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La Trattazione del Mito Argonautico nella Pitica IV di Pindaro e in


Apollonio Rodio

Patrick Manuello

1. Pindaro e la poesia ellenistica 1

La più importante testimonianza poetica (integra) anteriore


alle Argonautiche e contenente una porzione di testo dedicato
all'antichissimo2 mito degli Argonauti sufficientemente estesa per
poter essere messa a confronto con l’opera di Apollonio Rodio è

1
Il lavoro è diviso in due parti: nella prima parte vengono affrontate alcune
questioni di poetica pindarica/alessandrina mettendo in luce quei tratti che
accomunano e distinguono in maniera significativa le due opere. Nella seconda
parte, invece, viene seguita la narrazione del mito argonautico in Pindaro e nei
passi paralleli di Apollonio. Tutte le traduzioni della Pitica IV sono di Gentili
(per il riferimento cfr. nota 4), mentre quelle di Apollonio Rodio sono di
Borgogno (cfr. Apollonio Rodio, Le Argonautiche, a cura di A. Borgogno,
Milano 2003¹). Il testo critico che ho seguito per Apollonio è quello stabilito da
Fränkel (Apollonii Rhodii Argonautica recognovit brevique adnotatione critica
instruxit H. Fränkel, Oxonii 1961), mentre per Pindaro quello di Snell e Maehler
(Pindari carmina cum fragmentis, 2 voll., Leipzig 1975-1980).
2
All’interno del panorama dei miti e delle leggende del popolo greco la saga
degli Argonauti doveva essere piuttosto conosciuta, se Omero nell’Odissea (XII,
69-70), in riferimento alla nave Argo e all’attraversamento delle Simplegadi, usa
l’espressione πασιµέλουσα (“famosa” o “che sta a cuore a tutti”). Altri
riferimenti a questa saga (forse una proiezione mitica delle prime imprese
coloniali greche sul mar Nero) sono presenti nella Teogonia di Esiodo (vv. 993-
1002), mentre, fra i lirici, Mimnermo parlò della conquista del vello, Ibico
poneva Medea nei Campi Elisi insieme allo sposo Achille, Simonide in un Inno
a Poseidone perduto menzionava il vello d’oro, mentre il poeta Eumelo di
Corinto nei suoi perduti Corinthiaca e gli anonimi Naupactica, di cui
possediamo solo pochi frammenti, parlavano dell’impresa degli Argonauti (non
sappiamo però né quanto estesamente né in che misura questi testi abbiano
influito su Apollonio). Sul tema del mito degli Argonauti prima di Apollonio
Rodio cfr. G. Boselli, Il mito degli Argonauti nella poesia greca prima
d’Apollonio Rodio, in «Rivista di Storia Antica», 8 (1904), pp. 518-528; 9, 1905,
pp. 131-144, 278-295; 393-412 ed il recente contributo di M.L. West, Odyssey
and Argonautica, in «CQ» 55 (2005), pp. 39-64.

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rappresentata dalla Pitica IV3 di Pindaro4 (462 a. C.) dedicata al re


di Cirene Arcesilao IV5. Tale accostamento è giustificato sia dal
fatto che l’ode pindarica dedica un notevole numero di versi alla
narrazione dell’impresa degli Argonauti6 sia dalla cura riservata dai
filologi alessandrini7 nei confronti dell’opera del poeta tebano.
Ovviamente, trattandosi di due opere appartenenti ad epoche e a
generi letterari diversi (epica/lirica corale), si trovano significative
3
La Pitica IV è l’ode pindarica più estesa fra quelle conservate: 299 versi in
tredici triadi. Di questi, il mito argonautico occupa i vv. 70-262. L’occasione
dello svolgimento di tale mito è rappresentata dalla vittoria col carro, a Delfi, di
Arcesilao IV di Cirene (462 a. C.), discendente del fondatore di Cirene Batto e
ultimo sovrano della dinastia dei Battiadi.
4
Per un puntuale commento al carme cfr. B. K. Braswell, A commentary on the
Fourth Pythian Ode of Pindar, Berlin 1988 e Pindaro, Le Pitiche, a cura di B.
Gentili, P. Angeli Bernardini, E. Cingano, P. Giannini, Milano 1995, pp. 103-157
e 427-510.
5
Ad Arcesilao IV è dedicata anche la Pitica V. Si aggiunga che il sovrano
ottenne la vittoria, sempre nello stesso tipo di competizione, anche ad Olimpia
nel 460 a. C..
6
Va detto, da subito, che il componimento non è propriamente un epinicio
(diversamente dalla Pitica V), dal momento che il riferimento all’agone è solo
accennato (vv. 66-67). Si pensa che l'ode (un carme citarodico) sia stata eseguita
alla corte del sovrano dopo la Pitica V. Ad ogni modo, le ragioni della presenza
così ingombrante del mito hanno suscitato molteplici discussioni e, di
conseguenza, diverse interpretazioni che si possono ricondurre a tre filoni
interpretativi principali: 1) encomio della dinastia dei Battiadi 2) valore
esemplare del mito: Giasone e Pelia che giungono ad un accordo pacifico senza
ricorrere alle armi 3) intento politico rivolto a legittimare il potere del sovrano.
In realtà, poiché da una analisi complessiva dell’opera di Pindaro emerge che le
odi sono animate da diversi intenti, il voler ricercare un unico motivo ispiratore
è un’operazione che riduce la possibilità di cogliere la complessità e le diverse
sfumature del testo. Per un esame dettagliato delle interpretazioni dell’ode e sul
suo significato rimando a P. Giannini, Interpretazione della Pitica 4 di Pindaro,
in «QUCC», 2 (1979), pp. 35-63.
7
Sulla storia della tradizione di Pindaro durante l’età ellenistica cfr. Le Pitiche,
op. cit., pp. LXXIV-LXXXII e il recente contributo M. Negri, Pindaro ad
Alessandria, Brescia 2004. Basti solo ricordare che il lavoro filologico sul testo
di Pindaro dovette cominciare con Zenodoto, il quale curò una διόρθωσις (o
recensio) dei carmi. Dopo di lui i lavori proseguirono con Aristofane, Aristarco
e, soprattutto, Didimo. All'età degli Antonini risale, probabilmente, la scelta
canonica dei quattro libri degli Epinici.

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divergenze che vanno a toccare complesse questioni di storia


letteraria greca.
Il destinatario, la performance e l'occasione rappresentano
una importante serie di elementi da prendere in considerazione.
Nella Pitica IV l'occasione per ricordare l'impresa del vello d'oro è
data dall'encomio di un sovrano che non è solo il destinatario
stesso del carme, ma è anche personalmente legato a
quell'antichissimo mito grazie ad alcuni rapporti genealogici messi
in luce dal poeta nel corso del componimento. Il poema di
Apollonio, invece, non sembra essere rivolto ad un particolare
destinatario8, se non quello della raffinata cerchia di lettori/uditori
alessandrini capaci di cogliere dietro ad ogni verso la profonda
rielaborazione, sorretta da una seria competenza filologica, del
testo omerico. Le Argonautiche venivano pertanto trasmesse
(almeno inizialmente) durante le pubbliche letture di parti del
poema tenute all'interno della corte tolemaica9 e del tutto lontane10
dalla prassi della trasmissione/esecuzione orale dell'epica greca
arcaica. E se è vero che anche durante l’età dei tre grandi esponenti
8
Diverso sarà il caso della riscrittura latina di Valerio Flacco. Il poeta latino,
come si ricava già a partire dal proemio (vv. 7-21), dedica l'opera a Vespasiano,
ricollegando in tal mondo l'antico mito della navigazione della nave Argo alle
imprese dell'imperatore (il consolidamento della Britannia a partire dal 77 d. C.
grazie ad Agricola).
9
Per quanto riguarda le Argonautiche all’interno del contesto culturale tolemaico
cfr. R.L. Hunter, The Argonautica of Apollonius. Literary Studies, Cambridge
1993, pp. 152-169. Deve essere osservato che quelle pubbliche letture di fronte
ad un pubblico certamente ristretto hanno rappresentato per un certo periodo non
solo una importante modalità per la trasmissione del poema, ma hanno anche
permesso un fecondo incontro tra i vari letterati della corte tolemaica. Questo
fatto ha determinato serie difficoltà nell’analisi delle opere dei poeti
alessandrini, dato che, mancando dati cronologici sicuri, non ci è possibile fare
completamente luce sui nessi intertestuali.
10
La netta cesura che separa il poeta arcaico dal letterato alessandrino, per
quanto concerne l'uso della scrittura e di tutte le potenzialità che esso comporta,
è ben evidente nel prologo degli Aitia callimachei (fr. 1, vv. 21-24) in cui il
poeta ci descrive la sua iniziazione alla poesia caratterizzata dall'uso della
tavoletta scrittoria (δέλτον). Un altro significativo riscontro si ritrova nella
famosa Elegia della vecchiaia (fr. 118) di Posidippo (vv. 6; 17-18 ) e nella
Batracomiomachia (v. 3).

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della letteratura ellenistica (Callimaco, Apollonio Rodio e


Teocrito) ritroviamo alcuni esempi di poesia encomiastica11 (la
famosa “Chioma di Berenice”12 callimachea e l’inno in onore di
Tolomeo Filadelfo dell’Idillio XVII di Teocrito13) e di veri e propri
epinici14, tuttavia, come la critica ha da tempo15 messo in luce,
l’occasione e la performance della poesia ellenistica in molti casi
non rappresentano altro che il risultato della mimesi di
un’occasione più pensata che reale. Insomma, un prodotto
letterario nel senso moderno del termine. Del resto, pur rivestendo
ancora un ruolo prestigioso presso la corte dei Tolomei la
partecipazione agli agoni sportivi panellenici (soprattutto se si
pensa alle implicazioni propagandistiche), sembra che l’epinicio
cominci a decadere e a perdere il suo significato originario a
partire dalla seconda metà del V sec. a. C16. Una delle ragioni di
questo decadimento è quella che Gentili espone in questi termini:
«le epigrafi onorarie e commemorative divengono ora (in età
ellenistica) il mezzo privilegiato per la pubblica celebrazione della
vittoria sportiva (…) non più la viva voce del poeta o del coro di
11
Le due vie privilegiate per la propaganda letteraria della corte dei Tolomei
sono rappresentate dall’epica encomiastica e, soprattutto, dalla storiografia (tutte
opere perdute). Cfr. S. Barbantani, Fàtis nikeforos. Frammenti di elegia
encomiastica nell'età delle guerre galatiche: supplementum hellenisticum 958 e
969, Milano 2001, pp. 33-34.
12
Aitia, fr. 110.
13
Ma va ricordato anche l’encomio a Ierone II di Siracusa (Idillio XVI). Sul
ruolo di Teocrito come poeta di corte cfr. F.T. Griffiths, Theocritus at Court,
Leiden 1979.
14
I più celebri sono quello per Berenice II (vincitrice col carro alle Nemee) in
apertura dei libri III-IV degli Aitia, quello per il cortigiano Sosibio (Aitia, fr.
384) e per Policle (Giambo VIII). Berenice II partecipò alle Olimpiadi e
conseguì la vittoria nella corsa col carro in occasione delle Nemee.
15
Cfr. P. Legrand, Pourquoi furent composés les Hymnes de Callimaque?, in
«REA» 3 (1901), pp. 281-312; G. Pasquali, Quaestiones Callimacheae,
Gottingae 1913, pp. 148-157.
16
Cfr. P. Angeli Bernardini, Esaltazione e critica dell'atletismo nella poesia
greca dal VII al V sec a. C: storia di un'ideologia, in «Stadion», 6 (1980), pp.
81-11 e La storia dell'epinicio: aspetti socio-economici, in «SIFC», 10 (1992),
pp. 965-979. È comunque degno di menzione l’epinicio dedicato ad Alcibiade
da Euripide in occasione della sua vittoria con la quadriga, ad Olimpia, nel 416.

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cantori e la memoria, bensì il documento scritto inciso su pietra, e


la statua di marmo o la raffigurazione vascolare di atleti in trionfo
divengono i portavoce esclusivi dei valori e delle virtù atletiche»17.

La cosa che, generalmente, più colpisce chi si accinge a


leggere Pindaro è il fatto che spesso all'interno della struttura
dell'epinicio18 il presente ed il passato (con implicazioni anche
sulla tematica tanto cara ai critici moderni dell'unità compositiva
dei carmi) si (con)fondono19 nella celebrazione del vincitore delle
gare, quasi a sottolineare il senso di continuità fra le generazioni e
le gloriose imprese umane. Come ha osservato Fränkel20«la sua
esposizione salta senz'altro da un punto all'altro dell'arco
temporale, e all'interno di una coerente sequenza di eventi procede
a piacimento all'indietro o in avanti, oppure muta qua e là
direzione. Il nostro senso del tempo è duramente messo alla prova,
ma è il prezzo da pagare perché compaiano altre, più importanti
connessioni».
Il poeta, dunque, nel caso specifico della Pitica IV, volendo
celebrare (e incoraggiare) le virtù umane e politiche21 di Arcesilao

17
Cfr. Le Pitiche, op. cit., pp. XXI-XXII. Cfr, anche infra, p. 83.
18
Si è soliti distinguere nell'epinicio pindarico tre elementi fondamentali: il piano
sintagmatico, il piano paradigmatico e quello pragmatico. Per un chiarimento di
questi tre aspetti rimando a Pindaro, Olimpiche, a cura di F. Ferrari, Milano
1998, pp. 17-18.
19
Diversamente da Bacchilide: cfr. B. Gentili, C. Catenacci, Polimnia, Poesia
greca arcaica, Firenze 2007, pp. 340-341 e B. Snell, La cultura greca e le
origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963, pp. 134-135.
20
Cfr. H. Fränkel, Poesia e filosofia della Grecia arcaica, trad. it., Bologna
1997, p.701. Si tratta di una pratica che ha, forse, la più autorevole e famosa
espressione nell'Eneide di Virgilio, dove spesso non solo alle vicende di Enea
vengono accostate le gesta dei futuri generali romani (operando così uno
sfasamento temporale che oltrepassa i limiti narrativi stessi dell'opera), ma
anche i luoghi vengono presentati nei loro diversi aspetti nell'arco del tempo (la
Roma primitiva e quella augustea).
21
Nel componimento è rintracciabile una precisa finalità politica (vv. 281 segg.).
Il poeta, infatti, si appella all'umanità del sovrano per far ritornare da Tebe a
Cirene l'esule ribelle Demofilo, colpevole, a quanto sembra, di aver complottato
contro Arcesilao. Cfr. Braswell, op. cit., pp. 1-5; Le Pitiche, op. cit., pp. 106

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risale indietro nel tempo per rievocare le complesse vicende che


hanno portato alla fondazione della colonia di Cirene22. Il legame
fra la città e gli Argonauti è dato da Batto (Aristotele figlio di
Polimnasto), il quale, presunto discendente23 dell'argonauta
Eufemo, ricevette dalla Pizia lo stesso oracolo24 che 17 generazioni
prima Medea aveva rivelato ad Eufemo: un destino regale e la
fondazione di una nuova città nella lontana Libia. La complessità
dell’intreccio narrativo consiste, dunque, nel fatto che la narrazione
del mito argonautico è inserita all’interno del racconto della
fondazione della città di Cirene. In pratica, si parte da un mito
principale (vv. 4-63) e se ne inserisce un secondo (vv. 70-246),
cronologicamente anteriore (ma strettamente connesso), per poi

segg. e P. Giannini, op. cit., pp. 39-48. Per quanto riguarda, in generale, l’ode
pindarica come espressione non solo dell’elogio di un vincitore, ma anche come
riflesso di finalità politiche cfr. E. Cingano, Problemi di critica pindarica, in
«QUCC», 2 (1979), pp. 169-182.
22
La colonia fu fondata intorno al 631 a. C. da Dori provenienti da Thera
(odierna Santorini). Attualmente i resti della colonia, che conservano
testimonianze archeologiche appartenenti alle diverse fasi storiche dalla città
(greca e romana), si trovano nella Libia orientale presso la città di Shahhat. Il
sito archeologico, comprendente tra i tanti monumenti il santuario di Apollo e il
tempio di Zeus, è stato qualificato dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità.
23
Erodoto precisa che si tratta di una tradizione degli abitanti di Thera (IV, 150, 2
segg.): «µοῦνοι Θηραῖοι ὧδε γενέσθαι λέγουσι. Γρῖννος ὁ Αἰσανίου, ἐὼν Θήρα
τούτου ἀπόγονος καὶ βασιλεύων Θήρης τῆς νήσου,ἀπίκετο ἐς ∆ελφοὺς ἄγων
ἀπὸ τῆς πόλιος ἑκατόµβην· εἵποντο δέ οἱ καὶ ἄλλοι τῶν πολιητέων καὶ δὴ καὶ
Βάττος ὁ Πολυµνήστου, ἐὼν γένος Εὐφηµίδης τῶν Μινυέων». Va ricordato che
Thera secondo Erodoto fu colonizzata da spartani e da quei profughi di Lemno
(fra i quali Batto) che si consideravano discendenti dei Minii (nome che
propriamente indica i discendenti di Minia, re fondatore di Orcomeno e, per
estensione gli Argonauti).
24
In Erodoto l'oracolo suona così (IV, 155, 15): «Βάττ', ἐπὶ φωνὴν ἦλθες· ἄναξ
δέ σε Φοῖβος Ἀπόλλων ἐς Λιβύην πέµπει µηλοτρόφον οἰκιστῆρα». Nelle parole
dell'oracolo, secondo lo storico, si celerebbe, però, non solo il riferimento alla
fondazione della nuova città, ma anche all'assunzione del titolo regale. Batto,
infatti, che in lingua greca indicherebbe il “balbuziente”, nella lingua libica,
invece, significa “re”: «ὥσπερ εἰ εἴποι Ἑλλάδι γλώσσῃ χρεωµένη· «Ὦ βασιλεῦ,
ἐπὶ φωνὴν ἦλθες.» Ὁ δ' ἀµείβετο τοῖσδε·«Ὦναξ, ἐγὼ µὲν ἦλθον παρὰ σὲ
χρησόµενος περὶ τῆς φωνῆς, σὺ δέ µοι ἄλλα ἀδύνατα χρᾷς, κελεύων Λιβύην
ἀποικίζειν· τέῳ δυνάµι, κοίῃ χειρί;».

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ritornare al primo (vv. 255-262). A questa struttura ad anello


dobbiamo aggiungere i riferimenti al destinatario25 del carme che
ci riconducono al presente. In altri termini, all’hic et nunc.

All'epoca di Apollonio la tematica celebrata da Pindaro


della fondazione di Cirene26 (città che gravitava oramai nell’orbita
del regno dei Tolomei) doveva essere ben conosciuta e doveva
godere di particolare attenzione almeno per due buone ragioni: da
quella importante colonia greca provenivano sia la moglie di
Tolomeo III, la famosa Berenice II27, sia Callimaco, il poeta più
influente e maggior teorico della poesia ellenistica. Egli vantava28
addirittura nel proprio albero genealogico una parentela con quel
famoso Batto. Nella chiusa dell’Inno ad Apollo (vv. 65 segg.)
riprendendo proprio la Pitica IV e V29 del poeta tebano, Callimaco
rievoca brevemente il tema della fondazione di Cirene30 in virtù del

25
Segnalo, in particolare, quello ai vv. 247-248 che interrompe vistosamente la
narrazione del mito argonautico.
26
Cfr. R. Pretagostini, Cirene nella poesia greca fino al primo ellenismo (e in
Erodoto), in «SemRom» 7 (2004), pp. 51-64. Per una analisi del tema della
fondazione della colonia all’interno della poesia e della storiografia sono
fondamentali le pagine di C. Calame, Mito e storia nell’antichità greca, Bari
1999, pp. 75-217.
27
Figlia di Magas, re di Cirene, e di Apama, figlia di Antioco I. Nacque intorno
al 267 a.C. e sposò Tolomeo III nel 247 a.C. Famosa per l’episodio cantato da
Callimaco della ciocca di capelli trasformata in costellazione (La chioma di
Berenice), vinse alle Nemee verso il 243 a.C. e partecipò anche alle Olimpiadi.
Fu uccisa dal figlio Tolomeo IV alla morte del marito (221 a.C.) per motivi di
successione.
28
Cfr. Strabone (XVII, 3, 21), l'epigramma XXXV e l'Inno ad Apollo callimachei
(vv. 65-68). Su questo dato Lehnus si è espresso in maniera piuttosto prudente
facendo notare che potrebbe trattarsi di un “nome d’arte”. Cfr. L. Lehnus,
Callimaco tra la polis e il regno, in «Lo spazio letterario della Grecia antica»
Vol. I, tomo II, Roma 1993, pp. 76-77.
29
I punti di contatto più significativi tra l’Inno ad Apollo e la Pitica V
consistono, oltre che nella rievocazione della fondazione di Cirene, nelle lodi del
dio (Callimaco, vv. 42-46; Pindaro, vv. 63-69) e nel preciso riferimento ad
Apollo Carneo (Callimaco, vv. 71-73; Pindaro, v. 80).
30
Per ulteriori allusioni di Callimaco a Cirene cfr. L. Lehnus, Antichità
cirenaiche in Callimaco, in «Eikasmos» 5 (1994), pp. 189-207.

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legame con Apollo, la divinità che sta alla base della fondazione
della città di Callimaco:

Φοῖβος καὶ βαθύγειον ἐµὴν πόλιν ἔφρασε Βάττῳ


καὶ Λιβύην ἐσιόντι κόραξ ἡγήσατο λαῷ,
δεξιὸς οἰκιστῆρι, καὶ ὤµοσε τείχεα δώσειν
ἡµετέροις βασιλεῦσιν· ἀεὶ δ' εὔορκος Ἀπόλλων.

Febo rivelò anche la ferace mia città a Batto,


ed al popolo che entrava in Libia fu guida, corvo
fausto al fondatore, e giurò di concedere mura
ai nostri re: sempre tiene fede ai giuramenti Apollo31.

Pochi versi dopo viene aggiunto un interessante riferimento


alla leggenda della ninfa Cirene, eroina eponima di Cirene, rapita
da Apollo e condotta dalla Tessaglia in Libia nel luogo in cui
sorgerà la futura città. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a
una ripresa di Pindaro. Si tratta della Pitica IX dedicata a
Telesicrate di Cirene per celebrare la sua vittoria ai giochi pitici del
474 a.C. In questo testo, infatti, il poeta narra la storia
(complementare alla precedente versione della fondazione della
città libica), forse di origine esiodea32, dell’amore di Apollo per
Cirene, figlia del re dei Làpiti Ipseo. Non abbiamo la possibilità di
approfondire in questa sede il mito33, ma basti aggiungere che
anche Apollonio, pur non facendo nel poema alcun preciso
riferimento alla città libica, dimostra di conoscere questa leggenda
in un passo del secondo libro (vv. 500 segg.), in cui per spiegare
l’origine dei venti etesi narra la storia di Aristeo34, figlio di Apollo
e di Cirene. Non potremo mai essere certi se Apollonio volesse

31
Trad. it. di G.B. D’Alessio.
32
Secondo uno scolio alla Pitica IX (schol. ad Pyth. IX 6a) la fonte del mito
deriverebbe dal Catalogo delle donne esiodeo (fr. 215 M-W). Cfr. A. Debiasi,
Esiodo e l’occidente, Roma 2008, pp. 105-111.
33
Una analisi dettagliata del mito si trova nel già citato saggio di Calame (pp.
132-156).
34
Anche nella Pitica IX (vv. 59-66) si parla del dio-pastore Aristeo.

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rendere omaggio a Callimaco35 (cosa possibile, se si considera il


silenzio del poeta in merito alla città) oppure a Pindaro, ma non è
comunque inverosimile pensare che la tematica della fondazione di
Cirene, tanto importante sia per la presenza di una regina originaria
di quella città che per l’enorme influsso letterario/culturale
esercitato da Callimaco, possa aver contribuito a riportare in auge i
testi pindarici menzionati e che, di conseguenza, il mito
argonautico contenuto nella Pitica IV possa essere stato utilizzato
da Apollonio36.

Torniamo alla tematica dell’uso del tempo. La tendenza a


mescolare i diversi piani temporali che ritroviamo nella Pitica IV
(Arcesilao IV/fondazione di Cirene/mito del vello d'oro/fondazione
di Cirene/Arcesilao IV) e negli epinici pindarici giunti fino a noi è
una pratica ampiamente documentata37 anche nelle Argonautiche.
Spesso nel poema ellenistico essa prende la forma di aition.
Si tratta, come è noto, di un forte salto indietro nel passato che
interrompe momentaneamente il racconto per ricercare nei tempi
antichi l'origine di determinate pratiche, culti e tradizioni in
qualche modo ancora vive all'epoca del poeta. Questa tecnica

35
Si pensa (Bulloch) che l’Inno ad Apollo sia stato composto
contemporaneamente all’edizione definitiva degli Aitia (246 a. C. o non molto
tempo dopo). Il terminus post quem (246 a.C.) per la datazione degli Aitia (che
si concludono con il celebre aition della “Chioma di Berenice”) è lo scoppio
della guerra siriaca (246 a.C.-241 a.C.), che costrinse il re Tolomeo III (appena
salito al trono) a lasciare l’Egitto per combattere contro Antioco II, mentre la
data comunemente accettata per la pubblicazione definitiva delle Argonautiche
sembra essere posteriore al 246 a.C..
36
Del resto, che il grande poeta ellenistico nutrisse un interesse per le fondazioni
di città è testimoniato dal fatto che tra le sue opere è annoverata una raccolta di
poesie in esametri (Fondazioni) dedicate ad alcune città (Alessandria, Naucrati,
Cauno), mentre nel Canopo veniva messo in relazione il mitico eroe eponimo (il
pilota di Menelao) alla città egiziana.
37
Lo studio fondamentale in lingua italiana è quello di M. Fusillo, Il tempo delle
Argonautiche, Roma 1985. Si veda anche il più recente lavoro di Rengakos:
Tempo e narrazione nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, in “L'officina
ellenistica: poesia dotta e popolare in Grecia e a Roma” a cura di L. Belloni, L.
de Finis, Gabriella Moretti, Trento 2003, pp. 1-15.

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alessandrina/callimachea dell'aition rappresenta, per così dire,


l'espressione letteraria di una grecità che sente il bisogno di fare i
conti con il proprio passato, con la propria identità e con l'immensa
eredità lasciata dagli antichi38. Ma oltre all’aition, che in Apollonio
è comunque impiegato in maniera piuttosto cauta e solitamente alla
fine di un segmento narrativo, troviamo nei due poeti incroci di
piani temporali, accelerazioni nella narrazione e analessi. In un
testo epico come quello delle Argonautiche39 un simile uso del
tempo è tanto più vistoso in quanto rappresenta una rottura della
linearità cronologica omerica. In Pindaro il discorso è diverso,
almeno per due motivi:

1) in primo luogo perché egli appartiene ancora ad una


cultura che, benché stia inesorabilmente passando verso
una fase dominata dalla scrittura, è ancora profondamente
legata all'oralità40. Ed è proprio a partire da questa cultura
orale che può essere spiegato, in parte, quello stile
complesso, ardito e, in certi punti, oscuro41, che senza
dubbio dovette creare sul pubblico42 un effetto di

38
Cfr. A.W. Bulloch, The Future of Hellenistic Illusion. Some Observation on
Callimachus and Religion, in «MH» 41 (1984), p. 214.
39
Cfr. M.Valverde Sànchez, El aition en las Argonauticas de Apolonio de Rodas.
Estudio Literario, Univ. de Murcia, 1989.
40
Su questo argomento la bibliografia è sterminata. Mi limito a segnalare: B.
Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica, Roma-Bari 1983; G. Nieddu,
Alfabetizzazione e uso della scrittura in Grecia nel VI e V sec. a. C., in “Oralità,
Cultura, Letteratura, Discorso, Atti del Convegno Internazionale” (Urbino 21-25
luglio 1980), p. 97 ed il classico E.A. Havelock, Cultura orale e civiltà della
scrittura, Roma-Bari 1973.
41
È senza dubbio indiscutibile il fatto che certi passi oscuri per il moderno
studioso/lettore all’epoca di Pindaro dovevano essere chiari (almeno al diretto
destinatario dell’epincio). Su questa precisazione cfr. Cingano, op. cit., pp. 174-
176.
42
Va precisato che la performance di un epinicio pindarico prevedeva un
uditorio, che poteva essere rappresentato dalle persone conventute agli agoni o
(nel caso di feste cittadine) dal popolo stesso, e un committente rappresentato
spesso da un aristocratico o da un tiranno.

83
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meraviglia43 amplificato dalla musica e dalla danza.

2) nell’epinicio l’utilizzo del tempo è legato a precise


finalità che sono determinate dal committente,
dall’occasione della performance e dall’intento politico. Il
poeta, pertanto, gioca abilmente con i vari piani temporali
per stabilire rapporti col mito, rallentando o accelerando la
narrazione a seconda degli effetti che di volta in volta vuole
ottenere sul suo pubblico. Nel caso della Pitica IV vanno
osservati i vv. 247 segg., dove viene interrotto il racconto
della mitica spedizione non solo per inserire una
dichiarazione di poetica, ma anche per velocizzare una
narrazione che avrebbe condotto il poeta, come diremmo
noi, “fuori tema”44.

E se nel poeta corale questo legame col passato, contenuto


di solito nella sezione mitologica (anche se assai spesso pervade
l'intera composizione), assume i connotati di una celebrazione
politica dei valori eroici45/aristocratici (attualità del mito)
concomitante con la crisi stessa del mondo aristocratico all'interno
di molte poleis greche, in Apollonio e negli alessandrini esso,
formalmente, si presenta come il risultato di una dotta riscoperta
resa possibile dalla minuziosa pratica filologica46 (non immune da
polemiche47), condotta sui manoscritti raccolti nella biblioteca di

43
Cfr. L. Lehnus, Pindaro. Olimpiche, Milano 1981, p. XVII.
44
Su questo passo vedi anche infra, p. 94.
45
In quanto, come sottolinea Fränkel (1997, p. 695), «un mito, non importa
quale, rappresenta il passato leggendario nel quale sono conservati i modelli di
ogni evento».
46
Per avere un orientamento ampio e completo sulla nascita della filologia
alessandrina si veda R. Pfeiffer, Storia della filologia classica, (vol. I) trad. it.,
Napoli 1973.
47
A tal proposito, è assai celebre la presunta polemica (destinata a influenzare
pesantemente la storia della moderna critica/ricezione delle Argonautiche) tra
Callimaco e Apollonio Rodio contenuta nella biografia Suda del poeta di Cirene.
Ma una notevole atmosfera litigiosa tra i vari filologi alessandrini si riscontra
frequentemente nello stesso Callimaco (cfr. il discusso prologo degli Aitia e il

84
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Alessandria, e da una attenta selezione di un materiale letterario


della più disparata provenienza (storici, geografi, tragici...). Lo
studio del passato, dei fasti della grande poesia epica, lirica e
tragica senza dubbio doveva esercitare sui poeti/filologi
alessandrini non solo un senso nostalgico di meraviglia, ma anche
la consapevolezza che quei tempi, pur dovendo essere studiati a
fondo e protetti dall’oblio, non sarebbero più potuti tornare.
L’eroismo di cui parlava Pindaro apparteneva ad un contesto
politico-sociale completamente diverso e l’intellettuale cresciuto
alla corte dei Tolomei lo sapeva bene. Non aveva più senso cercare
di imitare maldestramente una poesia che rappresentava un mondo
ormai lontano. Bisognava, pertanto, porre le basi per un nuovo
mondo artistico capace di rinnovare profondamente la cultura
greca. Contribuirono a questa rifondazione culturale anche lo
sviluppo delle varie correnti filosofiche e quella scienza che
proprio in età ellenistica toccherà i vertici per profondità
speculativa e applicazioni pratiche48. Da un punto di vista
strettamente letterario si ricercano nel mito episodi marginali49 o
meno codificati dai poeti più antichi, personaggi più umili, oppure,
esattamente come fa Apollonio, si riscrive una gloriosa storia come

Giambo I) e nella celebre satira di Timone di Fliunte (SH 786). Riguardo alle
polemiche letterarie nell’antichità cfr. A.T. Cozzoli, Aspetti intertestuali nelle
polemiche letterarie degli antichi: da Pindaro a Persio, in «QUCC», in
particolare su Callimaco pp. 19-23.
48
In anni recenti è stata studiata e rivalutata l’importanza della scienza ellenistica
soprattutto nella spiegazione dei tratti peculiari e delle cause che hanno
determinato il sorgere di un vero e proprio metodo scientifico solo in età
alessandrina. Una tale ricostruzione ha come conseguenza non solo
l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze utili per ricostruire un preciso
periodo storico dell’antichità, ma anche la ridiscussione dell’idea, ancora
ampiamente diffusa, secondo cui la nascita del pensiero scientifico dovrebbe
essere collocata nell’età moderna. Sull’argomento cfr. L. Russo, La rivoluzione
dimenticata, il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Milano 1996¹.
49
Il fenomeno è talmente importante da essere presente anche nell’epinicio
ellenistico. Mi riferisco all’Epinicio per Berenice (Aitia III SH 254+ fr.383) in
cui Callimaco dedica un’ampia porzione di testo all’ospitalità data dal vecchio
Molorco ad Eracle, episodio che rappresenta «una sorta di doppione della storia
di Teseo ed Ecale» (D’Alessio, op. cit., p. 19).

85
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quella degli Argonauti secondo un'ottica più moderna.


Le Argonautiche rappresentano, pertanto, una matura
espressione di quella riflessione sulla poesia teorizzata e messa in
pratica da Callimaco all’interno di una produzione letteraria tanto
importante non solo per le sorti della letteratura antica successiva,
ma anche di quella moderna50. Il ricorso a quelle parti del mito in
cui agivano individui più semplici e meno grandiosi è legato non
solo all'immenso influsso del teatro euripideo51, ma appare anche
condizionato dai profondi cambiamenti socio-economici che
caratterizzano il mondo ellenistico. Tra questi, come abbiamo già
avuto modo di osservare sopra (pp. 77-78), risultano fondamentali
per il nostro discorso le nuove modalità di composizione e
trasmissione delle opere52. Ma non bisogna sottovalutare un
aspetto socio-psicologico particolarmente evidente negli Idilli di
Teocrito, ossia il bisogno da parte del poeta-cortigiano (e del
pubblico) ellenistico, chiuso all’interno della raffinata corte dei
Tolomei, di evasione, di un contatto con una realtà più “bassa” che
può assumere l’aspetto di una assolata campagna animata da
poeti/pastori53oppure ‒ ed è il caso dell’Ecale di Callimaco ‒ di un
ambiente modesto come quello dell’umile casa di una vecchia. Una
attenzione, dunque, “realistica”54 per un mondo quotidiano e per le

50
Fondamentale per questa lettura di Apollonio come seguace della poetica
callimachea è il lavoro di M.M. De Forest, Apollonius’Argonautica: A
Callimachean Epic, Leiden-New York-Köln 1994.
51
In Euripide, come già notarono gli antichi (Aristofane), assistiamo alla
degradazione dell’eroe tradizionale. L’esempio più significativo è rappresentato,
probabilmente, dal personaggio di Menelao nell’Elena. Sul ruolo di Aristofane
come critico della tragedia euripidea cfr. B. Snell, op. cit., pp. 148-171.
52
Cfr. M. Fantuzzi-R. Hunter, Muse e modelli. La poesia ellenistica da
Alessandro Magno ad Augusto, Roma-Bari 2002, p. 26.
53
Riguardo al problema del sentimento della natura in Teocrito e nell’età
ellenistica cfr. M. Pohlenz, L’uomo greco, trad. it., Milano 2006, pp. 552-563.
Lo studioso nel descrivere la forma mentis di molti autori ellenistici nei
confronti della natura parla di «nostalgia romantica propria dell’uomo
civilizzato» (p. 563).
54
Sul dibattuto problema del realismo nella cultura ellenistica è fondamentale il
contributo di G. Zanker, Realism in Alexandrian Poetry: a Literature and its
Audience, London 1987. Per quanto riguarda, invece, i limiti dell’applicazione

86
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piccole cose accompagnata dall’uso di una tecnica poetica


raffinata, selettiva e fortemente innovativa.

Parlando dell'epinicio pindarico si è accennato all’effetto


che doveva creare sugli spettatori. L'oscurità di questo stile, assai
diverso nella sintassi dall'epica omerica e dagli stessi interventi
corali dei drammi ateniesi55, infatti, non è solo l'impressione degli
esegeti e dei traduttori moderni troppo lontani da quel mondo
arcaico. È Pindaro stesso che in un passo dell'Olimpica II ricorre
all'immagine delle frecce nascoste nella faretra per esemplificare la
non immediata accessibilità del proprio stile56 (83 segg.):

πολλά µ<οι> ὑπ'


ἀγκῶνος ὠκέα βέλη
ἔνδον ἐντὶ φαρέτρας
φων<άε>ντα συνετοῖσιν· ἐς δὲ τὸ πὰν ἑρµανέων
χατίζει.

Ho molte
frecce veloci sotto il mio braccio
dentro la faretra: hanno voce
per i saggi, ma per la massa reclamano
interpreti57.

di una categoria come quella di realismo alla poesia ellenistica si veda A.W.
Bulloch, La poesia ellenistica in «La letteratura greca della Cambridge
University», trad. it., Vol. II, Milano 2007, p. 270.
55
Uno degli elementi più importanti che caratterizzano lo stile pindarico è
l'elevato numero di iperbati. Sembra che nel poeta tebano essi siano venti volte
più frequenti di Omero e dieci volte più numerosi di quelli attestati negli
interventi corali della tragedia. Questi valori statistici, pur essendo calcolati sulla
base di una documentazione parziale, sono comunque significativi. Cfr. L.E.
Rossi, R. Nicolai, Corso integrato di letteratura greca, Vol. I, Firenze 2006, p.
424.
56
Immagine che è documentata anche nel Teeteto di Platone (180 a). Per una
analisi del passo all’interno del suo contesto cfr. Cozzoli, op. cit., pp. 7-14.
57
Trad. it. di F. Ferrari.

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La difficoltà di questa tecnica inimitabile58, personale e


profondamente imbevuta di una sacralità ancora legata alla
concezione arcaica del poeta intermediario degli dei59, trova un
certo riscontro nella ricerca da parte dei poeti ellenistici (Callimaco
in primis) di un'arte raffinata e non più aperta ad un vasto pubblico
come poteva essere quello dei rapsodi omerici60. All'oscurità
oracolare pindarica si sostituisce la minuziosa variatio espressiva
del modello oppure l'acribia del filologo che (ed è il caso di
Apollonio), contro l'auctoritas della vulgata consolidata da secoli
di trasmissione orale, propone attraverso i propri versi l'esegesi o la
lezione corretta del passo più antico che sta prendendo come
modello61. Si fa strada anche l'immagine di una poesia intesa come
58
Assai celebre il giudizio di Quintiliano (X, 1, 61): «Novem vero lyricorum
longe Pindarus princeps spiritu, magnificentia, sententiis, figuris, beatissima
rerum verborumque copia et velut quodam eloquentiae flumine: propter quae
Horatius eum merito nemini credit imitabilem». Questa testimonianza è
importante perché documenta l'esistenza di un canone di nove poeti lirici e la
preminenza di Pindaro. Ritroviamo questi stessi dati in due epigrammi anonimi
dell'Antologia Palatina (IX, 184; 571). Altre fonti sono rappresentate dal carme
di apertura delle Odi di Orazio (I, 1, 35); da Seneca (Epist., 27, 6) e Petronio
(Sat., 2). In merito all’insuperabilità del poeta tebano si veda Orazio, Odi, (IV,
2).
59
In tal senso sono emblematiche le dichiarazioni contenute nel Peana 6, 6 e nei
frr. 75, 13 e 150. Altrettanto significativi sono i punti di contatto con Parmenide.
Sull'argomento cfr. H. Fränkel, «NGG» 1930, pp. 153-192. Per quanto riguarda,
più in generale, il legame fra poeta e sfera divina cfr. Platone, Ione, 534b-c:
«Cosa lieve, alata e sacra il poeta, e incapace di poetare se prima non sia ispirato
dal dio e non esca fuori di senno, e non ci sia più ragione in lui (…) siccome non
per arte poetano e dicono molte belle cose sui loro argomenti, (…) bensì per
sorte divina, ciascuno dei poeti può fare bene solo ciò a cui la Musa lo spinge» e
già Hom., Od., VIII, 44-45 ed Hes., Th., v. 94.
60
Va precisato che ancora in età ellenistica esisteva una poesia epica destinata ad
un largo pubblico recitata da poeti itineranti secondo le modalità dell'epica
arcaica. Per noi questa produzione è ridotta ad una manciata di frammenti e a
una sconsolante serie di titoli e nomi. Sull'argomento cfr. K. Ziegler, L'epos
ellenistico: un capitolo dimenticato della poesia greca, Roma-Bari 1988.
61
Di fondamentale importanza per tale aspetto è lo studio di A. Rengakos,
Apollonius Rhodius as a Homeric Scholar in A Companion to Apollonius
Rhodius, edited by Th.D. Papanghelis and A. Rengakos, Leiden-Boston-Köln
2001, pp. 193-216.

88
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una sorgente pura contrapposta all'impurità di una grossa corrente


(Callimaco, Inno ad Apollo, vv. 105-113) e il rifiuto per il poema
ciclico di vaste dimensioni (Callimaco, epigramma XXVIII e
Teocrito, Talisie, 45 segg). E come Pindaro esprime il rifiuto per
una poesia, per così dire, “mercenaria” (Istmica II, 6-12), allo
stesso modo Callimaco in un giambo (fr. 222 tramandatoci proprio
grazie allo scolio relativo a quel passo pindarico), riprendendo il
poeta tebano, manifesta la propria avversione nei confronti
«dell'instaurazione di un rapporto automatico tra la produzione
poetica e retribuzione monetaria» (D'Alessio62).
Un altro aspetto che va a toccare la concezione e il ruolo
della poesia emerge dalla solenne apertura della Pitica I (470 a.C.)
dove il poeta tebano celebra «il potere ammaliante e pacificatore
esercitato dalla musica sull’intero ordine divino, sugli attributi di
Zeus (l’aquila e la folgore) e sugli dei stessi tra i quali è
selezionato Ares perché, come dio della guerra, è in apparenza il
più insensibile e ostile all’armonia e alla concordia ispirate dalla
cetra63». Nelle Argonautiche ritroviamo una visione assai simile64
62
Cfr. Callimaco, Inni, Epigrammi, Ecale, a cura di G.B. D'Alessio, Milano
1996, p.15. Il bersaglio di Pindaro era, probabilmente (di questo parere è anche
Callimaco), Simonide di Ceo (556?-467 a. C.). L'avidità di Simonide, del resto,
trova puntuale conferma nel famoso aneddoto dei muli contenuto nella Retorica
aristotelica (1405 b 23-28). Ma ancora prima della testimonianza del filosofo un
passo della Pace (vv. 697-698) di Aristofane ci rivela che l'avidità del poeta
doveva essere ormai sulla bocca di tutti. Cfr. anche lo pseudo-platonico Ipparco
(228C) e Ateneo (XIV, 656D), dove oltre all'avidità del poeta viene messo in
rilievo il ruolo di cortigiano (alla corte di Ipparco e di Ierone di Siracusa).
63
Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 13.
64
Il passo pindarico potrebbe essere stato tenuto presente da Apollonio per
alcuni motivi: alla celebrazione del potere del canto segue, nella Pitica I, un
riferimento a quelle forze ostili (Tifone) al dominio di Zeus (e alla poesia)
destinate inesorabilmente ad essere sottomesse. Come ha osservato Gentili (Le
Pitiche, op. cit., p. 13) «in Pindaro esso (Tifone) è il paradigma del disordine e
dell’ingiustizia che minaccia il giusto ordinamento divino». In Apollonio,
invece, Orfeo, mentre incanta gli Argonauti con la sua musica e il suo canto,
racconta le fasi che hanno portato all’instaurazione del potere e dell’ordine
cosmico di Zeus (Ofione-Eurinome/Crono-Rea/Titani/Zeus). In tutti e due i testi
troviamo anche un preciso riferimento alla folgore di Zeus: nel poeta tebano è
spenta (vv.5-6) dalla cetra d’oro di Apollo e delle Muse, mentre nelle

89
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in un passo famoso65 del primo libro (vv.494-515) in cui Orfeo66


placa un litigio scoppiato tra gli eroi grazie al suo canto. Attraverso
il dotto riferimento empedocleo67 della “funesta contesa” cosmica
(v.498) il poeta ellenistico si appropria di alcuni elementi teogonici

Argonautiche è lo strumento attraverso cui si attua la supremazia del dio


(vv.510-511). Ancora: se in Pindaro attraverso l’immagine dell’aquila di Zeus
che dorme (vv.6-10) viene assimilato «il potere della cetra a quello degli dei che
nell’epos omerico versano il sonno sui mortali» (Le Pitiche, op. cit., pp. 330-
331), nelle Argonautiche subito dopo il canto di Orfeo e una libagione a Zeus si
fa riferimento al sonno ristoratore degli Argonauti (v.518).
65
L’episodio è stato ripreso in ambito latino almeno da due autori: Virgilio e
Valerio Flacco. Il primo sembra rifarsi ad Apollonio sia nelle Bucoliche che nel
poema epico. Nell'Egloga VI (31-40), infatti, Virgilio mette in bocca a Sileno un
vero e proprio canto cosmogonico in cui vengono fusi elementi empedoclei ed
epicurei mediante allusioni linguistiche a Lucrezio. Nell'Eneide (I, 742-746),
invece, è l'aedo Iopa che durante il banchetto offerto da Didone ai profughi
troiani riprende alcuni spunti che già erano stati trattati da Sileno. Ancora più
significativa, perché in questo caso la dipendenza dal poema ellenistico è palese,
è la rielaborazione di Valerio Flacco. Nel poema latino (I, 277-282) sussistono
notevoli differenze rispetto all'originale: manca del tutto il riferimento a una lite
tra gli Argonauti e Orfeo canta durante la notte precedente alla partenza degli
eroi un canto incentrato sui precedenti della spedizione (la storia di Frisso e
Elle). In ambito greco bisogna menzionare almeno il testo anonimo delle
Argonautiche orfiche (V sec. d. C.). Anche in questa opera Orfeo è il
protagonista di un canto teogonico (vv. 419-441). Rispetto ad Apollonio, che è
comunque la fonte di ispirazione più significativa, però, il contesto è
completamente diverso: il canto è ambientato nell'antro in cui vive Chirone ed è
inserito nel contesto di una amichevole gara canora tra il centauro e il mitico
cantore (manca, dunque, il riferimento al νεῖκος). È anche interessante notare
che ai vv. 433-439 viene ripreso il tema (già trattato da Apollonio in I, 26-31)
delle querce della Pieria mosse dal canto di Orfeo. Sulle riprese virgiliane del
canto di Orfeo delle Argonautiche cfr. A. La Penna, Da Lucrezio a Persio,
Milano 1995 pp. 169-176.
66
Sulla partecipazione di Orfeo all'impresa degli Argonauti cfr. G. Iacobacci,
Orfeo Argonauta, in Orfeo e l'orfismo, a cura di A. Masaracchia, Roma 1993,
pp. 77-92. Si aggiunga che la più antica attestazione della presenza di Orfeo alla
spedizione degli Argonauti è rappresentata dalla metopa del “Tesoro dei Sicioni”
a Delfi (VI, ac. C.), dove il poeta è raffigurato con la lira accanto alla nave.
67
Cfr. Empedocle, DK 31 B 15. Riguardo agli echi empedoclei in Apollonio cfr.
P. Kyriakou, Empedoclean Echoes in the Argonautica of Apollonius Rhodius, in
«Hermes», 122 (1994), pp. 309-319.

90
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(Ferecide di Siro68 ed Esiodo) e celebra il magico potere della


poesia ricollegando abilmente il νεῖκος cosmico a quello degli
Argonauti. Chiara, dunque, l’analogia tra le forze della natura che
hanno portato le cose all’esistenza e il potere del cantore che
ripristina un ordine momentaneamente sconvolto69. Del resto, il
ruolo di Orfeo e, implicitamente, quello della poesia era emerso già
a partire dall’apertura del poema in cui, elencando gli eroi che
hanno partecipato all’impresa, Apollonio aveva aperto tale
catalogo proprio con il mitico cantore e i suoi “miracoli” (I, 23-34)
compiuti sulle forze della natura (rocce, fiumi, querce70). E sarà
proprio il cantore di Tracia a salvare gli Argonauti in un momento
difficile della fase di ritorno: l’incontro con le Sirene (IV, 905
segg.).
Se leggiamo le pagine di Pindaro e dei grandi maestri della
poesia ellenistica possiamo trovare la presenza di un marcato
individualismo che, come abbiamo visto, è caratterizzato dall’uso
del tempo non lineare e da precise dichiarazioni di stile e poetica.
Nelle Argonautiche questo aspetto trova un possibile parallelismo
in tutta quella serie di interventi diretti del narratore che
interrompono il fluire del racconto per manifestare stati d’animo o
per esprimere commenti sulle azioni dei personaggi. Per noi
moderni lettori di romanzi tutto ciò può sembrare naturale, ma per
68
Da Ferecide di Siro, filosofo del VI a. C. e maestro di Pitagora, deriva il mito
di Ofione e Eurinome, predecessori di Crono e Rea. Su questa teogonia,
considerata la più antica opera greca in prosa, cfr. A. Chiappelli, Sulla teogonia
di Ferecide di Siros, in «Rendiconti dell'Accademia dei Lincei», 4 (1889), pp.
230 segg. e il recente contributo di S. Caneva-V. Tarenzi, Il lavoro sul mito
nell'epica greca: letture di Omero e Apollonio Rodio, Pavia 2007.
69
Va ricordato che prima del canto di Orfeo l’argonauta Ida aveva sovvertito a
parole l’ordine cosmico-religioso scagliandosi contro uno dei profeti della
spedizione, Idmone, e affermando «in guerra acquisto gloria più di ogni altro né
Zeus mi dà forza al pari della lancia» (vv.467-468). A queste parole blasfeme si
contrappone il canto teogonico orfico in cui viene prefigurato il dominio di Zeus
(vv.508-511).
70
L’azione di Orfeo sulle querce è ricordata anche nell’incipit di un epigramma
di Antipatro di Sidone contenuto nell’Antologia Palatina (VII, 8, 1). Riguardo
all’effetto della musica del mitico cantore cfr. le Baccanti di Euripide (vv. 562
segg.).

91
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un componimento epico, che di statuto prevede una quasi totale


impersonalità del poeta, il fatto è senza dubbio degno di nota.
Nello specifico vi sono alcuni casi in cui Apollonio, come Pindaro,
interviene nella narrazione o per manifestare la propria ritrosia nel
riferire episodi mitici macabri e raccapriccianti71 o semplicemente
per allontanare da sé l'accusa di empietà. Ad esempio, in II, 705
segg. Apollonio si scusa con il suo pubblico per aver insinuato che
le chiome di Apollo non erano intonse, oppure in IV 984-985
chiede scusa alle Muse per aver affrontato il tema sconveniente
dell'evirazione di Urano da parte di Crono. Il precedente più
celebre di questo approccio nei confronti del mito si ritrova
nell'Olimpica I (vv. 46 segg.) in cui Pindaro rigetta la famosa e
raccapricciante storia del banchetto offerto da Tantalo agli dei72.
Ma è altrettanto interessante l'intervento dell’Olimpica IX
in cui il poeta afferma di voler passare sotto silenzio73 (v.36 ἀπό
µοι λόγον/τοῦτον, στόµα, ῥῖψον) il tema della teomachia di Eracle
contro Poseidone, Apollo e Ade. Questa visione del mito inteso
come oggetto di discussione critica rappresenta senza alcun dubbio
uno dei tratti più difficili da comprendere per un pubblico moderno
abituato a ragionare sulla base di concetti religiosi quali ortodossia
o eresia. In realtà, nel mondo greco, mancando testi rivelati e
universalmente validi, il poeta poteva attingere liberamente dal
repertorio dei miti con intenti di volta in volta diversi e aperti a
nuove interpretazioni74. In tal senso, il caso delle opere
drammatiche è emblematico. Questo atteggiamento nei confronti
della “storia sacra” spiega, pertanto, la nascita e la diffusione di
forme di pensiero come quelle di Senofane di Colofone e, in
generale, di tutti i presocratici. Nel caso di Pindaro va detto che,

71
Cfr. I, 913-921; IV, 247-250.
72
Su questo intervento di Pindaro cfr. H. Fränkel, op. cit., pp. 680-682.
73
Un altro interessante esempio di recusatio nella poesia lirica si ritrova, ad
esempio, nell’Encomio di Policrate (PMGF S 151) di Ibico in cui il poeta
esprime il rifiuto (espresso nella forma della praeteritio) per una poesia di
argomento bellico (la guerra di Troia).
74
Un elenco di alcuni significativi interventi dei poeti sul mito si trova in Fränkel
(1997), op. cit., pp. 742-744.

92
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comunque, un simile uso del mito più che avere delle precise
implicazioni filosofiche75 è strettamente connesso alle aspettative e
allo status del destinatario e del pubblico.

Si ritrova, inoltre, nei nostri poeti anche la preoccupazione


di non suscitare sul destinatario un senso di noia come
conseguenza di una prolissità narrativa76. In Pindaro il problema
assume spesso la dimensione di “sazietà” (κόρος) generata sul
pubblico77, mentre nel poeta ellenistico tale aspetto è legato alla
poetica callimachea (il celebre ἄεισµα διηνεκές78 del prologo degli
Aitia) del rifiuto di una narrazione continua79. Per quanto riguarda

75
Cfr. Fränkel (1997), op. cit., pp. 682-683.
76
La critica tedesca parla di Abbruchsformeln (in inglese il concetto è reso con
“break-off formulas”). Cfr. W. Schadewaldt, Der Aufbau des Pindarischen
Epinikion, Halle 1928, pp. 267-268; 286; 312.
77
I riferimenti sono contenuti nella Pitica IV (247-249); VIII (vv. 29 segg.), nella
Nemea VII, 50 segg. e X, 19 segg.. Si noti che l'Abbruchsformeln viene spiegato
da Mackie proprio come “a safeguard against κόρος excess”. Per un’ampia
trattazione di questa tematica cfr. H. Mackie, Graceful errors:Pindar and the
performance of praise, Michigan 2003, pp. 9-37. Questo aspetto, comunque, era
già stato osservato anni prima da Untersteiner in La formazione poetica di
Pindaro, Messina 1951, pp. 65 segg..
78
Concetto ripreso da Orazio nell'Ode VII del primo libro (v. 6 “carmine
perpetuo”) e da Ovidio nelle Metamorfosi (I, 4 “perpetuum...carmen”). Si tratta,
fondamentalmente, del rifiuto nei confronti del poema epico omerico di vaste
dimensioni. Callimaco, come è noto, non attacca Omero (poeta considerato dagli
alessandrini divino e insuperabile), ma i suoi seguaci e gli stanchi imitatori. Ad
ogni modo, sarà Esiodo la vera fonte dell’ispirazione callimachea (ma si pensi
anche a Teocrito e Arato). La motivazione più evidente di questa scelta deriva
non solo dalla materia più “umile” trattata nelle Opere e i Giorni e l’interesse
per un mondo meno eroico, ma anche dal fatto che Esiodo interviene
direttamente nei suoi poemi mettendo in luce alcuni aspetti della sua personalità.
Sono importanti, pertanto, gli espliciti riferimenti esiodei nell’epigramma
XXVII e in Aitia fr. 2. Dal punto di vista linguistico-stilistico, d’altra parte, la
poesia esiodea si presta alle esigenze degli alessandrini in virtù di un uso più
parco dello stile formulare omerico (considerato in età ellenistica pesante e
ripetitivo).
79
Questi i passi più significativi: I, 648-649; I, 1220. Va osservato l'uso
dell'avverbio διηνεκέως derivato da un passo omerico (Od., IV, 836) e
pienamente adattato da Apollonio al contesto della teoria letteraria callimachea.

93
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l'epinicio pindarico questi due aspetti (selezione della materia del


canto e sazietà del pubblico) sono determinati, come già si è detto,
dal destinatario (nella pratica il poeta deve attentamente
selezionare quelle tematiche più adatte alla celebrazione del
committente80) e dal fatto che la performance dell'ode aveva dei
limiti di tempo piuttosto precisi. Nella Pitica IV troviamo un
esempio significativo81 di questo fenomeno (vv. 247 segg.) in un
passo in cui il poeta, resosi conto di aver raccontato per troppo
tempo le vicende del mito argonautico, sente il tempo incalzare e
commenta:

µακˈρά µοι νεῖσθαι κατ' ἀµαξιτόν· ὥρα


γὰρ συνάπτει καί τινα
οἶµον ἴσαµι βραχύν· πολ-
λοῖσι δ' ἅγηµαι σοφίας ἑτέροις.

Sarebbe lungo tornare per la carreggiata;


il momento opportuno m’incalza;
un breve sentiero conosco:
e di molti sono guida nell’arte.

L’interesse per il passo è duplice, dal momento che Pindaro


non si limita a valor ridimensionare il racconto del mito
argonautico, ma inserisce ‒ e nel far questo emerge in primo piano
l’individualismo del poeta ‒ una precisa dichiarazione di poetica:
io sono abile a ricondurre la narrazione su un sentiero più breve
(τινα οἶµον ἴσαµι βραχύν) e nella mia arte sono un vero e proprio

Osserva D'Alessio che «la recusatio callimachea ha in ogni caso più di un


interlocutore: al pubblico si mostrerà l'originalità e la raffinatezza dell'opera;
davanti ai patroni reali ci si giustificherà per aver rifiutato la via della
celebrazione convenzionale dei Tolomei» (op. cit., p. 368). Cfr. anche V. T.
Heather, Homer, Apollonius, Callimachus and the concept of διηνεκής, in
«Studies in Honour of A.H.M.Kessels», Leiden 2006, pp. 203-214.
80
Secondo Pindaro (fr. 205 Maehl), l'encomio deve essere regolato da un
principio di verità, nel senso che, invece di dire delle menzogne dettate dal
servilismo, il poeta deve sempre attenersi alla realtà delle cose.
81
Un altro esempio si ritrova nella Nemea IV (vv. 33-34).

94
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maestro (πολλοῖσι δ' ἅγηµαι σοφίας ἑτέροις). Tornando ai testi


alessandrini, invece, la selettività della materia del canto e la
preoccupazione di non annoiare i destinatari delle opere sono più
che altro l'espressione di una ricerca di raffinatezza poetica e di
alto sperimentalismo82.

A questo punto, prima di riportare i passi contenenti lo


sviluppo del mito argonautico nei due autori, intendo mettere in
rilevo alcune significative differenze di ispirazione dei due testi.
Il primo aspetto da prendere in considerazione è la
descrizione dei personaggi. Per quanto riguarda Apollonio tanto si
è scritto a proposito dell'antieroismo di Giasone e della sua
inadeguatezza come eroe epico83 quanto della figura affascinante
(ma inquietante) di Medea. In Pindaro, conformemente alla
concezione eroica che ritroviamo nei suoi epinici, Giasone84 è un
guerriero (v.12 Ἰάσονος αἰχµατᾶο) sicuro del proprio valore; il

82
Uno sperimentalismo che si attua nella fusione/contaminazione di generi
letterari diversi. Osserva Fantuzzi (sulla base di Platone, Leggi, III, 700a-701a)
che questo fenomeno va retrodatato all’età di Platone. Pertanto, quanto
osserviamo nella poesia ellenistica non è altro che «la conclusione di un
processo». Cfr. M. Fantuzzi, Il sistema letterario della poesia alessandrina nel
III sec. a.C., in «Lo spazio letterario della Grecia antica», Vol I, tomo II, Roma
1993, pp.40-41. Cfr. anche L.E. Rossi, I generi letterari e le loro leggi scritte e
non scritte nelle letterature classiche, «Bull. Inst. Class. St» 18 (1971), pp. 69-
94.
83
Per la lettura antieroica del poema cfr. C.R. Beye, Jason as Love-hero in
Apollonios'Argonautica, in «GRBS», 10 (1969), pp. 31-55 e G. Lawall,
Apollonius’Argonautica: Jason as Anti-hero, in «YCS», 19(1966), pp. 119-169.
Si tratta, comunque, di una interpretazione che non è condivisa da tutta la critica,
dal momento che c’è chi ha rivalutato l’agire e il ruolo centrale di Giasone. Cfr.
J.J. Clauss; The Best of the Argonauts: The Redefinition of the Epic Hero in
Book I of Apollonius's Argonautica, Berkeley 1993; J.F. Collins, Studies in Book
One of the Argonautica of Apollonius Rhodius, Ph.D. dissertation, Columbia
1967; R.L. Hunter, Short on Heroics: Jason in the Argonautica, in «CQ»,
38(1988), pp. 436-453.
84
Vale la pena ricordare che in Omero Giasone è ricordato perché suo figlio
Euneo divenne re ai tempi della guerra troiana: Il., VII, 467-468; XXI, 34 segg.;
85-86; XXIII, 740-747.

95
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padre lo considera ἐξαίρετον γόνον...κάλλιστον ἀνδρῶν85; ha


ricevuto la propria educazione dal centauro Chirone86 (v.115); è il
capo indiscusso della spedizione; un giovane ventenne (v.104)
onesto (vv.104-105) e dotato di una notevole abilità oratoria87 che
gli permette di affrontare direttamente Pelia (vv. 94 segg.),
dettando condizioni per una pacifica soluzione del conflitto:
lasciare le ricchezze all'usurpatore, ma mantenere saldamente il
trono (vv. 138-156). Questa caratterizzazione del personaggio
mitologico, del resto, corrisponde sul piano dell’occasione e del
destinatario dell’ode all’elogio del committente, che
implicitamente viene accostato a Giasone88.
L’origine del potere di Arcesilao viene fatta derivare da
Apollo stesso (vv. 259-262), così come la dinastia dei Battiadi è
destinata a regnare per una sorta di investitura divina (v. 69
θεόποµποι...τιµαὶ). Tornando al piano del mito, va osservato che
l’immagine e il carattere dell’eroe vengono completati nel passo in
cui il poeta, descrivendo il ricongiungimento con la famiglia
(cronologicamente precedente all'incontro con Pelia), aggiunge
anche dei tratti che mettono in luce l'animo sensibile del giovane e
l'attaccamento nei confronti dei suoi cari (vv. 120 segg.). Da questo
punto di vista la situazione delineata da Apollonio è
profondamente diversa, se non altro perché l'attenzione del poeta
ellenistico non si focalizza sulla gioia per il riavvicinamento con i
genitori, ma sulla scena della dolorosa separazione madre/figlio (I,
278-291) prima della partenza. Inoltre, se in Pindaro Giasone
assume da subito i tratti del comandante, nelle Argonautiche questa
supremazia non viene data per scontata. Quando, ad esempio,
85
Si vedano i vv. 123-124. In precedenza, proprio al momento della descrizione
iniziale dell'eroe, Giasone è definito (v. 79) ἀνὴρ ἔκπαγλος.
86
Su questa notizia cfr. la Nemea III, 53-54 ed Esiodo (fr. 40). Nelle
Argonautiche il centauro ha consigliato a Giasone la partecipazione del cantore
Orfeo alla spedizione (I, 33-34). Allevò Aristeo per volontà di Apollo (II, 510) e
in una scena molto suggestiva saluta gli Argonauti, mentre la moglie mostra a
Peleo il piccolo Achille (I, 553-558).
87
Cfr. vv. 128; 137-138.
88
Si vedano, in particolare i vv. 270 segg.. Cfr. Giannini, op. cit., p. 56 e Pindaro,
Le Pitiche, op. cit., p. 106.

96
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prima della partenza dal porto di Pagase egli ordina ai compagni di


scegliere la “migliore guida” (τὸν ἄριστον…ὄρχαµον I, vv. 338-
339) per l’impresa, immediatamente lo sguardo ricade su Eracle e
non su Giasone (I, 341-343)! La ricerca del vello d’oro, dunque, è
sentita come una imposizione ed il poeta crea un’atmosfera carica
di angoscia e incertezza (I, vv. 247-305; 440-449) che può essere
sintetizzata da una sola parola chiave: ἀµηχανίη89. Probabilmente
l'immagine che più ci colpisce della personalità di questo Giasone
ellenistico e del suo atteggiamento nei confronti della fatica
impostagli è quella che Apollonio abbozza al momento della
partenza della nave Argo (I, 533-535):
εἵλκετο δ' ἤδη
πείσµατα καὶ µέθυ λεῖβον ὕπερθ' ἁλός, αὐτὰρ Ἰήσων
δακρυόεις γαίης ἀπὸ πατρίδος ὄµµατ' ἔνεικεν.

Ormai
le gomene venivano ritirate, e si versava vino nel mare:
Giasone distoglieva piangendo lo sguardo dalla sua terra.

Si tratta di un sentimento che non è nuovo nell’epica greca


e che ci rimanda all’Odissea. L’espressione del v. 535 δακρυόεις
γαίης ἀπὸ πατρίδος appare modellata su quella di Od., X, 49
κλαίοντας, γαίης ἄπο πατρίδος (identica la sede metrica), dove
sono i compagni di Odisseo a piangere perché portati lontano da
Itaca in seguito all’apertura dell’otre di Eolo. Ma come non
pensare alla scena in cui Omero ci descrive Odisseo che piange su
un promontorio dell’isola di Ogigia con lo sguardo tristemente
rivolto verso il mare (V, 82-84)? Certo, la differenza sostanziale è
che nel caso delle Argonautiche questo sentimento di sconforto
nasce ancora prima dell’impresa, mentre in Omero il dolore viene
collocato dopo una lunga serie di fatiche.

Nelle Argonautiche la tematica del recupero del trono


89
All’interno del poema si contano ben 31 occorrenze del termine e dei suoi
derivati (contro le 8 di Iliade e le 3 di Odissea!). Si tratta di una condizione di
dubbio, impotenza e sconforto che colpisce Giasone, gli Argonauti e Medea.

97
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(trattata da Pindaro, come abbiamo visto, nel dialogo tra l'eroe e


l'usurpatore) appare del tutto in secondo piano rispetto all'ansia per
l'imposizione/svolgimento della fatica90. Riprendendo le categorie
proposte da Detienne e Vernant di Metis e Themis91, è stato
osservato che nella Pitica IV l’agire di Giasone e di Pelia sarebbe
strutturato sulla base di una «tensione fra metis e themis92». In
pratica, ad un eroe (Giasone) che sta dalla parte del giusto e che
utilizza le armi dell’accortezza, della diplomazia e dell’astuzia, si
contrappone un usurpatore (Pelia) che agisce in una dimensione
contraria alla themis e che usa tutti gli stratagemmi della sua metis
pur di opporsi al corretto riequilibro della situazione. Sulla base di
quanto è stato osservato a proposito del carattere di Giasone,
appare naturale, pertanto, che nella Pitica IV il ricorso all’eros da
parte dell’eroe ‒ tema tanto centrale nelle Argonautiche ‒ non
intacchi minimamente il valore di Giasone. Si tratta, infatti,
semplicemente di uno strumento utile al compimento dell’impresa
e non tale da offuscare la grandezza di un personaggio che sembra
già essere destinato ad un futuro glorioso.
Il tema dell’amore ci porta inevitabilmente alla complessa
figura di Medea93. Purtroppo, a causa delle numerosissime perdite

90
Ad esempio, nella risposta che Giasone dà alla regina di Lemno, Issipile,
disposta ad accogliere gli eroi greci e a consegnare il trono al protagonista, non
viene fatto alcun riferimento al fatto che Giasone ha già un regno di cui deve
riappropriarsi. L'unica preoccupazione e l'unico motivo del rifiuto stanno nelle
“dure prove” (v. 841 µε λυγροὶ ἐπισπέρχουσιν ἄεθλοι) che attendono l'eroe e i
suoi compagni. Questo atteggiamento di Giasone trova ulteriore conferma nel
fatto che più avanti rivelerà alla regina di voler semplicemente vivere nella sua
patria “con il consenso di Pelia” (I, 902 Πελίαο ἕκητι). Quando, poi, prometterà
a Medea di condurla in Grecia (III, 1120-1130) non verrà fatto alcun riferimento
esplicito al trono di Iolco.
91
Cfr. M. Detienne – J.P. Vernant, Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia,
trad. it., Roma-Bari 1977.
92
Cfr. Giannini, op. cit., p. 49.
93
Fondamentale per la ricostruzione dell’immagine del personaggio nel corso dei
secoli è l’opera Essays on Medea in Myth, Literature, Philosophy and Art, edd.
J.J. Clauss and S.J. Johnston, Princeton 1997. In lingua italiana, invece, va
segnalato Medea nella letteratura e nell'arte, a cura di B. Gentili e F. Perusino,
Venezia 2000.

98
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di testi letterari anteriori ad Apollonio, è difficile per noi avere una


immagine completa di questo personaggio. Se la testimonianza di
Euripide rappresenta senza dubbio il più importante documento in
nostro possesso anteriore ad Apollonio, dobbiamo comunque
tenere presente che la Medea euripidea è solo un’opera fra le tante
dedicate a questo mito e che la centralità che essa ha per noi non
rispecchia completamente la complessa realtà dell’Atene del V sec.
a. C.. Cosa ha rappresentato per gli antichi Medea? Una donna
fragile e innamorata che fugge dalla patria oppure una crudele
assassina? Una maga o una creatura diabolica nella sua follia e nei
suoi rapporti con le forze ctonie? Cominciamo a dire che la storia
di Medea era nota ben prima della famosa tragedia di Euripide
(431 a.C.), dal momento che la prima attestazione documentata del
nome dell’eroina è contenuta nella Teogonia di Esiodo (956 segg.).
Questo dato sembra essere confermato da alcune interessanti
testimonianze iconografiche94. Dallo studio di queste raffigurazioni
(principalmente ceramica) è emerso, infatti, non solo l’antichità
della leggenda, ma anche l’enorme influsso esercitato dalla
tragedia euripidea sulle rappresentazioni dei pittori. Questi gli
elementi degni di nota95:

1) Anche se Medea non è un personaggio raffigurato


spesso, essa può vantare una storia iconografica piuttosto
lunga che va dal VII sec. a.C. fino agli inizi del III d. C..

2) La data della messa in scena della tragedia euripidea


determina una profonda cesura nella rappresentazione
dell'eroina, dal momento che essa viene raffigurata quasi
esclusivamente in qualità di infanticida. Si è passati, in
sostanza, dall'immagine di una maga benevola e
sacerdotessa, che attraverso l'uso del calderone magico

94
Cfr. M. Schmidt, Medeia, in «LIMC» 7 (1992), pp. 386-398; M.J. Strazzulla,
Medea nell'iconografia greca dalle origini al V sec. a.C., in «Kleos» 11 (2006),
pp. 631-672.
95
Riassumo qui le conclusioni portate da C.I. Kerényi in Immagini di Medea, in
Medea nella letteratura e nell'arte, op. cit., pp. 117-138.

99
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restituisce la giovinezza, a quella di una spietata assassina.

Il secondo dato archeologico trova conferma nei pochi


frammenti di poesia arcaica incentrati sulle vicende della
principessa della Colchide. Abbiamo, infatti, diverse testimonianze
che ci restituiscono l’immagine di una maga buona, propensa ad
aiutare piuttosto che a usare la magia come strumento di morte.
Citerò solo alcuni esempi significativi:

1) Medea, figlia di Eeta ed Ecate e sorella di Circe, fece un


uso buono della magia, dal momento che sottraeva sempre
ai pericoli gli stranieri (Diodoro Siculo, IV, 46).

2) Medea nella Colchide ringiovanisce Giasone cuocendolo


dentro ad un calderone (Ferecide FGrHist 3F 113 ab;
Simonide, fr. 551 Page; Licofrone, Alessandra, 1315).
L’episodio deriverebbe dal fatto che, secondo una versione
alternativa del mito, Giasone prima di impossessarsi del
vello sarebbe stato ingoiato o mutilato dal drago.

3) Giunta a Iolco, ringiovanisce Esone, il padre di Giasone


(Nostoi, fr. 7 Bernabé).

4) Medea avrebbe ringiovanito, sempre attraverso la


cottura, le nutrici di Dioniso e i loro mariti (Argomento
della Medea di Euripide; Eschilo, fr. 246a Radt).

5) Medea, giunta a Corinto, avrebbe liberato gli abitanti da


una carestia (scolio 74 g all’Olimpica XIII di Pindaro)
sacrificando a Demetra e alle Ninfe lemnie.

6) Medea avrebbe cercato di rendere immortali i figli avuti


con Giasone nascondendo i figli nel tempio di Era Akraia a
Corinto (Eumelo, fr. 5 Bernabé).

Questa serie di testimonianze sembrano riportarci ad un

100
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sostrato più antico in cui la protagonista della tragedia euripidea e


di una serie innumerevole di riprese letterarie contemporanee o più
tarde (anche comiche96) doveva rivestire un ruolo ben diverso da
quello della donna tradita vendicativa o della fanciulla innamorata.
In particolare, l’uso del fuoco/cottura nel calderone per rendere
immortali i bambini (Achille; Demofonte) o per restituire la vita
(Pelope; Dioniso) non è altro che «l’esempio di un modo di agire
tipico di grandi dee matronali situate ai margini fra mondo divino e
mondo umano (come, appunto, erano Demetra e Tetide)97». Del
resto, l’idea di una Medea quale sacerdotessa arcaica potrebbe
essere presente in un passo della tragedia euripidea98 dove si parla
della morte dei figli in termini di sacrificio (vv. 1053-1055):

ὅτωι δὲ µὴ
θέµις παρεῖναι τοῖς ἐµοῖσι θύµασιν,
αὐτῶι µελήσει·

A chi non è lecito


Prender parte ai miei sacrifici,
è affar suo.

Questo dato testuale ha dei riscontri nell’arte figurativa, dal


momento che la terribile scena dell’infanticidio è frequentemente
ambientata proprio presso un altare (diversamente da Euripide,
però, che sceglie l’interno della casa). L’interpretazione di questo
gesto in senso sacrificale non è condivisa da tutti gli studiosi, ma,
se si vede nell’altare una variante più moderna dell’immagine del
calderone, è lecito pensare ad una Medea che «prima di diventare
maga era stata una sacerdotessa divina99».

96
Si veda l’interessante lavoro di M. Pellegrino, Il mito di Medea nella
rappresentazione parodica dei comici, in «Cuadernos de Filología Clásica.
Estudios griegos e indoeuropeos» 18 (2008), pp. 201-216.
97
Cfr. Kerényi, op. cit., p. 121.
98
Cfr. infra, nota 116 dove si parla dell’uccisione di Pelia secondo la versione
della Medea di Euripide.
99
Cfr. Kerényi, op. cit., p. 132. Per quanto riguarda l’ipotesi di una Medea

101
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Fatte queste considerazioni, resta da chiarire il tipo di


immagine costruita da Pindaro nella Pitica IV. Analizzando la sua
Medea alla luce della testimonianza euripidea e di Apollonio Rodio
troviamo alcuni punti di contatto ma anche significative differenze.
O meglio, conformemente agli intenti dell’epinicio, diverso è il suo
ruolo all'interno della riscrittura pindarica della leggenda. Proprio
all'inizio dell'ode (v. 11), infatti, la donna ‒ definita solennemente
δέσποινα Κόλχων100‒ ci viene presentata come una sorta di Pizia101
invasata, coraggiosa (ζαµενής102) e immortale103 che dispensa
oracoli suscitando il silenzio e l’inquietudine degli Argonauti (v.
57). Un simile profilo, che forse nasconde il ricordo di una Medea
dea/profetessa, si spiega considerando il fatto che l’eroina
rappresenta per il poeta tebano la voce profetica104 che ha

divinità primordiale cfr. E. Will, Korinthiakà. Recherches sur l’histoire et la


civilisation de Corinthe des origines aux guerres médiques, Paris 1955, pp. 114
segg. e A. Moreau, Le mythe de Jason et Médée. Le va-nu-pied et la sorcière,
Paris 1994, pp. 106 segg..
100
“Sovrana dei Colchi”. Si noti che mai in Apollonio Medea viene chiamata
così.
101
Nessun riferimento esplicito si trova, invece, al suo ruolo, tanto importante
nelle Argonautiche, di sacerdotessa di Ecate.
102
Per il significato di questo termine (che ricorre anche nella Pitica IX, 34)
seguo l’esegesi di Braswell (B.K. Braswell, Ζαµενής. A Lexicographical Note
on Pindar, in «Glotta» 57 (1979), pp. 81-90), il quale spiega l’aggettivo come
composto del prefisso intensivo ζα- e di µένος (“forza”). Il significato attribuito
comunemente è, invece, quello di “ispirata”. Si noti che l’epiteto è usato anche
in riferimento al centauro Chirone (Pitica IX, 38), a Memnone (Nemea III, 63 e
al sole (Nemea IV, 13) o al vento (Peana 8, 64).
103
Cfr. v. 11: ἀπέπνευσ' ἀθανάτου στόµατος. L’espressione non è casuale, dal
momento che anche Esiodo (Th., 956 segg; e 992 segg.) inserisce Medea in un
elenco di dee. Circolava anche la voce di un matrimonio fra la donna e Achille
nei Campi Elisi. Per tutte queste tradizioni mitografiche cfr. Alcmane (PMGF
161); Museo nella composizione Sui giochi Istmici (FgrHist 455 F 2 = schol. ad
Eur. Med., 9); Ibico, PMGF 291; Simonide, fr. 558 Page; Licofrone, Alessandra,
174-175; Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, 810-815; Apollodoro, IV, 814 e
Strabone, I, 2, 40.
104
La profezia di Medea occupa uno spazio considerevole all'interno dell'ode (vv.
13-57), notevolmente superiore, ad esempio, alla sezione dedicata al viaggio di
andata (vv. 202-213). Poiché non c’è traccia in nessuna altra fonte mitografica di
questa profezia di Medea, è stato ipotizzato che Pindaro si rifacesse ad una

102
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determinato la nascita di quella città sui cui regna il destinatario


dell'ode. Una simile connotazione è attestata anche in Eumelo (fr.
19 Bernabé), dove la donna fornisce al profeta Idmone (che nelle
Argonautiche muore durante il viaggio di andata105) indicazioni
sulla difficile prova che Giasone dovrà affrontare per ordine del
padre. Ad un personaggio, dunque, che già è in possesso del dono
della profezia, viene affiancata una Medea ancora più sapiente e
dotata di conoscenza. A questo ruolo, per così dire, di profetessa
Pindaro aggiunge il ricorso alla metis durante il viaggio di ritorno a
sostegno di Giasone e dei compagni: è grazie ai “consigli di
Medea”106 (IV, 27 µήδεσιν) che gli Argonauti hanno portato sulle
spalle la nave Argo dalla Sirte fino al lago Tritone. Proprio in
questo passo il poeta sembra giocare sul legame etimologico fra il
nome Μήδεια e il termine µῆδος107. Del resto, anche lo stesso atto
del profetizzare viene definito “accorto consiglio” (v.58 πυκινὰν
µῆτιν).
Passiamo alla tematica amorosa. Nell'epinicio è già
accennato (senza, però, alcun indugio al pathos) il problema del
dissidio interiore della protagonista, vittima passiva108 delle trame
di Afrodite, causato dalla paura/vergogna per il tradimento dei

leggenda propria di Cirene. Cfr. Giannini, op. cit., p. 40, nota 26.
105
II, 815 segg.. Sappiamo anche dai Naupactica (fr. 5 Bernabé) che Idmone era
presente in Colchide.
106
Nelle Argonautiche, invece, è Peleo, che, risolvendo un indovinello delle
eroine indigene della Libia, spiegherà agli eroi come uscire dalle secche della
Sirte (IV, 1305-1390). Ad ogni modo, l’aiuto più importante dato da Medea agli
Argonauti sarà quello rappresentato dalla sconfitta del gigante di bronzo Talos
(IV, 1638-1688) sull’isola di Creta.
107
In effetti, sono accomunati dal fatto che appartengono alla radice *med
indicante la riflessione, il darsi pensiero, il prendersi cura. A questa radice è
anche collegata quella di *me contenuta nel termine µῆτις. Cfr. Chantraine,
Dictionnaire étymologique de la langue grecque, s.v. µῆτις e µήδοµαι.
108
In questo dettaglio troviamo la distanza più significativa fra il poeta tebano e
Apollonio Rodio nei confronti della visione dei rapporti uomo-divinità. È un
dato ormai assodato dalla critica il fatto che nelle Argonautiche gli dei non
influiscono affatto sulla psiche dei protagonisti. Si rileva, infatti, nel poema la
tendenza ad introdurre l'intervento divino dopo che un personaggio ha
sviluppato autonomamente un sentimento.

103
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genitori (v. 218 τοκέων...αἰδῶ). Un senso di colpa che, tuttavia,


non impedirà alla donna la fuga con lo straniero (v.250). Di lei
Pindaro non ci fornisce alcuna descrizione fisica109, mentre l'amore
per Giasone viene efficacemente suggerito dall'immagine del fuoco
amoroso (v. 219 ἐν φρασὶ καιοµέναν), ripresa poi da Apollonio
(III, 286-298110), e dallo svelamento allo straniero delle “vie delle
prove paterne” (v. 220) quale segno di amore, dedizione e fiducia.
La centralità dell’eros, dunque, non è una invenzione di Apollonio
Rodio o di Euripide, ma trova precisi riscontri nella tradizione più
antica. Pindaro non è stato certamente il primo a parlarne. Da un
frammento di Mimnermo (10 PETFr) tramandato da Strabone (I,
2, 40), infatti, sembra proprio emergere che senza l’aiuto di Medea
Giasone non avrebbe mai potuto riportare in patria il vello d’oro111.
Un’idea che in Apollonio ritorna nell’apertura del III libro del
poema (vv. 2-3). L'altra tematica centrale per i futuri sviluppi

109
Dal momento che secondo le fonti (Erodoto, II, 104, 1-2; Diodoro Siculo, I,
28, 2; Strabone, XI, 2, 17) i Colchi erano una popolazione di origine egiziana,
dovremmo aspettarci un’eroina dalla carnagione scura e i capelli crespi. Pindaro
sembrerebbe seguire questa tradizione al v. 212, quando parla di Colchi “dal
nero volto” (κελαινώπεσσι Κόλχοισιν). Non è di questo parere, invece,
D.O’Higgins, Medea as Muse. Pindar’s Pythian 4, in Medea. Essays., op. cit., p.
118 n. 49. Per Apollonio, invece, la donna è bionda (III, 829) esattamente come
molti altri eroi (e dei) della tradizione epica e tragica (Achille, Menelao, Elena,
Penelope, Elettra, Eracle e la stessa Medea). Esiodo, invece, in un passo della
Teogonia (v. 998) parla di una Medea “dagli occhi neri” (ἑλικώπιδα κούρην). La
bellezza di Medea, comunque, è un dato che si potrebbe ricavare
dall’affermazione di uno scolio all’Olimpica XIII (74g) che riferisce la passione
amorosa di Zeus per la donna.
110
Cfr., in particolare, l'espressione (III, vv. 296-297) ὑπὸ κραδίῃ εἰλυµένος
αἴθετο λάθρῃ/οὖλος ἔρως. Sull'argomento si veda il recente contributo di G.
Spatafora, Il fuoco d'amore: storia di un «topos» dalla poesia greca arcaica al
romanzo bizantino, in «Maia» 58 (2006), pp. 449-463.
111
A questa testimonianza letteraria dobbiamo aggiungere la celebre arca di
Cipselo (VII/VI sec. a.C.) descritta da Pausania (V, 18, 3): si tratta di un rilievo
che raffigura Medea seduta su un trono, Giasone alla sua destra ed a fianco
Afrodite. Accanto si trova l’iscrizione “Giasone sposa Medea e lo vuole
Afrodite”. In merito a questo monumento si veda la voce Kypselos in
Enciclopedia dell’arte antica IV, 1961, p. 427.

104
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letterari della figura di Medea – la magia112– trova in Pindaro un


riscontro puntuale nell'espressione παµφαρµάκου ξείνας113 (v. 233)
con cui viene commentata l'invincibilità di Giasone grazie ai filtri
di Medea. Connesso a questa abilità114 troviamo anche un rapido,
ma importante, riferimento all'omicidio di Pelia (v.251 τὰν Πελίαο
φονόν), episodio cui Apollonio allude quando anticipa la futura
rovina del sovrano (dovuta al fatto che aveva trascurato il culto di
Era115) proprio in seguito all’azione di Medea116. Va detto che in
Pindaro questo episodio non assume alcuna connotazione negativa,
dal momento che si inserisce pienamente nella dimensione della
themis (legittima sconfitta dell’usurpatore117). Il ritratto di una
Medea fredda assassina trova spazio (oltre che nella Medea),
invece, nella drammatica scena delle Argonautiche in cui viene
descritta la fine del fratello Assirto materialmente commessa da
Giasone ma architettata da Medea (IV, vv. 411-474118).
Il particolare che più colpisce di questo episodio è senza
dubbio l’immagine della donna con la veste e il velo imbrattati del
sangue del fratello (vv. 471-474). Se sulla fine di Pelia il poeta
112
Per i paralleli più significativi nella Medea euripidea cfr.: 285; 294 segg.; 395
segg.; 401 segg.; 789; 806; per Apollonio cfr. III, vv. 528-533; 1013 segg.; IV,
100 segg.; 1653-1677. Cfr. anche infra, pp. 141 segg..
113
Si noti che l'aggettivo παµφάρµακος è un hapax. In Apollonio, invece, Medea
è definita, esattamente come già la Circe omerica (Od., X, 276) ed esiodea (fr.
302, 15), πολυφάρµακος (III, 27; IV, 1677).
114
All'interno della Medea è celebre il passo in cui Creonte stabilisce un preciso
legame fra la pratica della magia e il male (v. 285 σοφὴ πέφυκας καὶ κακῶν
πολλῶν ἴδρις).
115
Cfr. I, 13 segg.; III, 64; 75; 1135; 1304; IV, 242.
116
Senza però precisarne le modalità. In Euripide viene seguita la tradizione
mitografica secondo cui Medea non uccise direttamente Pelia, ma persuase (vv.
9-10) le figlie a fare a pezzi il padre e a metterlo a cuocere in un lebete con la
promessa (ovviamente non mantenuta) di ringiovanirlo. L'assassinio, a dire il
vero, sarebbe stato motivato dall'atroce scoperta dello sterminio della famiglia di
Giasone ad opera di Pelia stesso. Di questo episodio troviamo una drammatica
descrizione in Valerio Flacco (I, vv. 700-826).
117
Cfr. Giannini, op. cit., p. 59.
118
Riguardo a questo episodio cfr. anche la Medea di Euripide (v. 167; 1334) e
Licofrone (v. 1318). Si veda anche Ferecide (FGrHist 3 F32) e Sofocle (fr. 343
Radt).

105
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tebano aveva ritenuto opportuno riferire il coinvolgimento di


Medea per sottolineare comunque l’attuarsi della ricomposizione
di un equilibrio e di una giustizia, viene del tutto messo a tacere
ogni tipo di riferimento alla morte del fratello di Medea. Il motivo
di questa omissione dipende sicuramente dal fatto che un simile
comportamento avrebbe messo in cattiva luce non solo l’eroina,
ma avrebbe anche creato imbarazzo nel committente e nel
pubblico. Troviamo in questa scelta, dunque, la messa in pratica di
un principio basilare seguito da Pindaro nell’utilizzo del mito: la
conformità all’occasione, al pubblico e agli intenti encomiastici
(cfr. supra, p. 92).

A questo punto ci resta da fare alcune osservazioni sulla


tematica del viaggio. Per come viene trattato l’argomento, la
distanza fra le due opere diventa consistente, perché dipende dal
diverso retroterra culturale e dalla funzione stessa dei testi. Mentre
Apollonio tratta la geografia (e l'etnografia) come un elemento
portante del poema (ed anche in questa cura si dimostra essere
pienamente partecipe della poetica callimachea), per Pindaro,
invece, vale quanto ha osservato Fränkel: «il poeta era certo
pratico della geografia (…) ma non dà alcuna indicazione che
serva unicamente allo scopo di un orientamento spaziale (…)
manca in lui ogni unitaria descrizione di terre o di popoli secondo
le loro caratteristiche»119. E se la narrazione pindarica non poteva,
per ovvie ragioni di spazio, fornire una descrizione completa della
vicenda, è pur vero che, prescindendo dai riferimenti alla
fondazione di Cirene, il poeta non offre significative descrizioni
paesaggistiche120 né dettagliate indicazioni dell'itinerario seguito
dagli Argonauti: si parla di Iolco come punto di partenza (v. 188),
dell'attraversamento della bocca del “mare Inospitale” (v. 203 ἐπ'
Ἀξείνου στόµα) giungendo direttamente all'arrivo presso il fiume
Fasi (v. 212). La fase di ritorno, invece, viene condensata in uno
spazio ancora più breve (vv. 251-254) che determina una
119
Cfr. Fränkel (1997), op. cit., pp. 698-699.
120
Cfr. Snell, op. cit., pp. 131-132. Diversa è, invece, la sensibilità e l’attenzione
del poeta nei confronti del colore. Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 110.

106
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considerevole accelerazione della narrazione: il passaggio sul


fiume Oceano, sul Mar Rosso, in Libia e a Lemno. Non troviamo
neppure indicazioni temporali utili a stabilire la durata e il periodo
del viaggio121 e nessuno di quegli elementi che in Apollonio (in
particolare nel II libro) scandiscono e preparano l'arrivo verso una
terra barbara, ostile e del tutto estranea al mondo civilizzato
ellenico. Per ulteriori dettagli rimando alle pagine seguenti.

2. Narrazioni parallele

La Pitica IV comincia con un intrecciarsi di profezie e


oracoli appartenenti a piani temporali diversi122:

Σάµερον µὲν χρή σε παρ' ἀνδρὶ φίλῳ


στᾶµεν, εὐίππου βασιλῆϊ Κυράνας,
ὄφρα κωµάζοντι σὺν Ἀρκεσίλᾳ,
Μοῖσα, Λατοίδαισιν ὀφειλόµενον Πυ-
θῶνί τ' αὔξῃς οὖρον ὕµνων,
ἔνθα ποτὲ χρυσέων ∆ιὸς αἰετῶν πάρεδρος
οὐκ ἀποδάµ<ου> Ἀπόλλωνος τυχόντος <ἱέ>ρεα
χρῆσεν οἰκιστῆρα Βάττον
καρποφόρου Λιβύας, ἱεράν
νᾶσον ὡς ἤδη λιπὼν κτίσσειεν εὐάρµατον
πόλιν ἐν ἀργενν<όε>ντι µαστῷ,
καὶ τὸ Μηδείας ἔπος ἀγκοµίσαι
ἑβδόµᾳ καὶ σὺν δεκάτᾳ γενεᾷ Θή- 10
ραιον, Αἰήτα τό ποτε ζαµενής
παῖς ἀπέπνευσ' ἀθανάτου στόµατος, δές-
ποινα Κόλχων. εἶπε δ' οὕτως
ἡµιθέοισιν Ἰάσονος αἰχµατᾶο ναύταις·

121
Indicazioni date, invece, in termini astronomici da Apollonio in II, 498; II,
1099. Da queste informazioni si può dedurre che gli Argonauti sono partiti dal
porto di Pagase all'inizio di giugno e hanno fatto ritorno in patria verso la fine di
novembre.
122
Cfr. supra, pp. 78-80.

107
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Oggi tu devi restare presso un uomo a me caro,


il re di Cirene dai belli cavalli,
per contribuire ad accrescere, o Musa,
per Arcesilao che celebra il trionfo,
il soffio propizio degli inni
dovuti ai figli di Latona e a Pito,
là dove un tempo la sacerdotessa
che siede presso le aquile d'oro di Zeus,
presente Apollo, predisse che Batto, colono
della Libia ferace di frutti,
lasciata l'isola sacra
avrebbe fondato
una città dai bei carri
sopra una candida mammella,
e avrebbe riscattato alla decima settima stirpe
la parola di Medea
che a Tera un giorno l'animosa figlia di Eeta
emise dalla bocca immortale,
la sovrana dei Colchi.
Ella così parlò ai marinai
semidivini del bellicoso Giàsone:

In questi versi, che precedono il discorso diretto di Medea


(vv. 13-56) agli Argonauti, si trova la testimonianza di una
tradizione mitografica diversa da quella seguita da Apollonio.
Nelle Argonautiche, infatti, è Giasone stesso che nei pressi di
Anafe123 (una piccola isola delle Sporadi), spiegando a Eufemo il
123
Anafe è legata in Apollonio all'apparizione miracolosa di Apollo (IV, 1689-
1718), che col bagliore del suo arco indica agli Argonauti (i quali nel frattempo
erano stati avvolti da una misteriosa e inquietante oscurità) la piccola isola.
L'episodio è documentato, seppur con alcune differenze, negli Aitia di Callimaco
(frr. 7-21). Si noti che, invece, in Pindaro è a Thera che Medea compie la
profezia (v. 10). In Apollonio, dunque, Thera nascerà dalla zolla gettata in mare
da Eufemo, mentre per Pindaro l'isola esiste già al momento del viaggio di
ritorno degli Argonauti. Inoltre, se in Apollonio la zolla di terra libica viene
gettata in mare volontariamente da Eufemo in seguito alle parole di Giasone
(che derivano direttamente dalla volontà di Apollo sulla base di IV, 1747-1748),

108
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significato di un sogno, profetizza il destino legato alla zolla di


terra che era stata ricevuta in Libia da Tritone come segno di diritto
alla proprietà del suolo libico (IV, 1749-1754):

«Ὦ πέπον, ἦ µέγα δή σε καὶ ἀγλαὸν ἔµµορε κῦδος.


βώλακα γὰρ τεύξουσι θεοὶ πόντονδε βαλόντι
νῆσον, ἵν' ὁπλότεροι παίδων σέθεν ἐννάσσονται
παῖδες, ἐπεὶ Τρίτων ξεινήιον ἐγγυάλιξεν
τήνδε τοι ἠπείροιο Λιβυστίδος· οὔ νύ τις ἄλλος
ἀθανάτων ἢ κεῖνος, ὅ µιν πόρεν ἀντιβολήσας.»

«Mio caro, ti attende un destino di grande e fulgida


gloria. La zolla che getterai in mare sarà trasformata
dagli dei in un'isola, dove abiteranno i figli più giovani
dei tuoi figli, poiché Tritone ti ha concesso come dono
ospitale questa porzione di terra Libica: era lui e nessun
altro dio, colui che ti è venuto incontro per affidartela.»

Dopo questa interpretazione del sogno (narrato poco sopra


in IV, 1741-1745), il poeta, senza fare alcun preciso riferimento
alla fondazione di Cirene124 (dato sicuramente per scontato),
riassume nei versi successivi le sorti della zolla (che diventerà
Thera, chiamata da Apollonio Καλλίστη125) e della colonizzazione
dell'isola (IV, 1755-1764) :

Ὧς ἔφατ'· οὐδ' ἁλίωσεν ὑπόκρισιν Αἰσονίδαο


Εὔφηµος, βῶλον δὲ θεοπροπίῃσιν ἰανθείς

in Pindaro essa precipita in mare inavvertitamente, in quanto sarebbe dovuta


essere trasportata fino al Tenaro. Nel poeta tebano è proprio questo incidente a
causare sia il ritardo di 17 generazioni (da Eufemo a Batto) per la fondazione di
Cirene che la tappa coloniale intermedia di Thera (se la zolla fosse stata gettata
in mare dal Tenaro, infatti, nell'arco di sole quattro generazioni sarebbe stata
fondata la colonia partendo direttamente dal Peloponneso e non da Thera).
124
Sulla fondazione di Cirene in Apollonio vedi supra, pp. 81-82.
125
Questa notizia si ritrova in Erodoto (IV, 147, 4), nella Pitica IV (258), in
Callimaco (fr. 716), Strabone (VIII, 3, 19; XVII, 3, 21) ed Esichio, s.v.
Καλλίστη.

109
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ἧκεν ὑποβρυχίην. τῆς δ' ἔκτοθι νῆσος ἀέρθη


Καλλίστη, παίδων ἱερὴ τροφὸς Εὐφήµοιο·
οἳ πρὶν µέν ποτε δὴ Σιντηίδα Λῆµνον ἔναιον,
Λήµνου τ' ἐξελαθέντες ὑπ' ἀνδράσι Τυρσηνοῖσιν
Σπάρτην εἰσαφίκανον ἐφέστιοι· ἐκ δὲ λιπόντας
Σπάρτην Αὐτεσίωνος ἐὺς πάις ἤγαγε Θήρας
Καλλίστην ἐπὶ νῆσον, ἀµείψατο δ' οὔνοµα Θήρα
ἐκ σέθεν. ἀλλὰ τὰ µὲν µετόπιν γένετ' Εὐφήµοιο·

Così disse, ed Eufemo fece tesoro della risposta


di Giasone: lieto per la profezia gettò in mare la zolla,
che aderì al profondo. Da questa si levò fuori dall'acqua
l'isola Bellissima, nutrice divina dei figli di Eufemo,
i quali prima abitarono in Lemno Sinteide, e in seguito,
cacciati di là dal popolo dei Tirreni, furono accolti
come supplici a Sparta. Più tardi lasciarono questa città,
e Terante, il valoroso figlio di Autesione, li guidò fino
all'isola Bellissima, che da te, o Terante, prese nuovo
nome. Ma ciò accadde molto dopo l'epoca di Eufemo.

La narrazione pindarica inverte, pertanto, l'ordine


cronologico126 degli eventi in maniera funzionale agli intenti
politico/celebrativi dell'ode: prima l'episodio accaduto sul lago
Tritone (fondamentale per i legami con la futura Cirene) poi, dopo
un nuovo elogio del sovrano, ci si ricollega al tema dell'impresa
degli Argonauti risalendo indietro nel tempo fino alle vicende

126
In effetti gli eventi accaduti nel lago Tritone (dopo una marcia di 12 giorni nel
deserto libico durante la quale gli eroi hanno portato sulle loro spalle la nave
Argo) appartengono ormai alla fase conclusiva del viaggio di ritorno. Superato il
lago Tritone grazie all'aiuto del dio Tritone (figlio di Poseidone e fratello di
Euripilo), gli eroi navigano fino a Creta, dove grazie ai poteri magici di Medea
sconfiggono il gigante Talos. Da lì ripartono per la Grecia e raggiungono il porto
di Pagase. Sulla base di alcuni calcoli fatti in base ai riferimenti temporali dati
dallo stesso poeta, il viaggio nel suo complesso dovette durare almeno 148
giorni. L'episodio del lago Tritonide, dunque, sarebbe da collocarsi circa una
settimana prima del ritorno in patria. Per questo calendario cfr. Apollonio Rodio,
Le Argonautiche, op. cit., pp. XXIII-XXV.

110
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anteriori alla spedizione La misteriosa aurea oracolare con cui


Pindaro ha aperto l'ode viene ripresa all'inizio della seconda
sezione della parte mitica (vv. 70-262). Questa volta si tratta
dell'oracolo funesto che spinse Pelia a eliminare Giasone
ricorrendo al pretesto della ricerca del vello d'oro nella lontana
Colchide (vv. 71-78):

...θέσφατον ἦν127 Πελίαν


ἐξ ἀγαυῶν Αἰολιδᾶν θανέµεν χεί-
ρεσσιν ἢ βουλαῖς ἀκνάµπτοις.
ἦλθε δέ οἱ κρυόεν πυκινῷ µάντευµα θυµῷ,
πὰρ µέσον ὀµφαλὸν εὐδένδροιο ῥηθὲν µατέρος
τὸν µονοκρήπιδα πάντως
ἐν φυλακᾷ σχεθέµεν µεγάλᾳ,
εὖτ' ἂν αἰπεινῶν ἀπὸ σταθµῶν ἐς εὐδείελον
χθόνα µόλῃ κλειτᾶς Ἰ<αο>λκοῦ,
ξεῖνος αἴτ' ὦν ἀστός.

Era destino che Pelia perisse


per mano degli Eòlidi illustri
o per i loro disegni inflessibili.
E un oracolo venne
ad agghiacciargli il cuore sagace,
fu pronunciato presso l'ombelico,
il centro della madre terra dai begli alberi:
guardarsi bene
dall'uomo d'un solo calzare
quando dal rifugio rupestre
discenda alla campagna solatia
della celebre Iolco,
sia cittadino o straniero.

In Apollonio la presenza di questo oracolo di Apollo assume

127
Questa espressione (“era stabilito dagli dei”) potrebbe essere stata ripresa
nelle Argonautiche in II, 196 (θέσφατον ἐκ ∆ιὸς ἦεν ἑῆς ἀπόνασθαι ἐδωδῆς).

111
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un’importanza fondamentale per i successivi sviluppi dell’azione e,


per tale ragione, è inserito all’interno del proemio del poema (I, 5-
7) :
Ἀρχόµενος σέο Φοῖβε παλαιγενέων κλέα φωτῶν
µνήσοµαι οἳ Πόντοιο κατὰ στόµα καὶ διὰ πέτρας
Κυανέας βασιλῆος ἐφηµοσύνῃ Πελίαο
χρύσειον µετὰ κῶας ἐύζυγον ἤλασαν Ἀργώ.
Τοίην γὰρ Πελίης φάτιν128 ἔκλυεν, ὥς µιν ὀπίσσω 5
129
µοῖρα µένει στυγερή , τοῦδ' ἀνέρος ὅντιν' ἴδοιτο
δηµόθεν οἰοπέδιλον ὑπ' ἐννεσίῃσι δαµῆναι·

Cominciando da te, Febo, ricorderò le imprese gloriose


degli antichissimi eroi, che per ordine del re Pelia spinsero
la solida nave Argo alla conquista del vello d'oro
attraverso le bocche del Ponto e le rocce Cianee.
Pelia aveva udito un oracolo, che in futuro lo attendeva
un destino terribile: la morte gli sarebbe stata ordita
dall'uomo che egli avesse visto fra i suoi sudditi venire
calzato un solo sandalo.

A parte alcune diversità stilistico-lessicali130 e una


maggiore precisione del poeta tebano nel delineare già in questi
pochi versi il carattere di Pelia131, fino a questo momento
128
In questo contesto del poema il vocabolo assume il significato preciso di
“voce profetica”, “oracolo”, uso non riscontrabile in Omero (nell'epica e anche
nella maggior parte dei testi successivi significava “voce”, “diceria”,
“reputazione”), ma attestato, seppur limitatamente, nei tragici (Aeschl., Ag.,
1132; Soph., OT., 1140; Eur., Suppl., 834) e nell'Alessandra di Licofrone (v.
1052). Il pindarico µάντευµα (v. 73), invece, non è usato da Apollonio.
129
Per questa iunctura cfr. Aeschl., Pers., 910.
130
Si noti, ad esempio, il fatto che Pindaro (v. 75) per indicare Giasone usa il
termine assai raro µονοκρηπίς (“da un solo sandalo” cfr. Lyc., 1310, AP., XVI,
127, 1), mentre Apollonio (v. 7) l'hapax assoluto οἰοπέδιλον. Va anche osservato
che mentre in Pindaro il nemico di Pelia potrebbe essere o un cittadino o uno
straniero (v. 78 ξεῖνος αἴτ' ὦν ἀστός), in Apollonio viene identificato come un
suddito di Pelia (v. 7 δηµόθεν).
131
Mi riferisco all'espressione (v. 73) πυκινῷ...θυµῷ, cioè “l'accorto animo”.
Questa caratteristica di Pelia verrà ripresa più avanti (v. 96) dal poeta attraverso

112
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Apollonio non si distanzia in maniera significativa da Pindaro.


Subito dopo (vv. 8-17), però, il poeta ellenistico riassume per
sommi capi gli avvenimenti precedenti alla partenza (omettendone
molti) per arrivare direttamente al lungo catalogo degli Argonauti
(vv. 23-227):

δηρὸν δ' οὐ µετέπειτα τεὴν κατὰ βάξιν Ἰήσων,


χειµερίοιο ῥέεθρα κιὼν διὰ ποσσὶν Ἀναύρου,
ἄλλο µὲν ἐξεσάωσεν ὑπ' ἰλύος ἄλλο δ' ἔνερθεν 10
κάλλιπεν αὖθι πέδιλον ἐνισχόµενον προχοῇσιν·
ἵκετο δ' ἐς Πελίην αὐτοσχεδόν, ἀντιβολήσων
εἰλαπίνης ἣν πατρὶ Ποσειδάωνι καὶ ἄλλοις
ῥέζε θεοῖς, Ἥρης δὲ Πελασγίδος οὐκ ἀλέγιζεν·
αἶψα δὲ τόνγ' ἐσιδὼν ἐφράσσατο, καί οἱ ἄεθλον
ἔντυε ναυτιλίης πολυκηδέος, ὄφρ' ἐνὶ πόντῳ
ἠὲ καὶ ἀλλοδαποῖσι µετ' ἀνδράσι νόστον ὀλέσσῃ.

Poco tempo dopo Giasone,


secondo la tua profezia, mentre guadava d'inverno
l'Anauro, riuscì a trarre dal fango uno dei due sandali,
ma l'altro lo abbandonò sul fondo, in balia della corrente.
Si recò quindi da Pelia, per partecipare al banchetto
che il re offriva a suo padre Poseidone
e agli altri dei, dimenticando però Era Pelasga.
Appena lo vide, Pelia capì; e gli impose la prova
di una durissima navigazione, affinché sul mare
o tra popoli sconosciuti perdesse la via del ritorno.

Osservando attentamente questo passo si nota che i vv. 9-11


non rappresentano altro che una spiegazione del termine
precedente οἰοπέδιλον. Questo vocabolo viene, per così dire,

il nesso κλέπτων δὲ θυµῷ/ δεῖµα (“celando nel cuore la paura”), che indica non
solo la capacità di autocontrollo del sovrano, ma anche l'abilità nel manipolare la
realtà in maniera persuasiva (basti pensare che è proprio grazie alla sapiente
abilità oratoria di Pelia che Giasone viene persuaso ad accettare il rischio
dell'impresa).

113
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chiarito attraverso la rapidissima menzione dell'episodio


dell'attraversamento dell'Anauro132. Ma da questo episodio
all'imposizione della fatica il passo è brevissimo secondo il
resoconto di Apollonio. La raffinata tecnica narrativa alessandrina,
che procede attraverso sottili riferimenti letterari e una attenta
selezione della materia poetica, fa sì che il poeta menzioni soltanto
l'arrivo di Giasone al cospetto di Pelia e il sacrificio del sovrano
agli dei (tranne Era). Pindaro, invece, si sofferma a descrivere
l'arrivo inaspettato dell'eroe, il suo aspetto fisico e la meraviglia
suscitata sulla gente (vv. 78-92), facendo quasi coincidere il punto
di vista del pubblico dell’epinicio con quello degli abitanti di Iolco
e di Pelia:

ξεῖνος αἴτ' ὦν ἀστός. ὁ δ' ἦρα χρόνῳ133


ἵκετ' αἰχµαῖσιν διδύµαισιν ἀνὴρ ἔκ-
παγλος· ἐσθὰς δ' ἀµφοτέρα νιν ἔχεν,
ἅ τε Μαγνήτων ἐπιχώριος ἁρµό-
ζοισα θαητοῖσι γυίοις,
ἀµφὶ δὲ παρδαλέᾳ στέγετο φρίσσοντας ὄµβρους·
οὐδὲ κοµᾶν πλόκαµοι κερθέντες ᾤχοντ' ἀγλαοί,
ἀλλ' ἅπαν νῶτον καταίθυς-
σον. τάχα δ' εὐθὺς ἰὼν σφετέρας
ἐστάθη γνώµας ἀταρβάκτοιο πειρώµενος
ἐν ἀγορᾷ πλήθοντος ὄχλου.
τὸν µὲν οὐ γίνωσκον· ὀπιζοµένων δ' ἔµ-

132
Episodio che verrà ripreso da Apollonio in III, 67, dove si specificherà che
Giasone aveva attraversato il fiume per portare dall'altra parte dell'argine una
vecchia (Era). Questo gesto di pietas sarà poi fondamentale per il buon esito
dell'impresa. Se l'attraversamento del fiume procura a Giasone l'appoggio di Era,
il successivo riferimento al disprezzo di Pelia per la dea (v. 14) sancisce la
condanna del sovrano. Si noti che Pindaro precisa che Giasone indossava solo il
sandalo destro (v. 96), ma senza alcun riferimento alla causa della perdita. Il
fiume Anauro è l'attuale Xerias.
133
L'espressione χρόνῳ (“col tempo”) indica in questo contesto il progressivo
avverarsi dell'oracolo. In Apollonio la corrispondente espressione (v. 8) δηρὸν δ'
οὐ µετέπειτα, invece, si riferisce più probabilmente ad un semplice passaggio
temporale.

114
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πας τις εἶπεν καὶ τόδε·


’Οὔ τί που ̆οὗτος Ἀπόλλων,
οὐδὲ µὰν χαλκάρµατός ἐστι πόσις
Ἀφροδίτας· ἐν δὲ Νάξῳ φαντὶ θανεῖν λιπαρᾷ
Ἰφιµεδείας παῖδας, Ὦτον καὶ σέ, τολ-
µάεις Ἐπιάλτα ἄναξ.
καὶ µὰν Τιτυὸν βέλος Ἀρτέµιδος θήρευσε κραιπνόν,
ἐξ ἀνικάτου φαρέτρας ὀρνύµενον,
ὄφρα τις τᾶν ἐν δυνατῷ φιλοτά-
των ἐπιψαύειν ἔραται.’

Così col tempo un uomo giunse


con due lance stupendo,
l'avvolgeva una duplice veste,
quella propria dei Magnesi,
aderente alle mirabili membra,
e tutt'intorno una pelle di pantera
lo schermiva dai brividi della pioggia;
non erano caduti sotto il taglio del ferro
i riccioli lucenti della chioma,
ma lungo tutto il dorso gli splendevano.
Subito venne con passo diritto,
sperimentando l'intrepido cuore,
e in mezzo alla piazza
si piantò tra la folla.
Non lo conoscevano; ma timorosi
l'ammiravano, qualcuno anche disse:
«Certo, non è Apollo costui
e neppure lo sposo d'Afrodite,
Ares dal carro di bronzo; si narra
che nella fulgida Nasso perirono
i figli di Ifimedèa,
Oto e tu, principe audace Efialte.
Pure Tizio colpì
la rapida freccia d'Artemide
balzando dall'invitta faretra

115
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perché ognuno ambisca


ad attingere amori possibili»

Anche Apollonio dà voce alla folla di Iolco (vv. 242-246),


ma rispetto alla Pitica IV l'intervento popolare si colloca
cronologicamente dopo il catalogo degli Argonauti ed è focalizzato
sull'insieme degli eroi e non su Giasone134:

Αὐτὰρ ἐπεὶ δµώεσσιν ἐπαρτέα πάντ' ἐτέτυκτο


ὅσσα περ ἐντύνονται ἐπαρτέα ἔνδοθι νῆες, 235
εὖτ' ἂν ἄγῃ χρέος ἄνδρας ὑπεὶρ ἅλα ναυτίλλεσθαι,
δὴ τότ' ἴσαν µετὰ νῆα δι' ἄστεος, ἔνθα περ ἀκταί
κλείονται Παγασαὶ Μαγνήτιδες· ἀµφὶ δὲ λαῶν
πληθὺς σπερχοµένων ἄµυδις θέον, οἱ δὲ φαεινοί
ἀστέρες ὣς νεφέεσσι µετέπρεπον. ὧδε δ' ἕκαστος 240
ἔννεπεν εἰσορόων σὺν τεύχεσιν ἀίσσοντας·
“Ζεῦ ἄνα, τίς Πελίαο νόος; πόθι τόσσον ὅµιλον
ἡρώων γαίης Παναχαιίδος ἔκτοθι βάλλει;
αὐτῆµάρ κε δόµους ὀλοῷ πυρὶ δῃώσειαν
Αἰήτεω, ὅτε µή σφιν ἑκὼν δέρος ἐγγυαλίξῃ· 245
ἀλλ' οὐ φυκτὰ κέλευθα, πόνος δ' ἄπρηκτος ἰοῦσιν.”

Quando fu apprestato dai servi tutto ciò con cui le navi


munite di remi sogliono essere equipaggiate all'interno
allorché il bisogno spinge gli uomini a salpare, subito
attraversarono la città diretti alla nave, verso la costa
detta Pagase di Magnesia: tutt'intorno la folla s'accalcava,
e univa la sua corsa alla loro rapida marcia, ma essi
spiccavano fra tutto come astri lucenti tra le nuvole.
Ammirando lo slancio degli eroi armati, ciascuno diceva:
«Grande Zeus, qual è lo scopo di Pelia? Dove spedisce,
fuori da tutta la terra Achea, una simile schiera d' eroi?
Devasteranno col fuoco mortale la reggia di Eeta il primo
134
In questa fase della narrazione di Apollonio Giasone non è ancora il
comandante della spedizione. Questo avverrà poco prima della partenza in
seguito all'esplicita richiesta di Eracle (vv. 345 segg.).

116
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giorno, se non consegnerà subito il vello. Ma incombe,


inevitabile, il viaggio: partono per un'impresa disperata!»

Come si può facilmente notare manca in Apollonio


quell’atmosfera quasi fiabesca che nell’epinicio connotava l’arrivo
dell’eroe misterioso. Anzi, la gente (ed il lettore) avverte
chiaramente lo stesso senso di angoscia e di inquietudine che sarà
provato da Giasone (I, 460-461) e dai genitori (I, vv.261 segg.).
Si ripresenta, invece, il riferimento pindarico ad Apollo (v.
87) all'interno di una similitudine in cui il poeta arriva a
paragonare l'avanzare di Giasone tra la folla a quello del dio nei
luoghi di culto a lui cari (vv. 307-311):

οἷος δ' ἐκ νηοῖο θυώδεος εἶσιν Ἀπόλλων


∆ῆλον ἀν' ἠγαθέην ἠὲ Κλάρον, ἢ ὅγε Πυθώ
ἢ Λυκίην εὐρεῖαν ἐπὶ Ξάνθοιο ῥοῇσι –
τοῖος ἀνὰ πληθὺν δήµου κίεν, ὦρτο δ' ἀυτή 310
κεκλοµένων ἄµυδις...

Come da un tempio odoroso si fa avanti Apollo


nella sacra Delo o a Claro o a Pito
o nella grande Licia sulle rive dello Xanto,
così egli andava tra la folla, che lo acclamava
a una sola voce.

Per quanto concerne l'aspetto fisico di Giasone135 Apollonio


non fornisce da subito descrizioni di questo tipo. La bellezza
dell'eroe, infatti, diventerà argomento poetico solo nel contesto del
135
La descrizione pindarica dell'abbigliamento (vv. 79 segg.) viene
probabilmente ripresa da Apollonio nell'ekphrasis del manto donatogli da Atena
(I, vv. 725-768) dove, peraltro, si trova anche il riferimento alla lancia (v. 769:
δεξιτερῇ δ' ἕλεν ἔγχος ἑκηβόλον). Secondo Sbardella la famosa scena
dell'ekphrasis del poeta ellenistico sarebbe modellata, invece, sul passo in cui
Pindaro (v. 251) parla di una veste ottenuta come premio di un agone sportivo
proprio nel contesto lemnio. Cfr. L. Sbardella, Eroi senza veste: l'episodio
lemnio della saga argonautica in Apollonio Rodio e in Pindaro, in «SemRom»
11 (2008), pp. 289-298.

117
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fatidico incontro con Medea (III, 919-926):

ἔνθ' οὔπω τις τοῖος ἐπὶ προτέρων γένετ' ἀνδρῶν,


οὔθ' ὅσοι ἐξ αὐτοῖο ∆ιὸς γένος οὔθ' ὅσοι ἄλλων
ἀθανάτων ἥρωες ἀφ' αἵµατος ἐβλάστησαν,
οἷον Ἰήσονα θῆκε ∆ιὸς δάµαρ ἤµατι κείνῳ
ἠµὲν ἐσάντα ἰδεῖν ἠδὲ προτιµυθήσασθαι·
τὸν καὶ παπταίνοντες ἐθάµβεον αὐτοὶ ἑταῖροι
λαµπόµενον χαρίτεσσιν, ἐγήθησεν δὲ κελεύθῳ 925
Ἀµπυκίδης136, ἤδη που ὀισσάµενος τὰ ἕκαστα.

Nessuno mai al tempo degli uomini antichi,


né tra i figli dello stesso Zeus né tra gli eroi
che nacquero dal sangue degli altri immortali,
fu quale la consorte di Zeus rese quel giorno
l'Esonide, nell'aspetto e nel modo di parlare. Gli stessi
compagni ammiravano sbalorditi la sua bellezza
abbagliante, e il figlio di Ampico era felice
d'avviarsi con lui: certo già prevedeva ogni cosa!

La bellezza luminosa (v. 925 λαµπόµενον) dell'eroe infusa


da Era viene ripresa più avanti attraverso la similitudine con l'astro
Sirio137, nel momento vero e proprio in cui l'eroe si presenta agli
occhi di Medea (III, 956-961):

αὐτὰρ ὅγ' οὐ µετὰ δηρὸν ἐελδοµένῃ ἐφαάνθη,


ὑψόσ' ἀναθρῴσκων ἅ τε Σείριος Ὠκεανοῖο,
ὃς δή τοι καλὸς µὲν ἀρίζηλός τ' ἐσιδέσθαι
ἀντέλλει, µήλοισι δ' ἐν ἄσπετον ἧκεν ὀιζύν –
ὧς ἄρα τῇ καλὸς µὲν ἐπήλυθεν εἰσοράασθαι 960
Αἰσονίδης, κάµατον δὲ δυσίµερον ὦρσε φαανθείς.

136
Si tratta dell'indovino Mopso che sta accompagnando Giasone all'incontro con
Medea. In Pindaro il personaggio è ricordato ai vv. 189 segg..
137
Una simile similitudine, dove però il punto di vista è quello delle donne di
Lemno e della regina Issipile, si trova in I, 774-781.

118
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Ma poi all'improvviso lui apparve al suo desiderio:


lo vide altissimo come l'astro Sirio, che sorge
sopra l'Oceano ed offre l'impareggiabile spettacolo
della sua luce, ma porta alle greggi immensa rovina;
così l'Esonide giunse per lei sfolgorante a vedersi,
ma col suo apparire accese un'atroce, sciagurata
passione.

Fin qui, dunque, si può osservare come Apollonio, pur


avendo avuto Pindaro come punto di riferimento, abbia nettamente
rimodellato tale materiale poetico. Se il poeta tebano, infatti, già
all'inizio della sua narrazione del mito argonautico si era
soffermato sui tratti fisici (e di riflesso morali) dell'eroe, Apollonio
affronta questi aspetti solo nel momento in cui appaiono
maggiormente rilevanti per la narrazione. La bellezza di Giasone,
pertanto, viene ritardata quasi per far convergere il punto di vista
del lettore con quello dell'eroina. Da un confronto fra i due testi
emerge anche che il proemio delle Argonautiche presenta una
versione sintetica (e con notevoli omissioni) della più ampia
narrazione pindarica relativa gli eventi anteriori all'arrivo degli
Argonauti a Iolco. In effetti, Pindaro, dopo aver descritto l'arrivo di
Giasone dal punto di vista degli abitanti di Iolco, racconta
dettagliatamente anche il progressivo svelarsi dell'identità dell'eroe
a Pelia, il ricongiungimento familiare, e le fasi che hanno portato
Pelia ad imporre la fatica (vv. 93 segg.):

τοὶ µὲν ἀλλάλοισιν ἀµειβόµενοι


γάρυον τοιαῦτ'· ἀνὰ δ' ἡµιόνοις ξε-
στᾷ τ' ἀπήνᾳ προτροπάδαν Πελίας
ἵκετο σπεύδων· τάφε δ' αὐτίκα παπτά- 95
ναις ἀρίγνωτον πέδιλον
δεξιτερῷ µόνον ἀµφὶ ποδί. κλέπτων δὲ θυµῷ
δεῖµα προσήνεπε· ‘Ποίαν γαῖαν, ὦ ξεῖν', εὔχεαι
πατρίδ' ἔµµεν; καὶ τίς ἀνθρώ-
πων σε χαµαιγενέων πολιᾶς
ἐξανῆκεν γαστρός; ἐχθίστοισι µὴ ψεύδεσιν

119
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καταµιάναις εἰπὲ γένναν.’ 100


τὸν δὲ θαρσήσαις ἀγανοῖσι λόγοις
ὧδ' ἀµείφθη· ‘Φαµὶ διδασκαλίαν Χί-
ρωνος οἴσειν. ἀντρόθε γὰρ νέοµαι
πὰρ Χαρικλοῦς καὶ Φιλύρας, ἵνα Κενταύ-
ρου µε κοῦραι θρέψαν ἁγναί.
εἴκοσι δ' ἐκτελέσαις ἐνιαυτοὺς οὔτε ἔργον
οὔτ' ἔπος ἐντράπελον κείνοισιν εἰπὼν ἱκόµαν 105
οἴκαδ', ἀρχαίαν κοµίζων
πατρὸς ἐµοῦ, βασιλευοµέναν
οὐ κατ' αἶσαν, τάν ποτε Ζεὺς ὤπασεν λαγέτᾳ
Αἰόλῳ καὶ παισὶ τιµάν.
πεύθοµαι γάρ νιν Πελίαν ἄθεµιν λευ-
καῖς πιθήσαντα φρασίν
ἁµετέρων ἀποσυλᾶσαι βιαίως ἀρχεδικᾶν τοκέων· 110
τοί µ', ἐπεὶ πάµπρωτον εἶδον φέγγος, ὑπερφιάλου
ἁγεµόνος δείσαντες ὕβριν, κᾶδος ὡς-
είτε φθιµένου δνοφερόν
ἐν δώµασι θηκάµενοι µίγα κωκυτῷ γυναικῶν,
κρύβδα πέµπον σπαργάνοις ἐν πορφυρέοις,
νυκτὶ κοινάσαντες ὁδόν, Κρονίδᾳ 115
δὲ τράφεν Χίρωνι δῶκαν.
ἀλλὰ τούτων µὲν κεφάλαια λόγων
ἴστε. λευκίππων δὲ δόµους πατέρων, κε-
δνοὶ πολῖται, φράσσατέ µοι σαφέως·
Αἴσονος γὰρ παῖς ἐπιχώριος οὐ ξεί-
ναν ἱκάνω γαῖαν ἄλλων.
φὴρ δέ µε θεῖος Ἰάσονα κικλῄσκων προσαύδα.’
ὣς φάτο· τὸν µὲν ἐσελθόντ' ἔγνον ὀφθαλµοὶ πατρός· 120
ἐκ δ' ἄρ' αὐτοῦ ποµφόλυξαν
δάκρυα γηραλέων γλεφάρων,
ἃν περὶ ψυχὰν ἐπεὶ γάθησεν, ἐξαίρετον
γόνον ἰδὼν κάλλιστον ἀνδρῶν.
καὶ κασίγνητοί σφισιν ἀµφότεροι
ἤλυθον κείνου γε κατὰ κλέος· ἐγγὺς 125
µὲν Φέρης κράναν Ὑπερῇδα λιπών,

120
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ἐκ δὲ Μεσσάνας Ἀµυθάν· ταχέως δ' Ἄ-


δµατος ἷκεν καὶ Μέλαµπος
εὐµενέοντες ἀνεψιόν. ἐν δαιτὸς δὲ µοίρᾳ
µειλιχίοισι λόγοις αὐτοὺς Ἰάσων δέγµενος
ξείνι' ἁρµόζοντα τεύχων
πᾶσαν ἐυφροσύναν τάνυεν
ἀθρόαις πέντε δραπὼν νύκτεσσιν ἔν θ' ἁµέραις 130
ἱερὸν εὐζοίας ἄωτον.
ἀλλ' ἐν ἕκτᾳ πάντα λόγον θέµενος σπου-
δαῖον ἐξ ἀρχᾶς ἀνήρ
συγγενέσιν παρεκοινᾶθ'·
οἱ δ' ἐπέσποντ'. αἶψα δ' ἀπὸ κλισιᾶν
ὦρτο σὺν κείνοισι· καί ῥ' ἦλθον Πελία µέγαρον·
ἐσσύµενοι δ' εἴσω κατέσταν· τῶν δ' ἀκού- 135
σαις αὐτὸς ὑπαντίασεν
Τυροῦς ἐρασιπλοκάµου γενεά· πραῢν δ' Ἰάσων
µαλθακᾷ φωνᾷ ποτιστάζων ὄαρον
βάλλετο κρηπῖδα σοφῶν ἐπέων·

Così vociferavano l'un l'altro;


ad un tratto, sul carro levigato
giunse a precipizio Pelia
con le sue mule: e subito stupì
appena scorse al piede destro
l'unico ben noto calzare.
Nascose nel cuor la paura
e gli chiese:
«Quale terra tu vanti
come patria, straniero?
Quale umana creatura terrestre
ti buttò fuori dal suo bianco ventre?
Non la macchiare di odiose menzogne,
di' la tua stirpe»
Con miti parole, imperterrito,
egli così gli rispose: «Io dico
che son qui per recare quel che insegna Chirone.

121
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Vengo dall'antro, da Càriclo e Fìlira,


dove mi crebbero le figlie venerande
del Centauro. Ho compiuto vent'anni,
né mai dissi né feci tra loro
parola o cosa impudente:
ritorno ora a casa a riprendermi
l'antico onore regale del padre
− che altri esercita contro giustizia −
a suo tempo concesso da Zeus
ad Eolo condottiero di popoli
e ai suoi figli.
Sento dire che Pelia,
obbedendo al suo cuore insensato
lo rapì con la forza ai miei genitori,
i sovrani legittimi;
com'io vidi la luce,
essi, temendo la protervia
d'un capo arrogante, presero in casa
un lutto tetro, misto a lamenti di donne,
come s'io fossi morto, e poi segretamente
mi mandarono in fasce purpuree
affidando alla notte il cammino
e mi diedero al Crònide Chirone
perché m'allevasse.
Ormai sapete il succo del racconto;
miei cari cittadini, mostratemi la casa
dei miei padri dai bianchi cavalli:
poi ch'io sono di qui, il figlio d'Esone,
non venni straniero in terra d'altri.
E mi chiamava Giasone per nome
la divina fiera».
Così disse, e com'egli entrò
ben lo conobbero gli occhi del padre;
e dalle vecchie palpebre
pullularono lacrime
e gioì nel suo animo

122
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alla vista del figlio, il migliore,


il più bello fra gli uomini.
E vennero entrambi i fratelli
alla notizia del suo arrivo:
da vicino Ferete, lasciata la fonte Iperèa,
e da Messene Amitàone:
e rapido giunse Admeto, e Melampo,
a festeggiare il cugino.
Nell'ora del convito Giasone li accolse
con dolci parole,
apprestando adeguati doni ospitali,
e prolungava ogni letizia
mietendo per cinque intere notti
e cinque giorni
il sacro fiore di una buona vita.
Ma nel sesto, il discorso fu serio
e l'eroe sin dall'inizio
confidò ogni cosa ai congiunti:
quelli assentirono. E subito dai seggi
balzò con essi e vennero
nel palazzo di Pelia:
irruppero e furono dentro;
lì udì e mosse loro incontro
il figlio di Tiro dalla bella chioma;
e Giasone, stillando
con voce blanda parole gentili,
gettò la base di un saggio discorso.

Fra questi particolari, l'unico che viene rielaborato nelle


Argonautiche è quello dell'incontro familiare. Ma mentre Pindaro
(vv. 120 segg.) focalizza l'attenzione sul felice ricongiungimento
(temporaneo) della famiglia, in concomitanza con l'arrivo a Iolco e
prima dell'imposizione della fatica, Apollonio preferisce
concentrarsi sul congedo tra Giasone e i genitori poco prima della

123
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partenza138. Questa scelta potrebbe avere due motivazioni. A livello


generale, infatti, nell'omissione di alcuni particolari o di singoli
episodi del testo pindarico si può intravedere un possibile rapporto
di intertestualità tra le Argonautiche e la Pitica IV (un continuo
alternarsi tra emulazione e raffinata competizione letteraria). Nel
caso specifico, comunque, la scena in cui la madre e il padre di
Giasone salutano il proprio figlio nell'imminenza della partenza
per una terra remota e verso terribili prove fornisce al poeta
ellenistico l'occasione per sviluppare una maggiore tensione
emotiva e per amplificare l'ansia e l'inquietudine nei confronti di
una azione eroica dai tratti incerti e oscuri. Il pathos è
ulteriormente sottolineato anche dal fatto (certamente non casuale)
che dei due genitori è solo Alcimede a rivolgere al figlio139 parole
di doloroso sconforto dall’intonazione tragica140 (I, vv. 278-305):

“Αἴθ' ὄφελον κεῖν' ἦµαρ, ὅτ' ἐξειπόντος ἄκουσα


δειλὴ ἐγὼ Πελίαο κακὴν βασιλῆος ἐφετµήν,
αὐτίκ' ἀπὸ ψυχὴν µεθέµεν κηδέων τε λαθέσθαι, 280
ὄφρ' αὐτός µε τεῇσι φίλαις ταρχύσαο χερσίν,
τέκνον ἐµόν· τὸ γὰρ οἶον ἔην ἔτι λοιπὸν ἐέλδωρ
ἐκ σέθεν, ἄλλα δὲ πάντα πάλαι θρεπτήρια πέσσω.
νῦν γε µὲν ἡ τὸ πάροιθεν Ἀχαιιάδεσσιν ἀγητή
δµωὶς ὅπως κενεοῖσι λελείψοµαι ἐν µεγάροισιν, 285
σεῖο πόθῳ µινύθουσα δυσάµµορος, ᾧ ἔπι πολλήν
ἀγλαΐην καὶ κῦδος ἔχον πάρος, ᾧ ἔπι µούνῳ
µίτρην πρῶτον ἔλυσα καὶ ὕστατον, ἔξοχα γάρ µοι
Εἰλείθυια θεὰ πολέος ἐµέγηρε τόκοιο.
ὤ µοι ἐµῆς ἄτης· τὸ µὲν οὐδ' ὅσον οὐδ' ἐν ὀνείρῳ 290

138
Cfr. supra, p. 96.
139
Va sottolineato che mentre in Apollonio Giasone è figlio unico, secondo Ibico
(PMGF 301) aveva anche una sorella. Si può ipotizzare, pertanto, che Apollonio
abbia scelto una versione più appropriata ad aumentare il pathos.
140
Cfr. Euripide, Medea, 1032-1036, Ecuba, 354-356 ma anche Hom., Il., VI,
456-463. Apollonio, dunque, fonde l’immagine della madre che ha perso i figli
con quella della sposa (Andromaca) abbandonata dal marito destinato a morire
sul campo di battaglia.

124
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ὠισάµην, εἰ Φρίξος ἐµοὶ κακὸν ἔσσετ' ἀλύξας.”

«Misera me, dovevo morire all'istante e obliare


gli affanni il giorno stesso in cui udii il re Pelia proferire
il triste comando! Allora, figlio adorato, seppellendomi
con le tue care mani m'avresti fatto l'ultimo dono
che mi attendevo da te, poiché ogni altro compenso
per le mie cure di madre l'ho ricevuto ormai da tempo!
Resterò nella casa vuota, abbandonata come una schiava,
io che in passato ero ammirata tra le donne achee;
e infelice mi consumerò nel rimpianto di te, grazie
al quale avevo prima splendidi onori, e per cui soltanto
sciolsi la cintura, per la prima e l'ultima volta, poiché
la dea Ilizia decisamente mi negò una prole numerosa.
Quale sciagura è la mia! Neppure in sogno avrei pensato
che la salvezza di Frisso m'avrebbe portato tanto dolore»

Tornando alla dettagliata narrazione pindarica relativa agli


antefatti della spedizione possiamo osservare come il modo di
reagire di questo Giasone sia ben lontano dal ritratto “antieroico”
che Apollonio ha delineato nel suo poema. Ci troviamo di fronte,
come già abbiamo detto (pp. 94-95), ad un eroe che con abile
diplomazia intende recuperare un trono assegnato da Zeus ed ora
detenuto da un usurpatore (v. 107 οὐ κατ' αἶσαν). Nel successivo
dialogo in stile epico141 fra Giasone e Pelia emerge, dunque, da
parte del giovane la volontà di risolvere pacificamente la questione
senza però rinunciare a ciò che gli spetta di diritto. La soluzione
proposta è quella di riprendersi il trono e lasciare a Pelia il
possesso di tutte le ricchezze e i beni materiali (vv. 138-156)142:

‘Παῖ Ποσειδᾶνος Πετραίου,


ἐντὶ µὲν θνατῶν φρένες ὠκύτεραι
141
Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 109.
142
Una simile argomentazione ricorre nel celebre papiro stesicoreo di Lilla76abc
(=fr. 222b Davies) in cui Giocasta cerca di placare la contesa tra i figli attraverso
una pacifica spartizione dei beni e del trono. Cfr. supra, pp. 95-96.

125
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κέρδος αἰνῆσαι πρὸ δίκας δόλιον τρα- 140


χεῖαν ἑρπόντων πρὸς ἔπιβδαν ὅµως
ἀλλ' ἐµὲ χρὴ καὶ σὲ θεµισσαµένους ὀρ-
γὰς ὑφαίνειν λοιπὸν ὄλβον.
εἰδότι τοι ἐρέω· µία βοῦς Κρηθεῖ τε µάτηρ
καὶ θρασυµήδεϊ Σαλµωνεῖ· τρίταισιν δ' ἐν γοναῖς
ἄµµες αὖ κείνων φυτευθέν-
τες σθένος ἀελίου χρύσεον
λεύσσοµεν. Μοῖραι δ' ἀφίσταιντ', εἴ τις ἔχθρα πέλει 145
ὁµογόνοις αἰδῶ καλύψαι.
οὐ πρέπει νῷν χαλκοτόροις ξίφεσιν
οὐδ' ἀκόντεσσιν µεγάλαν προγόνων τι-
µὰν δάσασθαι. µῆλά τε γάρ τοι ἐγώ
καὶ βοῶν ξανθὰς ἀγέλας ἀφίηµ' ἀ-
γρούς τε πάντας, τοὺς ἀπούρας
ἁµετέρων τοκέων νέµεαι πλοῦτον πῐαίνων·
κοὔ µε πονεῖ τεὸν οἶκον ταῦτα πορσύνοντ' ἄγαν·
ἀλλὰ καὶ σκᾶπτον µόναρχον
καὶ θρόνος, ᾧ ποτε Κρηθεΐδας
ἐγκαθίζων ἱππόταις εὔθυνε λαοῖς δίκας –
τὰ µὲν ἄνευ ξυνᾶς ἀνίας
λῦσον, ἄµµιν µή τι νεώτερον ἐξ αὐ- 155
τῶν ἀναστάῃ κακόν.’

«Figlio di Poseidone Petreo,


le menti dei mortali sono pronte a lodare
più che la giustizia i subdoli guadagni
e vanno tuttavia verso un domani amaro;
ma dobbiamo io e te riconciliare
i nostri impulsi secondo giustizia
e tessere prosperità futura.
Parlo a chi sa:
la stessa giovenca fu madre
di Crèteo e dell'impavido Salmòneo;
e noi terza stirpe, generati da quelli
miriamo la forza dorata del sole.

126
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S'allontanano le Moire
se fra coloro dello stesso sangue
c'è discordia che occulti il pudore.
Non s'addice a noi due dividere
con le spade di bronzo e le lance
il grande onore dei nostri antenati.
Io ti lascio le greggi e i fulvi armenti
dei buoi e tutti i campi che coltivi,
tolti ai miei genitori,
impinguando così la tua ricchezza;
non mi disturba che di questi beni
troppo s'accresca la tua casa,
ma quello scettro di monarca e il trono
sul quale, un tempo sedendo, il figlio di Crèteo
impartiva giustizia al suo popolo equestre;
tutto questo rendimi
senza alcuna molestia reciproca,
perché di qui tu non faccia sorgere
un nuovo male».

A queste proposte del giovane eroe Pelia, facendo uso della


sua metis, risponde imponendo la prova della spedizione sulla base
di uno scrupolo religioso sollecitato da un sogno143: recuperare il
vello d'oro e riportare in patria le ossa di Frisso in modo che anche
la sua anima possa ritornare in Grecia (vv. 156-167):

ὣς ἄρ' ἔειπεν, ἀκᾷ δ' ἀντ-


αγόρευσεν καὶ Πελίας· ‘Ἔσοµαι
τοῖος· ἀλλ' ἤδη µε γηραιὸν µέρος ἁλικίας
ἀµφιπολεῖ· σὸν δ' ἄνθος ἥβας ἄρτι κυ-
µαίνει· δύνασαι δ' ἀφελεῖν
µᾶνιν χθονίων. κέλεται γὰρ ἑὰν ψυχὰν κοµίξαι
Φρίξος ἐλθόντας πρὸς Αἰήτα θαλάµους 160

143
Va notato che questo dettaglio è presente anche nella rielaborazione latina di
Valerio Flacco (I, vv. 47-50).

127
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δέρµα τε κριοῦ βαθύµαλλον ἄγειν,


τῷ ποτ' ἐκ πόντου σαώθη
ἔκ τε µατρυιᾶς ἀθέων βελέων.
ταῦτά µοι θαυµαστὸς ὄνειρος ἰὼν φω-
νεῖ. µεµάντευµαι δ' ἐπὶ Κασταλίᾳ,
εἰ µετάλλατόν τι· καὶ ὡς τάχος ὀτρύ-
νει µε τεύχειν ναῒ ποµπάν.
τοῦτον ἄεθλον ἑκὼν τέλεσον· καί τοι µοναρχεῖν 165
καὶ βασιλευέµεν ὄµνυµι προήσειν. καρτερός
ὅρκος ἄµµιν µάρτυς ἔστω
Ζεὺς ὁ γενέθλιος ἀµφοτέροις.’

Così disse e tranquillo rispose


anche Pelia: «Sarò come vuoi,
ma mi circonda ormai l'età senile,
e a te già ribolle
il fiore della tua giovinezza:
l'ira degli inferi tu puoi rimuovere.
Poiché Frisso c'impone
di richiamar la sua anima,
andando al palazzo di Eeta,
e prendere la pelle villosa dell'ariete
sul quale un giorno si salvò dal mare
e dagli ampi strali della matrigna.
Il sogno prodigioso questo è venuto a dirmi.
Chiesi all'oracolo della Castalia
se dovevo indagare: e m'impose
d'allestire: e m'impose
d'allestire al più al presto una nave all'impresa.
Compi tu, volentieri, questa prova
e giuro di cederti
il regno e il potere.
Ci sia testimone,
giuramento immutabile, Zeus
antenato di entrambi».

128
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Vanno osservati due aspetti: in Apollonio non è previsto


alcun recupero delle ossa di Frisso, bensì solo un sacrificio (II,
1194-1195). Inoltre, il passo contenuto nel proemio delle
Argonautiche (I, vv. 15-17) rende esplicite le intenzioni di Pelia,
celate in Pindaro dalla retorica e simili ad un vero e proprio atto di
pietas144 verso il defunto:

αἶψα δὲ τόνγ' ἐσιδὼν ἐφράσσατο, καί οἱ ἄεθλον


ἔντυε ναυτιλίης πολυκηδέος, ὄφρ' ἐνὶ πόντῳ
ἠὲ καὶ ἀλλοδαποῖσι µετ' ἀνδράσι νόστον ὀλέσσῃ.

Appena lo vide, Pelia capì; e gl'impose la prova


di una durissima navigazione, affinché sul mare
o tra popoli sconosciuti perdesse la via del ritorno.

Subito dopo il discorso dell’usurpatore Pindaro inserisce la


sezione del catalogo degli Argonauti, quasi a voler sottolineare
l’immediata attuazione della richiesta di Pelia. Non si tratta di un
elenco completo, dato che vengono ricordati solo 11 eroi145 (vv.
168-187):

σύνθεσιν ταύταν ἐπαινήσαντες οἱ µὲν κρίθεν·


ἀτὰρ Ἰάσων αὐτὸς ἤδη
ὤρνυεν κάρυκας ἐόντα πλόον 170
φαινέµεν παντᾷ. τάχα δὲ Κρονίδαο
Ζηνὸς υἱοὶ τρεῖς ἀκαµαντοµάχαι
ἦλθον Ἀλκµήνας θ' ἑλικογλεφάρου Λή-
δας τε, δοιοὶ δ' ὑψιχαῖται

144
In realtà il discorso di Pelia raggiunge l'empietà nel momento in cui arriva a
giurare di restituire il trono a Giasone (vv. 165-166 καί τοι µοναρχεῖν /καὶ
βασιλευέµεν ὄµνυµι προήσειν).
145
Si noti, però, che Pindaro in altri luoghi dimostra di conoscere altri
partecipanti: Ergino in Ol., 4, 19 segg.; Euzione nel fr. 48; Peleo nel fr. 172.
Sulle discrepanze nel numero degli Argonauti all'interno delle fonti letterarie cfr.
W. H. Roscher, Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen
Mythologie, Leipzig 1884, I, col. 507 segg..

129
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ἀνέρες, Ἐννοσίδα γένος, αἰδεσθέντες ἀλκάν,


ἔκ τε Πύλου καὶ ἀπ' ἄκρας Ταινάρου· τῶν µὲν κλέος
ἐσλὸν Εὐφάµου τ' ἐκράνθη 175
σόν τε, Περικλύµεν' εὐρυβία.
ἐξ Ἀπόλλωνος δὲ φορµιγκτὰς ἀοιδᾶν πατήρ
ἔµολεν, εὐαίνητος Ὀρφεύς.
πέµψε δ' Ἑρµᾶς χρυσόραπις διδύµους υἱ-
οὺς ἐπ' ἄτρυτον πόνον,
τὸν µὲν Ἐχίονα, κεχλά-
δοντας ἥβᾳ, τὸν δ' Ἔρυτον. ταχέες
ἀµφὶ Παγγαίου θεµέθλοις ναιετάοντες ἔβαν, 180
καὶ γὰρ ἑκὼν θυµῷ γελανεῖ θᾶσσον ἔν-
τυνεν βασιλεὺς ἀνέµων
Ζήταν Κάλαΐν τε πατὴρ Βορέας, ἄνδρας πτεροῖσιν
νῶτα πεφρίκοντας ἄµφω πορφυρέοις.
τὸν δὲ παµπειθῆ γλυκὺν ἡµιθέοι-
σιν πόθον̄ ἔνδαιεν Ἥρα
Θναὸς Ἀργοῦς, µή τινα λειπόµενον 185
τὰν ἀκίνδυνον παρὰ µατρὶ µένειν αἰ-
ῶνα πέσσοντ', ἀλλ' ἐπὶ καὶ θανάτῳ
φάρµακον κάλλιστον ἑᾶς ἀρετᾶς ἅ-
λιξιν εὑρέσθαι σὺν ἄλλοις.

Concluso questo accordo,


si separarono; e Giasone stesso
in gran fretta incitava gli araldi
a rendere ovunque palese
che c'è la spedizione.
Subito vennero tre figli, indomiti in guerra,
del Crònide Zeus
e d'Alcmena dalle nere pupille e di Leda,
e da Pilo e dalle alture di Tènaro
i due eroi altochiomati
prole del dio Scuotitor della terra,
rispettosi del proprio valore.
Si compì la loro nobile gloria,

130
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d'Eufèmo e la tua, possente Periclìmeno.


E venne il citarista
padre dei canti per virtù d' Apollo
Orfeo molto lodato.
Ermes dalla verga d'oro
mandava due figli gemelli,
per questa prova infaticabile,
Echìone ed Erito turgidi di giovinezza.
E rapidi giunsero quelli
che abitavano ai piedi del Pangeo:
poiché volentieri con animo sereno
il re dei venti, Borea, il loro padre,
presto sollecitava Zete e Càlai,
eroi col brivido sul dorso
delle ali purpuree.
Era accendeva in questi semidei
un suadente dolce desiderio
della nave Argo perché nessuno
presso la madre restasse in disparte
a marcire lontana dai rischi della vita,
ma trovasse con gli altri coetanei,
anche a prezzo di morte,
il miglior elisir del suo valore.

Se si analizza accuratamente questo catalogo, si può


osservare che Pindaro ha ricordato solo figli di dei. Questa scelta è
pienamente funzionale al tema encomiastico dell'ode, dal momento
che in tal modo Eufemo (capostipite di Arcesilao IV) viene
collocato nel glorioso gruppo degli eroi greci che potevano vantare
una discendenza divina.
Ma se l'ode pindarica non poteva contenere un elenco
completo dei partecipanti all'impresa anche per motivi strettamente
legati al genere letterario e ai tempi dell’esecuzione dell’epinicio,
Apollonio, invece, memore del famoso Catalogo delle navi
omerico (II, 484-760), aggiunge al catalogo pindarico gli altri 44
eroi mancanti, conferendo al lungo passo (I, vv. 23-227) una

131
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precisa impostazione geografica146. Diversità si trovano, oltre che


nel numero dei partecipanti, anche nell'ordine di comparsa degli
eroi, in quanto Apollonio apre il suo catalogo con Orfeo (si parte
quindi dalla Tracia), un personaggio estremamente importante
all'interno del poema, dal momento che rappresenta una sorta di
proiezione mitica (vedi supra, pp.89-91) del ruolo stesso del poeta
(vv. 23-34):

Πρῶτά νυν Ὀρφῆος µνησώµεθα, τόν ῥά ποτ' αὐτή


Καλλιόπη Θρήικι φατίζεται εὐνηθεῖσα
Οἰάγρῳ σκοπιῆς Πιµπληίδος ἄγχι τεκέσθαι.
αὐτὰρ τόνγ' ἐνέπουσιν ἀτειρέας οὔρεσι πέτρας
θέλξαι ἀοιδάων ἐνοπῇ ποταµῶν τε ῥέεθρα·
φηγοὶ δ' ἀγριάδες κείνης ἔτι σήµατα µολπῆς
ἀκτῇ Θρηικίῃ Ζώνης ἔπι τηλεθόωσαι
ἑξείης στιχόωσιν ἐπήτριµοι, ἃς ὅγ' ἐπιπρό
θελγοµένας φόρµιγγι κατήγαγε Πιερίηθεν.
Ὀρφέα µὲν δὴ τοῖον ἑῶν ἐπαρωγὸν ἀέθλων
Αἰσονίδης Χείρωνος ἐφηµοσύνῃσι πιθήσας
δέξατο, Πιερίῃ Βιστωνίδι κοιρανέοντα·

Primo fra tutti ricordiamo Orfeo, che la stessa Calliope


partorì, come raccontano, presso la cima Pimpleide
dopo essersi unita al tracio Eagro. Dicono
che egli affascinasse con la magia dei suoi canti i duri
macigni sui monti e le correnti dei fiumi. Restano
ancora oggi i segni di quel canto: le querce selvatiche
che avanzano con le loro chiome verdi in file serrate
sulla costa di Zone, sono quelle che lui stesso
fece scendere dalla Pieria, incantandole con la cetra;
un grande sostegno nell'impresa s'assicurò
l'Esonide, obbedendo ai consigli di Chirone;
l'aiuto di Orfeo, signore della Pieria Bistonide!
146
Riguardo agli interessi geografici di Apollonio Rodio cfr. D. Meyer,
Apollonius as a Hellenistic Geographer, in T. D. Papanghelis, A. Rengakos, op.
cit., pp. 217-235.

132
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Nell’epinicio, invece, Orfeo è il sesto argonauta ricordato


(vv. 176-177). La successione nell'ordine di apparizione147 è la
seguente: Eracle148, Castore e Polluce, Eufemo, Periclìmeno,
Orfeo, Echìone, Erito, Zete, Calai e Mopso. Prescindendo dalle
differenze specifiche dei singoli Argonauti, va detto che secondo il
poeta tebano la più profonda motivazione che sta dietro alla
partecipazione all’impresa è quella sete arcaica di gloria e di
immortalità del proprio nome (cfr. vv. 184-187):
Anche in alcuni passi del catalogo delle Argonautiche la
gloria risulta essere una giustificazione valida a intraprendere una
fatica così ardua. Introducendo l'argonauta Falero, Apollonio, ad
esempio, ricorda, che, benché fosse figlio unico, fu inviato dal
padre Alcone per distinguersi tra gli altri eroi (I, vv. 95-100):

Τοῖς δ' ἐπὶ Κεκροπίηθεν ἀρήιος ἤλυθε Βούτης,


παῖς ἀγαθοῦ Τελέοντος, ἐυµµελίης τε Φάληρος·
Ἄλκων µιν προέηκε πατὴρ ἑός· οὐ µὲν ἔτ' ἄλλους
γήραος υἷας ἔχεν βιότοιό τε κηδεµονῆας,
ἀλλά ἑ τηλύγετόν περ ὁµῶς καὶ µοῦνον ἐόντα
πέµπεν, ἵνα θρασέεσσι µεταπρέποι ἡρώεσσι.

Come loro vennero dalla Cecropia il bellicosa Bute,


figlio del valoroso Teleonte, e Falero della forte lancia,
che il padre Alcone inviò pur non avendo altri figlio
a sostegno della sua vita e della sua vecchiaia:
lo mandò tuttavia, anche se era unico e molto amato,
affinché si distinguesse tra quegli eroi coraggiosi.

Lo stesso tipo di motivazione vale anche per Leda, che

147
Tale ordine non è casuale, ma dipende dalla volontà del poeta tebano di
ricordare gli eroi sulla base dell’importanza del padre: Zeus, Poseidone, Apollo,
Ermes, Borea. Cfr. Braswell, A Commentary on the Fourth Pythian Ode of
Pindar, op. cit., p. 248.
148
Si noti che anche in Valerio Flacco Eracle è il primo eroe a prendere parte alla
spedizione. In Apollonio, invece, l'eroe viene ricordato a metà esatta del
catalogo (I, 122 segg.).

133
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secondo Apollonio fece partecipare i figli Castore e Polluce


all'impresa affinché conseguissero un destino degno del loro padre
(I, vv. 146-150):

Καὶ µὴν Αἰτωλὶς κρατερὸν Πολυδεύκεα Λήδη


Κάστορά τ' ὠκυπόδων ὦρσεν δεδαηµένον ἵππων
Σπάρτηθεν, τοὺς ἥγε δόµοις ἔνι Τυνδαρέοιο
τηλυγέτους ὠδῖνι µιῇ τέκεν· οὐδ' ἀπίθησεν
λισσοµένοις, Ζηνὸς γὰρ ἐπάξια µήδετο λέκτρων.

Da Sparta l'Etolia Leda inviò il forte Polluce, e Castore


conduttore di veloci cavalli: con un solo parto li aveva
dati alla luce nella casa di Tindaro, figli amatissimi.
Esaudì le loro preghiere, poiché desiderava per loro
un destino degno della sua unione con Zeus.

Per quanto riguarda le fasi della partenza della nave,


Pindaro e Apollonio presentano due resoconti diversi. Nell'ode
pindarica è il profeta Mopso che fa imbarcare l'equipaggio, mentre
Giasone, a poppa, innalza una solenne preghiera a Zeus in seguito
alla quale il dio invia un tuono come segno di un buon auspicio
(vv. 191-202):

Μόψος ἄµβασε στρατὸν πρόφρων· ἐπεὶ δ' ἐµβόλου


κρέµασαν ἀγκύρας ὕπερθεν,
χρυσέαν χείρεσσι λαβὼν φιάλαν
ἀρχὸς ἐν πρύµνᾳ πατέρ' Οὐρανιδᾶν ἐγ-
χεικέραυνον Ζῆνα, καὶ ὠκυπόρους
κυµάτων ῥιπὰς ἀνέµους τ' ἐκάλει νύ- 195
κτας τε καὶ πόντου κελεύθους
ἄµατά τ' εὔφρονα καὶ φιλίαν νόστοιο µοῖραν·
ἐκ νεφέων δέ οἱ ἀντά̄υσε βροντᾶς αἴσιον
φθέγµα· λαµπραὶ δ' ἦλθον ἀκτῖ-
νες στεροπᾶς ἀπορηγνύµεναι.
ἀµπνοὰν δ' ἥρωες ἔστασαν θεοῦ σάµασιν
πιθόµενοι· κάρυξε δ' αὐτοῖς 200

134
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ἐµβαλεῖν κώπαισι τερασκόπος ἁδεί-


ας ἐνίπτων ἐλπίδας·
εἰρεσία δ' ὑπεχώ-
ρησεν ταχειᾶν ἐκ παλαµᾶν ἄκορος.

E l'indovino Mopso che traeva auspici


dagli uccelli e dalle sacre sorti
imbarcò la schiera con animo propizio;
poi che ebbero sospeso
di sopra al nostro le ancore,
presa nella mano un'aurea coppa
il capo, da poppa, invocava
il padre degli Uranidi, Zeus dall'asta di folgore,
e i rapidi flussi veloci delle onde
e i venti, le notti e le vie
del mare e i giorni sereni
e l'amato destino del ritorno;
a lui dalle nubi rispose
la voce augurale del tuono
e caddero fulgidi lampi
guizzanti dalla folgore.
Presero fiato gli eroi
fiduciosi nei segni del dio;
ordinò ad essi il profeta
di gettarsi sui remi, annunciando
dolci speranze;
e dalle rapidi mani seguiva
un remigare insaziabile.

Anche in Apollonio Giasone, in qualità di comandante della


spedizione, innalza una preghiera, ma in questo caso la supplica è
rivolta ad Apollo sulla spiaggia e durante i sacrifici propiziatori
precedenti alla partenza (I, 411-424). Sempre prima dell'imbarco
viene descritta una libagione collettiva a Zeus (I, vv. 516-518),
mentre il compito vero e proprio di far imbarcare gli Argonauti è
affidato al pilota Tifi (I, vv. 519 segg.):

135
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Αὐτὰρ ὅτ' αἰγλήεσσα φαεινοῖς ὄµµασιν Ἠώς


Πηλίου αἰπεινὰς ἴδεν ἄκριας, ἐκ δ' ἀνέµοιο
εὔδιοι ἐκλύζοντο τινασσοµένης ἁλὸς ἀκταί,
δὴ τότ' ἀνέγρετο Τῖφυς, ἄφαρ δ' ὀρόθυνεν ἑταίρους
βαινέµεναί τ' ἐπὶ νῆα καὶ ἀρτύνασθαι ἐρετµά.

Quando la fulgida Aurora posò i suoi occhi splendenti


sulle alte cime del Pelio, e si stagliarono nel sereno
i promontori battuti dalle acque mosse dal vento,
allora Tifi si destò, e subito spinse i compagni
a salire sulla nave e a preparare i remi.

E se in Pindaro la partenza era accompagnata da un


presagio di Zeus, Apollonio parla di un grido dell'intero porto di
Pagase e della stessa nave Argo, che conteneva una trave di legno
proveniente da Dodona149(I, vv. 524-527):

σµερδαλέον δὲ λιµὴν Παγασήιος ἠδὲ καὶ αὐτή


Πηλιὰς ἴαχεν Ἀργὼ ἐπισπέρχουσα νέεσθαι·
ἐν γάρ οἱ δόρυ θεῖον ἐλήλατο, τό ῥ' ἀνὰ µέσσην
στεῖραν Ἀθηναίη ∆ωδωνίδος ἥρµοσε φηγοῦ.

Un grido altissimo levarono il porto di Pagase e la stessa


Peliade
Argo, incitandoli a partire: in lei c'era infatti legno
divino, il tronco di una quercia di Dodona, che Atena
aveva posto come trave mediana della chiglia.

Terminata l'ampia sezione dedicata ai retroscena ed ai


preparativi della partenza, Pindaro continua la narrazione del mito
argonautico descrivendo il viaggio verso la Colchide. Rispetto alla
precedente parte, tuttavia, viene riservata un'attenzione
notevolmente minore150 alla descrizione dell'itinerario nautico. Ciò
149
Località dell'Epiro famosa per un oracolo di Zeus che si manifestava
attraverso il fruscio di una quercia.
150
Vedi supra, p. 106.

136
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che in Apollonio sarà narrato estesamente per quasi un libro e


mezzo (seconda metà del I e libro II), nel poeta tebano viene
condensato in pochissimi versi (203-211): si rievoca il passaggio
delle Simplegadi (vv.208-211), mentre riguardo alla navigazione
sul Ponto Eusino151 non vengono forniti dettagli di alcun tipo.
Significativa, invece, la menzione di un τέµενος a Poseidone sul
Bosforo (v. 204):

σὺν Νότου δ' αὔραις ἐπ' Ἀξείνου στόµα πεµπόµενοι


ἤλυθον· ἔνθ' ἁγνὸν Ποσειδάωνος ἕς-
σαντ' ἐνναλίου τέµενος,
φοίνισσα δὲ Θρηϊκίων ἀγέλα ταύρων ὑπᾶρχεν, 205
καὶ νεόκτιστον λίθων βωµοῖο θέναρ.
ἐς δὲ κίνδυνον βαθὺν ἰέµενοι
δεσπόταν λίσσοντο ναῶν,
συνδρόµων152 κινηθµὸν ἀµαιµάκετον
ἐκφυγεῖν πετρᾶν. δίδυµαι γὰρ ἔσαν ζω-
αί, κυλινδέσκοντό τε κραιπνότεραι
ἢ βαρυγδούπων ἀνέµων στίχες· ἀλλ' ἤ- 210
δη τελευτὰν κεῖνος αὐταῖς
ἡµιθέων πλόος ἄγαγεν.

Condotti dai soffi di Noto


giunsero alla bocca
del mare Inospitale;
qui posero un sacro sacello
a Poseidone marino:
v'era una mandria fulva di tori traci
e il cavo di un altare di pietra appena sorto.
Precipitando nel baratro del rischio

151
Chiamato Ἄξεινος (“Inospitale”) come in Apollonio (II, 984). Cfr. anche Eur.,
Andr., 794, Iph. Taur., 253; 341.
152
Apollonio riprende questo epiteto in II, 346. Esso significa letteralmente “che
si corrono incontro”. Va anche aggiunto che le Simplegadi (chiamate in Hom.,
Od., XII, 61 “Erranti” e in Erodoto IV, 85, 1 le “Scure”) secondo Apollonio non
erano mai state attraversate prima della spedizione degli Argonauti (II, 319).

137
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pregarono il sovrano delle navi


di fuggire l'indomito moto
delle rocce cozzanti. Erano vive e gemelle
e rotolavano più rapide
che le schiere dei venti strepitanti;
ma quel transito ormai di semidei
recò loro la morte.

La costruzione di un altare dedicato a Poseidone è


evidentemente finalizzata a propiziarsi la divinità in un ambiente
tanto ostile (cfr. v.207). Diversa è la tradizione seguita Apollonio
Rodio, il quale (II, 531-532) racconta che gli Argonauti in un luogo
imprecisato della costa asiatica (identificato dallo scolio ad. loc.
con Hieron in Bitinia), edificarono un altare ai dodici dei:

Ἐκ δὲ τόθεν µακάρεσσι δυώδεκα δωµήσαντες


βωµὸν ἁλὸς ῥηγµῖνι πέρην καὶ ἐφ' ἱερὰ θέντες.

Infine, eretto un altare ai Dodici Beati sulla riva


di fronte e depostevi le offerte, salirono sulla nave.

Non è chiaro il motivo di questa scelta, ma sappiamo dallo


scolio153al passo di Apollonio citato che secondo Timostene di
Rodi (III a. C.) i figli di Frisso costruirono un più antico altare154 ai
dodici dei, mentre gli Argonauti furono gli artefici solo di un altare
a Poseidone. Ad ogni modo, dopo il raggiungimento della
Colchide, nella versione di Pindaro viene riportata una tradizione
mitografica non altrimenti attestata di uno scontro fra greci e

153
«Τιµοσθένης δέ φησι τοὺς µὲν Φρίξου παῖδας βωµὸν ἱδρύσασθαι τῶν δώδεκα
θεῶν, τοὺς δὲ Ἀργοναύτας τοῦ Ποσειδῶνος. Ἡρόδωρος δὲ ἐπὶ τοῦ βωµοῦ φησι
τεθυκέναι τοὺς Ἀργοναύτας, ἐφ' οὗ Ἄργος ὁ Φρίξου ἐπανιὼν ἐτεθύκει. εἰσὶ δὲ οἱ
δώδεκα θεοὶ οὗτοι· Ζεύς, Ποσειδῶν, Ἅιδης, Ἑρµῆς, Ἥφαιστος, Ἀπόλλων,
∆ηµήτηρ, Ἥρα, Ἑστία, Ἄρτεµις, Ἀφροδίτη καὶ Ἀθηνᾶ».
154
Del resto, sulla base dell'espressione pindarica νεόκτιστον λίθων βωµοῖο
θέναρ (v. 205) possiamo pensare che anche Pindaro fosse al corrente
dell'esistenza di questo precedente altare.

138
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Colchi (vv.212-213):

ἐς Φᾶσιν δ' ἔπειτεν


ἤλυθον, ἔνθα κελαινώπεσσι Κόλχοισιν βίαν
µεῖξαν Αἰήτᾳ παρ' αὐτῷ.

Poi giunsero al Fasi


dove con forza s'appiccarono
coi Colchi dal nero volto
in presenza di Eeta.

Nessun altro cenno o particolare viene riferito in merito a


questa vicenda, anche se dobbiamo pensare che sia stata stipulata
qualche forma di accordo fra i due popoli. Pindaro passa subito al
cuore della vicenda argonautica: l’intervento di Afrodite, la divinità
che consente di ristabilire attraverso la figura di Medea la themis
violata da Pelia. Come abbiamo già avuto modo di osservare nella
prima parte del lavoro, l’inserimento della tematica erotica (che già
apparteneva al nucleo del mito) non implica un abbassamento dello
status dell’eroe155 (vv. 213-223):

πότνια δ' ὀξυτάτων βελέων


ποικίλαν ἴϋγγα τετράκναµον Οὐλυµπόθεν
ἐν ἀλύτῳ ζεύξαισα κύκλῳ
µαινάδ' ὄρνιν Κυπρογένεια φέρεν
πρῶτον ἀνθρώποισι λιτάς τ' ἐπαοιδὰς
ἐκδιδάσκησεν σοφὸν Αἰσονίδαν·
ὄφρα Μηδείας τοκέων ἀφέλοιτ' αἰ-
δῶ, ποθεινὰ δ' Ἑλλὰς αὐτάν
ἐν φρασὶ καιοµέναν156 δονέοι µάστιγι Πειθοῦς.

155
In Apollonio, invece, attraverso la figura di Ida (ma ancora prima Eracle a
Lemno) viene sottolinetao questo contrasto tra un eroismo di stampo bellico e la
vergogna di ricorrere ai favori di una donna. Cfr. III, 556 segg..
156
Per questa espressione si veda Saffo, fr. 48, 2 Voigt e Apollonio (III, 773)
αὔτως φλέγει ἔµπεδον (detto da Medea stessa in riferimento alla sua passione
amorosa).

139
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καὶ τάχα πείρατ' ἀέθλων δείκνυεν πατρωΐων· 220


σὺν δ' ἐλαίῳ φαρµακώσαισ'
ἀντίτοµα στερεᾶν ὀδυνᾶν
δῶκε χρίεσθαι. καταίνησάν τε κοινὸν γάµον
γλυκὺν ἐν ἀλλάλοισι µεῖξαι.

Ma la Sovrana dei dardi acutissimi,


Cipride, dall'Olimpo
aggiogò la torquilla variopinta
ai quattro raggi di una ruota indissolubile
e per la prima volta portò agli uomini
l'uccello del delirio e al saggio figlio d'Esone
insegnò le preghiere d'incantesimo
perché rapisse a Medea il rispetto
per i suoi genitori, e l'amore dell'Ellade
la scuotesse, infiammata nell'animo,
con la sferza di Pèito.
Ed essa gli indicò subito i mezzi
per compiere le prove che suo padre esigeva:
con olio mescolò erbe recise,
rimedi ai dolori durissimi
glieli diede perché se ne ungesse.
E convennero insieme d'unirsi
in un mutuo soave connubio.

La differenza sostanziale tra questa versione e quella del


poeta ellenistico riguarda le modalità attraverso le quali prende vita
la passione di Medea per Giasone. In Apollonio, infatti, è Eros
stesso che, su richiesta di Afrodite157 (III, 111-166) e allettato dalla
promessa di un giocattolo magnifico come ricompensa158 del
favore concesso, fa innamorare Medea con una sua freccia (III,
275-298). Nella Pitica IV, invece, si fa riferimento ad incantesimo
157
Si ricordi che l'azione di Afrodite avviene in seguito ad una precisa richiesta
da parte di Era e di Atena, le quali avevano intravisto in Eros lo strumento ideale
per poter conseguire il successo nell'impresa (III, 6-110).
158
Cfr. III, vv. 129-153.

140
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amoroso insegnato da Afrodite a Giasone che prevedeva l’utilizzo


di un uccello159 (lat. Jynx torquilla, it. Torcicollo). La cosa che ci
sorprende, dunque, è constatare che, pur essendo Afrodite la causa
prima del successivo agire di Medea, nell’epinicio pindarico
Medea stessa diventa vittima (e strumento della metis di Giasone)
di quegli incantesimi di cui lei stessa è maestra.
È significativo osservare che il passo pindarico, pur nella
brevità della trattazione, presenta una situazione che sarà
notevolmente approfondita nelle Argonautiche160 e, ancora prima,
nella Medea euripidea161. Mi riferisco ai vv. 218-219 che
contengono in nuce uno degli aspetti più drammatici del dissidio
interiore di Medea: il contrasto fra la passione per Giasone e il
tradimento dei genitori e della patria. Pindaro non mostra
comunque alcun interesse162 per il dramma di Medea e passa
direttamente163 dalla scena dell'innamoramento all'aiuto offerto a
Giasone tramite un filtro di erbe (vv. 220-223). Anche Apollonio
parla di un φάρµακον164, ma precisa che si tratta del succo ricavato
dalla radice di una pianta nata dal sangue di Prometeo165 e raccolto

159
Di questo uccello ne parlano anche Aristotele (Hist. an., II, 12, 504 a 12
segg.) e Plinio (Nat. Hist., XI, 47). La crudele pratica magica prevedeva che
questo uccello, simbolo della passione amorosa, venisse legato con le ali e le
zampe ai quattro raggi di una ruota, la quale veniva fatta ruotare nella direzione
dell'amato al suono di formule magiche. Per quanto riguarda il rituale cfr.
Teocrito, II, 17; Luciano, Dialogi meretricii, 4, 5 e Plaut., Cist., 2, 1, 6.
160
Cfr. in particolare III, 640; vv. 771-801. Nella dinamica del poema, come è
noto, sarà proprio la mancanza del “rispetto” per il padre (e quindi della patria) a
determinare una buona parte di tutta quella serie di avventure del viaggio di
ritorno degli Argonauti. Notevole è l'espressione di Medea ἐρρέτω αἰδώς in III,
785.
161
Cfr. vv. 30-32; 166-167; 483-485.
162
In effetti, una simile focalizzazione sarebbe del tutto estranea al tema dell'ode.
163
È Significativo il fatto che in Apollonio dal momento dell'innamoramento di
Medea alla decisione, non semplice e sofferta di appoggiare lo straniero,
trascorrono circa 600 versi (vv. 275-828), durante i quali il poeta inserisce tre
monologhi della protagonista.
164
Cfr. III, 821; 845; 1014; passim.
165
Si trovano altre attestazioni di questa pianta negli autori latini: Properzio, I,
12, 10; Seneca, Medea, 708; Valerio Flacco, VII, 355-365.

141
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in una conchiglia del Caspio (vv. 843-866). Comune ai due autori,


invece, sembra essere il legame tra la consegna del filtro magico e
il tema erotico. Sia che si intendano i versi pindarici 222-223 nel
senso di “unione sessuale” (Braswell) o di “promessa di
matrimonio”166, risulta evidente che per Pindaro l'aiuto di Medea
prefigurerà una vera e propria unione dei due giovani. Ad ogni
modo, nelle Argonautiche è precisato che la promessa di
matrimonio fu scambiata una prima volta167 dopo la consegna del
filtro (III, 1120-1130), mentre la vera e propria unione fisica
avverrà solo presso l'isola dei Feaci168 (IV, 1141-1169).
Dopo la consegna del filtro a Giasone Pindaro passa subito
a narrare per sommi tratti lo svolgimento della fatica imposta da
Eeta. Diversamente da Apollonio (III, 413 segg.; 498 segg.; 1047
segg.; 1335-1404), non viene ricordata l'uccisione dei Terrigeni, i
guerrieri nati dal campo arato da Giasone e seminato con i denti
del drago Tebano, ma solo la fatica dell'aratro e il successivo
incontro con il serpente custode del vello (vv. 224-246):

ἀλλ' ὅτ' Αἰήτας ἀδαµάντινον ἐν µές-


σοις ἄροτρον σκίµψατο
καὶ βόας, οἳ φλόγ' ἀπὸ ξαν- 225
θᾶν γεν<ύω>ν πν<έο>ν καιοµένοιο πυρός,
χαλκέαις δ' ὁπλαῖς ἀράσσεσκον χθόν'169 ἀµειβόµενοι
τοὺς ἀγαγὼν ζεύγλᾳ πέλασσεν µοῦνος. ὀρ-
θὰς δ' αὔλακας ἐντανύσαις
ἤλαυν', ἀνὰ βωλακίας δ' ὀρόγυιαν σχίζε νῶτον
γᾶς. ἔειπεν δ' ὧδε· ‘Τοῦτ' ἔργον βασιλεύς,
ὅστις ἄρχει ναός, ἐµοὶ τελέσαις 230
ἄφθιτον στρωµνὰν ἀγέσθω,

166
Su questo problema e sulle sue diverse tradizioni mitografiche cfr. Le Pitiche,
op. cit., p. 488.
167
In IV, 95-98 Giasone, sotto richiesta di Medea, pronuncia il solenne
giuramento di condurre Medea in Grecia e di sposarla.
168
Luogo in cui vengono celebrate le nozze di Medea e Giasone (IV, 1110-1169).
169
I due buoi erano opera di Efesto (esattamente come l'aratro III, 232). Cfr.
anche III, 409-410.

142
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κῶας170 αἰγλᾶεν χρυσέῳ θυσάνῳ.’


ὣς ἄρ' αὐδάσαντος ἀπὸ κρόκεον ῥί-
ψαις Ἰάσων εἷµα171 θεῷ πίσυνος
εἴχετ' ἔργου· πῦρ δέ νιν οὐκ ἐόλει παµ-
φαρµάκου ξείνας ἐφετµαῖς.
σπασσάµενος δ' ἄροτρον, βοέους δήσαις ἀνάγκᾳ
ἔντεσιν αὐχένας ἐµβάλλων τ' ἐριπλεύρῳ φυᾷ 235
κέντρον αἰανὲς βιατὰς
ἐξεπόνησ' ἐπιτακτὸν ἀνήρ
µέτρον. ἴυξεν δ' ἀφωνήτῳ περ ἔµπας ἄχει
δύνασιν Αἰήτας ἀγασθείς172.
πρὸς δ' ἑταῖροι καρτερὸν ἄνδρα φίλας
ὤρεγον χεῖρας, στεφάνοισί τέ νιν ποί- 240
ας ἔρεπτον, µειλιχίοις τε λόγοις
ἀγαπάζοντ'. αὐτίκα δ' Ἀελίου θαυ-
µαστὸς υἱὸς δέρµα λαµπρόν
ἔννεπεν, ἔνθα νιν ἐκτάνυσαν Φρίξου µάχαιραι·
ἔλπετο δ' οὐκέτι οἱ κεῖνόν γε πράξασθαι πόνον.
κεῖτο γὰρ λόχµᾳ, δράκοντος
δ' εἴχετο λαβροτατᾶν γενύων,
ὃς πάχει µάκει τε πεντηκόντερον ναῦν κράτει, 245
τέλεσεν ἃν πλαγαὶ σιδάρου.

Ma quando Eeta piantò nel mezzo


l'aratro d'acciaio coi buoi
che dalle fulve mascelle spiravano
fiamma di fuoco ardente
170
Solo in questo passo il vello è indicato con questo termine (altrimenti viene
adoperato νάκος cfr. v. 68). Prima di Apollonio questo uso risulta attestato in
Mimnermo (fr. 10, 1 Gentili-Prato), mentre Apollonio usa solo questo vocabolo
(I, 4; passim). Per l'espressione κῶας αἰγλᾶεν χρυσέῳ θυσάνῳ cfr. Apollonio, IV,
1142 (χρύσεον αἰγλῆεν κῶας) e 1146 (τοῖον ἀπὸ χρυσέων θυσάνων ἀµαρύσσετο
φέγγος).
171
Anche in Apollonio l'eroe gareggia nudo (III, 1282).
172
Apollonio riprende in forma più attenuata la reazione di Eeta in seguito al
manifestarsi del coraggio di Giasone (III, 1314 θαύµασε δ' Αἰήτης σθένος
ἀνέρος).

143
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e con gli zoccoli di bronzo


a colpi alterni battevano il suolo,
da solo li condusse e li accostò al giogo.
Li spingeva tracciando solchi diritti
e il dorso della terra spaccava
in zolle di due braccia.
E disse:«Chiunque sia il re che governa la nave,
se questo lavoro mi compie,
porti via il mantello indistruttibile,
il vello lucente di fiocchi d'oro».
A queste parole, gettava la veste di croco,
Giasone, fiducioso nel dio, si mese al lavoro:
non lo turbava il fuoco, grazie agli ordini
della straniera esperta d'ogni farmaco,
ma, tirato l'aratro,
legate le nuche bovine
agli arnesi fatali,
e vibrando nei fianchi robusti
il pungolo molesto,
il forte eroe compì nella misura impostagli
la sua fatica. Urlò,
pur nel muto dolore,
Eeta ammirando la forza.
Al vigoroso eroe tendevano le mani
i compagni coprendolo
con serti d'erba e lo felicitavano
con parole soavi.
E subito il figlio mirabile d'Elio
indicò la fulgida pelle
dove il coltello di Frisso l'aveva distesa.
Sperava ch'egli mai potesse compiere
quella prova. Giaceva
in una forra e stretta la teneva
con l'avide mascelle un drago
che per larghezza e lunghezza era grande
più d'una nave di cinquanta remi,

144
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costruita a colpi di ferro.

Nelle Argonautiche l'imposizione della fatica viene


riportata tramite il discorso diretto del sovrano (III, 401-421):

“Ξεῖνε, τί κεν τὰ ἕκαστα διηνεκέως ἀγορεύοις;


εἰ γὰρ ἐτήτυµόν ἐστε θεῶν γένος, ἠὲ καὶ ἄλλως
οὐδὲν ἐµεῖο χέρηες ἐπ' ὀθνείοισιν ἔβητε,
δώσω τοι χρύσειον ἄγειν δέρος, ἤν κ' ἐθέλῃσθα,
πειρηθείς· ἐσθλοῖς γὰρ ἐπ' ἀνδράσιν οὔτι µεγαίρω
ὡς αὐτοὶ µυθεῖσθε τὸν Ἑλλάδι κοιρανέοντα.
πεῖρα δέ τοι µένεός τε καὶ ἀλκῆς ἔσσετ' ἄεθλος
τόν ῥ' αὐτὸς περίειµι χεροῖν, ὀλοόν περ ἐόντα.
δοιώ µοι πεδίον τὸ Ἀρήιον ἀµφινέµονται
ταύρω χαλκόποδε, στόµατι φλόγα φυσιόωντε· 410
τοὺς ἐλάω ζεύξας στυφελὴν κατὰ νειὸν Ἄρηος
τετράγυον, τὴν αἶψα ταµὼν ἐπὶ τέλσον ἀρότρῳ,
οὐ σπόρον ὁλκοῖσιν ∆ηοῦς ἐνιβάλλοµαι ἀκτήν
ἀλλ' ὄφιος δεινοῖο µεταλδήσκοντας ὀδόντας
ἀνδράσι τευχηστῇσι δέµας· τοὺς δ' αὖθι δαΐζων
κείρω ἐµῷ ὑπὸ δουρὶ περισταδὸν ἀντιόωντας.
ἠέριος ζεύγνυµι βόας καὶ δείελον ὥρην
παύοµαι ἀµήτοιο. σὺ δ' εἰ τάδε τοῖα τελέσσεις,
αὐτῆµαρ τότε κῶας ἀποίσεαι εἰς βασιλῆος,
πρὶν δέ κεν οὐ δοίην· µηδ' ἔλπεο, δὴ γὰρ ἀεικές 421
ἄνδρ' ἀγαθὸν γεγαῶτα κακωτέρῳ ἀνέρι εἶξαι.”

«Straniero, a che discorrere senza fine su ogni punto?


Se siete davvero di stirpe divina, o comunque
non inferiori a me – voi che aspirate ai beni altrui –,
ti darò il vello d'oro da portar via, se lo vorrai: basterà
superare una prova. Diversamente da quel re dell'Ellade
di cui mi dite, io non invidio gli uomini eroici! Forza
e valore saranno messi alla prova in una fatiche, che io
so compiere con le mie braccia, per quanto terribile.
Pascolano nella piana di Ares due miei tori: hanno i piedi

145
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di bronzo, e dalla bocca soffiano fuoco; io li aggiogo


e li porto per il duro maggese di Ares, in un campo
di quattro iugeri. Alacremente fendo la terra con l'aratro
fino al vivagno, ma non getto nei solchi il seme
del grano di Demetra, bensì i denti di un drago terribile,
che germogliano in forma di guerrieri: essi m'assaltano
tutt'intorno, ma io li falcio e uccido con la mia lancia.
Di primo mattino attacco i buoi, e al crepuscolo termino
la mietitura. Se allo stesso modo tu farai tutto questo,
in quel medesimo giorno porterai il vello al tuo re.
Ma prima non sperare di averlo da me: sarebbe ignobile,
se un valoroso cedesse a chi è meno forte di lui.»

La cosa che salta immediatamente agli occhi è che nel


resoconto pindarico Eeta non si limita ad imporre a parole la fatica,
ma la esegue direttamente davanti ai greci, quasi a voler dissuadere
lo straniero dall’intraprendere una impresa così pericolosa. Di
fronte a questa sfida l’eroe non sembra provare alcuna esitazione,
dal momento che Medea gli ha già garantito il proprio aiuto ed è
convinto di poter contare sul sostegno divino (v.232 θεῷ πίσυνος).
Nell’incontro/scontro fra Eeta e Giasone assistiamo, dunque, ad
una replica del precedente incontro con Pelia con una
fondamentale differenza: in quel caso la richiesta di Pelia era
basata sull’inganno, mentre ora Eeta173 si limita a nutrire la
speranza che l’eroe non superi l’impresa (v.243).
Altro aspetto da mettere in evidenza: la consegna dei filtri
magici viene collocata prima dell'imposizione della fatica da parte

173
Eeta è menzionato in Omero in quanto discendente, come la sorella Circe, del
Sole (Od., X, 136 segg.). La qualità che sembra emergere da Omero è,
comunque, quella di un sovrano crudele (v.138 ὀλοόφρονος Αἰήταο), concetto
che verrà ripreso con maggiore enfasi in Apollonio (II, 1206 segg.), dove si
arriva addirittura a paragonarlo ad Ares (1205). Non abbiamo nella Pitica IV
espliciti riferimenti a questa crudeltà, ma solo ad una forza smisurata. La ragione
è probabilmente dovuta al fatto che Medea è figlia di Eeta, come Pindaro
sottolinea proprio nell’apertura dell’ode (v. 11). Si tratta, dunque, di un silenzio
necessario per non mettere in cattiva luce la protagonista.

146
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di Eeta174. Questa scelta deriva non solo dal fatto che la narrazione
pindarica, come abbiamo già visto, è estremamente articolata e non
legata ad un rigido rispetto della sequenza temporale degli eventi
narrati. Anticipare il ricorso alla magia, infatti, significa far
intendere che la fatica che verrà imposta dal sovrano a Giasone,
per quanto ardua possa sembrare, sarà destinata al successo. Nelle
Argonautiche, invece, il raccontare prima le terribili richieste di
Eeta e, successivamente, l’intervento di Medea permette al poeta
ellenistico di far convergere il punto di vista del lettore con quello
di Giasone e dei suoi compagni. Si crea così un senso di angoscia e
suspense che nella Pitica IV sarebbe stata fuori luogo, dal
momento che la focalizzazione di Pindaro era sull’attuarsi di una
volontà superiore. Senza l’aiuto della fanciulla della Colchide,
pertanto, la richiesta di Eeta sembra “senza fine” (v.502 ἀνήνυτος);
una vera e propria “sciagura senza rimedio” (v.504 ἄτῃ ἀµηχανίῃ)
accolta dal silenzio degli eroi (v. 503 ἄναυδοι). Quanto a Giasone
la reazione non è molto diversa (vv.422-423): fissa gli occhi a
terra; rimane muto (ἄφθογγος) ed in preda ad un senso di
impotenza (ἀµηχανέων κακότητι).
Passiamo alla conquista del vello d'oro175. Anche questa
ultima azione si configura come una vera e propria impresa176, dal
momento che il vello era custodito in un bosco sacro ad Ares da un
mostruoso serpente grande, almeno stando a quanto Pindaro
riferisce, più di una pentecontera177 (vv. 244-246). Ma anche in

174
Alla quale si accenna comunque al verso 220 (ἀέθλων δείκνυεν πατρωΐων).
175
In Apollonio questo episodio si trova in IV, 99-182.
176
In effetti (v. 243) Eeta, dopo il successo conseguito da Giasone nella
precedente impresa, mostra di avere ancora la speranza di un fallimento di
Giasone. Si noti che il poeta tebano non nasconde l’ammirazione provata da
Eeta nei confronti del coraggioso e valoroso straniero (vv.237-238).
177
Si tratta di un tipo di imbarcazione, mossa sia dalle vele che a remi, in cui
venivano disposti 50 rematori divisi in due file. La lunghezza complessiva
doveva aggirarsi intorno ai 38 metri. Sull'argomento cfr. O. Höckmann, La
navigazione nel mondo antico, trad. it., Milano 1988, p. 19. Secondo lo studio di
Doumas non sarebbe impossibile che un tipo di imbarcazioni del genere potesse
essere stato utilizzato in epoca preistorica. Cfr. C. Doumas, What did the
Argonauts seek in Colchis?, «Hermathena» CL 1991, pp. 35-36.

147
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questo caso Giasone è destinato a conseguire il successo grazie


all'immancabile aiuto di una Medea innamorata (vv. 249-251):

κτεῖνε µὲν γλαυκῶπα τέχναις ποικιλόνωτον ὄφιν,


<ὦ Ἀ>ρκεσίλα, κλέψεν τε Μήδειαν σὺν αὐ-
τᾷ, τὰν Πελιαοφόνον·

Il serpente dagli occhi glauchi, dal dorso maculato,


o Arcesilao, con l'inganno egli uccise,
e con l'assenso di lei rapì Medea,
l'assassina di Pelia.

Si badi bene: non è Medea che uccide il serpente, ma Giasone. La


fonte di questa versione, documentata anche da una testimonianza
vascolare178, potrebbe essere Ferecide (FgrHist 3 F 31). Anche in
questo dettaglio il poeta tebano e le Argonautiche non concordano,
dato che Apollonio, oltre a dare ampio risalto agli elementi
soprannaturali e all'orrore suscitato dalla creatura (anche sullo
stesso Giasone179), sembra dipendere da Antimaco (fr. 14 Gentili-
Prato), secondo il quale Medea si sarebbe limitata a far
addormentare180 il serpente, consentendo a Giasone di
impossessarsi finalmente del vello (IV, 145-166):

τοῖο δ' ἑλισσοµένοιο κατ' ὄµµατος εἴσατο κούρη,


Ὕπνον ἀοσσητῆρα, θεῶν ὕπατον, καλέουσα
ἡδείῃ ἐνοπῇ, θέλξαι τέρας, αὖε δ' ἄνασσαν
νυκτιπόλον, χθονίην, εὐαντέα δοῦναι ἐφορµήν.
εἵπετο δ' Αἰσονίδης, πεφοβηµένος· αὐτὰρ ὅγ' ἤδη
οἴµῃ θελγόµενος δολιχὴν ἀνελύετ' ἄκανθαν 150
γηγενέος σπείρης, µήκυνε δὲ µυρία κύκλα,
οἷον ὅτε βληχροῖσι κυλινδόµενον πελάγεσσιν
κῦµα µέλαν κωφόν τε καὶ ἄβροµον· ἀλλὰ καὶ ἔµπης
178
Cfr. J. Neils, LIMC V I, p. 633 n. 37.
179
Cfr. IV, 149.
180
Dalla Medea di Euripide, invece, sembra di capire che l’uccisione del serpente
sia stata opera di Medea stessa (vv. 480-482 δράκοντά...κτείνασ').

148
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ὑψοῦ σµερδαλέην κεφαλὴν µενέαινεν ἀείρας


ἀµφοτέρους ὀλοῇσι περιπτύξαι γενύεσσιν.
ἡ δέ µιν ἀρκεύθοιο νέον τετµηότι θαλλῷ,
βάπτουσ' ἐκ κυκεῶνος, ἀκήρατα φάρµακ' ἀοιδαῖς
ῥαῖνε κατ' ὀφθαλµῶν, περί τ' ἀµφί τε νήριτος ὀδµή
φαρµάκου ὕπνον ἔβαλλε· γένυν δ' αὐτῇ ἐνὶ χώρῃ
θῆκεν ἐρεισάµενος, τὰ δ' ἀπείρονα πολλὸν ὀπίσσω 160
κύκλα πολυπρέµνοιο διὲξ ὕλης τετάνυστο.
ἔνθα δ' ὁ µὲν χρύσειον ἀπὸ δρυὸς αἴνυτο κῶας,
κούρης κεκλοµένης, ἡ δ' ἔµπεδον ἑστηυῖα
φαρµάκῳ ἔψηχεν θηρὸς κάρη, εἰσόκε δή µιν
αὐτὸς ἑὴν ἐπὶ νῆα παλιντροπάασθαι Ἰήσων
ἤνωγεν· λεῖπον δὲ πολύσκιον ἄλσος Ἄρηος.

Ma la ragazza si spinse
tra i cerchi in movimento fino agli occhi: invocò
con dolci formule il Sonno, grandissimo dio, affinché
incantasse il mostro, e a gran voce pregò la Notturna
Sovrana Infernale, affinché benevola le desse la vittoria.
L'Esonide la seguiva terrorizzato; ma ormai il serpente,
catturato dall'incantesimo, rilasciava la spina lunghissima
e le gigantesche volute, spianando gli innumerevoli anelli,
come un'onda nera che senza rumore e senza forza
rotola sulle acque del mare in bonaccia; ma ancora
alzava la testa orripilante, e voleva stritolare
ambedue con le mascelle micidiali. Allora Medea
imbrattò coi filtri un ramoscello di ginepro appena
strappato, e cosparse gli occhi del mostro con droghe
efficaci, recitando le parole magiche: tutt'intorno
l'odore acuto del farmaco diffuse il sonno. La bocca
del mostro s'abbatté a terra lì sul posto, e le infauste
spire si distesero all'indietro tra i fitti alberi del bosco,
per lunghissimo tratto. Ad un cenno della ragazza
Giasone staccò il vello dalla quercia, mentre lei senza
un tremito cospargeva di droga la testa del serpente,
finché Giasone non ordinò di far ritorno alla nave:

149
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così lasciarono la fitta ombra del bosco di Ares.

Se Pindaro, dunque, sceglie di mettere in primo piano la


figura di Giasone (e di riflesso quella di Arcesilao)
ridimensionando in tal modo l’intervento della maga della
Colchide, Apollonio invece opera in direzione esattamente
contraria. Con la conquista del vello d'oro Pindaro si avvia alla
conclusione della digressione dedicata al mito argonautico.
Giasone rapisce, dunque, la fanciulla con il suo consenso (v.250
κλέψεν τε Μήδειαν σὺν αὐτᾷ), scatenando ‒ come racconta
estesamente Apollonio nel quarto libro ‒ l’ira del padre e
l’intervento dei Colchi. La notizia del rapimento, per così dire,
“volontario” di Medea sembra essere attestata anche in un passo
dell’Olimpica XIII (v.53) da cui appare chiaro che essa agì con
l’intento di procurarsi un matrimonio. La piena coscienza del
proprio gesto è ribadita anche nella tragedia euripidea (vv. 483
segg. e 503), dove la protagonista mette sotto accusa Giasone,
colpevole di aver tradito i giuramenti e di non essere stato
riconoscente nei confronti dell’aiuto ricevuto per il superamento
delle fatiche imposte da Eeta. A queste accuse Giasone replica
affermando che l’agire di Medea non sarebbe stato il risultato di
una libera scelta, ma l’attuazione della volontà di Afrodite (vv.526-
531). Senza estendere troppo oltre il discorso, diciamo che anche
Apollonio affronta questa problematica sulla base però di una
opposizione fra passione e paura della reazione del padre in seguito
all’aiuto recato allo straniero. Il proemio del quarto libro del
poema, infatti, si apre con una solenne invocazione alla Musa
seguita dall’interrogativo sulle cause della fuga. Non è questa la
sede per trattare dettagliatamente questo problema, ma sia
sufficiente far notare che la presunta contrapposizione paura/amore
non deve indurre a ipotizzare la mancanza di unità del carattere
della donna (la fanciulla innamorata e la figlia terrorizzata dalla
vendetta paterna). Come osserva Borgogno181 «Medea è sempre la
stessa, ossia una donna intelligente e fornita di incredibili risorse

181
Cfr. Le Argonautiche, op. cit., p. 379.

150
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grazie alle sue conoscenze nel campo della magia: ma nel libro III
appare aggredita e vinta da un improvviso e terribile male,
un’alienazione destinata ad eclissarsi rapidamente per lasciar posto
a una catena irreversibile di tragiche conseguenze». Dopo il
rapimento di Medea Pindaro delinea molto rapidamente182 le tappe
del viaggio di ritorno degli Argonauti (vv. 251-254), argomento
che a livello di struttura narrativa è strettamente legato alla
tematica della fondazione della colonia libica:

ἔν τ' Ὠκεανοῦ πελάγεσσι µίγεν πόντῳ τ' ἐρυθρῷ


Λαµνιᾶν τ' ἔθνει γυναικῶν ἀνδροφόνων·
ἔνθα καὶ γυίων ἀέθλοις ἐπεδεί-
ξαντο κρίσιν ἐσθᾶτος ἀµφίς,
καὶ συνεύνασθεν.

Si mescolarono alle plaghe d'Oceano183


al mare Rosso
e alle donne omicide di Lemno:
dove dettero prova delle membra
nelle gare il cui premio era una veste,
e giacquero con quelle.

Questa tematica del nostos abbraccia quasi interamente il


quarto libro del poema e comprende, nella rielaborazione
ellenistica, tra le varie tappe seguite dagli eroi, proprio una
“moderna” rivisitazione del viaggio di Odisseo verso Itaca184.
Rispetto alla tradizione seguita da Pindaro185, sussiste una
182
Vedi supra, p. 106.
183
In realtà, la traduzione letterale suonerebbe «giunsero nelle regioni marine
dell’Oceano», come indica Giannini in Pindaro, Le Pitiche, op. cit., p. 497.
184
Si arriva da Circe (zia di Medea), si incontrano le Sirene e con l’aiuto di Teti
si oltrepassano Scilla e Cariddi. Vengono anche menzionate le vacche del Sole,
mentre sull’isola dei Feaci viene ambientato il matrimonio fra Giasone e Medea.
185
In sintesi, questo è l'itinerario seguito per il ritorno nella Pitica IV: dopo aver
attraversato il fiume Fasi, gli eroi arrivano nell'Oceano, poi nel mar Rosso
(attuali Oceano Indiano e Golfo Persico) e, attraversata a piedi la Libia,
giungono nell'isola di Lemno. La navigazione nell'Oceano è attestata

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fondamentale differenza: secondo il poeta tebano, infatti, l'incontro


tra gli Argonauti e le donne di Lemno avvenne in occasione del
viaggio di ritorno e non, come leggiamo nelle Argonautiche (I, 608
segg.), durante l’andata. In effetti, la versione testimoniata da
Apollonio appare più verosimile da un punto di vista geografico186,
dal momento che l'isola di Lemno è geograficamente (Egeo
settentrionale) fuori mano rispetto alla rotta che dalla Libia
conduce a Pagase. Premettendo che l’itinerario nautico riportato da
Pindaro sembra avere dei riscontri in alcune testimonianze
vascolari187, si può ipotizzare che la scelta del poeta tebano, oltre
che derivare da antiche tradizioni mitografiche, dipenda da motivi
strettamente strutturali. La menzione dell'episodio di Lemno a
questo punto della narrazione si attacca direttamente188 alla
successiva sezione dedicata al tema delle origini della colonia di
Cirene secondo il procedimento tanto caro a Pindaro della
Ringkomposition 189.

Patrick Manuello
patrick.manuello@gmail.com

precedentemente in Esiodo (fr. 241), Antimaco (fr. 8 Gentili-Prato) e in Ecateo


(FgrHist I F 18a). Sofocle (fr. 547), Euripide (Med., 432; 1263-1264) ed
Erodoro (FgrHist 31 F 10) e Callimaco (fr. 9), invece, fanno ritornare gli eroi in
patria dallo stesso percorso dell'andata. Apollonio fa passare gli Argonauti dal
Mar Nero attraverso il Danubio e il Rodano e poi al Mediterraneo, con una tappa
in Libia causata da una deviazione della rotta in seguito ad una tempesta.
186
Cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 497.
187
Si tratta di un vaso etrusco datato al VII sec. e di un cratere apulo della fine
del V sec. A. C. Su questo argomento cfr. Le Pitiche, op. cit., p. 498 e relativa
bibliografia.
188
Va ricordato che, come Pindaro stesso racconterà poco sotto (vv. 254-256), è
proprio sull’isola di Lemno che avrà origine la stirpe dei Battiadi in seguito
all’unione fra Eufemo e Malache.
189
Su questa tecnica in Pindaro cfr. L. Illig, Zur Form der pindarischen
Erzählung, Berlin 1932, pp. 57 segg..

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