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VIAGGIO ALL’INTERNO DELL’ELETTRONE.

Breve guida microturistica, a cura di Claudio A. Orzalesi


Parma, gennaio 1975

“… Per una frazione di secondo tra la perdita di tutto


quel che sapevo prima e l’acquisto di tutto quel che
avrei saputo dopo, riuscii ad abbracciare in un solo
pensiero il mondo delle cose com’erano e quello delle
cose come avrebbero potuto essere, e m’accorsi che
un solo sistema comprendeva tutto … ”
Italo Calvino

Nota cautelativa: quanto viene descritto nel seguito è più che altro frutto
dell’immaginazione; ogni corrispondenza con fatti o proprietà appartenenti al mondo
reale è, come sempre in fisica teorica, di natura alquanto accidentale e fortuita. Il
tempo speso a leggere queste note non verrà in alcun caso rifuso. Buon viaggio, e il
tradizionale augurio “che l’elettrone v’illumini”.
Per arrivare a parlare di (teoria degli) elettroni, è opportuno premettere una
brevissima

1
STORIA (TEORICA) DELL’ATOMO

Inventore: Leucippo (impropriamente chiamato Democrito). Per Leucippo, l’atomo


era fatto come in Fig.1.
?
Fig. 1. L’atomo di Leucippo.
Poi venne Newton (in una storia veloce non c’è posto per Lucrezio, il quale peraltro
confermò sperimentalmente l’atomo secondo Leucippo). Per Newton, l’atomo era
fatto così (Fig. 2):

Fig. 2. L’atomo di Newton.
Quindi, con Newton l’atomo divenne una certezza (teorica, s’intende; il povero Isaac
s’infervorò talmente all’idea che convinse la Regina Anna a bandire le onde dal
Regno. L’ottica corpuscolare di Isacco è oggi nota sotto il nome di approssimazione
iconale).
In seguito, i chimici andarono sviluppando il loro modello “a granchio”, v. Fig. 3, dal
quale poi non riuscirono più a staccarsi, tant’è che ci credono tuttora.

•Fig. 3. Il modello chimico nell’esempio dell’ossigeno e dell’H2O (acqua).


Poi venne Lord Kelvin, che inventò l’atomo di J.J. Thomson. In questo modello, vedi
Fig. 4, l’atomo è una patata di carica positiva con dentro una o più impurezze
(elettroni) con un’uguale carica totale negativa. Problemi: era difficile renderlo
stabile, e il povero JJ cercò vanamente di “risolvere” il modello in modo
soddisfacente (se JJ fosse stato Bohr, della stabilità avrebbe subito imparato a
infischiarsene).
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Fig. 4. L’atomo di Kelvin e JJ.
Poi un giapponese, Nagaoka, disse che invece l’atomo era come Saturno, e
Rutherford ci credette talmente da fare suo il modello (Fig. 5) specie perché,
sbagliando, credeva che Nagaoka avesse dimostrato che il modello è stabile.

Fig. 5. L’atomo (di idrogeno) di Nagaoka-Rutherford.

Intanto, l’atomo continuava ad essere instabile e i raccolti andavano perduti per via
delle torrenziali piogge di elettroni sui nuclei. Di fronte alla minaccia di carestia, si
resero necessari provvedimenti urgenti, e Bohr arrestò il diluvio mediante decreto
ministeriale, dando così inizio a quel processo rivoluzionario che finì per portare alla
moderna teoria cipollare. Con leggi ferree, Bohr mise gli elettroni in catene (da allora
si parla di elettroni legati) e decretò che l’atomo era proprio come in Fig. 5, solo che
ora era stabile per forza (ma quale forza? D’altronde, e perché no?). Dicesi Bohr, tra
l’altro, ma in realtà c’era sotto lo zampino di Sommerfeld, che terrorizzava tutti con
spettri orrendi.
Dopo Copernico e Newton, il passaggio da cerchio a ellisse era alla portata anche dei
fisici più modesti, che poi fecero precedere l’ellisse (e piuttosto velocemente, anche),
e così si arrivò al modello a gomitolo di filo (Fig. 6).

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Fig. 6. L’atomo (di idrogeno) di Bohr-Sommerfeld.
Quando poi Born cominciò a parlare di principi di quantizzazione, la gente cominciò
a perdere la pazienza e il senso dell’umorismo, senonché Schrödinger e Heisenberg
elevarono a principio non già il principio di corrispondenza, ma bensì la meccanica
ondulatorio-quantistica. L’entusiasmo divampò: Hilbert si fratturò una caviglia
danzando di gioia, a Vienna dovettero chiudere l’Opera perché la gente andava tutta
quanta al Circolo 1, nelle birrerie di Copenhagen la gente si ubriacava bevendo
avidamente alla Fonte della Verità, e a Bohr fecero un monumento equestre.
All’uomo della strada venne spiegato che l’atomo era diventato una via di mezzo tra
un gomitolo e una patata di Kelvin-JJ ma con le cariche scambiate, e cioè appunto,
come anticipato, una cipolla (come ormai viene insegnato su tutti i libri) per cui ogni
elettrone non è che uno strato della cipolla2. Agli intellettuali, la cipolla che avevano
cucinata secondo un’antica ricetta di Gottinga, che si dice sia assai complessa, e la
chiamavano cipolla d’onda.
Le verifiche della teoria cipollare, purtroppo, non andavano proprio a gonfie vele.
Dopo avere appreso che l’elettrone legato era come uno strato di cipolla, con
dimensioni lineari di circa 10-8 cm, la gente cercò di determinare la distribuzione di
carica sullo strato, e ripeté quindi vari esperimenti di fotoproduzione. Tra questi,
spiccano l’effetto fotoelettrico (Fig. 7), l’effetto Compton (Fig. 8) e la fotoproduzione
di coppie e+e- (Fig. 9).

1
È il famoso Circolo di Vienna, in cui si riunivano i neopositivisti e Wittgenstein.
2
Dimostrazione dell’uguaglianza Schrödinger = cipolla (sta’ buono, Erwin, smettila di dimenarti nella tomba!). Per gli
stati stazionari, la distribuzione (di probabilità) di carica è indipendente dal tempo e, come se non bastasse, il valor
medio di p è nullo, e in fondo l’elettrone non irradia perché, grosso modo, non si muove affatto (ripensandoci, questo
non può essere vero perché J#0; ma d’altra parte, non è neppure vero che l’elettrone non irradia; anzi, irradia
moltissimo, mai fotoni (virtuali) se li becca tutti il protone, ma di questo parleremo un’altra volta. Per uno stato
stazionario, a parte un po’ di nodi e altre stranezze la ψ*(x)ψ(x) ha un po’ la forma di cipolla (di quelle tonde,
s’intende, a meno che non vi siano altri fotoni o elettroni nei paraggi.
4
Fig. 7. L’effetto fotoelettrico.

Fig. 8. L’effetto Compton.

Fig. 9. Annichilazione di fotone in una coppia e+e-.


Dell’ultimo esperimento, in realtà molto posteriore agli altri due, parleremo in
seguito. Dai primi due, impariamo che l’elettrone interagisce con la luce come se
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fosse un pallino carico puntiforme. E allora, come la mettiamo? L’elettrone legato è,
ormai non abbiamo più dubbi, una roba sparpagliata su uno strato di cipolla con un
diametro di 10-8 cm, mentre l’elettrone da solo è un oggetto puntiforme (Fig. 10).

Fig. 10. (a) Elettrone legato; (b) L’elettrone com’è visto (dai fotoni).
Le proprietà di localizzazione di questi due oggetti sono talmente diverse tra loro, che
si è tentati di concludere che si tratta di due oggetti diversi, e che l’elettrone legato
non è un elettrone3.
Sotto la dittatura di Bohr, questo paradosso e altri venivano passati forzatamente sotto
silenzio (chi manifestava dubbi veniva subito bruciato come eretico). Ma intanto,
Albert Einstein s’infiltrava subdolamente nei quartieri quantistici e, di soppiatto,
scriveva su tutte le lavagne
E = m c2 .
Grazie a lui, possiamo finalmente dimostrare che, negli atomi, di elettroni proprio
non ce n’è neanche uno.
Dimostrazione. Tanto per non creare confusione, scriviamo E = m vc2, così si capisce
che mv è la massa della particella alla velocità v, e indichiamo invece con m la massa
a riposo, m = (mv)v=0.Per i fotoni, sappiamo che entro buona approssimazione, la
massa a riposo è nulla; per gli elettroni, la massa a riposo è di circa 9x10-31 kg, ovvero
0,51 MeV/c2. Abbiamo: E=mv c2=mc2/(1-v2/c2)1/2 quindi E2- (Ev/c)2= m2c4; definisco
l’impulso relativistico, p= E v/c2 (cioè mv nel limite nonrelativistico); inoltre, da ora
in avanti pongo c=1 così non mi dimentico più quant’è la velocità della luce. Allora
ho:
(a) E2 – p2=m2, dove m è una costante caratteristica della particella;
(b) E≥m, con = se e solo se la particella è in quiete;
(c) Per un fotone, m=0 cosicché E2γ – p2γ =0, e cioè Eγ = pγ (=hν).
3
Per il fotone, Einstein diceva che il fotone “si propaga come un’onda” ma interagisce con la materia “come un
corpuscolo”. Ora abbiamo scoperto che l’elettrone “dentro” l’atomo è come un’onda (stazionaria), mentre “fuori” si
propaga “come un corpuscolo”.
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Per la conservazione dell’energia, l’energia EB dell’elettrone legato è uguale a quella
dell’elettrone libero e in quiete rispetto al nucleo (e cioè m) meno l’energia di legame
ΔE. Poiché ΔE>0, abbiamo, per l’elettrone legato, EB<m, contrariamente a (b). Se poi
scriviamo, per l’elettrone legato, EB=mBc2 /(1-v2/c2)1/2 , se mB = m si deve avere che
vB è immaginaria; poiché, almeno per ora, velocità immaginarie mi fanno ribrezzo,
devo concludere che da EB<m segue mB<m, e quindi che l’elettrone legato ha una
massa diversa da quella dell’elettrone libero. Ma poiché m è la massa (costante)
caratteristica degli elettroni, devo dire che l’elettrone legato non è un elettrone.
Quindi, NON VI SONO ELETTRONI IN UN ATOMO, q.e.d..
Tra l’altro, abbiamo anche dimostrato che l’effetto fotoelletrico non può avvenire, dal
momento che ci si convince facilmente, da (a) – (c), che in un processo siffatto
l’energia non viene conservata4. E per inciso, con simili considerazioni ci si convince
anche che il processo di annichilazione (o creazione che dir si voglia) in Fig. 9 non
può avvenire neppure lui, per cui cominciamo a sospettare che gli sperimentali ci
stiano raccontando volgari menzogne. Ma su questi punti torneremo in seguito.
Queste argomentazioni teoriche, validissime, sono dovute a un signore di Vienna, il
cui nome è oggi sconosciuto per motivi che vedremo, e che noi chiameremo Herr
Skeptik, perché sembra che diffidasse di tutto ree di tutti: In particolare, Skeptik
diffidava di Compton e dei fisici sperimentali, fino al punto che pretese di dimostrare
che l’effetto Compton non esiste. Eccovi la dimostrazione data da Skeptik.
Innanzitutto, per non fare confusione tra elettroni legati – che non sono veri elettroni
per cui non sappiamo bene come funzionano – ed elettroni veri, e cioè liberi,
consideriamo solo elettroni liberi, ché tanto gli sperimentali ci giurano che l’effetto
Compton avviene benissimo anche con elettroni liberi (Fig. 8, seconda parte). Allora:
si comincia con un elettrone e un fotone, e si finisce con un elettrone e un fotone,
magari con energie ed impulsi un po’ diversi da quelli di partenza. Se entriamo nei
particolari del processo, è chiaro che esso deve avvenire nel modo seguente: in un
primo momento, l’elettrone fagocita il fotone e, dopo un po’, scopre che il fotone gli
è rimasto indigesto, per cui decide di risputarlo fuori. E infatti, ci viene anche detto
che la lunghezza Compton, λC=h/mc≈2,4x10-10 cm, non è nient’altro, in sostanza, che
il cammino libero medio percorso dallo “elettrone intermedio” dall’ingestione alla
successiva espulsione del fotone. E allora, siccome trattasi di un processo in due
tempi (vedi Fig. 11) invece di studiarlo tutto assieme possiamo studiarci prima il
primo tempo (Fig. 12a) e poi il secondo (Fig. 12b).

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Vedi seguito.
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Fig. 11. L’effetto Compton.

Fig. 12. I due tempi dell’effetto Compton.


E così, scopro che mi basta l’abc per dimostrare che i due tempi in realtà non possono
avvenire, per cui il Sig. Compton e tutti gli sperimentali annessi e connessi mi hanno
bellamente buggerato.
Dimostrazione. Per la conservazione dell’energia-impulso, devo avere E1+Eγ=E’,
p1+pγ=p’, per cui
E’2=E12+Eγ2+2E1Eγ ,
p’2=p12+ p2+2p1pγcosθ,
da cui sottraendo (so fare anche cose più difficili, ma di solito le faccio di nascosto) e
tenendo presente (a) e (c) (vedi pagina precedente) ottengo
m2=m2+0+2E1Eγ-2p1pγcosθ.
Ma siccome pγ=Eγ, e │cosθ│≤1, abbiamo 0= E1-p1cosθ e quindi E1-p12≤0,
contrariamente alla (a), per cui il processo non deve avvenire, QED.
Tra l’altro, ora si capisce anche perché l’elettrone trovi indigesto il fotone: non può
nemmeno ingerirlo!
8
Forte di queste argomentazioni il sig. Skeptik andò all’Accademia di Berlino e
presentò la sua
TEORIA FONDAMENTALE:
1. NON VI SONO ELETTRONI NEGLI ATOMI;
2. GLI ELETTRONI NON INTERAGISCONO CON LA LUCE;
3. GLI SPERIMENTALI TIRANO A FREGARE.
Quindi, disse Skeptik, non abbiamo più di che preoccuparci, ché tanto gli elettroni
non li possiamo vedere e i vari effetti (fotoelettrico, Compton, ecc.) in realtà non
avvengono, per cui non sussistono contraddizioni.
La Teoria Fondamentale suscitò un certo scalpore, subito messo a tacere dalle AA
competenti, e il povero Skeptik finì male davvero: lo diedero in pasto agli
sperimentali che, permalosi come sono, gli puntarono contro un potente cannone
Laser, a quei tempi arma segreta del nascente terzo Reich; il povero Skeptik fece
come Galileo, e abiurò; ma invano, perché quelli lo polverizzarono lo stesso, tanto
per essere sicuri che la sua teoria non fosse giusta. Di Skeptik non restò neppure il
nome. Ma, come vedremo, non fu sacrificato invano.
Nonostante le AA avessero imposto la massima segretezza su tutto l’affare, in alcune
organizzazioni (clandestine) serpeggiava un generico malcontento, e da più parti si
mormoravano critiche alla meccanica quantistica. Lo stesso Schrödinger, persona
assai sensata, cominciò a esprimere dubbi e ad avallare un’ipotesi fatta fin dal 1919
da un certo Franz Exner. L’ipotesi era la seguente:
(IPOTESI): L’ENERGIA NON E’ SEMPRE CONSERVATA.
Poiché le argomentazioni di Skeptik si basavano tutte sulla conservazione
dell’energia-impulso, quest’ipotesi permetteva di superare tutte le contraddizioni che
a lui costarono la vita. La voce che l’energia potesse non essere conservata venne
subito messa a tacere dagli industriali della Rhur5.
Nel frattempo, la voce che qualcosa non andava proprio bene aveva varcato la
frontiera ed era giunta all’orecchio di Paolo Adriano Maurizio (Dirac), che propose
una nuova teoria, per la quale gli venne dato il premio Bayer, perché da allora
l’emicrania divenne diffusissima tra i fisici teorici. La teoria di Dirac si evolse in
modo drammatico nel dopoguerra, quando Feynman insegnò ai fisici come i disegna,
e così si arriva ai giorni nostri, per cui tra poco abbandonerò il metodo storico per
raccontarvi invece le mirabilie della cosiddetta

5
Il motivo è abbastanza evidente: la crisi energetica c’era già allora, e se si fosse sparsa la voce che la poca energia
disponibile non era neppure conservata, tutti sarebbero certamente scappati ai Tropici, cosicché gli industriali della
Rhur non avrebbero più avuto masse di lavoratori da sfruttare.
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ELETTRODINAMICA QUANTISTICA.
Parecchi anni fa, ebbi la fortuna e l’onore di fare una gita con Paolo Adriano
Maurizio6 al parco di Everglades, in Florida. Quest’uomo era allora un Vecchio
stupendo, con una figura asciutta e allampanata, lo sguardo penetrante e un’aria
ascetica. Il Vecchio, per motivi che posso solamente indovinare, mi prese a benvolere
e, mentre osservavamo un alligatore che prendeva il sole, si mise a farmi delle
confidenze7. Di fronte a quest’uomo, cui dovevo innumerevoli mal di testa, mi
sentivo emozionato come uno scolaretto e traboccavo di gratitudine e ammirazione.
Il Vecchio mi spiegò secondo quali criteri era giunto alla sua famosa equazione. Mi
disse che i paradossi di Skeptik altro non erano, a suo parere, che sintomi superficiali
di un male che andava alle radici della meccanica quantistica, e cioè del fatto che
questa non era stata formulata secondo i sacri principi della Relatività ristretta.
L’equazione di Schrödinger (anzi, l’intero schema quantomeccanico) andava quindi
visto come un’approssimazione alquanto grossolana a una realtà assai più complessa,
e per avvicinarsi a una descrizione accurata di questa realtà occorreva in primo luogo
abbandonare nozioni semplicistiche, quali quella di pallino puntiforme e di cipolla. Il
Vecchio riassunse così la sua infinita saggezza:
1) La scienza tratta solo di cose o eventi (fatti) osservabili;
2) La consistenza interna di una teoria è altrettanto importante quanto la sua
consistenza con i fatti sperimentali;
3) Occorre insistere nel rendere la formulazione matematica della teoria la “più
bella “ possibile.
Un fatto che trovai estremamente interessante era che PAM, nel parlare, usava le
parole “bellezza” e “semplicità” come se fossero perfettamente intercambiabili.
Inoltre, PAM disse che l’equazione relativistica dell’elettrone è molto più bella
dell’equazione di Schrödinger e che, se Schrödinger avesse insistito sulla necessità di
avere una bella equazione, sarebbe probabilmente arrivato all’equazione giusta.
Fin dai primissimi anni dell’era quantistica, Dirac si era accorto che la teoria di
Heisenberg e Schrödinger non forniva una descrizione interamente consistente
dell’interazione elettromagnetica: in particolare, per avere una descrizione consistente
occorreva quantizzare anche il campo elettromagnetico, e questo rendeva inevitabile
trovare l’accordo con il principio di relatività ristretta.
Seguendo l’assioma della massima semplicità (bellezza), Dirac cercò e, nel 1928,
trovò l’equazione più semplice possibile che mettesse d’accordo la relatività ristretta
6
Ossia PAM Dirac, 8 agosto 1902 – 20 ottobre 1984. Dirac fu insignito del Premio Nobel nel 1933, insieme ad Erwin
Schrödinger.
7
Tra l’altro, è da questa conversazione che ho potuto ricostruire la storia di Skeptik, che viene resa nota qui per la
prima volta.
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con quanto già si sapeva dell’elettrone. Con sua grande sorpresa, PAM scoperse che
l’equazione ammetteva soluzioni inattese, che corrispondevano a stati con energia
negativa e con carica uguale a quella dell’elettrone. Dapprima, cercò qualche criterio
in base al quale queste soluzioni potessero venire scartate; non trovandone, affermò
che queste soluzioni balorde dovevano corrispondere a stati fisicamente realizzabili.
Il mondo intero prese a ridergli dietro, e quando PAM andava in Istituto aveva
sempre dietro un codazzo di ragazzini che lo schernivano e gli facevano gli sberleffi
più crudeli, perché ormai lo sapevano tutti, che l’energia deve sempre essere non
negativa. Il Rettore dell’Università di Cambridge lo chiamò a colloquio privato, e lo
minacciò di espulsione con ignominia dall’Università. Ma PAM non abiurò, né si
diede per vinto. Anzi, si mise a guardar dentro all’equazione con rinnovato
accanimento, e sene venne fuori con idee ancora più balzane: prese a dire che il vuoto
era in realtà pieno zeppo di energia negativa, ma ogni tanto aveva dai “buchi” qua e
là, e questi buchi dovevano essere particelle di tipo nuovo. Il resto della storia è noto
a tutti: queste nuove particelle (positroni) vennero poi scoperte nel 1932,e da allora si
sa che c’è l’antimateria.
La teoria relativistica dell’elettrone rivela quindi che questa particella, a prima vista
tanto semplice, racchiude in realtà i segreti di una struttura infinitamente più ricca e
complessa di quanto la gente avesse mai immaginato. La teoria porta a una revisione
così profonda delle nozioni di materia, radiazione, vuoto, ecc., che ne esce addirittura
un modo nuovo di affrontare i problemi della fisica fondamentale.
È di questa rapida e importante evoluzione delle teorie fisiche che desidero parlarvi, e
comincerò con la nozione di
PARTICELLE REALI E PARTICELLE VIRTUALI.
“… Ormai la lotta è ingaggiata tra coloro
che ci sono e vorrebbero essere eterni e
noi che non ci siamo e vorremmo esserci,
non fosse che per poco …”
(Italo Calvino)
Secondo il principio n° 1 enunciato dal gran Vecchio, dobbiamo innanzi tutto
chiederci cosa viene osservato nel microcosmo. Andiamo quindi da un amico
sperimentale e chiediamogli8 cosa vede quando osserva una particella mediante un
qualsiasi rivelatore (camera a nebbia, a bolle, a scintille, emulsioni, contatori o
checchessia). L’amico sperimentale farfuglia qualcosa, e noi che siamo bravi
8
Dato il pessimo carattere degli sperimentali, per non fare la fine di Skeptik è sempre bene rivolgere le domande con
atteggiamento deferente.
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riusciamo, a partire dalle sue poche ma confuse idee, a estrarre le seguenti proprietà
fondamentali di una particella “reale”, e cioè una particella che, a parte le “piccole”
perturbazioni necessarie per vederla ogni tanto, se ne sta per conto suo.
Una particella reale è:
A) un oggetto con certi numeri quantici “interni” ben precisi (carica elettrica,
ipercarica, stranezza se il caso, talvolta forse un certo non so che, uno
“charme” o un “colore” particolari, ecc., e pure uno spin (momento angolare
intrinseco) e una certa parità intrinseca, che non sono proprio numeri quantici
interni, ma fa lo stesso);
B) un oggetto localizzato e con un impulso-energia ben definiti 9 in ogni stato
osservato;
C) un oggetto con un’energia-impulso che non sono tra loro indipendenti, ma
legati dalla relazione E2-p2=m2, dove m ha un valore fisso e caratteristico della
particella in questione.
Se ora ripensiamo ai paradossi di Skeptik, vediamo che questi nascono perché
sembrano esserci oggetti che soddisfano ad A) ma non a B) né C). Così, ad es.,
l’elettrone “legato” dentro all’atomo si sparpaglia e quindi viola B), e ha una massa
diversa da quella “vera” dell’elettrone, per cui viola anche C); similmente, l’elettrone
“intermedio” dell’effetto Compton ha esso pure una massa diversa da quella solita, o
più propriamente, in entrambi i casi la relazione energia-impulso non è quella in C),
ma bensì quella imposta dalla conservazione dell’energia-impulso a partire dalle
condizioni iniziali. L’errore di Skeptik fu quello di voler applicare B) e C) sempre, e
cioè ogni volta che gli sperimentali e il signor Compton dicevano che si aveva a che
fare con un elettrone. Siccome questo è un errore, come abbiamo visto, assai
pericoloso, noi lo eviteremo accuratamente (c’è il solito Laser di mezzo) e tuttavia
non rinunceremo che in parte alla Teoria Fondamentale di Skeptik. Diremo cioè che,
effettivamente, l’elettrone legato non è un elettrone vero e proprio, ma un qualcosa
che potrebbe essere un elettrone o, più propriamente, che può diventare un elettrone
vero se gli si dà il modo di localizzarsi e di cambiare la sua energia-impulso in modo
che B) e C) diventino verificati. Allo stesso modo, l’elettrone intermedio dell’effetto
Compton non è proprio un elettrone di quelli soliti, ma si distingue da questi solo
perché l’energia-impulso sono un po’ fuori dal cosiddetto iperboloide, o shell di
massa, E2 – p2 = m2.
In un certo senso, stiamo dicendo che esistono, oltre alle particelle reali solite, delle
altre particelle a loro molto simili, ma che si trovano in uno stato di realtà un po’
confuso, e che anzi non esistono se non in quanto, sotto opportune condizioni,
possono materializzarsi sotto la forma di particelle reali, per le quali A)-C) valgono
9
Sempre, beninteso, entro i limiti stabiliti dal principio di indeterminazione.
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tutte, mentre per quelle che “vorrebbero esistere, ma non esistono”, la B) o la C) o
entrambe sono violate. Per chiarire ulteriormente cosa siano queste particelle-che-un-
po’-ci-sono-e-un-po’-non-ci-sono, e che chiameremo particelle virtuali, torniamo
all’effetto Compton su elettroni liberi. Dunque, ripetiamo: in questo processo, si parte
con un elettrone e un fotone nello stato iniziale, che prepariamo in anticipo e quindi è
osservato, e si finisce con un elettrone e un fotone (magari con energia-impulsi un
po’ diversi da quelli di partenza) nello stato finale, che pure osserviamo
accuratamente. E questo avviene sempre (a meno di cambiamenti di minore entità10) e
cioè: ogni volta che noi facciamo una misura, troviamo un elettrone e un fotone nello
stato, ed entrambe le particelle soddisfano alle relazioni energia-impulso appropriate
“di mass-shell”, e si ha conservazione dell’energia-impulso dallo stato iniziale a
quello finale.
Questo è quanto osserviamo. L’elettrone intermedio non viene mai osservato, e
l’illazione che il “processo deve avvenire” come in Fig. 11 è, appunto, un’illazione
che non si presta a verifica sperimentale. Come spesso avviene in meccanica
quantistica, l’errore che porta a paradossi proviene dall’avere attribuito proprietà (più
o meno sensate, ma ben definite) a un sistema fisico mentre questo non viene
osservato. Il processo si osservazione, come al solito, “fa precipitare” il sistema in
uno stato ben definito, e in questo stato, qualunque esso sia, vedo sempre e solo
particelle reali. Il parlare di elettrone legato o intermedio o virtuale può essere utile
dal punto di vista pratico o intuitivo, ma dobbiamo essere attenti a tenere presente che
si tratta di oggetti la cui esistenza è puramente matematica, di strumenti che
adoperiamo per poter calcolare in modo semplice le proprietà osservabili del sistema
fisico, ma niente di più.
Un esperimento ideale d’urto può essere descritto come in Fig. 13: dopo aver
preparato certe particelle in uno stato iniziale │in>, lasciamo che queste entrino in
interazione e poi andiamo a vedere cosa c’è nello stato finale, │out >, e lo scopo
della teoria è quello di fornire un modo per calcolare l’unica quantità misurabile del
processo, e cioè la probabilità di transizione dallo stato │in> assegnato a qualunque
stato │out >. E una teoria sarà soddisfacente se, oltre a predire risultati in accordo
con i dati sperimentali, soddisferà i criteri 2 e 3 enunciati dal gran Vecchio (il quale,
per inciso, è spesso ritenuto conservatore dalle giovani leve, che di 3) non si
preoccupano affatto e spesso lasciano perdere anche 2) e, talvolta, hanno idee molto
confuse anche sul 1° principio).
Allo scopo di rendere la teoria semplice ed efficacie, siamo liberi di introdurre anche
oggetti matematici non direttamente misurabili (quali ad es. la famosa cipolla d’onda
10
Questi cambiamenti sono che, talvolta, nello stato finale si trovano più di un fotone o l’elettrone è accompagnato da
coppie e+e-, ecc. Questi cambiamenti rispetto al “Compton puro” sono irrilevanti per la presente discussione, che
riguarda il più generale esperimento “d’urto” possibile, e cioè l’esperimento più generale possibile.
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e, come vedremo, il campo quantizzato); l’importante è che, alla fine, io riesca a
predire i correttamente i risultati sperimentali, che la teoria sia concettualmente chiara
e consistente dal punto di vista “interno” e che essa sia la più semplice possibile
(entro, ovviamente, i limiti che la Storia inevitabilmente ci pone, per cui tutto questo
vale sempre in un senso evolutivo).

Fig. 13. Esperimento (teorico) d’urto; il punto interrogativo nella “zona ignota”,
racchiusa dal circolo, rappresenta la grandezza da calcolare, e cioè la matrice “S” di
transizione da │in> a │out>.
Chiarito, una volta per tutte, che le particelle virtuali non si manifestano mai come
tali, ma solo come particelle reali, e che le particelle virtuali non sono reali, ma
matematiche, vediamo a cosa servono e quali sono le loro proprietà.
Innanzitutto, se abbandoniamo la richiesta E2-p2=m2 per particelle virtuali, e le
lasciamo libere di avere l’energia-impulso che a loro piace, ci accorgiamo che
possiamo mantenere tutto il resto della descrizione fenomenologica do elettroni
legati, effetto fotoelettrico ed effetto Compton, con buona pace dei nonni (Bohr,
Compton ecc.) e degli sperimentali. Possiamo anzi fare di più, e immaginare che, ad
es., l’effetto Compton avvenga proprio come in Fig. 11: basta che ci ricordiamo della
conservazione dell’energia-impulso in ciascun vertice (Fig. 12a e 12b), cosicché
l’elettrone intermedio, ora ribattezzato “virtuale”, sta “fuori” dallo shell di massa E 2-
p2 =m2. Quindi, ora abbiamo un modo in di “guardare dentro” alla “zona ignota” in
Fig. 13, vedi Fig. 14. L’importante è di ricordarci che, in realtà, non stiamo affatto
“guardando”, e cioè osservando fisicamente cosa succede là dentro, ma stiamo
semplicemente rappresentando intuitivamente con una linea “virtuale” l’evoluzione
del sistema elettrone-fotone tra una osservazione e l’altra.

14
Fig. 14. L’effetto Compton secondo Dirac e Feynman.
Questo modo di rispondere al punto interrogativo della Fig. 13 può sembrare
arbitrario, e infatti, in una certa misura, lo è. Potremmo anche rappresentare il
processo virtuale in tutt’altro modo, ad es. come in Fig. 15, dove un demonietto
attende le particelle al varco, le impasta e ne fa dei tortelli (virtuali) che poi
virtualmente cucina a puntino nell’elettrone e fotone finali. Deve trattarsi,
ovviamente, di un demonietto bravissimo: deve presentarsi puntualissimo a ogni
appuntamento tra elettrone e fotone, deve impastarli e cucinarli velocissimo (il tutto
avviene spesso in meno di 10-18 s), e soprattutto deve stare attento a non farsi mai
vedere, a calcolare ogni azione al miliardesimo di miliardesimo di secondo e ad agire
in modo causale (cioè, non deve incominciare a impastare le particelle prima che
queste arrivino né deve farle ri-uscire cucinate prima di averle impastate) e locale, e
cioè non deve mai uscire dal ristrettissimo spazio a sua disposizione, dove avviene
l’interazione. Insomma, deve trattarsi di un virtuosissimo demonietto virtuale, che
non sgarra mai. La teoria demoniaca, dovuta a un anonimo impastatore di Coloreto, o
altre simili teorie più o meno elaborate, andrebbero benissimo, senonché è difficile
scrivere equazioni semplici e pulite per descrivere il comportamento (virtuale) di
impastatori (virtuali): di solito, queste equazioni o vengono fuori tutte sporche di
farina (virtuale) o sono appiccicose, e risulta difficile adoperarle per dimostrare che,
grazie ad esse, si può dare una descrizione unificata, internamente ed esternamente
consistente e “bella” dei processi di interazione elettromagnetica.

15
Fig. 15. L’effetto Compton secondo l’Anonimo di Coloreto.
Se invece che all’indaffarato demonietto pensiamo a un elettrone virtuale, e cioè se
facciamo tutto nella massima economia, per cui all’oggetto virtuale attribuiamo il
maggior numero possibile delle proprietà che siamo abituati ad attribuire alla
particella reale, allora le cose diventano belle e pulite, e quindi, secondo il gran
Vecchio, probabilmente corrette. La semplicità della teoria diventa particolarmente
evidente perché, se insistiamo a lavorare al risparmio, ed evitiamo quindi di
introdurre troppi concetti nuovi, scopriamo che possiamo scrivere per le particelle
virtuali delle equazioni molto simili a quelle che scriveva Lorentz per l’elettrone
classico in interazione con il campo elettromagnetico classico. Insomma, salviamo
anche il principio di corrispondenza, con tutti gli annessi e connessi, e riusciamo a
dare una descrizione unificata, mediante equazioni che sono le più belle mai
concepite da mente umana (se Maxwell era umano), delle particelle reali e virtuali
nello stesso tempo. Inoltre, conserviamo l’energia-impulso (fa già un freddo boia, e
staremmo freschi altrimenti!) e otteniamo una descrizione relativisticamente
invariante, locale e causale, e intuitivamente chiara. Cosa si può desiderare di più?
Una teoria siffatta è indubbiamente di bellezza ineguagliata, e quindi non c’è di che

16
meravigliarsi se, alla prova dei fatti, si rivela corretta anche nei minimi particolari
delle previsioni fisiche che ne derivano.
La descrizione unificata del mondo delle cose come sono e di quello delle cose come
potrebbero avvenire o essere, e cioè del mondo del reale e di quello del virtuale, parte
dalla
NOZIONE DI CAMPO (QUANTIZZATO E RELATIVISTICO, S’INTENDE).
Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere dalla storia dell’atomo, nei campi
quantizzati non si coltivano patate o cipolle, ma bensì particelle virtuali. Ogni tanto,
in certuni posti il campo quantistico si eccita, e allora il suo comportamento diviene
assai singolare. Queste eccitazioni elementari del campo corrispondono alle particelle
reali. Quindi, mediante il campo quantizzato si arriva a dare un significato per così
dire quantitativo alla non-esistenza sensibile delle particelle virtuali: infatti, le
singolarità avvengono per valori di E e p giacenti sullo “shell di massa”, E 2-p2=m2,
delle particelle reali (di massa reale m) cui associamo il campo. In questo modo, il
campo ci dice che, in qualche senso, la particella reale ha una probabilità di venire
osservata che è infinitamente più grande della probabilità di osservare una particella
virtuale.
La descrizione unificata del reale e del virtuale, il campo la dà così: fuori dal mass
shell, il campo descrive particelle virtuali; se però andiamo a vedere sullo shell di
massa, e filtriamo accuratamente il campo, allora troviamo che le singolarità del
campo lasciano un certo residuo, e questo residuo ci permette di descrivere le
particelle reali. Questo procedimento, di considerare il residuo del campo per E 2-
p2=m2, dove m è la massa di una particella fisica nella teoria, si chiama “andare sul
mass shell” per quella particella.
In elettrodinamica, vi sono due tipi di campo: vi è il campo elettromagnetico e vi
sono i campi che descrivono le particelle cariche, in particolare il campo di elettroni.
Questi campi si propagano nello spazio-tempo e, ogni tanto, si trovano abbastanza
vicini da entrare in interazione in modo percettibile. Di questa interazione
elettromagnetica non sono osservabili altro che le conseguenze visibili su scala
macroscopica, e cioè i cambiamenti dallo stato iniziale (e cioè prima che l’interazione
abbia luogo) allo stato finale (quello dopo che l’interazione ha avuto luogo). Il campo
dà anche una descrizione di cosa possa essere accaduto durante l’interazione; ma
durante questo lasso di tempo il processo non viene osservato, per cui questa
descrizione è, più che altro, un’attenta guida per la nostra intuizione.
Dopo l’esempio dato da Feynman, i campi vengono spesso descritti mediante artistici
disegnini astratti: il campo elettromagnetico (virtuale) che si propaga viene descritto
da una linea ondulata, mentre l’elettrone (virtuale) in viaggio viene descritto da una
17
linea diritta. La descrizione può avvenire sia nello spazio delle descrizioni che nello
spazio degli impulsi (vedi Fig. 16); sulle linee rappresentanti i “propagatori” dei
campi si indica a volte la direzione del moto. Ogni volta che l’elettrone e il fotone
entrano in interazione, si ha un “vertice elementare” di interazione elettromagnetica,
come in Fig. 17: Nel vertice, occorre conservare il flusso di energia-impulso e carica
elettrica entranti e uscenti, secondo le leggi elementari di Kirchhoff per i circuiti
elettrici, e cioè: la somma totale delle energie, impulsi e cariche entranti nel vertice
deve essere uguale alla somma delle corrispondenti quantità uscenti.

Fig. 16. Propagatori di campo e.m. e di elettrone, (a) nello spazio delle
configurazioni, e (b) nello spazio degli impulsi.

Fig. 17. Il “vertice elementare” di interazione elettromagnetica.


Ciascuno dei disegnini in Fig. 16 e 17 corrisponde a una ben definita espressione
matematica11: ad es., il vertice corrisponde, oltre all’imporre le già discusse regole di
conservazione, all’introduzione di un fattore uguale a e/(4π) 1/2, dove e è la carica
11
Le “regole di Feynman”, che definiscono questa corrispondenza, vengono qui spiegate in modo semplificato; in
particolare, vengono ignorate le complicazioni dovute al fatto che l’elettrone ha uno “spin” uguale a ½, mentre il
campo e.m. ha “spin” uguale a uno (è cioè un campo vettoriale).
18
dell’elettrone; quindi, per ogni coppia di vertici si ha un fattore e 2/4π; questa quantità
è, nel sistema “naturale” in cui c=1 e h/2π = 1, un numero puro uguale a 1/137.
Questo numero caratterizza l’intensità dell’interazione elettromagnetica tra cariche
elementari; esso viene spesso chiamato “la costante di struttura fine” e viene indicato
con α. La sua piccolezza è, come vedremo, la chiave dei successi dell’elettrodinamica
quantistica.
Per il propagatore di campo e.m., si ha l’espressione matematica, per un campo che si
propaga con energia E e impulso p, data da 1/(E2-p2). In questa espressione, si
riconosce la singolarità appropriata sul mass shell per il fotone, e cioè per E 2-p2=0.
Similmente, il propagatore per il campo di elettroni è dato da 1/(E 2-p2-m2), che
diventa singolare sul mass shell dell’elettrone, E2-p2=m2.
Adoperando propagatori e vertici, possiamo costruire disegni più o meno complicati
e, con le regolette di Feynman, costruire dal disegno l’espressione matematica che ad
esso corrisponde. Nel disegno, vi saranno tre tipi di linee: linee “libere”, che non sono
attaccate ad alcun vertice di interazione, che adoperiamo per descrivere l’evoluzione
di particelle libere; linee “esterne”, e cioè linee che sono attaccate a un solo vertice di
interazione, che adoperiamo per descrivere le particelle “entranti” e “uscenti” dal
processo id interazione; linee “interne”, che cominciano e finiscono in vertici di
interazione e cioè si trovano tra due vertici, che descrivono gli “scambi virtuali”
mediante i quali la teoria descrive il processo di interazione. Le linee “libere” ci
interessano poco, e anzi da ora in poi ci limiteremo a disegni “connessi”, e cioè a
disegni in cui, a partire da un qualunque punto su una qualunque linea del disegno, è
possibile raggiungere qualunque altra linea del disegno senza dover mai uscire dalle
linee che formano il disegno. Questi disegni “connessi” descrivono processi in cui
ciascuna linea entrante entra in interazione, direttamente o indirettamente, con tutte le
altre linee entranti e uscenti dal disegno; la descrizione di processi “sconnessi” è data
semplicemente dalla combinazione delle descrizioni dei processi connessi che,
insieme, formano l’intero processo sconnesso.
Questi disegni fatti a base di propagatori e vertici vengono chiamati “grafici” o
“diagrammi” di Feynman. In questi grafici, tutte le linee rappresentano la
propagazione di particelle virtuali; ma mentre le linee interne possono solo essere
virtuali, per le linee esterne è possibile “andare sul mass shell” per la corrispondente
particella; nel(l’espressione matematica corrispondente al) grafico, troveremo una
singolarità, il cui residuo ci dà l’ampiezza di probabilità (associata al grafico)
affinché avvenga il processo (specificato dalle linee esterne del disegno) tra particelle
reali entranti e uscenti. La descrizione “esatta” del processo fisico è, forse, data
dall’insieme di tutti i grafici possibili che hanno linee esterne come nel processo
specificato; in realtà, a noi non interessa tanto considerare la possibilità di costruire,
mediante i grafici di Feynman, una descrizione “esatta”; in effetti, il più delle volte è
19
sufficiente considerare pochi grafici per esaurire le necessità del fisico (v. seguito).
Vediamo ora come queste regolette di Feynman funzionano in pratica. Come primo
esempio, consideriamo ancora l’effetto Compton. Il più semplice grafico di Feynman
per questo processo è quello in Fig. 18. Voi mi direte: ma noi lo sapevamo già!
Infatti, la Fig. 18 è identica alla Fig. 11. Questo è vero, le due figure sono identiche;
ma mentre la Fig. 11 indicava una descrizione intuitiva e qualitativa di come il
processo potesse avvenire, il grafico di Feynman in Fig. 18 corrisponde invece a una
ben precisa espressione matematica; se in questa espressione “andiamo sul mass
shell”, otteniamo una ben precisa formula per l’ampiezza di probabilità affinché
l’urto tra elettrone e fotone reali avvenga con dati impulsi-energie iniziali e finali.
Alla prova dei fatti, si scopre poi che questa formula è in accordo quasi perfetto con i
dati sperimentali, con discrepanze che non superano l’uno per cento.

Fig. 18. Grafico di Feynman per l’effetto Compton. Secondo le regole di Feynman,
sul grafico si ottiene che l’ampiezza di probabilità affinché il processo avvenga per
elettroni e fotoni reali negli stati iniziali e finali, è data da (sostanzialmente)
α/((Eγ+E1)2-(pγ+p1)2-m2), dove α=1/137 è la costante di struttura fine e m è la massa
dell’elettrone.12

12
L’espressione matematica citata contiene una singolarità in corrispondenza del “mass shell” per l’elettrone virtuale
intermedio; ma questo non deve preoccuparci perché, come abbiamo imparato da Skeptik, l’elettrone intermedio non
può trovarsi sul mass shell qualora le particelle entranti e uscenti siano reali, per cui questa singolarità non è
cinematicamente accessibile in processi reali. Se così non fosse, ne potrebbero risultare probabilità infinite per
processi fisici, e in tal caso Feynman avrebbe pochi seguaci.
20
A questo punto, vorrei ribadire e chiarire ulteriormente alcune considerazioni fatte in
precedenza, in particolare a proposito delle Fig. 14 e 15. Le quantità di interesse
fisico sono le ampiezze di probabilità di transizione, e queste coinvolgono sempre
solo particelle reali negli stati iniziale e finale. Per queste quantità, la teoria
demoniaca in Fig. 15 deve, per essere minimamente credibile, andare abbastanza
d’accordo con i dati sperimentali e, quindi, anche con la predizione fisica data dal
grafico di Feynman in Fig. 18. Questo grafico definisce però anche una
“estrapolazione” quando le linee esterne non si trovano sul mass-shell; questa
estrapolazione dalla regione fisica alla regione virtuale non è direttamente misurabile
e quindi è almeno in parte arbitraria. Se la teoria demoniaca differisse da quella di
Feynman solo nella regione virtuale, questo non sarebbe, da solo, un motivo
sufficiente per preferire Feynman all’anonimo impastatore di Coloreto. Sotto queste
condizioni, le nostre preferenze per Feynman sono motivate più che altro da
“opportunismo”. Questi motivi di opportunità sono però tutt’altro che infondati:
infatti, la descrizione data dal grafico di Fig. 18 è, anche fuori dal mass shell, quanto
di più semplice si possa immaginare. Inoltre, l’elettrone virtuale ha molte proprietà
(matematiche) in comune con l’elettrone reale, per cui possiamo usare su di esso gran
parte della nostra intuizione fisica. Questa semplice e spesso preziosissima guida
intuitiva mancherebbe invece se adottassimo la descrizione demoniaca 13. Come
seconda applicazione semplice del metodo di Feynman, consideriamo un processo
l’urto in cui due elettroni interagiscono tra loro. Il grafico più semplice per
l’interazione elettrone-elettrone è quello in Fig. 19, che dà una precisa espressione
matematica corrispondente alla nozione intuitiva che gli elettroni interagiscono tra
loro mediante il campo elettromagnetico, e cioè “scambiando tra loro dei fotoni”. Di
nuovo, se andiamo sul mass shell per le linee esterne otteniamo l’ampiezza di
probabilità per l’urto con elettroni reali, e ne risulta un accordo con i dati sperimentali
che è perfetto a meno dell’uno per cento.
Tanto per indicare come risultati ben noti in fisica elementare vengono ritrovati in
elettrodinamica quantistica, citerò il fatto che, nello spazio delle configurazioni, per
grandi distanze tra i due elettroni il grafico di Fig. 19 dà proprio 14 la legge di
Coulomb per l’interazione elettrostatica tra cariche uguali a e. Quindi, anche

13
Un altro importante vantaggio della teoria di Dirac-Feynman è che, a partire dai pochi elementi indicati in Fig. 17, si
possono costruire approssimazioni successive via via sempre più precise per i processi di interazione
elettromagnetica. Come vedremo, l’approccio di Feynman dà una “teoria delle perturbazioni” che fornisce uno
schema iterativo di approssimazione, in cui le approssimazioni più rozze vengono adoperate per costruire le
approssimazioni più raffinate, per cui tutto avviene sempre l’importante criterio della massima economia, e si evita di
introdurre nuove “leggi” a ogni piè sospinto. Da questo punto di vista, le teorie demoniache sono di una prodigalità
inammissibile.
14
Scritta nello spazio delle configurazioni, l’espressione per il grafico in Fig. 19 sul mass shell è data da e 2 moltiplicato
per il propagatore di fotone nello spazio-tempo, e cioè 1/(t 2-r2); per grandi r, si ottiene -e2/r2, che è proprio la legge di
forza di Coulomb.
21
l’elettrostatica classica è contenuta, come caso limite, nella elettrodinamica
quantistica.

Fig. 19. Grafico di Feynman per l’interazione elettrone-elettrone. Per particelle


esterne reali (sul mass shell) l’ampiezza di probabilità di transizione dallo stato
iniziale a quello finale è data da (sostanzialmente) α/((E1-E’1)2-(p1-p’1)2).
A questo punto, il lettore attento starà probabilmente pensando: ma come, prima mi è
stata tanto decantata la bellezza e l’accuratezza della teoria, e ora scopriamo che essa
“va bene” solo entro l’uno per cento! L’origine di queste piccole discrepanze tra i
grafici in Fig. 18 e 19 e i dati sperimentali è nel fatto che questi grafici sono solo i più
semplici possibili per i corrispondenti processi di interazione, ma vi sono infiniti altri
grafici possibili per gli stessi processi. Ad es., per l’urto elettrone-elettrone, oltre al
grafico in Fig. 19 occorrerebbe considerare 15 anche i grafici in Fig. 20 e 21.

15
Quando in un grafico di Feynman compare un circuito chiuso, occorre pensare che, sempre mantenendo le leggi di
conservazione nei vertici, si esegua una somma (integrazione) su tutti i valori possibili per l’energia-impulso delle linee
che appartengono al circuito chiuso.
22
Fig. 20. Grafici di Feynman di ordine α2 per l’urto elettrone-elettrone.

Fig. 21. Alcuni grafici di Feynman di ordine α7 per l’urto e-e.


Il primo grafico in Fig. 20 corrisponde al processo (virtuale) in cui i due elettroni
prima si scambiano un fotone e poi, mentre sono ancora abbastanza vicini da poter
interagire, se ne scambiano un altro. Nel secondo grafico in Fig. 20, un elettrone
“lancia” verso l’altro il suo messaggio costituito da un fotone, e l’altro elettrone,
prima di ricevere il messaggio del compagno, ne invia uno anche lui. I grafici in Fig.
21 corrispondono a simili processi virtuali, in cui vengono scambiati la bellezza di
sette fotoni virtuali in ciascun grafico. Di grafici del tipo illustrato in Fig. 21 ve ne
sono ben 7!=3840, e ciascuno corrisponde a una particolare successione temporale
secondo cui sono ordinati i vari processi virtuali di emissione e assorbimento di
fotoni.
Il motivo per cui, in prima approssimazione, avevo ignorato questi grafici a altri più o
meno complicati, è che, per ogni fotone scambiato, nell’espressione corrispondente al
grafico compare un fattore uguale a α=1/137. Quindi, se tiriamo a indovinare, ci
aspettiamo che i grafici in Fig. 20 siano circa 137 volte più piccoli di quello in Fig.
19, mentre quelli in Fig. 21 saranno circa 10 12 volte più piccoli di quello in Fig. 19.
Queste stime approssimative si sono, in pratica, rivelate degne di fiducia in tutti i casi
in cui si è andati a calcolare in concreto le probabilità di transizione corrispondenti ai
vari grafici. Per quanto riguarda l’accordo con i dati sperimentali, questo è addirittura
spettacolare: si ha sempre accordo perfetto, entro i limiti stabiliti dagli esperimenti
più accurati. I nostri bravi sperimentali sono arrivati, con tecniche sopraffine, a
eseguire esperimenti-chiave con precisione che va fino a una parte su un milione; da
questi esperimenti, si hanno verifiche dell’elettrodinamica fino all’ordine α 4; finora la
teoria si è sempre dimostrata perfetta fino a quest’ordine, e non si hanno indicazioni
che essa possa rivelarsi inaccurata negli ordini superiori.
Dal punto di vista pratico, non vi sono quindi dubbi che l’elettrodinamica quantistica
è la teoria più accurata mai partorita dall’uomo; infatti, allo stato attuale delle cose,
siamo in grado di “battere” in precisione anche lo sperimentale più bravo!
23
Ora che abbiamo acquistato una certa fiducia nella struttura teorica, cerchiamo di
esplorarla più nei particolari, fino ad addentrarci in quei meandri che sono a tutt’oggi
quasi sconosciuti.
Innanzi tutto, torniamo a quei “buchi” teorici che avevano date tante grane al giovane
Dirac. Anziché seguire la linea storica, partiremo dal dato sperimentale che esistono i
positroni e che essi possiedono massa uguale a quella dell’elettrone, carica uguale ma
di segno contrario, uguali “numeri quantici” di spin e parità, e che essi possono,
entrando in interazione con gli elettroni, “annichilarsi” in radiazione.
Data la sostanziale simmetria perfetta tra elettroni e positroni, noi li descriviamo
entrambi con lo stesso campo. Cioè: un positrone con impulso p si manifesta come
una “assenza” di un elettrone con questo impulso, e noi adoperiamo il campo per
descrivere sia la “presenza” di un elettrone che la sua “assenza”; ovviamente,
“presenza” e “assenza” sono termini relativi, che indicano la presenza o l’assenza di
una carica elementare negativa “in più” rispetto al vuoto.
Per rendere breve una lunga storia, dirò che il propagatore per l’elettrone (Fig. 16)
descrive allo stesso tempo la propagazione di un positrone con impulso -p ed energia
E; similmente, il vertice di interazione in Fig. 17 rappresenta anche l’interazione tra
un positrone e il fotone, solo che al positrone dobbiamo associare l’impulso iniziale
-p’ e l’impulso finale -p. Lo stesso vertice descrive l’annichilazione virtuale di una
coppia (virtuale) e+e- in un fotone, e se si vuole mettere in risalto quest’aspetto si
riscrive il vertice come in Fig. 22, in cui il tempo va da sinistra a destra, come al
solito, e le linee di elettroni portano cariche opposte tra loro.

Fig. 22. Il vertice d’interazione e.m. per la creazione di una coppia e+e-.
Come conseguenza di questa “simmetria per coniugazione di carica”, gli stessi grafici
di Feynman possono venire adoperati per descrivere l’interazione tra elettroni come
pure l’interazione tra positroni; per l’interazione tra elettroni e positroni, occorre
cambiare il segno della carica (che è -e per gli elettroni ma è+e per i positroni, o
viceversa a seconda delle convenzioni adottate) e aggiungere ai grafici di Feynman
già considerati per gli elettroni anche i grafici che corrispondono a processi di
annichilazione e creazione virtuale di coppie. Ad esempio, si ha che: per l’effetto

24
Compton, il grafico in Fig. 18 descrive anche l’effetto per i positroni, e non vi sono
cambiamenti rispetto al caso degli elettroni (la carica cambia segno due volte). Per
l’urto elastico tra positroni, si hanno ancora i grafici in Fig. 19, 20 e 21, e nulla è
mutato rispetto al caso dell’urto tra elettroni. Gli stessi grafici in Fig. 19, 20 e 21
descrivono anche l’urto elastico tra un elettrone e un positrone, solo che ora si ha un
cambiamento di segno, rispetto al caso degli elettroni, in tutti i grafici in cui si ha un
numero dispari di fotoni virtuali scambiati. Inoltre, l’urto elastico tra e + ed e- può
anche avvenire mediante un processo di annichilazione virtuale, come è illustrato in
Fig. 23. Si noti che i grafici in questa figura si ottengono da quelli in Fig. 19 e 20 con
una rotazione di 90°, e cioè facendo scorrere il tempo, nelle Fig. 19 e 20, dall’alto
verso il basso anziché da sinistra a destra. Questa relazione tra i grafici “d’urto” e
quelli “d’annichilazione” è un caso particolare di una legge generale, detta
“simmetria di crossing”, grazie alla quale se un qualunque grafico, rappresentante un
processo fisico, viene ruotato a piacere di multipli di 90 °, allora esso dà ancora un
grafico che rappresenta un processo fisico (anche se non necessariamente per gli
stessi valori degli impulsi esterni).

Fig. 23. Grafici “d’annichilazione” per l’urto elastico e+e-.


Ora che abbiamo visto qualche grafico per più di una linea interna, possiamo fare
qualche esperimento ideale per chiarire meglio la struttura della teoria. Questi
esperimenti li facciamo con uno schermo ideale, rappresentato da una linea
tratteggiata verticale, che ci porta da un grafico a una quantità osservabile associato
ad esso, e cioè una probabilità di transizione con particelle esterne sul mass shell.
Questo schermo (=camera a bolle ideale) lo possiamo porre alla fine del grafico,
come in Fig. 24a, oppure “a un tempo precedente”, e cioè quando i due elettroni finali
debbono venire creati, come in Fig. 24b. Nell’esperimento in Fig. 24°, vedremmo i
due elettroni finali: Nell’esperimento in Fig. 24b, facciamo “precipitare” lo stato
intermedio di due fotoni dal virtuale al reale, e quindi vediamo due fotoni reali.
Questa proprietà di grafici con più di una linea interna è affatto generale, e si chiama
“unitarietà” dell’operatore di scattering: ogni volta che noi, mediante il nostro

25
schermo ideale, andiamo a toglierci la curiosità di vedere cosa succede “durante” il
processo d’urto, troviamo sempre stati osservabili con particelle reali; per un dato
grafico, questi stati intermedi sono proprio quelli indicati, dal grafico stesso, dai modi
possibili di tagliare in due il grafico mediante una linea verticale. Inoltre, il grafico è
ottenibile “sommando” su tutti gli stati intermedi (il che, nell’esempio della Fig. 24,
corrisponde a fare una integrazione sugli impulsi-energie per le linee interne).
Da un punto di vista di principi generali, ogni descrizione di un processo d’urto
dev’essere tale per cui la probabilità di transizione per un dato processo può essere
ottenuta da una “somma su tutti gli stati intermedi” attraverso cui il sistema può
evolvere tra lo stato iniziale e lo stato finale. Questa proprietà, di “unitarietà” e di
“completezza” dell’operatore di scattering, è realizzata nel modo semplice appena
descritto dai grafici di Feynman.16

Fig. 24a. Un grafico “di annichilazione” per l’urto e +e-; b: la sua decomposizione di
“unitarietà”.
Si noti anche che i due “pezzi” del grafico in Fig. 24b sono proprio uguali al grafico
elementare per l’effetto Compton (Fig. 18), solo che ora il tempo va dall’alto verso il
basso, anziché da sinistra verso destra (o meglio: il primo pezzo in Fig. 24b coincide
con la Fig. 18 ruotata di 90° in senso orario, mentre il secondo pezzo è ancora la Fig.
18, ma ruotata in senso antiorario). Abbiamo quindi scoperto un modo di costruire
grafici più complicati a partire dai grafici più semplici: basta “attaccare” tra loro i
grafici semplici per ottenere grafici più complessi.
Come applicazione di questa semplice regola di composizione, consideriamo di
nuovo il “prodotto” di due grafici per l’effetto Compton ruotati di 90°, solo che
questa volta, invece di moltiplicare come in Fig. 24b, moltiplichiamo come in Fig.
25a. Il grafico risultante (Fig. 25b) descrive ora l’interazione tra due fotoni (virtuali o
reali) mediante la creazione di una coppia virtuale e +e-. Chiaramente, se non vi
fossero i positroni questo processo d’interazione tra luce e luce non potrebbe
16
Inutile dire che i brevissimi cenni dati sopra non sono sufficienti neppure per capire di che si tratta; ma purtroppo il
tempo stringe …
26
accadere. Quindi, nel vuoto la luce interagisce con se stessa solo grazie a effetti che
sono tipicamente quanto-relativistici. Poiché nello stato intermedio in Fig. 25b vi
sono particelle cariche, mentre negli stati iniziale e finale non ve ne sono, la
distribuzione di carica nello stato intermedio sarà, in generale, diversa da quella che
ci si attenderebbe se non si potessero produrre coppie e +e- . Questa situazione è in
tutto analoga a quella in cui, in un dielettrico, la distribuzione di carica cambia sotto
l’effetto di un campo e.m., solo che ora “il dielettrico” è il vuoto in cui i fotoni si
propagano. Nel caso di un volgare dielettrico, i cambiamenti della distribuzione di
carica dovuti alla presenza di un campo e.m. vengono chiamati “effetti di
polarizzazione” del dielettrico. Data la forte analogia con la situazione descritta dalla
Fig. 25b, anche in elettrodinamica quantistica si parla di “polarizzazione” ogni volta
che si ha creazione, negli stati intermedi, di una o più coppie e +e- che poi si
riannichilano prima che si arrivi allo stato finale; poiché tutto questo avviene nel
vuoto, si parla di “polarizzazione del vuoto”.

Fig. 25. a: produzione di una coppia a partire da due fotoni, e successiva


annichilazione della coppia in due fotoni. b: il grafico di Feynman più semplice per
l’interazione luce-luce.
Sempre a partire dal grafico di Compton “ruotato”, vediamo cosa succede se ad esso
attacchiamo un’altra linea esterna carica, ad es. una linea di protone come in Fig. 26.
In questo processo, un fotone e un protone iniziali interagiscono e danno luogo, nello
stato finale, a un protone più una coppia e+e-. Questa annichilazione del fotone in una
coppia può avvenire sia per particelle reali che per particelle virtuali; si tratta,
sostanzialmente, del processo descritto in Fig. 10, che qui avviene mediante uno stato
intermedio che contiene un protone e un elettrone reali e un fotone e un positrone
virtuali. Come nel caso dell’effetto Compton, anche l’annichilazione di un fotone
reale in una coppia reale in Fig. 26 non potrebbe avvenire se tutte le particelle
intermedie fossero sul mass shell. Un altro possibile meccanismo per
27
l’annichilazione, questa volta mediante un effetto Compton virtuale sul protone, è
descritto in Fig. 27.

Fig. 26. Produzione di coppia dall’urto fotone-protone, mediante effetto Compton


virtuale sull’elettrone. La linea pesante rappresenta, ovviamente, un protone.

Fig. 27. Produzione di coppia dall’urto fotone-protone, mediante effetto Compton


virtuale sul protone; il protone intermedio è virtuale, come virtuale è il secondo
fotone.
Quivi giunti, penso che abbiamo fatto abbastanza ginnastica con grafici elementari,
almeno tanta da poter volgere la nostra attenzione a problemi più complessi e
interessanti dei semplici processi d’urto considerati finora. Nel tempo rimastomi,
cercherò di accompagnarvi fino ai confini attuali della comprensione teorica di due
28
questioni fondamentali, tra loro molto diverse ma ugualmente interessanti. La prima è
annosissima, anzi vecchia stantìa già da duemila anni, e può venire riassunta nella
domanda “cos’è un atomo?”. La seconda è di data più recente (vecchia solo un
secoletto circa) e riguarda “com’è fatto un elettrone”. Cominciamo dalla prima
questione, e cioè da
IL PROBLEMA DEGLI STATI LEGATI
Il lettore astuto non avrà mancato di capire che l’approccio di Feynman
all’elettrodinamica quantistica non è altro se non uno sviluppo perturbativo,
dell’operatore che descrive l’urto, in una serie di potenze nella costante di struttura
fine, α. La piccolezza di α rende, in pratica, molto piccolo il numero dei termini
importanti in questa serie, ed è la chiave del successo di tutto il metodo.
Per quanto sia efficace nel descrivere i processi d’urto, l’approccio perturbativo è
però quasi completamente inutile quando si ha a che fare con problemi di stati legati.
Il motivo di un così misero fallimento è molto semplice: per quanto piccola sia la
probabilità di interazione, le particelle legate hanno a disposizione un’eternità,
durante la quale si trovano sempre sufficientemente vicine da poter interagire, a meno
che non intervenga qualche indiscreto agente esterno a interrompere il loro legame.
Quindi, le particelle legate riescono a interagire tra loro un’infinità di volte, e a poco
serve “contare” il numero di vertici elementari d’interazione, come si fa in teoria
delle perturbazioni.
Il problema degli stati legati ci costringe quindi a cercare un metodo di
approssimazione che vada oltre la teoria delle perturbazioni, e questa non è cosa
facile da formulare.
Se ci si accontenta di poco (e cioè di una descrizione intuitiva e grossolana), il
problema degli stati legati (e cioè, in pratica, dell’atomo) in elettrodinamica
quantistica non è poi immensamente difficile: basta infatti tener presente che, nel
limite “statico” nonrelativistico, l’interazione elettromagnetica tra particelle cariche si
riduce all’interazione coulombiana (vedi i nostri commenti al grafico in Fig. 19).
Mediante approssimazioni nonrelativistiche, si riesce quindi a ridurre il problema a
quello solito della equazione di Schrödinger con potenziale coulombiano, e questo
porta alla ben nota formula di Balmer per lo spettro dell’atomo di idrogeno.
Tuttavia, non si può restare soddisfatti di questa formulazione, in quanto essa è di
gran lunga più rozza dei dati sperimentali più accurati, che mettono in luce l’esistenza
di strutture “fini” non previste dall’equazione di Schrödinger. Inoltre,
l’approssimazione coulombiana non getta molta luce sul problema (teorico forse, ma
certamente importante) di come trattare gli stati legati in teoria quantorelativistica dei
campi; infine, come vedremo in seguito, l’approssimazione coulombiana è
29
inaccettabile per motivi di principio, in quanto essa viola una delle proprietà
fondamentali della interazione elettromagnetica.
Vediamo quindi come il problema degli stati legati possa formularsi in modo
soddisfacente nell’ambito dell’elettrodinamica quantistica.
Innanzi tutto, si fa l’approssimazione di trattare il protone come se fosse una
particella priva di una sua particolare struttura interna, e cioè facciamo finta che il
protone sia una specie di positrone pesante. In realtà, sappiamo che il protone ha assai
più struttura del positrone, in quanto esso subisce direttamente l’effetto delle
“interazioni forti”, che invece lasciano il positrone quasi del tutto indifferente.
Fortunatamente, però, queste interazioni forti hanno un raggio d’azione molto piccolo
(circa 10-13 cm), per cui esse si fanno sentire poco sull’elettrone orbitante e quindi
influenzano poco le proprietà dell’atomo. La situazione è quindi grosso modo la
seguente: il protone è in realtà una struttura assai complessa, con una distribuzione di
carica tutt’altro che banale; tuttavia, esso occupa un volume molto piccolo, all’incirca
una sferetta di raggio 10-13 cm, per cui l’elettrone orbitante, che si trova a una distanza
media di circa 10-8 cm dal centro della sfera, la “vede” come un puntino senza
struttura (come vedreste voi una sferetta di raggio 1 m che orbiti a 100 km da
Parma?). Questa giustificazione intuitiva dell’approssimazione fatta per il protone
può sembrare insufficiente; fortunatamente, abbiamo un modo di verificarne la
validità: infatti, la teoria che vogliamo sviluppare si applica indifferentemente a
protoni come a positroni; orbene, elettrone e positrone si legano a formare un atomo,
detto positronio, che ha una vita media sufficientemente lunga da poterne studiare lo
spettro e perfino anche la struttura fine17. Dalle eventuali discrepanze tra teoria ed
esperimenti nel caso del positronio rispetto al caso dell’idrogeno, abbiamo un modo
di misurare proprio gli effetti dovuti alla non banale struttura del protone rispetto al
positrone.
Anche per capire come venga formulato il problema degli stati legati in teoria dei
campi, vale quindi la pena di studiare il problema teorico di come due particelle
cariche, puntiformi e di masse non necessariamente uguali tra loro, si possano
combinare a formare uno stato legato (atomo o particella composta).
In primo luogo, cominciamo a chiederci in cosa si distingua una particella composta
da una particella elementare. Per quanto la risposta possa sembrare ovvia, è difficile
formularla in modo che abbia veramente senso. Infatti, dal punto di vista delle
proprietà osservabili dall’esterno non vi sono grandi differenze tra oggetti “composti”
e oggetti “elementari”, dal momento che entrambi soddisfano alle proprietà discusse
a pag. 9 (v. A-C); a prima vista, anzi, un atomo di idrogeno non è meno elementare

17
Dal momento che l’elettrone e il positrone possono annichilirsi mutuamente in radiazione, il positronio finisce per
decadere, in media dopo 10-7-10-10 secondi.
30
dell’elettrone e del protone che “lo compongono”. A conferma di questa elementarità
dell’atomo sta anche il fatto che, come ci aveva dimostrato Herr Skeptik, non è in
alcun senso semplice che l’atomo di H è composto da un protone e da un elettrone,
dal momento che l’elettrone “dentro” non è reale, ma virtuale.
Tuttavia, proprio a partire dalla nozione intuitiva che “in qualche senso” l’atomo è
composto da elettroni e protoni, e dall’osservazione che gli elettroni “dentro” sono
virtuali, possiamo formulare un criterio per chiarire in che senso l’atomo di idrogeno
è composto da un elettrone e da un protone: basta dire che esso è composto da un
protone e da un elettrone virtuale. Questo significa che se considero l’urto tra un
elettrone virtuale e un protone, dev’esserci una probabilità finita che essi si
combinino a formare un atomo di idrogeno. Se quindi andiamo a porre il nostro
“schermo ideale” nel “mezzo” del processo d’urto, dobbiamo vedere la singolarità
caratteristica dell’atomo d’idrogeno sul suo mass shell. In termini di disegni, la
situazione viene descritta come in Fig. 29.

Fig. 29. L’ampiezza d’urto elettrone virtuale-protone (a), “analizzata” nei suoi stati
intermedi (b), e il contributo dovuto allo stato intermedio costituito dall’atomo di
idrogeno (c).
Forse mi obietterete che a voi ripugna sentir parlare di “urti” e “probabilità” quando
si ha a che fare con particelle esterne virtuali; e, in verità, non potrei darvi
completamente torto. Ma vi è una altro modo di cedere le cose, e cioè di lasciare che
le particelle esterne diventino reali, mentre lo stato intermedio d’idrogeno è fuori dal
mass shell (è cioè virtuale, come l’elettrone intermedio nel caso dell’effetto
Compton). Ma allora mi obiettereste che non è facile separare il contributo dovuto
all’atomo di H virtuale dal “resto” dei contributi alla ampiezza d’urto elettrone-
protone. La separazione è in realtà matematicamente possibile, ad es. continuando
analiticamente l’ampiezza per valori immaginari dell’impulso dell’elettrone (v. la
discussione a pag. 4). Ma allora, direte, l’elettrone ridiventa virtuale, e siamo daccapo
… Calma: il punto è semplicemente che è solo in senso matematico che l’atomo di
idrogeno è composto di un elettrone e di un protone: dal momento che l’elettrone
“dentro” è virtuale, in qualche modo questa sua virtualità deve entrarci per forza, a
meno di non rinunziare del tutto a descrivere l’atomo come “composto” di un
elettrone e di un protone.
31
Bene, in un modo o nell’altro ora sappiamo cosa dobbiamo calcolarci, e cioè i
contributi all’ampiezza d’urto elettrone-protone che hanno le singolarità (poli)
caratteristiche dello stato intermedio “legato” di idrogeno. Sappiamo inoltre che
questi contributi saranno assenti se ci limitiamo a considerare un qualunque numero
finito di grafici di Feynman, dal momento che gli stati legati in teoria delle
perturbazioni non ci sono, fatto questo che potremmo anche verificare esplicitamente
mediante un’analisi delle proprietà di analiticità dei grafici di Feynman.
Ci si presenta ora il problema di formulare un’approssimazione sensata che ci
permetta di calcolare questi contributi singolari. A questo scopo, vediamo di
raccogliere un po’ le idee. Dai successi dell’equazione di Schrödinger, scopriamo
che l’attrazione coulombiana è, in prima approssimazione, la maggior responsabile
della formazione dell’atomo; sappiamo inoltre che l’interazione elementare mediante
il potenziale di Coulomb è contenuta nel grafico in Fig. 30 (v. pag. 19) e che, di
queste interazioni, ne avvengono infinite nello stato legato. L’oggetto che, quindi, si
presenta come un candidato naturale per la descrizione dello stato legato è
un’ampiezza d’urto elettrone-protone in cui le due particelle si scambiano tra loro un
numero infinito di volte il fotone virtuale della Fig. 30.
Chiaramente, abbiamo a che fare con un oggetto assai complicato, per cui diventa
importante trovare un’equazione semplice che lo caratterizzi. Per arrivare a
quest’equazione semplice, consideriamo prima un oggetto ancora più complicato, e
cioè l’ampiezza “a scala a pioli”, che è data dalla somma di tutti i grafici di Feynman
del tipo, appunto, a scala a pioli, come in Fig. 31. L’oggetto che a noi interessa è, in
qualche senso, il limite di un grafico a scala, con un numero di pioli che tende
all’infinito.

Fig. 30. L’interazione “elementare” tra elettrone e protone.

32
Fig. 31. L’ampiezza “a scala a pioli” per l’urto elettrone-protone.
Per l’ampiezza a scala, possiamo scrivere un’equazione semplice che la caratterizza
in modo completo e univoco. Questa equazione è quella scritta in Fig. 32.

Fig. 32. L’equazione per l’ampiezza a scala.


Infatti, la soluzione di quest’equazione è proprio data dalla Fig. 31.
Per descrivere lo stato legato, a noi interessa solo quella parte dell’ampiezza a scala
che corrisponde a un numero infinito di pioli, per cui dobbiamo omettere dalla Fig.
32 il “termine inomogeneo” (e cioè il grafico in Fig. 30) che dà luogo ai termini,
nell’espansione in Fig. 31, con un numero finito di pioli. Per l’ampiezza contenente le
singolarità di stato legato, abbiamo dunque l’equazione in Fig. 33.

Fig. 33. L’equazione per l’ampiezza a scala con un numero infinito di pioli.
In quest’ampiezza, dobbiamo cercare quei contributi “fattorizzabili” come in Fig.
29c. Questi termini sono costituiti dal prodotto di una “funzione d’onda” relativa alla
formazione dello stato legato, per un propagatore di stato legato, per una funzione
d’onda per la dissociazione dello stato legato nei suoi costituenti. Per la funzione
d’onda dello stato legato, abbiamo l’equazione in Fig. 34, che segue dall’equaz. In
Fig. 33.

33
Fig. 34. L’equazione per la funzione d’onda dello stato legato.
Ora che abbiamo l’equazione tanto desiderata, non ci rimane che risolverla.
Purtroppo, questo non è un compito facile, dal momento che l’equazione è, in realtà,
un’equazione integrale con un nucleo singolare. Se ne conoscono però soluzioni
approssimate, dalle quali è possibile ricavare la beneamata formula di Balmer, con
tanto di correzioni relativistiche.
Alcuni temerari si sono anzi spinti più avanti, e hanno cercato di calcolare altre
correzioni, dovute a grafici più complessi. Tuttavia, i successi riportati per questa via
lasciano freddi gli scettici, e con molti buoni motivi. Infatti, l’approssimazione “ a
scala” viola una delle proprietà fondamentali di tutta l’elettrodinamica, e cioè
l’invarianza di gauge. Quest’invarianza è ben nota fin dall’elettromagnetismo
classico: essa nasce dal fatto che il potenziale vettore e scalare del campo e.m. non è
direttamente osservabile, mentre quella che è osservabile è un’opportuna
combinazione delle sue derivate (il “rotore” del potenziale vettore). Quindi, il campo
e.m. può essere assoggettato a trasformazioni, che, se scelte opportunamente, non
cambiano le grandezze osservabili; queste trasformazioni sono dette “di gauge” e
l’invarianza di gauge esprime, appunto, il fatto che le predizioni della teoria debbono
restare immutate qualora si cambi la scelta del gauge per il campo e.m..
Occorre quindi, almeno in parte, cambiare strada. Un’altra alternativa abbordabile è
quella di trattare con un’ampiezza più complicata che non quella a scala, e cioè con
quell’ampiezza che rappresenta la più economica generalizzazione della scala e che
sia gauge-invariante. Questìampiezza “a scala generalizzata” contiene non solo i
grafici in Fig. 31, ma anche tutti quelli ottenuti da questi facendo “incrociare” tra loro
in tutti i modi possibili i fotoni virtuali (esempi di grafici di questo genere
“incrociato” sono già stati considerati in Fig. 21), come in Fig. 35.
Purtroppo, per quest’ampiezza a scale generalizzata non è possibile scrivere
un’equazione semplice (si fa per dire) come quella in Fig. 32, per cui bisogna
ricorrere ad altri metodi per calcolarla, sia pure mediante un’approssimazione più o
meno grossolana. Una via che è stata tentata con fortuna è quella detta della
“approssimazione iconale” quantorelativistica, diretta discendente di quell’ottica
34
corpuscolare che era cara a Newton. In questo modo, si è riusciti a riottenere la solita
formula di Balmer, con correzioni relativistiche, e vi è qualche speranza di poter
procedere al calcolo di strutture fini senza dover usare violenza all’invarianza di
gauge.

Fig. 35. L’ampiezza “a scala generalizzata”.


Riassumendo: al livello intuitivo, abbiamo più o meno capito quale sia il meccanismo
che tiene legati l’elettrone e il protone a formare l’atomo d’idrogeno. Questo
meccanismo contempla lo scambio di infiniti fotoni virtuali tra le due particelle (cf. la
nota a piè di pag. 2: “l’elettrone irradia moltissimo, ma i fotoni (virtuali) se li becca
tutti il protone”). Sappiamo anche come, mediante successive approssimazioni
nonrelativistiche, questa descrizione sia riconducibile a quella di Schrödinger.
Tuttavia, a un livello più prossimo a quello dei principi generali della teoria, siamo
ancora lontani da una buona descrizione dell’atomo, e cioè una descrizione basata su
metodi di approssimazione che non violino i principi generali (di invarianza,
relativistica e di gauge, e di causalità e località) su cui si basa la teoria e, al tempo
stesso, sia in accordo con i dati sperimentali più accurati. Finora quest’accordo è stato
ottenuto solo a prezzo di manipolazioni che, per un motivo o per l’altro, sono
teoricamente inaccettabili dal punto di vista dei principi generali e, dal punto di vista
fenomenologico, sono giustificabili solo “col senno di poi”.
Per il problema degli stati legati, siamo così giunti più o meno alla fine della zona
teoricamente esplorata; non resta che sperare che i teorici si sforzino di superare
questi confini ristretti che, purtroppo, non possono lasciarci soddisfatti18.
Passiamo ora al secondo “problema fondamentale”, ovvero quello del-

18
È un po’ spiacevole chiudere l’argomento su una nota che suona così malinconica; purtroppo, ci sarebbe anche da
aggiungere che il problema degli stati legati è uno di quegli “ossi duri” che poco attraggono il fisico teorico alla ricerca
del successo facile. D’altra parte, il problema si ripropone, e con difficoltà assai maggiori, anche per le interazioni forti.
Il non averlo risolto in modo soddisfacente neppure nel caso “semplice” dell’elettrodinamica lascia poche speranze,
per il momento, di arrivare in modo convincente a una teoria fondamentale della materia nucleare e delle particelle
“adroniche”, quali il protone e il neutrone.
35
LA STRUTTURA DELL’ELETTRONE
Il problema della struttura dell’elettrone aveva turbato i sonni già degli
elettrodinamici classici, e in particolare quelli di Lorentz e di Weyl. Il problema, al
livello classico, ha due risvolti: da un lato, ci si chiede come stia insieme l’elettrone,
immaginato come una sferetta rigida su cui è distribuita uniformemente la carica
elettrica; dall’altro, ci si chiede come si possa tener conto della reazione dell’elettrone
al campo elettromagnetico che esso stesso, essendo carico, genera.
Per la prima domanda, è chiaro che si ha a che fare con un problema di molto
difficile: infatti, una sferetta carica classica non sta insieme per via delle repulsioni
elettrostatiche tra le parti cariche. Per impedire all’elettrone di esplodere, si rende
quindi necessario di introdurre forze nuove; partendo dalla richiesta che queste forze
equilibrassero esattamente la repulsione elettrostatica, Lorentz e poi Weyl cercarono
di determinare le equazioni caratteristiche di queste forze, e da queste richieste
ottennero un modello classico dell’elettrone. Il modello che ne risultò era una roba
complicatissima, di cui non è stata ancora dimostrata la stabilità in presenza di un
campo elettromagnetico. A tutt’oggi, il problema di trovare un modello classico e
dinamicamente stabile dell’elettrone è completamente aperto.
Dall’altro lato, il problema dell’elettrone classico non si presenta meno difficile:
supponiamo, per semplicità, di partire con una carica puntiforme, che non esplode per
nostro fiat, nel vuoto. Orbene, appena “accendiamo” la carica essa genera un campo
elettrostatico, per cui essa non si trova più nel vuoto, ma nel campo da se stessa
generato. Se poi siamo partiti non più dal vuoto, ma da un campo e.m. variabile,
abbiamo un problema dinamico complicatissimo: infatti, la carica si metterà in moto
variabile, e genererà quindi un campo variabile, per cui essa non si troverà non più
nel campo dato inizialmente, ma in un campo variabile che è la somma di quello
iniziale e di quello indotto dalla carica in moto; questo porterà a una nuova velocità
variabile per la carica, col che si genererà un nuovo campo e.m. da aggiungere agli
altri due, e questo porterà a una nuova legge del moto per la carica, e così via, ad
infinitum. Ad infinitum in che senso? Nelle equazioni di Maxwell, la risposta della
carica al campo e. m. è immediata, non vi sono tempi di rilassamento, per cui tutto il
processo di azione-reazione-azione-… avviene istantaneamente, e non sappiamo
neppure da che parte cominciare a descriverlo, perché appena diciamo “carica” si
scatena tutto il putiferio suddetto e non ci si capisce più un accidenti.
Comunque vadano le cose, un fatto risultò subito chiaro agli elettrodinamici classici,
e cioè che l’elettrone fisico classico non si sarebbe manifestato semplicemente come
un pallino carico, ma almeno come un pallino “rivestito” dalla sua reazione al campo
da se stesso generato. In particolare, la massa fisica dell’elettrone non sarebbe stata
36
semplicemente uguale a quella del pallino “nudo”, ma a questa massa sommata alla
massa dovuta alla “autointerazione” col campo generato dal pallino; in linguaggio
moderno, questo cambiamento della massa si chiama “rinormalizzazione” della
massa. Il problema classico della rinormalizzazione è stato affrontato (da Lorentz e
poi da altri), ma non risolto in modo soddisfacente; in particolare, per un elettrone
puntiforme classico si ottiene una rinormalizzazione infinita della massa; questo
portò gli elettrodinamici classici a pensare che il problema della rinormalizzazione
non potesse essere risolto senza prima cercare di formulare una teoria in cui
l’elettrone avesse un’estensione finita, cosicché i due aspetti della teoria classica
dell’elettrone venivano ad essere collegati tra loro in modo inestricabile.
Vediamo ora come si presenta il problema dell’elettrone in elettrodinamica
quantistica. Anche qui, abbiamo aspetti analoghi al primo problema classico (com’è
distribuita la carica nell’elettrone?) e al secondo (qual è l’effetto delle
autointerazioni?). Per arrivare a parlare della comprensione attuale di questi
problemi, è necessario premettere una breve discussione della “rinormalizzazione”
nell’ambito della teoria perturbativa di Feynman, e questo richiede un altro po’ di
ginnastica, questa volta con grafici semplici che descrivono meccanismi di
autointerazione.
Sappiamo già che i fotoni virtuali ne fanno di tutti i colori, e anzi, che la luce virtuale
è di colori inimmaginabili, dal momento che essa ha frequenze e impulsi che non
soddisfano alla condizione di mass shell per fotoni reali. Non ci meraviglia quindi
l’idea che la luce virtuale non si propaghi necessariamente con la velocità della luce
(reale), né che essa possa avere una “massa” che può perfino essere immaginaria (per
inciso, questo accade per il fotone virtuale scambiato nell’urto elastico tra elettroni).
Tuttavia, ora la luce virtuale ci farà vedere un trucco che, forse, non ci saremmo
aspettati neppure da lei. Il trucco è quello di partire da un elettrone, allontanarsene e
poi ricaderci su, com’è illustrato dal grafico di Feynman in Fig. 36.

Fig. 36. Grafico di autointerazione per l’elettrone.

37
Se il fotone fosse reale, esso, una volta lasciato l’elettrone, se ne allontanerebbe alla
velocità della luce, e l’elettrone non avrebbe più modo di riacchiapparlo. Invece,
nulla impedisce che il processo virtuale in Fig. 36 avvenga, e il grafico corrisponde,
al solito, a un’espressione calcolabile. Di per sé, il processo in Fig. 36 non
corrisponde a un effetto osservabile, in quanto nulla cambia dallo stato iniziale a
quello finale (del resto, cosa può accadere a un elettrone reale che se ne sta da solo?).
Tuttavia, questo processo virtuale è interessante in quanto esso può comparire come
parte di un grafico più complesso, ad es. come in Fig. 37, e in tal caso esso avrebbe
effetti osservabili anche per il processo reale (e cioè con linee esterne reali) descritto
dal grafico.

Fig. 37. Grafico per l’effetto Compton, con un processo di autointerazione per
l’elettrone virtuale intermedio.
Si noti, per inciso, che il grafico di Fig. 36 è collegato in modo semplice al grafico
elementare per l’effetto Compton virtuale; infatti, il grafico in Fig. 36 si ottiene
“cucendo assieme” i due fotoni virtuali dell’effetto Compton. Il procedimento
inverso, in cui si spezza il fotone virtuale in Fig. 36 per ottenere il grafico elementare
dell’effetto Compton, è illustrato in Fig. 38.

Fig. 38. La connessione tra l’autointerazione in Fig. 36 e l’effetto Compton.


Ora che abbiamo scoperto una “correzione” al propagatore di elettrone, è facile
inventarne infinite altre. Ad es., basta iterare la correzione in Fig. 36, come in Fig. 39.
Se teniamo conto di tutte queste iterazioni, il propagatore corretto sarà dato, in questa
approssimazione, dalla serie in Fig. 40. Questa è una serie geometrica, la cui somma
è stata calcolata in Fig. 41.

38
Fig. 39. Correzioni al propagatore ottenute dall’iterazione della correzione in Fig. 36.

Fig. 40. Serie di correzioni al propagatore.

Fig. 41 Somma delle serie nella figura precedente.


L’espressione che compare in Fig. 41 si chiama la “self-energia”
dell’elettrone nell’approssimazione considerata, ed è definita in modo ovvio, come
mostrato in Fig. 42.

Fig. 42. La self-energia dell’elettrone, all’ordine α.


A questo punto, vale la pena di dare un’occhiata all’espressione analitica
corrispondente all’ultima espressione di Fig. 41: Indichiamo momentaneamente con
m0 la massa che compare nel propagatore elementare dell’elettrone, cosicché abbiamo

39
Se, come avviene in realtà, Σ(E, p) non si annulla per E2-p2=m02, ora il propagatore
corretto della Fig. 40 non avrà più la singolarità per E 2-p2=m02,singolarità che è
invece presente nel propagatore non corretto. Ma, come sappiamo, la singolarità del
propagatore corrisponde alla massa della particella associata al campo. Quindi, per
effetto delle correzioni in Fig. 40 la massa dell’elettrone viene cambiata da m 0 a un
nuovo valore, che indichiamo con m1 e che è determinato dal punto in cui si annulla il
denominatore nell’ultima espressione nella formula (1).
Questa “rinormalizzazione” della massa è dunque un effetto delle autointerazioni
dell’elettrone, e cioè del fatto che l’elettrone interagisce con se stesso mediante il
campo e.m. che esso stesso genera. Dobbiamo ora chiederci se , nell’approssimazione
descritta dalla Fig. 40, la massa fisica m (quella uguale a 0,51 MeV/c 2, tanto per
intenderci) vada identificata con m0, che è la massa “nuda”, oppure con m1, che è la
massa “vestita” dall’autointerazione considerata in Fig. 40. Chiaramente, la massa
fisica dell’elettrone va identificata con la massa vestita m 1, non con la massa nuda m0,
in quanto noi l’elettrone lo vediamo sempre rivestito dalle sue autointerazioni, e la
massa nuda non è direttamente misurabile.
La discussione della rinormalizzazione della massa si generalizza, senza difficoltà di
principio, dall’ordine α considerato testé a un qualunque ordine finito α n. ad es.,
all’ordine α2 abbiamo le correzioni al propagatore descritte in Fig. 43; iterando queste
correzioni, come avevamo fatto in Fig. 40, assieme a quelle già considerate in Fig.
40, si ottiene ancora per il propagatore una serie geometrica, che si può sommare
come in Fig. 41, solo che ora la self-energia è data dalla Fig. 44 anziché
dall’espressione in Fig. 42. Di nuovo, avremo una correzione alla massa
dell’elettrone, che ora sarà data da m1 + (qualcosa di ordine α2)= m2, ed ora,
nell’approssimazione definita dall’iterazione dei grafici in Fig. 36 e 43, la massa
fisica dell’elettrone va identificata con m2.
A questo punto, il lettore sarà forse un po’ confuso, in quanto sembra che noi si
cambi la massa dell’elettrone ad ogni piè sospinto, mentre sappiamo che la massa
della particella è una costante caratteristica della particella stessa. Ma in realtà, noi
non stiamo cambiando affatto la massa fisica dell’elettrone, ma solo la massa “nuda”.
La situazione è come segue: la teoria è definita, nell’approccio di Feynman, dallo
sviluppo perturbativo in serie di potenze di α; cioè, siamo liberi di fissare
arbitrariamente l’ordine in cui desideriamo lavorare, e questo specificherà il grado di
accuratezza in cui stiamo lavorando. Una volta fissato l’ordine in cui lavoriamo,

40
possiamo paragonare la teoria così definita coi dati sperimentali. In particolare,
possiamo paragonare i parametri che definiscono la teoria all’ordine dato con i
parametri che definiscono con i parametri che caratterizzano l’elettrone fisico.
Orbene, la teoria all’ordine dato contiene un parametro m0, che chiamiamo la massa
”nuda”, che interviene nelle espressioni per i grafici di Feynman come un parametro
libero; quello che dobbiamo fare è di calcolarci, in funzione di m 0, la singolarità del
propagatore di elettrone all’ordine assegnato, e che sarà determinata da m 0 sommata
alle correzioni a m0 dovute ai contributi di self-energia fino all’ordine dato. Questa
massa rinormalizzata va identificata con la massa fisica dell’elettrone, mentre la
massa nuda non corrisponde a una quantità direttamente misurabile.

Fig. 43. Due correzioni di ordine al propagatore di elettrone.

Fig. 44. La self-energia all’ordine , nell’approssimazione definita dall’iterazione


delle correzioni in Fig. 36 e 43.
Si potrebbe obiettare che non è bello formulare la teoria in modo che in essa
compaiano parametri non misurabili; in effetti, però, è possibile riformulare il tutto in
modo che la massa nuda non compare mai, per cui tutto è descritto esclusivamente in
termini della massa rinormalizzata. Tuttavia, è più comodo e più semplice adoperare
il linguaggio antiquato a base di “massa nuda” e “massa vestita”, in quanto esso è il
più aderente allo sviluppo storico della teoria e dà un’idea dell’origine fisica della
rinormalizzazione della massa per effetto delle self-interazioni.
Dal momento che la massa dell’elettrone interviene nella teoria come un parametro
libero, che viene determinato dall’esterno come una condizione iniziale dettata dal
dato sperimentale, la teoria perturbativa non ci permette in alcun modo di predire
teoricamente quale debba essere la massa fisica dell’elettrone. Tuttavia, la teoria dà
una relazione tra la massa fisica e la massa nuda, e cioè quella massa che l’elettrone
avrebbe se fosse spogliato delle sue autointerazioni. Un fatto piuttosto interessante è
che, in teoria delle perturbazioni, la massa nuda è infinitamente piccola. Questo fatto

41
viene spesso descritto dicendo che vi è una rinormalizzazione infinita della massa. A
certuni, questa rinormalizzazione infinita ha dato molto fastidio, mentre non vi è
motivo di spaventarsi (non siamo più nel caso classico, dove pure la
rinormalizzazione della massa è infinita per un elettrone puntiforme, e dove sembra
opportuno cercare una teoria finita con un elettrone esteso; qui la teoria è definita dal
suo sviluppo perturbativo, e alla prova dei fatti va benissimo).
Piuttosto, vale la pena di osservare che la presenza, in teoria delle perturbazioni, di
una rinormalizzazione infinita della massa – e cioè l’annullarsi della massa nuda –
suggerisce che, forse, l’elettrone avrebbe davvero una massa nulla se non potesse
interagire con se stesso. In altre parole, la massa fisica dell’elettrone sarebbe di natura
completamente dinamica, e al “pallino nudo” non andrebbe attribuita una massa
meccanica diversa da zero. Già gli elettrodinamici classici sognavano di una teoria in
cui la massa dell’elettrone fosse di origine puramente dinamica, e il “raggio classico”
dell’elettrone è ottenuto proprio dall’ipotesi che la massa dell’elettrone sia uguale
all’energia potenziale elettrostatica del pallino carico.
Tuttavia, per rispondere alla domanda di quale possa essere l’origine della massa
dell’elettrone non basta accontentarsi delle indicazioni date dall’approccio
perturbativo; una risposta esauriente la si potrà forse ottenere solo da una teoria più
raffinata, sulla quale, per ora, possiamo solo “sognare”.
Abbiamo appena esaminato uno degli effetti delle autointerazioni; ora, ci chiediamo
quali siano le conseguenze di questa autointerazioni sulla distribuzione della carica
“dentro” l’elettrone. Quello della distribuzione di carica nell’elettrone è un problema
che ha due aspetti, il primo dei quali è collegato alla possibilità di autointerazioni
virtuali dell’elettrone e ha un semplice analogo nonrelativistico, mentre il secondo
aspetto è connesso alla “polarizzazione del vuoto” ed è quindi collegato al fenomeno,
tipicamente quantorelativistico, della creazione di coppie e+e-.
Per misurare la distribuzione di carica nell’elettrone, facciamo un esperimento ideale
in cui facciamo urtare l’elettrone contro un campo elettromagnetico esterno; ormai, i
processi virtuali non ci fanno più paura, per cui discuteremo simultaneamente il caso
in cui l’elettrone e il campo esterno sono reali e quello in cui essi sono virtuali. In
entrambi i casi, la distribuzione della carica è determinata dal modo in cui l’elettrone
risponde alle provocazioni del campo e.m., e cioè dalle proprietà del “vertice” o
“fattore di forma” descritto in Fig. 45.

42
Fig. 45. Il vertice d’interazione elettromagnetica.
Per misurare la distribuzione della carica in volumetti sempre più piccoli, basta che
noi consideriamo il vertice per impulsi trasferiti sempre più grandi dall’elettrone
iniziale a quello finale. Tutto questo può venire formulato in modo matematicamente
e fisicamente convincente, ma a noi non occorre nulla di più di una discussione
qualitativa e intuitiva, per cui ci accontenteremo di “guardare dentro” alla “bolla”
tratteggiata in Fig. 45. Questa bolla rappresenta la somma di tutti i processi (virtuali)
d’interazione che coinvolgono le particelle entranti e uscenti dal vertice. Nello
sviluppo perturbativo, e nell’approssimazione in cui si omettono le “polarizzazioni di
vuoto” (di cui ci occuperemo in seguito) il vertice ha la rappresentazione data in Fig.
46.

Fig. 46. Il vertice nello sviluppo perturbativo, in assenza di polarizzazioni di vuoto.


Questa serie di effetti virtuali “riveste” la distribuzione della carica dell’elettrone:
all’ordine più basso, si ha la distribuzione “puntiforme” che è data dal vertice
elementare e che, come sappiamo, corrisponde a una costante nello spazio degli
impulsi. Il grafico successivo descrive la correzione dovuta a un’interazione virtuale
tra l’elettrone entrante e quello uscente, e così via per le correzioni di ordine più
elevato. Gli effetti fino all’ordine α3 corrispondono a modifiche sperimentalmente
misurabili della distribuzione della carica dentro l’elettrone, e le predizioni della
teoria si rivelano ancora una volta in perfetto accordo con i dati sperimentali più
accurati.
I grafici di ordine più elevato non corrispondono a effetti misurabili oggidì, ma per
cercare di capire quale possa essere la distribuzione “locale” della carica
nell’elettrone vale la pena di studiare il problema teorico di quale sia il
comportamento asintotico, per grandi impulsi trasferiti, della serie completa descritta
in Fig. 46. Questo comportamento asintotico è stato studiato con svariate tecniche;
43
purtroppo, nessuna di esse è sufficientemente rigorosa da permettere di credere
ciecamente nei risultati ottenuti; tuttavia, si sono raggiunte delle indicazioni
fisicamente interessanti, che vale la pena di discutere brevemente.
Una prima indicazione è stata ottenuta studiando il comportamento asintotico di
ciascun grafico e poi sommando a tutti gli ordini in α i comportamenti trovati ordine
per ordine. Con questa tecnica, si è trovato che il vertice in Fig. 46 decresce molto
rapidamente al crescere dell’impulso trasferito. Per elettroni esterni reali, questa
decrescita rapida ha una semplice interpretazione fisica: infatti l’elettrone subisce, nel
passare dallo stato iniziale allo stato finale, una forte accelerazione; ma l’elettrone
accelerato ha una forte tendenza a irradiare, come già al livello classico ci insegna la
vecchia legge di Lorentz. D’altra parte, nel processo in Fig. 46 noi stiamo
costringendo l’elettrone a non irradiare, in quanto lo stato finale contiene solo un
elettrone e nessun fotone. Data la grande probabilità con cui l’elettrone, nel passare
dall’impulso iniziale a quello finale, irradia, la probabilità che esso esegua il
passaggio senza irradiare sarà molto piccola; e siccome la prima cresce rapidamente
al crescere dell’impulso trasferito, la seconda è costretta a decrescere in modo
altrettanto rapido. In tutto questo ragionamento, ci stiamo riferendo a proprietà
osservate dell’elettrone, per cui sia l’elettrone che i fotoni irradiati sono reali, e il
ragionamento non vale necessariamente per elettroni virtuali.
Questi risultati per l’elettrone reale sono stati confermati anche per altra via, mediante
la teoria “iconale” delle perturbazioni, che è stata sviluppata proprio qui a Parma.
Inoltre, questo secondo approccio ha permesso di trarre altre indicazioni, questa volta
per elettroni virtuali. (In questo caso, è stato dimostrato che l’approccio precedente,
basato sulla somma dei comportamenti perturbativi, porta a risultati fasulli, in quanto
essi implicano una nonconservazione della carica elettrica; data la mancanza di rigore
matematico del metodo, queste inconsistenze con proprietà esatte della teoria non
vanno prese con troppo rancore: esse indicano semplicemente che l’approssimazione
fatta è troppo rozza per essere presa sul serio. Nell’approccio iconale, queste
difficoltà non sono presenti).
Nel caso di elettroni esterni virtuali, contrariamente a quanto avviene per elettroni
reali, la teoria iconale porta al sorprendente risultato che il vertice in Fig. 46 decresce
molto lentamente al crescere dell’impulso trasferito; una decrescita lenta è suggerita
anche da ragionamenti basati su proprietà esatte della teoria, che seguono
dall’invarianza di gauge.
Vediamo ora quale sia il significato fisico di questi risultati. Come abbiamo detto in
precedenza, un vertice costante corrisponde a una struttura puntiforme, ovvero a un
“cuore duro” per la distribuzione della carica. Quanto più rapidamente il vertice
decresce, tanto meno puntiforme e “duro” è l’elettrone, e tanto più “sparpagliata” è la
44
distribuzione di carica nel suo interno. Per l’elettrone reale, abbiamo visto che, per
quanto l’elettrone nudo è puntiforme, per via delle interazioni virtuali l’elettrone
rivestito è tutt’altro che puntiforme, e anzi appare come una roba molliccia con una
distribuzione sparpagliata della carica. Per l’elettrone virtuale, abbiamo di nuovo una
distribuzione puntiforme per l’elettrone nudo; l’effetto delle interazioni virtuali è però
meno drastico che nel caso della particella reale, e l’elettrone virtuale vestito
mantiene, almeno in parte, il suo “cuore duro”, ovvero si ha per l’elettrone virtuale
una maggiore localizzazione della carica che non per l’elettrone reale.
Paradossalmente, sembra che, per effetto delle autointerazioni virtuali, siamo giunti a
capovolgere la nostra visualizzazione delle proprietà di localizzazione della carica
nell’elettrone reale e virtuale: nella descrizione data all’inizio, si diceva che
l’elettrone virtuale nell’atomo era in qualche senso molto meno localizzato che non
l’elettrone libero e reale; ora sembra che stiamo dicendo il contrario. Occorre però
tenere presente che ora stiamo studiando elettroni non legati (virtuali e reali) e che
stiamo studiando, in questi oggetti, la distribuzione di carica su estensioni spaziali
estremamente più piccole di quelle considerate nel descrivere l’atomo. Infatti, stiamo
esplorando, per così dire, cosa avviene presso il centro di quella sferetta di raggio
circa uguale a 10-13 cm che, sia da Bohr che da Feynman, veniva inizialmente
descritta come un puntino materiale.
Gli effetti discussi sono più che altro di interesse teorico, in quanto essi nascono da
contributi di ordine elevatissimo in α, e non si fanno sentire che a impulsi trasferiti
enormi, talmente grandi che, se anche fossero raggiungibili in laboratorio, non
avremmo motivo di credere alle predizioni dell’elettrodinamica pura, in cui vengono
trascurati effetti virtuali dovuti alle interazioni forti (ad es., effetti dovuti alla
creazione di coppie virtuali protone-antiprotone). Tuttavia, questi risultati possono
essere interessanti in una descrizione campistica delle interazioni forti; infatti, se
queste interazioni hanno una struttura simile a quella dell’interazione
elettromagnetica, per loro la costante di accoppiamento sarebbe sufficientemente
grande da farci aspettare che effetti del tipo descritto siano importanti già alle energia
attualmente disponibili nei moderni acceleratori.
Abbiamo così scoperto un’altra possibile differenza tra particella reali e particelle
virtuali, e questa volta si tratta di una differenza che sarebbe stato quasi impossibile
scoprire col solo ausilio dello sviluppo perturbativo di Feynman. Prima di prendere
sul serio le indicazioni ottenute, data l’arbitrarietà inerente alla descrizione di
particelle virtuali bisogna chiedersi se la maggiore “durezza”, dell’elettrone virtuale
rispetto all’elettrone reale, valga indipendentemente dalla descrizione adottata per
l’elettrone virtuale. Le indicazioni esistenti sono proprio in senso affermativo, e cioè
sembra che qualunque sia il modo scelto per descrivere le proprietà dell’elettrone
fuori dal mass shell, basta che questa descrizione sia consistente con le proprietà
45
generali dell’interazione elettromagnetica per garantire che l’elettrone virtuale debba
essere assai più duro dell’elettrone reale.
Benché si abbia a che fare con regioni, nello spazio degli impulsi, molto diverse da
quelle importanti per l’atomo, vale la pena di osservare quanto segue: la “durezza”
dell’elettrone virtuale corrisponde a una sua probabilità di irradiare fotoni reali assai
minore che per l’elettrone reale (in seguito a un’uguale accelerazione nei due casi);
questa proprietà ci ricorda da vicino quella, che aveva tanto sorpreso i padri fondatori
della meccanica quantistica, che l’elettrone (virtuale) nell’atomo non irraggia fotoni
(reali) benché sia soggetto all’accelerazione centripeta.
Nell’ultima parte di questo viaggio, faremo una visitina al vuoto, per cercare di capire
come elettroni e fotoni reagiscano ad esso e quali possano essere le conseguenze della
polarizzabilità del vuoto per quanto riguarda la distribuzione di carica dell’elettrone.
Sappiamo già che i fotoni possono polarizzare il vuoto mediante la creazione di coppi
virtuali e+e-. Un esempio di come questo possa avvenire era già stato dato in Fig. 25;
un esempio ancora più semplice è dato dal grafico in Fig. 47, in cui un fotone virtuale
si annichila in una coppia, la quale poi si ricombina nel fotone di partenza.

Fig. 47. Polarizzazione di vuoto di “self-energia” del fotone.


Come nel caso del propagatore dell’elettrone, anche qui abbiamo a che fare, nel
grafico in Fig. 47, con una correzione al propagatore, sol oche questa volta si tratta
del propagatore del fotone. Come nel caso dell’elettrone, anche ora la correzione
“elementare” della Fig. 47 può venire iterata un numero infinito di volte, col che si
ottiene una serie geometrica per il propagatore “corretto” del fotone. La
rinormalizzazione della massa del fotone avviene come nel caso della
rinormalizzazione della massa dell’elettrone, e anzi è ora più semplice perché sia la
massa nuda che quella vestita sono, per il fotone, nulle. La discussione si generalizza
senza difficoltà di principio a casi più complicati, in cui si possono iterare anche
grafici più complicati, come ad es. quelli illustrati in Fig. 48.

46
Fig. 48: Alcuni esempi di grafici di polarizzazione di vuoto di ordine elevato.
Un effetto importante, dovuto alla possibilità di polarizzare il vuoto, è quello della
rinormalizzazione della carica dell’elettrone. Per misurare la carica totale
dell’elettrone, ci basta fare un esperimento di elettrostatica, e cioè fare urtare
l’elettrone contro un campo elettromagnetico costante, a bassissima velocità iniziale
dell’elettrone rispetto al campo e con un impulso trasferito, dall’elettrone iniziale a
quello finale, così piccolo da poterlo ritenere nullo. La risposta dell’elettrone a un
trattamento del genere ci dà una misura della sua carica totale (quella che interviene
nella legge di Coulomb) e questa è ottenuta dal valore del vertice in Fig. 45 per
impulsi trasferiti nulli.
Se non vi fossero polarizzazioni di vuoto, il fotone “statico” si accoppierebbe sempre
all’elettrone con un vertice elementare, magari rivestito dalle varie interazioni virtuali
tra l’elettrone iniziale e quello finale, come illustrato in Fig. 46, e da un attento esame
della teoria si scopre che, in queste condizioni, la carica totale dell’elettrone vestito
sarebbe uguale alla carica totale dell’elettrone nudo (localmente, però, la
distribuzione della carica per l’elettrone vestito è diversa da quella per l’elettrone
nudo, come abbiamo già discusso). Data la polarizzabilità del vuoto, abbiamo però
anche altre correzioni al vertice elementare, quali ad es. quelle ottenute in Fig. 49
dall’iterazione della correzione al propagatore fotonico in Fig. 47.

Fig. 49. Correzioni al vertice elementare dovute all’iterazione della polarizzazione di


vuoto in Fig. 47.
Queste correzioni al vertice cambiano il valore della carica rispetto a quella “nuda”
che si riferisce al vertice elementare (e che coincide, come accennato, con quella
associata al vertice in Fig. 46) e che, per non creare confusione, ora indichiamo con
e0. La serie di polarizzazioni di vuoto in Fig. 49 modifica nello stesso modo la carica
totale associata al vertice in Fig. 46, e cambia la carica dal suo valore “nudo” e 0 a un
nuovo valore e1. Nell’approssimazione in cui la sola polarizzazione di vuoto ammessa
47
è del tipo considerato in Fig. 47, dobbiamo identificare la carica osservata per
l’elettrone, e, non con e0, ma con la carica rinormalizzata e 1 (dobbiamo cioè porre
e1=e, dove e è, tanto per intenderci, quella carica tale che e2/4π = 1/137).
Questo procedimento di rinormalizzazione della carica elettrica per effetto delle
polarizzazioni di vuoto è generalizzabile, senza difficoltà di principio, a ordini
arbitrariamente elevati in α, mediante successivi riaggiustamenti della carica nuda e 0.
Come per la rinormalizzazione della massa, è anche possibile riformulare la teoria in
modo che la carica nuda scompaia da tutte le espressioni finali, per cui tutto viene
espresso in termini della carica vestita. Tuttavia, è di nuovo comodo fare uso del
linguaggio, rozzo ma efficace, che descrive la vestizione della carica.
Anzi, in questo caso cercheremo di spingere la nostra intuizione il più lontano
possibile, allo scopo di cercare di capire come possa avvenire che la carica venga
rinormalizzata. Quindi, ci immagineremo il vuoto come un dielettrico volgarissimo,
pieno di coppie staticamente distribuite; dal punto di vista grafico, stiamo
semplicemente omettendo di scrivere i propagatori di fotoni virtuali, che sono i
responsabili dell’effetto di polarizzazione, e stiamo concentrando l’attenzione
sull’effetto risultante, in termini della distribuzione della carica. Il vuoto ci apparirà
quindi, grosso modo, come in Fig. 50.

Fig. 50. Raffigurazione del vuoto come dielettrico.


Pensiamo ora di introdurre nel vuoto un elettrone nudo; esso polarizzerà il mezzo e,
per via dell’attrazione (repulsione) elettrostatica tra cariche opposte (risp. uguali), il
vuoto apparirà come in Fig. 51a; dopo un po’, le cariche negative verranno spinte
gradualmente sempre più lontano, come in Fig. 51b, fino a scomparire del tutto a una
distanza infinita, per cui alle fine l’elettrone ci apparirà come in Fig. 51c, circondato
da una “nuvola” di cariche virtuali positive.

48
Fig. 51. Effetto di polarizzazione di vuoto dovuto alla presenza dell’elettrone nudo: a-
il vuoto comincia a polarizzarsi; b- le cariche negative vengono spinte verso
l’esterno; c- l’elettrone “vestito” dalla sua nuvoletta virtuale.
Da una distanza sufficientemente grande per cui si possa applicare la legge di
Coulomb, la Fig. 51c ci apparirà come un puntino carico, con una carica totale uguale
alla carica nuda più la carica della nuvola che la circonda. Questa carica totale è, in
valore assoluto, minore della carica nuda, e coincide con la carica totale osservata per
l’elettrone, per cui si ha │e│< │e 0│. La rinormalizzazione della carica corrisponde
quindi all’effetto di “schermatura” che la nuvola virtuale ha sulla carica nuda;
siccome e non è nulla, la schermatura avviene in modo completo, ma solo parziale.
La situazione descritta trova una semplice analogia in quella che si realizza qualora si
immetta in un solido una impurezza carica negativamente: anche in questo caso, il
solido si polarizza come in Fig. 51, con le cariche negative che vengono spinte verso
la superficie del solido. In questo caso, di solito la schermatura è completa, per cui,
all’interno del solido, la presenza dell’impurezza non comporta una carica in più, ma
solo una diversa distribuzione della carica, rispetto al caso in cui l’impurezza è
assente.
In teoria delle perturbazioni, allo scopo di avere una carica “vestita” finita (come è
richiesto per avere accordo con i dati sperimentali) occorre scegliere la carica nuda in
modo che essa sia infinitamente grande in valore assoluto. Anche questa
“rinormalizzazione infinita” ha disgustato più di un valente fisico, più che altro per il
modo con cui papà Feynman e i suoi figliocci maltrattavano questi infiniti. In realtà,
l’intero processo di rinormalizzazione può venire formulato in modo rigoroso dal
punto di vista matematico, e non vi sono motivi seri per richiedere che la carica nuda,
che è solo una nostra finzione e non è direttamente osservabile, debba essere finita o
calcolabile.
Questo non vuol dire che non si debba cercare di chiarire ulteriormente il problema
della calcolabilità o osservabilità o meno della carica nuda, e magari anche quello
della calcolabilità della carica vestita. In effetti, per la carica vestita, in teoria delle
perturbazioni essa gioca il ruolo di un parametro arbitrario, che può essere fissato
solo facendo ricorso ai “dati iniziali” fornitici con buona grazia dagli sperimentali; la
carica dell’elettrone non è quindi calcolabile a partire dall’approccio perturbativo. Per
la carica nuda, il fatto che essa sia infinita in teoria delle perturbazioni può essere
soltanto un modo con cui la teoria, che in fondo è molto buona, ci dice che le stiamo
ponendo una domanda alla quale essa, poverina, non è in grado di rispondere neppure
in modo approssimativo. È quindi possibile che, in un approccio più raffinato,
l’elettrodinamica quantistica ci permetta, a dispetto di quanto avviene nello sviluppo

49
perturbativo, di calcolare o la carica nuda, o quella vestita, o addirittura entrambe le
cariche.
Il problema della calcolabilità o meno della carica nuda è interessante perché, se essa
risultasse finita, questo potrebbe corrispondere alla esistenza, in seno all’elettrone, di
una struttura del tipo discusso in Fig. 51, con un “cuore” puntiforme nel centro, che
sopravvive la rivestitura dell’elettrone a causa degli effetti di polarizzazione del
vuoto. In questo caso, avremmo un punto di partenza per cercare una teoria
quantorelativistica e nonperturbativa della struttura dell’elettrone. In una teoria
siffatta, forse non vi sarebbe posto per costanti di accoppiamento arbitrarie, col che
anche la carica fisica dell’elettrone potrebbe essere fissata a partire da principi di
autoconsistenza.
Prima di cercare di tradurre in formule questi nostri sogni, vediamo se abbiamo
un’intuizione sufficientemente elastica da poter indovinare una possibile risposta alla
domanda se la carica nuda possa essere osservata oppure no. A questo scopo,
chiediamoci come faremmo se volessimo davvero misurare la carica nuda, ammesso
che essa esista finita. Ovviamente, la prima cosa che ci viene in mente di fare è quella
di andare a caccia della carica nuda, ovvero di cercare di raggiungere, mediante un
fotone virtuale, il centro della Fig. 51c, e, se possibile, di colpire la carica nuda in
modo così violento da stanarla dal suo pozzo protettivo formato dalla nuvola virtuale,
in modo da poterla vedere da sola, nuda e cruda com’è. Quindi, per superare la
nuvola esterna ci occorre un fotone di quelli durissimi, che non si lasciano abbagliare
dalle lusinghe delle carichette esterne, ma badano al “sodo”, e cioè vanno diritti verso
il centro duro della nuvola. Purtroppo, è possibile che quanto più il fotone è duro,
tanto più esso avrà la tendenza ad essere fragile, e cioè a sfasciarsi in coppie virtuali,
e quindi a polarizzare il vuoto per proprio conto, col che si blocca da sé la strada per
raggiungere l’elettrone nudo. Per inciso, questo è proprio quanto avviene in teoria
delle perturbazioni, ed è per questo motivo che, in quest’approccio, la carica nuda
non è calcolabile.
Per una volta, quindi, la nostra intuizione non si è rivelata abbastanza potente da
indicarci una soluzione come più plausibile di un’altra. Per questo motivo, si è
cercato di affrontare il problema della carica dell’elettrone con mezzi più raffinati, e
in particolare con la tecnica nota sotto il nome di “gruppo di rinormalizzazione”. In
questo modo, si è però riusciti ad ottenere solo una di quelle risposte tipiche degli
antichi oracoli, che finivano per avere sempre ragione perché confondevano alla
perfezione il povero interpellante. La risposta è che o la carica nuda è infinita, oppure
se è finita non è calcolabile a partire dalla carica vestita, per cui in entrambi i casi le
due cariche sono tra loro indipendenti.

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A dispetto dell’apparente futilità di questa risposta oracolare, la via del gruppo di
rinormalizzazione rimane piena di promesse allettanti. Infatti, una delle possibilità
che essa suggerisce è quella di una teoria in cui le cariche, sia nuda che vestita,
benché tra loro indipendenti non possono essere scelte in modo arbitrario, ma
debbono essere autovalori fissati di un nuovo e misterioso numero quantico associato
alla polarizzazione del vuoto. In una teoria siffatta, diventerebbe possibile capire
l’origine (dinamica?) della quantizzazione della carica elettrica, e forse, ottenere
addirittura una predizione puramente teorica del valore assoluto della carica osservata
per l’elettrone. È un po’ come dire che, nel suo primo giorno lavorativo, il creatore
aveva ben poca scelta nel dare la carica all’elettrone: o decideva di dargli la carica
che poi ha finito col dargli, oppure, in caso contrario o se si fosse sbagliato (seppure
di poco!), il fatidico “fiat lux” poteva anche astenersi dal pronunciarlo, perché tanto
di luce proprio non ce ne sarebbe stata.
E con questo, siamo giunti alla fine del nostro microviaggio all’interno dell’elettrone,
particella che, come diceva Weyl, è certamente la più semplice tra tutte quelle
esistenti e che pure, come diceva Lenin, può essere, e anzi si sta rivelando, una fonte
inesauribile di conoscenza. Nell’accomiatarmi, non mi resta che sperare di
riincontrarvi in un altro microviaggio, magari all’interno dell’ancor più misterioso e
oscuro protone.
Perdonate se, come guida, ho talvolta o spesso lasciato a desiderare; purtroppo,
“… Di quello che avevo capito allora, ho dimenticato
tutto. Ciò che vi ho raccontato è quanto posso ricostruire,
aiutandomi nei passaggi lacunosi…”19

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Le citazioni, nella pagina del titolo, a pag. 9 e in questa pagina, sono prese da “Ti con zero”, di Italo Calvino (Einaudi,
1967). Per ulteriori chiarimenti, il lettore è rimandato alla lettura di questi racconti oppure, a scelta, al corso di
meccanica quantistica.
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