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UIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDIE

FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di Laurea in Filosofia e Teoria delle Forme

Curriculum: Forme Antropologiche e Religiose

Tesi di Laurea

L’irrealtà del Tempo: la prova di John McTaggart Ellis McTaggart

Relatore: Laureanda:
Prof. Brunello Lotti Agata Gridel

ANNO ACCADEMICO 2008–2009


Existence well what does it matter?
I exist on the best terms I can.
The past is now part of my future,
The present is well out of hand.
The present is well out of hand.

Da Heart and Soul, Joy Division


Indice

Introduzione......................................................................................9
1. John McTaggart Ellis McTaggart. Profilo introduttivo...............11
1.1 La vita di J. E. McTaggart.............................................................11

1.2 Il pensiero filosofico di J. E. McTaggart.......................................21

2. La prova d’irrealtà del tempo nella versione del 1908 e il


confronto con la versione del 1927.................................................30
2.1 Svolgimento della prova nella versione del 1908.........................30

2.1.1 Prima parte della prova..........................................................30

2.1.2. Seconda parte della prova.....................................................43

2.2 Cosa cambia nella versione della prova edita nel 1927.................55

3. Valutazione della prova, chiarimenti e critiche...........................68


3.1 Considerazioni generali.................................................................68

3.2 Due concezioni del tempo.............................................................70

3.3 Teoria A e teoria B su McTaggart..................................................72

3.3.1 La Teoria A.............................................................................72

3.3.2 La teoria B..............................................................................77

3.4 La testimonianza dell’esperienza: il presente specioso.................79

3.5 La formalizzazione logica della prova di McTaggart....................80

Conclusioni......................................................................................86
Bibliografia......................................................................................88
Introduzione

Il tema del tempo mi ha sempre affascinato, sia per la sua vastità che per la
sua interdisciplinarità. Quando ho scoperto la prova d'irrealtà di McTaggart, ho
pensato che fosse l'argomento più adatto per la mia tesi triennale.
Ho scelto questo testo perchè, pur trattandosi di uno scritto contemporaneo,
è precedente alla formulazione della teoria della relatività e, di conseguenza, la
sua analisi non richiede competenze di fisica e di matematica che sarebbero
state fuori della mia portata e che sono necessarie per esaminare tutta la
filosofia del tempo successiva ai contributi di Einstein.
Il testo nella sua prima versione non supera le venti pagine ed è ovvio che
questa sinteticità ne agevola la comprensione, e mi ha permesso di mantenere il
focus sull'argomento quando procedevo all'esposizione dei suoi singoli
passaggi. Nonostante la stringatezza con cui McTaggart motiva le sue
posizioni, il testo è dotato di forza evocativa e le sue conclusioni suscitano una
forte curiosità: sentir parlare di una dimostrata irrealtà del tempo ha spesso
fatto scaturire nelle persone che mi chiedevano di cosa avrei parlato nella tesi
l'interrogativo 'come procederà questa dimostrazione?'. Anche per questo mi
sono sforzata di esporre e analizzare i momenti della prova di McTaggart.

Il mio lavoro è organizzato in questo modo: nel capitolo primo ho


presentato il filosofo John McTaggart Ellis McTaggart, tramite una breve
biografia, seguita dall'esposizione del suo pensiero, con particolare attenzione
alle sue relazioni con il sistema hegeliano. Il capitolo ha la funzione di
inquadrare McTaggart nella cultura a lui contemporanea e nella storia della
filosofia.
Nel secondo capitolo entro nel vivo del discorso: la prima parte è dedicata
allo svolgimento della prova d'irrealtà secondo la versione del 1908, pubblicata
su Mind. La seconda parte tenta il confronto tra la prima e la seconda versione,
inserita nel secondo volume de La atura dell'Esistenza, che fu pubblicato nel
1927. Ho ritenuto utile separare le due esposizioni per esigenze di chiarezza;
per la medesima ragione ho creduto d'altra parte importante offrire lo

9
svolgimento di entrambe: l'osservazione delle differenze e delle somiglianze
permette una comprensione più profonda della prova e della sua costruzione.
Nel terzo capitolo ho infine esposto alcune considerazioni e valutazioni
dell'argomento, provando a tratteggiare i motivi della sua importanza a livello
storiografico; seguono una breve presentazione dei due filoni teorici più
importanti della filosofia del tempo di impronta analitica, e alcune indicazioni
su come i rappresentanti di entrambi hanno provato a rispondere, a confutare o
ad aggirare il celebre paradosso mctaggartiano. Questo breve excursus sulla
recezione del testo serve anche a individuare alcuni nuclei tematici, in alcuni
casi solo suggeriti dalla prova d'irrealtà. A conclusione, viene offerta una
confutazione di essa mediante formalizzazione logica, che, pur parendo
risolutiva, non taglia davvero, come si dice, la testa al toro: resta ancora una
volta un margine di dubbio che in un certo modo preserva la malia che
l'argomento continua a suscitare.

10
1. John McTaggart Ellis McTaggart. Profilo
Introduttivo

1.1 La vita di J. E. McTaggart

John McTaggart Ellis McTaggart nacque il 3 settembre del 1866 a Londra;


la sua famiglia non era in realtà d’origine scozzese, come farebbe intuire il
cognome: il padre del filosofo aveva imposto al figlio il secondo nome
McTaggart in onore di uno zio baronetto in Scozia; questo zio, rimasto poi
senza eredi, lasciò una parte dei propri beni al nipote, a condizione che in
cambio anch’egli assumesse il cognome McTaggart1, trasmesso nuovamente a
John.
I genitori del filosofo erano parenti, cugini di primo grado, entrambi di
cognome Ellis; appartenevano ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri del
Wiltshire. Il padre Francis Ellis morì quando John aveva solo quattro anni: fu
dunque compito interamente della madre Caroline Ellis crescere lui e gli altri
fratelli. L’agnosticismo convinto di lei ebbe di certo un notevole peso sulla
formazione intellettuale di John, e probabilmente anche sulle sue future
posizioni filosofiche.
Nel 1872 la famiglia si spostò da Londra a Weybridge; qui rimase per 18
anni, fino al 1890, quando la madre di John decise di trasferirsi in Nuova
Zelanda, per tentare di curare uno dei figli più piccoli, Norman, ammalato di
tubercolosi2.

Il bambino John era poco robusto, timido e impacciato: camminava


leggermente storto, spesso rasentando i muri con la schiena; secondo un
biografo procedeva in questo modo originale perché temeva di ricevere pedate

1 Cfr. P. T. GEACH, Truth, Love and Immortality: An Introduction to McTaggart’s


Philosophy, London, Hutchinson of London, 1979, p. 9.

2 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, in J. E. MCTAGGART, La


atura dell’Esistenza, Bologna, Pitagora Editrice Bologna, 1999, p. XXI.

11
dai compagni di scuola3; a parere di un altro l’andatura era dovuta allo
spiacevole episodio di essere stato caricato e scornato da un toro4. In generale
l’atteggiamento riservato, la chiusura, e questo modo di muoversi così bizzarro
sembrerebbero tutti segni di un certo nervosismo infantile e in generale di una
certa insicurezza fisica5. Ad un primo sguardo il ragazzino appariva dunque
eccentrico, isolato e disadattato, mentre in realtà in varie occasioni riusciva a
dimostrare una precocità d’intelletto: vari episodi vengono narrati dai suoi
biografi ad illustrare il fascino che su di lui avevano, fin dalla giovanissima età,
argomenti astratti e speculazioni trascendenti.

Iscritto alla scuola preparatoria6 di Weybridge, venne presto espulso per


aver contestato il Credo e dichiarato il suo totale ateismo; proseguì lo studio
presso la scuola di Caterham, dove si ambientò in maniera più soddisfacente,
sebbene le indicazioni dei docenti continuassero a mettere in luce un che di
folle nei suoi comportamenti7: a riscattarlo erano la sorprendente bontà
d’animo e una profondità superiore a quella dei suoi coetanei. Quando la
scuola venne chiusa per il pensionamento del proprietario, il quattordicenne
John fu seguito per un anno da un tutor privato: nonostante la continua
frequentazione, dopo mesi di insegnamento il maestro ancora non avrebbe
saputo dire se aveva dato lezioni a un genio o a un idiota; strampalato nei
modi, sempre solitario, ma d’altra parte oltremodo sensibile nei riguardi di ogni

3 G. LOWES DICKINSON, John McTaggart Ellis McTaggart, with chapters by B.


WILLIAM and S. V. KEELING, Cambridge, Cambridge University Press, 1931, p. 5.

4 Cfr. P. T. GEACH, Truth, Love and Immortality: An Introduction to McTaggart’s


Philosophy, cit., p.10.

5 Cfr. G. ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866 –
1925, Lewiston/ Queenstone/ Lampeter, The Edwin Mellen Press, 1991, pp. 17-19.

6 La scuola preparatoria, nel sistema educativo britannico, è una scuola elementare privata,
frequentata dagli alunni che devono prepararsi all’ingresso in una delle prestigiose scuole
superiori private (dette ‘public schools').

7 Cfr. G. LOWES DICKINSON, John McTaggart Ellis McTaggart,cit., p. 9.

12
essere vivente, di una bontà genuina8, spontaneo nella sua fiducia verso gli
altri, ingenuamente convinto della loro buona fede.
Nel 1882 John entrò al Clifton College, famosa scuola superiore privata di
Bristol, fondata nel 1862. Vi giungeva preceduto dalla fama di personaggio
anomalo, a cui si prediceva un proseguimento negli studi abbastanza difficile,
per l’aspetto fisico e il comportamento chiuso, ma anche per le opinioni
radicalmente eterodosse. La già sottolineata precocità intellettuale9, che
avrebbe potuto essere motivo di considerazione positiva, faceva sì che il
ragazzo si esprimesse spesso in maniera critica e particolarmente incisiva, su
temi e con posizioni scomodi, che non erano affatto confacenti all’ambiente
elegante e conservatore del college: in più di un occasione infatti subì
punizioni per aver sostenuto opinioni politiche fermamente repubblicane10.
In generale tuttavia non amava fare sfoggio delle sue speculazioni personali
e l’emergente dissidenza teoretica veniva dissimulata con efficacia da ripetute
manifestazioni di un forte senso del dovere e di lealtà nei confronti delle
istituzioni. John iniziò finalmente ad essere stimato dalla comunità scolastica
per l’acutezza e intelligenza, grazie soprattutto alla partecipazione ai dibattiti
pubblici organizzati dal College. Alcuni amici lo ricordano come un Socrate
che stuzzicava le menti con quesiti impossibili e impensabili11.

Terminati gli studi al Clifton College, John venne iscritto dalla madre al
Trinity College di Cambridge, dove optò senza incertezze per il corso di
filosofia, nonostante fosse stato sollecitato da un professore, che ne apprezzava
le capacità, a scegliere economia politica. Con l’amico Roger Fry iniziò quindi
a seguire il curriculum in Moral Sciences, che comprendeva corsi di psicologia,

8 Cfr. G. ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866 –
1925, cit., pp. 20-21.

9 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, cit., p. XXIV.

10 Cfr. G. LOWES DICKINSON, John McTaggart Ellis McTaggart, cit., p. 11.

11 Cfr. G. ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866-
1925, cit., p. 23.

13
logica, metodologia, filosofia morale e della politica, economia politica e
metafisica12. I suoi personali interessi filosofici erano orientati soprattutto su
Spencer e Stuart Mill. John apparteneva a un piccolo circolo di amici, che
comprendeva tra gli altri il già nominato Roger Fry, Nathaniel Wedd, e
Goldsworthy Lowes Dickinson, futuro biografo di McTaggart; in occasione di
incontri settimanali, questi rampolli di buona famiglia discutevano
amabilmente di filosofia: un’aristocrazia intellettuale che, commenta
Rochelle13, si dedicava al convivio teoretico senza mettere in causa la posizione
sociale che permetteva loro questo privilegio.
Nel 1886 John entrò a far parte degli ‘Apostoli’, chiamati anche ‘La
Società’, o la ‘Società di Conversazione di Cambridge’, e vi rimase socio per
cinque anni14. Gli incontri consistevano nella presentazione e discussione di
relazioni redatte dai soci su di un argomento precedentemente delineato: il voto
doveva valutare l’esposizione e il dibattito che la seguiva. Alla condizione di
‘embrione’, non ancora socio, seguiva l’elezione come membro a vita, con
l’ulteriore salto di qualità ad ‘angelo’, titolo che includeva la libertà di seguire
o meno, a proprio piacimento, gli incontri. A prescindere dagli infantili
ritualismi che incorniciavano ogni riunione del circolo, l’affetto che legava i
soci era sincero, la volontà di ricerca e speculazione autentica e collettivamente
sentita.
Già in queste occasioni informali emergevano i tratti caratteristici della
personalità di John: la meticolosità intransigente nella pianificazione dei
discorsi, l’attenzione rigorosa al cerimoniale. A quest’epoca risale uno scritto
di sua mano15, a dimostrazione del suo anticonformismo, nel quale difende
l’amore omosessuale e critica la legge britannica che lo proibisce. In generale i
membri della ‘Società’ esprimevano una diffusa contestazione contro il

12 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, cit., p. XXVII.

13 Cfr. ivi, p. XXVIII.

14 Cfr. ibidem.

15 Lo scritto in questione aveva come titolo ‘Violet or Orange Blossom?’; purtroppo non ne
sarebbe rimasta alcuna copia.

14
perbenismo e le convenzioni signorili che li circondavano16.
I quattro amici già citati si riunivano anche nella società ‘Eranos’, di
matrice filosofica, al cui interno McTaggart aveva la leadership: ogni suo
intervento, pur mantenendo un tono spesso spiritoso e autoironico, raggiungeva
il suo obbiettivo, suggerendo nuove vedute su ambiti di speculazione
metafisica, sempre secondo un metodologia intellettualmente rigorosa, come
lasciano intuire i ricordi dei compagni17. Al gruppo si univa di frequente
Ferdinand Schiller, di cui McTaggart apprezzava particolarmente le virtù
metafisiche.
All’inizio dell’estate del 1888 John ottenne la laurea con lode in Mental
and Moral Sciences, con distinzione in Metafisica18; ricevette inoltre ben due
premi, il Marshall Prize for Political Economy (il professore che gli aveva
consigliato, inascoltato, questo curriculum aveva visto giusto!), e il Members
Prize. Dopo le meritatamente spensierate vacanze in Svizzera, ospite con gli
amici presso la casa natale degli Schiller, a Gersau19, il nostro era pronto per
intraprendere la carriera accademica da metafisico; già in una lettera a Fry
anticipava alcune idee molto interessanti, soprattutto riguardo all’argomento
del tempo: “I have got some ideas on the elimination of time”20.

Nel 1890 la famiglia si trasferì in Nuova Zelanda, colonia inglese. John


rimase in Inghilterra, dove si dedicò alla stesura della dissertazione necessaria a
conseguire la Fellowship, a cui seguiva l’ingresso come membro interno del
Trinity College: presentò un testo di analisi della dialettica hegeliana, parte

16 Cfr. G. ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866-
1925, cit., p. 48.

17 G. LOWES DICKINSON, John McTaggart Ellis McTaggart, cit., p. 21.

18 Cfr. ivi, p.24.

19 Cfr. . ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866-
1925, cit., p. 57.

20 Lettera di McTaggart a Roger Fry del 29 giugno 1889, King’s College Library, Ref. 3/113
McTaggart, John Ellis, Cambridge.

15
degli Studies in the Hegelian Dialectic21 che furono successivamente
pubblicati.
Soffrendo di nostalgia per la lontananza della madre e dei fratelli, volle
raggiungerli a Taranaki, nella parte settentrionale della Nuova Zelanda, dove si
erano sistemati. Lungo il tragitto fece sosta a Calcutta, in visita a Ferdinand
Schiller, e arrivò a destinazione nell’aprile del 1892. Per nove mesi visse a
New Plymouth, mantenendo una continua corrispondenza con gli amici rimasti
in patria. Approfondì in questo periodo i suoi studi su Platone, e migliorò la
preparazione su Hegel. È probabile che conobbe già in questo periodo la futura
moglie Margaret Bird.
Di ritorno a Cambridge, nel 1893, ricco di spunti maturati grazie al lungo
periodo di studio e riflessione, terminò gli Studies in the Hegelian Dialectic e
scrisse un saggio, The Further Determination of the Absolute22, poi inserito
negli Studies in Hegelian Cosmology23. Nel 1897 venne affidato a McTaggart
un incarico di insegnamento al Trinity College; egli mantenne questa posizione
fino all’anno in cui decise di andare in pensione per dedicarsi alla stesura de La
atura dell’Esistenza. Ritornato a Cambridge, riprese a partecipare agli
incontri filosofici e alle conferenze, mantenendosi in contatto epistolare con
quella che poi sarebbe divenuta la sua sposa.
Chiesto congedo dall’insegnamento per l’anno 1898, si recò nuovamente in
Nuova Zelanda, giungendovi in luglio. Questo distacco dall’insegnamento gli
permise di sviluppare ulteriormente il suo personale pensiero filosofico, che,
come vedremo in seguito, traeva notevole spunto da Hegel ma, arricchito da
influenze provenienti dal filone materialistico e utilitaristico, giungeva a
posizioni decisamente originali.
Durante questo secondo soggiorno in Nuova Zelanda John si decise per il

21 J. E. MCTAGGART, Studies in Hegelian Dialectic, Cambridge, Cambridge University


Press, 1869.

22 J. E. MCTAGGART, The Further Determination of the Absolute, in J. E. MCTAGGART,


Philosophical Studies, London, Edward Arnold & co., 19344.

23 J. E. MCTAGGART, Studies in Hegelian Cosmology, Cambridge, Cambridge University


Press, 1901.

16
fidanzamento e il matrimonio con Margaret Bird, a cui seguì il trasferimento
definitivo in Inghilterra, con luna di miele a Londra, e trasloco a Cambridge, in
Lensfield Road. L’intesa tra i due fu sempre profonda, sia per il carattere, sia
per i comuni interessi in ambito filosofico, politico, letterario24; per quanto
conducessero vite piuttosto indipendenti, il sabato si ritiravano in casa per
dedicarsi alla lettura e al commento di brani poetici e letterari: entrambi
divoratori di romanzi d’ogni sorta, ebbero anche occasione di scambiare alcune
lettere con autori a loro contemporanei, come Thomas Hardy, o Virginia Wolf.

A Cambridge il docente McTaggart teneva tre corsi, l’argomento dei quali


era spesso Hegel; inoltre organizzava ciclicamente delle lezioni serali che
fungevano da introduzione alla filosofia, per studenti profani che si
accostavano alla materia. Ad esse partecipò anche G. E. Moore, del quale ci
rimangono due quaderni di appunti presi al corso. In queste occasioni John si
dimostrava ancora una volta abile conferenziere, per quanto non altrettanto in
grado di condurre il dibattito: con la sua sagacia e il suo sarcasmo troppo
presto sviliva le prese di posizioni altrui, tacitandole25; molte in realtà le
testimonianze di studenti appassionati, colpiti dalle capacità teoretiche di
McTaggart, affascinati dalla bravura che dimostrava nell’argomentare le sue
idee26.

Ricoprì durante la carriera di insegnamento varie cariche amministrative o


rappresentative, nel Consiglio del College, e in varie Commissioni. Nel 1892
ricevette il Master of Arts, a cui seguì la nomina a Dottore in Lettere
dell’Università di Cambridge; successivamente, nel 1906, fu eletto Fellow
della British Academy, e gli fu assegnato il dottorato in legge honoris causa

24 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, cit., p.XXXVII.

25 Cfr. C. D. BROAD, Introduction, in J. E. MCTAGGART, Some Dogmas of Religion,


London, E. Arnold, 19302, p. XLV.

26 Cfr. G. ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866-
1925, cit., p. 92.

17
dall’Università di St. Andrews27. Per un paio di mesi fu invitato presso
l’Università di Berkeley, in California, e in quest’occasione tenne una lezione
dal titolo The Relation of Time and Eternity28.

Durante tutta la vita mantenne strettissime amicizie con i suoi compagni di


studi, ma fu sempre pronto ad intrecciarne di nuove, spesso altrettanto sentite:
la sua credenza nel ciclo delle reincarnazioni lo rendeva certo che ogni
autentico legame avesse già avuto luogo in qualche vita precedente, e si
sarebbe ripresentato in un’esistenza successiva; per questo motivo aveva
sempre affrontato con serenità la morte di parenti o amici, poiché non vi
leggeva che un distacco temporalmente limitato, di fronte all’eternità
dell’amore amicale o parentale.
Da tutti stimato valido e piacevolissimo conversatore, aveva il dono, per
puro piacere di conoscere l’altro da sé, di far sentire ascoltato il suo
interlocutore, risultando in questo modo sempre amabile e simpatico. Nei casi
in cui provava una profonda antipatia per qualcuno (a volte capitava), non c’era
modo di fargli cambiare idea, ma nemmeno in queste occasioni era mai
sgarbato o s’adirava senza motivo. Genuinamente modesto, sempre coerente
con i suoi principi, si allontanava senza ripensamenti da chi lo deludeva per
scarso rigore morale, pubblico o privato.
Il suo forte rispetto per le istituzioni, l’amore per la patria, il suo
conservatorismo, soprattutto le posizioni rigidamente belliciste, sembrano in
realtà cozzare con le sue meditazioni sull’universalità dell’amore, che
intuitivamente avrebbero potuto portarlo a convinzioni di stampo pacifista: egli
era infatti convinto che il fine ultimo dell’umanità fosse il raggiungimento di
uno stadio in cui la conoscenza sarebbe divenuta perfetta comprensione degli
altri, e si sarebbe congiunta all’amore in un’armonia universale. Tuttavia
McTaggart non credeva nella carità cristiana né in un agape generico nei
confronti dell’umanità in senso idealizzato: interpretare in questo modo la

27 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, cit., p. XLII.

28 J. E. MCTAGGART, “The relation of Time and Eternity”, in J. E. MCTAGGART,


Philosophical Studies, cit., pp. 132-155.

18
spinta all’armonia cosmica significa anzi frammentarne la potenza, o seguire
una superficiale astrazione di quello che è il genuino significato dell’amore 29.
Questa contraddizione tra teoria e pratica in McTaggart si può forse giustificare
con la necessità che l’uomo ha, secondo il nostro autore, di delimitare la
cerchia di persone che deve difendere e preservare, proprio perché le ama.
Probabilmente motivato dall’impostazione hegeliana, da cui aveva tratto la
convinzione secondo cui il nuovo nasce dal superamento dell’ostacolo,
considerava con estremo distacco il conflitto tra stati, leggendolo come
inevitabile e portatore di progresso30, in quanto gradino verso il bene supremo.
Ogni evento che disturbasse in qualche modo l’integrità della nazione era per
lui motivo di sdegno: scioperi, rivendicazioni sociali, etc. L’avversione al
comunismo era dovuta certo al suo forte spiritualismo, che lo portava ormai a
rifiutare in toto il materialismo giovanile; mantenne tuttavia una potente
inclinazione filantropica, secondo il principio della ricerca del benessere per il
maggior numero. Due furono le lotte radicali ben lontane dall’etica tory: la
spinta a una posizione liberista in economia, e la pressione per il suffragio
femminile, dettata da una convinta fiducia nella parità dei sessi.
Durante la guerra fu rigido nazionalista e, rifiutato dai ranghi militari
quando si propose come volontario, decise di contribuire alla sicurezza della
nazione a modo suo, controllando il rispetto del coprifuoco al College
mediante ronde a bordo di un triciclo31.
Le sue posizioni belliciste (oltre che le dispute metafisiche, anche, come
vedremo, sul tempo) crearono motivi di scontro con l’allievo Bertrand Russell:
in più occasioni il pacifista sottolineò la profonda influenza che McTaggart
aveva avuto su di lui, ma durante il conflitto mondiale divergenze così spinose
sulla guerra non poterono che sfociare in un’antipatia reciproca; quando
Russell venne incarcerato con l’accusa di aver ostacolato il reclutamento,

29 Cfr. J. E. MCTAGGART, The Further Determination of the Absolute, in J. E.


MCTAGGART, Philosophical Studies, cit., pp.268 – 269.

30 Cfr. G. LOWES DICKINSON, John McTaggart Ellis McTaggart, cit., p.109.

31 Inadatto a ogni genere di attività fisica, perché goffo, gracile e pauroso, preferiva il maggior
equilibrio di un triciclo alla bicicletta, perché lo faceva sentire più sicuro.

19
McTaggart non lo difese in alcun modo e, anzi, motivò in prima persona la
punizione del Consiglio del College contro di lui. Giustificò poi le scelte prese,
dichiarandole necessarie in vista dell’arresto imminente del filosofo attivista, e
sottolineando che non si trattava in alcun modo di un biasimo sul piano morale.
Russell da parte sua vide in McTaggart il principale artefice della sua
espulsione dall’Università, e ne parlò anche in seguito con un certo rancore.

Negli anni del dopoguerra anche il nostro autore risentì del generale clima
di riflusso, di stanchezza e di scarsa speranza, e si dedicò quasi totalmente alla
stesura della sua opera più completa, The ature of Existence32. Mantenne
tuttavia i legami con gli amici che gli erano rimasti, soprattutto trovando
sostegno e affetto in Moore e Broad, che gli furono di prezioso aiuto anche
come correttori di bozze33. Dal 1923 rinunciò a tutti i suoi impegni didattici per
portare a termine il secondo volume dell’opera, curando soltanto le lezioni di
introduzione alla filosofia. Già dal 1921 era stato messo a dura prova da un
periodo di malessere generale, soprattutto psichico, che aveva rallentato
considerevolmente il suo lavoro.

Nel 1924 visitò Venezia e Firenze: rimase meravigliato di fronte all’arte


delle città italiane34. Nel dicembre dello stesso anno, mentre in compagnia della
moglie si trovava a Londra, fu colpito da un fortissimo dolore alle gambe, che
si scoprì causato da coaguli di sangue: parere unanime dei dottori fu che non
c’era speranza. Dopo due attacchi cardiaci, superati per miracolo, gli venne
somministrata morfina per addolcirgli la fine, che arrivò il 18 gennaio 1925.

In nessun modo la notizia della morte imminente lo aveva amareggiato, lui


che per tutta la vita vi aveva letto semplicemente il passaggio ad una nuova

32 J. E. MCTAGGART, The ature of Existence, vol. 2, Cambridge, Cambridge University


Press, 1927.
33 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, cit., p. LI.

34 Cfr. G. ROCHELLE, The Life and Philosophy of John McTaggart Ellis McTaggart, 1866-
1925, cit., p. 197.

20
esistenza. Alla moglie disse: “Mi addolora il fatto che dobbiamo lasciarci, ma
tu sai che non temo la morte”35.

Sulla targa celebrativa al Trinity College chiese che venisse riportata la


proposizione LXVII della quarta parte dell’Ethica di Spinoza: “Homo liber de
nulla re minus quam de morte cogitat: et eius sapientia non mortis sed vitae
meditatio est”36.

1.2 Il pensiero filosofico di J. E. McTaggart

Si potrebbe qualificare il pensiero di McTaggart come una forma di neo-


idealismo personalistico37, ben distante dal monismo di Bradley e di Bernard
Bosanquet, ma anche, almeno da un certo punto di vista, dal pluralismo di
Seth. Alcuni indicano Lotze come il vero antecedente di McTaggart nello
scenario della filosofia tedesca, il quale in generale ebbe notevole influenza sul
pensiero britannico di fine Ottocento. Leibniz e Berkeley non possono certo
essere taciuti nell’elenco delle influenze importanti sul nostro autore, assieme a
Spinoza. Tuttavia, come abbiamo visto ripercorrendo la vita e gli studi di
McTaggart, nella sua formazione occupa un ruolo preponderante il lungo arco
di tempo passato sui testi di Hegel: vent’anni sotto braccio al grande filosofo
tedesco lo convinsero che nessun altro meglio di lui era stato in grado di
penetrare la vera essenza della realtà.

La differenza fondamentale rispetto ai sopra citati esponenti dell’idealismo


britannico sta senza dubbio in un’approfondita rilettura della dialettica
hegeliana, nello sforzo di comprenderne in un primo momento le esigenze, per

35 G. LOWES DICKINSON, John McTaggart Ellis McTaggart, cit., p. 122.

36 “L’uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte, e la sua sapienza è meditazione non
della morte, ma della vita”.

37 Cfr. G. BONINO, ‘Varianti dell’idealismo: da Bosanquet a McTaggart’, in P. ROSSI e C.


A. VIANO (a cura di), Storia della Filosofia, V, l’Ottocento, Roma – Bari, Laterza, 1997, p.
567.

21
reinterpretarne in un secondo momento lo schema: si può dire che in questo
senso egli tentò di elaborare le sue concezioni personali attraverso la lente della
filosofia di Hegel, facendo riferimento soprattutto all’Enciclopedia delle
scienze filosofiche e tentando, a suo dire, di rievocarne il filosofare,
aggiornandone i contenuti per mezzo dei suoi contributi originali.

Ad un’analisi più approfondita e a prescindere da come lui stesso lo


consideri, l’atteggiamento del nostro autore nei confronti del pensatore tedesco
si rivela decisamente ambiguo. Verifichiamo quali sono i punti di contatto e
quali i punti di disaccordo.
Fin dal suo primo lavoro, gli Studies in Hegelian Dialectic, basato in gran
parte sulla dissertazione preparata per la fellowship, McTaggart difende
strenuamente l’uso della dialettica hegeliana, riconoscendo in essa uno
strumento filosofico primario: la forza che essa dimostra risiede nella capacità
di rivelare tratti fondamentali della struttura del reale, tuttavia basandosi su
presupposti minimi, applicati all’esperienza. Inoltre essa si dimostra
perfettamente in grado di adattarsi alle necessità e alle caratteristiche
dell’oggetto sottoposto allo studio, senza mai irrigidirsi in uno schema fisso38,
per quanto le capiti a volte di fallire in questa sua esigenza di adesione rigorosa
alla realtà dell’esperienza.
La duttilità che McTaggart scopre nella dialettica gli fa individuare
modalità differenti di rapportarsi delle categorie tra di loro, a seconda che le si
analizzi sul piano dell’essere, dell’essenza o del concetto: al livello dell’essere,
infatti, il nostro autore considera l’antitesi astrattamente opposta alla tesi, e
vede la sintesi procedere in eguale misura da entrambe; nelle categorie
dell’essenza, invece, l’antitesi perde il suo carattere di negazione della tesi e si
manifesta piuttosto come integrazione, tanto che la sintesi procede solamente
dal primo elemento; fino al piano del concetto, dove non esiste più un’antitesi
vera e propria, il processo triadico è divenuto processo lineare e ogni termine
rappresenta in se stesso un progresso rispetto a ciascuno dei momenti

38 Cfr. V. MATHIEU, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', in Enciclopedia filosofica


Bompiani, VII, Milano, Bompiani, 2006, p. 7176.

22
precedenti39. Già in questa rielaborazione si nota una certa presa di distanza
dall’hegelismo ortodosso.

Nello studio dedicato alla logica hegeliana, A Commentary on Hegel’s


Logic40, l’autore approfondisce i punti di disaccordo con il filosofo tedesco.
Prima di tutto, e lo abbiamo già evidenziato, McTaggart vede dell’antitesi
solamente l’aspetto negativo, di ostacolo da neutralizzare, tanto che ne elimina
il fondamentale ruolo di opposizione (erroneamente, se ci basiamo sul
significato che le dà Hegel); per il nostro pensatore interpretarla come la molla
che muove il processo dialettico dimostra un’interpretazione insufficiente del
movimento della realtà. Il vero motore della dialettica è, invece, nella
rielaborazione di McTaggart, non la negazione, ma in senso ben più vasto
l’integrazione successiva in sistemi sempre più comprensivi, fino a giungere
alla sintesi finale dell’Assoluto. Al contrario, il superamento dialettico
dell’antitesi, in Hegel, è il momento fondamentale, poiché non toglie soltanto,
ma conserva quanto è necessario della contraddizione, allo scopo di conferire
alla ragione quella concretezza che manca all’intelletto astratto.
Uno degli errori di Hegel, per McTaggart, sta nella distinzione
eccessivamente rigorosa dei tre momenti della dialettica: mantenendo la
contraddizione fino allo sbocco finale, non può sostenere la completa
razionalità della realtà, poiché il tutto non sarà mai comprensibile dal punto di
vista delle parti, né la relazione dialettica delle parti potrà valere per il tutto.
Eliminando la contraddizione, viceversa, non è possibile interpretare la
contraddittorietà del reale che i fatti ci dimostrano. In altre parole, quando c’è il
processo, non possiamo pensare l’Idea assoluta, poiché la negazione, nel suo
esprimere l’inadeguatezza della nostra conoscenza, vizia il conseguimento di
uno sguardo sull’Assoluto, che deve essere necessariamente unitario41.

39 Cfr. M. A. RASCHINI, 'L’idealismo anglo-americano, francese e italiano', in Grande


Antologia Filosofica Marzorati, Milano, Marzorati, 1977, p. 576.

40 J. E. MCTAGGART, A Commentary on Hegel’s Logic, Cambridge, Cambridge University


Press, 1910.

41 Cfr. M. A. RASCHINI, 'L’idealismo anglo-americano, francese e italiano', cit., p. 577.

23
Anche in un altro aspetto il nostro autore modifica l’uso che della
deduzione fa Hegel: McTaggart infatti vi vuole leggere non un ripercorrere il
necessario processo del pensiero che fa essere la realtà quello che è, non il
luogo di processo temporale lungo cui l’Assoluto si realizza nel mondo, quanto
piuttosto un metodo di analisi e di ragionamento, non puramente analitico, ma
anche sintetico, attraverso cui ci viene reso esplicito quale sia l’unica realtà
fondamentale42. Secondo McTaggart, Hegel da parte sua sembra valersi del
dato di esperienza solamente nell’ottica di un suo ripensamento secondo
necessità logiche-metafisiche43.
In Hegel, inoltre, le categorie del processo dialettico, sono in parte vere e in
parte false, perché ogni passaggio ad uno stadio successivo è determinato da
contraddizioni che annullano le verità precedenti. In McTaggart non avviene
questo superamento: ogni categoria che compare sarà vera fino alla fine, e
anche se “nessuna di esse naturalmente sarà l’intera verità, ciò non impedirà a
tutte quante di essere del tutto vere”44. McTaggart descrive il suo procedimento
nella forma dell’implicazione materiale, dove la verità dell’antecedente implica
la verità del conseguente, facendo così prevalere uno schema basilare della
logica formale nell'interpretazione stessa della dialettica.
Mentre per Hegel, inoltre, la validità di ciascuna categoria viene provata
esclusivamente sulla base della categoria precedente, attraverso lo sviluppo
interno del processo che va dall'Idea al Concetto, McTaggart introduce nuove
premesse quando è necessario, espresse da proposizioni empiricamente o
evidentemente vere.
Infine, se Hegel sostiene che l’ordine delle categorie nella dialettica è fisso
e immutabile, McTaggart invece ritiene che in alcuni passaggi esso non sia così
irrevocabile.

42 Cfr. T. BALDWIN, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', in Routledge Encyclopedia,


VI, London, Routledge, 1998, p. 25.

43 Cfr. V. MATHIEU, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', cit., p. 7176.

44 J. E. MCTAGGART, The ature of Existence, cit., p.131.

24
Nonostante abbia segnalato queste notevoli divergenze, lo stesso
McTaggart ci espone i motivi per cui percepisce un’affinità di metodo con
Hegel più che con chiunque altro: comune obbiettivo è la costruzione di un
sistema dedotto a priori, composto da uno schema di categorie astratte, a cui
segue la verifica di quali forme dell’esistente si adattino a quello stesso schema
categoriale aprioristico45. Entrambi si sforzano di costruire una filosofia che
scopre “le caratteristiche implicite nella caratteristica di esistenza, o nella
caratteristica di essere la totalità di ciò che esiste”46.
McTaggart ritiene inoltre che la disposizione delle categorie lungo una
catena, dal Puro Essere all’Idea Assoluta sia un aspetto di decisiva vicinanza
tra i due sistemi.
Il rifiuto dell’orientamento epistemologico kantiano lo avvicina
ulteriormente, se non altro negli intenti, a Hegel, che aveva combattuto Kant
proprio sul fronte ontologico: McTaggart non accetta che la filosofia si debba
occupare soltanto di ciò che possiamo conoscere, perché un tale sistema si
limiterebbe a definire le credenze intorno alla realtà, e non la realtà in sé e per
sé esistente; le categorie intese kantianamente come forme imposte dalla mente
alla realtà sono al contrario intese da McTaggart, hegelianamente, come la
riproduzione sul piano logico dell’intima struttura della realtà47.

La concezione della realtà a cui perviene McTaggart è di matrice mistica e


pluralistica: il metodo dialettico funge allora da guida alla scoperta di un
Assoluto che trascende l’ordinaria esperienza, formato dall’insieme delle
individualità, ossia la comunità degli io, caratterizzati dall’irriducibilità e
dall’eternità, e posti in relazione tra loro. Nella realtà atemporale e assoluta è
dunque possibile questo unico genere di differenziazione: la frammentazione
rende capace ogni singolo soggetto di riprodurre da sé la totalità. In questa

45 Cfr. C. TUGNOLI, Introduzione a La atura dell’Esistenza, cit., p. LIX.

46 J. E. MCTAGGART, The ature of Existence, cit., I, p.130.

47 C. D. BROAD, Examination on McTaggart’s Philosophy, I, Cambridge, Cambridge


University Press, 1933, p. 10.

25
direzione forse si può cogliere un certo grado di somiglianza tra gli io di
McTaggart e le monadi leibniziane, nel loro essere specchio di Dio e quindi nel
loro partecipare a un sistema di relazioni in fondo unitario, pur rimanendo
fortemente individualizzate.
Per quanto insieme di tutti gli io, tuttavia, l’assoluto non è a sua volta un io,
e proprio per questo McTaggart non accetta la sua identificazione con il Dio
personale e creatore della religione monoteistica: d’altra parte, a suo dire, un
ente di questo genere entrerebbe in contraddizione con la credenza
nell’immortalità delle anime48.
La sostanza di questi centri di coscienza che compongono l’Assoluto è
composta dalle relazioni che intrecciano tra loro, e, viceversa, attraverso la
descrizione delle relazioni è possibile caratterizzare la sostanza; non è possibile
rintracciare questa unità nella conoscenza o nella volontà, poiché a entrambe è
essenziale la presenza di un non io, di un’antitesi che le condanna
all’imperfezione; otterremo una totale identità tra soggetti e relazioni
unicamente cercando tale unità nell’emozione, o, definendo meglio,
nell’amore, inteso come “amore appassionato che tutto assorbe e tutto
consuma”49.
Questo sentimento di armonia universale pervade e supera ogni carattere
necessario della dialettica hegeliana, poiché è più che conoscitivo e più che
volitivo, e può spiegare la differenziazione originaria della realtà nonché il
superamento della dualità di soggetto e oggetto. È dunque abbastanza palese
come McTaggart tenda ad allontanarsi dalle conclusioni più classiche della
filosofia hegeliana.
L’opera La atura dell’Esistenza, come abbiamo già visto, rappresenta il
punto d’arrivo del percorso filosofico mctaggartiano: pienamente convinto
delle conclusioni idealiste cui era giunto in precedenza, ribadite nel saggio The
Unreality of Time50 (che tratteremo ampiamente in seguito), l’autore sente

48 Cfr. G. BONINO, ‘Varianti dell’idealismo: da Bosanquet a McTaggart’, cit., p. 568.

49 J. E. MCTAGGART, Studies in the hegelian Cosmology, cit., p. 260.

50 J. E. MCTAGGART, 'The Unreality of Time', in “Mind”, 17 (1908), pp. 457-474.

26
tuttavia la necessità di rifondarne in modo autonomo i presupposti metafisici.
Nel primo volume l’obbiettivo è quello di sviluppare una metafisica
rigorosamente deduttiva, atta a studiare i caratteri generali dell’esistenza, a
partire da un numero minimo di presupposti indubitabili, riassunti in tre
condizioni a priori:

1. L’identità degli indiscernibili


2. L’infinita divisibilità delle sostanze
3. Il principio della ‘determinazione ontologica’.

Per comprendere meglio questi presupposti, chiediamoci come mai


McTaggart ritiene che la realtà materiale non li soddisfi: ammettiamo che la
realtà materiale soddisfi la prima e la seconda condizione, ossia affermiamo
che essa è divisibile all'infinito in parti sempre più piccole, ognuna delle quali
differenziata in maniera descrittiva da tutte le altre; ci troveremo d'un tratto a
violare la terza condizione, poiché non ci sarebbe modo di determinare ad ogni
livello di divisione quali proprietà possieda la sostanza; la determinazione di
tali proprietà dipenderebbe infatti all’infinito dalle proprietà delle sue singole
parti51. Di qui la negazione della materia.
Gli unici tre presupposti tratti dall’esperienza, da cui questa filosofia così
lontana dal senso comune prende il via, sono il dato percettivo che qualcosa
esiste, e l’essere dotato di qualità da parte di questo qualcosa, visto che,
altrimenti, esso si ridurrebbe a una pura non entità. Se esiste il dato percettivo,
deve esistere anche un soggetto che lo percepisce, o la percezione stessa. Le
qualità, in terzo luogo, dovranno inerire di necessità a qualcosa, che non può
essere una qualità a sua volta, ma sarà la sostanza.
A partire da questi presupposti percettivi, McTaggart prosegue
dialetticamente, non secondo contraddizioni, bensì in base a successive
integrazioni: è interessante notare che, dopo aver decantato della dialettica
hegeliana la capacità di aderire perfettamente al reale, egli da parte sua

51 Cfr. T. BALDWIN, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', cit., p. 26.

27
costruisce un intero sistema metafisico in modo astratto e aprioristico52.

L'esito della sua costruzione è un insieme infinito di sostanze, qualità e


relazioni tra di esse: un’immagine di complessità pluralistica agli antipodi
rispetto alle conclusioni monistiche bradleiane: mentre per Bradley il
moltiplicarsi ad infinitum delle sintesi che mettono in relazione sostanze e
qualità53 deflagra, lasciando al suo posto un’entità mistica determinabile solo
mediante attributi negativi, per McTaggart il circolo innescato dalle relazioni
non è vizioso e anzi rappresenta la realtà dell’Assoluto; ogni determinazione
reale è necessariamente connessa con ogni altra determinazione, ma la
contraddizione sorge solamente nel momento in cui si tenta di isolare una
determinazione dall'Assoluto di cui fa parte, dall'insieme di relazioni che la
rende intellegibile, pensandola quindi isolata, di fatto come essa non è: “il fatto
che ‘A è buono’ dà luogo ad un infinita serie di qualità e rapporti, ma il
significato di ‘A è buono’ non dipende dal significato delle proposizioni che
asseriscono queste qualità e relazioni. Perciò questa serie infinita non è un
segno di errore”54.

Il punto d’arrivo, l’assoluto come pluralità delle sostanze, è garantito dalla


relazione di ‘corrispondenza determinante’. In che modo la pluralità delle
singole personalità soddisfa le tre condizioni precedentemente elencate, quelle
condizioni che la materia non era in grado di soddisfare? Notiamo che anche

52 Cfr. V. MATHIEU, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', cit., p. 7177.

53 Per Bradley, qualsiasi proprietà, che sia una qualità o una relazione, che venga attribuita ad
un ente, che sia sostanza o evento, richiede una relazione che permetta la sintesi tra
proprietà e ciò cui viene attribuita. Ciò significa che se di due cose si afferma che sono
distinte, e viene attribuita loro la relazione di distinzione, questa richiede a sua volta una
relazione che la connetta alle due cose. Ma per far sì che quest’ultima, in quanto proprietà,
entri a sua volta in sintesi, si richiede un’ulteriore relazione. Esemplificando: affinché a
entri nella relazione R con b, R deve entrare nella relazione R1 con a e nella relazione R2 con
b, ma R1 e R2 suppongono a loro volta ulteriori relazioni, all’infinito. Il circolo vizioso che
si crea dimostra l'illusorietà del percepire umano.

54 J. E. MCTAGGART, La atura dell’Esistenza, cit., p. 100.

28
una comunità composta da due soli soggetti ci permette di soddisfare la
seconda condizione, perché le percezioni che essi hanno sono parte dell’io, del
soggetto, e quindi l’infinita divisibilità dell’io è garantita da un indefinito
numero di percezioni reiterate; ci permette di soddisfare la prima condizione,
grazie al generarsi per reiterazione di percezioni più complesse; ci permette
infine di soddisfare la terza condizione, poiché il contenuto delle percezioni più
semplici non dipende in alcun modo dal contenuto delle percezioni più
complesse, di cui esse sono parte55.
La relazione di ‘corrispondenza determinante’ è definita da McTaggart nel
secondo volume dell'opera come la forma che ha la percezione immediata di un
io da parte di un altro io: l’io che percepisce l’altro da sé, infatti, ha
contemporaneamente la percezione di se stesso e dell’altro, nonché la
percezione di queste percezioni e così all’infinito. In questo modo appunto ci
viene rappresentata la forma universale dell’esistenza, come un complesso
inesauribile di relazioni e percezioni immediatamente vissute56.
Questo universo composto da infinite relazioni d’amore si sviluppa verso
l’eternità, che McTaggart colloca nel futuro; per quanto ritenga inesatto il
tentativo di temporalizzarla, pensa sia più corretto rappresentarla come futura,
piuttosto che come presente: dietro alla percezione illusoria che noi abbiamo
del tempo giace infatti una serie immutabile che ordina gli eventi senza essere
temporale; quello che ci appare erroneamente come futuro, corrisponde
all’ultimo stadio di questa serie atemporale, il realizzarsi dell’Idea Assoluta. In
tale stadio finale il male sarà annientato assieme alla contingenza, e regnerà il
bene, infinito e perfetto57

55 Cfr. T. BALDWIN, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', cit., p. 27.

56 Cfr. V. MATHIEU, voce 'John McTaggart Ellis McTaggart', cit., p. 7177.

57 Cfr. G. BONINO, ‘Varianti dell’idealismo: da Bosanquet a McTaggart’, cit., p. 569.

29
2. La prova d’irrealtà del tempo nella versione del 1908
e il confronto con la versione del 1927

2.1 Svolgimento della prova nella versione del 1908

McTaggart introduce l’articolo pubblicato su Mind nel 1908 considerando


come il tentativo di negazione della realtà del tempo appaia fortemente
paradossale all’atteggiamento mentale naturale dell’uomo; molto più
accettabili, a confronto, paiono le affermazioni sull’irrealtà della materia o
dello spazio. Tuttavia spesso nella storia del pensiero è stata dichiarata
l’insussistenza della dimensione temporale: da una parte, guardando alla
teologia, quasi tutte le forme di misticismo religioso negano la realtà del
tempo; dall’altra, puntando lo sguardo sulla filosofia, alcuni dei più grandi
esponenti del pensiero occidentale, quali Spinoza, Kant, Hegel, Schopenhauer,
hanno negato la realtà del tempo all’interno dei loro sistemi con diverse
motivazioni.
Nella filosofia d’inizio Novecento le due correnti più importanti, secondo
McTaggart, si rifanno a Hegel e a Bradley ed entrambe negano realtà al tempo.

2.1.1 Prima parte della prova1

Premesse queste osservazioni generali, quasi a legittimare storicamente la


liceità dell’argomento, McTaggart dichiara la sua posizione, senza mezzi
termini:
Io credo che il tempo sia irreale. Ma lo credo per motivi che non sono
stati utilizzati, penso, da nessuno dei filosofi menzionati2.

1 J. E. MCTAGGART, “The Unreality of Time”, in “Mind”, 17 (1908), pp. 457-467,


(trad. it. J. E. MCTAGGART, L’irrealtà del Tempo, a cura di L. CIMMINO, Milano, RCS
Libri, 2006, pp. 121-132).
2 Ivi, p. 457, (tr. it. cit., p. 121).

30
Dopo la brevissima delucidazione storica, seguita da questa netta presa di
posizione, si entra subito nel vivo del discorso.
Secondo McTaggart, ci sono due differenti modi, a prima vista altrettanto
fondamentali, per indicare o descrivere una posizione nel tempo, ovverosia ciò
che più comunemente chiamiamo un momento: seguendo la prima modalità,
una posizione può dirsi precedente o successiva rispetto a un’altra posizione;
seguendo invece la seconda modalità, una posizione nel tempo può dirsi
passata, presente o futura.
La distinzione enunciata per prima (tra momento precedente e momento
successivo) è di tipo permanente: quando ad una posizione viene attribuita una
definizione di questo genere, di fatto assegnandole un posto in una serie
ordinata di eventi secondo un prima e un dopo, nulla mai potrà accadere che
modifichi il suo status; se l’evento M è detto precedente all’evento N, lo sarà
per sempre, nulla potrà invertire l’ordine.
Al contrario, la distinzione enunciata per seconda (tra momento passato,
momento presente e momento futuro) non implica una permanenza:
l’attribuzione ad una posizione di una definizione di quest’altro genere sarà
solo provvisoriamente valida, visto che ad ogni momento può essere applicata
l’etichetta di “momento futuro”, “momento presente” o “momento passato”,
con il passare del tempo; se l’evento M è presente ora, era futuro e sarà
passato.

Il nostro autore dedica solo una breve considerazione alla definizione di


“posizione” (nel tempo), precisando che una posizione nel tempo corrisponde a
un momento, e possiede dei contenuti, ossia gli eventi; questi contenuti in
realtà possono essere considerati una pluralità di eventi simultanei o un solo
evento3. Considerando inutile per i propri fini una discussione più ampia su

3 Ecco cosa sostengono nel dettaglio le due posizioni: la concezione riduttivista ritiene che
un momento nel tempo possa essere definito come un insieme di eventi tra loro simultanei;
identificare un momento nel tempo significherebbe dunque identificare esclusivamente una
collezione simultanea di eventi. La concezione sostanziale definisce un momento nel tempo
come un’entità semplice, indipendente dall’evento o gli eventi che la occupano: potrebbero
dunque darsi anche momenti vuoti.

31
questo punto, McTaggart dice di propendere per la seconda definizione,
altrettanto corretta sebbene meno propria della prima.
Per semplificare e abbreviare il discorso, viene suggerito di battezzare le
distinzioni del secondo tipo, le posizioni che vanno dal passato al presente al
futuro, con il nome di serie A; le distinzioni del primo tipo, le posizioni
ordinate secondo il prima e il dopo, formeranno allora la serie B.
La permanenza delle “etichette” appartenenti alla serie B, che parrebbe
denotare una loro oggettività, non le rende più essenziali al tempo di quanto
non lo siano le “etichette” della serie A; anzi, come vedremo, McTaggart
rivendicherà alle determinazioni di passato, presente e futuro, appartenenti alla
serie A, una maggiore essenzialità per il tempo. Per comprendere a fondo
questa priorità della serie A bisogna considerare la dimensione psicologica del
tempo, ossia come l’uomo pensa il tempo.

Secondo l’autore, noi osserviamo il tempo sempre come costituente


entrambe le serie. Più precisamente l’uomo percepisce gli eventi unicamente
come presenti, e quegli eventi non presenti che consideriamo reali vengono
evocati dalla memoria (eventi passati), o dedotti mediante inferenza (eventi
futuri). Gli eventi passati sono precedenti rispetto al momento presente e gli
eventi futuri sono successivi rispetto al momento presente. Si comprende così
come nell’osservazione del tempo le due serie siano intrecciate.
Partendo da questo sguardo “naturale” sul tempo, la questione si fa più
complicata quando ci poniamo la domanda: forse la distinzione degli eventi
nelle due serie è qualcosa di puramente soggettivo? Si tratta di un’illusione? O
ancora: forse esistono soltanto le distinzioni della serie B, tra momento
precedente e momento successivo, mentre le determinazioni della serie A sono
solamente un nostro modo di pensare ed incasellare il tempo, e non una reale
percezione di esso? McTaggart risponde negativamente a questa serie di
interrogativi, avviando la dimostrazione dell’essenzialità della serie A per il
tempo.
Innanzitutto, pressoché universalmente, si ammette che il tempo implica il
mutamento; è facile dichiarare che esistono cose particolari che non mutano in

32
un certo decorso del tempo, ma la loro immutabilità emerge solo nel momento
in cui le poniamo in relazione ad uno sfondo di cose che invece mutano. Tutti
concorderanno se diciamo che un universo nel quale non mutasse nulla sarebbe
un universo senza tempo.
Detto questo, riprendendo gli interrogativi proposti, proviamo a verificare
se il mutamento può sussistere accettando come essenziale al tempo la sola
serie B; se ci sarà possibile descrivere il mutamento secondo i soli termini della
serie B, allora la serie B sarà effettivamente l’unica raccolta di determinazioni
necessaria al tempo; se invece la serie B non ci permetterà di dare ragione del
mutamento, e a permetterlo sarà invece la serie A, saremo costretti ad
ammettere che la serie A è maggiormente essenziale al tempo di quanto non lo
sia la serie B.

Il nostro compito ora è dunque di definire il mutamento; a questo riguardo


si possono vagliare tre differenti definizioni di mutamento e verificare quale
delle tre è traducibile nei termini della serie B.

Secondo la prima definizione, il mutamento consisterebbe in un evento che


cessa di essere un evento, mentre un altro evento inizia ad essere un evento.

Questo non può accadere in una serie ordinata di posizioni quale è la serie
B! Al suo interno infatti un evento non può mai cessare di essere un evento: ad
esempio, poniamo che l’evento N trovi la sua posizione tra l’evento M e
l’evento O; inevitabilmente l’evento N sarà sempre successivo all’evento M e
precedente l’evento O. Per chiarire l’argomento, basterà ricordare che le
relazioni del prima e del dopo sono permanenti, e dunque l’evento N avrà
sempre avuto, ha e sempre avrà la medesima posizione all’interno della serie B.

In base a una seconda definizione, con mutamento intenderemo un evento


che si fonde con un altro evento, mentre preserva la sua identità grazie ad un
elemento che non muta; si direbbe dunque in questo caso che il primo evento è
diventato il secondo evento.

33
Anche questa definizione non funziona se riferita alla sola serie B: i due
eventi in questione, sui quali agirebbe il mutamento, non possono essere
considerati il medesimo evento, sebbene possiedano un elemento identificativo
in comune; se li considerassimo come un unico evento, allora non sarebbe
intervenuto alcun mutamento. Se dunque l’evento M muta in N in un certo
momento, allora in quel momento M ha cessato di essere M, mentre N ha
iniziato ad essere N; in tal caso, però, subentrerebbero le difficoltà già
segnalate nel caso precedente, poiché nella serie B, ricordiamo, nessun evento
può cessare di essere o iniziare ad essere.

Una terza definizione considera che il mutamento avvenga nei momenti


numericamente differenti del tempo assoluto, ammesso che questi esistano.

Con quest’ultima definizione sorgono nuovamente le difficoltà già esposte:


ciascuno di questi momenti del tempo assoluto avrebbe in ogni caso una sua
posizione all’interno della serie B, come precedente e seguente altri momenti;
nuovamente ricordando la permanenza delle posizioni della serie B, nessun
evento potrebbe cessare di o cominciare ad essere.

Tutte e tre le definizioni ci hanno portato a scontrarci con una difficoltà: la


permanenza delle posizioni della serie B sembrerebbe non permettere una
descrizione del mutamento.
Questo risultato ci può aiutare a fissare dei punti fermi: parrebbe infatti
necessario, a questo punto, che il mutamento agisca su termini, eventi, di
natura tale che il presentarsi di questo mutamento non impedisca agli eventi di
essere eventi, gli stessi eventi, sia prima che dopo il sopraggiungere del
mutamento.
Quali sono quelle caratteristiche proprie di un evento che possono mutare

34
senza che l’evento stesso perda la sua identità?4
Nell’articolo su Mind del 1908 McTaggart risponde che le uniche
caratteristiche che rispettano questo requisito saranno proprio quelle
determinate mediante i termini della serie A; in un certo modo si tratta di
determinazioni che, mutando, permettono pur sempre all’evento di mantenere
una sua identità, pur avendo subìto questo tipo di modificazione.
Questo passaggio viene chiarito tramite un esempio: prendiamo come
evento paradigmatico la 'morte della Regina Anna'; in che senso si può
dichiarare che questo evento subisce un mutamento? Lo subirà solo se lo
analizziamo da questo punto di vista: ha cominciato con l’essere un evento del
futuro remoto, è divenuto un evento di un futuro sempre più prossimo, è stato
presente, si è fatto passato, per poi allontanarsi in un passato sempre più
remoto: ebbene, è ora chiaro come ogni evento può subire un mutamento solo
in quanto appartenente alla serie A, ovvero solo in quanto definito mediante
caratteristiche appartenenti alla serie A.
Assodato questo punto, McTaggart ritiene necessario approfondire il
significato del termine ‘caratteristica’5; si può infatti intendere il termine
caratteristica in due modi differenti: nel senso di qualità o nel senso di
relazione.
Qualora si assuma la prima accezione, si sarà ugualmente d’accordo
nell’affermare che l’evento subisce mutamento secondo quelle qualità che ne
definiscono la posizione lungo la serie A: non v’è dubbio alcuno che mutando
le qualità di un evento, l’evento stesso non sarà il medesimo di prima, e quindi

4 Nella versione della prova pubblicata su Mind nel 1908, ossia il testo che stiamo
analizzando, McTaggart non approfondisce né adduce motivazioni più dettagliate riguardo a
questa sua definizione di mutamento: non ci spiega, infatti, in che senso un evento rischia di
perdere la sua identità se descriviamo il mutamento che agisce su di esso in un certo modo.
Vedremo successivamente come nella seconda versione della prova, inserita nella
monumentale opera La atura dell’Esistenza, edita nel 1927, l’autore sentirà la necessità di
svolgere con più accuratezza questo passaggio, anche a causa delle obiezioni avanzate da
Russell nei Principia Matematica.
5 Lui stesso sviluppa una breve disquisizione a riguardo in una nota a fondo pagina: cfr. J. E.
MCTAGGART, The Unreality of Time, cit., p.461, nota 2, (trad. it. cit., p. 125, nota 3).

35
sarà mutato.
Consideriamo invece le caratteristiche nella loro seconda accezione, ossia
come relazioni; questa attribuzione di significato merita più della precedente
una rapida delucidazione: sarà chiaro così come anche questa seconda via porti
alle stesse conclusioni della prima. Come l’autore suggerisce nella nota, si
tratta di comprendere che una relazione tra due termini, poniamo X e Y e
chiamiamo la relazione Z, implica l’esistenza in X della qualità “avere una
relazione Z con Y”, derivandone che sempre, ad un mutamento di relazione,
corrisponde un mutamento di qualità. Queste considerazioni verranno
nuovamente riproposte nella seconda parte del testo, al fine di dimostrare
l’incoerenza delle posizioni nella serie A.
Due sono le alternative di fronte a queste conclusioni: si dirà, da una parte,
che gli eventi mutano realmente la propria natura rispetto a tali caratteristiche
tratte dalla serie A, sebbene non rispetto ad altre; in questo caso le
determinazioni della serie A acquisiscono una posizione unica relativamente
alle caratteristiche dell’evento, posizione unica che tuttavia acquisiscono in
ogni teoria; diremmo allora che un evento muta solo in rapporto al suo essere
nel tempo, al suo essere nel passato, nel presente, nel futuro, preservando
inalterate tutte le altre caratteristiche, e dunque la sua identità.
D’altra parte, invece, si potrebbe anche scetticamente affermare che i
mutamenti concepiti secondo le determinazioni della serie A non siano reali,
che la serie A di per sé sia viziata da contraddizione, e che quindi il tempo
stesso sia incoerente, dunque irreale: è questa seconda alternativa che
McTaggart considera vera e che illustrerà nella sua argomentazione.

È dunque appurato che senza la serie A non c’è mutamento, e di


conseguenza la sola serie B non è sufficiente a dimostrare l’esistenza del
tempo: in essa non è possibile esprimere il mutamento, per quanto si tratti
comunque di una serie temporale. Ne deriva, come volevasi dimostrare, che è
la serie A ad essere essenziale al tempo, e non la serie B, come erroneamente si
era pensato. La serie B è senza dubbio una serie temporale, giacché esprime
determinazioni del prima e del dopo; questa sua temporalità, tuttavia, non è

36
primitiva, bensì fa di necessità riferimento alla serie A, da cui la acquisisce.
Prima di passare alla dimostrazione delle contraddizioni insite nella serie A,
occorre fare un altro piccolo passo: se la serie B deriva dalla serie A, sottraendo
al tempo quest’ultima, non rimarrà nessuna serie?
La risposta è negativa; esiste infatti una terza serie, che otteniamo da questa
“sottrazione”: si tratta di una serie che indica l’insieme di reciproche relazioni
permanenti tra gli eventi; a questa serie ulteriore viene attribuito il nome di
serie C: essa non è temporale, giacché non implica alcun mutamento, ma
semplicemente un ordine. Gli eventi infatti possiedono un ordine: ad esempio
gli eventi M, N, O, P potranno essere ordinati secondo la successione evento
M, evento N, evento O, evento P e così via, e allora non avranno l’ordine
(abbreviando) P, N, O, M, o ancora, P, O, N, M, etc. Tale ordine non implica in
alcun modo il mutamento, non più di quanto esso sia implicato dall’ordine
delle lettere dell’alfabeto, o da un qualsiasi elenco di oggetti presentati secondo
una successione. Quelle realtà formano in primo luogo una serie non temporale
e ad esse diamo di diritto il nome di eventi solo nel momento in cui vengono
collocate lungo una serie temporale (ossia solo nel momento in cui le
determinazioni della serie C si combinano con le determinazioni della serie A):
quando su tale serie C intervengono mutamento e tempo, dunque la serie A,
diremo che gli elementi in questione sono eventi, che si susseguono secondo
relazioni del prima e del dopo, e che formano pertanto la serie B.
Abbiamo detto “intervengono mutamento e tempo”: la serie C non è
temporale non solo per il fatto che non contiene mutamento, ma anche perché
non possiede una direzione.
Una serie ordinata può infatti essere letta in due direzioni, come è evidente
guardando, per esempio, alla serie dei numeri naturali: l’ordine di essi non ci
permette di porre, mettiamo il caso, il 17 tra il 21 e il 26, ma nulla ci dice su
quale direzione dobbiamo seguire nel considerarli in successione; rimarremo
nella serie sia che leggiamo 17,…,21,…,26, sia che scendiamo dal 26, al 21, e
poi al 17, contando all’indietro; che poi una direzione sia più conveniente, più
usuale dell’altra, non significa che seguendo la contraria non stiamo
rispettando la serie.

37
Per chiarire ulteriormente come dall’ordine non si inferisce la direzione,
McTaggart porta un ulteriore esempio, tratto dalla dialettica hegeliana: l’ordine
delle categorie, il loro sviluppo nel Reale, ci dice che la Causalità si trova tra
l’Essere e l’Idea Assoluta; Hegel indica la corretta direzione di lettura partendo
dalla tesi, l’Essere, attraverso l’antitesi, la Causalità, fino alla sintesi nell’Idea
Assoluta: questa è infatti la direzione in cui si svolge la prova. Tuttavia se
nell’elencare questi tre termini non seguissimo alcuna convenienza ai fini della
prova, potremmo andare dall’Idea Assoluta in direzione dell’Essere passando
per la Causalità, e staremmo ancora rispettando l’ordine della serie.
Una serie non temporale, come è la serie C, non possiede in se stessa
alcuna indicazione di direzione, per quanto poi chi voglia considerarla possa
assumere i termini nell’una o nell’altra direzione: analogamente, anche
considerando dall’esterno un insieme ordinato di eventi, possiamo decidere di
seguire una direzione che va da un accadimento passato ad un accadimento
presente, come quando, ad esempio, analizziamo le conseguenze di un evento
storico, oppure seguire la direzione contraria, e comprendere a cosa sia dovuto
un attuale stato di cose indagando gli eventi che l’hanno preceduto e causato:
potremo guardare alla storia d’Inghilterra, e seguire l’ordine degli eventi dalla
Magna Charta alla Legge per la Riforma Elettorale, o viceversa, in base alle
circostanze.
Quando però consideriamo i mutamenti che appartengono alla serie
temporale stessa, e non a una osservazione esterna della serie, allora
quell’evento passato verrà prima di questo evento futuro, e non viceversa:
avremo un’unica direzione possibile.
La direzione della serie (ciò che trasforma la serie C in una serie temporale)
deriva dalla serie A, come da essa deriva il mutamento; la verifica di ciò è
presto offerta: ci basterà infatti assumere una posizione della serie C, che verrà
definita come presente, a differenza di tutte le altre, e tale caratteristica
dell’essere presente passerà lungo tutta la serie, definendo così le posizioni
situate da un lato del presente come posizioni che sono state presenti (cfr.
passate), mentre le posizioni situate dall’altro lato verranno definite come
posizioni che saranno presenti (cfr. future).

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In sintesi: la serie C offre un ordine permanente, la serie A permette il
mutamento e indica una direzione; la loro somma ci dà il tempo, ci indica i
rapporti del precedente e del successivo: dalla loro somma soltanto ricaviamo
la serie B.
Guardiamo brevemente quali caratteristiche possiamo attribuire alle tre
serie, una ad una:
• La serie A presenta distinzioni ultime, di cui non posso dare
definizione, se non incorrendo in quei circoli viziosi che
successivamente rappresenteranno un valido motivo per rifiutare la
realtà della serie stessa.
• La serie B non presenta distinzioni ultime: le sue distinzioni sono
derivate dalla serie C e possiedono, a differenziarle, la caratteristica
della temporalità, acquisita mediante l’intervento della serie A.
• La serie C, da parte sua, è una serie tanto ultima quanto la serie A, non
essendo possibile ricavarla da nient’altro: che le unità di tempo siano
correlate secondo un ordine permanente è tanto primario quanto il loro
essere passate, presenti o future.

La maggior parte della filosofia ha considerato le determinazioni di cui è


composta la serie A come essenziali al tempo. Qualche pensatore ha raggiunto
la consapevolezza che queste stesse determinazioni non possono avere
un’esistenza reale, ma anziché derivarne l’irrealtà del tempo, ha negato
l’essenzialità della serie A! Ciò è impensabile per McTaggart, perché
l’eliminazione della serie A non può che annientare il tempo stesso.
A questa affermazione possono essere opposte due obiezioni, l’una facendo
riferimento agli eventi immaginati dalla mente, l’altra raffigurando più serie
temporali appartenenti al reale. Esponiamole una per volta, facendo seguire le
risposte date dall’autore, tese a dimostrare come l’eliminazione della serie A
implica l’annientamento del tempo.

Prima obiezione. Anche gli eventi immaginari, frutto della fantasia, si


distribuiscono secondo una serie, un ordine; questa serie non potrà essere la A,

39
dacché degli eventi immaginari non saprei dire se siano passati, presenti o
futuri rispetto al momento in cui li penso, li leggo, li immagino, etc. Prendiamo
ad esempio le avventure di Don Chisciotte: posso forse definire la lotta con i
mulini a vento un evento passato, presente, o futuro? In nessun modo; posso
semmai ordinarlo in riferimento alle altre avventure, secondo una relazione del
prima e del dopo: senza dubbio infatti questi eventi fanno riferimento a una
serie B. Prendiamo ora un affresco medievale in cui sia raffigurata la presa
immaginaria di una roccaforte, il cui autore, per raffigurare i momenti salienti
dell’avvenimento, abbia rappresentato più volte i protagonisti di azioni
cronologicamente successive, come era d’uso: le immagini, osservate da uno
spettatore, e pensate come reali, potranno essere lette secondo relazioni del
prima e del dopo, ricostruendo il succedersi degli avvenimenti in riferimento
ad una serie B. Grazie a questo ragionamento allora l’obiettore dichiara che la
serie B implica il tempo di per sé e che la serie A non è più fondamentale al
tempo!
McTaggart rifiuta categoricamente che il tempo appartenga anche a ciò che
non esiste: “Il tempo appartiene solo all’esistente”6,come viene universalmente
ammesso, e delle vicende fantastiche di Don Chisciotte ciò che esiste sono gli
atti della mente dell’autore, Cervantes, che li ha creati, e del lettore che li
ripercorre; tali atti della mente esistono, e formano una serie A; poi sta a colui
che inventa o che pensa qualcosa di immaginario decidere sulla condizione
ontologica di ciò che ha mentalmente creato, e sulla sua fittizia posizione
temporale: ad esempio, Cervantes potrebbe aver ideato prima la conclusione
del suo racconto, e aver scritto in maniera disordinata i vari eventi che lo
compongono: la serie B in cui il lettore posiziona gli eventi, leggendo il testo,
non corrisponderà alla serie A che contiene gli atti di pensiero di Cervantes,
quando ha ideato il testo. Vediamo il caso dell’affresco: non si potrà dire degli
eventi raffigurati se siano passati, presenti o futuri; soltanto i vari atti creativi
del pittore saranno ordinabili secondo le relazioni della serie A, e ancora una
volta l’ordine della finzione pittorica potrà non aderire all’ordine reale degli
atti del pittore. Senza dubbio il lettore o spettatore potrà credere o immaginare

6 Ivi, p. 456, (tr. it. cit., p. 130).

40
quel dato evento come esistente, ma la temporalità sarà propria soltanto
dell’atto immaginativo e non dell’evento. McTaggart risponde allora in questo
modo all'obiezione:

La risposta all’obiezione è allora che, nella misura in cui una cosa è


nel tempo, essa è nella serie A. Se è realmente nel tempo è realmente
nella serie A. Se è creduta nel tempo, si crede sia nella serie A. Se è
immaginata nel tempo, si immagina sia nella serie A7.

Seconda obiezione. In questo caso, a mettere in crisi le conclusioni a cui


McTaggart è giunto finora, è l’ipotesi che esistano nella realtà molteplici serie
temporali indipendenti: questa possibilità è discussa da Bradley all’interno
della sua opera Apparenza e Realtà8. Bradley inserisce questa ipotesi nella sua
confutazione della realtà del tempo: ne segue che Bradley nega anche la realtà
delle ipotetiche serie temporali indipendenti. Prescindendo dalla posizione di
Bradley, McTaggart esamina l’ipotesi dell’esistenza di più serie temporali,
ognuna reale: fosse questa la realtà del tempo, la distinzione tra passato,
presente e futuro avrebbe significato solo all’interno di ogni singola serie, e
non potrebbe essere assunta come reale in senso ultimo. I vari punti presenti
che supporremo sussistere nelle varie serie non potrebbero essere considerati
presenti né simultaneamente né successivamente, semplicemente perché non
confrontabili, indipendenti tra loro. In sintesi, la realtà di diverse serie
temporali esistenti separatamente esclude la realtà di un tempo unico articolato
secondo la distinzione complessiva tra passato, presente e futuro. Le serie
temporali sarebbero dunque tutte reali, mentre la distinzione propria della serie
A, tra passato, presente e futuro, potrebbe avere significato solo all’interno
della singola serie e non potrebbe essere pretesa reale in senso ultimo.
Per McTaggart questa obiezione non è valida, perché l’esistenza di
molteplici serie temporali indipendenti non rimuove l’essenzialità della serie A

7 Ibidem, (tr. it. cit., p. 131).


8 Cfr. F. BRADLEY, Apparenza e Realtà, Milano, Rusconi Libri, 1984, cap. XVIII,
'L’Apparenza spazio-temporale', sez. 1, pp. 362-365.

41
per il tempo, se si ammette che le molteplici serie temporali siano reali.
Poniamo in linea di principio l’esistenza della serie A, e verifichiamo se
l’assunzione della realtà di molteplici serie temporali indipendenti intacchi in
qualche modo l’essenzialità della serie A. E’ indubbio che in questa ipotesi
molti punti presenti possono effettivamente darsi, dacché in ogni serie
temporale ogni singolo momento potrà essere presente, a turno, una sola volta.
Il problema sollevato dall’obiezione nasce quando si tenta di stabilire quale
rapporto intercorre tra questi differenti momenti presenti: essi dovrebbero
essere presenti successivamente, ma questo non è possibile, perché, non
essendo inseriti nella medesima serie, non sussisterebbe tra loro nessun tipo di
relazione temporale; lo stesso dicasi se li descriviamo come simultanei. Non
essendo presenti successivamente, non potrebbero essere reali, e dunque le
differenti serie temporali sembrerebbero in grado di esistere,
indipendentemente dalle distinzioni di passato, presente e futuro. In questo
caso, nondimeno, non ci sarebbe ragione alcuna per ritenere che le serie
temporali siano realmente esistenti come tali: infatti, se nessun presente fosse il
presente, allora il tempo non sarebbe il tempo, ma soltanto il tempo di un certo
aspetto dell’universo.
Dunque, per concludere, ponendo che la serie A sia qualcosa di reale,
niente potrebbe vietare l’esistenza di molteplici serie A; neppure la sua
caratteristica di essenzialità per il tempo verrebbe messa a rischio dall’esistenza
di molteplici linee temporali indipendenti.
Inoltre, qualora qualcuno fosse in grado di evidenziare una qualche
incompatibilità tra la teoria delle serie temporali indipendenti, che sono state
solamente ipotizzate, e la serie A, di cui invece l’esistenza sembra appurata
dalla nostra percezione, a perdere credibilità dovrebbe essere l’entità di cui non
è stata garantita l’esistenza né affermata l’inesistenza, ovverosia l’ipotesi delle
serie temporali indipendenti. Infine va ricordato che McTaggart svolge questa
confutazione dell’obiezione in via puramente congetturale, dal momento che la
sua posizione, che verrà dimostrata in seguito, è che la serie A è irreale in
quanto contraddittoria.

42
2.1.2. Seconda parte della prova9

La seconda parte della prova di McTaggart mira a palesare le


contraddizioni insite nella serie A: il regresso all’infinito o il circolo vizioso
che sgorgherebbero da un’analisi più approfondita di questa serie, attestata
come essenziale al tempo, dimostra la contraddittorietà della suddetta e, di
conseguenza, la sua inesistenza e la sua irrealtà. La conclusione a cui si giunge
è che, necessariamente, vista la dipendenza del tempo da questa serie irreale,
ugualmente il tempo è irreale.

Espongo ora nel dettaglio come McTaggart sia pervenuto a questa


dimostrazione.
Riprendiamo in analisi la serie A: diremo che i termini che la compongono
sono caratteristiche di eventi, dato che di un evento possiamo asserire che é
passato, presente o futuro. Come già anticipato nella prima parte, le
caratteristiche possono essere intese come qualità o come relazioni: in realtà le
due differenti accezioni non portano affatto, una volta accolte, a due differenti
punti di vista sulla serie A; in entrambi i casi McTaggart giungerà alla
conclusione che i termini componenti A implichino contraddizione.
Esaminiamo la questione assumendo l’accezione di ‘relazione’. Come è
evidente, la relazione sussisterà in presenza di due termini: il primo termine
potrà essere un evento o un momento; il secondo termine della relazione, a
questo punto, si dovrà ineluttabilmente collocare al di fuori della serie
temporale: il motivo è che le relazioni tra i termini della serie A sono mutevoli,
come si è visto fin dall’inizio, mentre è necessario per noi che i termini di cui è
composto il tempo siano fissi; le posizioni inserite nella dimensione temporale,
infatti, intrattengono tra loro relazioni immutabili: una posizione M e una
posizione N, che siano simultanee o successive, hanno mantenuto,
mantengono, e manterranno la medesima ‘distanza’ tra di loro mille anni fa,
ora, e tra mille anni.

9 J. E. MCTAGGART, The Unreality of Time, cit., pp. 467-474,


(trad. it. J. E. MC TAGGART, L’irrealtà del Tempo, cit., pp. 132-141).

43
Ricapitolando, due eventi hanno una posizione immutata e immutabile
nella serie temporale all’interno della quale sono inseriti, e sono posti in una
relazione tra di loro che non si modifica mai, né un milione di anni prima che
gli eventi abbiano luogo, né mentre hanno luogo, né un milione di anni dopo il
loro avvento. Esattamente il medesimo discorso vale per la relazione tra due o
più momenti; quand’anche si voglia leggere i momenti come distinte e separate
entità rispetto agli eventi che contengono, assumendo una posizione sostanziale
anziché riduttivista10 del tempo, tuttavia la relazione tra il momento e l’evento
che è in esso contenuto non muterà mai, né nel passato, né nel presente, né nel
futuro.
In questo luogo del testo McTaggart inserisce una nota, dove smentisce una
teoria che a suo parere potrebbe essere proposta contro queste sue
considerazioni; c’è chi ha sostenuto, ci dice:

(…) che il presente sia tutto ciò che è simultaneo all’asserzione del suo
essere presente, che il futuro sia qualunque cosa è successiva
all’asserzione del suo essere futura e che il passato sia qualunque cosa
precedente l’asserzione del suo essere passata11.

Ma questa proposta di definire l’essere nel tempo degli eventi mediante la


relazione con un’asserzione di precedenza o successione non ha per l’autore
alcun valore a questo punto della prova: implica infatti che il tempo esista
indipendentemente dalla serie A, che gli eventi siano identificabili mediante la
loro posizione lungo la serie B soltanto; la serie A sarebbe solamente una
sovrastruttura derivata dalla nostra percezione, e questo presupposto è già stato
smascherato come fallace nella prima parte della prova: senza la serie A non è
possibile descrivere il mutamento, dunque la serie A parrebbe essere l’unica
effettiva maniera in cui il tempo si dà.

Riprendiamo il filo del nostro discorso: le relazioni che formano la serie A

10 Cfr. nota 3 del corrente capitolo.


11 J. E. MCTAGGART, The Unreality of Time, cit., p. 467, nota 4, (tr. it. cit., p. 133, nota 7).

44
saranno a ragion veduta relazioni di eventi o momenti con qualcosa posto al di
fuori della serie temporale. Ma cosa sarà questo qualcosa?
La necessità di un termine di relazione esterno alla serie temporale è in
effetti un primo pseudo-argomento che McTaggart presenta contro la realtà
della serie A, qualora i suoi termini vengano appunto letti come relazionali.
McTaggart non porta a termine questo discorso, facendoci intendere che è
meglio passare a questioni più importanti. Probabilmente questo riferimento a
qualcosa di esterno al tempo, atto a garantire la realtà degli eventi, è lo stesso
che troveremo alluso in chiusura alla prova; se questo è vero, lo sbrigativo
cambio di discorso dell’autore potrebbe essere semplicemente inteso come una
volontaria posticipazione delle conclusioni a cui giungerà: un tempo inteso non
come manifestazione ma come relazione con l’eterno, la serie C.
Cosa altrimenti potrebbe essere questo termine? Un’ipotesi interessante
potrebbe essere la sua identificazione con la coscienza, una coscienza
atemporale che garantisce il divenire temporale. Anche in questo caso si
avrebbe una prima formulazione del paradosso, poiché o gli eventi si
dovrebbero dare simpliciter, in modo irrelato, oppure la coscienza stessa, nel
suo essere in relazione con gli eventi, verrebbe risucchiata nel divenire.

Mentre questa difficoltà vale solamente nel caso in cui i termini della serie
A vengano intesi come relazioni, la prova che McTaggart presenta di seguito
vale sia che li si intenda come relazioni, sia che li si intenda come qualità.
Passato, presente e futuro si rivelano tre determinazioni non
reciprocamente compatibili: ad ogni modo ciascun evento le possiede tutte e
tre, inevitabilmente, altrimenti la serie A sommata alla serie C non basterebbe
per ‘illustrare’ il tempo: è stato provato che il tempo implica il mutamento e
l’unico mutamento possibile, lo abbiamo dimostrato in precedenza, non può
che realizzarsi a partire dal futuro, attraverso il presente, verso il passato.
L’evento M, ad esempio, se è passato, è stato presente e futuro; se è futuro,
sarà presente e passato; se è presente, è stato passato e sarà futuro; i tre termini
insomma sono predicabili dello stesso evento, ma allo stesso tempo sono
incompatibili tra di loro.

45
Questa incoerenza sembra a prima vista superabile facilmente, o meglio,
pare che il linguaggio stesso, attraverso cui esprimiamo la posizione nel tempo
di un dato evento, risolva da sé la difficoltà: esistono infatti forme verbali
differenti per considerare una posizione nel passato, nel presente o nel futuro,
mentre non ne esiste alcuna univoca per riferire le tre caratteristiche. La
soluzione parrebbe quindi già emergente nell’espressione della difficoltà: non
si può mai dire che l’evento M è presente, passato e futuro; diremo invece che
M è presente, sarà passato ed è stato futuro, e così via. Dal diverso uso del
tempo verbale è evidente che le tre caratteristiche sono incompatibili solo se
simultanee, ma poiché ciascun evento le possiede solo in successione, non
sorge alcuna incoerenza.
A questo punto McTaggart illustra i motivi per cui questa soluzione non
funziona, mediante due differenti argomenti12:

Secondo la prima dimostrazione, il ragionamento appena visto, sventando


mediante l’uso del linguaggio l’incompatibilità delle caratteristiche, incorre in
realtà in un circolo vizioso: infatti assume l’esistenza del tempo per rendere
ragione di come gli eventi possono essere passati, presenti e futuri, ovverosia
relativizza le tre proprietà per indicare il possesso di esse in tempi diversi da
parte di un evento; questo significa che il tempo deve essere presupposto
perché si dia ragione della serie A; come abbiamo visto, la serie A a sua volta
deve essere presupposta per dare ragione del tempo: tirando le fila
dell’argomento, la serie A deve essere presupposta per rendere ragione della
serie A! L’accusa è dunque che, ben lontano dal convincere, questa spiegazione
forma un diallelo, ossia presuppone se stessa13.
Secondo un diverso punto di vista, forse maggiormente conclusivo,
l’incoerenza dell’argomentazione causa un regresso all’infinito: non un gatto

12 Come vedremo nella seconda parte del capitolo, quando McTaggart lavorò su di una
seconda stesura della prova, da inserire nel testo de La atura dell’Esistenza, eliminò la
prima delle due dimostrazioni di circolo vizioso; si era probabilmente reso conto di come
essa fosse un presupposto per la seconda dimostrazione, e non una motivazione distinta.
13 Cfr. L. CIMMINO, Introduzione a L’Irrealtà del Tempo, in J. E. MCTAGGART, L’irrealtà
del tempo, cit., p. 30.

46
che si morde la coda, dunque, come nell’argomento del diallelo, bensì una
spirale dalle infinite spire, dove la difficoltà che emerge ad un livello del
discorso sembra facilmente superabile, ma si ripresenta, ineluttabile, al livello
successivo.
Al di là di questa immagine allusiva, seguiamo con attenzione il
ragionamento che fa McTaggart: l’uso dei differenti tempi verbali,
nell’attribuzione delle tre caratteristiche proprie della serie A, è solo
apparentemente risolutivo, dacché non stiamo facendo altro che costruire una
seconda serie A, in cui cade la prima; tuttavia, la nostra seconda serie A
incontrerà esattamente le medesime difficoltà della prima, costringendoci a
costruire una terza serie A, che ne presupporrà una quarta, e così via … Si
tratta di una contraddizione ineliminabile, perché nell’atto di rimuoverla, si
creano di fatto i presupposti perché si presenti nuovamente. Esplicitando ancor
meglio il problema: un evento della serie A è contraddittoriamente presente,
passato e futuro, a meno che non si precisi che le caratteristiche sono possedute
in successione. Ma indicare la successione, evitando di fare riferimento alla
serie B (ciò significherebbe infatti annientare il mutamento e quindi la serie A),
non vuol dire altro che indicare i diversi tempi della serie A in cui l’evento
possiede le diverse determinazioni A. Illuminante l’esemplificazione di Luigi
Cimmino a riguardo14: posso dire di un uomo che è alto e basso senza cadere in
contraddizione, mi basta precisare che egli è alto rispetto a X e basso rispetto a
Y; in questo caso invece non posso dire di un evento che è presente e passato,
poiché nel momento in cui tento di relativizzarlo, traggo come punti di
riferimento le stesse determinazioni: i tempi differenti in cui l’evento dovrebbe
possedere le tre determinazioni A non ci sono, dato che ognuno di essi è a sua
volta relativo a tempi differenti, senza che si riesca a fissare dei punti di
riferimento, che non siano termini della serie B, e che non necessitino a loro
volta di essere fissati. Questo è il regresso all’infinito.
La serie A, intesa come insieme di relazioni, conduce a contraddizioni. Si
tratta ora di considerare la seconda possibilità: può dirsi la serie A composta da
un insieme di qualità? Descrivendo le caratteristiche in termini di qualità,

14 Cfr. ivi, p. 33.

47
avremo l’esser presente, l’esser passato e l’esser futuro, che verrebbero
predicate successivamente degli eventi. Ma è possibile pensare queste tre
caratteristiche in termini di qualità? McTaggart non ne è convinto. Si crederà
che l’anticipazione di un’esperienza M, l’esperienza stessa di M e il ricordo di
M sono tre stati che possiedono differenti qualità15; in realtà le qualità sono
possedute da tre eventi distinti, ciascuno dei quali è a sua volta passato,
presente, futuro. Non ne deriva dunque alcuna prova per cui gli elementi della
serie A dovrebbero essere qualità.
Quand’anche volessimo proseguire nell’ipotesi, ci troveremo di fronte alla
medesima fallacia già vista: le tre qualità sarebbero incompatibili tra di loro, e
allo stesso tempo attribuite al medesimo evento, senza che sia possibile
relativizzare, in qualche modo, il susseguirsi delle attribuzioni.

A questo discorso il nostro autore collega, in nota16, una breve disquisizione


sulla presentazione del tempo attraverso la metafora del movimento spaziale: la
direzione di lettura degli eventi inseriti su questa freccia infinita che raffigura il
tempo muterà a seconda del considerare la serie A come composta da qualità o
invece da relazioni; se infatti penseremo la serie A come composta da qualità,
leggeremo il movimento in una direttrice che va dal passato al futuro; basti
pensare che la qualità dell’essere presente è appartenuta a stati presenti e
apparterà di seguito a stati futuri; quando invece intenderemo la serie A come
composta da relazioni, potremo leggere la direttrice in entrambe le direzioni,
dato che i termini collegati tra di loro possono essere pensati in movimento: se
fissassimo il punto dell’esser presente e vi facessimo passare attraverso gli
eventi, allora avremmo un movimento dal futuro al passato, con eventi futuri
che non hanno ancora ‘superato la frontiera’ dell’esser presente, e momenti
passati che l’hanno già oltrepassata; se, d’altra parte, scegliessimo di assumere
il punto dell’essere presente come unico elemento in movimento lungo la serie
degli eventi, con i quali lo guarderemmo entrare in relazioni successive, allora
avremmo un movimento, com’è evidente, dal passato al futuro. Queste due

15 Cfr. J. E. MCTAGGART, The Unreality of Time, cit, p. 469, (tr. it. cit., p. 135).
16 Cfr. ivi, p. 470, nota 5 (tr. it. cit., p.135, nota 8).

48
diverse prospettive emergono pure nell’esaminare il nostro linguaggio comune
sul tempo: spesso consideriamo gli eventi che incalzano la nostra esistenza
giorno per giorno come provenienti dal futuro e diretti nelle ‘soffitte’ del
passato, altre volte pensiamo a noi stessi proiettati in una corsa instancabile e
senza ritorno con direzione futuro. È indubbio, considera brevemente
McTaggart, che ogni uomo tende a identificarsi con il proprio presente, dacché
è l’unico stato che esperisce direttamente, mediante i sensi e non mediante
l’intelletto: di conseguenza tenderà fondamentalmente a rappresentare il sé,
congiunto al momento dell’esser presente, sospinto lungo una scia che va dagli
eventi passati agli eventi futuri.
Al di là di questa breve analisi della predisposizione umana al presentismo,
guardiamo a cosa ci ha portato lo svelamento delle contraddizioni della serie A:
scopriamo d’un tratto che il tempo, implicando la serie A, a sua volta non può
essere vero della realtà. Ne deriva quindi che:

Ogniqualvolta giudichiamo che qualcosa esiste nel tempo siamo in


errore. E ogniqualvolta percepiamo qualcosa come esistente nel tempo
– l’unico modo in cui mai percepiamo le cose– la percepiamo più o
meno come realmente non è17.

A questo punto potrebbe venire avanzata un’ulteriore obiezione: il motivo


per cui rifiutiamo la realtà del tempo è che esso non può essere spiegato o
definito se non presupponendo se stesso; ciò nondimeno, da questa presa d’atto
non potremmo forse inferire semplicemente che il tempo è qualcosa di ultimo
e, conseguentemente, di indefinibile? Forse il tempo dovrebbe essere inteso
come qualcosa di non derivato: ogni tentativo di esplicazione del concetto
avrebbe così motivo d’essere autoreferenziale.
Questa proposta ricorda la trattazione che dei concetti morali aveva dato
Moore nei suoi Principia Ethica18: nel momento in cui tentiamo di definire
alcuni termini propri dell’ambito morale, come ad esempio i concetti di ‘bontà’

17 Ibidem, (tr. it. cit., p.136).


18 Cfr. G. E. MOORE, Principia Ethica, Cambridge, Cambridge University Press, 1903.

49
o ‘verità’, giungiamo a dichiarare immancabilmente che bontà è ‘tutto ciò che è
buono’ e verità ‘tutto ciò che è vero’; finiamo paradossalmente per utilizzare il
concetto stesso al fine di chiarire la nostra definizione. Possiamo certo
dichiarare che la spiegazione, per questo motivo, si rivela fallace e invalida, ma
non per questo respingeremo la nozione, attestando semplicemente che è una
nozione primitiva, che non permette una definizione, ma nemmeno la richiede.
McTaggart sostiene che questo tipo di ragionamento non sia applicabile alla
nozione di tempo; senza alcun dubbio:

un’idea può valere per la realtà sebbene non ammetta una spiegazione
valida. Ma non può valere per la realtà se la sua applicazione a
quest’ultima implica una contraddizione19.

Come abbiamo visto, si dà proprio il caso che l’idea di tempo, se applicata


alla realtà, implica una contraddizione: il tentativo di eliminarle il circolo
vizioso è fallito, per cui la nozione di tempo non deve essere rifiutata perché
indefinibile, quanto piuttosto perché è contraddittoria.

Giunto al termine della sua prova, il nostro autore si chiede quanto


legittimamente abbiamo fin dall’inizio considerato la serie A valevole per la
realtà: interroghiamoci dunque sul motivo per cui comunemente si crede che
gli eventi nel tempo siano distinti in passati, presenti e futuri; McTaggart
ritiene che questa credenza tragga origine da distinzioni interne alla nostra
esperienza20: in ogni istante infatti il soggetto, oltre ad avere delle percezioni
presenti, ha anche la memoria di altre percezioni, già avvenute, nonchè
l’anticipazione di ulteriori percezioni, che devono ancora avvenire.
Quella che il soggetto chiama percezione diretta possiede un che di
qualitativamente differente dalla memoria o dall’anticipazione di altre
percezioni; su questo stato mentale differente si basa la convinzione che una
percezione diretta possieda una data caratteristica, successivamente rimpiazzata

19 J. E. MCTAGGART, The Unreality of Time, cit., p. 470, (tr. it. cit., p.136).
20 Cfr. ivi, p. 471, (tr. it. cit., p. 137).

50
da altre caratteristiche quando ne ha memoria o anticipazione: da qui
sorgerebbero le tre diverse modalità di essere passato, essere presente ed essere
futuro; si ritiene, inoltre, che ci sarebbe un presente anche se nessuno avesse
affatto una percezione diretta; una volta accolta questa differenziazione, il
soggetto la applicherà anche agli altri eventi, titolando come presenti quegli
eventi simultanei alla sua percezione diretta, come passati o futuri quegli eventi
simultanei a percezioni che egli ricorda o anticipa.
Per evitare di cadere nuovamente nella contraddizione individuata in
precedenza, non potremo certo dichiarare che una percezione diretta è presente
nel momento in cui il soggetto la ha, poiché le parole ‘nel momento in cui la
ha’ non significano altro che ‘quando è presente’.
McTaggart esamina l’idea che le percezioni dirette siano calate nel così
detto ‘presente specioso'21 del soggetto.
Il presente specioso sarebbe l’ipotetico intervallo di tempo durante il quale
la mente avrebbe coscienza ‘ora’, e che traccerebbe nettamente i confini con il
passato ricordato e il futuro anticipato. Di questa entità McTaggart ci dice che
“varia nella durata a seconda delle circostanze, e può essere differente per due
persone nel medesimo intervallo temporale”22. Per chiarire la soggettività del
presente specioso, facciamo un esempio: il soggetto X ha la percezione Q,
mentre il soggetto Y ha la percezione R; l’evento M potrà essere simultaneo
alla percezione Q da parte di X, e altrettanto simultaneo alla percezione R da
parte di Y; tuttavia può accadere che d’un tratto la percezione Q cessi di essere
parte del presente specioso del soggetto X: sia la percezione Q che l’evento M
apparterranno ad un momento passato. Nel frattempo, però, la percezione R
potrà ancora far parte del presente specioso di Y, mantenendo l’evento M, che
le è simultaneo nel presente. Ne segue la contraddittoria conclusione per cui
l’evento M sarà presente nello stesso momento in cui è passato.

21 Il termine ‘specious present’, tradotto in italiano con ‘presente specioso’ o ‘presente


manifesto’, compare per la prima volta in un testo di psicologia (The Alternative. A Study in
Psichology, London, Macmillan & co., 1882), pubblicato anonimo ma opera di tale E. R.
Clay. In seguito fu ripreso dal celebre psicologo W. James, nel trattato Principles of
Psichology. Tratteremo più ampiamente l’argomento all’interno del terzo capitolo.
22 J. E. MCTAGGART, The Unreality of Time, cit., p. 472, (tr. it. cit., p. 138).

51
Ovviamente questo tipo di affermazione è inaccettabile: certo, se
intendessimo la serie A come assolutamente soggettiva, non vi sarebbe alcuna
difficoltà a dichiarare che un dato evento è presente nei rispetti di un soggetto,
e passato nei rispetti di un altro; evidenzieremmo questo genere di divergenze
sull’asse temporale con la stessa placidità con cui affermiamo che qualcosa è
disgustosa per uno e piacevolissima per un altro. Questa soluzione è però
irrilevante, dal momento che lo scopo della analisi intrapresa da McTaggart è
stato quello di valutare l’assunzione del tempo come aspetto del reale, ossia
come qualcosa appartenente alla realtà, e non alle credenze o alle suggestioni
su di essa; lo stesso deve valere per la serie A, per cui un evento deve essere o
passato o presente o futuro e ad esso non possono mai attribuirsi tutte e tre le
caratteristiche.

Non possiamo di conseguenza definire il presente attraverso cui gli eventi


passano realmente con il titolo di presente specioso, poiché la variabilità di
durata che lo caratterizza comporta che uno stesso evento sia presente per un
soggetto, quando simultaneamente è passato o futuro per un altro soggetto.
La durata stabile che deve essere garantita al nostro presente oggettivo non
può venirgli nemmeno dalla somma di tutti i presenti speciosi, dato che non
hanno la medesima durata: la durata del presente obiettivo dovrebbe essere una
unità fissa, ma è inaccertabile percettivamente o, come si esprime McTaggart,
potrebbe essere un millesimo di secondo, oppure un secolo… dunque quale
ragione addurre per credere nell’esistenza di un simile presente obiettivo, così
lontano dalla nostra reale percezione che è quella del presente specioso?
Volendo poi ovviare a questa difficoltà, potremmo visualizzare il nostro
presente oggettivo non come una durata finita, ma come un punto geometrico,
che separa le due semirette del tempo passato e del tempo futuro. Andremmo
incontro ad una raffigurazione forse ancora più distante dalle nostre percezioni
temporali: le tre durate a cui siamo abituati sarebbero in realtà soltanto due,
distinte da un presente senza estensione23.

23 Questo è l’antico paradosso di Zenone sul tempo, spesso ripreso dai filosofi successivi.

52
A ben guardare, la negazione della realtà del tempo non è in fondo così
paradossalmente lontana dalla nostra percezione comune: a un primo sguardo
una considerazione di questo tipo certo sembrava assurda, dato che
abitualmente osserviamo tutto il reale attraverso la lente temporale, e stimiamo
che nulla esista al di fuori del tempo.
Grazie alla ‘scoperta’ del presente specioso, per mezzo della quale abbiamo
compreso di che genere sia effettivamente la nostra esperienza del tempo,
siamo in grado di cogliere la profonda divergenza tra il piano delle nostre
osservazioni, che varia da individuo a individuo, e il piano reale in cui esistono
le realtà che percepiamo. Ne consegue necessariamente che il passato e il
futuro in cui incaselliamo gli eventi come da noi esperiti sono su di un piano
del tutto differente dal passato e dal futuro degli eventi stessi.
Al di là dunque della linea che si voglia seguire, sia che si consideri il
tempo reale, sia che lo si consideri irreale, saremo costretti a prendere atto che
ogni nostro osservare si colloca nel nostro personale presente specioso; al
contrario nessun evento oggettivo, nemmeno le nostre stesse osservazioni in
quanto eventi, possono essere mai inserite in questo stesso presente specioso. A
questo proposito McTaggart si chiede: perché mai allora dovrebbe sembrarci
così poco fondato affermare l’irrealtà del tempo, così insensato dichiarare che
nulla è mai nel presente, quando, altrimenti, ci troveremmo comunque ad
ammettere che ogni cosa passa attraverso un presente del tutto differente da
quello delle nostre percezioni?

Cosa ci rimane al termine dell’intera prova? Abbiamo scoperto delle


contraddizioni nella serie A, che viziano conseguentemente sia la serie B che il
tempo nella sua totalità. Abbiamo rifiutato queste tre entità per la loro
incoerenza. Ci resta solamente la serie C, che, essendo ontologicamente
primitiva, parimenti alla serie A, non viene intaccata dalle sue contraddizioni.
Potrebbe essere possibile allora che quanto percepiamo nella realtà come
inserito in una serie temporale, si disponga in verità lungo una serie ordinata
ma non temporale, quale è la serie C. L’altra possibilità è che gli eventi non si
dispongano nemmeno secondo tale ordine, e che quindi non formino né una

53
serie né una serie temporale. Il nostro autore predilige la prima prospettiva,
ritenendo più probabile che le realtà da noi esperite siano ordinate secondo una
certa disposizione. Ora si chiarisce forse meglio l’allusivo riferimento che
avevamo colto ad un tratto del ragionamento, quando era stata presa
velocemente in considerazione la possibilità che a garantire il reale fosse un
che di atemporale, quel termine posto al di fuori dal tempo a garantire le
relazioni della serie A: sembra infatti questa la conclusione di McTaggart.
Se concordassimo con l’autore e valutassimo questa prospettiva conclusiva
– che la realtà sia cioè ordinata secondo una serie atemporale – confrontandola
con la nostra percezione effettiva, saremo portati ad ammettere che nel nostro
modo di esperire il reale vi è qualcosa di vero e qualcosa di errato; nonostante
insomma la nostra incapacità di leggere gli eventi al di fuori di una dimensione
temporale, saremmo in modo naturale capaci di cogliere alcune delle effettive
relazioni che intercorrono tra di essi.
Facciamo un esempio: quando asseriamo che l’evento M e l’evento N sono
simultanei, stiamo di fatto asserendo che occupano la medesima posizione
all’interno della nostra immaginata serie temporale; in questa affermazione vi
sarebbe un aspetto di verità, dal momento che, se realmente inseriti in una serie
C, gli eventi M e N sarebbero posizionati nel medesimo punto, anche se tale
punto è in realtà atemporale.
Lo stesso varrà qualora valutassimo la posizione di tre eventi, l’evento M,
l’evento N e l’evento O, che percepissimo illusoriamente disposti in momenti
differenti, con l’evento N posizionato tra l’evento M e l’evento O: avremmo
infatti inconsapevolmente riscontrato un reale ordine di tali eventi, per quanto
non saremmo stati in grado di dissociarli da una loro presunta temporalità.

Alla luce di questa ultima riflessione, i risultati ottenuti si rivelano più


vicini al pensiero di Hegel che a quello di Kant: nella filosofia kantiana, non
esiste alcun genere di elemento proprio della natura del noumeno che traspaia
nel fenomeno sotto le sembianze dell’ordine temporale. In Hegel invece
l’ordine delle serie temporali che esperiamo comunemente si rivela essere un
riflesso, per quanto alterato e confuso, di qualcosa che appartiene alla vera

54
natura della realtà atemporale.

Sarà necessario rimandare ulteriori discussioni sulla serie C al futuro, ci


dice McTaggart, che anticipa, a conclusione della sua esposizione, una serie di
complessi interrogativi che si affacciano nel momento in cui viene negata
realtà al tempo: se infatti esiste una serie atemporale lungo cui si collocano gli
eventi, le posizioni che essi meritano all’interno della serie potrebbero non
essere indagabili perché dettate da criteri ultimi, oppure potrebbero invece
essere determinate dal possedere, da parte dell’evento, una certa qualità
comune a tutte in una certa misura24… E ancora: nel caso in cui la posizione
fosse determinata dal possesso di una data qualità, la maggior misura del
possesso potrebbe rendere l’evento anteriore, oppure viceversa … La serie
delle apparenze nel tempo potrebbe essere di lunghezza infinita, ma anche di
lunghezza finita; e se consideriamo il tempo e il mutamento fallace apparenza,
allora ci troveremmo forse a considerarli un’apparenza che muta, e che quindi
è a sua volta nel tempo, reinserendo nuovamente il tempo nell’ambito del
reale!25

2.2 Cosa cambia nella versione della prova edita nel 1927

Nel 1921 McTaggart mandò alle stampe il primo volume di The ature of
Existence. Colto da un improvviso male nel 1925, consapevole della fine
imminente, incaricò l’allievo Charles Dunbar Broad di curare l’edizione del
secondo tomo, che venne pubblicato nel 1927.

La atura dell’Esistenza, come si è detto in occasione dell’introduzione


all’autore, nel primo capitolo, fu pensata dallo studioso inglese come
l’esposizione onnicomprensiva del suo sistema filosofico: un compendio di

24 Si potrebbe parlare, a questo riguardo, dell’alternativa metafisica tra monismo e pluralismo.


25 Si tratta di un problema tipicamente parmenideo: come considerare l’apparenza, che a sua
volta, esistendo, deve rientrare nell’ambito della realtà? Bradley considera questa
problematica nell’opera Apparenza e Realtà.

55
logica, di metafisica, di etica, nel quale viene ecletticamente reso manifesto il
suo pensiero originale; cosciente dell’influenza su di lui esercitata dai
prolungati studi hegeliani, riesce a coglierne i frutti mediante un confronto –
scontro con il grande maestro tedesco; in maniera conclusiva marca i suoi punti
di contatto e di distacco con idealismo e neo–idealismo.

All’interno dell’opera26, McTaggart tratta nuovamente l’argomento


‘tempo’: anche qui nega realtà alla dimensione temporale, come già nel 1908,
questa volta inserendo la prova d’irrealtà in un discorso filosofico che in vario
modo denuncia l’illusoria apparenza di gran parte delle percezioni umane.
Gli studiosi non concordano sul confronto tra le due versioni della prova,
perché alcuni evidenziano una sostanziale omogeneità tra le due stesure, e
nell’esegesi utilizzano citazioni dall’una e dall’altra indifferentemente; altri
prediligono la stesura del 1908, dacché ritengono che la riproposizione
modificata nulla aggiunga a quella originaria; altri ancora considerano più
completa e ragionata, e sicuramente contestualizzata in misura maggiore la
versione edita nel 1927.
Il confronto tra le due stesure è tuttavia particolarmente utile per
comprendere con più chiarezza in che modo McTaggart abbia sviluppato e
costruito la prova: è possibile rintracciare insomma lo scheletro primitivo
dell’argomento e leggere a chiare lettere la storia della sua evoluzione.
L’analisi della versione pubblicata su Mind, considerabile in un certo senso
come un canovaccio di prova (senza nulla togliere alla cura e all’eleganza del
testo), consente di seguire quasi pedissequamente il modo di ragionare
dell’autore, quasi riflettendo con lui. Nella sua immediatezza strutturale, ossia
nella mancanza di rielaborazione rigorosa di termini e di forma, ci porta per
mano alle conclusioni cui giunge: mette in mostra ingenuamente sì i nessi
logici, ma anche i passaggi più ambigui, che ci fa frettolosamente sorvolare,
senza dare troppe spiegazioni. In essa, sostanzialmente, è percepibile la genesi
di un’idea, nonché la sua messa in atto primigenia.

26 J. E. MCTAGGART, La atura dell’Esistenza, a cura di C. TUGNOLI, Bologna, Pitagora


Editrice Bologna, 1999, cap. XXXIII, pp. 347-367.

56
La versione inserita ne La atura dell’Esistenza, da parte sua, è esposta in
modo più sistematico, suddivisa in quarantanove paragrafi, tutti abbastanza
brevi, per quanto di lunghezza variabile. L’autore pare più convincente, a tratti,
e in generale più capace di motivare le sue posizioni nei passaggi critici: senza
dubbio l’impressione di una maggior sicurezza e, per così dire, concretezza, è
dovuta anche alla rigorosa disamina delle critiche ricevute dopo la prima
pubblicazione. Grazie ad esse, l’autore sembra essersi reso conto di alcuni
punti deboli della prova, in prossimità dei quali vuole sforzarsi di chiarire
meglio, con esempi più calzanti e con meno sottintesi, l’argomentazione. Altri
passaggi vengono abbandonati, perché ripetitivi o accessori; altri ancora
inseriti in una nuova posizione, ritenuta più adeguata ai fini dimostrativi. La
rielaborazione formale, in definitiva, è decisamente sostanziosa, figlia di una
mente senz’altro più matura e consapevole; la conclusione, tuttavia, rimane la
medesima.
Ma che cosa ci dice McTaggart su divergenze e convergenze tra le due
versioni?
In una nota a fondo pagina della seconda versione, per chiarire da cosa
avessero preso spunto le critiche cui cerca di dare risposta, il nostro autore
dichiara una sostanziale somiglianza tra i due scritti: “Ho pubblicato le mie
idee sul tempo, in forma abbastanza simile a quella attuale, su Mind, 1908”27. Il
nostro compito sarà dunque cercare di capire cosa significhi di fatto questo
vago ‘abbastanza’, e quanto e come le modifiche attuate dall’autore rendano il
testo meno oscuro. Passiamo dunque ad un confronto serrato tra le due
versioni, così da rintracciare gli elementi aggiunti, quelli omessi e le modifiche
nella struttura generale del testo.

Per cominciare, anche nella versione del 1927 ci vengono subito illustrati i
due ordini secondo cui ci appare il tempo, ma in questa occasione McTaggart
ritiene opportuno dare maggiori delucidazioni sulla logica di costruzione della

27 J. E. MCTAGGART, L’irrealtà del tempo, cit., Appendice, p. 204, § 334, nota 10. Farò
riferimento al testo del 1927 come appare nell’Appendice della traduzione italiana a
l'Irrealtà del Tempo di L. CIMMINO.

57
serie B: ci dice infatti che per costruire questa serie è necessaria una relazione
transitiva e asimmetrica28, da applicare ad una collezione di termini tale che,
presi due termini che ne fanno parte, o il primo è in relazione con il secondo, o
il secondo è in relazione con il primo. Essendo la serie B basata sulla relazione
‘prima di’ e sulla relazione ‘dopo di’, assumiamo la prima, e diremo che, di due
termini qualunque della serie, o il primo è prima del secondo, o il secondo è
precedente al primo29. In linguaggio matematico, i termini della serie B sono
disposti lungo una retta ordinata dalla relazione temporale binaria ‘prima di’,
isomorfa ai numeri reali tramite la relazione ‘minore di'30. Questo chiarimento
serve a rendere più esplicita la fissità delle posizioni lungo la serie B, a
denotarne la permanenza, contro la mutevolezza della serie A.

Il discorso continua seguendo con una certa aderenza la prima versione,


anche se organizzato in maniera più stringata e disinvolta.
Troviamo molto anticipata nel testo la breve dissertazione sul tempo e la
metafora del movimento spaziale, ampliata con riferimenti diretti alla serie A e
alla serie B: McTaggart ci spiega infatti che, se ci figuriamo il tempo come
composto da termini successivi che passano uno alla volta nel presente, stiamo
assumendo che la serie B scorre lungo una serie A fissa, dal futuro al passato;
pensando invece ad un presente che si sposta in termini successivi, stiamo
assumendo che la serie A scorre lungo una serie B fissa, dal prima al poi.
Conclude ammettendo l’ambiguità di questa metafora, pure mantenuta nel
testo, forse a rendere meno astratto il discorso sulla sfuggente temporalità.
Dopo aver esposto i motivi per cui il mutamento non può essere descritto se
non nei termini della serie A, ossia come movimento di un evento dal passato
remoto, al passato prossimo, verso il presente, e poi ancora verso il futuro,
McTaggart prosegue nell’enunciazione delle obiezioni; alle due difficoltà

28 La classificazione delle relazioni in simmetriche/asimmetriche, in transitive/intransitive


ecc. è elaborata da Russell nella sua filosofia della matematica; quasi certamente
McTaggart la riprende da Russell.
29 Cfr. J. E. MCTAGGART, L’irrealtà del tempo, cit., Appendice, p. 190, § 305.
30 Cfr. M. DORATO, Futuro aperto e libertà. Un’introduzione alla filosofia del tempo,
presentazione di R. BODEI, Roma - Bari, Laterza, 1997, pp. 51-56.

58
segnalate nella prima versione se ne è aggiunta un’altra, che si aggiudica il
primo posto nella trattazione: si tratta di una critica mossa da Russell, che
costringe il nostro autore ad una seria e ragionata smentita, poiché riguarda il
concetto stesso di mutamento, e sembrerebbe in grado di mettere in crisi
l’intera macchina argomentativa. Il concetto di mutamento è infatti
fondamentale nella trattazione di McTaggart, come abbiamo visto nella
presentazione svolta della prova: è chiara infatti la relazione fondante di tale
concetto con la definizione di tempo.
In The Principles of Mathemathics31 (1903), Russell, riferisce McTaggart,
propone una concezione del tempo per cui è il soggetto conoscente ad
attribuire agli eventi una posizione lungo la serie A: passato, presente e futuro
non appartengono realmente al tempo, sono invece suddivisioni attivate dal
pensiero umano. Nel momento in cui io dichiaro un evento presente, sto
dichiarando che è simultaneo rispetto alla mia asserzione – ossia ‘N è presente’
significa ‘N è simultaneo al mio attribuirgli la caratteristica di presente’; ne
segue che le caratteristiche di passato, presente, e futuro dipendono unicamente
da asserzioni, figlie di una coscienza. Le uniche distinzioni proprie del reale
sono quelle della serie B: se non vi fosse coscienza, non vi sarebbe in nessun
senso un passato, un presente e un futuro.
Legando indissolubilmente le caratteristiche della serie A ad asserzioni,
Russell dovrà ammettere che l’essere passato, presente o futuro diviene una
qualità relazionale (come ha deciso di definirle McTaggart) immutabile in via
definitiva. Se era proprio grazie alla successiva attribuzione delle tre
caratteristiche che si basava il mutamento per il nostro autore (e a causa di essa
nasceva la contraddizione), come potrà descrivere Russell il mutamento, se ha
ancorato per sempre le tre posizioni?
Russell lo definisce in questi termini:

Il mutamento è la differenza, rispetto alla verità o alla falsità, fra una


proposizione riguardante tale entità e il tempo T, e una proposizione

31 B. RUSSELL, The Principles of Mathemathics, London, Allen and Unwin, 1903.

59
riguardante la stessa entità e il tempo T¹, ammesso che queste
proposizioni differiscano solo per il fatto che in una occorre T mentre
nell’altra occorre T¹32.

Cosa significa? Significa che per Russell avviene un mutamento se la


proposizione ‘al tempo T il caminetto è acceso’ è vera, e la proposizione ‘al
tempo T¹ il caminetto è acceso’ è falsa.
Per McTaggart questo discorso è privo di senso, tanto quanto lo è
dichiarare che le due proposizioni espresse possono essere rispettivamente vere
o false: nel momento in cui si rifiuta l’esistenza della serie A, come fa Russell
denunciandone l’illusorietà, il mutamento è annullato assieme ad essa, come
anche il tempo; la proposizione enunciata non potrà dunque mai essere vera,
poiché non esisterebbe il tempo.

L’indicazione che segue questo lapidario rifiuto della concezione


russelliana è certamente più d’aiuto alla comprensione: permette infatti di
capire che i due filosofi discutono di due concetti di mutamento ben differenti;
Russell, ci dice McTaggart, ritiene che il mutamento sia un fenomeno che
coinvolge una data entità, a cui accade un dato evento; il nostro autore ritiene
invece che a subire il mutamento sia un dato evento inserito all’interno della
serie temporale33: sarebbe a dire che McTaggart concentra il suo sguardo
sull’evento, chiamiamolo così, dell’essere acceso del caminetto: e se quel
caminetto è stato acceso per la prima volta, diciamo, il 25 novembre 2008, mai
prima, e mai più dopo, allora l’evento dell’essere stato acceso quel dato giorno
non muta se non, chiaramente, nei termini della serie A. Russell, invece, che
come soggetto del mutamento legge il caminetto, ci dirà che esso muta, dacché
c’è un tempo in cui l’evento di essere acceso non gli accade, e un tempo in cui
viceversa gli accade.
McTaggart sostiene, contro questa posizione, che le qualità del caminetto,
ossia le caratteristiche di essere acceso e di non essere acceso, non subiscono

32 Ivi, pp. 469-470, sez. 442.


33 Cfr. J. E. MCTAGGART, L’irrealtà del tempo, cit., Appendice, p.195, § 315.

60
alcun mutamento: rimangono infatti qualità proprie del caminetto, anche se la
qualità di essere acceso è presente per un solo giorno, per poi lasciare
eternamente spazio all’altra qualità, quella di non essere acceso. Ambedue le
qualità sono, per McTaggart, vere del caminetto in qualsiasi momento: è quindi
errato affermare che il caminetto muta, perché le sue qualità non mutano.

Per esplicitare meglio l’errore di Russell, il nostro autore prosegue con un


esempio, in cui traspone sul piano spaziale la definizione di mutamento:
prendiamo come oggetto dell’esempio, ci dice, il meridiano di Greenwich; esso
attraversa un certo numero di paralleli, e quindi gradi di latitudine: esisteranno
dunque almeno due punti del meridiano, che chiameremo S e S¹, a ragione dei
quali potremo dichiarare che ‘in S il meridiano di Greenwich è all’interno del
Regno Unito’ è una proposizione vera, e che ‘in S¹ il meridiano di Greenwich è
all’interno del Regno Unito’ è una proposizione falsa. Nessuno, di fronte a
queste due asserzioni, si sognerebbe mai di affermare che è avvenuto un
mutamento: perché allora nell’altro caso dovremmo affermarlo?
Sicuramente la differenza tra i due casi salta subito agli occhi: la seconda è
una descrizione spaziale, la prima è una serie temporale, e il mutamento si dà
nel tempo, non nello spazio. Ma siamo sicuri che la prima è davvero una serie
temporale? McTaggart sostiene che non lo sia, giacché, avendo eliminato la
serie A, non si può più parlare di tempo, e tantomeno di mutamento, e non ci
sarà alcuna differenza tra l’esempio del caminetto e quello del meridiano.
Le uniche proposizioni che possono dirsi a volte vere e a volte false sono
quelle che riguardano la collocazione di un evento all’interno della serie A; e
solo ai soggetti di proposizioni che possono dirsi alternativamente vere o false
potrà accadere mutamento. Ciò significa che il mutamento può riguardare solo
proposizioni come ‘la battaglia di Waterloo è passata’ oppure ‘in questo
momento sta piovendo’34.
A questo riguardo il nostro autore espone l’opinione di Russell: queste
proposizioni sono ambigue, e l’unico modo per renderle esplicite è inserirvi
un’indicazione temporale maggiormente definita; dovremo dunque dire che ‘la

34 Cfr. ivi, Appendice, p.196, § 317.

61
battaglia di Waterloo è prima di questo giudizio’ oppure, nel secondo esempio,
che ‘la caduta della pioggia è simultanea a questo giudizio’. Le proposizioni,
così definite, diverranno sempre vere o sempre false, perché seguirà che nessun
fatto muta, e che non avviene mai mutamento.
McTaggart, a conclusione di questa discussione con Russell, ammette che
non c’è molta distanza, in fin dei conti, tra ciò che pensa lui sul tempo, e ciò
che pensa Russell: anche il nostro autore, che fino adesso ha difeso a spada
tratta l’essenzialità della serie A, al termine della prova, come abbiamo visto, le
negherà realtà; la distanza tra le conclusioni dei due sta nel fatto che Russell
ritiene la serie B, il mutamento e il tempo non siano dipendenti dalla serie A e
quindi non siano intaccabili qualora si neghi l’esistenza di essa nella realtà.
Grazie a questa disquisizione contro le argomentazioni di Russell abbiamo
meglio compreso su quale idea di mutamento ragioni McTaggart: a mutare
sono unicamente gli eventi, ed è proprio sulla stravaganza di questa
concezione, come vedremo più avanti, che molti avversari della prova
d’irrealtà puntano il dito.

La discussione prosegue indagando, come nella precedente versione, cosa


siano le caratteristiche di passato, presente e futuro: si dà il caso, come già
abbiamo visto, che possano essere intese come qualità o come relazioni.
McTaggart, al pari che nel 1908, crede siano da intendersi come relazioni
generanti, come tutte le relazioni, qualità relazionali; anche se fossi in torto,
dichiara, e dovessi leggere tali caratteristiche come qualità, la contraddizione
che tra poco verrà illustrata emergerebbe comunque.
Queste relazioni avranno luogo tra i termini e un qualcosa posto al di fuori
della serie temporale: è necessario, e lo abbiamo già motivato
precedentemente, che le relazioni temporali siano permanenti e non mutevoli.
Il filosofo si interroga sulla natura di queste relazioni: sono semplici o possono
dirsi definite?35 Sono senza dubbio semplici, e non definibili; d’altra parte non
sono isolate e indipendenti, poiché non è possibile indicare isolatamente il
significato di una, senza fare riferimento alle altre due. E per quanto riguarda

35 Cfr. ivi, Appendice, p. 201, § 327.

62
questo elemento atemporale, con il quale i termini della serie temporale
intessono una relazione, e dal quale traggono le tre differenti modalità per cui
sono nel tempo? Lasciamo parlare McTaggart:

(…)Dobbiamo dire che una serie è una serie A quando ciascuno dei
suoi termini possiede, con un’entità X al di fuori della serie, una e una
sola delle tre indefinibili relazioni dell’esser passato, presente e futuro,
relazioni tali che tutti i termini che hanno con X la relazione dell’esser
presente cadono tra tutti i termini che hanno con X la relazione
dell’esser passato da un lato, e tutti i termini che hanno con X la
relazioni dell’esser futuro dall’altro. (…) on dovrebbe essere facile t
rovare un termine del genere, eppure occorre trovarlo se la serie A deve
essere reale36.

Di questa prima prova d’irrealtà non ulteriormente svolta abbiamo già detto
nella trattazione della prova come redatta nel 1908.
Segue la presentazione dell’incompatibilità delle tre caratteristiche; tale
incompatibilità rende la serie A incoerente e, quindi, contraddittoria.

A questo punto l’autore decide di rappresentare la contraddizione


solamente nei termini di serie infinita viziosa, e non nei termini di circolo
vizioso. Per quale motivo? Probabilmente ritiene che il circolo vizioso sia
semplicemente il presupposto perché si generi la serie infinita viziosa: il
diallelo infatti persiste anche nella serie infinita viziosa, che non per niente
abbiamo raffigurato come una spirale; la differenza sta unicamente nel fatto
che, anziché viziare in modo definitivo l’attribuzione delle caratteristiche, ci
indica un’illusoria via di fuga: ci rimanda ad un ulteriore livello, che si rivela
tanto contraddittorio quanto il primo, e superabile solo attraverso un terzo, e
così via all’infinito. Enunciare separatamente le due contraddizioni, come se
fossero due dimostrazioni d’incoerenza distinte, appare a questo punto del tutto
superfluo.

36 Ibidem, § 328.

63
Le conclusioni a cui giunge McTaggart sono le stesse del 1908: nulla in
realtà muta, nulla è realmente nel tempo; la nostra percezione ‘temporalizzata’
è illusoria.
Al termine del testo il nostro autore analizza l’obiezione giuntagli da
Broad. Questo suo vecchio allievo, in un libro uscito del 1923 37, aveva
proposto una teoria del tempo che consentiva di superare le contraddizioni
esposte da McTaggart. In che cosa consiste questa teoria?
Essa ammette l’esistenza del tempo passato e del tempo presente, mentre
nega la realtà del tempo futuro. La storia totale del mondo conosce un continuo
aumento di porzioni d’esistenza, che compaiono nel presente e divengono
successivamente passate; il passato dunque trae la sua realtà da questi
ampliamenti di esistenza nel presente; il presente, da parte sua, non ha
relazione con altro che non sia passato, giacché non è correlato in termini di
precedenza con alcunché: il futuro non è, fino a che non è presente. Da questo
segue che la somma totale dell’esistente è incessantemente in aumento, e grazie
a questo aumento dell’esistente il tempo acquisisce un senso oltre che un
ordine: possiamo infatti affermare che un momento X è successivo a un
momento X¹ se la somma totale dell’esistente al momento X include tutto
l’esistente al tempo X¹ più un’ulteriore quantità di esistente.
In base a questa teoria Broad può affermare che i giudizi riguardanti il
futuro non contengono nulla e non si riferiscono ad alcun evento, nel momento
presente in cui vengono formulati: non sono dunque valutabili in termini di
verità o di falsità, poiché fanno riferimento a qualcosa che non c’è, che non
esiste; ci si potrà esprimere sul loro valore di verità solamente nel momento in
cui sarà presente ciò di cui parlano; successivamente manterranno in eterno tale
valore di verità. A meno che non si opti per un’accezione restrittiva del termine
‘giudizio’, limitandone l’attribuzione alle proposizioni di cui si possa decidere
sempre sul valore di verità, l’esistenza di giudizi sul futuro, che per un certo
periodo di tempo non sono né veri né falsi, violerebbe il Principio del Terzo
Escluso: per ovviare a questa difficoltà si dirà che i giudizi sul futuro non sono

37 C. D. BROAD, Scientific Thought, London, Kegan Paul, Trench, Trubner and co.
Ltd.,1923, pp. 66–83.

64
autentici nel momento in cui vengono affermati, ma hanno in concessione il
titolo di giudizio, per poi ottenerlo di diritto, quando i fatti a cui fanno
riferimento si presenteranno.
McTaggart obietta a questa teoria: non è esatto dire che un’affermazione
come ‘domani pioverà’ non è né vera né falsa oggi, nè è esatto dichiarare che
nel 1919 ‘l’Inghilterra sarà una repubblica nel 1920’ non era falso; la prima
affermazione, infatti, o è vera o è falsa, la seconda affermazione era falsa nel
1919. Poi, prosegue il nostro autore, ci sono validi motivi per cui la sua teoria
sul tempo rimarrebbe preferibile a quella di Broad, anche se quest’ultima fosse
in grado di risolvere le contraddizioni insite nella dimensione temporale.
C’è un elemento ulteriore che può smentire le posizioni di Broad: se il
passato intrinsecamente determina, in un qualsiasi modo, il futuro, c’è almeno
un giudizio sul futuro che si rivela analizzabile in termini di valori di verità;
infatti, se ammettiamo che X determina intrinsecamente un Y che lo segue,
allora nel momento in cui abbiamo un X reale, ossia presente o passato, ci sarà
anche un Y che lo segue, il quale, non essendo a sua volta presente o passato,
sarà futuro: allora esiste un qualche tipo di giudizio vero riguardo al futuro.
Facciamo un passo indietro, e prima di accettare quanto appena esaminato
contro la teoria di Broad, chiediamoci se e quanto il passato determina
intrinsecamente il futuro. È senza dubbio vero che, vista l’infinita varietà di
conseguenze per ogni più minuto evento, non disponiamo di giudizi sul futuro
tanto semplici quanto evidenti, come la proposizione ‘l’occorrenza di x
determina intrinsecamente l’occorrenza di y’; d’altra parte possiamo esprimere
la determinazione del passato e del presente sul futuro mediante un’asserzione
non troppo complessa:

Il fatto che la luna era visibile in una certa direzione la scorsa


mezzanotte determina intrinsecamente o che essa sarà visibile in una
direzione piuttosto differente la prossima mezzanotte, o che la notte
sarà nuvolosa, o che l’universo finirà, o che i moti relativi della terra e
della luna saranno mutati38.

38 J. E. MCTAGGART, L’Irrealtà del Tempo, cit., Appendice, p. 206, § 338.

65
Possiamo essere certi che durante la prossima mezzanotte si realizzerà uno
di questi quattro possibili scenari: pertanto almeno una proposizione
riguardante il futuro è vera. Lo stesso dicasi di proposizioni molto più semplici,
se espresse al negativo: qualora sapessimo che il signor Smith è morto prima di
aver avuto figli, potremmo dire con sicurezza che nessun evento futuro sarà il
matrimonio di uno dei nipoti di Smith.
Per di più se non si ammettesse che le proposizioni sul passato implicano
proposizioni sul futuro, si dovrebbe anche ammettere che nessuna proposizione
sul passato potrebbe mai implicare proposizioni sul passato successivo o sul
presente: se quindi Broad concede la realtà al passato e al presente, e permette
che riguardo a questi differenti stati dell’esistente si possano esprimere giudizi
ed enunciare implicazioni, allora o cade nell’incoerenza o deve ammettere che
si danno giudizi autentici anche sul futuro. Se nel 1921 non è vero che un
evento occorso nel 1920 implica l’occorrere di un evento nel 1922, questo fatto
non sarebbe vero neppure nel 1923, quando l’evento – causa e l’evento –
effetto sarebbero pure nel passato.
Esistono solamente due opzioni possibili: o i giudizi sul futuro sono
autentici giudizi, e allora la teoria del tempo di Broad è del tutto fasulla; oppure
in nessun tempo, né passato né presente né futuro, un evento può determinarne
un altro, come nessuna proposizione riguardante un certo periodo di tempo non
può implicare la verità di una proposizione in un altro periodo di tempo: ciò
significa negare del tutto la causalità; Broad non accetta nemmeno questa
seconda opzione, che si potrebbe definire come scettica.
In nota39 McTaggart riferisce una preoccupazione: potrebbe sembrare che la
veridicità delle proposizioni sul futuro colpisca anche la sua teoria, cozzando
con l’espressa irrealtà del tempo. Proprio qui, invece, entra in gioco la serie
non temporale grazie alla quale, nella nostra illusoria percezione, avremmo
tuttavia la corretta impressione di un ordine: sarebbe la serie C a garantire la
veridicità fenomenica di affermazioni sul futuro.
Anche accettando la teoria di Broad, le contraddizioni analizzate nella
prova di McTaggart emergerebbero comunque: quand’anche Broad avesse

39 Cfr. ivi, Appendice, p. 207, nota 14.

66
ragione, e non vi fosse evento che possedesse le tre caratteristiche di passato,
presente e futuro, ciascun evento, senza ombra di dubbio, dovrebbe possedere
almeno le due incompatibili caratteristiche di passato e presente, causando la
contraddizione. Esclusi dalla contraddizione, resisterebbero solamente il primo
e l’ultimo momento del mondo.

McTaggart porta a termine la prova, per poi ricercare, in conclusione, cosa


rimanga ‘dietro’ al tempo: è solo a questo punto che, nella seconda versione,
illustra la serie C e la pone a confronto con la serie A e la serie B; nella
versione del 1908 la serie C veniva infatti presentata in un punto molto
precedente del testo, addirittura prima delle indicazioni di contraddizione della
serie A.
Questo spostamento strutturale è sospetto: molti obiettori
dell’argomentazione ritengono che McTaggart si sia creato una concezione del
tempo ad hoc, allo scopo di poterlo rifiutare in toto: per mascherare questa
‘preparazione del terreno’ avrebbe successivamente fatto diventare intuizione
finale quello che era un presupposto iniziale nella prima prova, tradendo
l’ordine logico e mentale del progetto, tuttavia rendendolo più elegante.

67
3. Valutazione della prova, chiarimenti e critiche

3.1 Considerazioni generali

Dall’anno della sua formulazione, lungo l’intero XX secolo, a tutt’ora, la


prova dell’irrealtà del tempo formulata da McTaggart ha conosciuto notevole
successo, un successo più diffuso e durevole di quello ottenuto dal suo stesso
autore: esponente di spicco del neo-idealismo britannico, assieme ad altri
interessanti pensatori della medesima corrente, come loro venne e tuttora viene
posto in ombra dal maggior rilievo storiografico di Bradley.

Da parte sua, la breve dissertazione sul tempo splende davvero di luce


propria: nell’ambito della filosofia del tempo, e non soltanto in quella di
matrice analitica, quasi ogni autore che abbia voluto affrontare il tema dopo il
1908, ha dovuto fare in qualche modo i conti con la prova d’irrealtà
mctaggartiana. A cosa dunque è dovuto questo grande successo?
Non si può certo asserire che la fortuna della prova di McTaggart sia
dovuta alla veridicità delle conclusioni, o quantomeno alla loro
verosimiglianza: quasi nessun pensatore, a parte forse Rochelle1, è mai stato
disposto a condividerle; al contrario, McTaggart è stato quasi sempre chiamato
in causa con l’intenzione di confutarne le pretese: l’incredibile macchina
argomentativa che ha dimostrato di saper creare ha rappresentato ripetutamente
una sfida, un ostacolo per chiunque volesse proporre una teoria temporale
efficace.
Un’ulteriore spiegazione delle frequenti e ripetute trattazioni
dell’argomento nella filosofia del Novecento si può ricercare nell’innegabile
oscurità in cui alcuni tratti fondamentali del testo rimangono: come abbiamo

1 G. Rochelle, studioso di McTaggart e autore di una biografia su di lui (citata nel primo
capitolo), in un testo del 1998 (Behind Time. The Incoherence of Time and McTaggart's
Atemporal Replacement, Aldershot–Sidney, Ashgate), presenta posizioni simili a quelle
mctaggartiane, accettando la tesi di una realtà atemporale da noi percepita solo attraverso
l'illusoria dimensione temporale.

68
avuto modo di sottolineare nel secondo capitolo, sebbene McTaggart non
faccia uso di un linguaggio complicato, sebbene non si riferisca ad argomenti
della fisica troppo distanti dal senso comune, sebbene infine non utilizzi
terminologie astruse o simbolismi logici, tuttavia lo studio del testo si rivela
difficoltoso, e più di un passaggio rimane terribilmente ambiguo.
Che le svolte teoriche visibilmente complesse e poco chiare siano dovute
ad effettivi dubbi dello stesso autore su quanto andava presentando è l’accusa
più frequente espressa dagli avversari della prova. Non c’è dubbio che dietro
più di un passaggio oscuro si nascondano interrogativi e difficoltà notevoli solo
in parte riconsiderati dall’autore in occasione della seconda redazione. D’altra
parte forse la cifra dell’acuta dissertazione sta proprio in questo andamento per
guizzi, per intuizioni discontinue, lampi su quella che è la reale natura del
tempo e che McTaggart cerca, quanto può, di ordinare.

Nella storia della ricezione del testo si possono annoverare, lo abbiamo


detto, ben pochi integrali sostenitori, mentre è accaduto spesso che gli
interpreti abbiano accolto parte delle premesse, o anche l’intera confutazione
della serie A, senza per questo volerne accettare le conclusioni.
Parimenti riguardo al problema di come schematizzarne i contenuti sono
state presentate soluzioni decisamente differenti: alcune, riconoscendo il
nucleo in un dato punto del testo, lo riassumono poi in un considerevole
numero di premesse2, altre condensano l’intero svolgimento in poche
proposizioni3. C’è chi, come Graham Priest, professore all’Università di
Queensland, ha voluto darne una trattazione e una confutazione mediante la
formalizzazione logica4, che esporremo in seguito.
Come riconosce Luigi Cimmino nell’introduzione alla traduzione italiana

2 Cfr. ad esempio D. J. FARMER, Being in Time. The ature of Time in Light of McTaggart’s
Paradox, Lanham London, University Press of America, 1990.

3 Cfr. ad esempio M. DORATO, Futuro aperto e libertà. Introduzione alla filosofia del
tempo, presentazione di R. BODEI, Roma - Bari, Laterza, 1997, pp. 51-56.

4 Cfr. G. PRIEST, Logic. A very Short Introduction, Oxford, Oxford University Press, 2000,
(Very Short Introduction, 29).

69
della prova, probabilmente gran parte del fascino e della ricchezza che essa ha
saputo dimostrare nel tempo risiede proprio nella diversità di reazioni e
risposte provocate: in parole più semplici, risiede nella sua storia5.

3.2 Due concezioni del tempo

La dimostrazione dell’irrealtà del tempo è costruita in due parti, la prima


positiva e la seconda negativa: questa bipartizione emerge chiaramente anche
ad una prima lettura. Nella prima parte la tesi positiva sostenuta è,
ricordiamolo, che il tempo non si dà senza il mutamento e che soltanto la serie
A lo permette. Nella seconda parte la tesi negativa dimostra la contraddittorietà
della serie A, l’impossibilità del mutamento e quindi l’irrealtà del tempo.
Perché sottolineare nuovamente la costruzione della prova?

Il motivo è presto detto: è possibile comprendere come è strutturata buona


parte della filosofia contemporanea del tempo proprio verificando se accetta o
no l’una o l’altra tesi. Esistono infatti fondamentalmente due filoni di pensiero
(più un certo numero di teorie che potremmo chiamare miste), che assumono il
nome A e B proprio dalle fortunate denominazioni che McTaggart dà a due
delle sue tre serie temporali; vediamo in dettaglio che cosa propongono.
I teorici di tipo A accettano la tesi positiva della prima parte della prova, ne
rifiutano tuttavia le conclusioni: accolgono il ruolo fondamentale per il tempo
della serie A, la ritengono necessaria affinché avvenga il mutamento, ma non
accettano la dichiarazione di contraddittorietà cui McTaggart giunge nella
seconda parte della prova e devono dimostrare di saperla confutare.
I teorici di tipo B, da parte loro, non accettano la tesi positiva, mentre
sposano quella negativa: la serie A non è essenziale al tempo, mentre lo è la
serie B; ancora meglio, la serie A, come giustamente afferma McTaggart, è
qualcosa di completamente soggettivo e contraddittorio e va eliminata nella
rappresentazione temporale.

5 Cfr. L. CIMMINO, Introduzione, in J. E. MCTAGGART, L’Irrealtà del Tempo, Milano,


RCS Libri, 2006, p. 9.

70
In questa distinzione non troviamo alcun pensatore disposto a eliminare le
determinazioni proprie della serie B: per i teorici di tipo A, esse sono reali,
anche se meno fondamentali al tempo delle determinazioni della serie A; per i
teorici di tipo B, esse sono reali, autonome e fondamentali al tempo.

Si potrebbe dire che, anche nell’ambito della filosofia del tempo, vediamo
ripresentarsi un’opposizione concettuale ricorrente tutta la storia della filosofia
occidentale: la stessa distanza che separa l’essere parmenideo dal divenire
eracliteo è qui riproposta nella contrapposizione tra visione statica del mondo
(teorie di tipo B) e visione dinamica del mondo (teorie di tipo A)6.

Per comprendere meglio cosa sostengono la teoria A e la teoria B,


valutiamo che tipo di spiegazione del mutamento viene offerta dalle due
posizioni. Avevamo già evidenziato che il concetto di mutamento è
determinante all’interno della prova mctaggartiana e che questo è il motivo
della discussione con Russell riportata nella versione del 1927.
Per chi sostiene la concezione statica della natura del mondo, dire che un
oggetto muta significa aver accertato che esso presenta proprietà differenti in
tempi differenti; questo vale sia per il singolo oggetto che per il mondo
considerato come un intero. Ciò che gli stati di cose sono non dipende dal
tempo in cui si danno: il mutare, di conseguenza non riguarda il cambiamento
dell’esserci degli stati di cose nel corso del tempo, quanto piuttosto
semplicemente il possesso, da parte di un oggetto o del mondo come intero, di
proprietà intrinseche differenti in tempi diversi.
I sostenitori della concezione dinamica (tra cui possiamo annoverare il
McTaggart della prima parte della prova) rifiutano questa definizione di
mutamento: si domandano per quale motivo il fatto che gli stadi del prima e del
dopo di un oggetto abbiano proprietà differenti dovrebbe essere in se stesso una
ragione sufficiente a permettere il mutamento; se così fosse, infatti, non ci
sarebbe niente di sbagliato se si dichiarasse che c’è mutamento anche quando

6 Cfr. M. DORATO, Futuro aperto e libertà. Un’introduzione alla filosofia del tempo, cit., p.
49.

71
differenti parti spaziali di un oggetto hanno nel medesimo tempo differenti
proprietà. In effetti questo è proprio l’esempio che propone McTaggart contro
le posizioni di Russell7. La totalità degli stati di cose che esistono in un
determinato tempo e che includono un determinato oggetto può differire dalla
totalità che esiste in qualche altro tempo, ed è proprio qui che sta il mutamento
di un oggetto per il teorico dinamico, e non nel possedere caratteristiche
differenti da parte dell’oggetto8. Possiamo intendere una totalità di stati di cose
come un evento? Ci potremo riferire ad esso come a qualcosa che avviene,
avviene ora, diviene presente, e quindi rendere il mutamento esprimibile, in
questo senso, solo nei termini della serie A9.
Per il teorico di tipo A la rappresentazione del tempo che ci è dato di
ottenere utilizzando le determinazioni della serie B non è altro che una parodia:
spazializza il divenire artificiosamente, certo rispondendo ad esigenze tecniche
che tuttavia non possono e non devono essere spacciate per la realtà.

3.3 Teoria A e teoria B su McTaggart

3.3.1 La Teoria A

Verifichiamo ora come un teorico di tipo A, pur accettando la pars


costruens della prova di McTaggart, può evitare le temibili conseguenze della
seconda parte.
Una delle prime e più interessanti risposte viene dalla teoria di Quentin
Smith10. Alla pari di McTaggart, egli sposa la tesi per cui una frase vera deve
avere qualche cosa nel mondo che fonda e spiega la sua verità, ossia una sorta

7 Cfr. esempio del meridiano nella seconda versione della prova, riportato nel capitolo
secondo.

8 Cfr. M. TOOLEY, La atura del tempo, Milano, McGraw-Hill Libri Italia, 1999, pp. 5-7.

9 Cfr. R. SCRUTON, Modern Philosophy. A Survery, London, Arrow Books, 1997, p. 367.

10 Cfr. Q. SMITH, Language and Time, Oxford, Oxford University Press, 1993.

72
di verificatore: solo l’esistenza degli eventi, dunque, garantisce la verità o
falsità degli enunciati con cui descriviamo quanto accade. Inoltre, Smith ritiene
che ad esistere siano tanto il presente quanto il passato e il futuro. Come
McTaggart, accetta che i termini passato, presente e futuro siano definiti come
proprietà, anche se le legge come qualità e non come relazioni: allora
l’enunciato ‘ieri ha piovuto’ asserisce esattamente che l’evento del piovere
possiede la proprietà ‘passato’. Il medesimo discorso varrà per enunciati che
riguardano il presente o il futuro.
Per Smith il tempo è dinamico, e questo divenire è reale e non dipende in
alcun modo dalla percezione della coscienza umana: il mondo è composto da
una serie di eventi che acquistano e successivamente perdono le qualità di
essere passati, presenti e futuri: la serie B non è in alcun modo in grado di
raffigurare questa dinamicità. A questo punto come risolvere il paradosso
dell’incoerente attribuzione per ogni evento delle tre qualità tra loro
contraddittorie?
Prima di tutto bisogna sottolineare in che senso passato, presente e futuro,
ossia le determinazioni così dette tensionali, sono considerate da Smith
proprietà di eventi. Il filosofo americano sostiene che l’esistenza di una rosa
rossa è descrivibile affermando l’esistenza di un certo individuo (la rosa)
entrato in sintesi con una certa proprietà (l'essere rosso): questa sintesi prende
il nome di ‘nesso di esemplificazione’. Le determinazioni tensionali di cui
sopra sono a loro volta proprietà, ma ad un altro livello: entrano in un ulteriore
sintesi proprio con il nesso di esemplificazione che lega la rosa alla proprietà
‘rosso’. Spieghiamoci meglio: nel caso dell’affermazione tensionale ‘la rosa è
rossa’, la proprietà dell’ ‘esser presente’ entra in sintesi con il nesso che unisce
l’individuo ‘rosa’ alla proprietà ‘rosso’; lo stesso varrà per le proprietà di
‘essere passato’ ed ‘essere futuro’ quando si dichiarerà rispettivamente che ‘la
rosa era rossa’ e ‘la rosa sarà rossa’: le determinazioni tensionali sono dunque
proprietà di secondo livello, inerenti al nesso che unisce ontologicamente
individui e proprietà11.

11 Cfr. la spiegazione di L. CIMMINO, Introduzione, in J. E. MCTAGGART, L’Irrealtà del


Tempo, cit., p. 50.

73
Ora, per spiegare in che modo queste proprietà sono possedute in
successione, e per superare quindi il paradosso mctaggartiano, Smith dichiara
le relazioni temporali proprie della serie B (precedente a/ successivo a/
simultaneo a) tanto primitive quanto quelle tensionali; ne costituirebbero la
struttura interna, l’ordine di costruzione. Le proprietà della serie A
garantirebbero allora il divenire dell’evento, le relazioni della serie B
assicurerebbero un possesso in successione delle tre caratteristiche.
Il regresso che scatta nel tentativo di attribuzione in tempi differenti di
queste caratteristiche viene bloccato, secondo Smith, dal punto di riferimento
del presente; se dichiaro che l’evento M è stato futuro, sto dicendo che il futuro
inerisce nel passato, che a sua volta inerisce in M: tuttavia, quando accade ciò?
Tale inerenza si attua ora, giacché il presente inerisce a sua volta nell’inerire
del futuro nel passato di N. E qui il regresso diviene benigno, poiché alla
domanda ‘quando avviene l’inerenza presente?’ posso rispondere che il
presente è in un presente a sua volta presente ecc. Se il presente fosse attribuito
all'evento in modo atensionale, ricadremmo in una sorta di serie B. Invece il
presente di 'la rosa è rossa' rimane tensionale, ma non c’è viziosità perché il
primo livello (che afferma: l'inerenza presente è nel presente) implica ma non
presuppone il secondo (che precisa il presente essere nel presente)12.

Le critiche di alcuni teorici13, oltre che rimproverare alla costruzione


ontologica espressa da Smith di essere scarsamente intuitiva, misero in luce
alcuni elementi in essa presenti forse ancora più paradossali del regresso
mctaggartiano: poniamo che M sia un evento passato; questo significa che la
proprietà 'passato' inerisce in M e che il presente inerisce a sua volta in tale
inerire. Questo tuttavia vuol dire che le proprietà tensionali ancora una volta
vengono descritte a distanza temporale: se il passato inerisce in M, M è
passato, ma poiché dichiaro ora il suo essere passato, il presente inerisce, nel

12 Cfr. la differenza della posizione di McTaggart rispetto a Bradley sulle infinite relazioni che
sorgono da ogni sintesi tra sostanze e proprietà. Nel capitolo 1 abbiamo trattato questo
argomento.

13 Cfr. ad esempio D. W. Zimmerman, L. N. Oaklander, W. L. Craig.

74
presente, nell'essere passato di M! Ma allora l'evento giace nel passato e i suoi
stati giacciono nel presente?
Quentin Smith, resosi conto delle assurdità in cui cadeva la sua
spiegazione, presentò una nuova teoria ontologica del tempo, che si può
definire mista, poiché la serie di relazioni B assume ancora maggiore
importanza.
In base a questa seconda proposta, il tempo deve essere pensato come una
serie formata dalle relazioni temporali ‘precedente a/ successivo a/ simultaneo
a’, vale a dire una serie B. Gli eventi posti all’interno di questa serie non
mantengono un grado di esistenza fisso: esistono in plenitudine nel presente, e,
mano a mano che si allontanano nel passato o nel futuro, perdono gradi di
esistenza, senza tuttavia smettere di esistere del tutto. La serie A continua ad
avere un ruolo fondamentale in questa rappresentazione temporale, poiché
indica il grado di esistenza dell’evento: per di più è il presente che passando
illumina e rende per un attimo intenso l’esistere di ogni singolo termine.
Smith difende questa sua nuova teoria elencando una serie di eminenti
pensatori che hanno inserito i gradi di esistenza nelle loro costruzioni
filosofiche: cita Platone, Hegel, Bradley. Senza dubbio è vero che di tali gradi
si è parlato spesso in filosofia, anche nel pensiero medievale; ma il loro ruolo
era contestualizzato e definito mediante presupposti ontologici generali e non
presentato come fatto primitivo; Smith invece non appoggia la definizione a
qualche genere di criterio ulteriore.

L’errore alla base del ragionamento di McTaggart, come di quello di Smith,


starebbe nel confondere il divenire qualitativo con il divenire temporale:
pensare di poter concepire le posizioni della serie A come proprietà, o meglio
ancora, qualità di eventi porta ad ammettere poi l’esistenza di tutti i contenuti
del divenire14.
La fallacia è da individuare nella reificazione del tempo, i cui modi
diverrebbero proprietà alla pari di ‘giallo’ o ‘piacevole’. Esiste una differenza
ontologica fondamentale tra le determinazioni temporali e le normali proprietà

14 Cfr. L. CIMMINO, Introduzione, in J. E. MCTAGGART, L’Irrealtà del Tempo, cit., p. 56.

75
con cui descriviamo gli oggetti: infatti non è contraddittorio dire che un uomo è
alto e basso a seconda dei punti di riferimento, mentre lo è dire che un evento è
passato e presente; l'errore sta dunque nel considerare le modalità dell'essere
nel tempo come semplici proprietà affibbiate agli oggetti. Il corretto sguardo
sul tempo lo intenderebbe allora come un modo d’essere dell’esistenza: ogni
oggetto esistente deve necessariamente presentarsi in uno dei tre modi
temporali (passato, presente o futuro), mentre, per quanto riguarda le proprietà
in generale, l'oggetto non deve necessariamente possederne una a discapito di
un'altra.

Un’ulteriore posizione dei teorici A è quella definita presentista: solo il


presente ha diritto al titolo di esistenza, in un senso molto intuitivo; ciò che è
passato è uscito per sempre dall’esistenza, ciò che è futuro non esiste ancora, e
possibilmente potrebbe entrare nell’esistenza. Il divenire temporale in questa
visione si identifica con il divenire assoluto, ossia con l’entrare e uscire dalla
luce dell’esistenza; da questo divenire a sua volta dipende il mutamento
qualitativo, vale a dire l’acquistare una qualità da parte di una cosa, mentre
quella che possedeva prima svanisce. I momenti successivi in cui
immaginiamo di muoverci non ci sono, ma l’esistenza rimane temporale nel
senso che si attualizza e disattualizza in modo progressivo.
Al di là del gran numero di problemi concettuali che questa posizione
comporta, può superare il paradosso di McTaggart? Sembrerebbe di sì. Alle
critiche di Broad, che sostiene di risolvere il circolo vizioso proclamando
l’irrealtà del futuro, il nostro autore risponde che i termini di passato e presente
sono sufficienti perché scatti il regresso; implicitamente quindi sembrerebbe
ammettere che, se concediamo esistenza solo al presente, non vi sarebbero più i
termini minimi necessari a causare il ricorso circolare. Non ha più senso
chiedersi quando un evento è presente, poiché questa è l’unica modalità di
esistenza che si dà! D’altra parte come spiegare il divenire nei termini del
presentismo, se l’assunto di base è un presente circondato dal nulla, dove
inevitabilmente nulla diviene?

76
3.3.2 La teoria B

I teorici B, lo abbiamo visto, rappresentano il tempo come una serie


costituita da eventi in successione, legati da relazioni del tipo ‘precedente a/
successivo a/ simultaneo a’. Le caratteristiche o modalità di passato, presente e
futuro semplicemente non esistono in natura e sono distinzioni proprie soltanto
della coscienza umana: il teorico B svilisce dunque il senso comune riguardo al
tempo, poiché dichiara assolutamente arbitrarie le percezioni tensionali che
fanno parte del nostro stare al mondo.

Seguendo Oaklander15, celebre sostenitore della serie B, scopriamo che i


termini esistenti non divengono e che la serie non muta; l’accusa dei teorici A è
che questa rappresentazione non ha nulla di temporale, ma anzi spazializza il
tempo, facendone coesistere i momenti; Oaklander risponde che sono le
relazioni tra i termini a scandire i tempi, di conseguenza gli eventi che li
occupano non coesistono: l’immutabilità delle posizioni temporali non indica
infatti l’immutabilità attraverso il tempo o l’eternità degli eventi.

Per quanto riguarda la direzione del tempo, alcuni teorici B sostengono la


sua natura intrinseca, fissata una volta per tutte dall’ordine di precedenza e
successione. Mellor16, da parte sua, ritiene necessaria alla sua definizione la
relazione causale, che permetterebbe lo sviluppo del mutamento qualitativo.
Quando anche si considerasse ingiustificato questo tipo di appello al principio
della casualità o ad argomentazioni fisiche, niente impedirebbe di accettare che
per un teorico B la freccia del tempo possa essere semplicemente un primitivo.

È evidente che la teoria statica non deve in alcun modo affrontare il


paradosso mctaggartiano, poiché non accetta il presupposto di una serie A più
essenziale al tempo della serie B: non cade dunque nel circolo vizioso in cui le

15 Cfr. L. N. OAKLANDER, Temporal Relation and Temporal Becoming. A Defence of a


Russellian Theory of Time, Lanham, University Press of America, 1984.

16 Cfr. D. H. MELLOR, Real Time II, London – New York, Routledge, 1998.

77
determinazioni tensionali trascinano chi le fa proprie. Valutiamo in ogni caso
più a fondo quali sono i problemi che il teorico B incontra: in che senso, per
esempio, tutti i momenti della serie B sono reali, ma non coesistenti?
Oaklander risponde che mentre i singoli eventi sono nel tempo, la serie è in
sé atemporale. Una mia azione a T1 non coesiste con una mia azione successiva
che avviene a T2, perché il determinismo riguarda il piano atemporale della
serie. La teoria B quindi non mette in alcun modo a rischio la libertà umana. Le
relazioni temporali, per il nostro teorico di riferimento, sono proprietà che
vengono esemplificate da eventi. Affermare che un evento M1 è precedente ad
un evento M2 significa dichiarare che la proprietà ‘precedente a’ viene
esemplificata da M1 e da M2 ( McTaggart la chiamerebbe relazione). Ora,
secondo Oaklander, mentre M1 esiste prima di M2, la relazione tra i due eventi,
il fatto che ‘M1 esiste prima di M2’, esiste al di fuori del tempo, perché la serie
è di per sé atemporale: “è uno stato di cose eterno poiché il tempo è contenuto
in esso, ma esso non è contenuto nel tempo”17.
L’accusa è che si tratti di una costruzione surrettizia: grazie ad una
nominalizzazione della relazione, permessa in italiano dalla locuzione ‘il fatto
che’, viene attribuita esistenza atemporale ad un artificio grammaticale, dato
che non c’è null’altro, oltre a due eventi posti in ordine di precedenza –
successione.
Sulla questione del mutamento, il teorico B, lo abbiamo già visto con
Russell, accusa il teorico A di applicare al tempo stesso i cambiamenti che
avvengono nel tempo. Da parte sua, il sostenitore del tempo statico non riesce a
proporre un’efficace spiegazione di come il mutamento qualitativo o temporale
avvenga. Rivendica però la capacità di rappresentare un’ulteriore tipologia di
mutamento, ossia il divenire assoluto: esso consiste nell’entrare ed uscire
dall’esistenza da parte delle entità.
Secondo Dorato, un evento che ne precede un altro pone in essere
quest’ultimo: “Il successivo venire ad essere di eventi in differenti momenti di

17 Cfr. L. N. OAKLANDER, Temporal Relation and Temporal Becoming. A Defence of a


Russellian Theory of Time, cit., p. 154.

78
tempo è il nucleo oggettivo, indipendente, alla base del senso soggettivo del
passaggio, alla lettera, di un tempo in un altro”18.

3.4 La testimonianza dell’esperienza: il presente specioso

La chiamata in causa del presente specioso serve a McTaggart da chiosa


finale: la nostra esperienza diretta del tempo dimostrerebbe ancora una volta
che le distinzioni della serie A sono assolutamente soggettive, e che anche la
nostra più istintiva percezione del tempo, l’esperienza del presente, è
decisamente lontana da quello che dovrebbe essere il presente oggettivo. Il
presente specioso, che varia da soggetto a soggetto, non può infatti meritarsi lo
statuto di realtà ontologica e, assieme alle altre distinzioni tensionali, precipita
nel burrone della soggettività.

Molto interessante notare che la moderna psicologia sperimentale sembra


aver confermato l’esistenza di differenze notevoli nella durata dei presenti
speciosi di soggetti diversi. A prescindere dal fatto che questo genere di ricerca
presuppone sempre assunti teorici pesanti sul funzionamento della coscienza,
le variazioni riscontrate in osservazione vanno dai pochi millisecondi a
numerosi secondi, arrivando, in casi patologici, addirittura a differenze di ore.
In generale siamo tutti coscienti del fatto che il presente che percepiamo
possiede sempre un’estensione, una durata, e proprio perché abbiamo
l’impressione di un flusso continuo, non ci rendiamo conto del passaggio a
presenti successivi. Esiste dunque un meccanismo psicologico che unisce i
momenti irrelati del tempo in una sequenza ininterrotta? Da dove nasce
l’esigenza di una tale rappresentazione?
La possibilità analizzata successivamente da McTaggart, per cui il presente
potrebbe essere pensato come un mero punto, privo di durata, tra futuro e
passato, è per sua stessa ammissione ancora più irta di difficoltà: che il tempo

18 M. DORATO, On Becoming. Cosmic Time and Rotating Universes, in C. CALLENDER,


W. L. CRAIG (a cura di), Time, Reality and Experience, Cambridge, Cambridge University
Press, 2002, p. 271.

79
passi per un presente del genere è ancora più distante dalla nostra percezione.
Ci troviamo di fronte a due strade senza uscita: da una parte un presente
istantaneo, inteso come punto senza durata, che contraddice del tutto
l’esperienza; dall’altra una successione nel presente, che contraddice il
presentismo, il quale non ammette l’idea stessa di termini in sequenza.
Le risposte che il mondo scientifico ha provato a dare vanno dalla
possibilità di considerare intervalli di tempo con durata zero, alla speculazione
su ipotetici atomi temporali, i così detti crononi. Alcuni teorici cercano
soluzioni tra il relativismo e il richiamo al concetto di durata bergsoniano;
intendono allora la suddivisione infinitesimale del tempo come procedimento
assolutamente ideale, che presuppone tuttavia l’esperienza di una durata. A
voler spiegare poi cosa si intenda per durata, si ricade nuovamente nella
soggettività dell’esperienza: la domanda ‘qual è la durata del presente?’
corrisponde alla domanda ‘qual è l’estensione del qui?’; in entrambi i casi è
necessario precisare da quando a quando e da dove a dove, a seconda della
situazione.

3.5 La formalizzazione logica della prova di McTaggart

Come anticipato, la prova mctaggartiana è stata sottoposta al vaglio della


logica da Graham Priest19. Analizziamo lo svolgimento per scoprire quali sono
stati gli esiti.

Prima di tutto, per esplicare il paradosso è necessario introdurre alcune


simbologie: ad esempio, consideriamo l’enunciato ‘il sole era splendente’, e
esprimiamolo nella forma ‘era il caso che il sole è splendente’. Ora indichiamo
‘era il caso che’ con P, vale a dire passato, e indichiamo ‘il sole è splendente’
semplicemente con s. La proposizione ‘era il caso che il sole è splendente’
diventerà quindi ‘Ps’; allo stesso modo dall’enunciato futuro ‘il sole sarà
splendente’ arriviamo all’espressione ‘sarà il caso che il sole è splendente’;

19 Cfr. G. PRIEST, Logic. A very Short Introduction, cit, pp. 55-62.

80
riscriviamola indicando con F, vale a dire futuro, ‘sarà il caso che’ e con s
l’enunciato semplice ‘il sole è splendente’, giungendo a ‘Fs’.

In linguaggio logico P ed F sono operatori temporali: possono essere


ripetuti all’interno di una proposizione, oppure composti. Ad esempio,
possiamo formalizzare l’enunciato ‘il sole sarà stato splendente’ come ‘sarà il
caso che era il caso che il sole è splendente’, e quindi tradurlo in FPs. Oppure
possiamo esprimere ‘il sole è stato splendente’ come ‘era il caso che era il caso
che il sole è splendente’, ossia PPs. Queste iterazioni degli operatori temporali
saranno chiamate composti temporali.
Sintetizzando, McTaggart afferma che il tempo è irreale, perché passato e
futuro sono contraddittori. Enunciamo questa contraddizione; prendiamo un
evento istantaneo, chiamiamolo e: immaginiamo sia, ad esempio, il passaggio
del primo proiettile nel cuore dello zar Nicola durante la Rivoluzione russa.
Intendiamo con h l’enunciato ‘accade e’. Potremo dire:

¬ (Ph & Fh)

Tuttavia anche e, come tutti gli eventi, era nel futuro, e dopo la breve
parentesi in cui è stato presente, è divenuto passato:

Ph & Fh

Abbiamo quindi espresso l’incoerente fenomeno per cui un evento possiede


due caratteristiche contraddittorie. È evidente che, rappresentato così, il
paradosso non riuscirà a convincere proprio nessuno: un evento non possiede le
tre caratteristiche istantaneamente, bensì successivamente, in tempi diversi.
Diremo infatti che il colpo di proiettile è stato futuro, è divenuto presente, ed
infine è stato passato. Per indicare i tempi in cui l’evento ha le diverse
caratteristiche, abbiamo fatto uso dei composti temporali introdotti prima:
ovvero abbiamo pronunciato ‘era il caso che l’evento era futuro’, ossia PFh; e
ancora ‘era il caso che l’evento era passato’, ossia PPh. Anche i composti

81
temporali possono essere tra loro contraddittori; ad esempio, se un evento sarà
futuro (FFh), allora non è il caso che era passato (PPh):

¬ (PPh & FFh)

Ma, come prima, il fluire del tempo farà in modo che lo stesso evento possa
essere futuro nel passato (Fh), e ancor più lontanamente futuro nel lontano
passato (FFh). Allo stesso modo sarà passato nel futuro (Ph) e ancora più
passato nel lontano futuro (PPh):

PPh & FFh

Così, inaspettatamente, incontriamo nuovamente una contraddizione,


quando avevamo creduto di risolvere, quasi con sufficienza, il paradosso
mctaggartiano. Se volessimo indicare i tempi in cui l’evento è stato futuro nel
passato, o sarà passato nel futuro, diremo ‘era il caso che FFh’, poi ancora ‘era
il caso che PPh’, applicando composti temporali ulteriormente complessi al
nostro enunciato, che diventerà PFFh e PPPh. Ma cadremo nella medesima
situazione contraddittoria.

Proviamo allora a controllare la validità delle inferenze riguardanti tempi


diversi. Supponiamo che una situazione, che chiameremo S0, sia preceduta e
seguita da altre situazioni. Assumendo che il tempo è a una sola dimensione, e
procede all’infinito verso il futuro e verso il passato, possiamo rappresentarlo
in un modo piuttosto intuitivo:

S-3 S-2 S-1 S0 S1 S2 S3

A sinistra troviamo le situazioni precedenti a S0, a destra le situazioni


successive. A ogni situazione può essere assegnato un valore di verità, vero (V)
o falso (F); lo stesso vale quando l’enunciato che descrive una data situazione
esprime al suo interno un operatore temporale. Ad esempio Pa è vero in ogni

82
situazione alla destra di S0, e in S0 stessa, se l’evento a è vero in qualche
situazione a sinistra di S0, infatti 'era il caso che a' sarà vero in ogni situazione
successiva alla situazione in cui a è accaduto; Fa è vero in ogni situazione alla
sinistra di S0 e in S0 stessa, se a è vero in una qualche situazione a destra di S0;
infatti 'sarà il caso che a' sarà vero in ogni situazione precedente alla situazione
in cui a è accaduto.

Detto questo, possiamo introdurre due nuovi operatori temporali, G e H. G


significherà ‘sarà sempre il caso che’: quindi Ga sarà vero in ogni situazione S,
semplicemente se a sarà vero di ogni situazione alla destra di S0. .H significherà
‘è sempre stato il caso che’; Ha sarà vero in ogni situazione S, semplicemente
se a sarà vero di ogni situazione a sinistra di S0.
Ora rappresentiamo due inferenze, rispettivamente prima a parole e poi
mediante gli operatori temporali:

piove → sarà il caso che era piovuto


r → FPr

sarà il caso che è sempre piovuto → piove


FHr → r

La prima inferenza sarà valida, perché se r è vero in una qualche


situazione, diciamo in S0, allora Pr sarà vero in qualsiasi situazione a destra di
S0, ad esempio in S1, dato che avrà S0 alla sua sinistra. Ma FPr sarà allora vero
in S0, dato che S1 è alla sua destra.
Rappresentiamo nuovamente la linea temporale delle situazioni Sn:

… S-3 S-2 S-1 S0 S1 S2 S3 ...


r
Pr
FPr

83
La seconda inferenza è altrettanto valida, perché se FHr è vero in S0, allora
Hr è vero in qualche situazione alla destra di S0, poniamo in S2. Ma allora in
tutte le situazioni alla sinistra di S2, e in particolare in S0, r sarà vero:

… S-3 S-2 S-1 S0 S1 S2 S3 ...


FHr
Hr
r r r r r

Ovviamente certe combinazioni di tempi sono impossibili, come si può


immaginare. Ad esempio, se l’enunciato h è vero in una sola situazione,
poniamo in S0, allora Ph & Fh è falso in ogni S. Infatti entrambi i congiunti
sono falsi in S0, mentre Ph è falso nelle situazioni alla sinistra di S0 e Fh è falso
alla destra di S0. Allo stesso modo, per esempio, PPh & FFh sarà falso in ogni
situazione.

Ma cosa c’entra tutto questo con la prova di McTaggart? Ricordiamo la sua


tesi: posto che l’evento h possiede ogni caratteristica temporale possibile,
allora non c’è modo di evitare la contraddizione: salendo ad un livello
ulteriore, mediante l'utilizzo di tempi composti, la contraddizione non fa che
ripresentarsi. Ora, mediante la trattazione degli operatori temporali si
dimostrerà che, in realtà, non nasce alcun paradosso.
Supponiamo che h sia vero solamente in S0; allora ogni proposizione con
un tempo composto concernente h sarà vera in una qualche situazione.
Consideriamo, ad esempio, FPPFh: sarà vero in S-2, come il diagramma
dimostra:

… S-3 S-2 S-1 S0 S1 S2 S3 ...


h
Fh
PFh
PPFh
FPPh

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Chiaramente è possibile proseguire l’assegnazione per ogni tempo
complesso composto da F e da P, continuando a zigzagare a destra e a sinistra
di S0. Quanto si ottiene è assolutamente coerente. L’infinità di situazioni
differenti ci permette di assegnare ad h tutti i tempi composti nelle situazioni
adeguate senza incappare nelle incompatibilità che si potrebbero creare, ad
esempio, con Fh e Ph veri nella medesima situazione. L’argomento di
McTaggart quindi non funziona.

In un certo senso si potrebbe accusare questo modello di aver spazializzato


il tempo, attraverso l’uso delle indicazioni ‘a destra di’ o ‘a sinistra di’. D’altra
parte c’è chi, come Welby20, si chiede se la serie di contraddizioni intrinseche
alle determinazioni temporali non sia dovuta proprio ad un errore iniziale, per
cui si erigerebbe a categoria originale il tempo, anziché accettare il suo essere
prodotto derivato e secondario del movimento nello spazio.

20 V. WELBY, “Mr. McTaggart on the ‘Unreality of Time”, in “Mind”, 18 (1909), pp. 326-328.

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Conclusioni

A conclusione del mio tentativo di illustrare il paradosso mctaggartiano,


posso esprimere la soddisfazione per la scelta di un tema che mi ha permesso,
grazie alla sua versatilità, di approfondire vari ambiti della filosofia, a partire
dalla ricostruzione storiografica, passando per metafisica e logica, fino
all'epistemologia.
Chiaramente il livello di indagine corrisponde al grado di competenze che i
tre anni di studi filosofici finora coltivati mi hanno permesso di sviluppare; non
v'è dubbio alcuno che l'argomento avrebbe potuto offrire, e avrebbe forse
richiesto, ulteriori ricerche, sul piano ad esempio della semantica, della
fenomenologia, e ancora della filosofia della scienza. Tuttora la prova d'irrealtà
non è infatti andata 'fuori moda', come si potrebbe credere, e continua a sfidare
chiunque si occupi di filosofia del tempo: solamente che il linguaggio, gli
strumenti, il contesto in cui si inserisce l'odierno dibattito pretende, da chi lo
voglia comprendere e valutare, conoscenze molto più vaste di quante io ne
disponga.

La pretesa intraducibilità di enunciati tensionali in enunciati atensionali è


stata ad esempio vagliata dagli studiosi negli anni Settanta mediante strumenti
tratti dalla filosofia del linguaggio, lavorando nell'ottica di una così detta
riduzione semantica.
Al progressivo fallimento di questo tentativo di traduzione, che avrebbe
dovuto dichiarare vittoriose le teorie statiche, fallimento causato anche dai
pronunciamenti wittgensteiniani sulla determinazione del significato mediante
l'uso del linguaggio, è seguita una nuova formulazione delle posizioni di tipo
B.
É sorta la discussione sull'analisi token–riflessiva, sulla coscienza,e si è
ripresa la questione del verificatore. Si è anche esaminata la compatibilità tra
Relatività Speciale e la prova mctaggartiana, su cui tra l'altro McTaggart stesso
sembra inconsapevolmente pronunciarsi, quando discute la possibilità di più

86
serie temporali indipendenti proposta da Bradley.
La fenomenologia è intervenuta con nuovi, seppure diversissimi sguardi sul
tempo, che lentamente la filosofia di matrice analitica inizia a prendere in
considerazione.
Come si può vedere, dunque, analizzare a fondo tutte le varianti di risposta
a McTaggart avrebbe significato sondare l'intero universo filosofico del
Novecento.

D'altra parte, nonostante il campo di indagine che ho potuto considerare


nella mia trattazione sia decisamente ristretto; nonostante rappresenti un'esigua
parte di quell'immenso albero con cui potremmo raffigurare il tema dell'irrealtà
del tempo e la sua storia, un albero dalla chioma folta di ramificazioni, ossia
revisioni, confutazioni, riprese dell'argomento, e che tuttora produce nuovi
virgulti; tuttavia mi sento di poter affermare il valore che può avere prima di
tutto l'analisi delle radici di questo albero maestoso e intricato e quindi la
comprensione scrupolosa del testo che sta alle basi dell'odierno scenario
filosofico sul tempo.

87
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