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Il Mulino - Rivisteweb

Katia Pilati
Il concetto di riot. Tra la psicologia delle folle e le
teorie dell’azione collettiva
(doi: 10.1423/94632)

Rassegna Italiana di Sociologia (ISSN 0486-0349)


Fascicolo 2, aprile-giugno 2019

Ente di afferenza:
Universitgli studi di Milano Bicocca (unibicocca)

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Il concetto di riot

Tra la psicologia delle folle e le teorie


dell’azione collettiva
di Katia Pilati

1. Introduzione1

Nel volume del 2003 The politics of collective violence Charles


Tilly, discutendo di violenza politica, omette intenzionalmente
l’analisi dei riots dalla tipologia delle azioni politiche violente
trattate (Tilly 2003,18). Per l’autore, riot implica un giudizio
politico piuttosto che offrire un’utile distinzione analitica. L’omis-
sione del concetto dall’analisi è inoltre giustificata dalle evidenze
empiriche. Tilly sostiene di non aver trovato un singolo evento
tra quelli esaminati in cui i partecipanti stessi identificassero
le dinamiche di protesta come riots o in cui si autodefinissero
come rioters (cfr. anche Thompson 1966). Nonostante Tilly sia
riconosciuto come uno dei più autorevoli studiosi dei movimenti
sociali, nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un ritorno di
tale concetto – in controtendenza rispetto all’analisi di Tilly –,
non solo tra i media e i rappresentanti politici ma anche tra
gli accademici. Una ricerca esplorativa sull’uso di questo termine
tra gli studiosi mostra che l’uso di riot è quadruplicato negli
ultimi dieci anni rispetto al suo utilizzo negli anni Ottanta2.

1
Ringrazio i referees e il comitato di redazione per gli utili suggerimenti che hanno
permesso di migliorare l’articolo.
2
Il risultato sull’uso crescente della categoria riot anche tra gli accademici emerge
da una breve ricerca esplorativa per parola chiave sulla presenza di questo termine nella
banca dati web of science. Inserendo riot come parola chiave in «topic» e limitando la
ricerca al campo della sociologia, la ricerca produce 42 articoli in cui il termine è pre-
sente tra il 1981 e il 1990, 74 articoli tra il 1991 e il 2000, 104 tra il 2001 e il 2010
e 166 tra il 2011 e il 2019. Quest’ultimo risultato, pur essendo sottostimato in quanto
la ricerca è stata effettuata il 2 marzo 2019 e quindi considera quasi due anni in meno
rispetto alle ricerche precedenti, è 4 volte superiore al risultato ottenuto considerando
le pubblicazioni degli anni Ottanta. Ciò detto, è pur vero che in questi studi il termine
non è, nella maggior parte dei casi, utilizzato con le stesse finalità degli attori politici

RASSEGNA ITALIANA DI SOCIOLOGIA / a. LX, n. 2, aprile-giugno 2019


276 Katia Pilati

Molti eventi di protesta osservati nell’ultimo decennio sono stati


interpretati come riots, tra questi, le proteste in Francia nel 2005,
le proteste da parte dei cittadini cinesi a Milano nel 2007, le
cosiddette Primavere Arabe iniziate in Tunisia nel dicembre 2010,
le proteste avvenute ad agosto del 2011 a Londra e quelle che
hanno coinvolto la Grecia nel dicembre del 2008. Nonostante
tali eventi siano emersi in contesti socio-culturali estremamente
eterogenei, è possibile identificare alcune caratteristiche comuni
quali, ad esempio, la presenza di un episodio iniziale che scatena
le proteste, la spontaneità di tali azioni, l’uso della violenza da
parte dei manifestanti, la decontestualizzazione degli eventi.
Identificare gli eventi di protesta come atti spontanei e vio-
lenti, tipico degli approcci del riot, piuttosto che come azioni
collettive frutto dell’intenzionalità di gruppi organizzati, ha tuttavia
importanti conseguenze (Melucci 1996; Diani 2008). La prima
è di natura analitica. Sottolineando la spontaneità e la presenza
di azioni violente, le proteste tendono ad essere associate alla
natura tendenzialmente irrazionale e aggressiva degli attivisti. La
seconda conseguenza riguarda la reazione da parte delle élites
politiche poiché l’accento su dimensioni quali l’irrazionalità, la
rabbia e la frustrazione dei partecipanti facilita, e in parte giu-
stifica, l’uso di misure repressive da parte delle forze dell’ordine
(Tilly 2003; della Porta, Gbikpi 2012; des Neiges Léonard 2016;
Stott, Drury 2017).
L’obiettivo di quest’articolo è esaminare alcuni eventi di pro-
testa identificati come riots sviluppatisi negli ultimi due decenni
e reinterpretarli alla luce delle teorie delle azioni collettive (Pilati
2018, 19-21). La prima parte dell’articolo tratta le narrazioni delle
proteste in termini di riots, ripercorrendo i punti che avvicinano
tali interpretazioni alle spiegazioni dei comportamenti collettivi3.

o dei media a cui le critiche di questo scritto sono rivolte. Si pensi, ad esempio, ad
alcuni studiosi post-operaisti, come Virno (2002) o Illuminati (Illuminati, Rispoli 2012),
che collegano l’emersione attuale dei tumulti alle forme attuali del dominio secondo
le modalità della governance, distinguendo tumulti e «moltitudine» da collettività quali
«popolo» o «cittadinanza».
3
Al fine di rendere la lettura più fluida, nel testo utilizzerò sempre il termine
riot. In italiano, riot può essere tradotto come rivolta, tumulto, insurrezione, sommossa,
disordine. Preferisco, tuttavia, utilizzare il termine in inglese poiché i concetti italiani citati
sono talvolta associati a peculiari approcci analitici. Per esempio, il concetto di tumulto
è collegato alle forme pre-moderne dell’azione collettiva (Tilly 2004) e alle teorie del
collasso sociale (Melucci 1976). Pur utilizzando il termine riot, la discussione del testo
è orientata all’analisi delle proteste che sono spesso definite anche attraverso i termini
citati o che si sovrappongono a quello di riot quali urban disorders, émeute. Anche questi
Il concetto di riot 277

La seconda parte del testo esamina gli stessi eventi alla luce
delle teorie dell’azione collettiva. Considerando alcune dimensioni
messe in evidenza da tali teorie, in particolare, la presenza di
attori e gruppi sociali organizzati che sostengono tali azioni, l’ar-
ticolo illustra alcune evidenze empiriche sul caso delle Primavere
Arabe. Nello specifico, il testo analizza il grado di spontaneità
e di organizzazione delle proteste osservate in Egitto a partire
dal gennaio del 2011. Questo approfondimento ha l’obiettivo di
comprendere se le evidenze empiriche supportano la conclamata
spontaneità che spesso accompagna la narrazione di tali eventi (cf.
Howard, Hussain 2013). Solo l’analisi empirica permette infatti di
discriminare tra proteste come eventi spontanei e proteste come
azioni organizzate. L’articolo conclude sottolineando il discorso
egemonico volto al mantenimento del consenso e dell’ordine
sociale implicito nelle narrazioni delle proteste in termini di riots.

2. Alcuni eventi recenti definiti riots

Le proteste sviluppatesi in Francia nell’autunno del 2005 sono


tra i primi eventi definiti riots (Cicchelli et al. 2007; Wadding-
ton, King 2012; des Neiges Léonard 2016; Body-Gendrot 2016).
Questi scoppiano in seguito all’uccisione di due cittadini francesi
di origine magrebina, il 27 ottobre 2005 durante l’inseguimento
di un gruppo di giovani da parte della polizia a Aulnay-Sur-Bois,
nel Nord di Parigi. Le proteste durano 21 giorni e i manifestanti
sono coinvolti in un ampio repertorio di azioni conflittuali, incluse
azioni violente quali incendi ad automobili e altre proprietà, il
danneggiamento di scuole, negozi, sedi delle forze dell’ordine e
altri edifici di proprietà pubblica e privata, e il ferimento di circa
cinquanta agenti della polizia. Le azioni repressive comprendono
l’arresto di più di 2500 persone.
A Milano, le proteste che scoppiano nell’aprile del 2007 e che
coinvolgono un gruppo di cittadini cinesi proprietari di alcuni
negozi in via Sarpi e le forze dell’ordine italiane sono descritte
come rivolte (Zhang 2016). In quell’occasione, l’evento scatenante
è una disputa tra una cittadina cinese e una vigilessa italiana per

ultimi concetti, pur condividendo con riot molti degli elementi discussi e criticati nel
testo, non coincidono con quello di riot. Per esempio, émeute è un concetto associato
allo sviluppo di proteste da parte di minoranze etnico-culturali nelle periferie urbane.
278 Katia Pilati

un parcheggio in doppia fila, in seguito al quale alcuni cittadini


cinesi protestano contro le forze dell’ordine italiane. La stampa
descrive i fatti come un tumulto, incolpando Bu Ruowei, la
protagonista della disputa con la vigilessa, di incitamento alla
violenza e di atteggiamento provocatorio e aggressivo durante
le proteste (Zhang 2016, 196-7).
Gli eventi di protesta che coinvolgono la Grecia nel dicembre
2008 sono definiti, anch’essi, riots (Kotronaki, Seferiades 2012;
Kanellopoulos 2012; Seferiades, Johnston 2012). Il 6 dicembre del
2008, a Exarcheia, un quartiere di Atene in cui si concentrano
studenti, intellettuali di sinistra, attività contro-culturali, librerie,
ristoranti e pub, un gruppo composto da una dozzina di giovani
si scontra con la polizia e, durante gli scontri, le forze dell’ordine
uccidono uno studente quindicenne, Alexandros Grigoropoulos.
Questo evento segna l’inizio di una serie di azioni di protesta
senza precedenti per la loro intensità, incluse azioni violente quali
attacchi localizzati alle forze dell’ordine, distruzione di negozi,
di banche e di edifici simbolo dell’ideologia neoliberista. I ma-
nifestanti attaccano i veicoli delle forze dell’ordine, occupano gli
edifici universitari e svolgono manifestazioni e cortei che vedono
la partecipazione massiccia delle seconde generazioni di origine
immigrata e degli studenti delle scuole superiori (Kotronaki,
Seferiades 2012, 150-1). Le proteste iniziate ad Exarcheia si
diffondono non solo ad altri quartieri della città di Atene ma
coinvolgono anche altre città greche, iniziando a diminuire il 9
dicembre.
Gli eventi di protesta scoppiati a Londra nell’agosto del 2011
sono anch’essi identificati come riots (Waddington, King 2012;
Reeves, de Vries 2016; Newburn 2016). Esplose in seguito all’uc-
cisione di Mark Duggan, un britannico di origini afrocaraibiche
padre di quattro figli ucciso in una sparatoria con la polizia,
le proteste durano 6 giorni e si diffondono da Tottenham, un
quartiere nel nord di Londra, ad altri quartieri e città inglesi. Il
repertorio delle azioni include saccheggi e incendi, e coinvolge
soprattutto le fasce più povere della popolazione.
Infine, anche le Primavere Arabe, le proteste scoppiate nel
dicembre 2010 in Tunisia e successivamente diffusesi in vari Paesi
del Medio Oriente, sono definite, soprattutto nella fase iniziale
degli eventi, come rivolte, tumulti, o bread riots (Campanini 2013).
I casi descritti nelle righe precedenti rappresentano solamen-
te una parte delle narrazioni che identificano le proteste come
Il concetto di riot 279

riots e sono relativi ad eventi accaduti negli ultimi due decenni


in vari contesti. I casi sono stati selezionati cercando di mas-
simizzarne le differenze tra loro, al fine di mettere in evidenza
alcuni elementi e meccanismi che, pur facendo riferimento a
circostanze estremamente diverse, mostrano le stesse modalità
di funzionamento (Tilly 2003, 20)4. Nonostante la presentazione
di questi soli cinque casi, l’elenco dei cosiddetti riots potrebbe
tuttavia continuare (in Italia, per esempio, ricordiamo le proteste
scoppiate a Rosarno nel 2010; per eventi simili avvenuti in Olanda
cf. Bouabid 2016; in Gran Bretagna cf. Bagguley, Hussain 2008 e
Murji 2018; in Spagna cf. Hermida, Hernandez-Santaolalla 2018;
per le proteste di Piazza Taksim a Instanbul nel 2013 cf. Atak,
della Porta 2016; Trudelle et. al. 2015 per Montréal). Nei pros-
simi paragrafi, cercherò di mettere in evidenza le caratteristiche
che accomunano tali narrazioni.

3. Le caratteristiche dei riots

Il termine riot identifica un tipo di comportamento collettivo


conflittuale (Waddington 2015, 423), uno dei due tipi di riots
identificati da McPhail (1994) che distingue tra riots di protesta,
di natura politica, e riots celebrativi che rappresentano compor-
tamenti collettivi apolitici quali la celebrazione della vittoria di
un campionato di calcio da parte dei fans delle squadre5. I riots
associati alle proteste sono descritti, soprattutto nelle narrazioni
mediatiche, enfatizzando le seguenti caratteristiche: un evento
iniziale che scatena le proteste, la presunta natura spontanea e
irrazionale delle proteste, l’enfasi sulla rabbia dei manifestanti e
la decontestualizzazione degli eventi che portano alla condanna
e alla repressione delle proteste (cf. Stott, Drury 2017; Cicchelli
et al. 2007; Campanini 2013; della Porta, Gbikpi 2012).

4
L’uso di questo criterio di selezione dei casi è stato applicato alle dinamiche
dell’azione collettiva in McAdam et al. (2001, 82).
5
La distinzione ha valore analitico ma va presa con cautela nell’analisi dei casi
empirici che, talvolta, non permettono una chiara differenziazione. Questo avviene, per
esempio, nel caso della presenza di tifoserie calcistiche con chiare connotazioni politiche.
280 Katia Pilati

3.1. Un evento iniziale che scatena le proteste

In primo luogo, le proteste identificate come riots sono as-


sociate ad un evento particolare che fa precipitare la situazione.
Nei casi descritti, tali eventi sono rappresentati dall’uccisione di
Mark Duggan, un cittadino Britannico di origini afrocaraibiche,
a Londra nell’agosto del 2011, dall’uccisione dello studente
Grigoropoulos il 6 Dicembre 2008 ad Atene, dalla morte di
due giovani di origine magrebina inseguiti dalla polizia il 27
ottobre 2005 nel nord di Parigi, dalla multa della vigilessa ad
una cittadina cinese per un parcheggio in doppia fila a Milano
nel 2007, dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, un venditore
di strada, nel dicembre 2010 in Tunisia. Questi eventi sono
considerati cruciali per lo sviluppo delle proteste osservate nei
giorni immediatamente successivi a tali episodi. Essi hanno una
forte connotazione simbolica ed emotiva che tende ad enfatizzare
la marginalità e la subordinazione delle vittime e dei loro gruppi
di riferimento, gli stessi che, successivamente, partecipano alle
proteste. La portata simbolica dell’evento iniziale influenzerebbe
anche il tipo di risposta che si sviluppa nei giorni successivi. I
riots includono spesso atti violenti, che coinvolgono sia i mani-
festanti che le forze dell’ordine e, nella maggior parte dei casi,
non sono limitati e circoscritti al luogo in cui si sviluppano. Gli
eventi scoppiati a Londra o ad Atene si diffondono in tutto il
territorio circostante nei giorni successivi alle prime proteste. Nel
caso degli episodi di Londra, le proteste coinvolgono gli abitanti
di Tottenham, i quartieri a nord di Londra dove era avvenuta
l’uccisione di Mark Duggan, altri 12 quartieri di Londra e varie
città inglesi, incluse Manchester, e Birmingham (Waddington 2015,
431). In Grecia, i riots si diffondono dal quartiere Exarcheia di
Atene fino a coinvolgere varie altre città greche tra cui Thes-
saloníki, Patrasso, Heracleion e Ioánnina (Johnston, Seferiades
2012). Dalla Tunisia, dove le proteste scoppiano nel dicembre
2010, le proteste si diffondono nel gennaio e febbraio 2011 a
vari Paesi limitrofi tra cui Yemen, Egitto, Siria, Bahrain, Libia,
anche se con percorsi ed esiti molto diversi (Alimi et al. 2016).
Infine, gli eventi di protesta osservati in tali situazioni sono spesso
concentrati in un periodo temporale ben definito, e le proteste
durano solitamente pochi giorni.
Il concetto di riot 281

3.2. La natura dei riots: spontaneità, irrazionalità, rabbia

Oltre a specifici eventi scatenanti, la narrazione dei riots


enfatizza il carattere spontaneo, improvviso e inaspettato della
comparsa delle proteste, nonché la loro natura convulsa, emotiva
e distruttiva. Nella letteratura sociologica il concetto che meglio
coglie la dimensione irrazionale, aberrante e patologica della
protesta è il concetto di folla (crowd), uno dei comportamenti
collettivi maggiormente studiati (Le Bon 1895). Le teorie della
psicologia della folla identificano infatti coloro che protestano con
una massa omogenea, amorale, irrazionale, facilmente manipolabile.
Anche nelle narrazioni del riot, le proteste sono associate
alla diffusione di sentimenti di rabbia tra i rivoltosi, incoraggiate
da reazioni di stimolo-risposta. Questo tipo di interpretazione
suggerisce che, come conseguenza di condizioni ed esperien-
ze di marginalizzazione e frustrazione, individui irati e furiosi
abbiano come unica possibilità quella di protestare, utilizzando
come modalità di risposta anche la violenza. Questo approccio
si riallaccia anche alla teoria della deprivazione relativa che si
sviluppa con l’obiettivo di spiegare le azioni collettive violente
come il prodotto di meccanismi di frustrazione-aggressione indi-
viduali (Gurr 1970). Secondo Gurr, le azioni collettive violente,
incluse le rivoluzioni, sono causate da una sindrome mentale
che accomuna gli individui che le adottano. La presenza di
frustrazione e aggressione deriva da uno stato di deprivazione
relativa, cioè dalla discrepanza percepita tra le aspettative – le
condizioni di vita alle quali le persone credono di aver diritto
– e le possibilità reali – le condizioni a cui gli individui hanno
effettivamente accesso e che possono ottenere e/o mantenere dati
i mezzi di cui dispongono.
In maniera simile a tale approccio, secondo l’interpretazione in
termini di riots le proteste nascono dalla frustrazione dei rivoltosi
che emergono in seguito ad inaspettate privazioni o discriminazioni
imposte ai manifestanti e al settore della popolazione che questi
rappresentano (Waddington 2015, 424-25). Nel caso di Milano
la frustrazione sarebbe nata in seguito alla discriminazione subìta
dai cittadini cinesi da parte delle forze dell’ordine. Gli eventi
della banlieue francese nel 2005 si sarebbero sviluppati in seguito
alla segregazione sociale, al degrado e all’abbandono, alle tensio-
ni sociali ricorrenti in alcuni quartieri periferici, alla mancanza
d’informazione e alle difficoltà dei giovani ad inserirsi nel mer-
282 Katia Pilati

cato del lavoro (Cicchelli et al. 2007, 294; 302-3). A Londra, le


proteste sono state messe in relazione alle condizioni vissute dalla
popolazione in quartieri sovraffollati, privi di strutture abitative
adeguate e, fin dagli anni Settanta, abitati da una popolazione
colpita da tassi di disoccupazione elevatissimi (Waddington,
King 2012, 121; Waddington 2015, 425). Nel caso delle proteste
scoppiate in Tunisia, le cause sono state attribuite alla crescita
dei prezzi dei beni di prima necessità, da cui il nome di bread
riots. Le rivolte greche sono state esaminate come conseguenza
di inaspettate privazioni imposte dalle politiche di austerità della
«Troika» europea (Kotronaki, Sefariade 2011, 19-20). Le teorie
dell’azione collettiva contraddicono chiaramente le narrazioni in
termini di riots. La presenza di stati diffusi di frustrazione non
è infatti sufficiente per spingere gli individui a protestare. La
frustrazione deve infatti essere politicizzata altrimenti può portare
a fenomeni di isolamento o di devianza sociale (McAdam 1982).

3.3. La decontestualizzazione degli eventi

Un altro punto comune alle letture in termini di riots riguar-


da la decontestualizzazione degli eventi (Waddington 2015) e,
di conseguenza, l’assenza dell’analisi delle relazioni tra gli attori
che protestano e gli attori a cui le azioni sono principalmente
indirizzate, le élites politiche. L’analisi del contesto esterno e il
ruolo delle élites politiche sono stati discussi all’interno della
letteratura sui movimenti sociali fin dalle prime elaborazioni
del modello del processo politico (Tilly 1978; McAdam 1982;
Tarrow 1989). In tale prospettiva, le azioni collettive di protesta
sono conflittuali – essendo interazioni intenzionali tra due o più
parti in competizione tra loro per il controllo di alcune risorse
(Oberschall 1978, 291) – e contrappongono i protagonisti delle
rivendicazioni, i challengers, agli attori ai quali s’indirizzano le
azioni di protesta, in particolare, le autorità e le élites politiche6.

6
Oltre al tipo di conflitto generato dall’interazione tra challengers e autorità – con-
flitto di natura strettamente politica – gli studiosi hanno messo in evidenza il conflitto
culturale e simbolico implicito nella richiesta di riconoscimento, da parte dei challengers,
di nuove identità che si contrappongono ai codici dominanti. In questo caso, il conflitto
riguarda la società più ampia (Melucci 1996). È tuttavia stato argomentato che gli autori
che riescono ad imporre le proprie categorie di riconoscimento nell’arena pubblica sono
principalmente le élites politiche (Hilgartner, Bosk 1988). Come discusso da Tarrow
Il concetto di riot 283

Se consideriamo i singoli casi discussi e cerchiamo di metterli


in relazioni al contesto esterno, il quadro che emerge è molto
più complesso di quello che caratterizza le narrazioni in termini
di riots7. Le proteste cinesi a Milano nell’aprile del 2007 avven-
gono in un contesto in cui i negozianti cinesi erano stati multati
almeno una volta nel corso della loro esperienza lavorativa nella
zona, con multe e confische percepite come discriminanti e irra-
gionevoli. In questa prospettiva, le proteste hanno rappresentato
una risposta ad un contesto ostile, una risposta intenzionalmente
indirizzata alle élites politiche locali e, soprattutto, all’azione delle
forze dell’ordine (Zhang 2016, 201). Le analisi empiriche sul caso
britannico suggeriscono che, come lo era stato per i precedenti
eventi di protesta in Gran Bretagna negli anni Ottanta, gli im-
migrati afrocaraibici erano impiegati in occupazioni caratterizzate
da bassi salari, e subivano varie discriminazioni, per esempio,
rispetto alle politiche di accesso alla casa (Waddingtonm King
2012, 121). Johnston e Seferiades (2012, 155) sottolineano le
condizioni vissute dalla popolazione greca prima dello scoppio
delle proteste nel dicembre del 2008, e le conseguenze dell’av-
vento della crisi economica sullo smantellamento del welfare,
la fine delle negoziazioni collettive tra capitale e lavoro e la
progressiva svolta autoritaria del governo. Cicchelli et al. (2007,
304-5) mostrano che le proteste nelle banlieue parigine, erano
nate in un contesto di ripetuti controlli e azioni repressive da

citando Calhoun, nonostante i nuovi movimenti sociali (NSM) siano a-politici, le élites
e le autorità politiche sono gli attori principalmente responsabili delle leggi, dell’ordine,
delle norme sociali e dell’imposizione delle categorie dominanti a cui i NMS si con-
trappongono (Calhoun 1994, 21; Tarrow 2011, 8).
7
La decontestualizzazione delle proteste da parte della psicologia delle folle è chia-
ramente presente fin dalle prime letture orientate ad interpretare gli eventi che hanno
sconvolto la società francese durante il diciannovesimo secolo, il cosiddetto secolo «ribelle»,
tra i quali figuravano gli eventi del 1848 e l’esperienza della Commune nel 1871 (Tilly
et al. 1975). In contrapposizione a tali interpretazioni, Tilly et al. (1975) avevano già
sottolineano che questi approcci ignoravano completamente la complessità del contesto
in cui agivano le folle nonché la presenza di un’identità collettiva condivisa tra coloro
che protestavano e si contrapponevano intenzionalmente alle élites (Stott, Drury 2017).
In particolare, le teorie della psicologia delle folle ignoravano il contesto storico collegato
alla rivoluzione industriale, alla diffusione di una società industrializzata in Europa, alla
crescita esponenziale dei livelli di ricchezza e del potere della borghesia, accompagnata
da una crescente urbanizzazione e marginalizzazione delle fasce più povere della società.
Le evidenze empiriche mostravano, al contrario, che il secolo «ribelle» era frutto di
azioni intenzionali, e gli individui che partecipavano alle proteste si contrapponevano
con consapevolezza e intenzionalità alle autorità dei nuovi Stati Nazione (Thompson
1966; Tilly et al. 1975).
284 Katia Pilati

parte degli agenti delle forze dell’ordine. Per non citare il caso
delle primavere arabe, sviluppatesi in alcuni Paesi del Medio
Oriente e del Nord Africa, che sono emerse in un contesto
autoritario in cui varie caratteristiche del contesto politico, tra
cui il ruolo dell'esercito, sono state cruciali per definire la nascita
e le traiettorie delle proteste (Goldstone 2016).

3.4. Le conseguenze dell’uso della categoria riot: condanna e re-


pressione

Un ultimo elemento che accumuna le narrazioni delle proteste


in termini di riot riguarda le conseguenze connesse all’uso di tale
categoria. In quanto associate alle caratteristiche di spontaneità,
irrazionalità e patologia sociale, i riots sono condannati quasi
all’unanimità all’interno delle società in cui si sviluppano, so-
prattutto da quegli attori che utilizzano tale categoria – i media,
le autorità e le élites politiche (Tilly 2003; della Porta, Gbikpi
2012). Gli eventi nella banlieue parigina del 2005 furono denun-
ciati dalla destra per il presunto collegamento con le «orde di
stranieri» presenti in Francia, e il Ministero dell’Interno definì i
manifestanti «delinquenti noti alle forze dell’ordine» (Cicchelli et
al. 2007, 295; 300). Le proteste greche furono condannate dal
partito comunista (KKE) stesso. Le proteste a Londra furono
accolte con disapprovazione dalle autorità politiche locali. Queste
ultime minacciarono i manifestanti di togliere loro la possibilità
di beneficiare dei diritti di welfare state (Reeves, de Vries 2016,
282). Le proteste da parte dei cittadini cinesi a Milano nel 2007
furono associate alla presunta natura criminale della comunità
cinese. In particolare, il vicesindaco di Milano, Riccardo De
Corato, aveva sostenuto che le proteste erano appoggiate dalla
mafia cinese accusata di essere responsabile di ingenti flussi di
denaro illegale in Italia. Tale connotazione negativa degli eventi
ha importanti conseguenze poiché, attribuendo un giudizio nega-
tivo alle proteste, le autorità tendono a giustificare le attività di
controllo della protesta e a minimizzare l’uso eccessivo di misure
repressive (Waddington 2015, 424; della Porta 1995).
Il concetto di riot 285

4. L’interpretazione delle proteste alla luce delle teorie dell’azione


collettiva

A differenza delle interpretazioni delle proteste come riots,


associabili alle analisi dei comportamenti collettivi per la pre-
senza degli elementi appena discussi, le proteste intese come
azioni collettive rappresentano quelle azioni da parte di uno o
più gruppi che condividono un obiettivo comune, che agiscono
unitariamente, in pubblico, e che sono orientate al cambiamen-
to o alla resistenza ad un cambiamento (Snow et al. 2019, 5).
Abbiamo precedentemente messo in evidenza che tali azioni,
come discusso soprattutto dal modello del processo politico, sono
spesso indirizzate alle élites o alle autorità politiche (Tilly 1978).
In linea con quest’approccio, le proteste implicano interazioni tra
i challengers e coloro che detengono posizioni politiche di potere
e status quo dominanti. Come osservato nei paragrafi precedenti,
alcuni studiosi hanno quindi ampiamente documentato la neces-
sità di contestualizzare le proteste interpretate come riots, e di
mettere in relazione le richieste dei manifestanti con le decisioni,
le scelte e gli orientamenti delle élites politiche (cfr. Waddington
2015; Kotronaki, Seferiades 2012). Accanto a questa dimensione,
una seconda caratteristica delle azioni collettive è la presenza di
gruppi sociali, organizzati – anche se a gradi diversi –, capaci
di mobilitare gli individui in varie forme di protesta, di fornire
un insieme di risorse utili per l’azione collettiva, tra cui solida-
rietà condivise tra gli attori e possibilità di coordinamento delle
azioni. Nei prossimi paragrafi dedicherò un approfondimento a
tale questione.

4.1. Spontaneità e organizzazione delle proteste

L’analisi del grado di organizzazione della protesta è utile


per poter interpretare gli eventi come comportamenti collettivi
piuttosto che come azioni collettive8. Nel primo caso gli attori

8
Più organizzati sono i gruppi protagonisti delle proteste, maggiori sono le pro-
babilità che questi si avvicinino alle caratteristiche delle organizzazioni, le SMO (social
movement organizations). Come Ahrne e Brunsson (2011, 86) suggeriscono, queste sono
definite attraverso le seguenti caratteristiche: criteri di membership, regole a cui i membri
devono attenersi, posizioni gerarchiche, comportamenti prescritti che gli individui devono
seguire, meccanismi di monitoraggio dei comportamenti quali incentivi e sanzioni.
286 Katia Pilati

si relazionano in maniera tendenzialmente spontanea, sulla base


di interazioni limitate, sporadiche, discontinue e circoscritte ad
un breve lasso temporale. Questa visione è coerente con una
visione dei protagonisti, i rivoltosi, quale aggregato di individui
che condivide alcuni tratti esterni come, per esempio, situazioni
di marginalità sociale. Al polo opposto, i gruppi che si impe-
gnano in azioni collettive sono normalmente coinvolti in relazioni
– che riguardano sia le dinamiche all’interno dei gruppi che le
dinamiche tra i gruppi – che tendono ad essere più regolari,
continuative, e a durare nel tempo. Ad esempio, l’affiliazione
formale ad un’organizzazione facilita le interazioni attraverso lo
svolgimento regolare delle attività del gruppo. Talvolta, la conti-
nuità delle relazioni facilita l’emergere di percezioni e di identità
condivise all’interno e/o tra i gruppi (cf. il concetto di CATNET
in Tilly 1978). Come discusso da Diani (2008; 2015), in presenza
di coalizioni tra i gruppi, le reti sono sostenute principalmente
da legami strumentali e il sentimento di solidarietà condivisa è
debole ed instabile. Le coalizioni agiscono soprattutto sulla base
di logiche strumentali ed interessi condivisi dagli attori. Diversa-
mente, la presenza di identità collettive condivise tra i gruppi,
tipica delle dinamiche di movimento sociale, prevede azioni che
tendono a essere durevoli, coordinate da attori politicamente
organizzati e sostenute da solidarietà condivise (Tilly 1978). In
tale prospettiva, è una questione empirica comprendere la natura
delle proteste osservate, analizzarne il grado di spontaneità o di
organizzazione, e mettere in evidenza la presenza di alleanze e
la costruzione di reti che permettano di distinguere fenomeni
analiticamente diversi (Diani 2008). Come aveva suggerito Melucci
(1996, 371) in riferimento al concetto di rivolta, la narrazione
in termini di riots rappresenta un esempio della difficoltà che
talvolta si instaura tra un fenomeno empirico – le proteste – e
la pluralità delle dimensioni analitiche che possono presentarsi e
che devono essere differenziate all’interno di tale unità.
L’analisi del grado di organizzazione della protesta e delle
caratteristiche dei gruppi sociali che promuovono le proteste
ha quindi importanti conseguenze sulla definizione delle azioni
osservate e il modo in cui le interpretiamo. In tale prospettiva,
presenterò alcune evidenze empiriche sul grado di spontaneità
e di organizzazione delle proteste nel caso, tra quelli a cui ho
brevemente accennato, che ha avuto maggiore risonanza accade-
mica e mediatica, le Primavere Arabe, approfondendo le proteste
Il concetto di riot 287

sviluppatesi in Egitto nel gennaio del 2011 (Pilati et al. 2019).


Queste sono state definite riots, rivolte, tumulti, soprattutto
nelle prime interpretazioni e, indipendentemente dallo specifico
concetto utilizzato per definirle, sono state spesso associate a
fenomeni spontanei. Molti studiosi hanno sottolineato che durante
le Primavere Arabe è mancato il coordinamento da parte delle
tradizionali organizzazioni di movimento sociale. I protagonisti
sono stati identificati in individui coinvolti nelle proteste in ma-
niera spontanea, supportati da reti poco strutturate, spesso senza
leadership, e fortemente decentrate (Lynch 2013). L’enfasi posta
sulla spontaneità delle proteste è stata in parte associata alla
diffusione e all’uso dei nuovi mezzi di informazione, comunica-
zione e tecnologia (Information and Communication Technologies,
ICTs) e alla presenza di reti virtuali (Bennett, Segerberg 2013;
Pond, Lewis 2018). L’azione connettiva, la nuova forma di azione
identificata da Bennett e Segerberg (2013), tende infatti a essere
un’azione spontanea rispetto alle classiche forme di azione collettiva
di protesta e gli stessi autori sostengono che i protagonisti di
queste azioni siano, nuovamente, le folle (Bennett et al. 2014)9.

4.2. L’organizzazione delle proteste nel caso della Primavera Araba


egiziana

Contrariamente all’identificazione delle Primavere Arabe come


proteste spontanee, alcuni autori hanno discusso la presenza
di gruppi organizzati che, a vario modo, hanno supportato o
coordinato tali eventi. Le evidenze empiriche sul caso egiziano
illustrano la presenza di gruppi organizzati attivi sia prima del
gennaio del 2011, data di inizio delle proteste in Egitto, che
successivamente (Beinin, Vairel 2011; Beinin 2013; Acconcia

9
Le folle dello spazio online non presentano le stesse caratteristiche tipiche dei
comportamenti collettivi. Le folle virtuali sono, per esempio, capaci di gestire processi
associati ad attori che tradizionalmente promuovono azioni collettive – quali le orga-
nizzazioni di movimento sociale – permettono di sostenere specifiche idee e frames, e
di filtrare o limitare la presenza di altri (Bennett et al. 2014). Le folle online riescono
inoltre a stabilire norme partecipative come, per esempio, la richiesta di non utilizza-
re la violenza, riescono a favorire processi decisionali deliberativi, oppure a orientare
l’attenzione su temi specifici – le disuguaglianze, la corruzione, la democrazia. Le folle
online si pongono quindi in una posizione intermedia tra i gruppi sociali che agiscono
intenzionalmente e in modo organizzato e i comportamenti collettivi quali le folle spon-
tanee e disorganizzate (Pilati 2018, 185).
288 Katia Pilati

2018; Pilati et al. 2019). Organizzazioni di volontariato collegate


al settore sociale islamico, e organizzazioni più specificatamente
politiche e attive contro il regime, per esempio Kifaya o i sin-
dacati autonomi nati nel corso del 2011, hanno infatti costituito
una struttura sociale intermedia che si è rivelata fondamentale
per lo svolgimento delle proteste contro il regime di Mubarak
iniziate nel 2011. Tra il dicembre del 2004 e il settembre del
2005, Kifaya – una rete informale di varie organizzazioni quali
Journalists for Change, Doctors for Change, Youth for Change,
Workers for Change, Artists for Change – era riuscita ad orga-
nizzare una serie di raduni pubblici contro i tentativi da parte
del Presidente Husni Mubarak di implementare la legge sulla
successione ereditaria (Duboc 2011, 61; Vairel 2011, 32; Beinin
2011, 185). Kifaya era riuscita a rimanere politicamente attiva
sotto il regime autoritario di Mubarak grazie alle strategie dei
propri attivisti di auto-limitare la diffusione delle proteste attra-
verso l’uso di un repertorio di azioni moderato, grazie ai limiti
imposti rispetto al numero delle persone che potenzialmente
avrebbero potuto partecipare alle manifestazioni, e alla scelta
precisa sul luogo dove svolgere le manifestazioni. Queste non
eccedevano mai un migliaio di persone, ed erano organizzate nel
centro città, in aree scarsamente popolate che non attiravano mai
un numero elevato di manifestanti (Pilati 2016).
Anche alcuni clubs di fans di squadre di calcio sono stati
protagonisti dell’occupazione di piazza Tahrir al Cairo tra il gen-
naio e il febbraio del 2011. Fu proprio il leader di uno di tali
gruppi a guidare il corteo di 10.000 persone e a percorrere le
strade del Cairo il 25 gennaio 2011. Inoltre, durante i 18 giorni
di occupazione della Piazza Tahrir gli ultras avevano pattugliato il
perimetro della piazza, controllandone l’entrata (Dorsey 2012, 414).
Le strutture religiose, in particolare quelle dei Fratelli Musulmani
(FM), avevano rappresentato altri importanti gruppi di mobilitazione
politica (Teti, Gervasio 2011). La Fratellanza Musulmana era stata
particolarmente importante nel facilitare l’organizzazione dei Comitati
Popolari emersi dopo lo scoppio delle proteste nel gennaio del
2011 (Acconcia 2018). Tali gruppi erano infatti saldamente radicati
nelle reti dell’islamismo sociale, nelle organizzazioni di volontariato,
nelle scuole e negli ospedali. Grazie ai legami con la Fratellanza
Musulmana e al radicamento dei Fratelli Musulmani a livello locale,
i membri dei Comitati Popolari erano riusciti a costruire legami
basati sulla fiducia reciproca e possedevano tutte le conoscenze
Il concetto di riot 289

necessarie per potersi muovere facilmente sul territorio. Come


scrive Acconcia (2018), oltre ad essere coinvolti in associazioni
di volontariato attive nella fornitura di servizi, soprattutto rivolte
agli anziani e ai disabili, allo scoppio delle proteste nel 2011 i
membri dei Comitati Popolari si erano anche attivati come gruppi
di autodifesa, in risposta al vuoto di sicurezza presente nei giorni
immediatamente successivi alle prime manifestazioni di Piazza Tahrir
nel 25 gennaio 2011 quando la polizia aveva iniziato a ritirarsi
dalle strade egiziane. Inoltre, i Comitati Popolari avevano giocato
un ruolo fondamentale nel promuovere il coinvolgimento politico
dei propri membri, non solo in attività di protesta ma anche in
attività più istituzionali. L’autore mostra che il Comitato Popolare
di Imbaba aveva organizzato importanti campagne per migliorare i
servizi pubblici tra cui quelli di raccolta dei rifiuti e i membri del
comitato di Sayeda Zeinab erano stati coinvolti in tutti i maggiori
episodi di mobilitazione che avevano accompagnato la diffusione
delle proteste dopo il gennaio del 2011.
La presenza di gruppi organizzati capace di coordinare la
protesta era stata inoltre importante per i lavoratori che non
avevano potuto appoggiarsi al principale sindacato ufficiale,
l’Egyptian Federation of Trade Unions (EFTU) cooptato dal
regime di Mubarak (Beinin 2011). I lavoratori egiziani si erano
inizialmente organizzati in gruppi spontanei. Durante le proteste
avvenute tra il 2006 e il 2009, avevano creato importanti col-
laborazioni tra loro grazie ad una fitta rete di relazioni sociali
tra amici, conoscenti, vicini, formatesi in seguito alla possibilità
di frequentare gli stessi luoghi, per esempio, le scuole dei figli
(Beinin 2011). Frammentati, isolati uno dall’altro, e focalizzati su
questioni locali, i gruppi dei lavoratori avevano trovato una forma
istituzionale solamente il 30 gennaio 2011, data di creazione della
federazione dei sindacati indipendenti, la Egyptian Federation of
Independent Trade Unions (EFITU) e, nell’aprile del 2013, in
concomitanza con la nascita della seconda federazione dei sinda-
cati indipendenti, l’Egyptian Democratic Labour Council (EDLC)
(Acconcia 2018). Grazie al processo di istituzionalizzazione dei
gruppi spontanei in strutture sindacali organizzate, gli scioperi
si erano diffusi su scala nazionale, e ad un livello precedente-
mente sconosciuto. Nel febbraio del 2011, il mese successivo alla
creazione dell’EFITU, furono registrati 489 scioperi in Egitto e
uno sciopero nazionale degli insegnanti, che chiedeva la pulizia
290 Katia Pilati

delle istituzioni pubbliche dai membri del vecchio regime, aveva


coinvolto mezzo milione di lavoratori (ibidem).
Come si evince dalla letteratura, le Primavere Arabe non
sono state affatto caratterizzate dalla spontaneità delle proteste
come spesso affermato. Esse sono state ampiamente sostenute da
una struttura organizzativa capace di coordinarle, pur tenendo
presente che questa ha mostrato caratteristiche di dinamicità e
flessibilità ben lontane da quelle osservate nei contesti democratici.
Le organizzazioni in tali contesti presentano infatti una forma
flessibile, con una struttura capace di adattarsi e trasformarsi
velocemente nel contesto in cui operano. Nel caso dell’Egitto
sono stati identificati tre tipi di gruppi sociali che hanno costi-
tuito la base strutturale necessaria per lo sviluppo delle proteste:
in primo luogo, la presenza di alcune classiche organizzazioni
di movimento sociale quali Kifaya, o i gruppi a-politici di fans
delle squadre di calcio, è stata cruciale; in secondo luogo, vari
gruppi spontanei si sono trasformati, nel tempo, in organizzazioni
stabili grazie ad un processo di istituzionalizzazione. Per esempio,
i lavoratori, inizialmente associati tra loro in gruppi informali e
spontanei, si sono organizzati in strutture più stabili attraverso
la legalizzazione dell’EFITU; il terzo tipo di gruppi utili per lo
sviluppo delle proteste sono stati i gruppi semi-organizzati, come
i Comitati Popolari, che si sono evoluti grazie all’esistenza di
affiliazioni preesistenti. I membri dei Comitati Popolari avevano
infatti legami precedenti con la Fratellanza Musulmana e i gruppi
salafiti. Come suggerito dalle evidenze empiriche, nella gran parte
dei casi i gruppi sociali presenti in Egitto, prima e durante il
2011, non presentavano criteri di membership chiaramente definiti.
Queste molteplici forme organizzative risultavano piuttosto vicine
alla definizione di organizzazione parziale di Ahrne e Brunsson
(2011, 86), incorporando importanti caratteristiche tipiche delle
organizzazioni di movimento sociale tra cui, la presenza di lea-
der – come messo in evidenza dal leader del gruppo dei fans
della squadra al-Alhy alla guida del corteo che si è concluso
a piazza Tahrir il 25 gennaio – o la presenza di regole a cui
i membri dovevano attenersi, per esempio, durante i turni dei
membri dei comitati popolari nelle attività di controllo dei check
points (Acconcia 2018)10.

10
Le organizzazioni parziali sono caratterizzate dalla mancanza di almeno uno dei
criteri associati alle organizzazioni complete. Si veda la definizione di organizzazione
Il concetto di riot 291

Evidenze empiriche sul grado di organizzazione della protesta,


in contraddizione con la presunta spontaneità, sono state appor-
tate anche per gli altri casi presentati. Tra questi, le proteste in
Grecia sono state supportate da gruppi sociali poco strutturati
durante la fase iniziale delle proteste. Tuttavia, come discusso
da Kanellopoulos (2012), questi gruppi sono stati affiancati da
alcune organizzazioni la cui presenza è stata cruciale fin dalle
prime fasi delle proteste. I partiti politici della sinistra, Syriza,
e i vari gruppi formatisi in occasione dell’occupazione di alcu-
ne facoltà ad Atene – il Politecnico, la facoltà di Economia, e
quella di Legge – hanno infatti facilitato il coordinamento delle
azioni e lo svolgimento di azioni congiunte tra studenti e operai
(Kotronaki, Seferiades 2012; si veda anche Diani, Kousis 2014).

5. Conclusioni

Questo articolo ha proposto una rilettura di alcuni eventi di


protesta interpretati come riots alla luce delle teorie dell’azione
collettiva. Nella prima parte dell’articolo ho discusso le caratte-
ristiche delle proteste considerando la loro narrazione in termini
di riots. Ho messo in relazione tali letture con alcuni tratti dei
comportamenti collettivi riconducendole in particolar modo alla
teoria della psicologia delle folle e alla teoria della deprivazione
relativa. Nella seconda parte del testo ho considerato le teorie
dell’azione collettiva. Alla luce di alcune dimensioni della protesta
identificate da tali teorie – che suggeriscono, in primo luogo,
di contestualizzare le proteste e considerarle come interazioni
tra i challengers e le élites politiche e, in secondo luogo, di
comprendere il grado di organizzazione dei gruppi protagonisti
delle proteste – ho approfondito quest’ultima dimensione. In
tale prospettiva, ho analizzato il grado di organizzazione delle
proteste conosciute come Primavere Arabe in Egitto. La presenza
di gruppi organizzati che hanno sostenuto tali proteste illustra
in maniera piuttosto chiara quanto l’approccio del riot e, più in
generale, di molte letture delle proteste che enfatizzano la loro
dimensione spontanea, sia piuttosto limitato (si veda per il caso
francese Cicchelli et al. 2007, 295; Stott, Drury 2017). Le narra-
zioni in termini di riots non aiutano a riconoscere, distinguere e

completa discussa nella nota 8.


292 Katia Pilati

soprattutto a comprendere fenomeni contemporanei di protesta,


né rispetto alla natura degli eventi, né rispetto alle cause associate
allo sviluppo di tali eventi. Come ho cercato di mettere in evi-
denza, tali interpretazioni non permettono di sviluppare un’analisi
sui conflitti sociali e politici che caratterizzano le società dove
scoppiano tali proteste. Delegittimando i protagonisti promotori
di tali conflitti, tale approccio esula dall’analisi di coloro che, a
vario grado, possono risultare co-responsabili delle condizioni di
povertà, marginalizzazione e mancanza di lavoro e altre oppor-
tunità che spingono alla protesta. Tale prospettiva risulta sostan-
zialmente egemonica nel momento in cui tende a marginalizzare
il conflitto, accusando gli strati più marginalizzati della società
di essere aggressivi e di utilizzare una violenza immotivata. In
prospettiva gramsciana, l’enfasi sulla presunta pericolosità e sulla
necessità di arginare eventuali violenze è tesa a creare consenso
tra la popolazione che, spontaneamente, acconsente anche alle
scelte delle élites dominanti volte a mantenere l’ordine sociale e a
costruire le basi della propria legittimità (Hall et al. 1978, 209).
I risultati sul caso delle Primavere Arabe suggeriscono anche
alcune riflessioni rispetto al tipo di azione sostenuta da gruppi
con gradi diversi di organizzazione. In primo luogo, le evidenze
suggeriscono che il tipo e la forma delle proteste sostenute da
gruppi informali e più spontanei sono molto diverse da quelle
promosse dalle organizzazioni. I gruppi informali tendono ad
essere caratterizzati da una struttura segmentata, reticolare, spes-
so flessibile (Melucci 1996). In seguito a queste caratteristiche,
tali gruppi possono sì promuovere forme di azione collettiva
ma queste rischiano di essere limitate e profondamente diffe-
renti dall’immagine delle azioni svolte dagli attori politicamente
organizzati. Inoltre, la forza dei gruppi informali sta proprio
nell’offrire flessibilità, adattabilità e immediatezza che le strutture
organizzative non hanno. Tuttavia, è soprattutto in presenza di
gruppi formali, come le organizzazioni, che le azioni collettive di
protesta tendono a diffondersi e oltrepassare le attività collegate
ad uno specifico ambito territoriale, con evidenti conseguenze sul
tipo di cambiamento sociale e politico osservato (Tilly 1978)11.

11
I movimenti sociali stessi, caratterizzati da interazioni durevoli e continuative nel
tempo, sono emersi solamente durante il XIX secolo in Europa grazie alla presenza
di organizzazioni quali i sindacati capaci di coordinare azioni su larga scala, contro le
tipiche azioni pre-moderne caratterizzate da legami strettamente collegati al territorio
(Hobsbawn 1959; Tilly 2004).
Il concetto di riot 293

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[Accettato il 3 luglio 2019]

The concept of riot. Between crowd psychology and theories of col-


lective action

In the last decade we have witnessed a return of the use of riot as


a category to define several protest events. This has occurred among
media and political representatives, and among academics as well despite
Tilly’s warning against the use of such category. This article aims to
examine some events identified as riots, and to reinterpret them in light
of mainstream theories of collective actions. It first treats narrations
equating protests with riots and identifies several dimensions linking these
interpretations to the collective behavior perspective. It then considers
the same events by drawing on the literature on collective actions. By
focusing on the spontaneity and organization of protests, the article
illustrates some empirical evidence on the Arab Uprisings. The results
show that the interpretation of protests as riots is hegemonic to the
degree that it marginalizes conflict by accusing the most peripheral
sectors of societies to adopt unmotivated violence. By emphasizing the
danger associated to such violence and the necessity to limit it, these
interpretations contribute to the creation of consent among the pop-
Il concetto di riot 297

ulation, with the aim of keeping social order and control, and build
the basis of élites’ own legitimacy.

Keywords: riot, collective behavior, protests, collective actions, hegemony.

Katia Pilati, Co-Act, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Uni-


versità di Trento, via Verdi 26, 38121 Trento. E-mail: katia.pilati@unitn.it.