Sei sulla pagina 1di 45

i Robinson / Letture

Luciano Canfora

Fermare l’odio

Editori Laterza
© 2019, Gius. Laterza & Figli

Edizione digitale: ottobre 2019


www.laterza.it
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Bari-Roma
 
Realizzato da Graphiservice s.r.l. - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 9788858140352
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata
Indice

Prologo.
Il «socialismo degli idioti»
I.
La violenza negata
1.
2.
3.

II.
Parliamone seriamente
1.
2.
3.

III.
«Il più grande legislatore vivente»
1.
2.

IV.
The Trial of Mussolini
1.
2.

V.
Dire la verità
1.
2.
3.
4.

VI.
Articolo 10
1.
2.
3.
4.
5.
6.

VII.
Trionfo e declino
della «rivoluzione nazionale»
1.
2.
3.

VIII.
Come uscirne
1.
2.
3.
4.
5.
«Vattene, Ebreo!»
elegante urlo dei leghisti, radunati a Pontida
il 15 settembre 2019, all’indirizzo di Gad Lerner
…i cosiddetti stranieri, in realtà tali non sono. Giacché,
secondo le singole frontiere, chi ha una patria e chi un’altra;
ma, se si considera il mondo nel suo complesso, l’intera terra
è patria di tutti e il mondo è un’unica casa.
Diogene di Enoanda, fr. 25 Chilton
«Visto che li avreste uccisi tutti» chiesi a Stangl [comandante
del Lager di Treblinka] «che senso avevano le umiliazioni e le
crudeltà?»
«Per condizionare quelli che dovevano eseguire
materialmente le operazioni», rispose, «per rendergli
possibile fare ciò che facevano».
Gitta Sereny, In quelle tenebre,
Adelphi 1975, p. 135
Prologo.
Il «socialismo degli idioti»

«Tutta l’opera del Regime nel campo sociale tende a


preservare la razza italiana». È il caposaldo del capitolo
intitolato La difesa della razza nel catechismo mondadoriano
del 1939, stampato a cura del Partito, Il primo libro del fascista
(p. 121). Lo svolgimento prosegue elencando: «protezione
della maternità e dell’infanzia, lotta contro le malattie sociali,
assistenza e previdenza sociale, politica demografica, bonifica
integrale, ritorno alla terra», rifiuto dei «miscugli di sangue
che determinerebbero il repugnante fenomeno del
meticciato, rovina delle nazioni».
L’intreccio strettissimo tra identitarismo e Stato sociale è il
nucleo dell’autorappresentazione del fascismo (non solo
italiano) nel suo proporsi come «rivoluzione nazionale». Il
«nazional-socialismo», o «socialismo nazionale», è l’anello di
congiunzione tra passato e presente; è l’antefatto
dell’intreccio – incombente su tutto l’Occidente – tra
«demagogia nazionale» («Prima gli italiani!», «America First!»
etc.) e neorazzismo anti-migranti; è il tessuto connettivo tra i
vari fascismi in tutte le loro metamorfosi e reincarnazioni. È
il fenomeno che un grande socialdemocratico tedesco,
August Bebel (1840-1913), chiamò, in modo giustamente
sprezzante, «il socialismo degli idioti» (Congresso di
Colonia, 1893).
Ma la minaccia non viene soltanto dai gruppetti di
oltranzisti del genere dei giovanotti che militano in
«Generazione identitaria» o dai superprotetti consociati di
«Casa Pound» o dal partito neonazista statunitense (idolatra
di Donald Trump): viene dai movimenti e dai capi (di Stato
o politici) che – nel plauso di quei detriti – stanno
riconducendo con successo – attraverso campagne d’odio,
nazionalismo economico ed altro ancora – larghe masse
verso le stesse pulsioni che il catechismo mondadoriano del
1939 così efficacemente sollecitava.
Questo libro è stato scritto mentre imperversava la disumana «chiusura dei porti»
imposta dal governo italiano allora in carica (e ancora irrisolta) a danno di
profughi in fuga dall’inferno libico. Quella pagina vergognosa della nostra storia
recente, che ha macchiato l’onore del nostro paese, è stata anche rivelatrice di un
male antico e sempre latente: il lauto consenso che premia la demagogia
xenofoba. Drammatica conferma, nell’LXXX anniversario delle leggi razziali
italiane, della vitalità, anche da noi, di quello che Umberto Eco definì
efficacemente il «fascismo eterno».
20 settembre 2019
I.
La violenza negata

1.
Nella foga polemica contro chi ha definito «fascistico» lo
scatenamento di una campagna di massa anti-migranti
(attuata in spregio dell’articolo 10 della nostra Costituzione),
è stata, da taluno, indicata la violenza come l’elemento
discriminante tra «ora» e «allora». Presente in modi or più or
meno cruenti nell’intera parabola del fascismo (1919-1945),
la violenza – si sostiene – non rientra nella prassi dell’odierno
«populismo nero»1. Per chi così opina, conta forse soltanto
l’uomo bianco: la violenza sui neri non è violenza.
Effettivamente così è – per fare un sommesso paragone –
nella «grande democrazia americana»2, dove, un paio d’anni
addietro, la pena, per un poliziotto che aveva ucciso un nero
disarmato, fu la simbolica multa di un dollaro. Bastò che
l’uccisore spiegasse ai giudici che il morto gli era parso
aggressivo. È quello, il paese dove il trasvolatore atlantico, e
ammiratore di Hitler, Charles Lindbergh fondò il comitato
dal fortunato nome «America First». Il cui credo era:
«Ricostruire i nostri baluardi bianchi», l’apertura a «razze
straniere segnerà la nostra morte», «preservare la nostra
identità prima di essere inghiottiti da uno sconfinato mare
straniero». Dal 2016, «America First!» è la parola d’ordine
vincente nella «grande democrazia americana». Da noi si è
passati dalla «difesa della razza» (1938) a «Prima gli
Itagliani!»3 (2018). Indimenticabile la difesa della «razza
bianca», perno del formulario elettorale dell’attuale
presidente salviniano della Regione Lombardia.
2.
Violenza anche questa volta c’è stata, e continua. E si è
manifestata anche questa volta in forme sadiche: a danno di
centinaia di disperati ridotti allo stremo («Diciotti», «Sea
Watch», «Open Arms» etc.), a rischio di ricacciarli nella Libia
dei Lager e della guerra civile. Lager nei quali la dignità
umana viene annichilita, ma dove si può anche morire più in
fretta, grazie a un bombardamento.
Anche questa volta imperversa l’aizzamento di massa
contro «l’invasione» di stranieri (per giunta neri!) che «ci
tolgono il lavoro», come a suo tempo «contro l’ebreo,
affamatore del popolo» nel gergo belluino nazifascista.
Rimarrà a lungo nell’album della vergogna nazionale,
documento della bassezza verso cui è stata sospinta la morale
media nel nostro paese, la minaccia di stupro urlata da un
isterizzato giovane popolano all’indirizzo di Carola Rackete,
al momento dello sbarco a terra, dopo l’impeccabile attracco
della «Sea Watch» nel porto di Lampedusa (29 giugno 2019).
In tanto tragico squallore si inserì allora un siparietto di rara
comicità, quando le motovedette della Guardia di Finanza,
poste a sghimbescio per ostruire il porto, furono promosse
sul campo, o meglio in acqua, a «navi da guerra» e il graffio
inferto a tali neo-corazzate dall’imbarcazione che entrava in
porto fu descritto come un «attacco» che aveva «messo in
pericolo la vita [!]» dei guerrieri su di esse assisi. Divenimmo
in quel momento il paese più osceno e ridicolo d’Europa. La
scena archetipica è, in casi del genere, quella che apre il bel
libro del poeta latino Fedro, lupus et agnus. Il lupo «superior
stabat» e tuttavia – collaudata tecnica del vittimismo –
protestava minaccioso: «Mi stai sporcando l’acqua!».

3.
La Germania del «Führer», baluardo della «Fortezza Europa»,
collocava i Lager sia in aree ‘marginali’ (Auschwitz,
Treblinka, Sobibor, Majdanek etc. in Polonia) sia all’interno
del paese (Dachau). E distingueva burocraticamente tra
«concentramento» e «sterminio». Quando scattò la
«soluzione finale», l’opzione «sterminio» prevalse.
L’odierna Europa muove, su questo terreno, appena i primi
passi. Ad ogni modo, ad alcuni campi di «concentramento»
ha già dato vita: in modalità mercantile, saginando Erdoğan
con miliardi di euro affinché ci tolga dalla vista questi
disturbatori; ovvero proteggendo qualche «signore della
guerra» libico e fingendo di ignorare i Lager che costoro
gestiscono (e, se del caso, bombardano), ben più feroci dei
«campi» creati in Turchia. E poi c’è Lesbo, di cui non si deve
parlare neanche quando vi si reca il papa.
Volendo, però, qualche Lager interno l’abbiamo di già
anche noi: dalla Calabria alla Capitanata. E altrove. E
siccome degli schiavi lì accatastati, ogni tanto ne muore
qualcuno, accade pure che se ne parli.
Finché ci sono anticorpi (e ce ne sono), si deve reagire:
nonostante l’irridente frastuono giornalistico proteso ad
enfatizzare le differenze tra «ora» e «allora». Mostrano di non
sapere che anche «allora» si scivolò per gradi.
1
Adotto la efficace formula lanciata da Marco Revelli in un pubblico
dibattito bolognese (giugno 2019) nel quadro della «Repubblica delle idee»
sul tema: Rifascismo?
2
Formula servile, quasi universale per indicare gli Stati Uniti d’America.
3
Secondo la fonetica ducesca e, ora, salviniana.
II.
Parliamone seriamente

1.
Già una volta il fascismo è apparso rispettabile e «normale» ai
benpensanti tanto liberali quanto conservatori, ma anche ad
un primo ministro laburista come MacDonald1. Erano
ciechi? non vedevano i «tratti fondamentali e ineliminabili
del fascismo», quali «la soppressione dei partiti», «la fine della
libertà di espressione», «l’aggressione squadrista fino
all’assassinio»?2 Vedevano, sapevano e approvavano. Non è
superfluo ricordare la fiducia al governo Mussolini da parte
del senatore Croce pur dopo l’uccisione di Matteotti ovvero
le lettere ammirative indirizzate da Luigi Einaudi a
Mussolini alla metà degli anni Trenta. Il sottinteso per
costoro – come già per Giolitti – era che quella sterzata
politica costituiva il solo efficace rimedio contro le mire (o
velleità) rivoluzionarie del partito di Antonio Gramsci, ed
era stata premiata da largo consenso.
Il visibile e acclarato consenso faceva aggio su tutto e
tranquillizzava le coscienze. E il consenso non era
semplicemente lo spettacolo delle adunate oceaniche, era
anche la spontanea autocensura del giornalismo, la
sempreverde, tacitiana «servitù spontanea», la benedizione da
parte della chiesa, l’ordine ristabilito e conclamato e
apprezzato: a suo modo una ‘normalità’. Insomma un
regime ‘rispettabile’ dotato persino di una fronda interna, di
un brillantissimo conte ambasciatore d’Italia molto
apprezzato al Foreign Office (Dino Grandi), e di un para-
intellettuale come Giuseppe Bottai protettore di riviste
letterarie pervase ogni tanto da qualche critico frisson. E di
sindacati finalmente «serî» e costruttivamente collaborativi,
anzi corrivi. E di un fiorente e accorsatissimo «Dopolavoro».
E di tante altre «cose buone», come ancora oggi molti
benpensanti ripetono.

2.
D’altra parte per alcuni anni il capo del fascismo – almeno
questo si poteva voler credere guardando le cose
«spassionatamente» – aveva «rispettato le regole»; aveva
affrontato le elezioni e le aveva vinte, alla testa di un blocco
elettorale comprendente un bel po’ di ceto politico liberale.
Certo, aveva cambiato la legge elettorale in senso
pesantemente maggioritario: ma dov’è il problema? Le leggi
elettorali di paesi sicuramente «democratici» (e additati come
modello al resto del mondo) erano anche peggio. (O
«meglio», secondo i punti di vista: la scoperta della necessità
di «governance» è roba vecchia.) Certo, qualcuno, agendo o
pretendendo di agire in suo nome, aveva ucciso Matteotti.
Ma in fondo, detto a mezza bocca, quell’ostinato e
petulante deputato un po’ se l’era voluta e poi, a rigore, era
morto «nella colluttazione»; e comunque era stata imbastita
anche una farsa di processo alla banda responsabile del
delitto; e il capo del governo era stato così «coraggioso» da
assumersi la responsabilità morale dell’uccisione di quel
deputato; e l’opposizione parlamentare aveva innescato una
manifestazione semisovversiva (e comunque inconcludente)
con la «secessione» sull’Aventino (credevano di essere
nell’antica Roma di Menenio Agrippa?). Certo, appena
divenuto presidente del Consiglio, il capo del fascismo aveva
fatto arrestare quasi tutti i dirigenti del Partito comunista
d’Italia. Ma non era forse questo un’associazione sovversiva
che apertamente propugnava la rivoluzione sociale e la presa
del potere «come in Russia»? Non era forse una formazione
politica dipendente direttamente da uno Stato straniero a sua
volta al bando della comunità internazionale? Uno Stato per
abbattere il cui regime, nobili e collaudate democrazie
avevano tentato l’intervento armato diretto o per interposti
«volontari»?
E comunque c’era stato persino un regolare processo a quei
sovversivi, e, dopo dieci mesi di carcere, quella gente era
stata persino assolta da un tribunale. Dunque dov’è il
problema? Eppure sarebbe bastato il codice Zanardelli per
tenerli «dentro»! Trattandosi di un partito che predicava la
sovversione sociale e la presa del potere con la violenza
bisognava almeno «rendergli la vita difficile»: e infatti questo
faceva la Pubblica Sicurezza applicando leggi ad hoc nei
confronti di siffatti comportamenti e reati. Certo, ci sarebbe
voluto un buon «decreto sicurezza». Se poi dei giovani
generosi ogni tanto «davano una lezione» a quella gente,
perché stupirsene? Erano – a giudicare proprio dalle loro
parole – dichiaratamente sovversivi. Insomma, si trattava di
uno Stato sostanzialmente «liberale» ma finalmente «forte». E
con soddisfazione di tutti (o quasi). E poi che generosità da
parte del nuovo governo! Consentiva persino che la
presidenza della Camera fosse affidata a un liberale di sicura
fede, e fedelissimo della Corona, quale Enrico De Nicola.
Certo, con una Camera saldamente in pugno quello era
quasi un dettaglio: ma elegantissimo!
Ecco cosa voleva essere il fascismo: uno Stato forte e capace
di ripristinare – se necessario con mano ferma – l’autorità
dello Stato. Il filosofo Giovanni Gentile, in sintonia col suo
predecessore (Croce), si insediava alla Pubblica Istruzione. E
teorizzava nei suoi scritti politici d’occasione che il fascismo
non era che il compimento del liberalismo. E aveva una
spiegazione giustificativa anche per il «manganello» che aveva
«sollecitato interiormente» Matteotti. (Non a torto fu poi
detto «il filosofo del manganello».)

3.
Fin qui il fascismo non era dunque stato che un ‘vigoroso’
ritorno alla normalità. Dopo anni di guerra civile, provocata
dai «sovversivi» (divisi tra loro e di fatto incapaci; ma
sovversivi).
Se poi, incapaci di accettare il volere della «maggioranza»,
espressasi con le trionfali elezioni dell’aprile 1924, gli
oppositori continuavano ad alimentare un clima in cui
maturavano addirittura attentati alla persona del capo del
governo, e questi attentati si ripetevano con assiduità
preoccupante, cos’altro poteva fare il governo se non
provvedere all’ordine pubblico con leggi «eccezionali»? E
difendere lo Stato attraverso strumenti ad hoc: un «Tribunale
speciale per la difesa dello Stato». Che lo Stato, per essere
tale, debba avere – e praticare – «il monopolio della forza»
(violenza) era il fondamento di ogni dottrina dello Stato: un
democratico come Max Weber (morto troppo presto per
poterci dare una sua valutazione del fascismo italiano) l’aveva
teorizzato e argomentato.
E non si poteva certo tollerare, in una situazione del genere,
quella realtà anomala e informe dell’anti-Parlamento
arroccato sull’Aventino al solo fine di delegittimare il
governo. Quei deputati non potevano ormai che essere
dichiarati decaduti. E così fu. Anche il Re e anche il
presidente della Camera erano d’accordo sulla proposta di
decadenza presentata da un cavalleresco caporione come
Farinacci. Così l’opposizione parlamentare svanì nel nulla.
Un piccolo fastidio: alla Camera c’era pur sempre il
gruppetto dei deputati comunisti che aveva lasciato ben
presto l’Aventino. Non potevano, a rigore, essere dichiarati
decaduti in quanto «aventiniani»: ma il Re si impuntò e
furono depennati anche loro. Per loro (non c’è da stupirsene
se solo si dava uno sguardo alla loro stampa e ai loro
programmi inneggianti alla «guerra civile») non ci poteva
essere che l’arresto. E così fu. Dunque dov’è il problema? A
chi addebitare la responsabilità della stretta autoritaria se non
a chi l’aveva pervicacemente provocata? All’estero avrebbero
capito. E infatti capirono.
È, questa, una parabola di cui noi, con la facile saggezza del
senno di poi, abbiamo ben chiare le successive tappe, i
momenti di svolta, l’approdo (incluso il ‘basso continuo’
dell’adesione di massa: prima e durante). Chi visse allora lo
capì poco alla volta: ma quello era fascismo in tutte le sue fasi:
parlamentari, aventiniane, dittatoriali. È questo che non
accettano di comprendere coloro che, da mesi, ci spiegano
che «ora» è diverso da «allora» perché «ora» non c’è la
dittatura (e nemmeno la violenza!). Nel fascismo si sprofonda per
slittamenti progressivi.
Che poi responsabile di tali slittamenti sia sempre un
‘nemico’ è l’ABC (di qualunque potere). Oggi – come allora
– ‘nemico’ è chi ostacola la «sicurezza». «Sicurezza» appunto.
Ma, tranquilli, si è già provveduto. Sono state varate dal
Parlamento le norme persecutorie e liberticide contro
oppositori e dissenzienti rispetto a tale visione della
«sicurezza»: quelli – per esempio – che non accettano di far
«marcire» (per usare un verbo caro ad un nostro ex ministro)
in Libia, nei Lager (o magari in mare) chi viene verso di noi
– in realtà verso l’Europa – e chiede asilo.
Ha preso avvio una nuova traiettoria: nell’esultanza di
masse già avanti nell’isterizzazione contro il (falso) nemico
«che ci toglie il lavoro» e «mangia a nostre spese».
1
Mosley, fondatore del fascismo inglese, era stato ministro con MacDonald.
2
«Corriere della Sera», 3 giugno 2019, p. 23.
III.
«Il più grande legislatore vivente»

1.
Nell’aprile del 1937 fu lanciato un sondaggio negli Stati
Uniti d’America: «Se doveste scegliere tra fascismo e
comunismo quale scegliereste?». Il 61 per cento optò per il
fascismo, il 39 per il comunismo. Un anno e mezzo più
tardi, nell’ottobre 1938, un ulteriore sondaggio – questa
volta avente come oggetto i capi e non genericamente i
regimi – diede una vittoria schiacciante a Mussolini (53 per
cento, contro il 34 per Stalin e solo il 13 per Hitler).
Scomposto per ceti sociali, il risultato dava a Mussolini il 62
per cento tra i ricchi (a Stalin il 25, a Hitler il 13) ma gli
assicurava la vittoria anche tra i gruppi sociali «poveri» (48
per Mussolini contro il 41 per Stalin e l’11 per Hitler). I
risultati dell’inchiesta furono ripresi in esame e commentati
da John P. Diggins in un libro (L’America, Mussolini e il
fascismo) pubblicato a Princeton nel 1972 e subito dopo, nello
stesso anno, in Italia (Laterza). Diggins, nel suo approfondito
studio, descrive anche il declino di così incontrastato e
durevole prestigio. Mentre non avevano avuto alcun peso per
scalfirlo né l’aggressione italiana all’Etiopia, né le sanzioni, né
l’intervento militare in Spagna, furono l’entrata in guerra nel
giugno ’40 (nonostante la visita di Sumner Welles, segretario
di Stato di Roosevelt, a Roma e le rassicurazioni neutraliste
di Ciano, ministro degli Esteri italiano, ancora nella
primavera del 1940)1 e soprattutto la delirante dichiarazione
di guerra dell’Italia agli Stati Uniti, l’11 dicembre 1941, a
infrangere quell’idillio.
Negli anni Trenta l’entusiasmo (interclassista) per
Mussolini era stato, negli Stati Uniti, quasi imbarazzante. Un
cantante di successo come Cole Porter gorgheggiava: «Tu sei
il massimo, tu sei Mussolini!» (1934), e al termine di un tour
europeo il rampollo dei Kennedy (futuro presidente), John
Fitzgerald Kennedy, annotava nel suo diario: «Sono giunto
alla conclusione che il fascismo sia giusto per l’Italia e il
nazionalsocialismo sia giusto per la Germania»2. Sul versante
britannico si conoscono, e spesso si citano, le parole – certo
veridiche – dette da Churchill a Mussolini nel corso di una
visita al capo del governo italiano: «Se fossi stato un italiano
sarei stato con Voi con tutto il mio cuore, dall’inizio alla fine
della trionfante lotta contro gli appetiti bestiali e le passioni
del leninismo». Meno note, forse, le parole dello stesso
Churchill di sei anni più tardi (18 febbraio 1933) di fronte
alla Lega antisocialista britannica, ancor più impegnative:
Il genio romano impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha
mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha
indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente
condotta. Col regime fascista, Mussolini ha stabilito un centro di orientamento dal quale i
paesi che sono impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non devono
esitare ad essere guidati3.

È una dichiarazione di enorme rilievo perché additava nel


fascismo italiano, ed in particolare nella figura e nell’azione
del suo capo, il «centro di orientamento» dal quale gli altri
paesi (d’Europa e fuori di essa) «non devono esitare ad essere
guidati». In questo modo il fascismo italiano assumeva – nel
pensiero di Churchill – un ruolo non solo di modello ma di
guida sul piano internazionale. Tre settimane più tardi, il 5
marzo, sull’onda del provocatorio incendio del Reichstag (27
febbraio 1933) Hitler, che si proclamava «scolaro» di
Mussolini, conquistava la maggioranza parlamentare in
Germania.

2.
La complicità internazionale col fascismo si consolidò nel
corso della guerra di Spagna (1936-1939) e culminò nella
conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938) che consentì
a Hitler di occupare in 10 giorni la regione dei Sudeti, dopo
che nel marzo dello stesso anno si era già annesso l’Austria.
Era stata la diplomazia inglese, e Neville Chamberlain in
persona, ad implorare Mussolini di intervenire presso Hitler
onde ottenere l’incontro a quattro4 che di fatto avallò quasi
tutte le pretese tedesche. E Mussolini fu esaltato da tutta la
stampa internazionale, a cominciare dal «New York Times»,
come il salvatore della pace in Europa e tutore dell’equilibrio
mondiale. Le sanzioni societarie per l’aggressione all’Etiopia
e l’uscita clamorosa di Italia e Germania dalla Società delle
Nazioni erano ormai un insignificante ricordo e da poche
settimane erano già entrati in funzione in Italia – «centro di
orientamento» del mondo secondo Churchill – i
«Provvedimenti per la difesa della razza nelle scuole italiane»
(5 settembre 1938) e i «Provvedimenti nei confronti degli
ebrei stranieri» (7 settembre 1938). E il 18 settembre
Mussolini aveva minacciato, in un affollato comizio a Trieste
riprodotto integralmente da tutta la stampa italiana, le
potenze ‘straniere’ che osassero sollevare proteste contro le
leggi di persecuzione antiebraica: la reazione italiana – aveva
detto – sarebbe stata di inasprire ulteriormente i
provvedimenti.
Quando, il 3 ottobre ’38, Chamberlain riferì alla Camera
dei Comuni sull’accordo concluso a Monaco, che aveva dato
a Hitler partita vinta nello smembramento della
Cecoslovacchia, volle tessere l’elogio di Mussolini:
«Mussolini: il suo contributo è stato certamente notevole e
forse decisivo. È stato su sua proposta che la definitiva
mobilitazione è stata rimandata di 24 ore onde darci
l’opportunità di discutere la situazione; desidero inoltre dire
che alla Conferenza, sia lui che il Ministro degli Affari Esteri
italiano, Conte Ciano, hanno portato un grande aiuto nelle
discussioni. Appena iniziati i colloqui sono stati essi a
presentare il memoriale che il signor Daladier ed io abbiamo
potuto accettare5 come base della discussione. Credo che
l’Europa e il mondo abbiano ragione per essere grati al Capo
del Governo italiano per il lavoro da lui compiuto nel
contribuire ad una pacifica soluzione».
Anche Daladier tributò il suo omaggio a Mussolini,
parlando all’Assemblée Nationale il 4 ottobre.
Sempre nel ’38 la Società Editrice «Novissima» (una
articolazione del Min.Cul.Pop.) era in grado di pubblicare
un tomo di ben 464 pagine intitolato Il duce nel mondo, a cura
di un alacre giornalista di regime, Francesco Sapori6: era una
nutritissima antologia di «giudizî [ovviamente elogiativi]
tradotti e presentati». A riprova del prestigio «mondiale» del
capo del fascismo.
1
Cfr. Sumner Welles, Ore decisive, Einaudi 1945, pp. 108-111.
2
Più ampi dettagli nel volume di Ennio Caretto, Quando l’America s’innamorò
di Mussolini, Editori Internazionali Riuniti 2014.
3
È un intervento su cui giustamente ha posto l’accento Renzo De Felice,
Mussolini il Duce. Gli anni del consenso, Einaudi 1974, p. 553.
4
Hitler, Chamberlain, Mussolini, Daladier.
5
Era stato elaborato dai tedeschi.
6
Collaboratore di: «Il Popolo d’Italia», «Il Mediterraneo», «Occidente»,
«Rubicone». Insomma un fuori classe.
IV.
The Trial of Mussolini

1.
La compiacenza (vigente fino alla dichiarazione di guerra del
giugno ’40) dell’establishment britannico nei confronti di
Mussolini ebbe una ‘coda’ polemica dopo la prima sua
caduta. L’attacco venne da un singolare pamphlet, The Trial
of Mussolini, diffuso a Londra nell’ottobre 1943, scritto dopo
il 25 luglio e prima della resurrezione del Duce in veste
nazionalsocialista a fine settembre.
Era un atto d’accusa contro l’appoggio concesso più o meno
apertamente dal governo del Regno Unito all’Italia fascista.
L’autore, che si celava dietro lo pseudonimo «Cassius», era in
realtà Michael Foot, in quel momento redattore
dell’«Evening Standard» e solo più tardi deputato laburista.
L’editore era Victor Gollancz, fondatore nel 1927 di una casa
editrice socialista. Foot immaginava che venisse celebrato un
processo, con Mussolini nella veste dell’imputato, a Londra
«sometime in 1944 or 1945»: «the First Great Trial for War
Criminals». La trovata abilmente polemica consisteva in
questo: che l’avvocato difensore, nella sua arringa, descriveva
– sconcertando in un primo momento la corte – i crimini di
Mussolini in toni ancor più aspri rispetto al pubblico
ministero, però subito dopo chiamava a testimoniare il fior
fiore dell’élite politica britannica – da Austen Chamberlain a
Neville Chamberlain fino allo stesso Churchill – e
rinfacciava loro, teste dopo teste, l’appoggio dichiarato e
solidale ad una serie di atti criminali del fascismo. Foot fu
licenziato dal suo giornale.
2.
La pubblicazione dell’opuscolo ebbe uno strascico postbellico
in Italia, nel giugno del ’46, ad opera delle Edizioni Riunite
(di Milano), una casa editrice abilmente revisionistico-
nostalgico-qualunquisteggiante. Pubblicava tra l’altro le
prose para-umoristiche dell’ex fascista e antisemita Giovanni
Mosca, ma anche discorsi non resi pubblici di Churchill sul
vero andamento della guerra. Il libello di «Cassius» fu
presentato col malizioso titolo Un inglese difende Mussolini e la
presentazione editoriale recitava così:
Autore di questo libro, che si nasconde sotto lo pseudonimo di Cassius, è il
brillante giornalista laburista inglese Michael Foot, redattore capo del quotidiano
«Evening Standard». Il suo libro, che ha provocato accanite discussioni in tutto il
mondo, difende Mussolini nel senso di sollevarlo dall’accusa di essere il solo
responsabile. Mai nulla – dimostra Cassius – Mussolini avrebbe potuto compiere
se dall’estero e specialmente da Londra non fossero venute così frequenti adesioni
e così validi appoggi alla sua opera. Mai gli italiani si sarebbero spinti in avventure
così pericolose e avrebbero osato avallare capitoli così inquietanti di storia [?], se
da Londra qualcuno non li avesse incoraggiati e in qualche caso persino premuti a
perseverare sulla strada intrapresa.

Ovviamente questa formulazione è esagerata e


ansiosamente apologetica. Concede, anche a costo di fare di
Mussolini un burattino nelle mani degli inglesi, che
Mussolini abbia compiuto «avventure pericolose» e che gli
«italiani» (forse il governo?) abbiano «avallato capitoli
inquietanti di storia» (frase che forse allude alla complicità
con i crimini nazisti) ma il tutto viene riversato sulle spalle
dell’Inghilterra: essa avrebbe «incoraggiato» Mussolini e
«premuto» (su di lui) perché «perseverasse nella strada
intrapresa». Imbarazzo e reticenza a parte, l’operazione è
chiara: usare la denunzia (peraltro limitata a ben precisi
episodi) di Foot per riscattare, mettere in salvo, tutta l’azione
politica di Mussolini. Il residuo storiografico revisionistico
dell’operazione era chiaro, ad appena sei mesi dalla nascita
(dicembre ’46) del Movimento Sociale Italiano, «fenice»
risorta del fascismo repubblicano: incrinare la visione
«manichea» dello scontro mortale di proporzioni mondiali
1941-1945 disvelando le responsabilità della potenza
occidentale (l’Inghilterra) che più aveva ‘flirtato’ con i due
regimi fascisti, italiano e tedesco.
Ma non si poteva lasciare in ombra che l’apprezzamento era
stato internazionale – dagli USA, alla Confederazione
Elvetica, agli Stati balcanici – e aveva assunto il fascismo
italiano a modello di auspicato argine contro la «sovversione
rossa». Con il distinguo «wasp-razzistico» di considerarlo
però adatto soprattutto a paesi come il nostro (diario del
giovane Kennedy).
V.
Dire la verità

1.
Il fascismo non finì con la sconfitta militare dei tre principali
Stati fascisti (Germania, Italia, Giappone), ma continuò a
vivere molto a lungo: visse altri trent’anni buoni, come realtà
politico-statale (Spagna, Portogallo), rifluì nei gangli vitali di
Stati a protezione statunitense (Globke, coautore delle «leggi
di Norimberga», Seebohm, Oberländer nella cerchia più
vicina al Cancelliere tedesco Adenauer); ebbe una sua
peculiare e durevole vitalità nell’America meridionale; fu
imposto – col fattivo beneplacito degli USA – come brutale
soluzione ‘di emergenze’ su scala planetaria (Indonesia 1965,
Grecia 1967, Cile 1973); si compenetrò coi servizi segreti
deviati nell’Italia in preda al terrorismo (1969-1980); assunse
forma di partito organizzato, ora minoritario (MSI in Italia,
«Republikaner» in Germania) ora di massa (Front National
in Francia); e riconquista da ultimo il potere per via
elettorale (Bolsonaro nell’odierno, frastornato, Brasile).
Perciò, della incombente minaccia di una riapparizione più
o meno metamorfica del fascismo sulla scena non si è mai
smesso di parlare col necessario allarme.
Che altrettanto regolarmente, direi puntualmente, alcuni si
affrettino a dichiarare tale allarme immotivato, o addirittura
strumentale, è ben noto. Il personale, soprattutto
giornalistico, che si incarica di diffondere tranquillanti, torna
in azione con regolarità quasi come le epidemie di infuenza.
Ha trovato più volte alimento, in passato, nel ricorso troppo
affrettato alla categoria «fascismo», come quando – ad
esempio – un Pannella usava ossessivamente la categoria
«regime democristiano». Si dimentica, comunque, che crisi
allarmanti sfociano a volte anche in esiti imprevisti. Esempio
celebre il «golpe» di Algeri con ramificazioni in Corsica
(Massu, Salan, Thomazo) – il 13 maggio del 1958 – che
liquidò il Parlamento francese, eletto appena due anni prima,
con la parola d’ordine «De Gaulle al potere!»; e in capo a
pochi mesi fu a sua volta liquidato proprio da De Gaulle. Nel
maggio ’58 la Francia di sinistra manifestò con lo slogan «il
fascismo non passerà»; su «Rinascita» (agosto ’58) Togliatti
mise in guardia: «Non è il fascismo». E col ritorno di De
Gaulle ebbe inizio una storia nuova e in larga misura inedita.
È un caso macroscopico e istruttivo: i torturatori golpisti,
immortalati da Pontecorvo nella Battaglia di Algeri, erano
fascisti, e giustamente crearono allarme anche fuori della
Francia; ma fattori soggettivi (la personalità e il fiuto politico
di De Gaulle) e l’ondeggiare dell’opinione pubblica
produssero un esito non previsto né dai golpisti né dai loro
avversari.

2.
Il rischio – cui nondimeno non si è mai smesso di porre
attenzione – era, ed è, che, variamente riverniciato e
aggiornato e mescolato a nuovi «miti», il fascismo,
comunque denominato, tornasse ad apparire, alle
maggioranze silenziose e allo Stato-guida dell’Occidente,
accettabile o addirittura rispettabile: e quindi auspicabile,
come era già accaduto negli anni Venti e Trenta del secolo
XX. Ed è appunto la durevolezza proteiforme del fenomeno
che ha, sin da subito, costituito alimento alla riflessione
intorno alle sue radici, profonde e strutturali, suscitatrici
delle sue varie vite e resurrezioni.
Esiste una nutrita bibliografia in proposito, della quale è
fatuo non tenere conto. Ci sono studi rinomati e di diversa
ispirazione (da George Mosse a Lelio Basso, da Ernst Nolte a
Norberto Bobbio etc.) che spiegano, ognuno privilegiando
eventualmente un determinato aspetto, come il fascismo sia
un fenomeno ramificato (riflesso di specifiche situazioni
nazionali) il cui modus operandi consiste nell’efficace intreccio
di due fattori seduttivi: (1) l’aizzamento, e conseguente
mobilitazione, contro un ‘nemico’ su cui convogliare una
ostilità di massa (xenofobia, a suo tempo antisemitismo,
allarme per una sbandierata «invasione» da «fuori»: dal
«pericolo giallo» ai migranti del tempo nostro); (2) forme
demagogiche e talvolta incisive di Stato sociale che però non
disturbi, o non disturbi troppo, il ceto proprietario.
Della ininterrotta riflessione su questi argomenti
ricorderemo due esempi recenti, il cui destino si è intrecciato
con lo scontro politico in Italia nel tempo a noi più vicino:
Eternal Fascism di Umberto Eco (1995) ristampato e
rilanciato nel 2018 e How Fascism Works: The Politics of Us and
Them di Jason Stanley (2018)1. Approdano entrambi a
conclusioni simili: esiste un fascismo profondo, sempre
desto, i cui ingredienti sono: «il passato mitico», l’«anti-
intellettualismo», il culto della «gerarchia», il «vittimismo»,
«legge e ordine», a tacere di altre minori forme di «ansia»
patologica e facilmente attizzabile (Stanley); «culto della
tradizione», rifiuto del modernismo, culto dell’azione per
l’azione, paura delle differenze, appello alle classi medie
frustrate, ossessione del complotto, disprezzo per i deboli,
pacifismo come collusione col ‘nemico’, machismo,
populismo spregiatore del parlamentarismo, ricorso ad una
«neolingua» semplificatrice (Eco: il quale coniò come
termine riassuntivo di tutto ciò la formula «Ur-fascismo»).
Stanley pone efficacemente l’accento sul «vittimismo» che
alligna tra coloro che appartengono al gruppo dominante: Ci
tolgono il lavoro! Ci molestano le donne! Mangiano senza
lavorare! (e, alla fine, qualcuno appicca il fuoco non
metaforico). «Noi siamo lavoratori onesti, e abbiamo
conquistato un posto nella società con la fatica e grazie ai
nostri meriti. Loro sono pigri, vivono alle nostre spalle
sfruttando la generosità del welfare o l’aiuto di istituzioni
corrotte come i sindacati. Noi facciamo, loro prendono».
«L’Ur-fascismo – concludeva Eco – può ancora tornare
sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di
smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove
forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo».
Appena ripubblicato nel 2018, Eternal Fascism di Eco è stato
variamente insultato. (L’influentissimo autore era ormai
morto da due anni.) Il 13 maggio 2019, nel consueto lauto
«fondo» del «Corriere della Sera», Ernesto Galli lo ha bollato
come «le vacue genericità di Umberto Eco sull’Ur-
Faschismus» (p. 24). Tre giorni prima, su «la Repubblica»
Carlo Ginzburg aveva definito «inconsistente e fuorviante» la
nozione di «Ur-fascismo» elaborata da Eco: «sia da un punto
di vista storico sia concettuale» (p. 37). L’ampio intervento,
che partiva dalla prima pagina, prendeva le mosse da un
ripensamento a proposito dell’editore dichiaratamente
fascista dell’allora ministro Salvini, ma proprio in tema di
studi sul fascismo presentava stranezze (le lezioni moscovite
di Togliatti culminanti nella visione del fascismo come
regime reazionario di massa venivano trasmutate in
«indimenticabili pagine di Antonio Gramsci»).
Curiosa levata di scudi contro una riflessione – quella di
Eco – del tutto fondata, e convergente con studi
ragguardevoli e largamente apprezzati quale, ad esempio, il
saggio di Norberto Bobbio per i «Quaderni della F.I.A.P.»
(n. 14, 1975) L’ideologia del fascismo, incentrato sulle matrici
remote di esso: antidemocrazia, disprezzo per il Parlamento,
nazionalismo interclassista etc. E si potrebbero ricordare
anche gli studi di Zeev Sternhell sull’affiorare di mentalità
fascistiche e aggressivamente antisemite nell’ultimo quarto
del secolo XIX in Francia, o di Fritz Fischer sulla sterzata
autoritaria-imperialistica e antisemita dell’establishment
guglielmino nei due decenni che precedettero il 1914, sulle
sbandierate «idee del ’14» poste in antitesi alle «idee dell’89»
(vilipese, queste, anche nella mussoliniana-gentiliana voce
Fascismo dell’«Enciclopedia italiana») e sul formarsi – in piena
guerra – del primo grande «partito reazionario di massa», la
«Vaterlandspartei», che rifluì, dopo il fallito Putsch di Kapp,
nel nazionalsocialismo.
Ovviamente c’è sempre qualcuno pronto ad appagarsi
dell’illusionistica diagnosi crociana del fascismo come
improvvisa e inopinata invasione degli Hyksos. Una
«parentesi».

3.
Nel quadro di una più generale diseducazione di massa,
spesso barattata per «modernità», c’è da constatarne uno
specifico aspetto: il deperimento dell’educazione
all’antifascismo. (Qualche venditor di fumo ha anche coniato
per sé l’etichetta fortunata di anti-antifascista.)
Stanchezza? Forse! Ignoranza: certo. Clima generale. Ma
anche effetto negativo (sul versante antifascista), per esempio
nella scuola, di una comunicazione di tipo catechistico e
apodittico, povera sul piano storiografico e documentario:
controproducente come tutti i catechismi. Il fatto che
giovani e giovanissimi, nelle nostre scuole – pur dopo lo
sforzo illustrativo e commemorativo in occasione di
ricorrenze capitali (da ultimo l’LXXX delle «leggi razziali»)
–, si proclamino orgogliosamente «fascisti» non è una
febbricola passeggera di cui disinteressarsi. Si tratta
dell’indicatore di qualcosa che ha radici. Avranno imparato
nelle loro famiglie, e queste, a loro volta – se consideriamo il
succedersi delle generazioni –, dalle «maggioranze silenziose»
degli anni Sessanta e Settanta. La cui frangia più militante
‘flirtò’ con la trama nera che ha avvelenato la vita della nostra
Repubblica. Frangia che a sua volta lambiva la generazione di
Salò: celebre la foto di Almirante ostentatamente munito di
bastone, in vista tra i suoi «picchiatori», sulla scalinata di
Lettere nella Città universitaria di Roma. Forse Emilio
Gentile se la ricorda ancora.
Un cambiamento antropologico si era venuto man mano
realizzando. Lo si vide quando il movimento fondato e
finanziato da Berlusconi (la cui visione della storia italiana
era: il fascismo ha fatto alcune cose buone, il nemico è il
comunismo) subentrò, al centro dello schieramento politico
italiano, ad un partito quale la Democrazia Cristiana, il cui
vertice era stato invece convintamente antifascista. Quel
movimento sembrò svilupparsi con la velocità di una fungaia
dopo la pioggia, ma veniva da lontano.
Ed è stato appunto l’autoscioglimento della Democrazia
Cristiana la rivelazione dell’avvenuta mutazione e, al tempo
stesso, il trauma che ha consentito lo sprigionarsi di un
magma che non si era mai spento: l’Italia che aveva
applaudito, in estasi, Mussolini all’apice del consenso; che
nell’immediato dopoguerra si era accovacciata sotto la sirena
del qualunquismo; un’Italia frastornata e sospettosa che la
Democrazia Cristiana aveva recuperato e convogliato, tra
difficoltà e incomprensioni e nella difficile e costringente
cornice della guerra fredda.
Oggi abbiamo gli elementi conoscitivi per comprendere la
differenza rispetto a ciò che è venuto dopo. Un episodio va
ricordato, a suo modo emblematico. Nella tempestosa e
drammatica seduta pomeridiana del 14 luglio 1948, al
Senato, mentre esplodeva nel paese la rivolta spontanea
innescata dall’attentato, quella mattina, contro Palmiro
Togliatti, e qualcuno chiedeva – e altri paventavano – la
mano dura e una sommaria resa dei conti, un dirigente della
DC, già esponente della Resistenza fiorentina, Adone Zoli,
dichiarò con tutta l’energia e l’impegno che la circostanza
richiedeva: «Fino a quando vi saranno alla testa della
Democrazia Cristiana gli uomini che vi sono attualmente
nessuno in Italia sarà posto fuori della legge e tutti i cittadini
avranno parità di diritti, parità di rispetto».
Questo affermava, mentre l’ambasciata statunitense a
Roma richiedeva che si mettessero fuori legge i comunisti. Il
che effettivamente avvenne, pochi anni dopo, nella
Germania di Bonn, dove l’occupante-liberatore era molto
più incombente, e decisivo nel legittimare la cooptazione,
nell’assetto postbellico, di quadri intermedî del passato
regime2.
Anche De Gasperi aveva patito il carcere durante il
fascismo; e quando, una volta fuori e privo di possibilità di
impiego, chiese asilo in Vaticano, la sua presenza fu lì
percepita – mentre si compiva la trattativa tra il cardinale
Gasparri e Mussolini per il Concordato – come un
ingombro. E quando, nel 1952, Pio XII caldeggiava, per la
conquista del comune di Roma, il «listone» coi missini, De
Gasperi si rifiutò e non fu più ricevuto in Vaticano.

4.
Scomparsi i partiti che diedero vita alla Repubblica, anzi – si
potrebbe dire – scomparsi tout court i partiti, non esiste altro
luogo di acculturazione civile se non la scuola. Ed è su di
essa che si concentra la ‘sorveglianza’ del «sovranismo nero».
(Gli episodi repressivi, poi abortiti, di Palermo e di
Monfalcone sono segnali3.) L’assalto alla scuola passa oggi
attraverso la cosiddetta «autonomia». Essa mira a creare le
condizioni per un reclutamento controllato, a base locale, da
mettere nelle mani di strutture politiche e amministrative
adeguatamente orientate e sorvegliate. Se questo accadrà, la
diseducazione di massa non avrà contrappesi. Un assaggio è
il rinnovato assalto – di storaciana memoria (Regione Lazio)
– al manuale di storia.
1
Il fascismo eterno, La Nave di Teseo 2018; Noi contro loro. Come funziona il
fascismo, Solferino 2018.
2
Istruttiva, per non dimenticare, la lettura di: Sergio Segre, La questione
tedesca, Editori Riuniti 1961, specie pp. 183-225.
3
Ci riferiamo alla inaudita sospensione dal servizio inflitta alla professoressa
Rosa Maria Dell’Aria (Istituto industriale «Vittorio Emanuele III», Palermo):
«Corriere della Sera», 17 maggio 2019, p. 7. Motivo del provvedimento: gli
studenti avevano elaborato un raffronto tra alcune norme della legislazione
razziale del 1938 ed alcune norme del famigerato «Decreto sicurezza».
Qualche tempo dopo, il 6 agosto, i giornali resero nota una bravata del
sindaco di Monfalcone: il quale aveva fatto irruzione in un campo non suo,
deplorando che venga impartito nelle scuole un insegnamento della storia
troppo «di sinistra». Suo antecedente remoto lo Storace: quando era
presidente della Regione Lazio (2000-2005) lanciò l’idea di epurare i manuali
di storia «troppo di sinistra» adottati nelle scuole.
VI.
Articolo 10

«Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo


esercizio delle libertà democratiche garantite dalla
Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della
Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge»
(articolo 10, comma 3, della Costituzione italiana).

1.
Il 19 agosto scorso Angela Merkel, Cancelliere della
Repubblica Federale Tedesca, ha colto l’occasione del XXX
anniversario dell’apertura del confine ungherese verso
l’Austria, che consentì il passaggio a Ovest di «circa 600»1
cittadini della DDR, per incontrare il primo ministro
ungherese Orbán e spiegargli la inopportunità del muro
(corredato di nostalgico filo spinato) da lui costruito al
confine meridionale del suo paese per sbarrare la strada ai
migranti. Nonostante la finta commozione di prammatica
data la circostanza, Orbán ha opposto un rifiuto alla sua
rimozione. L’uomo-simbolo del «sovranismo» europeo ha
così argomentato: «Difendo il benessere dell’Europa!».
A chi gli chiedeva conto dell’inclinazione a trattare con
gente quale Nixon e Kissinger, il presidente Mao rispose
(1970) che, per lo meno, i reazionarî hanno il pregio di
parlare chiaro. Come dargli torto? Anche Orbán rientra nella
tipologia: non parole confuse o tortuose ma la pura verità
(non ci disturbate mentre ci godiamo il nostro benessere
altrimenti si passa alle «vie di fatto»…). Né gli fa alcuna
impressione la circostanza ‘dissotterrata’ dalla Merkel,
celebrativa di un gruppo (non molto esteso in verità) di
migranti di tanti anni fa, della cui migrazione l’Ungheria di
allora si era fatta, consapevolmente, strumento. Quelli
comunque migravano dalla Germania comunista,
dall’«impero del male» (allora si parlò di fiumane di persone);
e comunque in Ungheria non si fermavano, anzi. Ora invece
i migranti cui Orbán chiude le porte sono, per giunta,
variamente «coloured». Insomma, la Merkel non si
intrometta…

2.
L’attacco rivolto contro chi tentava di salvare la vita dei
migranti in mare fu, per un certo tempo, l’obiettivo di un
gruppo neofascista, non a caso denominato «Defend
Europe», reclutato tra gli adepti di «Gioventù identitaria» (dal
Canada all’Australia). Bersaglio prediletto: «Médecins sans
frontières». Con coraggio il settimanale «Famiglia Cristiana»
denunciò all’inizio del 2017 la concomitanza temporale tra
l’attacco lanciato da «Defend Europe» e l’inchiesta di Trapani
su presunti legami d’interesse tra ONG e scafisti (poi
risoltasi in una bolla di sapone). «Defend Europe» faceva il
suo poco onorevole mestiere: rilanciava la «Fortezza Europa»
del Führer, e anticipava la irridente tracotanza di Bolsonaro,
che accusa le ONG di aver appiccato l’incendio doloso che
sta devastando l’Amazzonia (agosto 2019).

3.
Prima, però, che l’inchiesta trapanese si sgonfiasse da sola,
nessuno – di ciò che resta della sinistra – s’è ricordato che, in
tutte le epoche di cui abbiamo documentata notizia, l’uscita
clandestina da un paese è passata di necessità attraverso canali
che è eufemistico definire di non specchiata virtù. Agli
immemori andrebbe ricordato l’inevitabile e costoso ricorso
agli «spalloni» (o a contrabbandieri o altro ancora) per chi
tentava di espatriare clandestinamente in Ticino dall’inferno
della Repubblica Sociale Italiana. (Una problematica risorsa
non scartata nemmeno dai gerarchi fascisti quando venne il
loro turno.) E a questo proposito non sarebbe male
rimembrare agli isterici assertori nostrani dei «porti chiusi»
che il piccolissimo Ticino (circa 160.000 abitanti nel 1940),
nei diciotto mesi della RSI, accolse decine di migliaia di
rifugiati2: certo esercitando controlli e con durezza poliziesca
soprattutto verso i rifugiati ritenuti, o che risultavano ai loro
servizi d’informazione, militanti comunisti. È un precedente
al quale si potrebbero accostare le vicende del fuoriuscitismo
dopo il sistematico schiacciamento dei moti risorgimentali o
– successivamente – di tanti militanti di tutti i partiti dopo le
leggi eccezionali del novembre 1926.
È (temiamo) in malafede chi mena scandalo nel constatare
che, in situazioni estreme, si fanno i conti con la realtà in
ogni suo aspetto, anche il meno entusiasmante. Biscazzieri (o
peggio) diedero – nella stretta finale della guerra (1944/1945)
– più che una mano, non certo incontaminata, al Deuxième
Bureau francese e ai servizi svizzeri3. Se non fa scandalo che,
nella battaglia contro il «crimine organizzato», le polizie e il
potere giudiziario si servano, se necessario, di confidenti, di
presunti pentiti e di una varia feccia doppiogiochista, è
incongruo che divenga deplorevole, anzi perseguibile, chi si
sobbarca a compromessi pur di salvare esseri umani in fuga.
(Il volontariato viene elogiato se organizza il pranzo di
Natale, ma in questi casi non va bene…)
Esseri umani in fuga da paesi dove – per dirla con l’articolo
10 della nostra Costituzione – «viene impedito l’effettivo
esercizio delle libertà democratiche garantite dalla
Costituzione italiana». E forse nemmeno il più ottuso dei
buttafuori scacciamigranti si spingerebbe ad affermare che la
Libia o la Siria o lo Yemen, tanto per fare qualche esempio,
siano paesi dai quali non è giustificato fuggire.

4.
Quando i costituenti formularono, in grande concordia,
quell’articolo, essi avevano in mente non soltanto l’odissea
del fuoriuscitismo politico e ‘razziale’ dall’Italia verso altre
terre (e con lo scoppio della guerra fu sempre più difficile
trovarne), ma anche il fuoriuscitismo dalla Germania nazista
verso altre terre, soprattutto per gli ebrei. Alcuni dei quali,
dopo il 1933, si erano ritagliati una possibilità di vita proprio
in Italia, e però dopo il settembre ’38 dovettero rimettersi in
cammino per il mondo. (Gli ebrei stranieri furono la prima
categoria colpita dai provvedimenti italiani «sulla razza» già
all’inizio di settembre.) Per questo essi scrissero quelle parole
nella nostra legge fondamentale. Alcuni di loro avevano
direttamente fatto esperienza dell’esilio e dell’estrema
difficoltà di una vita dignitosa e non di continuo vessata una
volta che si venga declassati da cittadini a fuoriusciti. Né si
trattava solo di dirigenti, o dell’élite, ma di comuni e ignoti
militanti.
Senza esagerare nei dettagli, giova rievocare qui brevemente
l’ascendenza remota di quell’articolo 10 e la discussione che
se ne fece alla Costituente. Il precedente illustre era la
costituzione della prima repubblica francese (giugno 1793)
che, all’articolo 130, disponeva il diritto d’asilo, in nome del
«popolo francese», «aux étrangers bannis de leur patrie pour
la cause de la liberté», e rifiutava l’accoglienza «aux tyrans»
(termine allora in voga e dal significato ampio: capi e gregarî
di Stati «ancien régime» ora periclitanti). Nel concreto della
discussione fu ulteriormente chiarita e resa inequivocabile
l’originaria formulazione («Lo straniero a cui siano negate nel
proprio paese le libertà etc.»), che divenne – su proposta di
Treves e di altri –: «al quale sia impedito nel suo paese
l’effettivo esercizio delle libertà etc.». Altri avevano proposto:
«al quale sia impedito di diritto e di fatto etc.». Con la parola
«impedito» fu esclusa la possibilità di applicare la norma ai
soli perseguitati politici: «non occorre, perché la norma abbia
valore ed efficacia, che lo straniero sia un perseguitato politico»4.
È la condizione del suo paese l’elemento determinante.
All’epoca, nel corso dei lavori della Costituente, una
disputa fu: se si dovessero accogliere soltanto gli stranieri in
fuga da regimi liberticidi o comunque vessatorî. Umberto
Terracini formulò un exemplum fictum: se un domani crollasse
il regime franchista dovremmo accogliere frotte di franchisti
in fuga? Ma l’obiezione era a rigore superata dalla premessa
stessa dell’articolo in quanto riguardante esuli, o migranti, in
fuga da paesi dove siano «negate le libertà democratiche
garantite dalla Costituzione italiana».
Successivamente però l’incoercibile pulsione alla
sofisticheria, che «mai s’addorme» nei giuristi servizievoli, si
è messa d’impegno a vanificare il contenuto di questo
comma dell’articolo 10. Ciò soprattutto da quando le varie
leggi anti-migranti, pullulate da noi nel tempo recente (dalla
Bossi-Fini, fino al recentissimo «Sicurezza sicurezza
primavera di bellezza»), sono state varate in palese violazione
dell’articolo 10. Un recentissimo volumetto5 descrive
fedelmente codeste sofisticherie, e comunque approda –
com’è giusto – al riconoscimento della necessaria
conformità, di questa (ed altre) norme, alla Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo (che, com’è noto, sancisce in
modo drastico e inequivocabile il diritto delle persone a
spostarsi di sede o di habitat). E segnala con adeguata forza
che, su ogni sofisticheria (l’orientamento nostro garantirebbe
– così si pretende da taluno – i «cittadini» e non gli stranieri),
prevale il grande impegno racchiuso nell’articolo 2: «La
Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […] e
richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale».

5.
Le due storie si ricongiungono: i «respingimenti» degli anni
Trenta e quelli, altrettanto vergognosi, cui ci tocca di
assistere oggi. Opportunamente, tempo addietro, Carlo
Greppi rievocò – mentre era in atto l’odissea della nave
«Diciotti» – la vicenda dei 928 ebrei tedeschi che avevano
cercato salvezza sul transatlantico «St. Louis». Vicenda dai
contorni attuali, che qui rievochiamo con le parole di Anna
Segre:
La storia più conosciuta (anche per il film del 1976, Il viaggio dei dannati di Stuart
Rosenberg che è ispirato a quella vicenda) è quella del transatlantico St. Louis
partito da Amburgo il 13 maggio 1939 con destinazione Cuba. Sulla nave
viaggiavano 928 ebrei tedeschi, in maggioranza donne e bambini. Avevano i
documenti in regola e disponevano di un visto di soggiorno cubano. Tuttavia, su
pressione della Germania nazista, il presidente cubano, Federico Laredo Bru,
dichiarò nulli i visti mentre la nave stava già entrando nel porto dell’Avana, e
ordinò alla capitaneria portuale di impedire lo sbarco. Al capitano, Gustav
Schröder, fu ingiunto di invertire la rotta. Sapendo quali gravi conseguenze
avrebbe avuto il ritorno di quegli ebrei in Germania, il capitano decise di fare un
giro lungo le coste centro-americane nell’intento di trovare un paese disposto ad
accogliere i profughi. Non ricevette nemmeno una risposta positiva, neppure
dagli Stati Uniti, né dal Canada. La nave tornò quindi in Europa e attraccò ad
Anversa: alla fine i passeggeri furono suddivisi e trovarono ospitalità nel Regno
Unito (288 persone), in Francia (224), in Belgio (214) e nei Paesi Bassi (181). In
quel momento parve che fossero in salvo, ma l’anno seguente Francia, Belgio e
Paesi Bassi subirono l’invasione tedesca e, dalle ricerche storiche risulta che 254
tra i passeggeri della nave St. Louis furono uccisi nella Shoah.
254 persone che avrebbero potuto salvarsi, anzi, che erano già in salvo al di là
dell’Atlantico, e furono costrette a riattraversare l’oceano verso un destino di
morte. Un finale tragico e paradossale che mi pare assumere un valore quasi
simbolico. Peraltro la St. Louis non è stata un caso isolato. Il giornale ticinese
«Libera Stampa» (molto attivo in quegli anni nel raccontare il dramma che si stava
consumando in Europa) menziona 12 navi, per un totale di oltre 6000 profughi.
E probabilmente ce ne furono altre6.

6.
Alla luce di tutto questo, e soprattutto delle ragioni storiche,
umane e politiche, che portarono i costituenti a sancire e
concordemente approvare quanto è limpidamente scritto
nell’articolo 10, appare evidente la sostanziale
incostituzionalità del cosiddetto «Decreto sicurezza bis»
approvato, a maggioranza, dal nostro Parlamento nello scorso
agosto. In punto di diritto, ne ha revocato in dubbio alcune
norme il presidente della Repubblica. Ma quel che non può
sfuggire è che tale «Decreto sicurezza», in quanto focalizzato
verso l’unico, o principale, obiettivo di sbarrare la strada
all’accoglimento in Italia di migranti in fuga da mondi
efferati, viola nella sostanza il dettato costituzionale (art. 10)
e ne calpesta il senso e lo spirito informatore.
1
È la cifra fornita dai notiziarî il 19 agosto 2019 (per esempio il TG3 ore
14.20).
2
Perciò fa solo ridere il lamento odierno per l’ingresso di gruppi di migranti
in un paese – il nostro – che ha oltre 60 milioni di abitanti.
3
Si può utilmente consultare, in proposito, il bel libro di Franco Fucci, Spie
per la libertà, Mursia 1983.
4
Vittorio Falzone, Filippo Palermo, Francesco Cosentino (pref. di Vittorio
Emanuele Orlando), La Costituzione della Repubblica italiana, Colombo 1948,
p. 42. Nel più recente (Utet 2007) commento alla Costituzione viene anche
ribadito (p. 254) che, quali che siano le norme attuative, il principio rimane
inequivocabilmente vigente.
5
Pietro Costa, Art. 10, Carocci 2018, pp. 90-96.
6
Dal periodico «La civetta», anno XXIV, nr. 2, aprile-giugno 2019, p. 12.
Anna Segre insegna al Liceo «Alfieri» di Torino.
VII.
Trionfo e declino
della «rivoluzione nazionale»

1.
Il fascismo sorse e si affermò proponendosi come
«rivoluzione nazionale». E in questa veste si oppose, con la
violenza e l’appoggio di pezzi rilevanti dell’apparato statale,
alla rivoluzione «internazionalista» che si irradiava da
Pietroburgo, Berlino, Budapest, Monaco. Ebbe successo, e
l’elemento «nazionale» fu un fattore efficace della sua capacità
di attrarre consensi interclassisti. E fu anche il suo limite.
Non è azzardato però affermare che, proprio in ragione di
tale successo, esso influenzò anche l’antagonista, che dovette
interrogarsi sulle ragioni della sconfitta. La riflessione di
Gramsci, ormai sconfitto e recluso, sulla politica e sulla
storia d’Italia ha, anche, un significato autocritico, e si nutre
del ripensamento intorno all’elemento «nazionale», che
figurava ai margini dell’orizzonte e della strategia del
bolscevismo (cui tutti i neonati partiti comunisti si
richiamavano). La comprensione del ruolo e del peso delle
specificità nazionali, con particolare riguardo alla storia
d’Italia, fu dunque uno degli approdi più ricchi di futuro
della riflessione carceraria di Gramsci.
Nella ‘seconda vita’ del movimento politico che a lui si è
richiamato – intendiamo il «partito nuovo» nei suoi primi
vent’anni di vita (1944-1964) – fu mantenuto, su questo
punto, un equilibrio non facile da praticare: reso visibile
anche dal cambio di nome (che divenne infatti Partito
comunista italiano) e di simbolo (le due bandiere, delle quali
era ben distinguibile il tricolore repubblicano). Voleva essere
un punto di equilibrio tra ruolo nazionale e orizzonte
internazionale: alieno da semplificazioni banalizzanti, e reso
ancor più arduo dallo scontro esasperato, dovuto all’aprirsi,
di lì a poco, della «guerra fredda».

2.
Ma il problema si impose, e fu affrontato, anche là donde
tutto aveva avuto inizio: nel «paese del socialismo», o «paese
guida» (definizioni allora in uso per indicare l’URSS). Anche
lì l’evoluzione, su questo terreno, era stata incisiva, ancorché
accidentata e procedente a strattoni. Si tratta di un fenomeno
storico che andrebbe studiato senza pulsioni faziose, ma qui
vi faremo cenno solo di passata.
L’interesse «nazionale», e di potenza – di cui Stalin intese
fino in fondo l’importanza e che praticò senza remore –, non
soppiantò mai del tutto, nella strategia, il proposito di
guardare anche oltre i propri confini: l’«Unione» sovietica era
nata, alcuni anni dopo la presa del potere da parte dei
bolscevichi, proponendosi come federazione di Stati, e
potenziale nucleo di più vaste, ulteriori, aggregazioni.
L’Europa si ritrasse. E tuttavia l’aiuto dell’URSS alla Spagna
repubblicana, contro l’insurrezione franchista appoggiata da
Italia e Germania, fu un capitolo ancora ‘internazionalista’ di
quella storia.
L’accomodante arrendevolezza occidentale verso il fascismo
(passiva accettazione dell’Anschluss, non intervento in
Spagna, capitolazione di Monaco e, dopo pochi mesi,
annessione della Cecoslovacchia al Reich) costituì la
premessa di una netta svolta staliniana in direzione
dell’interesse «nazionale»: di cui il patto russo-tedesco
dell’agosto 1939 fu la sanzione realpolitica. L’interesse
nazionale divenne perciò, per effetto necessario
dell’aggressione tedesca (giugno 1941), non solo
preponderante ma questione di vita. E la guerra fu definita, e
fu vinta, dalla Russia come «la grande guerra patriottica»
(venti milioni di morti), nel corso della quale fu addirittura
sciolto il Komintern. E la costruzione, nel riassetto
postbellico, di un impero protettivo a Ovest (gli Stati
«satelliti»), come anche la diffidenza verso il comunismo
‘nazionalista’ di Mao, furono altrettanti episodî di quella
storia.
Che proseguì – come s’è detto – «a strattoni», oscillando tra
i due poli, anche dopo. E anche questa è una vicenda che
attende ancora uno storico serio. Ma, chi abbia memoria sa
che Cuba, Angola, Mozambico, Vietnam furono altrettanti
momenti ‘internazionalisti’ di quella politica,
indissolubilmente intrecciati con l’esplicarsi di una politica di
potenza (speculare rispetto a quella dell’avversario) praticata
come garanzia imprescindibile affinché l’altra linea ideal-
politica avesse la possibilità di esplicarsi.
Tutto questo approdò – tra il successo del trattato di
Helsinki (1975) e lo scioglimento, quindici anni dopo,
dell’URSS (1991) – ad un duplice capolinea. L’esperienza
settantennale dell’URSS si è disfatta (erosa dall’interno) e i
partiti comunisti o sono scomparsi o si sono trasformati nel
loro contrario, assertori ormai dell’atlantismo e del valore
etico, oltre che economico, del «profitto».

3.
Ma, come accade non di rado nel movimento storico, una
polarità che appariva ormai esaurita ricompare in altre forme
e con altri soggetti e su altri teatri. E con prospettive
imprevedibili. Oggi la vecchia polarità (nazione versus
internazionalismo) ritorna, a partire dall’ultimo decennio del
secolo XX, e si addensa intorno a due ‘nuovi’ poli:
identitarismo demagogico versus mescolanza. E tocca al
pontefice in carica ricordare, agli immemori e agli ignari,
che «gli odierni sovranisti parlano come Hitler nel 1934: noi,
noi, noi…»1.
1
Intervista a «La Stampa», 9 agosto 2019. Su questo intervento è caduto
subito il silenzio.
VIII.
Come uscirne

«…migliaia di meridionali
ogni anno invadono la città di Torino»
(da «La Stampa», lettera alla rubrica
«Specchio dei tempi», 16 febbraio 1957).

1.
L’ondata migratoria – innescata da quella che potremmo
definire «diseguaglianza su scala planetaria» – è ormai il
fenomeno dominante1: dalle Americhe all’Africa, dal Medio
Oriente all’Australia. Essa ha reso chiaro, soprattutto agli
analisti pensanti, che i problemi nazionali non possono più
avere soluzioni unicamente nazionali. E potrebbe costituire
la base di una nuova, e certo, più impegnativa, declinazione
della plurimillenaria pulsione verso l’uguaglianza. E perciò
potrebbe anche costituire la premessa di programmi, e
conseguenti azioni, in grado di dare senso e ruolo a forze
che, un tempo, nel quadro delimitato dello Stato nazionale,
si qualificavano come «di sinistra»; e che oggi paiono afone di
fronte ad uno scenario che sperano sia solo un brutto sogno
destinato a svanire al risveglio. E invece non è un sogno, è la
realtà: inedita.
La xenofobia sovranista sa quello che vuole e si illude che la
soluzione sia «alzare il ponte levatoio». Saprà una risvegliata
sinistra tornare a svolgere un ruolo adeguato alla sfida
ineludibile del mondo riunificato? C’è chi già lo fa,
limitatamente al proprio raggio d’azione: lo fa il sindacato,
che tenta di spezzare la «guerra tra poveri» (tanto cara ai
nuovi fascistoidi) unificando gli obiettivi di lotta e
integrando i migranti; lo fanno le chiese, nella temperie
favorevole e molto contrastata, determinata
dall’orientamento dell’attuale capo della più importante di
esse (quella cattolica), argentino e gesuita (cioè addestrato da
una tradizione secolare a ‘pensare il mondo’).

2.
Dopo aver dato l’assalto al mondo in successive ondate
(coloniali e neocoloniali), esausti dopo conflitti secolari
devastanti ben oltre i confini del vecchio continente, gli Stati
europei occidentali – accorpatisi in una singolare «Unione»
tuttora essenzialmente monetaria che non risolve i problemi
anzi li complica – chiedono ora di essere lasciati in pace a
godersi indisturbati la loro ricchezza. La grande migrazione
in atto è per loro un disturbo. E – cosa che li sgomenta – non
minore disturbo viene loro dalla guerra economica dichiarata
dall’adorato protettore d’oltre Atlantico, tuttora in grado di
dettare all’Europa la politica estera. Impotenti, non sanno
capacitarsi di tanta maleducazione.
Hanno la memoria corta. Appena ieri – cioè nei secoli
XIX e XX – avevano taglieggiato e trascinato nelle proprie
guerre gli altri continenti, hanno interferito nella loro vita,
ne hanno stravolto le abitudini e gli equilibri sociali, hanno
imposto i propri modelli, e – una volta persi gli antichi assetti
coloniali – sono comunque riusciti a praticare altre, indirette
forme di dominio, e, da ultimo, a trasformare molti di quei
paesi nel più grande e ricettivo mercato per la propria
industria bellica. Così il dio profitto diviene autolesionista:
genera guerre endemiche, che producono migrazione
permanente, che a sua volta mette in crisi il godimento
europeo della propria ricchezza. Non si rassegnano a
prendere atto di essere essi stessi una causa determinante
dell’ondata che proviene da continenti taglieggiati,
manipolati e gettati in una conflittualità senza fine.

3.
La vicenda degli spostamenti di masse umane coincide con la
È
storia stessa del genere umano. È puerile volervi porre un
freno «a mano armata». Gli stessi Stati europei che ora
indossano l’elmetto per chiudere le porte e i porti traggono
origine da migrazioni di popoli che investirono – in un
processo storico durato secoli – la struttura statale all’epoca
considerata la più forte, quella dell’impero romano. Anche
allora avvenne che forze spirituali, dall’interno, incrinarono
(e rivelarono vana) la risposta militare. Anche allora, per un
tempo non breve, la ‘migrazione’ avvenne in forma di
stillicidio pacifico. E l’impero romano adottò, per un tempo
non breve, verso l’irresistibile fenomeno, una risposta duttile
integrando gli elementi più capaci o più in vista (anche i
migranti sono ed erano attraversati da articolazioni sociali)
nelle strutture soprattutto militari. Poi venne il tempo delle
migrazioni di interi popoli armati e guidati da capi2.
Ricordare tutto questo aiuta a capire.
La conoscenza della demografia, delle linee di tendenza
dell’attuale sviluppo demografico, gioverebbe molto agli
europei arroccati e persuasi di aver risolto questioni di questa
portata ‘regalandosi’ la ‘moneta unica’… Tra una decina
d’anni la previsione è di un altro miliardo di umani sul
pianeta. Anche un ottuso sovranista riesce a intuire che la
spartizione delle risorse, a cominciare dall’acqua, diventerà
sempre più conflittuale. E intanto lo sviluppo tecnologico
fuori controllo, intrinseco al perseguimento del sempre
maggior profitto, accentuerà i due principali suoi effetti: la
devastazione dell’ambiente e delle sue risorse primarie e la
macchina che soppianta l’uomo. (Così l’Europa felix vedrà
aggravarsi il tarlo della disoccupazione, che il sopraggiungere
di masse migranti rende ancor più lancinante.)
Di fronte a tutto questo il blocco ‘sovranista’ ha una sola
risposta: attizzare odio contro il (falso) nemico, e armarsi.

4.
Porre nella giusta luce questi fenomeni non significa
imboccare la scorciatoia moralistica, bensì prendere atto di
problemi capitali che, col tempo, sarà sempre più difficile
fronteggiare.
Forse è giunto il momento di capovolgere la prospettiva. È
tempo di considerare l’ondata migratoria come avamposto di
un mondo in accordo col quale la (ancora) ricca Europa
potrebbe dar vita ad una struttura federale euro-africana
gravitante sul Mediterraneo, effettivamente paritaria, e in
prospettiva, sempre più integrata. Da tempo la Francia, con
comportamenti però neocoloniali, ha imboccato a modo suo
questa strada nei confronti di una parte delle sue ex colonie
(che usano ancora il franco). Se ne parla poco, ma intanto
nascono aggregazioni a margine di una delle due principali
potenze dell’«Unione»: il che la rende ancor più disunita di
quanto già sia.
Se, invece, l’intera «Unione» si facesse protagonista di una
svolta del genere, isolando le aree di crisi (e prevenendo ciò
che altre potenze, ben più remote, stanno già tentando)
potrebbe nascere una feconda interazione tra quel grande
capitale umano ed il capitale di conoscenze e risorse del
vecchio continente.
Le difficoltà di attuazione di un siffatto progetto sono tali
da farlo apparire utopico. E in parte lo è, se solo si considera
fino a che punto abbiamo pregiudicato la possibilità di aprire
una pagina nuova con i popoli che abbiamo a suo tempo
colonizzato iniettandovi, tra l’altro, anche il virus
(tipicamente europeo) del nazionalismo3. Ma non è sensato
liquidare una strada seppur difficile e ricca di incognite (e
resa ancor più difficile dalle divisioni perduranti tra gli stessi
Stati europei), che però non ha alternative, se non – per dirla
con la prima pagina del Manifesto di Marx – «la comune
rovina» delle parti in lotta.

5.
Sarà fortissima la resistenza di chi dirà: mi piace troppo
questo mondo che mi sono conquistato, ci sto troppo bene e
perciò non ho intenzione di condividerlo con altri.
L’esito non è scontato. Non solo per l’egoismo di alcuni,
ma anche per le difficoltà degli altri: perché lo sviluppo
diseguale induce, su scala mondiale, chi pur avrebbe interessi
comuni da difendere ad assumere comportamenti difformi e
reciprocamente ostili o incoerenti. Se parve facile (e invece
non lo fu) coordinare i socialismi d’Europa – che poi
finirono con lo spararsi addosso da opposte trincee nella
«Grande Guerra» – nell’odierno mondo «globalizzato» i
popoli «vivono in tempi storici differenti»4, il che costituisce
impedimento grande alla loro solidarietà. Anche per questo,
soprattutto per questo, l’utopia deve sposarsi col realismo e
andare a lezione dalla storia. Il Mediterraneo – oggi cimitero
a cielo aperto –, che l’imperialismo europeo per lungo
tempo ha diviso in colonizzati e colonizzatori, era stato
molto prima, e per un tempo non breve, un’area politico-
culturale unitaria. Può tornare ad esserlo se sapremo
ripensare radicalmente la troppo angusta, arroccata e qua e là
incrinata, «unione» europea.
Certo le recenti dichiarazioni rese da Emmanuel Macron ai
suoi parlamentari il 16 settembre scorso non fanno ben
sperare: sulla questione migranti – egli ha detto – ci vuole
fermezza «per evitare di diventare un partito borghese che
non tiene conto dell’opinione delle classi popolari sedotte dal
Rassemblement National»5 (sic!).
1
Cfr. il saggio, precorritore, di Stephen Castles e Mark J. Miller, The Age of
Migration, Macmillan 1993: «l’ultimo decennio del secolo XX può essere
qualificato come l’età delle migrazioni»: è questo il succo dell’intero saggio.
2
Una riflessione specifica andrebbe dedicata agli Stati Uniti, paese creato da
migranti che ora scaccia i migranti, e si barrica dietro un muro.
3
Arnold Toynbee, Il mondo e l’Occidente [1952], trad. it., Sellerio 1992, p. 39.
4
Così, con efficacia, Aurelio Lepre, «Corriere della Sera», 10 gennaio 2005,
p. 27.
5
Radio Parlamento (Roma), 17 settembre 2019, ore 8.00.