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Con ricorso ex art. 35-ter, comma 3, della L.

26 luglio

1975, n. 354, inserito dall’art. 1 del D.L. 26 giugno 2014,

n. 92, l’odierno ricorrente ha adito il Tribunale Civile di

Milano per ottenere la condanna del Ministero della

Giustizia al risarcimento dei danni, che dice aver subito

per essere stato sottoposto a trattamenti disumani e

degradanti, in presunto contrasto con i diritti fondamentali

dell’uomo, nel periodo detentivo cui è stato sottoposto.

Il ricorrente lamenta la violazione del disposto dell’art. 3

della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo

e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950,

ratificata con 1. 4 agosto 1955 n. 848, così come

interpretato, di recente, dalla Corte Europea dei diritti

dell’uomo nella sentenza Torreggiani ed altri c. Italia

dell’8 gennaio 2013, secondo cui collocare un detenuto in

uno spazio inferiore ai tre metri quadrati pro capite

comporta ex se la pratica di trattamenti inumani e

degradanti, oltre alla violazione degli artt. 2, 13 e 27,

comma 3, della Costituzione, e degli artt. 1, comma 1, 6,

commi 1 e 4, della 1. 26 luglio 1975 n. 354

sull’ordinamento penitenziario.

La Corte usa distinguere due fattispecie:


1) la prima, riguarda i casi di «grave sovraffollamento»

in cui «la Corte ha giudicato che tale elemento, da solo,

basta a concludere per la violazione dell’articolo 3 della

Convenzione ... si tratta di casi emblematici in cui lo

spazio personale concesso ad un ricorrente era inferiore a

3 mq. (Kantyrev c. Russia, n. 37213/02, §§ 50-51, 21

giugno 2007; Torreggiavi e altri c. Italia, n° 43517/09,

46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10 e

37818/10, 8 gennaio 2013, §68).

1) l a seconda fattispecie, concerne «cause in cui il

sovraffollamento non era così serio da sollevare da solo un

problema sotto il profilo dell’articolo 3»; si tratta di casi

in cui la C.E.D.U. «ha notato che, nell’esame del rispetto

di tale disposizione, andavano presi in considerazione altri

aspetti delle condizioni detentive. Tra questi elementi

figurano la possibilità di utilizzare i servizi igienici in

modo riservato, l’aerazione disponibile, l’accesso alla luce

e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento ed il

rispetto delle esigenze sanitarie di base». In tali casi

«ciascun detenuto disponeva di uno spazio variabile dai 3

ai 4 metri quadrati» e «la Corte ha concluso per la

violazione dell’articolo 3 quando la mancanza di spazio era


accompagnata da una mancanza di ventilazione e di luce

(Moisseiev c. Russia, n. 62936/00, 9 ottobre 2008); da un

accesso limitato alla passeggiata all’aria aperta (Istvàn

Gabor Kovàcs c. Ungheria, n. 15707/10, S 26, 17 gennaio

2012) o da una mancanza totale d’intimità nelle celle (si

vedano, Belevitskiy c. Russia, n. 72967/01, §5 73-79, 1°

marzo 2007; Khudoyorov c. Russia, n. 6847/02, 55 106-

107, CEDU 2005-X; Novoselov c. Russia, n. 66460/01, 55

32 e 40-43, 2 giugno 2005; Torreggiani e altri c. Italia, n°

43517/09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09,

35315/10 e 37818/10, 8 gennaio 2013, § 69).

Riassumendo, può affermarsi che secondo la Corte

strasburghese:

1) s i h a d i p e r s é v i o l a z i o n e d e l l ’ a r t . 3 C . E . D . U . ( s e c o n d o

cui «Nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o

trattamenti inumani o degradanti») quando una persona sia

reclusa in uno spazio inferiore ai 3 metri quadrati;

1) quando il detenuto abbia a disposizione uno spazio

ricompreso tra i 3 ed i 4 metri quadrati, la violazione

dell’art. 3 C.E.D.U. non è ancora integrata, dovendo il

Giudice estendere la valutazione ad altri aspetti della

condizione detentiva, quali la possibilità di utilizzare i


servizi igienici in modo riservato, ovvero la presenza di un

bagno attiguo alla cella, l’aerazione disponibile; l’accesso

alla luce e all’aria naturali, la qualità del riscaldamento, il

rispetto delle esigenze sanitarie di base. Rilevano, poi, le

modalità di attuazione del trattamento nei confronti della

persona ristretta: la possibilità di partecipare ad attività

culturali e ricreative, di essere ammessi al lavoro, ai corsi

di istruzione ed ai colloqui, di trascorrere un congruo

numero di ore al giorno fuori dalla camera detentiva, ecc..

In tali casi, quindi, perché risulti violato l’art. 3 C.E.D.U.,

il Giudice deve accertare che il recluso disponga di uno

spazio compreso tra i 3 ed i 4mq e che,

contemporaneamente, ricorrano ulteriori elementi

gravemente peggiorativi della condizione detentiva, non

attenuati da misure compensative supplementari, tali da

integrare trattamento inumano o degradante.

Nel calcolo aritmetico dello spazio abitabile minimo da

garantire ai reclusi, la C.E.D.U., in più d’una pronuncia,

ha considerato la superficie tout court della camera di

pernottamento, senza conferire alcun rilievo alla presenza

di arredi (cfr. Tellissi c. Italia, n. 15434/11, 5 marzo 2013,

§§ 52 e 531) e di bagni privati.


Ciò risulta ovvio se si considera che la collocazione di

mobili o la presenza di bagni privati risulta vantaggiosa

par il detenuto.

Con l’introduzione dell’art. 35 ter L. 354 del 1975, lo

Stato Italiano ha adempiuto agli obblighi previsti dalla

sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Torreggiani ed altri c. Italia, 8 gennaio 2013 in relazione

alle modalità risarcitorie a favore di coloro i quali abbiano

patito condizioni carcerarie inumane c/o degradanti.

In particolare, sono state previste modalità di rimedio

compensativo per quanti hanno sofferto la violazione

dell’art. 3 CEDU: l’art. 35 ter - rubricato "rimedi

risarcitori conseguenti alla violazione dell’art. 3 della

Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti

dell’uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di

soggetti detenuti o internati" - prevede tre ipotesi

risarcitorie:

a) l a p r i m a prende in considerazione il caso in cui il

detenuto non abbia ancora espiato la pena detentiva, non

inferiore ai 15 giorni, ed in questo caso il detenuto dovrà

presentare un’istanza al magistrato di sorveglianza il

quale, accertata la violazione dell’art. 3 CEDU, accorderà


una riduzione di pena pari ad un giorno per ogni dieci

durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio;

b) l a s e c o n d a p r e v e d e i l c a s o i n c u i i l p e r i o d o d i p e n a

ancora da espiare non consenta la detrazione dell’intera

misura percentuale di cui alla prima ipotesi, (o il caso in

cui il periodo di pena espiato sia stato inferiore ai quindici

giorni); in questo caso il magistrato di sorveglianza

liquiderà al richiedente, in relazione al residuo periodo ed

a titolo di risarcimento del danno, una somma di denaro

pari a Euro 8,00 per ciascuna giornata nel quale questi ha

subito il pregiudizio;

c) la terza, il caso di coloro che hanno subito il

pregiudizio in questione in stato di custodia cautelare in

carcere non computabile nella determinazione della pena

da espiare, ovvero coloro che hanno terminato di espiare la

pena detentiva in carcere.

In questo caso i richiedenti dovranno proporre azione di

fronte al Tribunale del capoluogo del distretto nel cui

territorio hanno la residenza.

Viene inoltre introdotto un termine perentorio di

decadenza dall’azione, fissato in sei mesi dalla cessazione

dello stato detentivo o dalla custodia cautelare in carcere.


Anche in questo caso il risarcimento del danno, accertata

la violazione dell’art. 3 CEDU, verrà liquidato nella

misura di Euro 8,00 per ciascuna giornata nel quale il

richiedente ha subito il pregiudizio.

Nel caso in esame la domanda risulta non provata,

mancando ogni elemento di riscontro agli asseriri

trattamenti carcerari inumani e degradanti.

Anche nel presente procedimento vige la regola dell’onere

della prova, che trova il proprio fondamento nel principio

giuridico tradizionale, secondo cui onus probandi incumbit

ei qui dicit, ( o anche: “Affirmanti incumbit probatio”;

“Onus probandi incumbit ei qui dicit, non ei qui negat ”).

Tale regola si sostanzia essenzialmente nel porre a carico

della parte che allega un fatto a sé favorevole, il dovere di

darne prova dell’esistenza.

In altre parole, secondo la lettera della legge (art. 2697, 1°

comma, c.c.), “chi vuol far valere un diritto in giudizio

deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento” .

Allo stesso modo, “chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti

ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto

deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda” (art. 2697,

2° comma, c.c.).
E’ ben vero che il Giudice civile ha poteri di istruzione

(nei limiti previsti legislativamente), ma l’esercizio dei

poteri istruttori non può risolversi nell’esenzione della

parte dall’onere probatorio a suo carico.

Tale facoltà del Giudice ha ad oggetto poteri inquisitori

che possono essere attivati soltanto quando, in relazione a

fatti specifici già allegati, sia necessario vincere dubbi

residuali dalle risultanze istruttorie introdotte dalle parti .

All’opposto, nel presente caso, il ricorrente nulla prova e,

anzi, la sua controparte ha prodotto, pur non avendone

l’onere, la relazione della Casa Circondariale, dove non si

ha evidenza di quanto affermato circa la disumanità del

trattamento carcerario.

Il ricorso è, pertanto, respinto.

Le spese di giudizio, liquidate come da dispositivo,

seguono la soccombenza.

P. Q . M .

Il Giudice del Tribunale di M ila no, Dott. Giorgio Alc ioni,

definitivamente pronunciando, così provvede:

1) respinge le domande della parte attrice;

2) condanna la parte ricorrente al rimborso in favore della


parte resistente delle spese del presente giudizio, liquidate

i n c o m p l e s s i v i E u r o 2 . 6 1 3 , 0 0 , o l t r e I . V. A . e C . P. A . c o m e

per legge.

IL GIUDICE

Dott. Giorgio Alcioni