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LE BOE

Traduzione dal francese di Tony Damascelli


Titolo originale: Entre nous
© 2019 Éditions de l’Observatoire / Humensis 2019
© 2019 Baldini&Castoldi s.r.l. - Milano
ISBN 978-88-9388-643-7
Prima edizione Baldini&Castoldi - La nave di Teseo novembre 2019
www.baldinicastoldi.it

BaldiniCastoldi
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Michel Platini
con Jérôme Jessel
Il re a nudo

Traduzione
di Tony Damascelli
Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra
della legge e sotto la luce della giustizia.
Montesquieu, Lo spirito delle leggi
INDICE

Prologo
Dirigente per amore del gioco
Il ritorno alla vita vera
Francia ‘98: sono un volontario ma già incisivo
Campione del mondo
L’affascinante signor Blatter
Alla corte dei grandi
La campagna d’Europa
Platini presidente
La promessa di Blatter
Un pranzo quasi perfetto
Nell’occhio del ciclone
Il misterioso «signor Walter»
Quando troppo è troppo
Giustiziato in pieno comitato
Un pagamento sofferto
E questi sarebbero giudici?
Un colpo di scena al giorno
Supplementari
Prologo

«Michel, tu non hai bisogno di leggere. La tua vita è già un


romanzo». Pierre Lescure è un mio amico e a lui avevo
confessato il mio amore per la letteratura. Pierre aveva
ragione, la mia vita è un romanzo nel quale ho interpretato
tutti i ruoli: calciatore, commissario tecnico della nazionale,
organizzatore della Coppa del Mondo, Presidente della Uefa.
Un viaggio incredibile, una specie di scalata imprevedibile e
imprevista per un calciatore, come una fantastica traiettoria del
pallone, come è stata la traiettoria della mia vita. Un’esistenza
che, ogni mattina, accarezzo quando mi trovo di fronte al
panorama maestoso del Monte Bianco.
Ripensandoci, durante questo lungo viaggio, ho provato
gioie difficili da descrivere. Ho visto stadi di calcio in delirio.
Ho giocato partite da antologia. Ho conquistato trofei, ho
raggiunto vittorie insperate. Eppure ci sono state anche ferite.
Ferite fisiche, ferite morali. Quando avevo diciassette anni, i
medici del Metz mi dichiararono non idoneo a praticare il
calcio di alto livello. Dal 1972 al 1979, quando ero una
giovane promessa, sono finito otto volte sotto i ferri del
chirurgo. Al tempo, alcuni osservatori erano sicuri che a causa
di quel corpo pieno di cicatrici, non avrei mai potuto avere una
carriera importante. Altri, meno benevoli, avevano addirittura
pronosticato il mio ritiro dall’attività agonistica prima dei
venticinque anni. Qualche anno dopo, nel 2015, dopo i miei
guai con la Fifa, i miei cari nemici godevano platealmente per
la mia sconfitta sperando che fosse «finale, definitiva».
Se usassi gli specchietti retrovisori per osservare la mia vita,
potrei prendere in prestito dal giornalista e scrittore Philippe
Labro questo proverbio giapponese: cadere sette volte,
rialzarsi otto. Ho ricevuto più colpi di quelli che ho dato. Non
ne capisco i motivi ma, dopo la prima parte della mia carriera,
ho suscitato molte gelosie. È forse in conseguenza di certi miei
comportamenti che sembrano disinvolti e superficiali?
Piuttosto, e lo posso rivelare oggi, è un modo di essere e di
vivere che ho intenzionalmente scelto. Amo la vita e la vivo
come quando colpivo il pallone sui calci di punizione, a foglia
morta, con leggerezza e gioia. Alcuni, sbagliando, potrebbero
descrivermi come un numero 10 dagli occhi vivi e furbi, che
gioca camminando e fischiettando. Questa gente non sa e non
conosce tutti gli sforzi che ho dovuto sopportare durante gli
anni di allenamento. Ma non ho mai voluto annoiare il
pubblico parlando di questi sacrifici. Per me il calcio è stato
una festa, una gioia da condividere con gli altri.
Più tardi, nella mia vita di commissario tecnico e poi di
dirigente, ho continuato a seguire questa filosofia, mutuando
una frase cara alla regina Vittoria. Never explain, never
complain. Mai lamentarsi, mai spiegare: un modo per evitare
di dare giustificazioni sulle mie scelte e azioni. A partire dai
diciassette anni ho vissuto sotto lo sguardo attento dei media.
Quando ero calciatore, le mie prestazioni venivano
vivisezionate come con uno scalpello e alcune mie grandi
partite venivano lette come un affare di stato. Nei mondiali di
Spagna del 1982, un grande quotidiano sportivo arrivò a
chiedersi se la nazionale francese potesse giocare meglio
«senza Platini». Quando passai al ruolo di dirigente, ogni mia
uscita pubblica sembrava poter minacciare un terremoto, come
durante il mondiale del 2014 in Brasile, allorché, in modo
maldestro, domandai se il mese di festa della Coppa del
Mondo servisse, al governo brasiliano, per mascherare i gravi
problemi sociali del Paese.
Quando ho intrapreso la carriera politica, ho capito di dover
annacquare il vino per addomesticare i miei interlocutori e così
mi sono «divertito» con loro, ma sempre con ironia gentile. È
nel mio DNA. Mi veniva naturale già quando ero calciatore.
Però, quando si frequentano le alte sfere del potere o dei
dignitari stranieri, è opportuno cambiare registro. Si procede
camminando sulle uova, sapendo che potresti,
involontariamente, offendere chi hai di fronte.
Sta di fatto che il bambino che giocava in Rue Saint-
Exupéry a Joeuf è sempre dentro di me. Io sono, lo sono stato
e lo sarò sempre, spontaneo, diretto e integro. Non avrò mai il
talento d’oratore di un François Mitterrand o la facondia di
Bernard Tapie. Usare le parole come un dribbling non è mai
stato semplice o naturale anche se, ripensandoci in tutta
umiltà, ho fatto qualche progresso in questo campo. Così mi
accade, a volte, in modo maldestro, di scivolare su
dichiarazioni e alimentare polemiche tanto vane, quanto
inutili.
L’ultima di queste, ad esempio, risale al maggio del 2018,
quando, invitato al programma di Radio France, Stade Bleu,
condotto dal mio amico Jacques Vendroux, ho utilizzato il
termine «piccoli intrallazzi» per giustificare il fatto che la
Francia e il Brasile, nel 1998, avessero beneficiato del
sorteggio pilotato, per non affrontarsi prima della finale. È una
pratica, questa, che esiste da sempre all’interno dei comitati
organizzativi della Coppa del Mondo succedutisi negli ultimi
cinquant’anni. A conferma di ciò, nel tennis, le due teste di
serie vengono collocate nelle due parti differenti del tabellone,
affinché si affrontino soltanto in finale, dopo averla,
comunque, sportivamente meritata. Non l’avesse mai detto,
Platini! È vero, «intrallazzo» non era il termine più
appropriato, se fossi stato politicamente corretto, avrei detto
«astuzia». Ma che ci posso fare? L’«intrallazzo» è diventato un
tiro al volo che finisce in rete. In verità non avevo alcuna
intenzione di combinare un simile patatrac. Il mondo dei
media si è scatenato su questo errore, diciamo linguistico.
Questa è una delle ragioni, forse la principale, che mi ha
spinto a scrivere. Per raccontarmi. Per raccontarvi.
Semplicemente. A tu per tu. La tempesta è passata e oggi non
urlo più, da solo, nel deserto.
Nel 1987, quando si concluse la mia carriera di calciatore,
mi ero già cimentato in una autobiografia: La mia vita come
una partita di calcio. Cominciai quel libro con questa frase:
«Sono morto a trentadue anni, il 17 maggio del 1987». Quel
giorno, un malinconico pomeriggio piovoso torinese, mettevo
fine a quindici anni di carriera professionistica. In quel
momento, mentre percorrevo, piangendo, il corridoio del
sottopassaggio verso lo spogliatoio, non potevo immaginare
che avrei rivisto così in fretta la luce.
Infatti, l’anno successivo, venni nominato commissario
tecnico della nazionale di Francia con un contratto
quadriennale e in seguito sarei diventato dirigente del calcio
internazionale. È proprio di questo che devo parlarvi.
Un quarto di secolo che mi ha portato altrettanta
soddisfazione e altrettanto orgoglio di quanto abbia fatto la
mia carriera di calciatore. Vi racconterò tutto, le mie gioie, le
mie pene, i piccoli e i grandi segreti, i retroscena della
magnifica Coppa del Mondo del ’98, ma anche il mio
complicato rapporto con Sepp Blatter, senza dimenticare le
riforme che ho avviato per il «bel giuoco». Vi renderò
partecipi anche dei miei pensieri sul calcio di oggi, uno sport
che si trova al crocevia della sua storia.
Tornerò, senza odio o acrimonia, ma semplicemente con dati
di fatto, sulla macchinazione ordita contro di me per tagliarmi
fuori dalla presidenza della Fifa. Un posto di capo del calcio
mondiale che mi era stato promesso prima che la sedicente
commissione etica della Fifa mi sospendesse «da qualunque
attività legata al calcio sul piano nazionale e internazionale».
Una condanna contro di me che non avevo subito mai neanche
un’espulsione in quindici anni di carriera sui campi di calcio.
Desidero anche svelarvi il mondo subacqueo, non sempre
trasparente, di questo sport di potere e di denaro. Un mondo
dove tutti i colpi illeciti sono ammessi, come accadde quando
un sicario, in verità uno scagnozzo, ha tentato di corrompere
una persona a me vicina, per avere informazioni che mi
avrebbero nuociuto. Dopo quattro anni di squalifica, dopo
quattro anni di silenzio, dopo quattro anni di riflessioni, è
arrivato il momento di dire tutto. Di mettersi finalmente a
nudo.
Dirigente per amore del gioco

Respirare, vivere il presente, assaporarlo: mi ritrovo nello


stesso stato d’animo di quando salivo verso la tribuna d’onore
per ritirare una Coppa. Avevo una sola idea, quasi
un’ossessione, trasformarlo in un’eternità. Il 29 gennaio del
2007 è stata l’alba di tutte le promesse e i propositi della mia
seconda vita. Tre giorni prima, a Dusseldorf, ero stato eletto, a
cinquantuno anni, presidente dell’Uefa, al posto
dell’inamovibile e compianto Lennart Johansson1, l’orco
svedese, che occupava quella poltrona dal 1990.
Sulla strada che mi portava a Nyon, alla sede dell’Uefa,
sulle rive del lago Lemano, tenevo a mente ogni secondo, ogni
fotogramma. Se questo non è un segnale di felicità, ci va
dannatamente vicino. Al volante della mia automobile, ero
come un bimbo che impiega un secolo per scartare i regali di
Natale.
Ebbene sì, decisi di accelerare ma ero consapevole di non
rischiare una multa, andavo a novanta all’ora. Guardavo dal
finestrino la mia vita scorrere in allegria, rivedevo i miei primi
calci al pallone nella strada di Joeuf, rivedevo anche la 404
verde di papà carica di magliette da gioco. Le mie domeniche
in campo, la divisa del Nancy con lo sponsor Fruité. E poi Les
Verts a Saint Etienne. La notte di Siviglia. L’Europeo dell’84.
La Juventus. Guadalajara. I miei quattro anni di CT della
nazionale, il mondiale del ‘98, i primi passi in Fifa con Sepp
Blatter… Immagini a colori, a tinte forti di una vita
straordinaria.
E mi vengono in mente tutte le persone, le grandi figure, che
hanno segnato la mia storia: mio padre Aldo, capitano e
numero 10 di talento nella squadra di Nancy e poi dirigente
dello stesso club, Jacques Georges, anch’egli nativo della
Lorena, presidente dell’Uefa dall’83 al ‘90, Fernand Sastre,
con me organizzatore della Coppa del Mondo del ‘98. I grandi
imprenditori, Jean-Luc Lagardère e Gianni Agnelli. Tutti
mentori, guide, role model, come dicono gli inglesi. Se oggi
sono orfano di questi padri spirituali, voglio provare a farli
rivivere attraverso la mia carriera. Il ricordo dei loro valori
costituisce un patrimonio inestimabile. Non passa giorno in cui
non pensi a loro. Gli devo tutto quello che sono diventato. Non
è stato un caso se, in quel gennaio del 2007, mi sono ritrovato
sul tetto d’Europa. Ho voluto, senza alcun dubbio, seguire le
loro tracce in maniera incosciente.
In molti mi chiedono perché mai abbia voluto intraprendere
la carriera dirigenziale invece di restare più vicino al campo, al
gioco, come allenatore di un club o di una rappresentativa
nazionale. Devo confessare: ho ricevuto molte offerte. Nel
1992, quando ero ancora alla guida della nazionale francese,
Ramón Mendoza, presidente del Real Madrid, insistette più
volte perché io diventassi allenatore delle Merengues. Mi offrì
un assegno in bianco e mi invitò a scrivere una qualunque
cifra. Non accettai e pensate che, oggi, qualche lingua cattiva
dice che sono uno che corre dietro i soldi.
Niente da fare, nel ‘92, decisi, a titolo gratuito, di entrare
nell’organizzazione del mondiale, come copresidente. Era un
modo di restituire al calcio quello che il calcio mi aveva dato.
Da calciatore, l’idea di diventare dirigente mi sembrava
lontana anni luce. Per me c’erano soltanto due traguardi:
giocare e segnare gol.
Ma un fatto cambiò radicalmente il mio pensiero. Nel 1990
fui invitato dalla Fifa a partecipare a un gruppo di lavoro, per
studiare e riflettere sull’evoluzione del gioco, era la Task
Force 2000. Il presidente di allora, João Havelange, era
piuttosto inquieto e preoccupato per la violenza che stava
avvelenando il gioco e per l’infortunio che aveva costretto
Marco van Basten a ritirarsi all’età di ventotto anni. Il
mondiale del ‘90, con la vittoria di misura della Germania
sull’Argentina di Maradona, fu il più povero come media gol
per partita (115 reti totali, con una media di 2,21 gol a partita).
Molti incontri furono davvero modesti, per qualità e per
spettacolo, con la massima e minima espressione durante
Irlanda-Egitto, con i Faraoni che continuarono,
instancabilmente, a ripetere lo stesso schema: passaggio
arretrato al portiere che impiegava un secolo per rinviare, à la
main, una soluzione utile alla perdita di tempo e non a
impensierire l’avversario. Per me, che amavo le giocate
raffinate, quella tattica era un insulto, un anti-gioco criminale
che si collocava all’opposto della mia filosofia.
Quando mi ritrovavo in attacco, diventavo furioso se i
difensori, pieni di paura, passavano il pallone al portiere
provocando un esaurimento nervoso e fisico a qualunque
punta costretta a correre inutilmente su ogni pallone.
Così decisi di sfruttare la mia esperienza internazionale e di
parlarne alla Fifa e João Havelange fu molto bravo a
concedere la parola ai calciatori. Fu un’apertura inedita e
promettente, in un certo senso democratica. Per troppo tempo i
calciatori sono stati considerati come marionette poco
intelligenti, anzi con il cervello sotto i tacchi. Invece i
calciatori sono l’essenza del gioco e devono avere voce in
capitolo. Io non sono un oratore, ma quando si tratta di parlare
di calcio e di difendere il gioco, allora mi sento animato da una
grande forza di convincimento. Potrei abbattere le montagne.
Così accade che, in occasione di alcune riunioni, avanzo le
mie proposte con tale fluidità che il mio auditorio viene
rapidamente catturato, le migliori idee risultano essere, spesso,
le più semplici. Così, se il passaggio arretrato al portiere nuoce
alla bellezza del gioco, vietiamolo.
Il mondo del football è, per sua natura, molto conservatore,
non è così facile cambiare le idee dei membri
dell’International Board, i guardiani delle leggi fondamentali
del gioco. Il successo planetario del calcio si basa, dalla sua
nascita, sulla semplicità delle sue regole, è uno dei principi che
dobbiamo assolutamente proteggere. Così si capisce
facilmente perché il portiere non possa prendere il pallone con
le mani, se lo riceve da un suo compagno di squadra, è
semplice come dire buongiorno: BINGO, eppure questa nuova
regola viene adottata solo due anni dopo, nel ‘92. I suoi effetti
sono immediatamente quantificabili: secondo gli studi della
Fifa, il tempo di gioco effettivo, i momenti in cui il pallone è
in gioco, è aumentato di circa il quindici per cento e
naturalmente maggiore è il tempo di gioco e maggiori sono le
possibilità di segnare un gol. Questa modifica ha avuto come
conseguenza il rilancio del ruolo del portiere che è diventato
un vero attore del gioco, utilizzando così i piedi.
Penso che sia stata la mia sensibilità di calciatore a farmi
avere quest’idea che, secondo il parere di molti osservatori, ha
rivoluzionato il football. Allo stesso modo, ho sempre
maledetto i macellai che hanno come unica volontà quella di
fare male all’avversario in campo. Ai tempi in cui ero
calciatore, avvertivo il mio marcatore che avrebbe potuto fare
di tutto per fermarmi – tirare la maglia, prendermi per le
braccia – ma lo mettevo in guardia su una sola cosa: non
entrare sulle gambe, da dietro. Quante carriere ho visto
bruciarsi a causa di gravi fratture al tendine d’Achille, a
seguito di un’entrata assassina. Nel gergo del calcio diciamo
che si tratta di un attentato. Con questa volontà, che non mi ha
mai abbandonato, di voler sempre proteggere il giocatore e
privilegiare lo spettacolo, sono riuscito anche a imporre che il
giocatore, ultimo difensore, prenda il cartellino rosso qualora
impedisca all’attaccante di andare in rete, commettendo fallo
volontario.
Queste due vittorie, per il bene del gioco, mi hanno
permesso di rendere più credibile la mia azione di persuasione
nei confronti di un sistema non sempre disposto ai
cambiamenti. Tutto ciò mi ha anche convinto di poter avere
un’influenza reale sul calcio, senza necessariamente calzare le
scarpe da gioco e segnare dei gol. Compresi anche che, per far
durare la sua universale magia, il calcio avesse bisogno di
intelligenza, di convinzione e di visione. Avevo trentacinque
anni e intuivo che avrei potuto un giorno occupare questo
ruolo ma sempre per amore del gioco e soprattutto non per il
mio «ego».
1 È morto il 4 giugno 2019, all’età di ottantanove anni.
Il ritorno alla vita vera

Per molto tempo ho pensato che la fine della mia carriera


sarebbe stata come una morte prematura. Lo scrittore Antoine
Blondin descrive perfettamente quel tipo di sensazione: «Il
destino del campione è morire due volte». L’ho detto appunto
annunciando che ero «morto» a trentadue anni, il 17 maggio
del 1987, in occasione della mia ultima partita con la Juventus.
Che errore grossolano! Ripensandoci, devo ammettere che era,
invece, il mio ritorno alla vita vera. Dunque non ho mai
veramente conosciuto il buio di un abbandono anticipato.
Avevo avuto una carriera eccezionale durante la quale, a parte
il titolo mondiale, ero riuscito a conquistare tutti i trofei
possibili e immaginabili. Avevo il futuro davanti a me, il
«padrone» della Juventus, Gianni Agnelli, mi aveva dato delle
certezze, mettendomi a mio agio. Soprattutto, ero un uomo
libero.
Avrei potuto prolungare il mio contratto, guadagnando molti
più soldi. Infatti, Bernard Tapie, allora presidente
dell’Olympique di Marsiglia, mi aveva offerto un contratto
annuale colossale: venti milioni di franchi per giocare soltanto
le partite casalinghe al Vélodrome. Vale a dire il sogno di un
calciatore prepensionato. Ma per fare che cosa di veramente
buono? Non volevo ingannare nessuno o addirittura recitare la
parte patetica di un calciatore che spinge avanti il pallone. Ero
sfinito. Al limite delle mie energie. Fisiche e mentali. Come
avevo detto al presidente Agnelli, che mi aveva garantito un
lavoro, al suo fianco, ero come un marinaio che, dopo una
lunga traversata, sente il bisogno di rientrare in porto. Quel
porto per me era Nancy, nel cuore della Lorena, una regione
magnifica nell’est della Francia, che mi aveva visto nascere il
primo giorno dell’estate del 1955.
Ovviamente non era un luogo da cartolina, Nancy, non era
una località caraibica dove avrei potuto eleggere domicilio
permanente. A Nancy non c’è il mare. Non c’è nemmeno il
sole. C’è, però, l’essenziale: gente autentica, brava e umile.
Quel ritorno alla mia terra era la migliore soluzione per
rientrare nella vita reale. Quando sei calciatore vivi come un
bambino viziato al quale vengono garantiti tutti i bisogni. Un
biglietto aereo? La prenotazione di un hotel? L’acquisto di
un’automobile? Nessun problema. Basta far schioccare le dita
e c’è qualcuno pronto a soddisfare tutti i tuoi desideri e le tue
necessità. Una vita da vero nababbo. Nella città che fu di re
Stanislav, duca di Lorena e sovrano di Polonia, conduco una
vita assolutamente normale e i piccoli gesti della vita
quotidiana mi riempiono di felicità. Mangiare al ristorante,
giocare a tennis con gli amici…
È un periodo assai fertile, direi ricchissimo, per la mia
esistenza. Vengo nominato vicepresidente dell’AS Nancy
Lorraine e sono opinionista di Canal+ per i grandi eventi
internazionali. Si tratta, insomma, del massimo lusso: sono
proprietario del mio tempo. Vivo come un papa, circondato
dalle persone che amo, mia moglie Christèle, i miei figli
Laurent e Marine e i parenti con i quali posso condividere il
roast beef, alla domenica.
In verità molte domeniche sono dedicate agli amici del
Varieté Club, una brigata fondata da Jacques Vendroux e
Thierry Roland con personalità del calcio, dei media e dello
show business. Con loro me la spasso, tra giocate decisive e
gol. È il ritorno all’innocenza. All’arte genuina. Al tempo in
cui tutto è limpido, bastano un pallone e un gruppo di
simpatici amici, anche di strada.
Sono sempre stato mosso da questo spirito di cameratismo.
Mi hanno etichettato come capo clan anche se detesto questa
espressione che ha una connotazione negativa e suggerisce
l’idea di un gruppo plagiato dal capo. No, io no. La mia banda,
ben lontana dal Clan dei siciliani,2 era composta da gente
simpatica, aperta, con un unico scopo: divertirsi e non
prendersi troppo sul serio. Quasi una vita da Amici miei.
Ma mentre proseguiva la ricreazione, ecco che il mio
destino stava per cambiare, la svolta sarebbe avvenuta in
Ungheria. Budapest, 26 ottobre 1988. Hotel Intercontinental.
Sto per avviarmi verso lo stadio Megyeri per commentare
l’incontro di Coppa dei Campioni tra il Bordeaux e l’Újpest
Dozsa, quando in ascensore incrocio un tipo massiccio che si
avvicina al mio orecchio e sussurra: «Vieni nella mia stanza,
devo parlarti». Stavo per ricevere una proposta che non avrei
mai potuto immaginare. «Devi essere il nostro commissario
tecnico».
E io: «Quanto tempo ho per risponderle?»
«Dieci secondi».
Quel tipo, grosso, grasso, baffuto (mi ricordava il sergente
Garcia), altro non era che Claude Bez, il proprietario del
Bordeaux, uno degli uomini più influenti del calcio francese.
Wow! Mai avrei immaginato di diventare lo Zorro del calcio
transalpino. E tutto sarebbe accaduto in fretta.
Quattro giorni prima, la nazionale era stata fermata sul
pareggio dalla modesta squadra di Cipro a Nicosia, l’1 a 1
aveva scatenato tutta la stampa. Era finito il mio anno di
vacanze, tornavo in gioco. In verità, la prospettiva di allenare,
non mi entusiasmava del tutto. Henri Michel era il CT ed era
un mio amico, lo rispettavo. Era stato lui a passarmi il pallone
del mio primo gol in nazionale, il 27 marzo del 1976, su un
calcio di punizione a due, contro la Cecoslovacchia. Ed era
stato il mio commissario tecnico, dal 1984 al 1987. Insieme
avevamo vissuto momenti di grande gioia, come il mondiale in
Messico dell’86 e l’indimenticabile Francia-Brasile a
Guadalajara.
Qualche giorno dopo, Jean-Fournet Fayard, presidente della
Federcalcio francese, chiese di incontrarmi. Appuntamento il
31 ottobre, all’hotel George V di Parigi. Quella volpe di
Claude Bez, conoscendo il mio amor patrio, aveva preparato il
presidente. J2F, come lo avevo soprannominato, puntò sulla
mozione degli affetti, dicendomi che avrei dovuto accettare
«per l’interesse superiore della Francia». È vero che io ho
sempre posto il mio Paese al di sopra di tutto, detto ciò era
davvero difficile rifiutare quell’offerta, pur sapendo che il mio
sì avrebbe ferito Henri Michel. Una decisione delicata.
Lacerato nell’animo, accetto per dovere. Devo preparare in
fretta la lista dei sedici calciatori che devono affrontare la
Jugoslavia, il 19 novembre del 1988, per un incontro decisivo
al prosieguo della fase di qualificazione, per la Coppa del
Mondo 1990, in Italia. Non era cosa facile, anche se, da nove
mesi, ero opinionista per Canal+, quei cinque anni in Italia,
con la Juventus, mi avevano allontanato dal calcio francese.
Devo anche ammettere, tra l’altro, che non conoscevo
direttamente le caratteristiche, soprattutto quelle fisiche e
atletiche, di alcuni calciatori, come Christian Perez o Éric
Guèrit. Al tempo stesso ritrovo volti famigliari. Vecchi
compagni di squadra come il portiere Joël Bats, il difensore
Manuel Amoros, i centrocampisti Jean-Marc Ferreri e Daniel
Bravo e l’attaccante Jean-Pierre Papin. C’è poi il complice del
famoso quartetto, Jeannot Tigana (gli altri erano Giresse e
Fernandez), sempre imbronciato per aver appreso, alla radio,
la sua convocazione. Lo volli come compagno in una partita di
calcio-tennis durante gli allenamenti e gli tornò il sorriso. Ero
il commissario tecnico ma dovevo trovare la mia migliore
collocazione, all’interno del gruppo. Dovevo gestire una
squadra di uomini e di personalità, ma dovevo far capire loro
come tutti fossero sullo stesso livello e che non ci sarebbero
stati favori o privilegi.
Ero, con i miei trentatré anni, il più giovane CT della storia
calcistica francese. Per questo ero ancora calciatore
nell’anima. Indossavo la divisa da gioco per partecipare
attivamente alle partitelle di allenamento e per calciare le
punizioni, insieme con Franck Sauzée. A volte mi indispettivo
quando uno dei miei sbagliava uno stop o un passaggio
elementare. Non ero cambiato… cercavo di ridare entusiasmo
e luce a un gruppo che era stato «spento» dalle feroci critiche
della stampa. Il calcio, per me, lo ripeto e lo ripeterò, è gioia, e
senza non si va lontano. Organizzai indiavolate partite di carte,
l’importante era divertirsi.
Ma, per quanto riguardava l’aspetto tattico, ero molto
rigoroso. Mi ispiravo a Giovanni Trapattoni, con lui poche
chiacchiere ma consegne precise, come se fossero state scritte
sullo spartito di un musicista. Per il mio debutto come CT
decisi una formula molto offensivista, tre attaccanti che
avrebbero impegnato i talenti jugoslavi, tenendoli distanti
dalla nostra area di rigore. Una scelta che avrebbe stupito e
sbalestrato il mio allenatore italiano. Ma era la mia idea. Il
calcio è fatto di gol e noi andammo vicini all’exploit! A un
quarto d’ora dalla fine, stavamo vincendo 2 a 1, pioveva di
brutto, la Jugoslavia di Safet Sušic e di Dragan Stojkovic mise
fine alle nostre illusioni in sei minuti, con una doppietta che
approfittò del nostro arretramento in difesa. Basile Boli, il
nostro grande difensore, abbandonò, corrucciato, a testa bassa,
il terreno di gioco dello stadio Humska di Belgrado. Gli andai
incontro e gli dissi: «Su la testa, Baze, avete giocato bene».
Il calcio è fatto anche di rischi ma è opportuno renderli
logici. Io sono sempre stato un vincente, nell’anima. Ho una
paura fottuta della sconfitta, anche quando gioco a carte. Ma
se la squadra fa del suo meglio e dà il massimo, si deve capire
che non si può sempre vincere. Per alcuni giornalisti, invece,
la sconfitta equivale a un cataclisma, quasi alla fine del
mondo. Bisogna essere capaci di resistere, in qualunque
circostanza. In queste occasioni un vero sportivo fa la
differenza. Ci sono sconfitte grandiose, anche più belle di una
vittoria, come quella che vissi a Siviglia, nel 1982, contro la
Germania. L’ho ripetuto spesso: «Nessun film, nessuna
commedia potrebbe trasmettere segnali contraddittori come le
emozioni della semifinale persa a Siviglia». Quella sconfitta fu
un capolavoro.
Dopo la partita contro la Jugoslavia, in sala stampa per la
conferenza alcuni giornalisti mi rimproverarono di non avere
difeso il risultato, imitando le abitudini italiane. Conservai,
stranamente, la calma. Mentre da calciatore dialogavo a fatica
e provocavo la stampa, da CT dovevo offrire un’immagine più
positiva. Ero la voce della nazionale e, in un certo senso,
anche del Paese… Colmo dei colmi, ero io a suggerire ai miei
di andare a parlare con la stampa. Dopo quella partita
promettente, riflettei a lungo sulle mie scelte e sul mio nuovo
lavoro. La squadra era composta da calciatori di grande qualità
che però entravano in fibrillazione nei momenti chiave.
Spettava a me riportare la fiducia.
Il quattordici agosto del 1989 giochiamo un’amichevole in
Svezia, a Malmö. Mi accorgo che la maggior parte dei miei è
malinconica, impaurita, pronta alla sepoltura. Il mio istinto mi
suggerisce di entrare a piedi uniti. A quarantott’ore
dall’incontro, li convoco tutti e li fisso negli occhi. Non sento
più volare una mosca quando incomincio a parlare: «Puttana
miseria, finitela con quei musi imbronciati. Anche se
dovessimo buscarle contro la Svezia, sarete ancora e sempre al
vostro posto per la partita successiva. Forza ragazzi, giocate,
divertitevi». Improvvisamente fu come una liberazione dal
magone.
Tra l’altro, potevo approfittare del rientro di Eric Cantona
che aveva scontato la squalifica per le critiche pesanti a Henri
Michel. Eric è maturato. Merita una seconda chance. E poi mi
piace il suo stile di calciatore. Il suo portamento altero, la sua
tecnica, la sua eleganza. È un artista del calcio. Al suo fianco
metto Jean-Pierre Papin che, a Marsiglia, sta per diventare la
leggenda «JPP».
La partita contro la Svezia è meraviglia pura. Al termine di
una sfida sfrenata vinciamo 4 a 2, con una doppietta a testa di
Cantona e Papin. È la nascita di una coppia leggendaria.
Ciliegina sulla torta: due giovani promettenti cominciano la
loro avventura, Didier Deschamps e Laurent Blanc. Didier, al
quale rimproveravo la tendenza a fare passaggi laterali, senza
personalità, prende sempre più fiducia e carattere, diventando
un punto di riferimento ed eliminando ogni concorrente nel
ruolo. Sta a me individuare le caratteristiche dei calciatori e la
nazionale riprende piena fiducia e, al tempo stesso, piacere del
gioco.
I calciatori devono amare la vita in comune. Dunque
bisogna organizzare i momenti giusti per stare insieme, ricordi
che possono poi, loro stessi, raccontare ai nipotini.
Nell’inverno del 1990, porto la squadra, diciotto uomini in
tutto, in Kuwait, per uno stage di dieci giorni, dal 16 al 26
gennaio. Fu un’avventura indimenticabile, per le risate e lo
spirito di gruppo. E l’occasione per stringere ancora di più
l’amicizia con Louis Nicollin, di cui sento fortemente la
mancanza.3 Nicollin è presente in Kuwait come delegato della
Lega. Avevo deciso di far svolgere varie attività, al di là di
quelle agonistiche e tecniche, per rendere più solido il rapporto
tra i calciatori. Il giorno dopo la partita contro il Kuwait, lo
sceicco Fahd ci invita a un barbecue nel deserto. In
programma anche un giro in groppa al dromedario. Il mio
amico Nicollin ha già superato abbondantemente il quintale
ma si azzarda a salire sul quadrupede. La povera bestia, già
con la lingua penzoloni, prima abbassa le zampe per
raccogliere l’ospite, quindi crolla, stramazza sulla sabbia.
Risate generali. Ma è soltanto l’inizio delle sorprese. Lo
sceicco vuole farci vedere che cosa è capace di fare con il suo
falco, comprato per centomila franchi. Il primo volo non ha
problemi e il falco ritorna docilmente sul guanto
dell’istruttore. Ma al secondo tentativo, patatrac! Il falco si
alza in cielo, decolla, vola via e scompare: non tornerà mai
più. Lo sceicco è disperato e noi tratteniamo a stento le risate.
Da parte nostra non possiamo certo vantarci, Eric Cantona
decide di fare il tiro a segno, con una mitraglietta, puntando
delle scatole di conserva, disposte sulle dune. Come un sol
uomo ci buttiamo tutti a terra e supplichiamo Eric di mollare
l’arma. Meglio aggiustare la mira in campo. Cosa che avviene
due giorni dopo, con una doppietta contro la Germania
Democratica, ultima partita della storia contro la Germania
divisa. La battiamo facilmente 3 a 0.
Al rientro in patria sono sicuro di aver formato un gruppo
forte, direi quasi invincibile. Infiliamo diciannove risultati utili
consecutivi e nella fase di qualificazione a Euro 92 vinciamo
otto partite, tra queste le sfide contro la Spagna e la
Cecoslovacchia. Siamo tra i favoriti all’Europeo che ci vede
all’esordio contro la Svezia, paese organizzatore. Già sapevo
che avrei concluso la mia carriera di CT dopo quel torneo, a
prescindere dal risultato finale. Avevo informato il presidente
Jean Fournet-Fayard, già nel mese di febbraio. Non mi sentivo
del tutto appoggiato da alcuni dirigenti della lega nazionale
francese, tra questi proprio il presidente Noël Le Graët. È lo
stesso Le Graët che non alzerà nemmeno un dito, qualche anno
più tardi, nel momento del miei seri problemi con la Fifa,
rilasciando all’agenzia di stampa francese una dichiarazione
datata 6 aprile 2019, di grande eleganza: «Ognuno ha la
propria vita, ognuno se la sbrighi».
Riassunto: all’inizio del 1992 propongo la riduzione delle
squadre della serie A francese da 20 a 18, per proteggere gli
interessi della nazionale. Capisco che per qualcuno io sia
andato al di là del mio ruolo istituzionale, ma essendomi reso
conto che la mia proposta non sarebbe stata accettata
volentieri, informai il presidente federale della mia decisione
di non prolungare il contratto come CT. Jean Fournet-Fayard
per molto tempo ha creduto di riuscire a farmi cambiare idea.
Ma non aveva fatto i conti con la mia testardaggine tipica della
Lorena. Avevo ormai preso la mia decisione.
Può darsi che il gruppo dei calciatori abbia intuito questa
mia scelta già alla vigilia dell’Europeo, sta di fatto che, due
settimane dopo aver preso quella decisione, perdiamo 2 a 0 a
Wembley in un’amichevole contro l’Inghilterra. È la prima
sconfitta in tre anni. Ci sono altri segnali che non mi fanno
essere ottimista. Durante il periodo di ritiro di sei settimane, il
clima della squadra non è affatto sereno.
Il 5 maggio, in una sala del castello di Clairefontaine, sede
del nostro ritiro, accendo il televisore. Sono le 20.29.
Improvvisamente l’orrore. Un rumore metallico
impressionante, la tribuna Nord dello stadio Furiani di Bastia
crolla, qualche minuto prima del calcio d’inizio della
semifinale della Coppa di Francia, tra il Bastia e l’Olympique
Marseille. I calciatori già in campo, per il riscaldamento, sono
sconvolti ma prendono parte ai primi soccorsi: il bilancio, 17
morti e 700 feriti. Ritorna il fantasma dell’Heysel. Sono
sopraffatto dalla paura. Tra l’altro so che il mio caro amico,
Jacques Vendroux, giornalista di «France Inter», è in quella
tribuna. Passano le ore e penso sia morto. Ha quarantaquattro
anni e un figlio di appena un anno. Jacques ha i polmoni
perforati, la vescica esplosa e le vertebre fratturate. Dovrà
sopportare pesanti interventi chirurgici. Testardo come un
mulo, decide di tornare tra i pali della squadra del Varieté
Club. Durante il suo periodo di riabilitazione, ogni mattina,
alle sei, lontano da occhi indiscreti, ci alleniamo su un campo
municipale. Io calcio le punizioni e lui mi chiede «una
caramella dietro l’altra», secondo lui queste erano le traiettorie
dei miei tiri.
In questo contesto così amaro, l’Europeo in Svezia non è
certo un momento di particolare gioia. Al termine di una
stagione massacrante con l’Olympique Marseille, Jean-Pierre
Papin è a pezzi, con una gamba infortunata. La mia proposta di
ridurre il numero di squadre in campionato non era affatto un
capriccio. Pareggiamo con Svezia e Inghilterra. L’ultimo
incontro è con la Danimarca, invitata all’ultimo minuto, al
posto della Jugoslavia, ferita dalla guerra che avrebbe portato
a una divisione non più risanabile. A tredici minuti dalla fine,
Lars Elstrup mette fine alle nostre speranze, finisce 2 a 1 e
torniamo a casa.
Sono frustrato. Volevo un gran bene ai miei ragazzi della
Nazionale e insieme abbiamo passato tanti momenti felici, in
quei quattro anni in cui sono stato il loro allenatore. Ma avevo
riflettuto a lungo e la mia decisione l’avevo presa. Era persino
inevitabile ormai e, a dispetto dei pronostici del presidente
Jean Fournet-Fayard, ho detto addio alla mia tuta da
allenatore. Il 2 luglio a Zurigo, tra lo stupore generale,
annuncio ufficialmente di lasciare l’incarico di CT. Non lo
sapevo ancora, ma ci sarebbero stati altri grandi progetti. Nel
decennio successivo il calcio francese avrebbe vissuto
momenti di grande passione. E io con lui.
2 Il film del 1969 del regista Henri Verneuil, tratto dal
romanzo Auguste le Breton e interpretato da Delon, Gabin,
Ventura e Amedeo Nazzari. (N.d.T.)
3 Loulou, presidente del Montpellier è morto d’infarto il 29
giugno del 2017, aveva settantaquattro anni.
Francia ‘98: sono un volontario
ma già incisivo

«Voilà, mi fermo. È finita». È con queste parole, pronunciate


di fretta, come una mitraglietta, che annuncio le mie
dimissioni dinanzi a una selva di microfoni. Queste parole
coincidono con la notizia che la Francia ha vinto
l’organizzazione del mondiale 1998. Alcuni giornalisti
ritengono che io abbia fatto una giocata da biliardo, un colpo a
tre sponde, prima il ritiro, poi la dirigenza. Sarebbe stata una
strategia machiavellica che mai ho sperimentato nella mia vita.
La decisione, l’ho già detto, era stata presa cinque mesi prima,
il presidente Fournet-Fayard e il suo direttore generale Gérard
Enault avrebbero voluto che l’annunciassi dopo l’assegnazione
del mondiale.
Altri spiriti maligni mi rimproverano di aver fatto
quell’annuncio a Zurigo, proprio in concomitanza con
l’aggiudicazione del mondiale. Insomma ero un traditore, anzi
un disertore. Le mie dimissioni avrebbero messo in ombra la
vittoria della candidatura francese. Peggio, avrei atteso
l’annuncio per diventarne protagonista. Tutta roba di chi non
mi conosce. Non potevo comportarmi diversamente, visto che
il mese successivo era già in programma una partita della
nostra nazionale. Dunque la mia scelta era stata presa proprio
nell’interesse superiore del calcio francese. A Zurigo, la folla
dei cronisti francesi era incredibile, come si dice, l’occasione
fa l’uomo ladro. Io non avevo la minima idea di che cosa avrei
fatto in seguito. Del resto, non faccio che ripeterlo ai
giornalisti che, perlopiù, ritengono che io giochi un ruolo
importante in questa Coppa del Mondo. Una competizione che
la Francia non accoglie dal 1938. Non sento dentro di me la
voglia di farne parte. Anche le sontuose celebrazioni del
bicentenario della Rivoluzione non mi avevano emozionato
più di tanto. Piuttosto avevo seguito, con maggiore
partecipazione e interesse, i Giochi di Albertville anche perché
ero stato io l’ultimo tedoforo, l’8 febbraio del 1992. Fu un
onore incommensurabile. Con la fifa blu di strapparmi un
muscolo, durante la corsa a piedi con la fiamma olimpica!
Jean-Claude Killy, grandissimo dirigente dello sport
francese, per convincermi era venuto addirittura a trovarmi e
mi ha detto: «Sono pronto a dormire davanti a casa tua fino al
momento in cui non mi darai una risposta positiva». A onor
del vero, in quell’estate ero più vicino a diventare l’allenatore
del Real Madrid che ad essere nominato copresidente del
comitato organizzatore della sedicesima Coppa del Mondo.
Ma devo dire che la proposta del Real non mi aveva lasciato
del tutto freddo. La casa Blanca è un club mitico con una
partecipazione popolare che non ha eguali al mondo. Lo stadio
Santiago Bernabeu, con ottanta mila posti di capienza, è uno
scrigno elegante al centro della città dove i soci, vestiti di
bianco, si presentano per la messa puntuale. È più di uno sport.
È un rito, una religione trasmessa da padre in figlio. Per un
allenatore dirigere i Blancos è il Graal assoluto. Per di più, la
fiducia dei dirigenti, nei miei confronti, è totale. Sono pronti a
ingaggiarmi a qualunque prezzo. Non è fantasia. L’ultimo
tentativo per convincermi, l’assegno in bianco, andò a vuoto.
Erano mille le domande che mi spingevano a non accettare, o
meglio, a non continuare la carriera di allenatore. Anche
perché mi ero reso conto, durante i quattro anni da CT della
nazionale, che spesso perdevo la pazienza e mi indispettivo,
anche troppo. Infatti mi rimprovero oggi di aver ripreso alcuni
calciatori per un errore tecnico. E poi, a dirla tutta, la routine
dell’allenatore di club non mi entusiasmava affatto.
Trascorrere le mie giornate in tuta? Ma per favore.
Il destino, sempre preveggente, mi apparecchiava altre
piacevoli sorprese. E come accade spesso, sono le circostanze
a rendere agevole la mia vita. Come consulente della
commissione, che aveva presentato la candidatura del
mondiale, divento «ambasciatore tecnico». Sono ancora
selezionatore della nazionale ma tengo a cuore il sogno di
Francia ‘98. In quella commissione c’è anche Jean Glavany, al
tempo prefetto incaricato dei Giochi di Albertville, come
rappresentante del governo. Anche se di idee e abitudini
opposte, scopriamo una comunanza di pensiero e di azione
grazie alla sua passione per il rugby. Dunque, lui sa ascoltare
le mie impressioni ed è anche uno dei pochi a non manifestare
soggezione nei confronti del mio passato da calciatore.
Glavany è una figura assai vicina a François Mitterrand, di cui
era capo gabinetto durante il primo settennato, insomma è il
braccio destro del Presidente della Repubblica. E Mitterrand
segue con attenzione massima il dossier. Anche Jean-Louis
Chambon, delegato interministeriale per la Coppa del Mondo,
è una figura chiave di quel momento, nelle relazioni con
l’Eliseo.
Avverto, surrettiziamente, che i politici incominciano a
sondare il terreno con me sul ruolo che avrei potuto occupare
in seno al comitato organizzatore. Puntualmente la mia
risposta non cambia, non sono candidato a nulla ma posso
ascoltare le proposte. Non certo quella di commesso
viaggiatore o ambasciatore del nulla. Ho già dato.
Nelle settimane successive, il giornale «Sport Plus»
pubblica un sondaggio IFOP, secondo il quale il 45% dei
francesi interpellati mi vuole nel comitato organizzatore. Un
altro sondaggio su «But» rivela che il 90% chiede che io abbia
un ruolo importante nel comitato. Un plebiscito non gradito a
molti. Soprattutto al presidente della Federcalcio, Fournet-
Fayard che, dopo la tragedia del Furiani, lavora in segreto per
un posto nel comitato organizzatore. Per ostacolarmi,
incomincia a mettere in giro la storia che non sono uno da
battaglia, che sono un fannullone.
L’uomo che, invece, ha tutti i titoli per occupare la poltrona
più importante è Fernand Sastre. Lui ha presieduto il comitato
di candidatura. Di conseguenza è lui il presidente del
mondiale. Ma gli alti poteri vogliono un politico e uno
sportivo nella medesima struttura, come era accaduto per
Albertville. Bisogna dire che la coppia composta da Michel
Barnier, allora presidente del Consiglio generale della Savoia,
e la leggenda dello sci Jean-Claude Killy aveva funzionato a
meraviglia.
Fernand Sastre aveva tutto quello che serviva per dirigere la
Coppa del Mondo, ma un incontro cambiò radicalmente lo
scenario, la storia e il mio destino. All’inizio di settembre,
Sastre incontra a colazione Jean-Louis Chambon, alla
brasserie Dôme, in Boulevard de Montparnasse. Due tavoli più
in là, siedono François Mitterrand e il suo ministro Michel
Charasse. Mangiano ostriche. Mitterrand si avvicina al tavolo
di Sastre e gli sussurra: «Come va? E come va la sua intesa
con Platini? Formerete una grande coppia».
Non so ancora, oggi, se quell’incontro fosse casuale, sta di
fatto che, ricevuta la benedizione presidenziale, Fernand Sastre
non poté rifiutare il sodalizio. Il 12 novembre la nomina
divenne ufficiale. Fernand e io riprendemmo a frequentarci, la
nostra conoscenza era datata, lui era stato, dal 1972 al 1984, il
presidente della mia generazione. E proprio lui, con la sua
pelata, gli occhi e il volto sorridente, è al fianco di Valéry
Giscard d’Estaing, quando mi viene consegnata la Coppa di
Francia, vinta con il Nancy nel 1978. Avevo ventitré anni. Fu
il mio primo trofeo. L’8 dicembre del 1984 gli regalerò il
gagliardetto di Francia-Germania democratica come souvenir
per il suo ultimo atto, in quanto presidente della Federcalcio
francese.
Avevamo lavorato nella commissione Sastre, una riunione di
parole e parole, sul futuro del calcio e, durante la quale, la mia
idea di una riduzione delle squadre del campionato fu
gentilmente respinta. Fernand era un politico esperto. Un po’
astuto, cadeva sempre in piedi.
Al primo giorno di lavoro, eravamo a pranzo, lui la mette
già così: «Michel, ho parlato con la Fifa, loro preferirebbero
avere un solo interlocutore e vogliono che sia io».
«Nessun problema, Fernand, vai pure».
Qualche settimana dopo, ricevetti una telefonata da uno dei
tre membri della commissione Fifa che mi chiese perché non
fossi stato presente alla riunione di lavoro a Zurigo. Fernand,
che mi aveva visto esordire come giovane calciatore, fatica a
sbarazzarsi della mia immagine, gli piace essere un po’
paternalista e mi rimprovera.
«Michel, smettila di dire sciocchezze!»
«Ma, Fernand, io penso ad alta voce!»
Tenere a freno la lingua, questo è il mio problema. Stando al
suo fianco, imparo in fretta. Sono come una spugna. Ammiro
la sua capacità di lavoro e il senso di organizzazione. Sono un
copresidente apprendista. Mi ritrovo circondato da burocrati
dal curriculum lunghissimo. E io come posso controbattere?
Un semplice pezzo di carta che garantisce la mia idoneità
professionale. Il viaggio nella burocrazia è un salto nel buio. A
partire dai diciassette anni ho vissuto fuori casa, cioè sul
campo da gioco, quel nuovo contesto è un paradiso per un
neofita di trentasette anni. Il 2 gennaio del 1993, il comitato
francese di organizzazione del mondiale si trasferisce al civico
90 di Avenue des Champs Elysées. Fernand e io occupiamo
stanze vuote. Ma una pagina va riempita; stavolta, starò attento
a non lasciarne alcuna bianca. Bastano un paio di settimane
per chiarire i ruoli: lui si occupa della parte politico-
istituzionale e di protocollo, io della comunicazione, della
pubblicità, del marketing e delle idee più imprevedibili.
Un’altra figura va a completare il trio: Jacques Lambert. Un
uomo di amministrazione, già prefetto di Savoia, consigliatoci
da Jean-Claude Killy. Sarà il nostro direttore generale, una
specie di ministro. Grandissimo lavoratore, servitore dello
stato e di rara umiltà. Ci ritroviamo a gestire una struttura che
conta duecento dipendenti e 2,4 miliardi di franchi.
La nostra prima decisione importante consiste nell’istituire
un settore marketing. Una scelta che provocherà un discreto
numero di discussioni, perché Sastre avrebbe voluto usufruire
di un servizio esterno, affidato al suo amico Jean-Claude
Darmon, precursore del marketing sportivo e ribattezzato «il
tesoriere» del calcio francese. Ma il gruppo Darmon non
rispondeva ai criteri Fifa e credo che Darmon me ne voglia
ancora oggi. Nel suo libro mi distrugge e mi raffigura come un
uomo ingordo di denaro. Come se Al Capone parlasse
dell’onestà. So, ad esempio, che lui si diverte a ribattezzare
una delle sue automobili sportive «Platini». Forse ha
l’ossessione di potermi domare secondo le sue stesse abitudini.
Ho sempre diffidato di lui. Durante il ritiro della nazionale, lo
sorpresi mentre parlava con un calciatore della sua scuderia:
«Non ti preoccupare, gli altri passano ma noi restiamo…»
Il nostro terzetto lavora alla grande. Nei primi giorni vissuti
in questo mondo di burocrati, mi rendo conto di avere la
fortuna di essere circondato da due personalità così differenti e
così accattivanti. Il numero dispari permette anche di trovare
una maggioranza per i dossier più spinosi: come quello della
costruzione dello stadio mondiale. Mi batto a mille per il
Grand Stade di Saint Denis contro il progetto di Melun Sénart
che dista 35 chilometri da Parigi. Devo giocare su tre tavoli, lo
Stato, la Fifa e la Federcalcio francese. Ingoio i primi rospi
quando mi informano che João Havelange, capo supremo della
Fifa, ha deciso, in modo unilaterale, di passare da 24 a 32
squadre per il mondiale ‘98. Come prima conseguenza, non
irrilevante, ci rendiamo conto che non dovremo più
organizzare 52 partite ma 64 e non è poco.
Un altro giorno vengo a sapere, per caso, che le dieci città
designate, per ospitare le partite, verranno scelte dal Primo
ministro, Edouard Balladur. Insomma ognuno voleva il posto
di capotavola. Capisco, mi adeguo, cerco di mediare,
maneggio con una diplomazia che non mi riconosco l’ego
degli uni e degli altri, anche se sono avvelenato dalla
mancanza di entusiasmo con cui le amministrazioni pubbliche
si rifiutano di rinnovare gli stadi o dal rifiuto continuo della
città di Strasburgo di candidarsi ad ospitare delle partite, faccio
di tutto per mantenere il mio sangue freddo. E così, divento un
vero politico. Devo combattere con la mia timidezza e
sconfiggerla, vivere e lavorare con persone e personalità, di
grande cultura e di grande eloquio, mi sollecita il
cambiamento, sono consapevole dei miei limiti, anche
grammaticali. Non sarò mai un grande oratore.
Arriva il 14 luglio del 1994 e mi ritrovo al municipio di
Beverly Hills, a Los Angeles, dove sono incaricato di parlare a
mille inviati della stampa internazionale. È il giorno della
staffetta «mondiale» tra Stati Uniti e Francia. Per la prima
volta devo offrire al mondo una nuova faccia, «l’altro Platini».
Sarebbe stato meglio per me calciare un rigore in semifinale,
sarei stato meno stressato! Nel 1995, entro a far parte del
Consiglio federale della Federcalcio francese. La stessa
Federcalcio vuole che uno dei due copresidenti di Francia ‘98
faccia parte di questo governo. Problema: Fernand Sastre è un
oppositore del presidente Claude Simonet. Io vengo eletto con
l’80% dei voti, come aveva perfettamente previsto il mio
amico Jean Verbeke.
A poco a poco, prendo sempre più fiducia. Al diavolo le mie
lacune! In quel momento, era più importante apparire sincero,
autentico e non farmi scambiare per un altro. Mi libero da
queste catene e non esito nemmeno a lanciare delle idee, anche
le più pazze, come quella di una cerimonia d’apertura il giorno
prima della partita inaugurale o, ancora, di organizzare il
primo sorteggio della storia al Vélodrome di Marsiglia
evitando i tradizionali saloni e gli studi televisivi troppo
impersonali. Il calcio doveva ritornare al centro del villaggio
mondiale; questa era l’idea che mi guidava. L’unico dispiacere
fu quello di non poter vedere la mia proposta di mascotte,
quella del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, un simbolo
poetico e universale, anche se francese. La Fifa, oltre al costo
elevato dei diritti di immagine, essendo la sola a decidere sulla
scelta, ovviamente si oppose e optò per Footix, una strana
creatura.
Nonostante le contrarietà, quegli anni mi hanno
profondamente trasformato. Sei anni di felicità, durante i quali
ho provato ad alzare il mio livello di gioco… intellettuale. Con
il passare del tempo mi resi conto che il calcio doveva fare i
conti con la politica e la finanza, ma anche col mondo della
cultura e dello spettacolo, con la geopolitica e il mondo degli
affari, tutti molto diversi dal panorama innocente delle strade
di Joeuf. Ho cambiato il mio modo di essere. La domanda mi
viene spontanea: è più importante essere calciatore o
dirigente? Risposta immediata: i calciatori rappresenteranno
sempre l’essenza di questo sport. Sono loro l’eternità del
calcio.
Campione del mondo

La poltrona al mio fianco è vuota. Disperatamente vuota.


Fernand Sastre è malato, molto malato. Lotta da tempo contro
un cancro ai polmoni. È stato ricoverato d’urgenza per
un’embolia polmonare. Oggi, quando la festa è al culmine in
occasione della partita inaugurale del mondiale, il giorno di
Brasile-Scozia, io sono a pezzi, triste, distrutto. Il mio
copresidente non vivrà quella festa, quel suo mondiale, sei
anni bruciati, sei anni di risate, di litigi, di amicizia, di rispetto.
Tre giorni dopo, Fernand Sastre muore. Ti sono riconoscente,
Fernand, lo sai, non c’è momento in cui non riesca a pensare a
te.
Devo guidare da solo la macchina mondiale. Devo mostrare
una faccia allegra, firmare autografi, fare fotografie con i
volontari, c’è il presidente Chirac che mi tiene su il morale e
racconta barzellette. Chirac è un uomo franco, diretto, mi
sento a mio agio accanto a lui. Eletto all’Eliseo nel 1995, sarà
il Presidente della Repubblica del mondiale ‘98 e avrà
l’enorme privilegio di consegnare il trofeo al capitano della
squadra vittoriosa.
Faccio il possibile per assistere al maggior numero di
partite. Durante la competizione sono presente a non meno di
45 incontri sui 64 previsti. Uno sforzo immane di logistica e
un Tour de France frenetico tra treni, auto e aerei. In questa
avventura, sono in compagnia del mio fedele amico Jean-
Claude Colas che mi segue come una chioccia. È sempre con
me, mi sistema la cravatta, controlla la mia camicia, mi
raddrizza la postura da stravaccato.
Mi ritrovo non a seguire il gioco e i giocatori ma
l’organizzazione, il pubblico, i responsabili della sicurezza, i
volontari, il protocollo, pure la stampa. Un giorno faccio anche
il poliziotto, a Bordeaux, per mettere in riga i giornalisti della
Rai che invadono la tribuna autorità per intervistare Gianni
Agnelli. Mannaggia a ‘sti italiani. Il problema della sicurezza
mi tormenta. Come presidente, sono anche penalmente
responsabile dei fatti che accadono all’interno di uno dei dieci
stadi.
Ho dovuto anche sforzarmi per convincere il presidente
Chirac ad ammorbidire i controlli di sicurezza negli stadi, in
modo da dar loro un carattere di festa e facilitare anche il
rapporto fra il pubblico e i ventidue attori sul campo. Da
calciatore adoravo sentire la vicinanza dei tifosi. Gli incidenti
accaduti durante Paris-Caen, cinque anni prima, con
l’invasione degli hooligans e i loro atti violenti, avevano
costretto Chirac, allora sindaco della città, a far collocare delle
grate alte due metri attorno al terreno di gioco, dividendo così
nettamente il pubblico dai calciatori. Cercai di convincere il
presidente che una cosa erano il campionato o la Coppa di
Francia, e un’altra il mondiale.
Sembrava filare tutto per il verso giusto, quando, proprio il
giorno del mio compleanno, il 21 giugno, a Lens, al termine di
Germania-Jugoslavia, un gruppo di teppisti tedeschi
aggredisce Daniel Nivel, un poliziotto in servizio in Rue
Romuald-Pruvost. Una scena terribile di guerriglia urbana.
Ricoverato, resta in coma sei settimane, gli viene asportata una
parte del cervello, è costretto ad una vita da handicappato. In
occasione della semifinale, contro la Croazia, i calciatori
francesi fanno cucire, sul gagliardetto della partita, lo stemma
della gendarmeria, per rendergli omaggio. Ho le lacrime agli
occhi e il cuore che sanguina.
Fatti simili accadono a Marsiglia, con gli inglesi ubriachi,
assetati di odio, con l’unico scopo di scontrarsi sulla
Canebière. Rivedo i fantasmi dell’Heysel, il calcio costretto a
fare i conti con la criminalità e la follia umana. Combattere
questo cancro è stato da sempre il mio dovere, il mio primo
libro, quando avevo ventidue anni, si intitolava Platini, il
calcio in festa, è questa la mia linea esistenziale. Una filosofia
che vorrei vedere prosperare ancora per mille anni.
Nel mondiale, vivo nell’angoscia permanente che lo spirito
di festa e di fratellanza del torneo sia calpestato dagli
hooligans. Per fortuna, dopo questi due tristi episodi, ritorna il
buonumore. Una gioia stimolata dal magnifico percorso della
Francia. E dire che tutto era tenuto in piedi da un filo
sottilissimo! La vittoria sul Paraguay all’ultimo respiro, 113°
minuto, resta un ricordo fortissimo ed emozionante. Era il
golden gol, una formula che avevo contestato fino a qualche
giorno prima ma che, in quel preciso momento, dava alla
Francia la qualificazione! Se Laurent Blanc non avesse
segnato quel gol, il mondiale, il mio, il nostro mondiale
sarebbe stato un disastro, la nazione organizzatrice fuori dai
giochi, l’entusiasmo del pubblico sarebbe scemato, si sarebbe
sgonfiato come un soufflé. Thierry Roland, telecronista
dell’incontro, annuncia: «Laurent Blanc ha salvato il Paese».
Qualcuno ricorderà la mia gaffe, alla radio con Jacques
Vendroux, sugli «intrallazzi» del sorteggio, il disegno di non
far incontrare Francia e Brasile se non in finale. Mannaggia
alla mia lingua pepata. Se avessi detto «astuzia», (come tentò
di insegnarmi e correggermi mia moglie Christèle) invece di
«intrallazzi» sarebbe andata diversamente. Ormai viviamo
l’epoca del politically correct, però non mi pento di avere
usato quell’immagine, perché tutti sognavano quella finale. Se
domandaste a un francese dove fosse e che cosa stesse facendo
quel giorno, il 12 luglio del ‘98, vi saprà rispondere
puntualmente, fino a scendere nei dettagli.
E io, dove ero e che cosa feci quel giorno? Per la prima
volta, finalmente, stavo per pronunciare una frase che,
purtroppo, non avevo potuto pronunciare da calciatore: «Sono
campione del mondo». Ero in tribuna con la maglietta blu
sopra il mio abito da cerimonia. Ho urlato, incoraggiato e
sofferto come se fossi stato in mezzo ai ragazzi. «I ragazzi di
Siviglia» mi offrivano questa Coppa del Mondo Fifa che, per
la prima volta, stavo per toccare. Come co-presidente, avevo
avuto mille occasioni di accarezzarla ma, per scaramanzia, me
l’ero proibito. Mi era stata portata via troppo spesso. Avevo
mancato l’appuntamento tre volte, in Argentina, in Spagna e in
Messico. In quel momento, invece, tornavo a essere il
bambino di Joeuf che firmava i primi autografi sul quaderno di
scuola «Peléatini!» Dalla mia postazione, al centro della
tribuna autorità, incitavo la squadra, suggerivo la calma a
Deschamps, «Calma, calma Didier!» Era stato uno dei miei
ragazzi otto anni prima, e ora era il capitano della squadra
campione del mondo. Quanta strada fatta, e che orgoglio!
E pensare che qualche anima nera sosteneva che io e i miei
compagni del tempo fossimo gelosi, invidiosi, ipocriti. Così
come chi si diverte a mettere a paragone me e Zinédine
Zidane. Regolarmente sono stati fatti sondaggi per alimentare
questa sfida senza fine. Una rivalità artificiale, la stessa che mi
portò in competizione con Raymond Kopa, terzo ai mondiali
del ‘58, primo Pallone d’oro francese, o con Diego Maradona,
quando giocavo in Italia. Come con Zizou, si trattava
dell’eterno duello tra gli ex campioni e i contemporanei. Ora, a
guardar bene, rispetto al sottoscritto, Kopa era dieci centimetri
più basso e Zizou dieci più alto. Vengo alla tecnica: il
dribbling a Kopa, il tocco di palla a Zidane, e forse il senso del
gol a me. Ma si tratta di tre epoche differenti. Quello che posso
dire è che mi sarebbe piaciuto giocare nella stessa squadra con
questi due fenomeni. Questo sì. Che giocatori.
Il successo della generazione ‘98 è stato per me una
benedizione perché, scrivendo la loro storia, hanno permesso
di accelerare il mio cambiamento. Grazie a loro sono diventato
un dirigente e ho smesso di vivere da ex calciatore, costretto a
narrare, a ricordare, come un vecchio combattente, le sue più
grandi battaglie: Buenos Aires, Siviglia, Guadalajara… ormai
dovevo vivere il presente, e a lungo.
L’affascinante signor Blatter

18 gennaio 1998. Singapore. Hotel Ritz Carlton. Dalla suite


presidenziale, il panorama sulla celebre Marina Bay è
fantastico. Arredamento maestoso, da vertigini, quasi irreale.
Lui mi aspetta. Da alcuni giorni. Mi ha dato un appuntamento
che vorrebbe rimanesse segreto durante la Football Expo ‘98,
la grande fiera internazionale del business del calcio. Io sono
con Jacques Lambert per promuovere la Coppa del Mondo che
si disputerà da qui a qualche mese. Il tipo che mi aspetta ha
occhi vispi e sorridenti, la voce suadente ma il respiro febbrile.
La bottiglia di whiskey sul tavolo è già mezza vuota. Non ho
dubbi, Sepp Blatter ha qualcosa di importante da dirmi.
Conosco l’animale. Da molti anni. Il nostro primo incontro
risale al 1986, in occasione della consegna delle medaglie per
il nostro terzo posto al mondiale messicano. Blatter è il
segretario generale della Fifa ma è soprattutto l’ombra di João
Havelange. Ci siamo rivisti il 12 novembre del 1987, invitati
dagli italiani, per il sorteggio del mondiale 1990. Se devo
essere sincero, a Roma, ero più attratto dagli occhi verdi di
Ornella Muti che dalla pelata del numero 2 della Fifa.
Con Blatter lavorai nella commissione che portò alla riforma
del regolamento, espulsione per fallo da ultimo uomo, stop al
passaggio, di piede, al portiere. Era anche il nostro referente
all’interno della Fifa per l’organizzazione del mondiale del
’98. Un uomo assolutamente affascinante con il quale
potevamo parlare di tutto: di sicurezza, del costo del biglietto,
persino di marketing.
All’epoca, come molti altri, non ho resistito al fascino di
quest’uomo, che pure era alto un metro e sessanta. Parla molte
lingue, è un lavoratore infaticabile e competente, con un
percorso di vita e di carriera quasi romanzesco. Nato nel ‘36 a
Viège, nel Valais in Svizzera, Joseph Sepp Blatter, figlio di
operai, ha praticato lavori di ogni tipo: enologo, stalliere,
receptionist in un albergo di Ginevra, responsabile delle
relazioni pubbliche della Longines. Provò anche la carriera di
calciatore, ovviamente come attaccante, nel campionato
dilettanti. Meglio alla scrivania, meglio alla Fifa, come braccio
destro di Havelange che lui non esitò a pugnalare nel 1994,
presentando la propria candidatura contro quella del
brasiliano, sperando nel supporto dell’Uefa che invece lo
rispedì al mittente. Carismatico, un vero commerciante di
parole, capace di scalare qualunque tipo di montagna, Sepp,
quel giorno a Singapore, non provò a vendermi la Tour Eiffel.
Ma quasi. La conversazione si annuncia irreale quanto quella
avuta dieci anni prima con Claude Bez.
«Michel, accomodati. Il presidente Havelange ha avuto
un’idea elegante per il futuro: tu come presidente e io come
segretario generale».
Resto di sasso, spiazzato. Mi aspettavo di tutto, ma mai
questo. Ho una Coppa del Mondo da organizzare, il mio co-
presidente Fernand Sastre è gravemente malato e poi per me la
Fifa è un mondo sconosciuto, talmente lontano che non ne
distinguo ancora bene i contorni. Provo a replicare: «Sepp, tu
sai che sono impegnato, quella di Havelange è anche un’idea
elegante ma…»
«Su, dai, formiamo una coppia di copresidenti».
«No, Sepp, sto già vivendo l’esperienza della co-presidenza
e poi non ho voglia di trasferirmi a Zurigo».
Blatter è un tipo sveglio e la gioca così: «Bene, allora mi
presento da solo ma ho bisogno di te, Michel».
«Lasciami un po’ di tempo per pensarci».
Devo confessare che, anche se non mi interessava, la
proposta di Blatter era piuttosto gratificante. Avevo
quarantadue anni, l’età in cui si ha ancora voglia di lusingare il
proprio ego. Ancora inesperto nei corridoi della politica
sportiva, non avevo capito che Sepp, così zuccheroso, nel suo
stile di incantatore dei potenti, aveva puntato dove lui voleva:
presentarsi alle elezioni nel giugno 1998 a Parigi. Passarono
due mesi e gli risposi positivamente, l’idea mi piaceva, avrei
accettato di essere il suo consigliere tecnico, come a lui piace
chiamarmi.
Lui, di colpo, mi chiede. «Quanto vuoi?»
Non perdo il colpo e gli rispondo subito: «Un milione».
«Un milione di che?»
«Di quello che vuoi, rubli, lire, dollari. Scegli tu…»
«D’accordo, un milione di franchi svizzeri all’anno».
Non immaginavo, ma quello scambio di battute, a porte
chiuse, da uomo a uomo, sarebbe stato reso pubblico,
diciassette anni dopo, e avrebbe riempito le prime pagine dei
giornali di tutto il mondo. Venuto a conoscenza del fatto, il
vicepresidente dell’Uefa, Antonio Matarrese, mi chiede quali
siano le condizioni finanziarie del mio contratto con la Fifa.
L’Uefa non vede di buon occhio il mio rapporto con Blatter
dal momento che Lennart Johansson si presenterà come
candidato proprio contro lo svizzero. Io non arretro, vado ad
appoggiare la candidatura di Blatter. Con Johansson si
schierano Issa Hayatou, padrone del calcio africano, e, con lui,
Pelé. A due mesi dalla votazione, Johansson è sicuro di avere
100 voti in suo favore, va sul velluto.
Le truppe di Blatter sono meno ricche. Totale: siamo io e
Corinne, la figlia di Sepp. Il 30 marzo organizzo, e pago, alla
Maison du Sport, nel XIII arrondissement di Parigi, il lancio
della sua candidatura. Scelgo uno slogan: «Il calcio per tutti,
tutti per il calcio». A far di conto, in quel momento, soltanto
15 su 191 federazioni, tra queste Qatar e Stati Uniti, sono con
noi.
A forza di argomenti, mi procuro anche l’appoggio della
Federcalcio francese, che all’inizio si era dichiarata favorevole
a Johansson. Questo cambiamento dell’ultimo minuto
rappresenta la prima breccia attraverso cui si infilano altre
nazioni del sud Europa, così che il pronostico si equilibra. L’8
giugno del 1998 i giochi sono fatti. È il jackpot di Sepp
Blatter, il maligno, che succede a Havelange dopo ventiquattro
anni di dominio. Nella generale sorpresa, Blatter vince al
primo turno con 111 voti contro 80: applauso oceanico. Blatter
corre ad abbracciare Corinne. Sembra mi abbia già
dimenticato. Nel suo discorso non riserva una sola parola per
me. Poi sarà un giornalista francese a rinfrescargli la memoria:
«Che potete dire sul ruolo svolto da Michel Platini?»
«È lui che ha scelto di stare con me. Forse non ha recitato un
ruolo di primo piano ma è stato preponderante».
A essere sinceri ho avuto ringraziamenti più calorosi. A
sera, durante la cena, mi sussurrò di non avere voluto espormi
troppo… Maledetto Sepp! Un vero fuoriclasse quando si tratta
di cadere in piedi. Le sue piccole meschinerie non mi toccano,
ma avrebbero dovuto mettermi all’erta. Lo seguo, lo scruto.
Osservo con vivo interesse il modo in cui si comporta, lui che
verrà eletto ottavo presidente della Fifa. È una bestia politica,
e in questo è veramente tosto. Attira la simpatia degli
interlocutori: «Bisogna sempre accarezzare i capelli nel verso
giusto e restare sulla superficie delle cose, per evitare i litigi»,
mi suggerì un giorno. Per il tipo spigoloso quale io a volte
sono, fu uno choc culturale. Scaltro e ambiguo, Sepp è
difficilmente definibile e ama agire con astuta dolcezza. Nel
1999, senza nemmeno consultarmi, lancia l’idea di un
mondiale ogni due anni. Io sono contrario ma non posso
smentirlo pubblicamente. Mi sento bloccato ma dentro friggo.
Come ex calciatore so che l’idea è negativa per il fisico dei
calciatori. E poi il prestigio del mondiale sta nella sua
esclusiva rarità. Ritengo che giocare ogni due anni servirà a
fare cassa ma banalizzerà l’evento. La proposta provoca
reazioni negative anche dall’Uefa e così Blatter rimette nel
cassetto il progetto. Sepp non si butta giù facilmente, ha
mutuato da Mitterrand un pensiero comune ad altri uomini
politici: «Dare tempo al tempo».
E che, da buon svizzero, fosse un vero maestro del tempo lo
avrebbe confermato nella vicenda del mio contratto con la
Fifa. Nel novembre del 1998 vengo nominato ufficialmente
Delegato allo Sviluppo e allo Sport della Fifa. Poiché non
mollo Parigi, prendo come sede gli uffici di Place André
Malraux, al civico 1. Nel mio staff ci sono Odile Lanceau e
Alain Leiblang, con i quali ho già lavorato per il mondiale.
Non ricevo alcun compenso mentre continuo a lavorare per la
Federcalcio. Mi occupo di alcuni dossier spinosi, la riforma
dei calendari internazionali e il progetto Goal che aiuta i paesi
più poveri. Nell’agosto del 1999, non avendo più notizie del
mio contratto con la Fifa, chiedo un incontro con Blatter:
«Sepp, hai problemi con il mio contratto?»
«Sì, non posso più pagarti un milione perché c’è stata una
riduzione degli stipendi, una griglia salariale ci impone altri
pagamenti. Tu devi capire: il mio braccio destro, il segretario
generale, guadagna trecentomila franchi svizzeri all’anno.
Dunque dobbiamo allinearci a questa cifra. Tu non puoi
guadagnare tre volte quanto guadagna lui. Ti pago
trecentomila franchi e poi ti salderò il conto al milione, ma più
tardi».
Ci stringiamo la mano, è un contratto orale che ha valore
legale in Svizzera.
Torno ad occuparmi d’altro, mi fido di lui, gli credo sulla
parola e presumo che onorerà l’impegno. Continuo, dunque, a
lavorare seriamente e con piacere. Con il progetto Goal scopro
un calcio che non conoscevo, il terzo mondo del football
giocato da bambini che non hanno un pallone di cuoio ma
prendono a calci una scatola. Ho ancora forte il ricordo del
viaggio in Liberia, per l’inaugurazione dello stadio Antoinette-
Tubman con il manto sintetico. Un viaggio magico. Penso che
non esista emozione più bella che vedere lo sguardo dei
bambini, con le lacrime agli occhi, mentre consegno loro lo
stretto indispensabile per vivere la loro passione, ma per loro è
prezioso. Vale più di qualunque Pallone d’oro.
Viaggiamo molto con Blatter ma intuisco che la mia
presenza lo disturba, gli faccio ombra. La gente viene verso di
me, vuole un autografo, chiede una fotografia e a lui niente.
Scelgo, allora, una soluzione più discreta, sto due passi dietro,
lui è contento ma quando si accorge che l’atmosfera è tiepida
allora mi convoca, mi chiama e torna l’entusiasmo.
Resta il fatto che questi primi viaggi sono per me una
formidabile occasione di familiarizzare con la geopolitica
dello sport. Per me, autodidatta, è un vero corso di formazione
accelerato. Imparo ogni giorno qualcosa di nuovo e mi
appassiona avere una nuova esperienza del mondo. Così, mi
faccio una mia cultura geografica e storica. In un contesto
politico così complesso, non basta sorridere per guadagnarsi
dei voti.
Quegli anni passati al fianco di Sepp Blatter mi hanno
permesso di raggiungere un altro livello di preparazione. Dopo
aver fatto da co-presidente per l’organizzazione del mondiale,
e dopo quattro anni passati insieme, era arrivato il momento di
prendere il volo. Decido di lanciarmi nel mondo della politica
sportiva. Ma occhio agli squali! La vita con Blatter mi ha
insegnato una maggiore circospezione. Il 25 aprile del 2002
vengo eletto membro del comitato esecutivo Uefa e
rappresentante Uefa nel comitato esecutivo della Fifa. Fino
alla fine sto con Blatter. Nel maggio del 2002, sarò tra i pochi
a difenderlo pubblicamente quando deve far fronte a una
denuncia per sleale gestione amministrativa presentata da
undici membri del comitato, tra cui il suo miglior nemico,
Lennart Johansson. Un caso per il quale sarà presto scagionati
dai tribunali svizzeri. Una lealtà, la mia, che non è mai venuta
meno, dunque. Ma che Sepp, che a volte ha la memoria
selettiva e un discreto talento nel riscrivere la storia a suo
piacimento, deve aver nascosto nell’antro dei suoi ricordi.
Alla corte dei grandi

Gli anni splendidi in Fifa mi hanno lasciato tuttavia un gusto


amaro, di frustrazione. Come consigliere, sono rimasto
nell’ombra, nell’anticamera delle grandi decisioni, in un ruolo
di portaborse che non rientra nel mio DNA e capisco, allora,
che la mia credibilità internazionale dovrà passare attraverso le
elezioni. Di contro non procedo tenendomi da parte o
dissimulando, in un modo o in un altro, le mie intenzioni.
Fedele al mio spirito di trasparenza, decido di parlarne con
Lennart Johansson e la sua reazione è glaciale, disarmante,
umiliante: «Michel, una cosa è il calciatore, cosa che tu hai
fatto benissimo, ma un’altra è dirigere una istituzione come
l’Uefa e tu devi ancora imparare». Per lui, dunque, io sono e
resto un semplice calciatore, uno rasoterra. È una
considerazione tipica nel mondo del calcio. Accade cioè che i
dirigenti si circondino di ex calciatori per ricevere gloria e
applausi dai tifosi, poi, quando arriva il momento decisivo per
promuovere talenti e patrimoni di esperienza, gli stessi
calciatori vengono rispediti al loro campo di competenza
originario, il terreno di gioco. I calciatori sono docili burattini
che prendono la forma dei loro padroni pupari. Quindi, il
calcio ai calciatori ma purché restino nel loro ruolo.
In più, per Johansson io ero l’amico di Blatter. Il mondo del
calcio prevede la stessa teoria della politica, se non stai con me
sei contro di me. Così per Johansson sono un nemico vero,
l’orso svedese ha ancora fame di potere e non vuole cedere il
suo trono e soprattutto non a me! Insomma il suo motto era
«tutti, ma non Platini».
Qualche settimana dopo, come tutte le belve della politica,
cerca di neutralizzare la sua preda.
«Mio carissimo Michel, non facciamoci la guerra. Lasciami
due anni di incarico e poi sarò io a sostenere la tua
candidatura».
«Lennart, non ti preoccupare di me, non sono più il
ragazzotto di prima».
«Ok, Michel, pazienta ancora. Concludo il mio mandato e ti
lascio il posto».
Contrariamente alla Fifa, che considero una struttura
arrogante, altezzosa, superba, ho sempre considerato l’Uefa
come una seconda casa. Sono nato il 21 giugno del ‘55, lo
stesso giorno in cui il comitato esecutivo dell’Uefa inventò la
Coppa Europa. L’Europa è stata il mio teatro, ho vinto la
Coppa delle Coppe con la Juventus contro il Porto, poi la
Coppa dei campioni contro il Liverpool, il campionato
europeo in Francia con 9 gol, il primo titolo internazionale
della rappresentativa francese.
Dall’83 al ‘90 l’Uefa è stata presieduta dal mio padre
spirituale Jacques Georges, della Lorena come me. Mai nella
mia vita ho avuto la fortuna di incontrare un uomo così
educato e puro, anche un po’ visionario. Grazie a lui il calcio
femminile venne ufficialmente ammesso alla federazione
francese nel marzo del 1970, lui seguì la carriera di mio padre
e la mia. Fu lui a chiedere e ottenere l’esclusione dalle
competizioni europee delle squadre inglesi dopo l’Heysel.
Georges se ne andò a 87 anni, due mesi prima che io entrassi
nel comitato esecutivo Uefa, una specie di segnale, un
testimone di eredità.
Per entrare decisamente nell’Uefa che, all’epoca, sembrava
una cittadella inespugnabile, devo essere eletto nel comitato
esecutivo. Claude Simonet, presidente della Federcalcio
francese, mi cede il suo posto in questo comitato con una
eleganza rara in un mondo in cui la sete di potere sembra avere
la prevalenza su tutto il resto. A 71 anni, preferisce
concentrarsi sul suo ruolo di capo del calcio francese che
dovrà difendere, nei mesi successivi, il titolo di campione del
mondo, durante il mondiale 2002 in Corea e Giappone. È un
uomo che rispetterò sempre. Lui merita di passare alla storia
per essere stato il primo presidente della Federcalcio a vincere
il mondiale e non certo come il dirigente che ha firmato una
nota spese di migliaia di euro per una bottiglia di Romanée-
Conti durante il mondiale del 2002. La memoria può essere
spesso così selettiva da diventare crudele.
Passandomi il testimone, Simonet si aspetta che io metta al
servizio del calcio la mia esperienza di calciatore. Claude mi
confessa che a volte i dirigenti che occupano da troppo tempo
il loro posto sono disconnessi dalla realtà del campo di gioco.
Simonet mi chiede soprattutto di non perdere. Non lo
deluderò, anzi, vincerò a mani basse. Il 25 aprile del 2002 al
primo scrutinio sono eletto nel comitato esecutivo dell’Uefa e
sono designato come rappresentante della confederazione
europea al comitato esecutivo della Fifa. È il primo passo
aspettando il decollo per la presidenza.
L’Uefa non ha soltanto tappeti rossi per me. Anzi. Mi sento
come un cavolo a merenda. E tentano anche di umiliarmi. Alla
vigilia dell’Europeo in Portogallo, c’è una specie di consegna
clandestina per la quale nessuno dei membri importanti della
Confederazione debba sedersi al mio tavolo. Per la prima volta
nella mia vita, mi ritrovo in terreno ostile. Completamente
solo. Quelli che fanno parte della mia stessa squadra hanno
una sola ossessione: entrarmi alle spalle appena si presenti
l’occasione. Addirittura per il banchetto che precede la finale
di Champions del 2005 a Istanbul, tra il Milan e il Liverpool, il
protocollo decide di dirottarmi al tavolo più lontano da quello
presidenziale e più vicino alla toilette. Un segnale chiaro. Ma
per me è acqua sulle piume di un’oca. La mia corazza di
sportivo di alto livello ne ha viste di peggiori e non mi
scoraggio per questo. Approfitto di questo lasso di tempo per
migliorare il mio inglese. Voglio quel posto in Uefa e lo
raggiungerò. Se necessario, lo otterrò anche con i denti. Per la
prima volta nella mia vita non sono gli accadimenti esterni a
decidere il mio destino. In questo viaggio verso la presidenza
sono io a condurre il gioco.
Questi primi passi nelle istituzioni mi permettono di vedere
e di capire i meccanismi del governo internazionale del calcio:
le relazioni tra Fifa e Uefa non saranno mai semplici, anzi ci
sarà sempre un po’ di guerra. Una guerra di influenza, di
leadership e di prestigio. In un certo senso l’Uefa invidia la
Fifa perché ha il potere e la Coppa del Mondo. Quanto alla
Fifa, vede di cattivo occhio la prosperità dell’Uefa che
organizza i tornei più ricchi come la Coppa dei campioni. Io,
all’epoca, ho il piede destro nell’Uefa e il sinistro nella Fifa.
Ma nella mia testa, c’è un solo obiettivo, Nyon.
La campagna d’Europa

15 marzo 2005. È il gran giorno. A 49 anni, come un


pokerista, metto tutte le mie fiches sul tavolo e prendo la
decisione più rischiosa della mia carriera. L’annuncio ufficiale
avviene a Parigi, durante un pranzo con la stampa. Qualche
settimana prima, avevo avvertito, con una lettera, il presidente
Lennart Johansson. Senza ricevere risposta. Posso intuire il
suo imbarazzo. Lui, infatti, mi aveva garantito, guardandomi
negli occhi, che avrebbe concluso il suo ultimo mandato e mi
avrebbe consegnato il suo posto. Era il 2002. Ma nel calcio,
come nella vita, le promesse riguardano chi le riceve e non chi
le assicura. A 75 anni, il padre padrone del calcio europeo non
ha ancora deciso di fermarsi. Ne ho un presentimento
rileggendo l’ordine del giorno del congresso Uefa che si
svolgerà a Tallin in Estonia il 21 aprile del 2005, dunque un
mese dopo l’annuncio della mia candidatura. Un
emendamento dello statuto attira la mia attenzione: si tratta
dell’articolo 19 che propone che l’elezione del presidente
debba svolgersi durante l’anno solare che precede la fase
finale del campionato europeo. Ma che bravo! Grazie a questo
emendamento Lennart Johansson si regala un anno in più di
presidenza. Per convincere i due terzi delle 52 federazioni,
dimostra che il nuovo calendario si sovrappone a quello della
Fifa e dunque nello stesso anno verranno eletti i due
presidenti. Soprattutto per lui è una maniera furba di giocare
sul tempo. Sono costretto ad accettare, con un po’ di
delusione, questo gioco di prestigio. Non soltanto Johansson
non ha mantenuto la parola, ma prolunga il suo mandato fino
al 2007.
Non per questo mi scoraggio o cambio le mie decisioni. La
mia diagnosi sul calcio è fatta, getto le basi del futuro fair play
finanziario, per il quale mi batterò perché, dieci anni dopo il
caso Bosman che ha messo fine al vincolo dei tesserati in virtù
dell’articolo 48 del Trattato di Roma sulla libera circolazione
dei lavoratori tra gli stati membri, il calcio fa i conti con
un’inquietante deriva finanziaria. Non è più sport ma trading, i
club, già pericolosamente indebitati, si contendono a peso
d’oro i calciatori. Si tratta di una corsa agli armamenti dove
ogni sconfitta di un club è una sconfitta industriale e dove il
fair play viene disgregato dall’aumento della posta in gioco. È
un nuovo aspetto del calcio molto lontano dalle mie idee.
Quando firmai il primo contratto a Nancy a diciassette anni,
fui sorpreso quando mi accorsi che mi avrebbero pagato. Soldi
per giocare a pallone. E, nell’arco della mia carriera, ho
cambiato squadre sempre alla fine dei miei contratti.
Bisogna saper essere al passo con i tempi ma il caso
Bosman ha stravolto il mondo del calcio. Nel 1980, nella Serie
A italiana, era possibile ingaggiare soltanto due calciatori
stranieri, nomi mondiali e che ancora oggi fanno sognare.
Rummenigge, Zico, Maradona, Boniek, Socrates, Leo Junior.
In Inghilterra, dieci anni dopo, il 26 dicembre del 1999, il
Chelsea, nel Boxing Day contro il Southampton, per la prima
volta schiera undici calciatori non britannici. Una rivoluzione
vent’anni fa, oggi è praticamente la norma.4 La
mondializzazione a tappe forzate ha avuto conseguenze sui
vivai. Infatti gli allenatori, avendo a disposizione un organico
così ridondante, non lasciano spazio ai più giovani. È una
tendenza che fa arrabbiare i grandi del calcio mondiale, fra
questi Gary Lineker molto preoccupato per la situazione dei
giovani calciatori inglesi.
Personalmente ero favorevole alla soluzione 6+5 già
proposta dalla Fifa, vale a dire che all’inizio delle partite
almeno 6 calciatori su 11 avrebbero dovuto essere originari del
paese del club. Ma questa proposta entrava in contrasto con le
leggi europee sul lavoro e secondo il presidente José Manuel
Barroso, erano incompatibili e discriminatorie. Era come
battersi contro i mulini a vento.
Era dunque opportuno essere meno romantici e battersi per
soluzioni e innovazioni sulle quali ottenere un successo. Non
avevo nessuna intenzione di passare per il Don Chisciotte del
calcio. Devo dunque trovare il ruolo e il percorso giusti.
Capisco che è anche una questione assai difficile ma non
posso nemmeno essere visto dai presidenti delle 52 federazioni
semplicemente come l’ex calciatore. Sarebbe un favore a
Johansson che nelle sue interviste così mi presenta.
Devo pensare a formare la mia squadra. Oltre al mio amico
e consigliere Alain Leiblang che mi segue da molti anni, ho
scelto come direttore della mia campagna elettorale Jean-Louis
Valentin, laureato alla facoltà di Economia e finanza e
proveniente dalla Federcalcio francese. La sua qualità
professionale sarebbe stata molto preziosa. È aiutato da
François Manardo, ex capo stampa della Fifa. Estraneo a
questa squadra, consulto, molto di sovente, Jacques Lambert,
che era stato mio direttore generale al mondiale del 1998, un
uomo i cui consigli sono sempre stati importanti.
Anche se le mie idee di un nuovo equilibrio tra piccoli e
grandi club e di una uguaglianza tra le federazioni più ricche e
quelle meno solide finanziariamente potevano apparire
innovatrici in un mondo così conservatore, mi rifiuto di
passare come un rivoluzionario, una specie di Che Guevara del
calcio. Non mi fido soprattutto dell’influenza crescente del
G14, una lobby dei quattordici club più ricchi d’Europa. Non
trovo sano e nemmeno molto democratico che i più potenti
dettino il loro modo di pensare e di agire ai più modesti. Un
sistema da ancien régime totalmente antitetico al carattere
popolare del calcio. Per me tutti hanno dritto di partecipare e
devono avere la possibilità di vincere anche se diventa sempre
più difficile.
Il mio obiettivo, prima di tutto, è che i piccoli Paesi, quelli
che non hanno mai avuto la possibilità di brillare, abbiano
voce in capitolo perché vivono la stessa passione degli altri.
Ritengo che la priorità di una federazione sia quella di
promuovere il calcio e di aiutare chi abbia più bisogno.
Proteggere il carattere universale di questo sport, la sua forza e
la sua bellezza. Questo è il vero tesoro che devo tutelare. Per
portare avanti questa mia visione del calcio, ho deciso di
viaggiare, andando proprio nei paesi con minore peso e storia,
quelli del vecchio blocco comunista che hanno sofferto a
recuperare uno spazio a fianco dell’orso russo. Ma anche nei
Balcani che faticano a ritrovare la loro luce calcistica, dopo la
guerra che ha sconvolto la Jugoslavia, agli inizi degli anni
Novanta.
Sono stato sempre un tifoso del calcio jugoslavo. Ho
ammirato la sua capacità di far sbocciare grandi talenti come
Dragan Stojkovic, Mécha Bazdarevic, o Safet Sušic. Un calcio
tecnico, efficace, splendido. Ho ricordi meravigliosi delle mie
partite contro la Jugoslavia. Nel 1984, durante l’Europeo,
torno a giocare nello stadio Geoffroy Guichard, il teatro del
mio Saint-Étienne che avevo abbandonato due anni prima. Il
pubblico mi accoglie cantando il mio nome «Michel, Michel»
ho il cuore in tumulto. Segnai tre gol, di sinistro, di testa e di
destro, vinciamo 3 a 2 e andiamo in semifinale. A Saint-
Étienne avevo vissuto momenti memorabili e non potevo certo
perdere proprio quel giorno, anche se gli jugoslavi ci crearono
molti problemi.
Ripensandoci, il periodo dal 1979 al 1982 fu il migliore
della mia carriera. Fisicamente e tecnicamente camminavo
sull’acqua. I soliti brontoloni sottolineano che non vinsi quasi
nulla ma sono fiero del campionato vinto nell’81 e dei miei 82
gol realizzati in 146 presenze.
Affrontai la Jugoslavia un’altra volta, l’anno successivo, il
16 novembre del 1985 al Parc des Princes. Partita che non
possiamo perdere, dentro o fuori dal mondiale in Messico.
Segno due gol e andiamo al mondiale, per la terza volta
consecutiva.
Le sfide contro gli jugoslavi si svolgono in un clima
veramente sportivo, con grande rispetto reciproco tra i
giocatori. Così nasce la mia amicizia con Dragan Stojkovic,
calciatore elegante, geniale, lo chiamano Pixie ed entrerà nella
storia per aver realizzato un gol con un tiro al volo da 50
metri, in giacca e cravatta, da bordo campo, quando era
allenatore della squadra giapponese Nagoya. Indubbiamente il
più bel gol della sua carriera, come dice spesso scherzando ma
non troppo…
Dragan Stojkovic è un sostegno prezioso nella mia
campagna elettorale. È viva la sua popolarità nel calcio dei
Balcani. Lo incontro il 2 agosto del 2006 a Skopje in
Macedonia, dove comincia la mia campagna elettorale che
proseguirà in Moldavia e in Armenia. Dragan mi presenterà al
presidente della Federazione macedone Haralampie Hadzi-
Risteki.
La campagna elettorale e la raccolta voti che l’accompagna
sono una novità per me. Devo capire come uscire dalla mia
confort zone. A cinquantuno anni mi rendo conto che per la
prima volta sono io a dover chiedere qualcosa a qualcuno,
mentre fino ad allora capitava il contrario. Devo cambiare usi
e costumi, certe cose accadono naturalmente. Una storiella,
una fotografia con sorriso, qualche racconto, un paio di ricordi
e il ghiaccio si scioglie in fretta.
Capisco che qualcosa si sta muovendo. I miei discorsi sono
sinceri, non c’è nulla di demagogico. Quando incontro i
dirigenti delle federazioni più piccole non prometto loro la
luna, non dico loro che vinceranno la Champions League o
l’Europeo. No, mi impegno soltanto a fare in modo che i loro
figli, ragazzi e ragazze, possano giocare a calcio nelle migliori
condizioni.
Il mio passato di calciatore mi permette di parlare lo stesso
linguaggio di alcuni ex calciatori divenuti presidenti di
federazione, come Pavel Cebanu in Moldavia, Borislav
Mihajlov in Bulgaria o Vlatko Markovic in Croazia. Abbiamo
la stessa passione, condividiamo lo stesso impegno. La sera
noi ricostruiamo il mondo, rigiochiamo le partite. Brindiamo
alla vita. È la felicità che amo, semplice come un calcio al
pallone. In Bielorussia, paese che non conoscevo affatto, mi
ritrovo tra ballerine folkloristiche! Fortunatamente senza
telecamere o cineprese.
Io centellino il mio programma e i miei interventi a seconda
dell’ambiente in cui mi trovo. In Italia e in Spagna, terre
storiche di calcio e territori dei club che formano il G14, gioco
a carte scoperte. Voglio mettere fine, come presidente, a questo
gruppo che nuoce al calcio. Il G14 per me non ha alcuna
legittimità. Capisco che i club vogliano farsi sentire, ma
devono farlo utilizzando le strutture già esistenti, il Forum dei
club dell’Uefa o le stesse federazioni nazionali. Il G14 cerca
soldi. E i grandi club ne vogliono sempre di più. Per loro il
calcio è un mezzo per fare denaro. Non abbiamo la stessa
filosofia sportiva. È un’associazione con un solo dipendente,
due o tre club che comandano e gli altri che non devono
nemmeno essere messi al corrente di tutto. I calciatori
vogliono andare in nazionale, è il loro traguardo massimo.
Questo è importante anche per i club che si ritrovano con un
plusvalore al momento del calciomercato. Opporsi alla libertà
dei calciatori di cercarsi una nuova squadra è aberrante. Ma è
anche logico che i club richiedano una copertura assicurativa
in caso di infortuni. Sono ferocemente contrario al principio
dell’indennizzo. Per di più i club si rivolgono, per
l’indennizzo, alla Fifa. Ma non è la Fifa che convoca i
calciatori. Semmai i club devono rivolgersi alle relative
federazioni nazionali. Tutto ciò è ridicolo. Soldi. Non vogliono
altro che soldi. Il calcio ha già mille problemi, la violenza, il
razzismo… ha bisogno di risollevarsi nei valori, mentre tutti
questi accadimenti non fanno altro che distogliere l’attenzione.
Sto studiando anche una riforma della Champions League
per permettere ai paesi di avere un posto nel torneo. Voglio
evitare che la manifestazione si trasformi in una Superleague
europea chiusa, sul modello della NBA americana. È il
desiderio elitario dei grandi club, per giocarsela tra di loro ed
evitare il rischio della bocciatura che comporterebbe
conseguenze finanziarie disastrose. Le regole del calcio si
basano su promozione e retrocessione. Chi parla di lega chiusa
pone fine alla solidarietà finanziaria. Del resto il nome
Champions League creato nel 1992 mi fa ridere. Per me
avrebbe senso se coinvolgesse effettivamente i club campioni
del campionato di ciascun paese, come era appunto la Coppa
dei campioni.
Lungi dall’essere consensuale, il mio programma include
dei veri e propri punti di rottura, ma non per questo viene
accolto con ostilità. Cerco di prendermi il tempo di spiegarmi
con ognuno dei miei interlocutori, dimostrando una pedagogia
che non mi riconoscevo. Vado anche nei paesi che non hanno
la reputazione di essere a me favorevoli e di soffrire di
«platinifilia». A incominciare dall’Inghilterra che mi odia in
maniera tenace. Indubbiamente perché sono francese ma anche
perché, da calciatore, gliene ho fatte vedere di tutti i colori,
soprattutto con la maglia della Juventus. Il 16 marzo 1983, nei
quarti di finale della Coppa dei campioni contro l’Aston Villa,
gioco una delle migliori partite della mia carriera. Due gol e
una vittoria per 3 a 1 che fa esplodere i cuori dei tifosi torinesi.
I giornali sportivi mettono in pagella il voto più alto mai visto
prima, 9 su 10. Tuttosport: Platini favoloso, Juventus
superstar, mentre la Gazzetta dello Sport ritiene che io abbia
giocato come un extraterrestre e che ogni mio intervento fosse
segnato dal gesto del genio. Un diluvio di complimenti. Ma
quello che mi tocca maggiormente arriva da Gianni Agnelli. Il
patron della Juventus, reduce da un intervento chirurgico, mi
telefona e mi dice: «Fantastico! Il mio cuore operato ringrazia
Platini». L’Avvocato, la classe pura. Le partite successive con
gli inglesi sono dello stesso tenore. Una vittoria 2 a 0 con la
Francia il 29 febbraio del 1984 con una mia doppietta, di testa
e su punizione. Qualche settimana dopo, il 25 aprile del 1984,
un altro successo 2 a 1 contro il Manchester United in Coppa
delle Coppe che ci porta in finale. Ma c’è anche, nel 1985, la
finale di triste memoria della Coppa dei campioni all’Heysel
contro il Liverpool con il mio gol su rigore.
Quando invito la stampa inglese il 20 ottobre 2006 al Sofitel
Saint-James di Londra, ho lo stesso spirito, con la voglia di
convincere e di vincere. Sorpresa! Riesco a sedurre i
giornalisti britannici che mi ascoltano con molta attenzione.
Ho migliorato il mio inglese e tengo il pallino per due ore. Li
faccio divertire con questa frase: «My hair is gone, I’ve got a
big belly: it’s time to be president». (Ho perso i capelli, ho una
grossa pancia, è tempo che diventi presidente.) Durante il
pranzo riesco a inserire nel menu alcuni elementi del mio
programma e al momento del dessert un’altra piccola sorpresa:
Thierry Henry, superstar del campionato inglese con l’Arsenal,
ci raggiunge al tavolo e mi conferma il suo sostegno. Ho
sempre amato questo giocatore per la sua grande passione. Il
giorno dopo i giornalisti inglesi riprendono fedelmente
l’essenziale delle mie proposte.
Fino a quel momento nessun avversario si è manifestato.
Lennart Johansson ha pensato bene di mettere Franz
Beckenbauer sulla mia strada. Due leggende del calcio, in
competizione, per la conquista dell’Uefa, non male come
sfida. Una specie di remake di Francia-Germania. Ma,
contrariamente a Harald Schumacher che aveva messo K.O.
Patrick Battiston a Siviglia, sono molto amico di Franz e
scopro rapidamente che non è attratto da quel posto. Dopo
aver organizzato il mondiale 2006 con grande maestria,
preferisce entrare nel comitato esecutivo della Fifa, dopo aver
capito, da alcuni sondaggi, che la sola persona in grado di
battermi era… Lennart Johansson.
Aspetto dunque che lo svedese venga fuori dal canneto.
Cosa che accadrà qualche tempo dopo. Esattamente il 2
novembre del 2006 a Londra, all’età di settantasette anni,
Johansson avvia la campagna per la successione a se
medesimo. Una campagna ferocemente anti-Platini. Davanti
alla stampa internazionale mi attacca in modo brusco: «Perché
io? Perché ho più esperienza di lui. Io conosco il mondo degli
affari. Una cosa è il calcio in campo. Un’altra è trattare i
problemi di 52 federazioni. Non ho cercato io questa
candidatura, ma nessuno si è messo in lizza contro di lui.
Dunque è necessario che sia io a farlo. Devo tutelare ciò che io
e i miei collaboratori abbiamo fatto dal 1990 in poi. Platini
pone sul tavolo la sua carriera di calciatore dicendo che vuole
consegnare il controllo del calcio ai calciatori? Ma nella nostra
squadra Uefa ci sono già ex calciatori che conoscono
l’argomento. Non nego di avere un’età avanzata, ma perché
abbandonare quando mi sento ancora in forma e nella
convinzione di continuare? Confermo, tuttavia, che questo sarà
il mio ultimo mandato».
Ma va? Ho già sentito quest’ultima frase. Spinto dal suo
collaboratore e compatriota Lars-Christer Olsson, direttore
generale dell’Uefa, Johansson non sa resistere alla prospettiva
di un quinto mandato. Contrariamente ai suoi consiglieri,
ritengo coraggioso che sia apertamente in lotta contro di me.
Io comunque non cedo ad attacchi ad personam. Ho sempre
avuto rispetto delle persone anziane e, tra l’altro, ritengo che
Lennart abbia fatto un buon lavoro in Uefa. Non accetto
soltanto che il motivo della sua nuova candidatura sia un
ostacolo, un attacco alla mia persona e al mio progetto.
Furbo come una volpe, Lennart approfitta di un soggiorno a
Londra per annunciare il suo sostegno alla candidatura inglese
per il mondiale del 2018. È guerra aperta. La sua campagna
elettorale parte a tre mesi soltanto dalle elezioni previste per il
26 gennaio del 2007 a Düsseldorf. E lui ricorre a qualsiasi
mezzo. Assume Mike Lee, direttore della comunicazione Uefa
dal 2000 al 2004, riciclato nelle lobby dello sport. Un brutto
cliente. Lui è stato l’abile artigiano della vittoria di Londra su
Parigi per i Giochi Olimpici del 2012. Oltre al sostegno di
Franz Beckenbauer, Johansson aveva il sostegno di Sepp
Blatter che, secondo lui, lo avrebbe spinto a prolungare il
mandato, perché il mondo del calcio ha bisogno di stabilità e
dunque sarebbe stato necessario che i dirigenti restassero al
loro posto. Johansson in privato è divertente e mi chiama
Blatterinì ma comincia a imitare i metodi del machiavellico
presidente della Fifa. Promette un premio di duecentomila
franchi svizzeri ad ognuna delle 52 federazioni e, secondo usi
e costumi, aggiunge che la metà verrà versata prima
dell’elezione e la seconda subito dopo. Anche se a volte sono
preso dai dubbi, quando vengo a sapere di queste manovre non
perdo certamente il coraggio. Quando mi chiedono che cosa
penso di fare in caso di sconfitta, rispondo, un po’ da bullo,
che partirei per un mese verso le Isole Mauritius per riflettere
sull’accaduto. Ho lasciato tutti i miei impegni e ho risolto i
contratti pubblicitari per presentarmi alle elezioni. Se perdo,
non ho più nulla nelle mani. Ma, nonostante tutto, sento che la
vittoria arriverà. Come il calciatore che sa che la sua squadra
non può perdere.
Ma devo giocare una partita in campo avverso. Quando
arrivo, il 25 gennaio, all’hotel Hilton, scopro che l’Uefa mi ha
riservato una camera singola mentre Lennart Johansson gode
di una suite presidenziale. Non è un problema, per me un letto
singolo va più che bene. Ma ho compreso il loro messaggio
meschino: non vogliono che io, in segreto, riceva ospiti.
Secondo i sondaggi del mio staff sono in vantaggio, tre voti
possono però far cambiare le sorti. C’è un pugno di indecisi da
valutare. So anche che le ventiquattro ore che precedono la
votazione sono decisive nelle manovre di corridoio. In più,
faccio fatica a capire il comportamento del mio «alleato»
Blatter. A tavola, durante il banchetto di vigilia, mi assicura il
suo sostegno, ma durante i vari colloqui intuisco la sua
ambiguità. È il genuino Blatter che ha fatto dell’ambiguità una
vera e propria arte.
Il giorno dopo, prima di mezzogiorno, è il momento del mio
discorso che precede lo scrutinio. Il tempo è come sospeso. Un
tempo solenne, importante. Non ho mai avuto tanta ansia in
tutta la mia carriera. Tocca a me, a Michel Platini, il
complessato nell’arte oratoria, pronunciare il discorso della
vita. Otto pagine sulle quali ho lavorato, che ho riletto cento
volte e che sono frutto del grande lavoro di Jean-Louis
Valentin che non ringrazierò mai abbastanza. Volevo che quel
discorso fosse «mio». È il mio I have a dream, come lo ha
brillantemente descritto il giornalista e scrittore Jean-Philippe
Leclaire. Volevo che, ascoltandone ogni parola, si respirasse
«il Platini». L’inizio è come un calcio di punizione che va nel
sette della porta: «Il calcio è un gioco prima di essere un
prodotto, uno sport prima di essere un mercato, uno spettacolo
prima di essere un business…» E anche la conclusione è uno
slancio verso il futuro: «Cari amici, abbiamo la fortuna di
avere tra le mani un tesoro: il più bello, il più naturale, il più
popolare sport del mondo. Lo sport che tutti i ragazzi, in
Europa e nel mondo, sognano di praticare, non importa dove
né quando. Vi chiedo di proteggere questo tesoro».
Applausi scroscianti. Ho segnato il più bel gol della mia
carriera. Si vota. Dopo un’attesa terribile, il vicepresidente
dell’Uefa, il turco Senes Erzik, prende il microfono e mantiene
la suspense: «Eletto presidente dell’Uefa con un mandato di
quattro anni è il signor Michel Platini», 27 a 23 voti. Sono
senza parole. Piango, rigioco con me stesso la partita della
vita. Vent’anni dopo aver abbandonato l’attività sul campo,
eccomi a capo del calcio europeo. Ne ha fatta di strada il
ragazzino di rue Saint-Exupéry a Joeuf, nipote di Francesco,
muratore piemontese.
In quel momento cerco gli occhi di un uomo con i capelli
grigi, l’uomo che mi è stato da sempre vicino. Un uomo che
mi ha dato la possibilità di giocare a calcio e, poi, di diventare
dirigente. Un uomo che ho visto sacrificarsi gratuitamente per
settant’anni, donando felicità a centinaia di bambini,
avvicinandoli al calcio. Quest’uomo è mio padre.
4 Gli undici non inglesi del Chelsea contro il Southampton
erano: Ed de Goey (Olanda), Albert Ferrer (Spagna), Celestine
Babayaro (Nigeria), Emerson Thome (Brasile), Franck
Leboeuf (Francia), Dan Petrescu (Romania), Didier
Deschamps (Francia) Gus Poyet (Uruguay), Roberto di Matteo
(Italia), Gabriele Ambrosetti (Italia), Tore Andre Flo
(Norvegia).
Platini presidente

Dopo questo viaggio indimenticabile del 29 gennaio 2007,


arrivo finalmente nella sede dell’Uefa a Nyon per prendere
possesso del luogo. Il direttore generale, Lars-Christer Olsson
mi aspetta. Dritto come un palo, mi fa un sorriso di
circostanza. Non so se nutrisse ancora la speranza di restare in
carica. Le sue prese di posizione, a volte al limite dell’odio,
durante la campagna elettorale, non mi invogliano certo a
fidarmi di lui. Ne ho la conferma due mesi più tardi, quando
gli alleati di Johansson mi fanno un regalo di benvenuto un po’
avvelenato. Il 18 aprile 2007 a Cardiff, quando dobbiamo
annunciare la sede di Euro 12, l’Italia è strafavorita, ha
presentato il miglior dossier tecnico. Ma quando l’incaricato
dello scrutinio mi porge la busta, mi sussurra «Sarebbe
opportuno rivedere il modo di scrutinare le schede…»
«Ma perché, non ha vinto l’Italia?»
«No, Ucraina e Polonia!»
Quando tocca a me aprire la busta faccio fatica a trattenere
una smorfia, il gruppo Johansson ha usato i metodi giusti,
l’influenza politica necessaria che ha portato alla vittoria per 8
a 4! Un messaggio per me: «Tiè, Platini, visto che tu ami i
piccoli Paesi, potrai dar loro l’organizzazione dell’Europeo».
Presi la palla al balzo, quella sarebbe stata una grandissima
edizione del torneo e nominai Johansson presidente onorario
dell’Uefa. È stato un avversario coriaceo ma merita tutta la
mia stima dopo i suoi diciassette anni passati a capo dell’Uefa
con un bilancio molto positivo. Il format della Champions
League mi lasciava un po’ perplesso e, tra l’altro, era diventato
il torneo faro del pianeta calcio. Il suo inno scritto dal grande
compositore Händel fa venire la pelle d’oca al mondo intero.
Vorrei essere il presidente del cambiamento nella continuità.
Vorrei anche ridare a ogni eletto il ruolo che merita
legittimamente, piuttosto che affidarlo ad amministratori che
hanno avuto mandato dalle federazioni. Questo ha portato
l’Uefa a diventare un’impresa privata che comanda su una
federazione, mentre io voglio che torni ad essere una
federazione gestita come un’impresa.
Come prima decisione, abolii la figura del direttore
generale. Contrariamente al mio predecessore, io sarei stato un
presidente a tempo pieno, esecutivo, non una figura di carta.
Creai il ruolo di segretario generale che si sarebbe occupato
dell’amministrazione. Scelsi lo scozzese David Taylor che, a
sua volta, si sarebbe fatto affiancare da un italosvizzero
affamato di potere, Gianni Infantino…Con David lavoriamo
benissimo. Taylor non è affatto uno yes man che prima sorride
e poi ti pugnala alle spalle. Una specie, questa, che è molto
lontana dall’essere in via di estinzione nel mondo del calcio.
David Taylor sa difendere le sue opinioni quando sono
discordanti dalle mie. Contrariamente a quello che si possa
pensare, mi piace che qualcuno metta alla prova la mia
sicurezza. Non ho mai pensato di avere la scienza infusa. Amo
il confronto purché le idee e le parole non siano gettate al
vento. Voglio ascoltare cose concrete. Il mio segretario
generale è il compagno ideale per realizzare il mio
programma. E non bisogna perder tempo, appunto. Una delle
priorità è di cancellare il G14, una lobby dei grandi club che
minaccia la secessione. Devo affrontare Uli Hoeness, general
manager del Bayern Monaco, che mi ammonisce: «Senza i
club non funziona nulla, ma senza l’Uefa tutto può
funzionare».
Creato nel ‘98, ma ufficializzato nel 2000, il G14 è
composto da quattordici club tutti vincitori di almeno una
manifestazione europea.5 Il loro scopo è di aumentare le
entrate e sul sito ufficiale compare lo slogan «La voce dei
club», un annuncio spudorato. I loro comandamenti: 1)
indennizzo per i club che forniscono calciatori alle
rappresentative nazionali; 2) effetto retroattivo di rimborso
pari a 800 milioni di dollari; 3) crescita, anzi moltiplicazione
delle partite europee, non limitata alla Champions ma aperta
alla creazione di un nuovo campionato europeo sul modello
della NBA americana. Ho sempre ritenuto che un torneo
«chiuso» e riservato soltanto ad alcuni club avrebbe significato
la fine del calcio. Il gruppo ha sede a Bruxelles e conta un solo
stipendiato, Thomas Kurth. I membri si riuniscono quattro
volte all’anno a Bruxelles dove si trova la sede e ciascun
membro ha a disposizione un numero di voti pari ai titoli
conquistati in Europa.6 Così il Real Madrid, il Milan e la
Juventus dispongono di 20, 14 e 8 voti e per questo
controllano il resto del G14. Club come il Paris Saint-Germain
e l’Olympique Marseille sono nani politici.
Oltre a David Taylor, posso contare sulla grande diplomazia
di William Gaillard la cui esperienza alla commissione
europea e alle Nazioni unite si rivelano assai preziose. Così
decidiamo di incontrare i club a Milano e a Madrid, per
negoziare e far valere le nostre ragioni. Sia con Ramon
Calderon, presidente del Real Madrid, che con Adriano
Galliani, uomo di Berlusconi al Milan, gli incontri si svolgono
entrambi in armonia a dispetto della colossale posta in gioco e
del nostro essere dichiaratamente in disaccordo. Una battuta
alleggerisce l’atmosfera e possiamo iniziare a fare sul serio.
Strano che di fronte a me ci fossero i dirigenti dei due club
che mi avevano fatto la corte, il Real come allenatore nel
1992, il Milan nell’86, quando il presidente Silvio Berlusconi
mi aveva offerto un contratto clamoroso e un lavoro all’interno
del suo gruppo di comunicazione Fininvest che aveva lanciato
in modo spettacolare il canale La5 in Francia.
Con entrambi questi grandi dirigenti, parlo con schiettezza.
Non lunghi discorsi o grandi teorie. Dico semplicemente che il
G14 minaccia l’essenza stessa del calcio e che non parlo per
me stesso ma a nome dei duecento club europei che non ne
fanno parte. In questa negoziazione, però, devo fare delle
concessioni. Faccio un passo avanti sull’indennizzo per i
calciatori convocati in nazionale. Ho sempre pensato che si
tratti di un errore intellettuale, perché se il calciatore fornisce
una grande prestazione con la rappresentativa del Paese, chi ne
gode i benefici è proprio il club.
Tuttavia la nostra volontà di dialogare e di scambiarci idee
porta i suoi frutti. Qualche settimana dopo quel primo
incontro, il presidente madrileno, Ramon Calderon, rilascia un
comunicato che è quasi un elogio: «L’evoluzione graduale e
positiva delle relazioni tra l’Uefa e i club che la compongono,
soprattutto dopo che Michel Platini ha ottenuto la presidenza,
porta a riconsiderare l’utilità e la necessità di mantenere
un’organizzazione parallela come il G14. Se questo nuovo
clima continua, come siamo convinti che sarà, e se le
discussioni a riguardo si concluderanno positivamente,
l’esistenza di una organizzazione come il G14 potrebbe
dimostrarsi inutile e saremmo contenti di contribuire
attivamente alla creazione di una vera associazione europea
dei club, indipendente ma riconosciuta dall’Uefa». Le riunioni
sbloccano i rapporti al punto che il presidente Calderon in un
comunicato ufficiale ammette che «l’aria è cambiata in Uefa,
grazie a Platini, così da farci ripensare sull’effettiva utilità di
mantenere un’associazione parallela come il G14 e non,
invece, di creare una nuova associazione allargata che non sia
in contrasto ma venga riconosciuta dall’Uefa».
Non potevamo augurarci sostegno migliore. Il suo collega, il
presidente del Barcellona, Joan Laporta che parla a nome di
tutti i club del G14, segue le sue tracce il 15 gennaio 2008 a
Zurigo: «Mi congratulo con il presidente dell’Uefa per aver
realizzato i cambiamenti che aveva promesso di fare, una volta
preso l’incarico. È una vittoria per tutti».
Quel giorno, davanti alla Fifa, i membri del G14 certificano
le nuove relazioni con Uefa e sei giorni dopo, ufficialmente,
l’avventura del G14 si conclude e con questo anche le cause
legali nei vari tribunali. Meno di un anno dopo la mia elezione,
il G14 scompare. Blatter mi ringrazia per il lavoro svolto
dall’Uefa. Ironia della storia: mettendo fine all’esistenza del
G14, l’Europa salva l’unico torneo che è la ragion d’essere
della Fifa, la Coppa del Mondo.
Nasce una nuova associazione l’ECA, che raccoglie 200
club, provenienti da oltre 53 federazioni, ed è riconosciuta
dall’Uefa. A capo c’è Karl-Heinz Rummenigge.7 Con Kalle ci
conosciamo bene. Da giocatori ci siamo affrontati varie volte e
quella di Siviglia resta memorabile con il suo gol. Ci siamo
incrociati anche in Italia, lui con l’Inter, io con la Juventus, c’è
un profondo rispetto fra di noi e ci diciamo le cose in modo
diretto. Così l’Uefa, nella sua volontà di dialogare, di riunire
permette al calcio di uscire vincitore.
Passano i giorni e mi sento sempre più a mio agio negli abiti
di presidente. Penso di portare un senso di democrazia
all’interno del comitato esecutivo, mi mostro più paziente,
meno radicale e mi sforzo di ascoltare tutti i punti di vista. Mi
piace sentirmi al centro di trecento persone che lavorano
nell’Uefa e con le quali divido tavolate e indiavolate partite di
calcio. Tra l’altro faccio fatica a nascondere la mia gioia a
Blatter quando la squadra dell’Uefa batte 9 a 0 quella della
Fifa sul campo di Nyon.
Anche se amo stare vicino ai miei dipendenti, devo
comunque conservare una certa discrezione. A volte David
Taylor mi rimprovera di fare micromanagement quando mi
arrabbio davanti a dipendenti che si presentano alle dieci del
mattino con la faccia di chi ha poca voglia di lavorare. Ma è il
mio modo di fargli capire che sono dei privilegiati e che molte
persone se lo sognano di stare al loro posto. Il mio desiderio di
«democrazia» entra in conflitto anche con alcuni
amministratori che, in virtù del loro potere e delle
responsabilità di cui godono, si comportano talvolta come dei
padroni.
Di contro io arrivo in ufficio alle sette del mattino per
tornare a casa alle otto di sera. I primi giorni ero così stremato
che andavo direttamente a letto senza mangiare. Il mio non è
un atto di presenza. Il mio ufficio è innanzitutto la tana di idee
collettive, un luogo di dibattito con i miei collaboratori. È qui
che il mio staff trova il nome di Europa League, più moderno
rispetto al datato Coppa Uefa. È una specie di santuario
creativo e ricreativo, che mi permette di restare in partita. A
volte, per riflettere su alcuni dossier mi concedo qualche
palleggio. Platini non ha dimenticato il piccolo Michel di
Joeuf.
Le mie passeggiate quotidiane sulle alture di Nyon mi
aiutano a caricarmi ai massimi. La mia energia crea problemi
ai collaboratori. Come c’è stato Gainsbourg e Gainsbarre, c’è
Platini e c’è Platoche.
Un binomio spesso sconcertante per gli altri, ma anche per
me stesso. Mi rendo conto di essere difficile da seguire. E da
vivere. Sono uno e bino, in contrasto con me stesso, pieno di
contraddizioni e di paradossi. Così Platoche vorrebbe
eliminare il gruppo di qualificazione della Champions League
e tornare alla vecchia formula, andata e ritorno, eliminazione
diretta. Ma il presidente Platini lo zittisce: «Pura follia».
Ormai la Champions va a mille, attrae pubblico e soldi. E se
avessi dato retta a Platoche sarei stato crocifisso da tutti.
Per questa riforma della Coppa bisognava trovare un
equilibrio sottile. Cercare un consenso tra i grandi e i piccoli
club. Non posso smentire la promessa che ho fatto in
campagna elettorale.
Così il 31 agosto del 2007 presento il mio disegno di
riforma che è quello attuale. Il progetto divide, alcuni dirigenti
delle leghe mi insultano dicendo che sono un pericoloso
rivoluzionario. Temono che la coppa della lega perda valore
patrimoniale a beneficio di quella nazionale, che diventa
passaporto per la Champions. Cerco di mediare, lasciando il
tempo per le riflessioni. Appuntamento per il 9 novembre
2007 a Nyon.
Anche questa è politica. Altrimenti poco incline a fare
concessioni, imparo a ricomporre le fratture e a mettere da
parte l’ego. Una negoziazione è riuscita quando tutte le parti
coinvolte sono soddisfatte. Così, se cedo sui club vincitori di
una coppa nazionale, ottengo che i paesi più piccoli possano
ottenere una chance in Champions per affrontare i grandi club.
Una misura che permetterà all’Ajax di arrivare fino in
semifinale di Champions League nel 2019.
Grazie alle mie intuizioni ho sviluppato un senso politico
che mi permette di comprendere anche le tesi opposte. Lo
faccio nell’interesse superiore del calcio.
Lentamente divento anche un oratore e mi diverto a tenere
discorsi dovunque, anche a casa, a Natale, provocando le risate
dei parenti e di mia moglie Christèle. Mi sorprendo anche a
improvvisare, come il 24 gennaio del 2008, a Strasburgo,
davanti al Consiglio d’Europa, dove mi presento come il
«piccolo goleador della Lorena così emozionato di presentarsi
davanti a una sì augusta assemblea» Mi rendo presto conto che
il presidente dell’Uefa è ormai quasi un capo di Stato. Vengo
ricevuto dai più importanti. In Russia da Putin, la forza
tranquilla. In Germania da Angela Merkel, che conosce
benissimo la storia del calcio. In Turchia dal presidente
Erdogan, che in passato ha giocato a calcio come semi-
professionista e adora parlarne. Stringo anche dei legami
privilegiati con José Manuel Barroso che conosco bene,
presidente della commissione europea, che è sempre notevole
quando si dirige la più grande organizzazione sportiva del
continente europeo. Posso dire che non si era ancora rimesso
dalla nostra vittoria in semifinale contro il suo Portogallo
nell’Europeo dell’84. Il racconto di quella sera al Velodrome è
ancora caldo, il mio gol all’ultimo secondo, la festa
marsigliese, la delusione portoghese.
Grande partita, grandi ricordi, ben impressi nella memoria
collettiva, sono la chiave per entrare nel cuore e nella testa dei
miei interlocutori. Durante i miei viaggi, alcuni uomini politici
mi confessano di aver avuto, da ragazzi, il mio poster attaccato
al muro della loro camera. Altri mi chiedono un autografo.
Tutto questo mi emoziona. E sono sempre sorpreso di scoprire
che il giocatore che sono stato continua a far battere il cuore
dei miei fan.
Queste visite prestigiose e che arricchiscono, non devono
farmi dimenticare che la parte essenziale del mio lavoro di
presidente si basa sulla buona organizzazione dei due tornei
principali, la Coppa dei campioni e gli Europei. Il ritorno ai
doveri quotidiani è il modo più sicuro per combattere la
tracotanza che prende gli uomini di potere. I due tornei sono
rodati, puntuali, annuali, mentre l’Euro cade ogni quattro anni,
dunque va studiato e affrontato diversamente, tenendo contatti
continui con i Paesi organizzatori.
Il mio primo campionato europeo, da presidente, si giocherà
in Svizzera e Austria. Desidero che l’europeo si svolga sotto il
segno della festa e della fratellanza, come era stato il mondiale
in Germania due anni prima. Convoco a Nyon i commissari
tecnici delle sedici squadre partecipanti e li invito a rispettare
non soltanto il regolamento ma l’avversario, gli arbitri, il
pubblico, i tifosi avversari, la bandiera, gli inni, tutelando la
salute dei calciatori. I miei desideri andranno al di là delle mie
speranze. La vittoria finale della Spagna è meravigliosa per la
qualità del gioco. Una Spagna da sogno diretta da Xavi, Iniesta
e Fabregas, un gioco corto, una grande tecnica, sempre in
attacco. Sono orgoglioso di consegnare il trofeo a Iker Casillas
capitano di questa squadra che avrebbe vinto il mondiale del
2010 e di nuovo l’europeo del 2012.
Ma dobbiamo già pensare al torneo successivo, in Ucraina e
Polonia. E non si tratta di poco, perché l’Ucraina non fa parte
della comunità europea e non gode degli stessi aiuti, ad
esempio, della Polonia. La crisi finanziaria colpisce soprattutto
i paesi dell’est, l’Ucraina paga una recessione incredibile, la
moneta, hryvnia, perde il 60% del suo valore.
Il 25 settembre 2008 durante il comitato esecutivo a
Bordeaux, l’ambiente non è sereno, anzi è ostile. Nessuno può
garantire che i due paesi possano organizzare il torneo in
condizioni ideali. Il comitato esecutivo conferma
l’assegnazione ma io cerco di mettere pressione: «I paesi ospiti
continuino nei loro sforzi organizzativi, che sono necessari,
perché il minimo rallentamento potrebbe mettere in
discussione l’organizzazione del torneo in questi paesi». Sono
fiducioso. La mia esperienza del mondiale in Francia mi ha
insegnato a non farmi prendere dalla «dittatura dell’istante»
perché spesso, come per magia, tutto si risolve.
Ciononostante, davanti all’urgenza della situazione devo
trovare, all’interno dell’Uefa, l’uomo adatto a supervisionare il
dossier con continuità. E quest’uomo è David Taylor, il mio
segretario generale che nomino direttore del Dipartimento
eventi. Sarà lui a dialogare con le autorità polacche e ucraine.
Ovviamente non è a cuore leggero che prendo questa
decisione. David ha gestito l’amministrazione con maestria e
una lealtà senza pari.
E così Gianni Infantino prende il posto di segretario
generale. Grande lavoratore, anche maniacale, al punto da
inviare email alle quattro del mattino, ha la capacità di
conoscere ogni dettaglio dei vari dossier. Entrato all’Uefa nel
2000 come semplice consulente giuridico, ha percorso tutti i
gradi amministrativi conoscendone tutti gli ingranaggi. Il suo
soprannome è Iznogoud, quello che vuole essere califfo al
posto del califfo. Molti miei consiglieri mi invitano a non
fidarmi troppo di lui. «Viene dal Valais come Blatter e
condivide con lui gli stessi metodi». Io ascolto e resto
silenzioso, pensando che si tratti di gelosie e invidie. Gianni
Infantino è un eccellente giurista e, anche se abbiamo
temperamento opposto, riusciamo a formare una buona coppia.
Quasi inconsapevolmente lo lascio fare, gli concedo
autonomia, forse troppa, nella gestione amministrativa. È uno
stakanovista che dice sempre sì a tutto, ogni tanto mi ripete:
«Non ti preoccupare, ci penso io».
Non sono un presidente interventista, anzi mi piace anche
delegare. Io cerco e voglio i migliori nei posti chiave e la
squadra di Nyon è un dream team. Mi dedico all’allargamento,
da 16 a 24, delle partecipanti all’Europeo. Un progetto che era
già nel programma del mio predecessore, «una scelta
elettorale» mi rimproverano alcuni giornalisti. Non nego che
accogliere 8 federazioni in più sia redditizio alla popolarità di
un presidente. Farlo significherebbe prendere per stupida la
gente. Ma non è questo il motivo della mia scelta. Confesso
che, all’inizio, non ero favorevole a questa apertura. Ma ho
cambiato idea, soprattutto durante l’Europeo. Squadre come
l’Inghilterra, l’Ucraina o la Danimarca avrebbero meritato di
essere presenti. Sarebbe stato più facile andare a 32, con otto
gruppi da quattro e due qualificate per gruppo, ma avrebbe
abbassato il livello tecnico nella prima fase. Bisogna evitare di
soccombere alla tentazione del continuo rilancio, più squadre,
più tornei, più soldi finendo così per squalificare il prodotto.
Credo che sia opportuno rispettare lo sport e non vederlo
soltanto come fonte di guadagno. Porta già prosperità per la
sua magia, la sua universalità e la sua fortuna, è il gioco, la
partita.
A patto che non sia contagiato dalla corruzione. Quando
incomincio il mio nuovo incarico esplode il fenomeno delle
scommesse, le partite truccate diventano un fattore di paura, di
tensione. Il calcio rischia di fare la fine del catch o wrestling, il
risultato è noto in partenza. Dinanzi alla recrudescenza di
questo cancro, l’Uefa si dota di una unità speciale di indagine
sulle scommesse. Ma, a dispetto della bontà e del coraggio
delle persone che vi si dedicano, l’Uefa non è Scotland Yard.
E quando ci sono partite truccate e pilotate nel risultato,
devono essere la polizia e la giustizia a occuparsene. Alcuni
miei colleghi si mettono troppo in pericolo portando avanti da
soli delle inchieste sulle temibili mafie del calcio.
Per questo motivo propongo, da tempo, una polizia sportiva
che avrebbe mezzi di azione e coercizione. Questa struttura
indipendente avrebbe il vantaggio di evitare ogni sospetto di
conflitto di interessi. Una polizia simile non avrebbe niente a
che fare con il commissariato di quartiere, ma sarebbe un
organismo sovranazionale, nato per fronteggiare le diverse
minacce che pesano sullo sport e che già lo rovinano, come le
partite truccate, il doping e l’hooliganismo. Una polizia sul
tipo dell’Agenzia mondiale antidoping, finanziata dallo stato e
dalle federazioni.
Il calcio genera 350 miliardi di euro all’anno. È incredibile.
Si tratta della diciassettesima forza economica mondiale e
soltanto venticinque paesi hanno un Pil superiore. Ecco perché
è necessario munirsi di salvaguardie.
La crisi finanziaria è mondiale, il calcio vive una vita
virtuale. I cinque maggiori campionati continentali presentano
un deficit di 1,2 miliardi di euro. Rischiano di implodere. Il
paradosso è che i club sono tutti in deficit ma gli attori sono
tutti ricchissimi, grazie al mercato e ai contratti che cambiano
di anno in anno. In più ci sono nuovi proprietari che iniettano
denaro per coprire i debiti. Club che sono nelle mani di stati,
come gli Emirati Arabi, è il caso del Manchester City, o del
Qatar, con il Paris Saint-Germain. Per una certa opinione
pubblica io sarei l’uomo del Qatar ma in verità quando mi
informarono che i qatarioti stavano per acquistare il Paris
Saint-Germain capii che sarebbe stato un oltraggio al
campionato francese. Invitai l’emiro a rinunciare all’acquisto
del club ma, come vedete, senza gran successo.
Per evitare questa fuga di denaro, pensiamo a una soluzione
che consenta ai club di non spendere più di quello che
guadagnano. Diamo a Gianni quello che è di Gianni. È stato
lui, con Jean-Claude Blanc, poi dirigente della Juventus, ad
avere l’idea di chiamare questa misura il fair play finanziario,
diventato tale, per denominazione, il 19 luglio del 2009
quando a Joeuf organizzai un’amichevole tra il Nancy e la
Juventus in occasione del centesimo anniversario della squadra
della mia infanzia.
L’idea del fair play finanziario non è quella di trasformarci
in gendarmi, ma di aiutare i club ad evitare di scomparire per
debiti. Non è un piano di rigore, ma di giustizia e di
salvaguardia. Nel 2009, la metà dei club europei è
pesantemente in rosso e uno su cinque si trova in una
situazione preoccupante. Noi lavoriamo in stretta
collaborazione con i club. Non intendiamo punirli, ma
proteggerli. L’obiettivo è assicurare la loro salute finanziaria e
invitarli a non vivere al di sopra delle loro possibilità. Per
acquistare nuovi giocatori devono fare ricorso alle entrate dei
diritti televisivi, della biglietteria, dei derivati, degli sponsor e
dei proventi che vengono dall’Uefa relativi ai vari tornei. Le
iniezioni di capitale sono limitate. Chi non rispetta queste
regole rischia di non essere ammesso alle competizioni
organizzate dall’Uefa, a cominciare dalla Champion’s League.
Il 27 maggio del 2010 il progetto è approvato all’unanimità.
Il fair play finanziario è applicato, progressivamente, su un
lasso di tempo di tre anni (dal 2010 al 2012) e le prime stime
sugli equilibri economici non si hanno prima della stagione
2013-2014. La Club Financial Control Authority (ICFC), che ha
due camere, una di indagine e l’altra di giudizio, è ora
responsabile della situazione.
Mi è sembrato però curioso che la Fifa, come struttura
centrale, continuasse ad avere un atteggiamento apatico e non
fosse coinvolta in questo problema cruciale per il futuro del
football. È dal 1995 con il caso Bosman che il calcio le sfugge
di mano, mentre dovrebbe essere proprio lei a controllarlo.
Dinanzi a trattative a cifre astronomiche, davanti a flussi di
denaro sporco e a finanzieri ambigui, la Fifa è rimasta inerte. È
ancora l’Uefa a battersi contro una nuova formula di mercato,
la TPO (Third Party Ownership), vale a dire che i terzi, e non i
club, diventano proprietari dei calciatori (la Fifa nel 2014
interviene e proibisce questa pratica nata in Sudamerica). È
una nuova forma di schiavitù moderna che offre ai club la
possibilità di comprare calciatori in forma totale o parziale,
tramite investitori privati, per poi godere di benefici al
momento della vendita. Esistono dei fondi finanziari che
comprano un piede, la testa, il braccio di un calciatore e questi
fondi hanno sede in paradisi fiscali. Tutto ciò mi provoca
l’orticaria: io ero, sono e sarò sempre per la libertà individuale
dei calciatori. L’atteggiamento passivo e colpevole della Fifa
apre una crepa nei rapporti tra me e Blatter. E se lo stesso
Blatter non ha saputo gestire con saggezza l’ingresso
massiccio del denaro nel mondo del football, sarà costretto a
pagarne le conseguenze.
5 Milan AC, Juventus, Inter Milan, Real Madrid, FC
Barcellona, Ajax Amsterdam, PSV Eindhoven, Liverpool FC,
Olympique Marseille, Paris Saint-Germain, Manchester
United, Bayern Monaco, Borussia Dortmund e FC Porto.
Nell’agosto 2002, quattro nuovi club – Arsenal, Bayer
Leverkusen, Valencia e Olympique Lyon – si aggiungono al
G14 portando il numero dei membri a diciotto, senza che
l’organizzazione modifichi tuttavia il suo nome.
6 Una vittoria in Champions League (C1) = 2 voti. Una
vittoria in Coppa delle Coppe (C2) = 1 voto. Una vittoria in
Coppa Uefa (C3) = 1 voto.
7 Oggi è Andrea Agnelli, anche presidente della Juventus.
La promessa di Blatter

10 giugno 2010. Johannesburg. 60° congresso Fifa. È la vigilia


della Coppa del Mondo in Sudafrica e Sepp Blatter è vispo
come un usignolo e fiero come un pavone. Mi annuncia che
vuole ripresentare la sua candidatura nel 2011, per i quattro
anni successivi.
Nella sua suite mi sussurra: «Michel, concludo il mio
mandato e poi ti lascio il posto, nel 2015». Non faccio una
piega. Sto benissimo all’Uefa, anche se molti mi spingono al
salto e alla sfida contro Blatter. Tre mesi prima, nel marzo del
2010, avevo annunciato la mia nuova candidatura a Nyon.
Dopo il quadriennio Uefa, non mi sentivo soddisfatto, anzi ero
quasi frustrato per non aver portato a termine i miei progetti, le
mie riforme. Quando occupi certe cariche pensi che basta
schioccare le dita perché le tue idee si realizzino. Ma in
politica vai a sbattere contro la realtà opposta. Impari a essere
meno manicheo, meno bipolare e ti avvicini ai problemi in
modo più globale. Lo dice benissimo Niccolò Machiavelli: «In
politica la scelta non avviene tra il bene e il male, ma tra il
peggio e il meno peggio».
Quando vengo rieletto all’unanimità, al Grand Palais di
Parigi, il 22 marzo del 2011, sono consapevole che mi
attendono giorni difficili. Bisogna consolidare il progetto del
fair play finanziario, battersi con forza contro il gioco
clandestino e le partite truccate, trovare un equilibrio tra i vari
tornei Uefa. Infatti la Champions League, per la sua crescente
popolarità, tende a fagocitare il resto. Ha già strozzato la
Coppa delle Coppe, nel 1997. Quell’anno, infatti, la nuova
formula permette per la prima volta la partecipazione alla
Champions anche ai vice-campioni delle varie leghe. Di fatto
si toglie valore, anche finanziario, alle altre competizioni. E
così, l’apertura alla terza e quarta classificata rende di fatto
inutile il prosieguo della coppa delle coppe.
Il 19 maggio del 1999, al Villa Park di Birmingham, la
Lazio batte il Maiorca e alza al cielo l’ultimo trofeo, l’ultima
Coppa delle Coppe. Poi, sipario, la Coppa delle Coppe
scompare. Dopo, i vincitori non qualificati alla Champions
League ottengono l’accesso alla Coppa Uefa, ribattezzata
Europa League nel 2009.
E dire che quella coppa era stata il mio primo successo
europeo, con la Juventus. Un’incredibile epopea questa Coppa
delle Coppe 1983-84 coi colori della Juventus. Agli ottavi di
finale, il caso ci mette davanti il PSG. Un vero dilemma! E,
per la prima volta nella mia carriera, avrei affrontato una
squadra francese, il Paris Saint-Germain negli ottavi di finale.
Io, capitano della nazionale, avrei dovuto sfidare i miei
compagni di squadra, Rocheteau, Fernandez, Couriol,
Baratelli, Lemoult… Proprio quest’ultimo, soprannominato
Mouloss, è il mio più grande amico. Centrocampista tignoso e
infaticabile mi promette un trattamento speciale. L’atmosfera è
calda, Thierry Roland mi telefona e mi avverte che il Parigi mi
castigherà. Maledetto Thierry! Riesce sempre a buttarla sul
ridere! Lui mi segue da sempre, dai primi calci, e tra di noi è
nata una strana amicizia. Per esempio ho presentato a lui,
prima che ai miei genitori, Christèle e lui ha favorito il nostro
matrimonio. Durante Nancy-Nantes, nel febbraio del ‘77,
Thierry, in telecronaca, dice: «Michel Platini dedica il gol alla
fidanzata Christèle presente in tribuna». Piccolo dettaglio, i
miei non sapevano ancora nulla della relazione.
Ma comunque, non intendo essere sentimentale contro il
PSG. Amici o no, do il massimo ma già al primo pallone
vengo ricoperto di ululati. Ahia. Brutti ricordi che tornano.
Non è la prima volta che il pubblico parigino mi insulta. Due
anni prima, il 18 agosto del 1981, in un’amichevole tra la
Francia e lo Stoccarda, io non sono in forma, anzi sono un
fantasma. Si fa in fretta, nel calcio, a passare da fenomeno a
brocco. Siamo sotto di tre gol a zero e la gente urla: «Platini
fuori! Platini a casa!» Nei giorni della vigilia alcuni giornali
avevano rivelato il mio ingaggio, gonfiandolo oltre misura.
Così, al 63° minuto, decido di abbandonare il campo, tra
insulti di ogni tipo. Accade però che tre mesi dopo, segno io il
gol decisivo contro l’Olanda e la Francia si qualifica per i
mondiali in Spagna, e sono di nuovo un idolo dello stadio
parigino.
Torno alla partita contro il PSG: passiamo il turno, nessuna
polemica con i miei compagni e amici, vinciamo anche la
finale di Basilea contro il Porto. Il mio primo trofeo
continentale. A Limassol convochiamo un comitato strategico,
invitando tutti i dirigenti delle 53 federazioni per discutere
insieme, in modo democratico, la riforma dei tornei. Ci sono
troppe amichevoli internazionali che soffocano il calendario e
non hanno un alto valore agonistico e sportivo. Stadi semi
deserti, giocatori demotivati, sponsor prudenti.
Così si decide di creare una nuova competizione e così
accade, in Kazakhistan, ad Astana, in occasione del 30°
congresso Uefa, ecco la nuova Nations League.
Ha cadenza biennale e coinvolge tutti i Paesi Uefa, un modo
per rendere più forte la solidarietà. La proposta è approvata
all’unanimità dalle federazioni, ma naturalmente la stampa
attacca: «L’Uefa inventa una marchingegno… L’Uefa ha
creato un altro torneo per fare cassa… Un’idea assurda!»
Certo, sulla carta, come in tutte le novità, il meccanismo di
questa Nations League può sembrare complicato. Basta
aspettare l’autunno del 2018 e le prime partite per rendersi
conto del contrario, che questa competizione ha invece molto
senso: incontri spettacolari, stadi pieni, come quando la
Francia ha affrontato l’Olanda o la Germania. Un buon
vincitore: il Portogallo di Ronaldo e piccoli paesi, come il
Kosovo, che vivono vittorie inebrianti in una competizione
internazionale. E oggi la stampa celebra la Nations League.
Fortuna che sono insensibile alle critiche perché altrimenti
non avrei fatto granché nella mia vita. Ma se uno viene
contestato e giudicato da quando ha diciassette anni, è naturale
che la pelle diventi dura, più spessa di quella di un coccodrillo.
Dunque amo l’azzardo, il rischio, il calcio ha bisogno, ogni
tanto, di qualche follia. Questa, ad esempio, mi frulla in testa
da tempo: l’Europeo itinerante, un momento simbolico per il
vecchio continente. Nel 2020 il torneo compie sessanta anni e
l’Europa settanta, è la grande, splendida occasione per riunire
storia e sport.
Il 30 giugno 2012, alla vigilia della finale dell’Europeo
2012, prima di Spagna-Italia a Kiev, lancio la mia idea davanti
a un parterre di giornalisti: «Vi devo dare una notizia che vi
sorprenderà. Ho avuto l’idea di vedere l’Europeo 2020 in tutta
Europa. Il comitato esecutivo mi ha dato la possibilità di
testare questa idea. Ci saranno delle riunioni con le federazioni
e una decisione verrà presa a dicembre. Questa iniziativa
potrebbe celebrare il sessantesimo anniversario dell’Europeo,
toccherebbe dodici o tredici città. L’idea mi piace moltissimo,
e la maggioranza del comitato esecutivo ha accolto con favore
questa bella idea».
La reazione dei giornalisti è quella delle meduse, pensano
che io sia fuori di testa. Spiego loro: perché costringere uno o
due Paesi a impegnarsi nella costruzione di dieci nuovi stadi,
di alberghi, ferrovie, aeroporti? Con questa formula ci sarà uno
stadio solo per paese, per tutto l’Europeo. Un Europeo felice
per paesi e città che non hanno avuto la fortuna di
organizzarlo. Così, invece, porteremo il calcio ai tifosi e non
viceversa.
Il 6 dicembre 2012 il comitato esecutivo Uefa convalida il
progetto. Mi rendo anche conto che questa riforma comporterà
sofferenze e un lavoro durissimo. Il mio successore all’Uefa
mi rimprovererà questa idea, per gli oneri amministrativi che
comporta: differenti Paesi, differenti sistemi fiscali, differenti
leggi. Ma perché il calcio deve sempre prendersela comoda?
Perché deve vivere come un bancario grigiastro?
Nonostante le indubbie difficoltà, penso che non sia giusto
per un tifoso inglese vedere la propria squadra giocare una
volta in Galles, un’altra a Lisbona, un’altra in Kazakhistan, è
dunque meglio agevolare le trasferte, gli spostamenti, la
partecipazione. Semifinale e finale verranno disputate nella
stessa città.
L’appello alle candidature è un successo: diciannove città
rispondono immediatamente, dodici sono le prescelte, Roma,
Baku, San Pietroburgo, Copenaghen, Amsterdam, Bucarest,
Londra, Glasgow, Bilbao, Dublino, Monaco di Baviera e
Budapest. Partita inaugurale a Roma, semifinale e finale a
Londra nello stadio di Wembley, il tempio del calcio. Per
rendere il progetto ancora più spettacolare, alcuni mi
consigliano di invitare Argentina e Brasile, come sono soliti
fare i sudamericani per la loro Coppa America. Idea
interessante ma che nasconde un secondo aspetto: farlo
significa dichiarare guerra alla Fifa per un torneo simile alla
Coppa del Mondo. Non voglio creare discordie e contenziosi e
non voglio nemmeno, ogni volta, ricomporre le fratture.
Per il momento, Sepp Blatter non ha ancora deciso di
liquidarmi ma incomincia a versare la prima goccia di veleno.
Mai direttamente in mia presenza, ma attraverso i media. Nel
marzo del 2013, in un’intervista a Kicker, mi provoca sull’idea
dell’Europeo 2020.
«Un torneo appartiene a un solo Paese che ne approfitta per
crescere, per creare un’identità e aumentare il proprio
entusiasmo. L’Euro 2020 è un puzzle. Non è più il campionato
d’Europa. Deve cambiare nome, non so come. Un torneo
senza anima, senza cuore. Tra l’altro non è nemmeno un’idea
inedita, me l’aveva proposta il colonnello Gheddafi per il
mondiale in Sudafrica. Mi aveva suggerito di far giocare una
partita in ognuno dei 53 paesi del continente. Gli risposi che
sarebbe stato impensabile».
La perfidia di Blatter mi provocò un sorriso pieno di
misericordia. Per lui Gheddafi e Platini, pur nelle differenze,
erano la stessa cosa. Mi faceva sinceramente pena. Di certo
stava vivendo una vita piuttosto sfigata che lo costringeva a
dire certe cose dopo aver detto l’esatto contrario,
complimentandosi con me per l’idea, durante il comitato
esecutivo del 2012.
I nostri rapporti non sono mai stati semplici. Ritengo che
abbia, nei miei confronti, un duplice complesso: quello di
superiorità, poiché mi ritiene un imbecille, e quello di
inferiorità, per via della mia carriera di calciatore e per la mia
popolarità. Una sindrome di attrazione-repulsione che rasenta,
a volte, la schizofrenia.
E la paranoia si impossessa di lui in fretta. Nel 2010
Mohammed Bin Hamman, qatariota presidente della
Confederazione asiatica, mi chiede, in più occasioni, di
presentarmi contro Blatter per l’elezione a presidente della
Fifa che si svolgerà nel giugno del 2011. Nonostante la sua
insistenza, non cambio idea. Gli spiego che il mio lavoro con
l’Uefa è ancora lunghissimo. In secondo luogo, sono entrato
grazie a Blatter e non intendo contrastarlo, visto che mi ha
preannunciato che nel 2015 mi lascerà il posto. Terzo ma non
ultimo, mia moglie non vuole che vada in Fifa. E io tengo a
lei, che è la mia vita.
Mohammed Bin Hamman coglie l’occasione al volo: «Se
non vai tu, allora ci vado io».
«Fai quello che vuoi ma ti dico, fin da oggi, che appoggerò
Blatter».
Blatter stesso pensa, però, che io spinga il qatariota, mi
ritiene capace di giocare su due tavoli. Io non sono così, gli ho
dato la mia parola, così come lui l’ha data a me. Il 22 marzo
del 2011 vengo rieletto e Blatter mi conferma il suo impegno.
La candidatura di Bin Hamman dura lo spazio di un mattino,
si ritira quarantotto ore prima della votazione. Ha ricevuto un
avviso di garanzia, dalla commissione etica della Fifa, per
corruzione e sarà interrogato a breve. Blatter non fa una piega.
Il 23 luglio il comitato etico, con a capo l’ex calciatore
svizzero Claudio Sulser, amico di Blatter, sospende a vita Bin
Hamman. Nel suo discorso di ringraziamento Blatter non ha
che una parola sola sulla sua bocca: «trasparenza». Bisogna
dire che l’immagine della Fifa è appannata.
Incominciano a circolare voci e sospetti sull’assegnazione
dei mondiali in Russia e in Qatar. Non è tutto. Un anno prima
la giustizia svizzera condanna João Havelange e Ricardo
Teixeira, per aver ricevuto ingenti somme di denaro in nero, in
cambio di contratti in esclusiva per i diritti televisivi dei
mondiali via ISL, la società che gestiva i diritti di diffusione e
di marketing del mondiale, sino al fallimento nel 2011. Una
vicenda nella quale, secondo la giustizia svizzera, Blatter
avrebbe chiuso un occhio, se non due. In seguito, la stessa
commissione assolverà Blatter. Un comunicato firmato da
Hans-Joachim Eckert, che avrei incontrato sulla mia strada tre
anni dopo, tratta con indulgenza il caso e conclude: «Il
comportamento del presidente Blatter non può assolutamente
rientrare nella cattiva condotta relativamente al codice etico,
anche se il suo agire è stato goffo».
Non c’è tempo per i pentimenti. Blatter lancia una nuova
commissione, ne crea una di governance e conformità con lo
slogan «INDIPENDENTE», tutto maiuscolo, naturalmente…A
presiedere questa commissione viene chiamato Mark Pieth,
docente di diritto all’università di Basilea. Se la «ricerca»
dell’etica si trasforma in una battaglia difficile, per la
commissione di governance e conformità diventa un piatto
succulento. Il professore di diritto percepisce uno stipendio di
centoventottomila dollari, più un bonus di cinquemila
giornalieri, per redigere il suo rapporto. L’etica c’est chic.
Se è forse il principe dell’etica, Mark Pieth non lo è
altrettanto dell’eleganza e del rispetto quando cerca di
umiliarmi nelle interviste. Mi presenta come il figlio di Gerard
Depardieu e Bernard Tapie, persone che amo molto, malgrado
tutto. L’uomo non si fida del sottoscritto, ritiene che io ostacoli
il suo lavoro sulla governance.
In verità cerco di tutelarmi, come sapevo fare
proteggendomi le tibie dai calci. Tutto serve a Blatter per
rifarsi una verginità. I suoi codici sono già stati cambiati due
volte, nel 2006 e nel 2009. Non c’è due senza tre. Lui li usa
come strumento di comunicazione, per indorare la pillola,
come fanno alcune organizzazioni quando si deve affrontare
una crisi, un sospetto, un’inchiesta, come accadde per
l’assegnazione dei Giochi Invernali a Salt Lake City.
All’Uefa nessuno ha mai ritenuto necessario creare un
codice etico e una commissione chiamata a farlo rispettare. E
non perché l’Uefa sia al riparo dagli scandali. Noi abbiamo un
codice di disciplina, efficace e chiaro. Perché aggiungere un
altro codice che può confonderlo e complicarlo? I più grandi
uomini di diritto, che lavorano per Uefa, mi confermano che il
termine «etico» si presta a differenti letture e a vaghe
interpretazioni. Che cosa è etico? Che cosa non lo è? La
domanda appartiene più alla filosofia o al diritto? Da questo
tipo di morale, cioè un’unica morale, alla possibilità di
mascherarti per nasconderti il passo è brevissimo.
E la nuova versione del codice etico porta a considerazioni
sofferte. Il professor Pieth è costretto, in poco tempo, a fare
queste considerazioni amare: «L’assenza di strutture
trasparenti e la cultura del nepotismo pesano sulla reputazione
dell’istituzione e minano il suo cammino verso una
governance etica dello sport».
Quanto a Alexandra Wrage, esperta canadese della vera
buona governance, nota in tutto il mondo, abbandona il gruppo
Pieth rifiutandosi anche di essere pagata. «È il progetto meno
chiaro e delineato al quale abbia partecipato. E di gran
lunga…!»
Non che questo faccia impallidire Blatter. Al congresso
della Fifa, il 25 maggio del 2012, a Budapest, gonfio di
orgoglio e di chili, annuncia la ristrutturazione della
commissione etica, con la formazione di due dipartimenti, uno
di istruzione dell’indagine e l’altro di giudizio. Le presidenze
dei due dipartimenti vanno all’americano Michael Garcia e al
tedesco Hans-Joachim Eckert. Per la ghigliottina due lame
valgono più di una. I due uomini si mettono a disposizione. Il
19 luglio, Bin Hamman viene assolto per insufficienza di
prove dal tribunale dello sport, il rivale di Blatter può fare
ritorno nel mondo del calcio. Ma la sua gioia è di breve durata.
Il 26 luglio i dipartimenti di Garcia ed Eckert dispongono che
Bin Hamman non possa esercitare alcuna funzione nelle
istituzioni calcistiche per novanta giorni. Il 17 dicembre viene
nuovamente radiato dalla commissione etica. È la prima testa a
rotolare nella cesta. Non sarà l’ultima. Tutti i rivali di Blatter
finiranno davanti alla ghigliottina della Fifa. Il cileno Harold
Mayne-Nicholls, dirigente reputato al di sopra delle parti per
virtù morali, è punito con la squalifica di sette anni, per aver
chiesto, ad alcuni dirigenti del Qatar, di trovare un posto da
volontario, nell’organizzazione mondiale, al proprio figlio. Il
sudcoreano Chung Mong-Joon che ha definito il comitato
etico «killer professionale» al soldo di Sepp Blatter, è
squalificato sei anni per non avere collaborato durante
l’inchiesta interna. Ignoro di essere il prossimo della lista.
Ma questa commissione etica, nuovo ritrovato dei cervelloni
della Fifa, mi fa tornare alla mente il comitato di salute
pubblica, durante il regime del Terrore, nella Rivoluzione
francese. Le teste cadevano senza che nessuno sapesse perché.
Ecco il motivo per il quale mi battevo affinché venisse
creata una polizia dello sport, finanziata dagli stati aderenti,
che garantisse dunque indipendenza. Come può esserci
indipendenza se gli stessi presidenti dei due dipartimenti sono
pagati dalla Fifa?
Come se non bastasse, la Fifa crea, il 25 maggio del 2012,
un codice di buona condotta che è una specie di parastinchi per
la commissione etica. Sono undici i principi fondamentali, non
dieci, non dodici. No! Undici, cribbio, come il numero dei
calciatori di una squadra di calcio! Se si fosse trattato di rugby
ne avrebbero creati quindici! Questi undici comandamenti
devono riguardare il popolo Fifa, dirigenti, impiegati,
calciatori e federazioni

1. Integrità e comportamento etico


2. Rispetto e dignità
3. Tolleranza zero in materia di discriminazione e
molestie
4. Fair play
5. Rispetto delle leggi, delle regole e dei regolamenti
6. Trasparenza e conformità
7. Responsabilità sociale e ambientale
8. Lotta contro droga e doping
9. Tolleranza zero in materia di corruzione
10. Tolleranza zero in materia di scommesse e
manipolazione di risultati
11. Conflitti di interesse

Questo nuovo catechismo, declamato con enfasi dal papa


del calcio, solleva però degli interrogativi. A cominciare dal
conflitto di interessi, messo in risalto dal codice etico e per il
quale mi farò scomunicare! È un concetto che non esiste nel
codice civile e penale svizzero! Dunque abbiamo un
regolamento interno ancora più severo delle leggi svizzere!
Direi ancora di più: kafkiano. Ogni presidente di federazione,
entrando a far parte della Fifa, si troverebbe in conflitto di
interessi. Come presidente dell’Uefa e vicepresidente della
Fifa sono tra l’incudine e il martello. Gli interessi, dell’una e
dell’altra parte, difficilmente si conciliano e sono anche
antagoniste quando si confrontano per arrivare allo stesso
risultato, nelle varie competizioni: più sponsor, più entrate, più
denaro, così che al momento delle elezioni, il presidente
dell’Uefa, come quello della Caf, difenderà fortemente gli
interessi della propria organizzazione contro gli interessi della
Fifa. Dunque c’è un interesse personale e, di conseguenza, un
conflitto di interessi. Praticamente, con l’alibi dell’etica
sportiva, la Fifa può sparare quando vuole. Ciliegina sulla
torta: una violazione etica non ha bisogno di prove per essere
dimostrata. Bastano le apparenze per incolpare. Non è bella la
giustizia della Fifa?
Prima che si rivolti contro di lui, Blatter utilizza quest’arma
di distruzione di massa. Ancora ignoro quello che sta
preparando contro di me, ma il 2013 segna un cambiamento di
rapporti tra di noi. Il 25 agosto, per la sedicesima edizione del
torneo a Ulrichen, dove ha trascorso l’infanzia, Sepp Blatter si
presenta freddo e distante. Lo sguardo è sfuggente, la stretta di
mano appena accennata. Si sarà già rimangiato la sua
promessa di lasciarmi il mandato di presidente? L’uomo,
ossessionato dall’idea di che cosa i posteri penseranno di lui,
non ha mai abbandonato il suo grande sogno: il premio Nobel
per la Pace. Pensa di avere anche una possibilità di ottenerlo,
offrendo l’organizzazione del mondiale del 2018 alla Russia e
del 2022 agli Stati Uniti. Un simbolo universale! E che foto
storica, Sepp Blatter che riunisce due grandi nemici…
Ma il 2 dicembre, a Zurigo, le cose non vanno come
previsto.
Un pranzo quasi perfetto

23 novembre 2010. Con il cuore sereno, vado all’Eliseo.


Qualche settimana prima avevo chiesto un appuntamento con
il presidente della Repubblica. Sophie Dion, consigliere al
ministero dello Sport, ha risposto proponendomi una
colazione.
Per rispetto e cortesia repubblicana intendo mettere a
conoscenza il Presidente della repubblica sulle mie intenzioni
di voto, per i mondiali del 2018 e del 2022. Mi sembra
naturale, come capo di stato, che lui sappia in anticipo per chi
voterò. Soltanto pochissime persone sono a conoscenza della
mia scelta. Come membro del comitato esecutivo della Fifa ho
il dovere di tenerla riservata. Non ho rivelato o fatto intendere
nulla ai cinque paesi in corsa per il 2022 (Australia, Corea,
Stati Uniti, Giappone e Qatar), a parte le solite banalità di
repertorio sulla qualità del loro dossier. Avrei dovuto essere
ancora più prudente perché alcune federazioni, come quella
americana, hanno presunto, dalla mia cordialità, che il loro
dossier fosse in vantaggio sugli altri.
Sono ancora perplesso dal fatto di avere assegnato due
mondiali in una volta sola, nello stesso giorno, così diluendo la
gioia del paese vincitore. Peggio, si erano create strane
situazioni, del tipo: io voto per te per il 2018 e tu voti per me
per il 2020. Più che votazioni si trattava di un mercato.
Blatter aveva voluto questo per poter proporre contratti più
duraturi agli sponsor e alle emittenti televisive, per offrire loro
una grande visibilità. Un’altra bella storia del signorino Sepp.
La verità è più prosaica: con la doppia votazione, la cifra del
bonus annuale per i dirigenti, il presidente e il segretario
generale della Fifa, aumenta in maniera vertiginosa. E poi
Blatter sogna il premio Nobel per la pace e mette sulla stessa
strada le sue favorite, Russia e Stati Uniti. Riesce a non
mettere in competizione i due paesi per il primo mondiale che
sembra ormai già assegnato. E se nessuno ha osato cheidermi
per chi avrei votato, solo Blatter ha avuto l’indelicatezza di
invitarmi senza giri di parole a votare per la Russia,
aggiungendo: «Io so che tu voterai per il Qatar, non voglio
molestarti con il mio suggerimento».
Io sono completamente soddisfatto, sicuramente una
federazione dell’Uefa organizzerà il mondiale del 2018 anche
perché tutte le concorrenti sono europee (Inghilterra, Belgio-
Olanda, Spagna-Portogallo, Russia). Il mio impegno è
sviluppare il calcio nell’est. E la Russia non ha mai
organizzato questa competizione, amo quella gente, la varietà
dei paesaggi, la cultura.
Al contrario, la mia scelta per il 2022, è opposta a quella di
Blatter. Non è la prima volta che siamo in disaccordo. Nel
2004, quando lui sosteneva il Sud Africa per il mondiale del
2010, la mia preferenza andava al Marocco che era stato già in
corsa per i mondiali del 1994, 1998 e 2006. Jacques Chirac, il
Presidente della repubblica, ha la mia stessa idea ma non si
espone (a differenza del suo successore Nicolas Sarkozy).
Chirac non si è avventurato dandomi indicazioni o consigli sul
voto. Quelli che mi conoscono sanno che ho la testa dura e non
mi faccio certamente dettare le scelte.
Volete un esempio? 6 gennaio 1985, la Juventus gioca a
Genova contro la Sampdoria: freddo cane, terreno ghiacciato
come una pista di pattinaggio. Vengo dall’est della Francia e
conosco bene quelle situazioni climatiche. Fortunatamente ho
conservato i miei scarpini, quelli con cui giocavo a Nancy
quando il terreno del Marcel Picot era troppo scivoloso. Questi
scarpini non hanno i tacchetti in ferro, ma piccoli tasselli che
aderiscono meglio al terreno. Nello spogliatoio scoppia il
casino. Gli italiani non hanno mai visto roba del genere. Il mio
capitano, il rimpianto Gaetano Scirea, mi guarda stupito con
occhi da gufo.
«Michel, non vorrai mica giocare con quella roba lì ai
piedi!»
«Sì, certo, gioco con questi».
Arriva Trapattoni, allertato dagli altri: «Gaetano ha ragione,
dai, cambia le scarpe, metti i tacchetti, lascia perdere il resto».
«No, io tengo queste».
«Ah, è così. Allora chiamo il presidente».
«Ok, fai pure».
Boniperti arriva come una furia nello spogliatoio e, prima
che lui apra bocca, gli dico: «Gioco con queste scarpe».
Evitando ogni baruffa, mi lascia fare quello che voglio,
pensando al solito capriccio da star. Dopo soli cinque minuti,
approfitto di un rilancio difettoso della difesa doriana, calcio
da venticinque metri, gol. Corro verso il bordo campo e, con il
dito, indico i miei piccoli tasselli. Rido come un bambino al
quale è riuscita una bravata imprevista.
Sono stato sempre un uomo libero. È stata questa la mia
grande ricchezza. E se ho deciso di votare per il Qatar è perché
l’ho deciso io. Ammetto che un mondiale all’Inghilterra nel
2018 e agli Stati Uniti nel 2022 sarebbe stata comunque una
bella soluzione ma sarebbe stata una scelta conformista,
rodata, comoda.
La mia scelta per il Qatar non è certo un azzardo, quanto il
frutto di una lunga riflessione. Ho sempre ammirato i paesi del
Golfo. Avevo scelto quei territori, quando ero allenatore della
nazionale, per una tournée memorabile nel gennaio 1990.
Ho indossato la maglia della nazionale del Kuwait in una
amichevole contro l’Urss il 27 novembre del 1988 allo stadio
Al Sadaka di Kuwait City. Un anno dopo il mio ritiro dal
calcio giocato, ero appesantito e con una autonomia di ventuno
minuti. Tra l’altro, la mia partecipazione non era prevista.
Ricevetti l’invito dall’emiro Jaber al-Ahmad al Sabah, che
voleva che giocassi. E anche la mia amicizia con la famiglia
dell’emiro, che storia!Mondiale di Spagna ‘82, è il giorno del
mio compleanno. Stiamo vincendo facilmente 3 a 1 contro il
Kuwait e mancano dieci minuti alla fine. Vedo Alain Giresse
smarcato, gli passo il pallone sulla sinistra, appena fuori
dall’area di rigore. Due difensori avversari si fermano
sentendo il fischio dell’arbitro che però proviene dalle tribune
dello stadio Zorrilla di Valladolid. Non è l’arbitro ad avere
fischiato, dunque. Giresse se ne infischia, tira diritto e segna.
Myroslav Stupar, arbitro russo, convalida il gol. I ragazzi del
Kuwait sono furibondi e circondano l’arbitro. In tribuna
autorità, un uomo, con una kefiah rossa, è agitatissimo. È lo
sceicco Fahad al-Ahmed al-Jaber al-Sabah, fratello minore
dell’emiro, presidente della Federcalcio del Kuwait e del
comitato olimpico. Improvvisamente lascia la tribuna, scende
in campo e ordina ai suoi giocatori di abbandonare il terreno di
gioco, è il caos totale. L’arbitro consulta il suo assistente di
linea e annulla il gol. Noi siamo cotti. Il nostro allenatore,
Michel Hidalgo, in pantaloncini, polo e infradito, viene preso
per un turista e sbattuto fuori dalla Guardia Civil. L’arbitro
sarà radiato a vita dalla Fifa. Il fratello dell’emiro se la cava
con un’ammonizione.
Quando ci rincontriamo di nuovo e ricordiamo
quell’episodio, nell’amichevole di Kuwait, scoppiamo a ridere
e diventiamo quasi complici. Il 2 dicembre del 1990, muore,
tragicamente, durante l’invasione del Kuwait da parte delle
truppe di Saddam Hussein, nel tentativo di respingere un
blindato iracheno.
Suo figlio Ahmad subentrerà, nel 2010, nel comitato
esecutivo Fifa e con lui non manchiamo mai di onorarne la
memoria scambiandoci degli aneddoti.Non sono soltanto
questi ricordi ad avermi spinto a scegliere il Qatar. Il calcio
deve andare dovunque. Se controllate la mappa dei mondiali,
ha viaggiato in ogni zona della terra, Francia, Germania,
Giappone, Corea del sud, Sudafrica, Russia, prossimamente il
Qatar e in futuro negli Stati Uniti. Certo, manca l’Oceania ma
approvo al cento per cento questo giro del mondo. Non si
gioca a calcio soltanto a Parigi, Londra o Milano. Finiamola
con questo etnocentrismo. È su questo che Vitaly Mutko e
Mohammed Bin Hammam, rispettivamente presidenti dei
Comitati di candidatura di Russia e Qatar, hanno insistito,
presentando il loro dossier: «Dobbiamo rinunciare ad
organizzare il mondiale?» Il calcio deve girare intorno al
mondo e non il contrario. Lo ripeto sempre. Inoltre il Qatar,
che ha fatto della diplomazia per lo sport una delle sue
caratteristiche, ha già dimostrato la sua capacità organizzativa
dei grandi avvenimenti sportivi. Nel 1995, infatti, ha ospitato
la Coppa del Mondo Under 20 e, nel 2006, la quindicesima
edizione dei Giochi asiatici, un evento riconosciuto come uno
dei più riusciti di sempre.
Mai un paese dell’est o arabo ha avuto la fortuna di
organizzare un mondiale di calcio. E il Medio Oriente va
pazzo per il calcio. Il primo impegno della Fifa è quello di
sviluppare il calcio nel mondo. Ora, organizzare la Coppa del
Mondo lì non è affatto folle, purché si giochi d’inverno. So
bene che cosa significa giocare al caldo torrido o umido, come
mi capitò nel 1986 in Messico, dove giocammo a
mezzogiorno, in piena canicola, per andare incontro agli orari
televisivi europei. Ovviamente cambiare le date del mondiale
stravolge le abitudini! Quelle degli inglesi, con il loro sacro
Boxing Day, il 26 dicembre. Richard Scudamore, patron della
Premier, predice il caos per il calendario. Nientemeno!
Come mi sono battuto per l’Euro 2020 itinerante, mi batto
per il mondiale in Qatar, con quaranta partite in tabellone, con
la possibilità di poter giocare le altre ventiquattro negli altri
paesi del Golfo, gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita, il Kuwait
e ancora Bahrein e perché no? l’Iran. Il calcio può essere un
fenomenale acceleratore di pace.
Dunque, vado all’appuntamento soltanto per comunicare a
Sarkozy che voterò per il Qatar. Non sono all’Eliseo per
ricevere ordini. Ho piacere a incontrare Sarkozy, come ho
avuto piacere a incontrare Hollande, in ultimo Macron, fan
sfegatato di calcio. Il rapporto con Sarkozy è semplice, senza
riverenze, fatto di rispetto, ci diamo del tu. Siamo nati nello
stesso anno e ci conosciamo da tempo. Contrariamente ad altri
politici che frequentano le tribune, trasformandole in tribune
politiche, per farsi conoscere e riconoscere, Sarkozy conosce il
calcio ed è tifosissimo del Paris Saint-Germain. Avrebbe
voluto vedermi giocare per quel club. Non era capitato, anche
se il presidente Francis Borelli mi fece una corte spietata.
Quando lasciai il Nancy per il Saint-Étienne, la corte si fece
più intensa e nel 1982 mi scrisse una lettera che così
cominciava: «Caro Michel Platini, Parigi vi aspetta!»
E prosegue, con tono poetico: «Caro signor Platini, quello
che vi propongo è di entrare nella storia del nostro sport,
divenendo il costruttore di un destino che ci è stato promesso.
In tutta sincerità vi dico pubblicamente che abbiamo bisogno
di Voi e sta a voi esprimere una preferenza per il ruolo che
volete».
Prima di concludere con un ultimo slancio di speranza:
«Caro Michel Platini, diventate parigino».
Difficile restare impassibile, leggendo queste parole. Un
calciatore ama che lo si ami. Che lo si desideri. L’affetto dei
dirigenti, dei compagni di squadra, ti regala ali che ti fanno
volare verso il cielo. Ma a ventisette anni, l’età d’oro per un
giocatore, ho voglia di confrontarmi col campionato migliore
del mondo, quello italiano. Il 30 aprile, firmo un contratto di
due anni con la Juventus. Ma quel 23 novembre 2010, non è
del passato che io e Nicolas Sarkozy dobbiamo parlare, ma del
futuro di due Coppe del mondo, che io desidero veder
disputare in Russia e in Qatar.
Quando arrivo nella sala, scopro che sono invitati anche il
principe ereditario del Qatar, Tamin ben Hamad al-Thani e il
primo ministro qataro Hamad ben Jassem al-Thani.
Durante tutto il pranzo nessuno mi ha chiesto per chi avrei
votato. E in nessun momento, tra l’altro, l’Emiro cercherà di
vantare la serietà della candidatura del suo paese. Ma la mia
scelta era già stata fatta da tempo. Il giorno dopo, telefono a
Blatter per informarlo del pranzo con gli uomini del Qatar.
Trovo anche curioso che qualcuno avesse definito questo
incontro «segreto» quando invece, rivelandolo a Blatter,
sapevo che un secondo dopo tutti ne sarebbero venuti a
conoscenza. Col suo talento innato nel riscrivere la storia a suo
piacimento, il presidente della Fifa darà una versione
totalmente diversa del nostro colloquio telefonico, spiegando
che è stato il Presidente della Repubblica a farmi cambiare
idea durante il pranzo, chiedendomi di votare per il Qatar…Il
2 dicembre 2010. Zurigo. Il D-day è infine arrivato. Sepp
Blatter con le spalle chine, come se dovesse portare il peso di
tutte le miserie del mondo, quando apre la busta conosce già il
nome del vincitore. Insieme con il suo segretario generale,
Jérôme Valcke, sono i soli a conoscere l’evoluzione dello
scrutinio fra le varie consultazioni.
Dopo il voto, Blatter mi farà questa incredibile confessione
che mi servirà a capire, in maniera chiara, l’ambiguità del suo
processo intellettuale: «Al primo giro ho votato per
l’Australia, poiché mia figlia ha lavorato in quel paese. Però è
strano che l’Australia abbia raccolto un solo voto, dal
momento che Franz Beckenbauer mi ha detto che avrebbe
votato per loro. Al secondo giro ho votato per il Giappone,
perché detesto il Coreano Chung Mong-Joon.8 Al terzo giro
ho votato per gli Stati Uniti. Al quarto e ultimo giro ho votato
per il… Qatar, perché sapevo che, con o senza il mio voto,
avrebbe vinto. Il presidente della Fifa non può essere certo a
fianco dei perdenti!»
Da fine stratega, Blatter, sapendo che il Qatar avrebbe vinto,
ha chiesto al Qatar, qualche settimana prima, di accettare la
stessa offerta del bonus per i diritti televisivi promessa dagli
Stati Uniti in caso di vittoria.
Per 14 voti (tra i quali quello di Blatter) a 8, il Qatar, grande
come un francobollo, batte gli Stati Uniti. Nel pubblico c’è chi
si dà un pizzicotto al braccio, o al viso, per capire se si tratti di
un sogno, mentre Blatter, con una lentezza infinita, annuncia:
«Il vincitore che organizzerà la coppa del mondo Fifa del 2022
è il Qatar».
Nell’immensa sala del Palazzo dei congressi di Zurigo, l’ex
presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, anche presidente del
comitato di candidatura americano, è furibondo. Si narra che,
una volta rientrato nella sua residenza zurighese, abbia preso a
calci un vaso, mandandolo in frantumi contro uno specchio. Il
suo successore, Barack Obama, avrebbe poi rilasciato questo
comunicato: «La Fifa ha preso una decisione sbagliata».
Di contro, Zinédine Zidane, che aveva appoggiato la
candidatura del Marocco per il 2006, si felicita per la vittoria
del Qatar, simbolo della rinascita del mondo arabo. Zizou ha
ragione. Dopo tante sconfitte e otto candidature fallite, per la
prima volta il mondo musulmano ha l’onore di organizzare
una coppa internazionale.
Sepp Blatter, le cui doti di contorsionista non hanno bisogno
di conferme, se la cava con maestria: «Ringrazio il comitato
esecutivo che ci offre la possibilità di visitare due nuovi paesi,
nel 2018 e 2022. In tal senso posso considerarmi un presidente
felice, perché parliamo di progresso del calcio. Ma devo anche
ringraziare tutti i paesi candidati. Il calcio non è soltanto
vittoria ma è anche una scuola di vita, nella quale dobbiamo
imparare a perdere. E non è facile».
Il mondo anglosassone, grande perdente dopo la batosta
dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, paga la sconfitta più amara.
La stampa si scatena e qualcuno solleva ombre scure di
discriminazione, sostenendo che la scelta del Qatar sfidi
qualunque logica sportiva. Certamente il Qatar non ha niente
di grandioso nel calcio. Ma gli americani hanno la memoria
corta. Al momento della loro designazione nel 1988 per
l’organizzazione del mondiale del ‘94, gli Stati Uniti, dopo il
fallimento della North American Soccer League nel 1984, non
hanno nemmeno un campionato nazionale! E dire che, come
Pelé o Beckenbauer, avrei voluto concludere la mia carriera in
quel paese per accontentare mia moglie che adora New York.
Dopo l’assegnazione del mondiale ‘94, la Fifa pone come
condizione, per la candidatura, come minimo la creazione di
un campionato professionistico nazionale. Gli americani
indugiano, ma nel 1996 creano la Major League Soccer.
Bene, la Coppa del Mondo del 1994 ha permesso di
rilanciare il calcio negli Stati Uniti. In quel periodo ero
commissario tecnico della nazionale ma, se avessi fatto parte
del comitato esecutivo, avrei sicuramente votato per gli
americani. L’avrei detto chiaro e forte! Perché, se il mondo del
calcio è sempre pronto a chiedere maggiore trasparenza, io
resto oggi il solo, dei ventidue membri del comitato esecutivo
Fifa, ad aver votato e pubblicamente rivelato per chi avevo
espresso la mia preferenza. Blatter mi avrebbe rimproverato
argomentando che il voto è segreto e tale doveva restare. Ma
non ho niente da nascondere e ho sempre condiviso,
pubblicamente, le mie scelte. Come ad esempio, essendo
presidente dell’Uefa, ho votato a favore dell’Italia per l’Euro
2012 e della Francia per il 2016. Come membro del comitato
esecutivo della Fifa, scelsi il Marocco per il 2010 e votai in
favore di Russia e Qatar per il 2018 e 2022.
Il giorno dopo la cocente sconfitta, Bill Clinton incaricò
diversi uffici privati di investigazione di accertare
un’eventuale corruzione e quindi di organizzare una nuova
votazione.
Dopo la sua elezione, il Primo giugno del 2011, Blatter
propose a Henry Kissinger, che era membro del comitato di
candidatura americano, il posto di presidente di Solution
commitee, un gruppo di lavoro destinato a lottare contro la
corruzione in seno alla Fifa. Senza nemmeno pensarci,
Kissinger rimandò al mittente la proposta.
Il 26 agosto 2012, l’ex procuratore americano Michael
Garcia, a capo del dipartimento di istruzione del comitato etico
Fifa, annuncia di aver aperto un’indagine sull’assegnazione
della Coppa del Mondo 2018 e 2022, per chiarire se si tratti di
accuse o solo di voci. Michael Garcia dispone di un budget di
cinque milioni di euro e di una squadra composta da una
mezza dozzina di investigatori, incaricati di effettuare un tour
mondiale per poi redigere il suo rapporto. Uomo di esperienza,
Garcia, sotto la presidenza di Clinton, ha indagato sugli
attentati alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania.
Nel 2007, come procuratore di New York, ha svolto
un’inchiesta sulle spese elettorali di Hillary Clinton, per poi
dichiararla pubblicamente innocente. Per la sua inchiesta per la
Fifa, Garcia può contare anche sul numero uno
dell’investigazione: Louis Freeh. Freeh ha diretto l’FBI dal
1993 al 2001, per poi intraprendere un’attività privata. Un vero
gruppo di incorruttibili. Dopo due anni di inchieste, hanno
raccolto 220.000 prove materiali e realizzato 75 interrogatori
individuali, compreso il mio, prima di racchiudere tutto in un
rapporto di 400 pagine.
Desidero che il rapporto Garcia sia reso pubblico nella sua
interezza. Stranamente, in seno alla Fifa, si tende frenare, per
impedire di renderlo pubblico. Ho saputo dopo che alcuni
membri dell’amministrazione della Fifa ne erano entrati a
conoscenza.
A proposito del «principio di indipendenza», di cui si fa
grandissimo vanto, come può la Fifa spiegare che la sua
amministrazione e i principali dirigenti abbiano potuto avere
accesso a questo rapporto, quando, legalmente, i soli membri
del comitato etico erano autorizzati a farlo? È questa, dunque,
l’etica al gusto Fifa?
Bisogna dire che il rapporto Garcia non serve agli interessi
politici dei miei nemici. Alla pagina 181, mi dichiara
completamente estraneo ai fatti, allontanando tutti i fantasmi
riguardo il pranzo all’Eliseo, chiarendo che: «Non c’è alcuna
prova che permetta di stabilire un legame tra il voto di M.
Platini e un qualunque investimento imprenditoriale del Qatar,
in Francia. In conseguenza di ciò, il dipartimento d’istruzione
non ha giudicato necessario il luogo a procedere». Ma il
rapporto viene astutamente tenuto in caldo, nei faldoni della
Fifa, per tre anni (sarà reso pubblico il 27 giugno 2017), con il
pretesto che non debba inquinare altre indagini in corso. Per
proteggersi ed avere accesso al dossier, la Fifa presenta una
denuncia al ministero di Giustizia svizzero, il 17 novembre
2014 per «sospetti che sembrano pesare su trasferimenti
internazionali di denaro che hanno come punto di contatto la
Svizzera», nella vicenda relativa all’assegnazione delle due
Coppe del mondo. Al di là dell’idea di guadagnare tempo, il
vero scopo perseguito dalla Fifa è quello di avere accesso, in
quanto parte civile, a tutti i documenti dell’inchiesta (come,
per esempio, gli estratti conto bancari). La Fifa potrà anche
assistere agli interrogatori. Ancora, potrà avere in modo
indiretto i documenti inviati dalle autorità americane ai loro
omologhi svizzeri, in via di una procedura di assistenza
giuridica.
Quattro giorni prima, il giovedì 13 novembre 2014, Hans-
Joachim Eckert, giudice del tribunale che ha dichiarato
innocente Blatter nell’affare ISN, ha fatto circolare, sul sito
internet della Fifa, una versione del rapporto Garcia, purgata di
43 pagine. L’investigatore americano è furibondo e denuncia
questa pubblicazione, «errata e incompleta», e annuncia che
presenterà appello alla commissione di ricorso della Fifa, alla
quale mi rivolgerò anche io, due anni più tardi. Il 16 dicembre
del 2014 l’appello è respinto. Il giorno dopo, Garcia presenta
le dimissioni, con un comunicato che è una diagnosi caustica
sul funzionamento della Fifa e della commissione etica:
«Nessuna commissione di governance indipendente, nessun
investigatore può cambiare la cultura di una organizzazione ed
è per questo che, il 13 novembre, la decisione di Eckert mi ha
fatto perdere fiducia sull’indipendenza del dipartimento di
giudizio del tribunale, ora l’assenza di una voce regina su
questi problemi mi costringe a mettere termine alle mie
funzioni». Da parte mia, mi difendo con un comunicato quasi
profetico, per sottolineare questa ennesima farsa: «La
commissione etica della Fifa è stata creata per migliorare la
trasparenza di questa istanza ed è quello che noi volevamo, ma
è stata questa, alla fine, a causare confusione. Le dimissioni di
Michael Garcia sono un nuovo smacco per la Fifa».
L’ascia di guerra con Blatter è definitivamente dissotterrata.
Che tristezza. Quando si perde un amico, si perde una parte di
se stessi. A dispetto delle conclusioni del rapporto Garcia, di
cui lui è perfettamente a conoscenza, Blatter martella, con
gusto, il mio nome. Sarò io il suo ultimo scalpo. Con la sola
volontà di nuocermi, ripete a tutta la stampa internazionale che
è stato Sarkozy a dirmi di votare per il Qatar.
Un ritornello che ripeterà anche agli inquirenti del Parquet
nazionale finanziario, venuti a interrogarlo in Svizzera, come
testimone, il 20 aprile 2017. Contemporaneamente ai colleghi
svizzeri, il Parquet francese, impegnato nei grandi crimini
finanziari, ha aperto, a metà del 2016, un’inchiesta
preliminare. Secondo uno dei portavoce, il Parquet è
interessato alle condizioni di assegnazione delle due Coppe del
mondo, per «determinare se dei rappresentanti francesi
possano essere implicati in alcune irregolarità». Va da sé che
non c’è dubbio su chi si intenda individuare con l’espressione
«rappresentante francese».
Il 18 giugno 2019 rispondo a una convocazione dell’ufficio
anti corruzione della polizia giudiziaria, avviso che ho
ricevuto, per posta, un mese prima. Mi presento tranquillo,
avendo anche ritenuto, qualche giorno prima, di non farmi
seguire dal mio avvocato. Avevo subito una perquisizione a
Cassis e a Parigi, il mattino del 14 dicembre 2017, ed ero stato
poi ascoltato nel pomeriggio. Mi ricorderò per tutta la vita
questa maledetta data. È il giorno in cui è morto mio padre.
Ma, arrivato alle otto e trenta, negli uffici di Nanterre, i
poliziotti mi notificano che sono in stato di fermo. Uno stato di
fermo «tecnico», una procedura che non mi permette di entrare
in contatto con altre persone ascoltate e ignoro che si tratti di
Sophie Dion e Claude Guéant, il confronto con i quali avverrà
alle venti e trenta.
Dieci anni dopo il pranzo all’Eliseo, devo di nuovo mettermi
a ripetere le cose che ho già detto cento volte! Sul Qatar, su
Blatter, sulla Fifa, sul PSG, sul pranzo all’Eliseo e anche
sull’Europeo 2016!
Fuori, intanto, il furore mediatico va al massimo. Cinque
minuti dopo il mio arrivo, alcuni giornali online, chiaramente
meglio informati dei poliziotti stessi, annunciano con lunghi
articoli il mio stato di fermo e la stampa internazionale se ne
impossessa. Problema: in numerosi paesi stranieri, stato di
fermo significa arresto. Potete immaginare il mio
smarrimento.
8 Sotto la presidenza di Blatter, la commissione etica della
Fifa avrebbe aperto un’inchiesta contro il coreano, nel gennaio
2015.
Nell’occhio del ciclone

C’è una frase francese che dice On lèche, on làche on lynche.9


Il 29 gennaio 2013, le redazioni sono in fermento. Con un
titolo delizioso Il Qatargate, in chiare lettere bianche su fondo
nero, il settimanale «France Football» riapre la storia
dell’assegnazione della Coppa del Mondo del 2022 al Qatar,
accennando ad alcuni intrallazzi, con l’ombra della corruzione.
Un articolo che è un elenco di informazioni già pubblicate ma
astutamente rilanciate, nel quale sono chiaramente nel mirino.
Curioso. In quelle ore, il giudice Michael Garcia è ancora agli
inizi della sua inchiesta ma alcuni giornali tirano già
conclusioni affrettate ma categoriche.
Ho sempre intrattenuto, con i giornalisti, relazioni agrodolci
e non ho mai chiesto trattamenti di favore. Non ho mai fatto
nulla per pilotare un articolo né ho mai chiesto di poter
rileggere un’intervista, anche se questo, in alcuni casi, mi
avrebbe evitato situazioni imbarazzanti. Ho conosciuto il
football prima della caduta del muro di Berlino. So che cosa
possa significare la privazione della libertà di espressione e il
mio compagno di squadra polacco, Zbigniew Boniek, me ne
ha parlato spesso, quando dividevamo la stessa camera,
durante i ritiri con la Juventus. Per questo, metto la libertà di
stampa sopra ogni altra cosa.
Ironia della sorte, ho rapporti forti con «France Football»,
inventore del Pallone d’oro, e conservo aneddoti curiosi. Dopo
la morte del mio caro amico Thierry Roland, ho ereditato la
sua collezione completa del settimanale.
Nel 1977, il capo di Thierry, Jacques Ferran, mi piazza al
terzo posto del Pallone d’oro, dietro l’inglese Keegan e il
danese Simonsen. La vittoria si gioca in un fazzoletto di voti e
mi manca il voto francese per prendere il primo
riconoscimento, all’età di 22 anni, vestendo la maglia del
Nancy. Non sarebbe stato male, lo confesso. C’è voluto un po’
di tempo per ingoiare questo rospo.
Naturalmente l’articolo che mi distrugge, con tale brutalità,
fa saltare tutti i lucchetti mediatici. È subito caccia all’uomo.
Le riprese di pseudo-rivelazioni dei giornali si diffondono in
tutta Europa, come polvere nel vento. È davvero dura! Il
«Tages-Anzeiger», quotidiano di Zurigo, mi ingiuria con
questo titolo: Platini: la piccola canaglia.
Sono all’angolo ma rispondo attraverso un comunicato
stampa alla AFP: «Credere che la mia scelta sia stata indirizzata
sul Qatar 2022 in cambio di accordi tra lo stato francese e il
Qatar è pura speculazione e riguarda chi scrive queste
menzogne». Ma il danno è fatto. E come ha scritto,
magnificamente, Léon Blum: «Non c’è antidoto contro il
veleno della calunnia». La pubblicazione del rapporto Garcia
nel 2017, apporterà una severa smentita alle insinuazioni dei
media ma ormai quattro anni sono passati, potrei dire
un’eternità.
Da parte mia, m’interrogo sulle vere intenzioni di alcuni
media e sul modo di lavorare di certi giornalisti. Vengo a
sapere che, a Cassis, alcuni inviati inglesi sono andati a fare
domande ai miei vicini di casa, per sapere se organizzassi delle
feste con gente del Qatar. Un’assurdità!
Resta da porre, questa volta, una sola domanda valida: chi
ha interesse a rendermi politicamente fragile?
Anche se non posso immaginare, un solo istante, che possa
trattarsi di Sepp Blatter, il grande architetto di tutte queste mie
disavventure, lui approfitta indirettamente di questo assedio
mediatico contro la mia persona. Non gli importa smentire,
pubblicamente, la versione secondo cui io avrei cambiato idea
riguardo al mio voto in nome di interessi superiori della
Francia, spinto dal Presidente Nicholas Sarkozy, mentre io ho
sempre affermato che il Presidente non mi aveva dato alcun
ordine e che la mia scelta era stata fatta prima di quella famosa
colazione che ha alimentato tutte quelle supposizioni. Il 22
novembre 2013, in occasione di una conferenza stampa a
Roma, Blatter parla, per la prima volta, pubblicamente, di
«pressioni politiche francesi» che avrebbero permesso al Qatar
di aggiudicarsi la Coppa del Mondo 2022. Vengo a sapere,
anche attraverso delle conoscenze comuni, che lui in privato fa
commenti, molto duri, nei miei confronti. Per meglio
sottolineare il suo disprezzo, non mi chiama più per nome,
preferisce dire Il numero 10, Il giocatore, La prima donna. Il
2013 è l’anno di svolta che chiude le nostre relazioni.
Altre favole sono alimentate da alcuni giornali, come quelle
che raccontano che avrei comprato una casa a Saint-Cloud,
grazie a un supporto finanziario di Jean-Marie Le Pen. Ogni
giorno una fake news. Passo la mia vita al telefono con gli
avvocati e capisco sempre di più perché gli europei abbiano
sempre meno fiducia nella carta stampata.
Il massimo arriva quando viene fuori la storia,
assolutamente allucinante, del Picasso. Nell’edizione del 30
novembre 2011, il «Sunday Times» mi accusa di aver ricevuto,
dai russi, un quadro di Picasso, in cambio del mio voto per i
mondiali 2018. Un regalo di Viacheslav Koloskov, membro
della delegazione russa, un quadro che dovrebbe provenire
dalla collezione dal Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Un’affermazione ridicola, che non sta in piedi e che non è
sorretta da alcuna prova. I giornalisti inglesi si basano su
testimonianze di fonte anonima che pretendono di avere
rapporti con membri della candidatura britannica per il
mondiale 2018. Il comitato inglese, ricorrendo all’aiuto di
alcune agenzie private, ha messo in atto una vasta operazione
di raccolta dati sugli altri paesi candidati e ha riunito una serie
di documenti, tra voci e informazioni, più o meno affidabili.
«Così, i rumors su Picasso sarebbero stati forniti da
informatori, anch’essi anonimi, ben introdotti in Russia».
Insomma è l’uomo che ha visto l’uomo che ha visto l’uomo. I
giornalisti inglesi mi contattano per avere la mia versione. Io
sono basito, ma la storia è talmente grossa che mi fa quasi
ridere. Però il «Sunday Times» pubblica il suo falso scoop,
riconoscendo che le informazioni fornite sono da prendere con
la massima precauzione. La storia è ripresa in tutto il mondo,
senza che i giornali si prendano la briga di verificarla. Sono
obbligato a smentire, un’altra volta, attraverso un lancio
d’agenzia. Ma con i rumors c’è un problema: corrono sempre
più veloci di te. È come se uno mi domandasse, alla mia età, di
raggiungere M’Bappé sul terreno di gioco! Ma come dicono i
cari sudditi di Sua Maestà, cherry on the cake, ciliegina sulla
torta, il «Sunday Times» ha potuto pubblicare le sue
«rivelazioni», unicamente perché il comitato parlamentare ha
deciso di pubblicarle su un suo sito internet. In virtù del
parliamentary privilege, che garantisce la libertà di parola ai
parlamentari, un giornale può in totale impunità riprendere
queste informazioni, senza conseguenze giudiziarie. Un bel
modo di dribblare la verità.
A partire dal 2013 sono nell’occhio del ciclone, e non
soltanto dei media. Senza divenire paranoico, ci sono cose
molto inquietanti che avvengono attorno a me, come
l’episodio del misterioso «signor Walter», degno di un thriller
ridicolo.
9 È la regola delle tre L, molto conosciuta nelle scuole di
giornalismo, che si potrebbe tradurre con «Si lecca, si lascia, si
lincia» e che descrive l’atteggiamento dei media nei confronti
degli scoop e dei loro protagonisti.
Il misterioso «signor Walter»

Intraprendendo la mia carriera di dirigente sportivo, non


potevo immaginare che questo mondo fosse così simile a
quello politico, col suo seguito di gelosie, di colpi bassi e di
crudeltà.
All’inizio del 2013, la stampa insiste perché io vada alla
Fifa come presidente. È uno strano mestiere quello di poter
decifrare il pensiero degli altri!
È vero che i miei rapporti con Blatter incominciano a
raffreddarsi ma è anche vero che, a quel tempo, non avevo
ancora preso una decisione sul mio futuro in Fifa. Tuttavia,
nascosti nell’ombra, alcuni dei miei nemici, con l’aiuto di
alcune agenzie private, sono pronti a farmi fuori. Le spie sono
tornate… 6 febbraio 2013. Inverno pieno a Parigi. Come ogni
mattina Karim Zerrouki, il coordinatore della mia fondazione
Action Michel Platini,10 si reca nel suo ufficio all’ospedale
Saint-Anne. All’incrocio di Rue Cabanis con Rue de la Santé,
un uomo massiccio, dagli occhi chiari e dalla mascella
squadrata, gli si avvicina in stile I soliti ignoti.
L’uomo, vestito come un milord, dice di chiamarsi Walter e
di essere un giornalista investigativo. Per rassicurarlo gli
confida che sta lavorando su un’opera che si occupa degli
sportivi impegnati sul fronte umanitario. Gli parla del mio
amico Yannick Noah e della sua fondazione Enfants de la
Terre. L’enigmatico Walter aggiunge che vorrebbe scrivere
qualcosa su di me, a favore del mio impegno sui
tossicodipendenti e sui sieropositivi. Karim resta prudente, il
tipo non gli ispira fiducia. È quasi attratto da quella voce
metallica, dall’accento svizzero tedesco.
Improvvisamente Walter, le mani grandi come palette, estrae
dal suo abito in cachemire una busta marrone, gonfia di
denaro, gliela allunga e dice: «Ci sono cinquemila euro. Sono
tuoi se mi dai i file degli archivi dell’associazione».
E Karim: «Gli archivi dell’associazione non sono
disponibili, sono stati distrutti!»
«Dai, posso arrivare a settemila, se collabori».
«No, vi ho detto e vi ripeto che gli archivi sono distrutti».
Karim ha un’ultima illuminazione e gli chiede il biglietto da
visita. Il sedicente giornalista non raccoglie l’invito. Gira i
tacchi e lancia un ultimo messaggio: «Non vi preoccupate per
Michel Platini, non gli vogliamo fare del male. Abbiamo un
amico in comune».
Quel giorno Karim ha provato una delle più grandi emozioni
della sua esistenza, vivendo una scena degna di un thriller
hollywoodiano. Per allontanare quel figuro, si è inventato la
storia degli archivi distrutti.
Per molti giorni, Karim continua a pensarci su. Forse si è
trattato di una bufala o di una candid camera. Ma c’è un
elemento inquietante. Quel fatto è avvenuto qualche settimana
dopo la celebrazione, al Municipio di Parigi, dei venticinque
anni di attività della mia associazione e, cosa rara, sono
apparso in pubblico, per pronunciare un discorso. Questo
suggerisce cattive idee ai miei avversari?
Karim non osa parlarmi di quella vicenda, ma si confida con
un professore dell’ospedale, che gli consiglia di avvisarmi.
Non so perché ma, quando vengo informato della vicenda,
ho un’intuizione che lega questa storia alla Fifa, ma presto la
abbandono. Anche quando giocavo, non mi facevo
condizionare da pensieri tossici.
So bene che alcune persone non mi amano ma io rimango
tranquillo. So di essere completamente pulito. Possono cercare
quello che vogliono. La mia fondazione? Ma che vadano a
scavare fino alle fondamenta. Alla fine della mia carriera nel
1987, per vent’anni ho passato tutte le mie domeniche a
giocare con il Varieté Club, per sostenere finanziariamente
alcune associazioni. Forse stanno cercando lì qualche mio
imbroglio? Per guadagnare che cosa? Soldi? Non ce ne sono.
Tutte le risorse della fondazione provengono dagli eventi
benefici, ai quali partecipo!
Sono fiero di aver creato questa fondazione nel 1987,
perché, all’epoca, erano poche le personalità che osavano
impegnarsi in favore dei drogati. Una battaglia non certo
politically correct, ma alla quale tenevo davvero molto,
perché, alla fine degli anni Ottanta, i drogati erano considerati
peggio degli appestati. Volevo dar loro una seconda chance,
l’opportunità di rialzarsi, la possibilità di esistere.
Ho sempre pensato che è compito di chi con la droga ha
combattuto e ne è uscito aiutare quelli che ne sono devastati.
Grazie alla mia infanzia, che è stata estremamente serena, ho
avuto la fortuna di essere equilibrato, in armonia con me
stesso. Insomma un corpo sano, in uno spirito sano. L’affetto
dei miei parenti e la solida educazione mi hanno permesso di
non soccombere mai alle sirene della droga. E mi affligge
vedere i danni che ha potuto creare ad alcuni ex grandi
calciatori, come Diego Maradona.
Se cercano di raggiungermi, di stuzzicarmi attraverso la mia
fondazione, vuol dire che i miei nemici non hanno grandi cose
da mettere sotto i denti. Tuttavia mi intrigano i metodi, da film
giallo-grottesco, di questo signor Walter. Sicuramente aveva
pedinato Karim, da più giorni, per conoscere i dettagli
dell’orario e dell’itinerario che lo portava ogni mattina in
ufficio.
Dopo una sofferta riflessione, Karim, il 12 febbraio 2013, va
in commissariato e presenta una specie di denuncia
sull’accaduto; questa viene trasmessa direttamente all’ufficio
criminale del Parquet di Parigi. Tuttavia questa semplice
procedura non permette di aprire un’inchiesta giudiziaria.
Spero comunque che gli investigatori facciano il loro lavoro,
avendo solo poche pezze d’appoggio, e una sommaria
descrizione fisica «un bel tipo con fossette alla Kirk Douglas».
Ma le sorprese non sono finite. Qualche settimana dopo,
grazie all’identikit, i miei collaboratori danno un nome al viso
di Walter. Un nome di cui non rivelo l’identità, per carità
cristiana, dal momento che, attualmente, il tipo è vittima di
gravi problemi personali. La sola cosa che posso svelare è che
quest’uomo, ben collocato, nel contesto internazionale
sportivo, aveva delle solide relazioni con alcuni personaggi
della Fifa.
Queste manovre mi turbano nel profondo. È un crimine che
commettono contro lo sport. Anche se le manovre finanziarie e
geopolitiche non si sono mai fermate in questi ultimi
venticinque anni, non ci può essere posto per queste losche
figure. Non è il mio mondo. Non è la mia filosofia. Non sono
arrivato come dirigente grazie a questo genere di metodi. Non
sono stato eletto presidente, nel 2007, imbrogliando o volendo
nuocere alla reputazione dei miei avversari. Il fine non
giustifica i mezzi e io non ammazzerò mai nessuno per
arrivarci.
La mia mentalità di calciatore ha forgiato questa linea di
condotta. Dai tempi di Nancy, sino alla carriera
professionistica, non ho mai immaginato di danneggiare un
concorrente per togliergli il posto, mentre penso che un
giovane politico, dai denti affilati, possa comportarsi come
uno squalo, con il suo prossimo, non avendo nessuno scrupolo
a impiegare metodi sleali.
Lealtà, ecco una parola che amo ma che mi sembra, oggi, in
via di estinzione.
10 La Fondazione Michel Platini, creata nel 1987, è diventata
Fondazione Linea di Vita nel settembre 2015.
Quando troppo è troppo

27 maggio 2015. Sono tranquillo a Varsavia, con la


delegazione europea, per seguire la finale d’Europa League,
tra Siviglia e Dnipro. In contemporanea, a Zurigo, l’aria è
frizzante. È ancora l’alba, quando, alcuni dirigenti della Fifa
vengono tirati giù dal letto, nell’hotel Baur au Lac. L’arrivo
della polizia è spettacolare. In pieno stile americano. Seguendo
le richieste della giustizia americana e dell’FBI, i poliziotti
svizzeri portano via questa «bella compagnia». Sono tutti
sospettati di aver incassato, dal 1991, grazie al loro ruolo,
centocinquanta milioni di dollari. Somme ricevute grazie ai
diritti televisivi e di marketing, nei vari tornei internazionali,
tra i quali, anche la Coppa del Mondo. L’affare ha
ramificazioni mondiali e produce rigurgiti da guerra fredda.
L’amministrazione Barack Obama chiede, immediatamente,
l’estradizione dei dirigenti arrestati, mentre Putin attacca la
giustizia americana che vuole imporre le sue leggi oltre
frontiera.
Tra gli arrestati, ci sono due vicepresidenti della Fifa,
l’uruguagio Eugenio Figueredo e il capo della confederazione
di America e Caraibi, Jeffrey Webb, membro del comitato
esecutivo Fifa e protetto di Blatter, che lo considera come uno
dei suoi possibili successori. Le immagini dei lenzuoli bianchi
che proteggono il volto dei dirigenti dagli obiettivi delle
cineprese e delle telecamere fanno rapidamente il giro del
mondo. Giornalisti ben informati mettono le tende, già alle tre
e mezzo di notte, per non perdere un solo fotogramma di quel
film, degno di Hollywood. Presumevo che gli americani
stessero preparando qualcosa, due mesi prima, in occasione di
un mio soggiorno di vacanza, a Pasqua, a New York. Un
agente FBI mi aveva interrogato, brevemente, all’aeroporto JFK,
riguardo ai due membri della Fifa arrestati. Rendendosi conto
che sapevo davvero poco di quel dossier, aveva capito che non
sarei stato granché utile.
A Zurigo lo spettacolo continua. Alle otto del mattino, il
secondo colpo di scena: una colonna di automobili della
polizia si dirige verso la collina dove ha sede la Fifa, un
edificio dalla struttura trasparente, dietro la quale sono
depositati i segreti del calcio mondiale. Questa seconda azione
della polizia, differente da quella americana, serve a verificare
le condizioni di assegnazione dei due mondiali. Con una
tempestività che farebbe ingelosire Ronaldo, il ministero di
Giustizia svizzero sceglie lo stesso giorno dell’operazione
Baur au Lac per rendere pubblica un’inchiesta che era stata
avviata due mesi prima. L’indagine fa seguito alla denuncia
della Fifa al ministero, dopo le rivelazioni sul rapporto Garcia.
La perquisizione negli uffici dura diciotto ore, durante le quali
presentano al direttore finanziario Markus Kattner un elenco di
specifiche domande. Gli inquirenti svizzeri sono interessati, in
modo particolare, a tutti i pagamenti effettuati ai membri del
comitato esecutivo. Kattner si mette a disposizione e consegna
i documenti.
La Fifa è sottosopra. Alle undici organizza, in tutta fretta,
una conferenza stampa. Il responsabile della comunicazione,
Walter de Gregorio, tenta, in extremis, di gettare acqua sul
fuoco e dice che le elezioni previste nelle quarantotto ore
successive si sarebbero sicuramente tenute e che né Blatter, né
il suo segretario erano coinvolti. Osa, addirittura, una
dichiarazione audace: «Voi non vorrete credermi, ma è un
giorno positivo per la Fifa».
Stimo molto Walter e non soltanto perché è un tifoso della
Juventus. Sornione, poliglotta e dotato di uno humour
corrosivo, è un giornalista italosvizzero, assunto, nel 2011, con
un preciso compito: assicurare una grande uscita di scena di
Sepp Blatter, al suo ultimo mandato. Lo diceva anche Johnny
Hallyday: «Una buona uscita di scena è più importante di una
buona entrata, perché questa è l’ultima cosa che il pubblico
ricorderà di voi».
Da giocatore, era la cosa alla quale tenevo maggiormente:
chiudere, lasciando un buon ricordo. Dire arrivederci con
eleganza. È la più piccola delle cortesie. Il Primo giugno del
1979, gioco l’ultima partita con il Nancy, contro il Lille, allo
stadio Marcel Picot. Provo un’emozione forte al pensiero di
lasciare la mia prima squadra, il pubblico non è certo felice di
vedermi partire ma voglio offrire loro una partita particolare,
uno spettacolo finale. Vinciamo tre a uno e segno due gol.
Ancora una doppietta d’addio, tre anni più tardi, il 7 maggio
dell’82, allo stadio Geoffroy Guichard con il PSG vinciamo 9
a 2 sul Metz. Devo anche ricordare, con gioia, anche il mio
ultimo gol in nazionale ai quarti di finale contro il Brasile a
Guadalajara. Era il 21 giugno del 1986, giorno del mio
trentunesimo compleanno. I miei compagni e i miei avversari
mi fanno il più bel regalo: una partita leggendaria. O meglio,
un capolavoro. Bisogna essere sempre in due per giocare
partite da antologia. Da una parte i Brasiliani «d’Europa» con
il quartetto magico Tigana-Giresse-Fernandez-Platini,
dall’altra le leggende verde-oro, Falcao, Socrates, Edinho e, il
Pelé bianco, Zico, un campione da cinquecento gol verso il
quale ho un’ammirazione enorme.
Lo stadio Jalisco è una marea gialloverde. Incandescente. I
nostri tricolori vengono sommersi da quell’onda brasiliana.
Joel Bats deve fare gli straordinari per respingere gli attacchi
continui, travolgenti, dei brasiliani, ma è costretto alla resa al
17° minuto, a seguito di una combinazione di grande classe tra
Muller e Junior, il pallone arriva a Careca che batte il nostro
portiere. È un calcio-samba, si gioca a un tocco. Siamo
spettatori impotenti, sottomessi a tanta bellezza, osservatori
della nostra probabile morte. Al 32° minuto, l’incontenibile
Careca, futuro compagno di Maradona al Napoli, riprende al
volo, di destro, un cross proveniente dalla sinistra. Il nostro
colpo di grazia? No, prende il palo. Gli dei messicani sono con
noi. Forse. Lentamente riprendiamo coscienza. Arriva il 40°
minuto. Cross di Dominique Rocheteau. Il nostro centravanti,
Yannick Stopyra, viene ingannato da un movimento del
portiere, il pallone gli sfugge ma arriva sul mio piede sinistro.
Impiego un’eternità per prendere la decisione giusta. Calcio
forte? Ma se sbaglio? Meglio calciare con dolcezza. Il pallone
è sul sinistro, non è il mio piede migliore ma è quello con il
quale ho segnato un gol, nel 1978, al Parc des Princes. Fu la
prima nostra vittoria storica contro il Brasile. L’incertezza dura
un’eternità ma ormai devo decidere, il portiere è a terra, io ho
già superato il mio avversario, calcio con il sinistro, gol,
pareggio, 1 a 1. La gioia che si impossessa di me quasi mi fa
dimenticare quella maledetta borsite, l’infiammazione al
tendine di Achille che mi condiziona da molti mesi e che mi
obbliga a giocare sotto infiltrazioni e, senza le quali, mi
sembra di giocare con un pugnale dietro la caviglia. Ma in
quel momento, è la liberazione. Nel secondo tempo, il livello
cresce ancora di intensità. Tigana sfiora il raddoppio. Careca,
di testa, prende di nuovo il palo. Tele Santana, CT brasiliano
gioca il tutto per tutto e, al 70° minuto, fa entrare Zico. Zico si
presenta lanciando Branco nella nostra area, Bats lo arpiona,
rigore. Socrates si rifiuta di calciarlo. Se ne incarica Zico.
Rincorsa e tiro. Bats si tuffa in anticipo a sinistra e respinge il
pallone. Con un gesto amichevole, vado a confortare Zico,
senza immaginare che avrei vissuto lo stesso momento di
sconforto, qualche minuto dopo.
A differenza della semifinale del 1982, a Siviglia, contro i
tedeschi, stavolta la fortuna è con noi. Sentiamo che non
possiamo perdere. È una sensazione strana che si percepisce
quando si è calciatori. Non c’è nulla che ci possa scuotere,
anche il fallo su Bruno Bellone, che meriterebbe un rigore
indiscutibile. Anche, addirittura, il mio errore sul rigore, nei
penalty supplementari. Grazie al mio compagno Luis
Fernandez e al suo rigore decisivo vinciamo. Il sole di
Guadalajara illumina la notte di Siviglia.
Dopo la nostra eliminazione contro la Germania, nella
semifinale del mondiale (2 a 0), gioco i miei ultimi tre incontri
con la nazionale, preferendo distillare i miei passaggi decisivi,
piuttosto che segnare gol. Voglio che il gol del pareggio ai
brasiliani, quell’istante effimero, venga iscritto come il più
bello dei miei ricordi.
Che cosa si può sognare di più di quel 41° minuto e del mio
ultimo gol con la nazionale contro il grande Brasile di Socrates
e Zico? Ripenso spesso a quel gol che, ancora oggi,
impreziosisce i miei ricordi. Per la mia ultima partita con la
Juventus, il 17 maggio dell’87, faccio di tutto per offrire al
pubblico un ultimo gol. Mi immagino un pallone che faccia
tremare le reti all’ultimo secondo. Prego il cielo umido di
Torino di farmi questa grazia. Rimango solo davanti, in
agguato. Ma sono stremato. La testa vuole, ma il corpo si
rifiuta.
Scorrono le immagini della mia carriera, l’ultima partita con
la Juventus, con il Nancy e quel giorno indimenticabile, della
mia partita di addio a Nancy, il 23 maggio del 1988, il mio
giubileo. Il mio amico Jacques Vendroux organizza un evento
meraviglioso, ci sono i più grandi, Pelé, Zico, Neeskens, Hugo
Sanchez, Zoff, Madjer, Julio Alberto, Zubizarreta, Whiteside,
Matthaus, Rep, Pfaff, Casarin, Vautrot, Trapattoni, Hidalgo e
Diego Maradona. Diego non vorrebbe giocare, dice di non
avere le scarpe con sè ma Jean Pierre Papin gli offre le sue,
hanno lo stesso numero. Diego, infine, gioca, indossando la
maglietta con la scritta «No Drug», lo slogan della mia
associazione. Il Picot è pieno di quarantamila persone, 353
colombe, quanti i gol da me realizzati in carriera, si alzano
verso il cielo. Sono in paradiso anche io.
È necessario essere un artista o una diva, come direbbe
Blatter, per avere questa grande uscita di scena? Nella
primavera del 2014, gli suggerisco di presentare la mia
candidatura alla presidenza della Fifa alla vigilia del mondiale
in Brasile. Così lo stadio Maracanà, il tempio del calcio, lo
omaggerà, con un grandissimo applauso di ringraziamento.
Lui rifiuta. Non vuole presentarsi come ex presidente agli
occhi del pubblico brasiliano e al congresso Fifa.
«Ne riparliamo», borbotta. Infatti la sua promessa è
ambigua, se non falsa. Furbo come una volpe, approfitta del
congresso del giugno 2014, a San Paolo, per fare il giro di tutti
i presidenti e dirigenti, tranne il sottoscritto, e tirarli dalla sua
parte. Per far questo, usa tutto il suo charme diplomatico.
L’adulazione passa attraverso le solite carezze affettuose,
«Come sta sua moglie? Come stanno i bambini?» (di cui
conosce il nome di battesimo). E aggiunge una domanda
finale: «Volete che abbandoni la Fifa?»
È chiaro che nel mondo dello sport e del calcio, così educato
in apparenza, a una domanda del genere, nessun dirigente di
buon senso gli risponderebbe a bruciapelo: «Sì, hai ragione,
vattene».
Blatter lo sa che riceverà dai suoi interlocutori solo una
risposta che lo incoraggi a restare. Ma con le sue straordinarie
doti di storyteller, abilmente ribalta la frittata e dice in giro che
vorrebbe anche lasciare ma cinque dei sei presidenti, delle
confederazioni, gli hanno detto di restare. Walter de Gregorio
gli suggerisce di non esagerare ma Blatter preferisce i
cortigiani che stimolano il suo ego. Gli adulatori che si
felicitano con lui, per avere stanziato centotrenta milioni di
euro destinati al museo Fifa, a Zurigo. Sarebbe come
inaugurare il museo delle banche, dentro lo stadio Maracanà.
Nella sua mania di grandeur, ha dimenticato che il calcio è del
popolo, dei tifosi che, certo, non hanno i mezzi per andare a
Zurigo, la città più cara del mondo. Oggi il museo è un flop
finanziario.
Il 9 agosto del 2014, per il solito torneo di Ulrichen, mi offre
la sua pastiglia di cianuro: «Ho deciso di continuare, la Fifa è
la mia vita».
«Ok, fai quello che vuoi. Io non mi presenterò contro di te
ma non ti appoggerò più».
Un anno dopo, il giorno della famosa retata all’hotel di
Zurigo, smentisce i suoi desideri di eternità. La Fifa conosce la
vergogna. Le sue continue dichiarazioni che «il mondo del
calcio è contaminato dalla mafia», la fanno diventare tossica.
Il 28 maggio del 2015, all’indomani delle audizioni dei
dirigenti e alla vigilia dell’elezione per la presidenza della
Fifa, in cui Blatter affronta il principe Ali di Giordania, parlo
con un gruppo di dirigenti, delle varie confederazioni, presenti
nel suo studio. Blatter mi offre un whisky. Sono le dieci e
mezzo del mattino e cortesemente rifiuto. Sono in quella
stanza per dirgli quello che penso di lui. Non sono Bruto che si
avvicina a Cesare, con il pugnale in mano. Gli lascio l’ultima
possibilità: «Senti, Sepp, abbiamo incominciato la nostra storia
nel 1998. Eravamo a Singapore e abbiamo trovato un punto in
comune sul futuro della Fifa. Abbiamo vinto insieme, abbiamo
lavorato insieme, ora ti chiedo di lasciare la Fifa, di presentare
le dimissioni, di lasciare la presidenza, perché la tua immagine
è negativa. Non si può più continuare così».
«Michel non posso lasciare, questo pomeriggio si apre il
congresso».
«Ok, Sepp, organizzo una conferenza stampa nella quale
chiederò, ufficialmente, le tue dimissioni».
Qualche ora dopo, accompagnato dal mio segretario, salgo
sul palco. Non sono affatto turbato. So di essere nel giusto,
davanti ai giornalisti: «Sono nauseato, sono disgustato. Sono
deluso e stanco. Enough is enough! Quando è troppo è troppo.
La Fifa è la nostra casa madre. Non merita di essere trattata
così».
Dopo anni di tensioni, ritmate da colpi bassi, manipolazioni
e bugie, mi sento sollevato di mettere fine a questa commedia
macabra.
Venerdì 29 maggio. Hallenstadion di Zurigo. L’atmosfera,
nella sala del congresso è gelida, da notte dei lunghi coltelli.
Blatter si appella allo spirito di squadra. Tira fuori il puntuale
annuncio di un premio di 338 milioni di dollari per le varie
federazioni, con la promessa di altri 1,5 miliardi di dollari.
Così, per riscaldare l’ambiente. Alle diciassette si incomincia a
votare. Come era prevedibile, il principe Alì raccoglie, grazie
all’apporto anche dell’Uefa, 73 voti e impedisce a Blatter di
ottenere la maggioranza assoluta, al primo turno. Tuttavia,
certo di essere sconfitto, Alì getta la spugna e consegna a
Blatter il quinto mandato. Trattenendo a stento un sorriso,
Blatter promette che il suo successore si ritroverà una Fifa
ancora più forte. Con un tono un tantino minaccioso,
parafrasando Balzac, dice con un filo di voce, con un’aria alla
Marlon Brando: «Io perdono tutti, ma non dimentico».
Il suo stato di grazia è di breve durata, il primo giugno,
Jérôme Valcke riceve un avviso di garanzia. Il giorno dopo,
alle sette di sera, Sepp Blatter rende le armi. «La Fifa ha
bisogno di una profonda ristrutturazione. Anche se mi è stato
assegnato un nuovo mandato, non gode più dell’appoggio di
tutto il mondo del football. Rimetterò il mandato in occasione
di un congresso straordinario che si terrà tra il dicembre del
2015 e il marzo del 2016».
Qualcuno dei suoi amici mi confida che Blatter ha ricevuto
pesanti pressioni, durante l’ultimo weekend. Gli americani lo
hanno informato che non avrebbe potuto lasciare la Svizzera,
pena il suo arresto immediato. Ma quelle parole, che ascolto
alla televisione, sono le stesse di sempre. Nell’ossessione di
essere il maestro del tempo, non rassegna le dimissioni
immediate ma si concede del tempo. Non si sa mai. Invece è
sbrigativo quando si tratta di licenziare il suo addetto stampa
Walter de Gregorio, colpevole di avere raccontato una
barzelletta esilarante, alla tv svizzero-tedesca: «Il presidente, il
segretario generale e il capo della comunicazione sono in
automobile. Chi guida?»
Il giornalista in studio replica: «Mah, non saprei».
«Beh, la polizia».
Per me si apre un’autostrada verso la presidenza della Fifa.
Giustiziato in pieno comitato

Nonostante la reticenza e i cattivi presentimenti di mia moglie,


decido ugualmente di lanciarmi nella corsa alla presidenza
della Fifa, le elezioni si terranno il 26 febbraio del 2016. Che
incertezza. Un giorno è sì. Un giorno è no. Lo stesso giorno
dell’ufficializzazione della mia candidatura, mi dico che sono
il re dei coglioni. Devo prendere la decisione più difficile della
mia carriera. Quanti consigli di famiglia si sono tenuti per
sciogliere la riserva? Un sacco. In molti, tra i miei amici e
conoscenti, mi ripetono: «È il tuo destino». Ho ricevuto
centinaia di lettere di sostegno, dai presidenti delle varie
federazioni. Ho scelto il 29 luglio 2015, giorno del
compleanno di mia madre venuta a mancare tre mesi prima,
per informare, con una lettera, i 209 presidenti e i segretari
generali:

È una decisione molto personale, sulla quale ho


riflettuto a lungo e nella quale si incrociano
considerazioni che riguardano l’avvenire del calcio e il
mio percorso. È anche conseguenza della solidarietà e
del sostegno che gran parte di voi mi ha dimostrato. Ci
sono momenti nella vita in cui bisogna forzare il
destino. Mi trovo davanti a uno di questi istanti
decisivi, riguardo alla mia vita e al futuro della Fifa. In
quest’ultimo mezzo secolo, la Fifa ha avuto due soli
presidenti. Questa stabilità estrema è paradossale, in un
mondo che ha subito rivoluzioni e riforme radicali e in
uno sport che ha avuto mutamenti economico finanziari
considerevoli. Ma gli ultimi avvenimenti obbligano
questa istituzione a riformarsi e a ripensare la propria
governance. In questi ultimi mesi, ho difeso idee e
proposte per restituire alla Fifa il posto e la dignità che
le competono. Conto sul vostro sostegno e sul nostro
comune amore per il calcio, per offrire, alle decine di
milioni di persone che seguono questo sport, la Fifa che
si aspettano: esemplare, unita, solidale, una Fifa
rispettata, amata e popolare.

Sui media, è un diluvio di complimenti e di


incoraggiamenti. Su tutti, quelli di Michel Hidalgo, mio
allenatore in nazionale, saggio tra i saggi. Le sue parole mi
commuovono profondamente: «Tutta la Francia deve essere
fiera, la Francia del calcio, perché, senza dubbio, non c’è
candidato migliore al mondo. Ci sono altri nomi ma nessuno
con le qualità di Michel. Nessun dirigente ha il suo passato.
Nessuno ha la sua mentalità e la sua conoscenza del calcio,
dunque non vedo come si possa cercare un altro candidato».
Anche i miei compagni di squadra della nazionale, si
congratulano, come se avessi segnato un gol storico, senza
nemmeno aver giocato.
Anche Zinédine Zidane, di solito di rare parole, è affettuoso:
«È l’uomo ideale per questo ruolo. In più ha voglia di
incominciare e lo sosterremo. Farà un gran lavoro. Come ha
fatto sempre un buon lavoro per il calcio. È il momento giusto,
vai».
Ciliegina sulla torta, Noël Le Graët, presidente della
Federcalcio: «È il migliore. Lo ripeto da tempo. È una figura
che riesce a unire i grandi e i piccoli. Saprà essere all’altezza».
Per disinnescare le possibili rappresaglie della commissione
etica, una macchina infernale che distrugge i candidati, alcuni
amici mi suggeriscono di parlarne pubblicamente. Ma, dal
momento che non ho niente da rimproverarmi, rifiuto il
suggerimento. Il mio entourage teme le «trappole» tese dai
media e l’intervento dell’FBI che potrebbe molestarmi, a causa
del mio voto contrario agli Stati Uniti, nel dicembre del 2010,
per il mondiale del 2022. Ma che potrebbero trovare? Resto
tranquillissimo. Forse un po’ su di giri, per avere tutta la
famiglia del football con me. Errore. Il mio più grande nemico
affila i suoi coltelli svizzeri. Qualche giorno dopo l’annuncio
della mia candidatura, il presidente dimissionario ne fa una
delle sue. Con l’unico scopo di sabotare la mia campagna
elettorale, mi dice che resterà al suo posto, fino al giorno delle
votazioni. In un’intervista al quotidiano olandese «Volkskrant»
arriva a dire che l’avrei minacciato di mandarlo in carcere, per
dissuaderlo a presentarsi, come candidato alla presidenza!
Ecco che il caro Sepp mi trasforma nel mafioso Don Platini!
Il giorno dopo, il giornale tedesco «Welt am Sonntag» rivela
che esiste un dossier contro di me, l’articolo è intitolato Uno
scheletro nell’armadio, suggerito, anzi ordinato, da Blatter e
scritto dal suo amico giornalista svizzero, Thomas Renggli. Il
dossier, spedito da Zurigo ai media svizzeri e tedeschi,
incomincia con queste parole testuali: «Michel Platini è stato
uno dei più grandi artisti del calcio che l’Europa abbia mai
avuto, ma non è altrettanto grande per diventare presidente
della Fifa, se si dà un’occhiata alla vicenda Qatar».
Riassunto: è tutta roba di Blatter che si diverte, anche con i
suoi amici, a fare questa battuta: «Non ha mai vinto un
mondiale, non può essere a capo del calcio mondiale».
Intervistato dalla BBC, sull’argomento, Blatter ha la faccia di
bronzo e risponde: «Non so nulla di questa storia». Impagabile
Sepp.
Invece, in Uefa, la storia è scandalosa. Senza grandi
speranze, l’ufficio legale scrive al segretario generale Valcke e,
per copia, a Cornel Borbély, presidente del dipartimento
istruttorio della commissione etica, e a Domenico Scala,
presidente della commissione audit e di conformità. Scala
sfrutta il momento difficile della Fifa, per accomodarsi e
acquistare potere. Sogna di diventare segretario generale con
un nuovo statuto che lui stesso sta per scrivere e, secondo il
quale, gli verranno attribuiti i pieni poteri. È lui a decidere
l’idoneità e l’integrità dei candidati. Ex direttore finanziario di
un’azienda svizzera di pesticidi, pensa di poter togliere l’erba
cattiva dalla Fifa.
Il 28 agosto, a Monaco, in occasione dei sorteggi per le
coppe europee, Walter de Gregorio, che da capo della
comunicazione era stato ridimensionato a consulente, mi si
avvicina e mi sussurra: «Michel, lui sta cercando cose su di te.
Forse su tuo figlio… ma ho sentito parlare anche di quel
pagamento, con il quale ti tiene per le palle…»
«Pff, la storia di mio figlio è già uscita, è una stronzata. Per
quanto riguarda il pagamento, non so che cosa possa fare».
Un mese dopo, il 25 settembre, a Zurigo, grande folla di
giornalisti per il comitato esecutivo Fifa. L’interesse è tutto
sulle dichiarazioni di Valcke che, qualche settimana prima, ha
presentato le dimissioni a seguito dell’inchiesta che lo
riguarda, sul traffico di biglietti per il mondiale in Brasile.
Sono le due del pomeriggio, quando il capo dell’ufficio
legale, Marco Villiger, detto Nunzio apostolico, in quanto
custode di tutti i segreti della Fifa, si avvicina a me e a Blatter
con fare minaccioso e ci ordina con duro accento svizzero-
tedesco: «Voi due dovete seguirmi».
Gli chiedo perché e lui replica: «Non ve lo posso dire».
Entriamo nell’ascensore, secondo piano, si aprono le porte,
sorpresa. Un gruppo di poliziotti accompagnato dal
procuratore del ministero della Giustizia, Olivier Thormann –
che, come scoprirò in seguito, è amico intimo di Villiger – ci
ordina di seguirlo in due stanze separate. Penso di dover
ancora rispondere sull’assegnazione dei due mondiali che
ormai non riesco a togliermi di dosso, come un tatuaggio.
Sorpresa: come un pokerista che ha quattro assi in mano, mi
porge un documento che lui giudica una prova schiacciante:
una fattura di due milioni di franchi svizzeri che porta la data
del 17 gennaio 2011. Una somma pagata, in mio favore, dalla
Fifa, il primo febbraio 2011. Un pezzo di carta tirato fuori, con
grande celerità, nella mole di mille documenti e di
informazioni recuperate durante la perquisizione del 27
maggio del 2015. Capisco che i giudici hanno urgenza di
agire.
Chiarisco che si tratta del sospeso dello stipendio che mi era
dovuto per il periodo dal 1998 al 2002, quando ero consigliere
di Sepp Blatter. Quella è stata la prima e l’ultima volta in cui
ho dovuto spiegare la vicenda alla giustizia svizzera, una
vicenda dalla quale sono definitivamente uscito, totalmente
estraneo a ogni accusa, il 25 maggio del 2018. Nella stanza di
fianco, senza che ci fossimo messi d’accordo, l’uomo che è
ancora presidente della Fifa, conferma, per filo e per segno, la
mia versione. Ma ormai il danno è fatto.
Uscendo dalla stanza, affronto il procuratore Thormann:
«Mi avete ucciso».
Il ministro ha approfittato della presenza dei giornalisti per
un colpo pubblicitario. Un atto gratuito, con il solo scopo di
darci in pasto all’opinione pubblica, anche perché, Blatter e io,
siamo residenti in Svizzera e avremmo potuto benissimo
essere ascoltati, con discrezione, negli uffici ministeriali.
Infatti, alcuni giornalisti svizzeri mi confermano che il
ministero, diretto da Michael Lauber, ama queste azioni
spettacolari.
Lo stesso Ministro, una volta lasciato il palazzo della Fifa,
consegna alla stampa questo comunicato:

Un procedimento penale è stato aperto, il 24 settembre


2015 nei confronti del presidente della Fifa, M. Joseph
Blatter, sospettato di gestione sleale… Il ministero della
Giustizia sospetta che Blatter abbia firmato un contratto
sfavorevole alla Fifa con l’Unione caraibica di football
(di cui Jack Warner era presidente). Esiste anche il
sospetto che, con la stipula di questo contratto, siano
state commesse violazioni agli impegni commerciali
della Fifa, rispettivamente con Fifa Marketing & TV
SA.
Inoltre si incolpa Blatter del pagamento sleale di 2
milioni di franchi svizzeri a favore di Michel Platini,
presidente dell’Uefa, pregiudizievoli per la Fifa,
presumibilmente per lavori effettuati, tra il gennaio del
1990 e il giugno del 2002. Il pagamento è stato
effettuato nel febbraio del 2011.
Il 25 settembre del 2015, alcuni membri del ministero
hanno ascoltato Joseph Blatter, in qualità di persona
informata dei fatti. Contemporaneamente, Michel
Platini è stato ascoltato, in qualità di persona chiamata a
fornire informazioni.

Ogni parola è saggiamente calibrata. Il delicato termine


«presumibilmente» nasconde il sospetto sulla effettiva realtà
del mio lavoro, in seno alla Fifa, che non era stato, come avete
potuto capire, per nulla fittizio. E il comunicato così si
conclude: «Tra l’altro, il ministero ha effettuato una
perquisizione, il 25 settembre 2015, negli uffici della Fifa, con
il supporto della polizia giudiziaria. Alcuni documenti, trovati
nell’ufficio del presidente della Fifa, sono stati sequestrati».
Nella cassaforte, tra mille carte, sono state trovate le
ricevute del pagamento dei due milioni. Blatter pensava forse
di ricattarmi con quelle carte? In ogni caso, questo porta a
un’inchiesta di «Le Monde», relativa a un pranzo, all’inizio di
giugno del 2015, subito dopo il mio sfogo «Quando è troppo è
troppo».
Di solito è proprio in occasione di pranzi e cene che i capi
mafia decidono di liquidare i nemici. Penso che ci sia la stessa
consuetudine alla Fifa. Nel rinomato ed elegante ristorante
Sonnenberg, che domina la città ed è il luogo classico di
Blatter, il menù del giorno è semplice: la mia eliminazione
politica. Due uomini sono a tavola con lui, quel giorno: il suo
segretario generale Jérôme Valcke e suo nipote, Philippe
Blatter. Blatter mostra loro la fattura di pagamento e la lettera
con la quale lo invitavo a pagarmi il sospeso nel 2011.
Indubbiamente spinto dal suo desiderio di vendetta e dal
sentimento di potere, ignora che quel pagamento si trasformerà
in un boomerang. Di solito abile, Blatter opta per una strategia
devastatrice.
Ma il 25 settembre del 2016, sulla strada di ritorno verso
Nyon, non ho ancora preso del tutto coscienza delle
conseguenze devastanti di quell’interrogatorio con il ministro
della Giustizia. In modo subdolo, la mia corsa verso la
presidenza sembra rallentare improvvisamente.
Un pagamento sofferto

E io che sognavo un weekend tranquillo e comodo! Una


passeggiata, respirando l’aria del Jura, contemplando quel
panorama unico, con il lago di Lemano davanti a me. Eccomi
servito! Dopo il pranzo all’Eliseo, dopo il Picasso, dopo il
soccorso finanziario di Le Pen, i conti bancari nascosti, e chi
più ne ha più ne metta, eccomi di nuovo ad essere bersaglio
della stampa. Il mattino del 26 settembre 2015, sono sulle
prime pagine dei giornali di tutto il mondo, l’interrogatorio del
ministro ha avuto l’effetto temuto. Una bomba. Accendo la
radio. Non parlano che di questo. Di continuo. Preferisco
Radio Nostalgia.
Quando la macchina infernale dei media si mette in moto,
potete anche essere stati un personaggio pubblico per
quarant’anni, non serve a niente. Siete come un coniglio
abbagliato dai fari di una automobile: morti. Non sapete più
che fare. Non sapete che dire. Tanto nessuno vi ascolterebbe. È
come urlare nel deserto. Ancora peggio, quello che cercate di
dire vi si ritorce contro. Il problema è che non avendo nulla da
rimproverarmi, non sento nemmeno l’obbligo di dovermi
giustificare, oltre a quello che so di essere.
Ma è anche il momento di affrontare il discorso del denaro.
E lo farò adesso, con chi mi sta leggendo. Anche se non fa
parte della mia cultura. Quando ero bambino, a Joeuf non si
parlava mai di soldi. Non era un argomento tabù ma non ci
mancava niente, avevamo il necessario per vivere. Non mi
sono interessato mai al denaro per il denaro, ho guadagnato
giocando a calcio. Forse per questo non ne ho fatto una
fissazione maniacale.
Non amo la vetrina, non amo l’esibizione e l’ostentazione.
Le città nelle quali ho giocato, dico delle squadre di calcio,
sono tutte città operaie, e lì la gente ha conosciuto più di
chiunque altro il lavoro duro e il valore del denaro. Bene,
provo un certo imbarazzo. Non è che non provi piacere a
guadagnare, ma non ho mai corso freneticamente dietro ai
soldi, nel senso buono e nel senso figurato.
Gennaio 1978. Gioco per il Nancy e il mio contratto va in
scadenza l’anno successivo. C’è una fila di grandi club che mi
vogliono, l’Olympique Marsiglia, il Valencia, il Barcellona, il
Bayern e l’Inter. Ho una preferenza per quest’ultima squadra,
anche perché ho avuto sempre l’idea, direi il desiderio, di
tornare nella terra dei miei nonni. L’Inter mi offre un contratto
di tre anni, a partire dal giugno del 1979 e un premio molto
interessante alla firma. In quegli anni il calcio italiano ha
ancora le frontiere chiuse ma si parla di una riapertura per
quell’estate. Dopo aver avvertito Claude Cuny, presidente del
Nancy, firmo il precontratto con l’Inter. Furibondo, il
presidente Cuny mi riduce il contratto a 6800 franchi, il
minimo sindacale. Non mi condiziona affatto, anzi mi
impegno al massimo e consegno la Coppa di Francia ‘78 al
Nancy, segnando il gol della vittoria, nella finale contro il
Nizza. Ironia della sorte, non mi trasferisco all’Inter perché le
frontiere resteranno chiuse fino al 1980.
Che tipo quel Claude Cuny! Un uomo buono, una specie di
padre padrone, come Guy Roux all’Auxerre. Un pioniere. Un
visionario. Agli inizi degli anni Settanta, aveva creato la prima
scuola di formazione, detta il Conservatorio del calcio. Per
realizzare il suo progetto, acquista diversi ettari di terreno,
sulle alture di Nancy, vicino alla foresta di Haye, una vecchia
base militare poi occupata dagli americani. Il suo sogno è di
costruire diversi campi di allenamento. C’è un problema: il
terreno è in pendenza, bisogna livellarlo. Un lavoro titanico
che richiede molta mano d’opera. Cuny ha idee spicce e ci
consegna pala e rastrello per aiutare gli operai. Eccoci,
dunque, calciatori dilettanti, a spostare pietre e scavare la terra.
Una maniera per tenere alto il buon umore e per rinsaldare lo
spirito cameratesco. Ad ogni vittoria, aspettavamo che il
presidente entrasse nello spogliatoio e faccevamo il gesto di
chi mette i soldi nel salvadanaio. Tanto per garantirci qualche
partita a bowling e un bicchiere di granatina.
Non sarò mai un uomo di finanza e per questo non ho mai
seguito i miei affari commerciali. Mi sento più un artista che
un contabile! Ho sempre firmato in bianco nella mia carriera,
così come mi fido del direttore di banca per i miei conti.
In compenso, sono sempre stato vigile su come veniva
utilizzato il denaro, che non era mio ma da me dipendeva. Al
mio arrivo all’Uefa, ho detto stop alle auto blu e ho messo un
freno alle spese di rappresentanza, quando ho saputo che i
dirigenti viaggiavano in business e i presidenti delle
federazioni in economy. Ho utilizzato l’esperienza di Marios
Lefkaritis, presidente della commissione di finanze della
confederazione europea.
Non voglio passare per un santo o per un cavaliere bianco.
Non lo sono. Quando ero calciatore, potevo essere anche un
po’ furbo, come sui calci di punizione, dove, a volte, per
ritrovarmi nella posizione ideale, spostavo il pallone di
qualche centimetro, all’insaputa dell’arbitro, come nella
punizione contro la Jugoslavia, all’Euro 1984. L’arbitro
svizzero Daina, piazza la barriera, alle sue spalle, senza che lui
se ne accorga, sposto il pallone a sinistra, la mia posizione
preferita. Safet Susic, il fantasista jugoslavo che giocava nel
Paris Saint-Germain, protesta: «Michel! Scherzi o fai sul
serio? Rimetti il pallone dov’era!» Penso, nella mia testa:
«Ehi, amico, sono a casa mia e metto il pallone dove voglio
io» e che tutto lo stadio Geoffroy Guichard lo capisca.
E hop, tiro nel sette, gol.
Un vizietto imparato in serie A, dove i calciatori si sfidano
nella genialità e nella furbizia, per fregarvi, spesso con il
sorriso. In compenso, fuori dal campo, non si vantano mai.
L’affaire del «nero», a Saint-Étienne, mi ha cambiato. I
dirigenti del Saint-Étienne, volendo trattenere i migliori
calciatori, per evitare l’erario, avevano creato un fondo di
denaro per pagare una parte degli ingaggi. La cassa parallela
era stata creata nel 1947 ma aveva preso una dimensione più
grande, sotto la presidenza di Roger Rocher: venti milioni di
franchi sarebbero transitati dal 1977 al 1982. Fu quello un
errore della mia gioventù. Una vecchia storia che i giornali
riesumano, in coincidenza con la vicenda dei due milioni. Lo
so, mi aspettano al varco.
Sono irrequieto e scontroso, ho la mia armatura, il mio
carattere. Posso mostrarmi dolce o scorbutico. Sono un vero
gemelli che ha bisogno anche di solitudine. Il mio umore
ondivago può disorientare. Come sul terreno di gioco. Sono un
provocatore, ma mai cattivo. Lo ha ben descritto il giornalista
Jean-Philippe Leclaire: ho ereditato il gusto della battuta, un
umorismo italiano un po’ perfido ma sempre indulgente. Amo
l’ironia, amo il sarcasmo e affronto alcune situazioni con
spirito, da sempre.
27 giugno 1984. La Francia intera trattiene il respiro. Per la
prima volta, nella sua storia calcistica, si ritrova in finale, in un
torneo internazionale. Pressione ai massimi. Negli spogliatoi
del Parc des Princes nessuno fiata. Un silenzio da chiesa. Con
un gesto maniacale, il mio compagno di squadra, Alain
Giresse, avvita i tacchetti delle scarpe che diventano così
lucidi da potermi specchiare. Tiro fuori dalla mia sacca le
scarpe che mi hanno portato fortuna nella semifinale di
Marsiglia, contro il Portogallo, quattro giorni prima. Hanno
ancora un po’ di terra. Un colpo di cera e torneranno perfette.
Il commissario tecnico Michel Hidalgo ama dare dei segnali
simbolici, prima di ogni partita, disegna sulla lavagna una
montagna e scrive questa frase di Confucio: «Quando si arriva
in cima alla montagna, bisogna continuare a salire».
Approfitto del momento in cui lui va in bagno, per aggiungere
«Firmato Gesù Cristo». I miei compagni ridono. È bastata
quella sola frase per cambiare l’atmosfera.
Stimolare, sì. Umiliare, mai.
Ho ancora in testa il gol che ho segnato ad Arconada.
Elegante, distinto, per tre volte, di seguito miglior portiere
della Liga spagnola, il numero uno della Real Sociedad sta per
vivere una serata da incubo. 57° minuto. Equilibrio tra le due
squadre. La partita è dura, intensa. Fallo sul centravanti
Bernard Lacombe. Punizione. Il pallone, idealmente, si
dovrebbe trovare leggermente a sinistra, a venti metri dalla
porta. Non ho nemmeno bisogno di spostarlo, parto, lo
colpisco ma sento di non averlo preso bene. Lo seguo con una
piccola smorfia. Il pallone si alza appena, gira lentamente sulla
sinistra della barriera. Penso che sarà una formalità, per il
miglior portiere dell’Europeo. Effettivamente, Arconada para
il pallone. Ma la sfera capricciosa gli scivola sotto la pancia. È
una papera. «Una cagata», come direbbe scherzosamente
Fabien Barthez. Il pallone termina la sua corsa a due all’ora, in
rete. Non credo ai miei occhi, come tutti i giocatori e i
cinquantamila spettatori. È uno dei gol più importanti della
mia carriera, ma anche uno dei più brutti. Mi dispiace per il
portiere che ammiro moltissimo e il cui cognome significa, da
quel giorno, nel vocabolario del calcio, una papera
incomprensibile, una arconada. Il secondo gol, segnato da
Bruno Bellone, con un tocco raffinato, è il gol che avrei voluto
segnare io in finale.
Il calcio è crudele. Ma è niente rispetto a quello che vivo in
questo fine di settembre del 2015, un momento in cui ho
l’impressione di giocare da solo, in trasferta, contro il resto del
mondo. Anche Maradona entra in tackle, esibendo una
maglietta con il mio volto, sul quale è scritto, in inglese,
“ladro”. Senza dubbio una vendetta per la maglietta “no drug»
che gli ho fatto indossare al mio giubileo, la mia partita
d’addio a Nancy.
Come è noto, sono gli innocenti, sempre, quelli che si
difendono peggio. E confesso che il mio inizio di partita non è
al massimo. Sono in difficoltà con i media e per questo,
qualche giorno dopo, assumo un esperto di comunicazione di
«crisi», Jean-Christophe Alquier, uno dei migliori sulla piazza
di Parigi.
È anche vero che nei primi giorni di questa storia dei “due
milioni”, non ho nessuna voglia di giustificarmi. Uno dei miei
amici mi rimprovera duramente: “Michel, non sono i due
milioni per quattro anni di lavoro che ti devono imbarazzare,
due milioni, oggi sono lo stipendio mensile di un giocatore
mondiale. Quello che l’opinione pubblica non riesce a
comprendere è perché tu chieda questi soldi nove anni dopo».
Anche se non riesco a capirlo, lui ha ragione. Ma non ho
voglia di rientrare nei meandri di spiegazioni, dal momento
che la maggioranza dei media si è già fatta la sua idea. Ho
addirittura scrupoli a chiedere i soldi alle persone alle quali li
ho prestati. Ho sempre questo pudore nei confronti del denaro.
Oggi, le cose sembrano di una limpidezza cristallina. Come
abbiamo visto all’inizio, nel 1998, divenuto consigliere di
Blatter, gli chiedo uno stipendio di un milione di franchi
svizzeri all’anno. Una somma che lui non può versarmi
integralmente perché supera il salario del segretario generale.
Perché non ho preso questo sospeso al momento di lasciare
l’incarico nel 2002? Semplicemente perché, in quel periodo, la
Fifa ha problemi di liquidità, dopo il fallimento dell’ISL nel
2001 (nel maggio del 2002 la perdita totale fu di 134 milioni
di franchi svizzeri, 122 milioni di euro). Peggio, la Coppa del
Mondo 2002, in Corea e Giappone, si annuncia come la più
onerosa della storia. Per questo, devo mostrarmi paziente,
aspettando il pagamento integrale del mio salario stabilito nel
1998, con quel contratto orale, con Sepp Blatter. Ho
l’immenso privilegio di poter attendere.
Ma nel 2010 la Fifa ha rimesso i conti in ordine. Fine
gennaio, vengo a sapere che un ex dirigente, appena licenziato,
ha ricevuto un gentile assegno di liquidazione da 3,5 milioni di
franchi svizzeri. Dunque, ritengo che ci siano i soldi per
pagarmi quello che mi devono. Giovedì 18 marzo 2010 (è
importante tenere a mente questa data) vado a Zurigo, per
partecipare a un comitato esecutivo, sui preparativi del
mondiale in Sudafrica e sul rapporto finanziario del 2009.
Incrocio Markus Kattner11 che è il direttore finanziario della
Fifa e gli ricordo che mi devono dei soldi. Con la sua
espressione da prima comunione mi conferma che provvederà.
Per me il messaggio è passato. Attendo che mi contattino per
chiudere la vicenda.
Non penso a questo ogni mattina! Sono preso dai problemi
di gestione nell’Uefa per l’organizzazione di Euro 2012 in
Polonia e Ucraina, questioni che mi danno molto filo da
torcere. Passano quattro mesi. Ancora niente. Il 9 luglio 2010,
prima di partire per le vacanze, chiedo una seconda volta a
Kattner, notizie sul pagamento. Mi dice che, per pagare i due
milioni, devo inviare una fattura, ne discuterà le modalità, su
tasse e previdenza sociale, con il mio commercialista. Gli dico
che me ne occuperò, al ritorno dalle vacanze.
Preso dagli impegni quotidiani, oltre ai preparativi della
Coppa europea, la mia attività va veloce, parto per l’Armenia
dove inauguro uno stadio a Erevan, poi in Lettonia, per una
conferenza sul calcio nei paesi baltici, quindi a Strasburgo,
prima di volare in Polonia. Totale: nemmeno un secondo di
pausa. Nell’ottobre del 2010, mi occupo degli incidenti che
hanno macchiato Italia-Serbia a Genova e che hanno
provocato l’interruzione della partita. L’incontro, valido per la
qualificazione a Euro 2012, è stato teatro di episodi di rara
violenza. Hooligans serbi hanno bruciato la bandiera kosovara
e attaccato i tifosi italiani, con i fumogeni. Quando si è
presidente dell’Uefa e si è alle prese con questi enormi
problemi, si ha la responsabilità e il dovere di affrontarli e
risolverli. In quel momento dovevo trovare, con gli uomini
della commissione di disciplina, i mezzi più efficaci per
affrontare, nel modo migliore, il rigurgito di partite truccate.
L’esplosione dei siti internet di scommesse on line, che diventa
la cancrena del gioco. Non ho un minuto per me stesso. La
fattura, che devo spedire a Markus Kattner, è passata in
secondo piano.
Inizio gennaio 2011. Per cominciare bene la stagione e far sì
che la vicenda del pagamento non si prolunghi per un altro
decennio, approfitto della pausa natalizia, per chiedere a Jean-
Paul Turrian, ex dirigente della Banca Ubs e dell’Uefa, di
mettersi in contatto con la Fifa, per definire la fattura, affinché
sia tutto regolare e trasparente. La fattura, datata 17 gennaio
2011, è inviata il giorno stesso a Kattner e convalidata da Sepp
Blatter. In seguito, viene trasmessa al dipartimento finanziario,
affinché i soldi vengano sbloccati. Si sono conosciuti circuiti
più opachi… Il pagamento arriva, sul mio conto, il primo
febbraio 2011. E questa data apre la strada a tutte le
interpretazioni e speculazioni. Per il solo motivo di avermi
ascoltato a titolo di testimone e, mai, di indagato, la
commissione etica in-dipendente della Fifa, apre, il 26
settembre, un’inchiesta contro di me, sia per aver ricevuto i
soldi quattro anni dopo ma, soprattutto, qualche settimana
dopo aver annunciato la mia candidatura. Stupefacente no? Per
un pagamento tanto sofferto, sono io quello che deve soffrire.
11 Questa versione è confermata per iscritto dallo stesso
Kattner in una mail datata 30 settembre 2015, inviata a Robert
Torres, giudice del dipartimento istruttorio della commissione
etica, incaricata del dossier Blatter.
E questi sarebbero giudici?

Eccomi tra le grinfie della commissione etica, un mostro


freddo e malefico, creato per uccidere. Il 28 settembre 2015,
viene nominata Vanessa Allard per istruire il dossier sul
pagamento dei due milioni. Nativa di Trinidad e Tobago, vive
e lavora a George Town, capitale delle isole Cayman, rinomati
paradisi fiscali. George Town, 27 mila abitanti.
Membro del dipartimento istruttorio e della commissione
etica dal maggio del 2013, Vanessa Allard, avvocato
specializzato nel diritto immobiliare e patrimoniale nello
studio Brooks&Brooks, nulla sa del calcio e pochissimi, nel
mondo del calcio, la conoscono.
In verità, lei conosce Jeffrey Webb che vive, ugualmente,
nelle isole Cayman di cui è originario. Vi ricordate questo
nome? È il presidente della CONCACAF, in galera dopo la retata
di Zurigo del 27 maggio del 2015. Prima di essere arrestato,
dipendevano da lui la designazione e il giudizio sui candidati
delle varie commissioni Fifa della sua zona geografica. Blatter
vedeva in lui un degno successore e non gli rifiutava mai
nulla.
Con Vanessa Allard, la commissione etica ha trovato la
persona giusta per farmi fuori. Inutile aggiungere che la
richiesta di ricusazione, presentata dai miei avvocati, fu
respinta, in due minuti, dalla Fifa.
Per semplificare le cose, Vanessa Allard non parla una sola
parola di francese. Anche se il mio inglese è migliorato, non
sono ancora ai livelli shakesperiani, contrariamente al dramma
che sto per vivere.
Il giorno della mia audizione è fissato per giovedì primo
ottobre a Zurigo. Mi presento accompagnato dall’avvocato
Michele Bernasconi, specializzato in diritto sportivo e amico
di Gianni Infantino. La squadra di Marco Villiger, il
camaleonte della Fifa, ha allestito una sala per la
videoconferenza. Una traduttrice è pronta. Sullo schermo
appare Vanessa Allard. Che sorpresa! Dovendosi giocare il
mio destino, quella che è chiamata a giudicarmi, ha preferito,
con grande coraggio, restare al sole delle isole Cayman, a
diecimila chilometri da Zurigo.
Non me ne sono ancora reso conto ma sto per vivere il
confronto più surrealista della mia vita. Molto più di quello
che avevo avuto con la scrittrice Marguerite Duras.
Era il dicembre del 1987, qualche mese dopo aver lasciato
l’attività agonistica, in occasione del mio libro La mia vita
come una partita di calcio, il giornale «Libération» ha la
stramba idea di organizzare un incontro televisivo, tra l’autrice
di L’amante inglese e il sottoscritto. La più grande intellettuale
francese di fronte all’ex capitano della nazionale di Francia.
Una bella idea, in prospettiva. Accetto la proposta per curiosità
e perché mi è sempre piaciuto entrare in contatto con gente che
non ha nulla a che fare con il calcio. In Italia molti scrittori si
sono occupati di me, ma erano tutti interessati al football. Mai
ero stato intervistato da qualcuno così estraneo al gioco.
Breve introduzione e via con il tu.
«Dimmi un po’, che razza di gioco è il tuo? Demoniaco o
divino?»
«È un gioco che non ha verità…»
«Non temi che il portiere sappia già dove calcerai il
pallone?»
«No, non lo so nemmeno io».
Il resto dell’intervista è molto affabile. Mi parla sempre di
un gioco angelico e inventa un sostantivo «l’angeluomo» per
parlare dei calciatori. Lei mi considera come un angelo blu.
Alla fine dell’intervista, commento: «Un’ora con Marguerite
Duras è stata, per me, più dura di una qualunque partita della
mia carriera».
Non sapevo che sarebbe invece arrivata, trent’anni dopo,
Madame Allard: «Questi due milioni sono il vostro voto a
favore del Qatar, assegnazione che viene fatta due mesi prima
del pagamento?»
Rispondo: «Ma, con il vostro rispetto, se fosse stato il caso,
avrei chiesto soldi al Qatar che è ben più ricco della Fifa».
E Vanessa: «Ah, è vero, non ci avevo pensato, è una buona
risposta. Allora quei due milioni sono per non esservi
presentato contro Blatter, il fatto avviene quattro mesi prima
del pagamento».
Mantengo il sangue freddo e con calma spiego che avevo
chiesto il pagamento nel marzo del 2010, a Markus Kattner,
vale a dire sedici mesi prima dell’elezione. E aggiungo che in
quello stesso anno, avevo detto a Mohammed Bin Hammam,
candidato presidenziale, che avrei appoggiato sicuramente
Blatter.
Il sospetto suscitato dalla data del pagamento – compresa tra
il 2 dicembre del 2010, giorno del voto per il mondiale 2018 e
2022, e il primo giugno del 2011, giorno dell’elezione di
Blatter – crolla come un castello di carte.
Uscendo, dopo due ore di audizione, penso di averla
convinta, avendo portato elementi fattuali e incontestabili.
Vanessa Allard chiede per fax, ai miei avvocati, di farle
pervenire, entro il 7 ottobre, i documenti contabili relativi alla
fattura emessa per i due milioni. Per precauzione, li spedisco il
6.
È un errore.
La sera del 5, ancor prima di ricevere la documentazione
richiesta, Allard ha già trasmesso il dossier, preannunciando la
mia sospensione provvisoria al tribunale Fifa. È come se, alla
vigilia di una partita, l’arbitro ti punisse con l’espulsione,
ancor prima di giocare. Una violazione al diritto più
fondamentale della difesa, degno dei processi staliniani.
Anche se i membri del dipartimento istruttorio e della
commissione etica non sono abituati a gestire inchieste serie
ed equilibrate, penso che si tratti di incompetenza. La richiesta
della Allard: «In ragione del ruolo importante occupato da
Michel Platini, egli non dovrà continuare a esercitare le sue
funzioni, finché un’ultima decisione verrà adottata. Ogni
potenziale violazione dei suoi doveri rischia di causare un
serio danno alla reputazione della Fifa…»
Come se la Fifa non avesse già nuociuto alla propria
reputazione!
Il 7 ottobre, a occhi chiusi, il tribunale esegue la richiesta
della Allard, sospendendomi da ogni attività, per 90 giorni e
poi per altri 45, in caso di necessità, indicando che una specie
di violazione del codice etico sarebbe stata commessa.
Dunque, il tribunale si basa su sospetti e su un verbo al
condizionale. Elementi parziali e unilaterali, scritti in fretta,
dalle isole Cayman.
Ancora più grave, il 7 ottobre, i giudici non hanno ancora
ricevuto dalla Allard i documenti che io le ho inviato. Dunque
tutto è previsto e prevedibile. Il tribunale non si prende
nemmeno la pena di motivare la decisione né di darmi la
possibilità di spiegare il caso, come nel più elementare
principio di contraddittorio.
«Non è necessario», liquida così, laconicamente, Eckert ma
è come spedire qualcuno in prigione, senza prendersi la briga
di portarlo davanti a un giudice.
Nemmeno le più grandi dittature sognerebbero una giustizia
così veloce ed esecutiva.
Bisogna ricordare che non sono nelle grazie di Hans-
Joachim Eckert, il presidente del tribunale con il quale ho
discusso, un anno prima, della mancata pubblicazione del
rapporto Garcia in versione integrale. Le dichiarazioni di
Garcia, sollevando dubbi sull’indipendenza del tribunale,
hanno per me un effetto particolare.
C’è poi un’altra anomalia: le due istituzioni, di istruttoria e
di giudizio, devono essere indipendenti in modo rigoroso, una
dall’altra, ma vengo a sapere che i due presidenti vanno
d’accordo su tutto e, come si dice, sono i ladri di Pisa. A tal
punto che, una volta partiti dalla Fifa, Cornel Borbély e Hans-
Joachim Eckert, formeranno, insieme, una società, la Sports
Governance Unit (SGU).
Inutile aggiungere che anche la mia richiesta di ricusazione
del giudice Eckert e dei suoi compari Jack Eriko e Juan Pedro
Damiani sarà respinta immediatamente. Damiani? Un bel tipo!
Questo avvocato uruguagio, sempre abbronzato, dovrà
dimettersi nell’aprile del 2016. La giustizia americana lo
ritiene legato ai protagonisti della retata di Zurigo. Totale:
devo essere giudicato da una bel gruppo di canaglie.
Quando la mia sospensione temporanea viene resa pubblica,
la Fifa e i suoi uomini della commissione etica sanno
benissimo che le mie possibilità di candidarmi alla presidenza
sono compromesse. Le elezioni sono programmate per il 26
febbraio del 2016, io sono sospeso almeno fino al 5 gennaio.
Nel breve giro di alcune ore, passo dall’essere l’uomo
potente dello sport mondiale ad essere una persona non grata!
È folle la velocità con la quale i cortigiani se la svignano,
quando vedono il tempo cattivo. L’autunno passato nel
grigiume di Vaud è uno dei peggiori della mia vita. Davanti a
tanta ingiustizia, mia moglie Christèle è devastata dalla collera
e dalla disperazione. Io cerco di fare buon viso a cattivo gioco,
sfruttando l’esperienza dell’ex campione. Nella giungla dello
sport di alto livello, dove la concorrenza è rabbiosa, se ti fai
prendere da un attimo di debolezza, finisci per essere mangiato
crudo. Ho conservato quella forza anche se, a volte, può
sembrare arroganza agli occhi di qualcuno.
Comunque, nonostante i colpi ricevuti, le notti insonni e le
brutte notizie da qualunque parte esse arrivino, resto in piedi.
Vigile. Combattivo. Pronto a giocare la partita più difficile e
più squilibrata della mia vita, addirittura con gli arbitri contro.
Certo, anche da calciatore ho dovuto fare i conti con arbitri
avversi alla mia squadra. Vi ricordate dell’olandese Charles
Corver, quello della semifinale di Siviglia nel 1982? Era
ritenuto uno dei migliori del continente e ogni anno partecipa
al torneo internazionale giovanile di Montaigu. Direttore delle
vendite di una celebre marca di birra olandese, sembrava
sobrio quando fischiò l’inizio della partita. Ma in verità
giocammo contro dodici tedeschi. Tollerò senza vergogna che
i tedeschi, ultra violenti, ci massacrassero. Lo sorpresi più
volte mentre, con aria complice, parlava in tedesco con i nostri
avversari, tra questi Paul Breitner. Restai impassibile, direi
mansueto, quando il portiere Harald Schumacher, gonfio di
anfetamine, come avrebbe ammesso in un libro autobiografico
Anpfiff, con una uscita criminale su Patrick Battiston, lo stese
con un calcio in faccia. Patrick crollò, svenne, finì in coma, lo
rivedo ancora, nella mia memoria, mentre esce in barella,
inerte, io lo accompagno, tenendogli la mano. Si risvegliò
quando eravamo in vantaggio 3 a 1 ma non si ricordava nulla.
La storia ha memoria, Schumacher diventerà «il macellaio di
Siviglia».
All’aeroporto di Siviglia, rivedemmo Corver che se la stava
spassando con i tedeschi. Dovemmo farci in quattro per
trattenere Tigana che voleva prendersi la rivincita.
Nel pantheon degli arbitri scandalosi c’è anche quel
personaggio negativo di Foote, divertente arbitro scozzese, una
nullità quasi sublime. Il 9 ottobre del 1976 a Sofia, gioco
contro la Bulgaria la mia prima partita ufficiale, dopo le due
amichevoli con Cecoslovacchia e Danimarca. La squadra
bulgara di Hristo Bonev è formidabile. Giocare all’est, nei
paesi del blocco comunista, è un’avventura. Ti seguono ceffi
patibolari, sono funzionari della polizia, ci sorvegliano giorno
e notte. Ogni partita internazionale è un’occasione, per il
regime, di mostrare la sua forza e il suo orgoglio. C’è da
divertirsi, nelle vigilie delle partite, quando gli arbitri ricevono
piacevoli visite notturne. E anche i tifosi hanno la possibilità di
qualche ora di libertà, dalla «prigione» quotidiana nella quale
vivono. Non ho mai visto uno stadio più ostile. I bulgari non
sono poeti, picchiano, spinti dall’ambiente surriscaldato,
l’arbitro scozzese si volta dall’altra parte. Testate, entrate
assassine, tutto passa in cavalleria. Ho ventuno anni. Un bel
battesimo per la prima partita di qualificazione ai mondiali.
Dopo mezz’ora, esattamente al 33° minuto, la prima vera
occasione per noi: una combinazione Lacombe-Six porta
Bernard Lacombe al limite dell’area bulgara. Lacombe prende
un pugno da Vassiliev e crolla a terra. Nessun rigore! Due
minuti dopo, lancio Dominique Bathenay sulla sinistra. Il
bulgaro Tichanski lo trattiene per la maglia. Nessuna
punizione. Al 37°, miracolo: Ian Foote sembra aver ritrovato il
fischietto e ferma un’azione violenta di Bonev su Bathenay.
Punizione dai 25 metri. Bathenay tocca leggermente verso di
me, tiro, pallone nel sette, gol. Terza partita, terzo gol.
Raddoppiamo con Lacombe.
Subiamo una rete bulgara, prima dell’intervallo. Nella
ripresa loro partono come spie. L’ingresso di Oliver Rouyer,
mio compagno a Nancy, ci garantisce freschezza. Vengo
falciato dal portiere bulgaro, in piena area di rigore. Negato il
secondo rigore. Sul contropiede, i bulgari segnano, in
evidentissimo fuorigioco. Non è finita. A tre minuti dal
termine, Bonev crolla davanti a Bossis che nemmeno lo sfiora.
Rigore!
A quel punto, il mio amico Thierry Roland, in telecronaca
diretta, sbotta e urla questa frase che resterà nella mente di
tutti: «Non ho paura a dirlo, Monsieur Foote, voi siete un
figlio di puttana».
Bonev piazza il pallone, calcia e tira appena a lato del palo.
E Thierry Roland riprende la sua cronaca: «E allora! C’è un
Dio per noi. Che scandalo questo arbitro! Mai visto un tipo del
genere. Dovrebbe finire in prigione, non su un campo di
calcio».
Ecco, come vedete ho subito ingiustizie nella mia carriera e
anche agli inizi. Nel 1969, avevo quattordici anni, sono primo
in classifica nei test, come miglior giovane calciatore. Ma il
test non è valido per colpa del vento. Viene rinviato al martedì
seguente. Dopo una serie di catastrofici tiri al volo, scivolo al
terzo posto. Ma quando sei in partita, anche quando hai il
vento contrario, hai comunque la sensazione che puoi reagire,
puoi fare qualcosa che segna il destino, anche se questo
sembra scappare via. Ma a Zurigo, contro quei giudici scadenti
della commissione etica, sono impotente. Il mio destino è
segnato. Lo sento. Lo so.
Fino a qualche settimana prima, ero il favorito per la
presidenza della Fifa ma ora la mia sospensione fa nascere
sogni e speranze alla tribù dei mediocri. Si tratta di subalterni
che a fatica sanno che il calcio si gioca in undici contro undici,
e già si vedono sul trono presidenziale.
A cominciare da Domenico Scala. È il capo della
commissione audit e conformità e si sta agitando molto, dietro
le quinte. Va d’accordo con un altro della sua risma, Issa
Hayatou, divenuto presidente ad interim, dopo la sospensione
di Blatter l’8 ottobre. Hayatou, il giorno della sua nomina, si fa
notare per questa dichiarazione elegante, secondo suo stile:
«Chi dirà il falso sarà sospeso, nessuno potrà sentirsi al
sicuro».
Domenico Scala, nuovo arbitro dell’eleganza Fifa, fa il bello
e il cattivo tempo, dipende dalle circostanze. L’ex
commerciante di glifosati arriva a spingere il suo amico
Andreas Bantel, un esperto zurighese di comunicazione, ad
assumere il ruolo di portavoce della commissione etica, ruolo
a pagamento, ovviamente. Ma si dà il caso che Bantel si
occupi anche della comunicazione del suo amico Scala e,
contemporaneamente, della commissione etica.
Andreas Bantel, laureato in ingegneria, distribuisce, alla
stampa internazionale, dosi di veleno. Privo di capelli e di
empatia, rilascia dichiarazioni ingiuriose e diffamatorie nei
miei confronti, me lo riferiscono alcuni giornalisti,
registrazioni alla mano: «Platini è matto. Ormai è morto.
Merita la galera». Bantel ripete anche che la giustizia penale
svizzera ha ritmi lenti ma, alla fine, non potrà mai dichiararmi
innocente e che da lì a poco il mondo mi dimenticherà.
Diffonde anche la storia che i due milioni provengono da
una cassa «nera» e che io avrei falsificato i conti. Il suo
mentore, Domenico Scala, riprende questa tesi della
falsificazione dei conti in un’intervista al «Financial Times», il
20 ottobre del 2015. Nello stesso giorno, con una serie di slide,
durante un comitato esecutivo Fifa, Scala illustra i rischi
penali che sto correndo. L’uomo, con una buona formazione
sui pesticidi, non ha alcuna nozione giuridica. Qualcuno,
all’interno, gli avrà preparato il pacchetto?
L’istruttoria di Vanessa Allard è ancora alla fase d’avvio ma
io sono già presunto colpevole. L’istruttoria? Parliamone!
Roba vergognosa.
Giovedì 4 novembre, alle tredici, ricevo una mail da
Vanessa Allard. Il documento contiene settantadue domande,
servono a chiarire l’inchiesta. Devo rispondere entro la
mezzanotte del giorno dopo. Peggio di certi ricordi di scuola.
Con i miei avvocati, dobbiamo lavorare a testa bassa su
documenti che risalgono agli ultimi quindici anni. Alcune
domande sono irreali, ancora di più di quelle che Vanessa
Allard mi aveva posto nella videoconferenza: «Voi avete
dichiarato di non avere problemi di soldi. Per questo siete
pagati a trimestre. Mi spiegate perché?»
E ancora: «Avete considerato di presentarvi alla presidenza
della Fifa nel 2011? E nel caso contrario, perché?»
L’urgenza delle mie risposte a tali domande non serve ad
altro che a camuffare le manovre dilatorie della Fifa che gioca
sul tempo, con un aplomb incredibile. Infatti, per presentare
appello al tribunale arbitrale dello sport (TAS), devo prima
esaurire tutte le domande del ricorso Fifa. Ora la commissione
dei ricorsi, che ha tutti i giustificativi da cinque settimane,
consegnerà il suo verdetto soltanto il 18 novembre e conferma
la mia sospensione temporanea.
In quei giorni, credevo ancora nell’indipendenza del TAS.
Chiedo a Michele Bernasconi di sostenermi nell’appello al tas.
Lui rifiuta, sostenendo di essere in conflitto di interessi, poiché
lui è anche tra i giudici del TAS. Curioso, ha difeso gli interessi
dell’Uefa qualche anno prima nella vicenda delle partite
truccate. E cosa ancora più divertente, oggi lavora a fianco di
Gianni Infantino in Fifa, pur continuando il mandato Uefa e
questo non gli impedisce di dormire tranquillamente. Ho
saputo, in seguito, che i due amici giuristi hanno studiato il
mio dossier, arrivando alla conclusione che non avrei avuto
alcuna probabilità o possibilità davanti al TAS.
Da calciatore non sono mai stato espulso e mai ho dovuto
presentarmi davanti a un tribunale. Come presidente dell’Uefa,
non sono mai intervenuto in faccende legali sportive,
rispettando la totale indipendenza degli organi di disciplina. A
sessant’anni, scopro i meandri della giustizia sportiva e i suoi
intrighi da corte fiorentina. Ulrich Haas, uno dei giudici del
TAS che conferma la mia sospensione temporanea, è professore
di diritto all’università di Zurigo, della quale, uno dei migliori
mecenati è la Fifa…! Il TAS, finanziato in modo sostanzioso
dalla Fifa, presenta dunque particolari garanzie di
indipendenza? Mi permetto di dubitare.
Dopo un mese e mezzo, l’inchiesta di Vanessa Allard arriva
a sentenza il 23 novembre del 2015. Implacabile. Crudele.
Mortale. La giurista delle isole Cayman chiede la mia
radiazione a vita dal mondo del calcio. Lega direttamente il
pagamento dei due milioni alla rielezione di Blatter, nel
giugno del 2011. Non ha tenuto conto del fatto che io abbia
richiesto quella somma il 19 marzo del 2010 e che eravamo a
un anno e mezzo dall’elezione e che sarebbe stato idiota e
inverosimile chiudere un patto di corruzione così in anticipo
sulla scadenza.
No, la protetta del pluricondannato Jeffrey Webb, non molla
la presa. Mi vuole privare della mia ragion d’essere. Della
passione per cui vivo. Il calcio è tutto per me. Non posso
crederci. È un incubo. È così eccessivo, ridicolo che, anche
all’interno dei membri della commissione etica, qualcuno
sobbalza perché la requisitoria fa perdere credibilità alla stessa
istituzione.
Un altro elemento fa saltare la sua tesi sulla corruzione,
sulla quale poggia l’accusa.
Il 5 dicembre del 2015, il «Journal de Dimanche» riesuma
una nota interna dell’Uefa, datata 1998.
Il documento, di 23 pagine, firmato dal segretario generale
Gerard Aigner, rivela che l’intero comitato esecutivo Uefa, tra
i quali figurano tre membri anche della Fifa, fosse a
conoscenza che il mio stipendio sarebbe stato di un milione di
franchi svizzeri. Nulla di più chiaro. Come già evidenziato, nel
1998, l’Uefa, che ha velleità di assumermi, mi chiede,
attraverso il suo vice presidente Antonio Matarrese, quanto mi
offra Blatter. Alla domanda di Matarrese rispondo secco: «Un
milione all’anno».
Invitato, il 18 dicembre del 2015 dal dipartimento di
giustizia della commissione etica, mi rifiuto di presenziare,
dicendo che i giochi sono già fatti. Mi difendo con una lettera
che riporto nella sua integralità.

Signor Presidente, signori membri del dipartimento di


giustizia,voi siete riuniti per ascoltare la mia difesa sui
fatti di cui la commissione etica mi accusa. Ho deciso
di non presentarmi per spiegare le mie tesi. Per una sola
ragione: sono già stato giudicato e condannato. Non lo
dico io ma voi: lo dicono le esigenze interne della Fifa,
i vostri portavoce autorizzati. Vi voglio ricordare
soltanto tre punti, tre dichiarazioni, nel florilegio di
indiscrezioni, voci, confidenze sussurrate alla stampa,
da fonti anonime e malevole, interne alla Fifa, che nulla
avete fatto per imbavagliare o bloccare.
Dal 20 ottobre, Domenico Scala, presidente della
commissione elettorale della Fifa, uno dei responsabili
dal quale si dovrebbe esigere la più grande neutralità e
la più grande discrezione, illustrava il mio atto di
accusa sulle colonne del «Financial Times». E questo è
lo stesso uomo che avrebbe dovuto rendere idonea la
mia candidatura! Dunque, in quella data, quando
l’istruttoria della signora Vanessa Allard era ancora in
corso, il mio destino era già segnato.
L’11 dicembre, in piena procedura di giudizio, e non
ero ancora stato interrogato dai giudici, il signor Bantel,
vostro portavoce, annuncia che la mia condanna è certa,
ne spiega le probabili motivazioni e ne gioisce. Mi
dispiace che nessuna condanna sia stata fatta, dal
presidente del dipartimento di giustizia, nei confronti di
questa procedura così contraria ai diritti fondamentali
di un imputato. Lo stesso giorno, una fonte anonima
(ma va?) della Fifa dichiara a «L’Equipe»: «Se Michel
Platini verrà dichiarato innocente, sarà inaccettabile per
il dipartimento di istruzione». Non riesco a capire come
la tutela dell’immagine della commissione etica venga
ritenuta più importante di quella che dovrebbe essere la
sola vostra preoccupazione: stabilire, in tutta
indipendenza e imparzialità, la colpevolezza o
l’innocenza di un individuo.
Il mio processo, dunque, è già fatto.
Lo era ancor prima che arrivasse il rapporto di Madame
Allard.
E ancora prima. Perché alla fine di una istruttoria,
portata avanti soltanto a carico, l’investigatrice solleva
dubbi, supposizioni, non dimostra nulla, non porta
alcuna prova. Ma chiede la pena più pesante, la più
infamante.
Non ho più fiducia nei propositi etici e disciplinari della
Fifa. Perché ha mostrato la sua parzialità, il suo
pregiudizio, l’incapacità di rispettare la riservatezza, la
presunzione d’innocenza e i diritti della difesa.
Ho ancora fiducia nei miei propositi, questi dovranno
essere ascoltati e compresi.
Riusciranno nell’impresa, non ho dubbi, che voi mi
state richiedendo da diverse settimane: provare a
convincervi dell’inesistenza dei fatti che non sono
esistiti. Ho una sola cosa da chiedervi: ascoltate con un
orecchio attento e imparziale, prestate la stessa
attenzione che avete riservato a Madame Allard, dovete
farlo per rispetto del lavoro che è stato compiuto.
Al di là delle spiegazioni tecniche e giuridiche che vi
saranno presentate, vi consegno la mia verità: non ho
commesso alcuna violazione del codice etico e ho
sempre avuto a cuore una condotta esemplare e
irreprensibile. Sono totalmente sereno con la mia
coscienza.
Per tutta la mia vita continuerò, per quanto mi compete,
a difendere, come ho sempre fatto, i convincimenti che
sono i miei: un bel calcio, un calcio onesto, un calcio
conforme all’etica e alla morale.
Michel Platini

Senza farmi grandi illusioni, il verdetto arriva quattro giorni


prima di Natale, il 21 dicembre del 2015: «Michel Platini e
Joseph Blatter sono squalificati per otto anni da qualunque
attività, legata al football, dalla commissione etica della Fifa».
Vanessa Allard, che giudica il verdetto poco severo, decide
di andare in appello. Mi piacerebbe sapere per ordine di chi? È
vero che passare dall’ergastolo a una condanna a otto anni è
abbastanza raro.
So che la sentenza mi impedisce di presentarmi per la
presidenza della Fifa. I tempi per la procedura sono troppo
stretti. L’8 gennaio annuncio il mio ritiro. Ho perso una
battaglia, ma non ho perso la guerra. Il combattimento
continua. Per il mio onore e per quello di chi mi sta vicino.
Non mi batto più per il mio avvenire ma contro l’ingiustizia.
Se fossi consapevole di aver commesso un minimo di reati
sarei scappato in Siberia, per il resto della mia vita.
Il 15 febbraio del 2016 mi presento a testa alta davanti alla
commissione d’appello della Fifa a Zurigo, ritenendo di avere
a che fare con gente più sensata di quella del comitato etico.
Ma l’incubo continua. Durante l’audizione, alcuni membri
della commissione, presieduta dal presidente del Bermuda
Larry Mussenden, russano alla grande. Il mio onore è in gioco
e quelli ronfano! Uno di loro, apre un occhio quando parlo di
una fattura: «Ah, allora se c’è una fattura non c’è problema»,
dice sbadigliando.
Prima di riaddormentarsi, i giudici dicono di ritenere
sproporzionata la sanzione del giudice Allard e riducono la
mia squalifica a sei anni in «assenza di precedenti e per i
meriti della mia carriera, resi al calcio e alla Fifa».
Il 29 maggio 2016, tre mesi dopo l’elezione di Gianni
Infantino a presidente della Fifa, grazie al sostegno politico e
finanziario dell’Uefa, la decisione del TAS pone fine ai vari
procedimenti di giustizia sportiva, riducendo ancora la mia
squalifica a quattro anni. Il tribunale federale conferma la
sentenza, con la pubblicazione del dispositivo, usando
un’ironia volgare, rasoterra, per umiliarmi. Bisogna strofinarsi
gli occhi per credere a quello che leggerete.
Riassunto:

[…] Quanto al resto, l’interdizione proposta dovrà


porre meno problemi, dal punto di vista materiale, nella
misura in cui impedisce l’attività amministrativa e
l’attività sportiva. Trattando di quest’ultima, la portata
della sanzione disciplinare sarà senza dubbio limitata.
Effettivamente all’età che egli ha, il ricorrente non
potrà accarezzare la speranza di ritornare a essere il
brillante calciatore che fu in precedenza, il
centrocampista che fece la gloria dei più grandi club
europei dell’epoca e lo straordinario esecutore di calci
di punizione che mortificò i portieri esperti, dal
momento che in questo settore, come in molti altri, il
detto popolare ricorda che non si può vivere nel
presente e, al tempo stesso, nel passato.

Una strana semantica utilizzata per la più grande sentenza


giuridica svizzera.
Questa nuova sanzione sembra fatta con un calcolo perfido,
perché mi impedisce, per soli quattro mesi, di presentarmi alle
elezioni del 2019.
Non mi permette nemmeno di andare all’Europeo del 2016
in Francia, per il quale mi ero battuto. Un vero crepacuore.
Mario Gallavotti e Aladair Bell, due avvocati vicini a Gianni
Infantino e che l’hanno seguito in Fifa, mi trasmettono questo
messaggio. Un incredibile accordo: seguo l’Europeo come
presidente, ma rassegno le dimissioni non appena il torneo si
conclude. Ecco che cosa è la giustizia sportiva a geometria
variabile. Li mando, gentilmente, affanculo.
Un colpo di scena al giorno

SCAGIONATO. Finalmente! Tre anni dopo avermi interrogato,


una volta, una sola volta, sul pagamento di due milioni! La
email del 24 maggio, firmata da Cédric Remund, procuratore
di giustizia della Confederazione svizzera, non ha ambiguità:
«Michel Platini non è più indagato, non è incriminato nella
procedura penale aperta contro Sepp Blatter, per l’affare
relativo al sedicente pagamento sleale di due milioni di franchi
svizzeri».
In altri termini, la giustizia svizzera non ha ritenuto di aprire
alcuna istruttoria nei miei confronti, per essersi convinta che
non avessi nulla da rimproverarmi in questa vicenda.
Ma, anche se non ho mai dubitato che la verità sarebbe
venuta a galla un giorno, è difficile vivere il momento in cui
vieni accusato per qualcosa che non hai fatto. Se avessi avuto
coscienza di essermi comportato male, non mi sarei mai
battuto così. Ma che ingiustizia! Quanti colpi in faccia ho
dovuto prendere! La mostruosa commissione etica ha
continuato a buttarmi nel fango e nella spazzatura,
calunniandomi, trattandomi da falsario di conti e ancora da
corrotto. Che ho fatto per meritare tutto questo?
Mi vergognavo. Mi vergogno ancora. Molti articoli di
giornali dicono che il mio sostegno al Qatar mi è costato
l’amicizia dell’Arabia Saudita, che ha molta più influenza
nella Fifa, grazie a Mario Gallavotti, un altro virtuoso del
diritto, nell’universo del calcio.
Nel momento in cui la mia sospensione, decisa dalla
commissione etica, era legata al mio status di persona
chiamata a deporre, come testimone, davanti al ministero di
Giustizia svizzero, l’eleganza avrebbe suggerito, anzi ordinato
alla Fifa, di tenerla in sospeso fino a quando la giustizia
svizzera mi avesse messo fuori causa. Niente affatto. Si va
soltanto in una direzione ed evidentemente in quella che fa più
comodo.
Il mio ex braccio destro, Gianni Infantino, che ha condotto
tutta la sua campagna del 2016 martellando: «Votare per me, è
votare Platini», ha sempre sostenuto che mi avrebbe lasciato il
posto, se fossi stato dichiarato innocente. Deve aver trovato la
poltrona di presidente piuttosto comoda. La cancellazione
della mia sospensione, nel maggio del 2018, mi rende de facto
eleggibile, per le elezioni del 2019. Sarebbe come far tornare il
lupo nell’ovile. Dopo tutto il male che mi hanno procurato,
sarebbe stato quanto meno imbecille, no?
Il giorno dell’annuncio della mia innocenza da parte della
giustizia svizzera, il 25 maggio 2018, la Fifa annuncia, senza
nemmeno darsi il tempo di riflettere, che lei non cancellerà la
mia squalifica. Con un po’ di senso umoristico, precisa che
nessuna decisione politica, presa dal presidente della Fifa,
potrebbe rimettere in discussione le sentenze della
commissione etica. Che barzelletta! Quando era il mio braccio
destro all’Uefa, Infantino non perdeva occasione per prendere
in giro la commissione etica e il suo codice, che considerava
come un nuovo catechismo. Ed ecco che lo usa come un
crocefisso per allontanare il diavolo Platini.
Un divertente dettaglio: Gianni Infantino, che riteneva
parziali e pericolosi Cornel Borbély e Hans-Joaquim Eckert, i
due presidenti delle commissioni, li liquiderà alla prima
occasione, durante il 67° congresso Fifa, l’11 maggio a
Manama, nel Bahrein.
In modo curioso, lo stesso giorno, André Marty, portavoce
del ministero di Giustizia svizzero, emette un comunicato così
malevolo e con molti sottintesi: «L’affaire Platini non è ancora
definitivamente chiuso». Aggiungo che questa dichiarazione è
oggetto di una denuncia presentata dal mio avvocato svizzero,
Vincent Solari, datata al 15 novembre, all’autorità di
sorveglianza dello stesso Ministero.
Una dichiarazione comunque che mi colpisce e che colpisce
anche il procuratore Cédric Remund! Mai vista una cosa del
genere, nella storia del ministero, la cui comunicazione è
calibrata nei minimi dettagli. Perché, dunque, una reazione
così sproporzionata? Perché parlare di «affaire Platini» dal
momento che non sono accusato? È una iniziativa personale
dell’ex giornalista televisivo? O qualcuno gli ha sussurrato
all’orecchio alcune paroline? Per quale scopo? Per nuocermi?
André Marty è stato già l’autore di un comunicato stampa, del
25 settembre del 2015, in cui annunciava al mondo intero che
era stato aperto un dossier su Blatter, accennando astutamente,
nel penultimo paragrafo, al fatto che io ero stato ascoltato
come persona chiamata a dare informazioni. Era il comunicato
che annunciava i miei guai e la mia sospensione.
Chi ha ancora interesse a mettere in dubbio la mia
innocenza, vista la sentenza definitiva del procuratore
Remund? Tra l’altro lui stesso ci ha dato la possibilità di
utilizzare la sua mail a nostra necessità.
Devo ammettere che accadono cose strane, all’interno del
ministero di Giustizia svizzero. Inizio di novembre 2018, le
Football Leaks, diciotto milioni di documenti privati ottenuti
dal settimanale tedesco «Der Spiegel», rivelano che due
riunioni, informali e segrete, si sono tenute, il 22 marzo e il 22
aprile 2016, tra il procuratore Michael Lauber e Gianni
Infantino. Incontri clandestini, organizzati da un amico
d’infanzia di Gianni Infantino, il primo procuratore della Haut-
Valais Rinaldo Arnold, che ha beneficiato di numerosi regali
dalla Fifa: di sicuro un soggiorno in Messico e un altro in
Russia, durante il mondiale del 2018. Il presidente della Fifa
ha fatto benissimo a sbarazzarsi di quei due matti della
commissione etica!
Strano. A queste riunioni segrete partecipano anche il capo
divisione criminalità economica del tribunale svizzero, Olivier
Thormann, l’imprescindibile Marco Villiger e il direttore
giuridico della Fifa, André Marty. Quale è il suo ruolo, visto
che i suoi interrogatori clandestini non rientrano nei processi
verbali e non vengono resi pubblici? Bisogna dire che André
Marty è amico per la pelle di Rinaldo Arnold e di Infantino.
Dunque un Oberwalliser Connection come titolano
ironicamente i giornali svizzeri tedeschi.
Con la sua facilità di espressione, davanti alle telecamere,
Michael Lauber ha giustificato queste riunioni clandestine, con
le parti denuncianti, giudicandole normali e regolari,
specialmente nelle vicende più complesse. Ma perché non
documentarle in un verbale? Che cosa nascondono? Ancora
più grave, mentre lui ha giurato, mano sul cuore, davanti
all’autorità di sorveglianza del ministero che le riunioni erano
state soltanto due, la stampa svizzera rivela, nella primavera
del 2019, l’esistenza di una terza riunione, svoltasi il 16
giugno del 2017 all’hotel Schweizerhof di Berna. Che strana
dimenticanza! Che roba bella!
Tenetevi forte: per completare il tutto, all’inizio del giugno
2019, il giornale zurighese «nzz» scrive di un nuovo incontro,
datato 8 luglio 2015, tra Rinaldo Arnold, Michael Lauber e
l’onnipresente André Marty.
Come, come? L’8 luglio del 2015, due mesi e mezzo prima
che il ministero mi ascoltasse sulla storia del pagamento dei
due milioni? Che strano. Strano davvero.
Perché Rinaldo Arnold, amico di Gianni Infantino, ha
incontrato i rappresentanti del ministero? Infantino è stato
messo al corrente del mio pagamento o ha ricevuto
informazioni sui procedimenti in corso, che riguardano un
caso mondiale? Queste riunioni si sono svolte senza essere
verbalizzate e aprono la strada a qualunque tipo di ipotesi. A
sua difesa, Rinaldo Arnold dice di avere invitato il suo amico
André Marty a sollecitare un incontro con Lauber. Circuito
bizzarro. Come se un procuratore cantonale avesse bisogno di
un suo amico, capo ufficio stampa, per mettersi in contatto con
il procuratore della confederazione…
Sono come due gocce d’acqua, c’è un’intesa cordiale tra la
Fifa e il ministero, e c’è un interesse convergente: impedirmi
di prendere il potere.
Spero che la giustizia arrivi a far emergere la verità sulle
vere intenzioni di queste strane riunioni ma credo che le
sorprese non siano ancora finite.
Il 18 giugno del 2019, il Tribunale penale federale TPF
critica in modo severo quelle «singolari» riunioni con Gianni
Infantino e mette in dubbio la sua imparzialità. Il giudice di
Bellinzona rigetta la richiesta e intima a Lauber di non
occuparsi più di alcuna vicenda legata alla Fifa. Un colpo duro
per chi aveva fatto di questa storia ultra-mediatica il suo
palcoscenico.
Da parte mia, seguo con attenzione gli accadimenti
dicendomi che, forse, la ruota sta girando.
Supplementari

Questo libro è stato il modo migliore per condividere con voi i


miei ultimi trent’anni di carriera e per raccontare, in totale
sincerità, come io li abbia vissuti. Ci sono stati alti e bassi,
come sempre. Ma sono stati anni belli. Oggi posso dire di aver
vissuto una vita bella. Piena di emozioni. Del resto, volete
sapere una cosa? Non mi sono mai sentito veramente
«sospeso». Mai. Non può essere certo un’associazione di
diritto privato svizzero, con un regolamento interno inetto, ad
impedirmi di vivere il calcio, di respirare il calcio, di essere, io
stesso, il calcio. Caduto nella trappola di Fifa Nostra che mi ha
voluto uccidere, mi sento più vivo che mai. A sessantaquattro
anni sono in gran forma! Mi sono sempre preso cura delle mie
sortite e non potevo certo lasciare la scena, a causa della
sospensione decisa da questa gentaglia matricolata e con
cattive intenzioni. Ho intenzione, dunque, di tornare nel
mondo del calcio dalla porta secondaria, quello dal quale mi
hanno voluto allontanare.
Ma c’è un lato positivo. Dopo quasi mezzo secolo passato
sotto i riflettori, ho approfittato di questa pausa di quattro anni
per vivere una vita più calma, ideale per riflettere. Mi sono
occupato di me stesso, sono andato a teatro, ho viaggiato. Ho
condotto una vita normale che non avevo mai davvero vissuto.
Attorniato dalle persone alle quali voglio bene, ho avuto il
tempo di avere tempo. Vedere crescere i miei nipoti è una
fortuna che non si può descrivere. Durante le mie passeggiate,
lungo i sentieri del Jura, ho provato il piacere di osservare
ragazzi giocare a pallone, questo conferma che il calcio è
eterno. Una storia che non avrà mai fine. Tuttavia non ho più
visto, se non raramente, le partite in televisione; perché,
quando l’Euro 2016, che avevo tanto voluto, si disputa nel tuo
Paese e, per aver votato Russia per il mondiale del 2018, sei
condannato a guardare seduto sul divano di casa, ti senti
frustrato.
Ovviamente questi quattro anni non sono stati tutti di
zucchero. Soprattutto il primo mese. Quando tutto si è
fermato. Di colpo. È stato come se un arbitro fischiasse la fine
della partita quando sei davanti al portiere, pronto a calciare il
pallone in rete, per il gol che vale la Coppa del Mondo. E, per
completare il tutto, l’arbitro senza ragione alcuna ti espelle.
Nei primi giorni sentivo il vuoto attorno a me. Cortigiani
che avevano cambiato pelle, nel breve giro di qualche
secondo, assumendo tratti della peggior specie. È la vita
politica. È la natura umana.
La cosa più importante è che il rispetto di chi mi è vicino
non sia cambiato per nulla. Sanno chi sono. Sanno che sono un
uomo onesto. Speravo di essere, almeno, difeso dalla Francia.
Per lei ho fatto di tutto. Sono stato capitano della nazionale.
Ho organizzato la Coppa del Mondo 1998, ho portato l’Euro
2016 in Francia, lo amo profondamente il mio paese. Sì,
d’accordo, ci sono state parole, promesse, intenzioni ma io mi
trovavo come qualcuno in crisi cardiaca a cui viene detto: «Ti
siamo vicini», ma nessuno si preoccupa di andare a prendere
un defibrillatore o di provvedere alle prime misure di
soccorso.
Nel giugno del 2018, durante il congresso Fifa a Mosca, alla
vigilia dell’assegnazione della Coppa del Mondo 2026, il
presidente della Federcalcio francese, Noël Le Graët ha
preferito prendere la parola, per sostenere la candidatura del
Marocco, piuttosto che chiedere la fine della squalifica di un
tesserato della stessa federazione francese, dopo che ero stato
dichiarato innocente, dalla giustizia penale svizzera. Forse ai
suoi occhi la mia vicenda era meno attraente della candidatura
marocchina.
La mia esperienza mi ha anche permesso di misurare sino a
che punto di deficienza arrivi la giustizia sportiva e come sia
urgente modificarla. Non avendo mai subito un cartellino
rosso, nella mia carriera di calciatore, non sono mai passato
sotto le forche caudine.
Ma perché un destino può essere spezzato da giudici da
quattro soldi che non hanno né la competenza, né la
formazione necessarie a condurre istruttorie imparziali e serie?
Come avere fiducia in una giustizia che obbedisce a ordini
oscuri? Se la mia storia potesse almeno servire a fare in modo
che qualche innocente non possa di nuovo essere messo al
bando, nel mondo del calcio, in modo così arbitrario, senza
poter più lavorare, allora almeno sarebbe stato utile. Per questo
ho avviato un procedimento presso la Corte europea dei diritti
dell’uomo. Se esistesse una polizia dello sport, totalmente
indipendente dalle istituzioni classiche, sono sicuro che non
avrei avuto tutti questi problemi.
Il calcio è una cosa troppo bella per essere lasciata nelle
mani di apprendisti stregoni. E oggi è al bivio. Il calcio è
gestito, anzi diretto da giuristi con idee noiose come i loro
abiti grigi, hanno una sola parola sulla bocca: il profitto. Si
servono del calcio ma il calcio non li serve. Vogliono
normalizzarlo, non sapendo che questo sport vive grazie alla
passione e all’emozione. Non sanno calciare un pallone, ma
esprimono concetti perentori sulle basi del gioco. Non dico
che bisogna essere stati grandi calciatori per essere grandi
dirigenti, è una teoria che non funziona più, anche per chi tenta
la carriera di allenatore. Ma questo ti conferisce, almeno, una
sensibilità e un rispetto per il bel gioco.
Così, per un certo tempo, sono stato presentato come
antiquato, avendo puntato il dito contro i pericoli
dell’arbitraggio video e non mi pento perché sento che non è
questa la soluzione per rendere migliore il calcio. Grazie alla
mia esperienza di calciatore, so che, invece di risolvere i
problemi, li crea. Il dibattito in Francia è stato male
interpretato, nella finale del mondiale del 2018 a Mosca, tra
Francia e Croazia. Un match nel quale il Var ci ha favorito. Ma
quante ne avremmo dette se fosse stato in favore dei croati!
Per me non c’era rigore sul fallo di mani di Ivan Perisic, così
come non c’era rigore negli ottavi di finale di Champions
League contro il Manchester United a favore del Paris Saint-
Germain, nel marzo 2019. Le immagini, sezionate al ralenti,
deformano la realtà, amplificando l’intenzionalità dei gesti.
Riguardando l’azione al ralenti, si ha la sensazione che il
croato commetta un fallo di mano volontario. Un’impressione
ingannevole che William Gaillard, mio ex consigliere all’Uefa,
chiama effetto Rocky. Riguardando quel film, si giurerebbe
che il pugile subisca in pieno il pugno ma non è altro che
un’impressione. Ma la vita, come una partita di calcio, non va
vista al ralenti. L’obiettivo originario del Var era di mettere
fine alle ingiustizie, come il fallo di Schumacher nel 1982 o la
mano di Maradona nel 1986, quando cioè l’errore dell’arbitro
è manifesto. Ora, se voi ricordate bene la finale del mondiale,
l’arbitro, dopo aver visionato la scena del mani di Perisic, fa
un mezzo giro, per tornare a vedere ancora una volta l’azione
sul video. Se ha avuto bisogno di tanto tempo per riflettere è
perché, appunto, non si trattava di errore manifesto. Tale
nozione ha creato una confusione che fa rizzare i capelli ai
giocatori, agli allenatori e ai tifosi. Sempre nella finale, non
c’era il fallo che ha portato alla punizione di Griezmann e che
ha significato il primo gol per la Francia. In questa ricerca
impossibile di un arbitraggio perfetto, perché non rivedere
l’azione, come in un conto alla rovescia, risalendo al calcio
d’inizio, come, a volte, si fa nel rugby? No: ci vogliono gli
occhi, gli occhi degli uomini.
Il Var ammazza le emozioni e la fluidità del gioco, provoca
interruzioni intempestive. Minuti eterni, prima di prendere una
decisione. Viene usato a geometria variabile, a seconda degli
arbitri. C’è incoerenza sui falli di mano. L’elenco è lungo. Il
Var è un sabotatore della gioia spontanea, del goleador e del
pubblico, costretti a subire una terribile delusione, se il gol non
è convalidato. Totale: un ascensore emozionale insopportabile.
Il Var toglie all’arbitro parte della sua responsabilità e, di
fatto, la sua vera ragion d’essere. Certamente, può essere utile
nei cosiddetti casi binari, «sì o no», come quando la palla
supera la linea di porta o per il fuorigioco. E ancora: sarebbe
doveroso che la tecnologia fosse molto precisa, individuando
al millesimo di secondo il momento esatto in cui il pallone
lascia il piede dell’assist man. A mio giudizio, cancellare un
gol, dopo aver speso diversi minuti per controllo, non va a
beneficio del gioco. E che accadrà se qualche hacker saboterà
la tecnologia?
Il Var non deve sostituire l’uomo. Davanti a certe partite, ho
la sgradevole sensazione di vedere il gioco gestito dal video
che condanna così la libertà dell’arbitro di fischiare.
Quest’ultimo diventa nient’altro che il ricevitore di ordini dati
da una voce, anonima e nascosta, che arriva da centinaia di
chilometri.
Il calcio deve conservare il suo carattere umano, altrimenti
ci ritroveremo con partite robotizzate e perché no, con i
calciatori muniti di auricolari, per obbedire agli ordini
dell’allenatore, come accade con i ciclisti.
Credo che gli arbitri siano, per la maggioranza, competenti
ma che non possano vedere tutto. Per conservare questa parte
di umanità avevo creato l’arbitraggio a cinque, con due
assistenti in continuo movimento, dietro le porte. Occhi
supplementari, ecco chi avrebbe potuto affrontare il problema.
Ho occupato, io stesso, questo ruolo in un torneo giovanile, in
Slovenia, avendo come arbitro centrale l’eccellente Nicola
Rizzoli. Essendo in movimento dietro le porte, e dunque molto
attivi, posso garantire che si vede tutto. Ma l’International
board, su raccomandazione di Sepp Blatter, decise che gli
arbitri dovessero restare fermi come pali, non potendo
intervenire direttamente sul gioco.
Oggi ho l’impressione che il business abbia la prevalenza
sul gioco. Bisogna conservare la magia di questo sport, con
tutto ciò che ha di aleatorio e imperfetto. Durante la mia
presidenza Uefa, anche se non tutto è stato perfetto, ho cercato
di trovare un equilibrio tra il gioco e il business. Sono riuscito
a far sì che i piccoli club entrassero in Champions League. Mi
sono battuto perché i paesi più piccoli potessero affrontare la
Nations League, la cui prima edizione è stata un successo. Il
fair play finanziario ha frenato certi squilibri di concorrenza.
Ho ancora molte idee di cui vi parlerò a tempo debito.
Nell’attesa ho ancora alcune vicende giudiziarie da
affrontare per riparare all’ignobile ingiustizia di cui sono stato
vittima e per cui la mia famiglia ha molto sofferto. Oltre alla
mia procedura avviata a Strasburgo, ho depositato numerose
denunce penali, di cui una in Francia, contro ignoti per
calunnia e per associazione a delinquere.
Ho l’intima convinzione che il calcio possa ancora offrirmi
altri momenti di pura felicità. Volete sapere che cosa? Ci sono
ancora molte pagine da scrivere. Ma, zitti, deve restare tra di
noi.