Sei sulla pagina 1di 4

Lezione Latino 10\03\2020 

 
Carme 101 
 
Ancora una volta Catullo prende spunto da esperienze della propria sfera privata 
per trasformarli in temi per le sue composizioni letterarie. Gli epigrammi erano un 
genere nato nel mondo greco di vario argomento. Erano inizialmente iscrizioni 
incise su oggetti ex voto agli dei o funerali incisi sulle tombe. In queste ultime la 
voce era proprio del defunto. Catullo in questo carme rinnova quest’ultimo tipo di 
epigrammi arricchendolo di molti elementi intimi con grande pathos e 
coinvolgimento emotivo trasformando un’iscrizione sepolcrale in una poesia. Vi 
sono nonostante tutto elementi tipici come i riferimenti ai doni votivi o la formula 
di commiato con cui ci si congedava per sempre ai monti (Ave atque Vale) 
 
Traduzione: 
Dopo avere viaggiato (dopo essere stato sbattuto) per molti popoli e molti mari 
sono giunto o fratello a queste misere esequie 
per donarti l’estremo tributo funebre  
e per parlare con la tua muta cenere invano  
poichè la sorte mi ha strappato proprio te  
oh misero fratello ingiustamente strappatomi 
ora tuttavia nel frattempo accetta questa cose  
che ti sono state date come estremo dono per le esequie 
secondo l’antico costume degli antenati 
che sono grondanti del pianto fraterno 
e in perpetuo, per l’eternità, addio 
 
v.1 vectus= passivo di veo 
v.1 per gentes per aequora= moto per luogo 
v.2 advenio= presente storico 
v.3-4 ut...donarem...alloquerer= finali con ut e congiuntivo imperfetto 
v.4 donarem= costruzione di dono -> accusativo della persona e ablativo della 
cosa che viene donata  
v.4 cinerem= in latino è maschile, qui femminile perchè Catullo con un 
elegantissimo preziosismo ricalca la parola originari greca femminile (σποδός 
spodòs) 
v.5 tete\ipsum= proprio te sottolineato dal raddoppiamento del pronome 
personale e dall’aggiunta di ipsum 
v.5 abtuli= abfero 
v.5= si sottolinea qui l’ingiustizia di una sorte che ha reciso una giovane vita ed un 
rapporto di affetto tra fratelli, il tema sepolcrale classico viene arricchito da spunti 
personali 
v.7 nunc tamen interea = tre avverbi  
v.7 prisco quae more parentum = riferimento all’uso, alla tradizione (al costume 
degli antenati) 
v.9 manantia = participio presente neutro plurale  
v.10 ave atque vale = formula classica di commiato dai defunti 
 
Questo carme è al centro di una fitta rete di rapporti letterari sia perché Catullo si 
ispira ad autori precedenti sia perchè diviene lui fonte di ispirazione per posteri. 
S’ispira ad esempio all’Odissea ad Omero: come Ulisse, Catullo, prima di 
consegnare i suoi doni deve compiere molti viaggi e attraversare molti popoli. Il 
primo verso ricorda anche il proemio di quest’opera “​ Narrami, o musa, dell'eroe 
multiforme, che tanto vagò, dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia: 
di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare 
nell'animo suo” .​ Al carme catulliano s’ispira Virgilio nel Canto VI dell’Eneide 
quando Enea discende agli inferi dal padre Anchise che si rivolge, con le stesse 
parole del nostro poeta, dicendo “Ego te terras et quanta per aequora vectum” 
(Trasportato per quali terre e per quali mari ti accolgo figlio mio?) (addirittura 
usando lo stesso participio) sottolineando anche quindi come il viaggio possa 
essere preludio di riallacci di rapporti familiari. Sempre a Catullo s’ispirerà anche 
Ugo Foscolo nel sonetto “In Morte del Fratello Giovanni” dove troviamo anche 
rievocazioni delle parole catulliane “​Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo 
di gente in gente, mi vedrai seduto du la tua pietra, o fratel mio” .​ Quello di 
Foscolo però è un sogno poichè non può realmente recarsi alla tomba poichè 
esule, lontano dalla patria natìa per motivi politici. Vi è quindi questo parallelo tra 
il protagonista Enea o Catullo che realmente si recano dai propri cari defunti e il 
protagonista Foscolo che invece aspira al farlo senza però poterci riuscire. Un’altra 
reminiscenza catulliana in Foscolo si ritrova nel verso che recita “​la madre (...) 
parla di me col tuo cenere muto” r​ ifacendosi con la stessa espressione al verso 4 
del carme 101 “(ut) mutam nequiquam alloquerer cinerem”. Qui però la differenza 
sta anche nel chi parla alla cenere muta: in Catullo lui stesso, in Foscolo la madre 
perchè sarà lei la figura che fungerà da legame tra i due fratelli, da garante di 
quegli affetti che la morte e le incombenze politiche hanno separato. In entrambi 
i casi però la tomba ha forte valore per i vivi, come luogo in cui si può rinnovare, 
mantenere vivo, un rapporto spezzato da una sorte ingiusta a cui non vi è seguito, 
poichè in entrambi viene meno una fede in una vita ultraterrena. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Carme 13 
 
Abbiamo detto che il liber catulliano s’ispira a varie situazione autobiografiche: 
l’amore per Lesbia, l’affetto per il fratello… Ma un altro valore celebrato dai 
neoteroi era l’amicizia, sentimento che li legava agli epicurei. A questo è anche 
dedicato il carme 13 che si presenta come rientrante nella tradizione greca degli 
epigrammi greci dei biglietti d’invito. Non c’è pura estemporaneità poiché i motivi 
che di certo appartengono ad eventi autobiografici sono rivisitati e riadattati alla 
luce di una grande tradizione poetica greca che Catullo conosce bene e vuole 
anche imitare ed esibire con l’ostentazione di erudizione, di doctrina tipica dei 
poetae novi. Questo carme si inserisce in questa tradizione che però lui ribalta 
perchè è un invito a cena piuttosto insolito posto in chiave scherzosa proprio per 
suggellare la confidenza, la familiarità e la quotidianità che lega i due, Catullo e 
l’amico Fabullio. Questo genere si trasforma quindi in parodia letteraria ma anche 
in un’occasione per celebrare questo valore con leggerezza, grazie anche ai toni 
scherzosi. Altro tema qui riecheggiato è la povertà del poeta. Sappiamo per certe 
fonti che Catullo non era affatto povero, sia per sue origini sia per rendita 
personale, ma in questo carme afferma di avere il portafoglio pieno di ragnatele 
ed è per questo motivo che chiede all’amico di portare la cena. Questa figura (il 
portafoglio pieno di ragnatele) in realtà è un topos che rimanda alla tradizione 
delle commedie e che quindi rientra in un discorso ludico, in un clichè, in un 
linguaggio tipico di una goliardìa che si può instaurare tra amici veri. Che tra i due 
ci fosse un rapporto molto stretto lo dimostra anche il linguaggio con cui Catullo 
si rivolge all’amico. 
 
Traduzione 
 
Cenerai bene, o mio Fabullo, a casa mia 
tra pochi giorni, se gli dei te lo consentono, 
se però avrai portato con te una buona e ricca 
cena non senza una bella fanciulla 
e vino e sale e ogni genere di allegria 
Ripeto, se porterai queste cose, bello mio 
cenerai bene; infatti del tuo Catullo 
il borsellino è pieno di ragnatele 
In cambio riceverai concrete dimostrazioni d’affetto 
oppure se vi è qualcosa di più elegante: 
infatti darò un ungento che alla mia famiglia 
le veneri e gli amorini donarono. 
Quando tu odererai questo ungento pregherai gli dèi  
che ti facciano, oh Fabullo, tutto naso.  
 
v 1-3 cenabis(...)attuleris= periodo ipotetico della realtà al futuro (protàsi - 
premessa - con attuleris, apòdosi - conseguenza - con cenabis) nel periodo 
ipotetico la protasi è la subordinata condizionale mentre l’apodosi è la principale 
v 1 cenabis = futuro semplice ceno  
v 3 attuleris = futuro anteriore adfero (in futuro anteriore perchè l’azione del 
portare da mangiare precede quella del cenare) 
v 3-4 magnam cenam = enjambement (i greci la chiamavano aprosdoketon, 
soluzione tipica degli epigrammi greci) 
v 4 non sine = litote (negazione del contrario) 
v 5 sale = inteso non solo come ingrediente ma anche come arguzia, facezia 
v 6-7 = ripetizione del periodo ipotetico precedente invertendo i verbi 
v 10 quid = pronome indefinito neutro che sta per aliquis aliquid  
v 10 suavius elegantiusve = comparativo di maggioranza al caso neutro poichè 
concordato ad (ali)quid 
v 12 donarunt = forma sincopata di donaverunt, perfetto di dono 
v 13 quod = nesso relativo  
v 13 rogabis = costruzione dei verba rogandi 
v 14 ut te faciant = completiva volitiva 
v 14 te+totum nasum = doppio accusativo (costruzione di rogo) 
v 14 totum nasum = iperbole, esagerazione con cui Catullo conclude allegramente 
 
Catullo riprende un tema che ripropone con tono scherzoso lasciando trapelare 
sfumature affettive di profnda confidenza tra amici. Queste implicazioni 
sentimentali in linguaggio discorsivo danno al carme un’impronta personale e 
spontanea anche se non si deve dimenticare che quest’ultimo ha sempre degli 
antecedenti letterari.