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ROSA MARIA PICCIONE

C ONSIDERAZIONI BIBLIOLOGICHE E PALEOGRAFICHE


SU P.H EID . INV . G 310 E 310 A

aus: Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 191 (2014) 61–81

© Dr. Rudolf Habelt GmbH, Bonn


61

C ONSI DER A Z ION I BI BLIOLOGICH E E PA LEOGR A F ICH E


SU P.H EI D. I N V. G 310 E 310A*

Il P.Heid. inv. G 3101 (Tav. 1a) risulta dall’aggregazione di dieci frustuli papiracei (frr. b. d. e. f. g. h. k. l. n.
o) da cartonnage di provenienza ignota, giunto alla Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg nell’estate del
1897.
Si deve a Otto Crusius, nell’inverno del 1898/99, l’identificazione di un lemma Ἴαμβοϲ Φοίνικοϲ in uno
di questi frammenti2. Dopo il 1905, con un lungo e paziente lavoro di ricostruzione il suo allievo Gustav
Adolf Gerhard riuscì a ricondurre allo stesso spezzone di rotolo altri frustuli provenienti dal cartonnage, e
propose l’attribuzione del passo introdotto dal lemma al giambografo di età ellenistica Fenice di Colofone
(IV–III sec. a.C.). I risultati furono pubblicati da Gerhard in una prima versione parziale, che costituì la sua
Habilitationsschrift (Phoinix von Kolophon. Neue Choliamben aus griechischen Papyri, Leipzig 1907 =
capp. I e II A 2: «P. Heid. Z. 74–99: Ἴαμβοϲ Φοίνικοϲ»); due anni dopo, per i tipi di Teubner, fu pubblicato
l’intero lavoro, ancora oggi di riferimento (Phoinix von Kolophon. Texte und Untersuchungen, Leipzig–Ber-
lin 1909 [= Gerhard 1909])3. Secondo Gerhard, il papiro riporterebbe un’antologia composita di coliambi
gnomici di sapore cinico, opinione generalmente invalsa negli studi successivi: un primo lungo frammento,
anonimo e fortemente lacunoso, verterebbe sul tema κατὰ αἰσχροκερδείαϲ (I?–III 7 [34–73]4 = Cercidas
fr. 18 Powell), il passo successivo, con ogni probabilità in sé compiuto e attribuito appunto a Fenice di Colo-
fone, tratterebbe ancora il tema della ricchezza (III 8–31 [74–97] = Phoenix fr. 6 Powell), mentre gli ultimi
versi, miseramente conservati, sarebbero infine di argomento pederastico (III 32–IV 33? [98–132?]5). Sarà
successivamente Knox a formulare l’ipotesi che il lungo frammento iniziale sia da ricondurre a un poemet-
to di Cercida di Megalopoli, tràdito parzialmente da P.Lond. II 155v = P.Lit.Lond. 58 (III sec. d.C.; LDAB

* Questo contributo costituisce un lavoro preparatorio alla riedizione di P.Heid. inv. G 310 nel volume II.2–3 (Gnomologi)
del Corpus dei Papiri Filosofici Greci e Latini, di prossima pubblicazione. Desidero ringraziare Guido Bastianini, Maria Sere-
na Funghi, Gabriella Messeri, dai quali ho ricevuto preziosi suggerimenti. La mia più sentita gratitudine va inoltre all’Institut
für Papyrologie della Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg, in modo particolare ad Andrea Jördens, Rodney Ast, Elke Fuchs,
per l’estrema disponibilità e la costante assistenza nelle diverse fasi dell’indagine.
1 LDAB 2440; MP3 1605.
2 La scoperta di coliambi inediti di un certo Fenice provocò grande interesse nella comunità scientifica dell’epoca. Lo
stesso Crusius ne fa menzione in una lettera all’amico e collega Eduard Meyer, datata al 21.02.1899 e scritta da Heidelberg,
dove nel 1898 si era trasferito dall’università di Tübingen: «Wir haben hier manches Hübsche, ein Stück von einer Choliamben-
rolle mit einem ΙΑΜΒΟϹ ΦΟΙΝΙΚΟϹ» (Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften, Akademiearchiv. Nachlass
Eduard Meyer, Sign.: 511). Nella lettera di risposta, datata al 22.04.1899, Meyer torna con interesse sul tema: «Was ist denn
aber der Ιαμβοϲ Φοινικοϲ [sic]? Ein Gedicht aus späterer Zeit oder was sonst?» (Bayerische Staatsbibliothek München, Abtei-
lung für Handschriften und seltene Drucke. Sign.: Crusiusiana I. Meyer, Eduard). Vd. DFG-Projekt “Aufbereitung wichtiger
Briefbestände aus dem Nachlass Eduard Meyer”. Der Briefwechsel zwischen Eduard Meyer und Otto Crusius (1885–1918),
Humboldt-Universität zu Berlin, Philosophische Fakultät I, Alte Geschichte. Su Fenice di Colofone, vd. W. Riemschneider, s.v.
Phoinix von Kolophon (6), RE XX 1, coll. 423–424.
3 Vanno menzionate alcune recensioni critiche, nelle quali è talvolta messo in discussione anche l’impianto generale
del volume: A. Cosattini, RFIC 37, 1909, pp. 572–576; W. Crönert, Deutsche Literaturzeitung 31, 1910, nr. 9 (26. Februar),
pp. 543–548; O. Hense, Berliner Philologische Wochenschrift 30, 1910, nrr. 34/35 (20. August), pp. 1061–1066. Riedizioni del
papiro in E. Diehl, Anthologia Lyrica Graeca, III. Iamborum scriptores, Leipzig 19523, pp. 124–136 (Phoenix Colophonius
fr. 1). 134–136 (Anon. In turpilucrum, vv. 67–106); J. U. Powell, Collectanea Alexandrina, Oxonii 1925 (repr. Chicago 1981),
pp. 216–219 (Cercidas fr. 18. Cercidas, ut videtur). 235–236 (Phoenix fr. 6. E libro incerto); A. D. Knox, Herodes, Cercidas
and the Greek Choliambic Poets (except Callimachus and Babrius), London–New York 1929, Cercidea pp. 234–238; Phoenix
fr. 3, <ΝΕΟΠΛΟΥΤΟΙ>, pp. 248–251; ora F. Pordomingo, Antologías de época helenística en papiro, Firenze 2013, nr. 33,
pp. 225–230. Cfr. anche J. U. Powell – E. A. Barber, New Chapters in the History of Greek Literature, I, Oxford 1921, pp. 12–17.
4 Entro parentesi si indica qui il riferimento alla numerazione Gerhard.
5 In realtà III 32 (98) segna il passaggio al nuovo frammento, recando forse un lemma introduttivo, analogamente a quanto
si riscontra a III 8 (74). Vd. infra, p. 70.
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537; MP3 238) e P.Bodl.Libr. inv. Gr.cl.f. 1 (P) (III–II sec. a.C.; LDAB 538; MP3 239)6, papiri per altro già
pubblicati da Gerhard insieme a P.Heid. inv. G 3107: il nostro spezzone di rotolo costituirebbe la sezione
incipitaria di un’antologia gnomica, nota più tardi a Gregorio di Nazianzo, della quale il poemetto cercideo
sarebbe stato una sorta di proemio programmatico8.
Nonostante la pur preziosa edizione di Gerhard, i resti di quattro colonne di volumen – di cui allo
stato attuale consta P.Heid. inv. G 310 – presentano non pochi problemi, sia di natura formale che testuale.
Il manufatto impone un ripensamento generale, che tenga conto insieme degli aspetti bibliologici, grafici
e testuali. In questa sede verranno presentati e discussi alcuni aspetti formali, la cui osservazione sembra
consentire ulteriori riflessioni sul prodotto librario e sul contesto culturale da cui esso proviene9.
Va segnalato infine che dal medesimo cartonnage ci giunge un ulteriore gruppo di frammenti10, secon-
do Gerhard non riconducibili agli altri per ragioni formali, e pertanto identificati con la segnatura P.Heid.
inv. G 310a. Tali frammenti sono stati editi recentemente da Claudio De Stefani (P.Heid. Inv. G 310 A:
frammenti di poesia ellenistica, ZPE 140, 2002, pp. 17–29 [= De Stefani 2002]). Nell’indagine bibliologica
su P.Heid. inv. G 310 si dovrà necessariamente tener conto anche di questo testimone.

1. P. Heid. inv. G 310: dati materiali e caratteristiche bibliologiche


Da quanto riusciamo a ricostruire, il papiro giunge ad Heidelberg ancora nella forma di cartonnage, prima
della pulitura e del recupero dei frammenti11. Come si è detto, ignota è la provenienza del manufatto, che
faceva parte del primissimo nucleo di papiri (greci, copti, arabi, ebraici, siriaci, latini, persiani, ieratici e
demotici) che costituiscono la Papyrussammlung dell’Università di Heidelberg, acquisiti sul mercato anti-
quario attraverso la mediazione del Dr. Carl August Reinhard, viceconsole tedesco al Cairo.
Da uno spoglio della documentazione relativa alla genesi della collezione12 non emergono dati che
aiutino a determinare la provenienza del cartonnage, né è noto se dal manufatto sia stato estratto anche
materiale documentario, che consenta di formulare una datazione più precisa o di avanzare ipotesi sul luo-
go di origine del rotolo. Nel suo recente lavoro sulle antologie di età ellenistica, Francisca Pordomingo13
riconduce P.Heid. inv. G 310 ad Al Hibah, postulando un’origine comune a P.Strasb. W.G. 304–307 verso e
P.Bodl.Libr. inv. Gr.cl.f. 1 (P), in quanto vicini per datazione e contenuto, e per la provenienza da cartonna-
6 Edito da W. Crönert, Literarische Texte mit Ausschluß der christlichen. 130. Rest eines literarischen Werkes, APF 2,
1902, pp. 373–374.
7 Gerhard 1909, pp. 7–10. 156–176. Vd. inoltre Diehl, Anth. Lyr. Gr., III3, pp. 131–133; Powell, Coll. Alex., pp. 213–216
(Cercidas fr. 17. Cercidae, ut videtur, Iambi); A. Körte, Literarische Texte mit Ausschluß der christlichen. 407. Choliambisches
Florilegium, APF 5, 1913, pp. 555–556; Powell–Barber, New Chapters, pp. 17–18.
8 A. D. Knox, The First Greek Anthologist. With Notes on Some Choliambic Fragments, Cambridge 1923 (su cui vd.
soprattutto la recensione critica di J. Sitzler in Philologische Wochenschrift 45, 1925, pp. 721–736); cfr. Herodes, Cercidas and
the Greek Choliambic Poets, pp. 228–239. Vd. anche E. A. Barber, Knox’s Cercidas, CR 39, 1925, pp. 28–29; O. Guéraud –
P. Jouguet, Un livre d’écolier du IIIe siècle avant J.-C., Le Caire 1938, pp. XXIX–XXXI; J. Barns, A New Gnomologium: With
Some Remarks on Gnomic Anthologies (II), CQ n. s. 1, 1951, pp. 16–17; A. Cameron, The Greek Anthology from Meleager to
Planudes, Oxford 1993, p. 5 n. 15; L. Argentieri, Epigramma e libro. Morfologia delle raccolte epigrammatiche premeleagree,
ZPE 121, 1998, p. 10 n. 55.
9 Per la discussione delle questioni testuali e per una riflessione sulla natura dell’antologia si rimanda al prossimo volume
II.2–3 (Gnomologi) del CPF.
10 Classificati come frr. a. c. i. m. Vd. infra, pp. 71 ss. Per altri sette piccoli frammenti (frr. p. q. r. s. t. u. v) dal cartonnage
non è stata trovata collocazione: di questi, solo il fr. q sembra in realtà essere graficamente pertinente.
11 Vd. Gerhard 1909, p. V: «Fürs erste freilich bot die Mumienkartonnage – um solche handelt sich’s – mit ihren noch
vielfach von der Oberschicht überklebten Schriftresten ziemlich trübe Aussicht.» Secondo quanto afferma Gerhard (ibid., n. 2),
agli inizi del 1899 Crusius avrebbe fatto realizzare una fotografia del cartonnage, conservata all’Universitätsbibliothek con la
segnatura Cod. Heid. 377, 3 nr. IV. L’immagine sembra essere oggi perduta: presso l’Institut für Papyrologie, dove è confluito
il materiale iconografico relativo ai papiri, sotto la segnatura moderna Bildarchiv 1938, 142, che dovrebbe corrispondere a
quella indicata da Gerhard, è possibile reperire soltanto un’immagine del papiro nella sua facies attuale, dunque ad esito della
ricostruzione dello stesso Gerhard, effettuata dopo il 1905.
12 La documentazione è custodita presso l’Universitätsarchiv, segnatura attuale UAH Acc. 27/07–3: Papyrussammlung.
Papyri Reinhard. Erwerbungen der alten Sammlung. 1897–1912.
13 Antologías, p. 230, ma vd. anche p. 38.
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 63

ge. I tre papiri sarebbero stati clandestinamente prelevati dalla necropoli di Al Hibah prima degli scavi di
Grenfell e Hunt, e successivamente venduti sul mercato antiquario e acquisiti dal Deutsches Papyruskar-
tell, che li avrebbe distribuiti a differenti istituzioni tedesche. Questa ricostruzione è tuttavia incompatibile
con i dati relativi alla storia del manufatto: il Papyruskartell viene costituito nel 190214, mentre è certo che
P.Heid. inv. G 310 faceva parte della prima acquisizione di papiri e giunge ad Heidelberg appunto nel 1897,
grazie alla mediazione di Reinhard e al sostegno finanziario del Großherzogliches Badisches Ministerium
der Justiz, des Kultus und Unterrichts (altre giungeranno negli anni successivi, e solo nel 1905 si registra
la prima acquisizione tramite il Papyruskartell). Come luoghi di provenienza del materiale acquisito, nella
documentazione d’archivio vengono menzionati Fayum, Ashmunein, Achmim e Gebelein, ma non si sa
quanto questa informazione sia degna di fede o esaustiva. Anche se la Papyrussammlung dell’Università di
Heidelberg annovera numerosi papiri riconducibili ad Al Hibah, e acquisiti sul mercato antiquario già tra
la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, allo stato attuale della ricerca non vi sono tuttavia elementi che
avvalorino l’ipotesi di una medesima provenienza per il cartonnage da cui è estratto P.Heid. inv. G 31015.
L’ipotesi, in realtà tutt’altro che inverosimile, per le sue implicazioni di tipo storico-culturale e relative alla
circolazione dei testi merita di essere sottoposta a rigoroso vaglio, sulla base di un’indagine sistematica di
dati archivistici, oltre che filologici e grafici16.

Attualmente lo spezzone di rotolo misura cm 26,3 × 14,5. Il papiro reca sul recto resti di quattro colonne,
vergati lungo le fibre con inchiostro scuro da un’unica mano, mentre sul verso, girando il manufatto senza
capovolgerlo, in corrispondenza di III 6–7 (72–73) si legge una sequenza di lettere dal significato non chia-
ro (Tav. 1b)17. Dalle due colonne centrali, quasi completamente ricostruite, è possibile riconoscere una mise
en page di 33 linee di scrittura per ciascuna colonna, che misura cm 12 di altezza; i margini sembrano quel-
li originari e misurano ca. cm 1 il superiore, e ca. cm 1,5 l’inferiore. Il corpo delle lettere è piuttosto largo
e ha un’altezza di ca. mm 3, dunque l’interlineo è minimo (ca. mm 2). In relazione alla lunghezza dei versi,
l’ampiezza delle colonne è compresa fra cm 8 e cm 9,5, mentre lo spazio che intercorre tra l’inizio delle
linee scritte delle due colonne è piuttosto regolare, e misura cm 10–10,518. Di conseguenza, estremamente
variabile è anche l’ampiezza dell’intercolumnio, che oscilla fra cm 1 e cm 3, e in alcuni casi si presenta
14 Vd. O. Primavesi, Zur Geschichte des Deutschen Papyruskartells, ZPE 114, 1996, pp. 173–187; A. Martin, Papyruskar-
tell: Papyri and the Movement of Antiquities, in A. K. Bowman et al. (edd.), Oxyrhynchus. A City and its Texts, London 2007,
pp. 40–49.
15 Cfr. A. Deißmann, Die Septuaginta-Papyri und andere altchristliche Texte, Heidelberg 1905, p. VII; G. A. Gerhard,
Griechisch Literarische Papyri I. Ptolemäische Homerfragmente, Heidelberg 1911, p. VII; R. Seider, Aus der Arbeit der Uni-
versitätsinstitute. Die Universitäts-Papyrussammlung, Heidelberger Jahrbücher 8, 1964, pp. 142 ss.; A. Gerber, Deißmann the
Philologist, Berlin–New York 2010, pp. 114 ss.
16 Come suggeriscono le riflessioni metodologiche di M. R. Falivene: vd. spec. Il censimento dei papiri provenienti da
Al-Hibah: principi metodologici, con qualche esempio, in I. Andorlini et al. (edd.), Atti del XXII Congresso Internazionale
di Papirologia (Firenze, 23–29 agosto 1998), Firenze 2001, pp. 411–420; cfr. inoltre The Literary Papyri from Al-Hibah: a
New Approach, in B. Kramer et al. (edd.), Akten des 21. Internationalen Papyrologenkongresses, Berlin 13.–19.8.1995, Stutt-
gart–Leipzig 1997, pp. 273–280; A scuola nell’Egitto tolemaico. Testi dalla “biblioteca” di Al Hiba, in M. S. Celentano (ed.),
Ars/Techne. Il manuale tecnico nelle civiltà greca e romana, Atti del Convegno Internazionale, Università “D’Annunzio” di
Chieti-Pescara, 29–30 ottobre 2001, Alessandria 2003, pp. 43–49; Greek Anthologies on Papyrus and their Readers in Early
Ptolemaic Egypt, in T. Gagos (ed.), Proceedings of the XXV International Congress of Papyrology, Ann Arbor, July 29–August
4, 2007, Ann Arbor 2010, pp. 207–216. Sul contributo del metodo paleografico nell’indagine sui papiri estratti da cartonnage
di Al Hibah, rimando alle recenti ricerche di L. Del Corso, Scritture ‘formali’ e scritture ‘informali’ nei volumina letterari di
al-Hibah, Aegyptus 84, 2004, pp. 33–100; Scritture ‘librarie’ nei cartonnages di al-Hibah: notazioni paleografiche, in J. Frösén
et al. (edd.), Proceedings of the 24th Congress of Papyrology, Helsinki, 1–7 August 2004, Helsinki 2007, pp. 233–247. Tavv.
XIII–XIV; Disiecta colligere: un’antologia gnomica tra Londra e Heidelberg (P. Grenf. II 6B + P. Hib. II 224 + P. Heid. INV.
G. 434)?, AnalPap 25, 2013, pp. 65–78.
17 Gerhard 1909, p. 3 leggeva la successione di lettere P . . ΙΛΕΙϹΒΙΝΙKAΝHΕΙ . che non dà senso. L’indagine al micro-
scopio non è purtroppo dirimente, e sembra di leggere ΠΟΤΙΛΕΙϹΒΙΝΙΗΑΝΗΕΙ . (ΠΟΤΙ ΛΕΙϹΒΙΝΙ Η … ?). La tipologia
grafica è la medesima che ritroviamo sul recto (su cui vd. infra), rispetto alla quale si segnalano minime e non incompatibili
discrepanze, quali l’assenza di elementi ornamentali, e forse il disegno di pi con verticale destra corta e curva, e di beta con
anse più morbide.
18 Ciò è verificabile anche tra la terza colonna e la parte inferiore della quarta.
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davvero ridotto. Per quanto è possibile ricostruire, si riscontrano anche gli esiti della cosiddetta legge di
Maas: tra la prima e l’ultima linea si osserva infatti uno slittamento a sinistra di ca. cm 1.
La mano che ha vergato il testo palesa una certa scioltezza nel tratteggio delle lettere, e si mostra
alquanto informale, anche se si propone di raggiungere un buon grado di leggibilità. Il tracciato piuttosto
spesso rivela l’uso di un calamo a punta larga. La scrittura si presenta a modulo quadrato e asse general-
mente verticale; il generale bilinearismo è rotto in basso, oltre che naturalmente da phi e psi, così anche da
iota, kappa, rho, tau, hypsilon; generalmente appesi alla rettrice superiore omicron e sigma, e così anche
omega. Modesto e non costante il contrasto modulare tra lettere a corpo largo, come alpha, delta, eta, my,
ny, tau, omega, e lettere a corpo più stretto, come omicron, rho, sigma.
La scrittura si presenta ornata e questa ornamentazione è ottenuta in vari modi19: con attacchi uncinati
alla sommità delle lettere (zeta, kappa, tau, hypsilon, chi), o ancora con indugi del calamo alla sommità e
alla base della lettera (iota, kappa), e alla base dell’asta verticale di tau; più sporadicamente vengono trac-
ciati veri e propri apici a chiusura dell’estremità inferiore di lettere come iota, rho, tau, hypsilon, phi. Si
vedono talvolta tratti congiuntivi dopo eta, my, ny. Non si registrano legature (ma qualche pseudolegatura:
vd. ad es. alpha-sigma a III 25 [91] e 27 [93]; alpha-iota a I 3 [18]; II 4 [37]), e lo spazio tra le lettere è
ridottissimo, se non del tutto inesistente.
Delle singole lettere20 si segnalano alpha con il tratto obliquo discendente da sinistra a destra leg-
germente concavo (come anche in lambda), mentre il tratto centrale può risalire dal basso verso il tratto
obliquo di destra, o può anche – con foggia più arcaica – essere collocato orizzontalmente, curvo o con una
lieve piegatura al centro; beta in quattro o talvolta in tre tratti e con anse asimmetriche, di cui la superiore
più schiacciata; delta triangolare, spesso con il tratto obliquo discendente da sinistra a destra più alto (come
anche in alpha); theta e omicron tendenzialmente angolosi, spesso triangolari; kappa con asta piuttosto lun-
ga, che scende generalmente sotto il rigo di base; csi costituito da tre elementi separati, con tratto mediano
e inferiore convessi al centro; sigma angoloso ma con curva spezzata; phi a corpo triangolare, qualche volta
schiacciato; omega piuttosto largo e di forma rotonda, tracciato in tre tempi e caratterizzato spesso da un
tratto verticale o leggermente obliquo che chiude la lettera a destra. Caratteristico è il tratteggio di epsilon
in quattro tempi, con il tratto mediano in molti casi staccato dall’asta verticale; sovente inclinato a destra a
scendere sotto il rigo di scrittura, è caratterizzato a volte dai tre tratti orizzontali parallelamente obliqui. Si
veda ancora la forma di tau, in cui la traversa è spesso costituita da una linea lievemente curva, che inizia
appunto con un uncino piuttosto evidente, o di hypsilon, la cui coppa è aperta e con tratti generalmente
morbidi. Eta, my, ny e pi sono caratterizzati dalla verticale destra incavata verso l’interno, che alla sommità
diventa talvolta un ricciolo, particolarmente evidente in my. Inconsueta e peculiare è infine una delle due
forme di zeta: di norma con asta mediana tracciata obliquamente e occhiello in basso a sinistra, presenta
anche una variante stilizzata, con due aste centrali convergenti oblique, sulle quali appoggia la traversa.
L’impressione generale è quella di una scrittura piuttosto esercitata, mossa e arricchita da linee curve
e apici ornamentali, ma nella quale non mancano forme squadrate, che associa dunque tipologie grafiche
più moderne ad altre più antiche, e che in questo prodotto è certamente lontana da pretese di formalità. Un
elemento che attira l’attenzione dell’osservatore è l’inusuale disegno di zeta: uno dei due tratteggi è appunto
informale, con l’asta mediana obliqua e la traversa inferiore vergate in un solo tratto (Fig. 1), mentre l’altro
è posato e del tutto inconsueto, e disegna in buona sostanza un lambda cui è sovrapposto un tratto orizzon-
tale (Figg. 2–3)21:

19 Il lavoro di riferimento sul tema rimane G. Menci, Scritture greche librarie con apici ornamentali (III a.C.–II d.C.),
S&C 3, 1979, pp. 23–53.
20 Vd. Appendice.
21 Nonostante non vi sia una chiara evidenza, le due forme più posate (Figg. 2–3) non sono del tutto identiche. Entrambe
sono tracciate in tre tempi: nella Fig. 2 il primo tratto è la traversa superiore, seguono i due tratti inferiori obliqui, congiunti al
centro della traversa; nella Fig. 3 dopo la traversa seguono invece il breve tratto verticale e infine l’ampia curva inferiore, ver-
gata in un solo tratto (si confronti la curva inferiore del disegno informale, tracciata tuttavia insieme all’asta mediana obliqua,
senza alzare il calamo).
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 65

Fig. 1 (II 3 [36]) Fig. 2 (II 5 [38]) Fig. 3 (III 23 [89])

Sono sette in tutto le occorrenze di zeta nel papiro, e l’utilizzo di ciascuna delle forme sembra del tutto
casuale, in ogni caso non condizionato dalla presenza di altre lettere22. Se il disegno corsivo è facilmente
riscontrabile nelle scritture dei documenti (vd. ad es. PSI V 505 = P.Lond. VII 1951 [Tav. XXXVII, Pap.
Flor. XXIV], PSI VI 585 [cfr. PSI IX p. IX b; Tav. LXVI, Pap.Flor. XXIV], ma vd. anche PSI VII 858 [cfr.
PSI IX p. X d; Tav. CIX, Pap.Flor. XXIV], dove il disegno di zeta è molto vicino al tratteggio della Fig. 3),
in P.Heid. inv. G 310 salta agli occhi la forma posata della lettera, che non sembra trovare riscontri. Entram-
bi i disegni coincidono con la sigla utilizzata per τάλαντα in ambito documentario (tra i tanti, vd. P.Köln VI
269, 213 a.C.?, P.Tebt. I 8, ca. 201 a.C.; cfr. anche P.Tebt. 14, 114 a.C., dove il simbolo coincide con il disegno
informale di zeta in P.Heid. inv. G 310; si veda anche P.Cair. Zen. 4.59790, della metà del III sec. a.C., dove
sono giustapposte le due forme, una utilizzata quale sigla di τάλαντα e l’altra a indicare il numerale).
Sulla base dell’analisi della scrittura, Gerhard datava il papiro al II sec. a.C., senza escludere tuttavia
di poterlo retrodatare alla metà del III a.C.23 Considerando complessivamente le peculiarità del sistema
grafico (la coesistenza di varianti morfologicamente più antiche e di altre più moderne, il modesto – ma
presente – contrasto di modulo, la prevalenza della rettrice superiore, la tendenza a sporgere sopra e sotto il
rigo, la presenza di apici e ingrossamenti), sarà lecito collocare più precisamente il manufatto tra la seconda
metà del III e, forse con minore probabilità, gli inizi del II sec. a.C.24 Cercando dei possibili riferimenti,
potremo inserire la scrittura tra quella di P.Sorb. inv. 2303, più regolare, di modulo più piccolo e tracciato
sottile, riconducibile alla seconda metà del III sec. a.C.25, e quella di P.Col. VIII 202 (inv. 517a), più morbida
nel tratteggio delle lettere e di tracciato più spesso, ascrivibile alla prima metà del II sec. a.C.26 (anche se la
forma specifica del tau si vede ancora più tardi nel II sec. a.C.27). Per determinare meglio la collocazione
cronologica del manufatto, un buon confronto è offerto da P.Ent. 59 (Pl. VI; 222 a.C.), e P.Ent. 82 (Pl. XII;
221 a.C.), ma anche da P.Heid. VIII 414 (Taf. 3; 184–183 a.C.), dove tuttavia le lettere sono staccate e le
apicature più sporgenti, e modulo e bilinearità sono già più regolari.
Un dato importante dal punto di vista bibliologico è la presenza di cospicue tracce di umidità, non
imputabili al processo di fabbricazione del cartonnage né alla procedura di smontaggio per il recupero
dei frammenti di papiro. Un po’ dovunque si riscontrano sbavature diffuse che scuriscono il supporto
scrittorio, molto evidenti anche nel margine superiore28. Tuttavia, in corrispondenza delle tracce di umidità
sulle due colonne centrali è singolare il fatto che si rilevi una riscrittura del testo: il papiro ha subito un
22 II 3 (36) ΜΕΖΟΝ – II 5 (38) ] . ΕΥΑΖΟΥϹΙΝ – II 6 (39) ΖH[ – II 22 (55) Ζ[ – III 5 (71) ΝΟΜΙΖΕϹΘΑΙ – III 23 (89)
ΕΜΠΟΡΙΖΟΥϹΙΝ – III 31 (97) ΦΡΟΝΤΙΖΟΥϹΙΝ.
23 Gerhard 1909, p. 3. Al II sec. a.C. è datato il papiro anche in R. Seider, Paläographie der griechischen Papyri, II 2,
Stuttgart 1970, Abb. 11 Taf. VI, pp. 53–54; G. Cavallo, La scrittura greca e latina dei papiri. Una introduzione, Pisa–Roma
2008, p. 49, riconduce la mano al II a.C., pur rimarcandone alcuni caratteri più arcaici.
24 Per un quadro di riferimento si rimanda ora a G. Cavallo – H. Maehler, Hellenistic Bookhands, Berlin–New York
2008; Cavallo, La scrittura greca e latina dei papiri; L. Del Corso, La scrittura greca di età ellenistica nei papiri greco-egizi.
Considerazioni preliminari, AnalPap 18–20, 2006–2008, pp. 207–267. Vd. anche E. Crisci, I più antichi libri greci. Note biblio-
logiche e paleografiche su rotoli papiracei del IV–III secolo a.C., S&C 23, 1999, pp. 29–62.
25 Vd. Cavallo–Maehler, Hellenistic Bookhands, nr. 29.
26 Ibid., nr. 40.
27 Ibid., nr. 41.
28 Dall’esame al microscopio sembra di poter distinguere nel margine superiore il tratteggio di singole lettere (tra la
seconda e la terza colonna tracce riconducibili a Χ e altre non distinguibili; al di sopra della terza colonna invece tracce ricon-
ducibili a Ψ e altre non distinguibili), il cui inchiostro è sbavato in seguito al danno materiale. Difficile stabilire se si tratti di
tracce di scrittura. Cfr. Gerhard 1909, p. 3 n. 1: «Verschiedene Tintenspuren über den Kolumnen II und III, auch oben zwischen
Kol. III und IV scheinen sekundär zufälligen Urspungs und ohne Bedeutung.»
66 R. M. Piccione

danno materiale dovuto in qualche modo all’acqua, cui ha fatto seguito il restauro da parte della medesima
mano che verga il testo. La mano ha effettuato soltanto il restauro grafico del manufatto, senza intervenire
materialmente sul rotolo, con un’operazione di sostituzione o di rattoppo delle parti danneggiate. In corri-
spondenza del danno, che riguarda i due terzi di ciascuna colonna, più o meno le prime venti linee di testo,
ha ripassato il calamo sulle tracce di inchiostro ormai sbiadito. Va segnalato inoltre che le due colonne non
sono interessate uniformemente dal guasto: nella seconda la parte destra è quasi completamente preservata,
e così quella sinistra della terza colonna, nella quale in generale il guasto è più esteso e più rilevante. Tracce
di umidità si riscontrano in alto a destra nella prima colonna; difficile dire se anche la quarta ne sia stata
interessata. Ciò spinge a ipotizzare che il rotolo abbia avuto un qualche contatto accidentale con l’acqua
o con qualcosa di bagnato quando si trovava in posizione di chiusura (o di lettura, dunque parzialmente
arrotolato), dopo essere già stato scritto29: l’umidità sarebbe penetrata all’interno danneggiando – non uni-
formemente – solo parte delle ϲελίδεϲ. Inoltre, la maggiore estensione della macchia sulla terza colonna
farebbe pensare che al momento del danno questa fosse collocata più esternamente rispetto alla seconda.
Nel suo restauro testuale chi scrive procede in ogni caso con grande accuratezza, cercando di ripercor-
rere con il calamo l’identico tratteggio delle lettere sottostanti. Qua e là singole lettere vengono dimenticate
ma soprattutto, in molti casi, ne sono semplificate le forme. Spesso, infine, la mano non si sofferma a trac-
ciare nuovamente i tratti ornamentali.
Qui alcuni casi di lettere in cui si distingue chiaramente il tratteggio sottostante:

III 1 (67) III 2 (68) III 6 (72) III 15 (81) III 16 (82)

Il fenomeno risulta ancora più evidente in casi come ΘΝΗΤΩΝ di III 9 (75), dove di fatto Ν finale ha un
doppio tratteggio, e l’asta destra sembra tendere verso l’alto:

Particolamente esemplificativo è il caso di ΕΜΑΥΤΩΙ a III 5 (71): Α non è stato ripassato, nel tratteggio di
Υ non sono stati tracciati né gli uncini ai lati della coppa né l’apice alla base dell’asta verticale, e sia Μ che,
ancor più chiaramente, Τ mostrano le tracce delle forme sottostanti:

A seguire sulla medesima linea, altrettanto significativo è il tratteggio di ΚΑΙ ΝΟΜΙΖΕϹΘΑΙ, dove, al di
là delle frequenti tracce dell’inchiostro sottostante, si distingue la forma semplificata di Μ con la parte
mediana più alta:

29 Un caso di papiro già scritto esposto all’umidità in R. G. Babcock – S. Emmel, A Mirror Text of Thukydides VII 33–35,
APF 43, 1997, pp. 239–245.
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 67

La medesima evidenza nel tratteggio di ΠΡΗϹϹΕΙN a III 18 (84):

In II 3 (36), dopo la lacuna si legge ΟΚΩϹ ΕΞΕΙ, con un diverso tratteggio di Ω:

Il tratteggio di Ω viene semplificato anche nel caso di ΧΡΟΝΩΙ di III 2 (68), dove la mano non ripercorre il
caratteristico tratto obliquo che chiude la lettera a destra:

Un buon esempio d’insieme sono infine le linee 7–9 (40–42) della seconda colonna. Al di là delle sbavature
d’inchiostro, in molti casi si scorge distintamente il tratteggio inferiore delle lettere, discrepante da quello
riscritto. Si vedano ad es. a II 7 (40) i due iota centrali di ΘΗRIΟΙϹΙΝ o più ancora il secondo lambda di
ΑΛΛA; a II 8 (41) le lettere alpha e tau di ΑΠΙϹΤΙΗ (tra tau e iota è evidente la presenza di un’asta), o
ancora a II 9 (42) le due parallele verticali di tau iniziale, che in più all’estremità inferiore recano apici non
coincidenti:

Il fenomeno non sembra avere paralleli: gli interventi di restauro di un testo diventato poco leggibile sono
generalmente di mano recenziore, limitati tuttavia a poche lettere30. In ogni caso il manufatto si rivela testi-
mone interessante dal punto di vista bibliologico, nell’ambito della ricostruzione del rapporto materiale che
intercorse tra il libro e il suo possessore. Forse l’entità del guasto era tale, ricorrendo sistematicamente su
diverse colonne, che un restauro grafico-meccanico del rotolo sarebbe risultato troppo impegnativo, o più
verosimilmente chi scriveva non era abituato alla pratica dello scriptorium e ha ritenuto più opportuna la
riscrittura, essendo più interessato al testo che non alla cura editoriale31. Ciò sarebbe confermato anche dai
30 Cfr. ad es. P.Mil. Vogl. VIII 309 col. XI 12–15. Si veda anche P.Chester Beatty IV 961, su cui A. Pietersma, Chester
Beatty Biblical Papyri IV and V. A New Edition with Text-Critical Analysis, Toronto–Sarasota 1977, p. IX (devo questa indica-
zione a Dimitrios Kaltsas, che ringrazio); vd. Fr. G. Kenyon, Chester Beatty Biblical Papyri. Descriptions and Texts of Twelve
Manuscripts on Papyrus of the Greek Bible, IV Plates, London 1935, ad es. ff. 12r. 30r. Cfr. anche M. S. Funghi, PMil Vogliano
inv. 1241 v.: γνῶμαι μονόστιχοι, in M. Capasso et al. (edd.), Miscellanea Papyrologica in occasione del bicentenario della
Charta Borgiana, I, Firenze 1990, pp. 181–188 (spec. p. 181 n. 2) e Tav. XVI; E. Puglia, La cura del libro nel mondo antico.
Guasti e restauri del rotolo di papiro, Napoli 1997, pp. 49–50.
31 Per un discorso generale sul restauro del rotolo, si rimanda a Puglia, La cura del libro nel mondo antico, che non men-
ziona tuttavia casi analoghi a P.Heid. inv. G 310.
68 R. M. Piccione

pochi interventi correttivi e di poco conto, che rivelano che chi scriveva comprendeva bene il testo. Tutte di
mano dello stesso scriba e verosimilmente eseguite in scribendo sono infatti le poche correzioni, in realtà
limitate a una sola lettera e non significative. A II 1 (34) interviene in un primo momento con il calamo e in
seguito scrive supra lineam Κ (ΕΟΙΚΕΝ); a III 9 (75) inserisce ancora supra lineam Ε mancante per lettura
iotacistica (ΠΟϹΕΙ∆ΙΠΠΕ), per altro l’unica dell’intero spezzone di papiro; a III 7 (73) cancella riempiendo
semplicemente la lettera con inchiostro (Α〚Λ〛ΛΩΝ). Un ulteriore intervento si osserva a II 22 (55), mentre
a III 5 (71) è da presupporre una correzione in linea, non ben identificabile per la presenza di lacuna e di
una macchia generata dall’inchiostro32.
Va segnalato infine che la mano appone correttamente iota ascritto; non si registra scriptio plena ma al
contrario vengono attuate regolarmente tanto elisione di vocale in fine di parola quanto crasi; non si riscon-
trano infine alterazioni fonetiche.
Molte sono le tracce di inchiostro in tutto il manufatto (vd. tra le colonne I–II, sopra la lin. 11), buona
parte delle quali con ogni probabilità generata dal contatto con gli altri testi all’interno del cartonnage. In
alcuni casi è difficile dire se si tratti di tracce di segni marginali o di altra natura, come ad esempio in cor-
rispondenza di III 18 (84), dove non è chiaro se le tracce siano da ricondurre a un punto o a un qualche altro
segno. Sulla stessa linea, si direbbe invece siano da riferire alla colonna di sinistra le tracce delle lettere ΟΝ,
e così al rigo successivo le tracce del tratto inferiore di Ε.
Tra i ϲημεῖα chiaramente distinguibili, si segnala invece la presenza inequivocabile di una paragraphos
a III 7–8 (73–74)33, che chiude la prima sezione di testo. Altrettanto evidente è un segno obliquo nel mar-
gine sinistro davanti a III 16 (82)34, segno di richiamo che verosimilmente intende mettere in evidenza il
passo, o più precisamente la seconda parte del distico, forse sentito come gnomico: III 15–16 (81–82) […]
τῷ πλούτῳ δὲ πρὸϲ τί δεῖ χρῆ[ϲθ]αι | τοῦτ᾽ αὐτὸ πάντων πρῶτον οὐκ ἐπίϲτανται (… e a quale fine si debba
far uso della ricchezza, | questa stessa cosa – la più importante di tutte – quelli non la sanno). Non è chiaro
se siano da ricondurre a un segno obliquo anche le tracce di inchiostro nel margine sinistro davanti a IV 27
(126), meno perspicue per lo stato confuso delle fibre in questo luogo del papiro.
Chiaramente leggibile è un punto nel margine sinistro in corrispondenza di II 8 (41), e un altro è visi-
bile davanti a IV 23 (122); tracce compatibili con un punto si vedono inoltre a II 28 (61) e forse anche a IV
33 (132), dove tuttavia lo stato delle fibre rende particolarmente dubbia l’identificazione. Ulteriori tracce di
inchiostro si riconoscono in corrispondenza di III 4–5 (70–71), che sembrano svilupparsi su due linee: più
marcate le tracce che si distinguono superiormente, e che potrebbero essere ricondotte a una lettera (forse
Α, Λ o anche Ζ nel disegno più formale) con la sovrapposizione di un tratto orizzontale, meno marcate
quelle corrispondenti alla linea successiva, verosimilmente tracce da contatto.

L’interpretazione di queste tracce di inchiostro è estremamente incerta, e purtroppo neppure l’esame al


microscopio aiuta la lettura. Non sembra trattarsi di un’annotazione marginale, né si direbbe sia da met-
tere in relazione con l’intervento correttivo della mano a III 5 (71). Considerando piuttosto la presenza
32 Si direbbe che ciò che resta della prima lettera sia da ricondurre a Υ, cui fanno seguito le tracce di una lettera apicata
superiormente a sinistra, che continua in una traversa. Considerando anche le tracce di un’asta verticale che si intravedono
nella parte inferiore di Α, la seconda lettera potrebbe essere Τ. Il tratteggio di Ρ lascerebbe inoltre pensare che ci sia stato un
adattamento da un precedente Ι (l’asta verticale è raddoppiata). Dal punto di vista puramente teorico si potrebbe ipotizzare che
lo scriba abbia inizialmente vergato le lettere ΥΤΙ-, correggendosi immediatamente, ma si tratta di una ricostruzione che non
è possibile corredare di dati ulteriori.
33 Anche Gerhard 1909, p. 3 segnala qui presenza di paragraphos.
34 Ibid., n. 1. Per questo slanted obelos vd. K. McNamee, Sigla and Select Marginalia in Greek Literary Papyri, Bruxelles
1982, pp. 17–18.
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 69

dei diversi punti a margine, si potrà ipotizzare con buona verosimiglianza che i segni visibili siano da
ricondurre a una lettera sticometrica35. Purtroppo lo spezzone di papiro non conserva segni analoghi, e
dato lo stato fortemente lacunoso degli intercolumni e soprattutto della parte destra del papiro è difficile
dire di più. Tuttavia, il fatto che si non tratti di una cifra ma di una sola lettera (così sembrerebbe), sembra
denotare l’esigenza di computare semplicemente le linee del papiro, ma non le linee della singola sezione
testuale, per altro rimarcata due linee dopo dalla paragraphos di III 7–8 (73–74). Che il computo sia stato
fatto prendendo come base l’intero rotolo è ancor più evidente se insieme alla lettera sticometrica di III 5
(70–71) si considera anche la presenza del punto a II 8 (41) e con ogni probabilità di un altro a II 28 (61): si
direbbe che tali ϲημεῖα procedano con una scansione di dieci linee di scrittura36, ma non è dato verificare
l’eventuale presenza di un’occorrenza intermedia a II 18 (51). Nella quarta colonna si riscontra invece un
punto in corrispondenza della linea 23 (122) e forse un successivo alla linea 33 (132): tra III 5 (71) e IV 23
(122) nel computo dovremo considerare dunque lo slittamento di una linea. Questo dato comporta delle
difficoltà, dal momento che due delle linee della colonna III non rientrano nel computo, in quanto recano
accorgimenti grafici che segnalano il passaggio da un testo all’altro (un lemma a 8 [74] e forse un secondo
a 32 [98])37, mentre non sappiamo se vi fossero casi simili nell’ultima colonna38.
Nel tentativo di ricostruire la scansione dei segni sticometrici, non computando le linee III 8 (74) e 32
(98) e non considerando la presenza di eventuali lemmi nell’ampia lacuna della quarta colonna, sulla base
di 33 linee di scrittura per ciascuna ci aspetteremmo la seguente scansione (in grassetto i segni visibili, in
corsivo le linee in lacuna): II 8 (41). 18 (51). 28 (61). III 5 (71). 16 (82)39. 26 (92). IV 4 (103). 14 (113). 24
(123). Muovendo dai segni della seconda colonna, non abbiamo dunque convergenza con quelli della quar-
ta, vale a dire un punto a IV 23 (122) e forse un altro a IV 33 (132), mentre va segnalato che a III 16 (82) ciò
che si legge a margine è un segno obliquo e non un punto. Facendo invece riferimento ai segni visibili nel
margine della quarta colonna e procedendo a ritroso, ci aspetteremmo questa scansione: IV 33 (132)?. 23
(122). 13 (112). 3 (102)40. III 25 (91). 15 (81). 4 (70). II 27 (60). 17 (50). 7 (40). Ciò che abbiamo sono invece
una lettera sticometrica a III 5 (71), e un punto in corrispondenza di II 28 (61) e di II 8 (41).
Le due ricostruzioni non coincidono. Se presupponiamo che la scansione superstite sia conseguente,
forse può essere verosimile pensare che la quarta colonna annoverasse una linea in più. Il dato materiale
che potrebbe avvalorare questa ipotesi è la collocazione più in alto della prima linea, rispetto alla corri-
spondente linea delle colonne precedenti (così anche seguendo le fibre del papiro)41, mentre l’ultima linea
della colonna sembra perfettamente allineata. Provando a ripetere la scansione su questa base, avremo dun-
que: II 8 (41). 18 (51). 28 (61). III 5 (71). 16 (82). 26 (92). IV 4 (103). 13a (112a: considerando un verso in
più). 23 (122). 33 (132) ?. Anche in questa ipotetica ricostruzione non è risolto tuttavia il problema relativo
a III 16 (82), dove non abbiamo punto ma segno obliquo. La questione rimane dunque aperta. Naturalmente
non sarà possibile escludere che si siano infiltrati errori di computo da parte dello scriba, sempre che questi
segni a margine siano davvero da interpretare come segni sticometrici, forse adottati semplicemente per un
agevole reperimento dei versi42.
35 Non farebbe difficoltà la collocazione tra le due linee, cfr. K. Ohly, Stichometrische Untersuchungen, Leipzig 1928,
p. 40.
36 Cfr. ad es. P.Mil. Vogl. VIII 309, P.Sorb. inv. 2245, P.Mert. I 1.
37 Vd. infra, p. 70.
38 La presenza di accorgimenti grafici che segnalano il passaggio da un testo all’altro è certamente da escludere a IV 1–3
(100–102) e 17–33 (116–132), dove il layout rivela che le tracce di scrittura sono da ricondurre al testo. Nulla si può dire invece
per quanto riguarda la parte lacunosa centrale, IV 4–16 (103–115).
39 Tracce di inchiostro sono visibili davanti a III 18 (84), ma non è chiaro se siano da ricondurre a un punto. Vd. supra,
p. 68.
40 La lacuna davanti alla lettera non consente di verificare con certezza, ma in realtà la mano tende ad apporre il punto
nella fascia superiore del rigo, dunque dovremmo trovare almeno qualche traccia di inchiostro.
41 È evidente che non si tratti di una lettera sovrapposta per correzione, come nel caso di II 1 (34).
42 Data la natura del manufatto, i cui dati bibliologici e i criteri redazionali portano a ritenere che si tratti di una copia
di uso personale, è poco verosimile che la sticometria possa aver avuto qui una funzione tecnica. Il lavoro di riferimento sulla
70 R. M. Piccione

Un altro elemento significativo, questa volta dal punto di vista della mise en texte, è l’organizzazione
del materiale testuale. Dato lo stato frammentario del papiro non è possibile dire molto, ma è evidente la
presenza di almeno tre unità testuali, segnalate da accorgimenti grafici. La paragraphos collocata fra III 7
(73) e il verso successivo rimarca certamente la conclusione di un’unità e il passaggio a una nuova, e dati
interni al testo lascerebbero intendere che quanto precede la paragraphos è un testo unitario. Il passo che
segue (III 8–31 [75–97]) è inoltre caratterizzato dal lemma introduttivo ΙΑΜΒΟϹ ΦΟΙΝΙΚΟϹ (III 8 [74]),
sulla base del quale Gerhard ha attribuito i versi a Fenice di Colofone43: il lemma rivela innanzi tutto che la
raccolta doveva contemplare passi di autori diversi. La presenza infine di un interlineo più ampio alla fine
della terza colonna segna nuovamente il passaggio a un’altra unità testuale, introdotta forse da un lemma
(III 32 [98]) caduto nella lacuna. Sulla base dell’analogia con III 8 (74) potremo ipotizzare che anche qui
un’indicazione lemmatica fornisse il nome dell’autore del passo successivo. Meno probabile sarà l’ipotesi
che si tratti di versi dello stesso Fenice, dal momento che per separare passi del medesimo autore in genere
è sufficiente l’uso di paragraphos. Non si potrà neppure escludere la presenza di una linea vuota o di un’in-
dicazione generica ΤΟΥ ΑΥΤΟΥ, per quanto inconsueta in prodotti antologici così antichi. Rimane dunque
un margine di incertezza: sappiamo infatti quanto poco omogeneo sia l’uso di elementi di segnalazione per
così dire esterna44.
Per quanto riguarda il lemma ΙΑΜΒΟϹ ΦΟΙΝΙΚΟϹ di III 8 (74), da ductus e tratteggio delle lettere si
direbbe che esso sia stato apposto in due fasi successive, sempre tuttavia dalla medesima mano che verga
il testo. In un primo momento la caratterizzazione lemmatica doveva constare del solo nome dell’autore
in genitivo collocato in eisthesis, più verticale e più posato del nominativo ΙΑΜΒΟϹ che lo precede, e
vergato dunque con un livello maggiore di formalità. Solo in un secondo momento sarebbe stata premessa
al nome dell’autore l’indicazione del genere, vergata con ductus più veloce e per altro meno allineata sul
rigo di scrittura. Del tratteggio si rilevano soprattutto alpha più morbido e – si direbbe – giustapposto a my
che segue, e inoltre omicron di modulo più piccolo e collocato sopra il rigo. Da ricondurre semplicemente
al danno subito dal papiro è invece il fatto che la parte del lemma che indica il nome dell’autore mostra
inchiostro più scuro, e sono evidenti le tracce di riscrittura (specialmente nelle lettere ny e kappa). C’è da
chiedersi se questa aggiunta sia da intendere come integrazione al lemma, quasi un vero e proprio restauro
di una parte mancante, o piuttosto come una sorta di glossa a margine, apposta durante la fruizione del
libro a indicare semplicemente la natura della composizione45.
Un’ulteriore questione è posta dalla presenza di tracce di inchiostro sulla medesima linea, poco leggi-
bili a causa di lacuna ma che sembrerebbero compatibili con due lettere a corpo largo. Prima della lacuna
si direbbe di riconoscere minime tracce in basso, che accompagnano verticalmente la lacuna e sembrano
mostrare un ingrossamento alla base, forse un apice; dopo la lacuna ci sono resti compatibili soprattutto
con il tratteggio di Μ (cfr. . ΜΑTT […] II 3 [36]; DΑΙΜΩΝ III 1 [67]; ΕΜΑΥΤΩΙ III 5 [71]; ΙΑΜΒΟϹ III
8 [74]). Le tracce di inchiostro sono senza dubbio precedenti al danno materiale, ma la mano non è inter-
venuta nel restauro (cfr. III 5 [71], litt. Α), forse perché la cifra isolata risultava comunque leggibile. Anche
Gerhard interpretava tali tracce come resti di due lettere, la seconda delle quali Η, che intendeva come un
numerale, ma di cui non comprende il senso46. Diehl – seguito successivamente da Powell – suggerisce

sticometria rimane Ohly, Stichometrische Untersuchungen (a proposito delle possibili funzioni, vd. pp. 86 ss.). Vd. anche Phi-
lodemus, On Piety 1, ed. D. Obbink, Oxford 1996, pp. 62 ss.; F. G. Lang, Schreiben nach Mass: zur Stichometrie in der antiken
Literatur, NT 41.1, 1999, pp. 40–57.
43 Vd. supra, p. 61 nota 2.
44 Cfr. C. Pernigotti, Antologie gnomologiche su papiro: materiali per una nuova analisi del problema, in B. Palme (ed.),
Akten des 23. Internationalen Papyrologen-Kongresses (Wien, 22.–28. Juli 2001), Wien 2007, pp. 535–539. Vd. anche la bella
indagine bibliologica di G. Messeri, Osservazioni su alcuni gnomologi papiracei, in M. S. Funghi (ed.), Aspetti di letteratura
gnomica nel mondo antico, II, Firenze 2004, pp. 339–368.
45 Sul lemma vd. K. Lennartz, Iambos. Philologische Untersuchungen zur Geschichte einer Gattung in der Antike, Wies-
baden 2010, pp. 29. 557 e n. 1974.
46 Nell’edizione del testo Gerhard segnala [.]η e nel commento (p. 103): «[…] sieht man den Rest einer Ziffer (η oder μ?),
deren sichere Deutung nicht mehr möglich [ist]».
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 71

che possa trattarsi dell’indicazione del numero del giambo o di una numerazione interna alla raccolta47.
Se si trattasse dell’indicazione del numero del giambo, ciò farebbe riferimento – direttamente o attraverso
fonte intermedia – a un’edizione completa dei giambi di Fenice (autoedizione?), che dunque dovevano aver
ricevuto già un’organizzazione editoriale. Se invece il numerale facesse riferimento alla struttura interna
del florilegio, dovrebbe trattarsi dell’indicazione del numero del componimento nel corpo dell’intera anto-
logia o della singola sezione tematica, e si tratterebbe di un fenomeno del tutto insolito nell’ambito delle
raccolte antologiche. L’unica attestazione di una qualche numerazione interna è quella che conosciamo in
P.Harris II 174, gnomologio organizzato tematicamente con una prima sezione περὶ τύχηϲ e l’inizio di una
περὶ ἀγαπήϲεωϲ, dove i titoletti sono stati apposti in seguito, forse da altra mano. Il dato interessante è la
presenza della cifra ιϛ (16) accanto alla titolatura περὶ τύχηϲ, posta in eisthesis al centro della colonna.
Non è tuttavia chiaro se si trattasse di numerazione progressiva delle sezioni o se avesse altre funzioni, e la
lacuna che segue il successivo lemma περὶ ἀγαπήϲεωϲ non consente una verifica48.
Nel caso di P.Heid. inv. G 310, ai fini dell’interpretazione non indifferente è la corretta lettura della
cifra, sempre che quanto si intravede in basso prima della lacuna sia da ricondurre ad una lettera. Se – con
Gerhard, Diehl e Powell – leggiamo [.]Η, in prima posizione è da presupporre un numerale nell’ambi-
to delle decine (…8), se leggiamo invece [.]Μ, da presupporre è un numerale nell’ambito delle centinaia
(...40), e ciò renderebbe ancora meno verosimile l’ipotesi, in sé già debole e priva di paralleli, che si tratti
di un’indicazione relativa alla sezione tematica. Dal punto di vista grafico, è problematico stabilire una
compatibilità plausibile con il tratteggio di una lettera, sulla base delle incerte tracce visibili prima della
lacuna. Volendo tuttavia tentare un confronto, se rimaniamo nell’ambito delle decine, le tracce di inchiostro
potrebbero essere compatibili con Κ, con apice collocato alla base dell’asta, ma anche con Λ. Nell’ambito
delle centinaia – se nelle tracce che seguono si intende piuttosto riconoscere Μ – la compatibilità dei tratti
si direbbe circoscritta alla lettera Ρ, che generalmente presenta tuttavia corpo più stretto e tende a scendere
sotto il rigo. In questo caso dovremmo presupporre che l’edizione di riferimento dei carmi di Fenice com-
prendesse almeno 140 componimenti. Per questo dato non abbiamo possibilità di confronto, ma esso non
sembra in contraddizione con la testimonianza di Ateneo, che a Fenice di Colofone attribuisce Ἴαμβοι in
più libri49. Difficile dire di più: su basi tanto fragili la formulazione di un’ipotesi rischia di diventare pura
speculazione.

2. I frammenti di P. Heid. inv. G 310a


Un importante elemento di confronto per P.Heid. inv. G 310 è dato infine dal gruppo di frr. a. c. i. m del
medesimo cartonnage, identificati con la segnatura P.Heid. inv. G 310a (Tav. 2a) e pubblicati da De Stefa-
ni50. Costituito da un frammento maggiore (ora fr. a) e due minori, dei quali uno solo reca perspicui resti di
scrittura (ora fr. b), e in più da altri sei frammentini con scarse tracce di inchiostro, il papiro sembrerebbe
riportare sul recto versi di età ellenistica – sotadei secondo l’editore – di argomento mitologico, e sul verso
con ogni probabilità ancora poesia, di difficile interpretazione. Già Gerhard notava la somiglianza grafica
tra P.Heid. inv. G 310 e il recto di P.Heid. inv. G 310a51, ribadita anche da De Stefani, secondo il quale
tuttavia quest’ultimo sembrerebbe vergato con calamo a punta più sottile, e darebbe un’impressione gene-
rale di maggiore accuratezza, nonostante una certa densità nello spazio scritto. Nel fr. a, l’unica colonna
parzialmente conservata misura infatti ca. cm 8 di altezza con 19 linee di scrittura: è dunque abbastanza

47 Vd. Diehl, in app. ad loc.: «inscr. [.]η aut Phoenicis iambi aut florilegii numerus videtur latere» (ma [.]η nel testo). Cfr.
Powell, in app. ad loc.
48 Vd. M. S. Funghi, Gnomologio, in The Rendel Harris Papyri (P.Harris II), edd. J. A. Ankum – H. W. Pleket – P. J.
Sijpesteijn, Zutphen 1985, pp. 30–33 e Pl. XVI.
49 Ath. XII 530 E: Φοῖνιξ δ᾽ ὁ Κολοφώνιοϲ ποιητὴϲ περὶ Νίνου λέγων ἐν τῷ πρώτῳ τῶν Ἰάμβων […]; XI 495 D: Φοῖνιξ
δ᾽ ὁ Κολοφώνιοϲ ἐν τοῖϲ Ἰάμβοιϲ […].
50 De Stefani 2002.
51 Gerhard 1909, p. 1.
72 R. M. Piccione

piccola, con interlinei minimi e ridotti intercolumni, che secondo De Stefani accentuerebbero l’impressione
di densità dello spazio. Il testo risulterebbe dunque vergato fittamente, ma non come in P.Heid. inv. G 31052.
Per quanto riguarda infine la datazione, l’editore53 riconduce le caratteristiche grafiche al Group C
della catalogazione di Turner54, e dunque alla prima metà del III sec. a.C. Per la somiglianza tra i due
papiri, ciò comporterebbe di dover arretrare di qualche decennio anche la datazione di P.Heid. inv. G 310,
che tuttavia – precisa De Stefani – non sarebbe possibile retrodatare troppo, dal momento che l’unico dato
biografico relativo a Fenice di Colofone è da collocare agli inizi del III sec. a.C.

Un confronto sistematico del tratteggio delle singole lettere di P.Heid. inv. G 310, in modo particolare nelle
parti non riscritte del manufatto, e del recto di P.Heid. inv. G 310a rivela che i due gruppi di frammenti sono
senza alcun dubbio prodotto della medesima mano55. Anche in questo caso il corpo delle lettere è piuttosto
largo e ha un’altezza di ca. mm 3. Particolarmente significative – per segnalarne solo alcune – sono lettere
come beta squadrato alla base e con anse asimmetriche, epsilon e sigma spigolosi e inclinati a destra, theta
e omicron tendenzialmente squadrati, eta, my, ny, pi con verticale destra ricurva (peculiare il ricciolo di
my), omega in tre tempi. Anche in P.Heid. inv. G 310a caratterizzante è la presenza di apici e ingrossamenti,
sempre particolarmente evidenti in tau e hypsilon. La mano sembra talvolta più posata e verticale, ma il
livello di formalità solo in qualche punto si può considerare superiore rispetto a quello di P.Heid. inv. G 310,
e una reale evidenza rimane comunque discutibile.
Senz’altro coeva è la mano che verga il verso (Tav. 2b), anche se decisamente più rozza e meno fluida,
e con un modulo maggiore56 (l’altezza è di ca. mm 4). Le somiglianze grafiche sono molte (significativi i
tratteggi di my e ny, ma anche di eta, pi, sigma, tau, hypsilon, phi, omega; più arcaiche le forme di alpha
e delta), mentre molto disciplinato è l’uso di elementi ornamentali. La scrittura sembra più lenta, e rispetto
al recto l’effetto complessivo è di minore accuratezza ma di maggiore ariosità, grazie a più ampi interlinei
(ca. mm 4).
Sempre sul recto, a sinistra delle linee 11–12 della seconda colonna è estremamente significativa la pre-
senza della glossa marginale corsiva ΒΑϹΙΛΕΥϹ ΕΡΥΘΡΑϹ, della medesima mano che verga il testo57. Dal
punto di vista grafico, la glossa consente di mettere a confronto diversi livelli di formalità: sono riconosci-
bili i tratti peculiari, ma naturalmente la scrittura diventa più legata (cfr. alpha-sigma, solo giustapposti in
P.Heid. inv. G 310), la forma delle lettere è fortemente semplificata (ad es. alpha in un solo tratto, con ansa
ovale, beta in un solo tratto, epsilon stretto e morbido) e sono assenti apicature ed elementi ornamentali. Si
direbbe infine che la scrittura tenda ad allinearsi al rigo superiore.
Per il resto, la mano procede osservando le medesime abitudini grafiche riscontrate in P.Heid. inv.
G 310: si veda ad esempio a I 6 la correzione in scribendo, con un tratto obliquo, della parola ΠΕ∆ΙΛΩΙ da
ΠΕ∆ΕΙΛΩΙ. Tra i ϲημεῖα si riconosce chiaramente una paragraphos a chiudere il componimento, in calce
a ciò che rimane della seconda colonna, ma non è chiaro se ciò indicasse anche fine di libro. Più in basso,
nel campo di scrittura della seconda colonna, una minima traccia di inchiostro nell’angolo di rifilatura del
papiro lascerebbe ipotizzare che a seguire vi fosse ancora scrittura58, che dunque sarebbe stata collocata in
eisthesis, a meno che non si trattasse di un qualche titoletto. In ogni caso, nella parte inferiore della colonna
è evidente l’assenza di linee scritte allineate a quelle che precedono la paragraphos. Nel margine sinistro di

52 De Stefani 2002, pp. 17–18.


53 Ibid., p. 18.
54 E. G. Turner, Ptolemaic Bookhands and Lille Stesichorus, S&C 4, 1980, pp. 27–30.
55 Per un confronto sistematico delle lettere, vd. Appendice.
56 Così anche De Stefani 2002, pp. 18–19.
57 Vd. K. McNamee, Annotations in Greek and Latin Texts from Egypt, New Haven, Conn. 2007, p. 457 nr. 1846. Per posi-
zione e inclinazione, la glossa è certamente da mettere in riferimento alle linee a fronte della colonna di destra. La collocazione
è meno consueta che a destra della colonna (ibid., p. 16).
58 Non segnalata da De Stefani 2002.
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 73

II 8 si segnala infine la presenza di un punto59, ma è rischioso ipotizzare che si tratti di un segno sticome-
trico, dal momento che, procedendo a ritroso, nella col. I non se ne riscontrano altri. Con ogni probabilità si
dovrà inoltre interpretare come segno distintivo il tratto orizzontale che si legge a I 1 e I 1660. Al fr. b, che
consta tuttavia solo di poche lettere, sembrerebbe di distinguere invece un segno obliquo (cfr. P.Heid. inv.
G 310, III 16 [82]). Nello stesso frammentino, a sinistra della seconda linea di scrittura si riconoscono resti
dell’ultima lettera della colonna a fronte, che comporta dunque anche qui un intercolumnio molto ridotto.
All’inizio della medesima linea vi sono infine cospicue tracce di inchiostro, poco compatibili con un punto,
da interpretare forse come una correzione o come un segno critico.

Nei due gruppi di frammenti neppure la gestione dello spazio costituisce una differenza vistosa: la larghez-
za della colonna è in realtà sovrapponibile a quella delle colonne di P.Heid. inv. G 310, compatibilmente
con la diversa lunghezza dei versi. Altra questione riguarda invece l’altezza, che nella ricostruzione attuale
consta appunto di soli cm 8 ca., con 19 linee di scrittura. De Stefani solleva il dubbio che il frammento che
costituisce il margine superiore sinistro della col. I sia stato collocato in maniera scorretta, e dunque non
sia pertinente. In corrispondenza delle linn. 1–2 reca infatti tracce di scrittura poco perspicue, per le quali
l’editore propone la lettura ΕΛ . [ alla lin. 1 e M [ alla lin. 2, non escludendo tuttavia che il frammento sia
da capovolgere e collocare altrove. Un’accurata verifica61 conferma ora assoluta continuità di fibre, la cui
coerenza era già messa in evidenza da De Stefani; in più è dirimente la presenza sul verso di una fibra lon-
gitudinale che congiunge il margine superiore con la parte inferiore, e non sembra vi siano altri possibili
punti di erronea coesione tra i due frammenti. Alla lin. 1 i lembi del frammento tra le lettere Π ed ΕΛ sono
inoltre del tutto solidali, a meno che non si voglia presupporre una coesione delle fibre nel cartonnage.
Sembra dunque conseguirne una colonna di piccole dimensioni, e lo spezzone di rotolo, la cui altezza
attuale misura ca. cm 11, conserverebbe cm 2 del margine superiore e ca. cm 1,2 di quello inferiore. Si
tratterebbe di un rotolo di formato relativamente ridotto, ma ciò non è infrequente nel caso di papiri letterari
di età tolemaica62. In questo caso, dal momento che P.Heid. inv. G 310 è di altezza maggiore (cm 14,5 con
33 linee di scrittura), i due gruppi di frammenti sarebbero proprio da ricondurre a rotoli diversi. Questo
troverebbe conferma anche dal verso di P.Heid. inv. G 310a che, contrariamente a quel che succede in
P.Heid. inv. G 310, è stato riutilizzato capovolgendo il rotolo, e la scrittura corre perpendicolarmente alle
fibre. Il verso fornisce tuttavia un altro dato importante: è evidente che la parte inferiore della colonna è
incompleta, e di conseguenza nel computo dell’altezza del rotolo devono essere presupposti alcuni centimetri
in più almeno per il margine inferiore, che naturalmente sul recto – capovolgendo il rotolo – vengono a
corrispondere alla parte superiore dello spezzone. Verificando sul recto, inoltre, al di sopra della prima
linea sono evidenti tracce di inchiostro, maggiormente visibili a destra e più evanide a sinistra, che lasciano
presupporre almeno tre ulteriori linee di scrittura. Questi dati rimettono in discussione la correttezza della
ricostruzione di P.Heid. inv. G 310a: a questo punto c’è da chiedersi se sia del tutto implausibile che i due
gruppi di frammenti facessero parte del medesimo rotolo.

In P.Heid. inv. G 310a un’altra questione da chiarire riguarda ancora la mise en page: l’interlineo è irregola-
re e non è ben chiaro l’incolonnamento delle linee. In modo particolare la difficoltà riguarda le attuali linn.
I 2–6 e 16–19. Per quanto concerne le prime, la parte di testo collocata a destra sembra essere stata vergata
con ductus più veloce, che non rispetta il rigo di base e occupa quasi completamente l’intercolumnio, fino
quasi a toccare la seconda colonna. L’interlineo non differisce da quanto si riscontra sulla parte sinistra (da
59 Poco plausibile è l’interpretazione di De Stefani 2002, p. 20 ad loc., che non esclude che questa macchia di inchiostro
sia da ricondurre a una lettera.
60 Su cui vd. infra, p. 74.
61 Un ringraziamento particolare va a Elke Fuchs, cui devo la delicata operazione di apertura dei vetri che proteggono il
papiro e di verifica dell’assetto materiale.
62 Vd. Turner, Ptolemaic Bookhands, p. 37. Cfr. il gruppo D di A. Blanchard, Les papyrus littéraires grecs extraits de
cartonnages: études de bibliologie, in M. Maniaci – P. F. Munafò (edd.), Ancient and Medieval Book Materials and Techniques
(Erice, 18–25 September 1992), I, Città del Vaticano 1993, pp. 15–40 (spec. pp. 26–27. 31–32). Per le dimensioni usuali, cfr.
W. A. Johnson, Bookrolls and Scribes in Oxyrhynchus, Toronto–Buffalo–London 2004, pp. 119–125 e Tab. 3.3 pp. 185–200.
74 R. M. Piccione

entrambi i lati le linee 2–7 misurano ca. cm 1,8), ma l’impressione complessiva è quella di minore forma-
lità e accuratezza. Altrettanto problematiche sono le linn. I 16–19, che sembrano più posate e mostrano un
interlineo più spazioso: quattro linee misurano qui ca. cm 1,8, tanto quanto superiormente misurano cinque
linee scritte. Oltre a ciò, queste ultime linee della colonna sono separate dalle precedenti da un interlineo
doppio rispetto al consueto (ca. mm 4 contro ca. mm 2), e la prima è collocata in eisthesis, preceduta da
lineetta orizzontale. De Stefani ipotizza che possa essere identificata con il tratto mediano allungato di un
epsilon63: il tratto è tuttavia troppo lungo e orizzontale, non compatibile con il disegno consueto. Anche
quando volessimo leggere qui tracce di una lettera, il verso sarebbe comunque collocato palesemente in
eisthesis, in ogni caso non allineato ai versi precedenti. Fa problema anche I 17, dove all’inizio della linea
De Stefani legge resti di due lettere (DA: leggo piuttosto KA), che sarebbero troppo spostate verso sinistra e
non allineate ai versi precedenti, e suggerisce dunque di considerarle resti di una colonna a fronte. In realtà
esse sono allineate verticalmente rispetto ad altre tracce a margine, che si trovano in corrispondenza di
I 13 (ΙB): l’impressione è che si tratti di numerazioni di riferimento, che rimandano forse a un altro testo o
a un’altra raccolta. Si direbbe che le ultime linee della colonna costituiscano una nuova pericope testuale,
contrassegnata a margine da una cifra e introdotta forse alla lin. 16 da una sorta di titoletto o di indicazione
tematica in eisthesis, preceduta da lineetta orizzontale (cfr. I 1). La presenza di tracce di inchiostro all’i-
nizio delle linn. 17–19, allineate verticalmente alle linee precedenti, lascia pensare che ad essere posta in
eisthesis sia solo la lin. 16, caratterizzata appunto dalla presenza di lineetta, forse a segnalare cambiamento
di testo64.

3. P.Heid. inv. G 310 e 310a: un tentativo di interpretazione


Cerchiamo di tirare le somme. P.Heid. inv. G 310a necessita certamente di una nuova riflessione sul testo65,
alla luce dei dati materiali raccolti e dei risultati dell’indagine su P.Heid. inv. G 310. Ciò che appare evidente
in P.Heid. inv. G 310a è in primo luogo l’uso di accorgimenti grafici che sembrano rispondere a necessità
di organizzazione interna, per lo sfruttamento ottimale degli spazi e un razionale arrangiamento del flusso
testuale, utili a scandire in qualche modo il testo per una migliore fruizione dei contenuti. È necessario
adesso mettere a confronto il dato materiale con quello testuale, per chiarire se le differenze morfologiche
possano corrispondere a differenti tipologie testuali. Si consideri ad esempio il minore livello di formalità
delle linn. I 1–6, che fa pensare all’informalità grafica dell’annotazione a margine (forse di un passo paral-
lelo?)66, o, al contrario, la formalità e l’ariosità delle linn. I 16–19, la cui mise en texte sembra voler rendere
ancora più agevolmente fruibili i versi67.
La possibilità di mettere a confronto due gruppi di frammenti riconducibili alla medesima mano con-
sente adesso di osservare chi scrive potremmo dire “al lavoro”. Per quanto il solo dato grafico sia un ele-
mento fragile ai fini di una valutazione, tuttavia è interessante come la mano gestisce la pratica di scrittura:
per quanto riguarda P.Heid. inv. G 310 (e così anche P.Heid. inv. G 310a), nella stesura del testo la scrittura
è posata e verticale, con elementi ornamentali, e ambisce a essere una libraria68, ma nel processo di restau-
ro dopo il guasto la forma delle lettere diventa più semplice, in alcuni casi persino diversa dal tratteggio

63 De Stefani 2002, p. 20 ad loc.


64 Cfr. McNamee, Sigla and Select Marginalia, pp. 17–18 e Table 2 D.
65 Per una nuova indagine testuale del papiro, rimando al contributo di Jan Kwapisz, P. Heid. inv. G 310a Revisited: Helle-
nistic Sotadeans, Hexameters, and More?, presentato al 27th Congress of Papyrology (Warsaw, 29.07–3.08.2013) e di prossima
pubblicazione.
66 Sul layout di questi testi, cfr. McNamee, Annotations, pp. 19 ss.
67 Secondo Jan Kwapisz (che ringrazio per il proficuo confronto scientifico per litteras), per quanto è possibile verificare il
papiro riporterebbe testi in metri diversi, esametri e sotadei, questi ultimi certamente da riconoscere in I 17–19 (l’ultimo verso
è tuttavia problematico).
68 Menci, Scritture greche librarie, pp. 51–52, richiama l’attenzione sul fatto che fino al I sec. d.C. «una scrittura calligrafi-
ca non può essere altro che una scrittura con apici. Perciò l’assenza di apici sarà non tanto da mettere in relazione con il genere
letterario o l’autore dei testi, quanto piuttosto da attribuire al fatto che ci troviamo in presenza di copie private di scarso valore,
per le quali non si richiede una scrittura calligrafica, se non si tratta addirittura di esercizi scolastici».
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 75

solito (cfr. a III 9 [75] ny con l’asta destra che tende verso l’alto), e viene tralasciato ciò che ha funzione
puramente ornamentale. Nella glossa marginale di P.Heid. inv. G 310a, infine, la scrittura è più veloce e
diventa naturalmente legata, la forma delle lettere è semplificata e sembra appesa alla rettrice superiore.
È evidente che la mano padroneggia sistemi grafici diversi, con livelli di formalità più o meno elevati, e
dimostra esperienza e sicurezza.
Tuttavia, il dato maggiormente significativo che emerge da questa indagine è la possibilità di rimettere
in discussione la correttezza della ricostruzione di P.Heid. inv. G 310a e di conseguenza anche la correttez-
za della separazione dei due gruppi di frammenti, che non mostrano differenze dirimenti, né dal punto di
vista grafico né della gestione dello spazio. Oltre a ciò, le 19 linee superstiti di P.Heid. inv. G 310a costitu-
iscono certamente solo parte della colonna, della quale sono ancora riconoscibili almeno altre tre linee di
scrittura, e che dunque doveva avere un’altezza maggiore degli 8 cm ca. della ricostruzione attuale. Un dato
interessante riguarda ancora la gestione dello spazio: sovrapponendo i due papiri, si osserva che le colonne
sono scandite dal medesimo interlineo, e in entrambi i gruppi di frammenti cinque linee scritte misurano
in media cm 1,8 (fatta eccezione per le ultime linee della prima colonna di P.Heid. inv. G 310a, che hanno
diversa spaziatura). Sarà utile provare a ricostruire virtualmente la colonna di P.Heid. inv. G 310a, ade-
guandola all’altezza delle colonne di P.Heid. inv. G 310. Calcolando quante linee scritte si hanno in 1 cm di
altezza, in P.Heid. inv. G 310 abbiamo un valore di 2,27 (33 linee : 14,5 cm di altezza), e di 2,3 in P.Heid.
inv. G 310a (19 linee : 8 cm di altezza); se moltiplichiamo il valore di 2,3 per cm 14,5 (linee in 1 cm ×
altezza della colonna da ricostruire), avremo un numero complessivo di 33,35 linee. I due spezzoni sembre-
rebbero dunque bibliologicamente compatibili. Va ribadito che si tratta di una ricostruzione sulla base di
dati orientativi, e basterà ricordare la maggiore spaziatura delle ultime linee della colonna di P.Heid. inv.
G 310a. Tuttavia, il quadro che emerge da questo tentativo di comparazione certamente mette in dubbio
la legittimità della separazione dei due gruppi di frammenti, che a questo punto non si potrà escludere
potessero far parte dello stesso prodotto librario. Non fa difficoltà neppure la fisionomia del verso, scritto
transfibralmente in P.Heid. inv. G 310a, ma bianco in P.Heid. inv. G 310, con minime tracce di scrittura che
corrono lungo le fibre: vista la natura del prodotto librario, non stupirebbe se il verso del rotolo fosse stato
utilizzato solo parzialmente e in modo non coerente. Dirimente sarebbe piuttosto il riconoscimento anche
in P.Heid. inv. G 310a di tracce di danno da umidità e di conseguente restauro testuale: purtroppo non si
riconoscono segni di riscrittura né vi sono elementi per escludere che le tracce di umidità che si vedono
sulla parte sinistra della prima colonna siano dovute alla preparazione del cartonnage.

La possibilità che i due gruppi di frammenti facessero parte del medesimo prodotto librario conduce a
considerazioni di un certo rilievo, sia dal punto di vista bibliologico che testuale. In primo luogo si osservi
il rapporto che intercorre tra la mano e il suo libro: le operazioni di restauro sono certo rare nella prassi
libraria antica, e P.Heid. inv. G 310 è stato oggetto di una cura materiale che rivela molto del suo possessore,
il quale per altro in entrambi i gruppi di frammenti mostra di procedere con sicurezza, anche nella gestione
del contenuto testuale. Difficilmente si potrà presupporre che il manufatto fosse destinato a una fruizione
altra, che non sia quella della mano stessa.
A ben vedere, la testimonianza materiale e intellettuale fornita da questo prodotto librario, oltre a deli-
neare la figura di un redattore-fruitore con uno spiccato interesse nell’ambito della contemporanea poesia
di età ellenistica, come dimostrano sia la scelta dei sotadei di P.Heid. inv. G 310a, sia lo scorcio di selezione
antologica che si intravede in P.Heid. inv. G 31069, ha delle ricadute anche nell’ambito della discussione
sulla natura e la fruizione del prodotto antologico. Se i due gruppi di frammenti vanno ricollocati nel
medesimo libro, questo ci consente in qualche modo di allargare la visuale all’interno del prodotto librario
in cui è inserita un’antologia, più di quanto non consentano solitamente i frustuli papiracei che trasmettono
brandelli di gnomologi, sia pure nel caso di testimoni insolitamente generosi come P.Barns (P.EES) o PSI

69 Diversa l’interpretazione di De Stefani 2002, p. 26, che suggerisce che i due papiri abbiano fatto parte della stessa
biblioteca specializzata in testi morali, ad es. di proprietà di un filosofo. Su questo, rimando alla discussione nel prossimo
volume II.2–3 (Gnomologi) del CPF.
76 R. M. Piccione

XV 1476. Questo manufatto verrebbe a configurarsi come un prodotto composito, un volumen-contenitore


che racchiude in sé materiali eterogenei ad uso personale, le cui unità interne vengono concepite per certi
aspetti come autonome70. La stessa antologia di P.Heid. inv. G 310 è un prodotto fuori dai canoni, che
risponde certo alla prassi consolidata di raccogliere materiali di contenuto sentenzioso, arrangiandoli in
base a criteri ed esigenze contingenti, ma che in qualche modo si discosta dal modello comune71. Si tratta
di materiale testuale morfologicamente lontano dagli estratti di contenuto sentenzioso che connotano le
raccolte antologiche su papiro, ma che non stupirebbero affatto in una raccolta come quella dello Stobeo72.
Del primo passo (Cercidas fr. 18 P.), mutilo nella parte iniziale, sono conservati una quarantina di versi; il
secondo (Phoenix fr. 6 P.), con ogni probabilità compiuto, consta di 23 versi; un terzo passo ne annovera
sicuramente 17, che si susseguono senza soluzione di continuità nella parte finale della quarta colonna (IV
17–33 [116–132]), ma non riusciamo a valutare quando avesse inizio questa unità testuale, né quale esten-
sione avesse. Anche la scelta autoriale è insolita, e sembra non contemplare gli autori gnomici per eccel-
lenza – Euripide, Menandro, ma anche comici e tragici minori –, almeno nella sezione che ci è pervenuta.
Ciò che riporta il contenuto di P.Heid. inv. G 310 all’alveo delle antologie sono sostanzialmente la struttura
editoriale, caratterizzata dall’evidenza di una scansione testuale e di elementi di concatenazione, e ancora
la convergenza tematica (l’indagine testuale lascia ora ipotizzare che si tratti di περὶ πλούτου, nei suoi vari
aspetti). Anche la scelta del metro giambico rientra nell’ambito degli elementi caratterizzanti dell’antologia
gnomica.
Considerando complessivamente i dati materiali e testuali, questa compilazione riconduce a contesti e
pratiche d’uso diversi da quelli scolastici, con i quali abitualmente vengono messe in relazione le antologie,
e sembra configurarsi più quale prodotto di studio, che tuttavia non possiamo escludere sia stato allestito
anche per una pratica didattica di livello avanzato. La stessa possibilità che sia stata parte integrante di un
libro miscellaneo, nel corpo del quale si riscontra altro materiale verosimilmente oggetto di studio, rafforza
l’ipotesi che le raccolte antologiche potessero essere prodotti con destinazione d’uso personale, e non solo
repertori puramente funzionali.

Rosa Maria Piccione, Dipartimento di Studi Umanistici (StudiUm), Università degli Studi di Torino, via
s. Ottavio 20, 10124 Torino
rosamaria.piccione@unito.it

70 Rimando a E. Crisci, I più antichi codici miscellanei greci. Materiali per una riflessione, in E. Crisci – O. Pecere, Il
codice miscellaneo. Tipologie e funzioni, Atti del Convegno internazionale (Cassino 14–17 maggio 2003), Turnhout 2004,
pp. 109–144 e Tavv. 1–15 (spec. pp. 109–112 e nota 3).
71 In merito a molteplicità di forme e strutture editoriali “non fisse”, vd. Pernigotti, Antologie gnomologiche su papiro;
Messeri, Osservazioni su alcuni gnomologi papiracei. Cfr. anche M. C. Martinelli, Osservazioni sullo Gnomologio Barns
(P.EES = MP3 1574 = LDAB 1055), Incontri Triestini di Filologia Classica 9, 2009–2010, pp. 245–255; Del Corso, Disiecta
colligere: un’antologia gnomica tra Londra e Heidelberg.
72 Per un inquadramento della produzione gnomica antica, rimando a M. S. Funghi (a cura di), Aspetti di letteratura
gnomica nel mondo antico, I–II, Firenze 2003 e 2004.
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 77
78 R. M. Piccione
Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 79

Tav. 1a. P.Heid. inv. G 310 recto


80
R. M. Piccione

Tav. 1b. P.Heid. inv. G 310 verso


Considerazioni bibliologiche e paleografiche su P.Heid. inv. G 310 e 310a 81

Tav. 2a. P.Heid. inv. G 310a recto

Tav. 2b. P.Heid. inv. G 310a verso