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Q ua de r n i U rbi nat i

Di cu ltu r a cla s s i ca
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SOMMARIO

mito e poesia greca


Chiara Terranova, Il mito di Amphiaraos in età omerica fra costruzione
e destrutturazione 11
Carlo Brillante, La morte di Aiace in Sofocle e nei poemi del ciclo epico 33

storia greca
Ornella Salati, Cipselo nel discorso di Socle (Hdt. 5, 92): indagine sulla
stratigrafia di una tradizione 55
Vittorio Saldutti, Un frammento di Idomeneo di Lampsaco sul giovane
Cleone 81

filosofia greca
Fabián Mié, El uso de la dialéctica en la metodología científica de Aristó-
teles. La alternativa empirista de Aristóteles a la dicotomía entre coheren-
tismo y fundacionismo. i 93

prosa e poesia latine


Myrto Garani, Is Carna Phoebus’ Sister? (Ov. Fast. 6, 101-182) 125
Theodore F. Foss, Roman Ideas in the Late Republic about Animals:
Pervasive Cruelty as Indicated and Propagated in the Bellum Catilinae
of Sallust and Interrelating Narrative. ii 139

recensioni
Giuseppe Cordiano, The Ancient Messenians e i Messeniaka d’Occi-
dente 175
Fiorenza Bevilacqua, Le vie della confutazione 189
CI PS ELO NEL DISCORSO DI S O C L E (H DT. 5, 92):
I NDAGINE SULLA STRAT IG RA F IA
DI UNA TRADIZ IO NE *
Ornella Salati

Abstract
This paper aims to analyse the folktale elements in the story of Cypselus as a child,
narrated by Socle in his speech delivered to the Spartans and their allies, and to
show how this tradition is structured in time. In particular, the two attempts to kill
the child employ different motifs and they may derive from two indipendent tradi-
tions, connected through the scene of the killers at the door.

I l discorso di Socle, ambasciatore di Corinto, è stato – giustamente – defi-


nito “una pagina cruciale” delle Storie di Erodoto.1 Al di là del valore
storico per la ricostruzione delle origini della tirannide corinzia,2 già la
collocazione privilegiata, quasi al centro, fisico e ideale dell’opera,3 e, in
particolare, la peculiarità dei contenuti illustrano bene l’importanza che
esso occupa all’interno della narrazione erodotea. Inoltre, chiarita ormai la
questione dell’apparente inadeguatezza delle tradizioni in esso presenti,4 il
discorso, nel suo insieme, si mostra perfettamente coerente con il suo
contesto5 e in grado di provare il carattere ingiusto e sanguinario proprio
di qualsiasi potere tirannico.6 A un diverso e più profondo livello di lettura
* Le riflessioni qui esposte nascono da un mio seminario svoltosi presso la Scuola Nor-
male nel febbraio 2011, nell’ambito delle lezioni erodotee tenute dal Prof. Leone Porciani.
Devo soprattutto a lui, che mi ha incoraggiato a proseguire nel lavoro e mi ha guidato con
rigore e infinita disponibilità, quanto di buono c’è in queste pagine.
1 Giangiulio, ‘Tradizione’, pp. 95-98 (p. 95 per la citazione). Sulla centralità del discorso
cfr. anche ‘Oracoli’, p. 411.
2 In generale sulla tirannide a Corinto cfr. Will, pp. 363-571; Andrewes, pp. 43-53; Mossé,
pp. 25-37; Oost, pp. 10-30; Drews, pp. 132-134; Murray, Greece, pp. 178-187; Braccesi, pp. 357-361.
Ulteriore bibliografia in Nenci, p. 287.
3 Sulla posizione strategica del discorso cfr. Strasburger, pp. 7-15; van der Veen, pp. 68-
69; Moles, ‘Herodotus’, p. 39.
4 Cfr. How-Wells, ii p. 51; Immerwahr, p. 195. Per una rassegna delle principali e diverse
posizioni assunte dalla critica erodotea cfr. Moles, ‘‘Saving’ Greece’, pp. 245-246.
5 Sul tema del contrasto tra libertà e tirannide che attraversa l’intero libro quinto e che
riguarda da vicino il logos ateniese cfr. Nenci, Introduzione al libro v , pp. lx-lxi; Moles,
‘‘Saving’ Greece’, p. 255.
6 Cfr. Gray, pp. 376, 384, la quale, intelligentemente, nota come il racconto di Cipselo di-
mostri la negatività della tirannide rispetto a qualsiasi altra forma di governo, in particolare
rispetto all’oligarchia. A questo proposito cfr. anche Gould, p. 55.
56 ornella salati
è possibile poi cogliervi allusioni e rimandi alla realtà storica e politica
dell’autore1 e, in particolare, ai rapporti tra le potenze di Atene, Sparta e
Corinto alla vigilia della Guerra del Peloponneso.2 Non solo: al pari di altre
vicende dal forte valore esemplare, i racconti su Cipselo e Periandro svilup-
pano la riflessione dell’autore sulla mutabilità della storia,3 sulla natura
effimera del potere4 e, ancor di più, circa il peso che il divino ha nell’agire
umano, orientandolo secondo sorprendente ironia.5 Da ultimo, la centrali-
tà della pagina erodotea è riconoscibile anche dal punto di vista della tecni-
ca narrativa, pienamente capace di elaborare un racconto ‘tradizionale’ e in
apparenza unitario sulla tirannide cipselide a partire da materiali tradizio-
nali differenti, derivati da ambiti differenti, ma opportunamente seleziona-
ti e rifunzionalizzati dallo storico attraverso la sua personale sensibilità.6
Eppure, se l’analisi dei diversi livelli di significato offerti dal discorso di Socle
può dirsi a oggi compiuta, proprio il problema della tradizione preesistente
a Erodoto e del rapporto che lo scrittore intrattiene con essa merita – anco-
ra – qualche riflessione, in particolare per quanto riguarda la vicenda sulla
nascita di Cipselo e sulla maniera ‘prodigiosa’ con cui riesce a scampare alla
morte.7

1 Per un parallelismo tra la crescita di Cipselo e la crescita dell’Atene contemporanea,


non diversamente tyrannos, cfr. Gray, pp. 385-386; Wecowski, pp. 245-247, 251; Johnson, p. 12;
Moles, ‘Herodotus’, pp. 38-40; ‘‘Saving’ Greece’, p. 262. Per un confronto tra l’agire dei
Bacchiadi e quello degli Spartani cfr. Gray, pp. 385-387; Wecowski, pp. 248-251; Giangiulio,
‘Tradizione’, pp. 98-101. Per un rimando, poi, all’atteggiamento degli alleati peloponnesiaci
cfr. Johnson, pp. 14-15.
2 Per primo Strasburger, p. 12. Cfr. anche Lang, p. 104; Wecowski, pp. 242-247; Fowler, p.
307; Morgan, p. 31. 3 Cfr. van der Veen, p. 87.
4 92 2: ùÏ‚ÈÔ˜ ÔyÙÔ˜ àÓcÚ n˜ âÌeÓ ‰fiÌÔÓ âÛηٷ‚·›ÓÂÈ, / K‡„ÂÏÔ˜ \HÂÙ›‰Ë˜, ‚·ÛÈÏÂf˜
ÎÏÂÈÙÔÖÔ KÔÚ›ÓıÔ˘, / ·éÙe˜ ηd ·Ö‰Â˜, ·›‰ˆÓ Á ÌbÓ ÔéΤÙÈ ·Ö‰Â˜. Cfr. Immerwahr, p. 194;
Corcella, p. 165.
5 Sull’ironia del testo cfr. in part. Wecowski, p. 241 ss. Cfr. inoltre Fowler, p. 313; Morgan,
p. 31.
6 Cfr. Forsdyke, Greek History, p. 544; e soprattutto Giangiulio, ‘Tradizione’, p. 117 ss., il
quale definisce quella compiuta da Erodoto “un’operazione sofisticata” che non si limita al
recupero e alla fusione di materiali frammentari, ma che si confronta con tradizioni di per
sé già compiute, anche dal punto di vista narrativo (p. 121 per la citazione).
7 Su Periandro, che non sarà qui oggetto di trattazione, cfr. anche Hdt. 3, 48-53 per il con-
trasto con il figlio Licofrone. Per un’analisi delle tradizioni sul tiranno cfr. innanzitutto Sor-
vinou-Inwood, pp. 244-284. Cfr. poi Gray, pp. 377-382, la quale interpreta i due episodi narra-
ti da Socle in chiave economica, come prova del fatto che la tirannide danneggi anche le
sostanze (grano e tessuti) della comunità (p. 380). In particolare per l’aneddoto di Trasibulo
cfr. l’intelligente studio di Forsdyke, Thrasybulus, pp. 361-372. Sull’episodio del fantasma di
Melissa cfr. duBois, pp. 11-16; Loraux, pp. 5-37; Pellizer, ‘Periandro’, pp. 801-811; van der Veen,
pp. 77-83, secondo il quale l’abbattimento delle distinzioni sociali è il senso ultimo dell’offe-
sa nei confronti delle donne corinzie; Johnson, pp. 17-19. Per un confronto tra la vicenda di
Periandro e quella di Edipo cfr. poi Vernant, ‘Oedipus’; ‘Tyran boiteux’; Gentili, pp. 117-123.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 57
Spesso identificato con la tradizione corinzia favorevole al tiranno,1 il
racconto, per l’impianto narrativo e la presenza di motivi tipici della
cultura popolare, è stato opportunamente ricondotto al genere dei folk-
tales relativi alle vicende avventurose di un bambino cosiddetto ‘fatale’,
assistito cioè dal favore degli dei e destinato in età adulta a divenire un
leader.2 La struttura, comune a molte storie del mito, ricorre in forma ana-
loga in tradizioni storiche relative a grandi personaggi, che intendono co-
sì spiegare le origini di una dinastia, di una città o l’affermarsi di un nuovo
potere.3 Allo stesso modo quella di Cipselo, malgrado l’adozione di moduli
propri del patrimonio folklorico, rimane pur sempre una narrazione d’ar-
gomento storico,4 legata a un personaggio reale e a una realtà concreta e,
come tale, perfettamente in grado non soltanto di narrare, ma di dar
ragione dei cambiamenti istituzionali occorsi nella Corinto arcaica.5 Una
simile tradizione, dato il suo significato, si può ragionevolmente conside-
rare, almeno nei suoi tratti originari, contemporanea alla tirannide cipseli-
de: formatasi a partire dall’ascesa di Cipselo, ne ha accompagnato la fase
del potere e, nel corso del tempo, si è quindi ampliata, stratificata, ha su-
bito elaborazioni e alterazioni, arrivando a racchiudere in sé sia il passato
che il presente.6 In quella che, presumibilmente, fu la sua forma origina-
ria, essa doveva di certo limitarsi a pochi dati fondamentali riguardanti i
genitori del futuro tiranno, il segno prenatale, l’opposizione bacchiade con
la salvezza del bambino; a un diverso livello, ma comunque antico, appar-
terrebbe invece il terzo oracolo, inteso nella sua redazione originaria limi-
tata ai primi due versi.7

1 Busolt, pp. 633-635; Will, p. 450; Salmon, p. 188; Wecowski, p. 235; Forsdyke, Greek
History, p. 544. Per Murray, Greece, p. 182, il racconto su Cipselo proverebbe che egli era un
capo popolare evidentemente stimato, a differenza del figlio Periandro.
2 Cfr. Aly, pp. 152-154, il quale riconduceva il racconto alla categoria dei Schicksalmärchen,
in cui un evento negativo si trasforma, in maniera imprevedibile, in qualcosa di grande e
positivo. Cfr. poi Andrewes, pp. 45-46; Wehrli, p. 114; Skrzhinskaya, pp. 65-73 (con un breve
riassunto in inglese, Folklore Motifs in the Tradition about the Corinthian Tyrant Cypselus, alle
pp. 73-74); Wecowski, p. 208; Johnson, p. 13. Thompson, Motif-Index v, L111. 2. 1. 1, p. 9,
individua nel tema più ampio del Reversal of fortune il motivo del “Future hero found in boat
(basket, bushes)”.
3 Cfr. Murray, Greece, p. 182; Catenacci, pp. 22-24, che sottolinea la diffusione di simili
schemi nelle vite di re, fondatori, condottieri, ma più in generale di qualsiasi personaggio
fuori dal comune, come artisti e santi.
4 Cfr. le osservazioni di Giangiulio, ‘Tradizione’, pp. 114-115; ‘Oracoli’, pp. 413-414, che
tendono a ridimensionare la natura di semplice fairy-tale del racconto e a metterne in risal-
to le valenze politiche e culturali.
5 Seppure con le dovute differenze tra i due ambiti di ricerca, cfr. Grottanelli, p. 116, sul-
l’importanza che alcuni racconti tradizionali possono avere per la storia di un popolo.
6 Cfr. Vansina, Preface, p. xii. Sul processo dinamico delle tradizioni orali in generale cfr.
anche ibid. p. 13 ss. 7 Così Giangiulio, ‘Tradizione’, p. 114.
58 ornella salati
Partendo da questa ricostruzione, è forse possibile svolgere un’ulteriore
riflessione su alcuni degli elementi tradizionali suddetti e circa la maniera in
cui la storia di Cipselo si è formata e stratificata. Se, infatti, all’analisi degli
oracoli è stata riservata grande attenzione, per quanto riguarda la struttura
narrativa la critica erodotea ha spesso finito con il limitare i propri sforzi a
un confronto con vicende del mito o con altri racconti riconducibili alla me-
desima categoria, senza però riuscire a concludere l’analisi dei motivi fol-
klorici che compongono l’esposizione erodotea e che, al tempo stesso, la di-
stinguono dalla serie. Proprio a questo particolare aspetto della tradizione
di Cipselo è dedicato il presente lavoro, che, lasciando da parte i tanti spun-
ti comparativi possibili, intende individuare i motivi e le sequenze che for-
mano la vicenda dell’infanzia, analizzare gli elementi d’origine popolare
preesistenti alla storia, e, attraverso pochi e rapidi esempi, valutare le loro
caratteristiche e il modo in cui sono stati organizzati. Al tempo stesso è ne-
cessario soffermarsi su quegli elementi che non trovano riscontro in altri
racconti di tipo tradizionale e che, in parte, possono forse essere attribuiti
all’originalità erodotea, in maniera tale da mettere ben in luce l’unicità di ta-
le tradizione.

Nella storia di Cipselo, al pari di altri racconti tradizionali, è riconoscibile


una sequenza fissa di azioni che possono essere così definite: origini, peri-
colo di morte e salvezza, crescita, conquista del potere.1 La parte delle ori-
gini, comprensiva di tutto ciò che precede la nascita del protagonista, è in
questo caso sviluppata in maniera notevole e coinvolge diversi motivi.
Da principio Socle racconta che a Corinto il potere era esercitato dai Bac-
chiadi e che, per preservare i propri privilegi all’interno del genos, questi si
univano soltanto tra di loro.2 Dal punto di vista dello schema narrativo, la
notazione costituisce una sorta di premessa che serve a collocare la vicenda
nel tempo e nello spazio e, soprattutto, a presentare il sistema politico che
sarà infranto da Cipselo e, con esso, il ruolo ostile dei Bacchiadi. Subito do-
po è indicata la genealogia del tiranno: egli è figlio di Labda ed Eezione. La
caratterizzazione che di questi due personaggi si dà nel racconto è tutt’al-

1 Di quattro momenti parlano anche Bettini-Borghini, ‘Eletto’, p. 122. Cfr. lo schema


molto simile e basato su tre motivi (nascita soprannaturale, immersione nella natura vio-
lenta, ritorno vincente) delineato da Catenacci, pp. 56-57, con ulteriore bibliografia sui di-
versi modi d’interpretazione. Il particolare sviluppo di un motivo o la soppressione di un al-
tro di per sé non stupisce; chiaramente non tutti i racconti realizzano in maniera identica il
medesimo schema. Ad esempio, sulle tappe che formano il percorso singolare di Edipo cfr.
Brillante, pp. 81-96.
2 92‚ 1: KÔÚÈÓı›ÔÈÛÈ ÁaÚ qÓ fiÏÈÔ˜ ηٿÛÙ·ÛȘ ÙÔÈ‹‰ÂØ qÓ çÏÈÁ·Ú¯›Ë, ηd ÔyÙÔÈ B·Î¯È¿‰·È
ηÏÂfiÌÂÓÔÈ öÓÂÌÔÓ ÙcÓ fiÏÈÓ, ≛‰ÔÛ·Ó ‰b ηd õÁÔÓÙÔ âÍ àÏϋψÓ. Sull’endogamia bacchia-
de cfr. Oost, pp. 12-13.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 59
tro che casuale. Di Labda si dice che è figlia del bacchiade Anfione e ha
un’imperfezione che le provoca un’andatura zoppicante, come peraltro se-
gnalato dal nome stesso.1 Il difetto fisico del genitore è un elemento raro nel-
l’ambito del folklore.2 Tuttavia quello di Labda non è un difetto qualsiasi. È
noto che anche il capostipite Bacchis era afflitto dalla medesima malforma-
zione.3 Non solo. Il particolare della zoppia4 richiama, in maniera quasi im-
mediata, il mito di Edipo con cui la storia del tiranno corinzio mostra non
poche assonanze. Secondo una lettura ormai celebre, e che non necessita di
essere ulteriormente ribadita, lo squilibrio nel camminare è una caratteri-
stica ambivalente nel mondo antico, espressione di uno squilibrio più pro-
fondo che interessa la sfera morale e, come tale, tipica delle figure tiranni-
che.5 Occorre invece chiarire che, nella nostra tradizione, il particolare ha
anche la funzione ben precisa di provocare l’esclusione della donna dalla
propria famiglia. È a causa di questa sua condizione fisica, infatti, che tutti i
membri maschili bacchiadi si rifiutano di sposarla. Al pari di altre figure clau-
dicanti, Labda è costretta all’isolamento e, anche dopo le nozze, continua a
vivere in un luogo ritirato, lontano da Corinto. Come però spesso avviene,
il difetto fisico è controbilanciato da una qualche dote, come la sophia o una
specifica abilità.6 Anche quest’aspetto si ritrova nella donna che, al momen-
to opportuno, mostra di essere dotata di grande intelligenza.
Figura altrettanto marginale, ma per motivi diversi, è inoltre quella del
padre di Cipselo. Costui è Eezione – colui che onora sempre (il dio)7 – e che
nessuno onora.8 Egli, in quanto “lapita e discendente di Ceneo”, proviene
dalla Tessaglia9 e vanta origini nobili, tuttavia, per ragioni non specificate, è
decaduto alla condizione di popolano costretto a vivere nella località

1 Cfr. Et. Magn. s.v. ‚Ï·ÈÛfi˜Ø ·Ú·Ï˘ÙÈÎfi˜. Ô≈Ùˆ˜ Âå˜ Ùe ®ËÙÔÚÈÎfiÓ. ï ‰’ âÙ˘ÌÔÏfiÁÔ˜, ï ÙÔf˜
fi‰·˜ âd Ùa ö͈ ‰ÈÂÛÙÚ·Ì̤ÓÔ˜, ηd Ù† § ÛÙÔȯ›ŠâÔÈÎÒ˜. ‰Èa ÙÔÜÙÔ Î·d §¿Ì‚‰· âηÏÂÖÙÔ
ì Á˘Óc ÌbÓ \HÂÙ›ˆÓÔ˜, Ì‹ÙËÚ ‰b K˘„¤ÏÔ˘ ÙÔÜ KÔÚ›ÓıÔ˘ Ù˘Ú¿ÓÓÔ˘. Cfr. anche Binder, p. 151;
Delcourt, p. 20; e soprattutto Jameson, p. 3 ss. 2 Aly, p. 153.
3 Heracl. Lemb. fr. 611, 19 Rose: KfiÚÈÓıÔ˜ \Eʇڷ ÚfiÙÂÚÔÓ âηÏÂÖÙÔ Ì¤¯ÚÈ KÔÚ›ÓıÔ˘, àÊ’
Ôy Ùe ùÓÔÌ· öÛ¯ÂÓ. ₷ۛϢ۠‰b ηd B·Î·ÖÔ˜ ÙÚ›ÙÔ˜ ¯ˆÏe˜ ηd ÂéÙÂÏc˜ ÙcÓ ù„ÈÓ, ηÏᘠ‰b
ôÚ¯ˆÓ ηd ÔÏÈÙÈÎá˜. > ı˘Á·Ù¤Ú˜ ÌbÓ ÙÚÂÖ˜, ˘îÔd ‰b ëÙ¿, ÔQ Ùe Á¤ÓÔ˜ Ô≈Ùˆ˜ ËûÍËÛ·Ó œÛÙÂ
B·Î¯›‰·˜ àÓÙd ^HÚ·ÎÏÂȉáÓ Î·ÏÂÖÛı·È ÙÔf˜ à’ ·éÙáÓ. Cfr. Nenci, p. 288, che lo interpreta
come “una sorta di signum regalitatis” che proverebbe la nobiltà di sangue di Labda.
4 Sulla frequenza di malformazioni e difetti ai piedi di personaggi del mito cfr. Brelich,
Eroi, p. 244 ss.; ‘Monosandales’, pp. 469-484.
5 Vernant, ‘Oedipus’, pp. 19-38. Cfr. anche ‘Tyran boiteux’, pp. 48-49, in part. su Cipselo
pp. 56-62.
6 È questo il caso di figure come l’indovino Melampo e il dio artigiano Efesto. Sui diversi
e possibili significati della zoppia cfr. Bettini-Borghini, ‘Edipo’, pp. 215-225.
7 Nenci, p. 288. 8 92‚ 2: \HÂÙ›ˆÓ, ÔûÙȘ Û ٛÂÈ ÔχÙÈÙÔÓ âfiÓÙ·.
9 Sordi, p. 26 n. 2, osserva come il nome di Echecrate sia tipico della Tessaglia e, in
particolare, della dinastia eraclide di Larissa (cfr. Paus. 10, 16, 8). Sugli intensi rapporti tra
Corinto e l’area tessala tra vii sec. e vi sec. a.C., cfr. ibid. p. 25 ss.
60 ornella salati
semisconosciuta di Petra.1 Nel complesso, non si può fare a meno di notare
come la coppia Eezione/Labda risponda pienamente a un modello familia-
re frequente in racconti di tipo tradizionale: da un lato compare un padre
straniero o comunque estraneo all’ambiente che gestisce il potere e di
condizione inferiore rispetto alla donna,2 dall’altro c’è invece una madre che
è stata allontanata o emarginata dalla sua stessa famiglia e che ha
l’importante compito di trasmettere al figlio l’impronta della stirpe e, con
essa, il diritto a comandare.3 La parte delle origini ha, dunque, una funzio-
ne importante per la comprensione di tutta la vicenda. Essa serve, infatti, a
delineare una situazione iniziale di difficoltà e a presentare Cipselo come
una sorta di usurpatore “legittimo”4 che ha il compito di riconquistare un
potere che gli spetta di diritto, ma che gli è stato ingiustamente sottratto
prima della nascita.
Sempre nell’azione iniziale può essere compreso l’elemento della prede-
stinazione, svolto dai primi due oracoli. Essi sono collocati in un momento
strategico della vicenda ad annunciare non soltanto la nascita, ma soprat-

1 92‚ 1: \HÂÙ›ˆÓ ï \E¯ÂÎÚ¿ÙÂÔ˜, ‰‹ÌÔ˘ ÌbÓ âgÓ âÎ ¶¤ÙÚ˘, àÙaÚ Ùa àӤηıÂÓ §·›ı˘ ÙÂ
ηd K·ÈÓ›‰Ë˜. Sul sostantivo demos, da intendersi non in senso geografico (cfr. Oost, p. 17 n.
30), ma piuttosto in riferimento allo status sociale del personaggio cfr. Nenci, p. 287. A que-
sto proposito cfr. anche Powell, s.v. ‘demos’ 2: “the commons”. Legrand, ad loc., ipotizza che
la terminologia risalga a Erodoto stesso il quale aveva forse in mente le divisioni geo-politi-
che ateniesi. Per quanto riguarda il riferimento alla figura leggendaria di Ceneo, esso, oltre a
meglio definire la figura e la condizione di Eezione, probabilmente, già nella tradizione co-
rinzia, serviva come allusione alla natura forte e indomita propria dei Lapiti che sarà eredi-
tata anche da Cipselo. Da questo punto di vista occorre notare che nel luogo erodoteo non
si accenna minimamente al mito di Cenis amata da Posidone e da lui trasformata da donna
in uomo, Ceneo appunto. Di conseguenza, tenendo presente anche il carattere coevo di ta-
le tradizione con la tirannide di Cipselo, si può forse escludere qualsiasi riferimento alla na-
tura ambigua di Ceneo o alla sua maniera arrogante di governare. Il collegamento con il per-
sonaggio può essere inteso – almeno all’inizio – in un’accezione positiva, come elemento di
prestigio per il tiranno che discende da un combattente forte e valoroso (diversamente Gian-
giulio, ‘Tradizione’, p. 108). In questo modo è ricordato nella tradizione omerica (Il. 1, 262 ss.)
ed esiodea (Scut. 178-190) ed è, invece, in Acusilao (FGrHist 2 F 22), a cui risale la prima fissa-
zione letteraria della metamorfosi di Cenis in Ceneo, che il personaggio è connotato in ma-
niera negativa. A questo proposito cfr. van der Veen, p. 88 n. 225. Secondo inoltre Catenacci,
pp. 125-126, che si ricollega alla tradizione sugli scontri tra Lapiti ed Eraclidi (Apollod. 2, 7, 7;
Diod. Sic. 4, 37, 3 ss.), è possibile scorgere un ulteriore valenza nella linea paterna della ge-
nealogia di Cipselo: egli, in quanto “lapita e cenide”, raccoglierebbe in sé le aspirazioni di
quei gruppi esclusi dalle élites doriche dalla gestione del potere politico ed economico.
2 Un parallelo importante è offerto da Cambise, padre di Ciro. Cfr. Hdt. 1, 107, 2. Inol-
tre, val la pena ricordare come l’origine non illustre del padre sia una caratteristica specifi-
ca delle tradizioni tiranniche e serva a differenziare la categoria del tiranno da quella del-
l’eroe del mito, spesso figlio di divinità o di sovrani. Cfr. Catenacci, p. 119.
3 Catenacci, pp. 115-133 (in part. pp. 126-127).
4 La definizione è di Wehrli, p. 114. Sulla categoria dell’usurpatore legittimo che dà ini-
zio a una nuova dinastia cfr. anche Grottanelli, p. 122.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 61
tutto il grande avvenire di Cipselo. È appunto in questa loro funzione
profetica che interessano il nostro discorso.1 Quello della predestinazione è
un motivo antico e, se non sempre figura in racconti mitici e leggendari,2
costituisce invece un tratto tipico e centrale delle tradizioni d’argomento
storico.3 Oracoli, ma anche sogni e prodigi di vario tipo, precedono la na-
scita di personaggi eccezionali, nel bene e nel male, destinati a comandare
sugli altri. È un modello che si ripete per le storie di Pisistrato,4 di Pericle5 e
di un sovrano orientale come Ciro,6 per limitarci a Erodoto.
Oltre ad avere un chiaro significato politico e religioso, il motivo della
predestinazione trova anche una precisa finalità narrativa. Esso è innanzi-
tutto causa dell’ostilità nei confronti dell’infante e, di conseguenza, serve ad
avviare l’azione.7 Nella nostra vicenda il segno divino si ripete due volte: è
ai Bacchiadi che dapprima Apollo pitico profetizza la nascita di Cipselo, ma
costoro non comprendono il significato delle sue parole; un nuovo responso
è dato poi a Eezione il quale, apprende, senza più dubbi,8 il grande futuro
del proprio figlio. Se nel primo caso non è specificato il motivo della con-
sultazione, nel secondo esso si lega invece al particolare della sterilità, co-
munissimo nel folklore,9 che serve a ritardare la nascita del protagonista.10
Ed è appunto questo secondo oracolo, collocato per primo nell’esposizione

1 Per un’analisi degli oracoli, della simbologia e dei termini in esso presenti si rimanda
a Andrewes, pp. 47-49; Parke-Wormell, p. 114 ss.; McGlew, p. 61 ss.; Nenci, p. 289 ss. (che pro-
pone però di correggere, al primo verso del primo oracolo, ÔÏ˘Ù›ÙÔÓ in ÔχÙÈÙ e la le-
zione âfiÓÙ· trasmessa dai codici e da Eusebio in ϤÔÓÙ·, in maniera tale da rendere evidente
il collegamento tra i due oracoli); Wecowski, p. 220 ss. Nello specifico sui simboli del maci-
gno, del leone, dell’aquila cfr. Catenacci, pp. 37-39, con ulteriori esempi e paralleli. Per un
confronto con i vv. 39-52 della Silloge teognidea cfr. ibid. pp. 42-44. Sul rapporto tra i due ora-
coli e la tradizione epica ha insistito Giangiulio, ‘Tradizione’, pp. 105-106; ‘Oracoli’, p. 416 ss.
2 Lewis, p. 250.
3 Sulla centralità della predestinazione nelle storie tiranniche cfr. Catenacci, p. 34 ss. (p.
58: “Nelle storie tramandate sui tiranni fondatori, la predizione ricorre sempre”). Anche la
tirannide di Ortagora è preannunciata dall’oracolo delfico; cfr. Diod. Sic. 8, 24; FGrHist 105
F 2. Diversamente, in questo caso, l’ascesa del tiranno è raffigurata in modo chiaro come un
male per la comunità. 4 Hdt. 1, 59, 1.
5 Hdt. 6, 131, 2. Sul sogno di Agariste prima della nascita di Pericle cfr. Corcella, pp. 205-
206. Sul leone simbolo di regalità cfr. Dyson, pp. 186-195.
6 Hdt. 1, 107, 1; 108, 1.
7 Wecowski, p. 216; Catenacci, p. 103. Per un’analisi della profezia come “derivata del
finale” cfr. Propp, p. 90 ss.
8 92‚ 2: âÛÈfiÓÙ· ‰b ·éÙeÓ åı¤ˆ˜ ì ¶˘ı›Ë ÚÔÛ·ÁÔÚ‡ÂÈ ÙÔÖۉ ÙÔÖÛÈ öÂÛÈ.
9 Cfr. Thompson, Motif-Index i, A1358, p. 220: “Origin of sterility among women”.
10 Crahay, p. 238; Pellizer, Peripezia, p. 31. Cfr., ad esempio, la tradizione ebraica relativa
all’eroe Joshua in Lewis, p. 154, in cui la nascita del protagonista pure è preceduta da un lungo
periodo di sterilità. Ulteriori somiglianze si hanno poi con le vicende mitiche di Edipo e Per-
seo: al pari di Eezione, anche Laio e Acrisio partono alla volta del santuario delfico, spinti
dal desiderio di un discendente. Per il caso di Edipo cfr. Propp, pp. 95-96.
62 ornella salati
erodotea, che ha l’importante funzione di meglio precisare il significato del-
l’altro e di mettere in moto l’azione vera e propria.
Quello della duplicazione della profezia è di certo un motivo raro, ma
tutt’altro che isolato. L’esempio più noto è il racconto erodoteo dell’infan-
zia di Ciro, scandito dalle visioni notturne di Astiage,1 ma non è il solo. La
stessa tradizione orientale offre un altro importante parallelo nella storia
dell’eroe persiano Kaikhosrav, narrata da Firdusi nel poema epico Shah-
nameh (e molto simile alla versione erodotea), in cui pure compare il
meccanismo della ripetizione della profezia.2 Esempi di questo genere aiu-
tano a comprendere il motivo della predizione nella nostra storia, la realiz-
zazione specifica che lo caratterizza e chiariscono così il meccanismo nar-
rativo che lega i due oracoli tra loro. In particolare, il confronto tra la
tradizione di Ciro e la nostra mostra un’interessante regolarità.3
In entrambe le vicende, infatti, il segno divino è duplicato in forma identica: esso
interviene a distanza di tempo, la prima volta in un momento imprecisato, ma
ancora lontano dal concepimento e ciò contribuisce a renderne più difficile l’inter-
pretazione; la seconda volta, invece, la profezia si verifica quando Mandane e Labda
sono già in attesa.4 Analogie più evidenti si scoprono poi per quanto riguarda il con-
tenuto e la funzione dei segni profetici. In entrambi i racconti, in principio, si fa uso
di una simbologia volutamente ambigua che lascia spazio a diverse interpretazio-
ni: come l’urina del sogno di Astiage,5 così il leone annunciato ai Bacchiadi è un’im-
magine che ha anche connotazioni positive;6 l’animale è prima di tutto un simbo-
lo regale7 che, come tale, deve essere meglio definito dai due aggettivi ηÚÙÂÚfi˜ e
èÌËÛÙ‹˜ che ricorrono nel verso successivo, poiché da solo non basta. Non a caso,

1 1, 107, 1: η› Ôî âÁ¤ÓÂÙÔ ı˘Á¿ÙËÚ Ù” ÔûÓÔÌ· öıÂÙÔ M·Ó‰¿ÓËÓ, ÙcÓ â‰fiΠ\AÛÙ˘¿Á˘ âÓ
Ù† ≈ÓÅ ÔéÚÉÛ·È ÙÔÛÔÜÙÔÓ œÛÙ ÏÉÛ·È ÌbÓ ÙcÓ ëˆ˘ÙÔÜ fiÏÈÓ, âÈηٷÎÏ‡Û·È ‰b ηd ÙcÓ
\AÛ›ËÓ ÄÛ·Ó. 1, 108, 1: Û˘ÓÔÈÎÂÔ‡Û˘ ‰b Ù† K·Ì‚‡Û– Ùɘ M·Ó‰¿Ó˘ ï \AÛÙ˘¿Á˘ Ù† ÚÒÙÅ
öÙÂ˚ Âr‰Â ôÏÏËÓ ù„ÈÓØ â‰fiΠÔî âÎ ÙáÓ ·å‰Ô›ˆÓ Ùɘ ı˘Á·ÙÚe˜ Ù·‡Ù˘ ÊÜÓ·È ôÌÂÏÔÓ, ÙcÓ ‰b
ôÌÂÏÔÓ âÈÛ¯ÂÖÓ ÙcÓ \AÛ›ËÓ ÄÛ·Ó.
2 In questo caso il motivo della predestinazione è raddoppiato e variato, costituito cioè
da una profezia e da un sogno. Cfr. in proposito Rank, pp. 39-40, il quale, nonostante
l’impostazione del tutto superata, offre utili spunti di confronto. Cfr. inoltre Immerwahr,
p. 163 n. 39: “The duplication of the dream seems to be unique in Herodotus (7. 12-18 is
somewhat different); it may have been in the Eastern tradition about Cyrus, for duplicate
dreams are common there”.
3 Cfr. Gray, p. 365, che mette, sinteticamente, a confronto le due storie.
4 Cfr. 1, 108, 2 (ÌÂÙÂ¤Ì„·ÙÔ âÎ ÙáÓ ¶ÂÚÛ¤ˆÓ ÙcÓ ı˘Á·Ù¤Ú· â›ÙÔη âÔÜÛ·Ó) e 5, 92‚ 2
(§¿‚‰· ·ÂÈ).
5 Cfr. Pelling, pp. 68-77, il quale, attraverso l’analisi dei diversi significati dei simboli
dell’urina e del vino, ha dimostrato come i due sogni non possano essere considerati una
semplice ripetizione, ma abbiano invece valore e funzione diversi.
6 Come nota Giangiulio, ‘Tradizione’, p. 106, il valore negativo del simbolo è accentua-
to dal contesto e dal modo in cui Erodoto orienta l’interpretazione della vicenda, mentre
non per forza in questo senso doveva essere inteso nella realtà corinzia coeva alla tirannide
cipselide. 7 Cfr. Nenci, p. 291.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 63
in questa fase del racconto, la profezia non dà ancora luogo all’infanticidio: Astia-
ge si limita alle nozze ‘cautelative’ della figlia con Cambise; i Bacchiadi semplice-
mente non agiscono. Si rende perciò necessario un secondo segno divino che ‘com-
pleti’ e chiarisca, senza equivoci, il significato del primo. E se, nelle visioni del re
medo, all’urina si affianca la vite, nel vaticinio delfico il leone è sostituito da
un’immagine più esplicita e particolarmente minacciosa, qual è appunto quella del
macigno che sopraggiunge dall’alto.1 È a questo punto, dunque, che, comprese le
parole del dio, sia Astiage che i Bacchiadi meditano l’infanticidio.
Come nel racconto di Ciro, così in quello di Cipselo, appare chiaro che i
due segni non sono un elemento accessorio, ma essenziale, poiché soltanto
l’integrazione reciproca rende possibile la loro comprensione e dunque lo
sviluppo della vicenda stessa. Inoltre, le riprese lessicali2 e soprattutto
tematiche tra i due oracoli sembrano confermare la necessità e, dunque, il
carattere tradizionale di un loro collegamento. Per queste ragioni, non c’è
forse bisogno di ricondurre la duplicazione dell’oracolo a una strategia nar-
rativa specifica di Erodoto:3 se non ci sono dubbi sull’antichità dei due re-
sponsi, così come sul fatto che essi, per avere senso, dovessero circolare al-
l’interno di racconti ben precisi, e non in maniera isolata,4 allo stesso modo
la loro connessione può essere considerata un motivo originario, già pre-
sente nella tradizione di Cipselo. Del resto, esso rientra perfettamente tra i
procedimenti tipici dei racconti che vivono in forma orale:5 il responso che
giunge inatteso, la sua non comprensione, la casualità con cui i Bacchiadi

1 Come dimostrato da Roux, pp. 281-282, la simbologia doveva risultare particolarmen-


te adeguata (e per questo tanto più terribile) a causa della frequente caduta di massi dalla
parte alta della città. L’immagine della pietra rotolante non perde nulla in efficacia, al di là
di una possibile localizzazione, nel racconto, di Petra ai piedi dell’Acrocorinto, come vor-
rebbe lo studioso, p. 281. Cfr., in proposito, Nenci, p. 289.
2 Sulla presenza, in entrambi i responsi, dei verbi ·ˆ e Ù›ÎÙˆ cfr. Nenci, p. 290; We-
cowski, pp. 220-221. Sull’espressione ·åÂÙe˜ âÓ ¤ÙÚ–ÛÈ che allude chiaramente a Eezione
proveniente da Petra cfr. Crahay, p. 237; Wecowski, pp. 220-221. Inoltre il particolare della
provenienza di Eezione potrebbe essere derivato dal riferimento al macigno presente nel-
l’oracolo come pensano Nenci, p. 287, e lo stesso Giangiulio, ‘Oracoli’, p. 416.
3 Cfr. Giangiulio, ‘Tradizione’, p. 111 e n. 61, dove sono citati altri luoghi delle Storie in
cui ricorre il motivo degli oracoli non presi in considerazione, dimenticati o non compresi.
Gli esempi riportati, tuttavia, rientrano nella critica erodotea verso la disattenzione umana
nei riguardi dei responsi. Nel nostro caso, invece, non si tratta di dimenticanza o di volon-
taria incuria e, soltanto per la consultazione dei Bacchiadi, c’è l’incapacità di comprendere
le parole del dio. Da questo punto di vista, una qualche somiglianza si può forse scorgere
con l’esempio di 3, 58, in cui, al pari dei Bacchiadi, i Sifni non sono in grado di comprendere
(ÔéÎ ÔxÔ› Ù qÛ·Ó ÁÓáÓ·È) il responso né nell’immediato, né dopo l’arrivo dei Sami. In 8, 96,
2 pure vengono ricordati due oracoli, ma la relazione tra loro è molto diversa da quella che
si constata nel discorso di Socle, perché appaiono slegati e il secondo non interviene a chia-
rire il primo. 4 Giangiulio, ibid. Cfr. anche pp. 116-117; ‘Oracoli’, pp. 421-422.
5 Di artificio letterario parla invece Crahay, p. 239.
64 ornella salati
vengono a conoscenza dell’oracolo di Eezione1 sono tutti elementi volti ad
accrescere l’attesa intorno alla nascita del tiranno. In questa struttura nar-
rativa, basata quindi sulla duplicazione del segno prenatale, un – unico – in-
tervento dell’autore si deve forse riconoscere nella volontà di enfatizzare
non tanto il collegamento, quanto piuttosto l’incapacità da parte dei Bac-
chiadi di intendere le parole del dio, attraverso l’inversione dell’ordine na-
turale degli eventi.

Il punto centrale della storia dell’infanzia di Cipselo è ovviamente costitui-


to dal pericolo di morte che minaccia il bambino subito dopo la nascita e al
quale egli riesce a sfuggire in maniera del tutto inaspettata e straordinaria.
Il motivo sta a significare che il personaggio è un eletto, una sorta di prede-
stinato che ha dalla sua il favore del dio che lo assiste fin dalla nascita, lo pro-
tegge e lo accompagna nella sua ascesa al potere. Nei racconti tradizionali
il pericolo di morte coincide, spessissimo, con l’atto dell’esposizione. È que-
sto un motivo eccezionalmente antico, attestato già nella storia sumera di
Sargon, re di Accad,2 e ha numerosissime occorrenze in racconti tradizio-
nali appartenenti a diverse culture.3 Anche la storia di Cipselo, sia pure con
le opportune modifiche, adotta questo schema.4 Trattandosi di un perso-
naggio storico, è ovvio che il motivo dell’esposizione non può trovare
un’applicazione immediata, ma deve necessariamente essere modificato e
adattato per risultare verisimile. La sua realizzazione consiste dunque
nell’episodio della kypsele narrato in ‰ 1: il gesto di Labda che sottrae il figlio
alla violenza bacchiade e lo nasconde in un luogo insolito è anch’esso una
forma d’esposizione e la kypsele che protegge e cela il neonato funge ap-
punto da mezzo di salvezza. Inoltre la coerenza storica richiede una coinci-
denza e sovrapposizione di ruoli nella figura materna: Labda è sia colei che
espone sia la salvatrice.5
L’agente e le motivazioni dell’esposizione, come vedremo, sono un punto
importante del racconto, poiché attribuiscono diverso valore e significato
all’esposizione stessa. La vicenda di Cipselo è stata ricondotta alla categoria

1 92‚ 3: Ù·ÜÙ· ¯ÚËÛı¤ÓÙ· Ù† \HÂÙ›ˆÓÈ âÍ·ÁÁ¤ÏÏÂÙ·› Έ˜ ÙÔÖÛÈ B·Î¯È¿‰–ÛÈ, ÙÔÖÛÈ Ùe ÌbÓ
ÚfiÙÂÚÔÓ ÁÂÓfiÌÂÓÔÓ ¯ÚËÛÙ‹ÚÈÔÓ â˜ KfiÚÈÓıÔÓ qÓ ôÛËÌÔÓ. 2 Cfr. Lewis, passim.
3 Sulla popolarità del tema cfr. Lewis, p. 149 ss. (in part. pp. 157-171 sui paralleli nel mondo
greco), il quale giustamente nota: “What is more natural than to attribute to great indivi-
duals an unusual birth foreashadowing their future destiny?” (p. 150). Cfr. anche Redford, p.
211 ss.
4 Così Busolt, pp. 634-635; Delcourt, pp. 16-19; Wehrli, pp. 113-114; Binder, pp. 150-151; Mur-
ray, Greece, p. 182; Vernant, ‘Tyran boiteux’, p. 59 ss. D’accordo anche Giangiulio, ‘Tradizio-
ne’, pp. 103-104 e n. 38.
5 Sulla figura del salvatore che può assumere le più svariate sembianze cfr. Lewis, pp.
248-249: “Infant Protected or Nursed in an Unusual Manner”.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 65
del “bambino nefasto”,1 ovvero del bambino che, nel caso in cui cresca e
giunga all’età adulta, sarà causa di rovina per la comunità intera o per buo-
na parte di essa. È questo il caso di episodi del mito come quelli di Edipo e
Paride, in cui l’uccisione del piccolo si presenta come un’azione necessaria
per mantenere e salvaguardare il bene comune. Questo particolare aspetto
è presente anche nella vicenda del tiranno: i due oracoli dimostrano senz’al-
tro che la nascita di Cipselo costituisce una sciagura non soltanto per l’oli-
garchia, ma per i Corinzi in generale.2 Tuttavia l’accostamento con la serie è
possibile solo in parte. Se in altre storie l’infanticidio coincide con l’abban-
dono del piccolo in un ambiente ostile e a compierlo è una figura nemica,
non così avviene nella nostra. L’esposizione/occultamento di Cipselo ha,
infatti, nelle intenzioni dell’agente, la funzione opposta di sottrarre il
bambino al suo uccisore e di salvaguardargli la vita. E, al pari di altri raccon-
ti tradizionali in cui il motivo ha il medesimo valore salvifico,3 ad agire è uno
dei due genitori e, come più spesso avviene, la madre. Chiarito in che termini
è possibile parlare anche per la tradizione di Cipselo di esposizione – nono-
stante la realizzazione specifica e la finalità non ostile che la caratterizzano –
veniamo ora a un’analisi più dettagliata dei singoli elementi che compongo-
no la vicenda nel suo insieme e, al tempo stesso, la rendono così unica.
L’azione ha inizio in Á 1 in cui si dice che, subito dopo il parto, sono inviati dieci uo-
mini presso l’abitazione di Labda ed Eezione per uccidere il loro figlio. Il dieci è di
certo un numero formulare4 che tuttavia non trova paralleli in altri racconti del ge-
nere, dove a essere incaricato dell’infanticidio è un solo uomo. In questo caso l’espe-
diente di moltiplicare la figura del sicario, oltre ad ingigantire la gravità della mi-
naccia che attenta alla vita del piccolo Cipselo, risponde anche al carattere di
monarchia condivisa e, per così dire, oligarchica dei Bacchiadi, come emerge chia-
ramente dal testo erodoteo e, in particolare, dalle parole finali dell’oracolo di Ee-
zione.5 Lungo la strada, i Bacchiadi si mettono d’accordo su come realizzare il lo-
ro proposito: chi per primo prende il bambino fra le braccia ha il compito di
lasciarlo cadere a terra.6 Il piano è incredibilmente semplice, ma si caratterizza per
essere costruito intorno al motivo d’origine popolare del ‘primo che …’.7

1 Delcourt, p. 16. È la categoria dell’“eroe distruttore” che distrugge la civiltà preceden-


te senza fondarne una nuova individuata anche da Bettini-Borghini, ‘Eletto’, p. 137.
2 Gray, pp. 374-375. Sulla voluta ambiguità del verbo ‰ÈηÈfiˆ del primo oracolo cfr. inol-
tre den Boer, p. 339.
3 Cfr. Lewis, pp. 244-245: “To Save the Hero’s Life”. L’intervento di Labda trova un pa-
rallelo nell’agire della madre di Sargon e della madre di Mosè. Cfr. Redford, p. 218.
4 È il motivo Z71. 16. 2 in Thompson, Motif-Index v, p. 557.
5 B 2: âÓ ‰b ÂÛÂÖÙ·È / àÓ‰Ú¿ÛÈ ÌÔ˘Ó¿Ú¯ÔÈÛÈ.
6 Il tentativo di uccidere il neonato scaraventandolo dall’alto compare anche nella storia
di Ghìlgamos, nipote di Seuècoros e futuro re di Babilonia, narrata da Cl. Ael. Nat. an. 12, 21.
7 È un motivo questo diffusissimo e che trova le più diverse applicazioni nei racconti po-
polari. Cfr. Thompson, Motif-Index vi (Index), p. 290. Così, per esempio, il primo che arriva
66 ornella salati
A Á 3 è descritta l’azione vera e propria: Labda consegna il figlioletto, ma, in ma-
niera del tutto inaspettata, “il bambino, per divina sorte, sorrise all’uomo che lo
aveva preso, e un sentimento di pietà impedisce a quello, che se ne accorge, di uc-
ciderlo, ma impietosito lo passò al secondo e questo al terzo; e così tutti e dieci se
lo passarono di mano, senza che nessuno volesse ucciderlo”. Il motivo della pietà è
un tratto caratteristico e frequente nei racconti tradizionali: è la pietà che impedi-
sce all’uomo incaricato dell’assassinio di portare a termine l’azione o di incaricar-
ne, a sua volta, qualcun altro;1 ed è sempre la pietà poi a muovere la figura del sal-
vatore e a far in modo che prenda con sé il bambino.2 Nel racconto di Cipselo il
sentimento coglie, in modo eccezionale, tutti gli inviati. Ed è per questa ragione
che esso si combina e dipende da un altro motivo: è il sorriso del piccolo che muo-
ve a compassione i Bacchiadi e impedisce loro di compiere l’infanticidio.3 Dato il
collegamento tra i due motivi, si è pensato che l’elemento sia un’aggiunta poste-
riore, introdotta dal ‘razionalista’ Erodoto, per spiegare e rendere in qualche modo
credibile la versione di ben dieci uomini incapaci di uccidere un bambino.4 Se la
funzione del particolare è senz’altro quella di motivare la commozione bacchiade,
non per forza, però, bisogna attribuirlo alla volontà dello storico. Trattandosi di una
tradizione orale e collettiva che ha una lunga vita, è forse più semplice pensare che
esso sia derivato dalla fortuna del racconto stesso. Nel ri-narrare la vicenda, facil-
mente potevano essere introdotti nuovi e successivi dettagli, di certo meno impor-
tanti rispetto ai motivi originari, ma comunque utili per una costruzione coerente
e persuasiva della storia. Come la perdita di singoli elementi, così l’aggiunta di nuo-
vi è uno dei cambiamenti che ricorre con maggiore frequenza nei racconti tradi-
zionali.5 Ciò che invece, con relativa certezza, può essere attribuito alla sensibilità

diviene il successore del re appena morto (v, P17. 1, p. 146) o deve prendere una decisione im-
portante (v, M92, p. 29). Questo stesso motivo compare anche in un’altra tradizione tiran-
nica: Apollo pitico profetizza ai Sicioni che a governarli con la frusta sarà il primo di loro
che, tornato in patria, verrà a sapere di aspettare un figlio. Costui è appunto Andreas, padre
di Ortagora. In proposito cfr. Catenacci, p. 45.
1 Cfr. Thompson, Motif-Index iii, sia H931, p. 452 (“Tasks assigned in order to get rid of
the hero”) sia H1510, p. 506 (“Tests of power to survive. Vain attempts to kill hero”).
2 Thompson, Motif-Index v, R130-131, pp. 279-281: “Rescue of abandoned or lost persons”.
3 Il sorriso caratterizza bambini dal grande futuro; cfr. Immerwahr, p. 195, e l’esempio
virgiliano dell’Ecloga 4, 60-63. Sul sorriso di Cipselo, espressione del capriccioso sorriso del-
la sorte, cfr. Moles, ‘‘Saving’ Greece’, p. 259.
4 Delcourt, pp. 18-19. A un’origine erodotea del particolare pensava anche Stella, p. 99,
ma mossa da motivazioni differenti e più profonde. La studiosa ipotizzava un’influenza di
Euripide sulla psicologia dei personaggi erodotei e sulla maniera di costruire alcune scene.
Il motivo del sorriso sarebbe stato inserito dallo storico a imitazione della scena di Medea (vv.
1040-1045), in cui il sorriso dei figli fa vacillare, ma solo per un momento, il proposito della
donna. Per un esame delle analogie e delle polarità tra la vicenda di Cipselo infante e quel-
la di Medea cfr. Nenci, pp. 292-293.
5 Cfr. Thompson, Folktale, pp. 428-448, in part. p. 436, dove la studiosa riprende la griglia
delineata da A. Aarne, Leitfaden der vergleichenden Märchenforschung, Hamina 1913, sui 15
possibili cambiamenti nei racconti popolari. L’inserimento di dettagli non originariamente
presenti è il cambiamento nº 2.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 67
erodotea è la notazione sull’intervento della sorte divina1 con cui si sottolinea il
ruolo che il divino ha negli eventi, soprattutto individuali: è la ı›· Ù‡¯Ë a far sor-
ridere il bambino al momento opportuno e far anche in modo che il suo uccisore
se ne accorga.
Travolti dall’emozione, ai Bacchiadi non rimane dunque che restituire il bimbo
a sua madre e uscire. Cipselo è sfuggito al pericolo, l’avventura sembrerebbe, a que-
sto punto, conclusa, ma, in maniera quasi inaspettata, prevede un ulteriore svilup-
po. Racconta, infatti, Socle che i sicari rimangono sulla porta ad accusarsi recipro-
camente per il mancato coraggio; decidono quindi di rientrare e di portare a
termine il loro piano, questa volta con la partecipazione di tutti (Á 4). Tuttavia, di
nuovo sopraggiunge un imprevisto, narrato in ‰ 1: Labda, da dietro la porta,2 ascol-
ta le loro parole e, per proteggere la vita del figlio, lo nasconde in un luogo sicuro
e difficile da immaginare, cioè in una kypsele. Gli uomini perquisiscono l’abitazio-
ne e, non riuscendo a trovare il bambino, sono costretti ad andar via. In questo mo-
do Cipselo è finalmente salvo e può crescere al sicuro, anche perché, secondo un
motivo tradizionale,3 i Bacchiadi hanno stabilito di mentire sull’accaduto. Infine, il
ricordo dell’intera vicenda si conserva, come di consueto,4 nel nome del futuro ti-
ranno, ennesimo nome parlante, derivato appunto dal mezzo della kypsele.5
La narrazione, come si è visto, è interamente intessuta di elementi tipici
del folklore. Non soltanto l’impianto generale, ma anche specifici motivi
trovano un evidente riscontro in altri racconti tradizionali. Ciononostante
non si può non notare come la storia della salvezza di Cipselo sia una sto-
ria ‘eccezionale’. Non soltanto perché alcune sequenze cambiano dal
punto di vista tipologico-funzionale e vengono adattate secondo criteri di
verosimiglianza, ma soprattutto perché in essa il contrasto è rafforzato e
duplicato.

1 Giangiulio, ‘Tradizione’, pp. 105, 120. L’espressione ricorre, non a caso, anche nella
vicenda di Ciro, che afferma con orgoglio di essere nato “per sorte divina” (1, 126, 6). Cfr. an-
che 1, 111, 1, dove lo storico sottolinea, ma con parole diverse (ηÙa ‰·›ÌÔÓ·) la coincidenza
tra l’esposizione di Ciro e il parto della moglie del bovaro. Cfr. poi Catenacci, p. 69 n. 91, il
quale nota giustamente come ı›· Ù‡¯Ë sia una modalità espressiva propria di Erodoto, da
lui impiegata sempre per indicare l’ascesa di sovrani e potenti anche in 3, 139, 3 e in 4, 8, 3.
2 Così, da dietro la porta, Gige vede la moglie di Candaule (1, 9, 2) e poi, dietro la stessa
porta, si nasconde, per uccidere il re (1, 12, 1).
3 Thompson, Motif-Index v, x912, p. 518: “lie concerning babyhood and boyhood of
hero” e x913: “Lie: death of extraordinary man”.
4 Cfr. Lewis, p. 251: “Etymology of Hero’s Name Given”.
5 È soltanto con l’episodio della kypsele che viene specificato, per la prima volta, il nome
proprio del bambino; prima, nelle parole del narratore, egli è sempre definito in maniera
generica (Á 1: ÙeÓ Ì¤ÏÏÔÓÙ· \HÂÙ›ˆÓÈ Á›ÓÂÛı·È ÁfiÓÔÓ, Ùe ·È‰›ÔÓ; Á 2-4: Ùe ·È‰›ÔÓ; ‰ 1: ÙÔÜ
\HÂÙ›ˆÓÔ˜ ÁfiÓÔ˘, Ùe ·È‰›ÔÓ;  1: ï ·Ö˜). Sul senso dell’espressione ÙeÓ Ì¤ÏÏÔÓÙ· \HÂÙ›ˆÓÈ
Á›ÓÂÛı·È ÁfiÓÔÓ per riferirsi a Cipselo cfr. van der Veen, p. 87. In generale, sull’importanza
dell’idionimo nella cultura greca arcaica, inteso come “proprietà” di chi lo porta, e sulla cor-
rispondenza tra il nome del personaggio e le sue personali vicende cfr. Salvadore, pp. 13-52.
68 ornella salati
Nella vicenda, infatti, è possibile individuare due momenti distinti che
corrispondono a due veri e propri tentativi di uccisione da parte dei Bac-
chiadi:1 il primo è il passaggio di mani narrato in Á 2-4, legato al motivo del-
la pietà dell’uccisore; da ‰ 1 ha poi inizio la seconda parte, con rientro nel-
l’abitazione e ricerca dell’infante. Ora, è vero che questo secondo intervento
appare strettamente dipendente dal primo, ma è il modo di esporre del-
l’ambasciatore a collocare l’azione sullo stesso arco temporale2 e a legare i
due tentativi, presentandoli l’uno come il naturale sviluppo dell’altro. Di-
versamente da altri racconti in cui pure compare il motivo del ritorno del
sicario sul luogo dell’esposizione,3 nel nostro caso esso non è rivolto ad ac-
certarsi dell’avvenuta morte del piccolo: l’esposizione, nei fatti, non è anco-
ra avvenuta, i Bacchiadi sanno di aver fallito e di conseguenza sono costret-
ti a tornare indietro per portare a termine il loro piano; il loro rientro nella
casa di Labda equivale perciò a un nuovo arrivo finalizzato a un nuovo
infanticidio. E soprattutto c’è motivo di ritenere le due parti perfettamente
autonome tra loro, poiché in entrambe sono presenti tutte le componenti
fondamentali per la riuscita della vicenda: il tentativo d’uccisione precedu-
to da un piano, l’intervento divino, seppure meno evidente nel caso di Lab-
da, e il salvataggio provvidenziale. Nel nostro racconto, dunque, Cipselo
sfugge alla morte non una, ma ben due volte.
Una caratteristica dei racconti che vivono in forma orale è la moltiplica-
zione di alcune componenti,4 come specifici motivi, personaggi e intere se-
quenze; tra queste è prevista anche la ripetizione del pericolo che minaccia
il bambino,5 riproposto più spesso in forma identica, con il risultato anche
di molteplici esposizioni, talora anche secondo modalità differenti; l’agente
e le motivazioni dell’infanticidio invece rappresentano un dato stabile del
racconto e, pertanto, non subiscono modifiche. L’inserimento nel racconto
di un’intera sequenza narrativa che in qualche modo ripete una già esisten-
te è di certo un fenomeno più complesso rispetto all’aggiunta di singoli par-
ticolari e dettagli e, proprio per questo, più raro.6 Tuttavia esso può verifi-

1 Seppure in termini molto generici, gli unici a riconoscere l’esistenza di “due tentativi”
d’uccisione subiti da Cipselo sono Murray, Greece, p. 181, e Wecowski, p. 248.
2 ° 4: ¯ÚfiÓÔ˘ âÁÁÂÓÔ̤ÓÔ˘.
3 Cfr. gli esempi di Ciro in Hdt. 1, 113, 3 e di Paride in Apollod. 3, 12, 5.
4 Lewis, p. 253: “Repetition of Component”.
5 Thompson, Folktale, p. 436 nº 5: “Repetition of an incident wich occurs but once in the
original tale”.
6 Cfr. Lewis, p. 248: “Multiple Exposures”, il quale individua in totale undici racconti
caratterizzati dalla ripetizione del motivo. Di questi soltanto due appartengono alla tradi-
zione greco-latina e sono narrazioni tarde. Si tratta delle vicende di Habis, re di Tartesso,
esposto ben cinque volte dal nonno Gargaris (Iust. Hist. 44, 4, 1-14) e di Hippothous figlio di
Nettuno e Alope ed esposto due volte dalla madre (Hyg. Fab. 187). Sulla storia di Habis e
Gargaris cfr. anche Pellizer, Peripezia, p. 37.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 69
carsi nel caso in cui di una storia esistano e circolino più versioni, sia sem-
plici varianti sia riformulazioni di racconti simili, nate anche per ridare vi-
gore alla storia stessa. La loro eventuale unione, poi, avviene con il trascor-
rere del tempo.
Nel caso di Cipselo, la duplicazione della vicenda della salvezza mostra in
concreto il processo di stratificazione di una tradizione orale e collettiva, in
cui s’incontrano e si vanno a sommare tra loro elementi simili: ai due ten-
tativi di sopprimere l’infante, destinati a un ovvio fallimento, corrispondo-
no altrettanti salvataggi. A ben vedere, però, i due episodi non si limitano a
ripetere la situazione di pericolo, ma la narrano in maniera differente, attra-
verso schemi e motivi differenti. Si è già detto che il fallito infanticidio a cau-
sa della pietà del sicario è comunissimo nella categoria; non solo, anche la
scena in cui ognuno dei Bacchiadi rimette al compagno vicino il difficile
compito di uccidere il bambino è costruita su un modello tradizionale. In
maniera identica, nella vicenda di Ciro, si assiste a un passaggio di respon-
sabilità tra più personaggi, dovuto al medesimo senso di pietà.1 Il secondo
tentativo consiste invece in una ricerca dell’infante: questo soltanto dà luo-
go all’esposizione e il suo fallimento è dovuto all’impossibilità di scoprire
dove sia nascosto il piccolo Cipselo.
Il motivo della ricerca dell’infante che ha come conseguenza la sua esposizione ri-
corre nel folklore,2 ma con frequenza limitata: essa compare, come alternativa, in
quei racconti che riguardano un bimbo fatale di cui non si conosce l’identità. A que-
sto proposito è utile far riferimento alla classificazione proposta da Redford secon-
do cui le diverse dinamiche che portano all’esposizione possono essere ricondotte
alle tre seguenti tipologie: il sentimento di paura o di vergogna da parte della ma-
dre, l’ostilità del sovrano o, più in generale, dell’autorità politica, la strage genera-
lizzata dei neonati.3 Mentre la prima categoria va messa in relazione con il fatto che
generalmente il bambino è il frutto di un’unione irregolare e, di conseguenza, in-
teressa l’organizzazione e la codifica delle norme sociali, il secondo e il terzo tipo
di motivazione si collegano, in maniera comune, alla paura di chi è al potere che
un altro possa sostituirlo ed ereditare il suo ruolo.4 In entrambi i casi, è riflesso il
problema storico della lotta per la conquista del dominio, ma sotto aspetti diversi:
i racconti riconducibili alla tipologia dell’ostilità del sovrano riguardano questioni
di ereditarietà del potere, come prova l’esistenza di un legame di parentela, anche
molto stretto, tra il protagonista e chi attenta alla sua vita. Diversamente le storie
che rientrano nella categoria del massacro sono connesse al cambiamento delle for-
me di governo: il successore è ‘estraneo’ all’ambiente regale e ciò costringe il suo

1 Così Gray, p. 368.


2 Thompson, Motif-Index iii, H1397. 2, p. 502: “Quest for enemy’s children”.
3 Redford, p. 211. Cfr. anche ibid. pp. 215 e 217-218 per il significato delle categorie.
4 Cfr. l’analisi di Propp, p. 92 ss., del momento dell’avvento al trono del protagonista (il
corsivo è dell’autore).
70 ornella salati
nemico a scoprire prima di tutto chi sia colui che gli sottrarrà il potere. Il fallimen-
to di tale ricerca comporta poi la soluzione della strage di tutti gli appena nati, ad
eccezione, com’è ovvio, del solo protagonista.
Da tale classificazione e in particolare dal confronto con le ultime due tipologie
è possibile ricavare alcuni elementi significativi per analizzare la tradizione di Cip-
selo e i due momenti del salvataggio. Ciò che a noi interessa non è di certo l’inter-
pretazione che di queste dinamiche è stata data nel tentativo di risalire al significa-
to primario e alla funzione che i racconti orali hanno per le società in cui vivono;1
del resto simili modelli interpretativi, seppur meritatamente celebri, non possono
essere validi per una tradizione storica come la nostra. Ciò che invece ci può inte-
ressare è il modo in cui le dinamiche dell’esposizione sono considerate e raggrup-
pate tra loro e, in particolare, come si collochi il motivo della ricerca dell’infante ri-
spetto a tali categorie. Alcuni elementi narrativi, come la predestinazione, il legame
di parentela tra Cipselo e i suoi avversari, la successione del potere dalla vecchia al-
la nuova generazione che avviene in forma cruenta, rimandano immediatamente
al tipo dell’ostilità del sovrano; ma, dal punto di vista del folklore, la parte relativa
alla ricerca dell’infante con la kypsele che fa da nascondiglio si mostra più vicina al-
la tipologia del massacro generale.
Si può obiettare che lo sviluppo stesso della narrazione impedisce una simile
identificazione, poiché da subito è resa nota, per mezzo degli oracoli, l’identità del
nascituro e, di conseguenza, non occorre provocare uno sterminio generale. Tut-
tavia, la narrazione della kypsele può essere considerata come la realizzazione spe-
cifica e ridotta (poiché priva della fine) di un modello più ampio e generale. Inoltre,
al di là delle differenze, comuni in un materiale così vasto e fluido come quello dei
racconti orali e che trovano le loro ragioni anche nella storicità della nostra vicen-
da, l’occultamento dell’infante che, seppure nello spazio limitato dell’abitazione di
Petra, costringe i Bacchiadi a cercarlo trova delle precise affinità strutturali in quei
racconti che sviluppano il tema della nascita contrastata attraverso il motivo della
ricerca.2 L’accostamento con la serie risulta tanto più plausibile se si considerano le
ragioni che spingono Labda a esporre il proprio figlio e che, come si è già detto, de-
rivano dall’intento di salvargli la vita; così a un modello tradizionale della catego-
ria va ricondotto anche l’atteggiamento dei Bacchiadi che, al pari di sovrani capaci

1 Cfr. la vicenda di Edipo letta come storia di conquista del potere regale da Propp,
passim, o come scontro generazionale da Delcourt, p. 74 ss. Entrambe le letture sono in par-
te debitrici verso lo studio di J. G. Frazer, The Golden Bough, London 1915 (tr. it. Il ramo d’oro.
Studio sulla magia e la religione, Torino 1950). Per queste e altre interpretazioni cfr. Bettini-
Guidorizzi, p. 56 ss.
2 Un interessante parallelo in cui pure compare il motivo della ricerca senza però la so-
luzione del massacro è offerto, ancora un volta, dalla tradizione persiana con la storia di Fa-
ridun, narrata ai vv. 37-63 dello Shah-nameh: anche in questo caso colui che detiene il potere,
il sovrano dell’Iran, Zohâk, è messo in allarme da un segno divino; scoperta l’identità del
fanciullo si mette sulle sue tracce. Inoltre, come nel racconto di Cipselo, è moltiplicato lo
schema della salvezza, per cui Zohâk compie, nel tempo, una duplice ricerca che porta a un
duplice occultamento del piccolo da parte della madre. Una sintesi della storia si trova in
Rank, pp. 40-41; Redford, p. 216 nº 19; Lewis, p. 185 nº 58 e p. 253, che riconosce un difetto nel-
la struttura del racconto, apparentemente privo del motivo dell’esposizione.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 71
di provocare intere stragi di infanti,1 non mostrano alcuna esitazione e sono ora
fortemente intenzionati a uccidere il piccolo.
Da un punto di vista tipologico, quindi, le due versioni sul salvataggio di
Cipselo non possono essere considerate semplici varianti, nate come ‘copia’
l’una dell’altra durante la trasmissione orale e poi accostate per arricchire o
per rendere più credibile la narrazione; piuttosto, per le loro stesse caratte-
ristiche, per i motivi e gli schemi che le compongono, esse devono ritenersi
appartenenti a due distinti filoni narrativi, inizialmente sorti ed esposti in
forma autonoma e poi combinatisi tra loro a formare una storia particolar-
mente complessa.
Una spia che si tratti di narrazioni indipendenti si può forse riconoscere
anche nella notazione in ‰ 1 sull’ineluttabilità della sorte: questa è formula-
ta secondo un’abitudine espressiva propria di Erodoto2 e sembra in qualche
modo far da anello di congiunzione tra le due parti. Ciò non vuol dire che
anche il collegamento narrativo sia opera dello storico; il caso di Ciro di-
mostra che egli era solito avere a disposizione più e diverse versioni;3 tutta-
via, è forse più prudente pensare che egli si sia confrontato con una tradi-
zione già formata e complessa, sulla quale però agisce con uno specifico
intervento che, oltre a indirizzare l’intera vicenda in sé, serve anche a rea-
lizzare una più precisa connessione tra le due parti.
Da questo punto di vista, la notazione, forse, non costituisce l’unica ag-
giunta dell’autore. Nel testo, si possono cogliere alcuni elementi che appa-
iono come dei ‘difetti’, tipici in una tradizione orale, e che sembrano con-
fermare l’ipotesi dell’accostamento di due filoni narrativi originariamente
distinti. Scarsa attenzione ha suscitato finora la scena dei Bacchiadi che ri-
masti sull’uscio si accusano a vicenda, descritta in Á 4. Subito dopo raccon-
ta Erodoto che “Labda, stando presso la porta, udiva tutto e, temendo che
cambiassero idea e preso una seconda volta il bambino lo uccidessero”
decide allora di nasconderlo in una kypsele “ben sapendo che se, tornando
indietro, fossero giunti per cercarlo avrebbero frugato dappertutto”.4 La

1 Sull’atteggiamento del sicario ora incline alla pietà ora particolarmente deciso cfr.
Pellizer, Peripezia, pp. 36-37.
2 òE‰Â ‰b âÎ ÙÔÜ \HÂÙ›ˆÓÔ˜ ÁfiÓÔ˘ KÔÚ›ÓıŠηÎa àÓ·‚Ï·ÛÙÂÖÓ. Che si tratti di un inter-
vento erodoteo ritiene Giangiulio, ‘Tradizione’, pp. 105, 120. Sull’uso del verbo ‰¤ˆ nelle
Storie per “esprimere la fatalità, indipendente dall’agire umano” cfr. Asheri, p. 296. Sul senso
dell’espressione ηÎa àÓ·‚Ï·ÛÙÂÖÓ cfr. Wecowski, pp. 250-251.
3 1, 95, 1: ó˜ tÓ ¶ÂÚÛ¤ˆÓ ÌÂÙÂͤÙÂÚÔÈ Ï¤ÁÔ˘ÛÈ, Ôî Ìc ‚Ô˘ÏfiÌÂÓÔÈ ÛÂÌÓÔÜÓ Ùa ÂÚd KÜÚÔÓ
àÏÏa ÙeÓ âfiÓÙ· ϤÁÂÈÓ ÏfiÁÔÓ, ηÙa Ù·ÜÙ· ÁÚ¿„ˆ, âÈÛÙ¿ÌÂÓÔ˜ ÂÚd K‡ÚÔ˘ ηd ÙÚÈÊ·Û›·˜
ôÏÏ·˜ ÏfiÁˆÓ ï‰Ôf˜ ÊÉÓ·È.
4 ¢ 1: ^H §¿‚‰· ÁaÚ ¿ÓÙ· Ù·ÜÙ· õÎԢ ëÛÙÂáÛ· Úe˜ ·éÙ”ÛÈ Ù”ÛÈ ı‡Ú–ÛÈØ ‰Â›Û·Û· ‰b
Ì‹ ÛÊÈ ÌÂÙ·‰fiÍ– ηd Ùe ‰Â‡ÙÂÚÔÓ Ï·‚fiÓÙ˜ Ùe ·È‰›ÔÓ àÔÎÙ›ӈÛÈ, ʤÚÔ˘Û· ηٷÎÚ‡ÙÂÈ â˜
Ùe àÊÚ·ÛÙfiÙ·ÙfiÓ Ôî âÊ·›ÓÂÙÔ ÂrÓ·È, â˜ Î˘„¤ÏËÓ, âÈÛٷ̤ÓË ó˜ Âå ñÔÛÙÚ¤„·ÓÙ˜ ☠˙‹ÙËÛÈÓ
àÈÎÓÂÔ›·ÙÔ, ¿ÓÙ· âÚ¢ӋÛÂÈÓ Ì¤ÏÏÔÈÂÓ.
72 ornella salati
reazione della donna appare più che naturale, motivata com’è dalla paura e
da quanto ha appena udito; tuttavia, si fa fatica a comprendere come mai
ella tema un ripensamento da parte dei Bacchiadi, considerato il tono dei
loro discorsi che palesa, senza alcun dubbio, le loro intenzioni malevole.
L’espressione trova invece un senso e una collocazione ‘convincenti’, se ri-
ferita all’inizio di Á 4, subito dopo il passaggio di mani: sarebbe comprensi-
bile, da parte della madre, temere che i Bacchiadi “cambiassero idea” dopo
che, commossi dal sorriso del neonato, non hanno avuto il coraggio di
ucciderlo. In modo analogo, la preoccupazione da parte sua che costoro
possano tornare indietro e ‘giungere’ per cercare il piccolo Cipselo contra-
sta con l’immagine precedente della donna che, stando presso la porta, si
accorge che i sicari non sono andati via, mentre si spiega perfettamente con
la loro uscita dall’abitazione narrata al principio di Á 4.
Sulla base di quanto osservato, si comprende allora la necessità di ricon-
siderare la scena dei Bacchiadi che confabulano sull’uscio e, ancor più, di du-
bitare del suo carattere tradizionale. Tutta l’azione, proprio come la frase
sull’ineluttabilità della sorte, sembra essere un’aggiunta successiva che fa da
passaggio tra i due momenti della vicenda di Cipselo; non solo, ma rispetto
alla singola notazione, essa appare tanto più necessaria per tenere insieme
due versioni originariamente autonome e tra loro, in parte, contrastanti.
Tra di esse si scopre, infatti, un sistema di opposizioni che riguardano tutti i
principali aspetti della vicenda: come i Bacchiadi passano dalla pietà1 a una
spietata determinazione,2 così Labda appare ora ingenua,3 ora sospettosa e
astuta;4 al mutamento dei sentimenti dei personaggi corrisponde, di conse-
guenza, un mutamento delle loro azioni e all’offerta spontanea del bambi-
no ai propri sicari5 segue, invece, il suo occultamento.6 Allo stesso modo
muta anche lo scenario e l’azione dal cortile antistante alla casa7 si sposta poi
nello spazio interno.8 Ora, se si prova a eliminare la scena di Á 4, è possibile
risalire a un livello narrativo precedente, in cui si vede in modo chiaro come
le due parti sul salvataggio di Cipselo fossero accostate tra loro in maniera
rapida e poco soddisfacente. In una tradizione orale, veniva forse spontaneo
far seguire al racconto dei sicari che indugiano quello che li presentava come
degli uomini forti e risoluti. Il fallimento stesso poteva giustificare il loro di-
verso modo d’agire. Privo di spiegazione restava invece il comportamento

1 ° 3: ηd ÙeÓ ÊÚ·Ûı¤ÓÙ· ÙÔÜÙÔ ÔrÎÙfi˜ ÙȘ úÛ¯ÂÈ àÔÎÙÂÖÓ·È, ηÙÔÈÎÙ›Ú·˜ (…), Ôé‰ÂÓe˜
‚Ô˘ÏÔ̤ÓÔ˘ ‰ÈÂÚÁ¿Û·Ûı·È. 2 ¢ 1: ¿ÓÙ· âÚ¢ӋÛÂÈÓ Ì¤ÏÏÔÈÂÓ. Ùa ‰c ηd âÁ¤ÓÂÙÔ.
3 ° 2: ì ‰b §¿‚‰· Âå‰˘Ö¿ Ù Ôé‰bÓ ÙgÓ âÎÂÖÓÔÈ àÈÎÔ›·ÙÔ.
4 ¢ 1: ì §¿‚‰· (…) ÁaÚ ‰Â›Û·Û· (…) âÈÛٷ̤ÓË.
5 ° 2: ʤÚÔ˘Û· âÓ¯›ÚÈÛ ·éÙáÓ ëÓ›; Á 3: â›Ù tÓ ö‰ˆÎ ʤÚÔ˘Û· ì §¿‚‰·.
6 ¢ 1: ʤÚÔ˘Û· ηٷÎÚ‡ÙÂÈ â˜ Ùe àÊÚ·ÛÙfiÙ·ÙÔÓ.
7 ° 2: ·ÚÂÏıfiÓÙ˜ ☠ÙcÓ ·éÏcÓ ÙcÓ \HÂÙ›ˆÓÔ˜ ·úÙÂÔÓ Ùe ·È‰›ÔÓ.
8 ¢ 2: âÛÂÏıÔÜÛÈ ‰b ηd ‰È˙Ë̤ÓÔÈÛÈ.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 73
della madre, improvvisamente sospettosa nei loro riguardi; la semplice mes-
sa in sequenza delle due narrazioni non soltanto non dava ragione di un si-
mile cambiamento, ma lo poneva in risalto come un chiaro controsenso.
Proprio la scena dei Bacchiadi che si accusano tra loro a Á 4 e che prosegue
in ‰ 1 con Labda che ascolta i loro discorsi permette di risolvere simili diffi-
coltà: con la sua integrazione, al posto di un passaggio brusco e imperfetto,
si ottiene invece un collegamento logico tra i due momenti, vengono così
meno le contraddizioni legate al personaggio di Labda e tutta la vicenda ac-
quista una sua coerenza narrativa. Per queste ragioni non si può escludere
che un’integrazione così importante, evidentemente risalente a una fase
narrativa successiva all’accostamento, in cui si comincia a riflettere in mo-
do attento su tutta quanta la vicenda, sia da considerarsi un’integrazione
specifica di Erodoto.
Infine, data la comune presenza di elementi e motivi tradizionali, non è
facile stabilire se le due narrazioni appartengano al medesimo livello cro-
nologico o meno e, in questo caso, quale tra loro sia da ritenersi più antica.
Del resto, è facile immaginare che, in una fase immediatamente successiva
alla conquista del potere da parte di Cipselo, circolassero molteplici storie
sull’infanzia prodigiosa del tiranno, tra le quali è possibile che fosse narrata
anche quella dell’astuta Labda che salva suo figlio all’interno di una kypsele.
Parte integrante del racconto è, però, la notazione circa l’origine del nome
del tiranno che gioca proprio sul collegamento tra il nome proprio Cipselo
e kypsele.1 Di norma, com’è noto, le spiegazioni etimologiche di questo ti-
po, relative a grandi personaggi, prendono forma a partire dalle parole.2 Il
motivo, perché abbia un senso, non vive poi in forma isolata, ma all’interno
di una narrazione ben precisa. In maniera analoga, nel nostro caso, si può

1 Roux, pp. 279-289, ha proposto che il significato originario di kypsele sia quello di arnia.
Nel testo si dice, infatti, che l’oggetto è scelto da Labda poiché “le pareva il più impensabi-
le (…) ben sapendo che se, tornando indietro (scil. i Bacchiadi) fossero giunti per cercarlo,
avrebbero frugato dappertutto”. Un’arnia, inoltre, s’inserirebbe bene nella casa di Labda ed
Eezione situata nell’ambiente roccioso di Petra e dotata di una corte (Á 2: ·ÚÂÏıfiÓÙ˜ â˜
ÙcÓ ·éÏcÓ ÙcÓ \HÂÙ›ˆÓÔ˜). In questo senso si potrà allora intendere il termine, se si pensa
che la versione della kypsele sia coeva all’esperienza tirannica o, in ogni caso, poco distante
da essa. L’oggetto che allude al miele, unitamente al simbolo del leone, rimanda a una con-
cezione di basileia tipica nel mondo orientale. A questo proposito cfr. Nenci, pp. 293-294, il
quale sottolinea come proprio l’arnia compaia sulla monetazione di Cipsela, fondazione dei
Cipselidi in area tracia. Sulle diverse traduzioni del nome kypsele cfr. Moles, ‘‘Saving’ Gree-
ce’, p. 253 n. 42. Per quanto riguarda poi il significato dell’antroponimo Cipselo, secondo
Roux, pp. 288-289, esso rimanderebbe, in origine, a un tipo di rondine (hirundo daurica) pre-
sente anche in Grecia.
2 Come osservato da Buccellato, p. 12: “si può ritenere plausibilmente che da un certo
momento in avanti sia piuttosto la parola a generare, in date circostanze, il mythos che non
viceversa”. Più in generale sul racconto etimologico nelle Storie erodotee cfr. ibid. pp. 10-20.
74 ornella salati
allora pensare la parte eziologica strettamente connessa alla vicenda del sal-
vataggio.1 Si tratterebbe di un unico racconto, derivato, nel suo insieme,
dall’antroponimo Cipselo, in un momento forse successivo all’esperienza ti-
rannica, in cui la suggestione del nome poteva farsi stimolo di una costru-
zione ‘storica’. E in questo racconto potrebbe riconoscersi un livello poste-
riore della nostra tradizione.2

La crescita e la conquista del potere da parte del protagonista costituiscono


la fase ultima della tradizione del tiranno corinzio. A dire il vero, nella ver-
sione erodotea, manca completamente la descrizione dell’educazione se-
gnata da gesta precoci che, in qualche modo, riprende e prolunga il tema
della nascita prodigiosa.3 Tuttavia ciò non significa che questa fosse assente
del tutto; il dettaglio dell’abitazione a Petra, luogo roccioso, fa pensare che
originariamente, nella leggenda di Cipselo, dovesse essere compreso il mo-
tivo dell’educazione che si compie in un ambiente marginale.4 Il contesto e
la finalità del discorso di Socle costringono, però, l’oratore a sorvolare sulla
crescita e a passare alla conquista del potere. Anche questo motivo è parti-
colarmente breve; manca, infatti, la descrizione del ‘ritorno’ del giovane nel-
la società che prevede spesso una scena di riconoscimento5 e, soprattutto, è
taciuto il momento fondamentale dello scontro con i Bacchiadi. Socle rac-
conta soltanto che “quando Cipselo divenne adulto e interrogò l’oracolo di
Delfi, gli venne dato a Delfi un responso favorevole, confidando nel quale
assalì e prese Corinto” (Â 2).6 Il vaticinio prima della conquista del potere è

1 Diversamente Giangiulio, ‘Tradizione’, p. 112, pensa a una possibile aggiunta erodotea.


2 A un influsso delle narrazioni sorte intorno all’arca di Cipselo pensava Busolt, pp. 634-
635, che intendeva il termine kypsele nel significato di “cassapanca”. Cfr. anche Delcourt, p.
22; Giangiulio, ‘Tradizione’, p. 112 n. 62. Ciò vorrebbe dire che, diversamente da quanto
accade nei racconti tradizionali e nelle vicende del mito, in cui eventuali varianti possono
nascere per semplice imitazione di altre narrazioni, la nostra avrebbe avuto un preciso
riscontro nella realtà contemporanea. E soprattutto proverebbe il fascino che, a distanza di
tempo, la vicenda di Cipselo ancora esercitava. L’arca fu una dedica non del tiranno, ma dei
Cipselidi, come dice anche Pausania (5, 17, 5: Ôî çÓÔÌ·˙fiÌÂÓÔÈ K˘„ÂÏ›‰·È ÙcÓ Ï¿Úӷη â˜
\OÏ˘Ì›·Ó àÓ¤ıÂÛ·Ó), probabilmente dello stesso figlio Periandro, nei primi anni del vi sec.
a.C., quando la dinastia dei Cipselidi era nel pieno del suo potere. Per la datazione ai tempi
di Periandro cfr. Carter, pp. 355-378; Shapiro, pp. 22-23 e 41, che sospetta nella personificazio-
ni di Dike e Adikia un riflesso della propaganda tirannica.
3 Cfr. il caso di Ciro in Hdt. 1, 114.
4 Cfr. Delcourt, pp. 43-44. Cfr. inoltre la versione di Nicolao di Damasco (FGrHist 90 F
57), secondo cui Cipselo è educato presso il santuario di Olimpia, in qualità di servo del dio.
5 Il rimando è, ancora una volta, alla vicenda di Ciro riconosciuto dal nonno Astiage; cfr.
Hdt. 1, 116, 1.
6 Quella di sorvolare sul trascorrere del tempo è un’abitudine dei racconti tradizionali.
Sull’uso di espressioni generiche per passare rapidamente dall’adolescenza alla maturità
dell’eroe cfr. Pellizer, Peripezia, p. 39.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 75
un altro elemento tipico dei racconti tradizionali:1 come i primi due oraco-
li, anche questo interviene in un momento particolarmente significativo
della vita del protagonista e ne anticipa l’azione. Esso è una sorta d’investi-
tura,2 con cui il dio manifesta il suo assenso finale. Pertanto, in questo con-
sulto, le parole dell’oracolo non suonano più allusive, né contengono un
messaggio da decifrare, ma salutano Cipselo come “beato” e annunciano in
maniera esplicita che egli sarà “re dell’illustre Corinto”.3

Con la sconfitta dei Bacchiadi e l’instaurazione della tirannide giunge al ter-


mine la storia di Cipselo in Erodoto.4 In apparenza, essa è un racconto tra-
dizionale simile a tante altre vicende di dominatori: l’azione procede secon-
do un ordine prestabilito e intere sequenze narrative sono costruite attorno
a motivi d’origine popolare; è ancora presente, seppure in una realizzazio-
ne specifica, la formula dell’esposizione dell’infante, destinata invece a
scomparire in altre tradizioni tiranniche. Tuttavia, l’identità di certi schemi
tipici del folklore è soltanto un dato apparente;5 è la verità storica a orga-
nizzare e guidare la narrazione e l’uso di materiali preesistenti è funzionale
all’invenzione di una tradizione che ha il compito di fondare e legittimare
un nuovo rapporto di potere.6 Da questo punto di vista, quella di Cipselo è
davvero una tradizione “ambivalente”,7 nel senso che è un modo di raccon-

1 Lewis, pp. 249-250. 2 Catenacci, p. 106.


3 Sull’inserimento dell’ultimo verso del terzo oracolo, risalente a una fase certamente
post-cipselide, cfr. Parke-Wormell, pp. 119-120; Murray, Greece, p. 185; Giangiulio, ‘Tradizio-
ne’, p. 112; ‘Oracoli’, pp. 422-423. Non così McGlew, pp. 68-70, e Wecowski, pp. 229-230. A una
manipolazione dell’intero oracolo pensa Crahay, pp. 240-241. Secondo Catenacci, p. 99 n.
168, anche i vv. 3-4 del responso dato ai Bacchiadi, in cui però l’apostrofe è rivolta ai Corin-
zi, potrebbero essere un’aggiunta posteriore. Sulla sovrapposizione e intercambiabilità fra
Ù‡Ú·ÓÓÔ˜ e ‚·ÛÈχ˜ nelle Storie erodotee cfr. Marrucci, passim, la quale individua nella scena
del banchetto un’ulteriore tappa del percorso compiuto dal conquistatore.
4 L’interesse dello storico è ovviamente limitato a una sola fase della vita del tiranno. Co-
sì, per altri personaggi, egli è solito soffermarsi su singoli episodi, particolarmente rilevanti,
e organizzare il materiale biografico secondo i principi formali della biografia: origini,
giovinezza, imprese, morte. Sulle Storie erodotee come “contributo” alla nascita del genere
biografico cfr. Momigliano, p. 25 ss.
5 Cfr. le osservazioni di Comparetti, p. 45 ss. (tanto più acute, perché formulate alla fine
dell’800), sulla necessità di riconsiderare e meglio interpretare le corrispondenze tra rac-
conti tradizionali d’argomento mitico e narrazioni d’argomento storico, specie per quanto
riguarda la formula dell’esposizione dell’infante.
6 Anche se in riferimento al periodo successivo alla Rivoluzione industriale, cfr. le os-
servazioni di Hobsbawm, p. 15 ss., sull’influsso che i cambiamenti sociali hanno nell’inven-
zione di una tradizione.
7 Cfr. l’aggettivo àÌÊȉ¤ÍÈÔÓ riferito al terzo oracolo ( 1) che ha appunto il valore di
“ambivalente, a doppio taglio” come correttamente inteso da How-Wells, p. 53; van der Veen,
p. 75, Giangiulio, ‘Tradizione’, pp. 104-105. Sull’interpretazione della vicenda di Cipselo come
vicenda “a due tagli” in cui coesistono condanna e ammirazione cfr. Catenacci, pp. 41-42.
76 ornella salati
tare il passato attraverso una struttura di tipo mitico, ma che mantiene co-
munque la validità di storia.
È, inoltre, una tradizione straordinariamente feconda che si arricchisce e
si trasforma nel tempo: il ritratto iniziale dei genitori, il segno prenatale, il
pericolo di morte scampato in maniera prodigiosa e la vittoria finale costi-
tuiscono i tratti principali della vicenda di Cipselo. A questi se ne aggiungo-
no di nuovi che servono a rendere la narrazione più allettante, ma anche più
convincente. Sono quindi introdotti particolari come quello del sorriso; s’in-
contrano e s’intrecciano tra loro versioni indipendenti, probabilmente ap-
partenenti anche a contesti e livelli cronologici differenti. È una tradizione
che, per come si compone e si stratifica nel tempo, conserva ben poco di lo-
cale. Più che delle vicende del mito, su di essa agisce il fascino della ‘leg-
genda regale’; in particolare è l’infanzia di Ciro a far da modello,1 sia per le
ragioni storiche che accomunano le due figure, sia perché la fonte è la me-
desima. Inoltre, la centralità di determinati motivi, quale la predestinazio-
ne, sembra rimandare ai grandi santuari della Grecia arcaica e a un loro pos-
sibile ruolo nella composizione di alcuni tratti della narrazione.2
È per tutte queste ragioni che, se per certi aspetti e motivi la storia di Cip-
selo trova numerosi precedenti e paralleli, nel suo complesso rimane una
storia isolata. Sulla quale interviene, da ultimo, la personalità erodotea a evi-
denziare alcuni motivi, a sintetizzarne o eliminarne altri. E soprattutto lo
storico commenta i passaggi più significativi e corregge i difetti tipici di una
narrazione orale, inserendo nuove scene. Il risultato è quella storia eccezio-
nale riferita da Socle nel bel mezzo di un’assemblea spartana che deve deci-
dere se restaurare oppure no la tirannide ad Atene. Non dimentico del con-
testo, Erodoto inserisce anche un brevissimo resoconto sull’esperienza
tirannica di Cipselo che vuole condannarne la crudeltà3 e che, di certo, do-
veva essere estraneo alla tradizione sull’infanzia.
Infine un’ultima osservazione. La notazione conclusiva sulla felice mor-
te di Cipselo4 è parsa in contrasto non soltanto con la finalità del discorso,
ma anche con la visione erodotea di una presenza costante di sciagure nella
vita dell’uomo. Per spiegarla, si è fatto appello alla teoria formulata da

1 Sulle somiglianze tra storie di tiranni greci e storie di sovrani orientali cfr. Corcella, p.
163. In particolare sulle affinità tra l’infanzia di Ciro e quello di Cipselo in Erodoto cfr.
Wehrli, p. 114; Gray, pp. 367-370, e soprattutto Mazzarino, pp. 173-174.
2 Su una possibile responsabilità dell’oracolo delfico nella costruzione della tradizione
di Cipselo cfr. Murray, ‘Herodotus’, pp. 30-32; ‘Herodotus Reconsidered’, p. 317. In generale
sull’importanza di Delfi nelle storie di tiranni cfr. Catenacci, pp. 94 ss.
3 E 2: Ù˘Ú·ÓÓ‡۷˜ ‰b ï K‡„ÂÏÔ˜ ÙÔÈÔÜÙÔ˜ ‰‹ ÙȘ àÓcÚ âÁ¤ÓÂÙÔØ ÔÏÏÔf˜ ÌbÓ KÔÚÈÓı›ˆÓ
≛ˆÍÂ, ÔÏÏÔf˜ ‰b ¯ÚËÌ¿ÙˆÓ àÂÛÙ¤ÚËÛÂ, ÔÏφ ‰¤ ÙÈ Ï›ÛÙÔ˘˜ Ùɘ „˘¯É˜.
4 Z 1: ôÚÍ·ÓÙÔ˜ ‰b ÙÔ‡ÙÔ˘ âd ÙÚÈ‹ÎÔÓÙ· öÙ· ηd ‰È·ϤͷÓÙÔ˜ ÙeÓ ‚›ÔÓ Âs.
cipselo nel discorso di socle (hdt. 5, 92) 77
Solone a Creso sulla necessità di guardare di ogni cosa la fine:1 l’infelice vi-
cenda di Periandro e del figlio Licrofrone che pone fine al potere dei Cipse-
lidi rappresenterebbe la giusta punizione per le colpe dell’intera dinastia. In
realtà, in maniera forse più semplice, il felice compimento della vita del ti-
ranno può essere spiegato come un elemento convenzionale2 che, al pari de-
gli altri, Erodoto eredita dalla tradizione preesistente.
Scuola Normale Superiore
Pisa

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1 1, 30-32. Così van der Veen, pp. 75-76. Cfr. anche Moles, ‘‘Saving’ Greece’, p. 258.
2 Sulla storia di Cipselo come “storia felice di un re voluto dalla divinità” cfr. Catenacci,
pp. 41-42.
3 Per ragioni legate ai tempi di stampa non mi è stato possibile consultare la pubblica-
zione degli Atti del Convegno internazionale (Urbino, 23-25 settembre 2009), dal titolo Co-
rinto: luogo di azione e luogo di racconto.
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