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Stella Mattioli
Professoressa Sarah Annunziato
ITAL 7559
9 dicembre 2013

Giallo deduttivo e letteratura hard boiled. Differenze e similitudini fra tre detective: Sherlock Holmes,
Guglielmo da Baskerville e Philip Marlowe

Abstract: con questo saggio ho deciso di prendere in esame tre figure di detective, molto diversi fra di loro, ma che
presentano allo stesso tempo alcune somiglianze. La mia intenzione è quella di dimostrare come i personaggi più di
successo abbiano influenzato altri personaggi successivi, e come gli autori di romanzi e racconti gialli siano
perfettamente a conoscenza degli autori che li hanno preceduti, e delle caratteristiche dei personaggi da loro creati. In
alcuni casi le somiglianze sono sottili, in altri più evidenti: ma tutti e tre i personaggi che ho deciso di analizzare
(Sherlock Holmes, Guglielmo da Baskerville e Philip Marlowe) presentano alcune cose in comune, e sono esempi molto
noti di letteratura gialla in tre Paesi con una forte tradizione letteraria, in cui il giallo è molto importante.

Gli Stati Uniti, l’Italia e l’Inghilterra hanno una grande tradizione letteraria. Uno dei generi che hanno in
comune è quello del giallo, che si è sviluppato in questi tre Paesi con diverse modalità e con diverse protagonisti. Nel
mio saggio ho intenzione di mettere a confronto queste tre diverse tradizioni giallistiche attraverso tre protagonisti
simbolo delle storie gialle dei tre diversi Paesi, mettendone in evidenza le similitudini e le differenze, e dimostrando
come i diversi autori si siano ispirati agli autori che li hanno preceduti. I protagonisti dei romanzi gialli costituiscono
infatti una parte importante nel successo di questo genere letterario: con il loro carisma e la capacità di risolvere anche i
più intricati delitti, affascinano il lettore, che si sente spinto a mettersi alla prova per cercare di ragionare come il
detective, divertendosi a cercare di risolvere il caso. In Italia, in Inghilterra e negli Stati Uniti si possono trovare
importanti figure di detective che, pur essendo molto diverse l’una dall’altra, condividono comunque qualche aspetto in
comune. Mi si potrà obiettare che i racconti gialli hanno delle differenze sostanziali da un autore all’altro e da un Paese
all’altro: questo è sicuramente vero (come vedremo nel caso di Philip Marlowe), ma è anche vero che i nuovi autori
spesso tendono a ispirarsi agli altri autori che hanno letto, e che li hanno formati. Per questo motivo ho deciso di iniziare
il mio saggio parlando di colui che è il detective per eccellenza, un personaggio che, con il suo successo, ha influenzato
altre figure di detective (e non) in ogni parte del mondo: Sherlock Holmes.
Sherlock Holmes, “consulting detective” londinese
Il successo del personaggio di Sherlock Holmes inizia nel 1887, grazie alla penna di Arthur Conan Doyle,
medico inglese. Holmes ha fatto la sua prima apparizione nel racconto “Uno studio in rosso”, pubblicato a puntate sulla
rivista londinese “The strand magazine”. Il successo è immediato, e la rivista vede aumentare il numero dei lettori e
degli abbonati: questo lo si deve soprattutto al modo in cui Conan Doyle ha tratteggiato il personaggio, rendendolo uno
dei primi esempi di protagonista del cosiddetto “giallo deduttivo” (Iacona). Sherlock Holmes ha delle peculiari
caratteristiche che ne hanno determinato il successo, alcune delle quali sono state riprese successivamente da altri
autori, per creare figure di detective (e non solo) che gli assomigliano in alcuni aspetti. La caratteristica più famosa di
Sherlock Holmes è la sua sviluppata capacità di osservazione, che gli permette di risolvere anche i misteri più intricati, e
di essere un passo avanti rispetto a qualunque poliziotto o investigatore. “Il filo del ragionamento è stato questo: ecco
un signore che ha il tipo del medico ma l’aria di un militare. Quindi, un medico militare. È appena arrivato dai Tropici
poiché è abbronzato, e quello non è il colore naturale della sua pelle; infatti, i polsi sono chiari. Ha attraversato un
periodo di stenti e di malattia, come rivela chiaramente il viso teso e stanco. Ha una ferita al braccio sinistro. Lo tiene in
modo rigido e innaturale. In quale zona dei Topici un medico militare inglese può aver passato tante traversie e riportato
una ferita al braccio? Ovviamente in Afghanistan. Questa sequenza di pensieri è durata meno di un secondo. Le dissi
quindi che lei proveniva dall’Afghanistan, e ne restò sbalordito” (Conan Doyle). In questo brano tratto da “Uno studio
in rosso” Sherlock Holmes spiega al nuovo amico e coinquilino John Watson come ha fatto a capire così tante cose di
lui dopo averlo visto solo di sfuggita. Si tratta della prima volta in cui Holmes, nel corso delle sue numerose avventure,
dimostrerà a Watson e agli altri presenti le sue capacità deduttive. Il personaggio di Sherlock Holmes viene presentato
ai lettori dal suo amico Watson che, nella finzione letteraria, si incarica di scrivere le storie del detective, che vengono
poi pubblicate sulle riviste londinesi. Nel corso dei numerosi racconti vengono svelati al lettore un numero sempre più
alto di particolari su Holmes: il quadro finale è quello di un detective completo, acculturato, che ha passato il suo tempo
a studiare le diverse discipline che possono rivelarsi necessarie all’accrescimento della sua efficienza investigativa. Nel
racconto in cui ci viene presentato per la prima volta lo vediamo impegnato in un elaborato esperimento chimico, teso a
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rivelare la presenza di sangue sulla scena dei delitti: successivamente, scopriamo come lo stesso Holmes abbia scritto (o
voglia scrivere) monografie e trattati dedicati ai più svariati argomenti, che hanno sempre a che fare con le indagini di
cui si occupa, come si vede fin dal primo romanzo: “Ho raccolto un po’ di cenere dal pavimento. Era scura e fioccosa
(quel tipo di cenere che solo un Trichinopoli può lasciare), ho perfino scritto una monografia sull’argomento” (Conan
Doyle). Si tratta solo del primo accenno a monografie e trattati: in alcuni casi, vengono anche menzionati articoli che
Holmes avrebbe scritto per riviste di vario genere. Molti aspetti del carattere di Holmes ci vengono presentati nella
prima storia, attraverso gli occhi di Watson, che fin da subito è il narratore. Sherlock Holmes è una persona
estremamente logica e razionale, anche a causa del mestiere che fa. Fin da subito coinvolge Watson nelle indagini allo
scopo di mostrargli il suo lavoro, e fin da subito mette in chiaro come sia importante avere a disposizione tutti i dati
prima di lanciarsi in ipotesi. “È un errore gravissimo mettersi a teorizzare prima di avere tutti gli elementi. Distorce in
giudizio” (Conan Doyle).
Questa estrema razionalità caratterizza il personaggio, e ha contribuito a renderlo famoso fin da subito, anche
per la sua presupposta misoginia (Holmes vede infatti i sentimenti come qualcosa che offusca il giudizio, anche se più
volte si mostrerà in preda alle più diverse emozioni) e per alcune passioni che sembrano contrastare con la logica (come
quella per la cocaina, che Holmes usa nei periodi in cui non ha niente da fare).
Ma Holmes è anche un personaggio che si muove nella Londra vittoriana: è dunque un gentiluomo dell’epoca,
raffinato e amante delle cose belle. Lo scopriamo subito per essere un fine violinista, e un amante del buon cibo e dei
ristoranti alla moda. Spesso lo vediamo recarsi con il fido Watson ad ascoltare concerti di musica classica dal vivo, ed è
in grado di apprezzare l’opera e il teatro. Questa sua raffinatezza è evidente anche nelle sue doti di detective: Holmes
predilige infatti la ragione per risolvere i casi, e ricorre alle armi e alla violenza solo quando strettamente necessario. Ma
anche in questi casi, scopriamo che Holmes conosce le regole del pugilato e l’arte marziale del Bartitsu (erroneamente
chiamata da Conan Doyle “Baritsu”). Non è quindi una persona che ama la violenza, preferendo dare la precedenza alla
ragione: anche questo è un aspetto che ha contribuito a determinare le regole del giallo deduttivo, in cui la cosa più
importante è mostrare al lettore il ragionamento logico con cui il detective è arrivato alla conclusione dell’intricata
vicenda.
Il successo di Sherlock Holmes è tale che fin da subito nasce intorno al suo personaggio la cosiddetta letteratura
"apocrifa": racconti e romanzi che vedono come protagonisti Holmes e Watson, che non sono stati scritta da Arthur
Conan Doyle. Nel corso degli anni, l'influenza del personaggio creato da Conan Doyle ha portato anche altri effetti. Se
gli apocrifi continuano a esistere e a essere pubblicati anche al giorno d'oggi, è anche vero che altri personaggi nati
successivamente dalle penne di altri scrittori mostrano delle caratteristiche che rimandano chiaramente al famoso
detective londinese. Questo accade non solo per romanzi o racconti gialli e del mistero, ma anche per altri tipi di
letteratura. Per esempio, è chiaramente modellato su Sherlock Holmes il detective Ginko dei fumetti di Diabolik e, più
recentemente, il dottore protagonista della fortunata serie televisiva “House MD”, come ha dichiarato lo stesso David
Shore, creatore del personaggio: “...Anytime one says 'puzzle' and 'brilliant deduction' in the same sentence, one can't
help but think of the great fictional detective Sherlock Holmes and his trusty sidekick, Dr. Watson. And indeed Holmes
-- and the real-life physician that inspired him, Dr. Joseph Bell -- were very much inspirations for 'House.'” (O’Hare).
Guglielmo da Baskerville: un detective italiano
In Italia, uno dei più noti esempi di come il personaggio di Sherlock Holmes abbia influenzato la letteratura italiana si
può trovare in un romanzo italiano famoso in tutto il mondo: “Il nome della rosa”.
Il personaggio protagonista, Guglielmo da Baskerville, è infatti modellato sulla figura del famoso detective inglese,
seppur con le necessarie differenze, dovute alla diversa epoca in cui si svolge la storia e al diverso luogo in cui il
romanzo è ambientato.
La prima cosa che possiamo notare è il nome: Guglielmo da Baskerville è chiaramente ispirato a una delle storie più
celebri che vedono Holmes come protagonista, intitolata proprio “Il mastino dei Baskerville”. Senza dimenticare la
prova di grande razionalità data da Guglielmo nelle prime pagine del romanzo, quando dimostra la propria grande
capacità di ragionare logicamente e di trarre deduzioni ritrovando un cavallo scappato dalla stalla, semplicemente
osservando le orme nella neve e alcuni crini rimasti impigliati nei cespugli a un’altezza che combacia con quella di un
cavallo. “Il metodo della ricostruzione è tipico del detective di Baker Street” (Zatterin, 4).
Ma non si tratta, ovviamente, dell’unica similitudine fra i due investigatori. Anche dal punto di vista fisico, le
loro descrizioni si assomigliano molto, come fa notare ancora Zatterin: […] La descrizione di frate Guglielmo da
Baskerville […] che risulta essere il sosia di Sherlock Holmes” (Zatterin, 4). “La sua statura superava quella di un uomo
normale, ed era tanto magro che sembrava più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti; il naso affilato e un po’ adunco
conferiva al suo volto l’espressione di uno che vigili, salvo nei momenti di torpore di cui dirò” (Eco, 17). Questa prima
frase della descrizione fisica del protagonista de “Il nome della rosa” è molto simile a quella che Conan Doyle fa di
Sherlock Holmes, come si vede in questo passo tratto da “Uno studio in rosso”: “Era alto un metro e novanta ma la sua
straordinaria magrezza lo faceva sembrare ancora più alto. Eccezion fatta per quegli intervalli di torpore di cui ho
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accennato, il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile e aquilino conferiva alla sua espressione un’aria vigile
e decisa” (Conan Doyle).
Sembra quindi evidente che Umberto Eco, nella stesura del suo romanzo, si sia ispirato profondamente alla
figura del detective creato da Arthur Conan Doyle. La descrizione fisica di Guglielmo continua, soffermandosi sulle
mani del monaco, e continuano anche le similitudini con la descrizione fisica di Sherlock Holmes. “[…] Ma anche
quando le sue mani toccavano cose fragilissime, come certi codici dalle miniature ancor fresche, o pagine corrose dal
tempo e friabili come pane azzimo, egli possedeva, mi parve, una straordinaria delicatezza di tatto, la stessa che egli
usava nel toccare le sue macchine (Eco, 18). A differenza di Guglielmo da Baskerville, Holmes non porta con sé le
strane macchine osservate da Adso, ma le sue mani sono spesso impegnate in attività che richiedono una grande
delicatezza e attenzione, come suonare il violino o fare esperimenti chimici (la prima volta che Watson incontra
Holmes, quest’ultimo è infatti intento a portare a termine un esperimento chimico). “Le mani, invariabilmente
macchiate d’inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come
ebbi spesso occasione di notare quando maneggiava i fragili strumenti della sua filosofia” (Conan Doyle).
I due investigatori hanno in comune anche la grande energia, che spesso viene intervallata da momenti di
riflessione profondissima e l’uso di alcune sostanze, come si vede in altri passi delle diverse opere. “La sua energia
pareva inesauribile, quando lo coglieva un eccesso di attività. Ma di tanto in tanto, quasi il suo spirito vitale partecipasse
del gambero, recedeva in momenti di inerzia, e lo vidi per ore stare sul suo giaciglio in cella, pronunciando a malapena
qualche monosillabo, senza contrarre un solo muscolo del viso. In quelle occasioni appariva nei suoi occhi
un’espressione vacua e assente, e avrei sospettato che fosse sotto l’impero di qualche sostanza vegetale capace di dar
visioni, se la palese temperanza che regolava la sua vita non mi avesse indotto a respingere questo pensiero” (Eco, 17).
Anche Holmes possiede una grande energia, che sembra assente però in alcuni momenti della sua vita. “Quando era in
preda alla sua frenesia di lavoro si dimostrava infaticabile; m ogni tanto subentrava la reazione, e allora rimaneva per
giorni e giorni sdraiato sul divano del soggiorno, senza dire una parola né muovere un muscolo dalla mattina alla sera.
In quelle occasioni notavo che i suoi occhi assumevano un’espressione talmente sognante e vacua che avrei potuto
sospettare che facesse uso di droghe se la sua vita morigerata e cristallina non avesse smentito quel dubbio” (Conan
Doyle).
Anche in questo caso, possiamo osservare come i due passaggi siano molto simili fra di loro: in alcuni casi,
Eco ha utilizzato la stessa terminologia di Conan Doyle, come per l’espressione del viso, definita “vacua”. Adso e
Watson condividono anche lo stesso timore: e cioè che i loro amici facciano uso di droghe, o di sostanze vegetali in
grado di “dar visioni”. Vedremo come questo sia vero nel caso di Sherlock Holmes (che nel romanzo “Il segno dei
quattro” viene visto per la prima volta da Watson iniettarsi della cocaina) e come il sospetto rimanga invece nel caso del
monaco Guglielmo: Adso riporta infatti come lo abbia visto più volte masticare delle misteriose erbe, che lo stesso
Guglielmo si preoccupava di raccogliere.
Non si può quindi negare come le somiglianze fra i due detective (seppur così diversi) siano evidenti. Tanto
evidenti che anche il regista Jean – Jacques Arnaud, nella trasposizione cinematografica d “Il nome della Rosa” fa dire
al suo protagonista “Elementare, Adso”, utilizzando la più celebre frase “Elementare, Watson” attribuita (per errore) a
Sherlock Holmes (tale frase è infatti comparsa per la prima volta nei primi film dedicati all’investigatore londinese).
“Il nome della rosa” presenta anche ulteriori analogie con le numerose opere di cui Sherlock Holmes è il
protagonista. Abbiamo già notato come le storie vengano narrate dagli amici dei due protagonisti: per Holmes il
narratore è Watson, per Guglielmo è Adso (lo stesso nome Adso presenta una certa somiglianza con quello di Watson).
Anche la storia del manoscritto, che Umberto Eco racconta all’inizio, ha qualcosa a che vedere con Sherlock Holmes (o,
per meglio dire, con gli apocrifi che lo vedono protagonista). Secondo una delle regole non scritte fra gli autori di
apocrifi, infatti, quasi tutti gli apocrifi su Sherlock Holmes hanno una sorta di introduzione in cui l’autore spiega come è
venuto in possesso del manoscritto originale del dottor Watson. Un espediente che serve a dare una parvenza di realtà a
una storia su un personaggio inventato, e che ricorda molto da vicino la storia sul manoscritto perduto che Eco avrebbe
ritrovato e utilizzato per scrivere il suo famoso romanzo.
Ma naturalmente, i due personaggi presentano anche numerose differenze. Sherlock Holmes è nato con lo
scopo principale di far divertire il pubblico, fornendo una forma di svago apprezzabile da molti, e alla portata di mano
di tutti i lettori inglesi, che potevano facilmente acquistare le copie dello Strand magazine londinese. Il personaggio di
Arthur Conan Doyle, intelligente e raffinato, non manca talvolta di farsi portatore di messaggi sociali ben precisi, come
nella storia antirazzista “La faccia gialla”. Ma solitamente le storie di Sherlock Holmes sono racconti e romanzi
attraverso sui il lettore può facilmente rilassarsi e divertirsi. Questo è vero anche per “Il nome della rosa”, in quanto il
giallo rappresentato fin dalle prime pagine appare complicato e intrigante, e capace di tenere alta l’attenzione del lettore.
Ma il personaggio di Guglielmo da Baskerville ha anche un’altra funzione: attraverso le sue parole, Umberto
Eco sembra voler esprimere il suo pensiero su molte questioni, più o meno complicate da trattare. Il romanzo è
ambientato in un’abbazia del Nord Italia, nel Medioevo: l’Inquisizione è quindi uno dei temi che vengono trattati con
più ricorrenza. Guglielmo è infatti un ex inquisitore, che ha abbandonato il compito da tempo, quando si trova ad
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arrivare all’abbazia in cui è ambientata la storia. Fin da subito, Guglielmo si mostra un uomo molto acculturato e in
grado di ragionare, avendo idee proprie che vanno al di là di quelle della Chiesa, per cui lavorava. Anche in questo si
può dire che è simile a Sherlock Holmes: si mostra infatti intellettualmente superiore rispetto agli altri monaci (che pure
sono uomini di cultura, dediti alla realizzazione e alla preservazione dei libri), così come il detective creato da Conan
Doyle è spesso intellettualmente superiore rispetto ai poliziotti che chiedono il suo aiuto. Questo ci fa facilmente capire
come mai Guglielmo abbia abbandonato il mestiere di inquisitore: così come Holmes è superiore all’utilizzo della
violenza per risolvere un mistero, anche Guglielmo non può approvare i violenti metodi dell’Inquisizione, fra i quali
c’erano la tortura e la facilità con cui si condannavano a morte persone molto probabilmente innocenti. In un dialogo
con uno dei monaci, Ubertino da Casale, Guglielmo rivela ciò che pensa dell’Inquisizione e dei suoi metodi, spiegando
anche per quale motivo ha deciso di abbandonare quel mestiere. “C’è una sola cosa che eccita gli animali più del
piacere, ed è il dolore. Sotto tortura vivi come sotto l’impero di erbe che danno visioni. Tutto quello che hai sentito
raccontare, tutto quello tortura dici non solo quello che vuole l’inquisitore, ma anche quello che pensi possa dargli
piacere, perché si stabilisce un legame (questo sì, veramente diabolico), tra te e lui […] Sì, c’è una lussuria del dolore,
come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà” (Eco, 59).
In questo passaggio, Guglielmo si esprime non solo contro la tortura, spiegando razionalmente per quale
motivo non fosse un metodo affidabile per smascherare i colpevoli dei reati: si esprime anche contro la facile
santificazione di personaggi umani, che possono essere mossi da intenzioni che sono tutt’altro che sante. Secondo
Guglielmo, non è possibile stabilire con certezza chi sia colpevole, così come non è possibile stabilire con certezza chi
sia veramente buono e santo. Afferma di aver spesso notato che non c’era una gran differenza fra santi e peccatori, e
questo è il motivo per cui ha deciso di non lavorare più per l’Inquisizione. “Se bastò così poco agli angeli ribelli per
mutare il loro ardore d’adorazione e di umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora
lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi
mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi” (Eco,
59).
Come si può vedere, fin dalle prime pagine della storia Umberto Eco porta il suo romanzo a un altro livello: ciò
che è iniziato come una sorta di giallo medievale diventa anche un modo per parlare di argomenti complicati, come
l’impossibilità di distinguere chiaramente fra bene e male, la necessità di farsi prendere dal dubbio, la corruzione della
Chiesa, l’inutilità della tortura. In questo senso, il personaggio di Guglielmo è “superiore” perché serve a trasmettere il
messaggio che l’autore gli ha riservato: gli altri personaggi sono un veicolo per fare in modo che questi messaggi
possano essere espressi dalle parole di Guglielmo. Il fatto che il romanzo sia ambientato nel Medioevo non toglie
efficacia al messaggio di Guglielmo, in quanto tratta di temi universali. Da subito Guglielmo si trova in contrasto con
l’Abate, in quanto non approva il fatto che i libri della biblioteca non siano accessibili a tutti: “Io non volevo dire che
occorre nascondere le fonti della scienza. Questo mi pare anzi un gran male” (Eco, 86). Spesso Guglielmo afferma
come sia necessario interrogarsi su tutto, e non essere assolutamente certi di ciò in cui si crede: il dubbio spinge le
persone a ragionare, e a scoprire forse cose alle quali non avevano mai pensato. Nel romanzo ci sono molti esempi di
quest’idea del frate, ma il più evidente è alla fine della storia, quando si spinge a dire che “Il diavolo è la verità che non
viene mai presa dal dubbio” (Eco, 452).
Guglielmo si trova in disaccordo con l’abate Abbone anche in merito al tema della ricchezza nella Chiesa: un
tema ancora attuale e dibattuto, tanto che anche l’attuale papa Francesco I lo ha discusso nel discorso del 4 ottobre 2013
ad Assisi (La Rocca). In un lungo discorso con frate Guglielmo, Abbone sembra molto più interessato a mostrare il
proprio anello e le proprie ricchezze che non a risolvere il mistero dei monaci uccisi all’interno della sua stessa abbazia
(Eco, 422). Questo porta Guglielmo a sfogarsi con Adso dopo aver lasciato l’abate, prendendolo in giro: “Grazie, frate
Guglielmo, l’imperatore ha bisogno di voi, avete visto che bell’anello che ho? Arrivederci” (Eco, 425). Abbone è
l’esempio dell’uomo di chiesa corrotto e orgoglioso, attaccato alla sua posizione e alla ricchezza che ne consegue più
per orgoglio personale che per sincera vocazione religiosa, tanto che preferisce mandar via Guglielmo e mettere tutto a
tacere per evitare che la reputazione dell’abbazia che comanda venga infangata (Eco, 425).
Come s può capire, il romanzo di Eco ha più chiavi di lettura: se può essere un giallo deduttivo grazie alla
presenza di frate Guglielmo, è anche un romanzo che può spingere il lettore a interrogarsi su molti temi diversi. In
questo, possiamo dire che Guglielmo è simile, ma anche diverso da Sherlock Holmes: entrambi condividono la voglia di
giungere alla verità, ed entrambi lottano contro le ingiustizie: il romanzo di Eco è però stato letto in molti modi diversi,
e c’è chi ci ha visto allegorie e metafore per altre cose, come la situazione politica italiana degli anni ’80 (Vassallo).
L’influenza di Sherlock Holmes e il successo del giallo deduttivo si può però trovare anche in altri personaggi,
che appartengono a un genere di storie del mistero molto diverse rispetto a quelle create dalla penna di Arthur Conan
Doyle: si tratta delle storie che vedono protagonisti i cosiddetti “Hard boiled detective”.
Philip Marlowe e il giallo americano
Il genere letterario definito “hard boiled” ha fatto la prima apparizione negli anni ’20 negli Stati Uniti, grazie ai
romanzi di Dashiell Hammett (con Sam Spade, il suo detective). Ma è dieci anni più tardi che si arriverà al suo
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perfezionamento, a opera di Raymond Chandler e del personaggio da lui creato, Philip Marlowe. “Hard boiled”
significa “duro”: questa è una caratteristica che accomuna i detective protagonisti di questi romanzi e i romanzi stessi. A
differenza del giallo deduttivo di Arthur Conan Doyle, in questo tipo di storie la violenza è molto presente, così come la
corruzione, il delitto, il sesso. Il detective si trova quindi a muoversi in un mondo in cui, per risolvere i misteri e
assicurare i colpevoli alla giustizia, è costretto lui stesso a essere duro e violento. “These American detectives of the
“tough” school arose as a concious reaction to the austere, cerebral problem – solvers of the primarily British
“whodunit” tradition,and their heroism was posited on the belief that criminal violence could only be answered with
violence” (Athanasourelis, 3).
Si tratta quindi di un genere interamente diverso rispetto a quelli in qui si muovono i due detective di cui ho già
parlato. Questo è probabilmente anche dovuto alla natura dei degli autori di questo genere poliziesco: alcuni degli
scrittori di romanzi hard boiled sono infatti ex poliziotti, o avvocati penalisti, o giornalisti di cronaca nera. Persone,
quindi, che hanno visto di persona i crimini che raccontano nei loro romanzi, e che sono stati testimoni diretti di
comportamenti violenti (per esempio, Dashiell Hammett, creatore di Sam Spade, era un poliziotto privato). Senza
dimenticare la particolarità della società americana dell’epoca, che si trovava ad affrontare grandi cambiamenti. “Sono
gli anni in cui il Proibizionismo (1920-33) alimenta un enorme traffico clandestino le cui fila fanno capo al crimine
organizzato. La corruzione raggiunge alti livelli persino tra le forze dell’ordine e le cariche politiche del Paese. La vita,
sia nelle grandi città che in quelle di provincia o in campagna, non è facile per nessuno. Il problema più diffuso spesso
riguarda la sopravvivenza stessa dell’individuo. In un momento sociale di questo genere resta, ai più, poco spazio da
dedicare alla coltivazione delle rose o a collezionare rari pesci tropicali. Le storie che nascono sulle riviste popolari di
quegli anni vivono il loro tempo, trattano argomenti legati alla cronaca nera, dove delitti passionali o per interesse,
crimini contro lo stato o il privato cittadino, vengono perpetrati da criminali comuni, da bande legate al crimine
organizzato, da ricattatori senza scrupoli; sfruttamento e sopraffazioni spesso sono opera di affaristi spietati, squali della
finanza o uomini di legge corrotti. I personaggi che vivono e agiscono in questo ambiente parlano, com’è naturale che
sia, usando un linguaggio crudo e realistico che è proprio di un mondo in cui, sollevando la superficie, spesso il marcio
che emerge ha un fetore assai poco adatto ad uno stomaco debole o ad un animo troppo sensibile” (Mele).
Lo stesso linguaggio in cui Chandler scrive le storie che vedono Marlowe protagonista riflette questo aspetto:
siamo lontani dal linguaggio raffinato di Conan Doyle, che esprime l’eleganza della Londra vittoriana; e dall’italiano
forbito con cui Umberto Eco fa parlare Guglielmo da Baskerville e gli altri personaggi. Chandler preferisce un
linguaggio diretto, che arriva subito al lettore e che denota la franchezza di pensiero di Philip Marlowe, e la sua
consapevolezza del mondo duro e difficile che lo circonda. “La pioggia traboccava dai tombini e si riversava sui
marciapiedi all’altezza delle ginocchia. Grossi poliziotti in impermeabili che brillavano come canne di armi da fuoco se
la spassavano nei passaggi più pericolosi a portare in salvo ragazze con la ridarella. La pioggia picchiava forte sulla
cappotta della mia macchina e la tela cominciò a gocciolare. Un mare d’acqua si fermò sul fondo in modo da
permettermi un buon pediluvio. L’autunno era ancora troppo giovane per quel finimondo. Mi dibattei affannosamente
per infilarmi l’impermeabile, rotolai fuori sino al drugstore più vicino per comprarmi una bottiglia di whisky. Tornato in
macchina ne assorbii quanto bastava per riscaldarmi il corpo e l’anima. Avevo ormai superato da un pezzo il tempo
massimo di parcheggio, ma i poliziotti erano troppo occupati a trasportar ragazze e a soffiare nei loro fischietti per
badare a inezie simili” (Chandler, 6).
Si vede come il linguaggio usato dall’autore serve per dare l’idea di un mondo “duro”, per detective “duri”:
termini come “finimondo” e “rotolai”, metafore come “mare d’acqua”,“ brillavano come canne di armi da fuoco”
servono a esprimere l’idea di un luogo pieno di difficoltà, in cui il protagonista è costretto a muoversi. Marlowe si
muove infatti nella Los Angeles degli anni ’30, una città in cui erano ovviamente presenti criminalità organizzata,
traffici illegali, malavita e strade e quartieri malfamati. Esattamente come alcune zone della Londra vittoriana nella
quale Arthur Conan Doyle aveva fatto muovere Sherlock Holmes: questo è senza dubbio un altro aspetto che i due
detective condividono. “Los Angeles was Raymond Chandler’s town, Philip Marlowe’s town too. No other fictional
detective has been so identified, so involved with the environment of a particular city as Marlowe is with Los Angeles –
execpt perhaps Sherlock Holmes with London or Maigret with Paris” (Thorpe, 11).
Ma Marlowe possiede delle caratteristiche che lo differenziano dagli altri detective hard boiled, rendendolo
quindi un caso probabilmente unico. “Chandler’s introverted hero, Philip Marlowe, is distinguished from his
predecessors and contemporaries in possessing a more socially conscious code of ethics than that typical of the genre’s
heroes; this quality of reflection is consistent with democratic consideration of the thoughts, beliefs, and ethics of
others” (Athanasourelis, 3).
La prima apparizione di Philip Marlowe si ha nel 1939, nel romanzo “Il grande sonno”. Successivamente, il
detective sarà il protagonista di altri sette romanzi (uno rimasto però incompleto) e un racconto.
Un primo aspetto che Marlowe condivide (almeno in parte) con Sherlock Holmes è la personalità: entrambi
hanno un carattere introverso e, sebbene facciano gli investigatori per lavoro, condividono la stessa voglia di giustizia.
Il secondo aspetto che i due detective hanno in comune è senza dubbio il carattere introverso e solitario. Holmes non
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aveva praticamente amici prima di conoscere Watson, e Philip Marlowe è l’esempio di detective duro e solo. Questo
senso di solitudine è amplificato dal fatto che, a differenza delle storie degli altri due detective che abbiamo incontrato
fino ad ora, le storie di Philip Marlowe sono narrate in prima persona. Questo serve a dare l’idea di come il detective
conduca le proprie indagini in solitario, senza l’aiuto di molti amici. Ma l’influenza di Sherlock Holmes si nota in alcuni
aspetti del suo carattere: Marlowe è elegante, amante del fumo e dell’alcol, con una tendenza alla misoginia (ma, a
differenza di Holmes, mostra comunque un certo interesse verso le donne). Ma c’è un’altra cosa che il personaggio di
Philip Marlowe condivide con Sherlock Holmes e con Guglielmo da Baskerville: il successo che ha raggiunto a livello
globale. Il primo film ispirato alle vicende del detective creato da Raymond Chandler è del 1942, ma il protagonista si
trova ad avere un altro nome. Marlowe sarà interpretato per la prima volta dall’attore Dick Powell nel 1945, ma la
grande notorietà arriverà con l‘attore Humphrey Bogart, che interpreterà Philip Marlowe in un film tratto dal romanzo
“Il grande sonno”, nel 1946. Il successo del personaggio ha portato anche ad alcuni libri scritti da altri autori (ma
comunque autorizzati), e a numerosi adattamenti per la radio e per la televisione, oltre che per il cinema. Philip
Marlowe ha influenzato anche la creazione di altri personaggi (come nel caso di Sherlock Holmes e il dottor House):
per esempio, il personaggio di Dylan Dog (il “detective dell’occulto” creato da Tiziano Sclavi) è stato modellato sul
detective di Chandler. Senza contare che alcuni albi di Dylan Dog (come “Il lungo addio”) riportano lo stesso titolo dei
romanzi che vedono Marlowe protagonista (Bartezzaghi).
Anche in questo caso vediamo quindi come la figura del detective abbia assunto un’importanza globale, grazie
al suo carisma e al suo carattere, che lo hanno reso peculiare e immediatamente riconoscibile anche all’interno della
letteratura hard boiled. “Travelling back and forth from clients to gangsters, from gangsters to police, and back again,
he establishes, and allows the reader to consider, the nature of criminal conflict in the modern urban environment. Since
the motives of some clients must be questioned, some policemen accept grafts, and some gangsters’ actions are not
always illegal, Marlowe is careful to distinguish actions of individuals in specific situations, reserving judgement until
all the facts are in. His commitment to peacekeeping is profound; indeed, the personal danger the detective finds
himself in stems primarily from his efforts to reconcile differences among these groups. In this respect Marlowe
represents a key change in the composition of the hard boiled hero” (Athanasourelis, 70). Anche in quest’aspetto del
carattere di Marlowe si possono notare somiglianze con quello di Sherlock Holmes (e anche di Guglielmo da
Baskerville): i tre detective, per quanto diversi fra di loro, sanno quanto sia importante mantenere la logica in
un’indagine, e non farsi prendere dal pregiudizio. La cosa più importante sono i dati e i fatti raccolti; solo quelli
potranno portare a una conclusione della vicenda. Sherlock Holmes fa presente più volte come sia necessario analizzare
tutti i dati, e solo dopo formulare un’ipotesi: diversamente, il detective corre il rischio di adattare il ragionamento sui
dati raccolti all’ipotesi già formulata, quando invece è necessario fare l’opposto. Marlowe è perfettamente consapevole
di come non tutto sia o bianco o nero, ma di come esistano molteplici sfumature di grigio: per questo non pensa
automaticamente che un gangster abbia fatto qualcosa di illegale, così come non pensa immediatamente che un
poliziotto sia nel giusto.
Conclusioni e limiti della ricerca
Con questo saggio ho voluto dimostrare come ci sia una forte connessione anche fra personaggi in apparenza
molto diversi, che si sono influenzati fra di loro e che hanno influenzato, a loro volta, altri personaggi, appartenenti
talvolta a generi letterari completamente differenti, e anche personaggi che nulla hanno a che fare con la letteratura.
Questo è dovuto alla particolarità del romanzo giallo (si deduttivo che hard boiled) in cui il personaggio principale, il
detective, è colui che regge tutta la storia: il detective (che sia un poliziotto, un frate o altro) deve quindi essere un
personaggio carismatico, con delle caratteristiche che lo facciano risaltare rispetto agli altri personaggi e che lo mettano
in condizione di poter indagare con successo sul mistero all’origine del romanzo o racconto.
Ovviamente so che la stessa ricerca avrebbe potuto essere condotta analizzando altri detective, tratti da altri
romanzi e racconti. E so che forse il risultato avrebbe potuto essere diverso. Quello che volevo però dimostrare è che gli
autori sono (a volte consapevolmente, altre volte no) influenzati dagli autori che hanno letto. In alcuni casi (come nelle
similitudini fra Guglielmo da Baskerville e Sherlock Holmes) è evidente che l’autore ha voluto ispirarsi apertamente a
un personaggio che probabilmente ha amato leggere, o che ha pensato che fosse una perfetta ispirazione per il
protagonista che voleva creare. In altri casi le somiglianze sono più sottili e non così evidenti (come fra Sherlock
Holmes e Philip Marlowe), ma un’attenta analisi dei due personaggi può comunque fornire interessanti spunti di
riflessione; e si può notare come le somiglianze siano in numero maggiore di quello che ci si poteva aspettare all’inizio.
Non solo nelle caratteristiche dei personaggi stessi, ma anche nel successo che entrambi hanno avuto e nel modo in cui
hanno a loro volta influenzato la creazione di altri personaggi e la scrittura di opere apocrife. Sono anche consapevole
del fatto che questa ricerca avrebbe potuto essere trattata in maniera diversa, dividendo per esempio i paragrafi per
tematiche invece che per personaggi: ho però preferito fare così in quanto ho ritenuto che il risultato sarebbe stato di più
facile comprensione per il lettore.

Bibliografia
7  
 
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