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HOMENAJE

ALBERTO GIL NOVALES

de

Vittorio Scotti Douglas

2018

Foro Para el Estudio de la


Historia Militar de España
CONTENIDOS

* *

- Ricordando Alberto Gil Novales, “Spagna contemporanea”, XXVI, 2017, n. 51,


pp. 177-234
o Vittorio Scotti Douglas, Alberto Gil Novales: un grande amico, un uomo
buono, uno storico fuori dal comune, pp. 177-180
o Jean-René Aymes, Homenaje a Alberto Gil Novales, pp. 181-185
o Marco Cipolloni, Da Costa a Cadice, ovvero le disavventure della
Ilustración nella Spagna del secolo XIX. Scienza e vita in Alberto Gil
Novales, pp. 187-198
o Alberto Gil Novales (inédito, 1996), El reinado de Carlos IV, la Guerra de
la Independencia y los orígenes del liberalismo en España, pp. 199-234

- Alberto Gil Novales, La historia que se hace. Reflexiones en torno a la labor


propia y ajena, “Deslinde”, XII, 1995, nn. 49-50, pp. 190-204

- Intervista ad Alberto Gil Novales, “Spagna contemporanea”, XIII, 2004, n. 26,


pp. 177-198

- Alberto Gil Novales, El universo de “Spagna contemporanea”, en Ispanismo


internazionale e circolazione delle storiografie negli anni della democrazia
spagnola (1978-2008), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, pp. 337-379

- Alberto Gil Novales, La enseñanza de la Constitución. Los catecismos políticos,


en Cadice e oltre: Costituzione, nazione e libertà. La carta gaditana nel
bicentenario della sua promulgazione, Roma, Istituto per la storia del
Risorgimento italiano, 2015, pp. 279-328
2017, anno XXVI n. 51

Spagna
contemporanea

EDIZIONI DELL’ORSO
ISTITUTO DI STUDI STORICI GAETANO SALVEMINI
Ricordando Alberto Gil Novales

ALBERTO GIL NOVALES: UN GRANDE AMICO, UN UOMO BUONO,


UNO STORICO FUORI DEL COMUNE

Vittorio Scotti Douglas

Alberto Gil Novales è morto a Madrid nella notte tra il 14 e il 15


novembre 2016. Era nato a Barcellona il 25 gennaio 1930, aveva quindi
quasi ottantasette anni. Non credo che la grande amicizia che mi ha lega-
to a lui faccia velo al mio spirito critico quando affermo che è stato uno
dei più grandi storici spagnoli di questo nostro tempo, soprattutto per le
ricerche e gli studi sulla storia spagnola del XIX secolo, in particolare sul
liberalismo e per le riflessioni su personaggi come Rafael del Riego, Juan
Romero Alpuente, Joaquín Costa e le edizioni critiche di alcune delle loro
opere più significative1.
Il suo lavoro infaticabile di minuzioso ricercatore è continuato fino
alla fine — per quanto ne so il suo ultimo lavoro è stato pubblicato nel
20152 — ma credo che la degna conclusione della sua vicenda di storico,
quello che a buon diritto si può considerare il suo opus magnum, sia
stata la pubblicazione del monumentale Diccionario Biográfico de España
(1808-1833): de los orígenes del liberalismo a la reacción absolutista3.
Marco Cipolloni, con l’acribia e il rigore critico che lo contraddi-
stingue, tratterà più oltre del percorso scientifico di Alberto e della sua

1. Per le indicazioni bibliografiche rinvio alle note dalla 16 alla 19 del contributo di
J.-R. Aymes e alle ulteriori in quello di M. Cipolloni.
2. Si tratta della ponencia al “Simposio de Isidoro de Antillón y Marzo (1778-1814)”,
tenutosi a Santa Eulalia il 28 e 29 giugno del 2014, nel centenario della morte del famo-
so geografo e liberale. La relazione, Isidoro de Antillón y el pensamento liberal español, è
stata pubblicata su “Teruel. Revista del Instituto de Estudios Turolenses”, nn. 95-96, 2014-
2015, pp. 107-137.
3. 3 voll., Madrid, Fundación MAPFRE, 2010.

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Vittorio Scotti Douglas

importanza nel panorama della storiografia spagnola degli ultimi cin-


quant’anni.
Ma in queste poche righe io voglio soprattutto cercare di ricordare Al-
berto come la gran persona che era, sempre disponibile ad aiutare chiun-
que gli chiedesse un aiuto, dalla lettera di introduzione per l’accesso a
una biblioteca alla preziosa indicazione bibliografica fornita sorridendo,
senza parere, in modo da non far risaltare l’enorme bagaglio di erudi-
zione — e la mole di lavoro necessario per acquisirlo — che ne stava alle
spalle.
Vorrei ricordare il suo grande senso dell’umorismo, l’amore per i bon
mot pieni di arguzia, ma a volte densi di sottintesi taglienti e impietosi
per la persona o l’avvenimento scelto come bersaglio — un politico cor-
rotto, un accademico tronfio e ignorante, una celebrazione qualsivoglia
di qualsivoglia regime. Un senso dell’umorismo che talora si faceva se-
gno grafico, come nel «Gato» che si può vedere in calce a queste righe,
disegnino da lui offerto a mia moglie — che per i gatti ha una grande e in-
sopprimibile passione — tracciandolo sulla carta di un albergo di Bailén,
dove eravamo convenuti per uno degli otto convegni organizzati dall’U-
niversità di Jaén per il bicentenario della Guerra de la Independencia.
Amava la buona tavola e il buon vino, condimenti ideali per le lunghe
conversazioni piene di aneddoti, di rimandi letterari e musicali, con cui
riempiva le serate degli ospiti.
Non posso dimenticare il suo amore per la libertà e per la giustizia, e
il suo inguaribile ottimismo — anche nei tempi bui che stiamo attraver-
sando — per un futuro più luminoso e più aderente ai principi “giacobini”
della grande Rivoluzione, che gli erano cari.
Era assolutamente laico, e irriducibilmente repubblicano. Ricordo che
un giorno mi disse che la “sua” bandiera era quella della Repubblica. Ri-
pensandoci, mi dispiace non avergli chiesto quale sarebbe stato il “suo”
inno nazionale. Mi avrebbe forse risposto il Trágala, o, più verosimil-
mente, l’Himno de Riego.
Noi di “Spagna contemporanea” abbiamo avuto il privilegio di averlo
vicino nel nostro lavoro, partecipe di alcune nostre iniziative fin dall’i-
nizio della nostra avventura, di cui ebbe a tracciare un quadro assai lu-
singhiero fin dal titolo (El universo de “Spagna contemporanea”) nel testo
che ci offrì in occasione del convegno di Modena del 2009, “Ispanismo
internazionale e circolazione delle storiografie negli anni della democra-
zia spagnola (1978-2008)”4.

4. A. Botti, M. Cipolloni, V. Scotti Douglas (a cura di), Ispanismo internazionale e cir-
colazione delle storiografie negli anni della democrazia spagnola (1978-2008), Soveria Man-
nelli, Rubbettino, 2014, pp. 337-379.

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Ricordando Alberto Gil Novales

E non possiamo, conoscendo la sua onestà intellettuale, che essere


orgogliosi e commossi rileggendo le conclusioni di quel testo:

Lo diré con ingenuidad: uno de mis orgullos es haber participado en “Spagna


contemporanea”, en donde el diálogo y el contraste de pareceres son la norma.
Para mí, en esto consiste lo mejor de nuestra civilización5.

È proprio grazie a questa vicinanza e comunanza di propositi, alla sua


partecipazione a due nostre iniziative tenute al Museo del Risorgimento
di Milano, un ciclo di tre conferenze sulla storia di Spagna degli inizi del
1996 e il convegno “Guerra di popolo, guerriglia, guerra civile. L’elabora-
zione teorica dal Risorgimento al secondo conflitto mondiale” del marzo
2002, i cui atti non vennero mai pubblicati, che abbiamo potuto trovare,
conservati nei nostri archivi, due inediti di Alberto, che intendiamo of-
frire ai nostri lettori, e a tutta la comunità scientifica perché, dopo averli
riletti, crediamo che — nonostante il tempo trascorso — siano ancora in
grado di proporre delle considerazioni interessanti e offrire degli spunti
e suggerimenti per l’approfondimento ulteriore degli argomenti trattati.
Il primo, El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia y los
orígenes del liberalismo en España, esce in questo numero; l’altro, La guer-
rilla de los afrancesados: la primera guerra civil, verrà probabilmente pub-
blicato in futuro.
Nel 2004, in occasione di una sua venuta in Italia per una conferenza
all’Università di Urbino, dove allora insegnava una sua grande amica,
María Rosa Saurín de la Iglesia, grande specialista di Manuel Pardo de
Andrade e del liberalismo galiziano6, Alberto concesse alla rivista una
lunga e bella intervista — condotta da Alfonso Botti — che pubblicammo
sul numero 26 (pp. 177-198). Vale la pena rileggerla, perché da ogni sua
pagina balza fuori a tutto tondo quel personaggio «de gran categoría» (il
suo modo per attribuire a qualcuno o a qualcosa una distinzione eccezio-
nale) che è stato Alberto Gil Novales.
Sit tibi terra levis, Alberto. Ci mancherai molto.

5. Ivi, p. 379.
6. M.R. Saurín de la Iglesia, Manuel Pardo de Andrade y la crisis de la Ilustración (1760-
1832), La Coruña, Galicia Editorial, 1991; Idem, Del despotismo ilustrado al liberalismo tri-
unfante. Estudios de historia de Galícia, A Coruña, Ediciós do Castro, 1993; Idem (ed.),
Semanario político, histórico y literario de La Coruña (1809-1810), 2 voll., La Coruña, Fun-
dación Pedro Barrié de la Maza, 1996; Idem (ed.), El ciudadano por la constitución (1812-
1814), 2 voll., A Coruña, Diputación de A Coruña, 1997.

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HOMENAJE A ALBERTO GIL NOVALES

Jean-René Aymes

Estoy seguro de que otros historiadores de mi generación conocedo-


res de la España de los últimos decenios del franquismo se encargarán,
para saludar la memoria de Alberto Gil Novales, de enjuiciar y alabar
su ingente y admirable producción. Pero yo no puedo pasar por alto la
enorme deuda que he contraído con el que ha sido mi principal maestro
en el campo de la investigación. Así que, primero, evocaré, de manera
aparentemente anecdótica, los inicios de mis relaciones privilegiadas con
él a lo largo de unos cuarenta años.
En los años 1956-1960, estudiante de español en París, preparando
sucesivamente la licenciatura y la oposición a cátedra, más de una vez
acudí a la “Librería española”, situada rue de Seine en el “barrio latino”.
La dirigía Antonio Soriano, republicano exiliado, que había convertido
su tienda en un baluarte de resistencia anti-franquista. Allí me compré
La España del siglo XIX (1808-1914) de Manuel Tuñón de Lara1 y las pu-
blicaciones de Alberto Gil Novales, Las pequeñas Atlántidas2 y Antonio
Machado3.
En aquella época, yo estaba relacionado con un hispanista de mi gene-
ración, Pierre Conard-Malerbe, autor, en 1975 (fecha capital en la historia
de España) de la Guía para el estudio de la historia contemporánea de Espa-
ña4. Ahora bien, su autor había trabado una estrecha amistad con Manuel
Tuñón de Lara y así me ofrecieron una inesperada invitación para parti-

1. Paris VI, Librería Española, 1971.


2. Las pequeñas Atlántidas: Decadencia y regeneración intelectual de España en los si-
glos XVIII y XIX, Barcelona, Seix Barral, 1959.
3. Barcelona, Ed. Fontanella, 1966.
4. Madrid, Siglo XXI.

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Jean-René Aymes

cipar, a principios de abril de 1973, en uno de los ulteriormente famosos


congresos de Pau donde coincidían hispanistas franceses e investigadores
españoles5. Esos profesores y estudiantes procedían de toda España y su
viaje tenía un carácter semi-clandestino. Todos éramos de izquierda, pero
nunca se exigía que los invitados y participantes expusieran una profesión
de fe más o menos marxista. Llego ahora a la evocación del día que puedo
calificar de “histórico” en mi trayectoria de investigador. Se me acercó un
señor desconocido, impresionante por su estatura, que saludó al tímido
señor que era yo, más joven que él. Me preguntó a qué clase de investiga-
ción me dedicaba. Le dije que estaba preparando una Thèse d’État — la que
leí en 1978 en la Sorbona — sobre los prisioneros de guerra y los rehenes
deportados en Francia durante la Guerra de la Independencia (1808-1814).
Dado que el conflicto y el periodo le eran familiares, alimenté su curiosidad
y — cosa nada obligatoria —, me ofreció inmediatamente su ayuda por si
la necesitara. De hecho, su ayuda pronto hecha efectiva se convirtió en
una amistad duradera y profunda a lo largo de los años siguientes y hasta
las últimas semanas de su existencia. El mismo día en que se verificó ese
encuentro, se me acercó otro señor desconocido, David Solar — si no me
equivoco  —, reciente creador de la revista “Historia 16”. Probablemente
aconsejado por A. Gil Novales y M. Tuñón de Lara, me propuso escribir un
artículo en dicha revista, también referido a la Guerra de la Independencia.
En resumidas cuentas, diría que, de esa forma imprevista, arrancó mi pe-
queño “lanzamiento mediático” en España.
Prolongando el relato de mi acercamiento a mi nuevo y reverenciado
amigo “Don Alberto”, añadiré que, manifestando, en unión con su espo-
sa Elvira, una extraordinaria confianza y generosidad, me ofreció — no
recuerdo en qué año — la ocupación de su apartamento en la calle San
Agustín, en ausencia de los dueños, durante un par de semanas estivales6.
Las dedicatorias que a veces acompañaban el envío de sus artículos
son también inolvidables y, ahora, más conmovedoras que nunca, como
la siguiente: «Para Madeleine y Jean-René Aymes, los mejores amigos,
los mejores lectores — Con un abrazo de Alberto Gil Novales — París, 21
mayo 1987».
Un rasgo quizá poco conocido de la personalidad de A. Gil Novales era su
sentido y su práctica del humorismo en las conversaciones libres y, a veces,

5. A. Gil Novales leyó una ponencia sobre El asesinato del cura Vinuesa. También in-
tervinieron los hispanistas franceses R. Marrast, J. Maurice, J.-F. Botrel y J.-L. Guereña.
Las actas del congreso se publicaron bajo el título Movimiento obrero, política y literatura
en la España contemporánea (Edición a cargo de M. Tuñón de Lara y J.F. Botrel), Madrid,
Cuadernos para el diálogo, 1974.
6. El comportamiento simétrico se verificó en Paris, tal vez en 1987.

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Homenaje a Alberto Gil Novales

en sus escritos, en particular en los prólogos e introducciones que podía re-


dactar de manera aparentemente espontánea, algo relajada y no académica.
Escojo dos ejemplos sacados del prólogo de La revolución liberal7: «Nuestro
mundo se halla demasiado cargado de tareas. Incluso ya se venden específi-
cos contra el estress»8. Anteriormente, después de aludir sorprendentemen-
te a Kropotkin, gran señor ruso que no quería ser alemán, el Autor finge
regocijarse al hacerse el portavoz de sus compatriotas: «Seguiremos siendo
humanistas, y nosotros podemos decir: ‘Gracias a Dios, no somos Fuku-
yama’9 (algún orgullo nos tenía que quedar en este aperreado mundo)».
Curiosamente, a pesar de una manifiesta homología — no digo iden-
tidad — en cuanto a nuestras opiniones políticas personales, casi nunca
tocamos a fondo ese tema en nuestras conversaciones.
Otros investigadores sabrán valorar mejor que yo las excepcionales
aportaciones de A. Gil Novales referidas, en plan general, a la transición
del Antiguo al Nuevo Régimen10, al liberalismo decimonónico, a la revo-
lución burguesa11, al Trienio liberal12, al régimen tiránico de Fernando
VII13 y, de manera pormenorizada, a Rafael del Riego14, Juan Romero Al-
puente15, Joaquín Costa16 y Antonio Machado17.

7. A. Gil Novales (ed.), La Revolución liberal, Congreso sobre la Revolución liberal
española en su diversidad peninsular (e insular) y americana, Madrid, abril de 1999), Ma-
drid, Ediciones del Orto, 2001.
8. Ivi, p. VIII.
9. El norteamericano Francis Fukuyama, nacido en 1952, es un filósofo, economista
e investigador en ciencias políticas.
10. Del Antiguo al Nuevo Régimen en España, Caracas, Biblioteca de la Academia Na-
cional de la Historia, 1986.
11. La revolución burguesa en España — Actas del coloquio hispano-alemán, celebrado
en Leipzig, los días 17 y 18 de noviembre de 1983. (Edición e Introducción de Alberto Gil No-
vales), Madrid, Universidad Complutense de Madrid, 1985.
12. Las sociedades patrióticas (1820-1823) — Las libertades de expresión y de reunión
en el origen de los partidos políticos, 2 voll., Madrid, Editorial Tecnos, 1975; Idem, Textos
exaltados del Trienio Liberal, Madrid y Gijón, Ediciones Júcar, 1978; Idem, El Trienio libe-
ral, Madrid, Siglo XXI, 1980.
13. Días de persecución y terror (1814-1833), en “Historia 16”, Extra III, Junio 1977,
pp. 9-26.
14. Rafael del Riego — La Revolución de 1820, día a día, Madrid, Editorial Tecnos, 1976;
Idem (ed.), Ejército, pueblo y Constitución. Siglos XIX y XX. Homenaje al General Rafael del
Riego, Madrid, Anejos de la revista “Trienio, Ilustración y liberalismo”, 1987.
15. J. Romero Alpuente, Historia de la revolución española y otros escritos, 2 voll., Ma-
drid, Centro de Estudios Constitucionales, 1989.
16. J. Costa, Historia crítica de la Revolución Española, (Edición, introducción y notas
de Alberto Gil Novales), Madrid, Centro de Estudios Constitucionales, 1992; Idem, Estudios
costistas, Zaragoza, Institución “Fernando el Católico”, 2014.
17. Véase la nota 3.

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Jean-René Aymes

De manera tal vez demasiado simplista, adelantaré que su interpre-


tación de la historia de la España decimonónica hace emerger dos ten-
dencias ideológicas: la primera es el rechazo total de la reacción (em-
pleando yo un término actual) o, mejor dicho, del absolutismo. Sirva
de ejemplo el enunciado siguiente, sacado de Las sociedades patrióticas:
«España es uno de los países con menos memoria histórica, porque ab-
solutistas, moderados y sus amigos cumplieron a consecuencia su tarea
de exterminio sistemático de los restos»18. En segundo lugar, aunque
refiriéndose al siglo XIX, y no a los siglos XX y XXI, A. Gil Novales
opone al vil ultra-conservadurismo y al detestable Antiguo Régimen
las promesas del liberalismo, desgraciadamente demasiado moderado:
«El liberalismo se orienta hacia una concepción democrática de la vida,
aunque demasiado lenta». Pero, en Las sociedades patrióticas, libro es-
crito dos años después de la muerte de Franco, interpretó el Trienio
Liberal como «los comienzos de una revolución que acaso no haya ter-
minado». La política era para él algo primordial, «un campo de batalla
en el que se debaten las fuerzas sociales» y que revela algo paradójico,
a saber que «la Revolución española es políticamente muy poco revo-
lucionaria»19.
Con nobleza, A. Gil Novales no vacilaba en reconocer que tenía maes-
tros admirados o protectores, tales como Franco Venturi (a quien dedicó
El Trienio Liberal en 1980), Pierre Vilar, Manuel Tuñón de Lara, Josep
Fontana y Noël Salomon.
En lugar de vivir en el aislamiento, le gustaba participar en grandes
coloquios internacionales donde coincidían, como lo escribe en La re-
volución burguesa en España, españoles, franceses, alemanes, italianos,
japoneses. Incluso figuró en 1985 en un coloquio celebrado en Leipzig, en
la Alemania del Este, presidido entonces por el líder de la historia mar-
xista Manfred Kossok. De esos coloquios, como lo manifestó varias veces
por escrito en sus prólogos e introducciones, valoraba los enunciados
innovadores y aceptaba «las desavenencias interpretativas, inevitables,
pero enriquecedoras»; deseaba «aportaciones no precisamente enfren-
tadas, sino confrontadas». O sea que era hostil al sectarismo. Con todo,
no se puede ocultar que la firmeza de algunas afirmaciones suyas suscitó
agrias réplicas susceptibles de fomentar polémicas.
De todos es sabido cómo, para responder a su anhelo de una historia
detallada de la literatura revolucionaria y contrarrevolucionara españo-
la, le interesó la publicación, en forma de antología, de textos no siem-

18. Las sociedades patrióticas (1820-1823), cit., I, p. XV.


19. Ivi, Contraportada del tomo I.

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Homenaje a Alberto Gil Novales

pre procedentes de personajes de primera fila. Así salió de la oscuridad


una decena de escritores en la obrita titulada Textos exaltados del Trienio
­liberal20.
Quiero poner de relieve una tendencia de A. Gil Novales, propia de
los últimos años de su intensa vida de investigador. Sin abandonar total-
mente el enfoque de la historia protagonizada por los actores políticos
de primera categoría y por la élite intelectual, llevó a cabo una extraor-
dinaria labor para componer sucesivamente el Diccionario biográfico del
Trienio Liberal21 y el Diccionario biográfico de España (1808-1833)22. En su
Introducción destaco el enunciado siguiente que he adoptado en estos
últimos años:

Podemos hablar de héroes, de protagonistas, de grandes personajes, pero en


realidad, respetando la individualidad de cada uno y sin querer plantear inopor-
tunamente el problema de los individuos singulares en la Historia […], la verdad
hoy indiscutida es que la Historia la hacen todos los habitantes de un país o de
una región23.

Ahora bien, ya que mi propia investigación me lleva a seguir frecuen-


tando los archivos parisinos con la finalidad de dar la palabra a varias de-
cenas de notables y de humildes emigrados españoles en ese periodo de
1808-1833 en el que fue experto A. Gil Novales, la verdad es que la obra a
la cual hago referencia constantemente en la actualidad es el Diccionario
antes mencionado, especie de salvavidas para mí.
Poniendo un término a este intercambio, ya desgraciadamente impo-
sible, entre A. Gil Novales y un discípulo suyo (el servidor), señalo, para
ilustrar su generosidad y propensión a entablar y prolongar amistades,
que, en la Introducción a su monumental Diccionario, cita a casi ochenta
historiadores de varias nacionalidades, a los que expresa, con caballe-
rosidad y honradez intelectual, su agradecimiento por «sus estímulos y
apoyos».

20. Madrid-Gijón, Jucar, 1979.


21. Madrid, Ediciones El Museo Universal, 1991. Aparecieron ulteriormente los Dic-
cionarios biográficos referidos a Extremadura (Mérida, Editora Regional de Extremadura,
1998) y a Aragón (Huesca, Instituto de Estudios Altoaragoneses, 2005).
22. Subtitulado De los orígenes del liberalismo a la reacción absolutista, 3 voll, Madrid,
Fundación Mapfre, 2010.
23. Ivi, p. 12.

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TRIENIO
REVISTA DE HISTORIA, ILUSTRACIÓN Y LIBERALISMO

Dirigida por Alberto Gil Novales y Lluis Roura i Aulinas


Número 68, Noviembre 2016

José María Espinosa de los Monteros, Carta a Alberto Gil Novales


Lluís Roura Aulinas, In memoriam
Antonio Moliner Prada, Aportaciones del Bicentenario de la ocupación Napo-
leónica de Cataluña, País Valenciano y Murcia
Raúl Figueroa Esquer, Madame Calderón de la Barca a través de tres revoluciones
Antonio Astorgano Abajo, Semblanza del Jesuita expulso Tapatío José Ignacio
Vallejo (1718-1785). II
Maria Betlem Castellà i Pujols, Les Comités des rapports et des recherches: aux
origines de la Terreur?

Reseñas

José Álvarez Junco, Dioses útiles. Naciones y nacionalismos, Barcelona, Galaxia


Gutemberg, 2016 (Antonio Moliner Prada)
Rosario Die Maculet y Armando Alberola Romá, Jorge Juan Santacilia: de pe-
queño filosófo a Newton español, Novelda, Edicions Locals, 2015 (Gérard Dugfour)

Revista dedicada al estudio de los siglos XVIII y XIX,


y particolarmente del “Trienio Liberal”

Director: Alberto Gil Novales


Dirección de la revista: Aptdo. de Correos 45008, Madrid
Distribución: “Dykinson S.L.”: Meléndez Valdés, 61 Madrid 28015
(telf. 915 442 869); e-mail: info@dykinson.com
Pueden consultarse los índices de la revista en las siguientes páginas web:
http://www.forohistoria.com/revistatrienio.html
http://campus.usal.es/~liberalismo/trienio.html
https://dialnet.unirioja.es/
DA COSTA A CADICE, OVVERO LE DISAVVENTURE
DELLA ILUSTRACIÓN NELLA SPAGNA DEL SECOLO XIX.
SCIENZA E VITA IN ALBERTO GIL NOVALES

Marco Cipolloni

Sette e Ottocento sono in Spagna uniti e separati dal cosiddetto En-


tresiglos, periodo rivoluzionario e complesso in cui molte cose, buone e
cattive, dell’Antico Regime si perdono e tante altre, analogamente buone
o cattive, si trasformano, per sopravvivere. In alcuni casi queste meta-
morfosi hanno assunto la forma curiosa di “pequeñas Atlántidas”, per dir-
lo con il bel titolo della prima raccolta di saggi di Gil Novales, pubblicata
da Seix Barral, a Barcellona, nel 1959, cioè di isole sommerse e perdute
e di percorsi e programmi, sia intellettuali che di azione, di sapore radi-
cale e utopista. Marcando una cesura, i trastornos dello Entresiglos non
hanno però prodotto solo piccole Atlantidi. Hanno anche determinato
negli studi accademici sul Sette e sull’Ottocento sfasamenti e momenti di
scarsa comprensione, alimentati, in seno a ciascuno specialismo, dall’o-
stinata convinzione di lavorare su mondi tanto contigui, nello spazio e
nel tempo, quanto radicalmente diversi nello spirito e nei meccanismi di
legittimazione e funzionamento.
Fin da un libro di historia de ideas come è Las pequeñas Atlántidas la
maestría umana (oltre, prima e, se possibile, anche più di quella accade-
mica) di Alberto Gil Novales ha molto a che vedere con la sua capacità
di valorizzare scientificamente e di mettere radicalmente in discussione,
a più livelli, questo inganno prospettico (non a caso il sottotitolo, molto
rigenerazionista e costista, di Las pequeñas Atlántidas collega esplicita-
mente Sette e Ottocento, parlando di Decadencia y regeneración intelec-
tual de España en los siglos XVIII y XIX).
Il nucleo delle profonde continuità individuate e studiate da Gil No-
vales ha in effetti ben poco a che vedere con quello tocquevilliano della

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Marco Cipolloni

sopravvivenza amministrativa dell’Antico Regime dentro e oltre la Ri-


voluzione. Riguarda piuttosto una rassegna delle forme, ideologiche, di
organizzazione e di partecipazione, attraverso le quali lo spirito rivo-
luzionario riesce a sopravvivere, in Spagna e altrove, alla sconfitta del-
la Rivoluzione e di Napoleone, imparando a convivere e lottare con i
meccanismi e gli apparati di controllo e di gestione e perpetuazione del
potere propri della Restaurazione (dalle reti cospirative internazionali
fino a meccanismi elettorali perversi, tipici del secondo Ottocento, come
il trasformismo, il voto di scambio, il caciquismo o il turno).
In questo percorso Gil Novales passa, nel corso degli anni Sessanta,
dalla historia de ideas delle piccole Atlantidi ad una storia di attività non
solo intellettuali, ma anche organizzative, cospirative e partidistas. In
equilibrio sul filo di questo cambiamento di focalizzazione e prospettiva,
la storia delle idee si materializza e trova un corpo ed un peso politici. Il
luogo di questa precipitazione, mediata dalla traduzione di Filosofía con-
creta, di Gabriel Marcel (pubblicata nel 1959 da Revista de Occidente), è
senza dubbio il Trienio, nel corso del quale le piccole Atlantidi si trasfor-
mano in Las sociedades patrióticas, per dirlo con il titolo della raccolta di
studi degli anni Sessanta e Settanta che Gil Novales pubblica nell’anno
della morte di Franco. Anche in questo caso il sottotitolo scelto è rivela-
tore: il Trienio ha infatti un’importanza seminale per determinare, non
solo nei modi e nei tempi, il ruolo avuto da Las libertades de expresión y
reunión en el origen de los partidos políticos, cioè nella formazione in Spa-
gna di un partidismo di tipo moderno (per la Spagna molto legato, anche
lessicalmente, alla stagione della Independencia e all’esperienza territo-
riale delle partidas de guerrilla).
Alle origini di questo fondamentale cambiamento di prospettiva, che
trasforma Gil Novales da storico delle idee in storico della loro azione
nella storia e di coloro che se ne fanno interpreti, c’è l’interesse di Gil
Novales per Joaquín Costa e il suo pensiero. Proprio da Costa e dal suo
reiterato riferimento alla necessità di indagare le origini e le pratiche del
liberalismo spagnolo Gil Novales ricava infatti lo stimolo che lo spinge a
individuare/delineare Las sociedades patrióticas come oggetto di ricerca
specifico e dotato di relativa autonomia.
Le conseguenze di questo esercizio di retrospezione sono notevoli, sia
per le indagini su Costa, che per quelle sul liberalismo insurrezionale del
primo Ottocento.
Prendono forma e consistenza in e da questo passaggio gli ampi con-
fini di una proposta storica e analitica radicalmente cosmopolita, revolu-
cionaria e ilustrada, molto empiricamente basata sulla lettura di testi e
documenti. Collocati entro la cornice di questo grande disegno i singoli
contributi scientifici (e ancor più l’amabile conversazione) di Alberto Gil

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Da Costa a Cadice, ovvero le disavventure della Ilustración

Novales contribuiscono a ridefinire dal basso e a partire da meccanismi


organizzativi e partecipativi molto concreti gli orizzonti analitici del na-
tion making spagnolo, liberandoli dalle pesanti ipoteche del nazionali-
smo, del confessionalismo e del tradizionalismo. Il lettore viene messo di
fronte alla presenza di numerosi e significativi elementi di continuità e
di dialogo tra il progressismo ilustrado del Settecento e quello insurrezio-
nale dell’Ottocento, erede e interprete, tanto nei valori, quanto nei mo-
delli di azione della stagione rivoluzionaria nel tempo lungo e scomodo
della sua sconfitta. I citati studi su Las sociedades patrióticas, raccolti in
due volumi nel 1975, sono in questo senso solo una parte dei numerosi
interventi di Gil Novales sul Trienio liberal, in parte raccolti in un altro
volume nel 1980, e in parte ospitati sulle pagine della rivista “Trienio”,
pubblicata, su iniziativa dello stesso Gil Novales, a partire dal 1983. Ne ri-
sulta una fittissima rete di saggi, note e recensioni la cui ricchezza infor-
mativa trova proiezione e complemento nella compilazione di repertori
biografici di notevole respiro, come il Diccionario biográfico del Trienio
Liberal, 1991, e il Diccionario biográfico aragonés, 2005, per approdare al
Diccionario biográfico de España 1808-1833, 2010, che copre l’intero Paese,
per tutto il periodo che va De los orígenes del liberalismo a la reacción ab-
solutista. La mole informativa è ingente, ma è anche percorsa e animata
da importanti aperture comparative, affidate dallo stesso Gil Novales alla
cura di importanti volumi collettivi, come per esempio La prensa en la re-
volución liberal: España, Portugal y América Latina, 1983, o La revolución
burguesa en España, 1985.
Con pazienza, garbo e inesauribile passione tutti i lavori citati costru-
iscono un mirador privilegiato e davvero originale sulla storia spagnola
del primo Ottocento, vista e riconsiderata da una duplice prospettiva,
cioè sia come declinazione della Ilustración e della sua tradizione, sia
come luogo in cui trovare risposta alle inquietudini e alle domande di ri-
cerca formulate da Costa e legate alla Spagna del secondo Ottocento, cioè
al Sexenio, alla Seconda Restaurazione e al Desastre, con una dilatazione
dell’orizzonte cronologico che, in Gil Novales, si spinge fino al primo
Novecento e ad Antonio Machado (oggetto di una bella monografia nel
1966).
In tutte queste attività di ricerca, riflessione e lettura, il temario e il
punto di vista di volta in volta selezionati continuano comunque ad af-
fondare le proprie radici nelle agende politiche e intellettuali del Sette-
cento spagnolo, europeo e latinoamericano, così come sono state meta-
bolizzate e reinterpretate, tra mille difficoltà e contraddizioni, dal libera-
lismo spagnolo dello Entresiglos e del primo Ottocento.
In sostanza, Gil Novales, da aragonese, da sabio e da ilustrado, ha
dimostrato di essere un buon “amigo del país”, capace, proprio perché

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 187-198 189


Marco Cipolloni

tale, di “ilustrar” con meticolosa ed elegante discrezione la formazione


(e le non poche deformazioni) della Nación española. I suoi studi, rivisti
e ripensati tutti insieme, raccontano, attraverso un complesso mosaico
di vicende biografiche, editoriali, intellettuali e politico-militari, sempre
esemplificative e mai esemplari, la nación de la Nación (intendendo l’e-
spressione in senso etimologico, come equivalente ottocentesco e spa-
gnolo del griffitiano e più che ambiguo The Birth of a Nation). Per tenere
insieme il mosaico, a tratti molto simile all’ordito di un gigantesco araz-
zo, Gil Novales ha evidenziato e analizzato in profondità soprattutto la
correlazione tra due cose:

a) le forme di sociability che le agende, le prospettive, i principi e i


valori dell’Illuminismo e del progressismo hanno dovuto assumere per
sopravvivere e svilupparsi politicamente in un entorno a dir poco sfa-
vorevole come la Spagna casticista e confessionale della prima e della
seconda Restaurazione, dei pronunciamientos e delle guerre carliste;
b) gli uomini che, sia individualmente che collettivamente, a tali for-
me di sociability hanno dato voce e vita, dal pronunciamiento di Riego
fino al sexenio, al krausismo, al rigenerazionismo e al modernismo.

Il risultato di questo crogiuolo di idee, documenti e vicende personali


e del suo intrecciarsi in e con una fitta rete di attività pubblicistiche, mi-
litari e cospirative ricostruisce, con un singolare e geniale esperimento,
la notevole vitalità, polemica, pedagogica e insurrezionale, di un libera-
lismo progressista glocal a su pesar, chiamato dal confronto con i propri
circum-stantia (in senso orteguiano e no) a mettere radici in un ambiente
sociale, economico e giuridico-istituzionale obiettivamente poco favore-
vole e in molte fasi dichiaratamente ostile.
Collocando la storia delle idee en las entrañas della storia locale (con
titoli di esemplare rigore analitico, come La revolución de 1868 en Alto
Aragón)1 e situando la storia intellettuale e politica nelle pieghe dell’av-
ventura e della disavventura umana, con profili che, oltre a raccogliere
e riordinare preziose informazioni biografiche, hanno il merito di non
concedere nulla alla tradizione retorica dei medaglioni eroici (piaga co-
mune a dizionari e biografie dedicati ai patrioti ottocenteschi, in Spagna
come in Italia), Gil Novales riesce a raccontarci, quasi dall’interno, la
trama controversa, plurale e tormentata di un liberalismo tenace e resi-
stenziale. Ne emerge, riconosciuta e restituita in tutta la sua complessità
e ricchezza, di filiere e di contraddizioni, la vicenda di un liberalismo gi-

1. Zaragoza, Guara, 1980.

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Da Costa a Cadice, ovvero le disavventure della Ilustración

nestra, disperatamente e leopardianamente aggrappato alle pendici di un


vulcano capriccioso e sterminatore. Nella sua crescita ostinata e davvero
leopardiana, questo strano liberalismo unisce, dopo secoli di enfrenta-
miento, gli orizzonti geopolitici della Castiglia e dell’Aragona, l’Ultra-
mar e l’Atlantico al Mediterraneo e ai contrafforti dei Pirenei (un ottimo
esempio è il saggio La cuestión colonial del 98 en la conciencia aragonesa:
Joaquín Costa y Lucas Mallada, oggi raccolto in Estudios costistas, 2014).
In questo faticoso percorso di sintesi liberale tra anime, culture, lingue
e retoriche diverse, sia della Nazione che della macchina amministrativa
e statale, si impongono presto, spesso per ragioni di adattamento e di
circostanza, agende democratiche, anche molto radicali, insieme a spunti
cesaristi venati di pretorianesimo ed a ricorrenti tentazioni dottrinarie,
di stampo sia populista che elitista.
Ricucendo con grande cura la lacerata e frammentaria trama edito-
riale e biografica di molti di questi spunti, Gil Novales documenta come
sono faticosamente riuscite ad esserci ed a lasciare un segno di attiva e
propositiva testimonianza almeno alcune delle tante Spagne che, in base
ad una collocazione ricorrente nella filosofia della storia e nella storio-
grafia controfattuale spagnola degli ultimi cinquant’anni, «non avrebbe-
ro potuto esserci» (penso a titoli come: Antoni Jutglar, La España que no
pudo ser, 1971).
Tutte queste voci compongono un puntuale controcanto non solo
all’ottuso conformismo franchista (con il quale hanno cervantinamente
“topado”, per ineludibili ragioni di cronologia, la vita e la carriera acca-
demica del laicissimo Gil Novales), ma anche al consolatorio e compia-
ciuto elitismo con cui varie e successive generazioni di minoranze auto-
selezionate si sono con troppa facilità proclamate innocenti, immuni e
vaccinate rispetto alla natura quasi endemica dell’epidemia patriottarda,
imperiale e nazionalcattolica.
Con una prosa accademica puntuale e precisa, dichiaratamente par-
tigiana, ma sempre informativa, denotativa e indicativa, la penna di
Gil Novales ricostruisce e trascrive, con un misto di sincera passione e
competente compassione, moltissime pagine, sia illustri che dimentica-
te, della labirintica e frammentaria tradizione del liberalismo progressi-
sta spagnolo, portando in luce, anche in ottica comparativa, europea e
transatlantica, la vocazione partecipativa, pedagogica, insurrezionale e
mobilitatrice di molti protagonisti, senza però tralasciare o sottovalutare
alcuni aspetti del loro elitismo sociologico, del loro pretorianesimo po-
litico e della loro attrazione e repulsione retorica per le ricorrenti sirene
disciplinariste e autoritarie, sia dottrinarie che populiste. Si tratta a vol-
te di sfumature, tutte però essenziali per una corretta e il più possibile
completa e problematica ricostruzione di singole iniziative e di specifici

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 187-198 191


Marco Cipolloni

eventi. In modo molto empirico, possiamo oggi ricavarne una magistrale


lezione di metodo. Ripercorrendo gli arcipelagici e accidentati percorsi, a
tratti davvero carsici, di questa tradizione e confrontandoli con quelli di
altri Paesi (per esempio con forme “italiane” come la carboneria, il gari-
baldinismo, o il mazzinianesimo, oggetto di un monografico di “Trienio”
e di un puntuale intervento sulla corrispondenza tra Mazzini e Riego).
Gil Novales infatti concede davvero poco alla tentazione accademica di
costringere i propri oggetti di studio entro uno schema nominalistico
calato dall’alto e di troppo lunga durata (come le mille forme della he-
terodoxia española, passate in erudita rassegna da Don Marcelino) o di
ricondurlo ad una selezionata combinazione di analisi testuale e historia
de ideas (come accade con i retaggi di schemi come edad conflictiva o
i casticismos, proposti da Américo Castro). Per Alberto Gil Novales le
vicende della storia ottocentesca spagnola hanno sempre una loro spe-
cificità, un loro dove e un loro come, oltre che un loro quando e un loro
composito perché. Proprio per questo, i testi e le testimonianze di cia-
scun periodo valgono tutti e, anzi, sono tanto più interessanti e poten-
zialmente significativi quanto più risultano a prima vista contraddittori,
polifonici, eccentrici ed originali e quanto meno sembrano riconducibili
a criteri ejemplares di prevedibilità e rappresentatività (anche in questo
la lectio illuminista si configura come consapevole sovversione di quella
controriformista e come pedagogia di una sensibilità quasi romantica per
le eccezioni e il loro catalogo).
In Gil Novales, appassionato frequentatore di librerie antiquarie, eru-
dizione, testo e intellectual history si incontrano infatti a valle e non a
monte della selezione e dell’interpretazione dei documenti, e lo fanno
sempre e solo sulla base di un attento censimento e di una raccolta pa-
ziente di dati e dettagli, senza facili generalizzazioni e collocando ogni
ipotesi su un piano radicalmente materiale e puntuale. In questo modo
diventa possibile illuminare e ilustrar con precisione il punctum di molte
questioni di fondo attraverso cuestiones solo in apparenza de detalle (per
dirlo con il titolo di una rubrica di questa rivista).
La necessità e l’urgenza del liberalismo progressista si rivelano in
Spagna davvero inseparabili dal suo radicalismo, dalle sue molte sconfit-
te e dalla parzialità, precarietà, intermittenza e limitatezza, nel tempo e
nella portata, dei risultati di volta in volta ottenuti.
In questo quadro il vero convitato di pietra è rappresentato quasi
sempre dalla difficile, lacunosa e contraddittoria modernizzazione e se-
colarizzazione della Spagna.
La stessa visione storica del diritto (che in Gil Novales include una
meditata coscienza dei limiti socio-economici dello strumento giuridico)
rispecchia questa attenzione per le dinamiche del cambiamento e per le

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Da Costa a Cadice, ovvero le disavventure della Ilustración

agende di chi, in ciascun momento, lo promuove o ne propaganda la ne-


cessità e l’urgenza. Si tratta di una visione che sfugge alla dicotomia tra
storicismo e strutturalismo e che di fatto caratterizza in radice la forma-
zione di Gil Novales, influendo sulla sua prospettiva assai più di qualsiasi
interpretazione in chiave giuridico-istituzionale della storia (come inve-
ce hanno segnalato con fin troppa insistenza molti necrologi, portati a
sopravalutare etichette, sedi e occasioni della sua prima formazione).
Riordinato cronologicamente, il percorso del liberalismo spagnolo
studiato da Gil Novales va senza dubbio «Desde las Cortes de Cádiz a
Costa» (come lo stesso Gil Novales dice, a p. 192, nell’intervista rilasciata
nel 2002 ad Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas e pubblicata nel 2004
sul numero 26 di “Spagna Contemporanea”). Dal punto di vista analitico,
però, è piuttosto vero il contrario: Gil Novales si addentra retrospettiva-
mente nella storia delle sociedades patrióticas, guidato da un’agenda di
inquietudini e sollecitazioni profondamente aragonesi e costistas. Il suo
viaggio personale va da Costa a Cadice, dall’Aragona all’Atlantico e allo
Ultramar.
Il migliore banco di prova è rappresentato in questo senso dalle ca-
ratteristiche interdisciplinari e non disciplinari del suo costante interes-
se per la figura e il pensiero di Costa, a partire dalla tesi dottorale su
La concepción del derecho nacional en Joaquín Costa, (pubblicata come
Derecho y revolución en el pensamiento de Joaquín Costa nel 19652, vale
a dire sette anni prima che Cheyne pubblicasse, nel 1972, il suo celebre
“esbozo biográfico”, significativamente intitolata Joaquín Costa, el gran
desconocido)3. Gli interventi successivi sono molti, da El pensamiento de
Costa4, agli studi introduttivi premessi alla ripubblicazione di molti scrit-
ti, maggiori e minori, dello stesso Costa (Oligarquía y caciquismo como
la forma actual de gobierno en España: urgencia y modo de cambiarla5; Hi-
storia crítica de la Revolución española6; Obra política menor7). Oggi gran
parte di questi interventi sono raccolti, insieme ad altri saggi, nel citato
volume di Estudios costistas, 2014.
La figura di Costa emerge da tutte queste letture polifacética, stimo-
lante, complessa e contraddittoria assai più che nella preziosa biografia

2. Madrid, Península.
3. George J.G. Cheyne, Joaquín Costa, el gran desconocido: Esbozo biográfico, Barcelo-
na, Ariel, 1972. È stato ristampato nel 2011, sempre da Ariel, con il Prólogo di Josep Fon-
tana già presente nella prima edizione e un Epílogo di Eloy Fernández Clemente.
4. “Bulletin Hispanique”, 1968, 70, 3-4, pp. 413-425.
5. 2 voll, Zaragoza, Guara, 1982.
6. Madrid, Centro de Estudios Constitucionales, 1992.
7. Huesca, Fundación Joaquín Costa-Instituto de Estudios Altoaragoneses, 2005.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 187-198 193


Marco Cipolloni

di Cheyne (per puro understatement etichettata come un esbozo biográfi-


co). Le inquietudini di Costa (in materia di educación popular, Guerra de
la Independencia, storia e storiografia nacional, rigenerazione e pluralità
della Spagna) e la molteplicità dei suoi contatti e delle sue frequentazioni
(dal matematico Benjamín del Riego agli ambienti dell’Ateneo di Madrid)
vengono analizzate da Gil Novales con grande senso sia della circostanza
che della visione, due cose che in Costa andavano sempre insieme (sia
pure con ovvia fatica).
La stessa scelta di Costa da parte di Gil Novales come argomento di
studio è del resto una esemplare sintesi di visione e circostanza, prospet-
tiva necessaria e lettura d’occasione.
In almeno due circostanze, cioè in una memoria su La historia que se
hace. Reflexiones en torno a la labor propia y ajena (titolo di garbata an-
fibologia, traducibile come «la storia che facciamo», ma anche come «la
storia nel suo farsi»), letta e pubblicata in Messico sulla rivista “Deslinde”
(XII, 49-50, julio-diciembre 1995, pp. 190-204) e nella già citata intervista
su “Spagna Contemporanea”, l’aragonese Gil Novales ha raccontato le
circostanze, i tempi e i modi che hanno caratterizzato il suo avvicina-
mento all’opera e al pensiero dell’aragonese Costa.
La versione messicana, derivando da un elegante esercizio di oralità
performata, è in complesso più storiograficamente sorvegliata, compara-
tiva e strutturata (anche nelle implicazioni di garbata polemica); quella
italiana, frutto di un’oralità meno formale e più colloquiale e spontanea,
registra associazioni più libere e salti cronologici e di prospettiva più ar-
diti; ciononostante i dati in sostanza coincidono e disegnano (in perfetta
sintonia, almeno da questo punto di vista, con il vulcanico Costa) l’acci-
dentato profilo di un adattamento faticoso alle convenzioni, ai rituali e
soprattutto ai supuestos di architetture del sapere troppo spesso e troppo
a lungo sospese tra prepotenza e impotenza. Oligarchia, caciquismo, bi-
sogno di rigenerazione, laicità ed europeizzazione non sono solo proble-
mi e necessità della Spagna dell’Ottocento, ma anche guai ed orizzonti
dei mondi accademici che Gil Novales ha conosciuto e attraversato.
Sul numero 26 della nostra rivista (“Spagna Contemporanea”, 2004,
pp.  177-198), intervistato da Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas (a
Urbino nel 2002), Gil Novales parla della sua prima formazione, nell’A-
ragona della posguerra, in una Huesca segnata da una certa rivalità tra
l’Instituto pubblico da lui frequentato (con docenti, soprattutto di materie
scientifiche, reclutati tra i vencidos, quasi mai locali e in genere approdati
a Huesca per trasferimento punitivo) e il collegio religioso (con docenti
in maggioranza locali e assai più organici al nacionalcatolicismo dei vinci-
tori). Per quanto problematica e punteggiata di ostacoli e contraddizioni,
la preferenza per l’ambito istituzionale pubblico (l’Instituto, caratteriz-

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Da Costa a Cadice, ovvero le disavventure della Ilustración

zato da «una orientación podríamos llamar civil», è «un organismo del


Estado»; la biblioteca dove gli negano il prestito del Romancero Gitano
di García Lorca è comunque una «Biblioteca Pública», ecc.) rappresenta
comunque, nella memoria di Gil Novales, la prima e quasi inconsapevole
frontiera di uno schieramento culturale e politico in favore della libertà
e del progresso. Dato il controllo del regime sulle Università il transito
dall’Instituto di Huesca all’Università di Saragozza è vissuto male, anche
se è compensato dalla possibilità di reperire libri usati a Huesca introva-
bili. Tra questi libri c’è, appunto, una copia di un’edizione di Reconstitu-
ción y europeización de España, 1900, di Joaquín Costa, proveniente dalla
liquidazione (politica prima che economica) della biblioteca di un sin-
dacato. Come è noto si tratta dell’opera di Costa forse più direttamente
vincolata alla circostanza del ’98. Non è difficile immaginare l’effetto che
tale lettura ha potuto avere, alla fine degli anni Quaranta, su un giovane
conterraneo dell’Autore come Gil Novales.
A Saragozza Gil Novales studia Diritto in una Facoltà antica, ma dal
corpo docente decimato dall’esilio (ricordato, con eufemismo d’epoca,
come «la emigración») e rimpolpato, per necessità, da ottusi funzionari,
promossi a tribuna accademica da un discutibile miscuglio di necessità
e meriti politici. Dopo oltre un decennio di letture disordinate, viaggi e
borse di studio, punteggiato di collaborazioni giornalistiche ed editoriali
e di occasionali desencuentros e desavenencias con le autorità militari e ci-
vili del primo Franchismo, Gil Novales pubblica il già citato Las pequeñas
Atlántidas e, nel 1961, approda al Middlebury College, in Vermont. Il
fondo di spagnolo della biblioteca, costituito dall’esule repubblicano Juan
Centeno, comprende, oltre a molta letteratura ispanoamericana, anche le
opere complete di Costa, il che consente a Gil Novales di completare la
sua formazione di giurista per caso, raccogliendo materiali e note per la
già citata tesi dottorale e rendendo via via più visibile e consapevole la
propria vocazione di historiador.
Gli anni del dottorato sono anche quelli delle mobilitazioni studente-
sche e dell’ultimo Franchismo, che Gil Novales si trova a vivere nell’am-
biente sempre più catalanizzato e catalaneggiante della Autónoma di
Barcellona, prima di poter tornare alla Complutense, negli anni della
­Transizione.
La nota dominante dei ricordi accademici di Gil Novales è (su “Spagna
Contemporanea” come su “Deslinde”) quella di un’operosa solitudine, in
origine legata alle circostanze di un Paese e di un’epoca, ma col tempo
diventata il tratto distintivo di un percorso scientifico ed esistenziale reso
originale e radicale da un modo peculiare di assumere e redimere quella
iniziale circostanza, mantenendosi per scelta (propria e altrui) ai margini
di dogmi metodologici, maestri e scuole accademiche. Ai rituali del mon-

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Marco Cipolloni

do universitario, che pure riconosce e rispetta, Gil Novales finisce infatti


per preferire, in modo molto empirico e molto ilustrado, pratiche e mo-
delli di sociabilità meno istituzionali e formali, al tempo stesso cosmopo-
liti e provinciali, come la frequentazione assidua di librerie antiquarie, il
gusto e il piacere della lettura, la consultazione attenta dei documenti, la
pubblicazione di riviste del tutto indipendenti e, soprattutto, lo scambio
di informazioni e dubbi in conversazione amichevole, meccanismo molto
settecentesco, che ha il grande merito di mettere tra parentesi, nel segno
della comune curiosità, gerarchie e generazioni, ignorando le mappe e
mettendo in dubbio i confini delle rivalità tra istituzioni, tra scuole e tra
accademici. La parte viva dello scambio di saperi viene così affidata, con
un misto di fiducia e amorevolissima cura, ad una rete informale di pas-
sioni condivise tra cultori della materia, non necessariamente patentati
come tali dalla burocrazia di un Dipartimento universitario.
Dialogando rispettosamente con tutti e ricevendo la sincera stima e
il rispetto di molti (tanto diversi tra loro quanto possono esserlo Miguel
Angel Asturias e Franco Venturi), Gil Novales sembra accettare con un
misto di ironia e rassegnazione la condizione di relativo isolamento de-
rivante dalla sua radicale estraneità, umana, culturale e politica, agli in-
granaggi del potere e del carrierismo accademici. L’accostamento e l’in-
treccio tra labor propia e labor ajena, per usare i termini eleganti utilizzati
della memoria pubblicata su “Deslinde” (non è solo un dettaglio che le
reflexiones di Gil Novales siano acerca de e non sobre), è rivisto e rivis-
suto con un peculiare misto di ingenuità e disincanto, entusiasmo per
il mondo e signorile distacco dalle cose del mondo. In questo modo, nei
decenni della sua carriera accademica e poi in quelli di una lunga ed ope-
rosa maturità Gil Novales ha cercato e trovato nelle radici del liberalismo
spagnolo le ragioni e il senso del percorso con cui, quasi casualmente,
era arrivato a Costa. Tali radici affondano nell’associazionismo politi-
co del Trienio, fenomeno complesso che Gil Novales identifica, in modo
molto pragmatico, con le forme e le dinamiche della sua ricostruzione
come tessuto e milieu rivoluzionario, dopo la convulsa fase napoleoni-
ca e soprattutto dopo la cesura oscurantista che aveva caratterizzato le
ossessioni religiose e politiche della restaurazione fernandina. Il lavoro
di Gil Novales sull’ideario e il sentimento progressista e rivoluzionario
di Costa e del “liberalismo temprano” racconta la storia della rinascita,
troppo a lungo embrionale e nucleare, di un entramado morale, civile
e nazionale, un castello di carta e di carte, tenuto in piedi con grande
sacrificio da minoranze ilustradas, interessate al progresso della Nazione
e caratterizzate dalla faticosa acquisizione e difesa di una consapevo-
lezza critica e di una coscienza etico-politica sempre assai limitate nelle
proprie manifestazioni, anche perché costrette a definirsi e a disegnare

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Da Costa a Cadice, ovvero le disavventure della Ilustración

la propria progettualità ai margini e nelle pieghe di un sistema di con-


trollo abbastanza efficace e, soprattutto, di una propaganda dominante
la cui retorica ruotava in gran parte attorno alle stesse parole, sia pure
svuotandole ed associandole ad un ideario di fatto nazionalista, palabre-
ro, reazionario e immobilista. Gli studi di Alberto Gil Novales sul parti-
dismo, sulle società patriottiche, sul socialismo utopista e sui rapporti tra
educazione, cultura, scienza e stampa (con la censura e la propaganda
come inevitabili corollari) illustrano forme e metodi di una mediazione,
necessaria e inevitabile, ma quasi impossibile, tra i limiti, spesso cogenti,
della storia locale e le aspirazioni, quasi sempre ideali, della storia uni-
versale. Proprio in questo beffardo destino di «armiamoci e partite» Gil
Novales identifica il paradosso essenziale anche del pensiero cosmopoli-
ta, rigenerazionista ed europeizzatore di Costa, intellettualmente e socio-
logicamente organico e persino funzionale alla riproduzione del mondo
che radicalmente critica. A livello più personale, nell’intervista rilasciata
a “Spagna Contemporanea”, Gil Novales ricorda, con tono scherzoso, la
propria vicenda di concorrente alla cattedra di “Historia universal y de
España” della Complutense, vinta con ricorso perché «a mí me faltaba la
y», cioè per il fatto di essere, almeno idealmente, professore di una disci-
plina impossibile, denominata historia universal de España.
Se nella ricerca sulle società patriottiche il legame con Costa è espli-
citamente dichiarato (è proprio Costa l’Autore che ripetutamente indica
quel lavoro di ricognizione come urgente), il nesso è almeno altrettanto
evidente in La revolución de 68 en Alto Aragón (ovvero a Huesca), 1980,
notevole esempio di una storia locale non localista, interamente basata
sui documenti della Giunta Rivoluzionaria oscense. La raccolta Estudios
costistas, riunendo scritti molto diversi, per funzione, occasione ed epoca
di redazione e prima pubblicazione, evidenzia alcune costanti nell’inte-
resse di Gil Novales per il suo grande conterraneo. A Gil Novales di Co-
sta interessano soprattutto la scrittura, il carattere e le contraddizioni. Il
costismo di Gil Novales finisce in questo modo per identificarsi con un
lavoro ricostruttivo che ha per oggetto l’intera parabola del liberalismo
spagnolo, indagato, in termini di metodo e strategie, attraverso la pratica
della lettura e con le cadenze di una storia delle idee basata sui circuiti
materiali della loro circolazione, garantita e limitata, dentro e fuori dalla
Spagna, da vari canali, non solo ufficiali. Solo in questa chiave è possibile
misurare per davvero la grandezza (e i molti limiti) di Costa e del libera-
lismo spagnolo, intesi come espressioni peculiari di una vicenda politica
e intellettuale al tempo stesso europea e atlantica, molto meno popolata
da avventurieri e da eroi di quanto le retoriche patriottiche, le biogra-
fie romanzate e i biografismi romantici non tendano ancora a suggerire,
individualizzando eccessivamente protagonisti ed episodi. I movimenti

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 187-198 197


Marco Cipolloni

liberali e i loro punti di torsione (di cui il pensamiento di Costa è un otti-


mo esempio) sono, in tutta Europa, il frutto di un fenomeno collettivo e
rappresentano, anche con tutti i loro limiti, l’eredità vivente della Rivolu-
zione francese e il primo serio controcanto alla Restaurazione che, un po’
per sconfiggerla e un po’ per il fondato timore di non averla sconfitta del
tutto, si era nel frattempo costruita e affermata come sistema di nazioni
e di nazionalismi continentale e mondiale (anche e soprattutto nella sua
crisi, sia europea che coloniale). Costa e i liberali ne risultano ilustrados
con tale puntigliosa e radicale umanità da rendere quasi perfetta anche
per lo stesso Gil Novales (e per noi) la semblanza cui nel 1991 aveva affi-
dato il proprio ricordo di un altro illustre costista:

Además de hombre de bien y demócrata convencido, Cheyne fue hispanista,


benemérito hispanista, al que España debe mucho […]. Pero nosotros hemos
perdido lo más importante: el hombre, y el aliento de una vida generosa y sen-
cilla, entregada toda ella a desvelar, desde una posición humanista, la trama de
la historia española en el cruce entre los siglos XIX y XX8.

Basta sostituire il cognome e mettere il secolo XVIII al posto del XX


per avere un perfetto autoritratto del Gil Novales che tutti noi abbiamo
letto, conosciuto e immensamente stimato, sul piano sia umano che pro-
fessionale, per la sua intelligenza generosa ed educata, per la sua intran-
sigenza intellettuale e morale e per la sua saggia e infinita disponibilità di
«benemérito hispanista», ma soprattutto di «hombre de bien y demócrata
convencido».

8. A. Gil Novales, In memoriam. George J.G. Cheyne (1916-1990), in “Historia contem-
poránea”, 1991, 5, pp. 11-12. Il corsivo è mio.

198 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 187-198


EL REINADO DE CARLOS IV, LA GUERRA DE LA INDEPENDENCIA
Y LOS ORÍGENES DEL LIBERALISMO EN ESPAÑA

Alberto Gil Novales

Due parole di premessa a questo inedito

Nel 1996, quando le istituzioni culturali del nostro Paese avevano anco-
ra — oltre al denaro necessario per la gestione ordinaria — qualche soldo
da spendere per organizzare iniziative al di fuori di essa, la nostra rivista,
grazie anche al fattivo aiuto finanziario dell’Instituto Cervantes di Milano,
propose al Museo del Risorgimento di Milano, che accettò volentieri, di te-
nere nella sua sede un ciclo di tre conferenze domenicali sulla storia della
Spagna degli ultimi due secoli.
Si trattava di seguitare nella strada iniziata con successo l’anno prima
con analoga iniziativa sulla storia di Francia.
La prima di queste conferenze fu tenuta da Alberto Gil Novales, e il
suo testo rimase dimenticato in un cassetto, dove ebbi a riscoprirlo l’anno
scorso. Pochi mesi prima della sua scompara ne parlai con lui e discutemmo
insieme dell’opportunità di pubblicarlo, anche a così grande distanza da
quando era stata redatta, concludendo che non vi erano stati — nel frattem-
po — significativi passi avanti nella ricerca sul periodo che ne richiedessero
una radicale revisione o addirittura il rifacimento.
Ed è perciò che diamo ora alle stampe quel testo, a cui sono state appor-
tate piccole modifiche di forma, che indichiamo qui di seguito.
Nella revisione del testo si sono seguite le norme editoriali della rivista
per quanto concerne l’uso delle virgolette, dei corsivi e di altri accorgimenti
tipografici. Dalle nostre norme ci si è tuttavia discostati per quanto concer-
ne l’indicazione, nelle note, degli Autori dei testi colà citati, che vengono qui
segnalati con il nome completo e non — come prevedono le norme — soltan-
to con l’iniziale. Questo perché sappiamo che Alberto era particolarmente
affezionato a questa precisione.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 199


Alberto Gil Novales

Sono state completate le indicazioni editoriali di alcune citazioni, non


presenti nell’originale, dato che si trattava di un testo da enunciare oral-
mente e di cui le note fornivano un appoggio utile solo in caso di domande
nel corso del dibattito.
In alcuni casi, riportati sempre tra parentesi quadre, si sono fornite indi-
cazioni su pubblicazioni posteriori alla data della conferenza, che si riten-
gono utili all’eventuale approfondimento dell’argomento.
Sono stati corretti alcuni pochissimi evidenti refusi del testo, che per il
resto è assolutamente identico a quello pronunciato in quella assolata do-
menica di gennaio.
Mi auguro che il fascino della prosa di Alberto, così coinvolgente quando
esposta dalla sua voce calda e sapientemente piegata all’ironia, alla deri-
sione o al compianto, agisca sui lettori di oggi così come ha sempre stregato
il pubblico, fosse di addetti ai lavori o di semplici appassionati di storia,
durante tutta la sua lunga carriera.

Vittorio Scotti Douglas

200 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


EL REINADO DE CARLOS IV, LA GUERRA DE LA INDEPENDENCIA
Y LOS ORÍGENES DEL LIBERALISMO EN ESPAÑA

Carlos III murió en 1788, sucediéndole inmediatamente y sin proble-


mas su hijo Carlos IV. Aunque después de los fastos que acompañaron en
España el bicentenario de la muerte de Carlos III, la historiografía actual
está tratando de poner las cosas en su sitio, evitando la deificación del
rey ilustrado1, todavía el contraste es grande entre Carlos III y Carlos IV.
Acaso la mejor descripción de éste se contenga en la frase que se atribu-
ye a Carlos III: «Hijo mio, qué tonto eres». Este es el resumen, algo por
otra parte normal en la época, en la que abundan, y no sólo en España,
personajes y personajillos que por méritos propios no dan la talla; y más
proyectados contra la gran pantalla que se abría entonces, la Revolución
Francesa.
Carlos IV estaba casado con María Luisa de Parma, mujer intrigante
y escandalosa, que dominaba totalmente a su marido, y que va a ser la
responsable del ascenso de Godoy.
Por de pronto, la política inicial de Carlos IV quise ser continuación
de la de su padre, con los mismos ministros. Muchos, en el ámbito corte-
sano, aspiraban a un cambio, pero María Luisa confirmó a Floridablanca
en su puesto2.
Las Cortes, en esta época, habían quedado reducidas a poco más que
a una ceremonia de jura del nuevo Príncipe de Asturias, heredero de la
Corona. Así van a ser las de 1789. Las presidía el conde de Campomanes,
quien el 30 de septiembre presentó una proposición, por indicación del
rey, para la abolición de la Ley Sálica, que fue aprobada por la asamblea.
No obstante Carlos IV no publicó el acuerdo, es decir, no promulgó la ley.

1. Cfr. Equipo Madrid de Estudios Históricos, Carlos III. Madrid y la Ilustración. Con-
tradicciones de un proyecto reformista, Introducción de Josep Fontana. Madrid, Siglo XXI,
1988; Lluis Roura, ¿Qué le debe España al absolutismo ilustrado de Carlos III?, en “Jahr-
buch für Geschichte von Staat, Wirtschaft und Gesellschaft Lateinamerikas”, 1994, Band
31, pp. 39-67.
2. Me permito remitir sobre estas cuestiones a mi texto Política y sociedad, en Histo-
ria de España dirigida por Manuel Tuñón de Lara, Barcelona, Labor, 1980, VII, p. 250. En
adelante Historia, y la página.
Alberto Gil Novales

Se dice que la abolición obedecía al motivo de facilitar una futura unión


con Portugal, y además a que subsanaba la propia presencia de Carlos IV
en el trono, ya que la Ley Sálica no sólo impedía el acceso de las mujeres
al trono, sino que establecía que el sucesor tenía que haber nacido y ha-
ber sido educado en España. No era éste el caso de Carlos IV, que había
nacido y se había educado en Nápoles, pero la no publicación se debió a
que el rey tenía suficientes hijos varones, y en definitiva, a que nadie le
disputaba la corona.
Comparadas con la coetánea Revolución francesa, estas Cortes de
1789 resaltan por la ausencia de reivindicaciones y de pensamiento po-
lítico. No obstante hay que recordar que en estas mismas Cortes Cam-
pomanes presentó una proposición contra la excesiva extensión y des-
mesura de los mayorazgos, aunque no contra la institución en si3. En
1812 José Canga Argüelles, entonces intendente de Valencia, recordaba
al «inmortal Barriolucio», anuncio en aquellas Cortes de los tiempos li-
berales4. Martínez de la Rosa, en fin, decía en 1855 que en ellas se notó
que el espíritu de los tiempos había llegado hasta España5.
Efectivamente el país parecía mostrar cierta predisposición hacia la
Revolución francesa. La opinión prevaleciente hasta hace poco de que
España constituía una fortaleza, tenazmente anclada en el Antiguo Ré-
gimen, y sin fisuras de ninguna clase6, ha sido sustituida modernamente
por una importante matización7. Es verdad que Floridablanca va a inten-
tar cerrar España, encargando a la Inquisición ya el 21 de septiembre de

3. Historia, p. 250.
4. José Canga Argüelles, El intendente de Valencia a sus subalternos, Alicante 14 julio
1812, en “Redactor general”, Cádiz, n. 459, 15 septiembre 1812, pp. 1811-1812.
5. Francisco Martínez de la Rosa, Bosquejo histórico de la política de España desde los
tiempos de los Reyes católicos hasta nuestros días, en Obras, VIII, Madrid, Atlas, Biblioteca
de Autores Españoles (BAE), 1962, p. 265. Citado por Hermann Baumgarten, Geschichte
Spaniens zur Zeit der französischen Revolution, Berlin, Reimer, 1861, p. 257, y por mí en
Historia, loc. cit. Existe un artículo de María Rosario Prieto, Las Cortes del Despotismo Ilu-
strado: medidas económicas, con importantes datos bibliográficos y archivísticos, del que
yo tengo una fotocopia, en la que desgraciadamente no consta dónde está publicado. [Se
publicó en “Hispania”, 1982 (XLII), n. 150, pp. 91-172]
6. Cfr. Alexandre Tratchevsky, L’Espagne à l’époque de la Révolution Française, en
“Revue Historique”, 1886 (XI), Tome 31, pp. 1-55.
7. Cfr. Richard Herr, The Eighteenth-Century Revolution in Spain, Princeton, Prince-
ton University Press, 1958 (España y la Revolución del siglo XVIII, Traducción de Elena
Fernández Mel, Madrid, Aguilar, 1964); Gonzalo Anes Álvarez, La Revolución Francesa y
España, en Idem, Economía e “Ilustración” en la España del siglo XVIII, Barcelona, Ariel,
1969; Jean-René Aymes (ed.), España y la Revolución francesa, Barcelona, Crítica, 1989;
Enrique Moral Sandoval (ed.), España y la Revolución francesa, Madrid, Editorial Pablo
Iglesias, 1989.

202 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

1789 de la vigilancia ideológica de las fronteras — prohibición de toda


clase de estampas, impresos y manuscritos, provinientes de Francia — y
adoptando otras medidas enérgicas, reforzadas tras el atentado de que
fue objeto el 18 de julio de 1790. Incidentalmente, diré que esta política
parece contradecir la pasada ilustración del ministro. Pero conviene re-
visar este concepto: Floridablanca fue un leal servidor de la monarquía
absoluta, incluso cuando ésta se enfrentó con los jesuítas; pero este no
puede ocultar que el núcleo central de su pensamiento sea profundamen-
te reaccionario, y lo mismo en 1787, cuando organiza la Junta de Estado,
que en 1789 y años siguientes ante la Revolución, y en 1808, cuando fue
nombrado Presidente de la Junta Central8.
Pero, pese a todo, la propaganda francesa penetró hasta los más remo-
tos confines, y aquí y allá la investigación reciente ha encontrado huellas
de un espíritu semejante, o paralelo, al de la gran Revolución. Els rebom-
boris del pa, los motines del hambre de Barcelona, en febrero y marzo
1789, demuestran que la realidad social del país es, por lo menos, preocu-
pante9. Unos meses después las medidas hacendísticas del conde de Le-
rena provocan una sublevación antifiscal en Galicia y Asturias, que llega
hasta 1790. En esta sublevación se inscriben los llamados «alborotadores
de la Ulloa» (Lugo, 1790), con su grito característico de «Viva el Rey,
viva la Ulloa, muera la Única» (contribución). El gobierno naturalmente
dominò la situación, y todo quedó reducido a unos cuantos asesinatos de
recaudadores de impuestos y otros agentes de la autoridad10. La política
interior, y el miedo a la Francia revolucionaria, llevaban a Floridablanca
a intensificar las medidas represivas — medidas contra la libertad de los
extranjeros, cierre de la casa de los franceses de Cádiz, la Camorra, luego
reabierta, bajo estricta vigilancia, cordón de tropas en la frontera, 1791.
Pero la política exterior le lleva, contradictoriamente, a buscar la amistad
francesa. El incidente de la bahía de Nutka, en la costa de California, muy
cerca ya de las avanzadillas rusas, estuvo a punto a comienzos de 1790
de originar una guerra entre España e Inglaterra. España, invocando el
tratado de 1761, pidió la ayuda francesa, y la Asamblea Nacional, después
de un encendido discurso de Mirabeau, decidió armar 45 navíos en favor
de España. No hizo falta: Floridablanca, en julio 1790, se inclinó ante las
exigencias inglesas.

8. Cfr. mi artículo El susto de Floridablanca, en “Revista de História das Ideias”, 1988,


n. 10, pp. 9-22.
9. Cfr. Irene Castells, Els rebomboris del pa de 1789 a Barcelona, en “Recerques”, 1970
(I), pp. 51-82.
10. Cfr. Juan Manuel Bedoya, Retrato histórico del Emmo. Excmo. e Ilmo. Sr. D. Pedro
de Quintano y Quevedo, Madrid, Imp. que fue de Fuentenebro, 1835.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 203


Alberto Gil Novales

Pasado el incidente, nada menos que Azara, el ilustrado Azara, el 4


enero 1791 presenta ante Pío VI una Memoria, que es considerada legíti-
mamente como una invitación a la cruzada antifrancesa11. La cosa es muy
importante, pero conviene advertir que no se ha llegado a una situación
de guerra. Contactos con los emigrados, declaraciones, pero también
prudencia ante el hecho francés12. La caída de Floridablanca, sustituido
por Aranda el 28 febrero 1792, no va a alterar de momento esta situación.
El conde de Aranda llegó al Ministerio demasiado tarde y demasiado
viejo. A pesar de la fama internacional de que disfrutaba, fama que hacía
de él un enciclopedista y casi un revolucionario, Aranda no va a ser en
este momento un político innovador. Su nombramiento se había debido a
una intriga palaciega y también a la llegada de un nuevo enviado francés,
Jean François Bourgoing, con la misión de pedir a Carlos IV una declara-
ción pública de apoyo al constitucionalismo de Luis XVI. Floridablanca
no lo reconoció como embajador, y Aranda esperó hasta mayo para ha-
cerlo. Su política ante la Revolución viene determinada por la evolución
de Francia. Es prudente, como lo había sido Floridablanca, a quien por
cierto hizo encarcelar, pero su monarquismo fundamental se preocupa
sobre todo por el destino de los reyes franceses. Después de la celebre
jornada del 10 de agosto, Aranda convocó al Consejo de Estado, del que
era decano, para preparar la guerra. No lo hizo, sin embargo, para no
comprometer más a Luis XVI. El 15 de noviembre de 1792 fue destituido.
Su sucesor era el joven Manuel Godoy, al que en los meses anteriores
se había hecho consejero de Estado, marqués de Álvarez y duque de Al-
cudia13. La figura de Godoy ha apasionado mucho a los españoles, desde

11. Cfr. mi artículo Azara y la Revolución francesa, en “Estudios de Historia Social”,


1986, n. 36-37, pp. 95-102.
12. Cfr. Jacqueline Chaumié, Les relations diplomatiques entre l’Espagne et la France
de Varennes à la mort de Louis XVI, Bordeaux, Féret et Fils, 1957.
13. La bibliografía sobre Godoy es muy amplia. Me limitaré a citar, aparte de lo que
se dirá más adelante, sus Memorias, publicadas en Paris por J.G. d’Esmenard en 1836-
1837, del que se ha dicho que fue el autor, y traducidas al castellano con el título de Cuen-
ta dada de su vida política por Don Manuel de Godoy, Príncipe de la Paz, o sean [sic] Memo-
rias críticas y apologéticas para la historia del reinado del Señor D. Carlos IV de Borbón, 6
voll., Madrid, Sancha, 1836-1838. Pueden verse en la edición de Carlos Seco Serrano, Ma-
drid, Atlas (BAE), 1965, quien reprodujo el prólogo con el título de Godoy el hombre y el
político, Madrid, Austral, 1978. [Hay una edición crítica reciente de las Memorias a cargo
de Emilio La Parra López, y de Elisabel Larriba, Alicante, Publicaciones de la Universidad
de Alicante, 2008] Las Memorias fueron inmediatamente atacadas, por ejemplo en [Una
Sociedad de Choriceros], Banderillas á las Memorias de Don Manuel Godoy escritas por él
mismo, Madrid, [se hallará en la librería de Viena…], 1836. Le defiende José de la Peña y
Aguayo, Defensa legal de Don M.G. primer ministro del rey Carlos IV, Madrid, imp. de la
Compañía Tipográfica, 1839, y lógicamente la Condesa de Chinchón, Exposición que diri-

204 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

el momento mismo de su encumbramiento hasta hoy. Su nombramiento,


hay que decirlo, fue tan arbitrario como cualquier otro bajo la monarquía
absoluta. Pero son los mecanismos de su ascenso los que produjeron,
muy pronto, una casi universal repulsa — aunque también ha contado, y
cuenta, con defensores a ultranza. Su familia era hidalga, pero de escasa
fortuna. El mismo, con cierto talento natural, había recibido una buena
educación, y poseía instrucción más que mediana. Guardia de la persona
del Rey, lo mismo que su hermano mayor, Luis, de este se enamoró la
entonces princesa María Luisa, y Manuel se encargó del oficio de llevar
y traer mensajes. Acabó sustituyendo al hermano en el corazón de la
princesa, discretamente mientras vivió Carlos III, abiertamente en cuan-
to María Luisa pasó a ser reina. María Luisa era diez años mayor que
Godoy, pero ya se sabe que el amor es ciego. Mucho se ha discutido la
intimidad de estas relaciones entre el advenedizo y la reina, pero real-
mente no es tema fundamental, aunque María Luisa haya tenido siempre
paladines dispuestos a salir en defensa de su honor, y otros dispuestos
a hundirla, más por ser mujer, que facilita el comentario licencioso, que
por ser reina.
A poco de llegar al poder, Godoy se vio enfrentado al proceso de Luis
XVI, que el creyó que podía resolverlo a base de dinero. La ejecución
del rey francés le determinó a la guerra. Aranda el 23 febrero 1793 diri-
gió una representación a Carlos IV, en la que preconizaba la neutralidad

ge… en defensa de la honra de su difunto padre, Madrid, s. e, 1855. Obras clásicas son las de
Manuel Ovilo y Otero, Vida militar y política de D.M.G., príncipe de la Paz, Madrid, Uzal
y Aguirre, 1844; Jacques Chastenet, Godoy Prince de la Paix, Paris, Fayard, 1943, y su tra-
ducción al castellano por Josefina Ossorio, Godoy, Príncipe de la Paz, Buenos Aires, Ar-
gos, 1946; Hans Roger Madol, Godoy: das ende des Alte Spanien, der erste Diktator unserer
Zeit: unter Benutzung ungedruckter Akten des französischen Aussenminsteriums und des
spanischen Nationalarchivs, Berlin, Universitas, 1931, y su traducción al castellano de G.
Sans Huelin y M. Sandmann, Godoy, El fin de la vieja España: el primer dictador de nuestro
tiempo, Madrid, Alianza, 1966 (1a edición castellana, Madrid, Revista de Occidente, 1933);
Douglas Hilt, The Troubled Trinity. Godoy and the Spanish Monarchs, Tuscaloosa (Al), The
University of Alabama Press, 1987. También es útil el n. II-III, mayo-diciembre 1967, de la
“Revista de Estudios Extremeños”. La faceta del personaje como latifundista fue estudia-
da por Francisco Gascón Bueno, M.G. Duque de Alcudia, en “Hispania”, 1977 (XXXVII), n.
135, pp. 57-95. [Véase ahora Emilio La Parra López, Manuel Godoy. La aventura del poder,
Barcelona, Tusquets, 2002]. Los juicios van desde el entusiasmo de Joaquín Costa, Histo-
ria crítica de la Revolución española, mi edición, Madrid, Centro de Estudios Constitucio-
nales, 1992, el sobremanera despreciativo de Vicente Barrantes, Catálogo razonado y críti-
co de los libros… que tratan de las provincias de Extremadura…, Madrid, Rivadeneyra, 1865
(comenta las Memorias y el libro de Ovilo), al exculpatorio de Miguel S. Oliver, Historias
de los tiempos terribles. Hojas del sábado V, Barcelona, Gustavo Gili, 1919. Para José Lu-
ciano Franco, Revoluciones y conflictos internacionales en el Caribe 1789-1854, La Habana,
Academia de Ciencias, 1965, se trata de un «ladrón vulgar» (p. 9).

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 205


Alberto Gil Novales

armada, no la guerra. Godoy, sin embargo, despidió a Bourgoing, y en


consecuencia Francia declaró la guerra a España el 7 de marzo de 1793.
Gracias a algunos libros aparecidos recientemente, conocemos ahora
mucho mejor esta guerra14. Por parte española prefigura la de 1808, y es
a la vez patriótica y reaccionaria. También fue una guerra popular, sobre
todo al principio, cuando se pensó que se libraría en territorio enemigo.
Los Grandes, las ciudades, la Iglesia se movilizan por tan santa causa.
Pero el ejército no estaba preparado, carecía de una eficiente intenden-
cia, y tenía excesivos mandos y excesivo nepotismo. Aun así la campaña,
dispuesta en tres frentes, los de Guipúzcoa-Navarra, Aragón y Cataluña,
comenzó bien, con la ofensiva del general Ricardos en el Rosellón. En
marzo de 1794 el conde de Aranda pedía la paz, por lo que fue desterra-
do a Jaén, y luego encerrado en la Alhambra. Ricardos había muerto el
14 de marzo, suceso que parece que marcó el desastre universal de las
armas españolas. Los franceses avanzaron en el Rosellón y en Cataluña,
ocupando Figueras, y en el frente vasco San Sebastián, y en 1795 Bilbao
y Vitoria, llegando el 24 de julio de 1795 a Miranda de Ebro. Sólo la zona
central permaneció inalterada. La impresión generalizada de derrota es-
pañola ha sido matizada recientemente: derrota sí, por lo que se llegó a
la paz, pero también la parte francesa necesitaba urgentemente el fin de
las hostilidades. La actitud de las poblaciones ha sido observada casi con
lupa: en principio son poblaciones que no salen del Antiguo Régimen, y
no se dejan facilmente contagiar, pero en la zona catalana se rastrea la
aparición de algún pensamiento jacobino y republicano, y en la otra zona
ocupada algunos personajes claramente partidarios de la colaboración
con el enemigo15.
La Paz de Basilea, 22 julio 1793, fue generosa: los franceses devolvían
todas sus conquistas, y solamente adquirían la parte española de la isla
de Santo Domingo. Godoy recibía el titulo de Príncipe de la Paz.
Esta paz implicaba la alianza con Francia — tratado de San Ildefonso,
19 agosto 1796 —, buscada por Godoy, por su resentimiento contra In-
glaterra, y a fin de tener apoyo en sus pretensiones de salvaguardar los
intereses borbónicos en Parma y en Portugal16. El Directorio, que bus-

14. Cfr. Jean-René Aymes, La guerra de España contra la Revolución francesa (1793-


1795), Alicante, Instituto de Cultura “Juan Gil-Albert”, 1991; Lluis Roura i Aulinas, Guer-
ra Gran a la ratlla de França. Catalunya dins la guerra contra la Revolució Francesa 1793-
1795, Barcelona, Curial, 1993.
15. Cfr. 1789 et les basques. Histoire, langue et littérature, Colloque de Bayonne 30 juin-
le juillet 1989, Talence, Presses Universitaires de Bordeaux, 1991.
16. Cfr. André Fugier, Napoléon et l’Espagne 1799-1808, 2 voll., Paris, Alcan, 1930. Cfr.
también Emilio La Parra López, La alianza de Godoy con los revolucionarios (España y
Francia a fines del siglo XVIII), Madrid, CSIC, 1992.

206 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

caba importantes concesiones en América — la Luisiana — obtuvo algo


muy importante: poder contar con los barcos españoles. El tratado de
San Ildefonso significò la guerra con Inglaterra, comenzada en octubre
de 1796, en la que España cosechó la gran derrota naval del cabo de San
Vicente, 14 febrero 1797, y en América la pérdida de Trinidad. Estos de-
sastres, por una parte, y la falta de entendimiento entre Godoy y el Di-
rectorio francés, por otra, llevaron a la caída del primero, el 28 de marzo
de 1798, aunque siguió conservando gran influencia. Le sucede Francis-
co Saavedra17, mientras la guerra continúa, con la nueva ocupación de
Menorca por los ingleses, 10 noviembre 1798. Jovellanos es nombrado
ministro de Gracia y Justicia: intenta doblegar a la Inquisición, que era
la asignatura pendiente de la Ilustración española, pero solo consigue
su propia destitución, 15 agosto 1798. Pío VI muere en 1799, el mismo
año en que Napoleón da su golpe de Brumario. Mariano Luis de Urquijo
sustituye a Saavedra, 21 febrero 1799. En octubre 1800 firma el nuevo
Tratado de San Ildefonso, con Francia, por el que a cambio de la promesa
francesa de respetar la independencia de Parma y a sus soberanos, cede
seis navíos y la Luisiana. Su política eclesiástica, unida a graves desave-
nencias con Azara, provocan su caída, sustituido el 13 diciembre 1800
por Pedro Ceballos, casado con una prima de Godoy.
Napoleón quiere obligar a Portugal a renunciar a la alianza inglesa.
La guerra de las Naranjas, declarada por España a Portugal el 27 febrero
1801, es la consecuencia. 70.000 españoles, y a su cabeza Godoy con tí-
tulo de generalísimo, y 15.000 franceses penetran en Portugal, país que a
los cuatro meses pide la paz. Con esta guerra vuelve Godoy abiertamente
a dirigir la política española. Pronto se llega a la paz general, llamada de
Amiens, 23 marzo 1802: España recupera Menorca, pierde Trinidad, pero
el Primer Consul está irritado por la conducta de los españoles al acabar
tan rápidamente la guerra portuguesa, sin que sus objetivos hayan sido
logrados.
España necesita la paz, para rehacer su economía, pero la de Amiens
no va a ser duradera: Francia e Inglaterra vuelven a enfrentarse, y exigen
de España, Francia, su concurso, Inglaterra, por lo menos su neutralidad.
Se llega a una solución intermedia, el llamado “Tratado de subsidios”
que, después de ásperas negociaciones — incluído un ultimatum de Na-
poleón — se firma el 19 octubre 1803: España compra su neutralidad, a
cambio de obligarse a pagar a Francia seis millones de libras al mes, a
contar desde el comienzo de las hostilidades.

17. Pueden verse ahora las Memorias de este personaje en Manuel Moreno Alonso
(ed.), Memorias inéditas de un ministro ilustrado, Sevilla, Castillejo, 1992.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 207


Alberto Gil Novales

Desde la llegada al poder de Napoleón ha comenzado lo que va a ser


su política española. Conoce poco del país, aunque lo cree rico y pode-
roso: dinero y barcos son para él las dos palabras mágicas que España le
evoca. A la altura de 1803 la experiencia parece decirle que dominar al
Príncipe de la Paz significa dominar España. El tratado de subsidios le
proporciona dinero, aunque también insatisfacción: España va a demos-
trar que es muy mal pagadora. Pero ahora hay que pensar en los barcos.
Comienza así entre Napoleón y Godoy, entre Francia, España e Inglate-
rra, la serie de acontecimientos que van a producir la tragedia de 1808. La
responsabilidad de Napoleón en semejante catástrofe va a quedar clara;
también la de Godoy, aunque hoy muchos nostálgicos del franquismo lo
intenten disimular.
Además del embajador oficial de España en Francia, Godoy tenía un
agente particular, Eugenio Izquierdo, hombre nada vulgar, que es el ver-
dadero embajador, sobre todo después de la muerte de Azara en 1804.
Todopoderoso en España, Godoy se sabe cordialmente odiado por la cor-
te napolitana y por el partido cortesano, que ha ido formándose en torno
al heredero de la Corona, el príncipe Fernando (futuro Fernando VII). Si
algo le pasase a Carlos IV, su propia vida correría peligro. Concibe una
idea que le pondría a buen cubierto: facilitará a Bonaparte la conquista
de Portugal, con el pensamiento secreto, que poco a poco irá revelando
a su aliado, de reservarse una parte, y para ello hará un gran esfuerzo de
construcción y de preparación naval, esfuerzo que efectivamente realizó.
La vieja máquina de la monarquía española pareció por un momento
ponerse en movimiento.
No tenemos tiempo ahora de detenernos en todos los detalles de esta
operación, soberbiamente narrados por Fugier. Solo diré que la hora de
la puesta en práctica de la expedición portuguesa no la marcó Godoy, a
pesar de su impaciencia, sino Napoleón. Mientras tanto llegó la batalla de
Trafalgar, 20 octubre 1805, con el resultado de la destrucción de toda la
marina española. Con esta batalla, la suerte del Imperio español, que apa-
rentemente no entraba en liza, quedó sellada. Godoy tuvo que guardarse
su rencor. Y llegó su malhadada Proclama del 5 octubre 1806, delibera-
damente oscura: era una apelación nacional contra el enemigo, pero sin
decir quién este enemigo, si Napoleón o la coalición antifrancesa. Supre-
mo maquiavelismo, que se volvió en contra de su autor: todo el mundo,
empezando por el propio Emperador, la interpretó en el sentido francés.
La victoria de Jena, 14 octubre 1806, hizo desdecirse a Godoy. Napoleón
disimuló, porque le convenía. Y así se llega al Tratado de Fontainebleau,
29 octubre 1807, por el cual el ejército francés va a entrar en España. Al
mismo tiempo en secreto Napoleón estaba en contacto con el enemigo de

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

Godoy, Fernando, quien no tardaría en pedirle por esposa una princesa


de la familia imperial. Así Napoleón, entre Godoy y Fernando, sería el
arbitro de España.
En novembre 1807 el escándalo del Escorial, con Fernando acusado de
conspirar contra sus padres, le va a dar a Napoleón el convencimiento de
que tanto Carlos IV como Fernando eran inútiles, y había que apartarlos
del trono. Las circunstancias le van a dictar los siguientes pasos. El motín
de Aranjuez, 17-18 marzo 1808, que produjo la destitución de Godoy, y
la abdicación de Carlos IV, le va a venir de perlas a Napoleón. Todo lo
que tiene que hacer es no reconocer ni al padre ni al hijo, y llamarlos a
Bayona, para efectuar allí el cambio de dinastia.
Así, con las tropas francesas ya en España, ocupando paulatinamente
una provincia tras otra, y apoderandose a traición de las fortalezas, con
Murat de Lugarteniente del Reino en Madrid, con Carlos, María Luisa y
Fernando insultándose en Bayona como verduleras, con Izquierdo in-
quieto ante lo que estaba ocurriendo, Napoleón logró la renuncia de los
Borbones al trono de España, y cedió la corona a su hermano mayor,
José.
Va a empezar la Guerra de la Independencia, simbolizada en la insu-
rrección de Madrid del 2 de Mayo de 1808, seguida de los fusilamientos
del 3, que Goya inmortalizó. Por parte francesa, está clara la perfidia de
Napoleón y su despotismo inaudito y el de sus generales. También sus
errores, sobre los cuales volveremos. Pero algo más que esto hay en la
ocupación napoleónica: durante mucho tiempo las realizaciones france-
sas en España, de existir, fueron silenciadas por nuestra historiografía.
Nada es más importante para los destinos nacionales que esta guerra,
pero también nada es más difícil, porque llevamos casi doscientos años
enfáticos, de discurso y charanga.
El Rey José se encontraba muy a gusto en Nápoles, y sólo por obe-
diencia cambió un trono por otro18. La Reina Julia nunca vino a España,
aunque su regio esposo se consolaba facilmente con las beldades nativas.
Tratando de ser popular, nada más llegar abolió un impuesto sobre el
vino, y de aquí salió el famoso apodo de Pepe Botellas: «Pepe Botellas/
baja al despacho/ No puedo ahora, /que estoy borracho». En realidad,
quiso ser un buen rey, defendiendo siempre los derechos de su nuevo
país, y su autoridad como rey, frente a los caprichos de su propio herma-
no. En torno de José surgió un importante partido, el de los afrancesados,
muchos de ellos gente culta, que pensaron que con la nueva dinastia

18. Cfr. Claude Martin, José Napoleón I “Rey intruso” de España, traducción de Car-
men Martin de la Escalera, Madrid, Editora Nacional, 1969.

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Alberto Gil Novales

podrían medrar más rápidamente, o que era suicida oponerse al poderío


napoleónico, o bien que sólo con este poder le sería posible a España re-
generarse, o incluso, los hubo que pensaron que desde las esferas de go-
bierno podrían frenar las arbitrariedades del Emperador. Razones hubo
muchas, pero todos colaboraron, algunos haciendo armas contra sus
propios compatriotas, denunciándolos, persiguiéndolos, arrojandolos en
la carcel y matándolos19. Va a haber un terrorismo francés en España,
del que no están libres los afrancesados, y un terrorismo patriota. Sin
muchas sutilezas ideologicas, el pueblo va cobrando un odio espantoso
contra los afrancesados, odio que no dejará de ser protagonista en los
destinos nacionales.
Napoleón convocó en Bayona una Junta española, encargada de re-
dactar una Constitución, o más bien de traducir y copiar al dictado una
Constitución20. Fue la de 1808, que aunque siempre rechazada en el ca-
tálogo de las constituciones españolas, no dejó de influir como cuerpo
doctrinal en la que se elaboró en Cádiz21. Pero aunque todas estas cosas
son importantes, muchas iniciativas que José I preparaba para asentar su
regimen quedaron en mero proyecto — incluso había pensado en convo-

19. La literatura sobre los afrancesados es inmensa. Cfr. Félix José Reinoso, Examen
de los delitos de infidelidad a la Patria imputados a los españoles sometidos bajo la domina-
ción francesa, Auch, Imp. de la Sra. Vda. de Duprai, 1816; Mario Méndez Bejarano, Histo-
ria política de los afrancesados, Madrid, Perlado, Páez y Cia, 1912 [nueva edición Pamplo-
na, Analecta, 2014]; José Deleito y Piñuela, El regreso de los afrancesados a España en 1820,
Madrid, Asociación Española para el Progreso de las Ciencias, 1927, pp. 125-138; Miguel
Artola, Los afrancesados, con un prólogo de Gregorio Marañón, Madrid, Instituto de Estu-
dios Políticos, 1953; Hans Juretschke, Los afrancesados en la Guerra de la Independencia,
Madrid, Sarpe, 1986 (1a edición, Madrid, Rialp, 1962); Luis Barbastro Gil, Los afrancesa-
dos. Primera emigración política del siglo XIX español (1813-1820), Madrid, CSIC-Institu-
to de Cultura “Juan Gil-Albert”, 1993. Y mi artículo El tema de los afrancesados y la pérdi-
da de la libertad en España, en Patrizia Garelli, Giovanni Marchetti (eds.), Un ‘hombre de
bien’. Saggi di lingue e letterature iberiche in onore di Rinaldo Froldi, 2 voll., Alessandria,
Edizioni dell’Orso, 2004, I, pp. 585-623.
20. Cfr. Carlos Sanz Cid, La Constitución de Bayona, Madrid, Edit. Reus, 1922. [Sobre
la Constitución de Bayona véase ahora la contribución más reciente de Jean-Baptiste Bu-
saall, Les origines du pouvoir constituant en Espagne, la Constitution de Bayonne (1808),
en Fernando García Sanz, Vittorio Scotti Douglas, Romano Ugolini, José Ramón Urqui-
jo Goitia, Cadice e oltre: Costituzione, nazione e libertà. La carta gaditana nel bicentena-
rio della sua promulgazione, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2015,
pp. 57-90.]
21. Incluso se publicó en la España patriota, acaso con notas. Cfr. La Constitución de
España forjada en Bayona y concisada, Se vende desde mañana en los puestos del “Conci-
so” y en el “Diario” en la calle Ancha, Anuncio, “El Conciso”, Cádiz, n. 46, 16 noviembre
1810, p. 220.

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

car Cortes —22 y al reinado en conjunto su fracaso final le elimina como


ejemplo.
Desde el primer momento de la insurrección comenzaron a surgir
juntas en España, cuya misión era encauzar la guerra, pero también en-
cauzar al propio pueblo que la hacía. Al principio todavía le quedan fuer-
zas al ejército español para conseguir una gran victoria, la de Bailén, 19
julio 1808. Importante desde el punto de vista militar, lo es también desde
el político, porque obligó a Napoleón a venir a España, y acaso negati-
vamente porque hizo que muchos afrancesados se volviesen, de repente,
patriotas, sólo por oportunismo. La revolución española — de esto empe-
zaba a hablarse — empieza a quebrarse también desde el principio.
Revolución española llamaron los coetáneos a lo que ocurrió a partir
de 1808; y el término llegó hasta el célebre título del conde de Toreno,
Guerra y revolucion de España23. Fue una insurrección popular, evidente-
mente, y en cierto sentido, una colaboración de clases — Franco Venturi
pudo hablar de amalgama24  —  pero esto no quiere decir que todos los
patriotas fuesen heroes. Como en toda situación humana, hubo muchos
enchufados, muchos aprovechados, muchos que daban gritos para que
los demás, no ellos, se jugasen el tipo, e incluso muchos, relativamente,
que discurrían entre unos y otros como si solo el medro personal, y no
los destinos colectivos, les importasen.
Las juntas, por una parte, importunas, intrigantes, defensoras en ge-
neral del egoismo de sus miembros a nombre de la Patria, han pasado a la
posteridad como creación espontánea del pueblo español, lo cual es bas-
tante discutible. En su tiempo fueron muy criticadas. Las guerrillas tam-
bién han pasado a ser representativas de los valores eternos de España
(¡!). Ante ellas habrá que decir que la necesidad hizo virtud. Las guerrillas
contribuyeron extraordinariamente a la derrota del ejército francés, no
en batalla campal, sino a través de un constante hostigamiento, no dando
descanso al enemigo, aprovechando sus descuidos, su desconocimiento
de la geografía local, etc. Algunos de estos guerrilleros, procedentes de
los más diversos orígenes, demostraron poseer un gran talento militar.

22. Cfr. José Mercader Riba, José Bonaparte Rey de España. 1808-1813. Estructura del
Estado español bonapartista, Madrid, CSIC, 1983. [Aquí también la contribución más re-
ciente es la de José María Puyol Montero, Napoleón frente a Cádiz: la convocatoria de unas
Cortes en Madrid, en Fernando García Sanz, Vittorio Scotti Douglas, Romano Ugolini, José
Ramón Urquijo Goitia, op. cit., pp. 175-219.]
23. Cfr. Conde de Toreno, Historia del levantamiento, guerra y revolución de España,
Madrid, Atlas (BAE), 1953.
24. Cfr. Franco Venturi, L’Italia fuori d’Italia, en Ruggiero Romano, Corrado Vivan-
ti (coords.), Storia d’Italia Einaudi, 6 voll., Torino, Einaudi, 1972-1976, III, Dal primo Set-
tecento all’Unità, 1973, p. 1224.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 211


Alberto Gil Novales

Fueron en general crueles: su conducta les aproxima al bandido25, una


gran plaga, pero también en algún caso al revolucionario social.
La guerra de la Independencia produjo una inversión de las alianzas.
Inglaterra, de ser enemiga de Espana, pasó a ser su aliada, en la propia
Península, contra las huestes napoleónicas. Los ingleses colaboraron con
los españoles, contribuyeron extraordinariamente a la victoria, pero no
se olvidaron nunca de que eran británicos, súbditos de un Imperio ram-
pante. Políticamente fueron una de las fuerzas más negativas que caye-
ron sobre aquella España.
Las juntas se proclamaron soberanas, pero la necesidad de aunar cri-
terios en la conducción de la guerra, les llevó ya en septiembre de 1808
a la creación de la Junta Central. Estos organismos son revolucionarios
por su origen, pero no por su composición y por sus propósitos. Las de-
rrotas obligaron a emigrar hacia el Sur a la Junta Central. Muy atacada
por su política, que no satisfacía a nadie, la Junta Central se autodisolvió,
cediendo el gobierno a una Regencia, pero antes lanzó el decreto de con-
vocatoria de Cortes, que se reunieron en Cádiz y en 1810. Políticamente
se había perdido mucho tiempo, aunque la medida había sido reclamada
por algunos ya desde 1808. Y aun así hubo que esperar a la muerte de
Floridablanca, presidente de la Central, para que pudiese lanzarse la con-
vocatoria.
En su virtud, se crearon unas Cortes modernas (un hombre, un voto),
y no estamentales, una sola Asamblea y no dos Cámaras, a través de
una representación de todo el Estado español, incluídos los territorios
de América y Oceania. Promulgaron la Constitución de 1812, y antes y
después de ella, una serie de decretos fundamentales: el de la libertad de
expresión, por primera vez en España, aunque el fenómeno estaba ya en
la calle; la abolición de los Señoríos, que terminaba con el feudalismo
español, aunque sólo desde el punto de vista jurídico, ya que económi-
ca y socialmente no pudo llevarse el decreto a la realidad; la abolición
también de la Inquisición, en 1813, incompatible con la Nación española,
después de que Napoleón lo hubiese hecho por su cuenta en 1809. Estas
Cortes pusieron también las bases del individualismo económico, aparte
de otras muchas cosas.
La Constitución organizaba el Estado español, completando y termi-
nando la reforma administrativa que, a trompicones, había caracteriza-
do al siglo XVIII. Algunos artículos tenían alto contenido democrático,
como el 2, que resurgirá después en las Constituciones y proyectos de

25. Cfr. los atinados juicios de Marx en Karl Marx, Friedrich Engels, Revolución en Es-
paña, traducción de Manuel Entenza, Barcelona, Ariel, 1960, pp. 58-59 y 110-116.

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

varios países: «La Nación española es libre e independiente, y no es ni


será nunca patrimonio de ninguna persona ni familia». Es en definitiva
el principio de la soberanía nacional, frente al ya caduco derecho divino
de los reyes. Para la masa popular esta Constitución representaba el final
de los impuestos arbitrarios, y el final también de las muertes y privacio-
nes de libertad también arbitrarias, que habían caracterizado al Antiguo
Régimen. Así se incorporaba a España la igualdad de todos ante la ley,
principio fundamental de la Revolución francesa. Pero había en sus dis-
posiciones dos elementos terriblemente negativos: el Rey, que era el jefe
de las fuerzas armadas, y podía quitar y poner libremente a los ministros,
y la Religión católica, declarada la Única del Estado español. La libertad
de expresión no llegaba hasta los dogmas de la Religión, circunstancia
que podía ser aprovechada para negar toda libertad de expresión. Aun-
que no se puede hablar de una Iglesia unívocamente reaccionaria, una
gran cantidad de clérigos lo fueron: quisieron dominar, y poner a su ser-
vicio, la emoción patriótica, aunque hay que advertir la fuerte presencia
de eclesiásticos entre los afrancesados: pura cuestión de oportunismo, y
también que no sabiendo quién ganaría la contienda, la Iglesia tenía que
estar representada en ambos bandos.
Se explica uno el anhelo con el que muchos ciudadanos esperaron
la promulgación de la Constitución, palabra mágica, que iba a resolver
todos los problemas del país. ¡Qué entusiasmo! ¡Que alegria! «Ya somos
una Nación» es el grito unánime a partir de 1812. Pero que desespe-
ración cuando a continuación se comprueba que la Constitución no se
cumple. Y esto no solamente por impedirlo los franceses y los ingleses en
nuestro suelo, sino por voluntad de los propios gobernantes españoles.
En la situación anárquica de la guerra muchos militares, dentro de su
jurisdicción, se comportan como tiranuelos. No sería esto lo más grave,
sino que ninguna autoridad está dispuesta a cumplir todas las disposicio-
nes de la Constitución, ni siquiera las Cortes mismas. El poder ejecutivo
va proveyendo todos los puestos de alguna importancia en personajes
arcaicos, pero seguros, aunque muchos de ellos hubiesen sido afrance-
sados. Porque éste es otro aspecto de la cuestión: el continuo trasiego de
personas entre las regiones de España dominadas por los franceses y la
zona patriota.
Es verdad, el proceso político-ideológico está dando lugar al libe-
ralismo  —  con algunos precedentes la propia palabra liberal nació en
Cadiz26. Monarquía moderada representativa, con libertad de expresión,

26. Cfr. Vicente Llorens Castillo, Sobre la aparición de Liberal, en “Nueva Revista de


Filología Hispánica”, 1958, n. 12/1, pp. 53-58.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 213


Alberto Gil Novales

aunque cuidando de que esta libertad no sea libertinaje. En su más ele-


mental acepción, el sistema liberal de la primera hora viene a equivaler a
la defensa de los derechos del hombre. Pero las cosas no se improvisan.
Aparte ejemplos remotos, eruditos, cuya mención ahora sería inoportu-
na, en España habia existido una Ilustración dieciochesca, limitada, pero
real, una Ilustración, sin embargo, que no había cumplido aquel principio
kantiano del atreverse, a pensar, a ser, a romper las barreras27. En el orden
práctico, la propia monarquía absoluta, había creado una magistratura
electiva, la de los Diputados y Personeros del Común. En toda España
se cumplió la ley de estas elecciones, pero en todas partes se violó fá-
cilmente su contenido, sin resistencia alguna. La hubo sin embargo en
algún punto concreto, y estos resistentes fueron los primeros liberales
españoles, aunque todavía no se llamasen así28.
Las necesidades objetivas llevaron a Godoy a dar su famoso decreto
de desamortización, de finales del siglo XVIII y comienzos del XIX, que
afectaba solamente a las mandas pías, capellanías, etc., pero que contri-
buyó extraordinariamente a la creación de una burguesía, sobre todo en
las zonas agrarias del sur de España, tan importantes en los movimientos
revolucionarios posteriores. Además, la lucha por el poder a nivel local y
comarcal entre las masas populares, la aristocracia señorial, los núcleos
burgueses y los miembros de la burocracia real, a través de un largo pe-
ríodo presentan el fenómeno de la aristocratización de la burguesía y de
la burocracia, pero también el del aburguesamiento de la aristocracia. Así
se podrá crear un régimen más o menos estable, basado en la igualación
relativa de las fuerzas directivas29.
En este proceso el pueblo está presente, porque es el que lucha en la
guerra. Para que siga y no abandone, en la Constitución y en las leyes
se le prometen muchas cosas, que luego, acabada la guerra, se le irán
quitando. En el Discurso preliminar a la Constitución, se preve esta revi-
sión a los ocho años, es decir, de no haber habido interrupción, en 1820.
Nada más lejos de la revolución española temprana que una imagen a la
francesa. La grandeza de la Asamblea Nacional francesa fue la de haber
sabido unir su revolución con la de los campesinos, y luego con la de los
sans-culottes. La abolición del feudalismo no fue meramente una palabra.
En España las cosas suceden al revés: las clases altas buscan su alianza,

27. Cfr. Carlo Ginzburg, High and Low: the theme of forbidden knowledge in the Six-
teenth and Seventeenth Centuries, en “Past and Present”, 1976, n. 73, pp. 28-42.
28. Cfr. Christian Windler, Lokale Eliten, seigneurialer Adel und Reform-absolutis-
mus in Spanien (1760-1808). Das Beispiel Niederandalusien, Stuttgart, Franz Steiner Ver-
lag, 1992, pp. 253-368.
29. Véase la obra citada a la nota anterior.

214 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

difícil en un principio, para modernizar el Estado: la burguesía, la aristo-


cracia, y la alta burocracia se unen contra el pueblo, y para ello necesitan
a la Monarquía e incluso a la Iglesia, aunque las relaciones con ésta se
ven perturbadas por la necesidad de realizar la desamortización.
Dicho de otra forma: en España no hay jacobinismo, aunque tampo-
co puede excluirse por completo30. Hay tendencias hacia el jacobinismo
desde 1808, espléndidas, pero minoritarias, y a veces contradictorias.
A mi parecer esto culmina en 1813, cuando el territorio nacional va
siendo liberado, y se comprueba que la inmensa esperanza puesta en
la Constitución está desapareciendo ante el incumplimiento generali-
zado. El periódico y el folleto, también el teatro, es, desde 1808, la vía
de comunicación con el pueblo (aunque una inmensa mayoría no sabía
leer, siempre queda el recurso a la lectura colectiva). Algunos periódi-
cos y escritores quieren en esa fecha suscitar una emoción nacional,
ante lo que nos estamos jugando, y denuncian como lesiva y perturba-
dora la alianza inglesa. Quieren alianza, pero en plan de igualdad abso-
luta entre las dos coronas: estos hombres de 1813 son muy puntillosos
en su nacionalismo español. Su fracaso es ya el fracaso de la primera
experiencia constitucional en nuestro país31. No se sabía entonces, pero
el golpe de Estado antiliberal está próximo, en 1814, y a él contribuirán
decididamente Wellington y los generales ingleses32.
Antes de llegar a este resultado, hay que evitar toda movilización efec-
tiva en favor de la Constitución. Para ello se va a utilizar al máximo el odio
popular a los afrancesados. Se dan dos fenómenos: uno, el ya indicado de
los afrancesados que se vuelven patriotas, y se ponen ya con nueva careta
al servicio indiscutido de quien les manda. Otro, se acusa de afrancesados
con verdad o sin ella a toda clase de hombres de pensamiento moderno e
independiente, y se azuza al pueblo contra ellos: el resultado es que se les
mete en prisión, se les secuestran los bienes, o simplemente tienen que
desaparecer, todo ello bajo el reinado teórico de la Constitución. Así, ya en
1813 se prepara el golpe de 181433. Por eso no habrá resistencia, y en mayo
de 1814 puede volver la Monarquía absoluta.
A todos sorprendió el triunfo, demasiado fácil y demasiado rápido,
del absolutismo. Fernando VII envió primero en misión exploratoria

30. Cfr. Lluis Roura i Aulinas, Irene Castells (eds), Revolución y democracia. El jacobi-
nismo europeo, Madrid, Ediciones del Orto, 1995.
31. Cfr. mi trabajo, La campana que no se oyó. Ensayo sobre el jacobinismo español, en
el libro citado a la nota anterior, pp. 85-106.
32. Cfr. mi trabajo, Images of Wellington and Britain in Spain after 1815, Southamp-
ton, The Second Wellington Lecture, 1990.
33. Cfr. mi artículo El tema de los afrancesados…, cit.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 215


Alberto Gil Novales

al duque de San Carlos y al general José de Palafox, y después incum-


plió deliberadamente el itinerario que para su vuelta le habían marcado
las Cortes. Pasó la frontera por Cataluña el 24 de marzo: allí le reci-
bió a orillas del Fluvia el capitán general Francisco de Copons, quien
prudentemente no quiso comprometerse en ninguna acción contra la
Constitución. Fernando siguió la ruta Zaragoza-Valencia, adonde llegó
el 16 de abril. El aplauso unánime del pueblo indicaba su contento por
el final de la guerra, aparte de que hacía su efecto el mito fernandino.
En Valencia conoció Fernando la abdicación de Napoleón, hecho que
ocurrido el 11 de abril de 1814 acabó por decidir al monarca. Contaba
con el Manifiesto de los persas, documento así llamado popularmente
en el que 69 diputados de las Cortes ordinarias le invitaban a recobrar
la plena soberanía que tuvieron sus antepasados. Y contaba sobre todo
con el capitán general de Valencia, Francisco Javier Elío, antiguo go-
bernador de Montevideo, quien protagonizó el primer pronunciamento
liberticida de la historia de España, con la cooperación de las tropas de
Whittingham, inglés también con pasado americano, y la complicidad
de Wellington.
Por el primer decreto del 4 de mayo de 1814, que se mantuvo secreto
hasta el 11, quedaba abolida toda la obra de las Cortes. Por el segundo de-
creto de la misma fecha se suprimió la libertad de expresion, introducien-
do de nuevo la censura previa. Todavía en la misma fecha nombró el rey
nuevos ministros: duque de San Carlos, de Estado; Pedro de Macanaz, de
Gracia y Justicia; Miguel de Lardizábal y Uribe, de Ultramar; Luis María
de Salazar, de Hacienda, y Manuel Freyre, de Guerra. Hubo cambios el 29
de mayo, cuando el obtuso Francisco de Eguía pasó a Guerra, Salazar a
Marina, y Cristóbal de Góngora se encargaba de Hacienda.
En realidad los departamentos ministeriales no van a ser verdadera-
mente importantes en esta época, porque lo que prevalece es el capri-
cho del rey, cada vez más achulapado y plebeyo, la corrupción genera-
lizada, y el poder omnímodo de los capitanes generales. En torno al rey
se organiza la camarilla, que pasa a ser una especie de gobierno en la
sombra: dirigida en secreto por el embajador ruso Tattischev, hombre
muy inteligente que con ello quiere servir los intereses de su amo, e
integrada por extraños personajes: el duque de Alagón, agente celes-
tinesco; Domingo Ramírez de Arellano, pasado de la alta servidumbre
de José a la de Fernando; el esportillero Antonio Ugarte; Pedro Collado,
alias Chamorro, aguador de la Fuente del Berro; los canónigos Escoi-
quiz y Ostolaza, y otros. La Inquisición fue restablecida el 21 de julio
de 1814. En marzo de 1815 se creó un Ministerio de Seguridad Pública
que, aunque puesto a las órdenes del más que cruel Pedro Agustín de
Echavarri, antiguo tirano de Córdoba durante la Guerra de la Inde-

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

pendencia, era un progreso por representar una secularización de sus


cometidos, pero de momento no prevaleció.
Aunque el régimen pretendiese mantener un discurso de vuelta a los
buenos tiempos del siglo XVIII, y aunque con Martín de Garay intentase
en 1817 una reforma de la Hacienda, que fue un fracaso tanto en su con-
cepción como en su realización34, no podía por menos de hacerse impo-
pular. No hubo prácticamente reacción ante el golpe de Estado en mayo
de 1814, pero en los meses y años siguientes se van a multiplicar los
intentos para derribar al régimen por la fuerza. El primer caso fue el del
antiguo guerrillero Francisco Espoz y Mina, figura muy discutida, quien
el 25 de septiembre de 1814 se alzó en Puente la Reina (Navarra) pero,
fracasado ante Pamplona, tuvo que refugiarse en Francia. Le siguió Juan
Díaz Porlier, quien preso en la Coruña en 1814 por liberal, logró salir del
castillo en que estaba encerrado para proclamar la Constitución de Cádiz
el 19 de septiembre 1815. Habiendo fracasado, fue ejecutado. En febrero
de 1816 se descubrió en Valencia la conspiración de Vicente Ramón Ri-
chart, llamada del Tríangulo, cuyo programa consistía en el asesinato del
rey. Fracasó también. Más importancia tuvo la intentona de los generales
Luis Lacy, ilustre nombre en la pasada Guerra de la Independencia, y
Francisco Milans del Bosch, los cuales en abril de 1817 se levantaron en
Barcelona y Gerona en nombre de la Constitución. Fracasados también, y
no obstante una segunda trama para dar libertad a Lacy, éste fue llevado
con engaño a Palma de Mallorca por orden de Castaños, y allí ejecutado.
En Valencia, ya en 1819, el coronel Vidal intentó levantarse a favor de
la Constitución, pero fue apuñalado por el propio capitán general Elío.
Tanto fracaso no detuvo, sin embargo, a los partidarios del cambio. La
insurrección de América proseguía, y para atajarla el absolutismo español
pensó en una gran expedición militar, que fue concentrandose en torno a
Cádiz. La peste obligó a la dispersión de las tropas, y la falta de barcos a la
inevitable demora de la expedición. Entre los militares cundían las ideas
liberales, tanto por razones subjetivas, su propia situación en un ejército
que habia vuelto en 1814 a las tradiciones aristocráticas, como objetivas,
las condiciones de la guerra en América, tal como llegaban hasta ellos, y
para muchos también la conciencia de que los insurgentes americanos y
ellos mismos formaban una sola familia, tenían políticamente las mismas
finalidades. Esta mentalidad y estas iniciativas produjeron de momento
la llamda Conspiración del Palmar que, descubierta en julio de 1819, sólo
produjo la prisión de alguno de sus protagonistas y la destitución de al-

34. Cfr. Josep Fontana, La quiebra de la monarquía absoluta, 1814-1820, Barcelona,


Ariel, 1971, pp. 125-142.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 217


Alberto Gil Novales

gunos jefes. Podemos preguntarnos por qué esta conspiración no termi-


nó en sangre, como las anteriores. Acaso porque de todas partes llegaban
al gobierno español consejos de moderación.
El caso es que, unos desde la cárcel y otros desde fuera de ella, la cons-
piración siguió. El protagonismo lo adquiere de repente Rafael del Riego,
cuando el 1° de enero de 1820 se atrevió a proclamar la Constitución de
Cádiz en Las Cabezas de San Juan (Sevilla). Desde el punto de vista mili-
tar Riego no era el personaje más importante en esta nueva etapa conspi-
ratoria, pero la pusilanimidad de unos, el fracaso de otros, destacaron su
figura, convirtiendole en vida en un símbolo de la libertad española, sím-
bolo que se acrecentó con su muerte en 1823. En la imaginación popular
Riego fue el héroe por excelencia, y así durante más de un siglo: incluso
pasó a la copla anónima, en donde lo han descubierto los folkloristas35.
Riego para salvar la revolución inició el 27 enero 1820 su famosa mar-
cha por Andalucía, marcha de jefe guerrillero, que no aspira a retener
el territorio conquistado, sino a proclamar por todas partes la Constitu-
ción, dando en todas las ciudades y pueblos la investidura a los alcaldes
constitucionales. La marcha duró hasta el 13 de marzo, y cuando ya se
disponía, con unos pocos leales, a ganar la frontera de Portugal, llegó la
noticia de que Fernando VII había aceptado la Constitución. De manera
que el fracaso en lo inmediato de la marcha, porque perdió hombres por
deserción y no consiguió que se le uniesen otros, se transformó en éxi-
to. La primera parte de esta afirmación, no obstante, hay que matizarla:
las recientes investigaciones del profesor Tengarrinha demuestran que
Riego contó con la simpatía de las poblaciones, aunque por el temor no
actuasen con mayor decisión36.
Lo que había pasado es que el eco de los movimientos de Riego, acre-
centado quizá por la falta de noticias oficiales, cruzó rápidamente toda
España, y produjo el alzamiento militar de La Coruña, 21 febrero 1820,
y después Murcia, 29 de febrero, 1° y 2 de marzo, Zaragoza, 5 de marzo,
y Pamplona, Barcelona, etc. El conde de La Bisbal, enviado a combatir
la insurrección, prefirió proclamar la Constitución. S.M. intentó el 6 de
marzo la convocatoria de Cortes estamentales, pero ya el 7 se vio obli-

35. Cfr. mis ediciones de Rafael del Riego. La Revolución de 1820, día a día. Cartas,
escritos y discursos, Madrid, Tecnos, 1976, y Ejército, pueblo y Constitución. Homenaje al
General Rafael del Riego, Madrid, Anejos de la Revista Trienio, 1988. Cfr. ahora las refe-
rencias a Riego en José Blas Vega, Silverio Rey de los Cantaores, Córdoba, Publicaciones
del Ayuntamiento de Córdoba, Ediciones de la Posada, 1995, pp 28-29 y 120-123.
36. Cfr. José Tengarrinha, Os movimentos liberais en Espanha vistos do Portugal abso-
lutista (a través dos relatos de espiões e informadores), en “Revista da Facultade de Letras”,
1994, 5a serie, n. 16/17, pp. 51-74.

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

gado a aceptar, lisa y llanamente, la Constitución de Cádiz. Nacía así el


comúnmente llamado Trienio liberal, época de promesas y esperanzas,
desarrollo y consecuencia de la época anterior, la de 1808-181437.
De momento, el triunfo de la Constitución fue impresionante, y pron-
to se hará famoso por toda Europa. Pero, mirado más de cerca, ofrece
otros aspectos, no tan prometedores. El 9 de marzo de 1820 una “tenebro-
sa asonada” en Madrid dio el poder a una Junta provisional, que inme-
diatamente se proclamó soberana para toda España, Junta que iba a ase-
gurar la transición política hasta la plena formación del primer gobierno
liberal. La Junta es la garantía de que la revolución no se saldrá de madre,
podríamos incluso decir que con ella empieza ya la contrarrevolución.
No obstante estas salvaguardias, la Europa monárquica miró con ansie-
dad los sucesos españoles, y por lo pronto en el propio mes de marzo de
1820 la misión Latour du Pin sugirió la adaptación de la Constitución
española a la Carta francesa.
Suprimida la Inquisición, y convocadas las Cortes, la Junta provisio-
nal coexiste durante cuatro meses con el primer gobierno liberal, nom-
brado, pero no constituido, el 9 de marzo. Lo componían siete minis-
tros, que eran los siguientes: Estado, Evaristo Pérez de Castro; Gober-
nación, Agustín Argüelles; Guerra, Pedro Agustín Girón, marqués de
las Amarillas; Hacienda, José Canga Argüelles; Gracia y Justicia, Ma-
nuel García Herreros; Marina, Juan Jabat, y Gobernación de Ultramar,
Antonio Porcel. Todos estos ministros, excepto Amarillas, se hallaban
en presidio en el momento del restablecimiento de la Constitución, por
lo que tardaron en llegar a Madrid, y fueron interinamente sustituidos.
El marqués de las Amarillas pertenecía a la aristocracia militar: era
sobrino de Castaños y yerno de Ezpeleta, capitán general de Navarra.
Hombre inteligente, aprovecha su puesto y su relación con los Ezpeleta
para promover la contrarrevolución, tanto en el conjunto del ejército,
como en Navarra. So pretexto de economías, disolvió el Ejército de la
Isla, el más comprometido con la revolución. Un decreto de abril había
creado, de acuerdo con la Constitución, la Milicia Nacional. Amarillas
el 30 de julio de 1820 presentó a las Cortes la contrafigura de esta ins-
titución, con su proyecto de Legión de salvaguardias nacionales, que
entonces no pudo pasar; pero será su hijo, el duque de Ahumada, el que
lo hará realidad al crear la Guardia Civil en 1844. Terriblemente impo-
pular, tuvo que dimitir el 18 agosto 1820, aunque no pasó al ostracismo,
sino que ocupó el puesto de Director general de Ingenieros.

37. Cfr. mis libros, El Trienio liberal, 2a ed., Madrid, Siglo XXI, 1989, y Las Sociedades
patrióticas, Madrid, Tecnos, 1975.

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Alberto Gil Novales

El 26 de junio de 1820 se disolvió la Junta provisional, y el 9 de julio,


día de inauguración de las Cortes, a pesar de algunas maniobras para im-
pedirlo juró el rey ante ellas la Constitucion. La vida de las Cortes, muy
unidas al principio al Ministerio, es muy importante, porque existe en el
país una verdadera adoración por la institución parlamentaria, y porque
representan la continuidad no sólo con la primera época constitucional,
sino incluso con los propósitos de reforma del siglo XVIII. Las Cortes
quieren modernizar el Estado y la Aministración. Muchos de los dipu-
tados son hombres de categoría intelectual; algunos han ganado fama
de liberales en la etapa anterior. Pero la experiencia de 1814, el conven-
cimiento del limitado desarrollo de la burguesía española, y el miedo al
pueblo, al que erróneamente identifican con el pueblo de la Revolución
francesa, con el que está culminando las guerras de Independencia en
América, y con el propio pueblo de la guerra de la Independencia espa-
ñola, políticamente interpretado, todo ello les lleva al convencimiento de
que es necesario unir los intereses de la burguesía, con los de la buro-
cracia, con la aristocracia, poseedora de la tierra, y con el rey, garantía
de contención social. Para poder cumplir con su programa necesitarán
recurrir a la desamortización eclesiástica, lo cual dará al liberalismo de
1820 cierto aire anticlerical, y a veces incluso apareció como radical.
Pero no todos los españoles del momento mantienen la misma tesitu-
ra, por lo que, al compás de los acontecimientos, irán apareciendo nuevas
formulaciones políticas. Por lo pronto aparecen las Sociedades patrióticas,
ya conocidas en la etapa anterior, pero ahora llevadas a cotas máximas
de desarrollo, con grandes variaciones de tipo regional, y aun local. En
cierta manera estas Sociedades patrióticas prolongan las Económicas de
la Ilustración, añadiéndoles una fuerte vertiente política, que se propone
preparar a los ciudadanos para la vida pública, difundir las ideas y crear
una opinión pública, es decir, tratan de fundamentar desde la base el de-
sarrollo del liberalismo político y social.
Las Cortes, en las que sigue habiendo representantes de América, rea-
lizaron una buena labor, de protección al comercio y a la producción na-
cional, tanto industrial como agrícola, comenzaron a preparar la división
del territorio nacional en provincias, pero en alguna de sus resoluciones
se quedaron cortas o fueron contraproducentes. La independencia del
poder civil frente al eclesiástico, que se postula, les lleva a la nueva su-
presión de los jesuitas, el 17 de agosto de 1820, mientras que a través del
Crédito público se lanza un programa desamortizador, al que se añade
la ley de supresión de monacales y reforma de regulares, y dentro de la
concepción individualista de la sociedad, la ley de vinculaciones de 27 de
septiembre. Menos acertadas estuvieron en el perdón a los afrancesados,
tema suscitado el 11 de julio por el diputado José Moreno Guerra, que

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

las Cortes, en septiembre, resolvieron afirmativamente, pero con res-


tricciones tan molestas y la consideración de los antiguos afrancesados
como ciudadanos de segunda categoría, que el perdón, aunque permitió
la vuelta de unos doce mil individuos, significó con escasísimas excep-
ciones la creación de un “partido” enemigo del liberalismo. También en
materia americana no supieron hacer otra cosa que ofrecer el perdón a
los insurgentes, es decir nada. Aunque una minoría había llegado ya a
comprender que la independencia de América era un hecho incontrover-
tible, con el que en adelante había que contar.
El gobierno no siguió una línea progresista o revolucionaria. Ya se ha
hablado de la disolución del ejército de la Isla. La fama de los jefes mili-
tares, y especialmente de Riego, le preocupa: uno tras otro son atraídos
a Madrid, donde el gobierno les seduce o les corrompe. También Riego
es llamado a Madrid, y acude porque cree candorosamente que aun po-
drá defender la existencia de su ejército, brazo armado de la revolución.
Como no se presta a componendas, es destituido, y enviado de cuartel
a Asturias. Argüelles, acosado en las Cortes por Juan Romero Alpuente,
llega a pronunciar el 7 de septiembre la famosa declaración de las pági-
nas, que encubre una velada acusación de republicanismo. Riego obede-
ce, porque rigiendo la Constitución el soldado debe obedecer incluso las
órdenes injustas, pero su caso conmueve a la opinión pública: los entu-
siastas del liberalismo empiezan a no serlo tanto del gobierno concreto
que está en el ejercicio del poder.
Dos decretos de las Cortes, de 21 y 22 de octubre de 1820, el primero
sobre Sociedades patrióticas y el segundo sobre libertad de imprenta38,
ambos restrictivos, contribuyen también a la división de los liberales en
moderados y exaltados. Los primeros entienden que ya está hecha la re-
volución desde el momento que ha sido restablecida la vigencia del Códi-
go de Cádiz. Los segundos, que están en minoría, quieren llevar al pueblo
las promesas constitucionales. Esto está muy claro en su formulación,
pero en la realidad del momento mucha gente de buena fe no acertaba a
saber con quiénes estaba. Por supuesto, el gobierno es moderado, pero
ante el rey, que sigue con su política particular, amenaza con recurrir a
la movilización popular.
Viendo la división de los liberales, el rey aprovecha el cierre de las
Cortes el 9 de noviembre para lanzar un globo sonda: nombra al general
José de Carvajal capitán general de Castilla la Nueva (con mando en Ma-
drid), sin firma del ministro del ramo. El nombramiento anticonstitucio-

38. Cfr. con la situación portuguesa en José Tengarrinha, Da liberdade mitificada a li-


berdade subvertida. Uma exploração no interior da repressão à imprensa periódica de 1820
a 1828, Lisboa, Eds. Colibri, 1993.

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Alberto Gil Novales

nal no se lleva a efecto, pero el peligro lleva a una reconciliación de los


moderados y los exaltados, vuelven a abrirse las Sociedades patrióticas, en
la de la Fontana se pide por primera vez la destitución de Fernando VII
y el nombramiento de una Regencia, mientras que el pueblo pide Cortes
extraordinarias. El gobierno nombra a Riego capitán general de Aragón.
En enero de 1821 la revolución da un paso adelante, por lo menos en
el plano de las intenciones, con la aparición de la Comunería, sociedad
secreta disidente de la masónica, a la que trataba de hispanizar, con sus
torres y castillos en vez de logias. El nombre elegido era efecto de la
mitología histórica del momento, la solidaridad de los hombres del siglo
XIX temprano con los comuneros de Castilla y los agermanados de Va-
lencia y Mallorca en su lucha contra Carlos I, y los aragoneses de la épo-
ca de Antonio Pérez en su enfrentamiento contra Felipe II. Organizados
en unas divisiones administrativas que llaman merindades — viejo nom-
bre del final del mundo antiguo — los comuneros, teóricamente, cubren
con su acción revolucionaria todo el mapa de España. En la práctica no
serán todo lo revolucionarios que se esperaba de ellos, pero indiscutible-
mente constituyen un paso importante hacia el logro de una conciencia
democrática en España. En la Comunería se realizará la recepción del
carbonarismo italiano, circunstancia todavía mal conocida. Aunque los
comuneros españoles no tuvieron un jefe, la persona de más fuste y más
respetada entre ellos fue el diputado Juan Romero Alpuente39.
Las Cortes, en su segunda legislatura, siguen dando importantes me-
didas de tipo económico, que yo ahora no voy a detallar, votan el 14 abril
1821 un decreto para formar una lista de libros prohibidos, es decir, una
especie de Índice laico, imponen penas a los infractores de la Constitu-
ción, no se atreven a abolir totalmente los diezmos, pero lo hacen con el
llamado medio diezmo, completan la división provincial, dan una impor-
tante Ley de Beneficencia, base de lo establecido en la materia durante los
años siguientes, votan una nueva Ley de Señoríos, a la que el rey opuso
su veto, aplazando así el efecto de cuestión tan decisiva, promulgan la
importante Ley Orgánica del Ejército, de 9 de junio de 1821, seguida de
otra relativa a la Marina, que trataba de convertir a uno y otra en cuer-
pos ciudadanos al servicio de la Nación, y desterraba para siempre — así
se creía — el organismo pretoriano enemigo de la libertad. En materia
americana los diputados ultramarinos presentaron el 25 de junio de 1821
una proposición, que organizaba América en tres secciones, con capital
en México, Santa Fe y Lima, cada una de ellas con sus Cortes, poder

39. Cfr. Juan Romero Alpuente, Historia de la revolución española y otros escritos, edi-
ción a mi cargo, 2 voll., Madrid, Centro de Estudios Constitucionales, 1989.

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

ejecutivo, Tribunal Supremo de Justicia, Consejo de Estado, y cuatro Mi-


nisterios: Gobernación, Hacienda, Gracia y Justicia y Guerra y Marina.
El comercio entre España y América sería declarado interior, y por tanto
libre de trabas e impuestos, la Marina sería común, y la deuda pública
sería generosamente repartida. Probablemente esta propuesta era tardía,
y por ello quimérica; pero las Cortes no la aceptaron, con el pretexto de
que se apartaba de lo dispuesto en la Constitución. La Independencia de
América era un hecho, pero aquellos diputados no supieron verla, no
tuvieron generosidad en sus concepciones. Por supuesto tampoco la tuvo
el absolutismo, antes y después.
En febrero de 1821 tiene lugar la insurreción de los Guardias de Corps,
en Madrid, lo que obligará a las Cortes en abril a decretar la disolución de
su sección de Caballería. El aire se llena de malos presagios. Aparecen al-
gunas partidas absolutistas, y el 29 de enero se detiene a Matías Vinuesa,
capellán del Rey, cuya lamentable historia se hará famosa. El Rey apro-
vecha las circunstancias para forzar el 1° de marzo de 1821 un cambio de
Ministerio, que estará compuesto por: Estado, Eusebio Bardají; Gober-
nación, Mateo Valdemoro, sustituido después por Ramón Felíu; Guerra,
Tomás Moreno Daoiz; Hacienda, Antonio Barata, sustituido en octubre
por Ángel Vallejo; Gracia y Justicia, Vicente Cano Manuel; Marina, Fran-
cisco Escudero; y Ultramar, Feliu, y al pasar éste a Gobernación, Ramón
López Pelegrín. Los nuevos ministros casi dejan buenos a los anteriores.
El Rey habrá conseguido dividir un poco más a los liberales, entre parti-
darios del Gobierno caído, y partidarios del nuevo; pero, aunque esto sea
cierto, la verdad es que el Rey vive atemorizado ante el fantasma de la
revolución, que crece desmesuradamente a sus ojos. El único ministro en
quien confiará plenamente, y a quien lanza verdaderos S.O.S. será Ramón
López Pelegrín.
El 4 de mayo de 1821, aniversario del malhadado decreto de 1814,
salió la sentencia contra el Cura Vinuesa a diez años de presidio, que se
interpretó como una burla, por lo que la multitud asaltó la cárcel en don-
de estaba custodiado, y lo mató a martillazos. Este hecho, que sirvió para
la desconceptuación del régimen, fue creído ingenuamente por muchos
liberales como el comienzo de una nueva revoluciñn española. Pronto
tuvieron que desdecirse, porque lo que realmente se estaba preparando
era la contrarrevolución40.

40. Cfr. mi Diccionario Biográfico del Trienio Liberal(DBTL), sub voce. [Véase ahora,
siempre a cargo de Alberto Gil Novales, el Diccionario biográfico de España (1808-1833).
De los orígenes del liberalismo a la reacción absolutista, 3 voll. y un CD, Madrid, Funda-
ción MAPFRE, 2010]

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 223


Alberto Gil Novales

La situación de la Hacienda nacional era muy grave: no se podían


subir los impuestos, porque el pueblo estaba exhausto, pero si no se au-
mentaban los impuestos la Hacienda quedaba estrangulada. La solución
pareció encontrarse en los emprésticos, de los que se negociaron seis en
el breve lapso del Trienio. Catastróficos todos ellos desde el punto de
vista de los intereses nacionales, presenciaron la primera irrupción en
España de la nueva Banca internacional, surgida a raíz de las guerras
napoleónicas. Algunos nombres se harán famosos, o ya lo eran en ese
momento: Laffitte, Rothschild. El primero podía pretender cierto libe-
ralismo; los Rothschild eran, por el contrario, los banqueros de la Santa
Alianza. De manera que los liberales españoles tuvieron que recurrir a
sus máximos enemigos para salvarse. El fracaso estaba cantado41.
En esta época la peste, las epidemias, ya no tienen la incidencia demo-
gráfica que tuvieron en tiempos antiguos, pero conservan toda su efica-
cia política, por el miedo a la muerte y la crítica a la conducta de las au-
toridades. La peste gaditana terminó oficialmente en noviembre de 1820,
pero amenaza en otros puntos de Andalucía. En mayo de 1820 ataca en
Son Servera y Artá (Mallorca), y en agosto de 1821 en Barcelona y otros
lugares de Cataluña, hasta la raya con Aragón. Independientemente del
debate médico a que da lugar la fiebre amarilla, pues de ella se trata,
debate entre contagionistas y anticontagionistas, que no es meramente
científico puesto que ambas posturas tienen inmediatas implicaciones
sociales, el tema da lugar a la formación en la frontera francesa de un
cordón sanitario, que se convertirá pronto en el ejército de invasión de
la Península.
Unas supuestas conjuraciones republicanas descubiertas en Zara-
goza, bastante ridículas por cierto, sirvieron de pretexto para la nueva
destitucion de Riego, en septiembre de 1821, lo que a su vez dio origen
a intensas manifestaciones en Madrid y en otros puntos, enarbolando
el retrato del general caído, que fueron reprimidas por el gobierno con
escasa gloria. Estas manifestaciones son importantes, en una perspecti-
va nacional, porque marcan la aparición levantisca del pueblo urbano.
Todavía no estamos ante una revolución burguesa, aunque todo forma
parte de ella, sino ante unos movimientos urbanos.
La acumulación de agravios, que sienten los liberales ante la conducta
del gobierno, culmina precisamente en estas manifestaciones del retrato
de Riego, y deriva inmediatamente, desde octubre de 1821, a una acti-
tud de desobediencia cívica, es decir, una serie de ciudades se niegan a

41. Cfr. mi libro William Maclure. Socialismo utópico en España (1808-1840), Barcelo-


na, Universidad Autónoma, 1979, pp. 51-53, con la bibliografía que allí se indica.

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El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

obedecer a las autoridades centrales del Estado y tampoco aceptan a las


autoridades locales nombradas por el gobierno. El movimiento tiene su
centro en Cádiz y Sevilla, y afectó también, por lo menos, a Córdoba y
Granada, Badajoz, Cuenca, La Coruña, Zaragoza, Barcelona, Valencia,
Cartagena y Murcia. En todas ellas hay un tema particular, junto al ge-
neral que abarca a toda la nación. Quieren que el gobierno sea liberal, es
decir, que su conducta lo sea, de acuerdo con la Constitución. Y aspiran
a que todo el movimiento sea respaldado por las Cortes. Pero éstas, una
vez más, no estuvieron a la altura de las circunstancias: el 26 de noviem-
bre de 1821 condenaron por igual la conducta del gobierno y la de las
ciudades, y nombraron una comisión de investigación, cuyo informe, el
8 de diciembre, fue inequivocamente desfavorable a los movimientos.
La actitud de las Cortes motivó la decadencia del movimiento ciuda-
dano, una tras otra todas las ciudades fueron entregándose, deponien-
do su actitud, y el gobierno, remodelado el 8 de enero de 1822, pudo
entregarse a una sólida labor de represión. Los movimientos urbanos
renacerán en 1835 y 1836, con importantes consecuencias para el futuro
burgués de España.
La situación creada en 1822, con el reflujo del movimiento urbano y
el gobierno persiguiendo a los patriotas, pareció pintiparada para dar
un golpe de Estado, que acabe de forma definitiva con el sistema liberal.
Es la contrarrevolución llamada del Siete de Julio de 1822, por su fecha
más importante. La sublevación corrió a cargo de los batallones de la
Guardia, pero en la conjuración entraban todas las fuerzas sociales de
relieve, desde el Rey y la familia real, los palaciegos, el gobierno, las
altas jerarquías del ejército y de la Iglesia, y la pasividad, por lo menos,
de la Diputación permanente de las Cortes. Con el pueblo, en Madrid,
no quedó más que el Ayuntamiento y la Milicia Nacional. Madrid era el
punto central de la conjuración, pero ésta se extendía también a otros
lugares de España, en los que suele haber también causas locales: Cá-
diz, Córdoba, Orihuela, Cartagena, Murcia, Lorca, Sigüenza, Aranjuez,
Coria y Valencia, en combinación con la aparición de partidas realistas
en Cataluña y Navarra.
La contrarrevolución fracasó, en algunos sitios por adelantarse al
movimiento general, y por tanto producirse en solitario. Es el caso de
Aranjuez, y de Castro del Río, y sobre todo de Valencia, en donde el 30
de mayo se sublevan los artilleros de la Ciudadela, quienes proclaman
capitán general a Elío. Después del fracaso, los liberales dieron garrote
vil a Elío, con el pretexto de los sucesos de 1822, pero más que nada por el
recuerdo de lo que hizo en 1814. En otros puntos de España la contrarre-
volución fracasó por haber fracasado en Madrid, y en todos, por la falta
de identidad de miras entre los sublevados: unos querían volver al abso-

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 225


Alberto Gil Novales

lutismo, y otros postulaban el plan de Cámaras, es decir, la introducción


de un Senado aristocrático.
Pero los sublevados fracasan también porque, dicho en términos po-
sitivos, triunfan los liberales, o sea el pueblo madrileño, protagonista de
una interpretación popular del liberalismo. El 7 de julio de 1822 es en
Madrid uno de esos momentos estelares de la Humanidad, para usar el
título de Stefan Zweig. Es una fecha terriblemente moderna, que prefigu-
ra los dias épicos de noviembre de 1936. El pueblo, que recibe armas de
algunos regidores municipales, lucha, y vence, en las calles de la capital
formando guerrillas urbanas contra las tropas de lite, y combatiendo en
las filas de la Milicia Nacional y en el Batallón Sagrado organizado el 1°
de julio de 1822. Alli se forjó incluso el NO PASARAN aplicado a las ba-
yonetas enemigas, y derivado de un pasaje de la Biblia.
La victoria liberal fue total. Hubo que constituir un nuevo gobierno, el 5
de agosto, compuesto de Evaristo San Miguel, Estado; Francisco Fernández
Gasco, Gobernación de la Península; Felipe Benicio Navarro, Gracia y Jus-
ticia; Mariano Egea, Hacienda; Miguel López Batios, Guerra; Dionisio Ca-
paz, Marina, y José Manuel Vadillo, Ultramar. El país vuelve a vivir situa-
ciones de esperanza, que recuerdan la época inicial de marzo de 1820. Otra
vez se abren las Sociedades patrióticas, otra vez se habla de los derechos
del pueblo. Pero la victoria del 7 de Julio no permitía términos medios: si
se la interpretaba políticamente aparecía el fantasma de la República, o
sea, la revolución. Muchos se van a echar atrás, incluyendo en este núme-
ro a algunos de los vencedores. Por lo pronto, al no haberse logrado una
contrarrevolución sólo con fuerzas espanolas, la Santa Alianza comprende
que ha llegado su momento. En el orden interno, el primer escollo que se
presenta es el de la causa del 7 de julio. Uno tras otro los fiscales de esta
causa — los fiscales eran también los jueces instructores, es decir, los que
delimitaban la naturaleza del delito — abandonan, hasta que todo recae en
Juan de Paredes, militar comunero, que entiende que del Rey abajo todos
pueden ser culpables. Ante sus requisitorias, muchos personajes toman el
camino del exilio. San Miguel, uno de los fiscales que había renunciado, no
obstante su pregonado liberalismo, es miembro de una Sociedad secreta de
carácter elitista, conocida con el nombre del Anillo, aunque públicamente
se presenta con el nombre inocuo de Sociedad Constitucional. A la causa
del 7 de Julio se le dará carpetazo, arrebatándola de las manos del fiscal
Paredes.
También en Cataluña la guerra realista terminó en total victoria li-
beral. Y toda España vivió un renacimiento de las Sociedades patrióticas,
con un gran crecimiento interno de su instituto: en una de ellas, la Lan-
daburiana, en Madrid, se ensaya el país a vivir democráticamente. La
derrota de los movimientos italianos de 1821 — i moti — llena España de

226 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

emigrados napolitanos, piamonteses y de toda Italia, que traen sus pasio-


nes, sus ideas y su espíritu de lucha. Unidos a emigrados de otros países,
sobre todo de Francia, contribuyen a ese especial internacionalismo de
la vida española en el año y medio final del Trienio, que produce, entre
otras cosas, la recepción del carbonarismo.
Pero en el Congreso de Verona de 1822 la Santa Alianza decide in-
tervenir en España. Aunque se fantaseaba mucho sobre un ejército ruso
que vendría a invadir la Península, lo cierto es que de la tarea se encarga-
ron los franceses. Para Luis XVIII, el pobre Roi cochon, se trataba de una
operación de prestigio, pero también de asentamiento de la influencia
francesa en España. La acción exterior se combina con la interior: el 19
de febrero de 1823 el Rey depuso al Ministerio, pero el mismo día un
extrañísimo motín le obligó a reponerlo. El 28 de febrero el Rey nombra-
ba nuevos ministros, en su mayoría comuneros, los cuales no pudieron
tomar posesión de su cargo porque los anteriores no habían leído todavía
sus Memorias, requisito indispensable. De esta forma el Rey dividía toda-
vía más a los liberales. El mismo 28 de febrero se consumaba la escisión
de los comuneros: por una parte, los que se unían a los masones; por otra
parte, los más demócratas, zurriaguistas y carbonarios, a los cuales sus
enemigos presentaban como haciendo el juego a la Santa Alianza.
Y ocurrió lo increíble. El 1° de marzo de 1823 se reunían en Madrid las
Cortes ordinarias, con una tarea urgente: la de preparar el viaje de S.M.,
del gobierno, y de las Cortes mismas a Sevilla (el viaje comenzó el 20 de
marzo, y duró veintidós días). De manera que antes de que los soldados
franceses cruzasen la frontera, ya las autoridades responsables estaban
huyendo hacia el sur, mientras ordenaban el desarme del Batallón Sagra-
do y de la Milicia Nacional Voluntaria, en Cádiz y Madrid. El 23 de abril
reanudaron las Cortes sus sesiones en Sevilla. El 24 España declaró la
guerra a Francia, cuyas tropas al mando del duque de Angulema pisaban
territorio español desde el día 7.
Las medidas de defensa tomadas por el gobierno español fueron ex-
trañas: aparte de los desarmes ya indicados, consistían en dejar penetrar
a los enemigos profundamente, acaso pensando que después se podría
caer sobre ellos. Pero todo hace pensar que se trató de algo deliberado:
ser derrotados por Angulema significaba pasar a ser regidos por la mo-
deración francesa, librándose de las molestas reivindicaciones populares.
El 11 de junio las Cortes deciden seguir huyendo, ahora a Cádiz. Como
Fernando VII se resiste, lo declaran demente, y nombran una Regencia,
compuesta por Cayetano Valdés, Gaspar Vigodet y Gabriel Císcar. La
locura del Rey duró poco tiempo: el 30 de septiembre daba un Manifiesto
liberal en Cádiz; puesto en libertad el día siguiente daba un contrama-
nifiesto en el Puerto de Santa María. El 13 de octubre entraba en Madrid

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 227


Alberto Gil Novales

como Rey absoluto. Símbolo final, el 7 de noviembre de 1823, después


de un inicuo proceso, se ejecutaba en la plaza de la Cebada de Madrid a
Rafael del Riego. Todo habia terminado.
La idea francesa de que su intervención serviría para instaurar un ré-
gimen moderado fracasó, y en su lugar se puso en marcha una espantosa
contrarrevolución. Es verdad que las tropas francesas, cuya presencia
en España se prolongó durante varios años, evitaron, en donde tenían
poder directo, los mayores desmanes. Angulema se vio obligado, ya el 8
de agosto de 1823, a dar su célebre Ordenanza de Andújar, que facultaba
a los generales franceses a cortar por lo sano las persecuciones y vengan-
zas políticas42. La investigación actual reconoce el carácter templado de
la ocupación francesa, aunque en conjunto su presencia, y no ya sólo en
origen, resultase muy perjudicial para España43.
El hundimiento del liberalismo en 1823 va a dar lugar a una importan-
te emigración, sobre la que contamos con un libro muy importante, el de
Llorens Castillo, sobre todo por lo que respecta a los asuntos culturales44.

42. Cfr. Jean Sarrailh, La Contre-Révolution sous la Régence de Madrid (mai-octobre


1823), Bordeaux, Féret et Fils, 1930.
43. Cfr. la tesis doctoral inédita de Gonzalo Butrón Prida, La presencia francesa en Es-
paña. Cádiz, 1823-1828, leída en la Universidad de Cádiz en junio de 1995. [Se ha publi-
cado por la Universidad de Cádiz en 1996 con el título La ocupación francesa de España
(1823-1828).]
44. Cfr. Vicente Llorens, Liberales y románticos. Una emigración española en Ingla-
terra (1823-1834), 2a ed., Madrid, Castalia, 1968. Cfr. también José Deleito y Piñuela, La
emigración política en España durante el reinado de Fernando VII, en Asociación Española
para el Progreso de las Ciencias, Séptimo Congreso celebrado en Bilbao del 7 al 12 de sep-
tiembre de 1919, 3 voll., Madrid, Imp. de Eduardo Arias, 1919, I, pp. 101-143. Y Rafael Sán-
chez Mantero, Liberales en el exilio (La emigración política en Francia en la crisis del Anti-
guo Régimen), Madrid 1975; Idem, Gibraltar. Refugio de liberales exiliados, en “Revista de
Historia contemporánea”, Sevilla, 1982, n. 1, pp. 81-108; Antonio Moliner Prada, La di-
plomacia española y los exiliados liberales en la ‘Década Ominosa’, en “Hispania”, Madrid,
1992 (LII), n. 181, pp. 609-627; Antonio Meijide Pardo, Actuación del general Quiroga en la
guerra civil de 1823 y sus años de exilio, en “Anuario Brigantino”, 1992, n. 15, pp. 89-112;
Gérard Dufour, Les refugiés espagnols face à l’opinion publique française sous la Restaura-
tion, en Centre aixois de recherches italiennes, L’exil et l’exclusion dans la culture italien-
ne: Actes du colloque franco-italien, Aix-en-Provence, 19-21 octobre 1989, Aix-en-Provence,
Publications de l’Université de Provence, 1991; Alberto Gil Novales, La emigración libe-
ral aragonesa en 1823, en Destierros aragoneses, 2 voll., Zaragoza, Institución Fernando el
Católico, 1988, II, El exilio del siglo XIX y la Guerra Civil, pp. 21-36; María Dolores Po-
sac Jiménez, Tánger refugio de los liberales españoles durante los primeros años de la Déca-
da absolutista (1823-1826), en Eduardo Ripoll Perelló (ed.), Actas del Congreso Internacio-
nal El Estrecho de Gibraltar, Ceuta, noviembre de 1987, 4 voll., Madrid, UNED, 1988, III,
pp. 231-241; Juan Bautista Vilar, Los españoles en la Argelia francesa (1830-1914), Prólogo
de José María Jover Zamora, Madrid-Murcia, Centro de Estudios Históricos-Universidad
de Murcia, 1989; Daniel Rivadulla, Jesús Raul Navarro, María Teresa Berruezo, El exilio

228 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

Durante la guerra realista había existido una llamada Regencia de


Urgel, que dio paso a la de Angulema en Madrid, y a esta el llamado Mi-
nisterio Universal, a cargo del confesor del Rey Víctor Damián Sáez. Pero
ya el 2 de diciembre de 1823 hubo que nombrar un verdadero Ministerio,
presidido por el marqués de Casa Irujo, y al morir éste pasó a ocupar la
Presidencia el conde de Ofalia, entrando Calomarde en Gracia y Justicia.
El régimen instaurado en 1823 teóricamente pretendía volver al an-
tiguo absolutismo, pero en la realidad se basaba en una represión des-
piadada45. Calomarde va a hacer famosa su justicia, que alguien tildó de
inquisitorial. Pero la represión era multiple. La Inquisición no fue efecti-
vamente restablecida, pero esto no por razones europeistas, sino porque
Fernando VII pensaba que el célebre Tribunal no le había salvado de la
Revolución de 1820. Los obispos crearon en su lugar unos Tribunales de
la Fe diocesanos, que todavía en 1826 mandaron a la muerte al famoso
maestro de Ruzafa, acusado de heterodoxia (este caso ofrece muchas si-
militudes con el del Chevalier de la Barre, en Francia, medio siglo ante-
rior, pero en España no hubo ningún Voltaire).
Dentro del absolutismo empiezan a aparecer tendencias exaltadas
y moderadas. A éstas últimas, por lo general, apoyan los franceses. La
necesidad de lavar la cara al régimen produce la amnistía de 1824, des-
pués de vencer terribles luchas internas. Pero esta amnistía comporta-
ba excepciones: muchos ciudadanos, que hasta entonces no habían sido
molestados, empiezan a ser perseguidos en virtud de esas excepciones.
Algunos buscan el camino del exilio; otros serán ejecutados, como el
Empecinado en 1825.
Ofalia creó en 1824 las Comisiones militares ejecutivas y perma-
nentes, que fueron otro terrible instrumento represivo. El ministro de
la Guerra Aymerich, el 9 de octubre de 1824, amplió su jurisdicción. El
resultado fue una impressionante colección de sentencias de muerte. Al-
gunos nombres, como el de Chaperón en Madrid, se hicieron tristemente
célebres en los anales del terrorismo monárquico. También la policia fue
reorganizada, llegándose a la formación de un padrón secreto de ochenta
mil sospechosos. Todo se corona con las bandas de apaleadores, como la
partida del trueno en Madrid, la partida de la porra en Córdoba, que asal-
tan a los ciudadanos por llevar el pelo largo o alguna prenda de vestir de

español en América en el siglo XIX, Madrid, Mapfre, 1992. Y un libro extraordinariamen-


te importante, que rebasa con mucho el tema de la emigración, María Rosa Saurín de la
Iglesia, Manuel Pardo de Andrade y la crisis de la Ilustración (1760-1832), La Coruña, Ga-
licia Editorial, 1991.
45. Cfr. mi artículo La contrarrevolución fernandina (1814-1820 y 1823-1833), en “Hi-
storia 16, extra III”, junio 1977, pp. 7-26.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 229


Alberto Gil Novales

color verde. A veces se llega al ridículo: todavía en 1832 el gobierno pro-


hibe a los paisanos llevar bigote, estimado como aditamento exclusiva-
mente militar, ya que, dice, «últimamente ha habido demasiado abuso».
Legalmente la medida se presenta como desarrollo de la orden de 20 de
febrero de 1815, por la que se prohibía a los militares vestir de paisano46.
Los Voluntarios realistas, regidos por un Reglamento o Catecismo de
1823, que les prescribe virtudes heroicas al servicio de la Religión, del
Rey y de la Patria, son otra de las instituciones típicas del momento. Dan
lugar a unas auténticas venganzas de clase, que el ejército regular, por
una parte, y los franceses, por otra, toleran dificilmente. Ya en 1825 el
general Isidro quiere extinguirlos, para lo que desarma a 44 batallones
y una compañía de Caballería47. Continuaron existiendo, sin embargo,
pero fueron universalmente desarmados en 1833 en todos los lugares de
España en donde no triunfó el carlismo.
Todos los funcionarios fueron sometidos a un estricto sistema de pu-
rificaciones, duro en sus principios, arbitrario en su cumplimiento. Para
poder ser purificados a los militares se les obligó a escribir una Relación
histórica de su conducta política y militar desde el 1° de enero de 1820
hasta el 31 de diciembre de 182348. Muchas de estas relaciones se han
conservado manuscritas, y por lo menos constituyen, a pesar de su sub-
jetividad, una fuente importante para el conocimiento de la época.
Un régimen de esta naturaleza por fuerza tenía que engendrar re-
sistencias. Hay una resistencia pasiva, y a veces activa, protagonizada
por simples ciudadanos que, por añoranza del tiempo pasado, por no
poder más o por no dar importancia a las expresiones de Muera el rey y
Viva Riego, tan comunes entonces como hoy la blasfemia (entre las clases
populares), caen en las redes de la justicia fernandina, y son ahorcados
o se les da garrote. El “Diario de Madrid” es una importante fuente en
la materia. Pero hay también otra resistencia, más organizada, la cual
muy pronto entabla algun tipo de relación con los emigrados. Estos ya
en 1824 habían organizado la primera intentona: partiendo de Gibraltar
el coronel Francisco Valdés el 3 de agosto de 1824 se apoderó de Tari-
fa, pero inmediatamente se vio combatido por las tropas francesas y las
del absolutismo español. La desunión hizo el resto. Valdés pudo escapar,
pero el 24 de agosto fueron fusilados en Algeciras treinta y uno de sus
partidarios. Otros, que se habían dirigido a Almería, fueron también de-
rrotados, entre ellos el célebre Pablo Iglesias, batidor de oro al que no hay

46. Cfr. “Diario de Badajoz”, n. 214, 3 agosto 1832.


47. Cfr. Nicolas Ezequiel Isidro García de la Pezuela, Memoria biográfica, Madrid,
Imp. de El Huracán, 1840, p. 8.
48. Cfr. “Diario de Madrid”, n. 29, 29 enero 1825.

230 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

que confundir con el socialista, quien fue ahorcado en Madrid el 25 agos-


to 1825. Benigno Morales, antiguo redactor de “El Zurriago” fue fusilado
en Almería, dejándonos el impresionante documento que es la Carta de
Benigno Morales a Félix Mejía, publicada en Filadelfia, 1825.
El intento sobre Tarifa, y una nueva trama en Cartagena, 1824, esta
vez para favorecer un desembarco de emigrados, va a provocar el en-
durecimiento del régimen, aunque no tanto que satisfaga a los que muy
pronto van a llamarse “realistas puros”. Porque la oposición al absolu-
tismo fernandino va a ser doble: ultrarrealista y liberal. El no restableci-
miento de la Inquisición, por una parte, y por otra, el resentimiento con-
tra Fernando VII por haber éste jurado la Constitución de 1812, mueve
los hilos de la conspiración realista, aunque olvida que también Carlos
María Isidro había lanzado una proclama liberal. En septiembre de 1824
se descubre la llamada Conjuración Carolina o de la Áncora o de la Es-
trella, que se extiende por la Mancha, Madrid, Aragón y otros puntos, y
se halla en relación con los generales Capapé y Grimarest en Zaragoza49.
Aunque esta conjuración se llama carolina, ya aparece en ella el nombre
carlista, que acabará prevaleciendo. Joaquín Capapé tenia cartas de Don
Carlos invitándole a sublevarse: como Fernando VII prohibió que se pre-
sentasen estas cartas en el consejo de guerra, Capapé fue absuelto con
todos los honores, e incluso hizo caer al ministro de la guerra, mariscal
Cruz (más tarde rehabilitado).
Diferente fue la suerte que le cupo al general Bessières, francés al
servicio de España, que se sublevó en nombre del realismo, y fracasó
ante Sigüenza. El conde de España lo hizo prisionero el 25 agosto 1825
y lo fusiló al día siguiente, quemando sus papeles para eludir más altas
responsabilidades. En 1826 aparece el texto fundamental en la materia, el
Manifiesto de la Federación de Realistas Puros, prólogo de lo que va a ser
al año siguiente la Guerra de los Agraviados, levantamiento ultrarrealis-
ta de Cataluña, con dos fases: en la primavera de 1827 el movimiento es
todavía superficial: pide Inquisición, castigo de los liberales, sustitución
de Fernando por Carlos. En el verano, con el mismo programa, excepto
en que ya no se pide el destronamiento del rey, el movimiento cobra
enorme fuerza, controla ciudades importantes, como Manresa, Vic, Olot
y Cervera, forma en Manresa una Junta superior de gobierno, y obliga
a Fernando VII a trasladarse a Cataluña, a fin de pacificarla. Esta vez no
intervienen las tropas francesas, en parte porque el gobierno fernandino
quiere demostrar que es capaz de dominar la situación por sí solo, en

49. Cfr. mi artículo Revueltas y revoluciones en España (1766-1874), en “Revista de Hi-


stória das Ideias”, 1985, vol. 7, pp. 427-459.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 231


Alberto Gil Novales

parte también porque la actitud ante Francia ha cambiado: ahora lo que


desea ardientemente es que se vayan de una vez los franceses. Pero al
no tomar parte éstos en la represión, pudo creerse que tenían algo que
ver con el origen de todo: punto que no se demostró, ni lo está todavía
hoy, pero ya se sabe que el sentimiento de sospecha no suele obedecer a
razones50.
Todos estos sucesos tienen lugar en medio de una increíble agita-
ción liberal. Los hermanos Fernández Bazón desembarcan en Guardamar
(Alicante), el 18 febrero 1826, fracasan, y son inmediatamente fusilados.
En enero de 1827 se descubre una conspiración en Canillas de Aceituno,
cerca de Vélez Málaga, aunque siempre cabe la posibilidad de que se
tratase de una provocación. El coronel Miguel Nogueras se levanta en
Sariñena (Huesca) el 2 de mayo de 1827: tras el fracaso, es ejecutado.
1827 marca el climax de estos “diez mal llamados años” (1823-1833).
La Guerra de los Agraviados por un lado, la crisis portuguesa por otro.
Esta, muy importante, es consecuencia de la muerte de Juan VI de Por-
tugal, que va a enfrentar a su hija María de la Gloria, niña de corta edad,
con su tío D. Miguel, ultrarreaccionario. Independientemente de que en
el futuro miguelismo y carlismo serán movimientos gemelos, llamados
a una intensa colaboración, los liberales españoles creen llegada su hora
y se trasladan a Portugal, sólo para ver el hundimiento de sus ilusiomes
y para ser expulsados, caso de Romero Alpuente, por intervención del
famoso embajador inglés William A’Court51. Los liberales españoles ha-
bían hecho su héroe de Don Pedro del Brasil, garantía a sus ojos de libe-
ralismo y acaso de unión ibérica, pero este príncipe no se comprometió
nunca firmemente con la causa española, y además todas las negociacio-
nes con él estuvieron infiltradas por agentes absolutistas52.
El fracaso portugués no desanimó a nuestros liberales. Sabemos que
desde 1824-1825 se hallaba conspirando el antiguo guerrillero Francisco
Espoz y Mina, aunque sus actividades parezcan más que sospechosas53.
En el interior de España han ido apareciendo en diferentes fechas Juntas
y cadenas clandestinas, con las que entran en relación los agentes de Es-

50. Cfr. Jaime Torras Elías, La guerra de los Agraviados, Barcelona, Universidad, 1967;
Gonzalo Butrón Prida, op. cit.
51. Cfr. Juan Romero Alpuente, Historia de la Revolución española y otros escritos, cit.,
I, pp. LVIII-LXI, y la entrada correspondiente en el Diccionario biografico del Trienio libe-
ral, ampliada en la nueva redacción inédita. [Véase ahora sub voce en Diccionario biográfi-
co de España (1808-1833), cit., III, pp. 2671-2673]
52. Cfr. mi artículo Repercusiones españolas de la Revolución de 1830, en Del Antiguo al
Nuevo Régimen en España, Caracas, Academia de la Historia, 1986, pp. 185-188.
53. Cfr. Julio Puyol, La conspiración de Espoz y Mina (1824-1830), Madrid, Tipografía
de Archivos, 1932, y mi artículo citado en la nota anterior.

232 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


El reinado de Carlos IV, la Guerra de la Independencia

poz y Mina; aunque, hay que señalarlo, las Juntas del interior pretenden
ser independientes, y no estar sometidas a las directrices de los emigra-
dos. Personaje clave de todas estas actuaciones parece haber sido el inge-
niero Agustín Marco-Artu, el cual formaba parte de una Junta Superior
a la cabeza de todas las del Reino, en correspondencia con Espoz y Mina,
Torrijos y otros emigrados. Pudo escapar cuando se le iba a detener el 17
de marzo de 1831, pero no le cupo la misma suerte al librero y bibliógrafo
Antonio Miyar, quien será ejecutado por un delito que seguramente no
había cometido. La Junta de Londres, y la de Gibraltar aparecida ya en
1825, son muy importantes, pero la primera no es única, pues los emi-
grados están divididos, aunque en la práctica es imposible mantener una
separación absoluta. Persisten las viejas sociedades de masones y comu-
neros, y no obstante generosos intentos de unión, persisten también los
viejos odios.
La revolución francesa de 1830 significa un nuevo aldabonazo para
los liberales: ahora o nunca. París, y ya no Londres, va a ser el nuevo cen-
tro político de la emigración. Existen contactos con Lafayette, e incluso
con Luis Felipe, y con sociedades del tipo Aide-toi: le Ciel t’aidera. Pero
Luis Felipe no es precisamente un revolucionario: en cuanto consiga el
pleno reconocimiento monárquico internacional, romperá sus compro-
misos más o menos firmemente adquiridos. Así, no habrá en España una
revolución de 1830. Pero se produce la llamada Expedición de Vera en
183054. Y la insurrección de Cádiz, de marzo 1831, que fracasará.
Los emigrados crean en París, mediante elección, un Comité Director
de la Emigración, 1° agosto 1831. Pero ya un artículo dirigido al “Journal
du Commerce”, publicado el 15 de agosto de 1831, señala la aparición de
unos disidentes, dirigidos precisamente por Espoz y Mina, el cual por
cierto había sido autor de unas proclamas, que habían sembrado la alar-
ma en un sector de la emigración: Mina quería el poder, aunque sacrifi-
case los principios.
Todavia hubo el intento de José María Torrijos sobre Málaga, que
terminó en fusilamiento de cuarenta y nueve expedicionarios el 11 de
diciembre de 183155. Hubo nuevas tramas en 1832 y 1833, que la muerte
del rey en septiembre de 1833 no interrumpió (la Isabelina, de 1834, etc.).
Pero las circunstancias cambian: tras el óbito, tan esperado, de Fernando

54. Cfr. Manuel Núñez de Arenas, La expedición de Vera en 1830, en Idem, L’Es-


pagne des Lumières au Romantisme. Études réunis par Robert Marrast, Paris, Centre de Re-
cherches Hispaniques, 1963, y mi artículo citado en la nota 51.
55. Cfr. Irene Castells, La utopía insurreccional del liberalismo. Torrijos y las conspira-
ciones liberales de la década ominosa, Prólogo de Josep Fontana, Barcelona, Crítica, 1989,
libro que ha renovado toda esta temática.

“Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234 233


Alberto Gil Novales

VII España entra en otra época. La historia del liberalismo español aca-
bará creando, aun en medio de terribles guerras civiles, una España muy
diferente de la del buen tiempo viejo.
En resumen, en estos largos y agitados años, que culminan hacia
1835-1837, España habrá realizado su revolución burguesa. Incluso el
propio régimen absolutista de 1823-1833 hará concesiones a la burgue-
sía, y lo que es más grave ésta se acostumbrará a colaborar con un sis-
tema sin libertades. La revolución burguesa española se hace en bene-
ficio de una clase minímamente revolucionaria, y que además carecerá
de ideología, o que en todo caso se dejará imantar por las ideologías del
Antiguo Régimen. Parece una ley de nuestra historia contemporánea, la
yuxtaposición, no la sustitución de los valores colectivos. Observando el
problema desde el punto de vista de las élites locales, en su relación con
los señoríos, la burguesía y la acción del Estado, en regiones concretas,
se ha podido determinar que el Antiguo Régimen persiste a lo largo del
siglo XIX, simplemente porque nobles y burgueses, antes, durante y des-
pués de la revolución, habían comenzado a fundirse en un heterogéneo
conglomerado aristocrático56.
Pero este mundo tan complejo es ya, efectivamente, otro mundo.

56. Cfr. Christian Windler, op. cit.

234 “Spagna contemporanea”, 2017, n. 51, pp. 199-234


2004, numero 26

Spagna
contemporanea

EDIZIONI DELL’ORSO

ISTITUTO DI STUDI STORICI GAETANO SALVEMINI


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Intervista

INTERVISTA AD ALBERTO GIL NOVALES

a cura di Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

L’intervista ad Alberto Gil Novales ha avuto luogo nella giornata del


19 marzo 2002 a Urbino. La trascrizione dal magnetofono è stata r ealiz-
zata da Ángel Carmelo Martín de la Calle e da Javier Rodrigo. Il testo è
stato rivisto dall’autore.

Alfonso Botti — Yo empezaría por el principio, ¿dónde estudiaste y cuá-


les son las experiencias más significativas de tu formación?

Alberto Gil Novales — En primer lugar yo pertenezco a una familia oscen-


se, de Huesca, aunque nací en Barcelona, y estudio Bachillerato en el
Instituto de Huesca, entonces eso significa que estudio en un organismo
del Estado. En Huesca había para los varones un colegio religioso y un
Instituto, y había cierta rivalidad entre los dos; no es que marcase la Guerra
civil, pero estaba muy cerca todavía, y había para las mujeres otra cosa. En
cierta manera, eso marca una orientación podíamos llamar civil. Entre los
profesores había gente de todo, había gente horrorosa, pero también los
había castigados, gente de categoría que por diversas razones había sido
castigada de otras zonas de España. No sólo los castigaban a que fuesen a
Huesca, sino a muchos otros sitios; a mí me tocó alguno… Recuerdo un
catedrático…

AB — ¿En qué años estamos?

AGN — En Bachillerato de 1940 a 1947, eran siete años de Bachillerato.


Yo entré cuando no había cumplido los diez años. Yo tenía intereses, exis-
tía una Biblioteca Pública, tenía interés en un señor llamado Federico
García Lorca, y fuí a pedir un libro que se llama Romancero Gitano, y la
respuesta fue: «Ustedes son unos rebeldes». No me prestaron el libro, no

“Spagna contemporanea”, 2004, n. 26, pp. 177-198


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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

me lo dejaron ver. Más: la profesora de Literatura Dª Blanca González de


Escandón, la que años después se casó con Maurice Molho, organizó lec-
turas en su clase, sólo con los libros que había en la biblioteca del centro.
A mí me tocó David Copperfield, por supuesto en castellano. Pero todo se
interrumpió cuando el profesor de Religión, que era un cura, D. José Puzo,
subió al púlpito (teníamos misa diaria obligatoria) y dijo que la profesora
de Literatura quería restar almas al Paraíso. En cambio el catedrático de
Física, que se llamaba Ramón Martín Blesa y era un tipo sensacional, con-
vocó un día un examen de problemas de Física, y cuando fui a hacerlo me
dijo: «No te hace falta hacer el examen, que para nada lo necesitas», y me
dio en cambio las Memorias de Pío Baroja. Estas cosas son las que se agra-
decen, ¿no?, es curioso que es la gente de Ciencias la que me trató mejor.
Yo no me orientaba, no me orienté jamás por las ciencias, pero esto no fue
obstáculo. Otro señor, muy mayor ya, D. Francisco Cebrián, castigado en
Huesca, en donde enseñaba Matemáticas y Lengua alemana, después de
haber sido el introductor en España de las derivadas. Cebrián se portó muy
bien conmigo, se portó extraordinariamente siempre, y de estas cosas estoy
muy agradecido. En cierta manera mi Bachillerato tenía defectos, Filosofía
y lo que sea, cosas que no he aprendido, y que a lo mejor me da tiempo a
aprenderlas todavía, pero con todos esos defectos, ese Bachillerato es posi-
tivo. Después pasé en 1947 a la Universidad de Zaragoza, y se me hundió
el mundo. ¡Horroroso! La única compensación es que en Zaragoza había
libros, que en Huesca no había, librerías de viejo. Un libro que me marcó,
y que compré en una de esas librerías de viejo, fue uno de Joaquín Costa,
Reconstitución y europeización de España. Yo, que iba teniendo una indig-
nación por lo que veía alrededor, le fui dando forma con la lectura de Costa.
¿Por qué ese libro estaba en la librería? Traté de reconstruirlo después. El
libro, publicado en 1900, llevaba una dedicatoria manuscrita a un sindica-
to de Zaragoza, y supongo que ese sindicato desaparece por la Guerra civil.
Por venta llegó a la librería, y por casualidad llegué yo a ella antes que
nuestro amigo Scotti, y lo compré.

AB — ¿En qué carrera te matriculaste?

AGN — Esa es otra cuestión. Cuando uno tiene 10 años, e incluso 17 sin
cumplir, porque por las fechas yo entraba siempre un año antes, no se sabe
nada de la orientación. Yo sabía que no me interesaba dedicarme a las
Matemáticas, sino a una carrera de Letras. Derecho me parecía muy boni-
to, y además están las famosas salidas, mientras que me decían, sin for-
zarme, que Filosofía y Letras, la única Facultad literaria aparte de Derecho,
era morirse de hambre. Como nunca he tenido vocación de morirme de
hambre, fuí a estudiar Derecho y lo estudié. Me encontré una Facultad en
la Ciudad Universitaria, en la que la mitad de los catedráticos, creo que
también en el resto de la Universidad de Zaragoza, estaban en la emigra-

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Intervista ad Alberto Gil Novales

ción y la otra mitad eran gobernadores civiles del franquismo. Es decir, que
no había nadie, absolutamente nadie, ni buenos ni malos. Era un abando-
no total, una cosa mecánica, había que aprobar. Yo tenía cierto sentido de
continuar, apruebo una asignatura, y me importa un comino.

AB — Aparte de Costa, más en general, ¿qué libros encontrabas, qué libros


te apasionaban?

AGN — Leía todos los del Noventayocho, Unamuno, Pío Baroja, Azorín,
Valle-Inclán, que compré en Huesca. También cierta poesía, Antonio
Machado, Lorca, Alberti, Jorge Guillén. Y también procuraba hacer incur-
siones en los clásicos. El Quijote lo leí cuatro veces.

AB — ¿Y los extranjeros?

AGN — Compré por 100 pesetas las obras de Shakespeare. Y también


franceses, André Gide, que compré en una estancia en Estrasburgo en
1948. La cuestión de las lenguas se resuelve no teniéndoles miedo. Había
estudiado francés en el Bachillerato, pero no lo leía. Me lancé a hacerlo
con un diccionario, que es un poco latoso, pero muy útil. También portu-
gués, por influencia de Unamuno: Teixeira de Pascoâes, Castelo Branco,
Eça de Queiroz, Guerra Junqueiro. Los italianos todavía no… Era tan
deprimente la Universidad de Zaragoza que cualquier motivo era bueno
para escapar. En 1950 fui a Italia por primera vez, me dieron la beca…

AB — Espera un momento. ¿Compañeros, amistades, asociaciones, SEU?

AGN — Compañeros sí, de la carrera, y de fuera que conocía por otras


razones. En Zaragoza, eso era importante, había un núcleo de gente muy
aficionada a la literatura y a la pintura. Ni siquiera sé más o menos en qué
zona de la ciudad estaba, me parece cerca de la calle Alfonso, pero había
una casa adonde íbamos a ver libros y obras de arte. Miguel Labordeta que
murió años después, era muy amigo mío, tengo su primer libro, Sumido-
25. Asociaciones ninguna. Oficialmente todos pertenecíamos al SEU, pero
yo no estuve jamás ni participé, salvo en las milicias universitarias, que
eran forzosas.

AB — Cuéntanos algo de estas milicias.

AGN — Era una organización pensada para que los estudiantes hiciesen el
servicio militar, y acabasen al cabo de dos veranos saliendo de alférez.
Luego se incorporaban seis meses a un determinado destino; era una cosa
para la creación de oficiales de complemento. Yo fui dos veranos a los
Castillejos, un campamento nuevo en la provincia de Tarragona, en donde

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Cap.09-Spagna_26 - 3a bozza 14-03-2005 11:09 Pagina 180

Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

hice también muchas amistades. No aguanté la disciplina militar, no la tole-


ré; en consecuencia no fui oficial de complemento, fui soldado de comple-
mento. No tengo más graduación. Un día me negué a hacer un paso ligero;
ya había protestado en la fila, una cosa de escándalo. Vino un capitán, lla-
mado Arias, que había tomado la costumbre de aparecer por mi tienda a pre-
guntar si existía Dios, una pregunta estúpida. Después de lo que pasó, de mi
protesta pública porque un alférez se había metido con un compañero, que
además era carlista, de Gandesa, muy débil de carácter. Pero yo no lo podía
tolerar, y dije públicamente que ya estaba bien de castigar a ese chico.
Cuando el alférez me quiso imponer a mí el mismo castigo que al de
Gandesa, es cuando me negué. Vino el capitán, formó dos compañías, me
hizo adelantarme y me calificó de traidor, una cosa tremenda, yo tenía 18
años. No pasó nada, pero me mandaron a la corrección, a la cárcel podría-
mos decir, pero del campamento, una tienda más grande, en donde encontré
a gente muy curiosa. Había un chico catalán, Alberto Omo, que hizo una lle-
gada como para épater le bourgeois. Con él estaba Jaime Gil de Biedma, que
no sé si era su amigo o se habían conocido en el extraño ambiente de la
corrección. Organizamos una tertulia literaria, extraordinaria, sobre literatu-
ra francesa, poesía, que Gil de Biedma recitaba muy bien, y Unamuno. Un
señorín que andaba por ahí, y al fin se nos presentó, pretendiendo el ingre-
so en tan distinguido club, lo hizo como especialista en Tertuliano. Al fin
acabé la mili esa, y como estaba suspenso, dije que me marchaba. Al frente
del campamento estaba un teniente coronel, una mala bestia, de la genera-
ción de Franco, del que se decía que no había ascendido porque mató a un
soldado de una bofetada. Cuando le dije que me marchaba del campamen-
to, me contestó «Si Vd. se va, le echo encima la Guardia civil». Luego me
licencié en Derecho, no cuando me tocaba, sino un año después. Era el 1953.

AB — Pero ya habías estado en Italia alguna vez, en 1950. ¿Cómo pasó eso?

AGN — Fuí con una beca de la Università Italiana per gli Stranieri, de
Perugia. Llegaba con una idea, lo que me interesaba era abandonar
Zaragoza, exclusivamente. Si me dan la beca para el Polo Norte, me voy
también. No estar en Zaragoza. Antes había estado en Estrasburgo, ya en el
1948, con una beca fingida. No se podía salir de España, a no ser que tuvie-
ses una beca. Yo no tenía beca, pero se finge que la tenía. Salí de España
con mil pesetas metidas en el zapato. Encontré gente extraordinaria en
Estrasburgo, mixta de Alemania, Francia, conocí hispanistas de gran cate-
goría. En fin, una apertura al mundo. En 1948 pude salir por un amigo, un
compañero de clase que tenía un hermano que trabajaba en el Instituto
Español de Moneda Extranjera. Para salir era imprescindible tener el per-
miso de este organismo, lo que era muy difícil. El hermano de mi amigo lo
consiguió para los dos, pero luego él no se atrevió a salir. Me voy yo solo,
estuve un mes de vacaciones, pero aprendiendo… En 1950 voy a Perugia…

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Intervista ad Alberto Gil Novales

Vittorio Scotti Douglas — Más de un mes.

AGN — Sí, dos meses y medio, o algo así. Mi idea preconcebida era que
en realidad no merecía la pena, pero a la semana ya estaba yo ganado por
los italianos… La inteligencia en el trato de la gente. Comencé a ir a unas
clases de pura gramática… io, tu, lei , pero no me interesaba demasiado,
me interesaba saber historia italiana, literatura. A la semana fuí a decírse-
lo a un señor, para pasar al curso superior directamente, dejando los infe-
riores. En el curso superior se hablaba de geografía, de historia de Italia.
Me acuerdo de un profesor que se quejaba amargamente de la pérdida de
las colonias, también eso era interesante. En un sitio con exigencias, no me
hubiesen dejado por no saber la gramática. Pero como en definitiva se tra-
taba de una cosa inteligente, humanista, me dejaron. A lo mejor perdí
mucho de lo que se dijo, pero me metí de lleno; ya entonces comencé a leer
literatura italiana, es verdad que hay libros muy difíciles. Cuando volví a
España nunca dejé el italiano, aunque la provisión de libros no es tan
fácil…

AB — Acabada la carrera, ¿qué?

AGN — Acabada la carrera no tenía donde caerme muerto, salvo la fami-


lia. Me fui a Madrid y allí no sabía qué hacer. Trabajé en algunas editoria-
les, Aguilar, Taurus, en la confección de las cosas más sencillas. Me hice
socio del Ateneo. Tenía desde siempre una ilusión, que era la de leer a
Voltaire: en cuanto llegué a Madrid me hize socio del Ateneo, y me pare-
ce que el primer libro que pedí fueron las obras completas de Voltaire, que
me fueron servidas sin problemas. ¡Y estábamos todavía en pleno fran-
quismo! Pero bueno, estas cosas ocurren. Había en el Ateneo un portero,
muy viejo, que tenía obras de Azaña publicadas anteriormente, pero hubo
una gran limpieza, quitaron y quemaron libros, pero este señor salvó
muchos en su casa, y algunos nos los pasó. También quisiera decir dos
palabras sobre el Rastro: allí compré yo libros muy importantes, españo-
les, franceses, ingleses, alemanes (Goethe completo, salvo el tomo final de
índices, por 300 pts.). Por ejemplo Zadig, de Voltaire, y otros, en esa deli-
cia editorial que fue la Colección Granada, de don Alberto Jiménez Fraud.
Yo no entendía por qué estos libros estaban llenos de paja. Supongo que se
debe a que habían estado ocultos. Así transcurría mi vida, cuando tuve una
beca para ir a Saarbrücken, en Alemania, pero todavía ocupada por
Francia, como consecuencia de la guerra… pero con esto estoy pasando al
año 1958. Entretanto había estado escribiendo un libro que salió inmedia-
tamente después, Las Pequeñas Atlántidas.

VSD — Lo he comprado hace poco, una maravilla.

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

AGN — El libro se publica en 1959 en la Biblioteca Breve de Seix Barral,


en Barcelona. Importante acaso, un poco rompedor, aunque yo no fuese un
literato.

VSD — Alberto, perdona. Las cosas que están en Las Pequeñas Atlántidas
¿estaban ya publicadas en otros lugares?

AGN — Algunas. El artículo sobre Espronceda salió en “Informaciones”


en 1956. En 1957 se publicaron el trabajo sobre Antillón en un suplemen-
to de “Insula”, el de Azara en “Cuadernos Hispanoamericanos”, Las lavan-
deras de Carabanchel en “Papeles de Son Armadans”, y el de Flórez
Estrada en la revista “Bolívar”, de Bogotá, éste a través, creo, de un poeta
colombiano, Antonio Valencia. En Madrid intenté dedicarme al periodis-
mo (ya antes en Zaragoza había colaborado en “Heraldo de Aragón”). Fui
al periódico “Madrid”, que estaba dirigido por Juan Pujol; éste había
comenzado por anarquista, luego había pasado a Falange. Yo no andaba
preguntando, en realidad no había opción.

AB — Pero, ¿lo conociste personalmente?

AGN — Sí, sí, me recibió. Le llevé un artículo que figura en el libro, sobre
Caxa de Leruela, para publicarlo allí, y me dijo textualmente: «Es la pri-
mera vez que un desconocido trae un artículo para que se lo publiquemos
en el periódico y se lo publicamos el lunes siguiente, en la página más
importante». Dijo que esperaba que yo ocupase el puesto que dejaba D.
José Ortega y Gasset, el cual acababa de morir. El artículo se publicó,
noviembre 1955, pero yo no seguí en “Madrid”, no sé por qué. Más o
menos por las mismas fechas fui al “ABC”, en donde me recibió D.
Antonio Rodríguez de León, ex-gobernador civil de no sé qué provincia
con la República, depuesto por los franquistas. Afortunadamente evitó el
fusilamiento. “ABC” acogía a gente perseguida. Antonio Rodríguez de
León me publicó dos artículos. El director de “ABC” era entonces Luís
Calvo, inteligente, malhablado, famoso por algunas polémicas, pero no
tuve relación con él: sólo lo ví un día echando la bronca a todo el mundo.
Los artículos, uno sobre Unamuno, y otro sobre Salvador Espríu. El artí-
culo sobre Espríu me proporcionó su amistad, un personaje increíble, de
inmensa categoría; siempre que yo iba a Barcelona lo visitaba, y sobre todo
recibí de él muchas cartas preciosas.

AB — Hablas del “ABC” como si fuese un periódico de extrema izquier-


da, ¿por ser monárquico?

AGN — Sí, tal vez por ser monárquico, pero tampoco eso significaba
mucho entonces, puesto que salvo los pensamientos que tuviesen los par-

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Intervista ad Alberto Gil Novales

tidarios de Don Juan, no había posibilidad de monarquía ni de nada, el fran-


quismo estaba perfectamente asegurado. Lo que quiero decir es que, entre
los periódicos que se publicaban en Madrid entonces, el “ABC” parecía el
más aperturista. En el “ABC”, cuando comenzó el tema de la revolución
cubana, la de Fidel Castro, se publicaban a veces artículos casi en parale-
lo, artículos tremendos contra la revolución y artículos a favor de la misma.
Entre éstos destacaban los de José María Massip, antiguo republicano y
catalanista, transmutado en corresponsal del “ABC” en Washington (me
parece). Para la gente joven, como yo, que esperábamos el triunfo de la
revolución, estos artículos resultaban fundamentales. También existía
“Pueblo”, periódico falangista, de los sindicatos verticales, en el que jamás
entré, pero en el que, en contradicción con la posición oficial del periódi-
co, se publicaban cosas casi marxistas leninistas. Conocí un personaje,
falangista de la primera hora, que se denominaba a sí mismo marxista leni-
nista…

AB — Ideológicamente, ¿cómo habías evolucionado, y a raíz de qué?

AGN — Yo era cada vez más republicano, liberal…

AB — Pero tu familia ¿era republicana?

AGN — Sí, pero tibia, mi padre los domingos iba a misa de una, que era
la última, porque no había más remedio, pero no tenía nada que ver con
cuestiones religiosas. Mi madre era naturalmente católica, de Huesca, pero
su familia era en parte de origen navarro, muy característica, liberal de
Tafalla. Mamá respetaba a escritores como Don José Nakens, por influjo
de su padre, mi abuelo, que era furibundo republicano, de los que después
se llamaron históricos. Murió en 1931. Mi padre leía prensa extranjera en
castellano, “La Nación” de Buenos Aires el más importante.

VSD — ¿Qué profesión tenía?

AGN — Era jefe de negociado de la Diputación provincial.

AB — Entonces, republicano…

AGN — Liberal, sin duda, acaso sin saber demasiado lo que eso signifi-
caba. Estando ya en Alemania, los alemanes me dieron otra beca, y fui
aprendiendo alemán en un ambiente internacional: franceses, italianos…
Allí aprendí realmente francés e italiano, algo de alemán también. En
Saarbrücken compré muchos clásicos franceses, de la Editorial Garnier,
Molière, Diderot, Voltaire, Stendhal… Una joya. La beca alemana me obli-
gaba a seguir unos cursos europeos, aburridos, que no me interesaban para

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

nada. Por ejemplo, todo un curso versaba sobre La situación de los emple-
ados en la Alta Autoridad.

VSD — Eran cursos jurídicos

AGN — Sí, jurídicos, administrativos… Aprovechando viajes de estu-


diantes alemanes, en los que admitían extranjeros, fui a Berlín (Oeste, pero
pasaba al Este a ver las obras de Bertolt Brecht), y a Foggia (otra vez Italia)
y Viena. Estando en Alemania se me ofreció la posibilidad de ir a los
Estados Unidos, y fuí contratado en 1961 al Middlebury College, en Ver-
mont. Encontré allí una biblioteca excelente, que en lo que se refiere a la
parte española había sido hecha por un español de la República, el Dr. Juan
Centeno. Contenía todas las obras de Costa, lo que me permitió escribir la
tesis que había proyectado. Me llamó la atención la tremenda ignorancia
de los profesores americanos, una ignorancia supina. Con muy pocas
excepciones.

AB — ¿A estas alturas ya había nacido el Gil Novales historiador?

AGN — No, yo estaba aún haciendo la tesis en la Facultad de Derecho,


Derecho y revolución en el pensamiento de Joaquín Costa.

AB — Entonces, en esta época por medio de la tesis te trasladas gradual-


mente del derecho hacia la historia.

AGN — Sí, pero ya antes, con Las pequeñas Atlántidas, que eran una espe-
cie de ensayo sobre los siglos XVIII y XIX. Algún periódico que todavía
existe, como “El Correo Español-El Pueblo Vasco”, decía que yo me acos-
taba a los derrotistas. Por entonces leí mucha literatura hispanoamericana,
esa es la ventaja de una biblioteca que funciona. Por cierto, en 1958 Miguel
Ángel Asturias me envió un ejemplar de sus Leyendas de Guatemala con
la dedicatoria «Al escritor AGN con mis dos manos. Buenos Aires, marzo
1958». Volví a España en 1964, con idea de entrar en la Universidad de
alguna forma, lo que era muy difícil, aunque mucho más fácil de lo que es
ahora, ahora hubiera sido imposible. Tuve la fortuna de encontrar en la
catedral de Huesca a don Luis García de Valdeavellano, que era un emi-
nente medievalista, a quien me habían presentado alguna vez antes. Lo
saludé y estando hablando le dije que me gustaría entrar en la Universidad.
«Yo le nombro», me dijo, una cosa increíble, me nombró ayudante con un
sueldo de 1500 pesetas al año, un sueldo simbólico, en una cátedra de
Historia de las Instituciones, Facultad de Ciencias Políticas y Económicas.
Valdeavellano era un hombre extraordinario, era un liberal, conservador,
pero un superviviente de todos los problemas de la Guerra civil. Un hom-
bre que conocía muy bien la historia de España, las literaturas francesa y

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Intervista ad Alberto Gil Novales

española, y la historia del Arte. Hablábamos mucho, de Alberti y cosas de


esas, porque lo terrible para un hombre como Valdeavellano es que con la
gente que tenía alrededor no podía hablar de estas cosas.

AB — Entonces ¿te vinculaste a Valdeavellano?

AGN — Sí, me vinculé. Pensaron que sería mejor que me vinculase con
Maravall, y entonces Valdeavellano y el actual director de la Academia de
la Historia, Gonzalo Anes, me llevaron a hablar con él… Pero Maravall no
me quiso. Ya conocía mi libro, pero yo tenía un defecto para él, y es que
no era discípulo suyo. Por ello seguí con Valdeavellano, y no me fue mal,
porque me enteré de temas como ¿qué es el feudalismo? y otros para una
formación de medievalista, pero sin intención ninguna de dedicarme a la
Edad Media. Incluso, cuando murió la mujer de Valdeavellano, me quedé
yo al cargo de la asignatura, pero muy poco, porque ya entonces me había
presentado a unas oposiciones para la Universidad Autónoma de
Barcelona. Ví en el BOE [Boletín Oficial del Estado] la asignatura convo-
cada, Historia de los Fenómenos Sociales, y me presenté. Yo no había teni-
do arte ni parte en el nombramiento del Tribunal, pero sus cinco miembros,
uno de ellos Maravall, me votaron a mí. Así en 1972 me fuí a la UAB
[Universidad Autónoma de Barcelona]. Ya estaba investigando sobre lo
que iba a ser Las Sociedades Patrióticas, y ello porque en la obra de Costa
se plantea continuamente la necesidad de ir atrás a conocer los orígenes del
liberalismo en España. Trabajé sobre el Trienio liberal, y no, entonces,
sobre la Guerra de la Independencia. Cuando comencé a leer el periódico
“El Zurriago”, me pasó al principio que no entendía nada, las alusiones, las
citas… luego más tarde trabajando se entienden las cosas. Me fui en fin a
Barcelona, en donde me trataron pésimamente, hicieron correr la voz de
que yo era un agente de Franco, o algo parecido. El caso es que me encon-
tré de entrada una rebelión tremenda de los estudiantes, que no esperaba.
En la emoción de aquellos días hubo alguien, totalmente desconocido para
mí, que se puso de mi parte. Las cosas se arreglaron y tuve excelentes dis-
cípulos.

AB — Dos cosas: nivel de endogamia de la Universidad de aquella


época…

AGN — Muy grande.

AB — Y ambiente historiográfico catalán, Vives…

AGN — Sí, Vicens Vives, pero yo no tenía nada que ver con él, no le había
conocido. Fuimos a Lisboa a un congreso, y Jordi Nadal, uno de los más
importantes discípulos de Vicens, lo primero que hizo, al llegar, fue pre-

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

guntar por mí. Los tiros no venían por ahí. Es que todas las plazas que salie-
sen tenían que ser para catalanes.

AB — ¿Ya por entonces? Eso no conectaba con la política cultural del fran-
quismo.

AGN — No, pero la creación de las Universidades Autónomas, que de


autónomas no tenían nada, indicaba una apertura por necesidades objeti-
vas del desarrollo, que tenía que ver con el Opus Dei en parte, con el
Ministro de Educación, la Ley General de Educación… se crean estas
Universidades, en Madrid y Barcelona, y yo voy a la UAB, procedente de
la Complutense. Yo de franquista no tenía nada, y comencé pese a todo a
dar mis clases. La cosa se fue deshaciendo rapidísimamente, y yo tuve mis
discípulos, algunos de ellos extraordinarios por mérito propio, como Juan
Francisco Fuentes, Lluis Roura, Juan Antón o Félix Llanos. Fuí publican-
do otras cosas… y en 1979 salió a concurso una plaza en la Complutense,
en Ciencias de la Información, plaza que en un principio me negaron, por-
que decían que en el título de la materia me faltaba una y griega. Historia
Contemporánea Universal “y” de España. A mí me faltaba la “y”, o algu-
na tontería de esas. Pero yo fui a los tribunales, y allí gané. Entonces en el
1980 entré en un Departamento de Historia Contemporánea, donde no
había más que del Opus Dei, y algún individuo más o menos trotskista.
Salvo periódicos del siglo XIX que estaban expuestos en vitrinas, todos los
libros que tenían eran de lo peor. Era el departamento de Seco Serrano. Al
principio Seco trató de portarse bien, pero inevitablemente chocamos. Es
una persona competente, un ex-franquista ahora más o menos aggiornato.

AB — Volvemos a la historiografía propiamente dicha.

AGN — Mientras estaba en la UAB se publicaron Las Sociedades


Patrióticas, en 1975, lo que me da en cierta manera relevancia. Seguía
siendo agregado, y sólo pasé a catedrático en cuanto vine a Madrid (el paso
dependía de que hubiese plaza).

AB — Los estudios sobre el siglo XIX, sobre el liberalismo, no están muy


difundidos ni cuando tú empezabas a estudiar ni cuando dabas vueltas por
el mundo con becas. Entonces, ¿qué es lo que te orienta un poco? ¿Es algo
español, algo extranjero?

AGN — Libros españoles, un poco fuera ya de contexto. Rafael Altamira,


que se había ocupado de forma muy general de algo de esto, y para mí era
importante, una referencia. Y muy curioso, Maximiano García Venero,
aquel falangista que se decía marxista-leninista, es autor de un libro titula-
do El parlamentarismo español , que me resultó extraordinario. Era un

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Intervista ad Alberto Gil Novales

libro absolutamente liberal, en el que yo hallaba expuestas con claridad,


muchas de las cosas que iba encontrando en los documentos. Es verdad,
cuando fui al Congreso sobre la Ilustración en Pisa, 1979, era el único pro-
fesor de una Universidad española, no el único español, porque allí estaba
María Rosa Saurín de la Iglesia, de la Universidad de Urbino; una perso-
na que ya empezaba a destacar, y cómo, en temas conexos con los míos.
Pero directamente de España, nadie. En cambio, unos años antes, en 1975,
había ido al Congreso Internacional de Ciencias Históricas, en San
Francisco, en el que encontré a gente de mucha categoría. Estando allí vino
un señor que me dijo: «Io sono Franco Venturi». ¡Increíble! ¡Increíble! En
un seminario dentro del Congreso, en el que se hallaban algunos catedrá-
ticos españoles, Venturi hablaba de la relación intelectual entre España e
Italia, a raíz del siglo XVIII. De repente, estando yo en el público, hizo un
extraordinario elogio mío. Yo ni me lo esperaba, dijo que el futuro de la
investigación histórica iba por lo que yo estaba haciendo. Yo quería rela-
cionarme con los catedráticos españoles, lo necesitaba. Había oído al
actual secretario de la Academia de la Historia, Eloy Benito Ruano, que
estaba en la presidencia del acto, zafarse por peteneras diciendo «Je suis
médieviste». Fui a saludar a Felipe Ruiz Martín, importante catedrático de
Historia económica, y ni me contestó. Aquello entonces me dolió bastan-
te, pero hay que entenderlo: expresaba su disgusto ante el hecho de que
Venturi me hubiese elogiado a mí, y no a él, pero hay algo más: Ruiz
Martín había hecho un gran esfuerzo para reciclarse en Historia económi-
ca, ya que se le había dicho que era la única científica, y en consecuencia
había publicado cosas de valor. Y ahora Franco Venturi decía que el futu-
ro estaba en lo que yo hacía. Venturi repitió su juicio en el prólogo de sus
Studies in Fr ee Russia , Chicago 1982, al citar dos libros míos, Las
Sociedades patrióticas y El Trienio liberal, 1980, como “further reading”.
Yo necesitaba no el elogio, ya que era cosa de vanidad, sino la aprobación
de mi trabajo, para saber que lo que yo hacía tenía sentido. Me había fal-
tado hasta entonces el diálogo; sí lo había tenido con Valdeavellano, pero
era muy diferente; algo, muy poco, con Maravall, con don Ramón
Carande, generoso y entusiasta, pero en buena lógica su admirable Carlos
V quedaba muy lejos de mis inquietudes; y con Gonzalo Anes, que me
ayudó en lo de Maravall, y seguimos siendo amigos, pero muy pronto nos
distanciamos. Anes es un personaje extrañísimo, un asturiano con una
vocación de secretismo total.

VSD — Dentro de esta formación extranjera, con contactos importantes,


y de tu afición liberal… ha entrado también el marxismo.

AGN — Sí, hasta cierto punto. Sin el marxismo no se comprende el anti-


franquismo. Yo había hecho lecturas de Marx, pero tardías y escasas.
Quiero señalar el influjo de Eloy Terrón, a quien conocí en el Ateneo de

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

Madrid. Terrón fue el primero en hacer una investigación seria sobre el por
qué del krausismo español (Sociedad e ideología en los orígenes de la
España contemporánea, Barcelona 1969). Cuando fui a la República De-
mocrática Alemana me trató siempre muy bien Manfred Kossok, al que
había conocido en San Francisco, y con el que colaboré bastante. Kossok
era un hombre del sistema, y tenía sus razones para serlo, pero tenía una
categoría inmensa como hombre de ciencia y como persona, tenía un
humor simpatiquísimo. También Noël Salomon, al que conocí en México,
y del que me hice muy amigo. No había una identidad político-filosófica,
pero sí una solidaridad humana, y por supuesto los mundos que represen-
taban me parecían muy superiores al franquismo. Como método de traba-
jo he seguido mis propias ideas, de poca densidad acaso, pero sabiendo que
existen los problemas de orden social. He buscado ante todo una historia
de las ideas, de la transmisión de las ideas, y de los acontecimientos que
van más allá del mero nacimiento de una princesa. He estudiado el siglo
XIX, que a mucha gente le parecía inactual. En algunas cosas eso me ha
perjudicado, si me hubiese dedicado a hacer una historia oficial, acaso todo
habría sido más fácil.

AB — ¿Cuánto del liberalismo español es español?

AGN — Hay un liberalismo español, y eso es lo importante. Cuando yo


comencé a interesarme por el asunto, lo que se decía en los ambientes ente-
rados es que los liberales españoles daban risa. Y no hay tal cosa. Existió
una Ilustración española, descubierta en la Segunda República, como puso
de relieve Werner Krauss (al que yo no conocí, pues murió demasiado
pronto), y redescubierta a partir de los años Cincuenta. La relación de la
Ilustración con la Segunda República me parece muy importante. A esa
Ilustración se le pueden y se le deben reconocer límites, pero existió. Yo
he leído libros de la época, que están bien como erudición, pero que des-
conocen todo. Si te acercas a los textos encuentras un inmenso clamor, a
favor, en contra, ahí está. Sobre todo había que combatir la especie de que
España es el país que había carecido de Renacimiento, de Ilustración, de
Romanticismo; incluso se llegó a decir que cuando se perdió América,
nadie en el país se enteró. No. El liberalismo español existe: la tarea era
recuperarlo en sí mismo y en sus posibilidades de futuro, sin hacer de él un
nacionalismo, sin convertir esos valores en un título de gloria que nos auto-
rice a hacer la vida imposible a los demás. Eso es importante, ir cada vez
a más. Como fuente están los periódicos, difíciles de leer porque las colec-
ciones se hallaban en los áticos de los edificios, y se caían, o en los sóta-
nos, donde se los comían las ratas. Luego están los reglamentos, esos
sabios reglamentos concebidos para que nadie trabaje. Así y todo había, y
hay, instituciones modélicas, como la Hemeroteca Municipal de Madrid.
Y lo mismo que Ricardo Fuente en su tiempo pudo reunir semejante colec-

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Intervista ad Alberto Gil Novales

ción comprando los ejemplares en el Rastro, en mi época se podía también,


quizá menos, pero yo compré, entre otros, periódicos de la Revolución de
1868. Algunos de aquellos libreros de ocasión se portaban admirablemen-
te. Al ver que yo no era negociante, me llamaban aparte, y me reservaban
lo mejor que tenían. Así iba yo descubriendo no ya el liberalismo del conde
de Toreno o de Martínez Marina, aunque también, sino una línea más pro-
funda, la del “Zurriago” y congéneres, que planteaba inmediatamente un
problema democrático, que luego sigue, con sus limitaciones, porque la
historia no se detiene en 1823. Traté de entender lo que esto significa, lo
que requiere mucho tiempo; y conocer sus límites, conociendo también lo
que pasó en los países de alrededor, en Italia, Francia, Portugal, algo tam-
bién en Inglaterra, y en Alemania.

VSD — Creo que la pregunta de Alfonso es también cuánto las otras ideas
que llegaban de Inglaterra o Francia han influído en el liberalismo español.

AGN — Evidentemente, hay una similitud, no igualdad. A mí me insistí-


an mucho los colegas de Coimbra, si no se había dado en España un libe-
ralismo aristocrático, a la inglesa, con muy poca masa popular. Yo eso no
lo entendía. Algo de eso hubo, pero el Senado es una cosa tardía, a partir
de 1834. Para el liberalismo español, desde muy temprano, en su línea más
dinámica, uno de los caballos de batalla es evitar la llamada Ley de
Cámaras, querían sólo una cámara que fundamentase una revolución que
llegase al pueblo. Esto tiene similitudes con lo ocurrido en Portugal, así
como desde el punto de vista de los apoyos internacionales. Encontrar
libros como los de William Hazlitt, un importante ensayista británico que
saluda a la revolución española como una cosa sensacional: este país de la
Inquisición, reaccionario, brutal, de repente se ha convertido en el país de
la libertad. Todos los emigrados italianos de 1821 están allí presentes,
montan sociedades secretas, y eso también es un contacto. Emigrados fran-
ceses también, es la lucha contra el absolutismo instaurado. Existe un inter-
nacionalismo liberal que tiene cierta importancia, que tiene un problema
para quien trata de estudiarlo, y es que se trivializa hablando de aventure-
ros. No son aventureros, es una conciencia colectiva.

AB — Algo sobre el problema del hispanismo, porque se ha puesto de


moda decir que los hispanistas han tenido una importancia fundamental,
como Cheyne, pero que ya no sirven o sirven menos puesto que ya los his-
toriadores españoles no tienen los problemas que tenían durante la época
de Franco… Cuéntanos algo de George Cheyne.

AGN — Encontré a Cheyne en el Archivo Histórico Nacional, donde esta-


ban los papeles de Costa. Era una gran persona. Me dí cuenta en seguida
de la seriedad de su trabajo, así que decidí retirarme de los estudios cos-

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

tistas para no obrar en paralelo. Aunque pronto descubrí otros amigos con
las mismas aficiones, como Rafael Pérez de la Dehesa, también un perso-
naje de antología. Cheyne escribió una espléndida biografía de Costa, que
se publicó en Barcelona. Estuvimos muchos años en estrecho contacto.
Cuando la Editorial Guara comenzó la edición de las obras de Costa, se
formó un Consejo editorial, presidido por Cheyne, al que yo pertenecía.
Escribió y publicó varios libros importantes, y localizó los materiales de la
Historia crítica de la Revolución española, libro inédito de Costa, del que
pensamos hacer una edición conjunta. Pero Cheyne se murió, y entonces
Asunción, su mujer, me mandó todas las fotocopias, y así pude editar la
Historia crítica (Madrid 1992).

AB — En los últimos años unos colegas españoles han defendido la idea


que mientras Franco vivía, y los archivos estaban cerrados, la función del
hispanismo y su papel era importante, sobre todo en la historia de la
República y de la Guerra civil. Desde los Ochenta, la función del hispa-
nismo no es igual, como si tuviese una misión de suplencia. Mirando desde
fuera, con una formación distinta, ¿se pueden valorar, apreciar, descubrir,
aspectos diferentes que no se ven con otra formación?

AGN — Desde el punto de vista historiográfico, por ejemplo, está Tuñón


de Lara…

AB — Español como carnet de identidad, pero francés como historiador,


al vincularse a PierreVilar, trabajar en París, con una formación marxista
que en España no se tiene…

AGN — Sí. En Pau llama a gente española y gente de fuera, lo que rela-
ciona a unos con otros.

AB — Y tienen una importancia fundamental en la historiografía españo-


la. Pero, por ejemplo, la historia de la Ilustración, del liberalismo, de la bur-
guesía, ¿no tienen un input francés?

AGN — Evidentemente. En el primer Congreso al que fui a Burdeos,


1973, el tema era La question de la Bour geoisie…, ya estaba la cuestión
planteada en esos términos. Sobre la Ilustración y el Liberalismo se hicie-
ron algunas aportaciones en la Segunda República, aunque de muy poco
calado, con más buena voluntad que conocimiento. Quizás lo más impor-
tante sea Salazar Chapela, escritor acaso no de primera categoría. Es inte-
resante su evocación del mundo liberal español; quizás convendría vol-
verlo a publicar. Otro Salazar, el musicólogo, éste sí que se acerca un poco
más desde el campo de la música. Sobre la Ilustración lo mismo, hay algo
durante la Segunda República, y bastante más con los estudios de Bataillon

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Intervista ad Alberto Gil Novales

sobre el erasmismo español, que es importante como paso previo a la


Ilustración, eso es evidente. Hay una contribución española, Montesinos,
en los años veintitantos, y otros, que acabaron luego casi todos en los
Estados Unidos. En el Middlebury College los cursos de verano eran una
antología de liberales españoles, con Francisco García Lorca, Montesinos,
Vicente Llorens Castillo…

AB — Volvemos a tu formación.

AGN — Yo quería orientarme en la producción historiográfica, y para eso


me suscribí a revistas francesas, italianas, inglesas, norteamericanas, una
cosa tremenda que poco a poco se ha ido extinguiendo, aunque algunas las
sigo leyendo. Me hablaron de la “Rivista Storica Italiana”, y me suscribí
también. Fue tremendo. Encontrar, por ejemplo, un artículo (de Gigliola
Fragnito, 1972) sobre Bernardino Ochino, un franciscano discípulo de
Juan de Valdés, en Nápoles, y que por serlo se hizo valdesiano, protestan-
te. Emigró a Polonia, y fue la fuente de una importante corriente protes-
tante polaca. Independientemente de la temática, el hecho de encontrar en
una revista un artículo sobre una tradición religiosa herética, tan diferente
de la católica, y que tenía que ver con la historia cultural española, eso era
el descubrimiento de un mundo.

AB — Eso fue antes de Bataillon, ¿no?

AGN — No, no… Bataillon me gustó siempre mucho, y Montesinos tam-


bién, es importante, pero es otro fenómeno. No es una herejía en sí misma,
no es que se considere una herejía; es la aparición de un espíritu comuni-
cativo, de tolerancia, sin entrar en otras discusiones… llega hasta
Cervantes. El Quijote, todo el conjunto de la obra de Cervantes, tiene que
ver con el movimiento erasmiano. Hay una serie de autores, también está
Dámaso Alonso. Es Bataillon el más importante, con Erasmo y España.
Forma parte de una coordenada del primer cuarto del siglo XX hasta la
Guerra civil, que luego continúa fuera de España. También le creo funda-
mental para entender el futuro intelectual, las posibilidades españolas. Lo
de Ochino, un franciscano que abandona el catolicismo para hacerse pro-
testante, es una posibilidad que no había visto jamás. Aunque el historia-
dor Henry Charles Lea cuenta casos espeluznantes, verdaderos portillos
abiertos sobre el Antiguo Régimen religioso.

AB — Lo que se deduce de lo dicho hasta ahora es que no tienes maestros


historiadores. Pero tiene que haber algunos libros, de historiografía, que
han influído por su trascendencia historiográfica. Lo que no ha salido hasta
ahora es tu aproximación al trabajo de historiador, y a través de qué etapas
se desarrolla.

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

AGN — Una cosa básica es el conocimiento de la historia contemporánea.


Quizá también el papel de Tuñón entre los historiadores sobre el siglo XIX.
Yo comienzo a trabajar en periódicos, folletos… en la Biblioteca Nacional
iba separando en una inmensa colección lo que me interesaba de lo relati-
vo a otras épocas. Al mismo tiempo veía, con la lectura de revistas, que lo
que yo estaba haciendo ya lo habían hecho otros. Recuerdo la reseña de un
libro de un historiador alemán, Walter Grab, que en cierta medida era, para
Alemania, lo que yo quería hacer [W. Grab: Demokratischen Strömungen
in Hamburg und Schleswig- Holstein zur Zeit der Ersten Französischen
Republik, Hamburg 1966]. A Walter Grab no lo he leído hasta treinta años
después [W. Grab: Ein V olk muss seine Fr eiheit selbst er obern. Zur
Geschichte der deustchen Jakobiner, Frankfurt a. M., 1984]. Y otros títu-
los de y sobre el autor.

AB — Cuando piensas en tí como historiador, ¿cómo te defines?


Historiador ¿de las mentalidades, de la ideología, del periodismo, del libe-
ralismo…?

AGN — No exactamente. Todo eso está en el ambiente, es una moda fran-


cesa, la historia de las mentalidades, que me parece importante, veo las
corrientes que hay y me voy aproximando pero nunca me asimilo. La his-
toria de las “Annales” está bien, pero me produce cierta desconfianza, por-
que de la concepción teórica se desciende fácilmente a los conflictos esco-
lásticos… En cambio sí sé que hay un mundo inmenso que no ha trabajado
nadie, en la Biblioteca Nacional, en el Histórico… La reseña me servía…
yo no quería hacer la historia de la Revolución Francesa en España (aunque
bien venida sea), sino la de una revolución francesa de españoles, que pro-
bablemente dura 100 años. Desde las Cortes de Cádiz a Costa, quien repi-
te, un siglo después, el mismo proceso intelectual que hizo Kant en relación
con la revolución de Francia. Los dos quieren que la revolución esté hecha
sin hacerla ellos. Costa confiaba en la revolución desde arriba, aunque llega
a decir eso de un Francisco de Asís injertado en Bismarck. El mismo día,
22 mayo 1908, que interviene en las Cortes, con esas masas inmensas que
rodean el palacio del Congreso, cuando Costa sale, da un discurso en la
calle, en el que prácticamente les invita a asaltar el Palacio de Invierno, o la
Bastilla, si se quiere; pero él no lo hace, se siente enfermo, incapaz, lo único
que puede hacer es morir. Y efectivamente esas calles de alrededor de las
Cortes se volverán a llenar de gente el 14 de abril de 1931. No van allí para
evocar a Costa, pero hay una relación de causa a efecto. (Cfr. mi introduc-
ción a Joaquín Costa: Obra política menor, en “Anales de la Fundación Joa-
quín Costa”, Huesca, 2002, n. 19, pp. 7-35; el libro no ha salido todavía).

AB — No te gusta la autodefinición. La tuya es ¿una historia política, ide-


ológica?

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Intervista ad Alberto Gil Novales

AGN — Lo es, una historia política, ideológica, comprometida, antifran-


quista, pero no porque yo falsifique los datos que voy recogiendo: los datos
están allí, son objetivos y basta sólo cogerlos. No hay ninguna falsifica-
ción, basta trabajar los datos.

AB — Yo te preguntaba esta mañana cuánto español era el liberalismo


español y cuánto era francés o general. Siempre cuando se produce un
fenómeno, hay la tentación: en Italia hemos estado muchísimos años pen-
sando que el nacionalismo italiano era el resultado de la influencia france-
sa, y hemos tardado veinte años y más en recuperar fuentes y discursos que
tenían poco de francés y descubrir que era un producto autóctono.

VSD — Hay la misma leyenda sobre las Luces, ¿la Ilustración española,
cuánto es española, cuánto viene de Alemania, Francia o Inglaterra?

AB — Lo mismo ocurre con el antisemitismo español, se dice que es una


moda francesa, influencia del affaire Dreyfus, y yo estoy convencido de
que es un producto autóctono. Te preguntaba desde esta perspectiva…

AGN — Yo también estoy convencido, sólo que hay que matizar. Desde el
extranjero llega mucha literatura reaccionaria, desde Inglaterra, Francia u
otros países. Los Protocolos de los sabios de Sión es en España un libro
traducido. En cuanto a lo que preguntabas sobre maestros. Yo me acerqué,
como es lógico, a grandes maestros, como Pierre Vilar, pero jamás encon-
tré ningún apoyo, seguramente porque nunca sospechó que yo lo necesita-
ba. Yo era amigo de sus hijos, Jean Vilar y Sylvia Vilar. Pierre Vilar, en uno
de los congresos de Pau dijo en público que éramos muy amigos, lo que
me complacía, pero siempre que hablé con él fue exclusivamente de auto-
res de Historia económica. Jamás me dijo que lo que yo hacía estuviese
bien. Una losa, nada de apoyo. Es muy diferente cuando encontré a Franco
Venturi, una persona cordial.

AB — Ya, pero tú lo estás poniendo del punto de vista humano, del trato.

AGN — Sí, pero es importante. En muchos sitios hay una trayectoria: un


discípulo de un profesor y éste a su vez de otro, hay una continuidad…

VSD — Y ese no es tu caso.

AGN — No, no, no es mi caso. Cuando era estudiante no podía ser discí-
pulo de aquellos profesores. Cuando tratábamos de reunirnos para hablar
de algo, de un viaje de estudios, por ejemplo, aparecía el secretario de la
Facultad, Muñoz Casayús, y nos amenazaba con abrirnos expediente. Esa
gente de Falange es lo que tuve, en el mejor de los casos, porque los había

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

peores. Así cuando quiero ser historiador, tampoco pido la luna… De


hecho, al principio me gustaba la literatura, el arte…

VSD — La poesía, ¿no?

AGN — Sí, ¿cómo lo sabes? Todos los pensamientos, involuntariamente,


se politizan. En algunos casos, no el mío, la gente se mete en partidos polí-
ticos. En España no los había más que en la clandestinidad, y nadie se acer-
có jamás de la clandestinidad a decirme si yo quería entrar… Incluso me
pasó una cosa divertida. Eloy Terrón me dijo un día que llegaba un amigo
suyo, al que le gustaría estar en mi pensión unos días. Hablé con la patro-
na, y vino. Ese señor, al que yo no conocía, llegó con un tomo de la BAE,
[Biblioteca de Autores Españoles], de las obras de Jovellanos. Yo no lo
había leído, tenía curiosidad, pero él ni palabra, ni rechistar. Era Jorge
Semprún, en el máximo de la clandestinidad, del Partido Comunista, y
resulta que si habla conmigo de Jovellanos, se puede descubrir. Llevaba el
libro de Jovellanos para disimular.

AB — Lo de antifranquista…

AGN — Sí, desde el primer momento.

AB — Entonces, estudiar el liberalismo es una forma de ser antifranquis-


ta…

AGN — Sí. Cuando estudiaba Bachillerato organizaron una ridiculez, la


educación premilitar por la calle, a imitación del fascismo. Yo tendría 14
o 15 años. El caso es que hacíamos la instrucción al lado del Instituto,
donde estaba la Escuela del Magisterio. Había caído una rama al suelo. Yo
tenía tan poco espíritu militar que me puse a jugar con la rama, y vino el
sargento y me dio un bofetón… Entonces, me marché y todavía no he vuel-
to. Me pasó lo mismo cuando hice el servicio militar; después de que me
suspendieron dos veces tuve que estar en un cuartel, del que me escapaba
todos los días, hasta que me castigaron. Luego, en el Gobierno Militar de
Huesca había dos brigadas: uno era un campesino, un patán que leía
“Marca”, pero que tenía mucha dignidad. Con él me llevé muy bien. El otro
era un señoritín absolutamente tonto, y no me abstuve de decírselo. Tam-
bién le hice saber al comandante que hay cosas que no pueden hacerse. La
misma actitud tuve en cuestiones civiles o políticas. Cuando publiqué Las
pequeñas Atlántidas pude pasarlo gracias a Carlos Barral, con algunos cor-
tes. Añadieron unos textos sobre las Leyes de Indias, que no los puse yo.
Eso lo exigió la censura para que pudiese salir el libro, Barral lo aceptó y
yo me lo encontré ya todo hecho. Hablando después con un historiador
catalán, Enrique Bagué, me dijo: «es un libro republicano». Y no es que yo

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Intervista ad Alberto Gil Novales

quisiese hacer un libro republicano, pero la evocación de los siglos XVIII


y XIX a través de figuras que tenían un aspecto progresista (porque podía
haber escogido a algún representante de la cáfila reaccionaria)…

VSD — Es fácil ahora ver cosas, pero para mí es transparente el espíritu


de oposición, porque algunas frases son contundentes, sobre la recupera-
ción de estos personajes, sobre los motivos para hacerlo. En el período de
la publicación, son de oposición pura y dura.

AGN — Luego publico un libro sobre Antonio Machado. Creo que nunca
me han perdonado una frase del principio, donde dice que los franquistas
se apresuraron a hacer académico a Manuel Machado para tener por lo
menos un Machado de consolación. Eso no me lo han perdonado jamás, y
yo lo he notado.

AB — Ni maestros ni modelos…

AGN — Genéricamente sí. Saber que hay gente trabajando sobre deter-
minados temas es importante, pero yo no sigo tampoco a esos señores. En
cambio hay otras cosas que estimulan mucho. Cuando publico lo de Riego,
que es una consecuencia de lo de las Sociedades Patrióticas, con motivo
de un congreso de historiadores españoles y rusos, en Moscú, al que yo no
voy, se presenta una señora con una carta, y pregunta si me conocen. Le
dicen que sí, y les da la carta. Esa señora se llamaba Nadiezdha Cosores,
que yo sospecho que es Casares, la pronunciación rusa de un apellido espa-
ñol. Nadiezdha quiere decir esperanza. Tengo una colección enorme de
cartas de esta señora, en un inglés perfecto, muy bonito. La Sra. Cosores
era una entusiasta de Riego y de la revolución española, de la que tenía un
conocimiento muy grande, hecho fundamentalmente a través del “Times”
y de otros periódicos, en las bibliotecas de Moscú. Me regaló unas cam-
panillas, fabricadas según están descritas en un poema de Rylejew, uno de
los decembristas. Cuando llega la caída de la Unión Soviética esta perso-
na queda muy crítica con el sistema, y emigra a los Estados Unidos. Me
escribe desde Nueva York, y aunque le respondí no me volvió a contestar.
¿Cómo averiguar si murió? En un sitio tan remoto, sé que había escrito un
libro sobre el tema, publicado en Rusia, pero yo no leo ruso. Bueno, pues
eso también ayuda a situarse.
[…]

AB — Para acabar. Ayer, aquí en la Universidad de Urbino, hablaste en tu


conferencia, entre otras cosas, del tema de los regionalismos. Se ha plan-
teado en los últimos años que la burguesía débil no fue capaz de naciona-
lizar a los españoles de forma parecida a Francia, el modelo, y deja unas
clases sociales, unas regiones, al margen de la construcción del Estado.

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

Este sería el resumen del debate que aquí ha habido. De ahí vendrían algu-
nos nacionalismos periféricos. Yo te preguntaba a la luz de tus conoci-
mientos de la construcción del liberalismo, de la burguesía, del Estado
español en el siglo XIX, ¿cómo valoras esto?

AGN — Creo que es verdad, no que haya una debilidad burguesa, sino que
el Estado español no se logra crear en su plenitud, por factores internos (el
peso del pasado, la cuestión de América, el poderío de la Iglesia), y por la
debilidad del propio movimiento liberal. Siguiendo el modelo de la eco-
nomía periférica avanzada frente a la economía interna atrasada, se encon-
tró que a finales del Antiguo Régimen Madrid se había convertido en la
capital del capital, y por tanto era también periférica, palabra que empie-
za así a no significar nada [Cfr. Michel Zylberberg, Un centre financier
‘périphérique’: Madrid dans la seconde moitié du XVIII siècle, en “Revue
Historique”, 1983, p. 546]. Hecho importantísimo es la presencia en todas
las regiones españolas, incluídas en grado excelente Cataluña y el País
Vasco, desde el XVIII al XX, de personalidades y movimientos que bus-
can la creación de una revolución liberal española, y por tanto de una uni-
dad cada vez más sólida. Pero llega un momento en que esa revolución, si
no es socialista, no puede ser liberal. Hay ahí una inmensa contradicción,
que da lugar al fenómeno del abandono. Cambó en 1917 podría ser su sím-
bolo, aunque tardío.
[…]
Me hice de CC.OO. En Madrid la gran revelación era Santiago Carrillo,
quien convocó una conferencia para la juventud. Vamos allí, y estaba
Santiago Carrillo paseando con otra persona, sin hacer caso de nada, todo
el mundo esperando. Llega un momento, pasada con mucho la hora, da una
charla, y no puede haber discusión porque ha pasado el tiempo, y van a
cerrar el local. Eso es tan lamentable, tal tomadura de pelo, que yo no
puedo estar en un partido de esa naturaleza. Carrillo no era el PC, pero sí
lo era en ese momento. Definiendo pero también apartando.
[…]
Estoy en contra de todo nacionalismo, pero a favor de la libertad. Es decir,
si los catalanes quieren hablar y escribir en catalán, están en su pleno dere-
cho. Ahora bien, utilizar la lengua para montar una entelequia medievali-
zante, me parece algo absolutamente reaccionario, y si encima se meten
los obispos en medio, el resultado es trágico. Con los vascos pasa lo
mismo. Pero reaccionar contra esto fusilando, como hicieron los franquis-
tas, con la bendición de Pío XI, es caer en el crimen de Estado, algo muy
grave. Yo creo que la unidad de España es ultraevidente, en la economía y
en la relación entre personas. Es verdad, y se lo he oído incluso en un dis-
curso a Francisco Frutos, que para combatir al franquismo se utilizó la vía
de los nacionalismos. Pudo ser eficaz, no lo sé… pero en el fondo es la-
mentable. Es la desconfianza en la propia España. Los reaccionarios espa-

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Intervista ad Alberto Gil Novales

ñoles se han acostumbrado siempre, frente a la resistencia interior, a lla-


mar al extranjero. Así pasó en 1823 y en 1936. Y ahora la Unión Europea,
desde el punto de vista español, no significa más que la transferencia a
Bruselas de los problemas nacionales, sin resolverlos, pero dando a los
reaccionarios que gobiernan el país, sean UCD, Felipe González o PP, el
placer de llamarse demócratas. Esta es una cuestión muy grave. Parecía en
un primer momento que la Unión Europea podía reducir los problemas
españoles, evitando tejerazos y guerras civiles clásicas. Pero está cada vez
más asociada con el llamado neoliberalismo, y aunque no forma parte de
ella, va paralela a la OTAN, una organización en la que el pueblo español
no quería entrar, mas se le forzó a hacerlo, y nadie ha respetado la cláusu-
la de quedar fuera de la estructura militar de la misma. La OTAN tiene muy
mala fama entre nosotros, acusada como está de prácticas indeseables, y
de ser instrumento de una sola Potencia. Esto lo digo como ciudadano, ya
que sólo el día de mañana, pero no hoy, será Historia.

AB e VSD — Dinos algo de “Trienio”.

AGN — “Trienio (Ilustración y liberalismo). Revista de Historia” nació en


1983. Algunos años antes había concebido yo la idea de publicar una revis-
ta histórica, que pudiera ser vehículo de expresión de los jóvenes, y recu-
peración de antiguos valores, en estrecho contacto con el extranjero, pues
yo no he pretendido nunca hacer de España el eje del universo. La palabra
Trienio está por Trienio liberal, un momento crucial en la Historia nacio-
nal, 1820-1823, casi central en relación con los dos grandes movimientos
del subtítulo, que se reivindican, la Ilustración y el liberalismo decimonó-
nico. Revista especializada, pero con amplitud, ya que los dos siglos XVIII
y XIX al completo entran en ella, y también fenómenos anteriores o pos-
teriores en relación con esas centurias. La revista ha tenido éxito dentro de
ciertos niveles, pero el éxito se ha debido a que una revista así hacía falta.
Casi se puede decir que la revista se ha hecho a sí misma. Como la econo-
mía tiene su importancia también en este tipo de actividades, evitamos cui-
dadosamente adoptar el criterio de los entendidos que nos aconsejaban el
papel couché, para entrar con fuerza en el mercado. Cien páginas parecía
el límite máximo: Juan Francisco Fuentes y yo hacíamos maravillas para
que todo cupiese en esas cien páginas mágicas. Luego el progreso de la
informática, y nuestra entrada en ella, nos liberó. Al principio yo solía car-
gar los gastos, por lo menos en parte, a la partida de «Ayuda a la Investi-
gación» que en la Universidad se nos asignaba a los profesores numera-
rios. Hasta que vino una nota del Rectorado que decía: «Que sea la última
vez» (sancta simplicitas). Desde entonces la hemos sufragado los miem-
bros del equipo dirigente, ya que por la cultura del país no basta hacer
declaraciones ampulosas, sino que alguna vez conviene gastar nuestro
dinero. Restricciones ideológicas no hay, cada uno es responsable de lo que

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Alfonso Botti e Vittorio Scotti Douglas

dice; sólo se exige inevitablemente cierta calidad, y que el artículo pro-


puesto entre dentro de nuestro radio temporal, y su contenido sea históri-
co. Nuestro progresismo deriva, creo, de nuestra autenticidad, pero nunca
hemos puesto la carreta delante de los bueyes. Hoy, que el panorama his-
toriográfico, en cuanto a revistas, ha cambiado notablemente, seguimos
nuestra andadura, sabiendo que por ella estamos al tanto de lo que se hace
en muchas partes del mundo. Y esta es, modestamente, a grandes rasgos,
mi contribución a la historiografía de mi tiempo. Gracias por haberme
escuchado.

TRIENIO
ILUSTRACIÓN Y LIBERALISMO. REVISTA DE HISTORIA
Dirigida por Alberto Gil Novales

Número 44, noviembre 2004

Lluís Roura, Napoleón y la contrar revolución en la Eur opa Mediterránea.


Nota de presentación
Jean Paul Bertaud, Napoleón y la contrarrevolución en Francia
Gérard Dufour, Napoleón y la contrarrevolución
José Tengarrinha, Napoleón y la contrarrevolución en Portugal
Raquel Sánchez García, Carlos Marfori, la sombra de Narváez

DOCUMENTOS
Contestación del ciudadano Juan Romero Alpuente al calumnioso artículo
puesto en El Espectador de ayer con las iniciales D.S., y observaciones acer-
ca del mucho gusto con que El Espectador le ha publicado, Madrid, 1822.
Publicado por Alberto Gil Novales

Redacción : Apartado de Correos 45008, Madrid


Ediciones Clásicas (Ediciones del Orto) se encargan de la distribución de
TRIENIO. Ediciones Clásicas, c/San Máximo, 31, 4° 8. Edificio 2000. 28041
Madrid. Fax: 91-5003185. E-mail: ediclas@arrakis.es

198
alberto gil novales

El universo de «Spagna contemporanea»

Por iniciativa del Instituto Gaetano Salvemini de Turín, en 1992 aparecía


el número 1 de «Spagna contemporanea», revista semestral de historia y
bibliografía. Dirigida por Alfonso Botti y Claudio Venza, el nuevo órgano
no llevaba ninguna declaración de principios, y no la tendrá hasta el nú-
mero 5 de 1994. Sus autores parecían ser partidarios de que el movimiento
se demuestra andando, o acaso, sin más, transformando el viejo lema de
la propaganda por el hecho, se pusieron a trabajar. Desde el primer mo-
mento los dos ámbitos de la revista lo fueron de verdad, la historia porque
todos los artículos y colaboraciones se dedicaron a ella, y la bibliografía,
junto a la información sobre archivos, porque esta tarea también desde
el principio se consideró primordial – no sólo el conocimiento técnico
de lo ya realizado, o de lo que se está realizando –, sino las vías de acceso
a tan ingente material.
En el ya citado número 5 apareció una salutación A los lectores, en
la que los directores justificaban su silencio anterior por las dificultades
de la empresa y porque, en definitiva, no querían vender la piel del
oso antes de haberlo cazado. Su idea había sido la de hacer una revista
pensada y redactada en Italia – lo que no excluye plumas ajenas – sobre
la historia española de los dos últimos siglos – como ya estamos en el
xxi, ahora habría que decir los tres últimos –, pero que no constituyese
sólo una colección de artículos, por muy reputados que fuesen, sino
que la revista fuese sede de animación y coordinación con amplios
sectores de la vida intelectual in fieri. Algo semejante a lo que en Es-
paña se llamó extensión universitaria. Ya se habla en esta salutación de
las reuniones de Urbino, y de otras que irán teniendo lugar. En otros
números aparecieron referencias a esta cuestión, por ejemplo en el 17,
del año 2000, a propósito de Antonello Gerbi, en el 20 del 2001, en el
que se nos abre una mirilla sobre los origenes de la revista, al revelar
que en 1991 comenzó a circular la idea de lanzar un «Bollettino biblio-
338 alberto gil novales

grafico» sobre la historia española. De este boletín1, ampliado, nació la


revista; y en el número 27 del 2005, en el que los autores se refieren al
carácter discreto, pero a la vez apasionado, sin dejar de ser científico,
de «Spagna contemporanea». Una revista de estas características ya
no es una hoja volante, pero tampoco la Enciclopedia Treccani: había
que lograr un punto medio, y para ello me parece que se juntaron los
mejores especialistas.
Empieza Marco Mugnaini estudiando en los números 1 y 2 los
méritos y limitaciones del hispanismo historiográfico italiano, des-
de los precursores de la época romántica y risorgimentale, siguiendo
por la época cavouriana, la del logro de la unidad, hasta la primera
guerra mundial. Nadie parte de la nada. En el hispanismo pretérito se
encuentran algunos de los fundamentos, si no de la revista, sí de sus
promotores: estudiarlo desapasionadamente al comienzo de su anda-
dura es un buen comienzo. Empiezan también ensayos sobre persona-
jes singulares, y sobre la ideología y los movimientos en los que esos
personajes se insertaron: en el caso presente Enric Prat de la Riba y el
nacionalismo catalán (Patrizio Rigobón). Esta nota será constante en
la revista a todo lo largo de su recorrido. El propio Rigobón estudia en
un trabajo ulterior la ideología nacionalista entre historia, sociología
y antropología. Otro personaje singular, Fernando Garrido, ofrece la
oportunidad de considerar su discutida presencia en Florencia, es decir,
estamos ante un tema hispano-italiano, con el que entran en la revista
el socialismo decimonónico, Mazzini, y los límites de la democracia en
aquellos años (Francisco Madrid). El mismo autor, Francisco Madrid
Santos, se ocupa después del garibaldismo en la España decimonónica.
Del xix al xx, los problemas culturales de los años cuarenta en España:
a pesar de las sombras del franquismo, la cultura trataba de emerger
(Eduardo Mateo). Y en seguida con Bicicleta entramos en la llamada
Transición española, la salida del túnel. Bicicleta fue el titulo de una
revista. Llamándose así uno se imagina, ya que la imaginación es li-
bre, que se trataba de algo deportivo. La introducción de la bicicleta,
el humilde vehículo de dos ruedas, en España, fue obra de Joaquín
Costa, que la vio en París, la estudió, la dibujó y mandó los planos a
un industrial oscense, quien construyó el primer prototipo español.
Pero no, no es bueno soñar a destiempo. «Bicicleta», revista mensual
surgida en Barcelona en noviembre 1977, es el acróstico del «Boletín

1. El «Bollettino» llegó a publicarse, según me comunicó Claudio Venza después de


la presentación de mi ponencia en Módena. Agradezco a Claudio Venza su deferencia.
El universo de «spagna contemporanea» 339

Información del Colectivo Internacionalista de Comunicaciones Li-


bertarias y Ecologistas de Trabajadores Anarcosindicalistas». Aunque
tan largo título parece algo forzado para que se decante en «Bicicleta»,
a su través podemos considerar al anarcosindicalismo, testigo y actor
en la Transición (Massimo Armaroli).
Claudio Venza estudia el colectivismo en la Guerra Civil española,
José Antonio Ferrer Benimeli presenta la historiografía masónica en
España, y Pere Gabriel y Enric Ucelay da Cal consideran el influjo (el
impacto, como dicen) de la historiografía contemporánea italiana en
la española. Las instituciones masónicas italo-españoles confrontadas,
son objeto de estudio a través de los documentos del Archivo Histórico
Nacional de Salamanca (Marco Novarino). Por su parte Alfonso Botti,
inaugurando una sección fecunda, «Fondi e fonti», publica unas cartas
de Miguel de Unamuno, Romolo Murri y Paul Sabatier en torno a la
guerra de 1914. El propio Botti añade otras dos cartas de Murri a Una-
muno, de 1915, localizadas con posterioridad. Esos nombres entran así
en el acervo de «Spagna contemporánea», y con ellos la gran catástro-
fe del conflicto europeo. Cumpliendo sus propósitos un artículo nos
presenta la Biblioteca Oriani de Rávena, rica sobre todo en materiales
bibliográficos relativos al fascismo, algunos de los cuales afectan tam-
bién a España (Massimo Baioni). De nuevo el nacionalismo, ahora el
mito irlandés, que influye en los nacionalismos gallego, vasco y catalán
(Xosé M. Núñez Seixas, años 1880-1936). Acude Falange, no podía faltar.
Aparece bajo la consideración a la vez de su lenguaje político y de su
políica lingüística en relación con las llamadas lenguas minoritarias de
España (Jenny Brumme). Conviene poner esto en relación con las opo-
siciones semánticas señaladas en la lengua utilizada durante la Guerra
Civil (Stefano Borgogni). Otro personaje singular, Gonzalo Torrente
Ballester, del que se investigan sus orígenes literario-culturales (1927-
1941), y de paso se nos da otra buena paletada del falangismo. Incluso
las modas historiográficas, del tipo de la llamada New history a través
de sus ecos en España, entran en «Spagna contemporanea» (Paz García
Rojo). Y la publicación de documentos poco frecuentes, en este caso
el impresionante informe de Miguel Benavides de 1942, que tiene que
ver con la terrible e insidiosa división del exilio republicano español
en América, más concretamente bajo la dictadura de Leónidas Trujillo
en la República Dominicana (Milagrosa Romero Samper). Importante
como es en sí mismo, este documento está pidiendo otros que recom-
pongan aquel espantoso rompecabezas. En cierta manera, aunque no
lo pretende, algo nos aclara el problema el artículo de José Ignacio
340 alberto gil novales

Cruz, que se cita más abajo. Aunque no tengo tiempo en este escrito
de ocuparme de las recensiones de la revista, si quiero señalar por lo
menos, la leyenda de la leyenda negra, a cargo de Alfonso Botti. Es
importante reseñar que hemos asistido muy justamente a la aparición
del colectivismo, pero no hay ninguna referencia, o por lo menos yo no
la he encontrado, al famoso libro de Costa2, ni tampoco al ya recogido
por Costa, colectivismo peruano, de origen español según el tremendo
escritor José María Arguedas, quien comenzó sus investigaciones a
partir precisamente del libro de Costa3.
Casi como en un aire musical ya llega el carlismo, es decir, el eco
de la primera guerra en la coetánea publicística reaccionaria italiana
(Nicola Del Corno). De nuevo la Guerra Civil, 1936-1939, que sigue
en el fondo de todas las conciencias: reflejada en los países nórdicos,
especialmente en Islandia (Aitor Yraola), y a través de un ángulo ines-
perado, la industria aeronáutica italiana en España, 1937-1943, primera
parte, y 1939-1943, segunda parte (Gianluca Balestra).
La ya indicada preocupación por el hispanismo lleva a Botti a en-
trevistar a Carlo Bo, quien expone las razones y las contingencias de
sus contactos con España. Sigue la bibliografía del autor. Al mismo
tiempo Donatella Pini Moro se ocupa de otro hispanista famoso, el
Giovanni María Bertini, a través de un concepto, el de la revolución, que
al pronto parece desmesurado. Se trata de la recuperación de un librito
casi desconocido, el de La Rivoluzione spagnuola, que Bertini publicó
en 1933: con ese témino designaba a la proclamación de la Segunda
República. Desconociendo lógicamente el futuro, es interesante asistir
al itinerario intelectual de este sacerdote, hasta la tremenda noticia de
1931. Otro personaje singular, Tina Modotti, artista mexicana que estuvo
en España durante la Guerra Civil, es objeto de dos rápidos escorzos,
la relación de Tina con Vittorio Vidali, presentada por Marco Puppini,
y una entrevista de Donatella Pini Moro con el biógrafo de la artista,
Pino Cacucci. El interés no está sólo en el arte, sino también en el an-
tifascismo mexicano, y el comunismo en la Guerra Civil.

2. j. costa, Colectivismo agrario en España. Doctrinas y hechos, 2 voll., Instituto de


Estudios Agrarios, Pesqueros y Alimentarios, Zaragoza 1983.
3. j.m. arguedas, Las comunidades de España y del Perú, Ediciones Cultura Hispá-
nica del Instituto de Cooperación Iberoamericana, Clásicos Agrarios del Ministerio
de Agricultura, Pesca y Alimentación, Madrid 1987. 1ª ed. Universidad de San Marcos,
Lima 1968. Debo el conocimiento de este libro a la amistad de Cristóbal Gómez Benito.
El universo de «spagna contemporanea» 341

La pretendida final de la historia, que se habría producido por la


desaparición de la Unión Soviética, lleva a Esperanza Yllán Calderón
a considerar ese concepto en el pensamiento de Josep Fontana. Ça va
de soi, para un hombre como Fontana la historia continúa. En la ya
citada sección de «Fonti e fondi», José Ramón Urquijo Goitia presenta
las relaciones con España en el Archivio di Stato di Napoli, 1830-1844,
Riqueza inesperada de las bibliotecas: lo mismo que vimos en la de
Rávena, en la de Falange de Valencia hay libros fascistas y opusdeísticos,
pero también ediciones de Ruedo Ibérico, e incluso El capital, de Marx,
México 1968, según informa Luciano Casali.
Un historiador alemán, Walter L. Bernecker, publica en castellano
un interesante artículo sobre las relaciones entre España y Europa en
el siglo xx, del aislamiento a la integración, que podemos relacionar
con el de Donatella Montalto Cessi, sobre la larga marcha de España
hacia Europa. Para ambos Europa es la solución. Diferente, pero fruto
también de paciente elaboración es el que trata de las condiciones de
trabajo en Madrid, 1888-1923, la formación de clases y sindicatos, y
la especial consideración de los que formaron los tipógrafos y los al-
bañiles (Henrike Fesefeldt). Massimiliano Guderzo hace pertinentes
observaciones sobre las razones interesadas que llevaron a los Estados
Unidos, una democracia según se dice, y a la España franquista, en-
tre 1939 y 1942, más que a tolerarse, a ser amigos. Otra comparación
interesante: la actitud que adoptaron los jerarcas de Falange en 1945,
ante la caída de los fascismos que habían perdido la Segunda Guerra
Mundial, el cinismo político, la entrada de los católicos en el gobierno
(no deja de ser curiosa esta forma de hablar), la mitificación de Franco
(también curioso), el anticomunismo como salvación (Miguel Angel
Ruiz Carnicer).
Las entrevistas hechas a Carlo Bo, a Giovanni María Bertini y a
Pino Cacucci renacen con la que hace Marco Mugnaini a Giorgio Spi-
ni, historiador que desde los primeros trabajos sobre la presencia de
España en las revoluciones italianas de 1820-1821 pasó a los estudios
norteamericanos, pero siguió siendo hispanista, por aquello que expresa
con una frase terrible, que lo español para él es como una pasión «que
se quedará en la sangre como una enfermedad».
Partiendo de libros que acababan de publicarse Paola Gorla rela-
ciona el modernismo literario con las vanguardias españolas, aporta-
ción que merece ser retenida. También el teatro barroco en el primer
Ochocientos, tema literario evidentemente, pero ls colaboración de
Ermanno Caldera demuestra su importancia histórica. Una vez más
342 alberto gil novales

la sección «Fondi e fonti» nos ofrece un documento de primerísima


categoria: la relación que firma el capellán-jefe del llamado Cuerpo de
Tropas Voluntarias don Aristide Baldassi, en 1939, sobre el clero militar
italiano en la guerra civil española, análisis lo más objetivado posible
(presentado por Mimmo Franzinelli).
Un tema tan italiano como el Risorgimento es analizado por Isabel
María Pascual Sastre a través de los viajeros españoles, 1857-1873. Una
vez más la cultura, una vez más el anarquismo: la revista «Blanca»
(Madrid 1898-1905, Barcelona 1923-1936), es analizada en profundidad
por Emanuela Scardovi4. Cultura también, y muy significativa, en las
actividades educativas de los exiliados españoles en los campos de refu-
giados, con amplia bibliografía (José Ignacio Cruz). Siguiendo la línea,
ya clásica, de las entrevistas, le toca el turno a Franco Meregalli (Monza,
1913), manzonista de origen, lo que le preparó para el hispanismo. Sus
evocaciones proporcionan un denso tejido de la vida intelectual italiana,
en relación con España (responsables de la entrevista, Donatella Pini
Moro y Patrizio Rigobon).
Milagrosa Romero Samper glosa extensamente el libro de Alfonso
Bullón de Mendoza La primera guerra carlista, Madrid 1992. El propio
Bullón de Mendoza entra en escena un poco después, al publicar unos
documentos de 1833. Se trata de una tarea ardua y muy necesaria. Su
conclusión sobre el carlismo es que no se trató de un movimiento revo-
lucionario, en lo que estamos de acuerdo. Muy interesante aportación
bibliográfica la que llevan a cabo José Luis de la Granja, Ricardo Miralles
y Santiago de Pablo, sobre el País Vasco en la Segunda República y la
Guerra Civil. Por su parte Manuel Alcaraz Ramos se ocupa de las ideas
nacionalistas en el País Valenciano, a las que califica de tardías y débiles,
y esto por varias razones, una de ellas original e importante, el doble
origen, catalán y aragonés, de la población inmigrante. «Fondi e fonti»:
la misión diplomática del reaccionario príncipe de Canosa en Madrid,
1814-1815, según los documentos del Archivo Borbón de Nápoles (Nicola
del Corno); el movimiento trotskista español en el Centro de Estudios

4. La revista «Blanca» ya había sido analizada por: e.r.a. 80, Els anarquistes educadors
del poble “La Revista Blanca” (1898-1905), Curial, Barcelona 1977. (Prólogo de Frederica
Montseny). En ERA figuraban Michel Camprubí, Jean Cobos, Lucienne Domergue,
Marie Laffranque, Pierre Malerbe y Mireille Royer. Mucho después de la aparcición
del artículo se ha publicado el libro de j. del valle-inclán alsina, Biografía de la
Revista Blanca 1898-1905, Sintra, Barcelona 2008.
El universo de «spagna contemporanea» 343

Pietro Tresso de Foligno, importante en sí mismo y también por la


escasez de fondos documentales en otros archivos (Marco Novarino).
Caciquismo y democratización en Mallorca es un artículo que de-
muestra la voluntad de «Spagna contemporanea» de ocuparse de todas
las regiones y colectividades de España. Están claros sus términos: lo
único que llama la atención respecto del primero, es que habiéndolo
lanzado Joaquín Costa como concepto político, ya se haya lexicalizado
en tal manera que pueda omitirse toda referencia a su figura (Isabel
Peñarrubia i Marqués, texto traducido)5. Interesante aportación, la de
la Dictadura de Primo de Rivera a través de los escritos de José Carlos
Mariátegui, el formidable autor de Siete ensayos de interpretación de
la realidad peruana, Lima 1928 (yo leí la edición de Amauta de 1959,
Casetta la de 1976). Aunque el tema parecería una relación que afecta al
Perú y a España solamente, tiene mucho que ver en realidad con Italia,
porque Mariátegui visitó el país, y se impregnó de su cultura (Giovanni
Casetta)6. La política cultural hacia el exterior, entre 1921 y 1945, aparece
como una especie de legitimación ideológica, concepto que conviene
retener (Lorenzo Delgado Gómez-Escalonilla). Personajes singulares
vuelven a aparecer en rápido, y fecundo, escorzo: Jaume Vicens Vives
y la “nova história” (Patrizio Rigobon), Manuel Tuñón de Lara en la
historiografía española (Alfonso Botti), Juan Gil Albert y Rosa Chacel
(Rosa María Grillo). Una necrología recuerda a Giovanni Stiffoni, el
amigo y colega, recientemente desaparecido. Digno de ser retenido,
por lo inhabitual y por lo interesante que es en sí mismo, es el tema de
la Arqueología industrial en España, su historia y sus perspectivas (José
Miguel Santacreu Soler).

5. j. costa, Oligarquía y caciquismo como la forma actual de gobierno en España:


urgencia y modo de cambiarla (1901-1902), Introducción de Alberto Gil Novales, 2 voll.,
Guara, Zaragoza 1982.
6. Entre otras obras en España se publicó el libro de a. flores galindo, La agonía
de Mariátegui, Editorial Revolución, Madrid 1991. Cfr. e. núñez, José Carlos Mariátegui
y su experiencia italiana, en «Cuadernos Americanos», n. 6, 1964, pp. 179-197. El cin-
cuentenario de los Siete ensayos produjo abundante literatura peruana, pero también
francesa y alemana. Cfr. e. montiel, Mariátegui et les sceinces sociales. 50e anniversaire
de la parution des Sept Essais d’interpretation de la réalité péruvienne, en «La Pensée»,
n. 207, 1979, pp. 135-149. m. kossok, José Carlos Mariátegui. Obra y efecto. Discurso
con motivo del 50 aniversario de su muerte, Universität Karl Marx de Leipzig, 16 abril
1980. id., Neue Mariáteguiliteratur in Peru, en «Zeitschrift für Geschichte», n. 4, 1982,
pp. 348-351. Y también t.g. escajadillo, Mariátegui y la literatura peruana, Amaru,
Lima 2004.
344 alberto gil novales

Después de largos años de trabajo Justo Beramendi y Xosé M.


Núñez Seixas ofrecen una visión de conjunto del nacionalismo gallego
(1840-1994), un hito en la bibliografía. Pasamos a la independencia de
Cuba en la conciencia de lo que entonces se llamaba “extrema izquierda”
italiana (Francesco Tamburini). La Guerra Civil en el teatro o, mejor,
el lenguaje dramático del que fue Teatro de Urgencia en la Guerra Ci-
vil (Silvia Monti). Al teatro recurre también Caldera para estudiar la
sociedad española entre 1810 y 1820 (Ermanno Caldera). Importante
contribución a la historia de la Guerra Civil, y a la del partido comunista
en ella, es el estudio sobre las escuelas de formación de cuadros que
realiza, con gran riqueza de datos, Daniele Pasquinucci. En el obligado
vaivén historiográfico Cándida Calvo Vicente estudia la idea del consen-
so, aplicándola al régimen de Franco, también como en el caso anterior
con extraordinaria riqueza en sus referencias. Alfonso Botti nos da muy
oportunas consideraciones sobre la fortuna editorial de la Breve historia
de España, de Fernando García de Cortázar en colaboración con José
Manuel González Vesga (1994). El juicio final es muy positivo: la joven
democracia española ha encontrado la historia de sus aspiraciones.
Muy útiles son las indicaciones que Alexandra Wilhelmsen y Regina
A. Mezei proporcionan sobre las informaciones, en torno a la España
contemporánea, que se encuentran en la historiografía reciente de los
Estados Unidos y el Canadá.
El gran machadista Oreste Macrí es entrevistado por Veronica Ora-
zi. El título completo es: Oreste Macrí tra Firenze vociana ed ermetica
e ispanismo italiano. Lo primero ha sido para mí una sorpresa. ¿Cómo
se puede llegar a Antonio Machado partiendo de «La Voce»? Aunque
esta revista tuvo varias etapas, para mí sobresale el irracionalismo más
o menos futurista, el todo literatura, el intervencionismo belicoso en la
Primera guerra mundial. Las palabras de Macrí en esta entrevista y la
labor de la entrevistadora me llevan a pensar que la vida es muy com-
pleja, y que tenemos que rectificar continuamente nuestros prejuicios
o juicios apresurados. Bien es verdad que «La Voce politica» de 1915,
introduce cambios sustanciales, que reconfortan a un lector, como es mi
caso, de Antonio Machado7. Y ya a estas alturas, 1995, llega en «Fondi

7. Pero mi conocimiento de estas revistas en muy superficial. No pasa de los volúme-


nes, excelentes, eso sí, de g. scalia (a cura di), La cultura italiana del ‘900 attraverso
le riviste. “Lacerba” “La Voce” (1914-1916), vol. IV, Einaudi, Torino 1961.; f golzio, a.
guerra (a cura di), La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste. “L’Unità”, La Voce
politica”(1915), vol. V, Einaudi, Torino 1962.
El universo de «spagna contemporanea» 345

e Fonti» el primero de los grandes trabajos de Vittorio Scotti Douglas


sobre archivos, en este caso el General de Simancas (Ags), como fuente
para el reinado de José Bonaparte en España. En una aportación com-
plementaria precisa el contenido de algunas series y legajos, para que
nadie vaya a oscuras al gran Ags. Alfonso Bullón de Mendoza publica
también en la misma sección los documentos relativos a 1833, a los que
he hecho referencia. El propio Scotti, en la misma sección y en 1999, se
ocupará del Archivo General Militar de Madrid, en la actualidad, con
la relación circunstanciada de sus colecciones y secciones.
En 1995-1996 comencé a ser colaborador de la revista, al insertar
ésta en sus páginas un artículo mío sobre «El Patriota», periódico de
José Mor de Fuentes. Me precio además de ser amigo personal de mu-
chos de los impulsores de esta empresa, por lo cual en cuanto autor del
presente trabajo sobre, muchos pensarán que soy juez y parte. Confieso
el delito: sólo diré en mi descargo que trataré de ser lo más objetivo
posible. Amicus Plato…, ya se sabe. En el item de personalidades sin-
gulares Juan Francisco Fuentes se ocupa de Luis Araquistain, como
embajador de la Segunda República en Berlín, inmediatamente antes
del triunfo de Hitler. Sabrina Sambaldi confronta, en lo que respecta a la
Guerra Civil española, «La Civiltà católica», órgano de los jesuitas, con
«Crítica fascista», el periódico fundado por Bottai, con pretensiones de
estímulo crítico. Ambas revistas favorecen la causa de los sublevados,
pero disienten en muchos puntos. El problema es mucho mayor, es el
de la actitud de los católicos italianos ante la República española y la
sublevación, las relaciones entre la Iglesia y el fascismo, la denuncia de
la conspiración judeo-masónica, el problema de los vascos católicos
fieles a la República, las propagandas, y siempre el anticomunismo vis-
ceral. Las confesiones religiosas no católicas en España,del franquismo
a la democracia, de la difícil tolerancia, una tolerancia sin derechos,
al reconocimiento sin igualdad, aunque sí con esperanzas de lograrla
(Nieves Montesinos). La revista recoge una mesa redonda sobre el libro
de 1993 de Fernando García Sanz: Historia de las relaciones entre España
e Italia. Imágenes, comercio y politica exterior, 1890-1914, en la que par-
ticiparon con el autor Aldo Albònico, Alfonso Botti, Manuel Espadas
Burgos, Marco Mugnaini y Claudio Venza. Un evento característico de
la extensión universitaria aludida más arriba, que lógicamente revierte
sobre la propia revista. No podía faltar el cine, y no será la última vez:
Gabriele Ranzato y Claudio Venza, y en seguida Walther L. Berneker y
Antonio Moscato se ocupan de Tierra y Libertad, película de Ken Loach.
Más adelante Marco Cipolloni se ocupa del cine español, en relación
346 alberto gil novales

a lo que llama los fantasmas de la libertad. Una reseña del hispanismo


británico, de Brenan a Preston, hacen Ana Clara Guerrero y Abdón
Mateos. «Fondi e Fonti»: Patrizio Rigobon presenta el fondo Jaume
Vicens Vives en Gerona. Alfonso Botti publica una bibliografía sobre
la Transición. El mismo, a veces en colaboración con otros, es autor de
una rúbrica «Cuestión de detalle», pequeñas rectificaciones, alusiones,
denuncia de tautologías, complementos, etc., quizás no decisivas, pe-
ro siempre significativas y con mucha chispa. No puedo entrar en su
análisis, porque no acabaría nunca este trabajo. Sobre la Transición,
y los historiadores periodistas, escribe también Luis de Llera, aunque
demasiado rápidamente.
Un punto de vista interesante, y bien documentado, es el que sostie-
ne Antonio J. Carrasco Álvarez sobre disensiones internas en la España
antinapoleónica, con sus guerrillas, juntas, poder civil y poder militar,
provincialismo, guerrilleros y bandidos, las estrategias de supervivencia
adoptadas por muchos pueblos. La conclusión es terrible, pero no por
eso menos verdadera: pueblos y aldeas «lucharon por salir adelante
en medio de esa orgía de sangre y devastación…Muchos no lo con-
siguieron». Siempre la catástrofe que fue para España la Guerra de la
Independencia. Gibraltar y la reivindicación española, tema fácil para
ser utilizado en todo momento por el nacionalismo español (Isidro Se-
púlveda Muñoz). Otro personaje singular: Michele Angiolillo, el asesino
de Cánovas. Todo el mundo lo conoce, pero ahora Francesco Tamburini
en una narración muy sugestiva nos ofrece los detalles de su vida y de su
personalidad. Una entrevista con Horacio Vázquez Rial, a cargo de Rosa
María Grillo, extraordinaria por su riqueza temática, entre Buenos Aires
y España, entre América y el exilio español. Yo, que conocí brevemente
a Horacio Vázquez Rial, no sospechaba un pasado tan increíble. Esto
tiene una segunda parte, una entrevista que el propio Vázquez Rial hizo
a Luis Alberto Quesada, al que califica de una «leyenda de la Guerra
Civil». Quesada empieza explicando que a sus diecisiete años lo nom-
braron comisario de guerra, y lo mandaron al Batallón Comuneros de
Castilla, que era anarquista. Su primea tarea fue la de convencer a unos
hombres, que estaban en contra de toda militarización, que no podían
irse, por las buenas, en mitad de un combate, que hacía falta un poco
de disciplina y organización. Más adelante, con otra unidad, tenían que
vadear un río. Consultados los mapas, resultaba que los vados posibles
estaban fuertemente defendidos por los franquistas. La única solución
fue consultar a los pastores, porque cuando los ríos cambian los mapas
se quedan anticuados (en la batalla de Madrid también había recurrido
El universo de «spagna contemporanea» 347

a los mineros). Así pudieron vadear el río, y sorprender al enemigo, que


probablemente tenía los mismos mapas que ellos. Después diecinueve
años en la cárcel, y emigración a la Argentina, Quesada es escritor, con
varios libros publicados.
Entre los varios ensayos suscitados por recientes acontecimientos
culturales, o por la publicación de libros que ahora se comentan conjun-
tamente, se cuentan un trabajo de Alfonso Botti sobre el sentido de la
historiografía, otro de Rosa María Grillo sobre los ensayos de Gonzalo
Santonja, y otro de Aliria Dallaglio sobre Carrero Blanco y su muerte,
todavía una incógnita. Giulia Poggi dedica un cálido Ricordo a Lore
Terracini, especialista en lengua española y literatura del Siglo de Oro,
fallecido el 11 diciembre 1995
Para un congreso internacional sobre el tema de las barricadas Ga-
briele Ranzato recoge, muy oportunamente, el sentido que tuvieron
en Barcelona (1835-1937). Más tarde evoca la Guerra Civil, la guerra
fraticida, a través de Leonardo Sciascia. Sobre este autor vuelve más
adelante, con motivo de la nueva publicación de Ore di Spagna (primera
edición 1987). En fin, en Don Américo [Castro] ritrovato, su maestría es
capaz de evocar la historia de las ideas con la del cinematógrafo. Sigue
el catalanismo político en la época de la Segunda República (Sandro
Tomá), el antifascismo catalán en su relación con Italia (Antoni Mont-
serrat) y el franquismo, respecto del cual se resalta la importancia de la
Hermandad Obrera de Acción Católica (Hoac), y el periódico «¡Tu!»
(1946-1951), que no pudo perdurar, pero fue muy revelador (Luca De
Boni). Se le estudia tambien en su política sobre el Oriente Medio,
siempre determinante (Alberto Tonini), e incluso en la literatura, ya
que la novela La sombra del ciprés es alargada, de Miguel Delibes, pro-
porciona una especie de hermenéutica de la vida nacional (Sheryl Lynn
Postman). ¡Ay, Carmela!, canción republicana, recogida en 1986 para
celebrar el cincuantenario de la Guerra Civil española, elegía dramáti-
ca de José Sanchis Sinisterra llevada a la escena por José Luis Gómez,
película de Carlos Saura (1990), y espectáculo italiano bajo la veste de
Carmela e Paulino, de Angelo Savelli en 1991, fecha en que se publica
en Madrid el texto definitivo de la canción, y sus variantes: todo lo cual
revela la profundidad de la pieza sobre el telón de fondo, entre épico
y reindicativo, del dolor español, el de Belchite en particular (Bianca
Amaducci). Una metedura de pata (así se la llama) del Presidente de la
República italiana Oscar Luigi Scalfaro, quien se refirió a la sabiduría
que había tenido España al evitar entrar en la Segunda guerra mundial,
lo que se interpretó como un elogio de Franco. La cuestíón dio lugar en
348 alberto gil novales

«Spagna contemporanea» a un intenso debate, con carta al presidente


y respuesta de éste, e intervenciones de Alfonso Botti y Luis de Llera.
«Fondi e Fonti»: derivada de una tesis presentada en la Universidad de
Trieste, bajo la dirección de Claudio Venza y de Alfonso Botti, Silvia
Biazzo presenta algunas fuentes orales para la historia del Frente de
Liberación Popular (FLP), 1956-1969, con entrevistas a Joaquín Aracil,
arquitecto, y a José Antonio González Casanova, catedrático muy co-
nocido, hechas las dos en 1994.
La revista publica sus índices, en tirada aparte. El tema del bandi-
dismo aparece en persepctiva historiográfica en la experta pluma de
Eric J. Hobsbwam, y como integrante de la España pintoresca, bandidos
y viajeros, en la de Giuliana di Febo8. Ya hemos visto alguna referencia
anterior. El tema continúa con las comunicaciones presentadas a un
coloquio en Roma sobre la cuestión, obra de María Victoria López
Cordón, que presenta la relación del bandido con el guerrillero, y de
Bartolomé Bennassar, que estudia la trayectoria del bandido en la litera-
tura, sobre todo francesa. Con su habitual maestría María Rosa Saurín
de la Iglesia estudia la derivación de Goethe que tienen los «Ocios de
Españoles Emigrados», la revista londinense de los hermanos Villa-
nueva y José Canga Argüelles. Sólo hay que subrayar, con la autora,
que donde Goethe aplaudía al absolutismo victorioso en España, los
«Ocios» ponían amor a la libertad. Hace tiempo que me preocupa esta
increíble actitud tardía de tan olímpico autor. Afortunadamente Thomas
Mann adivina bastante bien, junto a otras cosas, en la novela Carlota
en Weimar los contrasentidos de Goethe9.
La política colonial española en la segunda mitad del siglo xix,
analizada en sus modelos teóricos, sus objetivos y sus estrategias, es
el gran tema de Agustín Sánchez Andrés. Jacinto Verdaguer, monu-
mentalizado, es el de Ricard Vinyes. El autor no cita a Sebastián Juan

8. A los títulos citados por ambos autores habría que añadir los de f. flores del
manzano, El bandolerismo en Extremadura, Universitas, Badajoz 1992. m. ardit lucas,
Bandolerisme i delinqüencia a les acaballes de l’Antic Régim (Valencia, 1759-1843), en
«Recerques», vol. iii, 1974, pp. 137-154. d. pastor petit, El bandolerismo en España,
Plaza Janés, Barcelona 1979. f.l. díaz torrejón, Guerrilla, contraguerrilla y delincuencia
en la Andalucía napoleónica (1810-1812), Fundación para el Desarrollo de los Pueblos
de la Ruta del Tempranillo, 3 voll., Lucena 2004-2005. e. soler pascual, Bandoleros.
Mito y realidad en el romanticismo español, Síntesis, Madrid 2006.
9. t. mann, Carlota en Weimar, Edhasa, Barcelona 1992. Cfr. también el estudio
preliminar de Rafael Cansinos Assens a su edición de j.w. goethe, Obras Completas,
3 voll., Aguilar, Madrid 1974.
El universo de «spagna contemporanea» 349

Arbó10, probablemente porque le interesa más el tema de la escultura


que el del drama de Mosén Cinto. Alfonso Botti, con su habitual gran
riqueza bibliográfica se ocupa de la cuestión religioso-eclesiástica en
Manuel Azaña. Basándose en un congreso sobre el tema, Raúl Sotelo
Vázquez plantea el del poder local, las élites y el cambio social en la
Galicia no urbana, entre 1874 y 1936. Una vez más es el caciquismo,
sobre todo, el objeto de sus consideraciones. «Fondi e fonti»: el Archivo
Nacional Cinematográfico de la Resistencia, Turín, es muy rico en lo
que respecta a la «Guerra di Spagna» (Carlo Bocazzi Varotto). Dos notas
importantes, una sobre el feminismo, a cargo de Emma Scaramuzza,
y otra sobre la teoría y método de la investigación histórica, de Julio
Aróstegui, a cargo de Daniela Romagnoli, ambas con gran dominio de
sus respectivos temas.
Interesantes aportaciones sobre los antifascistas alemanes en la Gue-
rra Civil española, una verdadera mina bibliográfica para quien quiera
instruirse sobre el tema (Luigi Paselli). La correspondencia de José Cal-
vo Sotelo da pie pare el estudio del caciquismo (o clientelismo político)
y de la derecha autoritaria en la Galicia de la Segunda República (José
M. Núñez Seixas y Emilio Grandio Seoane). Dos escritores, Max Aub
y Jorge Semprún, dan lugar a una meditación contradictoria sobre el
sentido de la nacionalidad. Aub, de orígenes franco-alemanes, escritor
en español, Semprún de familia totalmente española, escritor en francés,
uno y otro exiliados. Carla Perugini recuerda que para Thomas Mann
la patria del escritor es la lengua, en su caso, la alemana, una creencia
con la que Semprún no podría estar de acuerdo; pero hay que tener en
cuenta que Thomas Mann, emigrado en los Estados Unidos, encontraba
muchos moscones que querían que escribiese en inglés. Probablemente
el exilio tuvo mucho que ver con la conciencia de la nacionalidad en
estos tres escritores. En una segunda parte Carla Perugini desarrolla
sobre todo el concepto de la literatura, de su literatura, que se forjaron
Aub y Semprún. A las supuestas apariciones de la Virgen en la época de
la Segunda República, que Carmelo Adagio sitúa en su lugar pertinente,
entre historia y antropología, sólo quisiera añadir que ya en la historia
de la Revolución francesa, en nuestro liberalismo temprano y en otros
países, se dieron muchas milagrerías, que no han recibido, por lo me-
nos las españolas, que yo sepa, la atención de los especialistas11. Adagio

10. s. juan arbó, La vida trágica de Mosén Jacinto Verdaguer, Planeta, Barcelona 1970.
11. r.c. finucane, The Use and Abuse of Medieval Miracles, en «History», n. 198,
1975, pp. 1-10. d. mengozzi, Miracoli e Lumi: tipologie delle resistenze alla Rivoluzione
350 alberto gil novales

es tambien autor de un extenso comentario sobre Religión política, es


decir en torno al libro de ese título de Antonio Elorza (1966), que se
refiere a la España del siglo xx. Y más adelante tratará de las derechas
españolas, a través de varios libros. De José Antonio, el José Antonio
por antonomasia, fundador de la Falange, se ocupa Luciano Casali,
sobre la base de varios libros. Más tarde se plantea el problema de José
Antonio, cien años después, artículo motivado por la perduración de
las conmemoraciones en torno a un personaje convertido en mito,
a-histórico, sin ningún esfuerzo de investigación objetiva.
El exilio liberal español durante la década ominosa, 1823-1833, es
objeto de una aproximación por parte de Juan Francisco Fuentes, An-
tonio Rojas Friend y Dolores Rubio. Yo contribuyo con una introduc-
ción al ‘98, a la vez sucesos de esa fecha y generación literaria. Pedro
Carlos González Cuevas presenta la voluntad europeísta de la derecha
española, con unas listas tremendas de colaboradores de uno de sus
instrumentos, el Cedi (Centro Europeo de Documentación e Informa-
ción), una especie de think-tank a la española, con notable participación
de otros países. Una fuerte discusión sobre la Guerra Civil española,
el franquismo e incluso la figura de Francisco Franco, se evidencia en
las intervenciones de una mesa redonda celebrada en Roma el 10 ju-
nio 1998, sintetizadas por Susanna Moscardini. Intervinieron Alfonso
Botti, Giorgio Botti, Lucio Ceva, Claudio Venza, y sobre las posiciones
de Sergio Romano, especialmente desafortunadas, se manifiestas Botti
y Venza. Patrizio Rigobon saca las conclusiones, y aporta una notable
bibliografía (varias páginas). A Michele Nani se debe una crónica sobre
la «utopía negativa» de Licio Gelli, un fascista y legionario italiano, que
celebra la grandeza de la insurreción, que salvó a España de la domi-
nación moscovita. No se trata de aceptar sus puntos de vista, sino de
conocer el por qué de sus ideas y de sus posiciones vitales. Gonzalo
Álvarez Chillida, muy objetivamente, se plantea un debate en torno a
Monarquía y cambio democrático, aplicado al caso español. Bueno será
remitir en esta materia al último libro de Gregorio Morán12.
María José Lacalzada de Mateo explica la evolución íntima de Con-
cepción Arenal a través de Dios y libertad, memoria de 1858 que per-

franceses nelle rivolte popolari italiane del 1796-97, en «Studi Urbinati. B. Scienze umane
e sociali», vol. lxix, 1999, pp. 9-55. Causa del hermano Rafael que en Sevilla, julio 1821,
manifestó, después de muerto, que no aprobaba la Constitución («El Espectador», n.
105, 28 de julio de 1822, que toma los datos de «El mensajero de Sevilla»).
12. g. morán, Adolfo Suárez. Ambición y destino, Debate, Barcelona 2009.
El universo de «spagna contemporanea» 351

maneció inédita hasta que en 1996 la publicó la propia autora. Alberto


Basciani se ocupa de la relación de España con el mundo balcánico
entre 1877 y 191813, Antonio Moliner Prada trata de las reformas en el
campo educativo a raíz del ’98, mientras que Marco Mugnaini trata de
la participación tanto de Italia como de España en el nuevo equilibrio
mediterráneo (1923-1928). El hispanista Cesco Vian es entrevistado
por Alessia Cassani, la cual aporta una muy útil bibliografía. El autor
comenzó con una tesis en 1934 sobre Sor Juana Inés de la Cruz. Se-
gún nos dice, en la época no había nadie en Milán que conociese la
existencia de semejante poetisa, ni casi supiese algo sobre la América
española. Sin embargo, en Italia había algunos maestros: Benedetto
Croce, Arturo Farinelli, Eugenio Mele, Carlo Boselli. Vian pudo llegar
hasta Ana María Matute, Rafael Alberti y Miguel Angel Asturias, tras
pasar por el Barroco.
Alfonso Botti estudia el tema del homicidio ritual, presente en el
antisemitismo español, María Rosa Saurín de la Iglesia vuelve a ocu-
parse de Canga Argüelles, ahora desde el punto de vista costumbrista.
Sigue un debate sobre la nacionalización de España como problema,
suscitado por Borja de Riquer i Permanyer, discutido por unos cuantos
historiadores valencianos, y vuelto a enfocar por el propio Riquer. El
cine otra vez, considerado ahora a traves de dos películas de los años
40, con pretensiones educativas (Josep Estevill).
Siguiendo la serie de personajes singulares, Susana Moscardini nos
ofrece la biografía del anarcosindicalista Joan Peiró (1887-1942). Poco
después explica la actitud de Peiró ante la dictadura de Primo de Rivera,
cuando le parece necesario seguir en la clandestinidad, y cuando tiene
contactos con Maciá y con otros con vistas a promover una insurrección
general. Luego, al frente de los «Treinta», acusará a la Fai de violencia
injustificada, aunque no se hace muchas ilusiones de que su tendencia
pueda triunfar. Enric Ucelay Da Cal en muy densas páginas discurre sobre
la imagen internacional de España en el período de entreguerras. Siguen
otros temas conflictivos: las relaciones entre la Internacional Comunista
y el Psuc durante la Guerra Civil (Josep Puigsech Farràs), Mussolini y
España durante la Segunda guerra mundial (Gennaro Carotenuto), Eu-
ropa y los Estados Unidos frente al problema de la integración de España
en el sistema de seguridad occidental (1945-1953) (Paola Olla Brundu).

13. Me permito añadir las memorias de un diplomátco, que resultan muy interesantes
para gran parte de ese mundo: a. suqué, En el desplome de Europa. Memorias de un
cónsul de España (1898-1932), Teide, Barcelona 1954.
352 alberto gil novales

Vittorio Scotti Douglas escribe una simpática nota sobre Tre giornali per
la libertà. Se trata del «Semanario político, histórico y literario» de La
Coruña (1809-1810), «El Ciudadano por la Constitución» de La Coruña
(1812-1814), reimpresos por María Rosa Saurín de la Iglesia, y «Asociación
de Cáceres» de 1813, reproducido por mí del manuscrito original.
Alfonso Botti vuelve sobre el antisemitismo español, una de sus
grandes preocupaciones en los últimos años. Insiste sobre el tema en
una aguda interpretación de El cura de Monleón, novela de Pío Baroja,
publicada por primera vez en 1936. De esta obra se dijo que estaba cer-
cana al modernismo religioso, pero Alfonso analizándola con cuidado
descubre su antisemitismo. Está muy bien, aunque habría que decir que
el racismo de Baroja es en España vox populi. Botti vuelve a suscitar
el tema de la cuestión sefardí y el antisemitismo español del siglo xix,
con la gran riqueza de datos que es en él habitual. Sólo quisiera aposti-
llar que Evaristo Ventosa, autor citado, es un seudónimo del socialista
Fernando Garrido. De nuevo Alfonso Botti volverá a tratar el tema del
antisemitismo en la época de la Restauración española hasta 1898. Lu-
ciano Casali, en el marco de las asociaciones surgidas con la intención
de preservar las autobiografías, se refiere a la «banca de la memoria»
creada en 1984 en la biblioteca comunal de Pieve Santo Stefano. De este
centro ofrece varios ejemplos de italianos que participaron en la Guerra
Civil española, en ambos bandos. Todo del máximo interés.
Juan López Tabar se ocupa del exilio de un grupo humano muy
particular, los llamados «afrancesados», Franco Quinziano considera la
«Gazeta de Buenos Aires», uno de los grandes periódicos surgidos en
aquel país; o, por mejor decir, la imagen de España hacia 1820-1821, que
se recoge en sus páginas. Poco después, en la sección «Fondi e fonti»,
evoca el Trienio liberal español a través de numerosas publicaciones
argentinas, sobre todo periódicos, de los que ofrece un buen inventario:
títulos, fechas, autores, temas desarrollados, localización. No es nece-
sario subrayar su importancia. De nuevo el franquismo. Margherita
Sarfatti, la amante de Mussolini que para ella y para nosotros merece
algo más que este calificativo, autora famosa de Dux en 1926, (en in-
glés, 1925), biografía del Duce, libro traducido tardíamente al español14,
viajó por la península ibérica, y publicó varios trabajos sobre la España
mística, Avila, Toledo, Santa Teresa, etc., estudiados por Simona Urso.
La política educativa franquista y la represión consiguiente, entre 1936

14. m. sarfatti, Dux, Librería General, iii Año Triunfal, Zaragoza 1938.
El universo de «spagna contemporanea» 353

y 1943, es el tema de Francisco Morente Valero; del poder político y


la representación social en Guipúzcoa, en 1936-1947, se ocupa Pedro
Barruso, y de la lucha tremenda de las comunistas andaluzas en la
clandestinidad, años cuarenta, se ocupan Inmaculada Cordero Olivero
y Encarnación Lemus López. Con ser todos estos trabajos de categoría,
quizás el más impresionante sea el último, por el espíritu tremendo de
estas mujeres y su capacidad de sacrificio.
La desaparición de Aldo Albònico (1947-1999) da lugar a un home-
naje, en el que participan Alfonso Botti, Luis de Llera, Marco Cipolloni,
Romain H. Rainero y Fernando García Sanz. Todo ello con muy opor-
tunas bibliografías del autor. Bajo el título de «Altrispanismi», Bernard
Vincent evoca el gran hispanismo francés, relativo a las épocas moderna
y contemporánea, y Alfonso Botti se ocupa de Herbert Rutledge Sou-
thworth (1908-1999), el bibliófilo e historiador, autor de tantos libros
críticos sobre el franquismo, al que no le dolían las palabras.
El concepto de autonomía, desde los orígenes, pero sobre todo en
el siglo XIX, en Cataluña y en el País Vasco, hasta su pleno desarrollo
en la Constitución de 1978, es el objeto en el que pone su atención la
profesora Coro Rubio Pobes. Paco Madrid discurre sobre el movimien-
to obrero en España anterior a la Primera Internacional, es decir, el
de las asociaciones de obreros catalanes de la industria textil. Marisa
Tezanos Gandarillas enfoca el caso del deán Luis López Dóriga, que
fue radical-socialista en las constituyentes de la Segunda República.
Debido a sus ideales de justicia social, acabó chocando con la jerarquía
eclesiástica. A continuación, Luis Iñigo Fernández considera que la
derecha liberal en la España de la Segunda República, con tres nombres
distinguidos: Niceto Alcalá Zamora, Miguel Maura y Melquíades Ál-
varez, puede ser equiparada a los girondinos en la revolución francesa.
Marco Cipolloni vuelve al cine, con el Buñuel mexicano, al que conoce
muy bien, y al que llama «hijo de la violencia». Lo contrapone a otros
realizadores también emigrados, como el ruso Arkadij Boytler, y lo
ve como una mezcla genial de surrealismo y de mexicanización. No
obstante, la conciencia del exilio también cuenta, y el todo hace de él
un marginal. En otro artículo Cipolloni se enfrenta con Marcelino, pan
y vino, película de Ladislao Vajda, 1954, el único largometraje español
de la época que tuvo cierto éxito en el extranjero. Más que ilustrativo
resulta su estudio de la imagen de los comunistas y, en general, de los
países situados más allá del telón de acero, que, a efectos de propa-
ganda, transmiten las películas españolas e italianas en los años de la
guerra fría.
354 alberto gil novales

Siempre sutil y rico de contrastes, más adelante se enfrenta con la


Guerra del Golfo, a través de una polémica entre Josto Maffeo, corres-
ponsal en Madrid de «Il Messagero», y Rubén Amon, corresponsal en
Roma de «El Mundo». Salen a relucir estúpidos comentarios, como la
falta de espíritu guerrero de los italianos, hechos dolorosos como la
muerte en Afganistán de Julio Fuentes y Maria Grazia Cutuli, y muchas
referencias cinematográficas, que a mí se me escapan. El resultado es
tan inquietante, como la realidad en la que estamos cayendo. Emiliano
Bruno, buen conocedor del tema, estudia la figura de Álvaro Cunqueiro
(1911-1981), nacionalista gallego, falangista después y, una vez acabada la
Guerra Civil, leal a la causa. Muy diferente, pero igualmente importante,
es el estudio de Jorge Bogaerts sobre Ensidesa (Empresa Nacional Side-
rúrgica Sociedad Anónima), creada en Avilés por el Instituto Nacional
de Industria, el cual fue fundado en 1941, siguiendo modelos de los
fascismos alemán e italiano, inspiradores siempre del régimen español.
La nueva empresa comenzó a producir en 1957, pero antes y después
originó problemas de todo tipo, técnicos y humanos, que una intensa
propaganda no ha logrado ocultar del todo. Marco Succio se ocupa del
trato dado a la memoria de Marcelino Menéndez y Pelayo por parte de
católicos, como Alejandro Pidal y Mon y Joaquín Fonseca, que hacen
de él, en cuanto católico, el símbolo de España. Es la idea que prevalece
durante el franquismo. Sólo después se intenta buscar una vía diferente.
El mismo autor se ocupará del tema de nación y nacionalismos en los
artículos que Arturo Pérez Reverte fue publicando en torno a 1990.
La conclusión es muy optimista: se ha consolidado la democracia en
España, y el gobierno, en la época socialista, no ejerce ninguna pre-
sión sobre los medios de comunicación. Massimiliano Guderzo publica
unos documentos norteamericanos de 1971 (época de Nixon), sobre el
perfecto entendimiento con la política exterior americana, y con que
no habría problemas con la sucesión en España, que le manifestaron
a Vernon Walters, subjefe de la Cia, tanto el Caudillo Franco, como
el Príncipe Juan Carlos y la Princesa Sofía. La referencia hecha más
arriba a Antonello Gerbi se relaciona con la necesidad de escoger que
tiene «Spagna contemporanea», como cualquier otra revista. Ahora
bien, La disputa del Nuovo Mondo, aparecida en 1955, es ya un clásico.
Lo es, pero su inserción, o no, en la revista, es cuestión opinable. Pero
un libro anterior de Antonello Gerbi La politica del Romanticismo. Le
origini (1931), en el que el autor se ocupa de Goethe, Spinoza, Rousseau,
Moeser, Hamann, Herder, Sturm und Drang, y la idea de naturaleza en
Kant, sí podría hallar cabida en ella.
El universo de «spagna contemporanea» 355

Vittorio Scotti Douglas explica el concepto histórico de guerrilla,


y la importancia en él del fenómeno español de 1808. Pasa luego a
considerar su repercusión en otros países. Aparte de este tema central
se ocupa de Zaragoza y sus asedios, con motivo de la aparición de va-
rios libros sobre tan famosa ciudad en la Guerra de la Independencia.
Rodolfo Pastore sitúa la gran figura de Manuel Belgrano a la vez en la
élite intelectual del Río de la Plata y en el marco de la España ilustra-
da. Pablo Romero Gabella destaca la importancia revolucionaria de
las Juntas en 1808, y entre ellas la Suprema de Sevilla, que contribuye
máximamente a poner las bases del fin del Antiguo Régimen en España.
Muy oportunamente Xosé R. Veiga Alonso se ocupa del clientelismo
y de la historia política, con cita de Joaquín Costa. De la vieja historia
política, que estudiaba las elecciones, los partidos y sus programas, la
vida parlamentaria, etc., se ha pasado a la historia de lo político, en la
que lo social y lo político se imbrican hasta límites, a veces, contra-
dictorios. Laura Carchidi expone cómo y por qué María Zambrano,
discípula de Ortega, se alineó con la República durante la Guerra Civil.
Los terribles acontecimientos que ha presenciado le inducen a la mise-
ricordia, pero no le quitan la razón. María Zambrano tuvo que exiliarse
en Italia: Laura Mt. Durante evoca su estancia en este país (1939-1984),
sus relaciones italianas, su fortuna editorial en esos años, e incluso las
traducciones de obras de la filósofa al italiano, consideradas insufi-
cientes, acaso como apunta la autora porque los editores italianos no
quieren filósofos españoles: el caso de María Zambrano sería el mismo
de Ortega y Unamuno. Annibale Vasile, tratando de Franco, pone los
puntos sobre las íes, al decir que lo importante no es que militarmente
fuese un incompetente, sino que se sirviese de su incompetencia para
alargar la guerra y ensangrentar a su país. En la sección «Fondi e fonti»,
además de lo dicho, José Andrés Gallego y Luis de Llera hacen el elenco
de las instituciones fascistas en España (1939-1944). Entre los profesores
citados figura Ippolito Galante Garrone, que pertenecía al Csic, y daba
conferencias por toda España. Por su parte Pietro Margheri y Marco
Puppini hacen la historia y el inventario de la Asociación Italiana de
Combatientes Voluntarios Antifascistas, cuyos fondos se hallan de-
positado en el Instituto Nacional para la Historia del Movimiento de
Liberación de Italia. Es una información utilísima.
Ana Isabel Rodríguez Zurro contribuye a la historia de la Guerra
de la Independencia, y a la del régimen josefino, reconstruyendo con
datos sobre todo del Archivo General de Simancas, la incidencia de las
Juntas Criminales de Castilla-León (utiliza la denominación actual),
356 alberto gil novales

y su relación con los gobiernos militares de la zona. En otro trabajo


estudia las causas de la insurrección popular en Valladolid, que no
radica solamente en la violencia de los guerrilleros, sino también en
la oposición no violenta de una gran masa de la población. A ésta,
generalmente descuidada, dirige su mirada. Esa población que vivía
en el Antiguo Régimen se opone a los franceses a fin de reivindicar los
valores del pasado. Detrás del elemento popular se ocultan siempre los
estamentos privilegiados del Antiguo Régimen, que son los que mueven
los hilos. Carlos M. Rodríguez López Brea estudia el absolutismo de
Fernando vii en relación con el clero (diócesis de Toledo 1814-1816).
A pesar de la tan cacareada alianza del trono y del altar, el autor
comprueba que en el período 1814-1820 las rentas diocesanas sufrieron
en toda España un bajón impresionante. La Iglesia queda en total liber-
tad para recaudar sus diezmos y rentas antiguas, pero la Monarquía no
renuncia a las tercias, excusado, noveno extraordinario, novales, anatas,
vacantes, fondo pío beneficial, subsidio ordinario o antiguo, bulas de
cruzada, y otros donativos y subsidios que pide el Rey en los momentos
de apuro. Nicola Del Corno se hace eco de la idea de España que, en la
rúbrica «Rassegne politiche» de la Nuova Antologia (1866-1874), difunde
el moderado Ruggiero Bonghi, uno de los ideólogos más importantes
de lo que se llamó la destra histórica; aunque Del Corno advierte de
que no es España el único país destinatario de las meditaciones de
Bonghi. Aclaraciones y explicaciones con nuevas fuentes, sobre La Veu
de Catalunya, es lo que nos ofrece Josep María Figueres, valiéndose del
epistolario de Francesc Cambó y Lluís Durán i Ventosa en 1931-1932
(trabajo realizado en dos entregas). Mientra llega una historia del em-
presariado, o de la empresa, en España, Angeles González Fernández
estudia la articulación de los grupos de interés en Andalucía, en los años
de la Transición (1975-1979). Transición también, pero en el lenguaje,
a través del cine, los medios de comunicación, incluída la televisión,
es el cometido de ese gran colaborador que es Marco Cipolloni. Parte
de la base de que una sociedad moderna requiere una lengua libre y
democrática. La conclusión del análisis es que se ha creado una lengua
de la Transición, pero se da en ella una fuga hacia el futuro y un retorno
al pasado, lo cual indica cierto fracaso sociológico. Vuelve sobre el tema
en los comentarios a una exposición fotográfica sobre La imagen del
poder, realizada por la Fundación de la Telefónica y distribuída por el
Instituto Cervantes. Palabra e imagen, lingüística, retórica e historia
forman el entramado de su discurrir, mientras comprueba que no hay
un cine que encarne la Monarquía democrática.
El universo de «spagna contemporanea» 357

El diplomático Ludovico Incisa di Camerana, que fue embajador


en Caracas y en Buenos Aires, y que usó el seudónimo de Ludovico
Garruccio, es otro de los temas de Cipolloni. Uno de sus títulos fue
Spagna senza miti, y en el 2000 Il modello spagnolo. No son libros de
historia, pero sí reflexión documentada, y por supuesto inteligente,
sobre las realidades sociales15. Cipolloni estudia después el léxico de la
Constitución de 1978, aunque su interés no es meramente gramatical
o jurídico, sino que busca documentar cómo en el Estado de las Au-
tonomías el viejo nacionalismo español se va poco a poco diluyendo.
Siempre agudo e interesante, Cipolloni pasa de la historia de las ideas
a la historia de las actividades, o sea, la historia de las empresas, espe-
cialmente las relacionadas con el mundo editorial en el marco del capi-
talismo español de hoy. La relación de este capitalismo con los medios
de comunicación de masa, por lo menos en el plano del discurso, le
parece lingüísticamente híbrido y contradictorio, caracterizado por un
uso público, hasta la saciedad, de la retórica de lo privado.
La extensión universitaria de «Spagna contemporanea», ya citada,
dio lugar a una exposición, Immagini nemiche, sobre el gran tema de
ver la Guerra (civil), catálogo publicado en 1999, el conjunto comen-
tado ampliamente por Carmelo Adagio. Flavio Fiorani se ocupa de la
narración mítica de la Guerra Civil, a través de Herrumbrosas lanzas
de Juan Benet (1998). Javier Rodrigo Sánchez cree que estamos ante
un salto cualitativo en la bibliografía sobre la represión franquista. No
bastan los hechos, o las cifras, sino el tremendo complejo social que
existió a su alrededor. Los títulos que Rodrigo recoge son una buena
prueba de lo que dice. Más adelante vuelve sobre la violencia en el siglo
xx español. Apoyándose en una serie de libros significativos, vuelve a
hablar de salto cualitativo en el tratamiento de la cuestión, que perte-
nece ya más a la historia que a la sociología, pues se ha convertido en
hecho central, aunque no siempre, de la evolución de las sociedades y
de sus culturas. Daniela Carpani enfoca la enseñanza de la historia en
España, a raiz de los debates habidos entre los años 1980 y 2000, llenos
de promesas y de contradicciones.
Un artículo mío trata de pueblo y nación en España durante la Guerra
de la Independencia, mientras que Oriol Colomer Casas lleva su pensa-

15. Yo sólo conocía de este autor I caudillos. Biografia di un continente, Corbaccio,


Milano 1994, que como su título indica es un resumen hasta la fecha de la historia de
América Latina (en la portada, bien escogida, aparece un desconocido general chileno,
llamado Augusto Pinochet, junto a Fidel Castro en 1971).
358 alberto gil novales

miento a lo que llama, con razón, los republicanismos y los catalanismos,


así, en plural, en el último cuarto del siglo xix. Un libro verdaderamente
importante, por su valentía y afán de verdad, el de Hilari Raguer, La pól-
vora y el incienso. La Iglesia y la Guerra Civil española, 1936-1939 (2001),
lleva a «Spagna contemporanea» a publicar las intervenciones sobre el
mismo, en un congreso celebrado en Roma. Estas intervenciones son las
de Giuliana Di Febo, Alfonso Botti, y Alberto Melloni.
Ramón Arnabat Mata se ocupa del trienio liberal en Cataluña, uno
de los primeros en su ámbito en especializarse en esa problemática.
Bajo el lema antibíblico de «Amaos y no os multipliquéis», fórmula
que al parecer apareció primero en portugués, Xavier Díez estudia la
ética sexual del individualismo anarquista en Cataluña.
La vuelta del exilio es otro tema lleno de enseñanzas: Alessia Cas-
sani se ocupa de los casos de Frncisco Ayala y de María Zambrano,
mientras que Marco Succio discurre sobre Manuel García Pelayo, en
cuya aceptación de la tesis de Lorenz Von Stein de que el Estado tiene
que ser administrador y no juez, está implícita la idea de que si no se
hacen las reformas sociales necesarias, el Estado se expondrá al riesgo
revolucionario. García Pelayo llega a manifestar in extremis cierta com-
prensión de los regímenes totalitarios, como un elemento de control del
Estado sobre las actividades de la comunidad. Manuel García Pelayo
tuvo que volverse al exilio, en lo que es uno de los más grandes fracasos
de la Transición. Algo había fracasado en el programa fundamental de
transformar a los súbditos en ciudadanos. Marco Cipolloni y Vittorio
Scotti Douglas entrevistan a Javier Cercas, el novelista autor de Soldados
de Salamina, título traducido al italiano y a otras lenguas, que fue una
verdadera sorpresa en el panorama literario español. El tema, en el
fondo, es la relación entre novela e historia, entre el novelista y Gibbon.
La Decline and Fall of the Roman Empire, libro de historia, hace de su
autor, sin quererlo, un gran novelista, que hace palidecer a muchos
novelistas. Por lo menos esto es lo que opina Juan Benet, al decir de
Cercas. Igualmente Sheryl Lynn Postman estudia los intríngulis de la
historia contemporánea española, a traves de Cinco horas con Mario,
1971, novela de Miguel Delibes. «Fondi e fonti»: Domingo Blasco y
Javier Rodrigo Sánchez presentan el Archivo General Militar de Avila,
creado en 1994, cuyos fondos, procedentes de la Guerra Civil, los au-
tores detallan. Sólo por las mañanas, advierten. El Archivo tiene muy
escaso presupuesto para su mantenimiento, lo que da lugar a una serie
de problemas que Domingo Blasco y Javier Rodrigo Sánchez califican
de logísticos.
El universo de «spagna contemporanea» 359

Hemos visto antes alguna referencia a la mujer. Ahora Marcella


Aglietti la considera a través de su imagen en la prensa liberal espa-
ñola, de finales del siglo xix, en la casa y en la familia, en el trabajo y
en la política, y en sus aspiraciones a emanciparse. Aunque aquí y allá
se habla de las mujeres, o se las compara con los hombres, al final del
siglo se tendría la impresión de que la mujer no existe, no obstante lo
cual hay indicios de que las cosas están cambiando. Este cambio, esta
reedificación, se ha debido a las mujeres mismas. Vuelve el carlismo a
través de un buen conocedor, Antonio Manuel Moral Roncal, quien lo
enfoca reflejado en el cine español. El subtítulo de su trabajo equivale a
toda una definición: «la frustración en la victoria». Entre muchas otras
cosas «Cuadernos para el diálogo» (1963-1975) se ocupó de la cues-
tión regional-nacional, en el marco del antifranquismo. Sobre el tema
discurre Javier Muñoz Soro, para quien hacer aceptables, a las demás
regiones de España, las reivindicaciones de los nacionalismos, habría
sido, en este contexto, la función primordial de la revista. El mismo
Muñoz Soro se ocupa de varias revistas que, durante el franquismo,
fueron preparando el futuro. Al principio sólo el rumor hacía papel
de información (es un decir). Poco a poco, a través de mil argucias,
las revistas fueron logrando, cada vez con más eficacia, parcelas in-
formativas. Más adelante Muñoz Soro cumple un excelente cometido
informativo, al describir cuatro libros recientes sobre los católicos en la
España franquista, alguno de ellos relacionados con la famosa Asocia-
ción Católica Nacional de Propagandistas. Aunque sobre la cuestión que
suscita Giampaolo Calchi Novati, la difícil descolonización de España
en Africa, existen algunos libros, podemos calificarla de poco habitual.
«Por el Imperio hacia Dios» era una consigna difícil de erradicar en
algunas capas de la población española. Para los restos del Imperio, las
ciudades norteafricanas de Ceuta y Melilla, el autor piensa en soluciones
multinacionales. Carmelo Adagio enfoca el tema de la ciudad española
bajo dos perspectivas: la de la democracia municipal y las políticas
urbanísticas, en el periodo 1975-1985, y en la de la descripción de las
mismas por parte de varios escritores. En ambos rumbos demuestra su
maestría. Posteriormente dirige su atención a la historia de los partidos,
en este caso el PSOE, en un momento muy concreto: el de la gestión de
los grandes acontecimientos de 1992, la Exposición Universal de Sevilla,
las Olimpiadas de Barcelona y la declaración de Madrid como capital
europea de la cultura. Tres eventos que, en su opinión, demuestran la
plena europeización de España. Los orígenes del nacionalismo catalán,
vistos en perspectiva a través de varios libros, es el tema de Giovanni
360 alberto gil novales

C. Cattini. Roque Moreno Fonseret y Mónica Moreno Seco tratan de


la articulación, en España, primeros años del franquismo, de las insti-
tuciones municipales, conjugada con la intromisión eclesiástica. Gio-
vanni Cattini estudia después la construcción del Estado español en la
periferia, es decir, el Estado de las Autonomías, valiéndose sobre todo
de bibliografía catalana. Y más tarde, el discurso nacionalista catalán
a finales del siglo xix, con gran acopio bibliográfico. Daniela Carpani
trae el krausismo a la revista, a través de un comentario del libro de José
María Marco sobre Giner de los Ríos16. En un artículo muy diferente
la autora considera cómo el Psoe introduce las autonomías, sobre todo
en el mundo de la educación y en la política lingüística, a través de las
nuevas leyes que se van promulgando.
Carlos Larrinaga Rodríguez se plantea la configuración de los par-
tidos políticos en el País Vasco durante ls Restauración, como conse-
cuencia del traslado de las aduanas a las costas y fronteras (1841), y de la
rápida industrialización. En los primeros años de la Restauración el País
Vasco se alinea con el resto de España en torno al bipartidismo y a la
corrupción, pero a finales del siglo, con la gran crisis de la insurrección
cubana (1895) y filipina (1896), la inestabilidad en el Norte de Africa, y
la guerra llamada por antonomasia del 98, el sistema dinástico empieza
a ser cuarteado, dando lugar en Vasconia a un pluralismo político, en el
que el Partido Nacionalista Vasco se ha implantado fuerte, aunque no
exclusivamente. Sobre el tema discurre también Juan Avilés, haciendo
historia de los orígenes y de los mitos del nacionalismo, desde Sabino
Arana hasta Federico Krutwig, autor de Vasconia (1973), libro publicado
con nel seudónimo de Fernando Sarrailh de Ihartza. Xosé M. Núñez
Seixas lleva sus investigaciones a un terreno novedoso: la supuesta
competencia que los inmigrantes italianos en la República argentina
hacen a la colectividad española en el país. Desde cierto punto de vista
que la Argentina se italianice, aparecía como un peligro. Es cierto que
irrumpen también fuerzas diferentes, como el socialismo; y habrá tam-
bién una alternativa regional, catalana, gallega y vasca, que emergerá
con fuerza, pero nunca desplazará del todo a la española común. Elena
Dundovich estudia un caso particular, el de Ugo Citterio, miembro del
Partido Comunista italiano desde 1922, presente en España en el seno
de las brigadas garibaldinas, víctima de la represión stalinista, muerto

16. Una pequeña observación: donde dice «Soledad de la Humanidad» hay que leer
«Ideal de la Humanidad». k.c.f. krause, Ideal de la Humanidad para la vida, Imp. de
Manuel Galiano, Madrid 1860.
El universo de «spagna contemporanea» 361

después de increíbles sufrimientos en el campo de concentración de


Uchto-Izma en 1943. Con este trabajo no sólo se hace justicia, porque
víctimas como Citterio rara vez son evocadas, sino que la autora, a
través de países, lenguas y situaciones a primera vista muy distantes
nos hace entrever la gran tragedia del siglo xx, o uno de sus aspectos.
Carsten Humleboek estudia la cuestión de la fiesta nacional en la etapa
socialista. Yo, al leer eso de fiesta nacional, pensé que el autor iba a ha-
blar de toros. Pero no, se trata de descontextualizar al doce de octubre,
para quitarle el tufillo fascista que se desprendía de la «Hispanidad».
La revista anuncia una nueva sección sobre los exilios, y dentro
de ella Ana González Neira presenta la revista «Luna», cuyo conte-
nido estudia, resaltando su importancia cultural. Revista semanal, el
primer número apareció en ejemplar único en la noche del 26 al 27 de
noviembre de 1939, y duró más de un año. La redactaron los refugiados
republicanos en la Embajada de Chile en Madrid. La Embajada había
protegido durante la guerra a los franquistas perseguidos, pero a partir
de marzo de 1939 protegió a los republicanos. La autora da la lista de
esos refugiados, diecisiete en total, alguno de los cuales, como Arturo
Soria, José Campos, Santiago Ontañón y Aurelio Romeo, eran amigos
personales del Encargado de Negocios Carlos Morla Lynch, que estuvo
provisionalmente al frente de la Embajada desde abril de 1937. Esto
explica la existencia y la perduración de «Luna». Salieron 30 números,
que en 1940 fueron llevados a Santiago y depositados en la Biblioteca
Central de la Universidad de Chile17. «Fondi e fonti»: Alessadro Sereg-
ni, autor de una tesis sobre Angelo Tasca y España en los años treinta,
explica el contenido, en lo que se refiere a España, del archivo Angelo
Tasca, depositado en la Fundación Giangiacomo Feltrinelli de Milán.
Alessandro Seregni es también autor de un artículo sobre nación y pa-
tria en España (se entiende en la actualidad), en el que siguiendo una
bibliografía amplia y su propia meditación sobre la cuestíón, llega a la
conclusión de que ante esas nociones, la respuesta de los españoles es
plural o mejor doble, lealtad a los nacionalismos llamados periféricos
y al nacionalismo español, sin más. La democracia en España no ha
suscitado una pasión unificadora, ni podía acaso suscitarla. Quizás la
democracia española no es suficientemente democrática, ni acaso esta-

17. La autora cita a j. riquelme, Luna. Primera revista cultural del exilio en España,
Edaf, Madrid 2000. Jesucristo Riquelme descubrió la revista en 1990, y la publicó.
El anuncio sobre ella en el Catálogo de septiembre-diciembre de 2009 de la Librería
Berceo de Madrid.
362 alberto gil novales

mos en tiempos en que pueda surgir un sentimiento de esa naturaleza.


Pero siempre son bienvenidos estudios, como el Alessandro Seregni,
que nos hacen pensar.
Un punto de vista muy sugestivo es el Gabriele De Giorgi: observa
que los sucesos italianos de 1943 (caída de Mussolini) repercuten en el
monolitismo de los periódicos españoles de entonces, no en el sentido de
que se vuelvan todos de repente pro-aliados, sino en el de que las diversas
familias del régimen tratan de adaptarse, de buscar las posiciones que les
sean más favorables. Sólo en «La Vanguardia», de Barcelona, se empieza
a notar, según el autor, una tímida inclinación hacia los aliados. Pablo
Martín de Santa Olalla Saludes se refiere al intento de renovación del
Concordato de 1953, que tuvo lugar en 1974 y 1975. A pesar de que hubo
varias reuniones, y a pesar también de que se llegase a suponer que la
finalidad era redactar un nuevo Concordato, del intento no salió nada.
Nunca se rompieron las conversaciones, pero la muerte de Franco acabó
con ellas. Puede verse también que la Iglesia no se había apresurado a
comprometerse con un régimen político que estaba en las últimas. Del
mismo tema de fondo, la repercusión del 1943 italiano en España, se
ocupa Luciano Casali. Franco y Carrero Blanco están seguros de que la
conjura internacional judeo-masónica ha recuperado fuerzas, y por ello
hay que tomar medidas para evitar que ocurra en España el desastre que,
a su juicio, ha tenido lugar en Italia. Rafel Serrano García se ocupa de la
historiografía española sobre el siglo XIX, partiendo para hacerlo de libros
y artículos, que ya tenían en sí mismos carácter de síntesis.
«Fondi e fonti»: Massimo Guderzo y Romina De Carli analizan y
exponen el contenido de algunos archivos españoles, interesantes para
la historia de las relaciones internacionales en el siglo xx: Archivo Ge-
neral del Ministerio de Asuntos Exteriores, Archivo General de la Ad-
ministración, Archivo Histórico Nacional, Archivo Histórico Nacional
Sección Guerra Civil, Archivo Central del Ministerio de la Presidencia,
Archivo Central del Ministerio de Educación y Ciencia, Ministerios de
Hacienda, Industria y Energía, Justicia, Archivo del Consejo de Estado,
Archivo del Congreso de los Diputados, Archivo del Senado, Archivo
Histórico del Banco de España, Archivo Central Militar de Madrid,
Archivo General Militar de Avila, Archivo del Museo Naval, Archi-
vo General de la Marina, Archivo Real Instituto y Observatorio de la
Armada, Archivo Histórico del Instituto Hidrográfico de la Marina,
Archivo Histórico del Ejército del Aire, Archivo Militar de Guadalajara,
Fundación Nacional Francisco Franco, Casa de los Duques de Alba, Ar-
chivo Histórico del Partido Comunista Español, Fundación 1º de Mayo
El universo de «spagna contemporanea» 363

Archivo de Historia del Trabajo, Fundación Antonio Maura, Fundación


José Barreiro, Fundación Largo Caballero, Fundación Pablo Iglesias
Archivos del Movimiento Obrero, Fundación de Investigaciones Msr-
xistas, Fundación de Estudios Libertarios Anselmo Lorenzo, Fundación
Universitaria Española, Archivo del Patrimonio Nacional, Biblioteca
Nacional, Biblioteca del Centro de Estudios Históricos-CSIC, Centro de
Estudios Políticos y Constitucionales, Filmoteca Española, Centro de
Información Documental de Archivos (Ministerio de Cultura).
Gonzalo Butrón Prida dirige su atención hacia los voluntarios realis-
tas, cuerpo armado supuestamente popular formado para la lucha contra
la revolución liberal. Teresa Abelló revive al héroe Garibaldi, convertido
en mito e integrado en el acervo del anarqusmo español, prolongando así
la memoria de la gran revolución francesa (1793). Al militante anarquista
español, en época posterior (1931-1939), más exactamente a su «perfil
moral», dirige su mirada Javier Navarro Navarro. Barcelona ha sido, di-
recta o indirectamente, el tema de muchos de los trabajos aparcedidos en
«Spagna contemporanea». Ahora Stéphane Michonneau vuelve a trazar
en castellano las líneas maestras de su tesis doctoral Barcelona, memoria e
identidad (1999), publicada en catalán en 2001. El autor se remonta hasta
los años treinta del siglo xix. Según nos dice, el Estado no impone sus
criterios en la materia, mientras que la sociedad catalana carece de una
memoria colectiva. La inauguración de monumentos, los discursos con-
memorativos, tratan de ocupar ese espacio, de forma a veces conflictiva
En mi modesta opinión hay que remontarse hasta el año revolucionario
de 1835, cuando se ha formado un ejército andaluz, que amenaza caer
sobre Madrid. La oportuna intervención de la Junta de Barcelona, en
unas conversaciones semisecretas con la Junta de Andújar, Juan Álvarez
Mendizábal, Istúriz, Alcalá Galiano, Argüelles y el conde de las Navas, en
las que estuvo representada por Juan Abascal y Manuel Planes, consigue
que ese ejército se desvíe, no vaya a la capital, sino a combatir al carlismo
en la frontera catalano-aragonesa. Lo cual equivalía a matar dos pájaros
de un tiro: se evita una nueva revolución en España, a la que se tiene
miedo, y se ataca al carlismo, que podría dificultar el despegue industrial
catalán. Son intereses de clase los que obran aquí, que no tienen nada que
ver con ningún provincialismo – Abascal ni siquiera era catalán – pero
dejan huella en el futuro de Cataluña y de España, esto naturalmente
aunque el incidente se haya olvidado18. Javier Rodrigo y Natalia Jiménez

18. a. gil novales, Del Antiguo al Nuevo Régimen en España, Academia Nacional de
la Historia, Caracas 1986.
364 alberto gil novales

evocan el horror angustioso, pero cuyo conocimiento es necesario, de las


prisiones de Franco, con motivo de una exposición abierta en el Museo
de Historia de Cataluña entre noviembre de 2003 y abril de 2004. Orga-
nizada por la asociación catalana de ex-presos políticos, cuyos comisarios
son los profesores Ricard Vinyes y Manel Risques, diseñada por Julia
Schulz-Dormberg y coordinada por Margarida Sala, denuncia la tortura,
la humillación, el robo de niños y la muerte. Terrible, en verdad, pero
consuela un poco pensar que esta exposición ha tenido un gran éxito de
público. La Lezione spagnola de Víctor Pérez-Díaz, aparecida en italiano
en 2003, que es una meditación sobre la viabilidad de la España de las
autonomías, es decir la identidad nacional, los nacionalismos periféricos
y los regionalismos, ha tenido en Italia mucha repercusión. En un semi-
nario celebrado en Urbino se presentaron varias aportaciones. La revista
recoge las de Alfonso Botti, que resume la cuestión sin que le duelan
prendas; Marco Cipolloni, que insiste en el origen de una obra dirigida
a los extranjeros (cita una versión en inglés de 1999), pero repensada y
puesta al día; Michele Salvati, que espera que los análisis científicos y las
valoraciones ético-políticos produzcan, en el lector, un juicio de valor; e
Ilvo Diamanti, que encuentra diferencias entre España e Italia sobre todo
en sus clases dirigentes. En España las etapas de gobierno se suceden las
unas a las otras sin renegar de las precedentes, y con una gran ligereza,
en cuanto a organización y estructura política. Es curioso que lo que un
día se usó para atacar a los franceses, culpables de la revolución de 1789,
la ligereza19, se usa ahora para caracterizar al sistema político español.
Aunque no emplea la palabra, las cosas en España se superponen, se
yuxtaponen, no buscan la desaparición radical de lo anterior. Lo quieran
o no lo quieran, el pasado es mantenido en sordina.
La aportación de los católicos al liberalismo, entre 1808 y 1823,
ejemplificada a través de tres personajes relevantes, es el tema de Luis
Barbastro Gil. Los personajes son Joaquín Lorenzo Villanueva, Anto-
nio Bernabeu y Miguel Cortés y López. A la exaltación liberal, en el
trienio, nos remite Marta Ruiz Jiménez. Luis Martín Estudillo trata
de la conversión de un personaje histórico, Isabel la Católica, en un
símbolo reaccionario, realizada por el teatro español de la década de
1930. El autor cita Santa Isabel de España, de Mariano Tomás (1934), y
La mejor Reina de España, de Luis Felipe Vivanco y Luis Rosales (1939),

19. id., De la ligereza francesa a la revolución sin sangre, en j.r. aymes (a cura di):
L’image de la France en Espagne pendant la seconde moitié du xviiie siècle, Presses
Sorbonne Nouvelle, París 1996, pp. 307-327.
El universo de «spagna contemporanea» 365

y busca sus antecedentes ideológicos. La información y la propaganda


en la ayuda de Hitler a la sublevación franquista, en la Guerra Civil
española, retienen la atención de Ingrid Schulze-Schneider. Según la
autora, sobre la presencia de tropas alemanas en España no se dijo nada
en Alemania hasta el momento de la victoria. Los lectores germanos se
sintieron entonces probablemente felices, al comprobar que todo había
sido superado, sin sospechar que esos horrores muy pronto iban a entrar
en sus propias vidas. «Icaria» y «Barataria» no son solamente famosos
espacios literarios sino que, como nos explica Valeria Quirico, han
servido para denominar a movimientos recientes de renovación de la
didáctica de la historia y de las ciencias sociales. Una vez más Eduardo
González Calleja se ocupa de las relaciones entre España e Italia en el
siglo XIX, con abundante biblografía20.
Importante trabajo el de Arianna Fiore sobre las canciones y los
cancioneros en la Guerra Civil española, en el que hace historia, y
como es lógico, no se olvida de la Marsellesa ni del Himno de Riego21.
En otro trabajo la autora busca las palabras de la multitud invisible, la
historia oral de la guerra, la postguerra y el franquismo, a través de la
bibliografía en el último decenio (escribe en 2006). Elisa Piovesana
trata de Barcelona reflejada en la literatura: una cosa es el urbanismo,
cuya misión es hacer habitable la ciudad, y otra la literatura, que crea
espacios simbólicos, da sentido al presente e ilumina el pasado. Lo que
hoy parece un final de etapa constituirá mañana las memorias del siglo

20. Me permito añadir alguna de mis contribuciones al tema: a. gil novales, Una
lettera di Mazzini a Miguel del Riego, en «Rivista Storica Italiana», vol. iii, settembre
1976, pp. 539-547. id., El viajero Aguilar en Italia, en «Bollettino del CIRVI», vol. V,
diciembre 1984, pp. 305-316. id., Italia y España, 1831-1846, en L’Italia tra rivoluzioni e
riforme, 1831-1846, atti del lvi congresso di storia del Risorgimento italiano (Piacenza
15-18 ottobre 1992), Istituto per storia del Risorgimento italiano, Roma 1994. id., Ma-
zzini en España, en g. limiti (a cura di), Il Mazzinianesimo nel mondo, Istituto Domus
Mazziniana, Pisa 1996, pp. 3-15. id., Torino vista da Madrid, en u. levra, r. roccia (a
cura di), Milleottocentoquarantotto Torino, l’Italia, l’Europa, Archivio Storico de la città
di Torino, Torino 1998, pp. 465-469. id., Torino e il Piemonte visti dalla Spagna, en u.
levra, (a cura di), Il Piemonte alle soglie del 1848, Carocci, Torino 1999, pp. 565-602.
id., Nuestros garibaldinos, en «Diario del Alto Aragón», 10 de agosto de 2000. id., Re-
laciones de la Carbonería española con la italiana, en g. berti, f. della peruta (a cura
di), La nascita della nazione. La Carboneria intrecci veneti, nazionali e internazionali,
Minnelliana, Rovigo 2004, pp. 141-152.
21. Puedo adelantar que sobre el himno de Riego Enrique Téllez Cenzano está ul-
timando una tesis doctoral, drigida por Mirta Núñez Díaz-Balart, que va a renovar
nuestro conocimiento del tema.
366 alberto gil novales

xxi. Alfonso Botti y Vittorio Scotti Douglas me hacen una entrevista,


por la que les estoy muy agradecido. Gabriele Ranzato, historiador que
según se nos dice estuvo muy próximo a Claudio Pavone, publica un
libro sobre L’eclissi della democrazia (2004), que trata de indagar sobre
los orígenes de la Guerra Civil española, no tanto en los acontecimientos
cuanto en las causas profundas. Según costumbre, inmediatamente tuvo
lugar en Bolonia una mesa redonda, en la que participaron Alfonso
Botti, Carmelo Adagio, Luciano Casali, Marco Cipolloni, y después
Marco Puppini y José Luis Ledesma, con uns réplica final del autor.
Sus intervenciones son recogidas en la revista. Los temas son la falta
de democracia, o la concepción que se tenía de la misma en la Segunda
República, Azaña, la Iglesia, el ejército, el latifundio.
Guillermo Pérez Sarrión toca un tema de fondo, el de los franceses
y la crisis de la Ilustración en España, que hace remontar a mucho más
atrás de la Guerra de la Independencia. Por supuesto, la revolución
francesa comienza en 1789, y por mucho que se le quieran poner puertas
al campo, la revolución entra (es decir, las ideas, las incitaciones). No
es una cuestión meramente importante, aun siendo ésta importante. Es
sobre todo económica, pues a lo largo del siglo xviii una gran parte de
las empresas españolas está en manos francesas, que forman verdaderas
redes, y aún se da el fenómeno de españoles que invierten en Francia
sus capitales. Estos datos generan en España un agudo sentimiento
antifrancés, y después de la expulsión de los judíos y de los moriscos
y de la persecución de los protestantes, con tan profunda repercusión
en el país, se llega en octubre de 1813 a la expulsión de los franceses. Fi-
jándose sobre todo en Zaragoza, en donde ya había habido expulsiones
después del primer sitio, la medida afecta sobre todo a la inmigración
más antigua, aunque se tratase de personas completamente integradas
en la vida española, con mujeres e hijos españoles. Esto desarticula
completamente la vida económica22.
Claude Morange plantea, con su característica finura de análisis,
la cuestión del empleo de las palabras «afrancesados» y «josefinos»,
estudio de léxico que va mucho más allá de una mera cuestión termino-
lógica. Afrancesado, dice Morange con razón, es una palabra polisémica,

22. A la rica documentación que aporta Guillermo Sarrión habría que añadir los libros
de m. zylberberg, Une si douce domination. Les milieux d’affaires français et l’Espagne
vers 1780-1800, Comité pour l’Histoire Économique et Financière de la France, París
1993; id., Capitalisme et Catholicisme dans la France Moderne. La dynastie Le Couteulx,
Sorbonne, París 2001.
El universo de «spagna contemporanea» 367

por lo que conviene, en el contexto de la Guerra de la Independencia,


emplear «josefino», ya que tampoco son aceptables otras palabras que
se han propuesto. Es interesante el estudio de Emilio Luis Lara López
sobre burguesía y religiosidad popular en el sur de España. Por reli-
giosidad popular se entiende sobre todo la perduración de las formas
barrocas en las procesiones de Semana Santa. Las reformas ilustradas
de finales del Siglo xviii y comienzos del xix, con la «desamortización»
llamada de Godoy, suprimen muchas de las cofradías, que organizaban
y dirigían las procesiones. La restauración del Antiguo Régimen en
1814 las resucita. A lo largo del siglo xix, no obstante los cambios en la
estructura del país, las clases altas con mentalidad estamental protegen
a las cofradías, constituídas por comerciantes, miembros de las profesio-
nes liberales, profesores, propietarios agrícolas, empleados públicos de
rango intermedio, industriales, etc., es decir, miembros de la burguesía,
que mantienen las formas llamadas populares. A ello se añade, ya en
1868 (en Jaén), un piquete de la guardia civil y otro del ejército, para
salvaguardar las efigies religiosas y el orden público. Interesante la visión
de Italia, que dan algunos periódicos españoles de los años 1919-1921,
según el análisis de Marco Cervioni. Estos periódicos son «El Sol», el
«ABC», y también «El Socialista». Estos periódicos interpretan la vida
política italiana como una lucha entre nacionalistas y socialistas. Los
fascistas entran en el primer grupo, lo que explica muchas simpatías
españolas. «El Socialista» se ocupó de la crisis del partido italiano, a
través de las crónicas que mandaba Giuseppe Amoretti, corresponsal
en Turín. Valora los logros de la clase obrera, pero está en contra de
toda aventura, describe la violencia mussoliniana, pero opina que frente
a ella los socialistas no han sabido, o no han querido llevar la lucha
al mismo terreno. «El Sol» y el «ABC» concluyen que los fascistas son
simplemente gente de orden.
La rica personalidad de Marco Cipolloni, a la que tanto nos hemos
referido anteriormemte, enfoca lo específico del modelo catalán. La
economía y la sociedad civil catalana parecen reposar, para bien y para
mal, en una dinámica fragmentación, sólo en parte superada por el gran
número de asociaciones, basadas a su vez en el voluntariado (más de
100 mil voluntarios con motivo de los Juegos Olímpicos de 1992). Bajo
el franquismo aspiró a aparentar europeísmo, es decir, a formar parte
de Europa, lo que distinguiría a Cataluña del resto de España. Como
España, según dice el autor, se ha catalanizado, la economía de esta
región aparece algo aislada en el contexto español, y al mismo tiempo
en posición subalterna en las redes europeas y en las del capitalismo
368 alberto gil novales

globalizado. Los cuatro «motores» de Europa, Lombardía, Cataluña,


Baden-Württemberg y Ródano-Alpes, y la creación de una macroregión
occitánica, con Languedoc, Rosellón y Midi-Pyrénéés, no son hoy por
hoy más que un pío deseo. El propio Cipolloni observa la condición
de la mujer en la España de hoy, en la que el feminismo, como dice, la
ha traicionado, porque a pesar de algunos cambios la mujer, en España
como en Italia, sigue siendo una mercancía. De nuevo Cipolloni con
la variedad y agudeza de sus observaciones: en un trabajo muy suyo,
muy denso, muy cáustico, sobre la hispanística italiana entre litera-
tura, filología y lingüística, saca a relucir el Imperio español, del que
formaron parte amplios territorios italianos, lo cual predispuso, según
dice, a los ciudadanos de Italia a experimentar una gran simpatía por la
causa de la independencia latinoamericana. En su rico conocimiento
de hombres y libros, Cipolloni pasando por Edmundo de Amicis y por
Ortega y Gasset, y otros, llega hasta el antifascismo de Carlo Rosselli,
con su famoso «Hoy en España, mañana en Italia», y más allá, hasta el
Instituto Cervantes y la Fundación Carolina. En otro tema interesante
nos introduce Cipolloni, en el que llama el nacionalismo débil de la
Cataluña-Norte, es decir, el Rosellón.
Observa Adriano Roccucci que sin negar motivos ideológicos en
la opinión pública italiana, al comenzar la Guerra Civil española, hubo
factores de política exterior que determinaron la conducta de Mussolini
y de los que llama nacionalistas-fascistas, como son la posición del país
en el Mediterráneo y las relaciones con Francia. También, y de manera
prominente, la intransigencia antibolchevique, única posibilidad, a sus
ojos, de renovar el papel de Europa en el mundo.
El exilio español en México, según explica Inmaculada Cordero
Olivero, se hallaba escindido en dos grandes grupos: el de los que,
vista la perennidad del franquismo, se habían insertado totalmente en
la sociedad que les había acogido; y el de los que se mantenían activos
en política, y aspiraban a ejercer un papel en el cambio, cuando éste se
produjese en España. Los primeros vieron la llegada de la Transición
con interés, pero como algo ajeno. Los segundos reaccionaron ante lo
que se les venía encima queriendo participar, forjando un compromiso
en el que llegaron a aceptar incluso la figura del Rey. Al sexenio de-
mocrático, 1868-1874, vuelve los ojos de Guido Levi, a través de varios
libros recientes. Se publica un recuerdo de Javier Tusell con motivo de
su fallecimiento, en el que participan Alfonso Botti, Giuliana Di Febo,
Renato Moro y Gabriele Ranzato. «Fondi e fonti»: Marco Puppini y
Pietro Margheri presentan el Centro de Estudios y Documentación
El universo de «spagna contemporanea» 369

de las Brigadas Internacionales, integrado en el Archivo Provincial de


Alicante, muy rico, aunque todavía en fase de organización. Con el su-
gestivo título de Toreros y canguros, Judith Keene explica (en traducción
de Montserrat Vigo Montes) las condiciones en las que se habla y enseña
en español en Australia. En 1992 se fundó la Asociación de Estudios
Ibéricos y Latinoamericanos de Australasia, que agrupa a Australia y
Nueva Zelanda, y publica un boletín dos veces al año. En 1995 la revista
«Anales», que publicaba la Universidad de Nueva Gales del Sur, pasó a
llamarse «The Journal of Iberian and Latin American Studies», a cargo
en delante de la asociación. La misma autora, esta vez traducida por
Eva Campamà, presenta la vida y actividades de un anarquista catalán,
Salvador Torrents, que emigró a Australia en 1915. Angeles Egido y Ma-
tilde Eiroa estudian el hispanismo de contenido histórico en la Europa
Centro-Oriental. Tras una introducción general, presentan las autoras,
con el concurso de historiadores nativos, las realizaciones de Polonia,
Hungría, Bulgara, República Checa y Eslovaquia. Los nombres de estos
autores son Jan Kieniewicz (Universidad de Varsovia), Adam Anderle
e Iván Harsányi (Universidades de Szeged y Pécs), Dragomir Draga-
nov (Universidad de Sofía), Vladimir Nalevka (Universidad Carolina,
Praga) y Péter Száraz (Universidad Comenius, Bratislava).
Antonio Moliner Prada pone en relación al moderantismo liberal
español de mediados del siglo xix, con el que existía en otras regiones
de Europa. Eleonora Zuliani discurre sobre el prestigio y la tradición
del Colegio de España en Bolonia, del que nos da una síntesis, desde su
fundación en 1365 por el cardenal Gil de Albornoz hasta la actualidad.
Incluye un resumen de la vida del cardenal. Siempre en el marco de las
relaciones hispano-italianas, Germán Ramírez Aledón explica el con-
tenido de La Bruja, o Cuadro de la Corte de Roma, novelita anticlerical
de Vicente Salvá y Pérez (París 1830). Ramírez Aledón hizo también
una reedición de La Bruja23. María Antonia Fernández se concentra
en las imágenes de la revolución social, a través de la prensa española
socialista y anarquista, del período 1872-1920. Reproduce algunos gra-
bados muy signficativos. Como parte de la historia social de la dictadura
franquista, Manuel Ortiz Heras estudia los apoyos que tuvo el régimen.
Parece cada día más necesaria la distinción entre un consentimiento
activo y otro pasivo, el terror del principio, que se hace más selectivo
conforme pasan los años. Este es una de esas aportaciones, con otras

23. v. salvá, La Bruja, o Cuadro de la Corte de Roma, Societat Bibliográfica Valenciana


Jerónima Galés, Valencia 2005.
370 alberto gil novales

de él mismo y de otros autores, que dieron lugar al llamado «salto


cualitativo» en la historiografía sobre la represión (cfr. más arriba las
referencias a Javier Rodrigo Sánchez). Antonella Caron hace la historia
de la colección de teatro «Hispania». Todo comenzó cuando Monique
Martínez Thomas, de la Universidad de Toulouse-Le Mirail, convocó
en el año 2000 unas rencontres de teatro hispánico. Se formó un grupo
de trabajo que, a propuesta de José Sanchis Sinisterra, recibió el nombre
de Roswita (célebre dramaturga alemana del siglo xi). Este equipo, en el
que predominan las mujeres, se ha dedicado desde entonces al estudio
del teatro español y latinoamericano posterior a 1960. Monique Mar-
tínez-Thomas informa sobre los títulos aparecidos, todos inesperados
y muy originales. «Fondi e fonti»: José Luis Ledesma Vera presenta la
«Causa general» sobre la represión, la Guerra Civil (y el franquismo,
vasto acervo documental que se encuentra ahora en el Archivo Histó-
rico Nacional, al que fue llevado desde el Tribunal Supremo. El titulo
completo es Causa general informativa de los hechos delictivos y otros
aspectos de la vida en Zona roja, desde el 18 de julio de 1936 hasta la
Liberación, «una acabada y completa información de la criminalidad
habida bajo el dominio marxista», como dice el decreto de 1940 que la
creó. Son 1953 legajos, en cerca de 4000 cajas. El Archivo ofrece nueve
instrumentos descriptivos, el primero y más completo por orden geo-
gráfico de provincias. Hay otros, que se detallan en el artículo. Con el
título de «Causa general», a efectos de propaganda, el régimen publicó
un avance de la misma en 1943, con varias ediciones posteriores hasta
1961, y traducciones al inglés, francés, alemán e italiano. Aunque puede
ser útil consultar estos impresos, por supuesto no equivalen a la consulta
directa de los legajos.
Steven L. Driever presenta, en un estudio de geografía urbana, las
propuestas para la Gran Vía de Madrid (1860-1905), que se inician bajo
el influjo de lo realizado por Haussmann en París, siguió con Ildefonso
Cerdá24 quien, después de terminar en 1859 su plan de ensanche para
Barcelona, se trasladó a Madrid para hacer lo mismo en la capital. Sus
ideas eran las de las grandes avenidas, a lo Haussmann, los bouleva-
res, pero humanizándolos porque tenía en cuenta las condiciones de
habitabilidad para los vecinos, y veía la obra concreta de las avenidas

24. Sobre Ildefonso Cerdá, además de la bibliografía que da el autor véase a. soria y
puig, Hacia una Teoría General de la Urbanización. Introducción a la obra teórica de
Ildefonso Cerdá (1815-1876), Turner, Madrid 1979. f. estapé, Vida y obra de Ildefonso
Cerdá, Península, Barcelona 2001.
El universo de «spagna contemporanea» 371

en relación con el conjunto de la ciudad, mediante la apertura de vías


de circunvalación. No obstante la importancia de estas ideas, de mo-
mento no fueron adoptadas. Pero la necesidad subsistía. Derribadas las
murallas en 1868, aparecieron nuevos barrios en el norte de la ciudad,
como los de Salamanca y Argüelles. Aunque no está claro quién fue el
primero en proponer la construcción de una Gran Vía, el alcalde José
Abascal (1881-1883, 1885-1889), encargó al arquitecto Carlos Velasco y
Peinado que la proyectase. Velasco presentó su diseño en 1886, pero
sus ideas fueron muy criticadas por Daniel de Cortázar. En 1887 Lucas
Mallada, amigo y colega de Cortázar, presentó un proyecto alternativo,
en el cual en cierta manera volvía al plan de Cerdá, aunque sin citar-
lo. El proyecto definitivo fue el de José López Sallaberry y Francisco
Andrés Octavio Palacios, (1898), aunque la aprobación no llegó hasta
1905, y el comienzo de las obras en 1910. López Sallaberry, que era el
más joven, fue nombrado inspector de todas las reformas urbanas que
iban a acometerse, pero su muerte en 1927 le impidió ver el final de la
obra, ya que ésta duró hasta 1931.
Arnau González i Vilalta estudia la discusión parlamentaria del
régimen provisional catalán, entre octubre de 1934 y enero de 1935,
es decir en una época de gran virulencia, en la que algún autor de
extrema derecha ha creído ver el comienzo de la Guerra Civil, que al
fin estalló en 1936. La retórica y la propaganda en el bando franquista
durante la Guerra Civil es el tema de Simona Miglietta. Aunque Franco
no tuvo como orador el carisma de Mussolini, la autora nos dice que
no hay que despreciarlo, porque supo emplear muy bien sus tópicos (y
nosotros que creíamos que Franco era capaz de dormir a las piedras).
La autora desmenuza esos tópicos de manera convincente, con lo que
nos da una lección, por mi parte muy bien aceptada. El régimen fas-
cista italiano, el de la llamada República Social Italiana (Rsi), o de Salò
(1943), mantuvo relaciones con España, vivas por parte española sobre
todo a través de una nutrida red consular, según pone de relieve Erco-
lana Turriani. Después del fusilamiento de Mussolini el agente que lo
representaba en España comunicó oficialmente, el 1 de mayo de 1945,
el fin de su misión, porque ya no quedaba ninguna parte del territorio
italiano en manos de la Rsi. Alessandro Seregni estudia el antiamerica-
nismo en «Triunfo» (1976-1982), revista inclinada a la izquierda, en la
que esa connotación se deriva del bochornoso apoyo que los Estados
Unidos daban al régimen de Franco. Vemos desfilar por estas páginas
a periodistas de la categoría de José Ángel Ezcurra Carrillo, Eduardo
Haro Tecglen, Manuel Vázquez Montalbán, e incluso Ignacio Ramo-
372 alberto gil novales

net25. «Fondi e fonti»: Daniela Cereia selecciona entre los papeles de


Prospero y Cesare Balbo, depositados en el Archivo Estatal de Turín,
los relacionados con España, referentes sobre todo a la Guerra de la
Independencia. Roberto Giulianelli estudia y reproduce las cartas de
Francisco Ferrer Guardia a Luigi Fabbri, entre los años 1906 y 1909. Los
temas son el libre pensamiento y la educación libertaria, pero también
las condiciones de su prisión.
Los orígenes y la actuación del ministerio de Policía josefino es el
tema, desarrollado con gran acopio de datos, de Leonor Hernández En-
viz. Sobre el caciquismo político en la Cataluña de la Restauración versa
el trabajo de Gemma Rubí i Casals, también con amplia bibliografía.
Antonio Rivera García analiza los conceptos de libertad, democracia y
asociación en el republicanismo español, de orígenes liberales, del si-
glo xix26. Más de hoy se muestra María Antonia Paz, cuando estudia la
política gubernamental sobre turismo y la primera utilización del cine,
1928-1931 (inserta algunas figuras). De la expansión de la Fiat en España,
la creación de Seat en 1950 y sus primeros años de existencia, hasta 1970,
con una importante transferencia de tecnología, se ocupa Andrea Tappi.
El autor considera los aspectos técnicos de estas empresas, los recursos
humanos con que contaron, y la política seguida con ellos: formación
indispensable de cuadros, mano de obra local (la Seat radica en Cataluña)
e inmigrada, pero también del triunfo de Comisiones Obreras entre los
trabajadores de la fábrica, y el paulatino desistimiento de Fiat respecto de
Seat, hasta que ésta en 1986 pasó al grupo Volkswagen. Laura Zenobi se
ocupa de autonomía (de Cataluña) y democracia en la Transición espa-
ñola. La autora, basándose en una muy amplia bibliografía, reconstruye
muy bien los problemas con los que se encontró Adolfo Suárez, y cómo
los resolvió. No obstante, la publicación del libro de Gregorio Morán, muy
posterior al artículo de la autora, en mi opinión modifica bastante los

25. El autor publicó después un libro: a. seregni, El antiamericanismo español, Síntesis,


Madrid 2007.
26. En torno a la discusión entre José María Orense y Fernando Garrido, sobre de-
mocracia y socialismo, de la que habla el autor, conviene ver: a. del riego y riego
Carta a D. Romualdo de Lafuente, imprenta de Joaquín Bosch, Barcelona 1861, carta
que no quisieron publicar los periódicos democráticos de Madrid. Con Antonio del
Riego, sobrino de Rafael del Riego, asistimos a la transmisión en vivo de las ideas, a
través de las generaciones. Se muestra ecléctico, defiende a los dos, aunque pide que
se sepan públicamente sus posiciones, y ataca a Narváez, O’Donnell y la que llama
«Unión inmoral».
El universo de «spagna contemporanea» 373

datos del problema27. La autora, en colaboración con Xavier Domènech


Sampere, contribuye también con un estudio sobre los bombardeos ita-
lianos en Barcelona, con motivo de la exposición Quam plovien bombes
(2007). Esa barbarie, preludio de la Segunda guerra mundial, indicaba
que se iba hacia la guerra total. La publicación del artículo de Walter
Ghia sobre Pierre Bayle, al cumplirse los trescentos años de su muerte,
plantea el problema de un pensador muy importante, origen de muchos
desarrollos posteriores. Creo que si se le trae aquí, y no se llena la revista
con otros centenarios ilustres, es porque Bayle, como nos dice Ghia, ya
en el siglo xvii había superado los nacionalismos, lo cual le convierte
en un autor terriblemente actual. «Fondi e fonti»: Sira Zerbini estudia y
publica los documentos españoles sobre Giorgio Perlasca, el italiano que
en Budapest utlizó un pasaporte español, para salvar la vída de muchos
judíos. Estos documentos demuestran que la relación de Perlasca con las
autoridades españolas era muy antigua. Maria Grazia Suriano informa so-
bre el archivo de la Women’s International League for Peace and Freedom,
que tiene su sede en la Universidad de Colorado, en Boulder. Algunos
de estos documentos se refieren directamente a la Guerra Civil española.
Elena García Fernández vuelve al tema de la mujer, ausente de la
Declaración de los Derechos del Hombre, de la revolución francesa28.
En España bajo el liberalismo heredero de esa gran revolución, sigue
estando jurídicamente la mujer sometida al hombre. Con frecuencia
durante la Guerra de la Independencia la mujer es portadora de va-
lores tradicionales y patrióticos, pero este mismo conflicto permitió a
la mujer alcanzar profesiones que hasta entonces le estaban vedados.
Enrique Faes Díaz se ocupa de Claudio López Bru, segundo mar-
qués de Comillas, como católico laico, quien dio una fuerte cantidad
de dinero para la peredrinación de obreros españoles a Roma en 1894.
Este marqués ha sido casi canonizado por la bibliografía jesuita, como
el autor pone de relieve. Las peregrinaciones a Roma, o al Vaticano,
habían cobrado mucho auge con la Restauración29. La de 1894 tiene
muchas lecturas: pretende que los laicos alcancen relevancia en el go-

27. g. morán, Adolfo Suárez Ambición y destino, Debate, Barcelona 2009. La autora
no cita el libro anterior de este autor sobre Suárez: G. Morán, Adolfo Suárez. Historia
de una ambición, Planeta, Barcelona 1979.
28. Sin embargo ya en 1791, Olympe de Gouges publicó Declaration des droits de la
femme et de la citoyenne. Cfr. p. sané, Olympe de Gouges, une femme du xxie siècle”, en
«Monde Diplomatique», n. 656, noviembre 2008, p. 1.
29. m. pérez villamil, La peregrinación española en Italia 1876, imp. de F. Maroto e
hijos, Madrid 1877. En este libro se intenta una especie de historia de la cuestión.
374 alberto gil novales

bierno de la Iglesia, debilita a los carlistas frente a la rama alfonsina,


está dentro de una política de recristianización de la sociedad. Todo
lo cual evidentemente tiene mucha importancia, aunque fracase, salvo
acaso en la cuestión carlista. Pero se olvida siempre la fama esclavista
de la familia López, y el negocio redondo que le supuso la guerra de
Cuba, al llevar a la isla a los soldados y a los pertrechos militares, y al
encargarse del retorno de los derrotados. Marco Cipolloni descansa de
nuevo en el cine (es sólo una forma de hablar), al considerar la imagen
de violencia que da España, y los italianos en España, en el cine italiano
de la postguerra (1948-2000). Entre violencia y amnesia, entre history y
story, estas historias fílmicas, que recoge Cipolloni con increíble maes-
tria, revelan a la vez el intento de actualización y de historización de los
estereotipos. En otro de sus trabajos, Da Guernica al Guernica, último
hasta ahora de los publicados en «Spagna contemporanea», Cipolloni
discurre sobre el célebre cuadro de Picasso, sobre el Pabellón Español
en la Exposición Internacional de Arte y Tecnología, de París, en don-
de en 1937 se exhibió por primera vez, sobre Federico García Lorca
asesinado (su imagen en el Pabellón, en frente del cuadro y en mutua
contemplación). sobre el pacifismo del pintor transmutado en guerri-
llero, sobre Goya en fin, sobre cultura y violencia, y técnicas pictóricas
y fotográficas. Contado todo ello con el increíble dominio de los temas
que tiene Cipolloni, entreverado con una buena dosis de fino humor.
Ana María López Sala parte del hecho sorprendente de que hacia
1980 España, como Portugal e Italia y otros países, se convierte en país
receptor de inmigración, para estudiar después como se ha encauzado la
cuestión desde las esferas gubernamentales, en los últimos veinte años
(escribe en 2007). Para la autora el hecho de la inmigración explica,
por sí sólo, la «asombrosa transformación social, económica y política»
que ha experimentado el país. Debieran leer este artículo todos esos
racistas, que aparececen de vez en cuando, un poco por todas partes.
Jason Garner trata de «El Primer Exilio», es decir, el de los libertarios
españoles en Francia antes de la Segunda República. El estudio es ex-
celente; sólo me llama la atención la denominación de «primer exilio»,
porque es olvidarse de los afrancesados y liberales de comienzos del
siglo xix, y de los que siguieron después, incluídos algunos realistas;
eso sin contar con los judíos y moriscos de los siglos xv y xvii, y con
los jesuítas del xviii.
Marició Janet i Miret discurre sobre Alemania en la Exposición
Internacional de Barcelona de 1929, aspectos sociopolíticos y repre-
sentación nacional, tanto de Alemania como de España, sin olvidar
El universo de «spagna contemporanea» 375

que la Exposición se celebraba en Cataluña. Jorge Torres Santos traza


la historia de las Comisiones Obreras, atendiendo sobre todo a las más
recientes aportaciones historiográficas. No veo citadas las Memorias
de Marcelino Camacho, que ciertamente no son un libro de ciencia,
pero representan una contribución nada despreciable30. Fabrizio Cos-
salter aplica, a las representaciones de la Guerra Civil, el concepto de
postmodernidad, tanto en ensayos, novelas, reportajes, documentales
y películas, que tratan de restaurar un aspecto o fragmento de la me-
moria histórica. «Fondi e fonti»: Antonio Senta nos ilustra sobre los
materiales españoles en el Fondo Ugo Fedeli, depositado en el Instituto
de Historia Social de Amsterdam. El nombre del Fondo es el de un anar-
quista italiano (1898-1964), cuyos papeles afortunadamente acabaron en
Amsterdam. Antonio Senta ha estado trabajando en la catalogación de
esos papeles, que no está terminada, pero en todo caso su información
es de primerísima mano.
Everilda Ferriols Segrelles, bibliotecaria valenciana, explica la es-
tructura y contenido del Sistema Bibliotecario Valenciano, creado en la
década de 1980, y modélico en su género. La autora detalla las normas
que lo rigen, y a grandes rasgos la riqueza de sus colecciones. Según
mi experiencia particular, el Sistema Bibliotecario Valenciano procura
ayudar siempre a los investigadores. No puedo yo decir lo mismo de
otros centros, en toda España.
Daniel López Yépez contribuye a la bibliografía sobre la Guerra de
la Independencia, estudiando el tema de los británicos ante las clases
directivas españolas durante el conflicto, especialmente Lord Holland,
Wellington y otros31. El artículo póstumo de Pedro Pascual (fallecido en
diciembre de 2001), Las Cortes de Cádiz, la demografía y la representa-
ción americana, se publica seguido de una nota necrológica de Vittorio
Scotti Douglas. La figura del diputado en las elecciones de 1854, a raíz
de la revolución de esa fecha, es el tema de Rafael Zurita Aldeguer,
quien ya tiene en su haber otros trabajos sobre asuntos concomitentes.
También los fundadores de Falange entran en «Spagna contemporanea»,
como es lógico con una gran exigencia historiográfica. Ya vimos algo
de José Antonio. Le toca ahora el turno a Onésimo Redondo, personaje
un poco oscurecido en su fama por la de José Antonio. En un exce-
lente ensayo Ester Nonis precisa los mitos, más que ideas, de los que

30. m. camacho, Confieso que he luchado. Memorias, Temas de hoy, Madrid 1990.
31. Cfr. también lord carver, Wellington and his brothers, University of Southamp-
ton, Southampton 1989.
376 alberto gil novales

Onésimo Redondo se nutrió: nacionalismo, antisemitismo, y sentido


de la propaganda. En su semanario «Libertad» (1931), con cuyo título
roba una palabra mágica de las izquierdas, pretende recuperarla de
quienes la han secuestrado, la «democracia judaizante superburguesa»,
las «máquinas internacionales con sello marxista», la «opresión del
individuo por un poder ilegítimo», la «mentalidad decimonónica»,
los «periodistas libertinos» y el léxico mismo que ha monopolizado
ese término, que él ahora recupera.
Antonio Manuel Moral Roncal discurre sobre el problemático dere-
cho de asilo, ejercido por los Países Bajos durante la Guerra Civil. Nos
descubre así el pasado dramático de muchas personas que conocíamos
en su cotidianidad normal, semejante a la de tantos otros. Ignorábamos
que estuvieron en peligro de ser ejecutados, pero pudieron salvarse gra-
cias al amparo consular. Este fue el caso del poeta José Antonio Muñoz
Rojas, en el Madrid en revolución. Muy importante contribución es la
de Giuseppe Fresolone que, basándose en los progresos de la historio-
grafía española, contradice la vieja tesis de Jordi Nadal sobre El fracaso
de la revolución industrial en España (1977). Lejos de ser esto así, se ha
comprobado que la España periférica en la segunda mitad del siglo xix
progresó, y la España del interior no sólo no cayó en el subdesarrollo
sino que supo aprovechar sus producciones, en un sentido francamente
expansivo, hacia el despegue que hemos visto característico de nuestros
días. Esto tiene mucha relevancia en ese siglo xix y comienzos del xx,
que se está considerando, pero también en relación con la Guerra Civil,
que no sería, como se ha dicho, el resultado de una sociedad incapaz
de llegar a la modernidad32. «Fondi e fonti»: Alfonso Botti desarrolla
el contenido del Archivo Secreto Vaticano, en relación con la Guerra
Civil española. La primera parte, dividida en dos entregas, estudia los
papeles de la Nunciatura apostólica de Madrid. Santiago Casas Rabasa
considera la experiencia de los seminaristas vascos en los frentes de
batalla durante la Guerra Civil, basándose para ello en el Seminario de
Vitoria, que era el que tenía mayor número de alumnos en toda España,
y abarcaba las tres provincias de Vizcaya, Guipúzcoa y Alava. El estudio
trata fundamentlmente de los testimonios que están hoy en el Archivo,

32. Habría que añadir a esto el descubrimiento de que Madrid era la capital del capital,
es decir, como la llamó donosamente Michel Zylberberg, una ciudad «periférica». m.
zylberberg, Un centre financier“périphérique”: Madrid dans la seconde moitié du XVIII
siècle, en «Revue Historique», n. 546, avril-juin 1983, pp. 265-311.
El universo de «spagna contemporanea» 377

debidamente clasificados, aunque según reconoce el autor el estado en


que encontró la documentación era a veces un tanto rudimentario.
En Alessandria y Novi Ligure, los días 23-25 de noviembre de 2006,
tuvo lugar un coloquio con el título Spagna 1936-2006: tra ‘pacificazione’
franchista e riconciliazione democratica.
La publicación de las comunicaciones se repartió entre la revista
«Storia e problemi contemporanei» de Bolonia (n. 47, enero-abril 2008),
ocho contribuciones y dos notas, y «Spagna contemporanea», cinco
comunicaciones. Gabriele Ranzato plantea el tema de la reparación de
lo irreparable, insistiendo en el terrorismo de la izquierda, o de cierta
izquierda, que no puede servir para justificar el golpe militar, pero
que para las víctimas, o sus deudos, es difícil de olvidar. Manuel Ortiz
Heras, traducido al italiano por Giulia Quaggio, se plantea el papel de
la Iglesia, con el significado del Concilio Vaticano II, los Papas Juan
xxiii y Pablo vi, y en el interior de España el cardenal Vicente Enrique
y Tarancón, aunque siempre perduró un núcleo duro, conservador, que
no ha desaparecido, ni mucho menos33. Andrea Miccichè se ocupa de la
transición en Euzkadi, en donde la pacificación no ha llegado hasta la
izquierda abertzale, la cual según el autor ha sabido incorporar los nue-
vos problemas a las viejas quejas. Se escribe esto antes de la formación
del gobierno de Pachi López, que ha desplazado del poder al Partido
Nacionalista Vasco, y puede canalizar el cansancio de la violencia que
existe en el País Vasco. Micciché es autor también de un artículo pos-
terior sobre los socialistas vascos y el diálogo con Eta, en 1976-1979. A
su entender, el terrorismo vasco resultó una fuerza mucho más dura y
determinada de lo que se había pensado. En su intento de llegar a un
entendimiento con Eta los socialistas pasaron una crisis tremenda, que
les llevó a la derrota electoral. Jorge Torres Santos considera la recon-
ciliación en el movimiento sindical, lo que es en realidad una historia
de los sindicatos y su lucha, en la clandestinidad y después, hasta la
constitución de la Cos (Coordinadora de Organizaciones Sindicales),
que indica un paso importante hacia la modernidad. Fabrizio Cossalter
incide en el testimonio literario sobre la Guerra Civil, a través de una

33. Ortiz Heras cita de Vicente Enrique y Tarancón unas Confesiones (Madrid 1996).
Ignoro si este libro tiene que ver con las Memorias, que según le dijo Mons. José María
Martín Patino a Gregorio Morán él mismo las había quemado (cfr. g. morán, Adolfo
Suárez, cit., p. 612). Se excluyen naturalmente, del mismo cardenal los Recuerdos de
juventud, Grijalbo, Barcelona 1984.
378 alberto gil novales

serie de novelas, que han contribuído a la memoria histórica descu-


briendo lo que estaba oculto y removiendo lo que había sido silenciado.
Alicia Laspra Rodríguez estudia el reflejo de la Guerra de la Inde-
pendencia en la poesía romántica inglesa. Se trata de un trabajo muy
completo, que va desde Robert Southey y Lord Holland hasta Lord
Byron, pasando por William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge,
Walter Scott y The Burial of Sir John Moore at Corunna (famoso poema
de Charles Wolfe)34. Rubén Domínguez Méndez resume la cuestión
de la neutralidad española en la Primera guerra mundial, no tanto en
sí misma, sino poniendo el acento en la historiografía tradicional y
en las nuevas aportaciones35. Andrea Geniola explora las páginas de
«Ecclesia», semanario de Acción Católica. Entre 1976 y 1983, es decir,
en la Transición, «Ecclesia» afirma que está al servicio de la Iglesia y
de España, pero se aleja poco a poco del bunker, pues la Iglesia está
dejando de ser la Iglesia de la Cruzada para convertirse en la Iglesia
de la Paz. «Fondi e fonti»: Andrea Di Michele considera la relación
entre fascismo y religión en la Guerra Civil española, a través de las
fotografías que, entre 1937 y 1939, tomó un legionario italiano. Se trata
de Wilhelm Schrefler, nacido en 1905 en el Tirol Meridional cuando la
región formaba parte de Austria-Hungría. Al acabar la Primera guerra
mundial todas las tierras al sur del Brennero fueron incorporadas a
Italia. Schrefler en 1935 cambió su nombre por el de Guglielmo Sandri.
Una muestra importante de las fotografías que tomó en España, se
ofrecen en las páginas de «Spagna contemporanea».
He llegado al término de mi tarea. Es posible que en el momento
en que escribo haya salido ya el número 35, pero no he podido verlo.
Creo que ha quedado claro que el universo de «Spagna contemporanea»
forma una verdadera enciclopedia, en general de altísima categoría,
con colaboraciones que serán juzgadas con arreglo a la subjetividad
de cada uno de los lectores, pero que a nadie dejarán indiferente. Y
está el trabajo de los directores, secretarios y miembros de los comités
de redacción, el que no da lugar a artículos, pero es admirable, funda-
mental, poque sólo con ese trabajo la revista puede existir. Yo me siento

34. Signo de los tiempos, el Dr. Samuel Parr, corresponsal de Lord Holland y del
Mayor Cartwright, escribió un epitafio latino para la tumba de Sir John Moore. Cfr. s.
parr, The Works, edited by John Johnstone, Longman, Rees, Orme, Brwn and Green,
London 1828, IV vol, p. 616.
35. Me permito recordar mi artículo a. gil novales, La respuesta española a Romain
Rolland a raíz de la primera Guerra Mundial, en «Studi Ispanici», n. 4, 2001, pp. 83-98.
El universo de «spagna contemporanea» 379

orgulloso, no sólo por estar asociado en cierta manera con ella, sino por
el hecho de que exista. No es la única revista, o actividad intelectual,
que me produce este sentimiento, pero «Spagna contemporanea» desde
luego me los produce.
¿Ausencias? Quizás. Sin que yo quiera imponer mi criterio, he no-
tado la ausencia de Portugal, país que no es España, es verdad, pero
está íntimamente relacionado con España, y bien merecía en tantos
años un pequeño recuerdo36. Ya he dicho antes algo de Joaquín Costa,
el polígrafo que más hizo para que llegase a España la República de
1931 (aunque él murió veinte años antes)37. Pasa con Costa lo mismo
que con Riego, al que en ciertos sectores todavía no se ha perdonado
su liberalismo de 1820. En la famosa cuestión de la periferia progresiva
frente al centro retardado, sobre el que la revista publicó un luminoso
artículo de Giuseppe Fresolone, es conveniente citar algún libro lúci-
do, como el de Eduard Valentí i Fiol: El primer modernismo catalán
y sus fundamentos ideológicos (1973)38, libro póstumo (Valentí murio
en 1971). Entre otras ausencias, ya me he referido a Gregorio Morán,
y podría citar también a Gonzalo Puente Ojea, el gran crítico español
de la cuestión religiosa39. Peccata minuta. Lo diré con ingenuidad: uno
de mis orgullos es haber participado en «Spagna contemporanea», en
donde el diálogo y el contraste de pareceres son la norma. Para mí, en
esto consiste lo mejor de nuestra civilización.

36. j. freire, Malatesta e o Anarquismo Portugués, en «Ler História», n. 6, 1985, pp.


35-50. a. silbert, Portugal na Europa Oitocentista, Salamandra, Portugal 1998. l. reis
torgal, j. lourenço roque (a cura di), História de Portugal, Edit. Estampa, Lisboa
1993. a. quental, Portugal perante a Revoluçâo de Hespanha. Consideraçôes sobre o
futuro da politica portuguesa no ponto de vista da democracia iberica. Alea jacta est,
Typographia Portugueza, Lisboa 1868. j. tengarrinha, História da imprensa periódica
portuguesa, Caminho, Lisboa 1989. j. gil, Portugal hoy. El miedo de existir, Editora
Regional de Extremadura, Mérida 2008.
37. Cfr. mi introducción a j. costa, Obra política menor (1868-1916), Instituto de
Estudios Altoaragoneses, Huesca 2005.
38. e. valentí, El primer modernismo catalán y sus fundamentos ideológicos, Ariel,
Barcelona 1973.
39. g. puente ojea, fe cristiana, iglesia, poder, siglo xxi, Madrid 1991. id., La religión
¡vaya timo!, Laetoli, Pamplona 2009.
ISTITUTO PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
BIBLIOTECA SCIENTIFICA

PROSPETTIVE/PERSPECTIVES Vol. IV

CADICE E OLTRE:
COSTITUZIONE,
NAZIONE E LIBERTÀ
LA CARTA GADITANA
NEL BICENTENARIO
DELLA SUA PROMULGAZIONE

A CURA DI
FERNANDO GARCÍA SANZ
VITTORIO SCOTTI DOUGLAS
ROMANO UGOLINI
JOSÉ RAMÓN URQUIJO GOITIA

ROMA 2015
ALBERTO GIL NOVALES

LA ENSEÑANZA DE LA CONSTITUCIÓN.
LOS CATECISMOS POLÍTICOS

Las cátedras de Constitución

Dos elementos perfectamente diferenciados integran esta ponencia:


la enseñanza de la Constitución, por una parte, y los catecismos
políticos, por otra. Ambos derivan del mandato de la propia
Constitución, en su Título IX, capítulo único, artículo 366, que ordena
el establecimiento de escuelas de primeras letras en todos los pueblos
de la Monarquía, en las que se enseñará a los niños a leer, escribir y
contar, «y el catecismo de la religión católica, que comprenderá también
una breve exposición de las obligaciones civiles». Y en el mismo título
y capítulo, artículo 368:
El plan general de enseñanza será uniforme en todo el reino, debiendo
explicarse la Constitución política de la Monarquía en todas las Universidades y
establecimientos literarios, donde se enseñen las ciencias eclesiásticas y políticas.1)

Claro está que los catecismos políticos se dan antes que la


Constitución misma.
En cuanto a lo primero hacia 1813-1814 aparecen las justamente
llamadas Cátedras de Constitución. Acaso la primera fue la instalada por
Nicolás Garelli Battifora (1777-1850) en la Universidad de Valencia,
1813, de la que dice Manuel Ardit que puede considerársela como la
primera cátedra de Derecho Político que hubo en España.2) Garelli ya
era catedrático de leyes a perpetuidad; y poseía el título de paborde;
hombre según opinión común muy preparado: asumía ahora la nueva

1)
Constitución de la Monarquía española, promulgada en Cádiz a 19 de marzo de 1812, Madrid,
Rempresa en la Imprenta Nacional de Madrid, 1820, pp. 103-104.
2)
MANUEL ARDIT LUCAS, Revolución liberal y revuelta campesina, Barcelona, Ariel, 1977, p.
220.

279
cátedra a sus expensas, sin cobrar nada. Un extracto del discurso que
pronunció al inaugurar su cátedra se publicó en El Universal, Madrid, 8
marzo 1814. Pero poco después hizo un gesto por demás extraño: al
frente de sus alumnos de Constitución y de siete huérfanos se presentó
ante Fernando VII, jurando fidelidad al rey y a la Constitución. No fue
molestado. Tuvo el valor de defender a su Universidad en 1815, y al
llegar 1820 volvió a regentar la cátedra de Constitución. Moderado y
anillero, estuvo implicado en la Contrarrevolución del 7 de julio de 1822,
pero después disfrutó hasta su muerte de grandes prebendas y honores
Los Reales Estudios de San Isidro, en Madrid, auspiciaron también
una cátedra de Constitución. El 26 de agosto de 1813 había sido
nombrado Director de los Estudios el sevillano Tomás José González
Carvajal (1753-1834), aunque no pudo tomar posesión hasta el 17 de
enero de 1814. González de Carvajal era una de las personas más
eminentes de aquella España. Introdujo algunas reformas en los
Estudios, y concibió la idea de crear en ellos una cátedra de
Constitución, que se inauguró el 25 de febrero de 1814.3) En el acto
habló el Director Ganzález Carvajal, y a continuación la primera lección
corrió a cargo de Miguel García de La Madrid, doctor en ambos
derechos, conocido precisamente por su defensa de la Constitución y
de la libertad de expresión. El Redactor General de España del 19 de febrero
1814 había anunciado su perorata. Habló finalmente el bibliotecario de
los Estudios, el poeta salmantino Francisco Sánchez Barbero (1764-
1819), quien produjo honda impresión entre los asistentes. Uno de éstos
era el jovencísimo Ramón de Mesonero Romanos (1803-1882), que
todavía lo recuerda en sus Memorias de un setentón.4) La oda de Sánchez
Barbero se titula El Patriotismo. A la nueva Constitución. Empieza así:
¿Quién es bastante a reprimir el llanto,
y quién a contener en su hondo pecho
el oprobio y despecho,

3)
Véase Relación de la Solemne Apertura de la Cátedra de Constitución Política de la Monarquía
Española por los Estudios de San Isidro de Madrid en el día 25 de Febrero de 1813, Madrid, Imprenta
Nacional, 1814. ANTONIO PALAU Y DULCET, Manual del librero hispano-americano, 2ª ed., 28 voll.,
Barcelona, Librería Palau, 1948-1977 sin embargo da la fecha de 1813, aunque la publicación
diga 1814. Citado como PALAU.
4)
RAMÓN DE MESONERO ROMANOS, Memorias de un setentón, edición de JOSÉ ESCOBAR y
JOAQUÍN ÁLVAREZ BARRIENTOS, Madrid, Castalia, 1994.

280
si contempla el furioso despotismo
que, cercado de ruinas y de espanto,
y de muertes y horror no satisfecho,
por tantos siglos humillarnos pudo?

Y sigue con el mismo ritmo toda la composición.5) La oda se


publicó en 1814,6) fue reproducida por Leopoldo Augusto de Cueto en
Poetas líricos del siglo XVIII,7) y finalmente por José Simón Díaz. Cueto
dice que publica la composición tal como la se la dio Mesonero
Romanos, quien la había conservado en la memoria durante cincuenta
y siete años; pero observa Simón Díaz que Mesonero, recuerdos aparte,
seguramente la copió de la Relación de 1814.8)
En Barcelona la Junta de Comercio organiza una cátedra de
Constitución, cuya Oración inaugural, 31 mayo 1820, corrió a cargo de
fray Eudaldo Jaumeandreu, agustino, luego secularizado. Fray Eudaldo
ya había manifestado su entusiasmo por la Constitución en su Elogio
fúnebre…Luis Lacy. Pone en boca de éste las siguientes palabras:
«Constitución, monumento eterno de la sabiduría de las Cortes, que nos
da una patria y nos hace libres».9) Catedrático de Economía Política en
la misma Junta de Comercio desde 1814, discípulo de Jean Baptiste Say,
en la Oración inaugural de 1820 defendió la necesidad de poner de acuerdo
a las leyes con las costumbres, a fin de asegurar la estabilidad de los
gobiernos. Como las costumbres cambian las leyes, hay que tener en
cuenta estas mudanzas. Es necesario eliminar los vicios que padecen las
instituciones, pero también en esto hay que andar con cuidado, ya que
una reforma total ofrece muchos riesgos.10) Llama la atención su

5)
He seguido en todo este tema, incluída la oda de Francisco Sánchez Barbero, a JOSÉ
SIMÓN DÍAZ, Historia del Colegio Imperial de Madrid, Madrid, Instituto de Estudios Madrileños,
CSIC, 1952-1959, pp. 137-144.
6)
Relación de la Solemne Apertura de la Cátedra de Constitución Política de la Monarquía Española
por los Estudios de San Isidro de Madrid en el día 25 de Febrero de 1813, Madrid, s.e., 1814, (PALAU).
7)
LEOPOLDO AUGUSTO DE CUETO, Poetas líricos del siglo XVIII, 3 voll., Madrid, Atlas, 1952,
II, pp. 567-568.
8)
J. SIMÓN DÍAZ, Historia del Colegio Imperial cit., pp. 143-144.
9)
Elogio fúnebre en las exequias del Teniente General D. Luis Lacy celebradas en la Iglesia de Santa
María del Mar, Barcelona, Juan Dorca, 1820, citado por ÁNGEL RUIZ Y PABLO, véase la nota
siguiente.
10)
Á. RUIZ Y PABLO, Historia de la Real Junta Particular de Comercio de Barcelona (1758 a 1847),
Nota preliminar de B. Amenguali, Barcelona, Henrich y C., 1919, pp. 385-388.

281
concepto de las costumbres, en relación con las leyes, que habría hecho
las delicias de Joaquín Costa.11) Ciertamente a principios del siglo XIX
estamos entrando en época costumbrista, sobre todo en Literatura,12)
no tanto en Derecho. Jaumeandreu fue también autor de un Catecismo
político, pero referido a la Constitución de 1837.
En el Plan de Estudios de 1821, en lo relativo a cátedras, figura en el
apartado de Materias ideológico-filosóficas una sobre Derecho público y
Constitución. No aparece en cambio en el Plan elaborado por El Censor
(noviembre 1820), ni en el del Colegio de San Mateo, de 1821, y
tampoco en el del Colegio de San Felipe Neri, de 1838.13) Da la
impresión de que el estudio de la Constitución es sustituído por la
Ideología, pero planteada así la cuestión resulta por lo menos equívoca.
No hay oposición entre una y otra disciplina, sino que la exclusión de la
Constitución depende de la conciencia política de quien lo hace. Miguel
García de La Madrid, catedrático de Constitución en 1814, según hemos
visto, en el Prospecto de su obra Tablas cronológicas…, se titula Regente que
ha sido de la cátedra de Constitución en Madrid.14) En octubre de 1820
es catedrático de Ideología y Derecho Natural en la Sociedad Patriótica

11)
Véanse los conceptos de Costa sobre la costumbre en ALBERTO GIL NOVALES, Derecho
y revolución en el pensamiento de Joaquín Costa, Madrid, Península, 1965, pp. 58-75.
12)
CHARLES E. KANY, Life and Manners in Madrid 1750-1800, Berkeley, University of
California Press, 1932; JOSÈ R. LOMBA Y PEDRAJA, Costumbristas españoles de la primera mitad del
siglo XIX, Santander, Fons, 1932 (Todo posterior a 1830: Serafín Estévanez Calderón, Ramón
Mesonero Romanos y Mariano José de Larra), pero reconoce que en la Minerva o El Revisor
General, de Pedro María de Olive (1817-1818), en el Censor (1820-1823) o en El Correo Literario
y Mercantil (1828-1833) «ingenios obscuros, hasta hoy no identificados siquiera, ni acaso dignos
de serlo, intentaron de tarde en cuando pinturas o bocetos de la sociedad contemporánea, unas
veces bajo pseudónimos expresivos de sus propósitos, como El Observador o El Mirón, otras
anónimamente». Da títulos, y dice que la influencia es extranjera, principalmente francesa, y no
nacional del XVIII, p. 5. JOSÉ F. MONTESINOS, Costumbrismo y Novela (Ensayo sobre el redescubrimiento
de la realidad española), Madrid, Castalia, 1960; JAVIER DE BURGOS, El baile de Luis Alonso. Edición,
introducción y notas de ALBERTO ROMERO FERRER, Cádiz, Universidad, 1997; MARÍA ROSA
SAURÍN DE LA IGLESIA, El costumbrismo de un emigrado: Canga Argüelles, en Spagna contemporanea,
VII (1998), n. 14, pp. 131-138.
13)
ANTONIO VIÑAO FRAGO, Política y educación en los orígenes de la España contemporánea,
Madrid, Siglo XXI, 1982, pp. 256-257.
14)
MIGUEL GARCÍA DE LA MADRID, Tablas cronológicas de los códigos y colecciones de todos tres
Derechos: Civil Romano, Canónico y Español: escritas en latín y castellano, Barcelona, Torner, 1820; IDEM,
La ideología ó Tratado de las ideas y de sus signos: parte primera, de lo que se llama vulgarmente lógica,
Barcelona, Brusi, 1820.

282
Barcelonesa de Buenos Amigos, y de nuevo catedrático de Constitución
en Madrid, 1821.15) De su categoría científica no es posible dudar, sí
acaso de su prudencia, pues se le atribuye haber dicho en la comida
militar del Prado, Madrid 1821, que «bebería más a gusto la sangre del
rey».16)
También en Murcia hubo una cátedra de Constitución, en el famoso
Seminario de San Fulgencio, a cargo del presbítero Don Nicomedes
Vergara.17)

Los catecismos políticos

Los catecismos políticos son otra cosa. Se dan en España y en


muchos otros países. Su pretensión, dentro de una enorme variedad, es
llegar, no a unos pocos discipulos selectos, sino a todo el mundo. Hay
que remontarse a los siglos XVI y XVII para entender lo que estaba
pasando. No sólo se profundiza en determinados conceptos científicos
y se introducen otros, sino que se adoptan métodos de difusión
desconocidos hasta entonces. Al calor de una fuerte tendencia a la
secularización que se apodera de las sociedades europeas, el número de
libros y de panfletos impresos aumenta extraordinariamente. No todos
de carácter científico, también religioso, pero disidente, y muchas veces
simples narraciones de viajes.18) La doctrina puede verterse en grandes
volúmenes, pero con frecuencia unas pocas páginas bastan, que los
colporteurs se encargan de difundir por todas partes. La capacidad de leer

15)
García de la Madrid, Miguel, en A. GIL NOVALES, Diccionario biográfico de España (1808-
1833): de los orígenes del liberalismo a la reacción absolutista, 3 voll., Madrid, MAPFRE, 2010, II, pp.
1249-1250. Figura en el PALAU, pero de forma muy insuficiente.
16)
A. GIL NOVALES, Las Sociedades patrióticas. Las libertades de expresión y de reunión en el origen
de los partidos políticos, 2 voll., Madrid, Tecnos, 1975, II, p. 835.
17)
Proposiciones sobre la armonía de la Constitución Española con la Religión Católica. Las defenderán
los alumnos del Seminario Conciliar de San Fulgencio de Murcia. Bajo la dirección de Don Nicomeds Vergara,
presbítero, Dr. en Sagrada Teología, y Catedrático de Constitución en dicho Seminario, Murcia, imp. del
Ciudadano Mariano Bellido, 1821, (en Miscelánea política, Biblioteca del CSIC, Serrano, S XIX /
XIV-5-8). Véase CAYETANO MAS GALVAÑ, De la Ilustración al Liberalismo: el Seminario de San
Fulgencio de Murcia (1774-1823), en Trienio. Ilustración y Liberalismo, VI (1988), n. 12, pp. 102-175.
18)
ALAN G.R. SMITH, Science and Society in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, London,
Thames and Hudson, 1972.

283
asume significados insospechados.19) Ante la nueva realidad, no sólo
religiosa, que amenaza subvertirlo todo, la Iglesia Católica reacciona,
poniendo orden en sus filas con el Concilio de Trento (1545-1563). Una
de las medidas del Concilio fue la edición de un Catecismo, 1566,20) que
resumía la doctrina. “Catecismo”, palabra griega, aparece en español en
1588, según Joan Corominas.21) Tenía el sentido de exposición, pero
también de control. Todos los catecismos religiosos se derivan del
tridentino, aunque hubo alguno de fecha anterior.
Yo no me voy a ocupar de los catecismos puramente religiosos, sino
de las derivaciones a que dieron lugar. En la tradición de las dos grandes
revoluciones inglesas del siglo XVII, y del republicanismo ideológico,
que entrará con fuerza en la Ilustración europea, tras James Harrington
y John Toland,22) y los viajes imaginarios a la luna,23) Giovanni Tarantino,
en un artículo de gran categoría,24) señala precisamente el concepto de
catecismo republicano, como símbolo y resumen del pensamiento de
Thomas Gordon (1792-1850), a su vez figura central en la riqueza
impresionante de la mentalidad británica entre los siglos XVII y XVIII,
y tambien en la primera mitad del XVIII. Thomas Spence recogió los
Discourses upon Tacitus y las Cato’s Letters (de Gordon), de los que Joaquín
Lumbreras publicó una traducción española, Madrid, 1840, con el título
de Discursos sobre los partidos y facciones. Mucho antes había aparecido la
traducción de Cristóbal Cladera: Discurso histórico-crítico y político sobre los

19)
JOÃO LUIS LISBOA, Ciência e Política. Ler nos finais do Antigo Regime, Lisboa, Instituto
Nacional de Investigação Científica. Centro de História da Cultura de Universidade Nova, 1991.
20)
VALENTÍN VÁZQUEZ DE PARGA, voz Trento, Concilio de en GERMÁN BLEIBERG, Diccionario
de Historia de España, 3 voll., Madrid, Revista de Occidente, 1969, III, pp. 805-809; Catechismus,
ex decreto concilii tridentini…, Romae, in aedibus populi romani, apud Paulum Manutium, 1566.
21)
JOAN COROMINAS, Breve Diccionario etimológico de la lengua castellana, 2ª edición, Madrid,
Gredos, 1967, p. 139.
22)
Véase A. GIL NOVALES Ilustración, pensamiento utópico y Constitución, en FERNANDO DURÁN
LÓPEZ (ed.), Hacia 1812 desde el siglo ilustrado. Actas del V Congreso Internacional de la Sociedad Española
de Estudios del Siglo XVIII, Gijón, TREA, 2013, pp. 21-67.
23)
No faltan españoles como referencia. FRANCIS GODWIN es autor de The Man in the
Moone, London, Printed by John Norton, 1638, cuyo protagonista es el español Domingo
Gonsales, tan imaginario como su viaje.
24)
GIOVANNI TARANTINO, Le symbole d’un laïque: il “Catechismo repubblicano di Thomas Gordon”,
en Rivista Storica Italiana, II, 2010, pp. 386-464.

284
primeros Ministros, los Consejeros íntimos, y los favoritos de los Soberanos, Madrid,
Imprenta Real, 1787.25)
Muy pronto los filósofos se apoderaron de la idea de los
catecismos,26) y como suele ocurrir, de la filosofía y de la pedagogía se
pasa a la revolución, y a veces también a la contrarrevolución; y además
encontramos asimismo cruces e influencias entre catecismos de signo
político contrario. Como me es imposible citar todos los catecismos
políticos extranjeros, remito al excelente trabajo de Jean René Aymes
sobre catecismos franceses y españoles.27) Tenemos catecismos
españoles muy avanzados políticamente ya en la época ilustrada y
coetánea con la Revolución francesa,28) a todo lo largo de la
democracia española,29) hasta José Martí,30) el krausismo,31) el republi-

25)
Véase PALAU. No lo recoge Tarantino.
26)
PILAR GARCÍA TROBAT, La Constitución de 1812 y la opinión pública, ms., septiembre de
2007, pp. 408-416. La Autora dedica unas páginas al pensamiento de Benjamín Constant y
Marcial Antonio López (pp. 417-418), Félix Varela (pp. 418-420), Ramón Salas (pp. 420-424),
fray Eudaldo Jaumeandreu (pp. 424-425), Miguel García de la Madrid (pp. 426-429).
27)
JEAN-RENÉ AYMES, Catecismos franceses de la Revolución y catecismos españoles de la Guerra de
la Independencia, en GABRIELA OSSENBACH SAUTER, MANUEL DE PUELLES BENÍTEZ (eds.), La
Revolución francesa y su influencia en la educación en España, Madrid, UNED-Universidad
Complutense, 1990, pp. 407-436, ahora en J.-R. AYMES, La Guerra de la Independencia (1808-1814):
calas y ensayos, Madrid-Aranjuez, CSIC-Doce Calles, 2009, pp. 195-223, de donde se cita.
28)
FRÉDÉRIC MELCHIOR GRIMM (1723-1807), Essai d’un catéchisme pour les enfants, 1755;
VOLTAIRE, Catéchisme de l’honnête homme, 1763-1765; Catéchisme chinois, 1764; Catechisme du Japonais,
incluídos en la primera edición del Dictionnaire philosophique, 1764 (citado por J.-R. AYMES,
Catecismos cit., p. 196; JOSÉ MORALES MUÑOZ PÉREZ, Los catecismos políticos: de la ilustración al primer
liberalismo español, 1808-1822, en Gades, n. 16, 1987, pp. 191-218; MICHEL DELON, (dir.),
Dictionnaire européen des Lumières, Paris, PUF, 1997; Catéchisme du politique à l’usage des cafés, où l’on
parle beaucoup des affaires d’Etat, sans se comprendre et savoir ce qu’on dit, par M. Rouss, des académies de
B…or…et c…, citoyen D.P.E.V, deputé extraordinaire à l’assemblée nationale, 1789 (J.-R. AYMES,
Catecismos cit., p. 199).
29)
TOMÁS BERTRÁN Y SOLER, Catecismo político. Arreglado a la Constituci¢n Española de 1837,
Barcelona, Imp. de A. Berdeguer, 1840; CIPRIANO TORREJÓN, Calendario Civil para 1870, formado
con los santos mártires y defensores de la independencia y libertad de España, con notas históricas y críticas,
Madrid, José Noguera, 1869, (Sus héroes son Viriato y Sertorio en la época romana, los de la
Guerra de la Independencia, y Riego y Juan Romero Alpuente en 1820).
30)
JOSÉ MARTÍ, Catecismo democrático, México, El federalista, 5 diciembre 1876 (en IDEM,
Obras Completas, La Habana, Centro de Estudios Martianos, 1985, II, pp. 281-282).
31)
GUILLAUME TIBERGHIEN, Los Mandamientos de la Humanidad o La vida moral en forma de
Catecismo según Krause, traducción de ALEJO GARCÍA MORENO, Madrid, Imprenta M. Minuesa,
1875.

285
canismo32) y el libre pensamiento;33) pero también hasta los voluntarios
realistas,34) Balmes35) y el carlismo,36) los hay deliberadamente
belicosos,37) o de polémica.38) Los pequeños escritos del conde de
Mirabeau (1749-1791)39) constituyen una carga de profundidad que
desde los años revolucionarios y prerevolucionarios sacuden la
conciencia española, camino del liberalismo. Si no tenemos en cuenta
los que se refieren al Banco de San Carlos, estos escritos son los más
difundidos del conde de Mirabeau en España: Catecismo de los Filósofos, o
sistema de la felicidad, conforme a las Máximas del Espíritu de Dios y a los
Preceptos de la Filosofía sensata, Madrid, Benito Cano, 1788, (atribución de
Palau). Y Catecismo francés para la gente del Campo, que empieza: «¿Qué es
patria, o qué quiere decir patria?». Y concluye: «Gracias a Dios, libertad
de la nación, Respeto al clero, honor a la Nobleza, estimación,
abundancia, y felicidad en el pueblo». Fue prohibido por la Inquisición
de Madrid el 13 diciembre 1789, y por la de México el 13 marzo 1790.40)

32)
EDUARDO GATELL, Catecismo de los derechos imprescriptibles del hombre, o sean prácticas
republicanas, Valencia, Imp. Victorino León, 1868; CEFERINO TRESSERRA Y VENTOSA, Catecismo
democrático republicano, Madrid, Manuel Galiano, 1868, (PALAU) y Catecismo de la Federación
Republicano-Democrática. Dedicado a todos los clubs, comités, organizaciones obreras y sociedades patrióticas
de los republicanos de España y Portugal, Madrid, Moliner, 1870.
33)
DEMÓFILO, Catecismo del Libre Pensamiento, Barcelona, Salvador Manero, 1891.
34)
Catecismo que contiene los deberes que debe observar el verdadero Miliciano Realista, Sevilla,
Imprenta Jerez de la Frontera, Reimpreso Imp. María del Carmen Padrino, 1823.
35)
JAIME BALMES, Conversa de un pagés de la montaña sobre lo Papa, Barcelona, José Tauló,
1842, Reimpreso en Vic, Viuda de Anglada, 1906 (PALAU).
36)
Catecismo popular o sea clara inteligencia de los derechos de los gobernantes y de los súbditos, por un
Amante del Orden, de la Libertad y de la República, Barcelona, Librería de los Sucs. de Font, 1869,
[propaganda carlista, JAIME DEL BURGO, Fuentes para la Historia de España. Bibliografía del siglo XIX.
Guerras carlistas. Luchas políticas, Pamplona, Autor, 1978, 2ª edición].
37)
JULIO GARRIDO, Catecismo para los hombres de ciencia religiosamente subdesarrollados, Buenos
Aires, Org. San José, 1969.
38)
JAVIER FRANCISCO FELLER, Catecismo filosófico o sean observaciones en defensa de la Religión
Católica contra sus enemigos, escrito en francés por el P.F.X. de F., traducido por el P. JOAQUÍN MARÍA
DE PARADA, 4 voll., Barcelona, Imprenta de los Herederos de la Viuda Plá, 1849. Palau, que
recoge esta obra, cita ediciones anteriores (4 voll., Madrid, Francisco Aguado, 1827; 4 voll.,
Barcelona, Librería religiosa, 1848?, y una posterior, 4 voll., Barcelona, Librería religiosa, 1851).
39)
RENÉ DUQUE DE CASTRIES, Mirabeau, Madrid, Ediciones Cid, 1963.
40)
CRISTINA GÓMEZ ÁLVAREZ, GUILLERMO TOVAR DE TERESA, Censura y revolución. Libros
prohibidos por la Inquisición de México (1790-1819), Madrid, Trama Editorial, Consejo de la Crónica
de la Ciudad de México, 2009, p. 253. Este catecismo fu encontrado en forma manuscrita en

286
En este Catecismo se niega al rey el derecho de legislar y se ataca al clero.
Se trata con toda probabilidad del Catéchisme de la Constitution à l’usage des
habitants de la campagne par un député de l’Assemblée Nationale, citado por
Aymes. El mismo Catéchisme se cita con la fecha de París 1791, y con la
indicación de que es síntesis universitaria de Derecho Constitucional.41)
Del barón Paul Henri d’Holbach (1723-1789) se publicó
póstumamente Elemens de la morale universelle, ou Catéchisme de la nature.42)
Es autor muy traducido en el liberalismo español (Manuel Díaz Moreno
y José Joaquín de Mora fundamentalmente), aunque no parece que este
libro en concreto lo haya sido.43) Por otra parte el texto final de este
Catéchisme se debe a Jacques-André Naigeon (1738-1810). D’Holbach
es uno de esos escritores que en España tienen una intensa vida
clandestina, que sólo se hace pública en los períodos de ruptura
revolucionaria.
Otro autor que ejerce un influjo extraordinario es Volney, con La
Loi Naturelle ou Catéchisme du Citoyen Français publicado en 1793.44) Obra
que se incorpora a la tradición española y portuguesa,45) al ser traducida:
El Catecismo del Ciudadano francés, traducción de Santiago Felipe Puglia,
1821. Santiago Felipe Puglia, italiano (Genova 1760), emigrado a Cádiz,
en donde se arruinó en 1787. Poco después aparece como maestro de
español en Filadelfia, en donde traduce a Volney, y también a Thomas
Paine: El desengaño del hombre, 1794,46) libro que al decir de Don Juan de

octubre de 1789 en Valladolid, Santiago de Compostela, Logroño y Murcia (DOROTHY TANCK


DE ESTRADA, Los catecismos políticos: de la Revolución francesa al México independiente, en SOLANGE
ALBERRO, ALICIA HERNÁNDEZ CHÁVEZ, ELÍAS TRABULSE, La Revolución francesa en México, México,
El Colegio de México / Centro de Estudios Mexicanos y Centroamericanos, 1993, p. 65. La
Autora toma la noticia de RICHARD HERR, The Eighteenth Century Revolution in Spain, New Jersey,
Princeton University Press, 1958, p. 246).
41)
J.-R. AYMES, Catecismos cit., p. 202.
42)
Paris, G. de Bure, 1790.
43)
A no ser que se trate de Principios de moral universal, o manual de los deberes del hombre, obra
póstuma del barón de Holbach, traducido del francés por D.M.L.G., Valladolid (Anuncio, Miscelánea de
Comercio, Madrid, n. 163, 10 agosto 1820, p. 4/2).
44)
CONSTANTIN-FRANÇOIS VOLNEY DE CHASSEBOEUF, La Loi Naturelle ou Catéchisme du
Citoyen Français. Édition complète et critique (Textes de 1793 et de 1826) par GASTON MARTIN. Préface
de GEORGES LEFEBVRE, Paris, Colin, 1934.
45)
LEOPOLDO COLLOR JOBIM, Os ideologues e o liberalismo: A difusão da obra de Volney e a reação
a seu pensamento em Portugal, en Trienio. Ilustración y Liberalismo, VI (1988), n. 11, pp. 111-125.
46)
Filadelfia, Imp. de Francisco Bailey, 1794.

287
Mier y Villar, y con él la Inquisición mexicana en su conjunto, 24 octubre
1794, quiere «introducir la desconcertada Oligarquía de amotinados que
despedaza la Francia».47)
Volney fue también conocido en el ámbito español por Las ruinas o
Meditación sobre las revoluciones de los imperios [1817, 1818], traducción de
José Marchena, Burdeos 1820, y muchas otras ediciones y traducciones.
A la causa originada por la traducción de Las Ruinas de Palmira se refiere
Carlos Rubio en su Historia filosófica de la Revolución española de 1868.48) El
capítulo XV de Las Ruinas se publicó como obra independiente, sin más
firma que M.V., con el título de Mi viaje a la Luna, o sueños políticos y morales.
Primera insurreción del pueblo de Airebi [Iberia], en varios periódicos: La
Ley, de José Guasque, Madrid 1820, el Diario Constitucional de Barcelona,
23 y 26 abril 1820, el Diario Constitucional de Palma, 11 y 12 mayo 1820,
en el Diario gaditano de la libertad e independencia nacional político, mercantil,
económico y literario, 5 y 7 febrero 1821, y en El Editor Constitucional, de
Guatemala, 4 junio 1821. La cosa se complica con otro texto titulado
Mi viaje a la Luna o Sueños políticos y morales. Segundo Sueño, en El Español
Constitucional, Londres, n. 21, mayo 1820, firmado M.M., y seguido de
un comentario de P.F.S., o sea Pedro Fernández Sardino, en el que éste
manifiesta su preferencia por la República, y no por la Monarquía, como
sistema de gobierno. En el periódico de Palma de Mallorca El Eco de
Colom, números 31, 33, 34 y 35, de 15, 17, 18 y 19 julio 1822, se publicó
Un viaje a la Luna o más bien observaciones sobre la educación de los Príncipes,
firmado por P.F.S., que es esencialmente el Segundo sueño, con algunas
variantes. Algún cambio es muy significativo: donde en el Segundo sueño
se citaba a Rousseau, El Eco de Colom lo sustituye por «un filósofo». La
Primera insurrección del pueblo de Airebi no es un catecismo político, pero
tiene la contundencia de una declaración, que a muchos haría pensar en
el género
Específicamente el Catecismo político para instrucción del pueblo español,
Cádiz, Imprenta Real, 1810, acusa la influencia del Catéchisme de la
Constitution française. La Nation, La Loi, Le Roi, 1791, la del Almanach du
Pére Gérard pour l’année 1792, y la del Catéchisme de la Constitution republicaine,

47)
AHN, Inquisición, leg. 4483, n. 1.
48)
CARLOS RUBIO, Historia Filosófica de la Revolución española de 1868, 2 voll., Madrid, Imprenta
y librería de M. Guijarro, 1869, II, p. 343.

288
1793.49) El Almanach du Pére Gérard fue escrito por Jean-Marie Collot
d’Herbois (París 1749-Cayenne 1796).50) De orígenes burgueses y
populares, actor y dramaturgo, jacobino, diputado a la Convención,
sinceramente revolucionario, su Almanach alcanzó un éxito
extraordinario. No faltan las polémicas y las condenas que cayeron sobre
Collot, para muchos considerado demasiado terrorista, para otros
legislador filósofo, víctima del Terror blanco que lo deportó a la
Guayana. Sea como sea es sorprendente encontrar su Almanach incluso
en España, lo cual nos hace pensar en la formidable capacidad de
penetración de los textos revolucionarios.51) Podemos constatar
bastantes coincidencias entre los catecismos españoles, derivados de la
influencia francesa, y los italianos señalados por Luciano Guerci.52) Pero
también los hubo ambiguos, o contrarrevolucionarios. Se sabe que
Pedro Estala colaboró con Juan Picornell en la preparación de un
catecismo político. Suyo parece ser Idea de un catecismo moral para uso de
los niños, que se ha conservado manuscrito: su intención era la defensa
de la Monarquía, frente a la subversión francesa.53)

49)
ALFONSO CAPITÁN DÍAZ, Los catecismos políticos en España (1808-1822): un intento de
educación política del pueblo, Madrid, Caja General de Ahorros y Monte de Piedad, 1978, p. 71 y
77. Reproduce el texto español en pp. 113-131; PEDRO RIAÑO DE LA IGLESIA, La imprenta en la
isla gaditana durante la Guerra de la Independencia: libros, folletos y hojas volantes (1808-1814), ensayo bio-
bibliográfico documentado, a cargo de JOSÉ MANUEL FERNÁNDEZ TIRADO, ALBERTO GIL NOVALES,
3 voll., Madrid, Ediciones del Orto, 2004, I, pp. 441-442.
50)
JEAN-MARIE COLLOT D’HERBOIS, Almanach du Pére Gérard pour l’année 1792, la troisième
de l’ère de la liberté, Paris, Société des Amis de la Constitution, 1792. El el mismo año hubieron
otras ediciones: Paris, Buisson (reimpreso en 1793); Paris, Maillet; Nîmes, Gaude, siempre con
el mismo título, y Almanach du Pére Gérard à l’usage des habitants de la campagne pour l’année 1792, la
troisième de l’ère de la liberté, Annonay, Chez Agard. Fue también traducido al occitano: Armana
dou Pere Gerard per l’anna dou…., Paris, Allié, 1792?.
51)
Véase la voz Jean-Marie Collot d’Herbois, de FRANÇOISE BRUNEL, en ALBERT SOBOUL,
Dictionnaire historique de la Révolution Française, Paris, PUF, 1989, pp. 247-249.
52)
LUCIANO GUERCI, Les Catéchismes republicains in Italie (1796-1799), en MICHEL VOVELLE
(dir.), L’image de la Révolution française,4 voll., Oxford-Paris-New York, Pergamon Press, 1989, I,
pp. 359-368. También GIUSEPPE PECCHIO, tan entusiasta en su momento de la Revolución
española, y que tanto lamentó el desastre de 1823, en la emigración inglesa escribió un Catecismo
político. Véase su carta a Antonio Panizzi, 4 Mill’s Terrace, 22 noviembre 1829, en LUIGI FAGAN
(ed.), Lettere ad Antonio Panizzi, 2ª ed., Firenze, G. Barbèra, Editore, 1882, p. 79. Para una lista
de catecismos italianos véase en la Relación de catecismos el apartado Catecismos italianos (NdE).
53)
A. GIL NOVALES, Diccionario cit., I, pp. 1001-1003.

289
Francisco de Cabarrús

Antes de enfocar los catecismos políticos de la Guerra de la


Independencia y del Trienio, podemos preguntarnos qué se esperaba
de ellos. La respuesta nos la da un texto y personaje extraordinario:
Francisco de Cabarrús. En sus Cartas al conde de Lerena, publicadas muy
tardíamente, expresa la necesidad de la enseñanza de un catecismo político:
Un sabio legislador ha de poner su mayor cuidado en uniformar cuanto sea
dable las costumbres de los pueblos. Las escuelas, los juegos públicos, las
cancioncillas vulgares, hasta los entretenimientos vulgares son dignos de la
atención de la filosofía […] Un breve catecismo político, algunos epigramas en
parajes públicos, ciertas ceremonias en la admisión al estado de ciudadanos, uno
u otro distintivo a los que se esmerasen en cumplir sus obligaciones, en
perfeccionar las artes, en felicitar la patria, etc., son cosas que nada cuestan y
valen mucho.54)

Cabarrús desarrolla este punto en sus Cartas a Jovellanos:


La constitución del estado, los derechos y obligaciones del ciudadano, la
definición de las leyes, la utilidad de su observancia, los perjuicios de su
quebrantamiento: tributos, derechos, monedas, caminos, comercio, industria:
todo esto se puede y debe comprender en un librito del tamaño de nuestro
catecismo por un método sencillo que cierre el paso a todos los errores
contrarios.55)

Nada de teologías abstrusas. La enseñanza debe ser para todos, y


armónica, como la de los antiguos. Encontraremos los maestros «en
todas partes donde haya un hombre sensato, honrado y que tenga
humanidad y patriotismo». Los institutos religiosos deben quedar al
margen de la educación pública. Dirigiéndose a Jovellanos, exclama:

54)
FRANCISCO DE CABARRÚS, Cartas político-económicas dirigidas al conde de Lerena, Madrid,
Imprenta de D. Norberto Llorenci, 1841, pp. 237-238.
55)
F. DE CABARRÚS, Cartas sobre los obstáculos que la naturaleza, la opinión y las leyes oponen a la
felicidad pública: escritas por el conde de Cabarrús al Sr. D. Gaspar de Jovellanos, y precedida de otra al Principe
de la Paz, Vitoria, Don Pedro Real, 1808, p. 78; A. GIL NOVALES, Las pequeñas Atlántidas. Decadencia
y regeneración intelectual de España en los siglos XVIII y XIX, Barcelona, Seix Barral, 1959, pp. 77-
106.

290
¡Oh, amigo mío!, no sé si el pecho de vmd participa de la indignación
vigorosa del mío al ver estos rebaños de muchachos conducidos en nuestras calles
por un Esculapio armado de su caña. Es muy humildito el niño, dicen, cuando
quieren elogiar a alguno. Esto significa que ya ha contraido el abatimiento, la
poquedad, o si se quiere, la tétrica hipocresía monacal. ¿Tratamos por ventura
de encerrar la nación en claustros, y de marchitar estas dulces y encantadoras
flores de la especie humana?56)

Luego pide que se cierren las Universidades, «cloacas de la


humanidad»57).

Catecismos y Constitución

Los Catecismos políticos, antes incluso de que España se dote de


una Constitución, mantienen una significación nacional muy clara, que
a partir de marzo 1812 es ya siempre constitucional. A la vez,
cumpliendo el mandato de ls propia Constitución, la afirmación
nacional no está en contra de la religiosa. Pero, conforme pasa el tiempo,
frente a las pretensiones desmesuradas de la Iglesia, la afirmación
nacional se consolida más y más, y puede servirse de las fórmulas y
jaculatorias religiosas para su propia finalidad civil. Todo dependerá del
talento de los escritores, que con frecuencia es muy grande, aunque sólo
en nombres excepcionales hayamos sabido reconocerlo. La temática
aumenta, las denominaciones de las obritas también. Aparecen
personajes supuestamente populares, pero no lo son: se recurre a ellos
para influir sobre la opinión pública, y para mejor llevarla al terreno
previamente escogido. Como ya observó Lluis Roura hace unos años la
literatura de cordel o de «herencia frailuna», no es intrascendente, sino
que busca ratificar a las gentes sencillas en una determinada actitud.58)
No es poca cosa lo que se debate: a la larga es la democracia lo que está

56)
F. DE CABARRÚS, Cartas sobre los obstáculos cit., p. 81.
57)
Ivi, p. 83.
58)
LLUIS ROURA I AULINAS, Ejército y Constitución a partir de los “Diálogos”, “Conversaciones” y
“Coloquios” en los orígenes del constitucionalismo español, en A. GIL NOVALES, (ed.), Ejército, pueblo y
Constitución. Homenaje al General Rafael del Riego, Madrid, Anejos de la Revista Trienio, 1987, pp.
20-31.

291
en juego, por lo menos, el triunfo liberal burgués, y a la larga la Soberanía
nacional. Sabemos que la movilización de las conciencias condujo a
1814, que la Revolución de 1820 terminó en 1823, sin que las campañas
de papel hayan podido cambiar los resultados. Pero, aparte de que estas
campañas fueron bifrontes, porque la Iglesia se empleó a fondo, a mí
me resulta consolador ver cómo el espíritu civil renace una y otra vez a
lo largo del tiempo, y con él la fuerza proselitista de la sátira.59)
En este punto conviene introducir una pequeña nota estadística,
con resultados que van mucho más allá que un mero recuerdo.
Cartagena publica un Catecismo civil y breve compendio de las obligaciones del
español, conocimiento práctico de su libertad, y explicacion de su enemigo, muy útil
en las actuales circunstancias, puesto en forma de diálogo del que sabemos la
fecha, 30 de mayo de 1808, el formato, 10º y las páginas, 8. No
conocemos la tirada. Probablemente es el primero en el tiempo con este
título, aunque siempre cabe la posibilidad de que se descubra alguno
anterior, aunque es muy difícil. El texto es reproducido en Valencia, con
el título levemente cambiado de Catecismo o breve compendio de las operaciones
de España. Publicado en la imprenta del Diario, es un poco posterior al
cartagenero, 7 agosto 1808, y el formato también varía, 2 hojas en folio.
Es éste el Catecismo atribuido a Isidoro de Antillón, católico y
monárquico (en nombre de Fernando VII), pero que tendrá que «estar
arreglado a las constituciones actuales de la España, y relaciones de la
Europa» (así, en plural).60) No figura el nombre de Antillón, lo cual
plantea el problema de si es correcta la atribución, y en caso afirmativo
si lo son también las variantes de título semejante, y también si ha habido
intervención de otros, sin su participación. Si partimos de la base de
que estamos ante un texto que no ha cambiado, y que puede darse
también en otros catecismos de otros sitios, diremos que estamos ante
un solo catecismo, o de dos o más. El texto es el mismo, pero tiene que
adaptarse al formato, y además inevitablemete aparecen variantes, no
sólo las famosas y ubicuas erratas, sino cambios irrelevantes, o que así

59)
EMILIO COTARELO Y MORI (dir.), Poesías satíricas de principios del siglo XIX, en Revista
Española de Literatura, Historia y Arte, Madrid, 15 mayo 1901, p. 292 y ss.; TEÓFANES EGIDO,
Sátiras políticas de la España moderna, Madrid, Alianza, 1973.
60)
Catecismo, o breve compendio de las operaciones de España, supplemento al Diario de Valencia,
7 agosto 1808. Reproducido por LEÓN ESTEBAN en su edición de ISIDORO DE ANTILLÓN Y
MARZO, Noticias históricas de don Gaspar Melchor de Jovellanos, Valencia, Universidad de Valencia,
1994, pp. 171-174.

292
lo parecen, una frase que se abrevia por razones estilísticas o de espacio,
o bien otra frase que se añade para mayor claridad. Pero estos cambios
tienen, o pueden tener, intríngulis. Si imaginásemos a los catecismo
como amebas en el espacio, les veríamos prestarse mutuamente brazos
o articulaciones. Esto es lo que ocurre en la realidad: un catecismo se
anexiona o incorpora trozos de otro, y a través de estos cambios circula
algo en lo que no habíamos pensado: la ironía o la sátira, con la que se
quiere destruir al contrario. De la gramática se pasa al asalto. Por eso he
dicho hace muy poco que las campañas de papel fueron bifrontes; y por
ello también la complejidad de unas obrillas, en las que entra de lleno la
intencionalidad política.
A veces las obritas dejaron de serlo, para convertirse en libros, como
en el caso del Catecismo Patriótico o del Ilustrado y Virtuoso Español, Madrid
1814, de Martín Batuecas, la obra de toda una vida, aunque sólo
parcialmente ha llegado hasta nosotros. Ilustrado y virtuoso como el
propio Autor, por lo que se vio sometido a dos procesos, uno tras otro,
a cargo de la restaurada Inquisición.61)

Internacionalización de la Revolución española

Desde el principio la Revolución española se internacionaliza, lo


que podemos comprobar a través de los catecismos, lo mismo que
recurriendo a otros métodos. El Catecismo de Estado según los principios de
la Religión, de Joaquín Lorenzo Villanueva,62) demasiado extenso para el
género en el que se inscribe (309 páginas), polémico, se aparta de la
Revolución, pero se acerca filosóficamente a las posiciones
prerrevolucionarias.63) Lo extraordinario es que fue reproducido en
Lima, Bogotá,Tunja y Caracas, y que todavía en 1815 las autoridades
españolas de Caracas recomendaban este Catecismo como arma contra
el movimiento independentista.64)

61)
MIGUEL ÁNGEL MELÓN JIMÉNEZ, Martín Batuecas, en JOSÉ MARÍA LAMA (ed.), Los
primeros liberales españoles. La aportación de Extremadura, 1810-1854 (Biografías), Badajoz, Diputación
de Badajoz, 2012, pp. 171-174.
62)
Madrid, Imprenta Real, 1793.
63)
J.-R. AYMES, Catecismos cit., pp. 210-211.
64)
RAFAEL SAGREDO BAEZA (ed.), De la Colonia a la República. Los catecismos políticos americanos,
1811-1827, Madrid-Aranjuez, MAPFRE-Doce Calles, 2009, p. 18.

293
El Catecismo político para instrucción del pueblo español, Cádiz, Imprenta
Real, 1810, se reimprime en México 1811. El de D.J.C. (José Caro y
Sureda, según algunos, o Juan Corradi): Catecismo arreglado a la Constitución
de la Monarquía española para ilustración del pueblo, instrucción de la juventud y
uso de las escuelas de primeras letras, Cádiz, Imprenta de Lema, y Palma,
Imprenta de Miguel Domingo, 1812, se publicó también en Guatemala
y en Lima, 1813.65)
Encontramos un Cathecismo politico e civil, traducido del español,
Lisboa, 1808.66) Inversamente, el Catecismo político para el uso de la juventud
del Alentejo se publica en La abeja española, Cádiz, 13 junio 1813.67) Pero
como digo en otro sitio, parece haberse tratado de una burla genial. No
parece que haya existido un texto previo alentejano. Sepúlveda no lo
registra, aunque sí recoge catecismos traducidos del español al
portugués. Damos más valor a la noticia al saber que este periódico
estaba dirigido por José Mejía y redactado por Manuel Bartolomé
Gallardo.68)
El Catecismo civil de los derechos del hombre, en español, se publica en
Bayona 1814.69) El portugués Diego de Goes Lara de Andrade, quien
también se firmó D’Andrade, publica en 1819 el Catéchisme Politique de
la Constitution Espagnole applicable à toute Constitution fondée sur les Principes,
traducción del ya citado Catecismo político de Caro y Sureda.70)
Heinrich von Kleist (1777-1811) escribe en Dresde Der Katechismus

65)
J.-R. AYMES, Españoles en París en la época romántica 1808-1848, Madrid, Alianza, 2008, p.
66.
66)
Cathecismo politico e civil, ou breve resumo das obrigaçôes do espanhol; conhemento pratico da sua
liberdade, e explicaçâo do verdadeiro carácter de seu inimigo: muito util nas actuaes circunstancias, posto em
forma de dialogo. Traduzido do hespanhol, Lisboa, Impressâo Regia, 1808, citado por CHRISTOVAM
AYRES DE MAGALHAES SEPÚLVEDA, Dicionário Bibliográfico da Guerra Peninsular: contendo a indicação
de obras impressas e manuscritas em português, hespanhol, catalão, inglês, francês, italiano, alemão, latim etc.,
4 voll., Coimbra, Imprensa da Universidade, 1924-1930, I, p. 215.
67)
A. CAPITÁN DÍAZ, Los catecismos cit., pp. 71-72.
68)
A. GIL NOVALES, Prensa, guerra y revolución. Los periódicos españoles durante la Guerra de la
Independencia, Madrid-Aranjuez, CSIC-Doce Calles, 2009, p. 43; ALEJANDRO PÉREZ VIDAL,
Bartolomé J. Gallardo. Sátira, pensamiento y política, Mérida, Editora Regional de Extremadura, 1999.
69)
A. CAPITÁN DÍAZ, Los catecismos cit., p. 92, n. 108, y PALAU.
70)
Paris, Imprimerie de A. Bobée, 1819. Citado por RICARDO ROBLEDO HERNÁNDEZ, La
Universidad española de Ramón Salas a la guerra civil. Ilustración, liberalismo y financiación (1770-1936),
Salamanca, Junta de Castilla y León, 2014, p. 217.

294
der Deutschen, abgefasst nach dem Spanischen, zum Gebrauch für Kinder und Alte,
1809.71) Según nos explica Emilie Delivré, durante mucho tiempo se
pensó que eso de Catecismo no tenía nada que ver con España o lo
español, era todo lo más una expresión poética, y sólo mucho después
se encontró que el Katechismus der Deutschen era una
traducción/adaptación del Catecismo civil, y breve compendio de las obligaciones
del español, cuya traducción había sido incluída en una Sammlung
(Colección) de textos españoles antinapoleónicos, aparecida en la revista
Germanien, 1809, revista dirigida por Joseph von Hormayr, al que se
recuerda por su lucha antifrancesa en el Tirol.72) El Katechismus es una
consecuencia de la honda impresión que en toda Alemania produjo el
levantamiento español contra Napoleón. Ambos textos, el Catecismo civil
y el Katechismus der Deutschen, plantean los temas generales sobre España
o Alemania, el amor a la Patria, la lucha contra Napoleón, hasta que
llega la cuestión decisiva, relativa a la identidad nacional de los
ciudadanos. El español puede contestar que su Patria es España, pero
el alemán no puede decir otro tanto, porque Alemania no existe, y la
vieja Monarquía ha sido eliminada por Napoleón, al que se considera el
Anticristo. Von Kleist, protestante, acepta el patriotismo español teñido
de catolicismo que el Catecismo civil le ofrece. Quiere llegar a una
Constitución alemana, pero es gran lástima que en el texto conservado
esta parte ha desaparecido. Probablemente en su deseo de
reconstrucción de la antigua Austria hay una añoranza del Antiguo
Régimen, una muestra de su romanticismo final, de la extrema tensión
que le llevó al suicidio.73) Sin salir de Alemania, Benjamin Constant en

71)
EMILIE DELIVRÉ, Dos Guerras de la Independencia en Europa: el catecismo civil y el Katechismus
der Deutschen, en MARION REDER GADOW, EVA MENDOZA GARCÍA (coords.), La Guerra de la
Independencia en Málaga y su provincia (1808-1814). Actas de las I Jornadas celebradas en Málaga los días
19, 20 y 21 de septiembre de 2002, Málaga, Centro de Ediciones de la Diputación, 2005, pp. 483-
488.
72)
Bürger-Katechismus und kurzer Inbegriff der Pflichten eines Spaniers, nebst praktischer Kenntnis
seiner Freiheit und Beschreibung seines Feindes. Von grossen Nutzen bei den gewärtigen Angelenhheiten.
Gedruck zu Sevillia und für die Schuleen der Provinzen verteilt, en Sammlung der Aktenstücke über die
spanische Thronveränderung, publicada en 1809 en Germanien.
73)
F. PAUL BÖCKMANN, Heinrich von Kleist 1777-1811, en Die Grossen Deutschen, Deutsche
Biographie herausgegeben von HERMANN HEIMPEL, THEODOR HEUSS, BENNO GREIFENBERG,
5 voll., Frankfurt/M, Ullstein, 1983, II, pp. 362-377; H.D. DAHNKE, Kleist Heinrich, en
Biographisches Lexikon zur deutschen Geschichte von den Anfangen bis 1945, Berlin, Deutscher Verlag

295
una de sus cartas menciona, de forma muy imprecisa, que un amigo de
Hardenberg ha escrito un Catecismo constitucional, que el propio Constant
ha hecho imprimir en Berlín.74) Pocos datos son éstos, pero por lo
menos retenemos la noticia.
Del Catecismo cívico o Breve resumen de los deberes del español, con una
muestra de qué es la libertad y quiénes son sus enemigos, Sevilla 1808, consta
que se repartió por las escuelas, y que fue traducido al ruso en 1812 por
la revista Syn Otéchestva, en medio de muchos otros textos de tema
español. Por cierto, los enemigos de España son Napoleón, Murat y
Godoy.75) La Constitución de Cádiz fue traducida al francés por el Abate
Vieler en San Petersburgo, 1812. El Catecismo cívico aparece también en
la novela de Narcisse Achille, conde de Salvandy: Don Alonso ou l’Espagne,
París 1824, 4 volúmenes. El texto no se reproduce en bloque, sino a lo
largo de la narración. No faltan los tres enemigos de España. Napoleón,
Murat y Godoy.76) No obstante su fecha se sabe que esta novela fue una
importante fuente de información para los decembristas. En el Proyecto
de Constitución que Nikita Muraviev (1796-1843) redacta para la Sociedad
del Norte traduce literalmente los artículos 2 y 3 de la Constitución
gaditana, que pasan a ser los 1 y 2 del primer capítulo del Proyecto,
titulado Pueblo y gobierno ruso.77)

der Wissenschaft, 1970, pp. 366-368. Doy las gracias a la Profesora Ulrike Schmieder, que me
proporcionó la siguiente edición HEINRICH VON KLEIST, Der Katechismus der Deutschen abgefasst
nach dem Spanischen zum Gebrauch für Kinder und Alte, In Sechzehn Kapiteln, Beleitwort Prod. Dr. Georg
Minde-Pouet, Nachwort Dr. Günther Leopold, Berlin, Mergenthaler Setzmaschinen Fabril G.m.b.H.,
1939. El Dr. Minde-Pouet era Presidente de la Kleist-Gesellschaft: destaca la importancia que
tuvo el centenario de la muerte de Kleist, y la inmediata fecha de 1914. El Dr. Leopold pone en
relación la fama de Kleist con la Gran Alemania y 1939. Sea; pero a nosotros nos interesa más
el escritor que busca, con el ejemplo español, la liberación y la unidad de su patria, y no otra
cosa.
74)
BENJAMIN CONSTANT, A Mlle Rosalie de Constant, Paris 2 avril 1821, en Lettres à sa famille
1775-1830 précédées d’une Introduction par JEAN H. MENOS, Paris, Stock, 1932, pp. 555-556. Citado
en A. GIL NOVALES, Consideraciones sobre el liberalismo español, Franco Venturi Politica e Storia, en
Rivista Storica Italiana, 1998, II-III, p. 918.
75)
MIKHAIL ALEKSÉEV, Rusia y España: una respuesta cultural, Traducción directa del ruso y
prólogo de JOSÉ FERNÁNDEZ SÁNCHEZ, Madrid, Seminarios y Ediciones, 1975, pp. 100-102.
76)
Cito por la séptima edición, NARCISSE-ACHILLE DE SALVANDY, Don Alonso ou l’Espagne.
Histoire contemporaine, 2 voll., París, Didier, 1858, II, pp. 149-154. Los enemigos en p. 151.
77)
A. GIL NOVALES, Consideraciones cit., p. 913. El texto traducido al alemán en GERHARD
DUDEK, Die Dekabristen. Dichtungen und Dokumente, Leipzig, Insel Verlag, 1975, pp. 211-221.

296
También el Príncipe Sergei P. Trubetskoi (1790-1860) redacta una
Constitución, largamente inspirada en la de Cádiz, la cual era también
muy apreciada por Pavel Pestel (1793-1826), mientras que Alexander
Alexandrovich Bestuzhev (1797-1837), el poeta Kondrati Fedorovich
Ryleev (1795-1826) y Gavriil Stepanovich Batenkov (1793-1863)
deseaban una Isla de León rusa.78) Por su parte Sergei Ivanovich
Muraviev Apostol (1796-1826) es autor de un Catecismo procedente
también del Catecismo cívico.79) La Guerra de la Independencia española,
la Constitución de Cádiz y la Revolución de 1820 arrebataron a la
intelectualidad rusa. Los textos de admiración y de adhesión surgen por
doquier. Muy pocos han sido traducidos al español.80) El entusiasmo en
primer lugar: Nicolai Turgenev (1789-1871), al saber que el Rey de
España ha proclamado la Constitución de las Cortes, escribe en su
Diario, entrada del 24 de marzo de 1820:
¡Honor a ti, ejército de España! ¡Glorioso pueblo español! Por segunda vez
prueba España lo que significa el espíritu popular, lo que significa el amor propio.
Los insurgentes de hoy se conducen con gran nobleza. Le dicen al pueblo que lo
que quieren es una Constitución, sin la cual España no será feliz. Declaran que
pueden fracasar, que pueden morir víctimas de su amor por la Patria, pero que
la memoria de su hazaña, de la Constitución y de la libertad, vivirá en el corazón
del pueblo español.81)

Aunque el entusiasmo no decayó, las cosas se torcieron en España,


y entonces se vio algo muy importante, algo que diferencia a la literatura
militante de los decembristas de sus bases literarias españolas: desde el
principio los rusos consideran que el Zar es culpable, y si hay algo que
tanto Muraviev Apostol como Pestel critican a Riego es que no se
hubiese atrevido a proclamar la República. Después de la ejecución de

78)
M. ALEKSÉEV, Rusia y España cit., p. 143.
79)
ALEXANDRE ZVIGUILSKY, Le Catéchisme de Sergei Muraviev-Apostol, en Le 14 Décembre
1825. Origine et Héritage du mouvement des Décembristes, Paris, Institut d’Etudes Slaves, 1980, pp. 72-
78. Publicado en alemán por G. DUDEK, Die Dakabristen cit. pp. 298-301, con el título de
Rechtgläubiger Katechismus[Kampf gegen Tyrannei und Ehrlosigkeit], hacia 1825.
80)
M. ALEKSÉEV, Rusia y España cit., pp. 147-175.
81)
NICOLAI TURGENEV, Diary Notes, 1816-1820, recogidos en VLADIMIR FYODOROV (ed.),
The First Breath of Freedom, Moscow, Progress Publisher, 1988, p. 57. (A. GIL NOVALES,
Consideraciones cit., p. 915).

297
Riego los decembristas se sienten moralmente autorizados a matar al
Zar, y a acabar con toda su familia. El absolutismo es siempre el mismo,
tanto en Rusia como en España. Matando al zar los decembristas vengan
la muerte de Riego, es decir, hacen justicia. Así lo expresa Alexander
Poggio, importante miembro de la Sociedad del Sur.82)
Una nota última. En 1869 apareció en ruso un Catecismo del
revolucionario, traducido al francés en 1871 y 1873. Aunque anónimo,
algunos opinaron que su autor era Mikhail Bakunin, quien parece ser
que poco antes había usado el término, sin mucha repercusión. Otros
atribuyeron el texto a Sergei Nechaev, y en fin todavía otros, o los
mismos, cambiaron de criterio. Indagando sobre la cuestión el moderno
editor de este Catecismo, Michael Confino, averiguó que la palabra
“Catecismo” había sido muy usada en otro tiempo, y que incluso hubo
un decembrista que la utilizó. Nosotros sabemos algo más, según hemos
visto en este trabajo, y lo único que podemos añadir ahora es que el
Catecismo del revolucionario, expresión de la violencia pura, de la violencia
por la violencia, fundamento quizá de cierto terrorismo, nada tiene que
ver, excepto la palabra, con la herencia ilustrada y liberal, de la que en
definitiva procede.83)
Antes de introducir una relación de catecismos políticos, por años,
con sus varias denominaciones, quiero hacer constar que ante la masa
enorme de Conversaciones, Diálogos, Coloquios, etc., me he visto obligado a
recoger sólo lo que tiene que ver con los grandes temas: Constitución,
Libertad, Soberanía, etc., y además he dado preferencia a los años que
preparan la Constitución, y no tanto a la fragmentación temática de los
años siguientes.

82)
ISABEL DE MADARIAGA, España y los decembristas, en Liber amicorum Salvador de Madariaga,
Bruges, De Tempel, 1966, p. 269; FRANCO VENTURI, Il moto decabrista e i fratelli Poggio, Torino,
Einaudi, 1956; IDEM, The Army of Freedom: Alexander Poggio and the Decembrist of the Southern Society,
en Studies in Free Russia, Chicago, The University of Chicago Press, 1982, pp. 94-139.
83)
MICHAEL CONFINO, Il Catechismo del rivoluzionario. Bakunin e l’affare Necaev, Traducción
de GISÈLE BARTOLI, Milano, Adelphi, 1976 (el Catecismo en pp. 121-131).

298
Relación de los Catecismos precedida de la Bibliografía de los
textos de referencia

JEAN-RENÉ AYMES, Catecismos cit., citado como AYMES.

JOSÉ LUIS BERMEJO CABRERO, Prensa política en los orígenes del constitucionalismo (Cinco
aproximaciones al tema), en Anuario de Historia del Derecho Español, Tomo LXVI,
1996, pp. 615-651, citado como BERMEJO CABRERO

JACQUES-CHARLES BRUNET, Manuel du libraire et de l’amateur de livres [1860-1878], 6


voll. más 2 de Suplementos, Milano, Edizioni Libreria Malavasi, 1999, citado
como BRUNET

ALFONSO CAPITÁN DÍAZ, Los catecismos cit., citado como CAPITÁN DÍAZ

JAIME DEL BURGO, Fuentes para la Historia de España. Bibliografía del siglo XIX. Guerras
carlistas. Luchas políticas, Pamplona, Autor, 1978, 2ª edición, citado como DEL
BURGO

MICHEL DELON, (dir.), cit., citado como DELON

RICARDO DONOSO, El catecismo político-cristiano, Santiago de Chile, Universitaria,


1943; reimpreso, La Paz, Cámara Nacional de Comercio, 1981, citado como
DONOSO

ALBERTO GIL NOVALES, Diccionario cit., citado como GIL NOVALES, Diccionario

CRISTINA GÓMEZ ÁLVAREZ, GUILLERMO TOVAR DE TERESA, Censura y revolución


cit., citado como GÓMEZ ÁLVAREZ, TOVAR DE TERESA

RICARDO LEVENE, El mundo de las ideas y la Revolución hispanoamericana de 1810,


Santiago, Editorial Jurídica de Chile, 1956. Hay una reedición reciente,
México, Fondo de Cultura Económica, 2004. Citado como LEVENE.

JOSÉ MUÑOZ MORALES PÉREZ, Los catecismos cit., citado como MUÑOZ PÉREZ

ANTONIO PALAU Y DULCET, Manual del librero cit., citado como PALAU

ALEJANDRO PÉREZ VIDAL, Bartolomé J. Gallardo. Sátira, pensamiento y política, Mérida,


Editora Regional de Extremadura, 1999, citado como PÉREZ VIDAL

PEDRO RIAÑO DE LA IGLESIA, La imprenta cit., citado como RIAÑO DE LA IGLESIA

299
LLUIS ROURA I AULINAS, Ejército y Constitución cit., citado como ROURA

NYDIA M. RUIZ, El género catequístico-político, en Trienio Ilustración y Liberalismo, XIII


(1995), n. 26, pp. 15-65, citado como N. M. RUIZ

MIGUEL Á. RUIZ DE AZÚA (ed.), Catecismos políticos españoles Arreglados a las Constituciones
del Siglo XIX, Madrid, Comunidad de Madrid, 1989, citado como AZÚA

RAFAEL SAGREDO BAEZA (ed.), De la Colonia cit., citado como SAGREDO

BEATRIZ SÁNCHEZ HITA, Cartillas políticas y catecismos constitucionales en el Cádiz de las


Cortes: Un género viejo para la creación de una nueva sociedad, en Revista de Literatura,
LXV (2003), n. 130, pp. 541-574, citado como SÁNCHEZ HITA

IRIS M. ZAVALA, Cabarrús y Picornell: un documento desconocido, en Cuadernos


Hispanoamericanos, junio 1969, n. 234, pp. 774-782, citado como ZAVALA

Catecismos Extranjeros
Catechismus, ex decreto concilii tridentini […], Romae, in aedibus populi romani, apud
Paulum Manutium, 1566

Catéchisme des courtisans, s.l., s.e., 1649


Catéchisme des courtisans de la Cour de Mazarin, s.l., s.e., 1649 (reimpreso Lille, Horemans, 1866)
Catéchisme des courtisans ou Les questions de la Cour et autres galanteries, Cologne, s.e., 1668
Catéchisme des courtisans ou Les questions de la Cour, Cologne, Pierre du Marteau, 1669
(reimpreso Chartres, Garnier, 1838)
Catéchisme des Courtisans, Cologne, s.e., 1680 (AZÚA)

WILLIAM DUDGEON, A catechism founded upon experience and reason. Collected by a Father for
the use of his Children, with an Introductory letter to a Friend concerning Natural Religion,
2ª edición, 1739, (MUÑOZ PÉREZ), 1744, según el DNB. Catecismo filosófico

FRÉDÉRIC MELCHIOR GRIMM (1723-1807), Essai d’un catéchisme pour les enfants, 1755
(AYMES, MUÑOZ PÉREZ). Catecismo filosófico

FRANÇOIS-MARIE AROUET (VOLTAIRE), Catéchisme de l’honnête homme, ou Dialogue entre un


caloyer et un homme de bien, traduit du grec vulgaire par D.L.F.R.C.D.C.D.G., Genève,
Cramer, 1763 (otras ediciones fechadas Paris, 1764, pero probablemente impresas
en Alemania)
IDEM, Catéchisme chinois
IDEM, Catéchisme du curé
IDEM, Catéchisme du jardinier

300
IDEM, Catechisme du japonais, incluídos en la primera edición del Dictionnaire philosophique
portatif, Genève, Grasset, 1764 (AYMES, MUÑOZ PÉREZ, DELON)

JOSEPH SAIGE, Catéchisme du citoyen, ou élémens du droit public français: par demandes et par
réponses par Saige de Bordeaux, Genève, s.e., 1787
IDEM, Catéchisme du Citoyen, ou Élémens du Droit public français: par demandes et par réponses;
suivi de Fragmens politiques par le même auteur, En France (Paris), s.e., 1788 (3a edición,
más completa). [El Autor, abogado bordelés, trata de difundir al máximo la teoría
del Contrato social de Rousseau]

FRANÇOIS BOISSEL (1728-1807), Le Catéchisme du genre humain que, sous les auspices de la
Nature et de son véritable auteur, qui me l’ont dicté, je mets sous les yeux et la protection de la
Nation Française et de l’Europe éclairée, pour l’établissement essentiel et indispensable du
véritable ordre moral, et de l’éducation sociale des hommes, dans la connaissance, la pratique,
l’amour et l’habitude des principes et des moyens de se rendre et de se conserver heureux les uns
par les autres, s. l., s.e., 1789; reimpreso Paris, s.e., 1792. Prohibido por la
Inquisición romana por decreto de 28 marzo 1791. [Socialista, sobre la propiedad,
el matrimonio y la religión]

Le catechisme du politique à l’usage des cafés, cit., (AYMES, p. 199)

PAUL-HENRI-THIRY D’HOLBACH, Elémens de la morale universelle ou catéchisme de la nature,


cit., escrito en 1765

SYLVAIN MARÉCHAL, Le Catéchisme du curé Meslier mis à jour par l’Editeur del’Almanach des
honnêtes gens, s.l., s.e., 1790

La Religion sans prêtres ou le Catéchisme de l’honnête homme, suivi d’un chapitre sur le célibat,
Paris, s.e., 1790 (atribuido a S. MARÉCHAL, atribución dudosa)

Catechisme de la Constitution française. La Nation, La Loi, Le Roi, Paris, s.e., 1791

HONORÉ-GABRIEL RIQUETI MIRABEAU, Catéchisme de la Constitution, à l’usage des écoles,


précédé de la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, Amiens, Caron Berquier,
Paris, 1791 (síntesis de una clase universitaria de Derecho Constitucional, AYMES,
p. 202, y otros)

IDEM, Catéchisme de la Constitution, à l’usage des habitans de la campagne, précédé de la Déclaration


des droits de l’homme et du citoyen, Paris, Impr. de Cussac, 1791

Catechisme de l’Almanach du Pére Gérard, Paris, s.e., 1792

Catechisme de la Constitution republicaine, Paris, s.e., 1793. Reproducido por CAPITÁN DÍAZ,
pp. 113-131; RIAÑO DE LA IGLESIA, I, pp. 441-442.

301
Catéchisme françois républicain…, s.l., s.e., s.f.. Prohibido por la Inquisición de Madrid el
2 de diciembre de 1797 y de México el 19 de julio de 1798 (Gaceta de México, 13 de
agosto de 1798, p. 59). Véase también D. TANCK DE ESTRADA, Los catecismos…,
cit., pp. 65-66, que lo cita como Catecismo francés republicano, pero está claro que se
trata de la misma obra (véase GÓMEZ ÁLVAREZ, TOVAR DE TERESA, p. 220)

JEAN FRANÇOIS DE SAINT-LAMBERT, Principes de Moeurs chez toutes les Nations, ou Catechisme
universel, 3 voll., Paris, Agasse, An VI (1798). Catecismo filosófico (MUÑOZ
PÉREZ). Saint-Lambert fue colaborador de la Enciclopedia (BRUNET)

Le Catéchisme des Christicoles, avec les vraies réponses aux questions du prêtre. A l’usage des vieux
enfans, Paris, Chez les marchands de nouveautés,1798 (atribuido a S. MARÉCHAL,
atribución dudosa)

Catecismo constitucional, Berlin hacia 1820-1821. [Escrito por un amigo de Hardenberg


este Catecismo refleja influencias españolas. Benjamin Constant lo hizo publicar]

CONSTANTIN-FRANÇOIS VOLNEY DE CHASSEBOEUF, La Loi Naturelle ou Catéchisme du


Citoyen Français, Édition complète et critique (Textes de 1793 et de 1826) par GASTON
MARTIN, Paris, Colin, 1934

IDEM, Mi viaje a la Luna, o sueños políticos y morales. Primera insurreción del pueblo de Airebi
[Iberia], cit.

IDEM, Mi viaje a la Luna o Sueños políticos y morales. Segundo Sueño, cit.

IDEM, El Catecismo del Ciudadano francés, Traducción de SANTIAGO FELIPE PUGLIA, s.l.,
s.e., 1821

Catecismos ilustrados
JOSÉ ANTONIO DE SAN ALBERTO, arzobispo de La Plata, Instrucción o catecismo Real,
Córdoba, Río de la Plata, 1784, (MUÑOZ PÉREZ). El mismo texto, con el título

Instrucción, donde por lecciones, preguntas y respuestas, se enseñan a los niños y niñas las obligaciones
más principales que un vasallo debe a su Rey y Señor, Madrid, Imprenta Real, 1786, (N.
M. RUIZ)

Catecismo del Estado, Madrid, Benito Cano, 1787, (PALAU)

JUAN BAUTISTA PICORNELL, Catecismo político para la instrucción de la infancia española, 1787,
enviado al conde de Floridablanca, quien evitó su difusión. Se encuentra en AHN,
Estado, 3245, (ZAVALA)

302
Catecismo de los Filósofos, o sistema de la felicidad, conforme a las Máximas del Espíritu de Dios
y a los Preceptos de la Filosofía sensata, Madrid, Benito Cano, 1788, (PALAU)

Catecismo francés para la gente del Campo, Prohibido por la Inquisición de Madrid 13
diciembre 1789, y por la de México el 13 marzo 1790 (GÓMEZ ÁLVAREZ, TOVAR
DE TERESA). Este Catecismo provocó la R.O. de 2 octubre 1790 por la que se
prohibía la lectura e introducción de los Catéchismes en España, (CAPITÁN DÍAZ,
p. 59)

ANTONIO VILA Y CAMPS, El vasallo instruido en las principales obligaciones que debe a su legítimo
monarca. Obra sumamente importante, en la que por las autoridades de la Divina Escritura,
Santos Padres, Concilios y Sagrados Cánones, se manifiesta la debida sumisión, respeto, amor
y fidelidad que todos los vasallos deben a su legítimo soberano y a los Ministros que en su Real
nombre están encargados del gobierno en sus respectivos reinos y provincias, Madrid, Imprenta
de Manuel González, 1792. [Defensa de la Monarquía absoluta, con influencias
de Bossuet] (MUÑOZ PÉREZ)

JOAQUÍN LORENZO VILLANUEVA, Catecismo de Estado según los principios de la Religión,


Madrid, Imprenta Real, 1793

PABLO DE OLAVIDE, Cartas de Mariano a Antonio (El programa ilustrado de “El Evangelio
en triunfo”), Introducción de GÉRARD DUFOUR, Aix-en-Provence, Université de
Provence, 1988, (AYMES, p. 212)

Catecismos 1808
El Padre Nuestro al Rey Fernando VII, ms., (SÁNCHEZ HITA)

Catecismo civil y breve compendio de las obligaciones del español, conocimiento práctico de su libertad,
Cartagena 30 de Mayo de 1808, (SEPÚLVEDA, p. 215)

Catecismo, o breve compendio de las operaciones de España, Suplemento al Diario de Valencia


del Domingo 7 de Agosto de 1808. PALAU, mismo título, lugar, imprenta y fecha.
Variante del anterior. Atribuido a Isidoro de Antillón.

Catecismo civil, y breve compendio de las obligaciones del español, conocimiento práctico de su libertad,
y explicación de su enemigo, muy útil en las actuales circunstancias, puesto en forma de diálogo,
BN U/ 8832
Traducido al portugués, Lisboa, Impressão Regia, 1808, (SEPÚLVEDA, p. 215). CAPITÁN
DÍAZ opina que no es un Catecismo político, aunque adopta su forma. Sin
embargo lo reproduce íntegro (pp. 60-65). Es el anterior. Reproducido también
en AZÚA.
[Contra Napoleón, en la época de la Guerra de la Independencia. No se habla de

303
Constitución, pero sí de Religión y del «establecimiento de un gobierno arreglado
a las costumbres actuales de la España, y relaciones con la Europa» (p. 8)]

Catecismo cívico o Breve resumen de los deberes del español, con una muestra de qué es la libertad y
quiénes son sus enemigos, Sevilla, s.e., 1808. [Consta que se repartío por las escuelas.
Este Catecismo fue traducido al ruso en 1812 por la revista Syn Otéchestva]
(ALEKSÉV, pp. 101-102)

Catecismo católico-político, que con motivo de las actuales novedades de la España dirige y dedica a
sus conciudadanos un sacerdote amante de la religión, afecto a su patria, y amigo de los hombres,
Madrid, Repullés, 1808 (Anuncio, Diario de Madrid, n. 108, 23 noviembre 1808,
p. 567, citado por CAPITÁN DÍAZ, pp. 65-71, y por SEPÚLVEDA, p. 15). Se halla en
BN, Sección de Varios, (AZÚA). Contiene una referencia al Almanach du Pére
Gérard, Paris, 1792, que había sido escrito por COLLOT D’HERBOIS, y premiado
por la Société des Amis de la Constitution

Conversación que tuvo el Príncipe Murat con Don Manuel Godoy, relativa a los sucesos de España,
Madrid, Collado, 1808, y Mallorca, 1808, (PALAU)

Catecismos 1809
Catecismo civil de España en preguntas y respuestas, Sevilla, Viuda de Hidalgo y Sobrino,
hacia 1809. Ampliación del de 1808. (AZÚA)

Catecismo patriótico, Cádiz, Nicolás Gómez de Requena, 1809. Un ejemplar en BN, Coll.
Gómez Imaz. Mandado recoger por la Inquisición el 22 julio 1815. (RIAÑO DE
LA IGLESIA, I, p. 286)

Instrucción popular en forma de catecismo sobre la presente guerra, Valencia, Monfort, 1809

Coloqui nou, en quel So Felip y ‘l So Josep, llauradors de l’Horta de Valencia… discurreixen sobre
l’Obelisco y Estatua del nostre amat Rey, Valencia, Imprenta del Diari, 1809, (PALAU)

Coloqui trilingüe o coloqui entrevesat de Valencià y Castellá y uns cantonets en llatí, entre Maciá el
Parlador y el Mestre Descola, Valencia, Imprenta del Diari, 1809, (PALAU)

HEINRICH VON KLEIST, Katechismus der Deutschen, abgefasst nach dem Spanischen, zum
Gebrauch für Kinder und Alte, escrito en 1809

Catecismos 1810
Catecismo político para instrucción del pueblo español, Cádiz, Imp. Real, 1810. (CAPITÁN DÍAZ,

304
pp. 71-77, 113-131, quien dice que tiene influencia francesa, a través del Catéchisme
de la Constitution française. La Nation, La Loi, Le Roi, 1791, del Almanach du Pére
Gérard, 1792, y del Catéchisme de la Constitucion républicaine, 1793; RIAÑO DE LA
IGLESIA, I, pp. 441-442)

ANDRÉS DE MOYA LUZURIAGA, Catecismo de Doctrina civil, Cádiz, Imprenta de la Junta


Superior de Gobierno, 1810, (AZÚA, pp. 49-63)

El Credo Español sobre los asuntos del día, Sevilla, s.e., hacia 1810, (PALAU, quien dice que
se reimprimió en otras ciudades españolas)

El Viejo de la capa azul. Conversación primera en el Paseo de la Alameda. Quál es la causa de los
desastres de España, Tarragona, s.e., hacia 1810. Hubo una Conversación tercera,
Tarragona, s.e., 1811, y una reimpresión de Valencia, 1811. Unos extractos publica
el Diario de Barcelona, n. 80 y 81, 19 y 20 noviembre 1811, pp. 1-4 y 1-2. ROURA,
quien lo fecha en Tarragona, imprenta Puigrubí, s.a.(hacia 1811). Véase también
A. GIL NOVALES, Un folleto progresista, perdido y recuperado, en Trienio Ilustración y
Liberalismo, XVIII (2000), n. 36, pp. 61-64.

JOSÉ MANUEL DE VADILLO, Cartilla política, en El Observador, Cádiz, n. 15, 25 septiembre


1810, pp. 234-261. (SÁNCHEZ HITA, y A. GIL NOVALES, Prensa, guerra y revolución
cit.)

Catecismos 1811
Diálogo de preguntas y respuestas sobre la consulta tenida entre un R. Párroco y su legítimo Superior,
s.l., s.e., 1811, (ROURA)

Advertencias al Catecismo Civil, Cádiz, (Anuncio, Diario Mercantil de Cádiz, 27 julio 1811)

Conversación entre un cura párroco y un Arcadio sobre el juramento de fidelidad y de obediencia que
el emperador Napoleón exige a los eclesiásticos de Cataluña, Manresa, Ignacio Abadal, s.
a. (1811?). Reimpreso en Barcelona, s.e., s.a., y en la Revue Hispanique, Paris-New
York, 1927, (PALAU, ROURA)

Conversación entre un forastero y un vecino de la Isla de León, sobre los derechos de la Princesa del
Brasil, Infanta de España, Carlota Joaquina De Borbón, a la sucesión eventual del Trono de
España, Cádiz, Manuel Santiago de Quintana, 1811

Catecismos 1812
JOSÉ SABAU Y BLANCO, Instrucción familiar, política y moral sobre el origen, naturaleza,

305
propiedades, derechos y obligaciones de la sociedad civil, que comúnmente se llama Estado; y de
los que corresponden a los ciudadanos, Madrid, s.e., 1812, (AZÚA)

Conversación entre el cura y el boticario de la villa de Porriño sobre el tribunal de la Inquisición,


Cádiz, s.e., 1812. Prohibido por la Inquisición. (El Redactor General, Cádiz, n. 596,
30 enero 1813, p. 2383).

D.I.P.S., Catecismo político de la instrucción de los niños en los principales artículos de la constitución
política de la monarquía española, que no debe ignorar ningún individuo de ella, ordenado por
preguntas y respuestas para la mejor inteligencia de los niños, y aumentadas algunas, sacadas
de los mejores políticos antiguos y modernos, (Anuncio, Aurora Patriotica Mallorquina, n.
88, 10 septiembre 1812, p. 368)

El Credo contra los males franceses puesto en glosas: su autor un padre Capuchino, Alcalá de
Henares, s.e., 1812, (PALAU)

D.J.C. (JOSÉ CARO Y SUREDA), Catecisno arreglado a la Constitución de la Monarquía española


para ilustración del pueblo, instrucción de la juventud y uso de las escuelas de primeras letras,
Escrito por D.J.C., cit., (CAPITÁN DÍAZ, p. 72; AZÚA). Se publicó también en
Guatemala y en Lima, 1813, (SAGREDO), y en Madrid, Imprenta de Doña Rosa
Sanz, 1820, Valencia, s.e., 1820, Málaga, Quincozes, 1820 y Barcelona, Juan
Roldós, 1820. De esta edición hay una reciente reimpresión facsímil: IDEM, Nueva
edición facsímil del catecismo político arreglado a la Constitución de la Monarquía española,
Presentación de ENRIQUE MORAL SANDOVAL, Madrid, Artes Gráficas
Municipales, 1982. (RIAÑO DE LA IGLESIA y SÁNCHEZ HITA lo atribuyen a JUAN
CORRADI, véase infra)

De este catecismo hubo dos traducción, al catalán:


Catecisme politich arreglat á la Constitució de la Monarquía española: Per illustració del poble,
instrucció de la juvintut, y us de las escolas de primeras lletras. Compost por D.J.C. y traduit
en mallorquí per un ciutadá español, Palma, Brusi, 1812, (DEL BURGO)

Y al francés:
Catéchisme politique de la Constitution espagnole, applicable à toute Constitution fondée sur les
Principes, traducción de DIEGO DE GOES LARA DE ANDRADE.

D.C., Converses tingudes entre dos honrats pagesos catalans anomenats: lo un Jaume i lo altre Anton,
sobre los punts mes importants de la actual defensa de Catalunya. Son autor D.C., Manresa,
Imprenta Abadal, 1812 (ROURA)

JOSÉ CANET, El Grito de la Nación. Coloquio gubernativo-político-militar, entre D. Fernando


N., y D. Juan N. Publícalo un Profesor de Medicina, Mallorca, Brusi, 1812. [Absolutista,
publicó con el mismo sello y año hasta cuatro coloquios] (PALAU, ROURA)

306
Catecismos 1813
Cartilla natural y política del ciudadano español, (Anuncio, Diario Mercantil de Cádiz, n. 87, 5
abril 1813), (RIAÑO DE LA IGLESIA, III, p. 1456)

Coloqui entre el tío Cosme Polseres, teixidor de Alboraya, y Quelo Sardineta, Valencia, Esteva,
1813, (PALAU)

Conversación entre el cura y el boticario de la villa de Porriño sobre el tribunal de la Inquisición,


Impreso en Cádiz en1812 fue reimpreso en Vic, Imprenta J. Dorca, 1813. Esta
reimpresión dio lugar a: JUAN PABLO CONSTANS, Respuesta familiar a las erradas
máximas del cura de Porriño en su conversación con el Boticario de la misma villa sobre el
Tribunal de la Inquisición, por el Dr. Juan Pablo Constans, canónigo de la Colegiata de Pons,
obispado de Urgel, y Comandante del Cuerpo Religioso-Militar de la Cruzada Catalana,
Manresa, Ignacio Abadal, 1814, (ROURA, RIAÑO DE LA IGLESIA)

Coloqui entre el tío Bernat y Saso, revenedors del mercat, en que es refereixen algunes de les ocurrencies
de esta ciutat, Valencia, Jendres [yernos] de Jusep Estevan, 1813, (dice que es
segunda parte del Coloqui o Junta secreta, que en casa del tío Bernat tingueren…)

L.V., Catecismo político para el uso de la juventud del Alentejo. Publicado en La abeja española,
n. 275, Cádiz, 13 junio 1813 (CAPITÁN DÍAZ, pp. 71-72). [El Autor de este
Catecismo se oculta bajo las iniciales L.V., el cual utiliza el método catequístico
para atacar a Godoy, a quien por el Tratado de Fontainebleau, octubre 1807,
correspondían el Alentejo y los Algarbes, y tras Godoy lo que se ataca y ridiculiza
es el despotismo y la tiranía. No me atrevo a sugerir el nombre de Gallardo, quien
no consta que haya utilizado nunca esas iniciales. Queda pendiente la cuestión]
(PÉREZ VIDAL, BERMEJO CABRERO, SÁNCHEZ HITA)

Catecismo o breve exposición de las obligaciones naturales, civiles y religiosas. Por un párroco de
Toledo, Madrid, s.e., 1813, (CAPITÁN DÍAZ, p. 134). Reedición o reelaboración del
publicado en 1808

Credo político, en el Duende de los Cafés, n. 5, 6 agosto 1813. Reeditado en Mallorca,


Imprenta de Guasp, y en Reus, oficina de Rubio, sin nombre de autor ni año de
impresión. Condenado por decreto de la Inquisición de Barcelona de 29 mayo
1819. SÁNCHEZ HITA recuerda a este respecto la jaculatoria de La Abeja Española,
n. 65, 15 noviembre 1812, que partiendo de la fórmula «Santo Dios / Santo fuerte
/ Santo inmortal / Líbranos, Señor, de todo mal», se acaba diciendo «Líbranos,
Señor, de los R…s, de la I…n. de los Fr…s, de los C…s».

MANUEL LÓPEZ CEPERO, Lecciones políticas para el uso de la juventud española, Sevilla, José
Hidalgo, 1813

307
JOSÉ MARÍA MOLINÉ, Catecismo político, enviado a las Cortes en 1813, s.l., s.e., 1813

Instrucció popular en forma de Cathecisme sobre la present guerra contra Napoleón, Vilafranca,
Imprenta Vilalta, 1813

Catecismo patriótico o breve exposición de las obligaciones naturales, civiles y religiosas de un buen
español, compuesto por un párroco del arzobispado de Toledo, Madrid, s.e., 1813

FRANCISCO RODRÍGUEZ DE LEDESMA, Catecismo de la moral civil,o exposición elemental de


las facultades físicas y morales del hombre,de sus necesidades,de sus derechos y deberes en el
estado natural y social, y de los de las naciones entre sí, Madrid, Imprenta de Espinosa,
T.I., 1813

PABLO RECIO Y TELLO, PEDRO FR. SALAZAR, Cartilla moral y política para uso de los niños
desde que empiezan a leer hasta los quince años de su edad, Madrid, s.e., 1813

MARÍA DEL CARMEN SILVA, Cartilla del ciudadano español o breve exposición de sus fueros y
privilegios… por el Robespierre español y publicada por su esposa, Madrid, s.e., 1813. [Parte
de Rousseau, Contrat Social, aunque tiene en cuenta las realidades españolas. Se
volvió a publicar en tirada aparte en 1814, y de nuevo en 1822 o 1823] (SÁNCHEZ
HITA)

Catecismos 1814
A.D.A.I.D., Catecismo político sentenzioso, o doctrina del buen ciudadano amante de su religión y
de su patria, Madrid, s.e., 1814 (SAGREDO) y reimpreso en Zaragoza, Imprenta de
Andrés Sebastián, 1814

Catecismo natural del hombre libre, donde se instruye a toda clase de personas, acerca de su verdadero
interés, derechos y deberes, Se hallará en la librería de Hurtado, calle de Carretas, y en
la imprenta que fue de Fuentenebro, (Anuncio, Universal, Madrid, n. 75, 16 marzo
1814, p. 300). Prohibido por la Inquisición el 22 julio 1815. Atribuido a DOMINGO
HERAS IBARRA

Catecismo civil de los derechos del hombre, Bayona, s.e., 1814 (CAPITÁN DÍAZ, p. 92, n. 108;
PALAU)

MARTÍN BATUECAS, Catecismo patriótico o del ilustrado y virtuoso Español, Madrid, Imprenta
de Núñez, 1814. Defensor de la Soberanía Nacional. (GIL NOVALES, Diccionario,
I, p. 356; SEPÚLVEDA)

E.D.D.A., Breve catecismo político español constitucional que a imitación del de doctrina cristiana,
compuesto por el Sr. Reynoso, presenta al público E.D.D.A., Cádiz, Duende de los Cafés, n.

308
251 y 253, de 8 y 10 abril 1814 (CAPITÁN DÍAZ p. 71, p. 134) y Málaga, 1814,
(SAGREDO).
[El Autor aludido es Francisco Reynoso, obispo que fue de Córdoba a finales del siglo
XVI, autor de una Doctrina Cristiana, de la que se dice que está a la venta en los
puestos de papeles públicos. PALAU cita la edición de Málaga, hacia 1860. Sin
duda faltan datos, pero para lo que nos ocupa en este momento es evidente que
el Breve catecismo sigue en sus comienzos a la Doctrina Cristiana. Al final resulta que
la confianza en el cristianismo pregonado de la Constitución deriva en confianza
en el propio Fernando VII, el Deseado, que ya vuelve a España. Tanto el Catecismo
de D.J.C. (JOSÉ CARO Y SUREDA), como el de E.D.D.A., fueron prohibidos por la
Inquisición por copiar, dice, «los principios revolucionarios, y democráticos de
la Constitución Francesa de 1791»] (SÁNCHEZ HITA)

Bernat y Baldiri, a favor de la Constitució de 1812, Barcelona, Imprenta Barrera, 1814 según
ROURA, 1820 según PALAU. Véase también Pernet y Baldiri

Catecismo Christiano Político compuesto por un magistrado para la educación de su hijo y dado a
luz por el Ayuntamiento de Antequera, Antequera, s.e., 1814. (N. M. RUIZ, Valencia,
Imprenta Brusola, 1820; SAGREDO; ROURA)

Catecismo español constitucional, Málaga, s.e., 1814, (CAPITÁN DÍAZ, p. 133)

C.N.S. Y V., Catecismo liberal y servil, con la deducción de estas doctrinas en la juiciosa que conviene
a la felicidad española, Segovia, Imprenta de Espinosa, 1814, (CAPITÁN DÍAZ, p.
134)

EMETERIO CELESTINO DE COLMENARES Y RIBOTE, Artículo comunicado, contra Nicolás


Santiago, que va a publicar en Segovia un Catecismo liberal y servil, en La Abeja madrile¤a,
n. 51, 13 marzo 1814, pp. 201-202

[D.J.C. (JOSÉ CARO Y SUREDA)] ?, Catéchisme politique de la Constitution espagnole destiné à


éclairer le peuple, à instruir la jeunesse, et à l’usage des écoles primaires, Paris, Béchet, 1815

Catecismos 1820
Coloqui entre un Rector, y un pages amenat Macari, son parroquiá, sobre la Constitució y decrets
de Corts, Barcelona, Estampa Nacional por Dorca, 1820. Escrito en Reus a finales
de abril 1814, se iba a publicar allí, pero lo impidió el decreto del 4 de mayo
(PALAU)

Catecismo político constitucional, Málaga, s.e., mandado recoger por la Inquisición el 22


julio 1815

309
Coloqui entre Peret y Baldiri, pagesos, sobre lo modo de fer las elecciones de parroquia en lo día 30
del present mes de abril, Barcelona, Imprenta Isern, 1820, (ROURA)

Coloqui de quatre aprenents: un teixidor, un forner, un sastre y un sabater, Barcelona, Estampa


dels Hereus de Vda. Plá, 1820, (PALAU)

Segona conversació entre Quito de Carcaixent y Colau de Alsira, Valencia, Imprenta Brusola,
1820, (ROURA)

Colecsió de varies conversasións alusives al nou sistema constitucional que pasaren entre els dos
acreditats patriòtes Saro Perrengue, carreter del pòble de Godella, y el doctor Cudòl, abogat de
esta ciutat de Valencia, Valencia, Imprenta F. Brusola, 1820. Edición facsímil de
Barcelona, Curial, 1976, (ROURA)

Catecismo político para la instrucción de los niños en los principales artículos de la Constitución,
Mallorca, F. Guasp, s.f. 1820?, (ROURA)

D.J.C. (JOSÉ CARO Y SUREDA), Catecismo político arreglado a la Constitución de la Monarquía


española. Por …, Cartagena, s.e., 1820 (DEL BURGO); Valencia, Domingo Mompié,
1820 (DEL BURGO)

IDEM, Catecismo político arreglado a la Constitución de la Monarquía española para ilustración


del pueblo, instrucción de la juventud y uso de las escuelas de primeras letras. Por …, Vich,
En la imprenta del Gobierno por Domingo Feynér en la plaza de la Constitución,
1820, (DEL BURGO); Barcelona, Juan Roldós, hacia 1820

JOSÉ JOAQUÍN DE CLARARROSA, Catecismo constitucional o breve compendio de la Constituci¢n


de la Monarquía española,acomodada a la comprensión de los niños que frecuenten las aulas
de primeras letras,utilísimo sobre todo para las clases iliteratas de la Nación. Ofrecido a la
Junta Suprema interina por el ciudadano …, Cádiz, Imprenta de Carreño, 1820

Catecismo político: Conversaciones sobre la Constitución. 1820 (Anuncio, Miscelánea, n. 93, 1


junio 1820, p. 4)

Catecismo costitucional o Breve compendio de la Constitución de la monarquía española, s.l.,


s.e.,1820. CAPITÁN DÍAZ, p. 71, opina sin embargo que corresponde al modelo
de 1810-1814, (véase CLARARROSA)

Catecismo político, dedicado al inmortal Quiroga, Pamplona, s.e, 1820. Incluye: Conversaciones
de Gerardo con sus vecinos sobre la Constitución, traducción del Almanach du Pére Gérard,
1792. [En el ejemplar que consultó CAPITÁN DÍAZ (p. 93) una inscripción
manuscrita decía: «Perteneció al General Riego y fue de su uso particular» (p. 38)]

Sobre el modo de instruir al pueblo en las doctrinas políticas, (Anuncio, Miscelánea, n. 111, 19
junio 1820, pp. 1-2). [La instrucción política puede ser verbal, por medio de los

310
curas y otras personas de autoridad; pero como a veces los curas no saben, son
útiles los catecismos constitucionales y otros escritos por el estilo, la colaboración
de toda clase de autoridades y sociedades patrióticas, etc.]

Cartilla o Catecismo del ciudadano constitucional, Reimpreso en México, Imprenta de


Oliveros, 1820, BN V/ 1645-31

Cartilla crítico política-instructivo-constitucional para gobierno de los Señores Diputados de Cortes.


Sacada de las preciosas máximas que contiene el admirable escrito que ha dado a luz un
quidam, que por mal nombre se llama El Ciudadano Despreocupado, reimpreso en
Toledo, Madrid, Imprenta de la Viuda de Aznar, 1820, BN V/Ca 634-4

Cartilla forense, o continuación del catecismo político constitucional. Diálogo que comprende lo
dispuesto en el Decreto de 9 de octubre de 1812, y otros expedidos por las Cortes generales y
extraordinarias, sobre arreglo de los Tribunales de las Provincias, a saber: Audiencias, Jueces
de primera instancia y Alcaldes Constitucionales, Valencia, Imprenta de Domingo y
Mompié, 1820, BN V/Cª 1212-1; Archivo Cortes, Imp., leg 6, 1.

Catecismo constitucional y civil, donde se explican las obligaciones del ciudadano español, Madrid,
Imprenta de Alvarez, 1820, BN R/Cª 780-8

Diccionario provisional de la Constitución política de la Monarquía española compuesto por un


amante de ella, Madrid, Imprenta calle de Bordadores, 1820, (AZÚA)

Explicación de la Constitución Política de España dispuesta en forma de diálogo para la inteligencia


de todos, por el teniente de Infantería D.M.N.A., Sevilla, por la Viuda de Vázquez
y Compañía, 1820. Liberal. Son 5 diálogos. BN R/Cª 544-43; Casa de Velázquez
946.06 Mem.

PARE ALBERT PUJOL AGUSTINIÀ, Catecisme politich al objecte de instruir als Catalans en los
drets,privilegis,y ventajes quels proporciona la Constitució política de la Monarquia espanyola
y las obligacions quels imposa. Arreglat per lo …, Barcelona, Imprenta Nacional de
Garriga y Aguasvivas, 1820, (DEL BURGO)

Manual de la Constitución espanyola dipositat per lo coronel D.L.D.S. y traduit a la llengua catalana
per un ciutadá de Vich, amant de la Constitució y desitjós del be de sos conciutadans, Vich,
Imprenta F. Tolosa, 1820, (ROURA)

JUAN CORRADI, Catecismo político, s.l., s.e., 2ª edición, 1820. Parece que es el mismo
atribuído a JOSÉ CARO Y SUREDA por AZÚA. Sin embargo RIAÑO DE LA IGLESIA
y SÁNCHEZ HITA piensan que el autor sea CORRADI

Instrucció breu de la Constitució y de lo mes principal que se conté en ella. Lo dedica a la Pátria lo
ciutadá I. P. y J., Barcelona, Imprenta S. Lleiyxá, 1820, (ROURA)

311
Diálogo entre el alcalde y el cura de Villamoronta, sobre la Constitución, (Anuncio, Miscelanea de
Comercio, Madrid, n. 107, 15 junio 1820, p. 4/1)

Principios de moral universal, o manual de los deberes del hombre, obra póstuma del barón de
Holbach, traducido del francés por D.M.L.G., cit..

Diálogo entre el sacristán de Alcalá la Vieja, y Facorro, ricote de dicho pueblo. Compuesto con el fin
de que lo lea la gente popular, y se convenza de la utilidad de nuestra sabia Constitución. En
él se rebaten solamente las proposiciones anti-constitucionales más comunes que se oyen a esya
gente. Su autor Don J.B.G. Subteniente del Regimiento Nacional de Zapadores – Minadores
– Pontoneros, En Alcalá, En la imprenta de Manuel Amigo, Año 1820. [Dice
haberse asesorado de D. NICOLÁS HEREDERO y D. JOAQUÍN LUMBRERAS,
catedráticos de Alcalá. El Diálogo está dividido en 4 noches. Defiende la paridad
de Religión y Constitución]. (Anuncio, Miscelánea de Comercio, n. 116, 24 junio
1820, p. 4/2); BN R/Cª 594-39

Catecismos 1821
TOMÁS BOU, Conversa entre Albert y Pascual molt crítica, molt gustosa, molt interessant, molt
instructiva, per desvaneixer preocupacions y por illustrarse, En décimas, Barcelona,
Imprenta Viuda Pla, 1821

IDEM, Tercera conversa entre Albert y Pascual, Vic, Imprenta Ignasi Valls, 1823 (ROURA).
El Autor fue el dominico TOMÁS BOU, autor también de Quatre conversas entre dos
personatges dits Albert y Pasqual, Barcelona, Imprenta de la viuda y fills d’Antoni
Brusi, 1830 (GIL NOVALES, Diccionario, I, p. 463)

Conversación verdadera y de mucho provecho tenida entre un labrador llamado Isidro y el abogado
Dr. Juliá, que se publica por ser útil a los serviles y liberales, a los tibios o indiferentes, y más
a los labradores que nada entienden en los asuntos del día, un cuadernito en idioma catalán
con una lámina, que se vende a nueve cuartos en la librería de Cerdá y Saurí, plaza de la
Lana. (Anuncio, Diario de Barcelona, n. 134, 14 mayo 1821, p. 1029)

MANUEL LÓPEZ CEPERO, Catecismo Religioso, Moral y Político, por …individuo de la


Academia Española y de la de San Fernando, y diputado en Cortes, Madrid, Imprenta
que fue de García, 1821. [En una especie de prólogo dice que le movió a escribir
el Catecismo la benigna acogida que sus Lecciones hallaron en el público. Licencia
eclesiástica para imprimir firmada por el Lic. D. Nicolás Tomás, Pbro. Vicario
eclesiástico, Madrid 3 diciembre 1821, y por su mandato Vicente de la Llave. Otra
edición, Sevilla, s.e., 1821] (CAPITÁN DÍAZ, p. 134)

Catecismo de los tres grados simbólicos de la Masonería, Rito Escocés, Valencia, J. Ferrer de
Orga, 1821 (PALAU). Prohibido por la Inquisición en 1825 y 1827

312
JUAN TOMÁS SERRANO, Cartilla, doctrina cristiana y política constitucional,que para uso de las
escuelas de la casa de Misericordia publica su mayordomo administrador D…, Presbítero, s.l.,
s.e., 1821. (Anuncio, El Censor político y literario de Murcia, n. 10, 23 marzo 1821, p.
80)

Catecismo crítico dogmático sobre varios puntos de los escritos del famoso Jose Joaquín De Clararrosa.
Número primero. Por un Liberal católico, San Fernando, Imprenta de la ciudad, por la
Viuda de Periu, 1821

Diálogo entre el Señor Rector (cura párroco) y un feligrés suyo llamado Simón, muy útil y provechoso
a toda clase de personas; el que puede servir de guía para vivir Constitucional y cristianamente,
Salamanca, En la Imprenta de D. Vicente Blasco, 1821. Traducido del catalán
por dos individuos de la Sociedad Económica de la Capital y Provincia de
Zamora. BN R/Cª 503-35

APOLINAR CONTONI, Cartilla de explicación de la Constitución política de la Monarquía


Española, para la instrucción de los niños de la Parroquia de Santiago de la ciudad de Baza,
Sevilla, Impresa de Aragón y Cía, 1821. (N. M. RUIZ, AZÚA)

CONSTANTIN FRANÇOIS VOLNEY DE CHASSEBOEUF, El Catecismo del Ciudadano francés,


Traducción de S.F. PUGLIA, s.l., s.e., 1821

JUAN FRANCISCO CANDELERA Y SURGA, Catecismo político religioso. Extractado de otros y


puesto en diálogo, para mayor comodidad y uso de los alumnos de la academia e ciencias menores,
creada en la ciudad de Ronda para la real maestranza caballería [sic]. Lo escribe y publica
don …. Capellán de dicho cuerpo, y primer diputado de la junta establecida por el mismo para
la inspección de la propia academia, Ronda, Vera y Benítez, 1821. [Empieza con los
Diez Mandamientos y los de la Iglesia, sigue con la Constitución, y acaba con
oraciones]

Catecismos 1822
Catecismo político acomodado a la enseñanza de la juventud de uno y otro sexo. Formado para aspirar
al premio ofrecido por la Sociedad Económica de Sevilla, y premiado en la junta general pública
del año de 1821. – No basta decir a los hombres «sed ciudadanos», es necesario enseñarles a
serlo. J.J.A., Sevilla, Imprenta de Caro Hernández, 1822 (Anuncio, El Espectador,
n. 352, 1 abril 1822, p. 1412/2; Arch. Cortes, Impresos 9-1).
[p. 2: «se imprime, aunque este catecismo no ha llenado del todo los deseos de la
Sociedad, así su autor lo mejorará…»; pp. 3-4 Advertencia: «no consta el autor,
pero pide que la onza de oro, costo de la medalla prometida, y los 25 ejemplares
se entreguen a D. Manuel Dherbe, presbítero, Ecónomo de los Amigos y Curador
de la de Sta Justa y Rufina». ¿Es el autor?]

Un párroco Español, compatricio de la sin par Dulcinea, Catecismo histórico, político,

313
religioso y constitucional, que contiene en preguntas y respuestas, la explicaci¢n sucinta de la
Monarquía Española, promulgada en Cádiz a 19 de Marzo de 1812, Madrid, Imprenta
de la Viuda de Aznar, a cargo de J.P. León, 1822
[Confraternidad de Religión y Constitución. «Alhagando al Clero, y dotándolo, se
establece el sistema: ostigándole, en papeles y en concersaciones, y no dotando
a tantos como hay incongruos se pierde la Nación», p. 65, subrayado por el Autor]
(CAPITÁN DÍAZ, p. 93)

Conversa crítica y chistosa en forma de diálogo, entre un pagés refugias á Barcelona, escarmentat dels
facciosos, anomenat Guillem y un aputecari de Barcelona anomenat Cristofol, pasejantse los dos
per la muralla de Terra de la mateixa ciutat: véndese en la librería de Josef Lluch, calle
de la Libretería (Anuncio, Diario de Barcelona, n. 255, 13 octubre 1822, p. 2594)

Catecismos Masónicos para la instrucción de los Masones españoles de ambos hemisferios, Madrid,
s.e., 1822 (PALAU)

Catecismos 1823
Catecismo cristiano constitucional, Palma de Mallorca, Imprenta de Felipe Guasp, 1823,
BN R/Cª 612-33 (CAPITÁN DÍAZ, p. 93) bastante moderado. Reimpreso en
Madrid, Cano, y en Barcelona, M. y T. Gaspar, 1830 (PALAU, DEL BURGO)

Conversa que tingueren lo Bonosí y lo Xacó sobre los assumptos de España, Manresa, Imprenta
I. Abadal, s. f. (1823?) (ROURA)

Segona conversa que tingueren lo Bonosí y lo Xacó sobre los assumptos de España, Gerona,
Imprenta A. Figaró, s. f (1823?) (ROURA)

A.B., Catecismo civil español, Madrid, Imprenta que fue de la Viuda de López, 1823.
[Preguntas y poesías. Absolutista]. BN R/Cª 636-2

Catecismo que contiene los deberes que debe observar el verdadero Miliciano Realista, Jerez de la
Frontera, reimpreso en Sevilla, Imprenta Mª del Carmen Padrino, 1823

Catecismos americanos y filipinos


JOSÉ MARIANO MARTÍNEZ DE VELASCO, Cartilla fácil, breve y compendiosa para que por
método de doctrina sirva para la instrucción de la juventud a fin de que por ella reconozcan la
potestad de nuestro Católico Monarca, de donde deriva la Autoridad Real y la obediencia que
debemos tributarle, principiada a trabajar de orden del señor gobernador de esta Provincia don
Lázaro de Ribera, por José Mariano Martínez De Velasco, cura del pueblo de la Purísima
Concepción, quien la seguirá por sus partes correspondientes, s.l., s.e., 1786, (MUÑOZ PÉREZ)

314
LÁZARO DE RIBERA, Breve Cartilla Real, Asunción, s.e.,1796, (N. M. RUIZ)
(Véase MARTÍNEZ DE VELASCO)

JUAN PABLO VISCARDO Y GUZMÁN, Carta dirigida a los españoles americanos, Londres, s.e.,
1801. El Autor, jesuita peruano expulso, publicó la Carta en francés en 1799
(Lettre aux Espagnols américains. Par un de leur compatriotes, Philadelphie, pero
Londres, Boyle). [Es un catecismo político, que Miranda procuró difundir en
francés, español e inglés, y que tanto ayudó a los americanos a cobrar consciencia
de su proprio ser, y de la nueva era que entonces comenzaba (LEVENE, p. 121).
Una edición crítica en dos volúmenes de la Obra completa de Viscardo se ha
publicado en Lima, Ediciones del Congreso de la República del Perú, 1998]

JOSÉ MARIANO BERISTAIN DE SOUZA, Diálogos patrióticos sobre la insurrección de Michoacán


y otros pueblos de la Nueva España, México, Oficina de Dª María Fernández de
Jáuregui, 1810.
En 1810-1811 se publicaron 15 diálogos. Hubo reediciones de Valencia, Lima y Cádiz,
las tres en 1811, (PALAU)

JOSÉ AMOR DE LA PATRIA, Catecismo político cristiano dispuesto para la instrucción de la juventud
de los pueblos libres de la América Meridional, Santiago de Chile, s.e., 1811, vuelto a
publicar en Santiago de Chile, Instituto de Estudios Políticos, hacia 1975, (N. M.
RUIZ, SAGREDO). Escrito por JAIME ZUDÁÑEZ (DONOSO, pp. 52-67; LEVENE, pp.
16, 135-136)

Catecismo político para instrucción del Pueblo español, México, s.e., 1811. Reedición sin duda
del publicado en Cádiz en 1810

Catecismo público para la instrucción de los neófitos o recién convertidos al gremio de la sociedad
patriótica, Buenos Aires, Imprenta de los Niños Expósitos, 1811, (N. M. RUIZ,
SAGREDO)

PEDRO VICENTE CAÑETE Y DOMÍNGUEZ, Catecismo real patriótico, ms., 1811, (SAGREDO,
que dice que circuló en el Alto Perú como réplica al precedente)

CAMILO HENRÍQUEZ, El catecismo de los patriotas, Santiago de Chile, 1813. Salió en El


Monitor Araucano, I, nn. 99 y 100; II, nn. 1, 2 y 3, noviembre y diciembre 1813,
(SAGREDO)

FRANCO CISURREABA, Coloquio habido en el Campo de Bagonbayan entre Don Juan Guruceta
y Don Pedro Arripacochaga mandado imprimir por Don Franco Cisurreaba, que casualmente
lo estaba oyendo, Manila, Imprenta de Santo Tomás, por Carlos Francisco de la
Cruz, 1813, en verso, (PALAU)

Catecismo o dispertador patriótico, cristiano y político que se ha formado en diálogo para el


conocimiento de la sagrada causa que la América del Sur se propone en recuperar su Soberanía,

315
su Imperio, su Independencia, su Gobierno, su Libertad y sus derechos, Buenos Aires, s.e.,
1814, (SAGREDO, que dice que «se le ha encontrado gran semejanza argumental
con el Diálogo entre Atahualpa y Fernando VII en los Campos Eliseos escrito en 1809
por el tucumano Bernardo de Monteagudo», p. 48)

Catecismo o dispertador patriótico, cristiano y político que se ha formado en diálogo para el


conocimiento de la sagrada causa que la América del Sur se propone en recuperar su Soberanía,
su Imperio, su Independencia, su Gobierno, su Libertad y sus derechos, que se dedica a los
paisanos y militares voluntarios de las provincias de Salta, que se llaman gauchos, s.l., s.e.,
1813-1814, (N. M. RUIZ)

JUAN FERNÁNDEZ DE SOTOMAYOR, Catecismo o instrucción popular por el C. Dr. …., cura
rector y vicario juez eclesiástico de la valerosa ciudad de Mompox, Cartagena de Indias,
Imprenta del Gobierno, 1814 (SAGREDO). Prohibido por la Inquisición (PALAU)

JUAN GERMÁN ROSCIO, Catecismo religioso-político contra el Real Catecismo de Fernando VII,
Caracas, s.e., 1818; Caracas, s.e., 1825, (SAGREDO)

FRANCISCO CARVAJAL, Credo Político de la Constitución, Puerto Príncipe, Antonio


Guerrero, 1820, (PALAU)

Cartilla o Catecismo del ciudadano constitucional, México, Reimpreso, Imprenta de Oliveros, 1820

LUIS DE MENDIZÁBAL, Catecismo de la independencia en siete declaraciones por Ludovico de


Lato-Monte, quien lo dedica al Excmo señor don Agustín de Iturbide y Aramburu,
generalísimo de las armas de Mar y Tierra, y presidente de la Regencia Gobernadora del
Imperio mexicano, México, Imprenta de D. Mariano Ontiveros, 1821, (SAGREDO)

Catecismo político, Bahía, 1821. Publicado en el Semanario Cívico, Bahía, nn. 2, 3 y 4, de 8,


15 y 22 marzo 1821, (SAGREDO)

Catecismo político ou liçâo para os meninos, Bahía, mayo 1821. Publicado en el Semanario
Cívico, Bahía, n. 10, 3 mayo 1821, (SAGREDO)

JOSÉ GRAU o GRAN??, Catecismo político arreglado a la Constitución de la República de Colombia


de 30 de Agosto de 1821. Para el uso de las Escuelas de Primeras Letras del Departamento
de Orinoco. Impreso por orden del Supremo Gobierno para el uso de las escuelas de Colombia,
Bogotá, s.e., 1822 (SAGREDO) y Caracas, s.e., 1822. Reimpreso por Tomás Antero,
1824, (N. M. RUIZ)

VICTORIANO ROA, Catecismo político i instructivo de las obligaciones del ciudadano, Guadalajara,
Imprenta del ciudadano Urbano Sanromán, 1823, (PALAU)

Manual del colombiano, Caracas, s.e.,1825, (SAGREDO)

316
JUAN ANTONIO LLORENTE, Pequeño catecismo sobre la materia de Concordatos, Escrito en francés
por …Y traducido al español por José Mariano Ramírez Hermosa, México, Imprenta de
Mariano Galván Rivera, 1826

A. ANSELMO MARÍA VARGAS, Catecismo de república o elementos del gobierno republicano popular
federal de la nación mexicana, México, Martín Rivera, 1827 (SAGREDO)

Catecismo político mexicano para uso de las escuelas, México, Imprenta El Aguila, 1828,
(AZÚA. Hay un ejemplar en BN Madrid)

NICOLÁS PIZARRO SUÁREZ, Catecismo político constitucional, México, Imprenta de J. R.


Navarro, 1851 (otras ediciones México, 1861, 1867, 1871, 1887, y Guatemala,
Imprenta de Luna, 1872). (N. M. RUIZ)

GUILLERMO MICHELENA, Catecismo del verdadero republicano…basado en las santas leyes de


la naturaleza y de la razón, Caracas, s.e., 1851 (Ejemplar en British Museum, PALAU)

EDUARDO ACEVEDO, Catecismo Político arreglado a la Constitución de la República Oriental


del Uruguay, Montevideo, Imprenta de la Constitución, 1852, vuelto a publicar
por el Parlamento del Uruguay en 1863, (PALAU, N.M. RUIZ)

BENEDICTO TRIFÓN MEDINACELI, Catecismo político compuesto por …, Potosí, Imprenta


de Castillo, 1853. Transcrito y publicado por N. M. RUIZ, en Trienio Ilustración y
Liberalismo, XII (1994), n. 23, pp. 209-221

Catecismo de Moral Universal, traducido libremente para el uso de las escuelas “Blas Cuevas” por
Ramón Allende Padín, Valparaiso, s.e., 1873 (PALAU)

JUAN LEÓN MERA, Catecismo explicado de la Constitución de la República del Ecuador, Quito,
Imprenta del Clero, 1894

Otros Catecismos
MATEO DELGADO MORENO, obispo de Badajoz, Real Catecismo de Fernando VII, s.l.,
s.e., 1816

JUAN BAUTISTA SAY, Cartilla de economía política o instrucción familiar que manifiesta cómo se
producen distribuyen y consumen las riquezas, obra fundada en hechos y útil a toda clase de
personas, escrita en francés por D. ….. y traducida al castellano por D. Agustín Pascual,
individuo de varios cuerpos literarios, Madrid, Imprenta de la Real Compañía, 1816.
Hay también otras ediciones, Madrid, Imprenta de Albán, 1822; Madrid, F.
Villalpando, 1822 (Anuncio, Diario Constitucional de la Ciudad de Zaragoza, n. 297,
24 octubre 1822, p. 4; Anuncio, El Espectador, Madrid, n. 798, 23 marzo 1823, p.
334/2). Son traducciones de la primera edición de JEAN-BAPTISTE SAY, Catéchisme

317
d’économie politique, ou instruction familière qui montre de quelle façon les richesses sont
produites, distribuées et consommées dans la société, Paris, s.e., 1815

P. SANTIAGO DELGADO DE JESÚS Y MARÍA, Catecismo de urbanidad civil y cristiana, para el


uso de las escuelas y seminarios, Madrid, s.e., 1817

FRANÇOIS XAVIER DE FELLER, Catecismo filosófico, o sean Observaciones en defensa de la Religión


Católica contra sus enemigos, escrito en francés por el P… cit.

D.A.P.Y.L., Cartilla liberal Para Instrucción de los Honrados Artesanos, Madrid, Imprenta de
Ortega, 1834

FR. EUDALDO JAUMEANDREU, Catecismo razonado o explicado de los artículos de la Constitución


política de la monarquía española de 18 junio 1837 cit.

D.J.C., Nuevo Catecismo Político arreglado a la Constitución de la Monarquía española, Madrid,


Imprenta de Yenes, 1837, (PALAU); Nuevo Catecismo Político arreglado a la Constitución
de la Monarquía Española “para ilustración del pueblo, instrucción y uso de las Escuelas de
primeras letras”, s.l., s.e., 1837, (J. DEL BURGO)

MANUEL BENITO AGUIRRE, Catecismo político de los niños, Madrid (Anuncio, El Guirigay,
n. 91, 16 abril de1839, p. 4); Catecismo político de los niños corregido y adicionado por su
autor, Madrid, s.e., 1842, (N. M. RUIZ)

TOMÁS BERTRÁN Y SOLER, Catecismo politico. Arreglado a la Constitución Española de 1837,


Barcelona. Imprenta de A. Berdeguer, 1840

Catón: Coloquio sobre la libertad y las virtudes políticas, traducido con notas por Pedro José Andino,
Barcelona, Torner, 1841, (PALAU)

D.A.H., Catecismo político para el uso de la Juventud, Madrid, Imprenta de Santa Coloma,
1848, (N. M. RUIZ)

Catecismo democrático, para instrucción del pueblo español, Barcelona, Imprenta del Pueblo,
1852. [Un ejemplar en Servicio Histórico Militar, leg 175]

ROQUE BARCIA, Catón político. Conteniendo además escritos de hojas volantes, publicadas en
periódicos políticos, Con un prólogo de Emilio Castelar, Madrid, Estab. Tip. De R.
Vicente, 1855 (junto con Cuestión pontificia)

ANTONIO RODRÍGUEZ VALHONDO, Catecismo político para uso de la juventud. Obra declarada
de texto para todas las escuelas del reino, Madrid, Imprenta de R. Labajos, 1865

JUAN JUSTO UGUET, Catecismo político o sean nociones generales sobre las diferentes formas de
gobierno conocidas, Barcelona, Biblioteca Revolucionaria, 1868

318
NICOLÁS DÍAZ BENJUMEA, Cartilla para electores o Catecismo popular, dedicado a los infatigables
defensores de la libertad que han preparado, dirigido y llevado a cabo la gloriosa revolución de
setiembre, Madrid, Librería de Don Mariano Escribano, 1868 [Pueblo, representación
en Cortes, elegir al hombre honrado, independiente y sabio. Felicidad]

IDEM, La cuestión del día, diálogo entre un español y un extranjero, Madrid, Imprenta del
Indicador de los Caminos de Hierro, 1868 (prospecto de El Programa). [Libertad
religiosa y monarquía con sus atributos esenciales, o sea, democrática]

JOSÉ ESPINAL Y FUSTER, Catecismo político democràtico y republicano. Explicación y examen de


todas las cuestiones políticas,en forma de diálogo para la más fácil inteligencia de la juventud,
Barcelona, Imprenta de los Hijos de Domenech, 1868

J. G. ALEGRE Y ÁLVAREZ, De Propaganda. Catecismo democrático. Deberes y Derechos del


Ciudadano, Oviedo, Uría y Cía., 1868, (PALAU)

EDUARDO GATELL, Catecismo de los derechos imprescriptibles del hombre, cit.

NICOLÁS PIZARRO, Catecismo político constitucional (prohibido por decreto de 31 agosto


1868, Index Librorum Prohibitorum Leonis XIII Sum. Pont. Auctoritate Recognitus SS.
D. N. Benedicti O. XV Iussu Editus Praemittuntur Constitutiones Apostolicae De Examine
et Prohibitione Librorum, Romae, Typis Polyglotis Vaticanis, 1917, p. 247). [Puede
no ser español, sino acaso mexicano. El único título de este Autor que recoge
PALAU, si es el mismo, es NICOLÁS PIZARRO, El monedero, Méjico, s.e., 1861]

GABRIEL FERNÁNDEZ, La Constitución Española puesta en sencillo diálogo, y con explicaciones


convenientes, para la inteligencia de los niños y del pueblo. Se destina a las escuelas de primera
enseñanza y a las de adultos, Madrid, Imprenta de Manuel Minuesa, 1869

ROQUE BARCIA, Cartilla política dedicada al Ilmo. Sr. Dr. D. Pedro Jagüera y Menezo, Obispo de Osuna,
Ms., con CARLOS M. TALLEYRAND, Carta al Pontífice Pío VI, Paris, Ch. Lalure, 1869

JOSÉ BATTLE Y MUNDI, Catecismo político, dedicado a los diputados republicanos para instrucción
del pueblo, Figueras, s.e., 1869, (PALAU)

JOSÉ AMIGO PELLICER, El libro del ciudadano. Catecismo político, Lérida, José Sol e hijo, 1869, (PALAU)

CEFERINO TRESSERRA Y VENTOSA, Catecismo de la Federación Republicano-Democrática, cit.

VALERIO PALACÍN Y CAMPO, Catecismo político del Rey, del Gobierno y del Pueblo, Madrid,
Imprenta de F. López Vizcaíno, 1870

Cartilla de la Constitución Democrática Española promulgada el día 6 de Junio de 1869, dispuesta


en diálogo claro y sencillo por la redacción del periódico El Magisterio Español, Madrid,
Imprenta de Manuel Tello, 1870

319
J. G. ALEGRE Y ÁLVAREZ, La propaganda republicana. Diálogos populares, Oviedo, Brid y
Regadera, 1871

GUILLAUME TIBERGHIEN, Los Mandamientos de la Humanidad, cit.

JUAN VILARÓ Y DÍAZ, Catecismo de la doctrina republicana por el emigrado…., Nueva York,
s.e., 1876, (PALAU)

JOSÉ MARTÍ, Catecismo democrático, cit.

DEMÓFILO, Catecismo del Libre Pensamiento, cit.

MELITÓN MUÑOZ EPELDE (o ESPELDE), Catecismo patriótico republicano, Madrid, s.e.,


1888, (PALAU)

VICENTE ALDA Y SANCHO, [obispo de Huesca], Catecismo católico sobre la llamada cuestión
social, Huesca, s.e.,1894 [no encontrado]

SALUSTIANO PORTELA PAZOS, Catecismo Social, Santiago de Compostela, Imprenta de


Juan Balado, 1910, (PALAU)

JOSÉ REYES ASCENSIÓN, Catecismo de Historia patria, novena edición reformada, México
(pero impreso en Barcelona, Henrich y Cía), 1911

JOSEPH-PIERRE PROUDHON, La sanción moral, la justicia. Catecismo político (estudios de filosofía


práctica). Traducción de Francisco Lombardía, Valencia, Sempere, 1911, (PALAU)

FEDERICO RAHOLA, Catecismo de Ciudadanía, Barcelona, Ilustració Catalana, 1919, (PALAU)

JOSEP MARÍA VILA, Catecisme liberal, Barcelona, Llibreria Catalonia, 1928

JOSE MARÍA VILA, Catecismo federal, Madrid, Francisco Beltrán, 1931

VALENTÍN LAMAS CARVAJAL, Catecismo del campesino, Texto castellano y gallego.


Traducción, prólogo y notas de XESÚS ALONSO MONTERO, Madrid, Júcar, 1974

Catecismos italianos [NdE]

Se ha añadido este apartado por su interés específico, y por la semejanza y parentesco,


ideológico y semántico, de muchos de estos catecismos con los arriba
enumerados. Se notará además, como en algunos casos se trate de traducciones
al italiano de textos creados en español, o en francés, y publicados en España e
Italia en el mismo lapso temporal.
Los catecismos están en orden cronológico.

320
MICHELE DE TOMMASO, Catéchisme sur les droits de l’homme. Composé par les citoyens Tomas,
et Orsi, patriots napolitains refugiés. Catechismo su i dritti dell’uomo. Composto dai cittadini
Tomaso, ed Orsi, patrioti napoletani rifuggiti, Au Fort-d’Hercule ci-devant Monaco,
De l’imprimerie montagnarde de Straforelli et compagnie, 1794-1795?

Catechismo repubblicano anno 4. della Repubblica francese, una e indivisibile, Milano, Bolzani,
[1795/1796]

POLOY, Il catechismo repubblicano con i sedici comandamenti patriotici del cittadino Poloy anno
quarto della repubblica francese una, e indivisibile, Reggio di Lepido, Davolio [1795/1796]

AUGUSTE ÉTIENNE XAVIER POISSON DE LA CHABEAUSSIÈRE, Catéchisme français ou


Principes de philosophie, de morale, et de politique républicaine a l’usage des ècoles primaires
par La Chabeaussiere, Paris, Du Font; Ferrare, chez François Pomatelli imprimeur,
l’an V de la République [1796-1797]

Catechismo repubblicano, Bologna, Bouchard, 1796; Padova, Conzatti, 1797; Milano,


Civati, 1796/1797; Milano/Genova, Casamara, 179 ?

Catechismo repubblicano ai giovani della Repubblica Cisalpina, Bologna, Canetoli, 1797

Catechismo repubblicano per uso delle scuole, Padova, Stamperia del Seminario, 1797

Catechismo repubblicano. Ristampato sopra l’originale di Bologna, Venezia, Gio. Zatta, 1797

IDEM, Catechismo francese o sia Principj di filosofia di morale e di politica repubblicana ad uso delle
scuole primarie di Chabeaussière tradotto dal francese, Rimini, Giacomo Marsoner, Anno
V [1796-1797]

IDEM, Catéchisme français, ou Principes de philosophie, de morale, et de politique républicaine à


l’usage des écoles primaires. Par La Chabeaussière, Paris, Du Font imprimeur libraire,
Macerata, Bartholomée Capitani imprimeur, an VI de la République [1798]

IDEM, Catechismo politico-morale, scritto in versi francesi dal cittadino Chabeaussiere di Parigi, e
tradotto in versi italiani secondo il metro dell’originale da Gianfrancesco Masdeu barcellonese,
Ascoli, Per il Cardi stampatore nazionale, 1798

FRANCESCO MARIA BOTTAZZI, Catechismo repubblicano, ovvero Verità elementari su i diritti


dell’uomo e sue conseguenze in società adattate alla capacità de’cittadini poco istruiti da Francesco
Maria Bottazzi secerdote battistino professore di teologia e filosofia, Roma, Damaso Petretti,
anno sesto della libertà primo della romana [1798]

GIOVAN BATTISTA AGRETTI, Nuovo catechismo repubblicano tratto dal francese dal celebre
cittadino Gio. Battista Agretti prefetto consolare presso i tribunali del Trasimeno per uso de’
suoi figli, Genova, per il Como, 1798 (probablemente sacado de La Chabeaussière)

321
FRANCESCO CURTIUS, Catechismo morale e politico in forma di dialogo con una preghiera
repubblicana all’Ente supremo per servire d’istruzione alla gioventù d’un popolo libero. Del
cittadino dott. fisico Francesco Curtius, Varese, anno 1 della Repubblica Cisalpina [1797]

ANTONIO ZALIVANI, Catechismo repubblicano del cittadino Antonio Zalivani parroco di S.


Niccolo’ sanzionato dalla Municipalita’ di Venezia, Venezia, Foglierini, 1797

Catechismo repubblicano per l’istruzione del popolo e la rovina de’ tiranni, Venezia, s.e., 1797;
Napoli, s.e., 1799

Catechismo repubblicano o sia Istruzione sulla vera democrazia, Assisi, Sgariglia, 1798

FRANCESCO ANTONIO ASTORE, Catechismo repubblicano in sei trattenimenti a forma di dialoghi.


Del cittadino Francesco Astore, Napoli, Nobile e Bisogno, 1799

Catechismo repubblicano di un curato della Vall’Intelvi diviso in dodici articoli, Como, Ostinelli, 1800

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XVIIIè siècle, 2000 [Les réflexions sur le bonheur dans les écrits de Diderot pour Cathérine
II: pp. 234-240. El despotismo de los reyes lleva a los pueblos a la revolución,
texto del 1774. Diderot piensa en Federico II, y anuncia 1789 (p. 236). Reco-
mienda a la zarina que promulgue un Catecismo civil, sobre la base de la felicidad.
El derecho a la felicidad será reconocido en la Constitución de los Estados Uni-
dos. El Catecismo civil será puesto por D’Alembert en el concurso de la Academia
de 1781. Volney publicará en 1793 el Catéchisme du citoyen, en el que recoge las
ideas de Diderot, al lado de las de Helvétius y d’Holbach, p. 273]

AGUSTÍN PALAU CLAVERAS, Addenda & Corrigenda o Volumen complementario del Tomo pri-

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ELUGGERO PII (ed.), I Linguaggi politici delle rivoluzione in Europa XVII-XIX secolo, Fi-
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DOMINIQUE DUFOUR DE PRADT, De l’Affaire de la Loi des Elections, faisant suite au Petit
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Bêchet fils, 1820

CLAUDE-HENRI DE SAINT-SIMON, AUGUSTE COMTE, Catechisme des industriels, 3 cuader-


nos, Paris, Sétier, 1823-1824. Un 4° cuadermo no llegó a existir, aunque parece
que se imprimieron algunos ejemplaress. Esta obra marca la ruptura de Saint-
Simon con el liberalismo y su paso hacia el socialismo. El 3° cuaderno contiene
la 1a parte (sola publicada a la época) del Système de politique positive de Comte. El
Système se publicó completo a París, entre 1851 y 1854, por la editorial Carilian-
Goeury bajo el título Système de Politique positive. Traité de Sociologie, instituant la Re-
ligion de l’Humanité (4 voll.)

IDEM, Epître dédicatoire à M. Le Président du Conseil des ministres, Paris, Veuve Portmann, s.d.

IDEM, Première opinion des industriels, Paris, Auteur, 1821

CLAUDE-JOSEPH ROUGET DE LISLE, Premier chant des industriels, Paris, Veuve Portmann,
s.d. [1821]

IDEM, Air du chant des industriels [Paris 1821], palabras y música grabada. Folletos sacados
del Système Industriel, 2a parte, 1821, publicados por entregas

EDGARD QUINET, La Révolution, 2 voll., Paris, A. Lacroix, Verboeckoven, 18696; la 1ª


ed. salió en 1865 y se agotó en pocos días. [Se convirtió en una lectura autorizada,
o autoritaria, de la Revolución, adoptada como un catecismo por la opinión re-
publicana francesa]

ALAIN SANDRIER, Les catechismes au temps des “philosophes”, en Dix-huitième siècle, 2007, n.
39, pp. 319-334.

ROBERTO TUFANO, Il linguaggio della Rivoluzione francese in un catechismo politico siciliano del
periodo costituzionale (1812-1815), en ELUGGERO PII cit., pp. 349-361

PAOLA VISMARA CHIAPPA, Il “Buon Cristiano”. Dibattiti e contese sul catechismo nella Lom-
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328