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Robinson / Letture
Enrico Brizzi

Vincere o morire
Gli assi del calcio in camicia nera 1926-1938

Editori Laterza
© 2016, Gius. Laterza & Figli

Edizione digitale: giugno 2016


www.laterza.it
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Realizzato da Graphiservice s.r.l. - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 9788858125984
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata
Sommario

Hanno sparato al Duce!


Parte prima. Milionari e Camicie nere
L’alba di una nuova era
1926-27. Sua Maestà Leandro I
1927-28. Buona la seconda?
Amsterdam 1928
1928-29. Il “Trio delle meraviglie” contro i Veltri
La Madre di tutte le tournée
Parte seconda. Viva la Serie A!
1929-30. L’anno del “Balilla”
Il Celeste Impero
1930-31. La Zebra e la Lupa
1931-32. Il fine giustifica i mezzi
1932-33. Non c’è due senza tre
1933-34. La Fidanzata d’Italia
Parte terza. I Mondiali del 1934
Il biglietto da visita
Si alzi il sipario
Le battaglie di Firenze
L’apoteosi
Il regalo del Duce
Parte quarta. La Grande Italia
1934-35. Il Re di Coppe e la Regina del campionato
1935-36. La fine del monopolio
Berlino 1936
1936-37. Lo squadrone che tremare il mondo fa
1937-38. Milano capitale
Dalla parte del torto
Lo sport del calcio è quello che, più di tutti gli altri,
ha poteri di attrattive spettacolari sulle masse.
Benito Mussolini, messaggio ai delegati FIFA, 1934
Quando un giocatore si mette a corteggiare una ragazza,
la madre di costei fa alla figliola: «Sciocca, di’ di sì».
Il Littoriale
Hanno sparato al Duce!

Il 29 ottobre 1926 a Bologna si conclusero i lavori del nuovo, grandioso,


stadio: il Littoriale era un catino di mattoni rossi dalle finestre ad arco, in
grado di richiamare tanto il Colosseo quanto i portici cittadini.
Leandro Arpinati, ras del fascismo felsineo prossimo a diventare podestà
del capoluogo emiliano, poteva essere contento: i finanziamenti governativi
e le sottoscrizioni che lui stesso aveva sollecitato presso gli imprenditori
cittadini avevano dato i loro frutti.
I lavori erano proceduti più spediti che mai, e ora i “Veltri” rossoblù del
Bologna avevano finalmente a disposizione una casa degna delle loro
ambizioni, mirabilmente inserita ai piedi dei colli e pronta a ospitare oltre
50.000 spettatori. Tenuto presente che il capoluogo felsineo non arrivava a
250.000 abitanti nemmeno contando la popolazione dei comuni limitrofi,
non erano certo pochi, ma Arpinati aveva già in mente un piano infallibile
per riempire il nuovo stadio come un uovo: un’inaugurazione solenne, con
esibizioni ginniche e coreografie di massa, alla presenza di Sua Eccellenza
Benito Mussolini.
Erano amici da una vita, lui e il Capo: entrambi romagnoli, da giovani
avevano militato insieme nelle file socialiste, e insieme si erano schierati a
favore dell’intervento italiano nella Grande Guerra. Ne avevano passate di
cotte e di crude, quei due, e Arpinati era uno dei pochissimi gerarchi che
potessero permettersi di parlare liberamente al Capo del governo.
L’unico, forse, che si fosse permesso di non partecipare alla marcia su
Roma, e di definirla «una buffonata».
Mussolini non gliene voleva: la causa aveva bisogno anche dell’intelligenza
anticonformista di uomini come lui, e aderì di buon grado alla proposta del
vecchio amico. Bologna, d’altronde, era il “quadrivio della rivoluzione
fascista”, capoluogo della regione dalla quale il movimento era sorto ed era
partito alla conquista del Paese.
Provenivano da quella terra, propensa al massimalismo e insanguinata da
anni di scontri durissimi fra “Rossi” e “Neri”, non solo Mussolini e
Arpinati, ma anche parecchi fra i loro più antichi e fedeli sodali. Bolognese
era il colto e già canuto Luigi Federzoni, laureato in Lettere con Giosuè
Carducci e fondatore nel 1910 dell’Associazione Nazionalista Italiana, il
movimento delle Camicie azzurre poi confluito nel Partito Fascista; da
Ferrara muoveva Italo Balbo, già leader delle squadre d’azione e
quadrumviro della marcia su Roma; dalle terre fra Imola e Faenza, invece,
arrivava Dino Grandi, sottosegretario agli Esteri e futuro titolare del
Dicastero.
Tutti loro, chi con la penna e chi col manganello, e non di rado servendosi
nella stessa giornata di entrambi gli strumenti, avevano contribuito al
successo della causa, e avevano finito per occupare le più importanti cariche
del Partito e dello Stato, due entità che si avviavano a sovrapporsi fino a
coincidere.
Così il 31 ottobre Mussolini arrivò a Bologna, entrò nel nuovo stadio a
cavallo e pronunziò un discorso dei suoi. Per Arpinati e il fascismo
bolognese era il trionfo!
La festa, però, rischiò di essere compromessa, per non dire che si rischiò la
tragedia, l’onta eterna, la catastrofe: nel pomeriggio, dismessa la cavalcatura,
il Capo rientrò verso il centro città e la stazione ferroviaria seduto a fianco
del sindaco Umberto Puppini su una vettura scoperta. Quando
l’automobile si trovò all’altezza dell’incrocio cardinale fra via Rizzoli e via
dell’Indipendenza, dalle ali plaudenti di folla si levò una mano armata di
pistola. E partì un colpo, dall’alto verso il basso, verso il veicolo delle
autorità. Il proiettile perforò il bavero della giacca dello sbalordito
Mussolini, trapassò il cappello a cilindro che il sindaco teneva sulle
ginocchia, e si piantò nell’imbottitura interna dell’automobile: solo per
miracolo, nessuno era rimasto ferito.
«Hanno sparato al Duce!» si gridava tra la folla, e un ufficiale dell’esercito,
il tenente Carlo Alberto Pasolini, si gettò d’istinto sul presunto attentatore:
era un ragazzo di quindici anni, di nome Anteo Zamboni, figlio di un
tipografo che aveva rinnegato l’ideale anarchico per passare a stampare i
bollettini del fascio bolognese. A quanto sarebbe emerso, il giovanotto non
brillava per intelligenza, tanto da essere chiamato il “Patata”.
Pasolini, da buon soldato e padre di famiglia – aveva a casa due figli, i
piccoli Pier Paolo e Guido Alberto –, avrebbe voluto consegnare Zamboni
alla giustizia, ma le Camicie nere glielo strapparono letteralmente di mano
per linciarlo. In prima fila c’erano gli squadristi bolognesi di Arconovaldo
Bonacorsi e quelli di Milano guidati da Albino Volpi, già amnistiato per i
fatti dell’omicidio Matteotti.
Il “Patata”, terrorizzato, si rese conto che a quegli energumeni non
sarebbe bastato dargli una lezione: vide brillare le lame dei pugnali e fu
colpito a più riprese, finché non cadde in un bagno di sangue, ormai senza
vita.
Quel massacro sulla pubblica via destò più d’un dubbio, e fece sudare
freddo parecchie persone: perché c’era stata tanta fretta di chiudere la bocca
al giovane Zamboni? Era stato veramente lui a sparare? E, in tal caso, si era
sicuri che, ad armargli la mano, non fosse stata una “fronda” interna allo
stesso fascismo? Domande destinate a restare senza risposta.
All’Italia restava il suo dittatore, ad Arpinati la propria quota di potere, e a
Bologna il suo stadio nuovo di zecca.
Parte prima.
Milionari e Camicie nere
L’alba di una nuova era

Il Bologna degli squadristi e la Juventus degli Agnelli – La principessa e il milionario – Un uomo solo
al comando – La “Carta di Viareggio”: il calcio diventa un affare di Stato.

Il primo giorno d’agosto del 1926, sul terreno dell’Arena Civica di Milano,
era andato in scena il terzo e decisivo incontro delle finali di Lega tra
Juventus e Bologna.
Tutti gli appassionati del “meraviglioso giuoco” d’origine britannica,
sbarcato nel Bel Paese negli ultimi decenni dell’Ottocento, avevano gli
occhi puntati sull’incontro; nessuno di loro, tuttavia, poteva sapere che, nel
corso di quei novanta minuti, si sarebbe compiuto l’ultimo atto della
stagione eroica del calcio italiano. L’epoca dei pionieri e dei romantici, degli
assi alloggiati nelle pensioncine di terz’ordine e degli allenatori dilettanti,
andava a terminare.
In quella stessa estate, infatti, il governo fascista stava scrivendo regole
nuove, con le quali si preparava a mettere le mani sul talento dei fuoriclasse
e sulla passione dei tifosi, per asservire entrambe alla ragion di Stato, e
trasformare uno sport in un formidabile strumento di consenso.
Già si profilava all’orizzonte un’era nuova, di modernità, organizzazione e
orgoglio patrio, nella quale gli alfieri del pallone avrebbero dimenticato le
origini albioniche del gioco per indossare – non solo metaforicamente – la
camicia nera e salutare romanamente le autorità in tribuna: mai più si
sarebbero viste competizioni separate per le squadre del Nord e del Centro-
Sud, mai più compagini o dirigenti invisi al potere politico avrebbero avuto
cittadinanza nella massima serie, e i “football club” si sarebbero trasformati,
per non offendere la lingua di Dante, in “associazioni calcistiche”.
Il calcio si avviava a diventare, sotto ogni punto di vista, un affare di rilievo
nazionale.
Lungi però dal trasformarsi in spettacolo autarchico, come pretendeva la
retorica littoria, il movimento calcistico nazionale sarebbe maturato sotto
l’influenza di quello sudamericano e mitteleuropeo.
Sotto le mentite spoglie di giuoco italiano, che una genealogia di comodo
faceva risalire direttamente al calcio fiorentino, il nostro futuro sport
nazionale sarebbe arrivato a gremire gli spalti di stadi nuovi, opere titaniche
e monumentali intitolate al Duce e ai “martiri della rivoluzione fascista”, e i
gladiatori del pallone avrebbero offerto uno spettacolo pirotecnico, di gran
lunga superiore a quello espresso nell’epoca precedente. Così, il popolo
d’Italia, via via più intorpidito dall’onnipresenza del Regime nella vita
quotidiana, avrebbe avuto di che distrarsi e inorgoglirsi grazie ai cimenti di
fuoriclasse votati alla vittoria, finalmente capaci di superare i maestri
stranieri, per trionfare a più riprese nelle più importanti tenzoni
internazionali.
La “bella” d’inizio agosto fra Juventini e Bolognesi si era resa necessaria a
causa dei pareggi negli incontri di andata e ritorno, disputati nel clima
torrido dell’estate padana fra due compagini ambiziose e, ciascuna a proprio
modo, molto vicine ai poteri forti dell’epoca.
Il Bologna aveva affrontato il torneo da campione d’Italia in carica; l’estate
precedente, infatti, una tempestosa e controversa serie di finali aveva visto
gli Emiliani allenati dal possente austriaco Hermann Felsner, detto
l’“Umazz”, prevalere sul Genoa, la più blasonata squadra del Regno.
Non che i Felsinei fossero squadra di poco valore tecnico: fondati nel
1909, si erano messi in luce negli anni precedenti al primo conflitto
mondiale come squadra regina del girone emiliano, e nel dopoguerra
avevano disputato campionati di alto livello, arrivando a fornire stabilmente
giocatori alla Nazionale. Tuttavia, non poteva che pesare su di loro qualche
sospetto, se si considera come si erano cuciti sulla maglia il primo scudetto:
uomini in vista del fascismo locale avevano esploso revolverate contro i
tifosi genoani, guidato invasioni di campo e perfino un’aggressione al
direttore di gara, l’avvocato Mauro, il più gallonato tra i fischietti d’Italia.
Ai fatti che avevano consegnato il primo titolo ai Rossoblù non era
estraneo il grande protettore del club, Leandro Arpinati, che, in barba a
ogni preoccupazione circa un possibile “conflitto d’interessi”, era in
procinto di diventare vicesegretario nazionale del Partito e numero uno
della Federazione Italiana Giuoco Calcio.
Se il Bologna si poteva ritenere squadra ben vista dal Regime, la Juventus
era la compagine con i più forti agganci nel mondo dell’imprenditoria e
della finanza. Lo stesso mondo che, terrorizzato dall’ipotesi di una
rivoluzione socialista, aveva favorito la presa del potere da parte delle
Camicie nere.
Ormai da tre anni, infatti, alla testa del club fondato dai liceali del
“D’Azeglio” e capace di vincere il suo unico titolo nazionale nel remoto
1905, sedeva un trentenne il cui cognome valeva, da solo, una fortuna:
Edoardo Agnelli. Suo padre Giovanni, erede di una famiglia di proprietari
terrieri e militari, era noto al mondo come fondatore della Fiat, e a Torino
come l’uomo più potente della città dai tempi in cui i Savoia avevano
trasferito la corte verso sud.
Il vecchio Agnelli aveva gettato le basi del proprio impero sotto l’ala
protettrice di Giolitti, quindi aveva prosperato con le forniture militari nel
corso della Grande Guerra e, ormai riconosciuto come il capo del terzo
gruppo industriale del Paese, nel fatidico 1922 aveva avuto il monarca
Vittorio Emanuele III come ospite d’onore all’inaugurazione degli
stabilimenti del Lingotto. Nel mese di ottobre dello stesso anno aveva
appoggiato la marcia su Roma e, nel giro di pochi mesi, era stato nominato
senatore.
Tutta la disciplina respirata con l’educazione militare, Giovanni Agnelli
l’aveva trasferita nell’etica del lavoro, e con quella anche l’idea di gerarchia: a
Torino il capo era lui, e gli andava a genio che a Roma, troppo a lungo
contesa fra politici di opposte tendenze e affiliazioni, ci fosse finalmente un
uomo forte.
Edoardo, primogenito e unico figlio maschio, era di altra pasta: cresciuto
negli agi, era appassionato di carte e di caccia, di golf e di sci, e aveva
sposato una delle ragazze più desiderate d’Europa, la bellissima e
anticonformista principessa Virginia Bourbon del Monte. Virginia era figlia
di un insigne esponente della “nobiltà nera” capitolina e di una
mondanissima ereditiera americana; era nata a Roma al piano nobile di
Palazzo Barberini, era cresciuta frequentando intellettuali e artisti, ed era
stata ritratta dallo scultore Pietro Canonica sotto le neoclassiche sembianze
d’una dea.
Benché avesse già messo al mondo quattro figli, la coppia era tanto
invidiata quanto chiacchierata: la bella Virginia, intelligente ed eccentrica,
era abituata a prendere il sole completamente nuda sulla spiaggia privata che
gli Agnelli possedevano a Forte dei Marmi, e le malelingue le attribuivano
numerosi amanti. Gli stessi pettegoli si divertivano a rimarcare come
Edoardo, a trent’anni suonati, non fosse ritenuto dal padre in grado di
affiancarlo né di succedergli nella direzione operativa del gruppo
automobilistico. Troppo mondano e vacuo, quel figliolo, per potersi fidare
di lui come capitano d’industria; meglio un uomo tutto d’un pezzo come il
siciliano Vittorio Valletta, nato poverissimo, elevatosi grazie al lavoro, e
fortemente voluto dal Senatore come direttore centrale della Fiat.
Tuttavia, Edoardo poteva tornare utile in altra maniera ai disegni del
padre. Il vecchio Agnelli era infatti assai sensibile al potere di seduzione che
si poteva esercitare sull’opinione pubblica: in questo senso, era impegnato
nell’acquisizione dello storico quotidiano La Stampa, che in passato gli aveva
dato qualche grattacapo con i suoi articoli, e per lo stesso motivo era
favorevole a investire nel calcio, ormai divenuto un fenomeno di costume
capace di far parlare di sé ben oltre gli spalti degli stadi.
Proprio in quest’ultimo campo si sarebbe potuto far valere il “delfino”
Edoardo: se non aveva tempra e volontà per guidare il gruppo Fiat, poteva
pur sempre dargli gloria. Come? In primis, occupando una poltrona nel
Consiglio d’amministrazione della Stampa. E poi, pilotando la
trasformazione delle “Zebre”, da seconda squadra della città di Torino
(erano infatti i Granata a poter rivendicare l’eredità sportiva dei club
pionieristici) a Signora incontrastata del calcio italiano.
L’irresistibile ascesa dei Bianconeri aveva avuto inizio con l’ingaggio di
giocatori di prim’ordine, a cominciare da un insuperabile terzino con
vocazione da regista difensivo, Virginio Rosetta, strappato alla Pro Vercelli
con la quale aveva vinto due titoli nazionali. La pionieristica operazione di
calciomercato, propiziata dal pagamento di 50.000 lire e dalla concessione
di un regolare stipendio, aveva suscitato uno scandalo e un provvedimento
della giustizia sportiva, ma alfine Rosetta, titolare in maglia azzurra sin
dall’alba degli anni Venti, era stato regolarmente integrato nel club.
Nell’ultima stagione aveva formato un pacchetto difensivo quasi
insuperabile in coppia con il giovane Luigi Allemandi, un ragazzo di origini
cuneesi cresciuto in Lombardia, e divenuto calciatore di Prima divisione
con la casacca lilla del Legnano.
Insieme, Rosetta e Allemandi formavano il “muro bianconero” posto a
difesa della porta di Combi, estremo difensore della Nazionale, e le loro
sorti sarebbero rimaste legate anche nell’ambito di un nuovo caso destinato
a scuotere il calcio italiano.
Davanti a loro, scendeva in campo lo stempiato centromediano Viola, che
nascondeva le sue origini magiare grazie al cognome dal suono neolatino –
il suo vero nome di famiglia era Violak – e agli anni trascorsi sulle rive del
Golfo dei Poeti a giocare per gli “Aquilotti” dello Spezia.
Erano poi arrivati tre attaccanti devastanti.
Il primo era l’istriano Antonio Vojak, nato cittadino austro-ungarico in
quel di Pola, e cresciuto calcisticamente nel neonato club locale del Fascio
Giovanni Grion, che giocava in maglia nera come omaggio agli Arditi della
Grande Guerra. Transitato per una stagione dalla Lazio, era approdato alla
corte del giovane Agnelli nel 1925.
Il secondo era il padovano Pietro Pastore, un bel ragazzo moro il cui fiuto
per il gol era accompagnato da velleità attoriali che non avrebbero tardato a
guadagnargli scritture a Cinecittà.
Terzo era il fortissimo nazionale ungherese Ferenc Hirzer, nativo di
Budapest, che a ventitré anni aveva già un’esperienza da giovane
giramondo: cresciuto nella formazione danubiana del Törekvés, si era poi
trasferito in Cecoslovacchia per militare nella società sportiva ebraica del
Maccabi Brno, quindi nella regione di Amburgo per indossare la casacca
dell’Altona 93.
A portarlo in Italia era stato un compatriota, l’uomo posto a guida della
Juventus per traghettarla dall’era della disposizione tattica amatoriale a
quella della scienza esatta, l’allenatore Jenő Károly. Questi, ex capitano della
Nazionale magiara cui il cranio calvo e i baffi a spazzolino facevano
dimostrare più dei suoi quarant’anni, aveva dimostrato alla dirigenza di non
sbagliare le sue valutazioni sui giocatori: il giovane Hirzer, subito
ribattezzato “Gazzella” per la sua velocità di corsa ed esecuzione, aveva
debuttato segnando una tripletta all’esordio, e per tutta la stagione aveva
continuato a far disperare i portieri avversari, esaltare i tifosi bianconeri e i
redattori di Hurrà Juventus!, la rivista ufficiale del club pubblicata sin dal
1915.
Erano trascorsi ventun anni dal primo e unico titolo nazionale della
Juventus, tredici dalla crisi che aveva minacciato di far retrocedere e sparire
il club, e tre dall’acquisizione da parte della famiglia Agnelli: era tempo che
le Zebre regalassero una gioia ai propri sostenitori.
La partita d’andata delle finali di Lega 1925-26 si era tenuta ai piedi dei
morbidi colli felsinei nell’ormai anacronistico impianto dello Sterlino – il
terreno, ricavato al limitare delle proprietà della nobile famiglia Hercolani e
affiancato da tribune in legno, appariva sensibilmente inclinato – e si era
conclusa sul 2 a 2.
Avevano aperto le marcature i Veltri rossoblù con una rete dell’interno
Bernardo Perin che, come suo solito, aveva lavorato nel suo forno di piazza
Malpighi fino a un’ora prima del fischio d’inizio, e aveva raggiunto il campo
mangiando un boccone per la via. Subito dopo la Juventus aveva impattato
e quindi era passata in vantaggio grazie a una doppietta di “Gazzella”
Hirzer. Solo il pareggio del rossoblù Muzzioli, idolo del popolare quartiere
del Pratello e noto col malizioso soprannome di “Teresina”, aveva salvato i
padroni di casa, negando ai Bianconeri una vittoria corsara.
Il secondo atto si era giocato sullo sfondo dei baluardi alpini, al “Campo
Juventus” di corso Marsiglia, il più moderno fra gli stadi italiani,
interamente realizzato in cemento armato e ufficialmente capace di
quindicimila posti, una capienza destinata ad aumentare negli anni della
presidenza di Edoardo.
Di fronte al pubblico amico, però, la Juventus era apparsa più timida di
quanto non si fosse dimostrata in terra d’Emilia – tra l’altro, aveva schierato
come centravanti il terzino Rosetta – né il Bologna era sembrato smanioso
di vincere. Le due squadre avevano giostrato nella canicola limitandosi a
controllarsi, entrambe incapaci di sbilanciarsi per tentare l’affondo, simili a
due pugili esausti che attendono di sentire il suono della campana senza più
osare scoprirsi.
Alla fine, parevano tutti soddisfatti del pareggio a reti inviolate: la Juventus
era riuscita a non perdere lo scudetto di fronte alla propria gente, e il
Bologna a mantenere vive le proprie speranze di conquistare il titolo per la
seconda volta. Entrambe le compagini sembravano sollevate all’idea di
ritirarsi negli spogliatoi, e rimandare l’incontro decisivo di una settimana,
su un rassicurante campo neutro.
L’attesa dello spareggio era stata funestata da un evento tragico: tre giorni
dopo il match a reti inviolate sul campo di corso Marsiglia, Jenő Károly,
l’allenatore ungherese della Juventus, si era accasciato vittima di un malore,
e non c’era stato verso di rianimarlo. Un arresto cardiaco l’aveva stroncato
alla vigilia dell’incontro più importante della stagione, negandogli la
possibilità di guidare i suoi alla conquista dello scudetto e – per inciso – di
incassare le diecimila lire di premio promesse da Agnelli in caso di vittoria.
La guida della squadra, comprensibilmente scossa, venne assunta dal più
autorevole fra i suoi calciatori danubiani, Viola, che, come centromediano,
era anche il più dotato di visione tattica.
Fu lui a disporre in campo la Juventus per la partita decisiva del primo
giorno d’agosto: Combi fra i pali, Rosetta e Allemandi terzini.
Ai lati dello stesso Viola erano schierati come mediani Grabbi e Carlo
Bigatto, monumento vivente della squadra, in forza ai Bianconeri dal
remoto 1913: aveva giocato con i pionieri e, anche se i suoi dribbling non
erano più funambolici come negli anni Dieci, sorrideva ancora beffardo
sotto i baffi. Conservava come un cimelio il berretto a spicchi bianconeri
che l’aveva reso riconoscibile in campo e, grazie ai paraorecchie, gli era valso
il soprannome di “Capitano alato”. Era cresciuto con l’etica dello sportsman
dilettante: della Juve era prima di tutto un tifoso, e si diceva che non avesse
mai accettato un centesimo per le sue prestazioni, anche se i maliziosi
suggerivano che un eventuale compenso Bigatto se lo sarebbe bruciato a
suon di multe, ché era un fumatore accanito da cento e più sigarette al
giorno, e la nuova dirigenza bianconera non era propensa a tollerare chi
esagerava con alcool e tabacco.
In attacco furono schierati “Gazzella” Hirzer e l’istriano Vojak interni,
Torriani e “Ricciolo” Munerati sulle ali, il padovano Pastore centravanti.
Il Bologna allenato da Felsner rispose con lo stesso undici della settimana
precedente: il “Gatto magico” Gianni in porta; Borgato e l’elegante
Gasperi in difesa; Giordani, Weber e il roccioso Pietro Genovesi sulla
mediana. La linea avanzata poteva contare su Martelli e “Teresina”
Muzzioli, schierati sulle ali; come mezzali due giocatori navigati e forti di
parecchie convocazioni in Nazionale, il fornaio vicentino Perin e l’umorale
ingegnere “Geppe” Della Valle, che passava senza preavviso dal mutismo a
devastanti attacchi d’ira. Completava l’undici, al centro dell’attacco, il
ventenne Angelo Schiavio, rampollo d’una famiglia di commercianti di
tessuti assai nota in città, che aveva già debuttato in maglia azzurra e si
annunciava come uno dei più temibili realizzatori delle stagioni a venire.
Quando il gran giorno arrivò, la Juventus scese in campo decisa a vincere:
bisognava onorare la memoria di Károly, dare un senso agli investimenti
fatti dalla dirigenza e, al contempo, evitare che il credito di cui il Bologna
godeva presso le alte sfere si trasformasse in strapotere.
Quella che sarebbe diventata prima la “Fidanzata d’Italia” e poi la
“Vecchia Signora” era ancora una squadra giovane e arrembante, e partì
lancia in resta: i Bianconeri passarono in vantaggio nel primo tempo con
Pastore, e non si demoralizzarono quando subirono nella ripresa il pareggio
firmato da Schiavio. Il trionfo arrivò a un quarto d’ora dalla fine grazie al
gol-scudetto di Antonio Vojak: dopo ventun anni, la Juventus era tornata a
essere la squadra campione d’Italia.
Il primo trionfo dell’era Agnelli segnò anche il tramonto del giuoco del
calcio così come lo si conosceva. Mai più turbolenze, impuntature o
scissioni, come quelle che avevano contrassegnato gli anni pionieristici,
avrebbero dovuto turbare lo spettacolo.
Non erano trascorse ventiquattr’ore dall’esultanza di Vojak e compagni,
infatti, che vennero resi noti i dispositivi della cosiddetta “Carta di
Viareggio”, il documento che ridisegnava i connotati del football in Italia.
Se l’ispiratore dell’operazione fu Arpinati, che assunse il ruolo di numero
uno della Federazione Italiana Giuoco Calcio disponendone il trasferimento
nella sua Bologna, tre furono gli estensori della “Carta”.
Il primo era l’ingegnere felsineo Paolo Graziani, presidente dei Veltri
appena sconfitti in finale e, a quanto si riteneva, uomo di fiducia dello stesso
Arpinati.
Il secondo era l’avvocato Mauro, capo degli arbitri italiani.
A completare il triumvirato c’era il gerarca abruzzese Italo Foschi, federale
del fascio romano. Negli anni precedenti, aveva già contribuito a fondare
due squadre sulla costa adriatica, la Sambenedettese e la Giuliese, e aveva un
progetto per rendere grande il calcio dell’Urbe: unificare tutti i club della
capitale per creare una sola, poderosa, compagine in grado di competere alla
pari con gli squadroni dell’Alta Italia.
La riforma approvata a Viareggio abolì la separazione del calcio
settentrionale da quello del Centro-Sud, istituendo una nuova “Divisione
nazionale” a venti squadre, nella quale avrebbero militato club di tutto il
Paese, dal Piemonte alla Campania.
Si portava così a compimento un lavoro iniziato anni prima con
l’estensione del progetto noto come “riforma Pozzo”, dal nome del
commissario tecnico della Nazionale che per primo l’aveva propugnato.
Per il momento il massimo torneo si sarebbe disputato sulla base di due
raggruppamenti da dieci club, con i migliori tre di ciascuno destinati a
comporre la sestina delle promosse al girone finale che avrebbe decretato la
squadra campione; non più finale-scudetto, quindi, per evitare pericolosi
assembramenti forieri di caos e incidenti, ma un più controllabile torneo
“all’italiana”.
Fra le altre novità c’era l’apertura ai calciatori “non dilettanti”, ovvero la
legalizzazione di una situazione già delineata negli ultimi tornei: i club più
forti, infatti, schieravano già dilettanti puri al fianco di “stelle” pagate
profumatamente per allenarsi e giocare senz’altre preoccupazioni. Nessun
tetto salariale o altra forma di livellamento erano previsti, dando di fatto la
stura alla supremazia dei club più potenti dal punto di vista economico.
Veniva poi ammesso e regolamentato il calciomercato: cambi di casacca
dalla provincia alla metropoli come quelli dell’ex vercellese Rosetta o della
mezzala della Nazionale, l’asso Baloncieri, passato dai Grigi dell’Alessandria
al Torino del conte Cinzano per 70.000 lire, sarebbero diventati la norma.
Diventava così difficile, per non dire impossibile, che piccole società come
il Casale, campione d’Italia nel 1914, o la Novese, vincitrice del torneo
dimidiato nel 1922 dalla scissione delle squadre più forti, ripetessero i propri
exploit.
La norma forse più clamorosa del disposto era quella che imponeva di
chiudere le frontiere ai giocatori stranieri, presenti in numero di ottanta
nell’edizione appena conclusa della massima serie, e per buona parte
austriaci o ungheresi. Per la stagione successiva, in via transitoria, ogni
squadra avrebbe potuto mantenere il tesseramento di due “non nazionali” a
patto di farne scendere in campo uno solo alla volta.
Per finire, la nomina di qualsiasi dirigente calcistico, così come di altri
sport, sarebbe dovuta essere vidimata dagli Enti Sportivi Provinciali Fascisti:
veniva così esclusa la possibilità che si facesse largo nel mondo del football
un presidente avverso alle politiche del governo.
In forza di tali disposti il calcio, che si era sviluppato nel nostro Paese
circondato da un’aura di sport anticonformista, smetteva di essere un
fenomeno autonomo, per iscriversi nella dinamica gerarchica e
nazionalistica che riguardava ormai ogni aspetto della vita civile: i calciatori,
e gli stessi sodalizi sportivi, cessavano di essere attori indipendenti per
diventare pedine d’un gioco più grande, che aveva il nero come colore
dominante e la retorica di regime per voce.
1926-27. Sua Maestà Leandro I

San Siro, il Filadelfia e il Littoriale – Il primo torneo di Divisione nazionale – L’Asinello e la Lupa –
Tutto da rifare

Alla luce del grande divario tecnico tra formazioni settentrionali e


meridionali, parve ovvio che all’edizione inaugurale del nuovo torneo di
Divisione nazionale prendessero parte le sedici squadre di Lega Nord che
avevano conquistato la salvezza sul campo, più una diciassettesima uscita da
un torneo di ripescaggio fra le retrocesse, e appena tre del Centro-Sud.
Inevitabile fu assegnare due di questi posti alle finaliste di Lega, ovvero
l’Alba Roma e l’Internaples, club prossimo a cambiare il proprio nome in
un più italico Napoli.
L’ultima piazza fu riservata ai “Leoni di Borgo” della Fortitudo Roma,
squadra presieduta da Italo Foschi.
Per rafforzare le squadre romane, furono imposte alcune fusioni societarie,
prologo della unificazione sognata da Foschi: venne deciso che i Verdi
dell’Alba, guidati dall’onorevole Ulisse Igliori, ex legionario di Fiume,
avrebbero assorbito d’ufficio l’organico dell’Audace, mentre le casacche
rosse con cintura blu della Fortitudo fecero un sol boccone della Pro Roma.
Tra le squadre capitoline di qualche rilievo, restavano indipendenti – ma
comunque relegate fuori dalla massima serie – solo le più antiche e
aristocratiche, ovvero la Lazio e il Roman, la prima contrassegnata da
un’indole ultra-patriottica e da un’attività a tutto tondo come polisportiva,
e la seconda espressione storica delle comunità straniere e della vecchia
“nobiltà nera” della capitale.
Un’altra fusione imposta dall’alto interessò la città di Firenze, dove i
Bianchi del Club Sportivo e i Rossi della Libertas vennero uniti in un
nuovo club guidato dal nobile gerarca Ridolfi, che assunse il nome di
Fiorentina e, come maglia da gioco, una casacca a pali bianchi e rossi.
Il 18 settembre 1926 una urgente comunicazione dattiloscritta a inchiostro
blu raggiunse il prefetto di Milano, i commissariati di Polizia Sempione e
Magenta e il comando dei Carabinieri Reali del capoluogo.
«Domani si inaugurerà il nuovo Campo Sportivo del Foot-ball Milano a
S. Siro» esordiva, senza preamboli, il questore Torsello. «Alla inaugurazione,
che avrà luogo alle 15,45, e alla quale presenzieranno S.A.R. il Duca di
Bergamo, Autorità ed invitati, si prevede immenso concorso di pubblico».
Le forze dell’ordine si preparavano così all’inaugurazione del grande
impianto voluto da Piero Pirelli, figlio del fondatore del gruppo industriale
omonimo e presidente del Milan: la futura “Scala del calcio” sarebbe
pertanto diventata la casa dei Rossoneri. I cugini nerazzurri avrebbero
continuato a giocare sul proprio campo di via Goldoni ma, anche se il
questore non si preoccupava di specificarlo nel suo comunicato, sarebbero
stati proprio loro gli avversari del “Diavolo” nella partita inaugurale che
avrebbe seguito il taglio del nastro.
Milan e Inter si erano incontrati per la prima volta nel gennaio 1909,
subito dopo la scissione che aveva dato vita alla squadra nerazzurra. Da
allora i Rossoneri, tre volte campioni d’Italia fra il 1901 e il 1907, non
avevano più vinto il titolo. Per i superstiziosi, pesava su di loro una
maledizione, quella dei fratelli svizzeri Hintermann, che erano passati agli
scissionisti, esterofili, dell’Inter. Per chi alle maledizioni non credeva, il
problema era un altro: il Milan aveva perso lo smalto, e i giocatori migliori
della squadra se ne andavano verso altri lidi.
Era stato così per Renzo De Vecchi, terzino con prestazioni da fuoriclasse
che gli avevano meritato il biblico soprannome di “Figlio di Dio”: esploso
in rossonero appena quindicenne, debuttante in Nazionale l’anno
successivo, a diciannove anni De Vecchi si era trasferito al Genoa in cambio
di 24.000 lire, una cifra stratosferica, e da giocatore rossoblù aveva vinto
scudetti e continuato a giocare per l’Italia.
E, smacco, non tutti i giovani di vaglia cresciuti all’ombra della
Madonnina sognavano di vestire la gloriosa casacca rossonera. Parecchi,
maledizione, preferivano andare all’Inter. Qualcuno persino all’Unione
Sportiva Milanese.
Dopo la guerra, poi, il Diavolo aveva rischiato più volte di inabissarsi, con
una serie di risultati disastrosi: i piazzamenti migliori erano stati dei quarti
posti nel proprio girone, ma ce n’erano stati anche degli ottavi, dei noni. La
passione, però, non si era ancora spenta: ora che Pirelli aveva costruito un
grande, faraonico, stadio si sperava che anche il Milan tornasse grande.
Altrimenti chi avrebbe riempito le tribune per vederlo giocare?
Quanto ai Nerazzurri, si erano abituati a vincere da subito: campioni
d’Italia nel 1909-10, avevano fornito giocatori in abbondanza alla
Nazionale, fra i quali il capitano Virgilio Fossati, caduto in guerra, ed erano
tornati al successo all’indomani del conflitto, aggiudicandosi nuovamente il
primato nel 1919-20. Se pure non potevano competere con il palmarès del
Genoa, nove volte campione d’Italia, o con quello della Pro Vercelli, forte
di sette titoli, erano pur sempre una delle squadre più in vista.
Al di là dei risultati sportivi, la differenza fra i due club cittadini assumeva
caratteristiche antropologiche, che riverberavano addirittura sulla scelta dei
colori sociali. Dotato di una base di tifo più popolare, il Milan; più elitaria
l’Inter.
Per gli Interisti, l’abbinamento di rosso e nero, scelto da un inglese
proletario e incline alle ubriacature come Herbert Kilpin, risultava
sovraccarico e volgare. Perfetto per i “casciavìt” di periferia, poveracci che
si esaltavano per le corse in bicicletta come il Giro d’Italia, prove di fatica
degne di “magùt” e contadini in cerca di riscatto.
Per i Milanisti, l’azzurro e il nero scelti dal pittore Giorgio Muggiani –
insieme all’oro, ben rappresentato nel monogramma societario – non
evocavano tanto il cielo di Milano, carico di poesia e speranze, ma una
piatta tristezza, la stessa che si leggeva in faccia ai “bauscia” della borghesia,
che praticavano sport da signorini con la puzza sotto il naso come
l’equitazione e la scherma, e d’estate si trasferivano in riva al Lago di Como
o in Liguria per le vacanze.
Comunque la si volesse vedere, la neutralità non era ammessa.
Quando il gran giorno dell’inaugurazione di San Siro arrivò, sulle tribune
c’erano appena 5000 spettatori.
I Rossoneri scesero in campo con il giovane portiere Giuseppe
Carmignato; Barzan e Schienoni terzini; De Franceschini, Hajós e Pomi
sulla mediana. In attacco giocavano Ballarin, Savelli, la bandiera “Pin”
Santagostino, milanista sin dalle giovanili, Paride Pasqualetto, già in forza
alle maglie a scacchi della Unione Sportiva Milanese precipitate nelle serie
inferiori, e un asso dalla storia particolare: l’istriano di passaporto austriaco
Rodolfo Ostromann, detto “Rudy el negher” per via del colorito tendente
all’olivastro.
Era, questi, un attaccante devastante, che al suo esordio in rossonero aveva
segnato quattro reti, e non avrebbe avuto problemi a ottenere la
convocazione in azzurro se solo avesse ceduto alle insistenze dei funzionari,
disposti a concedergli la cittadinanza purché abdicasse al suo cognome a
favore di un più rassicurante “Pasqualini”. Rudy, però, non ci pensava
neppure: era nato Ostromann, cittadino di Pola e suddito dell’imperatore di
Vienna e, se pure a Pola sventolava ormai la bandiera italiana e a Vienna
non c’era più nessun imperatore, al suo cognome non intendeva rinunciare.
La controparte nerazzurra, che la stampa definiva «squadrone già affiatato»,
si presentò invece con Zamberletti in porta, Delfo Bellini e l’ex riserva
juventina Gianfardoni a formare la coppia difensiva; Pietroboni e
Giustacchini erano sulla mediana insieme al “senatore” Emilio Agradi, uno
dei pochi superstiti della squadra campione d’Italia nel 1920. Gli altri
veterani erano attaccanti: Leopoldo Conti, che nel 1919 i tifosi della
Beneamata avevano letteralmente rapito sul campo dell’Enotria e da allora
era diventato un loro beniamino, e la trentenne bandiera del club e della
Nazionale Luigi Cevenini detto “Zizì”.
Completavano la linea avanzata il milanese Armando Castellazzi,
promosso titolare dopo un paio di stagioni da rincalzo, e un paio di nuovi
acquisti alla prima uscita in nerazzurro. Il primo era l’ex poliziotto austriaco
Anton Powolny. L’altro era il ventenne Fulvio Bernardini, e aveva una
storia molto speciale: nato e cresciuto a Roma, ultimogenito d’una famiglia
della media borghesia, si era fatto strada sin da giovanissimo come portiere
dei ragazzi della Lazio.
A quattordici anni Bernardini era già un estremo difensore di prim’ordine,
in grado di misurarsi nelle partite degli adulti, e in un derby contro la
Fortitudo aveva mandato in bestia gli attaccanti dei Leoni di Borgo per
l’apparente facilità con la quale neutralizzava ogni conclusione a rete.
Qualcuno si era incattivito e, in una mischia sottoporta, l’aveva calciato
violentemente alla testa: il povero Fulvio era stato portato a casa a braccia,
sanguinante e rintronato, e le sorelle, dopo avergli prestato le prime cure,
avevano tentato di fargli promettere che avrebbe rinunciato al football. Non
c’era stato niente da fare, ché “Fuffo”, come lo chiamavano in casa, non
avrebbe rinunciato al pallone per tutto l’oro del mondo.
Le ragazze, tuttavia, riuscirono a strappargli il giuramento che non avrebbe
più giocato in porta, per cercarsi un ruolo meno pericoloso, e il giovane
Bernardini cominciò la sua nuova carriera come centrattacco: segnava con
una facilità impressionante, ed era stato in quel ruolo che si era affermato
nella squadra maggiore della Lazio, diventandone il più prolifico
cannoniere. A soli diciassette anni aveva ottenuto l’onore di giocare in
Nazionale, fatto raro per un ragazzo che frequentava ancora la scuola per
ragionieri, e ancor più singolare se si considera che la maglia azzurra era
considerata sin lì appannaggio esclusivo dei giocatori del torneo
settentrionale.
Poi, qualcosa si era rotto: “Fuffo”, che giocava per la gloria ed era
convinto che i suoi compagni in biancazzurro facessero altrettanto, aveva
scoperto che in realtà percepivano sottobanco indennizzi e premi-partita
dalla dirigenza laziale. Tutti tranne lui che, alla luce dei servigi resi in
campo, ne avrebbe avuto diritto più degli altri. Così aveva lasciato,
disgustato, la società romana, e aveva risposto all’appello dell’Inter: a Milano
aveva firmato un ricco contratto, e si era appena iscritto alla Bocconi per
diventare dottore in economia.
Quel giorno, aprì le marcature il Milan con “Pin” Santagostino, ma non
era che il primo di una gragnuola di gol. A incantare la folla con la classe
sopraffina del loro gioco, secondo le cronache, furono soprattutto gli
Interisti, in particolare “Zizì” Cevenini e il giovane Bernardini da Roma,
mentre il Milan apparve più energico che preciso, e finì per farsi travolgere:
al momento del riposo, i Nerazzurri conducevano per 4 a 1, e all’ora di
gioco ne avevano messe dentro altre due. Solo un guizzo d’orgoglio del
Milan nell’ultimo quarto d’ora impedì che l’inaugurazione si trasformasse
in una Caporetto: prima Savelli e poi il “negher” Ostromann accorciarono
le distanze, fissando il risultato sul 6 a 3 per gli ospiti.
Quella grandinata di gol non era che il primo atto della leggenda di San
Siro.
Il secondo ebbe luogo direttamente l’indomani: una “mista” Milan-Inter
giocò contro il Deutscher di Praga, sconfiggendolo per 4 a 1 grazie alle reti
(tutte di marca nerazzurra) di “Zizì” Cevenini, Castellazzi e dello scatenato
Bernardini, autore di una doppietta.
Battezzato da quattordici reti in centottanta minuti di gioco, il terreno era
pronto a ospitare il primo campionato di Divisione nazionale.
Finalmente fu resa nota la composizione dei due gironi della massima
serie, ciascuno composto da dieci squadre. Ce l’avrebbero fatta le squadre
del Centro-Sud a reggere il passo delle consorelle settentrionali?
Nel raggruppamento A figuravano come favorite la Juventus campione
d’Italia, il Genoa e l’Inter; un gradino sotto, almeno nei pronostici,
apparivano le “Bianche casacche” della gloriosa Pro Vercelli, i Nerostellati
del Casale e il Modena, mentre si riteneva che Brescia e Verona avrebbero
dovuto lottare per la salvezza con le due cenerentole del Centro-Sud
inserite nel girone. La prima era il neonato Napoli del presidente Ascarelli,
erede dell’Internaples, al debutto con la maglia azzurra e un cavallino
rampante come stemma; l’altra era l’Alba Roma, massacrata a mezz’agosto
dalla Juventus nell’ultima “finalissima” della Storia tra i vincitori della Lega
settentrionale e i campioni del Centro-Sud.
Nel girone B, partivano invece con ambizioni di successo il Bologna, il
Milan ma anche il Torino, ancora a caccia del suo primo titolo, che poteva
schierare l’asso Baloncieri e Julio Libonatti, il centravanti prelevato dagli
argentini del Newell’s Old Boys grazie alla norma che equiparava i
calciatori d’origine italiana ai cittadini del Regno: di statura ridotta e forte
di torace, “el Matador” sapeva produrre giocate di classe sopraffina, ed era
in grado di concludere a rete dando l’impressione di scoccare dei beffardi
colpi di fioretto.
Le favorite si sarebbero dovute guardare dalla concorrenza del Livorno,
unica rappresentante del calcio toscano in massima serie, e dei
Biancoscudati del Padova. Potevano puntare a una tranquilla salvezza le due
genovesi del gruppo, l’Andrea Doria, che giocava in maglia a quarti bianca e
blu, e la Sampierdarenese, che si esibiva invece in casacca bianca fasciata di
rossonero. Animata da ansia di riscatto, ma non troppo quotata, era
l’Alessandria. La società si era dimostrata capace di ottime stagioni all’alba
degli anni Venti, quando per i Grigi giocavano ancora Baloncieri e Carlo
Carcano, ma era crollata nell’ultimo torneo ed era presente solo grazie alla
vittoria nel torneo di ripescaggio.
Rischiavano grosso, a detta dei più, i Grigiorossi della Cremonese e la
Fortitudo Pro Roma, che aveva il suo trascinatore in un giovanotto
esuberante e portato all’agonismo più sfrenato; era il quarto d’una dinastia
di fratelli che avevano vissuto per intero l’epopea dei Leoni di Borgo, nati
all’ombra di Castel Sant’Angelo come squadra d’ispirazione religiosa sotto la
guida di fra’ Porfirio Ciprari, e aveva nome Attilio Ferraris.
Prima ancora che il torneo avesse inizio, venne inaugurato un altro
impianto che avrebbe contribuito a scrivere pagine leggendarie del calcio
italiano.
Il conte Enrico Marone Cinzano, patron del Torino, non voleva essere
secondo agli Agnelli, che avevano creato in corso Marsiglia il “Campo
Juventus”, così aveva fatto progettare e costruire a sua volta un “Campo
Torino” che tutti, però, avrebbero chiamato col nome della via sulla quale
sorgeva: il Filadelfia.
Due le tribune, una centrale da 1300 posti, con poltroncine in legno e
decori in ghisa in stile liberty, sotto la quale si aprivano le tredici file del
parterre in muratura, capaci di 4000 posti. Sul lato opposto, una gradinata
scoperta, per una capienza totale di 15.000 spettatori.
L’ingresso dello stadio, la cui facciata in mattoni rossi era inframezzata da
colonne, era sormontato da una bandiera il cui basamento, alto sei metri,
era a sua volta coperto da fregi art déco. Nel ventre dell’impianto si
aprivano, oltre agli spogliatoi per le squadre e i direttori di gara, l’abitazione
del custode, i locali medici e un ambiente pensato per ospitare i rinfreschi,
che tornò utile sin da subito: se il nastro del nuovo stadio milanese era stato
tagliato dal duca di Bergamo, qui intervennero la principessa Maria
Adelaide di Savoia-Genova e il duca d’Aosta Emanuele Filiberto, fratello
maggiore di Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, esploratore e pioniere del
calcio italiano, che appena sedicenne aveva fondato uno dei primissimi
undici del Regno, i Nobili Torino.
Non mancò la benedizione del campo ad opera dell’anziano arcivescovo,
monsignor Gamba, prossimo a essere creato cardinale.
Nella partita inaugurale, che fece registrare il tutto esaurito, i Granata
ospitarono i romani della Fortitudo; sulla panchina dei padroni di casa
sedeva per la prima volta l’allenatore ungherese Schoffer, ingegnere
ferroviario con la passione per il calcio, che nelle stagioni precedenti aveva
guidato il Brescia, i Lilla del Legnano nella loro cavalcata in massima serie, e
il Verona.
Con una vittoria per quattro reti a zero ad opera di Baloncieri, Libonatti e
compagni, i tifosi del Toro tornarono a casa appagati, e convinti di poter
finalmente puntare al titolo.
La “stagione regolare” del torneo si svolse senza troppi scossoni.
Nel gruppo “A”, la sorpresa fu che l’Inter chiuse al primo posto a pari
merito con la Juventus: che i Nerazzurri fossero davvero tornati grandi,
addirittura in grado di vincere il torneo?
Il terzo posto utile a entrare nel girone finale fu appannaggio del Genoa.
Al capo opposto della classifica il desolante Napoli, fanalino di coda con
zero vittorie, un solo pareggio e ben diciassette sconfitte sul groppone.
Altroché il cavallo rampante dell’emblema cittadino! Come mascotte, i suoi
fantasiosi sostenitori decisero di sostituire l’araldico equino con un più
adatto e simpatico asinello, ispirato al proverbiale «ciuccio ’e Fechella, co’
trentasei chiaje e ’a coda fraceta».
L’identificazione con il povero asino dalle trentasei piaghe e la coda
marcescente prese piede fra i sostenitori azzurri, esponenti di una gente alla
quale non hanno mai fatto difetto l’inventiva e l’autoironia. Non a caso,
quando la figura del “ciuccio” aveva ormai preso piede, ci sarebbe stato
qualche altezzoso che giudicava il somarello poco adatto alla grandeur dell’ex
capitale borbonica, e ne avrebbe richiesto l’abolizione, ma i primi a opporsi
sarebbero stati proprio i custodi della tradizione del club, ovvero i tifosi
radunati al bar Brasiliano, alla Torrefazione Azzurra e alla birreria Amoroso,
primi baluardi del tifo partenopeo.
Insieme al derelitto Napoli, furono condannati alla retrocessione i Verdi
dell’Alba: per le squadre del Centro-Sud, era la certificazione di non poter
competere ad armi pari in un torneo unificato.
La prova definitiva arrivò dal raggruppamento “B”, vinto da uno
smagliante Torino davanti al Milan e al Bologna, anch’esso dotato del suo
stadio nuovo di zecca, inaugurato come abbiamo visto nel giorno
dell’attentato a Mussolini. Come da pronostico, la Fortitudo Pro Roma
chiuse da ultimissima, e fu condannata a retrocedere insieme alla
Cremonese.
Il girone finale vide così al nastro di partenza le sei squadre più quotate: la
Juve degli Agnelli e il Toro del conte Cinzano, le due milanesi, il Genoa e i
Veltri del Bologna.
Le ostilità ebbero inizio il 27 marzo, e subito gli Emiliani ne profittarono
per vendicarsi della Juventus sconfiggendola al Littoriale, ma la vera sorpresa
fu la marcia inarrestabile del Torino.
I suoi uomini più rappresentativi – Baloncieri, l’oriundo Libonatti e il
nuovo acquisto spezzino Gino Rossetti – furono ribattezzati “Trio delle
meraviglie” e, in effetti, di portieri meravigliati ne lasciavano parecchi.
Dopo i primi cinque turni, i Granata guidavano la classifica con otto punti,
tallonati dalla coppia formata da Bologna e Juventus.
Nel turno successivo, le due inseguitrici impattarono nello scontro diretto,
lasciando agio al Toro di prendere il largo, e la settimana dopo – era il 5
giugno – si giocò un “derby della Mole” che avrebbe avuto uno strascico
assai lungo.
Per i Granata, una vittoria avrebbe significato opzionare lo scudetto, per la
Juve provare a reinserirsi nei giochi, ma quel giorno i Bianconeri
disputarono una strana partita. “Ricciolo” Munerati apparve indeciso
nell’attaccare, Pastore si fece espellere per uno sciocco fallo di reazione, e
Rosetta parve meno chirurgico del solito negli interventi difensivi; arrivò
anzi a farsi passare in mezzo alle gambe un calcio di punizione
dell’ungherese Balacics, causando il gol del vantaggio granata.
Il Torino portò a casa la vittoria per 2 a 1 e, oltre alla supremazia cittadina,
mise in cascina due punti preziosi in vista della vittoria finale; due settimane
dopo, affondando per tre reti a zero il Genoa, si aggiudicò
matematicamente il torneo, e i suoi uomini poterono posare per le foto-
ricordo destinate a immortalarli come campioni d’Italia.
Oltre al “Trio”, c’erano il portiere astigiano Bosia, piccolo di statura ma
agilissimo, che aveva cominciato la carriera alternando le partite all’attività
di garzone di bottaio; i terzini Cesare Martin, in granata sin dalle giovanili,
e Balacics, destinato a rientrare in patria per gli effetti della “Carta di
Viareggio”; i mediani “Rico” Colombari, Mario Sperone e Antonio Janni,
quest’ultimo ormai punto fermo della Nazionale, e ancora le ali Carrera e
Franzoni.
A esultare con loro per il primo scudetto granata c’erano il conte Cinzano
e l’allenatore Schoffer, i dirigenti-accompagnatori e le riserve: altri due
Martin, Piero e Dario (un quarto fratello, emigrato in Cile, giocava per
l’Audax Italiano di Santiago), e ancora i fratelli Vittorio ed Eugenio
Staccione, mediano compatto il primo e portiere l’altro, il diciannovenne
Pretti da Livorno Ferraris, e tutti gli altri che avevano visto a malapena il
campo ma si sentivano comunque di aver dato il proprio contributo.
I Granata, tuttavia, restarono campioni d’Italia per una sola estate… Uno
scandalo, infatti, incombeva sulle loro teste.
Il torneo si era appena concluso e già le autorità, non contente dei risultati
maturati sul campo, mettevano in discussione le regole varate appena dodici
mesi prima. No, proprio non si poteva tollerare che su quattro retrocessioni
tre fossero toccate alle squadre rappresentanti del Centro-Sud, e la quarta
alla Cremonese del ras Farinacci.
Meglio salvarle, quelle squadre, a costo di ritoccare le regole del
campionato. Sarebbe servito qualche equilibrismo ma, nel Paese di
Machiavelli e Leandro Arpinati, che qualcuno già chiamava polemicamente
“Sua Maestà Leandro I”, l’idea non suonava troppo spaventosa.
La soluzione apparve in tutta la sua genialità: bastava congelare le
retrocessioni, accorpare sotto l’egida del fascismo alcune squadre, e allargare
provvisoriamente il torneo a ventidue club per consentire l’accesso delle
vincitrici della seconda serie.
La prima fusione, a Genova, generò una compagine che avrebbe avuto vita
breve, ma l’idea sarebbe stata ripresa con più fortuna in tempi successivi: si
presero l’Andrea Doria e la Sampierdarenese, e le si unì per creare una
nuova società. Il sodalizio ricevette il nome di Dominante e una muta di
divise nere, adorne di un complesso emblema che comprendeva un grifone,
una “D” maiuscola e un fascio littorio. Così anche Genova, come Milano e
Torino, avrebbe avuto due società in Divisione nazionale, e non più tre.
L’altra fusione, avvenuta nella capitale, diede vita a un sodalizio ben più
solido e longevo. Alla luce della promozione guadagnata sul campo dalla
Lazio, e dei salvataggi d’ufficio di Alba Audace e Fortitudo Pro Roma,
l’Urbe si sarebbe trovata a sua volta con tre squadre al massimo livello del
calcio italiano. Troppe, vista la pochezza tecnica manifestata dai club di
Igliori e Foschi. Ridurle a una sola avrebbe sicuramente dato vita a un
nuovo undici più attrezzato tecnicamente, ma la Lazio era squadra storica, e
il generale Vaccaro, il suo dirigente più influente, non voleva saperne di
ammainare la bandiera biancoceleste.
Se tre squadre erano troppe, e una sola non si poteva fare, la soluzione
stava con ogni evidenza nel mezzo: le squadre romane sarebbero state
ridotte a due, così da pareggiare il conto con Torino, Genova e Milano, le
tre metropoli del Nord dove il calcio aveva attecchito sin dai primi anni. In
altre parole, la Lazio avrebbe mantenuto la propria indipendenza, mentre le
altre avrebbero unito le forze per dare vita a una nuova squadra, che avrebbe
portato il nome e i colori – giallo dorato e rosso porpora – della Città
eterna.
I sodalizi incorporati nella nascitura società furono così tre: i Verdi
dell’Alba di Igliori, i Rossoblù della Fortitudo di Foschi, e l’aristocratico ma
sportivamente derelitto Roman FBC, che portò in eredità la sede sociale e
la propria divisa, scelta in conformità ai colori del gonfalone municipale sin
dal lontano 1901.
Dal momento che, come si è visto, l’Alba aveva inglobato da appena dodici
mesi l’Audace, e la Fortitudo aveva assorbito la Pro Roma (ma anche, due
anni prima, la Juventus Roma), di fatto la neonata compagine ereditava le
tradizioni sportive di un numero ben più alto di club: tutto il calcio giocato
sin lì nella capitale, ad eccezione di quello marchiato Lazio, confluiva nella
nuova Associazione Sportiva Roma 1927.
Il primo campo fu il Motovelodromo Appio, il primo presidente fu Italo
Foschi, ché l’“onorevole palazzinaro” Igliori preferiva occuparsi della
propria impresa di costruzioni, mentre dal Roman trasmigrò una buona
quota di dirigenti, fra i quali “il Banchiere di Testaccio” Renato Sacerdoti e
i fratelli Crostarosa.
Quanto ai calciatori, la maggior parte provenivano dall’Alba e dalla
Fortitudo.
Arrivava dai Verdi l’unico straniero della Roma, il laureato in
giurisprudenza Arturo Chini Ludueña, argentino per nascita ma prossimo a
essere naturalizzato italiano.
Come capitano fu designato l’ex fortitudino Attilio Ferraris, detto “Tilio”
dagli amici, Ferraris IV dai giornalisti e “er Più” dai tifosi. Prima attraverso
i racconti dei fratelli, e poi in prima persona, era letteralmente cresciuto
insieme all’epopea dei Leoni di Borgo. Ora toccava a lui trasferire le loro
ambizioni su un piano più grande, che non aveva più le dimensioni di un
singolo rione ma di una città intera… E che città!
Una pattuglia più ristretta proveniva dal Roman. Fra loro anche Giorgio
Carpi, che non voleva essere pagato un centesimo per giocare a calcio,
perché gli bastava l’onore di difendere i colori dell’Urbe, e perché
guadagnava già abbastanza col suo lavoro in Borsa.
Un solo giocatore, l’italiano di Dalmazia Mario Bussich, già in forza alla
Triestina, giunse appositamente nella capitale, o meglio vi tornò, dal
momento che la sua carriera era cominciata nel 1919 alla Juventus Roma.
Per i tifosi fu da subito “er Secco”.
Alla squadra mancava solo l’allenatore: fu chiamato il migliore, o
perlomeno il più leggendario, William Garbutt. Ex calciatore del Woolwich
Arsenal e dei Blackburn Rovers, aveva guidato il Genoa sin dal 1912, ed era
tornato alla sua testa dopo gli anni della Grande Guerra, cogliendo tre titoli
e mancando d’un soffio il quarto, quello della infinita e contestata serie di
finali che, nel 1925, aveva visto prevalere il Bologna.
Foschi era sicuro che affidati a lui, il “Mister” per eccellenza, i ragazzi de
“’sta Roma bella” si sarebbero fatti valere al meglio.
Compiute le fusioni e approntati i due raggruppamenti, eccezionalmente
portati a undici squadre ciascuno, tutto sembrava pronto per far partire il
secondo torneo di Divisione nazionale. Ma c’era un ultimo, non
secondario, colpo di scena in agguato. E stavolta non riguardava le società
che avevano figurato peggio nel campionato precedente, bensì quella
vincitrice.
Il cosiddetto “caso Allemandi” era esploso nel corso dell’estate. Secondo
quanto venne rese noto, uno studente siciliano che alloggiava nella stessa
pensione di via Lagrange dov’era domiciliato il terzino bianconero, aveva
assistito a una conversazione animata e compromettente, e la stessa era stata
udita da un giornalista della testata Il tifone: il calciatore si lamentava con un
dirigente granata del mancato pagamento di un premio, promessogli in
segreto dalla dirigenza del Torino, che gli sarebbe spettato per aver lasciato
che gli avversari vincessero il derby del 5 giugno.
Ora, chi aveva assistito all’incontro poteva testimoniare che Allemandi era
stato uno dei migliori in campo fra gli juventini: a sembrare molli erano
stati, semmai, gli attaccanti Munerati e Pastore, per non dire del suo
compagno in difesa Virginio Rosetta, solitamente solidissimo ma, in quella
specifica occasione, a dir poco disastroso.
La Federcalcio decise di istituire un’indagine, e Arpinati spedì sul posto un
suo uomo, tale Zanetti. Che i due fossero bolognesi, e che il Bologna fosse
giunto secondo in campionato, poteva parere un accidente del fato, ma
cominciò ad apparire rilevante quando il solerte Zanetti rinvenne,
sminuzzato in frammenti ch’egli ricompose come un puzzle, un foglio che
ricostruiva nel dettaglio forme e modi della corruzione: se uno o più
giocatori della Juventus avevano venduto la partita, come appariva dal
documento, il titolo vinto dal Torino andava invalidato. E se il Torino non
era più campione d’Italia, chi altri avrebbe potuto diventarlo, se non il
Bologna che aveva chiuso il torneo alle sue spalle?
Il risultato fu che Allemandi, da molti ritenuto un semplice intermediario,
venne squalificato e coperto d’ignominia. D’altronde, non provò neppure a
discolparsi, e men che meno a circostanziare le accuse che avrebbero potuto
inchiodare i suoi compagni di squadra, a cominciare da Rosetta, probabile
destinatario di buona parte della somma contesa. Nulla disse del dono
ricevuto da Munerati, né della scommessa che Pastore aveva fatto sull’esito
dell’incontro, contribuendo in prima persona – si era fatto cacciare dal
campo – a realizzare il pronostico.
Lo scandalo che avrebbe travolto la squadra della famiglia Agnelli fu
dunque messo a tacere facendo del solo Allemandi il capro espiatorio.
Quanto al Torino, lo scudetto appena vinto gli fu revocato d’ufficio.
Arpinati, che volentieri l’avrebbe fatto cucire sulla maglia dei Felsinei, si
trovò però in imbarazzo. Il conflitto d’interessi, questa volta, appariva
inaggirabile: le accuse di favoritismo sarebbero piovute su di lui, ben più
insidiose e durature di quelle che l’avevano colpito quando ancora non era il
numero uno della Federcalcio.
Che fare, dunque? Narra la leggenda, e non pare incredibile, che a
suggerire e avallare il salomonico provvedimento definitivo – quello di
dichiarare per la prima volta il titolo “non assegnato” – sia stato l’unico
uomo al quale Arpinati non poteva dire di no: Lui. Il “Duce degli italiani”,
Benito Mussolini.
1927-28. Buona la seconda?

Schieramenti di battaglia: le ricette di Chapman e Meisl – Viaggio nel tempo: la Coppa America –
Appuntamenti internazionali – Categoria nazionale: buona la seconda?

Le regole non cambiavano solo da noi.


Anche l’International Board di Londra, il massimo organo decisionale dal
quale originavano le norme del “meraviglioso giuoco”, aggiornava le
cosiddette Laws of the game.
Così nel 1866, quando ancora in Italia nessuno giocava a calcio, e ci si
occupava piuttosto di cacciare gli austriaci dalle Venezie e strappare Roma
al governo pontificio, era stato stabilito che ogni passaggio della palla in
avanti era lecito, purché fra il ricevitore e la porta avversaria ci fossero
almeno tre difensori.
Tale norma, di fatto la prima formulazione della regola del “fuorigioco”,
era destinata a restare in vigore per quasi sessant’anni, e aveva influenzato la
disposizione in campo dei giocatori: la “piramide di Cambridge”, che
prevedeva lo schieramento di un portiere, due terzini, tre mediani e cinque
attaccanti era diventato uno standard che si riteneva universale e
immutabile.
Da allora, il più importante cambiamento aveva riguardato l’introduzione,
nel 1891, del calcio di rigore, ma nel 1925 si era verificato un cambiamento
epocale: il numero di difensori necessari a non mettere un attaccante in
fuorigioco scesero da tre a due.
Lungi dall’essere un semplice tecnicismo, la nuova norma aveva cambiato
letteralmente la faccia del gioco: ora l’arroccarsi delle difese poteva essere
vinto più facilmente, creando le premesse per manovre più rapide e
spettacolari, che portarono a un maggior numero di gol.
In conformità ai principi di Darwin sull’evoluzione della specie, se non si
voleva soccombere, bisognava adattarsi alla velocizzazione del gioco.
Le contromisure adottate, inizialmente piuttosto empiriche, si affinarono
dando vita a due distinte scuole calcistiche.
Le squadre britanniche presero a giocare secondo il “Sistema”, ideato da
Herbert Chapman, un ingegnere che allenava l’Arsenal, il club londinese
che sognava di interrompere la dominazione delle squadre del Nord –
Liverpool, Sunderland, Newcastle – sulla First Division.
Nel 1925-26, grazie a lui, i “Gunners” erano riusciti a conquistare uno
storico secondo posto in campionato alle spalle dell’ultima superpotenza
che si era affacciata sulla scena inglese, i “Terriers” dell’Huddersfield Town,
capaci di aggiudicarsi tre titoli consecutivi, e i tifosi dell’Arsenal avevano
provato un’impagabile gioia nel mettere in fila i rivali cittadini del
Tottenham e del West Ham. Il sogno di vincere finalmente qualcosa, fosse
un campionato o una FA Cup davanti ai centomila di Wembley, si
avvicinava.
Ma in cosa consisteva, questo Sistema? Essenzialmente, Chapman
scompose il vetusto schema 2-3-5 della piramide di Cambridge in un più
dinamico 3-2-2-3, con i difensori che aumentavano di un’unità grazie
all’arretramento del centromediano, destinato a essere individuato col nome
di stopper. I due mediani residui, schierati dietro la linea di centrocampo,
formavano un ideale quadrato insieme ai due interni, o mezzali; in avanti
restavano così tre soli giocatori, le ali e il centravanti.
In virtù di questo schema le squadre “sistemiste” erano tenute a
movimenti di massa per passare dalla fase difensiva a quella d’attacco, e il
“calcia e corri” dell’inizio lasciava spazio a un più gratificante spettacolo a
tutto campo.
La scuola continentale, invece, reagì in maniera plebiscitaria alle nuove
norme adottando il “Metodo” propugnato dal grande allenatore boemo
Hugo Meisl.
Rampollo d’una famiglia di ricchi commercianti, sudditi dell’imperatore
Francesco Giuseppe, era stato educato a Vienna ed era in grado di parlare
indifferentemente nella lingua natia come in tedesco. Negli anni
dell’università era stato un buon calciatore nella formazione neroblù del
Vienna Cricket and Football, nata appena un giorno dopo i Gialli del First,
che sin dal nome rivendicavano il primato di club più antico del Paese.
Ultimati gli studi e appese le scarpe al chiodo, Meisl aveva intrapreso una
carriera da bancario, senza mai abbandonare la passione per il calcio: nel
1904 era stato tra i fondatori della Federazione austriaca, e a partire dal 1912
aveva ricoperto il ruolo di allenatore della Nazionale, impegno interrotto
unicamente negli anni della guerra, trascorsi sul sanguinoso fronte
dell’Isonzo.
Al termine del conflitto, ormai trentottenne, aveva assistito al disfacimento
dell’Impero per il quale aveva combattuto; posto di fronte alla scelta se
diventare cittadino della neonata Cecoslovacchia o giurare fedeltà
all’Austria, aveva optato per restare a Vienna e riprendere il suo lavoro con
la Nazionale. Da uomo colto qual era – negli anni aveva imparato anche
l’inglese, il francese, l’italiano e lo spagnolo – si era dimostrato attento e
reattivo nei confronti dei cambiamenti regolamentari e della rivoluzione
che imponevano al gioco, e aveva elaborato una risposta originale, del tutto
diversa rispetto a quella di Chapman.
In questa versione del gioco, sintetizzabile dalla sigla W-W o dalla
sequenza di cifre 2-3-2-3, i terzini restavano due, ma potevano contare
sull’aiuto di mediani laterali, che arretravano rispetto alle origini,
trasformandosi alla bisogna in una coppia di difensori aggiunti; restava
cardine della manovra il centromediano, che dialogava in fase di rilancio
con i due interni. Non diversamente dal Sistema, gli “avanti” restavano tre,
ovvero le ali esterne e il centravanti, più noto all’epoca come
“centrattacco”.
Il nostro massimo teorico, l’allenatore-giornalista Vittorio Pozzo, da
ragazzo era stato uno dei primissimi giocatori italiani a militare in una
squadra estera, il Grasshoppers di Zurigo, e aveva sempre guardato con
attenzione a ciò che accadeva Oltralpe. Fu lui a stabilire che il Metodo di
Meisl, per il quale nutriva un’autentica venerazione, era decisamente più
adatto alle caratteristiche fisiche e morali dei giocatori nostrani: col Sistema
britannico, infatti, i giocatori dovevano correre tutto il tempo. Con il
Metodo continentale, a correre era la palla.
Pozzo non aveva dubbi: quando occorreva sbarrare la strada all’avversario
era meglio difendere a quattro che a tre, e per rilanciare l’azione era
preferibile puntare sulla tempra individuale di un singolo centromediano
che sul lavoro di équipe di due uomini.
Non si limitò, però, ad adottare pedissequamente le idee di Meisl, che
puntava su una fitta trama di passaggi rasoterra e sullo scambio di ruoli fra i
giocatori, inesausto e mefistofelico, al fine di privare gli avversari di punti di
riferimento.
No, secondo Pozzo, che durante la guerra era stato ufficiale alpino,
quando si dirigeva un gruppo di compatrioti era meglio astenersi dalle
complicazioni e assegnare compiti semplici e ordini inequivocabili: se il
calcio era una battaglia, era meglio concepire i difensori come uomini di
trincea, e il centromediano come un artigliere pronto a scoccare un gran
volume di rilanci. Le mezzali andavano intese come la cavalleria, in grado di
muoversi rapidamente fra il centrocampo e le posizioni avanzate, lasciando
agli attaccanti il ruolo degli Arditi, votati unicamente all’assalto.
Eravamo italiani, diamine! Gente abituata a soffrire, che pensava a non
perdere prima che a vincere, e si appagava di un singolo condottiero in
mezzo a una moltitudine di contadini e operai. Per ribaltare un’azione
avversaria, meglio affidarsi a un buon lancio aereo, che a una fitta,
spettacolare ma aleatoria, trama di passaggi rasoterra, come facevano i
leziosi Danubiani. I quali, con tutta la loro intelligenza tattica, ci avevano
inflitto la disfatta di Caporetto ma la guerra, alla fine, l’avevano perduta.
Nasceva così, sulla scorta di confronti con realtà sportive di tutta Europa
ed esperienze maturate sotto il fuoco delle mitragliatrici, il “gioco
all’italiana”.
La Nazionale azzurra aveva debuttato a Milano il 15 maggio 1910, per
l’occasione in maglia bianca e capitanata dal baffuto doriano Franz Calì,
sconfiggendo per goleada la Francia: 6 a 2 il risultato finale dell’incontro.
A quel debutto ormai perso nelle nebbie del passato, erano seguite per i
nostri alfieri annate di risultati altalenanti: sconfitte monumentali contro
l’Austria, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, risultati di ogni genere contro
Svizzeri, Francesi e Spagnoli, vittorie più o meno sonanti sul Belgio e sulla
Germania, e una manciata di match contro avversari più esotici, che
potevano rispondere ai nomi di Lussemburgo, Svezia o Olanda. L’unica
avversaria non europea mai incontrata era l’Egitto, sconfitto di misura in
occasione dei Giochi olimpici del 1920, e proprio le Olimpiadi erano
l’unico torneo internazionale mai disputato dalla nostra rappresentativa: nel
1912, a Stoccolma, eravamo usciti al turno preliminare, nel 1920 ad
Anversa ci aveva fatto fuori la Francia nei quarti di finale e, per finire,
nell’edizione parigina del 1924, ci aveva eliminato la Svizzera, sempre nei
quarti.
In quell’occasione, si era imposta con prepotenza la Nazionale
dell’Uruguay, un piccolo Paese sudamericano, peraltro ricco di famiglie
d’origine italiana, nel quale il calcio era vissuto alla stregua di una religione:
laggiù, come in Argentina e in Brasile, i giocatori migliori potevano vivere
di football, e il professionismo era da tempo una realtà, così come accadeva
sulle isole britanniche dove il “meraviglioso giuoco” si era propagato ai
quattro angoli del mondo.
Da noi, come si è visto, giocavano ancora fianco a fianco studenti e operai,
fornai e ingegneri, agenti di borsa e popolani che si facevano bastare i
rimborsi-spese messi a disposizione dalle società solo fino al momento di
mettere su famiglia, ché a quel punto bisognava trovarsi un lavoro serio.
Erano ancora pochi i Baloncieri e i Rosetta che grazie al pallone si
guadagnavano da vivere nel vero senso della parola. Certo, negli ultimi anni
i calciatori che si trasferivano nelle grandi squadre potevano godere di un
trattamento migliore rispetto a prima: si trovavano alloggiati in pensioni
decenti e non in tuguri di terz’ordine com’era accaduto negli anni passati,
ma la maggioranza delle società reclutava ancora calciatori del territorio,
che avevano la casa di famiglia a un tiro di voce dai campi d’allenamento e
dagli stadi. E non mancavano, nelle formazioni meno blasonate, casi di
lumpenproletari, come il buon Bertolini dell’Alessandria, un povero
garzone abituato a dormire sotto il ponte del Tanaro in un rudimentale
capanno e a nutrirsi quasi esclusivamente di caffelatte.
Logico, allora, che anche la nostra Nazionale fosse ad anni luce di distanza
rispetto a quelle delle isole britanniche, alle danubiane – serbatoio
tradizionale di reclutamento per i nostri club, almeno fino ai disposti della
“Carta di Viareggio” – o alle stellari rappresentative della terza grande
scuola calcistica del pianeta, il Sud America, terra di opportunità dove i
nostri club più fortunati si erano spinti in tournée estiva.
Erano rientrati con l’impressione che il Nuovo mondo, ancor più che la
Gran Bretagna, l’Austria o l’Ungheria, fosse la vera mecca del football. A
Buenos Aires, Montevideo o San Paolo del Brasile, il calcio era già da
tempo un affare di Stato: se n’era reso conto il Genoa, quando aveva
affrontato una rappresentativa argentina subendo un gol innescato
direttamente dal calcio d’inizio battuto dal presidente della Repubblica
Torcuato de Alvear.
In occasione di quel viaggio, “il Figlio di Dio” De Vecchi aveva analizzato
il fenomeno del calcio sudamericano parlandone come di un fenomeno di
“generazione spontanea”, reso possibile dalla presenza di un’infinità di
campi ricavati dagli ampi spazi a disposizione, sui quali moltitudini di
ragazzini giocavano dalla mattina alla sera, affinando i fondamentali come ai
pari età italiani non era dato di fare. In quella maniera, anche Paesi assai
meno popolosi del nostro avevano a disposizione una base di reclutamento
enormemente più grande; il miraggio di una carriera da professionisti, poi,
permetteva alle squadre di condurre i migliori a livelli di eccellenza assoluta.
No, non era un caso che alcuni fra i migliori calciatori del nostro
campionato fossero cresciuti nella terra del tango e dell’asado: Baloncieri, di
famiglia alessandrina, era emigrato in età da asilo con i genitori dalle parti di
Rosario, prospera città di quattrocentomila abitanti sulle rive del fiume
Paraná, a una manciata di chilometri dal confine con l’Uruguay. In quella
composita comunità, per metà formata da recenti immigrati europei,
Baloncieri aveva iniziato a giocare ad appena nove anni, e quando,
sedicenne, era rientrato in Piemonte poteva vantare un tocco di palla e una
visione di gioco impressionanti rispetto ai coetanei, tanto da proiettare
l’Alessandria fra le grandi del torneo. Al Torino si era definitivamente
imposto come la migliore mezzala d’Italia: con un singolo tocco di palla era
in grado di cambiare il corso di un’azione, generando manovre repentine,
servendo Rossetti e “el Matador” Libonatti per mandarli al tiro, o
esplodendo lui stesso la stoccata imprevista e fatale.
Tra gli effetti della sfrenata passione calcistica dei sudamericani, si
segnalava la consuetudine a un torneo per nazioni che aveva conosciuto la
sua versione inaugurale nel 1916. Mentre nel Vecchio continente, dalle
colline della Champagne alle Dolomiti, dal Carso alle isole greche,
un’intera generazione si scannava sui campi di battaglia a suon di assalti
suicidi, azioni coi lanciafiamme e irrorazioni di gas tossici, nel Nuovo
mondo si era pensato di sublimare le rivalità fra nazioni in maniera meno
letale.
Argentina, Uruguay e Cile, che già si erano sfidate in un pionieristico
triangolare nel 1910, diedero vita insieme al Brasile al primo campionato
sudamericano, atto di nascita della federazione calcistica continentale
chiamata Conmebol.
Da allora, si erano svolte altre nove edizioni del torneo, e alle compagini
originarie del Conmebol si erano aggiunte Paraguay, Bolivia e Perù. Gli
Uruguagi detenevano il primato di vittorie con sei trionfi, mentre
Argentina e Brasile potevano vantarne due a testa.
In Sud America continuavano a prodursi fenomeni pittoreschi,
inimmaginabili alle nostre latitudini: nel 1927, il mulatto Arthur
Friedenreich era ormai noto come “il Re del calcio” e viveva da nababbo
nella sua San Paolo, sempre in Brasile erano in programma curiosi incontri
fra la selezione dei migliori giocatori bianchi contro quella dei neri, mentre
i derby bonaerensi fra il River Plate e il Boca Juniors del portiere Américo
Tesoriere, figlio d’un marinaio di Stromboli, richiamavano nel catino dello
stadio Alvear y Tagle folle superiori ai 40.000 spettatori.
Si attendeva con ansia il momento in cui la nostra Nazionale avrebbe
avuto l’opportunità di misurarsi con le rappresentative del Nuovo mondo,
ma al momento non era ancora stato possibile, vuoi per la distanza
geografica che avrebbe imposto costi spropositati alle magre casse federali,
vuoi per la mancanza di occasioni; le Olimpiadi, infatti, erano l’unico
torneo internazionale a disposizione degli Azzurri, e ad eccezione di quelle
non restavano da giocare che una manciata di amichevoli ogni anno.
Nel 1927, però, l’attività si era intensificata in vista di un nuovo
appuntamento, ideato dal leggendario Hugo Meisl.
Per la verità, le idee del grande allenatore austriaco erano state due in un
colpo solo. La prima era un trofeo estivo per club noto all’epoca nel nostro
Paese come Coppa dell’Europa Centrale, ma destinato a essere ricordato
perlopiù sotto la spuria definizione di Coppa Mitropa, riservato a
formazioni austriache, ungheresi, cecoslovacche e jugoslave. La seconda era
la Coppa Internazionale, che si ispirava al British Home Championship
disputato sin dagli anni Ottanta del XIX secolo dalle rappresentative di
Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda.
Un primo tentativo di riprodurre quella formula era stato effettuato negli
anni precedenti nell’Europa settentrionale, col Campionato nordico che
metteva di fronte Danimarca, Svezia e Norvegia, ma il torneo, partito nel
1924, non si sarebbe concluso che nell’autunno del 1928.
La nuova manifestazione promossa da Meisl, invece, a partire dall’autunno
avrebbe visto gli Azzurri impegnati contro le rappresentative di Austria,
Ungheria, Cecoslovacchia e Svizzera.
Erano nate così, dallo stesso uomo e praticamente in un colpo solo, il
primo torneo continentale per club e il suo equivalente riservato alle
Nazionali; in assenza di una federazione europea, appariva come una
scheletrica imitazione di quel che accadeva sulle isole britanniche dal
remoto 1883 e in Sud America dal 1916, ma era pur sempre un primo
passo.
Per non arrivare impreparati, gli Azzurri si sottoposero a un’agenda di
amichevoli mai così fitta: il 30 gennaio, a Ginevra, stesero la Svizzera per
cinque reti a una, mandando a referto l’intero “Trio delle meraviglie”
granata e tre settimane dopo, a Milano, ancora Baloncieri e Libonatti
segnarono nel rassicurante 2 a 2 contro la Cecoslovacchia.
Il 17 aprile, a Torino, contro il Portogallo, segnò ancora Baloncieri, ma
l’eroe di giornata fu il genoano Felice Levratto, noto come lo “Sfondareti”
sin dai tempi in cui aveva regalato la Coppa Italia alla misconosciuta squadra
degli esordi, il Vado: grazie alla sua doppietta, il risultato contro i Lusitani si
chiuse sul 3 a 1.
Ancora una settimana, e gli Azzurri giocarono a Parigi contro la Francia,
conservando l’imbattibilità grazie a un buon 3 a 3, maturato grazie a una
doppietta del “Matador” Libonatti e a una rete dell’interista Leopoldo
Conti.
Sul finire di maggio, l’ultimo “test match” vide l’Italia scendere in campo
contro la Spagna del leggendario portiere Zamora, l’ipnotizzatore di
attaccanti, davanti ai 50.000 del Littoriale di Bologna.
Per l’occasione, meritarono la maglia azzurra ben quattro esponenti dei
Veltri felsinei: il portiere Mario Gianni, i mediani Pietro Genovesi e
Alberto Giordani – al suo esordio in azzurro – e “Geppe” Della Valle.
L’Italia vinse agevolmente contro le “Furie rosse”: il magico fluido di
Zamora non fece effetto su Baloncieri, in rete alla mezz’ora di gioco, e
l’iberico Prats, al quinto minuto del secondo tempo, firmò l’autorete del
definitivo 2 a 0 per gli Azzurri.
Nel primo turno della Coppa Mitropa, l’Hungária MTK Budapest e i
Biancoverdi del Rapid Vienna, beniamini dei quartieri operai della capitale
austriaca, si disfarono delle due formazioni jugoslave, i Biancazzurri del
Beogradski e l’Hajduk Spalato; al contempo, le due squadre praghesi, le
acerrime rivali Sparta e Slavia, si liberarono rispettivamente dell’Admira
Vienna e dei Biancoviola ungheresi dell’Újpest.
Le semifinali, che prevedevano gli accoppiamenti Slavia-Rapid e Sparta-
Hungária, furono decisamente più combattute: entrambi gli incontri di
andata si conclusero con due pareggi, e solo i match di ritorno decretarono i
protagonisti della doppia finale.
Alla fine, si trovarono di fronte i Biancoverdi del Rapid e i Boemi dello
Sparta Praga, ribattezzato “Iron Sparta” in onore dell’allenatore scozzese
John Dick, già valente podista e calciatore di leggendaria prestanza nelle fila
del Woolwich Arsenal.
Nei centottanta minuti decisivi, i ferrei Boemi in casacca granata
dimostrarono la propria superiorità seppellendo di gol il Rapid nel match di
andata – il referto si chiuse su un tennistico 6 a 1, con doppiette di Josef
Silný e Adolf Patek – e limitarono i danni nel ritorno di Vienna. Lo Sparta
Praga si aggiudicò così la prima edizione di quella che sarebbe stata
considerata l’antesignana della Coppa dei Campioni.
Perché la manifestazione cominciasse a interessare seriamente gli italiani,
però, serviva che vi fossero invitate le migliori formazioni tricolori; per il
momento, i confronti con l’estero restavano appannaggio della Nazionale.
Certi del proverbio secondo il quale chi ben comincia è a metà dell’opera,
gli Azzurri, selezionati dall’alessandrino Augusto Rangone, giornalista
come Vittorio Pozzo, decisero di testare la validità del Metodo giocando in
rapida successione, almeno per i parametri dell’epoca, i primi quattro
incontri della Coppa Internazionale.
Sul finire di ottobre gli Azzurri andarono a Praga a sfidare i temibili
Cecoslovacchi, ripetendo il pareggio per 2 a 2 registrato pochi mesi prima a
Milano, questa volta grazie a una doppietta di Libonatti.
Il 6 novembre, al Littoriale di Bologna, gli Azzurri uscirono sconfitti di
misura dall’avversario più temibile, l’Austria di Hugo Meisl, che pure ebbe
a lamentarsi dell’arbitro, per via di una direzione di gara giudicata
scandalosamente parziale nei confronti dei padroni di casa.
Due giorni dopo, nella città felsinea ebbe luogo un’improvvisa tragedia:
un attacco di meningite fulminante portò via in poche ore il povero
Alberto Giordani, stroncato nel bel mezzo della gioventù e pochi mesi dopo
aver assaporato l’ebbrezza della convocazione in azzurro.
Il primo giorno del 1928, sul terreno di Genova, arrivò la prima vittoria: 3
a 2 alla Svizzera, con doppietta del solito “Matador” e gol del livornese
Magnozzi.
La serie si concluse contro l’Ungheria, con un evento a dir poco
straordinario: la prima volta della Nazionale in quel di Roma.
A Londra, lo stadio di Wembley era in grado di ospitare oltre 100.000
spettatori, e quando giocava il Chelsea a Stamford Bridge entravano più di
80.000 persone. A Glasgow, Hampden Park poteva contenere fino a
centotrentamila persone, e persino al Saint James’ Park, in una città
periferica come Newcastle, si riusciva a entrare in poco meno di 70.000.
Se pure non si poteva raggiungere quel genere di cifre, l’Italia fascista aveva
bisogno di nuovi impianti dalle dimensioni imponenti. Se Torino, Milano e
Bologna se ne erano dotati da poco, e l’impianto genovese di Marassi si
avviava ad aumentare la sua capienza fino a 30.000 posti, altre città erano
decisamente rimaste indietro.
Bisognava costruire di sana pianta a Firenze e, soprattutto, a Roma: troppo
pochi, per la Città eterna, i 15.000 posti dello stadio della Rondinella, per
non dire dell’imbarazzante soluzione ad interim escogitata dalla Roma,
costretta a giocare al Motovelodromo Appio in attesa di inaugurare il
proprio terreno.
No, non si poteva più tollerare che nella capitale mancasse un degno teatro
per le imprese degli Azzurri. Fu così che il vecchio Stadio Nazionale di via
Flaminia, inaugurato nel 1911 per i cinquant’anni del Regno, e mai
impiegato per incontri di calcio, venne sottoposto a un severo restauro sotto
l’egida del segretario del PNF Augusto Turati. Fu realizzata una nuova
facciata, destinata a essere decorata da gruppi bronzei, opera dello scultore
Amleto Cataldi, dedicati alla Corsa, al Pugilato, al Nuoto e, finalmente, al
Calcio. Concepito come una vera e propria cittadella dello sport, venne
dotato di due piscine, una delle quali all’aperto, sormontata da un
coreografico castello per i tuffi, mentre all’interno fu realizzata ex novo una
copertura per la tribuna: la nuova capienza teorica dell’impianto era di
48.000 persone, e il suo nuovo nome – c’era da dubitarne? – “Stadio del
Partito Nazionale Fascista”.
Il 25 marzo 1928 furono 32.000 i romani che vollero presenziare
all’incontro inaugurale fra Italia e Ungheria. Ben più numerosi quanti
ebbero modo di conoscerne passo passo lo svolgimento: per la prima volta,
infatti, la stazione capitolina della radio di Stato, da poco ribattezzata EIAR,
trasmise la radiocronaca d’una partita di calcio.
La voce di Giuseppe Sabelli Fioretti informò gli italiani di come i Magiari
fossero appena andati in gol con Kohut, e poi con Hirzer, e scaldò il cuore
degli sportivi comunicando che Leopoldo Conti aveva accorciato le
distanze, che Rossetti aveva pareggiato, che Conti, di nuovo lui, ci aveva
portato in vantaggio. Sabelli Fioretti non si scompose quando Takács portò
i Magiari sul 3 a 3, ma doveva sapere anche lui di regalare ai sostenitori
azzurri una grande soddisfazione quando – mancavano cinque minuti alla
fine – il “Matador” Libonatti segnò il definitivo 4 a 3.
Si poteva così considerare concluso il virtuale “girone d’andata” della
Coppa. Prima di giocare le partite residue, però, la Nazionale avrebbe
dovuto onorare un altro impegno di capitale importanza, e più concentrato
nel suo svolgimento: a fine campionato, infatti, si sarebbe tenuto il torneo
dei Giochi olimpici 1928.
Riavvolgendo il nastro del tempo per tornare all’ottobre del 1927, ci
ritroviamo al cospetto della Divisione nazionale: eccezionalmente ampliata
a ventidue squadre, era divisa come l’anno precedente in due gironi, e
risultava priva di un campione in carica per via delle decisioni seguite al
cosiddetto “caso Allemandi”.
L’unica novità della formula era il numero di squadre promosse al girone
finale – quattro per ogni raggruppamento invece di tre – e di quelle
destinate alla retrocessione in Prima categoria, innalzato da due a tre. Alla
luce dell’esperienza sperimentata l’anno precedente, era lecito esprimere un
dubbio: questa volta sarebbero stati rispettati i verdetti del campo?
Nel girone A ebbero gioco facile i “campioni mancati” del Torino, allenati
dall’austriaco Tony Cargnelli. Benché fossero partiti in sordina, apparirono
via via rinvigoriti dalla consapevolezza di aver subito un torto; a forza di
giocate spettacolari di Baloncieri e di reti del “Matador” Libonatti, di parate
acrobatiche del piccolo Bosia e di rocciose prestazioni di Sperone, risalirono
la classifica, che al giro di boa li vedeva terzi dietro al Genoa e
all’Alessandria allenata dal “guru della panchina” Carlo Carcano, e misero
in fila la concorrenza. Il quarto posto utile per giocarsi il titolo se lo
aggiudicò il Milan.
Si salvarono Brescia, Pro Vercelli, Cremonese e Padova, mentre furono
condannate alla retrocessione il Napoli, al quale fu fatale una sconfitta
nell’ultimo turno, e le neopromosse Lazio e Reggiana.
Nel girone B, il Bologna si trovò a gestire la scomparsa del povero
Giordani, che venne sostituito in corsa dal livornese Pitto, fisico roccioso e
volto da bambino angelico. Anche grazie a lui, all’ultimo turno d’andata il
Bologna passò in testa, scavalcando un sorprendente Novara, e non mollò
più il primato sino alla fine.
Dietro i Veltri rossoblù si qualificarono a pari merito Inter, Juventus e
Casale. Modena, Novara, Pro Patria e la neonata Roma allenata da Garbutt
conquistarono la salvezza. Sprofondarono invece in seconda serie Livorno,
Verona e la Dominante, lacerata da dissidi, rivalità e reciproche accuse fra i
soci delle due squadre che, meno di un anno prima, avevano contribuito a
fondarla.
La prima tornata di partite del girone finale disegnò una classifica
intrigante: il Torino conduceva a 10 punti, mentre all’altro capo della
graduatoria c’era il Casale, squadra-materasso capace di raggranellare un
singolo, misero punticino, e tutte le altre formazioni inseguivano i Granata
racchiuse in un fazzoletto compreso fra i 7 e gli 8 punti.
Ad eccezione dei Nerostellati, insomma, ognuna delle inseguitrici poteva
ancora coltivare le proprie ambizioni, ché battendo il Toro gli sarebbe
piombato alle spalle in maniera minacciosa.
Nel turno di ritorno, gli uomini di Cargnelli si dimostrarono più decisi
che mai a ricucirsi sulla maglia quello scudetto che la Federazione aveva
negato loro: il 24 giugno, al Filadelfia, si sbarazzarono dell’Inter, quattro
giorni dopo sbancarono il terreno di Casale Monferrato, ma il primo giorno
di luglio la Juventus vinse il derby e il torneo si riaprì.
Altri quattro giorni, e i Granata vinsero una partita delicatissima contro il
Bologna: la fuga poteva ricominciare.
L’unica rivale che non sembrava disposta alla resa era l’Alessandria di
mister Carcano, che giocava su un campo pesantissimo noto come “la
fabbrica del fango”, e aveva fra i suoi elementi di maggior valore il difensore
Andrea Viviano, l’atletico mediano Bertolini, rimesso in forma da una
energetica dieta a cura del club, la mezzala di classe sopraffina Giovanni
Ferrari e l’avanti Banchero, noto appunto come “l’Uomo del fango”.
Furono loro, l’8 luglio, a guidare i Grigi alla vittoria contro la capolista,
riducendo il distacco a due soli punti quando restavano altrettante partite da
giocare.
Per i Granata, c’era di che sudare freddo: che tutta la fatica fatta sin lì
potesse essere vanificata dall’ennesima beffa della sorte?
Al penultimo turno il Toro vinse di goleada contro il Genoa, e
l’Alessandria batté il Milan. Ora ai Granata bastava racimolare un punto
nell’ultima partita dell’anno per avere la certezza del successo.
Memori della umiliazione patita al termine del campionato precedente, i
Granata andarono a San Siro determinati a strappare quel punto maledetto
sul campo… del Diavolo, e l’ottennero grazie a uno stoico pareggio per 1 a
1. I Grigi di Carcano, nel mentre, cadevano a Marassi, vittime del Genoa,
lasciando in extremis la piazza d’onore agli avversari di giornata.
Al conte Cinzano e a mister Cargnelli, al “Trio delle meraviglie” e agli
altri ragazzi della squadra, però, chi fosse arrivato secondo e chi terzo non
poteva importare di meno: il Toro aveva chiuso nuovamente il torneo in
testa alla classifica.
E questa volta nessuno avrebbe impedito che lo scudetto finisse cucito
sulle maglie granata.
Amsterdam 1928

Una nazione particolare – La banda di “Luisito” – Tutti gli uomini del “Maresciallo” – La teoria
della relatività secondo lo “Sfondareti” Levratto

Su al Nord, incastonati fra la Francia, la Germania e un mare gelido,


c’erano il Belgio, il minuscolo Lussemburgo e un’altra nazione particolare.
Non si era mai capito se la si poteva chiamare a buon diritto Olanda, o se
risultava più corretta la definizione, così grottesca nella nostra lingua, di
Paesi Bassi.
In ogni caso, la sua bandiera sventolava in posti lontanissimi dalle distese
di tulipani e mulini a vento della Madrepatria, intersecate dai canali sui
quali, non appena l’inverno li trasformava in piste di ghiaccio, si filava a
bordo di pattini d’argento.
Gli olandesi erano pochissimi, e ad ogni guerra rischiavano l’osso del collo
– da Napoleone al Kaiser, li avevano invasi senza fatica tutti i
malintenzionati della Storia – ma, alla fine, comandavano loro nella Guiana,
nelle Antille, a Giava, a Sumatra, e persino nel Borneo.
A quanto si diceva, quella racchia della regina Guglielmina era la donna
più ricca del mondo.
Cos’altro si sapeva dei suoi sudditi? Che erano protestanti, bevevano birra
a fiumi, dipingevano quadri da ubriachi, e mangiavano formaggi
spaventosamente rozzi e insapori.
Del loro campionato di calcio era giunta eco solo alle orecchie degli
appassionati: le squadre più forti dell’anteguerra, come l’HVV dell’Aia, il
RAP Amsterdam e lo Sparta Rotterdam avevano perso terreno, ed erano
state sopravanzate da nuovi club. Aveva appena vinto il secondo titolo il
Feyenoord di Rotterdam, lasciando con un palmo di naso i “Lancieri”
dell’Ajax, squadra cara alla borghesia israelitica di Amsterdam.
Maggior risonanza avevano ottenuto i risultati della Nazionale. Alle
Olimpiadi del 1908 e del 1912, gli Olandesi avevano guadagnato per due
volte la medaglia di bronzo. Si erano ripetuti ad Anversa nel 1920, favoriti
dal forfait della Francia, e nell’ultima edizione dei Giochi avevano mancato
il podio per un pelo.
Si erano, insomma, sempre fatti valere e, nonostante la nebbia, il freddo e
la pioggerella che tormentava la loro piccola patria, i dirigenti del Comitato
Olimpico avevano deciso di assegnare proprio a loro l’organizzazione dei
nuovi Giochi: che ci si andasse, allora. In fondo, il viaggio non era così
lungo e, per quanto riguardava il torneo di calcio, qualche speranza la si
poteva nutrire.
Tanto alle Olimpiadi di Anversa quanto a quelle di Parigi 1924, l’Italia si
era sempre fermata ai quarti, ora toccava procedere almeno sino alle
semifinali.
Sperare non costava nulla, ma la vittoria finale sembrava al di là delle
nostre chances, preclusa dalla presenza di due formazioni stellari come
l’Uruguay e l’Argentina.
Giocare contro una delle due sarebbe già stato un cimento stimolante, e
una storia che ciascuno degli Azzurri avrebbe potuto raccontare ai nipoti.
In panchina c’era sempre Rangone, ché Pozzo aveva troppo da fare come
giornalista della Stampa, ma i due si consultavano di continuo, e non
c’erano dubbi sul fatto che l’allenatore avrebbe impiegato il Metodo in salsa
italiana.
Poteva portarsi laggiù ventidue giocatori, undici per scendere in campo,
due o tre come plausibili riserve e gli altri in viaggio-premio. E chi aveva
scelto?
Come portieri, Combi della Juventus e il ventottenne genoano De Prà,
con l’interista Degani per completare il pacchetto.
Fra i difensori Rosetta, Delfo Bellini del Grifone, Caligaris, che si era
messo in mostra nel Casale ed era prossimo a passare alla Juventus, il
bolognese Felice Gasperi, la crapa pelata di Pietroboni dell’Inter e Andrea
Viviano dell’Alessandria.
Poi Baloncieri e Rossetti, due terzi del “Trio delle meraviglie”, e l’altro
granata Janni; Bernardini, che si diceva prossimo a un ritorno nella capitale,
non per rincasare alla Lazio, però, ma per unirsi alla Roma, dove avrebbe
trovato l’altro convocato, Ferraris IV in arte “er Più”. E ancora i bolognesi
Genovesi e Pitto, e quel mattacchione dell’interista Rivolta, che se solo ci
fosse stato con la testa avrebbe potuto raggiungere livelli di eccellenza,
invece partiva per fare la riserva. Completavano la lista il bel Pietro Pastore,
lo “Sfondareti” Levratto, Magnozzi del Livorno, il guerriero d’area Angelo
Schiavio del Bologna, e “l’Uomo del fango” Banchero.
Schivato il turno preliminare, gli Azzurri si trovarono direttamente agli
ottavi contro un cliente ormai classico come la Francia. Era l’undicesima
volta che l’incontravamo, e nei match precedenti avevamo accumulato
cinque vittorie a fronte di tre sconfitte e due pareggi.
Poteva andare peggio, ma poteva anche andare meglio, contando che
c’erano in lizza squadracce come il Lussemburgo, la Turchia, il Messico o
gli Stati Uniti.
Si scese in campo alle due del pomeriggio del 29 maggio allo Stadio
Olimpico di Amsterdam.
Rangone schierò De Prà fra i pali, Rosetta e Caligaris come terzini,
Pietroboni, Bernardini e Janni come mediani, Baloncieri e Rossetti
mezzali, Levratto e Rivolta sulle ali, e il suo concittadino Banchero
centravanti. Tutti loro videro per la prima volta intorno al campo le réclame
di una bibita tonificante americana chiamata Coca-Cola, al suo debutto
come sponsor di una manifestazione calcistica.
Partimmo, a dir poco, malissimo: al quarto d’ora segnò Juste Brouzes del
Red Star di Parigi, la squadra fondata nel 1897 da Jules Rimet, e nel giro di
un niente i “Galletti” buttarono nel sacco di De Prà anche la seconda
pappina.
C’era di che disperarsi, ma per fortuna i nostri tennero i nervi saldi,
ripresero in mano il gioco e diedero l’avvio alla rimonta: Rossetti segnò
intorno al 20’, lo “Sfondareti” Levratto venti minuti più tardi e, quando già
i Transalpini invocavano il riposo, Banchero li castigò per la terza volta.
Il secondo tempo ebbe così inizio sul 3 a 2 per gli Azzurri, ma le emozioni
non erano finite: al quarto d’ora della ripresa, la buttò dentro Baloncieri con
la noncuranza dei campioni, e a quel punto la Francia poteva anche
arrendersi. Anzi no: appena un giro di lancette, e il tessitore del gioco
transalpino, Robert Dauphin dello Stade Français, portò il risultato sul 4 a
3.
Non si poteva mai stare tranquilli, in Olanda, e toccò smorzare le folate
degli avversari erigendo una muraglia, sino a che i Galletti non si trovarono
impotenti, frustrati, con la lingua fuori, ad ascoltare i tre fischi che
chiudevano il match e li rispedivano a casa sconfitti.
Insieme a noi, passarono il turno la Germania, il Belgio, l’Egitto –
trionfatore nel “derby musulmano” contro la Turchia – il Portogallo, la
Spagna e, naturalmente, le due favorite Uruguay e Argentina.
La Nazionale albiceleste al primo turno aveva calpestato senza fatica gli Stati
Uniti, infliggendo agli Yanquis un umiliante 11 a 2.
Poteva contare su un portiere di nome Ángel Bossio, che militava nel
Talleres, la squadra del sobborgo bonaerense di Remedios, ed era noto
come la “Maravilla elástica”.
I terzini chiamati a tener lontani gli avversari dalla sua porta avevano nome
Paternoster e Bidoglio, quest’ultimo militante nella squadra di riferimento
della comunità italiana, il Boca Juniors.
Condottiero della Nazionale e perno della sua manovra era un tipo che
superava di poco il metro e 65 centimetri, ma aveva torace, spalle e cosce da
campione di lotta greco-romana, per non dire dell’espressione torva in
grado di intimorire chiunque: si chiamava Luis Monti, militava fra i
Rossoblù del San Lorenzo, e il gentile soprannome di “Luisito” non gli si
adattava quanto l’altro, egualmente in uso, di “Doble ancho”, ovvero
“Armadio a due ante”.
Lo assistevano sulla mediana il più esile Médici, pure del Boca, e Juan
Evaristo, che invece giocava nello Sportivo Palermo di Buenos Aires.
Compagno di Monti fra i “Cuervos” del San Lorenzo era lo spilungone
Alfredo Carricaberry, ala destra, mentre militava nell’Estudiantes il solido
centravanti Ferreira. Giocava invece per i “Diavoli rossi” dell’Independiente
l’altra ala, il fuoriclasse mancino Raimundo “Mumo” Orsi; era alto appena
un metro e sessanta, sottile come un giunco, e ricordava, senza bisogno del
trucco, l’espressione ingenua di Buster Keaton. Tanto sempliciotto, però,
non doveva essere, perché giostrava a piacimento palla al piede, e aveva
anche un buon fiuto del gol, tanto che aveva firmato una doppietta contro
gli Stati Uniti.
Completavano l’attacco due cannonieri di spaventosa efficacia, entrambi in
forza al Boca Juniors, ma diversissimi nell’aspetto, ché uno era leccato come
un cantante di music hall mentre l’altro, rotondo di corporatura e scuro di
carnagione, faceva pensare a un carrettiere: il damerino era Domingo
Tarasconi, noto come “el Tarasca”, l’altro Roberto Cerro. Contro i
Norteamericanos, si erano divertiti entrambi come bambini, segnando
rispettivamente quattro e tre reti.
Quella squadra composta per metà da figli di emigranti del Bel Paese
affascinava e faceva paura. Da un lato, sarebbe stato stimolante incontrarla.
Dall’altro, era meglio che accadesse il più tardi possibile.
Per nostra fortuna, nel turno successivo, l’unico sudamericano che
vedemmo scendere in campo era l’arbitro, il señor Lombardi.
Gli avversari, invece, erano le Furie rosse della Spagna, Nazionale fondata
su un blocco di giocatori baschi, per la maggior parte della Real Sociedad di
San Sebastián. Alla formazione mancava una nostra vecchia conoscenza, il
capitano Pedro Vallana, che nel 1920 aveva ottenuto la medaglia d’argento,
e quattro anni più tardi ci aveva involontariamente favorito realizzando una
clamorosa autorete alle spalle di Zamora; il buon Vallana, presentatosi alla
sua terza Olimpiade, si era infortunato nel primo turno contro il Messico e
aveva dovuto dare forfait.
Rangone confermò per otto undicesimi la formazione vittoriosa contro la
Francia; De Prà lasciò il posto di estremo difensore a Combi, Bernardini
venne rimpiazzato dal bolognese Pitto, e Banchero scese in campo fra gli
“avanti” al posto di Schiavio.
L’incontro si svolse senza esclusione di colpi, a dire il vero diretti
principalmente sugli stinchi degli Spagnoli, passati in vantaggio con Zaldúa
e raggiunti intorno all’ora di gioco grazie al pareggio di Baloncieri.
Terminato sull’1-1, il match venne ripetuto tre giorni più tardi, ma
parecchie “Furie” non erano riuscite a rimettersi in piedi, e quelle che ce
l’avevano fatta erano decisamente sottotono. Il livornese Magnozzi fu
preferito a Rossetti, e venne ancora una volta ridisegnata la mediana: fu
escluso l’interista Pietroboni, e tornò in campo il giovane “Fuffo”
Bernardini, affiancato da Pitto e Janni.
Questa volta fu una passeggiata di salute: al riposo l’Italia era già in
vantaggio per 4 a 0, e continuò ad attaccare anche nella ripresa, fissando il
risultato su un roboante 7-1. La Spagna era “matata”, e gli Azzurri
passarono, per la prima volta nella loro storia, alle semifinali del torneo di
Olimpia.
Chi avrebbero incontrato? Il sorprendente Egitto, capace di eliminare
senza troppa fatica il Portogallo? La fiabesca Nazionale albiceleste?
Nossignori: questa volta ci toccavano i campioni in carica.
Gli Uruguagi avevano eliminato, nel primo turno, i padroni di casa
dell’Olanda, e nei quarti si erano liberati facilmente della Germania, alla
quale avevano rifilato quattro reti.
Il loro líder, in campo e nello spogliatoio, era José Nasazzi detto “el Gran
Mariscal”, il gran maresciallo. Figlio di un emigrante lariano, giocava da
terzino e militava fra i “Papales” del Bella Vista, squadra d’ispirazione
cattolica che riproduceva sulla propria casacca i colori vaticani.
Con lui erano presenti parecchi degli uomini che, quattro anni prima, si
erano aggiudicati la medaglia d’oro a Parigi. Identico era il pacchetto
difensivo, che oltre al “Maresciallo” comprendeva il portiere Mazzali, già
campione continentale dei 400 metri a ostacoli, che giocava per i
Biancorossoblù del Nacional, e il terzino Pedro Arispe, fisionomia da
pacioso commendatore ma garra da autentico mastino.
Avevano vinto il torneo francese anche il mediano di colore Andrade, in
forza ai “Tricolores” del Nacional, che i giornali chiamavano “la Maravilla
negra”, e il suo compagno di squadra Héctor Pedro Scarone, più noto come
“el Mago”, che a un bel punto era partito per la Spagna e aveva aiutato il
Barcellona a vincere la Coppa del Re. E ancora Pedro Cea, la scattante ala
Santos Urdinarán e l’“Artillero” Pedro Petrone, micidiale centravanti di
origini lucane dei Tricolores.
A supportare i gloriosi senatori c’erano i nuovi talenti difensivi Tejera e
Canavesi, che si diceva non volesse giocare per scaramanzia contro gli
Argentini; i mediani “Gallego” Fernández, Píriz e Álvaro Gestido, che
giocava per i “Carboneros” del Peñarol ed era fratello minore d’un politico
che puntava alla presidenza della Repubblica. Per finire, due attaccanti
temibili come “Giroba” Campolo ed Héctor Castro, chiamato il “Divino
monco”, ché aveva perso una mano impiegando una sega elettrica, ma coi
piedi faceva quel che voleva.
Tutti loro avrebbero tranquillamente potuto giocare titolari in Italia, o così
almeno si presumeva: finalmente, era arrivato il momento di vederli
all’opera, e giudicarli uno per uno.
Il 6 giugno l’Argentina fece un sol boccone dell’Egitto, mandando in
porta per tre volte l’elegante “Tarasca”, Cerro e Ferreira: senza sorprese,
l’Albiceleste si proiettò così in finale.
L’indomani, sul terreno ormai familiare dello Stadio Olimpico di
Amsterdam, toccò a noi.
Per il primo incontro degli Azzurri contro una rappresentativa
sudamericana, Rangone si affidò alla stessa squadra che, tre giorni prima,
aveva inflitto sette reti alla Spagna: Combi fra i pali, Rosetta e Caligaris
terzini, Pitto e Janni mediani, “Fuffo” Bernardini nel ruolo-chiave di
centromediano, capitan Baloncieri e il livornese Magnozzi interni, il
mattacchione Rivolta e lo “Sfondareti” Levratto sulle ali, e “Anzlèn”
Schiavio centravanti.
C’era di che sentirsi emozionati, e forse un po’ lo erano anche gli uomini
della Celeste, che da quell’incontro non avevano nulla da guadagnare e
tanto da perdere: se non avessero raggiunto la finale, al ritorno in patria li
avrebbero come minimo bersagliati di verdure marce.
Il loro tecnico, Giannotti, mandò in campo l’atletico Mazzali, lo
scaramantico Canavesi e Arispe come terzini. Sulla mediana c’erano la
“Meraviglia nera” Andrade, Gestido del Peñarol e il “Gallego” Fernández
centromediano. Più avanti, Cea e il “Mago” Scarone in posizione di
interni, mentre il tridente offensivo prevedeva Urdinarán e “Giroba”
Campolo sulle ali, e il temibile Petrone in posizione di centravanti.
Non mancavano, insomma, i talenti, ma si era ritenuto di far riposare il
“Maresciallo” e il “Divino monco” Castro, segno che l’Uruguay ci
prendeva sul serio fino a un certo punto.
Quel 7 giugno, gli Azzurri scendono in campo concentrati e credono alla
possibilità dell’impresa: non sono trascorsi dieci minuti di gioco, che
Baloncieri – per lui, cresciuto a Rosario, questo è quasi un derby – gela i
Sudamericani portando in vantaggio l’Italia.
Gli Uruguagi si stropicciano gli occhi per levarsi di dosso incredulità e
torpore: per battere i “Tanos”, bisognerà impegnarsi seriamente. Così
scatenano tutta l’intensità del loro gioco, e per un quarto d’ora fanno ciò
che vogliono: prima del riposo vanno a segno Cea, poi il “Giroba”
Campolo, e ancora il “Mago” Scarone.
Gli Azzurri rientrano negli spogliatoi barcollanti per l’umiliazione.
Stavano vincendo, e ora sono sotto per 3 a 1. Nel secondo tempo bisognerà
chiudersi in difesa per evitare un’umiliante goleada, o c’è ancora qualche
speranza di riprendere il match per i capelli?
La risposta, per gli spettatori dello Stadio Olimpico di Amsterdam, arriva
nel giro di quindici minuti: l’Italia rientra in campo determinata,
orgogliosa, decisa ad accorciare le distanze. Levratto, in particolare, sembra
una furia, ed è proprio lui, lo “Sfondareti”, che al 60’ la butta dentro per il
3 a 2.
Adesso gli Uruguagi hanno paura: tocca addormentare il match, fare di
tutto perché gli Azzurri non prendano più la palla. Mezz’ora, però, in
determinate circostanze può essere lunga come un’eternità. Lo dice la
sapienza popolare, e l’ha dimostrato in via definitiva Albert Einstein, che
sette anni prima ha visto premiare le proprie ricerche col Premio Nobel. Il
grande fisico, forse, non ha mai sentito parlare di Virgilio Felice Levratto, lo
“Sfondareti” capace di staccare un pezzo di lingua al portiere del
Lussemburgo con una bordata dritta sui denti, e di diventare uno dei
massimi attaccanti del campionato con la maglia del Grifone. Se però lo
potesse vedere all’opera, scatenato su ogni pallone, ammetterebbe che per
gli Uruguagi il tempo che resta da giocare, anziché accorciarsi, sembra
diventare lunghissimo.
Mancano pochi minuti ai tre fischi, quando Levratto prende palla per
l’ennesima volta, si libera ed entra in area; è pronto a scoccare una delle sue
micidiali cannonate, quando il terzino Canavesi gli piomba addosso, lo
abbatte e allontana la sfera. Rigore? Per l’arbitro olandese Eymers, non c’è:
Canavesi, secondo lui, ha toccato prima la palla, e fa segno di continuare il
gioco.
Per l’Italia non c’è più nulla da fare. Nel giro di poco – un niente, si
direbbe – Eymers fischia per tre volte.
L’Uruguay giocherà la sua finale annunciata contro l’Argentina, ma gli
Azzurri escono dal campo fra gli applausi. L’indomani il Daily Telegraph
titolerà «Evviva gli sconfitti!», e Levratto sarà premiato come miglior
giocatore europeo della manifestazione.
L’Italia, d’altronde, è l’unica formazione del Vecchio continente ad essersi
guadagnata l’accesso alle semifinali, e non le resta che battere l’Egitto nella
“finalina” per il terzo posto per consolarsi con la medaglia di bronzo.
La partita si rivela poco più di una formalità: gli Azzurri vanno a segno
addirittura undici volte – tripletta per Schiavio, Magnozzi e Banchero – e,
sul finire, “Fuffo” Bernardini, che si è guadagnato un rigore, lo calcia fuori
di proposito per non infierire.
Così l’indomani, 10 giugno, i nostri alfieri possono godersi con la certezza
della propria medaglia la finalissima tra le due forti rappresentative
sudamericane. I novanta minuti, però, non bastano a decretare una
vincitrice, né i supplementari sono sufficienti a rompere l’equilibrio.
Il match viene quindi ripetuto tre giorni più tardi. Al riposo, le due
squadre sono ancora una volta sul pareggio grazie alle reti del carneade
Figueroa per l’Uruguay, e del quadrato “Luisito” Monti.
Nel secondo tempo, però, il “Mago” Scarone escogita un gioco di
prestigio dei suoi, e all’Albiceleste non resta che la disperazione di dover
cedere ancora una volta il passo ai detestati vicini.
L’Uruguay del “Maresciallo” Nasazzi, del “Mago” e della “Meraviglia
nera” Andrade ha vinto il suo secondo titolo olimpico consecutivo;
l’Argentina di Monti, “Mumo” Orsi e del micidiale “Tarasca”,
capocannoniere del torneo con undici reti, ha comunque lottato sino in
fondo, e l’Italia può vantarsi di essere risultata la vera e propria rivelazione
del torneo.
La spedizione olandese può essere considerata un’esperienza di successo
per gli Azzurri, ma come ogni scorpacciata che si rispetti, scatena nuovi
appetiti: fino a dove sarebbe potuta arrivare, coi giusti innesti, la nostra
Nazionale? E che genere di richieste avrebbero formulato, quei bravi
giocatori sudamericani, per varcare l’Oceano e dare lustro ai nostri club?
Sembravano due domande distinte, l’una legata ai destini della squadra
azzurra e l’altra alla contesa per lo scudetto… A ben vedere, però, bastava
che la Federazione aggiustasse un po’ le regole, ed entrambe le risposte
sarebbero arrivate dai medesimi uomini.
1928-29. Il “Trio delle meraviglie” contro i
Veltri

La beffa di Milano – L’araldica dei calci – Dentro o fuori? – Il “Trio delle meraviglie” contro i Veltri

Nel mese di settembre del 1928 tutto era pronto per mettere nuovamente in
palio lo scudetto.
Per la terza e ultima volta il campionato fu battezzato Divisione nazionale,
un nome destinato a restare nella storia come etichetta delle stagioni di
passaggio fra i barocchi tornei regionali del primo quarto di secolo,
specchio del calcio pionieristico dell’Italia liberale, e la dimensione aurea
della massima serie a girone unico auspicata dal Regime.
Per non scontentare nessuno, il novero dei club ammessi da Arpinati alla
nuova tenzone per il titolo salì dapprima a ventiquattro, col ripescaggio di
Lazio, Napoli, Livorno e dei genovesi in maglia nera della Dominante.
All’inizio dell’estate, però, il “Ras” del calcio italiano sancì un ulteriore
ampliamento del torneo: «Nella prossima stagione al campionato di
Divisione nazionale parteciperanno trentadue squadre, che giuocheranno in
due gironi di sedici ciascuna» aveva deliberato in via definitiva il 28 giugno.
«Il Direttorio Federale stabilirà i gironi fissando di conseguenza le varie
squadre da promuovere. Tuttavia possiamo finora comunicarvi che in
Divisione nazionale entreranno otto squadre più delle previste seguendo
nella scelta criteri politici oltre che sportivi».
Ancora una volta, insomma, perseguendo l’obiettivo di giungere a un
torneo più snello se ne istituiva uno di transizione più affollato che mai.
A beneficiare della interessata generosità del Regime, che in questo modo
accontentava un vasto numero di piazze, furono prescelte l’Hellas Verona e
la Reggiana, fanalini di coda del torneo appena concluso, Fiorentina e
Venezia per il prestigio delle due città, Triestina («in omaggio agli altri titoli
della nobilissima Trieste»), e ancora Legnano, Prato e la vecchia Unione
Sportiva Milanese. Le sue tradizionali maglie a scacchi, tuttavia, non
sarebbero mai apparse sul terreno di gioco, ché il club era pronto a una
metamorfosi sorprendente, ennesima espressione dell’invadenza del potere
politico nel mondo del calcio.
Deus ex machina dell’operazione fu il presidente del sodalizio, il fascista
“antemarcia” di origine salernitana Ernesto Torrusio, all’apice della sua
carriera politica come parlamentare e vicepodestà di Milano. Con una
manovra dietro le quinte nelle quali furono coinvolti il podestà Belloni e il
gerarca della provincia, Parenti, venne deciso che l’US Milanese avrebbe, di
fatto, inglobato la prestigiosa Internazionale, per dare vita a un nuovo
sodalizio presieduto dallo stesso Torrusio. Il club nerazzurro, nato
all’insegna della multiculturalità e campione d’Italia nel 1910 e nel 1920,
non poté in alcun modo sottrarsi alla fusione forzata: il suo numero uno,
l’industriale Borletti, titolare della ditta di orologi “Veglia”, fondatore dei
grandi magazzini “Rinascente” e “Upim”, nonché socio dell’editore
Mondadori, venne informato della decisione solo a cose fatte.
Borletti non era certo l’ultimo arrivato, o un uomo inviso alle autorità:
acceso interventista, si era arricchito ulteriormente con le commesse di
guerra, e la magistratura gli aveva perdonato il rovinoso fallimento della
Banca Italiana di Sconto; tuttavia non fece neppure in tempo a protestare
che nella sede nerazzurra piombò Torrusio, con un sorriso trionfante
dipinto in volto, pronto a esibire il documento che lo promuoveva a guida
della neonata Società Sportiva Ambrosiana.
«A seguito della fusione tra le società FC Internazionale e US Milanese,
deliberata dalle superiori gerarchie ed effettuata dall’Ente Sportivo
Provinciale Fascista di Milano, il Segretario del Partito, udito il parere del
Commissario, ha ratificato le modalità della fusione stessa, la quale evita la
dispersione delle forze calcistiche milanesi» fu comunicato in via ufficiale il
primo giorno di settembre, a soli 30 giorni dal via del campionato.
La delittuosa espropriazione dell’Inter ai danni della sua dirigenza, e dei
tifosi accostumati a gremire le tribune di via Goldoni, rappresentò
l’episodio più clamoroso dei nuovi criteri con i quali il fascismo intendeva
gestire il “meraviglioso giuoco”: all’ombra della dittatura, non ci si arrogava
solo il diritto di accorpare squadre minori per dar vita a più rappresentativi
team cittadini, ma si poteva arrivare a sciogliere club di enorme prestigio,
per sostituirli con creature generate in vitro, ircocervi sportivi figli della
ragion di Stato e dell’ambizione personale di questo o quel gerarca.
La neonata Ambrosiana avrebbe giocato il suo primo torneo con una
casacca bianca dal collo a V traversata in tutta la sua ampiezza dalla croce
rossa di San Giorgio, una maglia-bandiera che riprendeva l’emblema
comunale: fra nome e tenuta di gioco, era scoperta l’intenzione di mostrarsi
più… milanesi del Milan. Alla casacca, in un certo senso, non mancava la
firma: sulla congiunzione dei due bracci della croce faceva bella mostra di sé
un ovale caricato del fascio littorio, emblema del potere che aveva reso
possibile la nascita del nuovo, sghembo, sodalizio. Allo scempio consumato
nelle stanze del potere si sarebbero adeguati in fretta almanacchi e giornali,
lasciando i tifosi come unici custodi della tradizione nerazzurra. Nel corso
del torneo, infatti, dagli spalti non si sarebbero uditi cori inneggianti
all’Ambrosiana, ma solo la vecchia invocazione: «Inter! Inter!».
Il trentaduesimo e ultimo posto della Divisione nazionale, lasciato vacante
dalla fusione milanese, fu assegnato d’ufficio alla Fiumana, squadra della
città-simbolo del riscatto nei confronti della “vittoria mutilata”, la cui
annessione all’Italia era stata resa possibile dal blitz romantico e sanguinoso
di Gabriele D’Annunzio, un’operazione osteggiata dal governo liberale,
supportata dai più accesi nazionalisti e infine vidimata dal fascismo.
Avrebbe portato in giro per l’Italia i colori della Provincia del Carnaro,
erede della Reggenza dannunziana: maglia d’un rosso vivido, calzoncini
blu, e calzettoni dello stesso colore fasciati di rosso e giallo.
Le trentadue squadre ammesse al torneo non si battevano unicamente per
il titolo finale: a rendere avvincente il campionato sin dalle prime battute
c’era il fatto che le squadre si giocavano l’ammissione alla prima edizione
della Serie A a girone unico, calendarizzata per la stagione successiva. A
guadagnarsi il diritto di figurarvi sarebbero state le prime otto squadre di
ogni girone; quelle classificate fra il nono e il quattordicesimo si sarebbero
dovute accontentare di comporre la Serie B, mentre le ultime due erano
destinate addirittura alla terza serie.
Nel girone A miravano apertamente al massimo risultato i campioni
d’Italia del Torino, ma non mancavano le squadre decise a giocare il ruolo
di guastafeste.
Il Milan si era affidato al nuovo allenatore austriaco Engelbert Koenig, e
poteva contare su un’adeguata miscela di promesse e veterani. Grandi
speranze si riponevano nell’attaccante padovano Pietro Pastore, già
campione d’Italia con la Juventus nel 1926, che aveva trascorso un’estate
particolare: aggregato al Brescia per la tournée americana delle Rondinelle,
aveva segnato a raffica anche Oltreoceano.
Curiosamente, però, era stato notato più per una somiglianza fisica che per
le sue reti: gli americani lo avevano trovato assai simile a Rodolfo Valentino,
e per lui erano fiorite le proposte d’ingaggio nell’industria del cinema, una
chance che il calciatore si sarebbe riservato di cogliere sul finire della
carriera.
I Grigi dell’Alessandria continuavano a rappresentare un esempio di
quadratura tattica. Le trasferte alla “fabbrica del fango” erano uno
spauracchio per tutti, e il terzo posto dell’anno precedente aveva lasciato
l’amaro in bocca ai tifosi per la sospetta arrendevolezza del portiere Curti
nel decisivo derby contro il Casale. La sconfitta, inattesa in sé e clamorosa
nel bilancio, aveva reso vana l’estrema rincorsa al Torino. Curti, accusato di
aver combinato il match per aprire la strada al successo finale dei Granata,
era stato cacciato dalla città fra gli improperi, e ora gli uomini in maglia
cinerina agli ordini di Carcano erano a caccia di riscatto con la
determinazione di chi ritiene di aver subito una truffa.
Era pronta a dire la sua anche la giovane Roma di Ferraris IV, primo
romanista a vestire la maglia della Nazionale, e del “figliol prodigo” Fulvio
Bernardini, rientrato nella capitale dopo i due anni trascorsi all’Inter.
Intorno alla squadra cominciava a fiorire un’epica tipicamente capitolina,
fatta di tifo passionale e di scherzi, di momenti conviviali e racconti semi-
mitologici sulla stagione d’esordio – dall’allagamento del terreno di gioco ad
opera di un’autobotte, rimasta impantanata in campo e rimossa dai tifosi,
alla scossa di terremoto che aveva fatto tremare lo stadio provocando il
fuggi-fuggi.
Un’altra caratteristica della Roma era l’impiego, mutuato dalle usanze
popolaresche, di identificare i giocatori grazie a soprannomi scherzosi: l’ala
destra Ziroli era noto come “l’Impunito”, il suo contraltare sulla sinistra,
l’argentino Chini Ludueña era per tutti “l’Avvocato”, il terzino Mattei
“Bibbitone”, Carpi “il Signorino”, mentre il nuovo centravanti Volk era già
noto come “Sciabbolone”.
Quanto a Ferraris IV detto “er Più”, mescolava abnegazione e folklore
incoraggiando i suoi alla pugna con rime da stornello: «Chi s’estragna dalla
lotta», proclamava al momento di scendere in campo, «è ’n gran fijo de
mignotta!».
Per tutti loro la società aveva messo a disposizione una nuova maglia ad
ampie campiture verticali giallorosse, che per un paio d’anni avrebbe messo
in ombra la maglia rosso imperiale con i bordi gialli, ereditata del vecchio
Roman e impiegata nella prima stagione.
Nel girone B la corsa al primato sembrava destinata a maggior animazione:
vi figuravano infatti, come pretendenti più accreditate, Juventus, Bologna e
la gloriosa squadra fin qui nota come Genoa, ribattezzata d’ufficio col più
italico nome di Genova 1893.
I mattatori dei primi campionati, secondo alcuni, scontavano una
maledizione… da scudetto. L’emblema tricolore era stato messo in palio
per la prima volta nel 1924: se l’erano aggiudicati vincendo il torneo per la
nona volta, ma da quando se lo erano cuciti sul petto non erano più riusciti
a primeggiare. Peggio, disgrazie assortite erano piombate su di loro: prima
la sequela infinita di finali-scudetto del 1925 contro il Bologna,
contrassegnata da gol fantasma e invasioni di campo degli squadristi di
Arpinati, poi la morte improvvisa della giovane stella Alberti nel vivo della
stagione successiva. Neppure i grappoli di gol garantiti dallo “Sfondareti”
Levratto erano riusciti a ribaltare la sorte avversa e, nell’ultima edizione, si
erano dovuti accontentare, ancora una volta, del secondo posto. Il Grifone,
orfano di mister Garbutt, poteva ancora contare sulla vecchia guardia: De
Prà fra i pali, “il Figlio di Dio” De Vecchi come allenatore-giocatore, il
brillante Ottavio Barbieri a giostrare in difesa, l’atletico Luigìn Burlando, ex
nazionale nonché campione di ginnastica e di pallanuoto, a centrocampo, e
il lanciatissimo Levratto in avanti. Era tempo per loro di levarsi di dosso la
fama di squadra alla quale “manca sempre un centesimo per fare una lira”.
Le Zebre di Torino, invece, di lire a disposizione ne avevano parecchie, e
il successo dei Granata pungolò la dirigenza, retta da Edoardo Agnelli e dal
rigido barone Mazzonis, ad ampliare la rosa: arrivarono Umberto Caligaris,
dal Casale, che andò a replicare al fianco di Rosetta la coppia di terzini della
Nazionale, e uno degli assi argentini che si erano messi in mostra alle
Olimpiadi, l’elegante ala sinistra dell’Independiente Raimundo “Mumo”
Orsi, convinto a salire su un transatlantico diretto in Italia grazie a un
contratto da capogiro. Era arrivato, lui piccolo di statura e minuto, avvolto
da un cappotto scuro di due o tre taglie troppo grande, e l’unica cosa che
sbucava dal tabarro era un viso affilato, segnato da una giovinezza
all’insegna della fame.
Per assicurarsi i suoi servigi, la dirigenza juventina aveva sborsato
centomila lire e aveva promesso al giovane uno stipendio che avrebbe fatto
di lui la stella più pagata del torneo.
Per prima cosa, però, bisognava nutrirlo, e fargli mettere su un po’ di
muscoli.
L’operazione economica dietro il suo ingaggio non mancò di destare
scandalo e polemiche. La Federazione, valutato il caso, decise che il
tesseramento del fuoriclasse esulava dalle regole, e lasciò libero Orsi di
allenarsi con la squadra, ma non di scendere in campo nelle partite ufficiali,
perlomeno sino al giorno in cui non avesse assunto la cittadinanza italiana.
Una beffa cocente che portava, naturalmente, la firma di Arpinati.
Quanto ai Veltri felsinei, beniamini del presidente federale, arrivavano dal
campionato più deludente delle ultime stagioni.
Eppure, il blocco agli ordini dell’“Umazz” Felsner era solido e rodato, e
poteva vantare uomini di valore assoluto: in difesa Gasperi e l’emergente
Eraldo Monzeglio, sulla mediana il roccioso veterano della Nazionale Pietro
Genovesi faceva da balia al neo-azzurro Pitto e al longilineo
“centromediano in frac” Gastone Baldi. Anche in avanti, il Bologna non
scherzava: se il fornaio Perin cominciava a sentire il peso dell’età e si
dedicava più alle crocette all’olio e alle spolette che alle serpentine palla al
piede, restava una sicurezza l’ingegnere “Geppe” Della Valle, ed era in
costante ascesa la stella di Angelo Schiavio, ormai punto fermo della
Nazionale.
Era opinione comune che la classifica finale sarebbe stata dettata dai
risultati negli scontri diretti fra le tre grandi pretendenti, mentre l’ambizioso
Brescia, la Pro Vercelli e la neonata Ambrosiana erano chiamate a giocare il
ruolo delle guastafeste.
Il torneo aveva avuto inizio da poche settimane, quando il 20 ottobre Il
Guerin Sportivo pubblicò un articolo destinato a cambiare per sempre
l’immaginario dei tifosi: per la prima volta, alle squadre italiane, sin lì
identificate grazie alle maglie e in larga parte sfornite di emblemi ufficiali,
vennero attribuite delle “mascotte” inserite all’interno di scudi araldici, che
in alcuni casi avrebbero dato origine a soprannomi, e in altri sarebbero
sfociati in veri e propri stemmi.
Nei primi anni del calcio in Italia, mai si era visto impiegare con
continuità un simbolo sulle maglie. Si segnalavano come eccezione i
Rossoneri del Milan, che sin dai primi giorni avevano sfoggiato lo stemma
del comune sul cuore, mentre i “cugini” avevano preferito uno scudetto col
biscione della signoria rinascimentale, ma si trattava di casi isolati, talora
limitati a singoli giocatori. Gli arbitri non erano così fiscali nel controllare
l’uniformità delle tenute di gioco, al punto che negli anni Dieci e nei primi
anni Venti era comune vedere giocatori della medesima squadra che
indossavano casacche palesemente diverse fra loro, e non mancavano gli
originali come Enrico Sannazzari dell’Entella di Chiavari, che decidevano
motu proprio d’adornare la casacca con una toppa personale, raffigurante nel
suo caso un asso di picche. I soli casi in cui un emblema è cucito in maniera
sistematica sulle casacche sono quelli in cui lo si ritenga parte integrante
della maglia, come la stella bianca cucita sul cuore dai Nerostellati del
Casale o lo scudo dei Biancoscudati padovani.
Non esisteva, in ogni caso, una sistematica rispondenza fra tenuta di gioco
e blasone societario che, quando ve n’era uno, era spesso ignoto agli stessi
tifosi.
Il primo passo in questa direzione avvenne appunto grazie al giornalista e
disegnatore del Guerino “Carlìn” Bergoglio, che decise di attribuire a
ognuna delle squadre più rappresentative d’Italia creature e animali destinati
a restare nella fantasia dei tifosi.
In alcuni casi, ebbe il lavoro facilitato: il Diavolo per il Milan attingeva
direttamente alle parole del fondatore Kilpin, il torello rampante per i
Granata andava da sé così come la lupa coi gemelli per la Roma, mentre il
biscione visconteo-interista fu ereditato dall’Ambrosiana.
Al Genoa toccò un Grifone preso dallo stemma cittadino, assai
somigliante nel disegno a un bonario condor, al Venezia il leone di San
Marco, al Brescia una prestante leonessa, mentre il “re della foresta” fu
appannaggio dei “Leoni bianchi” della Pro Vercelli; per l’Atalanta bastò
disegnare l’eroina dalla corsa irresistibile che dava il nome al sodalizio
bergamasco, mentre il Verona ebbe in dote un guerriero medievale a
cavallo… armato d’una scala.
Curiose alcune delle didascalie che accompagnavano i disegni: alla
Juventus era attribuita una zebra «che dice sempre no e rampa in salita», al
Bologna un pasciuto Dottor Balanzone che «gioca con lo scudetto». Lo
scudetto, in realtà, nel disegno non si vede affatto, ma “Carlìn” specifica
che «l’ha nascosto dietro per non farsi tener d’occhio». Evidente la polemica
coi vertici federali, accusati di favorire i Felsinei; d’altronde Bergoglio si
riferiva ad Arpinati come a “Sua Maestà Leandro I”.
Fra le mascotte destinate a generare longevi soprannomi figurano anche la
tigre per la Pro Patria (i cui giocatori resteranno i “Tigrotti”), l’orso
dell’Alessandria, il canarino modenese e il galletto del Bari, mentre altri
accostamenti avranno minor fortuna – è il caso del bufalo disegnato per la
Lazio, il cinghiale del Casale o il dandy in abiti di lana per la Biellese – e
altri ancora sarebbero stati rigettati senza complimenti: lo scugnizzo non
piacque ai tifosi del Napoli, che avevano già fatto la loro scelta in favore del
“ciuccio”, come il grillo non soddisfò i tifosi della Fiorentina, né la triglia
piacque ai livornesi, per non dire della scimmia proposta ai supporter della
Pistoiese.
Fra accostamenti gustosi ed esperimenti da dimenticare, si era inaugurata
una tradizione destinata a grande successo, sino a trasformarsi in tempi
recenti in una vera e propria necessità: per ogni squadra, oltre alla maglia,
era diventata necessaria una mascotte.
Il secondo passo verso la creazione d’un patrimonio grafico delle squadre
italiane ebbe luogo a stagione in corso ad opera del disegnatore Maggioni,
in arte Magia: in una serie di cartoline pubblicata dall’editore milanese
Giacomi, destinata a diventare un graal per i collezionisti, appaiono per la
prima volta stampate a colori le divise delle trentadue squadre della massima
serie. Ogni cartolina è dedicata a un diverso sodalizio e vede la
raffigurazione d’un giocatore in azione accompagnato da due blasoni: uno è
quello del comune d’appartenenza della squadra, mentre il secondo
identifica il club stesso. Se “Carlìn” si era limitato a ideare schizzi spiritosi,
dietro l’opera di Magia c’era un vero e proprio lavoro di ricerca: con ogni
evidenza erano stati interpellati i club stessi, ché per la prima volta si vedono
riuniti nella medesima opera quelli che le squadre consideravano i propri
emblemi ufficiali, e che nella maggior parte dei casi erano noti solo a
dirigenti e tesserati.
Il pubblico degli appassionati, giovani e meno giovani, poté così far la
conoscenza di divise sociali che, in molti casi, non aveva mai visto coi
propri occhi neppure frequentando assiduamente gli stadi, ché spesso gli
ospiti si presentavano con una neutrale tenuta bianca: ecco la nuova divisa
dell’Ambrosiana, con la casacca biancocrociata accompagnata da calzoncini
e calzettoni neri, quella nera profilata di verde della Dominante, la maglia
grigia fasciata di rosso della Cremonese e quella palata biancorossa della
giovane Fiorentina; il Venezia gioca in casacca a strisce verticali neroverdi, il
Verona in maglia azzurra con colletto giallo, e la Pro Patria con la
caratteristica maglia a righe orizzontali bianche e blu. Ad eccezione del
Genoa, che appare in calzoncini blu, le altre squadre si limitano a
pantaloncini bianchi oppure neri, mentre i calzettoni non sono più
uniformemente neri come nei primi anni del “meraviglioso giuoco”: ormai
sono diventati parte integrante del corredo e spesso fanno da pendant alle
maglie: blu fasciati di rosso per il Genova e il Bologna, grigiorossi per la
Cremonese. Laddove sono ancora color carbone, appaiono decorati da
profili in tinta a uno o due colori: il bordo è granata per il Torino e grigio
per l’Alessandria, biancoceleste per la Lazio, giallorosso per la Roma,
biancorosso per la Fiorentina.
Nella collezione di Magia appaiono per la prima volta anche gli stemmi
destinati a caratterizzare le squadre nei decenni a venire: l’ovale bianconero
caricato dell’emblema comunale e del nome del club per la Juventus; quello
bipartito fra croce di San Giorgio e pali rossoneri per il Milan e il suo
parente rossoblù bolognese, sormontato dal monogramma BFC in caratteri
liberty. E, ancora, l’ovale bianco e granata del Torino, qui rappresentato con
lo scudetto tricolore a mo’ di sfondo, lo scudo giallorosso con la lupa
capitolina e la sigla ASR appena inaugurato a Roma, quello alabardato della
Triestina, l’ovale gialloblù arricchito dall’emblema comunale per il Verona e
quello della Pro Patria, bipartito fra l’emblema bianco e rosso di Busto
Arsizio e le strisce orizzontali biancoblù che riprendono le maglie della
squadra. Simili, se non identici, agli stemmi odierni sono anche quelli
dell’Alessandria, della Cremonese, del Legnano e del Padova.
Esotici allo sguardo odierno appaiono invece gli emblemi delle altre
squadre, che in alcuni casi – Ambrosiana, Bari, Dominante – fanno bella
mostra del fascio littorio, e in altri lasciano semplicemente sorpresi: il
Genova è rappresentato da una stella rossa a cinque punte nella quale è
inscritto un cerchio blu, la Fiorentina da un romboide per metà bianco e
per metà rosso che riprende la palatura della maglia, la Lazio da un
rettangolo a strisce verticali biancocelesti, senza traccia di aquile o altre
creature araldiche.
È invece sparito, per ovvie ragioni, il monogramma dell’Inter, disegnato
nei primissimi giorni del sodalizio dal pittore Muggiani, socio fondatore del
club e ispiratore della casacca nerazzurra, evocativa del cielo di Milano nelle
ore del dì e della notte: tornerà solo parecchi anni dopo, questa volta per
non lasciare più la “Beneamata”.
Dal raffronto fra figure dei calciatori in divisa e relativi stemmi, si desume
che erano poche le squadre a portare emblemi cuciti sulla maglia: oltre ai
Biancoscudati della città del Santo, solo Fiumana e Dominante sembrano
integrare il blasone sociale nella divisa; Milan, Alessandria, Triestina e
Novara giocano invece con lo stemma comunale cucito sul cuore.
Sarebbero serviti ancora parecchi decenni prima che i “calciatori da
ritagliare” del Corriere dei Piccoli e le raccolte di figurine facessero il loro
ingresso nelle camerette dei bambini italiani, ma la strada per la
documentazione – e il feticismo – era aperta.
Nel girone A, il Torino del “Trio delle meraviglie” partì lancia in resta
infliggendo disfatte umilianti agli avversari: 8 a 1 alla Dominante nella
partita d’esordio, 7 a 1 al Novara in casa degli Azzurri, addirittura 12 a 0
alla povera Triestina nella terza giornata.
Il Milan dovette contentarsi della piazza d’onore, mentre la Roma ottenne
un brillante risultato piazzandosi al terzo posto.
Si assicurarono un posto nella prima Serie A anche Pro Patria, Modena,
Livorno e Padova. Risultarono destinate alla B Triestina, Casale,
Dominante, Novara, Bari e Atalanta; i Lanieri del Prato e i Lilla del
Legnano, infine, furono condannati alla terza serie.
Nel girone B il Bologna partì con una marcia in più rispetto alle rivali e si
limitò a controllare il torneo, evitando scivoloni pericolosi e incrementando
poco alla volta il proprio vantaggio sulla Juventus, che aumentò via via a
cinque, sette, addirittura nove punti. Segnava a raffica Schiavio, capace di
realizzare cinque reti in novanta minuti alla Reggiana, quattro al Verona, tre
a Fiorentina e Pistoiese, tanto che non facevano più notizia le sue doppiette
o marcature singole.
Il secondo posto andò alla Juventus, a pari punti con un esaltante Brescia.
Il Genova 1893 dovette accontentarsi della quarta piazza, e subito dietro si
classificarono la Pro Vercelli, l’Ambrosiana e gli emergenti Grigiorossi della
Cremonese, che guadagnarono così il diritto di figurare fra le sedici squadre
della nascente Serie A. L’ultimo posto a disposizione fu conquistato dai
Biancocelesti della Lazio, unica squadra a rompere il dogma tattico del
Metodo per osare il Sistema inglese, dopo uno spareggio contro il Napoli
del brillante “avanti” italo-paraguagio Attila Sallustro.
Furono invece destinate alla B Biellese, Venezia, Pistoiese, Verona e
Fiumana; alla terza serie i fanalini di coda Reggiana e Fiorentina, che aveva
segnato ventisei reti subendone settanta di più.
Il fascismo pervadeva ormai ogni aspetto della vita degli italiani. Al
movimento rivoluzionario degli inizi si era ormai sostituita la forza quieta e
terribile del partito di governo che avocava a sé il merito di aver stabilizzato
il Paese, dettava la direzione da seguire e non tollerava dissensi.
Le opposizioni erano ormai emarginate e prive di voce, e l’11 febbraio
1929 Mussolini fece un enorme passo avanti per conquistare la fiducia delle
masse moderate: con la firma dei Patti lateranensi sanò il dissidio originario
fra Stato italiano e Vaticano, risalente alle lotte risorgimentali, e portò anche
le gerarchie ecclesiastiche dalla propria parte.
Poche settimane più tardi, il 24 marzo, si tennero elezioni politiche dal
sapore molto particolare. Per la prima volta dall’introduzione del suffragio
universale maschile, gli aventi diritti al voto calavano rispetto alle
consultazioni precedenti, ché erano ammessi ai seggi solo gli iscritti ai
sindacati e alle associazioni di categoria riconosciuti dal governo, i militari e
i religiosi.
Singolarissime furono anche le modalità del voto: gli elettori non erano
chiamati a scegliere fra i rappresentanti di liste contrapposte, ma dovevano
limitarsi a scegliere fra due schede, entrambe recanti la domanda
«Approvate voi la lista dei Deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale
del Fascismo?». La prima scheda, listata dal tricolore, era quella che alla
domanda rispondeva con un sonoro e patriottico «Sì». La seconda, bianca,
replicava con un compromettente «No». Oltre il 98% dei votanti, chi per
convinzione e chi per semplice prudenza, scelse la prima: il governo
registrò compiaciuto che mai si era vista, nella litigiosa storia politica
d’Italia, una simile concordia d’animi, e si preparò a restare al potere per
altri cinque anni filati.
In finale si scontrarono due diverse concezioni di gioco.
Il Torino, che aveva schiantato la concorrenza nel girone A segnando la
cifra stratosferica di 115 reti, poggiava la sua trazione anteriore sul
consolidato tridente, di cui Baloncieri era il raffinato cervello, Libonatti
l’imprevedibile centravanti destinato a mandare in bambola i terzini
avversari, e Rossetti il finalizzatore più micidiale.
Il Bologna, che si era dovuto arrestare a “soli” 84 gol segnati, aveva invece
i suoi punti di forza nel baricentro più basso e nel cinismo nella gestione
delle partite-chiave, che aveva permesso ai Felsinei una gestione oculata del
primato.
Adesso, però, non era più tempo di virtuosismi fini a se stessi o di
tatticismi: il torneo andava risolto in centottanta minuti, e nessuna delle
due rivali poteva permettersi di sognare una goleada.
Il 23 giugno, sul campo del Littoriale, il Bologna impiegò mezz’ora per
scardinare la difesa granata: al 31’ il “vecchio” Della Valle piazzò per la
prima volta il cuoio nella rete difesa da Bosia, e dieci minuti più tardi
Angelo Schiavio infilzò il Toro per la seconda volta. Di nuovo “Anzlèn”,
intorno al quarto d’ora della ripresa, mise il match al sicuro, e gli ospiti, la
mente ormai rivolta alla partita di ritorno, si limitarono a onorare l’incontro
con il tardivo gol della bandiera segnato da Libonatti.
L’ultimo giorno del mese, al Filadelfia, i campioni d’Italia erano chiamati a
tenere lo scudetto cucito sulla maglia ad ogni costo, e giocarono una partita
più prudente del solito. Nessuno osava sbilanciarsi in avanti, e il primo
tempo si concluse a reti inviolate. Ci pensò ancora una volta Libonatti, al
ventesimo della ripresa, a piazzare il colpo che fece urlare di gioia i tifosi
granata: se non si commettevano errori, l’assegnazione del titolo era
rimandata alla “bella”. Nell’ultimo scampolo dell’incontro, i valori messi in
mostra durante la stagione regolamentare apparvero completamente
ribaltati: adesso il cinico Bologna giocava all’arrembaggio, mentre il Torino
dei goleador si accontentava di una vittoria di misura. La posta in gioco,
con ogni evidenza, era troppo grossa per rischiare. Quando l’arbitro fischiò
tre volte, il pubblico del Filadelfia tirò un sospiro di sollievo, e i tifosi più
accaniti delle due squadre cominciarono a organizzarsi per raggiungere
Roma, sede prefissata dello spareggio.
Il 7 luglio, sul terreno dello Stadio del Partito, andò in scena la partita
decisiva, canto del cigno dei tornei che contemplavano una finale-scudetto.
In tribuna d’onore, il Duce portava un panama bianco, e aveva a fianco il
fedele Italo Balbo in uniforme candida.
Per il Bologna, vestito con la tradizionale maglia rossoblù, scesero in
campo il “Gatto magico” Gianni; Monzeglio e Gasperi terzini, Genovesi,
l’elegante Baldi e Pitto sulla mediana; Martelli e Muzzioli sulle ali, Della
Valle e il giovane Busini mezzali, e “Anzlèn” Schiavio come centravanti.
Per il Torino, in casacca e calzoncini bianchi, gli undici protagonisti delle
ultime due, vittoriose, stagioni: Bosia fra i pali, un berretto di panno calcato
sulla fronte, Vincenzi e il fedelissimo Cesare Martin a comporre il
pacchetto difensivo; il fratello Dario sulla mediana con Colombari e Janni;
Franzoni e Vezzani larghi sulle ali, e l’immancabile “Trio delle meraviglie”
accentrato per offendere.
Come d’abitudine nel corso delle finali “secche”, però, la prudenza tattica
superò la volontà di lanciarsi all’attacco. Si andò al riposo senza che nessuno
dei portieri avesse dovuto raccogliere il cuoio in fondo al sacco e, col
trascorrere dei minuti della ripresa, la tensione si fece quasi insopportabile:
un solo errore sarebbe costato il titolo, una singola prodezza sarebbe bastata
a guadagnarlo. Al sessantesimo, ancora niente. Al settantesimo, neppure.
Arrivò l’ottantesimo, e i giocatori sudavano più per la tensione che a causa
del caldo. Ci pensò Peppino Muzzioli, beniamino della tifoseria bolognese,
a risolvere il match: mancavano otto minuti al termine, quando irruppe in
velocità fra i due terzini granata schierati a ridosso dell’area. I due si
chiusero per sbarrargli la strada, ma Muzzioli, in scivolata, trovò l’ultimo
spiraglio per scoccare una imprendibile botta sotto la traversa.
A Bosia, battuto senza rimedio, non restò che protestare contro i propri
difensori, mentre Muzzioli non fece in tempo a rialzarsi che fu sommerso
dall’abbraccio dei compagni.
Celebrato da lanci di cappelli e sventolio di fazzoletti bianchi, quel gol
tardivo e proditorio regalò al Bologna il secondo scudetto della propria
storia, e fece calare per sempre il sipario sui tornei a gironi.
La buona stagione del 1929, gettata come un ponte fra l’ultima edizione
della Divisione nazionale e la prima Serie A, vide l’esordio dei club italiani
in una competizione internazionale.
Nei due anni precedenti si erano misurate nella Coppa Mitropa squadre
austriache, ungheresi, cecoslovacche e jugoslave, ma i club inviati dalla
Federazione di Belgrado erano apparsi troppo deboli, così che si decise di
invitare al loro posto due squadre del Bel Paese.
L’idea andò a genio ad Arpinati, che però si trovò di fronte a un ostacolo
di carattere pratico: il primo turno del torneo si teneva negli stessi giorni
della finale-scudetto tra Bologna e Torino, precludendo di fatto la
partecipazione alle due finaliste. Sarebbe stato logico sostituirle con le
squadre giunte immediatamente alle loro spalle nei gironi, ovvero Milan e
Juventus, ma, come abbiamo visto, “Sua Maestà Leandro I” non si
vergognava di aggiustare i risultati maturati sul campo con robusti correttivi
dettati dalla ragion di Stato.
Fu così che le Zebre e i Diavoli si trovarono ad affrontare un turno
preliminare contro due avversari prescelti direttamente dalla Federazione,
ovvero l’Ambrosiana e il Genova, ritenuti più degni di giocarsi le proprie
carte in Europa rispetto alla Roma e all’Alessandria, al Brescia e alla Pro
Vercelli, tutte squadre che in campionato avevano fatto meglio dei
Biancocrociati di Torrusio.
Il primo accoppiamento, fra Juventus e Ambrosiana, vide le Zebre
prevalere per 1 a 0; il secondo, che opponeva il Milan al Grifone, si risolse
invece in pareggio. Lo stallo si ripeté anche nell’incontro di ritorno, così
che venne risolto dal sorteggio mediante monetina e, per una volta, il fato
premiò i Genovesi.
Le due elette furono pertanto inserite nel tabellone finale da otto squadre,
ma la loro avventura europea era destinata a chiudersi senza gloria: ai
Rossoblù risultò fatale l’andata in casa del Rapid Vienna, che li umiliò
vincendo 5 a 1. Il passivo subito trasformò l’incontro di ritorno in un
disperato cimento, ma gli Austriaci uscirono da Marassi indenni.
La Juve accese invece maggiori speranze battendo in corso Marsiglia il
quotato Slavia Praga per 1 a 0. Al ritorno, però, i Biancorossi boemi
strapazzarono le Zebre per tre reti a zero, certificando nella maniera più
perentoria che i club del Bel Paese non erano ancora all’altezza di quelli
danubiani.
Bisognava migliorarsi ulteriormente, se si voleva spegnere il sorrisetto di
superiorità che ci dedicavano gli ex sudditi asburgici.
La Madre di tutte le tournée

In viaggio sul “Conte Rosso” – «Attenti ai giornalisti!», firmato Vittorio Pozzo – Abbagliati dai
riflettori – La scoperta degli oriundi

La Casa del Fascio di via Manzoni 4, nel cuore medievale di Bologna,


ospitava anche la polisportiva costruita da Arpinati intorno all’undici
rossoblù. E, in quel principio d’estate del 1929, vi piovevano i telegrammi
per invitare i Veltri di Schiavio e Della Valle, neocampioni d’Italia, a giocare
incontri amichevoli ai quattro angoli del mondo.
Il presidente Bonaveri, tuttavia, voleva fare le cose in grande, e coinvolse
“Sua Maestà Leandro I” in un progetto che solo la forza di persuasione del
governo poteva concretizzare: sensibilizzando le ambasciate italiane in Sud
America e le federazioni di laggiù, si organizzò la “Madre di tutte le
tournée”, un tour de force di quindici partite lungo sette settimane, che
spaziava da Rio de Janeiro a Buenos Aires, passando per Montevideo e San
Paolo del Brasile.
Per conferire all’iniziativa un più vasto respiro – e stornare le inevitabili
accuse di favoritismi nei confronti della squadra emiliana – furono invitati a
partecipare anche i vicecampioni d’Italia del Torino.
Com’era costume, entrambe le squadre, prima di partire per quel favoloso
viaggio-premio a sud dell’equatore, vennero rimpinguate da tesserati di altri
club.
Fu così che, il 10 luglio, salparono da Genova a bordo del “Conte Rosso”
alcuni dei migliori giocatori d’Italia.
Per il Bologna c’erano il “Gatto magico” Gianni, Monzeglio, Gasperi,
Genovesi, Baldi, Pitto, Martelli, “Anzlèn” Schiavio, il più giovane dei
Busini e Muzzioli, accompagnati da Herr Felsner e dal fido massaggiatore
Bortolotti. A loro si erano aggregati l’attaccante del Livorno e della
Nazionale Magnozzi, Compiani e Tansini del Milan, gli alessandrini
Ferrari e Banchero, Dugoni del Modena e il barese Costantino.
All’ultimo momento, non si era potuto aggregare ai Rossoblù il vercellese
Zanello, al quale la dirigenza dei Leoni bianchi aveva imposto invece di
giocare con i Granata, che potevano contare anche su “Sciabbolone” Volk,
sull’“Avvocato” Chini Ludueña e su Fasanelli, prestati dalla Roma.
«Il vostro giornale potrà dire presto le nostre vittorie nella terra latina
d’oltre Oceano», telegrafarono i Bolognesi da Genova alla redazione del
Littoriale. «Salpiamo ora inviando un reverente saluto al Duce amatissimo, ai
presidenti del CONI e della Federazione del Calcio, ai membri federali, al
Comitato arbitrale, al Presidente nostro e alla Stampa tutta; e saluti cari alle
nostre famiglie, ai soci rossobleu e ai supporters. La Squadra rosso-bleu».
Oltre a tenere alto il nome del calcio italiano, Bolognesi e Granata erano
attesi da un fitto programma mondano. Ma i lettori non dovevano temere
che sfigurassero: «Ogni giocatore delle due squadre è partito provvisto di un
completo corredo e di smoking».
«Pare un viaggio di piacere, questo delle due Finaliste, e lo è solo fino ad
un certo punto», scrisse Vittorio Pozzo, ideale Omero di quell’impresa. «Si
tratta delle due migliori squadre italiane, le più in vista e le più note: quella
che deteneva il titolo fino ad un mese fa e quella che lo detiene ora. Le due
unità han ricevuto rinforzi quanti ne han voluto. Ogni comitiva è forte di
diciassette o diciotto uomini. Ognuna di esse può mettere in campo un
undici interamente composto di giuocatori che han vestito la maglia
azzurra. Tutti i numeri son quindi presenti perché un valore rappresentativo
venga dato alle prove che attendono bolognesi e torinesi. Ma, quand’anche
questo valore rappresentativo non esistesse, ci penserebbero gli americani a
darlo all’attività dei calciatori nostri».
Il viaggio, durato oltre due settimane, venne inframmezzato da leggeri
allenamenti atletici sul ponte, cene di gala e danze serali. La festa più grande
fu, come d’abitudine nei viaggi transatlantici dell’epoca, in occasione del
passaggio dell’Equatore.
Quando finalmente apparvero le luci della costa e il “Conte Rosso” si
insinuò nella baia di Guanabara, gli uscì incontro un rimorchiatore sul
quale avevano preso posto la delegazione federale carioca, rappresentanti
delle maggiori squadre locali – Botafogo, Vasco da Gama e Fluminense –
insieme a una pattuglia di giornalisti e ai più bei nomi della colonia italiana
di Rio de Janeiro. I padroni di casa vennero accolti a bordo del
transatlantico per consentire loro di porgere il benvenuto, quindi il “Conte
Rosso” proseguì la rotta alla volta del molo Pharoux, scortato da una
composita flotta di imbarcazioni sulle quali si accalcavano i curiosi non
accreditati. Una folla stimata in cinquemila persone attendeva sulla
banchina lo sbarco dei calciatori italiani.
A quel punto, infatti, gli itinerari delle due squadre si separarono: la
tournée del Bologna prevedeva i primi incontri in Brasile, per poi
proseguire alla volta dell’Uruguay e quindi in Argentina.
Il Torino invece proseguì il viaggio in nave verso Buenos Aires, per
giocare contro le squadre argentine, quindi avrebbe ripreso il viaggio verso
nord per affrontare quelle uruguagie, e da ultimo quelle di San Paolo e Rio.
Una volta nella capitale brasiliana, i Granata sarebbero stati raggiunti dal
Bologna: a fine agosto le due squadre avrebbero giocato in parallelo l’ultima
tranche di incontri, per poi rientrare insieme in Europa.
L’avventura sudamericana dei Felsinei ha inizio allo stadio della
Fluminense contro la rappresentativa della Federazione carioca, ovvero i
migliori giocatori delle squadre di Rio e dintorni, professionisti «ben noti
per la precisione del tiro e per l’eccezionale velocità del loro gioco». La
stessa selezione, opposta al Chelsea e al Ferencváros, ne aveva fatto un sol
boccone.
Gli spettatori nello stadio sono circa quarantamila, e ad accrescere
l’emozione degli italiani c’è il fatto che si gioca di sera, alla luce delle
fotoelettriche, fatto inaudito per il nostro Paese.
«Alle 21,58 fra uno scoppio entusiastico di acclamazioni, entra in campo la
squadra bolognese con Genovesi in testa, che reca una grande bandiera
brasiliana. I giocatori, che indossano calzoncini bianchi e maglia a fondo blu
e striscie verticali rosse con lo scudo tricolore, percorrono il campo fra un
entusiasmo indescrivibile, salutati da applausi incessanti, cui essi rispondono
con il saluto romano. Alle 22 entra, a sua volta accolta da grandissime
acclamazioni, la rappresentativa carioca, il cui capitano sventola una
bandiera italiana».
Apre le marcature, intorno al quarto d’ora di gioco, Muzzioli. Dieci
minuti più tardi Floriano, il più acclamato dei “cariochi”, passa a Luiz che,
da pochi passi, pareggia il conto.
Nel prosieguo del match il Bologna si dimostra «squadra poderosa,
classicamente impostata, ricca di giuoco, omogenea nell’unità di condotta»,
ma questo non impedisce ai padroni di casa di segnare ancora per due volte,
fissando il risultato sul 3-1.
La stampa italiana, però, concede una scusante ai Felsinei: «I riflettori
hanno disturbato gli uomini del Bologna non avvezzi a disputare partite
notturne, tanto che la squadra bolognese è apparsa qualche volta
abbarbagliata dalla luce».
Due giorni più tardi, al Parque Antárctica di San Paolo, il Bologna
incontra l’omologo undici della Federazione paulista, che la stampa italiana
non esita a definire «I più forti avversari del mondo». Fra loro anche alcuni
uomini che nel giro di pochi anni daranno lustro al campionato italiano: il
difensore Del Debbio, il centromediano della Nazionale Amílcar Barbuy,
eroe delle due vittorie brasiliane in Coppa America, e l’ala tascabile Pedro
Sernagiotto, detto “Ministrinho” per l’autorevolezza in campo, in contrasto
con la statura di poco superiore al metro e mezzo.
A bordo campo è presente una troupe cinematografica, e la radio locale si
appresta a irradiare la cronaca del match in tutto il Brasile.
I «rosso-bleu» vanno in rete per tre volte consecutive, prima che i
“paulisti” si rianimino. Accorciano le distanze sul finire del primo tempo,
ma le impressioni raccolte sugli spalti dal cronista sono tutte a favore degli
ospiti: «I commenti del pubblico rilevano la superiorità indiscutibile del
Bologna, e il gioco fiacco, inefficace e slegato dei paulisti».
Nella ripresa, i padroni di casa rinunciano alla loro sufficienza, e per il
Bologna è il patatrac: «I calciatori paulisti attaccano ad andatura celerissima
sferrando senza posa azioni su azioni. Il fuoco di fila brasiliano martella la
difesa bolognese. Gianni si produce infaticabile, ma non riesce ad infrenare
gli indiavolati assalti. Per cinque volte consecutive i paulisti mandano il
pallone nella rete italiana».
I Bolognesi, mortificati da tale uragano di gol, riescono a stento a segnare
il punto del 6 a 4 prima che l’arbitro, il dirigente degli stessi Rossoblù
Sabatini, fischi la fine di quel massacro.
Ancora quarantott’ore e sarà una squadra di club, il Corinthians, a fare
strame del Bologna, infliggendo altre sei reti a Schiavio e compagnia.
Non c’è però il tempo di demoralizzarsi, ché occorre trasferirsi a
Montevideo, dove la squadra è attesa da un cicerone molto particolare, il
giornalista romagnolo Ivo Fiorentini, tifoso rossoblù e scopritore di talenti.
La partita che attende i Bolognesi, tuttavia, è di quelle da far tremare le
vene dei polsi: l’avversario, infatti, è niente meno che la Nazionale
dell’Uruguay.
Non si tratta, a onor del vero, dello stesso undici che ha dominato le
Olimpiadi, ché vi abbondano le seconde scelte, ma è pur sempre
un’occasione di prim’ordine che elettrizza la popolazione. Il 10 agosto, i
trentamila posti dello stadio sono tutti esauriti. In tribuna «si distinguono
signore e signorine, in mezzo ad un’accolta di notabilità politiche e sportive
della capitale».
Il primo tempo si conclude a reti inviolate, ma nella ripresa i Felsinei
imbrigliano l’avversario, e trovano lo spunto giusto per risolvere la partita: il
livornese Magnozzi si fa strada attraverso la difesa uruguagia, e scocca «il
fulmine che viola la porta affidata al mago Mazzali».
La stampa tace, per decenza, su come prosegue la serata dei Rossoblù, che
non fatichiamo a immaginare sfruttare al meglio «corredo completo e
smoking», impegnati a festeggiare in qualche circolo della capitale e
speranzosi di essere presentati alle signorine intraviste in tribuna.
Frattanto il Torino, che in Sud America aveva già condotto una
leggendaria tournée subito prima della Grande Guerra, proseguiva il
proprio viaggio alla volta di Buenos Aires.
Vittorio Pozzo, in qualità di giornalista, conosceva bene i propri colleghi
argentini, e voleva mettere in guardia i giocatori dalla loro impertinente
curiosità: «Il giornalista bonearense è la persona più pericolosa che esista al
mondo. Possiede il ‘tic nervoso’ dell’intervista. S’intrufola dappertutto, si
siede vicino a voi mentre siete a tavola, vi ferma per istrada, vi viene a
trovare in camera con un pretesto qualunque. Vi cava quattro parole, ed il
giorno dopo vi trovate conciato a modo in un articolo di due o tre colonne
di giornale. Quello che non avete detto voi, lo ha inventato lui».
Quando si dice parlare a suocera perché nuora intenda: nel ragguagliare i
lettori italiani, si istruivano i giocatori su come regolarsi con la stampa.
Ma Pozzo, con il potere persuasivo di chi poteva lanciare un giocatore in
Nazionale, o sbarrargli il passo verso l’Azzurro, volle mettere in chiaro che
bisognava prima di tutto fare bella figura in campo: «In America le cose si
aggiustano presto, ma il vivere vi è ancor più difficile che da noi. Scrupoli
non ve ne son tanti. Non sarà quindi dei più facili il compito delle due
squadre nostre. Guai se esse dovessero, specialmente a Buenos Aires,
perdere l’uno dopo l’altro, un paio di incontri. Il fuoco di fila che ne
risulterebbe, sarebbe così intenso, che la solidità delle due compagini
verrebbe sottoposta a ben dura prova. Non è un viaggio di piacere, quello
del Bologna e del Torino. È una impresa da affrontare con cautela ed
accorgimento».
Chi teneva alle convocazioni in azzurro, era avvertito.
La partita d’esordio dei Granata fu contro un avversario non meno
prestigioso di quello appena battuto dal Bologna: la Nazionale albiceleste
dell’Argentina.
L’incontro si svolse sul terreno del Barracas, in una giornata che gli Italiani
trovarono quasi primaverile. Di fronte a 15.000 spettatori, Baloncieri e i
suoi mantennero l’incontro in sostanziale equilibrio, inchinandosi col
minimo del passivo ai vicecampioni olimpici, stelle come “Luisito” Monti,
Roberto Cerro, i fratelli Evaristo e il damerino Tarasconi: la rete del
“Tarasca” restò l’unica della giornata.
Di lì a pochi giorni, nello stadio del River Plate affollato da emigrati di
origine italiana, il Toro incontrò anche l’“Argentina B”: questa volta,
furono i Granata ad aprire le marcature col biondo romanista Volk, e i
padroni di casa furono costretti a rincorrere; il pareggio arrivò grazie alla
rete di Juan Maglio, figlio di uno dei più noti ballerini di tango del Paese,
che giocava per i Cuervos rossoblù del San Lorenzo e si dilettava a suonare
in un’orchestra.
Lo “scontro infinito” con le rappresentative della Federazione di Buenos
Aires conobbe anche un terzo atto, di nuovo contro la Nazionale maggiore:
questa volta si giocò davanti a venticinquemila persone nello stadio del Boca
Juniors e, galvanizzato dal ritrovarsi sul terreno amico, il “Tarasca” replicò
al gol iniziale di Volk segnando una tripletta ancor prima che si chiudesse la
prima frazione. A firmare la rete del definitivo 4-1 fu un altro calciatore
che, come il musicista Maglio, era nel mirino degli osservatori italiani: il
centravanti di rapina Alejandro Scopelli, uno dei “Profesores” che stava
facendo grande il club dell’Estudiantes.
Furono proprio loro, che giocavano in maglia a pali biancorossi, i
successivi avversari del Toro, che questa volta uscì sconfitto con un netto 5-
0.
Pozzo non ne fu per niente contento, ma il nome di Scopelli finì ai
primissimi posti nella lista dei desideri dei club italiani.
L’ultimo incontro nell’area metropolitana di Buenos Aires vide il Torino
rifarsi, prevalendo nettamente sull’Independiente di Avellaneda: al quarto
d’ora di gioco, avevano già marcato sia Libonatti che Baloncieri, e a nulla
servì la rete argentina di Ravaschino. Al termine del match, una pacifica
invasione di campo ad opera della comunità italiana festeggiò il primo
successo granata della tournée.
La tappa successiva fu Rosario, la città che aveva visto sorgere l’astro di
Libonatti e i primi passi nel calcio di Baloncieri: qui i Granata prevalsero
contro la Selezione provinciale, ma rimediarono due scoppole dal club
locale del Newell’s Old Boys, quindi si rimisero in viaggio alla volta
dell’Uruguay.
Dopo la figuraccia rimediata contro il Bologna, la “Celeste” li attendeva al
passo, poco disposta alle cortesie: il 25 agosto, al Parque Central di
Montevideo, l’Uruguay sconfisse il Torino con netto 5 a 1. Cinque giorni
dopo i Granata tornarono sullo stesso terreno per incontrare i Carboneros
del Peñarol, rimediando stavolta un buon pareggio grazie a una rete di
Fasanelli.
Poi fecero le valigie, e si rimisero in viaggio: ai piedi del Pan di Zucchero,
li attendeva un nuovo atto del tour de force estivo.
Nel frattempo, anche il Bologna aveva compiuto la sua trafila argentina.
Il giorno di Ferragosto aveva incassato tre reti dai titolari dell’Albiceleste, e il
18 aveva rimediato un pareggio a reti inviolate contro la Nazionale B. Tutto
sommato, in rapporto alle sberle rimediate a Buenos Aires dai Granata,
poteva essere ritenuto un bilancio soddisfacente: i temibili giornalisti
bonaerensi non avrebbero potuto dire troppo male dei campioni d’Italia.
A quel punto, anche Genovesi, Schiavio e i loro compagni di avventura si
trasferirono a Rosario: persero 2 a 1 dal Newell’s, e fecero registrare un
identico risultato tre giorni dopo contro l’Huracán.
Ai Bolognesi toccò allora misurarsi contro una selezione pittoresca, la
Rappresentativa dell’Argentina del Sud. A dispetto del nome, non era
composta da mandriani della pampa, desperados cacciatori di leoni marini e
nativi della Patagonia come paventavano gli Italiani: si trattava,
semplicemente, dei migliori giocatori di Bahía Blanca e dintorni, che i
Bolognesi riuscirono a sconfiggere per due reti a una.
A quel punto tornarono nella capitale, per sfidare il Boca sul proprio
terreno, ma gli uomini di Cerro e Tarasca, che avevano fatto a pezzi il
Torino, li sconfissero con uno striminzito 1-0. Settantadue ore più tardi il
Bologna rimediò uno spettacolare pareggio con tre reti per parte in casa
dell’Estudiantes del “Professore” Scopelli.
Decisamente i Rossoblù – e i giocatori a loro aggregati – avevano superato
l’esame della feroce stampa argentina con più disinvoltura rispetto alla
comitiva di Baloncieri e Libonatti.
L’esotica maratona delle due squadre italiane si concluse laddove era
cominciata: in Brasile.
Il 7 settembre il Torino si sottopose all’esame della Rappresentativa
carioca: allo stadio São Januário, i padroni di casa guidati dal tecnicissimo
centromediano Floriano li strapazzarono segnando cinque reti nel primo
tempo e una sesta nella ripresa, senza concedere ai Granata neppure il gol
della bandiera.
Tre giorni più tardi, nel medesimo stadio, il Toro fece miglior figura
contro la Rappresentativa B della lega locale: passati in vantaggio con una
rete dell’“Avvocato” romanista Chini Ludueña, furono ripresi e superati
solo negli ultimissimi minuti di gara.
Nel frattempo, il Bologna si esibiva a San Paolo.
L’8 settembre i Felsinei ottennero uno spumeggiante pareggio per 4-4
contro i Biancoverdi del Palestra Itália, squadra imbottita di oriundi ai quali
il nostro campionato guardava con grande interesse, e due giorni dopo i
Rossoblù fecero il colpaccio, regolando la forte Rappresentativa paulista di
Del Debbio e “Ministrinho” Sernagiotto, che li aveva umiliati poche
settimane prima, prendendosi la rivincita con un netto 3-1.
Nei giorni immediatamente successivi fu il Torino a portarsi nella più
italiana delle metropoli brasiliane: a uno scialbo zero a zero con la Palestra
Itália seguì una Caporetto contro la Rappresentativa paulista, che rifilò ai
Granata un perentorio 6-0.
La partita d’addio della spedizione italiana in Sud America venne giocata
alla vigilia dell’imbarco per il viaggio di ritorno: a Rio, il 14 settembre, il
Bologna incontrò di nuovo la Rappresentativa carioca, uscendo sconfitto
per tre reti a una.
No, Pozzo non era del tutto soddisfatto: i trionfi nella «terra latina d’oltre
Oceano» promessi dai campioni d’Italia erano stati inframmezzati da sonori
fiaschi, e il Torino, con due sole vittorie, tre match nulli e ben otto
sconfitte, aveva fatto anche peggio.
I dirigenti dei club, in compenso, avevano i taccuini talmente colmi di
appunti che rischiavano di esplodere: erano decine i giocatori d’origine
italiana che si sarebbero potuti far valere nella nuova Serie A.
Erano stranieri? Be’, il problema si poteva risolvere alla radice, come si era
fatto a suo tempo con Libonatti: bastava concedere loro la cittadinanza e
sarebbero tornati buoni, anzi ottimi, anche per la Nazionale.
Parte seconda.
Viva la Serie A!
1929-30. L’anno del “Balilla”

Uomini in fuga – Come il “Balilla” ammazzò un campionato – Due matrimoni indimenticabili – Il


primo trionfo della Nazionale

Il 27 luglio 1929, un motoscafo si avvicinò senza autorizzazione alle coste di


Lipari, una delle isole più gettonate dal Regime per relegare al confino i
propri oppositori.
L’uomo ai comandi, il capitano genovese Italo Oxilia, si arrestò al largo
nella speranza che i tre uomini con i quali aveva appuntamento riuscissero a
raggiungerlo, ed esultò quando si rese conto che le loro bracciate
rompevano l’acqua con ritmo regolare. Erano giunti, dunque, e Oxilia
s’industriò per farli salire a bordo.
Il primo era Emilio Lussu, ufficiale nella Grande Guerra tra le fila dei
“Dimonios”, la gloriosa Brigata Sassari. Dopo il 1918 si era ritagliato un
ruolo di prim’ordine nelle associazioni combattentistiche dell’isola, in seno
alle quali era maturata l’idea di fondare il Partito Sardo d’Azione. Eletto al
Parlamento del Regno nel 1921 e nuovamente nel ’24, quando i fascisti
avevano assaltato la sua casa di Cagliari, li aveva accolti a pistolettate
uccidendo il più focoso degli assedianti e mettendo in fuga gli altri.
Insieme a lui, salirono a bordo del motoscafo due uomini più giovani.
Il primo era il pisano Francesco Fausto Nitti, un “ragazzo del ’99” passato
attraverso la trafila delle aggressioni degli squadristi, e fondatore della società
segreta “Giovane Italia”.
L’altro si chiamava Carlo Rosselli, era un ex studente dell’autorevole
professore antifascista Gaetano Salvemini e, tempo prima, aveva aiutato il
vecchio leader socialista Turati a espatriare.
I leader carismatici dell’opposizione al Regime erano ormai tutti a Parigi,
ed erano loro che i navigatori clandestini andavano a raggiungere, per
riorganizzare le file del dissenso democratico all’insegna d’un nuovo motto:
Giustizia e Libertà.
Tutto era pronto: la nuova edizione del campionato italiano di calcio si
sarebbe finalmente giocata sulla base di un girone unico, con partite di
andata e ritorno.
La Serie A a diciotto squadre sarebbe stato un torneo più equo, ché si
annullava ogni disparità dettata dalle eventuali differenze nelle forze in
campo nei due raggruppamenti.
Sarebbe stato più combattuto, grazie alla grande quantità di incroci fra
squadre forti, alle frequenti stracittadine, e all’assenza di compagini-
materasso.
Sarebbe stato, infine, più prestigioso, ché vi erano radunate, per merito o
per benevola disposizione di “Sua Maestà Leandro I”, le squadre delle
maggiori città d’Italia: due club per Torino, Milano e Roma, uno per
Napoli, Genova, Bologna e Trieste. E, ancora, le gloriose rappresentanti del
calcio piemontese Pro Vercelli e Alessandria, le lombarde Brescia,
Cremonese e Pro Patria, quel Padova che non aveva rivali nel Triveneto, il
Modena, seconda forza emiliana, e gli Amaranto del Livorno, la più
coriacea formazione di Toscana.
Le ostilità ebbero inizio il 6 ottobre, e cominciarono subito a prodursi fatti
sorprendenti: i campioni in carica del Bologna, ospiti della Lazio, furono
sonoramente sconfitti per 3 a 0 dai Biancocelesti.
In contemporanea, la Juventus finalmente libera di schierare “Mumo”
Orsi, ebbe ragione del Napoli, che aveva assunto Garbutt come allenatore,
solo dopo una affannosa battaglia che si concluse sul 3 a 2.
Forse il calcio del Centro-Sud meritava più rispetto?
Il dubbio si riaffacciò alla seconda giornata, quando la Roma, nella partita
d’addio al Motovelodromo Appio, annientò per nove reti a zero la
Cremonese. Un brivido corse lungo la schiena dei presidenti di molte
squadre. Ci si era impegnati per far giocare nella massima serie romani e
napoletani; che non s’allargassero troppo, adesso.
Sul finire di ottobre, dall’America rimbalzò una notizia che, sulle prime,
parve di poca rilevanza: giovedì 24 la Borsa valori di Wall Street, il più
importante mercato mondiale dedicato agli scambi azionari, aveva fatto
registrare segnali di allarme. Fra gli agenti si era diffusa la smania di vendere,
e titoli sino a poco prima ben quotati erano passati di mano a cifre
bassissime. Il martedì successivo, a discapito dei messaggi rassicuranti inviati
dai grandi banchieri, l’ansia si era trasformata in panico, e la catastrofe era
apparsa in tutta la sua rovinosa profondità: ditte grandi e piccole avevano
perso in poche ore tutto il loro valore ed erano destinate alla bancarotta,
milioni di risparmiatori erano ridotti sul lastrico, e l’incubo della
disoccupazione di massa si stagliava sulla prospera Terra delle opportunità.
Gli italiani si dissero che la recessione statunitense avrebbe riguardato, al
massimo, i compatrioti emigrati fra Brooklyn e il New Jersey, ma la realtà
era assai diversa: un’America più povera, in un mondo in cui il capitale era
sempre più internazionale, alla lunga comportava un mondo più povero. E,
fatto non secondario per lo svolgersi degli eventi internazionali nel corso
degli anni Trenta, la recessione delle potenze economiche finiva per
compromettere la concordia ottenuta a stento con la fondazione della
Società delle Nazioni, e gettare le premesse per una nuova guerra.
Ma, per il momento, alla maggioranza degli italiani non interessava
granché la politica, figurarsi l’economia. Finché c’era qualcuno che
garantiva loro un posto fisso, la pace sociale e una nuova partita di
campionato nel giro di pochi giorni, andava ancora tutto bene.
Il 3 novembre venne inaugurato il nuovo stadio della Roma, che prese il
nome dal quartiere popolare e – allora – periferico nel quale sorgeva:
Campo Testaccio.
Lo stadio, costruito dall’ingegner Sensi laddove prima era alloggiato un
deposito di sampietrini, era modellato sull’impianto inglese dell’Everton,
con le tribune vicinissime al campo, una particolarità che ne fece uno dei
terreni più caldi d’Italia: l’abbraccio costante del pubblico ai propri
beniamini era un tutt’uno con l’impressione che provavano gli avversari
nell’entrare in quell’arena.
Le prime vittime dei gladiatori romanisti furono i giocatori del Brescia, la
formazione-sorpresa dell’annata precedente, liquidata per 2 a 1 dai giocatori
in giallorosso. Sette giorni dopo arrivò il Napoli di Vojak e Sallustro, che
riuscì a portare a casa un pareggio, mentre nella terza partita giocata nel
nuovo stadio, la Roma sconfisse con un netto 2 a 0 la quotata Ambrosiana.
Una settimana più tardi i Giallorossi disputarono un altro incontro
epocale, spingendosi in trasferta… a Roma nord. Il primo derby della
capitale in Serie A fu infatti giocato in casa della Lazio, sul terreno della
Rondinella, che sorgeva nello spazio oggi compreso fra la Curva Nord
dell’Olimpico e il Palazzo dello Sport.
Da subito, l’incrocio fra i due club romani costituisce un evento sentito in
tutta la città, con risvolti pesanti dal punto di vista dell’ordine pubblico, al
punto che le autorità valutano persino di non far disputare l’incontro.
Pesa, nell’accanimento dei tifosi, la disparità numerica e sociale: si calcola
che i laziali, stanziati perlopiù nei quartieri borghesi come Prati, Parioli e lo
stesso Flaminio, siano all’incirca un quinto rispetto ai sostenitori della
nuova compagine cittadina, i quali – fra ex tifosi dell’Alba, della Fortitudo e
nuovi simpatizzanti – afferiscono in larga parte ai ceti popolari.
I romanisti non perdonano ai laziali lo sdegnoso rifiuto opposto dal
generale Vaccaro di unire le forze, e considerano i sostenitori dei
Biancocelesti degli smidollati con la puzza sotto il naso; per contro, i laziali
coltivano l’idea che i romanisti siano poco più che analfabeti pronti ad
esaltarsi per una squadra senza storia, e paventano l’invasione del proprio
stadio da parte di una torma di coatti.
Ad accrescere la tensione c’è il fatto che le squadre giungono alla
stracittadina appaiate in classifica, a un solo punto dalla testa della
graduatoria, e nel giorno del match le forze dell’ordine presiedono a una
rigorosa separazione delle opposte frange di sostenitori.
La “Lupa” del nuovo mister inglese Burgess, priva per l’occasione del
trascinatore “Fuffo” Bernardini, scende in campo con Ballante da Tivoli,
rinominato “lu mejo portiere de lu munnu” per rimarcarne l’accento da
burino; Barzan e De Micheli in difesa; “er Più” Ferraris, Degni e il
“Signorino” Carpi sulla mediana, Oreste Benatti e l’“Avvocato” Chini
Ludueña ali; Dalle Vedove e Corsanini, sostituto di “Fuffo”, mezzali, e
“Sciabbolone” Volk al centro dell’attacco. La tenuta è quella già vista nella
stagione precedente: maglia ad ampie strisce verticali giallorosse, calzoncini
bianchi e calzettoni neri bordati dai colori sociali.
Per i Biancocelesti, guidati da Piselli, si presentano Sclavi in porta, il
fumantino Luigi Saraceni e Bottacini sulla linea dei terzini; i mediani sono
Pardini, Furlani e l’anconetano Caimmi; sull’ala destra c’è il primo ex della
storia capitolina, quell’“Impunito” Ziroli che la Roma aveva lasciato partire
perché troppo rissoso, mentre sulla sinistra gioca il secondo dei fratelli
Sbrana; il ventenne friulano Aldo Spivach e il carismatico “Ammiraglio”
Malatesta giocano in posizione di interni, mentre centravanti è il calciatore-
attore Pietro Pastore da Padova, l’attaccante-attore già faro delle linee
avanzate di Juventus e Milan. La divisa è quella tradizionale, immortalata
nelle cartoline di Magia: maglia celeste con collo a V bianco, calzoncini
dello stesso colore, e calzettoni neri con fascia biancoceleste.
La battaglia che i carabinieri impediscono sugli spalti ha luogo in campo,
sublimata da bruschi ribaltamenti di fronte e interventi al limite del
regolamento: al trentesimo, l’“Impunito” Ziroli segna per la Lazio
aiutandosi con una mano, ma l’arbitro nota l’irregolarità e annulla la rete.
Anche nel secondo tempo, la tenzone si mantiene in sostanziale equilibrio,
sino a quando “Sciabbolone” Volk non risolve la situazione con una
prodezza che resterà nel cuore dei suoi: quando mancano poco più di dieci
minuti al termine, esce palla al piede da una mischia, compie una mezza
piroetta che disorienta l’ultimo difensore, e scocca un angolato rasoterra che
mette fuori causa Sclavi. Il risultato di 1 a 0 maturato sul campo avverso
manda in visibilio il tifo giallorosso, il primo della capitale a intravedere la
testa della classifica in Serie A.
Col procedere del torneo, tuttavia, i valori tradizionali furono ristabiliti:
con l’eccezione del Bologna, in grave involuzione, i più titolati squadroni
metropolitani dettarono il proprio ritmo. Alla settima giornata erano in
testa, appaiate, Genova e Juventus; duellarono sino al tramonto del girone
d’andata, quando piombò loro addosso l’Ambrosiana, tornata alla
tradizionale casacca nerazzurra dopo la stagione in maglia biancocrociata.
Era schierata in campo dal nuovo mister Árpád Weisz, e avanzava trascinata
dai gol di un diciannovenne dagli occhi infossati e la chioma lucida di
brillantina, che parlava più volentieri il dialetto meneghino della lingua
nazionale. Lo chiamavano “Peppìn” oppure il “Balilla”, ma il suo vero
nome era Giuseppe Meazza. Era un orfano di guerra cresciuto in
condizioni di estrema povertà, giocando a calcio per strada come i monelli
uruguagi e argentini, e per molti anni il suo sogno più grande era stato
quello di possedere un paio di scarpe da calcio come quelle dei campioni;
quelle in vetrina in corso Venezia erano decisamente troppo care, ma un
giorno un ammiratore gliene aveva regalate un paio usate, e da allora
“Peppìn” Meazza non si era più fermato. Notato, e in qualche modo
adottato, dall’Inter, aveva scalato le gerarchie delle giovanili nerazzurre,
guadagnandosi l’onore dell’esordio fra i grandi ad appena diciassette anni.
Anche uno dei Nerazzurri più in vista, il nazionale “Poldo” Conti, aveva
vissuto un’adolescenza da predestinato. Tuttavia, di fronte alla prima
convocazione di Meazza, “Poldo” e gli altri senatori dello spogliatoio
avevano avuto da ridire sulla scelta di mister Weisz: «Cos’è? Adesso
facciamo giocare i bambini dell’asilo?» l’avevano buttata sul ridere, ma ben
presto i veterani si erano dovuti ricredere: quel “Balilla” era un autentico
fuoriclasse.
Nella prima stagione, quella dello scudetto revocato al Torino, Meazza era
andato a segno undici volte; nella seconda, che per l’Ambrosiana non era
stata troppo positiva, era salito all’inebriante cifra di 33 marcature, solo tre
gol in meno di Rossetti del Torino, il capocannoniere del campionato, e
ormai era deciso a prendere per mano la squadra.
Fu lui a sancire il sorpasso dell’Ambrosiana ai danni della coppia di testa:
marcò una doppietta nel 4 a 1 esterno sul campo di Marassi, e segnò anche
sul terreno di corso Marsiglia, nell’incontro che vide l’Ambrosiana battere
in trasferta la Juventus.
Adesso i Milanesi di Weisz erano saldamente al primo posto, pronti a
lanciarsi in una fuga solitaria.
L’8 gennaio 1930, quando la classifica del torneo vedeva Ambrosiana,
Genova e Juventus al primo posto, il Paese si fermò per le nozze dell’erede
al trono: Umberto, figlio di re Vittorio Emanuele III detto “Sciaboletta” e
della popolare regina Elena del Montenegro, sposò la soave principessa
Maria José, a sua volta figlia di Alberto re dei belgi e della duchessa bavarese
Elisabetta di Wittelsbach.
Le nozze erano state stabilite dai rispettivi genitori parecchi anni prima,
tanto che la principessa era stata presentata a Umberto come sua promessa
sposa quando aveva appena dieci anni. Più tardi era stata inviata a studiare in
Italia per apprendere la nostra lingua, ma il loro legame non era stato privo
di emozioni. Un funesto presagio, infatti, aveva marcato la proposta ufficiale
di fidanzamento, che Umberto aveva rivolto a Maria José nell’ottobre 1929:
l’erede al trono d’Italia si era recato appositamente a Bruxelles, e la regale
messinscena prevedeva che il giovane Savoia si dichiarasse subito dopo aver
deposto una corona di fiori davanti al monumento al Milite ignoto. Aveva
appena presentato l’omaggio e si apprestava a rivolgersi alla sua giovane
promessa, quando un guastafeste aveva fatto irruzione a mano armata: era
un fuoriuscito italiano, deciso a punire la monarchia per aver lasciato campo
libero al fascismo, e aveva fatto in tempo ad esplodere una revolverata prima
che i gendarmi belgi lo disarmassero. Umberto era uscito illeso
dall’attentato, e il legame fra i due era divenuto ufficiale, ma in
quell’occasione la bella principessa aveva forse avuto sentore del ginepraio in
cui si andava a cacciare sposando quel prince charmant destinato a regnare sul
Bel Paese.
Il matrimonio, in ogni caso, fu un evento grandioso celebrato nella
Cappella paolina del Quirinale alla presenza delle teste coronate di
mezz’Europa, e rallegrò la popolazione del Regno, con particolare riguardo
per la minoranza degli appassionati di filatelia: nella serie di valori emessi
per l’occasione, infatti, figurava un foglio da duecento pezzi, destinati alle
colonie, nel quale mancava la sovrastampa. Il cosiddetto “Nozze verde”
divenne in breve la rarità più richiesta sul mercato, e turbò a lungo i sonni
dei collezionisti.
Per tutti gli altri, restò argomento di maggior rilievo la contesa per lo
scudetto: la fuga dell’Ambrosiana era destinata a rientrare, o i Nerazzurri
facevano sul serio?
A metà del torneo, anche il Napoli cambiò stadio, abbandonando
l’Arenaccia in favore di un nuovo impianto costruito nei pressi della
stazione centrale.
Il presidente Ascarelli, desideroso di regalare alla società un campo di
proprietà che non sfigurasse a fronte di quelli del Nord, l’aveva voluto
capace di 20.000 posti e dotato di tribune in legno sui due lati del campo: il
nuovo stadio Vesuvio non sarebbe stato il più grande d’Italia, ma certo
poteva essere considerato uno dei più suggestivi.
Erano finiti i tempi in cui gli Azzurri, sciagurati come il ciuccio di
Fechella, rimediavano scoppole ovunque si presentassero, e un allenatore
austriaco poteva polemicamente dichiarare che sarebbe tornato a casa a
piedi se quei broccacci avessero vinto una partita. Il ciuccio poteva restare
come mascotte e ricordo di quei tempi disgraziati ma, con Vojak e
Sallustro, ci si poteva divertire sul serio.
Il presidente-mecenate, per aggiungere un colpo di teatro allo spettacolo
dell’inaugurazione, disertò la tribuna d’onore. Aveva preferito camuffarsi e
mescolarsi al pubblico dei popolari, esultando con i suoi concittadini ai gol
degli Azzurri, che trionfarono per quattro reti a una sulla Triestina.
Nessuno poteva immaginare che l’unico a non godersi lo spettacolo del
nuovo, grande, Napoli, finalmente in grado di lottare ai primi posti della
classifica, sarebbe stato proprio lui.
Diciassette giorni dopo l’inaugurazione, infatti, il povero Ascarelli fu
stroncato da un attacco di peritonite fulminante. La gente ci mise un po’ ad
accettare che non era uno scherzo dei suoi: era morto sul serio, e non restò
che intitolargli il nuovo stadio.
Il 23 marzo, sul campo di via Goldoni, Meazza segnò tre volte alla Lazio, e
un mese più tardi, quando si presentò la Roma, andò a segno per ben
quattro volte.
Il giovane attaccante sembrava sospinto da una forza irresistibile:
mimetizzato sino all’istante prima il proprio impeto con uno svogliato
caracollare, accendeva il gioco all’improvviso, lanciandosi in serpentine
solitarie dal sapore sudamericano, e si liberava dei migliori difensori del
Regno con la stessa facilità dimostrata nel frustrare i coetanei sui campetti
di Greco e Porta Romana. Il “Balilla” puntava dritto il portiere avversario,
e i suoi tiri erano fiondate come quelle del ragazzino genovese dal quale
aveva tratto il soprannome. Nel vederlo esplodere i suoi tiri, non poteva che
venire in mente l’inno dei Balilla: «Fischia il sasso, il nome squilla del
ragazzo di Portoria, e l’intrepido Balilla sta gigante nella storia. Era bronzo
quel mortaio che nel fango sprofondò, ma il ragazzo fu d’acciaio, e la madre
liberò». Come il piccolo eroe della rivolta sotto la Lanterna, accorso per
strappare la madre dalle grinfie degli occupanti, anche Meazza aveva
liberato la propria madre, nel suo caso dalla miseria, e al moderno “Balilla”
nerazzurro si addiceva anche il ritornello: «Fiero l’occhio, svelto il passo,
chiaro il grido del valore. Ai nemici in fronte il sasso, agli amici tutto il
cuor».
In quelle stesse settimane, aveva fatto il suo esordio con la maglia della
Juventus un nuovo acquisto destinato a scrivere pagine indimenticabili nella
storia della massima serie.
Arrivava dall’Argentina su indicazione di “Mumo” Orsi e, come lui, aveva
ascendenze italiane.
Si diceva, anzi, che fosse nativo di Senigallia, e che avesse seguito la
famiglia Oltreoceano quand’era ancora in età da asilo. Il suo nome era
Renato Cesarini, aveva sin lì giocato da mezzala nei “Beccamorti” del
Chacarita, la squadra del quartiere del maggiore cimitero di Buenos Aires,
ed era apparso subito come il contraltare di Orsi: “Mumo” era timido e
riservato, professionale e ossequiente nei confronti della dirigenza, e i suoi
lineamenti parevano modellati nella cera, mentre il nuovo arrivato aveva
una faccia da schiaffi, anzi da pugni. Il naso schiacciato da boxeur e lo
sguardo da canaglia non mentivano, ché Cesarini era letteralmente
cresciuto per la strada, e non si era guadagnato da vivere solo come
calciatore: era stato anche pugile, galoppino nell’organizzazione di corse
ciclistiche, musicista e persino ballerino di tango. Mentre lo stipendio di
Orsi era destinato a salire a centomila lire al mese, a lui ne avevano
promesse solo trentaseimila, ma l’anticipo gli era stato sufficiente per
mettere insieme un guardaroba da urlo: si era presentato a Torino con un
abito dai bottoni d’oro e una eccentrica camicia in seta colorata – decine di
altre erano stipate nel suo bagaglio, ché intendeva cambiarne tre al giorno –
e, a lasciare definitivamente sbigottiti, portava in spalla una scimmia.
Era stata premura del barone Mazzonis, socio di Edoardo Agnelli e
factotum della società, spiegargli che la Juventus pretendeva dai suoi
giocatori uno stile più sobrio, ma Cesarini non era uomo da mezze misure:
si sarebbe adeguato alle usanze locali nel corso degli allenamenti, dei ritiri e
delle partite, ma il tempo libero l’avrebbe gestito secondo il proprio estro.
In particolare, intendeva mettere a punto il proprio italiano tramite lezioni
particolari, tenute dalle maîtresse più celebrate della città sabauda. Poiché in
campo sembrava irrefrenabile, ispirato nelle giocate e ferocemente
determinato nelle conclusioni a rete, Mazzonis e Agnelli non si sentirono di
interferire con i suoi programmi di studio.
Il 24 aprile, un secondo matrimonio memorabile catturò l’attenzione degli
italiani: Edda, figlia del Duce, andava in sposa a Galeazzo Ciano, figlio
dell’ammiraglio Costanzo, eroe della Grande Guerra e figura-chiave del
nazionalismo livornese che si era opposto, armi in pugno, alle combattive
Sinistre locali.
Il giovane era un giornalista e drammaturgo fallito (la rappresentazione
della sua Felicità d’Amleto era stata salutata da un fitto lancio di ortaggi);
passato prudentemente alla carriera diplomatica, si era ritagliato un ruolo
all’Ambasciata italiana di Rio de Janeiro.
A differenza dello sposalizio principesco di gennaio, qui nessuno poteva
dubitare della passione che animava i due: i ragazzi si erano conosciuti
appena tre mesi prima, in occasione di un ricevimento dove il giovane
Ciano aveva potuto sprigionare tutto il suo fascino di dandy avvezzo alle
mondanità, e da allora non si erano più separati.
Quel matrimonio sarebbe stato per lui l’inizio di una carriera travolgente,
e la premessa per una futura tragedia familiare degna dei versi di Euripide.
La formula della Serie A sembrava garantire gloria per tutti.
Gli occhi del Paese erano puntati sui terreni di gioco, che si riempivano
ogni domenica e davano luogo a lunghe disamine sulla stampa
dell’indomani, così che potevano bastare novanta minuti di grazia per
trasformare un anonimo pedatore in un idolo, e una squadra di secondo
piano in un collettivo di eroi.
Era stato così per il giocatore del Napoli “Marcellino” Mihalich, ex
Fiumana, determinante con la sua doppietta nel 5 a 0 esterno inflitto dagli
Azzurri al Modena: per un giorno, fu popolare quanto gli idoli partenopei
Vojak e Attila Sallustro, con lui sul tabellino dei marcatori.
Idem per la Pro Patria, vittoriosa il 19 gennaio sulla Roma per 6 a 1, con il
carneade Italo Rossi, autore di cinque gol, sugli scudi. Il buon Rossi
arrivava dal Legnano ed era destinato a una carriera dignitosa ma modesta;
tuttavia quel giorno, a Busto Arsizio, avrebbe potuto ottenere senza fatica le
chiavi della città.
Quando invece le prodezze si ripetevano, la gloria passeggera poteva
trasformarsi in qualcosa di più stabile e redditizio. Basti pensare a Bruno
Maini, compatto attaccante del Bologna, che aveva cominciato il torneo
come comprimario dei vari Della Valle e Schiavio. Il suo destino era
cambiato in quindici giorni, grazie a una doppietta alla Cremonese, un gol
alla Roma a Testaccio e altre due reti alla Pro Vercelli. Guadagnata la stima
di Herr Felsner, nel girone di ritorno si era scatenato: tripletta al Livorno,
alla Cremonese in trasferta e ancora alla Roma sul campo del Littoriale, con
un bilancio finale di venti reti che non raddrizzò la stagione opaca del
Bologna ma, in compenso, gli avrebbe regalato un contratto redditizio e
un’intera, gloriosa, carriera nella squadra della propria città.
La Coppa Internazionale si protraeva dal 1927. Al concludersi della
manifestazione non mancava che l’incontro di Budapest contro l’Ungheria,
previsto per l’11 maggio 1930 e, con soli novanta minuti da giocare, poteva
ancora accadere di tutto.
Austria e Cecoslovacchia, che avevano concluso il loro iter di incontri,
erano appaiate a 10 punti in testa alla graduatoria; gli Azzurri si fermavano a
9 come i Magiari, mentre la Svizzera si era rivelata la squadra materasso e
giaceva inerte in fondo alla classifica, inchiodata all’evidenza dei suoi zero
punti.
Dai novanta minuti di Budapest, dunque, dipendeva il verdetto finale
dell’intera competizione. Vittorio Pozzo, però, credeva fermamente nel
miracolo d’una vittoria corsara, che avrebbe eletto l’Italia miglior Nazionale
dell’Europa continentale. L’ex ufficiale degli Alpini era convinto che gli
Azzurri, se adeguatamente caricati sul piano psicologico, avrebbero potuto
gettare il cuore oltre l’ostacolo e, in soli novanta minuti, vincere tutto: il
senso d’inferiorità verso la scuola danubiana, il pronostico dettato dal
fattore-campo, la partita e l’intero torneo.
Voleva la coppa di cristallo messa in palio nel 1927 con la stessa forza con
la quale aveva voluto la vittoria dell’Italia quando combatteva in grigioverde.
Così trovò adatto spezzare il viaggio alla volta dell’Ungheria per portare i
giocatori della Nazionale in visita ai campi di battaglia della frontiera nord-
orientale.
Lo sapevano, i calciatori, che lì avevano perduto la vita in seicentomila
italiani, e un altro milione e mezzo era stato ferito in maniera grave? Lo
sapevano eccome, ché ogni famiglia aveva avuto i propri lutti, le strade
erano piene di mutilati e in ogni piazza d’Italia avevano visto sorgere
monumenti. Lo sapevano perché loro stessi, ancora giovanissimi, erano stati
chiamati a riempire le fila di squadre orfane dei propri campioni. Lì, fra i
reticolati e i cavalli di frisia, si era compiuto lo sterminio dei loro
predecessori, ed era caduto anche il capitano dell’Inter e della Nazionale, il
grande Virgilio Fossati.
«Adesso tocca a voi, signori» annunciò il vecchio ufficiale alpino. «La
Patria vi guarda. Volete caricarvi dell’infamia d’una nuova Caporetto, o
della gloria di Vittorio Veneto?».
Gli Azzurri erano scossi. No, non si erano messi in viaggio per farsi
umiliare. Volevano vincere, loro. Anzi, stravincere. Per l’Italia.
Così, alle quattro del pomeriggio di una domenica di mezzo maggio, sul
terreno dello stadio di Üllői Út, non scesero undici calciatori, ma
altrettante furie col sangue agli occhi: v’era lo juventino Combi fra i pali,
con il compagno di squadra Caligaris e il bolognese Monzeglio schierati a
protezione; Colombari, Ferraris e Pitto costituivano la solida linea mediana,
il “Reuccio di Bari” Costantino e il neo-italiano “Mumo” Orsi erano
schierati sulle ali, mentre il vecchio Baloncieri e il livornese Magnozzi
giocavano direttamente alle spalle del giovane centravanti, il “Balilla”
Meazza.
Il più esaltato di tutti risultò essere proprio lui, che sui campi di sangue
della Grande Guerra aveva perduto il padre, e giocava abitualmente su un
campo – quello di via Goldoni – che era intitolato proprio a Virgilio Fossati.
Il giovane fromboliere milanese trascinò la squadra verso la grande impresa:
fu lui a firmare il primo gol quando era trascorso da poco un quarto d’ora di
gioco, al quale ne fece seguire un secondo a metà della ripresa, e ancora un
terzo, a chiudere la partita, intorno al settantesimo minuto.
Il pubblico di Budapest era incredulo, strabiliato, raso al suolo: un
“Balilla” italiano aveva fatto un sol boccone dell’Ungheria. Gli Azzurri,
tuttavia, non erano disposti a concedere agli avversari neppure l’onore delle
armi: due minuti dopo la terza rete di Meazza andò in gol il livornese
Magnozzi, e sul finire la buttò dentro anche il pugliese Costantino:
Ungheria 0 – Italia 5, e Coppa Internazionale agli Azzurri. Pozzo aveva le
lacrime agli occhi.
Fu quello il primo trionfo degno di nota della Nazionale dal lontano 1910,
quando la selezione aveva mosso i suoi primi passi.
La coppa di cristallo venne caricata sul treno che avrebbe riportato a casa
gli eroi. Pozzo e i ragazzi già pregustavano il trionfo del quale avrebbero
goduto al momento di mostrarla nelle città d’Italia e, forse, al Duce in
persona, quando il treno frenò bruscamente all’ingresso della stazione di
Monfalcone, e il trofeo volò sul fondo dello scompartimento.
Non restava che raccoglierne i cocci, e il commissario tecnico decise di
conservarne per sempre con sé un frammento: sarebbe diventato il suo
talismano in occasione delle prossime competizioni internazionali.
Meazza raddrizzò da solo anche l’incontro-chiave del torneo nazionale.
Alla terzultima giornata, l’Ambrosiana ospitava il Genova, secondo a
quattro lunghezze e deciso a cogliere l’ultima occasione utile per riaprire il
campionato.
Il pubblico nerazzurro accorse in massa al campo di via Goldoni,
richiamato dalla possibilità di celebrare il trionfo. Anche la cabala era dalla
loro parte: i Nerazzurri avevano vinto il titolo nel 1910 e di nuovo nel 1920.
Perché non avrebbero dovuto fare lo stesso nel 1930?
L’affluenza fuori misura provocò il crollo di una tribuna sovraccarica di
tifosi, ma nonostante le decine di feriti si giocò ugualmente, col pubblico
assiepato intorno al campo.
Dopo un quarto d’ora di gioco in quel clima surreale, l’Ambrosiana pareva
sotto choc: i Rossoblù erano già in vantaggio di due reti. Meazza accorciò le
distanze, ma subito dopo Levratto portò gli ospiti sul 3 a 1. In men che non
si dica, il “Balilla” accorciò di nuovo le distanze, per poi segnare nel
secondo tempo la rete del provvidenziale pareggio.
Non era ancora finita: a cinque minuti dal termine l’arbitro fischiò un
rigore per il Genova. Lo specialista Levratto, intimidito dalla turba dei
tifosi, non volle saperne di calciarlo, così sul dischetto andò Banchero:
sbagliò, e l’Ambrosiana si aggiudicò il primo torneo di Serie A, il terzo
titolo della sua storia contando quelli vinti dall’Inter.
Dalle macerie di via Goldoni era nata una stella, ed era risorta una
squadra.
Al momento di scendere in campo per la giornata conclusiva, l’alta
classifica era ormai scritta: l’Ambrosiana era già campione d’Italia, con il
Genova e la Juventus sicuri di occupare gli altri gradini del podio. Il Toro
era altrettanto certo del quarto posto, ed era seguito a distanza da un
terzetto composto da un brillante Napoli, dall’Alessandria e dal Bologna, in
lotta fra loro per la quinta piazza.
Subito dietro c’era la Roma, dalla quale dipendeva la sorte dei
concittadini, coinvolti nella bagarre per non retrocedere: con la Cremonese
già condannata alla Serie B, restava da assegnare il secondo “biglietto per
l’inferno”, e la Lazio si trovava a giocare su uno dei campi più difficili da
espugnare, lo stadio Juventus di corso Marsiglia.
I Giallorossi, invece, ospitavano il Padova, in diretta concorrenza con la
Lazio: se avessero maliziosamente concesso ai Biancoscudati due punti
facili, questi sarebbero piombati addosso ai Biancocelesti, condannandoli a
un pericoloso spareggio.
Sarebbe stato uno scherzo perfido quanto antisportivo, ma i Giallorossi se
ne astennero, seppellendo il Padova sotto un 8 a 0, e risparmiando così gli
odiati cugini, che strapparono la salvezza a braccetto con gli Alabardati della
Triestina.
Contestualmente, dalla Serie B riemersero i Nerostellati del Casale,
trascinati dai gol di Luigi Demarchi e del trentottenne Angelo Mattea.
Quest’ultimo era impegnato nelle britanniche vesti di allenatore-giocatore,
e insieme alla propria squadra vide assurgere alla Serie A i Lilla del Legnano,
allenati dal suo vecchio compagno di squadra Barbesino. Le neopromosse
avevano chiuso il torneo davanti alla Dominante, ormai prossima a perdere
la sua denominazione sociale, alla Fiorentina, che aveva inaugurato la sua
iconica maglia viola, e alla Pistoiese.
Sprofondavano invece in terza serie quattro squadre che, appena dodici
mesi prima, erano ancora incluse nel massimo torneo: Fiumana, Reggiana,
Prato e Biellese.
“Sua Maestà Leandro I” non ci trovò nulla da ridire e non riscrisse i
verdetti maturati sul campo: il tempo degli aggiustamenti e dei salvataggi
pilotati era finito?
Nel bel mezzo dell’estate, ebbe inizio la seconda campagna europea dei
nostri club ammessi alla Mitropa.
Questa volta non ci furono ripescaggi d’ufficio o spareggi: i due posti a
disposizione andarono, come da verdetto espresso dal torneo,
all’Ambrosiana e al Genova.
Il Grifone si ritrovò dei pessimi clienti, quei Verdi del Rapid che l’anno
prima lo avevano umiliato infliggendogli cinque reti a Vienna. Questa volta
andò ancora peggio: dopo il pareggio per uno a uno a Marassi, nel ritorno
gli Austriaci seppellirono i Rossoblù col punteggio tennistico di 6 a 1.
Anche l’Ambrosiana non godette di un sorteggio fortunato: fu abbinata,
infatti, ai Biancoviola ungheresi dell’Újpest, detentori del trofeo. La prima
avventura europea dei Nerazzurri, però, partì col piede giusto: il 15 luglio
non si scomposero davanti alla folla dell’Hungária úti stadion, e replicarono
al vantaggio iniziale dei padroni di casa con le reti di Blasevich e Meazza.
Gli Ungheresi pareggiarono nella ripresa, ma tre minuti più tardi il
“Balilla” riportò i Milanesi in vantaggio, e il gol finale di Visentin inchiodò
il risultato sul 4 a 2.
Ora bastava non perdere il match di ritorno, che si giocò cinque giorni più
tardi a Milano. Meazza impostò la partita nella maniera giusta, andando a
segno dopo solo cinque minuti, ma gli Ungheresi segnarono due volte.
Mister Weisz, negli spogliatoi, fece un discorsetto dei suoi ai ragazzi, e il
“Balilla” tornò in campo come spiritato, mettendo subito a segno la rete del
pareggio che valeva il passaggio del turno. Ora bisognava limitarsi a
controllare il match. I campioni d’Italia, però, vi riuscirono solo per
mezz’ora: nell’ultimo scampolo di partita, infatti, l’Újpest trovò per due
volte la via del gol, prima con Stofián e poi con l’ala Gábor Szabó, fissando
lo score su un 4 a 2 identico a quello dell’andata.
Lo spareggio venne disputato il 31 agosto, sul campo neutro del Wankdorf
di Berna, e non bastò per rompere l’equilibrio: al gol iniziale del solito
Meazza replicò l’interno d’origine transilvana István Avar, e i 10.000
spettatori tornarono a casa con l’impressione di aver perso il loro tempo.
Si dovette ricorrere a un quarto match, tenuto a Milano in un’Arena
rimessa a nuovo il 14 settembre, lo stesso giorno in cui la Repubblica
tedesca tremava per il successo nelle elezioni del Partito Nazionalsocialista.
Indifferenti ai fatti di Germania, che pure avrebbero segnato in maniera
indelebile il panorama europeo degli anni a venire, i 25.000 spettatori si
ritrovarono da subito col fiato sospeso: gli uomini di Weisz, infatti,
partirono in sordina, costretti ad arginare gli assalti degli ospiti. A metà del
primo tempo, però, un contrattacco nerazzurro si rivelò efficacissimo: cross
di Visentin, incornata di “Poldo” Conti, e palla in rete. Adesso erano i
Nerazzurri, rinfrancati, a fare la partita: ancora dieci minuti di gioco, e
Conti si produsse in un beffardo slalom tra due avversari sul confine
dell’area avversaria. Senza lasciar loro il tempo di tornargli addosso, smistò
all’indietro per Meazza, che esplose un tiro imprendibile nell’angolino per il
2 a 0.
L’entusiasmo del pubblico parve contagiare gli uomini in nerazzurro,
ormai decisi a stroncare l’avversario: non erano trascorsi cinque minuti dal
raddoppio, quando “Poldo” deliziò le tribune con uno schema che Weisz
aveva fatto provare a lungo in allenamento. Trovandosi a battere una
punizione, fintò il tiro e diede invece palla a Meazza, che se ne stava
sornione in posizione defilata, libero dallo schermo della barriera avversaria:
dal piede del “Balilla” partì una nuova fiondata, che il portiere magiaro
Aknai riuscì appena a toccare, senza evitare che finisse nel sacco.
La prospettiva di tornare negli spogliatoi con un rassicurante vantaggio di
tre reti fu rovinata da un disgraziato episodio: tiro da fuori del transilvano
Avar, sciagurata deviazione di testa di Allemandi a confondere Degani, e
punto per i Magiari.
L’incubo della rimonta ungherese si concretizzò nei primissimi atti della
ripresa. Un lungo traversone di Szabó sembrava già preda della difesa,
quando il solito Avar svettò fra i terzini nerazzurri e indirizzò di testa la
palla nel sacco: 3 a 2.
Gli ospiti, spiritati all’idea di riprendere il match per i capelli, tornarono
all’assalto, mentre l’Ambrosiana si trovò a giocare di rimessa, fallendo
un’occasione dopo l’altra durante le controffensive. Gli spettatori, ormai,
controllavano l’orologio più che le evoluzioni dei giocatori, quando
l’ennesimo ribaltamento di fronte rianimò l’Arena: l’Ambrosiana si era
riversata sottoporta, e Serantoni, con una bomba da pochi passi, gonfiò la
rete per la quarta volta.
Se quei diavoli d’Ungheresi non si inventavano l’impossibile, erano ormai
fritti. La certezza di averli superati arrivò all’ottantesimo, quando Visentin
profittò di un’azione confusa e si gettò sulla palla che carambolava,
promettente, nell’area avversaria: 5 a 2.
La prospettiva di essersi liberati degli indomiti Magiari non fu rovinata
dall’estremo palpito degli ospiti, che trovarono a cinque minuti dalla fine il
gol con Stofián, ottava e ultima rete della partita.
Dopo trecentosessanta minuti di gioco che avevano prodotto la mole di
ventidue reti, una squadra italiana aveva finalmente superato il primo turno
della Mitropa: per l’Ambrosiana di Conti e Meazza, ora, si profilavano le
semifinali. E del fatto che a Berlino avesse vinto quell’Adolfo Hitler, per il
momento, non si preoccupò quasi nessuno.
Il Celeste Impero

Le fatiche di Jules Rimet – L’armata brancaleone delle Nazionali – Un grande stadio per un piccolo
Paese – “Luisito” Monti, il “Monco” Castro e il fattore-campo

Mentre i club italiani si allenavano per la nuova stagione, dall’altra parte


dell’Oceano andava in scena una manifestazione sportiva senza precedenti:
la prima edizione del Campionato mondiale di calcio.
Per Jules Rimet e i delegati della FIFA, indire il torneo e assegnarne
l’organizzazione all’Uruguay era stato abbastanza semplice.
Convincere le squadre europee a sobbarcarsi il viaggio verso l’emisfero
sud, invece, si era dimostrato tutto un altro paio di maniche: al momento
buono, se l’erano data a gambe tutti, a cominciare dalla Spagna, che aveva
cavallerescamente supportato l’opzione uruguagia, e dall’Italia, che aveva la
coscienza sporca relativamente alla spoliazione del parco-giocatori del Sud
America, e temeva ritorsioni per la propria Nazionale.
Convincere i Britannici, peraltro non aderenti alla FIFA, era un’impresa
superiore alle forze di chiunque: la FA di Londra e quella scozzese non
avevano voluto neppure prendere in considerazione l’ipotesi, e lo stesso
valeva per Gallesi e Irlandesi.
Restavano i team mitteleuropei, ma anche questi avevano gentilmente
declinato: erano già abbastanza impegnati con la Coppa Internazionale.
Piuttosto che impegnare le proprie Nazionali in un torneo dall’altra parte
del mondo, le principali federazioni europee decisero di accettare l’invito
del Servette Ginevra, che si era fatto promotore di un estemporaneo torneo
internazionale battezzato Coupe des Nations: vi avrebbero partecipato dieci
fra le migliori squadre di club del Vecchio continente, e le partite si
sarebbero svolte nel nuovissimo stadio di Charmilles. Per l’Italia sarebbe
andato il Bologna, destinato a misurarsi con i padroni di casa, gli Ungheresi
dell’Újpest, gli Austriaci del First, i Biancorossi boemi dello Slavia, i
“Delfini” francesi del Sète, i Belgi del Cercle Bruges, gli Olandesi del Go
Ahead, i Tedeschi del Greuther Fürth e gli Iberici della Real Unión Irún,
spacciati dagli organizzatori per campioni di Spagna, quando in realtà
avevano chiuso il torneo con un modesto piazzamento a metà classifica.
Rimet, affranto di fronte allo scenario di una Coppa del mondo disertata
dalle maggiori potenze calcistiche europee, concentrò i propri sforzi sulle
seconde scelte, a cominciare dalla Nazionale del proprio Paese: i francesi,
almeno loro, non lo potevano abbandonare.
La Federazione diede il suo assenso di massima, tuttavia non aveva alcun
potere sulla vita lavorativa dei propri tesserati, che – almeno in teoria –
erano ancora dilettanti: al povero Rimet servì contattare uno ad uno i
datori di lavoro degli uomini della Nazionale, e implorare per ciascuno un
permesso di sessanta giorni in nome di una nobile causa quale il bene dello
sport, veicolo di fratellanza tra i popoli. Ebbe fortuna con quasi tutti, ché gli
unici a non poter partire furono il timido selezionatore Gaston Barreau,
dipendente della Académie de musique, e il forte attaccante di origine basca
Manuel Anatol del Racing Club di Parigi, un uomo in grado di spedire in
porta una punizione calciata da metà campo, come aveva dimostrato poche
settimane prima infilzando il portiere della Svizzera.
Gli altri c’erano tutti, a cominciare dal venticinquenne capitano Alexandre
Villaplane, francese d’Algeria dallo sguardo gelido e un’innata passione per
le scommesse ippiche, anch’egli in forza al Racing. Si prepararono a partire
con lui il portiere bretone Thépot, estremo difensore del Red Star, la
squadra fondata trentatré anni prima dallo stesso Rimet; il minuto Ernest
Libérati dell’Amiens, come il capitano cresciuto in Algeria, e l’azzimato
parigino dell’Excelsior Roubaix Marcel Langiller, detto “la Quaglia”.
Buona parte della spedizione era composta dal blocco di dipendenti della
Peugeot tesserati per il Sochaux, la squadra gialloblù legata a doppio filo alla
fabbrica automobilistica del leone rampante: l’operaio specializzato Lucien
Laurent, dotato di un invidiabile tiro al volo, il meno dotato fratello
maggiore Jean, André Maschinot e l’ex ciclista Étienne Mattler.
Tirato un sospiro di sollievo per l’adesione dei compatrioti, Rimet
ricominciò a fare, per così dire, il giro delle parrocchie. Mica poteva
presentarsi con la coppa in mano e una sola squadra del Vecchio continente
al seguito. Tanto più se era la selezione del proprio Paese. Che figura ci
avrebbe fatto con i sudamericani, che avevano aderito in massa all’iniziativa?
A forza d’insistere, qualcosa di buono riuscì a combinare. Se non cavò
niente da scandinavi e olandesi, perlomeno gli dissero di sì i belgi, a patto
che pensasse lui stesso a organizzare il viaggio.
Si lasciarono tentare dall’avventura esotica anche gli jugoslavi, che
aderirono senza condizioni – e tre! –, mentre per convincere i rumeni servì
l’intercessione dell’amante di re Carol, una donna rossa di capelli e dalle
curve vistose di nome Elena Lupescu, che tutti a Bucarest sembravano
detestare. Forte della propria influenza sul monarca, lo convinse a finanziare
la spedizione, ma questi accettò soltanto a patto di selezionare
personalmente i giocatori. Rimet, esausto, non si sentì di obiettare
alcunché.
Dopo quell’ultima fatica, il presidente della FIFA, che ormai non era più
giovane, tirò i remi in barca: se non voleva farsi venire un infarto, era
meglio cessare l’opera di convincimento in giro per l’Europa, e preoccuparsi
di prenotare le cabine per la traversata.
Anche qui, però, si verificò un intoppo: il transatlantico “Conte Verde”,
sul quale intendeva far viaggiare le delegazioni, risultò troppo caro per le
magre finanze della Federazione di Belgrado, che prenotò per i suoi
giocatori una più economica e, ovviamente, più lenta nave a vapore.
Si riuscì alfine a salpare: la scalcagnata Nazionale rumena s’imbarcò a
Genova, i Francesi, con Rimet e la sua coppa raffigurante una vittoria alata,
montarono a bordo in occasione dello scalo a Villefranche-sur-Mer, e i
Belgi a Barcellona. Li seguiva, sbuffando attraverso l’Oceano, il malandato
naviglio degli Jugoslavi.
Per l’Uruguay era, letteralmente, l’occasione del secolo: in quel 1930 la
piccola repubblica nata sotto la protezione degli inglesi, che avevano voluto
creare uno Stato-cuscinetto tra l’Argentina e il turbolento meridione del
Brasile, celebrava il centenario della propria indipendenza. Gli ultimi
decenni, grazie agli investimenti britannici e alle facilitazioni offerte al
commercio, si erano rivelati assai favorevoli per la classe dirigente di
Montevideo, tanto che l’Uruguay si era guadagnato il soprannome di
“Svizzera dell’America latina”, ma nelle stagioni più recenti il crollo
dell’economia nordamericana si era riverberato anche laggiù: il Paese, con i
suoi due milioni di abitanti concentrati per metà nella capitale e nelle sue
immediate vicinanze, stava traversando tempi di magra.
A dispetto della crisi, il calcio manteneva intatto il suo ruolo di laica
religione nazionale, e la rivalità fra i Carboneros del Peñarol e i Tricolores
del Nacional faceva da sfondo all’unanime trasporto indotto dai trionfi della
Nazionale celeste.
Per ospitare degnamente la prima edizione della Coppa del mondo,
tuttavia, serviva costruire uno stadio all’altezza, ché tanto il Pocitos, tana dei
Carboneros, quanto il Parque Central, fortino dei Tricolores, apparivano
troppo modesti per la grandiosa portata dell’evento. Fu così che si decise di
costruire in quattro e quattr’otto un impianto enorme, che avrebbe lasciato
a bocca aperta gli ospiti e celebrato a dovere l’anniversario
dell’indipendenza: lo Stadio del Centenario.
Lasciare gli ospiti a bocca aperta era una questione di prestigio nazionale, e
lo stesso presidente della Repubblica, Juan Campisteguy, si premurò che
scavi e posa delle fondamenta procedessero a ritmo serrato: un esercito di
operai, organizzati su tre turni da otto ore, lavorò senza sosta alla
costruzione del monumentale impianto, e quando il sole andava giù le
operazioni continuavano alla luce di potenti fotoelettriche industriali.
«Che ci farà un popolo tanto piccolo con uno stadio tanto grande?»
domandavano, a mo’ di presa in giro, i dirimpettai argentini. Sulla riva
meridionale del Rio de la Plata la battuta era così popolare che divenne il
titolo d’uno spettacolo di cabaret. «Vi faremo quel che abbiamo sempre
fatto» replicavano, a mezzo stampa, i padroni di casa. «Battere voi».
In Europa gli opposti nazionalismi avevano provocato un massacro senza
eguali nella storia, mentre i cittadini delle giovani nazioni sudamericane
potevano permettersi di credere ciecamente nella superiorità della propria
bandiera: per loro, le guerre erano ancora quelle romantiche dell’Ottocento,
mentre quelle del XX secolo si combattevano negli stadi del futbol.
Trattandosi di guerre, non si poteva pretendere fair-play ed equanimità da
parte dei rispettivi supporter, e la stampa ci metteva del suo per soffiare sul
fuoco. «Campioni olimpici? Ah ah ah!» aveva titolato un giornale argentino
quando, nell’ultima amichevole, l’Albiceleste aveva avuto la meglio sugli
Uruguagi trionfatori ad Amsterdam, mentre i giornali di Montevideo non
avevano mancato di rimarcare come la partita si fosse giocata oltre i limiti
della regolarità: per evitare il tiro al bersaglio dei tifosi argentini, che
avevano bombardato di bottiglie le ali uruguagie, queste erano state
costrette a giocare tutta la partita mantenendo una distanza di sicurezza di
quindici metri dalla linea laterale.
Mentre lo Stadio del Centenario cresceva a vista d’occhio e le navi delle
équipes europee solcavano le onde dell’Atlantico, le altre Nazionali delle
Americhe si mettevano in viaggio alla volta di Montevideo.
Il viaggio più agevole – millecinquecento chilometri via terra – fu quello
dei Paraguayani, cittadini d’un Paese che non arrivava a contare un milione
d’abitanti eppure aveva riportato il secondo posto nella Coppa America del
1929. Antica terra degli indios Guaraní e più tardi base di colonie gesuite,
era da tempo dominato da una oligarchia di possidenti e si poteva
considerare la repubblica più bellicosa dell’area: aveva combattuto guerre
contro tutti i vicini, compreso il tragico conflitto contro la tripla alleanza
formata da Brasile, Argentina e Uruguay, che negli anni Sessanta
dell’Ottocento aveva dimezzato la popolazione del Paese, lasciando in vita
meno di trentamila maschi adulti. La piazza d’onore in Coppa America era
stata salutata dai bellicosi tifosi di Asunción come un trionfo storico, e non
v’era dubbio che il capocannoniere della manifestazione, Aurelio González
detto “el Gran Capitán”, fosse considerato l’uomo più popolare del Paese. I
suoi compagni più illustri erano l’ala dell’Olimpia Luis Vargas Peña e il
ventenne Delfín Benítez del Libertad, attaccante tascabile dal gioco di
gambe senza uguali, mentre vennero esclusi i “traditori” che avevano
abbandonato lo scalcagnato torneo della Madrepatria per trasferirsi nei più
ricchi campionati delle nazioni vicine.
Anche la Bolivia era un Paese largamente sottosviluppato, dominato da
una ristretta oligarchia di latifondisti, e il livello del suo calcio era
considerato il più scadente dell’intera America: la Nazionale esisteva da
appena quattro anni, e aveva rimediato sonore goleade da tutti i vicini ogni
volta che s’era attentata a sfidarli. Dopo le disastrose esperienze in Coppa
America nel ’26 e nel ’27, non aveva più giocato una singola partita, ma la
sua missione a Montevideo, guidata dal commissario tecnico Saucedo,
venne giudicata fondamentale a livello diplomatico.
La verità era che la repubblica andina si preparava a combattere una tragica
“guerra dei poveri” contro il Paraguay per il possesso del Chaco, una
regione semidesertica ritenuta ricca di petrolio. Per questo il governo di La
Paz aveva investito buona parte del suo budget in spese militari, acquistando
cinque carri armati e una piccola squadra aerea. Lo stratega era un generale
di origini prussiane, Hans Kundt, trasferitosi definitivamente in Sud
America dopo il tracollo della Germania del Kaiser, ma anche il calcio
poteva avere un suo ruolo nella definizione del conflitto: come aveva intuito
de Coubertin, e continuava a credere Rimet, lo sport poteva essere uno
strumento per affratellare le nazioni. O, a seconda dei punti di vista, una
formidabile cassa di risonanza per la propaganda. Così, per suscitare la
simpatia dei padroni di casa, tradizionalmente avversi al Paraguay, i
Boliviani di Saucedo studiarono una tenuta di gioco particolarissima: gli
undici giocatori da mandare in campo avrebbero portato cucita sulla maglia
una lettera ciascuno, così da formare, una volta schierati per la foto di rito,
la scritta «Viva Uruguay». L’idea, efficace nella sua semplicità, purtroppo
nascondeva un intento tutt’altro che sportivo, ovvero quello d’ingraziarsi il
governo di Montevideo e la sua gente nella speranza che sostenessero le
pretese territoriali boliviane ai danni dei “cattivi” paraguagi.
Partirono invece dall’altro lato della Cordigliera i Cileni e i Peruviani.
I primi avevano i loro punti di forza in “Zorro” Vidal, “Chato” Subiabre,
centravanti del Colo Colo, e nell’imprenditore d’origine germanica Carlos
“Gringo” Schneeberger, che alternava il suo impegno calcistico alla cura
delle proprietà terriere nel selvaggio Sud del Paese.
Quanto alla Nazionale di Lima, il capo della spedizione era l’allenatore
madrileno Paco Bru, un uomo abituato alle situazioni più selvagge: quando
gli capitava di arbitrare un match, era solito portare alla cintura un revolver.
Fra gli uomini destinati a indossare la maglia bianca barrata di rosso, si
portò dietro il nero Alejandro Villanueva detto “il Maestro”, l’inventore del
cosiddetto “passo del disprezzo”, celebrato in patria da canzoni composte
sul ritmo dei valzer e delle polke. Insieme a lui, Bru aveva convocato buona
parte dei suoi compagni all’Alianza Lima: il portiere Valdivieso, che i
giornalisti europei avrebbero paragonato a un pupazzo meccanico costruito
per agguantare palloni, Jorge Koochoi Sarmiento, micidiale attaccante
ambidestro di origine cinese, e l’altro afro-peruviano José María Lavalle.
Provenivano per contro dagli arcirivali dell’Universitario, fondato appena
sei anni prima, il ruvido mediano Galindo e il giovane ingegnere Louis de
Souza Ferreira, mentre Julio Lores giocava in Messico per il Necaxa.
Di giocatori di colore non c’era l’ombra, invece, nelle due Nazionali
provenienti dalla porzione delle Americhe a nord del Canale di Panama.
La Nazionale in maglia granata degli “Aztechi” era imperniata sui blocchi
del Club America e dell’Atlante, le squadre di maggior successo della
capitale federale. Il portiere era un militare di ascendenze italiane, Oscar
Bonfiglio, che avrebbe scalato tutti i gradi della gerarchia sino a diventare
generale di divisione; v’erano poi i fratelli Rosas, l’uno terzino e l’altro
mediano, mentre in attacco c’era un personaggio fuori dalle righe come “el
Trompo” Carreño, fidanzato e protettore d’una prostituta di nome María
Limón, ben nota a tutti i calciatori della massima serie messicana.
Non deve stupire che ai Messicani fossero stati preferiti come teste di serie
gli Statunitensi: per quanto il Midwest, gli Stati del Sud e la costa pacifica
fossero ignari di calcio, sulla costa est era attiva da ormai dieci anni la
American Soccer League. A dispetto delle difficoltà economiche del Paese,
il campionato proseguiva con continuità, e si erano appena aggiudicati il
sesto titolo i Marksmen di Fall River, Massachusetts, che giocavano in
maglia bianca a strisce orizzontali blu, davanti ai Whalers di New Bedford e
agli Hakoah All Stars, la squadra della comunità ebraica di Brooklyn
rimpinguata dai migliori giocatori dell’omonima Hakoah Vienna.
A guidare la spedizione nordamericana, salpata a bordo della nave
“Munargo”, erano l’allenatore Bob Millar e il massaggiatore “Jock” Coll,
un ex pugile cresciuto a Glasgow, mentre la stella della squadra era
l’implacabile cannoniere dei Marksmen, Bert Patenaude. Il suo principale
rivale per la maglia di centravanti, l’ormai anziano Archie Stark, gli aveva
lasciato campo libero decidendo di non affrontare il viaggio di diciotto
giorni alla volta dell’Uruguay. Erano partite, invece, le altre stelle della
League: Adelino “Billy” Gonsalves, figlio di immigrati portoghesi dalla
chioma corvina e le folte sopracciglia, noto come il “Babe Ruth” del
football, e lo smilzo Bart McGhee dei New York Nationals. Per tutti loro
era già pronta la tenuta di gioco composta da maglia bianca con un grande
scudo a stelle e strisce ricamato al centro del torace, calzoncini ugualmente
candidi, e calzettoni bianchi a fasce rossoblù.
Dopo due settimane di navigazione, il “Conte Verde” fece scalo a Rio de
Janeiro per raccogliere l’ultima squadra del torneo. La Federazione locale,
però, non aveva raggiunto un accordo con quella di San Paolo, dove
militava il più fenomenale cannoniere del Paese, il mulatto Arthur
Friedenreich detto “el Tigre”.
Così i posti a disposizione furono occupati quasi tutti da giocatori del
campionato carioca capitanati dall’asso della Fluminense, Preguinho, figlio
dello scrittore e deputato Coelho Neto, presidente all’Accademia delle
lettere del Brasile.
L’unico “dissidente” proveniente dal torneo paulista era Abraham Patusca
in arte Araken, a sua volta figlio del fondatore del Santos, che i compagni di
Nazionale non accettarono sino in fondo, chiamandolo dietro le spalle “il
Ballerino”.
Due altri rampolli delle élites locali erano Moderato, ovvero il dottor
Moderato Wisintainer, ossuto attaccante del Flamengo, e il giovanissimo
cannoniere del Botafogo, Carlos Antonio Dobbert de Carvalho Leite, che
sui campi da calcio si faceva chiamare semplicemente Carvalho Leite.
Provenivano invece dal Vasco Da Gama, il primo club a rompere la
segregazione che aveva caratterizzato i primi tempi del calcio carioca, tre
personaggi notevoli come il difensore Brilhante, il mediano Fausto,
ribattezzato “Maravilha negra”, e il regista di quella Nazionale, Luís
Gervasoni, più noto come Itália.
Cos’avrebbe combinato quella Nazionale dimidiata, priva del suo più
grande asso, e perdipiù divisa tra “figli di papà” e ragazzi di estrazione
proletaria? Il fatto che avesse vinto la Coppa America solo due volte, con
l’ultimo successo risalente al 1922, non deponeva a suo favore ma, in ogni
caso, si decise di eleggerla testa di serie.
In Svizzera, frattanto, la Coupe des Nations si era consumata nel giro di
appena nove giorni.
Il Bologna, superati agevolmente gli Olandesi del Go Ahead nel primo
turno, era stato strapazzato per 4-1 nei quarti di finale dai padroni di casa
del Servette. Nelle semifinali, poi, i Granata elvetici erano stati annientati
dall’Újpest, mentre lo Slavia aveva avuto facilmente ragione del First
Vienna; l’indomani i Biancoviola di Budapest avevano vinto il torneo
strapazzando i Praghesi grazie a una tripletta dello scatenato János Köves.
Nessuno poteva saperlo, ma sarebbero serviti sette anni prima che i
migliori club europei si incontrassero nuovamente in un torneo a
eliminazione diretta organizzato nell’arco di pochi giorni e ospitato
interamente da una sola nazione.
Al di là dell’Atlantico, il sorteggio per comporre i quattro gruppi del turno
eliminatorio del primo Campionato mondiale di calcio si tenne quando
tutte le Nazionali furono sbarcate a Montevideo, più o meno meravigliate
dal clima rigido dell’inverno australe.
Le tredici partecipanti sarebbero state divise in quattro gironi, uno da
quattro squadre e gli altri da tre, che avrebbero eletto le semifinaliste.
All’Argentina, manco a dirlo, toccò il discutibile onore del girone più
numeroso insieme a Francia, Messico e Cile. Il Brasile si ritrovò insieme
alla Jugoslavia e alla derelitta Bolivia; i padroni di casa a Romania e Perù; gli
Stati Uniti, infine, a Belgio e Paraguay.
E, finalmente, il 13 luglio 1930, si poté cominciare a giocare.
Le ostilità ebbero inizio in contemporanea alle tre del pomeriggio sui
campi di Pocitos, dove la Francia sfidò il Messico, e del Parque Central,
sede di Stati Uniti-Belgio.
La temperatura era prossima allo zero e, poco dopo il gol dell’operaio
Lucien Laurent nella porta del messicano Bonfiglio, prima marcatura in
assoluto del torneo, su Montevideo cominciò a fioccare la neve.
I Galletti transalpini portarono a casa la partita contro il Messico
nonostante l’infortunio occorso al portiere Thépot, sostituito fra i pali dal
marcatore Laurent: 4 a 1 per la Francia il risultato finale, sigillato da una
doppietta di Maschinot.
Logica avrebbe voluto che il secondo match del girone, da tenersi
quarantott’ore più tardi, vedesse scendere in campo Argentina e Cile,
invece toccò di nuovo ai Transalpini, e contro l’avversario più temibile:
l’Albiceleste di “Luisito” Monti e Guillermo Stabile, “el Filtrador”.
Fu proprio Monti, il quadrato centromediano “a due ante”, a sbloccare
l’incontro all’81’ di gioco, realizzando un calcio di rigore. I Francesi
potevano già ritenersi vittime di un trattamento parziale, ma quel che
accadde tre minuti più tardi fece gridare allo scandalo anche gli osservatori
neutrali: mentre l’ala sinistra Langiller entrava palla al piede in area
argentina, pronto a scoccare il tiro che sarebbe valso il pareggio e una quasi
sicura qualificazione, l’arbitro fischiò tre volte. In barba ad ogni regola,
all’84’ la partita era da intendersi conclusa, e gli Argentini non si fecero
pregare per fiondarsi sotto la doccia fra gli ululati del pubblico.
Solo le proteste del capitano transalpino, lo scommettitore Villaplane, e
quelle dei delegati FIFA presenti all’incontro indussero il direttore di gara a
richiamare in campo le squadre. I compagni di Monti e Stabile la tirarono
per le lunghe, e si racconta che Roberto Cerro del Boca Juniors si sia
accasciato sul pavimento degli spogliatoi simulando uno svenimento. Certo
è che servì mezz’ora per riavere in campo le squadre al completo, e che nei
sei minuti ancora da giocarsi non accadde nulla di significativo, ad
eccezione della fuoriuscita dallo stadio di cinquecento tifosi locali
imbestialiti, che bombardarono di mattoni il pullman dell’odiata Argentina
quando finalmente lasciò l’impianto.
L’indomani il Cile fece il suo esordio liquidando per 3 a 0 il Messico, che
venne così matematicamente estromesso dal torneo, e tre giorni più tardi i
Cileni, con un più stretto 1 a 0, ebbero la meglio anche sulla Francia.
Poiché in contemporanea l’Argentina aveva travolto i Messicani per sei gol
a tre – con tripletta di Stabile e doppietta del nasuto Adolfo Zumelzú –
tanto l’avventura dei Galletti quanto quella degli Aztechi poteva intendersi
conclusa.
Il verdetto finale relativo a chi avrebbe superato il girone fu così
demandato allo scontro diretto tra il Cile e l’Albiceleste.
Si giocò il 22 luglio, e la partita fu scandita da un crescendo di
provocazioni, calcioni plateali e gomitate allo stomaco. Quanto alle reti,
solo nel primo quarto d’ora ne vennero segnate tre: due dallo scatenato
“Filtrador” Stabile, e una dal cileno Subiabre. Nei primi minuti della
ripresa marcò il 3 a 1 lo smilzo centrocampista Mario Evaristo detto “el
Galgo”, il levriero, dai tifosi del suo Boca, e da quel momento il pallone
passò in secondo piano: i contrasti venivano risolti a cazzotti e, poiché gli
interventi dell’arbitro non bastavano a calmare gli animi, dovette intervenire
a più riprese la polizia.
Fu così, tra decisioni opinabili, dimostrazioni di bel gioco e di una discreta
attitudine al pugilato, che l’Argentina guadagnò le semifinali.
Nel secondo raggruppamento, con la Bolivia scontata cenerentola,
risultava d’importanza capitale il primo incontro tra Brasile e Jugoslavia.
Dal punto di vista dei calciatori carioca, si trattava di una semplice
formalità: la maggior parte di loro non avrebbe saputo collocare sul
plansifero la giovane nazione da cui arrivavano gli avversari, e in ogni caso
non si poteva trattare che di volenterosi sparring partner, indegni di
competere con la classe sopraffina dei maestri del fútbol bailado.
Gli Slavi, però, non avevano viaggiato un mese su una traballante nave a
vapore per fare semplice atto di presenza, ed erano decisi a guadagnare un
posto nella storia del calcio.
Trascinati dallo smaliziato Ivan Bek, che militava nel campionato francese
con i Biancoverdi del Sète, e dal carismatico capitano Ivković, condottiero
degli “Crveni” – i Rossi – del SK Jugoslavija di Belgrado, opposero da
subito al gioco barocco dei brasiliani uno spartano schema di stampo
danubiano, a base di scambi di posizione fra i giocatori e passaggi precisi fra
compagno e compagno. Al ventunesimo, il cuoio arrivò ad Aleksander
Tirnanić, possente attaccante dei “Plavi” – i Blu – del BSK Belgrado, e
questi non ci pensò due volte: scoccò un bolide, e al portiere Joel non restò
che raccogliere la sfera dal sacco.
Sulle prime, i Brasiliani si stropicciarono gli occhi e i tifosi uruguagi la
presero in ridere, ma gli Slavi continuarono a macinare gioco, e dieci
minuti più tardi andò a segno anche Bek: due a zero!
Nella ripresa, i Brasiliani rinunciarono alle prove personali di abilità e
cercarono di farsi più concreti, ma ogni volta che il portatore di palla si
avvicinava all’area, si trovava davanti una diga. Preguinha e Itália, Araken e
la “Maravilha negra” Fausto, Brilhante e compagni provarono allora a far
girare la palla il più possibile, alla ricerca d’un punto debole nella
fortificazione avversaria, ma quand’anche riuscivano ad andare al tiro,
l’estremo difensore Milo Jakšic, elegantissimo coi suoi guanti bianchi,
negava loro la rete. Finalmente, quand’era trascorsa oltre un’ora di gioco,
Preguinho trovò la via del gol, ma da lì in avanti gli Jugoslavi non si fecero
più sorprendere: l’incontro finì 2 a 1, e i Brasiliani uscirono dal campo
frastornati, ormai avviati verso un inglorioso ritorno a Rio.
La matematica sancì il verdetto tre giorni più tardi, quando i concreti
Jugoslavi fecero un sol boccone della Bolivia: 4 a 0, e tutti a casa. Tranne
loro, naturalmente.
Gli sconsolati Brasiliani giocarono con la morte nel cuore l’ultima partita
contro i Boliviani e le loro simpatiche maglie decorate di enormi lettere:
comunque la si mettesse, era finita. La colossale figuraccia che li attendeva al
ritorno in patria ebbe il suo antipasto grazie agli impietosi fischi del
pubblico di casa, e le doppiette di Preguinho e Moderato non cambiarono
d’una virgola la situazione. La prima colossale delusione del Brasile ai
mondiali di calcio era già storia, e i giocatori filarono verso gli spogliatoi
con la voglia di non uscirne mai più.
Le emozioni non mancarono neppure nel terzo girone, dove la misteriosa
Romania selezionata da re Carol si presentò nel match d’esordio al cospetto
del più quotato Perù del “Maestro” Villanueva. Al primo minuto Adalbert
Deşu mise in chiave l’incontro a favore dei Rumeni, che indossavano una
smagliante casacca rossa, e la Nazionale andina si trovò a inseguire fino
all’ultimo quarto d’ora di gara, quando saltò il banco: l’ingegnere de Souza
Ferreira non fece in tempo a pareggiare, che Stanciu, attaccante del Venus
Bucarest, riportò la propria squadra in vantaggio. Agli estremi, disperati,
assalti dei Peruviani rispose in contropiede il transilvano Kovács, che sigillò
il trionfo rumeno con la terza rete.
Nel secondo incontro del raggruppamento, partita inaugurale dello Stadio
del Centenario, i padroni di casa dell’Uruguay ebbero ragione di stretta
misura del Perù, sconfitto per uno a zero con rete del “Monco” Castro. Il
debordante entusiasmo del pubblico di casa rese inutile il fossato
predisposto intorno al campo per evitare le invasioni: l’ostacolo fu
scavalcato, il terreno invaso, i giocatori portati in trionfo, e l’arbitro belga
Langenus non riuscì a trovare la via degli spogliatoi, tanto che un paio d’ore
più tardi stava ancora vagando, trascinato dalla folla e costretto a brindare
più e più volte, per le vie di Montevideo.
Tre giorni dopo, smaltite le tossine dei festeggiamenti, gli uomini della
Celeste tornarono al Centenario per liquidare la Romania: dopo
venticinque minuti erano già avanti per due a zero grazie alle reti di Dorado
e del “Mago” Scarone, che si era allenato per il torneo centrando a
pallonate centinaia di bottiglie, che un assistente gli posava in equilibrio,
una dopo l’altra, sulla traversa della porta.
Alla mezz’ora Peregrino Anselmo del Peñarol, riserva nella squadra
olimpica del 1928, segnò il 3 a 0, e cinque minuti più tardi la partita fu
anticipatamente chiusa da una bordata dell’interno Pedro Cea, che invece
gli italiani ricordavano bene dalla semifinale di Amsterdam.
Questa volta la polizia si fece trovare pronta e impedì che il terreno di
gioco si trasformasse in una bolgia, ma la festa per le strade di Montevideo
andò avanti sino a notte fonda.
L’ultimo raggruppamento non diede adito a grandi sorprese, ma nessuno
poté dire che lo spettacolo era stato noioso: nel primo incontro, infatti, gli
Stati Uniti segnarono tre reti al Belgio – oltre al centravanti Patenaude,
andarono a segno McGhee e Tom Florie dei “Balenieri” di New Bedford.
Altri tre gol, tutti di Patenaude, piegarono la Nazionale albirroja del
Paraguay nel secondo match, così che l’ultimo incontro fu perfettamente
inutile ai fini della qualificazione.
I Paraguagi, ad ogni buon conto, si premurarono di vincerlo con una rete
di Vargas Peña. Dopodiché, come avevano già fatto i Boliviani, salutarono
tutti e, in sordina, tornarono a casa a preparare la loro guerra per il petrolio.
Gli abbinamenti delle semifinali misero di fronte l’Argentina agli Stati
Uniti, e l’Uruguay alla Jugoslavia.
Nessuno avrebbe scommesso un centavo su una finale diversa da Uruguay-
Argentina e, per una volta, la prudenza venne premiata: entrambe le partite,
infatti, si chiusero con una roboante vittoria delle favorite.
La prima a farsi valere, nel pomeriggio del 26 luglio, fu l’Argentina, che
seppellì gli Yanquis sotto una valanga di gol: ad aprire le ostilità fu “Luisito”
Monti, mentre la rete del raddoppio arrivò al quarto d’ora della ripresa per
opera di Alejandro Scopelli. Poi, il diluvio, con le doppiette del “Filtrador”
Stabile e di Carlos Peucelle, che il River Plate si apprestava a rendere “el
primer milionario” del calcio argentino.
Fra una rete e l’altra, volò anche qualche calcione sulle caviglie dei
malcapitati statunitensi, e a un certo punto fu necessario che il
massaggiatore “Jock” Coll si precipitasse in campo con la borsa dei
medicinali. Leggenda vuole che l’abbia scagliata a terra in un impeto d’ira,
più probabilmente gli scivolò e basta, fatto sta che si frantumò la boccetta
del cloroformio, e il povero Coll ne respirò le esalazioni, ritrovandosi a sua
volta bisognoso di soccorsi: lacrimante e sul punto di perdere i sensi, lo
dovettero trascinare a forza fuori dal campo, così che si perse il gol della
bandiera di James Brown dei New York Giants, ultimo acuto dei suoi nel
torneo.
L’indomani, sul terreno del Centenario, i padroni di casa affrontarono la
Jugoslavia di Ivković e Bek. Un leggero timore li pervadeva: i giocatori di
quel Paese dal nome fantasioso, che avevano già eliminato il Brasile, non
erano forse gli scalzacani che ci si aspettava all’inizio.
Il timore si trasformò in paura nel giro di quattro minuti, quando Djordje
Vujadinović, avanti del BSK Belgrado, scaraventò la palla in rete: che quegli
Slavi del Sud fossero stregati?
Gli Uruguagi, presi per mano dal “Mago” Scarone, furono bravi a non
farsi prendere dal panico, e scacciarono l’incubo nella maniera più efficace:
chiudendo ogni spazio, e puntando ad ogni occasione la porta difesa
dall’elegante Jakšic. La loro fede venne premiata al diciottesimo minuto,
allorché Pedro Cea centrò il punto del pareggio, e i fumi dell’irrazionalità si
dispersero definitivamente grazie alla doppietta del “Papale” Anselmo.
Rientrando negli spogliatoi sul 3 a 1, gli Uruguagi si sentivano ormai al
sicuro, ma l’entrenador Suppici ricordò loro che l’Argentina aveva vinto la sua
semifinale segnando sei reti: volevano forse fare peggio? No, non volevano,
e tornarono in campo decisi a marcare i punti mancanti.
All’ora di gioco l’ala sinistra, “el Canario” Iriarte, gonfiò la rete di Jakšic
per la quarta volta. La Jugoslavia era ormai inerte come un pugile suonato, e
nei dieci minuti successivi Pedro Cea segnò ancora due volte, eguagliando
il risultato degli arcinemici, e fu tutto.
Quella sera nessuno si lasciò andare all’abituale orgia di festeggiamenti: un
Paese intero, in silenzio, affilava le armi per la battaglia finale.
A Montevideo si pregustava il trionfo che avrebbe zittito per sempre gli
argentini, ma le acque del Rio de la Plata, avvolte dalla nebbia dell’inverno
australe, si preparavano ad ardere come ai tempi dei fuochi greci: dalla riva
meridionale dell’insenatura era pronta a salpare una flotta di dieci navi e
centocinquanta battelli carichi di aficionados, disposti a tutto pur di
procurarsi i biglietti per la partita decisiva.
Salparono all’alba del 30 luglio, il giorno della finale, ma buona parte del
naviglio non toccò mai la costa uruguagia: la foschia impenetrabile
consigliò ai nocchieri più prudenti di evitare guai e rientrare. Di quanti
sbarcarono sulla sponda opposta, poi, solo una piccola frazione riuscì a
raggiungere l’interno dello stadio: una immensa folla di uruguagi premeva
ai cancelli, gli ottantamila biglietti a disposizione erano esauriti, e le
perquisizioni ai tifosi davano come frutti bombe carta, coltelli a scatto e
persino rivoltelle.
Si formarono allora piramidi umane pur di scavalcare la recinzione,
sfidando le manganellate e i colpi in aria della polizia. Quando mancavano
tre ore e mezzo all’inizio, sulle tribune già colme, continuavano in qualche
modo a entrare sempre più persone: le ottanta migliaia di anime
diventarono ottantacinque, poi novanta, e ancora torme di disperati
giocavano a rimpiattino con la polizia pur di buttarsi dentro.
Sembra che fossero in novantatremila, quando finalmente si presentarono
in campo le squadre e la terna arbitrale.
I tifosi non potevano saperlo, ma anche loro avevano avuto i loro
grattacapi.
L’arbitro Langenus, che aveva sperimentato in prima persona gli effetti di
una folla fuori controllo, aveva accettato di dirigere la partita a due
condizioni: un’assicurazione sulla vita, e una pattuglia di militari pronta a
scortarlo, subito dopo i tre fischi, sul primo vapore in partenza per l’Europa.
Nelle file della Celeste, il panico si era impadronito di Anselmo: sudato
all’inverosimile e tremebondo, aveva confessato di non essere in grado di
giocare.
«Te la stai facendo sotto?» l’aveva preso di petto il rude Nasazzi.
«Credo di sì» aveva confessato il “Papale”, le lacrime agli occhi.
«Bueno!» aveva tagliato corto il “Mago” Scarone. «Gioca il “Monco”,
allora. Sarà senza una mano, ma le palle, lui, ce le ha».
L’entrenador Suppici aveva approvato in extremis quel cambio, che non
comprometteva la disposizione in campo dei suoi. Così Castro si era
allacciato gli scarpini con l’unica mano a disposizione e, quando la porta si
era aperta lasciando entrare la luce del pomeriggio e il boato del pubblico,
aveva fatto ingresso nell’arena insieme ai suoi dieci compagni, lasciando a
piagnucolare il povero Anselmo nella penombra dello spogliatoio.
Anche nel vestiario argentino era andato in scena uno psicodramma, che
aveva avuto il più inatteso dei protagonisti: il condottiero dal cuor di leone,
il “Doble ancho” “Luisito” Monti.
«Non posso giocare» aveva raggelato i compagni. «Dei criminali mi hanno
minacciato di morte. Se scendo in campo, uccideranno prima mia madre e
poi me».
I ragazzi dell’Albiceleste l’avevano guardato esterrefatti, e “Luisito” aveva
dettagliato le minacce. C’era dietro, a quanto diceva, la mafia italiana. Le
scommesse. Le pressioni perché andasse a giocare in Italia come Orsi.
«Cosa cazzo stai farneticando?» era insorto l’allenatore. «Tu, adesso, chiudi
la bocca e vai in campo! Claro?». E Monti, pur di levarsi di dosso l’indignata
incredulità dei compagni, aveva acconsentito.
La prima schermaglia del match ebbe luogo prima ancora del fischio
d’inizio.
Gli Argentini volevano giocare col loro pallone, più liscio e leggero
rispetto a quelli in uso nel Paese ospitante. Gli Uruguagi insistevano per
giocare col cuoio al quale erano abituati, più pesante e solcato da profonde
scanalature tra un pannello e l’altro.
Langenus, salomonico, stabilì che per il primo tempo si sarebbe impiegato
il pallone argentino, e nel secondo quello dei padroni di casa. Risolta la
contesa, concesse ancora un minuto perché i reporter scattassero le foto-
ricordo delle due formazioni, quindi spedì ogni squadra nella propria metà
campo.
L’Uruguay schierava Ballestrero in porta, con Mascheroni e Nasazzi
terzini; Fernández era in posizione di centromediano, affiancato sulla destra
dal divino lustrascarpe Andrade e sul lato opposto da Gestido; il cecchino
Pedro Cea e il “Mago” Scarone erano le mezzali, mentre la linea degli
avanti era formata da Dorado, il “Monco” Castro e Iriarte.
L’Argentina replicò col portiere Bottaso, i terzini Della Torre e
Paternoster, e una mediana imperniata su “Luisito” Monti, con Juan
Evaristo a destra e Suárez a sinistra; gli interni erano Varallo e Ferreira,
mentre Peucelle e Mario Evaristo erano larghi in avanti, quasi a scortare sui
lati la punta di diamante della squadra, il micidiale “Filtrador” Guillermo
Stabile.
Benché i due moduli si rispecchiassero perfettamente, l’attitudine al gioco
delle due squadre non sarebbe potuta essere più diversa: gli Argentini
badavano in primo luogo ad attaccare sfruttando tutta l’ampiezza del
campo, mentre gli Uruguagi, più concreti, quasi europei, impostavano le
partite col baricentro più arretrato, pronti a ribaltare le azioni avversarie.
Langenus, conscio che nei novanta minuti a venire sarebbe potuto
accadere di tutto, recitò fra sé e sé una preghiera. Quindi accostò il
fischietto alle labbra, e diede inizio al match.
Per i primi dieci minuti, chiunque fosse all’interno del Centenario si
comportò come se le energie a disposizione fossero infinite: «U-ru-gua-
yos» scandivano a squarciagola i tifosi di casa; «Ar-gen-ti-nos», replicavano
gli ospiti che erano riusciti a trovare posto nell’impianto; quanto alle due
squadre, si alternavano all’attacco correndo a perdifiato.
La prima a trovare uno spiraglio nella difesa opposta fu la Celeste: al
dodicesimo minuto, un passaggio filtrante arrivò fra i piedi di Dorado,
libero in area, e l’ala destra catapultò la palla in rete senza che Bottaso
riuscisse a deviarla: 1 a 0!
Il pubblico di Montevideo, pazzo di gioia, franava verso la parte bassa delle
tribune unito in un solo abbraccio, e persino i militari schierati su limitare
del fossato lasciarono andare i loro fucili per danzare di gioia.
A spegnere l’entusiasmo del Centenario bastarono pochi minuti: gli
Argentini, incattiviti, presero ad attaccare per ondate, e al ventesimo Mario
Evaristo scoccò un cross millimetrico per Stabile. “El Filtrador” svettò
circondato dagli avversari e, invece di concludere a rete come ci si
attendeva, fece da torre per il sopraggiungente Peucelle che, liberissimo,
scaraventò il cuoio in rete.
I tifosi argentini ritrovarono la voce come per incanto, e le loro bandiere
fiorirono a centinaia sulle gradinate del Centenario. E non smisero di
sventolare sino al termine della prima frazione, ché al trentasettesimo
minuto Monti servì Stabile, ampiamente in fuorigioco, e “el Filtrador”,
incredulo che l’arbitro non fischiasse, mandò in rete la palla del vantaggio.
Langenus convalidò la rete, il pubblico di casa si inferocì, e l’assicuratore
che avrebbe dovuto pagare il premio alla famiglia dell’arbitro iniziò
seriamente a temere che la giornata si sarebbe conclusa con un linciaggio.
Si andò al riposo con l’Argentina in vantaggio per 2 a 1, e negli spogliatoi
si tennero conciliaboli di opposto tenore.
Monti era, a dir poco, terrorizzato. Perché cavolo quell’orbo di belga non
aveva fischiato il fuorigioco? Lo voleva forse morto?
«Animo, “Luisito”!» lo incoraggiò il mister. «Stiamo vincendo!».
«Appunto!» esclamò il terzino Della Torre. Anche lui appariva
terrorizzato, e pronosticò che li avrebbero linciati in mezzo al terreno di
gioco.
«Maledetto me!» gli fece eco Monti. «Non voglio diventare un martire per
una partita di calcio!».
Nasazzi, nel mentre, arringava i suoi con la stessa grinta di Spartaco alla
vigilia della battaglia decisiva. Non parlò, però, di libertà e schiavitù: «Basta
con questo fair-play del cazzo!» tuonò. «Non vedete che l’arbitro li aiuta?
Dobbiamo giocare alla morte, altrimenti ad ammazzarci ci pensano i
tifosi!».
Da entrambe le parti, insomma, si paventavano conseguenze disastrose se i
padroni di casa non avessero ribaltato il match.
E, al momento di risalire le scalette che conducevano in campo, le gambe
dei giocatori tremavano.
Per dieci lunghi minuti, gli Uruguagi attaccarono a testa bassa, ma senza
esito: per quanto “Luisito” Monti apparisse insolitamente mansueto nei
contrasti, i suoi compagni riuscivano a rimediare ad ogni svarione,
rilanciare la palla in avanti, tenerla lontana dalla zona del pericolo.
Al dodicesimo della ripresa, però, Pedro Cea vide la luce: una ribattuta
sghemba della difesa avversaria gli recapitò il cuoio tra i piedi, e a lui bastò
calciare con la giusta grazia, ché il portiere avversario Bottaso non potesse
riprenderla: il cuoio gonfiò la rete per il punto del pareggio.
La gente, sugli spalti del Centenario, adesso piangeva. Chi di gioia e chi di
rabbia.
Appena dieci minuti più tardi, l’ala sinistra della Celeste, Iriarte, si
trasformò nell’eroe di un Paese intero: era a venti metri abbondanti dalla
porta argentina, ma gli sembrò che il portiere fosse piazzato in maniera
approssimativa, così esplose un tiro secco, e uccellò per la terza volta
Bottaso. Gli argentini, adesso, abbandonavano gli spalti fra le pernacchie del
pubblico di casa.
Ma non era ancora finita: l’Albiceleste, in uno scatto d’orgoglio, manovrò
alla sua maniera, intessendo una trama fittissima di passaggi che disorientò
gli avversari, e quando la palla giunse a Varallo, questi lasciò partire una
fiondata micidiale che mise fuori causa il portiere avversario… ma si limitò
a lambire la traversa.
Quel pareggio mancato spense le velleità degli ospiti, e da quel momento
giocò solo l’Uruguay, di fronte a un pubblico che esultava a ogni passaggio,
pregustando il sapore del trionfo e irridendo gli avversari.
Alla festa voleva unirsi anche chi vi aveva preso parte solo all’ultimo
momento, per uno scarto improvviso del destino: non mancavano che
pochi secondi al triplice fischio, quando Dorado scoccò un cross al bacio, e
il “Monco” Castro incornò la palla in rete per il definitivo 4 a 2.
Gli Argentini fuggirono letteralmente dal campo, chi in lacrime e chi, in
cuor suo, sollevato.
La pattuglia incaricata di garantire la sicurezza dell’arbitro prese in carico
Langenus e si apprestò a fendere la folla per portarlo all’imbarco.
Nasazzi alzò al cielo la coppa che aveva traversato l’Oceano a bordo del
“Conte Verde”, un’enorme bandiera uruguagia salì sul pennone alto
centocinquanta metri eretto di fianco allo stadio e, per tutti i presenti, la
cronaca di quella giornata gloriosa trascolorò in leggenda.
1930-31. La Zebra e la Lupa

Convegni clandestini – La Juventus getta le basi per un nuovo ciclo – Il mito di Campo Testaccio –
Un Cinque a zero non basta per lo scudetto

L’11 luglio 1930, quando l’Ambrosiana era campione d’Italia da poche


settimane, un piccolo aereo apparve indisturbato nel cielo di Milano.
Era decollato dal campo ticinese di Lodrino, e lo pilotava un fotografo
antifascista, Giovanni Bassanesi. Il suo unico passeggero, Gioacchino Dolci,
era un vecchio repubblicano. A Lipari aveva fatto la conoscenza di Lussu,
Nitti e Rosselli, con i quali si era poi ritrovato a Montmartre.
Quando i due furono certi di sorvolare il centro della metropoli lombarda,
Dolci cominciò a sganciare il carico che il velivolo trasportava. Si trattava di
centocinquantamila volantini di propaganda che incoraggiavano gli italiani
a ribellarsi alle prepotenze del Regime, e si concludevano col motto ideato
da Lussu per il nuovo movimento: “Insorgere per risorgere”.
La pioggia di parole accompagnate dal gladio, fiammeggiante simbolo di
Giustizia e Libertà, non fu sufficiente a far scendere nelle strade i milanesi
per fare le barricate come era accaduto nel Risorgimento, ma colpì
l’immaginazione di molti di loro, e naturalmente fece infuriare le autorità.
Negli stessi giorni, sulle spiagge di Forte dei Marmi strette fra il Tirreno e
una fitta, odorosa, pineta, i bagnanti degli stabilimenti à la page s’indicavano
l’un l’altro il candido idrovolante col quale Edoardo Agnelli, figlio del
senatore Giovanni e presidente della Juventus, ammarava nel corso delle sue
periodiche visite alla famiglia in villeggiatura: l’erede della Fiat impiegava il
velivolo per raggiungere la bellissima moglie, Virginia Bourbon Dal Monte,
e i piccoli Clara, Gianni, Susanna, Maria Sole, Cristiana e Giorgio. Le
malelingue sostenevano che i giorni in cui Edoardo era lì, erano gli unici
nei quali al capanno della moglie non si presentava un elegante giornalista
toscano d’origini sassoni, che peraltro degli Agnelli era dipendente: si
chiamava Kurt Erich Suckert, ma il mondo lo conosceva col più nostrano
pseudonimo di Curzio Malaparte.
Arruolatosi volontario a soli sedici anni per partecipare alla Grande
Guerra, a venti guidava una sezione di militari armati di lanciafiamme ed
era stato decorato tanto per le sue azioni sul fronte italiano quanto su quello
francese. Nel 1925 aveva firmato il Manifesto degli intellettuali fascisti insieme a
D’Annunzio, Marinetti, Pirandello e altri grandi nomi della cultura patria.
A ben vedere, Malaparte era un fascista sui generis, che alla svolta reazionaria
del Regime e alla sua retorica trionfalistica faceva le pulci, ma era in ogni
caso stimato dallo stesso Mussolini per le sue riflessioni raffinate. Vanitoso e
diplomatico al tempo stesso, era capace di tenersi in equilibrio fra potere e
velato dissenso, e dal 1929 era stato scelto come direttore della Stampa, il
quotidiano torinese di proprietà degli Agnelli. Eppure, a quanto sembrava,
non si faceva troppi scrupoli a frequentare l’affascinante nuora del Senatore
in una maniera che il legittimo marito di lei non avrebbe forse approvato.
Mentre gli antifascisti fuoriusciti a Montmartre ordivano piani per nuove
azioni dimostrative e gli spensierati villeggianti pensavano a divertirsi, a
Torino si lavorava sodo.
La Juventus rappresentava un giocattolo troppo costoso per accontentarsi
delle piazze d’onore: in un modo o nell’altro, doveva tornare a vincere.
La squadra che aveva portato a casa lo scudetto nel 1926 era ormai
completamente smantellata: di quel gruppo resistevano nell’undici titolare i
soli Combi, Rosetta e l’ala destra “Ricciolo” Munerati insieme al mediano
Barale, che all’epoca dell’ultimo titolo era un giovane rincalzo.
I tasselli del nuovo mosaico erano stati inseriti un poco alla volta.
Nell’estate del 1928 erano arrivati il terzino della Nazionale Umberto
Caligaris e Raimundo Orsi, che però aveva potuto prendere servizio solo
dodici mesi più tardi.
Nella stagione appena conclusa, oltre a quello di “Mumo” si erano
registrati gli innesti dell’estroso Renato Cesarini e del fiumano Mario
Varglien, centromediano di ottima caratura.
Adesso era tempo di completare l’opera con un allenatore di sicura
sapienza e altri innesti di qualità.
In panchina, dopo la deludente esperienza col mister scozzese Aitken, fu
chiamato il più stimato degli allenatori italiani, quel Carlo Carcano che
aveva regalato una fisionomia precisa al gioco dell’Alessandria,
consentendole di arrivare stabilmente ai piani nobili della classifica.
Carcano era un ex giocatore di primo piano che, per inseguire il proprio
sogno, aveva vissuto in ristrettezze, condividendo una gelida stanza di
pensione con i vecchi compagni di squadra. Facendo tesoro delle lezioni del
suo primo mister, il londinese George Smith, il fondatore della “scuola
alessandrina” perito nella Grande Guerra, si era dimostrato il trascinatore
dei Grigi: abile nella lettura tattica degli incontri, carismatico nell’incitare i
compagni, si può dire che fosse già un allenatore prima ancora di appendere
le scarpette al chiodo.
Aveva fatto la sua gavetta da allenatore fra Valenzana e Internaples, quindi
era tornato a guidare gli Alessandrini, dedicandosi a tempo pieno alla
psicologia dei suoi giocatori, allo studio degli avversari e ad affinare i metodi
di preparazione tanto sul piano fisico quanto su quello della manovra.
Comprensivo ma severo nel gestire i ragazzi, sembrava l’uomo perfetto per
una squadra come la Juventus, impostata con lo stesso rigore che la Fiat
chiedeva ai suoi dirigenti.
Da Alessandria, Carcano si portò dietro il suo giocatore-feticcio, la
mezzala Giovanni Ferrari. Ventitreenne, ma già stempiato e misurato nei
modi come un uomo di quaranta, Ferrari era cresciuto in un rione
proletario, e considerava Carcano il proprio benefattore: era stato lui a
strapparlo dal destino di garzone in un negozio di abbigliamento per
trasformarlo in calciatore, e il ragazzo l’aveva seguito persino a Napoli.
Rientrati insieme alla squadra grigia, Ferrari ne era diventato l’uomo-chiave
e la bandiera, e qualcuno già lo paragonava a Baloncieri.
All’undici bianconero mancava un centravanti implacabile, e il candidato
perfetto fu individuato nello slanciato “Nane” Vecchina, che aveva segnato
a raffica per il Padova, senza peraltro riuscire a impedirne la retrocessione.
Fra la Serie B e la corte degli Agnelli, non ebbe un dubbio e arrivò di corsa
a Torino.
Dalla Lazio, poi, fu prelevato il roveretano Francesco Rier, che in
biancoceleste giocava mezzala, e che Carcano, invece, trovò perfetto come
mediano.
Era su questa compagine di nuovi innesti e veterani leggendari, piemontesi
veraci e “italiani d’Argentina”, che Edoardo Agnelli confidava per tornare a
mettere le mani sullo scudetto. Mister Carcano e i ragazzi promisero di non
deluderlo, ma lui stesso non osava immaginare fino a che punto si sarebbero
spinti.
La Juventus si dimostrò la regina del calciomercato, ma non fu l’unica
compagine che sfruttò l’estate del 1930 per rinforzarsi.
Il colpo migliore fu messo a segno dal Genova, che ordì una laboriosa
trattativa per tesserare il centravanti della Nazionale argentina Guillermo
Stabile.
Il Milan, reduce da una stagione opaca che l’aveva visto fermarsi a metà
classifica, si rivolse invece al mercato interno con un’operazione ambiziosa:
raggiunse i Diavoli il cannoniere livornese Magnozzi, veterano della
Nazionale di Pozzo.
Notevole, in prospettiva, anche il colpo di mercato del Bologna, che
strappò alla Pro Patria l’ala ventiduenne Carlo Reguzzoni.
Si mosse bene anche la Roma di Sacerdoti, che si assicurò Costantino del
Bari, l’unico giocatore di Serie B che vestisse con regolarità la maglia della
Nazionale.
Se la formula del torneo si era regolarizzata, era diventata prassi anche la
sistematica spoliazione dei club minori da parte degli squadroni
metropolitani, col risultato di creare un divario incolmabile fra gli uni,
condannati a lottare per salvarsi, e gli altri, gli unici in grado di aspirare allo
scudetto.
Il primo colpo a sensazione del torneo lo realizzò il Genova: Stabile,
infatti, esordì mettendo a segno una tripletta contro i rivali del Bologna.
Con lui, lo “Sfondareti” Levratto e Banchero, l’attacco del Grifone
sembrava in grado di riportare lo scudetto sotto la Lanterna.
I Rossoblù, però, se la sarebbero dovuti vedere con una Juventus più
determinata che mai.
Che la squadra guidata da Carcano fosse decisa ad aprire un ciclo
vittorioso fu da subito chiaro a tutti: i Bianconeri, infatti, esordirono nel
nuovo torneo ottenendo una clamorosa infilata di otto vittorie consecutive.
Avevano sbaragliato il Milan a San Siro, prevalsero sul Genova a Marassi, e
fecero un sol boccone delle squadre meno blasonate.
Nel frattempo, l’Ambrosiana proseguiva col fiato corto la sua avventura
europea: il 28 settembre andò in scena a Milano l’andata delle semifinali
contro lo Sparta Praga, allenato dallo scozzese John Dick. La partita,
arbitrata da quel Langenus che aveva diretto la finale mondiale, si dimostrò
da subito una corsa in salita, ché il cecoslovacco Koštálek andò a segno due
volte nel primo quarto d’ora. Al passivo si aggiunse l’infortunio del portiere
Degani, travolto dal centravanti avversario, e ai Nerazzurri, rimasti in dieci,
toccò schierare in porta l’ala Visentin; solo una doppia prodezza di
Serantoni permise di conseguire il pareggio.
Due settimane più tardi, a Praga, i Nerazzurri di Weisz si presentarono
davanti a 35.000 spettatori con il portiere di riserva, Miglio, e rimediarono
una cocente sconfitta: chiuso il primo tempo col passivo di una rete a zero,
nella ripresa vennero letteralmente travolti dai Praghesi, che andarono a
segno altre cinque volte per sei reti a una.
I Cecoslovacchi si sarebbero poi inchinati in finale, dopo una doppia
battaglia, ai Verdi del Rapid Vienna, per due volte giustizieri dei Grifoni.
L’unico italiano a primeggiare in Europa, quell’anno, sarebbe stato
Peppino Meazza, autore di sette reti, cui nessuno sarebbe riuscito a
strappare il titolo di capocannoniere della manifestazione.
Il torneo di Serie A si riaprì sul finire di novembre: la vittoria di misura
degli Azzurri di Sallustro e dell’ex Vojak sul campo della capolista, infatti,
permise al Napoli di portarsi a soli due punti dalla vetta insieme a Bologna e
Roma.
Il ritmo della Juventus, però, era indiavolato: il 7 dicembre si liberò dei
Veltri emiliani sconfiggendoli nello scontro diretto, e una settimana più
tardi vinse il derby della Mole. Nella partita successiva la squadra
bianconera scivolò nuovamente in casa, sconfitta dalla Lazio, che fece un
involontario regalo ai cugini giallorossi, permettendo loro di arrivare a un
solo punto dai Bianconeri.
Subito dopo, però, la Vecchia Signora tornò ad allungare il passo,
piazzando una nuova striscia di cinque vittorie consecutive che le permise
di laurearsi campione d’inverno con una rassicurante dote: il vantaggio, ora,
ammontava a quattro punti su Roma e Napoli, e cinque sul Bologna,
sconfitto dai Partenopei nello scontro diretto.
Dietro veniva, a distanza siderale, il gruppone guidato da Genova, Lazio,
Modena e Torino, mentre languivano sul fondo della classifica il Livorno,
che senza Magnozzi pareva Sansone tosato di fresco, e le neopromosse
Legnano e Casale.
Il primo giorno di febbraio del 1931, la Roma batté nettamente il Brescia.
Il Napoli aveva perso terreno, e il presidente Sacerdoti decise di celebrare la
seconda piazza in solitaria facendo allestire un banchetto sul terreno di
gioco. All’immensa tavolata non presero posto solo giocatori e dirigenti, ma
anche centinaia di tifosi e l’anziana coppia composta da Zi’ Checco e dalla
Sora Angelica: ingaggiati, in teoria, per fare l’uno da custode del campo e
l’altra da magazziniera, erano diventati parte integrante della famiglia
giallorossa, al punto che “Fuffo” Bernardini aveva preteso che i premi-
partita concessi ai giocatori fossero divisi anche con loro.
La Sora Angelica, dal canto suo, non si limitava a rammendare maglie e
calzoncini, ma era anche la confidente dei ragazzi, che informava delle voci
sul loro conto captate in città. Era stata lei a rivelare a “er Più” Ferraris di
come corressero le voci sulle sue notti brave a base di donne e partite a
poker. E sempre lei aveva spiegato a “Fuffo” di come non fosse più un
segreto per nessuno, in città, il suo flirt con una giovane padovana.
La cena sul campo di gioco fu anche l’occasione giusta per rassicurare i
supporter: a Ferraris piaceva fare tardi, e “Fuffo” si vedeva con una ragazza,
era vero, ma non per questo mettevano minore impegno negli allenamenti.
Quanto ai risultati nelle partite ufficiali, ognuno li aveva sotto gli occhi: con
un po’ di fortuna, la Roma poteva raggiungere la Juventus.
La sorte, però, non arrise alla Lupa nel confronto diretto con il Napoli:
all’ombra del Vesuvio gli Azzurri vinsero 3 a 0, e i suoi tifosi più accaniti,
non paghi del risultato, scatenarono una caccia ai tifosi romanisti che
avevano seguito la squadra. Per smascherare quanti non si facevano
riconoscere dall’accento, adottarono un metodo curioso: li obbligarono a
levarsi il cappello, e ne controllarono la fodera per controllare l’etichetta del
negozio in cui era stato confezionato. Per i malcapitati che l’avevano
acquistato a Roma, c’erano sberle e insulti assicurati.
Le speranze di rilancio del Genova si spensero definitivamente con la fine
dell’inverno: nel terzo turno di ritorno, che vedeva il Grifone opposto al
Livorno, lo “Sfondareti” Levratto patì un gravissimo infortunio alla schiena,
che l’avrebbe costretto all’immobilità assoluta per sei mesi.
Inoltre, durante un’amichevole disputata appena tre settimane più tardi,
anche il “Filtrador” Stabile chiuse anticipatamente la stagione con una
gamba fratturata.
A quanto pareva, la sequela di episodi sfortunati che sembrava aleggiare sul
Genova come una maledizione biblica era lontana dall’esaurirsi.
La formula della Coppa Internazionale era piaciuta, e le nazioni danubiane
avevano fretta di prendersi la rivincita.
Così si decise che la nuova edizione del trofeo si sarebbe disputata non più
su un arco di tempo di quattro stagioni, ma fra le prime settimane del 1931
e l’autunno del 1932.
Come nell’edizione inaugurale, vi avrebbero preso parte le Nazionali di
Italia, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Svizzera, ognuna delle quali
avrebbe incontrato le avversarie due volte, in casa e in trasferta.
L’incontro inaugurale era anche uno dei più attesi, ovvero il primo dei due
scontri diretti tra le favorite Italia e Austria, e si tenne il 22 febbraio a San
Siro.
Pozzo schierò Combi in porta con Monzeglio e Caligaris terzini, mentre
per la mediana scelse il romanista Attilio Ferraris in posizione-chiave,
affiancato da Pitto e dall’alessandrino Bertolini. Il nostrano Huckleberry
Finn cresciuto sulle rive del Tanaro, fortissimo di testa, si sarebbe trovato a
giostrare alle spalle di due mezzali affermate come Banchero e Giovanni
Ferrari, mentre sulle estreme dell’attacco avrebbero giocato il “Reuccio di
Bari” Costantino e il più che benestante “Mumo” Orsi, che ammazzava la
noia dei ritiri sfidando i compagni a ping-pong. Centravanti era il “Balilla”
Meazza.
L’Austria di Meisl li spaventò tutti andando a segno per prima già al
quarto minuto ma, sul finire del primo tempo, Meazza riequilibrò le sorti
dell’incontro. “Mumo” Orsi fu, nel bene e nel male, il protagonista
assoluto della ripresa: nei primi minuti portò gli Azzurri in vantaggio, e sul
finire sbagliò il rigore che avrebbe dato la sicurezza anticipata della vittoria.
Servì dunque soffrire fino all’ultimo, ma i due punti restarono in casa
azzurra.
Cinque settimane più tardi, il 29 marzo, i nostri viaggiarono verso Berna
per il secondo incontro del torneo. L’unica variazione nell’undici riguardava
Renato Cesarini, inserito al posto di Banchero come mezzala destra. Nella
Coppa Internazionale precedente la Svizzera aveva maturato una striscia di
sconfitte, così si poteva supporre che la partita al Wankdorf si riducesse a
una passeggiata, ma quel giorno i Rossocrociati si dimostrarono rivali assai
coriacei: si arrivò a metà della ripresa a reti inviolate, e al 70’ l’arbitro
britannico Rous fischiò un rigore per i padroni di casa. Abegglen lo
trasformò senza esitazioni, facendo piombare i nostri portacolori nel
panico. Fu Cesarini, quando ormai l’ombra della sconfitta si allungava sugli
Azzurri, a ridurre i danni strappando il pareggio.
In campionato, i Bianconeri proseguirono indisturbati la loro corsa fino
alla metà di marzo, quando toccò loro viaggiare verso la capitale per
affrontare la Roma, ancora seconda in classifica.
«Cor core acceso dalla passione, undici atleti Roma chiamò. E sotto ar sole
der Cuppolone, ’na bella maja e du’ color je trovò» cantavano i tifosi
romanisti all’ingresso in campo della squadra. «Campo Testaccio, c’hai tanta
gloria. Nessuno al mondo ce passerà».
Quell’anno solo il Milan era riuscito ad espugnare il fortino giallorosso, e
“Sciabbolone” Volk segnava a raffica: i cinque punti di distacco dai
Giallorossi suggerivano ai Bianconeri che ci si sarebbe anche potuti
accontentare di uscire da quella bolgia con un pareggio.
L’impostazione prudente, però, non pagò: forse intimidita dalla troupe
cinematografica guidata dal regista Mario Bonnard, presente per girare
alcune scene di massa d’una pellicola che aveva come stella l’attore catanese
Angelo Musco, la Juventus smarrì l’abituale razionalità. Dopo cinque
minuti, la Roma era già in vantaggio, e i Bianconeri si trovarono a inseguire
un pareggio che sembrava una chimera. Nella ripresa, poi, la Zebra perse la
testa, e finì sbranata dalla Lupa. I cinematografari a caccia di scene
d’esultanza non ebbero problemi a mettere insieme metri di pellicola, ché il
raddoppio di “Sciabbolone” aprì una vera e propria fiera del gol: all’ora di
gioco “Fuffo” Bernardini marcò il 3-0, un quarto d’ora più tardi segnò
anche Fasanelli e, quando mancavano due minuti al termine, “Fuffo” mise
il secondo sigillo personale sul trionfo giallorosso.
La pellicola girata quel giorno servì a montare un film destinato a restare
caro ai romanisti, con Musco nel ruolo del presidente della società
calcistica, la giovane Carla Mignone in arte Milly nella parte d’una
canzonettista in cerca di fortuna, e i giocatori della Roma impegnati a
interpretare se stessi. La trama era forse un po’ esile, ma d’altronde i film di
soggetto calcistico rappresentavano ancora un filone poco battuto. Il titolo,
naturalmente, fu Cinque a zero.
La doccia fredda patita a Testaccio mandò Carcano su tutte le furie, ma il
mister, da fine psicologo dello spogliatoio, evitò di drammatizzare e seppellì
la frustrazione nelle profondità del proprio animo. Sorrise ai suoi, invece,
come si fa a dei monelli da rimettere sulla buona strada, e fece loro presente
che tre punti di vantaggio erano sufficienti per vincere il torneo. Bastava
concentrarsi, e non fare altre corbellerie.
La sua tecnica funzionò: i Bianconeri allinearono altre cinque vittorie.
Il traguardo era ormai vicino, quando i suoi ragazzi andarono a giocare su
un altro campo, forse non rovente come Testaccio, ma non meno
pericoloso: il Littoriale di Bologna.
I Felsinei spadroneggiarono, infliggendo alla capolista un doloroso 4 a 0,
con tripletta dell’assatanato nuovo acquisto Reguzzoni.
Stavolta Carcano fece la voce grossa. «Allora volete proprio buttarlo via, lo
scudetto?» domandò ai suoi. «Abbiamo la fortuna che la Roma ha
pareggiato, così ci sono ancora due punti di margine, ma guai a noi se ci
lasciamo riprendere!».
Il pareggio della Roma, fra l’altro, era arrivato in un derby infuocato
tenutosi allo Stadio Nazionale del PNF: per due volte la Lazio era andata in
vantaggio, e per due volte i Giallorossi l’avevano raggiunta. Sul finire,
l’uomo più odiato dai romanisti ci aveva messo del suo per scatenare il caos:
Giorgio Vaccaro, l’uomo che aveva impedito la fusione della Lazio nel
nuovo sodalizio, aveva ben pensato di trasformarsi in giocatore per
rallentare una rimessa in gioco dei rivali, affacciandosi in campo a calciare
via il pallone. Era scoppiato, all’istante, il finimondo: la rissa fra il romanista
De Micheli, derubato del cuoio, e i dirigenti laziali aveva contagiato tutti i
giocatori in campo, e ben presto anche centinaia di tifosi. Erano servite le
cariche dei carabinieri a cavallo per ridurre alla ragione gli scalmanati, e
consentire la ripresa del gioco. Che, peraltro, non aveva più cambiato
punteggio sino al novantesimo. La bolgia aveva lasciato uno strascico
pesante sulle velleità di scudetto della Roma: De Micheli aveva rimediato
quattro giornate di squalifica, “Fuffo” tre, “er Più” Ferraris era malconcio
per le botte prese, e la squadra di Burgess venne condannata a giocare il
successivo turno casalingo in quel di Terni.
Sette giorni dopo, gli intimiditi Bianconeri strapparono un pareggio al
Filadelfia nel derby della Mole. Si rivelò un punto preziosissimo ché, per
loro fortuna, la Roma aveva perso malamente in casa dell’Ambrosiana: se il
diavolo non ci metteva la coda, lo scudetto stava per tornare sulle maglie
bianconere.
L’attività internazionale del football britannico era cristallizzata nella
formula dell’Home Championship che, dal finire del XIX secolo, metteva
di fronte ogni anno le quattro nazionali di Inghilterra, Scozia, Galles e
Irlanda.
La parte del leone, negli anni successivi alla Grande Guerra, era toccata
sempre più spesso agli Scozzesi; nel 1928 la Nazionale dei “Caledoni”,
composta da una prima linea di attaccanti tascabili sotto il metro e settanta,
aveva inflitto agli “Angli” della stella Dixon una memorabile batosta per 5-
0, destinata a essere ricordata come l’impresa dei “Wembley wizards”.
Si sospettava ormai che la superiorità dei maestri fosse un dogma privo di
fondamento, basato in larga parte sui meriti acquisiti. D’accordo, i
britannici erano i migliori nell’incarnare l’originale spirito del meraviglioso
giuoco e nell’ammantarlo di mitologia: erano stati loro a promuovere il
football a parte integrante della cultura popolare, e tuttora non avevano
rivali nel riempire stadi enormi, nel produrre dettagliati match day
programmes e collezioni di cartoline.
Ma quanto valevano Scozia e Inghilterra rispetto alle migliori Nazionali
dell’Europa continentale? E in confronto all’Uruguay e all’Argentina?
Erano sempre più numerosi quanti insinuavano che l’isolamento del
football britannico venisse mantenuto per convenienza, al fine di evitare
figuracce. Era forse per quello che l’Inghilterra, ad eccezione delle home
nations, si ostinava a sfidare soltanto Nazionali di secondo piano come la
Francia – che peraltro riusciva spesso a darle filo da torcere –, la Svezia, il
Belgio o il Lussemburgo?
Il sospetto divenne evidenza quando, nel 1929, la Nazionale di Londra si
portò in Spagna, e perse clamorosamente per 4 a 3. Nella stagione
successiva, nelle uniche amichevoli sulla terraferma, pareggiò due volte con
Germania e Austria, e in quella ancora dopo rimediò cinque scoppole dai
“Bleus” francesi.
Quanto agli Scozzesi, il lor valore fu misurato senza possibilità di equivoci
nel maggio del ’31.
Poche settimane prima, avevano sconfitto nuovamente l’Inghilterra
all’Hampden Park di Glasgow, davanti a una moltitudine da 131.000
spettatori, stabilendo il record mondiale di presenze in occasione di un
match fra Nazionali.
Quando sbarcarono sul suolo europeo per incontrare Austria, Italia e
Svizzera, la musica cambiò di parecchio.
Il giorno 16, nello stadio viennese dell’Hohe Warte, Matthias Sindelar
guidò il Wunderteam austriaco a una schiacciante vittoria per 5-0. E, appena
quattro giorni dopo, allo Stadio Nazionale di Roma, alla fine del primo
tempo l’Italia era già avanti di due gol grazie alle reti di Costantino e
Meazza, sigillate nella ripresa dal 3-0 di Orsi. Gli Scozzesi furono messi
seriamente in difficoltà anche a Ginevra, dove agguantarono la vittoria solo
all’ultimo minuto.
In Italia come nelle altre nazioni calcisticamente più evolute dell’Europa
continentale si creò l’impressione che l’impero britannico, almeno nel
calcio, fosse tramontato per sempre.
Se c’erano Nazionali in grado di contendere la supremazia mondiale alle
fortissime selezioni sudamericane, queste non andavano più cercate tanto
lontano. Inutile, ormai, spingersi oltre la Manica. Bastava restare a Roma,
Vienna, Budapest e Praga.
La certezza del trionfo bianconero in Serie A arrivò al penultimo turno, e
aveva il sapore dolce della vendetta: sul campo di corso Marsiglia si
presentarono il “Balilla” Meazza e i suoi soci, gli stessi uomini che l’anno
prima avevano celebrato la vittoria in faccia ai Bianconeri.
A decidere la partita fu un gol di “Mumo” Orsi, che fissò il risultato sull’1
a 0: dopo cinque anni, e un immenso lavoro da parte della società, la
Juventus era tornata a essere la regina del campionato.
Quell’anno, al secondo posto, si classificò la Roma. La Lupa strappò
quindi con pieno merito la sua prima qualificazione a una competizione
europea. Ormai la Mitropa era una stabile occasione di confronti con i forti
club danubiani, e si sperava che le nostre squadre riuscissero finalmente a
raggiungere la finale.
Al terzo posto si classificò il Bologna di Schiavio, Fedullo e Reguzzoni; a
un’incollatura c’era il Genova, oltremodo penalizzato dall’infortunio
occorso a Stabile.
La palma del più prolifico fra i cecchini del campionato andò a Volk: con
le sue ventinove reti, “Sciabbolone” aveva staccato nella classifica dei
cannonieri il più forte goleador italiano, il “Balilla” Meazza, fermo a
ventiquattro centri in Serie A.
La terza piazza della graduatoria era condivisa da Vojak e “Mumo” Orsi,
mentre fra i cannonieri emergenti si segnalò il giovanissimo vercellese Silvio
Piola: benché i Bianchi non fossero più lo squadrone d’un tempo, il
diciottenne era riuscito a segnare tredici reti, e gli esperti predicevano per
lui un grande futuro.
Nettamente staccate in classifica giunsero Ambrosiana e Napoli, raccolte
in un fazzoletto di punti con altre sei squadre: il deludente Torino, la Lazio,
il Brescia, la Pro Vercelli, il Modena e un Milan incapace di scrollarsi di
dosso la mediocrità delle ultime stagioni. Ancora più indietro, il pacchetto
delle ritardatarie: Alessandria, Triestina, Pro Patria e Casale, coi
Nerostellati salvi per un punto a danno di Livorno e Legnano.
Scalpitavano per prendere il loro posto le premiate della Serie B, la
Fiorentina del marchese Ridolfi e il Bari, che avevano chiuso all’ultimo
momento la porta in faccia a un nutrito gruppo di inseguitrici: i Rosanero
del Palermo allenati dall’ex mister granata Tony Cargnelli, che per la prima
volta sfioravano la massima serie, e alcune vecchie conoscenze della defunta
Divisione nazionale, come Padova, Verona, Atalanta e Cremonese.
Si spalancò invece l’abisso della terza serie per Lucchese, Derthona e
Liguria, nuova incarnazione della disciolta Dominante, che dodici mesi
prima giocava in Serie A: il progetto dei gerarchi di creare una squadra che
rappresentasse l’area metropolitana della “Nuova Genova”, per il momento,
era da intendersi accantonato.
Che i valori dello sport stessero riprendendo il sopravvento sulle ragioni
della politica?
Nella Coppa Mitropa, il sorteggio riservò alle Zebre il terribile Sparta
Praga del cannoniere Nejedlý.
La partita d’andata, vinta di misura a Torino, sembrava promettere bene.
Al ritorno, in Cecoslovacchia, si rimediò un 1 a 0 che suonava quasi un
incoraggiamento, a fronte delle goleade che la Squadra di ferro poteva
infliggere nel proprio stadio, così i Bianconeri affrontarono la “bella” con
animo speranzoso.
Sul campo neutro di Vienna, però, la malasorte si accanì contro i
campioni d’Italia: dopo il gol iniziale di Orsi, lo Sparta segnò per tre volte, e
l’arbitro estrasse ben quattro cartellini rossi ai danni degli Juventini. Benché
ridotte in sette, le Zebre riuscirono ad accorciare le distanze quando
mancava una manciata di secondi al triplice fischio, e il pareggio rimase un
miraggio.
Al danno patito si aggiunse la beffa, ché la Lupa, al primo tentativo, era
riuscita a passare il turno contro gli altri praghesi dello Slavia, e si apprestava
ad incontrare in semifinale i Gialloblù del First Vienna, la squadra della
famiglia Rothschild.
La partita di andata si svolse il 20 settembre a Campo Testaccio, preceduta
da una partita fra i cadetti giallorossi e la formazione dell’Augusta.
«Alle 3.22» avrebbe registrato, con precisione cronometrica, la carta
stampata dell’indomani, «in una maglia canarino che ricorda quella del
Modena, scende in campo la squadra viennese del First, vivamente
applaudita; segue dopo pochi istanti la Roma, in una sbiadita assisa giallo-
rossa e veterana di molte vittorie, e l’applauso diviene ovazione».
Negli otto minuti a seguire, scambio di fiori, consegna di un dono della
dirigenza romanista agli ospiti, ed esecuzione dell’inno austriaco e della
Marcia reale.
Alle 15 e 30, puntualissimo, il calcio d’inizio.
Non trascorrono centottanta secondi che l’“Avvocato” Chini Ludueña
ruba palla alla difesa austriaca, arma il tiro e spedisce il cuoio nell’angolino
sinistro: 1-0!
Sembra tutto in discesa per la Lupa, ma gli ospiti si fanno più attenti, e
finiscono per prendere in mano il gioco. Nel vivo del primo tempo, il First
prevale nettamente, e prima di andare a riposo infila un micidiale
«doppietto»: il primo a segnare è il centrattacco della Nazionale austriaca
Erdl, e nel giro d’un niente una punizione, provocata da una brutale carica
di Bernardini, viene trasformata in rete da Blum.
Nell’intervallo gli onorevoli Bacci e Ferretti scendono nello spogliatoio
romanista a rincuorare i giocatori, ma il loro intervento non migliora le
cose: prima Volk e poi l’“Avvocato” mancano la rete del pari, e il First si
lancia al contrattacco con Gschweidl, che confonde Bodini e calcia in porta;
Erdl tocca sulla linea, o forse quando il pallone è già entrato, in ogni caso
l’arbitro convalida il terzo gol austriaco.
Altri cinque minuti, e la Roma accorcia sugli sviluppi d’un calcio
d’angolo: Costantino dal corner la mette in mezzo per Lombardo, che
smista per Fasanelli, appostato sulla sinistra, e questi scarica in rete.
Quella del 3 a 2 è l’ultima rete della partita: Masetti compie parate
«pregevolissime» sui successivi assalti viennesi, e la Roma, nonostante una
perfetta «marianella» di Ferraris che innesca il contropiede, e un tiro
«fulmineo, improvviso» di Bernardini, non riesce più a rendersi pericolosa.
Alla notizia della sconfitta, «abbiamo sentito il gelo correrci per le vene»
scriverà nel suo corsivo sul Littorale Giovanni D’Alò, per poi riconoscere che
«non è morto né un nostro parente, né un caro amico. Coraggio, dunque, e
avanti!».
«Anche le menti più calme e serene si ribellano dinanzi allo spettacolo di
uno sport troppo sfacciatamente aggiogato al carro dell’interesse finanziario,
e valutato, almeno dai dirigenti, dal lato della sua importanza spettacolare».
Con queste parole, che sarebbero suonate adatte per molti e molti decenni
a descrivere l’andazzo assunto dal football, la stampa capitolina commentò il
match di ritorno, disputato in un piovoso pomeriggio viennese.
Causa dell’indignazione, il tentativo dei dirigenti del First di rimandare la
partita all’indomani, ipotesi rifiutata dal presidente Sacerdoti e dai suoi
dirigenti, ché avrebbe comportato un giorno in meno di riposo per i
giocatori giallorossi prima della partita di campionato contro la Triestina.
L’accordo viene poi trovato grazie alla «liberalità» del Sacerdoti stesso, che
rinuncia alla percentuale d’incasso al botteghino spettante agli ospiti, e si
accontenta di quattrocento dollari di indennizzo «in luogo dei 600 minimi
fissati dal regolamento della Coppa».
Eppure «le discussioni acri e tavolta sgarbate sono continuate».
Il confronto sul campo semiallagato della Hohe Warte, di fronte a tremila
irriducibili, si trasforma da subito in una battaglia: nei primi cinque minuti,
l’arbitro svizzero Mercet espelle un uomo per parte, e all’ottavo l’ala
austriaca Marat porta avanti i suoi.
Il secondo gol viennese arriva su rigore di Blum e, prima che scocchi la
mezz’ora, Marat fa salire il passivo a 3-0.
Al quindicesimo della ripresa il biondo Volk, innescato da Ferraris, segna
il «punto dell’onore» con «un tiro spettacoloso», che ottiene il risultato di
inasprire ulteriormente gli Austriaci: «il successo rinfocola gli animi dei
Romani, ma sferza i Viennesi».
Al ventesimo Bernardini, lanciato all’inseguimento di un avversario, lo
cintura in area provocando un secondo calcio di rigore. Masetti para con un
«plongeon meraviglioso».
Ormai si combatte in mezzo a un acquitrino, senza possibilità di
esprimere valori tecnici, e alla Roma resta da gestire la frustrazione di
un’eliminazione ormai certa: Fasanelli, i nervi a pezzi e prostrato dalla
fatica, si accascia svenuto sotto la pioggia battente e viene portato fuori a
braccia.
Ancora pochi minuti e «quando l’arbitro fischia la fine della partita, il buio
è completo».
Una settimana più tardi, un velivolo fece la sua apparizione nel cielo della
capitale.
Era un Klemm L 25, un modello da turismo, e il suo pilota era un
principiante che aveva appena otto ore di volo solitario a curriculum. Era
noto nel mondo delle lettere in qualità di poeta: si chiamava Lauro De
Bosis, e apparteneva alla frangia monarchica dell’opposizione.
Il fatto che non nutrisse troppe speranze sulla possibilità di poter sfuggire
all’aeronautica di Italo Balbo era reso chiaro dal titolo del testo che aveva
affidato, alla vigilia dell’impresa, al più caro amico: Histoire de ma mort.
Come D’Annunzio durante la Grande Guerra, e gli attivisti di Giustizia e
Libertà l’anno precedente, affidò il suo messaggio a una pioggia di volantini:
erano quattrocentomila, per metà rivolti alla persona di Vittorio Emanuele
III e per il resto alla popolazione dell’Urbe.
«Dal fondo della loro disperazione, quaranta milioni di Italiani vi
guardano» rammentava al re. Ai concittadini faceva presente: «Il disfattismo
degli Italiani è la vera base del Regime fascista. Comunica agli altri la tua
fede e il tuo fervore. Siamo in pieno Risorgimento».
Dopo mezz’ora di pacifico bombardamento, De Bosis lasciò lo spazio
aereo della capitale e si diresse verso la tavola turchese del Tirreno.
Supponendo che cercasse rifugio in Corsica, i caccia militari si levarono per
intercettarlo, ma non riuscirono a prenderlo: ormai a corto di carburante, il
Klemm del poeta perse quota e si inabissò per sempre insieme alle speranze
che uno scatto d’orgoglio del monarca arginasse lo strapotere del Duce.
1931-32. Il fine giustifica i mezzi

Baloncieri e il ricambio generazionale – Come Monti sparigliò Juventus-Bologna – La bolgia di


Praga e il sasso invisibile di Torino – La Mitropa si ferma in Italia

Nella nuova Italia di Mussolini sembrava regnare l’armonia.


Dopo i massacri e le privazioni della Grande Guerra, erano arrivati gli
anni della discordia contrassegnati da feroci scontri di piazza fra “Rossi” e
“Neri”, ma il compiersi della rivoluzione fascista aveva regalato al Paese una
nuova stabilità: i treni arrivavano in orario, le zone paludose venivano
prosciugate e, nel cuore delle bonfiche, sorgevano come per incanto città
nuove di zecca.
Questo, almeno, era quello che il Regime, padrone assoluto dei mezzi
d’informazione e della vita sociale, andava ripetendo ai cittadini del Regno,
quella “brava gente” che celebrava in divisa il sabato fascista e la domenica si
metteva in ghingheri per andare a messa. Il fatto curioso era che ci
credevano, o fingevano di crederci, anche parecchi governi esteri, ai quali
faceva comodo un’Italia stabile e progredita, non più fucina di conflitti
sociali o semplice porto di partenza per milioni di disperati a caccia di
fortuna oltreconfine.
No, c’era già abbastanza caos, in giro per l’Europa: in Germania
imperversavano le violenze di strada che contrapponevano le camicie brune
di Hitler alle milizie socialiste, a loro volta in lotta contro i comunisti; a
Mosca quel fanatico di Stalin faceva saltare con la dinamite la più grande
basilica russa per sostituirla con un faraonico palazzo dei Soviet, e in
Ispagna si costringeva il re alle dimissioni per proclamare una repubblica
che s’annunciava fragile come un castello di carte.
Ecco perché conveniva a tutti credere alla favoletta dell’Italia felice e
pacificata, dove i dissidenti venivano, al massimo, spediti in vacanza nelle
isole più belle del Mediterraneo.
O li si lasciava scappare perché si divertissero a complottare nei café di
Parigi.
D’altronde, l’operoso ordine che regnava nel Bel Paese era un fatto
oggettivo: lo dimostravano le nuove infrastrutture, quelle “grandi opere”
che avrebbero rappresentato il cavallo di battaglia di tanti governi a venire.
Le città italiane stavano cambiando aspetto, all’insegna della monumentalità
e dello stile razionalista. Per toccarlo con mano, era sufficiente una
passeggiata nei quartieri nuovi delle metropoli oppure una gita verso le
“città di fondazione”. O ancora, unendo l’utile al dilettevole, una domenica
pomeriggio allo stadio.
Il 13 settembre 1931, anche a Firenze, città simbolo del Rinascimento e
testimone delle diverse stagioni della cultura italiana, venne inaugurato un
nuovo impianto sportivo al passo con i tempi: lo stadio, edificato a due passi
dalla stazione di Campo Marte, fu intitolato allo squadrista Giovanni Berta.
Progettato dall’ingegner Nervi su una pianta in forma di “D”, iniziale di
“Dux”, era dotato di soluzioni avveniristiche come le scale elicoidali e la
sottile pensilina a sbalzo della tribuna coperta, priva di colonne per lasciare
sgombra la visuale del campo. Come già a Bologna, una torre avrebbe
dominato la tribuna opposta a quella delle autorità: se nel caso del Littoriale
si trattava di una massiccia struttura in mattoni, qui si preferì una struttura
più slanciata, che si elevava per oltre cinquanta metri sopra il bordo
superiore delle gradinate.
Anche lo stesso campo di gioco era frutto di calcoli attenti, tesi a favorire il
miglior drenaggio possibile: un doppio strato di pietre dell’Arno faceva da
sottofondo al terreno, il cui tappeto erboso era stato ottenuto con «le
opportune miscele di varie ottime semenze» per garantire «il regolare salto
della palla».
Grazie all’ampio parterre sotto le tribune, l’impianto era concepito per
ospitare oltre 45.000 spettatori, pari a un settimo della popolazione
cittadina, ma al momento dell’inaugurazione mancavano ancora le curve,
che sarebbero state costruite solo nell’estate successiva, e anche la torre era
ancora in costruzione.
Già da subito, però, la Fiorentina, cresciuta sotto l’egida del marchese
Ridolfi e già dimentica delle avvilenti stagioni in maglia biancorossa, si
preparava a farne il proprio teatro per le imprese nella massima serie, da
affrontarsi con spirito rinnovellato, combattivo e guascone, vestendo la
nuova, singolarissima, casacca. Sulle rive dell’Arno, il futuro era viola.
Come allenatore era stato ingaggiato Hermann Felsner, il colossale
“Umazz” che aveva vinto due scudetti a Bologna, e dalla città felsinea si era
portato dietro Pitto e il più giovane dei fratelli Busini.
Dopo le prove generali tenute contro il Montevarchi, la squadra gigliata –
che, per il momento, il giglio sulla maglia non l’aveva, né esibiva altri
emblemi – ospitò nella solenne partita inaugurale del 13 settembre uno dei
più forti club danubiani, i Bianconeri dell’Admira Vienna, vicecampioni
d’Austria. Nell’occasione, la Fiorentina presentava al pubblico il suo primo
acquisto straniero: l’uruguagio Pedro Petrone, alfiere della Celeste nelle
Olimpiadi del 1924 e del 1928, e impiegato con parsimonia nei recenti
Mondiali.
La perfetta tenuta del manto erboso fu messa alla prova nella maniera più
spettacolare: il pallone del match, infatti, piovve dal cielo, sganciato dal
pioniere del volo acrobatico Vasco Magrini, impegnato a compiere
evoluzioni sopra l’impianto a bordo del suo biplano battezzato “Ciabatta”.
La partita fu di buon auspicio per le sorti dei Viola e del loro asso
d’Oltreoceano: a segnare l’unica, decisiva, rete del match fu proprio
Petrone.
Il resto della Serie A era avvertita: Firenze si univa al circo della massima
serie, e non intendeva giocare un ruolo da comprimaria.
La giornata inaugurale del nuovo torneo era fissata per il 20 settembre, una
settimana più tardi della kermesse fiorentina.
Ancora una volta, l’estate era stata prodiga di mosse di mercato, e la
Juventus si era dimostrata la più affamata di nuovi acquisti.
Il fatto era che ad Agnelli e al vicepresidente Mazzonis, fin lì unici soci
finanziatori, si era aggiunta una nutrita compagine di imprenditori torinesi.
Le quote furono divise in sedici parti: tre sedicesimi restarono ad Agnelli,
e altrettanti a Mazzonis. Due andarono all’imprenditore tessile Remmert,
altrettante furono attribuite al tavolo del poker del Circolo della Juventus in
via Bogino, mentre le restanti sei furono suddivise fra il pingue industriale
Monateri, massimo sponsor del pazzoide Cesarini, i fratelli Bona, il conte
Ghigo e i signori Tapparone, Fubini e Nizza.
Il budget superava così il milione di lire annue, e il saccheggio degli assi
sudamericani d’origine italiana poteva continuare imperterrito: dopo Orsi e
Cesarini, la Juventus pescò in Argentina anche “Luisito” Monti,
l’“Armadio a due ante” caduto in disgrazia dopo la sconfitta dell’Albiceleste
nella finale mondiale.
I suoi vecchi compagni, nell’accoglierlo a Torino, sgranarono gli occhi e
stentarono a riconoscerlo: nell’ultima stagione il “Doble ancho” aveva
militato nella federazione che radunava le compagini amatoriali vestendo la
casacca blu dello Sportivo Palermo, ma sembrava che si fosse preoccupato
soprattutto di mangiare, mangiare e mangiare. Lontano dai palcoscenici
maggiori il massiccio “Luisito” si era ridotto a un inguardabile bidone. I
dirigenti bianconeri, che gli avevano garantito cinquemila lire al mese e una
bella casa alle porte di Torino, ci restarono di sasso: valutato il sovrappeso in
oltre quindici chili, incaricarono il massaggiatore Angeli di non perderlo di
vista, e questi valutò che fosse indispensabile far correre quotidianamente
l’argentino per parecchie ore con un pesante maglione addosso.
Meno scioccante fu l’arrivo dall’Alessandria di Luigi Bertolini, fortemente
voluto da Carcano e Ferrari per rafforzare la mediana: giocatore di grande
spessore agonistico, era fortissimo nel gioco di testa, e avrebbe garantito ai
Bianconeri quella supremazia aerea in fase difensiva che ancora difettava
loro. Lieto di lasciare i Grigi per raggiungere il vecchio compagno e il
mister d’un tempo, Bertolini si portò dietro a mo’ di feticcio il fazzoletto
che, in partita, soleva legare intorno alla fronte per proteggerla dalle
cuciture del pallone.
Il Bologna, ormai guidato dal rustico industriale reggiano Dall’Ara, aveva
deciso di darsi una scossa cambiando guida tecnica: via Felsner, passato
come si è visto a Firenze, e spazio al giovane ma già affermato ungherese
Árpád Weisz, una delle menti più fini fra i mister della Serie A. Il nuovo
allenatore si trasferì con la bella moglie Elena al limitare del quartiere
residenziale di porta Saragozza: gli erano sufficienti dieci minuti a piedi
attraverso il neonato rione della Rivoluzione fascista per giungere al
Littoriale. Per costruire una squadra che tornasse a lottare per lo scudetto, il
Bologna decise di affiancare a Fedullo un compatriota dalle ottime
credenziali tecniche e dall’educazione tipica delle classi superiori: il giovane
Raffaele Sansone del Peñarol, figlio di un agente di borsa e cresciuto in un
quartiere chic di Montevideo. Sulle sue tracce c’erano anche i Viola, ma i
buoni uffici del solito Ivo Fiorentini, quinta colonna rossoblù in Uruguay,
convinsero il giovane a optare per i Bolognesi.
Pescò in Sud America anche l’Ambrosiana, che ingaggiò l’argentino
Attilio Demaria, mezzala mancina giunta alla Nazionale albiceleste
nell’ambito del ricambio post-mondiale: tracagnotto e dalle gambe storte,
Demaria non era forse il giocatore più bello da vedere, ma il palleggio, la
visione di gioco e le conclusioni a rete erano di prim’ordine.
L’operazione più sorprendente del mercato fu però quella della Lazio, che
per volere del presidente Zenobi si rivolse al Nuovo mondo non tanto per
un acquisto mirato, quanto per ricostruire la squadra dalle fondamenta:
furono ben dieci gli uomini ingaggiati sul mercato brasiliano, a cominciare
da Amílcar Barbuy, vecchio idolo del Corinthians e della Palestra Itália, che
a trentott’anni aveva già una lunga esperienza da allenatore-giocatore. Con
la casacca della Nazionale aveva vinto due volte la Coppa America, e non si
disperava di vederlo nuovamente in campo per qualche partita, ma il ruolo
per cui era stato ingaggiato era quello di mister.
A giocare nella nuova “BrasiLazio” ci avrebbero pensato gli altri
componenti della comitiva, rastrellati fra gli oriundi della lega paulista: i
difensori Pedro Rizzetti e Enrique Serafini, i cugini Octavio e João
Fantoni, rispettivamente mediano e attaccante, tutti prelevati dalla Palestra
Itália; André Tedesco del Santos e, ancora, il blocco del Corinthians che
comprendeva il difensore Armando Del Debbio, il mediano José “Rato”
Castelli, e gli attaccanti Alexandre Demaria e Anfilogino “Filó” Guarisi.
Alla luce di queste impressionanti liste di trasferimento, non è difficile
intuire come, dalle parti di San Paolo, Montevideo e Buenos Aires, si
gridasse al saccheggio, tanto più che parecchi fra gli “oriundi”, ottenuta in
pochi mesi la cittadinanza italiana, erano destinati a seguire le orme di
“Mumo” Orsi e a indossare la maglia azzurra della nostra Nazionale.
Nelle prime tre giornate, la Juventus campione d’Italia rimediò due
pareggi e, alla quinta di campionato, fu battuta per 2 a 0 dalla Roma su quel
Campo Testaccio che ai Bianconeri risultava tanto indigesto.
“Luisito” Monti, autore di una rete nello scialbo pareggio contro la Pro
Patria, era ancora lontanissimo dalla forma migliore, ed era da considerarsi
fuori rosa. La versione ufficiale era che si era cavallerescamente autoescluso
per non creare imbarazzi, la verità era che doveva buttare giù la pancia, e
anche in fretta, ché gli Agnelli non avevano piacere di buttar via i soldi.
Così il massaggiatore Angeli continuava a farlo correre e sudare ogni
giorno, ma iniziava a sospettare che “Luisito” si abbuffasse di nascosto una
volta terminato l’allenamento.
Il Bologna, invece, non sbagliava un colpo: 5 a 1 alla BrasiLazio, 3 a 1
esterno sulla Fiorentina nella prima edizione del “derby dell’Appennino” in
Serie A, e ancora due identici 2 a 0 a regolare Genova e Ambrosiana nel
giro di sette giorni.
I Rossoblù guidavano la classifica in solitaria, Sansone e Fedullo si
trovavano a occhi chiusi, e “Anzlèn” Schiavio segnava a raffica.
Alla Juventus non restava che inseguire: al giro di boa del torneo, i
Felsinei, ancora imbattuti, avevano un vantaggio di tre lunghezze sui
Bianconeri, e ben sette – un abisso – sull’Ambrosiana di Meazza e la Roma.
Dietro venivano Milan, Fiorentina e un Toro ormai imbolsito: il tempo in
cui il “Trio delle meraviglie” andava a rete con facilità disarmante era già un
ricordo. A poche incollature c’erano il Napoli e l’altra “grande malata” del
nostro calcio, ovvero il Genova.
Al netto di qualche miracolo, il duello per lo scudetto era ormai una
questione privata fra Petroniani e Zebre.
Nelle ultime settimane dell’anno tornarono in scena gli Azzurri,
impegnati in una nuova coppia di incontri validi per la seconda Coppa
Internazionale.
A metà novembre, sul terreno romano dello Stadio del Partito, andò in
scena la battaglia con la Cecoslovacchia, Nazionale formata in gran parte
dai giocatori dello Sparta Praga, la Squadra di ferro, e dei Biancorossi dello
Slavia, due formazioni che ormai i nostri avevano imparato a conoscere e
temere in occasione degli scontri di Mitropa.
Pozzo innestò sul solito blocco il terzino bolognese Gasperi, a far coppia
con Monzeglio come in campionato, e diede spazio in mediana a “Fuffo”
Bernardini, rientrato in Nazionale nelle ultime amichevoli dopo due anni
di lontananza dall’Azzurro.
Dopo un tempo in perfetto equilibrio, il match si sbloccò nel primo
quarto d’ora della ripresa: Pitto portò avanti l’Italia, il centravanti
cecoslovacco Svoboda pareggiò in un battibaleno e, nel giro di due minuti,
Bernardini trasformò il rigore che riportò l’Italia avanti. Il pubblico romano
già pregustava la vittoria, quando Svoboda rovinò la festa con la rete del
pareggio, sottraendo agli Azzurri un punto prezioso nella classifica della
manifestazione.
Poche settimane dopo, in una pausa della Serie A fra l’Immacolata e le
feste natalizie, l’Italia scese nuovamente in campo, questa volta contro
l’Ungheria al Filadelfia di Torino.
Pozzo rimescolò ancora le carte buttando in campo una maggioranza di
giocatori piemontesi: reintegrò Rosetta come terzino in coppia con
Monzeglio. Diede poi spazio a Bertolini a scapito di “Fuffo” Bernardini, al
quale tenne un discorso piuttosto peloso, che lo stesso mediano romanista
avrebbe ricordato per tutta la vita.
«Vede Bernardini» spiegò Pozzo, «lei gioca attualmente in modo superiore;
in modo perfetto dal punto di vista della prestazione individuale. Questa
sua particolare situazione porta la squadra dove lei opera all’assurdo di non
avere facili collegamenti, perché gli altri non possono arrivare alla
concezione che lei ha del gioco, e finiscono per trovarsi in soggezione.
Dovrei chiederle di giocare meno bene. Sacrificare lei o sacrificare tutti gli
altri? È un problema difficile come mai ne ho avuti da risolvere. Mi dica lei:
come si regolerebbe al mio posto?».
La risposta sarebbe stata retorica quanto la domanda, e “Fuffo” si limitò a
prendere atto che per lui, in Nazionale, non c’era posto.
Escluso il “troppo bravo” Bernardini, il commissario tecnico operò un
ultimo cambiamento: Libonatti fu preferito come centravanti all’ormai
classico Meazza. E fu proprio l’oriundo argentino del vecchio “Trio delle
meraviglie” a smuovere l’incontro, marcando a metà del primo tempo la
rete del vantaggio azzurro.
Nella ripresa Avar pareggiò, Orsi riportò l’Italia avanti, ma Avar segnò
ancora, il tutto in dieci minuti. Sembrava già finita, e quando l’arbitro era
pronto ad accostare il fischietto alle labbra, l’estroso Cesarini fece esplodere
di gioia il Filadelfia con la rete del 3 a 2.
Quel gol valse la vittoria, e un’espressione nuova di zecca per la lingua
italiana: la “zona Cesarini” era destinata a uscire dal gergo specialistico per
entrare nel linguaggio comune.
A quel punto, si poteva considerare concluso il turno di andata.
L’Italia, con due vittorie e altrettanti pareggi, poteva ritenersi solo
parzialmente soddisfatta, ché ormai aveva giocato la maggior parte delle
partite interne a disposizione.
Nella seconda e decisiva annata del torneo, gli Azzurri avrebbero potuto
ospitare solo la Svizzera, mentre sarebbero toccate loro le impegnative
trasferte di Vienna, Budapest e Praga.
Se i ragazzi di Pozzo volevano conservare il titolo, dovevano prepararsi a
nuove imprese corsare.
Negli ultimi giorni dell’anno, tempo incline a bilanci e progetti, Adolfo
Baloncieri era pensieroso.
Bisognava guardare in faccia la realtà: la sua generazione, quella dei ragazzi
nati nelle ultime stagioni dell’Ottocento, cresciuti calcisticamente durante il
conflitto e maturati nel ruggente decennio degli anni Venti, era sul viale del
tramonto.
Avevano già rinunciato alle scarpe a bulloni Perin e Della Valle, Bigatto e
De Vecchi: lasciato il Bologna nelle mani di Schiavio, Reguzzoni e degli
assi uruguagi, Perin si dedicava a sfornare pagnotte nel suo forno, e
l’ingegner “Geppe” lavorava ormai stabilmente per gli uffici tecnici
dell’amministrazione pubblica. Bigatto, che non aveva mai smesso di
lavorare, era rimasto alla Juventus come dirigente e andava avanti a fumare
le sue cento e più sigarette al giorno, mentre “il Figlio di Dio” allenava il
Ruentes, la squadra di Rapallo che giostrava in terza serie.
Curioso, dopo tanta gloria, doversi abituare a una vita più dimessa: Pio
Ferraris lavorava in banca, Meneghetti era ferroviere allo scalo-merci di
Novara, e il genoano Sardi occupava la traballante panchina del Taranto.
Presto sarebbe toccato anche a lui, che aveva pochi anni meno di loro,
dimenticare le acclamazioni del Filadelfia per farsi strada nella vita di tutti i
giorni.
Come aveva visto fare al suo vecchio compagno di squadra Carcano, in un
certo senso stava studiando da allenatore mentre ancora giocava: aveva
contribuito a organizzare le giovanili del Torino, che in suo onore erano
soprannominate “Balon boys”, e già si dilettava a far da mister a squadre
amatoriali, in attesa di passare alla panchina di quelle vere. Erano ormai
lenti e cigolanti nelle giunture, i vecchi protagonisti della massima serie, al
cospetto dei ventenni che contendevano loro il cuoio: Leopoldo Conti,
lasciata l’Ambrosiana, si era ritagliato un posto da allenatore-giocatore a
Busto Arsizio, per inseguire la salvezza insieme ai Tigrotti della Pro Patria;
“Ricciolo” Munerati, Genovesi e Pietroboni erano agli ultimi scampoli di
carriera, e “Zizì” Cevenini, di qualche anno più giovane, si dannava l’anima
sui palcoscenici minori coi Giallorossi del Messina.
Forse, l’unico che poteva guardare con serenità al tramonto della propria
carriera sportiva era Pastore, destinato a una carriera nel mondo del cinema.
Il 14 febbraio 1932, giorno di San Valentino, sulla Costa Azzurra si poté
assistere a un ben strano esperimento di amore fraterno.
Per l’inaugurazione del nuovo stadio di Antibes, infatti, si giocò
un’amichevole tra la selezione della Francia del Sud-Est e una compagine di
giocatori italiani in maglia blu, annunciata al pubblico come «équipe mixte
Torino-Juventus».
Fra i padroni di casa si segnalava la presenza dell’ex capitano dei Galletti in
Uruguay, il debosciato dagli occhi di ghiaccio Villaplane, riparato in
Provenza dopo essere stato cacciato dal Racing Parigi per la sua assidua
frequentazione di ippodromi, cabaret e donnine allegre.
Fra gli Italiani, che trionfarono facilmente per due reti a zero, risultavano
sette giocatori del Torino, tre della Juventus e un “prestito” alessandrino.
Per un giorno si poté assistere al bizzarro spettacolo di Baloncieri e
Libonatti che giocavano nella stessa squadra di Munerati e Giovanni Ferrari.
Con loro, smagrito dalla dieta e pronto a farsi valere in Serie A, c’era anche
l’uomo che avrebbe risolto, a modo suo, il torneo: “Luisito” Monti.
Nello stesso giorno, all’Ascarelli di Napoli, l’Italia tornò a giocare un
confronto valevole per la seconda Coppa Internazionale. L’avversario di
turno era la Svizzera.
Per l’occasione Pozzo diede spazio ai due beniamini del pubblico
partenopeo: Attila Sallustro giocava come centravanti, e Vojak interno
destro, in posizione speculare all’oriundo uruguagio del Bologna Francisco
Fedullo. Non furono le uniche sperimentazioni tentate quel giorno dal
commissario tecnico, evidentemente contagiato dalla fantasia che la
tradizione vuole si respiri con l’aria di Napoli. Pozzo, infatti, convocò anche
il portiere biancoceleste Sclavi, noto per il suo stoicismo e per l’hobby della
pittura, e il suo compagno di squadra “Filó” Guarisi, uno dei paulisti che
avevano creato il mito della BrasiLazio. Per par condicio nei riguardi della
Roma, sperimentò una mediana per due terzi giallorossa, con il rientrante
“Fuffo” Bernardini e “er Più” Ferraris scortati da “Rico” Colombari. Mai
si era vista un’Italia col baricentro tanto spostato verso il Meridione, e
l’esperimento funzionò alla grande: i compassati Rossocrociati videro poco
il pallone, e ancor più di rado videro Fedullo, che firmò una dopo l’altra le
tre reti dell’incontro.
Grazie a quella netta vittoria, gli Azzurri avevano fatto un buon passo
avanti in classifica, anche se era difficile fare calcoli, ché gli incontri non si
svolgevano in simultanea. Però avevano anche esaurito i “bonus” delle
partite casalinghe: i tre restanti match erano da giocarsi in trasferta, a
cominciare da quello, imminente e arrischiato, contro l’Austria.
La trasferta si tenne l’ultimo giorno d’inverno al Prater di Vienna.
Anche stavolta, il commissario tecnico cambiò radicalmente la
formazione: Rosetta e il riabilitato Allemandi giocarono terzini davanti alla
porta del “pittore” Sclavi; Pitto, Ferraris e Bertolini componevano la
mediana; il “Reuccio” Costantino e Orsi erano le ali, Magnozzi e Sansone
del Bologna gli interni, Meazza il centravanti.
Per loro sfortuna, Meisl aveva mandato in campo un centrattacco di classe
cristallina, tanto leggiadro nella figura quanto efficace nel convertire ogni
azione in un arrembaggio: Matthias Sindelar detto “Cartavelina”, letale
centravanti dell’Austria Vienna.
Fu lui, dopo un primo tempo in equilibrio, a inclinare il match a favore
del Wunderteam padrone di casa, violando per due volte in altrettanti minuti
la porta difesa da Sclavi. Meazza accorciò al 66’, ma non ci fu nulla da fare
per agguantare il pareggio.
Adesso, la situazione in classifica degli Azzurri cominciava a farsi critica.
Nel girone di ritorno, il vantaggio del Bologna si erose progressivamente:
sconfitti a Roma dalla Lazio e a San Siro dal Milan, il 17 aprile i Rossoblù
persero anche all’Arena contro l’Ambrosiana, e la Juventus, vittoriosa a
Trieste, passò in testa d’un punto.
Mancavano ancora otto giornate al termine, ma entrambe le squadre
individuarono come decisivo lo scontro diretto del primo maggio sul
campo della Juventus.
L’unica opzione che il Bologna aveva per riaprire il campionato era la
vittoria in trasferta, ma ad aprire le ostilità sotto la pioggia battente furono i
padroni di casa.
Il primo tentativo dei Bianconeri fu rappresentato da una cannonata fuori
misura di Monti su punizione, e subito dopo il pubblico si esaltò per una
triangolazione in corsa fra Vecchina e Cesarini, neutralizzata da una
miracolosa parata di Gianni sulla conclusione dell’italo-argentino.
Su una nuova discesa juventina, il Bologna rubò palla e si lanciò al
contrattacco; Bertolini riuscì a fermare Maini solo grazie a uno sgambetto,
e l’arbitro fischiò la punizione. Il vecchio Genovesi se ne incaricò di
persona, servendo lo stesso Maini che scaricò direttamente in rete per
l’inatteso vantaggio bolognese: 0-1, e Bologna virtualmente in testa al
torneo.
La Juve, incattivita, riprese ad attaccare per folate nonostante il campo
ormai appesantito: su un “centro” di Orsi, Munerati venne ostacolato in
salto da Gasperi. I due ricaddero aggrovigliati e inzaccherati di fango, e
l’arbitro concesse il rigore. “Mumo” non sbagliò, pareggiando il conto.
«Le squadre si temono, e manovrano velocissimamente cercando di non
scoprire le rispettive difese» avrebbe riportato la stampa dell’indomani,
riconoscendo che in questa fase della partita «la netta superiorità bolognese
è evidente».
La Juventus si difendeva con furia, e un nuovo fallo di Bertolini fu
sanzionato con una punizione dal limite dell’area: Baldi si limitò a passar
palla a Schiavio, che si liberò del marcatore e, ormai faccia a faccia con
Combi, lo spiazzò e mandò in rete la palla dell’1-2, un risultato che
riportava provvisoriamente il Bologna in testa alla classifica.
Fu allora che “Luisito” Monti, incattivito dai mesi trascorsi intabarrato a
correre, salì alla ribalta per cambiare il volto del torneo. Si trattava di
un’azione clamorosa ma, va detto, senza palla: «Al 44’ del primo tempo, in
uno scontro fra il centromediano juventino Monti e Schiavio, che sino ad
allora aveva giocato valorosamente e proficuamente per i suoi colori, questi
cadeva; e si vedeva allora Monti farglisi sopra e colpirlo e pestarlo
ripetutamente con intenzione al ginocchio, tanto che il valoroso attaccante
felsineo fu trasportato a braccia fuori dal campo quasi svenuto. L’arbitro
Lenti, o non si è accorto del grave fatto, o credette opportuno, per il buon
esito della partita (il che è molto discutibile) non dare il seguito che sarebbe
stato doveroso e necessario al brutto episodio».
Azzoppata in barbara maniera la stella bolognese, nel secondo tempo la
Juventus segnò due volte con il centravanti Vecchina, portando a casa la
posta dell’incontro e incrementando il proprio vantaggio in classifica. La
stampa, tuttavia, non mancò di accusare il Bologna, che nella ripresa si era
asserragliato tentando di difendere il vantaggio.
Una volta appreso in quale maniera la corsa per lo scudetto si era
praticamente chiusa, gli appassionati di sport poterono rivolgere la propria
attenzione agli altri, interessanti, articoli che riferivano delle partite di
giornata: la Roma aveva vinto il “derby del Cupolone” per 4 a 1, Levratto
aveva segnato con un bolide da trenta metri al Milan, e Petrone aveva
firmato una splendida tripletta contro la Pro Patria.
L’8 maggio, la Nazionale tornò a Budapest, teatro dell’impresa del 1930,
per il penultimo atto della seconda Coppa Internazionale.
Per Combi, “Mumo” Orsi, Meazza e gli altri protagonisti della fantastica
vittoria di due anni prima, quella trasferta sulle rive del Danubio fu la
certificazione che davvero non ci si può bagnare più d’una volta nella stessa
acqua: stavolta, allo stadio Hungária, l’iniziale vantaggio azzurro marcato
dal “Reuccio” Costantino fu annullato sul finire del primo tempo dal
pareggio dei Magiari su rigore, e nella ripresa non ci fu verso di sbloccare la
partita.
Portando a casa un solo punto, l’Italia compromise ulteriormente il primo
posto nella classifica del torneo: l’Austria era ancora indietro d’una
lunghezza, ma le restavano due match da giocare contro uno solo a
disposizione dell’Italia.
Solo un miracolo, da compiersi a Praga nell’ultima partita, avrebbe potuto
salvare la coppa di cristallo dalle affusolate, rapaci mani di Matthias
Sindelar.
Nel finale del campionato le Zebre non commisero errori, e si
aggiudicarono così il secondo scudetto consecutivo, mentre il Bologna
dovette accontentarsi della piazza d’onore e della conseguente qualificazione
europea.
Al terzo posto in classifica, staccatissima dalle due capolista, si qualificò la
Roma, con un punto di vantaggio sul tandem Fiorentina e Milan, e due
sulla coppia composta dall’Ambrosiana e dall’Alessandria allenata da Karl
Stürmer, ex tecnico dei Balon boys granata.
Il portabandiera dei Felsinei “Anzlèn” Schiavio ebbe l’onore di risultare il
capocannoniere del torneo insieme al viola Petrone: per entrambi, il bottino
era stato di venticinque reti.
Li seguivano il “Balilla” Meazza e Libero Marchina dell’Alessandria, fermi
a quota ventuno davanti a Maini del Bologna e “Mumo” Orsi, autori di
diciannove centri.
In fondo alla classifica, si salvarono dalla bagarre solo all’ultima giornata
Lazio e Triestina, mentre Bari e Brescia furono condannati allo spareggio
per stabilire chi sarebbe rimasto in A e chi, invece, avrebbe accompagnato il
Modena in seconda serie.
Si giocò quattro giorni dopo la fine del campionato al Littoriale di
Bologna, e i Galletti agguantarono la salvezza con un emozionante 2 a 1.
Per sostituire “Canarini” e “Rondinelle”, salirono dalla B una
“cenerentola” e una vecchia frequentatrice della massima serie: il Palermo,
che aveva sostituito in corsa mister Cargnelli con l’ungherese Gyula
Feldmann, e i Biancoscudati del Padova.
Precipitarono invece in Prima divisione Udinese, Parma e Lecce.
Nell’afosa estate del ’32, Juventus e Bologna si disposero ad affrontare il
primo turno della Mitropa.
Ai Bianconeri era toccato il Ferencváros, e agli Emiliani lo Sparta, che
aveva le sue stelle nel centravanti mancino Raymond Braine, belga emigrato
a Praga, e nell’implacabile interno “Olda” Nejedlý.
La Squadra di ferro era appena scesa sul terreno del Littoriale, che venne
aggredita da una sarabanda di assalti rossoblù: l’ala Reguzzoni andò a punto
per primo al terzo minuto di gioco e, prima che fosse scoccato il ventesimo,
Bruno Maini aveva incornato in rete altri due palloni. I campioni di
Cecoslovacchia, che tante volte avevano fatto strame dei club italiani, erano
sbigottiti. E, prima che potessero rifiatare negli spogliatoi, “Anzlèn”
Schiavio tagliò loro le gambe con la quarta rete. Ma la cavalcata rossoblù
non era ancora finita: nel secondo tempo Baldi, che si sarebbe sposato di lì a
pochi giorni, celebrò l’addio al celibato calciando direttamente in rete su
calcio di punizione, per fissare lo score su un ultimativo 5-0.
Al fine di evitare sequele di spareggi, era ormai stata instaurata la regola
per la quale la differenza reti risolveva i doppi confronti, così che i Felsinei
affrontarono la trasferta a Praga con animo leggero: la qualificazione
sembrava nelle loro mani.
Al match di ritorno non parteciparono l’acciaccato Schiavio e Baldi,
chiamato a pronunciare il suo «Sì». L’arbitro del confronto allo stadio Letná,
l’austriaco Braun, concesse con una certa liberalità un rigore per lo Sparta;
alla trasformazione fece seguito, nel giro di poco, una malaugurata autorete
emiliana, così che i Rossoblù s’impegnarono soprattutto a limitare i danni.
Nella ripresa i Praghesi segnarono la terza rete, ma il Bologna addormentò
la partita sino alla fine, e strappò la qualificazione alle semifinali.
La Juventus non fu da meno. Il 29 giugno, a Torino, i bicampioni d’Italia
rifilarono un netto 4-0 ai biancoverdi di Budapest, mandando a segno
prima Orsi poi, per due volte, Cesarini, e infine il minuscolo
“Ministrinho” Sernagiotto.
Sulle rive del Danubio, però, incapparono in un ostacolo imprevisto: il
severissimo arbitro Braun. La partita era appena cominciata che questi
assegnò un calcio di rigore a favore dei Magiari. L’attaccante ungherese di
madre italiana Giorgio Sarosi andò sul dischetto e non sbagliò. I Bianconeri
potevano ancora godere di un considerevole vantaggio, ma non trascorsero
che pochi minuti e Braun fischiò un nuovo rigore per i padroni di casa.
Sarosi trasformò nuovamente dagli undici metri, raddoppiando il vantaggio
del Ferencváros.
Il sospetto di avere a che fare con un direttore di gara ostile nei riguardi
degli Italiani si trasformò in certezza, e indusse la Juventus a scatenarsi: nel
giro di cinque minuti, prima con Orsi e poi con Cesarini, arrivò il
pareggio. Ancora Cesarini segnò nel cuore della ripresa, mettendo il sigillo
sulla certezza della qualificazione, ma Braun non voleva a nessun costo
concedere ai Bianconeri la soddisfazione della vittoria, e sul finire del match
concesse un terzo rigore ai padroni di casa, che il solito Sarosi trasformò
nella rete del definitivo, platonico, 3-3.
Grazie alle goleade in casa e alle trasferte nelle quali avevano limitato i
danni, entrambe le squadre italiane si ritrovarono in semifinale: non era mai
accaduto prima, e si iniziò a carezzare il sogno di portare per la prima volta
nel nostro Paese quella coppa che si era fermata una volta a Praga, due a
Budapest e altrettante a Vienna.
Sulla loro strada, però, c’era un austriaco in giacchetta nera: l’arbitro
Braun, ancora lui!
Nonostante le ormai evidenti prove di parzialità, era stato designato per
dirigere la semifinale d’andata, da giocarsi il 6 luglio, fra i Biancorossi
praghesi dello Slavia e i Bianconeri.
Quel giorno, sulle tribune in legno del Letná, accadde il finimondo.
Il comportamento intimidatorio adottato dall’arbitro favorì da subito, in
maniera smaccata, i padroni di casa, che mandarono a segno nel primo
tempo prima Kopecký e poi, per due volte, il centravanti Svoboda.
Nell’intervallo Carcano indottrinò i suoi ché non perdessero la calma e
provassero a ridurre lo svantaggio: se avessero limitato il passivo, nulla
avrebbe impedito loro di raddrizzare il confronto a Torino, davanti al
pubblico amico e con un arbitro diverso da quel disgraziato.
Braun, però, era deciso a sfruttare il suo potere sino in fondo: nella ripresa,
ogni azione bianconera veniva fermata da un colpo di fischietto prima che
potesse diventare pericolosa e, quando mancavano dieci minuti alla fine, gli
parve di vedere Rosetta che toccava la palla di mano e pensò bene di
assegnare un rigore – la sua specialità – allo Slavia.
Gli Juventini, esasperati, vennero alle mani con gli avversari, mentre il
pubblico praghese ululava contro l’Italia e gli italiani. Cesarini, nel mentre,
puntava al bersaglio grosso: nel parapiglia, tentò di far giustizia aggredendo
l’iniquo Braun, che prima finì al tappeto e poi fuggì dal campo per riparare
negli spogliatoi. Ormai i tifosi di casa scavalcavano le recinzioni per
riversarsi in campo e linciare i Bianconeri: caddero sotto una ridda di pugni
e calci il centravanti Vecchina, Caligaris e Varglien, mentre Cesarini,
trasformato in una furia, distribuiva bastonate mulinando l’asta d’una delle
bandierine dei corner. Per evitare che ci scappasse il morto, dovettero
entrare in campo i gendarmi cecoslovacchi.
Quando fu ripristinato un accettabile ordine l’arbitro tornò in campo per
espellere Cesarini e far battere il rigore: 4-0 per lo Slavia, Juve ridotta in
sette uomini sino al novantesimo e coda di tafferugli negli spogliatoi, con
l’italo-argentino che tornò a inseguire Braun per staccargli la testa a mani
nude.
«Solo l’intervento della polizia», avrebbe testimoniato Braun, «mi salvò
dalle sue violenze».
Come si può intuire, la partita di ritorno venne preceduta da roventi
polemiche, e si giocò in un clima tutt’altro che sereno.
Il pubblico di corso Marsiglia era guardato a vista da un imponente
servizio d’ordine, e la Juventus era decisa a non concedere un solo pallone
agli avversari. I Bianconeri partirono in quarta, segnando due volte nel
primo tempo con il tarantolato Cesarini, che aveva subito una multa di
duemila lire ma nessuna squalifica, e con un rigore di “Mumo” Orsi.
Il miracolo della rimonta era dunque possibile ma, nella pausa, lo
spogliatoio praghese ordì un piano mefistofelico.
Il gioco era appena ripreso e il cuoio viaggiava intorno alla metà campo,
quando si vide il portiere cecoslovacco, il fortissimo Plánička, afflosciarsi al
suolo per restare bocconi, perfettamente immobile. Era forse morto per un
infarto?
I compagni che gli si fecero attorno gridarono all’arbitro che era stato
colpito alla testa da un sasso. E dov’era, questo sasso? Non si sapeva.
I giocatori dello Slavia, senza che nessuno potesse constatare la fondatezza
delle loro accuse, o smascherarne la fantasiosa antisportività, sollevarono di
peso l’estremo difensore e lo portarono nello spogliatoio, dove si
barricarono rifiutandosi di tornare in campo.
Sospettando una clamorosa simulazione volta a farsi assegnare la vittoria a
tavolino, i dirigenti della Vecchia Signora ottennero di far visitare Plánička
dai propri medici: il cranio del portiere, naturalmente, non portava i segni
di alcuna sassata, ma questi si lamentava, con sguardo vago, di non ricordare
più nulla e di non potersi reggere in piedi. Non ci fu verso di far tornare lo
Slavia in campo, e al direttore di gara non restò che dichiarare la
sospensione del match.
Frattanto, trecento chilometri più a est, il Bologna affrontava nella
semifinale di andata i propri avversari, i Gialloblù del First Vienna,
detentori della Coppa e ritenuti fuor di dubbio, dalla stampa del nostro
Paese, «il miglior club d’Europa».
Gli Austriaci, titolari di una difesa fortissima, erano noti per la tattica di
temporeggiare nella prima frazione, per poi portare gli assalti decisivi nella
ripresa, e la partita bolognese non fece eccezione: nei primi quarantacinque
minuti il gioco bolognese s’infranse contro la diga austriaca ma, da quando
le squadre rientrarono in campo, il First impose al match un ritmo difficile
da sostenere.
Guidati dall’esperto centromediano Hofmann e dall’arrembante “avanti”
Gschweidl, gli ospiti portarono alcune iniziative pericolosissime verso la
porta di Gianni. Il Bologna, dal canto suo, sfruttava al meglio la vocazione
italica alla controffensiva, e al 63’ riuscì a segnare il primo punto del match
con Maini, sempre incisivo nella competizione europea. Provvidenziale,
poi, fu il gol di Sansone all’ultimo minuto di gioco, che regalò ai Felsinei un
rotondo 2-0.
Quel risultato era maturato grazie a un ottimo gioco di squadra, al quale
non era stato alieno l’apporto di Baldi: secondo la cronaca del match apparsa
sul Littoriale, il giocatore aveva dimostrato «di non avere per nulla risentito
delle fatiche… del matrimonio». Ora, si scrisse, «ogni azzardata ipotesi
diviene verosimile; e comunque, col solido appoggio dei due goals segnati
ieri, la squadra ha certo probabilità di entrare in finale lievemente maggiori
di quelle dell’avversaria».
Nel riferire della vittoria rossoblù, si raccontava anche del dopo-partita
torinese: la comitiva dello Slavia, scortata alla stazione di Porta Nuova dal
console cecoslovacco e da un robusto cordone di polizia, era ormai
ripartita.
«La Juventus dovrebbe senz’altro venir considerata e classificata come
finalista del torneo» aveva scritto sulla Stampa il commissario tecnico Pozzo.
Ormai, infatti, era certo che nessun sasso aveva attentato alla salute di
Plánička. Tuttavia ci si trovava di fronte a un evento senza precedenti, e la
decisione sul da farsi era affidata a una riunione del Comitato organizzatore:
«Soltanto in settembre sarà ufficialmente noto se la Juventus potrà
considerarsi finalista».
I giornalisti di Praga, però, erano di tutt’altro avviso. Per loro Plánička era
stato colpito eccome, e gridavano allo scandalo per il comportamento, a
loro dire, inaccettabile del pubblico e dei giornalisti del Bel Paese.
Secondo il Posledni List, la stampa italiana «ha svolto contro i cecoslovacchi
una campagna così volgare paragonabile solo a quelle osate contro di noi
durante la guerra mondiale con espressioni offensive verso la Nazione
cecoslovacca i cui figli erano chiamati pidocchi e porci».
Rincarava la dose il Večerni pravo lidu: «Gli avvenimenti torinesi non sono
una semplice dimostrazione di fanatismo sportivo, ma sono il frutto
dell’educazione fascista e il prodotto di una megalomania cui manca ogni
base morale. Il fascismo è terrore, violenza, arbitrio crudele che procede
calpestando i morti. La bassezza dei giornalisti italiani è la causa principale
delle manifestazioni del pubblico il quale ha dimostrato la infamia e la
criminalità dei gregari del fascismo».
La polemica divampò nelle giornate seguenti. Nel bel mezzo degli attacchi
incrociati fra stampa boema e italiana, si affacciò un’ipotesi che si sarebbe
dimostrata realistica: «Qualora anche […] il Comitato – e non lo vogliamo
credere – negasse alla Juventus il riconoscimento al diritto alle finali,
dovrebbe esser proclamata vincente della Coppa la squadra vittoriosa
nell’altra semifinale, quella che è ancora insoluta fra Bologna e First
Vienna».
Sarebbe andata proprio così: tanto la Juventus quanto lo Slavia sarebbero
andate incontro alla squalifica, col risultato che l’assegnazione della Coppa
dipese dall’esito dell’incontro viennese tra il First e i Rossoblù.
Si giocò il 17 luglio all’Hohe Warte, e il Bologna mandò in campo, con
Gianni in porta, Gasperi e Monzeglio difensori; Montesanto, lo sposo
novello Baldi e Martelli sulla mediana; Maini e Reguzzoni ali, gli uruguagi
Sansone e Fedullo interni, e la bandiera Schiavio al centro dell’attacco.
Il match suscettibile di eleggere la squadra vincente della Coppa partì per
loro in decisa salita: contrariamente al solito, i Viennesi, bisognosi di
recuperare le due reti subite all’andata, scatenarono l’offensiva dai
primissimi minuti di gioco, mandando la difesa rossoblù in affanno. Ancora
una volta, una draconiana decisione dell’arbitro, l’elvetico Mercet, punì gli
Italiani: un intervento in area di Monzeglio fu giudicato meritevole della
massima punizione, e il centromediano locale Hofmann sistemò la palla sul
dischetto. Dopo una breve rincorsa calciò a tutta forza, ma il pallone
s’impennò sopra la traversa di Gianni.
Il sollievo, per i Veltri emiliani, fu di breve durata: al quarto d’ora di gioco
venne assegnata al First una punizione dal limite dell’area, e il “Gatto
magico” era ancora intento a sistemare la barriera quando Schönwetter
calciò all’improvviso dritto in rete.
C’era di che tremare, ma il Bologna mantenne i nervi saldi: piuttosto che
rintanarsi in difesa e rischiar la fine del topo, spostò il gioco a centrocampo,
intessendo una fitta trama di passaggi fra la mediana e i piedi vellutati di
Sansone e Fedullo, allargando sulle ali quando il robusto pressing austriaco
si faceva insopportabile.
Toccava, certo, anche difendersi, ma la “muraglia bolognese” non si lasciò
scalfire, facendo grande attenzione ad evitare interventi troppo energici che
avrebbero potuto indurre l’arbitro ad assegnare ulteriori castighi.
I minuti correvano e, finalmente, arrivò il novantesimo.
Il Bologna uscì dal campo fra gli applausi dello sportivo pubblico locale
con la certezza di aver meritato l’accesso alla finale, e la stampa sportiva non
si attentò a scrivere nulla di più. La risoluzione della querelle che aveva
coinvolto la Juventus, infatti, era ancora di là da venire.
Solo alla fine dell’estate il Comitato si pronunciò ufficialmente: tanto lo
Slavia quanto i Bianconeri andavano squalificati e, di conseguenza, la
Coppa Mitropa andava all’unica finalista rimasta in lizza, il Bologna.
Fu così, senza avvedersene se non a posteriori, che una squadra italiana
vinse per la prima volta la più prestigiosa competizione europea per club.
Quell’estate si tennero le Olimpiadi a Los Angeles, ma il soccer era escluso
dal programma.
Agli italiani non restò che esaltarsi per le imprese dello statuario riminese
Romeo Neri, vincitore di tre ori nella ginnastica, e per il ricco bottino
conseguito dagli altri atleti azzurri, che valsero al nostro Paese il secondo
posto assoluto nel medagliere.
Gli appassionati di calcio internazionale, in compenso, poterono
pregustare una kermesse ancora più appetibile rispetto a quella olimpica: la
FIFA, infatti, ufficializzò la designazione dell’Italia per ospitare i Mondiali
del 1934, e i bene informati sostenevano che il torneo avrebbero fatto
impallidire nel ricordo la pittoresca e raffazzonata manifestazione tenuta
due anni prima in Uruguay.
Per ospitarla al meglio, due nuovi impianti si aggiunsero alla già nutrita
“nuova generazione” degli stadi d’Italia.
Il primo fu il Campo del Littorio edificato nel rione triestino di Valmaura,
destinato a diventare la casa degli Alabardati a partire dalla stagione 1932-
33.
Il secondo, invece, avrebbe richiesto vari mesi di lavoro: si trattava
dell’erigendo Stadio Mussolini di Torino, in costruzione nel quartiere di
Santa Rita, che a partire dall’estate del ’33 sarebbe diventato la nuova casa
della Juventus campione d’Italia.
1932-33. Non c’è due senza tre

«Spòsalo, figliola» – Parterre de rois per Italia-Inghilterra – Juventus, Juventus e ancora Juventus –
“Cartavelina” Sindelar contro il “Balilla” Meazza

Il signor Ernesto Borel possedeva una prestigiosa boutique di abbigliamento


in piazza San Carlo, salotto buono di Torino, e i suoi ricordi di gioventù
erano legati a doppio filo alla Juventus. Prima di darsi alla carriera
imprenditoriale, infatti, si era aggregato al gruppo originale dei ragazzi del
liceo “D’Azeglio” che avevano fondato la squadra. Nel gennaio 1907 aveva
firmato il primo gol segnato dai Bianconeri in un derby contro il neonato
Torino, incontro peraltro vinto per 2 a 1 dai Granata.
Nel corso della Grande Guerra era riparato sulla Costa Azzurra, dove
aveva giocato per qualche tempo con la maglia del Cannes e, a conflitto
ormai concluso, si era concesso una brevissima rentrée per i colori della
Biellese.
Ormai impegnato a tempo pieno con la sua nuova attività, aveva
continuato a seguire la Juventus da tifoso, trasmettendo la propria passione
ai figli maschi.
Per uno scherzo del destino, però, erano entrambi finiti nell’orbita delle
giovanili granata.
Il maggiore, Aldo, vi aveva compiuto tutta la trafila sino a che, appena
diciottenne, si era dimostrato uno dei migliori fra i Balon boys, ed era stato
promosso a rimpiazzo per la prima squadra. Aveva esordito nel team di
Libonatti, Baloncieri e Rossetti sul finire della stagione 1929-30,
dimostrandosi un attaccante di prepotente fisicità ma approssimativo nella
tecnica, almeno a confronto dei fuoriclasse che era chiamato a sostituire.
Dopo un’altra stagione a far da riserva, a vent’anni aveva cercato una maglia
da titolare, e aveva trovato quella nera con la stella sul cuore del Casale; con
i “Cinghiali del Monferrato” era andato a segno sedici volte, risultando uno
dei giovani più interessanti del torneo insieme a Silvio Piola. Così, per la
stagione 1932-33, Aldo era stato acquistato dalla Fiorentina, reduce dalla
sua prima, entusiasmante, stagione in Serie A.
Tutt’altro tipo di attaccante era il fratello minore, Felice Placido, di due
anni più giovane, piccolo di statura e smilzo: in lui, l’atletismo naturale dei
Borel conviveva con la visione e la tecnica raffinata degli assi. Aldo andava
servito e messo in condizione di concludere, lui sapeva come “dare del tu”
al pallone; se i tiri del fratello maggiore erano sciabolate, i suoi erano
beffardi colpi di fioretto. Felice, in altre parole, sembrava riunire in sé la
concretezza piemontese e il genio sudamericano. I tecnici delle giovanili
granata gli predicevano un avvenire da “nuovo Libonatti”, ma papà Ernesto
non poteva tollerare che giocasse anche lui nei Balon boys: aveva già
“perduto un figliuolo” tra le file del Toro, e voleva che almeno il minore si
giocasse le sue chances alla Juventus: aveva strappato l’accordo che avrebbe
fatto anche di Felice un giocatore granata, e l’aveva portato di peso alla sede
dei campioni d’Italia.
Così, mentre Aldo si preparava a giocare la sua stagione in viola, il giovane
Felice, studente di liceo classico, era diventato un tesserato della Juventus.
Nel corso degli allenamenti estivi, Carcano aveva riconosciuto in lui il
crisma del futuro campione: l’aveva ribattezzato “Farfallino” per lo stile
leggiadro col quale giostrava palla al piede e la facilità con la quale, senza
apparente fatica, si liberava dei difensori per calciare a rete. Non aveva che
diciott’anni ma il mister, in cuor suo, era già pronto ad affidargli la maglia di
centravanti che, negli ultimi due tornei, era stata di “Nane” Vecchina.
Il passaggio al professionismo era ormai cosa fatta. Era finito il tempo dei
Bigatto e dei Carpi, che rifiutavano qualsiasi tipo di emolumento dalle
rispettive società per mantenere la propria libertà di azione e opinione. Tutti
i giocatori della Serie A, dalle stelle dei grandi club giù giù fino ai ragazzi
delle squadre emergenti, erano ormai dipendenti delle rispettive compagini.
I calciatori erano legati da un rapporto economico che presumeva
ubbidienza e disciplina, e ogni sgarro ai codici dello stile societario e dello
spogliatoio era regolato da multe salate.
In compenso, ognuno di loro poteva ritenersi fortunato rispetto ai
coetanei, ché le paghe minime dei calciatori di massima serie potevano
equivalere al salario di un operaio specializzato, e non v’era dubbio che
allenarsi e giocare davanti a migliaia di persone fosse meno faticoso e più
gratificante rispetto a fare turni in fonderia o in catena di montaggio; a
differenza degli operai, poi, i calciatori affermati potevano aspirare a
migliorare in poche stagioni la propria condizione economica, strappando
ancora giovani stipendi paragonabili a quelli di un impiegato ministeriale o,
addirittura, di un professionista con anni di studio e pratica alle spalle;
quanto alle stelle del campionato, erano già da inserirsi nella categoria dei
benestanti o, addirittura, dei ricchi.
Quello del calciatore iniziava insomma a essere un mestiere non solo
ammirato, ma anche invidiato.
Col nuovo benessere, arrivava anche il culto della personalità: su
Bernardini, idolo della Roma, era stato scritto un libro ch’era andato
esaurito in poche settimane, e i giornali cominciavano a riferire dettagli
sulla vita privata dei giocatori, a cominciare dalle località nelle quali
trascorrevano le vacanze. E, con tanto interesse e ammirazione intorno a
loro, era ovvio che i “ragazzi del calcio” suscitassero l’interesse delle
signorine più ambiziose.
A tal proposito, risulta illuminante un trafiletto apparso sul Littoriale
nell’estate 1932, dall’emblematico titolo «Spòsalo, figliola»: «Dicono che i
giocatori della Roma e della Juventus siano quelli trattati meglio
(finanziariamente) dalle società: chi veste maglia giallo-rossa o maglia
bianco-nera è sicuro di essersi fatto una ‘posizione’. E si capisce che,
quando ci sono i soldi, tu vedi per via questi ragazzi ben eleganti e
disinvolti. Quando un giocatore si mette a corteggiare una ragazza, la
madre di costei fa alla figliola: ‘Sciocca, di’ di sì: non vedi che è un giocatore
della Roma?’ E quella dice di sì».
La Juventus si era vista recapitare un nuovo titolare a domicilio nella
persona di Borel II, mentre il Bologna campione d’Europa andò a cercarsi
un rinforzo nel bacino, ormai tradizionale per i Felsinei, del torneo
uruguagio: come già accaduto per Fedullo e Sansone, si scelse non già una
stella di prima fama, ma un emergente. Il prescelto era Francesco
Occhiuzzi, mediano d’origine calabrese dei Wanderers di Montevideo:
arcigna facies mediterranea e fisico compatto da guerriero del centrocampo,
era già stato selezionato per una manciata di presenze con la maglia della
Celeste, e non esitò ad accettare l’offerta di Dall’Ara. Durante le amichevoli
estive si dimostrò dotato di garra e polmoni, e, nonostante la statura ridotta,
mise in mostra anche un superbo stacco di testa.
Fra gli altri club di Serie A, i più attivi si dimostrarono i Nerazzurri e i
Viola.
I Milanesi, guidati dal nuovo presidente Ferdinando Pozzani, assunsero la
denominazione ufficiale di Ambrosiana-Inter, una notizia che aveva
“riempito di giubilo i tifosi”, e fecero incetta di giocatori per tornare a
lottare ai vertici della classifica: dallo stesso club di Occhiuzzi, i Wanderers,
arrivò l’attaccante Francisco Frione.
Toccò un viaggio decisamente più breve allo “Sfondareti” Levratto,
ristabilitosi nel fisico e desideroso di scrollarsi di dosso la nomea di
“giocatore più forte d’Italia a non avere mai vinto lo scudetto”. Il tragitto
più breve di tutti, tuttavia, fu quello del portiere Carlo Ceresoli, ceduto alla
compagine milanese dall’Atalanta per ovviare a una situazione debitoria che
rischiava di strangolare il club bergamasco.
Quanto ai Viola, presero dal Livorno l’avanti ungherese János Nehadoma,
già star della lega americana nelle fila dei Brooklyn Hakoah, e profittarono
delle vacanze di Petrone in Uruguay per fargli selezionare giovani talenti.
L’“Artillero” convinse senza troppe difficoltà Antonioli del Misiones, e
Vicente Sarni e Carlos Gringa, entrambi del Peñarol, a lasciare le rive del
Rio de la Plata per seguirlo alla corte di Hermann Felsner.
Degno di nota anche il mercato della Roma, che si assicurò i servigi del
mediano modenese Dugoni e dell’“Uomo del fango” Banchero, mezzala
che si era affermata ad Alessandria e aveva giocato le ultime due stagioni nel
Genova.
Curiosa al limite dell’eccentricità fu invece la campagna acquisti del
Torino, che doveva sopperire al ritiro del grande Baloncieri. Persa la chance
di affidare il posto di centravanti a Borel, lo affidò al diciannovenne
Giovanni Busoni, che sin lì aveva giocato in terza serie nel Montevarchi.
Ancora più curiosa la storia del nuovo mediano granata, in arrivo da Rio
de Janeiro: si chiamava Démosthenes Magalhães, un patronimico che non
gli permetteva di vantare alcuna ascendenza italiana. Il suo ex compagno
alla Fluminense Fernando Giudicelli, già arrivato in granata da alcuni mesi,
suggerì allora al buon Démosthenes di procurarsi… dei documenti nuovi.
Fu così che il Toro poté acquistare il sedicente “oriundo” Demostene
Bertini.
Il 18 settembre, prima giornata del nuovo torneo di Serie A, la Juventus
cadde clamorosamente sul Campo del Littorio di Alessandria.
I Felsinei, detentori della Mitropa, giocarono invece ospiti del
neopromosso Padova: la squadra apparve lenta e ancora “da registrare”, e
dovette accontentarsi di uno scialbo pareggio a reti inviolate.
Erano parsi decisamente più attrezzati per la nuova stagione i Nerazzurri,
che schiantarono per sei reti a due la Pro Patria, con uno scatenato Meazza
autore di una tripletta e paragonato dai giornalisti a un instancabile
cannoncino.
Assai vivaci si dimostrarono anche il Genova, che liquidò per quattro reti a
zero la Triestina, e il Napoli, trionfatore per 3 a 1 all’Ascarelli sulla Lazio.
Combattutissima fu invece la partita del Filadelfia tra i Granata e la
Fiorentina, con i padroni di casa, orfani per la prima volta di Baloncieri, che
risultarono vincitori per 3 a 2.
I tifosi, persino quelli delle squadre uscite sconfitte dai primi novanta
minuti del torneo, tirarono un sospiro di sollievo: la fiera dei gol era
ricominciata.
Alla terza giornata la Juventus, che portava da quindici mesi lo scudo di
Savoia affiancato dal fascio littorio cucito sulla maglia, cadde anche a
Napoli.
La stella bianconera “Mumo” Orsi guadagnava ottomila lire al mese,
mentre il condottiero partenopeo Sallustro, al suo primo contratto da
professionista dopo anni di rigoroso dilettantismo, ne percepiva appena
novecento, ma evidentemente la superiorità nel calcio non si giocava
soltanto con i conti in banca.
Esaltati dalla vittoria, gli Azzurri inanellarono due mesi di risultati
positivi, provando per la prima volta il brivido di condurre da soli la
classifica di Serie A.
Il 28 ottobre gli Azzurri erano attesi a Praga, per l’ottava e ultima partita
valevole per la seconda Coppa Internazionale.
Per l’Italia, nel giorno dell’anniversario della marcia su Roma, l’imperativo
era quello di vincere. Da un lato, era l’unico modo per scavalcare in
classifica l’Austria e mantenere il possesso della coppa di cristallo, dall’altro
si trattava di una questione di prestigio nazionale che andava ben oltre la
sfera sportiva.
«Gli Azzurri non hanno mai vinto a Praga» titolava quel giorno la prima
pagina del Littoriale, sulla quale figurava anche la riproduzione di un ritratto
del Duce in versione futurista. «Per vincere la Coppa Internazionale
necessita infrangere la tradizione».
Un pareggio sarebbe risuonato come una inutile beffa, tanto che, se si
fosse profilato un risultato del genere, gli Azzurri erano tenuti «costi quel
che costi, a tentare l’inosabile».
Le due federazioni si erano ufficialmente riappacificate dopo le roventi
polemiche all’indomani della bagarre fra Juventus e Slavia, ma sarebbe stato
ugualmente una enorme soddisfazione battere i Cecoslovacchi, ricacciando
loro in gola tutto quello che avevano detto sull’Italia fascista.
Per un bizzarro caso del destino, anche per gli ospiti il 28 ottobre era una
data speciale, ché festeggiavano la loro festa nazionale, e intendevano
celebrarla abbandonando l’ultimo posto nella classifica del torneo.
Andarono a caccia della vittoria annunciando una formazione d’assalto: il
cannoniere “Olda” Nejedlý, mezzala naturale, venne schierato al centro
dell’attacco, supportato da Silný e Kopecký per comporre «un terzetto
essenzialmente perforatore, innestando fra le anziane ali tre tiratori scelti».
Quanto a Pozzo, promosse a pacchetto difensivo azzurro quello del
Bologna: Gianni in porta, Eraldo Monzeglio e Gasperi terzini. La mediana,
invece, era tutta giallorossa: la componevano Ferraris, Bernardini e il nuovo
acquisto della Lupa, il modenese Dugoni, che tornava così in Nazionale
dopo sei anni. Sulle ali il “Reuccio” Costantino e “Mumo” Orsi. Mezzala
sinistra era lo stempiato juventino Giovanni Ferrari, centravanti Meazza.
Il commissario tecnico lasciò in ballottaggio sino all’ultimo Sansone e
Banchero nel ruolo di mezzala destra: la stella d’origine uruguagia del
Bologna sarebbe stata preferita in caso di campo asciutto, mentre “l’Uomo
del fango” doveva tenersi pronto a giocare se il terreno si fosse rivelato
pesante.
In ogni caso, il sistema di gioco sarebbe stato lo stesso: i «temi tecnici» di
Pozzo sarebbero stati adattati con la consueta intelligenza al nostro
«temperamento latino, più geniale e improvvisatore, meno sofferente di
troppe rigide pastoie».
Giocò, alla fine, Sansone. E l’annunciato terzetto d’assalto dei
Cecoslovacchi si rivelò un ballon d’essai per confonderci: giocarono, alla fine,
con una linea avanzata più equilibrata e avvolgente, con Vojtěch Bradáč al
posto dell’assaltatore Kopecký.
E fu proprio Bradáč, quando mancava poco alla mezz’ora di gioco, a
portare in vantaggio i Cecoslovacchi su calcio di rigore.
Giovanni Ferrari pareggiò all’inizio della ripresa: era il momento di
«tentare l’inosabile», ma l’intelligenza tattica degli avversari imbrigliò il
nostro gioco, e a rompere l’equilibrio con la rete del 2-1 fu l’implacabile
“Olda” Nejedlý. Il passivo sarebbe potuto essere ancora più pesante se l’ala
Puč, verso il tramonto del match, non avesse fallito un rigore.
L’Italia ormai attaccava senza convinzione, e Pozzo schiumava di rabbia: la
coppa di cristallo se ne andava, un minuto di gioco alla volta, verso Vienna.
A fare le spese della frustrazione del commissario tecnico sarebbero stati
alcuni giocatori che non avrebbero più vestito l’azzurro, a cominciare da
“Fuffo” Bernardini. Anche per Raffaele Sansone la partita si risolse in un
esilio dalla Nazionale, e parecchi altri componenti della squadra – Gianni,
Gasperi, Dugoni, Costantino – avrebbero pagato cara quella sconfitta: per
loro, i Mondiali del 1934 sarebbero stati soltanto un miraggio.
Nei giorni in cui l’Italia cadeva sul terreno di Praga e il Wunderteam di
Meisl e “Cartavelina” Sindelar festeggiava la conquista della seconda Coppa
Internazionale, sui campi del Regno si sfruttava la sosta della Serie A per
disputare alcune curiose amichevoli.
Due coinvolsero la Nazionale polacca, ospite della nostra Federazione. Nel
primo dei test match, venne sconfitta 3-0 all’Ascarelli di Napoli da una
Rappresentativa centro-meridionale composta in larga parte da giocatori
partenopei. Vojak, Sallustro e compagni, per l’occasione, provarono il
brivido di giocare con lo scudo di Savoia e il fascio cuciti sul cuore. Che
fosse un presagio relativo alla conquista del primo titolo nazionale?
Due giorni dopo, a Genova, i Polacchi, in tenuta rossa, furono domati per
5-1 dalla Rappresentativa nord-occidentale, che giocava invece in maglia
nera, una casacca che sarebbe entrata a far parte della dotazione della
Nazionale maggiore. Il risultato non placò le ire della critica sportiva, già su
tutte le furie per la batosta degli Azzurri in quel di Praga: i nostri giocatori,
infatti, furono accusati di non avere dimostrato sufficiente impegno.
L’“Artillero” Petrone, in particolare, fu messo alla gogna per aver pensato
soprattutto a “salvare le gambe”, mentre l’unico a salvarsi dagli strali dei
giornalisti fu il suo compagno in viola, il magiaro Nehadoma.
Giocò invece in maglia giallorossa la Rappresentativa romana, composta
da giocatori della Lupa e della Lazio, che aveva appena vinto per 2-1 il suo
primo derby in Serie A.
La composita formazione ebbe facilmente la meglio sui Francesi del Red
Star di Parigi: a un quarto d’ora dalla fine i Romani vincevano per cinque
reti a zero, ma la stampa non apprezzò la loro sufficienza nel finale, quando
concessero ben tre gol agli ospiti.
Se le squadre italiane volevano raggiungere l’eccellenza, non potevano
accontentarsi di vincere: dovevano dominare in lungo e in largo.
A fermare il sorprendente assolo del Napoli in Serie A fu il Bologna di
Schiavio e degli assi uruguagi, vittorioso il 4 dicembre: la fuga del Ciuccio
era rientrata.
A quel punto, infatti, i Bianconeri si erano rimessi in carreggiata e, forti di
sette vittorie consecutive, avevano ormai affiancato i Partenopei.
Ancora due settimane e, nell’ultima partita prima della sosta natalizia, gli
Azzurri caddero nuovamente a Campo Testaccio, mentre la Juventus,
sempre più lanciata, sconfisse l’Ambrosiana-Inter per 3-0 e mise a sua volta
la testa avanti.
Si ricominciò a giocare due giorni dopo l’Epifania. La Juventus era ospite
al Giovanni Berta di una Fiorentina lacerata dalle polemiche: Felsner aveva
dirottato Petrone all’ala destra, lasciando a Nehadoma la postazione di
centravanti, e l’asso uruguagio non nascondeva il suo malcontento. Eppure,
i Viola tirarono fuori l’orgoglio e vinsero, bloccando la capolista.
Nella giornata successiva la Juve fu costretta sul pari dal Bologna, e i
Bianconeri portarono a casa per un pelo il titolo di campioni d’inverno: il
Bologna di Schiavio e dei tre uruguagi era a due punti, Napoli e
Ambrosiana-Inter a quattro, Roma e Torino appena dietro.
Le Zebre avevano bisogno di una strigliata, e Carcano era l’uomo adatto
alla bisogna: ammonì i suoi ragazzi che, se volevano entrare nella storia
vincendo il terzo scudetto consecutivo, nel girone di ritorno non potevano
permettersi incertezze di sorta.
Il 30 gennaio, in Germania, si produsse l’evento che avrebbe cambiato la
sorte dell’Europa tutta: il feldmaresciallo von Hindenburg, presidente della
traballante Repubblica di Weimar, riconobbe a Adolf Hitler le credenziali
di cancelliere. All’inizio di marzo, il Partito Nazionalsocialista avrebbe
trionfato alle elezioni con oltre il 40% dei voti.
Da forza rivoluzionaria, i nazisti si erano trasformati nel cardine della
nuova Germania, e bastarono poche settimane perché mostrassero il loro
vero volto: la libertà di stampa fu limitata nell’interesse della nazione
tedesca, e il pauroso incendio col quale il Reichstag venne dato alle fiamme
fu attribuito alle opposizioni, benché l’unico piromane individuato fosse un
minorato mentale di simpatie naziste. Ancora poco e i falò, questa volta con
l’aperto incoraggiamento del governo, avrebbero divorato anche i libri degli
autori messi all’indice, e nel giro di poco la Germania sarebbe uscita dai
ranghi della Società delle Nazioni per intraprendere una colossale
operazione di riarmo.
Se in Prussia, in Sassonia e in Baviera si salutava con orgoglio il risveglio
nazionale, la borghesia di Berlino, Amburgo e Colonia era nel panico: non
c’era dubbio che quell’esaltato dai baffi a spazzolino e i suoi seguaci, camicie
brune e tradizionalisti in lederhosen, avrebbero trasformato la Germania in
uno “Stato canaglia” lieto di marciare al passo dell’oca verso una nuova
catastrofe.
L’allarme contagiò in fretta anche la confinante Austria.
Sull’arco alpino, quindici anni dopo la conclusione del più spaventoso
conflitto della storia, già tornavano ad addensarsi fosche nubi di tempesta.
Il 19 febbraio, primo turno del girone di ritorno, durante un Bologna-
Padova risolto da una rete di “Anzlèn” Schiavio, capocannoniere del girone
d’andata con quindici reti, l’uruguagio Occhiuzzi uscì dal campo con una
gamba rotta e la certezza che la sua stagione era finita. Quel pomeriggio si
spensero anche le ambizioni di scudetto dei campioni d’Europa.
La Juventus, invece, ripartì al galoppo, sospinta dalle reti del suo nuovo
fromboliere: le Zebre stavano ancora una volta ammazzando il campionato,
e “Farfallino” Borel sembrava destinato a raggiungere Schiavio e Meazza
nel novero dei cecchini più letali della nazione.
A stimolare i Bianconeri era anche la munificenza dei dirigenti del club,
che avevano promesso un ricco premio-scudetto da diecimila lire. Nel
mentre, ché i suoi non perdessero la concentrazione, Edoardo Agnelli aveva
concesso di tasca propria una gratifica extra di duemila lire, a patto che
nessuno lo dicesse al severo barone Mazzonis, e i giocatori l’avevano
intascata con la promessa di tenere l’acqua in bocca.
I primi incontri in programma della terza Coppa Internazionale
rappresentavano un buon test per gli Azzurri di Pozzo in chiave di
preparazione al Mondiale da giocarsi in patria.
Il match d’esordio, Svizzera-Italia, fu giocato il 2 aprile allo Stade des
Charmilles di Ginevra, e il commissario tecnico cambiò le carte in tavola
rispetto alla formazione mandata in campo nella débacle di Praga: la difesa
tornò a colorarsi di bianconero con Combi, Rosetta e Caligaris; juventini
erano anche due uomini su tre della linea mediana, “Luisito” Monti e
Bertolini, affiancati dal viola Pizziolo; il “Reuccio” Costantino, all’ala
destra, era l’unico romanista presente, mentre all’estremo sinistro della linea
offensiva c’era il solito “Mumo” Orsi; Meazza era stato spostato alla
mezzala a fianco di Giovanni Ferrari, e Schiavio occupava il posto di
centravanti. Si vinse facilmente, con “Anzlèn” ad aprire le marcature
quand’era trascorsa da poco la mezz’ora. Lo stesso Schiavio segnò il
raddoppio al quarto d’ora della ripresa, e il “Balilla” Meazza mise a segno il
punto del 3-0.
Un mese più tardi, sul campo del Berta di Firenze, andò in scena il
secondo atto del torneo con Italia-Cecoslovacchia. Al riposo, “Olda”
Nejedlý e compagni erano già stati liquidati da un fulmineo uno-due di
Giovanni Ferrari e Schiavio, e il punteggio non si schiodò più dal 2-0.
Pozzo poteva sorridere: la nuova avventura era cominciata sotto i migliori
auspici, e andava prendendo forma la squadra che, di lì a un anno, avrebbe
dovuto affrontare il Campionato del mondo.
Puntare sugli italiani sembrava più sicuro che affidarsi al capriccioso estro
degli assi d’origine straniera. Questi, infatti, potevano trasformarsi in
colonne della squadra come era avvenuto alla Juventus per Orsi, Cesarini e
Monti, o col minuscolo brasiliano Sernagiotto, ma erano sempre a caccia di
visibilità e aumenti di ingaggio. Lo stesso Cesarini, pur non lesinando
l’impegno, continuava a pretendere un aggiornamento del contratto per
essere equiparato a Orsi, ché le sue milleduecento lire al mese non gli
bastavano più; il barone Mazzonis teneva duro sostenendo che avrebbe
dilapidato tutto anche se ne avesse guadagnate tremila.
Sansone invece minacciava il Bologna di rientrare in patria se non gli
avessero riconosciuto una maggiorazione dello stipendio, e non attese
neppure la fine del torneo per tornare in Uruguay l’“Artillero” Petrone.
Questi, in rotta con Felsner e beccato dalla stampa per la noncuranza con la
quale scendeva in campo, si limitò a fare le valigie e sparire.
Benché risultassero difficili, e talora impossibili, da gestire i sudamericani
continuavano a rappresentare una risorsa imprescindibile per i nostri club.
Erano sempre meno i danubiani ai quali si riconosceva il nostro
passaporto, e sempre più gli oriundi, o presunti tali, provenienti da
Argentina e Uruguay.
Nel maggio del 1933, ne sbarcarono a Roma altri tre, accolti come eroi
del popolo giallorosso: Enrique Guaita e Alejandro Scopelli, due dei
Profesores dell’Estudiantes incrociati nel corso della tournée estiva in Sud
America da Bologna e Torino, e il mediano Andrés Stagnaro del Racing
Avellaneda.
Guaita, il più giovane dei tre, era considerato il migliore del lotto. In patria
lo chiamavano “Indio” per via dell’incarnato che tendeva all’olivastro, ma
dal punto di vista calcistico era tutt’altro che incolto: ardimentoso e atletico,
era titolare di spalle da pugile e di due piedi gentilissimi, che gli
permettevano di giostrare in tutti i ruoli della linea avanzata.
I tre apparvero alla stazione Termini all’alba del primo maggio, accolti dal
presidente Sacerdoti, dai dirigenti e da una folla entusiasta e armata di
bandiere giallorosse: la torma li seguì intonando cori nel breve tour di
benvenuto, che prevedeva sessioni fotografiche di fronte alla fontana delle
Naiadi, in piazza Esedra, e alla sede sociale di via Monterone, all’ombra del
Pantheon: la Lupa, dopo tanti piazzamenti onorevoli, contava su di loro per
conquistare il primo scudetto nella stagione successiva.
Il 13 maggio 1933 l’Italia giocò un’amichevole che attirò allo Stadio
Nazionale del PNF un pubblico enormemente più ampio e prestigioso di
tutte le partite di Coppa Internazionale viste sin lì. Oltre 45.000 persone
affollavano l’impianto.
In tribuna c’era il Duce, accolto al suo ingresso da un’ovazione, a fianco
delle principesse Mafalda e Maria Francesca di Savoia.
Alle spalle di Mussolini il fido, ottuso, Starace, e poco più in là gli altri
pezzi grossi del Regime, fra i quali il nuovo numero uno della FGCI, il
generale Vaccaro, che aveva preso il posto di “Sua Maestà Leandro I”: il
regno di Arpinati alla testa del calcio italiano era, infatti, da intendersi
concluso insieme alla sua brillante carriera politica.
Lo spettacolo offerto dalla tribuna non si esauriva con le personalità di casa
nostra: c’erano anche le infante di Spagna, l’ex re dell’Afghanistan, il grande
allenatore del Wunderteam Hugo Meisl e i rappresentanti delle federazioni
calcistiche di mezza Europa.
La ragione di tale convegno di personalità era da ricercarsi nell’enorme
prestigio della Nazionale ospite degli Azzurri: quel giorno, a Roma, si
giocava Italia-Inghilterra.
I “maestri” inglesi erano guidati per l’occasione da Herbert Chapman in
persona, il cinquantacinquenne allenatore dell’Arsenal che, nel 1931, aveva
interrotto la supremazia delle squadre del Nord portando il primo titolo di
First Division a Londra. La sua fama poggiava sulle sue innovazioni
nell’allenamento dei giocatori, che dovevano essere prima di tutto degli
ottimi atleti, e sulla invenzione del celebre Sistema.
Totalmente diverso, al di là della disposizione sul terreno, era l’approccio al
gioco degli Albionici, tutto puntato sui lanci lunghi e sulla fisicità, mentre
le squadre italiane giocavano di preferenza palla a terra e prediligevano il
pezzo di bravura rappresentato dal dribbling al ruvido spalla a spalla.
Per sintetizzare al massimo le differenze fra le due impostazioni di gioco, si
può pensare a quello italiano come ispirato dall’astuto dio Mercurio, e a
quello britannico dal bellicoso Marte.
L’Italia, accolta in campo sulle note di Giovinezza, si presentò con il
classico pacchetto difensivo bianconero composto da Combi, Rosetta e
Caligaris; sulla mediana c’erano Pizziolo, “Luisito” Monti e Bertolini, il
più “british” fra i giocatori della Serie A quanto ad agonismo e approccio
all’azione; Costantino e Orsi erano le ali, Meazza e Ferrari gli interni,
Schiavio il centravanti.
Gli assi d’Oltremanica entrarono in campo sulle note di God save the king,
indossando una elegantissima camicia bianca dalle maniche arrotolate sopra
i gomiti, calzoncini blu notte e calzettoni dello stesso colore con risvolto
bianco.
L’unico in maglia arancione era il portiere Harry Hibbs del Birmingham
City, fronte alta e tempie rasate, che prima di diventare calciatore era stato
un apprendista idraulico. La linea difensiva era invece composta dal titanico
Roy Goodall, trascinatore dell’Huddersfield triplo campione d’Inghilterra
negli anni Venti, e da Eddie Hapgood dell’Arsenal, un ex lattaio ch’era stato
costretto ad abbandonare la dieta vegetariana per metter su muscoli al suo
arrivo fra i Gunners, e si era trasformato in uno dei più celebri calciatori di
sempre nel Regno Unito, al punto che incrementava la sua paga di sportivo
posando come modello e reclamizzando una nota marca di cioccolato. In
mezzo ai due giocava Tommy White, campione d’Inghilterra con i Blu
dell’Everton, ombra designata di Schiavio.
Mediani erano Wilf Copping del neopromosso Leeds, e Alfred Strange
dello Sheffield Wednesday, che nonostante il suo ordinario metro e
settantatré appariva in campo come un colosso a causa della prorompente
fisicità, accompagnata da un eccellente controllo di palla e da una
inclinazione per sparare micidiali cannonate dalla lunga distanza.
Interni erano i due esordienti Billy Furness, anch’egli in forza al Leeds, e
Jimmy Richardson del Newcastle.
Cliff Bastin, ventun anni e una lunga serie di caps internazionali già alle
spalle, era l’ala sinistra; in forza all’Arsenal, eccellente come atleta e
specializzato nei tagli verso il cuore dell’area, era un vero e proprio
giocatore-feticcio di Chapman. In posizione simmetrica alla sua c’era Albert
Geldard, ala destra dell’Everton esperto nei giochi di prestidigitazione: con i
suoi trucchetti animava i ritiri della Nazionale, e anche con i piedi risultava
capace di autentiche magie.
Centravanti era George Hunt, prolifico cannoniere del Tottenham
Hotspur dallo sguardo melanconico, preferito da Chapman al letale top scorer
della First Division, Jack Bowers del Derby County.
Dopo il saluto delle squadre al pubblico – a braccio teso verso la tribuna
quello degli Italiani, caratterizzato da un militaresco dietrofront per
omaggiare anche i distinti quello dei Britannici – fu scattata una foto che
ritraeva i due capitani, ma sarebbe andata bene anche per illustrare la
differenza fisica tra Davide e Golia: l’azzurro Caligaris, smilzo e di statura
ridotta, arrivava a malapena alla spalla del possente Goodall.
Alle 15 e 27 risuonò il fischio d’inizio, e fu subito partita vera, con gli
Azzurri ad attaccare in direzione del pallido sole primaverile.
Mai si erano viste nel nostro Paese due concezioni di gioco più diverse:
l’Italia tentava di costruire l’azione palla al piede, ma non appena i nostri
attaccanti si trovavano sulla tre quarti dovevano subire le interdizioni dei
mastini inglesi. L’azione degli ospiti, invece, originava tipicamente da
lunghi rilanci del terzino aggiunto White; i suoi passaggi erano «alti,
parabolici, ma precisi» e impegnavano di testa i mediani Monti e Bertolini.
In campo, il piccolo Orsi è quello che subisce maggiormente la
preponderanza fisica degli Inglesi, mentre il più coriaceo Schiavio lotta alla
pari. È lui, al quinto minuto di gioco, a raccogliere spalle alla porta un
rasoterra di Bertolini e resistere all’assedio di White, per poi servire
all’indietro Giovanni Ferrari: la mezzala juventina, nonostante i venticinque
metri che lo separano dallo specchio, esplode una mirabolante cannonata
che Hibbs tenta di respingere col pugno, ma la violenza del tiro gli piega il
polso e il cuoio s’insacca.
Il pubblico, per un istante, resta col fiato sospeso, poi esplode di gioia: è
tutto vero, la palla è ancora in rete, l’Italia ha segnato ai “maestri”!
Il gol del vantaggio galvanizza gli Italiani: al 9’ Schiavio va alla conclusione
e manda poco sopra la traversa, e un minuto più tardi resiste a una nuova
carica e si prepara al tiro, quando l’arbitro, ignorando erroneamente il
vantaggio, fischia un fallo per l’Italia e spezza l’azione. La punizione di
Caligaris è respinta dal peso massimo Goodall.
Ancora Goodall arresta una discesa di Schiavio palla al piede, poi è
l’Inghilterra a farsi pericolosa, ma prima Hunt e poi Geldard, servito da un
lungo traversone di White, sprecano due buone occasioni.
Al quarto d’ora, Orsi si libera dalla morsa dei marcatori e realizza uno
spettacolare tunnel ai danni di Strange che si trasforma in un ghiotto
filtrante per Schiavio: il bolognese tira senza esitazioni a mezza altezza, ma
Hibbs para in tuffo.
Chapman sprona i suoi ad attaccare, e serve un miracoloso intervento di
Combi sulla botta da fuori di White; il suo passare in velocità dalla difesa
all’attacco è uno dei temi tattici nuovi che mettono maggiormente in crisi
gli Azzurri, che faticano a stargli dietro.
È passato da poco il ventesimo minuto, e ormai gli Italiani hanno corso
come sono abituati a fare in una partita intera, quando Richardson serve
l’ala Bastin che si accentra palla al piede: la sua azione sembra originare in
fuorigioco, così che la difesa italiana richiama l’attenzione dell’arbitro, ma il
direttore non fischia, e l’inglese ha buon gioco a trafiggere Combi.
Il pubblico protesta, gli Azzurri mugugnano, ma non c’è niente da fare: è
l’1-1.
L’Italia reagisce con una altrettanto discutibile azione di Schiavio, che
s’aggiusta di mano un passaggio di Orsi e tira in rete, ma questa volta
l’arbitro non è d’accordo e, giustamente, annulla.
Intorno alla mezz’ora la partita si accende a suon di ribaltamenti continui
di fronte: prima Orsi, servito da Monti, scarta Goodall e va al tiro, ma la
palla è alta di tre palmi; poi sono gli Inglesi a lambire per due volte la
traversa della porta di Combi.
Sul finire del primo tempo il vento s’intensifica e, a detta della stampa
romana, coi suoi scherzi finisce per favorire gli Inglesi. In realtà appare
chiaro che la manovra italiana deve svilupparsi perennemente sul lato
sinistro del campo, ché Meazza è giù di forma, pressoché immobile e alla
mercé dei possenti difensori britannici.
Nella seconda frazione, mentre il cielo si carica di nubi presaghe di
tempesta, l’opaca prestazione del “Balilla” si trasforma in una prolungata via
crucis. La situazione per gli Azzurri si aggrava allorché alla sua defezione
dalla manovra si aggiungono gli acciacchi di Caligaris, terzino che fa della
rapidità la sua arma migliore.
Con due uomini zoppicanti, l’Italia deve badare soprattutto a non
prenderle: al 17’ Combi salva di pugno su Hunt, e tre minuti più tardi
siamo graziati da un’imprecisione di Furness che si ritrova solo, ad appena
cinque metri dalla rete, ma calcia malamente fuori dallo specchio.
Nel generale annebbiamento degli Azzurri, emergono le individualità più
portate alla lotta: Monti impegna Hibbs con una gran botta da fuori,
Schiavio tenta di sfondare su centro di Costantino, ma scivola al momento
di andare al tiro.
Anche i “maestri”, però, hanno ormai perso l’assetto: «cercano la vittoria
non più con metodo, ma di fortuna» verrà scritto, «come una Svizzera
purchessia».
Ormai la partita è un disordinato alternarsi di azioni sui due fronti: a dieci
minuti dalla fine Schiavio tenta di testa, ma Hibbs para; poco dopo è Monti
a liberare l’area azzurra con una spettacolosa elevazione su cross di Bastin, e
ancora Rosetta, in scivolata, ferma una pericolosa discesa di Hunt.
La fine dell’incontro, nonostante la impressionante quantità di azioni da
gol, è accolta dal pubblico in silenzio: l’Italia non è riuscita a vincere, e
tanto basta per lasciare la folla delusa. Ci deve pensare il Duce a rianimarla,
dando l’esempio con un convinto applauso all’indirizzo delle due squadre
schierate per il saluto finale, e solo allora il pubblico si convince che sì, è
meglio applaudire.
L’indomani, i giornali avrebbero dato conto di una prova valorosa, sigillata
però da un risultato deludente, viziato dal pareggio in offside di Bastin.
Al di là delle aspirazioni italiane alla vittoria, la partita era stata uno
spettacolo grandioso, con occasioni a raffica per entrambe le compagini, e
aveva dimostrato come il calcio italiano e quello inglese, pur nella loro
enorme differenza stilistica, potessero ormai guardarsi negli occhi da pari a
pari, e mettere in scena battaglie appassionanti.
Nessuno però poteva sapere che quell’Inghilterra, plasmata da Herbert
Chapman sul modello del suo battagliero Arsenal, era destinata a restare un
incompiuto work in progress.
Il grande mister, infatti, non aveva che otto mesi da vivere: nei primissimi
giorni del ’34 un banale raffreddore, contratto durante una trasferta nello
Yorkshire per seguire un match dello Sheffield Wednesday, si sarebbe
trasformato in una letale polmonite, e il grande innovatore del football
britannico avrebbe chiuso gli occhi per sempre nel giorno dell’Epifania.
Alla quartultima giornata del torneo di Serie A, le Zebre fecero fuori
anche il Bologna sul terreno del Littoriale, e la certezza matematica dello
scudetto arrivò sette giorni più tardi.
L’11 giugno, infatti, l’Ambrosiana uscì con le ossa rotte dal confronto
casalingo col Genova, mentre la Juventus regolò per 3-0 il Milan,
aggiudicandosi per la terza volta consecutiva il titolo di campione nazionale.
«Alla fine una magnifica dimostrazione viene improvvisata dal pubblico a
favore dei campioni d’Italia: Sernagiotto viene a lungo portato in trionfo
per tutto il campo, mentre dalle tribune popolari si agitano a lungo
bandierine bianco-nere. Il pubblico ha così voluto tributare ai calciatori la
propria riconoscenza per la terza vittoria consecutiva del campionato
italiano».
Solo il Genoa e la Pro Vercelli, all’epoca dei pionieri, erano riuscite a
infilare tre vittorie di fila, ma non si mancò di sottolineare che si trattava di
tornei molto meno competitivi rispetto alla moderna Serie A.
L’unica delusione, ai giocatori bianconeri, arrivò dal barone Mazzonis: al
momento di consegnare loro le diecimila lire pattuite per lo scudetto, ne
versò loro solo ottomila.
Si levarono le proteste, ma l’inflessibile nobiluomo fece presente che
duemila le avevano già ricevute da Agnelli a titolo di anticipo. I giocatori si
guardarono straniti: così, quello sapeva tutto. Escluso che qualcuno di loro
avesse fatto la spia contro il suo stesso interesse, non restava che una
spiegazione: Agnelli aveva parlato al barone della gratifica straordinaria, e
Mazzonis aveva registrato l’informazione senza darlo a vedere sino
all’ultimo. In ogni caso, erano stati messi nel sacco dalla dirigenza, e
dovettero accontentarsi di quanto veniva offerto loro.
A sigillare la supremazia stagionale dei Bianconeri fu lo straordinario
bottino di reti di “Farfallino” Borel: nell’ultima giornata, partita d’addio al
glorioso campo di corso Marsiglia, il giovanotto siglò una tripletta nel 5-0
inflitto ai Rosanero del Palermo, e superò Schiavio balzando in testa alla
classifica dei marcatori con ben 29 reti.
Grazie a quella cinquina, l’attacco della Juve si dimostrò il più prolifico del
torneo, sopravanzando di tre reti quello nerazzurro, ma il vero dato in
grado di mostrare la differente caratura del progetto juventino era quello
relativo alla straordinaria efficacia del pacchetto difensivo: appena 23 le reti
subite, contro le 53 dell’Ambrosiana, seconda in classifica con otto punti di
distacco, e le 33 del Bologna, titolare della seconda miglior difesa del torneo
e terzo in graduatoria generale a pari merito col Napoli di mister Garbutt.
Roma e Fiorentina si classificarono in coppia al quinto posto, mentre il
Toro dovette accontentarsi del settimo. In un fazzoletto di punti erano
raccolte Genova e Triestina, ottave ex aequo, la Lazio e il Milan. Si salvarono
senza eccessivi patemi Alessandria, Pro Vercelli e le neopromosse Palermo e
Padova. I Nerostellati del Casale, invece, agguantarono la permanenza in
Serie A solo all’ultima giornata, profittando della vittoria della già retrocessa
Pro Patria ai danni del Bari, che venne così trascinato in seconda serie dai
Tigrotti di Busto Arsizio.
Dalla B salirono le dominatrici del torneo, Livorno e Brescia, mentre
furono retrocesse Atalanta e Pistoiese insieme alla Monfalconese CNT,
sigla del Cantiere Navale Triestino che aveva chiuso i battenti nel corso
della stagione, condannando l’équipe biancoazzurra al fallimento e
all’immediato abbandono del torneo.
Grazie alla nuova formulazione della terza serie, d’ora in avanti organizzata
su due gironi, gli Arancioni e i Bergamaschi furono però ripescati in B, e
l’unica condanna effettiva fu quella dei Bisiachi, destinati a cambiare la
denominazione sociale in Dopolavoro Aziendale Cantieri Riuniti
dell’Adriatico.
Quanti, negli anni a venire, avrebbero lamentato l’eccessivo carico di
partite alle quali sarebbero stati sottoposti i calciatori, non fanno i conti col
fatto che sin dagli anni Trenta si giocava ogni pochi giorni, passando dal
torneo nazionale alla principale competizione europea, affrontando viaggi
ben più scomodi rispetto a quelli di oggi, e senza il privilegio per i giocatori
più provati di poter ottenere una sostituzione a gioco in corso.
Appena quattro giorni dopo la fine della Serie A, Juventus e Ambrosiana
tornarono in campo per gli incontri d’andata del primo turno di Mitropa.
I tricampioni d’Italia giocarono all’Hungária Körút di Budapest contro i
Biancoviola dell’Újpest, dove ebbero vita facile, forse fin troppo: a un
quarto d’ora dalla fine vincevano per 4-0, dopodiché tirarono i remi in
barca concedendo ai Magiari due reti che, di fatto, riaprirono la sfida.
Così, il 29 giugno, la prima partita dei Bianconeri nel nuovo, enorme,
catino del Mussolini, fu un evento nel quale non c’era nulla di scontato.
L’impianto era, di per sé, impressionante: elevato su un basamento di
granito bianco, era perimetrato da ampi finestroni e, fra gradinate e
parterre, poteva contenere 65.000 spettatori.
Sedevano, nel cuore della tribuna coperta, tre generazioni della famiglia
Agnelli: il vecchio senatore Giovanni, il presidente Edoardo e il figlio
Gianni, fresco del suo dodicesimo compleanno e già appassionato tifoso
delle Zebre.
La Juventus scese in campo con una formazione di sapore classico: Combi,
Rosetta e Caligaris in difesa; Varglien I, “Luisito” Monti e Bertolini in
mediana; Sernagiotto e Orsi sulle ali; Giovanni Ferrari e il giovane Varglien
II – sostituto di Cesarini – come interni, e “Farfallino” Borel centravanti.
L’Újpest fece calare un’ombra di paura sul nuovo impianto andando a
segno per primo, ma nell’ultimo quarto d’ora del primo tempo Orsi e il
minore dei Varglien, Giovanni, autore di una doppietta, portarono la
Juventus sul 3-1. Il secondo tempo si giocò quindi in scioltezza: l’Újpest
raddoppiò, ma “Mumo” segnò ancora tre volte per il definitivo 6-2, che
garantì ai Bianconeri il passaggio del turno e la sensazione di avere trovato
una casa nella quale si sarebbero trovati a proprio agio per molti e molti
anni.
Frattanto, l’Ambrosiana si era cimentata contro i Gialloblù del First
Vienna.
Nell’andata i Milanesi erano passati in svantaggio pur dominando
largamente il gioco, e avevano sprecato una clamorosa opportunità di
pareggiare: Frione, Levratto e Meazza avevano portato avanti il pallone per
metà campo bevendosi in successione mediani e terzini avversari ma, al
momento di concludere, il pallone scoccato dallo “Sfondareti” si era
limitato a lambire l’esterno del palo, e il punteggio non si era più mosso
dall’1-0.
Rientrati da Vienna con una sconfitta da raddrizzare, il 2 luglio, davanti ai
ventimila dell’Arena, cinsero d’assedio da subito la porta austriaca: all’inizio
Levratto si mangiò due gol facili, ma sul finire del primo tempo scoccò un
traversone che produsse una mischia furibonda. Dalla bolgia emerse, palla al
piede, Peppino Meazza, che fiondò senza esitare il cuoio in rete. Ancora il
“Balilla” raddoppiò in apertura di ripresa, stavolta di testa, e poco dopo
Frione, su passaggio di Levratto, marcò la rete della sicurezza. La
soddisfazione del pubblico dell’Arena si trasformò in tripudio quando
l’idolo Meazza segnò il gol della tripletta, che fissò il risultato sul 4-0: anche
l’avventura europea dei Nerazzurri poteva continuare.
Il 29 giugno, lo stesso giorno della sfida fra Juventus e Újpest nel
nuovissimo impianto torinese dedicato a Mussolini, dall’altra parte
dell’Oceano si era tenuta una disfida sportiva di diverso tenore, ma non
meno importante per il morale della Nazione: di fronte ai 40.000 del
Madison Square Garden, il “Gigante di Sequals” Primo Carnera si era
battuto per la corona mondiale dei pesi massimi contro il campione in
carica Joseph Zukauskas, più noto alle cronache con lo pseudonimo di Jack
Sharkey.
Il colossale friulano, che aveva fermato la bilancia a 118 chili contro i 91 di
Sharkey, aveva mandato più volte al tappeto l’avversario, ch’era stato messo
definitivamente KO da un violento montante destro al volto nel corso del
sesto round.
Per la prima volta, un italiano conquistava la cintura di campione del
mondo di pugilato, e il Regime non si fece sfuggire l’opportunità di
trasformare Carnera in un formidabile strumento di propaganda: rivestito
da una divisa confezionata su misura da milite della Legione Friulana,
apparve al fianco di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia per ricevere il
plauso della folla.
I ragazzi d’Italia avrebbero dovuto prendere esempio da lui, ch’era nato
poverissimo ed era riuscito a conquistare i massimi allori grazie alla propria
forza e alla tenacia di chi vuole lasciarsi indietro la fame. Da uomo si
trasformò in simbolo vivente della prorompente energia dell’Italia fascista, e
il Duce stesso si premurò di dettare una velina per impedire che i giornali
mostrassero in avvenire eventuali immagini del “Gigante” al tappeto.
Le semifinali di Coppa Mitropa videro la Juventus opposta ai fortissimi
Viola dell’Austria Vienna, e l’Ambrosiana alla Squadra di ferro dello Sparta
Praga.
Il 9 luglio, i Bianconeri scesero in campo al Prater con la solita
formazione, per affrontare i Viennesi guidati da Matthias Sindelar, che
dimostrò ampiamente di meritare la propria fama: dopo soli tre minuti di
gioco, “Cartavelina” portò in vantaggio i suoi e, nonostante la granitica
difesa juventina, l’Austria sfiorò il raddoppio sul finire del primo tempo,
quando l’ala destra Molzer calciò un rigore sul palo, permettendo a Combi
di catturare il pallone prima che carambolasse nel sacco. La ripresa non fu
più agevole per i campioni d’Italia, ché Sindelar marcò il 2 a 0 nelle prime
battute. Micidiale, in prospettiva del ritorno, fu il 3-0 marcato da Spechtl…
in zona Cesarini.
L’estroso Renato tornò in campo per la disperata partita di ritorno, che si
tenne nella faraonica cornice dello stadio Mussolini nell’afa del mezzo
luglio: anche grazie alle sue giocate funamboliche, la Juventus riuscì a tenere
il pallino del gioco, mandando a segno Ferrari nel primo tempo, ma era
ancora troppo poco.
Tutti gli assalti bianconeri si ridussero a fatica sprecata, e quando ormai
l’eliminazione era cosa fatta, giunse la beffarda rete del pareggio del
ventenne “Pepi” Stroh.
In quattro partecipazioni alla Mitropa, la Juventus non aveva mai
raggiunto la finale: dominatrice in Italia, non riusciva in alcun modo a
trasformarsi in regina delle coppe.
Il 9 luglio, lo stesso giorno del 3-0 rifilato da Sindelar e soci alla Juve,
all’Arena di Milano l’Ambrosiana distrusse i Praghesi di “Olda” Nejedlý e
del mancino belga Braine con inusitata facilità: prima Levratto e poi, per tre
volte, Attilio Demaria, mandarono le squadre al riposo sul 4-0.
Particolarmente pregevole fu la quarta rete, con Serantoni a servire
Demaria, e magistrale tiro in corsa dell’italo-argentino. Nella seconda
frazione, i Nerazzurri giocarono col freno a mano tirato, lasciando sfogare
la frustrazione degli ospiti: prima Ceresoli neutralizzò un rigore di Braine, e
infine “Olda” mise a segno da due passi il punto della bandiera per i suoi.
Il 16 luglio, la prova decisiva per conquistare la finale. Davanti ai 33.000
spettatori di Praga, mister Weisz schierò Ceresoli in porta, con Agosteo e
Allemandi terzini; l’ex bolognese Pitto, Viani e Castellazzi sulla mediana;
Frione e il triestino De Manzano ali, Serantoni e Demaria interni, con
Meazza immancabile centravanti.
Passò per primo lo Sparta, ma i Nerazzurri pareggiarono in fretta:
Serantoni si tuffò su una ribattuta della difesa ed esplose una bordata che il
portiere boemo non vide neppure.
Pochi minuti dopo, il capolavoro decisivo: Meazza si porta a spasso la
difesa, la palla viene ribattuta debolmente da un terzino, ma Pitto arriva per
primo sulla sfera e smista per Frione, che serve nuovamente il grande
Peppino. Meazza, però, si vede lo specchio della porta sbarrato e, intuendo
l’arrivo dello smarcato Demaria, fa velo e lascia la palla al compagno, che
insacca al volo.
Nel secondo tempo lo Sparta agguanta il pareggio, ma fallisce l’occasione
che avrebbe potuto riaprire il confronto: l’ala sinistra Koubek, infatti, si
incarica di battere un rigore ma spedisce il cuoio fuori dallo specchio. Per
l’Ambrosiana basta controllare il gioco ancora una ventina di minuti, e la
speranza di giocare la finale europea si trasforma in una magnifica realtà.
Il Duce, come tutti sapevano, trascorreva le meritate vacanze a Riccione
con Donna Rachele e i figlioli.
E fu proprio lì che lo raggiunse, affannatissimo, il cancelliere austriaco
Dollfuss: il piccolo Metternich di Vienna aveva la netta impressione che le
truppe hitleriane fossero propense a provocare incidenti alla frontiera per
scatenare un’invasione.
Mussolini, allora, gli prese le mani fra le sue e lo rassicurò in tono paterno:
che tornasse pure a casa tranquillo. Ci avrebbe pensato l’Italia fascista, a
tutelare la libertà austriaca dalle ingerenze di quel fanatico di Adolf Hitler.
La doppia, fiabesca finale, tra l’Ambrosiana di Meazza e l’Austria Vienna
di Sindelar si giocò all’inizio di settembre, pochi giorni prima della
riapertura del campionato di Serie A.
L’andata si tenne il giorno 3, a ridosso dei vialetti alberati di parco
Sempione: davanti a 35.000 spettatori stipati nell’Arena Civica, per buona
parte in camicia candida, cravatta e occhiali da sole, Weisz confermò per
dieci undicesimi la formazione che aveva superato i primi turni, limitandosi
a inserire l’acquisto estivo Ricardo Faccio, proveniente dal Nacional
Montevideo, come centromediano al posto di Viani.
I Nerazzurri furono i primi a rendersi pericolosi: al 19’, una botta a colpo
sicuro di Levratto s’infranse sul palo, e poco dopo Frione mandò la palla in
rete solo per vedersi annullare il punto per sospetto fuorigioco. Al 40’,
finalmente un gol regolare, e che gol! Frione, su calcio d’angolo, pennella
per Meazza che aggancia col sinistro, si aggiusta il cuoio al volo e, prima che
la difesa avversaria gli si opponga, tira di destro direttamente in rete.
L’Ambrosiana, ormai sbloccata, gioca con la facilità che si sperimenta solo
nei sogni: Pitto a De Manzano, questi smista per Levratto, che arma la sua
brevettata “bordata dello Sfondareti”, e fionda in porta il pallone del 2 a 0.
Ancora lui, sul finire della prima frazione, si trova a colpire di testa in area,
ma la conclusione s’infrange sulla traversa.
Nel secondo tempo, ormai esaurito il furore agonistico, l’Ambrosiana
bada soprattutto a difendere il risultato, e resta a lungo chiusa nella propria
metà campo a subire gli assalti austriaci, anche perché Levratto si è ridotto a
zoppicare. La squadra milanese, tuttavia, resiste e tenta anche qualche
brillante sortita, come quella che la conduce a giocare la palla per oltre un
minuto nell’area viennese senza che i difensori riescano a intercettarla, ma
non conclude.
A peggiorare le cose, anche Demaria si infortuna, e il peso della manovra
d’attacco resta appannaggio del solo Meazza che, da solo, non può granché.
Quando mancano dodici minuti al triplice fischio, arriva il conto: Sindelar
scende palla al piede e si tira addosso i terzini. Un attimo prima che lo
assalgano, “Cartavelina” serve Spechtl, liberissimo in area, e l’austriaco
manda il cuoio in porta per il 2 a 1.
La partita è stata bella, trasformandosi a tratti in uno spettacolo grandioso,
ma il risultato finale non garantisce all’Inter troppe chances di sollevare la
coppa.
«Le previsioni naturalmente sono pessimistiche per la partita di Vienna»
scrive il Littoriale in un articolo seminascosto in quarta pagina, ché le prime
due sono interamente dedicate alle vittorie della «Nazionale goliardica» nei
giochi universitari di Torino. «Un goal solo di vantaggio può esser
bastevole, dovendosi rendere la visita? Non pare: però non tutte le speranze
sono perdute».
Sei giorni più tardi, la cronaca del match di ritorno al Prater scivolerà
ancora più verso il fondo del giornale, sopravanzata dalle vittorie di Ondina
Valla nell’atletica, dal successo della Nazionale universitaria di pallacanestro
contro la Francia, e dalla notizia che Primo Carnera ha salvato le vittime di
un incidente automobilistico a Hollywood sollevando a mani nude
un’automobile ribaltata.
La stizza dei redattori è facilmente percepibile sin dal titolo:
«L’Ambrosiana è battuta dall’Austria 3-1 in una partita falsata da un infelice
arbitraggio».
A quanto si riferisce, l’arbitro cecoslovacco ha «distrutto fin nelle radici la
regolarità sportiva dell’incontro». La decisione di assegnare un rigore ai
padroni di casa, sopraggiunta sul finire d’un primo tempo giocato in
sostanziale equilibrio, è definita, senza mezzi termini, «una commedia»: il
fallo di Agosteo era infatti nettamente fuori area!
I Nerazzurri rispondevano nella ripresa con «risoluta, generosa e valida
condotta», mettendo a segno un gol capolavoro dopo una triangolazione fra
Meazza e Demaria, conclusa da un cross del “Balilla” per la testa di Frione,
che incornava in rete. Niente da fare: gol annullato da quell’incapace
dell’arbitro per fuorigioco – immaginario, s’intende – dello stesso Meazza!
«Inevitabile», a questo punto, il «vivissimo nervosismo» dei giocatori
nerazzurri, con Demaria e Allemandi che si facevano espellere uno dopo
l’altro, galvanizzando definitivamente i Viola viennesi. Non c’è da stupirsi
per il 2-0 di Sindelar, messo a segno dai padroni di casa giocando in undici
contro nove.
Meazza però non si arrendeva all’idea di lasciare la Coppa agli Austriaci, e
riapriva i giochi al 40’ della ripresa con un imparabile colpo di testa su
corner di Frione: 2 a 1.
Se la partita si fosse conclusa così, le regole del torneo avrebbero reso
necessario un terzo match in campo neutro, ma quando mancavano meno
di centottanta secondi alla fine, Sindelar andava ancora a segno e chiudeva
l’incontro, regalando ai suoi il titolo.
Fra le contumelie contro l’arbitro e le lodi per la orgogliosa prova
dell’indomito Meazza, solo poche righe per criticare la condotta
autolesionistica di Demaria e Allemandi: «se avessero saputo dominare i
nervi […] l’Austria non sarebbe riuscita a segnare l’ultimo goal».
E la Coppa, aggiungiamo noi, anziché figurare già nella bacheca dei
Viennesi, sarebbe stata ancora da assegnare, e l’Ambrosiana, giocando
nuovamente con undici calciatori, avrebbe avuto buone chances di
conquistarla.
Ma la tendenza della stampa italiana, ormai, è quella d’improntare la
narrazione delle vittorie in chiave trionfalistica, e di relegare a poche righe
la cronaca delle sconfitte, attribuite invariabilmente a cause esterne.
Se vinciamo, è merito nostro, del genio italico e del Duce che l’ha
finalmente disciplinato.
Se perdiamo, è colpa degli altri: dell’arbitro miope, incapace o prevenuto,
degli avversari che picchiano troppo duro o degli errori di qualche singolo;
se proprio non si trovano capri espiatori, i rovesci vengono imputati agli
aleatori scherzi del vento, alla troppa luce che abbaglia i calciatori o alle
tenebre incombenti che impediscono loro di esprimere il proprio valore.
Poco ci manca che venga tirato in ballo il destino cinico e baro.
Il movimento calcistico italiano, ormai di valore assoluto, non avrebbe
bisogno di alibi, eppure la maschia retorica del Regime si trasforma, a ogni
sconfitta delle nostre squadre, nel fastidioso piagnisteo del ragazzino viziato
che non ha ottenuto ciò che desiderava.
Con dodici mesi d’anticipo, insomma, tutto è già pronto per tessere gli
elogi o minimizzare i difetti della “Grande Italia” che si prepara a ospitare i
Mondiali.
1933-34. La Fidanzata d’Italia

L’importanza di tifare bianconero – Il calciatore e la sciantosa – Ferraris accusato di alto tradimento –


La quaterna della Juventus

Il torneo di Serie A 1933-34 sarebbe stato l’ultimo giocato con la formula a


diciotto squadre.
A partire dalla stagione successiva, infatti, i club ammessi alla massima
serie si sarebbero ridotti a sedici, ragion per cui erano previste tre
retrocessioni al posto delle classiche due, a fronte di una sola promozione
dalla Serie B.
Le novità riguardavano anche la parte alta della classifica: sull’onda del
successo della Coppa Mitropa, che ampliava il suo tabellone da otto a sedici
squadre, vi avrebbero partecipato ben quattro club per nazione contro i due
ammessi in precedenza.
Alla luce di queste innovazioni, ci si poteva attendere una stagione vivace
sino all’ultimo, con le compagini di alta classifica impegnate a non mancare
la qualificazione europea e una lotta accanita in coda per sfuggire al baratro.
I verdetti sarebbero comunque arrivati più presto del solito, ché i Mondiali
dovevano avere inizio alla fine di maggio, e l’ultima giornata del torneo era
pertanto fissata al 29 aprile.
La favorita d’obbligo era, naturalmente, la Juventus di mister Carcano,
trionfatrice degli ultimi tre tornei.
Consapevoli della propria forza, i campioni d’Italia dedicarono più cura
alla preparazione che al calciomercato, limitandosi a tesserare alcune riserve:
l’esperta mezzala Marcello Mihalich, ex Napoli e Ambrosiana, il portiere
della Biellese Cesare Valinasso, e il ventenne mediano della Pro Vercelli
Teobaldo Depetrini.
I titolari erano sempre i soliti, in buona parte ispirati allo stile caratteristico
del club, sintetizzato dalle tre “S”: semplicità, serietà, sobrietà.
Per rendersene conto, bastava assistere a un loro allenamento, o
considerare come spendevano i propri denari: il portiere Combi, che aveva
investito i propri guadagni in un bar, si sottoponeva a sessioni intensive nel
corso delle quali i compagni bombardavano lo specchio impiegando ben
quattro palloni; Caligaris era un prototipo d’atleta, Rosetta era
parsimonioso addirittura di sorrisi, e si raccontava che non avesse mai
colpito un pallone di testa perché lo giudicava un gesto inelegante.
“Luisito” Monti, una furia in campo, nella vita di tutti i giorni era descritto
come un uomo pacato, e così il gladiatore Bertolini. Dai fratelli Varglien
nessuno aveva mai sentito una parola fuori posto e, da buoni giuliani, erano
parchi e risparmiatori. Giovanni Ferrari era il cocco dell’allenatore:
misurato e pressoché calvo, sembrava possedere la saggezza dei vecchi anche
se aveva soltanto ventisei anni. Orsi, che la Juventus aveva sottratto a un
destino di miseria, aveva giurato al club bianconero eterna riconoscenza, e
non conosceva le bizze delle stelle sudamericane, il piccolo Sernagiotto era
simpatico a tutti, e “Farfallino” Borel era il classico ragazzo da liceo classico
e oratorio.
No, gli Juventini non si sarebbero mai fatti beccare a evadere da un ritiro,
come avevano fatto i Romanisti in una tournée a Parigi, e con la scusa di
andare a vedere Josephine Baker erano tornati ubriachi fradici.
L’unico decisamente fuori dalle righe era Cesarini, uomo dal
temperamento caliente e sfrenato nella vita sessuale. Lui, i guadagni, li aveva
investiti nella fondazione d’un locale notturno in stile argentino, e non fosse
stato per il suo talento e le sue doti di lottatore, l’avrebbero cacciato da un
pezzo.
Questo, almeno, era quello che traspariva a livello ufficiale. Perché lo stile
Juventus era fatto anche di un’accurata gestione dell’immagine e della
comunicazione.
No, non sarebbe stata una buona cosa se si fosse saputo che Combi, una
volta terminato l’allenamento e abbassata la saracinesca del suo bar, adorava
giocare a poker sino all’alba, esattamente come un Meazza, un Ferraris o un
Sallustro. E non sarebbe stato bello neppure se fosse uscita la notizia che
“Luisito” Monti era affetto da un morbo imbarazzante come la
cleptomania. Rubava di tutto, il “Doble ancho”, e più d’una volta era stato
necessario metterci una pezza per evitare lo scandalo.
Ma la gente, fuori dal ristretto circolo dei giocatori e dei dirigenti, non lo
sapeva, e questo era l’importante. Così si poteva perpetuare l’idea d’una
squadra di asceti – d’accordo, di parecchi asceti e d’un solo Cesarini – votati
unicamente ai trionfi sportivi.
Frattanto, la serie di successi già ottenuti stava cambiando per sempre la
geografia del tifo calcistico in Italia: alle antiche passioni di campanile, si
andava sostituendo la “religione nazionale” della Juventus, sempre meno
identificata con la città di Torino e sempre più Fidanzata d’Italia.
Al fascino discreto dei trionfi bianconeri resistevano, con orgoglio, il
popolo granata e quello genoano, le tribù metropolitane del Milan e
dell’Ambrosiana, e ancora bolognesi e fiorentini, romani di antica fede
laziale e di giovane passione giallorossa, azzurri napoletani.
Resisteva, in altre parole, chiunque avesse sottomano una bandiera,
comunale o di club, da sventolare con qualche pretesa di autorevolezza.
Ma quali bandiere avrebbero potuto far garrire tutti gli altri, brianzoli e
marchigiani, abruzzesi e veneti, le masse provinciali i cui territori non
avevano nessun argomento sportivo da opporre alla supremazia juventina?
Nel Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, presero ad amare la Juventus come la
vendicatrice dei torti subiti ad opera degli squadroni dei capoluoghi. Come
avrebbe puntualizzato Gianni Brera, nelle valli lombarde si tifavano le
Zebre in odio a Milano, nelle province liguri perché il Grifone
rappresentava la sola Genova, superba per definizione, nella campestre
Romagna per spregio nei confronti della dotta Bologna; similmente, nella
bassa Toscana si tifava Juve contro Firenze, nelle Calabrie perché non ci si
sentiva rappresentati dalla sfarzosa e corrotta Napoli, nell’interno della
Sicilia per far abbassare la cresta a quei presuntuosi di Palermo.
Il fenomeno del “tifo contro” sfumava in quello della “doppia
appartenenza” e coinvolgeva, in maniera collosa e quasi istantanea, gli
orfani delle squadre di primo piano cadute in seconda serie: per chi
avrebbero dovuto simpatizzare a Novara, Busto Arsizio e Legnano ora che i
loro alfieri erano precipitati fuori dalla massima serie? Forse per il Torino,
l’Ambrosiana o il Milan, squadre legate all’orgoglio municipale delle
rispettive metropoli e rivali dell’altroieri? Giammai! Meglio le
irraggiungibili, eteree, Zebre, che rappresentavano il meglio del calcio e
non si riducevano a sventolare un gonfalone cittadino, per abbracciare
idealmente la Patria tutta, alla quale fornivano il grosso della Nazionale!
E loro, i giocatori della Juventus, cosa potevano sognare dopo aver
eguagliato l’antico primato genoano e vercellese dei tre titoli dietro fila?
Due sole cose: di primeggiare negli annali vincendo anche il quarto, e di
essere convocati da Pozzo per l’ormai imminente Coppa del mondo.
Il 10 settembre, le ostilità del nuovo torneo ebbero inizio con uno
spaventoso 9-0 rifilato dall’Ambrosiana ai Nerostellati del Casale: la
delusione patita nella finale europea contro l’Austria Vienna sembrava
archiviata, e Meazza aveva segnato quattro volte.
A dichiarare riaperta la festa dei gol contribuirono anche la Juventus,
vittoriosa per 4-1 sul Livorno, il Bologna, che trionfò con identico
punteggio sull’Alessandria, e la Triestina dei giovani Colaussi e Rocco,
anch’essa vincitrice per 4-1 ai danni del quotato Napoli.
All’ombra del Vesuvio, qualcuno sosteneva che la squadra si andava
imborghesendo: da quando la società aveva regalato a Sallustro
un’automobile, quello pensava soprattutto a pavoneggiarsi in giro,
profittando del suo bell’aspetto e del suo statuto di idolo cittadino. Tutto gli
era concesso: il giorno in cui aveva travolto un poveraccio, quello si era
rialzato malconcio e, riconosciuto l’investitore, si era profuso in scuse per
averlo ostacolato. Per non dire delle serate che Attila trascorreva al Salone
Margherita, a corteggiare le attrici di avanspettacolo e bere champagne
insieme ai giovani scapestrati dell’alta società, e dello stato pietoso in cui si
presentava, quando faceva la grazia di mostrarsi, agli allenamenti. Gli unici a
non piegarsi al suo fascino erano gli insegnanti, che continuavano a
bocciarlo senza pietà ogni volta che si ripresentava nelle vesti di privatista
per strappare il diploma liceale.
Nella nuova edizione della Serie A, pareva non si potesse dare nulla per
scontato: alla seconda giornata la Juve, che pativa l’assenza dell’infortunato
Orsi, cadde sul Campo del Littorio di Alessandria e il Bologna a Palermo,
mentre Ambrosiana e Triestina furono protagoniste di scialbi pareggi a reti
inviolate.
Il primo bilancio parziale si poté trarre dopo il sesto turno, quando il
torneo si fermò per una partita della Nazionale: a quel punto le Zebre e i
Nerazzurri erano in testa appaiati, seguiti dai sorprendenti Alabardati,
solitari al terzo posto, e da un gruppetto formato da Alessandria, Bologna,
Milan e Roma.
Il 22 ottobre, a Budapest, l’Italia giocò il terzo match valevole per la terza
Coppa Internazionale.
Le vittorie contro Cecoslovacchia e Svizzera erano state ottenute con
formazioni che comprendevano il fior fiore dei migliori club d’Italia, ma per
l’incontro in Ungheria Pozzo si affidò ciecamente al blocco juventino: di
fatto, scesero in campo nove bianconeri, con i soli innesti del fiorentino
Pizziolo sulla mediana, e di “Filó” Guarisi sull’ala destra. La scelta fu
premiata da una preziosa vittoria per 1-0, frutto di una rete di “Farfallino”
Borel al suo debutto in azzurro. Meazza e Schiavio erano avvertiti: se
volevano essere convocati per il Campionato del mondo, non potevano
abbassare la guardia, ché la concorrenza era agguerrita.
Nello stesso giorno, a Roma, si tenne un evento… colossale.
Primo Carnera si batté in piazza di Siena contro il basco Paulino
Uzcudun, già sconfitto ai punti nel 1930, in un match valevole per il titolo
europeo dei pesi massimi. A incoraggiare il “Gigante di Sequals” c’erano
60.000 persone che, imbevute di propaganda e impressionate dalla
differenza fisica tra i contendenti, si aspettavano che Carnera – venti
centimetri più alto e trenta chili più pesante dell’avversario – mandasse al
tappeto senza difficoltà l’avversario. La boxe, però, non si combatte sulla
bilancia, e l’ex taglialegna iberico era un fighter di prima categoria: non era
mai finito KO in tutta la carriera, e anche quel giorno si batté come un
leone, dimostrando di essere un pugilatore assai più tecnico e veloce del
Friulano.
Per quindici riprese Carnera, statico al centro del quadrato, tentò invano
di assestare il pugno perfetto, mentre Uzcudun schivava, gli danzava
intorno e lo lavorava ai fianchi a suon di combinazioni. Quel giorno, il
confronto tra le parabole della propaganda del Regime e la realtà constatata
in prima persona dal pubblico risultò impietoso, ché la folla era più
propensa a immedesimarsi in uno scaltro Davide che non nel torreggiante,
ottuso, Golia.
Alla fine il “Gigante” vinse ai punti, ma il Basco scese dal ring fra gli
applausi della folla romana, nella quale cominciò a serpeggiare un dubbio:
che quelle su Carnera, fenomeno da baraccone dipinto come un abilissimo
pugilatore, non fossero le uniche fregnacce raccontate dal governo?
Alla ripresa del torneo, il 29 ottobre, la Juventus fu costretta a un pareggio
casalingo dalla arrembante Triestina, e l’Ambrosiana impattò a Livorno. A
guadagnarci fu il Bologna di Schiavio, Reguzzoni e Fedullo, che regolò la
Roma e raggiunse gli Alabardati in terza posizione, a due soli punti dalle
capolista. Nello stesso turno, parve rinata anche la Pro Vercelli, che inflisse
alla Fiorentina di Pizziolo e Nehadoma un roboante 7-2 contrassegnato da
sei reti personali dello scatenato Piola, ormai oggetto del desiderio di mezzo
campionato.
La classifica si delineò con maggior chiarezza all’ottava giornata, quando
l’Ambrosiana vinse 3-0 il “derby della Madonnina” con doppietta di
Meazza e rete di Pitto, e si scrollò di dosso la Juventus, sconfitta per 2-0
all’Ascarelli.
I più critici fra i tifosi partenopei dovettero ricredersi: il Napoli era grande,
grandissimo, e Sallustro faceva bene a vivere la notte, ché evidentemente gli
dava la carica necessaria per lottare come un leone la domenica pomeriggio.
Nella stessa giornata, la Roma si aggiudicò il derby con un netto 5-0: il
terzino biancoceleste Del Debbio uscì infortunato dopo soli dieci minuti, e
i Giallorossi dilagarono, mandando in rete per tre volte il centravanti ligure
Tomasi, sostituto di “Sciabbolone” Volk e ingaggiato dall’Olympique
Marsiglia, e altre due “Fuffo” Bernardini.
I Nerazzurri di Meazza e Demaria, ormai soli in testa alla classifica,
innescarono una serie di risultati importanti.
Il 12 novembre batterono la Juventus per 3 a 2 in una partita che mise a
dura prova le coronarie dei tifosi. Dopo un primo tempo a reti inviolate,
accadde tutto nella seconda frazione: nel giro di cinque minuti, andarono a
segno Meazza e “Farfallino” Borel; al quarto d’ora Frione riportò avanti i
Nerazzurri; Varglien I pareggiò poco dopo, e solo la rete di Levratto a
cinque minuti dalla fine risolse definitivamente il match.
I Nerazzurri lasciarono così i Bianconeri indietro di quattro punti,
insieme al Bologna e alla tenace Triestina. E, sette giorni più tardi,
sconfissero anche il Bologna al Littoriale, dimostrandosi superiori a tutte le
rivali.
Dopo la vittoriosa infilata su Milan, Juventus e Bologna, però, si
rilassarono. La partita all’Arena contro la Fiorentina, sulla carta, sembrava
perfetta per prendere il largo, e i due gol iniziali di Meazza e Levratto
sembrarono aver chiuso anticipatamente il match. La Viola, però, non ci
stava, e il giovanissimo Vinicio Viani si fece un nome andando a segno per
tre volte in un quarto d’ora, portando clamorosamente i Gigliati in
vantaggio. L’Ambrosiana era incredula, e non riuscì più a prendere le redini
del match, che venne sigillato nel secondo tempo dal 4-2 a favore degli
ospiti, opera di Nehadoma.
Complice quello sbandamento e il ritorno in campo di Orsi, la Juve
ridusse nuovamente lo svantaggio a due soli punti: quell’anno, nella lotta
per lo scudetto, se ne sarebbero viste delle belle.
Il 3 dicembre, il torneo si arrestò nuovamente per consentire alla
Nazionale di giocare un nuovo incontro della terza Coppa Internazionale
contro la Svizzera.
I Rossocrociati vestivano ormai i panni di proverbiale squadra-materasso
del torneo, e l’intabarrato pubblico che affollava il Berta di Firenze si
attendeva una facile vittoria degli Azzurri, nelle cui fila rientrava Meazza al
posto di Cesarini, mentre resistevano gli altri otto bianconeri, il viola
Pizziolo e Guarisi.
Fu una sorpresa vedere la Svizzera replicare al gol iniziale di Ferrari con un
secco uno-due firmato da “Jojo” Bossi del Losanna e “Poldi” Kielholz,
centravanti del Servette di Ginevra campione di Svizzera. La coppia di
terzini, formata dai mostri sacri Rosetta e Caligaris, apparve nelle due
occasioni lenta e inefficace, e solo una rete del portacolori gigliato Pizziolo
consentì agli Azzurri di chiudere il primo tempo in parità.
Pozzo, nello spogliatoio, spese parole di fuoco per spronare i suoi:
volevano forse, con la loro leggerezza, deludere una nazione intera? O
magari avevano deciso di buttare dalla finestra l’opportunità di giocare il
Mondiale da titolari?
Nessuno di loro aveva piani del genere, si erano solo un po’ distratti, e
nella ripresa raddrizzarono il match con una tempesta di azioni offensive,
mandando a segno uno dopo l’altro Orsi, Meazza e “Luisito” Monti. Il
risultato finale di 5-2 rabbonì solo in parte il commissario tecnico: chi
voleva conservare la maglia azzurra, faceva meglio a stare in guardia e non
commettere altri errori.
Il 10 dicembre l’Ambrosiana uscì vittoriosa da Campo Testaccio, mentre
la Juventus si era arresa al Milan sul terreno di San Siro, e si ritrovava di
nuovo indietro di quattro punti.
Con la giornata successiva, il divario della capolista dalle inseguitrici
aumentò ulteriormente, ché nel posticipo del 21 dicembre il match fra
Bologna e Juventus si concluse sul pari.
Quell’anno si giocò eccezionalmente anche la vigilia di Natale, e si arrivò
alle feste con l’Ambrosiana in fuga a 24 punti, ben cinque più della
Juventus: un vantaggio del genere, se ben amministrato, poteva costituire
una valida ipoteca sul torneo. Non sarebbe stato grandioso, condurre in
porto l’impresa d’interrompere il monopolio bianconero, per riportare
dopo tre anni lo scudetto sulle maglie nerazzurre?
Le Zebre di Carcano, a loro volta, rischiavano d’essere risucchiate dalle
inseguitrici: precedevano d’una sola lunghezza il Bologna e la Pro Vercelli,
rientrata dopo anni bui fra le grandi del campionato grazie ai gol di Silvio
Piola.
Il calendario, compresso dalle necessità dell’incombente Campionato del
mondo, costrinse a chiudere il girone d’andata sfruttando anche il giorno di
San Silvestro e si chiuse il 7 gennaio, con l’Ambrosiana campione
d’inverno, la Juve confinata al secondo posto e il Bologna solitario al terzo.
La classifica della Serie A restava più corta che mai: al momento, solo sei
punti separavano la quota necessaria ad accedere alla Mitropa da quella
indispensabile per salvarsi dalla retrocessione. Nelle retrovie, solo il Casale
appariva già spacciato, mentre il Padova e il Torino del vecchio Libonatti,
ormai in crisi nera, inseguivano la salvezza: per raggiungerla avrebbero
dovuto lottare punto a punto con il Livorno, l’Alessandria e l’altra nobile
decaduta del torneo, il Genova, ormai orfano della vecchia guardia che
aveva vinto lo scudetto dieci anni prima.
A Napoli, Attila Sallustro era tornato nell’occhio del ciclone: era diventata
di dominio pubblico la sua relazione con una sciantosa lanciata sul palco del
Salone Margherita dalla madre, lei stessa artista d’avanspettacolo.
La signora, Lydia Abramovic, era stata una ballerina di danza classica nella
Russia degli zar, ma le conseguenze della rivoluzione bolscevica l’avevano
indotta a riparare in Occidente e riciclarsi come attrice di vaudeville e
interprete di operette. Dal marito, il ballerino inglese Albert Johnson, aveva
preso il cognome col quale si era fatta conoscere a Napoli, dove aveva
messo, per così dire, le tende.
La loro figliola, Elena, era cresciuta nell’ambiente del teatro leggero
partenopeo, scortandoli in tournée in giro per il mondo, e ancora
adolescente aveva preso a esibirsi anche lei, sotto il nome d’arte di Lucy
D’Albert. Cantava, ballava e recitava, e a diciannove anni era la reginetta
degli spettacoli condotti dalla madre al Salone Margherita.
Sogno erotico di mezza città, la giovane Lucy era regolarmente corteggiata
dal principe Umberto nel corso delle sue visite napoletane, ma sua madre le
aveva imposto di non cedere alle lusinghe dell’erede al trono: perché ridursi
a fare l’amante di un principe già sposato, quando si poteva diventare, alla
luce del sole, la moglie di un giovane che a Napoli era riverito come un re?
Così, profittando della presenza in sala di Sallustro, la signora Lydia
Johnson l’aveva indotto a impegnarsi pubblicamente: alla fine di uno show,
schierate sul palco le sue artiste, aveva interpellato il calciatore e, fra il serio
e il faceto, gli aveva domandato con quale di loro, un domani, avrebbe
voluto formare una famiglia.
La figliola era raggiante, e già sorrideva al campione, che l’aveva designata
senza esitazioni come moglie ideale. Nel giro di una notte erano fidanzati, e
nel giro di pochi giorni si parlava già di fissare la data per il matrimonio.
Attila e Lucy erano la coppia più bella della città – la prima, in Italia,
formata da un asso del calcio e da una attrice di varietà – ma i supporter
napoletani erano, a dir poco, disperati: quella ragazza, non era difficile da
immaginare, avrebbe prosciugato le forze di Sallustro e l’avrebbe portato a
spasso come un cagnolino.
Nonostante le distrazioni del capitano, il 28 gennaio il Napoli sconfisse la
capolista Ambrosiana all’Ascarelli: Vojak, del quale non si conoscevano
relazioni pericolose, andò a segno con un fulmineo sinistro al primo minuto
di gioco, e il portiere Cavanna si oppose a tutte le conclusioni di Meazza,
Levratto e Demaria. Nella seconda frazione, Sallustro dimostrò di essere
ancora in sé, e servì a Vojak un pallone invitantissimo sul limitare dell’area
che l’interno di origini istriane calciò con sicurezza nella porta di Ceresoli
per il 2-0. Il tardivo gol della speranza nerazzurra, messo a segno dal
centromediano Viani con incornata su calcio d’angolo, non cambiò il
destino della partita.
Sciantose o non sciantose, il Napoli poteva ancora levarsi delle soddisfazioni.
E la Juventus, quatta quatta, tornava a farsi sotto. All’inizio di febbraio era
seconda a due soli punti di distacco dai Nerazzurri, e aveva ormai staccato
le altre rivali: il Bologna, terzo, ne aveva cinque in meno della capolista, e il
Napoli sei.
Con l’avvicinarsi della primavera, tornava a profilarsi uno sprint a due fra
l’Ambrosiana e i tripli campioni d’Italia.
Con quattro vittorie su altrettanti incontri, l’Italia era saldamente in testa
alla graduatoria della terza Coppa Internazionale, ma i nudi numeri non
raccontavano che si era già incontrata due volte la debole Svizzera, mentre
restavano ancora da giocare i match contro l’Austria, bestia nera degli
Azzurri.
Il primo dei due si disputò l’11 febbraio, nell’enorme catino dello stadio
torinese intitolato al Duce.
Quello col Wunderteam era l’ultimo confronto valevole per la
manifestazione continentale prima che venisse osservata una lunga sosta per
lasciare spazio ai Mondiali; era anche l’ultimo test a disposizione di Pozzo
per vedere i suoi ragazzi all’opera contro una probabile rivale sulla strada
della Coppa Rimet.
Pozzo confermò il reparto arretrato bianconero Combi-Rosetta-Caligaris
e la mediana composta da Monti, Bertolini e dal fiorentino Pizziolo; in
avanti richiamò l’estroso Cesarini a fare coppia con il posato Giovanni
Ferrari, ma lasciò a casa Borel, al quale preferì il più esperto Meazza,
schierato nel ruolo naturale di centravanti. Il “Balilla” era affiancato sulle ali
dal laziale “Filó” Guarisi e dal “Corsaro nero” romanista Guaita, chiamato
al posto di Orsi.
Nell’Austria di Meisl, sorpresa delle sorprese, mancava “Cartavelina”
Sindelar, ma erano apparsi tre giovani dei quali si diceva un gran bene:
l’interno Franz “Bimbo” Binder, capocannoniere del torneo nazionale con
venticinque reti in appena ventidue incontri, e i suoi compagni fra i
biancoverdi del Rapid, l’altra mezzala Matthias Kaburek e il centravanti
“Pepi” Bican. I ragazzi avrebbero condiviso la responsabilità della linea
avanzata con due veterani del calcio viennese: Zischek, ala destra dei
Bianconeri del Wacker, e “Rudi” Viertl, trentunenne bandiera dei Viola
dell’Austria.
Il primo tempo fu a dir poco scioccante per gli Azzurri. Dopo venti
minuti di equilibrio, infatti, il Wunderteam prese a macinare azioni su azioni,
facendosi beffe di mediani e terzini, per bombardare senza sosta la porta di
Combi. Nel giro di otto minuti gli Austriaci passarono per tre volte.
Il precipitare degli eventi si può condensare in tre brevi, sportivamente
drammatici, siparietti. Prima Viertl sfugge a Rosetta, che scivola malamente
a terra; l’austriaco mette al centro, Pizziolo devia il cross, e la palla sembra
destinata a Monti, che invece la cicca e lascia che se ne impadronisca
Zischek, implacabile nel tirare a rete.
Non sono trascorsi che centoventi secondi quando l’Austria si riporta in
avanti: Zischek triangola con Kaburek, che lo serve di rimando sul filo del
fuorigioco. Gli Azzurri, invece di inseguirlo, si fermano richiamando
l’attenzione dell’arbitro, che non ritiene si debba fischiare, almeno fino a
quando l’austriaco non insacca la seconda rete di giornata.
Ancora sei minuti e Binder sfugge a Rosetta: Combi è tentato di gettarsi
sul pallone, ma all’ultimo rientra fra i pali, e il ragazzo del Rapid non
perdona.
«Sembrava che un passato, ormai ritenuto per sempre sepolto fra i ricordi
da cancellare, tornasse a rivivere» avrebbe scritto la stampa, sconcertata,
all’indomani della Caporetto azzurra. «Non erano tre palloni di fortuna
quelli che gli Austriaci avevano saputo mettere nella porta di Combi. Non
erano il frutto di un errore di questo o quel giocatore avversario, né del
virtuosismo individuale di uno dei loro. Era la squadra, la squadra intera,
che manovrando con lucida abilità, aveva avvolto lo schieramento italiano
nelle spire del suo giuoco».
Era un disastro, una catastrofe, la certificazione ultima della netta
superiorità austriaca a poche settimane dall’inizio del Mondiale.
A poco servì un secondo tempo condotto col coltello fra i denti, con
Guaita capace di segnare due volte, prima su rigore e poi resistendo di forza
a una carica del portiere Platzer; men che meno saranno decisivi i dieci
corner a favore degli Azzurri, anche perché gli ospiti tornarono a punto con
un diagonale velenoso di Zischek, fissando il risultato sul 4-2.
Alla stampa non rimase che fare la lista dei buoni – pochissimi – e dei
cattivi, suggerendo non troppo velatamente a Pozzo di rivedere l’undici
titolare.
Se si poteva salvare la prestazione di Combi, erano apparsi
drammaticamente superati i terzini Rosetta, lento fino alla più totale
inefficacia, e Caligaris, che aveva «rivelato ingranditi i difetti del non lieto
periodo che attraversa».
Anche la mediana era da registrare: «Irriconoscibile Bertolini. Poco
migliore di lui Pizziolo», mentre Monti, che aveva lottato da par suo, era
apparso vittima di temporanee amnesie difensive dagli esiti disastrosi.
I migliori erano apparsi Giovanni Ferrari, “Filó” Guarisi e Guaita,
meritevole di una promozione in pianta stabile fra gli Azzurri, mentre non
aveva convinto Cesarini, vittima peraltro di un infortunio che l’aveva
lasciato zoppicante, e Meazza sembrava funzionare meglio come interno
che come centravanti.
Campanello d’allarme più efficace sull’inadeguatezza dei compassati
senatori juventini nei confronti internazionali, non avrebbe potuto suonare:
che si facesse spazio in difesa ad Allemandi e Monzeglio, sulla mediana al
gladiatore Ferraris IV, e si tornasse a schierare al centro dell’attacco un
torello come Schiavio, oppure i Mondiali si sarebbero risolti in una
imperdonabile figuraccia!
La Fidanzata d’Italia non era più una giovinetta: la sua figura perfetta
cominciava a denunziare qualche smagliatura, eppure non voleva arrendersi
al passare degli anni e, men che meno, cedere lo scettro del campionato
all’Ambrosiana.
I Nerazzurri, dal canto loro, erano intenzionati a tener duro in testa alla
graduatoria, e nella seconda metà di febbraio proseguirono a macinare
vittorie: alla ventitreesima giornata rifilarono un 2-1 in rimonta alla
Triestina di Rocco e Colaussi, mentre la Juventus perse un punto prezioso
pareggiando in casa col Palermo.
Le uniche novità sul fronte della classifica arrivarono dal Napoli, che batté
il Bologna all’Ascarelli con un provvidenziale rigore di Vojak sul finire del
match, e grazie alla vittoria scavalcò i Felsinei rubando loro la terza piazza.
Nel turno successivo, però, la Juventus intravide la luce all’uscita del
tunnel. Dopo un torneo tutto condotto all’inseguimento, batté in trasferta
gli Alabardati e si ritrovò a esultare per la seconda sconfitta casalinga
dell’Ambrosiana contro le équipes toscane: i Nerazzurri, opposti al Livorno,
erano passati subito in svantaggio, avevano pareggiato il conto nel cuore del
primo tempo e infine erano stati regolati da una rete di Busoni sul finire del
match.
Adesso, il vantaggio dei Milanesi era ridotto a un singolo, misero, punto.
L’11 marzo, la Juventus sconfisse il Napoli e l’Ambrosiana vinse il secondo
derby stagionale sul terreno dei “cugini” rossoneri.
Il Bologna, vittorioso per 3-0 su un Genova ormai relegato in zona di
estremo pericolo, tornò ad appaiare i Partenopei al terzo posto, ma la partita
più clamorosa della giornata fu quella giocata sotto secchiate d’acqua gelida
allo Stadio del PNF.
La Lupa, vittoriosa per 5-0 nel derby d’andata, era la favorita d’obbligo,
ma i padroni di casa della Lazio erano tutt’altro che disposti a subire un’altra
rotta, e lo svolgimento del derby esaltò al massimo la loro tenacia.
Nel primo quarto d’ora, la Roma fu padrona assoluta del campo e andò a
segno per ben tre volte: prima “Fuffo” Bernardini, poi il “Reuccio”
Costantino e infine il “Corsaro nero” Guaita gonfiarono uno dopo l’altro il
sacco difeso da Brandani, sostituto dell’infortunato Sclavi.
La partita sembrava già archiviata, e i tifosi giallorossi ne profittavano per
schernire i rivali. Gli ombrelli giallorossi e biancocelesti, che avevano
costellato le gradinate nel prepartita, vennero richiusi e impiegati come
armi: risse furibonde si accendevano qua e là sugli spalti, costringendo a un
superlavoro le forze dell’ordine. Frattanto, sul terreno di gioco andava in
scena uno spettacolo non più edificante: la Roma, intenzionata a umiliare
gli avversari, si produceva in un ventaglio di pezzi di bravura, fra colpi di
tacco, dribbling non necessari e prematuri accenni di “torello” ai danni dei
Laziali.
Del Debbio, i tre Fantoni, “Filó” Guarisi e i loro compagni fremevano di
rabbia, e finalmente si decisero a interrompere quella pubblica umiliazione:
con un furioso contrattacco in velocità, il laziale Demaria servì Guarisi, e
l’ala della Nazionale scoccò un tiro spietato che beffò Masetti. Il cuoio,
prima di entrare, colpì anche Demaria, trascinato dall’impeto della corsa fin
sulla riga di porta, tanto che la stampa non sarebbe stata concorde
nell’assegnare la rete, ma l’essenziale era che la Lazio aveva accorciato le
distanze e suonato la squilla della riscossa.
Da quel momento, saltarono tutti gli schemi: si vide Brandani salvare
miracolosamente su una insidiosissima punizione di Guaita e Demaria
proiettarsi in volo orizzontale per incornare un centro, ma la palla finì sopra
la traversa. Sul finire del primo tempo, lo scatenato centravanti
biancoceleste colpì un nuovo pallone con una spettacolare “bicicletta”, e
stavolta il cuoio finì nel sacco lasciando attonito Masetti: 3-2!
Gli ultimi scampoli di gioco prima del riposo suggerirono che anche
l’arbitro, l’inesperto signor Gianni di Pisa, aveva perso completamente il
polso della situazione: tollerò che Scopelli e Del Debbio si inseguissero per
il campo scambiandosi colpi proibiti, e solo l’intervallo mise una pausa a
quello spettacolo grandioso e riprovevole al tempo stesso.
Alla ripresa del gioco, il sabba riprese tal quale: le marcature erano saltate,
e i ribaltamenti di campo si succedevano, scanditi da interventi sanguinosi
che l’arbitro non si azzardava a sanzionare. Quando si decise a estrarre un
cartellino rosso, fu per punire il giocatore sbagliato: Fantoni II, autore di un
fallaccio, venne risparmiato, e al suo posto fu cacciato dal terreno Del
Debbio.
La Roma sfiorò più volte la quarta rete con Costantino e Bernardini, la
Lazio quella del pareggio con “Filó” Guarisi, che venne sgambettato in area
senza che il direttore di gara osasse fischiare il rigore. A quel punto, sugli
spalti, le risse si trasformarono in battaglia: giallorossi contro biancocelesti, e
uomini in divisa contro tutti.
Guarisi era zoppicante, ma non voleva lasciare la squadra in nove e, alla
luce di quel che stava per accadere, il suo stoicismo si apprestava a essere
premiato: mancava poco alla mezz’ora del secondo tempo, quando ricevette
il cuoio da Buscaglia e, senza muovere un passo, disegnò un filtrante
perfetto per Demaria, che indirizzò in porta a colpo sicuro la palla del 3-3.
Ancora un quarto d’ora di sofferenza, «poi la fine, scandita da alte grida di
giubilo dei sostenitori laziali».
Le conseguenze del match, destinato a restare un caposaldo della mitologia
biancoceleste, non tardarono a farsi avvertire in campo avverso: quella sera
Sacerdoti, infuriato, accusò “er Più” Ferraris di avere venduto la partita per
incassare moneta sonante dai malavitosi che gestivano le scommesse
clandestine.
La bandiera romanista ci restò di sasso, ma il presidente rincarò la dose: gli
rinfacciò di avergli regalato un bar in via Cola di Rienzo ché mettesse la
testa a posto, ma tutto quel che Ferraris riusciva a fare era scialacquarne gli
introiti con biscazzieri e mignotte. E ora, quel colpo basso! Era un traditore,
ecco cos’era!
Il giocatore, per quel giorno, lasciò che il presidente si sfogasse. Era vero
che conduceva una vita sopra le righe, ma era, prima di tutto, un romanista:
non si sarebbe mai sognato di rinunciare a una vittoria nel derby per
denaro.
A Sacerdoti, però, l’arrabbiatura non passò dormendoci su. E neppure il
giorno dopo. Si era ormai convinto che Ferraris fosse un giuda, e il martedì,
quando “er Più” si presentò all’allenamento, non gli fu consentito neppure
di entrare nello spogliatoio: che gli piacesse o meno, per lui non c’era più
posto.
Per il mediano che aveva indossato sin dal primo giorno la maglia
giallorossa, fu un incubo che si trasformava in realtà: lui, l’idolo di Campo
Testaccio, il trascinatore che lanciava la Lupa alla riscossa al grido di
«Dateve da fa’, fiji de ’na mignotta», non era più un giocatore della Roma.
Quel giorno Attilio Ferraris bestemmiò e prese a calci gli arredi, minacciò
e pianse, ma non ci fu niente da fare: venne messo alla porta come un
curioso inopportuno.
Quando si ritrovò per la strada capì che c’era una cosa sola da fare: bere
fino a perdere i sensi. E, se l’alcool non fosse bastato a stenderlo, doveva
trovare in fretta una femmina che non facesse tante storie.
Il Paese era pronto a ospitare la maggiore rassegna calcistica del pianeta: gli
stadi designati erano stati messi alla prova nel corso della stagione in corso, e
la macchina organizzativa sembrava impeccabile.
Restava un ultimo dettaglio: l’Italia doveva qualificarsi.
Se quattro anni prima, infatti, si era faticato a trovare un numero di
Nazionali sufficiente a disputare la Coppa, ora erano ben trentadue le
federazioni disposte a inviare le proprie selezioni. Trentadue, per sedici
posti.
E anche al Paese organizzatore toccava sottoporsi a uno spareggio per
accedere al torneo.
La prova, almeno sulla carta, si annunciava di una facilità disarmante, ché
gli Azzurri erano opposti a un Paese calcisticamente primitivo come la
Grecia, regolarmente battuta dalle rivali nella Coppa dei Balcani, una
competizione sorta nel 1929 che opponeva gli Ellenici a Bulgari, Rumeni e
Jugoslavi.
In Grecia si disputavano ancora leghe regionali separate, una per Atene,
un’altra per il Pireo e una terza per la Macedonia. Il campionato panellenico
si riduceva a un triangolare fra le migliori compagini dei diversi tornei, al
solito i Verdi del Panathinaikos, i Biancorossi dell’Olympiakos e i Gialloneri
dell’Aris Salonicco.
In ogni caso, non si poteva fallire, ché la prova era senza appello, e il danno
in caso di sconfitta sarebbe stato incalcolabile.
Italia-Grecia si giocò a San Siro il 25 marzo, prima domenica di
primavera, e Pozzo schierò una squadra ampiamente sperimentale, quasi del
tutto dejuventinizzata: il portiere nerazzurro Ceresoli fra i pali; Monzeglio
del Bologna e Allemandi dell’Ambrosiana, invocati dalla critica, terzini al
posto dei più anziani Rosetta e Caligaris; l’altro felsineo Montesanto e il
laziale Octavio Fantoni mediani ai lati di “Luisito” Monti; “Filó” Guarisi e
il “Corsaro nero” Guaita sulle ali, Meazza centravanti e, come interni, il
nerazzurro Serantoni e Nereo Rocco della Triestina.
Gli Ellenici si presentarono in maglia bianca e calzoncini azzurri, e
suscitarono la benevolenza del pubblico milanese salutando a braccio teso.
La gara fu portata a casa non senza qualche intoppo: il centromediano
d’origine armena Danelian, in forza all’Aris Salonicco, apparve infatti meno
sprovveduto del previsto, e anche il portiere Achilleas Grammaticopoulos,
che i tifosi del suo Olympiakos avevano ribattezzato “Zamora” come il
grande portiere spagnolo, risultò tutt’altro che un brocco.
Il primo gol dell’attesa goleada azzurra si materializzò solo al 40’ su tiro di
Guarisi, seguito a ruota dal raddoppio di Meazza.
Per la prima volta era consentito sostituire un giocatore, e a fare le spese
della nuova norma fu Rocco, apparso assai esitante: all’intervallo restò negli
spogliatoi per fare posto a Giovanni Ferrari. Lo stesso Ferrari andò a segno
quando mancavano venti minuti, e poco dopo Meazza segnò ancora,
chiudendo il match su un rotondo 4-0.
Alla fine del campionato non mancava che un mese, quattro settimane e
mezzo nelle quali il calendario sarebbe stato rimescolato come mai si era
visto prima: gli incontri programmati per la trentunesima giornata si
sarebbero giocati in via straordinaria prima della ventisettesima, quelli della
trentatreesima prima della ventinovesima, e la trentaquattresima avrebbe
preceduto la trentaduesima.
C’era di che diventare matti, ma l’essenziale era che ogni squadra aveva
ancora otto partite da giocare, e che l’Ambrosiana era sempre in testa con
due punti di vantaggio sulla Juventus, sei sul Napoli e sette sul Bologna,
mentre tutte le altre erano lontanissime.
Il Casale, inerte in fondo alla classifica, era ormai sicuro della
retrocessione. Lottavano ancora per uscire dalla “zona della morte”, invece,
i Biancoscudati del Padova e tre club che, sino a pochi anni prima, si
battevano in testa alla classifica: i Grigi di Alessandria, il Genova e il Torino.
Il 29 marzo, l’Ambrosiana pareggiò a Marassi, mentre la Juventus, alla
quale furono assegnati due calci di rigore, batté in casa il Bologna per 4-1 e
dimezzò la distanza dai Nerazzurri.
Lo scontro diretto del primo giorno d’aprile fra le due capolista si risolse
con un pareggio a reti inviolate, un risultato che permise all’Ambrosiana di
conservare un punticino di vantaggio.
Ormai, era una guerra di nervi.
L’8 aprile, i Nerazzurri agguantarono nel finale una vittoria contro il
Bologna, mentre le Zebre vinsero a casa del Genova, sempre più avvitato
verso il fondo della classifica.
Nel turno successivo, tornarono a vincere entrambe: non mancavano,
ormai, che quattro partite alla fine del torneo. Trecentosessanta minuti di
gioco, con un solo punto a separare le due contendenti.
Dal 1930 lo scudetto non era mai stato tanto vicino alle maglie di Meazza
e compagni, ma l’emozione si preparava a giocar loro un bruttissimo tiro.
Il 15 aprile, giornata di Brescia-Juventus e Fiorentina-Ambrosiana, la
tragedia nerazzurra: mentre le Zebre vincevano di misura sul campo delle
Rondinelle, gli uomini di Weisz incassarono un gol di Vinicio Viani, al
quale non furono in grado di replicare sino al novantesimo.
Fu così che, dopo sette mesi di strenuo inseguimento, i Bianconeri
balzarono in testa al torneo.
Nel turno successivo l’Ambrosiana, annichilita dalla frustrazione, non
riuscì a vincere in casa contro la Roma, mentre la Juventus, con la sua tipica
concretezza, seppellì di gol il Milan e aumentò il proprio vantaggio a due
punti.
Alla penultima vinsero entrambe, lasciando ai Nerazzurri un’ultima,
crudele, speranza.
Se nell’ultima partita di stagione avessero battuto i Granata a Torino, e la
Juventus avesse perso a Roma con la Lazio, sarebbero riusciti a chiudere il
torneo a pari punti, e si sarebbe reso necessario uno spareggio.
I Granata, però, avevano un disperato bisogno di fare risultato per salvarsi,
mentre i Biancocelesti di Guarisi e Demaria non avevano più nulla da
chiedere: finì che il Torino segnò nelle prime battute del match, e i
Nerazzurri non riuscirono a pareggiare.
La Juventus, invece, attese il secondo tempo per buttare due volte la palla
in rete con Orsi e “Farfallino” Borel: la Fidanzata d’Italia aveva dimostrato
di saper soffrire e tenere a bada i nervi come una vera signora, e ora poteva
farsi bella col suo quarto scudetto consecutivo.
La storica vittoria sul filo di lana della Juventus fu, ancora una volta,
impreziosita dalla conquista del titolo di capocannoniere da parte di Felice
Borel, che migliorò il proprio record con 32 centri. Ai Bianconeri andava
inoltre la consapevolezza di poter vantare il più prolifico attacco italiano,
capace di segnare 88 reti contro le 66 dell’Ambrosiana.
I Nerazzurri non avrebbero festeggiato quel secondo posto che lasciava
l’amaro in bocca, ma perlomeno potevano considerarsi titolari della miglior
difesa del torneo; dal momento che era estremamente più giovane di quella
bianconera, potevano considerarla un buon punto dal quale ripartire.
Esultò, invece, il Napoli: dopo il terzo posto in comproprietà col Bologna
dell’anno precedente, aveva conquistato la terza piazza in solitaria, una
posizione che valeva la prima qualificazione della storia azzurra per la
Mitropa. Che Sallustro, adesso, sposasse pure la sua sciantosa!
Alla fine, poteva dirsi soddisfatto anche il Bologna: in una stagione di
passaggio, contrassegnata da cambi volanti d’allenatore, era riuscito a tenere
la barra dritta e mantenersi aggrappato a un quarto posto che l’avrebbe
riportato in Europa. E, a quanto pareva, il presidente Dall’Ara aveva già
convinto Sansone a rientrare sotto le Due Torri.
La Roma, invece, si era dovuta accontentare di una quinta piazza che
aveva un valore soltanto onorifico; sesta si era piazzata la Fiorentina, seguita
dalla strana coppia formata da Livorno e Pro Vercelli. Più indietro Milan,
Lazio e una Triestina incapace di mantenere il buon ritmo mostrato nella
prima fase del torneo.
Si erano salvate solo all’ultima giornata il Torino, l’Alessandria, il Brescia e
i Rosanero del Palermo, mentre l’abisso si era spalancato sotto i piedi del
Padova e del glorioso Genova, che avrebbero accompagnato il Casale in
Serie B.
La prima, storica, retrocessione dei Grifoni nove volte campioni d’Italia
avrebbe assunto un sapore ancor più beffardo quando venne in chiaro chi li
avrebbe sostituiti nella massima serie: i concittadini in maglia
biancocerchiata della Sampierdarenese, vincitori dello spareggio decisivo
contro il Bari.
Ora che ogni verdetto della Serie A era stato pronunziato, che si lasciasse
spazio alla Nazionale: era tempo di Mondiali!
Parte terza.
I Mondiali del 1934
Il biglietto da visita

Gli stadi d’Italia – Gli Azzurri in ritiro – Questioni di tabellone – “Yankees” contro “Aztechi”

I Mondiali del 1934 dovevano rappresentare il biglietto da visita dell’Italia


fascista, e la macchina organizzativa era stata studiata in ogni dettaglio per
impressionare i visitatori.
Uno dei punti di forza della manifestazione erano gli stadi: pur senza
raggiungere le dimensioni elefantiache di un Hampden Park o dello Stadio
del Centenario di Montevideo, erano in media piuttosto spaziosi. Cosa più
importante, erano tutti moderni – nuovi, o rinnovati per l’occasione – e
ognuno di essi risultava un edificio significativo dal punto di vista
architettonico.
Il decano degli stadi italiani era l’Arena Civica di Milano, ma il più
vecchio tra quelli dedicati al calcio era l’impianto genovese di Marassi. In
vista dei Mondiali era stato rimodernato e ingrandito sino a poter ospitare
30.000 spettatori, e aveva assunto la denominazione ufficiale di Stadio Luigi
Ferraris, in onore del capitano genoano caduto nella Grande Guerra: in
occasione della cerimonia di riapertura la medaglia d’argento di Ferraris era
stata solennemente sepolta in prossimità della porta sotto la gradinata nord.
Il più grande e moderno era il Benito Mussolini di Torino, capolavoro
dell’architettura fascista rivolta alla modernità, che aveva visto oltre 60.000
spettatori affollare le gradinate per la partita dell’Italia contro il Wunderteam
austriaco.
Il Littoriale di Bologna, con i suoi 50.000 posti ufficiali (ma per Italia-
Spagna del 1927 vi si erano stipate 10.000 persone in più), era il secondo
per capienza; il suo stile, che richiamava le arene d’epoca classica, sembrava
adattissimo per rappresentare i legami dell’Italia fascista con i fasti imperiali.
L’impianto milanese di San Siro, ancora composto da quattro tribune
rettilinee separate fra loro, si fermava a 35.000 posti.
Lo Stadio Nazionale di Roma, ufficialmente Stadio del Partito Nazionale
Fascista, era stato riedificato in forma monumentale nel 1927 sul
preesistente impianto eretto nel cinquantenario dell’Unità nazionale; in
occasione di Italia-Inghilterra aveva sfiorato il “tutto esaurito” ospitando
oltre 45.000 spettatori.
Analoga capienza aveva il Giovanni Berta di Firenze, inaugurato nel 1931,
che condivideva con l’impianto torinese la qualifica di capolavoro
dell’architettura razionalista.
A Napoli, l’Ascarelli, eretto nel 1930 dallo sfortunato patron del Napoli,
era stato ricostruito in cemento armato, ingrandito fino a 40.000 posti e
ribattezzato Stadio Partenopeo.
Per finire, il più piccolo fra gli impianti che avrebbero fatto da teatro ai
Mondiali era il Littorio di Valmaura, casa della Triestina dal 1932, capace di
ospitare sino a 23.000 spettatori.
Ancora una volta, a trovarsi ai margini era stato il Sud che, ad eccezione di
Napoli, poteva contare su impianti meno capienti e prestigiosi, o ancora
incompleti.
Erano state fatali le esclusioni del grande stadio voluto a Bari dal podestà
Di Crollalanza, la cui costruzione non era ancora ultimata, e del Littorio di
Palermo, che i tifosi rosanero chiamavano La Favorita: inaugurato nel 1932
e capace di 20.000 posti ufficiali fra tribuna e gradinata, sui lati corti del
campo presentava semplici pendii sui quali si accalcavano gli spettatori non
paganti. Del pari, non si era neppure presa in considerazione l’ipotesi di
giocare qualche partita del torneo al Littorio di Salerno (attivo dal 1931 con
la sola tribuna, e integrato dagli altri settori nelle stagioni successive), né
allo spartano Michele Bianchi di Reggio Calabria, anch’esso datato 1932.
Dopo la cocente sconfitta patita con l’Austria, un dubbio si era affacciato
nelle menti dei più fervidi calciofili: forse Vittorio Pozzo non era un genio.
Di certo, il vecchio ufficiale degli alpini non era un visionario come
Chapman o Hugo Meisl. Però aveva dimostrato di saper tenere le redini del
gruppo e, cosa più importante, riusciva a trarre profitto dai suoi errori.
Inoltre, non gli difettava il carisma, né quando si trattava di gestire i
veterani, né per pungolare i giovani: in questo senso andava letta
l’esclusione degli appagati senatori juventini a favore dei ragazzi di belle
speranze nella partita contro la Grecia.
Ora restava da vedere a chi avrebbe dato fiducia in occasione delle partite
più importanti della sua carriera.
Per non svelare in anticipo le proprie carte, e lasciarsi il tempo di decidere
all’ultimo momento la lista dei ventidue convocati, il commissario tecnico
invitò al ritiro pre-mondiale un numero spropositato di giocatori: settanta,
una buona frazione della Serie A.
In pratica, l’unico escluso di grande spessore tecnico era Renato Cesarini,
che Pozzo giudicava inaffidabile e troppo estroso per il clima monacale
necessario a preparare il torneo: che se ne restasse pure nel suo locale di
Torino, quel saltimbanco, a ballare il tango con le figliole del demi-monde!
Fra i prescelti, invece, c’era Attilio Ferraris, caduto in un vortice di
depressione dopo l’esclusione dalla Roma. Pozzo era andato a recuperarlo
di persona nella capitale: l’aveva trovato in una taverna, ubriaco fradicio e in
compagnia poco raccomandabile. Nel riconoscere Pozzo, tanto “er Più”
quanto i suoi sodali erano rimasti di sasso, e il commissario, assunta una
postura teatrale, aveva indicato il calciatore pronunziando poche, bibliche,
parole: «Alzati e cammina!».
Ferraris, tentando di darsi un contegno, l’aveva seguito con gli occhi
lucidi: dovunque Pozzo volesse portarlo, sarebbe stato meglio che restar lì.
Per preparare la truppa alla pugna, venne praticamente requisito un
albergo in località Alpino, una frazione di Stresa rinomata per il suo clima
salubre. Lassù il panorama spaziava dalle isole del Lago Maggiore al profilo
delle cime che marcavano il confine con la Svizzera, ma Pozzo trasformò
quell’angolo di paradiso in una sorta di campo d’addestramento militare.
Il pallone, i suoi, lo videro di rado: dovevano limitarsi a correre, correre e
correre. Già la stampa dava per favorite Austria e Cecoslovacchia, non
volevano mica concedere ai danubiani anche la supremazia atletica? Quando
apparivano stremati, toccava loro un discorsetto sui valori del sacrificio per
la Patria, e poi si ricominciava a trottare.
A pranzo e cena si mangiava sano, il vino era razionato, e la sera i ragazzi
cascavano dal sonno.
Gli unici divertimenti ammessi erano le carte – proibito però giocare a
soldi – e il ping-pong, nel quale Orsi era un maestro imbattibile.
Si andava, naturalmente, a letto presto, in camerette doppie studiate per
abbinare giocatori di club diversi e indurli a fraternizzare. La coppia più
improbabile era quella composta da Angelo Schiavio e “Luisito” Monti, che
al centravanti bolognese aveva quasi sbriciolato un ginocchio saltandoci
sopra: si temeva che si sarebbero scannati, invece i due finirono per
riappacificarsi e diventare quasi amici.
Il commissario tecnico conosceva i suoi polli, e fece in modo di tenere
vicini anche i due più insofferenti alla disciplina, lo sregolato Meazza e
Attilio Ferraris. A loro, e solo a loro, concedeva qualche scappatella serale a
fondovalle: meglio saperli a donne in paese, che chiusi in camera a fumare e
giocarsi le mutande a poker.
Dopo due settimane, i ragazzi erano come nuovi.
Prima di levare le tende, Pozzo ufficializzò la lista dei ventidue che
avrebbero partecipato al Mondiale. Per loro era prevista un’ulteriore tranche
di ritiro in Toscana, stavolta dedicata alla tattica e al calcio giocato.
La lista dei prescelti non dissipava i dubbi su chi sarebbe effettivamente
sceso in campo, ché era una miscela di senatori, semi-esordienti e
debuttanti assoluti.
Come portieri vennero designati Carlo Ceresoli dell’Ambrosiana, il
veterano Combi della Juventus e Giuseppe Cavanna, estremo difensore del
Napoli di origini vercellesi.
Quasi obbligata la lista dei terzini: i “veci” Rosetta e Caligaris, e i “bocia”
Monzeglio e Allemandi.
Fra i mediani furono selezionati l’imprescindibile “Luisito” Monti e i
compagni juventini Mario Varglien e Bertolini; il redivivo Attilio Ferraris;
l’elegante gigliato Pizziolo, fra tutti loro il più tecnico e meno portato alla
mischia, e il nerazzurro Armando Castellazzi.
Per giostrare sulle ali c’erano i tre oriundi “Mumo” Orsi, “Filó” Guarisi e
il “Corsaro nero” Guaita.
Interni naturali erano Giovanni Ferrari e l’“italiano d’Argentina” Demaria
dell’Ambrosiana; Pietro Arcari del Milan poteva sostituire in caso
d’emergenza uno dei due, oppure un’ala.
Il “Balilla” Meazza, vero uomo-chiave della squadra, poteva giocare tanto
come interno, a dirigere la manovra, quanto di punta, mentre i centravanti
puri erano il poderoso Schiavio e il guizzante “Farfallino” Borel.
Per loro si spalancò la porta di un nuovo romitaggio: sede designata era
Roveta, sulle colline sopra Firenze.
Costruiti gli stadi e selezionati gli Azzurri, non restava che attendere
l’arrivo sul suolo nazionale delle squadre ospiti.
Inutile aspettare la Celeste: a Montevideo erano infuriati con noi, un po’
perché avevamo disertato la Coppa Rimet del 1930 e ancor più perché
saccheggiavamo senza ritegno le loro squadre di club, così si era deciso di
boicottare la manifestazione italiana.
Ce ne saremmo fatti una ragione, contando che avevano comunque
aderito trentasei federazioni nazionali da quattro diversi continenti.
Per eleggere le sedici partecipanti al torneo, erano stati pertanto necessari
dei turni preliminari di qualificazione su base geografica: dodici posti
sarebbero andati a squadre europee, tre a quelle sudamericane, e uno
sarebbe toccata alla migliore fra le pretendenti africane e asiatiche.
I meccanismi dei diversi raggruppamenti furono arrangiati ad hoc, e
presentavano grandi difformità fra loro.
I casi più semplici furono quelli degli abbinamenti fra due sole squadre,
come quello fra Italia e Grecia. In teoria era previsto anche un incontro di
ritorno, ma gli Ellenici avevano dato forfait dopo il netto 4-0 dell’andata.
In maniera analoga era andata fra Polonia e Cecoslovacchia: dopo la
vittoria di “Olda” Nejedlý e soci a Varsavia, i Polacchi avevano rinunciato
al retour match gettando la spugna.
Si erano giocate invece entrambe le partite nel raggruppamento della
Penisola iberica: nonostante il pesante 9-0 incassato a Madrid, il Portogallo
aveva coraggiosamente insistito per sfidare nuovamente la Spagna al Lumiar
di Lisbona, e questa volta era stato sconfitto di misura.
Un quarto gruppo era quello riservato alle nazionali del Nord, al quale si
erano iscritte Svezia, Estonia e Lituania: gli Svedesi avevano battuto
agevolmente entrambe le rivali, rendendo inutile la disputa del derby baltico
ché ormai i ragazzi di Stoccolma avevano strappato l’unico biglietto
disponibile.
Due ulteriori gironi erano riservati alle Nazionali centro-europee,
raggruppate tre a tre: da ciascuno di essi si sarebbero qualificate due
squadre. Nel primo di questi, Ungheria e Austria avevano avuto la meglio
sulla meno quotata Bulgaria; nell’altro erano uscite con successo la
Romania, due volte vincitrice della Coppa dei Balcani, e la Svizzera, che
avevano lasciato indietro la Jugoslavia.
Con lo stesso principio, Olanda e Belgio si erano sbarazzate del giovane
Stato libero d’Irlanda, mentre la Germania e la Francia avevano eliminato
senza fatica il piccolo Lussemburgo.
Per il Sud America, le cose erano state assai più semplici: l’Argentina era
abbinata in uno spareggio secco al Cile, e il Brasile al Perù, ma entrambe le
Nazionali della costa pacifica avevano dato forfait, garantendo la
partecipazione automatica delle due favorite.
Assai più brigosa fu la formula per eleggere l’unica partecipante
dell’America centro-settentrionale. Dapprima si erano giocati tre incontri
fra Haiti e Cuba, che avevano garantito il passaggio dello sbarramento alla
Nazionale dell’Avana, quindi i Cubani avevano dovuto confrontarsi, sempre
su tre incontri, con il Messico. Gli Aztechi avevano avuto la meglio in tutte
le occasioni, ma questo non era bastato a garantire loro la qualificazione,
ché erano attesi da un ulteriore spareggio con gli Stati Uniti. Ormai, però,
mancavano poche settimane all’inizio del torneo, così tanto gli “Yankees”
quanto i Messicani si misero in viaggio per l’Italia, per giocare l’incontro
decisivo direttamente a Roma.
L’ultimo, e più esotico, fra i raggruppamenti era quello medio-orientale:
comprendeva l’Egitto, la Turchia e la Nazionale del Mandato britannico di
Palestina, la cui rosa era composta da nove calciatori britannici, sei ebrei e
un arabo. A qualificarsi sarebbe stata solo la migliore del girone, ma la
Turchia si ritirò anzitempo, e quindi tutto venne deciso dal doppio incontro
fra gli Egiziani e l’undici della Terrasanta.
L’andata si giocò al Cairo, davanti ai 13.000 dello Stadio militare
britannico: Mahmoud Mokhtar detto “El Tetsh”, cannoniere dei “Diavoli
rossi” dell’Al-Ahly e componente della Nazionale egiziana alle Olimpiadi
del 1928, mise a segno una tripletta, contribuendo al largo successo dei
padroni di casa, che fermarono lo score sul 7-1. Di Nudelman l’unica rete
degli ospiti.
Gli avversari, però, non rinunciarono al retour match, che si tenne sotto gli
occhi di 8000 spettatori allo stadio Hapoel di Tel Aviv: qui “El Tetsh” e i
suoi segnarono quattro volte nel corso del primo tempo, mentre nella
ripresa si vide soltanto il gol della bandiera del locale Suknik.
Al termine di questa odissea calcistica, risultarono dunque qualificate le
abituali partecipanti alla Coppa Internazionale – Italia, Cecoslovacchia,
Austria, Ungheria e Svizzera – più le altre europee Spagna, Francia,
Germania, Belgio, Olanda, Svezia e Romania; dal resto del mondo erano
invece attese Argentina, Brasile, Egitto, e la vincente del confronto da
tenersi a Roma fra Messico e Stati Uniti.
Aldo Teo Donelli, nonostante il nome inequivocabilmente italiano, era un
calciatore sconosciuto alle patrie cronache.
Il motivo era presto detto: la sua famiglia, come tante altre, era emigrata
Oltreoceano, ma non per stabilirsi sulle rive del Rio de la Plata, né a San
Paolo del Brasile. I Donelli avevano scelto il Nord industriale degli Stati
Uniti, e più precisamente la Pennsylvania. Qui, nella grigia Pittsburgh,
Aldo – “Buff” per gli amici – era cresciuto e aveva frequentato l’Università
cattolica di Duquesne. All’ateneo aveva seguito studi di economia e si era
messo in mostra come leader naturale e sportivo polivalente: era stato lui ad
aprire la locale sezione della Confraternita Alpha Phi Delta, riservata agli
studenti di origine italiana, e militava con successo nella formazione
universitaria di football americano, i Dukes. Una volta conseguita la laurea
ne sarebbe diventato prima l’assistant coach, e più avanti allenatore in prima,
mietendo successi così vistosi che gli si sarebbero spalancate le porte della
lega professionistica NFL.
Per lui, come per tanti italo-americani, il soccer era solo un hobby da
praticare per mantenere vive le tradizioni della Madrepatria, così nel tempo
libero giocava come attaccante in un’oscura formazione locale chiamata
Curry Silver Tops: i loro avversari avevano nomi che riflettevano le origini
europee dei fondatori, come Sparta, Celtic, Shamrocks o German Sport.
Per “Buff” Donelli, quindi, essere selezionato per giocare in Italia con la
maglia bianca della Nazionale statunitense aveva un significato particolare.
A ventisette anni, con una laurea in tasca e la carriera da tecnico di football
americano già avviata, non mirava certo a strappare un contratto in Serie A.
Per lui giocare a Roma comportava semplicemente rendere omaggio alla
terra dei padri e, allo stesso tempo, offrire un servigio al Paese che l’aveva
cresciuto.
Così si era imbarcato per il Vecchio continente insieme ad alcuni dei
veterani che si erano messi in mostra in Uruguay nel 1930. Ognuno di loro
aveva una storia di emigrazione alle spalle, e nei quattro anni appena
trascorsi, un periodo nel quale l’American Soccer League era passata
attraverso un crollo e una rifondazione, si era dovuto ingegnare a trovare
una squadra.
George Moorhouse, nativo di Liverpool e divenuto cittadino americano in
età adulta, indossava la maglia dei New York Americans, la compagine
fondata, allenata e guidata in qualità di allenatore-giocatore da Ernő
Schwarz, ex ala di Ferencváros, Hakoah Vienna e dell’omonima formazione
basata a Brooklyn.
L’oriundo scozzese Jimmy Gallagher, invece, New York se l’era lasciata
alle spalle per migrare verso l’industriale Ohio, e ormai giocava nei
Cleveland Slavia.
Il lusitano Billy Gonsalves, il “Babe Ruth” del soccer, si era fatto strada nei
Marksmen di Fall River, Massachusetts; dopo che questi avevano chiuso
bottega, era passato alla squadra di Saint Louis sponsorizzata dalla Central
Breweries. L’italo-americano del New Jersey Tom Florie, ormai
trentasettenne, giocava invece negli oscuri Pawtucket Rangers.
Nessuno di loro, che giocasse nella risorta American Soccer League o in
un torneo minore, riusciva a strappare salari paragonabili a quelli incassati
prima della Grande Recessione.
Insieme a “Buff” Donelli e ai veterani, erano partiti quattordici volenterosi
dilettanti, giovanotti dai cognomi che riflettevano le origini più disparate:
anglo-sassoni, irlandesi, scandinave, slave, iberiche e italiane. Per tutti loro
la missione era una sola: sconfiggere il Messico, e guadagnare l’accesso al
tabellone del torneo vero e proprio.
Si disse che il sorteggio teso a disporre le squadre sul tabellone del torneo
non fu pilotato; purtuttavia, la scelta di otto “capo-batteria” (ovvero teste di
serie) evitò scontri tra favorite negli ottavi di finale, e garantì all’Italia un
debutto morbido. Gli Azzurri, infatti, avrebbero giocato il primo match a
Roma contro la vincente dello spareggio fra Messico e Stati Uniti.
Qualora fossero passati, e in fede nessuno ne dubitava, gli Italiani si
sarebbero trovati di fronte nei quarti la vincente di Spagna-Brasile, da
giocarsi invece a Genova.
Sulla Nazionale di Rio pesava un forte pregiudizio, ché ancora una volta
erano rimasti a casa gli elementi migliori, in rotta con la Federazione. In
Brasile, infatti, regnava il caos, e le vedette del calcio carioca e paulista si
erano trasferite in massa nei tornei di Argentina e Uruguay. Niente viaggio
in Italia, dunque, per “el Tigre” Friedenreich, il letale mulatto dagli occhi
verdi del quale si narravano mirabilie, né per la maggior parte dei
protagonisti della Coppa America. Le sole stelle di cui poteva godere il
Brasile erano due giocatori di colore, il carioca Leônidas, reduce da
un’annata di successo nel Peñarol, e il paulista Waldemar De Brito. I loro
compagni risultavano largamente ignoti al pubblico italiano, con
l’eccezione di Heitor Canalli, che aveva trascorso una breve stagione al
Torino: per giustificare il suo status di oriundo, però, sotto la Mole si era
fatto chiamare Ettore Zaccone.
Completavano la parte alta del tabellone Ungheria-Egitto e Francia-
Austria, il che comportava che solo una fra le due Nazionali danubiane
avrebbe potuto raggiungere la semifinale.
Nella seconda metà della griglia, invece, campeggiava il nome della
Cecoslovacchia, opposta negli ottavi alla Romania. Superando la prova,
avrebbe dovuto giocare contro la vincente di Svizzera-Olanda, entrambe
considerate alla portata dei Leoni di Boemia.
Completavano il programma Germania-Belgio, coi tedeschi favoriti, e
l’incerta Svezia-Argentina, in programma a Bologna: l’Albiceleste era
presente per onor di firma, con una squadra composta esclusivamente da
dilettanti selezionati tra le seconde linee del calcio bonaerense, al fine di
evitare che i migliori calciatori del Paese venissero ancora una volta
saccheggiati dai club italiani.
I pronostici cominciarono a fiorire al momento stesso della pubblicazione
degli accoppiamenti. I più diffusi prevedevano la prima semifinale tra Italia
e Austria, e la seconda fra Cecoslovacchia e Germania, o ancora fra
Cecoslovacchia e Argentina.
Mentre gli Azzurri si preparavano nel ritiro di Roveta, giocando partitelle
fra loro e contro le giovanili della Fiorentina per introiettare le disposizioni
di Pozzo, il calcio continuava a tenere banco sulla stampa.
Ormai non c’era amichevole o test match di un qualche spessore che non
ricevesse l’onore delle cronache.
Intorno alla metà di maggio, i lettori vennero ragguagliati sui successi della
Roma, trionfatrice in Jugoslavia contro la Selezione di Zagabria e i club
serbi SK Jugoslavija e Belgrado SK.
Si raccontava anche, con grande rilievo, della sconfitta patita dai “maestri”
inglesi contro l’Ungheria. Eppure fare il calciatore in terra d’Albione poteva
rendere ricchi, anzi ricchissimi: durante il banchetto celebrativo per la
conquista del titolo da parte dell’Arsenal, a Bastin era stato riconosciuto un
assegno che aveva fatto di lui il più ricco footballer del pianeta.
Fece scalpore anche il pareggio per 3-3 ottenuto dalla Fiorentina, «vivace e
spigliata», contro il Manchester City, al termine di una gara giocata «a piena
andatura».
Nel mentre, si riferiva dei preparativi delle Nazionali che avrebbero
partecipato al Mondiale: la Romania sarebbe giunta il giorno 19, l’Egitto
sarebbe sbarcato dal piroscafo Tevere il 20, e l’Olanda avrebbe raggiunto il
Bel Paese il 22, così come la Cecoslovacchia, che avrebbe atteso l’inizio del
torneo in una stazione balneare prossima a Trieste. Avevano scelto invece il
sobborgo bolognese di Casalecchio di Reno, «ridente località collegata dal
servizio tramviario al centro cittadino», la selezione argentina e quella
svedese.
La Francia avrebbe atteso fino all’ultimo a Compiègne, sede del ritiro
collegiale dei Galletti, mentre il Messico era già a Roma e si allenava sul
terreno giallorosso di Testaccio. Viva impressione, fra gli Aztechi, aveva
destato l’interno sinistro Carreño: «abilissimo tiratore, scaltro e preciso.
Piccolo di statura, ha velocità eccezionale, e il suo tiro è sempre fortissimo».
Anche gli Yankees erano giunti nella capitale, ma loro si allenavano in
maniera diversa, facendo ginnastica e giocando a baseball.
Nel frattempo, a Roveta, gli Azzurri si stavano solennemente rompendo le
scatole.
Se Meazza, Ferraris, Combi e gli altri biscazzieri della compagnia
riempivano ogni momento libero con l’amato poker, per tutti gli altri
l’unica distrazione era rappresentata dalle cene nelle trattorie sui colli
fiorentini.
Così una sera, profittando dell’assenza di Pozzo, si spinsero a Firenze per
vedere il Rigoletto con la soprano veneta Toti Dal Monte, ma anche
quell’innocente gita all’opera fu giudicata una inopportuna concessione
all’epicureismo. La mattina dopo piombò in ritiro, su tutte le furie, il
generale Vaccaro, numero uno della FIGC, che li fece schierare sull’attenti e
li ammonì severamente: «Non siete stati scelti per fare del turismo!» tuonò.
«Siete venuti qui per prepararvi a giocare e vincere il Campionato
mondiale!». Li guardò negli occhi uno a uno, e soggiunse, minaccioso:
«Credo che ci siamo intesi!».
Se Pozzo era un uomo rigido, quello era un cerbero, e il ritorno del
commissario tecnico fu salutato come un lieto evento: perlomeno, con lui e
Carcano, si poteva giocare.
Sul campo impiegato per le partitelle, però, si produsse un fatto inatteso,
che avrebbe determinato le scelte del commissario tecnico: Ceresoli,
titolare designato, si infortunò seriamente a un braccio.
Mentre lo portavano fuori dal terreno, Combi si fece pallido pallido:
pensava al Campionato del mondo come a una gratificante sine cura, l’ultimo
impegno nei panni di calciatore prima di ritirarsi e dedicarsi a tempo pieno
al suo bar, e invece Pozzo gli stava andando incontro a grandi passi con aria
grave.
«Sì?» fece lo gnorri il portiere juventino.
«Souta, Piero» lo incoraggiò il commissario tecnico. Sotto, Piero: tocca a
te.
Quando mancavano dieci giorni al match inaugurale, furono rese
pubbliche le disposizioni relative all’accesso allo Stadio Nazionale. Per tutta
la durata del Mondiale erano da intendersi sospesi gli ingressi a invito, e
venivano rese note le tariffe dei biglietti relativi agli incontri romani:
assistere in gradinata allo spareggio fra Messico e Stati Uniti costava 8 lire,
vedere la stessa partita in tribuna centrale 30. I prezzi salivano col procedere
del torneo, sino ad arrivare alla finalissima, per vedere la quale bisognava
mettere in preventivo una spesa di 15 lire in gradinata, 25 nei distinti laterali
e 50 in quelli centrali, 60 in tribuna laterale e 100 in quella centrale
numerata. I tagliandi potevano essere acquistati anticipatamente presso la
biglietteria dello stadio, e in una quantità di punti vendita autorizzati che
spaziavano dalle agenzie dell’INA alla Società Wagon Lits, passando per il
bar di Attilio Ferraris in via Cola di Rienzo.
Il giorno 21 vennero pubblicate tutte le rose delle squadre partecipanti.
L’Italia aveva sostituito in extremis lo sfortunato Ceresoli con il romanista
Masetti, un buontempone che avrebbe contribuito a tenere allegro il
gruppo.
Nello stesso pomeriggio gli Azzurri affrontarono in amichevole i Grigi
dell’Alessandria sul terreno del Giovanni Berta: 9-0 a favore della Nazionale
lo score.
L’indomani, il Comitato organizzatore diffuse in edicola, al prezzo di 2
lire, la pubblicazione ufficiale della manifestazione, il Numero unico del
Campionato mondiale di calcio. Era composto da 64 pagine in grande formato,
riccamente illustrate, che comprendevano il programma del torneo, un
saluto al Duce, primo sportivo d’Italia, e una messe di informazioni sulle
squadre partecipanti, compresi gli «stati di servizio» completi e le fotografie
di tutti i giocatori: «si tratta quasi un libro, che gli sportivi potranno
custodire a caro ricordo di una indimenticabile manifestazione».
Nello stesso giorno, furono diffuse le cronache dei match del Milan, che
aveva clamorosamente battuto 5-0 il Manchester City, e della Pro Vercelli,
vittoriosa ad Algeri nel torneo di Pentecoste contro la squadra di coloni
francesi del Gallia: sarebbero state le ultime partite di club delle quali si
sarebbe inteso parlare fino al 10 giugno, ché in concomitanza con i
Mondiali era stato proibito alle nostre società giocare tornei e amichevoli.
Tutta l’attenzione andava proiettata sulla kermesse internazionale, e
l’inchiostro andava versato solo per parlare degli ultimi dettagli: la partita
vinta per 7-1 dalla Nazionale argentina contro il Casalecchio, retrocesso di
fresco dalla terza serie, o le legittime preoccupazioni dei dirigenti svedesi,
che avevano fatto trasferire «due signorine vezzose anzichenò» in un piano
dell’albergo diverso rispetto a quello occupato dai calciatori. E, ancora, si
riferiva dei soggiorni napoletani della Nazionale ungherese, alloggiata
all’hotel Parker’s di corso Vittorio Emanuele, e di quella egiziana che invece
era scesa al De Londres, e si apprestava a fare una gita sul Vesuvio.
Man mano che si avvicinava il calcio d’inizio della manifestazione, saliva la
febbre dell’attesa e, con lei, la sete del pubblico di conoscere dettagli,
retroscena, pronostici.
Ai calciofili del Bel Paese sembrava di vivere un sogno a occhi aperti.
Davvero Bernardini aveva partecipato a una partitella della Nazionale
statunitense?
L’ungherese Sarosi, rimessosi in extremis da un infortunio, sarebbe stato in
campo già dagli ottavi di finale?
E sul serio l’Argentina era andata a Forlì per rendere omaggio alla tomba
dei genitori del Duce?
Perché i giocatori di Spagna e Brasile, sbarcati dalla stessa nave, erano
apparsi di umori tanto diversi? Cosa preoccupava Zamora? E quale arma
segreta nascondevano i Brasiliani, ch’erano apparsi così lieti?
Anche i tifosi esteri facevano la loro parte: dall’Olanda erano partiti
centinaia di ciclisti, che avevano coperto a tappe forzate 1800 chilometri per
arrivare a Milano in contemporanea alla loro Nazionale. Non erano che
l’avanguardia d’un festoso esercito di settemila supporter in viaggio da
Amsterdam su treni speciali.
Finalmente, nella data sacra alla Patria del 24 maggio, si poteva cominciare
a giocare. Prima, però, c’era un dovere d’ospitalità da assolvere: Jules Rimet
e i delegati delle federazioni iscritte alla FIFA, che avrebbero tenuto il loro
congresso in contemporanea al Mondiale, vennero ricevuti dai papaveri
della politica e dello sport nazionale.
Il discorso di benvenuto fu pronunziato dal generale Vaccaro, contento
come una pasqua di trovarsi in quella veste al posto del silurato Arpinati.
Quindi parlò il vecchio Rimet, intessendo una pappardella sui valori dello
sport in generale e del football in particolare, per poi ringraziare il governo
italiano che aveva dato prova di tanta perizia e cura nell’ospitare la
manifestazione. Da ultimo, rivolse un omaggio al numero uno di quel
governo, Sua Eccellenza Benito Mussolini.
Prese allora la parola il segretario del PNF, Achille Starace, per riportare ai
convenuti un messaggio dello stesso Mussolini. Adorava fargli da portavoce,
e leggere con voce stentorea: «Traiamo lieti auspici per i lavori del
congresso, al quale il Fascismo guarda con simpatia, in quanto lo sport del
calcio è quello che, più di tutti gli altri, ha poteri di attrattive spettacolari sulle
masse».
L’incontro fra Messico e Stati Uniti non era, in teoria, che un preliminare,
ma svolse in tutto e per tutto la funzione di match d’inaugurazione del
torneo: Mussolini era allo stadio, sul palco montato nel cuore della tribuna
e pavesato da un grande drappo nero col fascio littorio.
L’ultima visita ricevuta negli spogliatoi da Statunitensi e Messicani fu
quella di Starace, al quale gli atleti risposero in maniere diverse: i primi, che
si trovavano già seminudi, lanciando un triplice «hurrah», e i secondi con
un impeccabile saluto militare.
A entrare per primi sul terreno furono gli Americani, in maglia blu
marina e calzoncini bianchi: marciarono compatti dietro la bandiera dalle
quarantotto stelle, e andarono a rendere omaggio al Duce inchinando il
vessillo.
Subito dopo apparvero i Messicani, che indossavano la tradizionale casacca
rosso-amaranto e calzoncini neri, e anch’essi andarono a presentare la
bandiera a Mussolini.
Scambi floreali, foto di rito, e alle quindici e cinque minuti arrivò il
sospirato fischio d’inizio: i salamelecchi potevano lasciare spazio al calcio
giocato.
Non era forse l’incontro di football più raffinato al quale si potesse
assistere, ma il pubblico romano mostrò di gradire, e prese decisamente le
parti degli Aztechi: ne apprezzava il forsennato assaltare la metà campo
avversaria, ignorando bellamente la fase difensiva.
I Nordamericani, invece, parevano squadra più sobria e assennata, poco
propensa a dare spettacolo: il loro gioco passava tutto per i piedi
dell’olivastro Gonsalves, e quando c’era da difendere lo facevano in quattro
o cinque alla volta, facendo pesare la propria supremazia atletica. Furono
loro a segnare il primo gol: il playmaker di origine portoghese servì Aldo
“Buff” Donelli, che resistette senza fatica a un contrasto, entrò in area e
sparò a colpo sicuro da pochi passi. Al portiere, il lungo Navarro, non restò
che raccogliere la palla nel sacco e intimare ai suoi di far miglior vigilanza.
I Messicani, sferzati nell’orgoglio, si riversarono in avanti come non ci
fosse un domani: il pubblico ne sottolineava con alti cori ogni passaggio, ed
esultò come avesse segnato la squadra del cuore quando Alonso, decentrato
sulla sinistra, calciò in rete il bolide del pareggio.
Imbaldanziti, gli Aztechi continuarono ad attaccare lasciandosi alle spalle
ampie praterie: ne profittò ancora Donelli, che alla mezz’ora gelò lo stadio
con il violento rasoterra del 2-1.
Nella ripresa, i frustrati Messicani presero a tirare da ogni posizione, senza
altro risultato che quello di suscitare applausi; i grandi spazi che si lasciavano
alle spalle si fecero enormi quando Azpiri rifilò un pugno all’avversario che
tentava di sottrargli il cuoio, e l’arbitro estrasse il cartellino rosso.
Da lì in avanti, Gonsalves ebbe buon gioco nel trovare le traiettorie giuste
per i suoi filtranti: a un quarto d’ora dalla fine servì Nilsen, che a sua volta
trovò il solito Donelli, abile nel battere Navarro per la terza volta.
Gli Aztechi, benché sovrastati fisicamente e perennemente in ritardo sui
ribaltamenti di fronte, trovarono la via del gol con Mejía; gli Statunitensi li
punirono per la quarta volta con l’implacabile Donelli, e se non fossero
arrivati i tre fischi la partita sarebbe continuata all’infinito sulla medesima
falsariga.
Fra gli ululati di disapprovazione dei popolari, i futuri avversari dell’Italia
portarono in trionfo il loro eroe sotto il cielo eterno di Roma, e per quel
giorno fu tutto.
Si alzi il sipario

Italia-Stati Uniti: obbligo di goleada – La Spagna dei Baschi contro il Brasile – Sviste madornali e
vittorie annunciate – I miracoli di Plánička

«Come nelle commedie del buon tempo antico, giovedì si è recitato il


prologo» esordì Pier Luigi Tagiuri del Littoriale nel suo editoriale del 27
maggio, il giorno degli ottavi di finale. «Adesso il sipario si alza sullo
spettacolo vero e proprio. Mastodontica, e pur semplicissima nel
funzionamento dei suoi delicati congegni, la macchina del campionato del
mondo si mette in moto».
Pur ammettendo che l’esito del torneo era legato all’alea, ché in un
incontro secco si potevano pure commettere errori fatali, già si cantava
vittoria per la magnifica organizzazione, per la quale andavano ringraziate la
FIGC e, soprattutto, «lo Stato Fascista, che col suo largo aiuto morale e
finanziario […] abbatte ogni ostacolo, facilita e rende lieve ogni sforzo».
Gli incontri si giocarono in simultanea su tutti i campi, secondo l’uso della
Serie A.
«A Roma, l’Italia troverà un’avversaria più temibile – si è visto alla prova –
di quanto non si credesse dopo aver assistito alle sedute preparatorie. Lo
scatto e il senso pratico di Donelli, quello e nient’altro, possono costituire
una minaccia – la sola – per la porta azzurra».
La facile profezia si materializza sotto gli occhi di 25.000 persone, che
riempiono per metà quello che la stampa di regime chiama semplicemente
«lo Stadio», l’impianto calcistico per eccellenza, ovvero quello romano
intitolato al Partito.
Sono le 15.55 quando l’Italia scende in campo con Meazza in qualità di
portabandiera; è accolta da un’ovazione anche perché, nello stesso
momento, in tribuna si presenta Mussolini con i figli Bruno e Vittorio.
Dietro all’alfiere Peppino, gli altri Azzurri: l’esperto Combi, Virginio
Rosetta e Gigi Allemandi, che prende il posto di Caligaris; due mediani di
lotta come il coriaceo “Luisito” Monti e Bertolini, il distintivo fazzoletto
bianco legato intorno alla fronte, integrati dal più propositivo Pizziolo;
Giovanni Ferrari, che giocherà interno al fianco del “Balilla”, le ali
“Mumo” Orsi e “Filó” Guarisi, e l’avanti di sfondamento “Anzlèn”
Schiavio. La divisa è quella classica: maglia azzurra con scollo a V, sul cuore
lo scudo di Savoia sormontato dalla corona e affiancato dal fascio littorio,
calzoncini bianchi e calzettoni neri.
Gli Stati Uniti, che pure disporrebbero di una tenuta bianca, adottano la
medesima maglia blu marina impiegata contro il Messico, e di quel match
ripropongono anche il grosso della formazione, con Hjulian in porta, il
capitano Moorhouse terzino, Gonsalves playmaker arretrato, e “Buff”
Donelli di punta.
Gli Azzurri perdono il sorteggio per la scelta del campo, così che saranno
loro a toccare il primo pallone; le sedici sono trascorse da tre minuti,
quando l’arbitro dichiara aperto il match.
Prima azione, e discesa di “Filó” Guarisi sulla destra, interrotta da un fallo
di Moorhouse: lo stesso italo-brasiliano s’incarica della punizione, ma calcia
fuori. Ancora un minuto ed è Orsi a prendere l’iniziativa: gran botta, ma la
palla si limita a far la barba al palo. Sulla rimessa Florie commette un
erroraccio e serve Guarisi, che va nuovamente al tiro, ma l’estremo
americano salva in corner.
La pressione azzurra è costante: come si conviene a una partita da giocare
tutta all’offensiva, terzini e mediani azzurri giocano “alti”, mentre Orsi e
Guarisi giostrano in linea col centravanti. Meazza e Ferrari, alle loro spalle,
si preoccupano di rifornirli di palloni ma, quando la squadra si riversa in
avanti, si portano anch’essi a ridosso dell’area avversaria: ottimi stoccatori,
non disdegnano di rendersi pericolosi in prima persona.
Eppure, in tribuna c’è chi mugugna: perché l’Italia non ha ancora segnato?
Dove andremo a finire, di questo passo?
Quando “Buff” Donelli leva la polvere ai guanti di Combi, il pubblico
inizia a rumoreggiare, e i pessimisti si trasformano in uccellacci del
malaugurio: non è che, dopo tutto questo cancan, si finisce eliminati al
primo turno dagli Americani?
Gli iettatori vengono zittiti da un intermezzo farsesco: uno spaurito fox
terrier entra in campo, l’arbitro ordina ai giocatori di catturarlo, ma quello
fugge all’impazzata, e ci vuole tutto l’impegno dei ventidue per agguantarlo
e levarlo di torno.
L’uscita di scena del cagnolino coincide col concretizzarsi della superiorità
azzurra. Al diciottesimo minuto, su rilancio di Monti, Ferrari avanza e
triangola con Meazza attraverso le maglie della difesa ospite; la palla giunge
a Schiavio che, di potenza, fionda in rete.
Il vantaggio riconcilia il pubblico con gli Azzurri, e suona foriero di nuove
imprese: non sono trascorsi due minuti che Monti, avanzato sin quasi
all’area avversaria, esplode un missile che finisce alto d’un palmo.
Nell’azione seguente, splendida manovra corale dell’attacco, con la palla che
viaggia dalla fascia destra a quella opposta: Guarisi tocca per Meazza, questi
per Schiavio, e il bolognese serve Orsi, che incrocia la stoccata del 2-0.
Ormai è un bombardamento: solo il legno impedisce a una conclusione di
Schiavio di tramutarsi nel terzo gol, e Guarisi manda il cuoio alto di poco
nell’occasione successiva.
Finalmente, alla mezz’ora, Ferrari rifornisce il centravanti con un filtrante
al bacio, e “Anzlèn” lascia partire uno spettacolare tiro a parabola che
scavalca il portiere, impatta contro la parte bassa della traversa e s’infila in
rete per il terzo gol azzurro.
Il pubblico, esaltato, reclama la goleada, ma gli Azzurri non sono in
campo da soli. Non del tutto, almeno. Prima una giocata eccessivamente
leziosa di Pizziolo, poi un’ottima intuizione di Gonsalves, infatti, mettono
gli Americani in condizione di andare al tiro, ma l’astuzia di Rosetta e
l’impeto di Allemandi evitano ogni possibile guaio. Si va così al riposo sul
3-0.
Nella ripresa, Gonsalves si sposta in avanti, e la partita si riaccende.
Gli Americani vanno al tiro più volte, profittando anche del fatto che i
terzini azzurri, in un eccesso di confidenza, giocano a ridosso del
centrocampo.
I ribaltamenti di fronte sono continui, e l’Italia tenta a sua volta di
chiudere la partita, ma prima Orsi coglie il palo, poi Schiavio va fuori
bersaglio, e di nuovo “Mumo” tira alto.
Su un contrattacco americano, Dick riesce ad esplodere un tiraccio:
Combi respinge, Rosetta esita a intervenire e si fa precedere da “Buff”
Donelli, che ribatte in rete per il 3-1.
Pozzo, accosciato a bordo campo, ristà con la forte mascella posata sul
palmo: sta già pensando ad alcune modifiche della formazione.
Gli Azzurri, incattiviti, producono un’azione dopo l’altra: il più attivo è
Ferrari, che manda al tiro per tre volte le ali, ma Hjulian sembra tarantolato
e para in tuffo una conclusione dopo l’altra. Intorno al ventesimo minuto,
però, Bertolini scodella a due mani dal fallo laterale una rimessa che si
trasforma in assist per lo stesso Ferrari, che stavolta non passa a nessuno:
calcia una sciabolata ad effetto e scaraventa il pallone in rete.
Ancora due minuti, e un corner di Guarisi scende, invitante, verso il cuore
dell’area: Schiavio, in elevazione, indirizza la palla di testa e mette a segno il
5-1.
Gli Americani, ormai, hanno le gambe molli, e i loro terzini pasticciano in
mischia: ne profitta “Mumo” Orsi, lesto a proiettarsi su una respinta per
punirli con la sesta rete.
Da qui in poi è accademia, ma il tabellino del match deve prepararsi a
ospitare un’ultima annotazione: a tempo ormai scaduto, Orsi serve Schiavio
in piena area, ma il bolognese ha intuito la presenza di Meazza alle proprie
spalle, così allarga le gambe per lasciar sfilare il cuoio, e il “Balilla” appoggia
in rete con bello stile.
Per l’arbitro Mercet, la constatazione della settima rete italiana e i tre fischi
finali sono un tutt’uno, e al pubblico non resta che darsi alla pazza gioia:
«dai popolari, in segno di giubilo per la bella vittoria, comincia un giocondo
e vivace, innocuo, lancio di cuscini».
Gli unici che stasera non potranno festeggiare a dovere sono gli Azzurri:
sono attesi dalla doccia e da un lungo viaggio, prima in treno e poi in
torpedone, per tornare all’eremo di Roveta. Prima ancora di tornare negli
spogliatoi, però, si fanno incontro a Pozzo e ai dirigenti, e iniziano a
tempestarli di domande: com’è finita Spagna-Brasile? E l’Austria, cos’ha
fatto l’Austria? E l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Germania?
A Genova, si presentarono davanti a 15.000 persone le formazioni dal cui
scontro sarebbe scaturita la nostra avversaria.
Gli Spagnoli, capitanati dal grande guardameta Zamora, scesero in campo
con passo fiero e aria grave, indossando la tradizionale casacca rossa,
calzoncini blu e calzettoni neri bordati dai colori della bandiera.
C’erano i giocatori più acclamati della lega spagnola: il nasuto Isidro
Lángara dell’Oviedo aveva un che del torero, sensuale e ieratico al tempo
stesso; Lecue, del Betis Siviglia, faceva pensare a un bravo ragazzo da
oratorio che si sforzava di apparire composto, mentre il centromediano
Muguerza e “Chato” Iraragorri del Bilbao suggerivano al contrario
l’impressione di essere degli ossi duri.
I Brasiliani, in maglia bianca con ampio colletto e bordomanica azzurri,
così come i calzoncini, apparvero invece piuttosto spauriti: si
materializzarono in serrata fila indiana, come una pattuglia di prigionieri.
Primo veniva il capitano Martim col gagliardetto in mano, secondo lo
smilzo portiere Pedrosa, e via via, in ordine d’altezza, gli altri. I calciofili
genovesi che avevano acquistato il Numero unico potevano fare a gara nel
riconoscerli: c’erano il baffuto Sylvio Hoffmann; il nero Tinoco con il
ginocchio sinistro nascosto da una abbondante fasciatura; Luiz Luz, i capelli
partiti da una scriminatura centrale; Heitor Canalli, alias Ettore Zaccone; il
calvo e mascelluto Rodolfo Barteczko in arte “Patesko”; i celebrati
Waldemar De Brito e Leônidas, entrambi neri e magri da far paura;
Armandinho, l’unico che si sforzasse di sorridere, e il piccoletto Luisinho,
l’ultimo della fila, col pallone sottobraccio. Visti così, non facevano paura a
nessuno, né tantomeno sembravano sprizzare la gioia di vivere che si
attribuiva comunemente ai brasiliani.
Sin dal calcio d’inizio, in campo c’è una squadra sola, nel senso che gli
Iberici si producono in fraseggi e manovre complesse, mentre i Brasiliani,
quand’anche riescono a portarsi in attacco, si fanno ammirare solo «per
sprazzi individuali dei due negri», ovvero Waldemar e Leônidas.
Tali vampate non producono che parate spettacolari di Zamora e sterili
calci d’angolo, mentre la Spagna produce un’azione più concreta: Zaccone
deve abbattere in area un avversario, e Iraragorri, dal dischetto, non
perdona.
Poco dopo, il pubblico, che pure simpatizza per i Brasiliani, si trova ad
applaudire un pezzo di bravura iberico: il basco Gorostiza scende palla al
piede sino a fondocampo, centra per Lángara e questi, al volo, fulmina
Pedrosa per la rete del 2-0, da incorniciare come «il più bel goal della
giornata».
Lángara, però, non è ancora sazio: profittando di un malinteso fra il
terzino Luz e Pedrosa, va in pressing sul portiere, gli ruba palla, e deposita
nel sacco il terzo gol spagnolo.
Non è ancora trascorsa mezz’ora dall’inizio, e il Brasile è già conciato per
le feste.
I Sudamericani, umiliati, reagiscono nella ripresa, profittando d’una
respinta a terra di Zamora: col guardameta ormai fuori causa, Waldemar
calcia con sicurezza in rete la palla del 3-1, accolta dalla clamorosa ovazione
del pubblico fiorentino.
Ormai, però, la Spagna ha deciso di «vivere sul vantaggio», e si barrica in
difesa.
Waldemar prova a scardinare la fortezza degli avversari a suon di
serpentine, e viene messo a terra dal terzino Quincoces: quando posa la
palla sul dischetto, sembra ancora che la partita si possa riaprire, ma calcia
centrale, come ipnotizzato da Zamora. Il leggendario portiere para senza
difficoltà, e null’altro turba il suo pomeriggio: ad attendere l’Italia al varco
saranno gli Spagnoli.
La partita di Napoli fra Ungheria ed Egitto non si può definire un
incontro di cartello, tanto che «gli immensi spalti biancheggiano al sole,
chiazzati qua e là da macchie di pubblico», ma i pochi presenti al
Partenopeo non restano delusi.
L’arbitro non fa in tempo ad aprire le ostilità che già i “Faraoni” in maglia
verde attaccano con foga, imponendo alla gara un ritmo febbrile.
I Magiari, in casacca granata con la croce di Santo Stefano sul petto,
calzoncini dello stesso colore e calzettoni verdi, accettano la sfida benché
privi di due elementi di cardinale importanza come Avar e Sarosi, ed è
subito partita vera.
Alle prime, sbarazzine, conclusioni dell’egiziano Hassan, l’Ungheria
replica con manovre più corali e ragionate: all’undicesimo minuto Jenő
Vincze apre per la scattante ala Markos, che mette al centro per Teleki,
libero di tirare a rete. Mustafa Mansour si tuffa ma non la intercetta: è l’1-0.
Trascorrono pochi minuti, e Markos prende a giocare da solo: l’ala del
Bocskay di Debrecen fa ammattire la difesa dei “Figli del Nilo” con una
incursione personale, una seconda, una terza, ma non riesce comunque a
raddoppiare il vantaggio.
Replica l’Egitto, con una combinazione fra Mokhtar e Kamel Mosaoud,
ma la retroguardia ungherese non si lascia sorprendere. Sono anzi i Magiari
a riprendere l’iniziativa: l’inarrestabile Markos crossa al centro per Teleki,
che incorna da distanza ravvicinata per metterla due palmi sotto la traversa.
Mustafa si salva con una respinta alta, ma Géza Toldi del Ferencváros gli è
addosso e insacca la palla del 2-0. L’Ungheria profitta del doppio vantaggio
per rallentare il ritmo, ché ormai manca poco all’intervallo, ma i Verdi non
ci stanno: in soli quattro minuti l’interno destro Abdulrahman Fawzi, stella
dell’Al-Masry di Porto Said, riesce ad accorciare le distanze con un gran
colpo di testa, e addirittura a pareggiare, stavolta grazie a un preciso tiro al
volo.
I Magiari rientrano negli spogliatoi sconcertati, gli Egiziani su di giri.
La ripresa, però, non arride ai Figli del Nilo. Prima un gran tiro di Hassan
viene parato, poi un terzino commette un errore imperdonabile, sbagliando
la misura del retropassaggio al portiere, col risultato che della sfera
s’impadronisce Vincze, lesto a mettere nel sacco per il 3-2.
I bruni giocatori del Cairo non perdono il mordente: ancora Fawzi si
porta in avanti, supera in dribbling due difensori e gonfia la rete per il
pareggio. È pazzo di gioia, ma l’arbitro lo raggela: gol annullato per un
fuorigioco che, a parte il direttore di gara, nessuno ha notato.
Per gli Egiziani è una terribile doccia fredda, e un torto del quale il calcio
africano serberà la memoria per sempre.
Ne profitta l’Ungheria per chiudere definitivamente il conto: il solito,
sgusciante Markos si porta a spasso i terzini e trova il passaggio giusto per
Toldi che, irrompendo in posizione centrale, colpisce la palla di collo pieno
e fa tremare la rete per la quarta volta.
Ai Magiari non resta che asserragliarsi in difesa, e respingere con ordine
sino al novantesimo i disordinati assalti in massa degli avversari. Per loro,
nei quarti, c’è la vincente di Austria-Francia.
A Torino, sede dell’incontro fra il Wunderteam e i Galletti, l’annunciata
vittoria della Nazionale di Meisl arriva solo a fatica, e non senza polemiche:
«due tempi supplementari, e una svista madornale dell’arbitro a proprio
favore. Questo hanno dovuto mendicare gli Austriaci per riuscire vincitori
della Francia».
In verità, gli uomini in maglia bianca devono ringraziare soprattutto la
buona sorte e il clima torrido.
Già al primo minuto di gioco Karl Sesta svirgola un pallone in difesa, e
due uomini in casacca blu vi si avventano sopra. Sono Alfred Aston, il
popolare “Fuoco fatuo” del Red Star, e il giovane normanno Roger Rio. Il
gol sembra sicuro ma il portiere Platzer, in uscita, li anticipa.
Ancora Aston, poco dopo, riesce a servire Jean Nicolas in posizione
vantaggiosissima. Tutti si attendono il tiro a colpo sicuro, ma la buona stella
degli Austriaci si manifesta una seconda volta in maniera inequivocabile:
l’elegante centravanti del Rouen, infatti, non carica il tiro ma si porta le
mani al volto e, lasciata sfilare la palla, caracolla verso la linea di
fondocampo. È prossimo a svenire per quello che sembra un colpo di sole, e
si accascia per qualche minuto a bordo campo.
Quando rientra in gioco, gira anche la fortuna: su passaggio dell’alsaziano
Keller, bandiera dello Strasburgo, il risorto Nicolas prende palla, sopravvive
in qualche modo a un rude contrasto di Smistik e allunga la zampata: il
cuoio schizza contro il palo interno, e rimbalza imprendibile nel sacco: 1 a
0. Giusto il tempo di ricevere i complimenti dei compagni, e il centravanti
si sente male un’altra volta: stavolta, a metterlo in crisi è stato lo scontro con
il coriaceo marcatore austriaco. Per non lasciare i suoi in dieci, acconsente a
spostarsi all’ala, scambiandosi di posizione con lo stesso Keller.
L’Austria, imbambolata sino a quel momento, si rianima: gran botta di
Schall, palla sul palo. Sulla ribattuta, il ventunenne “Pepi” Bican del Rapid
Vienna stanga ancora più forte: di nuovo palo!
La partita ormai si è accesa.
È di Keller la palla del possibile raddoppio francese: va in fuga, tira, ma la
sua bordata s’infrange contro la traversa.
Manca un niente alla fine dei primi quarantacinque minuti, quando si fa
vedere “Cartavelina” Sindelar, apparso fin lì svogliato e inerte: piomba
come un falco su Étienne Mattler del Sochaux, che ha i suoi problemi a
liberare in avanti, e gli ruba palla. Il fuoriclasse lascia Mattler sul posto,
quindi accelera in avanti. Sulle sue peste si getta Georges Verriest, un
giovanotto di famiglia agiata dalle orecchie a sventola, considerato uno dei
migliori mastini di Francia. I suoi tifosi, al Roubaix, lo chiamano
“Policeman”. Gli è stato dato l’incarico di “seguire Sindelar anche alla
toilette”, ma per quanto corra “il Mozart del calcio” appare irraggiungibile:
porta la palla in avanti come danzasse e, senza apparente fatica, infila la rete
di Thépot.
A confronto d’un simile crescendo di emozioni, la ripresa scorre noiosa e
sterile: nessuna delle due squadre riesce a rendersi pericolosa, come se il
torrido pomeriggio subalpino e le troppe fatiche del primo tempo avessero
svuotato i giocatori di energia.
Si va così ai supplementari, segnati dal «madornale errore» dell’arbitro, che
non fischia quando Sindelar serve Schall in netto fuorigioco, e si limita a
registrare la facile rete di quest’ultimo: 2-1.
Le due squadre, ormai, sono come due pugili troppo esausti per alzare la
guardia, e si colpiscono una volta a testa. Prima il Wunderteam va a segno per
la terza volta con Bican, quindi uno scambio in area austriaca fra Aston e
Rio viene fermato da Wagner, piccoletto con un fisico da culturista, grazie
a un evidentissimo tocco di mano; il “Policeman” Verriest s’incarica di
battere l’inevitabile rigore, e fissa il risultato sul 3-2.
Ai Francesi non resta che un amaro ritorno in patria, ai giornalisti una
domanda da mandare in tipografia col massimo rilievo: «È questa
l’Austria?».
A Firenze, sede di Germania-Belgio, il clima era caldo, al limite dell’afoso,
presagio di una partita torrida anche dal punto di vista delle reti segnate.
«I campioni del Reich recitavano la loro lezione con esattezza, seguendo
una formula imparata a memoria, e non si muovevano da quella». Il loro
schema prevedeva un attacco a W, con gli interni arretrati rispetto al
centravanti Edmund Conen, in forza al Saarbrücken, e alle ali Lehner e
Kobierski. Nelle retrovie, invece, il vigoroso centromediano Fritz Szepan,
campione di Germania con lo Schalke 04 e militante nazista, era disposto
“all’inglese”, ovvero stabilmente schierato fra i due terzini, a marcare stretto
il centravanti avversario, lo studente di giurisprudenza Jean Capelle, punta
di diamante dello Standard Liegi.
I Belgi apparivano assai più deboli nella disposizione tattica: per loro
«giuoco alla francese», ovvero «senza pretese, senza legame: molta buona
volontà».
La partita s’infiamma intorno al ventesimo, quando la rude difesa tedesca
provoca tre calci di punizione in rapida successione: i Belgi li calciano tutti
nello specchio, costringendo a un superlavoro l’estremo difensore Kress.
Il primo gol arriva subito dopo da un’azione corale dell’attacco germanico,
che avanza in linea travolgendo la difesa dei “Diavoli rossi”: sulla linea dei
dieci metri, la palla corre in orizzontale verso sinistra, da Conen alla
mezzala Siffling, e da questi a Kobierski che, perfettamente solo, calcia in
rete.
Pochi minuti dopo, Capelle si libera del feroce Szepan, e smista a sinistra
per Voorhoof; il cannoniere fiammingo del Lierse incrocia il tiro sul
secondo palo e batte Kress per l’1-1.
Rinvigoriti dal pareggio, i Belgi trovano il modo di sfondare la muraglia
dei bianchi a forza di duelli individuali: quando manca un niente alla fine
della prima frazione, Hellemans sguscia dal controllo del proprio marcatore,
allunga il cuoio a Claessens che scodella al centro per il colpo di testa
vincente di Voorhoof.
Non appena si ricomincia a giocare, però, la Germania si scatena: un
traversone dalla destra scavalca l’intera difesa belga, e viene raccolto da
Siffling che saetta in rete il pallone del pareggio.
Per venti minuti, il Belgio si difende alla disperata, poi crolla di schianto:
prima una botta terribile di Kobierski viene deviata sul palo e resta a
carambolare sulla linea, ma Edmund Conen sopraggiunge e insacca la rete
del vantaggio tedesco. Poi lo stesso Conen, servito su fallo laterale, si beve la
difesa in maglia rossa e va a segnare incontrastato. Infine, quando non
mancano che pochi minuti al termine, il centravanti completa il suo
personale show: dopo una rete di rapina e una di destrezza, manca solo la
conclusione di potenza, così lascia partire dal limite dell’area il siluro che
vale il 5-2, e la qualificazione ai quarti per quelli che la stampa già definisce
gli «atleti hitleriani».
A Bologna, sotto un cielo coperto che si schiarirà col trascorrere del
pomeriggio, solo le curve «biancheggiano di appassionati, mentre tribune e
gradinate scarseggiano di sportivi».
Non ha aiutato a riempire il Littoriale il fatto che la Svezia è un oggetto
misterioso per i calciofili italiani. Al contempo, ormai tutti sanno che
l’Argentina ha inviato dei semplici mestieranti, per non dire dei volenterosi
amatori. Dell’Albiceleste hanno soltanto la tipica casacca, mentre gli
Scandinavi si presentano in maglia giallo canarino e calzoncini azzurri, una
tenuta che agli sportivi felsinei ricorda quella del detestato Modena.
Tutti e ventidue i giocatori salutano la tribuna col braccio teso nel saluto
romano, quindi si parte.
Non trascorrono tre minuti, che l’Argentina si trova a battere una
punizione dai venti metri: Ernesto Belis calcia una cannonata che spedisce
direttamente il cuoio in rete. I compagni festeggiano con baci, salti e
capriole, manifestazioni di giubilo più adatte a un finale di partita che non
alle prime battute della stessa.
Esaltatissimo, Belis si fa prendere dalla mania di strafare, e cinque minuti
più tardi, arretrato in difesa, ruba palla al suo stesso portiere per impostare
una nuova manovra; invece pasticcia, e regala un corner agli avversari, che
puniscono la sua tracotanza con la rete del pareggio di Jonasson. Gli
spettatori bolognesi, che avevano appena assistito a una esultanza tanto
sfrenata quanto ingenua, sbigottiscono nel rendersi conto che nessuno degli
Svedesi va a stringere la mano al marcatore: con ogni evidenza, si è di fronte
a un incontro, o scontro che dir si voglia, fra culture assai diverse.
Dopo la partenza al fulmicotone, il ritmo di gioco si fa più tranquillo. A
prevalere, adesso, è la manovra dei Sudamericani, che costringono il
portiere Rydberg a interventi in serie; in compenso, ogni qual volta la
Svezia parte al contrattacco appare l’estrema approssimazione della difesa
argentina.
Nello stadio, incredulo di fronte alle manovre scolastiche degli uni come
alla sprovveduta spontaneità degli altri, si sentono solo i cori d’uno sparuto
drappello di sostenitori argentini: vanno in estasi per il pezzo di bravura di
Alberto Galateo, debuttante in forza ai Biancorossi dell’Unión Santa Fe,
che in una mattonella di campo dribbla uno, due, tre avversari, ma poi non
sa cosa fare del pallone e spreca malamente.
Nella ripresa, perlomeno, torna ad alzarsi il ritmo. Ancora Galateo si
rende protagonista di una virtuosa discesa col pallone incollato al piede:
quando arriva sulla linea bianca dell’area si è ormai bevuto tutta la difesa, e
scocca il tiro del vantaggio.
Ora l’Argentina sembra intenzionata a concretizzare la superiorità tecnica
del juego criollo, ma è vittima di un infortunio comico e doloroso al tempo
stesso. Un difensore svedese spazza la palla, altissima, che sorvola il campo
quasi per intero: sembra debba addirittura uscire dal campo, invece la sua
traiettoria a campana muta per effetto del vento in una repentina picchiata
verso l’area. Il portiere argentino Freschi abbozza l’uscita, si pente, torna fra
i pali; i suoi terzini osservano il balletto senza disturbarsi a intervenire, e sul
rimbalzo della palla si presenta per primo Jonasson, che la ghermisce e,
incontrastato, spara in rete.
La gente di Bologna non sa se ridere di quella commedia o tornare a casa,
disgustata dalla imperizia degli attori.
L’impressione è che le squadre puntino ai supplementari, ma non sarà
necessario.
L’azione decisiva parte dai piedi del portiere svedese, che innesca
un’azione sulla destra: dall’ala si cambia gioco crossando sulla fascia opposta,
il terzino biancoceleste Pedevilla si getta sul pallone ma riesce soltanto a
smorzarlo. Il cuoio è così facile preda dell’ala sinistra scandinava Knut
Kroon, che si accentra e spara verso lo specchio. Il suo rasoterra è dritto sul
portiere, ma il modestissimo Freschi si fa infilare in tunnel: è il 3 a 2, e
ormai non c’è più tempo per rimediare.
Ai tre fischi, gli Svedesi rinunciano finalmente alla loro riservatezza e si
abbracciano. Per gli Argentini, invece, è la tragedia: c’è chi si rotola sul
campo e chi piange, chi si strappa i capelli e chi grida di volerla fare finita.
I Bolognesi, perplessi, tributano un equanime applauso a vincitori e vinti,
e tornano alle loro occupazioni con l’impressione di avere assistito a un
incontro indegno della massima rassegna mondiale.
Ben altro pubblico a Milano, sede di Olanda-Svizzera, dove lo spettacolo
è singolarissimo, anticipazione delle trasferte di massa del calcio che verrà:
sono presenti sugli spalti di San Siro settemila supporter da Amsterdam e
dintorni, e ben diecimila elvetici.
Fra canti e sventolare di vessilli, la prima a sbloccare il risultato è la
Nazionale rossocrociata: il ticinese Bossi serve in area “Trello” Abegglen
del Grasshopper. Questi si fa largo nella mischia di compagni e difensori
olandesi in maglia blu, e trova l’occhialuto “Poldi” Kielholz che, da pochi
passi, scuote la rete.
Il contrattacco è «rabbioso e terribile»: gli Olandesi vanno più volte al tiro,
ma senza mai trovare lo specchio. È piuttosto il loro portiere, l’altissimo Van
Der Meulen, a doversi esibire in prodezze per evitare il raddoppio svizzero,
sino a che, intorno alla mezz’ora, i compagni non riescono a rompere
l’assedio: l’Olanda si porta in avanti, Minelli commette fallo, e sulla
punizione “Kick” Smit svetta e gira di testa in rete la palla dell’1-1.
L’Olanda ci prova ancora con Bakhuys, la cui cannonata sfiora la traversa,
ma è la Svizzera a colpire quando fa più male. Sul finire del tempo, infatti,
Passello innesca il contropiede portando palla sino all’altezza dell’area,
centra per Kielholz e questi calcia al volo di potenza: il cuoio, tagliato
abilmente a mezz’altezza, si abbassa a pochi metri da Van Der Meulen e
rimbalza beffardo, cambiando traiettoria per rotolare in rete.
Nella ripresa, sostenuti dai canti dei propri sostenitori, gli Olandesi
rincorrono il pareggio, ma gli Elvetici si dimostrano letali su un repentino
ribaltamento di fronte: su un nuovo traversone, “Trello” Abegglen si
produce in un tuffo spettacolare e incorna di potenza il punto del 3-1.
La partita prosegue velocissima, e gli “Oranjes” non si arrendono: su
punizione da trenta metri di Van Nellen, il ricciuto Leen Vente del
Neptunus Rotterdam si eleva sui terzini elvetici e, di testa, accorcia le
distanze.
Pochi minuti dopo, lo stesso Vente si produce in un poderoso tiro
incrociato che “Franky” Séchehaye, estremo difensore del Servette di
Ginevra, tenta di parare in tuffo. Il cuoio sfila rapidissimo sotto la figura del
portiere proteso in orizzontale, sembra ormai destinato a insaccarsi, invece
si spegne contro il palo.
La Svizzera è ormai assediata nella propria area, e se la vede brutta
all’ultimo minuto, quando lo svedese Eklind, con i suoi ventott’anni
l’arbitro più giovane del torneo, fischia una punizione dal limite per gli
avversari. Sulla conclusione di potenza, Séchehaye salva di pugno, e subito
dopo arrivano i tre fischi: Svizzera 3, Olanda 2, ed Elvetici nei quarti di
finale.
Come l’Austria e l’Ungheria, anche la Cecoslovacchia si ritrova a sudare le
proverbiali sette camicie. E dire che a Trieste, dove “Olda” Nejedlý e
compagni devono sfidare la Romania, il clima è fresco, caratterizzato da un
forte vento di scirocco.
Basti dire che il migliore in campo si rivela proprio il portiere
cecoslovacco, lo straordinario Plánička, già noto al pubblico italiano per
l’indimenticata sceneggiata di Torino ma anche per le sue doti eccelse:
«agile come uno scoiattolo ma saldo e ferreo nella presa, e potente nella
respinta, ha letteralmente sbalordito per alcune parate miracolose, possibili
solo a un fuoriclasse».
A costringere il portiere al suo sfoggio di bravura è una partenza a razzo
degli avversari, determinati a ribaltare i pronostici: gli uomini di Bucarest,
in casacca rossa bordata di giallo, infatti, stringono subito d’assedio i favoriti
cecoslovacchi, che indossano la maglia di cortesia bianca, vivacizzata solo
dell’emblema cucito sul cuore, uno scudetto rosso col leone rampante di
Boemia ricamato in filo d’argento.
I Rumeni conquistano il campo con «la maggiore rapidità delle azioni, e
tempestano nell’area avversaria, con passaggi rigorosamente lineari,
piacevolissimi». Non sono trascorsi che dieci minuti quando la palla viaggia
dal transilvano Kovács al centravanti Sepi, e da questi di nuovo a Kovács,
che mette fuori causa i terzini servendo István Dobai: botta sicura
dell’esterno del Ripensia di Timişoara, e palla in rete per il vantaggio
rumeno.
I Boemi, «metodici e compassati», tentano di reagire, ma è ancora la
Romania a farsi pericolosa per una, due, tre volte, e solo le spettacolari
deviazioni a pugni chiusi di Plánička impediscono ai Cecoslovacchi di
incassare un passivo più pesante.
Nel secondo tempo, però, i favoriti di giornata si scuotono: al terzo
minuto Koštálek è scaltro a servire su punizione il compagno Puč; l’esterno
dello Slavia, libero da marcature, ha agio di depositare in rete la palla del
pareggio.
Dopo un paio d’altre azioni rumene sulle quali si deve far valere Plánička,
la Cecoslovacchia fa valere il suo cinismo: Svoboda conquista palla,
verticalizza per “Olda” Nejedlý, e il cannoniere dello Sparta non fallisce il
tiro: 2-1.
La Romania, indomita, torna ad assediare la porta avversaria, ma Plánička
si rivela insuperabile e, al 40’, salva la giornata ai suoi: punizione dal limite,
assist perfetto di Kotormány per Iuliu Bodola, solo a tu per tu col portiere,
che però non si lascia ingannare da una finta, attende il tiro per tuffarsi
nell’angolino, e devia in corner con la punta delle dita.
Quando arrivano i tre fischi, i Rumeni hanno l’impressione di essere stati
beffati dalla sorte, i Cecoslovacchi di aver passato il turno per l’intercessione
celeste, ma l’uomo che li ha miracolati ha nome e cognome: František
Plánička.
Le battaglie di Firenze

I sogni dei ragazzi – Il portiere più forte del mondo – Colpi proibiti – La partita dei misteri

L’orgia di azioni, colori e nomi esotici di giocatori, ai quali solo un’accurata


ricerca sul Numero unico poteva far corrispondere una fisionomia, una
squadra di club e un abbozzo di storia, arrivò nelle case e nei locali pubblici
attraverso la radio e la stampa.
Grazie ai racconti dei giornalisti, i ragazzi d’Italia sognavano a occhi aperti,
tentavano di riprodurre le manovre, i tiri a rete e le parate spettacolari sui
campi spelacchiati di provincia e nei cortili.
D’altronde, emulare i campioni del calcio costava assai meno che
immedesimarsi negli assi di quello che sin lì era stato il più seguito sport
italiano, il ciclismo: una bicicletta Bianchi fornita di pneumatici Pirelli
costava 350 lire, e serviva a uno solo, mentre un pallone era assai più
economico, e bastava per ventidue.
Di certo, in quei giorni, si divertono più i fanciulli rispetto ai loro nuovi
idoli in maglia azzurra: il ritiro di Roveta, infatti, si è trasformato in una
sorta di carcere di massima sicurezza.
I ventidue sono dovuti rientrare la sera stessa del match contro gli Stati
Uniti, con un faticoso viaggio in treno che li ha condotti a Firenze poco
prima della mezzanotte, e da lì sono saliti su un torpedone sino alla meta.
L’unico svago che si prospetta è una partitella sul terreno soffice del
Giovanni Berta, ma Pozzo, sentito Carcano, decide di annullarla: di certo
un viaggio in città finirebbe per deconcentrare i ragazzi.
Borel, mortificato, tenta il tutto per tutto e domanda un permesso per
scendere a Firenze da solo: ha un assoluto bisogno di radersi, e da solo non
è capace. Pozzo, però, non ci casca: convoca un barbiere ché raggiunga gli
Azzurri nel loro eremo, e fa precedere gli allenamenti dalla cerimonia
dell’insaponatura e della rasatura, che avviene direttamente a bordo campo.
Logico allora che i ragazzi, alla vigilia dei quarti di finale, profittino della
presenza dei giornalisti accreditati per concedersi qualche burla: ad animare
il frugale pasto che segue la conferenza-stampa ci pensa Masetti, che
irrompe in sala in mutande, le unghie dipinte e un asciugamano in testa a
mo’ di turbante, per proporre una esilarante versione della danza di Salomè.
Persino Pozzo e Carcano si lasciano strappare un sorriso: lui, tanto,
l’indomani non deve giocare.
Il pranzo che precede il match con la Spagna del 31 maggio sostituisce
l’annuncio degli undici titolari: Pozzo, infatti, si limita a schierarli da una
parte della lunga tavolata, ognuno con il proprio biglietto segnaposto,
mentre le riserve sono libere di scegliere le postazioni libere sull’altro lato.
Quel giorno, trovano il fatidico biglietto il capitano Combi, il favorito
della famiglia Mussolini Eraldo Monzeglio, e l’altro terzino della “nuova
guardia” Gigi Allemandi. Sulla mediana sono promossi “Luisito” Monti e
Pizziolo, che giocherà davanti al pubblico amico della città gigliata, e
Castellazzi dell’Ambrosiana, preferito a Bertolini. Passa dalla parte giusta
del tavolo anche il “Corsaro nero” Guaita, per rimpiazzare “Filó” Guarisi,
autore di una prova frenetica ma poco concreta contro gli Stati Uniti,
mentre sono confermati Orsi, Ferrari, Meazza e Schiavio.
Dopo pranzo, i prescelti salgono in camera a riposare brevemente e
indossare la tuta: fra poco, avranno addosso l’attenzione di migliaia di
spettatori e dei radiocronisti, che diffonderanno in tutto il Paese ogni loro
spunto, esitazione e iniziativa.
Quando scendono sul terreno del Giovanni Berta, si trovano di fronte
oltre trentacinquemila persone. Nonostante il cielo nuvoloso lo stadio è
pieno, ad eccezione di trascurabili porzioni di curve. Ci sono anche alcune
centinaia di spagnoli, che cantano e sventolano i tricolori repubblicani.
I loro beniamini si presentano come sempre dietro le spalle possenti di
Zamora, il guardameta catalano che ha la fama di ipnotizzare i suoi avversari:
a indossare la maglia rossa della Nazionale ci sono i terzini Ciriaco e
Quincoces, baschi che giocano per il Real Madrid; i mediani Cilaurren e
Muguerza, entrambi dell’Athletic Bilbao, e Fede, che invece gioca nel
Siviglia. Sono tutti baschi anche gli attaccanti: gli interni “Chato” Iraragorri
e Luis Regueiro, il primo dell’Athletic e il secondo del Real, il centravanti
Lángara dell’Oviedo, e le ali Lafuente e Gorostiza, anch’essi in forza agli
“Zurigorriak”, il team bilbaino che nell’ultimo lustro è stato capace di
conquistare per tre volte il campionato e quattro la coppa nazionale.
Dopo le note della Marcia reale, di Giovinezza e dell’inno spagnolo, partono
le raffiche di flash dei fotografi, quindi l’arbitro convoca i capitani a
centrocampo.
Non appena la partita ha inizio, i primi a farsi pericolosi sono gli ospiti:
Muguerza serve il compagno dell’Athletic “Chato” Iraragorri, che impegna
Combi.
Si prosegue con azioni da ambo le parti, e i supporter italiani ringraziano a
più riprese la presenza in campo di Monzeglio e Allemandi, che sembrano
dare molto più affidamento rispetto a Rosetta e Caligaris, la coppia di
senatori juventini dei quali hanno preso il posto.
Al dodicesimo, è l’Italia a farsi pericolosa: Orsi crossa a mezz’altezza,
Meazza gira di testa spiazzando Zamora, e solo l’intervento di Quincoces
sulla linea evita il gol. Il pubblico comincia a scaldarsi, e presto l’emozione
vira verso il delirio: prima Ferrari, servito al limite dell’area piccola, tenta di
piazzarla sotto la traversa, invece la scavalca di poche dita. Subito dopo
commette lo stesso errore Schiavio: che la porta di Zamora sia stregata? Il
dubbio si fa ancora più insistente quando Monti, con una feroce clavata da
fuori area, spedisce il pallone alto di poco.
«Non guardate il portiere negli occhi!» grida qualche esagitato frammisto
al pubblico fiorentino. «È lui che vi fa sbagliare!».
Purtroppo per gli Azzurri, Combi non ha gli stessi poteri magici della sua
controparte: Lafuente centra perfettamente lo specchio, ma il buon Piero
salva in tuffo.
Adesso è la Spagna a fare la partita, e alla mezz’ora Allemandi deve
intervenire con tutta la sua energia su Iraragorri, che si accascia al limite
dell’area gridando di dolore. L’arbitro Baert interrompe il gioco per
consentire le cure al basco, ma respinge le proteste dei suoi compagni che
reclamano il rigore: il fallo, a suo dire, si è consumato un passo fuori area, e
da lì si batterà la punizione. Che basta, però, per sprofondare il grosso del
pubblico in un’atmosfera da tragedia greca: Lángara, infatti, mette la palla in
gioco servendo abilmente Regueiro. L’unica salvezza, per Combi, sarebbe
gettarsi in uscita per schermare la porta, invece resta piantato sul suo palo,
così lo spagnolo si limita a calciare d’esterno per infilare in rete dall’altra
parte.
«Che dire della nube che ha fatto trascolorare i mille e mille volti dopo il
punto spagnolo?» domanderà, con mesto lirismo, l’editorialista del Littoriale.
«Era come un’angoscia muta e inesprimibile, un’ansia contenuta e grave,
una speranza che traluceva dagli occhi di tutti ogni qual volta pareva aprirsi
lo spiraglio del pareggio».
Un pareggio che, però, esita a materializzarsi: ci prova Meazza, ci prova
Pizziolo, ma Zamora para tutto. Il «portiere più forte del mondo» salva
ancora, di pugno, su una conclusione veemente di Schiavio.
«E gli occhi erano tutti lì, su quella piccola sfera volante e sobbalzante, che
racchiudeva decine di migliaia di cuori in tormento: lì, fissi, a sospingerla, a
trafiggerla, a dare ad essa pure un’anima, una volontà, un cuore».
Sul finire del primo tempo l’Italia batte un corner dopo l’altro, senza esito.
Non manca che una manciata di secondi al riposo, quando Pizziolo
s’incarica d’un calcio piazzato. Il guardameta catalano, stavolta, respinge
corto. Dalla mischia esce col pallone Ferrari e, prima ancora che questi vada
al tiro, Schiavio si getta addosso al portiere ipnotizzatore. I due ricadono
pesantemente, mentre la sfera s’insacca. L’arbitro fa segno che il gol è
buono. Gli Spagnoli sono increduli. Il pubblico impazzisce.
E il lirico editorialista, a riprova del fatto che anche i poeti sono capaci di
memoria selettiva, dimenticherà di citare la carica di “Anzlèn”: «quando,
finalmente, sottrattasi all’implacabile stretta di Zamora, [la palla] ha toccato
il fondo della rete avversaria, le cataratte dell’entusiasmo hanno avuto lo
scroscio di un ciclone: l’anima della folla levava alto nel cielo il gran nome
della passione inesausta. Italia! Italia! Ma non perdere è poco: vincere
bisogna. Vincere, vincere».
Nella ripresa non si vince, invece. Ma non si perde nemmeno.
Semplicemente, nessuna delle due squadre riesce più a segnare: da una
parte, l’Italia erge una muraglia con Monzeglio e Allemandi, dall’altra
Zamora continua a parare l’imparabile, sino al novantesimo.
E tocca andare ai supplementari.
Ora l’Italia attacca alla disperata, e la Spagna si difende con le maniere
forti: Quincoces atterra in area Schiavio, ma anche questa volta l’arbitro
non concede il rigore. Ancora Schiavio scodella in area per il colpo di testa
di Guaita, ma Zamora – «con un balzo da pantera» – respinge. E respinge
ancora anticipando di pugno lo stesso “Anzlèn” pronto a incornare.
Se battere il portiere spagnolo da vicino risulta impossibile, meglio tentare
coi siluri da lontano: ci prova, per due volte, Ferrari, ma le sue bordate
mancano lo specchio.
«Mai un punto fu atteso con più spasmodica ansia. E mai la sorte si divertì
con più raffinata crudeltà a illudere e a deludere, a promettersi e a negarsi di
minuto in minuto, di attimo in attimo».
Nell’ultimo quarto d’ora di gioco, è la Spagna a tentare il colpaccio. Prima
Regueiro rischia di provocare un infarto di massa sugli spalti, calciando di
potenza da fuori area: Combi non ci arriva, ma il palo salva lui e le
coronarie dei tifosi. Un attimo dopo è Lángara che semina la difesa e calcia
in corsa: sugli spalti c’è chi chiude gli occhi per non vedere, ma il cuoio è
fuori di un palmo.
L’Italia, sostenuta dalle grida d’incitamento del pubblico fiorentino, tenta
di riportarsi avanti, ma Schiavio è infortunato, e passa all’ala lasciando il
posto di centravanti a Guaita: il primo pallone utile per il “Corsaro nero”,
però, viene sprecato con una conclusione troppo debole, facile preda del
monumentale Zamora.
Ormai i giocatori sono esausti, ma l’ipotesi di piazzare il gol della beffa
moltiplica le loro forze.
Il primo a provarci sul serio è Regueiro, che calcia ancora una volta sul
palo. E, nell’azione successiva, è una conclusione al fulmicotone di Guaita a
trovare sulla propria strada il montante.
È la fine. L’arbitro fischia tre volte: il match va ripetuto l’indomani.
«Chi mai ricorda, nella sua vita di sportivo, più raffinata perfidia, più
insidiosa lusinga?» si domanderà il nostro lirico. «Se la sorte è femmina, mai
come ieri fu malafemmina».
Questione di punti di vista, naturalmente: gli spagnoli potrebbero parlare
della dea bendata impiegando le medesime parole.
La partita del 31 maggio fra Italia e Spagna è stata certo spettacolare ma
non troppo limpida.
Alla fine, l’Italia non ha vinto – a ben vedere, anzi, ha pareggiato con una
rete molto dubbia – e ciò basta perché la critica sportiva si trovi in grave
imbarazzo. Per giustificare la decisione dell’arbitro che ha concesso la rete
all’Italia chiudendo gli occhi sul fallo di Schiavio su Zamora, al Littoriale non
resta che trovare il pelo nell’uovo, e sostenere che anche il punto spagnolo
era viziato da un errore: «Fortunoso il goal della Spagna, nato da un errore
di Combi, ma reso possibile anche da un altro errore di Regueiro» scrive
Tagiuri. «Infatti, se il mezzo sinistro spagnolo avesse colpito in pieno la
palla, anziché sfiorarla, essa si sarebbe diretta nell’angolo opposto rispetto a
quello dove invece è andata a finire, e il goal della Spagna non sarebbe
nato».
In altre parole: se Regueiro, invece di spingere il pallone verso il lato
sguarnito della rete, l’avesse benevolmente appoggiato al portiere azzurro, la
Spagna non avrebbe segnato. Il bizantinismo si commenta da sé.
«Non molto chiaro, sebbene prepotente per autorità, anche il punto di
Ferrari, che assicurava agli Azzurri il pareggio» ammette peraltro Tagiuri.
«Originato da un calcio di punizione, poteva da un altro arbitro anche
essere posto in dubbio, fors’anche annullato, ché a voler sottilizzare c’era da
trovare una carica di Schiavio a Zamora».
Il coraggio manifestato nel mettere in dubbio la regolarità della rete
azzurra, viene subito annacquato dalla successiva argomentazione: «Ma col
metodo di arbitraggio applicato per l’intera durata dell’incontro dal signor
Baert, non c’era da discutere minimamente».
Che agli Spagnoli, dunque, non saltasse in mente di reclamare!
A fronte dello psicodramma di Firenze e all’aspettativa legata alla
ripetizione del match, il resto della kermesse passa in secondo piano; solo i
calciofili più accaniti si preoccupano seriamente di come sono andate le
altre partite dei quarti di finale.
Ai più basta sapere che le favorite hanno vinto tutte, sia pur di misura.
Il derby austro-ungarico di Bologna, aperto dal saluto romano delle due
squadre alle autorità in tribuna, veniva sintetizzato così da Hugo Meisl:
«Nel primo tempo si è giocato al football, nel secondo si è fatta baruffa».
Di fronte al pubblico del Littoriale, i suoi erano andati subito in vantaggio
con un’incursione sulla fascia destra, concretizzata da un gol di rapina
dell’esperto Horvath. Al che i “cugini” di Budapest avevano fatto una gran
fatica a scardinare lo schieramento austriaco, asserragliato in difesa.
Quand’anche riuscivano a finalizzare le azioni, Platzer parava tutto.
Nella ripresa, l’Austria raddoppiava quasi all’istante con “Pepi” Bican a
innescare il tiro di Karl Zischek del Wacker Vienna.
Da lì in avanti, il gioco si era fatto durissimo: lo stesso Bican abbatteva
Toldi con un’entrata da codice penale, che costava al Magiaro la fine
dell’incontro e un doloroso infortunio, e poco dopo Sternberg si rifaceva
falciando senza pietà il povero Horvath.
L’arbitro si dimostrava tollerante sino a che non si decideva a fischiare un
rigore a favore dei Magiari. Sul dischetto andava Sarosi, poco convincente
fino a quel momento, che sfoderava un colpo da biliardo: tiro di precisione,
palo interno e gol.
Saliva allora in cattedra Sindelar, sin lì a disagio nel mezzo d’una battaglia
campale di quel genere, ma l’Austria non riusciva a concretizzare le
intuizioni di “Cartavelina”, ché difensori e mediani in maglia granata
giocavano col coltello fra i denti, e dove non arrivava la tecnica rimediava il
furore guerresco.
Persa completamente la trebisonda, il direttore di gara, vero protagonista
in negativo del match, veniva sepolto dai fischi del pubblico bolognese, che
si aspettava una dimostrazione di bel giuoco e si era trovato per colpa sua ad
assistere a una gigantesca bagarre. Ormai presa dal panico, la giacchetta nera
tentava di riportare ordine in campo espellendo l’ungherese Markos.
Nulla potevano gli ultimi, strenui, assalti della Nazionale di Santo Stefano
ridotta in nove uomini: Austria-Ungheria 2-1, e Wunderteam in semifinale
ad aspettare la vincente di Italia-Spagna.
Sul campo di San Siro, appesantito dalla pioggia caduta in gran copia
intorno a metà giornata, Germania e Svezia mettevano in scena una partita
tutta giocata sull’atletismo.
I decantati progressi del calcio germanico, che avevano portato a includere
la Nazionale di Berlino fra le teste di serie, non erano apparsi evidenti né dal
punto di vista della tecnica individuale né sotto l’aspetto tattico: il loro
gioco, così come quello dei rivali, si sviluppava più su corse palla al piede e
lunghi lanci che non su manovre complesse e tocchi di prima intenzione.
Concluso a reti inviolate il primo tempo, la Germania, sostenuta dalla fitta
colonia dei connazionali residenti a Milano, rischiava grosso al decimo
minuto della ripresa: il rapido Kroon, ala sinistra della Svezia, s’incuneava
fra i difensori in maglia bianca e arrivava faccia a faccia col portiere, ma
falliva malamente l’occasione calciando fuori dallo specchio.
Come risvegliata dal pericolo appena scampato, la Nazionale tedesca si
metteva di buona lena a macinare azioni pericolose: appena due minuti più
tardi, un passaggio smarcante metteva in condizione Siffling di tirare a rete,
ma questi incespicava sul terreno al momento della conclusione.
Senza perdersi d’animo, gli «atleti hitleriani» trovavano la via di un
rabbioso attacco corale: su una botta dalla distanza, il portiere scandinavo
Rydberg respingeva alla disperata, al che Hohmann piombava sul rimpallo e
infilava la rete per il gol del vantaggio.
I Bianchi di Germania non lasciavano agli avversari il tempo di
riprendersi: altri due minuti, e lo stesso Hohmann si beveva la difesa
nordica, arrivava di fronte a Rydberg e lo spiazzava per il 2-0.
Alla metà del secondo tempo, sotto l’incessante bombardamento
germanico, un infortunio spegneva definitivamente le speranze svedesi: il
mediano Andersson saltava insieme a un compagno per spazzare un cross di
testa, ma l’impatto col cuoio era tutt’uno con una tremenda craniata del
sodale. Andersson si accasciava, l’arbitro Barlassina faceva entrare i soccorsi
in campo, e il povero svedese si rianimava a stento. Non appariva
comunque in grado di reggersi in piedi, tantomeno di riprendere il gioco.
Con due reti da recuperare e un uomo in meno a disposizione, per gli
Scandinavi era la fine.
Riuscivano tuttavia a metter paura ai Tedeschi su un paio di contrattacchi,
in particolare quando il centravanti Jonasson smistava per Dunker, ala
destra, che si accentrava al limitare dell’area e scoccava un preciso rasoterra.
Era il 2-1, ma da quel momento la Germania faceva buona guardia, e
staccava il biglietto per la semifinale.
A Torino, invece, era battaglia sotto la pioggia battente fra Cecoslovacchi e
Svizzeri, con gli Elvetici scatenati fin da subito: la squadra-materasso della
Coppa Internazionale sembrava essersi liberata dalle sue pastoie tattiche, e
giocava sbrigliata, veloce, concreta.
I favoriti praghesi, che indossavano la maglia bianca di cortesia, erano
apparsi troppo lenti e sicuri di sé per imbrigliare gli elementi migliori dei
Rossocrociati, dal già consacrato “Trello” Abegglen al furetto von Kaenel,
ala destra di stupefacente rapidità ed efficacia. Quando mancava poco al
ventesimo minuto, gli Svizzeri strappavano applausi al pubblico subalpino
servendo il centravanti Kielholz, che resisteva a uno sgambetto del terzino
ed esplodeva un tiro angolato, troppo insidioso perfino per il fortissimo
Plánička, che volava a toccare la palla, ma non riusciva a impedirle di
insaccarsi.
Scossi dall’inatteso svantaggio e dal boato del pubblico, ormai conquistato
alla causa elvetica, i Cecoslovacchi riordinavano le idee e si portavano avanti
con un duetto fra Sobotka e Svoboda, che freddava il portiere da pochi
passi: è l’1-1.
Poco dopo, ancora Svoboda tentava la conclusione dalla media distanza,
ma il capitano Severino Minelli salvava il gol con una spettacolare
rovesciata.
La partita si era ormai infiammata, e la Svizzera tornava più volte
all’assalto, ma sembrava mancarle la precisione sottoporta che fa la
differenza fra una squadra volenterosa e una vincente: quand’anche
Abegglen indovinava le conclusioni, ci pensava Plánička a salvare la
situazione in tuffo.
Nella ripresa, la musica cambia: la Cecoslovacchia sembra intenzionata a
non far vedere il cuoio agli avversari. Non sono trascorsi cinque minuti, che
Svoboda scende palla al piede nel cuore dell’area elvetica, attirando il
portiere in trappola: l’estremo difensore esce alla disperata, e il boemo serve
Sobotka che segna a porta vuota il punto del raddoppio.
Non è finita: la Svizzera si riversa in avanti a caccia del pareggio, Plánička
è nuovamente chiamato a un superlavoro. Anche il fortissimo portiere dello
Slavia, però, nulla può quando Willy Jaeggi del Losanna va al cross, e il
pallone è ribattuto malamente da un terzino sui piedi dello stesso elvetico:
Plánička è messo fuori causa dal rimpallo, e Jaeggi è libero di insaccare
all’angolino sinistro, facendo esplodere di gioia lo stadio.
Comunque vada, il match andrà deciso nell’ultimo quarto d’ora, e le
estreme battute dell’incontro premiano l’esperienza: Puč fugge sulla fascia
portando a spasso mezza Svizzera, e, quando crossa, al centro dell’area ci
sono soltanto “Olda” Nejedlý e l’estremo difensore Séchehaye. Il forte
attaccante dello Sparta profitta della traiettoria a rientrare per arrivare primo
sul cuoio, e batte al volo senza lasciar scampo al portiere.
Per la Svizzera è la fine di un sogno: le sue estreme, applauditissime,
iniziative non riescono a infrangere la muraglia boema, e quand’anche
tentano la conclusione dalla distanza ci pensa Plánička a preservare la rete.
Finisce così, sul risultato di 3-2, quella che le cronache ci restituiscono
come la partita più bella e combattuta dei quarti di finale: come premio, ai
vivacissimi Svizzeri toccano gli applausi, ai cinici Cecoslovacchi l’ambito
onore della qualificazione. Per loro, in semifinale, c’è la Germania.
La partita fra Italia e Spagna, dunque, si ripete ventiquattr’ore dopo, nel
pomeriggio del primo giorno di giugno.
Per l’occasione, vengono messi in vendita i biglietti di tutti i settori a
prezzo ribassato: gli Azzurri hanno bisogno dei loro tifosi, che nonostante il
pomeriggio feriale e la pioggia battente si presentano più numerosi del
giorno precedente, intorno alle quarantacinquemila unità.
In ogni caso, sono presenti in tribuna per sostenere gli Azzurri la figlia del
Duce, contessa Edda Ciano, i suoi fratelli Bruno e Vittorio, e il cugino
Vito, numero uno della Scuola di mistica fascista.
Un giallo, però, sta dietro le formazioni che scendono in campo: il
mattino della partita, infatti, la stampa annuncia diversi cambiamenti negli
undici italiano e iberico, ma dà assolutamente per scontata la presenza di
Zamora.
Il portiere più forte del mondo, invece, non si presenta sul terreno: è in
tribuna, vicino al mister austriaco Hugo Meisl, col quale scambierà
opinioni per tutto il match. Al suo posto c’è il più modesto Nogués,
estremo difensore del Barcellona al suo debutto in un match internazionale.
Ben sette sono le sostituzioni fra gli Spagnoli, ai quali manca anche il
micidiale centrattacco Lángara: davanti a Nogués sono schierati Zabalo e il
capitano Quincoces; sulla mediana Cilaurren, il tenace Muguerza e Lecue;
Ventolrà e Bosch sulle ali; Regueiro e “Chacho” sono gli interni, e
Campanal il centravanti.
Non potendo presagire il ruolo che il fascismo assumerà, di lì a poco, nella
devastazione della Spagna repubblicana, gli Iberici non si fanno scrupoli a
salutare a braccio teso la tribuna delle autorità.
Per l’Italia, entrano in campo Combi e i terzini della “nuova guardia”
Monzeglio e Allemandi. “Luisito” Monti, imprescindibile centromediano,
si trova sui fianchi due combattenti puri come “er Più” Ferraris IV e
Bertolini, segno che Pozzo ha deciso di impostare il match sull’agonismo
più spinto. Il “Corsaro nero” Guaita e “Mumo” Orsi sono le ali; Peppino
Meazza e il suo compagno in nerazzurro Demaria giocano interni, mentre
“Farfallino” Borel è al centro dell’attacco al posto dell’acciaccato Schiavio.
Sono passate da poco le 16 e 30 quando gli ombrelli che punteggiano le
tribune scoperte del Berta si chiudono uno dopo l’altro: la pioggia ha
smesso di cadere, quasi che le potenze superiori volessero concedere al
pubblico di godersi lo spettacolo senza disagi.
E lo spettacolo si dimostra, da subito, all’altezza delle aspettative: “Mumo”
e Meazza dialogano da par loro, Demaria si produce in una serie di
ubriacanti dribbling, e il debuttante Nogués deve salvarsi a più riprese in
corner.
Quanto agli Spagnoli, non sembrano disposti a fare le vittime sacrificali, e
imbastiscono manovre ammirevoli a tutto campo, ma i mediani azzurri
riescono ad arginarne la spinta iniziale anche grazie ad interventi ruvidi,
come quello che costringe Bosch a uscire temporaneamente dal campo.
L’Italia spinge a tutta, e al dodicesimo minuto Orsi serve Borel che scarica
in porta: Nogués si salva in calcio d’angolo. Sulla bandierina va lo stesso
“Mumo”, e pennella un cross magistrale per la fronte di Meazza: il cuoio,
indirizzato con malizia dal “Balilla”, spiazza il portiere catalano e scuote la
rete.
Il pubblico impazzisce per l’entusiasmo, e l’arbitro svizzero Mercet
allontana i giocatori in maglia rossa che denunziano cariche e trattenute in
area: 1-0 e palla a centrocampo.
Non è ancora trascorso un quarto d’ora, ma la partita vira subito alla rissa:
calcioni degli Spagnoli, ricambiati da Ferraris e Bertolini, addirittura colpi
da pugilato di Monti, che l’arbitro si limita a redarguire verbalmente.
Il gioco si fa confuso e frammentario sino alla mezz’ora, quando Bosch
rientra in campo e subito impegna Combi con una inattesa bordata.
Nella ripresa, la Spagna, nonostante Bosch sia ridotto a zoppicare,
continua a costruire gioco e a proporsi in avanti, e Combi deve salvare il
vantaggio con un’uscita a valanga che travolge tanto Allemandi quanto il
centrattacco avversario Campanal. Di lì a poco, questi si vendica facendo
assaggiare i tacchetti al portiere azzurro con una micidiale entrata a gamba
tesa, ma Combi riesce a salvare tanto la porta quanto le caviglie.
Ancora Campanal, al quarto d’ora, riceve palla dopo una fitta trama di
passaggi delle mezzali: aggiusta il tiro e calcia in rete, ma la sua esultanza è
spenta da Mercet, che ha ravvisato un fuorigioco.
Gli Spagnoli sono furibondi, ma devono guardarsi alle spalle, ché l’Italia
riprende ad attaccare e prova ad affondare il colpo, ma “Farfallino” Borel,
vittima dell’emozione, sbaglia per tre volte sottoporta: nell’occasione più
limpida calcia fuori a porta vuota come non gli sarebbe mai capitato in
campionato, così che i compagni decidono di tagliarlo fuori dalle azioni
successive.
Al 27’ Nogués non fa rimpiangere Zamora: punizione-capolavoro di Orsi,
ma il catalano vola a levare il cuoio dall’angolino. Poco dopo esce dal campo
Quincoces, colpito duramente nel corso di una mischia in area dal
compagno Zabalo: lo si vede contorcersi a terra, la destra premuta sui
genitali, quindi pare svenire. Lo accompagnano fuori dal campo, ma in
breve si riprende. Esce invece definitivamente il già menomato Bosch: ai
più appare come la resa definitiva degli Iberici, e il pubblico comincia a
defluire dallo stadio quando ancora restano da giocare dieci minuti buoni.
Il pericolo, però, non si è esaurito: a due minuti dalla fine, Ventolrà parte
in fuga, Allemandi lo atterra, e la Spagna si trova a battere la punizione che
potrebbe riaprirle la strada verso le semifinali.
Dopo 208 estenuanti minuti giocati in ventiquattr’ore, tutto è nelle mani
di Combi: segue Cilaurren che prende la rincorsa, nota il movimento
repentino con il quale ben quattro uomini in maglia rossa piombano in area
travolgendo la linea difensiva azzurra, e si proietta fuori dai pali per volare a
respingere il cuoio a pugni chiusi.
È quasi fatta: ora l’Italia si asserraglia in difesa, spazza ogni pallone e,
quando finalmente Mercet fischia per tre volte, gli Azzurri non hanno
neppure la forza di esultare. Messi a dura prova nei nervi come nella
muscolatura, barcollano fuori dal campo simili a spettri, consapevoli del
fatto che il loro riposo sarà di breve durata: al viaggio verso il ritiro di
Roveta ne seguirà, l’indomani mattina, uno più lungo alla volta di Milano.
Adesso toccherà loro l’Austria. E devono inventarsi una maniera per
battere il Wunderteam: è una questione di Stato.
La sera della vittoria sulla Spagna, Pozzo era corrucciato e meditabondo.
Il successo aveva richiesto un tributo pesantissimo sin dal primo match:
Pizziolo, colpito duramente a un braccio, non riusciva più a muoverlo;
Ferrari era uscito dal campo con le lacrime agli occhi per il dolore; Schiavio
rassicurava tutti sul proprio stato di forma, ma intanto camminava a fatica.
Demaria aveva il costato coperto da un enorme livido e respirava
affannosamente, Guaita e Meazza si trascinavano indolenziti per le botte
prese. E Allemandi aveva un ginocchio gonfio in maniera abnorme. Fatto
gravissimo, agli occhi del tecnico, ché per sostituirlo come terzino non
c’erano che i vecchi Rosetta e Caligaris, l’uno troppo statico per il gioco
degli attaccanti del Wunderteam, e l’altro grigiastro in volto e scosso da una
febbriciattola che i medici avevano qualificato come attacco tifoide.
A corto di difensori, con gli attaccanti acciaccati, e il match più
importante degli ultimi anni da giocarsi nel giro di settantadue ore: a Pozzo
non restava che affliggere i suoi collaboratori più fidati, Carcano e due ex
azzurri di vaglia come “il Figlio di Dio” De Vecchi e il preparatore atletico
Burlando: se anche loro avevano a cuore i destini dei loro successori in
Nazionale, dovevano pregare affinché i ragazzi guarissero a tempo di
record.
L’apoteosi

I Leoni di Boemia e gli atleti del Reich – L’Italia contro il Wunderteam – Il generale Vaccaro e il
fattore-campo – La Madre di tutte le partite

«Tutto nel complesso, è andato sinora conforme le previsioni. Questa volta,


bisogna usar molta cautela» illustrava Tagiuri nel suo editoriale il giorno
delle semifinali, che vedevano opposte a Milano Austria e Italia, e a Roma
Cecoslovacchia e Germania. «L’equilibrio delle due coppie semifinaliste è,
nel momento particolare in cui ci troviamo, ancor maggiore di quanto già
non sia teoricamente».
L’Austria, infatti, favorita della vigilia, aveva prevalso sulla Francia solo ai
supplementari, e si era aggiudicata il derby danubiano contro i “cugini”
ungheresi non già con una dimostrazione di superiorità tecnica, ma al
termine di una rissa ignobile e prolungata.
La sua relativa pochezza nel corso del torneo avrebbe dovuto favorire
l’Italia che però, a sua volta, aveva una partita in più nelle gambe e si
ritrovava alle prese con uno spogliatoio trasformato per metà in lazzaretto.
Anche la Cecoslovacchia era parsa deludente: aveva scampato d’un soffio la
beffa di un’eliminazione immediata da parte della Romania nel primo
turno, mentre nei quarti aveva primeggiato su una Svizzera spumeggiante
ma pur sempre «squadra di secondo piano».
La Germania, invece, si era dimostrata formazione poco fantasiosa ma
solida, concreta, capace di colpire in fretta e chiudersi in difesa a risultato
ottenuto.
Nove giorni dopo l’inizio del torneo, insomma, era arrivato il tempo della
massima incertezza, della tensione e del timore che un semplice episodio
favorevole potesse garantire all’una o all’altra delle contendenti l’accesso alla
finale.
Per chi non credeva nella Provvidenza, era tempo di fare attenzione alle
mosse degli arbitri.
A dirigere la partita di Roma viene designato l’italiano Barlassina.
Chi vuole pensar male è libero di credere che metterà i bastoni fra le ruote
ai Cecoslovacchi, pur di eliminare la più pericolosa fra le possibili avversarie
dell’Italia in vista della finale.
I Boemi, però, non appaiono intimoriti: entrano in campo sorridenti
dietro la bandiera della loro giovane repubblica. Dopo due partite in tenuta
bianca, indossano finalmente la prima maglia rossa. Sul cuore è ricamato il
bianco leone rampante di Boemia, unico tra i felini araldici a presentare una
coda biforcuta. I calzoncini sono bianchi, i calzettoni blu. Ascoltano l’inno
e al termine salutano il pubblico con un rapido gesto, levando in coro un
«Ra-ra-ra» che suona come un grido di battaglia e, al contempo, di sfida:
non hanno salutato romanamente il Duce, che li osserva accigliati dalla
tribuna.
I Tedeschi, invece, si fanno precedere da alfieri in divisa che reggono due
vessilli, quello nazionale rossobianconero e quello con la croce uncinata del
Partito Nazionalsocialista. Loro, in maglia bianca bordata di nero, l’aquila
del Terzo Reich in bella vista sul petto, non dimenticano di omaggiare a
dovere il Capo del fascismo.
La partita comincia su un buon ritmo, sostenuta ma corretta, senza quegli
accanimenti da “gioco di Coppa” che hanno contrassegnato il derby
danubiano e quello latino fra Italia e Spagna; il fair play non lascia intuire
che, nel giro di pochi anni, una delle due nazioni si farà beffe
dell’indipendenza dell’altra.
La Germania sviluppa il proprio gioco perlopiù in orizzontale, la
Cecoslovacchia cerca maggiormente la profondità, e a tratti pare di assistere
a un’esibizione accademica da “manuale del perfetto calciatore”. La
sensazione svanisce, però, ogni volta che i Tedeschi hanno l’occasione di
segnare: allora i giocatori in maglia bianca appaiono imprecisi, e quando
pure trovano lo specchio offrono a Plánička l’occasione per giganteggiare.
La Cecoslovacchia, invece, non perdona: “Olda” Nejedlý lancia Puč
sull’ala e segue l’azione accentrandosi, Puč crossa per Junek che scarica in
porta, respinta corta del portiere e “Olda” ribatte a colpo sicuro in rete.
La reazione della Germania appare timida ed esangue: i Tedeschi
continuano a imbastire azioni sterili, senza accelerare il ritmo, e
quand’anche vanno al tiro sono imprecisi, così che si va al riposo sull’1-0.
Nella ripresa, i Tedeschi continuano col loro gioco laborioso, ma
finalmente riescono ad aprire uno spiraglio nelle maglie della forte
retroguardia boema: Siffling arriva a servire Noack, del quale i terzini
sembrano essersi dimenticati, e il carneade dell’Amburgo infila il grande
Plánička da pochi passi.
Sulle scalee dello Stadio del PNF viene srotolata una enorme bandiera con
la croce uncinata: per la Cecoslovacchia è tutto da rifare.
Poco dopo, si sfiora la beffa: il tedesco Kobierski crossa, il terzino boemo
Čtyřocký salta per allontanare di testa, ma colpisce male e il cuoio schizza
verso la porta scavalcando Plánička. Solo la traversa evita il più clamoroso
degli autogol.
Per i Cechi è tempo di riprendere l’iniziativa: pian piano si scuotono
dall’apatia e tornano pericolosi. Al 69’, una punizione di Puč viene deviata
da Kress sulla traversa: ma il cuoio torna in gioco, e “Olda” Nejedlý è il più
veloce a raccoglierlo per infilare in rete di rapina.
La Germania sembra incapace di reagire, e dieci minuti più tardi lo stesso
Nejedlý si fa largo con grande facilità fra i difensori in casacca bianca,
esplode un tiro che tocca un terzino e finisce in rete senza che il portiere ne
intuisca la traiettoria. È il 3-1, accolto da tiepidi applausi. Un boato, invece,
saluta un nuovo tiraccio fuori misura di “Olda” sul finire del match. I
giocatori si fissano interdetti. Non è stato provocato da ciò che accade in
campo, quel giubilo del pubblico italiano, ma da un annuncio dello speaker:
a Milano, è appena terminato il match fra gli Azzurri e l’Austria.
Al ristorante dell’hotel milanese Principe & Savoia, base della Nazionale
italiana, poche ore prima dell’incontro contro il Wunderteam si consuma una
piccola tragedia personale.
A tavola, Pozzo ha predisposto dodici segnaposto sul lato del tavolo
riservato ai titolari. I terzini sono tre, il nerazzurro Allemandi, il bolognese
Monzeglio e la bandiera juventina Virginio Rosetta. Uno di loro resterà
fuori e, alla luce della visita di Bruno e Vittorio Mussolini, sembra
altamente improbabile che la tribuna possa toccare al felsineo, fascista di
provata fede e amico personale dei figli del Duce, con i quali gioca
abitualmente a tennis.
Finito il pranzo, Rosetta si alza e fa per andare in camera.
«Dove va?» gli fa Pozzo, burbero.
«A cambiarmi» risponde il veterano bianconero.
«Lei non gioca mica» lo gela il commissario tecnico.
Rosetta è come paralizzato. Lo guardano tutti, e lui vede la propria
carriera scorrergli davanti agli occhi, dai primi tempi a Vercelli all’estate
calda dello scandalo-Allemandi, dagli anni duri in cui il Torino del “Trio
delle meraviglie” lo faceva impazzire alle ultime, trionfali stagioni della sua
Juventus. Così è finita, si dice. Per lui e per il suo compagno fedele
Caligaris, che adesso lo fissa con il volto grigiastro rigato di lacrime. Non
giocheranno più in Nazionale. Meglio due giovani, magari anche acciaccati,
piuttosto che due vecchi paracarri come loro.
Virginio Rosetta, però, non si ferma. Ormai ha annunciato che andrà in
camera, e ci va sul serio. A fare la valigia per tornare a casa. Di guardare il
Campionato del mondo da ospite non ha nessuna voglia. Più dignitoso
levare il disturbo, e cavarsi di dosso quella sensazione orribile: per tutta la
sua carriera è stato considerato un titolare inamovibile, e non vuole
chiuderla ridotto a rimpiazzo.
La partita di San Siro fra Italia e Austria è circondata dall’aura degli eventi
speciali, e molti la ritengono una sorta di finale anticipata.
I tifosi sono confluiti a Milano da ogni parte del Regno; migliaia di iscritti
all’Opera Nazionale Dopolavoro e alla Gioventù Universitaria Fascista
hanno sfruttato le offerte a loro riservate – 170 lire per il viaggio in seconda
classe, 120 in terza, compresi i pasti e il biglietto d’accesso allo stadio – e
hanno affollato i treni speciali in partenza dalla capitale. Per molti di loro è
il primo viaggio in Alta Italia, per quasi tutti la prima volta attraverso la
grande galleria appenninica della Direttissima: quando i convogli, percorsi i
diciotto chilometri al buio tra Vernio e Castiglione dei Pepoli, risbucano a
veder la luce, i viaggiatori applaudono come se avessero assistito a un
miracolo, o a una rinascita.
A un’ora all’inizio del match, i 35.000 posti a disposizione sono tutti
occupati. V’è chi sostiene che siano entrate diecimila persone in più rispetto
alla massima capienza teorica, ché non si trova un angolo libero neppure
sulle scale. Nonostante il nubifragio che si sta abbattendo sulla città,
l’entusiasmo è alle stelle, e alle biglietterie viene stabilito un record d’incasso
con 810.000 lire, e nessuno si lamenta più del fatto che, se la semifinale
fosse stata assegnata a Torino, Bologna o Firenze, gli Azzurri avrebbero
potuto giocare in un catino più caldo e affollato.
Quando manca mezz’ora al fischio d’inizio, come già accaduto a Firenze
in occasione della seconda partita con la Spagna, la pioggia smette di cadere,
e anche il cielo di Milano si tinge d’azzurro: è il giusto premio, si rileverà,
per i coraggiosi che con italico ardore hanno sfidato i timori dei pavidi e dei
decadenti.
I Bianchi di Meisl, rivali numero uno degli Azzurri in campo calcistico,
rappresentano un Paese che desta sensazioni ambivalenti presso il pubblico
di Milano: l’Austria è stata sino al Risorgimento la padrona della città, e più
tardi la nemica per eccellenza nella mattanza del ’15-’18, ma è ora un Paese
ridimensionato dalla sconfitta bellica, alleato in virtù dell’intesa fra
Mussolini e Dollfuss, così che i suoi giocatori sono accolti da uno sportivo
applauso.
Dietro la bandiera della piccola repubblica sorta sulle ceneri dell’Impero di
Francesco Giuseppe entrano in campo il portiere Platzer e i terzini Cisar e
Sesta; il possente centromediano Smistik e i suoi compagni di reparto,
Urbanek e il culturista-tappo Wagner, quindi le ali Zischek e Viertl, gli
interni “Pepi” Bican e Schall. Ed ecco il più atteso di tutti, quel
“Cartavelina” Sindelar che, nella battaglia contro l’Ungheria, è apparso più
attento a salvare le caviglie che non a illuminare il gioco d’attacco con la sua
classe sopraffina. Di lui, oggi, si occuperà in primo luogo “Luisito” Monti,
che quanto a durezza non cede il passo a nessuno, e il “Mozart del calcio”
sembra già presagire il ruvido trattamento che gli toccherà.
Per l’Italia, accolta da cori incessanti, si presentano nove degli undici
uomini usciti vittoriosi dalla battaglia fiorentina: Combi fra i pali, Eraldo
Monzeglio e Allemandi terzini, la mediana da trincea composta da Monti,
“er Più” Ferraris e Bertolini, e un attacco in cui rispuntano Giovanni
Ferrari e Schiavio. Il primo giocherà da interno insieme a Meazza, in
posizione arretrata per sfuggire alle marcature rispetto al tridente composto
da Guaita, il bolognese “Anzlèn” Schiavio – decisamente più adatto
rispetto allo smilzo Borel per lottare contro il peso massimo Smistik – e
“Mumo” Orsi.
In giacchetta nera c’è il più giovane dei direttori di gara convenuti in Italia,
lo svedese Eklind. Nessuno del pubblico è tenuto a saperlo, ma gli è stato
promesso che, se arbitrerà a dovere, gli toccherà anche la finale.
La partita comincia come una superba esibizione di gioco nonostante il
terreno inzuppato e macchiato qua e là di fango. Da un lato, Sindelar serve i
suoi con passaggi millimetrici; dall’altro, l’Italia sfrutta le ali per crossare al
centro, ma entrambe le difese sono attente. Allemandi spazza via senza
troppe preoccupazioni stilistiche e, quando serve, Monzeglio non esita a
toccare la palla di mano pur di non farsi superare: meglio subire una
punizione dai venti metri, dando agio alla squadra di rintanarsi in difesa,
piuttosto che lasciar passare un assist pericoloso.
Il primo tiro in porta è di Schiavio, che sfrutta una rimessa in gioco su
fallo laterale: conclusione di potenza, e bella parata di Platzer.
Il match si accende quando Monti comincia a far assaggiare i tacchetti a
Sindelar, che protesta indispettito, ma l’arbitro non ravvisa nulla di
irregolare: si procede. “Luisito” la prende come una licenza, e poco dopo
abbatte anche Viertl: questa volta l’arbitro scandinavo lo convoca e gli
raccomanda di non farlo più. Monti annuisce col suo sorriso da assassino.
Al diciottesimo minuto, Schiavio riceve di nuovo il cuoio in posizione
pericolosa; gli si fa sotto Sesta, che con consumata abilità ruba palla, ma
“Anzlèn” non ci sta e torna padrone della sfera, se l’aggiusta ed esplode una
bordata delle sue verso la porta. Platzer intercetta la traiettoria e respinge,
ma il pallone si arena nel cuore fangoso dell’area. Tre ombre azzurre vi si
avventano sopra: sono lo stesso Schiavio, Meazza e Ferrari. Gli ultimi due si
scontrano col portiere, impegnato in un balzo disperato per agguantare la
sfera: fallo da rigore di Platzer o carica sull’estremo difensore? Non c’è
tempo di pensarci, ché l’arbitro non fischia. Platzer e Meazza si accasciano
nel fango, Ferrari supera il pallone d’impeto e finisce dentro la rete,
Schiavio frena per non calpestare i caduti, e sul cuoio, più veloce dei terzini
austriaci e del massiccio Smistik, si avventa l’accorrente Guaita: il “Corsaro
nero” calcia con rabbia il pallone nella porta ormai sguarnita. È gol!
L’arbitro Eklind conferma, zittisce le proteste austriache, indica il
centrocampo, e le tribune di San Siro sono percorse da un boato: 1-0!
L’Austria, convinta di avere subito una grave ingiustizia, dà fondo al
proprio repertorio, e l’Italia è costretta in retroguardia: i terzini
francobollano le ali, e Monti gioca incollato a Sindelar, così che la pressione
delle dinamiche avversarie dev’essere arginata dai soli Bertolini e Ferraris
IV, scatenato a rubar palloni e rilanciare. Così anche Ferrari, da mezzala, si
porta sulla linea dei mediani per dar man forte.
Per quasi mezz’ora l’Italia è costretta a giocare di rimando, respingendo un
assalto dopo l’altro, ma l’Austria perviene a tirare nello specchio solo negli
ultimi minuti del primo tempo. A quel punto, però, si scatena un vero e
proprio bombardamento: al 42’, Combi è chiamato a respingere di pugno
una pericolosa sciabolata di Viertl, poi un tiro di Zischek, quindi una
bordata di Bican servito direttamente dalla bandierina, e ancora su Schall.
Inutile dire che l’invito a raggiungere gli spogliatoi per il riposo è accolto
con enorme sollievo dagli Azzurri.
Nella ripresa, l’Austria mantiene il pallino del gioco, ma la retroguardia
azzurra non si fa prendere di sorpresa: Ferraris IV lotta come un gladiatore,
Bertolini intercetta ogni minaccia aerea, e Monti continua ad affossare
l’estro di “Cartavelina”, così che la minaccia si mantiene più lontana dalla
porta di Combi rispetto al finale del primo tempo.
Si gioca durissimo anche nell’area dei Bianchi in occasione dei
contrattacchi: Schiavio, sfuggito alla guardia del mastino Smistik, abbatte
per due volte Platzer, e un’altra è da questi colpito senza riguardi. Non è
partita da fiorettisti alla Orsi o alla Sindelar, questa nel fango di Milano, ma
da robusti sciabolatori e frombolieri senza scrupoli.
Al quarto d’ora Combi è impegnato da un siluro di Cisar, poco dopo da
una saetta di Schall.
Guaita, invece, manca lo specchio in occasione di un nuovo, brillante,
inserimento in area.
Entrambe le squadre hanno superato il turno precedente giocando il finale
delle rispettive partite in superiorità numerica, e ormai provano in maniera
scoperta a picchiar duro per lasciare gli avversari in dieci. Tanto l’arbitro
sembra preoccuparsi solo dei fuorigioco, mentre nei contrasti pare disposto
a tollerare quasi tutto.
L’Italia torna a farsi sotto con prepotenza non appena gli avversari danno
qualche segno di stanchezza, e il forcing azzurro raggiunge il parossismo
intorno alla mezz’ora: vanno al tiro prima Schiavio e poi Meazza, ma
Platzer para, e sulla respinta con la quale si oppone al “Balilla” è l’Austria a
ripartire al galoppo. Viertl fugge con la palla per due terzi del campo, serve
Schall in posizione favorevole, ma questi calcia fuori bersaglio.
Nuovo, enorme, rischio al 34’: Ferraris effettua un retropassaggio a
Combi, che si lascia sfuggire il pallone e, per evitare la rete, lo smanaccia
oltre la linea di fondo. Sulla rimessa dal corner, il cuoio giunge a Zischek,
libero nell’area piccola: va al tiro, Combi risponde d’istinto e salva il
risultato.
Il gioco è ormai frammentario, e le occasioni si succedono su ambo i
fronti. Mancano solo tre minuti alla fine, quando Meazza serve Schiavio,
che cannoneggia da par suo, ma Platzer salva. Ancora Platzer, di piede,
arresta una stoccata di Ferrari, ma è l’Austria ad avere l’ultima occasione:
Zischek avanza in solitaria, si libera della marcatura, e sta per tirare quando
l’arbitro fischia. Zischek conclude ugualmente, calciando a lato, ma ormai
del cuoio non importa più a nessuno: è finita!
La terza partita giocata nel giro di cinque giorni ha premiato gli Azzurri, e
le tribune di San Siro fioriscono di bandiere mentre il coro «I-ta-lia, I-ta-
lia!» sale verso il cielo di Milano.
Gli Azzurri sono frastornati, combattuti fra la gioia e il sollievo: hanno
battuto la favorita del torneo e guadagnato la finalissima, prima della quale
avranno diritto a un’intera settimana di riposo. Ora tutto sembra possibile.
Anche l’arbitro Eklind appare lieto: ha arbitrato bene, sì, e sarà lui a
dirigere l’ultimo, decisivo, match del torneo sotto gli occhi del Duce e della
folla romana.
Nel dopopartita, Pozzo appare finalmente disteso, mentre il generale
Vaccaro si limita a scarne dichiarazioni circa il buon andamento della gara,
semplice tappa di avvicinamento verso la prova suprema.
Hugo Meisl si astiene dal recriminare sulle decisioni del direttore di gara e
preferisce rimproverare ai suoi la mancanza di decisione: se pure il
Wunderteam si è dimostrato superiore nella tattica, argomenta diplomatico,
ai suoi ragazzi è mancato qualcosa sul piano del carattere, mentre gli Italiani
hanno giocato con grinta da leoni.
Viene intervistato anche Zamora, presente in tribuna. Quando gli
domandano cos’avrebbe dovuto fare l’Austria per vincere, risponde sibillino
e beffardo che le sarebbero occorsi un paio di giocatori spagnoli. Forse
pensava a se stesso e a Lángara, i due misteriosi assenti della seconda gara
fiorentina?
Chi non era allo stadio apprende del trionfo azzurro attraverso le onde
radio, e l’indomani i giornali sportivi vengono divorati da moltitudini
curiose di conoscere la descrizione della battaglia e le opinioni degli
editorialisti.
Esse si snodano per intere colonne, facendo lo slalom fra i trafiletti relativi
alla Gioventù Italiana del Littorio – salita in dodici mesi da tre a quattro
milioni di tesserati – e i moduli pubblicitari, consacrati alle réclame dei
bomboni alla frutta Rim e dei cachet antinevralgici Calmante Murri, i cui
produttori sono lieti di informare il pubblico di quanto i loro ritrovati siano
stati utili alla causa azzurra.
«Gli Azzurri hanno superato la prova, sono finalisti. Tre quarti del
cammino sono percorsi. E non solo perché tre delle quattro partite che
occorrono per raggiungere la meta sono state disputate e vinte. È percorso
per tre quarti perché, battuti in condizioni non ideali di freschezza e di
salute di tutti gli atleti due ‘cannoni’ come la Spagna e l’Austria (sì,
insistiamo a classificare anche la Spagna fra i ‘cannoni’), non dovrebbe
essere la Cecoslovacchia capace di estinguere sul più bello il sogno di gloria
dei calciatori d’Italia, ora così vicino alla realizzazione».
L’arbitraggio di Eklind è naturalmente giudicato equo, tuttalpiù si
ammette che la vittoria nel fango di Milano non è sufficiente a estinguere
l’aureola di superiorità del Wunderteam sulle Nazionali del Vecchio
continente, ma non è che un espediente retorico per far risaltare ancor più i
meriti dei combattenti azzurri, fra i quali la palma del migliore in campo va
a Ferraris IV, ora più che mai “er Più”. Anche se la Roma l’ha scaricato e
non si sa ancora in quale squadra giocherà il prossimo torneo, l’Italia è ai
suoi piedi. E il generale Vaccaro, numero uno della FIGC, ha già un piano
meraviglioso: il “Leone di Borgo”, il vecchio capitano della Lupa, resterà
nella capitale per guidare la mediana della sua Lazio.
Nei giorni che seguono, i primi di tregua dopo la ridda di eventi che
hanno marcato una settimana e mezza di carosello azzurro, la stampa può
tornare a riferire di eventi calcistici collaterali al Mondiale: la Nazionale
messicana gioca in amichevole contro gli svizzeri dello Young Boys, mentre
gli Argentini vengono perentoriamente richiamati in patria dalla propria
Federazione. Contro la quale, per inciso, si scaglia l’omologo organismo
cileno, che accusa l’Albiceleste di avere guadagnato l’accesso al massimo
torneo planetario in maniera fraudolenta, accampando scuse pur di non
sfidare la Nazionale di Santiago in un match di spareggio. Le altre
federazioni sudamericane appoggiano in coro la protesta contro Buenos
Aires, ma ormai è tardi per rimediare.
L’ex asso del Brasile e mister della Lazio, Amílcar Barbuy, critica invece la
maniera raffazzonata con la quale è stata messa insieme la compagine
brasiliana, denunziando la mancanza di programmazione e la litigiosità delle
federazioni carioca e paulista come i principali freni ai possibili successi
della Nazionale.
Nel mentre, Austria e Germania hanno raggiunto la Campania in vista
della finale per il terzo posto che si terrà a Napoli. I Tedeschi, in particolare,
soggiornano in uno dei più lussuosi hotel di Sorrento, e corre voce che sia
stato loro ordinato da Berlino di fornire una netta dimostrazione di
superiorità nei confronti degli Austriaci: al fine di giustificare le ragioni
dell’annessione, non dev’esserci terreno in cui il Reich possa apparire
inferiore ai cugini viennesi.
Gli Italiani sono rinchiusi a Roveta, ché raggiungeranno solo tre giorni
prima della finale la loro base romana, fissata nei pressi di Villa Borghese,
mentre i Cecoslovacchi si trovano già in un albergo nelle campagne di
Frascati, dove ricevono testimonianze d’affetto da parte della Madrepatria:
l’associazione sportiva dei ferrovieri boemi provvede a recapitare ai giocatori
abbondanti razioni di knedliky, sorta di canederli farciti di marmellata alla
ciliegia, mentre uno dei parrucchieri per uomo più à la page di Praga
promette che i calciatori potranno avvalersi gratuitamente dei suoi servigi
per un anno intero.
La finale di consolazione va in scena al Partenopeo-Ascarelli nel
pomeriggio di giovedì 7 giugno, ritardata di un’ora per consentire un
afflusso maggiore di pubblico, cosa che peraltro non avviene a dispetto dei
prezzi ribassati. Qualcuno insinuerà che i Napoletani sono offesi per non
aver potuto ospitare l’Italia neppure una volta, ma nessuno oserà
argomentare che il Mezzogiorno sente poco affetto per la Nazionale per
una ragione molto semplice: nessun calciatore proveniente dalla Bassa Italia
veste la maglia azzurra. Per il momento, il bacino di selezione al quale
attinge Pozzo si limita ai club delle regioni del Nord, della Toscana e della
capitale.
Qualcosa di napoletano, tuttavia, in campo si vede: sono le maglie azzurre
del club partenopeo, prestate alla Nazionale austriaca per evitare la
confusione più completa fra due squadre con divise simillime. Quei
novanta minuti in casacca azzurra, però, segnano anche la fine del mito del
Wunderteam, per l’occasione privo di Sindelar: gli uomini di Meisl appaiono
morbidi nei contrasti, poco decisi nell’impostare, addirittura svogliati in
difesa, tanto che subiscono il primo gol dopo appena venticinque secondi di
gioco.
Nel primo tempo gli «atleti hitleriani» in maglia bianca passano per tre
volte con doppietta del bavarese Lehner, mago dei gol su calcio d’angolo in
forza ai viola dello Schwaben di Augusta, e gol del centravanti Conen.
Platzer, al solito attento, non sembra esente da colpe, e i malpensanti
iniziano a ritenere che, per qualche motivo, l’Austria abbia deciso di perdere
apposta.
Di Horvath, il solo austriaco che sembra davvero deciso a lottare, l’unico
punto della Nazionale di Vienna nei primi quarantacinque minuti.
L’Austria sembra sfoderare l’orgoglio nella ripresa: intorno al decimo
minuto, Sesta batte una punizione che si trasforma in un bolide in grado di
piegare le mani a Jakob, il portiere di riserva in campo al posto di Kress: è il
3 a 2.
L’Austria torna minacciosa con una gran botta di Horvath che fa tremare
il palo, ma da lì in avanti la Germania si trincera in difesa e difende il
risultato sino al novantesimo minuto.
A Berlino possono essere soddisfatti, a Vienna si piange il tramonto della
Nazionale più forte del mondo, sancita dal più potente e minaccioso fra i
vicini.
Venerdì 8 giugno, i Cechi trascorrono una piacevole giornata al Park
Hotel di Frascati, rallegrati da oltre 5000 lettere e 1500 telegrammi giunti
da Praga. Fanno la doccia in giardino, irrorati con il tubo dell’acqua
dall’allenatore Kann in persona, quindi si rilassano giocando a pallavolo –
sembra che “Olda” Nejedlý eccella anche in questo sport grazie a un suo
particolare “tiro alla beduina” – e più tardi si lasciano condurre a spasso per
la cittadina dei Castelli da una brigata di giovanotti locali.
Lo stesso giorno, il rapido delle 19.31 conduce gli Azzurri alla volta di
Roma.
Mancano solo l’accigliato Rosetta e Pizziolo, che resta a Firenze per via
del suo infortunio.
Dopo un mese trascorso insieme, gli altri sono “camerati, amici, fratelli”,
protesi come un sol uomo verso la conquista del massimo risultato.
L’Italia è più forte, non v’è dubbio, ma non bisogna dar nulla per scontato,
ché la Cecoslovacchia ha dovuto affrontare un cammino assai meno aspro e
sarà più fresca. «Fiducia, dunque, non colpevoli certezze» è la parola
d’ordine riservata ai calciatori, ai quali viene promesso un fiabesco premio
di 25.000 lire in caso di vittoria, quanto basta per comprare un
bell’appartamento nel centro di Roma o di Milano.
Quanto ai tifosi, a loro si raccomanda di dimostrarsi all’altezza degli atleti.
Che siano «composti, virili nel loro appassionato spasimo. Non gli Italiani e
i Boemi soltanto, ma gli sportivi del mondo intero puntano gli occhi
ammirati sui protagonisti del grande confronto di Roma».
Sabato 9, vigilia del match, gli Italiani si riportano alla stazione Termini e
viaggiano sino a Ostia per trascorrere qualche ora di riposo in pineta. Pozzo
ha deciso che non servono ulteriori allenamenti, così, verso le 18, i ragazzi
rientrano in città per andare al Foro Mussolini ad assistere a un incontro di
tennis fra Italia e Svizzera valevole per la Coppa Davis.
I Cechi, invece, si tengono al largo dalla Città eterna per rifuggire lo stress
psicologico e le tentazioni: meglio restare in campagna, e arrivare a Roma
solo all’ultimo.
Da Praga, nel frattempo, partono due treni speciali stracarichi di tifosi
decisi a sostenere i propri beniamini: nella bolgia dello Stadio, Plánička,
Nejedlý e compagni non saranno soli.
Il giorno della finale, la stampa ripercorse minutamente i precedenti fra le
due Nazionali, che si erano ritrovate di fronte per la prima volta nel 1922,
all’epoca della scissione fra FIGC e Confederazione calcistica: erano
trascorsi appena dodici anni, ma sembrava di parlare di un’altra era
geologica. In ogni caso, di undici incontri sin lì disputati quattro avevano
visto la vittoria azzurra, altrettanti si erano conclusi in parità, e per tre volte
aveva avuto la meglio la Cecoslovacchia.
Venivano poi delineati i profili dei più forti tra gli avversari: Plánička,
considerato insieme a Zamora il miglior portiere del mondo; “Olda”
Nejedlý, implacabile rapinatore d’area dal mento sfuggente e la chioma
disordinata; il giovane centravanti Sobotka, la piccola ala destra Junek, e gli
altri assi di Sparta e Slavia che gli italiani avevano imparato a conoscere
grazie ai confronti di Mitropa.
Quanto agli Azzurri, pareva ormai certo che Pozzo avesse destinato al lato
del tavolo riservato ai titolari gli stessi undici uomini che avevano battuto
l’Austria: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris IV, Monti, Bertolini,
Guaita, Ferrari, Schiavio, Meazza e “Mumo” Orsi.
Quando mancano due ore all’inizio dell’incontro, lo Stadio del Partito
appare già pressoché colmo, ma ancora da viale Parioli, viale Tiziano e dalla
via Flaminia affluisce gente a frotte. Arrivano «in automobile, in
motocicletta, in bicicletta, a piedi. Tutto il globo e tutte le classi sociali sono
qui rappresentate».
Alle quattro, lo stadio è stipato come un uovo: almeno cinquantamila
persone, forse più, riempiono ogni angolo dell’impianto. E tre quarti d’ora
più tardi, un boato che copre persino i motori d’un aereo che incrocia a
bassa quota scuote tutto lo Stadio: sulle note di Giovinezza sta entrando in
tribuna il Duce: «il fragore della folla è come quello di un uragano
sull’oceano in tempesta. L’enorme massa scura è scattata in piedi, fremente,
frenetica, marezzante come una distesa di grano sotto l’impeto del vento.
Decine di migliaia di fazzoletti sventolano sulla folla: si pensa a una miriade
di colombi che stiano per librarsi in volo. È la gratitudine di cinquantamila
anime per Colui che ha sempre indicato agli Italiani, da vent’anni, la via
della vittoria. E non s’è sbagliato mai».
In questa atmosfera di parossismo patriottico, le due squadre scendono sul
terreno di gioco insieme al direttore di gara Eklind e ai suoi collaboratori di
linea.
La gente fa a gara nel riconoscere i calciatori: gli undici titolari annunciati,
gli eroi di Milano, son tutti al proprio posto. Ecco Combi, in maglia nera,
ecco Bertolini con il suo fazzoletto candido annodato alla fronte, Monti, il
più tarchiato. Orsi, il piccoletto smilzo. Ferrari, dalla pelata rilucente sotto
il sole romano. Allemandi, biondo e slanciato, Monzeglio, abbronzatissimo.
Ecco l’implacabile Schiavio, il geniale Meazza, il visionario Guaita, il
gladiatore Ferraris, tutti insieme.
Sono trascorse da due minuti le cinque del pomeriggio quando Eklind
fischia l’inizio.
Le due squadre appaiono contratte, timorose di sbilanciarsi in avanti e
lasciar campo all’avversaria per un contrattacco, così i primi tiri sono
scoccati da lontano.
La prima occasione limpida è italiana: al settimo minuto, Schiavio serve
Guaita che si accentra e tira una gran botta, ma Plánička non si lascia
sorprendere. Subito dopo, Meazza raccoglie al volo un corner del “Corsaro
nero”, ma spara alto. L’Italia appare ora determinata a segnare a ogni costo:
Orsi centra per Schiavio, che si trova la visuale della porta ostruita e scarica
sulla destra per Guaita. Nuova botta a rete dell’oriundo, respinta del
portiere e Meazza si getta sul pallone. Sembra già in rete, ma Plánička, con
un estremo guizzo, cattura il cuoio e spegne l’esultanza dello Stadio.
Le occasioni si susseguono su ambo i lati del campo: nel cuore del primo
tempo i Rossi sfiorano la rete, Combi è già battuto, ma Allemandi è autore
di un provvidenziale salvataggio sulla linea. Poco dopo, è Guaita che si trova
solo davanti al portiere, con Schiavio liberissimo al suo fianco: basterebbe
allungargli la palla e “Anzlèn” la sospingerebbe dentro senza fatica, ma il
“Corsaro” cerca la gloria personale, e sparacchia addosso a Plánička.
L’attacco azzurro è animato in primo luogo dalle intuizioni di Orsi, in
grande giornata anche se impreciso nelle conclusioni personali: “Mumo” fa
ammattire la difesa boema a più riprese, ma Schiavio e Meazza non trovano
il modo di battere Plánička.
In campo avverso si fa notare soprattutto Čambal, bravo a impostare le
azioni dei suoi, stroncate ripetutamente dagli interventi violentissimi di
Monti, che arriva a pestare i piedi agli avversari per impedir loro di saltare e,
a un bel punto, abbatte Svoboda con una micidiale forbice. Per l’arbitro,
nulla da eccepire.
Si va così al riposo a reti inviolate.
Alla ripresa del gioco, l’Italia si lancia alla disperata ricerca del gol,
costringendo Plánička a dar fondo al suo repertorio di acrobazie: il portiere
praghese respinge uno spiovente velenoso di Orsi resistendo nel contempo a
una carica di Schiavio, poi para sullo stesso “Anzlèn”, su Guaita, su
Meazza. Para tutto, il dannato boemo, e il pubblico è come sfibrato dalla
sterile ricerca del gol.
Su un contrattacco dei Rossi, Antonín Puč scivola da solo, batte
violentemente il capo in terra, viene portato fuori. Si riprende quasi subito,
l’ala destra dello Slavia assiste per qualche tempo al gioco come una belva in
gabbia, poi rientra salutato da un applauso. Ma è proprio lui, poco dopo, a
far scendere una nebbia spaventosa sull’assolato catino dello Stadio:
mancano meno di venti minuti alla fine e la Cecoslovacchia preme come
non mai, quando Puč beffa Monzeglio, si aggiusta il pallone nel cuore
dell’area, e lascia partire una fucilata all’incrocio che uccella Combi e gela i
cuori dei presenti. Dopo un lunghissimo e sterile assedio azzurro, sono
passati in vantaggio gli ospiti!
Avrà un bel da scrivere, il giornalista Cantalamessa del Littoriale, che gli
italiani non perdono la fede aggrappandosi alla visione del Capo – «si guarda
il Duce, che è lì a sostenere e ingigantire la fede di tutti» – ma la verità è che
gli italiani, lì per lì, vanno nel panico. I guerrieri della linea mediana ora
appaiono persi, Monzeglio e Allemandi sembrano diventati all’improvviso
due pulcini bagnati, e la Cecoslovacchia scorrazza in lungo e in largo alla
ricerca del colpo del KO.
Ci vuole tutta la freddezza di Combi, che salva in tuffo su una perfida
conclusione a giro di “Olda” Nejedlý, e ci vuole anche fortuna: subito dopo
Sobotka è a un passo dal segnare il raddoppio, ma invece di incrociare sul
secondo palo calcia con potenza cieca e si limita a scuotere l’esterno della
rete.
Si profila una tragedia sportiva e morale senza rimedio. Sembrano
trascorse ore dal gol cecoslovacco, segnato in realtà da pochi minuti. E il
tempo sembra galoppare inesorabile verso il novantesimo.
Pozzo incita i suoi, li invita ad attaccare con ordine, ma la squadra è come
disarticolata. Il commissario urla a Guaita e Schiavio di scambiarsi i posti
per far saltare le marcature, e finalmente gli Azzurri tornano pericolosi.
Confondere gli avversari, però, non è sufficiente: in qualche modo, bisogna
segnare. Serve tutta la sapienza e la malizia di “Mumo” Orsi per salvare la
situazione: riceve palla da Guaita, finta il tiro per mandare fuori tempo la
difesa, quindi lascia partire una rasoiata imprendibile che s’insacca sotto la
traversa: 1-1! Per il momento l’Italia è salva.
Sulle tribune, la gente s’abbraccia, ognuno senza avere idea di chi sta
stringendo, le lacrime agli occhi.
Si inneggia al Duce, all’Italia, a “Mumo” Orsi e ai santi del Paradiso, in
una bolgia di emozioni che sconvolgono i presenti. E, in qualche modo, si
giunge ancora vivi al novantesimo: la finale di questa seconda edizione della
Coppa Rimet andrà risolta ai supplementari.
Nel riposo gli Azzurri si mantengono baldanzosi, in piedi, impazienti di
ricominciare, mentre gli ospiti si abbandonano sull’erba alle mani sapienti
dei massaggiatori. Con ogni evidenza sono loro i più stanchi: il lavoro
atletico effettuato a Stresa e a Roveta sembra aver pagato.
Bisognerà giocare due tempi da un quarto d’ora ciascuno, ma bastano
cinque minuti per piegare l’avversario: dopo un erroraccio a due passi dalla
porta, Meazza si fa perdonare confezionando un passaggio d’oro per Guaita,
novello centravanti. Senza esitare, il “Corsaro nero” intuisce che Schiavio è
libero sulla destra, e smista al bolognese che, senza perdere un attimo, calcia
di forza a incrociare.
Plánička, sbilanciato sul palo più vicino, si tuffa in controtempo per
tentare una disperata deviazione, ma non riesce a far altro che sfiorare la
sfera: con la coda dell’occhio la vede rimbalzare contro la faccia interna del
montante alla propria destra, per rotolare senza pietà nel sacco. È il 2 a 1 per
l’Italia!
Stavolta dalle gradinate non proviene il lieto festare dettato dal sollievo, ma
un grido feroce d’un pubblico che reclama la vittoria, la fine delle
sofferenze, la resa dell’avversario. Si guarda il Duce, ancora una volta, come
se questi avesse potere di mostrare il pollice verso, dichiarare la
capitolazione dei Boemi, far fischiare in anticipo all’arbitro la fine del
match.
Gli uomini in rosso proveranno sino alla fine a cercare la via del pareggio,
ma sono frenati più dall’esaurimento fisico che non dalla lucidità delle
contromisure azzurre. È ancora Combi a dover salvare il risultato, una, due,
tre volte. Quanto agli Italiani, badano a perder tempo, per avvicinarsi alla
fine del match senza più correr rischi.
E ne corrono, invece, con la beata incoscienza di chi presagisce la
consacrazione, vede la propria vita cambiare e sente acclamare il proprio
nome. Ma i tre fischi, infine, arrivano.
Lo Stadio esplode, e con esso sembra esplodere tutta Roma; gli Azzurri si
gettano su Pozzo, lo abbracciano e lo sollevano sulle proprie spalle per
portarlo in trionfo. Gridano e ridono, piangono e tremano, mentre il
vecchio ufficiale degli Alpini si schermisce, supplica che lo rimettano giù e
balbetta complimenti ai suoi ragazzi, gli occhi umidi per l’emozione. Ma
ecco la Coppa tanto sospirata: è per loro, finalmente!
«Per l’Italia, nel nome del Duce, gli Azzurri hanno vinto. Questi
centoventi minuti di spasmodica tensione nervosa, di elettricità balenante,
di erompente entusiasmo, si sono conclusi con l’apoteosi tricolore».
Mussolini in persona, in uno sventolio di bandiere, premia gli Azzurri con
la medaglia d’oro, assegna agli sconfitti il riconoscimento per il secondo
posto, ai Tedeschi quello per il terzo, e fra sé e sé se la ride: domani tutti i
giornali del pianeta celebreranno il trionfo italiano.
Aveva ragione Arpinati, alla fine. Valeva la pena di costruire tutti quegli
stadi, e investire milioni per organizzare un torneo di alto livello, degno
proscenio per la vittoria.
La gente aveva bisogno di parole d’ordine chiare, ma anche di distrazioni e
gioie, e lui gliele aveva regalate: il popolo d’Italia, in cambio, l’avrebbe
seguito in capo al mondo.
Il regalo del Duce

Fu vera gloria? – A ricevimento dal Capo – Il dilemma del regalo perfetto – La sviolinata di
Monzeglio

La vittoria nel Campionato del mondo fu una grande occasione per il


Regime di consolidare la propria popolarità: il fascismo non si limitava a
bonificare aree malsane, a far sorgere dal nulla città nuove o a costruire
gallerie ferroviarie. Come ognun vedeva, propiziava persino i successi
sportivi dei nostri assi su quelli degli altri Paesi.
All’estero, tuttavia, la supremazia degli Azzurri non fu accolta con
altrettanto favore: la stampa europea sottolineò con toni fra il piccato e il
sarcastico i favori arbitrali ricevuti e, in particolare, la licenza di commettere
fallacci concessa agli Italiani da arbitri compiacenti.
In effetti, tanto il primo incontro con la Spagna quanto quelli contro
Austria e Cecoslovacchia erano stati contrassegnati da un gioco assai fisico,
a sprazzi addirittura rissoso, eppure nessuno degli Azzurri era stato
sanzionato, e persino un giocatore notoriamente scorretto come “Luisito”
Monti aveva ricevuto tuttalpiù dei predicozzi di circostanza.
Che dire, poi, delle misteriose assenze tra le file spagnole in occasione del
replay fiorentino? Qualcuno arrivò a insinuare che Zamora non avesse
giocato su ordine del Duce in persona, che avrebbe esercitato la propria
influenza internazionale minacciando la Federazione spagnola di
imprecisate ritorsioni diplomatiche qualora il leggendario guardameta
catalano non fosse rimasto in tribuna. Quando non vi sono prove, il passo
fra ipotesi suggestiva e leggenda complottista è assai breve.
Per restare a un’interpretazione equilibrata degli eventi, è indubitabile che
l’Italia abbia goduto ampiamente dei vantaggi rappresentati dal “fattore
campo”, potendo contare su arbitraggi benevoli. Lo stesso, però, era
accaduto all’Uruguay nel 1930, e la tradizione dei favori nei confronti dei
padroni di casa non si sarebbe certo esaurita con l’edizione italiana del
torneo.
Da qui a dire che l’Italia non meritava la vittoria della Coppa Rimet, però,
ce ne passa, e nel valutare le reazioni sfavorevoli della stampa estera bisogna
fare la tara sulle frustrazioni degli sconfitti. Da un punto di vista tecnico, gli
Azzurri avevano rischiato grosso a più riprese: nel finale della prima partita
contro la Spagna, durante il bombardamento austriaco seguito al gol del
vantaggio e ancora, massimamente, quando mancavano venti minuti al
termine della finalissima e la Cecoslovacchia, già in vantaggio, premeva per
chiudere il match.
Ma sulle parate miracolose di Combi nessuno può eccepire. E nemmeno
sull’efficacia, talora scomposta, di Allemandi e Monzeglio, o sulla ferocia
agonistica della mediana composta da Monti, che non era un semplice
macellaio ma uno dei più forti giocatori del mondo nel proprio ruolo,
Ferraris IV e Bertolini.
Vi fu fortuna e vi furono aiutini, questo è vero, ma vi fu anche una
dimostrazione di forza fisica e carattere che determinò la superiorità sulle
compassate manovre e la minor tenuta delle Nazionali danubiane: il crollo
del Wunderteam e dei Cecoslovacchi nel finale dei match lo dimostra.
Vi fu anche, e questo è da ascriversi ai meriti di Pozzo, una seria
preparazione atletica e morale al torneo, e si ebbe il coraggio di compiere
scelte dolorose ai danni di senatori come Rosetta e Caligaris. O di schierare
contemporaneamente due centravanti, uno di talento come Meazza nel
ruolo di mezzala e un altro come il poderoso Schiavio – o il guizzante
Borel, quando toccò a lui – nella propria posizione naturale. E fu azzeccata
anche la scelta di affiancare al genio dinamico del “Balilla” un uomo
d’ordine come Ferrari, così come quella di dar fiducia incondizionata a Orsi
e a Guaita, e ancora di scambiar di ruolo il “Corsaro nero” e Schiavio nelle
fasi calde della finalissima.
No, Pozzo non era un genio visionario, ma un esperto uomo di calcio, e
con i ragazzi ci sapeva fare: nel motivarli, nel prepararli, e nel capire chi
doveva scendere in campo.
Quanti si ostinavano a ritenere che la Nazionale azzurra avesse
primeggiato per sola fortuna o benevolenza delle “giacchette nere”,
d’altronde, avrebbero presto avuto nuovi temi sui quali riflettere.
Di quale natura fosse il rapporto fra il Capo e gli Azzurri campioni del
mondo è ben illustrato da un racconto che “Farfallino” Borel avrebbe reso,
ormai anziano, quarant’anni dopo la fine della dittatura.
All’indomani della vittoria, dopo una notte in cui è facile immaginare i
ragazzi festanti non solo per il trionfo sportivo ma anche per la fine della
clausura, la squadra venne ricevuta a Palazzo Venezia.
In sovrappiù al premio di 25.000 lire messo in palio dalla Federazione,
infatti, era stato promesso ai giocatori vittoriosi l’onore di un incontro
personale con il Duce. Sulle prime, però, si trovarono di fronte al fido
Starace. «Bravi, bravi ragazzi, siete stati grandi, avete onorato il nome
dell’Italia, avete esaltato la Patria!» li lodò, quindi li accompagnò lungo una
scalinata che conduceva a uno sfarzoso salone. «Adesso il Duce vi riceverà»
promise il segretario del Partito, quindi annunciò: «Vuole fare ad ognuno di
voi, personalmente, un regalo. Esprimete un desiderio, e il Duce vi
accontenterà. Io vado di là, ritorno fra un quarto d’ora. Intanto rischiaratevi
le idee su ciò che desiderate».
Starace sparì, e i giocatori restarono a fantasticare su quel che avrebbero
potuto chiedere al Capo.
Borel aveva lasciato gli studi al Classico a un passo dall’esame finale, e un
po’ gli pesava. Così pensò che avrebbe potuto domandare a chi tutto poteva
la sospirata licenza di terza liceo.
«Chiediamo una tessera ferroviaria a vita» propose invece Combi. «Così
potremo viaggiare gratis per sempre».
Qualcuno la trovò un’ottima idea, altri meno: che importava poter
viaggiare? Meglio richiedere un permesso per aprire un’attività
commerciale nella città d’origine, così da assicurarsi un avvenire al termine
della carriera sportiva.
Sottovoce, emozionati, i ragazzi della squadra azzurra ponderavano le loro
ipotesi come bambini impegnati a scrivere a Babbo Natale. Ancora non
avevano preso una decisione, quando riapparve Starace. «Il Duce non può
venire» li gelò. «È impegnatissimo con l’ambasciatore di Gran Bretagna».
Di fronte alla ragion di stato, nessuno osò fiatare.
«Vi vedrà un’altra volta» promise Starace. «Però dovete ugualmente
esternare il vostro desiderio, che sarà esaudito. Allora, avete deciso?».
Un silenzio imbarazzato avvolse la delegazione, poi dal fondo della sala si
levò la voce di Eraldo Monzeglio, il terzino amico dei figli di Mussolini:
«Vogliamo una foto del Duce con dedica!».
Combi si girò attonito: e la sua tessera ferroviaria? Borel vide svanire in un
attimo il sospirato diploma, e anche le speranze di tutti gli altri andarono in
cenere. Avrebbero volentieri fatto a pezzi quell’adulatore di Monzeglio con
le proprie mani, ma erano nel cuore del palazzo dal quale Mussolini si
affacciava per arringare le masse, e nessuno ebbe il coraggio di protestare.
Starace annuì con un largo sorriso: «Bravi! Il Duce vi accontenterà».
Per la cronaca, Mussolini non trovò mai il tempo di ricevere la
delegazione azzurra, né di vergare le dediche per i calciatori sui propri
ritratti. Solo Monzeglio ebbe l’onore di frequentare la sua cerchia, e tutti gli
altri dovettero accontentarsi delle foto di Starace e del generale Vaccaro.
Anche i premi promessi da quest’ultimo a nome della Federazione
arrivarono solo in parte: le 25.000 lire promesse toccarono soltanto ai
titolari fissi – Meazza le impiegò per ripianare i debiti contratti al poker nel
corso del ritiro – e a chi aveva giocato solo alcune partite arrivarono cifre
assai minori. Borel dovette contentarsi di novemila, e al povero Pizziolo,
che aveva dovuto lasciare la compagine per infortunio, non andò nulla,
nemmeno la medaglia di campione del mondo.
Parte quarta.
La Grande Italia
1934-35. Il Re di Coppe e la Regina del
campionato

Il Bologna sul tetto d’Europa – Un esonero clamoroso – La battaglia di Highbury – Finale a tre

Il 14 giugno 1934, tre giorni dopo il mancato appuntamento a Palazzo


Venezia fra Mussolini e la Nazionale, accaddero due incontri memorabili.
Il primo, largamente sottaciuto dalla stampa, fu il match di boxe fra Primo
Carnera e Max Baer, un pugile del Nebraska di ascendenze ebraiche. Baer
combatteva con la stella di David ricamata sui calzoncini, e strappò al
gigante friulano la cintura di campione del mondo.
Il secondo, magnificato dai mezzi di comunicazione, fu l’appuntamento a
Venezia fra Mussolini e Adolf Hitler, alla sua prima visita ufficiale nel
nostro Paese. Per l’occasione, il Duce fu descritto come l’arbitro della
stabilità europea, il grande protettore della libertà austriaca e l’unico uomo
in grado di sedare le scalmane del novello Führer.
Gli eventi successivi di quella torrida estate, tuttavia, restituirono una
realtà assai diversa.
Non erano trascorse tre settimane, infatti, che la Germania fu squassata da
un’ondata di violenza destinata a passare alla storia come “Notte dei lunghi
coltelli”: in una feroce resa dei conti di sapore barocco, furono assassinati i
vertici delle SA, le primeve squadre paramilitari sulle quali si era fondata la
forza di persuasione del Partito Nazionalsocialista. Autori del massacro,
motivato dalla capacità di ricatto che il leader della formazione Ernst Röhm
sembrava in grado di esercitare sul Regime, erano i nuovi fedelissimi di
Hitler, le SS guidate da Himmler.
Di quale natura fossero gli indicibili segreti che portarono a quell’assassinio
di massa, ci restituisce un’idea una vignetta satirica del Marco Aurelio: vi si
vede una avvenente signora che, in déshabillé, riceve in camera la propria
cameriera. «Signora, c’è alla porta un nazionalsocialista che vi desidera»
annuncia la domestica. «Chiedete meglio» la corregge la bella. «Vedrete che
desidera mio marito».
All’orrore per la barbara purga, si sommava insomma la ridicolizzazione
del Regime nazista visto come una conventicola di omosessuali
sadomasochisti amanti delle divise e delle parate, imitazione perversa e poco
convincente della maschia dottrina fascista.
Prima che fosse trascorso un mese dal massacro, la tensione fra Italia e
Germania raggiunse il culmine: il 25 luglio, a Vienna, un commando
nazista penetrò armi in pugno nel palazzo di Dollfuss. Si tentava
apertamente non solo il colpo di Stato, ma l’eliminazione fisica dell’uomo
che più di ogni altro si opponeva all’annessione dell’Austria al Reich. Nella
sparatoria che seguì all’irruzione, il cancelliere fu ferito a morte e, prima di
chiudere gli occhi, fece in tempo soltanto a raccomandare la propria
famiglia alle cure di Mussolini.
L’Austria sprofondò nel caos, il Duce inviò intere divisioni al Brennero
minacciando guerra alla Germania se le forze armate del Terzo Reich
fossero entrate in territorio austriaco, ma i più smaliziati si domandarono se
non fosse una semplice manovra propagandistica: possibile che, a quaranta
giorni dal cordiale incontro fra i due leader, Hitler si sentisse libero di
spadroneggiare in Austria provocando una crisi diplomatica senza
precedenti?
Quello stesso giorno, mentre migliaia di uomini in grigioverde
viaggiavano verso l’Alto Adige, un nutrito contingente delle forze
dell’ordine raggiunse Bologna con una missione d’altro genere: ottanta
carabinieri e due torpedoni carichi di poliziotti circondarono l’abitazione di
Leandro Arpinati, prelevando l’ex dominus del calcio italiano fra le
implorazioni della moglie, che pregò gli ufficiali di non far fare a suo marito
la fine di Matteotti. In maniera meno cruenta, l’uomo che il mondo
sportivo aveva conosciuto come “Sua Maestà Leandro I” venne arrestato e
condannato a cinque anni di confino a Lipari.
Pagava per la sua dissidenza, le frequentazioni antifasciste e la capacità, del
tutto assente in Starace o nei nuovi gerarchi, di dire le cose in faccia a
Mussolini. Per infangarne l’operato, i provocatori al servizio del Regime
diffusero ad arte la voce che era stato lui l’organizzatore occulto
dell’attentato di Zamboni al Duce, ma non v’era alcuna prova in merito e,
se l’accusa fosse stata formalizzata dal Tribunale speciale, sarebbe costata
ben altra pena.
La verità era molto più semplice: Mussolini aveva sempre ragione. E
chiunque osasse mettere in dubbio questo dogma, foss’anche un vecchio
amico del Capo, andava zittito, emarginato, messo in condizioni di non
nuocere.
Il calcio in Europa era sempre più popolare, e la passione per i club non era
certo inferiore a quella smossa dalle rappresentative nazionali.
Visto il grande successo della Coppa Mitropa, per quell’anno gli
organizzatori decisero di raddoppiare il tabellone inserendo ben quattro
squadre per ognuna delle federazioni partecipanti. La misura consentì il
primo affacciarsi sulla scena continentale di squadre che, sin lì, non avevano
mai giocato incontri ufficiali all’estero.
Per l’Italia, come già ricordato, si erano qualificate Juventus, Ambrosiana,
Napoli – al suo esordio sulla scena internazionale – e il Bologna vittorioso,
sia pure a tavolino, nel 1932.
L’avventura più breve fu quella dell’Ambrosiana, contrapposta agli
sconosciuti Biancoblù boemi del SK Kladno: pareggiata l’andata in
Cecoslovacchia, i Nerazzurri furono battuti a sorpresa fra le mure amiche
per tre reti a due.
Di ben altro calibro era l’avversaria designata dei Partenopei: si trattava
degli zebrati austriaci dell’Admira Vienna, che avevano appena realizzato la
doppietta fra campionato e coppa nazionale. Tra le loro fila tre nazionali del
Wunderteam reduce dal mondiale: il portiere Platzer, il mediano Urbanek e
il cannoniere Anton Schall, insieme ad altri giocatori del giro della
Nazionale come l’ala sinistra Vogl. Nonostante la disparità di prestigio fra le
due formazioni, gli Azzurri riuscirono a rientrare indenni dalla trasferta
viennese, conclusasi a reti inviolate, e si giocarono il tutto per tutto
all’Ascarelli: il confronto si concluse sul 2-2, rendendo necessario uno
spareggio. Questa volta l’Admira dilagò per 5-0, e i sogni di gloria europea
del Napoli si arenarono senza rimedio.
Passarono il turno, invece, Juventus e Bologna.
I Bianconeri, opposti ai “Vetrai” del Teplicky, altra squadra boema alla sua
prima apparizione europea, vinsero agilmente per 4-2 all’andata sul terreno
del Mussolini, ed ebbero la meglio anche nel match di ritorno.
I Felsinei, invece, si trovarono di fronte ai Gialloblù del Bocskay di
Debrecen, la squadra dei nazionali magiari Vágó, Pál Teleky e Imre
Markos. Vinta 2-0 l’andata al Littoriale con reti di Reguzzoni e Schiavio, il
Bologna si trovò a limitare i danni in Ungheria: sconfitto per 2-1, passò il
turno in virtù del maggior numero di gol segnati nel doppio confronto.
Nei quarti di finale, la Juventus si trovò abbinata ai Biancoviola magiari
dell’Újpest, che avevano la loro bandiera nella trentaduenne ala sinistra
Gábor Szabó, già protagonista del trionfo del club nella Mitropa del 1929,
nell’estemporanea Coupe des Nations disputata nel 1930 a Ginevra, e sceso
in campo anche a Napoli negli ottavi del Mondiale contro l’Egitto.
La Juventus non si fece impressionare dal suo curriculum e passeggiò sul
campo dei Magiari imponendosi per 3-1 con rete di Ferrari e doppietta di
“Farfallino” Borel. L’unico gol dei padroni di casa, ad opera di Szabó, è
peraltro da ritenersi irregolare: l’arbitro dapprima lo annullò, quindi,
minacciato fisicamente dai giocatori ungheresi, cambiò idea e consentì a
convalidarlo.
Forte del successo in terra straniera, la Juventus si limitò a controllare la
gara di ritorno: un pareggio fu sufficiente alle Zebre per guadagnare
l’accesso alle semifinali.
Il Bologna, invece, incrociò il glorioso Rapid Vienna infarcito di nazionali
austriaci: c’erano “Pepi” Bican, il peso massimo Smistik e il suo compagno
sulla mediana, il culturista-tappo Franz Wagner. Portiere era la riserva di
Platzer in Nazionale, Rudolf Raftl. In attacco c’era anche Matthias
Kaburek, già incontrato dagli Azzurri in Coppa Internazionale, e
soprattutto il letale Franz “Bimbo” Binder, escluso dalla spedizione
mondiale ma ritenuto in patria il più efficace dei realizzatori.
Il primo giorno di luglio, sul terreno del Littoriale, i Felsinei diedero una
brillante prova di superiorità. Concluso il primo tempo in vantaggio per 2-
1, con Binder a dimezzare in extremis il vantaggio determinato dai gol di
Schiavio e Mario Perazzolo, prestato dalla Fiorentina per la manifestazione,
i Rossoblù nella ripresa umiliarono i Verdi danubiani, seppellendoli sotto
una valanga di reti: nel giro di un quarto d’ora andarono a segno
Reguzzoni, il brillante Dino Fiorini, chiamato a sostituire Monzeglio, e
nuovamente il centravanti della Nazionale. Quando mancavano tre minuti
al termine, lo scatenato Fiorini infilò ancora la rete, per la personale
doppietta e il definitivo 6-1.
Sembrava risultato da cappotto, tale da rendere superfluo il ritorno, ma
una settimana più tardi, a Vienna, il Rapid passò subito in vantaggio col suo
“Bimbo”, e il Bologna dovette battersi col coltello fra i denti per non
lasciarsi sopraffare. Reguzzoni mise a segno sul finire del primo tempo la
provvidenziale rete del pareggio, mentre la seconda frazione fu segnata
dall’uragano di reti di Binder: 2-1 per il Rapid, 3-1, 4-1…
I Felsinei lottarono alla morte per non lasciarsi raggiungere, e i tre fischi
dell’arbitro arrivarono come il premio più dolce per le loro fatiche: avevano
guadagnato la semifinale.
A metà luglio non restavano in lizza che quattro squadre.
Gli uomini di Carcano si trovarono di fronte all’Admira che aveva già
eliminato il Napoli. Il Bologna si vide invece opposta ai Biancoverdi del
Ferencváros, il club dei due attaccanti della Nazionale di Santo Stefano,
Giorgio Sarosi e Géza Toldi.
Giocò per primo l’undici felsineo, impegnato in Ungheria il giorno 15.
Toldi segnò quasi subito, ma il Bologna non si scompose e replicò a stretto
giro di posta con l’ala destra Maini, e il punteggio non si schiodò sino alla
fine dall’1-1.
Una settimana più tardi, al Littoriale, il Bologna fece nuovamente vedere i
fuochi d’artificio ai propri supporter: Perazzolo andò a rete al quinto
minuto, Sarosi pareggiò all’istante, e Maini riportò i Felsinei in vantaggio
alla mezz’ora. Nel secondo tempo, i padroni di casa concretizzarono il loro
stato di grazia infilando ancora la porta avversaria, prima con Schiavio e poi,
per due volte, con il letale Reguzzoni: 5-1.
Almeno una delle due finaliste sarebbe stata italiana.
Il 25, sul terreno del Prater, andò in scena la sfida fra le Zebre austriache e
quelle di Torino. Per i torinesi si dimostrò una partita maledetta: Vogl
portò in vantaggio i padroni di casa al quarto d’ora, e nelle prime battute
della ripresa l’Admira segnò ancora due volte. E, per quanto attaccassero a
tutto campo, gli Juventini non riuscivano a trovare a loro volta la via della
rete: fra pali e traverse, colpirono i legni per ben sette volte, prima che
“Mumo” Orsi riuscisse a infilare il cuoio nel sacco di Platzer.
Si arrivò così al ritorno con la necessità di ribaltare un 3-1. Si giocò a
Genova, ché lo Stadio Mussolini era occupato per una manifestazione di
atletica leggera, e il trasloco non portò fortuna ai campioni d’Italia:
nonostante il promettente avvio, caratterizzato dalle reti di Borel e Orsi,
l’Admira riuscì a segnare intorno al 40’, e nel secondo tempo non ci fu
verso di scuotere nuovamente la rete. Sfumò così il sogno d’una finale tutta
tricolore, aggiungendo un retrogusto amaro all’ultima partita del grande
Combi per i Bianconeri.
L’atto supremo del torneo, la finale fra Bologna e Admira, si consumò
dopo le ferie d’agosto: andata al Prater il 5 settembre, ritorno il 9 al
Littoriale.
In terra austriaca, però, il Bologna si presentò con una formazione che
conteneva due sorprese: mancava Schiavio, sostituito per l’occasione dal
nuovo acquisto Spivach, ed era tornato “Faele” Sansone, convinto a suon di
preghiere e gratifiche economiche a rientrare dall’Uruguay.
I Rossoblù partirono al galoppo, chiudendo il primo tempo sul 2-0, con
gol di Spivach e del solito Reguzzoni, e le Zebre d’Austria entrarono negli
spogliatoi con la sensazione di doversi inventare qualcosa per raddrizzare il
match. Nel primo quarto d’ora della ripresa ci riuscirono sin troppo bene,
però, andando a segno per tre volte nel giro di cinque minuti: 3-2, e
Bologna ancorato in difesa per evitare un passivo ancor più grave.
Quattro giorni dopo, i Felsinei si presentarono al loro pubblico con la
formazione più solida a loro disposizione: Gianni fra i pali, il campione del
mondo Monzeglio e Gasperi terzini; Montesanto, Donati e Corsi a
comporre la mediana; Maini e Reguzzoni sulle ali, la coppia uruguagia
composta da Sansone e Fedullo in qualità di mezzali, e “Anzlèn” Schiavio
al centro dell’attacco.
Per i viennesi c’erano Platzer, Pavlicek e Janda a formare il pacchetto
difensivo; Urbanek, Hummenberger e Mirschitzka mediani; i fratelli Vogl
giostravano sulle ali, interni erano Durspekt e Hahnemann, il giustiziere
della Juventus, con Stoiber centravanti.
Al Bologna serviva vincere con un gol di scarto per pareggiare i conti, con
due o più per assicurarsi il trofeo.
Al 21’ aprì le marcature Maini, ma il pubblico emiliano venne raggelato
alla mezz’ora quando il più anziano e celebre dei fratelli Vogl andò sul
dischetto del rigore, spiazzò Gianni e pareggiò. A far tornare il colorito sui
volti dei tifosi pensò il provvidenziale Reguzzoni, autore del nuovo
vantaggio bolognese appena un minuto più tardi, e capace di segnare il gol
del 3-1 a cinque minuti dalla fine del primo tempo. Al momento, la Coppa
era del Bologna, che poco dopo fece un altro passo fondamentale verso la
vittoria: al 44’, stoccata di Fedullo, Platzer nuovamente battuto, e squadre al
riposo sul 4-1.
Ora bisognava contenere l’impeto delle Zebre austriache, giocare di
rimessa, perder tempo. Nella ripresa, però, i Felsinei non si limitarono a
sfiancare i Bianconeri viennesi. Arrivarono anche a beffarli negli ultimissimi
scampoli di match, con la rete di Reguzzoni, capocannoniere della
manifestazione, che fissò il risultato sul definitivo 5-1: il Bologna si era
innalzato per la seconda volta sul tetto d’Europa.
Dopo una Mitropa ottenuta nel 1932 senza poter giocare la finale, questa
volta la superiorità dei Veltri non conosceva ombre: i Rossoblù avevano
rifilato dolorose goleade al Rapid, al Ferencváros e da ultimo all’Admira,
capace di eliminare prima il Napoli e poi la Juventus.
Il torneo nazionale ripartì alla fine di settembre, per la prima volta nel
formato a 16 squadre. Sarebbe proseguito il regno della Juventus?
La squadra capace di vincere quattro titoli consecutivi mostrava le prime
crepe: il secondo portiere Valinasso fu promosso fra i pali al posto di
Combi, mentre Alfredo Foni fu ingaggiato dal Padova per far coppia con
Rosetta dal momento che Caligaris cominciava a scricchiolare. Per il resto, i
campioni erano tutti al loro posto. Con un anno in più sul groppone.
Se c’era una squadra in grado di interrompere il monopolio bianconero,
era opinione comune che potesse trattarsi solo della banda di “Anzlèn”
Schiavio, rinforzata dal ritorno di Raffaele Sansone e galvanizzata dal
trionfo europeo.
All’Ambrosiana-Inter di Meazza, infatti, era sfuggito all’ultimo l’acquisto
che avrebbe innalzato il tasso tecnico della rosa a livelli assoluti: Silvio Piola,
il giovane cannoniere vercellese al quale tutti pronosticavano un grandioso
avvenire.
Piola, infatti, era stato dirottato verso la capitale da una manovra politica
del generale Vaccaro: per impedirgli di giocare a Milano, era stato chiamato
a svolgere il servizio militare a Roma, e precisamente alla Farnesina. Se non
voleva rinunciare al torneo, gli fu spiegato, avrebbe fatto bene a firmare per
la Lazio. E lui firmò.
Sempre la Lazio, reduce da un torneo di centroclassifica ma animata da
grandi ambizioni, si assicurò in maniera clamorosa i servigi di Ferraris IV, la
bandiera della Roma cacciata con ignominia da Sacerdoti. Una clausola del
contratto prevedeva che, se avesse giocato il derby, sarebbero andate 25.000
lire alla sua vecchia società. Andarono a rafforzare ulteriormente la
compagine biancoceleste il trentenne “Sfondareti” Levratto e lo statuario
trevigiano “Gipo” Viani, per sei stagioni mediano dell’Ambrosiana.
Per sopperire al mancato ingaggio di Piola e alla partenza di Levratto, i
Nerazzurri ripiegarono su tre oriundi, tutti tesserati per i club argentini di
Avellaneda: l’italo-argentino De Vincenzi del Racing, e gli italo-uruguagi
Ernesto Mascheroni e Roberto Porta dell’Independiente. Questi era
cognato del centromediano nerazzurro Ricardo Faccio e nipote del
leggendario Abdón Porte, il calciatore morto suicida perché non poteva
sopportare di essere stato relegato a riserva nel suo Nacional Montevideo.
In altre parole, tre scommesse al posto di due certezze. Viani fu invece
sostituito con Pitto del Bologna.
Due novità di rilievo anche alla Fiorentina: un portiere nuovo di zecca
come Ugo Amoretti, ex Padova e Genova, e l’ingaggio come mister di
Guido Ara, il leggendario mediano della Pro Vercelli capace di vincere sei
titoli a cavallo della Grande Guerra, celebre anche per aver coniato l’adagio
secondo il quale «il calcio non è uno sport per signorine».
Non faceva segnalare movimenti degni di nota il Napoli, il cui destino
appariva per molti legato agli sviluppi del matrimonio di Sallustro con la
bella Lucy D’Albert: da quando era diventato il marito della sciantosa,
Attila aveva praticamente smesso di segnare, lasciando ogni responsabilità
all’ormai anziano Vojak.
Poche rivoluzioni anche sulla sponda giallorossa della capitale: orfani di
Ferraris IV, gli scanzonati uomini di Sacerdoti si affidavano all’esperienza di
Bernardini, alla fantasia di Scopelli e al devastante talento di Guaita, mentre
Stagnaro era entrato in rotta di collisione con “Fuffo”, del quale reclamava
la posizione in campo, e sembrava ai margini della squadra.
Si esauriva così il panorama delle plausibili pretendenti al titolo.
Sembravano infatti destinate a un torneo in tono minore Milan,
Alessandria e Triestina, mentre i pronostici assegnavano la salvezza come il
risultato da raggiungere per un Torino ormai decaduto, così come per i
Rosanero del Palermo, il Brescia, il Livorno, la Pro Vercelli orfana di Piola
e l’unica neopromossa, ovvero la Sampierdarenese.
Quando dalla teoria si passò alla pratica, a lasciar tutti sbalorditi fu la
Fiorentina: l’équipe gigliata guidata da Ara infilò la bellezza di dodici
risultati utili consecutivi, portandosi in testa alla classifica con quattro punti
di vantaggio sui campioni d’Italia.
I Viola, forti d’una squadra ormai rodatissima che vedeva ancora tra le sue
fila buona parte dei fondatori e un certo numero di innesti ben riusciti,
potevano contare sull’arcigna retroguardia composta dal nuovo portiere, da
Magli e dal biondo dalmata Gazzari; su una mediana composta dallo stiloso
nazionale Pizziolo, da Bigogno e dall’intellettuale – e antifascista – Bruno
Neri; sull’efficacia delle ali Prendato e Nehadoma, sulla fantasia degli
interni, il padovano Perazzolo e l’oriundo uruguagio Gringa, e sulla vena
realizzativa del centravanti viareggino “Garone” Viani. Nessuno di loro era
un asso di fama mondiale, ma insieme costituivano un undici affiatato e più
motivato che mai dal carattere di ferro dell’allenatore.
Per contrasto, la Juventus si trovava a gestire una crisi tecnica senza
precedenti: dopo quattro anni di trionfi, era saltata da un giorno all’altro la
panchina di Carlo Carcano, e nessuno sapeva spiegare esattamente come
mai.
A quanto pareva, la risposta non andava cercata nei risultati: al momento
dell’esonero, avvenuto fra l’ottava e la nona giornata, l’allenatore più
vincente del calcio italiano aveva messo insieme cinque vittorie, una delle
quali contro l’Ambrosiana, una sconfitta in trasferta sul terreno della Lazio
e due pareggi. La squadra era al secondo posto, ad appena due punti dai
Viola capolista, così che nulla si poteva ritenere compromesso in chiave-
scudetto. D’altronde, il torneo era cominciato da appena due mesi.
L’altra causa più frequente di licenziamento d’un allenatore va ricercata
nelle rivolte di spogliatoio, magari capeggiate da qualche nuova stella che
rompe gli equilibri in essere. Neppure questa ipotesi, però, sembrava
tenere: gli uomini agli ordini di Carcano erano i fedelissimi che aveva
saputo portare alla vittoria per un quadriennio filato.
Cosa, allora? I giornali non ne scrissero una riga, ma pian piano venne
fuori che l’allontanamento del tecnico era legato ad aspetti della sua vita
privata, giudicati incompatibili con la serena conduzione della squadra.
Cosa mai poteva avere combinato, per minarsi all’improvviso la
reputazione dalla mattina alla sera? E come mai questi misteriosi aspetti
della vita privata, sino a quel giorno, non avevano dato fastidio a nessuno e
anzi erano andati bene persino al quadrato Vittorio Pozzo, che l’aveva
voluto al suo fianco nella preparazione della Nazionale?
La tradizionale riservatezza piemontese, caposaldo dello “stile Juve”, non
si lasciava scalfire dalla curiosità dei reporter d’assalto, né Carcano intendeva
dare pubblicità alla cosa.
La verità restava appannaggio del diretto interessato, di Edoardo Agnelli,
del “barone” Mazzonis e di pochi altri consiglieri, e presto qualcuno se la
sarebbe portata nella tomba.
Solo a parecchi anni di distanza chi indagava sul giallo dell’esonero
avrebbe trovato qualche timido indizio, basato non su confessioni ma su
spifferi di corridoio, ai quali le personalità coinvolte non avevano alcun
interesse a dar credito.
La direzione nella quale indagare, si suggerì, era quella delle preferenze
sessuali del mister. Non l’avevano notato, come era attento alla forma e
all’eleganza? Con quale vezzo, già arrivato alla mezz’età, indossava ancora il
suo giacchetto di daino?
Avrebbe dichiarato in proposito Pietro Rava, “cadetto” delle giovanili
juventine all’epoca dell’esonero: «Carcano aveva tendenze omosessuali. Il
fatto era risaputo e il barone Mazzonis, severissimo, ne era assai disturbato.
Faticava ad accettare certi atteggiamenti e uno di questi, accaduto un giorno
di febbraio, potrebbe essergli stato fatale».
L’omosessualità, argomento impronunciabile nella virile Italia fascista e
pretesto per sbeffeggiare i costumi dei nazisti tedeschi, era stata la segreta
colpa di Carcano. Si parlò di una sua relazione con un giovane calciatore
sudamericano, del quale nessuno avrebbe mai fatto il nome.
Ma c’era di più, a quanto si mormorava: il mister non sarebbe stato l’unico
“perverso uranista” di quella squadra invincibile. Secondo qualche voce mai
confermata, erano stati toccati dalla medesima accusa anche il gladiatorio
“Luisito” Monti e Mario Varglien, accusati da anonimi dirigenti bianconeri
di essere interessati alle grazie di “Farfallino” Borel.
Certo è che Carcano fu l’unico a pagare con l’allontanamento dal club e
dalla Serie A in generale – si accasò in seconda serie al Genova –, mentre i
calciatori continuarono a vestire la maglia bianconera senza conseguenze
apparenti. Furono affidati alla doppia guida della vecchia bandiera Bigatto e
di Benedetto Gola, che fecero il loro esordio in panchina rimediando una
sonora sconfitta sul terreno del Bologna.
A ottant’anni dagli eventi, scriverà Alfio Caruso nel suo Un secolo azzurro:
«Nella realtà pare che proprio gl’indignati difensori della morale ambissero
alle grazie di Felicino [Borel]. Agnelli jr. ha avuto la forza di evitare lo
scandalo, il Regime ha però preteso che venisse cancellata l’onta».
Nel suo saggio, Caruso si attenta a fare altri due nomi di stelle del
firmamento calcistico anni Trenta che avrebbero avuto segrete preferenze
omosessuali: l’invidiatissimo marito della bella Lucy D’Albert, il re delle
notti napoletane Attila Sallustro, e l’arcifascista campione del mondo Eraldo
Monzeglio, «troppo dandy ed effeminato in un ambiente votato alla rudezza
e alla sguaiataggine».
Se Caruso abbia ragione o meno, e su quali prove fondi le sue
ricostruzioni, non è argomento del presente volume. Ci basti ricordare che,
ancora nel XXI secolo e in pieno dibattito sui diritti civili delle coppie gay,
in Italia non s’è sentito un singolo calciatore della massima serie dichiarare
pubblicamente la propria omosessualità, ultimo e all’apparenza inscalfibile
tabù del calcio italiano.
Il 14 novembre, Vittorio Pozzo e i suoi Azzurri erano attesi da
un’amichevole molto speciale.
L’Italia era stata infatti sfidata dall’Inghilterra, ché i maestri inglesi,
refrattari ad accettare i verdetti della FIFA, volevano stabilire se i tanto
decantati campioni del mondo erano in grado di giocarsela contro di loro.
A Londra e dintorni l’incontro venne dipinto come “la vera finale”,
mentre in Italia assunse un valore simbolico fortissimo: Mussolini promise
ai giocatori un’Alfa Romeo e un forte premio in denaro in caso avessero
espugnato Highbury, lo stadio dell’Arsenal scelto per la sfida.
Per l’occasione furono ben sette i giocatori dei Gunners schierati in maglia
bianca: il portiere Moss, i terzini – George Male e il divo Eddie Hapgood –
e il mediano sinistro Wilf Copping, e ancora il tridente d’attacco formato
da Bowden, dal celeberrimo Cliff Bastin e dal centravanti Drake. Gli altri
mediani erano Britton dell’Everton e l’ex minatore Jack Barker, in forza agli
“Arieti” del Derby County, mentre sulle ali c’erano il muscolare Eric
Brook, idolo del Manchester City, e un giovanissimo Stanley Matthews,
rivelazione dello Stoke City.
Pozzo si affidò in larga parte agli uomini che avevano conquistato la
Coppa Rimet: il cambio di Combi con Ceresoli era dettato da cause di
forza maggiore, mentre vennero confermati Monzeglio e Allemandi, e i tre
guerrieri della mediana Ferraris, Monti e Bertolini, così come Guaita e
Orsi sulle ali. Meazza fu spostato al centro dell’attacco, nel ruolo che
ricopriva abitualmente in campionato, così che al fianco di Giovanni Ferrari
sulla mezzala si liberò un posto che venne assegnato a Serantoni, meno
tecnico e compassato del collega ma dotato di un’indubbia capacità di “fare
legna”.
L’incontro, giocato in una fitta nebbia e destinato a essere ricordato nel
Regno Unito come uno dei più violenti di sempre, iniziò con un’azione
degli Albionici stroncata da un fallaccio di Ceresoli, uscito a valanga su
Drake. L’intervento indusse l’arbitro a concedere un rigore benché si
giocasse da neppure un minuto. Sul dischetto andò Brook, ma Ceresoli
intuì la traiettoria, si gettò sulla propria destra e neutralizzò il tiro.
Non trascorsero neppure sessanta secondi, che l’Inghilterra tornò a farsi
sotto: nel tentativo di sottrarre il pallone al centravanti avversario, “Luisito”
Monti si fratturò malamente un malleolo, ma sulle prime fece finta di nulla,
strinse i denti e restò in campo nonostante il dolore. Nel giro di pochi
minuti, però, si ritrovò a zoppicare penosamente e ad accusare un capogiro,
così non gli restò che saltellare mestamente fuori dal rettangolo di gioco.
Ferraris prese il suo posto come centromediano, ma l’Italia si trovava pur
sempre un uomo in meno.
A profittarne immediatamente fu Brook, che si fece perdonare dai suoi
per l’errore dal dischetto: su un preciso cross del giovane Matthews,
sovrastò i difensori azzurri e incornò all’incrocio. Nei successivi dieci
minuti l’Inghilterra spadroneggiò: ancora Brook uccellò Ceresoli con un
calcio di punizione di rara potenza, quindi andò a segno anche Drake.
In qualche modo, però, l’Italia riuscì a ritrovare il bandolo della matassa. Il
risultato più evidente fu l’arrestarsi del profluvio di gol inglesi, la
conseguenza quasi fatale il passaggio da un gioco duro a una sorta di
pancrazio: Hapgood si trovò col naso rotto e dovette essere condotto fuori
dal campo per qualche tempo, Brook rimediò una frattura al braccio,
Bowden un calcione alla caviglia, mentre Drake fu platealmente preso a
cazzotti da Ferraris.
Nel secondo tempo, Pozzo ripropose la mossa che aveva propiziato il
successo contro la Cecoslovacchia, ovvero lo scambio di posizioni fra ala
destra e centravanti per disorientare la difesa avversaria: Guaita si portò in
mezzo, Meazza si decentrò, e quasi subito trovò il modo di trasformare un
passaggio di Orsi in rete: 3-1 al quarto d’ora della ripresa.
Non passano due minuti che il “Balilla” semina ancora il panico, stavolta
con un preciso pallonetto di testa che scavalca Moss e s’insacca scatenando il
gaudio della colonia italiana: 3-2.
Gli Inglesi percepiscono nell’aria il sentore di un’amara beffa, e tirano un
sospiro di sollievo quando una micidiale sberla al volo di Guaita si spegne
senza conseguenze.
Scossi nell’orgoglio, i padroni di casa tornano all’assalto: ora «Monzeglio e
Ceresoli e Allemandi lavorano come negri, ma con abilità grande». Il
portiere azzurro è chiamato a un intervento dietro l’altro, ma l’Italia non si
arrende.
Nella nebbia che infittisce, si va a caccia del pareggio, e i padroni di casa
tirano un sospiro di sollievo quando una nuova botta di Guaita scuote
l’esterno della rete.
È la fine. I giocatori, esausti e in buona parte contusi, escono dal campo e
ricevono l’applauso unanime del pubblico, più impressionato dallo
spettacolo delle prove di valore che non dal tasso tecnico del match. Per la
stampa italiana si tratta di una vittoria morale dei campioni del mondo,
prontamente ribattezzati i “Leoni di Highbury”, ma questa volta i
giornalisti di regime non sono ridotti a cantarsela e suonarsela da soli.
La cronaca del match fa infatti il giro del mondo, e i primi ad ammettere la
grande prova degli Italiani sono proprio i nostri tradizionali rivali.
Scrive il Telegraph di Vienna: «gli Italiani hanno sostenuto un
combattimento eroico, e se si fossero ritrovati in normali condizioni di
forma, oggi si sarebbe assistito alla prima sconfitta degli Inglesi in casa
propria».
Rincara il praghese Posledni List: «La sconfitta di Highbury è una vittoria
morale della Nazionale italiana».
Non la pensano esattamente nello stesso modo i padroni di casa: a Londra
si punta il dito contro l’«unusually robust character» del match, e si riporta
l’opinione, più improntata al disgusto che non alla celebrazione epica, di un
anonimo giocatore inglese che dichiara «it was not a game of football, it was
a battle».
E, nei giorni successivi, quella che sarebbe stata ricordata per sempre sulle
isole britanniche come la «infamous battle of Highbury» scatena una
polemica circa gli inutili pericoli che i professionisti inglesi correrebbero nel
giocare in Nazionale contro le selezioni continentali, disposte a ogni
bassezza pur di riportare la vittoria, distorcendo lo spirito di quello che
dovrebbe restare «the beautiful game».
«Questi incontri internazionali vanno incoraggiati soltanto se portano con
sé reciproca comprensione e buona volontà» scrive il Guardian. «Ciò può
accadere a patto che i giocatori delle due squadre, e gli spettatori stessi,
siano disposti ad ammettere nel corso del match che i loro avversari possono
essere sportivi altrettanto validi di quanto, si spera, essi stessi sono […]. A
dispetto di alcuni articoli giornalistici sopra le righe, in Europa c’è ancora
buon senso a sufficienza per mettere in guardia la gente su un fatto: la
vittoria per 3-2 ottenuta ieri ad Highbury dall’Inghilterra su una gagliarda
selezione d’Italia in un incontro di calcio non va giudicata né un trionfo per
il governo britannico, né una minaccia per la posizione di Mussolini in
Italia».
La Fiorentina capolista allenata da Guido Ara cadde per la prima volta nel
derby dell’Appennino giocato al Littoriale, per mano di un Bologna che
quell’anno perdeva punti con le piccole e tornava in sé solo in occasione dei
grandi appuntamenti.
I Gigliati riuscirono comunque a laurearsi campioni d’inverno, con due
punti di vantaggio sulla Juventus, tre sull’Ambrosiana e cinque sulla Roma
di Guaita.
Negli stessi giorni, si compiva la via crucis di Octavio Fantoni, uno dei
paulisti della BrasiLazio insieme ai cugini – João e Leonízio – e a “Filó”
Guarisi. L’italo-brasiliano, componente titolare della mediana biancoceleste
insieme a Viani e Ferraris IV, era padre di due bambine e da poco tempo
vedovo. Si era procurato una lesione al naso nel corso del match del 20
gennaio contro il Toro, ma la ferita, mal curata, si era infettata ed era
degenerata in setticemia. Dopo due settimane di sofferenze, il povero
Octavio perse definitivamente conoscenza. Morì l’8 febbraio, lasciando le
figliole sole al mondo e sprofondando l’intera squadra capitolina nello
sgomento.
Al terzo turno del girone di ritorno, la capolista era attesa sul terreno di
una Pro Vercelli staccata all’ultimo posto. Con la forza della disperazione,
gli epigoni delle leggendarie Bianche casacche sconfissero per 2-0 la squadra
guidata dalla vecchia bandiera Guido Ara.
Grazie a quel rovescio dei Toscani, la Juventus riuscì a portarsi a un solo
punto dalla vetta, e la banda di Peppino Meazza a due.
I Viola, però, sembravano non credere più al miracolo di portare il titolo
in riva all’Arno: qualcosa nella loro macchina da gol si era inceppato, e
anche la difesa non era più la muraglia d’inizio torneo. Infilarono un mese
filato di risultati deludenti, pareggi e sconfitte inframmezzate soltanto da
una vittoria di misura al Berta contro le Rondinelle del Brescia, e la
Juventus balzò in testa.
Il 24 marzo, dopo un’interruzione di oltre dodici mesi dettata dai
Mondiali, si tornò a giocare un match valevole per la terza Coppa
Internazionale. Gli Azzurri viaggiarono verso Vienna, ospiti di quel
Wunderteam che volentieri si sarebbe preso una rivincita casalinga dopo la
sberla rimediata a Milano l’estate precedente.
Fra i Bianchi c’erano ancora i principali protagonisti della rassegna
mondiale: Platzer, il coriaceo Smistik, “Cartavelina” Sindelar.
L’Italia, invece, giocava con una formazione in larga parte rinnovata: il
nerazzurro Ceresoli fra i pali, Monzeglio e “el Tío” Mascheroni come
inedita coppia di terzini; Pitto, Faccio e il felsineo Giordano Corsi mediani;
Guaita e Orsi sulle ali, Giovanni Ferrari e Demaria interni, e l’esordiente
Silvio Piola centravanti. Fu proprio il giovane piemontese a risolvere
l’incontro con una sonora doppietta nel secondo tempo.
Per il Wunderteam non c’era più niente da fare; in compenso, l’Europa
intera si accorse che in Italia era sorta una nuova stella.
Una settimana più tardi, un altro addio aveva marcato la stagione
bianconera: “Mumo” Orsi, espulso insieme al nerazzurro Ghidini nel
secondo tempo di un’Ambrosiana-Juventus conclusasi a reti inviolate, uscì
per l’ultima volta dal rettangolo di gioco indossando la casacca bianconera.
Dopo cinque campionati e mezzo, quattro dei quali conclusi col trionfo
delle Zebre, la più grande ala sinistra della Serie A si apprestava a lasciare in
via definitiva l’Italia per rientrare in Sud America. Il campione del mondo
aveva già trentatré anni ma era intatto nel fisico come nello spirito, e la fama
guadagnata in Europa gli avrebbe consentito di giocare ancora diverse
stagioni di alto livello fra la natìa Argentina, dove sarebbe tornato a vestire la
maglia della Nazionale, l’Uruguay e il Brasile.
Il duello a tre fra Ambrosiana, Fiorentina e Juventus, forse il finale di
campionato più appassionante e combattuto nella storia della Serie A a
girone unico, proseguì colpo su colpo sino alla fine di maggio.
Alla terzultima giornata la Juventus, sconfitta a San Siro dal Milan, restò
ferma a quota 40 e venne appaiata dall’Ambrosiana, che portò a casa un
punto dall’incontro allo Stadio del Littorio di Cornigliano, casa della
Sampierdarenese, mentre la Fiorentina, battuto il Bologna fra le mura
amiche, tornò a farsi sotto a 39 punti: con appena centottanta minuti da
giocare, ognuna delle tre squadre poteva nutrire legittime speranze di
vincere il torneo.
Alla penultima, il 26 maggio, la Juventus ospitava la già condannata Pro
Vercelli e l’Ambrosiana il pericolante Torino, penultimo e disperatamente
bisognoso di punti: vinsero entrambe senza fatica. Le ambizioni della
Fiorentina, invece, si spensero definitivamente sul campo di Alessandria,
dove i Grigi vinsero per due reti a zero.
Si arrivò così all’ultimo atto, con i Bianconeri e i Nerazzurri appaiati a 42
punti e la Fiorentina a 39, ma non del tutto fuori dai giochi. Se pure aveva
dovuto salutare lo scudetto, infatti, la compagine viola poteva essere
determinante per la sua assegnazione: il calendario, infatti, prevedeva
l’ultimo match dei Bianconeri proprio al Berta, mentre Meazza e i suoi
avrebbero giocato a Roma contro la Lazio.
È il 2 giugno 1935, e gli ultimi, decisivi, novanta minuti del torneo
meritano di essere seguiti in simultanea.
Sul terreno di Firenze, la Juve schiera la nuova retroguardia composta da
Vallinasso, l’esperto Rosetta e Foni; la mediana classica Varglien I-Monti-
Bertolini; Diena II e Cesarini sono le ali, Giovanni Ferrari e “Farfallino”
Borel gli interni, mentre il posto di centravanti è occupato dal giovane
Guglielmo Gabetto.
Per i padroni di casa, ci sono Amoretti, Gazzari e Magli; Pizziolo,
Bigogno e Neri; il prolifico “Garone” Viani e Gringa sulle estreme,
Perazzolo e Scagliotti mezzali, e Prendato al centro dell’attacco.
A Roma, invece, i Nerazzurri scendono in campo con Ceresoli, Agosteo
e “el Tío” Mascheroni in difesa; Ghidini, l’uruguagio Faccio e l’ex
bolognese Pitto sulla mediana; l’altro oriundo Porta ala destra, Vecchi sulla
estrema sinistra; gli italo-argentini De Vincenzi e Demaria sono gli interni,
il “Balilla” Meazza centravanti.
La Lazio risponde con Blason, Bertagni e Serafini; “Gipo” Viani, Ferraris
IV e Pardini sulla mediana; “Filó” Guarisi e il vecchio Levratto sulle ali,
Fantoni I e Bisagato interni, Silvio Piola centravanti.
La prima rete arriva proprio dal terreno della capitale: al settimo minuto
Porta batte Blason, portando virtualmente l’Inter avanti di un punto,
quanto basta per mettere le mani sullo scudetto. Cinque minuti dopo, però,
l’ex Levratto castiga i suoi vecchi compagni e pareggia, riportando il match
e la stessa contesa per il torneo in perfetto equilibrio.
A Firenze, infatti, nessuna delle due squadre sta riuscendo a infilare la rete.
Dieci minuti più tardi, però, Silvio Piola va a punto, facendo esultare non
solo i sostenitori biancocelesti, ma anche gli Juventini, che tornano avanti
d’un punto.
Quando gli arbitri mandano le squadre al riposo, i risultati recitano
Fiorentina-Juventus 0-0; Lazio-Ambrosiana 2-1. Per il momento, la
Juventus è campione d’Italia, ma tutto è ancora possibile.
Nella ripresa, la tensione raggiunge un livello insostenibile: a Roma,
l’arbitro Scorzoni fischia un rigore per l’Ambrosiana. Sul dischetto va il
terzino Mascheroni: nei suoi piedi c’è il possibile pareggio e il riaggancio in
classifica. Prende la rincorsa, calcia… fallisce!
La disperazione dei Nerazzurri si concreta in catastrofe quando manca
meno di un quarto d’ora alla fine: a Firenze, Giovanni Ferrari ha portato la
Juventus in vantaggio.
Ora ai Nerazzurri pareggiare non basta più, serve vincere a ogni costo,
sempre che i Viola non facciano un miracolo. Invece, quando mancano otto
minuti al termine, è la Lazio a segnare: doppietta di Piola e partita sul 3-1.
Meazza guida gli ultimi, frenetici assalti. Riesce ad accorciare le distanze
quando mancano solo due minuti al termine, poi è la fine: da Firenze non
arriva alcuna buona notizia, e in sovrappiù Piola firma il definitivo 4-2.
La cifra di quella rotta subita in extremis resterà a lungo impressa nella
memoria dei tifosi nerazzurri, che parecchi decenni più tardi dovranno fare
i conti con un’identica débacle: ancora un 4-2 subito dalla Lazio li priverà
di un titolo inseguito fino all’ultimo.
Del pari, resterà indelebile nella memoria dei Bianconeri la vittoria del
quinto, sudatissimo, scudetto consecutivo, apoteosi dell’irripetibile Juventus
del “Quinquennio d’oro”.
1935-36. La fine del monopolio

Una tragedia nelle acque di Genova – Il ritorno della Coppa Italia – Guerra in Etiopia, terrore fra gli
oriundi – Il Bologna di Andreolo castiga tutti

Fra incontri internazionali e competizioni di club, il calendario calcistico


era ormai fittissimo: il campionato 1934-35 si era appena chiuso, quando
ebbe inizio la nuova edizione della Mitropa.
Il tabellone, articolato come l’anno precedente, comprendeva sedici
squadre.
Delle quattro italiane qualificate, fra le quali mancava il Bologna detentore
del trofeo, due caddero al primo turno. Erano l’Ambrosiana-Inter, sconfitta
pesantemente in casa e nuovamente al ritorno dai Viola dell’Austria Vienna,
e la Roma, alla quale la vittoria a Campo Testaccio contro il Ferencváros
non bastò per salvarsi da una colossale goleada nel match di ritorno a
Budapest: 8-0 per i Biancoverdi ungheresi di Sarosi e Géza Toldi, e
avventura finita per la Lupa.
Miglior sorte arrise alla Juventus e alla Fiorentina, al suo esordio nella
competizione continentale.
I campioni d’Italia si trovarono contrapposti a un team non irresistibile, i
“Birrai” rossoblù del Viktoria Pilsen, e rimediarono un 3-3 in terra ceca
per poi superare agevolmente gli avversari a Torino: 5-1 lo score, con
doppiette di Ferrari e “Farfallino” e rete del giovane Diena, ormai inserito
stabilmente come ala sinistra al posto di Orsi.
Quanto ai Viola, furono protagonisti di una vittoria corsara nel match di
andata sul difficile terreno dell’Újpest – 0-2 con reti delle ali Comini e
Gringa – ratificata da un combattuto 4-3 al Berta.
Nei quarti di finale, alla Juventus toccarono i Biancoblù magiari
dell’Hungária MTK, ai Viola il più blasonato Sparta Praga, la Squadra di
ferro di “Olda” Nejedlý e del belga Braine.
I Bianconeri vinsero agevolmente per 3-1 in terra straniera: dopo i primi
quarantacinque minuti terminati sullo zero a zero, nel secondo tempo
mandarono a segno Ferrari, il nuovo centravanti Gabetto e il giovane
Diena, così che bastò loro un pareggio casalingo nel retour match per
assicurarsi la semifinale.
I Gigliati, invece, furono presi a pallonate in quel di Praga: chiuso il primo
tempo con un passivo di due reti, nella seconda frazione videro dilagare i
Praghesi, che segnarono ancora cinque volte. Nonostante il punto
dell’onore messo a segno da Gringa, tornarono a casa con un quasi
irrimediabile 7-1 sul groppone. Come prevedibile, non bastò loro una
prova coraggiosa la settimana successiva, quando prevalsero sul terreno
amico, sotto gli occhi di un arbitro austriaco chiamato Frankenstein, con
l’inutile vantaggio di tre reti a una.
Dopo un mese di incontri, non restavano che quattro squadre: il
Ferencváros di Sarosi si trovò di fronte l’Austria Vienna di “Cartavelina”
Sindelar, mentre ai Bianconeri toccò lo Sparta.
Prima ancora che si potessero disputare i match di andata, però, la
Juventus fu toccata da una terribile tragedia, che marcò anche
simbolicamente la fine del suo quinquennio dorato.
Era il 14 luglio, il giorno della rivoluzione francese, e Edoardo Agnelli
rientrava da uno dei soliti viaggi in idrovolante a Forte dei Marmi, per
trovare la bella e tormentata moglie Virginia Bourbon e la nidiata dei
figlioli.
A bordo del velivolo, lui e il fidato pilota Ferrarin.
Nell’ammarare di fronte a Genova, si trovarono di fronte a uno stuolo di
fotografi, imbarcati per l’occasione su piccoli natanti. Le eliche dei motori
erano ancora in movimento, così che il frastuono impediva di sentire le loro
voci, ma era chiara la loro intenzione: imploravano un bel ritratto in posa.
Non era la prima volta e, come già accaduto in passato, il quarantatreenne
presidente della Juventus decise di accontentare quegli amabili rompiscatole.
Così sgusciò fuori dalla fusoliera e, da sportivo qual era sempre stato, si
innalzò con un bel gesto atletico sull’ala. Gli piaceva, farsi fotografare lassù.
Si sentiva una specie di Italo Balbo, forse meno eroico ma certo più snello e
decisamente molto più ricco.
I fotografi cominciarono a scattare. In redazione sarebbero stati contenti.
Dal posto di pilotaggio, Ferrarin tenne a bada la preoccupazione: la
manovra non era ancora del tutto conclusa, ma di fronte ai capricci del
patron cosa si poteva fare? Non si accorse del tronco semisommerso che
navigava dritto contro il pattino del velivolo.
Non se ne accorsero nemmeno i fotografi, impegnati a scattare a raffica,
men che meno Edoardo Agnelli, che ristava, il sole in fronte, a godersi
quelle attenzioni che tanto lo gratificavano.
L’urto del tronco contro il pattino dell’idrovolante fu sufficiente per
modificarne l’ormai lenta traiettoria.
I fotografi si accorsero con un sussulto che Agnelli perdeva l’equilibrio.
Qualcuno rise sotto i baffi pensando che a quel vanitoso sarebbe toccato un
bagno imprevisto. Ma anche il buonumore degli invidiosi si spense
all’istante: il presidente della Juventus finì a capofitto sull’elica ancora in
movimento, le pesanti pale taglienti come lame di una ghigliottina, e piovve
in acqua con la testa già spiccata dal corpo.
Il pilota intuì dalle espressioni sconvolte dei fotografi ciò che era accaduto:
era già troppo tardi, e nessun soccorso poteva rimediare a quell’orrore.
Nell’andata del 16 luglio al Letenský, i Praghesi vinsero sulla Juventus per
2-0.
Cinque giorni dopo, al Mussolini, i Bianconeri, il lutto al braccio per la
scomparsa del presidente, erano chiamati a ribaltare il risultato per accedere
alla finale. Per l’occasione Virginio Rosetta, nei nuovi panni di allenatore-
giocatore, schierò un attacco formato dal nuovo acquisto Prendato sull’ala
destra, Renato Cesarini sull’estrema opposta, Borel e Ferrari interni, e
Gabetto punta.
Prendato andò a segno nelle primissime battute, accendendo di speranza le
gradinate del Mussolini ma, per quanto la Juventus spingesse, il secondo gol
non voleva arrivare. Riuscì a realizzarlo, a ripresa inoltrata, “Farfallino”
Borel: ora i conti erano in pari. Lo Sparta, però, trovò lo spunto giusto con
l’implacabile “Olda”, risprofondando i Bianconeri nell’ansia di non farcela.
Solo un estremo guizzo di Borel a pochi secondi dalla fine valse il 3-1 e il
diritto a disputare una “bella”.
Fu stabilita come sede Basilea, ma questa volta il genius bianconero non
venne in soccorso alle undici Zebre: al riposo lo Sparta conduceva già per
3-0, e al punto dell’onore messo a segno su rigore da Foni, erede di
Caligaris come terzino sinistro, la Squadra di ferro rispose con un nuovo
punto del belga Braine, e l’estrema beffa di una quinta rete al 90’.
Juve a casa con le pive nel sacco, e Sparta in finale contro il Ferencváros:
vincerà la banda boema di “Olda” e Braine, lasciando ai Bianconeri la
magra consolazione di aver ceduto solo di fronte ai futuri vincitori della
Coppa.
Per la stagione 1935-36 fu introdotto anche sul suolo patrio un torneo a
eliminazione, che avrebbe intersecato il suo calendario con quello della
Serie A: la Coppa Italia, che la Federazione intendeva rivivificare dopo
l’edizione sperimentale del 1922, vinta dal Vado dell’allora giovanissimo
“Sfondareti” Levratto.
In realtà si era già provato a riportare in auge la manifestazione nel 1926-
27, ma il torneo era stato abortito dopo i turni preliminari, ché le squadre
della massima serie l’avevano osteggiato sostenendo di non avere date a
disposizione per disputare gli incontri.
Ora, invece, s’intendeva fare le cose sul serio, coinvolgendo tutte e 98 le
squadre delle tre serie maggiori in un elaboratissimo tabellone: la formula
prevedeva ben quattro turni preliminari prima di arrivare ai sedicesimi di
finale, fase nella quale avrebbero fatto la loro apparizione i club di Serie A,
ciascuno opposto a una delle superstiti.
Era quasi scontato che a riportare il trofeo, la cui finale si sarebbe giocata
con una partita secca in quel di Genova, sarebbe stato un club della massima
serie ma, in linea teorica, avrebbero potuto spingersi fino a Marassi anche le
semisconosciute formazioni della Serie C.
I primi turni furono giocati fra settembre e ottobre, e i più appassionati fra
i calciofili ebbero modo di documentarsi sulle imprese di club dai nomi
pittoreschi come il Grion Pola, la Falck di Sesto San Giovanni, la
Fratellanza Sportiva Sestrese e la Sempre Avanti! di Piombino.
Era in quella ridda di realtà provinciali, in quel circo di colori e
denominazioni radicate nel territorio, che viveva ancora lo spirito
originario del “meraviglioso giuoco”; così, nello scorrere i trafiletti del
Littoriale o della Gazzetta dello Sport, non c’era tifoso della Juventus o
dell’Ambrosiana, del Bologna o della Roma, che non sperasse in segreto di
veder progredire nel torneo qualcuno di questi club piccoli ma portatori di
un immaginario sincero, ruspante, incorrotto, per certi versi fors’anche
invidiabile.
La Juventus, ormai, non era più lei. Agnelli non c’era più, Carcano era
stato cacciato, Combi era un ex calciatore, Caligaris era stato ceduto al
Brescia, Giovanni Ferrari all’Ambrosiana, Orsi era felicemente tornato nella
sua Avellaneda e giocava per l’Independiente, e il folle, talentuoso, Cesarini
lo imitò nel cuore dell’estate rientrando alla squadra d’origine, il Chacarita
Juniors.
Del gruppo storico restavano il “senatore” Virginio Rosetta, nel doppio
ruolo di terzino e mister, Mario Varglien, Monti, Bertolini e “Farfallino”
Borel.
La Juventus aveva cambiato poco o niente per un periodo troppo lungo, e
ora che le venivano a mancare gli uomini-chiave sembrava destinata a una
lenta, dolorosa, metamorfosi.
I giocatori provenienti dalle giovanili e dalla squadra riserve, infatti, non
sembravano all’altezza dei loro predecessori: Armando Diena, Nini
Varglien, Teobaldo Depetrini non davano troppa fiducia. Si poteva nutrire
qualche legittima speranza nel terzino Pietro Rava e nel nuovo centravanti,
il longilineo e acrobatico Guglielmo Gabetto, prospetti di buona qualità, ma
apparivano decisamente immaturi al confronto con gli uomini che erano
chiamati a sostituire.
Serviva rinforzare la squadra, altrimenti le Zebre non sarebbero state che
la pallida imitazione della “squadra-cannone” capace di dominare per un
lustro. La nuova presidenza, gestita in coabitazione da Craveri e dal barone
Mazzonis, portò a casa solo nomi di medio calibro: oltre all’ex viola
Prendato, il fratello maggiore di “Farfallino”, Aldo Borel, e il vicentino
Umberto Menti, che lasciava intravedere una classe sopraffina ma aveva
appena diciott’anni. Troppo poco per dominare ancora: appariva molto
improbabile che la Vecchia Signora potesse far gioire ancora una volta il suo
ormai sterminato pubblico di estimatori.
Stratosferico si era dimostrato, invece, il mercato della Roma. Renato
Sacerdoti, “il Banchiere di Testaccio”, si assicurò in un colpo solo la coppia
di terzini della Nazionale, Gigi Allemandi ed Eraldo Monzeglio.
L’unica partenza di rilievo fu quella di Costantino: in seguito alla
promozione del suo Bari, il “Reuccio” pugliese volle ad ogni costo vestirne
la maglia, e il posto vacante sull’ala venne assegnato a Renato Cattaneo,
trentadue anni, minuta bandiera dell’Alessandria rinomata per i suoi
dribbling ubriacanti.
Prima ancora di arrivare a Roma, dove avrebbe preso casa nel cuore di
Testaccio, Cattaneo scrisse alla dirigenza capitolina di sentirsi onorato per il
suo ingresso «nella famiglia giallo-rossa, che io difenderò con grande
passione e onore come ho fatto per ben diciassette anni nella famiglia
grigia».
Con i due terzini campioni del mondo davanti alla porta di Masetti, il
dottor “Fuffo” Bernardini a guidare la mediana, gli spunti di Cattaneo sulla
fascia e Guaita abile a trasformare in gol ogni pallone che passasse dalle sue
parti, la Roma poteva finalmente aspirare a quello scudetto che le era
sempre sfuggito.
Meno scintillanti erano apparsi i movimenti di mercato delle altre
pretendenti al titolo. L’Ambrosiana aveva perduto Allemandi, sostituito da
Giovanni Vincenzi del Napoli, ma si era rifatta con l’acquisto di Ferrari.
Come rinforzi furono prelevati tre elementi dalla Serie B: il mediano Sala,
protagonista nella promozione del Genova; Natale Masera, rientrato alla
base dopo una fortunata stagione a Bari, e lo strabico jolly dei Giovani
Calciatori Vigevanesi, Piero Antona.
La Fiorentina di Ara sembrava esaurita dallo sforzo compiuto invano
l’anno precedente: si limitò a ingaggiare l’ala Ermes Borsetti dalla retrocessa
Pro Vercelli, a promuovere in prima squadra il polivalente Italo Romagnoli,
e ad acquistare un paio di rinforzi dalle serie inferiori che si sarebbero
limitati a giocare fra le riserve.
Anche il Bologna si era limitato nel numero dei movimenti di mercato,
ma non nella qualità.
Il suo mister, Árpád Weisz, già vincitore del titolo con l’Ambrosiana alla
vigilia della lunga dominazione juventina, si era installato con la bella
moglie Elena e i due figlioli nel quartiere residenziale che sorgeva fra porta
Saragozza e il nuovo “rione della Rivoluzione fascista”, a ridosso del
terreno della storica polisportiva Virtus e a un tiro di voce dal catino in
mattoni del Littoriale. Presa per mano la squadra rossoblù a metà del torneo
precedente, non era riuscito a raddrizzarne la stagione, ma ora ripartiva con
rinnovate ambizioni. Per riportare il Bologna in alto, aveva spiegato al
presidente Dall’Ara, sarebbe bastato l’inserimento di un fuoriclasse nel
ruolo chiave di centromediano.
Così il Bologna aveva pescato nell’ormai tradizionale bacino uruguagio,
tesserando un nuovo oriundo, Michele Andreolo. Ventitré anni, fisico
massiccio, fronte bassa ed espressione perennemente improntata al
sarcasmo, Andreolo vantava radici familiari nel Cilento ed era titolare
inamovibile nel Nacional. In patria era considerato l’erede in Nazionale di
una leggenda vivente del calcio uruguagio come il “Gallego” Fernández,
ma ormai si era stancato di aspettare il proprio turno e voleva farsi valere in
Europa al fianco di Fedullo e Sansone.
L’unico altro rinforzo era stato quello, decisamente meno roboante, di
Alcide Violi, attaccante della Reggiana, da impiegarsi come centravanti
nelle occasioni in cui il vecchio Schiavio si fosse fermato per qualche
acciacco, o sull’ala in caso di indisponibilità di Maini.
Mister Weisz, poi, aveva definitivamente assegnato al dinamico universale
Dino Fiorini, giovane sciupafemmine della Bassa bolognese, il posto di
terzino destro lasciato vacante da Eraldo Monzeglio: Fiorini avrebbe fatto
coppia davanti alla porta del “Gatto magico” Gianni insieme al veterano
Felice Gasperi.
Il torneo maggiore non aveva ancora avuto inizio, che già il panico
serpeggiava fra i calciatori, e in particolar modo fra gli oriundi
sudamericani, terrorizzati all’idea di essere chiamati sotto le armi.
Gli era che il Duce sembrava fermamente intenzionato a far la guerra in
Africa, attaccando l’Etiopia del Negus Hailé Selassié dalle colonie italiane
d’Eritrea e Somalia.
Il pretesto era stato l’attacco di un nutrito corpo d’armati abissini al fortino
italiano di Ual Ual, nella spopolata regione dell’Ogaden, culminato col
massacro dei militari italiani del presidio. Mussolini, però, non sembrava
contentarsi di un risarcimento o di una revisione definitiva dei confini:
voleva mangiarsi l’Etiopia tutta intera, a dispetto del suo diritto di Stato
libero e indipendente con tanto di seggio alla Società delle Nazioni.
Il pretesto era quello di civilizzare le barbare regioni dell’Amhara e del
Tigré, del Sidamo e del vecchio sultanato di Harar, per abolirvi la schiavitù
e instaurarvi la più luminosa forma di civiltà. A nessuno, però, sfuggiva
l’intenzione di vendicare i brucianti rovesci patiti ad Adua, e le sempre
frustrate speranze di unificare il Corno d’Africa sotto la bandiera tricolore
con lo scudo di Savoia, per regalare anche all’Italia un impero coloniale che
potesse competere con quelli britannico e francese.
Non sfuggiva, per certo, alla stessa Società delle Nazioni, che ammonì
l’Italia minacciando sanzioni e isolamento, ma il Duce non se ne diede
ragione, e continuò a preparare l’invasione.
Di guerra non volevano proprio sentir parlare i ragazzi nati a San Paolo,
Montevideo e Buenos Aires, che si erano procurati un passaporto italiano
solo per esercitare la professione di calciatore e trovare tranquillità e
benessere. A loro, dell’Impero e delle prove di forza fra il Duce e il resto del
mondo non importava un fico secco: erano prontissimi a tornare brasiliani,
uruguagi, argentini. “Mumo” Orsi, che era sempre stato un dritto, l’aveva
già fatto: non stava bene, lui? Persino cittadini dell’Alaska sarebbero
diventati, pur di non ritrovarsi con un fez in testa e un fucile in spalla di
fronte alle bande urlanti di Hailé Selassié, che prima di uccidere i
prigionieri si divertivano a evirarli.
Bisognava trovare un modo di andarsene dall’Italia. Anche alla chetichella,
purché si facesse in fretta.
Il 19 settembre, tre giorni prima che avesse inizio il nuovo campionato di
Serie A, nella caserma romana di via Paolina sono chiamati a sostenere la
visita militare tre ragazzi molto celebri: il “Corsaro nero” Enrique Guaita,
capocannoniere del torneo appena concluso, Alejandro Scopelli e Andrés
Stagnaro. I tre oriundi della Roma vengono giudicati senza esitazioni abili e
arruolati, ed escono preoccupatissimi dall’edificio.
Ad aspettarli a bordo di un taxi c’è il direttore sportivo, Biancone, che si
ritrova investito di domande.
«È sicuro che resteremo in Italia?» domanda Stagnaro.
«Non ci mandano in Africa, vero?» gli fa eco Scopelli.
Solo Guaita, pensoso, tace.
Bianconi li rassicura: ai calciatori tocca un trattamento di favore. «Vi
manderanno alla Farnesina, come Piola» garantisce. «Imboscati in qualche
ufficio. Sarà soltanto un pro forma».
«Forse l’arruolamento si può evitare» prende la parola il “Corsaro nero”.
«Non possiamo fermarci al consolato argentino? Lì qualcuno ci potrà dare
indicazioni».
Bianconi nicchia. Con l’aria che tira, evitare la leva, sia pure quella
all’acqua di rose prevista per gli assi della Serie A, non è una buona idea. Il
presidente potrebbe avere qualcosa da ridire. Ma, in fondo, lasciare i tre al
consolato non gli costa nulla. «Purché non facciate tardi all’allenamento di
oggi pomeriggio» si raccomanda nel lasciarli scendere.
«Saremo puntualissimi» garantisce Guaita. È l’ultima volta che un
dirigente romanista lo vede in faccia.
All’allenamento, i tre non arriveranno mai.
Quando scattano le ricerche, si troveranno testimoni pronti a giurare di
aver visto i tre a bordo di una grossa vettura diretti verso la periferia nord
della capitale.
La faccenda passa in breve nelle mani della polizia, che conferma le
indicazioni: Guaita, Stagnaro e Scopelli, dopo essere transitati dal consolato
argentino, sono montati su una Lancia Dilambda e si sono diretti a tutta
velocità verso l’Alta Italia. La vettura è stata abbandonata nei pressi della
stazione ferroviaria di Santa Margherita Ligure, dove i reprobi sono saliti su
un treno diretto in Francia. A quest’ora, ormai, sono oltreconfine, forse già
su uno dei grandi transatlantici che salpano da Marsiglia, in ogni caso fuori
dalle grinfie delle autorità fasciste.
È uno scandalo, ed è un durissimo colpo alle ambizioni della Roma.
I tre vengono accusati di esportazione illecita di capitali in combutta col
presidente Sacerdoti. Al “Banchiere di Testaccio” vengono fatte pesare le
origini ebraiche, ritenute di per sé prova di spregiudicatezza finanziaria e di
scarso attaccamento alla Patria. Così lo si mandò al confino, per far sedere
sulla poltrona presidenziale un uomo vicino al Regime, Antonio Scialoja.
I tre oriundi, invece, vengono linciati a mezzo stampa: «Di pecore
travestite da leoni domenicali non abbiamo bisogno, né crediamo
opportuno continuare a nutrire serpi in seno». Oltre alle pecore e alle serpi,
le invettive di quei giorni contro lo straordinario cannoniere della Roma e
della Nazionale riportano alla mente anche le volpi e il loro controverso
rapporto con l’uva: «Di questo gesto», si arriva a scrivere, «siamo contenti
come di una liberazione».
Difficile da credere, se è vero che per rimpiazzare i fuggitivi la Roma
dovrà accontentarsi di due uomini prelevati in extremis dal Cagliari,
Subinaghi e D’Alberto, più il veterano Pietro Pastore, il calciatore-sosia di
Rodolfo Valentino giunto ormai al capolinea della propria carriera. Pastore,
nella capitale, si farà ricordare più per le sue prestazioni d’attore a Cinecittà
– in quel 1935 recita nelle pellicole a sfondo militare Milizia territoriale di
Mario Bonnard e Aldebaran di Alessandro Blasetti – che non per gli
scampoli di partita giocati a Campo Testaccio.
Il torneo ebbe inizio il 22 settembre.
Vinse la Juventus, vinse la Roma e vinse anche il Bologna, 4-1 sul
Genova, la cui unica rete fu segnata dal “Filtrador” Guillermo Stabile,
rientrato alla base dopo un anno d’esilio a Napoli mentre i Grifoni
lottavano in Serie B. Tempo di raggiungere la Superba, il fragile cannoniere
fece le valigie, salì in nave e tornò in patria: il suo contributo al torneo era
stato davvero minimale, l’attaccamento alla maglia non esattamente quello
che si richiede a una “bandiera”, ma si è visto che quell’anno gli Argentini
non si sentivano troppo a loro agio nel Bel Paese.
Partirono invece ad handicap l’Ambrosiana e la Fiorentina.
I Nerazzurri furono sconfitti alla prima giornata dal Brescia e costretti al
pareggio dai “cugini” del Milan la settimana successiva.
I Viola, invece, asfaltati nel primo turno al Littorio di Trieste da un
perentorio 5-1, alla seconda giornata furono superati al Berta dal Bologna
nel derby dell’Appennino.
Al terzo turno il Bologna batté, con un netto 3-0, anche l’Ambrosiana, e
la settimana seguente espugnò l’Ascarelli, restando l’unica squadra a
punteggio pieno.
Il 2 ottobre il Capo si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia e annunciò
alla folla che il dado era tratto. «Alle sanzioni militari risponderemo con
misure militari» promise. «Ad atti di guerra risponderemo con atti di
guerra».
Con ogni evidenza, non voleva lasciare Hitler come unico rappresentante
dei governanti megalomani pronti a calpestare ogni regola della pacifica
convivenza fra le nazioni. Ma era il Capo, e nessuno ormai aveva voce per
protestare.
L’indomani, dalle basi militari eritree, l’anziano De Bono diede inizio
all’invasione. Muoveva alla testa di centomila militari italiani, perlopiù
ragazzi delle classi 1911, ’12, ’13 e ’14, coetanei quindi di tanti calciatori di
Serie A. Erano rinforzati dal Corpo d’armata coloniale, una composita
falange costituita da venti battaglioni di ascari, gruppi d’artiglieria,
formazioni di carri d’assalto, squadroni di cavalleggeri noti come “Penne di
falco” e bande irregolari indigene.
Nel mentre, da sud, Graziani guidava le truppe stanziate in Somalia, per
stringere le armate abissine in una morsa fatale. Poiché i combattimenti in
un territorio immenso e accidentato, quasi del tutto privo di strade, si
potevano rivelare insidiosi, si pensò bene di coadiuvare le truppe di terra
con un adatto contingente di squadriglie aeree: la “Disperata” di Galeazzo
Ciano, la “Testa di Leone” e le altre formazioni non avevano solo l’incarico
di compiere ricognizioni o di mitragliare le truppe nemiche, ma anche di
spargere fitte coltri di iprite e bombardare le popolazioni civili con bidoni a
scoppio caricati con gas asfissianti, e la stessa artiglieria era incaricata di
impiegare proiettili caricati con micidiali reagenti chimici.
Secondo le parole di Graziani, ogni mezzo era lecito pur di frenare le
“orde barbariche” che, a ben vedere, combattevano per la libertà del
proprio Paese.
La risposta della Società delle Nazioni non si fece attendere: già il 7
ottobre l’aggressione italiana venne condannata, e intorno alla metà di
novembre furono promulgate sanzioni economiche ai danni del nostro
Paese, con i soli voti contrari di Austria, Ungheria, Albania e Paraguay.
Il Regime ne profittò per suonare la grancassa della propaganda: nei
principali comuni del Regno furono apposte lapidi che riportavano
iscrizioni a perenne infamia delle grandi potenze che tentavano di
strangolare l’Italia. Il riferimento alla Francia e alla Gran Bretagna era
chiarissimo.
In realtà, il durissimo embargo proclamato dalla Società delle Nazioni
conobbe numerose eccezioni, tanto che l’Italia continuò a importare più o
meno sottobanco le materie prime essenziali all’industria, ma per il Regime
era fondamentale dipingere acriticamente l’Italia come vittima delle
“demoplutocrazie straniere”, per indurre nella popolazione un sentimento
di rivalsa, onde preparare i giovani a qualsiasi mobilitazione, e i maturi a
ogni sacrificio.
Il 17 novembre 1935, all’Arena di Milano, doveva andare in scena
Ambrosiana-Juventus.
Al momento del raduno pre-partita, però, i Nerazzurri si trovarono a fare
i conti con una dolorosa evidenza: Peppino Meazza, il condottiero della
squadra, non si era presentato e risultava irreperibile.
Affrontare i campioni d’Italia senza di lui avrebbe rappresentato una
figuraccia e un suicidio sportivo, così vennero sfruttati tutti i canali a
disposizione della dirigenza per capire dove si fosse cacciato.
Il “Balilla”, ormai, viveva da signore: le sue serate nei locali à la page, in
abito impeccabile e gardenia bianca all’occhiello, erano sulla bocca di tutti,
e lo si sapeva munifico frequentatore delle più rinomate case chiuse di
Milano. Fu proprio in una di queste che lo ritrovarono, addormentato dopo
una notte brava che si era prolungata… fino ai tempi supplementari.
Fu caricato di peso in taxi sotto una pioggia torrenziale, forzato a indossare
divisa sociale e tuta nel corso del viaggio, e condotto di gran carriera allo
stadio. Arrivò quando i compagni erano ormai pronti a uscire dagli
spogliatoi per entrare sul terreno di gioco, ma fu lesto a liberarsi dal torpore:
la pioggia battente, la vista delle gradinate colme e delle maglie bianconere
gli fece l’effetto di un triplo caffè, ché si scatenò come non mai, propiziando
la subitanea riscossa dei suoi dopo cinque minuti iniziali di marca juventina.
A rompere l’equilibrio fu un gran diagonale a giro di “El Tío” Mascheroni
e, tre minuti dopo, il “Balilla” marcò personalmente con il più classico dei
gol di rapina: palla arenata nel fango dell’area, Valinasso incerto se uscire o
meno, e Meazza più rapido di tutti a sospingere il cuoio in rete.
Nel secondo tempo, uscito per una botta alla schiena l’ex Serantoni,
l’Ambrosiana si trovò in vantaggio di un uomo e Meazza, incontenibile,
segnò nuovamente con un’ubriacante discesa, liberandosi prima dell’uno e
poi dell’altro terzino bianconero: Rosetta e Foni, ormai seduti nel fango,
dovettero guardarlo infilare la porta per la seconda volta.
Il “Balilla” diede fondo al repertorio pochi minuti più tardi: corner
spiovente per l’Ambrosiana, e calibrato colpo di testa di Meazza per la rete
del 4-0.
Non possono esservi molti dubbi su dove il “Balilla” nerazzurro sia andato
– o, meglio, tornato – a festeggiare la roboante vittoria.
Natale si avvicinava e, in testa alla classifica, continuava la fuga del
Bologna: dopo un pareggio indolore sul terreno della Juventus, i Felsinei
tornarono a marciare a doppia velocità battendo il Brescia al Littoriale,
espugnando San Siro e regolando nettamente la Roma dell’ex Monzeglio.
Ora i Felsinei erano seguiti soltanto dalla coppia formata da Torino e
Genova. Dietro venivano, a distanza di rispetto, Juventus, Roma e
Ambrosiana. La Fiorentina, irriconoscibile rispetto all’anno precedente, era
inabissata in piena zona-retrocessione insieme al Bari.
Nell’atmosfera irreale che contraddistingueva quell’autunno di guerra e
autarchia, con tanti ragazzi lontani da casa per combattere un nemico
considerato al tempo stesso disorganizzato e feroce, la Nazionale tornò in
campo per giocare le ultime due partite valevoli per la terza Coppa
Internazionale.
L’Italia, saldamente in testa alla classifica, era in posizione favorevole per
mettere nuovamente le mani sulla coppa di cristallo: regolata l’Austria,
restavano da incontrare Cecoslovacchia e Ungheria, e secondo i calcoli
sarebbe potuto bastare racimolare un punticino per aggiudicarsi il trofeo.
La prima uscita, in quel di Praga, andò a vuoto: nell’anniversario della
Marcia su Roma, gli Azzurri si trovarono a giocare sul terreno dello
Sportovní in condizioni meteorologiche spaventose, e non riuscirono a
trovare il bandolo della matassa.
In campo c’erano Ceresoli, la coppia di terzini “mondiali” Monzeglio e
Allemandi, una mediana composta da Pitto, Faccio e Giordano Corsi,
questi ultimi scelti al posto degli indisponibili Monti e Bertolini. Inedito
anche l’attacco: sulle ali il trentaduenne Cattaneo e il triestino Colaussi, che
di anni ne aveva appena ventuno e, se non fosse diventato calciatore di Serie
A, avrebbe seguitato a guadagnarsi la pagnotta come garzone di ciabattino.
Meazza e Demaria erano gli interni, mentre al centro dell’attacco c’era
Silvio Piola, alla seconda partita in azzurro ma già ritenuto l’erede di
Schiavio per gli anni a venire.
I padroni di casa passarono in vantaggio nelle prime battute della ripresa,
Pitto riuscì a pareggiare il conto a un quarto d’ora dalla fine, ma poco dopo
Václav Horák mise fine alle speranze italiane d’un trionfo anticipato.
Tutto da rifare in quel di Milano, contro l’Ungheria, un mese più tardi.
Il 24 novembre, per la sfida decisiva, Pozzo ridisegnò la squadra:
confermato il pacchetto difensivo, schierò sulla mediana Pitto insieme ai
recuperati “Luisito” Monti e Bertolini. In avanti, promosse l’oriundo Porta
come ala destra e confermò Colaussi sull’estrema opposta, mentre si affidò
agli esperti Demaria e Giovanni Ferrari come interni, piazzando al centro
dell’attacco il “Balilla” Meazza.
La partita fu una mezza delusione, ché l’Ungheria sembrava tornata agli
antichi fasti e l’Italia imballata: a passare in vantaggio, sul finire del primo
tempo, furono gli ospiti, con punto dell’ottimo Sarosi. L’Italia conobbe una
vampata nel cuore della ripresa, quando andarono a rete nel giro di due
minuti il giovane Colaussi e poi lo scafato Ferrari, ma prima del termine
Sarosi riuscì a pareggiare.
Il necessario punto in due partite era stato ottenuto per il rotto della cuffia,
così che il pubblico milanese e la stampa sportiva salutarono con modesto
entusiasmo la prova azzurra e la conquista del principale trofeo per nazionali
del Vecchio continente.
Ormai l’Italia non si poteva più accontentare di primeggiare, doveva
dominare in lungo e in largo, altrimenti non ci si poteva ritenere
soddisfatti.
Ad ogni buon conto, sul Littoriale dell’indomani la prima pagina fu divisa
in due parti: quattro colonne per il resoconto della partita, e tre per la
cronaca della cerimonia d’assegnazione delle medaglie al valore ai prodi
aviatori italiani che si distinguevano in Etiopia. La foto del capitano
Galeazzo Ciano, decorato con la medaglia d’argento come pilota della
“Disperata”, occupava decisamente più spazio rispetto a quella di Colaussi.
Il messaggio era chiaro: in tempo di guerra, persino sulla stampa sportiva le
imprese dei calciatori dovevano lasciare spazio alle gesta dei guerrieri.
Alla vigilia dell’Epifania, penultimo turno d’andata, il Bologna cadde sul
campo del Palermo; gli piombarono addosso all’unisono la Juventus e un
Torino mai così in palla dai tempi del “Trio delle meraviglie”.
La squadra, tornata agli ordini di Tony Cargnelli, era profondamente
rinnovata rispetto a quella di poche stagioni prima, tanto che dai tempi
dello scudetto di Baloncieri, Libonatti e Rossetti non sembravano trascorsi
pochi anni, ma un evo intero.
Ultimi senatori che potevano ricordare quei tempi erano il portiere Bosia,
al quale veniva preferito sempre più spesso il giovane Maina, e il mediano
Antonio Janni, titolare della Nazionale nella seconda metà degli anni Venti,
prima che il blocco juventino prendesse il sopravvento. L’altra bandiera era
l’ala Onesto Silano, cresciuto nelle fila dei Balon boys, che all’epoca dello
scudetto era solo uno sbarbato esordiente, e ora invece aveva intere stagioni
da titolare alle spalle. I terzini titolari erano l’altro prodotto del vivaio
Osvaldo Ferrini e l’ex vercellese Mario Zanello, con il nuovo acquisto Luigi
Brunella, prelevato dai Giovani Calciatori Vigevanesi, pronto all’uso in caso
di defezioni.
Sulla mediana, insieme a Janni, giocavano di preferenza altri due ragazzi
dalla lunga militanza granata: Filippo Prato e Giacinto Ellena, e un altro ex
dei Balon boys, Federico Allasio, era impiegato di frequente al posto
dell’uno o dell’altro.
All’ala destra, opposto a Silano, c’era Mario Bo, anch’egli cresciuto nelle
giovanili granata, mentre giocavano come interni Pietro Buscaglia,
ennesima scoperta dei Vigevanesi, e Fioravante Baldi, che invece era nato in
Svizzera da una famiglia d’immigrati e si era fatto conoscere come calciatore
insieme al fratello Giuseppe nelle fila del Foggia. Con Baldi era arrivato
dalla Daunia Attilio Sudati, utile rimpiazzo sull’ala, mentre giocava
centravanti Remo Galli da Montecatini, già capocannoniere della seconda
serie con i Canarini del Modena.
La storia di quel Torino era tutta nel curriculum dei suoi uomini: non
serviva necessariamente svenarsi per i servigi di qualche nome altisonante,
per respirare l’aria fina dell’alta classifica. Potevano bastare un allenatore
carismatico, un paio di senatori memori degli antichi fasti, un blocco di
ragazzi del vivaio e qualche innesto proveniente da squadre altrettanto
virtuose nel far crescere le nuove leve.
Una settimana più tardi, i Bianconeri furono gli unici del gruppo di testa a
vincere, e si laurearono a sorpresa campioni d’inverno, dimostrando di poter
aspirare all’ennesimo titolo: nonostante le defezioni e il ricambio
generazionale in corso, la squadra girava ancora, e Gabetto, là davanti,
segnava a ripetizione.
La lotta a tre per lo scudetto, tema dell’anno precedente, sembrava
destinata a ripetersi: Juventus, Bologna e Torino viaggiarono lottando
punto su punto sino ai primi tepori di primavera.
Il 15 marzo erano perfettamente allineate in testa alla classifica, con la
Roma in posizione preminente rispetto al gruppetto delle inseguitrici.
La settimana successiva, il Torino fu l’unica a vincere e si ritrovò, dopo
anni, a far da capolista.
Lo scontro diretto fra Granata e Rossoblù, in grado di stabilire le gerarchie
in vista della volata finale, andò in scena il 12 aprile, al Littoriale.
L’incontro, a lungo in parità, si sbloccò solo nella ripresa grazie a un rigore
realizzato da Reguzzoni, al quale fece seguito il definitivo 2-0 felsineo
marcato da Maini: tanto bastò perché il Bologna rimettesse la testa avanti in
classifica.
Quando mancavano quattro giornate alla fine, i Felsinei erano a 34 punti,
il Toro a 33, e la Roma, poco prolifica ma quasi impenetrabile in difesa,
aveva guadagnato la terza posizione a 32. Seguivano la Juventus a quota 31,
una brillante Triestina a 30 e l’Ambrosiana, trascinata dai gol di Meazza, a
29.
Le sei squadre di testa radunate in sei punti erano un evento raro, indice di
un campionato equilibrato e suscettibile di regalare un finale da fuochi
d’artificio. La pattuglia delle aspiranti alla vittoria finale era seguita a
considerevole distanza dalla Fiorentina, ripresasi dal disastroso inizio di
stagione, ma anche in fondo la situazione era di grande incertezza: dai Viola
in giù, rischiavano tutte di restare coinvolte nella bagarre per non
sprofondare in B insieme al Brescia, sconsolato fanalino di coda.
In Etiopia, frattanto, si era perduto il conto di morti e feriti.
Badoglio aveva assunto il comando al posto di De Bono, giudicato troppo
indeciso, e le sue armate stavano portando la distruzione nel cuore
dell’Etiopia. L’impero feudale del Negus stava bruciando per intero: oltre ai
caduti in battaglia e alle vittime dei bombardamenti, c’erano moltitudini di
profughi in fuga dalle proprie terre, schiavi liberati desiderosi di regolare i
conti con i vecchi padroni. Scorrazzavano dall’una e dall’altra parte del
fronte bande armate al servizio dei ras locali, lieti di mettersi al servizio
degli italiani per stanare e massacrare i fedeli di Hailé Selassié.
I suoi appelli alla Società delle Nazioni cadevano inesorabilmente nel
vuoto: non restava che tentare il tutto per tutto e tentare di arrestare gli
italiani sul campo.
L’ultima grande battaglia, nella conca di Mai Ceu, aveva visto impegnati i
Kebur Zabagnà, le truppe scelte della Guardia Imperiale, guidati da ufficiali
con il berretto all’occidentale contornato da criniere leonine e armati di
carabine Mauser gentilmente fornite dal Führer – che avrebbe volentieri
visto l’Italia in difficoltà per avvicinarla alla propria orbita.
Le truppe d’élite del Negus, inizialmente, avevano inflitto gravi perdite
agli Alpini della Pusteria; questi, però, erano riusciti a raddrizzare le sorti
dello scontro grazie all’intervento degli ascari eritrei, e da ultimo gli abissini
erano stati messi in fuga.
I guerrieri Galla, nemici giurati dell’etnia dominante, avevano attaccato
l’esercito imperiale in rotta verso le pianure del lago Ascianghi, e i superstiti
erano stati raggiunti dalle squadriglie di caccia della Regia aeronautica che
avevano bombardato le colonne con le bombe C500 caricate all’iprite.
Migliaia di abissini erano caduti avvelenati sulle rive del lago, e al disperato
Hailé Selassié non era rimasto che ritirarsi nella città santa di Lalibela e
pregare.
Lo sprint finale restò apertissimo fino all’ultimo: il 19 aprile, le prime tre
della classe furono tutte costrette sul pareggio, mentre la Juventus perse dal
Milan a San Siro, e venne agganciata tanto dalla Triestina quanto
dall’Ambrosiana, vittoriosa a Firenze.
Sette giorni dopo, il Bologna giocò sul terreno del Bari, e non riuscì a
schiodare il risultato dallo 0-0.
Il Torino, però, non se ne seppe avvantaggiare, perché crollò sotto i colpi
della banda di Meazza, mai così prolifico come quell’anno, all’Arena Civica:
4-0 per i Nerazzurri il risultato finale.
Del rallentamento del Bologna e della disfatta granata profittò la Roma,
vittoriosa col risultato minimo sulla Triestina: ora, con soli due match da
giocare, i Giallorossi erano secondi a una sola lunghezza dai Felsinei. Alla
faccia di Guaita, Stagnaro e Scopelli, lo scudetto non era mai stato tanto
vicino.
I Rossoblù di Weisz, però, mantennero i nervi saldi.
Alla penultima, i Bolognesi conquistarono due punti d’oro battendo in
casa i Rosanero del Palermo, mantenendo invariato il vantaggio sulle due
inseguitrici.
Ormai tagliate fuori dalla lotta per il titolo e ridotte a lottare per l’ultimo
posto a disposizione in zona Mitropa c’erano Ambrosiana e Juventus,
appaiate al quarto posto.
Comunque andasse, il monopolio delle Zebre sul campionato era rotto, i
cinque scudetti consecutivi consegnati alla storia.
Per Virginia Bourbon era sempre una liberazione lasciare Torino, tanto
più che, da quando era mancato tragicamente suo marito, la morsa dei
suoceri si era fatta insopportabile: il Senatore pretendeva di avere l’ultima
parola sull’educazione dei nipoti, e sua moglie non sembrava estranea alla
diffusione di pettegolezzi circa i costumi della bella Virginia.
Tutti sapevano che frequentava Curzio Malaparte, che era stato dapprima
confinato a Lipari e poi, grazie all’influente amicizia di Ciano, si era visto
commutare la pena in un soggiorno obbligato in Toscana. I due si
frequentavano sulle spiagge della Versilia, ma da qui a considerare la donna
una nuova, perversa, Messalina ce ne passava.
Anche perché Malaparte era tutt’altro che un amante appassionato. Fedele
a un suo credo personale, secondo il quale l’attività sessuale contribuiva a
dissipare le forze, assumeva particolari pastiglie per sedare il desiderio, e si
atteneva a una rigida dieta erotica che gl’imponeva di non fare mai l’amore
più d’una volta a settimana.
Eppure, quella frequentazione risultava imperdonabile agli occhi del
Senatore e di sua moglie, che da rigidi piemontesi già avevano trovato
scandalosa la sua pratica del nudismo in spiaggia e dentro casa, il suo
regalare alle domestiche la biancheria di seta, e non avevano mai digerito
neppure il fatto che, alle nozze con il loro Edoardo, quella principessa
stravagante avesse voluto invitare centinaia di popolane che erano state
crocerossine insieme a lei durante la Grande Guerra. Contegno e
riservatezza erano i caposaldi della loro morale, e dalla morte di Edoardo il
Senatore non aveva esitato a muovere le sue influenti amicizie ai vertici del
Regime per far pedinare la nuora da una squadra di agenti coordinata da un
investigatore molto particolare: il capo della Polizia Arturo Bocchini.
L’obiettivo di Giovanni Agnelli era quello di dimostrare la condotta
immorale della donna, per levarle i figli e trattenerli presso di sé in un
ambiente più austero e confacente ai rampolli della dinastia.
Virginia era una donna emancipata, Malaparte un talento vanitoso e
anarchico, il senatore Agnelli un uomo abituato a essere ubbidito: nel giro
di pochi mesi, la situazione avrebbe prodotto uno scontro frontale.
Nel tardo pomeriggio del 5 maggio, Mussolini si affacciò al balcone di
Palazzo Venezia per dare ai romani e, via radio, agli italiani tutti, una
notizia sensazionale: «Camicie nere della Rivoluzione, uomini e donne di
tutta Italia, italiani e amici dell’Italia, al di là dei monti e al di là dei mari:
ascoltate!» intimò con l’abituale solennità. «Il maresciallo Badoglio mi
telegrafa: ‘Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono
entrato in Addis Abeba’».
La folla radunata proruppe in manifestazioni di giubilo, ma bastò che il
Duce si riavvicinasse al microfono perché ogni voce si zittisse. «Durante i
trenta secoli della sua storia l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma
questa di oggi è certamente una delle più solenni» spiegò il Capo.
«Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al
popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita».
Di che razza di pace si trattasse, e quanto a lungo sarebbe durata, solo lui
poteva avere un’idea.
Il 10 maggio, tre squadre potevano ancora aspirare al titolo di campione
d’Italia, ma i loro stati d’animo erano molto diversi.
Il Torino poteva solo sperare in un miracolo. La Roma doveva confidare
in un errore del Bologna negli ultimi novanta minuti. La capolista, invece,
era ancora padrona del proprio destino: l’ultima giornata in calendario
prevedeva Bologna-Triestina al Littoriale, e una vittoria dei Rossoblù
avrebbe reso vani i successi delle inseguitrici, riportando lo scudetto sotto le
Due Torri dopo un digiuno di sei anni parzialmente lenito dai due successi
europei.
Ad aprire le marcature contro gli Alabardati ci pensò l’uomo-simbolo di
quella stagione, il centrosostegno Michele Andreolo, che andò in rete dopo
dieci minuti.
Gli fece eco, nelle primissime battute della ripresa, il vecchio Schiavio, la
bandiera dei Rossoblù, e un quarto d’ora più tardi un’autorete di Nereo
Rocco sigillò la certezza della vittoria bolognese.
Quello scudetto rappresentava il terzo trionfo personale dei veterani
rossoblù: Angelo Schiavio, il “Gatto magico” Gianni e il terzino Felice
Gasperi erano presenti già undici anni prima all’epoca della “finale infinita”
contro il Genoa, così come nel 1929.
Árpád Weisz, vittorioso con l’Ambrosiana alla vigilia del quinquennio
juventino, si laureava invece come il primo allenatore a vincere il
campionato di Serie A alla guida di due squadre diverse.
Alla Roma rimase l’amaro in bocca al pensiero di come sarebbero potute
andare le cose senza la fuga di Guaita e soci: con qualche gol in più, forse
non si sarebbero lasciati sfuggire l’occasione.
Il Torino dei Balon boys, invece, poté consolarsi per l’infelice esito dello
sprint finale in campionato grazie a una brillante vittoria per 5-1
sull’Alessandria nella finale di Coppa Italia, primo trofeo portato a casa dalla
nuova generazione granata.
L’Ambrosiana, infine, protagonista nell’ultima giornata di una preziosa
vittoria che le aveva permesso di staccare la Juventus e conquistare il quarto
posto in solitaria, poteva fare i conti sulla qualificazione in Mitropa e sul
titolo di capocannoniere vinto, anzi stravinto, dal suo “Balilla”.
Ai Bianconeri, invece, la stagione non aveva portato nulla di buono ad
eccezione della scoperta del prolifico Gabetto: lutti e defezioni andavano
elaborati con pazienza.
In fondo alla classifica rimase invischiato il Palermo, destinato a
retrocedere insieme al Brescia.
Al loro posto, la nuova Serie A avrebbe ospitato una vecchia conoscenza
come il Novara e una novità assoluta: le “Pantere” della Lucchese Libertas,
allenate dall’ex agente di borsa e calciatore giramondo Egri Erbstein.
Prima ancora che i nuovi arrivati potessero calcare i campi della massima
serie, però, il calcio italiano doveva onorare un impegno speciale: le
Olimpiadi di Berlino.
Berlino 1936

I Giochi del Führer – L’“Occhialuto” e gli altri – Gli amici di Jesse Owens – Arrestati, attimo
fuggente!

Il Comitato Olimpico aveva assegnato alla Germania l’organizzazione dei


Giochi del 1936 già cinque anni prima.
Hitler, una volta giunto al potere, si era dimostrato piuttosto riluttante
all’idea di dover ospitare gli atleti di tutto il mondo a Berlino, ma poi si era
lasciato convincere a trasformare l’occasione – come già fatto dall’Italia con
i Mondiali di calcio – in una grande vetrina internazionale nella quale
esibire i successi del suo Regime.
Il governo tedesco aveva quindi organizzato i preparativi su un doppio
binario.
Da una parte si era proceduto ad allestire scenari grandiosi per ospitare le
diverse gare dell’evento, dall’altra a purificare le Nazionali tedesche da ogni
elemento sgradito.
Venne edificato ex novo l’imponente Stadio Olimpico di Berlino: il
preesistente Deutsches Stadion fu abbattuto e, sul medesimo sito, fu eretto
un nuovo, monumentale, impianto da 110.000 posti, proscenio ideale per la
cerimonia d’apertura, per la prima volta concepita intorno all’accensione
della fiamma olimpica da parte d’una staffetta di tedofori, e per le gare
d’atletica. Insieme all’adiacente, immenso, campo da parata capace
d’ospitare mezzo milione di persone sarebbe stato perfetto per le riprese
delle scene di massa del documentario commissionato alla giovane regista
Leni Riefenstahl.
L’immenso distretto consacrato ai Giochi si arricchì di ulteriori strutture:
il Maifeld, le cui tribune erano in grado di ospitare 50.000 persone, dove si
sarebbero tenute le prove di equitazione e di polo; la squadrata Casa dello
sport germanico, edificata per ospitare la scherma; lo Stadio del nuoto, e
ancora due impianti dedicati all’hockey su prato.
La maratona, la prova maggiore della marcia sui 50 chilometri e il ciclismo
sarebbero invece stati ospitati dall’autostrada sperimentale AVUS, una lunga
pista asfaltata di otto chilometri formata da due rettilinei paralleli uniti da
due curve, una delle quali con inclinazione parabolica. Dieci anni prima era
stata il teatro del trionfo della Mercedes di Rudolf Caracciola nella prima
d’una lunga serie di successi nel Gran premio di Germania, poi trasferitosi
all’“Inferno verde” del Nürburgring, anch’esso impiegato nel mentre per
competizioni ciclistiche.
Per ospitare gli atleti maschi venne edificato un grande villaggio olimpico a
una trentina di chilometri dal centro della capitale, mentre le donne
sarebbero state alloggiate nella cosiddetta “Casa della pace”.
A fronte di tali, mastodontici cantieri, il Regime hitleriano non voleva
permettere a elementi indegni della nuova, grande, Germania di godere
dello sforzo messo in atto: a costo di escludere potenziali vincitori, furono
esclusi dalle rappresentative germaniche atleti ebrei e “mezzosangue”, fra i
quali la primatista nel salto in alto Gretel Bergmann. Per sconfiggere la
temuta concorrenza delle saltatrici statunitensi vennero preferite due atlete
ariane come Elfriede Kaun e Dora Ratjen, che però, a sua volta, celava un
segreto inconfessabile del quale presto si sarebbe scoperta la natura.
Dell’epurazione fu vittima lo stesso direttore del villaggio olimpico,
l’ufficiale della Wehrmacht Wolfgang Fürstner: venne privato della propria
carica alla vigilia dei Giochi non appena si provò che nella sua famiglia
correva sangue semita, sprofondandolo in una depressione che l’avrebbe
condotto al suicidio.
Le competizioni calcistiche avrebbero avuto luogo in diversi impianti della
capitale tedesca: lo stadio dell’Hertha Berlino; il Mommsen, nell’area della
Fiera, dove giocavano l’SC di Charlottenburg e il Tennis Borussia, e lo
Stadio della Posta, ch’era in grado di ospitare oltre 50.000 persone ed era
stato il teatro di uno storico pareggio fra Germania e Inghilterra, così come
della recente finale-campionato fra due squadre di provate simpatie naziste
come lo Schalke 04 e il Norimberga.
Solo le fasi finali del torneo, al quale erano state ammesse sedici Nazionali,
si sarebbero tenute nell’immenso Olympiastadion.
Alla guida della rappresentativa italiana, forte del titolo di campione del
mondo condito dai due successi in Coppa Internazionale, fu chiamato
ovviamente Vittorio Pozzo. L’ex ufficiale alpino, però, non si sarebbe
potuto servire dei suoi soliti uomini: questa volta, in conformità al dettato
delle regole olimpiche, la Nazionale andava composta con atleti non
professionisti.
Per donare uno statuto formalmente impeccabile da dilettante ad alcuni
dei giocatori più giovani della Serie A, si ricorse a quanti studiavano
all’università. Fu così che poterono essere convocati due terzini della
Juventus, il già titolare Alfredo Foni, che studiava sul serio, e Pietro Rava,
che invece sfruttò il diploma per trasformarsi in matricola di Economia –
non avrebbe mai sostenuto un singolo esame – e aderire ai Gruppi
Universitari Fascisti.
Del pari, ci si inventò qualcosa per il centrosostegno Achille Piccini,
riserva della Fiorentina con una manciata di presenze fra campionato e
Coppa Italia, così come per Libero Marchini, della neopromossa Lucchese,
e per Ugo Locatelli del Brescia, che era stato centravanti delle Rondinelle
ma Umberto Caligaris aveva reinventato mediano.
Il mondo intero ci guardava, e non la si poteva fare troppo sporca. Così,
per completare i ranghi, furono convocati elementi provenienti dalle
squadre riserve e della seconda serie, a cominciare dal giovane friulano
ch’era il condottiero designato di quella Nazionale olimpica: giocava ala
destra, non si separava neppure in campo dagli occhiali, e aveva nome
Annibale Frossi. Lui studente lo era sul serio, tanto che avanzava a grandi
passi verso la laurea in Legge, ma il suo indiscutibile talento sul rettangolo
di gioco gli era già valso un’attenzione molto particolare.
Nell’autunno del ’35, richiamato alle armi per la guerra d’Etiopia, Frossi
era già imbarcato sul “Saturnia” come caporale di fanteria della Divisione
Gran Sasso, quando la notizia del suo arruolamento era giunta alle orecchie
del potente gerarca abruzzese Adelchi Serena. Questi aveva comandato che
l’imbarcazione facesse uno scalo fuori programma, e nella stupefazione
generale aveva fatto scendere a terra Frossi per metterlo di fronte a una
proposta irrinunciabile: restare in Italia, proseguire gli studi e tesserarsi
come calciatore per i Rossoblù dell’Aquila, impegnati in Serie B. Frossi
aveva accettato senza pensarci due volte, e si era trovato a giostrare con la
nuova maglia, pervenendo a segnare nove reti che erano valse agli aquilani
un nono posto e, a lui personalmente, le attenzioni di svariate compagini
della serie maggiore.
Oltre a Foni e Annibale Frossi, studiavano sul serio anche altri tre
componenti di quella selezione, che sarebbero infatti giunti al titolo di
dottore: l’ala Alfonso Negro, statunitense di chiare origini italiane che
inseguiva una laurea in Medicina a Firenze, militando al contempo come
rincalzo fra i Gigliati; il ventenne centravanti del Pisa Sergio Bertoni, e
Luigi Scarabello, punta dello Spezia in procinto di passare al Genova.
Il clima di discriminazione nel quale vennero condotti i preparativi dei
Giochi indusse gli Stati Uniti, su pressione dello stesso presidente
Roosevelt, a valutare seriamente l’ipotesi di un boicottaggio. Da
Washington fu inviato come osservatore il presidente del Comitato
Olimpico statunitense, l’ultraconservatore Avery Brundage, che rientrò in
patria assicurando come a Berlino tutto procedesse per il meglio. Così,
nonostante le perplessità presidenziali, la spedizione a stelle e strisce salpò
per la Germania. La consulenza di Brundage avrebbe ricevuto anni dopo
un machiavellico premio sotto forma di elezione a numero uno del
Comitato Olimpico Internazionale, e la sua presidenza sarebbe stata
marcata da non meno discutibili decisioni.
Non ebbe dubbi circa il boicottaggio, invece, l’Unione Sovietica, che si
rifiutò in maniera categorica di inviare i propri atleti a Berlino. Fra gli altri
Paesi che opposero un rifiuto, il caso più clamoroso fu quello della Spagna
repubblicana, all’epoca guidata dal Fronte Popolare di tendenza socialista,
che non si limitò ad astenersi dall’inviare atleti ma addirittura organizzò a
Barcellona le Olimpiadi popolari. Oltre alle discipline tradizionali
prevedevano competizioni di scacchi, musica, teatro e danza: vi si iscrissero
oltre seimila partecipanti provenienti da ventidue Paesi, fra i quali le
“Nazionali” composte dagli esuli italiani e tedeschi che si opponevano ai
rispettivi regimi.
Il giorno prima della cerimonia d’apertura, però, una notizia sconvolgente
determinò l’annullamento dei giochi: un’insurrezione delle forze
conservatrici, supportata dall’ammutinamento di intere brigate dell’esercito,
stava tentando il colpo di Stato per riportare al governo le componenti
monarchiche, ultracattoliche e filofasciste della nazione. In Galizia,
nell’interno della Castiglia e dell’Aragona i golpisti avevano già preso il
controllo della situazione, mentre nel Sud del Paese il generale Francisco
Franco si era posto a capo delle truppe d’Africa e del famigerato Tercio, la
legione straniera i cui uomini pensavano a se stessi come a nuovi crociati e
“fidanzati della morte”: a Barcellona, come a Madrid, si combatté nelle
strade per sedare la rivolta, ma non era che l’inizio di una lunga via crucis.
Il 3 agosto, l’Italia scese in campo al Poststadion per affrontare negli ottavi
di finale gli Stati Uniti.
In porta c’era Bruno Venturini della Sampierdarenese; terzini erano
naturalmente i due bianconeri Foni e Rava; il viola Piccini guidava la
mediana affiancato dal laziale Baldo e dal bresciano Locatelli, in procinto di
passare all’Ambrosiana insieme all’ala destra Frossi. Mezzali erano il
lucchese Libero Marchini e il pisano Carlo Biagi, ala sinistra Giulio
Cappelli del Viareggio, centravanti Scarabello.
«Tutti studenti autentici e ragazzi di buona famiglia» garantiva Pozzo, che
si era preparato alle convocazioni seguendo i Giuochi universitari e
organizzando una partita a Pisa per operare l’ultima scrematura.
I suoi bravi ragazzi, però, che erano stati istruiti tatticamente nel corso
d’un breve ritiro a Merano, per poco non gli fecero venire un colpo:
ognuno giocava secondo il proprio estro, senza dar seguito alle disposizioni
del commissario unico, e per tre quarti d’ora non ci fu verso d’infilare la
palla nella rete avversaria. Nella ripresa, Rava evitò un gol statunitense ma a
prezzo dell’espulsione, e l’incubo di una colossale figuraccia svanì soltanto
quando Marchini allungò in profondità a Frossi, che si liberò del terzino
avversario e infilò d’astuzia il cuoio in rete.
Toccò difendere il risultato per garantirsi l’accesso ai quarti e, alla fine del
match, Pozzo era inviperito: tuonò negli spogliatoi e rituonò al villaggio
olimpico, sulla veranda della casetta riservata agli Azzurri. «Non sono
abituato a parlare a vanvera!» mise in chiaro. «Se pensate di essere venuti qui
per fare quello che vi pare e piace, me lo si dica chiaramente! Io pianto
baracca e burattini e torno in Italia, dove mi attendono impegni
ugualmente impegnativi e di maggior soddisfazione!».
Gli atleti ascoltarono la sfuriata a occhi bassi. Il silenzio che seguì alla
filippica venne disturbato soltanto da un arpeggio di chitarra che proveniva
dalla casetta vicina, dove erano alloggiati alcuni atleti degli Stati Uniti.
Adesso cantavano, quelli, e il chitarrista era un ragazzone dalla pelle
d’ebano, tale Jesse Owens. Pozzo li fissò stizzito: che razza di
concentrazione si poteva mantenere in un luogo dove gli eredi dei
raccoglitori di cotone facevano musica?
Gli Azzurri dovettero impegnarsi per non sorridere di fronte al suo
disappunto, e garantirono che, a cominciare dal match successivo,
avrebbero giocato come una vera squadra.
La seconda partita si svolse al Mommsen contro il sorprendente Giappone,
che a dispetto di ogni pronostico aveva eliminato la Svezia.
L’unico cambiamento nell’undici azzurro fu l’inserimento del pisano
Bertoni al posto di Scarabello in qualità di centravanti. Pozzo aveva di lui
grande stima: «Era un bel tecnico. Vedeva il giuoco, alla Meazza, toccava la
palla a proposito. E, come Meazza, faceva funzionare colla sua presenza
l’intero settore d’avanguardia».
La squadra, infatti, gira alla grande: l’intesa fra i due pisani Bertoni e Biagi
è rodata, Frossi segna quasi subito e Biagi replica. L’Italia, avanti di due reti
nel corso d’un primo tempo tutto sommato prudente, si riversa nel secondo
tempo nella metà campo avversaria. Va ancora a segno Biagi per il 3-0, e
nell’ultimo quarto d’ora il successo si trasforma in goleada: ancora due gol
di Frossi, altri due di Biagi, e sigillo finale sull’8-0 di Giulio Cappelli.
L’ala sinistra del Viareggio riesce a marcare benché menomato da quello
che Pozzo stesso avrebbe definito «il fallo malizioso di uno di quei diavoletti
nipponici», ma la sua avventura olimpica finisce qui.
All’uscita dal campo zoppica anche il centravanti-faro della squadra,
Bertoni, e il commissario unico non capisce perché il suo “vice-Meazza”
sia tanto preoccupato: una bella notte di riposo, e tornerà pimpante.
Bertoni, invece, scoppia in lacrime: «Vi ho mentito» confessa. «Già a
Merano accusavo un principio di strappo muscolare. E oggi il dolore si è
riacutizzato. Sono un bugiardo, e non sono degno di giocare in questa
squadra».
Pozzo, scosso dalle lacrime del ragazzo e consapevole della sua importanza
nella manovra azzurra, non ci pensa due volte a premiare la sincerità del
mortificato Bertoni. «Per lui andai a… rubare. Rubai un dottore. Il dottor
Zezi, che era uno specialista dei raggi Roentgen, sapeva manovrare gli
apparecchi per le cure elettriche più moderne, ma era addetto ai nostri
canottieri, al Wannsee. Io glielo portai via, con ira di tutti un po’. Ma mi
mise Bertoni in grado di prendere parte alla semifinale».
Nello stesso giorno della partita contro il Giappone, 55.000 spettatori fra i
quali il Führer in persona affollano il Poststadion per assistere all’incontro
fra Germania e Norvegia: Hitler ci resta con un palmo di naso, ché il
mezzo sinistro Magnar Isaksen prima porta in vantaggio i “Vichinghi”, e
poi raddoppia infliggendo ai Teutonici il colpo di grazia.
Da quel giorno, l’inviperito dittatore deciderà di ridurre drasticamente il
budget destinato allo sviluppo del calcio in Germania, con risultati che non
avrebbero tardato a manifestarsi.
Alla luce del successo contro i «diavoletti nipponici» e delle cure prestate a
Bertoni, Pozzo si rasserena, e comincia ad apprezzare l’effetto positivo che
l’atmosfera rilassata del villaggio olimpico esercita sui suoi ragazzi.
Ogni sera Jesse Owens si presenta sulla veranda armato di chitarra e
fisarmonica, e diverte gli Azzurri con le sue performance, che spaziano dal
blues a improbabili danze del ventre. All’americano, a sua volta bisognoso di
distrazioni, gli Italiani parevano il pubblico ideale: «Ridevano più forte di
tutti» avrebbe ricordato. «Mi mettevano allegria».
Nella semifinale del torneo di calcio, davanti ai 95.000
dell’Olympiastadion, l’Italia si trova opposta alla Norvegia: Bertoni è in
campo, così come l’aspirante medico d’origine statunitense Alfonso Negro,
primo nativo del Nord America a vestire la casacca azzurra: è lui, al quarto
d’ora, a portare l’Italia in vantaggio.
Il possibile successo viene messo a repentaglio dal calcione che raggiunge
Frossi alla testa, lasciandolo stordito sino al termine del primo tempo. Nella
ripresa, poi, i Norvegesi raggiungono il pareggio, e tocca andare ai
supplementari.
Al quinto minuto del primo tempo addizionale, Bertoni tira di potenza
verso lo specchio, il portiere Johansen respinge alla meno peggio, ed è
Frossi che arriva sul cuoio e lo spedisce in rete. Seguono venticinque minuti
di passione, ma la Norvegia non passa più: è finale.
L’avversario uscirà dall’incontro fra Polonia e Austria, che si disputa
l’indomani.
Il cammino dei Polacchi è stato marcato da una netta vittoria agli ottavi
contro l’Ungheria, e da una battaglia conclusasi sul 5-4 contro la
rappresentativa della Gran Bretagna.
Non privo di contestazioni, invece, l’accesso alle semifinali degli Austriaci:
dopo essersi sbarazzati dell’Egitto, si sono trovati allo stadio dell’Hertha di
fronte al Perù, uscito vittorioso per 4-2 ai supplementari. I giocatori di
Vienna, però, hanno reclamato per un’invasione di campo dei festanti tifosi
sudamericani, sostenendo di essere stati malmenati e minacciati da
individui armati di rivoltella, così che viene comandata la ripetizione del
match. I Peruviani, imbufaliti per la farsesca decisione che li orba della
vittoria sul campo, non si presentano, e l’Austria approda così al turno
successivo.
Nel mentre, le prove della Nazionale americana nell’atletica leggera
tolgono il sorriso ai severi dirigenti nazisti: Jesse Owens, l’intrattenitore
favorito degli Azzurri al villaggio olimpico, sbaraglia la concorrenza nei 100
metri e nei 200, nel salto in lungo e nella staffetta 4x100, dove guida i suoi
all’ennesimo successo e al record del mondo, aggiudicandosi la quarta
medaglia d’oro personale e un posto nella Storia.
Gli statunitensi vincono anche nei 400, negli 800, nelle due gare di corsa a
ostacoli, nel salto in alto e in quello con l’asta, nel lancio del disco e nel
decathlon: l’enorme Olympiastadion, costruito per ospitare i trionfi degli
atleti di regime, si ritrova ad applaudire la supremazia dei vituperati
americani.
Di tutte le specialità dell’atletica maschile, la Germania riesce ad
aggiudicarsi l’oro solo nei lanci del peso, del martello e del giavellotto.
Anche in campo femminile, l’auspicata incetta di medaglie d’oro da parte
delle atlete nazionalsocialiste deve confrontarsi con la supremazia
statunitense.
Nei 100 metri piani, vince la diciottenne Helen Stephens davanti alla
polacca Walasiewicz. Solo terza la tedesca Krauss, al che i delegati
germanici insorgono e chiedono un controllo medico per verificare che le
prime due non siano, in realtà, uomini travestiti. Nulla da fare: son proprio
donne.
Vincono le americane anche nella staffetta, mentre nel salto in alto, dove la
povera Gretel Bergmann non ha la possibilità di misurarsi, si aggiudica la
medaglia d’oro la magiara Ibolya Csák davanti alla britannica Odam.
Elfriede Kaun è soltanto terza, e Dora Ratjen quarta: sarà lei, o meglio lui,
a rappresentare il primo caso di scandalo sessuale alle Olimpiadi, in quanto
un’ombra di barba farà nascere sospetti, e si scoprirà che il suo nome di
battesimo è Hermann.
Le teutoniche devono accontentarsi di vincere nel disco e nel giavellotto,
mentre l’ultima competizione dell’atletica femminile è una nuova delusione.
Ai ranghi di partenza della finale degli 80 metri a ostacoli c’è la speranza
germanica Anni Steuer, e ci sono anche due atlete bolognesi, le compagne
di scuola e nelle fila della Virtus Claudia Testoni e Trebisonda Valla detta
Ondina: la Testoni è mora e muscolare, popolaresca e tondeggiante nei
lineamenti del volto, mentre la Valla ha un aspetto più soave. Si sono
promesse vicendevolmente che nessun risultato potrà alterare la loro
amicizia, ma bastano i dodici secondi scarsi della gara per segnare le loro
esistenze: piombano sul traguardo in quattro, la Valla avanti di un niente, e
serve il fotofinish per stabilire chi debba salire con lei sul podio. Seconda è
la tedesca Steuer, terza la canadese Betty Taylor, la Testoni resta fuori dalla
zona-medaglie.
In patria, Ondina diventerà un mito, additata a esempio alle giovani
italiane, e Claudia patirà la situazione al punto che, per anni, non le
rivolgerà più la parola.
Nonostante i modesti risultati nell’atletica, il Terzo Reich potrà
inorgoglire per le prestazioni dei propri sportivi, nominalmente primi nel
medagliere grazie a un’incetta di successi ottenuti nell’equitazione (che, con
le sue diverse specialità, assegnava ben sette medaglie d’oro), nel
canottaggio e in altri sport che videro le proprie competizioni disputarsi
lontano dall’impianto maggiore.
L’esperienza, consacrata nel grandioso film di Leni Riefenstahl, Olympia,
convinse il Führer a continuare sulla strada già intrapresa, ovvero quella
d’incentivare il “dilettantismo di Stato” per gli sportivi: atleti, cavalieri e
canottieri sarebbero stati incentivati a concentrarsi sui rispettivi sport, e lo
Stato avrebbe pensato a tutto, fornendo loro una sinecura di lavoro per
conservare lo status di dilettanti, provvedendo a vitto, alloggio e
remunerazione. Non così, invece, per i calciatori, ché da un lato Hitler era
profondamente deluso dalle loro prestazioni e, dall’altro, una volta
completata l’auspicata annessione dell’Austria, la Nazionale avrebbe potuto
attingere direttamente alla scuola viennese.
L’Austria si liberò della Polonia per tre reti a una, e guadagnò, questa volta
senza bisogno di interventi esterni, il diritto a giocare la finale contro
l’Italia.
Si giocò il giorno di Ferragosto all’Olympiastadion, e Pozzo mandò in
campo i soliti uomini: Venturini, Foni e Rava in difesa; Baldo, Piccini e
Locatelli sulla mediana; Marchini e Carlo Biagi interni, Annibale Frossi ala
destra, il recuperato Bertoni centravanti. L’unica novità era rappresentata
dall’esordio sull’ala sinistra del laziale Francesco Gabriotti, preferito
all’infortunato Cappelli e al futuro medico Negro.
Il pubblico tedesco, in omaggio ai dettami del Regime, considerava già
l’Austria una provincia del Reich, e tifava a gran voce per i “confratelli”
viennesi. Agli italiani non restò che confidare nella preparazione fisica e in
quella morale – «fortissima», a detta di Frossi – impartita da Vittorio Pozzo.
A lungo le squadre battagliarono senza riuscire a prevalere l’una sull’altra.
Solo a venti minuti dalla fine “l’occhialuto” Annibale Frossi riuscì a
segnare il gol che raggelò le gradinate, ma all’ottantesimo gli Austriaci
misero a segno il punto del pareggio. Gli Azzurri si trovarono costretti, per
la seconda volta, ai supplementari.
Questi non ebbero praticamente il tempo di cominciare, che arrivò la rete
risolutiva: discesa di Gabriotti sulla fascia sinistra, bel cross verso il centro
dell’area che pare perfetto per l’incornata di Bertoni; il pisano, però, si
accontenta di tirarsi addosso i terzini e lascia scendere la palla sul settore
destro dell’area, dove arriva a tutta velocità Frossi. Di sua natura, vorrebbe
calciar di destro, ma questo significherebbe lasciar toccare terra al cuoio,
aggiustarselo, perder tempo, così l’“Occhialuto” spalanca gli occhi dietro le
lenti infrangibili e colpisce d’istinto, duro e secco, col sinistro: palla in rete!
La squadra resiste all’assedio austriaco sino al centoventesimo minuto di
gioco: non appena l’arbitro fischia la fine, i ragazzi si lanciano incontro a
Pozzo, lo abbracciano, lo portano in trionfo come hanno fatto i
professionisti nel 1934.
Pochi minuti più tardi, sono tutti sull’attenti ad ascoltare l’inno nazionale,
mentre i due militari della Kriegsmarine addetti al cerimoniale fanno salire
lentamente il tricolore d’Italia sul pennone più alto dell’Olympiastadion.
Pozzo piange, piangono anche i ragazzi, che mai hanno giocato davanti a
tanta gente e mai più vi giocheranno. «Ancora una volta arrestati, attimo
fuggente» implora fra sé e sé il commissario unico. «Sei così bello».
I dilettanti azzurri, capaci di firmare un successo memorabile – al
momento di andare in stampa, l’Italia non è più stata in grado di vincere un
torneo olimpico di calcio –, vennero ricevuti dal Duce, un onore che, come
sappiamo, non era toccato ai campioni del mondo del 1934.
La giornata sarebbe stata ricordata come tragicomica da Scarabello, che per
il Regime non nutriva alcuna simpatia. Deciso a presentarsi a Palazzo
Venezia con un paio di calzature sportive, ufficialmente per non affaticare
ulteriormente i piedi provati dalla battaglia berlinese, venne aspramente
ripreso e costretto a indossare scarpe più confacenti a un’occasione formale;
gliele trovarono all’ultimo e dovette farsele andar bene anche se erano
troppo piccole.
Al poco ambito onore di ricevere le congratulazioni del Capo si
sommarono la frustrazione per la reprimenda subita e un vivo dolore ai
piedi infortunati; Scarabello dovette lottare con i capogiri e, non appena la
spedizione azzurra fu congedata, svenne fra le braccia di Vittorio Pozzo.
A riprova del fascino dei Giochi, Vittorio Pozzo avrebbe ricordato la
vittoria berlinese come la sua più grande gioia calcistica, ponendola davanti
agli altri trionfi che costellarono la sua carriera.
Schiavio, Meazza o Piola non sarebbero rimasti nel suo cuore quanto
l’undici “studentesco” composto in larga parte da carneadi ignoti agli
sportivi che seguivano la massima serie.
Il successo olimpico avrebbe aperto ad alcuni di loro l’opportunità di una
luminosa carriera: Frossi e Locatelli si apprestavano a raggiungere
l’Ambrosiana, Rava a diventare terzino titolare insieme a Foni nella
Juventus; Scarabello si sarebbe ritagliato un ruolo da titolare nel Genova, e
Sergio Bertoni sarebbe rimasto nel cuore del commissario ottenendo
convocazioni in azzurro nonostante giocasse in B nel Pisa. Altri si sarebbero
dovuti contentare di ricordare quel pomeriggio berlinese come una
straordinaria, isolata, opportunità. Il più sfortunato di tutti, il laziale
Gabriotti, avrebbe abbandonato il calcio nel giro di poche settimane: un
infortunio irrimediabile gli avrebbe stroncato la carriera a soli ventidue
anni.
Negli anni a venire, però, anche quanti fra loro non avrebbero mai vestito
la maglia della Nazionale maggiore si sarebbero trovati protagonisti di
eventi eccezionali, scintille di grande Storia capaci di illuminare esistenze
forse poco note, in ogni caso straordinarie.
1936-37. Lo squadrone che tremare il mondo
fa

Le condizioni di “Anzlèn” – La Lazio regina d’inverno e la principessa triste – Italiani e tedeschi in


Spagna, baschi in giro per il mondo – Il trionfo del Bologna

Per l’autunno del 1936 erano in programma le più roboanti e scandalose


nozze del decennio.
Grazie all’amicizia di Galeazzo Ciano, Curzio Malaparte si era lasciato alle
spalle le misure restrittive che l’avevano condizionato negli ultimi tre anni –
dapprima il confino a Lipari, quindi il soggiorno obbligato in Toscana – ed
era tornato a scrivere col proprio nome sul Corriere della Sera. Ora si poteva
preoccupare di arredare la favolosa villa che si era fatto costruire sulle
scogliere di Capri e, soprattutto, di organizzare la cerimonia nuziale che
l’avrebbe legato per sempre all’amata Virginia Bourbon, la bellissima vedova
di Edoardo Agnelli.
L’evento era previsto per il 10 ottobre, ma il senatore Giovanni, numero
uno della Fiat, impiegò tutto il proprio peso politico per scongiurare
quell’unione che giudicava scandalosa, e sbarrò fisicamente la strada alla
nuora.
Cinque giorni dopo, Malaparte le scriveva dalla Versilia: «Virginia cara,
sono triste, triste per te: ma pieno di coraggio, di fermezza, di decisione e
pieno d’amore come non mai. L’ignobile prepotenza, la sudicia violenza di
cui siamo vittime ambedue non deve toccarci, e non ci tocca. Ci fa soffrire,
ma non diminuisce in nulla né le nostre ragioni, né la purezza dei nostri atti
e del nostro cuore. Ti sono vicino come un fratello può essere vicino a una
sorella, come un amante può esser vicino alla propria donna. Tu sei più che
una sorella, più che un’amante. Sei Virginia, la donna alla quale ho ormai
dedicato tutta la mia vita e alla quale sono pronto, se necessario, a sacrificare
tutto me stesso, il mio ingegno, il mio sangue, la mia felicità».
Al senatore scrisse invece: «Ella sa, caro Senatore, come tutti sanno, che io
non ho nessuna paura né dei Suoi soprusi, né dei Suoi milioni. Ne ho dato
prova anche recentemente, quando Ella ha tentato invano, e più volte, di
intimidirmi o di corrompermi».
Si dice che gli amori contrastati si rinforzino, traendo alimento dalle
difficoltà, ma presto Agnelli senior avrebbe stroncato la loro relazione con
un argomento definitivo.
La prima evidenza con la quale il Bologna campione d’Italia dovette fare i
conti era che il tempo andava sempre nella stessa direzione, e a nessuno
capitava mai di ringiovanire.
Il trentaquattrenne portiere Mario Gianni, il “Gatto magico”, decise per il
ritiro, e venne rimpiazzato da un uomo che non temeva confronti: il
numero uno della Nazionale Carlo Ceresoli.
Fatto più grave, anche il giocatore simbolo della squadra, il cannoniere
Angelo Schiavio, a trentun anni non aveva più voglia di fare il calciatore.
Dopo quattordici stagioni in rossoblù e il clamoroso bilancio di 240 gol
segnati in campionato, 107 dei quali nella moderna Serie A a girone unico,
tre scudetti, due Mitropa e un titolo di campione del mondo, “Anzlèn”
aveva voglia di appendere le scarpe bullonate al fatidico chiodo. Aveva già
chiuso con la Nazionale, ora voleva smetterla anche col Bologna, per
mettersi a lavorare coi fratelli nella ditta di famiglia, che oltre all’originale
negozio di tessuti nello slargo di via de’ Toschi, cuore medievale della città,
ne contava altri due dedicati all’abbigliamento e si apprestava ad aprirne un
quarto consacrato agli articoli sportivi.
Dovettero supplicarlo, come l’aveva supplicato Pozzani ché si unisse a
Meazza e Ferrari nell’Ambrosiana, ma questa volta, dal momento che a
implorarlo erano i suoi stessi concittadini, il burbero Schiavio cedette. «E
sia» concesse. «Però d’ora in avanti giocherò soltanto quando vorrò io, e
nessuno dovrà farmelo pesare».
Poiché la parola di “Anzlèn”, a Bologna, era legge, nessuno insistette
ulteriormente: andava benissimo così. I devoti supporter, anzi, si profusero
in ringraziamenti per la gentile concessione.
In ogni caso, mister Weisz aveva da preparare la più difficile delle
successioni.
Il reggiano Alcide Violi, che aveva giocato a sprazzi nella stagione
precedente, non pareva ragazzo in grado di dare sufficienti garanzie, così
venne girato al Bari.
Al suo posto venne ingaggiato come centrattacco il livornese Giovanni
Busoni, che a ventitré anni aveva già dato discrete prove di sé nel Torino,
nella squadra della propria città e, da ultimo, al Napoli. Con gli Azzurri
nell’ultimo torneo aveva messo a segno dodici reti, non esattamente un
bilancio da capogiro, ma dodici reti a Napoli potevano trasformarsi in
diciotto, venti o più centri a Bologna, servito dalle imbeccate di Fedullo e
Sansone e rifornito di cross da Reguzzoni e… dall’ala destra.
Il titolare in quella posizione sarebbe stato Maini, però Weisz, osservati i
miglioramenti del giovane Amedeo Biavati, cui il cranio spoglio conferiva
un aspetto da uomo maturo nonostante i soli ventun anni, si convinse a
lasciarlo giocare più spesso.
Anche Felice Gasperi, glorioso terzino sinistro e ultimo superstite con
Schiavio del gruppo dei tre scudetti, cominciava ad accusare il peso degli
anni, così venne acquistato dal Pordenone Mario Pagotto, che avrebbe fatto
spesso coppia con Fiorini davanti alla porta di Ceresoli.
Sulla mediana erano confermatissimi Montesanto, il centrosostegno
Andreolo e Corsi, con Aldo Donati da Budrio sempre pronto come
rincalzo; nel ruolo di interni apparivano intoccabili Sansone e Fedullo, così
come Reguzzoni sull’ala sinistra.
Completavano la rosa dei campioni d’Italia, orbata per motivi di età dello
storico rimpiazzo Gerardo Ottani, che aveva fedelmente servito la causa
rossoblù per nove stagioni, il nuovo portiere di riserva Pietro Ferrari,
proveniente dalla Reggiana, e il ventenne marchigiano Lodovico De
Filippis, che si era messo in luce tra i granata del Fano.
Fra le altre squadre, si mosse con decisione sul mercato la Lazio, che per la
cifra impressionante di 400.000 lire comprò in blocco tre fra i migliori
giocatori in forza ai grigi dell’Alessandria, finalisti a sorpresa di Coppa Italia:
Luigi Milano, che poteva giocare tanto sulla mediana quanto mezzala,
l’interno naturale Giovanni Riccardi e l’ala destra Umberto Busani.
Anche l’Ambrosiana, cambiato l’allenatore – da Feldmann all’ex senatore
dello spogliatoio Armando Castellazzi –, si preparò a ringiovanire
radicalmente la propria rosa: i Nerazzurri acquistarono dal Napoli il
compatto attaccante Pietro Ferraris (ch’era vercellese d’origine e non
vantava alcuna parentela con “er Più”), quindi misero sotto contratto i
campioni olimpici Frossi e Locatelli, e altri due elementi di buon talento
come il brianzolo Carlo Villa, prelevato dal Seregno, e il difensore Carmelo
Buonocore, campano di nascita ma affermatosi calcisticamente fra Calabria
e Sicilia.
La Juventus di Virginio Rosetta, non del tutto soddisfatta delle prestazioni
di Valinasso, si assicurò come portiere Amoretti della Fiorentina, e dagli
stessi Viola acquistò anche Scagliotti. I Bianconeri lasciarono invece partire
il “motorino” Serantoni, che si accasò alla Roma.
Cambiarono guida tecnica il Milan, che volle in panchina la leggenda
Baloncieri, e il Toro dei ragazzi, reduce dal miglior torneo delle ultime
annate: Cargnelli se ne andò a Bari, e fu chiamato al suo posto l’ungherese
Gyula Feldmann, liberato dall’Ambrosiana.
Il Genova si assicurò il milanista Pietro Arcari, come Serantoni riserva
azzurra ai Mondiali del 1934, completò la spoliazione dei ranghi viola
acquistando Fasanelli e propiziò il ritorno in Liguria dell’ala girovaga
Alfredo Marchionneschi.
Quanto al Napoli, si garantì i servigi di Carlo Biagi, giovane interno della
Nazionale olimpica, e di Natale Masera, che nel suo anno all’Ambrosiana
aveva a malapena intravisto il campo. Andarono a raggiungere all’ombra del
Vesuvio una bandiera sempre più svogliata come Attila Sallustro e senatori
ormai âgée quali Carlo Buscaglia e gli ex granata Colombari e Gino
Rossetti.
La Coppa Mitropa, giunta alla sua decima edizione, presentò una novità
nel formato: l’inclusione delle formazioni svizzere, che tuttavia avrebbero
dovuto affrontare un turno preliminare per accedere al tabellone principale
da sedici squadre.
L’innovazione restò puramente accademica, ché le elvetiche caddero tutte
nel preliminare.
Negli ottavi di finale, le italiane trovarono perlopiù clienti ostici: il
Bologna fu abbinato all’Austria Vienna di Sindelar, il club di riferimento
della borghesia intellettuale viennese più refrattaria all’annessione; la Roma
ai Verdi del Rapid, portabandiera della classe operaia, e il Toro ai quadrati
Biancoviola dell’Újpest.
L’unica che non poteva lamentarsi era l’Ambrosiana, opposta ai
Biancorossi dello Zidenice Brno. Vittoriosi per 3-2 in Moravia, Meazza e
soci liquidarono gli avversari con un tonitruante 8-1 a Milano.
Furono vani, invece, i successi interni dei campioni d’Italia e dei Granata.
Il Bologna, vinta per 2-1 l’andata con gol di Maini e Schiavio nel primo
tempo, dovette inchinarsi nel ritorno di Vienna: la nuova stella dei Viola
danubiani, Camillo Jerusalem, andò a segno prima che fosse trascorso un
quarto d’ora di gioco, e l’interno Josef Stroh raddoppiò alla mezz’ora. Al
Bologna sarebbe bastata una rete per riaprire i giochi, invece sul finire del
match ne arrivarono due degli Austriaci: prima “Cartavelina” e poi,
nuovamente, Jerusalem chiusero definitivamente la contesa.
Ritorno disastroso anche per il Torino, che aveva prevalso 2-0 sull’Újpest
al Filadelfia: nella capitale magiara i Granata rimediarono un perentorio 5-
0.
Tutt’un’altra storia quella della Roma: sconfitta a Vienna per 3-1, quando
si trovò a ospitare il Rapid salì in cattedra. Serantoni realizzò una doppietta,
cui si sommarono i gol di Subinaghi e D’Alberto e un’autorete che il referto
attribuì a Franz “Bimbo” Binder.
I Giallorossi passarono così insieme all’Ambrosiana ai quarti di finale.
Anche questa volta, il cliente più facile toccò ai Milanesi: si trattava dei
Gialloblù del First Vienna, la squadra decana della capitale austriaca, fondata
dalla famiglia dei banchieri Rothschild, che aveva come blasone il triskele.
Forse impressionati dal prestigio del club, i Nerazzurri uscirono sconfitti
per 2-0 nell’andata all’Hohe Warte, ma raddrizzarono il conto vincendo per
4-1 a Milano, conquistando così la semifinale.
La Roma, invece, incappò nella Squadra di ferro, lo Sparta Praga dei letali
“Olda” Nejedlý e Raymond Braine. Nell’incontro di andata, a Praga, la
Lupa rimediò un severo 3-0, e il 12 luglio, alla disperata ricerca di una
vittoria abbastanza larga da pareggiare il conto, il nuovo allenatore
Barbesino, già campione d’Italia nel 1914 con i Nerostellati del Casale,
mandò in campo Masetti, Monzeglio, Allemandi; Frisoni, l’inossidabile
“Fuffo” Bernardini e il biondo Tomasi sulla mediana; Serantoni e
Subinaghi come interni, il “Castigalaziali” Cattaneo sull’ala destra e
D’Alberto a sinistra, con “Paperino” Di Benedetti centravanti. Fu sua
l’unica rete giallorossa nel pareggio per 1-1 che segnò la fine del nuovo
sogno europeo.
A rappresentare l’Italia fra le quattro superstiti del torneo restò quindi la
sola Ambrosiana.
I Nerazzurri del nuovo mister Castellazzi si trovarono di fronte allo stesso
Sparta Praga, che affrontarono a San Siro, per indisponibilità dell’Arena, il
19 luglio di fronte a circa 20.000 spettatori. Difendeva la porta milanese
Peruchetti, Ballerio e Mascheroni i terzini; Turchi, Sala e Locatelli
componevano la mediana; Attilio Demaria e l’ex juventino Giovanni
Ferrari formavano la coppia degli interni, Frossi e il vercellese Ferraris
giostravano sulle ali, e Meazza era il centrattacco.
I padroni di casa partirono all’assalto: prima Frossi colpì una traversa e poi
Meazza mancò di poco la rete, ma i primi a segnare furono i Boemi, che
profittarono di un clamoroso malinteso difensivo culminato nell’autorete di
Mascheroni. Poco dopo gli ospiti raddoppiarono con una conclusione ad
effetto di Braine, al che l’Ambrosiana si mise di buzzo buono per
raddrizzare la partita: in venti minuti andarono a segno Giovanni Ferrari,
abile a beffare il portiere avversario Klenovec su una respinta corta, quindi
Meazza, con una bella sciabolata, e ancora il vercellese Ferraris con una
spettacolare bicicletta. Il provvisorio 3-2 non resse però sino alla fine del
primo tempo: quando mancavano cinque minuti al riposo, infatti, Braine
entrò in area palla al piede e indusse Peruchetti all’uscita, per beffarlo
passando la sfera a “Olda” che la depositò in rete a porta vuota.
Al cospetto dei primi, spumeggianti, quarantacinque minuti, appare senza
storia il secondo tempo: con Sala zoppicante, l’Ambrosiana subisce
l’iniziativa degli ospiti per tre quarti d’ora, e il vantaggio territoriale dei
Praghesi si concretizza sul finire, prima con un gol di Braine e poi col
definitivo 5-3 marcato dall’interno Zajíček.
I Praghesi ribadirono la propria superiorità nel ritorno: subito in gol
Braine, temporaneo pareggio di Meazza che gela i 35.000 spettatori, poi più
nulla sino al riposo. Intorno all’ora di gioco lo Sparta chiude virtualmente il
doppio confronto grazie a un rigore trasformato da Zajíček, ma i
Nerazzurri continuano a battersi per l’onore. Pareggia Frossi, poi il solito
Braine chiude la contesa con una rete di rapina che vale il definitivo 3-2.
In finale, la Squadra di ferro si trovò di fronte ai Viola di Sindelar: lo 0-0
davanti ai 42.000 del Prater lasciava presagire un trionfo nel match di
ritorno. Invece di fronte allo Strahov strapieno e pronto a festeggiare,
furono i Viola di Vienna a riportare la vittoria grazie a una rete nel secondo
tempo di Camillo Jerusalem.
Il Bologna debuttò in campionato con una serie di sette risultati utili e
un’indicazione preziosa per mister Weisz: Biavati meritava senz’altro il
posto di titolare, e prometteva anzi di entrare a breve nel gotha dei
grandissimi del torneo.
Abilissimo nella tecnica, scattante nella corsa e mosso da un amore
incondizionato per la maglia rossoblù, la giovane ala destra stava
conquistando l’attenzione generale grazie a un colpo di sua invenzione,
perfezionamento di una mossa tentata in passato solo da “Mumo” Orsi: il
doppio passo. Di fatto, si trattava di una finta in corsa: quando un difensore
gli si parava incontro per arginarne l’incursione sulla fascia, Biavati eseguiva
una sorta di saltello superando il pallone, come volesse colpire la palla di
tacco, al che l’avversario era indotto a un istante di esitazione. E, in quel
momento preciso, Biavati spediva avanti il cuoio con l’altro piede,
spiazzando completamente il marcatore, e ripartiva col malcapitato ormai
alle spalle.
Una volta dissezionato il suo gesto al rallentatore, chiunque, dalle ali degli
altri club di Serie A alle moltitudini di amatori minorenni che affollavano i
prati d’Italia, provò a imitarlo per appropriarsene. Invano. Perché il doppio
passo riusciva solo al suo inventore: non bastava studiare l’alchimia per
diventare invisibili come Cagliostro, e non bastava capire il doppio passo per
eseguirlo come Biavati. Quel che a lui riusciva facile – e fulmineo – per gli
altri si traduceva in una goffa imitazione, lenta come l’anno della fame, con
annesso il rischio di uno scivolone culo a terra.
All’ottava giornata, il Bologna rimediò la prima sconfitta dell’anno: sul
terreno amico del Littoriale passò per 1-0 il Torino, che grazie alla rete di
Galli scavalcò i Rossoblù in testa alla classifica.
Ora la graduatoria recitava: Torino 12, Bologna e Lazio 11, Lucchese e
Roma 10. Le altre erano radunate in un fazzoletto di punti, con Napoli e
Juventus ferme a 6 davanti alle ultime della classe, il depauperato
Alessandria e il Novara.
La supremazia dei ragazzi granata, però, durò solo sette giorni, ché nel
turno successivo persero all’Arena contro l’Ambrosiana, mentre il Bologna
vinse all’Ascarelli di Napoli e la Lazio prevalse sulla Sampierdarenese, così
che Emiliani e Biancocelesti si portarono a braccetto al primo posto. La
tifoseria laziale poté gioire doppiamente, ché la Juventus affondò la Roma
per 5-1 al Mussolini: l’onta del derby d’andata perso per 3-1 era
ampiamente lavata, ché adesso gli arcirivali giallorossi erano indietro di tre
lunghezze.
Nei medesimi giorni saltò anche, per la seconda volta dall’inizio del
torneo, la panchina degli Alabardati, ma l’esonero che fece più rumore fu
un altro: il grande Baloncieri, vittima del principio secondo il quale il
talento non si può trasmettere sic et simpliciter, aveva rimediato con i suoi
Rossoneri un misero punto nelle ultime tre giornate. La dirigenza milanista
gli diede il benservito per ingaggiare un altro personaggio leggendario che,
a differenza di lui, aveva ampiamente dimostrato la propria perizia come
allenatore: mister William Garbutt, reduce dalla vittoria nel campionato
spagnolo alla testa dell’Athletic Bilbao.
Nel dicembre 1936, la principessa Virginia Bourbon del Monte, vedova di
Edoardo Agnelli, era in viaggio con i figli sul treno che l’avrebbe condotta a
trascorrere qualche giorno nella natìa Roma.
Quando il convoglio che li trasportava verso la capitale si arrestò per far
salire i poliziotti, sulle prime i bambini non realizzarono cosa stesse
accadendo. La stessa Virginia Bourbon, alla richiesta di esibire i documenti,
si dimostrò incredula. Eppure quelli facevano sul serio: le notificarono che
era in stato di fermo, e tanto lei quanto i bambini furono fatti scendere dal
treno. Quando vide le automobili nere ferme a ridosso dei binari, Virginia
capì che li stavano per separare, andò fuori di testa e domandò con quale
diritto pensavano di agire. Le fu notificato che le stavano levando i bambini
a causa della sua condotta immorale: era suscettibile di essere condannata
come pubblica prostituta, e strepitare non avrebbe migliorato la situazione.
In barba a ogni sentimento d’umanità, i piccoli Agnelli furono caricati
sulle vetture della polizia e ricondotti a Torino dal nonno. A Virginia,
incredula e disperata, non restò che piangere e protestare con protervia per
porre rimedio a quella separazione forzata. Per giorni, settimane, mesi,
avrebbe tentato di farsi ricevere dal Capo del governo, ma Mussolini, che
pure adorava trovarsi faccia a faccia con le belle donne, non avrebbe mai
trovato un momento per lei.
L’inedita fuga a due di Laziali e Bolognesi andò avanti sino alle feste
natalizie: il 29 novembre, le due capolista pareggiarono entrambe in due
delicatissimi match contro le torinesi, quindi il Bologna allineò una vittoria
esterna a Campo Testaccio, un pareggio nel derby dell’Appennino e una
nuova vittoria esterna a Trieste.
La banda di Silvio Piola e dei “tre alessandrini”, dal canto suo, tornò con
un punto dal confronto milanese con l’Ambrosiana, batté di misura la
sorprendente Lucchese di Egri Erbstein e affondò per 4-0 i Grigi,
mandando a segno l’ex Riccardi, il devastante Piola e, per due volte,
l’interno cadorino Bruno Camolese, studente di Economia alla Sapienza.
Tanto i Biancocelesti quanto i Bolognesi vinsero ancora nella prima partita
dell’anno, facendo schizzare verso l’alto la media-gol del torneo: il Bologna
sconfisse per 5 a 1 il Novara mandando a segno Fedullo e Busoni, autori di
altrettante doppiette, con sigillo finale di Giordano Corsi. La Lazio, per
conto suo, sconfisse il Napoli sul terreno dell’Ascarelli: Umberto Busani, in
pieno furore agonistico, segnò tre reti nei primi diciassette minuti di gioco,
e ne marcò una quarta contribuendo ulteriormente al risultato finale di 5-3
per i Capitolini.
Dopo cinque giornate a braccetto in testa al torneo, la strana coppia si
sfaldò nell’ultimo turno d’andata: la Lazio, infatti, batté agevolmente il Bari
allo Stadio del Partito, mentre il Bologna cadde a San Siro di fronte al
Milan, vittorioso per 1-0 grazie a un rigore del terzino Bonizzoni nel cuore
del secondo tempo.
I Biancocelesti poterono così laurearsi campioni d’inverno in solitaria con
23 punti, davanti ai Felsinei fermi a 21 e al vivace Torino, in agguato a
quota 20.
In Spagna, frattanto, infuriava la guerra civile.
Le forze della legittima repubblica ricevettero l’aiuto di migliaia di
volontari accorsi da tutta Europa e dagli Stati Uniti. Fra loro anche un gran
numero di italiani, perlopiù legati all’ambiente dei fuoriusciti e indirizzati
nella Penisola iberica dai gruppi dirigenti del Partito Comunista e di
Giustizia e Libertà.
Fu Carlo Rosselli a convincere le diverse forze antifasciste a unire le
formazioni in un solo battaglione in seno alle nascenti Brigate
internazionali: la formazione, articolata su cinque compagnie, venne
intitolata a Garibaldi, e il suo comando fu affidato al grossetano Randolfo
Pacciardi, eroe della Grande Guerra e più tardi segretario del Partito
Repubblicano.
Nel marzo del 1937, comunisti, socialisti, repubblicani e anarchici italiani
radunati nel Battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali si trovarono
di fronte per la prima volta ai compatrioti del Corpo Truppe Volontarie
arruolato dal Regime: la battaglia di Guadalajara, scatenata dai repubblicani
per impedire il completo accerchiamento di Madrid, si risolse con esito
favorevole, ché l’avanzata dei nazionalisti fu momentaneamente arrestata, e
la propaganda poté parlare di «prima sconfitta del fascismo». La guerra
civile, però, era lontana dal vedere una fine.
Nella prima giornata di ritorno, il 17 gennaio 1937, la Lazio fu sconfitta a
San Siro da un Milan tornato convincente dopo anni opachi, mentre il
Bologna vinse agevolmente in casa contro l’Alessandria e riagganciò i
Capitolini in testa alla graduatoria.
La coppia che si era rotta per una settimana, permettendo ai Laziali di
laurearsi campioni d’inverno, tornò quindi a viaggiare spalla a spalla, ma
questa volta la convivenza in testa alla classifica sarebbe stata breve.
Due settimane più tardi, infatti, la Lazio uscì sconfitta dal Littorio di
Trieste mentre il Bologna riportò un prezioso successo contro
l’Ambrosiana, e si ritrovò a guidare la classifica in solitaria. Anche senza
Schiavio, ormai impegnatissimo nelle attività di famiglia, il sogno di vincere
il secondo scudetto consecutivo non sembrava campato in aria. E i bene
informati del bar tabaccheria Otello, covo dei tifosi rossoblù, giuravano che,
se ci fosse stato bisogno di lui, ai primi tepori di primavera “Anzlèn”
sarebbe tornato.
E che di lui si sentisse la mancanza venne in chiaro in maniera
inequivocabile nella seconda parte dell’inverno: tra febbraio e la prima
settimana di marzo il Bologna infilò cinque pareggi consecutivi, e Busoni
pareva ibernato così come il suo score. D’accordo che il torneo era
equilibrato e quei cinque punti bastarono per conservare la prima piazza;
d’accordo anche che il gioco di Weisz era improntato a subire poche reti e,
possibilmente, vincere col minimo sforzo, ma per ben tre volte, contro
Sampierdarenese, Genova e Torino, i Rossoblù avevano dovuto rincorrere il
pari dopo essersi trovati in svantaggio di due reti.
La superiore personalità dei Rossoblù in mezzo al campo sembrava
garantita dall’asse uruguagio Andreolo-Fedullo-Sansone, ma là davanti
Weisz si era ridotto a disegnare un tridente d’emergenza: complice la
contemporanea assenza di Biavati e Maini, il tecnico aveva gettato nella
mischia come ala destra il debuttante De Filippis, passato in pochi mesi dai
campi agri della terza serie a indossare la maglia scudettata, per confrontarsi
una settimana dopo l’altra con gli assi della Serie A.
Quando Maini tornò a giocare, Weisz lo promosse al centro dell’attacco
lasciando in tribuna il letargico Busoni, e il Bologna tornò a vincere: 2-1 al
Napoli, con reti di Andreolo e del buon Bruno.
Dopo settimane a passetti da formica, adesso i campioni d’Italia erano
tornati a correre: 34 punti per loro, due in più rispetto a un Milan brillante,
che pur senza acquisti di nome sembrava avere ritrovato la quadra grazie alla
guida di Garbutt. A quota 30 c’era il duetto formato dal Toro e dalla Lazio,
rallentata dalla sconfitta subita nel derby di ritorno. Ferma a 28, dopo la
sconfitta patita a Campo Testaccio, la Juventus.
Le gerarchie metropolitane che si erano imposte durante il quinquennio
bianconero erano pertanto ribaltate: il Toro, per il secondo anno
consecutivo, si trovava davanti alla Juventus; i Diavoli rossoneri del capitano
Perversi e dell’ex palermitano De Manzano erano al secondo posto, mentre
l’Ambrosiana annaspava a metà classifica; la Lazio dell’esplosivo Piola
vantava nonostante tutto sette lunghezze sui Giallorossi, più vicini alla
quota-salvezza che non a quella necessaria per accedere al podio del torneo.
Solo a Genova, fra le città che schieravano due squadre in Serie A, le
gerarchie storiche erano rispettate: i Grifoni, trascinati dalle reti di
Marchionneschi, volavano ben più alti della Sampierdarenese, invischiata
come d’abitudine nella bagarre per la salvezza.
Il torneo, tuttavia, era lontano dall’esser deciso: con sette match da
disputare e diversi scontri diretti in calendario, tanto davanti quanto in coda
poteva ancora accadere di tutto.
Il 28 marzo, il Bologna pareggiò 0-0 con la Juventus al Mussolini,
portando a casa un punto che si rivelò prezioso; si registrò infatti un
identico risultato fra Lazio e Torino allo Stadio del Partito, mentre il Milan
cadde sul campo del Novara.
Sette giorni dopo, i campioni d’Italia tornarono a mettere fieno in cascina
superando la Roma al Littoriale grazie a una fondamentale rete di Sansone
nel finale di partita. Il Milan fu bloccato sul pareggio interno dal Genova,
mentre vinsero tutte le altre pretendenti al titolo: Bologna a 37, Lazio,
Torino e Milan a 33.
Con quattro giornate da giocare e altrettanti punti di vantaggio, ora
l’eventualità che il Bologna si aggiudicasse il secondo scudetto consecutivo
pareva più che probabile.
L’apporto fornito dai regimi di Roma e Berlino, concordi nel voler
stroncare la resistenza repubblicana in Spagna, non si limitò alle forze di
terra. Determinante, infatti, fu l’invio di squadriglie delle rispettive forze
aeree. Camuffate con dischi neri le coccarde dipinte sulle fusoliere dei
velivoli, l’Aviazione legionaria italiana e la Legione Condor germanica
parteciparono attivamente ad azioni di guerra contro le forze repubblicane.
L’orrore raggiunse il colmo il 26 aprile 1937, quando venne fatta oggetto
di un’indiscriminata incursione dal cielo la cittadina basca di Guernica: la
notizia che centinaia di vittime erano perite sotto il lancio di ordigni
incendiari destò un vivo orrore in tutte le nazioni civilizzate, ché si
vedevano tramontare per sempre i codici di cavalleria ai quali, almeno
formalmente, si erano attenuti i conflitti fra nazioni. Anche nel massacro
della Grande Guerra, infatti, i non combattenti erano stati formalmente
tutelati, mentre ora, pur di spezzare la resistenza avversaria, si facevano
piovere ordigni incendiari – una pratica che i nostri aviatori avevano messo
a punto in Etiopia – sulla testa di anziani, donne e bambini.
L’inorridito arcivescovo di Canterbury, primate della Chiesa anglicana,
condannò fermamente una simile pratica, coniando per l’occasione
l’espressione “distruzione di massa”: ancora non poteva sapere che, di lì a
poche stagioni, anche l’Inghilterra sarebbe stata vittima di terrificanti
bombardamenti a tappeto e piogge di ordigni senza pilota.
Fra le risposte più singolari all’assedio nazionalista dei Paesi Baschi vi fu
quella del lehandakari, ovvero il presidente del governo regionale, José
Antonio Aguirre: il politico, già calciatore dell’Athletic Bilbao, era convinto
che la popolarità del calcio potesse servire a sensibilizzare il pubblico estero
sulla tragedia che stava affliggendo la sua terra, e diede ordine alla selezione
dell’Euskadi di partire in tournée all’estero per raccogliere fondi.
Alla testa del team fu posto l’allenatore Pedro Vallana, membro della
Nazionale spagnola che nel 1920 aveva ottenuto la medaglia d’argento alle
Olimpiadi d’Anversa. Con lui partirono un massaggiatore, due dirigenti e
una ventina di calciatori, fra i quali un certo numero di protagonisti
dell’ultimo Campionato del mondo: c’erano anche i forti mediani
Muguerza e Cilaurren, e gli attaccanti Isidro Lángara, Gorostiza, “Chato”
Iraragorri e Luis Regueiro.
Il primo incontro dei Baschi si svolse a Parigi: sul terreno del Parco dei
Principi sconfissero per 3-0 i campioni di Francia del Racing, quindi si
diressero verso il Midi, dove incontrarono l’Olympique Marsiglia e i
Biancoverdi del Sète. Rientrati a Parigi, incontrarono ancora per due volte
il Racing, quindi lasciarono la Francia per portare il verbo repubblicano in
giro per l’Europa: nel maggio del 1937 giocarono a Praga contro la
Nazionale cecoslovacca, cedendo per tre reti a due, quindi giocarono a
Chorzów contro la rappresentativa della Slesia, incontro vinto col
punteggio di 4-3. Le notizie che giungevano da casa riferivano di una
Bilbao ormai assediata e i calciatori, pur di raccogliere fondi per aiutare la
causa repubblicana, accettarono l’invito di viaggiare ancora più a est,
laddove poche squadre occidentali si erano spinte: nel cuore dell’Unione
Sovietica di Stalin.
I Baschi erranti giocarono davanti a immense folle contro le squadre
moscovite del Lokomotiv e della Dinamo, e contro le formazioni omonime
di Leningrado, Kiev e Minsk, quindi tornarono a Mosca per incontrare lo
Spartak. Qui i russi giocarono sporco: pur di battere almeno una volta
l’undici basco, imbottirono la squadra di campioni d’altri team, e riuscirono
a sconfiggerli. Ormai Bilbao era caduta nelle mani delle forze franchiste, e
non avevano più un posto dove tornare: animati dalla disperazione,
viaggiarono verso la Georgia per incontrare la Dinamo Tbilisi. Questa era la
squadra del cuore di Berija, il feroce capo della polizia segreta di Stalin, che
vi aveva militato, senza grande successo da ragazzo, ma i ragazzi di Vallana
non si lasciarono impressionare e batterono anche loro. Pochi giorni dopo,
sempre a Tbilisi, sconfissero anche la rappresentativa della Repubblica
socialista sovietica georgiana.
Lasciato il Caucaso, la squadra verdebiancorossa viaggiò verso il Nord,
dove incontrò e sconfisse le Nazionali di Norvegia e Danimarca, quindi si
trovò di fronte a un dilemma: rientrare a orecchie basse in patria e
implorare la clemenza dei nuovi padroni di Bilbao, o continuare a portare
in giro per il mondo il proprio verbo?
Il 2 maggio 1937, il Bologna capolista ospitava la Triestina.
Solo la matematica, ormai, teneva in vita le speranze delle inseguitrici: il
Toro era atteso sull’ostico campo del Bari, il Milan in casa della Juventus, la
Lazio ad Alessandria.
Nel caso più che probabile d’una vittoria interna del Bologna, i
Biancocelesti sarebbero stati comunque tagliati fuori, mentre Granata e
Rossoneri potevano ancora sperare in un miracoloso aggancio in extremis. A
patto, naturalmente, di vincere i loro match.
Il fatto di poter conoscere il risultato del Littoriale tramite la radio non li
aiutò a disputare degli incontri sereni: prima del decimo minuto il Bologna
era già in vantaggio grazie a una rete di Reguzzoni. Lo scudetto sembrava
destinato a restar cucito sulle casacche rossoblù, tanto più che il Toro non
riusciva a passare, e il Milan si ritrovò in svantaggio.
A cinque minuti dalla fine, una rete di Andreolo mise il risultato al sicuro
per il Bologna.
Se i risultati sugli altri campi non fossero cambiati, i Felsinei potevano
festeggiare in anticipo la conquista del quarto titolo della loro storia.
E, al triplice fischio, la speranza dei supporter felsinei si tramutò in
certezza: Bari-Torino 0-0, Juventus-Milan 2-0, e Bologna campione
d’Italia.
Per festeggiare degnamente il titolo, non restava che una cosa da fare:
convincere Angelo Schiavio a vestire ancora, almeno una volta, la maglia
rossoblù.
Fra le inseguitrici dei Veltri, quel giorno vinse solo la Lazio, che
bombardò la porta dell’Alessandria maturando una vittoria per 5-1 che si
dimostrò utile solo in chiave di qualificazioni europee e di lotta per la
salvezza: grazie a quel risultato i Biancocelesti si riportarono al secondo
posto insieme al Toro, mentre i Grigi restarono ancor più soli in fondo alla
graduatoria.
Frattanto, a Campo Testaccio, si registrò un debutto clamoroso: la Roma
mandò in campo un promettente quindicenne di Frascati prelevato dalle
giovanili. Si chiamava Amedeo Amadei, ma per tutti era già “er
Fornaretto”.
Una settimana più tardi Amadei segna l’unica rete della Roma contro la
Lucchese al Littorio di Porta Elisa. Suo è il gol del momentaneo pareggio,
poi il portiere giallorosso Masetti si fa male, “Paperino” Di Benedetti va in
porta al suo posto, e la Lucchese dilaga: 5-1 per le Pantere di Erbstein il
risultato finale. Per il ragazzino di Frascati, il dispiacere è alleviato dalla
consapevolezza di essere diventato il marcatore più giovane di sempre della
Serie A.
Il più prolifico in assoluto, quell’anno, fu Silvio Piola con 21 centri,
seguito nella classifica dei cannonieri da Gabetto e dal granata Pietro
Buscaglia.
La tenacia della Lazio fu premiata alfine dalla seconda piazza, che avrebbe
permesso ai Biancocelesti di giocare la Mitropa insieme al Bologna e alla
vincitrice della Coppa Italia: nella finale secca di Firenze, se la sarebbe
aggiudicata il Genova, vittorioso per 1-0 sulla Roma.
Era il primo trofeo dei Grifoni dai tempi dello scudetto conquistato
nell’ormai remoto 1924, e sotto la Lanterna ci si augurava che comportasse
la riapertura di un ciclo felice dopo tante traversie.
Anche gli altri rappresentanti della Superba, i Biancocerchiati della
Sampierdarenese, potevano sorridere: si erano salvati ancora una volta in
extremis, mentre la fatale botola che conduceva in Serie B si era spalancata
sotto i piedi di Alessandria e Novara.
Le avrebbero sostituite nella successiva edizione del torneo il Livorno, il
cui stadio era stato intitolato a Edda Ciano Mussolini, e i Nerazzurri
bergamaschi dell’Atalanta, alla prima apparizione nella massima serie.
A Parigi, il 25 maggio, si inaugurò l’Esposizione universale che aveva
come tema “Arte e tecnica nella vita moderna”. Concepita per rasserenare
il clima tempestoso che incombeva sull’Europa, si trasformò in un agone
per gli opposti nazionalismi.
La prima a concepire un edificio mastodontico fu la Francia, che progettò
una torre di 700 metri circondata da una pista a chiocciola che avrebbe
permesso agli automobilisti di raggiungere il ristorante posto in vetta, ma
tanto gli studi di statica quanto quelli relativi al budget fecero rientrare il
progetto: come edificio svettante sull’area espositiva sarebbe andata
benissimo la Tour Eiffel.
I padiglioni più maestosi e, per certi versi, terrificanti, risultarono quelli
dell’Unione Sovietica e della Germania nazista, che si fronteggiavano
direttamente all’attaccatura del Pont d’Iéna sul lato dei giardini del
Trocadero.
Il primo era uno squadrato edificio di trenta metri sormontato da un
colossale