stata sviluppata
da MALKIN (1994), cui si rimanda per le tradizioni su Mini e Parteni. Per una
messa a punto della questione di Sparta "madrepatria" di Taranto cfr. NAFISSI
(1999) e HALL (2.007a, pp. m-4).

3
Lo sviluppo delle istituzioni politiche

Per un'introduzione ai processi di formalizzazione delle strutture politiche


nelle città greche di età arcaica cfr. GIANGIULIO (2.001). La bibliografia sulla
Grande rhetra è sconfinata: per avere un'idea della pluralità di approcci possi-
bili, mi limito a segnalare, fra gli studi non datati, RUZÉ (1991), OGDEN (1994),
MUSTI (1996), VAN WEES (1999), MAFFI (2.002.), NAFISSI (2.010). Chi scrive
SPARTA

ritiene che sia stato soprattutto VAN WEES ( 1999 ), separando l'interpretazione
della rhetra da quella dei versi di Tirteo, a costituire una svolta importante;
da parte mia, ho formulato l'ipotesi "eterodossa" sintetizzata nel testo in LUPI
(2.0146). Nota che è merito di DESTE. CROIX (1972., pp. 346-7) l'aver dimo-
strato che l'assemblea spartana non si chiamava apella. Sul ruolo delle suddivi-
sioni civiche nella strutturazione politica delle città arcaiche cfr. DAVI ES ( 1996;
1997 ), che si muove sulla scia del fondamentale lavoro di ROUSSEL (1976). Sul-
le tribù doriche intese come innovazione piuttosto che retaggio ancestrale cfr.
HALL (2.0076, pp. 52.-6). La tesi tradizionale sul carattere territoriale delle obai
fu formulata nella maniera più articolata da WADE-GERY (1944); una sintetica
esposizione è in JONES (1987, pp. 118-2.3). La tesi alternativa qui proposta su
obai e villaggi spartani, già abbozzata in LUPI (2.006), costituisce il tema di una
mia monografia in fase di completamento (An Old-Fashioned City. Villages,
Civic Subdivisions and Community in Ancient Sparta, Leiden-Boston).
Sulla doppia regalità la puntuale analisi di CARLIER (1984, pp. 2.40-32.4) ri-
mane il testo di riferimento, ma cfr. anche CARTLEDGE (2.001, pp. 55-67) e MIL-
LENDER (2.009 ). Sulla questione delle origini della diarchia sono condivisibili
le osservazioni di LURAGHI (2.013, pp. 16-7 ). Il tema della rivalità tra Agiadi ed
Euripontidi è approfondito da DIMAURO (2.008), mentre sui privilegi loro asse-
gnati cfr. anche LINK (2.004). Sul governo spartano e la limitazione reciproca dei
poteri tra re, anziani ed efori, oltre al datato ANDREWES (1954), cfr. ora NAFISSI
(2.007 ). Buona trattazione del ruolo degli anziani in DAVID (1991). Sul rapporto
tra i consigli degli anziani in Omero e a Sparta cfr. SCHULZ (2.011), eccessiva-
mente orientato in senso continuista. Sulla questione dei voti dei re nellagerou-
sia cfr. LUPI (2.014a). L'ampio studio di RICHER (1998) sugli efori costituisce,
anche quando non condivisibile, un punto di riferimento essenziale; cfr. anche
SOMMER (2.001) e le più sintetiche osservazioni di CARTLEDGE (2.000).
Sui perieci sono importanti gli studi di SHIPLEY (1997; 2.006) e soprattutto
l'ampia analisi di DUCAT (2.008). Differenti posizioni sulla natura del rapporto
tra la polis spartana e i perieci sono espresse da MERTENS (2.002.) e HANSEN
(2.004). È di HALL (2.000) l'ipotesi della valorizzazione del toponimo "Lace-
demone" per facilitare l'assimilazione dei perieci.

4
La costruzione dell'egemonia: VI e v secolo

Sulla demografia spartana la trattazione di FIGUEIRA (1986) non è stata ancora


superata. Il tema della "morte" dell'arte spartana e dell'emergere dell'austerità
fu introdotto dalla pubblicazione degli scavi del santuario di Artemide Orthia:
DAWKINS (192.9); ma cfr. più recentemente FORTSCH (1998; 2.001) e HODKIN-
BIBLIOGRAFIA 197

SON (1998). L'identificazione della Skias con il cosiddetto "edificio circolare" è


una convincente proposta di GRECO (2.011). Sull'introduzione a Sparta di po-
litiche antisuntuarie cfr. VAN WEES (in corso di stampa). La recente interpre-
tazione del termine homoioi richiamata nel testo è di DUCAT (2.013). Sulle no-
zioni di "rivoluzione del VI secolo" e di "rifunzionalizzazione" delle istituzioni
spartane, il saggio di FINLEY (1968), da cui, a p. 145, è tratta la frase che cito a
p. 88, resta una lettura obbligata; cfr. anche HODKINSON (1997). Nota però che
la collocazione nel VI secolo di una profonda trasformazione sociale non è con-
divisa da tutti: KÒIV (2.003) arriva a individuarne le origini già nell'vm secolo,
mentre THOMMEN (1996) colloca molti aspetti della rivoluzione spartana in
pieno v secolo. Per le xenelasiai cfr. FIGUEIRA (2.003).
Le pagine erodotee sulla guerra contro Tegea hanno ora in NAFISSI (2.014)
un'esemplare interpretazione; meno convincente WELWEI (2.0046). Appaiono
datate le letture della politica del recupero delle ossa in chiave etnica, un cui
esempio è LEAHY (1955). Sulla colonizzazione agricola della metà del VI secolo
nell'area esplorata dallaLaconia Survey cfr. le pagine di R. W. Catling in CAVA-
NAGH et al. (1996-2.002., voi. I, pp. 2.33-8). Sugli aspetti simbolici della rappre-
sentazione erodotea della "battaglia dei campioni" cfr. DILLERY (1996). Sulla
figura di Chilone cfr. NAFISSI (1991, pp. 12.4-38). Per la lega del Peloponneso
cfr. DE STE. CROIX (1972., pp. 364-76), CAWKWELL (1993a), LENDON (1994)
e BOLMARCICH (2.005). Sui trattati bilaterali su cui essa si fondava cfr. YATES
(2.005); per il trattato con gli Erxadieis cfr. ANTONETTI (2.012.); l'autorevole
interpretazione del trattato con Tegea richiamata nel testo è quella di JACOBY
(1944), ancora valida nonostante recenti dubbi. Su Cleomene cfr. CARLIER
(1977), CAWKWELL (19936) e ora BULTRIGHINI (2.016). Per la dialettica tra
politica isolazionista e imperialista cfr. ROOBAERT (1985).
Un quadro sintetico su Sparta nell'età delle guerre persiane è in LUPI (in
corso di stampa). La frase citata a p. 97 proviene da GREEN (1996, p. 11). Sulla
fondazione della lega ellenica cfr. KIENAST (2.003) e VANNICELLI (2.008). Per
la battaglia delle Termopile e le tradizioni che l'accompagnano cfr. FLOWER
(1998) e LOMBARDO (2.005). Sulla vicenda di Pausania il reggente cfr. l'ampia
analisi di NAFISSI (2.004a). Sull'eroicizzazione di Leonida cfr. LUPI (2.014c). Il
tema di Platea come vendetta delle Termopile è sviluppato da ASHERI (1998).
Su Aristodemo e i "fuggiaschi" cfr. DUCAT (2.0066).
Per il passo erodoteo sulle cinque vittorie spartane durante la Penteconte-
tia cfr. VANNICELLI (2.005); in particolare, sul conflitto con Argo si rimanda a
VANNICELLI (2.003). La rivolta messenica del terremoto è analizzata da LURA-
GHI (2.008, pp. 173-2.08). Per un'introduzione alla guerra del Peloponneso cfr.
FANTASIA (2.012.); la dialettica fra tradizione e innovazione nella società spar-
tana è al centro del volume di BEARZOT, LANDUCCI (2.004), di cui cfr., a pro-
posito delle figure di Archidamo, Brasida e Lisandro, i contributi di BEARZOT
(2.004a; 2.0046) e PRANDI (2.004); cfr. anche BOMMELAER (1981) e BERNINI
(1988). Sulla storicità del massacro di 2..000 iloti nel 42.4 si considerino le di-
SPARTA

vergenti posizioni di PARADISO (2.004) e HARVEY (2.004). Sugli armosti cfr.


BOCKISCH (1965); sulla navarchia SEALEY (1976). Per il rapporto fra Sparta e
la Persia durante la guerra del Peloponneso cfr. LEWIS (1977, pp. 83-135).

5
La struttura economica

Una recente sintesi sull'economia spartana è THOMMEN (2.014), ma il libro


che ha segnato maggiormente questo campo di studi è HODKINSON (2.000),
che ha portato decisivi argomenti alla tesi del carattere privato del sistema fon-
diario spartano e della divisibilità ereditaria dei lotti; è da questo studio che
proviene (p. 104) la frase che cito a p. 12.0. Una riproposizione recente e più
articolata di un sistema di kleroi eguali è però in FIGUEIRA (2.0046). Per alcune
correzioni al modello eccessivamente liberista ricostruito da Hodkinson, con
particolare attenzione alla cosiddetta "parte antica", cfr. LUPI (2.003). Il primo
a negare, con argomenti non irresistibili, la storicità della rhetra di Epitadeo è
stato SCHUTRUMPF (1987).
Per l'analisi delle fonti e la disamina delle principali questioni relative agli
iloti è fondamentale DUCAT (1990). L'ipotesi recente richiamata nel testo
sull'origine dell' ilotismo è stata sviluppata da LURAGHI (2.002.; 2.009 ); una
parziale critica di questa ipotesi è in DUCAT (2.015). Importanti sono anche i
contributi raccolti in LURAGHI, ALCOCK (2.003). Sul legame tra iloti e la terra
cfr. HODKINSON (2.000, pp. 113-49; 2.003). Sulle forme di umiliazione degli
iloti cfr. DUCAT (1974) e, sul loro affrancamento, PARADISO (1991, pp. 2.7-53).
I presunti divieti economici introdotti da Licurgo sono analizzati da VAN
WEES (in corso di stampa); sulla moneta di ferro e le tradizioni sull'eliminazio-
ne dell'oro e dell'argento da Sparta cfr. FIGUEIRA (2.002.), CHRISTIEN (2.002.),
TOSTI (2.013); sul fondo di guerra spartano cfr. LOOMIS (1992.). Sugli usi privati
della ricchezza ancora HODKINSON (2.000, pp. 2.09-368) è il testo di riferimen-
to, notevole soprattutto in relazione alle spese per le competizioni equestri.
Sulla stele di Damonon cfr. ora NAFISSI (2.013). La nozione di "tesaurizzazione
rimossa" è di MUSTI (1981, pp. 80-8).

6
L'ordine della vita collettiva

Il tema della normalità o eccezionalità di Sparta è al centro del dibattito fra S.


Hodkinson e M. H. Hansen in HODKINSON (2.009, pp. 385-498). Sull'ordine so-
ciale spartano cfr. HODKINSON ( 1983). Sull'educazione collettiva sono importan-
BIBLIOGRAFIA 199

ti le monografie di KENNELL (1995) e DUCAT (2.006),la prima più incentrata sulle


fasi tarde del sistema educativo, la seconda sull'età classica; cfr. anche BIRGALIAS
(1999). Per il sistema di classi di età cfr. SCHMITZ (2.005); sugli aspetti iniziatici la
lettura di BRELICH (1969, pp. 113-2.07) è sempre consigliabile. Sulle maschere di
Orthia cfr. ora ROSENBERG (2.015). Recenti lavori sulla pederastia spartana sono
VATTUONE (2.004) e LINK (2.009 ); sulla krypteia, la cui interpretazione è stata a
lungo influenzata da JEANMAIRE (1913), cfr. ora COUVENHES (2.014) e NAFISSI
(2.015). L'impetuoso sviluppo negli ultimi decenni di una storiografia digender
non ha trascurato ragazze e madri spartane: mi limito a richiamare, tra i molti
lavori, CARTLEDGE (1981), NAPOLITANO (1985) e POMEROY (2.002.). Il modello
generazionale della società di Sparta, con connessa interpretazione dei cosrumi
matrimoniali e dell'infanticidio dei deformi, è il tema di LUPI (2.000); nega inve-
ce la storicità della cerimonia descritta da Plutarco sulla presentazione dei neonati
HUYS (1996). Sui matrimoni plurimi cfr. anche SCOTT (2.011).
Sui sissizi si considerino gli studi di NAFISSI (1991, pp. 173-2.2.6), LAVREN-
CIC (1993) e RABINOWITZ (2.009); sulle procedure di ammissione cfr. SING-
OR (1999). Fra i molti lavori di Oswyn Murray, cui si deve un'interpretazione
unitaria della convivialità greca in quanto espressione identitaria dei gruppi
maschili, cfr. MURRAY (1991); sull'immagine antisimposiale dei sissizi cfr.
LOMBARDO (1988) e W~COWSKI (2.014, pp. m-7). Le festività spartane, e in
particolare le tre dedicate ad Apollo, sono analizzate in PETTERSSON (1992.) e
RICHER (2.012., pp. 343-456), ed è a quest'ultimo che si deve la proposta richia-
mata nel testo sul loro calendario. Per gli Hekatombaia cfr. NAFISSI (2.013);
sulla religione spartana cfr. anche PARKER (1989).
Sul militarismo della società spartana si rimanda a HODKINSON (2.006); cfr.
anche MILLENDER (2.016). La ricostruzione della struttura dell'esercito sparta-
no di età classica è un tema molto controverso: oltre alle monografie di coz-
ZOLI (1979) e LAZENBY (1985), si tengano presenti soprattutto i recenti lavori
di VAN WEES (2.004, pp. 97-9, 2.43-9; 2.006). Sulle cerimonie funebri, in parti-
colare dei morti in guerra, gli studi più ampi sono NAFISSI (1991, pp. 277-341),
RICHER (1994), HODKINSON (2.000, pp. 237-70) e LOW (2.006). Sui funerali
dei re cfr. CARTLEDGE (1987, pp. 331-43) e, sulla questione dell'immagine del re
morto in guerra, il fortunato studio di SCHAEFER (1957).

7
Dalla crisi di IV secolo alla città romana

Un'introduzione al declino spartano successivo al conseguimento dell'egemo-


nia è in DAVID (1981), CAWKWELL (1983) e HODKINSON (1996). Sulla con-
giura di Cinadone cfr. LAZENBY (1997) e FORNIS (2007). Sulla spedizione
200 SPARTA

dei Diecimila e la parte che vi ebbe Sparta cfr. BETTALLI (2.013, pp. 2.61-302.).
Per la rappresentazione storiografica dell'imperialismo spartano cfr. SCHE-
PENS (1993); sui limiti del suo sistema egemonico utili HAMILTON (1991) e
TUPLIN (1993). La figura di Agesilao è al centro dell'importante monografia di
CARTLEDGE (1987). Per il ruolo giocato dal risveglio delle etnicità nella crisi
della lega peloponnesiaca cfr. i contributi presenti in FUNKE, LURAGHI (2.009 ).
Una bella analisi di storia sociale spartana di IV secolo attraverso l'episodio di
Sfodria è in HODKINSON (2.007a).
Per il periodo successivo alla battaglia di Leuttra cfr. LANDUCCI GATTI-
NONI (2.004); sulle spedizioni spartane in soccorso di Taranto cfr. NAFISSI
(2.0046). Un'ampia introduzione alla storia spartana di età ellenistica è costi-
tuita da CARTLEDGE, SPAWFORTH (1989, pp. 3-90). Più in particolare: sul-
la figura di Areo cfr. MARASCO (1980); sui re Agide IV e Cleomene III cfr.
SHIMRON (1972.) e MARASCO (1981-83; 2.004); sull'influenza esercitata da
alcune donne nell'azione di riforma dei due re si rimanda a POWELL (1999);
su Nabide cfr. TEXIER (1975); sulla fine della dipendenza di perieci e iloti cfr.
KENNELL (1999; 2.003). Il rapporto tra Sparta e Roma nei primi decenni del
II secolo è analizzato da BONNEFOND-COUDRY (1987) e TEXIER (2.014), da
cui, a p. 2.95, è tratto il testo che cito a p. 174. Anche sulla città di età romana
CARTLEDGE, SPAWFORTH (1989, pp. 93-22.3) è la sintesi di riferimento. Su Eu-
ricle lo studio di BOWERSOCK (1961) ha costituito una messa a punto impor-
tante. Sulle forme di riattualizzazione del proprio passato sotto il principato di
Augusto si consideri ora SPAWFORTH (2.012., pp. 86-100, u7-30; da p. 118 pro-
viene la frase citata a p. 176); sulla rivisitazione del rito di Artemide Orthia cfr.
anche BAUDINI (2.013). Su alcune novità delle istituzioni pubbliche di Sparta
in età romana cfr. KENNELL (1992.).

Epilogo
Sui primi viaggiatori di età moderna in Laconia cfr. MACGREGOR MORRIS
(2.009). Gli studi sulla fortuna e gli usi di Sparta nel pensiero europeo sono stati
inaugurati dal fondamentale lavoro di RAWSON (1969); un punto di riferimen-
to importante è costituito ora dai lavori raccolti in HODKINSON, MACGREGOR
MORRIS (2.012.). Cfr. anche: sull'interpretazione del regime fondiario spartano
nella Francia illuminista HODKINSON (2.0076); sulla rappresentazione di Sparta
nella Germania prussiana e durante il Terzo Reich LOSEMANN (2.007) e gli studi
di ROCHE (2.013a; 2.0136), cui si deve un'attenta disamina del volume curato da
Otto Wilhelm von Vacano (Sparta. Der Lebenskampfeiner nordischen Herren-
schicht, Kempten 1940 ). Il richiamo alla battaglia delle Termopile nella cultura
tedesca è analizzato da REBENICH (2.002.), mentre uno studio ad ampio raggio
BIBLIOGRAFIA 2.01

del mito delle Termopile dall'antichità ai nostri giorni è condotto da CHRISTIEN,


LE TALLEC (2.013). La frase citata a p. 185 proviene da FIGUEIRA (2.004a, p. IX).
Per una lettura del film 300 si tenga presente LAUWERS, DHONT, HUYBRECHT
(2.012.). L'espressione di Warburgcui si allude, variandola, in conclusione ( «ogni
epoca ha la rinascita dell'Antichità che si merita») proviene da una conferenza
tenuta ad Amburgo nel 192.6 su Italienische Antike im Zeitalter Rembrandts.

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Indice dei nomi e dei luoght

Acaia, provincia romana di, 175 Agide III, re euripontide, 168


Achei/lega achea, 35, 171-4 Agide IV, re euripontide, 36, 119, 169-
Achei, etnonimo omerico, 2.0-3, 41-2., 72.
46-7, 90, 104 Agios Vasileios, sito preistorico della
Achille, eroe acheo, 104 Laconia, 41-4
Acrotato I, re agiade, 169 Agnone di Tarso, filosofo accademi-
Acrotato, figlio di Cleomene II, 168 co, 140-1
Adriano, imperatore romano, 176 Alarico, re dei Goti, 179
Aeimnesto, comandante spartano, Alcibiade, uomo politico ateniese,
107 113, 158
Agamennone, eroe acheo, 2.0-1, 42., Alcmane, poeta lirico, 32., 56-7, 144,
47, 89-90, 159 146
Agasicle, re euripontide, 89 Alessandra, principessa troiana, 47,
Agesilao II, re euripontide, 2.9, 36, 95, 90
158-64, 166-7 Alessandro (Magno), re di Macedo-
Agesilao, eforo spartano, 171 nia, 167-8
Agesipoli I, re agiade, 161 Aliarto, battaglia di, 159
Agia Kyriaki, sede dell'Arnyklaion, 47 Amide, città della Laconia, 42., 47,
Agiadi, famiglia reale spartana, 2.2., 49, 67-8, 70, 87, 90, 131, 148
2.4, so, SS, 69-70, 72.-3, 92., 94, 97, Amonfareto, comandante spartano,
100-1, 105, 109, 115, 158, 161, 166, 105
168, 171-2. Arnyklaion, cfr. Agi,a Kyriaki
Agiatide, sposa di Agide IV e Cleo- Anassandrida, re agiade, 89, 92., 94
mene III, 171 Andania, città della Messenia, 51
Agide I, eponimo dei re agiadi, 69 Anfipoli, colonia ateniese in Tracia,
Agide II, re euripontide, 112., 114, 157-8 112., 115

• Le voci Sparta/Spartani/Spartiati, Laconia/Laconi, Peloponneso/Pelopon-


nesiaci e Grecia/Greci non sono comprese in questo indice. Sono esclusi anche i
nomi dei personaggi di età moderna.
216 SPARTA

Anopea, sentiero di, 100 Aristotele, uomo politico ateniese,


Antalcida, navarco spartano, 160 161
Antigono Dosone, re di Macedonia, Arriano di Nicomedia, storico, 168
172 Artaserse II, re persiano, 158-60
Antigono Gonata, re di Macedonia, Artemide Limnatis, 50
168 Orthia, 37, 48, 56, 86, 135-6, 176
Antioco di Siracusa, storico, 58 Artemisio, capo, 100-1
Antioco, antroponimo miceneo, 43 Asia, 97-8, 167-8
Antipatro, reggente macedone, 168 Asia Minore, 97, 113-4, 159-60
Antonio, Marco, uomo politico ro- Asine, città dell'Argolide, 80
mano, 174-5 Asine, città periecica della Messenia,
Apollo, 24, 49, 147 80
delfico, 103 Asteropo, eforo spartano, 78
Hyakinthios, 47, 49, 59, 87, 147-8 Atena, 167
Karneios, 58, 149
Chalkioikos (o Poliachos), 49, 87,
Apollodoro (Pseudo-), mitografo, 21
103, 106, 131, 147, 171, 180
Araco, navarco spartano, 114
Syllania, 61
Arato di Sicione, stratego della lega
Atene/ Ateniesi, 11, 10, 11, 17-8, 34-5,
achea, 171-2
64, 69, 80, 91-3, 95-6, 98, 101, 103-
Arcadia/ Arcadi, 41, 89-90, 93, 96,
4, 106, 108-18, 113, 130, 145, 150,
106-7, 131, 164-6
Archidamo II, re euripontide, 107, 151-4, 158-61, 166-8, 176, 181-4
110, Ill, 158 Ateneo di Naucrati, erudito, 31, 69,
Archidamo III, re euripontide, 161, 140
164, 167-8 Athanaia, festività spartana, 147
Archidamo v, re euripontide, 171 Attica, 79, 95, 101, 109,111,113,115, 161
Arginuse, battaglia delle, 114 Augusto, imperatore romano, 174-7,
Argo/ Argivi, 46, 80, 89-93, 95, 99, 179
106-7, 109, Ill, 153, 159-60, 164-5, Aulide, porto della Beozia, 159
167, 173 Azio, battaglia di, 175
Argolide, 80, 91
Argonauti, eroi achei, 58
Aristagora, tiranno di Mileto, 97 Babilonia, 158
Aristodemo (il "fuggiasco"), 105 Babyka e Knakion, tra (indicazione
Aristodemo, eraclide, 11, 69-70 topografica), 61
Aristodemo, tiranno di Megalopoli, Baticle di Magnesia, scultore, 87
169 Beozia/Beoti, 43, 100, 101, 109, 159-
Aristomene, eroe messenico, 51 63
Aristone, re euripontide, 89, 95-6 Bisanzio, 101-3, 119
Aristotele, filosofo, 16-31, 35, 54-5, 63, Brasida, comandante spartano, 111-3,
65, 71, 74-5, 89, 94, 113, 119-11, 130, 115, u6, 175
138-9, 144, 161-3 Brasideioi, u6
INDICE DEI NOMI E DEI LUOGHI 2.17

Cadmea, acropoli di Tebe, 160-1 Conone, comandante ateniese, 159


Callicratida, navarca spartano, 114 Corinto/Corinzi, 93, 95,108, 110, 112.,
Caracalla, imperatore romano, 179 159-60, 165, 174
Carilao, re euripontide, 2.4 istmo di, 101-2.
Carnee, festività spartana, 49, 54, 58, golfo di, 108-9
100, 147, 149 lega di, 167
Carone di Lampsaco, storico, 34, 77 Coronea, battaglia di, 159
Cartaginesi, 95, 173 Cresfonte, eraclide, 2.2.
Cassandra, cfr. Alessandra Creso, re di Lidia, 97
Cassio Dione, storico, 176 Creta, 2.4, 2.6-8, 30, 42., 143-4
Castore, cfr. Dioscuri Crizia, uomo politico ateniese, 2.8-30,
Ceramico, cimitero ateniese, 152.-3 34, 115, 146
Cesare, Gaio Giulio, uomo politico Cunassa, battaglia di, 158
romano, 174
Cheronea, battaglia di, 167 Damonon, stele di, 83, 131-2.
Chilone, eforo spartano, 77, 88, 92., Dario I, re persiano, 96-8
94-6 Dario II, re persiano, 113-4
Cimone, uomo politico ateniese, I08 Dario III, re persiano, 168
Cinadone, cospirazione di, 157-8 Decelea, demo dell'Attica, 113
Cinetone, poeta epico, 57 Delfi, città e santuario oracolare, 2.4,
Cinosura, villaggio/ quartiere di 33, 54-5, 58, 62., 64, 70, 72., 78, 89,
Sparta, 67, 70, 178 96, 105, 114, 132., 167
Cipro, 102. Delio-attica, lega, 103, 108, 110
Cirene/Cirenaica, 56, 58 Demarato, padre di Nabide, 172.
Ciro il giovane, principe persiano, Demarato, re euripontide, 79, 95-6,
34, 114-5, 158-9 98-9, l02.
Ciro il vecchio, re persiano, 91, 97 Demetra Eleusinia, 49
Citera, isola, 80-1, 92.-3, m, 176 Demetrio di Scepsi, erudito, 69
Cizico, battaglia di, 114 Dicearco di Messene, filosofo peripa-
Claudii, famiglia romana, 174 tetico, 31
Cleombroto I, re agiade, 161-4 Dienece, combattente spartano, 105
Cleombroto II, re agiade, 171 Dimane, figlio di Egimio, 65
Cleombroto, reggente agiade, 94, Dimani, tribù spartana, 65-6
101,104 Diodoro Siculo, storico, 2.1, 33-4, 100,
Cleomene I, re agiade, 92., 94-7 103,161
Cleomene II, re agiade, 166, 168 Diogene Laerzio, biografo, 77
Cleomene III, re agiade, 2.5, 31, 36, Dioscuri, eroi achei, 2.1, 58-9, 71, 73
119, 169, 171-2. Dipea, battaglia di, 106
Cleonimo, figlio di Cleomene II, 168 Dorcide, navarco spartano, 103
Cleonimo, figlio di Sfodria, 161, 164 Dori, 2.0-4, 31-2., 34, 45-7, 49, 65-6,
Cnido, battaglia di, 159 69, 12.3, 149, 183
Cnosso, 43, 167 Doride, 2.1, 109
SPARTA

Dorieo, figlio di Anassandrida, 94-5, Eruli, popolazione germanica, 179


97 Erxadieis, sottogruppo etnico etoli-
Doro, eponimo dei Dori, 2.2. co, 94
Esichio, lessicografo, 12.6
Etoli, 171
Ebrei, 175 Euclida, fratello di Cleomene III, 172.
Efialte, uomo politico ateniese, 108 Eunomo, re euripontide, 2.4
Eforo di Cuma, storico, 2.7, 34, 47-8, Euribiade, navarco spartano, 101
58, 12.4
Euricle, Gaio Giulio, uomo politico
Egeidi, famiglia spartana, 55, 58
spartano, 175-6, 179
Egeo, mare, 97, 109, 159
Euripide, poeta tragico, 68, 140
Egimio, figlio di Doro, 2.2., 2.4, 65
Euriponte, eponimo dei re euripon-
Egina/Egineti, 96, 108, 12.8, 130
tidi, 69
Egitto/Egiziani, 56, 166-8, 172.
Euriponridi, famiglia reale spartana,
Egospotami, battaglia di, 114, 159
2.2., 2.4, 32., 52., 55, 69-70, 72.-3, 79,
Eira, fortezza della Messenia, 51
95-6, 98, 102., 107, 112., 115, 158, 161,
Elena, sposa di Menelao, 2.0-1, 2.3, 42.,
167-8, 170, 172.
49,139
Euristene, capostipite dei re agiadi,
Eleusinia, festività spartana, 147
2.2., 2.4, 58, 69
Eleutherolakones, lega degli, 175
Euristeo, mitico re di Micene e Tirin-
Elice, città dell'Acaia, 90
to, 2.1-2.
Elide/Elei, 93, 107, 112., 12.7, 157, 164-6
Eurota, fiume, 39, 42., 45, 47-8, 60,
Ellanico di Lesbo, storico, 48
79-80, 104, 140, 164, 170, 180
Ellesponto, 99, 114, 160
Epaminonda, comandante tebano,
162.-6 Falanto, fondatore di Taranto, 58
Epeunaktoi, 59 Febida, comandante spartano, 160-1
Epidauro Limera, 'città periecica del- Febo, 103; cfr. Apollo
la Laconia, 80 Fidane, re (o tiranno) di Argo, 91
Epitadeo, eforo spartano, 119, 12.2. Filarco, storico, 169
Era, sposa di Zeus, 2.1 Filippi, battaglia di, 175
Eracle, eroe acheo, 2.1-3, 65, 70-1, 73 Filippo II, re di Macedonia, 167
Eraclide Lembo, epitomatore di Ari- Filippo v, re di Macedonia, 172.-3
stotele, 31 Filopemene, stratego della lega
Eraclidi, 2.0-3, 31, 46, 57, 69-70, 83, achea, 173-4
158 Flaminino, Tito Quinzio, uomo po-
Eretria, 98 litico romano, 173
Erineo, città della Doride, 2.1-2., 46 Focide/Focesi, 109, 159, 163, 167
Ermione, figlia di Menelao, 2.1
Erode, re di Giudea, 175
Erodoto, storico, 19, 2.2.-4, 2.7, 33, 58, Gelone, tiranno di Siracusa, 99
69-74, 77, 79, 85, 89, 91, 94, 96-8, Geromhrai, città periecica della La-
100·2., 104-8, 12.0, 12.7, 147, 155 conia, 80
INDICE DEI NOMI E DEI LUOGHI 2.19

Gilippo, comandante spartano, 113, Lacare, padre di Euricle, 175


II? Lacedemone/Lacedemoni, 2.0, 2.8, 39,
Gimnopedie, festività spartana, 49, 41, 43, 49, 79-83, 87, 93, 100, III,
57, 147-8, 163 148, 152., 163, 165, 172.
Gitiadas, bronzista spartano, 87 lega dei Lacedemoni, 173, 175
Giustino, storico, 168 Lacedemonia, città bizantina, 180
Gorgo, sposa di Leonida, 97, 139 Lacedemonio, figlio dell'ateniese Ci-
Goti, popolazione germanica, 179 mone, 108
Gracchi, Tiberio e Gaio, uomini po- Lacone, figlio di Euricle, 175
litici romani, 36 Laconia Survey, 37, 90
Granico, battaglia di, 167 Lapiti, mitica popolazione della Tes-
Gytheion, città periecica della Laco- saglia, 2.2.
nia, 80, w9, 164 Las, città periecica della Laconia, 173
Lechaion, battaglia di, 160
Leonida I, re agiade, 94, 97, 100-2.,
104-6, 139, 155, 163, 179, 184-5
Hekatombaia, festività spartana, 148
Leonida II, re agiade, 170-1
Helos, città della Laconia, 47-9
Leonideia, festività spartana, 179
Hyakinthos, 147; cfr. Apollo Hyakin-
Leonte, re agiade, 89
thios
Leotichida I, re euripontide, 32.
Leotichida II, re euripontide, 96, I02.
Leotichida, presunto figlio di Agide
lacinzie, festività spartana, 49, 58,
II, 158
101, 131, 147-8
Lepreon, città del Peloponneso, 12.7
Ibico, poeta lirico, 140 Leuttra, battaglia di, 163
Ificrate, comandante ateniese, 160 Libanio, retore, 180
Illei, tribù spartana, 65-6 Libia, 95, 97, 167
Ilio, figlio di Eracle, 2.2., 65 Licurgo, legislatore spartano, 2.3-31,
Ionia, 97-8, 102. 35-6, 54, 57, 62., 74, 76, 86, 118-9,
lppocoonte, fratellastro di Tindareo, 12.9-30, 138, 154, 170, 174, 176, 180,
2.1-2. 182.-3
lsagora, uomo politico ateniese, 95-6 Lidia, 56, 91, 97
Isocrate, retore ateniese, 19, 35, 47, Limne, villaggio/ quartiere di Sparta,
80, 82., I06 45, 67-8, 70, 178
lthome, monte, 51-3, w6-9, 165 Lisandro, comandante e navarca
spartano, 2.9, 36, 114-5, 117, 12.9, 132.,
158-9
Kalyvia Sochas, località della Laco- Lisandro, eforo spartano, 170
nia, 49,147 Litto, città cretese, 2.7, 167
Kouphovouno, sito preistorico della Livio, Tito, storico, 169, 174
Laconia, 41 Locresi, 57, 159
2.2.0 SPARTA

Locri Epizefiri, 2.6 Nabide, re (o tiranno) di Sparta, 169,


Lucio Vero, imperatore romano, 179 172.-3
Naupatto, 109
Nauplia, città dell'Argolide, 80
Macedonia/Macedoni, 167-8, 172.-3 Nemea, battaglia di, 159
Malea, capo, 39 Nestore, eroe acheo, 42.
Manduria, località messapica, 167 Niceforo I, imperatore bizantino,
Mantinea, 106-7, 112., 160, 164, 166 180
battaglia del 418 a.C., 112., 151 Nichoria, località della Messenia, 52.
battaglia del 362. a.C., 166 Nicia, pace di, 112.
battaglia del 2.07 a.C., 172. Nozio, battaglia di, 114
Maratona, battaglia di, 98
Mardonio, comandante persiano,
101-2., 105, 107 Oinous, fiume, So
Mediterraneo, mare, 41, 44, 56-8, 60, Olimpia/giochi olimpici, 2.3, 54-5,
93, 12.8, 173-4
78, 87, 93, 131, 157
Megalopoli, 165, 167, 171 Olimpo, monte, 2.1
battaglia di, 168
Olinto, città della Calcidica, 160-1
Megara, 108-9
Omero/epica omerica, 2.0, 39, 41-2.,
Menelaion, sito preistorico della La-
45, 57, 61, 73-4
conia, 42., 44
Oreste, figlio di Agamennone, 2.1, 89-
Menelao, eroe acheo, 2.0-1, 2.3, 42., 44,
90
49, 82.
Orthia, cfr. Artemide Orthia
Mesoa, villaggio/quartiere di Sparta,
Otriade, combattente spartano, 91
67, 70,178
Messapi, 167 Ottaviano, Gaio, cfr. Augusto
Messenia/Messeni/Messene, 32., 36,
39, 41, 49-56, 58-60, 63, 70, 79-80,
Palaiokastro, pianoro di, 37
85, 89-90, 94, 98, 106-9, III-2., 118-
9, 12.3, 12.5, 138, 164-8, 172.
Palaiopyrgi, sito preistorico della La-
Methone, città periecica della Messe- conia, 41-2.
nia, So Pamiso, fiume, 49, 51, 53, 80
Micale, battaglia di, 102. Panfili, tribù spartana, 65-6
Micene, 2.0-1, 42., 90-1, 93, 107, 159 Panfilo, figlio di Egimio, 65
Mindaro, navarca spartano, 114 Paride, principe troiano, 2.0
Mini, discendenti degli Argonauti, Parnon, monte, 39, So
57-8 Parparonia, festività spartana, 91
Mirane di Priene, storico, 50, 12.6 Parteni (Partheniai), 58-9
Mistrà, città bizantina, 180-1 Parti, impero dei, 179
Movromati, località della Messenia, Pausania II, re agiade, 2.9, 114-5, 154,
53 159,161
Mummio, Lucio, uomo politico ro- Pausania, periegeta, 35-6, 47, 50-2.,
mano, 174 70, 87, 90-1, 104-5, 12.4-5, 171
INDICE DEI NOMI E DEI LUOGHI 221

Pausania, reggente agiade, 33, 101-6, Prode, capostipite dei re Euriponti-


115, 179 di, 2.2., 2.4, 58, 69
Pellana, città periecica della Laconia,
42.
Pericle, uomo politico ateniese, 2.7, Riano di Bene, poeta epico, 50
108 Roma/Romani, 35, 173-5
Persia/Persiani, 33, 50, 91, 96-106,
113-5, 158-60, 167-8, 179
Salamina, battaglia di, 101-2.
portico dei, 104, 179
Pilo, località della Messenia, 42., 73, Samo/Sami, 19, 57, 87, 93, 97, II0, 115
Sardi, battaglia di, 159
Il I-2., I 2.5
Saronico, golfo, 101, 108
Pindaro, poeta lirico, 68
Scillunte, città del Peloponneso, 2.9
Pireo, porto ateniese, 111, 115, 161
Segestani, 95
Pirro, re di Epiro, 168
Sellasia, città periecica della Laconia,
Pisandro, navarco spartano, 159
So
Pisimatidi, 95
battaglia di, 172.
Pisistrato, tiranno ateniese, 92.
Senocrito di Locri, musico, 57
Pitane, villaggio/ quartiere di Sparta,
Senodamo di Citera, musico, 57
67-8, 70, 105, 178
Senofonte, storico, 2.9-30, 34, 72.-4,
battaglione di, 105, 179
78-9, 83, 85, 92., 115, 12.7-9, 132., 134-5,
Platea, 95, 162.
137, 143, 150-2., 157-8, 161-2., 164,
battaglia di, 33, 85, 102.-7, 179 166, 181
Platone, filosofo, 2.7-8, 34, 118, 138, Sepeia, battaglia di, 95, 106
142. Serse, re persiano, 98-101, 103, 185
Pleistoanatte, re agiade, 109, II2. Sfacteria, isola, 1u-2.
Plistarco, re agiade, 101 Sfero di Boristene, filosofo stoico, 31
Plutarco, biografo, 19, 2.3, 35-7, 62.-4, Sfodria, comandante spartano, 161-2.,
66, 75-6, 78, II7, 119, 12.2., 12.4, 12.7, 164
12.9-30, 134-5, 139-42., 145,148, 153-5, Sicilia, 56, 95, 113, 168
158, 167, 169-71, 181-2. Sicione, 93, 171-2.
Polibio, storico, 2.8, 35, 49, u9-2.o, Silla, Lucio Cornelio, uomo politico
169,172. romano, 36
Policrate, erudito, 148 Simonide di Ceo, poeta lirico, 2.4, 32.,
Policrate, tiranno di Samo, 19, 93, 97 104
Polidoro, re agiade, 63, 119 Siracusa/Siracusani, 99, 113
Polluce, cfr. Dioscuri Socrate, filosofo, 2.8, 34
Pompeo, Gneo, uomo politico roma- Sosibio Lacone, erudito, 31, 91
no, 36,174 Spartiatico, figlio di Lacone, 175
Poseidone, 115 Scenelaida, eforo spartano, 110
Gaiavochos, 147 Sceniclaro, località della Messenia,
Pratina di Fliunte, 57 107
222 SPARTA

Strabone, geografo, 124 Theras, fondatore di Thera, 58


Susa, città persiana, 97 Thouria, città periecica della Messe-
nia, 80
Tibrone, comandante spartano, 29,
Taigeto, monte, 39, 49-50, 53, 58, 159
107-8, 142, 164, 180 Timeo di Tauromenio, storico, 76
Taleta di Gortina, poeta e musico, 26, Tindareo, mitico re di Sparta, 21-3
54, 57 Tindaridi, 21; cfr. anche Dioscuri
Tanagra, battaglia di, 106, 109 Tireatide, 89-91
Taranto, 52, 58-60, 167-8 Tirinto, 21, 93, IO?
Tebe/Tebani, 43, 95, 100, 159-67 Tirteo, poeta elegiaco, 21, 24, 32, 46,
Tegea/Tegeati, 89-91, 93-4, 102, 106, 52-4, 56-7, 63-4, 66, 76, I04, 125,
159 150, 152
battaglia di, I06 Tisameno, figlio di Oreste, 21-2, 90
Tegira, battaglia di, 162 Tissaferne, satrapo persiano, 113-4,
Teleclo, re agiade, 50-1 158-9
Temeno, eraclide, 22 Tolomeo II, re di Egitto, 168
Temistocle, comandante ateniese, 101 Tracia, 111-3, I2.6
Tempe, passo di, 99 Troia, 20, 22-3, 41-2, 52, 90, 104, 159
Tenaro, capo, 39 Tsakona, località della Laconia, 49
penisola di, 173 Tucidide, storico, 22-3, 27, 33-4, 49,
Teocrito, poeta bucolico, 140 64, 66-8, 71, 87, 94, 103, 105-7,
Teodoreto, apologeta cristiano, 180 110-2, 148, 150-1
Teodoro di Samo, architetto, 87
Teopompo di Chio, storico, 47, 123,
158 Vapheio, tomba di, 42
Teopompo, re euripontide, 25, 52, 63, Villehardouin, Goffredo e Gugliel-
70, 76 mo, principi franchi, 180
Termopile, battaglia delle, 33, 79, 91,
97, 100-1, 104-5, 155, 184-5
Terpandro di Lesbo, poeta e musico, Zaleuco, legislatore di Locri Epizefi-
54, 57 ri, 26
Tespie/Tespiesi, 161, 163 Zeus, 21, 71
Tessaglia/Tessali, 22, 41, 96, 99, 102 Lacedemonio, 72
Thera, isola delle Cicladi, 57-8 Messapeus, 49
Therapne, località della Laconia, 42, Syllanios, 62
49 Uranio, 72