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Accidenti – disse – ce ne sono di cose belle al mondo.

 E quando dico belle intendo


belle.Siamo degli idioti a svicolare sempre dalle cose. ... Sempre, sempre, sempre lì ad
annotare tuttigli accidenti che capitano al nostro piccolo schifoso io».

Salinger il giovane holden

 La cognizione del dolore. In questo libro Gadda scoppia in un’invettiva furiosa contro
il pronome io, anzi contro tutti i pronomi, parassiti del pensiero: «… l’io, io!… il più
lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero
ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora…
ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona».

Tor Sapienza, "noi" e "loro". Quei


pronomi pidocchi del pensiero
Carlo Emilio Gadda li avrebbe schiacciati come insetti, i
pronomi che "infestano" la lingua. I fatti di Tor Sapienza
- gli scontri e le proteste degli ultimi giorni nella
periferia est di Roma - potrebbero essere commentati
così, con queste battute delle scrittore milanese.







 Giulia Carrarini Giornalista e blogger
LA PRESSE
"I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta, come
tutti quelli che hanno i pidocchi... e nelle unghie, allora... ci ritrova i pronomi: i pronomi di
persona...". Se solo avesse potuto, Carlo Emilio Gadda li avrebbe schiacciati come insetti, i
pronomi che "infestano" la lingua. E il suo bersaglio preferito, tra tutti, sarebbe stato quello
di prima persona: "L'io, l'io!... Il più lurido di tutti i pronomi!", dice Gonzalo, protagonista
parzialmente autobiografico de La cognizione del dolore.
I fatti di Tor Sapienza - gli scontri e le proteste degli ultimi giorni nella periferia est di
Roma - potrebbero essere commentati così, con queste battute delle scrittore milanese.
Basterebbe cambiare il pronome: sostituire all'"io" il "noi", che in questa storia, senza
dubbio, è "il più lurido di tutti".
"Difendete noi, non loro, perché noi vi paghiamo le tasse e lo stipendio", hanno detto i
residenti del quartiere alle forze dell'ordine schierate di fronte al centro d'accoglienza di
viale Giorgio Morandi. "Qui non entrate, non è per voi", ha invece intimato il titolare di un
bar ad alcuni immigrati, impedendo agli stranieri l'ingresso nel locale. E ancora: "Sono
diventati troppi. E i nostri? Stanno in mezzo alla strada" (minuto 3:35
del servizio trasmesso da Piazza pulita). Non hanno usato parole diverse nemmeno Noemi
e Marina, due cittadine di Tor Sapienza intervenute nell'ultima puntata di Announo: "Noi
vogliamo il rispetto, anche loro devono portarlo". Noi e loro, i residenti del quartiere e gli
altri. Ma cosa significa, cosa vuol dire questo pronome "noi"?
Lo Zingarelli lo spiega così:

È usato dalla persona che, parlando, si riferisce a sé stesso e insieme ad altre persone
(indica un'associazione che si estende dalla unione della persona che parla con un'altra sola
persona, fino a comprendere tutto il genere umano)

Una definizione analoga a quella data dal vocabolario Treccani:


È il pronome di prima persona plurale, usato cioè dalla persona che parla, quando si
riferisce a sé stessa e, insieme, ad altre persone

È al di là di grammatica e dizionari, però, che va cercato il significato più autentico e


complesso di questa parola. L'uomo, fin dalla nascita, impara a misurarsi con la realtà
secondo le coordinate "noi-loro": nel suo senso più espansivo "noi" è l'umanità tutta, sono
gli esseri umani o addirittura quelli viventi. Questo concetto, però, resta di fatto una mera
astrazione: la famiglia, il lavoro, la vita in società restringono il perimetro del significato,
piegandolo di volta in volta a situazioni e contingenze differenti. Ci siamo "noi" e "i vicini di
casa", "noi della sezione A" e "loro, la classe accanto, della sezione B". "Noi italiani", "loro
francesi, somali, canadesi o pakistani". Non c'è e non dovrebbe esserci, a priori, alcun
giudizio di valore: il pronome si limita a fotografare la realtà.
Tutto questo viene stravolto quando la diversità, naturale, si trasforma in contrapposizione
aprioristica. Quando il "noi" per così dire positivo diventarifiuto dell'altro, si fa esclusione ed
emarginazione. E allora che "ciò che non è noi" muta in nemico. Come sta accadendo a Tor
Sapienza.
Mi viene in mente la scena di un film di Roman Polański, L'inquilino del terzo piano. Il
protagonista, interpretato dallo stesso regista, dopo aver bevuto qualche bicchiere di
troppo, si interroga sul significato di "me". "In quale preciso momento un individuo smette di
essere quello che crede di essere?", si chiede. "Se mi tagli un braccio, posso dire me e il
mio braccio. Se me ne tagli due, me e le mie due braccia", osserva. "Se mi tagli la testa,
però, cosa devo dire? Me e la mia testa o me e il mio corpo? Che diritto ha la mia testa di
chiamarsi me?".
Ecco, il discorso non è poi così differente. In che punto finiamo "noi" e cominciano "loro"?
Pregiudizio, diffidenza e malafede costruiscono identità impregnate di ideologia, regalando
illusioni di identità e di appartenenza dalle quali chiunque, un giorno, potrebbe restare
escluso. La storia ci ha insegnato quale rischio porti con sé un uso sconsiderato delle
categorie per misurare l'uomo. Una pericolosità ben sintetizzata in una citazione, che
circola ormai da decenni in un'infinità di versioni e che penso valga la pena riportare.
Erroneamente attribuita a Bertolt Brecht, deriverebbe invece da alcuni sermoni di Martin
Niemöller, teologo e pastore luterano, deportato per diretto volere di Hitler a causa delle
sue predicazioni avverse al nazionalsocialismo:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi
vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a
prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere
i comunisti, e non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare

La cognizione del dolore

Parte prima   III

La cognizione del dolore

Parte prima   III

Bel modo di curarsi!… a dire: io non ho nulla. Io non ho mai avuto bisogno di
nessuno!… io, più i dottori stanno alla larga, e meglio mi sento… Io mi riguardo
da me, che son sicura di non sbagliare… Io, io, io!».

E di nuovo si lasciava prendere da un’idea, e levò la voce, rabbiosamente:


«Ah! il mondo delle idee! che bel mondo!… ah! l’io, io tra i mandorli in fiore…
poi tra le pere, e le Battistine, e il Giuseppe!… l’io, l’io!… Il più lurido di tutti i
pronomi!…».

Il dottore sorrise della sfuriata, non capì. Colse tuttavia il destro di volgere un
po’ al sereno le parole, se non l’umore e i pensieri.

«… E perché diavolo? Che le hanno fatto di male, i pronomi? Quando uno


pensa un qualchecosa deve pur dire: io penso… penso che il sole ci passeggia
sulla cucùrbita, da destra a sinistra…». (Nel Sud-America, difatti, e
nella Canzone di Legnano).
«… I think; già: but I’m ill of thinking…» mormorò il figlio. «… I pronomi! Sono
i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta, come tutti
quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i
pronomi di persona…».

Il dottore sbuzzò a ridere suo malgrado, con metà della bocca: con la guancia
di sinistra. Come, anche non volerlo, d’un bimbo si finisce a sorridere: quando
nel più infernale de’ suoi capricci, nel delirare dalla rabbia, nel pestare i piedi,
tra perle di lacrime e strilli fino alle stelle, rugge «va’ via, butto!» a tutti quanti
lo vorrebbero calmare con una carezza: e mette in allegria tutti quanti.

L’aforisma, decifrarlo, macché, nemmeno ci pensò: un problema di scacchi, e


maggiore delle sue forze.

Si bevve una boccata sana, piena, di quell’aria calda, così pura, fiato di vita.
Dilatò sotto il cravattonzolo tutta la gabbia delle còstole e dello sterno, a
inspirare: a lasciarsene bruciare i polmoni. Si volse in direzione del Prado, che
col suo lustro cupo il fogliame dell’òlea (1) gli celava parzialmente, da destra:
le case lontane parevano fumare in quell’oro dell'agosto: ma già i pidocchi, i
pronomi pidocchi, anche questa gli toccava di sentire! lui che per dire «mia
moglie» diceva «la mia signora»: in castigliano beninteso: mi señora.

«… Il solo fatto che noi seguitiamo a proclamare… io, tu… con le nostre bocche
screanzate… con la nostra avarizia di stitici predestinati alla putrescenza… io,
tu… questo solo fatto… io, tu… denuncia la bassezza della comune dialettica… e
ne certifica della nostra impotenza a predicar nulla di nulla,… dacché
ignoriamo… il soggetto di ogni proposizione possibile…».

«… Quale sarebbe?…».

«… è inutile ch’io lo nòmini invano… Quello che ha appena finito di venir fuori di
là…», col volto significò la torre, «dalla matrice di quelle mènadi scaravoltate a
pancia all’aria… col batacchio per aria… Bestie pazze! per cui ho patito la fame,
da bimbo, la fame! Cinquecento pesos! cinquecento: di munificenza
pirobutirrica: cinquecento pesos!… con la maglia rattoppata… i geloni ai diti… i
piedi bagnati nelle scarpe… i castighi! perché i diti gelati non potevano stringer
la penna… col mal di gola sul Fedro… con sei gradi di amor paterno addosso… e
un fumo da far inverdire le meningi… perché il caro batacchio venisse buono…
buono agli inni e alla gloria… il batacchio… a intronare la cara villa, con le care
patate, nel caro Lukones… a romperci i timpani per quarant’anni!… Tolgono la
pace ai vivi e ai morti, creda: mi vietano di scrivere: di leggere… financo i
Vangeli mi fanno buttar via,… dal baccano che impiantano, dopo due minuti!…
tale è il pandemonio che ne dirompe fuori, dalla mattina alla sera… dalle
quattro alle undici… Una russia compagna! ma è roba da spararsi…».

Si avviarono a rigirare il cantone della casa, passo passo. Discèsero il gradino


di servizio: «… Io, tu: il salumiere ladro esclude il salumiere furfante che ha
bottega dirimpetto: va bene che è più ladro di lui: ma via! dal momento che
sono due ladroni tutt’e due… Caçoncellos, il Camöens di Terepáttola, diceva
che Vergilio è un coglione: perché Palinuro è una bugìa, e i ludi navali una
retorica da leccapiatti… Sì,… sta’ fresco!…

… otto anni d’una guerra navale che affamò Roma secondo lui gli parevano un
tamarindo al seltz… e Sesto Pompeo una barca da sardelle… Mentre i suoi
dimetri terepattolesi erano il mistero, il domani!… Io ho dato espressione
immortale ai più moderni ideali del mio popolo! Io sono disceso in fondo alle
anime… sì… a Villa Giuseppina!… io, io, anche lui!… dacquava i fiori con un
anaffiatoio buco, che glie ne pisciava metà sulle scarpe… E poi, se un’idea è più
moderna di un’altra, è segno che non sono immortali né l’una né l’altra…

… Io, tu… Quando l’immensità si coagula, quando la verità si aggrinza in una


palandrana… da deputato al Congresso,… io, tu.… in una tirchia e rattrappita
persona, quando la giusta ira si appesantisce in una pancia,… nella mia per
esempio… che ha per suo fine e destino unico, nell’universo, di insaccare
tonnellate di bismuto, a cinque pesos il decagrammo… giù, giù, nel duodeno…
bismuto a palate… attendendo… un giorno dopo l’altro, fino alla fine degli
anni… Quando l’essere si parzializza, in un sacco, in una lercia trippa, i di cui
confini sono più miserabili e più fessi di questo fesso muro pagatasse… che lei
me lo scavalca in un salto… quando succede questo bel fatto… allora… è allora
che l’io si determina, con la sua brava mònade in coppa, come il càppero
sull’acciuga arrotolata sulla fetta di limone sulla costoletta alla
viennese… Allora, allora! è allora, proprio, in quel preciso momento, che spunta
fuori quello sparagone d’un io… pimpante… eretto… impennacchiato di attributi
di ogni maniera… paonazzo, e pennuto, e teso, e turgido… come un tacchino…
in una ruota di diplomi ingegnereschi, di titoli cavallereschi… saturo di glorie di
famiglia… onusto di chincaglieria e di gusci di arselle come un re negro…
oppure», erano arrivati al cantone, abbassò la voce, «… oppure saturnino e
alpigiano, con gli occhi incavernati nella diffidenza, con lo sfinctere strozzato
dall’avarizia, e rosso dentro l’ombra delle sue lèndini… d’un rosso cupo… da
celta inselvato tra le montagne… che teme il pallore di Roma e si atterrisce dei
suoi dàttili… militem, ordinem, cardinem, consulem… l’io d’ombra, l’animalesco
io delle selve… e bel rosso, bello sudato… l’io, coi piedi sudati… con le ascelle
ancora più sudate dei piedi… con l’aria bonna nel c… tra le cipolle e le pere di
spalliera… vindice del suo diritto… come quel ladrone là… che è tutta mattina
che ha da levar il seme alle cipolle!…». Col mento, le mani in tasca, fece segno
verso il peone: il quale ora, un ginocchio nell’erba, lo si vedeva e udiva a
raschiare, con un coltellino, il cavo d’un paiolo. Di certo, allo scoccar
mezzogiorno aveva intermesso la sua fatica, per preparare il puchero. Il
dottore, zitto, aveva lasciato venir giù quella grandinata rabbiosa, senza
nemmeno accennare ad aprir bocca: aveva gli occhi tristi, enfiati, a guardar le
montagne.

«… Io, io, io!… Ma lo caccerò di casa! Col pacco de’ suoi diritti legato alla coda…
fuori, fuori!… a quadrupedare di là dal muro… a zoccolar sui sassi, giù e su da
Iglesuela, dond’è piovuto…». Il peone, finalmente, levò il capo e il cappello fuor
dal paiolo, ma non arrivava ad intendere. Capì che il discorso non lo
riguardava: i signori, spesso, fanno della metafisica.
«… Il muro è gobbo, lo vedo, e anche le anime dei morti lo scavalcherebbero…
dei poveri morti! per tornare a dormire nel loro letto… che è lì, bianco… come
lo hanno lasciato al partire… e par che li aspetti… dopo tanta guerra!… è storto,
tutto gobbe: lo so: ma il suo segno, il suo significato rimane, e agli onesti gli
deve valere, alla gente: deve valere. Per forza. Dacché attesta il possesso: il
sacrosanto privato privatissimo mio, mio!… mio proprio e particolare
possesso… che è possesso delle mie unghie, dieci unghie, delle mie giuste e
vere dieci unghie!…» levò le mani dalle tasche e le mise daddovero sotto agli
occhi del medico, tutt’e due pari, con dita adunche, come fossero artigli d’un
avvoltoio.

«… E quelle dei piedi dove le lascia?…».

«… Dentro, io, nella mia casa, con mia madre: e tutti i Giuseppi e le Battistine
e le Pi… le Beppe, tutti i nipoti ciuchi e trombati in francese o in matematica di
tutti i colonnelli del Maradagàl… Via, via! fuori!… fuori tutti! Questa è, e deve
essere, la mia casa… nel mio silenzio… la mia povera casa…».

1. Olea fragrans: il nome botanico è anche il nome comune.

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