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Come sopravvivere allo sviluppo

(La globalizzazione sotto inchiesta)


Raimon Panikkar – Susan George – Rodrigo A. Rivas
Edizioni l’altrapagina 1997

Presentazione
Fu chiesto una volta a Confucio quale fosse il suo desiderio più grande. «Mettere ordine nel lin-
guaggio», rispose il sapiente. In effetti, le parole hanno il magico potere di rendere plausibile anche
quello che non lo è attraverso l'abitudine alla ripetizione. Termini come "sviluppo", "mondializza-
zione", "globalizzazione" celano fenomeni perversi che il linguaggio tende a nobilitare e giustificare.
Mettere ordine nel linguaggio significa chiamare le cose con il loro nome. Allora ci si accorgerebbe
che lo sviluppo è un meccanismo che favorisce pochi privilegiati, ossia le élites del nord e del sud del
mondo, mentre la globalizzazione dell'economia si risolve in uno sfruttamento selvaggio e senza re-
gole dei soggetti più deboli della società internazionale. Mai come oggi la grande speculazione ha
monopolizzato l'economia mondiale. Non è un caso che dovunque nei paesi industrializzati cresca la
disoccupazione e, contemporaneamente, nei paesi del Sud la politica neoliberista riduca intere popo-
lazioni a una condizione ancora peggiore della schiavitù antica.
L'aspetto più inquietante è la mancanza di riflessione su tali fenomeni. Come se si trattasse di re-
altà naturali immutabili dotate di una evidenza intrinseca e non di strutturazioni storiche contingenti.
La forza mitica di cui è ammantata l'economia attuale impedisce di fare un'analisi spregiudicata dei
suoi orientamenti. Forse, come spiega Susan George, dipende dal fatto che la destra ha plasmato una
cultura che rende accettabile un mondo in cui due terzi delle persone sono escluse dalla società.
Ma c'è un problema ancora più grave. La nostra economia è figlia della nostra antropologia e del
suo esagerato individualismo. Sarebbe vano pretendere di modificare i meccanismi economici senza
approfondire il senso globale della nostra vita: avremmo cucito le classiche toppe nuove sul vestito
vecchio. Raimon Panikkar mette il dito sulla piaga quando sostiene che l'economia umana deve trat-
tare degli uomini e dei loro bisogni, non delle merci e delle loro leggi. L'economia è una realtà troppo
seria per lasciarla in mano agli specialisti: si tratta della condizione umana. Solo un recupero pro-
fondo del senso della nostra umanità ci fornirà le energie necessarie per fare in modo che la società
riprenda il controllo dell'economia e possa orientarla. Attualmente, invece, è il funzionamento eco-
nomico che decide l'organizzazione della società.
Non c'è dubbio che il compito di uscire dalla situazione presente debba essere affidato a una forte
ripresa della politica, come sottolinea vigorosamente Rodrigo Rivas. Una politica che attinga però al
versante profetico e utopico e non si limiti alla pura gestione dell'esistente. Forse il primo nodo da
sciogliere è come regolamentare l'arbitrio del capitale finanziario, che provoca una crisi generalizzata
pagata dalla fasce più deboli della società. Il capitalismo sta scivolando sempre più rapidamente
verso il monopolio e dunque verso disuguaglianze e conflitti. Basti pensare che un terzo del com-
mercio mondiale è in mano ad appena cento multinazionali che effettuano scambi tra loro: Inter
company transfers.
Diventa sempre più urgente organizzare reti di persone che resistano a determinati provvedimenti
ingiusti, attivare sistemi locali di scambio, democratizzare le grandi organizzazioni internazionali, di-
fendere i diritti del lavoro in ogni parte del mondo.
Ma non è compito di un piccolo testo come questo stabilire un'agenda di priorità politiche; è
molto più significativo fornire stimoli per uscire dalla rassegnazione e dalla passività di fronte al
grandioso marchingegno economico che incombe sulle nostre vite come un macigno. Che sia un mo-
loch divorante lo sappiamo già, ma potrebbe anche trattarsi di un gigante dai piedi d'argilla. E allora
anche un minuscolo sassolino può contribuire a disintegrarlo.
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 1
I - Raimon Panikkar
Raimon Panikkar
Nato a Barcellona da madre spagnola e da padre indiano, è laureato in chimica, filosofia e teologia. Professore emeri-
to di filosofia della religione all'università di California, ha pubblicato una trentina di opere e più di 300 articoli acca-
demici su argomenti che spaziano dalla filosofia alla scienza, dalle religioni comparate al dialogo fra le culture.

Economia e senso della vita


Vorrei affrontare questo tema con un invito al silenzio. Il silenzio è il luogo d'incontro tra il tempo
e l'eternità, e chi non sa vivere del silenzio impiega tutta la vita a correre sulla scia di una temporalità
che, a lunga scadenza, si rivela sempre deludente. Il mio invito al silenzio implica che la parola, il lo-
gos, non è tutto nell'uomo. Senza far riferimento ad altre tradizioni, potrei citare S.Ireneo il quale af-
ferma che da un silenzio del Padre scaturisce l'unica parola, il Logos, il Figlio, oppure l'evangelista
Giovanni: «In principio era la Parola». La parola è in principio, ma non è il principio. Il principio è il
silenzio. L'averlo dimenticato ha generato nella nostra cultura una logomachia, una logorrèa, che si è
poi convertita in razionalità e costituisce una delle cause ultime della situazione in cui ci troviamo.
L’esperienza del silenzio non è semplicemente tacere, non è nemmeno la repressione della parola
nel momento in cui ho tante cose da dire, ma la consapevolezza della relatività di ogni parola, dunque
della sua imperfezione: non c'è parola o concetto che possa esprimere tutta la realtà. Nella realtà c'è
qualcosa di ineffabile, di inesprimibile, di cui posso essere consapevole solo nel silenzio. Se non
scopriamo quest'altra dimensione, l'unica alternativa sociologica è la sconfitta, quando non il fiasco
totale o la,caduta nel pessimismo. Non serve nemmeno proiettare la speranza nel futuro, lo si chiami
inferno, cielo, reincarnazione, storia... perché nel frattempo la depressione può trasformarsi in mene-
freghismo. Dobbiamo renderci conto della situazione veramente unica che ci è toccato vivere. La
scissione dell'atomo, un fatto unico nella storia, e l'invasione travolgente della tecnologia moderna in
tutti gli angoli del mondo, ci vietano di pensare semplicemente con i parametri antichi. È in gioco, a
mio parere, nel momento attuale, non una politica à la petite semaine o un assetto particolare, ma il
destino di questa specie umana che da 6000 anni abbiamo chiamato storica. Abbiamo il privilegio, ri-
spetto a 6 miliardi di persone, di potercene rendere conto e di sapere che unendo l'intelletto con il
cuore e con l'azione possiamo contribuire in qualche modo a superare questo transito, questa muta-
zione. Non è un'epoca di cambiamento, come ha scritto qualcuno, è un cambiamento d'epoca.
Dopo questa premessa entro in tema, dividendo il mio scritto in tre punti: una prima parte sullo
sviluppo, una seconda sul pluralismo economico, una terza sul "sopravvivere allo sviluppo".
Voglio subito evitare la tentazione, tipica della forma mentis moderna, di concentrarmi sul "come"
dimenticando il "che cosa". Per la modernità l'importante è il come: come funziona la macchina?
come funziona il computer? come funziona la famiglia? come funziona la società? I problemi della
tecnologia sono tutti problemi del "come". Io invece non vorrei preoccuparmi esclusivamente del
"come", per cercare di descrivere un po' il "che cosa". Il «che cosa» è il senso della vita ed è più
complesso. Averlo dimenticato o averlo delegato ai santi, ai mistici, ai teologi, agli spirituali ha dato
origine a una schizofrenia personale e collettiva della quale probabilmente siamo tutti più o meno
vittime. Quindi il mio compito non sarà tanto di delegittimare il paradigma economico dominante,
perché non me ne importa troppo della legalità, quanto di fare una rapida analisi dei tre concetti che
stanno nel titolo della mia esposizione.

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 2


I - LO SVILUPPO
E comincio subito con lo "sviluppo". Dovremmo domandarci perché questa parola ha avuto un
successo così inaudito. Si è cominciato a parlare di "popoli sottosviluppati o sviluppati" nel 1949.
Da quel momento la parola "sviluppo" ha monopolizzato il linguaggio. Ho fatto uno studio sui do-
cumenti ufficiali delle Nazioni Unite e ho trovato che si parla di sviluppo, di sottosviluppo, svi-
luppo diretto, culturale, economico, sostenibile, endogeno, centrato sull'uomo, interdisciplinare,
scientifico, tecnologico, sociale, storico... La parola "sviluppo" è pervasiva e lo sviluppo è diventato
un mito intangibile, una realtà sulla quale ovviamente siamo tutti d'accordo. Forse anche qui non
siamo sviluppati come pensiamo e ogni tanto io devo invitare alla pazienza alcuni amici miei del
Bengala che vorrebbero fare una crociata contro questi paesi occidentali sottosviluppati perché non
sanno vivere, non sanno mangiare, godere; ma il paradigma dello sviluppo resta. Le parole hanno una
forza intrinseca.
Mi sono chiesto spesso perché l'idea di sviluppo si sia "sviluppata" tanto universalmente da con-
vertirsi in ideologia dominante. Sono convinto che lo sviluppo non avrebbe avuto questo successo se
non ci fossero stati in Occidente, dove ha preso corpo, Parmenide, Aristotele, S.Tommaso, Cartesio
e i pensatori del nostro tempo. L’idea di sviluppo si è radicata così fortemente in Occidente perché
non è altro che un'applicazione unilaterale dell'intuizione aristotelica della potenza (dynamei on). In
Aristotele la potenza richiede un altro elemento estrinseco, l'atto (energeia), e ambedue costitui-
scono l'essere finito. Le cose hanno una potenzialità che deve essere attualizzata attraverso l'atto;
questa concezione è arrivata fino alla fisica di Newton e persino a quella di Einstein e di Plank. Se
tengo in mano una penna e la lascio cadere, mi accorgo che si "sviluppa" un'energia che prima non
c'era e adesso c'è. Si dice allora che questo corpo aveva un'energia potenziale che si è sviluppata ca-
dendo, con la gravità e tante altre cose. E' una specie di necessità di un certo tipo di pensiero per
rendere intelligibile l'apparire di una forza in un determinato contesto. Senza accelerazione non "ap-
pare" la forza fisica.
Le conseguenze di questa concezione portano lontano: è un'ironia che nei paesi occidentali gli
scienziati e i cosiddetti credenti discutano ancora sul big bang e la creazione. Come se la creazione
fosse una realtà cominciata col big bang e sviluppatasi in seguito. Tutto l'evoluzionismo riposa sul-
l'idea che le potenzialità nascoste nei livelli inferiori della realtà vanno evolvendo. La differenza con
la concezione aristotelica del dynamei on, dell'essere potenziale, sta nel fatto che la potenza ha biso-
gno di un atto che le venga dall'esterno e che l'attualizzi: il divino in qualsiasi forma, l'atto puro. Noi
che siamo già più "sviluppati" pensiamo che tutto possa avvenire senza quest'atto puro, che sembra
quasi una ipotesi superflua. Allora la realtà si sviluppa da sé perché non ha bisogno di un Dio, di un
demiurgo, di qualsiasi agente che l'attualizzi: le cose si spiegano come uno sviluppo della potenza.
Anche i teologi attuali sono caduti nella trappola di pensare, contro la migliore scolastica, che la cre-
azione sia avvenuta nel passato, prima o con il big bang, dimenticando quello che i buoni scolastici
chiamavano creatio continua. Se la creatio non è oggi, adesso, in questo istante, non è creazione.
Pensare che Dio sia un ingegnere, magari un po' più astuto di noi, che ha fatto le cose in modo tale
che si potessero sviluppare, dal big bang fino ai sistemi più complessi, oltre ad essere una bestemmia
è un'ingenuità. La famosa chiquenaude di Descartes: Dio ha dato il colpettino iniziale e poi tutto
funziona da sé sviluppando le proprie potenzialità.
L'idea di sviluppo è l'idea monoculturale centrale dell'Occidente. Dobbiamo diventare consapevoli
che l'idea di sviluppo non è né neutrale né universale né universalizzabile, e questa credenza, del re-
sto geniale, che la concezione di una sola cultura valga per tutte le culture è l'essenza del coloniali-
smo. Il colonialismo può non essere una cosa cattiva. Non tutti i colonialisti erano conquistadores
brutali, crudeli; avevano solo la convinzione che Dio, la cultura, l'impero fossero la soluzione per
tutti. Prima si diceva: un Dio, una religione, una chiesa; adesso un mercato mondiale, una democra-
zia, un governo mondiale, ma è la stessa sindrome: gli stessi cani con diversi collari, o, se vogliamo,
gli stessi pescecani.

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La crisi dello "sviluppo"
Non voglio approfondire maggiormente da un punto di vista filosofico l'origine di questo suc-
cesso, ma preferisco soffermarmi un po' di più sulla crisi dello sviluppo: lo sviluppo ormai non
funziona. Attualmente solo l'8% dell'umanità ha una macchina; ma se tra 10 anni l'avesse il 72% della
popolazione mondiale non si respirerebbe più sul pianeta; d'altra parte, se io sono un democratico
voglio che quello che va bene per me vada bene anche per gli altri. Dunque l'idea di sviluppo è in crisi
perché non si può estendere né nello spazio né nel tempo. Ma si trova in crisi per un'altra ragione
più profonda. Non solo perché dal 1945 ad oggi 2500 persone muoiono ogni giorno di guerra, ma
soprattutto perché lo sviluppo è sfuggito al nostro controllo. Lo sviluppo si è così "sviluppato", il
cancro ha prodotto metastasi così numerose, I'omeostasi è talmente spezzata che noi, i quali pensa-
vamo con Bacone che sapere è controllare, sapere è potere, cominciamo a renderci conto che non
possiamo controllare un bel niente. Lo sviluppo funziona da sé, al di fuori del controllo dei singoli e
della società. Sarebbe veramente, un insulto dire che tutti coloro che stanno al potere siano dei crimi-
nali o degli egoisti. Vorrebbero modificare la situazione, ma sfugge al loro controllo, anche a quello
del dittatore più rigido. Dice un proverbio indiano: se cavalchi una tigre non puoi scendere, altrimenti
la tigre ti divora. Noi stiamo cavalcando una tigre.
Per aprirsi a tutta la ricchezza della realtà il silenzio è un organo altrettanto indispensabile quanto
il pensiero. Siccome il pensiero funziona componendo e dividendo, ha bisogno di un certo tempo li-
neare più o meno lungo. Ma non c'è solo il pensiero. Abbiamo perso quell'esperienza umana univer-
sale di renderci conto che la realtà ha altre dimensioni. É come se avessimo perso l'occhio che ci per-
mette di vedere la profondità. La tragedia del cristianesimo in Africa è che non ha valorizzato la
danza, vale a dire la grande scoperta che la natura ultima del tempo è il ritmo: né linearità né circola-
rità, sempre la stessa cosa e sempre diversa, l'ultimo passo uguale al penultimo e tuttavia ognuno di-
verso e distinto.
Anticipo qui un theologoumenon che avevo riservato per la fine, affermando che la speranza non
sta nel futuro ma nel presente, e cioè nell'invisibile. Credo che nel 1997 la sindrome we sha11 over-
come, venceremos non funzioni più e diventi demagogia. Una volta è accaduto, ma mille e mille altre
volte il vincitore è stato Golia e non David. Questo non vuol dire che non ci possa essere un Martin
Luther King, un Gandhi, benché non bisogna dimenticare che il successo di Gandhi è costato due mi-
lioni di vittime. Forse il problema umano va visto in una terza dimensione di profondità per non ca-
dere nella tentazione del "come", gli strumenti o le regole del gioco che ci forniscono i prepotenti o la
cultura attuale. Perciò le relazioni interculturali non sono un lusso di menti privilegiate che vanno in
India o fanno turismo culturale, che sarebbe un'altra forma di prostituzione, ma una necessità impre-
scindibile.
La prima radicale mutazione dovrebbe avvenire nel linguaggio. Bisognerebbe cessare di impiegare
la parola "sviluppo" o, peggio ancora, la perifrasi "in via di sviluppo" per indicare la maggior parte
dei paesi del mondo. Ci sarebbe una bella differenza se, invece di definirli "in via di sviluppo" si po-
tessero chiamare paesi "in via di risveglio", "in via di illuminazione". Le parole sanno un po' di eso-
terismo, di New Age, ma non bisogna dimenticare che l'India da sola ha una popolazione superiore
all'America, alla Russia e all'Europa messe insieme. E nel subcontinente indiano queste parole suone-
rebbero diversamente. Forse si aprirebbe tutto un altro mondo per la forza stessa delle parole, la
forza del mito. Attualmente siamo vittime del terrorismo dello sviluppo: se non ti sviluppi non fai
carriera, muori di fame. O svilupparsi o morire. Un imperativo che vale tanto per l'individuo quanto
per gli stati e le istituzioni. Viviamo tutti nel terrore di non poter essere sviluppati.

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II - IL PLURALISMO ECONOMICO
La parola pluralismo viene utilizzata in tanti modi, un po' come la parola sviluppo, ma io non vor-
rei impiegarla nel senso di pluralità e nemmeno in quello di tolleranza. Dobbiamo tollerare gli altri
perché sono potenti. Siamo costretti a tollerare i cinesi. Quel che non possiamo tollerare è l'Iraq, ma
la Cina la possiamo tollerare, tanto per fare un esempio. Pluralismo è più di tolleranza; indica quel-
l'atteggiamento dell'uomo (e delle culture) che riconosce la sua (e la loro) contingenza, cioè che nes-
sun uomo e nessuna cultura ha accesso alla totalità dell'esperienza umana, che nessuno può capire,
comprendere, abbracciare tutta la contingenza. L’etimologia stessa lo dice: cum-tangere, tu tocchi
una realtà che è infinita, ma in un solo punto. Nella consapevolezza della limitazione intrinseca a
ogni cosa c'è lo spunto per far interagire quello che, dal punto di vista intellettuale, è inconciliabile.
Ho avuto recentemente una discussione abbastanza accesa sul multiculturalismo, etichetta di cui si
fregiava soprattutto il Quebec. Il Quebec si ritiene una regione multiculturale perché i vietnamiti
possono fare le loro danze, i greci aprire i loro ristoranti, gli altri vestire come vogliono. Le culture
non sono folklore e il pluralismo non è la tolleranza degli altri in quanto più o meno esotici, dal mo-
mento che non sono potenti; è il riconoscimento dell'incommensurabilità fondamentale ed essenziale
delle diverse forme di cultura, di religioni, di modi di vivere. La consapevolezza di questa incompa-
tibilità radicale impedisce di pensare, dopo 6000 anni di esistenza storica, che io, il monoteista o lo
scotista, il democratico o il liberale, sia nella verità e tutto il resto del mondo viva nelle tenebre. Negli
anni '70 il presidente delle Camere di Commercio degli Stati Uniti affermò che l'umanità aveva vis-
suto all'età delle caverne fino a che la democrazia americana con il libero mercato non aveva comin-
ciato a rispettare l'individualità di ciascun essere umano.
Pensare che gli altri per secoli e secoli siano stati nell'errore, oppure stupidi o, addirittura, cattivi,
e che io solo in tutto il mondo e in tutti i tempi stia nella verità è un po' sospetto, per non dir peggio.
Il pluralismo non è nemmeno la consolazione facile, fornitaci dall'escatologia, della riconciliazione
finale, per cui tutto alla fine si ricomporrà. Non è un atteggiamento pluralistico dire: adesso siamo
frammentati in tante visioni del mondo, ma la verità è una. La verità non è una né due né molte, la
verità è pluralistica, che non vuol dire plurale. Significa semplicemente il riconoscimento e la consa-
pevolezza della reciproca irriducibilità di sistemi, di forme di vita, di culture la stessa verità è una
relazione.
Potremmo desumere un esempio molto semplice dalla storia della geometria. Probabilmente at-
torno al IX-VIII secolo a.C. i Babilonesi prima, gli Indiani poi e i Greci un po' più tardi scoprirono
che tra l'ipotenusa e il cateto c'è incompatibilità, che tra il raggio e la circonferenza c'è incommensu-
rabilità. Li chiamarono numeri assurdi in un primo tempo, poi numeri irrazionali. Non si può misu-
rare la circonferenza con il raggio e, tuttavia, senza raggio non c'è circonferenza e viceversa; vivono
insieme, sono costitutivi l'uno dell'altra ma non si capiscono. E qui sorge la domanda: possiamo noi
accettare soltanto quello che capiamo? La mia risposta è no. Non solo non lo possiamo noi, ma
nemmeno un Dio onnisciente.
Un Dio onnisciente conosce tutto quello che è conoscibile, ma chi ci ha detto che la realtà, o l'es-
sere, debba essere conoscibile? Forse, con buona pace di Parmenide e di Hegel, c'è una parte opaca
nella realtà che non è conoscibile. Né la mente individuale né quella collettiva possono esaurire la re-
altà. La consapevolezza è superiore all'intelligibilità; insomma, io mi rendo conto di qualcosa che non
capisco. Gli inglesi usano le parole awareness e consciousness per indicare che consapevolezza e in-
telligenza non si identificano. Il pluralismo è dunque questo riconoscimento che nessuno di noi dal
suo punto di vista, nemmeno il Dio onnisciente, può abbracciare tutto il reale.

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Un'economia della solidarietà
Ogni cultura in quanto cultura (da non confondersi col folklore) ha il suo sistema economico.
Potrei parlare qui del grihastha shastra della civiltà classica indiana, che è una economia della vita
familiare, senza moneta, con autorità e potere, senza quella competitività che ormai è diventata ne-
cessaria a causa del terrorismo a cui ho accennato sopra, ma in solidarietà. Faccio un esempio per
spiegarmi in maniera più rapida. Il cugino di un mio studente, negli anni '70, da buon rivoluzionario
andò in Africa a insegnare ai bambini. Siccome era già sufficientemente prevenuto dai suoi profes-
sori, non voleva essere colonialista insegnare a quella gente tutte le nostre scienze, le nostre cono-
scenze. L’unica cosa veramente neutra era la ginnastica. In questa maniera non si sentiva colonialista,
tutti erano contentissimi e anche lui era felice. Un bel giorno arriva con una scatola di cioccolatini in
un gruppo di 9 o 10 bambini, spiega loro che al "tre" devono correre per arrivare all'albero che si
trova a 150 metri. Lui conta: uno, due, tre... e tutti i ,bambini spontaneamente si danno la mano e
corrono insieme. Questa è la solidarietà, questa è la vita normale, questo è il cuore umano, questa è la
natura dell'essere umano, quando non è caduto nell'isolamento dell'individualismo che ci obbliga ad
essere egoisti per sopravvivere.
Gli americani storpiano la pronuncia della parola "gìustizia" in "just-us", "solo noi" per sottoline-
are che in economia non esiste altra motivazione che il profitto "just U.S.". Eppure la maggior parte
delle azioni umane non sono finalizzate al profitto, ma motivate da qualcos'altro: potremmo chia-
marlo amore, istinto o spontaneità; si tratta comunque di una forza molto più potente della raziona-
lità. Non mi convince quindi la teoria di una economia umana guidata solo dal profitto. anche perché
il contatto diretto con certi esponenti del mondo economico mi porta a dire che nell'economia attuale
gioca molto di più l'orgoglio, l'ambizione di potere, che la regola del profitto. Sospetto anzi che die-
tro questa visione esclusivamente negativa dell'uomo ci sia l'influsso sotterraneo di una certa conce-
zione cristiana del peccato originale, come se i cristiani si fossero concentrati, nella lettura di questo
mito solo sull'albero della scienza del bene e del male e si fossero dimenticati dell'albero della vita.
L’uomo non è solo cattivo e l'albero della vita ci ricorda che la vita è anche gioco, gioia, grazia.
Nell'induismo, ad esempio, la figura di Indra ricorda al credente che bisogna andare al di là dei bene e
del male e guadagnare una nuova innocenza. Abbiamo ancora bisogno di superare questi ultimi 6000
anni segnati da una cultura di guerra, da un ascetismo negativo e da una teologia della punizione, sca-
turita da una errata interpretazione della redenzione cristiana. Dio vuole la misericordia e non il sa-
crificio.
Per ritornare sul terreno economico, bisogna affermare con decisione che un'economia sganciata
dall'uomo, vista solo come applicazione della legge del più forte, per cui il pesce più grande mangia il
più piccolo, per cui va cercato sempre il massimo profitto, è falsa. Non è né nomos (legge), né oikos
(casa), non è "eco-nomia", la legge che gestisce la convivenza umana. Occorre il coraggio intellettuale
di contestare le premesse ultime della forma attuale di economia: non si tratta solo di merci che deb-
bano essere prodotte col minor costo possibile e che devono viaggiare da un capo all'altro del mondo
nel minor tempo possibile, ma di esseri umani che hanno bisogno di mangiare, vivere, star bene.
Un'economia umana deve ,trattare degli uomini e dei loro bisogni, non delle cose (merci) e delle loro
leggi.
Ogni cultura genera il suo sistema economico. Ho vissuto sei mesi con i Naga, nel nord-est del-
l'India, dove il cibo è sacro: non si vende e non si compra, non si commercializza. Eppure non siamo
in un regime comunista. Si tratta, è vero, di una popolazione di 600 mila abitanti, ma l'organizza-
zione economica è di una sofisticatezza eccezionale. Durante il mio soggiorno ho scoperto che in
tutta la regione ci sono solo due ospedali e i medici e gli infermieri di queste due strutture mi hanno
confidato che non esiste alcuna malattia psichica, alcuna forma di depressione. La gente muore per
altre cause, ma non è posseduta da questa angoscia sottile che penetra le popolazioni dell'Occidente.
Insomma, una cultura che parte da premesse antropologiche diverse dalle nostre genera un'economia
di tipo completamente differente da quella capitalista, sorta in Europa appena tre secoli fa, su una
antropologia individualista.
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La fecondazione reciproca fra le culture
Si deve distinguere tra monoculturalismo, pluriculturalismo e interculturalità. Il monoculturalismo
l'ho già criticato per soffermarmici oltre. Il pluriculturalismo ,non esiste, per il semplice fatto che
quando apro la bocca adopero un linguaggio. Non si può essere multiculturali, ma si deve essere - e
questo è l'imperativo del nostro tempo - interculturali. Le culture non debbono chiudersi o mante-
nere soltanto relazioni di esteriorità o di potere, ma devono lasciare posto alla conoscenza e alla fe-
condazione reciproca; la conoscenza però è possibile solo quando c'è amore e l'amore si sprigiona
soltanto quando ci si tocca.
Come, dunque, non chiudersi nel solipsismo? Per me il primo dilemma sarebbe tra il solipsismo e
l'informatica, per dirla in due parole. L'informatica, nel suo intento di universalizzazione, vuol per-
suaderci che la somma di tutti quanti noi rappresenta noi. É il proton pseudon della democrazia,
come se il tutto fosse uguale alla somma delle sue parti (già comincia il pensiero razionale). Il tutto
non è uguale alla somma delle parti, ma siccome abbiamo perso il contatto diretto con il tutto, non ci
rimane altro che il calcolo integrale, il computer o la somma dei voti. Non è attraverso la somma che
si arriva al tutto. Perciò la relazione tra gli uomini, anche economicamente, non ha bisogno né di in-
ternet, né del mercato unico, né della democrazia mondiale, né del governo mondiale, dove non c'è al-
tro sistema che l'analisi.
Prendiamo due esempi dalla natura: l'arcobaleno e le membrane semipermeabili, che permettono il
movimento di un liquido in una direzione ma non nell'altra. Nell'arcobaleno è difficile distinguere
dove finisce un colore e ne inizia l'altro: sono tutti in relazione. Quindi c'è una relazione con il vicino,
con l'altro, e l'altro è quello che io conosco, non quello che vive in Patagonia. Ho già accennato a una
certa prostituzione del turismo culturale (oggi mangiamo più chilometri che proteine), che ci fa cre-
dere che colui che abita in Patagonia o colui che vedo in televisione sia il mio vicino. In realtà non lo
è; il mio vicino è colui che conosco, con cui parlo, che tocco, con il quale ho sia incontri che scontri.
Abbiamo perduto la dimensione umana, siamo già tutti meccanizzati: pensiamo come un computer,
siamo convinti che l'aver portato le cose sullo schermo di un televisore equivalga a conoscere la re-
altà. Abbiamo smarrito il senso mistico, il buddhakaya, il corpo mistico di Cristo, il karma, che è la
consapevolezza della solidarietà universale, senza bisogno del controllo della mente e di conoscere
tutti i dettagli. L’arcobaleno può essere un simbolo sia per le relazioni sociali che economiche. Il
problema del pluralismo economico sarebbe quello di trovare ponti di interculturalità, sul modello
dell'arcobaleno o di qualsiasi frutto che abbia una membrana semipermeabile che riceve e conserva.

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III - SOPRAVVIVERE ALLO SVILUPPO
Per sopravvivere mi sembrano necessarie alcune condizioni. La prima è il passaggio dall'interdi-
pendenza, della quale si parla continuamente, all'inter-indipendenza. L'etimologia della parola è signi-
ficativa: "pendenza" l'inferiore che pende dalle labbra del superiore: sono di-pendente da uno più for-
te di me. Sono in-dipendente, invece, quando ho tagliato tutte le relazioni e posso sopravvivere
ugualmente. L’interdipendenza si realizza quando l'uno è la condizione per lo sviluppo dell'altro.
Oggi siamo interdipendenti perché il Terzo Mondo è la condizione per lo sviluppo del primo.
L’inter-indipendenza è completamente diversa: non è l'eteronomia, non è l'autonomia (ciascuno
per conto proprio), è la relazione tra uguali, la relazione di libertà e di grazia, che non serve a far pro-
fitto, altrimenti saremmo già condizionati, ma a giocare, a godere. Quando nella teologia indù si dice
che Dio ha creato il mondo per giocare, vuol dire che la vita è gioco, sport, grazia, bellezza - che è il
senso della parola grazia. In fondo si parla del senso della vita. Se vogliamo ancora giocare con le
regole degli altri non c'è soluzione. Occorre la ontonomia, che sarebbe la parola accademica, la siner-
gia, che sarebbe la parola paolina.
Ritorno da un recente convegno internazionale, a cui hanno partecipato artisti, scienziati, gente
spirituale, economisti, dal tema: From competition to compassion. Naturalmente su questo argo-
mento gli economisti dicono molte cose belle, perché la compassione e la condiscendenza rientrano
nel raggio della loro ottica. Io ho proposto di variare il titolo in questo modo: From competition to
cooperation, dalla competitività alla cooperazione, che è tale solo quando c'è inter-indipendenza, al-
trimenti non è cooperazione; quando sei padrone della tua azione, ti senti realizzato e, nonostante
tutto, entri in interscambio con l'altro. Il mio cuore funziona in inter-indipendenza col mio stato d'a-
nimo. Per un verso è indipendente, dato che. io sono vivo, ma c'è una relazione col mio .stato d'a-
nimo e non soltanto con l'adrenalina. C'è una relazione di inter-indipendenza. Per sopravvivere è ne-
cessario realizzare in diverse forme questa inter-indipendenza.
Passo al secondo punto di questa terza parte per sottolineare il dilemma inevitabile: o trasforma-
zione radicale del senso della vita, del senso della civiltà (di tutte queste premesse che ho cercato di
illustrare a proposito di Aristotele, Parmenide-, ecc.), o catastrofe totale. Piccole riforme qua e là
non sono sufficienti, servono soltanto a prolungare l'agonia di un sistema condannato a morire.
Rendersi conto quindi che quelli che riteniamo grandi valori (democrazia, tecnocrazia, mercato mon-
diale) sono inaccettabili come punto di partenza per una pace tra gli uomini. Le concezioni di mate-
ria, di spazio, di tempo, di scienza, di antropologia devono essere completamente ripensate. Se non
facciamo questo, il resto è come una piccola aspirina che fa sparire il mal di testa per un certo tempo
ma ,non guarisce la malattia. Penso che il momento sia arrivato. Ecco perché il problema economico
non è Soltanto economico, ma umano, totale. É della condizione umana che si tratta. Quando l'eco-
nomia realizza una oggettivizzazione spietata, perché la scienza ci fa pensare che sia l'unica maniera
di arrivare alla realtà, dimentica che si tratta di esseri umani e non soltanto di transito di monete, di
leggi di mercato, di crescita.
Ci si dovrebbe opporre sostenendo che si parla di un'altra cosa: di uomini non di monete, di per-
sone umane, non di leggi fisiche o sociologiche. E questo non per romanticismo o filosofia, ma pro-
prio a proposito di rapporti economici tra uomini.
In Messico un mio amico spagnolo si era fermato ad ammirare il lavoro di un artigiano che stava
dipingendo delle sedie policrome fantastiche. « Quanto vale questa?» chiede all'uomo prendendone
in mano una. «Dieci pesos, señor» gli risponde l'uomo. «Ne voglio sei esattamente come questa.
Eccoti 60 pesos». «Eh no, señor, ce ne vogliono settantacinque» «Perché mai - chiede il mio amico -
se una sedia costa 10 pesos, 6 sedie dovrebbero costare settantacinque pesos?» E l'artigiano di ri-
mando: «Chi mi paga per la noia di fare 6 sedie tutte uguali?». Noi trattiamo gli altri come macchine.
Abbiamo già inaridito il nostro cuore. Chi paga quell'artista che sperimenta ancora la gioia di creare?
«Ti regalo la sedia se tu vuoi, ma farle tutte uguali è castrare la mia creatività. É fare di me uno
schiavo in nome dei sessanta miserabili pesos che tu mi offri». Se l'economia significa che sei sedie
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 8
sono un po' più a buon mercato che acquistarle una ad una perché si fa più profitto, vuol dire che la
civiltà è caduta in basso. É preda del demone dell'oggettività, che ci rende senza volere parte della
macchina e stravolge le relazioni umane. Ma se l'economia non è relazione umana non so proprio
cosa sia.

I passi intermedi
Alcuni anni fa scrissi che non c'è una alternativa al sistema attuale, ma ci sono alternative. Adesso
vorrei sottolineare che dire alternative non è sufficiente, perché quando si parla di alternative si è
sempre dipendenti dall'alter che ci rende differenti, quindi si gioca ancora con i parametri del grande
sistema. Perciò ci vuole creatività, coraggio, spiritualità e la disposizione a essere santi, a fallire o a
trionfare. Ci manca la libertà dell'azione veramente spontanea dell'essere umano, che è quello che ci
dà gioia. Non soltanto alternative, che sono necessarie - sono i passi intermedi - ma creatività, novità
assoluta a livello umano, personale, di ciascuno di noi.
E qui non c'è una ricetta, c'è qualcosa di più; è in gioco la nostra responsabilità. Perciò il problema
non è soltanto economico né esclusivamente tecnico, come se si trattasse di trovare una nuova for-
mula d'azione. É una nuova scoperta di vita, è questa speranza che non riposa nel futuro ma nell'in-
visibile. É questa relazione umana che rompe tutti gli schemi. lo interpreto la cosiddetta ribellione
delle nuove generazioni come la confusa intuizione che tutti i nostri buoni consigli sono all'interno di
un ordine che schiaccia. Ho la sensazione che la nostra civiltà stia facendo naufragio e che ognuno di
noi cerchi di aggrapparsi a qualche tavola di salvataggio. Tutto il mio sforzo consiste nel consigliare
di non aggrapparsi a niente, ma di nuotare un po' per arrivare a scoprire un'altra dimensione..A tutti
coloro che non s'accorgono del naufragio e che difendono la forma attuale di economia o che sosten-
gono che la tecnologia ha fatto il possibile per migliorare la vita dei popoli, vorrei chiedere come mai
1/3 dell'umanità non ha l'acqua potabile, come mai nel mondo si spende 70 volte di più per un sol-
dato che per uno studente, come mai il reddito mondiale dal '60 al '91 è quintuplicato solo per gli
sviluppati. Questo sistema ha avuto un risultato solo per noi, per un 20% dell'umanità e oggi ci tro-
viamo di fronte alla necessità di un cambiamento radicale.
Di più: il sistema attuale ha rotto i ritmi della terra. Attualmente utilizziamo 13 unità di energia
pro capite, di cui 12 vanno al quinto più ricco dell'umanità, mentre la terra può sostenerne soltanto
tre. Con l'accelerazione abbiamo -infranto non solo i ritmi umani ma anche quelli cosmici. A mio pa-
rere la fissione dell'atomo equivale a un aborto cosmico. Apriamo la vagina dell'atomo perché ab-
biamo bisogno di una maggiore quantità di energia e non ci facciamo altre domande. Dire, come fa
qualcuno, che possiamo utilizzare l'energia atomica a nostro piacimento perché i bombardamenti
atomici avvengono già nel sole è come sostenere che possiamo ucciderci tra noi perché siamo mortali.
Ma vorrei spingere il mio pensiero ancora più a fondo: secondo me, la tecnologia ha ormai esaurito
la sua missione. É evidente che dall'inizio della rivoluzione industriale ad ora c'è stato un grande
passo avanti per il 20% degli uomini, adesso però scopriamo che questa stessa rivoluzione indu-
striale che sfugge ad ogni controllo distrugge il restante 80% dell'umanità. Un esempio per tutti: in
10 anni una macchina consuma 15 volte più di un bambino. Se poi esaminiamo le condizioni di vita
di questo 20% ci accorgiamo che vive sotto la schiavitù del lavoro, parola che lo spagnolo rende con
trabajo, che deriva dal latino tripalium, strumento di tortura. In diverse lingue c'è la distinzione tra
lavoro e opera (work e labour in inglese), per sottolineare che l'uomo è chiamato ad essere giardiniere
della creazione e cooperatore di Dio, non lavoratore. Uno sguardo più approfondito ci rivela che ci
sono tre grandi industrie nel nord del mondo: quella del movimento di merci, capitali e armi, quella
del turismo e quella della pubblicità. Alcune cifre: il 50% dell’economia mondiale è risucchiato dalle
spese per la difesa, il 60% degli psicologi statunitensi lavora per la propaganda. Siamo talmente in-
dottrinati da non renderci conto del sistema in cui viviamo e da non poterne uscire.
Per uscire davvero dalla forma di civiltà in cui siamo intrappolati occorre una grande forza spiri-
tuale. C'è voluta una guerra civile per convincere l'umanità che la schiavitù non era difendibile; pro-
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 9
babilmente ci costerà molti traumi e sofferenze accorgerci che il capitalismo e l'organizzazione at-
tuale dell'economia sono le nuove forme di schiavitù. Bisognerebbe però sbarazzarsene in maniera
non violenta, come un nuovo Prometeo della mitologia greca che per rubare il fuoco a Zeus assu-
messe forme femminili; seducendo, più che ingaggiando la battaglia dialettica e dividendo gli uomini
in buoni e cattivi; cercando collaborazione invece che contrapposizione frontale.
In fondo non si può assolutizzare nulla, nemmeno il rifiuto, ma ci si dovrebbe liberare da quelle
forme di pensare che ci hanno condotto in questo vicolo cieco, specialmente dal paneconomicismo
che ci fa credere che l'economia sia tutto nella vita dei popoli.
La nostra civiltà non ha futuro; basterebbe l'esempio dell'India a dimostrarlo. Per le classi medie
indiane, che sono più di 160 milioni e vivono molto meglio della grande maggioranza degli italiani, la
democrazia, il capitalismo, la tecnologia sono state una benedizione di Dio, ma per gli altri 750 mi-
lioni hanno portato un peggioramento delle condizioni di vita. Al tempo dell'impero britannico il
dislivello tra la metropoli e l'India era di 8 a 1, oggi è di 47 a l. Siamo davvero su una cattiva strada;
non si può continuare con i soliti schemi. 1 passi intermedi sono dunque i passi umani, quelli che noi
facciamo; ciascuno di noi, dunque, nella scala umana: i nostri "piccoli" passi autentici. Se si tratta di
un problema umano e non soltanto tecnologico, l'uomo è la risposta. Ci manca fede, speranza e
amore in noi stessi.

Una metànoia radicale


Nemmeno un cambiamento di programma è sufficiente. É necessaria un'operazione molto più pro-
fonda e radicale: dobbiamo cambiare noi stessi. Ci potrebbe venire il dubbio che in questo modo non
si faccia nulla per il mondo. Eppure io sono convinto che si faccia molto di più di quanto possiamo
immaginare. Quello che ci manca è la fiducia in noi stessi, che ci spinge ad aggrapparci alle regole o al
sistema che per noi è stato valido. Forse siamo prigionieri di un pensare quantitativo e scientifico,
per cui un individuo in mezzo a 6 miliardi di persone è davvero insignificante, o un'associazione in
un contesto mondiale non serve 1 a spostare alcun equilibrio. Si tratta di un pensiero assolutamente
falso, che ha smarrito il senso dell'unicità di ciascuno, la coscienza della terza dimensione del reale e
la convinzione che la speranza non sta nel futuro, ma nell'invisibile. Sognare un futuro migliore è
un'ingenuità, come dimostra la storia dei vinti e degli schiacciati. Dal punto di vista sociologico
Buddha, Gesù, Martin Luther King hanno fallito. È necessario scoprire il terzo occhio che ci apre a
un'altra dimensione della realtà, la quale ci permette di sentire che la nostra vita, pur in mezzo a tutte
le tragedie del mondo, non è stata un fallimento.
Fra quattro miliardi e mezzo di anni cesserà ogni forma di vita sulla terra. Se il nostro problema è
solo sopravvivere, allora lo si può fare ad ogni costo, anche mettendo in campo di concentramento
gli altri e abdicando alla dignità umana; se invece si tratta di vivere, allora ci si deve rendere conto che
la vita non è in funzione del tempo: può essere più piena e significativa una vita breve che una che si
protrae molto a lungo. Vale la pena aver vissuto e vivere, non perché il futuro sarà migliore (nessuno
sa come sarà), ma perché nel presente si scopre una luce nuova, un nuovo colore, riservato agli occhi
di coloro che amano.
Vorrei citare, per concludere, una frase di Gesù riportata soltanto nei Vangeli greci. Benché il testo
si trovi nei migliori codici la Volgata l’ha estromesso, perché un'espressione simile creava un certo
imbarazzo ai detentori del potere. Si trova nel Vangelo di Luca quando si afferma che il sabato è per
l'uomo e non l'uomo per il sabato. Dice il testo con il laconismo straordinario della koiné greca:
«Gesù passeggiava coi suoi nei campi di Galilea e vide un uomo che lavorava il giorno di sabato e gli
disse: Antropé macarios ei, uomo sei benedetto se sai quello che fai; se non lo sai, sei maledetto e sa-
rai distrutto dalla legge». Se sai quello che fai e trasgredisci il sabato prendendo tutto il tuo coraggio e
la tua responsabilità, sei benedetto. Se non lo sai, allora sei trasgressore e maledetto dalla legge. È
questo, penso, ciò che dovremmo fare: saper essere trasgressori prendendoci la nostra responsabi-

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 10


lità. Il dilemma è questo e nessun altro. Allora tutto ricade su di noi e da qui nasce la speranza, la
gioia e anche il rischio della vita.
C'è però una difficoltà fondamentale: quando si dice che è necessario cambiare i parametri costitu-
tivi della civiltà contemporanea gli occidentali si sentono spiazzati e diventano più fatalisti degli
orientali. Non pensano che sia possibile emanciparsi dalla tecnologia moderna, che è antiumana e an-
tinaturale. A differenza della techné, in cui bisogna essere ispirati per fare le cose, nella tecnologia
occorre solo moltiplicare e niente più. La tecnologia è frutto del connubio tra la scienza moderna e
l'economia: il 90% di tutte le ricerche scientifiche è sovvenzionato sia dallo Stato che dalle grandi in-
dustrie, perché serve esclusivamente ad interessi commerciali. La scienza moderna è dunque una
forma innaturale di utilizzare le capacità umane, invece di essere gnosis, conoscenza, atto d'amore
con il quale si diventa quello che si conosce e per il quale l'uomo è uomo. Dobbiamo avere il coraggio
di lasciarci alle spalle questo atteggiamento che ha dominato la cultura per 450 anni e avviarci verso
una mutazione, se non vogliamo vivere in un mondo in cui le macchine comandino.
Ormai siamo diventati adulti, ci siamo emancipati dalla magia, da Dio, dalle ideologie e ci siamo
affidati al meccanismo di una megamacchina che ci obbliga a vivere come non vorremmo e c'impedi-
sce persino di sognare che la vita può prendere un'altra forma. Sognare questa possibilità, mostrarla
nella concretezza del quotidiano senza teorizzare una grande rivoluzione è il compito più importante
del nostro tempo.

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 11


II - Susan George
Susan George
Studiosa americana residente in Francia, laureata in filosofia e in scienze sociali, è direttore associato del
Transnational Institute di Amsterdam, che si occupa della disparità fra nord e sud del pianeta, e membro del consiglio
di amministrazione di Greenpeace International. Le sue numerose opere, tradotte in una dozzina di lingue, sono
dedicate all'analisi dei rapporti di potere tra il nord e il sud del mondo.

Lo sviluppo è finito
Lo sviluppo classicamente inteso riguardava il trasferimento di risorse, di conoscenze, di denaro
dal Nord al Sud. Tutti sanno che questa operazione non ha funzionato, perché nel XVIII secolo la
differenza tra Nord e Sud era approssimativamente di 2 a 1, dopo la seconda guerra mondiale essa è
salita a 30-40 a 1, oggi è di 60-70 a l. Su questo sviluppo facciamoci dunque una croce sopra perché
non ha prodotto niente di positivo. Credo, comunque, che la parola "sviluppo" sia sempre stata una
parola ideologica, importante in u 1 n periodo di guerra fredda per fare credere che il Nord si interes-
sasse realmente al Sud. All'epoca della guerra fredda, infatti, non c'erano angoli del mondo senza rile-
vanza, perché tutti i paesi potevano diventare il luogo di confronto fra Russia e Stati Uniti; attual-
mente, invece, molti paesi che allora avevano importanza l’hanno perduta. Basti pensare, per esem-
pio, alla Somalia che è stata abbandonata al suo destino.
Oggi ci sono molti segni che questo sviluppo è finito, a cominciare dal decremento dell'aiuto uffi-
ciale. Esso ha raggiunto il tetto massimo di 65 miliardi di dollari; attualmente si attesta più o meno
sui 48 miliardi e ogni anno si riduce. In Italia è praticamente azzerato, ma non solo in Italia. Credo
che dovremmo sovvertire anche la rappresentazione grafica del rapporto Nord-Sud. Non più quindi
il mondo disegnato come un'arancia in cui il Nord si distacca dal Sud, ma un mondo a forma di coppa
di champagne, distinta in cinque fasce che rappresentano ciascuna un 20% della popolazione mon-
diale. Il 20% più ricco dell'umanità s'impossessa dell'82,7% delle risorse mondiali, il secondo 20%
dell'11,7%, il terzo del 2,3%, il quarto dell'1,9% e l'ultimo, il più povero, dell'1,4%.
Un'altra prova che lo sviluppo è finito consiste nel fatto che dal 1960 ad oggi, complessivamente,
il 15% di ricchezze in più è affluito verso la cima della coppa ed è diminuito in basso. Insomma c'è
un movimento ascensionale della ricchezza dal basso verso l'alto. Questa ripartizione delle risorse a
forma di coppa di champagne si traduce in un modello di società che potremmo rappresentare come
un triangolo, con al vertice un'élite minuscola, al centro le classi medie (che io chiamo "classi an-
siose", perché siamo tutti sul punto di perdere il lavoro, di non sapere bene cosa ci riserverà il fu-
turo) e in fondo gli esclusi, tutti quelli che non hanno un posto nella società. Questo è vero sia nel
Nord che nel Sud, con la differenza che, mentre nel Nord l'80% della società è incluso nel sistema e il
20% è escluso dalle ricchezze, dai posti di lavoro, dai piaceri della società, nel Sud gli esclusi sono il
60% e il 30-40% rappresentano le classi medie e le élites.Se dovessimo raffigurare il mondo intero a
forma di piramide, constateremmo che 1/3 della popolazione può godere i benefici del sistema, 2/3
ne sono esclusi.
É importante chiedersi come siamo arrivati a questa situazione. lo individuo diversi attori che
hanno realizzato un mondo che ha escluso più gente di quella che ha potuto includere: ci sono le
compagnie transnazionali, i creditori attraverso il meccanismo del debito, la Banca Mondiale, il
Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l'Organizzazione del Commercio (OMC).
Prima di passare a descrivere dettagliatamente gli attori della situazione economica mondiale, vor-
rei offrire ancora alcune cifre. Ci sono oggi nel mondo 441 miliardari in dollari. Ogni anno la rivista
Forbes negli Stati Uniti fa una lista dei miliardari e a metà luglio 1996 ha detto che ce ne sono 441;
l'anno prima erano 358; ma grazie a Dio la lista dei miliardari è aumentata. Il valore totale della loro
ricchezza è uguale alla ricchezza, in termini di prodotto nazionale lordo, di 2 miliardi e mezzo di
uomini. Incredibile ma vero! Si tratta di un paragone non scientifico, perché ho messo a confronto il
valore della ricchezza dei miliardari col prodotto nazionale lordo, ma siccome la Banca Mondiale
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 12
dice, per esempio, che l'indiano ha una parte della ricchezza del suo paese pari a 370,dollari, siamo
autorizzati a fare questo tipo di paragone.
Non deve sorprenderci che il gruppo che usufruisce della maggior parte delle risorse mondiali non
sia capace i includere tutti, perché ogni anno il numero dei privilegiati è in aumento e proporzional-
mente quindi si appropria di una fetta sempre più consistente di ricchezza.

I responsabili dell'assetto economico internazionale


Vorrei cominciare a descrivere gli attori della situazione economica mondiale e inizio con i credi-
tori. Non bisogna dimenticare la struttura piramidale delle società sia del Nord che del Sud. Al ver-
tice della piramide nel Sud ci sono i governi e le élites che hanno preso i prestiti, i quali sono serviti
agli strati elevati della società. I prestiti sono stati utilizzati per finanziare i consumi, ma non gli in-
vestimenti. É normale finire tra i debiti quando i soldi non sono investiti. É il Sud ha preso dal Nord,
in un trasferimento da élite a élite, soldi, prestiti, beni di consumo. I prestiti costituiscono il debito
del Terzo Mondo, che oggi è di 2 triliardi di dollari. Questi prestiti sono presi dalle élites, dai governi
del Sud, senza che la maggior parte della società possa beneficiarne, e vengono impiegati per gli ar-
mamenti, per il petrolio, per il consumo generale. Quando questi paesi non possono più prendere
prestiti, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario impongono il programma di aggiustamento struttu-
rale che viene pagato dagli strati più umili della popolazione, i quali devono fare i sacrifici per ono-
rare i debiti contratti dalle élites. Il meccanismo è ammirevole, perché coloro che occupano i vertici
della piramide hanno una identità di interessi: le élites del Sud privatizzano le compagnie e i servizi
dello stato, mentre le élites del Nord possono comprare a basso prezzo tutte queste imprese. Con i
programmi di aggiustamento strutturale i salari sono sotto pressione, la disoccupazione aumenta e
con essa le persone che lavorano per niente; è con i loro sacrifici che vengono fatti i pagamenti. Nello
stesso tempo lo Stato sociale viene smantellato. Clinton ha firmato a settembre '96 una legge che va a
prelevare denaro agli strati sociali più bassi protetti dal Welfare State. E lo stesso programma si sta
applicando sia nel nord che nel sud del mondo. Il rapporto quindicinale del FMI conteneva un arti-
colo nel quale si esortava il Nord a sbarazzarsi di tutte le leggi sociali, specialmente di quelle sull'oc-
cupazione. L'ideale per il FMI è che tutti siano liberi di accettare o no un posto di lavoro; in so-
stanza si auspica di dare mano libera ai datori di lavoro.
Tutto questo attivismo delle élites e la capacità di reprimere sempre più la gente che si trova in
fondo alla piramide non è un incidente. Credo che sia frutto di un'ideologia che pare normale oggi,
mentre 50 anni fa sarebbe stata perfettamente anomala. Dopo la guerra tutti erano keynesiani o
marxisti; sarebbe stato addirittura impensabile essere liberisti secondo questo schema. Ho fatto un
piccolo lavoro in Le Monde Diplomatique del mese d'agosto su tale problema, perché mi sembrava
che la trasmissione di questa ideologia fosse effettuata con grande abilità, consapevolmente, perché
la destra è convinta che le idee portino i loro frutti, ed è vero. La destra ha capito la lezione gram-
sciana dell'egemonia culturale e ha plasmato una cultura che rende accettabile un mondo in cui 2/3
delle persone sono escluse. Negli Stati Uniti, per esempio, spende milioni di dollari per sostenere
riviste, per finanziare intellettuali all'interno delle università, per pagare professori, giornalisti.
Heritage Foundation, che è fatta con grosse fortune private, ha stilato un elenco di 1.500 esperti in
tutti i campi, tutti di destra naturalmente, tutti dell'idea della Heritage Foundation. Il giornalista che
è costretto a lavorare in fretta e furia non deve fare altro che telefonare all'esperto: il giorno dopo i
giornali compariranno con il parere dell'esperto in bella evidenza.
Sotto questo profilo il caso di Francis Fukujama è emblematico. Era un oscuro signore del
Dipartimento di Stato degli USA, che è stato invitato da una ricchissima Fondazione americana, la
Olin Foundation, a Chicago a presentare uno studio. Olin ha invitato anche tre suoi intellettuali
(ovviamente ben pagati) che hanno espresso alcuni favorevoli commenti sullo studio di Fukujama.
Successivamente queste quattro persone hanno fatto un dibattito sulla rivista Olin. Dibattito nato
dal niente, fatto da persone pagate tutte dalla stessa fondazione, su una rivista di parte. Dopo il di-
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 13
battito il New York Times e la televisione si sono interessati a Fukujarna e oggi egli è conosciuto in
tutto il mondo; ma è un personaggio costruito.
Tutto procede con la stessa modalità: fondazioni che pagano gli intellettuali e che creano un clima
ideologico in cui questa società dell'esclusione diventi normale. E Fukujama può permettersi il lusso
di scrivere un libro intitolato La fine della storia, nel quale sostiene che le nostre società liberali del-
l'Occidente sono arrivate alla fine della storia, perché abbiamo la democrazia, non ci sono più guerre
tra noi e tutti gli altri devono arrivare a questo modello di società capitalistica e di democrazia elet-
tiva. Sembra incredibile, eppure viene preso sul serio.
Dopo questa digressione sul Fukujama-pensiero, vorrei ritornare sulla questione del debito,
perché lo considero lo strumento politico perfetto per far obbedire il mondo intero a questo modello.
Con il debito non siamo più di fronte a un problema economico, ma solo squisitamente politico.
Sarebbe facile alleggerire o annullare il debito del Sud, eppure non succede. Da un decennio a questa
parte ogni anno il G7 si riunisce ed esamina il debito del Terzo Mondo e particolarmente quello dei
più poveri tra i poveri: gli africani. Ho fatto uno studio per vedere il destino di 31 paesi africani che
sono sulla lista dei più poveri. Questi paesi si sono incontrati con il Club di Parigi più di 150 volte.
Hanno fatto 150 accordi separati con il Club di Parigi, che è quello che discute del debito pubblico,
mentre il Club di Londra esamina il debito privato. Immaginiamo le risorse per fare 150 discussioni,
preparare i dossier. Il risultato è che tutti i 31 paesi, senza eccezioni, sono più indebitati di 6 anni fa
quando sono cominciati gli incontri e che il debito annullato è stato inferiore al 5%, mentre la quota
di debito per un pagamento dilazionato ha raggiunto il 18%. Comunque il debito non è stato cancel-
lato. É falso credere che noi facciamo qualcosa per i più poveri tra i poveri.
Sarebbe anche ingenuo pensare che il Terzo Mondo possa fare un fronte comune e accordarsi per
non pagare il debito. L'unità del Sud ormai è spezzata, non c'è più l'organizzazione dei non-allineati
come a Bangdung e ogni paese deve andare da solo davanti al Club di Parigi o di Londra. Se da 10
anni il G7 dice che dobbiamo fare qualcosa per risolvere il problema del debito e non viene fatto mai
niente, significa che si tratta di uno strumento politico perfetto per ottenere certi risultati. L'Egitto,
per esempio, ha visto un quarto del suo debito cancellato perché ha fatto la scelta giusta nella guerra
del Golfo, schierandosi con gli Stati Uniti. É uno strumento politico in questo caso fin troppo evi-
dente. In altri casi è sempre possibile imporre l'aggiustamento strutturale, fare in modo che l'investi-
mento transnazionale sia realizzabile e considerare il capitalismo come una religione. E quando dico
religione non invento niente. Basta leggere quello che Michel Camdessus, presidente del FMI, ha
detto a una classe di laureati del FMI che stavano per diventare impiegati nella stessa organizza-
zione: «Voi siete i preti del capitalismo. Bisogna che persuadiate tutti i paesi che, se fanno quello
che noi diciamo loro, tutto andrà bene. Dovete credere che la nostra organizzazione ha una flessibi-
lità incredibile che le permette di adattarsi a sfide nuove grazie ai suoi statuti fondatori. Abbiate
sempre con voi questi statuti del FML Rileggeteli spesso. La rivelazione di Dio per me è contenuta
in queste sei ragioni d'essere del Fondo come sono scritte qui». E Camdessus continua imperterrito:
«La nostra responsabilità è fare un mondo migliore ... ». É davvero convinto che con questi piani di
aggiustamento strutturale si possa realizzare il mondo dell'armonia in cui tutto è compatibile con
tutto: il commercio, l'occupazione, l'ambiente, la crescita, lo sviluppo. Ci troviamo davvero di fronte
a una religione (non solo a una questione di interessi), alla quale ci si deve opporre con un'altra idea
globale dell'umanità, del pianeta, della vita.
É questa ideologia che bisogna smascherare, perché è come l'acqua in cui tutti nuotiamo. E, sma-
scherarla è compito di tutti. Occorre evidenziare che ci sono altre possibilità di organizzare la società
e che non è necessario escludere 2/3 dell'umanità.
Sul piano concreto qualcosa si può fare, soprattutto a livello europeo. Ho terminato da poco uno
studio per il Cnel in vista della Conferenza di Barcellona, che riunisce 15 paesi europei e 12 paesi del
Mediterraneo, ribadendo quelli che io chiamo gli argomenti-boomerang, che ritengo molto forti per
l'Europa: immigrazione, droga (è il prodotto più remunerativo di tutti quelli esportati dal

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 14


Mediterraneo), disoccupazione, inquinamento. Mi sembrano argomenti convincenti per costringere
gli europei a fare qualcosa che interessi le due sponde del Mediterraneo.

Un'economia al di sopra della società?


In tutte le civiltà umane, fin dall’inizio della storia, è sempre stata la società a decidere la forma di
economia. Forse si trattava di scelte orribili, come la schiavitù, ad esempio, o altri tipi di organizza-
zione sociale che noi non condividiamo, ma è stata sempre la società che, per i suoi bisogni identifi-
cati, per i suoi ideali, ha deciso come organizzare l'economia. Oggi abbiamo capovolto la situazione e
l’economia ha il ruolo di decidere l’organizzazione della società. Secondo Karl Polanyi, il grande an-
tropologo, sociologo ed economista morto nel 1962, è la prima volta che accade nella storia. Non c'è
stato nessun dibattito democratico per stabilire come vogliamo organizzare l'economia, con quali
mezzi, in vista di quali fini. Abbiamo un sistema capitalista che prende tutte le decisioni. Siamo in
una barca senza timoniere e rischiamo il naufragio. É troppo facile dire che tutto va bene, inneggiare
al liberismo e alla libertà, come Fukujarna, e affermare che tutte le decisioni dell'economia sono il
meglio che ci possa capitare; sarebbe invece più responsabile prendere le decisioni consciamente e
non lasciarle in mano alle forze dell'economia e del capitalismo. Quando si permette all'economia li-
berale di guidare la società si producono gli effetti che ho descritto all'inizio: le ricchezze vanno dal
basso verso l'alto, crescono le disuguaglianze, ci si abitua a comprare e a vendere tutto. In Belgio è
scoppiato lo scandalo per la vendita dei bambini; è una cosa orribile, naturalmente, ma è anche nor-
male. Quando si vendono organi, occhi, reni, cuore, perché non vendere addirittura i bambini? Tutto
è merce: la natura, il lavoro, la gente.
Quando penso a un soggetto politico che possa capovolgere questa situazione non intravedo gran
che nell'orizzonte attuale. L'unico segnale di un possibile cambiamento viene dall'urgenza del pro-
blema ecologico. La biosfera è limitata e con tutta la nostra tecnologia non possiamo minimamente
ampliarla. Fino al XVIII secolo l'attività umana incideva in maniera irrilevante sulla biosfera, oggi con
la nostra attività economica produciamo in 15 giorni quello che si produceva in un anno nel 1900. E
questa produttività raddoppia ogni 20-30 anni. Attualmente la specie umana sì appropria del 40%
del prodotto fotosintetico netto, Ossia di tutta l'energia che fornisce il sole e che serve per la vita. É
evidente che l'equilibrio della biosfera non può essere spezzato, non si può continuare a consumare
risorse non rinnovabili e magari a gettare i rifiuti (CO 2 compreso) nella biosfera. No n si può conti-
nuare a fare economia così, in maniera suicida. La ribellione della natura ci farà prendere coscienza
della nostra stupidità economica. Il capitalismo non può fermarsi, è costretto dalle sue regole interne
a proseguire sulla stessa rovinosa direzione, ma la natura se ne infischia di noi e dei nostri affari. É
un'illusione credere che l'economia possa dettare legge alla natura. Ci sono limiti invalicabili: non
possiamo andare più veloci della luce, non possiamo scendere al di sotto dello zero assoluto. Sono
leggi di natura che costituiscono un limite alla nostra attività. Spero che un giorno non troppo lon-
tano il logos sappia fornire regole all'economia.

Le multinazionali e il libero commercio


Vorrei parlare un po' delle compagnie transnazionali, dato che ho avuto modo di occuparmene,
perché mi sembrava che tutti gli argomenti in favore del cosiddetto libero commercio fossero falsi e
volevo vedere più da vicino come stessero le cose. Ho scoperto che ci sono oggi, secondo le statisti-
che Onu, 40 mila compagnie transnazionali, che insieme controllano i 2/3 del commercio mondiale.
Solo che le prime cento coprono da sole 1/3 del volume totale degli scambi. Dunque 1/3 del com-
mercio mondiale, che ha un valore complessivo di 5 triliardi di dollari, e semplicemente uno scambio
tra filiali della stessa compagnia, Inter company transfers. Il rapporto sull’investimento mondiale
delle Nazioni Unite parla di “mercato”, ma mi sembra un mercato un po’ strano, in cui l’accesso è
limitato totalmente e in cui è possibile fare i prezzi che si vogliono, perché sono arrangiati secondo le
leggi dei vari paesi per le necessità di tasse e di imposte. Nell'industria farmaceutica questi prezzi ar-
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 15
rangiati tra le filiali della Ciba Geigy, della Sandoz, ad esempio, vanno dal 30% a più del 7000% ri-
spetto al prezzo reale di un vero mercato. Dunque 1/3 del commercio mondiale è falsato e totalmente
controllato dalle compagnie transnazionali. Il capitalismo va verso il monopolio che è l'inverso del
mercato. Il mercato funziona con la concorrenza e le regole servono ad organizzare questa concor-
renza; attualmente però viviamo in un sistema in cui tutto ha tendenza ad andare verso il monopolio.
Ma c'è da considerare anche un altro aspetto. Per un industriale dell’automobile, ad esmpio, non è
conveniente costruire una macchina nello stesso paese, ma realizzare i singoli componenti in paesi
diversi. Si raggiungono così due risultati: si sfrutta la manodopera più a basso costo e si evita che i
lavoratori o i governi di determinate nazioni possano prendere il controllo della produzione. Il com-
mercio determinato da questa esigenza di differenziare la produzione nei vari continenti è pari a un
altro terzo del commercio mondiale.
In conclusione, solo 1/3 è commercio vero come lo si intendeva nel XVIII secoli, quando vennero
elaborate le teorie classiche di Ricardo, di Adam Smith, i quali sostenevano che era meglio commer-
ciare piuttosto che produrre tutto nello stesso paese. L’esempio classico portato da Ricardo è quello
dei vini portoghesi e delle lane inglesi: è meglio che il Portogallo si specializzi in vini e l’Inghilterra
in tessuti di lana.
Ma Ricardo non immaginava che un giorno nel XX secolo il capitale sarebbe stato libero di trasfe-
rirsi da qualsiasi parte; per lui il capitale doveva rimanere nazionale e spesso locale. Per Adam Smith
o per Ricardo sarebbe stato difficile immaginare che l’industria di Leeds potesse investire a
Manchester, tantomeno in Francia e in Portogallo, ancor meno in Indonesia o in Messico. Oggi non
c’è più un vantaggio comparativo, che è ciò su cui si fondava la teoria classica del commercio; oggi è
possibile cercare il vantaggio assoluto, perché il capitale è libero di andare dove vuole, e il vantaggio
include la repressione. In Italia la popolazione ha lottato perché gli operai fossero decentemente pa-
gati, ci sono leggi che impediscono, ad esempio, di dare latte adulterato ai bambini, di fare troppi
danni all'ambiente. Nei paesi sottosviluppati queste lotte, per ragioni diverse, non sono state fatte e
il vantaggio di investire in Indonesia, in Messico o altrove include il vantaggio politico che non ci
sono leggi che proteggano la gente.
Oggi esistono persone in buona fede, le quali sostengono che non possiamo condividere il nostro
lavoro con i paesi sottosviluppati perché i nostri operai sono disoccupati o sono messi sul lastrico e
dobbiamo anzitutto pensare a difendere i nostri vantaggi. Sono convinta esattamente del contrario.
Mi viene in mente la situazione del XIX secolo quando i bambini lavoravano in fabbrica a 6-8 anni
per guadagnare qualche soldo e i primi sindacalisti venivano a dire ai loro genitori che non dovevano
più mandare a lavorare i bambini... I genitori replicavano che avevano bisogno di quei soldi, ma erano
i sindacalisti ad aver ragione e non i genitori. Credo che oggi il nostro dovere sia quello di far risalire il
livello per tutti, non di accettare che il commercio faccia ribassare il soffitto per tutti, perché con il
vantaggio assoluto siamo tutti in concorrenza con tutti. Con L’Organizzazione Mondiale del
Commercio (OMC) gli stessi paesi cosiddetti sottosviluppati sono in concorrenza gli uni con gli al-
tri.
A questo proposito la storia della Nike è emblematica. La Nike, una compagnia nordamericana, si
è spostata in Corea qualche anno fa. I lavoratori coreani hanno fatto sciopero per avere salari migliori
e allora la Nike si è trasferita in Indonesia. Domani s’installerà in Vietnam o forse in Cina. Mi sem-
bra, insomma, un errore gravissimo sostenere che dobbiamo condividere il lavoro nel mondo intero
secondo la legge dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, perché non ci saranno mai posti
sufficienti per tutti, dato che il capitalismo non è fatto per includere tutti, ma per lasciare ai margini
una enorme massa di esclusi; e la concorrenza in queste condizioni è un vero suicidio.
Gli investimenti delle compagnie transnazionali nel Terzo Mondo hanno creato complessivamente
12 milioni di posti di lavoro, per un investimento complessivo pari a 400 miliardi di dollari, impe-
gnando meno dell’’1% della forza lavoro disponibile. Se crediamo che le multinazionali possano ri-
solvere il problema della disoccupazione sul pianeta siamo destinati ad aspettare secoli e inoltre
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 16
siamo in concorrenza con un 99% di lavoratori disposti a lavorare per una paga che è al di sotto del
minimo vitale. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità le donne indonesiane nelle zone dove
è consentito il libero mercato lavorano per una cesta di cibo che non è sufficiente a mantenere la vita
fisiologica. Mi è stato riferito che a Brasilia hanno ridotto il volume delle balle di cotone, perché i
brasiliani mangiano talmente poco che non possono più portare sulle spalle il peso che una volta
portavano gli schiavi. L'attuale regolamentazione del commercio internazionale tende ad attenuare
anche le norme di protezione ambientale: saremo obbligati ad importare cibo con un tasso di pesti-
cidi più alto di quello che permette la legge italiana o francese. C'è, insomma, una caduta verso il
basso. Io sostengo, perciò, che nessuno può guadagnare in questo gioco al massacro. Anche le ONG
del Sud hanno preso la stessa posizione e invitano a non accettare le regole dell'Organizzazione
Mondiale del Commercio. Il regolamento finale del GATT (800 pagine, 20.000 con tutti gli allegati)
serve solo alle élites; modificarlo costituirà la grande battaglia politica dei prossimi 10 anni.

Possibili piste d'impegno politico


Siamo di fronte a un mutamento, epocale che richiede evidentemente un. cambiamento di menta-
lità. Ma un'azione solo individuale mi sembra insufficiente. E' estremamente importante lavorare con
gli altri, mettere i propri talenti al servizio d'un gruppo e affrontare il conflitto con i poteri.
Personalmente sono favorevole ad un confronto non violento, ma non bisogna dimenticare che i po-
teri uccidono. Credo anche che sia possibile coinvolgere in questo enorme lavoro politico di cambia-
mento le classi medie, che hanno paura e sono un po' in ansia. Le classi medie vedono vanificate dal
sistema economico attuale tutte le loro conquiste e sono preoccupate. In Francia non c'è famiglia che
non sia toccata dalla disoccupazione, compresa la mia. Esiste un senso di precarietà diffuso.
Si tratta di un lavoro di coinvolgimento che presenta le sue difficoltà, come dimostra l'esempio di
Clinton negli Stati Uniti. Il presidente americano per motivi elettorali ha varato una legge che riduce
l'assistenza sociale alle classi più disagiate in mezzo all'indifferenza generale. Per contrastare il
NAFTA, l'accordo di libero scambio tra Usa, Canadà e Messico, si era organizzata una coalizione
enorme, la più grande dalla guerra del Vietnam, che comprendeva le chiese, i sindacati, gli esponenti
al commercio equo e solidale. Eppure il NAFTA è stato approvato perché Clinton ha promesso
soldi a tutti i rappresentanti. del Congresso. Alcuni dicono che abbia pagato 50 miliardi di dollari,
più una sovvenzione per il suo Dipartimento, più una legge sulle arance in Florida, più qualche altra
concessione. Comunque, l'accordo di libero scambio è passato al Congresso.
C'è un lavoro politico enorme da fare per cambiare, le cose. Siamo nelle mani di un governo mon-
diale che io considero illegittimo, perché non è stato eletto da nessuno. Le multinazionali, il Fondo
Monetario, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, qualche centinaio di mi-
liardari sono i despoti che reggono il mondo in maniera dittatoriale. La prima cosa da fare è dichiarare
che questo potere è illegittimo. La Banca e il Fondo sono regolati da uno statuto ma il loro modo di
procedere è profondamente cambiato da 50 anni a questa parte e ha preso una piega che non era nella
mente dei fondatori. Il potere che esercitano su una ottantina di paesi con gli aggiustamenti struttu-
rali è veramente abusivo.
In secondo luogo bisognerebbe impegnarsi a costruire la democrazia internazionale Capisco che è
già difficile realizzarla nell'ambito di un singolo stato, ma ormai la situazione ci impone di operare a
livello internazionale. Alle élites capitalistiche, che sono perfettamente collegate tra loro, bisogne-
rebbe contrapporre alleanze internazionali di persone che fanno resistenza a determinati provvedi-
menti ingiusti. Voglio portare un esempio che si riferisce all'organizzazione di Greenpeace. Quando il
governo messicano si preparava ad invadere il Chiapas per la seconda volta, la sezione messicana lo-
cale ha dato l'allarme all'organizzazione centrale, fornendo l'indirizzo e il numero di fax del ministro
dell'interno. Ci siamo subito mobilitati inviando via fax messaggi al ministro per ricordargli che da
tutto il mondo lo tenevano d'occhio. Fatto sta che l'invasione del Chiapas non c'è stata.

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 17


Oggi con gli strumenti elettronici non è difficile organizzare a livello internazionale questo tipo di
protesta che ha una grande efficacia, perché la repressione vive dell'invisibilità e teme soprattutto
che le cose spaventose siano rese visibili. Anche la facilità di viaggiare può offrire l'occasione di
stringere legami fra persone e organizzazioni di paesi diversi.
Ci sono poi da rafforzare le reti di collaborazione locale fra i cittadini. La stampa non parla molto
di queste iniziative, ma in certi paesi sono molto diffuse. In Inghilterra esistono organizzazioni
chiamate lets (local exchange trading systems), sistemi locali di scambio, dove vengono messi in co-
mune sia i prodotti che le capacità di scambio senza denaro. Io ti taglio i capelli gratis e tu mi scrivi a
macchina qualcosa, ad esempio. Il sistema è così sviluppato in certe località che il fisco se ne inte-
ressa vivamente perché non è tassato. Insomma, ci sono diversi modi per dare alla gente più potere
sulla propria vita. In America, ad esempio, si sono sviluppate alleanze tra contadini e consumatori:
all'inizio dell'anno un certo numero di famiglie fornisce al contadino i soldi per fare la coltura e s'i-
scrive per comprare i prodotti. Queste reti locali vanno rafforzate perché dipendiamo tutti dal mer-
cato mondiale e subiamo una perdita di potere.
Un altro obiettivo è quello di rafforzare lo stato. Fino a una quindicina d'anni fa ero praticamente
anarchica, ma adesso non vedo cos'altro potrebbe proteggerci contro il mercato mondiale se non lo
stato. Non bastano le reti locali a proteggere i cittadini contro gli effetti della mondializzazione; lo
stato è l'unico bastione contro le forze che vogliono spazzare via le garanzie sul lavoro, la sanità, la
famiglia. Io difendo lo stato sociale perché è il risultato di lotte che dobbiamo rispettare e non sono
convinta che bisognerebbe abbassare lo stato sociale qui perché altra gente in altre parti del mondo
ne tragga benefici.
Tra i compiti prioritari da affrontare in questo scorcio di secolo c'è quello di riequilibrare l'impatto
dell'attività umana sulla biosfera. Si tratta di un'equazione matematica: impatto = consumo globale x
tecnologia x popolazione. Così non possiamo andare avanti. Come diceva Kenneth Boulding, un
economista-ecologista negli anni '60, «per credere che sia possibile realizzare una crescita infinita
nella biosfera finita bisognerebbe essere o un pazzo o un economista».
Penso, infine, che bisognerebbe controllare il transnazionale. C'è un libro di Colin, Hines e Tim.
Lang intitolato Il nuovo protezionismo, in cui gli autori sostengono che le multinazionali, per essere
autorizzate a vendere in un territorio, dovrebbero produrre nel territorio stesso. Non si tratta di fer-
mare il commercio, che sarà sempre necessario, ma di rendersi conto che con uno scambio di 5 tri-
liardi di dollari all'anno l'impatto sul pianeta ha un effetto devastante. Far venire patate dal Nord
Europa in Italia per lavarle e poi ritrasportarle in Francia o in Belgio per ricavarne patatine fritte, dal
punto di vista ecologico è una follia. Questa crescita finisce per renderci sempre più poveri.
Un'ultima riflessione sul nostro livello di vita. In Germania l'Istituto di Wuppertal ha dimostrato
che per produrre le arance destinate al consumo dì succo di frutta dei tedeschi occorre due volte e
mezzo la superficie della Germania. Se potessimo fare una mappa dei consumi dei popoli europei ci
accorgeremmo che il nostro consumo sta colonizzando il mondo e che è aumentato a dismisura col
commercio e i trasporti. Gli americani e i danesi, per esempio, si scambiano gli stessi dolci. Non sa-
rebbe più economico e più ecologico scambiarsi le ricette di cucina? Ci sono migliaia di esempi di
questa natura, ma noi non riusciamo a pensare il commercio in maniera differente perché siamo vin-
colati alla concezione della crescita, che ha bisogno di una critica radicale.
Vorrei concludere queste considerazioni con un richiamo alla pace. Per me la pace è l'ideale, l'uto-
pia a cui m'ispiro e per cui lavoro, ma temo che saremo sempre costretti a fare resistenza e opposi-
zione. Apprezzo la pace interiore e la ritengo la condizione per potere continuare a lottare in un
mondo non giusto.

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 18


III - Rodrigo A. Rivas
Rodrigo A. Rivas
Economista e giornalista cileno, è stato dirigente di Unidad Popular prima del colpo di stato del 1973. Ha
insegnato in diverse università sia in Italia che in America Latina. Dal 1980 al 1985 ha diretto il Centro Studi di
politica internazionale e dal 1986 al 1989 Radio Popolare. Ha al suo attivo una trentina di pubblicazioni su temi di
economia e di politica internazionale.

I fasti del libero mercato


«Il colonnello Aureliano Buendìa promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte. Ebbe
diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati uno dopo l'altro in una
sola notte, prima che il maggiore compisse trentacinque anni. Sfuggi a quattordici attentati, a settan-
tatre imboscate e a un plotone di esecuzione. Sopravvisse a una dose di stricnina nel caffè che sa-
rebbe bastata ad ammazzare un cavallo... (Di lui) l'unica cosa che rimase fu una strada di Macondo
intitolata al suo nome... Perse tutto salvo la voglia di combattere e la speranza di vincere»...
Comincio con questa reminiscenza letteraria tratta da Cent'anni di solitudine, perché mi sembra
piena di indicazioni pratiche. Spero che ciò risulterà più chiaro nel corso dell'esposizione. Per lo
stesso motivo vorrei aggiungere a questo piccolo prolegomeno letterario un'altra citazione di García
Márquez. Con l'immaginazione bisogna andare ancora in Colombia, questa volta sul grande fiume che
fa da protagonista in molti testi dello scrittore, e cioè il Magdalena. Fermina Daza era rimasta vedova
da pochi mesi e Fiorentino Ariza le aveva confessato che continuava ad amarla, per essere precisi da
cinquantadue anni, sei mesi e tre settimane. Alla fine i due riescono ad imbarcarsi per coronare il loro
sogno d'amore e, per non essere disturbati, Ariza - che è proprietario della compagnia di navigazione
- ordina che si navighi sotto la bandiera gialla che è il segnale del colera. Sulla Nuova Fedeltà i due
«fecero, un amore tranquillo e sano, da nonni appannati». Alla fine però, arrivarono in fondo al
viaggio, una fine indicata dal «vento del mare dei Caraibi che si addentrava dalle finestre con il bac-
cano degli uccelli». Ritornare nel mondo «sarebbe stato come morire». Fu allora che Florentino diede
quell'ordine: «Andiamo a dritta, a dritta, a dritta, ancora verso La Dorada»... Il capitano, schiacciato
dalla tremenda forza della ispirazione di Florentino, gli chiese: «Lo dice sul serio?». «Da quando
sono nato - disse Florentino Ariza non ho detto una sola cosa che non sia sul serio»... «E fino
quando crede lei che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?», insistette ancora il ca-
pitano. Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni,
notti comprese: «Tutta la vita», disse. Succede. D'altronde, anch'io comincio ad avere una certa età e
- come capita spesso - ho parecchi ricordi. Pesano e non sono sempre felici.
In Cile ho studiato scienze politiche e l'ultimo anno di università l'ho fatto in una classe in cui era-
vamo 18 persone. Non siamo vecchissimi, ma siamo vivi solo in pochi, gli altri morirono tra l'11 set-
tembre del '73 – giorno del colpo di Stato dei generale Pinochet - e i mesi successivi. Una generazione
poco fortunata. Peraltro provengo da un paese nel quale circa il 90% della popolazione è di origine
esterna, intendendo per interna, gli "americani originali", e cioè gli indigeni. Mio nonno paterno,
Francisco Javier, era arrivato in Cile dopo una sola misera guerra, in Spagna, intorno agli anni '30. lo
rifeci la stessa strada in senso inverso, pur se non ho fatto esattamente lo stesso percorso perché
quando sono uscito dal Cile, e cioè nel 1974, a Madrid comandava ancora Franco e non era il caso di
andarci. Quindi, andata e ritorno in tre generazioni, senza mai pagare il biglietto, sempre da esuli. Se
non altro, non siamo stati un grande affare per le agenzie di turismo.
Tutto questo mi permette di fare l'ultima notazione introduttiva: io provengo dal Terzo Mondo,
ma da un Terzo Mondo particolare (ogni frammento lo è). Provengo cioè da quell'America Latina che
Eduardo Galeano chiama 1'estrema periferia dell'Occidente". E questo rappresenta un vantaggio e un
limite. Un vantaggio perché non ci è difficile comprendere la cultura materiale dell'Europa; (ricordo
che quando sono arrivato m'incuriosirono le lavastoviglie, l'unica cosa che non avevo mai visto); un
limite perché si tratta sì di un'altra cultura, ma molto vicina a quella europea. E ciò mi rende invece

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 19


difficile comprendere fino in fondo culture radicalmente diverse. Credo dunque di poter approcciare
il tema da un'angolatura relativamente differente da quella abituale a queste latitudini, senza che ciò
implichi la pretesa, la voglia o la capacità di rappresentare i tanti sud del mondo.
Mi propongo, quindi, di raccontare un paio di esempi storici che mi sembrano interessanti per
capire il contesto attuale e la sua novità; di fare in secondo luogo qualche riflessione sulla situazione
odierna, sia dal punto di vista politico che economico; infine, di fornire qualche indicazione pratica
su alcune cose da fare.

I - LA STORIA
Nel 1810 a Buenos Aires, allora una piccola città di 15.000 abitanti (oggi ne ha 9 milioni), arrivò la
notizia che Napoleone Bonaparte aveva invaso la penisola iberica e che aveva nominato come nuovo
re di Spagna il suo fratello Giuseppe, chiamato dagli spagnoli Pepe Botella (Beppe Bottiglia). A
questa notizia, la borghesia latinoamericana di origine spagnola si riunì in un cabildo aperto in cui
decise che non avrebbe riconosciuto l'usurpatore francese, ribadì contemporaneamente la propria fe-
deltà al re in esilio Ferdinando VII e nominò una giunta di governo che avrebbe retto il paese fino al
ritorno del monarca legittimo. Nacque così, in modo praticamente indolore, la prima fase dell'indi-
pendenza latino-americana, la "Patria vecchia". In Argentina il cabildo aperto porta la data del 25
maggio 1810.
La notizia si sparse dovunque nel giro di qualche mese. E tutti i paesi americani presero più o
meno la stessa risoluzione. Per quanto riguarda le colonie spagnole, ben presto il processo di reg-
genza si trasformò in movimento indipendentista, salvo nei due paesi che - non a caso erano le due
capitali storiche, ovverosia il Messico e il Perù, dove l'indipendenza nacque invece imposta dall'e-
sterno. Nel caso peruviano argentini e cileni invasero il Perù e lo dichiararono indipendente contro il
volere dei peruviani; nel caso messicano un capitano di ventura, Agustín Iturbide, si autoproclamò
imperatore dell'Impero degli Stati Uniti del Messico.
"Per la precisione" faccio un veloce riferimento al Brasile. Naturalmente, anche il Portogallo era
stato invaso dalle truppe napoleoniche ma, in questo caso, l'insieme della corte di Lisbona decise di
traslocare nella colonia sudamericana. Dopo Waterloo e il Congresso della Santa Alleanza a Vienna, il
re ritornò a Lisbona, ma non riuscì a convincere suo figlio Joao a seguirlo. Viceversa, dom Joao de-
cise di restare a Rio de Janeiro dove si proclamò imperatore del Brasile, che così diventò un Impero
indipendente senza colpo ferire.
Ma torniamo alla nostra storia specifica. Raccontano infatti gli storici che l'avvento della giunta di
governo argentina fu salutato anche dal fiume della Plata. All'imbocco del fiume, infatti, c'era una
flotta inglese che prese parte ai festeggiamenti sparando parecchie salve di cannone. Il giorno dopo,
la prima misura del nuovo governo consistette nel ridurre le tasse per le importazioni dal 50% al
7,5%. Trenta giorni più tardi, la Giunta di governo di Buenos Aires decretò l'assoluta libertà nell'e-
sportazione di oro e argento (il subcontinente importava essenzialmente schiavi e alcuni manufatti,
mentre esportava preziosi, materie prime agricole e anche parecchi manufatti, pur se bisogna aggiun-
gere che le sue merci non venivano pagate che in minima parte. Rappresentavano, per così dire, un
grazioso contributo allo sviluppo europeo). Tre mesi dopo vennero aboliti tutti i dazi alle importa-
zioni e alle esportazioni e fu proclamata la totale libertà commerciale. Da questo punto di vista la
giunta del Mar del Plata, come poi tutte le altre, fu antesignana di un movimento di liberismo totale.
Le conseguenze non si fecero attendere: due anni dopo in Argentina non c'era più nessuna industria.
Erano completamente scomparse. Lo stesso avvenne altrove.
Si potrebbe obiettare che non deve essersi trattato di una grande industria. É più che probabile.
Comunque i prestigiatori del libero mercato fecero scomparire anche la maggiore industria tessile dei
primi dell'800, e cioè quella indiana. Visitando le Americhe Alexander von Humboldt - che di tutto si
occupava meno che di politica - aveva scritto nel 1805 che il valore della produzione manifatturiera
del Messico era pari a 8-10 milioni di pesos annuali e che il 70% di essa era assicurato dal settore
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 20
tessile. Lo stesso si poteva osservare in Perù, in Bolivia, in Ecuador, in Cile, in Brasile e in
Argentina. Tuttavia, 7-8 anni dopo l'arrivo della definitiva indipendenza (tra 1815-1825 a seconda
dei casi), in America Latina non c'era più industria tessile e addirittura non c'era industria tout court.
E in tale contesto che - almeno a lui - deve essere sembrato assai gaio, il console d'Inghilterra a
Buenos Aires, Woodbine Parish, si rivolse agli argentini scrivendo nel 1837: «le possibilità che i vo-
stri vestiti siano inglesi equivalgono al 99%. Ciò è vero anche per le vostre pentole, le vostre tazze, i
vostri coltelli e persino per i vostri ponchos. Tutti sono articoli made in England. Ma non solo: sic-
come voi argentini vivete davvero in un paese molto ricco, importate da noi anche le pietre che si
adoperano per costruire i marciapiedi». Come dargli torto? Nell'anno di grazia 1837, un poncho
made in England si vendeva a 3 pesos nei negozi di Buenos Aires, quello made in Argentina a 7 pe-
sos.
Potrebbe sembrare una forma di autolesionismo dichiarare la propria forza economica così spudo-
ratamente. Non lo è, e non per una forma arcaica della "sindrome di Stoccolma", bensì perché tutto
ciò testimonia che alle "classi dirigenti autoctone" andava benone così. Infatti, Woodbine era stato
anticipato dall'ambasciatore inglese a Rio de Janeiro, James Webb, che scrisse nel 1833: «In tutte le
fazende brasiliane padroni e schiavi si vestono con manufatti inglesi. L’Inghilterra finanzia tutti i
miglioramenti interni e fabbrica tutti gli utensili di uso normale, dalla zappa in su, dagli abiti ai vestiti
più cari, la ceramica, gli articoli di vetro, di ferro o di legno. Diamo al Brasile le sue navi a vapore e
anche i suoi velieri, costruiamo il suo pavé e gli sistemiamo le strade, illuminiamo le sue città col gas,
gli costruiamo le ferrovie, lavoriamo le sue miniere, siamo i suoi banchieri, gli innalziamo le linee del
telegrafo, trasportiamo la sua posta, gli costruiamo i mobili, i motori, le vetture ferroviarie». Nel
1833 il Brasile era molto ricco, tanto che - appunto - non aveva bisogno di produrre niente, poteva
importare tutto. Non è forse un caso se oggi il Brasile è H paese dove, statisticamente, la disugua-
glianza risulta essere la più alta del mondo.
Eccetto gli Stati Uniti, ma questa è un'altra storia, quasi tutte le Americhe seguirono esattamente
lo stesso tragitto.
É curioso osservare come - storicamente - i paesi ricchi (quindi "intelligenti", "preparati", "con
cultura del lavoro e del risparmio", "civili"), non siano mai stati liberisti, e cioè non abbiano mai
aperto i loro mercati allo scambio con l'estero. Non solo nel 1800. L’odierna Unione Europea, ad
esempio, è tutto tranne un mercato aperto (salvo per gli europei... occidentali). Se l'Europa oggi
fosse un mercato aperto, in alcuni settori di largo consumo come il tessile o l'alimentare si arrive-
rebbe ad un predominio di beni di origine non europea; non succede solo perché i dazi doganali e le
sovvenzioni pubbliche per la produzione di carne, di frutta, di tessili, di autovetture o di computer
sono estremamente alti. In ogni caso, l'Unione Europea si trova in ottima compagnia perché, in
quanto a protezionismo, rivaleggia con gli Stati Uniti, il Canada e il Giappone, nonché con quei paesi
asiatici che in questi anni si sono segnalati per i più alti tassi di crescita, i cosiddetti "4 draghi" o "4
tigri". Chiarisco che non sto dando un giudizio di valore; per ora mi limito semplicemente a consta-
tare un fatto che - tuttavia - viene venduto universalmente come il suo esatto contrario. Infatti, fra le
tante idee che ci vengono inculcate in questo periodo utilizzando tutti i mezzi, legittimi o meno, c'è
quella che ci dice che la liberalizzazione dei mercati si trova alla base dello sviluppo economico dei
paesi oggi industrializzati, ma anche dell'attuale crescita della Corea, Taiwan, Singapore, Malaysia,
Thailandia, Hong Kong, Cina ecc, mercati cosiddetti aperti. Dal punto di vista economico questa è
una bestialità pura e semplice per quanto riguarda il passato, una falsità assoluta per quanto riguarda
il presente. Originata dalla più supina ignoranza o da qualcosa d'altro?
Comunque - dicevamo - quasi tutta l'America Latina seguì invece questa rotta. E lo fece con
grande convinzione, senza costrizioni. Quasi tutta, perché ci fu comunque un'eccezione: si chiamava
Paraguay.

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 21


La tragedia del Paraguay
Il Paraguay è un piccolo paese del quale non si parla quasi mai. Non lo fanno neanche i latino-
americani, forse per razzismo più o meno latente. Perché, pur se lo si nega, i latino-americani sono
assai razzisti, particolarmente quando occupano posti dirigenziali, e cioè - in genere quando sono
bianchi. Il Brasile, ad esempio, è un paese senza discriminazioni razziali. O almeno questa è la vol-
gata. Ma, se partiamo dal dato di fatto che almeno la metà della popolazione è nera: come mai non ci
sono mai stati - o quasi - presidenti della repubblica, ministri, parlamentari, governatori, imprendi-
tori, generali o vescovi neri? Oppure: come mai nella Repubblica Dominicana, un paese dove oltre il
90% della popolazione è nera, non c'è mai stato un presidente nero? Storicamente, la popolazione
indigena è stata la più discriminata del continente. Al punto che, ancora oggi, lo studio della storia
latino-americana comincia solo con l'arrivo di Colombo. Il periodo precedente nelle nostre scuole si
chiama preistoria. La correlazione tra preistoria e barbarie come quella tra storia e civiltà mi sembra
ovvia.
Ma torniamo al nostro Paraguay, nazione indigena. Qui la storia aveva seguito un corso partico-
lare, forse perché era stata effettivamente una terra di missioni. Come altrove, la fine del processo
coloniale fu seguita da una dittatura. Si trattava, però, di una dittatura molto diversa dalle altre.
Al potere arrivò infatti Gaspar Rodrìguez de Francia, un personaggio carismatico e colto, il quale
decretò che la proprietà privata non dovesse esistere e che tutto dovesse appartenere allo Stato, che
avrebbe assegnato alle comunità organizzate l'uso e l'usufrutto della terra e delle fabbriche. A poste-
riori, qualcuno ha addirittura delirato parlando di un comunismo paraguayano ante litteram. Non lo
era affatto, a meno che si confonda lo statalismo con il comunismo. Era piuttosto una dittatura illu-
minata che godeva di un indiscusso appoggio interno. Anzitutto perché la tradizione missionaria
aveva rispettato un dato culturale comune a tutte le culture locali: la "madre terra", la pacha mama,
non può appartenere a nessuno, per definizione. La comunità e l'uomo possono tutt'al più stabilire
con lei un rapporto di uso, comunque rispettoso. Poi perché i missionari gesuiti erano stati generosi
con gli indigeni, ma anche assai autoritari. Infine perché questo modello diverso di sviluppo, un mo-
dello che oggi potremmo definire "autocentrato", funzionava molto bene. A scanso di equivoci, nel-
l'anno di grazia 1840, secondo James Hopkins, console statunitense ad Asunciòn, «il Paraguay è
l'unico paese dell'America meridionale senza mendicanti, affamati né ladri... Non c'è bambino che non
sappia leggere o scrivere».
Tuttavia, perché coscientemente diverso, il Paraguay si è prima autoisolato (Samir Amin avrebbe
detto "scollegato"), poi è stato isolato e aggredito dagli altri. Per il governo di Rodrìguez de Francia e
per quello del suo successore, il commercio estero non era particolarmente importante. E già nel
1865 il Paraguay disponeva di telegrafo, ferrovie, fabbriche per materiali edili, per tessuti, per ve-
stiti, per la carta, per l'inchiostro, per la ceramica, per la polvere da sparo. Era l'unico paese della re-
gione che si poteva permettere il lusso di contrattare tecnici stranieri, inglesi naturalmente, strapa-
gandoli, per organizzare la propria economia; dal 1850 disponeva di fabbriche siderurgiche, di una
bella flotta mercantile autocostruita che navigava il fiume Paraguay, di cannoni, mortai e pallottole. Il
commercio estero era comunque monopolizzato dallo stato, il paese poteva contare su una moneta
forte e stabile, con investimenti pubblici adeguati e su un debito estero uguale a zero (non era scon-
tato; ad esempio, già allora il debito estero di Buenos Aires era uguale al 40% del prodotto interno
lordo del paese). Era un modello autocentrato, non era un paese autarchico. Infatti, sempre nel 1865,
tremila studenti paraguaiani studiavano in Europa a spese dello stato. Avrebbero dovuto costituire
l'ossatura della futura classe dirigente paraguaiana. Erano, raccontano le cronache dell'epoca, tutti
indigeni (en passant, si potrebbe dire che oggi l'insieme degli studenti latino-americani che godono di
borse di studio concesse dai loro governi per studiare all'estero non arriva a tremila unità. E senza
paura di sbagliare potrei scommettere che il numero dei borsisti indigeni ammesso che ci siano - non
supera le dita di una mano).
Da tale sommaria descrizione appare evidente che tutto questo non poteva continuare a lungo. Il
sistema paraguaiano non era ammissibile perché minava le basi stesse della convivenza civile e della
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democrazia regionali. Come poteva infatti essere accettato un tale insulto ai princìpi in un mondo
così libero com'era quello latinoamericano dell'epoca, in un mondo cioè in cui tutto era come direbbe
Finardi - «libero, ma libero veramente?». In fondo, persino oggi sarebbe assai scarsa la possibilità di
sopravvivere per un paese così evidentemente non libero, un paese cioè nel quale lo stato non per-
metta il libero commercio con l'estero, nel quale non ci siano elezioni regolari, dove non si rispetti il
sacro diritto alla proprietà privata.
Quindi, dovevano"sbarcare i nostri". Naturalmente le prime avvisaglie arrivarono dai padroni della
ferriera. Correva l'anno 1864 quando Edward Thornton, allora ministro inglese al governo di Buenos
Aires, scrisse sullo Standard, il giornale in lingua inglese dell'Argentina: «Il capo del Paraguay è
l'Attila dell'America... Bisogna ucciderlo come un rettile. Ha imposto diritti di importazione sulle
nostre merci che arrivano frequentemente al 40-45% del prezzo fatturato... Bisogna dichiarare la
guerra a questo tiranno perché ha infranto tutti gli usi dei paesi civili» . A Londra, il Times pubblicò
l'articolo di Thornton aggiungendo - con la tipica obiettività anglosassone - «il Paraguay si ostina a
mantenere chiusa alle navi inglesi la navigazione dei suoi fiumi interni. É semplicemente inammissi-
bile».
Così, per farla breve, il 10 maggio del 1865 nasceva la "Triplice Alleanza" e cioè l'accordo militare
tra il Brasile, l'Argentina e l'Uruguay, il cui unico e dichiarato scopo derivava dalla necessità di im-
porre il libero commercio al Paraguay. Siccome però nella guerra ci sono anche spese, lo stesso
Times rese noto, prima che la guerra iniziasse, che gli alleati avevano anche dovuto concordare come
si sarebbero divisi il territorio del Paraguay che sarebbe stato conquistato. Anche questo è logico:
diffondere la civiltà ha i suoi costi. Come difenderla.
Quando iniziò la guerra, che secondo gli alti comandi dell'esercito argentino avrebbe dovuto durare
tre mesi, il Paraguay aveva 1 milione e 600 mila abitanti; quando la guerra finì, cinque anni dopo, il
Paraguay aveva 200 mila abitanti. Gli eroici "combattenti della libertà" considerarono conclusa la
guerra solo quando valutarono che nel Paraguay non ci fossero sopravvissuti di sesso maschile,
qualunque fosse la loro età. L'ultima battaglia nota (dalle testimonianze di alcuni soldati brasiliani) fu
combattuta tra le truppe regolari della Triplice e i bambini del Paraguay, i quali si misero addosso
delle barbe finte per non far vedere che erano - appunto - bambini. E poiché si rifiutavano di capire
quanto fosse bello il mondo libero, vennero tutti massacrati.
A volte penso che, invece dell'arida economia, mi sarebbe piaciuto occuparmi di cinema. Avrei ad
esempio filmato la ricostruzione di questa battaglia, col nipote di Gaspar de Francia, il generale
Sòlano Lòpez, che passa sul suo cavallo bianco accanto ai suoi bambini tra-i "mastini della libertà".
Avrei raccontato la storia, e cioè avrei fatto del bieco realismo, ma per venderlo meglio sui mercati
dei paesi industrializzati avrei chiuso il film con un happy end. Ho anche pensato quale: a un certo
punto un soldato, magari uruguaiano, sarebbe diventato lievemente rosso dalla vergogna. Mi rendo
conto che non è una finezza alla Stanley Kubrick, ma sono certo che Ombre rosse e Cahiers du ci-
nema avrebbero capito subito: "messaggio positivo", "abbiamo speranza", 1'umanità vince", ecc.
Ma, ahimè, non faccio il cinernatografaro, per cui devo limitarmi a constatare che è stata una delle
grandi battaglie del mercato libero o, per dirla col più ricco linguaggio di Raimon Panikkar, una delle
tante vittorie di Golia su David.
Si potrebbe concludere che ognuno ha gli eroi che si merita. Forse. I poveri studenti di tutto il
continente devono ancora oggi sorbettarsi un "grande umanista", tale Domingo Faustino Sarmiento,
in seguito presidente dell'Argentina, che in quei giorni scrisse: «non cerchiamo di risparmiare il loro
sangue, l'unica cosa umana di cui dispongono. É un fertilizzante che dobbiamo rendere utile per il
continente».
Nel suo libro Il saccheggio dell'America Latina (Ed. Einaudi), Eduardo Galeano racconta alcune
cose su questa vicenda. Però l'odio contro questa esperienza è stata (forse è) talmente grande che
dopo 130 anni in America Latina nessuno l'ha mai raccontata compiutamente. La si conosce solo a
pezzi. Si sa, alcuni la sanno. Ma non la si studia. Non solo per pudore. Oltre al razzismo potrebbero

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esserci altri motivi. Diceva Tomàs Borges a chi gli chiedeva se era vero che il Nicaragua esportasse la
rivoluzione verso i suoi vicini centroamericani: «Da qui non si esporta nulla. Ma anche senza vo-
lerlo, gli esempi viaggiano, si autoesportano. E gli esempi sono sempre molto pericolosi».
Il Paraguay era «l'unica nazione senza mendicanti, senza affamati e senza analfabeti» in un conti-
nente di affamati, di ladri, di scampati da ogni pericolo affluiti da ogni parte del mondo. L’America
Latina era il continente dei pochi indigeni sopravvissuti, dei neri schiavi, (ne erano partiti dall'Africa
60 milioni, ne sono arrivati la metà), successivamente dei cinesi e dei giapponesi che arrivarono an-
che loro come semischiavi, nonché dei milioni di italiani giunti verso la fine dell'800 insieme ad una
vera internazionale di poveri che parlavano tedesco, francese, inglese, russo, arabo, croato, greco,
turco o slavo... Un continente, insomma, di sradicati, di gente che normalmente arrivava con una
mano dietro e l'altra davanti poiché era appena scappata dalla povertà, ma - potenza dell'ideologia -
che aveva negli occhi e nella testa una carrellata di sogni costruiti su quel territorio sterminato e in-
definito - quasi una categoria dello spirito - dove tutto sembrava possibile, compreso il navigare
sullo stesso fiume finché c'è vita per fare l'amore o l'incontrarsi con un marinaio danese molto vec-
chio e dalle ali molto grandi. Perciò, in concreto, era anche il regnodell'ineguaglianza,dell'illegalità,
della dipendenza, della violenza.
Qualcuno si chiede ogni tanto come mai ai latino-americani piacciano tanto le armi (il che non è
vero) e abbiano fatto tante rivoluzioni (e neppure questo lo è). Anche in questo caso le risposte
sono banali: perché non c'è mai stato un altro esempio; perché l'indipendenza fu costruita così e la
vita dell'America Latina dopo l'indipendenza fu per 50 anni una storia di guerre civili che avevano
come scopo di imporre sia un determinato modello economico che le persone che ne avrebbero gua-
dagnato, consolidando una solida egemonia complessiva. Perché nelle celle del carcere di Puno ci
sono 10° sotto zero durante 9 mesi, le finestre non hanno vetri, non c'è luce elettrica e si vive -
spesso a vita - isolati in un monolocale di 2x3 metri. Si potrebbe ribattere che a Puno finiscono solo i
delinquenti incalliti. Errore: quelli sono tutti fuori. C'è anche qualche terrorista, ma nella stragrande
maggioranza gli abitanti del carcere sono gli stessi indigeni che si prendono il colera a Lima, colpevoli
di aver rubato una gallina, o di aver sporcato un muro, o di «essere passati da lì senza avere un alibi».
Non c'è di certo né un ufficiale né un ex ministro né un narcotrafficante importante. Oppure, perché
a San Salvador la Germania e gli USA scambiano i loro rifiuti chimici con belle casettine bianche, co-
struite sui rifiuti stessi? O perché in Ecuador ancora fino a poco tempo fa si vendevano le aziende
agricole «con o senza indios»? O perché Città del Messico, come ammonisce un vecchio cieco che
lavora da sempre allo Zòcalo, «sarà il primo luogo dove arriverà la fine del mondo»?
Ma proviamo ad essere più seri. A conclusione di questi esempi storici, cito alcune osservazioni
del visconte di Chateaubriand, ministro degli esteri della Francia sotto Luigi XVIII: «Dal momento
dell'emancipazione le colonie spagnole sono diventate una sorta di colonia inglese... Tra il 1822 e il
1826 l'Inghilterra ha fatto 10 prestiti alle colonie emancipate per un valore nominale di circa 21 mi-
lioni di sterline, ma una volta dedotti gli interessi e le commissioni, lo sborso effettivamente realiz-
zato non è arrivato a 7 milioni di sterline. Contemporaneamente a Londra sono nate oltre 40 società
per azioni per sfruttare le risorse naturali dell'America Latina e per installarvi aziende di servizi
pubblici».
L'America Latina era un grande affare. Suonerà ingenuo ricordare che la guerra contro il Paraguay
fu finanziata dalla Banca di Londra e dalla Rotschild Bank? O che, a guerra finita, i paesi della
Triplice erano indebitati? O che, dato che il Paraguay era distrutto, aveva perso la metà del territorio
e quasi tutta la popolazione, il nuovo governo, messo in piedi con l'appoggio determinante dei vinci-
tori, chiese un prestito, ovviamente, agli inglesi? E che pagò questo credito per altri 50 anni, come
tutti i suoi vicini? A me sembra comunque che questa sintesi storica delle vicende di un piccolo pa-
ese latino-americano del quale la storia ha conservato labili tracce, possa servire come illustrazione
su cosa abbiano significato il mercato libero e la nascita della modernità in quelle praterie sterminate.
Potrebbe anche spiegare un titolo che costituisce un manifesto magico, gioioso e al tempo stesso
terribile: Cent'anni di solitudine.

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Il caso Irlanda
Ma siccome l'America Latina è lontana e noi che l'amiamo la usiamo spesso - troppo - come car-
tina al tornasole per le nostre riflessioni e divagazioni, vorrei fermarmi un attimo sull'Irlanda, che in-
vece è geograficamente più vicina e, forse, più immediatamente comprensibile.
Nell'Irlanda, una colonia colpevole di essere cattolica, fino al 1829 gli indigeni non potevano pos-
sedere terre, non potevano frequentare i licei, non potevano essere eletti nel Parlamento... Appena
gli inglesi capirono che la cultura era importante, decisero infatti che gli irlandesi potevano andare
solo alla scuola dell'obbligo; per andare alla scuola superiore bisognava essere inglesi. Penso che al-
cuni estremismi del cattolicesimo irlandese -1a ricerca del suminum bonum che, direbbe Goethe, ge-
nera il summum malum - affondano le radici in questa storia. Gli irlandesi vivevano da contadini af-
fittando piccoli appezzamenti di terra, l'unica cosa possibile dal momento che non potevano avere
proprietà e che erano obbligati a pagare 1/10 delle loro entrate alla chiesa d'Irlanda, anglicana natu-
ralmente (confesso che ho sempre trovato particolarmente odiosa la costrizione per cui gli abitanti
del posto non possono parlare le loro lingue o non possono andare a scuola. Tuttavia, poiché la me-
moria diventa labile, non è ozioso ricordare che è stato un vizio diffuso. I francesi in Algeria lo spin-
sero all'eccesso, vietando agli arabi - fino alle fine degli anni '50 di questo secolo, e cioè fin quando
non si riuscì a cacciarli via dal paese - di fare il bagno nel Mediterraneo. Immagino potessero spor-
carlo).
Tra decime alla chiesa e terreni piccoli, cari e poco produttivi la povera popolazione irlandese si
alimentava quasi esclusivamente di patate. Ma nel settembre 1845 comparve una grave malattia della
pianta e l'epidemia ebbe una veloce espansione. Nel 1845 gli irlandesi erano il popolo con maggiore
densità di popolazione di tutta Europa: otto milioni e 200 mila abitanti. Nel 1847 due milioni e
mezzo vennero costretti a emigrare perché non ce la facevano più a sopravvivere, un milione e
mezzo morì semplicemente di fame. In un anno la popolazione si ridusse drasticamente a quattro
milioni di abitanti. A Derry e Dublino lo evocano ancora come il black forty seven.
Nel frattempo, sui giornali inglesi si era scatenata una dotta discussione economica sulle politiche
da applicare per l'Irlanda. Nei termini più essenziali, si trattava di decidere se aiutare quei poveracci
che morivano di fame oppure se si dovesse lasciarli morire, dal momento che erano obiettivamente
troppi e tutti - dotti o meno - partivano dal presupposto che una così alta densità di popolazione su
un territorio così scarso era non solo anomala ma anche insostenibile. Una discussione talmente
odiosa, anche se si è ripetuta varie volte qua e là nel mondo in termini formalmente più o meno "ci-
vilizzati" che, per non correre il rischio di aggettivare troppo, preferisco citare.
Il rappresentante del governo inglese in Irlanda del Nord, Lord Clarendon, nel 1847 scrisse al suo
primo ministro: -«Saremo criticati comunque; se li facciamo vivere ci criticheranno gli economisti,
perché manteniamo della gente che non è capace di autosostentarsi, ma se li facciamo morire ci criti-
cheranno i filantropi. Quale campo sceglie lei? Io non lo so»... E di rincalzo, il ministro degli interni,
Sir George Gray, dichiarò alla stampa: «Può darsi che ci critichino se lasciamo che la gente muoia.
Ma saremmo criticati molto più severamente se spendiamo dei soldi pubblici».
In verità, il problema teorico era stato affrontato e risolto in seguito alla discussione che era nata
dopo l'abolizione delle leggi che garantivano un sussidio ai poveri (1834). Nassau Senior, considerato
all'epoca il maggiore specialista sui problemi della povertà, aveva alla fine sentenziato: «se i poveri
sapessero che bisogna lavorare per non morire di fame, lavorerebbero. Se i giovani sapessero che non
saranno aiutati quando invecchieranno, risparmierebbero. Se i vecchi sanno che avranno bisogno dei
loro bambini, si daranno da fare per farsi volere bene. Dunque, nessun aiuto... Bisogna che la vita
nelle workhouses sia meno desiderabile di quella dei più disgraziati operai indipendenti». E - poiché
gli intellettuali di mercato non sono solo una categoria moderna - lo scrittore Thomas Carlyle aveva
specificato: «Se i poveri sono resi miserabili il loro numero diminuisce. Il segreto è noto a tutti i cac-
ciatori di topi. Un metodo ancor più veloce consisterebbe nell'utilizzo dell'arsenico».

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Comunque, il Primo ministro dell'epoca, Lord Russell, dopo un'elezione andata male, anche
perché il governo non era stato in grado di sedare la rivolta degli affamati irlandesi che assalivano i
Silos pieni di grano malgrado la legislazione speciale e lo sbarco in forza di nuovi distaccamenti re-
pressivi, rivolgendosi agli irlandesi proclamò senza tentennamenti le dure verità della politica e del-
l'economia: «Vi abbiamo finanziato. Abbiamo investito e lavorato per voi. Vi abbiamo nutriti e ve-
stiti. Ecco come ci pagate, con ribellioni e diffamazioni. Perciò, è ora di smettere di aiutarvi. Ecco ciò
che pensa il popolo inglese». Forse Lord Russell s'illudeva davvero che così si potesse pacificare il
paese. D'altronde il grande David Ricardo aveva scritto al riguardo queste belle, chiare e assai mo-
derne parole: «I rapporti sociali devono essere sottoposti alla legge dell'offerta e della domanda e
trovare il loro equilibrio grazie al meccanismo dei prezzi. Lo scopo della società è garantire la felicità
alla maggioranza, il che implica due condizioni: anzitutto i governi devono disimpegnarsi dalla vita
economica. In seguito devono dedicarsi esclusivamente alla protezione delle leggi del mercato e della
proprietà privata. Il libero scambio che ne nascerà garantirà anche la pace, perché le classi commer-
cianti, desiderose di non interrompere i succosi flussi commerciali, si oppongono per principio all'i-
dea stessa di guerra».
Comunque, anche in Irlanda, come quasi sempre, sono presenti pure i piccoli David. A dire il
vero, spesso servono anche per le giustificazioni successive. Ma fa pia,cere ricordarli. In questo caso
va citato un pastore anglicano inglese, Richard Townsend, che commentò le parole di Lord Russell
così: «la popolazione irlandese è vittima della politica più sbagliata che esista, politica che consiste
nell'applicare con eccesso criminale i principi dell’economia politica.»...
Ma la verità è che Lord Russell parlava - come i suoi successori - dell'obiettività dell'economia,
delle dure verità della "scienza triste", come la chiamano in tutte le latitudini gli addetti ai lavori.
L’obiettività rappresenta una bella giustificazione: nessuno è colpevole quando piove (salvo i go-
verni ladri), può succedere che nessuno lo sia se i disoccupati continuano ad aumentare.
Responsabili sono la realtà, i fatti, il "destino cinico e baro". «L’intervento è andato bene, ma il pa-
ziente è morto», recita una battuta sui bollettini medici. O come Dostoevskij fa dire all'idealista
Scigaliov nei Demoni: «Mi sono imbrogliato tra i miei propri dati, e la mia conclusione è in diretta
contraddizione con l'idea iniziale da cui parto. Partendo da un'assoluta libertà, io concludo con un as-
soluto dispotismo. Aggiungerò, però, che tranne la mia soluzione della formula sociale, non ce ne
può essere nessun'altra». E infatti...
Gli economisti sostengono, ad esempio, che in un paese non ci può essere piena occupazione,
perché sarebbe un disastro. Aumenterebbero gli stipendi, quindi l'inflazione. In termini di principio
si afferma perciò che il tasso di disoccupazione è buono se si aggira attorno al 5% della popolazione
attiva, il che comunque implica che ci sia un 5% di disgraziati che ne subiscano le conseguenze. Ma
questi restano fuori del ragionamento.
A me sembra un modo di pensare che somiglia stranamente a quello della recente riunione della
FAO a Roma, quando si è deciso che applicando audaci, ambiziosi, concreti progetti, nel 2000 la
popolazione di affamati avrebbe potuto ridursi della metà. Oggi sono - ufficialmente 1200 milioni.
La metà sarebbe comunque 600 milioni. Ciò in un mondo dove il cibo viene regolarmente distrutto
perché ce n’è troppo gli agricoltori dell'Europa comunitaria o degli Stati Uniti vengono pagati per di-
struggere il latte e ammazzare gli animali o per lasciare le terre incolte. Progetto ambizioso o pazzia
pura?
Si teorizza che in Africa c'è troppo pubblico, troppo Stato, per cui in Costa d'Avorio piuttosto
che in Benin bisogna farlo dimagrire un po'. Conseguentemente, negli ultimi anni il FMI (che dirige la
politica economica di una ottantina di stati formalmente indipendenti) ha imposto serie cure dima-
granti ai funzionari e ai lavoratori del Senegal, della Costa d'Avorio, ecc., tutta gente che se la pas-
sava particolarmente bene, per cui ha pure preteso che si aumentassero le tariffe pubbliche
(dell'acqua, della luce, del trasporto) e che si tagliassero le spese scolastica e sanitaria perché non è il
caso di fare beneficenza.

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 26


Il che equivale a dire che in Africa, oggi, si deve considerare conveniente una spesa sanitaria di 5
dollari pro-capite all'anno, 8 mila lire circa, dei quali la metà è impiegata nella ricerca sull'Aids. Non
mi sembra stupefacente - senza scomodare l'Aids - che malgrado le 4 mila lire annue (in media) qual-
che africano ci rimetta ogni tanto la vita. Eppure l'Organizzazione Mondiale della Sanità considera
tutto ciò un grande successo. Di qui il suo slogan: «Sanità per tutti nel 2000». Anche in Africa, con 4
mila lire a testa. Forse partono dalla constatazione - di certo verificata in laboratori di dimensioni
continentali - che la razza nera ha la pelle dura. Oppure è saltata una parola. In questo caso lo slogan
giusto sarebbe: «Sanità per tutti i sopravvissuti nel 2000».

II - LA CENTRALITA’ DELLA POLITICA


Parafrasando qualcuno direi: l'economia è un problema troppo serio per lasciarlo totalmente nelle
mani degli economisti (come la sanità in quelle dei medici, la genetica in quelle dei biologi o la morale
in quelle dei preti). La mia seconda traccia di riflessione parte quindi dalla politica.
Qualche anno fa, su Le Monde Diplomatique ho letto un testo di Susan George in cui affermava:
«dal marxismo ho imparato la centra1ità della politica». Sono d'accordo, anche se l'afférmazione po-
trebbe apparire fuori luogo in un momento storico in cui tutti sembrerebbero riconoscere la centralità
dell'economia. Tuttavia, quando parliamo di economia e della sua preeminenza, spesso dimenti-
chiamo che si tratta di una tecnica - meglio detto, di soluzioni tecniche spesso contrapposte - che
costituiscono mezzi la cui applicazione o non applicazione è dettata dalla politica-e dai politici, dai
loro interessi, opinioni, credi, valori.
Purtroppo, mi sembra si possa constatare a colpo d'occhio che - in questo particolare momento
storico - le diversità tra i vari schieramenti politici sono assai poche dal punto di vista delle ricette e
delle politiche economiche (forse proprio perché si crede di condividere anche buona parte dei valori
e degli interessi). I cileni, che a volte sono molto cinici, spiegano il fenomeno così: «nel 1970 dice-
vamo la izquierda unida jamàs serà vencida (la sinistra unita non sarà mai vinta). Ci andò male.
L’abbiamo modificato con un più sicuro la izquierda y la derecha unidas jamàs seràn vencidas (la
sinistra e la destra unite non saranno mai vinte)». Al di là degli scherzi mi sembra una iattura, né
inevitabile né accettabile, che mi porta a chiedermi più o meno confusamente cosa fare. A forza di
luoghi comuni tutto sembrerebbe assai buio. Vorrei introdurre a questo punto una citazione di Marx:
«L’umanità si pone solo quelle domande che può risolvere»; ci si pone cioè un determinato problema
solo quando ci sono già tutti i dati, anche se noi non siamo - ancora capaci di leggerli compiutamente.
Non furono certo Lenin o Tolstòj a porsi per primi la domanda "Che fare? ". Immagino sia stato
qualche nostro comune antenato cavernicolo. Comunque, quando si tenta di rispondere a questa do-
manda, credo siano imprescindibili due cose: partire dalla conoscenza della storia, intesa come con-
traddizione e non come senso, e disporre della conoscenza necessaria per la comprensione dei feno-
meni specifici e delle loro tendenze. La prima conclusione è ovvia: la politica non può che essere le-
gata alla conoscenza. Quindi, compare immediatamente una delle componenti fondamentali della po-
litica, e cioè la sua dimensione scientifica. In questa dimensione la teoria non "copre" la realtà, non si
limita a descriverla. Viceversa, la teoria - per essere tale - non può che essere una sovversione della
realtà, una destrutturazione della evidenza e delle rappresentazioni del senso comune, un'ipotesi rin-
novata permanentemente, una guida di interpretazione problematizzata. La teoria, insomma, è il ro-
vescio, dello schema, il contrario delle verità generali, delle leggi valide universalmente e permanen-
temente.
Credo che anche il corollario di questo enunciato risulti assai evidente: voler rispondere alla do-
manda sul "che fare" senza addentrarsi nei sentieri della conoscenza significa condannarsi a non tro-
vare la soluzione, implica correre permanentemente il rischio di confondere la realtà con l'evidenza.
Eppure non si tratta di una questione alla quale possono accedere solo gli addetti ai lavori perché,
sebbene non ci siano né sconti né scorciatoie, è importante ricordare che tutto ciò non implica di-
sporre di particolari conoscenze tecniche. In campo sociale non ci sono conoscenze particolarmente
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astruse e difficili, anche se agli economisti - e non solo a loro - piace spesso fare gli stregoni ed
esporre i problemi con linguaggi complessi.
Ma sebbene la politica sia anzitutto conoscenza, non è solo conoscenza. Perché contemporanea-
mente è un universo abitato da sogni, credenze, pulsioni irrazionali, che modificano le direttrici
semplicemente "razionali" e vanificano qualunque senso onnicomprensivo della storia e qualsiasi te-
oria compiuta, perché i sogni cambiano e le realtà si modificano. La domanda ha un valore pratico
proprio perché non tutto è stato detto nella e dalla storia e perché, sebbene l'evidenza sia illusione,
ciò non significa che tutto sia caos o enigma.
Voglio dire che allora l'organizzazione del senso della storia è una questione di volontà pratica.
Che la storia opera come filigrana, come anticipazione, come verità provvisoria, come ipotesi, come
immagine, come forza immateriale dotata della capacità di convocazione sociale. Che le dimensioni
articolate del fare e del pensare, e cioè la prassi, sono provvisorie e incerte come la stessa storia che
si cerca di capire e di trasformare. Ed ecco perché, a mio parere, non ha mai avuto senso la vecchia
pretesa, assai presente nella storia delle organizzazioni del movimento operaio, di sapere tutto prima
di agire. Ecco perché la teoria, sempre provvisoria, procede a tentoni, non è mai finita, combina pro-
poste di interpretazione del reale con una dimensione anticipatrice fatta di desideri, probabilità e
possibilità.
Quindi, la strada per trovare una risposta non può che partire dall'analisi del reale, e cioè dall'ana-
lisi delle formazioni storico-sociali concrete. Nel nostro caso, del processo di globalizzazione eco-
nomica. Ma, al di là della descrizione, se tutti i dati sono presenti e purtuttavia non sappiamo ancora
leggerli, per andare avanti collettivamente è utile delineare sommariamente alcune indicazioni meto-
dologiche.
a) Anzitutto, è il versante profetico quello che ci offre i materiali per un progetto storico di tra-
sformazione sociale. Per un progetto che, oltre ad essere possibile, deve essere in grado di ordinare il
dibattito sia attorno alle forme attraverso le quali lo stesso può diventare patrimonio collettivo, che
alle condizioni reali della trasformazione che puntano o possono puntare in quel senso. Insisto: ri-
siede nella doppia prospettiva, conoscenza e compito, ovvero sfida, la migliore rappresentazione
delle condizioni per l'inizio di una risposta. Detto in altro modo, il problema del "che fare" politico
non si risolve né per deduzione a partire da un progetto o da una formula strategica, né per indu-
zione a partire dai dati e dalle congiunture specifiche, ma per la tensione dialettica tra ambedue que-
ste dimensioni; non basta cioè "l’analisi concreta" per tracciare un progetto, ma si richiede anche lo
scrutare del "tempo lungo", con le sue pulsioni e discontinuità.
b) Non credo che possano esistere una linea di condotta o un elenco di cose da fare, senza avere
fatto prima un'opzione, un'opzione che si esercita quando si agisce ma anche quando non si agisce.
Al di là delle diverse versioni dell'illuminismo (ad esempio, quella della "linea corretta"), né mete né
modelli garantiscono la sicurezza del transito, il che implica che a volte ci sarà bisogno di fare salti
nel buio, verso la speranza, e che solo l'azione stessa dimostrerà la maggiore o minore certezza di tali
salti.
c) In un mondo che sembra avere una grande paura di qualsiasi forma di conflitto, a me pare che
non esista avanzamento senza crisi, proprio perché le crisi condensano le contraddizioni nei mo-
menti di trasformazione. Ne dovrebbe quindi derivare che non esiste nulla di simile alla graduale e ir-
reversibile marcia verso destini ineluttabili, qualunque essi siano o, detto diversamente, che nelle si-
tuazioni di crisi tutto è possibile, eccetto evitarle. E che nulla garantisce a priori che si risolveranno
positivamente.
d) Infine, mi pare che se vogliamo mettere assieme un progetto storico e un tentativo di risposta
alla domanda sul "che fare" siamo costretti a collocarci in un livello altro rispetto alla strategia o alle
prospettive politiche. Perché implicherebbe cercare di tratteggiare le grandi linee di un'immagine di
società che possa contemporaneamente funzionare come aspirazione collettiva, forza culturale, ele-
mento di attrazione e convocazione. Quindi, un progetto non è né un teorema né una dimostrazione
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ma un'immagine, il modo di esistenza di un'idea in quanto diventa realtà nel movimento e in quanto si
traduce in pratiche sociali che, oltre a produrre trasformazioni parziali, portano l'impatto della sua
dimensione profetica sull'insieme della società. Inoltre, proprio perché un progetto trova le sue radici
in una determinata realtà storica, perché segnato da uno spazio e da un tempo, dalla disgregazione di
un consenso, dalla messa in discussione collettiva di un determinato sistema di rapporti sociali, dal-
l'aspirazione ad altro, non può essere, né un piano né un programma. Quando penso ai nostri tempi
oscuri, il buio mi appare legato soprattutto alla difficoltà di pensare a un siffatto progetto in un
tempo che invece si caratterizza per la scarsità (se non inesistenza) di luoghi permanenti destinati a
una riflessione collettiva seria. E tuttavia - insisto - se non c'è lo spazio per volare parliamo di am-
ministrazione, non di politica. E mi sembra che in questo paese, e non solo, molto spesso la miseria
(e il conseguente abbandono) della politica derivi proprio dal fatto che è diventata solo ed esclusiva-
mente amministrazione. E pur se a me l'amministrazione interessa in quanto la reputo una tecnica
imprescindibile, non posso pretendere che susciti l'entusiasmo della gente. Ecco perché dopo i ra-
gionieri della politica, alcuni assai intelligenti, la politica sembra morta. É solo in letargo.
Spero che anche il mio prolegomeno letterario-politico risulti più chiaro a questo punto. Per vie
diverse dalla letteratura, ma solo perché - oltre al cinema - non sono nemmeno capace di fare della
letteratura; la utilizzo perché rimango ostinatamente convinto che la politica sia anche sogno. Prima
di diventare esule sognavo che avrei fatto tante cose. Molti di quei sogni li ho modificati, alcuni è
meglio che non si siano realizzati. Tuttavia continuo a sognare. E a scanso di equivoci voglio chiarire
che, pur non essendo un credente (e non me ne vanto perché è condizione che avverto come una mia
limitazione oggettiva - che dubbio può esserci sul fatto che dev'essere stupendo poter credere, pen-
sare che tutto ha un senso e un compimento - per cui non dispero che pure a me un giorno o l'altro
arrivi lo "stato di grazia"), mi scopro un ottimista di fondo. Malgrado le tante partenze e i tanti ri-
torni, i viaggi gratis, i quasi venti anni di attesa prima di poter tornare in Cile anche solo per vederlo
(ma "vent'anni sono nulla", come disse Carlos Gardel, cantante di tanghi e vero ideologo di intere ge-
nerazioni di latino-americani), penso che se esistono "cent'anni di solitudine" ,dovranno pur esistere
"cent'anni di compagnia", altrimenti che solitudine sarebbe?
«Sancho, i cani latrano, è il segnale che progrediamo», indica Don Chisciotte. E tanto gli bastava
per continuare a battersi contro mulini a vento, finti giganti, falsi cavalieri, veri pazzi... Io non riesco
a convincermi della solidità di un sistema che pure dipingono come il migliore possibile, come "por-
tatore di sviluppo", ecc. Saranno i miei mulini a vento, sarà pazzia. Tuttavia a me sembra assai più
pazzo (e mi dispiace per la sua epocale tristezza) chi pensa che ciò che esiste sia quasi immutabile
se non arriva un atto magico. Io ero e rimango convinto che ciò che esiste potrebbe anche non esi-
stere, che comunque dipende da ciò che faccio o non faccio, dunque dalla mia attività o inattività, dal
mio impegno, dal mio cercar di capire. S'intende che tutto ciò vale solo nel rapporto con gli altri.
Ritengo quindi che abbia un senso pensare, riflettere, porsi i problemi, anche se non si conoscono
le soluzioni. All'epoca della mia militanza politica si diceva: «Compagno, se non hai una proposta
meglio che non parli. Tutti possiamo porre i problemi. Si tratta di dare le risposte». E siccome suc-
cedeva che normalmente la gente non aveva la risposta, quelli che dirigevano, tra cui anch'io, conti-
nuavano a dirigere, anche perché nessun altro poteva esercitare la facoltà di parlare, quindi di provare
a risolvere i problemi. Esagero naturalmente. Solo per dire che rimango convinto che porsi il pro-
blema sia già metà della risposta, o almeno sia un inizio di risposta, se non altro perché costringe a
pensare, cioè a esercitare questa fati cosa attività che differenzia l'uomo dagli altri esseri del creato.

L'attuale politica economica è irrazionale


Mi sia permessa una chiarificazione preliminare, da economista. Cosa sia lo "sviluppo" è que-
stione assai discussa. In termini molto generali, penso possa essere definito come un processo di
espansione collegato sia a una ridistribuzione progressiva dei redditi che ad una soluzione dei pro-
blemi essenziali della gente che vive in un determinato sistema. Dunque, sarebbe un processo assai

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 29


più esauriente della sola crescita economica. Una definizione del genere, però, sarebbe disapprovata
in non poche università italiane. C'è infatti una scuola di pensiero che sostiene la piena identità tra
sviluppo e crescita economica. Il resto delle componenti, la ridistribuzione, la soluzione dei problemi
vitali, apparterrebbe a una sfera non economica. Si tratta degli economisti neoliberali, per i quali il
fatto che il PIL cresca è un bene in sé, indipendentemente dal fatto che lo stesso possa crescere
perché si deve ricostruire una città distrutta o perché si deve distruggere una città integra. Nel primo
caso sarà legato soprattutto a cemento e materiali edili; nel secondo a mortai e pallottole. Probabil-
mente, dal punto di vista del PIL la situazione preferibile è la seconda, perché crea maggiori effetti
moltiplicatori e allarga la gamma dell'indotto immediato. Certo, finisce prima (non è detto) ma, in se-
guito si dovrà pure ricostruire! Non c'è, insomma, una corrispondenza automatica tra la crescita del
PIL e la soluzione dei problemi, o il miglioramento delle condizioni di vita della gente, o la ridistribu-
zione del reddito. Ecco perché definire le caratteristiche inerenti allo sviluppo non è né scontato né
indifferente. Al punto che alcuni sviluppi non sono affatto convenienti.
A me pare che trasformare la semplice crescita economica in sinonimo di sviluppo sia imboccare il
sentiero di una politica irrazionale. Il che non vuol dire che non sia convincente. Pensiamo al più
ovvio degli esempi: nel 1995 l'Italia ha avuto una percentuale di crescita relativamente alta - oltre il
3% - comunque la più alta tra i paesi dell'Europa Occidentale. Ciononostante in Italia è aumentato il
numero dei disoccupati. Ora sembrerebbe razionale pensare che, per tutti coloro che sono rimasti o
sono diventati disoccupati, non dovrebbe rivestire particolare importanza la notizia che il tasso di
crescita del PIL italiano capeggia la specifica hit parade tra i paesi industrializzati. Eppure il tono
generale dell'informazione, come quasi tutta la discussione economica e politica, partono dal pre-
supposto che dovremmo essere soddisfatti se non contenti. «Ragazzi, il paese cresce». Come a dire:
«il resto seguirà». Il peggio è che, nonostante la mia situazione specifica non sia affatto migliorata,
anzi peggiorata, aumenterà in me la convinzione che «gli indomani cantino». Probabilmente Orwell
avrebbe potuto prendere spunto da questo per approfondire le caratteristiche del rapporto che il
"Grande fratello" cerca di stabilire.
L’economia prescinde (basti ricordare la storia dell'obiettività). Ai tempi dell'università, Fernando
Henrique Cardoso, attuale presidente del Brasile, allora esule in Cile, ci raccontava una storiella per
illustrare la razionalità degli economisti. In un porto c'è un elefante che deve essere caricato su una
nave. Il problema consiste nel costruire un ponticello che possa reggerne il peso. Si consultano di-
versi specialisti, ognuno dei quali presenta la propria soluzione. L’ingegnere, ad esempio, propone di
fare un ponte utilizzando determinati materiali in considerazione del peso e della distanza, l'archi-
tetto idem ma in base all'estetica. Comunque, per tutti la premessa è: «dato il peso della bestia e la
distanza da percorrere ... ». Quando arriva il suo turno l'economista esordisce così: «Se prescindiamo
dal peso dell'elefante, la soluzione è ... ». Se prescindiamo dal problema, dalla gente, tutto è risolvi-
bile. I fisici possono inventare la bomba che lascia i palazzi intatti e si limita a uccidere le persone, le
curve di crescita possono procedere meravigliosamente bene.
Panikkar, molto più radicale di me, giudicherebbe che si tratta di una situazione irrazionale perché
contraria agli interessi dell'umanità. Io sostengo invece che siamo in presenza di un processo del
tutto razionale perché il sistema è costruito proprio per ottenere quel risultato. Se lo scopo ultimo di
un sistema è produrre profitto, la sua razionalità non potrà che verificarsi dall'esistenza nonché dalle
dimensioni del profitto stesso, non dal fatto che ci siano morti, scomparsi o disoccupati. Per il si-
stema questo è solo un problema di gestione, un costo; può diventare importante solo se minaccia
l'ammontare e la durata dei profitti. In una parola: non attiene alla razionalità intrinseca del sistema.
Quindi, ripensare lo. sviluppo implica fare riferimento a una diversa razionalità. Perché se identi-
fichiamo lo sviluppo con la crescita del PIL, secondo quella che costituisce - dichiarata o meno - la
razionalità specifica del sistema capitalistico in cui viviamo, dobbiamo constatare che le cose hanno
funzionato piuttosto bene. Mi limito ad un esempio: nel 1900 il mondo era abitato da 1 miliardo e
600 milioni di persone. Se prendiamo il PIL mondiale dell'epoca e lo dividiamo per quel miliardo e
600 milioni di persone, ogni abitante del globo aveva allora a disposizione 300 dollari al loro attuale

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 30


valore. Oggi siamo quasi 6 miliardi di persone e ogni abitante ha a disposizione 3.600 dollari, e cioè il
PIL pro capite mondiale si è moltiplicato per dodici, malgrado la popolazione si sia moltiplicata per
4. Quindi, nel corso di questo secolo il valore del PIL pro capite mondiale - misurato con monete
confrontabili - si è moltiplicato per 48 (4 della popolazione x 12 del PIL pro capite). Mai nella storia
nessuno avrebbe osato sognare una tale accelerazione. Quindi, se guardiamo i dati puramente eco-
nomici, se prescindiamo dalla gente, è andata benissimo. Anzi, non è mai andata così bene. Questo
sistema e una macchina per produrre ricchezza. Chiunque lo voglia criticare - o addirittura trasfor-
mare radicalmente - non troverà le basi per farlo nella sola lettura degli aggregati economici. Anzi.
Ma pensiamo un attimo ad alcune tra le più banali conseguenze di quanto ho appena finito di dire.
Vuol dire, ad esempio, che se c'è la fame nel mondo (in media, 34.000 persone muoiono ogni giorno
di fame e di stenti) ciò non ha nessuna relazione con i dati puramente economici. Muoiono cioè per
altre cause, non perché non ci siano soldi o alimenti per tutti. Muoiono per decisioni politiche, prese
o non prese.
Più in generale, la verità è che lo sviluppo non è mai stato la preoccupazione dei governi. Non lo è
nemmeno oggi. In Italia, così come negli altri paesi europei, i governi sono impegnati a-gestire la si-
tuazione attuale, non a risolvere le fasi di crisi. Amministrare per non lasciarsi sommergere, magari
per guadagnarci, sfruttando le possibilità che di norma si presentano in qualunque situazione. Come
gli strozzini, che crescono nelle crisi, come gli Stati industrializzati, che nella crisi e dalla crisi attin-
gono maggiori risorse per crescere.
Il periodo che va dal secondo dopoguerra al 1974 è costellato di grandi successi economici in tutto
il mondo. Anche in Centroanierica. Eppure proprio in quel periodo in tutti i paesi del Centroamerica
è scoppiata la guerra civile (fa eccezione il Costa Rica che la sua rivoluzione l'aveva fatta nel 1948, e
cioè a inizio periodo). Passatemi una ennesima deviazione dei tema.
La volgata marxista vorrebbe che le rivoluzioni si facciano quando le cose vanno male («le condi-
zioni obiettive», avrebbe detto Lenin). Eppure sotto il tropico le cose sono andate diversamente. A
mio parere la ragione è semplice. Il PIL di questi paesi si è moltiplicato diverse volte, segnando una
velocità di crescita persino maggiore di quella registrata in altre aree del mondo durante gli stessi
anni; la guerra civile scoppia quando i poveri si accorgono che ci sono ricchezze da distribuire ma a
loro non tocca nulla. Penso che la storia dimostri che la povertà, persino estrema, può portare alla
rivolta ma non a un tentativo di trasformazione, che richiede invece l'attività di elaborazione co-
sciente di cui abbiamo parlato. Ci si può impossessare del silos per mangiare il grano che c'è dentro,
ma come si fa a sognare di dirigere un paese quando non lo si conosce, non lo si è pensato, non lo si
sa amministrare?
Nel 1915 Emiliano Zapata e Pancho Villa arrivarono a Città del Messico, presero la totalità del
potere e stettero un paio di mesi nel palazzo del governo. Poi dissero con molto realismo e molta
modestia: «Non siamo in grado di governare. Ci vogliono i politici». E li richiamarono. I Politici, ov-
viamente, s'impegnarono a rispettare gli ideali della rivoluzione. Per prima cosa fecero assassinare
Emiliano Zapata. L’insurrezione era chiusa. La rivoluzione pure. Poi il capostipite della specie
adottò un nome, Partito Rivoluzionario Istituzionale, e - diciamo - un soprannome: Carlos Salinas de
Gortari, Ernesto Zedillo, o qualsiasi altro. Ogni tanto il capostipite si fa la plastica, cambia il proprio
soprannome e si presenta come il nuovo presidente. Va avanti così da oltre 70 anni,.in nome della ri-
voluzione, di Villa e Zapata, ecc. Nel frattempo i messicani non hanno mai visto la riforma agraria
per la quale avevano combattuto e - malgrado abbiano una storia di lotte che ha ben poco da invidiare
a quelle combattute a queste latitudini - vivono da pezzenti su un paese ricco, senza diritti, senza
contratti, senza welfare, senza sanità e senza pensioni.
Perché questa nuova "deviazione dal tema"? Perché c'è anche una ingenerosa corrente di benpen-
santi secondo la quale le attuali e diverse situazioni dei salariati nel mondo dipendono essenzial-
mente dalle diverse capacità di lotta dimostrate dai lavoratori. Ricordo, a questo proposito, che nel
Brasile del 1937 il "generale degli uomini liberi", Carlos Luis Prestes, percorse quel paese di 9 milioni

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 31


di kmq in lungo e in largo, come faceva Mao in Cina più o meno nella stessa epoca. Più tardi i brasi-
liani elessero un presidente populista, Getulio Vargas. Fu costretto a suicidarsi. Poi tentarono di fare
la riforma agraria e il presidente di allora, Joao Goulart, fu costretto all'esilio. Come se non bastasse,
tre mesi dopo arrivarono i militari che governarono il paese per 18 anni. E quando la sinistra o l’op-
posizione democratica si riunivano da qualche parte, i militari mettevano le bombe e li facevano sal-
tare per aria. Stragi come quella di Piazza della Loggia a Brescia erano all'ordine del giorno in Brasile.
Lanciarono anche la parola d'ordine: «Combattiamo la povertà. Ammazziamo i mendicanti». E oggi il
Brasile è forse l'unico paese al mondo dove commercianti democratici, normali, gentili, buone per-
sone, padri di famiglia, si riuniscono pubblicamente in associazioni che contrattano pistoleros per
uccidere i bambini di strada che disturbano il loro commercio. Pistoleros per modo di dire: normal-
mente sono poliziotti dopolavoristi.
Riassumendo, il processo di crescita economica verificatosi nel mondo ha assunto 3 forme diverse.
a) Nei paesi dell'Europa occidentale - nei quali si era combattuta una guerra, c'era un'aperta con-
correnza tra sistemi diversi, esistevano sindacati e società civile in grado di mobilitarsi - si è assistito
a una forma di contratto specifico o di accordo, diciamo socialdemocratico, per mezzo del quale si è
pervenuti a un sistema che chiamiamo welfare state, lo stato del benessere, in forza dei quale alcuni
diritti dei lavoratori (alla sindacalizzazione, alla sanità, a uno stipendio decente, alla previdenza ... )
sono stati garantiti. Queste conquiste sono state anzitutto il frutto di lotte, ma anche di una situa-
zione politica specifica che ne ha permesso la realizzazione. Come già detto, le lotte ci sono state
anche altrove, ma le diverse condizioni hanno impedito la realizzazione del welfare in qualunque al-
tro luogo.
b) In un'altra parte dell'Europa si è invece costruito un sistema economico-politico che per como-
dità chiamerei sovietismo e che alla maggior parte delle forze progressiste latino-americane - assai
prima della frase berlingueriana sulla "fine della forza propulsiva" - è sempre apparso come il tenta-
tivo suicida di costruire un capitalismo senza capitalisti. Un sistema comunque diverso, nel quale la
vittoria prima dei sovietici e poi dei cinesi aveva creato le condizioni per lo sviluppo loro e anche dei
paesi vicini.
c) Infine nei paesi del Terzo Mondo il fenomeno di decolonizzazione, soprattutto in Asia e in
Africa ma anche in America Latina, aveva permesso, nel clima di confronto tra sistemi diversi, di
creare le condizioni utili per negoziare in modo vantaggioso la loro immissione nel mercato mondiale
del lavoro.
Gli economisti hanno anche quantificato la crescita realizzata tra il 1945-1974 nelle diverse aree
del mondo. Ciò portò la teoria economica allora in auge a sostenere, giustamente, che per ogni dollaro
speso o investito nei paesi centrali del sistema, nei paesi periferici ne sarebbero risultati due o tre
come effetto dell'investimento. Di qui gli slogan: «Lo sviluppo del Terzo Mondo deriva dal nostro
sviluppo», «Cresciamo insieme», «Prima crescere, poi distribuire».
Tuttavia, negli ultimi 20 anni la crescita puramente economica diminuisce mentre il suo rapporto
con lo sviluppo entra decisamente in crisi. É "la crisi", una crisi caratterizzata da fenomeni precisi: in
Occidente la disoccupazione manifesta una tendenza duratura all'aumento; nei regimi sovietici la
scarsa competitività economica, l'indebitamento, il crollo dei prezzi delle materie prime, il peso
schiacciante del settore militare, le rivolte democratiche, portano al crollo del sistema stesso; nel Sud
del mondo, dove il potere è nelle mani delle borghesie nazionali che cercano di negoziare la propria
situazione di dipendenza, si registra una involuzione complessiva, caratterizzata da un indebita-
mento estero generalizzato che raggiunge livelli insopportabili. L’unica eccezione è rappresentata da
alcuni paesi dell'Estremo Oriente, che presentano una fase di crescita proprio nel periodo in cui tutti
gli altri vanno in crisi.
Dunque, i limiti insiti nello stato sociale europeo, le ambizioni della borghesia dei paesi sovietici e
delle borghesie dei paesi del Terzo Mondo portano alla fine di questo lungo periodo di crescita, ri-
creando le condizioni ideali per lo sviluppo della logica unilaterale del capitalismo, cioè la logica del
Come sopravvivere allo sviluppo pag. 32
profitto portata all'estremo. Prima non c'erano le condizioni per farlo, perché la competizione fra Est
e Ovest costringeva i paesi occidentali a difendersi, e la difesa non, era solo militare. In Occidente in-
fatti, c'era bisogno che le masse trovassero anche una risposta sociale, altrimenti sarebbero aumentati
i rischi di un scoppio rivoluzionario. Ma quando tutto questo scompare, non scompare la storia,
come ha sostenuto Fukujama, ma una delle ragioni per le quali il welfare aveva potuto esistere.
Ormai non c'è più bisogno di tenere in piedi un sistema caro ma necessario perché impedisce alla
gente di ribellarsi. Come potrebbe farlo, dal momento che l'abbiamo convinta, attraverso le univer-
sità, i giornali, i mass-media, che il capitalismo ha vinto su tutta la linea e - soprattutto - che contro
questo stato di cose non c'è più niente da fare? Ricorrendo a un esempio precedente, se portata alla
disperazione al massimo potrebbe ribellarsi assalendo i silos; ma l'assalto ai silos mette in crisi tutt'al
più il proprietario dei silos, non il sistema. L’attività unilaterale del capitale, data la sua tendenza na-
turale verso il profitto senza limiti, porta rapidamente a cercare il profitto là dove c'è, al più alto
tasso possibile. E questo tipo di politica provoca anzitutto l'aumento delle ineguaglianze sia su scala
nazionale che su scala internazionale. Ma l'aumento delle ineguaglianze non è solo effetto, perché
successivamente si trasforma in causa della stagnazione economica generalizzata.
Anche in questo caso, nulla di nuovo. Il fenomeno l'aveva già intuito Lord Keynes negli anni '30.
Aveva scritto allora che quando il capitale è pienamente libero di agire si assiste immediatamente a
una forte concentrazione finanziaria, perché è là che i capitalisti guadagnano di più. Però quando c'è
una forte concentrazione finanziaria la produzione ne soffre. Quindi, secondo il padre del liberalismo
moderno, bisognerebbe «fare l'eutanasia del capitale finanziario». Curioso: Keynes lo scrisse nel
1930. Sessant'anni dopo in Italia un signore "di eleganza fintamente trasandata" come sostengono i
media, afferma che, davanti al riproporsi dello stesso fenomeno, bisognerebbe introdurre una tassa
sul grande capitale finanziario. É considerato un tantino démodé. La curiosità sta nel fatto che il teo-
rico dell'economia che propugna «l'eutanasia del capitale finanziario» è il padre dell'economia libe-
rale, l'altro è il solito comunista estremista. Obiettivamente mi sembra che tra i due il più estremista
sia Keynes, non Bertinotti. «Dipende dal contesto storico», direbbe un dirigente della Confindustria.
Il che equivale a dire che se Luigi Abete fosse stato presidente dell'organismo padronale nel 1930, di-
chiarandosi liberale, avrebbe apostrofato i comunisti per la loro scarsa enfasi riformista. Me ne rendo
conto che è un sofisma.
Parliamo quindi di economia reale e di economia finanziaria. Vediamo cioè perché i capitalisti di
allora e quelli di oggi dovrebbero avere così spiccate simpatie per il settore finanziario. Per procedere
a quest'analisi propongo un esempio semplice.
Supponiamo infatti che l'ultima domenica abbia realizzato al totocalcio una vincita di 5 miliardi di
lire, e cioè di 3 milioni di dollari. Superato lo shock, il giorno seguente mi chiedo cosa farne. É la ri-
flessione che precede le decisioni economiche.
a) Siccome sono solidale con il Mezzogiorno, supponiamo che pensi di andare a Catania.
Realizzerò un investimento produttivo nel settore delle calzature. Ma sorgono subito alcuni pro-
blemi. Anzitutto, per lavorare devo mettermi d'accordo con le banche. E a Catania le banche mi chie-
dono un interesse doppio rispetto a quello che mi viene chiesto a Milano perché, dicono, i rischi
aumentano. In ogni caso, chi ci guadagna davvero con un investimento a Catania è la Banca. Ma con-
tinuiamo con l'analisi.
Oggi, investendo in un settore produttivo come quello calzaturiero, posso guadagnare un 12% sul-
l'investimento, cioè 600 milioni. Ma ciò è vero per Milano, o per l'Umbria. A Catania, poiché il de-
naro è più caro, guadagno - mettiamo - la metà, e cioè 300 milioni. Alla fine dei conti, pur senza con-
siderare il pizzo e connessi, in barba alla solidarietà mi asterrò di andare a Catania, a meno che lo Sta-
to mi dia un contributo a fondo perduto (come alla Fiat a Melfi), mi garantisca che mi comprerà le
scarpe a un prezzo superiore a quello del mercato (come ai produttori di olive, olio d'oliva o vino) o
mi autorizzi ad essere flessibile con la manodopera, e cioè mi autorizzi a pagarla di meno (come si
sta discutendo).

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 33


b) Prende allora corpo nella mia mente una seconda ipotesi: prendiamo il gruzzolo e portiamo i
danè in Svizzera. E' del tutto legale. Quindi vado a Lugano e contratto nella prima banca che trovo.
Per un deposito di 5 miliardi di lire a lunga scadenza posso ottenere tranquillamente un 8% d'inte-
resse (come dicono abbia fatto Lorenzo Necci, l'ex presidente delle FF.SS.). Risultato: 500 milioni di
lire, per di più esentasse. Sono poco più di 40 milioni al mese, una bella cifra, che mi permetterebbe
di vivere agiatamente senza problemi, fintanto che la Svizzera non crolla, senza intaccare il mio capi-
tale. Ottimo. Tuttavia la teoria e la pratica ci dicono che il capitalista non farà così. Se ha 3 milioni di
dollari deve farli diventare 4, non può mantenerne 3, perché bisogna accumulare sempre più. Non
chiedetemi perché, ma normalmente va così.
c) Siccome non voglio andare nella banca svizzera, esploro un'altra possibilità di investimento
produttivo: aprire una fabbrica nel Nord Est, a Treviso, dove - dicono - si lavora come pazzi notte e
giorno e gli operai sono parte della grande famiglia dell'imprenditore che li culla, li protegge e intona
loro ninne nanne. Quanto potrei guadagnare a Treviso? Alla fine dell'anno potrei realizzare il 12% già
preventivato a Catania. Anzi, poiché i veneti sono bravi, potrei arrivare al 15%, cioè a 750 milioni di
lire. C'è però un ma. I 750 milioni costituiscono il guadagno lordo, senza considerare le tasse. Se il fi-
sco, vorace e inefficace, viene a conoscenza dei miei profitti, mi farà pagare più tasse che in Svezia.
Se il mio commercialista è bravo, diciamo il 50% (senza commercialista bravo, il fisco inciderà per il
63% sui miei profitti). Quindi, se pago il fisco, i miei guadagni scenderanno a 350 milioni. Meno cioè
di quanto avrei percepito dalla Banca di Lugano, con in più i "figli lavoratori" che probabilmente vor-
ranno aumenti di stipendio, che ogni tanto sciopereranno, e via discorrendo. Certo, si può diventare
evasore fiscale (non è raro), organizzare "ronde antifisco" chiedere la secessione della Padania; ma,
tutto sommato, varrà la pena tutto questo baccano per prendere 60 milioni al mese (meno i contri-
buti alle ronde, ai vigilantes, ai commercialisti, agli ispettori), quando ne potrei ricevere 40 e senza
problemi da Lugano?
d) A conti fatti però, quasi quasi seguo i suggerimenti de Il Sole-24 ore, il prestigioso quotidiano
della Confindustria. Se lo leggo abitualmente, so bene che, nel 1995, chi ha investito oculatamente sui
mercati di tutto il mondo, specie su quelli orientali, ha realizzato il 40% di profitti sul proprio inve-
stimento. Quindi, su 5 miliardi di lire, ne guadagnerei due. É tutta un'altra musica. Solo che devo cer-
carmi un consulente finanziario, e ci possono essere alcuni problemi. Può succedere. ad esempio, che
la banca scompaia, come è accaduto qualche volta in questi ultimi anni; può anche avvenire che
l'esperto intaschi i miei soldi e se ne vada a fare le ferie ai Caraibi. Ma, direbbe un economista, chi
vuol guadagnare deve rischiare. Comunque, calcolati tutti i rischi, mi sembra decisamente meglio in-
vestire sui mercati borsistici.
e) A volte i consulenti servono, e cioè possono anche eliminare il rischio. Fin dall'epoca di Reagan,
infatti, gli Stati Uniti hanno escogitato un ottimo sistema. Si chiama Roll Program, si tratta di pro-
grammi di investimento venduti da alcuni organismi finanziari, normalmente legati (anche se è vietato
dirlo) alle banche. I Roll Program servivano e servono, per raccogliere risparmio in tutto il mondo:
sono una sorta di BOT ma con alcune differenze fondamentali. La prima è che risulta difficile en-
trarvi perché si richiedono cifre sostenute, dell'ordine di alcuni milioni di dollari (io ne ho solo tre.
Potrebbero essere pochi). La seconda è la frequenza e il valore: possono avere una frequenza più che
mensile e superare - ogni volta - alcune migliaia di miliardi di dollari. La terza è la durata: il Roll
Program normale dura sempre 366 giorni. Durante i primi 365 giorni mi pagano appena l'8% sull'in-
vestimento, e cioè gli stessi 400 milioni di lire che guadagnavo a Lugano. Ma il 366 giorno ricevo una
rendita pari al 50% dell'investimento. Insomma: con 5 miliardi di lire, in 366 giorni, guadagnerei 2
miliardi e 900 milioni di lire. L’unico rischio è che crollino gli Stati Uniti d'America, evento abba-
stanza improbabile, comunque poco preoccupante: se gli USA crollassero, è probabile che avere 5 o
10 miliardi perda ogni importanza. Salteremmo prima noi.
Tiriamo le somme: 2,9 miliardi con i Roll Program, senza rischi; 2 miliardi giocando sulle Borse
orientali, ma con qualche rischio in più; 750 milioni a Treviso, ma da evasore totale; 400 a Catania,
meno le tasse; 400 milioni alla Union des Banques Suisses esentasse. La scelta non dovrebbe essere

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 34


particolarmente complicata: puntiamo sui Roll Program; se non riusciamo a entrarci, ripieghiamo
sulle Borse; se va veramente male su Lugano. Solo che, e limitiamoci ad accennare al problema per
ora, quando facevo la mia fabbrica a Treviso o a Catania, creavo un certo numero di posti di lavoro.
Le Borse orientali, la banca svizzera, o i Roll Programs richiedono invece solo un bravo consulente.
Che lavora anche per altri. Che agisce via telematica. Non c'è nemmeno mezzo posto di lavoro in
più. E poi ci sono alcune altre domande: c'entrerà qualcosa il peso militare e politico degli USA con
la loro possibilità - unici al mondo - di poter fare uso di un strumento come il Roll Program? Avrà
un peso sull'inflazione internazionale il fatto che il dollaro - e cioè la moneta utilizzata per gli scambi
internazionali - possa essere stampato in maniera pressoché totalmente inorganica? Avrà un senso
l'idea, costantemente riproposta dai giornalisti e professori di mercato, che recita più o meno: fac-
ciamo tutti come negli USA? Oltre alla flessibilità, si potranno copiare questo - e altri - metodi di fi-
nanziamento? Sarà vero che l'indebitamento del Terzo mondo ha una dimensione straordinariamente
importante per le finanze mondiali? ... Se ne potrebbero aggiungere tante altre.
Ma, diciamolo francamente, per ora abbiamo solo giocato. Ci sarà davvero qualcuno che fa questa
operazione? E se sì, quanti? Anche perché per entrare nei Roll Program ci vogliono tanti soldi
(diciamo un minimo di 5 milioni di dollari), per giocare in Borsa ci vogliono ingenti capitali e bravi
consulenti, e Lugano è vicina a Milano ma non, per esempio, a Lima. Se ci sono i soldi tutto ciò è ri-
solvibile senza grosse difficoltà. E poi, la Svizzera è solo uno tra le decine di paradisi fiscali. Nelle
Isole Vergini, possedimento degli USA nel Pacifico, ci sono più banche che abitanti.
Più in generale, osserviamo che nel 1995 (limitandomi a quest'anno), il commercio mondiale di
beni e servizi, e cioè di tutto ciò che normalmente viene definito "economia reale" ha raggiunto la ri-
spettabile cifra di 6.500 miliardi di dollari circa, confermando un trend di crescita cinquantennale
(infatti, tra 1945-1995, la produzione s’è moltiplicata per 5,5 volte, mentre il commercio per 15
volte).
É difficile immaginare cosa siano 6.500 miliardi di dollari. Ma non importa. Per ora basta ricordare
solo la cifra. Perché sempre nel 1995, lo scambio finanziario quotidiano è stato calcolato in circa
1.500 miliardi di dollari. Scambio finanziario. E cioè scambio di monete, azioni, banconote, fax, or-
dini... Ora, questo tipo di scambi, proprio perché prettamente ideologico, non conosce soste.
Funziona durante 365 giorni e 6 ore ogni anno.
Insomma, nel 1995, ogni 4 giorni e frazione, si sono scambiati valori finanziari equivalenti all'in-
sieme degli scambi avvenuti nella sfera dell'economia reale durante tutto l'anno. Facendo le opera-
zioni matematiche corrispondenti, si scopre che nel 1995 solo l'1,17% dell'economia mondiale ha
avuto come punto di riferimento l'economia reale, quella cioè composta da tutto ciò che ha - o può
avere - un valore d'uso. Detto in altro modo: durante il 1995, ogni 100 lire scambiate nel mondo, 1,17
lire sono state investite in produzione o servizi; le restanti 98,87 in speculazione.
Questa è la causa ultima della disoccupazione e della stagnazione economica. Evito la parola
"crisi" perché ingannevole o - quanto meno - ambigua. Ciò perché in verità, lungo gli anni cosiddetti
di "crisi", i capitalisti hanno guadagnato più di prima. Per crederci basta guardare, senza andare più
lontano, i dati sulle borse europee, quelli sulle banche o le assicurazioni o i bilanci della FIAT.
Affermo che in questo consiste - se togliamo i veli ideologici e propagandistici - l'esatto significato
della gestione liberista dell'economia.
Quindi, tra il mondo del lavoro e della produzione, da una parte, e il mondo finanziario, dall'altra,
non c'è corrispondenza alcuna. Quando i politici sostengono che il problema si risolve aumentando il
tasso di crescita economica, o dicono una bugia o confessano inconsciamente la loro grossolana igno-
ranza. Per affrontare questo problema - come hanno sostenuto anche Keynes e i maggiori pensatori
liberali di questo secolo - si richiede una politica radicalmente diversa. Oggi i governi si limitano a ge-
stire questa situazione, malgrado la generalizzazione del liberismo stia portando ad una esplosione
delle contraddizioni a livello mondiale, malgrado si tratti di una politica complessivamente fallimen-

Come sopravvivere allo sviluppo pag. 35


tare (sarebbe molto interessante andare a vedere anche altri miti in circolazione, ad esempio quello
sull'andamento dell'occupazione e delle remunerazioni negli USA, ma lo spazio non lo consente).

III - QUALI I PRESUPPOSTI PER UNA POLITICA DIVERSA ?


Nel capitolo precedente ho parlato di politica. Penso che per affrontare la situazione contempora-
nea occorrerebbe ripartire dalla rivalutazione e dalla ridefinizione della politica tout court.
Alla fine del paragrafo ho sostenuto che al momento non c'è -- né in Europa né altrove - un go-
verno che faccia una politica diversa dall'attuale. Con ciò non voglio dire che tutti i governi siano
uguali. Ad esempio, l'attuale governo cileno, un governo di centrosinistra, continua a fare la stessa
politica economica di Pinochet, con qualche correzione per quanto riguarda gli aspetti sociali più de-
teriorati. Tuttavia, pur se l'essenza della politica economica è identica, sarebbe pazzesco sostenere
che in Cile nulla è cambiato. O, meno drammaticamente, ho votato per l'Ulivo perché consideravo
che Berlusconi rappresentasse un serio pericolo per la democrazia italiana. Sono quindi contento che
l'Ulivo abbia vinto e - se il convento continuerà a passare solo questo - credo che continuerò a vo-
tarlo. Ma da lì a dire che questo governo abbia una politica economica diversa, ce ne corre. Almeno
io non riesco a vederla. Ad ogni modo, chi vivrà vedrà. E credo assai presto.
Sono personalmente convinto che la situazione economica sia destinata a evolversi comunque con
una tale velocità che nello spazio di appena 15-20 anni - quanto meno - i paesi industrializzati sa-
ranno profondamente mutati. Il punto vero è se questa trasformazione sarà guidata dal liberismo,
come finora, o se altre forze, altri valori, altre culture, saranno in grado di proporre un loro progetto.
Da ciò dipenderanno in buona misura anche i rapporti con altre aree del mondo e le forme - più o
meno selvagge o accettabili - che questa evoluzione assumerà nel Sud del mondo (l'osservazione più
ovvia e immediata riguarda l'Africa nera che, stante gli attuali padroni dello "sviluppo" sembra desti-
nata - nel migliore dei casi - a una emarginazione definitiva. Già oggi l'Africa nera conta per poco più
di un 1% negli scambi mondiali. Costituisce cioè un'entità economicamente trascurabile a breve sca-
denza. E poi resteranno solo le lacrime più o meno coccodrillesche).
É impossibile affrontare in questo contesto l'analisi complessiva della situazione economica.
Faccio quindi una scelta di temi, di certo non casuale, comunque assai parziale.
Se guardiamo l'occupazione - principale preoccupazione attuale degli italiani secondo tutti i son-
daggi - uno tra i principali fattori di crisi è legato alla delocalizzazione produttiva. Cerchiamo di evi-
denziarla attraverso un semplice esempio. Supponiamo - totocalcio o meno - che abbia effettiva-
mente messo in piedi una fabbrichetta. Rende solo 300 milioni l'anno. Supponiamo poi che mi sia
circondato di una bella "famigliola di operai". Lavorano sodo e prendono poco. Diciamo 1 milione e
mezzo al mese. Aggiungiamo che lo Stato mi costringa a sborsare per ciascuno di loro un altro mi-
lione e mezzo di tasse. Ma, anche per me, piccolo imprenditore, il mondo è un villaggio. Faccio per
caso un viaggio in Indonesia (o nelle Filippine) e vengo così a scoprire che in Indonesia, per fare lo
stesso lavoro, un operaio costa 60/70 mila lire. Confesso: non sono un missionario. Perciò, non mi
resta che trasferirmi in Indonesia. Guadagnerò senz'altro di più. Detto in soldoni, questa è la deloca-
lizzazione.
Naturalmente si tratta di un caso strampalato. Vediamone uno vero. La maggiore fabbrica europea
di motoveicoli a due ruote ha sede in Italia. Si chiama Piaggio, si trova a Pontedera, appartiene alla
famiglia Agnelli. Nel 1995 a livello mondiale sono state vendute 16 milioni di moto. Comunque, c'è
un primo ma: 8 di questi 16 milioni sono state vendute in Cina (d'altronde, i cinesi sono ben 1.300
milioni). Non l'unico ma. Infatti, 100 operai cinesi costano quanto un operaio toscano. Ammesso che
il toscanaccio sia più bravo e produca quanto due cinesi, il lavoro in Cina costa pur sempre 1/50 di
quello di Pontedera e il principale mercato di acquisto è assai più vicino. Inoltre, producendo in loco,
il governo cinese garantisce maggiori quote di mercato. E infatti la Piaggio è sbarcata nel 1995 in
Cina. 1 piani di sviluppo sono tali che nel 2000 le moto destinate al mercato asiatico saranno tutte

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prodotte laggiù. Perciò, ben che vada, nel 2000 la metà degli operai di Pontedera saranno cassainte-
grati o disoccupati. Checché ne dica il governo o chiunque altro.
Ma, si sa, l'avvocato e i suoi, sono legati al centrodestra. Viceversa, l'ingegnere Carlo De
Benedetti, almeno così si dice, è legato al centrosinistra. Prima di dimettersi, l'Ingegnere d'Ivrea ha
chiuso uno stabilimento a Crema, vicino a Milano. L’ha trasferito in Indonesia. Produce le stesse
cose, la manodopera costa assai di meno. Per gli operai la crisi è vera, sospetto che per lui le cose
vadano diversamente. Qual è la differenza tra l'atteggiamento imprenditoriale di centrodestra o di
centrosinistra?
Qualcuno dice, ogni tanto, che il sistema Italia non funziona. In parte è vero. Però si delocalizza
anche in Austria. Ma più in generale è tutta l'Europa a delocalizzare. Anche la Germania, che pure
dovrebbe funzionare benino. D'altronde: quanto potrà produrre un tedesco? Perché guadagna il
doppio di un italiano. Per cui, anche se là il fisco è relativamente meno esoso, il lavoratore costa co-
munque di più.
Poveri operai! Ma anche poveri impiegati, perché la metà delle aziende svizzere si fanno fare la
contabilità in India; perché le guide telefoniche vengono fatte in Cina (pagano 3 dattilografe che
fanno lo stesso lavoro. Poi verificano le differenze); perché lo sviluppo dei programmi di software
permette ormai di leggere un testo che viene istantaneamente battuto. Ma anche poveri medici,
perché negli USA rivoluzionari metodi di comunicazione permettono di fare un intervento chirurgico
seguendo le indicazioni date dal grande specialista che assiste via video. Poveri insegnanti universi-
tari, perché il progetto Erasmus prevede di fare le lezioni via teleconferenza. E poi, basta vedere gli
annunci di lavoro dei giornali per verificare che dopo i 40 anni si è fuori dal mercato del lavoro e che
la seconda ondata di rinnovamento tecnologico sta mandando a casa soprattutto i quadri tecnici, in-
gegneri e simili. E poi poveri uomini, perché già oggi si può clonarli. Pensate che bella prospettiva:
un piccolo Führer potrebbe davvero ordinare di clonare tante sue copie. Certo, potrebbero farlo an-
che il Papa e Sai Baba!
Ma rimaniamo sull'arido terreno dell'economia. Di fronte a questa situazione penso venga sponta-
neo chiedersi se ci siano provvedimenti che impediscano al fabbricante di Pontedera, Conegliano
Veneto, Treviso o Ivrea di delocalizzare in Indonesia. In effetti non ce n'è alcuno, perché il liberismo
consiste proprio nel fatto che il capitale, la merce, la tecnologia, possono andare dove vogliono. I la-
voratori sono controllati. Un tempo si sarebbe detto "hanno nazione". Le merci, i capitali, i fax, i
dollari, no.
Cosa vuol dire un progetto radicalmente diverso? Dovremmo tutti ripartire alla ricerca di un'ideo-
logia totalizzante? Credo che applicando il radicalismo delle posizioni di Panikkar dovrebbe avvenire
qualcosa del genere. Mantenendoci dentro gli angusti spazi dell'economia (ecco perché non può es-
sere l'elemento ordinatore), non c'è nemmeno bisogno di uscire dal capitalismo per pensare alla pos-
sibilità di esercitare qualche controllo su tutto questo movimento. Facciamo un esempio: un econo-
mista nordamericano, tale James Tobin, ha fatto qualche tempo fa una proposta che oggi sembre-
rebbe utopica: quella di tassare tutti i prodotti finanziari. E cioè: vuoi speculare sulla lira, svenden-
dola, per comprare marchi? Ok, paga una tassa. Vuoi spostare un pacchetto di azioni da un paese al-
l'altro? Idem. Altro che tassare i BOT sopra i 200 milioni. Tuttavia, mi sembra un progetto di diffi-
cile realizzazione perché non vedo tecnicamente come si possa concretizzare, ma credo che si po-
trebbe pensare ad una sorta di controllo mondiale dei valori finanziari al fine di tassarli. Detto in altri
termini: lo Stato non ti vieta di delocalizzare in Indonesia, però paghi.

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Una clausola sociale
C'è poi la proposta di una specie di clausola sociale. Non è un'idea nuova, se ne trova traccia per-
sino in alcuni documenti ufficiali della Commissione Europea.
Il lavoro ha dei diritti sanciti nei trattati internazionali fin da quando è nata l'Organizzazione inter-
nazionale del lavoro, 70 anni fa. Le convenzioni relative includono 180 accordi, con clausole specifi-
che sugli stipendi, i diritti al lavoro e dei lavoratori, la maternità, le ferie, le pensioni.
L’Organizzazione ha una bella sede a Ginevra, migliaia di impiegati, edita ponderosi studi, organizza
interessanti e frequenti convegni, ha pure giocato un importante ruolo politico, ad esempio, dando
ampio spazio a Solidarnòsc, evitando così pericolose tentazioni del regime polacco. Solo che la stra-
grande maggioranza dei paesi del mondo non hanno mai firmato tali clausole. Gli Stati Uniti sono il
paese che ne ha firmate di meno,. 12 su 180; l'Italia meno di 100 su 180. Le clausole sono molto
precise e il loro insieme costituisce una compiuta legislazione internazionale sul lavoro, in teoria
applicabile da tutti. Perché i partiti o i sindacati italiani non si sono mai fatti carico di ottenerne l'ap-
provazione complessiva? Nulla in queste clausole può essere definito "estremista", anche perché
tutte sono il frutto del lavoro di commissioni paritarie tra rappresentanti dei governi, imprenditori e
sindacalisti. E in quelle commissioni non si vota, gli accordi sono unanimi.
Cosa c'entra tutto ciò con la delocalizzazione? Formalmente nulla. Tuttavia, in realtà si deloca-
lizza perché i lavoratori dell'Indonesia non hanno alcun diritto, perché nel mondo lavorano 250 mi-
lioni di bambini, gratis o quasi. Fanno, per esempio, le scarpe Nike o Reebock con cui Michel Jordan
fa i canestri e noi le passeggiate domenicali (Thailandia e Indonesia); i palloni di calcio con cui si di-
sputano gli epici incontri del "miglior campionato del mondo" e della "Premier League"; i computer
che l'Olivetti non farà più (Malaysia, Thailandia); le camicie di Christian Dior (Vietnam). Gli adulti
guadagnano 60-70 dollari al mese, i bambini tra 0,50-1 dollaro (in Pakistan devono cucire 2 palloni al
giorno per arrivare al fatidico dollaro. Cuciti a mano. Provateci!). Il che vuol semplicemente dire che
se si vogliono difendere i posti di lavoro degli operai occidentali è necessario attivare una politica che
faccia sì che quelli che non hanno diritti li abbiano. Questo è il nocciolo del problema e, in sintesi,
quello della clausola sociale. Naturalmente, può anche esserci il percorso inverso: gli operai occiden-
tali perdono diritti e salari, fino a rendere meno attraente la delocalizzazione. Totò direbbe che «Chi
si accontenta, gode».
L’internazionale padronale funziona da anni, benissimo, proprio perché funziona nelle cose, men-
tre l'internazionale dei lavoratori - ammesso che sia mai esistita - di certo non esiste più. In questo
contesto, la sacrosanta difesa del proprio posto di lavoro in Italia o in Europa, intesa come difesa
isolata senza includere il mondo, è una battaglia perduta in partenza e, inoltre, in buona parte ingiu-
sta. Ma cosa impedisce agli operai della FIAT di includere nelle loro richieste salariali una clausola
che stabilisca che anche i lavoratori della FIAT in Brasile debbano avere qualche diritto e uno sti-
pendio decente? Non l'hanno mai fatto, pur se più volte sollecitati in tal senso.
Anche perché le cose possono prendere tutta un'altra piega. Tempo fa i cinesi hanno comprato in
Belgio una piccola fabbrica che stava chiudendo (hanno fatto cioè una delocalizzazione all'incontra-
rio), però hanno posto come condizione che gli operai, belgi o cinesi che fossero, percepissero lo
stipendio che i dirigenti dell'azienda avessero deciso e non quello conforme alle leggi del Belgio. Era
inaccettabile, l'azienda fu smantellata e portata in Cina, gli operai belgi rimasero a spasso. Allo
stesso modo, la Hoover dalla Francia è andata a finire in Scozia perché lì - dicono i padroni - si pa-
gano stipendi persino inferiori a quelli di alcune zone del Terzo Mondo. Penso che - flessibilità per-
mettendo - questi esempi aumenteranno velocemente. Parecchie aziende pugliesi stanno prendendo
la via albanese. Naturalmente vendono in Italia (salari africani, prezzi europei). Ma già oggi nel
Mezzogiorno oltre la metà dei giovani è disoccupata. già oggi aumentano le voci che sostengono che
tra nessun lavoro e un lavoro pagato metà è meglio l'ultimo. Sono comunque ottimisti: per migliaia di
napoletani il lavoro consiste in "corsi di formazione" da cui ricavano circa 700.000 lire al mese.
Siamo ancora troppo alti per i salari cinesi. Forse basterebbe un altro sforzo.

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Voglio dire che solo questo problema - e ce ne sono altri - pone ai sindacati una questione di poli-
tica complessiva che essi dovrebbero imparare a fronteggiare senza limitarsi a contrattare col go-
verno. É necessario cioè, far prendere coscienza che la sacrosanta difesa del proprio posto di lavoro
è legata alla crescita economica e anche alla difesa dei diritti altrui. E non per altruismo o per un revi-
val dell'internazionalismo proletario di non fausta memoria, ma per un semplice eppure ineludibile
dato di realtà. Certo, si può continuare a fare gli struzzi. Segnalo anche - rimettendomi in questo
senso alle ricche indicazioni di Susan George - che oltre a una questione di solidarietà e giustizia, si
tratta anche di un problema pratico, urgente e politico, perché quando si comincia a cedere sui propri
diritti non si sa più dove si va a finire. Per la Confindustria nonché per i giornalisti e professori di
mercato - e cioè la stragrande maggioranza - nel mezzogiorno italiano gli operai non devono prendere
più un milione e mezzo al mese perché altrimenti nessun industriale vi installerà più alcuna fabbrica.
Ma se in Thailandia un operaio viene pagato 80 mila lire, perché gli industriali dovrebbero andare an-
cora nel mezzogiorno? Insisto, la marcia a ritroso non ha mai fine prima della fine, per cui il vero
problema - non c'è altra via d'uscita - è quello di porre in essere clausole sociali che stabiliscano i di-
ritti del lavoro dovunque, al di là del colore della pelle, al di là di tutto. Come se fosse una questione
dell'umanità.
Me ne rendo conto: questa è un'utopia. Lo ammetto, tutto ciò che non c'è ancora è utopico.
Alcuni mesi fa la RAI ha mandato in onda un bel film sulla rivoluzione francese. Questa volta prota-
gonista è la destra francese, composta da contadini malmenati e da nobili reazionari. Il personaggio
centrale però è un vecchio conte che - mentre il mondo crolla - si dedica a inventare l'aereo. Alla fine
l'apparecchio vola, il figlio e la sua donna si salvano. I soldati guardano l'incredibile e pazzesco spet-
tacolo. Allo stesso modo in alcuni racconti maya si parla dell'arrivo degli spagnoli, dei mostri che
venivano dal mare, che sputavano fumo, che avevano 6 gambe (contavano pure quelle del cavallo).
Cosa potevano fare di fronte a loro? Dopo Icaro, chi avrebbe mai pensato che si potesse davvero
volare? «Se Dio avesse voluto che volassimo ci avrebbe fatto le ali» sentenziò qualcuno. O come ri-
spose il capo dei dottori di Salamanca alla proposta di Colombo che intendeva navigare verso ovest
per arrivare al grande impero dell'Est descritto da Marco Polo: «Se Dio avesse voluto che noi andas-
simo verso est ci saremmo già andati». E già: tutto è utopia, finché non c'è. Tutto, quindi anche i di-
ritti dei lavoratori in Indonesia. Ma cosa dire delle bombe intelligenti, delle macchine col pilota au-
tomatico (ci sono già), delle pecore clonate, dell'affitto degli uteri? Non sembrano ingenui (se non ri-
dicoli) Jules Verne, Wells, Salgari o chicchessia? Oppure, chi avrebbe mai pensato che - tramite
Internet - si potesse chiacchierare con la zia australiana al costo di una telefonata urbana?
L’utopia, cioè, come categoria dell'anticipazione ragionevole e fattibile. E cosa potrebbe esserci di
più ragionevole, possibile e probabile che permettere ai bambini di fare i bambini e agli anziani gli
anziani, ai primi di poter andare a scuola e ai secondi di fare quel che vogliono; ai primi di non do-
versi vendere sui marciapiedi a turisti bavosi né di venir ridotti a pezzi di ricambio per ricchi malan-
dati e ai secondi di non doversi vergognare perché dopo una vita di lavoro ogni tanto sono anche
stanchi?
Il problema vero è che la libertà piena e assoluta del capitalismo finanziario, come hanno solenne-
mente dichiarato studiosi delle più diverse estrazioni negli ultimi 100 anni, porta e approfondisce
una crisi sempre più acuta pagata dai settori dominati - sempre più larghi - qualunque essi siano, do-
vunque siano.
Il quadro è terrificante: il capitale finanziario si muove in piena libertà, i miliardi viaggiano instan-
cabilmente, la gente, i governi, la politica, la cultura, rimangono inerti. Tutt'al più si lagnano.

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Diminuire i tempi di lavoro
Eppure qualcosa si potrebbe fare, a cominciare dalla riduzione dei tempi di lavoro. In Italia l'idea
della diminuzione generalizzata del tempo di lavoro sembra un'idea dei comunisti, anche se in Europa
ne parlano Kohl e Chirac. Anzi: una commissione ufficiale dell'attuale governo francese, la
"Commissione Boissonnac", dal nome del suo presidente (il rapporto del Commissariat Général du
Plan, pubblicato dalle Éditions Odile Jacob, si intitola Le travail dans vingt ans), ha proposto l'isti-
tuzione di un reddito di cittadinanza: ho diritto cioè ad avere un salario semplicemente perché sono
nato. Non sembra trattarsi della solita grandeur, perché secondo i loro calcoli, il provvedimento è
perfettamente compatibile con l'economia francese, un paese che ha tanti abitanti quanto l'Italia, un
PIL di pochissimo superiore e un governo di destra. Mi preme sottolineare che sono temi normali di
governi normali, di governi certamente non guidati da estremisti. Spesso a noi sembrano utopiche
quelle cose che non siamo capaci di immaginare e delle quali non abbiamo nemmeno il coraggio di
parlare. Solo in questo secolo la quantità di ore lavorate è diminuita del 50% senza che ciò intaccasse
la competitività, come anche allora era stato sottolineato. In Danimarca, da alcuni mesi tutti i fun-
zionari pubblici godono di un anno sabbatico - con il 90% dello stipendio - ogni cinque. I loro posti
vengono presi dalle persone in mobilità. Quindi, in questo senso, il sistema è assai flessibile, una
flessibilità che richiede uno Stato molto forte per armonizzare ciò che. in quel contesto, comincia ad
essere un "tempo di vita" più che un "tempo di lavoro". La Danimarca non è più ricca dell'Italia. Più
in generale, mi limito a notare che, lungo il secolo, nessuna riduzione dei tempi di lavoro ha compor-
tato una diminuzione dei salari. Anzi, gli stipendi sono chiaramente aumentati. Non ce l'ho con
Bertinotti ma con la rigidità generale dei pensiero: in verità, nella prospettiva lunga, lo slogan
«lavorare di meno con lo stesso salario» sembrerebbe assai timido.
La qualifica "utopia" costituisce quindi un bel modo per parlare di frustrazioni, personali e collet-
tive. Mi sembra illuminante al riguardo la storiella raccontata da uno dei padri della scuola compor-
tamentista, Paul Watzlawick, in Istruzioni per rendersi infelici: «Un uomo vuole appendere un qua-
dro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, cosi decide di andare da lui e di farselo pre-
stare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo volesse prestare? Già ieri mi
ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l'ha con
me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chie-
desse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così
semplice favore? Gente cosi rovina l'esistenza agli altri. E per giunta s'immagina che io abbia bisogno
di lui, solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino apre,
e prima ancora che questi abbia il tempo di dire 'buongiorno', gli grida: 'Si tenga pure il suo martello,
villano'».
Se lo sviluppo economico e tecnologico degli ultimi anni è stato pazzesco e non tutto da buttare
via (su questo sono in disaccordo con Panikkar) vuole anche dire che colloca l'umanità in condizioni
di lavorare di meno producendo più risorse. Il principale vincolo limitante da rispettare - sotto pena
di scomparire invece di crescere è quello dell'ambiente, come ha ben spiegato Susan George. Quindi,
lavoro e ambiente costituiscono i due capisaldi di un progetto alternativo.
Ci hanno pure avvisato: il governo tedesco e il governo francese, prima ancora il governo giappo-
nese e quello statunitense, ci hanno avvertito che nel 2015 - al più tardi - la forza lavoro necessaria
sarà ridotta alla metà. In Italia oggi, su 56 milioni di abitanti, la popolazione economicamente attiva è
costituita da 26 milioni di persone, di cui 23 milioni lavorano e 3 milioni sono disoccupate. Salvo ca-
taclismi impensati e indesiderati, nel 2015 la struttura di popolazione sarà molto simile. Se appli-
chiamo l'avvertimento - insisto, dei governi statunitense, giapponese, francese e tedesco - nel 2015
lavoreranno 12 milioni di italiani, il resto sarà disoccupato, in pensione, in crescita. Ma se stabilis-
simo che tutti devono lavorare venti ore settimanali non ci sarebbe nessuna disoccupazione supple-
mentare. Naturalmente, rimarrebbero da risolvere mille problemi pratici: dallo statuto dei lavoratori
al ruolo dei sindacati, dal come utilizzare flessibilmente la fabbrica al come si combinano effettiva-
mente queste 20 ore, perché non è pensabile che tutti debbano andare a lavorare dalle 8 alle 12, negli
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stessi giorni, negli stessi mesi e neppure negli stessi anni. Ecco quindi la necessità della tecnica prima
accennata, e cioè dell'amministrazione. Ma se sono problemi difficili, che probabilmente richiede-
ranno più Stato, ma uno Stato lontano parente di quello attuale, forse senza nemmeno una propria
impresa o banca ma con accresciute capacità di orientamento e indirizzo della società e dell'econo-
mia, non si tratta di problemi impossibili. Si richiede solo un esercizio di organizzazione e immagi-
nazione in un mondo nel quale lo sviluppo tecnologico ed economico permette di pensare ad un pro-
cesso di liberazione massiccio dal lavoro reale per tutti. E affermo che ci dovrebbe costringere anche
a discutere sul significato stesso del lavoro. Ma o questa trasformazione sarà costruita e guidata o
non potrà che capovolgersi in disuguaglianza e disoccupazione.

Le possibilità che emergono dalla crisi


Da questo punto di vista, dalla crisi può emergere una prospettiva luminosa, all'interno della quale
acquistano un rilievo determinante le questioni ambientali che mi limito ad accennare. La prospettiva
è la possibilità che tutti possano vivere meglio per davvero, proprio perché questo mondo è più
ricco che mai. Quello che manca è solo un'altra base di distribuzione del reddito sia a livello nazionale
che mondiale, un progetto di trasformazione coerente e le forze che cerchino di portarlo avanti. Ed
eccoci ripiombati nella centralità della politica.
Nel 1995, secondo l'ISTAT, la parte del reddito nazionale assegnata al lavoro è calata del 3%. In
un anno, in un misero anno. Ed eccoci ritornati all'importanza determinante e inaccettabile acquisita
dal settore finanziario. Il giorno dopo, Luigi Abete, ancora presidente della Confindustria e - si dice -
non lontanissimo dall'Ulivo e da un futuro politico, puntualizzò che si trattava di una statistica
sbagliata, di cui avrebbero approfittato gli estremisti (?). Fatto sta che - curiosamente - non se n'è
più parlato. Non è possibile affrontare un'altra questione centrale, quella cioè delle comunicazioni di
massa. Mi limito a constatare che oggi la logica, il senso comune, le evidenze, portano a discutere
solo di ciò che il padrone della vaporiera vuole che si discuta. Il resto non è più una cosa provata, ac-
cettabile, accademica, intelligente. Insomma, roba vecchia, démodé, estremista, ingenua. Così vanno i
giornali e le università, i partiti e i salotti. Discutiamo sugli effetti (non sempre), mai sulle cause.
Così vuole il Sistema di Pensiero Unico, come direbbero i francesi. O la Sindrome TINA, secondo gli
anglofoni (There Is No Alternative). Qui in Italia il problema nemmeno si pone. Pur sapendo che an-
che in questo paese, come in tutta l'Europa, i redditi di Borsa si sono moltiplicati per 4 negli ultimi
10 anni, che i profitti della FIAT dal '94-'95 sono raddoppiati, che i profitti delle Banche e delle
Assicurazioni sono raddoppiati nel '95.
Viene da chiedersi chi sia davvero in crisi, perché non lo sono di certo i soggetti appena nominati,
che pure sono quelli che dettano le regole dell'economia. A me sembra che ciò che è davvero in crisi
sia un modulo di convivenza civile nel rapporto tra gli uomini, perché a chi subisce le conseguenze di
questa situazione mancano le basi per una risposta, seria, scientifica, studiata, pensata, discussa, so-
gnata. E ciò che ci manca più drammaticamente, quindi, è un luogo dove parlare con continuità di
queste cose. Parodiando Gramsci direi che mancano le condizioni perché eserciti l'intellettuale col-
lettivo. In ciò consiste la mia principale accusa ai partiti progressisti europei.
Infine: ci sarebbe bisogno di fare un rapido accenno ad alcune iniziative pratiche che potrebbero
essere realizzate senza troppe difficoltà. Dovrei parlare di "Commercio equo e solidale", "Banca
etica" "Cooperative di lavoro e studio" "Volontariato", "Tassa ecologica" "Campagne di difesa del-
l'ambiente" ma lo spazio non lo permette. Farò solo un piccolo accenno ad una materia che diventerà
di attualità nel prossimo futuro. Mi riferisco al boicottaggio.
Negli Stati Uniti esistono diverse organizzazioni che si dedicano al boicottaggio delle merci in
vendita nei supermercati. Periodicamente stampano giornali che riportano notizie sui diversi pro-
dotti, inseriti poi in una speciale graduatoria, a seconda che siano ottenuti nel rispetto delle regole
ecologiche, senza l'utilizzo di lavoro minorile, nel rispetto delle regole sindacali e salariali.
Effettivamente si è riscontrato che i prodotti che scendono o salgono in questa tabella si vendono di
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più o di meno nei supermercati. In Italia, un centro vicino a Pisa ha pubblicato un volume che par-
tiva dalla stessa idea. Probabilmente potrebbe essere perfezionato. Tuttavia, almeno in teoria, questa
esperienza non dovrebbe essere difficile da realizzare. Teoricamente ha solo bisogno di una discreta
circolazione di informazioni e di un certo coordinamento. In termini pratici sconta un vizio tipico
dell'Italia: l'affidamento alle organizzazioni partitiche e sindacali di qualunque iniziativa, e cioè un
marcato deficit di partecipazione della società civile. Ci sono spiegazioni sociologiche al riguardo (la
società più politicizzata in senso partitico è più abituata alla delega: tanto fanno loro). Mi limito a
segnalare il fatto.
Comunque, l'Italia è un paese in cui le Coop sono un soggetto economico di primissima impor-
tanza. Molti ne fanno parte, io compreso. Mi sono iscritto perché il supermercato si trova vicino a
casa e ogni tanto ci vado a dare un'occhiata. In uno dei miei giretti sono andato a vedere quali fossero
i marchi dei prodotti delle Coop sulla frutta tropicale (ananas, banane, manghi, avocado). Ho sco-
perto una cosa curiosa: appartengono per il 99% alla Del Monte. Probabilmente questa multinazio-
nale è conosciuta dal grande pubblico solo per via del suo spot pubblicitario sull’uomo del monte".
Pochi sanno che è anche una delle eredi della United Fruit Company, la UFCO o "piovra verde", e
cioè la multinazionale che dominò l'America Centrale (non solo l'America Centrale) e che fece carne
di porco dei centroamericani. Fino a una trentina o poco più di anni fa, la UFCO controllava tutte le
ferrovie, i porti, gli aeroporti, le strade, i governi, l'opposizione politica legale, i militari... torturava
dovunque, finanziava e organizzava colpi di Stato, finché gli Stati Uniti, anche per un problema di
rapporti fra i trust statunitensi, la costrinsero a scorporarsi. Una delle due compagnie eredi si chiama
- appunto - Del Monte, l'altra si chiama Standard e vende delle banane molto note che portano il
marchio Chiquita. Sono proprio questi due i marchi largamente prevalenti alla Coop che, com'è noto,
“sei tu, chi può darti di più?”.
Ora, avviene che il 50% delle banane del mondo siano prodotte da cooperative di produttori. Mi
chiedo perché le Coop non comprino le banane delle cooperative del Centroamerica o dell'Ecuador,
che sono ugualmente buone e costano di meno, e le comprino invece dalla Del Monte o dalla
Standard. Anzi: spesso queste due multinazionali le comprano alle cooperative locali e poi le riven-
dono con i loro marchi.
Le risposte potrebbero essere diverse: «i compratori delle Coop sono amanti della comodità», «si
sentono più garantiti dalla grande multinazionale che è proprietaria di navi, porti, piuttosto che dalle
confederazioni cooperative del. Centroamerica e dei Caraibi che sono più pasticcione». Ma se la so-
cietà civile e i consumatori delle Coop dicessero: «O mettete in vendita anche le banane col marchio
delle cooperative o non ne compriamo più», forse la musica cambierebbe. Sempre l'utopia? L’hanno
fatto, lo fanno, in Inghilterra o negli USA. Successe, ad esempio, coi pompelmi sudafricani. Si prova
oggi con le Nike e le Reebock.
Si potrebbe pensare che le banane siano poca cosa. Ebbene, sono al primo posto nel mercato
mondiale degli alimenti. Se l'avessimo fatto col caffè, ad esempio, e soltanto in Italia, forse la metà
degli agricoltori nicaraguensi avrebbe avuto lo stipendio. Senza bisogno di fare altro. Si tratterebbe di
un gesto che non costa niente e le banane sarebbero persino migliori.
Per operazioni del genere si richiedono solo tre requisiti: conoscenza della realtà in cui si opera,
minime capacità di sovversione sotto il profilo intellettuale, capacità di autorganizzarsi e coordinarsi.
Rappresenta il tipico esempio che, a mio parere, permette di affermare che - a livello diffuso, che
non è l'unico - non c'è nemmeno bisogno di chiedersi quali possano essere i soggetti politici. Perché
possono esserlo tutti quelli che hanno una testa, ovverosia sei miliardi di persone. Ripartiamo cioè
da pagina uno: che fare?

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