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Si chiama Pensicchio, è un criceto e corre notte e giorno su una ruota.

Dentro la nostra testa. La sua principale occupazione è renderci la vita


impossibile. Lo fa in tanti modi diversi, come uno zelante, cattivissimo
consigliere: ci istiga, gioca con l’insicurezza e l’insoddisfazione che covano
dentro di noi. Genera ansia, nervosismo, stress e ci paralizza in un loop di
inutili pensieri negativi.
Il Dottor Marquis, medico con oltre trent’anni di esperienza in ambito di
riduzione dello stress, conosce bene il diabolico roditore e ha scritto questo
libro per smascherarlo una volta per tutte: “Mi piacerebbe presentarti
questo famigerato criceto che vive alle tue spalle e insegnarti a placarne gli
ardori. Perché, diciamolo chiaro e tondo, niente ti obbliga a subirne la
presenza”.
Come un indispensabile kit di pronto soccorso antistress il suo Metodo ci
accompagna, tappa dopo tappa, alla riconquista di uno stile di vita
soddisfacente e soprattutto sereno, insegnandoci a strappare la nostra
mente alla terribile ruota del criceto e a riprenderne il controllo. Per
raggiungere così la pace interiore, o almeno indire una tregua!
SERGE MARQUIS è uno medico canadese specializzato nel trattamento dei
disturbi da stress e ansia. Conferenziere molto apprezzato, nel 1995 ha
fondato e da allora dirige l’associazione Tortue (Organizzazione per la
riduzione delle tensioni e dello stress in azienda). Ferma il criceto che hai in
testa! ha ottenuto un enorme successo prima in Canada e poi in Francia,
occupando per mesi la vetta delle classi che e trasformandosi in un
bestseller internazionale. Il libro è in corso di pubblicazione anche in Corea
e Germania.
SERGE MARQUIS
FERMA
IL CRICETO
CHE HAI
IN TESTA!
COME ELIMINARE IL PENSIERO NEGATIVO
E LIBERARSI PER SEMPRE DALLO STRESS

Traduzione di
Luciana Cisbani
Proprietà letteraria riservata
© 2011 Les Éditions Transcontinental, une marque de commerce de TC
Média Livres Inc., for the original edition
© 2015 Éditions de La Martinière, une marque de la société EDLM for the
French translation published in 2015
© 2016 BUR Rizzoli / RCS Libri S.p.A., Milano
ISBN 978-88-58-68389-7
Titolo originale dell’opera:
On est foutu, on pense trop!
Prima edizione digitale 2016
Progetto gra co e impaginazione:
Lorenzo Gianni / Wise
In copertina
Art Director: Francesca Leoneschi
Illustrazione e gra ca: Andrea Cavallini / theWorldofDOT
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Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
SOMMARIO

Introduzione
Come farsi del male con le banalità

1 Quando entra in scena Pensicch


io
2 Piccolo trattato di decrescita pe
rsonale
3 La decrescita personale: istruzio
ni per l’uso
4 Imparare a non identi carsi
5 I peccati capitali (al rallentator
e)
6 E basta farsi dei lm!
7 Sesso, sesso, ancora sesso!
8 Dedicarsi alla meditazione
9 Decrescere e allontanare i mang
iatori di pulci
10 Usare i sensi per decrescere
11 Ego or not ego?
12 Essere ciò che non invecchia mai
13 Dare una ripulita al momento presente

Conclusione. La resurrezione esiste


Ringraziamenti
INTRODUZIONE

COME FARSI DEL MALE CON LE


BANALITÀ

«La maggior parte della so erenza umana è inutile.


Ce la in iggiamo da soli. […]
La so erenza umana è essenzialmente collegata a una
forma di resistenza, di non accettazione di ciò che
esiste.»
ECKHART TOLLE

ORE 7:00. Sei in bagno. Ti sei appena svegliato e il tuo


cervello è ancora immerso nella nebbia. Stai per
a errare la carta igienica quando ti rendi conto che è
nita. C’è solo il rotolo vuoto! E nella tua testa iniziano
a tuonare le proteste: «Non ci credo! Perché queste cose
capitano sempre a me? Eppure non è così complicato
cambiare un rotolo di carta igienica, c****! Non occorre
una laurea in ingegneria!».
Sono trascorsi solamente cinque minuti da quando hai
aperto gli occhi e sei già su tutte le furie per colpa di…
un tubo di cartone! Sono bastate poche parole dentro la
tua testa per farti ritrovare con le mascelle contratte e lo
stomaco attorcigliato.
ORE 7:10. Ormai sei sotto la doccia. In circostanze
normali il acone dello shampoo è lì, sempre allo stesso
posto. Questione di praticità. Non che tu sia maniaco,
no, ma hai le tue piccole abitudini. Sei tutto bagnato,
pronto per lavarti i capelli, ti chini per prendere il
acone e… sorpresa! A erri il vuoto. A quel punto
attraverso il vetro della doccia lo vedi, là, immenso e
be ardo, che ti s da dall’altra parte della stanza da
bagno. In un lampo sotto il tuo cranio si ria acciano le
proteste: «Come ha fatto (tua glia) a non pensare di
riportarlo nella doccia? Ma esisto, io, in questa casa?».
Tra la gola e l’ombelico è tutto un susseguirsi di
piccoli crampi. E sei sveglio solo da dieci minuti! La
giornata si prospetta lunga.
ORE 7:20. Cerchi dei calzini puliti nel cassetto. Vuoi
mettere quelli marroni perché vanno a pennello con i
pantaloni beige. Ma per quanto frughi sono introvabili.
La tua consorte, prima responsabile dei lavaggi di casa
davanti al Padreterno, purtroppo è già uscita di casa per
andare in u cio. Ed ecco la tua mente ripartire alla
grande: «Chiaro, la Signora è superiore a queste cose!
Tutto per il lavoro e niente per gli altri, o almeno per
me. Non importa se senza di me non saprebbe neanche
dove sbattere la testa! Io mi faccio in quattro per farle
fare la bella vita, e guarda come vengo ripagato!».
Il tuo respiro si fa più corto, come se quei calzini
marroni li avessi in gola, ma ccati di traverso. E il
peggio, in tutto questo, è che non hai ancora parlato con
nessuno.
ORE 7:30. Sei in cucina e hai appena nito di mangiare
una banana. Vuoi gettare la buccia nella pattumiera
sotto il lavandino, dunque apri lo sportello e ti trovi
davanti il gargarozzo straripante del sacchetto
dell’immondizia, con un osso di pollo che ha persino
bucato la plastica. Ti giri allora verso tua glia, intenta
a mangiare cereali e a leggere gli sms notturni. Bufera
nel cranio, quarto episodio: «È pazzesco! Come se io non
avessi nient’altro da fare che svuotare pattumiere! Al
servizio di sua Altezza la Principessina che non può
assolutamente sporcarsi, contaminarsi o, Dio non voglia,
pungersi con l’osso di pollo e addormentarsi per
cent’anni! Ma poi, saprà come si cambia un sacchetto
dell’immondizia?».
Hai le budella ridotte in poltiglia.
ORE 7:45. In auto, fermo al semaforo. Quando scatta il
verde l’auto davanti a te resta immobile. Vedi che
l’automobilista sta gesticolando e sembra rivolgersi al
passeggero sul sedile posteriore, un bambino. Sono già
tre secondi che il semaforo è diventato verde, e tanto
basta alla tua mente per riempirsi di: «Ma svegliati,
imbecille! Se tu non hai fretta, io invece ho chi mi
aspetta!». E mentre con la mano pigi il clacson, il tuo
collo sembra essersi compresso sotto il peso della testa.
È un po’ doloroso, ma questo non ti ferma: «E poi ci
stupiamo di essere nella m****, con in giro dei
rincoglioniti come te!». Le tue mani stringono il volante
come se stessi strangolando qualcuno, hai i polmoni
praticamente vuoti, i bronchi un tantino irritati e una
tosse degna di un tubercolotico prende a percuoterti.
E pensare che la sveglia è suonata solo da un’ora.
Alt! Fermati!
È decisamente arrivato il momento di fare una pausa,
nella tua giornata e… soprattutto nella tua testa.
Capitano a chiunque quelle giornate in cui non ne va
bene una, in cui il mondo intero pare deciso ad accanirsi
contro di noi. Giornate complicate durante le quali i
nostri gli, i genitori, i colleghi, gli amici sembrano
essersi coalizzati per rovinarci la vita. Ci siamo capiti,
no? E del resto, qualcuno non ha forse detto: «L’inferno
sono gli altri?».
Eppure inconsciamente, volente o nolente, sei tu
stesso a metterti in quella situazione, sei tu a complicare
l’esistenza a te e agli altri. So ri, questo è certo, ma non
sai cosa fare per fermare questa so erenza. Non sai
nemmeno da dove arriva. Hai la più pallida idea del
perché reagisci così? No? Davvero?
Tuttavia la risposta è semplice:
Hai un criceto nella testa.
E quel piccolo roditore invisibile è capace,
in una frazione di secondo,
di catturare tutta la tua attenzione
e di iniziare a correre
no a farti andare in pappa il cervello.
Avverto il tuo scetticismo, e confesso che al tuo posto
sarei scettico anch’io. Eppure tutti hanno il loro criceto.
Assolutamente TUTTI. A cominciare da me, autore di
questo libro. E se ho deciso di parlarne con te è perché
so no a che punto può fare male, perché so no a che
punto mi ha fatto male.
Per quanto mi riguarda, direi che quella so erenza ha
avuto inizio attorno ai quattro, cinque anni (ebbene sì,
così presto). Ovviamente all’epoca tutto questo non mi
era chiaro, e solo a distanza di anni ho avuto il
privilegio di addomesticare la bestiolina in questione.
Mi ci è voluto del tempo, credimi, parecchio tempo, e
ho so erto molto prima di capire da cosa era alimentato
quell’animaletto.
Mi piacerebbe dunque presentarti il famigerato criceto
e insegnarti a placarne gli ardori. Perché, diciamolo
chiaro e tondo, niente ti obbliga a subirne la presenza.
Con questo libro desidero semplicemente aiutarti a
liberarti da quell’elemento nocivo, da quella strana
creatura che vive alle tue spalle, ti prosciuga, ti incastra,
ti acceca, ti isola, ti priva, ti rimbecillisce, ti svilisce, ti
in acchisce, ti inganna e via dicendo.
-1-
QUANDO ENTRA IN SCENA
PENSICCHIO

«L’ego è il prodotto di un’attività mentale che crea e


mantiene in vita nella nostra mente un’entità
immaginaria.»
HAN F. DE WIT

Quel piccolo criceto che trotterella nella testa io l’ho


chiamato Pensicchio. Perché? Perché «pensicchia» molto
ma pensa pochissimo. E le sue «pensicchiate» occupano
la nostra mente dalla mattina alla sera: giudizi,
rimproveri, critiche, ruminazioni, rimpianti e così via.
Tutti quanti viviamo periodi di stress in cui ci manca il
giusto distacco, periodi in cui le idee si fanno confuse e i
pensieri inutili, tanto da impedirci di passare all’azione,
di metterci all’ascolto del nostro benessere e di
migliorare il nostro rapporto con gli altri. Insomma, sai
perfettamente di cosa sto parlando.
Pensicchio porta anche il nome di «ego», parola utile
per identi care quell’attività mentale che in un certo
qual modo, nel corso della storia, «si è creduta un
individuo».1 Detto in altri termini: il grande Io che si è
creduto te, si è creduto me.
Però attenzione: non metterti a cercare Pensicchio,
perché lui è ina errabile. Nemmeno le apparecchiature
più moderne – con immagini tridimensionali a colori –
saprebbero rintracciare la punta di un pelo dell’orecchio
del criceto che hai nella testa.
Eppure è un mostro! Quella bestiolina è il capo
supremo della so erenza, colui che la genera e la
di onde. Come ci riesce? Semplicemente riconducendo
tutto a se stesso: Io! Io! Io! Non occorre essere una
superstar per avere un ego sovradimensionato-
smisurato-dilatato-ipertro co. Non c’è bisogno
nemmeno di complicate teorie psicoanalitiche per
scoprire che questo piccolo io altro non è se non un
roditore agitato che, ben piantato dentro la sua ruota,
passa il tempo a ripetere: «io…», «a me…», «perché non
sono mai io che…?» o, al contrario, «perché sono
sempre io che…?».
Ricorda com’è andata con la carta igienica, lo
shampoo, la spazzatura, l’automobilista… Il ritornello è
sempre lo stesso: Io contro gli altri. E Pensicchio difende
il suo titolo contro il mondo intero!
La maggior parte degli esseri umani ignora che
Pensicchio vive dentro di loro e che, dal momento in cui
inizia la sua corsa, è lui a occupare tutto quanto lo
spazio. Non c’è più modo di ri ettere né di trovare pace,
non esiste altro al di fuori di quel suo baccano, non un
centimetro quadrato di consapevolezza disponibile per
poter osservare tutto il suo teatrino. E i deliri che ne
conseguono.
Torniamo per un attimo alla giornata descritta in
precedenza, una comunissima giornata di una vita
tranquilla, e introduciamo la bestiola, tanto per vedere
come riesce a farti fare ciò che le pare e piace.

L’effetto Pensicchio
ORE 7:00. A chi non è mai capitato di dover cambiare il
rotolo della carta igienica perché il predecessore non lo
aveva fatto? Eccoti dunque di fronte a quel rotolo nito.
Non c’è niente di più ino ensivo di un tubo di cartone,
eppure ti senti punto nel vivo, ferito nel profondo. È il
tuo ego che si sente o eso e trascurato. Ovviamente la
vita sarebbe più facile se non dovessi fare tre passi per
prendere il rotolo nuovo e se tutti si rispettassero a
vicenda in casa tua. Quei tre passi sono una vera e
propria tortura. Tuttavia il vero problema sta nella tua
testa, nella tua stessa reazione, nella corsa del tuo
criceto frustrato: «Perché queste cose succedono sempre
a ME? Perché qui devo fare tutto IO?».
Una ri essione di questo genere sottende che tu,
invece, l’avresti cambiato quel maledetto rotolo. Perché
tu sei di un’altra pasta! Non sei come tutti quei pigroni
che non vedono al di là del loro naso. Tu sei speciale.
Eccezionale. Tu fai quello che nessun altro fa. Sei
sempre all’ascolto degli altri e dei loro bisogni, e non
avresti mai lasciato quel pezzo di cartone tutto nudo sul
portarotolo. No, mai!
Lo vedi il tuo criceto che fa le bizze?
ORE 7:10. Il acone dello shampoo non è uno strumento
di tortura a cui sei stato destinato, così come la tua
lunatica glia non è un boia. Ma le pensicchiate che
schizzano fuori dalla tua ruota – «Ma proprio non ci
arriva a rimetterlo nella doccia? E gli altri? E IO?» –
provocano una secrezione di ormoni che dilagano nel
tuo sangue. Ecco allora apparire alcune contrazioni
muscolari e una serie di reazioni che, messe tutte
insieme, costituiscono «il casino» in cui ti tocca vivere.
L’origine di questo pantano non ha niente a che vedere
né con lo shampoo né con tua glia. È di nuovo il tuo
ego che esige di essere considerato come si merita e
sciorina i suoi: «Insomma, non sono mica un
soprammobile!».
Questo pensicchiamento lascia nuovamente intendere
che tu, essere umano senza eguali, tu l’avresti rimesso
nella doccia quel dannato shampoo. Perché tu sì che sai
quello che va fatto. Sei brillante abbastanza da saper
distinguere ciò che è rispettoso da ciò che non lo è, ciò
che è giusto da ciò che non lo è, ciò che è buono da ciò
che non lo è. Il tuo specialissimo ego è fatto così. Gli
altri, invece… Ah! gli altri, tutti quanti dei grandi
egoisti!
E i calzini marroni che non sono nel cassetto? E l’osso
di pollo che sbuca dal sacchetto della spazzatura? E
l’imbecille che non parte con il verde? Queste sono tutte
occasioni, per il baccano «egoico», di riempirti la testa e
annientare qualunque opportunità di silenzio o di
ri essione intelligente. Rimangono solo Pensicchio e le
sue elucubrazioni del tipo: «Non conto più niente per
mia moglie, mia glia si comporta come una
principessina e quell’automobilista è un demente!».
Elucubrazioni che lui considera pensieri geniali.
Le situazioni illustrate qui di seguito ti ricorderanno
sicuramente momenti che tu stesso hai vissuto e ti
aiuteranno a capire che basta un attimo di disattenzione
perché il tuo criceto prenda il controllo. Abbiamo invece
così tanto da guadagnarci, nel farlo calmare…

Quando il criceto parte per la tangente


ORE 8:45. Hai di fronte a te una platea di persone – stai
esponendo una relazione, presentando il tuo lavoro o
tenendo un seminario – e mentre parli un ritardatario
irrompe nella sala. Tutti gli sguardi si dirigono verso di
lui ed ecco che in un batter d’occhio hai perso
l’attenzione dei tuoi spettatori. Pensicchio si scatena
all’istante: «Perché ora tutti quanti si mettono a
guardare quello? Un signor nessuno che trova sempre il
modo di farsi notare. E così non mi ascoltano più!». Sei
totalmente a disagio, perdi il lo dei pensieri, inizi a
sudare, balbetti…
ORE 10:00. Ascolti i messaggi in segreteria e senti la
voce di tua madre annunciarti che durante la notte tuo
padre è stato ricoverato in ospedale: si è sentito male
subito dopo il telegiornale e non si conosce ancora la
natura del problema. In men che non si dica Pensicchio
si mette a galoppare: «Accidenti, proprio oggi, con tutto
quello che ho da fare! È tipico suo fare di tutto per
rovinarmi la vita!». Hai l’impressione che la testa stia
per scoppiarti ma non trovi le compresse. E riecco
comparire Pensicchio: «Chi ha preso la mia scatola di
aspirina? Pare quasi che la vita ce l’abbia con me.
Eppure io non le ho fatto niente! Perché è così dura con
me?».
ORE 13:00. Vieni a sapere che uno dei tuoi colleghi ti ha
so ato la tanto agognata promozione. Diversamente da
lui, tu hai accumulato ore di straordinario, sacri cato
weekend in corsi di formazione, partecipato a riunioni
interminabili, e tutto per niente. A Pensicchio questo
basta e avanza per far ripartire la sua ruotina: «Perché
lui? Cosa ha più di me? Che leccapiedi! Dovevo saperlo
che qui dentro se ne fregano della competenza e che una
lingua pronta a tutto vale più di un pizzico di talento!».
Poco dopo, le pensicchiate cambiano registro: «A ogni
modo non mi piace più lavorare qui. Forse questo posto
non è adatto a me, dopotutto. Non ho più né la carica né
la passione. E comunque, quanto a riconoscenza, ti
saluto!». Hai come un macigno sul cuore.
ORE 19:00. Sei a cena con degli amici. Tra loro c’è anche
Roger, che sta raccontando una delle sue famose storie.
Roger è l’Uomo delle Grandi Imprese: ha incontrato il
Dalai Lama, scalato il Kilimangiaro, scon tto il cancro e
fatto fortuna nel settore immobiliare. Ora dedica parte
del suo tempo libero come volontario in un’unità di cure
palliative. E quella sera il Pensicchio di Roger è
particolarmente in forma: «La settimana scorsa ho
bevuto un Château d’Yquem del 1982 in quel ristorante
cinque stelle appena aperto. Mai assaggiato niente di più
favoloso!», e ancora: «Martedì prossimo assisto a un
convegno sull’ambiente. Sono stato invitato da un amico
che spera in una mia partecipazione attiva». Intanto che
Roger ponti ca, il tuo Pensicchio, invece, non la smette
di correre: «Perché io non ho una vita così? Che nervi, a
lui riesce bene tutto. Se prendesse un biglietto della
lotteria, sicuro che vincerebbe! Ed è pure generoso… Fa
venire la nausea!». Tu hai un solo desiderio: alzare le
tende, ma Pensicchio ti lancia un: «Che gura ci faccio
se me ne vado? Dovrei fargli vedere, piuttosto, che non
è l’unico ad aiutare l’umanità». E così continui a
grattarti le cosce come se fossi assalito da una otta di
zanzare.
ORE 22:00. Suona il telefono. È la polizia. Hanno appena
fermato tuo glio per guida in stato di ebbrezza e
possesso di stupefacenti. Devono tenerlo dentro per la
notte e forse anche più a lungo. Pensicchio fa un salto
dentro il tuo cervello: «Cosa avrò fatto al buon Dio per
meritarmi questo? Non gli ho mai fatto mancare niente,
a quell’imbecille! Ci sono sempre stato per lui. I suoi
amici, invece, tutti dei fannulloni!».
MEZZANOTTE. Sei disteso, occhi sbarrati. Pensicchio si è
trasformato in un animale notturno e sembra essersi
decuplicato. Come se ne avessi un allevamento intero.
Ormai sei incapace di ri ettere con calma: «Dove ho
sbagliato?… Mio glio è un drogato perché io sono un
genitore di merda… La mia carriera è al palo perché
non valgo niente… Credo che anche i miei amici
provino pietà per me…». E il tutto continua a girare,
così, nella tua testa, per ore e ore. Una vera tortura
neurale.
Stop!

Diamoci una calmata


In tutte queste situazioni hai riconosciuto la presenza
del grande ego? Lascia che ti aiuti: ci sono Roger, il
collega appena promosso, gli amici di tuo glio, il
ritardatario…
Ma perché mai l’aver perso l’attenzione del tuo
pubblico ti riduce in quello stato? Certo, sarebbe
assolutamente magni co che tutti gli esseri umani
fossero come te, sempre ben focalizzati quando sono alle
prese con attività importanti e interessanti. È chiaro che
in un mondo in cui tutti i Pensicchi fossero stati
addomesticati le cose starebbero così, ma per ora siamo
ben lontani dal traguardo. Sembra anzi che in
quest’epoca di modernità si assista a un’accelerazione
della folle corsa dei nostri criceti mentali. Con la tua
mente, ovvio, in prima la.
Quando lo sguardo e l’udito del tuo pubblico vengono
sviati e si rivolgono al ritardatario, il tuo ego si sente
improvvisamente privato di tutta l’attenzione che lo
nutre. Un simile abbandono suscita in Pensicchio un
urlo che viene dal cuore: «E io allora? Non vi occupate
più di me? Mi abbandonate? Che ne farò, io?».
Pensicchio vuole infatti che tutti i proiettori siano
puntati su di lui. Non può permettere, nemmeno per un
istante, che la tua coscienza si risvegli e ti lasci
comprendere un fatto semplicissimo: una testa che si
volta verso una porta che si apre è un puro ri esso di
sopravvivenza!
Quel ri esso primordiale risale all’epoca in cui l’uomo
doveva continuamente guardarsi alle spalle, notare ogni
minimo cambiamento nell’ambiente circostante per non
essere mangiato vivo. Ma Pensicchio non lo capisce, dal
momento che lui per primo ha una paura tremenda di
morire, di scomparire. Ecco perché spreca così tante
energie per far notare la propria presenza, per
sottolineare la propria importanza e unicità. Il suo
cervellino da criceto è spinto da una sola logica: nché
sei speciale, unico o importante ci sarà sempre qualcuno
che si interesserà a te. Questa convinzione è il motore di
tutto il suo correre, come anche della so erenza che
alimenta. Alla paura primitiva di trasformarsi in un
pasto, l’ego sostituisce un doppio terrore: che ogni forma
di attenzione nei suoi confronti scompaia (o non appaia
mai), e conseguentemente che lui possa morire per
mancanza di nutrimento.
Ricordalo bene: è la paura di Pensicchio a scatenare le
bufere nel nostro cranio.
È risaputo che quando abbiamo paura facciamo
rumore. Tutti gli animali lo sanno. Allo stesso modo,
l’ego vuole manifestare la propria esistenza e per
attirare l’attenzione deve trovare la maniera di farsi
notare. Del resto, chi ti dice che quel ritardatario non sia
arrivato tardi apposta, proprio per attirare l’attenzione
su di sé? L’ego è perennemente in stato di allerta,
sempre intento a decodi care quello che potrebbe fargli
avere – o sottrargli – un po’ di attenzione. Sonda
costantemente gli atteggiamenti, i gesti e le sionomie
degli altri. Paragona, giudica, critica, valuta, attacca,
disapprova, disprezza o incensa, blandisce, vanta,
seduce e così via. Smuove e mescola tante di quelle cose
nella tua testa: quello che esiste e quello che non esiste,
quello che va bene e quello che non va bene, quello che
ha un senso e quello che non ha senso… Non c’è da
stupirsi, quindi, se qualche volta non ci raccapezziamo
più. Dopotutto quando si corre dentro una ruota
ininterrottamente – e da così tanto tempo – è davvero
di cile capire da che parte si è girati.
La paura, a volte, provoca anche la paralisi. Ci
nascondiamo, tentiamo di renderci invisibili e poi
iniziamo a tremare. A quel punto il cuore si mette a
tamburellare: badabum! badabum! Anche quando ci si
nasconde, niente può impedire al cuore di fare rumore.
Sì, lo so: c’è quell’accidenti di un Roger con le sue
Grandi Imprese, la promozione del collega, la storiaccia
di tuo glio… non è che siano proprio delle situazioni
piacevoli o facili da vivere!
Non ho mai detto il contrario. Tengo solo a precisare
che la causa della tua so erenza è il tuo ego, cioè
Pensicchio. Il criceto matto dall’eterna logorrea che
abita dentro la tua testa: «Avrei dovuto essere promosso
io… io che ho lavorato davvero sodo… io che sono
eccezionale! E Roger dovrebbe portarmi più rispetto.
Non è l’unico uomo sulla terra! Di cose eccezionali ne ho
fatte pure io! E mio glio? Non ho forse fatto di tutto
per lui?».
Questo baccano mentale è l’io in piena attività.
E quando un uomo (o una donna) arriva per esempio
a uccidere i propri gli è più che mai l’io a esprimersi,
nient’altro che l’io. Non si tratta qui di giusti care dei
comportamenti criminali o di condannare un sistema,
ma semplicemente di capire quello che accade dentro
una mente. Prendiamo ad esempio un uomo che abbia
appena scoperto il tradimento della moglie. La
meccanica mentale dell’ego si mette in moto all’istante:
Pensicchio è ferito, frustrato perché non è più l’unico
oggetto dell’attenzione della sua compagna. Non è più
l’Unico, l’Eccezionale, lo Straordinario! Qualcun altro lo
ha sostituito. Il suo io si agita: teme di essere
abbandonato, ri utato e, conseguentemente, di smettere
di esistere.
Il discorso e le immagini che riempiono in quel
momento la testa di quell’uomo generano una
secrezione di tutta una serie di ormoni nel sangue, gli
stessi che governano il funzionamento degli organi
quando il corpo si sente minacciato. Compaiono altre
immagini e altre parole, in un vertiginoso valzer che si
ripete all’in nito. Pensicchio vuole eliminare ciò che lo
minaccia, colpire là dove potrebbe fare più male. La
secrezione ormonale si intensi ca e la mano si
impossessa di un coltello. A dirigere la mano c’è un ego
ferito e impaurito che cerca di sbarazzarsi della paura e
del dolore. Un ego privo di qualunque forma di
consapevolezza, allo stato puro, alimentato da
pensicchiate che uiscono ininterrotte, senza alcun
pensiero ri esso. In casi del genere è possibile
addirittura parlare di malattia mentale.
Ripeto che non sto tentando di riscrivere la storia né
di condannare chicchessia: desidero solo che ciascuno
prenda coscienza del proprio Pensicchio. Basta un
nonnulla perché la mente resti intrappolata nella sua
ruota e venga sospinta verso le peggiori atrocità.
Dunque, che fare?
Prima di procedere devo metterti in guardia: ci sono
persone che preferiscono le sensazioni generate
dall’agitazione di Pensicchio – anche se si tratta di
so erenza – alla gioia profonda che deriva dalla pace
della mente. Questi individui confondono il fatto di
«essere eccitati» con il semplice fatto di «essere vivi».
E tu, che ne pensi di quel vocìo che hai nella testa?
Non ti ha stufato il continuo baccano che non porta da
nessuna parte? E tutti quei: «Io mi sbatto per tutti
quanti, ma nessuno se ne accorge… Sono un genitore
single, lavoro a tempo pieno, ho due gli, una ex che se
ne frega, una madre sempre al mare che se la spassa, un
boss paranoico, dei colleghi ipocriti, dei mal di testa
mostruosi e non è detto che non abbia pure un’ulcera
allo stomaco… Ho la sensazione di vivere solo in
funzione degli altri… E io? Chi c’è per me? Esiste in
questo mondo qualcuno che si accorge della mia
esistenza? Esiste sulla faccia della terra un criceto
compatibile con il mio?»?
Insomma: non hai voglia di fermare questo trambusto
e lasciare che al suo posto si apra uno spazio che ti
permetta di assaporare le innumerevoli bellezze che la
vita ti o re? Il profumo delle peonie sotto il sole d’estate
o quello del ca è del mattino, il sapore delle fragole
appena raccolte o del tè verde che scende lungo la gola,
la sensazione setosa di un bell’abito, l’erba umida sotto i
piedi… E ancora la brezza in riva al mare e il canto del
merlo, i colori di un’alba piena di speranza e le tinte
rilassanti del crepuscolo. E se la vera s da fosse invece
trovare delle soluzioni ai problemi che compaiono sulla
tua strada? E se aiutassi realmente i tuoi gli? E se
tenessi la tua conferenza in pace con te stesso? E se
riuscissi a passare una bella serata nonostante le
spacconate di Roger?
Dunque, che fare per calmare Pensicchio?
La soluzione è una: la decrescita personale.
1 Chan, Yen, La Voie du bambou, Paris, Éditions Almora, 2006, p. 96.
-2-
PICCOLO TRATTATO DI DECRESCITA
PERSONALE

«Non c’è pensatore se non c’è pensiero.


È il pensiero a creare il pensatore.»
JIDDU KRISHNAMURTI

Non preoccuparti, non scomparirai!


La decrescita personale non comporta la morte del tuo
ego. Il tuo adorato piccolo io non ti abbandonerà!
La decrescita personale è quella frazione di secondo in
cui diventi consapevole del fatto che la tua mente è
totalmente occupata da parole o da immagini
contaminate dall’ego. È l’istante in cui la tua attenzione
coglie di sorpresa Pensicchio proprio mentre sta per
salire sulla ruota.
Basta un secondo per mettere in atto la decrescita. Sì,
soltanto uno, ed è il secondo più importante di tutta la
tua vita, ma anche il più di cile da conquistare. Grazie
a quell’istante di consapevolezza smetterai di essere
succube di Pensicchio.
Vediamo di essere ancora più chiari.
Quel secondo di decrescita personale è costituito da
un ash, un lampo di consapevolezza che permette di
passare da un’attività mentale essenzialmente centrata
sul proprio ego a un’altra che non lo è in alcun modo.
Durante quel secondo l’ego si ritrae e la mente passa da
un’agitazione del tipo: «Io… Io… Io…» a un’attività da
cui l’ego è del tutto assente, determinando il
trasferimento dell’attività mentale da, diciamo, mentale-
ego a mentale-consapevolezza.
Tuttavia, per arrivare a questo passaggio dovrai
allenarti.
Prendiamo l’esempio dell’attività mentale – da me
incarnata e presente in me – che tenta di scrivere questo
libro. Lei si sforza di trovare le parole giuste per
spiegare come la mente umana arrivi a farsi del male e a
far del male agli altri. A tal proposito ha inventato il
personaggio di Pensicchio, una metafora vagamente
ludica che permette di cogliere più facilmente le sue
a ermazioni. L’attività mentale cerca di conseguenza
degli esempi concreti come: sei in bagno… stai
presentando un lavoro davanti ai tuoi impiegati… (le
due azioni non nello stesso momento, ovvio) e dunque
non è intralciata dalla presenza dell’ego. Il suo unico
obiettivo è quello di illustrare con semplicità e
pragmatismo una realtà di cile, allo scopo di aiutare le
persone a stare meglio.
È su ciente un attimo di disattenzione perché
l’attività mentale egoica rovini tutto, riempiendo la testa
di deliri vari, tra cui: «Sarà un libro unico, un bestseller
che sconvolgerà il mondo. Mi faranno un sacco di
interviste, otterrò critiche grandiose e realizzerò vendite
astronomiche. Diventerò ricco, il mio libro e la mia foto
appariranno ovunque…». E via dicendo.
Un discorso interiore simile a questo sarebbe
immediatamente accompagnato da sensazioni gradevoli,
scatenate dalla secrezione degli ormoni del piacere.
L’e etto sarebbe subitaneo, come quando si assume una
dose di qualche sostanza stupefacente, ma sarebbe solo
uno stato passeggero. Viceversa, l’attività mentale
egoica potrebbe anche pre gurare un clamoroso op di
vendite, un disinteresse umiliante da parte della stampa,
e generare così un diluvio di pensicchiate del tipo:
«Nessuno mi capisce. La gente è stupida, proprio idiota.
Eppure mi sembra talmente semplice!». Risultato: una
bella dose di ormoni del dispiacere, del disagio e del
malessere.
Abbiamo dunque, da un lato, l’attività mentale – una
sorta di meccanismo elettrochimico – gestita da
Pensicchio (io, me, me stesso) e dalle sue pensicchiate;
dall’altro, un’attività totalmente slegata dal gioco
egocentrico del nostro criceto. In quest’ultimo caso la
consapevolezza è libera di accogliere quello che
percepiscono i sensi, libera di amare e di o rire
compassione, libera di assaporare il bello e di creare ciò
che è utile alla vita.
Ti è davvero chiara la distinzione?
L’attività mentale-ego, rappresentata dal nostro amico
Pensicchio, cerca la crescita personale; l’attività
mentale-consapevolezza non cerca niente di niente. E
quest’ultima appare quando è in atto la decrescita
personale, cioè dopo quello scatto interiore che libera
dall’io.
Avrai sicuramente constatato che l’attività mentale
che scrive questo libro utilizza il pronome io. Non
lasciarti ingannare, ne è consapevole! Del resto, vedi, lei
stessa ci tiene a segnalartelo prima che il tuo Pensicchio
te lo faccia notare. D’altronde i Pensicchi amano questo
genere di osservazioni, perché consentono loro di
mostrare quanto sono perspicaci e intelligenti. Ne
consegue che se l’attività mentale che scrive questo libro
utilizza l’io, lo fa unicamente per ni pedagogici e non
egoici. Attraverso questo io non si esprime il Pensicchio
dell’autore, bensì la sua consapevolezza.
L’autore sa di non poter mai abbassare la guardia, dal
momento che il suo Pensicchio è sempre lì, dietro a un
neurone, e lo tiene d’occhio, pronto a saltare sulla sua
ruota. E sa anche che nel mondo attuale è diventato
molto di cile non utilizzare l’io.
L’io è ovunque. E nelle vite che conduciamo ha
sostituito Dio.
Vediamo di riassumere: nella nostra testa esiste
un’attività mentale centrata esclusivamente su un
qualcosa che viene chiamato «io»; questa attività
mentale-ego tenta a qualunque prezzo di preservare
quell’io, o addirittura di farlo crescere.
Vi è poi un’altra attività mentale, totalmente disgiunta
da questo io, chiamata attività mentale-consapevolezza,
costituita solo da percezioni e dall’apporto dei nostri
sensi. I pensieri (senza io) che la occupano sono quelli
che permettono di creare opere d’arte, fare la spesa,
progettare viaggi, dire «Salve, come va?» e, soprattutto,
di ascoltare la risposta; sono i pensieri che analizzano la
qualità dell’acqua potabile e gestiscono la raccolta dei
ri uti, piani cano come costruire rifugi di fortuna e
distribuire viveri all’indomani di un terremoto. Ma,
attenzione, l’attività mentale-consapevolezza rischia in
ogni attimo di essere estromessa dalla sua rivale,
l’attività mentale-ego, quella di Pensicchio e delle sue
pensicchiate.

Il risveglio
Esiste una parola per descrivere bene quello scatto
interiore che alimenta la decrescita personale: risveglio.
Il risveglio è quel lampo di lucidità che permette di
dire a noi stessi: «Ecco, ci risiamo, Pensicchio è
nervoso!». Come se la nostra attività mentale-
consapevolezza scoprisse all’improvviso il suo rovescio
(l’attività mentale-ego) cogliendolo in agrante delitto
di agitazione mentale.
Esistono numerose correnti «spirituali» che danno
molta importanza a questa nozione di risveglio, ma
anche in questi casi l’ego risulta essere troppo spesso
coinvolto. Alcune persone che si ritengono spirituali
sono in realtà invase dal loro piccolo io. Fanno
a ermazioni simili in tutto e per tutto a formule
magiche: «Io ho il potere di guarire gli altri perché ho
un dono: posso comunicare con gli spiriti e predire il
futuro, vedo la tua aura e sono in grado di descriverti
senza averti mai conosciuto».
In qualità di medico mi è accaduto di veder morire
persone che si erano a date alle «cure» di guaritori
improvvisati. Avrebbero anche potuto avere una chance,
ma sul loro cammino avevano incontrato qualcuno di
«unico» in grado di far scomparire il cancro con la sola
imposizione delle mani. Purtroppo non hanno visto che
dietro a quelle dita magiche c’era lo zampino di
Pensicchio. Infatti, ogni volta che un guru sfrutta
persone vulnerabili estorcendo loro del denaro e
invitandole a seguirlo, talvolta no nella morte, è
Pensicchio a condurre il gioco… Quelle forme di
pseudo-spiritualità sono solo strade alternative che il
buon vecchio Pensicchio adotta per tenere a bada la
paura di morire. I suicidi collettivi portati a compimento
dai guru non sono altro che stratagemmi messi in atto al
ne di essere ricordati, un modo per i Pensicchi
coinvolti di accedere (così pensano) all’immortalità.
No, il risveglio non ha niente a che vedere con queste
stupidaggini. Il risveglio è la consapevolezza in stato di
allerta permanente, sempre a caccia del criceto, sempre
appostata come un cacciatore per guatare e inseguire.
Del resto lui è l’unica creatura di cui non bisogna temere
l’estinzione!
Il risveglio-consapevolezza è ciò che mantiene la pace
della mente.
Cominci a sentirti inquieto? Stai pensando: e questa
decrescita, come faccio a innescarla?
Non c’è tempo da perdere: passiamo subito alle
risposte.

E che decrescita sia…


Il mondo moderno fa ormai l’apologia della crescita
personale: ogni giorno i giornali decantano i meriti di
chi ha successo nella vita – sportivi, artisti, uomini
d’a ari – e viene detto che chiunque può raggiungere
simili vette. Niente di più sbagliato! È del tutto illusorio
credere che la felicità risieda nella crescita personale, ed
è proprio questa convinzione ad avere conseguenze
nefaste: non riuscendo ad accrescere la nostra felicità
agiamo in modo da alimentare il nostro ego-criceto, e
così facendo gli permettiamo di raddoppiare la sua
energia.
Ricordiamoci sempre che quella ruota non porta da
nessuna parte!
Ecco perché la crescita personale è un mito. Peggio
ancora, è un’illusione pericolosa e dannosa per la salute.
Sempre più persone – ed è impossibile tenere il conto
delle statistiche mondiali al riguardo – ingurgitano
tonnellate di pillole perché si sentono depresse, ansiose,
insonni. E questo solo per colpa del continuo baccano
prodotto da Pensicchio. E più l’animaletto corre, più
nella tua testa c’è rumore. E più c’è chiasso, lì dentro,
più c’è dolore.
Un’ulteriore illusione consiste nel credere che, se
ottieni tutto quello che vuoi, la ruota smetterà di girare
dentro il tuo cranio. Non è vero: più avrai, più vorrai
avere. Così va la vita… Come credi vivano le star, i
miliardari e le icone della bellezza? In un usso
incessante di pensicchiate che le spinge a cercare di
ottenere ancora e ancora, sempre di più.
Viviamo in un mondo ammalato di io, un mondo che
va pazzo per Pensicchio.
Quindi a che potrà mai servire la decrescita
personale?
Decrescere signi ca riprendere contatto con le cose
semplici della vita godendone appieno, con la mente
tranquilla. Signi ca scrivere poesie, prendersi cura dei
malati, riparare strade dissestate, educare i propri gli…
L’elenco di queste soddisfazioni è in nito e tanto vario
quanto tu stesso deciderai di renderlo. La felicità può
annidarsi in tutto quello che fai, a condizione che ti ci
dedichi in maniera totale. Ma, soprattutto, la decrescita
personale non è una questione di abnegazione, rinuncia
o frustrazione. Si tratta di aprirsi e di diventare «più»
intelligente.
Che fare quando le pensicchiate non danno tregua?
Prendiamo un esempio concreto: hai appena lasciato il
tuo amico al banco del check-in. Ti senti sollevato
perché ancora un minuto di ritardo e non gli avrebbero
permesso di salire sull’aereo. Stai andando verso gli
ascensori che portano ai parcheggi e vieni preso
dall’angoscia: nella concitazione sei uscito dall’auto
senza memorizzarne la posizione. Il criceto, che non
aspettava altro, parte in quarta: «Porca miseria, ma dove
l’ho lasciata?!», «Sono proprio un bel cretino!», «Queste
cose capitano solo a me!» e così via. Inutile precisare
che un atteggiamento simile non aiuta a ritrovare l’auto.
Bisogna neutralizzare Pensicchio (cioè il tuo ego,
ormai l’hai capito), immobilizzarlo. Devi aprire una
nestra di lucidità e capire che Pensicchio ti sta facendo
fare ciò che vuole lui. Da quel momento la mente potrà
concentrarsi in maniera e cace sulla ricerca dell’auto,
senza andare nel panico. Solo liberato dall’ego e dal suo
desiderio frenetico di riconoscimento, il pensiero è
veramente utile; nalmente placato, potrà attingere con
calma alla tua memoria per concentrarsi sulle uniche
opzioni valide: «Al primo piano? Mah… Al secondo
forse. O al terzo?».
E per essere in grado di fare questo devi allenarti.
Ecco allora un primo esercizio di decrescita personale.

Esercizio
Concentrarsi sulla respirazione è particolarmente
indicato nelle situazioni sgradevoli ma innocue, come
quando le porte della metropolitana ti si chiudono sul
naso. La prima cosa da fare è fermarsi e portare
l’attenzione sul respiro. Con questo gesto semplicissimo
– almeno in apparenza – si innesca la decrescita del tuo
piccolo io.
Ora riprendiamo la ricerca dell’auto nel parcheggio,
ma in versione sprovvista di ego.
Immagina la scena: intorno a te regna la calma, niente
rumori, un leggero odore di benzina e di umidità, una
luce piuttosto tenue. Sembra tutto tranquillo. Eppure
dentro il tuo cranio c’è un gran can can: «Adesso mi
tocca fare tutti e cinque i piani? Sono proprio il re degli
imbecilli!».
Nessun dubbio: al posto di comando c’è Pensicchio.
Ne sei consapevole?
Appoggiati a un muro, chiudi gli occhi e concentra
l’attenzione sul respiro che ti mantiene in vita. Puoi
anche contare: inspirazione – cinque secondi; pausa –
cinque secondi; espirazione – cinque secondi…
Respira!
Inspirando, gon a sempre l’addome per rilassare il
diaframma. Questa azione stimola il nervo
pneumogastrico, che invia un segnale al cervello
intimandogli di bloccare la secrezione degli ormoni
dello stress.
E vedrai che… tutto si placa.
Torna con calma al pensiero senza ego in questo
modo: «Vediamo un po’… Sono arrivato alla tal ora
dalla porta ovest… Al pianoterra non c’erano posti… Ho
seguito le indicazioni per il secondo piano… Esatto, è lì
che ho parcheggiato!».
Come vedi si tratta di una sequenza di pensieri non
frettolosi, senza giudizio, senza disprezzo verso te stesso
o chi ha costruito quel parcheggio. L’ego è stato messo
da parte, ed è probabile che una volta arrivato davanti
alla tua auto ti venga persino da sorridere…
Esercizi come questo richiedono, certo, disciplina, ma
ne trarrai giovamento!
Allenati a respirare. Subito, anche adesso. Prenditi
qualche minuto per esercitarti, e quando sarà il
momento di fare ricorso a questa tecnica sarai pronto.
Non c’è da compiere nessuno sforzo: lasciati solo
guidare dal ritmo del tuo respiro.
Porta l’attenzione sul respiro nell’attimo in cui
avviene lo scatto di consapevolezza, vale a dire appena
constati che il tuo ego innervosito si è impossessato
della tua mente. Una volta capito che esistono due tipi
di attività mentali – «con» e «senza» ego – non dovrai
fare altro che esercitare la tua attenzione a passare
dall’una all’altra per realizzare una decrescita personale
indolore.
Tutto questo forse ti suona nuovo e alquanto di cile
da mettere in atto. Per aiutarti a vederci un po’ più
chiaro proviamo a guardare il processo di decrescita
personale al rallentatore.

La parola disciplina deriva dal latino discere, che signfica


«imparare», ma l’aspetto interessante di questo tipo di disciplina è
che non richiede alcuno sforzo. Un paradosso? No, poiché l’attività
neurale che consiste nell’osservare Pensicchio ha a che fare con
una certa forma di ascesi, dunque libera da sforzi. Di conseguenza,
la presenza anche di un minimo sforzo sta a significare che il tuo
grande ego si sta riappropriando dei tuoi pensieri, uno dei quali può
essere: «Ma tu guarda! Adesso dovrei osservarmi senza sforzo!
Che c**** è?». Caro il mio amico lettore, osservarsi senza sforzo
significa esattamente quello che significa: non compiere nessuno
sforzo. Una dolce ascesi…

La decrescita personale al rallentatore


Perché la decrescita personale possa realizzarsi
velocemente – nello spazio di pochi secondi – proviamo
a rappresentarla al rallentatore. Un po’ come quelle
sequenze in cui ti fanno rivedere mille volte la scena
superrallentata del calciatore che si è preso una
gomitata in faccia, in modo che tu sia proprio sicuro che
è stato il gomito, e non la spalla, a mettere al tappeto
l’attaccante della tua squadra del cuore. In questo caso
Pensicchio, che si identi ca con il giocatore colpito, è
particolarmente agitato: il tuo piccolo io reagisce come
se fosse stato lui a ricevere la gomitata alla mascella e a
lamentare una commozione cerebrale… Così,
all’improvviso, davanti al televisore tutto il tuo corpo è
pronto a battersi: muscoli, cuore, tutto quanto. Più sullo
schermo scorrono le immagini al rallentatore, più nel
tuo cranio partono a razzo frasi come: «Quel bastardo!
Pazzesco! Mi auguro che lo appendano per i co******,
se lo meriterebbe!». La ruota del tuo criceto assomiglia,
a quel punto, alle eliche di un aereo in pieno volo; il tuo
ego si espande nella mente come un airbag al momento
dell’incidente.
Torniamo ora al tuo mentale per suddividere il
processo di decrescita personale in tre sequenze.
Per aiutarti nell’operazione, ecco quattro esempi
vissuti al rallentatore.
Esempio 1 – Il calciatore
PRIMA SEQUENZA. Sei sdraiato sul divano, con la mano
sinistra immersa in un pacchetto di patatine e la destra
che stringe una birra. «L’assassino» della squadra
avversaria ha appena steso il tuo calciatore del cuore
con un colpo violento assestato a tutta velocità.
L’attaccante è disteso sull’erba e non si muove più.
Pensicchio è su tutte le furie. La ruota sta girando come
una sega circolare e le parole sprizzano come trucioli di
legno: «È scandaloso! Quello dovrebbe fare wrestling,
altro che calcio! Un quoziente intellettivo di un
mollusco in un cervello di gallina!». Ti sei alzato con i
pugni stretti e il respiro a annoso; sul divano ormai ci
sono birra e patatine sparse ovunque.
Il tuo ego reclama giustizia e vuole linciare lo scimunito
che minaccia la sua fonte d’identi cazione, il suo mito.
Senza modello con cui potersi identi care Pensicchio
gira nel vuoto e cade dalla ruota; ha la sensazione di
valere meno di niente, di non esistere più senza quelle
belle storie di vittorie, conquiste e riconoscimenti che
vive per procura.
SECONDA SEQUENZA. Ti alleni da mesi, tutti i giorni, per
diventare consapevole (tra qualche pagina illustrerò
come fare). Mentre Pensicchio si agita, nalmente scatta
qualcosa nella tua testa: il lampo di consapevolezza che
innesca la decrescita personale. Di colpo, a controllare il
tuo corpo non c’è più solo l’attività mentale-ego, perché
si è attivato un altro meccanismo psicologico, l’attività
mentale-consapevolezza. Dunque ti siedi e porti
l’attenzione sul respiro, sulle sensazioni che prova il tuo
corpo, ma il tuo piccolo io non si arrende e torna alla
carica, resiste, si dibatte, si reimpossessa seduta stante
dei suoi diritti manifestando con fragore il suo scontento
e facendo valere di nuovo le sue ragioni. Ma ecco che
avviene di nuovo lo scatto: l’attività mentale-
consapevolezza accerchia Pensicchio e prende il
sopravvento. In testa si fanno strada parole come: «Ehi,
lassù, stiamo calmi… Non è che siccome il piccolo io si
agita, lì, tra i neuroni, adesso ci mettiamo a saltare come
grilli! Riportiamo l’attenzione sul respiro, alla
sensazione dei pugni stretti e della mascella
contratta…».
TERZA SEQUENZA. Lo scatto ormai è avvenuto. Poco alla
volta il piccolo io si ritira. Il mentale è ormai focalizzato
sulla sensazione del contatto dei tuoi piedi con il
pavimento, delle cosce con il divano, della schiena con il
cuscino. Osservi i pensieri omicidi, li trovi sempre più
ridicoli e ne capisci l’origine: la tua identi cazione con il
calciatore. È stata quella gura vacua, quella fonte di
svago a nutrire il tuo piccolo io. Ora avverti che si sta
veri cando il passaggio dall’attività mentale-ego
all’attività mentale-consapevolezza. La pace si instaura
dentro di te sotto forma di morbidissime onde che si
di ondono prima nelle spalle e poi in tutto il corpo. Il
tuo piccolo io sparisce piano piano, a vantaggio di un
profondo benessere. Adesso niente più «la mia squadra»,
«il mio giocatore», «la mia partita».

Esempio 2 – L’inserviente
PRIMA SEQUENZA. Lavori come addetto alle pulizie in una
scuola. Sono le 16 e la tua giornata di lavoro è nita.
Pensicchio sta girando a tutta birra, come se le ore
passate a pulire avessero avuto su di lui un e etto
energizzante: «Tanto qui dentro io non conto niente!
Faccio un lavoro penoso. Che vita di m****. Pensare che
avevo talento… ma adesso è troppo tardi. L’unica cosa
in cui sono esperto è lavare i pavimenti. E anche di
questo, non se ne accorge nessuno». Senti le ossa del
corpo pesanti, come se ci avessero colato dentro del
cemento; quelli che trascini non sono più piedi, ma
zavorre. Il piccolo io monopolizza tutta la tua energia.
Sei ridotto a un grumo di angoscia e so erenza.
SECONDA SEQUENZA. Poi, lo scatto: come un supereroe,
l’attività mentale-consapevolezza salta sulla ruota e
frena la folle corsa. Alle parole del piccolo io si
sovrappongono frasi come: «Accidenti, Pensicchio
occupa tutto lo spazio e mi fa so rire. Ho questo peso
sul petto e queste tte nella testa, però è curioso, vedo
che stanno diminuendo di intensità. Ora è come se
riuscissi a osservarli da lontano, dunque non producono
più lo stesso e etto». Lo scatto interiore è avvenuto e ha
messo in moto la decrescita personale. A questo punto
decidi di giocare con la tua attenzione: la concentri per
qualche secondo sul respiro, poi sulle sensazioni che
attraversano il corpo e in ne sulla so erenza sica
generata dall’attività di Pensicchio, ma senza analizzare
né giudicare. Magari puoi decidere di descrivere i tuoi
disturbi: «Sento una contrazione qui, all’altezza dello
stomaco, e come un bruciore in gola». Dopodiché, porti
l’attenzione sui pensieri. E questo è più di cile da
fare… «Che cos’è questo disprezzo verso il mio lavoro?
Questa auto agellazione? E a che pro?»
TERZA SEQUENZA. La decrescita personale è quasi
completata. L’attività mentale-consapevolezza ora
occupa la tua mente nella sua interezza. Con calma,
concentri l’attenzione sui dettagli del lavoro svolto:
guardi il pavimento che hai appena nito di lavare e il
tuo mentale contempla, assorto, quanto sia lustro e
splendente, e avverte l’odore di pulito che aleggia
nell’aria. Il tuo corpo è pervaso da una sensazione di
pienezza e senti imporsi in te la parola soddisfazione. A
parlare non è il piccolo io, è la consapevolezza di un
lavoro ben fatto. L’attività mentale-consapevolezza è
concentrata sul tuo contributo al bene collettivo, sul
benessere dei giovani che frequentano la scuola dove
lavori. La decrescita personale è completata e la
so erenza ormai placata.
Esempio 3 – Avere 83 anni
PRIMA SEQUENZA. Vivi da solo, i tuoi gli e i tuoi nipoti
hanno sempre molto da fare. È la vita moderna a creare
ritmi frenetici, dettati dal bisogno di avere sempre di
più. Ogni tanto ti telefonano, ti scrivono per no delle
mail e ti ripetono che ti pensano e ti vogliono bene, e tu
ogni volta nei sei persuaso. Per no Pensicchio lancia
dei: «È normale, devono pur guadagnarsi da vivere. E
poi hanno da pagare anche la televisione a schermo
piatto, la casa in comproprietà in Florida, i viaggi in
Asia. La vita è talmente cara al giorno d’oggi!».
Poi, proseguendo imperterrito, Pensicchio aggiunge:
«E a me cosa rimane? Io non servo più a niente, non
hanno più bisogno dei miei consigli né della mia
esperienza. Sono un uomo nito, niente ha più senso per
me…». Il tuo piccolo io è depresso. Non ha più
un’identità a cui aggrapparsi, nessun ruolo di genitore,
nonno o coniuge. Più niente! Ha l’impressione di essere
già morto. E più rimugina, più si sente infelice.
SECONDA SEQUENZA. Fortunatamente tre anni fa hai
iniziato a lavorare sulla decrescita personale e puoi
contare sul fatidico scatto interiore, la scintilla di
consapevolezza che appare dicendo: «Mannaggia! Il mio
grande ego sta facendo un bel baccano, corre, si dimena.
Senti che rumore lì dentro! Sembra una discoteca!». Ti
rendi conto che è il momento di rivolgere la tua
attenzione al respiro (o alla luce che entra dalla
nestra), ma è di cile. Il piccolo io non molla
facilmente e inizia la sua escalation: «Le cose non
starebbero così se fossi nato in un’altra epoca; sarei
circondato d’amore e da a etto. Una vita di sacri ci per
dei gli ingrati!». Per fortuna il tuo allenamento fa sì
che l’attività mentale-consapevolezza resti presente.
Come un cacciatore con i sensi all’erta, lei osserva il
criceto nella ruota: «Ah! la bestiolina è bella agitata
oggi! Corre, il piccolo io, si accalora nella speranza di
farsi un po’ adulare… Tanta concitazione per niente:
nessuno lo vede, nessuno lo sente, nessuno ne avverte la
presenza».
TERZA SEQUENZA. L’attività mentale-consapevolezza
riporta l’attenzione sul respiro (o sulla luce che entra
dalla nestra). La corsa di Pensicchio rallenta e l’attività
mentale-consapevolezza occupa uno spazio crescente. La
sensazione del ato che passa s orando l’interno delle
narici occupa adesso tutta la tua mente, e in quel preciso
istante ti rendi conto che nella stanza risuona una
musica: una cantata di Bach che tu adori. Da tempo quel
suono era andato perso, sostituito dal baccano di
Pensicchio. La musica riprende dolcemente il suo posto
e scivola ora sui tuoi neuroni. Porti alle labbra la tazza
di tè verde che avevi preparato, chiudi gli occhi per
gustare appieno quella bevanda che ami tanto e
nalmente vieni pervaso da una sensazione di
benessere. La decrescita personale è terminata. Non vi è
altro che consapevolezza, piena consapevolezza.

Esempio 4 – L’autore di questo libro


Desidero ora analizzare per te in maniera minuziosa
l’allenamento che faccio da diversi anni. Ho deciso di
parlarne perché so che funziona e perché godo dei suoi
risultati, cioè di quella pace che è possibile trovare in
pochi secondi, e persino nei momenti di peggior
tormento. Basta passare dall’attività mentale-ego
all’attività mentale-consapevolezza, credimi. Certo, ci
sono voluti diversi anni di allenamento per riuscirci, per
innescare quello scatto interiore, produrre quella
scintilla di consapevolezza che dà il via alla decrescita
personale. Alcune persone ci arrivano più facilmente –
ed è quello che auguro a te –, ma per quel che mi
riguarda è stato un lungo percorso di apprendimento!
Sappi anche che il risultato non è mai acquisito una
volta per tutte e che il piccolo io torna sempre alla
carica: si aggrappa, con cca i dentini, trascina
all’indietro la consapevolezza. Tuttavia, una volta che il
processo di piena consapevolezza è stato messo in moto
il tuo criceto non è più solo ai posti di comando: appena
Pensicchio ti invade la mente, ecco accorrere subito la
cavalleria della consapevolezza.
Per descrivere bene il mio allenamento userò ancora il
rallentatore.
PRIMA SEQUENZA. La situazione che sto per descrivere
ricorre spesso nella mia vita: mi sveglio e non mi sento
bene, provo una sorta di angoscia che mi attanaglia.
Eppure ho appena aperto gli occhi e non ho fatto ancora
niente; sono immobile nel letto e avverto come un peso,
lì, nel petto. So benissimo che Pensicchio non dorme,
anzi, che ha corso per parte della notte, ma non ho
ancora realizzato che è tutta colpa sua e delle sue
pensicchiate. Me ne rendo conto solo quando decido – o,
meglio, quando l’attività mentale-consapevolezza decide
– di fare gli esercizi del mattino.
SECONDA SEQUENZA. Come ogni mattina, ormai da anni,
inizio il mio allenamento. La sensazione sgradevole –
quel peso sul petto – persiste. Non ho proprio alcuna
voglia di fare gli esercizi o, come direbbe un bambino:
«Non mi va mica». Ma è il momento della disciplina,
dunque diamoci dentro!
Mi metto supino e con la testa ben dritta. Le braccia
sono distese lungo il corpo, con i palmi delle mani
rivolti al so tto. In alcune forme di yoga questa si
chiama «posizione del cadavere». Concentro l’attenzione
sul respiro e di colpo mi rendo conto di quanto sia attivo
Pensicchio, il quale sta emettendo lamenti del tipo: «Ah,
non me la sento proprio di alzarmi stamattina.
Scommetto che fuori si gela; ha nevicato tutta notte e
sulle strade ci sarà il caos. E poi come mi pesa quella
conferenza che devo tenere! Sicuramente farò brutta
gura: il pubblico è perlopiù maschile, il più di cile di
tutti». Riporto allora l’attenzione sul respiro e sulle
sensazioni corporee: il contatto del corpo con il
materasso, della testa con il cuscino. Poco alla volta
l’attività mentale-ego si riduce, come se avesse meno
presa sul mio sistema nervoso, per fare posto
unicamente alle sensazioni provate dal mio corpo.
L’angoscia si dissolve dolcemente e sono pervaso dalla
calma. A quel punto, non è più il povero piccolo io a
regolare il mio stato d’animo. Pensicchio – quell’ego
timoroso di non ricevere l’attenzione che crede di
meritare ancora prima che io metta i piedi giù dal letto
– si disintegra. Resta solo la consapevolezza, pronta a
passare all’azione grazie ai pensieri ormai privi di ego.
TERZA SEQUENZA. L’attività mentale-consapevolezza
occupa ora l’intero spazio. La mente si focalizza sulle
sensazioni: il ato, la morbidezza delle lenzuola, il
silenzio della stanza. Così, i pensieri ormai liberati
dall’ego prendono il volo: l’organizzazione della
conferenza, la piani cazione del tragitto, lo svolgimento
dell’intervento, tutto rientra in una tranquilla routine.
La struttura della mia presentazione è fatta, completa, e
sembra regga bene; ci ho in lato anche qualche battuta.
La decrescita personale è terminata, dunque su, alzati e
cammina! Ora ci sono i tuoi esercizi sici: stretching,
ginnastica posturale, cyclette (che non va da nessuna
parte, come il criceto dentro la ruota). Tutto avviene in
una grande pace. L’estenuante piccolo io ormai si è
zittito.
Ciò che rimane sono le sensazioni e qualche pensiero
liberato dal potere dell’io.
E tu, nel preciso istante in cui leggi queste parole,
come ti senti?
Diventa consapevole! L’allenamento deve cominciare
subito, non bisogna aspettare di avere tempo. Il piccolo
io – sempre in piena crescita personale, sempre motivato
nel suo cercare di farti so rire –, lui, il tempo ce l’ha
sempre.
Ora occupiamoci di te.
-3-
LA DECRESCITA PERSONALE:
ISTRUZIONI PER L’USO

«Se diventerai consapevole dei tuoi pensieri, rimarrai


sorpreso nel vedere ciò che accade dentro di te.
Se scriverai tutto quello che ti passa per la testa, sarai
talmente stupito da non crederci.»
OSHO, LA MEDITAZIONE PASSO DOPO PASSO

Prima di proseguire dobbiamo veri care se in questo


momento Pensicchio sta scorrazzando tra i tuoi neuroni.
Adesso, subito, chiediti: sta facendo rumore?

TAPPA 1

Ascolta e riconosci il rumore del tuo


criceto
Hai la testa invasa da frasi del tipo: «Ma che sta dicendo
questo tizio? Dove vuole arrivare con questa ruota? Chi
si crede di essere? Quante arie! E la decrescita
personale, che razza di idiozia! Non si può vivere senza
ego, l’ego serve, accidenti! Cosa sarei senza un io? Ho
un corpo, una storia, una cultura, una lingua, un’età, un
sesso, una nazionalità: io sono tutto questo. Come si fa a
farlo scomparire in quattro e quattr’otto? E perché poi?
Per smettere di essere unici? Non dovremmo invece fare
di tutto per esserlo ancora di più, per proteggere questa
unicità? Io continuerò a lottare a favore della crescita
personale, e che ‘sto dottore vada un po’ al diavolo!».
Come, non senti tutto questo baccano? Non vedi come
gira la ruotina?
Riesci a osservare i giudizi e la s lza di pensicchiate
mentre dilagano dentro di te? Inizia con il constatare
con calma: «Urca, è strapiena di giudizi questa testa!» e
vedrai immediatamente la di erenza tra una mente
abitata dai vari «Che idiozia è?» o «Chi si crede di
essere?» e una occupata da: «Accidenti, galoppa di
brutto il tipetto lassù! E per andare dove?». La questione
non è «perdere» o «mantenere» la propria unicità, ma
osservare il proprio discorso interiore. Semplicemente
guardare, osservare le pensicchiate generate dalla paura
di smettere di esistere.
Se sei in grado di farlo, bravo! Hai già superato la
prima tappa.
Se invece nella tua testa persiste il ronzìo, se sei
incapace di prendere le distanze dal fracasso che fa
Pensicchio e l’unica cosa che vuoi fare è mandarmi a
quel paese, porta pazienza: le pagine che seguono
contengono qualche speranza.

TAPPA 2

Tu osserva, e l’ego la smetterà di ficcare


il naso ovunque
Sei ancora determinato a imparare a calmare
Pensicchio? Bene!
Per riuscirci devi scoprire innanzitutto una verità
basilare: tu non sei un criceto! Detto in altri termini:
smettila di identi carti con lui, farlo è molto più facile
di quanto tu creda.
Tanto per cominciare, spero che tu ti sia nalmente
convinto che è Pensicchio a sparare fesserie. Ci hai fatto
caso? Quando lui tace e compare il silenzio, le fesserie
svaniscono. Ma, fesserie a parte, per trovare la pace
mentale è necessario prima di tutto riconoscere il
rumore infernale che quell’invisibile roditore produce
nei tuoi circuiti. Per raggiungere il tuo scopo devi
entrare nello spazio che lui occupa, per poter dire: «Sì, è
vero, dentro la mia testa c’è un gran baccano. È quella
bestiolina che non si ferma praticamente mai… La
sento, la maledetta!». Se riesci a fare questo piccolo
«passo a lato» di consapevolezza – non tra una settimana
o tra un anno, ma subito – avrai raggiunto una tappa
importante. E senza aver avuto nemmeno bisogno di
correre!
Dopodiché occorre alimentare quell’a ermazione,
renderla il più viva ed energica possibile in modo da
non lasciare che il movimento della ruota riprenda il
sopravvento sulla consapevolezza. All’inizio è di cile,
basta un solo giro di ruota e Pensicchio si impossessa
delle leve di comando.
Un paio di esempi: sei al lavoro, davanti alla
macchinetta del ca è, il tuo sguardo incrocia quello di
un collega e, pam, il tuo Pensicchio parte in quarta: «Mi
ha proprio rotto le scatole questo, con la sua aria da
saputello». Oppure, sei alla festa di compleanno della
tua migliore amica: «È così bella, lei, con quel tubino
nero! Io, invece, chi sembro con addosso questi vecchi
stracci?». Le pensicchiate invadono la mente in un batter
d’occhio, e se non stai sul chi vive la tua esistenza si
ritrova intrappolata dentro a una gabbietta per criceti,
sballottata tra angoscia e sensi di colpa, tra depressione
e sentimenti di ostilità.
Se vuoi tenere tutta quanta la tua testa per te, devi
imparare a osservare la bestiolina che ci gironzola
dentro, guardarla mentre si agita a destra e a manca
senza farti travolgere dalla sua corsa. Per riuscirci, esiste
un trucco infallibile:
Respirare con il naso.

TAPPA 3

Impara a respirare con il naso


«Respira con il naso!» Chi non ha mai sentito questo
consiglio assennato, frutto della saggezza popolare? Se
nel nostro allenamento esiste un trucco infallibile e allo
stesso tempo fondamentale, è proprio questo. Pensicchio
si considera immune da certe faccende: impensabile che
qualcosa di tanto banale come concentrare l’attenzione
sul respiro possa fermare lui, il gran genio della ruota!
Eppure il respiro è cruciale: si tratta di sentire l’aria –
sentirla davvero – che attraversa le narici e gon a
l’addome, di prenderne coscienza. Nient’altro. Ma prima
di provare è bene che tu sappia che a Pensicchio non
piacerà farsi estromettere, per cui ripartirà con ancora
maggior slancio…
Per metterlo a tacere rimani vigile, costantemente, e
con un sorriso sulle labbra. «To’, guarda, ha
ricominciato! Altre pensicchiate.» Se le a ronterai in
questo modo non avranno più lo stesso impatto,
perderanno il loro potere e poco alla volta svaniranno.
Puf! Ecco letteralmente vo-la-ti-liz-za-to il
chiacchiericcio interiore. Rimarrà allora solo la
consapevolezza, l’attività mentale senza il piccolo io.
Che meraviglia poter guardare il grande ego fare le
bizze, senza esserne più vittima!
Quando riesci a restare concentrato sul respiro e a
osservare il pensicchiamento, è come se dentro la tua
testa l’attività mentale-ego venisse scollegata e, al suo
posto, subentrasse l’attività mentale-consapevolezza.
Risultati positivi
Prendiamo un’altra situazione banale; non un vero
dramma, ma quel genere di eventi che ti guasta la
giornata.
Sei in coda al supermercato e, proprio quando è il tuo
turno, arriva la responsabile per controllare il contenuto
della cassa. Peggio ancora: il cliente che ti precede
estrae una mazzetta di buoni sconto di cui vuole
usufruire e prende a contestare ogni prezzo riportato.
L’apice è raggiunto quando il lettore del codice a barre
va in tilt sotto il vostro naso. A quel punto Pensicchio
sgancia le sue frasi predilette: «Possibile che capiti
sempre a me? Eh? PERCHÉ IO? Pare quasi che l’universo
c’è l’abbia con me! E poi, la cassiera… sai che vita la
sua! Certo, con il quoziente intellettivo che si ritrova…
E quell’altro, con i suoi buoni, oltretutto all’ora di punta.
Bisogna non avere proprio niente da fare nella vita per
venire a rompere così i c******* alla gente! E
quest’accidenti di aggeggio, non dovrebbe essere
infallibile?».
Avrai notato che tutte le frasi ruotano attorno all’io:
Io, il cliente sovrano, così importante e superiore agli
altri; Io l’unico, quello che non può aspettare…
Risultato? Provi tensione, irritazione, rabbia, insomma
l’intero repertorio egoico.
È in questo preciso momento – o poco prima, se sei
particolarmente portato – che deve avvenire il piccolo
scatto di consapevolezza salvi co e che devi iniziare a
respirare con il naso, a giocare con la tua attenzione:
«Guarda, c’è Pensicchio che sta facendo i tripli salti
mortali nella ruota. Su, respiriamo…».
Riuscirai, di colpo, a fermare la corsa dell’animaletto
e a riassumere sembianze umane. Ti prego soprattutto di
non limitarti a leggere quello che ti propongo, ma di
metterlo in pratica. Ora. E se poi vedrai che funziona, di
certo non dovrai ringraziare me…
Se nutri ancora dubbi circa l’utilità di questa pratica,
prova a immaginare l’ego come un parassita dei tuoi
pensieri. Immaginalo come una sanguisuga di cui vuoi
liberarti. Una vera e propria zecca. Preferisci vivere con
o senza di lui?
E ancora: immagina Pensicchio come un animale
pieno di pulci. Ripugnante, no? E doloroso… Quando
avrai visto il caro, piccolo cricetino grattarsi a sangue e
non ne potrai più di sentir male, metterai nalmente
l’attenzione sulle manifestazioni della vita che hanno un
valore: la luce erotica di un tardo pomeriggio, la danza
inebriante della pioggia sui tetti, il pulviscolo d’oro sulla
corteccia degli alberi all’alba e mille altre bellezze
o erte dal mondo non inquinato dall’ego.
Se riesci davvero a contemplare tutta questa bellezza,
«lui», il famoso «Io, Io, Io, Io», il criceto-aguzzino alla
ne si calmerà. Una volta liberato dal suo giogo, non
avvertirai più quel bisogno malsano di essere
considerato, notato, amato, riconosciuto, al centro
dell’attenzione, oppure di sentirti dire che sei
bella/bello, brillante o intelligente. Non lotterai più per
imporre a ogni costo il tuo punto di vista, non ti
importerà molto che la tua squadra del cuore perda o
vinca, che il tuo partito politico sia eletto o no, non
cercherai più la felicità in una promozione, una nomina
o un aumento di stipendio. Saprai che tutto è e mero e
che gran parte dei problemi che oggi ti assillano domani
diventeranno delle banalità, delle inezie. Per no l’idea
della tua stessa morte non ti farà più stare male, perché
non ci sarà più Pensicchio a farla diventare
un’ossessione.
I pensieri che prenderanno forma nella tua mente
serviranno allora a una cosa soltanto: facilitarti la vita.
Agiranno come il quadro strumenti del cruscotto,
segnalandoti quello che funziona o quello che non
funziona e guidandoti verso le vere soluzioni dei veri
problemi. Invece di essere rosa dall’ego, la tua mente
sarà libera e distaccata.
Accadrà dunque che, davanti alla perdita dallo scarico
del water, al posto di: «Possibile che queste cose
capitino sempre a me?», dirai: «Non è morto nessuno.
Chiederò a X cosa fare, magari riesce a darmi una
mano…».
Liberati da quell’ego che li imbriglia, i pensieri non ti
faranno mai più so rire. Anzi, ti condurranno
addirittura sulla via della decrescita personale, un
percorso in cui il piccolo io non cca il naso ovunque
ma cede il posto alla piena consapevolezza, come si fa
sull’autobus con le persone anziane.
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
Dove si nasconde quel parassita di Pensicchio?
So che hai lavorato sodo, dunque è il momento di prenderti una pausa.
Ecco allora un quiz molto semplice che ti aiuterà a verificare le nuove
competenze acquisite.
Sai riconoscere le pensicchiate che si sono infilate nei seguenti
enunciati?
1 a) «Accidenti, sono le 17.45 e devo riportare questo dvd entro le
18.00. Devo sbrigarmi!»
b) «Che palle! Mi tocca ritornare in quel videonoleggio! Come se non
avessi altro da fare! E poi non sono stato l’unico in famiglia a
vedere questo film… Perché in questa casa devo sempre fare tutto
io?»
2 a) «Devo uscire al prossimo svincolo.»
b) «E muoviti! Stai bloccando l’uscita! Lascia il posto a quelli che
sanno guidare!»
3 a) «Prima che la neve ghiacci sarà meglio spalare davanti
all’ingresso.»
b) «Che schifo di città! Bella idea quella di venire a vivere qui!»
4 a) «Certo che di tubature, tu, non ci capisci proprio niente!»
b) «Te l’ho detto almeno cinque volte che bisognava riparare quel
tubo! Non mi ascolti mai!»
Avrai sicuramente notato che il numero 4 era una trappola: l’ego è
presente in entrambe le affermazioni. Se invece hai risposto b) nei tre
primi casi, hai afferrato il principio. Bravo!
Ricordati che Pensicchio ha un solo obiettivo: vincere la corsa.
A tale riguardo, una discussione di politica tra due amici con
convinzioni diverse illustra bene il meccanismo. Il tutto inizia in sordina:
«Penso che i democratici ce la faranno a cambiare il mondo».
«Non dirai sul serio! Sono dei sognatori, non hanno i piedi per terra.
Tante parole, ma pochi fatti.»
«Guarda che hanno un programma molto realistico basato
sull’economia. Il loro progetto è dettagliato ed è disponibile su Internet
per chiunque voglia consultarlo. Io sono anche disposto a dargli una
mano, a titolo volontario.»
«Sei completamente matto! Butterai via tempo! Quelli sono degli
idealisti scollegati dalla realtà. Dammi retta, bisogna tornare ai cari
vecchi metodi e sbarazzarsi dei parassiti. Si fa di necessità virtù!».
Vedi come il piccolo io invade ogni pensiero? Ciascuno difende la sua
opinione come se fosse una questione di vita o di morte. E il corpo
reagisce: il ritmo cardiaco accelera, la testa e il resto del corpo si
surriscaldano come se stessero subendo un’aggressione, quando
invece si tratta solo di opinioni, di semplici parole.
La soluzione? Constatare che, contrariamente a quel che credi, tu
non sei le tue opinioni. E anche se queste sono giuste, non sono
comunque te. Il tuo caro e tenero cervellino, che si reputa tanto brillante,
questo riesce a capirlo?
Prenditi cinque minuti, metti un orologio davanti a te e fatti più volte la
seguente domanda: «Io sono le mie opinioni?». Rispondi ogni volta con
franchezza. «Io sono le mie opinioni?… Io sono le mie opinioni?…» Se
rispondi sì anche una volta soltanto hai urgentemente bisogno d’aiuto,
perché significa che sei molto malato. E visto che la tua vita dipende in
tutto e per tutto dalle corse di un cricetino dentro la tua testa, ti assicuro
che non sarà facile trovare un veterinario che curi un roditore del
genere.
E che fare, poi, quando il tuo caro Pensicchio si confronta con il
criceto di un’altra persona, e i due iniziano a buttarsi addosso le
reciproche pensicchiate senza riflettere un attimo su quanto stanno
facendo? Risposta: devi diventare intelligente.
Ci sono criceti esasperati che arriveranno a dare dei pugni in testa
all’altro pur di fermarne la ruota. Guarda caso, si tratta spesso della
testa della moglie o del figlio, oppure di una persona con opinioni
diverse. Su più ampia scala, questi criceti aggressori sganciano bombe
su migliaia di criceti che non pregano lo stesso Dio o non parlano la loro
stessa lingua.
Diventa necessario saper tornare a quell’istante magico, l’istante di
lucidità e consapevolezza. Ma lo ripeto: è l’istante più difficile di tutti da
conquistare. La vera intelligenza si manifesta proprio in quell’istante. E
non sto parlando dell’intelligenza che crea macchine ultracomplicate,
ma di quella che afferra al volo Pensicchio nel preciso momento in cui
lui sta per mettere in funzione la ruota. L’intelligenza, quella vera, si
esprime così: «Accidenti, Pensicchio è appena salito sulla sua giostrina
e ha già iniziato a farla girare. Eccoli, infatti, i suoi: “Solo uno scemo può
non votare per i democratici! Lui non capirà mai… Del resto, come
potrebbe con quella cosa rotonda che si ritrova sul collo?”».
L’intelligenza di cui parlo implica l’essere in grado di osservare questo
tipo di discorso mentre si sviluppa nella mente. Non solo nella tua, ma
anche in quella dell’interlocutore, per poter così provare compassione
nei confronti di entrambi i criceti. Intelligenza è assistere allo spettacolo
senza operare giudizi e dirsi semplicemente che non ci faremo
trascinare lì dentro.
La prossima volta che una discussione prende una china pericolosa,
auspico quindi che tu abbia sviluppato questo riflesso: «Ehi, ehi! Qui
siamo in piena corsa di criceti! Una gara tra chi fa girare più veloce la
ruota o chi fa più rumore! Però così non andremo da nessuna parte.
Cosa speriamo di guadagnarci? E perché? Noi non siamo criceti… E lui,
qui di fronte a me, dopotutto è un amico. Anzi no: lui è prima di tutto un
amico!».
Quando uscire da questo circolo vizioso diventa difficile e ti rendi
conto che stai girando a vuoto, scrivi su un foglio tutto, ma proprio tutto
quello che ti passa per la testa, senza censure. Dopodiché fatti una
camminata, cucina o addenta una mela convogliando la tua attenzione
su ogni minimo movimento: la sensazione del pavimento sotto i piedi, le
verdure che stai tagliando, il gesto di portare la mela alla bocca, la sua
consistenza croccante… Dopo questa pausa di cinque minuti riprendi il
foglio che avevi riempito di parole: se sei sano di mente ti renderai conto
fino a che punto il tuo criceto ha saputo portarti su un terreno dove è
assurdo inoltrarsi.
-4-
IMPARARE A NON IDENTIFICARSI

«Ho un problema in questo momento?»


ECKHART TOLLE

Se Pensicchio fa così tanto chiasso nella tua testa è per


via del processo di identi cazione. Senza questo, il
piccolo io non esisterebbe.
Pensicchio non è entrato nella tua testa perché è
piovuto dal cielo. A onor del vero, la ragione del suo
arrivo su questa terra è… una buca. È accaduto
moltissimo tempo fa, in un’epoca remota, quando dal
mare è fuoriuscita la vita sotto forma di pesce volante.
Una volta balzato fuori dall’acqua il pesce è caduto,
come mai prima di allora, sulla terraferma. Spaventato,
si è trovato una pozza d’acqua e l’ha fatta diventare il
suo territorio. Poco alla volta, a furia di sfregare il
ventre sui sassi attorno alla buca, si è fatto crescere delle
zampe e si è trasformato in rettile. Nel frattempo, dentro
il suo cervello muoveva i primi passi un criceto: senza
rendersene conto, infatti, il pesce si stava pian piano
identi cando con la sua buca, quella pozza in cui poteva
sopravvivere e che gli permetteva di distinguersi dagli
altri e dalle loro rispettive buche.
Grazie a un curioso processo di identi cazione
Pensicchio è diventato ciò che possedeva: inizialmente
una semplice pozza d’acqua, oggi la sua casa, la sua
nazione, il suo giardino, il suo gatto, la sua religione, le
sue conoscenze, le sue idee, le sue opinioni, i suoi
discorsi, i suoi giudizi, i suoi occhiali, la sua cravatta
(soprattutto quella con sopra Topolino) e così via.
Di cile per lui sentirsi vivo se non è proprietario di
qualcosa cui aggrapparsi. Evidentemente, per lui è
fondamentale l’attenzione che viene data alla sua
immagine. Dopotutto, un’immagine è fatta per essere
vista, altrimenti a che serve?
Il fatto è che anche la migliore immagine di sé non
basterà mai a fargli lasciare la sua ruota, versione
contemporanea della primitiva buca. Benché possieda
tre case, quattro auto, cinque mogli e una barca, il
criceto è sempre nella pozza. Né i miliardi né i più
recenti gadget high-tech lo tireranno fuori da lì. Non ci
sono proprietà in grado di fermare la sua corsa, anzi, più
possiede più teme di perdere. E se ti capita di avere la
mente invasa dalla paura di aver perso qualcosa, vuol
dire che Pensicchio si sta agitando e sta producendo
quei deliri che ti torturano: «La mia penna Montblanc!
Qualcuno deve avermela rubata! Era tutto quello che mi
restava di mio padre. Ho perso una parte di me stesso!».
La soluzione (lo so, rischio di ripetermi) è ancora una
volta dare prova di intelligenza. Chiediti come reagiresti
se chiedessi a qualcuno: «Tu chi sei?» e il tuo
interlocutore ti rispondesse: «Sono le mie scarpe Nike,
sono il mio orologio Apple, sono il mio tailleur Chanel,
sono i miei occhiali Oakley, sono la mia Audi TT, sono il
mio chalet a Courchevel…» oppure: «Sono il mio
bilocale poco riscaldato, sono le mie scarpe bucate, sono
il mio water che perde, sono la mia auto guasta, sono la
mia bici arrugginita…». Troveresti ridicole queste
risposte, vero? Be’, è come per la Montblanc… Se delle
cavolate simili ti fanno so rire, vuol dire che niente è
cambiato dall’epoca in cui il pesce, diventato rettile, ha
confuso la pozza in cui abitava con ciò che lui era.
La prossima volta che ti succede di sentirti come in
una buca, pensa a tutto questo. Intercetta Pensicchio
prima che lui azioni la ruota, e cerca di farlo diventare
un ri esso automatico. Se il tuo criceto si agita signi ca
che si sente minacciato, dunque l’equazione è
indiscutibile:
niente minaccia = niente tensione psichica = niente
stress
La minaccia può assumere mille forme e presentarsi in
qualunque momento, in u cio come al ristorante:
«Perché pago sempre io? Al cinema, a teatro, al
ristorante, ovunque. Lei non paga mai, eppure un lavoro
ce l’ha! Io servo soltanto ad aprire il portafoglio». E via
che gira la ruota!
Con l’allenamento, la consapevolezza diventa capace
di captare le reazioni del grande ego non appena si
manifestano. Nell’istante in cui arriva il conto, la tua
attenzione deve osservare la rotellina partire in quarta:
«La Signora ha preso il fois gras e il salmone a umicato!
Come se tutto le fosse dovuto… E a me non arriva mai
un grazie! Se fossi una sua scarpa riceverei maggiore
considerazione, poco ma sicuro!».
A questo punto è l’attenzione che deve prendere il
sopravvento: «Ecco, ci risiamo, l’animaletto dà i numeri!
Si sente minacciato, povero piccino…».
Sì, la consapevolezza ben allenata può osservare il
mammifero in pieno delirio, sorridere davanti alle sue
scorribande e condurti a una reazione sana del tipo:
«Cara, vorrei parlarti di una cosa, un pensiero che mi
passa per la mente… Sai, gradirei che dividessimo il
conto».
Il piccolo io, che si sentiva umiliato, disprezzato e
ri utato intraprende ormai un dialogo sulla
condivisione.
Immagino che così ti sia più chiaro.
In tutte queste situazioni l’unico a sentirsi minacciato
è l’ego, il roditore, non ciò che tu sei realmente. Quello
che tu sei non è in pericolo. Mai!
Dunque tu che cosa sei?
Va detto, per giunta, che identi carsi con una buca
non contribuisce certo a rendere più felici. Anzi. Più la
buca (quello che possiedo) si ingrandisce, più l’ego si
ingrossa a sua volta. In altre parole: più noi associamo
quello che siamo con quello che abbiamo, più
aumenterà in noi il timore di perdere quanto
possediamo.
Al giorno d’oggi la buca è diventata senza fondo. Ecco
perché Pensicchio corre no a diventar matto. E giorno
dopo giorno aggiunge degli elementi che lo rendono
indistruttibile: conoscenze, oggetti, persone, interventi
di botulino, protesi, capelli… Lui fa mille sforzi per
diventare sempre più giovane e sempre più grosso. Così,
se per un qualunque motivo dovesse scomparire, di lui
resterebbe comunque qualcosina.
Ma ho una brutta notizia da darti: l’ego non si sentirà
mai abbastanza grosso – o completo – da non temere più
di scomparire. Paura ed ego rimarranno sempre
inscindibili.
Finché c’è l’ego, c’è la paura.
-5-
I PECCATI CAPITALI (AL
RALLENTATORE)

«Il modo migliore per non progredire è seguire un’idea


ssa.»
JACQUES PRÉVERT

Per mostrare ancora meglio come il processo di


identi cazione porti alla comparsa del piccolo io e
provochi so erenza psichica, ricorrerò ad altri esempi di
vita quotidiana; sempre in versione rallentata, perché
come ora sai anche tu, l’identi cazione avviene molto
rapidamente.
Il piccolo io adora l’identi cazione: più identità
possiede, minori sono le possibilità di morire. Accendi la
televisione e inizi a guardare una partita o un gioco
qualunque? Nel giro di pochi secondi, anche se non
conosce i contendenti, Pensicchio ha già scelto con chi
stare, cioè si identi ca. Gli basta un attimo per
aggiungere un’altra identità alla collezione. E se questa
viene minacciata (ad esempio, se il suo giocatore
preferito perde), Pensicchio ingrana la marcia e lascia
parlare la bufera siologica (stress, frustrazione, rabbia
ecc.). Quando poi subentrano anche le emozioni, be’,
rien ne va plus… Sì, insomma, i giochi sono fatti.
Da bambino, emozioni come l’invidia, la gelosia e
l’orgoglio venivano chiamati peccati capitali e ci veniva
detto che saremmo andati all’inferno se fossimo morti
dopo averne commesso uno. Che idea! Sarebbe stato
molto più sensato spiegarci che il vero inferno è vivere
l’invidia, la gelosia o l’orgoglio, dopodiché indicarci
come evitare quell’inferno. La saggezza di un tempo
mancava di sfumature…

Esempio 1 – Il tuo vicino


PRIMA SEQUENZA. Il tuo vicino ha comperato un’auto
nuova, bellissima, una di quelle che attirano lo sguardo
quando passano per strada. Immediatamente, il tuo
Pensicchio attiva la modalità paragone: «Certo che le
auto oggi non hanno più il prestigio di una volta! Sono
fabbricate in Cina con mano d’opera a buon mercato;
sono prodotti della moderna schiavitù. Io non lo farei
mai: comperare un’auto senza tenere conto di chi viene
sfruttato. E poi, bello mio, vedrai quanto la paghi al
primo guasto!». Il tuo ego, che si è identi cato con la
tua auto, è incapace di sopportare che ci sia qualcosa di
meglio. Sei tesissimo e se ti misurassero il battito
cardiaco ti prescriverebbero subito dei calmanti. Il tuo
piccolo io chiede già di più, Pensicchio non molla: «La
prossima auto che compero sarà costruita in un paese
dove si rispettano i diritti della persona. E non
inquinerà!».
SECONDA SEQUENZA. Ora tocca a te! L’attività mentale-
consapevolezza prende la parola: «Ci risiamo: adesso
credo di essere un’auto… Pensicchio mi sta facendo
impazzire con la storia della macchina del vicino! Che
stupidaggine! E guarda un po’ come ci sto male!».
TERZA SEQUENZA. Ti siedi in un angolo e osservi quello che
succede dentro di te, nella tua mente e nel tuo corpo. La
tua attenzione si concentra sulle sensazioni siche e
vede scorrere le pensicchiate. Ti rendi conto che è tutto
ridicolo, soprattutto perché tu non sei la tua auto! Ecco
allora a orare un sorriso: la decrescita personale è
completa. L’invidia è svanita, e insieme a lei la
frustrazione.

Esempio 2 – In libreria
PRIMA SEQUENZA. Sono in una libreria, sto sfogliando un
libro di Christian Bobin e lo sguardo mi casca su questa
chicca: «L’umiltà è la chiave di tutto. Non appena
pretendi di tenerla in mano lei svanisce».2 Che frase!
Pensicchio va in tilt: «Perché non sono capace di
scrivere così? Perché c’è chi nasce con il talento e chi
invece deve sputare sangue senza riuscire mai a creare
qualcosa di valido? Perché lui sì e io no?». Di colpo,
nella mia testa, la corsa di Pensicchio o usca la reale
bellezza della frase di Bobin. L’invidia e la gelosia si
insinuano e si esprimono nel mio corpo.
SECONDA SEQUENZA. Arriva lo scatto interiore. Mi sento
male. Dieci secondi fa non stavo così. Cosa è successo?
Ma guarda un po’, il piccolo io so re, si lamenta e
blocca la mia capacità di stupirmi. In me non c’è più
spazio per la scoperta né per il piacere di assaporare la
bellezza della creatività umana. Su, su, qui ci vuole una
bella dose di decrescita personale!
TERZA SEQUENZA. In piedi, in mezzo agli sca ali, chiudo
gli occhi. Mi concentro sulla frase di Bobin. La rileggo
più volte per assimilarla meglio, ne assaporo la
musicalità e la profondità. Ora la frase occupa
totalmente la mia testa. Il passaggio dall’attività mentale
egoica all’attività mentale-consapevolezza avviene con
dolcezza. L’invidia scompare, la decrescita personale è
terminata e ciò che resta è solo la frase, con la sua
melodia e il suo insegnamento.
Esempio 3 – Il medico
PRIMA SEQUENZA. Alla domanda: «Lei è un medico?» oggi
rispondo che ho studiato medicina, che ho praticato e
pratico tutt’ora la medicina. I miei interlocutori mi
sembrano ogni volta un po’ sorpresi. La mia risposta è
tra l’altro incompleta, perché per essere del tutto
corretta dovrebbe assumere una forma più strampalata,
sganciata da qualunque riferimento identitario, del tipo:
«Il cervello che lei ha di fronte ha studiato medicina e
ha assimilato conoscenze, perlopiù obiettive, che sono
frutto di ricerche (osservazioni e associazioni) e ettuate
nel corso dei secoli da moltissimi altri cervelli. A
produrre o immagazzinare conoscenze non è il piccolo
io, sono i neuroni. E i neuroni non hanno identità, sono
neuroni punto e basta». Immagina che faccia farebbero i
miei interlocutori, soprattutto se proseguissi con:
«Dopodiché, questo cervello che sta rispondendo alla
sua domanda ha utilizzato le sue conoscenze e acquisito
esperienze. Ha sviluppato quella che potremmo de nire
un’intuizione clinica, nonché la volontà di prevenire
malattie di cui gli umani so rono inutilmente».
È chiaro che tutto questo è stato fonte,
parallelamente, di parecchie grati cazioni per l’«attività
mentale egoica» presente nel mio cervello: un
riconoscimento sociale, uno status, dei privilegi. Il
piccolo io adora a ermare: «Io sono un medico». Lui
vede immediatamente l’e etto di questa frase sul viso
della persona di fronte e gli piace trarre soddisfazione
dagli atteggiamenti che potrebbero essere adottati nei
suoi confronti. Ebbene: questo cervello ora sa no a che
punto il piccolo io nega alla vera consapevolezza di
porsi al servizio degli altri. Sa che l’orgoglio non è altro
che fonte di so erenze, perché il piccolo io non riceverà
mai abbastanza riconoscimenti da farlo sentire sazio. In
de nitiva, quello che conta è che l’attività mentale di
colui che esercita la medicina non si lasci intralciare dal
piccolo io, che rimanga disponibile, pronta ad ascoltare,
capire e fornire le cure appropriate.
La competenza si esprime nella decrescita personale.

Esempio 4 – L’influenza della flatulenza


PRIMA SEQUENZA. In quanto medico, ho visto morire delle
persone. Alcune di loro, purtroppo, si preoccupavano
anche sul letto di morte dell’immagine di sé che stavano
dando. Il loro ego utilizzava le poche energie residue di
un corpo in agonia per tutelare quello che si sarebbe
potuto pensare di loro dopo la morte. Ricordo un
paziente con l’addome gon o a causa dei gas intestinali
che si ri utava di evacuarli attraverso delle normali
atulenze. Nella sua testa era visibile la presenza di
Pensicchio: «Ma io non sono uno così, non faccio queste
cose in pubblico! Che immagine avrà poi di me il
medico se mi lascio andare davanti a lui?».
Fortunatamente, la decrescita personale era molto
presente intorno a lui, in particolare nelle lucide
accortezze delle infermiere, capaci di elargire dei
compassionevoli: «Si lasci pure andare». Alla ne il
paziente ha capito, accettato la presenza e l’amore di chi
gli stava intorno senza temere di venire giudicato. E il
suo corpo si è lasciato andare come doveva…
Così, nei suoi ultimi sussulti, il piccolo io ha ceduto il
posto alla vita e a un meritato riposo. E pochi istanti
prima di morire il paziente si è rivolto a noi dicendo:
«Grazie di essere come siete».

Allenarsi ininterrottamente
E ora una serie di a ermazioni. Sottolinea quelle che ti
sembra corrispondano meglio a ciò che credi di essere.
Se ritieni, puoi aggiungerne altre:
L’io eroe… l’io italiano… l’io guaritore… l’io
guerriero… l’io salvatore… l’io santo… l’io fotografo…
l’io artista… l’io poeta… l’io cuoco… l’io idraulico… l’io
bello… l’io ammalato… l’io sul metrò… l’io castano…
l’io ecologista… l’io amministratore… l’io intelligente…
Inutile continuare, riempiremmo un’enciclopedia!
E tu, non sei niente di tutto questo. Oppure hai scelto
di essere organizzato? Disorganizzato? La persona
accanto a te ha forse scelto di essere calva? Povera?
Francese? Cinese? Cosa sarai tu domani? Tra dieci anni?
Impossibile a dirsi.
Dunque, cosa sei tu? Ti faccio notare che non ho
scritto «Chi sei tu?» ma per l’appunto «Cosa sei tu?».
Prenditi un attimo di tempo per pensare alla di erenza
tra chi e cosa.
Ora prova per cinque minuti a non utilizzare l’io o il
me, come se si trattasse di quel gioco in cui bisogna
rispondere alle domande cercando di non utilizzare il sì
e il no il più a lungo possibile. Inizia a farlo nel corso di
una conversazione; le persone intorno a te non sono
tenute a sapere che stai facendo un gioco. Prova a
parlare con loro senza usare le parole io, il mio, me, le
mie… Trova altre espressioni, giri di parole. Vedrai che
non è semplice.
Riprendi poi l’esercizio quando sei solo e rimani in
allerta cercando di stanare il numero di io o di me che ti
circolano in testa. Prova a contarli per cinque minuti e ti
accorgerai che mentre conti li diminuisci. Questo è un
altro trucchetto utile per innescare la decrescita
personale.
Cerca poi di dedicarti allo stesso esercizio durante un
dibattito di opinioni. Invece di accanirti a distruggere le
argomentazioni dell’altro, scova il piccolo io nei tuoi
discorsi: «Guarda guarda, il piccolo io sta cercando di
difendersi, vuole vincere a ogni costo. E se vincerà lui
cambierà forse qualcosa nell’evoluzione della vita sulla
Terra?». Appare chiaro che è l’attività mentale-ego
dentro di te che disprezza l’attività mentale-ego
dell’altro, come in un combattimento a morte.
Idealmente, se l’attività mentale-consapevolezza
prendesse il sopravvento non ci sarebbe alcun con itto,
ma solo un dialogo volto a trovare il modo più
appropriato di agire. Perché una cosa è certa: due
pensieri privi di ego si arricchiscono reciprocamente.
2 Christian Bobin, Autoritratto al radiatore, AnimaMundi Edizione, Otranto
2012.
-6-
E BASTA FARSI DEI FILM!

«Non appena si manifesta un pensiero, dovreste


riconoscere che la sua natura è vuota. In tal modo
perderà immediatamente il potere di suscitare il
pensiero seguente, e la catena dell’illusione sarà subito
spezzata.»
KHYENTSE RINPOCHE

Hai fatto l’amore poche ore fa. Seduto su una panchina


di un parco, con le foglie d’autunno attorno ai piedi,
ripensi a quel momento. Sei solo e davanti ai tuoi occhi
scorrono le scene dell’amplesso. Tutto il tuo corpo
sorride.
Rivedi la mano che si in la nei pantaloni o sotto la
gonna e non perde tempo ad aprire i bottoni o la lampo.
Rivedi il palmo cercare le natiche e le natiche cercare
quel palmo. Poi il basso ventre, che inizia a farsi sentire.
Sei seduto dunque su quella panchina, sotto un sole
tenue del tardo pomeriggio, e al centro della tua mente
c’è Pensicchio che proietta un lm erotico in cui tu
interpreti il ruolo di te stesso. Ogni cellula del tuo corpo
freme davanti a quello spettacolo.
Poi, d’improvviso le immagini cambiano, come se
Pensicchio avesse modi cato la programmazione senza
avvertire, e quello che ti appare davanti è il viso della
persona con cui hai fatto l’amore. Un viso ostile, un viso
che si gira dall’altra parte quando gli parli dei tuoi
sogni: «Non so, non so» ripete mentre tu cerchi di
recuperare i vestiti sparpagliati sul pavimento. «Non so,
non so. Adesso però vattene.» Il lm si blocca: clic, clic,
clic, clic… Atterraggio brusco. Luci in sala.
Sei sempre seduto su quella panchina. Davanti a te dei
bambini giocano lanciandosi le foglie autunnali che si
mescolano alle loro risate che risuonano come
cinguettii. Una lieve brezza trasporta profumi di legna
bruciata. Sei avvolto da un dolce tepore, ma la tua carne
è scossa dai singhiozzi da capo a piedi. Cosa succede?
Cos’è successo? Semplice: è bastato un attimo e l’amore
egoico ha manomesso il lm. Il tuo bel lm, quello vero,
quello dell’amore vissuto, si è fatto sbattere fuori dallo
schermo dal tuo piccolo io, dallo spazio che lui
rivendica.
L’amore, senza il piccolo io, può vivere soltanto nel
presente. Altrove, so oca. Quello che gironzola nella
nostra testa non ha niente a che vedere con l’amore.
Sono fantasie, fantasticherie, giravolte egoiche. L’amore
non vive né ieri né domani, e rende l’abusata formula
«più di ieri meno di domani» una grande cavolata.
L’amore è. Punto e basta. Qui. Ora. Libero dalla presenza
di Pensicchio. Amore fa rima con momento presente.
Allora come fare a praticarlo con pienezza?
Interrompendo la corsa della mente.
Per non morire, Pensicchio ri uta all’istante
qualunque idea che possa frenarlo e dargli l’impressione
di essere morto, oppure ri utato, escluso. Lui misura il
proprio valore in base alla forza della sua corsa,
valutando ogni istante cosa potrebbe fargli perdere dei
punti. Ecco perché paragona, misura, giudica: sentirsi
trascurato signi ca per lui non essere più importante
come invece spererebbe. Non essere più «qualcuno».
Appena la ruota avverte un rallentamento, inizia a
cigolare. A quel punto è l’intero corpo a risentirne, la
so erenza si dilata e… rien ne va plus, i giochi sono fatti!
Esercizio
Ora sai che la soluzione per evitare quel malessere è
semplice: devi imparare a osservare e capire che
immagini e sensazioni sono intimamente collegate. A un
cambio di immagini della mente seguono in e etti delle
modi che nel corpo (sensazioni).
Scopri la tua capacità di padroneggiare questo
processo. Trova un parco, una panchina, un venticello
tiepido, un pomeriggio inoltrato, una luce perfetta, degli
uccellini che cantano… Insomma, mettiti in un qualche
posto che sia Calmo.
Ora entra nel cinema della tua mente e scegli un lm
in mezzo all’ambaradan dei tuoi archivi neurali. Se
possibile, opta per una storia d’amore, e più
precisamente per una di quelle storie della tua vita
inaugurate da deliziose insonnie e conclusesi con incubi
tremendi (chi non ha vissuto dei fallimenti
sentimentali?). Adesso proietta una scena erotica. Dai,
non sentirti imbarazzato, è solo un esercizio, niente di
malsano. Osserva il progressivo insinuarsi del piacere
nelle tue cellule, sentilo di ondersi. È immediato.
Ora cambia scena: scegli quella che riprende il
momento in cui il sogno si è spezzato, in cui tutto è
andato a rotoli. Di cile, vero? Hai voglia di continuare,
di andare avanti e di colpo ti trovi a rivivere l’attimo in
cui la voce ha urlato: «Non ce la faccio! Non ce la faccio
a impegnarmi. Fare l’amore tutta la vita con la stessa
persona non è roba per me. Insomma, addio!».
Osserva il malessere che tende e torce ogni tua bra:
anche questo è qualcosa di immediato. Sii consapevole
dei cambiamenti biochimici, ormonali e siologici. Sono
bastate poche sequenze, niente di più. Osserva!
Ora esci dal cinema. Sei sempre in quello spazio
calmo che hai scelto in partenza. Annusa a piene narici i
profumi attorno a te, senti il contatto dei piedi con il
terreno, ascolta il canto degli uccelli, guarda i bambini
che giocano. Rivolgi la tua attenzione ai loro gesti, alle
loro risate, alla loro innocenza. Tutta la tua attenzione.
Non perdere la concentrazione. Senti la vita che circola
dentro di te. Non sto scherzando: sentila. In questo
momento stai entrando nel regno della vita senza ego.
Bravo.
Se la tua testa è pervasa soltanto da una sensazione di
energia che si fa strada in te (cioè: niente parole), allora
stai sentendo la verità, quella che il silenzio agogna da
così tanto tempo. Un benessere esente dalle lacune e
dalle carenze di Pensicchio.
Rimani comunque vigile, perché la bestiolina può
risorgere in ogni momento e riprendere a far baccano.
Se resterai vigile, la vedrai riapparire. E riuscirai persino
a ridere di lei. Riconduci allora la tua attenzione ai
bambini che giocano, ai profumi e alle carezze dell’aria.
Connessione. Deconnessione. Connessione.
Deconnessione. Il silenzio troverà allora posto nella tua
testa, un silenzio che ti renderà non «speciale» ma felice.
In te non ci sarà qualcosa che ti conferisce uno status
particolare, nessuno quando passerai si volterà dicendo:
«Guarda! Un essere risvegliato! Un umano senza più
so erenza! Uno libero!». Avrai un aspetto normale, direi
normalissimo. Non verrai notato solo a causa della tua
presenza (ad esempio quando entri in una stanza), però
vedrai come ti sentirai profondamente bene. Talmente
leggero…
In alcune circostanze, tuttavia, una qualità di presenza
come questa potrebbe valerti delle critiche. La cosa non
dovrebbe sorprenderti se pensi a cosa sta accadendo: il
Pensicchio degli altri se la prende con il silenzio che
pervade la tua mente, con quella tua serenità che li
insulta, li umilia, li mette a disagio. Tu sei ormai al
riparo: non hai più un ego da o rire in pasto, un io che
reagisce, se la prende, si o ende, attacca e contrattacca,
insomma: un io che fa le bizze. Tu che cosa hai? Hai la
libertà, uno spazio inviolabile. I lm che scorrono nella
testa sono solo reinterpretazioni di alcuni eventi del
passato, non sono in alcun modo la realtà. La realtà l’hai
già vissuta. Quello che ne fai tu, di quella realtà, non è
mai accaduto: si tratta di fotogrammi che scorrono sul
tuo schermo mentale. Niente di reale. Solamente
tenendo conto di questo si instaura la pace e hai… il
corpo che sorride. Perché questa è la decrescita
personale.
Ti sembra troppo semplice? Persino ridicolo? Prova e
vedrai. Dedicaci però tutta la tua attenzione, davvero
tutta. Fino a che nella tua testa non ci sarà più niente.
Se arriverai alla stessa conclusione dopo aver tentato
l’esperimento, vuol dire che nel tuo cervello Pensicchio
sta ancora correndo, sempre inseguito dalla paura.
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
Imparare a staccarsi dal passato
A volte mentre ascolto una persona parlarmi delle sue angosce mi viene
da sorridere. Ma devo stare attento, perché non voglio che lo si scambi
per mancanza di compassione. Sorrido perché vedo i film dell’orrore che
si sta proiettando, e dunque la compatisco. È come se l’interlocutore
fosse al cinema e si stesse identificando con i personaggi senza
rendersene conto.
Dentro la nostra mente ci sono talmente tanti film dell’orrore che non
sappiamo più quale guardare. Perché sono così tanti? Perché noi
viviamo di memoria: passiamo gran parte della nostra esistenza a vivere
nel passato, cioè in quello che non esiste più. Continuiamo a proiettare
storie ormai vecchie nella speranza che, a furia di riguardarle,
scompaiano. Il nostro cervello crede che rivangando di continuo le
stesse sequenze la fine sarà diversa. Ma come potrebbe mai essere
possibile?
Pensicchio è un proiezionista eccezionale: ci fa vivere proiezioni
private non stop, ventiquattr’ore su ventiquattro. Il cricetino, cioè il nostro
ego, gioca con le pellicole (i nostri ricordi) sperimentando diversi
montaggi: riscrive le scene, ne abbellisce alcune e ne imbruttisce altre,
al solo scopo di assumere più importanza possibile, di salire sul primo
gradino del podio. «Perché mi ha detto quella cosa? Perché non ho
avuto io la promozione? E perché lei mi guarda così? Sono sicuro che lo
hanno fatto apposta… Se l’avessi saputo… Se non l’avessi sposata,
non sarei obbligato a lavorare come un forsennato per sfamare degli
scansafatiche che camminano strisciando i piedi, con il cavallo dei
pantaloni alle ginocchia e la pancia di fuori… Avrei potuto viaggiare,
vincere delle medaglie olimpiche, diventare una star del cinema, sedurre
chiunque capita… Godermi la vita, insomma!»
Comunque stiano le cose, Pensicchio potrà riscrivere il passato anche
cento volte nella tua testa e non sarà mai soddisfatto. Lui gira sulla ruota
giorno dopo giorno perché aspira a diventare qualcosa d’altro: lui cerca
disperatamente di dare una ritoccata alla memoria, di presentarsi nella
forma più smagliante. È una sorta di autochirurgia plastica dell’ego, una
corsa verso la crescita personale, l’abbellimento permanente del criceto!
Il problema è che quella folle corsa non conduce da nessuna parte, visto
che si basa su ieri per creare il look di domani. Quello che sei oggi – o
sarai domani – è il frutto esclusivo della presenza che dedichi a ogni
istante vissuto. Si tratta di un istante unico di cui devi godere appieno,
non una fantasia anticipata basata su vecchi ricordi rimaneggiati.
Che resti tra noi: il passato non ha futuro. Tutto il tempo che gli
dedichi è tempo perso. Il tuo Pensicchio potrà rivisitare il passato quanto
gli pare, non potrà cambiarne una virgola.
«Mio padre mi dava calci nel sedere quando avevo quattro anni, mi
picchiava con la cintura e mi prendeva a schiaffi. Sento ancora quel
male. Adesso di anni ne ho quarantaquattro e ho male dappertutto. Se
solo fosse stato senza gambe o monco di un braccio!»
«Quell’imbecille del prof di matematica mi dava il dizionario sulla
testa. Scriverei sicuramente meglio se avessi avuto un altro prof!»
Vedi come il criceto si accanisce a trasformare quello che ormai non
esiste più? Ti rendi conto di quanto sia assurdo? Quello che a volte
chiami «un passato di merda» esiste solo nella ruota del tuo adorato
Pensicchio. Un giorno, molto tempo fa, hai ripreso una scena della tua
vita e hai continuato a proiettarla, come se così facendo potesse
trasformarsi. Purtroppo, sarà proprio il continuo proiettare quelle scene
a favorire il consolidamento del processo di identificazione e a creare
false identità. Diventerai quello che non sei: qualcosa di «concluso» che
esiste solo sotto forma di registrazione nei tuoi archivi neurali.
Non mi stanco di ripeterlo: il problema non sei tu, il problema è la
corsa del criceto. Essere consapevoli significa essere in grado di fare la
distinzione tra il film e la vita, significa capire che voler rifare il passato
per favorire la crescita personale è un errore madornale. Perché?
Perché favorendo la crescita personale tu incoraggi la crescita del tuo
criceto e non quella della vita.
Oggi, quando mi chiedono chi sono, rispondo: «Sono una forma che
ha preso in prestito la vita per un certo periodo. Tutto qua». Solo la
decrescita personale può permetterti di diventare quello che sei
veramente, vale a dire una consapevolezza capace di amare.
-7-
SESSO, SESSO E ANCORA SESSO!

«La maggior parte della gente spreca energia negando


il sesso o facendo voti di castità, o pensandoci
continuamente.»
JIDDU KRISHNAMURTI, IL VOTO DI CASTITÀ

Parliamo un po’ di sesso, e cominciamo con una


puntualizzazione: non trovi che se ne parli talmente
tanto da non sapere più che dire? Che sia ovunque? Ho
letto da qualche parte che i siti pornogra ci sono quelli
più frequentati su Internet e che rendono miliardi.
Perché c’è così tanto bisogno di parlarne?
La risposta costituisce un grave paradosso, che
chiamerò il «paradosso cricetiano»: parliamo tanto di
sesso perché questo fa tacere Pensicchio. Quando una
persona se la spassa facendo sesso la sua mente se ne sta
nalmente in pace per un certo periodo… Direi persino
che il sesso è l’unico atto, in tutta l’esistenza, che placa
la mente.
Per capire bene, osserviamo due umani mentre fanno
l’amore (no, non ho il chiodo sso, propongo piuttosto
di considerare la mia un’ossessione pedagogica molto
utile per attirare l’attenzione del pubblico). Già alle
prime carezze Pensicchio rallenta la corsa. La sua
attività si riduce, come se ogni bacio premesse il
pulsante «rallentare» e provocasse nella ruota un lento
calo di giri. Attorno alla bestiolina, solo sensazioni:
calore, umido, sapori di saliva e di pelle, capelli
mischiati a capelli, peli contro peli, labbra che
assaporano labbra, brividi nelle mani, gemiti, sospiri,
ansiti, urla… Tutta l’attenzione è sollecitata dalla vita.
Di tanto in tanto delle parole, dei brevi e intensi: «Sì!
Sì! Sì! Ancora! Che bello! Che bello! Che bello!». Parole
sorprendenti, che non provengono dalla ruota,
temporaneamente a riposo. Parole che sgorgano
dall’esplosione della vita… o magari dal silenzio.
La mente degli amanti è occupata in quel momento
solo dalla grana della pelle e dal loro linguaggio
condiviso. L’intera consapevolezza si concentra su ciò
che le mani danno e ricevono, su quanto la bocca o re e
prende, su quello che i sessi si scambiano. Il
pensicchiamento sembra non esistere più all’interno
dell’encefalo. Nient’altro che contemplazione e
godimento! Una vibrazione tanto grande da poter
squarciare la terra. Una presenza estesa a ciò che è. Un
semplice osservare. Una sensazione pura.
Pensicchio è completamente a riposo. Ma purtroppo,
appena nito il godimento, ecco che risale sul suo
arnese. La ruota torna a girare in maniera convulsa.
Nella testa degli amanti ricomincia il parapiglia, e già si
geme per il piacere svanito: «Dio mio, è stato divino!»,
«Mi sento così leggera sotto il tuo peso!», «Sei così bella,
mi scordo di essere tra le tue braccia…».
Insomma, sparita la presenza attenta al respiro
dell’altro, svanita la pace che percorre il corpo. Resta
solo Pensicchio che si agita ancora di: «Finalmente ho
trovato l’anima gemella! Quella con cui potrò essere me
stesso, quella che non cercherà di cambiarmi e di fare di
me un altro. Quella che mi aiuterà a crescere».
Blablablabla…
Qualche anno dopo, alla ne di una sveltina di tre
minuti con il pilota automatico, dalla gabbietta di
Pensicchio fuoriescono dei lunghi stridii: «Ma è davvero
lei la donna che mi portava al settimo cielo con il suo
corpo da sballo e la foga sensuale? Quella che oggi
carica la lavapiatti no a scoppiare e mi martoria perché
vuole ridipingere il so tto di giallo? Che stia almeno
zitta!». Vedi tutta la baraonda mentale, tutta la
so erenza, anche se non ci sono né ferite né
escoriazioni? C’è solo il piccolo io che incolpa chi gli sta
davanti di non essere più al suo servizio, di non essere
più quello che lui vorrebbe e che, proprio per questo, lo
priva del piacere di sentirsi «speciale».
Nel mondo dell’ego, il credo è: «Esisto a partire dal
momento in cui lo sguardo dell’altro si posa su di me. Se
perdo quello sguardo è la mia vita stessa a essere
minacciata». Pensicchio chiama tutto questo baccano e
tutto questo rumore: amare. Potrebbe fare
diversamente?
Il desiderio non è mai un problema, lo diventa quando
ci si intromette il piccolo io. La prossima volta che senti
crescere in te il desiderio, osservalo. Porta l’attenzione
sulle sue manifestazioni siche, fai tacere il piccolo io
che si agita («Quel tipo lì, me lo prendo io» oppure «No,
lei non è per me, è troppo bella!») e non giudicare.
Limitati a guardare le parole mentre scorrono, prova a
distinguere la parte del desiderio attivata da quello che
dice Pensicchio (o i brutti lm che lui sta proiettando) e
la parte reale, sica, del desiderio. Se attiverai no in
fondo l’attività mentale-consapevolezza, il desiderio
assumerà tutt’altro signi cato: o si attenuerà – dunque
ne dell’avventura – o ti condurrà verso l’altro nel segno
dell’autenticità. E sarà in questa autenticità che ti sarà
possibile esprimere quello che hai dentro.
Se ritieni che tutto questo sia ancora troppo di cile,
ecco un regalo che mi ha fatto una grande amica
monaca buddista, una frase grazie alla quale la paura
che prova il piccolo io svanisce: «Cosa farei se non
avessi paura?».
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
Amore egoico o amore vero e proprio?
«È l’assenza d’amore che rende il sesso un problema.»
JIDDU KRISHNAMURTI, LA RICERCA DELLA FELICITÀ
Mi piacerebbe parlare un po’ dell’amore con te, non con te
personalmente, non con il tuo piccolo io, ma parlare dell’amore in
generale. Ho curato molte persone che soffrivano di quella che
chiamavano «una pena d’amore». Ascoltandole, vedevo subito il loro
piccolo io entrare in agitazione: il viso si trasformava in una specie di
vetrina dietro la quale si vedevano la ruota girare e le pensicchiate
schizzare fuori. Proprio come quando si spande il letame nei campi. E
quello è, di fatto, concime per la sofferenza. Io, io, io… sempre,
instancabilmente. Nei discorsi di quelle persone non un solo pensiero
senza ego, niente al di fuori di un piccolo io: «Mi ha fatto così, gli ho
detto cosà…». Quelle persone confondono l’amore egoico –
l’attaccamento – con l’amore vero e proprio.
L’amore egoico vive nell’attività mentale-ego: vive in me, grazie a me
e con me. È la tipologia di amore più diffusa, quella che la maggior parte
della gente cerca.
L’amore vero e proprio, dal canto suo, vive nell’attività mentale-
consapevolezza, è raro e poco conosciuto. Ma del resto è normale, dal
momento che non contiene ego.
Ecco il problema: anche in amore Pensicchio è alle prese con la sua
fissa per la crescita personale. Confonde l’amore reale, quello privo di
qualunque aspettativa e ricompensa, con quello in cui lui non potrebbe
vivere senza l’altro. Se ci soffermiamo sull’espressione «essere
innamorato», capiamo subito che descrive una condizione (molto ambita
dal piccolo io), uno stato di euforia e profondo benessere alimentati
dall’attività mentale-ego. Nella testa di chi è innamorato le pensicchiate
non sono altro che espressione di bellezza, armonia e perfezione nei
confronti dell’essere che ha scelto Pensicchio e che lo ha in tal modo
reso speciale. È lui a essere stato scelto, dopo tutto, lui e nessun altro.
Un pensicchiamento come questo provoca abbondanti secrezioni di
endorfine. Le riviste di gossip, i romanzi Harlequin e i film romantici
vendono questo genere d’amore.
Ovviamente in amore, per un certo periodo, vi è una reciproca
celebrazione; si è attenti ai bisogni dell’altro, al suo benessere, al suo
piacere. Poi, un bel giorno, il piccolo io (l’attività mentale-ego) inizia a
temere di perdere l’altro oppure trova che quella relazione non gli
permette più di crescere. Inizia a valutare, misurare, giudicare… Si
passa allora dal «ti amo, ti amo, ti amo» a «sembra che non mi ascolti
quando ti parlo» oppure a «esci anche stasera?», e poco alla volta le
pensicchiate diventano un modo di vivere.
L’amore vero non è in alcun modo uno stato: l’amore vero è
movimento, è essere vigili, presenti, attenti, aperti.
Pensicchio non potrà mai conoscere l’amore vero, perché a partire dal
momento in cui appaiono le sue pensicchiate non si è più nell’amore ma
nella concitazione del piccolo io. Le pensicchiate che ci attraversano la
mente sono come gli striscioni pubblicitari trascinati dagli aerei su cui si
legge: «Sono innamorato!». Ma l’amore vero non fa nessuna pubblicità,
non deve rendere manifesto che è speciale o straordinario. Nei suoi
pensieri non c’è il piccolo io, bensì la persona amata, una persona che
non è idealizzata e viene vista per quello che è. I pensieri dicono allora:
«Cosa posso fare per contribuire alla sua gioia?». L’amore vero può
anche non dire assolutamente niente, e il cuore capisce.
Nell’amore egoico, quando il piccolo io si convince che la storia
d’amore è finita cade nella disperazione. Il criceto fa girare la ruota,
riattiva e riscrive il passato: i giorni in cui tutto era bello e andava a
meraviglia sembrava che tutto fosse perfetto. Adesso lui urla: «Rien ne
va plus! I giochi sono fatti!». Il dolore si acuisce ora dopo ora, il supplizio
della ruota si intensifica, ma Pensicchio si ostina a farla girare nella
speranza che succeda qualcosa, che l’altro torni a correre insieme a lui.
Come alla roulette del casinò, Pensicchio urla: «Fate il vostro gioco!
Puntate su di me! Puntate su di me!» mentre la roulette ripete: «Rien ne
va plus! Rien va plus!». È questo l’amore?
Lo ribadisco: Pensicchio confonde attaccamento e amore. Poiché si
identifica con l’oggetto del suo attaccamento, con quella nuova proprietà
che lo valorizza (una bella ragazza, un uomo ricco, potente e
muscoloso), non riesce a tollerare di perderlo. Perché perdendolo, lui
perde il suo stesso valore. Quando Pensicchio piange la perdita di un
oggetto d’attaccamento – un ideale – lui piange la sua stessa morte.
Ecco perché la sofferenza è così intensa. L’amore che vive nella
dimensione della crescita personale si cimenta necessariamente con la
dipendenza. Non appena sente insinuarsi anche il minimo dubbio («Mi
ama ancora?»), Pensicchio inizia a cantare a squarciagola il suo pezzo
forte: Non posso vivere senza di te!
Quando invece si vive un amore vero, la sofferenza prende tutt’altra
forma in caso di separazione: la rottura fornisce l’occasione di fare un
passo in più nell’apprendimento della decrescita personale. In tal senso,
si tratta di una sofferenza che potremmo definire utile.
In concreto, ecco come può avvenire la decrescita personale a
seguito di una rottura o di una morte.
PRIMA SEQUENZA. Al momento della separazione Pensicchio perde
la testa: «Che ne sarà di me? Sono finito. Non vale più la pena vivere».
L’attività mentale-ego crea una nuova identità, quella della vittima:
«Nessuno soffre come soffro io!».
SECONDA SEQUENZA. Avviene lo scatto interiore e il cervello si
connette all’attività mentale-consapevolezza, che nella testa assume
questa forma: «Ecco Pensicchio con i suoi piagnistei, le lamentele, i
tormenti. Ho tutta la testa occupata solo da questo!».
TERZA SEQUENZA. Il cervello è in modalità «osservazione di quello
che sta avvenendo» sia all’interno della propria struttura sia nel corpo, di
cui è uno degli organi. L’attività mentale-consapevolezza osserva le
manifestazioni fisiche della tristezza, i ricordi che scorrono, i discorsi fatti
da Pensicchio al riguardo. Si distacca, è calma, non analizza e non
giudica: si limita a osservare. Ed ecco che, dolcemente, compare la
calma. La decrescita personale produce i primi risultati. Poi, poco alla
volta, l’attenzione si rivolge verso la persona che se ne sta andando, la
quale diventa una semplice presenza a ciò che l’altro da sé sta vivendo,
senza ostilità, senza disprezzo. Vi è una semplice osservazione dei
bisogni espressi (nel caso di una rottura sentimentale) o della
pacificazione finale della coscienza (nel caso di una morte). Nella testa
di colui che osserva resta solo una pace piena d’amore. Non c’è più
Pensicchio che oppone resistenza.
L’amore vero può vivere soltanto all’interno della decrescita
personale. E da nessun’altra parte.

Esercizio
Se hai ancora il timore che il tuo cricetino prenda il sopravvento al
primo attimo di disattenzione, prova l’esercizio seguente. Inutile limitarsi
al ristretto ambito dell’amore, tipo: «Lui non mi guarda più come una
volta» o «Lei non si fa più bella per me». Tanto hai già capito dove
voglio arrivare…
Prenditi qualche minuto per leggere un giornale o una rivista.
Leggendo, non soffermarti sulle notizie ma concentrati solo sui giudizi
emessi dalla tua mente. Clic! Nota come dietro a ogni giudizio si
nasconda il piccolo io: «Io non sono fatto così! Certo che no! Non sono
come quel manager che hanno arrestato perché evadeva le tasse. Non
sono come quella star che ha lasciato moglie e figli. Non sono come
quello sportivo che non fa nessuno sforzo. Io sono uno onesto! Uno
fedele! Un lavoratore!».
L’ego ha bisogno dei «cattivi» mediatici per mettersi in posizione di
superiorità e sentirsi così al sicuro. Sono sempre gli altri a essere
responsabili di qualcosa, mai noi stessi.
Rifai lo stesso esercizio durante una passeggiata e osserva la
quantità di giudizi che riempiono la tua testa. Puoi anche provare a
contarli. Prendi consapevolezza di tutte le pensicchiate che riguardano il
tuo coniuge, i tuoi genitori, i tuoi figli, i tuoi colleghi, il tuo capo, i tuoi
impiegati, i vicini, i politici, gli immigrati e anche te stesso. Tutti giudizi
che pullulano dentro il tuo cervello. Senti il piccolo io che dice: «Io non
sono fatto così! Io agirei in modo diverso e decisamente migliore».
Se nella tua testa non ci fossero tutti quei giudizi, che cosa ci
sarebbe? Prenditi del tempo per pensarci. Magari, mentre cerchi la
risposta, nel tuo cervellino ci sarà un momento di silenzio. In quel
momento, in quell’attimo in cui l’attività mentale è libera dal piccolo io
impaurito può manifestarsi l’amore vero.
-8-
DEDICARSI ALLA MEDITAZIONE

«La vera generosità verso il futuro consiste nel donare


tutto al presente.»
ALBERT CAMUS, L’uomo in rivolta

Ecco la mia umile de nizione di meditazione: un mezzo


inventato dagli umani per calmare Pensicchio. In realtà,
si tratta di un esercizio durante il quale il cervello
impara a passare dall’attività mentale-ego all’attività
mentale-consapevolezza. Alcuni saggi parlano di
«gestione della mente», quando il cervello sa gestirsi da
solo. Se questo esercizio viene praticato con regolarità,
l’attività mentale-consapevolezza appare sempre più
velocemente nel momento in cui l’attività mentale-ego
inizia a fare danni.
Meditare signi ca dedicarsi per almeno venti minuti
al giorno alla decrescita personale. Questi venti minuti
fanno sì che nel sistema nervoso si instauri un
cambiamento permanente, una sorta di salvavita che
toglie automaticamente la corrente quando «rien ne va
plus». Questo tempo d’arresto (idealmente di venti
minuti) deve diventare la tua priorità, se vuoi che
Pensicchio smetta di essere il croupier della tua vita.
Meditare in maniera regolare signi ca fare un po’
come i pompieri, che imparano a spegnere gli incendi
dentro ai bidoni della spazzatura. Per imparare il loro
mestiere non aspettano che il fuoco si di onda ai piani
superiori di un grattacielo, ma si allenano
quotidianamente. Prima di iniziare a meditare avevo
spesso la sensazione di avere la testa in amme, con il
fuoco che mandava in fumo sia la mia salute sica sia
quella mentale. Ho anche potuto constatare che per
essere in grado di spegnere quel focolaio occorre
allenarsi.
All’inizio, la meditazione consiste nell’osservare il
baccano che riempie la nostra mente, le storie che
circolano e i discorsi che a ollano quella sorta di
parlamento in seduta permanente dove viene detto tutto
e il contrario di tutto.
I venti minuti del tuo tempo impiegati a meditare ti
permettono di osservare il processo di identi cazione –
la maggiore deriva della storia dell’umanità – e di capire
che non è quel processo a placare la so erenza psichica,
ma il suo contrario. Si tratta di un lasso di tempo utile
per realizzare che l’identi cazione porta a voler essere
qualcosa di più, a voler crescere, mentre la
disidenti cazione conduce a non volere niente, e di
conseguenza alla decrescita.
Durante quei venti minuti l’attività mentale constata
che la mente ha mischiato quello che è già a sua
disposizione con quello di cui si appropria, e che i vari
«il mio», «la mia», «i miei» non sono i veri «noi», ma solo
parole. «La mia» squadra di calcio, «la mia» cultura, «il
mio» popolo, «la mia» cravatta, «la mia» idea, «la mia»
organizzazione, «la mia» malattia ecc. Tutte chiacchiere!
Quando la consapevolezza si rende conto di avere già
tutto quello che sogna di possedere, si dedica a ciò che
le riesce meglio: meravigliarsi, sentire, creare, amare.
Basta con l’eterno Io-Io-Io. «Io è un altro», diceva già
Arthur Rimbaud nel 1871. Che lungimiranza! Aveva
decisamente ragione, e nutro nei suoi confronti un
profondo rispetto: Rimbaud aveva capito che il piccolo
io non è la vita, ma solo un semplice prodotto della
memoria, del processo di identi cazione, un discorso
dentro a una testa, e aveva capito che l’arte può
prendere forma quando questo discorso si placa. Teatro,
letteratura, poesia, poco conta la forma scelta: la
consapevolezza compone una musica che fa tacere gli
uomini, una musica che invita al silenzio, così da
sostituire Pensicchio con le stelle. Fine della so erenza.
Solo presenza. Un’apertura alle sensazioni.
Le sere azzurre d’estate, andrò per i sentieri,
Punzecchiato dal grano, a calpestare erba na:
Trasognato, ne sentirò la freschezza ai piedi.
Lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.
Non parlerò, non penserò a niente:
Ma l’amore in nito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,
Nella Natura, - felice come con una donna.3
Ora ti è più chiaro il ruolo della meditazione?
Meditare signi ca lasciare che la consapevolezza si
instauri nella testa, signi ca metterla davanti alla gabbia
del criceto per guardarlo correre, vederlo angosciarsi o
perdere il sonno perché non c’è tempo, e perché quel
documento è partito troppo tardi, e ci sono mille mail
che si accumulano, e sono le tre del mattino, e che
faccia avrai domani, eh? E che idea è quella di avere un
criceto nella testa? Chi è l’imbecille che ce l’ha messo? E
poi anche quella tta dietro la schiena che non se ne va.
Un cancro alle ossa, sicuro! Non vale neanche la pena di
andare dal medico, e comunque sarebbe impossibile
prendere un appuntamento prima di un anno. Lo hanno
detto alla tele. E tutti i soldi in banca, fatti su per niente.
E quell’ingrato del tuo datore di lavoro per cui ti sei
fatto in quattro e che ti ha sempre trattato come una
pezza da piedi, proprio tu, il suo migliore impiegato! È
stato lui a farti ammalare, LUI! IL TOPO MALEFICO!
Stop! Break!
Quando tutta questa agitazione mentale fa perdere il
sonno, meditare è sedersi sul bordo del letto e portare
l’attenzione al proprio respiro. Il cervello entra così in
modalità meditazione e fa prendere una bella musata a
Pensicchio. A quel punto, se nella testa rimangono dei
pensieri, questi non contengono più nemmeno una
traccia di ego e assomigliano più a un discorso del tipo:
«Sento una tensione alla spalla, che strano! Di cile dire
da dove spunta, ma c’è. Certo, ho i muscoli contratti.
Parte tutto dalla scapola e poi scende no al bacino. Se
continua così prenderò un appuntamento dal
sioterapista. E poi, guarda, cambierò il materasso;
dopo venticinque anni di onorato servizio ha diritto a un
meritato riposo!».
Sai che ti dico? Quando la consapevolezza capisce la
totale assurdità della corsa del criceto e inizia a ridere di
lui – soprattutto quando si becca la musata – be’,
l’animaletto scende dalla ruota e la via correndo.
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
I monaci e la preghiera
«Se ti senti solo e vuoi dei problemi, potrai procurarteli.
Sono lì, disponibili. Però non sei obbligato a prenderli.»
OSHO
Nel corso di questi ultimi anni ho avuto la fortuna di soggiornare in un
monastero buddista in Nepal. Attenzione: non voglio fare l’apologia del
buddismo, di cui non so nulla, però ho incontrato lì dei monaci nella cui
testa Pensicchio sembra tacere. O, per lo meno, aver rallentato la corsa.
Va detto che quei monaci meditano molto, in realtà ogni giorno. Sia
nell’azione che a riposo.
Alcuni mi hanno comunque confessato – ho avuto la fortuna di
discutere con loro – che, malgrado l’allenamento, capitava ancora che la
bestiola (per loro una scimmia e non un criceto) si innervosisse dentro la
loro testa. Mi hanno confidato che in quei momenti non si fanno
prendere dal panico: osservano il piccolo io, quel sedicente padrone del
mondo, e scoppiano a ridere. Di colpo, la ruota diventa un dondolo o
una culla. I neuroni servono allora solo a veicolare l’amore: «amore
altruista» è l’espressione che utilizzano i monaci.
Se l’espressione «amare se stesso» avesse un senso, forse sarebbe
questo: essere nient’altro che una presenza libera dall’agitazione
dell’ego, una presenza completamente spoglia, che vede comparire
nella propria testa le esigenze del piccolo io («Amatemi! Amatemi!») e
lascia che queste si sciolgano come cubetti di ghiaccio nell’acqua calda.
Amare se stessi significa dedicare il 100% della propria attenzione a
sentire circolare l’amore dentro ogni fibra del proprio essere, senza
discorsi egoici che mandano in corto circuito i neuroni.
Quei monaci (dei saggi) affermano che gli umani devono scegliere tra
rafforzare il piccolo io o lasciare andare il piccolo io, e che non ci sono
alternative: è una questione di sopravvivenza per l’intera specie.
Secondo loro, se gli umani faranno la scelta giusta – quella della
decrescita personale – la vita potrà continuare a ondulare dentro le
menti, mentre se sceglieranno di rafforzare l’onnipresente agitazione di
Pensicchio la vera vita invierà le sue vibrazioni altrove.
Quei saggi vivono nelle montagne innevate e godono dell’assenza del
tempo (niente orologi lì). «Cucù, cucù, il tempo qui non esiste!», tranne
quando si tratta di non perdere l’autobus! Noi invece… Ricordi il
passaggio dove ti parlavo della reinterpretazione del passato che
facciamo di continuo o delle nostre proiezioni nel futuro? Più di ieri,
meno di domani…
Quei monaci non hanno bisogno di credere in Dio o di inventarlo.
Sono uomini di pace, compassionevoli, uomini che si sbarazzano del
criceto nevrotico molto presto nel corso della loro esistenza. In verità
non si disfano realmente di lui, diciamo piuttosto che imparano a
scovarlo ovunque compaia, in ogni piccolo pensiero, nel minimo
desiderio. Per loro è come uno di quei giochi da bambini: appena
Pensicchio inizia a correre lo accerchiano con una presenza attenta,
così lui si blocca immediatamente e tace. Non ha più niente da dire.
Travolto dal silenzio e dalla contemplazione, non oppone alcuna
resistenza e si volatilizza nell’area della consapevolezza. Puf! Sparito!
Quel che resta è solo il pensiero intelligente. E l’energia amorevole.
Per alcuni, questi monaci non servono a niente. Errore! Sono dei
ricercatori, servono a scoprire come far tacere il piccolo io, lui, quello
che non serve a niente tranne che a contare i vari trofei (soldi, case,
conquiste e via dicendo). Il tutto per darsi importanza e conferire a se
stesso uno statuto divino.
Quei monaci pregano affinché le onde della loro mente comunichino
con quelle dell’universo. Le loro preghiere non hanno nulla a che
spartire con quelle di Pensicchio. Quando lui prega, recita formule,
mormora richieste, bisbiglia paure: urla come un maialino. Le sue
preghiere sono un altro modo di rafforzarsi, una sorta di grido di guerra
ma anche di carta moschicida per acchiappare Dio: «Vieni a me, Dio!
Attaccati addosso a me, placa il mio timore di essere rifiutato, la mia
paura di scomparire». Se soltanto le persone si rendessero conto di chi
realmente prega dentro di loro…
Pensicchio è presente ovunque si celebri un culto, e infesta chiese,
moschee, sinagoghe e stadi. Ma la sua ruota recita sempre: «Squiiiit…
Squiiiit… Squiiiit…!!!».
La vera preghiera è silenziosa. Non parla, non ha niente da chiedere,
non conosce i «ti prego, fa’ che…». Si rende conto di avere già tutto, lì,
a portata di mano: il profumo dei lillà, il sapore delle arance, la risata dei
bambini. Qualche volta, dopo un lungo e profondo silenzio, esclama:
«Così sia!».
La vera preghiera non registra gli insulti o gli scherni. Non lascia loro il
tempo di insediarsi nella memoria: li afferra al primo attacco e li dissolve
con uno sguardo compassionevole.
La vera preghiera osserva come basti una singola parola o una
singola immagine a scatenare una tempesta biologica, con palpitazioni
cardiache e dolori diffusi, e come un’osservazione intensa e penetrante
di questa tempesta permetta di calmarla.
La vera preghiera definisce l’intelligenza come la capacità che ha il
cervello di osservare se stesso, ma anche di percepire sul nascere un
pensiero grondante di odio, e di individuarlo nelle sue manifestazioni
fisiche prima che generi una sfuriata o uno schiaffo.
La vera preghiera scopre fino a che punto sia l’agitazione mentale – la
corsa di Pensicchio nei nostri neuroni – a giudicare, separare e dividere.
Senza questa corsa alienante tutto risulta connesso.
La vera preghiera conduce all’immobilità totale di Pensicchio. Nella
mente rimane allora solo la piena consapevolezza e, talvolta, il pensiero
senza ego – l’unico intelligente – che dice: «Io è un altro».
La vera preghiera capisce che la crescita personale è un processo
lungo, che non ha mai fine e non porta da nessuna parte, mentre la
decrescita personale è immediata e conduce verso la vita.
La vera preghiera sa che l’identificazione non porta a nulla, e che una
cravatta, un velo islamico e un gadget non procurano la tranquillità della
mente.
La vera preghiera intuisce che gli esseri umani possono rendersi utili
senza cercare in questo una fonte di crescita personale. Del resto, il
sentimento di utilità è per la mente umana uno dei modi più efficaci per
capire il vero senso della parola libertà: la gabbia è aperta e Pensicchio
è sparito! Wow! Cartesio, che aveva in parte capito questa verità,
constatava la funzione liberatrice del sentimento di utilità affermando:
«Non essere utile a nessuno significa non valere proprio nulla». Il
celebre filosofo dava però ancora troppo peso e importanza a
Pensicchio, perché la frase «significa non valere proprio nulla» mostra
in realtà quanto fosse ancora prigioniero del concetto di importanza di
valere qualcosa. Il sentimento di utilità non dà alcun valore a
Pensicchio; serve da ponte, e nient’altro. Permette di collegare la mente
alle stelle. Fa sì che la bestiolina esca dalla gabbia.
Rafforzare il piccolo io o lasciare andare il piccolo io: ecco la scelta
più seria di tutta la storia dell’umanità. E anche quella più urgente!
Alcuni monaci lo hanno capito e il loro silenzio ne è la prova. In realtà,
direi che non è il loro silenzio, ma il silenzio presente nelle loro teste a
essere la più compiuta di tutte le preghiere.
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
E se Dio fosse un criceto?
«Solo quando non so chi sia Dio, Dio c’è.»
JIDDU KRISHNAMURTI
Non prenderò posizione in merito all’esistenza di Dio, voglio
semplicemente guardare insieme a te quello che il piccolo io fa di Dio.
Che Dio esista o no non ha molta importanza, ma una cosa è certa:
Pensicchio si è creato un Dio apposta per sé.
Ha creato Dio perché lo protegga dai vulcani, dalla siccità, dalle
inondazioni, dai tuoni, dalla peste, dal colera, dalla rabbia, dall’influenza,
dalla miseria, dalla povertà, dalla guerra, dalla noia, dalle indigestioni,
dall’insonnia, dalle allergie, dalle sconfitte, dai fallimenti, dalla fame,
dalla sete, dalla musica satanica, dai divorzi, dalle prostitute, dagli
omosessuali, dagli eterosessuali, dai bisessuali, dai trisessuali, dai
polisessuali, dai pazzi, dagli squilibrati, dai poveri di spirito, dai credenti,
dagli atei, dai neri, dai bianchi, da tutti gli altri, da quelli a quadretti, da
quelli a righine, da quelli col piercing, da quelli coi ricci, dai tatuati, dai
tubercolotici, dai ciechi, dai sordi, dai balbuzienti, dai muti, dalle donne,
dagli uomini, dai topi, dai criceti, dai serpenti, dai demoni, dal diavolo,
dall’inferno, dagli altri, da me stesso e… dalla morte.
Come con tutto il resto, Pensicchio ha fatto di Dio una sua proprietà e
una fonte di identificazione: il suo Dio, da cui l’esclamazione «Oh, mio
Dio!». Lui è l’inventore di un nuovo sillogismo: «Sono quello che
possiedo (mio Dio), pertanto qualunque minaccia a ciò che possiedo
costituisce una minaccia a quello che sono; di conseguenza, quello che
minaccia il mio Dio minaccia anche me e… non esiterei a farmi
esplodere per sterminare tutti gli ignoranti che non hanno il mio stesso
credo».
Alcune persone ritengono che Dio esistesse prima del big-bang e che
un giorno, per amore, abbia creato l’essere umano a sua immagine. Mi
piacerebbe però capire una cosa: se Dio ha creato l’uomo (e la sua
mente) a sua immagine, perché diavolo ci ha messo dentro un criceto?
Questo proverebbe che nella testa di Dio (ammesso che Dio abbia una
testa) c’è un criceto divino che corre?
Io so che gli umani adorano Dio, ma in realtà ad adorarlo non sono
loro: è Pensicchio, comodamente insediato nelle loro teste, ad adorare
quell’essere onnipotente. Dio si occupa personalmente di ogni necessità
del piccolo io, e per ringraziarlo il criceto compone canzoni in suo nome,
gli offre fiori e trasporta su di sé qualcosa che lo rappresenta (arriva
perfino a baciare quella cosetta quando ha bisogno di ispirazione, di
fiducia o di forza). Gli ha costruito dei templi da dove lo invoca ogni
domenica e dove si nutre insieme ad altri «piccoli io» continuando a
parlare di lui. Lo adora, ve l’ho detto!
Dio, dunque, un criceto? Credi che stia scherzando?
Non ti pare strano che Dio debba essere difeso, ringraziato, adulato,
celebrato, venerato, riconosciuto? Non trovi bizzarra la somiglianza con
il piccolo io e con il suo bisogno di crescita personale?
Per quanto mi riguarda, devo confessare di essere sbalordito da
questa parentela. È davvero pazzesco come Dio assomigli al piccolo io!
Pensicchio può fare quello che più gli piace di questo Dio, dargli tutti i
nomi (Yahweh, Allah, Vishnu) e i fedeli che vuole; può fargli dire quello
che gli garba, quello che gli torna comodo…
Pensaci. Chi è questo criceto per parlare di Dio al mondo intero? Chi
è per proclamarsi colui che lo rappresenta sulla terra, fargli pubblicità e
venderlo? Un criceto che rappresenta Dio. Riesci a immaginarlo? Dio,
se esiste, non può essere né inventato, né venduto né rappresentato.
Dio, se esiste, non lo si inventa!
Per chiudere questa digressione sulla questione dell’esistenza di Dio,
mi concedo un’affermazione gratuita. Se Dio esiste, se esiste davvero, è
quando Pensicchio non è più lì, a credere in lui. Fai una pausa e rifletti
su questa mia frase. Chissà che Dio, per la primissima volta, non appaia
veramente nella tua vita.
Dico così, per dire.

3 Arthur Rimbaud, Sensazione, tratta dalla raccolta Poésie, 1870.


-9-
DECRESCERE E ALLONTANARE I
MANGIATORI DI PULCI

«Perché tu possa avere ragione è chiaro che qualcuno


deve avere torto. L’ego adora dar torto, perché questo
gli dà il diritto di avere ragione.
Insomma, per acquisire un maggior senso di identità
devi dar torto agli altri.»
ECKHART TOLLE

Secondo te, qual è l’anello mancante nell’evoluzione


dell’uomo? La pulce, caro lettore, la pulce! Se un tempo
c’era il babbuino a scovare le pulci sugli altri e a
mangiarsele, oggi c’è il grande ego.
Ovviamente, nell’era moderna la ricerca delle pulci si
è fortemente evoluta ed è diventata molto più sottile.
Spulciare consiste ormai nello scoprire nell’altro quelle
debolezze e quelle carenze che permetteranno di
guardarlo dall’alto in basso. Signi ca anche trovare, con
lo stesso appetito, gli errori che commette un nostro
simile, le cantonate grazie alle quali potremo umiliarlo,
imbruttirlo, svilirlo e, così facendo, diventare più grossi.
Questa resta una modalità prerettiliana di proteggersi:
più il piccolo io ha l’impressione di essere grosso, più ha
la sensazione di fare paura; e più è forte la sensazione di
far paura, meno si sente minacciato. Dunque, per avere
meno paura basta farsi grandi e grossi. E dato che
cercare le pulci nell’altro fa ingrossare Pensicchio,
questa attività è diventata ormai una sorta di trampolino
verso la crescita personale.
Trovare le pulci eccita Pensicchio; a lui piace molto
essere il primo a parlare dei difetti che ha scovato nel
suo vicino. Hai già capito, no? Così facendo, lui attira su
di sé quell’attenzione di cui ha bisogno per uscire dalla
noia; perché ci si annoia tantissimo quando si dedica
tutto il proprio tempo a correre dentro una ruota. Certo,
l’abitudine di ingollare pulci, seppur dilettevole, alla
lunga risulta indigesta.
Quindi, come liberarsene? Smettendo di comportarsi
come babbuini, passando dal cervello primitivo
all’intelligenza, anche se Pensicchio sembra del tutto a
suo agio con i comportamenti dello scimmione.
Ormai l’ho ripetuto più volte: essere intelligenti
equivale ad avviare la decrescita personale nell’istante
stesso in cui il piccolo io inizia a dare in escandescenze.
È molto di cile, certo, perché lui non vuole saperne. Il
piccolo io vuole primeggiare, vincere, far vedere che
esiste, essere riconosciuto, vuole che ci si occupi di lui,
vuole essere il migliore, l’unico, il più brillante, il più
cortese, il più colto, il più bello, il più forte, il più abile,
il più veloce, il più ricco, il più buono, il più umile,
quello che merita di più di essere amato… LUI NON VORR À
MAI DECRESCERE! È contro la sua natura.

Ecco perché oggi si parla tanto di decrescita


personale: viviamo in un mondo malato di piccolo io.
Però tu non chiedere (al piccolo io) di rendersene
conto, perché ne è incapace. Solamente l’attività
mentale-consapevolezza è in grado di rivelare il tutto,
l’intelligenza entra infatti in azione in una mente
liberata dall’ego.
Non c’è nessuna forma di intelligenza nell’ego,
nemmeno una briciola. L’intelligenza risiede nella
capacità di essere presente, attento, connesso, di essere
il veicolo della vita. È al contempo l’elemento
scatenante e l’esito della decrescita personale. Sarà lei
che, al ristorante, dirà: «Ma guarda, Pensicchio inizia a
dar spettacolo» quando l’attività mentale-ego trova
troppo lenta la cameriera. È sempre lei che innesca la
decrescita e che, a decrescita avvenuta, è disposta a
riconoscere gli sforzi della cameriera per compiere bene
il suo lavoro.
In Nepal, i monaci lo chiamano «meditare
nell’azione». A ermano che quando ci si trova in un
luogo tranquillo – sulle sponde di un lago, in montagna
o in una stanza silenziosa – può risultare relativamente
facile osservare le acrobazie di Pensicchio, e che la
meditazione vera e propria inizia nel momento in cui la
bestiolina si imbizzarrisce.
Anche dopo anni di meditazione a suon di venti
minuti al giorno la decrescita personale non scatta
automaticamente ogni volta che il tuo piccolo io «dà
fuori di matto». Sì, la presa di consapevolezza – lo scatto
interiore – avviene con sempre maggiore rapidità, ma
non è mai acquisita in via de nitiva. Ogni volta che il
piccolo io entra in panico bisogna ricominciare daccapo;
no al giorno in cui, a furia di perseverare, la decrescita
viene messa in atto dalla mente all’istante. Quel giorno
il piccolo io non ha più nessunissima in uenza. Appena
lui inizia a lamentarsi, l’intelligenza attiva la modalità
scatto interiore e la pace si instaura.
Molte persone ripetono ogni giorno per venti minuti
un mantra – «Om, Om, Om…» – no a che la litania fa
addormentare Pensicchio e sulla scena mentale resta
solo il mantra. Alcuni immaginano che sia questo a
renderli intelligenti. Di sicuro, un atto ripetitivo come
quello menzionato può calmare Pensicchio per un
attimo, ma non basterà mai per diventare intelligenti.
Ecco dunque la meditazione nell’azione.
La meditazione nell’azione
La meditazione nell’azione comincia quando il tuo
coniuge ti annuncia che ti lascia per una donna più
giovane di te. Intendo dire… molto più giovane di te.
«Una sciacquetta!» è il primo commento che esce dalla
ruota del tuo furibondo criceto. Ed è solo l’inizio di un
lungo sproloquio.
A quel punto puoi sederti nella posizione del loto e
sciorinare il tuo mantra su più tonalità: «Om, Am,
Um…». Ci vorrà però ben altro per tenere a freno il
piccolo io. L’uragano Pensicchio forza 5, quando passa,
spazza via qualunque tentativo di paci cazione. «Che
bastardo, che s******! Ommm… Ommm… Farmi
questo, dopo tutto quello che io ho fatto per lui!
Ommm… Ommm… Che schifoso! Neanche il coraggio
di dirmelo prima! Ommm… Ommm… Non sono più
abbastanza bella per lui? Troppo vecchia? Troppo
rugosa? Ommm… Vigliacco! Capirà che errore sta
facendo!»
Puoi invertire i ruoli e il risultato resta identico: sei
travolto dallo tsunami delle emozioni. È in quel preciso
momento che devi cominciare la vera meditazione. In
quel preciso momento, sì, perché quella è la meditazione
nell’azione. Ogni altra forma di meditazione, per quanto
valida, è solo una preparazione a questa.
Ma torniamo al nostro tsunami.
Tuo marito, dunque, ti ha appena annunciato che ti
lascia per una donna giovane… o tua moglie per un
bellimbusto più ricco di te. Il tuo cuore è ormai ridotto a
una poltiglia di marmellata in ebollizione.
Che fare?
Siediti in posizione eretta. Questo è il punto di
partenza. Ovviamente, se non riesci a sederti puoi anche
restare in piedi, o inginocchiarti, puoi distenderti pancia
a terra e battere i pugni o prepararti un bagno caldo e
mettere la testa sotto l’acqua per cercare di annegare
Pensicchio. Sono tutte opzioni possibili. Ma la posizione
da seduti con la schiena ben dritta è quella che si presta
meglio a quello che sto per dire. Lo so, è di cile, tanto
più che la bestiolina ha messo il turbo e adesso le parole
schizzano come lapilli.
Porta ora l’attenzione al respiro, che molto
probabilmente starà pompando tutta l’aria assorbibile
nel raggio di qualche chilometro. So che non hai voglia
di farlo, e che anche se ormai mediti da anni ti sei
dimenticato tutto. Ommm… Ommm… Ma non cambia
niente. Nessuna pace mentale all’orizzonte. Solo voglia
di odiare. La ruota catapulta una marea di commenti:
«Come ha potuto? Come si può essere tanto ingenui? Io
me lo sentivo… Avrei dovuto ascoltarmi quando dicevo
che lui il cervello ce l’aveva nelle mutande. Come ho
fatto ad amarlo? E lo amo ancora! LO AMO! Gli basterebbe
una sola parola…».
La ruota gira a tutto spiano, le asticelle sono
incandescenti. Ti manca il ato. Hai un bel concentrarti
sul respiro, quello riparte più forte ancora: «Come ho
fatto a essere così cieca? Ingenua? Idiota? Dove avrò
sbagliato?».
Stop! Pausa!
Adesso procediamo lentamente e vediamo di calmare
il criceto. Ammetto per la millesima volta che si tratta di
un compito arduo. Sei completamente soggiogato dal
tuo inquilino a pelo raso: non hai più un neurone
disponibile, tutti mangiati dal tradimento, dall’a ronto,
dall’inganno. Ripeti a te stesso che ti sei fatto fregare.
Ma su, prova a bloccare la ruota qualche istante e a
liberare uno o due neuroni!
Insisto nel dire che una cosa soltanto può calmare il
criceto: l’attenzione. È l’unica soluzione perché nella tua
testa avvenga lo scatto e si inneschi la decrescita
personale. Porta l’attenzione alle sensazioni che prova il
tuo corpo: il senso di oppressione, le palpitazioni, gli
irrigidimenti, le contrazioni. Scopri dove ha sede la
so erenza. Si rintana nel petto? Nella pancia? Che
forma prende? È uno spasmo? Osservala. Rimani
focalizzato sulle tue sensazioni. Non aggrapparti al
passato, niente frasi come: «È tale e quale a mio padre,
quel mentecatto» né «Mia madre me l’aveva anche
detto» o altre interferenze del genere. La di coltà,
certo, persiste. Pensicchio ritorna, ricomincia, si dimena.
Nota però come diventa acco, intorpidito quando tutta
la tua consapevolezza è occupata solo dalle sensazioni
corporee. E quando Pensicchio si intorpidisce, la
so erenza si attenua.
Bisogna capire la paura che il tuo criceto ha di
scomparire. Lui paragona se stesso: «Che cosa avrà
quella tipa che io non ho, a parte la gioventù?
Impossibile che cucini bene come me! Di certo non potrà
sopportare che guardi il calcio tutte le sere. E le
mutande di Sua Signoria, chi le laverà? Di sicuro non
una t******* di quell’età! Le puttanelle de cienti come
lei mica tengono puliti dei vecchi buzzurri come lui». E
blablabla e blablabla…
A vacillare è tutto il lavoro di identi cazione, sono
tutti quei ruoli sapientemente costruiti negli anni: «La
mia cucina, la mia biancheria lavata, le mie pulizie,
nessuno sa fare queste cose come me. Io sono unica,
perché non c’è nessuno oltre a me in grado di
sopportarlo». Il tuo criceto così speciale ha paura di
morire. Non viene più riconosciuto per tutto quello che
è stato, per tutto quello che ha fatto; è come se non
avesse avuto un’esistenza o come se non dovesse più
averne una.
A questo punto è maturo per cadere nella trappola
della crescita personale: «Da adesso mi occuperò di me!
Diventerò talmente interessante che rimpiangerà no
alla morte quello che ha fatto. Non perderò più il mio
tempo pensando a lui. Finalmente potrò diventare quello
che ho sempre voluto essere. E comunque avrà da
rosicare, quella cagna. Lei non potrà mai dargli quello
che solo io sapevo dargli». E blablabla e blablabla… Un
ume di pensicchionate…
La mente pensicchia molto, ma pensa poco. Il
pensiero porta all’azione, la pensicchionata non porta da
nessuna parte. Gira su se stessa e provoca so erenza. Il
pensiero è frutto dell’intelligenza, la pensicchionata è
glia di balbettamenti neurali. Il pensiero serve la
consapevolezza, la pensicchionata serve l’ego. La
pensicchionata non è altro che un piccolo, e mero
evento mentale; un po’ di corrente dentro a dei li
elettrici. E Pensicchio la alimenta, instancabile: «Io non
ero niente per lui! Niente… niente… niente…». Ed è
questa parola, niente, a fare male ogni volta.
Quando rimane solo la piena consapevolezza – quella
che permette la meditazione nell’azione – il tuo ego non
avverte più l’urgenza di essere amato. Quanto a
Pensicchio, lui smette di farne di cotte e di crude (come
prostituirsi, mentire o farsi esplodere in un autobus) per
acquisire valore ai propri occhi. O agli occhi degli altri,
che poi è lo stesso. Pensicchio non ha più bisogno di
avere un qualche valore: non corre più!
Quel che rimane è la vita… a servizio della vita.
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
La psicoterapia
«In Occidente concepiamo la magia come
l’arte di creare illusioni. Per i tibetani, distruggere le illusioni è la forma
più elevata di magia.»4
Tappa determinante della storia dell’umanità non è stata quella che ha
visto il primo essere umano mettere piede sulla Luna, ma quella in cui
Pensicchio si è impossessato della mente umana. Una tappa cruciale
per l’avvento della sofferenza psichica contemporanea e un rischio reale
che la vita possa scomparire per sempre dal nostro pianeta.
Per alleviare questa sofferenza gli umani hanno inventato la
psicoterapia. Si tratta di una delle forme più raffinate della nostra
evoluzione, una maniera intelligente di permettere agli uomini di
convivere nel miglior modo possibile. Tuttavia, molte psicoterapie non
portano alcun sollievo alla sofferenza. Perché? Scommetto che non
indovini: perché si concentrano sulla crescita del piccolo io invece che
sulla sua decrescita.
Durante il mio corso di laurea in medicina ci hanno fatto studiare
sommariamente le opere di Freud. Il famosissimo medico neurologo è
innegabilmente uno dei padri della psicoterapia, e non fosse altro che
per questo dovremmo tutti dirgli: «Grazie, grazie sinceramente signor
Freud!».
Lui ha trascorso buona parte della sua vita a esplorare il piccolo io,
ma non si è mai reso conto che si trattava di un criceto. Be’, lo
perdoniamo, dato che comunque ha messo in evidenza la fortissima
tendenza che il piccolo io ha di difendersi, vale a dire di proteggere la
sua integrità mediante meccanismi di difesa inconsci come la
razionalizzazione o la negazione. Ha infatti visto che razionalizzando
con dei «È per colpa di…» o ricorrendo al diniego con dei «No, non
sono stato io a…» l’attività mentale-ego tentava di alimentare
un’immagine perfetta di sé nello spazio neuropsichico in cui si muoveva.
In fin dei conti, per lei c’è il rischio di essere condannata (è ciò che
fanno i giudici), e quando si viene condannati si rischia di scomparire (in
quanto messi nell’impossibilità di nuocere). Freud ha scoperto, inoltre,
che esiste un motivo per cui il piccolo io è costantemente sulla difensiva,
e questo motivo è il passato. Ad esempio, un cervellino che all’età di
cinque anni si è sentito dire, dopo aver recitato una poesia: «Sei bravo,
non hai sbagliato niente!», ha registrato che da quel momento non
avrebbe più dovuto sbagliarsi per essere considerato bravo ed essere
applaudito (e di conseguenza amato e protetto). Così, in circostanze del
tutto banali, quello stesso cervellino ha sviluppato la convinzione che
avrebbe dovuto mantenere un’immagine perfetta di sé nella testa degli
altri per essere certo di sopravvivere. Pensicchio è dunque diventato il
guardiano della sua immagine. Un criceto da guardia!
D’altro canto, se in condizioni molto più penose i neuroni hanno
registrato dei pugni o delle aggressioni sessuali, il cervellino è riuscito
proprio in quel modo a fare di tutto per evitare il ripetersi delle sevizie. È
normale. Tutte le forme in cui circola la vita cercano di sottrarsi alla
sofferenza. La memoria serve, tra l’altro, a questo: avvicinare il piacere,
allontanare la sofferenza. Il problema esiste (so di averlo già detto, ma è
talmente importante che insisto nel ribadirlo) quando l’attività mentale-
ego riproietta di continuo nella testa il film del pugno o dell’aggressione
sessuale, cadendo così nella trappola dell’identificazione. Detto in altre
parole: il trauma diventa un traumatizzato, la ferita si trasforma nel
piccolo io.
E a questo proposito ricordiamo ancora una volta che il piccolo io è
una serie di registrazioni di fatti che credono di essere un organismo
vivente. Su questo Freud si è sbagliato, anche se non è sua la colpa.
Dato che passava la vita ad ascoltare registrazioni (cioè i discorsi dei
suoi pazienti) è caduto nella trappola: ha finito col credere – e
confermare nei suoi scritti – che il piccolo io fosse un organismo vivente.
A furia di raccogliere testimonianze, ferite nascoste e traumi vari –
disattenzioni, abbandoni, stupri… – è giunto alla conclusione, peraltro
corretta, che quei ricordi impedivano alla mente del loro proprietario di
vivere una condizione di pienezza. A mio avviso, però, Freud non ha
visto che in alcuni momenti quelle stesse menti erano capaci di
sganciarsi dai loro ricordi, non perché i ricordi venissero cancellati (sono
indelebili) ma perché il cervello in cui erano archiviati riusciva a
connettersi con un’altra forma di attività mentale e a entrare nella
consapevolezza dell’essere vivente. La mente è naturalmente dotata di
quell’intelligenza che provoca la decrescita personale.
Freud non ha visto che se Pensicchio smette di correre, lo spazio che
occupa in condizioni normali torna a essere libero, di nuovo in
connessione. L’attività dei radar e delle antenne non viene più interrotta
dalla corsa del criceto e la consapevolezza risulta dunque collegata con
tutto ciò che è vivo.
Certo, la consapevolezza può tornare a essere preda della paura, ma
non per questo perde la capacità di osservarla, di individuarne sia le
manifestazioni fisiche sia le pensicchiate che la alimentano. In questo
senso è in grado di innescare la decrescita personale ed essere
nuovamente in condizione di ricevere e di dare.
La terapia assume allora tutto un altro significato: invece di lavorare
anni per rafforzare il piccolo io affinché non abbia più bisogno di
difendersi (inconsciamente), fa in modo che la mente apprenda la
decrescita. Utilizzando tutta l’energia di cui dispone, la mente può
attivare il processo ogni volta che vede spuntare anche solo il muso di
Pensicchio. A quel punto, basta corse sul posto, basta pedalate a vuoto:
si salpa verso una parte più ampia di sé!
A volte, tuttavia, i cenni del capo da parte del terapeuta sono l’unica
forma di attenzione che Pensicchio riceve nel corso di una seduta. Il
pericolo, con questa forma di ascolto, risiede nel potere che il criceto ha
di irrobustirsi. Attraverso i loro «Hum… Ahan…» elargiti con parsimonia
settimana dopo settimana molti terapeuti fanno infatti crescere
Pensicchio. Quelle onomatopee fanno aumentare velocemente di peso
la bestiolina, perché è come se le dessero improvvisamente
quell’importanza che non ha mai avuto. Lei si prende una bella lisciata
di pelo e via, la sua ruota si mette a girare allegramente! A quel punto
può iniziare a gonfiarsi molto velocemente, come una mongolfiera, e a
volare là dove la mente non tocca più terra. Tutto questo non placa in
alcun modo la sua sofferenza, anzi: anche se Pensicchio non ha più le
fette di salame sugli occhi, la sua sofferenza riaffiora costantemente
nella scia della sua ruota.
La vera libertà non è né politica né economica né religiosa, la vera
libertà è quella neurale; risiede nel silenzio presente all’interno della tua
mente, lì dove esiste una capacità di ascolto priva di qualunque tipo di
aspettativa o di illusione; una capacità di ascolto che non dice mai: «Ti
amo di un amore incondizionato», perché questa è un’affermazione
aberrante. Come potrebbe l’amore essere condizionato? L’amore che
pone condizioni o che accetta che gli vengano imposte non è già più
amore. È una ventosa pronta ad attaccarsi a una pelle per succhiare la
vita, senza ritegno e a volte per tutta l’esistenza. L’amore o è
incondizionato o è una pulce. E chi si butta in terapia per trovare l’amore
– o perché non lo ha mai conosciuto – potrà incontrarlo solo a
condizione di vivere la decrescita del suo piccolo io.
A volte un amico si sostituisce al terapeuta e con il suo silenzio, il suo
ascolto, una parola qui e una là, aiuta Pensicchio a uscire dalla gabbia.
Una liberazione incondizionata.
Un amico è l’incaricato perfetto per eseguire questa liberazione
incondizionata: non asseconda il piccolo io e nemmeno lo incoraggia a
correre più veloce; l’ego di un amico non prova a mostrare di sapere
quel che va fatto. Mostra semplicemente di vedere la sofferenza, di
sentirla, di percepirla. Non la nega mai, anzi l’accoglie. Se è realmente
presente magari riesce anche, con un gesto o una parola, a far vedere
che esiste qualcos’altro oltre alla maledetta ruota a cui si è attribuita
tanta importanza, qualcos’altro oltre a quel piccolo io a cui, nel corso dei
secoli, si è dato tanto valore, e che quel qualcos’altro è una semplice,
normale, banale presenza alla vita, in tutte le sue forme. Quando questa
presenza emerge, non è più necessaria alcuna terapia.

4 Traduzione libera tratta dal documentario di Richard Kohn, Destroyer of


Illusion The Secret World of a Tibetan Lama.
- 10 -
USARE I SENSI PER DECRESCERE

«Non la smettiamo mai di parlare con noi stessi, per


questo niente ci parla.»
PEMA CHÖDRÖN

La decrescita personale può avvenire in modo piacevole


anche quando si sta vivendo una crisi, a condizione che
esista una connessione uida tra la mente e ciò che i
sensi percepiscono. Nessun Pensicchio che disturba la
comunicazione rosicchiando i li.
Ecco allora alcuni esercizi che ti permetteranno di
decrescere in maniera gradevole. In qualunque
momento, si tratterà di scoprire dove si trova il centro
della tua attenzione. Ti potranno essere d’aiuto alcune
semplicissime domande: «Dov’è la mia attenzione ora? È
assorbita dallo spettacolo che mi viene o erto dalla vita
o è nelle mani di Pensicchio? È al servizio del mio
grande ego o è centrata su quello che percepiscono i
miei sensi?».

La vista
I tuoi occhi come guardano il viso di una persona?
Mentre ti sorride e ti parla, Pensicchio si preoccupa del
crollo della Borsa e del mutuo? Pronuncia pensicchiate
del tipo: «Che catastrofe! Il CAC 40 è calato del 15%, il
peggior crollo degli ultimi vent’anni. Sono rovinato!
Dovevo andare in pensione tra un anno, ma da come
vanno le cose nirò sotto terra a fare volontariato per i
vermi»? Hai mai fatto caso che quando Pensicchio inizia
a produrre queste stupidate i tuoi occhi diventano
inutili? Cecità totale. Nella tua mente non resta neanche
un lo di spazio per la bellezza di quel viso che ti sta
guardando. Il criceto ti ha ormai occupato in pianta
stabile la cocuzza.
Riesci a guardare un viso senza commentarlo? Senza
dire nemmeno che lo trovi magni co, con quegli occhi
neri come carboni ardenti? Fallo subito. Se intorno a te
non ci sono visi, scegli un oggetto, uno qualunque
(orologio, bolla di sapone, ditale) e rivolgi l’attenzione
alla sua forma, alla sua sagoma, ai contorni, senza fare il
minimo commento. Se spunta Pensicchio, diventane
consapevole all’istante. Guarda le parole che imbrattano
le pareti della tua mente. Ti renderai allora conto che
non sei più in contatto con il viso (o l’orologio, o la
bolla di sapone, o il ditale) ma con il tuo criceto.
Riporta dunque l’attenzione al viso o all’oggetto che
hai scelto, guardalo con tutta la tua consapevolezza. Gli
occhi, il naso, la bocca, oppure il colore, la grandezza, i
ri essi… no a quando nella tua mente non rimane
altro. Nessuna parola, solo i colori, gli e etti della
luce… Niente osservazioni, niente giudizi. Il viso
avvolto dal silenzio al centro della tua testa, l’orologio o
il dado sugli schermi del tuo mentale. Solo primi piani,
niente colonna sonora. Apprezza il benessere che ti
pervade.

L’udito
Le tue orecchie come sentono la voce di una persona
cara? La sentono davvero? Ti è già successo di avere la
testa pienamente occupata dalla voce dell’altro, con le
sue sfumature, il suo tono, la sua musicalità? Nient’altro
che quella voce, e soprattutto non la tua, che sommerge
attraverso degli altoparlanti interni ciò che ti viene
con dato.
Hai mai ricevuto un insulto o una critica senza che
Pensicchio tirasse subito fuori le unghie e i denti? Ti è
mai successo di sentire frasi del tipo: «Sei una cicciona»
o «Il tuo lavoro fa schifo, anche un asino lobotomizzato
farebbe di meglio» senza che il criceto cominciasse
subito a tremare e a diventare isterico? Sei capace di
subire un attacco senza che il tuo piccolo io si scaraventi
contro le sbarre della tua scatola intracranica? Se ti
dicessi, ad esempio, che sei proprio grasso (o grassa) e
che sei l’unica persona a non essersene resa conto,
riusciresti a seguire attentamente il percorso di queste
parole nella tua mente? A osservarle dal momento in cui
la ruota comincia a sballottarle? «Grasso… Grassa…
Grasso… Grassa…» Riusciresti ad avvolgerle con la tua
consapevolezza prima che restino indelebilmente
impresse? Sono certo che sei in grado di farlo.
L’attività mentale-consapevolezza può accogliere un
insulto per quello che è, cioè una cacchetta di criceto, e
dire: «Guarda guarda, è arrivato l’insulto… Si è appena
insinuato come una freccia avvelenata e già comincia a
rilasciare il suo veleno». Ma questa volta l’insulto è
attorniato dalla tua consapevolezza. Le parole uttuano
senza ssarsi realmente e Pensicchio non riesce a far
partire la ruota; le parole non ritornano, instancabili,
come fanno di solito: «Sei grasso… sei grassa!», «Che
schiappa!», «Quanto sei brutto!». È curioso: invece di
restare impresso, l’insulto svanisce pian piano e smette
quasi subito di scorrere nei circuiti neurali. E il piccolo
io non è più lì a fornirgli assistenza.
Per inciso, quello che hai appena letto si applica
anche agli elogi. Pensicchio adora essere elogiato! Gli
elogi sono degli energizzanti per il piccolo io. È facile
che Pensicchio ne diventi dipendente e so ra
d’astinenza. Riesci a essere consapevole del movimento
che gli elogi producono nella tua testa? Ce la fai a non
rimanere legato alle sensazioni che scatenano? A
metterti in allerta quando senti frasi come: «Sei la
persona più intelligente che ho mai incontrato»? Perché
allora devi dirti con calma: «Ok, per quanto tempo
Pensicchio farà brillare questi elogi come fossero oggetti
preziosi? In verità non hanno più sostanza di quanta ne
abbiano gli insulti. Sono solo pensicchiate che circolano
nel circuito celebrale».

L’olfatto
Devo sul serio parlarti del tuo naso e di quello che, a
partire da adesso, lui può permetterti di capire? Devo
davvero orientare la tua attività mentale-consapevolezza
verso l’aroma di un vino? O forse è meglio che lasci il
tuo piccolo io fare a gara a chi ne sa di più con i vari
Pensicchi che gli stanno intorno?

Il gusto
Ti è già capitato di notare come Pensicchio non si fermi
nemmeno mentre mangi? Lui mette in moto la sua ruota
nel bel mezzo del tuo piatto preferito con cose del tipo:
«Ah! Mi sono dimenticato di chiamare la mamma per il
suo compleanno ieri, porca miseria, mi metterà il muso
un’altra volta!». Faresti meglio a rivolgere l’attenzione a
quello che stimola le tue papille e a prendere
consapevolezza di quello che signi ca essere presente.

Il tatto
Sai cosa signi ca accarezzare? Sai che una vera carezza
è completamente sganciata dai sobbalzi di un criceto?
Soltanto una mente libera dal bisogno di essere amata (o
riconosciuta) è in grado di infondere tutto il suo potere
a una carezza, vale a dire il potere di stabilire un vero
contatto tra due consapevolezze. Sei davvero nella polpa
delle tua dita quando con quelle stringi al petto un
bambino? Sei davvero presente alle tue mani quando
queste lo cullano mentre i suoi dentini tentano di aprire
un doloroso varco nelle gengive? Sei davvero nelle tue
braccia quando stringi forte a te quell’anziana donna
che un tempo ti ha dato la vita?
Sei davvero presente?
- 11 -
EGO OR NOT EGO?

«Non sono le tragedie che mandano l’uomo al


manicomio, non la ne dei suoi amori, ma un laccio
della scarpa che si spezza all’ultimo momento.»
CHARLES BUKOWSKI

Arrivati a questo punto facciamo un esercizio di ripasso


che consiste nel distinguere tra attività mentale-
consapevolezza e grande ego, pensicchiate e pensiero
senza ego.
Mi servirò di esempi presi dalla vita quotidiana. Va
detto che la quotidianità annoia moltissimo Pensicchio,
perché non gli fornisce materiale per mettersi in
evidenza, nessuna occasione per mostrare no a che
punto sia speciale la sua corsa. Niente medaglie, niente
trofei, niente premi, niente che sia realmente degno di
nota al di là dei mille gesti che caratterizzano, ad
esempio, la vita di un medico o di un’infermiera:
cambiare il pannolone a un incontinente, istruire una
persona con un de cit intellettuale, contenere un
paziente violento, bagnare la bocca a un moribondo e
così via. Mentre Pensicchio, evocando quei gesti, ama
crogiolarsi nel disprezzo («Faccio un mestiere di
merda!»), l’attività mentale-consapevolezza sa, per
contro, che proprio in quei gesti risiede la felicità.
Distinguiamo dunque il grande ego che rompe le scatole
a tutti quanti, a partire da se stesso, dall’attività
mentale-consapevolezza – quella in cui circola il
pensiero sprovvisto di ego – che non chiede niente a
nessuno. Senza che tu te ne renda conto, nella tua
quotidianità nutri già una marea di pensieri privi di ego.
›  È il pensiero senza ego che fa prendere l’aspirina agli
esseri umani quando Pensicchio gli fa venire il mal di
testa (la rotazione di una ruota può irritare certi
neuroni e provocare pesanti scariche). È sempre il
pensiero senza ego che lascia un appunto sul tavolo
per ricordare di comperare il pane e alla ne ci
scarabocchia un: «Vi voglio bene, ragazzi!». Però,
quando tutti sono usciti e la casa è vuota, è il grande
ego che urla: «Ma c’è qualcuno qui che mi dice almeno
un ciao?». E vai con la pensicchiata!
› Il grande ego corre tutto il giorno. Va a rotta di collo
perché un ritmo più lento non gli permetterebbe mai –
lui, così importante – di fare tutto quello che deve.
L’attività mentale-consapevolezza, dal canto suo,
guarda gli uomini correre e si dice: «Ma perché?».
›  È l’attività mentale-consapevolezza che evita agli
ingorghi di trasformarsi in tamponamenti a catena, ed
è sempre lei che incita a non alzare il dito medio per
dimostrarsi superiori. Ma è il grande ego che risponde
al vicino con quel gesto urlando: «Pezzo di coglione!».
Una pensicchiatina così, al volo, tanto per favorire la
convivenza…
›  È l’attività mentale-consapevolezza che decide se è il
caso di nutrire qualcuno con il biberon, il cucchiaino,
la cannuccia o la siringa: «Su, signora Ève, ancora un
boccone piccolo piccolo!». È sempre lei che si
preoccupa della salute degli altri e che fa dire,
basandosi su conoscenze scienti che: «Non usare né
troppo zucchero né troppo sale». Da parte sua, invece,
il grande ego proibisce certi cibi in base a credenze da
lui inventate: «Niente carne di maiale né di mucca. Sia
chiaro: niente di sacro!». Sì, se ci si mette Pensicchio,
anche una testa di maiale può diventare sacra…
›  È l’attività mentale-consapevolezza che dice alle
persone di smetterla di abbu arsi quando non hanno
più fame, ma è il grande ego che si sente depresso
dopo essersi riempito per la terza volta il piatto di
pesce: «Sono indisciplinato, non ho la minima forza di
carattere, valgo meno di zero!». E visto che si sente
depresso riempie di nuovo il piatto. Eppure il suo
terapeuta glielo dice che lui mangia le sue emozioni…
Pensicchio corre: «Si vive una volta sola. Domani
smetto. O dopodomani. O… O… Oh! Oh! Ohi, ohi…».
Nel frattempo, per riempire di pesce l’ennesimo piatto,
il grosso io svuota gli oceani. E sappi che lo fa nella
ferma convinzione che tanto quelle enormi pozze
d’acqua salata sono abbastanza grandi da ripopolarsi
da sole! In questo modo dice a se stesso (e non
scherza) che da qualche parte rimarrà sicuramente un
pesce per ricominciare tutto quanto da capo, un pesce
abbastanza scaltro che bene o male troverà il modo di
far ripartire il meccanismo.
›  È l’attività mentale-consapevolezza che porta fuori la
spazzatura canticchiando, ma è il grande ego che
brontola: «Com’è che tocca sempre a me portare fuori
la spazzatura?».
› È l’attività mentale-consapevolezza che pulisce la tazza
del water o il pavimento in tutta serenità, fa le
marmellate o il minestrone con piacere, bacia
amorevolmente un ginocchio coperto di sabbia e di
sangue, estrae con in nita precauzione una scheggia
con ccata nel pollice, rammenda con cura i calzini… E
se per testimoniare tutto questo la televisione
proponesse una trasmissione dal titolo Nessuno ne parla
commetterebbe un errore, perché in quel caso a
pavoneggiarsi sarebbe il grande ego.
› È l’attività mentale-consapevolezza che regala in forma
anonima una grossa somma di denaro a una
fondazione per la lotta contro il tumore, ma è il grande
ego che tiene tra le mani l’assegno bene in vista per
telecamere e giornali.
›  È l’attività mentale-consapevolezza che aiuta a
rinunciare al bicchiere di whisky prima di mettersi al
volante, ed è sempre lei che impedisce allo schia o di
volare dopo il quinto bicchiere. Ma è il grosso ego che
si racconta palle per dimenticare il numero di bottiglie
che si scola normalmente…
Fine dell’esercizio.
Da rifare più volte al giorno.
- 12 -
ESSERE CIÒ CHE NON INVECCHIA
MAI

«Dobbiamo scoprire in noi ciò che non invecchia mai.»


MARIE DE HENNEZEL

Quando chiedo alle persone che vedo nel mio studio che
cosa vogliono, sento spesso rispondere: «Voglio
diventare quello che sono, cioè me stesso». Purtroppo,
nella maggior parte dei casi a parlare è l’ego, il piccolo
io che vuole diventare un grande io, unico, garbato,
inattaccabile. Il fatto è che il piccolo io non potrà mai
diventare se stesso, dal momento che è solo un’illusione.
E un’illusione, anche se si ingrossa, resta comunque
un’illusione. Il piccolo io è un ostacolo che impedisce
all’essere umano di diventare ciò che è veramente.
Dunque, cosa siamo noi veramente? La risposta è
semplicissima: siamo ciò che, dentro di noi, non
invecchia mai. La capacità di amare, di contemplare,
assaporare, dare, creare, imparare, trasmettere… Una
capacità che non ha niente a che vedere con le idiozie
dell’identi cazione, indipendentemente dal fatto che
riguardino un paese, un’auto, un’opinione, un’idea,
un’apparenza o una marca di biancheria intima. Tutto
quello con cui si identi ca il piccolo io invecchia,
muore, si disgrega, scompare. Tutto quello che è stato in
grado di far secernere all’attività mentale-ego i suoi
ormoni del benessere – al solo scopo di alimentare
l’illusione di essere qualcosa di unico – non è altro che
un inganno, una tremenda farsa.
Al giorno d’oggi, nella maggior parte delle menti le
ruote vanno nella stessa direzione. Se ascolti, le sentirai
produrre dei suoni identici che ruotano intorno a frasi
come: «Quando non mi sento unico, io non sto bene». I
criceti corrono per coltivare la certezza che come loro
non c’è nessuno.
Un signore di cui ammiro i lavori, un certo Maslow,
un giorno ha costruito una piramide che rappresenta i
bisogni dell’uomo e li ha classi cati in cinque categorie.
Eccoli, dalla base alla cima: sopravvivenza, sicurezza,
socializzazione, stima, realizzazione. Ogni bisogno può
venire preso in considerazione solo quando il bisogno
sottostante è stato soddisfatto; ciò signi ca che l’essere
umano non può preoccuparsi di appagare il bisogno di
autostima se è a amato. In vetta alla piramide Maslow
ha posizionato quello che ai suoi occhi è il bisogno più
grande: l’autorealizzazione.
Nel mondo dell’ego questa piramide regge, ma nel
mondo dell’attività mentale-consapevolezza crolla. E se
per caso quest’ultima a ermazione ti lascia perplesso,
prova a domandarti: quando una mano delicata lava un
anziano incontinente, dove si posiziona il grande ego
sulla piramide? In cima? Si sente realizzato? L’aspetto
comune di un gesto può permettere al piccolo io di
primeggiare, di diventare quel piccolo io unico che lui
crede di essere?
Maslow sembra non aver visto, a mio avviso, che se
quel gesto è frutto dell’attività mentale-consapevolezza
fa scomparire qualunque bisogno di essere qualcuno, e
qualunque so erenza legata al fatto di non esserlo o non
esserlo stato. Il bisogno di realizzarsi non ha più nessuna
ragione d’essere quando la decrescita personale è
avvenuta. Nell’attività mentale-consapevolezza il
bisogno di essere sé non ha alcun senso.
Se Maslow avesse capito che il sé (con il suo bisogno
di realizzarsi) è un criceto, forse non avrebbe mai
costruito la sua piramide. Avrebbe infatti visto che una
mente pervasa dall’attività mentale-consapevolezza non
tenta di scalare nessuna vetta, perché è già
completamente realizzata. Avrebbe visto che non ha
bisogno di niente.
E al diavolo la piramide!

Esercizio
Per proseguire, mi piacerebbe fare insieme a te un
esercizio che ci permetterà di determinare quando il tuo
piccolo io sarà nalmente realizzato.
› Sarà necessario che diventi plurimilionario?
› Sarà necessario che la sua foto occupi le prime pagine
dei giornali?
› Sarà necessario che lo riconoscano al supermercato
vicino a casa?
› Sarà necessario che il suo lavoro sia ambito, in testa
alle hit-parade o esposto in una galleria di New York?
› Sarà necessario che diventi cali o al posto del cali o?
Sarà necessario che la gente si giri quando passa
(«Guardatelo! Com’è bello dentro la sua ruota!»), che si
parli di lui e gli si chieda l’autografo?
› Sarà necessario che riceva un aumento di stipendio?
› Sarà necessario ascoltarlo ogni volta che parla? Sarà
necessario che venga scritta una sua biogra a?
› Che cosa gli permetterà di a ermare, senza dubbio
alcuno, di essersi nalmente realizzato?
Fatti seriamente queste domande.
Qual è la tua risposta? Ecco la mia: niente di tutto
quello che è scritto qui sopra!
Il successo procura un piacere immediato ma
momentaneo (si parla di due mesi per le medaglie
olimpiche), infatti la pienezza non ha niente a che
vedere con il successo.
La pienezza può essere vissuta solo nell’attenzione
assoluta a ciò che è vivo, non a ciò che è morto. I
successi, le grandi imprese, i premi, sono tutte cose che
niscono nel momento stesso in cui appaiono.
Nient’altro che eventi registrati sull’hard disk della tua
memoria. Le ricompense non sono la vita, sono soltanto
invenzioni del criceto. Le ricompense permettono a
Pensicchio di sentirsi unico, ma non saranno mai la vita
che circola con l’intento di amare. Mai!
La vita non ha bisogno di sentirsi unica, non ha
bisogno di identità.
- 13 -
DARE UNA RIPULITA AL MOMENTO
PRESENTE

«Due cose sono in nite: l’universo e la stupidità


umana. Ma riguardo all’universo non ho ancora la
certezza assoluta.»
ALBERT EINSTEIN

Mi trovavo, di recente, nella sala d’attesa di un centro


specialistico di gastroenterologia, dove aspettavo lo
specialista che mi ha in cura da un anno per un
problema allo stomaco. A un certo punto il medico
appare all’altro capo della stanza e chiama il paziente
successivo. Immediatamente, l’uomo seduto accanto a
me perde le sta e: «C’ero io prima di lui! Tocca a me!
Ah, ma non la passano liscia! Gli faccio vedere io, a
questi, come si trattano i pazienti! È colpa di quella
della reception, che mischia tutte le cartelle!». E via con
una serie di termini più o meno coloriti…
Io guardavo Pensicchio correre nella sua testa e mi
dicevo: «Mamma mia! Pensicchio è salito sulla Ferrari!
Se accelera ancora un po’ diventa pericoloso. E non vedo
traccia di consapevolezza per rallentare la bestiolina…».
La donna alla reception si è alzata e gli ha indicato un
cartello a sso sulla porta: «Non sono ammesse
aggressioni verbali». Il mio vicino si è zittito, ma era
facile supporre che Pensicchio stesse continuando a
scalpitare. Ironia della sorte, quel signore si trovava lì
per un problema di digestione, ulcera o cancro, e con il
suo atteggiamento peggiorava soltanto il suo stato.
Dov’era la sua intelligenza? Era stata estromessa dal
piccolo io, che si imponeva senza mezzi termini.
Con un po’ di allenamento quell’uomo avrebbe potuto
benissimo decrescere; avrebbe potuto portare
l’attenzione alla sua reazione, passare dall’attività
mentale-ego all’attività mentale-consapevolezza e
appro ttarne per discutere con i suoi vicini delle
malefatte del piccolo io…
Attenzione! Questo non è un invito all’abnegazione.
L’abnegazione non è una delle porte d’ingresso della
decrescita personale. Potrebbe anzi essere, per il piccolo
io, un altro modo di mettere in mostra no a che punto
lui è speciale: «Non sono impaziente, io. Io so stare
calmo. Respiro con il naso, io. Perché io sono
intelligente, spirituale, molto al di sopra di certe
reazioni da gorilla». Nell’abnegazione la testa è ancora
piena di parole, mentre nella decrescita personale la
testa è vuota, o quasi. Resistono solo alcuni pensieri
sprovvisti di ego che adesso ti suonano familiari: «Ops, il
piccolo io si sta spaventando, per fortuna c’è la
decrescita!». Non si tratta di una scomparsa, ma di
un’apparizione, quella dell’intelligenza. Questo è ciò che
si de nisce entrare nel momento presente.
Vediamo di so ermarci sull’espressione «vivere il
momento presente» per dargli una bella ripulita. Sul suo
signi cato regna infatti una grande confusione. L’ego ne
fa quello che gli pare: «Mi sto applicando a vivere il
momento presente, dunque per favore non rompermi le
scatole! E mi faresti un piacere se portassi fuori tu la
spazzatura». Senza capire che vivere il momento
presente è anche portare fuori la spazzatura.
Mi sono sentito dire da degli adolescenti che volevano
partire per l’Asia, provare il bungee jumping e fare
l’amore a quattordici anni perché bisognava vivere il
momento presente. Guarda caso, non andavano bene a
scuola e il loro piccolo io godeva nell’a ermare di non
aver tempo da perdere ad ascoltare un professore
squallido e noioso. Avevano visibilmente confuso
«vivere il momento presente» con «avere tutto, fare
tutto, tutto e subito». La modernità, che si a anna a
sedurre il piccolo io degli adolescenti o rendogli
identità fatte di marche di prodotti, non gli spiega
soprattutto che vivere il momento presente signi ca
avere la propria attenzione totalmente aperta a ogni
singolo istante; signi ca ascoltare, guardare, sentire
quello che succede dentro di sé e fuori di sé, incluso il
momento in cui parla il professore.
Ho sentito anche alcune persone sulla cinquantina
fare una sorta di promozione, di pubblicità, al momento
presente, e nella stessa frase esprimere poi la sensazione
di aver sprecato la propria vita. Il loro piccolo io ne
attribuiva la mancata oritura al caso o al karma,
riteneva di non essersi trovato né nel posto giusto né al
momento giusto, e proclamava spudoratamente che il
suo potenziale sarebbe invece orito se gli astri preposti
fossero stati allineati il giorno della sua nascita. Era
colpa di Venere! Con un pochino di fortuna, insomma, il
loro piccolo io ce l’avrebbe fatta a vivere il momento
presente.
Ma non è il piccolo io a vivere il momento presente:
Pensicchio non è mai nel momento presente, è sempre
nel passato o nel futuro, ed è lì che corre. Soltanto
l’attività mentale-consapevolezza può vivere il momento
presente, non l’attività mentale-ego. Purtroppo, l’attività
mentale-consapevolezza può essere contaminata dal
piccolo io e utilizzare il momento presente per
commettere nefandezze.
Quando un tossicomane si inietta la sua dose di
veleno, ad esempio, tutta la sua attenzione è focalizzata
sulla ricerca di una vena, sull’ago che la penetra, no a
che i neuroni si trasformano in un grande campo pieno
di nebbia dove Pensicchio non corre più. La sua ruota
può addirittura rallentare così tanto da dissolversi in
overdose. D’altro canto, il suicidio è un modo con cui
Pensicchio sceglie da solo di fermarsi, mettere uno stop
alle so erenze generate dalle sue pensicchiate. Una
pallottola in testa è una fortissima a ermazione del
piccolo io: «Non sono fatto per vivere in questo mondo,
sono troppo diverso. Nessuno sa darmi quello di cui ho
bisogno o alleviare l’incredibile so erenza che vivo». Il
piccolo io non vede più altro modo per instaurare il
silenzio o ricevere attenzione. La sua ri essione può
arrivare persino a questo: «Voi non mi avete amato
come meritavo, dunque io adesso vi privo della mia
presenza». La decrescita personale permette di prevenire
alcuni suicidi.
Una mente può anche entrare in unione con il
momento presente al semplice scopo di fare del male o,
in casi estremi, di distruggere una vita. L’attenzione
sadica di certi boia è ancorata appieno al momento
presente quando questi sono intenti a torturare la loro
vittima.
È impossibile elencare tutte le situazioni negative,
tragiche o persino orrende durante le quali l’attenzione
deve essere perfetta, ma vediamone alcune: il
borseggiatore che svuota la borsa di una vecchietta di
nascosto dagli altri, l’occhio del cecchino al momento di
tirare il grilletto, l’attentatore che e ettua gli ultimi
collegamenti sulla bomba che sta per far esplodere… In
questi casi l’attenzione è e ettivamente nel momento
presente, ma rintanato dietro questi gesti c’è il piccolo
io, qui a capo di una delle sue identità multiple. Il
piccolo io e la sua paura di morire. Astuto, lui penetra
nella consapevolezza come un virus. È capace, ad
esempio, di portare tutta l’attenzione sulle parole di una
persona e, in un secondo momento, di attribuirsi quelle
stesse parole davanti a un pubblico che vuole sedurre.
Dietro quel presunto «ascolto» ci stanno Pensicchio e il
suo bisogno di realizzarsi. Un vicolo cieco dentro una
ruota!
Le maggiori malattie di tutti i tempi non sono la peste
o il colera, ma la sindrome da iperattività e il de cit
d’attenzione. Vere e proprie pandemie dell’era moderna,
colpiscono tutti i «piccoli io» che vogliono essere amati.
Ma è fatica sprecata: il piccolo io sarà sempre isolato,
separato, diviso… Ai suoi occhi conta soltanto lui. Come
farlo capire a tutti coloro che ne sono a etti?
Sentiamo spesso dire di «lasciare andare», di «mollare
la presa», espressioni ormai popolari come «il momento
presente», ma da nessuna parte viene spiegato chi deve
lasciare andare, chi deve mollare la presa. Ancora il
piccolo io? Ma lui non mollerà mai! Lui si rassegna,
scende a compromessi, al massimo negozia. Lasciare
andare è l’attività mentale-ego in modalità o . Lasciare
andare non è il piccolo io che rinuncia – lui non
rinuncia mai, ne è incapace –, è il piccolo io che
scompare e l’attività mentale-consapevolezza che
appare. Questo è il passaggio più di cile, cioè quello
dal piccolo io alla consapevolezza. E nella vera attività
mentale-consapevolezza – cioè quella capace di
osservare i maneggi del piccolo io, le sue manipolazioni
e le sue astuzie (e capace di riderne!) – non c’è più
bisogno di permanenza, di immortalità e di durata. Si ha
la sensazione profonda di essere connessi con tutto, nel
momento presente. Di essere nella realtà.

Esercizio
Al ristorante, in sala d’attesa, al lavoro, durante una
cena in famiglia, prenditi il tempo di ascoltare i discorsi
delle persone che hai attorno. Identi ca i pensieri pieni
di piccolo io – vedrai, sono parecchi –, osserva le
reazioni siche che scatenano in chi le esprime e in chi
le ascolta. Chiediti chi, in quel luogo, è davvero nel
momento presente. Capirai all’istante perché è urgente
imparare a decrescere.
PAUSA CONSAPEVOLEZZA
La morte
«Tutta la luce che donerete vi sarà ridata.»
JEAN-JULES SOUCY
Alcuni esseri umani credono fermamente che dopo la morte dei loro
neuroni Pensicchio prosegua la sua corsa, che la loro ruota continuerà a
girare in una specie di eterno pet shop situato nell’aldilà. A volte mi
immagino quel paradiso dove miliardi di criceti gironzolano l’uno accanto
all’altro ammirando quello che hanno fatto in vita… E mi vengono i
brividi!
Detto questo, esiste di sicuro la morte di coloro che amiamo, la morte
degli uomini o delle donne con cui abbiamo scelto di vivere, quella dei
figli che abbiamo avuto, quella dei genitori, di fratelli, sorelle e amici. La
morte dei loro corpi dissolti nella terra (o nell’aria, poco importa), e
quella morte fa male. Non poter più accarezzare una guancia, una
fronte, un collo; non poter più sentire una risata, asciugare delle lacrime,
pulire un naso che cola; non poter più rassicurare, insegnare, educare;
non poter più tenere una mano, di notte, perché l’altro se n’è andato.
L’altro che potevamo prendere tra le braccia, l’altro che avremmo dovuto
ascoltare di più. L’altro non c’è più. Il dolore esiste, reale, come metallo
rovente conficcato tra le costole, come cocci di bottiglia trascinati nelle
arterie dal sangue, come polmoni che prendono fuoco a ogni respiro. Un
dolore privo di buon senso.
Occorre altro.
E se ci fosse altro?
A volte, quando qualcuno sta morendo si vede la sua mente entrare
nell’attività mentale-consapevolezza. Le sue ultime forze vengono allora
utilizzate solo per la presenza. Pensicchio non racconta più niente,
perché niente di tutto quello che può dire ha più importanza e conta solo
la presenza. Un braccio che si alza per avvolgere una nuca, degli
sguardi che si incontrano. Non si cerca più cosa dire o cosa fare, perché
non ci sono strade per andare là dove si è già. Pensicchio è uscito dalla
gabbia e non corre più.
Dunque, è quando la mente è in perfetto silenzio che si capisce.
Allora si coglie che per potere vivere e amare – amare veramente –
basta che muoia il piccolo io, quella bestiolina invisibile, quel roditore
che ha paura e ha bisogno di piantare bandiere o di fare pipì
dappertutto, perfino su un cuore.
Ed è la decrescita personale a far morire Pensicchio, in un attimo.
Puf! E il grande ego è sparito.
Questa morte conduce in un luogo dove non ci sono più immagini,
niente più parole, niente più passato, niente più storia. Un luogo dove
resta solo la vita, quella vera. Eterna, forse…
CONCLUSIONE

LA RESURREZIONE ESISTE

«Il vero valore di un uomo si determina esaminando


in quale misura e in che senso è riuscito a liberarsi
dall’io.»
ALBERT EINSTEIN

La parola «resurrezione» ti dice qualcosa?


Si tratta di un mistero concepito per far capire
l’importanza della morte del piccolo io. Questo fu ideato
da un uomo che venne croce sso e riapparve tre giorni
dopo essere stato tolto dalla croce. Quell’uomo ha
passato peraltro tutta la vita a parlare di questo,
utilizzando parole infantili come: «Beati i poveri di
spirito perché di essi è il regno dei cieli», che potremmo
tradurre con «Beate le meningi in cui Pensicchio ha
smesso di correre perché esse hanno nalmente trovato
la santa pace».
La spiegazione del mistero della resurrezione è
semplice: quando Pensicchio alza i tacchi (ops, le
zampe…), appare la vita. Lo stesso accade per il seme
del grano, che deve morire perché nasca la vita. Queste
parole sono state pronunciate anche dall’uomo che fu
croce sso; le ha dette in una parabola a dei pescatori
che di coltivazione del grano non ne sapevano un
granché. (Una parabola è una storia in cui si possono
mettere tante parole infantili.) Ecco perché in seguito si
è riusciti a rivedere quel tipo turbolento anche dopo che
era stato croce sso: il suo piccolo io era morto, il criceto
che c’era in lui, non lui!
Quando è riapparso, dopo aver soggiornato in una
grotta che aveva tutto l’aspetto di una tomba, il roditore
non c’era più. Sparito, il parassita! Fine dell’inutile
baccano. Quell’uomo era talmente felice che uttuava
nell’aria. Sembrava quasi che fosse resuscitato,
sembrava persino che stesse per salire in cielo. Succede
così quando Pensicchio tace, si ha come l’impressione
che il cielo esista…
Mi rendo conto solo ora che magari tu non conosci
l’uomo che è stato croce sso. Pongo subito rimedio alla
svista: quell’uomo è un personaggio diventato famoso
per aver fatto riempire di acqua delle grandi anfore in
un villaggio dove si svolgeva una festa di nozze, e aver
dato a quell’acqua il sapore del vino. Ancora oggi non si
sa se avesse dei cristalli di sapore nascosti da qualche
parte, ma bisogna riconoscere che se l’è cavata
benissimo, perché tutti poi hanno continuato a berne.
È diventato famoso anche per aver permesso a dei
ciechi di vedere il criceto che avevano nella testa. E se
pensi che ancora oggi non ci si riesce, nonostante gli
apparecchi ultramoderni a disposizione, bisogna
ammettere che per quell’epoca è stato davvero un
grande!
Quell’uomo, però, viene amato soprattutto per la sua
resurrezione, di cui si è servito per demisti care la
morte del piccolo io, per mostrare che non appena
Pensicchio spariva, anche solo per due o tre giorni, la
vita appariva realmente. È bastato che fosse lì, la vita, in
tutto il suo splendore, perché alcuni dei suoi compagni
la vedessero e rimanessero di stucco.
Sono arrivato alla ne di questo libro, e dunque tra
poco me ne starò zitto. Prima, però, mi premeva parlarti
della resurrezione, perché ti fosse ben chiaro che nella
mente in cui muore il piccolo io avviene una folgorante
apparizione. Qualcosa che solo il silenzio può
descrivere.
RINGRAZIAMENTI

La redazione di questo libro ha richiesto sforzi, notti in


bianco e il sostegno di molte persone. Chiedo a coloro
che non dovessero vedere il proprio nome menzionato
qui di seguito di perdonarmi.
Grazie innanzitutto a Jean Paré, perché ci ha creduto
n dall’inizio e non ha mai smesso di crederci. Grazie a
tutto il suo team, e in particolare a Mathieu de Lajartre
e a Manon Chevalier per avermi tenuto la mano ogni
volta che rischiava di perdersi. Grazie ai miei amici Paul
Baillargeon e Sylvie Lalande, che hanno fatto di tutto
per permettermi di scrivere in una situazione in cui
mancavano riscaldamento, luce ed elettricità. Grazie a
Carmel, Jay e Julien per aver trasportato il generatore e
i cavi tra i cespugli. Grazie al mio amico Michel
Brouillette, sempre disponibile, anche quando
l’informatica non lo era più. Grazie Louis e Nicole,
parenti d’oltremare, per i loro a ettuosi
incoraggiamenti. Grazie a Julie, anche lei capace di non
perdere mai la speranza. Grazie ai miei genitori, ai miei
fratelli, alle mie sorelle per le loro dritte complici.
Grazie al mio amico Rémi per avermi permesso di
incontrare in Nepal quei monaci, fonte di grande
ispirazione, e per avermi fatto incontrare Jean Paré.
Grazie a tutti gli altri amici che hanno seguito questa
avventura con la loro tenerezza: Évangéline, Didier ed
Émilie, Daniel e Simone, Robert e Marcelle, Marie-
Christine, Andrée, Ani Lödrö e tutti quelli che sanno di
esserci stati. Grazie a Émilie, colei che ho osato spesso
chiamare «mia glia», per la pazienza e la
comprensione. Grazie in ne a Danielle, per i suoi
sguardi, il suo ascolto, le parole, i silenzi, i sorrisi, le
risate, per la sua presenza vera e la sua dolce
comprensione del bisogno di solitudine che avvolge
l’atto di scrivere.
Per la presente edizione vorrei ringraziare ancora una
volta Mathieu de Lajartre, il quale ha fatto da ponte tra
il Québec e la Francia. Un ponte che non mi sarei mai
nemmeno sognato, un ponte magico, visto che mi ha
permesso di incontrare Florence Lécuyer, Jeanne
Castoriano e Pascal Barthel. Grazie a questi tre angeli
per l’accoglienza, l’entusiasmo e la ducia. Grazie per
aver permesso a questo libro di vivere sotto un’altra
forma e di incontrare nuove lettrici e nuovi lettori. E,
più di ogni altra cosa, grazie a loro tre per quello che vi
è di più prezioso al mondo: la presenza.