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Il

libro

“ Dove sono Mumo, Lev, Helenio, George e Omar, l’abulico, l’atletico, il buffone,
l’ubriacone, il rissoso?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

I cinque aggettivi sono quelli del secondo verso di Edgar Lee Masters. I personaggi,
tolto Jascin che ci sta dentro in pieno, sono invece adattati con un pizzico di
disinvoltura perché l’abulìa di Mumo Orsi era saltuaria assai, la buffonaggine del mago
Herrera una componente studiata e coltivata del suo carisma. Mentre i vizi di Best e il
caratteraccio di Sivori non ne hanno impedito l’ingresso nella galleria dei più grandi.
La collina su cui dormono è una Superga dell’anima.

Il rimando a Spoon River, deferente e inevitabile, spero non spudorato, si ferma qui.
Questa è una semplice passeggiata della memoria, coltivata negli anni e immaginata
con un centinaio di garofani rossi. La storia del calcio l’hanno scritta davvero in tanti.
Un fiore e un minuto di silenzio per ciascuno. Ma silenzio-silenzio, senza che a
funestarlo arrivi il bell’applauso di cui la società dello spettacolo non sa più fare a
meno.

Un minuto. Due-tre nel caso dei personaggi più straripanti: è quanto serve alla
lettura di ciascuno dei ritratti. Per ricambiare le emozioni che hanno regalato a
generazioni di appassionati. E insieme per riviverle, per continuare a tramandare le loro
gesta, le imprese, e perché no, le umane debolezze.

Tutti, tutti, dormono dunque sulla collina del football. Ragazzi come Meroni e
Scirea, vecchie glorie come Di Stéfano e Matthews, cantori come Brera e Galeano. Se
il calcio è rimasto di gran lunga il gioco più bello del mondo lo deve innanzitutto a
loro: e ai tanti altri che è stato emozionante scoprire o riscoprire. Quand’eran giovani e
forti ci hanno fatto battere il cuore.”
L’autore

Gigi Garanzini, una delle penne più nobili del giornalismo


sportivo, costruisce con arte una storia lirica del calcio
mondiale. Un’impresa romantica, un libro scritto in stato di
grazia, lieve come un fiore posato sulla tomba di un eroe.

I principali quotidiani nazionali, qualche buon programma


televisivo e poi radiofonico nella lunga carriera giornalistica
di Gigi Garanzini, biellese di nascita e langarolo d’adozione.
Anche due brevi esperienze dall’altra parte della barricata, a
Italia ’90 e nel settore tecnico di Coverciano. E una mostra milanese a Palazzo Reale
sull’epopea di Herrera e Rocco. Prima di questo libro ha pubblicato Il romanzo del
Vecio (Baldini & Castoldi, 1997), dedicato a Enzo Bearzot, Nereo Rocco. La leggenda
del paròn (Baldini & Castoldi, 1999), E continuano a chiamarlo calcio (Mondadori,
2007) e Nereo Rocco. La leggenda del paròn continua (Mondadori, 2009).
Gigi Garanzini

IL MINUTO DI SILENZIO
La storia del calcio attraverso i suoi eroi
Il minuto di silenzio

A Leo Messi,

che ha ricreato gli incanti di ieri

anticipando quelli di domani


Introduzione

Dove sono Mumo, Lev, Helenio, George e Omar,

l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

I cinque aggettivi sono quelli del secondo verso di Edgar Lee Masters. I
personaggi, tolto Jascin che ci sta dentro in pieno, adattati con un pizzico di
disinvoltura perché l’abulìa di Mumo Orsi era saltuaria assai, la buffonaggine
del mago Herrera una componente studiata e coltivata del suo carisma.
Mentre i vizi di Best e il caratteraccio di Sivori non ne hanno impedito
l’ingresso nella galleria dei più grandi. La collina su cui dormono è una
Superga dell’anima. Dove ci si può spingere a immaginare capitan Valentino
nei panni del padrone di casa, impegnato a smistare gli arrivi: con gli ultimi,
quelli della Chapecoense, il daffare non gli è mancato. Senza aree dedicate,
proprio come al Père-Lachaise dove Bellini e Chopin sono vicini ma Molière,
Balzac e Proust parecchio lontani tra loro. Fermo restando che c’è sempre un
vecchio ragazzo a sbirciarti la guida per scoprire dov’è Jim Morrison.
Il rimando a Spoon River, deferente e inevitabile, spero non spudorato, si
ferma qui. Questa è una semplice passeggiata della memoria, coltivata negli
anni e immaginata con un centinaio di garofani rossi. Non sono bastati. Anzi,
quanti di più ne sarebbero serviti: la storia del calcio l’hanno scritta davvero
in tanti. Un fiore e un minuto di silenzio per ciascuno, chiedendo scusa a tutti
quelli cui ho dovuto rinunciare perché un libro non diventasse
un’enciclopedia. Ma silenzio-silenzio, senza che a funestarlo arrivi il
bell’applauso di cui la società dello spettacolo non sa più fare a meno.
Un minuto. Due-tre nel caso dei personaggi più straripanti: è quanto serve
alla lettura di ciascuno dei ritratti. Per ricambiare le emozioni che hanno
regalato a generazioni di appassionati. E insieme per riviverle, per continuare
a tramandare le loro gesta, le imprese, e perché no, le umane debolezze. Senza
più gerarchie, senza stare a distinguere tra fenomeni e non, visto che ormai,
avrebbe detto Totò, è passata ’a Livella.
Tutti, tutti, dormono dunque sulla collina del football. Ragazzi come
Meroni e Scirea, vecchie glorie come Di Stéfano e Matthews, cantori come
Brera e Galeano. Se il calcio è rimasto di gran lunga il gioco più bello del
mondo lo deve innanzitutto a loro: e ai tanti altri che è stato emozionante
scoprire o riscoprire. Quand’eran giovani e forti ci hanno fatto battere il
cuore.
Danilo
(1985-2016)

Sull’aereo che avrebbe dovuto portarlo a Medellín, Marcos Danilo Padilha si


stava finalmente gustando il momento più bello della carriera. Vedeva davanti
a sé la nuca di Caio Júnior, l’allenatore, e pensava, bella forza, lui ha allenato
Flamengo, Palmeiras, Botafogo, e questa finale per quanto incredibile non
sarà che la ciliegina sulla torta. Ma per me che ho galleggiato per anni tra la
terza e la quarta divisione, e che già avevo vissuto come un mezzo miracolo la
serie B e un miracolo intero la serie A, questa è la torta.
La settimana prima era stata una sua parata miracolosa all’ultimo minuto a
decidere la semifinale con gli argentini del San Lorenzo. E quando in diretta
TV gli era stato chiesto se si sentisse un eroe aveva risposto che no, nessuno
vince mai una guerra da solo: semplicemente, aveva aggiunto, sarebbe stato
ingiusto che la squadra venisse eliminata proprio all’ultimo tiro. Aveva
minimizzato, insomma. Ma a ripensarci sentiva ancora il brivido seguito a
quell’intervento. Persino più forte di quello provato agli ottavi, quando contro
l’Independiente aveva parato la bellezza di quattro rigori: però, sapeva lui per
primo, tirati così così.
Gli tornarono alla mente i primi passi dell’avventura alla Chapecoense.
Nel 2009, in quarta divisione, salendo un gradino alla volta sino a diventare
uno degli idoli, forse l’idolo in assoluto di una torcida che aveva cominciato
poco alla volta ad amarlo per il suo impegno, il temperamento, la passione.
Alcuni tra i compagni avevano tentato l’avventura in Europa, i più giovani
non smettevano di sognarla a occhi aperti. Lui no. A 31 anni Marcos Danilo
Padilha, di professione portiere, aveva già avuto dal calcio molto più di quel
che mai si sarebbe immaginato. Al punto che quella Copa sudamericana in
palio l’indomani con l’Atlético di Medellín gli avrebbe regalato una grande
gioia in più: ma non cambiato la vita. Riguardò la testa del mister e pensò che
aveva un po’ tanto esagerato dopo la vittoria sul San Lorenzo. “Se morissi
oggi, morirei felice” aveva detto dopo aver centrato la finale in un tripudio di
bandiere verdi.
A differenza dell’allenatore, il portiere Danilo sopravvisse allo schianto.
Morì in ospedale, per la gravità delle ferite.
George Best
(1946-2005)

Sbarcò George Best sul pianeta del pallone, giusto mezzo secolo fa, e di colpo
lo fece sembrare vecchio, lento, superato. Fu subito battezzato Il quinto dei
Beatles, non solo per i capelli a caschetto, quanto perché l’effetto che ebbe sul
calcio fu esattamente lo stesso che il quartetto di Liverpool aveva prodotto
sulla musica contemporanea. Best era tecnica e velocità, era melodia e
percussione. Chitarra e batteria, tocchi felpati e fughe per la vittoria. Solo un
altro fenomeno, tra quelli che avevo avuto la fortuna di vedere, o meglio
intravvedere, perché tra riprese da lontano e bianco e nero non era
quell’averceli in casa come oggi, mi aveva sino a lì regalato scosse di pari
intensità. Si chiamava Garrincha, era anche lui un’ala destra ma più lineare, se
è lecito bestemmiare così il nome sacro di Mané. Best, che a destra era nato e
da lì cominciava ogni partita, poi se ne andava altrove, ovunque gli dettasse
l’istinto o avvertisse il richiamo della foresta. Senza mai pestare i piedi, sarà il
caso di ricordare, a un altro fuoriclasse come Bobby Charlton, né a un grande
quale Denis Law. Perché la musica di Best era sì pigiare sui tasti, ma a patto
di ricavarne la più ammaliante delle armonie. Sfidando anche, nelle serate di
grazia, gli agguati dei picchiatori di allora. Mai più visto nessuno saltare sul
tempo, con quella grazia irridente, gli sgambetti assortiti e le entrate omicide.
Durò non più di tre-quattro stagioni ai suoi livelli più alti. Oltre che nel
teatro di casa, a Old Trafford, diede spettacolo a Lisbona, a Madrid e su altre
storiche piazze. La sera che il Manchester United vinse la sua prima Coppa
dei Campioni, dieci anni dopo il disastro aereo di Monaco, fece balzare dalle
poltrone mezza Europa dribblando anche il portiere prima di accarezzare il
pallone verso la porta vuota. Ma a differenza di Stanley Matthews, che
preservò il suo talento dai vizi e tagliò da campione il traguardo dei
cinquant’anni, Best fece una scelta esattamente opposta. E cominciò a
declinare prima dei 25, sopravvivendo poi a se stesso per altre dieci stagioni
al solo scopo di mantenere il suo folle tenore di vita.
Quale? Quello che si era liberamente scelto e non rinnegò mai, nemmeno
nei momenti più drammatici dei ricoveri per alcolismo e dei trapianti di
fegato. Meglio, anzi giusto ricordarlo con una serie di frasi celebri non meno
affascinanti dei suoi indimenticabili dribbling. La prima risale al giorno in cui
qualcuno, evidentemente strabico, scrisse che Beckham era il suo erede.
“Non sa calciare col sinistro, non ha colpo di testa, non sa contrastare e
non segna molto. A parte questo è un buon giocatore.”
“Se fossi nato brutto non avreste mai sentito parlare di Pelé.”
“Non so se è meglio far gol al Liverpool o andare a letto con Miss Mondo:
fortunatamente io non ho dovuto scegliere.”
“Nel ’69 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i 20 minuti peggiori
della mia vita.”
“Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho
sperperato.”
Gaetano Scirea
(1953-1989)

Espulso è da escludere. Secondo alcuni statistici mai nemmeno ammonito.


Ma se pure un cartellino, giallo, gli fosse anche stato sventolato, Gaetano
Scirea rimane il difensore più elegantemente corretto che si ricordi. Ufficiale
e gentiluomo. In un ruolo inventato proprio per fungere da baluardo estremo,
e a larga maggioranza interpretato proprio in quella chiave senza andare per il
sottile. Non da lui. Scirea smise di giocare qualche anno prima che venisse
introdotta la casistica del fallo da ultimo uomo. Ma non l’avrebbe comunque
riguardato, perché l’opzione gamba o pallone non faceva parte del suo DNA .
L’esempio paradigmatico lo offrì il 2 giugno ’78 a Mar del Plata, esordio
nel Mondiale argentino. Dopo nemmeno trenta secondi di partita con la
Francia ci fu un lancio per Six sulla sinistra, proprio davanti alla panchina
azzurra. Gentile era fuori posizione, la traiettoria forse un po’ lunga, ma
l’unica speranza era che Scirea arrivasse a chiudere in tempo. La palla la
toccò per primo Six, ma a portata di contatto perché Scirea arrivava in
diagonale. Chiunque altro avrebbe mirato l’uomo, facendolo rotolare fuori
campo: Passarella, per dirne uno che in quel Mondiale fece impunemente
carne di porco, gli avrebbe regalato l’emozione di una planata sulla pista
d’atletica. Scirea ritrasse addirittura il petto per paura di fargli male, Six dal
fondo crossò e Lacombe fece gol. Poi Gaetano guidò la rimonta azzurra,
perché questa era la sua interpretazione del calcio.
Giocò 58 partite nell’Atalanta, 377 nella Juve e 78 in Nazionale. Le
primissime da mezzala, tutte le altre da libero che pareva danzare sulle punte
anche negli assedi prolungati, nelle mischie più roventi. Poi, riconquistata
palla, la lasciava ai compagni e si sganciava in avanti, quasi sempre sulla
sinistra, cercando di non dar nell’occhio a costo di correre un po’ alla maniera
della Pantera Rosa. Se arrivava a lui, sapeva sempre cosa farne. Nella finale
mondiale di Madrid approdò in area tedesca, stavolta da destra, e si mise a
palleggiare con Bergomi, sull’1-0 per l’Italia a mezzora dalla fine, a proposito
di catenaccio. Quando vide sopraggiungere Tardelli gliela scaricò all’indietro
sulla corsa, perché era tempo di farla finita.
Oltre a quel titolo mondiale vinse con la Juve sette scudetti, una ciascuna
delle Coppe euro-mondiali e due Coppe Italia. Uscendo un giorno dal campo
Combi, quasi a fine carriera, gli chiesi qual era stata l’emozione più forte di
tutti quegli anni. Arrossì, come sempre quand’era interpellato, e mi disse che
ci avrebbe pensato sotto la doccia. Poi, mentre Tardelli e Gentile lo sfottevano
a distanza, com’è che con noi non parli mai e con quello che non è nemmeno
dei nostri sì, mi raccontò che la sua famiglia, a Cernusco sul Naviglio, era
interista e che suo padre Stefano lo aveva portato con sé a San Siro la sera di
Inter-Liverpool. Quell’atmosfera, quella rimonta, quell’impresa vista e vissuta
aggrappato alla cancellata del parterre andava oltre, disse proprio così perché
parlava poco ma quel poco bene, le emozioni che aveva vissuto poi da
protagonista.
Morì a 36 anni in un incidente d’auto in Polonia. Sette giorni dopo,
stroncato dal dolore, toccò a papà Stefano.
Matthias Sindelar
(1903-1939)

Erano quattro i fuoriclasse europei degli anni ’20 e ’30. Il portiere spagnolo
Zamora, Peppino Meazza, l’avvocato ungherese Sárosi e il fantasista
austriaco Sindelar, detto Cartavelina per via del suo fisico lungo e soprattutto
sottile.
Der Papierene, per l’appunto Cartavelina, era la stella del Wunderteam, lo
squadrone austriaco creato da Hugo Meisl che diede a lungo spettacolo e non
vinse quanto avrebbe meritato. Figlio di un viennese caduto in guerra sul
fronte italiano, nella battaglia dell’Isonzo, a vent’anni Sindelar rischiò la
carriera per un grave infortunio al ginocchio destro. Salvato da un intervento
per quei tempi avveniristico, giocò per il resto dei suoi giorni con una benda
elastica protettiva che gli fece forse un po’ da coperta di Linus: ma anche da
radar per le entrate dei difensori che a quei tempi facevano molti meno
complimenti di oggi. Fu chiamato anche Il Mozart del football, e questo
battesimo assai più del precedente ci restituisce l’eleganza, la grazia, persino
la leggiadria con cui Sindelar danzava per il campo senza mai perdere di vista
la porta avversaria. Era forte, biondo, bello. Anche lui come Meazza prestò la
sua immagine ai primi messaggi pubblicitari a sfondo calcistico.
Poi arrivò il giorno dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla
Germania hitleriana. Il 3 aprile del ’38, alla vigilia del Mondiale francese, il
Prater di Vienna ospitò l’ultima partita della Nazionale austriaca, ovviamente
contro la Germania. Sindelar segnò un gol, il suo amico Sesta ne segnò un
altro, e tutti e due alla fine schierati dinanzi alla tribuna d’onore per la
cerimonia ufficiale tennero il braccio destro basso, mentre gli altri venti lo
tendevano nel saluto nazista. Sesta ebbe qualche noia immediata. Sindelar no,
perché era un’icona. Ma quando da lì a poco rifiutò la convocazione al
Mondiale, che avrebbe ovviamente dovuto giocare con la maglia della
Germania, Goebbels, che non era purtroppo una mezzala, disse una cosa tipo,
sappiamo che Sindelar è un idolo degli austriaci e tutti speriamo che possa
continuare a esserlo.
Lo trovarono secco nel giro di pochi mesi, il 23 gennaio del ’39. Ucciso,
guarda un po’ la fatalità, dalle esalazioni di monossido di carbonio di una
stufa difettosa, lui e la sua compagna Camilla Castagnola, un’infermiera
italiana, ebrea, altra combinazione. Che secondo alcune fonti era una
conquista recente, secondo altre aveva conosciuto a Milano durante il
Mondiale del ’34, quando il solito Luisito Monti l’aveva spedito in ospedale
non solo per controlli, e forse anche sposato. A proposito di fonti, e di
versioni, l’inchiesta prospettò come alternativa alla tragica fatalità quella del
doppio suicidio, senza negarsi l’eventualità di un’overdose. Ad ogni buon
conto i corpi furono velocemente cremati e le carte dell’inchiesta secretate
prima di sparire negli archivi della Gestapo. Con quel che combinarono da lì
in poi, cosa volete che fosse far volare via un foglio di Cartavelina?
Renato Cesarini
(1906-1969)

Di una vita e una carriera che sono ben oltre la dimensione di romanzo
basterebbero due viaggi.
Il primo sul Mendoza. Il bastimento dei migranti che allora, nei primi anni
del secolo scorso, eravamo noi. Nell’autunno del 1906 Giovanni Cesarini,
calzolaio di Senigallia, e la moglie Annetta si imbarcano a Genova per
Buenos Aires con un rosario, uno spicchio d’aglio e un fagottino contenente il
loro piccolo Renato, di sei mesi. Sbarcano 30 giorni dopo in Argentina,
campano per un po’ in un centro di prima accoglienza che là si chiama
conventillo e poco, ma proprio poco alla volta, ammazzandosi di fatica,
trovano il modo di convivere con una miseria un po’ meno nera di quella che
si sono lasciata alle spalle.
Il secondo sul Duilio, ventitré anni e qualcosa più tardi. Renato è cresciuto
al Barrio Palermo, ha conosciuto la scuola della calle e dopo aver assaggiato
il circo ha scoperto il calcio. Il suo grande talento, sino a lì espresso solo in
squadre di secondo piano, è stato scoperto da Mumo Orsi, amico e sodale di
tango e sottane, che parte per giocare nella Juve e si mette in testa di
portarcelo. La mattina del 27 gennaio 1930, Renato Cesarini si imbarca per
l’appunto sul transatlantico di lusso. È riuscito a ottenere dalla Juventus un
anticipo con cui ha comprato una signora casa per padre, madre e sorelle
sopraggiunte nel frattempo. E per cancellare non il ricordo, era troppo
piccolo, ma i racconti del viaggio d’andata, il ritorno se lo gioca in prima
classe, abito grigio e sciarpa di seta, champagne e tacche sul carnet da
Rodolfo Valentino.
Cinque anni in bianconero, altrettanti scudetti. Una gioia per gli occhi del
pubblico che ne ammira l’eleganza, la classe, il temperamento quando serve.
Una disperazione per il barone Mazzonis che dirige la società con l’incarico
di garantire, anche, lo stile-Juve. Cesarini alterna le nottate di tango a quelle
di poker. È capace di arrivare al campo direttamente in smoking, una volta in
pigiama con vestaglia di raso. Va a spasso con una scimmia sulla spalla, apre
una scuola di tango in piazza Castello. Il suo richiamo della foresta è venere:
ma bacco e tabacco non mancano mai. Eppure, in quel calcio anni ’30, il suo
fisico non paga dazio e i compagni ne ammirano, e invidiano semmai, la
lucida follia. Il barone notifica multe su multe: lui paga senza fiatare.
Nel ’35 torna a Buenos Aires. Gioca le due ultime stagioni, poi inizia ad
allenare. Il suo River, suo e di Carlos Peucelle, diventa una delle squadre più
irresistibili di sempre: Pedernera e Labruna, Moreno e Loustau giocano
talmente a memoria da suggerire alla critica l’etichetta di Máquina del River.
Lo chiama la Juve, l’allena dal ’46 al ’48 ma il Grande Torino è fuori portata,
torna al River, scopre Sivori, lo raccomanda alla Juve, lo richiamano ad
allenarla, vincono insieme lo scudetto del ’60. Per Renato Cesarini, Omar è
qualcosa più di un figlio. Per Omar Sivori, Renato è il padre che non ha fatto
in tempo a conoscere. E poiché le loro notti sono sempre piene zeppe di –
rispettivi – impegni, quando hanno qualcosa di cui discutere lo fanno al
campo. Palleggiando, con la sigaretta in bocca. A Natale del ’60 qualcosa non
funziona più, per esempio con Boniperti. Cesarini ruba il tempo alla società e
si dimette. Va al Napoli. A primavera la partita decisiva per salvarsi è in casa
con la Juve. Sivori le prova tutte per non giocarla. Cesarini gli piomba in
camera alla vigilia, lo ringrazia della sofferenza di cui gli hanno riferito, poi
gli ricorda che è stato lui a battezzarlo campione: e i campioni sconti non ne
fanno. La Juve vince 4-0, con tre gol di Sivori.
E la famosa zona-Cesarini? Un suo gol in maglia azzurra all’Ungheria nel
dicembre del ’31, all’ultimo minuto. Come ricordare Simenon per una
cartolina che un giorno spedì dal Quai des Orfèvres.
Mané Garrincha
(1933-1983)

Prima e dopo l’indimenticabile Maradona dell’86 in Messico, un altro


giocatore aveva vinto un Mondiale non proprio da solo, perché il calcio è pur
sempre una disciplina di squadra, ma da protagonista totale: il non meno
indimenticabile Garrincha del ’62 in Cile, capace di recitare la propria parte di
fuoriclasse più quella dell’infortunato Pelé. Il mondo lo aveva scoperto
quattro anni prima in Svezia, alla terza partita. Le prime due non le avevano
giocate né lui, né Pelé, né Djalma Santos, un po’ perché i test medici,
compreso quello dello psicologo, erano negativi, un po’ per il timore che
essendo neri avrebbero avuto problemi con il clima nordico. In attesa di quel
che da lì in avanti avrebbe combinato Pelé, e alla faccia dei test e della
temperatura, nei suoi primi tre minuti con l’Unione Sovietica Garrincha prese
una traversa, costrinse Jascin a un miracolo e dopo un dribbling dei suoi mise
a Vavá l’assist del primo gol. Scrisse Gabriel Hanot, grande giornalista
francese, che erano stati i tre minuti più sublimi della storia del calcio.
Il dribbling di Garrincha. Le sue finte. La sua voglia di divertire e
divertirsi, di stupire avversari e pubblico. La scena di Firenze, dove il Brasile
aveva fatto tappa proprio alla vigilia di quel Mondiale. Quando dribblò
Robotti, poi Magnini, poi Cervato, poi il portiere Sarti. E con la porta
spalancata aspettò il rientro di Robotti per dribblarlo un’altra volta prima di
toccare in rete. I saggi della squadra, Bellini e Didi, lo rimproverarono per
aver mancato di rispetto a un avversario: ma il pubblico fiorentino s’era
spellato le mani perché pur avvezzo al grande Julinho, riserva in Nazionale
proprio di Garrincha, niente di simile si era mai nemmeno immaginato.
Il calcio di Garrincha era davvero l’alegria do povo, guarnita da un pizzico
di follia. Ancora oggi, come peraltro è arcinoto, se a un brasiliano nomini
Pelé quello si toglie il cappello, se gli nomini Garrincha si commuove. Mané
aveva il cervello di un bimbo, in questo ahimè i medici ci presero subito
anche perché non era difficile, e un istinto ludico sviluppato all’ennesima
potenza. Dove per ludico si devono intendere il calcio, il sesso, e anche
l’alcool, la cachaça, cui il padre etilista lo aveva abituato dall’infanzia per
combattere la poliomielite e una serie di deformità. Garrincha aveva una
deviazione alla spina dorsale, il bacino sbilanciato, le ginocchia storte e la
gamba destra più corta della sinistra, pare addirittura di sei centimetri. Per la
completezza dell’informazione, e a proposito di pare e di centimetri, secondo
testimonianze raccolte da Ruy Castro per una splendida biografia, allegra e
dolente, la terza gamba superava i 25. E chissà se anche quella contribuiva a
rendere irresistibile la finta. Nel primo provino che sostenne al Vasco da
Gama lo battezzarono storpio. Gli andò meglio al Botafogo, dove nella
partitella d’approccio coi titolari dribblò e ridribblò Nílton Santos, terzino
della Nazionale, soprannome A enciclopédia.
Il miracolo di Mané, perché di questo si trattò, è che sulle sue debolezze,
che potremmo anche chiamare disgrazie, costruì la sua forza. Il bacino storto,
le ginocchia affette da valgismo, le gambe di lunghezza diversa toglievano
ogni prevedibilità al suo dribbling, che effettuava perlopiù fintando verso
l’interno del campo e partendo secco verso destra, ma senza negarsi di tanto
in tanto il contrario. Per poi stringere verso la porta o, di preferenza, risaltare
l’uomo verso la linea di fondo e crossare rasoterra, al bacio, per il compagno
che l’aveva seguito. Il tutto a una velocità impressionante, perché la potenza
che sprigionava da appoggi in teoria così precari era assoluta.
Ebbe otto femmine dalla prima moglie sposata a nemmeno vent’anni, altri
figli in ordine sparso compreso uno svedese perché durante il Mondiale gli
era capitato di avere una serata libera, un numero infinito di avventure, la più
celebre e duratura con la cantante Elza Soares. Morì alcolizzato a nemmeno
cinquant’anni, dribblando senza più allegria tutti gli amici che nel tempo
avevano provato a salvarlo.
Gianni Brera
(1919-1992)

Era la prima trasferta al seguito della Nazionale, e per quella mattina avevo
già fatto un discreto pieno di emozioni. Ma quando, distratto da un accenno di
trambusto, levai la fronte dal giornale, mi accorsi che accanto a me si stava
per sedere Gianni Brera. Posò il borsello, la macchina da scrivere, il robusto
bottino del duty free e si presentò, levandosi il cappello. Mi alzai
avvampando, imbrogliato dalla cintura, mi presentai a mia volta e lui
prendendo posto cominciò ad armeggiare in uno dei sacchetti. La hostess
passò a raccomandare la chiusura dei tavolini, lui le chiese gentilmente un
minuto di pazienza e due bicchieri, e versò due mostruose dosi di whisky che,
essendo iniziato il rollìo, dovemmo trangugiare d’un fiato. Mancava un bel
po’ a mezzogiorno. Accettai una gauloise papier maïs subito dopo il decollo,
cercai di reggere se non altro con decoro il dialogo con quel po’ po’ di
monumento, e allo sbarco mi ritrovai invitato per la sera al tal ristorante del
Lussemburgo. Che era ovviamente il migliore della città, in cui
Giovanbrerafucarlo respinse con perdite le prime quattro bottiglie di vino, a
spanne il mio stipendio, mentre il sommelier in tono sempre più flebile
ripeteva désolé.
Quante cose è stato Brera. Giornalista, polemista, scrittore, affabulatore,
storico, romanziere. Solo nei panni dell’anti-riveriano, un po’ preconcetto,
diciamocelo, mi faceva soffrire: tutto il resto della sua produzione sterminata,
a cominciare dall’Arcimatto, era puro piacere, quando non libidine. Piatti da
stella Michelin sfornati a ritmi da pizzeria, ha scritto Gianni Mura. Cui
dobbiamo anche, da quel 19 dicembre del ’92, lo slogan che in tanti continua
ad accomunarci. I senzabrera.
Un fuoriclasse totale, come si dice ne nasca uno a secolo: ma i cent’anni
sono ormai agli sgoccioli e l’orizzonte si direbbe abbastanza sgombro.
L’inventore di una scrittura rivoluzionaria che è un impasto di cultura e fatica,
di intuizioni e sofferenze, di melodia e ferocia. E sembra discendere
direttamente da Verdi, attraverso misteriosi percorsi padani. Nei ritratti di
Meazza, di Coppi, Consolini si avverte nitida l’eco delle grandi sinfonie
verdiane. Nelle intemerate, in certe memorabili invettive ritorna con
prepotenza la tremenda vendetta di Rigoletto.
A noi calciomani, poi, Brera ha regalato il lessico. Quando ancora diciamo
centrocampista, libero, cursore, goleador, quando parliamo di pretattica,
forcing, rifinitura, palla-gol, stiamo semplicemente saccheggiando il grande
repertorio breriano. Quando spendiamo l’aggettivo intramontabile, citiamo il
suo capolavoro assoluto. Quando pensiamo a Rivera Abatino, a Riva Rombo
di tuono, a Helenio Herrera Accaccone contrapposto a Heriberto Herrera
Accacchino, stiamo sfogliando l’album dei suoi divertissement. Dovremmo
dedicargli più spesso un bicchiere di Barbacarlo o Barbaresco, in ordine
alfabetico i suoi vini preferiti.
Alfredo Di Stéfano
(1926-2014)

Era la fine degli anni ’50, qualche partita in bianco e nero della neonata
Coppa dei Campioni si cominciava finalmente a vedere. Ripescate oggi in
chissà quale scantinato della memoria, quelle immagini restituiscono per
esempio le volate improvvise di Gento e le battute fulminanti di Puskás: che
però il pallone lo aspettavano di preferenza da fermi. A recapitarglielo a
domicilio, a innescarli, a triangolare con loro e con Kopa partendo da lontano
era sempre lui, Alfredo Di Stéfano, fresco reduce da una chiusura difensiva
piuttosto che da quaranta metri palla al piede, testa alta e petto in fuori come
solo un conducator. Tutto il resto, gli anni della gioventù e della maturazione,
lo possiamo soltanto immaginare. Partendo dal presupposto che se già prima
dei vent’anni, nel River, lo chiamavano Saeta Rubia trattavasi di fenomeno
precoce: peccato che la sua straripante vitalità facesse ombra al declinante
Pedernera, o a Labruna, e vivere e giocare da sopportato non fosse il genere di
don Alfredo. Emigrò in Colombia ai Millonarios dove guadagnò soldi a palate
e a 28 anni, conteso da Barça e Real, scelse il Madrid di cui nel 2000 sarebbe
diventato presidente onorario.
Vinse di tutto e di più da calciatore e continuò a farlo con maggior
moderazione anche da allenatore, in Spagna e in Argentina. Tra i grandi
paradossi della storia del calcio, uno dei principali è che un fuoriclasse par
suo non ha mai giocato nemmeno un minuto ai Mondiali. Nel ’50 era in
Colombia, dunque non convocabile, nel ’54 l’Argentina fallì la qualificazione,
nel ’58 identica sorte toccò alla Spagna di cui era diventato cittadino, nel ’62
si infortunò durante la preparazione. Peggio per la storia dei Mondiali, non
certo per quella di Di Stéfano.
Un pezzo unico. Che in tanti hanno collocato sul gradino più alto di
sempre, davanti a Pelé e Maradona. “Perché il suo raggio d’azione”
s’infervorava il Vecio Bearzot quando lo trascinavi in queste discussioni “non
era quella o quell’altra zona del campo: era il campo, erano 110 metri.”
Persona di gran fascino e di altrettanta semplicità, viveva nella zona del
Bernabéu dove per un certo periodo era facile incrociarlo al ristorante che
aveva comprato proprio di fronte allo stadio. Poco lontano, nel giardino della
villa, una scultura con un pallone bronzeo. La scritta diceva Gracias vieja,
grazie vecchia palla. Sottinteso, da parte del más grande, senza di te non sarei
mai stato nessuno.
Vujadin Boškov
(1931-2014)

Giocava un bel calcio la sua Sampdoria. Tradizionale nel modulo e innovativo


nell’interpretazione, gli uomini di fatica a faticare e quelli di inventiva a
inventare. Senza tanti voli pindarici, senza troppe proiezioni nel futuro. Erano
gli anni della rivoluzione sacchiana, quelli, e marcare a uomo come piaceva
allo zio Vuja sapeva di eresia, quando non di muffa. Ma lui faceva spallucce e
col suo vocione spiegava che zona non fa spettacolo, perché spettacolo fanno
grandi giocatori: poi abbassava di un’ottava per concludere che brocco è
brocco anche a zona.
Vinse ad ogni buon conto il suo bravo scudetto, che alla Sampdoria non è
come dirlo, e già gli era accaduto alla guida di Vojvodina e Real Madrid.
Nella Samp aveva giocato da mezzala, una stagione sola a fine carriera ma
sufficiente, pur tra gli infortuni, a farsi ribattezzare Professore da quelli che
gli ronzavano intorno. Per come governava il centrocampo. E perché a Novi
Sad si era laureato in storia, facendo coppia per la vita con l’adorata Yelena,
una studiosa e poi giornalista conosciuta in facoltà. Professore fu anche a
Coverciano, chiamato da Italo Allodi quando la struttura fiorentina era una
vera e propria università del calcio di fama internazionale. In carriera giocò
57 partite nella Nazionale jugoslava e fu convocato a metà anni ’50 nel Resto
d’Europa quando la concorrenza nel suo ruolo era fortissima. Eppure, ben
prima che come giocatore e allenatore, Vujadin Boškov resterà nel Pantheon
del pallone come comunicatore.
“Rigore è quando arbitro fischia.” In cinque parole, un trattato di filosofia
sportiva e di rassegnata ironia che compendia rigori ineccepibili e rigori
regalati, e fa giustizia preventiva di ogni genere di escandescenza. Ma, tra
tante, almeno un altro paio vanno preservate dall’oblio: dedicate alle due fasi
della sua vita sportiva. La prima è “Grandi giocatori vedono autostrada dove
altri vedono sentiero”. La seconda “Allenatori sono come minigonna: un anno
metti, anno dopo butti in armadio”.
Leônidas da Silva
(1913-2004)

Poco dopo Friedenreich e vent’anni prima di Pelé il Brasile si regalò un altro


fenomeno di colore. Si chiamava Leônidas, a ribattezzarlo Diamante nero
provvide un’azienda di dolciumi che gli dedicò una speciale tavoletta di
cioccolato e fece ovviamente affari d’oro. C’era ancora un pizzico di
colonialismo nel mondo brasiliano della seconda metà degli anni ’30, ma
almeno non più il razzismo con cui aveva dovuto fare i conti il predecessore.
Il miglior ritratto di Leônidas è firmato Nelson Rodrigues, scrittore e
drammaturgo, fratello di quel Mário Filho che si sarebbe inventato,
nientemeno, il Maracanã: “Leônidas era davvero un giocatore tipicamente
nostro. Aveva la fantasia, l’ingenuità, l’improvvisazione e anche la sensualità
dei veri fuoriclasse brasiliani”.
E questa era la poesia, bellissima, con quel rimando all’ingenuità e alla
sensualità che solo i pezzi unici, pensate a Maradona e pazienza se è
argentino, riescono a trasmettere. Ma poi c’era la prosa, le carrettate di gol
che Leônidas segnò in una carriera passata attraverso Peñarol, Vasco da
Gama, Botafogo, Flamengo e San Paolo. E i 21 in 19 partite in Nazionale,
sette dei quali nei quattro match giocati al Mondiale francese del ’38 che
rappresentarono l’unica occasione per testarlo davvero da vicino.
Cominciò con una tripletta agli ottavi contro la Polonia. Ne segnò quattro
il polacco Wilimowski quel giorno, la partita finì con un incredibile 6-5, ma la
copertina se la prese Leônidas che intanto esibì la specialità della casa, cioè la
rovesciata. Chi la chiama cilena, chi la ricama em bycicleta, resta una giocata
ad altissimo coefficiente di difficoltà per specialisti di ogni tempo e latitudine,
che già allora Piola eseguiva e da lì a non molti anni Parola avrebbe
brevettato per le figurine Panini. Quella di Leônidas è stata tramandata come
la più impeccabile e affascinante che si sia vista: avevo gli occhi ben aperti,
scrisse un commentatore francese, ma ho davvero creduto di sognare. Mica
finito, quel 6-5. Perché sotto il diluvio il fenomeno in un contrasto perse una
scarpa, continuò l’azione mentre anche la calza si sfilava e segnò a piede
nudo: come il danese Elkjær, quasi mezzo secolo più tardi, che con quel gol
alla Juve lanciò la cavalcata del Verona verso un impossibile scudetto.
Segnò anche ai cechi nei quarti il gol dell’1-1. Si ripeté nel replay vinto 2-
1, una battaglia tribale da cui Plánička e Nejedlý uscirono con una frattura
ciascuno e i brasiliani con una congerie di traumi. Fu per questo che non
giocò la semifinale con l’Italia? O piuttosto perché, come si disse e si scrisse,
il Brasile sottovalutò gli azzurri e decise di risparmiarlo direttamente per la
finale? Conciato così male non doveva essere, visto che andò in campo per il
terzo posto con la Svezia e segnò altri due gol. Nel dubbio, l’Italia vinse il suo
secondo titolo consecutivo. E Leônidas si portò a casa, a mani basse, il trofeo
per il miglior giocatore del Mondiale.
Nereo Rocco
(1912-1979)

E poi un giorno arrivò il Paròn, con il suo carico di umanità fuori ordinanza.
In cui riusciva a mixare le origini asburgiche di cui andava fiero, “Ciò, mi
son de Francesco Giuseppe”, quella sorta di nonnismo bonario che era poi
l’educazione alla vita degli anni ’50, fondata sui diritti dei vecchi e i doveri
dei giovani, e una strepitosa vocazione alla commedia dell’arte giocata
sull’alternanza tra il patriarcale e il canzonatorio, il rispetto e l’irriverenza, la
serietà e il sarcasmo.
Grazie a quella formula magica, di cui lui solo conosceva i dosaggi,
inventò lo spogliatoio e su quel brevetto costruì i suoi successi. Perché da
stanzone in cui cambiarsi, lavarsi e andarsene, il Paròn lo trasformò nel
centro di gravità permanente di una squadra che tale volesse diventare. Lì
annusava gli umori, metteva pace, attizzava baruffe. Lì mandava in scena il
primo atto di una rappresentazione il cui copione variava ogni giorno, dando
appuntamento per il secondo alle sue trattorie di riferimento, da Yeti a Trieste,
da Cavalca a Padova, all’Assassino a Milano. Lì si spogliava a sua volta e si
buttava sotto la doccia tra i giocatori, per non perdersi nemmeno uno sguardo,
una battuta, una confidenza. Lì officiava persino la divisione dei premi partita,
pur delegandola formalmente al capitano: “Ma come, tuti ’sti soldi a quel
mona? Povera Italia”. Molti dei suoi giocatori, per esempio del Padova,
stavano più volentieri in ritiro che a casa loro. Mentre tra il pubblico d’osteria
c’era una tacita gara a tirar tardi pur di accompagnare a casa il capocomico e
regalarsi quella mezzora di buonumore in più. Qualcuna modestamente l’ho
vinta.
Parliamo di calcio? Partì dalla sua Trieste con un secondo posto dietro al
Grande Torino, rallentò per qualche stagione causa la macelleria di famiglia,
ripartì dagli anni ruggenti di Padova dove sfiorò persino uno scudetto, ne
vinse due al Milan arrivando a un soffio da altri tre, più due Coppe dei
Campioni e un’Intercontinentale. Fu tra i padri nobili del catenaccio e al
libero non rinunciò mai: ma già a Padova giocava con due ali e un
centravanti, idem al Torino, e nella finale di Coppa con l’Ajax schierò tutti
insieme Rivera, Hamrin, Sormani e Prati come oggi oserebbero soltanto
Barcellona e Real Madrid. Aveva un debole per i manzi, perché no: ma se un
magrolino della classe di Rosato aveva il temperamento di Blason era il
benvenuto. Come la farfalla Meroni, come l’uccellino Hamrin che rigenerò a
Padova in gioventù e rivolle al Milan in tarda età.
Dopo lo spogliatoio, inventò la commissione interna. Chiamava a rapporto
i senatori: “Ti coss te disi?”. E decrittando risposte e umori decideva la
formazione. Delegava? Macché. Responsabilizzava. Delegava in campo,
questo sì, “perché voialtri vedé prima de mi”. E aggiungeva: “Se cambié
qualcosa, dopo per la stampa go fato mi”. Le sue battute si tramandano di
generazione in generazione. A cominciare dal capolavoro assoluto del giorno
in cui, vigilia di un Padova-Juve, si sentì cavallerescamente augurare, vinca il
migliore. “Ciò, sperémo de no.”
Lev Jascin
(1929-1990)

La sera dei rigori di Italia-Germania all’ultimo Europeo, guardando quei


bestioni di Neuer e Buffon che si davano il turno tra i pali mi si è parato di
fronte all’improvviso il fantasma di Jascin. Era un pomeriggio di novembre
del ’63, la telecamera dell’Olimpico romano inquadrò prima il filiforme
Sandrino Mazzola che posava il pallone sul disco del rigore, poi quel
mostruoso pipistrello che sembrava oscurare la porta intera. Come poteva
andare a finire? Che spaventato dall’apertura alare del portiere, Mazzola
avrebbe calciato meno bene del solito: e Jascin si sarebbe dannato meno di
altre volte per distendersi alla propria sinistra e bloccare il pallone. È andata
grosso modo così anche a Bordeaux, con la bellezza di 7 rigori sbagliati su 18
vuoi perché parati, vuoi in maggior misura perché forzati nell’esecuzione
dalla necessità di spolverare gli angoli per aver ragione dei due mostri. Con
questa differenza, non da poco. Che Neuer e Buffon sono grandi e grossi, ma
non fuori taglia rispetto alla media dei portieri di oggi. Mentre il metro e 89 di
Lev Jascin, nel panorama di allora, faceva davvero molto più piccola la porta:
sia per gli attaccanti che se lo trovavano davanti, sia per noi telespettatori
abituati a vederla più modestamente abitata.
Se poi Jascin sia stato il più grande portiere della storia si può discutere. Di
sicuro è stato l’unico a vincere un Pallone d’oro, primo lui e secondo Rivera,
anno 1963: quando il trofeo di France Football era una cosa seria, non ancora
inquinata dalla partecipazione straordinaria della FIFA e dalle affettuose
pressioni dei mercanti di campioni, veri e presunti. Di altrettanto sicuro c’è
che non era soltanto immanenza. Era classe, piazzamento, personalità, senza
mai indulgere alla platealità. Ma era anche proiezione nel futuro, un futuro
assai lontano, se si pensa che nella motivazione del premio si sottolineava la
sua vocazione in fase di possesso palla ad aggiungersi ai difensori come
giocatore in più. Lui stesso lo spiegò in un’intervista all’Équipe, una delle
pochissime: “Aspettare passivamente su quella riga bianca è riduttivo, e a
volte anche ridicolo. Perché privare la squadra di un giocatore in più quando è
possibile?”.
Portiere di hockey in gioventù, giocò più di 800 partite nella sua Dinamo
Mosca. A quella d’addio, nel ’71, piansero in 100mila sulle gradinate dello
stadio Lenin. Altri 600mila avevano invano cercato un biglietto.
Juanito
(1954-1992)

I tifosi del Real hanno il palato fino e la memoria lunga. Da anni la maglia
numero 7 è sulle spalle di Cristiano Ronaldo, e prima di lui su quelle
nobilissime di Raúl. Ma al settimo minuto di ogni partita, da quando il 2
aprile del ’92 morì nemmeno trentottenne in un incidente stradale, dalle
tribune del Bernabéu continua a levarsi il coro illa-illa-Juanito-maravilla.
Non semplicissimo da capire. Perché l’ala destra andalusa ha riempito sì i
suoi dieci anni madridisti di dribbling vecchia maniera, con l’avversario
puntato e saltato non di rado in tunnel; perché è vero che erano soprattutto i
suoi cross a esaltare le incornate di un ariete come Santillana; perché in 400 e
passa partite di gol ne ha segnati tanti, e la gamba indietro non l’ha tirata mai.
Ma ne ha combinate anche di brutte, un paio decisamente orribili, e tra tanti
campioni che hanno illustrato la storia del Real chissà perché proprio con
Juan Gómez González, detto Juanito, il legame è rimasto così indissolubile.
Forse per via di quella sostituzione. La più condivisa, festosa, trionfale
della storia. Il tempo era scaduto da un minuto, e Santillana aveva appena
completato la più incredibile delle remuntade di Coppa, la sera dell’11
dicembre 1985: dall’1-5 di Mönchengladbach al 4-0 del Bernabéu. Si alzò la
paletta con il numero 7, e Juanito, sciogliendosi dall’abbraccio col
centravanti, prolungò il delirio del pubblico saltando e danzando al ritmo dei
cori che piovevano dalle tribune. Due anni dopo, a Monaco, il salto lo fece
sulla tempia di Matthäus, che era rimasto a terra dopo un fallaccio su Chendo.
E poiché già anni prima gli era capitato di sbroccare, con una mezza pedata
all’arbitro, quel pisotón, quel pestone gli costò cinque anni di squalifica
internazionale e il congedo anticipato dal Real. Spiegò poi in un’intervista
televisiva che c’erano due Juanito, uno generoso e uno violento: e concluse
dicendo “Lo so che non serve a nulla, ma sappiate che io non smetterò mai di
maledirmi”.
Chiuse la carriera nel Málaga. Poi i suoi amici del Real, dal primo
all’ultimo meno Stielike, sapendolo in non floride acque spesero qualche
buona parola per sistemarlo sulla panchina del Mérida. Da lì la sera del 1°
aprile ’92 avvertì prepotente il richiamo del Bernabéu, dove il Real giocava la
semifinale Uefa con il Torino. Sulla via del ritorno, a notte alta, la
maledizione fece il suo corso.
Lucien Laurent
(1907-2005)

Valli a capire i giornali. Il 13 luglio 1930, nella partita inaugurale del


Mondiale in Uruguay, la Francia batte 4-1 il Messico e Lucien Laurent al
minuto 19 segna il primo storico gol della Coppa del Mondo. L’indomani su
L’Auto, con l’accento sulla o, l’antenato dell’Équipe, il titolo di copertina è:
Alfredo Binda abandonne le Tour de France.
Sessant’anni dopo, Laurent è un signore molto ben conservato, nonostante
abbia passato gli 80, che vive a Besançon dove sino a poco tempo prima ha
gestito una birreria. Di quella lontana prodezza non ha mai trovato traccia su
giornali e TV : lui stesso ne parla ogni tanto con gli amici, davanti a un boccale
di birra, ma senza enfasi, non si sa mai che qualcuno lo prenda per mitomane.
Poi un giorno, a due mesi da Italia ’90, gli si para davanti un inviato della
Gazzetta dello Sport. Che prima lo intervista, ne rievoca la storia, forse ne
verifica anche le condizioni fisiche: poi lo invita al Gran Galà milanese in cui
ci saranno tutte le stelle della storia dei Mondiali a cominciare,
cronologicamente, proprio da lui. Accanto a Laurent, in una sfilata da brividi
immaginata e voluta da un direttore a sua volta indimenticabile come Candido
Cannavò, Schiavio, Piola, e poi Pelé, Bobby Charlton, fino a Paolo Rossi e
Maradona.
Bruciati dagli italiani, i francesi provarono a rifarsi nell’edizione casalinga
del ’98. Esagerando un tantino, visto che per quel lontano gol dal valore
soprattutto statistico il piccolo Lucien fu proclamato Trésor national. Certo è
che lui quella riscoperta tardiva se la godette un mondo. E ogni volta che
davanti a una telecamera o un taccuino era chiamato a rievocare il gol, non si
faceva certo pregare per partire dal rilancio del portiere, lo stop e il cross
dell’ala destra Libérati, il suo destro al volo col pallone nell’angolo alto. O
almeno così mi sembra di ricordare, celiava poi compiaciuto, perché è
importante dare sempre la stessa versione.
Il suo Mondiale finì dopo pochi minuti della seconda partita, contro
l’Argentina, azzoppato da un’entrata, indovinate un po’, di Luisito Monti.
Tornato in patria, lo volle il Sochaux che era la squadra della Peugeot dove
già prima lavorava alla catena di montaggio della 201. Dal ’40 al ’43 si fece
tre anni di prigionia, poi chiuse da giocatore-allenatore a Besançon dove visse
per il resto dei suoi lunghissimi giorni. Compreso quello, indimenticabile, in
cui scoprì di essere stato un pioniere, suo malgrado.
José Andrade
(1901-1957)

Un giocatore di colore di quella classe negli anni ’20 ancora non si era visto, e
fu persino banale ribattezzarlo La maravilla negra. Si chiamava José Leandro
Andrade, era un uruguagio e insieme un crocevia di razze, con madre
argentina e padre afro-brasiliano fuggito dal Brasile forse perché sospetto di
magia nera. Crebbe a Montevideo, al Barrio Palermo che era, nei primi anni
del secolo scorso, il quartiere degli afro-uruguaiani, al ritmo del candombe, la
danza degli schiavi neri. Vendeva giornali, faceva il lustrascarpe, suonava il
tamburo e sognava il violino: ma quando scoprì il pallone si vide subito che
con quell’eleganza e quella potenza dall’alto del suo metro e 80 il futuro era
scritto. Cominciò nel Bella Vista, finì quasi subito in Nazionale alla vigilia
delle Olimpiadi parigine del ’24. Per affrontare quel viaggio in nave il
presidente federale impegnò la casa. Ma poi, dall’approdo in Spagna sino a
Parigi, furono necessarie ben nove amichevoli per sbarcare il lunario:
scendevano dal treno, dove dormivano in terza classe sui sedili di legno,
giocavano contro la squadra del posto e coi pochi soldi dell’incasso si
sfamavano la sera. Arrivati a Parigi, dove se non altro l’ospitalità era
garantita, l’allenatore lesse un breve articolo in cui si raccontava che
l’Uruguay aveva vinto le ultime nove amichevoli consecutive. Drizzò le
antenne, e quando all’allenamento dell’indomani vide uno sconosciuto che
provava a non dare nell’occhio capì che era un osservatore della Jugoslavia,
prima avversaria del torneo. Parlò ai giocatori e quei figli di buona donna, dal
grande Andrade al capitano Nasazzi, a Scarone, Cea e compagnia,
cominciarono a inciampare sul pallone e a non azzeccarne una. Sono dei
poveri ragazzi che non si reggono in piedi, raccontò la spia al tecnico
jugoslavo: difatti la partita finì 7-0 per l’Uruguay.
Uruguay che vinse sia quell’Olimpiade, sia la successiva ad Amsterdam
nel ’28, sia la prima edizione del Mondiale due anni più tardi. Più o meno
sempre con la stessa squadra, di cui Andrade, con le sue gambe dette a
cannocchiale perché proprio diritte non erano, fu la stella indiscussa. C’era
chi pensava a difendere e chi a segnare. Mentre lui andava su e giù per il
campo costruendo l’azione e dettandone i tempi. Con la testa alta, una falcata
superba, accelerazioni improvvise che lasciavano gli avversari sul posto. In
campo. Fuori, sin dai tempi di Parigi, seminava i compagni per farsi gli affari
suoi, tra Pigalle e Montparnasse. Due giorni prima della finale fu il suo
compagno di stanza, che ne aveva raccolto le confidenze a luci rosse, a
raccattarlo in un appartamento di lusso in buona compagnia. Pare fossero
amiche di Josephine Baker, con cui si era concesso un giro di tango.
Nel ’28 ad Amsterdam, nella partita vinta 3-2 contro l’Italia, andò a
sbattere contro un palo e si ferì a un occhio. Fu ancora grande protagonista,
ma più da protettore che da incursore di centrocampo, nel Mondiale
vittorioso. Giocò qualche altra stagione nel Peñarol, con i soldi guadagnati
tornò a Parigi e cominciò a perdersi nell’alcool. L’ultimo colpo di vita se lo
regalò al Maracanazo di Rio nel ’50, assistendo di persona, con un occhio
solo perché l’altro era andato perso, al trionfo dell’Uruguay in cui giocava un
suo nipote, Rodríguez. Morì a 56 anni, in miseria, alcolizzato e tubercolotico.
Accanto gli trovarono una vecchia scatola di scarpe, con le tre medaglie d’oro
della sua carriera leggendaria.
Bruno Neri
(1910-1944)

Le idee chiare sulla parte da cui stare Bruno Neri le aveva già in gioventù.
Giocava da due anni in maglia viola, e stava diventando una colonna del
centrocampo, quando una domenica del ’31, prima della partita, le autorità
intitolarono ufficialmente il nuovo stadio di Firenze, oggi fortunatamente
Artemio Franchi, a Giovanni Berta, squadrista fiorentino. La foto ufficiale di
gruppo ritrae la classica selva di mani tese nel saluto romano: tutte meno una.
Non piacque, ma nemmeno divenne un caso. Bruno tirò diritto con la sua vita
da calciatore ma non solo, giocando sette campionati alla Fiorentina, uno alla
Lucchese e tre al Torino. Con tre partite in maglia azzurra fra il ’36 e il ’37, a
cavallo dei due Mondiali, quando Pozzo era in cerca di alternative per
difendere il titolo in Francia nel ’38.
Allo scoppio della guerra, non impiegò molto a capire che per quelli della
sua generazione il calcio, inteso come professione, apparteneva al passato. Ma
Bruno in testa aveva il futuro, oltre che le idee chiare. Così, ritiratosi nella sua
Faenza, per qualche tempo indugiò ancora col pallone crescendo e allenando i
ragazzini di una società dilettantistica. Sinché, un po’ alla volta, sentì crescere
prima la sensazione poi la certezza che la partita ormai si era spostata altrove,
ed era tempo di raggiungere i ragazzi più cresciuti della brigata Ravenna,
lassù sull’Appennino. Divenne il comandante Berni, responsabile in
particolare del recupero dei lanci aerei degli alleati, viveri, armi e munizioni.
Scese a valle un’ultima volta nel maggio del ’44, per giocare a Bologna con la
maglia biancazzurra del Faenza un’amichevole che i bolognesi vinsero 3-1.
La mattina del 10 luglio, in vista di un lancio segnalato per i giorni successivi
dal CLN , partì in perlustrazione dalle parti dell’eremo di Gamogna, a ridosso
della Linea Gotica. Nascosti da un terrapieno, ad aspettarlo trovò i tedeschi. E
rimase lassù in montagna, dove la vita l’aveva persa ma non sprecata. Sotto
l’ombra di un bel fior.
Eduard Streltsov
(1937-1990)

Ne ha dette tante Pelé in vita sua, qualcuna anche a gettone. Ma quando gli
chiesero, a fine carriera, quale fosse stato il suo più grande rivale, rispose per
una volta senza fare calcoli: “Sarebbe stato Streltsov”.
Questa è la storia di un fuoriclasse che il mondo non ha potuto ammirare, e
insieme di un regime che il mondo farà bene a non dimenticare. A futura
memoria. Di un ragazzo cui il talento precoce aveva forse dato un po’ alla
testa, come è successo, succede e succederà a tanti campioni nell’età in cui la
fama improvvisa e le impennate ormonali di sicuro non giovano
all’autocontrollo. Ma in un paese libero il punto di equilibrio prima o poi si
trova. Nell’Unione Sovietica dei tempi di Kruscev no.
Pur giocando nella Torpedo, squadra di seconda fascia, a 18 anni divenne il
più giovane capocannoniere della storia del campionato sovietico. E il 26
giugno 1955 debuttò in Nazionale, con tre gol e tre assist in una trasferta in
Svezia finita 6-0. Disse l’allenatore svedese che ci sarebbero voluti secoli
perché nascesse un altro giocatore così. Giocò da protagonista le Olimpiadi
vinte a Melbourne nel ’56, l’anno successivo segnò la consueta valanga di gol
e fu decisivo per la qualificazione al Mondiale svedese. Era l’archetipo
dell’attaccante perfetto, sia nell’iniziare l’azione che nello svilupparla con i
suoi dribbling e i prediletti colpi di tacco, che nel concluderla. Certo, le
ragazze gli piacevano, la vodka pure: e il carattere non era dei più concilianti.
Lo misero nel mirino. E lui commise tre errori, uno dopo l’altro. In ordine
crescente il primo fu rifiutare CSKA e Dinamo, perché non gli andava di fare
anche il poliziotto o il militare anziché l’operaio come alla Torpedo. Il
secondo fidarsi di interlocutori occasionali cui raccontava del disagio che
provava a ogni rimpatrio, dopo le trasferte calcistiche all’Ovest. Il terzo,
decisivo, rifiutare la mano della giovane figlia di Ekaterina Furtseva, membro
del comitato centrale del partito e protetta di Kruscev. Gliene attribuirono un
quarto, non accertato ma nemmeno da escludere: la spiegazione del rifiuto,
una frase tipo non sposerò mai questa scimmia.
Vogliamo dire che un po’ se l’andò anche a cercare? Ma quel che conta è
cosa gli fecero trovare. Intanto fuori dalla Nazionale. Poi, due giorni prima
della partenza per il Mondiale, l’invito in una dacia frequentata dalla Mosca
che conta. L’accusa di stupro a una ragazza diciannovenne figlia, per
combinazione, di un generale dell’Armata Rossa. L’arresto l’indomani al
campo di allenamento. Il CT che prova invano a intercedere, la ragazza che
ammette di non essere poi così sicura che a violentarla sia stato proprio quel
biondino, ma soprattutto decine di migliaia di tifosi e di operai della fabbrica
in cui lavora che manifestano convinti dell’innocenza del loro idolo. Il
segnale per il regime che è l’ora del pugno di ferro.
Mentre al Mondiale proprio la Svezia elimina l’Urss, il processo si chiude
con una condanna a 12 anni. Di gulag, ovviamente. Un detenuto gli rompe le
gambe con una sbarra di ferro. In qualche modo guarisce, passano gli anni, a
Mosca tramonta la stella della Furtseva, la madre della scimmia: Streltsov
torna in libertà per buona condotta nel febbraio del ’63. Brežnev in persona ne
autorizza il rientro alla Torpedo, che trascinata da lui vince il campionato, ma
non il visto per il Mondiale ’66. Torna a essere eletto per due stagioni
consecutive miglior giocatore del campionato, sinché, alla vigilia del
Mondiale ’70, si rompe il tendine d’Achille e chiude la carriera. Muore nel
’90 di cancro alla gola.
Oggi nei pressi dello stadio Olimpico di Mosca c’è una statua a lui
dedicata. A chi conosce la vera storia di Eduard Streltsov fa persino un po’
rabbia.
Obdulio Varela
(1917-1996)

Ha scritto Jorge Valdano che alla vigilia del Maracanazo il console onorario
dell’Uruguay si presentò in ritiro, mostrò una copertina con la foto dei
brasiliani sormontata dal titolo Campioni del mondo e fece ai suoi
connazionali le condoglianze preventive. Il capitano Obdulio Varela aspettò
che sparisse, convocò i compagni nel bagno dell’hotel Paysandú, spalancò il
giornale a terra e ci pisciò su.
Ha scritto Osvaldo Soriano che Varela passò la notte dopo il trionfo
bevendo birra nei bar di Rio, con un lungo impermeabile a coprire la divisa da
gioco che non si era tolta, provando a consolare i tifosi brasiliani disperati.
Ha scritto Eduardo Galeano che con lo stesso impermeabile e un cappello
calato sul naso riuscì il giorno dopo a sparire dall’aeroporto di Montevideo
risparmiandosi la festa. E il premio gli bastò appena per comprare una Ford
del ’31 che gli venne rubata dopo una settimana.
Tre storie così, con il marchio di altrettante penne fuori categoria, bastano
e avanzano per un posto nella leggenda. Ma tra il prima e il dopo c’è quello
che il capitano dell’Uruguay combinò in campo quel 16 luglio del ’50. Intanto
nel sottopassaggio, intimando ai suoi di non alzare mai la testa per nessun
motivo perché lassù c’erano 200mila brasiliani e là sotto, sull’erba, erano
undici contro undici. Poi rallentando continuamente il gioco e passando il
pallone al portiere, come se non perdere fosse il massimo dei traguardi
possibili mentre invece il pareggio, per via di una formula astrusa, avrebbe
consegnato il titolo al Brasile. Ma soprattutto, quando i brasiliani segnarono
finalmente un gol, prendendosi il pallone sottobraccio e cominciando a
discutere con guardalinee e arbitro non si è mai saputo di che cosa, visto che
il gol era perfettamente regolare. Quella lunga manfrina servì sia a innervosire
gli avversari, che un Maracanã impazzito a quel punto spingeva alla goleada,
sia a dar loro l’impressione della resa. Mentre lui, ripreso il gioco in quel
frastuono totale, spiegò a gesti ai compagni che di tempo ce n’era, e per il
momento andava difesa la sconfitta. Poi, un po’ alla volta cominciò a suonare
la carica. Quando vide Ghiggia dettargli il passaggio sulla destra lo servì
profondo e sul cross arrivò la volée vincente di Schiaffino. Tornati a
centrocampo, nel gran silenzio che d’improvviso s’era fatto, disse
semplicemente che adesso andava finito il lavoro. Ci pensò ancora Ghiggia, di
persona, da lì a un quarto d’ora. E a lui, dall’alto del suo magistero, non restò
che portare a termine l’impresa, stringendo ancor più le dieci maglie celesti
davanti al portiere Máspoli e mandando a vuoto gli ultimi assalti del Brasile.
Alla fine, su quel prato da day-after dove tutti vagavano come automi e la
premiazione dei vincitori era l’ultimo dei pensieri, incocciò nel presidente
Rimet con la sua brava coppa tra le mani. Lo toccò su una spalla, gli mostrò la
sua fascia di capitano e indicando il trofeo gli disse una cosa tipo “Credo che
quella sia per noi”.
Ogni volta che in uno stadio si leva il coro “un capitano c’è solo un
capitano” ritmato a tempo di Guantanamera, il pensiero dovrebbe correre a
Obdulio Varela. El capitán.
Gino Colaussi
(1914-1991)

Riccardo Carapellese
(1922-1995)
Due storie che tanto vale cominciare dalla fine. Da quando, nella seconda
metà degli anni ’80, prima l’uno, Ginùt, poi l’altro, Carappa, furono i primi
calciatori, e che calciatori, a usufruire della legge Bacchelli. È successo a
gente come Alda Merini, Alida Valli, Salvo Randone, Guido Ceronetti, a un
grande dello sci come Zeno Colò. Eppure quel sussidio che le rispettive
famiglie avevano chiesto per alleviare, se non altro, uno stato di grave
indigenza fu certamente un sollievo: ma per l’orgoglio di due vecchi campioni
anche un disonore.
Ali mancine, entrambi. Colaussi un isontino di Gradisca, ciabattino in
gioventù dunque abituato a presentarsi al campo con le scarpe in carta di
giornale, velocissimo, perfetti i suoi cross in piena corsa, giocò dieci
campionati nella Triestina, un paio nella Juventus e visse in Nazionale i
momenti più esaltanti. Segnò quattro gol in tre partite al Mondiale francese
del ’38, due dei quali nella vittoriosa finale di Parigi con l’Ungheria spartendo
il bottino con Silvio Piola. L’anno dopo, in una tournée azzurra nei Balcani,
fece gol alla Jugoslavia poi all’Ungheria infine alla Romania: per festeggiare
il trittico invitò i compagni a una cena a base di caviale e champagne.
Carapellese un foggiano di Cerignola, specialità della casa la serpentina in
velocità con palla rigorosamente incollata al piede, crebbe nel Grande Torino,
maturò in provincia, si fece largo nel Milan per poi tornare in granata dopo la
tragedia di Superga quando il presidente Novo provò a ricostruire, anche su di
lui, lo squadrone perduto per sempre. Una stagione alla Juve, quattro nel
Genoa, “ficcante e astuto come un saraceno” secondo il ritratto che ne tracciò
Antonio Ghirelli. Giocò a sua volta in Nazionale, al Mondiale brasiliano del
’50 segnò il gol d’apertura sia alla Svezia che al Paraguay: ma quello
dell’epoca era un azzurro stinto e non bastarono le sue giocate e i suoi gol a
ridargli colore.
Le disavventure di Colaussi cominciarono da un bar aperto a Bassano che
anziché gli utili sperati produsse debiti, senza nemmeno bisogno di caviale e
champagne. Prima del vitalizio dello Stato arrivò a impegnare la medaglia
d’oro del ’38 e qualche altro cimelio. Carapellese, invece, fu travolto da una
tragedia famigliare: toccò a lui scoprire nella sua casa di Rapallo la figlia
Daniela morta di overdose. Fu il colpo di grazia. Erano troppo lontani, per
Carappa come per Ginùt, i tempi in cui anche gli ostacoli della vita
sembravano sempre a portata di dribbling.
Cesare Maldini
(1932-2016)

Rocco padre putativo, Bearzot fratello maggiore, suo figlio Paolo difensore
tra i più grandi di sempre. Basterebbe questa trilogia a raccontare quanto
fortunata sia stata la vita calcistica di Maldini. Ma per dare una buona volta a
Cesare quel che è di Cesare, scudiero del Paròn non si diventava per caso; del
Vecio tantomeno; mentre crescere un figlio d’arte aiutandolo ad andare oltre
sé, è impresa che salvo errori od omissioni nella storia del calcio non ha
riscontri di quel livello.
Perché è vero che il figlio è andato oltre. Ma il padre, nel suo piccolo,
aveva messo insieme quattro scudetti e una Coppa dei Campioni, la prima di
sempre del calcio italiano. Giocando da terzino e poi da libero con una
correttezza, un’eleganza, una lievità che ne facevano una mosca bianca nel
calcio difensivo truce e non di rado ribaldo anni ’50. Gli altri tiravano la riga
per intimidire, lui curava la pulizia del gesto tecnico e del comportamento. Al
punto che non il colpo di clava rischiava mai di scappargli, ma il tocco di
fioretto in più, la maldinata, e se in panchina c’era il padre putativo volavano
botte e risposte non proprio da educande. Tanto poi le cose cominciavano a
sistemarsi in spogliatoio e finivano in ridere all’Assassino dove il Paròn al
suo concittadino, ma de Servola, perdonava persino il più grave dei peccati
originali: l’essere astemio. Levarono insieme la coppa nel tempio di
Wembley. Poi Nereo prese la strada di Torino e quando Cesare gli confidò che
era lì lì per chiudere lo convinse a farlo in maglia granata, per passare ancora
un anno insieme.
Si ritrovarono al Milan, e dove sennò. Ma il Paròn era al tramonto e il
passaggio di testimone non funzionò. Cesare batté un po’ di panchine di
provincia, sino a che Sordillo non lo propose a Bearzot come secondo. Il
Vecio prima lo annusò, perché la sponsorizzazione l’aveva messo sul chi vive.
Poi messo a fuoco l’uomo, anzi il galantuomo, gli consegnò le doppie chiavi
dello spogliatoio azzurro e ci fu anche lo zampino di Maldini nel trionfo
mondiale di Madrid. Erano gli anni in cui stava scoprendo di avere in casa
una pepita d’oro. La segnalò al settore giovanile del Milan e si ritirò in buon
ordine, un po’ per non mettere pressione all’ambiente, un po’ perché uno
come il suo Pa-Paolino non aveva bisogno di spinte. Se lo coccolò in silenzio,
andandone a spiare i progressi di nascosto e limitando allo stretto necessario
lo scambio di commenti in famiglia. Ne venne fuori il capolavoro che
sappiamo. Se lo ritrovò in campo nel gennaio ’97 a Palermo quando prese il
posto di Sacchi alla guida della Nazionale. Lui, papà Cesare, debuttante ed
emozionato come un collegiale nonostante i tre Europei consecutivi vinti alla
guida dell’Under 21. Paolo capitano azzurro ormai di lungo corso, quel giorno
alla partita numero 75. Sognarono di vincere insieme il Mondiale francese
dell’anno successivo. La traversa di Saint-Denis, su un rigore di Di Biagio,
decise che sarebbe stato troppo.
Concetto Lo Bello
(1924-1991)

Il primo della classe. Così si atteggiava e così il pubblico lo percepiva, dalla


prima partita che diresse nel ’54 all’ultima vent’anni più tardi. Poi è vero che
anche al suo riverito nome strillato dall’altoparlante al termine delle
formazioni, “Arbitra il signor Lo Bello da Siracusa”, sul campo, su qualunque
campo piovevano fischi. Ma la legge era ed è uguale per tutti, gli arbitri, e
qualsiasi corso intensivo di educazione sportiva sarebbe fatica sprecata.
È stato indiscutibilmente un principe del fischietto, sia in campo nazionale
che internazionale. Ma stante la fallibilità del mestiere impossibile che si era
scelto, nemmeno lui infallibile. Anzi. Con la vivisezione alla moviola che ai
suoi tempi non c’era, il mito ne sarebbe probabilmente uscito ridimensionato.
D’altra parte l’unica volta che davanti al neonato tribunale della moviola si
presentò, Domenica Sportiva del 20 febbraio ’72, dovette riconoscere che sì,
quell’entrata di Morini su Bigon era rigore e male aveva fatto, poche ore
prima al Comunale torinese, a non concederlo. Trattandosi di partita-scudetto
l’errore non era poi così da poco. Ma la pubblica ammissione di colpa anziché
indebolirne l’immagine la rafforzò. Per non dire che la santificò.
Due stagioni prima sullo stesso campo, a proposito di sfide-scudetto, aveva
diretto Juventus-Cagliari, ultima possibilità per i bianconeri di provare a
rimontare i sardi. Quel giorno sull’1-1 fischiò per la Juve un rigore generoso.
Poi finse di non sentire quello che Gigi Riva gli rovesciò addosso e alla prima
occasione ne fischiò uno ancor più generoso per il Cagliari. E vissero tutti più
o meno felici e contenti.
Per dire come anche a Lo Bello, che la partita di norma la dirigeva, e con
quale piglio, capitasse di tanto in tanto di interpretarla. Che non è sbagliato in
assoluto, e in talune circostanze diventa forse inevitabile: ma certo non
corrispondeva a quella ostentazione di autorità, anche un po’ narcisa, su cui
don Concetto aveva costruito nei primi tempi la sua fama e a lungo andare
una grande carriera. La volta che il pubblico fiorentino lo contestò duramente
al grido “duce-duce”, perché l’atteggiamento spesso era un po’ quello, a
prenderne le difese fu nientemeno che Indro Montanelli. Dedicandogli, ad
ogni buon conto, una pennellata d’autore che ancora oggi, a quasi
cinquant’anni di distanza, ce lo riporta davanti agli occhi come e più di
un’inquadratura. “Lo Bello entrava nel campo col passo del proprietario che
perlustri il proprio podere.”
Luisito Monti
(1901-1983)

La prima finale della storia dei Mondiali la perse con la maglia


dell’Argentina. La seconda la vinse con indosso quella dell’Italia. Non è mai
più accaduto a nessuno.
Era nato a Buenos Aires da genitori romagnoli, si chiamava Luisito Monti.
Per gli amici, pochi, Doble Ancho, un armadio a doppia anta per via della
taglia fuori ordinanza. Per gli avversari, e non solo, un grande giocatore con
l’istinto del killer: ma anche, a scelta, un killer con l’istinto del grande
giocatore, sicché di taglia si potrebbe parlare anche in un’altra accezione. Per
Vittorio Pozzo, invece, nel rispetto della completezza dell’informazione ma
tenendo presente che l’amore acceca, il giocatore più corretto di questo
mondo, che entrava sempre sulla palla e mai sull’uomo. Figurarsi se fosse
entrato sull’uomo.
Qualche episodio, per farsene un’idea. Pur prendendo con le molle le
cronache grondanti retorica, al di qua e al di là dell’Atlantico, di un tempo in
cui il cosiddetto conforto delle immagini non esisteva. Nel ’30, in Argentina-
Cile, Monti riempì di pedate Arturo Torres, stella cilena del Colo-Colo, che a
un certo punto non ci vide più e cominciò a restituire dando il la a una rissa
sedata a stento dalla polizia. Poi liquidò il francese Laurent, come già
abbiamo visto, poi ancora minacciò l’uruguagio Anselmo prima della finale,
come vedremo. Nel ’34, fonti già più attendibili, Monti randellò gli spagnoli
in genere e contro l’Austria applicò il trattamento speciale al fuoriclasse
Sindelar, che finì in ospedale per una ferita da tacchetti all’addome, e in finale
già alla seconda entrata sistemò Svoboda, gran regista cecoslovacco che da lì
in poi giocò all’ala dove allora finivano gli zoppi. L’anno prima, in
campionato, per tenersi in esercizio, aveva infierito su Schiavio che salvò la
gamba per miracolo e guarì fortunatamente in tempo per segnare il gol
decisivo proprio nella finale di Roma. Mentre pochi mesi più tardi, a
Highbury, colpo di scena signore e signori, il centravanti inglese Drake, che
evidentemente si teneva informato, fece scattare la nemesi della prima entrata
e gli fratturò l’alluce del piede destro.
Nella partita doppia del darle e del prenderle, meglio averlo insieme Doble
Ancho. Arrivò alla Juve nel ’31, convinto da Orsi e Cesarini. In Argentina
ormai aveva chiuso col calcio, dedicandosi a tempo pieno al pastificio messo
su a Tigre, sobborgo di Buenos Aires. Sbarcato a Torino, si vide a occhio
nudo che la produzione di ravioli e tagliatelle serviva anche all’autoconsumo.
Chi ha scritto 12, chi 15 chili di troppo, fatto sta che le porte dell’armadio
erano gonfiate a dismisura. Passò i primi due mesi ad alzarsi all’alba, infilare
uno sopra l’altro tre maglioni di lana, in piena estate, e correre per i viali di
Torino. Tornò in peso forma e vinse gli ultimi quattro scudetti del
quinquennio con una personalissima interpretazione del ruolo di
centromediano metodista. Perché correva lo stretto necessario e di preferenza
camminava. Ma con il suo straordinario senso della posizione leggeva in
anticipo le traiettorie, e ogni pallone riconquistato era una battuta profonda e
perfetta per le ali che, conoscendolo, partivano ventre a terra. La potenza del
tiro, poi, gli fruttava anche qualche gran gol da fuori. Quanto alla marcatura
del centravanti avversario, ben prima che suoi erano con tutta evidenza
problemi del centravanti. E del medico sociale.
Gigi Peronace
(1925-1980)

Era tra i pochi che per anni l’Avvocato ha tirato giù dal letto alle sei del
mattino con le sue telefonate. Quello che dopo aver suggerito John Charles
alla Juventus aveva portato Law e Baker al Torino, e avrebbe, vent’anni più
tardi, vestito di bianconero Liam Brady. Quello che Artemio Franchi volle
general manager azzurro dell’era Bearzot, a metà degli anni ’70. Quello che
come e più di altri avrebbe meritato di far festa sul prato del Bernabéu la sera
dell’11 luglio ’82. Quello il cui cuore, grande come pochi, scoppiò all’alba
del 29 dicembre dell’80, al Parco dei Principi di Roma alla vigilia
dell’imbarco per l’Uruguay. Bearzot, che lo aveva lasciato pochi minuti
prima, in capo a una delle tante nottate da coyote, sentì dalla camera accanto
un grido strozzato. Gigi Peronace gli morì letteralmente tra le braccia.
Calabrese di Soverato, si divise per anni tra Torino dove mosse i primi
passi nell’ambiente bianconero, Roma dove faceva parte dell’entourage
federale e Londra dov’era consulente di Matt Busby. Uno e trino, amico di
tutti e complice di nessuno, a proposito dei manager calcistici d’oggidì.
Proprio a Londra si trasferì definitivamente nel ’72. In Strawberry Hill, dove
in una giornata qualunque i quattro figli giocavano in giardino con Bearzot
che potava le piante e recitava formazioni, Boniperti in salotto trattava Brady,
l’autista correva in aeroporto a prendere Umberto Agnelli, e Ruud Krol in
vacanza per fatti suoi si presentava con la borsa per il footing. Più varie ed
eventuali. Ci voleva giusto la strepitosa umanità di Peronace per scongiurare
incidenti diplomatici tra persone che, fuori dalla sua giurisdizione, a malapena
si salutavano.
Nel suo slang anglo-calabrese la parola “impossibile” non figurava. Così,
quando nella tarda primavera del ’79 la FIFA incaricò Bearzot di allestire in
tempi brevi un Resto del Mondo per sfidare l’Argentina campione in carica, il
primo convocato fu il suo amico Gigi. E a mano a mano che il Vecio scriveva
un nome sul taccuino, Peronace componeva prima il numero della federazione
e poi direttamente quello di casa, essendo la sua agenda universale e i
cellulari non ancora contemplati. La sera del 25 giugno, dopo aver battuto
l’Argentina al Monumental di Buenos Aires, si abbracciarono felici sotto il
naso dei generali: con una gran voglia di lasciarsi andare al gesto
dell’ombrello.
Omar Sivori
(1935-2005)

Ogni quarto di secolo in Argentina nasce un fenomeno. Sivori era del ’35,
Maradona è del ’60, Messi dell’87: a quest’ora da quelle parti dovrebbe
esserne venuto al mondo un altro. Segni caratteristici comuni: bassa statura,
piede sinistro da destinare al Louvre, partenze in dribbling da incendiare le
folle. Segni distintivi: nonno Omar dava spettacolo in un calcio che andava a
venti all’ora, Diego era anche leader e sapeva caricarsi la squadra sulle spalle
a un’andatura di crociera intorno ai trenta, il nipote Leo ha spostato molto, ma
molto più in là i limiti di velocità d’esecuzione.
Ma si sa che in materia di amori è il primo che non si scorda mai. Nessuna
apparizione aveva mai rubato l’occhio come quella di Sivori, col suo testone
pieno di capelli arruffati, i calzettoni arrotolati sulle caviglie, il piede mancino
che cantava. Dribblava in un fazzoletto di terra, sentiva la porta ben prima di
vederla e quand’era ora di violarla amava farlo, se appena era possibile,
accarezzando il pallone anziché calciandolo come un goleador qualunque. E
poi la libidine del tunnel, il più irridente degli sberleffi, e gli eccessi di
legittima difesa a protezione del pallone. Alzava i gomiti, puntava il sedere
all’infuori come e più di una ballerina di fila e aspettava la randellata: quando
proprio non ne poteva più e al picchiatore di turno restava la gamba di sotto,
un breve saltello era l’anticamera del crack. A differenza degli eredi, era
cattivo come il tossico.
Tra gli otto anni di Juve e i tre di Napoli mise insieme 10 espulsioni e 33
giornate di squalifica. Molte altre gliene salvarono i compagni, a cominciare
da John Charles, portandolo via di peso quando capivano che gli si era aperta
la vena. Disse bene l’Avvocato, che lo adorava nonostante fosse un acquisto
del fratello Umberto: “Sivori non era uno spettacolo, era un vizio”. Lo era già
al River, lo fu a maggior ragione da noi, con la sua cattiveria agonistica, con
quel gusto per la battuta sarcastica che ne fece, da ultimo, un tribuno
televisivo senza sconti per nessuno.
Tra le tante che combinò resta insuperata quella dell’Appiani, quando
convinse il portiere del Padova, Pin, a smetterla di protestare per un rigore che
non c’era. “Manca poco alla fine, vinciamo 3-0, calmati tu e calma i tuoi che
te lo faccio parare.” Pin spiegò la faccenda ai compagni e si tuffò deciso dalla
parte verso cui Omar aveva ammiccato. La palla entrò lentissima nell’altro
angolo e Sivori cominciò a correre. Non per esultare. Per sfuggire alla furia
omicida del povero Pin.
Annibale Frossi
(1911-1999)

O rischiar di andare a sbattere contro avversari, compagni, arbitro e pali delle


porte; oppure rassegnarsi a scendere in campo con gli occhiali, ben legati alla
nuca da un elastico. Era un bel giocatore Annibale Frossi, un’ala destra assai
veloce, capace di sfiorare gli undici netti sui cento, con un notevole fiuto da
opportunista sulle palle vaganti in area di rigore. A una condizione: riuscire a
vederle. Così, essendo molto di là da venire la diffusione delle lenti a contatto,
si rassegnò a giocare con i suoi occhialetti da miope.
Va da sé che le prime volte quel look da intellettuale attirò ironie e
sghignazzi assortiti, nell’Udinese in cui da buon friulano si era affermato, a
Padova, a Bari. Poi un po’ alla volta (vado con la battuta?) ci si fece l’occhio,
e l’anomalia estetica venne metabolizzata. Dal pubblico, ma anche dai
difensori che nei primi tempi lo marcavano forse con qualche titubanza,
perché quei culi di bicchiere un minimo di rispetto lo reclamavano. Sinché in
un Juventus-Inter al calor bianco il fiumano Varglien, forse a disagio per non
poter mulinare i gomiti come al solito, glieli sfilò e triturò calpestandoli
rabbiosamente.
Ma nel frattempo gli occhiali di Frossi avevano già fatto epoca alle
Olimpiadi di Berlino del ’36. Dove la Germania aveva esibito il meglio della
gioventù hitleriana. Mentre quella italiana era stata effigiata in copertina dalla
medaglia d’oro, e dal titolo di capocannoniere del torneo di calcio, con sette
gol, di Annibale Frossi. Compresi i due in finale all’Austria strafavorita e
sostenuta dal pubblico, ma sconfitta ai supplementari da quell’omino e dai
suoi occhialini d’ordinanza.
Messi in bacheca, prima della guerra, anche due scudetti e una Coppa Italia
con la maglia dell’Inter, nel dopoguerra Frossi divenne il Dottor Sottile.
Dottore perché era laureato in legge, all’università di Parma; Sottile perché,
oltre a esser rimasto magro come un chiodo, coltivava con egual piacere il
sofisma e il paradosso. Per tacere del catenaccio, di cui fu da allenatore uno
dei teorici più convinti. Celebre il suo manifesto dello 0-0 inteso come
risultato perfetto: “Perché espressione dell’equilibrio totale tra l’attacco e la
difesa delle squadre in campo”.
Beppe Viola
(1939-1982)

“Tutta la vita 37,2 in cambio della seconda palla di servizio di McEnroe.”


L’ultima che sentii dalla sua viva voce, ai primi di giugno dell’82. Eravamo a
Vigo, mancavano pochi giorni al Mondiale, passammo a prenderlo Tony
Damascelli e io al grattacielo sul porto di cui la RAI aveva affittato un paio di
piani. Uscendo spalancò un po’ di porte, in teoria per salutare i colleghi in
realtà per mostrarci come si nutrivano la sera: fornelletti da campo e dosi
massive di pasta sul fuoco, per combinazione dell’azienda che da quell’anno
sponsorizzava la Roma. Bofonchiò una didascalia tipo, vista da destra
risparmiano sulla diaria per il futuro dei figli, vista da sinistra sono barboni
nell’anima, e facemmo rotta verso una paella incautamente ordinata per sei
barra otto e dopo alcune defezioni destinata ai tre superstiti. Quando ci misero
in tavola un piatto di portata che non aveva nulla di umano, lui partì con una
gag che era per metà un verbale di carabinieri e per l’altra metà una
radiocronaca: al culmine della quale si spalancò la porta e apparve, del tutto
inatteso, Giampiero Galeazzi. Beppe restituì la linea dicendo che era appena
intervenuto l’esercito della salvezza, e in capo a non più di mezzora si salvò a
malapena il vassoio.
Quattro mesi dopo era morto. Ma come morto? Un ictus, in una saletta di
montaggio della Domenica Sportiva, Inter-Napoli 2-2. Altro che 37,2, altro
che collezionista di mal di testa come si definiva buttando giù un cachet.
Nemmeno 43 anni di talento purissimo, speso a piene mani a qualsiasi cosa si
dedicasse meno che ai cavalli, dove non ci prendeva mai. Era un’ironia lieve,
la sua, di una grazia straordinaria, di una classe fuori dal tempo. Dal suo di
sicuro, la Domenica Sportiva di allora era un assemblaggio di servizi sulle
varie partite, corretti, ortodossi ma non di rado da impiegati del catasto: poi
spuntava quello griffato Beppe Viola e si cambiava categoria. Un elzeviro di
Montanelli sulla Sentinella del Canavese.
La volta che mandò in onda le immagini di vecchi derby milanesi perché
lo 0-0 del pomeriggio era stato troppo triste; quell’altra, anche più storica, che
intervistò Rivera su un tram, il 15, ed erano tutti veri, lui, Rivera, i passeggeri,
il tramviere. Scrisse cose deliziose per il suo amico Jannacci, per Cochi e
Renato, per un’infinità di altri. Scrisse moltissimo in proprio, perché c’erano
quattro figlie a casa da crescere e lui quell’ufficio in via Arbe lo chiamava il
marchettificio per via della parità di trattamento, ironia per gli altri e
autoironia per sé, ma erano spremute di genio, altro che marchette. E poi
l’ufficio facce alla pasticceria Gattullo, in Porta Vigentina, dove l’andirivieni
quotidiano prevedeva, oltre a lui, Jannacci, Cochi e Renato, altra gente che si
chiamava Gaber, Endrigo, Bindi, Lauzi, Martelli. Roba che oggi ci sarebbero
le postazioni fisse per le telecamere e il traffico bloccato da Porta Romana
alla Darsena.
Era entrato in RAI nel ’61, per concorso. All’orale Enzo Biagi gli domandò
se secondo lui nella Dc Fanfani stava a destra o a sinistra. Dipende dai giorni,
rispose. Promosso. All’esame. Poi basta, mai un aumento, un saltino di
qualifica, una gratificazione purchessia. Solo pacche sulle spalle, quelle tante.
“Vado a Londra dal 10 gennaio prossimo” scrisse a presidente e direttore
generale della RAI nel ’79, “l’hanno fatto Marx e Mazzini posso
permettermelo anch’io. Per imparare l’inglese a mie spese (scusate la rima).”
Poi non ci andò. Perché proprio come quello che portava i scarp del tènis,
el gh’aveva du oeucc de bun: gli occhi buoni, dolci, da persona mite, che
finiva per subire e trovava comunque il modo di riderci su. Come
quelli che… fanno un mestiere come un altro.
Quelli che… aspettano il momento buono.
Quelli che… se rinascono fanno gli idraulici.
Valery Lobanowski
(1939-2002)

Non sarà stato l’unico allenatore morto sul lavoro. Ma di sicuro il colonnello
Valery Lobanowski, stroncato da ictus nel maggio 2002 sulla panchina della
Dinamo Kiev, è stato di gran lunga il più celebre.
Colonnello dell’Armata Rossa, ingegnere meccanico, l’aveva creata lui
quella Dinamo. Prima in laboratorio e poi sul campo, dosando e miscelando
nuovi sistemi di preparazione e allenamento basati sulla velocità e sulla
ripetitività, all’inseguimento del sogno del meccanismo perfetto. Un calcio
costruito al computer che i suoi interpreti mandavano letteralmente a
memoria. Di rara perfezione nelle giornate in cui l’interconnessione
funzionava al meglio; con qualche smarrimento di troppo le volte che il wi-fi
dell’epoca faceva i capricci.
Dinamo Kiev, ma anche Nazionale sovietica. Fatte col suo stampino,
squarci di gioco memorabile a velocità doppia e l’incognita del granellino di
sabbia che di tanto in tanto si infilava tra gli ingranaggi. Un calcio da
PlayStation con momenti, anche cicli di assoluta bellezza. La sua Unione
Sovietica diede spettacolo sia al Mondiale ’86 che all’Europeo di due anni più
tardi: e se nel primo caso fu profondamente ingiusta l’eliminazione ad opera
del Belgio, nel secondo, in finale con l’Olanda, a far saltare il sistema fu una
magia di Marco Van Basten, una delle più sensazionali dell’intera storia del
calcio.
Il colonnello, ad ogni buon conto, mise in bacheca otto campionati
sovietici e sei Coppe, più altri quattro titoli ucraini con tre Coppe. E non
risulta abbia mai versato lacrime ogni volta che i suoi campioni emigravano
all’estero e regolarmente fallivano. Perché era la prova del nove che a farli
diventare tali era stato il suo laboratorio assai più del loro talento, con qualche
rara eccezione a conferma della regola, a cominciare da Shevchenko. Era un
tipo introverso, di pochissime parole, dallo sguardo indecifrabile. Con gli anni
era ingrossato, anche inquadrato da lontano quel viso gonfio e paonazzo
faceva impressione. Qualsiasi telespettatore gli avrebbe suggerito di
rallentare, di tornare al computer e scordarsi la panchina. Ha certamente
scelto lui di finire sul pezzo.
Gigi Meroni
(1943-1967)

La farfalla granata volò via una sera d’ottobre di cinquant’anni fa. Non fece a
tempo nemmeno a vedere il ’68, dopo averne anticipato lo spirito, il senso di
libertà, anche di ribellione entro certi limiti.
Di sicuro non in campo, dove la serietà professionale e la correttezza dei
comportamenti avevano persino un che di incompatibile con i suoi colpi da
funambolo. Fuori. In quella sua breve vita da scapigliato che, per i tempi,
profumava sin troppo di trasgressione. Innocente quanto ostentata. Gli
piaceva dipingere, e ci sapeva fare sin dai tempi in cui, ragazzino, per aiutare
in casa disegnava cravatte. Girava su una Balilla nera foderata di raso rosso, si
era fatto crescere anche la barba casomai non bastasse la lunghezza dei
capelli, in un’epoca in cui il taglio all’umberta era segno di pulizia fisica e
morale. Amava Tenco e De André, e più i moralisti lo prendevano di mira più
lui alzava il tiro, inventandosi vestiti sempre più improbabili, andando a
spasso con bombetta e gardenia all’occhiello quando non con una gallina al
guinzaglio. Inutile dire che non faceva del male a nessuno, se non alla bile dei
parrucconi. Che però erano ancora tanti, proprio tanti, e pesavano più dei
Giovanardi d’oggidì. Persino di fronte alla morte, se è vero che in pieno lutto
cittadino la diocesi di Torino si oppose ai funerali religiosi causa la
convivenza con Cristiana, ancora formalmente sposata. A ribellarsi fu il
benemerito don Francesco Ferraudo, cappellano del Torino, che celebrò
regolarmente la messa e per questo rischiò la scomunica. Specchio dei Tempi,
la rubrica dei lettori de La Stampa, andò avanti mesi a sollecitarla al cardinale
Pellegrino.
L’allenatore di quel Torino era Rocco. Era stato lui a chiederne l’acquisto
dal Genoa perché non solo dei manzi si innamorava il Paròn, anche degli
uccellini purché avessero la classe di Hamrin e di Meroni. Niente di più facile
che nemmeno a lui andassero a genio barba e capelli fuori ordinanza e
calzettoni a cacaiola: ma si chiamava Nereo Rocco, vivaddio, non Edmondo
Fabbri, e ai campioni dava del mona in spogliatoio ma li pesava per come
giocavano, non per come andavano vestiti.
Nei suoi pochi anni, Gigino Meroni fece innamorare di sé i tifosi del
Como, dov’era nato e cresciuto, del Genoa e del Torino. Anche dell’Italia, in
particolare nelle partite di avvicinamento al Mondiale ’66: ma contro la Corea
il CT di cui sopra gli preferì Perani che sbagliò tre gol fatti nel primo quarto
d’ora. Il più bello lo segnò a San Siro, il 12 marzo del ’67. Portò Facchetti
fuori settore, lo puntò aggirandolo e mise un pallonetto all’incrocio che Sarti
poté soltanto guardare: l’Inter non perdeva in casa da tre anni e cominciò quel
giorno a scucirsi uno scudetto che pareva vinto. In estate il presidente
Pianelli, che già l’anno prima aveva resistito a fatica al mezzo miliardo
abbondante del Napoli, si arrese ai 750 milioni della Juventus perché di
Meroni si era innamorato l’Avvocato. A contratto firmato, i tumulti di piazza
della tifoseria granata suggerirono di lasciar perdere per il quieto vivere
cittadino. Se ne sarebbe forse riparlato se la farfalla non fosse volata incontro
al proprio destino.
Árpád Weisz
(1896-1944)

Chissà se tra i deboli di mente sparsi per l’Europa, sedotti dal fascino
perverso del neonazismo, qualcuno conosce la storia di Árpád Weisz. Chissà
se in particolare in Ungheria, dove i rigurgiti sono tra i più inquietanti, è
giunta l’eco della sorte che toccò a un loro connazionale, dopo che un
giornalista italiano, Matteo Marani, l’ha portata alla luce qualche anno fa:
infliggendosi una sofferenza che trasuda da ciascuna pagina del suo libro e si
riverbera sui pochi coraggiosi che sono riusciti a leggerlo fino alla fine.
Weisz arrivò in Italia a metà degli anni ’20. Una buona ala sinistra cui un
grave infortunio a un ginocchio chiuse la carriera di calciatore, aprendogli
precocemente quella di allenatore. Se parliamo di risultati, guidò l’Inter allo
scudetto del ’30 e poi il Bologna alla doppietta 1936-37. Se parliamo di
metodologie, accompagnò il calcio italiano di club verso il futuro sia dal
punto di vista dell’allenamento che della disposizione tattica, che di aspetti
sino a lì mai presi seriamente in considerazione, a cominciare
dall’alimentazione. Se parliamo di signorilità e di qualità dei rapporti umani
con i giocatori, i dirigenti, il pubblico, le testimonianze erano univoche ben
prima che se ne conoscesse la sorte.
Ma poiché nessuno è perfetto, Árpád Weisz aveva il suo bravo peccato
originale. Era ebreo. E quando, nell’autunno del ’38, anche l’Italia aprì la
stagione della caccia sul modello della Germania hitleriana, cominciò la
tragica odissea della famiglia Weisz. Dapprima a Parigi, che sembrava un
approdo sicuro ma non lo fu che per pochi mesi. Poi in Olanda, dove rinacque
la speranza, effimera, di poterla scampare e dove Weisz tornò persino ad
allenare, sia pure in una squadra di secondo piano come il Dordrecht: era la
sua vita, oltre che il suo lavoro, serviva non solo a sbarcare il lunario ma
prima ancora a tener lontani i fantasmi. Che tornarono invece a
materializzarsi, in tutta la loro brutalità, quando l’esercito tedesco arrivò a
sfondare anche il confine olandese. Dalla stella gialla sui cappotti al campo di
transito di Westerbork il passo fu breve. La moglie Elena e i due figli, Roberto
e Clara, finirono in una camera a gas a Birkenau nell’ottobre del ’42. Lui col
suo passato da atleta poteva ancora servire e fu destinato a un campo di lavoro
in Slesia. Durò altri quindici mesi. Lo finirono ad Auschwitz, la mattina del
31 gennaio 1944, e peggio per chi non riesce a percepirne sino in fondo
l’orrore.
Stan Mortensen
(1921-1991)

Oggi che l’Inghilterra non fa più paura, ed è da decenni un gigante calcistico


di cartapesta, si fa fatica a immaginarla come la Nazionale dei maestri. Lo era
nella prima metà del secolo scorso, o almeno tale si reputava rifiutando di
partecipare a qualsivoglia competizione internazionale in nome del suo
storico superiority complex. Lo fu forse per l’ultima volta a Torino, il 16
maggio del ’48, due anni prima di degnarsi di partecipare finalmente a un
Mondiale e di venirne eliminata al primo turno dagli Stati Uniti: e cinque anni
prima di quell’umiliante lezione a domicilio, sotto forma di 6-3 a Wembley,
che le inflisse la Grande Ungheria di Puskás e Hidegkuti.
Quel giorno al Comunale contro i maestri c’era in maglia azzurra il Grande
Torino. Al quarto anno consecutivo di dominio in campionato, e in cerca di
una consacrazione internazionale che non poteva arrivare dalle Coppe,
all’epoca ben al di là da venire. Sette granata in campo, ma con due assenze
pesanti: il mediano Castigliano e il terzino Maroso. Proprio dalla parte dove
quei due erano abituati a chiudere a memoria, dopo meno di quattro minuti si
infilò Stanley Matthews che innescò Mortensen a un metro dalla linea di
fondo. Stop, giravolta, e un colpo di esterno destro da posizione cosiddetta
impossibile su cui Bacigalupo si fece cogliere impreparato. La lettura critica è
di assoluta fedeltà. Perché è la sintesi tra quanto ne scrisse Gianni Brera e
quel che mi raccontò mio padre, libero docente di storia granata, non appena
raggiunsi l’età della ragione calcistica. Era entrato allo stadio poco dopo
mezzogiorno, partita alle cinque, con un panino nella tasca dell’impermeabile.
Lo mangiò alla fine, quando gliene era ampiamente passata la voglia, perché
erano così pigiate le sardine dei distinti, l’una addosso all’altra, da rendere
impossibile il movimento delle braccia. Finì in un massacro, 4-0, anche per la
giornata di grazia del gigantesco Swift che parò di tutto e già che c’era di più.
Quel gol a freddo di Stan Mortensen restò nella storia del calcio con il crisma
dell’impossibilità.
Ne segnò molti altri il mezzo destro britannico, 23 in 25 partite di
Nazionale e 197 in dieci anni di Blackpool, sempre al fianco di Matthews. Si
scoprì poi, quando una tripletta in finale di FA Cup, tuttora insuperata, ne fece
una star, che aveva prestato servizio militare nella RAF in tempo di guerra, ed
era stato l’unico sopravvissuto a un grave disastro aereo. A Superga, l’anno
dopo quel gol impossibile, andò diversamente.
Nicolò Carosio
(1907-1984)

“Amici all’ascolto, qui è Nicolò Carosio che vi parla dallo stadio Littoriale di
Bologna.” Cominciò così la leggenda della voce più bella che abbia mai
narrato il football dal vivo: ma rischiò di finire subito, perché nei due minuti
successivi il giovane Nick, sopraffatto dall’emozione, dal panico, dal gelo a
bordo campo di quel 1° gennaio bolognese del ’33, Italia-Germania 3-1, non
fu capace di spiccicare altre parole. Due minuti di silenzio radiofonico erano
anche allora molto più di un’eternità: Carosio non riuscì mai a ricordare come
ne venne a capo.
Aveva 25 anni e l’idea meravigliosa non era poi tutta farina del suo sacco.
Lui ha sempre raccontato di essersi ispirato a Herbert Chapman, celebre
allenatore dell’Arsenal, e ai suoi commenti radiofonici ascoltati a Londra in
un viaggio di lavoro. In realtà, i primi esperimenti di radiocronaca in Italia
c’erano già stati grazie a giornalisti sportivi della carta stampata prestati al
microfono. Il debutto assoluto, 25 marzo 1928, era toccato a Giuseppe Sabelli
Fioretti per un’Italia-Ungheria 4-3: l’anno successivo era stata la volta di
Bruno Roghi, la firma forse più celebre del tempo. Partendo da quelle
esperienze, Carosio buttò giù un progetto sistematico, lo fece arrivare all’EIAR
e quando ormai non ci sperava più fu convocato alla sede di Torino. Prima
una radiocronaca fasulla, a tavolino, poi una dal vivo allo stadio convinsero i
funzionari che era venuto il tempo di provarci fino in fondo.
Cominciò a battere i ritiri delle squadre per conoscere da vicino e
imprimersi le fattezze dei giocatori, visto che all’epoca non solo non c’erano i
nomi sulle maglie, ma nemmeno i numeri. Si inventò un linguaggio, stringato
ed essenziale, che oggi si definirebbe per sottrazione. Tradusse e sdoganò per
quieto vivere con il regime i termini brevettati dalla perfida Albione: il corner
divenne calcio d’angolo, il cross un traversone, il gol la rete. Poi, con il
passare degli anni e a maggior ragione con lo sbarco in TV , nel ’54, capitò che
la rete diventasse quasi rete, che il giocatore citato fosse un altro, che si
prendesse qualche libertà, peraltro mai sgradevole. “Rivera, alzarsi e
camminare.” “Troppe punte, mezze punte e puntine da disegno.” “E adesso
andiamo a farci un bel whiskaccio.” La sua popolarità era tale da permettergli
praticamente di tutto: il resto dell’impunità glielo garantiva il fascino di una
voce unica.
Sulla buccia di banana scivolò in Messico, al Mondiale del ’70. Niente di
lontanamente paragonabile alle oscenità cui ci ha nel frattempo abituato la TV .
Ma la reprimenda al guardalinee etiope, colpevole di aver fatto annullare un
gol all’Italia, servì a qualche sopracciò della RAI per sistemare vecchi conti
con una star dal carattere non facile, per non dire impossibile. Nicolò fece
causa all’azienda, la vinse, ma accusò il colpo. Nettamente. A rimetterlo in
piedi, negli anni del crepuscolo, fu la vecchia amicizia con Rocco, le serate ai
tavoli dell’Assassino che diventavano nottate in sfide a scopone all’ultimo
sangue. “Bisogna che vada, Nereo” diceva quando ormai fuori albeggiava,
con quella voce stentorea che pur impastata dal whisky ancora metteva i
brividi, “perché alle otto l’Eugenia mi manda l’aspirapolvere.” L’Eugenia era
la moglie, che per punizione lo faceva dormire in salotto e di buon’ora
attaccava con le pulizie. “Va’, va’, povero amico mio” lo congedava il Paròn
stropicciandosi la bazza.
Cochi Sentimenti
(1920-2014)

Ai tempi in cui era il capoccione in persona a raccomandar di donare figlioli


alla patria, Arturo e Augusta Sentimenti, di Bomporto provincia di Modena,
ne misero al mondo nove. Cinque dei quali divennero calciatori, nemmeno
l’appello del duce fosse stato controfirmato dalla FIGC .
Il primo era Ennio, centromediano che non andò oltre il Nonantola.
Il secondo, Arnaldo, fu fior di portiere con una lunga carriera nel Napoli.
La sua specialità era parare rigori, ben 36 in carriera a quel che si è potuto
ricostruire, di cui sei consecutivi, anche a gente come Piola e Bernardini. Chi
gli segnò il settimo, interrompendone la serie, lo vediamo tra poco.
Il terzo, Vittorio, buon attaccante e all’occorrenza centrocampista, 62 gol
in otto stagioni alla Juventus e un decoroso finale di carriera nella Lazio.
Al quarto, Lucidio detto Cochi, destiniamo una breve sala d’attesa dopo
aver detto del quinto che fu una discreta mezzala di Modena, Bari, Lazio e
Udinese ma che, per semplificare le cose, i genitori battezzarono col nome di
Primo. Sicché, stante l’utilizzo all’epoca dei numeri romani, dopo Ennio
Sentimenti I, Arnaldo Sentimenti II, Vittorio Sentimenti III e Lucidio
Sentimenti IV, si passò a Primo Sentimenti V e pazienza per chi soffriva di
emicrania. Senza dimenticare che ce ne fu un VI, Lino, che era però un
cugino e come Ennio il capostipite non arrivò mai alla serie A.
Cochi Sentimenti, dunque, il pezzo pregiato di quell’irripetibile covata.
Cui l’esempio dei fratelli più grandi suggerì, quando ancora era ragazzino, di
scrivere alle società limitrofe quanto segue: “Faccio il garzone-calzolaio a 15
lire la settimana, vorrei giocare, va bene qualsiasi ruolo, anche portiere”.
All’appello rispose il Modena che, prendendolo in parola, per i primi due anni
lo schierò in attacco, avendone in cambio 22 gol. Per poi capire che, a
dispetto della statura, Cochi sarebbe diventato un gran portiere, persino più
bravo del fratello. Difatti lo comprò la Juve e arrivò presto in Nazionale, dove
nel maggio del ’47 contro l’Ungheria fu l’unico non granata in una squadra in
cui gli altri dieci erano il Grande Torino. E chiuse la carriera azzurra sei anni
più tardi ancora contro gli ungheresi, un gol di Puskás nella prima occasione,
due nella seconda. Ma nel frattempo era diventato un idolo della tifoseria
bianconera, che accanto alle leggende di Combi, Zoff e Buffon non ha mai
dimenticato quella di Cochi Sentimenti. IV, please.
Né lui riuscì mai a dimenticare il primo incrocio sul campo col fratello
Arnaldo, Napoli-Modena, 17 maggio 1942. Sentimenti II quell’anno aveva
parato sei rigori. Per battere il settimo, dopo lungo conciliabolo tra i
modenesi, si presentò sul dischetto Sentimenti IV. Si guardarono negli occhi,
si minacciarono a vicenda, poi Cochi batté e fece gol. La partita la vinse il
Napoli 2-1. Loro non si parlarono per anni.
Didi
(1928-2001)

“Fisico asciutto, collo lungo, superba statua di sé, Didi sembrava un idolo
africano piantato in mezzo al campo. Lì era signore e padrone. Da lì lanciava
le sue frecce avvelenate.”
Inutile provare a cimentarsi in un ritratto: questo schizzato da Eduardo
Galeano è insuperabile. Da precisare soltanto, per pleonastico che sia, come le
frecce fossero avvelenate per gli avversari, non certo per i compagni che si
muovevano intorno a lui e ricevevano invece palloni accarezzati, morbidi,
non di rado calciati d’esterno così che gli arrivassero tra i piedi già in fase di
frenata, rendendone superfluo il controllo. Una statua, dice bene l’uruguagio:
tanto ieratica era l’interpretazione di Didi del suo ruolo di direttore
d’orchestra. Poi, si capisce, alcuni dei solisti erano tra i migliori di sempre. A
cominciare da Pelé, da Garrincha, che giocava con lui nel Botafogo e si
coglieva a occhio nudo la loro straordinaria interconnessione, da Vavá, da
Zito, Nílton Santos. Ma se la critica del tempo scelse proprio lui come miglior
giocatore del Mondiale ’58, e bissò il giudizio nel ’62 ex aequo con il ceco
Masopust, qualcosa vorrà pur dire.
Come a tutti i comuni mortali anche a Didi piaceva far gol. Ma ci provava
soltanto se la cosa aveva davvero un senso, se non c’era traccia di un
compagno meglio piazzato. Perché da signore e padrone consapevole del suo
rango non c’era spazio per gli egoismi. Magari per una veronica, un surplace,
una finta in più: non per un tiro forzato in cerca di altra gloria se solo uno era
scattato a dettare il passaggio. A meno che…
A meno che il gioco non fosse stato fermato e in ballo ci fosse una
punizione. In quel caso, a partire dalla primavera del ’56, nessuno provava
nemmeno ad avvicinarsi al pallone perché Didi, causa lungo e ostinato
infortunio al collo del piede destro, aveva brevettato la battuta a folha seca.
Proprio quella. La celeberrima foglia morta che da lì a qualche anno
Mariolino Corso avrebbe importato da noi ed è tuttora, a sessanta e passa anni
di distanza, la principale fonte di emicrania per i portieri di ogni angolo del
pianeta.
Umberto Caligaris
(1901-1940)

I lunghi capelli biondi, il fazzoletto bianco in testa che oggi diremmo una
bandana per tenerli in ordine, niente di più facile che il Paròn l’avrebbe
battezzato tra quelli de professiòn, bel zovine. Errore. Con quel fisico e
quell’aggressività Umberto Caligaris era uno da cui tenersi alla larga: perché
mordeva il pallone, l’avversario, la carriera, la vita. E le rare volte che la
traiettoria pareva scavalcarlo lui tirava fuori il colpo segreto, una sforbiciata
acrobatica che lo vedeva quasi sospeso nell’aria. Un giorno i compagni di
Nazionale chiesero a Pozzo il favore di tener loro bordone, e gli buttarono lì
di aver sentito che la partita dell’indomani non l’avrebbe giocata: quando il
CT finse di comunicarglielo ufficialmente, per andare in fondo allo scherzo,
Berto impallidì e dovette aggrapparsi al lettino dei massaggi per non andar
lungo e disteso. Pozzo, preoccupatissimo, si affrettò a dirgli che non era vero
niente e lui si lanciò in un’intemerata che prima fece sghignazzare e poi
arrossire i compagni.
Era il 1930. Quello che mai e poi mai il ragionier Caligaris si poteva
immaginare era che lo scherzo sarebbe diventato realtà alla vigilia del
Mondiale del ’34, quando Pozzo preferì a Rosetta l’altro grande casalese
Monzeglio, e a lui Allemandi. Rinunciando in un sol colpo sia alla coppia di
terzini dei cinque scudetti consecutivi in maglia bianconera, sia alla prima
delle filastrocche immortali del calcio italiano: Combi-Rosetta-Caligaris. Non
fu un colpo da poco per l’allora capitano e recordman di presenze in maglia
azzurra. E toccò un po’ a tutti consolarlo, da Combi che ne ereditò la fascia, al
concittadino Monzeglio, ad Attilio Ferraris che in compenso quel Mondiale
nemmeno si sognava di giocarlo e si ritrovò ripescato in extremis da Pozzo, in
una sala romana da biliardo con la sigaretta in bocca.
I risultati diedero ragione alle scelte del CT . L’anno dopo, concluso anche il
ciclo bianconero, Berto Caligaris passò al Brescia dove per due stagioni giocò
e poi cominciò ad allenare. Si ammalò di setticemia, e una volta guarito i
medici gli raccomandarono di lasciar perdere il calcio innanzitutto, gli sforzi
in genere e possibilmente anche le emozioni. Lui la prese con beneficio
d’inventario. E quando nell’autunno del ’40, a Torino, capitò l’occasione di
una partita d’esibizione di vecchie glorie, si fece ritrovare in prima linea. Era
il 19 di ottobre, avevano appena pranzato tutti insieme. Rosetta provò invano
a fargli mollare il colpo. Lui si infilò la vecchia maglia bianconera, e con
quella e una azzurra appoggiata di fianco è sepolto al cimitero di Casale.
Dove dall’81, giusto accanto, è andato a fargli compagnia Eraldo Monzeglio.
Non Attilio Ferraris. Che pure, come Berto Caligaris, morì d’infarto a 43
anni in un torneo di vecchie glorie a Montecatini. Perché quando il destino ci
si mette d’impegno, i cerchi sa come chiuderli.
Ferenc Puskás
(1927-2006)

Se parliamo di fenomeni, anche Di Stéfano ha avuto due carriere, al di là e al


di qua dell’Atlantico. Anche Cruijff ha incarnato lo spirito dell’Ajax e
dell’Olanda prima, e del Barcellona poi. Ma nessuno è mai ripartito come
niente fosse dopo due anni di quarantena a cavallo dei trenta, quando il fisico
ha già dato il meglio di sé e ti restano la classe, l’esperienza e il tuo orgoglio
di campione: zavorrati però in questo caso da 10-12, c’è chi dice anche 18
chili di troppo da smaltire, per tacere del dolore di una patria travolta dai carri
armati.
Questa è la storia di un fuoriclasse chiamato Ferenc Puskás, il mancino più
implacabile di tutti i tempi. Che non aveva la lampada di Aladino di
Maradona né le sgasate imprendibili di Messi: ma un misto irripetibile di
coordinazione e potenza da scaricare in un fazzoletto di terra.
Fu nella prima metà della sua vita sportiva l’arma in più della Honvéd e
della Nazionale d’Ungheria. L’Aranycsapat, la squadra d’oro, una delle più
belle che mai abbiano illustrato la storia del pallone. Un mediano come
Bozsik, un finto centravanti come Hidegkuti, un partner d’attacco come
Kocsis di cui Schiaffino disse, dopo la straordinaria doppietta aerea ai
supplementari di Ungheria-Uruguay, Mondiali ’54, che una testa così andava
conservata in un museo. E poi Czibor, e poi il resto di un gruppo straordinario
di cui Puskás era il leader, anzi il Colonnello.
L’invasione sovietica dell’Ungheria lo colse all’Ovest e lì,
avventurosamente raggiunto da moglie e figlia, decise di restare. Due anni di
squalifica, una processione ininterrotta di società, italiane e non, a
corteggiarlo in attesa di sviluppi disciplinari. Sino a che sul lungomare di
Bordighera, dove svernava, non arrivò il Real a convincerlo che le squalifiche
vanno e vengono, anzi vengono e vanno. Da Colonnello a Canoncito Bum,
un’altra valanga di gol e di prodezze, di campionati e di coppe, di primati e di
trofei: diventando sin dal primo scambio, dal primo assist dato e riavuto il
partner preferito del más grande, di Alfredo Di Stéfano. Il 18 maggio del ’60,
33 anni lui e 34 don Alfredo, il Real vinse la sua quinta Coppa dei Campioni
consecutiva segnando in finale sette gol all’Eintracht di Francoforte: tre
l’argentino e quattro l’ungherese.
Si ritirò nel ’66 dopo aver vinto un’ultima Coppa. Ne sfiorò ancora
un’altra da allenatore giramondo, alla guida del Panathinaikos sconfitto in
finale dall’Ajax di Cruijff. Tornò finalmente nella sua Budapest una volta
caduto il muro. Già in preda alle prime avvisaglie di Alzheimer: ma in tempo,
almeno, per vedersi intitolare il vecchio Népstadion, che dal 1° aprile del
2002 si chiama per l’appunto Ferenc Puskás Stadion. Com’è bello e giusto
che sia.
Luciano Re Cecconi
(1948-1977)

La raccontava spesso Chinaglia, e non era una smargiassata. Quando la sua


Lazio saliva in aereo per una trasferta, il problema non erano le carte
d’imbarco. Era la consegna delle pistole al comandante. Perché erano anni
difficili, perché il tema della difesa personale era costantemente all’ordine del
giorno, perché tra le passioni di gruppo c’era quella del poligono di tiro,
perché, sullo sfondo ma mica tanto, l’impronta del gruppo storico era
orientata a destra, ma destra-destra. Morale, visto che per i cellulari era presto
e il borsello d’ordinanza, secondo la moda del tempo, a qualcosa doveva pur
servire, grande o piccola che fosse la pistola l’avevano in tanti. Tra i non
possessori accertati, tra quelli che se ne stavano cheti e a differenza della gran
parte degli altri probabilmente nemmeno votavano per Almirante, c’era il
biondino, anzi il biondone, Luciano Re Cecconi. Lombardo di Nerviano,
dunque bustocco, non a caso cresciuto nella Pro Patria, chiamato a Foggia da
Maestrelli e da lì trasferito a Roma, su precisa indicazione del tecnico che lo
aveva preceduto e stava costruendo una Lazio da scudetto. Si sa che da
sempre i biondi rubano l’occhio, in quegli anni per fare un esempio la critica
stava gonfiando Netzer che aveva le stimmate del campione ma presto si
sgonfiò da solo. Ecco, anche i capelli di Re Cecconi, nel suo piccolo, davano
nell’occhio e creavano immagine. Ma sotto c’era sostanza, fatica, modestia.
Quella che serviva a un alveare in cui l’ape regina era una sola, col numero
nove. Gli altri, con l’eccezione dell’indolenza creativa di D’Amico, dovevano
far legna, biondi o bruni che fossero.
Venne lo scudetto del ’74, dopo già averlo sfiorato nel ’73. Venne il fatale
appassimento di chi non è abituato a vincere, dunque a ripetersi. Venne
l’addio del totem Chinaglia, venne, nell’autunno del ’76, un momento duro
per il biondo che prima si infortunò seriamente e subito dopo fu chiamato a
misurarsi, come tutti, con la morte di Tommaso Maestrelli. La mattina del 18
gennaio ’77, Luciano Re Cecconi tornò finalmente ad allenarsi in gruppo,
pronto a rientrare. Verso sera, con il compagno di squadra Ghedin, andò a far
visita a un profumiere che prima dell’aperitivo chiese loro di passare da un
amico gioielliere per una consegna. Stando alla versione ufficiale, Luciano,
chissà se euforico per la guarigione o per una volta sintonizzato sugli scherzi
idioti dei compagni, con le mani in tasca e il bavero rialzato disse “Questa è
una rapina”. Stando a una ricostruzione più recente non aprì bocca ma le mani
erano in tasca e il bavero rialzato. Fatto sta che il gioielliere, rapinato di
recente, lo seccò sul posto. Al quartiere Flaminio di Roma, come fosse
Medellín.
John Charles
(1931-2004)

Avete presente la cattiveria di Nobby Stiles? O di Passarella? O di un’infinità


di altri energumeni che, indipendentemente dalle loro qualità, coltivavano il
piacere della scorrettezza sistematica? Ecco, ruotate di 180 gradi e vi
troverete di fronte a John William Charles. Lo chiamavano Il gigante buono.
Ma l’etichetta non gli rendeva del tutto giustizia, perché alle nostre latitudini
nel concetto di buono è sottintesa una componente di ciula: invece no, Charles
era lealtà assoluta, fair-play allo stato puro. Mai espulso in carriera, forse
nemmeno ammonito. Ma prima ancora, uno dei più grandi colpitori di testa
della storia del calcio capace di saltare con le braccia perfettamente aderenti
al corpo. Per questo era lui a prendere un sacco di botte: lui, che dall’alto del
suo metro e 90 e degli 85 chili avrebbe potuto darne quante voleva, come i
suoi stessi compagni, a cominciare da Boniperti, lo incitavano a fare se non
altro per proteggersi. Macché.
Un giorno a metà campo si scontrò casualmente quanto duramente con
Bernasconi della Sampdoria e scattò solo verso la porta: per poi con la coda
dell’occhio vederlo a terra, lasciar perdere il pallone e tornare indietro a
soccorrerlo. Un altro, con la fronte prese in pieno il palo, rimbalzò all’indietro
secco mentre il legno vibrava e cinque minuti dopo era in piedi, per dire che
cosa avrebbe potuto permettersi col suo strapotere fisico. Era un gallese figlio
di minatori, e un anno di pugilato dilettantistico gli aveva insegnato il rispetto
delle regole. Così quando il suo amico Sivori sbroccava, toccava a lui ridurlo
alla ragione con le buone o con le cattive. E le buone non bastavano mai.
Poi i gol, si capisce. Ventotto nel solo anno dell’esordio in bianconero, per
lo scudetto della prima stella. E che gol. Di testa, di piede, da vicino, da
lontano, facendo leva su quelle gambe corte in rapporto alla statura, sul
bacino basso, su di una straordinaria capacità di stacco cui non serviva, per
l’appunto, la spinta delle braccia. Lui faceva sponda per Sivori, Sivori rifiniva
per lui. Uno spettacolo, povero John.
Già, povero John. Perché tutto quel che gli era riuscito facile sul campo si
complicò nel dopo-carriera. Non fu una buona idea aprire un ristorante a
Torino, fu anche peggiore quella del pub una volta rientrato in patria, visto
che ben presto divenne lui il primo consumatore del locale. I vecchi compagni
bianconeri, a partire da Benito Boldi e Boniperti, cominciarono prima a
marcarlo a distanza e poi a intervenire di persona, e di tasca, quando
occorreva. Occorse spesso. Ma non bastò ad arrestare la caduta al rallentatore
di quel gigante che sul campo nessuno e niente, nemmeno un palo, era mai
riuscito ad abbattere.
Adolfo Pedernera
(1918-1995)

Con quel nome fascinoso e altisonante, che riempie la bocca come un tempo
riempiva gli occhi della folla di Buenos Aires e poi di Bogotá, Adolfo
Pedernera è stato il simbolo del grande River Plate anni ’40. La celeberrima
Máquina del River, così chiamata per la perfezione dei suoi meccanismi di
gioco e per una velocità di crociera insostenibile per gli avversari. Varata e
messa a punto da una strana coppia formata da Renato Cesarini, reduce dalla
sua prima campagna d’Italia, e Carlos Peucelle, gran giocatore a sua volta, ala
destra polivalente, a segno nella finale mondiale del 1930, scopritore di talenti
e stratega suo malgrado perché amava sostenere di non aver mai visto una
partita vinta da un allenatore anziché dai giocatori. Al punto da indossare una
tuta con la M di massaggiatore, mai quella targata DT che secondo lui non
significava direttore tecnico ma decí, tonto, “dimmi, scemo”. Che non lo
sappia Mourinho. La volta che gli chiesero se la Máquina era più merito suo o
di Cesarini, Peucelle crollò il capo e rispose che il merito era tutto di Dona
Rosa. La mamma di Pedernera.
Adolfo Pedernera, per l’appunto, era soprannominato El maquinista.
Perché era lui a guidare quell’attacco formidabile, da destra a sinistra Muñoz-
Moreno-Pedernera-Labruna-Loustau. Perché a parte segnare caterve di gol,
era il centravanti che smistava il traffico nei paraggi dell’area di rigore, ma
anche quello che arretrava a organizzare le offensive, con quel suo lancio
millimetrico che puntualmente planava sul piede del compagno più smarcato.
Perché era l’accensione e l’acceleratore, il carburatore e il cambio. Un
fuoriclasse che disponeva in egual misura di talento e di personalità. In più,
sempre disposto a mettersi nei panni, e al servizio, degli altri: per esempio
fondando il sindacato argentino dei calciatori, lui che era di gran lunga il più
pagato, e arrivando a proclamare il primo sciopero della storia per ragioni
contrattuali che certo non lo riguardavano da vicino.
Due testimonianze d’autore, impresse a fuoco nella storia del calcio
sudamericano. Nell’estate del ’50, alla vigilia del Maracanazo chiesero a
Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay, se non avesse paura dell’attacco del
Brasile. “Paura? Ho giocato contro Pedernera.” Cinquant’anni dopo
domandarono a Di Stéfano, giusto per cambiare, se era stato più grande lui, o
Pelé, o Maradona. E don Alfredo, che all’ombra di Pedernera era cresciuto nel
River e lo aveva poi preceduto ai Millonarios di Bogotá dove fecero coppia
per anni, sorridendo scandì: “Come si vede che non avete mai visto giocare
Pedernera”.
Agostino Di Bartolomei
(1955-1994)

C’è stato prima di Totti un altro romano de Roma capitano e bandiera


giallorossa. Che senza averne la classe è stato comunque un signor giocatore,
e in più un giocatore signore. Che come lui era un perfetto esecutore di rigori
e punizioni da fuori grazie a un destro di rara potenza e precisione. Che
sapeva essere leader anche con i silenzi e con gli sguardi, in mezzo a gente
che si chiamava Falcão, Bruno Conti, Pruzzo. Che quel mandato di governo,
in campo e fuori, l’aveva non a caso ricevuto da un galantuomo del pallone a
nome Liedholm.
Si chiamava Agostino Di Bartolomei e poiché così lungo in un titolo non
ci stava divenne Ago o Diba. A piacere. Una mezzala elegante e compassata,
con una battuta splendida che pescava il compagno a quaranta metri come
niente fosse. Un po’ lento, questo sì, tanto che l’anno dello scudetto, 1983,
l’arrivo dell’austriaco Prohaska, a sua volta non un fulmine di guerra, diede il
la alla gag dei lenti a contatto. Fu allora che il Barone Nils ebbe una trovata
delle sue: arretrò Di Bartolomei a centrale difensivo, proteggendolo con la
velocità di Vierchowod, e ne ebbe in cambio un’ulteriore, preziosa sorgente di
gioco sia nell’avviare l’azione che nel ribaltarla all’improvviso.
Al termine della stagione successiva, capendo che cominciava a essere di
troppo, seguì al Milan il maestro per poi chiudere con Cesena e Salernitana.
Inaugurò il dopo-carriera con una scuola calcio, a San Marco di Castellabate,
in attesa di proposte che non avrebbero tardato. Invece tardarono. Né era tipo
lui, con il suo orgoglio, da farsi vivo per caso, da proporsi, da scarpinare per
quelle sette chiese che da qualche parte finiscono per portare. Entrò in una
spirale depressiva che, sventuratamente, fu bravo a dissimulare anche con le
persone care. Si uccise con un colpo di pistola la mattina del 30 maggio 1994,
a dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori
all’Olimpico contro il Liverpool. A distanza di oltre vent’anni, in un mistero
che è rimasto tale, restano la potente simbologia della data e il ricordo di una
schiena forse un po’ rigida, ma diritta come poche.
László Kubala
(1927-2002)

C’è un giocatore, anzi un fuoriclasse, che ha indossato le maglie di tre diverse


Nazionali. L’unico. Si chiamava László Kubala, attraversò mezza Europa per
arrivare a Barcellona. Dove il suo ricordo è vivo quanto quello di Cruijff e
sarà superato nel tempo soltanto da Messi.
Era nato a Budapest da genitori slovacchi, aveva dunque la doppia
nazionalità. Debuttò nella Cecoslovacchia, poche partite, poi continuò
nell’Ungheria, ancora meno. Era appena finita la guerra, Kubala, già un
campione, capì che qualcosa non andava quando per il servizio militare lo
precettarono nella cosiddetta Legione Rossa che non prevedeva il diritto di
espatrio. Trovò il modo di farsi destinare ai reparti di confine e una notte,
nascosto su un camion di rifugiati, riuscì a raggiungere l’Austria. Ritrovò la
famiglia, fuggita non meno avventurosamente da un altro valico, insieme
passarono per la Svizzera e raggiunsero finalmente Busto Arsizio.
Prego? Sì, Busto Arsizio, per via che nella Pro Patria, allora in serie A,
giocavano due suoi amici ungheresi cui il presidente Cerana contava di
aggiungere il transfuga pregiato. Arrivò prima, inesorabile, la squalifica FIFA ;
poi una lunga fila di corteggiatori. Per esempio Santiago Bernabéu che lo
voleva al Real a tutti i costi: meno uno, prendersi anche Daučik, ex allenatore
della Cecoslovacchia e suocero di Kubala, come il biondino pretendeva. Per
dire il caratterino da una parte, e la fama di cui godeva dall’altra. Così finì che
la confezione speciale giocatore-più-allenatore la comprò il Barcellona: e la
squalifica decadde perché con il lauto doppio contratto arrivò anche la
cittadinanza spagnola a far da sanatoria.
Giocò un primo scampolo di stagione semplicemente fantastico, con 26 gol
in 19 partite. Perse la seconda causa tubercolosi, ma regnò per una decina
d’anni su Barcellona e la Catalogna vincendo quattro campionati e cinque
Coppe nazionali. Diventando anche, con la sua classe cristallina, un idolo
della Nazionale spagnola, la terza di una carriera del tutto fuori dal comune.
Mica finita. Dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria e la fuga dei campioni
dell’Aranycsapat, non potendo arrivare a Puskás già prenotato dal Real fu lui
a portare a Barcellona due campioni come Kocsis e Czibor. Poi si scontrò con
Herrera e restò a lungo in panchina, infine quando il Mago levò le tende per
Milano giocò un’ultima, grande stagione e guidò il Barça a sfiorare la sua
prima Coppa dei Campioni.
Dopodiché, caso mai non si fosse capito che il calcio era la sua vita, allenò
per 35 anni filati, dal Barcellona nel ’61 al Paraguay nel ’95. Fu CT della
Spagna per undici stagioni consecutive, dal ’69 all’80. È sepolto a Barcellona,
la sua terra promessa, dove fu cantato da Joan Manuel Serrat.
Rinus Michels
(1928-2005)

Si sa che i premi FIFA vanno presi con le molle. Ma quando nel 1999, alla
vigilia del nuovo millennio, Rinus Michels fu proclamato allenatore del
secolo nessuno per una volta ebbe a ridire. I candidati erano tanti, e tutti con
un pedigree di prim’ordine. A cominciare da Gusztáv Sebes, creatore della
Grande Ungheria, l’altra Nazionale insieme all’Olanda del ’74 che pur avendo
perso la sua finale mondiale, ’54, è rimasta nel cuore e nella mente dei
calciomani ben più della Germania vincitrice. Delle Germanie vincitrici. Ma
se il capolavoro di Sebes rappresentò il punto forse più alto di un gioco che si
conosceva, quello di Michels trasportò il football in una dimensione
sconosciuta. E aprì una nuova era.
Michels era stato centravanti dell’Ajax anni ’50, quando ancora il calcio
olandese era periferia. Segnò comunque 122 gol in carriera e giocò sei partite
in Nazionale, perdendole tutte. A trent’anni si infortunò seriamente alla
schiena, divenne insegnante di educazione fisica e cominciò poco alla volta a
pensare alla sua rivoluzione copernicana. Oggi, a mezzo secolo di distanza,
l’intero mondo calcistico lo riconosce come l’inventore del calcio totale.
Della polivalenza, dell’interscambiabilità, del pressing collettivo, del
fuorigioco sistematico. Di una ferrea preparazione fisica, che arrivava a
quattro sedute quotidiane, senza la quale quel movimento forsennato, quella
velocità prolungata, quegli scatti ripetuti non sarebbero stati possibili. Disse
un giorno Swart, ala dell’Ajax della prima ora, che il ritiro estivo di Michels
era un campo militare. Non per niente lo chiamavano il Generale, senza che
lui se ne avesse a male.
Il suo Totaalvoetbal nacque nell’Ajax nella seconda metà degli anni ’60 ed
esplose in Nazionale nei primi ’70. Per poi espandersi in Catalogna sempre
sotto la sua direzione ma virando in senso più tecnico, senza quello strapotere
fisico che era stata una delle connotazioni-chiave di Arancia meccanica.
Fermo restando che la sua prima visita al Bernabéu da allenatore del Barça,
17 febbraio ’74, si concluse con la prima manita a domicilio della storia del
Clásico: e al di là del clamoroso 0-5, la sensazione che sbalordì pubblico e
osservatori fu di aver visto una squadra che correva contro una che
camminava.
Fra tante sequenze indimenticabili, e quasi sempre riconducibili all’asso
nella manica del Generale, il fantastico Cruijff, una sera a Wembley l’Olanda
decise di fare il fuorigioco sistematico più alto del solito, praticamente a metà
campo. La TV era ancora in bianco e nero. Ma quella che scattava in avanti
sui lanci lunghi degli inglesi sembrava ugualmente una nuvola arancione:
oltre la quale gli sventurati attaccanti di Sua Maestà britannica non di un
metro o due si ritrovavano in fuorigioco, ma di otto-dieci. Il calcio di un
futuro che era già diventato presente. Contro quello che pareva fermo al
tempo dei pionieri, con i mutandoni e i baffi a manubrio.
Manlio Scopigno
(1925-1993)

Gli piaceva studiare, e diede cinque esami a Filosofia, leggere, e fu amico tra
gli altri di Bianciardi, giocare a pallone, e stava diventando un buon terzino
quando gli partirono i legamenti del ginocchio e quella ai tempi era una
sentenza senza appello. Così Manlio Scopigno cominciò a coltivare pian
piano l’idea di allenare. Purché a modo suo, senza rinunciare alla lettura, alla
pittura, ma prima ancora al suo anticonformismo, a uno humour dissacrante
che certo non gli semplificò la vita. E sì che parlava piano, un tono di voce
che era poco più di un sussurro: ma il segno lo lasciava, anche qualche
cicatrice.
Per esempio. All’esame del corso allenatori a Coverciano gli chiesero
come avrebbe utilizzato Lorenzi: la risposta fu che con lui Lorenzi non
avrebbe giocato. A Vicenza un dirigente lo invitò a caricare di più i giocatori:
“Lo faccia direttamente lei, se ha una chiavetta”. “Tornerebbe a Bologna dopo
quell’esonero di qualche anno fa?” “Sì, ma con un cacciabombardiere.” Alla
Domenica Sportiva, la sera dello scudetto, domanda di Enzo Tortora: “Di lei
hanno detto lo scettico blu, l’enigmatico, il sornione, il filosofo. Insomma
Scopigno, lei chi è?”. Risposta: “Uno che in questo momento ha sonno”.
Che la sua terra promessa fosse Cagliari lo dimostra, anche, il fatto che a
quel periodo risalgano le battute migliori: in cui il tasso di aggressività era
sceso e lo humour salito ad altezze siderali. Sono forse sin troppo celebri, ma
come a Casablanca suonale ancora Sam. Ritiro di trasferta romana, interno
notte. Nottambulo a sua volta, oltre che fumatore, gran bevitore e giocatore
incallito, Scopigno sale a colpo sicuro in una camera. Ne trova cinque a
scannarsi a poker, senza nemmeno distinguerli subito tale è la coltre di fumo
anche se si tratta dei soliti noti, dei maggiorenti. Avanza, si siede su una sedia
libera, estrae il pacchetto dal taschino e sussurra: “Do fastidio se fumo?”. La
seconda è una breve intervista radiofonica durante il Mondiale messicano. Il
giorno prima si è infortunato Rosato e ha debuttato Niccolai, neocampione
d’Italia con il Cagliari ma protagonista, quell’anno, di una sfortunata serie di
autoreti. “Che impressione le ha fatto, Scopigno?” “Tutto mi sarei aspettato
dalla vita, meno che dda vedé Niccolai via satellite.”
Quel Cagliari irripetibile, Scopigno prima lo costruì poi se lo godette dalla
tribuna. La vigilia di Natale del ’69 sbroccò con l’arbitro Toselli, che per
quanto ricordo di quegli anni poteva anche non essere reato, poi infierì su un
guardalinee e si prese cinque mesi di squalifica. Ma quelli ormai giocavano a
memoria, con una difesa di ferro, 11 soli gol al passivo, Albertosi a parare
anche le mosche, Cera in teoria libero in pratica centrocampista aggiunto,
Greatti a sincronizzare il movimento incessante di Domenghini e Nené. E
Bobo Gori al servizio dello straordinario Gigirriva. Un meccanismo a
orologeria. Creato da un filosofo mancato, fino a un certo punto, che amava
vivere di notte, dormire di mattina e allenarsi il pomeriggio. Con
moderazione, tenendo conto del clima dell’isola. Quando capì, il giorno dopo
averlo conosciuto, che il ciclo biologico di Riva era identico, la metà
dell’opera era compiuta.
Felice Levratto
(1904-1968)

Se parliamo di citazioni in musica è andata meglio al Pepe Schiaffino, per via


della genialità di Paolo Conte. A lui toccò il Quartetto Cetra – oh, oh, oh, che
centrattacco – che poi Levratto proprio centrattacco non era, ala mancina
semmai: ma le reti, quelle sì le sfondava per davvero. Cominciò a Vado, casa
sua, nella finale della prima edizione di Coppa Italia. Si andò avanti a oltranza
dopo i supplementari, allora usava così, in ventuno sulle ginocchia, anzi, sui
gomiti: ma Felice aveva 18 anni, non faceva altro che correre, giocare e
battere il crawl intorno all’isolotto di Bergeggi; morale, gli arrivò quel pallone
appena fuori area e il portiere dell’Udinese nemmeno lo vide. Lo vide
l’arbitro, per sua fortuna, e accertò che prima di andare a colpire l’antica
Torre di Scolta aveva squarciato l’angolo alto della rete.
La voce si sparse: ogni volta che Levratto caricava il sinistro, i portieri ben
prima della porta cominciarono a proteggere viso, stomaco e gioielli di
famiglia. Ma non arrivò sino in Lussemburgo, se è vero che all’Olimpiade
parigina del ’24 lo sventurato Bausch gli parò sì una sventola da vicino:
peccato che avendoci messo anche la faccia ne avesse ricavato un taglio
profondo alla lingua. Così, rappattumato alla meglio, quando se lo ritrovò di
fronte in campo aperto, già sullo 0-2, anziché uscirgli incontro scappò dietro
la porta. Felice, che già c’era rimasto male per tutto quel sangue, mise la palla
fuori.
Era un tipo da Olimpiade, il nostro. Non che in patria ci andasse piano, al
Genoa, all’Inter, alla Lazio: era un piacere vederlo calciare con quella
naturalezza e quella potenza, a patto, si capisce, di non essere in traiettoria. E
avevano un bel controllare i guardalinee, prima del fischio d’inizio, che le reti
fossero integre: alla fine, di tanto in tanto, lo sbrego c’era. Tra uno
sfondamento e l’altro, salutato da un crescendo di popolarità che da Parigi in
poi aveva varcato le frontiere, il d-day arrivò il 4 giugno del ’28, ai Giochi di
Amsterdam. Non solo perché l’Italia rifilò sette gol alla Spagna. Ma perché il
sesto sfondò regolarmente la rete, in un tripudio di folla che sotto sotto se lo
aspettava. Felice Levratto aveva lasciato andare il sinistro un’altra volta.
Jules Rimet
(1873-1956)

Come il barone De Coubertin si era inventato le Olimpiadi dell’era moderna,


così fu un altro francese a nome Jules Rimet a ideare e poi realizzare la Coppa
del Mondo. Allo sport l’avvocato Rimet si era accostato a fine ’800, fondando
la polisportiva Red Star. Poi nel 1910 aveva virato sul calcio, costituendo la
Ligue de Football, e alla fine della prima guerra mondiale combattuta da
capitano di cavalleria era stato nominato presidente della federazione
francese. Tre anni più tardi, nel marzo del 1921, l’elezione a presidente della
FIFA , grazie alla dura opposizione all’Inghilterra che pretendeva l’esclusione
dei paesi sconfitti.
Dopo averlo coltivato a lungo, al congresso di Amsterdam del ’28 lanciò il
progetto di una Coppa del Mondo; la cui prima edizione venne assegnata
all’Uruguay per tre buone ragioni. La prima è che gli uruguagi avevano vinto
due Olimpiadi consecutive, e stavano giusto costruendo un grande stadio a
Montevideo. La seconda, che proprio nel 1930 il paese avrebbe festeggiato il
centenario dell’indipendenza. La terza, decisiva, che per onorare
l’assegnazione e insieme l’anniversario l’Uruguay si impegnava a pagare i
costi di viaggio e di soggiorno per tutti i partecipanti.
In Europa l’indice di gradimento si rivelò molto basso. Dopo una serie di
veti incrociati accettarono di partecipare soltanto Francia, Belgio, Jugoslavia e
Romania. Rimet fece buon viso a cattivo gioco e guidò personalmente la
spedizione. A bordo del Conte Verde c’erano le quattro squadre, i dirigenti
FIFA , tre arbitri e una serie di celebrità, a cominciare dal grande basso russo
Šaljapin, atteso oltre Oceano dal maestro Toscanini. C’era anche molta vita
mondana, ma nelle tre settimane di traversata l’avvocato si allontanò di rado
dalla cabina in cui custodiva la Coppa del Mondo.
Fu un successo, anche se la finale vinta dall’Uruguay sull’Argentina
rischiò prima, un po’ anche durante, ma soprattutto dopo di mutarsi in
tragedia. E si convenne con tutte le solennità del caso che il rito si sarebbe
rinnovato a cadenza quadriennale.
Jules Rimet regnò sul Mondiale sino al 1954. I momenti più difficili della
sua lunga presidenza coincisero con l’edizione italiana del ’34, disertata da
molti paesi allergici al fascismo, e poi con quella del ’38, allorché la FIFA
consentì alla Germania di schierare cinque giocatori austriaci in seguito
all’Annessione e di escludere quelli di origine ebraica. Il più esilarante il 16
luglio del ’50, quando la sconfitta del Brasile vincitore annunciato mandò
all’aria la cerimonia di premiazione. “Mi ritrovai in mezzo alla folla
sbatacchiato da ogni parte” raccontò poi “con in mano la Coppa di cui non
sapevo più che fare. Quando incocciai nel capitano dell’Uruguay gliela diedi
quasi di nascosto, senza poter dire una parola. Poi la gente, lentamente, prese
a sfollare, come all’uscita da un cimitero.”
Armando Picchi
(1935-1971)

È possibile, anzi altamente probabile che Armando Picchi, per gli amici
livornesi Penna bianca, sarebbe diventato anche un grande allenatore. Per la
buona, persino banale ragione che il suo essere stato grande giocatore è
dipeso in massima parte da qualità che normalmente si ritrovano in chi dirige,
assai più che in chi interpreta.
Stiamo parlando di un libero. Per la precisione di un terzino destro
trasformato da Herrera in libero. In un’epoca, i primi ’60, in cui
l’interpretazione del ruolo era quasi esclusivamente difensiva e tale sarebbe
rimasta sino a Cera e poi Scirea se si resta all’Italia, a Beckenbauer se si
guarda al di fuori. Ma dire che della Grande Inter Picchi fu il libero, o anche il
regista difensivo, non rende l’idea di che cosa il livornese rappresentasse in
quella squadra. Intanto ne era anche il capitano, e già questo è un tassello in
più. Ma ne era soprattutto il leader, riconosciuto come tale dai compagni. Da
un fuoriclasse come Suárez, campioni come Mazzola e Facchetti, un talento
purissimo e apparentemente ingestibile come Mariolino Corso. Nelle quattro
stagioni in cui l’Inter vinse tre scudetti (perdendo il quarto allo spareggio col
Bologna), due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali, Picchi fu
anche l’allenatore in campo: dovendo cercare di darlo a vedere il meno
possibile perché Herrera, sotto altri aspetti un Mago vero, in panchina era più
suscettibile che fenomeno.
In condizioni normali se ne ammirava il senso della posizione, la saggezza
tattica, l’intuito, la scelta di tempo. Ma il meglio di sé lo dava nelle sfide
impossibili. Come a Buenos Aires, nella tana dell’Independiente, quando
dopo il 3-0 dell’andata l’Inter inchiodò gli argentini sullo 0-0 e riportò a
Milano la Coppa Intercontinentale. Quella sera Picchi apparve per novanta
infiniti minuti come il capitano di una nave squassata dalla tempesta, ritto a
governare la barra del timone, con quello sguardo impavido di livornese
avvezzo alle burrasche. Come abbia potuto Fabbri escluderlo l’anno seguente
dal Mondiale d’Inghilterra rimane un mistero. Doloroso, perché giustamente
culminò nella Corea.
Ma mai doloroso quanto il destino che tese la sua imboscata proprio ai
primi passi della seconda carriera. Una breve esperienza da giocatore-
allenatore nel Varese, un’altra da profeta in patria livornese, poi la chiamata di
Allodi sulla panchina della Juventus. Pochi mesi. Il tempo di provare invano a
combattere una battaglia persa in partenza, a nemmeno 36 anni.
Joseph Mwepu Ilunga
(1949-2015)

Non fu un raptus quello di Joseph Mwepu Ilunga il 22 giugno del ’74 a


Gelsenkirchen. O meglio sì, perché una cosa del genere non si era mai vista e
non aveva senso alcuno. Ma non fu il gesto inconsulto di un povero africano
che nemmeno conosceva il regolamento e, signora mia, in un Mondiale ormai
entra davvero di tutto. Semmai il crollo nervoso di un ragazzo che aveva una
paura fottuta di rimetterci la pelle.
Brasile-Zaire, minuto 85. Africani sotto di tre gol, punizione dal limite per
lo specialista Rivelino. L’arbitro Rainea sistema la barriera e fischia. Rivelino
tarda un istante a prendere la rincorsa e allora dall’altra parte la prende
Mwepu, che si scaraventa sulla palla e la calcia il più lontano possibile,
rischiando tra l’altro di accoppare lo stesso Rivelino. Rainea lo ammonisce, i
brasiliani si guardano stupefatti, milioni di persone davanti alla TV si reggono
la pancia dal gran ridere.
La spiegazione dello sventurato che aveva fatto sghignazzare il mondo
arrivò a distanza di quasi trent’anni. A pochi mesi dal Mondiale, lo Zaire
aveva vinto la sua prima Coppa d’Africa. E il regime di Mobutu aveva
cavalcato l’entusiasmo popolare coprendo di regali i trionfatori, e altri
promettendone in caso di buona figura alla Coppa del Mondo. Prima partita,
0-2 dalla Scozia e qualche malumore. Seconda 0-9 dalla Jugoslavia e il
finimondo: con gli scherani del dittatore in spogliatoio a revocare i premi
promessi per la vittoria continentale, e a minacciare i giocatori uno per uno.
Alla vigilia del Brasile, l’ultimatum: oltre i tre gol di scarto tornerete in Zaire
solo per visitare le vostre tombe. Suppergiù.
Rivista la sintesi, il Brasile poteva tranquillamente andare oltre la dozzina
come peraltro Mwepu e i suoi sapevano prima di cominciare. Ma un po’ gli
errori di mira, un po’ forse il comune senso del pudore e la deconcentrazione
che ne deriva, a meno di un quarto d’ora dalla fine i gol erano soltanto due, di
Jairzinho e Rivelino. Gli zairesi, insomma, alla sconfitta onorevole, e pure
salvifica sempre che i galantuomini fossero di parola, avevano fatto la bocca.
Ma poi il portiere che sino a lì, pur nella sua improbabilità, se l’era cavata
meglio del previsto, aveva preso un gol ridicolo da tale Valdomiro che
anziché arrossire si era pure preso il gusto di esultare. E sul 3-0 era scattato il
panico.
Finì che Rivelino non trasformò la punizione e gli zairesi, se pur non felici
e contenti perché Mobutu si riprese le case e le auto regalate per la Coppa
d’Africa, perlomeno vissero. E non era poi così poco.
Kenneth Aston
(1915-2001)

Di nome faceva Kenneth George, Ken per gli amici. Ma noi italiani non
potevamo essere tra quelli perché ciò che combinò a Santiago del Cile andò
ben al di là della vergogna. Il bello è che Aston non era un cialtrone come il
Byron Moreno del Mondiale 2002 che ce l’aveva scritto in faccia. Era un
signor arbitro, di grande reputazione. Un innovatore a tutto tondo, un
riformista con un debole per gli aspetti cromatici della direzione di gara. Nel
’47 si era inventato le bandierine gialle per i guardalinee, e vabbè. Ma dopo il
Mondiale d’Inghilterra furono farina del suo sacco anche i cartellini gialli e
rossi, che debuttarono ufficialmente nell’edizione successiva di Messico ’70.
Mentre in Germania nel ’74 fu il turno delle lavagne, nere questa volta, che
notificavano al pubblico le sostituzioni. Tutto questo perché dopo lo scandalo
di Cile-Italia l’arbitro Aston non solo non venne cacciato. Al contrario, fu
nominato presidente della Commissione arbitrale della FIFA : e come tale
responsabile della gestione delle direzioni di gara dei tre Mondiali successivi.
Detto che a quel tempo il presidente della FIFA era per puro caso un
britannico, sir Stanley Rous, per perdere quella partita prima ancora di
giocarla l’Italia si impegnò davvero a fondo. La federazione ricusò l’arbitro
designato, lo spagnolo Ortiz de Mendíbil, perché il fatto di parlare la stessa
lingua avrebbe potuto favorire i cileni. La commissione tecnica, si fa per dire,
composta da Ferrari e Mazza cambiò sei degli undici giocatori che avevano
pareggiato con la Germania la gara inaugurale. Ma soprattutto la folla cilena
era da giorni in ebollizione perché, senza bisogno di internet, erano rimbalzati
gli echi delle corrispondenze di due inviati italiani: robetta leggera, tipo che
“il Cile sul piano del sottosviluppo deve essere messo alla pari di tanti paesi
dell’Asia e dell’Africa: ma gli abitanti di quei paesi sono dei non progrediti,
questi sono dei regrediti”.
Gli azzurri, che nulla c’entravano, all’ingresso in campo lanciarono al
pubblico grandi mazzi di fiori. Ci voleva altro per stemperare il clima da
corrida: a cominciare da un arbitro che facesse l’arbitro. Dopo sette minuti
roventi, palesemente intimidatori, entrata da dietro su Ferrini che risponde
con un fallo di reazione: giusta l’espulsione dell’italiano, all’altro nemmeno
un richiamo. Segue parapiglia, con cazzotti veri. Quello da kappaò lo tira
Leonel Sánchez che frattura il naso a Maschio: Aston non vede il colpo, e può
succedere data l’entità della mischia, ma non batte ciglio nemmeno di fronte
alla maschera di sangue di Maschio semisvenuto. Si va avanti con l’Italia in
teoria in dieci ma in realtà in nove perché Maschio non si regge in piedi e le
sostituzioni non ci sono ancora. Minuto 39, Leonel Sánchez a terra su un
contrasto regolare di David si rialza e sferra un pugno in faccia al terzino.
Niente. Un minuto dopo entrata dura di David ancora su Sánchez, fuori anche
David e Italia in nove, anzi in otto. Gli azzurri tennero lo 0-0 sino a un quarto
d’ora dalla fine. Poi si arresero ai gol di Ramírez e Toro. Scrisse L’Équipe che
la direzione di Aston era andata oltre i limiti dello scandalo. Mentre
l’anchorman della BBC , prima di mandare in onda la registrazione della
partita, anticipò l’era del Parental-control dicendo in tono grave: “L’incontro
cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa,
sgradevole e vergognosa della storia”.
Pace anche all’anima tua, Ken Aston.
Johan Cruijff
(1947-2016)

“Corre molto, quel Cruijff. Però gioca bene.” Raccolta e diffusa da Jorge
Valdano, compagno di Nazionale argentina, la battuta degna di Oscar Wilde è
di Ricardo Bochini, grande interprete del fútbol bailado a milonga. Uno che,
racconta sempre Valdano, quando al Mondiale messicano entrò per uno
scampolo di partita col Belgio fu accolto da un “benvenuto maestro” di Diego
Maradona.
Di sicuro, se un uomo ha cambiato la storia del pallone, quello è stato
Johan Cruijff. A costo di essere blasfemi, c’è stato un calcio a.C. e un altro
d.C. Prima e dopo Cruijff. Perché al di là della rivoluzione atletica e tattica
guidata dal suo mentore, Rinus Michels, oltre il pressing, il fuorigioco, i
raddoppi di marcatura in ogni zona del campo, il fuoriclasse olandese di suo
ci mise la velocità. Nello scatto breve, nell’allungo in progressione,
nell’affondo con o senza palla che pareva, le prime volte, opera di un
trasformatore di corrente. Poliedrico al punto da riuscire a essere centravanti
classico, anche spalle alla porta, oppure playmaker, indifferentemente alto o
basso, oppure ancora ala d’appoggio, preferibilmente a sinistra. Ma non da
una partita all’altra. Da un’azione all’altra. Seguendo prima di tutto l’istinto,
poi i movimenti dei compagni, poi il piazzamento degli avversari. Sempre in
accelerazione, sempre sgasando e poi strappando all’improvviso quando la
sua testa – alta, oh se era alta – metteva a fuoco il varco in cui lanciarsi.
Didascalico, almeno quanto fu memorabile, il primo minuto della finale
mondiale ’74. L’Olanda batté il calcio d’inizio e prese stranamente a melinare
a metà campo. Mia, tua, avanti, indietro, un placido tourbillon
apparentemente senza costrutto. Al passaggio numero 16 Cruijff scattò
all’improvviso, ma all’indietro, per prendere in consegna quel pallone.
Accennò un surplace, fintò su Vogts mandandolo a merenda e puntò dritto
l’area di rigore al massimo dei giri. Dovette abbatterlo Hoeness, e Neeskens
trasformò il rigore con una sassata centrale delle sue.
Poi andò a finire che vinsero i tedeschi, a loro volta uno squadrone pieno
zeppo di campioni. Ma la rivoluzione degli anni ’70 era compiuta. Da una
generazione che era un po’ figlia dei fiori, fuori dal campo, con quei ritiri
aperti alle signore, e non solo, e le coppe di champagne a bordo piscina, e un
po’ Arancia meccanica per quel modo collettivamente inedito di aggredire e
martellare in tutte le zone del campo. Di cui Cruijff fu il simbolo assoluto per
qualità tecniche, ottani nel motore, e straripante personalità. La stessa che gli
permise, concluso il ciclo olandese, di aprirne uno non meno eclatante al
Barcellona, prima sul campo e poi in panchina. Se ancora oggi, a quarant’anni
dal suo sbarco in Catalogna, il dogma del Barça è “il gioco innanzitutto e i
risultati arriveranno”, non c’è da sbagliare: a esportarlo dall’Olanda è stato il
suo profeta, Johan Cruijff.
Mário Filho
(1908-1966)

Lo stadio di San Siro è intitolato a Peppino Meazza, quello di Budapest a


Ferenc Puskás, quello del Real al presidente Santiago Bernabéu che costruì il
mito delle merengues. Il più grande di tutti, la leggenda delle leggende, è
dedicato non a Garrincha, non a Leônidas, non a Didi ma a un giornalista.
All’ingresso del Maracanã di Rio de Janeiro, accanto a una statua di Bellini,
capitano del primo Brasile campione del mondo nel ’58, sta scritto Estádio
Jornalista Mário Filho.
E chi sarà stato mai ’sto Mário Filho? Facile. Uno che s’era messo in testa
che in Brasile doveva esserci lo stadio più grande del pianeta. In un’epoca, si
badi bene, in cui il calcio sudamericano viveva sul dualismo Uruguay-
Argentina e il Brasile non era, nella migliore delle ipotesi, che la terza forza a
dispetto di ambizioni e sicumere. Ma Filho, che il mestiere lo conosceva e i
suoi polli pure, trovò lo slogan che avrebbe fatto da passepartout tra
perplessità e resistenze, tra preventivi di spesa e paure di baratri: “Credere
nello stadio è credere nel Brasile”. Erano gli anni ’40, e gli scettici blu dei
Cinquestelle di là da venire.
Una dinastia di giornalisti, i Filho. Il padre Mário Rodrigues storico
fondatore di quotidiani, il fratello Nelson anche scrittore e drammaturgo. Lui,
Mário e basta, figlio d’arte con una gran voglia di smarcarsi dalle comode e
risapute orme paterne. L’occasione buona, da cogliere al volo, capitò una sera
del ’29 quand’era poco più di un ragazzo spazzola destinato alle chiusure
serali del quotidiano di famiglia, A Crítica. Mancava poco al visto si stampi,
quando per un contrattempo saltò un lungo articolo in prima pagina: e lui ci
piazzò la cronaca di Flamengo - Vasco da Gama, pur sapendo che il padre
detestava il calcio o forse proprio per questo. La mattina dopo si sentì le sue:
ma la sera a denti strettissimi babbo Filho fu costretto ad ammettere che il
giornale era andato esaurito.
Da quel giorno non solo il calcio tracimò sulle prime pagine. Ma decollò la
carriera di Mário Filho junior, che fondò un quotidiano sportivo, poi un altro,
senza negarsi, sempre in ottica nazional-popolare, il piacere di dare visibilità
giornalistica alle scuole di samba, arrivando in breve tempo a cambiare la
storia, nientemeno, del Carnevale di Rio. Quando gli fiorì l’idea dello stadio,
si batté da subito come e più di un leone. Fu lui a scegliere il Bairro
Maracanã, a dispetto dei piani regolatori dell’epoca, lui a pretendere che la
capienza fosse per almeno 150mila spettatori. Quando il 21 luglio del ’48 il
progetto fu finalmente approvato, il suo Jornal dos Sports cominciò a seguire
e a riferire implacabilmente, giorno dopo giorno, lo stato di avanzamento
lavori.
Puntualmente inaugurato per il Mondiale del ’50, il Maracanã fece
registrare 142mila spettatori per Brasile-Jugoslavia, poi 138 con la Svezia,
152 con la Spagna e 173 nella finale con l’Uruguay. Paganti. Gli altri, i
portoghesi o meglio i brasiliani, provarono a contarli solo quel tristissimo 16
luglio arrivando, chissà come, al numero passato alla storia di 199mila 854.
Mário Filho, almeno lui, la sua Coppa del Mondo l’aveva stravinta. Quando
morì, il fratello Nelson lo chiamò O criador de multidões, il creatore di folle.
Eusébio da Silva Ferreira
(1942-2014)

Il vecchio Trap, che a quel tempo era giovane, e deputato a mordere le più
nobili delle caviglie altrui, perse un brutto pallone a metà campo. In quei casi
il Paròn andava subito su di giri e urlava al suo secondo, Bergamasco, “Chi
ga sbaglià?”. La risposta di Bergamasco, che aveva un numero imprecisato di
diottrie e in panchina ci stava solo per compagnia, era sempre la stessa: “Xe
stà Giovanin”, perché di Giovanni in squadra ce n’erano tre, Rivera, Lodetti e
Trapattoni, e le probabilità di prenderci erano alte. Allora il Paròn si alzava e
sperando non fosse stato Rivera gridava: “Giovanin, va’ in mona!”. Ma quel
giorno di maggio del ’63 a Wembley non ci fu tempo per la gag. Perché la
palla la prese Coluna ed Eusébio partì come un fulmine a dettargli il
passaggio. E mentre ancora il Trap, arrancandogli alle spalle, urlava invano
“Tuo, Cesare!”, al povero Maldini, già Eusébio aveva caricato il destro per
piazzarlo nell’angolo lontano. Poi venne la doppietta di Altafini, e quella fu la
prima di tre finali di Coppa dei Campioni che il fuoriclasse portoghese perse
suo malgrado, dopo aver vinto a 20 anni quella del ’62 con una doppietta
decisiva al Real. Cinque a tre per il Benfica, una delle più belle partite di
sempre.
Ma che giocatore, Eusébio. Fisico potente, postura vagamente ingobbita,
presenza nel gioco intermittente, un po’ alla maniera di Zico. Sino a che non
fiutava il momento di partire. Allora, ingranata la terza, e poi la quarta,
Eusébio pareva come raddrizzarsi su se stesso, sino a ergersi sui difensori che
invano provavano ad arginarne la progressione. La Pantera nera, così venne
felicemente ribattezzato, sia per quelle movenze sornione con cui preparava
l’affondo, sia per la feroce eleganza con cui dopo i primi appoggi distendeva
la falcata. E poi la facilità con cui in piena corsa apriva il compasso e lasciava
partire quel destro di rara, rarissima potenza che quasi mai lasciava scampo.
Vinse undici scudetti col Benfica, più cinque Coppe portoghesi e quella dei
Campioni. Soprattutto segnò la bellezza di 638 gol in 614 partite, più 41 in
Nazionale. Nove dei quali al Mondiale del ’66, quando trascinò il Portogallo
al terzo posto, miglior piazzamento di sempre. I più celebri nel quarto di
finale con la Corea che aveva appena eliminato l’Italia, un match di rara
follia. Tre a zero per i coreani, gasati all’inverosimile dal trionfo con gli
azzurri, 5-3 finale per i portoghesi, i primi quattro di Eusébio. Che era nato in
Mozambico, ultimo di otto figli, orfano di un padre che con una maglia da
centravanti aveva a sua volta provato, invano, a dribblare la povertà. “Nacque
destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta.
Fece il suo ingresso in campo correndo come può correre solo chi fugge dalla
polizia o dalla miseria che gli morde i talloni. E così, tirando e zigzagando, un
africano del Mozambico divenne campione d’Europa.” L’omaggio è di
Eduardo Galeano, da fuoriclasse a fuoriclasse.
Renato Curi
(1953-1977)

La breve vita di Renato Curi è racchiusa tra due partite con la Juventus. La
prima che sembrò cambiargliela: la seconda che gliela portò via.
Era un ascolano di Montefiore, piccolo e forte di gambe, con due baffoni
neri come usava in quegli anni. Da Giulianova a Como a Perugia, l’anno della
promozione in A. Grazie anche alla sua regia mobile, al gioco senza palla,
alla puntualità nei contrasti: a quel modo di governare il centrocampo che
discendeva direttamente dalla lezione olandese.
Il 16 maggio ’76 fu festa grande per Perugia e per Curi. Era l’ultima
domenica di campionato, la neopromossa brillantemente salva da tempo
ospitava la Juventus. Che lo scudetto l’aveva praticamente perso, ma se per
puro caso il Cesena avesse fatto risultato sul campo del Torino poteva pure
riagguantarlo. Quanti ne ha vinti la Juve di quegli anni all’ultima giornata?
Difatti il Cesena pareggiò sul campo dei granata, condannandoli a un
possibile spareggio. Ma il Perugia batté la Juventus e tutto rimase invariato,
con il Torino campione per la prima e ultima volta dopo Superga. Il gol lo
firmò Renato Curi, con un inserimento profondo a raccogliere un cross dalla
destra di Novellino: la sua volée di collo destro non diede scampo a Zoff.
Passò poco meno di un anno e mezzo. La Juve aveva già rivinto lo
scudetto, il Perugia del trio D’Attoma-Ramaccioni-Castagner, presidente,
manager e allenatore, continuava a crescere e da lì a un altro anno e mezzo
avrebbe a sua volta sfiorato addirittura il titolo. Domenica 30 ottobre ’77,
Perugia-Juventus, quinto minuto della ripresa. Vannini, l’altra mezzala
perugina, lungo lungo quanto era corto Curi, sta per effettuare una rimessa
laterale accanto alla panchina bianconera. Ma anziché andargli incontro,
compagni e avversari scappano tutti verso il centro del campo dove c’è un
giocatore a terra, sull’erba fradicia d’acqua.
Renato Curi morì tre-quattro minuti più tardi, mentre la barella imboccava
il sottopassaggio. Aveva raccontato qualche tempo prima di quel suo cuore
matto, dei battiti irregolari che ogni tanto avvertiva e si assestavano soltanto
alzando il livello dello sforzo. “Per questo corro così tanto” aveva sorriso
allargando le braccia, quasi a doversene scusare.
Nils Liedholm
(1922-2007)

Maestro di calcio e di fair-play, dalla prima partita all’ultima panchina. Arrivò


al Milan nel ’49 in compagnia di Gren, preceduto di sei mesi dall’apripista
Nordahl. Insieme avevano vinto l’oro l’anno prima alle Olimpiadi londinesi.
Di quel fantastico trio, il Gre-No-Li, che è rimasto nella memoria rossonera
quanto quello olandese di fine anni ’80, Nils fu il più longevo: chiuse nel ’61,
alla soglia dei 39 anni, dopo aver disputato tre anni prima nella sua Svezia la
finale mondiale contro il Brasile di Pelé, inaugurata proprio da un suo gol
dopo quattro minuti. Debuttò da interno di punta, segnando molti gol nel
Norrköping e in Nazionale, divenne mediano a tutto campo, concluse da
libero.
Lo chiamavano il Barone, per i suoi modi eleganti, persino aristocratici, in
campo e fuori. Si vantava di non aver mai subìto un’ammonizione in carriera,
e se non è vera è ben inventata perché nel suo repertorio la scorrettezza non
era contemplata. Di sicuro non è una boutade, come altre di cui invece si
compiaceva e che narrava con quella sua maschera alla Buster Keaton.
L’ooohh! di meraviglia di San Siro il giorno in cui sbagliò finalmente un
passaggio, e a seconda dell’interlocutore erano due anni che non succedeva, o
tre quando non cinque; la volta che colpì una traversa così forte che il
rimbalzo arrivò a metà campo, a tre-quarti campo, in area di rigore. Detto che
di passaggi effettivamente ne sbagliava pochi e che calciava forte per
davvero, quello dell’aneddoto extralarge era un vezzo dei suoi: nemmeno
l’unico, se è vero che nelle vigilie cruciali consultava il mago di Busto
Arsizio per sapere com’era messo a congiunzioni astrali il tal giocatore
piuttosto che il talaltro.
Capitava anche a lui di perdere la pazienza. Ma sempre alla sua maniera.
Un giorno ci fu un accenno di rissa davanti alla panchina di San Siro. Lui, a
differenza dei saltimbanchi dei giorni nostri, era seduto come sempre: una
telecamera dedicata come usa oggi sarebbe durata non più di un paio di
partite, il tempo di documentare che se la sua squadra faceva gol accavallava
la gamba, se lo prendeva la scavallava. Quella volta si alzò perché aveva visto
un avversario scalciare un suo giocatore a terra. Gli andò vicino, gli espose la
mascella a portata di pugno e senza alzar la voce disse: “Te ne do uno di
vantaggio, ma non so se ti conviene”.
Dopo i quattro scudetti da giocatore ne vinse due da allenatore, più tre
Coppe Italia. Quello del ’79 al Milan senza attaccanti di ruolo, promuovendo
a goleador un interno come Bigon e un terzino come Maldera. Quello dell’83
a Roma giocando praticamente a zona, come in Italia ancora non si era visto.
Nell’ultimo dei suoi andirivieni tra Roma e Milan incocciò nel Berlusconi
della prima ora, già allora prodigo di consigli tecnici. All’intemerata
inaugurale, in materia di schemi, replicò che gli schemi sono ideali per
l’allenamento perché senza avversari riescono sempre alla perfezione. Alla
seconda, accentuando il sorriso, che i consigli del presidente erano esessionali
perché aveva allenato squadra asiendale.
Partendo per l’Italia aveva promesso al padre che non sarebbe stato via più
di due anni. È sepolto al cimitero monumentale di Torino accanto a donna
Nina, una contessa vera per un barone ad honorem. Il modo migliore di
ricordarne la classe e l’eleganza è stappare uno dei suoi vini di Villa Boemia,
la tenuta di Cuccaro di cui si era perdutamente innamorato nel ’73.
Renato Dall’Ara
(1892-1964)

Primavera avvelenata, quella del ’64. Dopo la partita vinta a febbraio col
Torino cinque giocatori del Bologna erano stati trovati positivi all’antidoping:
gara persa a tavolino, penalizzazione e addio testa a testa con l’Inter per lo
scudetto. Ma poi le provette erano sparite, e la conseguente impossibilità delle
controanalisi aveva suggerito alla CAF di annullare la pena. Bologna e Inter
avevano chiuso in testa a pari punti, 54, e per la prima volta nella storia del
campionato italiano lo scudetto sarebbe stato assegnato con uno spareggio,
domenica 7 giugno all’Olimpico di Roma.
Nella settimana di vigilia, riunione operativa in Lega a Milano con i due
presidenti. All’ordine del giorno problemi organizzativi, logistici, ripartizione
dell’incasso, forse premi partita. Possibile che Angelo Moratti non fosse
esattamente di buon umore per quella sentenza della CAF : già tre anni prima
un analogo ribaltone era costato all’Inter una robusta chance di scudetto.
Probabile che i toni della discussione abbiano avuto un’impennata. Fatto sta
che Renato Dall’Ara, presidente del Bologna dalla bellezza di trent’anni, già
da qualche tempo alle prese con problemi cardiaci, fu stroncato da un infarto.
A un passo dal quinto scudetto della carriera, che i suoi ragazzi avrebbero
conquistato, ovviamente dedicandoglielo con grande commozione, in un
torrido pomeriggio romano.
Gli altri quattro risalivano ai primi sette anni della sua presidenza. Era
stato il partito, indovinate quale, nel ’34 a sistemare al vertice della società
questo industriale ramo maglieria nativo di Reggio Emilia. E lui che si era
fatto dal niente per anni non sbagliò una mossa, cominciando da un grande
allenatore come Árpád Weisz e proseguendo con gente come Sansone,
Fedullo, Andreolo a innervare una squadra che già poteva contare su
Schiavio, Montesanto, Corsi. Nacque così l’epopea del Bologna “che tremare
il mondo fa”: e cominciarono a fiorire gli aneddoti sui suoi strafalcioni
grossolani, proprio colto non era, e sulle trattative estenuanti con la squadra in
materia di ingaggi e di premi. Va da sé che, per quanto in fase calante, il suo
idolo fosse il grande Angiolino Schiavio, campione del mondo a Roma ma
soprattutto ricco di famiglia, dunque lontano da qualsiasi rivendicazione
economica. Con gli altri furono sempre battaglie epocali, prima e dopo la
guerra, perché da un lato i conti dovevano tornare e dall’altro il braccino era
corto per davvero. Sine qua non, ripeteva come un mantra volendo intendere
“Siamo qua noi”. E invece non riuscì a esserci quella benedetta domenica, che
avrebbe meritato di gustarsi più di chiunque altro.
Alberto Ormaetxea
(1939-2005)

Storia relativamente recente, eppure d’altri tempi come poche. Di quando


anziché globalizzato il calcio era, se appena possibile, localizzato. E il senso
di appartenenza, di identità non un valore aggiunto: ma il valore fondante, di
una società, una squadra, una tifoseria.
Su queste basi nacque l’avventura della Real Sociedad di San Sebastián,
che alla fine divenne un miracolo. Sul reclutamento territoriale, sulla
valorizzazione dei giovani della cantera, sull’attaccamento ai colori sociali,
nella fattispecie biancoblù. Serviva un interprete di tutto questo, verrebbe da
dire un profeta se non fosse che Alberto Ormaetxea tutto era fuorché un
personaggio: modesto e schivo quanto Osvaldo Bagnoli, a proposito di
miracoli, ma bravo quanto lui. Basco di Eibar, cresciuto e maturato nella Real
di cui fu laterale sinistro e colonna portante per l’intera carriera. Poi
viceallenatore, con un occhio di riguardo al vivaio e ai talenti da crescere, e
infine responsabile tecnico. Alla guida dei giovani che nel frattempo si era
allevato: un portiere come Arconada, detto El pulpo perché più che di due
braccia pareva dotato di tentacoli, una mezzala a tutto campo del valore di
Zamora, un centravanti come Satrústegui, non bellissimo da vedere ma di una
concretezza impressionante.
All’esordio in panchina perse la Liga di un soffio, alla penultima giornata.
La centrò nelle due stagioni successive, ’81 e ’82, e furono le prime e uniche
nella storia di San Sebastián. Il giorno che valse una carriera e una vita arrivò
il 26 aprile dell’81. Ultimo turno di campionato, la Real con un punto di
vantaggio sul campo del Gijón, il Real a Valladolid: differenza reti nei
confronti diretti a vantaggio dei baschi, dunque con un pareggio Real
Sociedad campione di Spagna. Vantaggio iniziale e campionato
apparentemente chiuso: pareggio e sorpasso del Gijón a inizio ripresa e
seconda consecutiva beffa che si profila, visto che il Real, allenato da Boškov,
vince largamente la sua partita. A Gijón c’è il diluvio universale. Per questo,
per provare ad asciugare il campo l’intervallo è stato più lungo del solito. A
Valladolid sta giusto iniziando l’ennesima fiesta madridista quando al
Molinón la Real butta dentro l’area l’ennesima palla dell’ultima speranza.
Che dopo un paio di rimpalli sull’acqua arriva a Zamora sul dischetto del
rigore: sassata a occhi chiusi quando al fischio finale mancano esattamente 12
secondi e il calcio spagnolo che finisce sottosopra. Perché quello fu il giorno,
uno degli ultimi, in cui una multinazionale perse da una società a chilometro
zero.
Helmut Haller
(1939-2012)

Il tedesco meno tedesco che si ricordi. Tecnicamente un sudamericano nato


chissà come ad Augsburg, settimo di nove figli, che se avesse avuto per intero
il carattere della sua terra sarebbe stato un grandissimo. Si fermò tra i grandi
per la buona ragione che dopo la scoperta, precoce, del proprio talento ne fece
rapidamente anche altre. Ma non un incompiuto. Quel che ha combinato al
Bologna, con l’unico scudetto del dopoguerra, alla Juventus, con altri due,
nella sua Nazionale, compresa la finale mondiale del ’66, racconta di un
campione sempre vicino, molto vicino alla linea di demarcazione con la
categoria dei fuoriclasse. Per la naturalezza, la souplesse, l’eleganza del suo
calcio. Per la facilità di palleggio, l’inventiva, gli strappi e le accelerazioni
improvvise. Ma non per la continuità e l’affidabilità che i veri, grandi
campioni garantiscono alla squadra. Perché fondamentalmente era pigro. E
perché anche allora, mezzo secolo fa, o eri un fenomeno come Sivori e gli
stravizi te li potevi permettere, oppure poco o tanto sul campo li pagavi. Detto
che se uno è riuscito a coltivarseli e a conciliarli con una carriera come la sua,
viva Helmut Haller, i suoi tunnel e la sua vita da ogni lasciata è persa.
Anche sul campo la prima opzione era divertirsi. Quando un compagno gli
chiamava palla, lui di massima, non sempre, gliela dava: ma poi finita
l’azione, ridendo gli diceva: “Tu non chiama, io vede, e ti dà”. Quando gli
riusciva il tunnel, colpo prediletto, mentre la palla passava tra le gambe
dell’avversario lui gridava tu-tuu, come fa il treno in galleria. Quando un suo
e mio amico fabbricante di sci gli disse, scherzando, perché non fai uno dei
tuoi surplace vicino al mio cartellone pubblicitario al Comunale, così lo
inquadrano, lui finse di guardarlo storto: ma poi in una serata di Coppa con
diretta TV lo fece per davvero, e ovviamente passò alla cassa.
Il giorno della finale mondiale persa con l’Inghilterra, strinse la mano alla
regina con un pallone sotto l’altro braccio. Era quello della partita, che aveva
tra i piedi quando l’arbitro aveva fischiato la fine e lui si era messo in testa di
regalare a suo figlio Jürgen per il compleanno. Trent’anni più tardi gli
organizzatori dell’Europeo ’96 decisero di esporre quello storico reperto nella
sala d’onore di Wembley: non trovandolo, dopo attento esame dei filmati non
tardarono a individuare chi se l’era fregato. Haller non provò nemmeno a
negare. Spiegò soltanto che nel frattempo aveva cambiato quattro case e tre
mogli, l’ultima una cubana ventunenne, e non sarebbe stato facile. Lo ritrovò
Jürgen in un vecchio baule. E papà Helmut fece in maniera che il bel gesto
fosse ricompensato.
Ferruccio Valcareggi
(1919-2005)

Una persona perbene, tanto per cominciare. Un signore triestino che così a
lungo risciacquò i panni in Arno, come giocatore prima e allenatore poi, da
farne un fiorentino a tutti gli effetti, a cominciare dall’accento. Il commissario
tecnico della rinascita, il primo del dopoguerra a ridare innanzitutto dignità
ma anche fior di risultati al calcio italiano. Campione d’Europa nel ’68 a
Roma, dopo due anni trascorsi a spazzar via le macerie della Corea.
Vicecampione del mondo a Messico ’70, primo allenatore azzurro a vincere in
Inghilterra, una sera del ’73 che Zoff parò di tutto, Rivera portò i bianchi leoni
a spasso per il sacro prato di Wembley, e Capello si fece trovare pronto
all’appuntamento con la storia.
Visto da destra. Visto da sinistra, il CT cui la Nazionale del Mondiale ’74 si
squagliò tra le mani, come già all’Europeo di due anni prima. Ma anche, e
soprattutto, quello che di ritorno da una finale mondiale dopo decenni di
fallimenti anziché dalle corone d’alloro fu accolto a Fiumicino dai pomodori.
In scatola. Segno che il popolo tifoso, pur nella sua irrazionalità e
ingratitudine, qualche puzzetta di bruciato l’aveva pur annusata.
Che cosa è presto detto. La cattiva gestione della finale, e l’oscena trovata
della staffetta. Quel Brasile era fortissimo da metà campo in su, più della
versione ’82: ma altrettanto se non più debole da metà campo in giù, come
dimostrato dal gol del pareggio regalato a Boninsegna. A 24 minuti dalla fine
il punteggio era ancora di uno a uno: e al gol di Gérson gli azzurri crollarono
di schianto perché con i supplementari di Italia-Germania nelle gambe i
cursori, per esempio Domenghini e Bertini, non stavano legittimamente più in
piedi. Quella partita la dovevano giocare Rivera e altri dieci, con almeno due-
tre forze fresche e Zoff in porta. Invece in campo andarono i titolari cotti
meno Rivera, che ebbe diritto ai celeberrimi e vergognosi sei minuti finali.
La staffetta. Ancora oggi, ogni volta che vedo giocare Messi e Neymar nei
paraggi di Suárez, e Iniesta appena più dietro, penso a un fuoriclasse come
Rivera che entrava solo se usciva un campione come Mazzola. Compreso il
secondo tempo con la Germania, prima dell’impazzimento ai supplementari,
quando i panzer ormai ci avevano accerchiati e Rivera c’entrava come i cavoli
a merenda. Non sarà stata tutta farina del sacco di don Ferruccio, perché con
certi dirigenti intorno la vita non doveva essere facile. Ma con il rispetto che
si deve a un galantuomo, in un ruolo come quello il coraggio bisogna pur
trovare il modo di darselo.
Raimundo Orsi
(1901-1986)

Il celeberrimo trio Combi-Rosetta-Caligaris lo aveva visto all’opera al torneo


olimpico di Amsterdam. Smesso l’azzurro e tornati in bianconero, si erano
affrettati a segnalare in società quell’ala sinistra della Nazionale argentina che
sembrava volare tanto era veloce e al pallone dava del tu come pochi. Si
chiamava Raimundo Orsi, giocava nell’Independiente ed era figlio di italiani,
quindi più facilmente tesserabile.
Facilmente mica tanto. Intanto perché per convincerlo bisognò strapagarlo,
100mila lire d’ingaggio, 8mila di stipendio, villa e Fiat 509, pare con comodo
di chauffeur. Poi perché agli argentini la faccenda della doppia nazionalità
andò di traverso e per un anno intero rifiutarono il nulla osta. Lui invece,
Mumo, non la prese poi così male. Tutti quei quattrini per tre-quattro
allenamenti a settimana bastavano a combattere la frustrazione di non poter
giocare la domenica. Di applausi faceva il pieno quando piazzava la palla
sulla bandierina e, spesso e volentieri, la mandava direttamente in porta come
aveva visto fare al suo connazionale Onzari. E poi a tenergli compagnia c’era
il violino, che aveva imparato a suonare in gioventù nelle sale di tango di
Buenos Aires. Sempre elegantissimo, capello impomatato, la sera girava per il
centro con occhio languido e bastone da passeggio. Non un viveur a tutto
tondo come il suo amico Cesarini, ma quasi.
Quando ebbe il via libera, impiegò assai poco a dimostrare che per quanti
fossero quei soldi erano ben spesi. Prima di lui, salvo rare eccezioni, le ali
correvano e crossavano. Mumo prendeva palla, puntava l’uomo e partiva: poi
inchiodava all’improvviso, fintava d’anca e ripartiva imprendibile. Pur
giocando a sinistra era un destro naturale, ma non faceva differenza tra un
piede e l’altro: se non per convergere al centro all’improvviso e colpire da
lontano, come sino a lì un’ala pura raramente si era permessa di fare.
Per Peppino Meazza, Mumo Orsi era la più grande ala sinistra che mai
avesse visto. Ogni tanto dicono levasse la gambetta, ma questo succedeva
anche al Peppìn e poi quella era un’epoca in cui non bastavano quattro occhi
per guardarsi dai macellai. Divisi dalla rivalità tra Inter e Juve, si divertivano
a giocare insieme in Nazionale, anche se era proprio la presenza di Meazza a
escludere quella di Renato Cesarini. Insieme vinsero il Mondiale del ’34. Poi,
dopo il quinto scudetto con la Juve, Mumo capì che il suo violino aveva una
gran nostalgia di Buenos Aires.
Rino Ferrario
(1926-2012)

Era nato Mubilia, divenne il Leone di Belfast.


Una carriera condensata in due soprannomi, bellissimo il primo, inevitabile
il secondo. Mubilia perché Rino Ferrario era figlio di un mobiliere brianzolo,
e il suo fisico, un metro e 86 per una novantina di chili, sarebbe
ragguardevole oggi ma allora, anni ’50, rimandava per l’appunto alle
dimensioni di un armadio. Leone di Belfast da quando, la sera del 4 dicembre
’57, fu vittima coi compagni di un’invasione di campo dei tifosi nordirlandesi
e riuscì a respingere con perdite quelli che gli erano capitati a tiro.
Bel centromediano Ferrario. Due scudetti con la Juve, parentesi a Inter e
Triestina, nel finale di carriera anche il Torino con licenza di offendere. Nel
senso di giocarsela in qualche occasione da mezzala d’attacco, non certo di
comportarsi in maniera men che corretta: una pedata poteva sempre scappare,
soprattutto con avversari veloci, ma il ricorso alla prepotenza fisica non
faceva parte del repertorio.
Andò così anche a Belfast, in una partita strana all’inizio e assurda alla
fine. L’arbitro ungherese Zsolt fu bloccato a Londra dalla nebbia e
quell’Irlanda del Nord - Italia da valida per le qualificazioni mondiali fu
derubricata ad amichevole. Finì 2-2, in palio non c’era nulla, ma centinaia,
forse migliaia di tifosi si scaraventarono in campo non per festeggiare ma per
aggredire. Si ricostruì poi che quelli erano i tempi in cui maturava la faida tra
protestanti e cattolici, e ai più esagitati dei primi non era parso vero di poter
dare una lezione a un paese in cui l’ultima parola era del papa. Fatto sta che i
più vicini degli azzurri al sottopassaggio la scamparono. Ferrario, che era il
più lontano, dovette battersi da solo, aspettando che i poliziotti arrivassero a
salvarlo. Bud Spencer era di là da venire. Ma Mubilia quella sera ne anticipò
le gesta, con la non lieve differenza che lì i cazzotti erano veri. Ne ebbe due
costole incrinate. Ma ne stese tanti, come il don Camillo del Guareschi
quando si faceva aria con le panche.
Nella sua seconda vita, Rino Ferrario fu imprenditore di successo, ramo
editoriale e pubblicitario. Cominciò a frequentare la cultura che non aveva
praticato in gioventù, e dopo aver divorato libri su libri concluse che il suo
scrittore preferito era Joyce. Andò in Irlanda a respirarne le atmosfere e a
scoprirne le tracce. E ne approfittò per ritrovare anche quelle di Mubilia.
Giorgio Chinaglia
(1947-2012)

Ormai ci abbiamo fatto il callo. Il quarto uomo leva il cartello con il numero
dell’esodato, il regista ne scandaglia sguardi e borbottii e ad ogni buon conto
lo accompagna sino all’incrocio con l’allenatore, perché non si sa mai. Se ci
scappa almeno il calcio alla bottiglietta, meglio. Se tutto fila liscio amen, e
chessarà mai l’azione già ripartita. Una delle tante commediole del calcio
moderno, che la dittatura delle telecamere ha innalzato a spettacolo per
voyeurs. Ma quaranta e passa anni fa era diverso, e la piazzata di Chinaglia a
Monaco fece epoca.
Era il 15 giugno ’74, l’esordio in un Mondiale che segnò il malinconico
tramonto dei messicani. Andò in vantaggio Haiti, pareggiò Rivera, poi la
rimonta fu completata da un’autorete e da un gol di Anastasi. Ma Anastasi era
in panchina, perché quella era stata la stagione della grande Lazio di
Maestrelli e del suo profeta Chinaglia, e la maglia numero 9 era per l’appunto
sulle spalle larghe e ingobbite del bisonte laziale. Sul 2-1 per gli azzurri, a
venti minuti dalla fine, ancora illudendosi che la differenza reti nel girone
avrebbe avuto un peso Valcareggi richiamò in panchina Chinaglia, che non
l’aveva beccata mai, e provò con Pietruzzu che nel giro di nove minuti fece
gol. Ma anziché la svolta, fu l’inizio della fine. Perché davanti a una ventina
di milioni di italiani, e al resto del mondo, Giorgio Chinaglia mandò affanculo
non solo il povero Valcareggi, ma anche il resto della panchina azzurra che si
era alzata per accoglierlo e lui pensò volesse sfotterlo.
Carrarese d’origine, era cresciuto in Galles dove il padre era emigrato. I
primi calci nello Swansea, la gavetta tra Massese e Internapoli, poi la grande
stagione laziale con i suoi gol determinanti nel ’72 per tornare in serie A,
l’anno dopo per sfiorare il titolo e nel ’74 per centrarlo. Caricandosi in spalla
la squadra alla sua maniera, un po’ trascinatore e un po’ energumeno: un gol
decisivo in un derby giocato ad ogni costo, con microfrattura a un piede, un
calcio nel sedere a Vincenzino D’Amico che quel giorno a San Siro gli pareva
svagato. Per tacere della Magnum da cui non si separava mai, e che era
soltanto la più vistosa tra le tante pistole in dotazione a quella squadra di
pazzi.
Segnò un sacco di gol nella Lazio, ne segnò una sporta nei Cosmos dove
giocò per sei anni accanto a Pelé e Beckenbauer. Lui, quando si cimentò da
telecronista li chiamava go, con la o chiusa, mangiandosi la elle nella sua
fretta di vivere. Tornò e si comprò la Lazio che portò rapidamente al
fallimento. Tra gli effetti collaterali di quella e di altre operazioni, una serie di
condanne per bancarotta e falso in bilancio, sino al mandato di cattura
europeo per riciclaggio di denaro. Riparò in Florida, dove morì per un attacco
di cuore. È sepolto a Prima Porta accanto a Tommaso Maestrelli, il buon papà
di quello scudetto laziale. L’unico a cui avesse mai permesso una tirata di
briglie ogni tanto.
Attila Sallustro
(1908-1983)

Il primo a far sognare Napoli, verso la fine degli anni ’20, fu un paraguaiano a
nome Attila Sallustro. Famiglia di origine napoletana che tornò a casa dopo
aver fatto fortuna laggiù, se è vero che papà Gaetano prima tentò di
distoglierlo da quell’insana passione per il calcio, poi una volta arreso gli
impose almeno di giocare gratis. Difatti Attila solo nel ’32, quando ormai era
un idolo e da tempo rivaleggiava, invano, con Meazza in chiave di Nazionale,
accettò un contratto da professionista. Sino a lì non aveva preso un soldo,
regali semmai con cui la società si sdebitava di gol e prodezze: camicie di
seta, un orologio d’oro, sino a una Balilla 521 nera su cui coi suoi riccioli
biondi e gli occhi nerissimi saliva vestito preferibilmente di bianco, mietendo
vittime tra fanciulle di ogni ordine e grado.
Venne la sera in cui la squadra azzurra al gran completo si presentò al
Teatro Nuovo dove furoreggiava uno spettacolo di Café Chantant. Uno degli
sketch di successo era condotto da un’attrice di origine russa la cui figlia
quindicenne, bellissima, nome d’arte Lucy D’Albert, era sul bordo del palco
tra le ballerine di fila. E con chi lo vorreste fare un bambino, neh guaglió?,
ammiccava dal palco la soubrette agli uomini in sala. E quelli, distogliendo
per un attimo gli occhi da tutto quel ben di dio, rispondevano con mia moglie,
con la fidanzata, con la persona giusta che un giorno verrà. Arrivò il turno di
Attila. Che prima si alzò in tutto il suo splendore scatenando un applauso. Poi
tomo tomo, cacchio cacchio, alla maniera di Totò, rispose una cosa tipo,
signora, io veramente un bambino proprio con vostra figlia lo vorrei fare.
Successe nel giro di pochi anni, dopo un lungo fidanzamento messo a
repentaglio, stando alle riviste rosa dell’epoca, dalla concorrenza nientemeno
che di Umberto di Savoia. Di sicuro, mentre la carriera di Lucy D’Albert
cominciava a decollare, verso le grandi riviste di Garinei e Giovannini, quella
di Attila Sallustro stava imboccando il viale del tramonto. Per il pubblico,
nemmeno a dirlo, la colpa era tutta di Lucy che ogni sera all’uscita dal teatro
si sentiva urlare, “Tu ’o deve lassà stà a Attila nostro”. Lei ci provò per
davvero, trovando una scrittura a Roma per mettere un po’ di distanza. Che
però quello colmava praticamente ogni sera peggiorando le cose dal punto di
vista logistico e poi calcistico. Sino a che non arrivò il giorno fatidico, e una
festa da fare invidia a Piedigrotta. Tirati gli ultimi calci a Salerno, Attila e la
sua Lucy vissero a Roma felici e contenti. Poi, un giorno del ’60, lui venne
richiamato a Napoli a dirigere lo stadio San Paolo: e certo non si lamentò di
ricominciare a fare il pendolare, stavolta alla rovescia.
Matt Busby
(1909-1994)

Non a tutti nella vita capita una seconda occasione. A Matt Busby sì, e non ne
fu mai abbastanza grato al destino.
Era uno scozzese, proprio come Ferguson, e alla maniera di sir Alex guidò
il Manchester United per la bellezza di 25 stagioni. Vinse qualche trofeo di
meno, ma partì da un livello inferiore dovendolo costruire dalle fondamenta,
lo United: e sapendolo soprattutto ricostruire, dopo che la tragedia aerea di
Monaco gli aveva disintegrato la prima delle sue creature.
Aveva giocato per otto stagioni nel City prima di passare al Liverpool e di
vedersi stoppata la carriera dalla guerra. Gli fece dunque un certo effetto, da
neo-manager dello United, non solo dover tornare nella stessa città ma
giocare anche nello stesso stadio, perché Old Trafford era stato distrutto dai
bombardamenti e in attesa di ricostruirlo lo United era ospite dei cugini a
Maine Road. Divise le sue giornate in due: metà ad allenare la squadra in
maglietta e calzoncini, che a quei tempi in Inghilterra era tutt’altro che usuale,
l’altra metà in giacca e cravatta a battere i campetti di periferia per reclutare
ragazzini di belle speranze. Il raccolto fu buono sul primo fronte, perché dopo
una serie di secondi posti arrivarono la FA Cup del ’48 e poi il titolo del ’52.
Ed eccezionale sul secondo, perché i Busby Babes come presto furono
ribattezzati, maturarono in fretta e cominciarono a ottenere grandi risultati. Lo
United vinse i titoli del ’56 e ’57 con una squadra la cui età media non
arrivava a 22 anni. E Busby la iscrisse alla Coppa dei Campioni, fregandosene
del parere contrario di una federazione che intendeva continuare la politica
dello splendido, quanto ridicolo, isolamento.
Al primo tentativo, nel ’57, lo United fu eliminato in semifinale dal Real. Il
5 febbraio dell’anno successivo ne prenotò un’altra pareggiando 3-3 a
Belgrado con la Stella Rossa dopo la vittoria dell’andata. Ma alle 18.06
dell’indomani, ripartendo da uno scalo tecnico a Monaco di Baviera, l’aereo
ripiombò al suolo dopo il decollo sotto la neve e morirono in 22, di cui sette
giocatori. L’ottavo, Duncan Edwards, il più forte di una covata che pure
comprendeva Bobby Charlton, terzo classificato al Pallone d’oro del ’57, si
arrese dopo due settimane di agonia in ospedale, nella camera adiacente a
quella di Busby. Lui ne uscì dopo due estreme unzioni e tre mesi di degenza:
fiaccato nel fisico e comprensibilmente distrutto nel morale.
Si convinse, e lo convinsero, a riprovarci: anche per onorare la memoria
dei suoi Babes che non c’erano più. Ricominciò a reclutare, il fiuto era
rimasto quello di un tempo: nel ’62 pescò Denis Law, due anni più tardi
George Best. Dopo due campionati e una Coppa d’Inghilterra, nel ’68 il
Manchester United di Matt Busby vinse contro il Benfica la sua prima Coppa
dei Campioni, a dieci anni di distanza dalla tragedia di Monaco. Con due
sopravvissuti in campo, Bobby Charlton e Bill Foulkes. E uno in panchina.
Hasse Jeppson
(1925-2013)

“Gesù, è caduto ’o Banco ’e Napule” è forse la battuta anonima più celebre


del calcio di casa nostra. Anonima quanto autentica, e subito amplificata dagli
spettatori che la udirono allo stadio Collana al Vomero piegati in due dal
ridere, perché Hasse Jeppson era stato atterrato in malo modo e tutta Napoli
sapeva non solo che Jeppson era costato lo sproposito di 105 milioni, allora
record di tutti i tempi, ma anche che era stato il Banco di Napoli a finanziare
più o meno per intero l’acquisto voluto dal comandante Lauro per mandare in
orbita il partito popolare monarchico alle elezioni del ’52. Una ventina d’anni
più tardi, sempre a Napoli ma a Fuorigrotta, sarei stato testimone diretto di
un’altra anonima performance quando due file più sotto, all’ennesimo gol
fallito da Cané, si alzò uno con le braccia al cielo gridando “Cané,
abbracciate a ’o ciesso e canta, non son degno di te”. Per dire che col calcio
una risata ogni tanto capitava di farla, anche prima di Twitter.
Poi ’O banco ’e Napule diventò nel tempo Mannaggia a Jeppsòn, con
l’accento rigorosamente sulla o, perché i gol difficili continuava a farli e i
facili li sbagliava. Come Cané. Ma quella era già un’altra storia, perché nel
frattempo il partito del comandante aveva vinto le elezioni e Jeppsòn, gran
centravanti senza esagerare, a qualcosa era servito. Il Napoli l’aveva
comprato dall’Atalanta battendo la concorrenza dell’Inter, e a Bergamo lo
svedese aveva fatto sfracelli con 22 gol in 27 partite. D’altra parte aveva
ereditato in Nazionale la maglia nientemeno che da Nordahl, ed erano stati
due suoi gol a far fuori l’Italia dal Mondiale brasiliano del ’50. Anche a
Napoli fece la sua brava figura: ma quando dopo quattro anni se ne andò al
Torino prima di rimpatriare, arrivò Vinicio, ’o Lione, e allora sì la tifoseria si
innamorò per davvero.
Strano tipo, Jeppson. Patito del tennis al punto da rifiutare contratti
professionistici, nelle sue prime stagioni in Svezia e in Inghilterra, pur di non
perdere lo status di dilettante indispensabile alla carriera con la racchetta. Poi
una volta in Italia l’ebbero vinta i quattrini, e pazienza per quella classifica da
numero nove di Svezia a cui tanto teneva. Ma il suo tempo libero rimase la
vita di circolo, dove si regalò anche una celebre storia d’amore con una
tennista del tempo. Un giorno del ’53 non riuscì a resistere alla tentazione e in
gran segreto si iscrisse a un torneo internazionale a Mergellina sotto falso
nome. Segreto. A Napoli. Batté al primo turno un tedesco di Coppa Davis,
perse al secondo da Rolando Del Bello, nobile racchetta di allora. A scoprire
che quel tale Verde era in realtà Hasse Jeppson fu un giovane Gino Palumbo.
Non proprio l’ultimo dei giornalisti di scuola napoletana.
Odd Frantzen
(1913-1977)

Il pomeriggio del 7 agosto ’36 i gerarchi del Terzo Reich si erano dati
appuntamento allo stadio Olimpico di Berlino. La Germania agli ottavi aveva
battuto il Lussemburgo per 9-0, e il quarto con la Norvegia aveva tutta l’aria
di un comodo replay. Da quando era Führer, Hitler non aveva mai assistito a
una partita di calcio e secondo il suo pensatoio era tempo di cominciare a
mietere consensi anche su quel fronte. Così, circondato da Hess, Goebbels,
Göring e chissà quante altre camicie brune con le mostrine, oltre che da quasi
60mila spettatori, vide la Germania perdere 2-0 dai norvegesi e uscirsene
mestamente dal torneo che sarebbe poi stato vinto dall’Italia.
Quel giorno, oltre al calcio mondiale, anche quello norvegese scoprì il
talento di uno sconosciuto debuttante all’ala destra. Odd Frantzen. Uno
scaricatore di porto a Bergen, che giocava in una modesta squadra di operai,
scovato chissà come e praticamente immarcabile sin dai primi allenamenti.
Contro la Germania fece coppia a destra con la mezzala Kvammen, di lui
assai più conosciuto, e insieme affettarono la difesa tedesca a colpi di finte,
dribbling e affondi in velocità. L’immagine di quel match, ricordò poi negli
anni Jørgen Juve, leader difensivo norvegese, fu il gigante avversario
Münzenberg seduto in mezzo al campo con l’aria instupidita da come quei
due l’avevano preso in mezzo.
La Norvegia perse poi in semifinale dall’Italia, ai supplementari, e vinse la
medaglia di bronzo contro la Polonia, unico trofeo calcistico della sua storia.
Sempre ai supplementari, due anni dopo al Mondiale francese, riperse
dall’Italia a Marsiglia: ma peggio andò dopo altri due, quando Hitler invase la
Norvegia e mise fine anche alla carriera internazionale di Frantzen che si
fermò a venti partite e a cinque gol. Lui continuò a fare il suo lavoro di
portuale, che non aveva mai lasciato nemmeno nei giorni del successo,
arrotondando il salario come muratore e aiuto camionista. Il 10 maggio del
’61, finito di scaricare dei sacchi di zucchero, salì su un carrello elevatore che
gli bloccava il camion, ne perse il controllo e precipitò su una piattaforma
sottostante. Gli dovettero amputare una gamba, e fu l’inizio della fine.
Aumentò i dosaggi di alcool, già in precedenza non proprio irrilevanti, e
chiese la separazione dalla moglie che pure non smise mai di assisterlo di
lontano, nei limiti delle sue possibilità. Poi, dopo un raduno con i vecchi
compagni di Nazionale immortalato da una foto tenerissima, tutti e dieci
stretti intorno alla sua carrozzina, se ne persero definitivamente le tracce. Sino
a una breve di cronaca, nera, dell’ottobre ’77: un uomo con una protesi alla
gamba destra ucciso a calci in una casa popolare di un quartiere malfamato.
Odd Frantzen. Finito a quel modo da un ragazzotto ubriaco in cerca di altra
birra, che se la cavò con cinque anni di galera. Meglio ricordarlo con
l’immagine che sua nipote Joy conserva nel salotto buono: nonno Odd davanti
al Parlamento di Oslo, in pantaloni grigi e blazer blu con la bandiera
norvegese sul petto. In partenza per l’impresa di Berlino.
Guglielmo Gabetto
(1916-1949)

Il Grande Torino aveva un fuoriclasse, Valentino Mazzola, una serie di grandi


giocatori di altrettanto grande sostanza, a cominciare da Castigliano e Loik, e
un artista col vizio del gol. Si chiamava Guglielmo Gabetto, era un torinese di
Borgo Aurora che divise la sua carriera esattamente a metà: i primi sette anni
nella Juventus, gli ultimi sette nel Torino. In maglia bianconera segnò 87 gol,
un po’ più di uno ogni due partite: in granata migliorò la media, timbrandone
122. Perché la Juve nell’estate del ’41 abbia deciso di cederlo ai cugini, o
cuginastri, sia pur per la ragguardevole somma di 330mila lire, ma a soli 25
anni, è sempre rimasto un mistero. Che turbò a lungo i sonni del tifo
bianconero, e rese radiosi quelli della torcida granata.
Da qui a raccontarlo è tutt’altro paio di maniche. Sì, certo, il capello
imbrillantinato, l’eleganza felpata, l’atteggiamento vagamente snob anche
quando tirava aria di battaglia. Ma questo serve al più a spiegare il
soprannome di Barone, non a ritrarne la dimensione di campione. Che dava
l’impressione di estraniarsi, anche per lunghi tratti, e poi colpiva d’incontro,
quando la guardia dell’avversario era abbassata. Che alla giocata facile si
accostava con degnazione perché solo quella difficile, meglio se
apparentemente impossibile, gli era davvero congeniale. Che aveva in
repertorio ogni genere di prodezza grazie al suo fisico longilineo, all’andatura
che le lunghe gambe facevano sembrare ancor più dinoccolata, a qualità
acrobatiche del tutto fuori dal comune. A cominciare dalla potenza in
elevazione e dalla scelta di tempo nello stacco. La specialità degli ultimi metri
era la spaccata, con cui rubava al difensore la frazione di secondo decisiva sui
cross di Menti e del suo amico Ossola. Quella di cui più andava fiero la
rovesciata, che era parente stretta di un salto mortale con il pallone colpito a
uncino nel punto più alto della parabola. In corsa dribblava secco, da certe
mischie d’area sgusciava alla maniera di un contorsionista.
Un po’ perché torinese, un po’ perché la seconda pelle granata aveva
cancellato le tracce della prima bianconera, quando al Filadelfia segnava
Gabetto era festa. Più festa del solito.
Ernst Wilimowski
(1916-1997)

Affetto da polidattilia, aveva il piede destro con sei dita. Ma lui se ne fregava,
perché essendo mancino i gol li segnava col sinistro.
Tanti gol. Quanti esattamente non riusciva nemmeno a ricordarlo, perché
passando gli anni i ricordi di campo si intrecciavano con quelli di guerra, e
alla fine erano sempre gli incubi ad averla vinta sui sogni. Nato a Katowice
con un cognome italiano, Pradella, in seguito alla morte del padre era stato
adottato e cresciuto in Slesia, assumendo quello del patrigno, Wilimowski.
Dopo l’invasione e la conseguente divisione della sua Polonia, aveva chiesto
e ottenuto la cittadinanza tedesca ed era diventato agente di polizia per evitare
il servizio militare. Ma la Gestapo l’aveva comunque messo nel mirino, e
soltanto la sua fama di grande calciatore gli aveva a più riprese evitato il
peggio. La scampò, tra mille traversie. Per poi scoprire, una volta tornata la
pace, che il governo polacco, così a occhio non senza fondamento, lo aveva
bandito a vita come traditore. Al punto da negargli, al Mondiale tedesco del
’74, persino una semplice visita di cortesia nel ritiro della Polonia.
Nel suo score, la parte accertata, ci sono in Polonia 21 gol su 22 partite di
Nazionale, e 112 in 86 partite di campionato. In Germania 13 gol in
Nazionale, e per dare un’idea della longevità 70 in 90 partite nel
Kaiserslautern quand’era ormai vicino ai quarant’anni. In quelle ultime
stagioni si era anche illuso di poter giocare il Mondiale svizzero del ’54. Non
lo convocarono, ma il capitano Fritz Walter gli rese omaggio definendolo
“l’unico giocatore al mondo che aveva avuto più gol che occasioni”.
Il suo vero Mondiale, d’altra parte, Ernst Wilimowski l’aveva giocato nel
’38 con la maglia della Polonia. Il 5 giugno a Strasburgo i polacchi furono
eliminati agli ottavi dal Brasile con un 6-5 che fece epoca. Quattro di quei
cinque gol li segnò lui, trascinando gli avversari ai supplementari. Fu la prima
quaterna nella storia dei Mondiali. E la prima e l’ultima che il Brasile abbia
subìto.
Vladimir Beara
(1928-2014)

Il ballerino dalle mani d’acciaio, uno dei portieri più famosi di tutti i tempi.
Ballerino perché da ragazzo gli piaceva danzare, nel tempo libero dal suo
lavoro d’elettricista. Mani d’acciaio perché la specialità della casa era la
presa, ferrea, anche su quei palloni che la quasi totalità dei suoi colleghi
respingeva. Lui ne attribuiva il merito al primo allenatore ed ex portiere
dell’Hajduk, Kaliterna, che lo aveva addestrato con una pallina da baseball.
Metodo che Beara adottò quando venne poi il suo turno di allenare: in
Jugoslavia, in Germania, persino in Camerun dove anche grazie alla famosa
pallina addestrò alla presa N’Kono, la saracinesca nera sulla strada dell’Italia
’82.
E sì che tutto era nato per caso. Il giovane Vladimir era andato con gli
amici a seguire un allenamento dell’Hajduk. Il portiere titolare infortunato in
una mischia, la riserva a casa con la febbre, al momento dell’esercitazione
finale sui rigori l’allenatore andò sotto la tribuna a chiedere se qualcuno a
tempo perso facesse il portiere. Alzò la mano, gli diedero una tuta di due
taglie più piccola e ci provò. Gli piacque, e il suo coraggio piacque ai
dirigenti. Da lì a pochi anni un rigore lo parò a Puskás, nella finale olimpica
del ’52: non bastò a salvare la Jugoslavia dalla Grande Ungheria, ma la
soddisfazione rimase.
La più grande arrivò undici anni dopo quando Jascin, ritirando l’unico
Pallone d’oro mai assegnato a un portiere, disse che per lui il più forte al
mondo era Beara. Si può discutere, anzi si poteva, ma che il croato sia stato
uno dei migliori di sempre è un punto fermo. Il piazzamento, la presa, la
scelta di tempo in uscita. Anche quella dose di teatralità che tanto piaceva ai
fotografi, dopo il tuffo a volo d’angelo due rotolate per terra erano meglio di
una. Ma era la moda del tempo. Prima della grande lezione di essenzialità
impartita dallo stesso Jascin, da Zoff, Maier, Banks, si parava con gli effetti
speciali.
La vera singolarità di Beara, che lo distingueva da tutti gli altri del
mestiere, era il rifiuto della barriera: non assoluto, ma molto frequente. Era
convinto che veder partire il pallone a campo libero, e nello stesso tempo non
dare al battitore il riferimento di quelle sagome in fila, fosse la scelta
migliore. Con i palloni di allora, duri come sassi e quindi meno veloci degli
attuali, aveva certamente ragione lui, il ballerino dalle mani d’acciaio.
Giovanni Arpino
(1927-1987)

A dispetto del mese, giugno, faceva un gran freddo in Galizia in quella lunga
vigilia del Mundial ’82. Così, tra uno scroscio d’acqua e l’altro, la
chiacchierata mattutina con Bearzot alla Casa del Barón, storico Parador de
Pontevedra, si svolgeva nella sala del camino, rigorosamente acceso.
Chiacchierata? Una battaglia in piena regola, senza esclusione di colpi, cui
assistevano stupefatti e non di rado disgustati i padri nobili della spedizione
giornalistica al seguito: in ordine alfabetico, Giovanni Arpino del Giornale,
Gianni Brera di Repubblica, Oreste del Buono della Stampa, Mario Soldati
del Corriere della Sera. Così, giusto per misurare la distanza tra il giornalismo
di oggi e quello di allora.
Arpino era un bearzottiano. O meglio, era un grande scrittore che aveva
firmato in gioventù alcuni dei più bei romanzi italiani del dopoguerra. Poi,
passati i quaranta, aveva iniziato a scrivere per le pagine sportive della
Stampa: senza dimenticare la letteratura, ma appassionandosi sempre più a
quel nuovo ruolo di commentatore calcistico. Bearzottiano perché aveva gran
stima del Vecio, e ne era diventato amico seguendo il Mondiale del ’74 in
Germania, quando ancora Bearzot era il vice di Valcareggi. A quell’infausta
avventura aveva poi dedicato un romanzo, Azzurro tenebra, tra i cui
protagonisti figurava anche il futuro CT .
Dopo aver contribuito con le sue recensioni alla scoperta di Osvaldo
Soriano, Arpino passò poi al Giornale per l’amicizia che lo legava a Indro
Montanelli. Ruppe in compenso, proprio per il rapporto umano e
professionale che aveva con Bearzot, quella con Gianni Brera. E vani furono i
tentativi di mediazione del Vecio che se ne faceva un cruccio, se non una
malattia, sapendo di esserne l’indiretto responsabile: ma incappò, per una
volta, in un paio di teste ancor più dure della sua.
Il capolavoro assoluto del Giovanni Arpino prestato allo sport, e forse non
solo, rimane la poesia in dialetto torinese che scrisse in memoria del Grande
Torino.

Russ cume ’l sang

fort cume ’l Barbera


veuj ricurdete adess, me grand Turin.

Sono i primi tre versi di una melodia di straziante bellezza. Un folgorante


amarcord degli anni di guerra, del dopoguerra, e di una squadra che con le sue
imprese aiutò l’Italia intera a tirarsene fuori.
Gino Cappello
(1920-1990)

A tirare il gruppo dei tanti che avevano il talento ma non il carattere, i piedi
ma non la testa, e hanno finito per sciupare o sfruttare in minima parte la ricca
dotazione di madre natura, ecco a voi Gino Cappello, padovano di gran fisico,
nasone al vento e vocetta flebile. Padre nobile di Vendrame e Zigoni, per
citarne due soli targati a loro volta Nordest, più estremo, sul cui futuro di
campioni, ma campioni veri, c’era da giocarsi qualcosa più della camicia.
Capeo, per la verità, un po’ più lontano è andato visto che ha vestito 11
maglie azzurre e partecipato, proprio soltanto partecipato, a due Mondiali, ’50
e ’54. Ma era uno di cui Gianni Brera scrisse che quand’era in vena aveva
pochi eguali al mondo. E Adalberto Bortolotti, storico quanto severo
buongustaio del pallone, lo definì “genio del calcio che avrebbe avuto tutto
per essere un fuoriclasse”. Invece no, qualcosa gli mancava. E non era un
ingrediente, era un congegno semplice quanto determinante: l’interruttore.
Nei primissimi ’70, quando si cominciò a far la conoscenza di un fenomeno a
nome Cruijff, non furono pochi gli aficionados dalla memoria lunga a buttar
là che sembrava Cappello. Non era affatto una bestemmia, perché anche il
padovano era alto, dinoccolato, di falcata lunga e accelerazioni secche quanto
imprevedibili. La differenza era che l’interruttore di Cruijff stava sempre in
modalità on; quello di Cappello si muoveva di rado, troppo di rado, dall’off.
Un giorno a San Siro, ai tempi del Milan, per quasi un’ora ciondolò per il
campo facendo il pieno d’insulti di compagni e tifosi. Poi si ricordò
dell’interruttore e cominciò con un pallonetto all’incrocio, proseguì con una
mezza rovesciata implacabile, andò avanti per un po’ a finte, dribbling e
triangoli e finalmente si decise a spegnere perché ormai la pratica era
sistemata. Aveva debuttato nel Padova, dopo il Milan passò al Bologna e lì
rimase a giocare ad accendi-e-spegni, facendo alternativamente delirare o
imbestialire un pubblico che gli voleva comunque un gran bene, perché il
talento lo ha sempre saputo riconoscere. Dieci campionati, non consecutivi
perché in quello del ’52-53 scontò un anno di squalifica. In estate, come
capitava allora, aveva giocato il torneo dei bar cittadini e, già che c’era,
menato l’arbitro. Anziché l’interruttore, per una volta l’aveva tradito la
frizione.
Giorgio Ferrini
(1939-1976)

Tante ne ha date, qualcuna l’ha presa: poche, ma in una mischia si sa come si


entra, non come si esce. Giorgio Ferrini nel dubbio non se n’è persa una.
Avesse avuto un impianto frenante di nuova generazione che gran giocatore
sarebbe stato. Mezzala classica, di lotta e di governo, 566 partite in maglia
granata, 7 in azzurro. Dove già alla terza, al Mondiale di Santiago, fu il primo
a cadere nella trappola del Cile e a pagar dazio con un’espulsione precoce. Di
nuovo il primo, in un derby dell’anno successivo, a farsi saltare i nervi
davanti alle provocazioni di Sivori e a dar vita a una rissa di rara oscenità. Era
fatto così, a combustione istantanea. Con il Trap, con Rivera, Salvadore erano
amici dai tempi dell’Olimpica romana e prima di ogni Milan-Torino, o
Torino-Milan, si raccomandavano a vicenda di star calmi, di darsele almeno
con moderazione. Durava fino alla prima entrata. E a diventar matto era il
Paròn, che lungo tutta la carriera di Ferrini se non stava su una panchina stava
sull’altra. L’aveva visto crescere a due passi da casa, nei ragazzi del Ponziana,
si incrociavano a Trieste quasi ogni lunedì di parrucchieri e calciatori: ciàcole,
qualche baruffa, tante prediche inutili.
Smise di giocare nel ’75 quando Gigi Radice gli propose di entrare nello
staff tecnico. Giorgio prese la sua fascia di capitano che aveva ricevuto dodici
anni prima da Enzo Bearzot e la infilò personalmente al braccio di Claudio
Sala. La vigilia dell’ultima giornata, 16 maggio ’76, ci provarono in tanti a
chiedergli di andare in panchina col Cesena. Era ancora tesserato, in piena
forma fisica, la festa del primo scudetto dopo Superga sarebbe stata ancora
più bella con lui in campo a toccare con mano il sogno sempre sfuggito in
carriera. Pecci, che passava per guascone ma è un sentimentale, gli offrì la sua
maglia numero 8, Paolino Pulici fece un ultimo tentativo persino sul pullman
che da Villa Sassi scendeva al Comunale. Il vecchio capitano commosso li
ringraziò uno per uno: ma un combattente e reduce non poteva accettare di
sfilare in passerella. Cadde qualche mese più tardi, fulminato da un’emorragia
cerebrale. Aveva 37 anni.
Nándor Hidegkuti
(1922-2002)

Ci son partite che ti segnano la carriera proiettandoti in un’altra dimensione.


A Nándor Hidegkuti successe addirittura due volte, a cavallo dell’Olimpiade
del ’52.
Un bel giocatore agli esordi, un grande dopo la prima svolta, un campione
assoluto dopo la seconda. Era nato e cresciuto nell’MTK di Budapest e a quella
società ha consacrato l’intero suo percorso. Cominciò non giovanissimo, per
colpa della guerra, prima da ala poi da interno avanzato. Aveva un modo tutto
suo di puntare sia l’uomo che l’area di rigore: nei cui paraggi sapeva
scegliere, in una frazione di secondo, se liberare al tiro un compagno o se
provvedere di persona. Segnò nel suo club 238 gol in 328 partite, un numero
spropositato per un suggeritore. E non andò lontano dal confermare la media
in Nazionale. Che era l’Aranycsapat, in cui Hidegkuti giocò nel suo ruolo
originario sino alla medaglia d’oro delle Olimpiadi ’52. Avendo nel frattempo
trascinato, l’anno precedente, la sua squadra di club al titolo ungherese, che
con la Honvéd di mezzo era un’impresa. Prima del trionfo di Helsinki, in
un’amichevole a Varsavia, il grande Gusztáv Sebes decise di risolvergli il
problema dello stress che non lo faceva dormire nelle vigilie internazionali.
Annunciò dunque la formazione con Palotás titolare, lasciò che Hidegkuti
salisse in tribuna e lo fece richiamare all’ultimo, per poterlo avere in campo
ben riposato e al meglio. Dopo Helsinki, in un’altra amichevole che
l’Ungheria stava perdendo in Svizzera, lo spostò nella ripresa a centravanti
arretrato. Arrivò la rimonta e si capì una volta per tutte che quel primo
violino, anzi secondo ex aequo con Bozsik perché il primo era Puskás, era in
realtà un grande direttore d’orchestra.
L’incoronazione arrivò l’anno successivo, il 25 novembre del ’53 nel
tempio di Wembley. Quando la storica imbattibilità casalinga dell’Inghilterra
fu spazzata via dal 6-3 degli ungheresi. Hidegkuti segnò tre gol, il primo dopo
25 secondi puntando l’area in verticale e dando a più riprese l’impressione di
servire o Puskás alla sua sinistra o Kocsis alla sua destra, per poi da una
ventina di metri piazzare la palla nel sette. Lo choc per la patria degli
autoproclamati maestri del football fu tale che i giornali londinesi della sera
uscirono listati a lutto.
Di tanto in tanto, quando sento il bisogno di rifarmi la bocca, rivedo per
intero il DVD della partita che un amico a suo tempo mi regalò. Anche per via
della qualità fatalmente non eccelsa delle immagini, non mi è mai riuscito di
contare il numero incredibile di occasioni create dagli ungheresi, oltre ai sei
gol. Né mi è mai tornata alla mente una prestazione collettiva più grandiosa di
quell’Ungheria trascinata da Hidegkuti. Meglio, forse, soltanto in paradiso.
Guillermo Stábile
(1905-1966)

El filtrador sbarcò a Genova un venerdì di novembre del ’30. Meno di quattro


mesi prima aveva perso la finale mondiale di Montevideo, ma era stato
capocannoniere del torneo: otto gol in quattro partite, tre al Messico, due a
Cile e Stati Uniti, uno in finale, quello del 2-1 argentino prima della grande
rimonta uruguagia. L’accoglienza della torcida rossoblù fu ovviamente
trionfale, lui la ricambiò meno di quarantott’ore più tardi con tre gol
all’esordio in campionato, 3-1 al Bologna. Il tempo di cominciare a sognare in
grande, di mettere a punto l’intesa tra quel centravanti che sgusciava in area
da ogni dove e un’ala sinistra che aveva il vizio di sfondare le reti, Levratto, e
già la favola era finita. A fine marzo un’uscita del portiere dell’Alessandria,
Rapetti, gli spezzò la tibia, esattamente come tanti anni più tardi sarebbe
accaduto a Bruno Mora con quello del Bologna, Spalazzi. Entrambi ne ebbero
la carriera se non troncata, gravemente compromessa. El filtrador rientrò
dopo più di un anno e mezzo, ma la frattura non era evidentemente saldata e
in un altro scontro duro gli partì il perone. Provò a ingaggiarlo il Napoli, tornò
al Genoa, fece un ultimo tentativo al Red Star parigino afflitto ormai da una
lieve zoppia che lo accompagnò per il resto della vita.
Chiusa mestamente l’avventura del Filtrador, cominciò quella di
Guillermo Stábile, che tornò in Argentina e divenne allenatore. E che
allenatore. Al San Lorenzo, all’Huracán, squadra in cui era cresciuto e aveva
trascinato a suon di gol ai titoli del ’25 e del ’28, al Racing con cui vinse tre
campionati consecutivi, ’49, ’50 e ’51. Ma soprattutto, e
contemporaneamente, alla guida dell’Argentina che nel suo ventennio di
direzione tecnica vinse la bellezza di sei Coppe America, l’ultima nel ’57
grazie al trio de la cara sucia, dalla faccia sporca, come venivano chiamati
Sivori, Angelillo e Maschio in procinto tutti e tre di trasferirsi in Italia.
Sul più bello, al Mondiale svedese del ’58, la mazzata che pose fine anche
alla seconda avventura. L’eliminazione ad opera della Cecoslovacchia con un
umiliante 6-1. Abituato alle vittorie e alle carezze, Stábile non riuscì a
superare né una sconfitta così dura, la peggiore della storia, né le critiche e gli
insulti che ne seguirono. Era nato al Parque Patricios, nel barrio di Buenos
Aires dove secondo Menotti o si è calciatori o si è pugili: essendo già stato
Filtrador, non fu capace di mettersi in guardia per assorbire i colpi. Sparì. E si
spense poco alla volta, lontano dai riflettori che non avevano mai cessato di
illuminarlo.
René Mercet
(1898-1961)

Anche a far media tra quel che ne scrissero la stampa fascista da una parte e la
prensa de España dall’altra, quel doppio quarto di finale del Mondiale del ’34
tra Italia e Spagna aveva avuto da subito l’aria della rapina. Ma tra le caute
difese d’ufficio da una parte e le accuse furibonde dall’altra, arrivò da lì a
pochi giorni la prova del nove: nel senso che l’arbitro René Mercet, svizzero
di Thun, una volta rientrato in patria fu molto semplicemente squalificato a
vita dalla sua federazione. E da lì a poco, di conseguenza, radiato anche dai
ranghi della FIFA .
Brutta storia. Tra le peggiori in assoluto dell’epopea dei Mondiali. Già la
prima sfida fiorentina, alle 15 del 31 maggio, con la moviola in campo
sarebbe andata ben oltre il tramonto: per il gioco duro in generale e degli
azzurri in particolare, per il gol di Lafuente misteriosamente annullato agli
spagnoli, per il fallo di Schiavio sul portiere Zamora sul gol dell’1-1 di
Ferrari. Si rigiocò l’indomani, senza tempi supplementari, come da
regolamento di quell’edizione. E pur di sventare il pericolo di un replay
dell’arbitro belga Baert, la federazione spagnola accettò la direzione di
Mercet. Reduce sì dal 7-1 di Italia-Stati Uniti nella gara inaugurale: ma
svizzero, che diamine, dunque affidabile e soprattutto neutrale per
definizione. Non fu, la trattativa per la scelta arbitrale, l’unico aspetto
convulso di quelle poche ore trascorse tra una partita e l’altra. L’indomani, per
dirne una, non scese in campo Zamora, il portiere più forte del torneo e tra i
primissimi di tutti i tempi. Fatto sta che l’Italia segnò quasi subito il gol
dell’1-0 con un fallo di Meazza sul secondo portiere Nogués, incassò di buon
grado l’annullamento di due gol apparentemente regolari di Regueiro e del
capitano Quincoces, e azzoppò uno dopo l’altro quattro giocatori spagnoli.
Proprio Quincoces, a un certo punto, convocò i suoi dinanzi all’arbitro per
mostrare le tracce su gambe, petti e schiene delle entrate di Luisito Monti e
compagni. Ma René Mercet, come usava dire allora, fece ampi cenni di
continuare. A differenza della federazione elvetica, che a stretto giro di posta
gli impedì di fare altri danni.
Giampiero Combi
(1902-1956)

Un dandy con un carattere di ferro. Amava tirar tardi per via Roma, salotto
buono di Torino, elegantissimo e con uno dei suoi alani al guinzaglio. Belle
donne a frotte, la tentazione di dar retta al padre e andarsene in America a
curare da vicino la distribuzione dei liquori di famiglia, lasciando perdere
quella vita tra i pali appena incominciata. Incominciata come, poi. Con esordi
incoraggianti, ma anche due rovesci da levare il fiato: 1-7 in casa con la Pro
Vercelli, 1-7 a Budapest al debutto in maglia azzurra.
Ma Giampiero Combi per il pallone aveva davvero una passionaccia. Primi
calci in Piazza d’Armi, nella squadra del Savoia, da ala sinistra. Un giorno
che mancava il portiere, chiese di provarci lui. Da lì a un’ora e mezza era già
diventato Fusetta, in dialetto torinese petardo, per dire quanto fossero
esplosivi i suoi tempi di reazione. Col tempo si scoprì che la caratteristica
principale, il suo modo di essere portiere, era giocato tutto sul piazzamento.
Un po’ per sopravvenuto affinamento tecnico; un po’ per necessità, perché era
alto appena più di un metro e settanta e non avesse avuto quello non c’era
fusetta in grado di rimediare. Quanto al temperamento, basta e avanza quel
che ne scrisse Vittorio Pozzo nelle sue memorie: “A Viri Rosetta, restìo al
gioco di testa, Combi lasciava andare duri cazzotti che il compagno incassava
borbottando”.
Vinse cinque scudetti con la Juventus. La filastrocca Combi-Rosetta-
Caligaris, in bianconero e in azzurro, precedette di cinquant’anni quella Zoff-
Gentile-Cabrini, stessa combinazione di colori. Dopo il quinto, nella
primavera del ’34, decise che era tempo di far largo ai giovani e dedicarsi
anima e corpo al Gran Caffè acquistato in centro. Un paio di settimane dopo
la festa d’addio, gli arrivò una strana convocazione nel ritiro in cui la
Nazionale stava preparando i Mondiali. Lo accolse il medico sociale
accompagnandolo dal suo successore, Ceresoli, con l’avambraccio fratturato.
Lui l’antifona l’aveva bell’e capita. Ma nel dubbio Vittorio Pozzo disse
quattro parole in piemontese: “Piero, tuca a ti”.
Così Giampiero Combi, fresco reduce dall’autopensionamento, non solo
giocò e vinse il Mondiale del ’34. Ma levò anche la Coppa all’Olimpico,
perché il premio al suo ritorno da figliol prodigo era stata la fascia di
capitano.
Marcello Bertinetti
(1885-1967)

Erano i tempi cosiddetti eroici, e un po’ di beneficio d’inventario è di rigore.


Ma sette scudetti dal 1908 al ’22 restano tanti, a maggior ragione per una
squadra di provincia la cui ultima apparizione in serie A risale al ’35.
Insomma, a dominare la scena a cavallo della prima guerra mondiale, con
cinque campionati vinti prima e due dopo, fu la Pro Vercelli fondata da
Marcello Bertinetti con modalità perlomeno curiose.
Quando si dice Bertinetti ci si schiaffa sull’attenti davanti a due medaglie
d’oro olimpiche, sciabola a Parigi nel ’24, spada ad Amsterdam nel ’28: più
un argento e un bronzo e, volendo, un paio di baffoni a manubrio a loro volta
da podio. Ma nel 1903 Bertinetti, chissà se ancora implume, era un
diciottenne cui bastò una gita con gli amici a Torino sul campo della Juventus
per innamorarsi del calcio. La storia, che un po’ profuma di leggenda, vuole
che sulla via del ritorno abbia comprato un pallone e su quella ragione sociale
fondato la Pro Vercelli calcio, sezione dell’omonima società di Ginnastica
risalente al 1892. La maglia doveva essere bianconera, proprio in omaggio
alla Juventus: ma le strisce nere sottili stinsero già al primo lavaggio e si
passò al bianco integrale con calzoncini neri, o mutandoni che fossero. Stiamo
parlando di anni in cui a Milano come a Genova capitava che giocatori di
gran nome dimenticassero le scarpe e andassero in campo con quelle da
passeggio.
Bertinetti vinse il primo scudetto vercellese, 1908, giocando da attaccante:
poi scelse la scherma e già in quell’anno a Londra fu medaglia d’argento
all’Olimpiade. Ma ormai la Pro aveva preso a marciare con le sue gambe: o
forse con le ruote, visto che le prime trasferte avvenivano in bicicletta e per
giocare il torneo di Casteggio tra andata e ritorno si pedalò per 140
chilometri. Non c’era allenatore, ne svolgeva le funzioni il capitano, Rampini.
C’era un fior di presidente, l’avvocato Bozino, che premiava i gol di Rampini
con una scatola di sigari e bastò questo a far scattare il sospetto di
professionismo. La squadra era nei limiti del possibile autoctona, se non
proprio a chilometro zero: quando arrivò un torinese, Berardo, le polemiche si
placarono a fatica. Il 1° maggio del 1913 si giocò Italia-Belgio a Torino in
Piazza d’Armi: le Bianche Casacche, come nel frattempo erano stati
ribattezzati i vercellesi, erano 9 su 11. L’anno successivo la Pro perse il titolo
che andò ai cugini del Casale: si consolò con una tournée, nientemeno, in
Brasile, prima squadra italiana a essere invitata laggiù. Dopo la guerra
arrivarono ancora gli scudetti del ’21 e ’22. Cui il fondatore Bertinetti
partecipò da tifoso, prima di piazzare la sua doppietta olimpica: e gustarsi da
lì a poco la fioritura del grande Silvio Piola.
Giacinto Facchetti
(1942-2006)

Nei ragazzi della Trevigliese aveva esordito da centravanti. E ancora nelle


giovanili dell’Inter, quando nel finale di partita c’era un risultato da sbloccare
o da recuperare, l’allenatore, tale Peppino Meazza, lo mandava al centro
dell’attacco per sfruttare, se non altro, la sua stazza fisica sui palloni alti. Cosa
che tra l’altro avveniva con discreta puntualità. Lungo tutta la durata della sua
carriera Giacinto Facchetti fu per Brera “il mio centravanti privato”: il cui
arretramento a terzino sarebbe dipeso dall’esterofilia di una società e di un
tecnico che mai e poi mai come attaccante centrale avrebbero rinunciato ad
Angelillo.
Ammesso e non concesso che davvero così sia andata – anche se la
prematura cacciata di Angelillo da parte di Herrera per ragioni
extracalcistiche qualche fiero dubbio lo autorizza – evviva il Mago e la sua
trovata di trasformare Facchetti in terzino d’assalto. Perché non c’è la
controprova di quanto grande sarebbe stato da centravanti. Ma c’è la prova,
lunga almeno quindici anni prima di tirar gli ultimi da libero, di che
straordinario incursore-goleador sia stato in campo nazionale e internazionale.
Poi è vero che terzino naturale non era, e che certe alette agili e svelte nel
dribbling mettevano in difficoltà le sue lunghe leve. Ma quando poi quelle
leve le lasciava andare, e si fiondava negli spazi lasciati liberi non a caso dalle
divagazioni di Mariolino Corso, che spettacolo era? Di strapotenza atletica, di
eleganza stilistica, di superiorità numerica ribaltata nel giro di pochi secondi:
quanti ne occorrevano a un quattrocentista di valore assoluto per farsi pescare
già lanciato a metà campo e puntare al massimo dei giri l’area avversaria.
Arrivando da dietro, inserendosi all’improvviso, più raramente sfruttando in
mischia la potenza del destro o lo stacco imperioso, il difensore Facchetti ha
segnato in campionato 59 gol: 10 nella sola stagione 1965-66, quando il gol
era una rarità. Tre soltanto in Nazionale, invece, in ben 94 partite. Segno che
bisognava saperlo pescare, come nella grande Inter di Herrera facevano a
memoria Suárez, Corso e Sandrino Mazzola.
Poi si può discutere chi in quel ruolo di esterno sinistro sia stato l’italiano
più forte del dopoguerra. Tra Maroso, Facchetti, Cabrini e Maldini, in ordine
di apparizione, non c’è che l’imbarazzo della scelta a livello mondiale. Chi li
ha visti giocare tutti sostiene, anzi sosteneva, che i fenomeni assoluti erano il
primo e l’ultimo. Ma nemmeno qui c’è controprova.
Gipo Viani
(1909-1969)

Un energumeno che il calcio lo conosceva come pochi. Uno che arrivò non
una volta sola ad alzare le mani sui giocatori, e a intenerirsi sino a balbettare
il giorno che scoprì Rivera, “il mio ba-bambino d’oro”.
Che storia, quella di Gipo Viani. Trevigiano di Nervesa, scappò di casa per
giocare nell’Inter. Ci restò per sei stagioni, giganteggiando in campo con quel
fisico che metteva paura, e dividendosi fuori tra il bordello di via San Pietro
all’Orto, il bar Vittorio Emanuele dove regnava sul biliardo e i tavoli da poker
dei dintorni in cui passare il resto delle nottate. Poi riprodusse lo schema a
Roma, sponda laziale, per altri quattro anni, infine tirò gli ultimi, da giocatore,
al Siracusa e alla Salernitana. Quando, dopo tanta bella vita, realizzò di essere
sul lastrico chiese aiuto al presidente della FIGC , Barassi, che gli suggerì di
provare a fare l’allenatore. “Come chiedere a un ladro di fare il questurino”
rispose lui, che per la diplomazia non era portato. Ma ci provò, a Salerno, e ne
nacquero due leggende. La prima, quella del Vianema, cioè della libera
interpretazione che Viani diede del Sistema creando la figura del libero, prima
o dopo Rocco poco importa perché è abbastanza certo che entrambi erano
stati preceduti, e poi, una volta per tutte, la scoperta del libero verrà pure dopo
quella della penicillina. La seconda, quella di John Wayne, perché un po’
Gipo gli assomigliava per davvero, grande e grosso e coi capelli più rossi che
biondi; e un altro po’ perché ne recitò per intero la parte in un pomeriggio
rovente a Taranto, quando stese a cazzotti un bel numero di malcapitati che si
erano inventati un’invasione di campo.
Passò per Palermo, Roma e Bologna. Al Milan vinse due scudetti, e perse
ai supplementari una finale di Coppa dei Campioni col Real. Ma divenne
anche lo Sceriffo, per i modi spicci che usava coi giocatori arrivando in più di
un’occasione direttamente a menarli. A guarirlo dal vizio una volta per tutte
fu il più imperturbabile dei rossoneri, il barone Liedholm, che in gioventù
oltre a praticare l’hockey aveva appreso i rudimenti del judo, e praticamente
senza toccarlo lo mise al tappeto. L’ormai non più giovane Gipo capì
rialzandosi che l’epoca delle prepotenze era passata. Cominciò a dedicarsi al
mercato, che già aveva frequentato a tempo perso e di cui rapidamente
divenne il re indiscusso. Tra tanti affari che fecero la fortuna del Milan di
Rizzoli, fu lui a portare Rocco prima alla Nazionale Olimpica del ’60 e poi in
rossonero. Sempre lui, per la verità, a battezzare “coniglio” Altafini e a
sentirselo ribattezzare “leone” dal Paròn. Brera, grande amico di entrambi, ne
trasse una delle sue sintesi memorabili, Conileone; e Rocco i due gol di
Wembley che diedero al Milan la prima Coppa dei Campioni. Quella che
Gipo, non per demerito suo, aveva fallito per un soffio cinque anni prima a
Bruxelles contro il Real. Formalmente ne gioì, perché era pur sempre stato lui
a pilotare al Milan il suo amico-nemico e a difenderlo nei primi tempi
difficili; ma quello fu probabilmente il colpo di grazia. Dopo quasi
sessant’anni vissuti a tavoletta, e più di un’avvisaglia trascurata, il cuore gli
presentò il conto totale il giorno della Befana del ’69, in un albergo di Ferrara.
Amedeo Biavati
(1915-1979)

Due indizi non fanno ancora una prova, ma una riflessione la possono
innescare. Le ali destre passate alla storia del calcio per aver inventato, o forse
meglio, brevettato, una finta sono un brasiliano, l’immenso Garrincha, e un
italiano, Amedeo Biavati. Quella di Garrincha era semplice, e insieme letale:
toccava il pallone verso l’interno del campo, e come il difensore accennava
all’intervento scattava secco sull’esterno lasciandolo sul posto nove volte su
dieci. Ben più complesso da descrivere il doppio passo di Biavati. Vittorio
Pozzo: “A tutta velocità eseguiva una specie di saltino per aria, come per
passare la palla indietro di tacco: il difensore rallentava e lui lo saltava
toccando la palla con l’altro piede e se ne andava”. Gianni Brera: “Finta di
iniziare il dribbling con il destro, teso e poi trattenuto e richiamato con
armoniosa sornioneria quando l’avversario ha ormai pensato al sinistro: così
inganna l’avversario che sta per opporsi in tackle e vi rinuncia, insospettito da
questa pausa: allora ne approfitta Biavati per partire e prendere vantaggio”.
Tutto chiaro? Nell’era del replay vivisezionato, mica tanto. Ma se per
Garrincha si disse, si scrisse e si sa che la sublime naturalezza della finta,
sempre la stessa, nasceva – anche – da una gamba più corta dell’altra, lascito
di una poliomielite infantile, è curioso che per Biavati non ci si sia mai
interrogati sui suoi piedi così piatti da costringerlo a giocare coi plantari.
Magari non c’è nulla di vero. Eppure è bello pensare che anche nel calcio,
come nella vita, un handicap possa diventare un’opportunità. Se non per tutti,
almeno per le ali destre.
Con il suo splendido doppio passo Biavati trascinò il Bologna alla bellezza
di quattro scudetti. Subentrò a Piero Pasinati nei quarti di finale con la Francia
ai Mondiali del ’38, e fu tra i protagonisti del trionfo. L’anno successivo a San
Siro, contro l’Inghilterra, saltò secco il suo terzino con la specialità della casa,
dribblò anche il portiere e scodellò il pallone nella porta vuota. Mezza difesa
inglese andò a stringergli la mano per congratularsi.
Lo stoppò sul più bello la guerra, come toccò a tutti quelli della sua
generazione. Quando ripartì nel ’45 la classe era intatta, ma il fisico non dava
più le risposte di prima. Quei cinque anni maledetti si erano portati via anche
il doppio passo del grande Medeo.
Gabriel Hanot
(1889-1968)

Chi ha inventato la Coppa dei Campioni? E il Pallone d’oro? Un francese, e


fin lì non è difficile se è vero che le Olimpiadi moderne si devono a De
Coubertin e la Coppa del Mondo a Jules Rimet. Ma Gabriel Hanot era un tipo
persino più speciale. Perché all’idea dei due trofei arrivò nella terza età, dopo
essere stato calciatore nella prima e commissario tecnico nella seconda. Senza
mai trascurare, anzi, il suo vero mestiere che era quello del giornalista: da
L’Auto, antenato dell’Équipe, a Miroir des Sports, all’Équipe vera e propria,
alla direzione di France Football. E senza nemmeno negarsi tre anni di guerra,
al fronte, in prigionia, in aviazione dove rimediò una ferita alla gamba che gli
stroncò la carriera di calciatore. Aveva giocato 12 partite in Nazionale, le
ultime da capitano.
Cominciò allora a dedicarsi a tempo pieno al giornalismo sportivo,
divenendo in breve la firma più prestigiosa: la laurea in lettere e l’esperienza
maturata sui campi di sicuro non gli nocquero. Nel ’32, en passant, si occupò
per qualche tempo della ristrutturazione del calcio francese e finì per
inventarsi una nuova formula dei vari campionati, promuovendo il
professionismo in quello di Prima divisione. Poi, dopo l’altra guerra, quando
gli offrirono di guidare la Nazionale rispose con il più classico dei pourquoi
pas?: ponendo, alla maniera di Vittorio Pozzo, la sola condizione di
continuare a fare anche il giornalista. Dopo tre anni e mezzo di mandato e di
risultati non esaltanti ma discreti, si capì il perché della clausola. La Francia
perse 5-1 a Parigi con la Spagna, e L’Équipe dell’indomani attaccò duramente
squadra e allenatore. Chi aveva scritto quel commento non firmato cui
seguirono le dimissioni del commissario tecnico Gabriel Hanot?
Ufficialmente non si è mai saputo: ma tutte le tracce portavano al giornalista
Gabriel Hanot, che considerava chiusa anche quell’esperienza.
La successiva l’aprì cinque anni più tardi. Inviato in Inghilterra per un
minitorneo organizzato dal Wolverhampton, in cui i britannici sconfissero la
Honvéd di Puskás e si autoproclamarono campioni d’Europa di club, scrisse
un editoriale in cui prima prese tutte le distanze sia dal risultato che dal
trionfalismo che ne era seguito; e poi propose di farlo per davvero, quel
benedetto campionato d’Europa per club. Fu il giornale stesso a organizzarlo,
come nel 1903 era stato L’Auto a mettere in piedi il primo Tour de France.
L’anno dopo a Lisbona, 4 settembre ’55, si giocò Sporting-Partizan 3-3. La
prima partita della neonata Coppa dei Campioni, in palio un trofeo disegnato
dallo stesso Gabriel Hanot che aveva le orecchie appena un po’ meno
elefantiache dell’attuale. La vinse il Real di Di Stéfano al Parco dei Principi,
4-3 in finale sui francesi del Reims.
Poteva bastare, vero? Oui, mais monsieur Gabriel oltre che editorialista
dell’Équipe era anche direttore di France Football. Così, l’anno dopo al
settimanale regalò l’idea del Pallone d’oro, perché nessuno potesse dire che
faceva figli e figliastri.
Arthur Friedenreich
(1892-1969)

Ma quanti gol avrà davvero segnato Arthur Friedenreich? Più di Pelé come
vuole una tradizione orale che profuma di leggenda, o tanti ma proprio tanti di
meno come invece sostenevano i cultori della superiorità della razza bianca?
È vero che dei due il più nero è stato Pelé: ma in un’epoca in cui, per sua
fortuna, non era più reato. Nel primo caso parliamo di 1329 gol in 26 anni di
carriera: una cinquantina più di O Rei, dunque di chiunque altro al mondo.
Nel secondo, grosso modo di 6-700. Cambia, certo che cambia. Ma che ci
possiamo fare a quasi un secolo di distanza, senza documentazione scritta né
tantomeno filmata?
Arthur aveva gli occhi verdi di un commerciante tedesco, turista e padre
per caso, e la pelle scura di una madre lavandaia, figlia di schiavi. Fu o
primeiro gênio do futebol brasileiro, e questo nemmeno i razzisti più convinti
lo hanno mai messo in discussione. Nove volte capocannoniere tra il 1912 e il
’29, debuttò in Nazionale il 27 luglio del ’14, ed era quella la prima partita
ufficiale della storia del Brasile. Per giocarla, come si era abituato a fare sin
dagli esordi, si diede la consueta passata di brillantina tra i capelli per renderli
meno crespi: meno negri. E chissà se è vero che su viso e gambe si spalmava
una crema di riso per sembrare un po’ meno mulatto: sarebbe comunque ben
inventato, perché il Brasile era stato l’ultimo paese del Sudamerica ad abolire
la schiavitù, ma cent’anni fa la segregazione razziale andava ancora forte. Al
punto che non bastò a Friedenreich, nel frattempo ribattezzato El tigre, il gol
decisivo all’Uruguay che nel ’19 per la prima volta laureò il Brasile campione
sudamericano. Dall’edizione successiva del ’22 trovò il modo di estrometterlo
il presidente brasiliano in persona, tale Epitácio Pessoa, nonostante la fama di
quel centravanti formidabile avesse varcato i confini e raggiunto l’Europa. O
forse proprio per questo. Peccato che qualche amichevole abbiano continuato
a lasciargliela giocare. Ai francesi ne bastò una, nel ’25, 7-2 per il Brasile con
tre gol suoi, per l’investitura ufficiale: a quel tempo era lui, Arthur
Friedenreich, le roi du football.
Benito Lorenzi
(1925-2007)

Già il nome, per uno nato tre anni dopo la Marcia su Roma e nel ’44
volontario nella X a MAS , qualcosa potrebbe voler dire. Ma il vero identikit è
nel soprannome, Veleno, che si direbbe opera di una qualunque delle sue
vittime, compagni, avversari, arbitri: e fu invece mamma Ida a imporgli, sin
dai tempi delle prime mattane di Borgo a Buggiano, terra di maledetti toscani.
Era un gran centravanti, agile, acrobatico, tecnicamente all’altezza dei
partner raffinati con cui gli capitò di giocare, a cominciare da Skoglund e
Nyers. Ma alla storia è passato per quelle che ha combinato, ben prima che
per i 138 gol in maglia nerazzurra. La sua carriera al Veleno comincia il
giorno stesso del debutto in serie A, Inter-Alessandria 6-0, non proprio una
partita in bilico: per di più è anche l’ultimo arrivato, ma litiga con Rosetta e
rimedia la prima di una lunga serie di espulsioni. Passano due settimane, a
San Siro c’è la Juve. Segna due gol e comincia a sfottere. Qualcuno risponde
per le rime, qualcun altro tace e aspetta il momento, il vecchio Rava invece va
in ebollizione e lascia andare un cazzotto da campione del mondo. Il
problema è che Veleno lo vede partire, si abbassa, e alle sue spalle Quaresima
lo prende in pieno. Particolari in cronaca. L’arbitro Dattilo non fece a tempo a
espellere Rava che dignitosamente se n’era già andato da solo: mentre Parola,
chino su Quaresima che stava giusto rinvenendo, lo sentì farfugliare “Che c’è,
le bombe?”.
Vabbè, ma poi sarà cresciuto. Chi, Veleno? Quella del mezzo limone è di
dieci anni più tardi, quando ormai aveva passato la trentina. Derby del 6
ottobre ’57, Inter in vantaggio 1-0, rigore per il Milan decretato da Lo Bello.
Cucchiaroni ha già messo la palla sul dischetto, ma le discussioni continuano.
Lorenzi adocchia sul prato un mezzo limone, trova il modo di piazzarlo sotto
il pallone e quando l’argentino manda il rigore in orbita, improvvisa una sorta
di danza orgiastica. Così, per non dare nell’occhio. Nel frattempo, tra le
prodezze di gioventù e il rigore al limone, si era tenuto in forma con
Boniperti, ribattezzato Marisa da quando lo aveva visto estrarre un fazzoletto
bianco dai pantaloncini, e con qualche sana litigata intestina, prima con
Amadei che gli dava ombra, poi con Nyers cui un giorno allungò una sventola
per un gol sbagliato a porta vuota. Il clou al Mondiale del ’54, Svizzera-Italia
2-1. L’arbitraggio del brasiliano Viana fu un po’ più che casalingo, il gol
annullato proprio a Lorenzi molto sospetto. Circondato dagli azzurri
inferociti, Viana si mise in guardia danzando come un pugile sul ring per
parare i colpi. Allora Veleno gli girò intorno e gli mollò il più classico dei
calci in culo. Nemmeno quella volta pagò dazio. Tant’è vero che da lì a tre
giorni giocò e segnò con il Belgio, come niente fosse.
Giacomo Bulgarelli
(1940-2009)

La crisi di vocazioni di cui il calcio italiano aveva sofferto a lungo nel


secondo dopoguerra si interruppe all’improvviso agli albori dei ’60.
Curiosamente i primi tre che mandarono precoci quanto inequivocabili
segnali di talento puro si somigliavano talmente da un punto di vista tecnico,
persino morfologico, da far pensare a una provenienza comune: forse da un
medesimo college, tanto erano simili anche per educazione, buone maniere, e
insieme idee chiarissime e mai banali fuori dal campo. Gli ultimi due erano
Sandro Mazzola e Gianni Rivera, rispettivamente classe 1942 e ’43. Il primo
Giacomo Bulgarelli. A Brera per battezzarli bastò un’occhiata collettiva: così
belli, così fragili e insieme così calcisticamente raffinati, non potevano che
essere abatini.
Dei tre il meno abatino era Bulgarelli. Esile ma vigoroso, combattivo, per
nulla renitente al contrasto. Anzi. Centrocampista con spiccate attitudini alla
regia, la personalità e il temperamento che servivano per farsi consegnare le
chiavi della squadra. Così fece Fulvio Bernardini e ne venne ricambiato dallo
scudetto ’64 oltre che da numerose altre stagioni d’avanguardia. “Onorevole
Giacomino, salute” urlava al megafono il capotifoso Gino Villani al momento
dell’ingresso in campo: lui ricambiava con un sorriso le prime volte
imbarazzato poi via via sempre più consapevole.
Bolognese di Medicina e bandiera rossoblù dal primo all’ultimo giorno,
come fu per Mazzola nerazzurro e Rivera rossonero, dopo gli esordi
alessandrini da minorenne. Proprio il Milan di Rocco fu la squadra che più a
lungo lo corteggiò a fine ciclo. Ma Giacomino era da una parte un gran
sentimentale, dall’altra furbo abbastanza da sapere che si viveva meglio da
primo nelle Gallie che da secondo a Roma.
Non fu colpa sua la Corea, semmai di chi decise di rischiarlo con quel
ginocchio scricchiolante e senza possibilità di sostituzione. Ma anche la sua
disponibilità fu un’imprudenza, pagata a carissimo prezzo. Ci fosse stato lui al
microfono da Middlesbrough la sera del 19 luglio ’66, a commentare dal vivo
l’accaduto come poi avrebbe fatto per anni con competenza rara, beh, non si
sarebbe persa l’occasione di farlo notare.
Amedeo Amadei
(1921-2013)

Sino all’ultima giornata di campionato del 2016 nessuno era stato più precoce
der Fornaretto. Perlomeno in Italia. Nemmeno Gianni Rivera, che pure il
giorno dell’esordio in serie A con la maglia dell’Alessandria sembrava averla
infilata sopra l’abito della Cresima. Adesso il primato è passato sulle spalle di
un ragazzone genoano, Pietro Pellegri, di ventiquattr’ore più giovane del
precedente detentore: 15 anni, 9 mesi e 5 giorni, contro i 15, 9 e 6 di Amedeo
Amadei, romano dei Castelli e centravanti di vera vocazione.
Ne aveva da poco compiuti 13, l’imberbe Amedeo, quando, girando a
consegnare il pane del forno di suo padre, gli era cascato l’occhio su un titolo
di giornale: la Roma organizzava una leva giovanile, presentarsi il tal giorno
alla tal ora al campo di Testaccio. Non ci dormì per un po’ di notti, escluse in
partenza di ottenere il permesso ma al momento buono saltò sulla bicicletta
delle consegne e si presentò. Quando gli scrissero che il provino era stato
superato, per una frazione di secondo toccò il cielo con un dito: poi realizzò
che mai e poi mai papà Romeo avrebbe potuto privarsi a bottega di lui, ancora
adolescente ma già indispensabile. Lì entrarono in scena le due sorelle,
Antonietta e Adriana, e la loro intercessione diede il via a una carriera da
grande centravanti: che da lì a pochi anni, 1942, avrebbe firmato coi suoi gol
il primo scudetto della Roma.
Anni di guerra. Il forno di famiglia, aperto dal bisnonno nel 1876, già
faticava di suo a tirare avanti: figurarsi quando fu semidistrutto dai
bombardamenti. Per fortuna c’erano i soldi del pallone, che prima servirono a
rimetterlo in piedi, poi, a carriera conclusa, a farne una sorta di istituzione del
territorio. Carriera, tra l’altro, che rischiò di finire anzitempo con una
squalifica a vita, per un calcio a un guardalinee in una semifinale di Coppa
Italia col Torino: a distanza di anni, quando era comunque già intervenuta
l’amnistia, si scoprì che non Amadei bensì un compagno a nome Dagianti era
stato il colpevole.
Dopo 12 anni di Roma, con una breve parentesi all’Atalanta, er Fornaretto
de Frascati passò nel ’48 all’Inter e nel ’50 al Napoli, dove giocò per altre sei
stagioni. Alla fine il totale dei gol in serie A fu di 174, e altri 7 in Nazionale in
un momento tra i peggiori del calcio azzurro. I tre più celebrati in un derby
milanese del ’49-50, perché valsero la rimonta nerazzurra dall’1-4 a un
inverosimile 6-5. L’anno prima, arrivando all’Inter, Amedeo Amadei aveva
fatto mettere a contratto che contro la Roma in eventuale difficoltà di
classifica sarebbe stato libero di non giocare.
Cesáreo Onzari
(1903-1964)

Lo fece apposta? Accadde per caso? Fatto sta che ancora oggi in Argentina se
ne festeggia l’anniversario. Il 2 di ottobre, giorno in cui la stella mancina
dell’Huracán, Cesáreo Onzari, segnò per la prima volta direttamente desde el
tiro de esquina, dalla bandierina del calcio d’angolo.
Era il 1924. Giusto il 24 giugno di quell’anno, in occasione dei Giochi
Olimpici di Parigi, la FIFA aveva legalizzato il gol segnato su corner sino a lì
non contemplato dal regolamento. E poiché il torneo era andato all’Uruguay,
figurarsi se gli argentini si persero l’occasione di battezzare quel genere di
prodezza gol olímpico, tuttora celebrato come tale le rare volte che succede.
Onzari, che allora era poco più di un ragazzino destinato a una signora
carriera, passò il resto dei suoi giorni a giurare e spergiurare di aver mirato la
porta con il sinistro carico d’effetto. E cominciò da subito, urlandolo a piena
gola ai compagni che lo abbracciavano mentre gli uruguagi assediavano
l’arbitro sostenendo che il loro portiere, Mazali, era stato spinto e il gol era da
annullare. Finì 2-1 per l’Argentina, quel partido amistoso. Consegnando alla
storia il primo gol cosiddetto olimpico, segnato esattamente 100 giorni dopo
lo sdoganamento regolamentare della FIFA . E alle cronache le botte degli
uruguaiani inferociti, che costarono tibia e perone all’argentino Celli, i ripetuti
lanci di pietre e bottiglie dello sportivissimo pubblico di Buenos Aires,
52mila persone in uno stadio omologato per 40mila, e l’abbandono del campo
degli uruguagi a qualche minuto dalla fine, dopo che Scarone aveva mollato
un cazzotto a un agente e anziché in spogliatoio era finito in commissariato.
Come se in un 110 per 65 potesse mai esserci tra argentini e uruguaiani
qualcosa di lontanamente amistoso.
Gunnar Nordahl
(1921-1995)

Arrivò a Milano nel gennaio del ’49, avamposto del celeberrimo trio
rossonero Gre-No-Li visto che i suoi due compari, Gunnar Gren cervello-
motore e Nils Liedholm motore-cervello, lo avrebbero raggiunto soltanto
l’estate successiva. Aveva già 28 anni e quando alla Stazione Centrale si
ritrovò circondato da centinaia di milanisti festanti si chiese dove fosse
capitato, visto che alla sua prima squadra, il Degerfors, era andato per un
posto da tornitore e alla seconda, il Norrköping, per un impiego da pompiere.
Da cui, per via della stazza, 90 chili distribuiti sul metro e 80, il soprannome
di Pompierone, in alternativa Bisonte.
Lanciato, in effetti, era inarrestabile. Il 5 febbraio del ’50, sul campo di una
Juve che avrebbe poi vinto il campionato, in un pomeriggio di acqua e fango
guidò il Milan a un clamoroso 7-1 con tre gol di rara prepotenza. Uno dei tre,
amava ricordare il barone Liedholm, il Pompierone lo segnò con Carletto
Parola vanamente aggrappato alle sue spalle per provare a trattenerlo. Tanto
che Parola, grande centromediano bianconero e per solito un signore, perse la
testa e dopo quel gol si fece espellere.
Ma alla grande forza fisica Nordahl univa qualità di acrobazia e di
opportunismo tipiche degli attaccanti di agilità. Così si spiegano le sue
carrettate di gol, a cominciare dai 43 nella Nazionale di Svezia in sole 33
partite, media da capogiro. Per continuare con i 210 in 257 nel Milan, e
ancora a fine carriera i 15 in 34 con la maglia della Roma. Terzo nella
classifica italiana di tutti i tempi alle spalle di Piola e Totti, ma con due soli
rigori su 225 centri complessivi. Per decenni detentore del primato assoluto di
gol in un campionato, 35, nella primavera del 2016 è stato soppiantato
dall’argentino Higuaín, che tra l’altro un po’ lo ricorda. I raffronti tra epoche
diverse sono sempre difficili, e non di rado anche antipatici. Ma con le povere
difese dei nostri giorni, altro che pallottoliere per contare i gol del
Pompierone.
Giovanni Ferrari
(1907-1982)

Tre delle migliori mezzali del calcio italiano sono nate ad Alessandria. E lì, in
maglia grigia, hanno dato il la alle rispettive carriere. Il primo è stato Adolfo
Baloncieri, centrocampista offensivo di grande stile e vocazione per il gol,
l’ultimo Gianni Rivera, classe mondiale ed eleganza allo stato puro. In mezzo
a loro, alessandrini ariosi rispettivamente di Castelceriolo e Valle San
Bartolomeo, un cittadino del quartiere Canarola che non rubava la scena come
gli altri due ma era la sostanza fatta persona. Giovanni Ferrari fu tatticamente
una mezzala di spola, secondo l’etichetta dell’epoca: Brera aggiunse, per
meglio rendere l’idea, che dove c’era lui l’equilibrio di squadra era assicurato.
Difatti. Arrivò alla Juve e piovvero i cinque scudetti consecutivi dei primi
anni ’30. Passò all’Inter a far coppia con Meazza e ne vinse altri due. Chiuse a
Bologna nel ’40-41 e centrò l’ottavo. Trovando il modo, nel frattempo, di
assicurare alla causa azzurra i due titoli mondiali del ’34 e del ’38, pedina
prediletta da Vittorio Pozzo per la sua totale affidabilità in campo e fuori.
Fu CT a sua volta, dal ’58 al ’62, ma l’esperienza si rivelò disastrosa. Erano
tempi da basso impero, con una dirigenza federale improbabile e maneggiona
che pretendeva di metter bocca, eccome, sia nelle scelte tecniche che nella
conduzione. Il suo torto fu accettare convivenze impossibili, illudendosi che il
carisma calcistico e la probità di galantuomo potessero a gioco lungo
spuntarla sull’arroganza dei pescecani. Ritrovò la pace dopo il fallimento
cileno nel ruolo di istruttore federale. La docenza di tecnica calcistica alla
scuola allenatori era la sua vera vocazione: tanto che a lui è intitolata l’aula
magna del Centro tecnico di Coverciano.
Morì nel dicembre ’82, pochi mesi dopo aver visto un terzo titolo mondiale
aggiungersi ai suoi due. Tra le ultime volontà quella di essere sepolto in
maglia azzurra.
Flórián Albert
(1941-2011)

Dopo la grande bouffe, dopo quella generazione di campioni che aveva fatto
dell’Ungheria anni ’50 una delle Nazionali più forti di tutti i tempi, c’è stato
un solo altro magiaro degno di loro. Si chiamava Flórián Albert, e se per i più
giovani tra gli appassionati del tempo il paragone era con Hidegkuti, i meno
giovani tornavano a un grande degli anni ’30, l’avvocato Sárosi, magnifico
interprete di centrocampo e finalista a Parigi ’38 contro l’Italia. Il primo e il
più convinto, tra parentesi, a congratularsi quel giorno con gli azzurri dopo
aver giocato, anche lui, una strepitosa partita.
Di Sárosi, Albert sapeva poco o nulla. Ma di quegli altri tutto, perché un
ragazzo del ’41 cresciuto a pane e pallone non poteva che sognare di
ricalcarne le orme. Se ci riuscì soltanto in parte è perché in quella covata
c’erano intorno a lui buoni giocatori, ma di sicuro non i campioni di prima. Fu
comunque co-capocannoniere al Mondiale cileno del ’62, sia pure con quattro
soli gol. E al successivo, in Inghilterra, gli bastò una partita per prenotare il
Pallone d’oro del ’67. È vero che nel palmarès di quel trofeo accanto a
campioni indiscussi figurano anche, per non far nomi, Belanov, Simonsen,
Sammer, Cannavaro. Ma chi ha visto giocare Albert sa che si sta parlando
d’altro.
Quella partita, dunque. Tre a uno al Brasile, detentore e favorito
nonostante l’assenza di Pelé, sul campo dell’Everton. Senza far gol: ma
cucinandoli tutti e tre a puntino per i compagni, pronti da servire in tavola.
Con un movimento verticale incessante sull’asse centrale del campo; la
capacità di cogliere in ogni situazione di gioco il momento di accelerare o
rallentare; la semplicità dell’assist al momento giusto.
Nato centrocampista con la vocazione del gol, sapeva all’occorrenza
trasformarsi in attaccante con la vocazione alla rifinitura. Soprattutto nel
finale di carriera. Ha indossato una maglia sola, quella del Ferencváros, non
accettando mai nemmeno di discutere l’ipotesi di cambiarla. E con quella, a
parte il ricco bottino in Nazionale, ha segnato in campionato qualcosa più di
250 gol. Ricorda qualcuno? Se sì, sappia il grande Francesco Totti che la
gratitudine non è di questo mondo, come gli è capitato di sperimentare. Ma lo
stadio del Ferencváros è intitolato a Flórián Albert. E tra cent’anni, da lassù,
potrebbe essere ’na soddisfazione.
Gastone Zanon
(1924-2016)

“Piacere, Gastone Zanon. Questa mano che le ho porto ha avuto l’onore di


stringere i coglioni di Guglielmo Gabetto.” E giù una gran risata di
quest’omino distinto ed elegante che sino a un attimo prima non conoscevi e
qualche ora dopo sembrava di quelli con cui hai diviso la naja.
È stato il primo capitano del Padova di Rocco anni ’50. Squadra di manzi,
armadi a due ante come Blason, Azzini, Scagnellato. E in mezzo capitan
Zanon, polmoni e geometrie ma certo non il fisico di quegli omacci. Per
questo, piccolino com’era, in area era costretto ad arrangiarsi. A uno come
Gabetto, quando partiva il corner, non bastava pestare il piede come usava
allora all’Appiani, e non solo: meglio cautelarsi con la presa a luci rosse. Le
battaglie con Lorenzi, la marcatura personalizzata su Schiaffino, la volta di
Sergio Campana, futuro presidente dell’AIC e allora giovane centravanti di
manovra del Vicenza. Il Paròn si era raccomandato di seguirlo ovunque e, in
caso di necessità, di farsi sentire. Ma quello sgusciava che era un piacere, e
insomma la prima volta che se lo trovò davvero a tiro lo scaraventò sulla
bandierina che si spezzò in due, di netto. Era un derby, scoppiò un parapiglia.
“Ciò capitan”, intervenne Rocco, “te go dito de tocarlo, no de coparlo.”
Storie da vecchio Appiani, che in qualsiasi altro paese al mondo sarebbe a
scelta o monumento nazionale o stadio rimodernato e tuttora in funzione.
Eccolo il magone che l’antico capitano si è portato nella tomba. Perché smessi
i panni del calciatore, Zanon era diventato impresario edile e la tribuna di
fronte l’aveva ristrutturata di persona. Per poi presentare un progetto, quando
si cominciò a pensare a un nuovo stadio, che avrebbe fatto dell’Appiani un
gioiello all’inglese. Se ne parlò a lungo. Poi la politica scelse di costruire
l’Euganeo, che costò tre volte tanto, spedì non poca gente in galera ed è tra gli
stadi più brutti del pianeta.
Piacere, Gastone Zanon. Così si era presentato, lasciando per una volta
perdere la faccenda di Gabetto, anche all’allenatore Frank Soo, predecessore
di Rocco. Spiegando in perfetto inglese che tra le abitudini della squadra di
cui era il capitano c’era il tè delle cinque, dopo l’allenamento. Quello
ovviamente si compiacque, e solo molto tempo dopo cominciò a chiedersi
come mai i giocatori soffiassero nelle tazze ma dalle teiere non uscisse mai
uno sbuffo di fumo. Perché era il Tocai che Blason coltivava nelle sue terre
isontine.
Isidro Lángara
(1912-1992)

I numeri impressionano, la storia anche di più. El vasco Lángara è stato sei


volte capocannoniere in tre campionati diversi, tre in Spagna, due in Messico,
una in Argentina. Ha segnato in carriera più di 900 gol, gli son bastate le
prime 82 partite per raggiungere quota 100 e, soprattutto, soltanto nel San
Lorenzo non è riuscito a rispettare la sbalorditiva media di oltre un gol a
partita. A Oviedo, in Messico, nella Nazionale spagnola, 12 partite e 17 gol,
l’ha sempre superata. Insomma, un fenomeno. Che al suo debutto argentino
nel San Lorenzo, prima di smetterla con i numeri, ne segnò quattro in 35
minuti contro una squadretta qualunque che si chiamava River Plate. Ma era il
maggio del ’39, il romanzo era già incominciato e tanto vale riprenderlo
dall’inizio.
Crebbe nel settore giovanile dell’Oviedo e ne divenne il centravanti titolare
a 18 anni. Sempre a Oviedo debuttò in Nazionale a 20, contro la Jugoslavia, e
disputò poi due partite al Mondiale italiano del ’34: una contro il Brasile, che
un suo gol contribuì a eliminare, l’altra contro l’Italia che finì 1-1 e fu ripetuta
l’indomani. Ma né Lángara né il grande Zamora giocarono il replay per
infortunio, e non c’è dubbio che la doppia assenza sommata all’arbitraggio
dello svizzero Mercet, radiato dopo quella partita, fecero il gioco degli
azzurri. Ci fu poi un’amichevole a Colonia, in cui due suoi gol determinarono
la vittoria della Spagna sulla Germania mandando all’aria la parata nazista
che era stata organizzata. Il fatto è che Lángara prima ancora che goleador era
repubblicano, come la gran parte dei baschi.
Così, in piena guerra civile nacque la Euskal Selekzioa. Una squadra fatta
per intero di baschi che si esibirono in giro per l’Europa, per esempio a Parigi,
Marsiglia, Praga, Copenaghen, alcune città russe, a diffondere un messaggio
di libertà e insieme a raccogliere fondi per le famiglie delle vittime. In quegli
anni qualcosa di molto simile fece il Barcellona in una lunga tournée d’esilio
attraverso le Americhe, dopo che il suo presidente e deputato catalano Josep
Sunyol era stato assassinato dai franchisti in un’imboscata alla Sierra de
Guadarrama. Anche i baschi, concluse le tappe europee, puntarono il
Messico, dando vita nel ’39 al Club España. Mentre Lángara ci arrivò quattro
anni più tardi, dopo una trionfale esperienza in Argentina, al San Lorenzo, in
coppia con un altro grande basco, il difensore Ángel Zubieta, ex Athletic
Bilbao. Non fece a tempo a diventare un idolo del futuro papa Francesco che
cominciò a frequentare lo stadio del Gasómetro solo dal ’46, la stagione d’oro
del San Lorenzo de Almagro: ma lo fu di suo padre, che, perso Lángara, si
consolò con Zubieta divenuto nel frattempo capitano.
Lui raggiunse i vecchi compagni baschi in Messico, continuando a segnare
vagonate di gol. Poi tornò a Oviedo, dopo la fine della guerra, per chiudere la
carriera di calciatore e cominciare quella di allenatore che lo riportò presto in
Sudamerica. In Cile, dove vinse un campionato, anche al San Lorenzo dove
invece fallì. Ma lo perdonarono volentieri, perché i tifosi azulgrana di laggiù
avevano buona e grata memoria.
Michele Andreolo
(1912-1981)

Si chiamava Michele. Fosse stato Nino, avrebbe ispirato lui a De Gregori il


verso più celebre della Leva calcistica della classe ’68. Quello che fa “Nino,
non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi
particolari che si giudica un giocatore”.
In effetti Michele Andreolo non sapeva cosa fosse la paura. Quando nasci
in un paesino a 200 e passa chilometri da Montevideo, sei figlio di immigrati
salernitani e quel poco che c’è in tavola lo dividi per nove tra fratelli e sorelle,
quando da ragazzino ti dicono che con la palla ci sai fare e un giorno chissà, e
tu salti sulla prima corriera per la capitale e vai a provarci senza un soldo né
un posto per dormire, vuoi che possa farti tremare un calcio di rigore? Invece
sì. A lui sì. Lo prendono al Nacional, fa una breve trafila, capisce e capiscono
che è nato per fare il centromediano metodista. Cambiano ruolo al titolare,
Faccio, che indispettito se ne andrà all’Inter, e lanciano lui. In mezzo a due
fenomeni brasiliani come Leônidas e Domingos, a due mostri sacri indigeni
come Nasazzi e Castro: a dirigerli, perché questo è il compito di un metodista
che si rispetti. E dopo un po’ il tifo uruguagio comincia a cantare che il loro
Andreolo è meglio dell’argentino, che sarebbe poi Luisito Monti, in quegli
anni alla Juve e nella Nazionale di Pozzo. Michele si diverte un mondo, altro
che paura. Segna anche fior di gol, perché ha un destro da fuori di grande
potenza e quando batte le punizioni, in barriera si raccomandano l’anima a
Dio. Però. Però quando a fine allenamento capita di provare un rigore
ciascuno, lui se la fila volentieri sotto la doccia.
Arriva a Bologna. È stato il compatriota Fedullo a segnalarlo al presidente
Dall’Ara. Il pubblico se ne innamora in tempi brevi e quando il 2 gennaio del
’36 arriva un rigore contro la Fiorentina il coro dello stadio non ammette
repliche: “An-dre-olo – An-dre-olo”. Di colpo Michele realizza fino in fondo
che una paura in realtà ce l’ha. Si guarda intorno smarrito, piazza la palla sul
dischetto, prende una rincorsa breve, va a sapere se per darsi un tono o per
paura di inciampare, e calcia fuori. Ma fuori fuori. Spiegando poi con molto
imbarazzo che un tiro da così vicino, chissà perché, lo mette a disagio.
Quel Bologna vinse il campionato e altri tre negli anni a venire. Lui prese
paro-paro il posto di Luisito Monti in Nazionale, ci giocò 26 partite, otto in
più del predecessore, e trionfò al Mondiale parigino del ’38. Senza mai
negarsi né il posto fisso al night di riferimento, né il vizio di far ballare la
carta al tavolo del poker. Si spinse, narrano, sino a una passeggiata sul
cornicione della sede sociale il giorno che il presidente provò a negargli un
aumento. Di tutto e di più. Meno che i rigori.
Giuseppe Virgili
(1935-2016)

Era soltanto un’amichevole, pur se di prestigio. Non certo una partita decisiva
di un Mondiale che si rivelò poi la finale anticipata. Ma come Paolo Rossi il 5
luglio ’82 anche Beppe Virgili, detto Pecos Bill, la bellezza di 26 anni prima
segnò tre gol al Brasile: con la differenza che allora un’autorete era
un’autorete, perché il marketing FIFA che privilegia gli attaccanti, e i loro
agenti, non era ancora entrato in azione. Così i primi due gol di quel
pomeriggio del 25 aprile ’56 a San Siro li segnò a pieno titolo Virgili. Il terzo,
al minuto settantasei, che ai giorni nostri gli avrebbe fruttato anche il pallone
della partita, fu invece deviato dal brasiliano De Sordi e rubricato alla voce
autorete. Era un Brasile che cominciava bene, Gilmar - Djalma Santos -
Nílton Santos e finiva male, senza tracce in attacco dei fenomeni che in
Svezia da lì a due anni avrebbero finalmente vinto un Mondiale. Ma era pur
sempre il Brasile, e a travolgerlo fu una Nazionale con sette giocatori della
Fiorentina che vinse quell’anno il primo scudetto della sua storia.
Di quella Viola griffata Bernardini, Virgili era l’ariete. Pecos Bill, perché
tirava forte, tirava sempre, da tutte le postazioni possibili senza negarsi le
impossibili. La tecnica era poca cosa, ma a quella pensavano Julinho, la più
grande ala destra vista sin lì alle nostre latitudini, e Montuori, argentino di
famiglia sorrentina, cresciuto in Cile, che dribblava di suola e puntava la porta
come pochi. Per tacere di una signora difesa protetta da un mediano elegante
come Segato e da un interno di spessore come Gratton. Uno scudetto e una
lunga serie di piazzamenti di grande prestigio. Virgili, friulano di Udine che
da lì era partito, due anni dopo lo scudetto se ne andò al Torino, poi al Bari e
chiuse in provincia appena compiuti i trent’anni. Per poi rientrare in tutta
fretta a Firenze a seguire da vicino gli investimenti nel mattone suggeritigli
dal suocero: in un posto qualunque, piazza Santa Croce. Ma fra i tre gol al
Brasile, ridotti a due, gli altri tre alla Juve in un derby che non bastò a evitare
la prima retrocessione del Torino, e la grande impresa di Bari mai avuto dubbi
su cosa raccontare ai nipoti. Perché con la maglia numero 9 del Bari prima
fece gol al Milan; poi, infortunatosi il portiere Magnanini, indossò la numero
1 e parò il possibile e l’impossibile.
James Spensley
(1867-1915)

Molto, se non tutto, era cominciato da questo giovane medico chirurgo


londinese, figlio di un pastore evangelico e per qualche tempo assistente del
celebre professor Down, proprio lui, lo scopritore della sindrome. Arrivato a
Genova nel 1896 come medico di bordo delle navi britanniche, Spensley non
tardò a iscriversi al Genoa Cricket and Athletic Club, attivandosi da subito per
colmare la lacuna del football tra gli sport praticati dai soci. Cominciò con
l’organizzare partite sul campo di Ponte Carrega tra il Genoa e gli equipaggi
delle navi inglesi, fu portiere e capitano della squadra, difensore centrale
quando serviva, a tempo perso anche arbitro. Fu insomma il pioniere tra i
pionieri dei tempi cosiddetti eroici in cui il calcio italiano mosse i primi passi.
Si può forse sorvolare su quegli avventurosi campionati di cui il Genoa di
capitan Spensley fece incetta. Non sullo spessore umano di questo gentiluomo
britannico che si innamorò della città e prese a curare, senza nulla pretendere
in cambio, le famiglie più povere del centro storico e della zona portuale. Per
tutti divenne U megu ingleise, il medico inglese con una gran barba rossa che
faceva il portiere e visitava gratis, senza negarsi nel tempo libero raffinate
conversazioni nei caffè più eleganti. Lasciato il calcio si diede allo scoutismo,
per insegnare ai ragazzi lo spirito di aggregazione e la vita all’aria aperta.
Allo scoppio della guerra partì volontario come medico dell’esercito
britannico, e morì nella fortezza di Magonza nel novembre del ’15. Preceduto
di pochi mesi da un’altra vecchia gloria genoana, vecchia si fa per dire, aveva
27 anni, caduto in battaglia il 23 agosto dello stesso anno. Si chiamava Luigi
Ferraris, a lui è tuttora intitolato lo stadio genovese del quartiere di Marassi.
Nella prima guerra mondiale furono molte centinaia, forse un migliaio le
vittime tra calciatori, allenatori, dirigenti e arbitri, compreso il capitano della
Nazionale, Virgilio Fossati. Oltre al pioniere da cui tutto era cominciato,
James Spensley.
Silvio Piola
(1913-1996)

Vercellese purosangue nato per caso in Lomellina, è il goleador italiano più


prolifico di sempre. Un ariete dotato in egual misura di potenza e acrobazia,
capace di segnare indifferentemente con il tiro da fuori, uno stacco imperioso,
la rovesciata. Ambidestro puro, fu tra i primi se non il primo a pressare i
difensori avversari, magari anche con i gomiti, per indurli all’errore. Antidivo
per eccellenza, alle serate al night in gran voga tra i colleghi del tempo
preferiva le albe a caccia in compagnia di Frem, il suo inseparabile setter. La
mattina che Pozzo lo cercò d’urgenza perché si era infortunato Meazza, lo
trovarono in campagna con la sua brava doppietta in spalla: esordì in maglia
azzurra tre giorni dopo al Prater di Vienna, e segnò i due gol della prima
vittoria italiana sul campo del Wunderteam.
Era stato lo zio Peppino Cavanna, fratello della madre e portiere della Pro
Vercelli, il primo a fiutare le qualità del nipote. Lo aveva un po’ guidato tra i
ragazzini del vivaio, poi era passato al Napoli. Se lo ritrovò di fronte l’8
febbraio del ’31, Pro Vercelli - Napoli. Finì 6-3, il poco più che diciassettenne
nipotino non solo gli rifilò tre gol, ma dopo aver segnato l’ultimo andò a
raccogliere il pallone in fondo alla rete dicendo allo zio, “Lascia fare a me che
tu sei stanco”. Ci furono non lievi strascichi in famiglia, che mamma Emilia
riuscì solo col tempo a sopire. Lui, Silvio, tirò diritto col suo naso aquilino
continuando a bruciare le tappe. Due anni più tardi, per festeggiare i 20
appena compiuti, sotto gli occhi di Vittorio Pozzo che aveva cominciato a
puntarlo segnò sei gol alla Fiorentina, in una partita finita 7-2. È tuttora
primato italiano, eguagliato nel ’61 da Sivori che i suoi sei però li segnò
maramaldeggiando sui ragazzini dell’Inter in una partita farsesca.
Della doppietta viennese al debutto in Nazionale si è detto, al Mondiale
francese del ’38 timbrò cinque gol in quattro partite, di cui due nella finale
parigina, l’anno dopo a Milano con l’Inghilterra segnò un gol di mano in
mischia: di cui si sarebbe scusato a fine partita se non fosse intervenuto un
dirigente in camicia nera a intimare che nessuna scusa era dovuta ai
rappresentanti della perfida Albione. Continuò a far gol in tempo di guerra,
per quel che si poteva, e nel dopoguerra. Quando nel ’47 passò
trentaquattrenne al Novara si pensò a un decoroso pre-pensionamento,
oltretutto a due passi da casa: giocò altri sette campionati, con la media di un
gol ogni due partite, l’ultimo in rovesciata al Milan nel febbraio del ’54. Tra i
ricordi di cui Bearzot andava più fiero, una partita a Novara da stopper
dell’Inter in cui riuscì a non far segnare il grande Silvio Piola.
Francesco Calì
(1882-1949)

Il primo capitano del calcio azzurro fu un siciliano di Riposto, provincia di


Catania, che giocava nell’Andrea Doria di cui tanti anni più tardi sarebbe
diventato presidente. Azzurro poi per modo di dire, perché quel 15 maggio
del 1910 l’Italia debuttò contro la Francia in divisa bianca. Mentre neri, e
quasi a manubrio erano i baffoni di Francesco Calì, detto Franz per via dei
suoi trascorsi svizzeri. Storia complessa, come quasi tutte quelle di allora. Il
padre Bruno era bottaio, perse in mare un carico prezioso e fu costretto a
chiudere l’azienda e a cercar fortuna all’estero. Franz tirò dunque i primi calci
a Zurigo, passò al Ginevra e da lì in Italia dove a vent’anni debuttò nel Genoa.
Non gli piacque la compagnia e con altri dissidenti genoani fondò l’Andrea
Doria, della quale sarebbe diventato negli anni una bandiera. Ma già nel
primo derby genovese della storia, vinto 3-1 dal Genoa sul suo campo di
Ponte Carrega, il gol d’apertura, dunque il primissimo di una saga che non
finirà mai, fu del terzino Calì. Seguirono anni di studi e di calcio, di altre
disfide stracittadine e di incroci sul campo con un torinese di quattro anni più
giovane, tal Vittorio Pozzo, sino al gran giorno dell’esordio da capitano nella
neonata Nazionale che batté la Francia 6-2. Onore che gli toccò per due
ragioni. La prima anagrafica, visto che a 28 anni era il più anziano; la seconda
diplomatica, perché in Svizzera aveva imparato le lingue ed era dunque in
grado di dialogare sia con gli avversari che con l’arbitro. Giocò anche il
secondo match, undici giorni più tardi a Budapest, finì 6-1 per gli ungheresi,
arbitrò l’austriaco Meisl che smesso il fischietto avrebbe creato il
Wunderteam, e capitan Franz chiuse così la prima parte di carriera.
La seconda iniziò da lì a poco, come membro della commissione tecnica
della Nazionale e come arbitro. Poi il calcio fu spazzato via dalla guerra, Calì
fu ferito in battaglia, riuscì a cavarsela e a inventarsi prima fotografo di
successo, poi stampatore di cartoline. Si concesse infine un’ultima incursione
nel mondo che tanto aveva amato accettando a fine ’44 la presidenza
dell’Andrea Doria. La mantenne per due stagioni, sino alla fusione del ’46
con la Sampierdarenese che diede vita alla Sampdoria. Nel 2010, per
festeggiare il centenario azzurro, la Coppa del Mondo vinta quattro anni
prima a Berlino è transitata anche per Riposto. In onore di capitan Calì.
Angelo Mammì
(1943-2000)

Luigi Marulla
(1963-2015)
I gemelli del gol alla calabrese. Tutti e due reggini, tutti e due centravanti,
tutti e due prima girovaghi del gol in tante piazze del Sud, da Locri a Nocera,
da Acireale a Castrovillari, e infine idoli di Catanzaro il primo e di Cosenza il
secondo. Mammì meno prolifico di Marulla ma autore di un gol in serie A che
a Catanzaro verrà ricordato nei secoli. Marulla più implacabile sottoporta, ma
con il cruccio di non aver mai raggiunto il palcoscenico più prestigioso,
nemmeno nelle tre stagioni trascorse al Genoa.
L’epopea di Mammì si consumò tra il 27 giugno del ’71 e il 30 gennaio del
’72. Nel pomeriggio d’estate segnò nello spareggio di Napoli contro il
favorito Bari il gol che valse al Catanzaro e alla Calabria tutta la prima,
storica promozione in serie A. In quello d’inverno, a pochi minuti dal termine
di una partita giocata su un fango persino sospetto, tant’è che si parlò di
campo allagato ad arte per ridurre il gap tecnico, si lanciò di testa in tuffo tra i
difensori-corazzieri della Juventus su un corner da destra del mancino Braca e
infilò il pallone dell’uno a zero.
Vent’anni più tardi anche Marulla firmò il gol decisivo in uno spareggio a
Pescara contro la Salernitana. Ma per restare in B, non per salire in A dove il
centravanti di Stilo, uno dei più bei borghi calabresi e non solo, avrebbe
meritato di provarci. Si consolò diventando l’idolo di Cosenza, dove giocò tre
stagioni in serie C e otto in B, con un bottino di quasi cento gol. Lo
chiamavano il Gerd Müller dei poveri, perché in area si muoveva a passettini
con l’agilità, non l’efficacia, del grande campione tedesco.
Quando morì per una banale bibita ghiacciata, persino più giovane di
Mammì, la tifoseria gli dedicò allo stadio San Vito, oggi Luigi Marulla, una
cerimonia commossa che gli ultras trasformarono in tribale. Un segno dei
tempi. Quaranta e passa anni fa, quando il senso della misura era ancora un
parametro di comportamento, l’esultanza di Mammì per il gol alla Juventus si
meritò aggettivi come eccessiva, forsennata, delirante. Oggi quello scatto
verso il centrocampo e la successiva virata sotto la curva sarebbero, anzi
sono, ampiamente entro la norma. Persino un po’ banali.
Artemio Franchi
(1922-1983)

Della serie il pudore è alle spalle, e la faccia pure, Sepp Blatter si è


recentemente preso un piacere: l’accusa ad Artemio Franchi di aver a suo
tempo manipolato i sorteggi delle Coppe europee. Così, senza un capo né una
coda, senza un riferimento appena più preciso, senza uno straccio di prova.
Per il solo gusto di riciclare qualche vago schizzo della valanga di fango che
lo ha travolto. O forse per una forma di gelosia postuma nei confronti di un
vero, grande dirigente calcistico la cui fama è rimasta immacolata. Ferma
restando la classe di chiamare in causa una persona scomparsa da più di
trent’anni.
Signori si nasce, avrebbe detto Totò. E a differenza di Blatter, Franchi lo
nacque per davvero. Fiorentino di famiglia senese, laureato nel ’48 in diritto
internazionale, capì abbastanza presto che a dispetto della passione il calcio
giocato non faceva per lui. Divenne arbitro, poi dirigente di Lega
interregionale, su su fino ai vertici del calcio italiano con l’elezione alla
Presidenza federale nel ’67. Si era all’indomani della Corea, e il suo primo
provvedimento fu la chiusura delle frontiere: già l’anno successivo arrivò per
la Nazionale il primo e unico titolo europeo. Restò in sella per dieci anni. Ma
nel frattempo, 15 marzo ’73, fu eletto alla presidenza dell’UEFA diventando
automaticamente anche vicepresidente della FIFA .
Si sta parlando del miglior dirigente calcistico italiano di tutti i tempi, con
un comodo giro di pista di vantaggio sul secondo, chiunque esso sia. Con una
passione vera, persino più profonda di quella per il mondo del pallone: il
Palio di Siena. Capitano della Contrada della Torre sin dal ’71, un pomeriggio
d’agosto dell’83 ha appuntamento in campagna con Bastiano, il fantino della
Torre, per gli ultimi accordi in vista del Palio dell’Assunta. C’è il diluvio
universale, la strada è zuppa d’acqua ma in dodici anni da Capitano la sua
contrada non ne ha ancora vinto uno. La Torre non vincerà nemmeno quello.
E lo dovrà correre con il lutto al braccio.
Come l’intero mondo del calcio. Perché senza quell’incidente d’auto il
successore di João Havelange alla presidenza della FIFA sarebbe stato Artemio
Franchi. Non Blatter, con rispetto parlando.
Kazimierz Deyna
(1947-1989)

Chi viaggia oltre la cinquantina non può averlo dimenticato. Fu suo il colpo di
grazia all’ultima Italia di Valcareggi al Mondiale tedesco del ’74, una lunga
quanto inattesa agonia azzurra cominciata andando sotto con Haiti e poi
rimontando a stento, pareggiando male con l’Argentina, infine illudendosi che
la Polonia già qualificata non stesse a dannarsi l’anima. E che colpo, quello di
Casimiro Deyna, quando mancava un minuto all’intervallo e ancora si poteva
sperare di riprenderli nel secondo tempo. Aveva segnato Szarmach sei minuti
prima, l’Italia era palesemente alle corde se non altro perché i polacchi
anziché camminare correvano. Deyna aprì a destra per Kasperczak e scattò a
dettargli il passaggio di ritorno: sul corto cross rasoterra appena fuori
dell’area di rigore, colpì al volo forte e tagliato di collo interno destro e
nemmeno il gran tuffo di Zoff poté porre rimedio.
Una signora mezzala, Casimiro Deyna, che oggi sarebbe all’asta tra le
grandi d’Europa e allora il regime polacco bloccò al Legia Varsavia, la
squadra dell’esercito, sino alla soglia dei trent’anni. Non a caso diede il
meglio di sé in Nazionale, dove i partner erano altri: medaglia d’oro olimpica
a Monaco ’72, d’argento a Montréal ’76 e in mezzo il terzo posto a quel
Mondiale ’74. Sempre da protagonista, sempre solcando il campo a testa alta
e trovando la porta per la bellezza di 41 volte in 97 partite. Tante, ma proprio
tante per un costruttore di gioco.
Quando finalmente ottenne il via libera era ormai in fase calante. Tre anni
al Manchester City, tra un infortunio e l’altro, poi i quattrini del soccer in
California per sistemare il futuro. Stava giusto progettando il ritorno in
Polonia per aprire una scuola calcio quando morì in un incidente stradale a
San Diego. Era il 1° settembre dell’89. Da lì a due giorni la stessa sorte
sarebbe toccata a Gaetano Scirea, in terra di Polonia.
Adolfo Baloncieri
(1897-1986)

Anche a quei tempi, ormai quasi un secolo fa, i campioni veri si annusavano
tra loro. Meazza, per esempio, che era molto selettivo e usava la lentezza
come pietra di paragone, “l’è brao ma lento”, non faceva fatica a riconoscere
in Adolfo Baloncieri un giocatore di grande classe e di statura internazionale,
il primo di scuola italiana a essersi imposto come tale.
Siamo negli anni ’20. Nato nell’Alessandrino e cresciuto in Argentina, a
Rosario, dove la famiglia era temporaneamente emigrata, Baloncieri rientrò
poco prima della Grande Guerra e, dopo averla combattuta, mise in mostra le
sue grandi qualità nell’Alessandria e da lì a poco in Nazionale. Giocò per sei
stagioni in maglia grigia prima di essere acquistato dal Torino per una somma,
70mila lire, che sconvolse i benpensanti e le tacite consuetudini di mercato in
voga all’epoca. Nei sette campionati in granata giocò quasi 200 partite e
segnò quasi 100 gol, rispettando la media che contrassegnò anche la sua
carriera azzurra: 47 presenze, di cui 28 da capitano, e 25 gol, sei dei quali alle
Olimpiadi di Amsterdam valsero all’Italia la medaglia di bronzo. Uno dei
primati di cui più andava fiero era il primo gol segnato al leggendario Zamora
da un attaccante della nostra Nazionale. Accadde nel maggio del ’27,
all’inaugurazione dello stadio allora Littoriale oggi Dall’Ara di Bologna:
pochi giorni prima il suo Torino aveva vinto uno scudetto poi revocato per un
illecito sportivo nel derby con la Juventus. Si rifece vincendo quello dell’anno
successivo, grazie in particolare al cosiddetto trio delle meraviglie,
Baloncieri-Libonatti-Rossetti. In cui Balon, come lo chiamavano i tifosi, era
al pari di Rossetti l’interno d’attacco mentre l’argentino Libonatti era il
centravanti di manovra e di sponda, ma anche di finalizzazione secondo i
dettami del metodo allora in voga.
Giocava con una retina nera in testa, e non era un vezzo quanto un
tentativo, non riuscito, di salvare i capelli in caduta libera. L’effetto visivo era
quello di sottolineare ancor più l’eleganza e lo stile del miglior regista
avanzato e goleador visto sin lì alle nostre latitudini. Fu poi per tanti anni un
buon allenatore che partì dal Torino e chiuse alla Sampdoria, dopo essere
passato per Milan, Napoli e Roma. Ma il meglio di sé l’aveva dato con la sua
classe naturale probabilmente affinata in Argentina. Un mezzo gradino al di
sotto di Peppino Meazza e Valentino Mazzola. Non di più.
Reinhard Lauck
(1946-1997)

Nel vittorioso Mondiale casalingo del ’74 la Germania Ovest perse una sola
partita, l’ultima del primo girone eliminatorio. Platonica, perché anche la
Nazionale avversaria era già qualificata: ma la sconfitta fece ugualmente un
bel po’ di rumore perché trattavasi del derby con la Germania dell’Est. Si
giocò ad Amburgo, il 22 giugno, dei sessantamila spettatori circa ottomila
arrivarono da oltre il Muro, con treni e visti speciali. Una strana partita decisa
a tredici minuti dalla fine da un gol in contropiede di Sparwasser, che ne ebbe
gloria imperitura ma non i premi, né lui né i compagni, promessi alla vigilia
dal regime. In spogliatoio scambiò la maglia con Breitner, che tanti anni più
tardi la mise all’asta per beneficenza e ne ricavò 35mila euro.
La figurina del derby fu dunque quella di Sparwasser. Ma l’uomo chiave
del centrocampo che a sorpresa sovrastò i dirimpettai dell’Ovest fu Reinhard
Lauck. Un fabbro nato in Lusazia, nella zona mineraria di frontiera verso la
Polonia, cresciuto nella Union di Berlino e passato cinque anni più tardi ai
cugini della Dynamo. Lo chiamavano Mäcki, cioè riccio, per via dei capelli,
vinse poi tre campionati consecutivi alla Dynamo dal ’79 all’81 e per questo
fu ancor meno amato dai vecchi tifosi della Union. Vinse soprattutto con la
DDR , contro ogni pronostico, la medaglia d’oro a Montréal alle Olimpiadi del
’76 e chiuse la carriera in Nazionale con 40 presenze complessive. Quel
giorno ad Amburgo, fedele alle consegne del tecnico, si incollò a Overath che
con il suo morbido piede sinistro era il regista offensivo, e non solo, dello
squadrone di Schön. Rivisitando la sconfitta, i tedeschi dell’Ovest a
cominciare da Netzer non ebbero difficoltà a riconoscere che la pedina chiave
del match era stato Lauck, per il gran numero di palloni sottratti a Overath e
subito rigiocati in velocità per i compagni.
Il Riccio chiuse col calcio a 35 anni, dopo un grave infortunio al
ginocchio. Provò ad allenare, riprese il suo vecchio lavoro, cominciò a
esagerare con l’alcool. Quando nel ’94, a Muro ampiamente sgretolato, venne
organizzato un remake di quella storica sfida vent’anni dopo, Lauck si
presentò completamente ubriaco. Lo trattarono con garbo, compagni e
avversari, perché molto lo avevano amato: qualcuno provò ad aiutarlo, ma
invano. Finì i suoi giorni su una panchina, nell’ottobre del ’97, con molto
alcool in corpo e qualche ferita sospetta sul viso. Le indagini durarono poco,
il tempo di un sopralluogo nel misero appartamento in cui viveva dalle parti
di Alexanderplatz. Dove tra stracci e bottiglie vuote trovarono la medaglia
d’oro di Montréal.
Albert Batteux
(1919-2003)

Con tutto il rispetto per la nobile Franciacorta, le bollicine le hanno inventate


qualche centinaio di chilometri più su. Idem per il calcio-champagne che
venne indegnamente attribuito al franciacortino Gigi Maifredi, forse per la sua
professione originaria di rappresentante di vini: quando invece a
sperimentarlo e poi a esibirlo ai livelli più alti era stato trent’anni prima un
francese nato e cresciuto a Reims. E dove sennò?
Si chiamava Albert Batteux. Una buona carriera da centrocampista
offensivo nello Stade de Reims, poi alla soglia della trentina un infortunio
grave che gli costò la carriera. Il tempo di domandarsi che cosa avrebbe
potuto fare da grande ed ecco la proposta del presidente: diventare lui
l’allenatore dei biancorossi. Dopo qualche difficoltà iniziale, il Reims di
Batteux aprì un ciclo straordinario. Cinque campionati, una Coppa di Francia,
una Coppa Latina. E due Coppe dei Campioni perse soltanto in finale con il
miglior Real della storia. Era tale la supremazia di risultati ma prima ancora
di gioco, che dal ’55 al ’62 la federazione gli assegnò anche la responsabilità
della Nazionale. Incarico che Batteux assolse vestendo di bleu la gran parte
dei suoi giocatori di club, a cominciare da Kopa, da Fontaine, da Piantoni. E
guidando la Francia per la prima volta sul podio di un Mondiale, con il terzo
posto a Svezia ’58.
Mica finita. Qualche anno più tardi, nel ’67, dopo le avventure in bianco,
rosso e blu decise che una spruzzata di verde non ci sarebbe stata male. Passò
al Saint-Étienne, les Verts, e vinse tre campionati consecutivi.
Quando, nei primi ’80, chiesero a Michel Hidalgo com’era nata l’idea di
quella sua Nazionale imperniata sui quattro moschettieri di centrocampo,
Fernández-Tigana-Giresse-Platini, rispose semplicemente che aver giocato
nel Reims del suo maestro Batteux gli aveva insegnato ad amare il gioco corto
e brillante. Mentre Raymond Kopa si spinse a rivelare la formula del calcio-
champagne: tecnica, rapidità, fantasia. Come a dire, pinot noir, chardonnay,
pinot meunier.
Ivano Blason
(1923-2002)

Dopo qualche saltuario esperimento qua e là, a Salerno, a Modena, a Udine


ancora prima della guerra, il primo libero a tempo pieno della storia del calcio
italiano fu Ivano Blason, nella Triestina di Rocco 1947-48. Libero di coprire
la difesa alle spalle, di randellare chi capitava a tiro, di rinviare il più possibile
lontano e, in fase cosiddetta di costruzione, di sparare traccianti verso l’area
avversaria: non certo di azzardarsi a superare la metà campo. Isontino di San
Lorenzo, coltivatore diretto della sua terra nel tempo libero, Blason era di
quelli cui non serviva tirare sull’erba la riga oltre la quale, sottinteso, non
avrebbe risposto dell’altrui incolumità: gli bastava uno dei suoi sorrisi da
sgherro per smorzare, se non spegnere, le velleità dei meno coraggiosi.
L’anno prima al Filadelfia aveva preso di petto l’arbitro Piselli: nel senso che
gli era proprio andato a sbattere contro in piena velocità e non certo per caso,
mentre lo sventurato correva guardando da un’altra parte. E ne aveva ricavato
due anni di squalifica, poi ridotti a sei mesi.
Quella Triestina, comunque, nel ’48 si piazzò seconda, alle spalle manco a
dirlo del Grande Torino. Blason fu convocato per il Mondiale brasiliano, dove
giocò anche l’unica partita vinta, poi finì all’Inter e conquistò due scudetti.
Negli anni milanesi combatté la nostalgia della campagna piantando alberi da
frutto nel giardinetto di casa a Porta Ticinese, e sempre dedicando i lunedì alla
cura del vigneto e dei suoi campi di confine, dove quattro passi più in là è già
Slovenia. Poi, passati i trenta, il richiamo del Nordest si fece più forte e
quando ormai pensava di smettere tornò a farsi vivo Rocco con il suo Padova.
Altri sei anni di battaglie, di righe per terra, di servizio militare alle
dipendenze del Paròn con la curiosità quotidiana di scoprire cosa si sarebbe
inventato per la libera uscita. Ai tempi di Trieste, la volta che aveva chiesto
un giorno di permesso per il battesimo del figlio, in piena cerimonia aveva
sentito strombazzare: era la corriera con tutta la Triestina.
A Padova, tra tante che ne combinarono sull’asse campo Appiani - trattoria
da Cavalca, resta insuperata quella della pace con il suo compagno Azzini. La
domenica avevano battuto il Genoa 6-3. Sul 5-0 Azzini, a sua volta un manzo
da girargli alla larga, stava protestando con l’arbitro per un rigore. Blason gli
disse di piantarla e quello prese a male parole non solo lui, che già era ad alto
rischio, ma pure la memoria della madre. Partì una testata sul naso che stese
Azzini per il conto totale. La mattina del mercoledì, dopo un giorno di riposo
supplementare per raffreddare gli animi, e il naso, entrando all’Appiani il
Paròn scorse con la coda dell’occhio una telecamera RAI , all’epoca un evento.
Spedì Berto, il massaggiatore, a comprare due orchidee. E convinse i due
manzi a scambiarsele a metà campo, con una stretta di mano.
Joe Gaetjens
(1924-1964)

La sera che nelle redazioni londinesi arrivò quel dispaccio d’agenzia da Belo
Horizonte, la prima reazione non fu quella del trambusto che sempre
accompagna le notizie da prima pagina. Fu di totale incredulità, perché vi si
leggeva che al Mondiale brasiliano il risultato finale di Stati Uniti - Inghilterra
era stato di 1-0. Non poteva che trattarsi di un equivoco, qualcuno credette
anche di averlo individuato in un errore di battitura: mancava un 1 dopo il
trattino, dunque i vecchi maestri britannici avevano battuto 10-1 gli yankees,
completamente a digiuno di football, com’era nell’ordine naturale delle cose.
D’altra parte era quella la quarta edizione dei campionati del mondo. Non
avendo partecipato alle prime tre per manifesta superiorità, evidentemente
l’Inghilterra aveva deciso di rimettere in chiaro da subito le gerarchie.
Alla faccia dell’errore di battitura, delle gerarchie, di Stanley Matthews e
dei suoi acclamati compagni, avevano vinto 1-0 gli Stati Uniti. E se poi quel
Mondiale passò alla storia per la sconfitta del superfavorito Brasile, in realtà il
mondo del pallone era andato sottosopra già diciassette giorni prima: perché
altro è perdere dall’Uruguay di Schiaffino e di Varela, altro dagli Stati Uniti di
Gaetjens.
Chi era costui? Un haitiano naturalizzato statunitense, o forse nemmeno,
perché il regolamento di allora era lasco assai. Un rampollo di famiglia
altoborghese, madre haitiana e padre discendente di nobili prussiani, che
iscritto alla Columbia University aveva scoperto il calcio e militato, non si sa
né come né quanto, nella Soccer League.
Di lui e della sua breve vita due cose soltanto si conoscono di preciso. La
prima è che quel 29 giugno del ’50 si trovò per caso sulla traiettoria di un tiro
sballato, si tuffò per metterci la testa e segnò un gol che un istante dopo era
già storia. La seconda, che una volta tornato ad Haiti ci mise troppo a capire
quanto l’aria fosse cambiata con l’ascesa al potere di Duvalier: e anziché
levare le tende come fece il resto della famiglia, si illuse che lo scudo della
celebrità fosse un riparo sufficiente. Peccato la pensassero diversamente i
famigerati squadroni della morte.
Stefano Nyers
(1924-2005)

Gli interisti dei primi anni ’50 erano a larga maggioranza innamorati del
Nacka Skoglund. E ne avevano ben donde, perché pur avendo un debole per
l’alcool, con i suoi dribbling e le sue serpentine il mancino biondo faceva
davvero impazzire il mondo. Si sposò molto giovane con Nuccia, miss
Calabria, che riuscì per un po’ a mettergli le briglie e a restituirlo alla platea di
San Siro in tutta la sua grandezza. Ma passati i primi tempi, lo svedese che era
nato nello stesso quartiere di Greta Garbo, Nacka per l’appunto, ricominciò
peggio di prima ad attaccarsi alla bottiglia. E quando il presidente Masseroni,
non sapendo più a che santo votarsi, provò a convocare il babbo da Stoccolma
finì che li trovarono ubriachi tutti e due. Padre e figlio.
Così, nelle quattro stagioni in cui convissero in nerazzurro a pesare di più
fu Stefano Nyers, matto a sua volta come un cavallo ma i cui eccessi erano
meno incompatibili con la professione, a quei tempi almeno. Nyers era un
ungherese nato in Lorena, perché il padre era emigrato trovando lavoro in
miniera, e cresciuto a Budapest in anni in cui la fioritura di talenti era
sbalorditiva. Tornò in Francia allo Stade Français dove fu allenato da Helenio
Herrera e nel ’48 sbarcò a Milano dove in 182 partite di campionato segnò la
bellezza di 133 gol. Aveva il vezzo delle cavigliere bianche sopra i calzettoni,
la specialità della rimessa laterale, che effettuava lunga e tesa come un calcio
d’angolo: ma soprattutto una grande progressione, e la capacità di calciare
forte e preciso anche con il sinistro pur essendo un destro naturale.
Una volta che bussò a quattrini più forte del solito, perché i debiti di gioco
erano arrivati a un totale da montepremi, il presidente Masseroni lo escluse
dalla rosa. A fargli cambiare idea furono i tifosi nella settimana che precedeva
il derby: vinse 3-0 l’Inter, tre gol di Nyers. Pare che a spennarlo al tavolo da
poker fossero innanzitutto i compagni di squadra, capitanati da Blason. Non
pare invece, perché è assodato, che il suo tenore di vita fosse leggermente
sopra le righe, con auto americane a rotazione, tavoli sempre prenotati nei
migliori locali, e un traffico di fidanzate tale da costringerlo a smistamenti
continui al resto della squadra. Finì i suoi anni inevitabilmente in miseria, ma
se non altro a un’età più che rispettabile: distrutto dall’alcool, il suo amico
Nacka se n’era andato trent’anni prima.
Alf Ramsey
(1920-1999)

Fu tutt’altro che banale Alf Ramsey il giorno in cui finalmente gli toccò il
discorso della Corona. Al punto che ne fece due, uno alla squadra e uno alla
stampa, entrambi nel segno della sintesi.
Era il 1963, e dopo sedici anni di regno di Walter Winterbottom non
esattamente memorabili, toccava a lui l’onore di succedergli alla guida della
Nazionale d’Inghilterra. Conoscendo da vicino il predecessore, per aver
indossato in 32 occasioni la maglia bianca con lo stemma dei tre leoni, e
avendo patito in più di un’occasione il distacco ambientale tra la squadra e
quel vecchio ufficiale della Royal Air Force che non era quel che si dice
uomo da spogliatoio, Ramsey fece le sue prime convocazioni e una volta che
li ebbe tutti di fronte pronunciò due sole parole: “Chiamatemi Alf”. Qualcuna
di più la disse ai giornalisti, quattordici per l’esattezza: “Non ho niente da
dirvi se non che nel ’66 saremo campioni del mondo”. Dopodiché girò sui
tacchi, inaugurando un ciclo che sarebbe durato undici anni di rapporti non
proprio cordiali con la stampa, specializzata e non.
Indubbiamente fu di parola. Guidata da Ramsey, l’Inghilterra da lì a tre
anni vinse il suo bravo Mondiale casalingo, nella doppia accezione: perché lo
giocò in casa, e perché incassò il trattamento di favore che a quei tempi era
prassi comune nei confronti della nazione ospitante, fosse anche il Cile
semifinalista di quattro anni prima. Figurarsi l’Inghilterra. Il vecchio
difensore del Southampton e del Tottenham passò dunque alla storia come il
primo, e ultimo, commissario tecnico capace di guidare gli inventori del
football alla vittoria in un Mondiale. Ma trovò il modo di passarci anche per
un’altra ragione.
Quarti di finale, 23 luglio a Wembley, di fronte l’Argentina. Primo tempo
nervoso, sudamericani chiusi e votati a un ostruzionismo fastidioso ma non
scorretto. A dieci minuti dall’intervallo fallo su Bobby Charlton del capitano
Rattín. Che inizia a protestare e a chiedere spiegazioni all’arbitro. Il tedesco
Kreitlein, piccolino e quasi del tutto calvo, rifiuta il dialogo e già che c’è
espelle l’argentino. A quel punto succede di tutto. Rattín non vuole uscire,
quando sembra si sia deciso si ferma sul tappeto rosso che porta al palco reale
e continua la manfrina: in spogliatoio lo accompagna la polizia dopo dieci,
interminabili minuti. Nella ripresa la partita si inasprisce, ma entro certi limiti,
segna Hurst in sospetto fuorigioco e in semifinale, come da copione, ci vanno
gli inglesi. A riprova che la partita non è stata particolarmente feroce, alla fine
i giocatori iniziano a scambiarsi le maglie. Ed è in quel momento che Ramsey,
arrabbiatissimo coi suoi giocatori, pronuncia la sua terza frase celebre. Sette
parole. “Non scambiate le maglie con quegli animali.” Che bello se vent’anni
dopo quel gol di mano Maradona l’avesse segnato all’Inghilterra di Ramsey,
anziché di un gran signore come Bobby Robson.
Fulvio Bernardini
(1905-1984)

Un grande giocatore, un grande tecnico, una vita da primo della classe. Aveva
poco più di vent’anni quando convinse il suo allenatore, Árpád Weisz, mica
uno qualunque, che tra i ragazzi dell’Inter che si fermava a guardare una volta
finito l’allenamento ce n’era uno fuori categoria e già pronto per la prima
squadra. Si chiamava Giuseppe Meazza, e fu con qualche imbarazzo che
Weisz, da lì a poco, lo fece debuttare da centravanti, al posto proprio di
Bernardini. Ma Fulvio, per gli amici Fuffo, aveva già visto il film: sarebbe
arretrato a centromediano metodista per diventare in quel ruolo il perno anche
della Nazionale. Così ovviamente andò. Sino al giorno in cui, dopo 26 partite
in azzurro, non lo prese da parte Vittorio Pozzo per un benservito tra i più
surreali della storia del calcio: “Lei gioca in modo superiore, direi perfetto:
ciò porta i suoi compagni a trovarsi in soggezione”.
Un altro avrebbe dato i numeri. Lui non fece una piega perché nel
frattempo era tornato nella sua Roma. Sua sino a un certo punto, perché era
nato nella Lazio, prima portiere e poi centravanti, e adesso invece era il pezzo
pregiato e l’idolo della Roma di Testaccio. Ma in fondo a Milano c’era andato
per studiare, e ovviamente laurearsi, in Economia e commercio alla Bocconi.
In più aveva trovato fama e quattrini, non quella qualità di vita cui un romano
de’ Roma non sa rinunciare. Alto, gran fisico, appassionato tennista e
innamorato del sole e del mare: la Nazionale, per cui era troppo bravo, era
pregata di ripassare. Come sarebbe effettivamente accaduto, una quarantina
d’anni più tardi.
Successe nel ’74, dopo il disastro azzurro al Mondiale di Germania. Il
dottor Pedata nel frattempo aveva vinto due scudetti, uno più prestigioso
dell’altro. Alla Fiorentina nel ’56 e al Bologna nel ’64, con due squadre molto
diverse tra loro ma accomunate dal piacere dello spettacolo. Bernardini era un
esteta del calcio e vestiva volentieri i panni del leader del gioco offensivo, in
ispregio al catenaccio imperante in quegli anni. Poi le sue squadre di gol ne
prendevano pochi, e quand’era necessario ci scappava anche il terzino
schierato all’ala: come Capra in marcatura su Corso all’Olimpico, nel
vittorioso spareggio-scudetto del ’64. Ma se poi si apriva l’ampio dibattito su
scelte tattiche e dintorni, non era certo la dialettica a fargli difetto: colta e
raffinata, con qualche sana spruzzata del romanesco di borgata. La esibì, per
l’appunto, anche quando la federazione lo chiamò alla successione di
Valcareggi, coniando lo slogan dei piedi buoni come primo requisito per far
parte del Club Italia. Ma fu un’ultima avventura di breve durata, il cui merito
principale fu di spianare la strada a Enzo Bearzot.
Fritz Walter
(1920-2002)

Nella galleria dei grandi di Germania è considerato il capitano dei capitani,


più su persino di Beckenbauer. E se anche certamente pesano, in questa
collocazione gerarchica, la suggestione e la gratitudine per il primo titolo
mondiale della storia tedesca, sui quarti di nobiltà calcistica di Fritz Walter
dubbi non ce ne sono. Un playmaker votato all’organizzazione del gioco, e
per questo riconosciuto come suo luogotenente, diciamo come allenatore in
campo, dal commissario tecnico Herberger. Ma in più una straordinaria
vocazione per il gol, testimoniata dai 33 in 61 partite in Nazionale, e a
maggior ragione dai 327 messi a segno con la maglia rossa del Kaiserslautern,
l’unica indossata in carriera dall’alba al tramonto.
Carriera spezzata dalla guerra, e ripresa per miracolo dopo disavventure
belliche di ogni genere. Pilota di caccia sul fronte orientale, catturato e a
lungo prigioniero in Ungheria, si salvò per miracolo dalla deportazione
proprio grazie alle sue attitudini calcistiche, notate in qualche rada partitella
nel campo di prigionia dell’Armata Rossa. Tornato a Kaiserslautern, riprese a
guidare prima la squadra di club poi la Nazionale di cui nel ’51 divenne
capitano. Esclusa dal Mondiale brasiliano del ’50 perché le ferite di guerra
erano ancora troppo recenti, la Germania puntò forte sull’edizione successiva
perché vincerla avrebbe significato propiziare il ritorno all’onor del mondo.
Ci riuscì ad ogni costo, è il caso di dirlo, nella finale di Berna del ’54
anticipando di alcuni decenni la famosa teoria di Gary Lineker, secondo cui il
calcio è quello sport in cui alla fine vincono i tedeschi.
A farne le spese fu la Grande Ungheria, come vent’anni più tardi, sempre
per mano germanica, sarebbe toccato alla grande Olanda. E il modo ancor ne
offende. Primo perché il campo pesante, al limite della praticabilità, penalizzò
la tecnica degli ungheresi ed esaltò la grande condizione fisica dei tedeschi.
Secondo perché quella superiorità atletica venne lì per lì interpretata in chiave
di inferiorità dell’Ungheria, stremata dalla stupenda battaglia ai supplementari
nella semifinale con l’Uruguay. Ma quando, da lì a qualche tempo, mezza
squadra tedesca, capitano compreso, finì in ospedale con sintomi di itterizia,
si cominciò inevitabilmente a pensar male. La Germania aveva preparato una
spedizione perfetta, basti pensare ai tacchetti speciali dell’Adidas che
consentirono ai giocatori di non scivolare sul terreno zuppo d’acqua. Ma da lì
agli additivi chimici, testati, si disse, per annullare i sintomi della fatica, il
passo era lungo.
Il verdetto del campo rimase. I dubbi fierissimi pure.
José Germano
(1942-1997)

Estate 1962, il Milan celebra lo scudetto con una tournée in Brasile e Rocco
ha facoltà, entro certi limiti, di pescare uno straniero da Coppa dei Campioni.
Nemmeno avvicinabile Pelé, fuori portata Garrincha, in una delle amichevoli
in programma si imbatte in José Germano, un nero minuscolo e imprendibile
che ha pure il vizio del gol. Ne parla coi giocatori che lo hanno appena
affrontato e i due brasiliani in particolare, Dino Sani e Altafini, si dicono
entusiasti. La squadra rimpatria, il Paròn no perché ha incrociato un vecchio
amico triestino importatore di caffè, morale, torna a vedere una partita del
Flamengo e quello ripete in meglio tutti i numeri della volta prima. L’Inter ha
appena preso Jair, vuoi vedere che il brasiliano scelto dal Mago è un pacco, “e
quel vero lo go ciolto mi?”.
No, caro Paròn. Ne ha sbagliati pochi in carriera, ma questo era pure
peggio di Pato. Germano debuttò segnando due gol al Venezia, che furono i
primi e ultimi in maglia rossonera. Poi già al mercato di novembre fu dirottato
al Genoa per manifesta inferiorità, e quando rientrò l’anno dopo si fracassò la
mandibola e non solo in un grave incidente stradale. Un giorno in un
maneggio nei dintorni di Milanello incontrò una ragazza che di nome faceva
Giovanna, di cognome Agusta, e di titolo nobiliare contessa, o contessina per
via che era minorenne. Fu amore a prima vista che tracimò su rotocalchi rosa
e non, con il carico da undici della morale del tempo appesantita dal
pregiudizio nei confronti delle persone di colore.
La santa alleanza tra la famiglia Agusta e la dirigenza del Milan propiziò il
rimpatrio di Germano, al Palmeiras. Ma lui l’anno dopo trovò un ingaggio
allo Standard Liegi e fu subito raggiunto dall’amata scopo matrimonio. La
famiglia diede un’altra volta i numeri. Per poi arrendersi alle nozze nel giugno
del ’67, in terra belga, di fronte all’evidenza dell’arrivo ormai imminente
della piccola Lulù.
Si separarono dopo tre anni. Fu tale il sollievo del conte Agusta che
Germano ne ebbe in dote, sì, insomma, una fattoria in Brasile. Dove si fece
una nuova famiglia e morì giovane, senza aver mai più tirato un calcio a un
pallone.
Carlo Ceresoli
(1910-1995)

Con tutto il rispetto per Giampiero Combi e per Aldo Olivieri, campioni del
mondo nel ’34 e nel ’38, se tutto fosse andato come doveva e come aveva ben
chiaro in mente il commissario tecnico Vittorio Pozzo, in porta avrebbe
giocato un altro. Il bergamasco Carlo Ceresoli. Che ebbe la rara sventura di
rompersi in entrambe le occasioni, giusto alla vigilia del torneo: ma trovò il
modo di entrare ugualmente nella storia del calcio italiano, dal portone
principale, grazie a una sola partita: l’esordio azzurro assoluto in terra
londinese. In cui, sempre a proposito di paradossi, subì la bellezza di tre gol
nei primi 12 minuti.
Stadio di Highbury, 14 novembre 1934. Cinque mesi prima l’Italia ha vinto
a Roma la sua prima Coppa Rimet, dunque i maestri d’Inghilterra si degnano
finalmente di sfidarla: pur ospitandola sul campo dell’Arsenal, perché il
tempio di Wembley sarebbe troppo onore. Qualcosa sanno degli azzurri. Per
esempio che Luisito Monti è un pericolo pubblico, e tanto vale sistemarlo
prima che sia lui a provvedere: frattura di un dito del piede destro alla prima
entrata. Sanno anche che su quell’erba zuppa di pioggia la difesa italiana farà
fatica a contenere il loro gioco veloce e rasoterra: partenza sparata e al minuto
numero 12 il gol di Drake per il 3-0.
Che c’entra Ceresoli? C’entra perché sui tre gol non c’entrava niente. Già
al primo minuto aveva parato un rigore a Brook. E da lì in poi bloccò,
respinse, intercettò tutta una serie di palloni che avrebbero sepolto i
neocampioni del mondo in dieci contro undici per il resto dei loro giorni. Poi,
quando nel secondo tempo, dopo l’ininterrotto forcing del primo, ai bianchi
leoni d’Inghilterra si accese la spia della riserva, due gol di Meazza e le
ulteriori, grandi parate di Ceresoli fecero degli azzurri, ben al di là della
sconfitta, i veri leoni di Highbury. Come scrissero estasiati, in ossequio alla
retorica del tempo e del regime, gli inviati al seguito. E come raccontò in
diretta da bordo campo Nicolò Carosio, fradicio d’acqua e tormentato dalla
nebbia che andava e veniva: da quel giorno, a sua volta, leone ad honorem.
João Morais
(1935-2010)

Di gioco duro, di picchiatori seriali, di violenze sistematiche è piena la storia


del calcio. Anche attuale, ma in misura nettamente inferiore a un tempo. La
svolta, pur se progressiva, è coincisa con l’avvento della televisione e la
conseguente possibilità di documentare le efferatezze, che è di tutt’altra
efficacia rispetto al raccontarle. A maggior ragione quando sono partite di
Coppa del Mondo, trasmesse in ogni angolo del pianeta.
Un punto di non ritorno fu, con tutta probabilità, il Mondiale inglese del
’66. E in particolare la brutalità con cui venne trattato, in due diverse partite,
il fuoriclasse più atteso. All’esordio con la Bulgaria, il 12 luglio a Liverpool,
Pelé segnò un gol dopo un quarto d’ora. Poi il bulgaro Dobromir Žečev prese
a picchiarlo a man salva in ogni zona del campo, senza che l’arbitro tedesco,
Tschenscher, palesasse la benché minima intenzione di tutelare né lui né
tantomeno il regolamento. Quando Garrincha segnò il gol del 2-0 a mezzora
dalla fine, Pelé era zoppo da tempo e in forse per il resto del torneo. Un
quotidiano sportivo di Rio titolò a tutta pagina che il Brasile aveva vinto a
caro prezzo la prima battaglia della terza guerra mondiale.
Pelé saltò la seconda partita, che il Brasile perse seccamente dall’Ungheria
trascinata da Albert. El gordo Feola, CT di lontane origini italiane, che aveva
firmato il primo titolo brasiliano del ’58, si vide così costretto a rischiarlo
nella terza, contro l’emergente Portogallo di Eusébio. E qui entra in scena il
nostro eroe, João Morais, difensore di destra dello Sporting Lisbona, destinato
dal commissario tecnico Otto Glória a guardia del fenomeno. Detto che Pelé
si reggeva in piedi a fatica, e sarebbe forse bastato marcarlo in punta di
bulloni anziché facendogli la punta, ai bulloni, il portoghese, nel dubbio, lo
stese brutalmente la prima volta che l’ebbe a tiro, mirando dritto al punto in
cui l’esimio collega Žečev aveva cominciato il lavoro. Sotto due a zero,
perché il Portogallo era una grande squadra ed Eusébio il suo profeta, Pelé
tentò un’ultima, grande giocata intorno alla mezzora: e Morais lo liquidò per
il conto totale con una doppia entrata, visto che quel pazzo di brasiliano era
sopravvissuto alla prima. Nemmeno quest’altro arbitro, un britannico, George
McCabe, fece una piega. Intervenne il massaggiatore, lui sì, a tutta velocità.
Pelé uscì, poi rientrò con una gamba bendata alla maniera di una mummia e
zoppicò tristemente per il resto della partita.
Il bello, o meglio il brutto, è che Morais era un buon difensore, non un
picchiatore di professione. Gli piaceva giocar palla, uscire, anche fare gol
visto che ne segnò a decine nello Sporting: compreso uno direttamente da
calcio d’angolo in finale di Coppa delle Coppe, segno che il piede destro era
più che educato. Ma quel giorno la missione era diversa. E chi avrebbe dovuto
impedirgliela, il signor arbitro, se ne lavò le mani.
Era il 19 luglio ’66, un martedì. Noi italiani ci facemmo caso sino a un
certo punto, perché contemporaneamente a Middlesbrough gli azzurri si erano
fatti eliminare dalla Corea. Che qualcosa di strano fosse accaduto anche a
Liverpool lo scoprimmo il giorno dopo, leggendo le poche ma sentite parole
di Pelé: “Non so se giocherò più la Coppa del Mondo. Non vorrei finire la
mia vita da invalido”.
Herbert Chapman
(1878-1934)

La prima rivoluzione copernicana della storia del football è vecchia ormai


quasi di un secolo. A compierla fu l’International Board, la congrega di
parrucconi sopravvissuta a se stessa anche nell’era di internet, a trarne per
primo le conseguenze Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal. In poche
parole, perché chi ama le emozioni del calcio avverte, leggendo di moduli, i
sintomi inequivocabili dell’orticaria, se fino al giorno prima servivano tre
difensori oltre l’ultimo attaccante perché il gol non fosse passibile di
fuorigioco, da allora in poi ne bastarono due. Lo spirito della norma era con
tutta evidenza quello di fare in modo che si segnassero più gol. La deduzione
di Chapman fu che occorreva trovare un sistema per non prenderne troppi.
Un sistema? Il Sistema. Così fu chiamato, e così si diffuse nel mondo il
modo di giocare adottato dall’Arsenal. Chapman era ingegnere: minerario,
perché suo padre aveva passato la vita a estrarre carbone, ma pur sempre
ingegnere. Così, dopo aver preso sette gol dal Newcastle in una delle prime
partite successive alla svolta, si mise a studiare una formula che andasse oltre
il Metodo, sino a lì più o meno universalmente diffuso. E varò uno
schieramento 3-2-2-3, che una volta rappresentato graficamente fu battezzato
WM, in grado di garantire più copertura in fase difensiva senza troppo
pregiudicare quella offensiva. Se parliamo di pedine, in realtà ne mosse una
sola arretrando un centrocampista a difensore centrale sul centravanti
avversario. Se parliamo di modo di stare in campo, il Sistema inventato da
Chapman segnò l’inizio dell’evoluzione del calcio dal palla lunga e pedalare
al governo del gioco privilegiando il possesso del pallone.
Per dare un’idea della duttilità e della prontezza di riflessi di Chapman, è il
caso di ricordare che alla guida dell’Huddersfield aveva vinto due campionati
e una Coppa d’Inghilterra giocando alla vecchia maniera. E altri due più una
Coppa d’Inghilterra, dopo il cambio di rotta, li mise in bacheca all’Arsenal,
che sino a lì non aveva mai vinto nulla, come del resto le altre squadre
londinesi. Ne vinse anche un terzo consecutivo, l’Arsenal, nella stagione
1933-34: ma l’ingegnere nel frattempo se l’era portato via una polmonite,
prima della stagion dei fiori.
Luis Aragonés
(1938-2014)

In campo lo chiamavano Zapatones, perché portava il 44. In panchina El


Sabio de Hortaleza dal nome del quartiere madrileno dov’era nato, per
sottolinearne la semplicità e la saggezza dei comportamenti. Tanto vale allora
levarsi subito il dente di quel Francia-Spagna in cui ne pestò una grossa per
davvero, urlando a Reyes che aveva visto un po’ in soggezione: “Di’ a quel
negro che sei meglio di lui”. Il nero era Henry. Secondo la versione che gli
costò poi una salatissima multa, Aragonés si spinse a specificare anche di che
impasto era fatto: secondo la sua si fermò a “negro”; poi, che diamine, stava
solo motivando un suo giocatore. Brutta storia, a maggior ragione per un
Sabio.
Cinque secondi di follia in una carriera onorata sul campo e coronata in
panchina dalla vittoria all’Europeo 2008. Quando la Spagna cominciò a
esibire quel tiki-taka che, perfezionato al Barça da Guardiola ed ereditato in
Nazionale da Del Bosque, fruttò anche il Mondiale del 2010 in Sudafrica e il
secondo Europeo consecutivo. Un ciclo che Aragonés aveva cominciato dalla
scelta più impopolare e più criticata di quegli anni: l’esclusione di un totem
come Raúl.
In fatto di attaccanti aveva evidentemente i suoi gusti, il vecchio Luis, che
divenne CT alla discreta età di 66 anni. Lo era stato di mestiere in gioventù,
segnando un sacco di gol in tutte le squadre che aveva girato a cominciare
dall’Atlético Madrid, 123 in Liga e 27 nelle Coppe europee: con due triplette
amare assai per le italiane, nel ’65 alla Juve in Coppa delle Fiere, nel ’70 al
Cagliari in Coppa dei Campioni. Ma il suo eurogol più celebre, con la maglia
dei colchoneros, fu anche la beffa più cocente dell’intera carriera. Lo segnò su
punizione al minuto 114 della finale ’74 di Coppa dei Campioni, contro il
Bayern di Beckenbauer e di Müller, di Sepp Maier e di Breitner. Ma
all’ultimo istante i tedeschi pareggiarono con un tiraccio di un terzinaccio che
valse la ripetizione della sfida, e quello era un Bayern che due volte di fila
non sbagliava. Tant’è vero che vinse 4-0. Non campò abbastanza El Sabio,
questione di pochi mesi, per toccare con mano che il destino si ripete, anche a
distanza di quarant’anni spaccati, in tutta la sua crudeltà: nella prima finale
stracittadina di Coppa dei Campioni, il suo Atlético fu raggiunto dal Real di
Ancelotti negli ultimi secondi del recupero, e poi regolarmente travolto ai
supplementari.
In una carriera lunga più di mezzo secolo, Aragonés ha vinto tre
campionati e due Coppe di Spagna da Zapatones. E da Sabio un campionato,
quattro Coppe di Spagna, un’Intercontinentale e l’Europeo del 2008. Eppure
non c’era verso, ogni volta che rievocava le sue imprese, quella Coppa del ’74
non gli andava né su né giù.
Juan Alberto Schiaffino
(1925-2002)

El Pepe Schiaffino sbarcò in Italia nell’estate del ’54, alla soglia ormai dei
trent’anni. La trattativa con il Milan avvenne in Svizzera durante il Mondiale,
e fu particolarmente complessa perché Juan Alberto già aveva il suo carattere:
se poi di mezzo c’era il quattrino, il capello era abituato a spaccarlo in otto.
Attento e parsimonioso, secondo i suoi agiografi. Avaro con la maiuscola, e
basterebbe l’aneddoto narrato da Liedholm per misurare quanto. A spasso per
Genova loro due e Nordahl, in una vigilia dei primi tempi, Schiaffino propose
un caffè. Gli svedesi accettarono l’invito, che venne però prontamente
annullato quando l’uruguagio accertò che non sarebbe stata la società a
pagare. Tre caffè. È vero che Liddas non lo amava, e quei sei anni di
convivenza in rossonero non furono facili, sia per rivalità tattiche che per
incompatibilità di carattere. Ma le barbonate del Pepe divennero proverbiali.
Era un tipo educato, ma con le sue brave pretese. E che la madre avesse visto
giusto a ribattezzarlo con quel nomignolo, lo verificarono in tanti: a
cominciare da Varela, da Gipo Viani, da più di un arbitro.
Che giocatore, però. Che fenomeno. Quando arrivò era reduce dalla
semifinale mondiale persa ai supplementari con l’Uruguay contro l’Ungheria.
Secondo la maggior parte dei critici, la più bella partita della storia. Brera
scrisse “Ho imparato di più in quelle due ore che in vent’anni di calcio”. Quel
giorno agli uruguagi, campioni uscenti, mancavano Varela, Abbadie e
Míguez: il Pepe si arrese solo all’ultimo dopo aver fatto anche la loro parte,
tanto da meritarsi il titolo di miglior giocatore del torneo. Addirittura oltre
quel che già aveva combinato nel trionfale Mondiale brasiliano del ’50,
culminato nel Maracanazo.
Ai cinque campionati vinti col Peñarol, ne aggiunse nel Milan altri tre.
Interpretando il ruolo di mezzala di regia a un livello altissimo, da quel
fuoriclasse che era: e sommando al dinamismo, all’intelligenza tattica, alla
fantasia, all’altruismo, la media di un gol ogni tre partite. Persino da libero,
nelle due ultime stagioni alla Roma ormai in tarda età, riuscì ancora a rubare
la scena. Purché nessuno lo disturbasse di lunedì, giorno consacrato al riposo.
Che il Pepe trascorreva di preferenza in Svizzera, perché tutti quei soldi che
guadagnava andavano pur amministrati.
Vittorio Pozzo
(1886-1968)

Avete presenti quei commissari tecnici che sì, l’Italia è un grande onore però
ci son le leggi di mercato e poi bisogna pur vivere. Avete presenti quei
presidenti federali che l’etica, si capisce, però se lo sponsor si mettesse una
mano sul, sì anche sul cuore, ma meglio sul portafogli. Ecco. Nella storia del
calcio italiano c’è stato un CT che in tre riprese, la prima nel 1912, la seconda
dal ’21 al ’24, la terza dal ’29 al ’48 ha diretto la Nazionale senza mai
percepire una lira. E ha messo in bacheca due Coppe del Mondo, ’34 e ’38 a
Roma e Parigi, e l’Olimpiade del ’36 a Berlino.
Come la vogliamo mettere? Che nel rapporto qualità/prezzo oltre Vittorio
Pozzo sarà impossibile andare? Nato e morto a Torino, di famiglia biellese,
innamorato del calcio sin dalle origini. L’aveva giocato in Svizzera, poi nel
Torino che aveva contribuito a fondare. Ma nella sua testa dura di
piemontardo quella non poteva essere che una passione. Il lavoro era un’altra
cosa, e due erano meglio di uno: dirigente alla Pirelli e giornalista alla
Stampa. Lì sì la retribuzione doveva correre. Dal calcio non voleva essere
stipendiato, nemmeno quando le responsabilità erano diventate grandi perché
un Mondiale in casa, con la pressione del fascismo, non era una passeggiata:
“Non volevo ricevere ordini da nessuno” spiegò a fine carriera, “desideravo
potermene andare quando mi piaceva senza attendere il ventisette del mese e
senza dover nulla a nessuno”. A proposito di fine carriera, la FIGC si sdebitò
regalandogli un appartamento a Torino: e durò fatica a farglielo accettare.
Si è detto e scritto di tutto sull’interpretazione che Monsù Puss diede del
ruolo. Qualcosa racconta un breve filmato del maggio ’47. L’ingresso in
campo di Italia e Ungheria a Torino, di corsa come usava allora, con il CT che
corre a sua volta nella scia dei giocatori, dieci granata e il bianconero
Sentimenti IV in porta: a sessant’anni suonati voleva dire sentirsi giovane
dentro. Anche se il tramonto era vicino, e da tempo superate le polemiche
sulla sua condiscendenza alla retorica dell’era fascista. È vero che ne usò, non
è vero che ne abusò. È vero che nel salutare le folle il suo braccio destro era
sempre ben teso, non è vero che fosse colluso col regime. “Apprezzava i treni
in orario” ha scritto Giorgio Bocca “ma non sopportava gli squadrismi.” Tre
anni di guerra da tenente degli alpini spiegano, eccome, perché in spogliatoio
gli scappasse di canticchiare la canzone del Piave. Ma che la facesse intonare
alla squadra alla vigilia delle sfide decisive è una delle tante balle messe in
circolo da chi si era dovuto misurare con la sua schiena diritta.
La piegò una volta sola. Quando salì la collina di Superga per riconoscere
quel che restava dei ragazzi del Grande Torino.
Andrés Escobar
(1967-1994)

Provarono un po’ tutti a rincuorarlo. Per primo il portiere, Córdoba, che senza
quella scivolata maldestra il pallone l’avrebbe raccattato senza bisogno di
tuffarsi. Eppure Escobar non riusciva a darsi pace. Mancava quasi un’ora alla
fine, ma qualcosa gli diceva che quella stupida autorete era l’anticamera
dell’eliminazione dal Mondiale. Non sapeva che sarebbe stata anche la sua
condanna a morte.
Era il 22 giugno del ’94. A quel Mondiale americano la Colombia era
arrivata tra le fanfare, prima delle outsider secondo i bookmakers oppure
ultima, ma mica tanto, delle favorite. Qualche mese prima aveva vinto 5-0 a
Buenos Aires, e il rientro a Bogotá era stato celebrato con una grande,
interminabile festa popolare. Con un centinaio di morti, questo sì, ma non
poteva essere quello il parametro colombiano dei primi anni ’90: la media
degli omicidi a Medellín era di settanta al giorno, e gli uomini di buona
volontà si sforzavano di credere che proprio la comune passione per il calcio
avrebbe aiutato il paese, poco alla volta, a uscire da quella delirante spirale di
violenza.
Già. Peccato che al debutto la Colombia, contro ogni pronostico, avesse
già perso secco dalla Romania. E la sfida di Pasadena contro gli Stati Uniti
padroni di casa rappresentasse la cosiddetta ultima spiaggia. Finì 2-1 per gli
States. Oggi che la storia la conosciamo meglio, sappiamo anche in quali
condizioni scesero quel giorno in campo Escobar e compagni. Poche ore
prima del match, all’hotel Marriott di Fullerton, era arrivato un fax per il CT
Maturana: se oggi gioca Gabriel Gómez, saltano per aria la sua casa e la tua.
Saltò la carriera del vecchio Gómez, detto Barrabás, che messo al corrente da
Maturana chiuse da subito col Mondiale e con il calcio: sommato alle critiche
già ricevute dopo la sconfitta con la Romania, quel messaggio gli suggerì un
istantaneo due più due.
Difficile dire se gli altri andarono in campo consapevoli o all’oscuro
dell’accaduto. Difficile soprattutto stabilire se la squadra fosse o meno al
corrente di che cosa si muoveva sullo sfondo e venne poi pienamente
appurato: che il cartello di Medellín aveva giocato forte sulla Colombia,
mentre quello di Cali aveva scommesso contro, premurandosi anche di
minacciare i giocatori.
Fatto sta che la Colombia vinse poi con la Svizzera la terza, inutile partita.
E proprio Barrabás, che il pericolo l’aveva fiutato fino in fondo, si spese
invano per convincere l’amico e compagno ad andarsene a Miami per un po’
lasciando che la situazione decantasse. La sera del 2 luglio, dieci giorni dopo
l’autorete, Andrés Escobar rientrato da un paio di giorni a Medellín uscì con
la fidanzata dentista e un gruppo di amici. Al ristorante le cose filarono lisce,
anche se non mancarono gli sguardi di traverso. In discoteca qualcuno
cominciò a dargli del traditore, e lui senza reagire pensò che era tempo di
togliere il disturbo. Al parcheggio, poco dopo le tre di mattina, gli si pararono
davanti in quattro, scesi da un SUV di lusso, auto ufficiale del narcotraffico. A
sparare i dodici colpi, cadenzati dal grido “gol-gol-gol”, fu tale Humberto
Muñoz Castro che si prese 43 anni e uscì dopo 11. Ma in questo, almeno, tutto
il mondo è paese.
Raoul Diagne
(1910-2002)

La Nazionale di Francia che vinse a domicilio il Mondiale ’98 è passata alla


storia con il marchio blanc-black-beur, per via della presenza dei Thuram e
Desailly, dei Vieira e degli Henry, di Zidane e Djorkaeff.
Sessantasette anni prima, in un’amichevole persa a Parigi con la
Cecoslovacchia il 15 febbraio del ’31, aveva debuttato da terzino destro tale
Raoul Diagne, che avrebbe vinto negli anni a venire un campionato e due
Coppe di Francia nelle file del Racing, giocando con i Bleus altre 17 partite.
L’indomani il giornale specializzato Football scrisse di lui che aveva giocato
un’eccellente partita dal punto di vista difensivo, ma in attacco aveva lasciato
un po’ a desiderare. Senza minimamente accentare come Diagne, nero della
Guyana, fosse stato il primo giocatore di colore a indossare la divisa della
Nazionale di Francia. Niente. Non una piega, né allo stadio né sui quotidiani.
Non uno straccio di battuta elegante sull’abbronzatura, nessuno strepito degli
antenati dei Le Pen. Per misurare l’involuzione della specie, la nostra
purtroppo, proprio al Mondiale del ’98 Diagne raccontò che il suo
inserimento nel mondo del calcio era stato del tutto naturale, senza mai
suscitargli cattivi pensieri. E concluse: “A quell’epoca i razzisti non avevano
ancora preso in ostaggio gli stadi”.
Le sole discussioni seguite a quell’esordio non furono pubbliche, bensì
private. Raoul era figlio di Blaise Diagne, a sua volta primo deputato africano
al Parlamento francese e poi sottosegretario di Stato alle Colonie che il figlio
l’avrebbe voluto medico, o ufficiale dell’esercito, non certo calciatore. Invece
quello non solo faceva il terzino, anche il portiere in caso di necessità. Una
prima volta per un grave infortunio in corso d’opera al titolare del ruolo. Una
seconda, visto come se l’era cavata nell’emergenza, in un’amichevole sul
campo dell’Arsenal in cui dall’alto del suo metro e 85 parò davvero di tutto.
Una terza nella fase d’avvio di campionato del ’35, quando il nuovo arrivato
tra i pali del Racing aveva incrociato le braccia per una vertenza contrattuale.
Ma non solo in campo, anche fuori Raoul sapeva come muoversi. Proprio la
sera del debutto, in un cabaret di Montmartre lo aspettava un’artista che aveva
il vezzo di chiamarlo mon petit frère. Si chiamava Josephine Baker.
Passò per Toulouse, chiuse la carriera ad Annecy. Nel dopoguerra allenò
per un breve periodo il Senegal, togliendosi lo sfizio di una vittoria su una
Nazionale francese, che era però quella degli Amateurs.
Giuseppe Meazza
(1910-1979)

“Chiunque, ragazzino, abbia pedatato negli anni ’30, almeno per un istante,
un’ora, un anno ha provato a mitizzare se stesso nel suo nome. Perché Peppìn
Meazza è il football, anzi ‘el folber’ per tutti gli italiani.”
Parole e musica di Gianni Brera. Se per scegliere il miglior calciatore
italiano del dopoguerra, e ormai del nuovo millennio, la discussione è aperta,
per quanto riguarda l’anteguerra è chiusa in partenza dal talento superiore di
Meazza. Ancora Brera: “Un fenomeno d’intelligenza e di stile, nonostante
abbia le ginocchia leggermente vaccine (forse funzionali per il calcio). Scatta
con inusitata veemenza, tocca deliziosamente, tira con i due piedi, inventa
gesti atletici di incantevole semplicità”.
Milanese di Porta Vittoria, debuttò a 17 anni nell’Inter con una doppietta.
È il quarto goleador di tutti i tempi in serie A dietro Piola, Totti e Nordahl, e a
pari merito con Altafini. Con due notazioni nient’affatto marginali. La prima
è che i gol realizzati sino al ’29, quando entrò in vigore il girone unico, non
sono computati; la seconda che a nemmeno trent’anni Meazza fu colpito da
un embolo al piede sinistro e pur continuando a giocare il rendimento ne
risentì vistosamente. Segnò anche 33 gol in Nazionale, e solo Gigi Riva riuscì
poi ad andare oltre. Ma nella bacheca personale del Peppìn, oltre a tre scudetti
e altrettanti titoli da capocannoniere, ci sono due Mondiali vinti da
protagonista.
Come sempre quando si parla di fuoriclasse, termine ormai inflazionato ma
in questo caso sbalzato a tutto tondo, i numeri pesano ma dicono sino a un
certo punto. Per esempio due gol al debutto in Nazionale, proprio come nel
club, fanno il loro effetto: se però aggiungiamo che quel giorno il pubblico
reclamava Sallustro e i fischi per l’intruso Meazza già a fine primo tempo
erano diventati applausi, qualcosa di più si comincia a capire dell’artista.
Perché el folber del Peppìn, prima e dopo il gol, era disseminato di effetti
speciali sin dalla più giovane età. Allenamenti compresi, quando piazzava il
basco sulla traversa e scommetteva che dal limite dell’area l’avrebbe spazzato
via.
Firmò con tre gol la prima, storica vittoria dell’Italia a Budapest nel ’30, la
doppietta a Highbury nel ’34 nella sconfitta azzurra più lusinghiera di sempre,
fino all’ultimo, celeberrimo, al Brasile nella semifinale mondiale del ’38. Il
rigore del 2-0 calciato reggendo con una mano i calzoncini, perché un istante
prima della rincorsa era partito l’elastico.
Grand Peintre du football lo ribattezzarono i francesi, per come disegnava
le sue trame sul campo. Anche fuori. Per la più bella, tra le tante che visse al
motto immortale di ogni lasciata è persa, la linea torna a Gioanbrerafucarlo:
“Un giorno, che per disgrazia era domenica, si svegliò stranito in un letto non
suo fra due ragazze che erano anche di molti altri. Guardò l’orologio e gli
prese un colpo. Erano le 14 passate. Lui era chissà dove, a Milano, e la partita
aveva inizio all’Arena pochi minuti dopo. Allora via, giò dal lett e su i
calzoni, in pigiama e col paltò: salta su un taxi e arriva che gli altri sono già
schierati per il saluto romano. Infila le scarpe, entra a gioco iniziato e deve
subito segnare un paio di gol per farsi perdonare, altrimenti pensate che muso,
il mister e tutti gli altri”.
Tito Vilanova
(1968-2014)

Anche due drammi umani nello straordinario ciclo recente del Barcellona.
Uno a lieto fine. L’altro no.
Marzo 2011. Al francese Abidal, centrale o esterno di sinistra
indifferentemente, viene diagnosticato un tumore al fegato. Operato d’urgenza
il 17, rientra in squadra negli ultimi minuti della semifinale di Coppa dei
Campioni il 3 maggio, accolto dal Camp Nou come un’apparizione. Il 28
dello stesso mese, a settantadue giorni dall’intervento, Guardiola lo manda in
campo da titolare a Wembley nella finale con il Manchester United. Il Barça
la vince 3-1. Al momento della premiazione il capitano Puyol si toglie la
fascia e gliela infila al braccio, perché sia lui a sollevare la Coppa dei
Campioni. Chi non si fosse commosso dinanzi alla TV , farà bene a farsi dare
un’occhiata: non è mai troppo tardi.
Novembre 2011. Al vice di Guardiola, Tito Vilanova, cresciuto con lui
nella Masia e a lungo calciatore di seconda divisione prima di rientrare da
tecnico nei ranghi della casa madre, viene diagnosticato un tumore alla
ghiandola parotide. Operato il giorno 22, torna in panchina ai primi del 2012.
Non solo. Quando il 27 aprile come il più classico dei fulmini a ciel sereno
Pep annuncia che se ne va, il Barcellona ha già il sostituto: Tito Vilanova.
Sembra il secondo lieto fine nel giro di un anno. Sembra.
Col suo nuovo allenatore la squadra riparte come niente fosse. Anzi, si
direbbe che i senatori vogliano dimostrare che per loro Pep o Tito, al quale
già in precedenza erano molto legati, proprio non fa differenza. La differenza
la fa la ricaduta, a metà dicembre. Vilanova passa due mesi in clinica a New
York, dove tra l’altro Guardiola sta trascorrendo il suo anno sabbatico in
attesa del Bayern. Rientra in panchina il 29 marzo, vince la Liga e per una
volta passano in secondo piano anche Messi, Xavi e Iniesta perché la ribalta,
l’affetto, lo struggimento è tutto per l’allenatore. Ma il 19 luglio di quello
stesso anno, 2013, è costretto a lasciare campo e bottega per provare a
combattere la battaglia finale. La perderà il 25 aprile del 2014.
John Langenus
(1891-1952)

Il giorno più lungo di John Langenus, stimato capo di gabinetto del


governatore di Anversa con l’hobby dell’arbitraggio, cominciò con una
trattativa. In cui lui, per solito conciliante, ripeté più di una volta “Prendere o
lasciare”. Era reduce da una notte insonne, in uno stato d’animo che oscillava
tra l’agitazione e il terrore vero e proprio da quando, dopo la siesta, Jules
Rimet gli aveva comunicato che l’indomani sarebbe toccato a lui il grande
onore di dirigere la prima finale di Coppa del Mondo tra Uruguay e
Argentina. Il trentottenne belga proprio con quel sogno era partito da Anversa
e si era imbarcato sul Conte Verde in compagnia dello stesso Rimet e delle
quattro squadre europee partecipanti alla prima edizione. Ma dopo aver
annusato l’aria che tirava alla vigilia del derby del Río de la Plata, avrebbe
tanto voluto non essersi mosso di casa.
La mattina di quel 30 luglio, per provare a distrarsi, si era fatto quattro
passi verso il porto di Montevideo. Errore. Proprio gli sbarchi in massa dei
tifosi argentini lo avevano definitivamente mandato in paranoia. Chiese una
cabina sulla prima nave in partenza per l’Europa dopo la partita. Accordata.
Chiese una scorta armata che lo accompagnasse fino alla cabina stessa.
Accordata. Chiese una robusta assicurazione sulla vita. Quando Rimet e gli
organizzatori locali accettarono, sia pur a fatica, anche quell’ultima
condizione, Langenus capì che era il caso di rassegnarsi.
Mancavano ormai un paio d’ore. Si diresse allo stadio, cercò di farsi
piccolo per non dare nell’occhio in quel tumulto indescrivibile e alla
maschera dell’ingresso-atleti disse, anzi sussurrò “Buongiorno, io sono
l’arbitro”. Quello fece un cenno a due poliziotti di servizio che gli misero
direttamente le manette. Lo portarono in camera di sicurezza, dove c’erano gli
altri 13 che prima di lui si erano presentati dicendo “Buongiorno, io sono
l’arbitro”. Ne uscì solo Dio sa come. E appena in tempo per vestirsi da
arbitro, che a quel tempo non era come dirlo. Camicia bianca, cravatta
regimental, pantaloni alla zuava, redingote di velluto. Nel tunnel che portava
al campo vennero a salutarlo i capitani, Nasazzi e Ferreira. Ciascuno con il
suo pallone della partita. Ciascuno con la pretesa, fermissima, che con quello
si doveva giocare, non certamente con quell’altra schifezza. Langenus, forte
della polizza, non fece una piega. Stabilì che, dopo opportuno sorteggio, se ne
sarebbe usato uno per il primo tempo e uno per il secondo. Sarà un caso. Ma
con il pallone argentino il primo tempo si chiuse sul 2-1 per gli ospiti. Con
quello uruguaiano la partita finì 4-2 per i padroni di casa.
Langenus filò via un attimo dopo la consegna della coppa, si infilò un
pastrano perché faceva un freddo becco, si calò un cappello sugli occhi e fu
regolarmente scortato fino alla cabina, dove si chiuse a doppia mandata.
Continuò poi ad arbitrare, dopo aver giurato mille volte quel giorno che mai
più, nemmeno morto. Con o senza polizza.
Ricardo Zamora
(1901-1978)

Lo chiamavano El Divino. E aveva forse finito per crederci se è vero che una
volta, parlando molto seriamente, raccontò che quando gli capitava di entrare
in chiesa se ne stava a guardare il Cristo a braccia spalancate pensando che
era là a parare i peccati del mondo. Per poi aggiungere, sempre più
seriamente, che quando si piazzava tra i pali gli pareva di stare a sua volta
sopra un altare, stendendo le braccia a parare palloni.
Divino o no, Ricardo Zamora è stato non solo il portiere ma in assoluto il
calciatore più conosciuto e più osannato della prima metà del secolo scorso.
Senza internet, senza TV , con una radio poco più che in fasce. Ma con i
giornali che andavano via come il pane, i quotidiani con i loro resoconti
chilometrici, gli illustrati con le foto in bianco e nero sparate a tutta pagina.
Quelle di Zamora erano spettacolo assicurato. Sia che venisse immortalato in
volo, plastico come usava dire all’epoca, senza escludere una componente di
teatralità, sia in primo piano in posa, con indosso almeno nei primi tempi un
maglione norvegese scollato a punta, e poi ginocchiere, parastinchi, cavigliere
e un berretto a piacere tra i tanti in dotazione. Tutto questo per raccontare
quanto El Divino tenesse anche all’immagine: ferma restando la sostanza che
oltre alla tecnica eccelsa contemplava un coraggio da leone, come la volta,
Spagna-Inghilterra del ’29, in cui restò in campo con una frattura allo sterno.
Nato e morto a Barcellona, giocò nell’Espanyol assai più che nel Barça,
passò al Madrid che a metà degli anni ’30 non era Real, chiuse la carriera a
Nizza quando in Spagna scoppiò la guerra civile. In Nazionale gli capitò di
incassare sette gol dall’Inghilterra, a Highbury nel ’31: ma 21 volte su 46
chiuse la partita imbattuto. Tra le sue straordinarie qualità si parlò anche di
una sorta di magnetismo, quasi fosse in grado di indurre l’avversario a
calciare dove voleva lui. Meazza, che non riuscì mai a fargli gol in maglia
azzurra, disse di non credere alle favole: e raccontò della strepitosa capacità
che Zamora aveva di restringere lo specchio di porta, e della velocità in uscita
che non una volta sola gli aveva fatto sparire il pallone di sotto al naso.
Rimane, nella storia di un portiere che quanto a celebrità fu eguagliato,
forse, soltanto da Jascin, il mistero di Firenze al Mondiale del ’34. Migliore in
campo il giorno prima, Italia-Spagna 1-1, e oggettivamente tartassato di botte
in mischie furibonde, non scese in campo nella ripetizione dell’indomani. Per
i postumi dei colpi ricevuti, come disse lui, o perché, come scrissero i più
iconoclasti tra i giornalisti spagnoli, convinto da un gran numero di biglietti
da mille sventolati da emissari del duce? Ah, saperlo.
Helenio Herrera
(1910-1997)

Se non tutto, già la data di nascita qualcosa racconta. Perché intorno ai


cinquant’anni al Mago era servito un certificato di nascita, e in quello che gli
spedirono da Buenos Aires c’era uno zero che pareva un sei. Vanitoso, e
giovanile, com’era, non esitò un istante a spacciarsi per uno del ’16, anziché
del ’10: e solo tempo dopo la sua scomparsa l’ultima moglie, donna Fiora
Gandolfi, scoprì che il marito se n’era andato non a 81 ma a 87 anni. Non fu
l’unica sorpresa, per la verità: una alla volta le sue amiche veneziane, sue di
lei, mica di lui, le confessarono che fino all’ultimo il Mago ci aveva provato.
Dunque un bugiardo. Per Gianni Brera, in estrema sintesi, “buffone e
genio, cialtrone e asceta”. Per Antonio Ghirelli “un impasto di menzogne, di
spacconate e di intuizioni geniali”. Nel mio piccolo, darei una rimescolata alle
percentuali e partirei da una serie di domande. Chi era l’allenatore del Real di
Di Stéfano? Della Honvéd di Puskás? Della Juventus di Charles e Sivori? In
Spagna prima di Helenio Herrera gli allenatori li chiamavano maleteros,
portabagagli. Mentre da noi, con lo sbarco del Mago, l’Inter di Nyers o di
Skoglund o di Angelillo diventa di colpo l’Inter di Herrera: così come il
Milan non è più quello del Gre-No-Li piuttosto che di Schiaffino ma il Milan
di Rocco. Sarà un caso. Se lo è, rimane la coincidenza di tempi. Arriva il
Mago, con il suo palmarès, i suoi metodi rivoluzionari, la sua aggressività
verbale e perché no le sue cialtronate, e la figura dell’allenatore decolla. Sia
nell’immagine che più ancora nella sostanza, perché è con lui che gli stipendi
impennano. Tant’è vero che i colleghi di sicuro non lo amavano: ma gli erano
comunque grati.
Herrera ha vinto due scudetti all’Atlético Madrid, due al Barcellona, tre
all’Inter, più due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due di Spagna e
una Coppa Italia con la Roma. Ha allenato per brevi periodi tre Nazionali, in
Francia, Spagna e Italia. Poteva non piacere, chi dice di no: ma era avanti.
Quando sbarcò da noi, all’inizio dei ’60, il ritiro estivo erano giri di campo e
minestroni depurativi. Dopo non meno di un paio di settimane, scrivevano i
cronisti dell’epoca, compariva finalmente sua maestà il pallone. Il Mago buttò
in campo palloni a volontà sin dal primo giorno e attaccò con gli esercizi di
destrezza al grido di tacalabala. Fu una rivoluzione copernicana. Poi è vero
che prese a tappezzare lo spogliatoio di cartelli che oggi fan ridere, mancava
solo “Credere, obbedire e combattere”. Ma era anche quella una novità e i
giocatori lo seguirono: solo più tardi ne presero le distanze, come però è
destino di tutti gli integralisti.
La giornata di H H, Habla Habla, era di totale intensità, da giovane come
da vecchio, perché l’ottimizzazione del tempo era la prima delle ossessioni.
Era un grafomane compulsivo, scriveva di tutto e tutto conservava e
catalogava: schede tecniche, appunti tattici, tabelle di preparazione, esercizi
fisici per evitare gli infortuni e per guarirne. E ancora le ricette per alleggerire
i piatti, per insaporirli, addirittura gli abbinamenti cromatici per vestirsi, con
quel completo quella camicia, quella cravatta, quei pedalini, quelle scarpe: il
tutto moltiplicato per un guardaroba da collezionista. Aveva troppo patito la
fame da bambino a Buenos Aires e da ragazzino a Casablanca, per negarsi i
lussi che non confliggevano col mestiere. Con Fiora comprò una storica
dimora veneziana. Lì crebbero Helios, figlio loro, e Luna, una bimba trovata
su una panchina a Barcellona e prontamente adottata. La mattina alle prime
luci dell’alba un’ora di yoga anche in tarda età: dicendosi a voce alta, in
francese, quant’era calmo, quant’era sereno, quant’era bello perché l’io, anzi
il super-io non smetteva di reclamare la sua parte. Una volta l’anno chiedeva a
Fiora di accompagnarlo a Trieste. Comprava i fiori sul piazzale del cimitero e
li portava al Paròn. La prima volta lei lo prese sottobraccio per seguirlo. “No,
aspettami qui” le disse, “sono cose nostre.”
Stanley Matthews
(1915-2000)

Tra le ultime parole famose più divertenti della storia del calcio, quelle di Joe
Smith, tecnico del Blackpool, che si era messo in testa di strappare Stanley
Matthews allo Stoke City ma accidenti, per bravo e ben conservato che fosse
aveva passato i 32. “Te la senti di giocare per un altro paio di stagioni?”
Era la tarda primavera del ’47. Matthews tirò avanti col Blackpool fino al
’61. Poi fece un salto a Toronto, per una breve esperienza oltre Oceano, poi
ancora tornò al primo amore, lo Stoke City, dove festeggiò la sua ultima
partita di Prima divisione nel febbraio del ’65, a 50 anni suonati. Dalla
Nazionale si era congedato nel ’57, quando era un ragazzino di 42: aveva
debuttato ventitré anni prima segnando un gol al Galles.
Sir Stanley, cavaliere dell’impero britannico per meriti sportivi, detiene e
ragionevolmente deterrà per sempre il primato mondiale di longevità
calcistica. Lui l’attribuiva alla grande preparazione atletica sostenuta in
gioventù e mai trascurata nel corso della carriera. Era stato il padre, ex pugile
dilettante, a ispirarla, una volta accertata l’intenzione del figlio di darsi allo
sport. Ma al di là della serietà professionale, mai bevuto, mai fumato, il resto
si dice con moderazione, c’era evidentemente alla base un DNA fuori
ordinanza: perché altro è festeggiare i quarant’anni in campo, come è peraltro
accaduto a pochissimi, altro è tagliare il traguardo dei cinquanta come
nessuno si è mai permesso nemmeno di immaginare. In piena dignità sia
tecnica che agonistica, perché anche nelle sue ultime stagioni Matthews
continuò a dribblare il suo terzino, o a saltarlo in velocità, ad andare sul
fondo, e da lì a rimettere, secca, tesa, al bacio, quasi sempre rasoterra la palla
sul piede di chi aveva seguito l’azione. Privilegio che per anni toccò a
Mortensen, un altro Stan, che segnò così caterve di gol sia nel Blackpool che
in Nazionale.
Come successe il 2 maggio del ’53 a Wembley, in una finale di Coppa
d’Inghilterra che fu ribattezzata “la finale di Matthews”. A venti minuti dal
termine, avanti 3-1 il Bolton, il futuro baronetto decise che le due perse negli
anni precedenti contro Manchester United e Newcastle erano più che
sufficienti. Si scatenò sulla sua prediletta corsia di destra e da lì al secondo
minuto di recupero mise dentro, dalla linea di fondo, si capisce, quattro
palloni che erano altrettanti cartoncini d’invito. Uno fu respinto al mittente,
gli altri tre diedero il la alla festa. Nel 4-3 conclusivo, tre gol furono di
Mortensen, primato che in FA Cup resiste tuttora. Ma prima i centomila di
Wembley in delirio, poi i giornali decretarono che quella era stata la finale di
Matthews, e amen.
Tre anni più tardi, nel ’56, France Football gli assegnò il primo Pallone
d’oro della storia, davanti a Di Stéfano e Kopa. Una scelta di matrice
romantica, che penalizzò i due piazzati e altri fuoriclasse del momento, a
cominciare da Puskás, Jascin, Kubala. Eppure tutti quanti, giustamente, si
inchinarono alla leggenda di Matthews che a 41 anni compiuti era ancora
cronaca pulsante. Stiamo pur sempre parlando della più grande ala destra
vista sino a lì. Che avrebbe ceduto lo scettro, giusto due anni più tardi,
soltanto a Garrincha.
Franco Scoglio
(1941-2005)

Tra tante profezie sparacchiate nel mucchio e raramente azzeccate, proprio


quella doveva centrare in pieno, povero Professore. La più celebre, e anche la
più rinfacciata dai non pochi nemici che si era scelto e coltivato negli anni,
sganciata nell’89, la prima delle sue tre avventure genoane: “Se a Genova non
vinco uno scudetto in tre anni, torno a Lipari a fare l’albergatore”. Era
ovviamente rimasto sul continente, nonostante una lunga serie di esoneri,
altro che scudetti. Per via che l’onda lunga dei sacchiani e post-sacchiani
aveva esaurito la spinta e i combattenti e reduci erano spiaggiati, le loro
magiche gabbie buone per il calcetto di scapoli e ammogliati, le zone sporche,
o da marciapiede destinate a una bonifica. Così, quando in una delle tante TV
private che frequentava, Franco Scoglio disse “Morirò parlando del Genoa”,
nessuno ci fece particolarmente caso. La frase ad effetto, l’espressione forte, il
tono didatticamente provocatorio facevano parte del personaggio e della sua
dialettica. Proprio per questo, in fondo, il Professore era così gettonato da
quei circuiti televisivi in cui a ogni ora del giorno e della notte andava, e va
tuttora in onda, la pornografia del pallone.
Chissà chi glielo faceva fare. Perché professore lo era per davvero, prima
in Pedagogia, poi in Scienze sportive e motorie. Perché se è vero che la
gavetta è formativa, da Gioia Tauro a Messina, da Reggio Calabria ad
Acireale, da Crotone ad Agrigento, Franco Scoglio ne aveva fatta
un’indigestione. Perché la sua idea di calcio poteva piacere o non piacere, ma
il carisma per imporla se non altro all’attenzione era indiscutibile. Perché fior
di osservatori di grandi club avevano battuto negli anni i campi in cui
allenava, facendoci più di un pensierino.
Ma per una ragione o per l’altra il tempo dei sogni ormai era scaduto. Non
quello dell’autoprofezia, purtroppo, che si compì la sera del 3 ottobre 2005,
nello studio di un’emittente genovese. L’argomento era per l’appunto il
Genoa, il tono della discussione con il presidente Preziosi, collegato
telefonicamente, certamente teso ma non più bellicoso di altre volte. Anche
se, rivisto a tanti anni di distanza, si percepisce al di là della parte in
commedia uno sforzo autentico di autocontrollo nei confronti di un
personaggio che il Professore palesemente disprezzava.
Il soprassalto d’orgoglio di un duro e puro, per marcare le distanze, per
non mischiarsi una buona volta. Non a caso le sue ultime parole, un istante
prima di reclinare il capo, sono ancor più raggelanti dell’antica profezia: “Lei
vada per la sua strada, io vado per la mia”.
Giuliano Taccola
(1943-1969)

Il 29 settembre ’68 Giuliano Taccola segnò il primo gol del campionato. Non
c’erano anticipi né posticipi allora, si giocava tutti insieme e la prima
interruzione a Enrico Ameri sul campo centrale di Tutto il calcio minuto per
minuto arrivò dall’Olimpico dove, per l’appunto, non era trascorso un minuto
e già Taccola aveva portato in vantaggio la Roma. Dopo congrua gavetta, da
Alessandria a Varese, da Chiavari a Savona, a Genova rossoblù, Taccola era
arrivato alla Roma l’anno prima e il suo esordio in serie A a San Siro era stato
bagnato dal gol dell’1-1 con l’Inter di Herrera. Ma adesso Herrera stava sulla
panchina della Roma, e quel gol sembrò il primo segnale di una nuova epopea
del Mago. Sembrò. Perché la partita la vinse 2-1 la Fiorentina, che sarebbe
arrivata quell’anno al secondo scudetto: la Roma di Herrera non riuscì mai a
essere parente nemmeno alla lontana della Grande Inter; ma soprattutto i
sogni del povero Giuliano morirono prima ancora dell’alba della primavera
successiva.
Cominciò a non star bene all’inizio del nuovo anno. Influenze, febbri
improvvise, bronchiti. Ai primi di febbraio lo operarono di tonsille. Il
chirurgo prescrisse un mese di riposo assoluto, perché l’intervento non era
stato semplice. Ecché saranno mai, du’ tonsille. Ma era Giuliano a dirlo, per
bruciare i tempi di rientro come poi sostenne la Roma, o era la società per
riaverlo in campo ad ogni costo come poi accusò la vedova, Marzia? La sera
la febbre tornava a salire. La forma no, nemmeno il peso. Il 2 di marzo un
infortunio abbastanza serio al malleolo, fuori per un altro po’. Ma la sera del
14 il Mago lo convoca per la trasferta di Cagliari. La notte di sabato 15 sta
male, domenica 16 va in tribuna. Da cui scende a fine partita per salutare i
compagni in spogliatoio. E per morire sul lettino dei massaggi, sopraffatto da
una crisi.
Causata esattamente da che non si è mai saputo. Si partì, nemmeno a dirlo,
dalla tragica fatalità. Si arrivò a distanza di molti, troppi anni all’omicidio
preterintenzionale: ipotesi estrema, ma forse meno lontana dalla verità
rispetto alla prima. Chissà se qualcuno dei non pochi responsabili, anche
indiretti, qualcuno dei tanti omertosi che i panni sporchi si lavano in
spogliatoio se n’è mai almeno vergognato.
Bruno Pesaola
(1925-2015)

Cinquant’anni fa gli allenatori, in linea di massima, stavano seduti. Dalla


panchina si alzavano di rado, per incitare la squadra, cambiare una marcatura,
dare un segnale al pubblico. Ecco, quest’ultima era un po’ la specialità del
Petisso. Si levava in tutto il suo metro e 65, cacciava l’irrinunciabile sigaretta
all’angolo della bocca, e col braccio sinistro levato faceva ampi gesti di
andare avanti, all’attacco: mentre il movimento della mano destra, abbassata e
non visibile dall’alto, raccomandava di tornare indietro e starsene cheti. Primo
non prenderle, figurarsi nelle stagioni difficili. Come la volta che lo
richiamarono a salvare il Napoli, lui la vigilia annunciò una partita d’attacco e
la domenica quasi nessuno dei suoi passò la metà campo. Quando un cronista
gli fece notare a brutto muso che avevano attaccato solo gli altri, il Petisso
alzò il sopracciglio e in quel suo fantastico slang sudamerican-partenopeo
rispose senza fare una piega, “e se vede che ce hanno rubato la idea”. Sempre
dato del lei ai giocatori, anche ai più giovani. Un giorno che Pecci, nemmeno
vent’anni, gli disse “Ma mister, lo sa che sono estroso”, la risposta fu: “A me
me risulta che lei è estronso”.
E se era giusto cominciare dalla sua simpatia e dal suo humour che ne
facevano un pezzo raro, da collezione, è un piacere continuare con i suoi
trofei da tecnico, uno scudetto alla Fiorentina, due coppe Italia con Napoli e
Bologna. E a Napoli in particolare, inediti e prolungati fremiti di alta
classifica con una squadra che, anche per merito suo, si regalò l’accoppiata
Sivori-Altafini e in porta Zoff. La sua carriera da allenatore cominciò a
Scafati, passò quattro volte per Napoli, di cui dal 2009 è cittadino onorario, e
lì si concluse. Ma già da calciatore era stato l’azzurro il suo colore: prima nel
Novara a far coppia con il vecchio Piola, poi a Napoli per otto stagioni. Era
partito da Avellaneda, figlio di un calzolaio marchigiano come Cesarini,
chiamato nel ’47 dalla Roma perché si diceva un gran bene laggiù di quella
giovane ala del River, riserva nientemeno che di Loustau. Rischiò di dover
smettere meno di tre anni più tardi per un intervento omicida di tale Gimona,
a Palermo, che gli spezzò tibia e perone a palla lontana. Gimona fu prima
squalificato a vita, poi si sa come vanno, come già allora andavano, queste
cose. Era tale la classe umana del Petisso che perdonò il suo killer.
La classe. Ne aveva in campo, ne aveva fuori. Una serata con lui al suo
tavolo alla Sacrestia, alta sul mare di Posillipo, era un’esperienza impagabile,
vietata solo ad astemi e non fumatori. “A Napoli” amava dire “non conosci la
solitudine della vita.”
José Nasazzi
(1901-1968)

Se gli anni ’30 celebrarono il trionfo della scuola calcistica italiana con due
Mondiali e un’Olimpiade, i ’20 erano trascorsi nel segno di quella uruguaiana,
con due Olimpiadi e un Mondiale. Stabilito che il miglior giocatore in
assoluto della Celeste fu Andrade, La maravilla negra, non c’era tra i suoi
compagni che l’imbarazzo della scelta. Compreso Héctor Castro, detto in un
primo tempo El manco per via che a 13 anni, da garzone di falegname, si era
tagliato una mano e un pezzo di avambraccio con una sega elettrica, e nelle
foto ricordo fa tuttora una tenerezza infinita perché si schierava sempre tra gli
accosciati con il braccio superstite a coprire quel che mancava dell’altro. E
poi, in un secondo tempo, El divino manco, perché segnava un sacco di gol
compreso quello del 4-2 nella finale mondiale con l’Argentina che non
avrebbe dovuto giocare: e invece giocò perché El gran capitán, José Nasazzi,
mezzora prima della partita vide il titolare Anselmo un po’ sbattutello, e
quando si sentì raccontare che era stato minacciato da Luisito Monti prima gli
fece sfilare la maglia, poi la diede al Manco Castro che dopo la disgrazia della
mano non sapeva più cosa fosse la paura. Per dire come andassero le cose a
quei tempi, e quanto contassero gli allenatori.
José Nasazzi, El capitán o a scelta El mariscal, era un tagliatore di lastre di
marmo, così come quell’altro era un falegname, Cea un distributore di
ghiaccio a domicilio, Petrone un verduriere. Il professionismo era di là da
venire, e non è escluso che il calcio sia diventato universale proprio per
questo, perché era un magnifico gioco che non marcava le distanze tra chi lo
praticava e chi lo andava a vedere. Fatto sta che dall’alto del suo metro e 82
con annessi 85 chili, Nasazzi era ovviamente fortissimo nello stacco aereo,
aveva un grande ascendente sui compagni e in campo si sentiva solo la sua
voce. Di madre basca e padre lariano, Giuseppe, El capitán oltre al Mondiale
e a due Olimpiadi vinse quattro Coppe America. Inaugurando la dinastia dei
grandi difensori centrali uruguagi che dura tuttora.
Massimo Della Pergola
(1912-2006)

Oggi che il calcio è prigioniero delle scommesse, e rischia lo strangolamento


progressivo assai più di quanto non creda, fa una gran tenerezza pensare a un
signore triestino d’altri tempi che a lungo si scervellò per abbinare al
campionato un concorso pronostici. E dai e dai, alla fine inventò il Totocalcio.
Si chiamava Massimo Della Pergola, concittadino e coetaneo di Rocco, la
cui carriera giornalistica aveva subìto nel ’38 un brusco stop in quanto ebreo,
figlio di rabbino, dunque incompatibile con un Albo professionale riservato
alla sola razza ariana. Per qualche tempo si arrabattò, poi quando l’aria
divenne irrespirabile scappò da Milano e passò il confine svizzero con moglie
e figlio, di un anno. Finì in un campo di prigionia del Vallese, a fare il
manovale sulle sponde del Rodano. Di notte, per tenere la mente in esercizio e
sognare un futuro che riscattasse il presente, cominciò a elaborare l’idea di
una schedina di cui aveva trovato tracce primordiali sui giornali locali. Finita
la guerra e rimpatriato, mise insieme con due giornalisti ticinesi e un avvocato
milanese la società SISAL -Sport Italia. Va da sé che l’idea era troppo buona
per lasciarla a una piccola società di privati. In estrema sintesi, e saltando
passaggi burocratici di ogni sorta, lo Stato nazionalizzò il gioco affidandone
la gestione diretta al CONI . All’inventore e ai suoi compagni di cordata toccò
un modesto indennizzo dopo anni di battaglie legali.
Ma intanto il 5 maggio del ’46, esattamente quattro domeniche prima del
referendum Repubblica-Monarchia in cui come è noto uscì il segno 1, gli
italiani giocarono la prima schedina. Una colonna comprendente 12 partite,
che da lì a cinque anni sarebbero diventate 13 per elevare il coefficiente di
difficoltà, aperta da Inter-Juventus e chiusa da Seregno-Biellese. Al costo di
30 lire, quanto grosso modo occorreva per un aperitivo. Il primo montepremi,
quasi mezzo milione di lire, andò a un milanese impiegato in una ditta
farmaceutica. Ma fu un debutto in sordina, solo con l’avvio del campionato
successivo il fenomeno esplose e cambiò il costume degli italiani: oltre a
finanziare per quasi mezzo secolo l’intero sport italiano. L’1-X-2 divenne un
rito popolare e prese a scandire le domeniche della brava gente. La voce di
Nicolò Carosio che al termine delle partite ne annunciava alla radio i risultati
(“Per favore, attenzione – campionato italiano di calcio – divisione nazionale
serie A – risultati finali”) divenne un appuntamento irrinunciabile perché,
schedina alla mano, oltre alla classifica della tua squadra del cuore poteva
soprattutto cambiarti la vita. Vennero le vincite milionarie, poi quelle
miliardarie. Venne anche, e nelle nostre vecchie generazioni dura tuttora, l’1-
X-2 come modalità di espressione corrente, applicabile anche ai casi della vita.
Nata nelle notti di prigionia di un ebreo triestino che non giocò mai,
nemmeno al Lotto, il suo numero di matricola del campo di lavoro: 21915.
Raf Vallone
(1916-2002)

Anche due calciattori nella prima metà del secolo breve. Centravanti
entrambi, uno più bravo col pallone tra i piedi, l’altro davanti alla macchina
da presa e poi sul palcoscenico. Piero Pastore, padovano, classe 1903, vinse
con la Juve lo scudetto del ’26 segnando un sacco di gol e continuò a
produrne in buona quantità con le maglie di Milan e Lazio. Debuttò nel
cinema muto alla fine degli anni ’20, una rassomiglianza nemmeno poi così
vaga con Rodolfo Valentino, proseguì eccome con l’avvento del sonoro sino a
totalizzare un’ottantina di film in ruoli di maggiore o minor rilievo, parecchi
dei quali alla corte di Totò.
L’altro era Raf Vallone. Più breve e meno significativo il suo percorso
calcistico che pure, dopo una lunga trafila nelle giovanili del Torino, lo vide
esordire in serie A a 18 anni e prender parte da protagonista alla vittoriosa
Coppa Italia del ’36. Ma in fondo, quella che si chiuse alla soglia dei 25 anni
non fu che la prima di una serie di avventure tra le più affascinanti che si
ricordino.
Laurea in filosofia e poi in giurisprudenza, per provare a ripercorrere il
cammino del padre avvocato. Prime esperienze giornalistiche sotto forma di
cronache teatrali sulle colonne della Stampa. Guerra partigiana nelle file di
Giustizia e Libertà, con una serie di episodi tra il drammatico e il
rocambolesco, tipo un tuffo nel lago di Como per sfuggire alla cattura mentre
a pelo d’acqua fischiavano pallottole. Nell’immediato dopoguerra, il posto di
redattore capo alla cultura nell’edizione torinese dell’Unità, diretta da Davide
Lajolo. E sono un paio di vite, alla soglia dei trent’anni. La terza incomincia
nel ’48 quando il regista De Santis chiede di conoscerlo personalmente dopo
aver letto una sua inchiesta sulle condizioni di lavoro delle mondine. Nasce
Riso amaro, e accanto a Silvana Mangano e Vittorio Gassman debutta sullo
schermo Raf Vallone.
Da allora i film d’autore girati dall’ex giocatore del Torino non si contano.
Una formazione dei registi? De Santis-Lattuada-Germi; Malaparte-Soldati-
Lizzani; Lumet-De Sica-Preminger-Coppola-Risi. Il modulo, come si può
vedere, è quello d’antan perché favoriva le cantilene e recitato dalla voce di
Raf avrebbe messo i brividi. Nel ’58 debuttò a Parigi da attore teatrale e con
Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller resse il cartellone per anni. Per tacere
di un matrimonio felice con l’attrice Elena Varzi giunto vittoriosamente al
traguardo delle nozze d’oro, nonostante un inciampo nel periodo parigino.
L’inciampo faceva di nome Brigitte e di cognome Bardot.
Quando festeggiò gli 80 anni e gli domandarono, davanti al mare di Tropea
dov’era nato, quale fosse tra i tanti il ricordo più speciale, per un attimo finse
di annaspare. Poi rispose sorridendo: “Aver giocato in maglia granata. E aver
visto nascere il Grande Torino”.
Gianluca Signorini
(1960-2002)

Che strazio a Marassi quella sera. Soffiava forte il suo affetto la vecchia
gradinata nord, mai così bella e mai così vestita a festa: ma a dispetto di una
primavera che volgeva ormai all’estate, pareva quella tramontana invernale
che scende per il Bisagno e non ti dà tregua con i suoi sbuffi di gelo. Stadio
gremito, tutti erano accorsi al richiamo di quel dolore collettivo da
condividere: eppure non c’era applauso, non c’era coro che servisse a lenirlo,
a rendere accettabile l’immagine di quel che restava di un gigante, sospinto in
carrozzina da sua figlia Benedetta.
Era il 24 maggio del 2001. L’ultima passerella di Gianluca Signorini, il
vecchio capitano che sino a sei anni prima tante battaglie in rossoblù aveva
combattuto. Al Genoa era arrivato in età matura, dopo le squadre toscane
delle origini, il Parma in cui aveva incrociato Sacchi e affinato la sua
leadership difensiva, un anno di Roma. A Marassi aveva trovato il suo habitat,
ed era stato il primo mattone su cui Osvaldo Bagnoli aveva costruito il
miglior Zena del dopoguerra, quarto in campionato e poi vittorioso in Coppa
ad Anfield Road. Grazie al suo outing coraggioso, il flagello della SLA che già
tante vittime silenziose aveva mietuto divenne, se non altro, un nemico
dichiarato da combattere.
Ma la guerra restava, e rimane ancora lunga. Sette anni più tardi il rito
doloroso si ripeté a Firenze, con la carrozzina di Stefano Borgonovo guidata
per il campo dal vecchio compagno d’avventure in viola, Roberto Baggio.
Giocarono in suo onore Fiorentina e Milan, le squadre più rappresentative di
un lungo percorso partito da Como e concluso a Udine. Per il pubblico che
gremì lo stadio Franchi fu un’altra serata in cui, come a Marassi, non smettere
mai di battere le mani e di cantare in coro pur di ricacciare le lacrime. Se un
giorno contro la SLA si potrà almeno lottare, anziché arrendersi alla sua
progressione implacabile, sarà merito anche del coraggio di Signorini e
Borgonovo che il nemico l’hanno guardato in faccia fino all’ultimo. E ci
hanno chiamati tutti a testimoni.
Sócrates
(1954-2011)

Gran calciatore, checché ne pensino i fiorentini. E gran persona. Con quel


nome impegnativo che il padre aveva scelto perché fosse chiaro da subito che
il suo primogenito avrebbe studiato ben prima e ben più di lui. Non ne fu
deluso, anzi. Sócrates si laureò dottore in Medicina abbastanza presto, tenuto
conto della precoce vocazione al calcio: poi alla professione si dedicò solo a
fine carriera, ma avendo nel frattempo giocato 60 partite nel Brasile, la metà
da capitano, girato il mondo e imparato tre lingue. Meno l’inglese, che era per
lui quella dell’imperialismo.
A noi è rimasto nella rètina per quel gol che segnò all’Italia il 5 luglio ’82,
il primo pareggio brasiliano nel giorno dell’epopea di Paolo Rossi: scattò sul
centrodestra a dettare il passaggio, Zico lo imbeccò alla perfezione e lui
chiuse secco sul primo palo ingannando Zoff che si era immaginato il
diagonale. Era il capitano di quel magnifico Brasile, il Magrão, così chiamato
perché gli 80 chili scarsi non compensavano quel metro e 92 di felpata
eleganza. Ma prima ancora che per qualità tecniche lo era per spessore,
personalità, riconosciuta superiorità culturale. Quattro anni prima, arrivato dal
Botafogo, aveva trovato l’ambiente in cui tentare una semina di cui da un po’
avvertiva l’urgenza. Così, poco alla volta, era nata la Democracia
Corinthiana, che da una parte contemplava una sorta di autogestione da
condividere con lo staff tecnico, ma a condizione che ogni scelta importante
venisse votata da tutti; dall’altra aveva un robusto significato politico, perché
in quegli anni di dittatura la scritta Democracia sulle magliette del
Corinthians era un gesto di resistenza di grande impatto: a maggior ragione da
parte di una squadra che vinceva. Senza contare le dichiarazioni, le interviste,
le prese di posizione. Tipo la volta in cui con quel suo tono fermo e pacato,
dritto per quant’era alto, l’occhio ben dentro la telecamera Sócrates scandì
che “il calcio è l’unica azienda nella quale il lavoratore è più importante del
padrone”.
Nell’estate ’84 venne il tempo della Fiorentina. In una delle prime
interviste si sentì chiedere chi avesse preferito tra Mazzola e Rivera. “Non li
conosco”, rispose cortese come sempre, “sono qui per leggere Gramsci in
lingua originale e studiare la storia del movimento operaio.” Era qui anche per
giocare, ovviamente. Ma alla sua maniera, visto che aveva 30 anni, era
capitano del Brasile e qualcosa di lui si sarebbe dovuto sapere. Per esempio
che non conosceva i ritiri, non capiva perché a letto così presto la sera quando
veniva l’ora di un buon sigaro, di una (pinta di) birra, di una discussione
politica come si deve in cui lui il colore l’aveva dichiarato da quel dì: stelle
polari il Che e Fidel. Abituato da sempre ad andare in forma giocando, senza
fretta, lo massacrarono di corse in montagna e ripetute. Trattarono una
fuoriserie alla stregua di un fuoristrada. Ed ebbero anche il coraggio di farlo
passare da bidone.
Tornò in Brasile, giochicchiò un altro poco e cominciò finalmente a fare il
medico. Continuando a impegnarsi in politica, nel sociale, e nel consumo di
alcool. Molti anni prima che accadesse, disse: “Vorrei morire di domenica, il
giorno in cui il Corinthians rivincerà il titolo”. Andò esattamente così,
domenica 4 dicembre 2011.
Enrico Ameri
(1926-2004)

Sandro Ciotti
(1928-2003)
Scusa Ameri. Grazie Ciotti. Per nome non si sono mai chiamati. Un po’
perché così usava allora, quando indossare la casacca della RAI comportava
innanzitutto il rispetto della forma. Un altro po’ per marcare le distanze,
perché di sicuro non si amavano, com’è fatale che accada a due galli in un
pollaio. Ameri era Bartali, Ciotti era Coppi. Più affascinante, più seducente,
baciato dal dono della classe per proprietà di linguaggio, competenza, ironia:
attinta a piene mani da un padrino di battesimo che di nome faceva Trilussa.
Ma se un intervento di Sandro poteva colpirti, e a volte sbalordirti per la
perfezione dialettica e insieme per la lievità, Enrico in compenso era pathos
allo stato puro. Una scarica di adrenalina che attraversava l’etere e ti sbalzava
la pressione verso l’alto.
Siam venuti grandi con loro, noi calciomani degli anni ’60. Con le
radioline incollate all’orecchio per quelle due ore domenicali in cui non
c’erano né famiglia né fidanzata ma soltanto Tutto il calcio minuto per
minuto. Con un superbo direttore d’orchestra, Roberto Bortoluzzi, dallo
studio centrale, il tenore Enrico Ameri dal campo principale e il baritono
Sandro Ciotti, detto anche Catarro armato per via di quelle 50-60 Lucky
Strike, senza filtro, che rappresentavano il fabbisogno quotidiano. Sullo
sfondo un coro di voci secondarie che informavano con puntualità e tentavano
ogni tanto di allargarsi. A loro rischio e pericolo, perché, per esempio, la volta
che Ezio Luzzi tolse la linea a Ciotti urlando che sul suo campo, di serie B,
c’era un calcio d’angolo proprio al novantesimo, lui riprendendola chiosò con
un perfido “Beh, pensavo peggio”. Anche se il capolavoro assoluto rimane il
commento finale a un Lazio-Milan del ’73, quando Lo Bello annullò un gol
perfettamente regolare a Chiarugi e poi espulse Rocco per proteste: “Ha
arbitrato Lo Bello davanti a 80mila testimoni”.
Scusa Ciotti. Fu proprio Ameri a brevettare l’interruzione sino a lì non
contemplata, il giorno di San Silvestro del ’61, Inter-Roma a San Siro e gol
della vittoria giallorossa di Piedone Manfredini. Nacque la leggenda di Ameri
romanista, come poi sarebbe stato via via juventino, milanista e chissà che
altro. Bastava un’ottava di voce più alta, un attimo di ritardo nell’inserimento,
il nome del marcatore pronunciato in modo più stentoreo del solito ed eccolo
lì, l’Ameri che si tradisce. Il tifoso era una brutta bestia già allora.
Loro due lo diventavano quando di mezzo c’era un mazzo di carte. Diversi
in tutto, avevano giusto quella passione in comune: lo scopone. In albergo, in
pullman, in sala d’imbarco con una valigia sulle ginocchia, sfide all’ultimo
sangue in cui non contava tanto che vincesse uno quanto che perdesse l’altro.
Far coppia con Sandro e perdere contro Enrico, o viceversa, non era
esattamente una gita di piacere. Anche perché, scusa Ameri e scusa Ciotti, in
ordine alfabetico, al microfono eravate davvero due fenomeni. A tenere a
mente lo spariglio, meno.
Eduardo Galeano
(1940-2015)

L’argentino Osvaldo Soriano era stato centravanti, l’uruguagio Mario


Benedetti portiere. Di quel trio di fuoriclasse della letteratura latinoamericana
del dopoguerra, tutti e tre innamorati anche del pallone, solo Galeano non si
cimentò con il calcio giocato e lo confessò sin dalle prime righe del suo
gioiello pubblicato nel ’95: “Come tutti gli uruguagi avrei voluto essere un
calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre
dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei
campetti del mio paese”. Il libro si chiama Splendori e miserie del gioco del
calcio e per una volta la traduzione del titolo non fa torto alla versione
originale, come in altri casi. Anche se El fútbol a sol y sombra ha un fascino
diverso.
In compenso, pur non avendolo giocato, Galeano ha amato il calcio come
pochi. Per uno che aveva firmato, un quarto di secolo prima, un capolavoro
dello spessore e della durezza di Le vene aperte dell’America Latina, il
passaggio di registro che gli regala la lievità con cui ritrae campioni e
avventure del pallone è sbalorditivo: dall’Otello all’Elisir d’amore, da una
tessitura di petto all’acuto più etereo. Si definiva un mendicante di bellezza, e
sapeva bene dove andarla a cercare: in gioventù dal Pepe Schiaffino che
aveva un solo difetto, giocava nel Peñarol anziché nel suo amato Nacional,
negli ultimi tempi da Messi che era diventato il suo idolo di riferimento, come
a tanti di noi è successo. Quando morì, l’epitaffio più toccante, di sicuro
quello che Galeano più avrebbe gradito, fu di Diego Maradona: “Grazie per
avermi insegnato a leggere il calcio”.
Scrisse che il calcio è l’unica religione senza atei. Scrisse anche che se la
natura fosse una banca l’avrebbero già salvata, e chissà cos’avrebbe scritto di
un’America che si consegna a Trump, perché pur non amandola così in basso
non se la sarebbe potuta immaginare. Il suo testamento calcistico risale a più
di vent’anni fa, alle ultime righe del libro che aveva aperto con quella mesta
confessione di broccaggine. “Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino
nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a
voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te lo aspetti salta fuori
l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e
sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia.” Sembra scritto ieri. O
magari tra altri vent’anni.
Enzo Bearzot
(1927-2010)

Chissà se è poi vero che nell’aldilà si riposa in pace. Mi capita di tanto in


tanto di sognarlo, il Vecio Bearzot, e ogni volta è lì che smania, dà i numeri, si
rivolta nella tomba. Perché i contratti dei CT li pagano gli sponsor, perché tra
gli sponsor stessi vanno forte le agenzie di scommesse, perché una di queste
prima o poi farà bella mostra di sé sulla maglia azzurra. E per un’infinità di
altre ragioni, a cominciare dalla sua principale caratteristica temperamentale
che era il galleggiante basso dell’indignazione: complicazione non da poco
per un soggetto a schiena diritta, da prototipo di hombre vertical. Gli bastava
poco per accendersi, già da commissario tecnico i suoi incontri con la stampa
erano storie tese. Poi, nel passaggio dalla seconda alla terza età, anziché
placarsi il suo tasso di conflittualità era cresciuto ancora: forse, anzi senza
forse, per non aver potuto regolare di persona, a suo tempo, i conti con chi lo
aveva offeso. “Quella che prenderà l’aereo domani per Barcellona è l’Italia di
Ridolini: sia detto senza offesa per il comico.” Oppure: “Questo friulano di
ferro, consegnatoci da uno scherzo del destino, avendo fallito per soli dieci
chilometri la nascita in territorio jugoslavo”. Li avrebbe sfidati a duello uno a
uno, se solo avesse potuto. Avendo dovuto ingoiare questo e altro per via del
ruolo pubblico, da libero cittadino si sfogava a smaltire gli arretrati.
Per calmarlo, a fatica, non c’era che un rimedio. Buttargli lì qualche nome
a caso dei fedelissimi: è un po’ che non senti Dino? Si è ricordato degli auguri
Paolo, o Marco, o Bruno? Allora un po’ alla volta, magari tra qualche residuo
di invettiva, si scioglieva. Se Rocco, da cui aveva imparato i rudimenti del
mestiere, era stato l’inventore dello spogliatoio, lui lo fu del gruppo, che in
Nazionale tra un andirivieni e l’altro è assai più difficile costruire che in un
club. Il suo capolavoro fu trascinarselo al gran completo al Sarriá per vedere e
studiare insieme il Brasile alle prese con l’Argentina. Qualcuno mugugnò
perché si crepava dal caldo e avrebbe preferito vedersela in TV all’aria
condizionata: ma il Vecio voleva commentare in diretta con i giocatori le varie
fasi di gioco, prendere atto dal vivo dei punti di forza e segnalare quelli
deboli. Già a fine partita il piano anti-Brasile era pronto, e Paolino Rossi che
non faceva gol nemmeno a spingerlo aveva messo a fuoco come muoversi tra
i centrali brasiliani.
In fondo era un gran sentimentale, il Vecio. Così emozionato, il giorno del
debutto a San Siro con la maglia dell’Inter, da infilarsela al contrario e
sbucare dal sottopassaggio con il numero davanti. Tre stagioni e poche
presenze, poi una bella avventura a Catania culminata nella prima promozione
in serie A, infine il Torino di cui divenne presto capitano. Mediano di corsa e
marcatura, qualche sgroppata sulla fascia, tante battaglie con i solisti del
tempo, a cominciare dal suo idolo Schiaffino e da Sivori. Poi in azzurro la
partenza dall’ultimo gradino dei ranghi federali, come usava saggiamente
allora, e un po’ alla volta l’ascesa verso la Nazionale maggiore, voluta e
protetta da Franchi. La sua squadra più brillante in Argentina, la più esperta e
pragmatica in Spagna, la più deludente in Messico nell’86. Era deciso a
cambiarla, dopo il trionfo di Madrid. Ma un sentimentale non riuscirà mai a
cambiare se stesso, figurarsi una Nazionale campione del mondo.
Valentino Mazzola
(1919-1949)

Dove oggi è tornato a sorgere un impianto a nome Filadelfia, che è già un bel
passo avanti dopo decenni di erbacce e macerie che stringevano il cuore, c’era
una volta un tempio del pallone consacrato alla memoria del Grande Torino.
Capitan Valentino ci entrò per la prima volta nel luglio del ’42. In
compagnia dell’inseparabile Loik, per loro il presidente Novo aveva sborsato
al Venezia un milione e 250mila lire. Loik, fiumano e coetaneo, era stato più
precoce passando anche, invano, per il Milan a 18 anni. Mazzola invece aveva
dovuto badare innanzitutto alla famiglia. A 11 anni garzone di fornaio, a 14
operaio nel Linificio di Cassano d’Adda, dov’era nato. Qualcuno l’aveva
cercato per la verità, prima del Venezia. Ma lui aveva scelto la squadretta
dell’Alfa Romeo, perché con il posto in squadra c’era anche quello in
fabbrica. Poi, una volta vestito il granata, già nei precari campionati di guerra
Valentino capì che il passo lungo quanto la gamba era una cautela del passato.
Sicché nell’estate del ’45, quando anche il calcio tornò ad avere un senso,
nacque finalmente e compiutamente la leggenda del Capitano. Il segnale
convenuto era la tromba di Oreste Bolmida che dai gradoni del Filadelfia
suonava la carica: allora lui si rimboccava le maniche e non ce n’era più per
nessuno.
Era il classico campione universale. Forte di polmoni, di gambe, di tecnica
e di temperamento. Mezzala sinistra di ruolo, in realtà uomo ovunque che
aiutava la difesa, alimentava la manovra, e l’andava a concludere di persona
come un attaccante di razza: anche di testa, grazie a un’elevazione prodigiosa
in rapporto alla statura. Nel campionato ’46-47 fu capocannoniere con 29 gol.
Qualche mese dopo sul campo della Roma, giusto per dirne una, a fine primo
tempo il Torino era sotto 1-0. E a un paio di giallorossi era scappata qualche
parola di troppo. In assenza del trombettiere, quel giorno la carica la suonò lui
in spogliatoio: sette gol in 25 minuti, tre suoi nonostante un infortunio che a
massacro completato gli suggerì di uscire. Chi lo ha visto giocare non lo ha
più dimenticato, avversario o spettatore che fosse: di compagni non si parla
perché sono rimasti con lui, lassù sulla collina.
A proposito di compagni, raccontò un giorno il presidente Novo che
Mazzola guadagnava il doppio perché erano loro a volere così. Se invece
parliamo di categorie, per stabilire in quale collocare capitan Valentino la
voce più autorevole è certamente quella di Giampiero Boniperti, che ne fu
storico rivale nelle prime tre stagioni di carriera e così parlò nel quarantennale
di Superga. “Ancora adesso se penso al calciatore più utile a una squadra, non
penso a Pelé, Di Stéfano, Cruijff, Platini o Maradona: o meglio penso anche a
loro, ma dopo aver pensato a Mazzola.”
Ringraziamenti

La prima volta che Nicola Filippone buttò là una Spoon River del pallone, lo mandai a quel paese. La
seconda pure, ma sentendo suonare da qualche parte un campanellino d’allarme. La terza, perché sulla
capa tosta degli irpini non ci piove, oltre a mia moglie Maria era presente anche Alberto Gelsumini che
lasciò la forchetta a mezz’aria e tornò a infilarsi la giacchetta da direttore gettata su una sedia poco
prima. “Brutto segno” profetò in un canto donna Silvia, alle prese con il piccolo Pietro. Difatti una
tranquilla sera di mezza estate diventò grazie anche ai vini-maison una nottata che alla fine albeggiava.
Con il libro già a buon punto.

A scriverlo, almeno quello, ho provveduto di persona. Ricavandone un piacere sentimentale di cui


non sarò mai abbastanza grato a:

Nicola per averlo pensato, e poi costantemente alimentato seguendone passo passo lo sviluppo come
soltanto un amico speciale avrebbe potuto;

Maria per essersene strada facendo incuriosita, sino a tracciare da lettrice vorace il percorso ideale
della passeggiata in collina;

Alberto per l’affettuosa lievità con cui ha governato la rotta editoriale. A maniche arrotolate assai più
che in divisa d’ordinanza.

Monforte d’Alba, dicembre 2016


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