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Istologia ed Embriologia

a. a. 2011/2012
Prof. Puzzolo 05 marzo 2012

Cellula, membrana plasmatica e organuli cellulari


Le unità di misura in citologia sono espresse in micron (un millesimo di millimetro, 1μm =
1000nm) e in nanometri (un milionesimo di millimetro). Le cellule, ad esempio, si misurano in
micron, la membrana plasmatica si misura in nanometri. Lo spessore dell’epitelio della cute nella
regione del dorso è di 5 mm. In embriologia le unità di misura utilizzate sono all’inizio il micron e
poi, quando l’embrione andrà sempre più sviluppandosi, si userà il cm. Il cordone ombelicale è
lungo 50 cm ed ha un calibro di 2 cm. La placenta ha un diametro di 25 cm, uno spessore di 2 cm.
Le cellule sono di forme variabili. In genere una cellula isolata immersa in un liquido assume una
forma rotondeggiante. Se più cellule si mettono a stretto contatto formando un epitelio cilindrico si
perde la forma rotondeggiante e si assume una forma geometrica ben precisa. Così si avrà, ad
esempio, un epitelio cilindrico o batiprismatico, perché le cellule sono molto più alte di quanto non
siano larghe. La cellula nervosa, ad esempio, ha una parte rotondeggiante, ellissoidale con tutta una
serie di ramificazioni che si dipartono dal centro (dendriti). Anche le dimensioni delle cellule sono
estremamente variabili. Il potere di risoluzione dell’occhio umano è di circa 0,2 mm, ciò significa
che due punti siti alla massima distanza, se sono più vicini di 0,2 mm saranno percepiti come un
unico punto dall’occhio umano. Nell’uomo tutte le cellule sono al di sotto del potere di risoluzione
dell’occhio umano. L’ovocita è la cellula più grande dell’essere umano, ma si mantiene al di sotto
del potere di risoluzione dell’occhio umano, infatti raggiunge 180-200 μm. Tutte le altre cellule
hanno dimensioni minori. Elementi come le cellule del sangue, con dimensioni, nel caso del globulo
bianco, di 12 μm. I globuli rossi e le piastrine non sono cellule, ma sono elementi del sangue. Infatti
i globuli rossi sono anucleati e le piastrine sono frammenti cellulari dei megacariociti.
Se si prende un frammento di tessuto e si vuole studiare, se ne fanno delle sezioni che si
osserveranno in microscopia ottica. Nei preparati osservati in microscopia ottica si apprezza la
presenza di diverse colorazioni. Non sono preparati in bianco e nero, sono preparati colorati.
Quando andiamo alla microscopia elettronica, dal momento che essa sfrutta un flusso di elettroni
aventi tutti la stessa lunghezza d’onda, non si avrà un’immagine a colori, ma un’immagine in
bianco e nero con tutte le varianti del grigio. Lo stesso vale per la microscopia elettronica a
scansione, cioè una microscopia che fornisce un’immagine della superficie dei tessuti, non della
sezione e il colore va dal bianco al nero con tutte le sfumature del grigio. La MET (microscopia
elettronica a trasmissione) dà un’immagine bidimensionale, la MES (microscopia elettronica a
scansione) dà un’immagine tridimensionale. Tutto ciò consente di costruire l’immagine schematica
di un organulo cellulare. Esistono anche altre tecniche correlate alla microscopia ottica, come
l’immunoistochimica che consente di evidenziare, nel contesto delle singole cellule, determinate
sostanze (se si vuole rilevare, ad esempio, la presenza di actina in una cellula, sapendo che l’actina
è un componente del citoscheletro, si utilizzano degli anticorpi specifici per l’actina, si avrà una
dimostrazione chimica in quanto l’anticorpo si legherà all’actina. Tale anticorpo sarà poi sottoposto
o alla luce fluorescente, o potrà essere utilizzato con una seconda molecola. Alla fine di queste
procedure si vedrà nel citoplasma o lungo la membrana della cellula o nella regione nucleare solo
la colorazione di quella sostanza, per cui si potrà dire che in queste cellule tutta la serie di
filamenti colorati o nel tessuto dimostra la presenza dell’actina.)
Alla cellula procariotica manca la presenza di una membrana che avvolga gli acidi nucleici, quindi
manca di nucleo. La membrana plasmatica non si può vedere in ottica, si deduce che c’è perché la
cellula ha dei confini ben chiari, la membrana può essere osservata solo in microscopia elettronica.
La membrana cellulare delimita i confini della cellula, è la struttura che separa l’ambiente
intracellulare da quello extracellulare. In MET è osservata come una struttura scura. La membrana
plasmatica non racchiude solo la cellula, ma anche all’interno della cellula esistono altre strutture
membranose, lamellari che rivestono diversi organuli. La membrana plasmatica intesa come
composto fatto da proteine e lipidi, cioè da fosfolipidi e proteine, oltre a costituire l’involucro della
cellula, entra nella costituzione della cellula stessa andando a formare tutta una serie di organuli,
reticolo, golgi, lisosomi, vescicole, vacuoli eccetera, tutti rivestiti da membrana. Quindi la
membrana plasmatica va ricordata sia come barriera sia come costituente di tutta una serie di
strutture all’interno della cellula. In microscopia elettronica si osserva che la membrana è fatta da
una parte lipidica e come tale è una struttura che ha grosse difficoltà a far passare delle sostanze
sciolte in acqua all’interno della cellula, la membrana è quindi costituita da fosfolipidi e da
colesterolo. Per evidenziare al microscopio la membrana, poiché è costituita da lipidi, si può
utilizzare tetrossido di osmio che ha un peso molecolare molto alto. Questo tetrossido di osmio
viene sciolto e messo sulle cellule, le cellule lo assorbono e lo vanno a legare dove ci sono lipidi,
cioè sulla membrana. Senza osmio l’immagine della membrana è molto debole; con l’aggiunta
dell’osmio, gli elettroni si bloccano sull’osmio, non passano, dando un’immagine più scura a livello
della parte lipidica. Quindi la cellula ha una forma rotondeggiante quando non ha altre cellule
intorno, ha una sua membrana, ma soprattutto è una cellula procariotica.
Quindi i microscopi possono essere:
• microscopi ottici
• microscopi elettronici a scansione
• microscopi elettronici a trasmissione
• microscopi a fluorescenza

Come si passa da una cellula procariotica ad una eucariotica?


La cellula eucariotica trae origine dalla procariotica: la membrana plasmatica della procariotica si
invagina, originando delle introflessioni che poi si richiudono originando delle vescicole che poi
avvicinandosi agli acidi nucleici tendono ad appiattirsi formando quelle che vengono definite
cisterne e queste strutture si dispongono tutte intorno agli acidi nucleici. La cellula procariotica non
ha quindi un nucleo identificato, la cellula eucariotica comincia a costituire con questo meccanismo
un nucleo, una struttura nucleare, perché le strutture di membrana introflesse, per aggiunta di altre
membrane cellulari o per sintesi a livello delle strutture interne, proliferano e proliferano verso il
citoplasma, quindi si cominceranno a formare una serie ulteriore di cisterne, su alcune delle quali si
depositano delle molecole di RNA formando i ribosomi, e quindi poi il reticolo endoplasmatico
rugoso, su altre non si depongono i ribosomi e si forma il reticolo liscio. Queste strutture si staccano
progressivamente e vanno a formare altri organuli come l’apparato del Golgi. Quando si formano le
vescicole la cellula si restringe, in seguito però alcune vescicole tornano verso la superficie, cioè
verso la membrana, si ha il processo opposto, e le vescicole che prima si erano staccate vanno a
ricostituire la membrana fondendosi con essa e così la cellula che prima si era ristretta ad un certo
punto si riallarga. Questo nella cellula reale è un continuum, tanto viene fagocitato, tanto viene
esocitato. Quindi la cellula così mantiene costante il suo volume attraverso un meccanismo di
equilibrio tra le varie forze in gioco. Quindi attraverso il processo di endocitosi, cioè di portar
dentro membrane, si avrà un primo compartimento che è il compartimento nucleare (il nucleo), con
gli acidi nucleici, con le strutture come il nucleolo con il suo scheletro interno separato
dall’ambiente citoplasmatico da una membrana nucleare che si è formata per coalescenza di
vescicole (unione di due o più particelle per formarne una più grande) che non si fondono tra loro
completamente per cui tra una vescicola e l’altra rimane un po’ di spazio, infatti la struttura della
membrana nucleare non è un muro tra il nucleo e il citoplasma e viceversa ma presenta delle
aperture, i pori della membrana nucleare. Il secondo compartimento è il compartimento
citoplasmatico nel quale sono immersi i vari organuli che si trovano all’interno della cellula. Il
tutto è tenuto insieme da una rete, da uno scheletro della cellula che serve ad evitare che gli organuli
si spostino in modo disorganizzato, questa struttura è il citoscheletro.
Gli organuli cellulari si distinguono in:
• organuli a membrana;
• organuli a microfilamenti.
• organuli diversi

Gli organuli a membrana sono:


• nucleo, che è considerato un organulo a membrana proprio perché rivestito da membrana.
• reticolo endoplasmatico;
• apparato del Golgi;
• lisosomi;
• perossisomi;
• mitocondri;
• vescicole e/o inclusioni.

Se gli organuli si formano per introflessioni della membrana, significa che essi racchiudono al loro
interno ambiente extracellulare, ciò significa che parte dell’ambiente esterno viene portato
all’interno della cellula.
La membrana nucleare è la prima struttura a formarsi nel passaggio dalla cellula procariotica a
quella eucariotica e delimita l’ambiente intracellulare. La membrana nucleare, a differenza della
membrana cellulare che è fatta da un foglietto , poiché è formata da vescicole che si appiattiscono,
è fatta da 2 foglietti di membrana, cioè è una doppia membrana. Di questi 2 strati uno sarà
aderente alla cromatina ed uno al citoplasma, la membrana non è una struttura continua in quanto su
di essa sono presenti i pori nucleari.
Il reticolo endoplasmatico liscio ha a che fare con la biosintesi di glucidi e lipidi, per cui sarà
maggiormente sviluppato nelle cellule deputate alla produzione di ormoni steroidei (testosterone,
progesterone, estrogeni) ed in quelle deputate alla produzione di glucidi. Tra i tubuli del testicolo,
nella zona in cui vengono prodotti gli spermatozoi ci sono delle cellule che, trovandosi
nell’interstizio tra i tubuli, si chiamano cellule interstiziali e che queste cellule producendo
testosterone hanno una struttura, nel loro citoplasma, ricchissima di reticolo endoplasmatico liscio,
reticolo che si trova anche nella fibra muscolare striata scheletrica dove il reticolo ha un ruolo
fondamentale per portare calcio dall’ambiente esterno all’ambiente interno e quindi permette la
contrazione muscolare.
Il reticolo rugoso si caratterizza per la presenza di ribosomi aderenti alla membrana ed è deputato
alla produzione di materiale proteico, quindi si trova nelle cellule che hanno un ruolo fondamentale
nella produzione di proteine. Il reticolo si forma dalla membrana nucleare che si allontana dal
nucleo e va a formare appunto il reticolo rugoso. Il reticolo si trova soprattutto nelle ghiandole che
producono materiale proteico, nelle cellule dei connettivi come per esempio i fibroplasti, cellule che
producono sostanza fondamentale e fibre, infatti il collagene, l’elastine, le fibre reticolari hanno di
base una struttura proteica, quindi i fibroblasti che sono cellule che servono a produrre questi
elementi devono avere un grande reticolo endoplasmatico rugoso, nelle cellule neuronali, nei
neuroni che hanno una grandissima quantità di reticolo endoplasmatico, nelle plasmacellule che
sono le cellule deputate alla produzione degli anticorpi e poiché gli anticorpi sono delle globuline,
cioè delle proteine, le plasmacellule sono ricchissime di reticolo.
L’apparato del Golgi è un organulo che ha un ruolo fondamentale nell’accoppiare l’attività del
reticolo liscio e l’attività del reticolo rugoso, cioè se il reticolo liscio serve alla sintesi di lipidi e di
glucidi, se il reticolo rugoso ha un ruolo nella sintesi del materiale proteico si ha che nella maggior
parte dei casi le proteine (RER) si legano ai glucidi o ai lipidi formando glicoproteine e
lipoproteine, e il sito in cui ciò avviene è a livello dell’apparato del Golgi. Quindi una cellula che
produce glicoproteine o lipoproteine è una cellula con un apparato del Golgi molto sviluppato.
Morfologicamente l’apparato del Golgi, in genere, si colloca al si sopra del nucleo e verso la parte
funzionalmente attiva, cioè in una cellula che secerne si ha in basso il nucleo, ai lati i reticoli, sopra
il nucleo si trova il Golgi e poi la parte libera della cellula. Questo perché, in una cellula che
secerne, il Golgi, aiutato dal reticolo produce una serie di vescicole, queste vescicole più o meno si
riuniscono tra di loro e diventano secreto e quindi devono essere versate all’esterno.
I lisosomi presentano all’interno parti più scure (meno idratate) e più chiare (più idratate).
All’interno dei lisosomi si trovano tutta una serie di molecole che hanno fondamentalmente 2 ruoli:
• Intervengono ad eliminare gli organuli che si sono usurati o che non sono più funzionali,
non servono più alla cellula, quindi hanno un meccanismo di autodistruzione che viene
definito come AUTOFAGIA. Quindi tanti organuli vengono prodotti, tanti organuli vengono
degradati, tanti organuli vengono utilizzati e, attraverso il meccanismo dell’autofagia
lisosomiale si ha la distruzione di questi elementi usurati.
• Degradano, cioè distruggono il materiale extracellulare che si trova all’interno delle
vescicole, materiale extracellulare che solo spazialmente si trova dentro la cellula ma è
sempre all’esterno perché è avvolto dalla membrana, e se arriva una vescicola carica di
enzimi, in una sorta di promiscuità endocellulare le membrane delle 2 vescicole possono
fondersi, una si chiama fagosoma e l’altra si chiama lisosoma e si ottiene il fagolisosoma,
cioè una struttura che distrugge le varie sostanze che possono essere sostanze patogene o
sostanze utili o liquidi che diffondono.

I lisosomi si trovano nei cosiddetti macrofagi, che sono cellule della difesa del nostro organismo,
una difesa assolutamente aspecifica, cioè qualunque sostanza che la cellula non riconosce come
propria viene attaccata dai lisosomi che li digeriscono eliminandoli. Per determinare la
fecondazione, lo spermatozoo deve avere nella sua porzione apicale una struttura che viene
chiamata acrosoma, che è una coalescenza, cioè una fusione di tanti lisosomi dello spermatide, cioè
della cellula che viene prima dello spermatozoo e che servono a distruggere con azione enzimatica
determinati rivestimenti della cellula uovo. Quindi avranno un’attività fagocitaria. Lisosomi si
trovano anche in cellule fondamentali nel processo del cosiddetto rimodellamento osseo cioè della
distruzione e della ricostituzione dell’osso, cioè a livello degli osteoclasti, cellule che hanno una
funzione digestiva e che svolgono questa funzione attraverso la liberazione di lisosomi
• I perossisomi sono organuli, anche questi, a funzione digestiva. Questi, a differenza dei
lisosomi, contengono al loro interno un core cristallino, quindi hanno una morfologia diversa
rispetto ai lisosomi ma, soprattutto, mentre il lisosoma si forma dall’apparato del Golgi e quindi
ha una sua gemmazione dall’apparato del Golgi, i perissosomi hanno una caratteristica, cioè
riescono a dividersi e quindi dalla cellula madre si moltiplicano e si distribuiscono come
corredo alle 2 cellule figlie.
• I mitocondri sono organuli dotati di doppia membrana, una esterna continua, ed una interna che
non è liscia ma che presenta una serie di specializzazioni che prendono il nome di CRESTE
MITOCONDRIALI. Le creste sono a forma di lamella, praticamente in tutte le cellule con
un’unica eccezione: nelle cellule che hanno a che fare con gli ormoni steroide, cioè, in quelle
cellule che sono coinvolte nel metabolismo degli steroidi, i mitocondri hanno le creste con
forme non lamellari ma tubulari. Il mitocondrio ha un’eccezione morfologica, cioè contiene al
suo interno DNA ma soprattutto, così come fanno i perossisomi, i mitocondri sono in grado di
dividersi. Per cui una cellula che contiene mitocondri che incontro al processo di divisione ,
prima della divisione, cioè nel periodo intercinetico oltre a dividere i perossisomi si prepara
raddoppiando anche il numero dei mitocondri in maniera tale che le 2 cellule figlie abbiano lo
stesso numero di mitocondri.

Le vescicole si distinguono in vescicole e vacuoli.


Le vescicole si distinguono per l’aspetto che hanno in microscopia possono essere :
• A densità costante, cioè stesso grado di idratazione, sono vescicole prodotte, ad esempio
dal Golgi e devono essere versate all’esterno e mentre migrano attraverso la cellula, per
arrivare alla zona di secrezione, mantengono la stessa identica morfologia, lo stesso grado
di idratazione.
• A densità variabile, cioè diverso grado di idratazione, sono vescicole prodotte in maniera
fortemente concentrata, con materiale fortemente concentrato e che man mano che
migrano all’interno della cellula perdono di densità, cioè si idratano, viceversa ci possono
essere delle vescicole costituite da materiale fortemente idratato che, mentre migra verso
la superficie, perde progressivamente acqua, di conseguenza la sua densità
progressivamente aumenta.
Ci possono anche essere delle vescicole che, invece di presentare un materiale abbastanza uniforme,
abbastanza granulare, possono presentare una morfologia a lamelle, una struttura a forma lamellare.
I vacuoli o inclusioni. Le inclusioni sono dei materiali che normalmente possono essere presenti
all’interno della cellula (depositi di grasso, pigmenti, glicogeno). Dal punto di vista fisiologico,
all’interno delle cellule si accumulano o enormi quantità di lipidi, dando origine ad un tessuto
adiposo univacuolare, oppure i lipidi possono raccogliersi in tante vescicole generando tessuti multi
o plurivacuolari. Sono la stessa cosa, varia solo la morfologia, sono sempre lipidi raccolti
all’interno delle cellule. I granuli di pigmento sono strutture provviste di membrana (es: granuli di
melanina) fisiologicamente inclusi all’interno delle cellule, ma se la cellula invecchia e se ad un
certo punto i lisosomi non riescono riescono a distruggere tutto ciò che devono distruggere, parte
dei prodotti che dovevano essere eliminati dai lisosomi restano all’interno della cellula sottoforma
di pigmenti e così la cellula si carica di materiali. La presenza delle lipofuscine (accumuli granulari
di molecole non degradabili dalle idrolasi lisosomiali) evidenzia l’età della cellula. I residui di
emoglobina, dovuti ad un trauma, che si accumulano all’interno delle cellule formano
l’emosiderina.
Il glicogeno è un incluso sprovvisto di membrana presente in strutture dette “rosette” di glicogeno.

Prof. Puzzolo 06 marzo 2012

Organuli a microfilamenti: citoscheletro e centriolo


E allora, se ricordate ieri abbiamo affrontato discorsi relativi alla morfologia della cellula con
particolare riferimento, oltre alla membrana plasmatica, soprattutto abbiamo utilizzato la "unit
membrain" per affrontare il discorso degli organuli dicendo che la struttura fosfolipidica proteica
che abbiamo chiamato con un unico nome membrana interviene attraverso un processo ipotetico di
invaginazioni a costituire delle strutture che abbiamo definito organuli cellulari o a membrana.
Quindi abbiamo parlato della membrana nucleare, della formazione del reticolo endoplasmatico sia
esso liscio o rugoso, abbiamo considerato l'apparato del Golgi e via discorrendo tutti quegli organuli
che nella loro organizzazione e nella loro struttura riconoscono un limite rispetto al citoplasma.
Su questa base, se ricordate, siamo anche andati a considerare che molti di questi organuli hanno la
caratteristica di avere un ambiente intraorganulare che corrisponde a un ambiente extracellulare, in
quanto derivato dalla invaginazione e un ambiente extra che si pone in contatto direttamente con il
citoplasma.
Li ricordiamo, sono: nucleo, reticoli, apparato del Golgi, lisosomi, perossisomi, mitocondri,
vescicole e/o inclusioni.
Oggi invece andiamo ad affrontare il secondo compatimento organulare, ovvero quello costituito
da strutture che io ho definito a microfilmanti, ma che potrebbero anche essere definite come
strutture costituite da microtubuli, microfilamenti e filamenti intermedi; ovvero, con un unico
termine, struttura citoscheletrica. In questo elenco io ho messo anche un altro organulo, ovvero il
centriolo. Tale "organulo" è fatto da microtubuli e non da microfilmanti, sì, però mentre il
citoscheletro assume dignità organulare nella sua globalità (microfilmanti, microtubuli, filamenti
intermedi), il centriolo non è parte del citoscheletro, pur avendo strutture comuni ad esso. Infatti, il
cetriolo si trova in determinati momenti nella cellula; addirittura, per esempio, il neurone, la cellula
nervosa, ha una caratteristica morfologica del tutto peculiare, cioè l'elemento che noi definiamo
terminale e che non si divide più e che, guarda caso, se sezionato, non presenta centriolo o
diplosoma, ovvero la coppia.
Questo mi dice che il centriolo è una struttura che ha una sua dignità organulare e che serve in
determinati e specifici momenti della vita cellulare: la divisione cellulare e non solo.
Il citoscheletro si può evidenziare nel momento in cui escludo tutti gli elementi organulari e vado a
considerare la struttura del citoplasma. In realtà, la microscopia ottica tradizionale non consente di
evidenziare il citoscheletro; o meglio, ci dà soltanto un'idea vaga; mentre la microscopia a
fluorescenza o immunoistochimica, che è sempre microscopia ottica, anche se usa altre
apparecchiature, già ne da una misura diversa. Attraverso l'utilizzo di anticorpi antiactina,
antitubulina, anticheratina sono in grado di localizzare, nel contesto del citoplasma, la presenza di
queste strutture. Quindi ho una dimostrazione indiretta, non una dimostrazione diretta osservando in
microscopia ottica tradizionale la cellula, ma devo ricorrere a degli artifici di diverse tecniche per
evidenziare queste strutture.
Il citoscheletro è assimilabile alla situazione, nel nostro corpo, del nostro scheletro -non a caso il
nome infatti.
In pratica le cellule sono soggette a una serie di stress di varia natura meccanica che
determinerebbero per esempio un afflosciamento di questa cellula. Immaginate questo elemento
cellulare se pur ricco di organuli che a un certo punto, lasciato a sè o messo in un terreno di coltura,
si affloscerebbe.
Il citoscheletro e anche il sistema che collega le cellule tra di loro evita che queste forze e questi
stress fisici che agiscono sulle forze possano provocare una lesione.
Fondamentalmente gli elementi del citoscheletro si suddividono in 3 grandi famiglie:
microfilamenti, microtubuli e filamenti intermedi.
La localizzazione delle strutture citoscheletriche è differente, quindi possiamo andare a vedere dove
sono localizzate.
Le cellule possono essere di due tipi, isolate o disposte cacando ad altre e quindi formano un
epitelio.
Nella cellula isolata, i microfilamenti si collocano al di sotto della membrana, nella parte periferica
della cellula, cortex, e ancora, all'interno della cellula, si dispongono come fibre stress per evitare
che citoplasma, nucleo e organuli possano smuoversi dalla loro posizione. Potete paragonare i
microfilamenti a una ruota di bicicletta, essendo il mozzo di questa ruota rappresentato dal nucleo.
Se analizzo una cellula a contatto con altre cellule, deve mantenere la sua forma cilindrica, mentre,
se ricordate, la cellula messa in un ambiente liquido, diventa sferica. Questa (cilindrica) non è la
forma normale della cellula ma, guarda caso, come una specie di bicchiere rovesciato tutti i
filamenti si dispongono a costituire una sorta di arco che fa si che la cellula cilindrica non si afflosci
su se stessa, quindi andando a costituire una sorta di arco proteico, struttura molto importante. Non
solo, ma poiché la cellula ha accanto altre cellule, allora le strutture microfilamentose interverranno
anche in parte dei sistemi con cui le cellule non solo si agganciano tra di loro, cioè complessi di
giunzione intercellulare, ma soprattutto vanno ad agganciarsi con ciò che hanno sotto, cioè la
membrana basale. Gli epiteli hanno sotto una struttura che si chiama membrana basale, connessione
tra cellula epiteliale e connettivo, perché se non avessimo questo sistema si staccherebbero gli
elementi cellulare dal connettivo sottostante. Quindi la componente micro filamentosa del
citoscheletro serve sia alla forma sia alla adesione al substrato.
I microfilamenti sono strutture allungate, ma sono costituiti da molecole globulari di actina-g, cioè
actina globulare. Queste molecole si congiungono tra di loro andando a formare una sorta di filo di
perle che prende il nome di f-actina, cioè actina filamentosa. Alla fine risulta che il monomero di
questi microfilamenti è un elemento globulare. In questo momento ci limitiamo solo a dire
l’importanza dell’actina che troveremo in tutte le cellule, ma vi sono degli elementi in cui l’actina è
particolarmente rappresentata –vedi muscoli scheletrici e cardiaci.
I microtubuli si dipartono dal centriolo quindi sono organuli che fanno nascere intorno a se altre
strutture e quindi si portano in una sorta di meccanismo a raggera verso la periferia.
Come sono fatti? L’unità funzionale strutturale di base è un dimero di alfa e beta tubulina. Questi
dimeri si congiungono tra di loro secondo un meccanismo testa coda e quindi vanno a costituire
delle strutture allungate. Fin qui vedi microfilamenti. 13 microfilamenti si dispongono l’uno
accanto all’altro in maniera concentrica in maniera da costituire una sorta di struttura allungata fatta
da 13 microfilamenti. Cosa farà il singolo tubulo? Avrà una parete fatta di microfilamenti e al centro
una cavità delimitata da questi.
Quindi sono formati da eterodimeri, gli eterodimeri hanno forma di clessidra e si allineano e
formano i protofilamenti che si mettono fianco a fianco e formano una struttura tubulare che è il
microtubulo. Anche in questo caso il monomero della componente micro tubulare è una proteina di
aspetto globulare: la tubulina o se preferite l’eterodimero alfa/beta-tubulina.
In un nervo osservato in microscopia elettronica vedete che ci sono delle strutture puntiformi nere.
Non sono né ribosomi né glicogeno, ma essendo una sezione trasversale dell’assone questo è
l’aspetto morfologico del microfilamento. Nella cellula nervosa troverete delle strutture che
prendono il nome di neurofilamenti.
Accanto a queste strutture vi sono degli elementi di aspetto rotondeggiante che sono i neurotubuli o
microtubuli della cellula nervosa. Nello stesso elemento, quindi, possono coesistere neurofilamenti
e neurotubuli.
I microtubuli sono fondamentali per i movimenti di materiale. Attraverso proteine quali la dineina e
la chinesina c’è sia la possibilità di agganciare delle vescicole o addirittura degli organuli, come i
mitocondri nel sistema nervoso che si spostano quando usurati raggiungendo gli assoni attraverso il
movimento.
I microfilamenti hanno prevalentemente una funzione statica i microtubuli oltre alla funzione
statica hanno anche una funzione dinamica.
Soprattutto nelle cellule nervose gli elementi microtubulari vengono tenuti insieme, agganciati tra
di loro, da proteine stabilizzanti che prendono di tauprotein, quindi una sorta di colla che li aggancia
e che garantisce che i processi di spostamento di organuli avvengano in maniera corretta. E’ stato
dimostrato che nell’alzheimer, per esempio, una malattia neurodegenerativa, il cattivo
funzionamento delle tauprotein è in grado di determinare delle alterazioni a carico dei microtubuli e
se questi servono al transito di vescicole e organuli, chi ne soffrirà sarà la cellula nervosa che andrà
in contro a processi degenerativi.
I filamenti intermedi si collocano nel nucleo, dove sono le lamine, si collocano nel citoplasma e
compartecipano con i microfilamenti a completare il quadro dei complessi di giunzione. Il
complesso giunzionale si forma in quanto ci sono nel citoplasma non solo i microfilamenti ma
anche i filamenti intermedi.
I filamenti intermedi sono formati da piccole strutture filamentose che si aggregano formando delle
placche che si avvolgono in strutture grossolanamente assimilabili a tubuli.
Mentre nel microfilamento e nel microtubulo il monomero di base è di forma globulare, nel
filamento intermedio è di forma filamentosa.
I neuroni sono delle cellule particolarmente sviluppate che contengono in gran quantità sia
micrutubuli (neurotubuli), sia microfilamenti (neuro filamenti), sia filamenti intermedi.
Finora abbiamo parlato di organuli e citoscheletro.
Perché abbiamo anticipato il citoscheletro?
Se osserviamo una cellula dall’esterno, messa in un liquido, vediamo una forma rotondeggiante con
una superficie abbastanza liscia che ricorda vagamente una sfera.
Un elemento a membrana assolutamente liscia è il globulo rosso, l’eritrocita, che non è una cellula
perché manca del nucleo.
Un altro elemento che presenta una superficie pressoché rotondeggiante è la cellula adiposa,
l’adipocita. Pur essendo a contatto con altre cellule proprio perché piena di grasso che ha una sua
viscosità e una resistenza alla compressione, tende a mantenere una forma rotondeggiante.
Quando studieremo i tessuti connettivi vedremo che ci sono delle strutture pericellulari che saranno
delle fibre reticolari che avranno la funzione di congiungere e tenere insieme questi elementi.
Queste cellule, tra di loro, pur essendo vicine, non fanno complessi di giunzione, quindi tendono a
mantenere questa forma rotondeggiante.
Esistono anche delle cellule isolate che possono presentare una membrana assolutamente
irregolare: il macrofago cioè la cellula della difesa specifica se guardato a riposo ha una membrana
praticamente liscia, se stimolato inizia a presentare delle irregolarità di membrana.
Quando le cellule si mettono a muto contatto assumono una forma poligonale. In particolare
presentano almeno tre compartimenti o domini. Una parte sarà quella che guarda verso l’esterno o
lume dell’organo e che chiameremo compartimento apicale. Poi avremo un compartimento laterale
che è quello con cui l’elemento si mette in contatto con le cellule adiacenti, e infine il
compartimento basale con cui la cellula si mette in contatto o con altre cellule epiteliali o meglio
ancora con il connettivo che sta al di sotto cioè con la membrana basale.
Quando la cellula si pone in contatto o con l’ambiente esterno o con le cellule adiacenti o con il
connettivo sottostante, può mantenere una superficie liscia, ma è molto raro. In genere nella parte
apicale si vengono a costituire delle strutture che prendono il nome di specializzazioni di
membrana, così come sui lati, nel dominio laterale, si vengono a formare dei sistemi di aggancio
intercellulare, cioè le giunzioni, così come nella porzione inferiore si vengono a formare altre
specializziazioni di membrana oppure sistemi di connessione/giunzione che questa volta sono tra la
cellula e il connettivo che sta sotto, la matrice cellulare.
Per quanto concerne la parte apicale, in certi casi la cellula può essere assolutamente liscia, cioè
manca di specializzazioni. Gli endoteli corneali hanno cellule con forma esagonale che sulla parte
apicale non hanno che minimi ripieghi di membrana; queste cellule possono considerarsi pressoché
lisce. Questa è una cellula che presenta sulla sua superficie il primo tipo di specializzazioni di
membrana che sono le così dette micropieghe: è soltanto la membrana plasmatica che per cercare di
interfacciarsi con l’ambiente esterno si solleva a formare delle irregolarità, strutture altamente
dinamiche che cambiano la loro morfologia a seconda del momento in cui le osserviamo, quindi
non hanno delle peculiarità strutturali. Diciamo che dentro una micropiega, facendo una sezione
istologica al microscopio elettronico, troveremo ialoplasma, cioè citoplasma non strutturato.
Le altre specializzazioni, invece, devono essere analizzate una per una, cioè:
• microvilli;
• stereociglia;
• ciglia vibratili;
• chinociglia assolutamente immobili.

Il microvillo è rivestito da membrana, quindi è una specializzazione di membrana. Si forma perché


la membrana plasmatica tende a ripiegarsi su se stessa in maniera tale che ci sia a contatto con
l’ambiente esterno in uno spazio estremamente limitato la maggiore quantità di membrana. Se
immagino di avere una cellula senza microvilli sarà lunga 100, se invece ripiego la membrana in un
quinto dello spazio avrò la stessa superficie. Quindi chiaramente il microvillo serve per aumentare il
contatto con l’ambiente esterno. Guarda caso sono piene di microvilli le cellule dell’intestino, dove
si svolge quel processo che prende il nome di assorbimento intestinale. La membrana plasmatica si
solleva e all’interno del microvillo ci sono dei microfilamenti che sono costituiti da actina.
Le stereociglia sono delle estroflessioni della membrana assolutamente immobili. Le troveremo a
livello dell’orecchio. Anche in questo caso, come avviene per il microvillo, la struttura di base che
costituisce la parte interna è sempre la componente citoscheletrica dei microfilamenti di actina. Il
microvillo è corto e di microvilli ne abbiamo tanti e formano l’orletto a spazzola e formano la parte
che contatta l’ambiente. Di stereociglia per cellula ne abbiamo di meno sono più alti ma l’elemento
costitutivo di base è sempre il microfilamento di actina.
Il ciglio è una specializzazione lunga e sottile e che sia mobile si capisce dal fatto che in immagine
non presentano tutti la stessa forma, ma si trovano in momenti diversi della loro funzionalità, quindi
è in grado di compiere movimenti del tutto particolari. Se osservo una sezione trasversale di
microscopia elettronica vedrò che il ciglio ha una parte che sporge dalla cellula e una parte che
invece è fissata all’interno della cellula. Vedrò una parte libera rivestita sempre da membrana
plasmatica che prende il nome di assonema, poi all’altezza della parte apicale della cellula trovo
altre due parti una prende il nome di corpuscolo basale e quindi è unaa zona che si aggancia
all’interno della cellula e infine una terza parte ancora più profonda che prende il nome di radice
ciliare, radice del ciglio.
La parte assonemale è costituita da 9 coppie di microtubuli periferiche costituite da un tubulo a
formato da 13 microfilamenti e da un tubulo b a forma di tegola che sfrutta il tubulo a che è
completo appoggiandosi per chiudersi che si completa con l’altro tubulo. 13 filamenti per il tubulo a
e 11 per il tubulo b. sia il tubulo a che il tubulo b sono equidistanti dal centro del ciglio, sono
complanari. La coppia centrale che fa si che noi definiamo il ciglio 9+2 è avvolta da una guaina e i
microtubuli sono agganciati da strutture proteiche che formano un sistema di connessione che si
chiama ponte.
Il ciglio ha una funzione ben precisa, di muovere il liquido che c’è all’esterno della cellula.
Esempio banalissimo: se consideriamo l’apparato respiratorio, il ciglio ha la funzione di portare
all’esterno tutto ciò che viene secreto dalle nostre vie respiratorie. Ovviamente noi non ci
accorgiamo di nulla perché è un fatto che avviene a livello cellulare.
Come si muove il ciglio? Evidentemente non ha un movimento sullo stesso asse, altrimenti ciò che
porterebbe avanti lo riporterebbe indietro. Il moto, piuttosto, è simile a quello dei remi. Il ciglio fa
pria un movimento in avanti, dopo di che si ripiega su se stesso, e si risolleva e rivà in avanti. Infatti
in immagine possiamo notare una prima fase in cui il movimento del ciglio è efficiente e in cui
sposta materiale e una seconda parte che è assolutamente inefficiente.
Microvilli e stereo ciglia, sfruttavano, come elementi citoscheletrici, i filamenti intermedi. Il ciglio,
invece, utilizza la componente microtubulare.
Il discorso vale anche per il chinociglio, il quale grossomodo ha la stessa stuttura del ciglio con una
sola differenza, che nella sua parte centrale assiale manca della coppia di microtubuli, cioè è un 9+0
ed essendo tale è incapace di muoversi. Infatti ha una funzione meccanica di percezione di tensioni
e di movimenti esterni. Importante da ricordare è che il ciglio è mobile, il chinociglio è
assolutamente immobile.
Le specializzazioni di membrana sono strutture che si formano sul dominio apicale della cellula e
che vanno dalla forma più semplice, cioè le micropieghe, alla forma più complessa, cioè le ciglia.
Ognuna di queste strutture è costituita da una componente citoscheletrica: microvilli e stereociglia
da microfilamenti di actina, mentre ciglia e chinociglia da microtubuli.
Dominio laterale.
Nel dominio laterale si vanno a formare quelli che vengono definiti complessi di giunzione.
I complessi di giunzione specialmente nelle cellule cilindriche e nelle cellule epiteliali seguono una
gerarchia, un ordine abbastanza preciso.
Procedendo dal dominio apicale verso il dominio basale noi troviamo la zonula occludens che
viene anche indicata come tight junction cioè giunzione serrata/stretta, la zonula adherens, poi,
scendendo in basso con locazione altamente variabile però sempre sotto la zonula, troviamo le
maculae aderentes che prendono anche il nome di desmosomi, e poi troviamo dei particolari sistemi
di connessione ai quali gli elementi del citoscheletro non prendono parte, che sono le gap junctions
o nexus.
Le zonulae devono il loro nome al fatto che in latino la zonula è la cintura. Le zonule infatti
circoscrivono completamente la cellula. Mentre desmosomi e gap junctions sono localizzati in punti
del contatto intercellulare come punti di saldatrice.
Sia per quanto riguarda la tight che per quanto riguarda la adherens, compartecipano alla
formazione delle zonule i microfilamenti di actina. Compartecipano invece alla formazione delle
maculae, ovvero dei desmosomi, i microfilamenti di citocheratina. Quindi noi avremo una diversa
compartecipazione di elementi citoscheletrici nella formazione delle giunzioni cellulari.
La distanza tra 2 cellule è di circa 200nm, ma se si guarda la membrana in prossimità delle TJ/ZO,
non solo i 200nm si riducono, ma addirittura il foglietto lipidico esterno dell’una e dell’altra cellula
in alcuni punti tende a unirsi/fondersi. Considerando la struttura lungo tutto il perimetro della
cellula ottengo che ciò che sta a contatto con la parte apicale della cellula, rispetto a ciò che sta
sotto, cioè sotto la zonula sarà completamente separato/chiuso/sigillato. Ciò ha uno scopo
banalissimo: se il nostro organismo non avesse le zonule, si pensi ad esempio all’intestino, noi
avremmo assorbimento tra le cellule e non avremmo il controllo di ciò che assorbiremmo. Ma
invece, grazie alle zonulae e quindi grazie al sistema di chiusura, le sostanze possono passare solo
ed esclusivamente attraverso la cellula, dentro la cellula, quindi sottoposti a un controllo da parte
degli organuli cellulari.
A formare una tight sono prevalentemente alcune proteine, quali la famiglia delle claudine dalla 1
alla 9 – soprattutto la 1 e la 5, le occludine e poi sul versante interno della cellula delle proteine che
vengono chiamate ZO. Claudine e occludine ce si occupano del sistema di giunzione stanno in parte
nello spazio tra le cellule e quindi chiudono e sigillano e in parte stanno nella cellula, dove vanno ad
agganciarsi con le ZO -1,2 e 3. Queste si vanno ad agganciare, a loro volta, all’actina.
Più semplice delle TJ, sono le AJ –giunzioni aderenti: in queste zonulae le cellule si mettono l’una
accanto all’altra, ma non entrano in contatto come nelle ZO; mantengono la distanza di 200 nm tra
le due membrane.
Altre proteine sono responsabili della formazione di questo tipo di zonulae, ma come nelle ZO
queste proteine si agganciano lateralmente sempre all’actina.
Quindi ZO e ZA sono differenti per il comportamento delle membrane, sono diverse per le proteine
che le compongono, ma alla fine, all’interno della cellula interagiscono entrambe con la
componente citoscheletrica di microfilamenti di actina.
Si deve sempre considerare che questa spiegazione vuole semplificare lo studio delle giunzioni
laterali, che si trovano in questo ordine e così rappresentate nelle cellule epiteliali. In altri tipi
cellulari si può trovare anche solo un tipo di queste giunzioni.
In microscopia ottica alcune cellule vengono definite spinose, cioè con delle sporgenze, che in
realtà sono una serie di strutture che prendono il nome di maculae o desmosomi.
Ciò che si vede al microscopio, osservando i desmosomi, non sono altro che i componenti
citoscheletrici, ovvero i filamenti intermedi, in particolare citocheratine e/o cheratine.
I filamenti intermedi arrivano al livello della membrana, sulla membrana si forma una zona
ispessita che è la cosiddetta placca del desmosoma, fatta dalla desmoplachina che con il
meccanismo di attraversamento della membrana passa da una parte all’altra della membrana
agganciando, come una cerniera, le due cellule tra di loro. Si noti che lo spazio che deve esserci tra
le due cellule è sempre di 200nm.
Le gap junctions sono delle giunzioni molto particolari che sono molto difficili da analizzare al
microscopio e che si deducono dal punto di vista funzionale. Si evidenziano soprattutto con
determinate apparecchiature, quali ad esempio il microscopio elettronico a forza atomica. Dato che
si trovano a livello del sistema nervoso e a livello del tessuto muscolare cardiaco, è opportuno
citarle. Le gap junctions sono formate da due membrane che si affrontano con delle particolari
proteine trans membrana che sono le connessine che si associano tra di loro formando degli esameri
che prendono il nome di connessoni. A seconda della presenza di calcio e non solo, avremo
l’apertura del canale –con poco calcio, o la sua chiusura –in caso di molto calcio; quindi le gap sono
delle strutture dinamiche.
Questi sistemi sono inseriti nelle giunzioni perché effettivamente tengono unite due cellule anche
se in maniera molto labile, ma sono più che altro dei sistemi di comunicazione tra le cellule dati
dalla presenza di un canale –una serie di strutture che si aprono e si chiudono.
A dimostrazione di questo si deve notare che connessi con le gap non ci sono sistemi di sostegno
citoscheletrici. Se avessero una funzione di connessione ci si aspetterebbe la presenza di filamenti
intermedi o di microtubuli che in realtà non ci sono.
Le strutture che si formano nel compartimento basale della cellula sono importanti perché fungono
da aggancio e completano le funzioni del dominio apicale.
Infatti, mentre la funzione del microvillo è quella di aumentare la superficie di assorbimento della
cellula, unico modo che hanno le sostanze per passare da una parte all’altra di uno strato di cellule,
la funzione dello strato basale deve essere quella di espellere ciò che la cellula assorbe con il
dominio apicale.
Se non si facesse uscire il materiale entrato per mezzo dei microvilli, la cellula scoppierebbe; ma,
non esiste alcun tipo di microvillo basale. La cellula che ha microvilli, in genere nella sua parte
basale, presenta delle introflessioni di membrana che comunemente vengono definite ripiegature
basali, all’interno delle quali il citoplasma è ricco di mitocondri. Quindi, considerando che il
mitocondrio è l’organulo dell’energia, allora il microvillo, che non ne presenta, assorbe
passivamente, cioè secondo gradiente di concentrazione, al contrario, le ripiegature che ne sono
piene, presentano sistemi di pompaggio che muovono, attraverso dispendio energetico, le sostanze
dall’ambiente interno a quello esterno contro gradiente di concentrazione. [Riferendosi ad una
immagine] in alto trasporto passivo attraverso i villi, in basso trasporto attivo attraverso le
ripiegature.
Quanto detto finora riguarda quindi le specializzazioni del dominio basale. Ma il compartimento
basale della cellula si deve anche agganciare al connettivo e lo può fare soltanto grazie a due
sistemi: gli emidesmosomi e i contatti focali.
Per parlare degli emidesmosomi riprendiamo i desmosomi. I desmosomi sono costituiti da due
membrane legate a filamenti intermedi di citocheratina e presentano degli addensamenti o placche.
Inoltre servono a legare due cellule l’una all’altra.
Un emidesmosoma presenta ,come un desmosoma, dal lato interno della cellula una serie di
filamenti intermedi di citocheratina legati a delle strutture che sono grossomodo come le precedenti.
Ma nell’emidesmosoma dev’esserci qualcosa in più: infatti, mentre del desmosoma le proteine
attraversavano la membrana e si legavano le une alle altre dell’altra cellula, in questa giunzione le
proteine non si devono più legare a quelle di altre cellule.
Pertanto, visto che il collegamento è differente dal precedente, si devono sostituire le proteine che
lo costituiscono: utilizzo la famiglia di proteine delle integrine al posto di desmogleine e
desmocolline. Le integrine attraverso una serie di proteine si vanno a legare alla componente
fibrosa, cioè al collagene che c’è nella membrana basale.
Quindi, il nome emidesmosoma deriva dalla presenza delle citocheratine, e non ha nulla a che fare
con il punto di vista strutturale o con quello funzionale o, ancora, con quello organizzativo [un
emidesmosoma NON è un mezzo desmosoma!!].
Sui contatti focali è sufficiente dire che sono dei punti di contatto, come dice il nome stesso, e che
variano estremamente di numero potendo disassemblarsi e assemblarsi, comparire e scomparire, a
differenza dell’emidesmosoma che è fisso, cioè non varia posto luogo e numero. Un’altra differenza
con gli emidesmosomi, costituiti da citocheratina, è che i contatti focali sono costituiti da
microfilamenti di actina.
Riepilogando la prima considerazione relativa al citoscheletro è che è costituito da 3 componenti.
Può presentare una morfologia variabile a seconda del tipo cellulare che si analizza.
Alla base del citoscheletro, comunque, vi sono alcune funzioni fondamentali:
• forma cellulare;
• movimento di molecole e organuli all’interno della cellula: i microtubuli, per esempio,
possono spostare vescicole, trascinare mitocondri e altri organuli;
• interazione/intervento nella formazione dei complessi di giunzione.

I componenti del citoscheletro hanno un ruolo fondamentale nell’assicurarsi che i movimenti e le


pressioni che si esercitano sulle membrane in corrispondenza dei complessi giunzionali vengano
distribuiti in maniera uniforme all’interno della cellula stessa.
Infatti, si è visto che in alcuni animali, le cui cellule non presentano elementi citoscheletrici, le
tensioni tra le cellule possono portare alla rottura delle stesse.
In assenza del citoscheletro non c’è l’accompagnamento del citoplasma a seguito dello stress
meccanico.
Dal citoscheletro si arriva quindi ai complessi giunzionali.
Le regole principali sono:
• le proteine che stanno nello spazio intercellulare (desmogleina, desmocollina, claudina,
occludina..) da un lato pescano nel citoplasma, dall’altro nello spazio intercellulare creando
connessioni tra due cellule;
• se, viceversa, all’esterno si ha un connettivo con delle fibrille collagene si avrà, con
l’emidesmosoma, una proteina che si aggancia al collagene per attaccarvi la cellula.
Quindi avremo agganci cellula-cellula (intercellulari) e agganci cellula-connettivo/matrice.
Per quanto riguarda le due zonulae e i contatti focali avremo la compartecipazione dell’actina; per
quanto riguarda gli emidesmosomi e i desmosomi avremo la componente citocheratinica; la gap
junction, invece, non avrà rapporti con strutture citoscheletriche.
Il centriolo, grazie al suo ruolo, non viene inserito nel contesto del citoscheletro, ma assume una
propria dignità organulare. Il centriolo è una struttura che oltre ad essere presente nella cellula in
intercinesi, cioè nella cellula a riposo, è la guida del processo di divisione cellulare.
Va subito detto che non si parla di centriolo, ma di centrioli, anzi, addirittura, è preferibile usare il
termine diplosoma, cioè un corpo doppio, in quanto all’interno di una cellula in genere, se ne
trovano 2 l’una disposta ortogonalmente rispetto all’altra.
Essendo ortogonali, se li analizziamo in sezione uno sarà preso frontalmente e l’altro
longitudinalmente.
Considerando invece il diplosoma come unico elemento, il centriolo può essere paragonato a un
ciglio.
Il centriolo è formato da 9 triplette - A, B e C - la somiglianza con il ciglio è che sia B che C non
sono completi in quanto formati da 11 filamenti, mentre A è completo e formato da 13 filamenti.
Una delle differenze più importanti tra centriolo è ciglio è che nel ciglio A e B sono complanari ed
equidistanti dal centro, mentre nel centriolo A è il più vicino al centro geometrico, B e C sono via
via più distanti da centro rispetto ad A. Quindi la coppia di centrioli si evidenzia soprattutto quando
viene sezionata in maniera assolutamente trasversale.
I microtubuli partono dal citoplasma pericentriolare e si diramano perifericamente.
Nel ciglio, di cui abbiamo visto solo la parte assonemale formata da 9 coppie + 2, nella parte basale
la parte superiore diviene un 9 triplette + 0, quindi sotto il ciglio c’è un centriolo. Da questo deriva
il fatto che il ciglio è una derivazione centriolare, cioè la parte assonemale si forma dal centriolo
con una modifica strutturale: 3 tubuli, per il movimento del ciglio sono troppi, ne sono necessari
solo 2, per cui da A B C si passa ad A B, non più svasati, perché non darebbero un movimento
adeguato, ma allineati e compare la coppia centrale che è quella che consente il moto.

Prof.ssa Arco 07 marzo 2012

Nucleo, ciclo cellulare e divisione cellulare


La cellula si è formata dalla reazione tra sostanze presenti in origine (H 2O + CH4 – CO2 – NH3 – H2)
più scariche elettriche, che ha dato prodotti organici, quindi amminoacidi, monosaccaridi, acidi
grassi e nucleotidi, sono mattoncini base che assemblandosi danno rispettivamente proteine, glucidi,
lipidi e acidi nucleici. Queste sostanze costituiscono il protoplasma. Con protoplasma si indica il
complesso di sostanze contenute nella cellula che sono circondate dalla membrana cellulare. Il
protoplasma è quindi composto di una mistura di piccole molecole come ioni, amminoacidi,
monosaccaridi e acqua, e da macromolecole come acidi nucleici, proteine, lipidi e polisaccaridi.
Negli eucarioti la parte del protoplasma esterna al nucleo cellulare è detta citoplasma, mentre quella
interna al nucleo si chiama nucleoplasma. Quindi protoplasma è sinonimo di cellula
Il citoplasma è un sistema colloidale polifasico costituito da una fase disperdente e una fase
dispersa. La fase disperdente è costituita dall’acqua e da sali minerali e la fase dispersa sono le
macromolecole. L’organizzazione di questa macromolecole rappresentano gli organuli cellulari. La
compartimentazione dà come risultato l’organizzazione di ambienti diversi che permettono di
svolgere varie funzioni e in cui avvengono reazioni specifiche.
Riguardo al nucleo, le membrane che racchiudono la cellula penetrano all’interno, e formano la
membrana del nucleo, che non è altro che R.E.R. (vediamo i ribosomi adesi alla membrana) che
racchiude il DNA. Questo nucleo, quindi ha una struttura di vescicole disposte attorno al DNA (che
risulta elettrondenso, quindi scuro al microscopio elettronico). Il nucleo può avere varie forme, a
seconda del tessuto in cui si trovano le cellule). Esso può avere forma ellittica, sferoidale o
polimorfa (forme differenti). Inoltre può avere varie posizioni nelle cellule, in base alla funzione
della cellula: può essere in posizione centrale, basale, o periferica. La dimensione del nucleo è in
genere proporzionale alla quantità di citoplasma. Il nucleo è acido (quindi si colora con un colorante
basico, si colora di blu, poiché affine a coloranti basici). Una cellula può avere un nucleo, più nuclei
cioè plurinucleata (sincizi o plasmodi) o nessuno (come gli eritrociti). Quando non hanno nucleo le
cellule hanno vita breve.
Come si distinguono sincizi e plasmodi?
Un sincizio (tessuto muscolare scheletrico) ha origine per unione di cellule che si fondono tra di
loro, fondendo i loro citoplasma, mettendo insieme tutti i nuclei in un'unica grande cellula, quindi il
sincizio si forma per fusione cellulare.
Un plasmodio (es. megacariocita, cellula precursore delle piastrine) è una cellula che ha diviso il
suo nucleo per dar vita a 2 cellule figlie ma non ha diviso il suo citoplasma. Quindi nel plasmodio è
avvenuta la divisione nucleare ma non la divisione cellulare, quindi contengono alcuni o molti
nuclei formatisi in seguito a numerose divisioni nucleari alle quali non ha fatto riscontro la
divisione del citoplasma nelle cellule figlie. Osservando un sincizio o un plasmodio, non possiamo
dire cosa sia a meno che non conosciamo la sua origine.
Il nucleo è racchiuso da una membrana nucleare, fatta da un doppio foglietto appiattito con dei pori
che ospitano proteine di membrana che fungono da filtri per il passaggio di materiali fuori e dentro
il nucleo. All’interno del nucleo si ha una parte non funzionale, poi il DNA, che al microscopio è
visibile come ammassi elettrondensi che definiamo cromatina, e infine si ha una parte di sostegno,
di supporto che è la lamina nucleare che è adesa alla membrana nucleare, la lamina è una struttura
citoscheletrica, ha una struttura fibrosa costituita da proteine non istoniche . Anche altre proteine
sempre non istoniche, che sono proteine strutturali, enzimatiche e regolatorie costituiscono una
struttura filamentosa che fa da supporto al DNA, formano una sorta di citoscheletro. Per evidenziare
queste proteine si possono usare delle sostanze che disgregano il DNA e così le proteine vengono
messe in risalto oppure con determinati tipi di colorazioni o di marcatura si mette in risalto o la
cromatina che è data dal Dna e dagli istoni o le proteine non istoniche che sono quelle strutturali.
Le proteine non istoniche sono per lo più cariche negativamente o neutre vengono distinte in 4
gruppi:
proteine ad elevato peso molecolare legate al DNA e agli istoni, con funzione di contribuire
all’impalcatura che caratterizza cromosomi e cromatina:
• proteine contrattili, come actina, miosina, tropo miosina, α- e β- tubulina;
• proteine regolatrici della trascrizione genica;
• proteine a funzione enzimatica in grado di catalizzare le varie attività del DNA nucleare
quali trascrizione, duplicazione, ricombinazione e riparazione, come alcune DNA-
polimerasi e RNA-polimerasi.

Il nucleo determina il differenziamento delle cellule e la loro attività vitale. Vediamo come
attraverso due esperimenti. Nel primo, tagliando una cellula in due, vedremo che la parte che non
contiene il nucleo degenera e muore, la parte che contiene il nucleo ricostruisce la parte mancante.
Questo dimostra che il nucleo contiene il DNA che è capace di ricostruire ciò che muore. Nell’altro
esperimento, si innesta il nucleo di una cellula nel piede di un’altra cellula, quindi si scambiano i
nuclei. Vedremo che la cellula ospite assumerà, dopo un po’ di tempo, le caratteristiche della
cellula da cui il nucleo è stato prelevato. Questo fa capire che è il nucleo che regola il citoplasma
anche se è di una cellula diversa. Passa un po’ di tempo affinchè la nuova cellula in cui il nucleo è
stato trapiantato assuma l’aspetto della cellula originaria e questo perché nel citoplasma sono
presenti le informazioni genetiche del vecchio nucleo, c’è la presenza di mRNA già trascritto fuori
dal nucleo. Questo porta al concetto di differenziamento. È il nucleo che determina il
differenziamento delle varie cellule. Le informazioni che il nucleo contiene costituiscono il DNA.
Questo è costituito da catene di nucleotidi. Ogni nucleotide è fatto da uno zucchero, un gruppo
fosfato e una base azotata che varia tra i vari nucleotidi. Le basi azotate sono 4 e combinandole
otteniamo un numero infinito di strutture. Esse sono Adenina, Timina, Guanina e Citosina. Il DNA
ha forma di una doppia elica, assimilabile a una scala, i cui montanti sono i nucleotidi e i cui gradini
sono due basi azotate che si fronteggiano. La sequenza è obbligata: A-T, C-G, quindi le due metà
del filamento sono complementari. Ciò consente la duplicazione del DNA secondo un modello
semiconservativo (perché dei due filamenti di DNA, uno è quello vecchio e uno è quello nuovo
appena assemblato). Alcuni enzimi scindono a metà la scala (i due filamenti si sono staccati), altri
(DNA-polimerasi) riassemblano i nucleotidi in modo complementare al primo filamento. Queste
due nuove catene, identiche, in numero e qualità, andranno ciascuna a una cellula figlia.
Oltre la duplicazione, altra funzione importante è la trascrizione. Allo stesso modo i due filamenti
di DNA si separano, in presenza questa volta di un enzima diverso, RNA-polimerasi, infatti questa
volta non si deve formare DNA ma si dovrà formare RNA. L’ enzima RNA-polimerasi assembla il
nuovo filamento, in cui avremo gli accoppiamenti A-U e C-G, al posto della timina nell’RNA si ha
l’uracile. Si ottiene così un solo filamento di mRNA (RNA messaggero), infatto l’RNA, a differenza
del DNA è formato da un solo filamento, ha come zucchero il ribosio e l’uracile al posto della
timina. Anche se DNA e RNA sono strutturalmente diversi, l’RNA porta le istruzioni, il messaggio
del DNA per la sintesi delle proteine. L’ mRNA esce dal nucleo e raggiunge gli organuli cellulari
specifici in cui il messaggio verrà poi tradotto affinchè porti l’esatta sequenza degli amminoacidi
per formare le varie proteine. La sequenza di basi azotate vengono raggruppati in gruppi di 3, si
chiamano triplette (codoni), gruppi di 3 nucleotidi. Dopo la trascrizione l’mRNA che ormai si trova
nel citoplasma subirà il processo di traduzione. A ogni tripletta corrisponde un amminoacido ben
preciso (traduzione) e le sequenze di amminoacidi formano le proteine. A più triplette può
corrispondere lo stesso amminoacido, perciò si dice che il codice genetico è ridondante.
Nel processo della sintesi proteica intervengono anche altri tipi di RNA. Il tRNA (RNA transfer),
che è un filamento che ha un’organizzazione a trifoglio, ha il compito di legare l’amminoacido per
portarlo nell’organulo sede della sintesi proteica. L’ rRNA (RNA ribosomiale) forma i ribosomi,
organelli sferici.
L’mRNA esce dal nucleo e va a finire nel RER e quindi nei ribosomi e nel citoplasma dove si
trovano i ribosomi liberi. Perché nei ribosomi? Perché presentano strutture e enzimi che
permettono queste reazioni. I ribosomi sono fatti da due sub-unità (costituite da rRNA e proteine
citoplasmatiche) che sono distaccate quando non svolgono attività sintetica, si uniscono quando
arriva un filamento di mRNA e devono cominciare la lettura del messaggio della sequenza. Nel
frattempo arrivano i vari tRNA, legati ognuno ad un amminoacido e man mano che l’mRNA
scorre tra le 2 sub-unità del ribosoma quando il tRNA riconosce la tripletta complementare
dell’amminoacido che trasporta, lo lega alla tripletta corrispondente attraverso il proprio anticodone
e così mette in posizione l’amminoacido. Man mano che l’mRNA scorre, i tRNA riconoscono le
proprie sequenze e posizionano gli amminoacidi in serie uno dietro l’altro. Poi gli amminoacidi si
legano tra di loro. Gli amminoacidi sono solo 20, ma possiamo formare tantissime combinazioni
quindi tantissime proteine diverse. Una proteina può essere letta contemporaneamente da più
ribosomi. Nelle immagini i ribosomi formano delle rosette.
All’interno del nucleo vi è un corpicciolo sferico privo di membrana (nucleolo) con struttura
abbastanza elettrondensa. Il nucleolo è costituito da una componente granulare che sono ribosomi
in via di maturazione, quindi nel nucleolo si ha la formazione dei ribosomi, e poi si ha una
componente filamentosa, fibrillare che è l’espressione della trascrizione dell’RNA. Quindi il
nucleolo si vede e si forma nel momento in cui si formano i ribosomi. Serve rRNA, che è trascritto
dal DNA. Quindi si ha la trascrizione dell’RNA ribosomiale che è associato a delle proteine.
Quando il DNA si srotola l’RNA ribosomiale si può trascrivere e le proteine associate ai ribosomi
provengono dal citoplasma e si assemblano quindi all’interno del nucleo formando le due sub-
unità. Le due subunità ribosomi ali, che si formano separatamente, vengono poi liberate e poi
passano attraverso la membrana nucleare finendo nel citoplasma come sub-unità libere. Nel
nucleolo si trova anche cromatina intranucleolare che è quindi il DNA che contiene le
informazione per trascrivere rRNA.
La cromatina è costituita da DNA despiralizzato associato agli istoni che sono proteine. Al
microscopio le parti più chiare sono l’ eucromatina, cromatina srotolata detta ‘attiva’, è attiva
perchè sta trascrivendo mRNA, per cui è srotolata , più sottile e quindi meno densa, per questo
appare più chiara Le parti più scure sono l’ eterocromatina, cromatina spiralizzata inattiva in quanto
non sta trascrivendo. Questa si divide in facoltativa (si può attivare successivamente) e costitutiva
(non si attiverà mai in quella determinata cellula). Tutte le cellule hanno lo stesso patrimonio
genetico, ma i geni attivi saranno diversi tra le varie cellule, in quanto le cellule hanno funzioni
diverse. Questo è alla base del differenziamento cellulare. Nelle cellule vengono attivati alcuni geni
e ne vengono bloccati altri. Quindi quando si guarda il nucleo al microscopio e il nucleolo è visibile
con eucromatina ed eterocromatina, allora significa che la cellula è in intercinesi o interfase.
Osservando il nucleo durante la PROFASE della mitosi, non si vede più la cromatina, ma sono
visibili i cromosomi, corpiccioli bastoncellari fatti da DNA spiralizzato compattato. Ogni
cromosoma è costituito da due cromatidi uguali tenuti insieme da una struttura che si chiama
centromero. Man mano che la cellula si prepara alla divisione cellulare la cromatina comincia a
spiralizzarsi sempre più associandosi a proteine e contemporaneamente comincia anche a
duplicarsi. Quindi alla fine del processo i cromosomi sono già duplicati e il centromero tiene unite
le 2 copie di filamento di DNA. Così abbiamo 23 coppie di cromosomi ognuno formato da 2
cromatidi fratelli, assolutamente identici. Successivamente ogni cromosoma si divide e ogni cellula
figlia riceve un esemplare di ciascun cromosoma.
Le cellule dei nostri tessuti si trovano sempre in un ciclo cellulare.
L’ interfase, durante la quale la cellula è attiva in trascrizione e sintesi proteica, è costituita da 3
fasi: G1, S, G2. Tutto ciò che poi serve alla divisione cellulare (enzimi, proteine) viene prodotto
durante l’interfase. Nella fase G1 (+8 ore) si ha la trascrizione dei vari tipi di RNA, che passati nel
citoplasma iniziano la sintesi proteica . Nella fase S (6-8 ore) avviene la duplicazione del DNA.
Nella fase G2 (2-5 ore) si ha la sintesi delle proteine che vanno a costituire l’apparato mitotico.
L’apparato mitotico, cioè il fuso mitotico, è formato da microtubuli.
Finita l’interfase comincia la fase M, la fase di divisione cellulare e questa è una fase brevissima
(1-3 ore).
Crescita e duplicazione degli organuli → Replicazione del DNA → Sintesi proteica per la
formazione del fuso mitotico → Divisione cellulare
C’è anche la fase G0, è questa una fase in cui la cellula resta sempre in interfase per periodi
anche molto lunghi, rimane quiescente, può svolgere altre funzioni e non entra nel ciclo cellulare
cioè non comincia a prepararsi per la divisione mitotica. Quindi da questo punto di vista la cellula si
può considerare immobile. Per esempio i neuroni si trovano sempre in fase G0.
Vediamo la dinamica del DNA. I filamenti di DNA si replicano e si spiralizzano, formando i
cromosomi. Questi cromosomi si portano in fila al centro della cellula, tutti e 46, al momento della
ripartizione ogni cromosoma si divide nei due cromatidi, così ogni cromatide fratello andrà a un
polo della cellula. Qui avviene la citodieresi, in cui entra in gioco il citoscheletro, restrizione della
membrana cellulare all’ equatore e formazione delle due cellule figlie con entrambe 46 cromatidi
ognuna. Successivamente i cromosomi si despiralizzano e riformano la cromatina, quindi 46
filamenti di DNA.
Compare un altro organulo cellulare, il centriolo. Il centriolo è una struttura costituita da due
cilindri perpendicolari, le cui pareti sono fatte da 9 triplette di microtubuli. Ogni microtubulo è
costituito da ‘fili di perle’, di tubulina A e la tubulina B. I centrioli sono molto importanti in quanto
sono gli organizzatori dei microtubuli che formano il fuso mitotico. Quando si deve formare il fuso
mitotico questo centriolo si duplica, e i due centrioli si allontanano portandosi ai poli della cellula e
fanno si che la tubulina A e la tubulina B polimerizzino in presenza di determinati enzimi formando
microtubuli costituenti il fuso mitotico. Il fuso mitotico è costituito da centrioli + fibre del fuso
(microtubuli). Attorno a ciascun centriolo compare l’ aster, che è formato da corte fibre di
microtubuli che si irradiano dal centriolo in direzione opposta al fuso. Il fuso serve a dissociare e
ripartire correttamente i cromosomi. I centrioli sono presenti in tutta la vita cellulare, il fuso e l’aster
sono presenti solo durante la mitosi.
I cromosomi arrivano all’equatore grazie alle fibre del fuso che si attaccano al centromero. Una
volta che sono all’equatore, si ha il distacco del centromero, i cromosomi si separano e le fibre
tirano verso l’estremità della cellula, da un lato e dall’altro, i singoli cromatidi. Ciò avviene per
depolimerizzazione della tubulina attraverso un enzima inverso accorciando le fibre del fuso che
così tira verso l’estremità il cromatide. Le altre fibre del fuso, cioè quelle che non sono legate al
cromatide si allungano. Proteine varie intervengono in questo processo come ad esempio la
chinesina C.
Tutte le tappe della mitosi sono visibili al microscopio. In microscopia ottica non è possibile
vedere il fuso mitotico perché non si colora, non si lega ai normali coloranti, infatti è detto anche
acromatico, se si marca l’anticorpo della proteina tubulina, questo depositandosi sulla tubulina
mette il fuso in evidenza, però con le normali colorazioni non è visibile. Si vedono i cromosomi. Il
fuso è quindi visibile solo in microscopia elettronica o con tecniche di immunoistochimica.
Tappe della mitosi sono:
• profase, la cromatina si sta spiralizzando, la membrana nucleare inizia a disgregarsi,
duplicazione, centrioli e formazione
microtubuli;
• metafase, cromosomi all’ equatore;
• anafase, i cromatidi migrano ai poli;
• telofase e citodieresi, si despiralizzano i cromatidi, si ricostituisce la membrana nucleare
attorno ai 2 nuclei, prima ancora che avvenga la citodieresi, i nuclei alle 2 estremità si sono
ricomposti, poi si ha il restringimento all’equatore della membrana e infine la citodieresi
con la divisione cellulare nelle 2 cellule figlie, nel caso in cui la citodieresi non avvenga si
avrà una cellula con 2 nuclei, se il ciclo continua senza che poi alla fine avvenga la
citodieresi si avrà una cellula con 4 nuclei e così via arrivando a formare quindi un
plasmodio.

Le tappe costituiscono un processo continuo e rapido. Si evidenziano tramite tecniche di


immunoistochimica.
La membrana nucleare durante la mitosi non si dissolve ma va a finire nelle vescicole del reticolo
endoplasmatico rugoso e nel momento in cui si deve riformare ritorna di nuovo attorno al materiale
nucleare.
Ma che fine fanno le lamine nucleari?
La lamina A e la C subisceono la fosforilazione e vengono rilasciate nel citoplasma come proteine
solubili mentre la lamina B resta attaccata alla membrana quando si disgrega, resta attaccata alle
vescicole, ancorata tramite proteine integrali.

Prof.ssa Arco 08 marzo 2012

Gameti, meiosi e cellule staminali


I cromosomi si vedono soltanto in un momento funzionale nella cellula che è la fase S , fase
centrale, intermedia nell’interfase. Come sono fatti i cromosomi è possibile studiarlo solo in
questo momento e si vede che sono costituiti da due entità tenute assieme dal centromero che sono
i cromatidi che rappresentano la copia esatta del filamento di DNA di ognuno di essi.
Le estremità dei cromatidi sono i telomeri e nelle cellule somatiche in divisione dell’adulto subisco
un accorciamento, cioè hanno un’estremità che si accorcia ad ogni divisione, cosicchè ogni tipo di
cellula di ogni tessuto avrà un numero di divisioni possibili perché, determinate da questo
accorciamento, e ad un certo punto non è più possibile che la cellula vada incontro ad altre
divisioni.
Esaminando i cromosomi si nota che sono tutti diversi tra di loro già dal punto di vista
morfologico e a parte il fatto che ogni trattino, sequenza di DNA, costituisce dei geni e quindi sono
diversi ovviamente dal punto di vista molecolare, sono diversi nella forma e nella struttura. Sono
diversi per altezza, per la posizione del centromero che può essere centrale quindi metacentrico,
spostato dal centro, submetacentrico, o verso le estremità, acrocentrico. Può avere, oltre alla
costrizione primaria, che è quella del centromero, altre costrizioni.
Sappiamo anche che il numero dei cromosomi è tipico per ogni specie e nella specie umana ne
abbiamo 46. Osservando questi cromosomi per lo studio è possibile ritargliarli e metterli in una
mappatura che si chiama cariotipo e metterli in ordine di altezza. Facendo questo si nota che sono
uguali a 2 a 2 quindi di questi 46 cromosomi abbiamo esattamente 23 coppie tutti identiche dal
punto di vista strutturale, morfologico, stessa altezza e posizione del centromero.
Di preciso le 23 coppie di cromosomi che abbiamo non sono esattamente tutte uguali infatti diverse
sono le mappature che riguardano il sesso femminile rispetto a quello maschile. Quindi esattamente
abbiamo 23 coppie tutte uguali nel sesso femminile di cui una delle coppie denominata XX è quella
che determina il sesso. Quindi tutte le cellule dell’organismo femminile hanno 22 coppie di
autosomi e una coppia di cromosomi sessuali cioè quelli che determinano il sesso che nella donna è
XX. In tutte le cellule dell’organismo maschile abbiamo 22 coppie di autosomi e la coppia di
cromosomi sessuali non è proprio una coppia, sono diversi perché si ha una coppia definita XY.
Un cromosoma ha la forma di una X e l’altro di una Y. Un’altra cosa che si nota dallo studio di
questa mappa è che questa coppia di cromosomi è detta di cromosomi omologhi, che sono uguali, i
geni sono diversi ma entrambi i cromosomi codificano per uno stesso carattere, quindi se su questi
cromosomi c’è il gene che codifica per il colore degli occhi, uno porterà per esempio il colore
azzurro, l’ altro il nero, poi sarà il dominante a estrinsecarsi nell’aspetto esteriore. Cosa vuol dire?
Che questa coppia sono uno di derivazione materna e uno paterna. Si è costituito in questo
individuo nel momento in cui due cellule che sono i gameti femminili e maschili, rispettivamente la
cellula uovo e lo spermatozoo hanno messo assieme il loro corredo cromosomico per costituire la
prima cellula da cu noi deriviamo che è lo zigote. Quindi ognuno di questi gameti ha portato i suoi
geni. Ogni coppia dei cromosomi omologhi sono uno di derivazione materna e uno di derivazione
paterna.
Come è possibile che si sia formata una cellula che ha un corredo di 46 cromosomi, partendo dalla
fusione di altre due cellule, i gameti maschili e femminili? Se avessero avuto entrambe le cellule
46 cromosomi ognuna non avremmo potuto avere uno zigote con 46 cromosomi. Quindi questo fa
capire che i gameti sono le uniche cellule del nostro organismo che invece di avere un corredo
cromosomico detto diploide, viene definito aploide perché ha esattamente la metà dei cromosomi.
Lo spermatozoo e la cellula uovo hanno 23 cromosomi. Il gamete maschile e femminile si fondono
per formare un'unica cellula in cui si è cosi ricostituito il corredo tipico della specie, cioè 46
cromosomi. Ecco perchè è ovvio che un gamete avrà solo un esemplare per ogni coppia e nel
ricongiungimento si ricostituisce la coppia degli omologhi. Per quanto riguarda i cromosomi
sessuali gli spermatozoi non saranno tutti uguali perché nella formazione dei gameti la coppia X Y
viene divisa negli spermatozoi per cui si avranno spermatozoi X e spermatozoi Y. Per cui nel
processo della fecondazione, oltre alla ricomposizione delle 22 coppie autosomiche, se lo
spermatozoo ha un cromosoma sessuale X ovviamente incontrerà la cellula uovo con cromosoma X
e il nascituro sarà di sesso femminile, se invece lo spermatozoo avrà il cromosoma Y il nascituro
sarà di sesso maschile.
Come si ottengono i gameti? Siamo davanti ad un processo di differenziamento e in questo
processo chiamiamo in ballo il processo di divisone cellulare che non è una mitosi ma una meiosi.
La meiosi ha il fine di ridurre il corredo cromosomico a metà nei gameti. La meiosi non è come la
mitosi che è un processo conservativo, ma forma delle cellule figlie diverse dalla cellula madre. In
questo processo si parte da una cellula germinale che ha 46 cromosomi e che è il precursore del
gamete. Questa cellula comincia ad attivare la meiosi per formare i gameti a 23 cromosomi. Come
si raggiunge questo obiettivo? Seguendo il percorso del DNA nella mitosi, questi filamenti si sono
duplicati, si sono formati i cromosomi che si sono disposti in un unica fila all’equatore del fuso cosi
che quelli che migravano ai poli estremi della cellula erano i cromatidi. Quindi ogni cromosoma si
era diviso a metà e si ottengono due cellule identiche alla cellula madre, 46 cromosomi la cellula
madre e le due cellule figlie.
Nel processo di meiosi il primo evento differenziativo con la mitosi è che nella meiosi i
cromosomi omologhi si accoppiano, l’omologo con l’altro omologo, e si ha il crossing-over,
successivamente i 2 cromosomi omologhi si dispongono appaiati all’equatore, uno da un lato e uno
dall’altro. Quindi durante la prima fase della meiosi, non si ha una sola fila di cromosomi allineata
all’equatore, un cromatidio da un lato e l’altro cromatidio dall’altro lato, come nella mitosi, ma due
file di cromosomi appaiati. La disposizione adottata da ciascuna coppia di cromosomi omologhi è
indipendente da quella assunta dalle altre coppie. La disposizione casuale dei 2 cromosomi
omologhi è fonte del rimescolamento genetico. Questa disposizione può portare a 8 milioni di
combinazioni diverse).
A differenza dell'anafase mitotica, durante questa fase i 2 cromatidi fratelli restano attaccati per i
centromeri, infatti sono i cromosomi omologhi che si allontanano e migrano ai poli opposti della
cellula grazie alla trazione esercitata dai microtubuli. In questo modo si ha un corredo
cromosomico aploide proprio perché sono gli omologhi parentali a separarsi. Vengono separati i
cromosomi omologhi (materno e paterno), i cromatidi non si separano.
Quindi saranno le coppie a dividersi e come risultato si avranno 2 cellule figlie con 23 cromosomi.
Questa prima divisione viene detta riduzionale perchè il corredo cromosomico viene dimezzato. Si
hanno 23 cromosomi e quindi 46 cromatidi. A questo punto è necessaria una seconda divisione
meiotica, detta equazionale che sarà identica ad una mitosi. Nella seconda fase della meiosi ogni
cellula allinea in fila i suoi 23 cromosomi all’equatore e quindi saranno i cromatidi a migrare ai
poli della cellula. Alla fine si otterrano 4 cellule figlie con 23 cromatidi in ogni cellula che
despiralizzandosi daranno cromatina con 23 filamenti di DNA. Sono dunque necessarie due
divisioni, la prima riduzionale e la seconda uguale ad una mitosi che è dunque equazionale.
Quindi da una cellula madre, progenitore del gamete che ha 46 cromosomi, quindi diploide, alla
fine della meiosi, si ottengono 4 cellule diverse dalla cellula madre che saranno aploidi. Un altro
punto di forza della meiosi è che durante l’appaiamento succede una fatto particolare, quello di
scambiare dei geni tra i cromosomi fratelli con degli enzimi taglia e cuci, praticamente c’ è uno
scambio di frammenti di cromosomi. In questo modo con un processo chiamato crossing-over, i
geni dei 2 cromosomi omologhi (uno di origine materna e uno di origine paterna) si mescolano e
così i cromatidi che arriveranno ad un gamete porterà mescolati i geni patenti e materni. Quindi
c’è uno scambio di geni tra cromosomi omologhi in punti precisi detti chiasmi che permettono cosi
la variabilità della specie. Le fasi della meiosi sono uguali a quelli della mitosi. La fase di
intercinesi è identica. Nella profase I, la prima fase del differenziamento dove avviene
l’appaiamento dei corrosomi omologhi e il crossino over. Quasi tutti i cambiamenti sono a carico
della profase. Nella metafase I c’è un'altra differenza qui si formano 2 file di cromosomi. Infine
nell’anafase I si ha che migrano i cromosomi e non i cromatidi e in telofase avviene la divisione
cellulare. La tappa più lunga è la profase perchè li si accoppiano i cromatidi e avviene il crossing
over. La struttura che si forma per unione dei cromosomi con ognuno dei 2 cromatidi è la tetrade e i
punti di contatto sono detti chiasmi.
La profase I si suddivide in 5 stadi:
• leptotene, in cui il materiale genetico si condensa in cromosomi filamentosi;
• zigotene, durante il quale i cromosomi omologhi cominciano ad appaiarsi (sinapsi) punto
per punto, come i 2 elementi di una cerniera lampo, formando una struttura denominata
tetrade o bivalenti. Durante lo zigotene si forma una particolare struttura proteica chiamata
complesso sinaptinemale (CS), che persiste anche nel successivo stadio di pachitene e
scompare più tardi;
• pachitene: in cui si completa l'appaiamento degli omologhi, in cui i cromosomi si
accorciano, si inspessiscono e avviene il crossing-over, che però ancora non si nota.alla fine
del pachitene scompare il nucleolo;
• diplotene: in questo stadio i cromosomi omologhi di ciascun bivalente cominciano a
separarsi (desinapsi), soprattutto a livello del centromero, per la progressiva scomparsa del
complesso sinaptinemale. Tuttavia i due cromatidi di ciascuna coppia di omologhi restano in
contatto nei punti dove è avvenuto il crossing-over che vengono chiamati chiasmi;
• diacinesi, nel corso del quale i cromosomi completano la loro condensazione e sono
chiaramente non visibili. Ormai è ben formata la tetrade o bivalente e avviene la
dissoluzione della membrana nucleare e le etradi si portano sul fuso iniziando la metafase.
Durante la profase I, inoltre, si sviluppa il fuso, costituito da due coppie di centrioli, situate ai poli
opposti della cellula, da cui fuoriescono fibre di microtubuli. Tali fibre agganciano i cromosomi
mediante il cinetocore, una piastra proteica situata a livello del centromero. La profase I può durare
per giorni o anche più a lungo e occupa il 90% del tempo richiesto per quasi tutta la divisione
meiotica.
La meiosi II è velocissima perchè il materiale non deve essere duplicato e quindi manca la fase di
intercinesi. Quindi terminata la meiosi I inizia subito la meiosi II che è uguale ad una normale
mitosi. I cromosmi si portano all’equatore del fuso si dividono i cromatidi e si formano le cellule
figlie.
Quando e dove avviene la meiosi? Nel momento in cui si devono formare i gameti, quindi avviene
soltanto nel periodo definito di gametogenesi. Se avviene nelle gonadi femminili (ovaie) dove si
trovano le cellule precursori dei gameti, il processo è detto ovogenesi e darà la cellula uovo che è
appunto il gamete femminile. Mentre se avviene nelle gonadi maschili (testicoli) si parla di
spermatogenesi.
I precursori del gamete maschile sono gli spermatogoni che andranno incontro ad un certo punto
alla meiosi e si avranno 4 gameti diversi dalla cellula madre per il il numero di DNA e per quanto
attiene alla forma di questa cellule c’è un ulteriore differenziamento che porta ad acquisire una
forma e una dimensione particolare sicchè si passa da questi elementi a elementi completamente
maturi che per un processo solo di differenziamento detto spermioistogenesi che porta appunto alla
formazione degli spermatozoi che sono cellule particolari, di dimensioni ridottissime. Lo
spermatide, il gamete aploide, passa da una forma tondeggiante di una certa dimensione cellulare ad
una cellula piccolissima con pochissimo citoplasma con la presenza all’interno quasi
esclusivamente del nucleo perché lo spermatozoo non può fare altro che portare i suo geni. Per il
ruolo che svolge deve essere molto piccolo, mobile e si munisce di un grosso flagello uguale per
struttura assonemica alle ciglia solo che unico e più lungo e ha una struttura scheletrica di tipo
microtubulare.
Nella linea femminile, invece, succede che l’ovogonio, che è la cellula precursore va incontro alla
prima divisione meiotica e abbiamo 2 cellule con corredo aploide solo che una sarà più grande,
quella destinata a formare il gamete e una più piccola detto globulo polare che non serve a niente,
questo perché conserviamo quasi tutto il citoplasma per una cellula che dovrà essere il gamete. La
seconda divisione, che è equazionale, si ottengono da ognuna 2 cellule ma sempre di dimensioni
diverse, questo perché la citodieresi è spostata tutta da una parte. Alla fine della seconda divisone si
hanno 4 cellule di cui 3 sono globuli polari e un gamete.
Il numero di spermatozoi prodotti è eccessivo e molto grande mentre il numero di cellule uovo
prodotte è molto più ridotto e dalla pubertà alla menopausa se ne perde una ogni 28 giorni circa.
La cellula uovo è l’unica cellula nel cui citoplasma ci sono le informazioni per costruire un
embrione, da cui deriverà un organismo adulto. È tutto a carico della cellula uovo lo sviluppo
dell’embrione. C è una notevole differenza di dimensione tra le cellule uovo e gli spermatozoi, la
cellula uovo è la più grande cellula dell’organismo umano, mentre lo spermatozoo è la più piccola.
Per quanto riguarda la fecondazione, processo in cui lo spermatozoo deve portare il suo corredo
nella cellula uovo, si avrà che tanti spermatozoi arriveranno alla cellula uovo ma solo uno riuscirà
ad entrare all’interno e a fecondarla.
Appena il primo spermatozoo riesce ad entrare nella cellula uovo, questa attiva dei meccanismi
che fa impedisce che ne entrino altri, quando lo spermatozoo penetra si ricostituisce il corredo
cromosomico diploide. Lo zigote che si forma attiva il primo processo di divisione cellulare che
porta poi alla moltiplicazione cellulare. Lo zigote si divide in 2 cellule figlie dette blastomeri, sono
cellule grandi che certamente non troviamo nella divisione cellulare nei nostri tessuti. L’obiettivo è
quello non solo di avere più cellule ma anche quello di ridurre le dimensioni di queste cellule sino
ad avere il rapporto delle cellule dei nostri tessuti. Queste prime divisioni cellulari per mitosi è
detta segmentazione. I 2 blastomeri si dividono in 4 sino ad avere un gruppetto di cellule delle
dimensioni giuste che hanno lo stesso volume totale dei 2 blastomeri, la quantità di citoplasma è
identico. Solitamente in seguito una divisone cellulare si ottengono 2 cellule più piccole, che
successivamente si accrescono per aver poi le dimensioni della cellula madre. Questo processo è
detto segmentazione perchè dopo le divisioni le cellule restano delle loro dimensioni, le cellule non
si accrescono. La struttura che si ottiene si chiama morula che è un insieme di cellule che rispetto
allo zigote ha la stessa dimensione. Cosa è successo dunque? Si è avuta una divisione di nuclei e il
citoplasma è stato ripartito,segmentato, in tante cellule.
La morula è quindi un insieme di cellule che assomiglia ad una mora, dove si hanno cellule
all’interno e all’esterno. Questo gruppetto di cellule che sembrano tutte uguali in realtà non lo sono,
infatti le più esterne sono destinate a formare gli annessi embrionali, quindi già per posizioni sono
destinate a fare qualcosa di diverso rispetto a quelle più interne. Mentre tra quelle più interne un
gruppetto di cellule che si trovano ad un polo sarà destinato a formare l’ embrione, mentre il resto
delle cellule andranno incontro a processi apoptodici o riassorbimento vario. Quindi della morula
resteranno le cellule che sono site ad un polo, il nodo embrionale da cui si svilupperà l’embrione, e
il cosiddetto trofoblasto che invece darà origine agli annessi embrionali. All’interno di questa
struttura pluricellulare di forma sferula si trova una cavità detta blastocele e la struttura prende il
nome di blastocisti. Dalla blastocisti si origineranno prima i tessuti e poi questi si organizzeranno
per formare gli organi e quindi un organismo.
Come si formano i tessuti?

Si verificano attivi movimenti cellulari che portano alcuni gruppi di cellule a invaginarsi nella
cavità, mentre altri gruppi rimangono superficiali. In questa fase, denominata gastrulazione,
comincia a delinearsi nelle sue linee generali la struttura del futuro organismo con la formazione
della gastrula. La gastrula è inizialmente costituita da due strati di cellule: uno più interno verso la
cavità e uno adeso su questo, superiore. Quello più profondo è l’endoderma e il più superficiale è
l’ectoderma. Sono i primi due tessuti embrionali. Fino a qui l’embrione è una struttura ovale
formata dall’ectoderma e dall’endoderma tutti il resto sono gli annessi embrionali. Alcune cellule
che si trovano in una posizione particolare, esattamente dal punto mediano dell’ectoderma sino alla
parte posteriore, migrano sino ad affondare verso l’ectoderma. Questa è la linea primitiva ed è la
zona di addensamento di queste cellule che vanno ad interporsi tra i due foglietti. Questo è il terzo
foglietto embrionale, il mesoderma. Queste cellule poi proliferano e vanno a cambiare la forma, c’è
una porzione più ampia anteriormente e più piccola posteriormente. Quando compare la linea
primitiva si sa già quale sarà la testa e quale il corpo, quale sarà la destra e quale sarà la sinistra,
quale sarà il dorso e il ventre. Sull’ectoderma si avrà il dorso e nell’endoderma il ventre perchè si
avrà poi l’accartocciamento di questi foglietti. Altre cellule che hanno un altro destino che sono
sull’ectoderma migrano nel nodo di Hensen e si portano tra ectoderma e endoderma e occupano lo
strato mediano. Quindi si hanno 3 foglietti embrionali, in cui il mesoderma è lo strato mediano.
Nella zona mediana le cellule che migravano dalla fossetta formano la corda dorsale. Da questi 3
foglietti si differenzieranno tutti i tessuti del nostro organismo.
• dall’ectoderma si origineranno il tessuto epiteliale e il sistema nervoso;
• dal mesoderma tessuto muscolare e tessuto connettivo;
• dall’endoderma altri tessuti epiteliali (dell’apparato digerente e respiratorio), fegato,
pancreas, tiroide, paratiroide, timo.

Da questo momento in poi questi tessuti differenziandosi andranno a costruire degli organi e quindi
un organismo. Su quali processi si basa questo sviluppo?
• movimenti cellulari: la cellula si può muovere aderendo al substrato;
• processi di induzione: la corda dorsale non è presente nell’uomo perchè se il processo va a
buon fine viene sostituito dalla colonna vertebrale, noi siamo dei vertebrati e abbiamo le
vertebre come sostegno. Però affinché si formi la colonna vertebrale si deve prima formare
la corda dorsale che induce le cellule del mesoderma vicino a differenziarsi per costituire le
vertebre. Se non si forma la corda dorsale in seguito a delle patologie non si forma la
colonna vertebrale. Il processo di induzione è un’ influenza reciproca tra delle strutture e
quindi prima si forma l’ectoderma e l’endoderma, successivamente si formerà il mesoderma
che induce la migrazione di cellule. Sono tappe in cui uno induce l’altro. Per cui chi induce,
in questo caso la corda dorsale, è l’induttore, induce il differenziamento del competente che
sono le cellule del mesoderma;
• processi di regressione, normalmente la corda dorsale dopo che ha indotto la formazione
della colonna vertebrale deve regredire e regredisce per fenomeni per esempio di apoptosi,
cioè scompare. Come tessuto della corda dorsale l’unica cosa che rimane sono i nuclei
polposi dei dischi intervertebrali, tutto il resto si è trasformato a meno che non insorgono
delle patologie per cui rimane un residuo di corda dorsale che può creare dei problemi e si
hanno delle alterazioni e non si ha un embrione perfetto;
• processi di regolazione, per esempio, se lo zigote si divide in due blastomeri, ma poi ne
rimane solo uno, il blastomero rimanente costruisce un embrione perfetto sopperendo così
ad una mancanza. I gemelli monozigotici ne sono un esempio, perché i blastomeri da cui i
2 gemelli derivano, non sono più in contatto tra di loro, il contatto è importante perché
ognuno dei 2 blastomeri hanno funzioni diverse, da ognuno derivano organi, tessuti diversi.
Ma se non sono più in contatto tra di loro, allora ognuno agisce come se fosse da solo.

Se tutto va bene, quindi l’embrione continua a svilupparsi continuando a differenziarsi e si hanno i


vari organi sino a raggiungere alla fine un organismo completo. Quindi affinchè si realizzi un
organismo completo a partire dallo zigote lo sviluppo normale implica accrescimento e
differenziazione. Entrambi i fenomeni sono soggetti ad una stretta coordinazione e ad una rigorosa
organizzazione. Tutti questi eventi devono essere perfettamente in equilibrio. Quindi abbiamo in
parte un flusso di informazione, quindi alcune alterazioni derivano gia dall’informazione genetica e
quindi da dalle alterazioni a livello dei geni e altre invece possono incorrere nel costrutto. Questo
flusso di informazioni del DNA deriva dalla duplicazione del DNA e ripartizione delle cellule
figlie, infatti noi deriviamo da una sola cellula e tutte le altre cellule hanno la stessa informazione.
Da un'altra parte questo altro flusso di informazione va dal DNA all’RNA messaggero per la
costruzione delle proteine e quindi genera delle diversità : pur avendo gli stessi geni si hanno
proteine diverse perché il DNA viene in parte attivato e in parte bloccato a seconda delle
funzionalità delle cellule. Quindi alla base del processo di sviluppo dell’embrione sta la
duplicazione e quindi la moltiplicazione cellulare, lo sviluppo e differenziamento di cellule
specializzate, quindi si hanno tipi di cellule differenti. Poi c è un coordinamento tra queste cellule,
soprattutto quando sono molte.
Se ad esempio si ha una morula e pensiamo di fare degli esperimenti, spostiamo dei blastomeri
destinati a formare zone ben precise dell’organismo che si sta formando e si pongono in una zona
dove viene originato una altro tipo di tessuto, non succede nulla. Questo perchè si ha l’interferenza
dell’ambiente esterno cioè posizionate in un altro posto se non sono già state committed cioè se
non sono già state comandate dal nucleo che, attraverso il DNA, porta le informazioni attraverso
l’mRNA per costruire le proteine e quindi i tessuti a cui è preposto non succede nulla, si
comportano come cellule di quella parte in cui ora si trovano. Ma se si ripete l’esperimento in un
momento successivo, cioè quando l’mRNA ha portato le sue informazioni con le istruzioni per
costruire i vari tessuti a cui è deputato allora quelle cellule costruiranno i tessuti di cui hanno
ricevuto le informazioni, e per esempio si potranno vedere su un animale, ad esempio un uccello,
sul becco delle piume e sul dorso le cellule cornee del becco. Evidentemente le cellule da fuori
apparivano uguali ma erano già state committed. E quindi si possono spostare ma non agiscono più
ad altri comandi.
Perché le cellule si dividono? Ogni cellula deriva da un'altra cellula e si dividono per:
• la riproduzione;
• l’accrescimento;
• per la riparazione.

Ovvero gli organismi unicellulari se si dividono è per aumentare il numero della loro popolazione
quindi è per la moltiplicazione di individui. Se consideriamo invece gli organismi pluricellulari, le
cellule si dividono per far crescere un individuo, come dalla morula sino all’individuo adulto, ma
anche poi nell’adulto possono ancora dividersi per riparare dei danni, alcuni tessuti lo possono fare,
altri no.
Quando si dividono? O quando hanno raggiunto le dimensioni critiche oppure quando molecole-
segnali in genere, come fattori di crescita, citochine o ormoni, raggiungono le cellule e ne
modificano lo stato metabolico, quindi sono cellule sottoposte a dei segnali. Il processo iniziale di
divisione cellulare è quello che dà origine ad un numero maggiore quindi all’accrescimento
dell’embrione per poi formare l’organismo completo. Quindi si ha proliferazione e la divisione
cellulare. Il controllo della divisione cellulare si ha in quanto le cellule devono essere supportate da
un equilibrio tra la proliferazione cellulare e l’apoptosi, deve essere bilanciata. Si deve avere un
numero di cellule regolari. Per cui, in alcuni casi, si ha il processo di apoptosi che è in equilibrio
con la proliferazione cellulare, come, per esempio, nella eliminazione delle cellule della corda
dorsale. Quindi le cellule che si dividono sono sottoposte ad un ciclo continuo:

preparazione → interfase → mitosi → interfase → mitosi.

Si considera pure la fase G0 in cui cellula non entra in questo ciclo e non entra in interfase, perchè
non si sta preparando né si sta dividendo, quindi la cellula o è in fase di non proliferazione ed è
dunque in stand-by, oppure si avvia verso un altro processo che è quello del differenziamento e
quindi la cellula si deve specializzare. La cellula esce dal ciclo cellulare e si avvia verso il processo
di differenziamento. Per quanto riguarda, ad esempio lo spermatozoo e la cellula uovo, se si parte
dai gameti, ad esempio lo spermatogonio è una cellula precursore che si divide in 2 cellule figlie di
cui una delle 2 abbandona il ciclo e segue un altro percorso, quello di entrare in meiosi e quindi
diventare spermatozoo. Quella che rimane, è un altro precursore, è una staminale che si può
moltiplicare, quindi resta sempre una cellula che può moltiplicarsi e solo una procede verso il
differenziamento. Nel caso invece della cellula uovo i cui precursori sono gli ovogoni danno
origine ad una divisione cellulare da cui si hanno 2 cellule, ancora ovogoni che però entrambe
abbandonano il ciclo cellulare e si avviano verso il differenziamento per divenire ovociti, e questo
fa si che gli ovociti non si possono mai più moltiplicare. Quindi se tutte le cellule si differenziano e
non lasciano precursori vuol dire che alla nascita il numero di ovociti è stabilito e quindi la
produzione è limitata; Quindi ci sono 2 casi: o resta sempre un precursore che può dividersi e non
tutti escono dal ciclo cellulare oppure tutte escono dal ciclo cellulare per differenziarsi e quindi non
possono più moltiplicarsi e quindi il loro numero è già stabilito.
Quindi si ha un equilibrio tra proliferazione e differenziamento ed è inversamente proporzionale,
se aumenta la proliferazione diminuisce il differenziamento e viceversa. Che cos'è il
differenziamento? È quel processo che porta la cellula a svolgere funzioni specifiche rispetto ad
altre cellule pero è secondaria all’acquisizione di una struttura, di una morfologia diversa. Quindi si
hanno cellule con forme diverse perché devono svolgere funzioni diverse. Ad esempio il globulo
rosso che ha una forma di disco biconcavo perché è quella che gli consente di contenere una
maggiore quantità di emoglobina e quindi di poter svolgere al massimo la sua funzione.
La cellula si divide grazie a dei segnali:
• segnali solubili che circolano nel circolo sanguigno e sono prodotti da altre cellule a
distanza (ormoni, fattori di crescita) che vanno in circolo e raggiungono le altre cellule
dell’organismo;
• segnali che passano per contatto cellula–cellula;
• segnali cellula-matrice extracellulare, quindi con sostanza organica che gli si trova accanto
ove la cellula non si trovi a contatto con un’ altra cellula.

Il differenziamento embrionale ne è l’esempio, c’è una progressiva acquisizione in dipendenza di


questi messaggi quindi solubili, cellula -cellula o cellula matrice.
I segnali cellula-cellula sono:
• i segnali di adesione, le glicoproteine di membrana sono importanti per tante cose, anche per
l’adesione tra le cellule e quindi il riconoscimento delle cellule tra di loro;
• determinati da complessi di giunzione, giunzioni comunicanti che permettono il passaggio
di segnali tra una cellula all’altra;
• le proteine integrine, sulla membrana cellulare ci sono delle proteine le integrine che sono
molto importanti per i rapporti con la matrice e non con un'altra cellula. Queste proteine
sono un punto di comunicazione tra l’ambiente interno, il citoscheletro, e l’ambiente
esterno, interagiscono con il citoscheletro e riescono a segnalare al nucleo, al DNA , in
modo che hanno funzioni di traduzione di segnale. Attraverso le integrine si riesce a mettere
in contatto il mondo esterno con la cellula e poi con il DNA che risponderà a questo stimolo
con una sua funzione. Ad esempio la morula è sensibile ad alcuni stimoli pero poi li cambia
nel corso di differenziamento e avranno altri tipi di recettori che saranno sensibli ad altri
stimoli.

Per esempio per quanto riguarda l’adesione è importante la capacità invasiva delle cellule
tumorali. Perché cominciano ad invadere gli atri tessuti, quando queste cellule che dovrebbero stare
lì ferme e non dovrebbero muoversi. Ciò è dovuto all’ alterazione delle molecole di adesione.
I fattori di crescita possono avere segnali differenti, alcuni danno input di differenziativi, altri
proliferativi, altri di sopravvivenza. In alcuni momenti quello stesso fattore che dava segnale
proliferativo in un altro momento, insieme con altri recettori e altri fattori, potrebbe dare un altro
segnale. Comunque in generale possono essere segnali proliferativi o differenziativi e di
sopravvivenza. Man mano le cellule acquisiscono quindi dei recettori, glicoproteine di membrana
differenti , per cui è ovvio che se questi fattori influiscono su determinate cellule è perché quelle
cellule hanno dei recettori specifici.
Nel caso dello spermatogonio dopo la divisione si hanno 2 cellule figlie di cui una esce dal ciclo
cellulare e si differenzia, l’altra resta sempre come cellula progenitrice. Questa cellula viene
chiamata cellula staminale. La cellula staminale, a seconda dei segnali che riceve, si può dividere o
andare in apoptosi o si può differenziare o rimanere come cellula staminale per assicurare
l’aumento del numero delle stesse cellule.
Le cellule staminali sono cellule non specializzate dotate della capacità di trasformarsi in diversi
altri tipi di cellule del corpo attraverso un processo denominato differenziamento cellulare. È capace
di dividersi indefinitamente. Perché si dividono indefinitamente? Nei cromosomi si hanno i
telomeri, le parti terminali altamente ripetute non codificanti, che si accorciano ad ogni
replicazione, fino a quando la cellula non si può più dividere, le cellule staminali hanno un enzima,
l’enzima telomerasi ,che blocca e fa si che non si possa agire a livello dei telomeri e quindi questi
sono insensibili all’azione dell’accorciamento, i cromosomi rimangono sempre della stessa
lunghezza. La cellula tumorale, purtroppo, è nelle stesse condizioni, per questo le cellule tumorali
sono capaci di dividersi indefinitamente. Le cellule staminali possono essere di diversi tipi: cellule
staminali embrionali e cellule staminali adulte.
La cellula tumorale è simile alla staminale perché normalmente quando una cellula è altamente
differenziata non può più tornare indietro e ciò infatti solitamente nel nostro corpo non accade
mai. Se questo succede è un’eccezione ed è una patologia. Succede nelle cellule cancerose. Le
cellule cancerose purtroppo ad un certo punto si differenziano e si dice tornano bambine, tornano
staminali e acquisiscono le capacità delle cellule staminali, e quindi proliferano eccessivamente
sfuggendo a qualunque controllo.
Le cellule staminali embrionali (ES) sono cellule pluripotenti ricavate dalla massa cellulare interna
della blastocisti. Queste cellule, una volta estratte, possono essere messe in coltura e fatte
proliferare quali linee indifferenziate oppure si può procedere facendole differenziare nella linea
cellulare voluta dal ricercatore. Grazie a questo tipo di cellule è stato scoperto molto sulla
segnalazione e il differenziamento delle cellule degli embrioni. In Italia questo tipo di cellule non
possono essere utilizzate.
Se le cellule hanno un differenziamento invisibile, cioè l’invio dell’RNA messaggero, sono già
state committed, quindi sembrano uguali ma non lo sono. Nel momento in cui la cellula assume un
aspetto particolare, la differenziazione è visibile, si ha la differenziazione cellulare, detta
citodifferenziazione. Per la formazione dei tessuti prima si differenzia la cellula e poi la cellula
assieme alle altre differenziate organizza un tessuto e si ha la istodifferenziazione, che è visibile.
Ciò è conseguente ad uno scambio di informazioni.
Queste cellule come si differenziano? È un processo a piu passaggi, ma mano assumono delle
competenze maggiori., man mano che si differenziano restringono la loro potenzialità.
Le cellule staminali vengono classificate in base alla loro potenza , la potenzialità di differenziarsi
nei vari tipi o linee cellulari e possono essere:
• totipotenti - la totipotenza è la capacità di una singola cellula di dividersi e produrre tutte le
cellule differenziate in un organismo, compresi i tessuti extraembrionali Le cellule staminali
totipotenti sono gli zigoti. Nei mammiferi è conosciuta una singola cellula totipotente lo
zigote, già fra la terza e la quarta divisione cellulare, le cellule iniziano a perdere la loro
totipotenza. A questo punto avviene la formazione della morula composta all’incirca da
sedici cellule;
• pluripotenti - la pluripotenza è la capacità di una singola cellula di dividersi e di
differenziarsi in uno qualsiasi dei tre foglietti embrionali : endoderma, mesoderma o
ectoderma;
• multipotenza - le cellule progenitrici o multipotenti hanno il potenziale di differenziarsi in
un numero limitato di tipi cellulari. Un esempio di una cellula staminale multipotente è una
cellula ematopoietica (una cellula staminale del sangue) la quale può svilupparsi in diversi
tipi di cellule del sangue, ma non può svilupparsi in cellule cerebrali o altri tipi di cellule al
di fuori dei tipi di cellule appartenenti al tessuto del sangue. Sono cellule considerate essere
permanentemente impegnate ad una funzione tissutale specifica;
• unipotenza - le cellule definite unipotenti o precursori hanno la capacità di differenziarsi in
un singolo tipo di cellula. Ad esempio gli epatociti, che costituiscono la maggior parte del
fegato, sono unipotenti. La capacità del fegato di rigenerarsi da un minimo del 25% della
sua massa originaria è attribuita a questa proprietà, altri esempi sono dati dalle cellule
staminali unipotenti cubiche o cilindriche presenti a livello dello strato germinativo
dell'epidermide.

Dalle cellule staminali embrionali, dalle blastocisti, tramite cultura in vitro, si possono ricostruire
quasi tutti i tessuti. Si è pensato, approfittando del fatto che la cellula uovo può divenire tutto, di
prelevare la cellula uovo non fecondata, privarla del nucleo aploide sostituendolo col nucleo
diploide di un’altra cellula, ottenendo un nuovo organismo. Si ottiene così la clonazione. Qui si
parla di clonazione perchè se si preleva una cellula uovo, privandola del suo nucleo aploide che
viene sostituito con il nucleo diploide di una cellula di un individuo adulto, la cellula comincia a
dividersi in blastomeri e a formare un embrione che dovrebbe essere identico all’individuo adulto
da cui è stata prelevata la cellula. Questo viene chiamata clonazione terapeutica, che si effettua per
ottenere, ad esempio, dei tessuti identici al tessuto dell’adulto che ne ha di bisogno ad esempio
per un trapianto. Questo tessuto così ottenuto potrà essere trapiantato senza pericolo di rigetto. Ma
in Italia non si può fare perché è sempre un potenziale embrione oppure si potrebbe incorrere nella
clonazione.
Le cellule staminali adulte, che però sono ridotte di potenzialità, si trovano nei vari tessuti. Sono
cellule non specializzate che si riproducono giornalmente per fornire alcune specifiche cellule: ad
esempio 200 miliardi di globuli rossi sono generati ogni giorno nel corpo da cellule staminali
emopoietiche adulte.

Prof. Micali 09 marzo 2012

Principi generali delle tecniche istologiche


L’Istologia è quelle materia che ci permette di fare diagnosi di tessuto, l’ Anatomia Microscopica
(istologia applicata agli organi) ci permette di analizzare lo stato degli organi, infine l’ Anatomia
patologica ci permette di fare l’ analisi patologica di un tessuto, di un organo. Tutte e 3 sono scienze
morfologiche.
I livelli di studio sono 3:
• morfologia: si studia ad occhio nudo o al massimo con lente di ingrandimento, l’aspetto o la
forma dell’organo o l’analisi della superficie di taglio (una sezione);
• struttura: si fa uso esclusivamente di microscopio ottico, attraverso questo possiamo vedere
e analizzare la citoarchitettonica dei tessuti e quindi degli organi, in maniera particolare la
forma e la disposizione delle cellule nei tessuti;
• ultrastruttura: ci dice come sono strutturate le singole cellule; si studia con il microscopio
elettronico a scansione o a trasmissione. L’ ultrastruttura si può ultimamente studiare anche
ricorrendo all’immunoistochimica ovvero ricorrendo al microscopio ottico e marcando con
sostanze fluorescenti determinati organuli cellulari (che colpiti da luce ultravioletta
emettono radiazioni luminose).

Il sistema metrico utilizzato per lo studio istologico è il seguente:


• 1cm = 1/100m;
• 1mm = 1/1000m;
• 1µm = 1/1000mm;
• 1nm = 1/1000µm;
• 1Å = 1/10000µm → 0,1 nm → 10-10m.

Ricorrendo alla fisica geometrica è possibile avere un ingrandimento, teoricamente infinito però la
qualità dell’immagine non dipende dall’ingrandimento ma da un'altra grandezza fisica che è il
“potere di risoluzione”.
Il potere di risoluzione è la distanza minima esistente tra due punti affinché essi possano vedersi
distinti fra di loro, se si va al di sotto di questa distanza minima i 2 punti non si vedranno più
separati ma se ne vedrà solo 1. Il potere di risoluzione è quindi una distanza misurabile. Il potere di
risoluzione dell’occhio umano è pari a 0,2mm. Il potere di risoluzione è dato dalla seguente
formula:

con λ la lunghezza d’ onda della radiazione elettromagnetica (visibile possibilmente, luce, ed in


alcuni casi anche non visibile) utilizzata al microscopio; n l'indice di rifrazione del mezzo
interposto, cioè del mezzo in cui viaggia la radiazione elettromagnetica, in genere l’aria; α l'angolo
di apertura della lente. La lunghezza per il nostro occhio è la lunghezza d’onda della radiazione
elettromagnetica equivalente alla luce, cioè la lunghezza d’onda dei fotoni, n è l’indice di rifrazione
dell’aria cioè = 1. α è l’angolo di apertura delle lenti biologiche del nostro occhio. Se questi
parametri vengono variati, varia il potere di risoluzione.
Per il microscopio ottico dato che l’indice di rifrazione dell’aria è 1 e senα può essere considerato
prossimo a 1, R risulta proporzionale a ½ λ, cioè alla metà della lunghezza d’onda della luce.
Considerando la luce con lunghezza d’onda di 400 nm (luce blu), il potere di risoluzione sarà quindi
di 200 nm = 0,2 μm, che corrisponde infatti al suo potere di risoluzione.
Nel microscopio elettronico si possono far variare tutte e tre le variabili. Poiché la luce è una
radiazione elettromagnetica, λ è la lunghezza d’ onda dei fotoni, ma se si usano gli elettroni, la
lunghezza d’onda cambia. Se al posto di n riferito all’aria come mezzo interposto, si mette n
riferito al vuoto come mezzo interposto, perché gli elettroni si propagano solo nel vuoto, la
risoluzione cambia, cioè si abbassa. Se allo stesso tempo si muta anche senα, la risoluzione si
abbassa ancora di più. Per questo un microscopio elettronico ha più risoluzione di un microscopio
ottico.
Il potere di risoluzione è completamente svincolato dagli ingrandimenti, infatti se si osserva uno
stesso tessuto ingrandito allo stesso modo con i 2 microscopi, si noterà che nell’immagine del
microscopio elettronico è possibile osservare tutti gli organuli citoplasmatici di una cellula, mentre
con il microscopio ottico no. Ciò dipende principalmente dalla diversa lunghezza d’onda dei fotoni
e degli elettroni. Infatti i mitocondri, visibili al microscopio elettronico, sono di dimensioni inferiori
a 0,2μm, che rappresenta il massimo della risoluzione di un microscopio ottico. Quindi si può
ingrandire quanto si vuole ma i mitocondri non saranno mai visibili al microscopio ottico.
Come si prepara un preparato istologico da utilizzare con un microscopio ottico?
Il procedimento è il seguente:
• prelievo;
• fissazione;
• disidratazione;
• diafanizzazione;
• inclusione;
• taglio;
• colorazione;
• allestimento del vetrino.

Il Prelievo del campione si ottiene attraverso biopsia o autopsia. Il concetto di morte è legato alle
funzioni vitali. Le funzioni vitali sono: le funzioni del sistema nervoso centrale, le funzioni
respiratorie, le funzioni cardiache.(sono dette tripode della vita). Dopo la morte di un individuo,
alcuni tessuti riescono a sopravvivere per poco tempo, mentre altri tessuti riescono a sopravvivere
per molto più tempo pur essendo senza innervazione, senza ossigenazione e quindi senza l’arrivo
del sangue. Ad esempio a distanza di più di 12 ore sul viso del cadavere di un uomo cresce la barba
perché il tessuto pilifero, cioè un tessuto particolarmente differenziato, resiste all’assenza
dell’innervazione e all’assenza di ossigenazione, quindi è vitale e continua a far progredire la
crescita dei peli della barba. Al contrario ci sono tessuti, come il tessuto nervoso che, in assenza di
ossigeno, necrotizza entro 5 minuti dall’arresto della circolazione. Quindi dopo la morte di un
individuo non tutte le sue cellule sono morte. Chiaramente le cellule non continuano a funzionare
come quando il soggetto era in vita ma cambiano il tipo di funzionamento. Cambiano portando
avanti tutta una serie di fenomeni che vengono definiti fenomeni tanatologici, cioè tutti quei
fenomeni che avvengono a partire dal momento della morte in avanti, in un lasso di tempo breve,
medio o anche lungo (anni). Questi fenomeni sono causati dal cambiamento di funzione che hanno
attivato le cellule di quell’organismo. Subito dopo il prelievo, dal momento che si devono studiare i
tessuti nel modo più vicino alla realtà del loro funzionamento, cosa si deve fare? Si deve prelevare
un frammento di tessuto e immediatamente bloccarne le funzioni tanatologiche. Se si preleva un
frammento di muscolo e si tratta solo dopo un lungo periodo di tempo, ad esempio, 6 ore, il tessuto
non sarà più utilizzabile perché già degradato, quindi non è più studiabile. La morte cellulare può
avvenire in due modi:
• per apoptosi, cioè la morte programmata di una cellula, l’apoptosi attiva i macrofagi tissutali
che eliminano la cellula apoptotica o ciò che resta della cellula;
• per necrosi che è la risposta infiammatoria da parte del tessuto circostante alla morte di una
cellula. Le cellule che muoiono a causa di necrosi solitamente non inviano segnali chimici al
sistema immunitario cosa che accade quando si verifica l'apoptosi. Questo impedisce ai
fagociti nelle vicinanze di localizzare e inghiottire le cellule morte e così avviene un
accumulo di tessuto necrotico e detriti cellulari in corrispondenza o in prossimità del sito
della morte cellulare. Nella necrosi la cellula attiva i lisosomi che auto digeriscono ciò che
trovano all’interno della cellula formando il cosiddetto autofagosoma (che con il lisosoma
forma l’autolisosoma, cioè preleva dall’interno della cellula, materiali, organuli e li digerisce
e alla fine si ha la lisi, cioè la morte della cellula). Quando un soggetto muore e si è arrestata
la funzione cardiaca, in tutte le cellule dell’organismo comincia a variare il pH a cui è
sensibile il lisosoma. In genere nell’organismo il pH è circa 7,03, il pH inizia ad abbassarsi,
in quanto esso viene principalmente regolato dalla circolazione del sangue. Quindi appena si
interrompe la circolazione il pH comincia ad abbassarsi in maniera progressiva, i lisosomi
risentono di questo abbassamento e si attivano all’interno delle cellule. Tutti i fenomeni
tanatologici legati all’arresto della circolazione sono collegati all’attività lisosomiale. Ad
esempio il rigor mortis si ha perché i lisosomi non fanno altro che disorganizzare e
distruggere il tessuto muscolare striato. Questo fenomeno è progressivo e comincia circa 6
ore dopo il decesso e finisce circa 18 ore dopo il decesso.

La Fissazione serve a bloccare i fenomeni tanatologici (e quindi blocca principalmente i lisosomi).


Esistono due tipi di fissazione:
• fisica, a freddo o a caldo. La fissazione a freddo si ottiene immergendo il tessuto, appena
prelevato, nell’azoto liquido alla temperatura di 190°. Il freddo viene utilizzato come
fissativo nelle sedute operatorie quando bisogna fare una diagnosi intraoperatoria veloce e
orientativa (infatti il tempo per fare una diagnosi istologica normale è di circa 4 giorni). La
fissazione a caldo che si usa raramente, si ottiene riscaldando il tessuto prelevato, posto su
un vetrino, con una fiamma;
• chimica. La fissazione chimica che può essere data da sostanze liquide singole o da miscele
liquide di sostanze. Si possono ottenere due tipi di fissazione chimica.

Per la fissazione per immersione, il tessuto viene immerso nel liquido fissativo. Per la fissazione
per perfusione, invece, il discorso è diverso. Il concetto di perfusione è un concetto abbastanza
recente, (20 anni) per fissare un tessuto si utilizza il torrente circolatorio di un animale iniettando un
liquido fissativo con delle pompe a perfusione (siringhe che vengono schiacciate ad una data
velocità) dalla parte arteriosa, e dalla parte venosa si fa defluire il sangue verso l’esterno. (se non si
fa defluire il sangue il sistema esplode). Quindi il liquido entra all’interno dell’apparato circolatorio
che, con la stessa forza contrattile del cuore, manda in circolo il liquido fissativo. È un metodo
molto complesso e con questa tecnica si riesce a mandare nei tessuti il liquido fissativo
direttamente con l’apparato circolatorio, quindi questa tecnica è molto più accurata e il risultato è
migliore.
I fissativi maggiormente utilizzati per la microscopia ottica sono:
• la formaldeide o formalina al 40 %, è il fissativo più utilizzato. Non viene utilizzata come
tale ad una concentrazione del 40% perché è altamente corrosiva, ma viene portata al 10%
in soluzione con 1ml di formalina al 40% in 10ml di acqua. In pratica la formalina al 40%
viene considerata come un liquido puro;
• l’immunofix ovvero paraformaldeide diluita al 4%. Il solvente utilizzato è il tampone
fosfato (e non l’acqua);
• l’aldeide glutarica o gluteraldeide. Viene utilizzata sia per la microscopia ottica che per l’
elettronica.

Tutti i liquidi fissativi hanno due caratteristiche inversamente proporzionali tra di loro:
• velocità di penetrazione nel tessuto;
• qualità di conservazione.

Tra i fissativi visti il più rapido è la formaldeide, che quindi ha una qualità di conservazione
minore, il meno rapido e l’ aldeide glutarica che quindi avrà una qualità di conservazione
maggiore. In generale il fissativo più rapido in assoluto è l’ alcool etilico anidro (cioè senza acqua)
perché penetra i tessuti in maniera velocissima però la qualità di conservazione delle cellule è
assolutamente scarsa, cioè non si possono studiare le cellule solo fissate con l’alcol perché l’alcol
lascia un tessuto bello da vedere ma assolutamente inutile dal punto di vista istologico.
La Disidratazione è il processo di eliminazione dal tessuto dell’ acqua e del fissativo il quale si
elimina di conseguenza visto che è idrosolubile. Tale processo si ottiene immergendo il preparato
nella cosiddetta scala ascendente degli alcool: in pratica si passa il campione in vaschette contenenti
alcol etilico man mano più concentrato : Alcool a 50 gradi (50% alcol, 50% acqua) poi al 70%, al
80%, al 96% e infine al 100%( alcool assoluto o anidro).
La Diafanizzazione rappresenta il passaggio intermedio che si è obbligati a fare per passare dall’
alcool etilico ad un'altra sostanza che è lo xilolo che permette la cosiddetta inclusione. Diafano
significa parzialmente trasparente, come il vetro smerigliato. La diafanizzazione consiste nel
mettere il preparato nello xilene o xilolo per un certo periodo di tempo per farlo diventare diafano.
Alla fine si ottiene la sostituzione dell’alcol assoluto con lo xilolo. Questa sostituzione si fa per 2
motivi:
• per essere assolutamente certi di aver fatto una disidratazione completa, infatti se così non
fosse appena si mette il tessuto nello xilolo, lo xilolo si comporta in 2 modi: se nel tessuto
c’è molta acqua diventa lattescente (lo xilolo è un liquido trasparente come l’acqua)
oppure l’ acqua emulsiona nello xilolo ovvero si formano tante goccioline d’ acqua
all’interno dello xilolo, e questo fa capire che la disidratazione non è stata fatta bene. Cosa si
deve fare? Si deve ripetere la disidratazione, reidratando prima il campione passando per
tutta la scala di alcol in senso inverso: dall’alcol 100% fino all’alcol 50% e poi rifare la
disidratazione seguendo di nuovo la scala dell’alcol 50% a 100%. Se si mettesse il
campione direttamente nell’acqua lo shock osmotico farebbe scoppiare tutte le cellule;
• la sostanza liquida con la quale si include il preparato è una sostanza immiscibile con
l’alcool etilico. Serve quindi una sostanza intermedia, affine sia all’alcool che alla paraffina
e nel particolare il paraplast che è la sostanza utilizzata per l’inclusione.

L’inclusione viene effettuata allo scopo di conferire al campione biologico in esame la consistenza
necessaria per sottoporlo alla fase di taglio, infatti, includendo il campione biologico in sostanze di
natura diversa quando sono in fase liquida, queste, dopo averlo invaso, induriscono rendendo il
preparato pronto al taglio. L’inclusione in paraffina viene effettuata in stufa termostatata a 58°, a
questa temperatura il solvente rischiarante evapora e la paraffina, che è una cera solida molto
raffinata, si scioglie, diventa liquida (58° è la sua temperatura di fusione), così si immerge il
preparato dentro appositi stampi ottenendo così, dopo aver fatto raffreddare la paraffina, un
blocchetto con dentro il tessuto permeato dalla paraffina che ha preso il posto dello xilolo, e tutto
intorno ancora paraffina. Tutto questo viene fatto per poter tagliare il tessuto in fette sottilissime di
circa 7μm senza che il tessuto si sbricioli. Ci possono anche essere fette di 4 μm, di 10 μm ed anche
di 20 μm.
Il taglio. Lo strumento attraverso il quale si taglia il blocchetto è il microtomo (un’affettatrice
simile a quella del salumiere). Tutti le fette tagliate rimangono tra di loro attaccate al fondo e si
chiamano “sezioni seriate”, successivamente le sezioni si mettono a bagnomaria con l’acqua
tiepida. Le sezioni si distendono, le fette si staccano e infine si mettono su un vetrino-porta- oggetto
e si lasciano ad asciugare su una piastra riscaldata.
La Colorazione: il passaggio successivo all’inclusione e al taglio è la colorazione. Senza coloranti
non si vedrebbe nulla, perché il vetrino è trasparente, in quanto il tessuto è trasparente. Quasi tutti i
coloranti sono idrosolubili, sono coloranti disciolti in acqua, quindi per colorare il tessuto è
necessario reidratarlo eliminando la paraffina e quindi si deve rifare il procedimento inverso
all’inclusione ovvero il vetrino con il tessuto va rimesso nello xilolo poi nell’alcool assoluto e
quindi nella scala degli alcol fino ad arrivare ad acqua. Tutti questi passaggi richiedono tempo, solo
per l’inclusione servono almeno 2 giorni. Una delle colorazione più semplici è quella che fa ricorso
all’ ematossilina-eosina, sono 2 coloranti, l’ematossilina colora i nuclei, la eosina colora il
citoplasma. I due coloranti assumono due gradazioni di rosso però l’ematossilina, durante il
processo di colorazione, cambia il proprio colore, da rosso scuro assume un colore blu-viola (si ha
il viraggio del colore) e questo si ottiene ponendo il vetrino sotto l’ acqua di fonte (acqua di
rubinetto) i cui sali minerali faranno virare il colore dell’ematossilina in maniera tale da avere 2
tonalità di colore totalmente diverse, in modo tale da identificare bene i nuclei e il citoplasma. Non
si usa l’acqua pura perché non contiene i Sali minerali che sono i veri responsabili del viraggio. Il
fatto che i due coloranti colorino due parti differenti è dovuto al pH delle componenti stesse, infatti
il nucleo che ha un pH acido a causa degli acidi nucleici viene colorato dall’ematossilina che è un
colorante basico, mentre il citoplasma che è basico, viene colorato dall’eosina, che è un colorante
acido.
Allestimento del vetrino: affinché il tessuto non si deteriori, in quanto se lasciato all’aria il vetrino
si deteriora. Per evitare ciò si deve coprirlo con un altro tipo di vetrino , il vetrino-copri-oggetto. Per
sigillare il vetrino si mette sopra al tessuto qualche goccia di una sostanza chiamata balsamo del
Canada che ha lo stesso indice di rifrazione del vetro. Il balsamo del Canada ha però il solvente
nello xilolo quindi si devono prendere nuovamente i vetrini, si devono ridisidratare fino ad arrivare
a xilolo.

Prof. Micali 12 marzo 2012

Principi generali delle tecniche istologiche


Il microscopio ottico è formato da diverse parti. Uno stativo,un braccio,ed un supporto che può
ruotare. Questa è la parte statica. Vi sono delle parti dinamiche e delle parti ottiche del microscopio.
Le parti dinamiche sono la vite macrometrica, quella più grande,e una manopola
micrometrica,quella più piccola,che servono per la messa a fuoco perché agiscono sul tavolino dove
si poggia il vetrino. Sopra il tavolino abbiamo un’altra parte meccanica che si può ruotare a scatti
che è il revolver su cui sono montate delle lenti. Queste sono le parti mobili. Le parti ottiche sono:
dal basso verso l’alto troviamo: la fonte luminosa, sotto il tavolino vi sono un gruppo di lenti che
prendono il nome di condensatore, sopra il tavolino avremo delle lenti chiamate obiettivi e l’ultima
porzione ottica su cui poggiamo gli occhi che si chiamano oculari. Queste sono le parti ottiche.
Ogni obiettivo ha un solo ingrandimento. Tutti gli obiettivi di tutti i microscopi presentano delle
bande colorate:rosso, giallo, azzurro e bianco. Senza neanche andare a guardare qual è il valore
dell’ingrandimento sapremo che con la banda rossa usiamo un ingrandimento a 4 ingrandimenti
(4X); se osserviamo con un obiettivo con una banda gialla osserviamo con un obiettivo a 10 X;
banda azzurra con un obiettivo a 40 X;banda bianca un obiettivo a 100 X e quindi 100
ingrandimenti . Questi obiettivi vanno montati sul revolver e a seconda dell’ingrandimento
ruotiamo il revolver in modo che l’obiettivo sia coincidente con la luce, cambiamo quindi
l’obiettivo e otteniamo il nuovo ingrandimento. Passiamo agli oculari di cui ci sono delle diverse
tipologie. Anche qui ci sono dei valori d’ingrandimento da 5 X, 7 X, 10 X e 15 X. Quindi abbiamo
due possibilità:uno è cambiare l’ingrandimento a seconda degli obiettivi utilizzati e l’altro di
scegliere degli oculari con ingrandimenti diversi, perché se vogliamo conoscere a quanti
ingrandimenti stiamo osservando basta moltiplicare il valore d’ingrandimento dell’obiettivo per
quello dell’oculare. Se noi stiamo osservando con un obiettivo a 40 e con un oculare a 10 stiamo
osservando a 400 ingrandimenti. Anche il condensatore è formato da lenti ma non si considera
perché serve solo a condensare la luce per portarlo verso il preparato ossia verso il vetrino e dal
momento che sta al di sotto del tavolino, tutte le componenti ottiche che stanno sotto il tavolino non
influiscono sugli ingrandimenti totali. Se potessimo aggiungere degli obiettivi o oculari sopra il
tavolino questi influirebbero sugli ingrandimenti totali.
Tipologie di colorazioni - si classificano in base al numero di coloranti o in base alla qualità dei
coloranti utilizzati. Se usiamo un solo colorante avremo una colorazione monocromatica o
monocromica; se usiamo due la colorazione si chiamerà bicromica o bicromatica; con tre tricromica
o tricromatrica.
Colorazioni specifiche - una colorazione monocromatica con un solo colorante è ad esempio il blu
di toluidina che si usa soprattutto per la colorazione delle sezioni semifini. Lo stesso può colorare il
glomerulo renale. La colorazione avviene in 2-3 minuti.
Le colorazioni bicromatiche ad esempio ematossilina-eosina. Ematossilina colora i nuclei (blu-
viola) e l’eosina colora il citoplasma che appare di colore rosa intenso o rosa-arancio in base
all’intensità che vogliamo dargli.
Le colorazioni come il blu di toluidina e l’ematossilina eosina sono anche definite colorazione
pancromatiche ovvero colorano indifferentemente tutto con lo stesso colore. La monocromatica
colora tutto con lo stesso colore. L’ematossilina eosina colora tutto con lo stesso colore inteso come
nuclei blu e tutto il resto viola. Per cui non distingue se è presente materiale extra perché colora
tutto allo stesso modo. Ma se noi vogliamo identificare una parte specifica del tessuto non ci
possiamo affidare alla colorazione pancromatica. Abbiamo bisogno di colorazioni che utilizzano più
di due coloranti come le colorazioni tricromiche. Con il terzo colorante si potrà evidenziare
qualcosa di specifico nella cellula. Una di queste è quella di Azan-Mallory che presenta a differenza
dell’ematossilina-eosina un colore azzurro intenso che colorerà fibre collagene che costituiranno il
tessuto connettivo oltre ad altre cellule.
Un’altra differenza riguarda i nuclei che sono colorati in rosso intenso e non in blu viola. Il
citoplasma non è rosa ma è grigio rosa. Non avrebbe senso fare una colorazione simile ad un'altra.
Oltre questa,altre colorazioni ulteriormente specifiche sono ad esempio la tricromica di Massan che
colora i nuclei in marrone il citoplasma in grigio e il tessuto connettivo in verde piuttosto che in
azzurro. La colorazione specifica del sangue è particolare e si chiama May-Grunwald Giemsa. Che
è specifica solo per il sangue ma anche per quello che concerne il sangue tipo il midollo osseo
poiché è un organo emopoietico. Altre colorazioni specifiche particolari riguardano la colorazione
del tessuto nervoso che viene colorato con impregnazione che può essere di due tipi: Cromo-
Argentica o Aurica. Differiscono poco tra di loro. Argentica ,quando si utilizzano Sali d’argento e
aurica quando si utilizzano Sali d’oro. Si hanno due soli colori giallo di fondo e marrone molto
scuro che colorano le cellule. Il tessuto da trattare va fissato con un fissativo detto Zenker.
L’impregnazione in generale viene definita colorazione per competizione. Il colorante non è un
colorante vegetale,essendo cromo e argento o oro, per cui colore marrone scuro è dato
dall’ossidazione di questi metalli. L’ossidazione non avviene in tutte le cellule presenti ma soltanto
in qualcuna. E’ detta per competizione perché se noi “colorassimo”tutto quello che c’è da colorare
(colorazione pancromatica) non si capirebbe niente. Allora il fondo è giallo sul quale spicca una o
qualche cellula che ha ossidato questi Sali. Generalmente lo spessore medio di una sezione istologia
è di 7 micron. Qui noi aumentiamo lo spessore oltre tre volte a 25 o 30 micron in quanto per
studiare i prolungamenti dei neuroni che sono spaziali abbiamo maggiore probabilità di seguire
questi prolungamenti se la sezione è più spessa. Un altro tessuto che si studia bene con l’
impregnazione è il tessuto osseo con le sue unità fondamentali ovvero gli osteoni. Per finire
abbiamo una colorazione specifica detta di Papanicolaou che è quella che si effettua nel pap-test.
Infatti si chiama pap perché deriva da Papanicolaou si osservano 2 citotipi in rosa e in azzurro,che
sono due citotipi diversi. Questa colorazione serve ad identificare l’eventuale esistenza di forme
atipiche ma anche a capire se il ciclo vaginale si sta effettuando con la tempistica giusta data la
presenza di cellule eosinofile sia di cellule basofile.
Immunoistochimica e l’istochimica - la preparazione di questi preparati è un po’ diversa. Intanto
non si possono fissare i preparati con liquidi fissativi visti l’altra volta in quanto andranno a
modificare l’ambiente biochimico e chimico all’interno della cellula. Bisogna utilizzare non più
fissativi chimici ma fisici e nella fattispecie utilizziamo il freddo che è l’azoto liquido. Noi
prendiamo un frammentino che diventa un blocchetto, si mette nell’azoto liquido dentro un apposita
provetta detta Eppendorf e viene congelato a -190°, e viene fissato. Siamo costretti a lavorare in un
ambiente freddo per evitare lo scongelamento, cioè avere un apparecchio la cui camera sia al
freddo. Questo apparecchio si chiama criotomo-criostato al cui interno vi è una temperatura di -25 /-
30 e dove noi possiamo o conservare (criostato) o tagliare (criotomo) un preparato senza il pericolo
di scongelamento. Lo sportello a vetri è scorrevole. Si monta su un supporto un frammentino
appena congelato e si taglia il preparato con un microtomo solo che a temperatura sotto zero. Qual è
il principio dell’immunoistochimica.? Il principio è semplice:utilizzare un anticorpo per una
determinata sostanza. Ci sono due tipi di immunoistochimica: diretta e indiretta. Diretta quando
abbiamo un determinato anticorpo che si lega ad una determinata sostanza. Poi questo anticorpo è
legato ad una sostanza detta fluorocromo che colpita dalla luce di Wood, ultravioletta, si illumina.
Se non abbiamo un anticorpo specifico per una molecola bisogna fare tanti passaggi cioè trovare
tanti anticorpi compatibili tra di loro che alla fine saranno compatibili con quella sostanza. Non è
diretta perché ha bisogno di più passaggi per cui è indiretta. L’immunoistochimica o
immunofluorescenza si usa con un microscopio confocale laser,presente in Italia solo in 3-4
università tra cui Messina(sembra strano x il sud!!!). Esempio: schema di struttura della membrana
basale che è formata da tante componenti tra cui la lamìna. Per osservare la presenza della
membrana basale in un determinato tessuto bisogna trovare un anticorpo specifico per la lamìna che
colpito dalla luce di Wood si illumini. Per vedere se,ad esempio,nel glomerulo renale è presente la
membrana basale trattiamo quella sezione con un anticorpo antilamìna con il fluorocromo che è
colorato rosso poiché possiamo anche scegliere la colorazione visto che spesso nella stessa sezione
possiamo evidenziare più sostanze con colori diversi. Grazie all’immunoistochimica possiamo
osservare l’ultrastruttura di un tessuto anche con il microscopio ottico in quanto
l’immunoistochimica non ci dà una ultrastruttura vera come il microscopio elettronico ma ci
consente una visione indiretta di molecole che fanno parte di una sezione di un tessuto.
Istochimica - In questa sezione sono evidenziate queste cellule secernenti dette caliciforme
mucipare. Con una determinata colorazione assumono un colore rosso ma sappiamo che le cellule
caliciformi mucipare secernono del muco non allo stesso pH. Alcune secernono muco a pH neutro
altre a pH lievemente acido.Come facciamo a distinguerle,visto che con le colorazioni tradizionali
si colorerebbero tutte dello stesso colore? Utilizziamo una colorazione che si chiama Alcian Blue-
Pas che è una doppia colorazione Alcian Blue e Pas. Pas sta per acido periodico Schiff. Questa
colorazione mette in evidenza con colori diversi sia cellule caliciformi che secernono muco
lievemente acido sia quelle che secernono muco neutro. Facciamo nel primo caso solo la prima
parte della colorazione,Pas,che mette in evidenza con il rosso le cellule caliciformi che secernono
muco lievemente acido. Altre che sono evidenziate in azzurro con la colorazione Alcian Blue
secernono muco neutro. Se noi usassimo Alcian Blue-Pas avremo sia caliciforme rosse che azzure.
In realtà ci sono delle caliciformi che assumono una via intermedia che si colorano in rosso intenso
che è quasi nero in quanto assumono sia il blu dell’Alcian Blue sia il rosso del Pas. Infatti in uno
score di questa colorazione ci sono le Alcian positive le Pas positive e le Alcian Pas positive.
Microscopia elettronica - Forse è la parte più interessante i quanto ci fornisce informazioni che
nessun altra tecnica istologica ci può dare. Abbiamo di tre tipi: microscopio elettronico a
scansione,a trasmissione e miscroscopio elettronico a scansione a forza atomica.
Microscopia elettronica a trasmissione - i passaggi sono quasi del tutto identici a quelle della
microscopia ottica. Il passaggio della diafanizzazione si chiama diafanizzazione ma in realtà non è
diafanizzazione e gli ultimi due saranno allestimento del retino e contrasto del retino.
1)La fissazione è particolare perché ci sono due fissazioni: una pre-fissazione e una post-fissazione.
La pre-fissazione viene effettuata con l’aldeide glutarica, la post-fissazione con il tetrossido di
osmio ad alto peso atomico(OsO4).
Questa sostanza che è in cristalli viene sciolta e si utilizza per la post fissazione perché si
forniscono ai preparati atomi pesanti come l’osmio. Questa metodica è utilizzata soprattutto per la
microscopia elettronica a trasmissione. Disidratazione avviene sempre in alcol etilico solo che per la
microscopia ottica si partiva con l’alcol a 50 per la microscopia elettronica con l’alcol a 30 perché il
passaggio deve essere più graduale. Diafanizzazione per la microsopia ottica si utilizzava lo xilolo
(un altro alcol) mentre x quella elettronica si utilizza l’acetone. Non c’è una vera e propria
diafanizzazione, il preparato non diventa trasparente anche perché l’osmio ossidandosi fa diventare
nero il preparato,quindi anche immergendolo nell’acetone non diafanizza. Lo continuiamo a
chiamare così per la tipologia di passaggio. Perché si utilizza l’acetone? Avevamo detto che lo
xilolo ci serviva perché doveva esserci un passaggio intermedio tra la paraffina che era il mezzo
includente e l’alcol e visto che non erano affini dobbiamo utilizzare lo xilolo. La stessa cosa si
rivela per la microscopia elettronica. Il mezzo includente è incompatibile con l’alcol, bisogna
trovare un solvente del mezzo includente che sia compatibile con l’alcol. Qual’è il mezzo
includente? Non è la paraffina ma viene utilizzata una resina epossidica,il nome commerciale è
Durkupan. E’ una colla a più componenti,che mischiati insieme danno la resina. Ci sono 4
boccettine,se ne prendono delle quantità note,si mischiano ed è un liquido molto denso,in questo
liquido si immerge il preparato e alla fine si ottengono gli inclusori e i pezzettini neri non sono altro
che i preparati della microscopia elettronica. Già si vede la differenza di dimensioni dei preparati tra
quella ottica ed elettronica. Questa resina una volta solidificata diventa durissima. Abbiamo perso il
pezzettino l’abbiamo immerso nella resina, si mette nella stufa, qui c’è un richiamo al contrario
della microscopia ottica perché quando includiamo la mettiamo nella stufa,al contrario della
microscopia ottica in cui la usciamo dalla stufa. La paraffina solidifica in pochi secondi e la resina
in due giorni. La cosa sostanziale è che diventa un blocchetto unico ma mentre la paraffina è
malleabile questo diventa una pietra e allora bisogna utilizzare un apparecchio per fare delle sezioni
che saranno più sottili non di 4-7 micron ma ancora più sottili. Questo apparecchio è il parente
ancora più nobile del microtomo e si chiama ultramicrotomo. Per tagliare non si può utilizzare una
lama d’acciaio in quanto non riesce a tagliare una tale sostanza. Le sezioni semifini che non
vengono utilizzate per la microscopia elettronica sono di 1micron. Per quelle ultrasottili parliamo di
60 nm. Utilizziamo quindi per tagliare le sezioni semifini il cristallo con il Knifemaker, da questa
striscia di cristallo si costruiscono dei triangolini di cristallo e uno dei due vertici di questo cristallo
ci serve come lama. In una vaschetta si mette dell’acqua e quando tagliamo le sezioni esse
galleggiano nell’acqua. L’ultramicrotomo ha un braccio su cui viene montato il preparato e in
un'altra porzione del microtomo si monta la lama deputata a tagliare. Questa non è una sezione utile
per il microscopio elettronico,essa ci serve solo per orientarci. Le sezioni ultrasottili non si possono
tagliare con il cristallo e allora abbiamo bisogno del diamante. Il diamante è molto tagliente,resiste
alla distorsione e ci consente di far tagliare all’ultramicrotomo sezioni ultrasottili. Non esiste però
un meccanismo che ci consente di avanzare di 100 nm. Allora come facciamo a tagliare una fetta si
60nm se non c’è un meccanismo di avanzamento come nell’ultramicrotomo? Allora dobbiamo
ricorrere ad una proprietà dei metalli: il braccio è formato da un metallo particolare. Applicando una
corrente elettrica ad un metallo il metallo si riscalda e per effetto del riscaldamento si dilata.
Applicando a quel braccio una corrente il braccio si dilata in avanti. Quando faremo scendere
questo pezzo sulla lama ci potremo accorgere che il braccio che porta il pezzo si è dilatato e quindi
spostato in avanti di 100 nm o 60nm. Parliamo di nm e non di micron. Si parla di sezioni
difficilmente visibili ad occhio nudo,ma solo con esperienza e con una luce tangente. Come
facciamo quindi a dire a quanti nanometri stiamo tagliando? Poiché ci saranno momenti in cui la
dilatazione avviene più lentamente e momenti in cui avviene più rapidamente. C’è una scala di
colori. Il colore ci dice lo spessore. Sono i cosi detti colori interferenziali. Le sezioni che saranno
sul grigio sono più sottili quelle sul dorato più spesse. Raccoglieremo quindi quelle sul grigio.
Manipolare una sezione 0,2 mm di lato per uno spessore di 60 nm non è semplice ma si riesce a fare
in quanto si sovrappone a questa un retino. Si pescano dall’acqua i vetrini si poggiano sul
retino,sotto il retino si mette della carta assorbente che assorbe l’acqua e sul retino rimangono adese
le sezioni. Retino che è 3 mm. Su questo retino abbiamo adagiato 3 sezioni. A questo punto il
preparato non è pronto per l’osservazione e oltre all’uso dell’OsO4 che abbiamo inserito attraverso
alla post-fissazione dobbiamo fornire alla parte biologica del nostro preparato altri atomi pesanti e
questo avviene tramite il contrasto. Noi siamo arrivati all’allestimento del retino e prima di
osservarlo bisogna ulteriormente dare atomi pesanti tra cui il piombo e l’uranio. Il retino si immerge
nel citrato di piombo. L’uranio non può essere utilizzato per il danno sia ambientale sia personale,
ma dobbiamo utilizzare l’acetato di uranile che è una forma meno nociva rispetto all’uranio.
Immergiamo il retino anche in questo e abbiamo così fornito alle strutture biologiche atomi pesanti.
Nel 1979 il sottoscritto lavorava con un microscopio(in figura).
Il microscopio elettronico a trasmissione utilizza gli elettroni al posto dei fotoni. Per far propagare
gli elettroni che nell’aria non si propagano ha bisogno del vuoto e allora abbiamo bisogno di una
sorgente di elettroni con valori del vuoto di 10 -7atm. Il gan (emettitore di elettroni) non è altro che
un filamento di tungsteno che riscaldato emette elettroni. Questi elettroni attraversano una colonna
in cui abbiamo un condensatore, il retino un obiettivo e un proiettivo. Alcune parti somigliano al
microscopio ottico. L’emettitore è la sorgente, il condensatore serve a condensare,poi abbiamo gli
obiettivi e non essendoci gli oculari abbiamo un proiettivo. Questo proiettivo proietta gli elettroni su
uno schermo fluorescente. Gli elettroni partendo dall’alto colpiscono il preparato lo attraversano e
poi attraverso l’obiettivo e il proiettivo arrivano sullo schermo fluorescente, ma noi non vediamo gli
elettroni ma vediamo i fotoni emessi dallo schermo fluorescente. Quindi vediamo un’immagine
indiretta,fornitaci dallo schermo,del preparato a differenza del microscopio ottico. L’immagine di
microscopia elettronica è sempre un’immagine in bianco e nero. Noi sullo schermo vediamo
l’ombra data da elettroni che non sono riusciti ad attraversare il preparato impregnato di atomi
pesanti. Quindi dove c’è il bianco gli elettroni sono riusciti a passare dove è scuro invece gli
elettroni non sono riusciti a passare. Dove c’è una scala di grigi abbiamo punti in cui gli elettroni
sono riusciti a passare e punti in cui gli elettroni sono bloccati. La visione al microscopio elettronico
non è solo indiretta perché noi non guardiamo direttamente le cellule ma è indiretta anche perché
osserviamo l’ombra del preparato.

Prof. Micali D. I. 12 marzo 2012

Immunoistochimica con microscopio a trasmissione


Mentre con l’immunoistochimica tradizionale con il microscopio ottico si agisce direttamente sulla
fetta del tessuto che era stata precedentemente fissata per congelamento, per quanto riguarda
l’immunoistochimica con microscopio elettronico la reazione di immunoistochimica viene
effettuata in modo preventivo al fissaggio, all’atto del prelievo. In questo caso non si possono usare
sostanze luminescenti alla luce, perché non viene usata la luce ma gli elettroni. Bisogna usare
qualcosa che possa essere evidenziata bene con la microscopia elettronica e sia elettrondensa, ad
esempio gli atomi di oro colloidale che vengono legati ad un anticorpo che a sua volta è affine alla
sostanza che bisogna evidenziare. Nel processo per la preparazione del retino vedremo delle
piccole quantità di oro, cioè di scuro. Ad esempio nelle cellule delle isole pancreatiche l’oro
colloidale si lega all’insulina e viene evidenziato con un colore scuro . Nel glomerulo renale se
vogliamo sapere se una sostanza attraversa la barriera renale la marchiamo con l’oro colloidale. Se
l’avessimo trovata solo sul versante dei podociti avremmo detto che la sostanza non attraversava la
barriera renale. Ma visto che la troviamo anche nel tessuto epiteliale ciò vuol dire che riesce a
superare la suddetta barriera.

Microscopio elettronico a scansione


Può essere:
• semplice;
• a forza atomica.

Processo di preparazione del campione di tessuto da osservare:


• prelievo;
• fissazione;
• disidratazione;
• essiccamento al punto critico;
• metallizzazione.

Fissazione - il fissativo è l’aldeide glutarica. Non c’è bisogno della post-fissazione.


Disidratazione - avviene con scala ascendente di alcol etilico da 30 ° all’alcol assoluto.
Poi si usa l’acetato di amile, che è miscibile con l’azoto liquido, usato per l’essicamento a punto
critico.
Essiccamento a punto critico - Il punto critico è quello in cui il gas cambia lo stato passando o dal
gassoso al liquido o al contrario in modo rapido. Il punto critico è in influenzato da temperatura e
pressione. Il blocchettino di tessuto non è tagliato. Il punto critico serve a togliere il liquido del
preparato ovvero l’acetato di amile ( l’acqua è stata tolta con la disidratazione). Si usa l’essicatore a
punto critico con una camera che ha un magnetino rotante. Qui viene posto il preparato, dopo di che
la camera è chiusa ermeticamente. Si fa affluire azoto liquido compatibile con l’acetato di amile
finché all’interno ci sarà solo azoto e non acetato. Poi regolando temperatura e pressione l’azoto
viene portato dallo stato liquido a quello gassoso. Il preparato al massimo può avere un po’ di
umidità. Questo processo non può essere effettuato all’aria, perché l’evaporazione all’area influisce
sulle qualità dell’essiccamento.
Metallizzazione - è una vera e propria placcatura del preparato. Bisogna distendere sul preparato
oro senza danneggiare il campione. Pertanto lo strato d’oro deve essere massimo di 20 angstrom.
Viene usato il metallizatore all’interno del quale si crea il vuoto. Al suo interno viene data corrente
alla placca d’oro che diventa incandescente e per differenza di potenziale tra anodo(placca d’oro) e
catodo( preparato) trasferisce atomi d’oro sul preparato.
Il preparato non è né tagliato né colorato.
Il principio di funzionamento del microscopio ottico a scansione è uguale a quello a trasmissione:
c’è un emettitore di elettroni che vengono trasferiti dal catodo all’anodo, sono convogliati nelle lenti
elettromagnetiche e raggiungono il preparato che è stato metallizzato. Gli elettroni secondari
vengono deflessi, cioè cambiamo direzione; altri vengono riflessi verso l’alto e trovano un sensore.
A noi interessano quelli secondari che colpiscono un sensore specifico che è in comunicazione con
una videocamera. Scansione vuol dire lettura punto dopo punto di tutti i punti di una superficie. Gli
elettroni arrivano sul preparato, alcuni vengono riflessi, altri deviati. Quelli deviati sono deviati in
modo diverso. Il tempo che un elettrone secondario impiega per arrivare al sensore è diverso a
seconda della diversa altezza della superficie del campione. .L’immagine tridimensionale è data dal
fatto che gli elettroni deviati non raggiungono tutti il sensore contemporaneamente, altrimenti
avremmo un’immagine piatta. Il sensore è collegato ad una telecamera ad alta risoluzione legata ad
un monitor.
Consideriamo una sezione di trachea con epitelio pseudo-stratificato e vogliamo sapere da cosa è
composta la sua superficie. Al microscopio ottico non si vede bene. Al microscopio elettronico si
vedono ciglia e microvilli. Se apriamo questa superficie con micro-manipolatori si vedono le cellule
colonnari molto alte e le ciglia delle cellule.
Osservando il glomerulo renale a scansione si vedono tutti i capillari ricoperti da podociti.
Quindi con il microscopio elettronico a scansione riusciamo a vedere la superficie tridimensionali di
organi, tessuti e anche di parti di cellule ( ad es. I microvilli ).
Microscpio elettronico a forza atomica
È stato inventato una decina di anni fa. Il microscopio ottico può effettuare al massimo 1000
ingrandimenti; il microscopio elettronico a trasmissione 180000 ingrandimenti; il microscopio
elettronico a scansione 90000 ingrandimenti.
Quello a forza atomica mantenendo il potere di risoluzione del microscpio elettronico a scansione
semplice permette di avere un ingrandimento maggiore di 90000 ingrandimenti. Nel microscopio
elettronico a scansione tradizionale l’emettitore di elettroni e il preparato sono molto distanti (20
cm) e tale distanza impedisce di avere visioni distinte superati i 90000 ingrandimenti. Per
aumentare gli ingrandimenti bisogna avvicinare il catodo all’anodo (l’emettitore al
preparato).Quando 2 metalli sono molto vicini si crea una corrente atomica. Tra il catodo e l’anodo
scatta una scintilla. C’è un microleva con una punta che si avvicina moltissimo al preparato
(1micron) e tra questi scatta la scintilla. C’è un laser che calcola l’oscillazione della microleva. La
microcorrente è captata e forma un’immagine. Con questo microscopio riusciamo a vedere in modo
ben distinto i connessoni con molecole di connessina che si comportano come un diaframma,
aprendosi e chiudendosi. Si vede anche bene il DNA.

Metodiche istologiche - Colture in vitro


Le cellule non vengono uccise ma sono coltivate con nutrimento,ossigeno, anidride carbonica,
acqua(terreno di cultura) e mantenute alla temperatura corporea. Questo viene effettuato negli
incubatori. Si osservano con microscopio ottico invertito in cui la luce viene dall’alto, non dal
basso .Pertanto tutte le funzioni sono all’opposto(gli obiettivi sono sotto).
Microscopio a contrasto di fase: microscopio ottico che ha un filtro che blocca solo alcuni fotoni.
Il materiale biologico si evidenzia pur non colorandolo.
Microscopio polarizzatore: usa luce polarizzata, luce che vibra solo in una direzione dello spazio.
Nel tessuto muscolare striato con questo microscopio si vedono le bande I (isotrope) e A
(anisotrope) a seconda di come si comportano osservate con la luce polarizzata.

Organi cavi e pieni


Gli organi cavi sono formati da tonache. Dall’interno verso l’esterno:
• mucosa - è costituita da :
• epitelio di rivestimento(pseudo stratificato);
• membrana basale (al microscopio ottico non si vede ma si intuisce). Ha tre strati: uno
vicino all’epitelio, uno intermedio, uno vicino al connettivo;
• lamina propria. Ha tessuto connettivo (generalmente fibrillare lasso) e tessuto muscolare
liscio (muscolaris mucosae). L’uretere non ha lamina propria.
• Sottomucosa - tessuto connettivo e ghiandole;
• tonaca muscolare - ha una strato più esterno circolare(segue la circonferenza del tubo), uno
più interno longitudinale (segue la lunghezza del tubo). La muscolatura ha potere contrattile.
A livello intestinale serve alla peristalsi. Se ci fosse un solo strato circolare il tubo si
stingerebbe e il materiale all’interno da un parte andrebbe avanti dall’altra indietro.Se ci
fosse solo quella longitudinale il tubo si accorcerebbe. Per fare avanzare tutto il contenuto
senza che ne rimanga dietro, i due strati si devono contrarre contemporaneamente( il tubo si
stringe e si accorcia contemporaneamente). L’utero, la vescica e lo stomaco hanno anche
uno strato trasverso, per fare in modo che il contenuto (il feto, l’urina e il cibo) venga
espulso;
• tonaca avventizia o sierosa - la sierosa è epitelio di rivestimento che forma una lamina di
cellule piatte .Le donne hanno tre sierose : pericardio, pleura e peritoneo. L’uomo ne ha una
in più,la tonaca vaginale del testicolo che è una dipendenza del peritoneo. Un esempio di
sierosa è il mesotelio che al di sotto ha tessuto connettivo sub-mesoteliale. Solo gli organi
in movimento che hanno bisogno di ridurre l’attrito hanno la sierosa. Alcuni organi che sono
immobili hanno solo un rivestimento di connettivo detto tonaca avventizia (es. trachea)
L’avventizia ha solo il tessuto connettivo, mentre la sierosa ha anche uno strato epiteliale
esterno, il mesotelio. È importante conoscere la costituzione degli organi cavi ad esempio
per evidenziare la stadiazione di lesioni cancerose, a seconda dell‘interessamento delle
tonache. T1: il tumore si addentra nella tonaca mucosa e sottomucosa; T2: mucosa,
sottomucosa e tonaca muscolare; T3: a tutto spessore; T4: il tumore oltrepassa la parete e
interessa gli organi adiacenti.

Gli organi cavi sono di due tipi:


• parenchimatosi: sono pieni senza spazio interno (fegato);
• spugnosi (polmone).

Entrambi sono formati da stroma e parenchima.


Per evidenziarli bisogna tagliarli perché dall’esterno entrambi hanno un rivestimento connetivale
che non permette di distinguerli. Si osservano meglio al microscopio ottico.
Il parenchima è formato dai citotipi (le cellule) che servono per la funzionalità dell’organo (ad es. i
pneumociti del polmone e gli epatociti del fegato).
Lo stroma è un tessuto connettivo reticolare che fa da supporto al parenchima. È l’ impalcatura
degli organi pieni.

Prof. Arco 13 marzo 2012

Cellule staminali e classificazione di Bizzozzero


Abbiamo già visto che per fusione di due cellule, il gamete maschile e il gamete femminile, con
corredo cromosomico aploide, la prima cellula che si viene a costituire è lo zigote, che presenta un
corredo cromosomico diploide. Da questa cellula, per proliferazione, quindi per aumento di numero
di cellule, (ricordiamo che le cellule si dividono per l’ accrescimento o per riparare o rinnovare i
tessuti) e per differenziamento derivano varie tipologie di cellule che vanno a costituire dei
raggruppamenti di società dove cellule con caratteristiche simili si uniscono per dare vita ai vari
tessuti.
Nel momento in cui abbiamo un numero di cellule tutte uguali si verifica una differenziazione
molecolare che è quella della trascrizione dell’RNA messaggero. Successivamente si verifica la
differenziazione cellulare caratterizzata da un cambiamento morfologico e strutturale delle cellule.
In seguito si verifica la formazione dei tessuti. Quindi prima le cellule si differenziano, poi
comunicano tra loro e vanno a costituire i tessuti. I tessuti derivano dai primi tessuti embrionali che
sono l’ectoderma il mesoderma e l’endoderma. Da questi raggruppamenti cellulari che già si erano
distribuiti in posizioni strategiche, per differenziamento questi tessuti diventeranno i tessuti che
costituiranno i nostri organi.
Le categorie di tessuti che costituiscono i nostri organi sono:
• tessuto epiteliale;
• tessuto connettivo;
• tessuto muscolare;
• tessuto nervoso.

Come vedremo nell’ambito di ogni tessuto ci sarà una sottoclassificazione in dipendenza della
specializzazione funzionale che questi raggruppamenti di cellule hanno intrapreso.
In generale sappiamo che:
• dall’ectoderma derivano il tessuto epiteliale ed il tessuto nervoso;
• dal mesoderma deriva il tessuto connettivo, il tessuto muscolare ed alcuni tessuti epiteliali;
• dall’endoderma derivano altri tessuti epiteliali.

Quindi già sappiamo che i vari tessuti differiscono per provenienza. Abbiamo precedentemente
parlato di cellule staminali. Le cellule staminali sono catalogate in:
• embrionali;
• somatiche.

Le cellule staminali si distinguono in:


• totipotenti: abbiamo inteso come cellula staminale totipotente lo zigote, che è quella cellula
in grado di costruire l’intero organismo;
• pluripotenti: sono quelle che possono dare origine a tutti i tipi di tessuto (cellule
embrionali,come ad esempio quelle del nodo embrionale,della morula) ;queste cellule in
vitro(ma anche in vivo) hanno la capacità di divenire qualunque tessuto. Manipolandole in
vitro possiamo farle divenire tutti i tipi di tessuti;
• multipotenti: cellule che possono dar vita a più tipi di tessuti;
• unipotenti: quelle che possono differenziare solo in un tipo cellulare (normalmente questo
viene definito progenitore).

Alla base di questo concetto delle staminali sta il tipo di divisione cellulare che possiamo avere:
queste cellule staminali, come nel caso delle pluripotenti (esempio quelle della morula), quando si
moltiplicano danno origine a due cellule figlie che sono entrambe staminali (quindi entrambe hanno
ancora capacità di moltiplicarsi attivamente).
Nell’adulto possiamo trovarci davanti a due tipi di divisioni di cellule staminali: in uno,la staminale
dà origine a due cellule figlie,però delle due soltanto una resta come staminale mentre l‘altra esce
dal ciclo,si differenzia e diventa progenitore (il progenitore può dare luogo soltanto ad una linea
cellulare).
In questo caso però ,pur avendo un differenziamento,questo tessuto avrà sempre in riserva cellule
staminali delle quali si può servire per tutto il percorso vitale.
Se però ,invece come avviene in alcuni tessuti,questa staminale ad un certo punto ha dato origine a
due cellule figlie che differenziandosi sono diventate progenitori,non esiste più una staminale ma
esiste soltanto un progenitore unico che può dare solo cellule che si differenziano e non può
diventare nessun altro tessuto.
Quando ancora comunque non si conoscevano le cellule staminali,e quindi stiamo parlando del
lontano 1894, il Bizzozzero fece la seguente classificazione:
• cellule perenni: sono cellule molto specializzate quindi molto differenziate (esempio le
cellule nervose); non hanno le staminali quindi vivono e non vengono mai rinnovate e se
sono danneggiate non possono essere sostituite;in termini moderni questo equivale a dire
che non esistono cellule staminali per il tessuto nervoso. Tuttavia con gli ultimi
studi,effettuati soprattutto sugli animali, gli scienziati hanno trovato delle piccole zone,che si
chiamano nicchie,dove sembrerebbe che ci siano delle cellule staminali che possono poi in
vitro differenziarsi in cellule nervose). Naturalmente questo avviene solo in vitro mentre
nella realtà queste cellule non servono come ricambio;
• cellule stabili: sono cellule differenziate; non si dividono più però in caso di necessità,come
ad esempio in seguito a lesione,queste cellule si riattivano per riparare il tessuto;
• cellule labili: sono delle cellule attivamente proliferanti che assicurano il continuo ricambio
e la continua riparazione del tessuto.
Tessuto epiteliale
In generale il tessuto epiteliale deriva da tutti e tre i foglietti embrionali. È formato da cellule che si
trovano a stretto contatto l’una con l’ altra a formare delle lamine o dei raggruppamenti cellulari.
La cellula si presenta polarizzata.
Presenta delle porzioni laterali che sono le porzioni a contatto con la cellula vicina, quindi la zona
che si trova a contatto con altre cellule, da qualunque lato della loro figura, verrà chiamata
compartimento laterale e sarà organizzato in modo tale da avere dei collegamenti stretti
(collegamenti sia fisici che dal punto di vista funzionale) con le cellule che sono a contatto.
Un’altra porzione della cellula è la porzione apicale,che comprende quella porzione libera che non
è a contatto con altre cellule o con altri tessuti.
La porzione che è a contatto con un altro tessuto è la porzione basale.
Nel compartimento laterale sono presenti delle strutture che permettono agli epiteli di rimanere
integri, quindi di costituire delle lamine. Sono dunque presenti dei complessi,chiamati complessi di
giunzione.
A partire dalla zona apicale verso la profondità abbiamo:
• zonula occludens: è una giunzione stretta che impedisce a qualunque sostanza di passare
attraverso lo spazio intercellulare;
• zonula adherens e macula adherens (o desmosoma) sono strutture che tengono incollate le
cellule tra di loro pur mantenendo uno spazio intercellulare quindi rappresentano un sistema
che fa affrontare le membrane tra di loro attraverso delle molecole di adesione; la zonula
può essere immaginata come un complesso che si estende come una cintura attorno alla
cellula,mentre la machula è un bottone;
• gap junction o nexus: permette alle cellule di comunicare tra loro.

Alcune patologie degli epiteli possono dipendere da un’alterazione delle proteine che costituiscono
i complessi di giunzione. In questi casi l’epitelio non può mantenere la sua integrità quindi si
disgrega.
Porzione apicale è la porzione libera ,non associata ad altre cellule. Può presentare delle
estroflessioni digitiformi ce prendono il none di microvilli,ciglia e stereo ciglia.
Queste estroflessioni di membrana presentano citoplasma e citoscheletro che consente loro di
rimanere in posizione.
Le estroflessioni presentano diverse funzioni. I microvilli,per esempio hanno il compito di
aumentare la superficie di scambio, di assorbimento. Il ciglio assolve a funzioni di movimento.
Alcuni organismi cellulari si muovono grazie al movimento delle ciglia che li circondano. Nelle vie
respiratorie diverse sostanze (muco e sostanze inalate) vengono spinte verso l’ esterno grazie al
movimento delle ciglia; altre cellule con ciglia si trovano nelle tube uterine dove facilitano il
percorso della cellula uovo (che non si può muovere autonomamente) dalle gonadi all’utero. Le
stereociglia presentano un citoscheletro di microfilamenti, e sono capaci di recepire degli stimoli.
Osservando dei preparati con il microscopio ottico ci accorgiamo che alcune cellule presentano una
struttura definita “orletto a spazzola”.Tramite microscopio elettronico ci accorgiamo che l’orletto a
spazzola è costituito da microvilli. Le ciglia,essendo più lunghe sono facilmente osservabili.
La porzione basale è quella parte della cellula che poggia su un altro tessuto. Questo tessuto è il
tessuto connettivo.
In tutti gli organi troviamo sempre il tessuto connettivo. Il tessuto epiteliale, dal momento in cui
non è vascolarizzato dipende completamente dal tessuto connettivo sottostante. Tutte le sostanze
nutritizie che devono raggiungere le cellule del tessuto epiteliale diffondono attraverso il tessuto
connettivo.
Le cellule del tessuto epiteliale devono quindi essere connesse meccanicamente e funzionalmente
con il tessuto connettivo. Alterazioni di queste connessioni portano a delle patologie.
Le connessioni tra le cellule epiteliali e il connettivo avvengono tramite emidesmosomi.
L’emidesmosoma si lega a delle strutture proteiche della matrice connettivale. Tra queste proteine
troviamo vari tipi di collagene (V,VII,III) ma anche la laminina e la fibronectina. Attraverso la
matrice extracellulare del connettivo, le sostanze nutritizie e le molecole segnali che circolano nel
sangue, arrivano al tessuto epiteliale.
Il tessuto epiteliale è strettamente attaccato al connettivo attraverso una particolare struttura che
prende il nome di membrana basale.
La membrana basale rappresenta un supporto strutturale ed è responsabile della comunicazione
cellula matrice. Al microscopio ottico è visibile utilizzando solo particolari colorazioni.
La membrana basale è fatta da tre strati. Due sono più vicini all’epitelio, presentano proteine
prodotte dalle cellule epiteliali, e sono costituiti dalla lamina lucida e dalla lamina densa che
nell’insieme formano la lamina basale.
La lamina a contatto con il connettivo,che è quella prodotta dalle cellule epiteliali, si chiama lamina
reticolare.
Quindi la membrana basale è fatta dalla lamina basale (che comprende la lamina lucida e la lamina
densa) e da lamina reticolare.
Insieme alle lamine troviamo anche proteine (proteine di adesione e di ancoraggio) e fibre che
servono al collegamento reticolare.
Le funzioni della membrana basale sono le seguenti:
• fornisce il substrato su cui le cellule aderiscono, migrano e proliferano;
• influenza la crescita, il differenziamento ed il movimento cellulare;
• è il serbatoio dei fattori di crescita.

Le cellule epiteliali si collegano alla membrana basale attraverso le integrine; le integrine si


connettono sia al citoscheletro della cellula sia alle proteine che troviamo nella membrana basale;
questo collegamento tramite proteine si può trasformare in una trasduzione di segnali, cioè
attraverso informazioni citoplasmatiche arriva ad inviare al nucleo delle informazioni.
Volendo riassumere possiamo dire che tutti i tessuti epiteliali presentano le seguenti caratteristiche:
polarità delle cellule, poggiano sempre sulla membrana basale, presentano complessi di giunzione,
presentano una porzione apicale specializzata, derivano da tutti e tre i foglietti embrionali.
A parte questo possiamo dividere i tessuti epiteliali in:
• epiteli di rivestimento: sono delle lamine epiteliali che rivestono per proteggere. esempi di
epiteli di rivestimento sono l’epidermide,gli epiteli che rivestono gli organi pieni, e gli
epiteli che rivestono l’ interno degli organi cavi (esempi di organi cavi sono il lume
intestinale, la trachea);
• epiteli ghiandolari: sono associazioni di cellule che si sono organizzati per la funzione della
secrezione. queste cellule producono una grande quantità di secreto;
• epiteli sensoriali : sono capaci di ricevere degli stimoli;
• epiteli particolarmente differenziati: svolgono funzioni diverse in base alla struttura.

Epiteli di rivestimento
L’epitelio più esterno,l’epidermide, deriva dall’ectoderma. Dal mesoderma derivano gli epiteli che
rivestono gli organi pieni. Dall’endoderma derivano gli epiteli che rivestono gli organi cavi (quindi
l’epitelio delle vie respiratorie, dell’intestino).
Gli epiteli di rivestimento possono essere classificati in base a varie caratteristiche.
In base alla forma le cellule possono presentarsi:
• appiattite: la larghezza prevale sull’altezza;
• cubiche: altezza e larghezza si equivalgono;
• cilindriche: altezza maggiore rispetto alla larghezza.

Quindi si dicono cellule pavimentose o piatte, cubiche e cilindriche. L’epitelio che ne risulta sarà
un epitelio detto pavimentoso, cubico e cilindrico.
In base all’eventuale presenza di specializzazioni della porzione apicale la superficie delle cellule
può essere:
• a superficie liscia;
• con microvilli apicali;
• con ciglia;
• con stereociglia.

Quindi possiamo avere,per esempio, epitelio cilindrico ciliato, epitelio cilindrico con microvilli
ecc...
In base al numero degli strati, gli epiteli si distinguono in:
• epitelio monostratificato o semplice;
• epitelio pseudostratificato (sembra pluristratificato ma non lo è perché tutte le cellule
poggiano sulla membrana basale; dal momento che l’altezza delle cellule varia i nuclei non
si trovano tutti nella stessa posizione e ciò fa sembrare l’epitelio pluristratificato);
• epitelio pluristratificato o composto.

Quindi per definire un epitelio dobbiamo definirlo per numero degli strati, per forma delle cellule e
per specializzazioni di membrana. Nel caso in cui l’epitelio sia pluristratificato, non è detto che la
forma delle cellule sia uguale in tutti gli strati, quindi per definirlo dal punto di vista della forma
prendiamo in considerazione l’ ultimo strato, quello superficiale.
In dipendenza delle funzioni che devono svolgere gli epiteli si troveranno in varie parti del corpo.
L'epitelio monostratificato pavimentoso riveste gli alveoli polmonari. E’ un epitelio molto sottile.
Permette la diffusione di ossigeno e di anidride carbonica che avviene tra gli alveoli e i capillari
sanguigni e viceversa. Questo tipo di epitelio si trova anche a livello della capsula del Bowman.
Gli epiteli cubici, se presentano un solo strato saranno cubici semplici, se presentano due o più
strati saranno pluristratificati. Le cellule presentano una certa quantità di citoplasma. Di solito il
nucleo si trova al centro della cellula.
Nell'epitelio cilindrico semplice, le cellule sono alte. Il nucleo si trova alla base della cellula. Può
presentare dei microvilli. I microvilli sono identificabili al microscopio elettronico mentre al
microscopio ottico sono osservabili come una struttura definita orletto a spazzola. Può anche
presentare ciglia.
Se osserviamo l'epitelio pseudostratificato, c’è un disordine di nuclei,abbiamo una sfalsatura di
nuclei. Queste cellule poggiano tutte sulla membrana basale solo che alcune sono più basse e non
raggiungono l’apice e altre invece sono più alte quindi epitelio pseudo stratificato. Anche per
quanto riguarda queste strutture i microvilli e le ciglia,dove troviamo i microvilli aumentano la
superficie; a livello dell’epitelio intestinale ci saranno cellule con microvilli che aumentano la
superficie di assorbimento a livello dell’intestino per digerire le sostanze devono essere assorbite da
queste cellule per poi passare ai capillari, le ciglia le troveremo nelle vie respiratorie per il
movimento. C’è sempre una motivazione per cui quell’epitelio si è specializzato in quel modo.
L'epitelio di transizione è un epitelio un po’ particolare si trova in degli organi che hanno una cavità
diciamo virtuale e comunque questa cavità quando si amplia deve espandersi e ovviamente
l’epitelio deve avere questa capacità di essere plastico e non rigido . E’ costituito intanto da uno
strato di cellule basali cubiche,poi da cellule clavate globose che sono sistemate quasi fosse uno
pseudo stratificato altezze differenti e che hanno una certa stratificazione. L?ultimo strato si chiama
di cellule ad ombrello perché presentano una concavità che accoglie la convessità delle cellule
globose. Si chiamano ad ombrello per la loro forma ma anche per la loro funzione perché la
membrana di queste cellule è costituita da un glicocalice una struttura prodotta dalla cellula stessa
che la rende impermeabile. Se pensiamo alla vescica dove questa cavità deve accogliere
l’urina,l’urina deve essere espulsa all’esterno quindi le cellule devono essere impermeabili quindi
proprio cellule ad ombrello. Tra queste cellule ci aspetteremo complessi di giunzione come le
occludens. Ora quando la parete di quest'organo si distende lo strato basale ha queste cellule
cubiche ma c’è anche una sorta di scorrimento di queste cellule che ampliandosi queste trovano lo
spazio si appiattiscono e si allargono; se prima sono più alte e strette,hanno una certa elasticità si
appiattiscono e si allargano quindi occuperanno invece in larghezza piuttosto che in altezza lo
spazio quindi si distendono. È una sorta di scorrimento di queste cellule.
L'epitelio pavimentoso pluristratificato, se abbiamo una stratificazione di più strati con l’epitelio
apicale superficiale pavimentoso avremo l’epitelio pavimentoso pluristratificato. Di questi esistono
due categorie: uno definito molle e l’altro definito cheratinizzato. Il primo (molle o non
cheratinizzato) è rappresentato da cellule cubiche che poggiano sulla membrana basale che nel
corso del differenziamento vanno via via appiattendosi fino a costituire nell’ultimo strato cellule
pavimentose nucleate. Lo troviamo nella cavità boccale perché deve proteggere maggiormente ma
non quanto lo è l’epidermide che è pluristratificata e cheratinizzata infatti è l’epitelio in assoluto più
soggetto agli attacchi di qualunque natura. Quindi strato basale , varie ramificazioni,ultime cellule
pavimentose. Il filamento intermedio specifico degli epiteli è la cheratina,abbiamo diversi tipi di
cheratina di diverso peso molecolare. I filamenti di cheratina si chiamano tono filamenti, se nella
zonula adherens del citoscheletro troviamo l’actina , nei desmosomi troviamo la cheratina. Tutte le
cellule degli epiteli hanno cheratina ma sono cheratine diverse ovviamente con saggi chimici
potemo distinguere che epitelio è e se sono cellule staminali o differenziate perché anche là cambia
il tipo di cheratina a seconda del diverso stadio di differenziamento. Guardando gli strati dallo strato
basale che poggia sul connettivo attraverso la membrana basale, via via avremo diversi strati che
vanno appiattendosi ma che assumono diversi aspetti particolari sicchè vanno definiti strato
basale,strato spinoso, granuloso infatti all’interno di queste cellule si notano dei granuli,strato
lucido e lo strato corneo che presenta cellule che non hanno nucleo quindi cellule anucleate
altamente differenziate però morte invece il pavimentoso non cheratinizzato aveva cellule
pavimentose ma nucleate. Nello strato corneo-lucido queste cellule pavimentose sono diventate
quasi delle lamelle sono cellule morte e le cellule desquamano. Nell’ultimo strato si distaccano
perché le sottoponiamo ad usura e perché sono cellule morte. Tante cellule si distaccano e muoiono
tante cellule nasceranno nello strato basale, c’è un equilibrio perfetto. Ovviamente si riscontrano
diverse patologie dove si sfugge a questo controllo e quindi c’è una maggiore proliferazione in uno
dei due lati. Lo strato basale è fatto di cellule staminali uni potenti che si differenzieranno ma
daranno origine soltanto alle cellule di questo epitelio,cellule epiteliali. Possono andare incontro a
divisione e c’è sempre questo ricambio .Le cellule dello strato basale si dividono in due cellule
figlie una rimane cellula staminale e l’altra si sposta negli strati soprastanti e quindi man mano che
si spostano queste cellule si differenziano e acquisiscono aspetti morfologici diversi e diverse
funzioni, fino a diventare lamellle cornee. Questo processo di differenziamento si definisce
processo di citomorfosi cornea. Il processo di differenziamento procede nello strato spinoso che si
chiama spinoso perché se lo guardiamo al microscopio ottico o al microscopio elettronico a basso o
a più alto ingrandimento vediamo come queste cellule sulla superficie avessero delle spine che sono
i desmosomi,cellule ricchissime di tono filamenti. Queste cellule hanno nell’interno organuli
cellulari,RER abbastanza evidente perché è una cellula attiva in quanto il differenziamento consiste
in sintesi di proteine attive questa cellula sta sintetizzando come proteina la cheratina specifica di
questa cellula, la quale cheratina va a formare dei tono filamenti. Non solo cheratina ma anche altre
proteine che vanno a formare le lamelle cornee. Sopra lo strato spinoso notiamo uno strato di cellule
che presentano dei granuli di cheratoialina diversa dalla cheratina e prodotta da queste cellule. La
cheratoialina diventerà profillagrina il significato di questa proteina sarà quella di assemblare i tono
filamenti di cheratina assemblati molto spessi è come mettere dei mattoncini(i tono filamenti) e
collegarli col cemento(questa proteina) che darà una rigidità al tutto. In queste fasi si assemblano
queste sostanze che servono per costituire le parti finali. Esistono altri granuli sono i cheratinosomi
che hanno membrana a differenza della cheratoialina ma il contenuto dei cheratinosomi è di natura
lipidica e questi cheratinosoni nelle lamelle cornee si riverseranno fuori dalla cellula sulla superficie
di membrana costituendo cosi lo strato lipidico dell’epidermide. Poi avremo uno strato lucido che
può anche non comparire e infine lo strato di lamelle cornee. Li’ noi non abbiamo più granuli,
all’interno avremo solo questi tono filamenti di cheratina, la membrana cellulare ispessita con uno
strato lipidico all’esterno che cosi’ protegge l’esterno del nostro organismo per la resistenza visto i
tonofilamenti di cheratina che riempie tutta la cellula e anche questo film lipidico che ci protegge
anche dalla disidratazione. Inoltre oltre al nucleo non ci sono più organuli. Quindi nel processo di
citomorfosi cornea la cellula ha prodotto le proteine specifiche atte a formare il cheratinocita,la
cellula cheratinizzata all’interno e una volta prodotti tutti i componente gli organuli cellulari e il
nucleo degenerano per lasciare spazio in tutto al citoplasma a ciò che serve per la resistenza. Quindi
da un lato abbiamo un’involuzione una degradazione di cellule e dall’altro una produzione di
proteine. Per noi questa è una cellula altamente differenziata. Le cellule staminali stanno solo nella
membrana basale. Lo strato più esterno delle lamelle cornee si chiama strato disgiunto è quello dove
le cellule si distaccano dappertutto le cellule sono unite dai desmosomi queste cellule che ora
chiameremo lamelle cornee perché non hanno più nulla di cellulare sono unite da corneodesmosomi
,desmosomi modificati. Quindi cosa è successo? Partiamo dallo strato germinativo allo strato
corneo, vediamo la forma delle cellule che da cubiche diventano sempre più appiattite,molto
piatte,completamente piatte. Per quanto riguarda il nucleo è rotondo ovalare ma poi è in
degenerazione e poi scompare,la stessa cosa per gli organuli citoplasmatici infine per la comparsa di
questi granuli . Quest aepidermide però non è uguale in tutti i distretti del nostro corpo, quindi
abbiamo un’epidermide molto spessa, un’epidermide molto sottile. Quella più spessa la troviamo
sulla pianta del piede o sul palmo della mano e quella sottile invece nell’addome. Soprattutto ciò
che è più spesso o più sottile sono le lamelle cornee. O che sia spesso o che sia sottile questo
spessore rimane invariato quindi tante cellule nascono tante cellule muoiono. Sottoposto ad un
controllo,adesso oltre le donne anche gli uomini fanno il peeling sul viso. Facciamo il peeling per
avere un colorito più sano un’epidermide più bella , il peeling strappa le cellule superficiali
dell’epidermide quelle cornee. Se noi provochiamo lo strappo delle cellule che ancora non vanno
via allora la zona sottostante sono le cellule che sono in buona salute ma strappando queste cellule
superficiali meccanicamente alterando l’equilibrio dell’epidermide, ma l’epidermide risponde
sempre con l’equilibrio. Quindi se noi ne abbiamo staccate 100 l’epidermide risponderà col giusto
quantitativo. Se l’equilibrio viene alterato l’epidermide risponderà con una produzione maggiore
(tumori) o una produzione maggiore come il differenziamento e la moltiplicazione sono
inversamente proporzionali cioè maggiormente queste cellule si moltiplicano con una velocità
maggiore non hanno il tempo di differenziarsi quindi non arrivano al differenziamento completo,
vedi tutte le patologie quali la psoriasi laddove l’epidermide è alterata e non ha il suo
differenziamento normale. Come dicevo quest equilibrio nell’epidermide è perfetto moltiplicazione
e differenziamento in equilibrio, se si sposta da un lato verso la moltiplicazione è a discapito del
differenziamento viceversa se sono più lente a moltiplicarsi abbiamo più cellule con uno scarso
strato basale. In mezzo alle cellule epiteliali che si chiamano cheratinociti, che sono la parte più
abbondante, troviamo delle tipologie cellulari differenti: i melanociti per circa il 3 %, le cellule di
Langherans e quelle di Merkel che sono ancora più rare. Le cellule di Langherans sono delle cellule
che presentano delle ramificazioni e sono quelle responsabili dell’immunità,responsabili del rigetto
perché queste riconoscono la presenza di eventuali cellule provenienti da un altro individuo quindi
presentano l’antigene;morfologicamente sono cellule con prolungamenti cellule dendritiche che si
trovano in mezzo ai cheratinociti, le cellule epiteliali. Se le guardiamo al microscopio elettronico le
riconosciamo perché all’interno hanno dei granuli di BM,granuli che somigliano ad una racchetta da
tennis. Le altre cellule sono i melanociti che hanno al loro interno la capacità di produrre dei granuli
(melanosomi) che contengono melanina, pigmento responsabile del colorito della nostra epidermide
e quindi in dipendenza della quantità di melanina prodotta il nostro colorito cambia e sottoposte ai
raggi luminosi del sole queste cellule si attivano e producono più melanina,quindi sono responsabili
dell’abbronzatura ma anche ci difendono dai raggi nocivi del sole. I melanosomi li producono e li
passano alle cellule epiteliali li cedono all’interno del citoplasma delle cellule epiteliali. In un
tessuto epiteliale pluristratificato le cellule staminale stanno nello strato basale quello che poggia
sul tessuto connettivo. Ma a livello di un epitelio monostratificato le cose non stanno cosi. Quando
osserviamo al microscopio dovremo sempre sapere dove siamo. Intestino-lume-organo cavo. Alla
base del villo intestinale avremo le cellule staminali che non si riproducono velocemente danno poi
delle cellule che sono i precursori che hanno delle divisioni più attive che poi passano verso la
superficie dove sono differenziate e no si dividono più. Per divisione una cellula rimane nella
porzione basale del villo e l’altra si sposta verso la superficie quindi è un processo diverso. La
stessa cosa per quanto riguarda l’epitelio che riveste il nostro occhio,abbiamo l’epitelio che riveste
la cornea e questo che è la congiuntiva. La nicchia dove si trovano le cellule staminali è il limbus,
punto di passaggio tra la congiuntiva e l’epitelio corneale. Se abbiamo una danno all’epitelio
corneale se no viene intaccato il limbus non ci sono problemi perché questo viene ricostituito per
proliferazione delle cellule staminali, ma se il danno comprende tutto il limbus non abbiamo più
possibilità di ricostruire l’epitelio danneggiato. In quesi casi si preleva un frammento di limbus
dell’occhio sano e si innesta nell’occhio danneggiato riuscendo a ricolonizzare tutta l’epidermide.

Medicina rigenerativa
L’ingegneria dei tessuti nasce come un tentativo di ricostruire un tessuto anziché un organo in vitreo
al di fuori dell’organismo in laboratorio Le cellule del nostro corpo possono essere manipolate in
laboratorio dove c’è sterilità e noi gli assicuriamo sostanze nutritizie e fattori di crescita lavorando
con molta attenzione. Noi quindi possiamo ricostruire un tessuto se noi prendiamo le cellule
staminale e in vitreo ricostruiamo questo tessuto. Siamo nell’ambito del tessuto epiteliale e dovremo
prendere in considerazione i concetti primari per la ricostruzione di un tessuto epiteliale che
innanzitutto avere le cellule prelevate dall’epidermide tramite un’ enzima la trepsina che distacca i
complessi di giunzione quindi avremo queste cellule organizzate in una soluzione ricca di nutrienti
e anche di antibiotici antimicotici perché dobbiamo difenderle. Noi dobbiamo sapere che queste
cellule devono aderire. Abbiamo un contenitore di plastica o di vetro,capsula vetri e queste cellule
che sono in sospensione aderiscono alla piastra cosi come aderiscono alla membrana basale e nel
momento in cui aderiscono e sono isolate queste con i fattori giusti, che dobbiamo conoscere,
dobbiamo dirigerli per far si che questi proliferano e riempiano innanzitutto la base di questa
piastra. Successivamente diamo dei fattori che permettano a queste cellule di stratificare e poi di
differenziare perché se non abbiamo il cocktail giusto di fattori anziché la cellula di allargarsi
stratifica quindi anziché di trovarci un epitelio ci troveremo delle torrette di cellule e certamente
non servirebbero per un trapianto. Quindi si è dovuto studiare su come coltivare le cellule epiteliali
e superato questo si è passato all’utilizzare cellule staminali adulte cioè somatiche per la riparazione
e la rigenerazione degli epiteli. Con la ricostruzione di un’epidermide possiamo ricoprire lesioni
cutanee esterne o anche nel caso di alcune patologie quindi danni dell’epidermide risolti con
epidermide prodotta in vitro. Green raggiunse il massimo quando trapiantò questo lembo in bambini
che avevano ustioni gravissime non avevano più una superficie epiteliale da dove prelevare cellule
ed è riuscito a rivestire e salvare questi bambini nel 1977 poiché non si vive senza epidermide. Ma
come isolare queste cellule? Si effettua una biopsia ovvero si preleva un lembo epiteliale, la cosa
migliore è prelevarla dalla stessa persona per non avere il rigetto e avere le stesse cellule,quindi se
ne preleva un frammento piccolissimo circa 2 cm, si invia in laboratorio e i cheratinociti prelevati
dall’epidermide del frammento tempo due settimane e avranno prodotto 2 metri di epidermide.
Oltre il nutrimento e i fattori di crescita è stato necessario mettere un numero ben preciso di
fibroblasti,le cellule del connettivo, questo perché le cellule epiteliali sono dipendenti dal tessuto
connettivo. Questi fibroblasti producono delle sostanze che stimolano le cellule epiteliali solo che
questi fibroblasti erano stati irradiati e non potevano proliferare più se no avrebbero soffocato le
cellule epiteliali moltiplicandosi pure loro però erano in grado di produrre delle sostanze e di vivere
qualche giorno e poi morire staccandosi dalla piastra. Le cellule epiteliali sono poste sulla piastra
che ha un terreno di coltura che va cambiato ogni 2 giorni per porvi le sostanze nutritizie. Se io
prendo un’epidermide e la tratto con tripsina e la pongo in sospensione le cellule che aderiranno al
substrato della capsula vetri saranno le cellule staminali cioè le cellule dello strato basale che
saranno capaci anche di moltiplicarsi. Quando noi cambiamo il terreno buttiamo le cellule morte.
Queste cellule epiteliali cominciano a crescere e formare colonie, i fibroblasti si staccano sempre
più perché cominciano a morire fino ad arrivare alla confluenza quindi abbiamo solo un tappeto di
cellule epiteliali. A questo punto abbiamo un perfetto lembo epiteliale che può essere distaccato
dalla piastra e può essere innestato. Con la tecnica di Grenn ogni 14-21 giorni da 2 cm avremo 2
metri di epidermide ovviamente da diverse vaschette. Se noi preleviamo un pezzettino di questa
epidermide lo tagliamo, lo includiamo, lo coloriamo e lo guardiamo al microscopio ottico avremo
un epitelio pavimentoso pluristratificato con cellule basali e non abbiamo il differenziamento tipico
dell’epidermide e sarà molto simile a quello non cheratinizzato questo perché quest'epidermide è
simile all’epidermide di un embrione,di un feto che è immerso nel liquido amniotico perché
l’epidermide differenziata nostra è cosi differenziata quando è a contatto con l’aria. Se noi invece lo
mettiamo su un supporto quindi in superficie non più immerso e avremo l’aria avremo il
differenziamento. Quindi per concludere la ferita verrà curata,ricoperta con epidermide del maialino
e dopo in queste tre settimane si produce quest epidermide e quando arriva per essere disposta sulla
ferita verrà rigettata. Nei grandi ustionati non c’è neanche un pezzettino per produrre la propria
pelle e utilizzando altra pelle non avverrà il rigetto perché in questo epitelio non ci saranno le
cellule di Langherans che non sono cellule aderenti, sono troppo poche quando sono in coltura e il
tipo di coltura non è specifico per le cellule di Langherans quindi avremo un epitelio privo di cellule
di Langherans. Si disporranno garzine con l’epitelio ricostruito, si prepara il sito di innesto si
effettua l'escalectomia cioè si pulisce il sito e si disporranno le garzette. A distanza avremo una
rigenerazione epidermica perfetta e anche se abbiamo messo un lembo di epitelio non differenziato
questo poi si differenzierà. Se poi preleviamo un tessuto di epidermide vedremo che sarà uguale a
quella del nostro corpo. Queste colture cellulari non servono solo alla ricostruzione ma anche allo
studio della chirurgia di queste cellule, di studiare il differenziamento cosi in vitro si potranno
isolare delle cellule e studiarle da sole e anche i loro rapporti e i fattori che inducono le risposte
nelle cellule epiteliali oppure possiamo metterle insieme e studiare i rapporti tra queste si chiamano
coculture. Quindi in questo caso avremo solo un tessuto epiteliale non connesso al connettivo.
Avremo anche altri metodi di colture per esempio una scatolina di petri con un pozzetto centrale
dove poggia una griglia dove poniamo un pezzettino di pelle cioè epidermide e connettivo, e sotto
poniamo il terreno di nutrimento quindi all’epidermide arriveranno le sostanze nutritizie i fattori di
crescita diffondendo dal connettivo all’epidermide. Criterio molto simile allo stato vivo perché
epidermide a contatto con l’aria e connettivo vascolarizzato. In questo frammento possiamo mettere
dei fattori tossici per poterne visualizzare il danno sulle cellule oppure dei cosmetici oppure dei
farmaci. Per esempio ponendo una pelle con psoriasi vedremo di testare dei farmaci. Prelevando un
frammento lo taglio lo includo lo coloro e vedrò l’epidermide intera. Questa si chiama coltura di
tessuto quella di prima coltura cellulare. Se noi nel pozzetto mettevamo un fattore tossico ad
esempio la tossina dello stafilococco questa provocherà la formazione di bolle e uno scollamento a
livello dello stato granuloso. Poi prendiamo il frammento lo osserviamo al microscopio e questi sarà
un modello sperimentale che si presta bene perché ha provocato questa cantolisi, lo stesso danno
che produce in vivo. Procedendo mettendo un’altra tossina la (esfoliatina di Plank) provocava lo
stesso danno. Invece nell’altro modello di coltura abbiamo messo i due fattori l’escoliatina a e
l’escoliatina b, quest’ultima non dava alcun danno, la prima invece provocava questa bolla questo
distacco e andava pure bene come modello sperimentale. Questo perché il danno primario è a livello
del connettivo e che poi si esprime sull’epidermide.

Prof. Micali 14 marzo 2012

Tessuto secernente
Oggi tratteremo, come penso già sappiate, un argomento che di per se potrebbe apparire poco
edificante, sotto il profilo medico, perché è pieno zeppo di classificazioni, ma vi posso assicurare
che, sia per quanto riguarda l’aspetto anatomico, sia per quanto riguarda l’aspetto fisiologico e
patologico, che quest’argomento è molto importante, sebbene sia un argomento spessissimo
sottovalutato.
I medici che si interessano dei nostri epiteli secernenti, cioè delle nostre ghiandole, sono gli
endocrinologi. Spesso vengono guardati con sospetto, vengono considerati come dei medici
anomali che parlano di cose incomprensibili.
Gli epiteli secernenti fanno parte del capitolo del tessuto epiteliali. Spessissimo, quando agli esami
chiediamo “tessuti epiteliali”, immediatamente lo studente inizia a ripetere i tessuti epiteliali di
rivestimento, perché, per lo studente, sono quelli i tessuti epiteliali. Ma non è così. I tessuti epiteliali
sono di 4 tipi:
• quelli di rivestimento;
• quelli secernenti;
• particolarmente differenziati;
• sensoriali.

Questo capitolo parla di epiteli che hanno una funzione secretrice.


Gli epiteli secernenti vengono divisi in due categorie. La prima categoria forma le ghiandole
esocrine, la seconda forma le ghiandole endocrine.
Le ghiandole esocrine sono tutte quelle ghiandole le quali producono un secreto che va a finire o
all’esterno del nostro organismo, oppure all’interno di organi cavi che sono in comunicazione con
l’esterno.
Al contrario, le ghiandole endocrine, si chiamano così perché quella che viene definita la superficie
interna del nostro organismo, che non esiste effettivamente, è considerata il torrente circolatorio,
cioè i vasi sanguigni. Quindi il prodotto delle cellule secernenti endocrine va a riversarsi all’interno
del torrente circolatorio, andando a riversarsi nel sangue.
Queste sono le due definizioni, e non ci sono eccezioni.
Qual è il principio di sviluppo delle nostre ghiandole endocrine ed esocrine? (come si formano)
Il principio è comune ad entrambe le tipologie di ghiandole. Abbiamo un epitelio di rivestimento, e
un altro epitelio non bene identificato. Da questo epitelio non bene identificato si formeranno le
nostre ghiandole, sia esocrine, sia endocrine. Come vedete, il passaggio successivo è sempre
comune, cioè, questo epitelio secernente primordiale, chiamiamolo così, si frappone all’epitelio di
rivestimento sia nel caso delle ghiandole esocrine, sia nel caso delle ghiandole endocrine.
La tappa successiva è data dal differenziamento fra le ghiandole esocrine e le ghiandole endocrine.
Nel primo caso si ha una introflessione del tessuto epiteliale sia di rivestimento sia secernente
(invaginazione). Nell’altro caso, l’epitelio di rivestimento non si invagina, mantiene il suo contatto
con l’epitelio secernente che non si cavita, quindi non si invagina. Questo atteggiamento viene
mantenuto anche nello sviluppo completo dalle ghiandole esocrine, quindi c’è una parte epiteliale di
rivestimento e una parte secernente, ma, per quanto riguarda le ghiandole endocrine, il rapporto con
il suo epitelio di rivestimento viene perso. Quindi, questa ghiandola non avrà più modo di portare
all’esterno il secreto, ma verrà aiutata solo ed esclusivamente dai vasi sanguigni.
Dal momento che stiamo parlando di processi morfogenetici elementari, cioè tutti quei processi
cellulari e tissutali che modificano l’aspetto di un gruppo di cellule che alla fine formeranno un
organo, andiamo a vedere come si può comportare il tessuto epiteliale che tende a diventare
secernente.
Il primo processo morfogenetico è l’avvolgimento. Come vedete questo epitelio si alza, e si arrotola
come fosse una sigaretta, tanto per capirci.
Poi abbiamo una gemmazione. C’è un germoglio, che può anche cavitarsi.
Poi abbiamo la cavitazione, cioè da una struttura piena formata da cellule si passa a una struttura
tubulare, quindi cava.
Poi abbiamo una cavitazione ulteriore cioè, da un cordone cellulare.
Infine abbiamo la possibilità di cavitare la singola cellula.
Durante il processo di cavitazione, la cellula produce delle vescicole che si raccolgono al centro, si
fondono, e formano il lume centrale, che è rivestito da un singolo elemento cellulare.
Vediamo la cavitazione di un cordone cellulare.
Il cordone cellulare è formato da due serie di cellule, le quali formano delle vescicole che vengono
spinte verso il confine con la cellula adiacente. Il principio è sempre uguale. Nel primo caso le
vescicole venivano spinte verso il centro di una cellula, visto che c’era solo una cellula, mentre, in
questo caso, le vescicole vengono spinte verso il confine fra le due cellule, ed è qui che si fondono
fra di loro, e formando una cavitazione del cordone cellulare, che poi si assesta.
Questo processo, per esempio, che incontrerete quando studierete anatomia microscopica, è un
processo che accompagna la formazione del fegato. Quando sentirete parlare di capillare biliare,
sappiate che il capillare biliare non è altro che una cavitazione che avviene fra due epatociti, che
sono uno vicino all’altro. Quindi, i due epatociti mandano le vescicole vuote verso il confine
intercellulare e formano il capillare biliare, all’interno del scorrerà, nel primissimo tratto, la bile.
Infine, noi abbiamo la cavitazione di un cordone cellulare formato da più cellule, e qui il processo è
ancora più facile. Le cellule centrali di questo cordone vanno incontro ad apoptosi, lasciando lo
spazio soltanto all’esterno, ed all’interno si troverà il lume. In questo modo si ottiene
fisiologicamente un “tubo, tubicino” che può essere formato da una cellula, o da due cellule una
contrapposta all’altra, o da più cellule.
Poi abbiamo un altro problema, cioè la ramificazione. Inizialmente abbiamo una sporgenza
dell’epitelio secernente. Poi avremo una evaginazione dell’epitelio secernente, che sarebbe il
germoglio. Poi avremo la ramificazione, che avrà una fase chiamata pseudo ghiandolare, perché
ancora l’epitelio non funziona.
Questo tipo di processo morfogenetico avviene solo a carico degli epiteli secernenti ESOCRINI,
cioè di quegli epiteli che hanno bisogno di cavitarsi e di mettersi in contatto, attraverso queste
cavitazioni, con l’esterno. Dopodiché avremo una fase canalicolare in cui cominceranno ad apparire
il lume della ghiandola e, infine, una fase ghiandolare o terminal bud, vera e propria, in cui avremo
una canalizzazione ed una ramificazione totale delle ghiandole.
Le ghiandole esocrine, secondo la definizione, hanno la possibilità di secernere sulla superficie
esterna. Nello schema noi abbiamo una ghiandola sudoripare. Quindi la ghiandola sudoripara con
la sua parte rettilinea, che è questa, questa è la parte convoluta, porta all’esterno della nostra cute un
liquido che è il sudore. Ma anche il pancreas è una ghiandola esocrina, perché è in comunicazione
con un organo cavo, che è il duodeno in questo caso, ma il duodeno è in comunicazione con
l’esterno (è un tratto dell’intestino) quindi anche il pancreas, esocrino in questo caso, ha dignità di
ghiandola esocrina. Vedremo che ci sarà anche una parte endocrina. Ma la parte esocrina è data da
questo tubicino e da quest’altro tubicino, che sono i condotti che devono portare fuori il secreto.
Questa è una definizione di ghiandola esocrina. Quindi o direttamente all’esterno, o all’interno di
organi cavi in comunicazione con l’esterno.
C’è una classificazione embriologica, cioè di derivazione. Questa prevede la conoscenza di tre
strutture che sono l’ectoderma, il mesoderma, e l’endoderma o entoderma che è la stessa cosa. Lo
vedrete quando inizierà la parte embriologica dell’istologia. Sono le prime tre strutture embrionali
che noi riusciamo a riconoscere.
Dall’ectoderma si formeranno le ghiandole sebacee e sudoripare e dal mesoderma si formeranno le
ghiandole uterine; nessuno chiede perché c’è il bicchiere di latte? Il secreto prodotto dalle ghiandole
uterine si chiama latte uterino, tanto per capirci. E’ un liquido che bagna la cavità interna, quindi il
lume, dell’utero ed avrà una funzione specifica importante di cui parleremo quando inizieremo
embriologia.
Infine, per quanto riguarda l’ectoderma si formeranno tutte le ghiandole intestinali che ci aiutano
durante la digestione.
Ulteriore classificazione. Le ghiandole esocrine possono essere classificate in base al numero di
cellule (unicellulari o pluricellulari).
In base alla loro posizione:
• intraepiteliali o extraepiteliali;
• intraparietali o extraparietali.

Da questa classificazione si evincono delle incompatibilità.


Ad esempio, una ghiandola unicellulare, non potrà mai essere extraepiteliale né tantomeno
extraparietale.
Ancora, una ghiandola intraepiteliale non potrà mai essere extraparietale.
Cerchiamo di capire il concetto, vi spiego cosa significano i termini.
Intraepiteliale o extraepiteliale indica se queste ghiandole si trovano nel contesto dell’epitelio di
rivestimento che forma la mucosa, oppure al di fuori dell’epitelio di rivestimento, cioè superano la
membrana basale dell’epitelio di rivestimento. Quindi, intraepiteliali quando non superano la
membrana basale, extraepiteliali quando la superano.
Intraparietali, stanno nel contesto della parete dell’organo e possono arrivare anche a coinvolgere la
tonaca muscolare. Extraparietali quando si trovano all’esterno della parete di quest’organo. Un
esempio classico di ghiandola extraparietale è dato dal fegato o dal pancreas, che non stanno nel
contesto della parete del duodeno, pur avendo un rapporto diretto con esso, dato che sia il fegato
che il pancreas sboccano con i loro condotti all’interno del duodeno, ma non stanno nel contesto
della parete del duodeno, quindi sono delle ghiandole extraparietali. Le ghiandole duodenali sono
invece intraparietali, cioè stanno nel contesto della parete del duodeno, ovvero nello spessore della
parete del duodeno.
Ghiandole unicellulari e pluricellulari.
Per nostra fortuna di ghiandole unicellulari ne possediamo solo un tipo, e cioè le cellule caliciformi
mucipare.
Si chiamano cellule caliciformi mucipare perché hanno la forma di un calice, composto da tre parti:
• il piede;
• lo stelo o corpo;
• la teca, in cui sono contenuti tutti granuli o vescicole di mucina.

Se andiamo a guardarla al microscopio elettronico a trasmissione qui sotto avremo il piede, il corpo
che contiene il nucleo e gli altri organuli, e questa è la teca in cui ci sono i granuli di mucina.
Quindi queste sono le ghiandole unicellulari, perché sono formate esclusivamente da una cellula, e
sono sicuramente intraepiteliali, perché stanno nel contesto dell’epitelio.
Le ghiandole pluricellulari sono formate da due componenti: una componente secernente, data dal
cosiddetto adenomero, una componente non secernente, che fornisce il cosiddetto dotto o condotto
escretore.
Se osservate attentamente, vediamo un adenomero formato da cellule secernenti, sono quasi tutte
cellule caliciformi mucipare, con questo lume bianco, e la teca della caliciforme, ma abbiamo una
porzione superiore in cui le cellule caliciformi non ci sono perché non è un epitelio secernente, e
sarà quindi il dotto escretore della nostra ghiandola.
Le ghiandole extraepiteliali sono le ghiandole intestinali e le ghiandole tracheali.
Le extraparietali sono il fegato, il pancreas e le ghiandole salivari maggiori.
Esiste una ulteriore classificazione in base alla forma dell’adenomero, cioè la parte secernente.
L’adenomero può avere tre forme:
• Una forma a tubicino quindi tubulare;
• Una forma sferica che può essere di tue tipi, a seconda dell’ampiezza del lume interno di
questa sfera; quando il lume interno è molto ridotto, si chiamano acinose, mentre quando è
molto ampio si chiamano alveolari.

Quindi di forma esteriore ce ne sono solo due, a tubicino e a sfera, ma nel contesto della sfera, se
andiamo a controllare il lume interno, cioè la parte libera interna, avremo ghiandole acinose o
alveolari.
Adesso le classifichiamo, in base al rapporto che questi adenomeri hanno con i dotti escretori, in tre
categorie:
• semplici;
• ramificate;
• composte.
Noi intendiamo una ghiandola semplice quando abbiamo un adenomero e un dotto escretore,
rapporto 1:1, e possono essere tubulari acinose o alveolari.
Ramificate quando il rapporto tra adenomero e dotto escretore è n:1, il che significa che abbiamo
tanti adenomeri ma un unico dotto escretore, cioè, tutti questi adenomeri, convogliano in un unico
condotto escretore. Anche qui abbiamo la possibilità di avere ghiandole tubulari ramificate, acinose
ramificate e alveolari ramificate. Una delle caratteristiche delle ghiandole ramificate è la presenza di
un solo tipo di adenomero. Cioè, se questa è una ghiandola tubulare ramificata, nel contesto di
questa ghiandola non possiamo avere adenomeri acinosi o alveolari, ma saranno tutti tubulari.
Quindi tanti adenomeri tutti dello stessi tuoi che convogliano in un unico dotto escretore.
Poi abbiamo le composte, cioè rapporto n:m, che significa che abbiamo tanti adenomeri con tanti
dotti escretori secondari che poi convogliano, infine, in un unico condotto escretore principale.
Abbiamo quindi tanti adomeri, e ad ogni gruppo di adenomeri corrisponde un primo dotto escretore,
poi questi dotti escretori convogliano sempre in un unico condotto escretore principale. Regola
delle composte, è che in questo caso possiamo avere una compartecipazione di più adenomeri di
forma diversa, ovvero che nel contesto di una ghiandola composta noi possiamo avere adenomeri di
forma tubulare e adenomeri di forma acinosa, per esempio.
Tubulari semplici, quali sono? Quali possono essere? Esempi:
Sudoripare, intestinali, e corpo luteo.
Acinose semplice, nell’uretra maschile, per esempio.
Alveolari semplici nell’uomo non ne esistono, esistono solo in alcuni animali.
Vediamo qualche esempio di ghiandola ramificata.
Ghiandole gastriche, ghiandole del collo dell’utero, ghiandole del meibonio che si trovano nelle
rime palpebrali, cioè dove emergono le ciglia, e il cui prodotto impedisce al film lacrimale di
tracimare, cioè impedisce la lacrimazione continua facendo da diga sulla palpebra, impedendo che
la lacrima fuoriesca dal contesto della superficie oculare.
Poi abbiamo le ghiandole alveolari, sempre ramificate, e sono le sebacee. Quindi quelle che non
esistono nell’uomo sono le alveolari semplici.
Terza tipologia, ghiandole composte:
Le ghiandole bulbo-uretrali e al livello del rene. Gli adenomeri che si aprono in dotti escretori
singoli che poi convogliano tutti in un dotto escretore unico. Come vedete abbiamo la doppia
presenza delle forme di adenomeri tubulo-acinose, le lacrimari e nel pancreas esocrino, e infine le
alveolari composte come nella nostra ghiandola mammaria.
Andiamo a classificare le nostre ghiandole esocrine in base alla modalità della secrezione, cioè con
quale tipologia di secrezione noi possiamo classificare le nostre ghiandole, e sono solo di tre tipi:
• olocrine;
• apocrine;
• merocrine.

Vediamo di capirlo prima ancora di andare avanti, così lo vediamo anche dopo.
Olos in greco significa “tutto”, olocrine quindi significa che l’intera cellula formerà la secrezione,
cioè sarà la stessa cellula che degradandosi formerà la secrezione.
Apos in greco significa testa, la cellula apocrina quindi perde la testa, cioè si stacca la parte apicale,
e questa parte andrà a formare la secrezione.
Meros in greco significa parte, merocrina significa che piccole parti di questo tipo di cellule
secernenti, andranno a formare la secrezione.
Dobbiamo stare attenti ad esprimerci, perché soprattutto per quanto riguarda la secrezione olocrina,
agli esami, ci venite a dire che tutta la ghiandola forma la secrezione. Io gli dico: “Complimenti,
cioè significa che noi abbiamo perso tutte le ghiandole sudoripare o sebacee a distanza di quindici
giorni dalla nascita, perché se noi perdiamo tutta la ghiandola sebacea per fare la secrezione non ce
ne sarà più.” La secrezione olocrina riguarda esclusivamente la “distruzione” della cellula per
formare il secreto, e non tutta la ghiandola. Cioè, questo è il complesso pilo-sebaceo, abbiamo la
ghiandola sebacea alla base, quindi la radice del pelo. Serve per il nutrimento sia per il bulbo
pilifero sia per parte della cute. La parte più esterna della ghiandola è formata da cellule che si
dividono perché tante altre cellule verso l’interno vanno incontro a degradazione, quindi sono delle
cellule di sostituzione. Quindi avremo una parte formata da cellule in divisione, che sono quindi
cellule proliferanti; una parte vicino all’asse del pelo costituita dalle cellule stem, cioè
indifferenziate; spostandoci verso l’interno della ghiandola troviamo le cellule che hanno raggiunto
una iniziale maturità funzionale, poi abbiamo le cellule che hanno raggiunto una piena maturità
funzionale, ed infine abbiamo le cellule che si sono disgregate e che formeranno il sebo. Come
vedete dall’esterno verso l’interno queste cellule maturano e formano il secreto.
Andiamo alla secrezione apocrina, cioè perdono la testa.
Si stacca la parte più apicale della cellula, e questa parte andrà a formare il secreto. Di conseguenza
la cellula non viene distrutta. Un esempio di ghiandola apocrina è proprio la cellula caliciforme
mucipara, nella quale tutta la teca si svuota completamente, e quindi è come se questa cellula avesse
perso la parte più superficiale che la compone, quindi la testa. E allora, se noi l’andiamo a guardare
nel microscopio elettronico a scansione, vedete questa è la parte apicale con i microvilli di una
cellula caliciforme mucipara in stato fra virgolette di riposo o mentre sta secernendo le vescicole,
cioè sta producendo il muco, e poi abbiamo le fasi della secrezione: la fase iniziale in cui i
microvilli si appiattiscono perché da sotto la teca spinge, quindi si ha una iniziale secrezione solo
centrale; successivamente la secrezione coinvolge tutta la superficie apicale fin quando, a
secrezione completa, troviamo, tra virgolette, il buco in cui era contenuta la teca di questa cellula.
Andiamo a vedere la secrezione merocrina.
La secrezione merocrina è quella che lascia assolutamente integra la nostra cellula secernente,
perché si perdono soltanto delle piccole frazioni di cellule. Possiamo dire che nella secrezione
merocrina può anche essere inclusa la cosiddetta esocitosi. Esempio di secrezione merocrina è
proprio il pancreas esocrino.
Andiamo a vedere un’altra classificazione, cioè in base alla tipologia del secreto.
Il secreto può essere di due tipologie, al limite tre:
• mucoso;
• sieroso;
• misto (mucoso e sieroso).

Secrezione mucosa: questi sono gli acini, vedete, tutte queste sfere sono acini, e istologicamente si
osserva che le cellule hanno citoplasma chiaro; questo è indice del fatto che quelle cellule stanno
provvedendo alla secrezione di una sostanza mucosa. Le sostanze mucose, durante le colorazioni di
routine, o anche in microscopia elettronica presentano un citoplasma molto chiaro. I nuclei in
genere stanno in basso, verso la porzione basale delle nostre cellule. Il secreto è un liquido viscoso
detto mucina, e quando si trova ancora dentro le cellule, cioè non è stato secreto, si chiama
mucinogeno e contiene complessi proteico-polisaccaridici.
Ghiandole sierose (ad es. il pancreas esocrino) - in questo caso le cellule sono molto scure, cioè
hanno un citoplasma che si colora molto intensamente, perché, come si vede in microscopia
elettronica, i granuli, cioè le vescicole contenenti la secrezione sierosa sono anch’esse scure. La
secrezione avviene sempre verso il lume, i nuclei sono sempre alla base. Il secreto, quello che viene
definito lo zimogeno, è quasi più scuro dei nuclei. Il secreto in questo caso, al contrario delle
mucose, è un liquido chiaro e acquoso, e contiene enzimi, come gli enzimi pancreatici.
Ghiandole miste - madre natura è provvida, ma non consente alle nostre cellule di cambiare il
proprio tipo di lavoro, finchè queste cellule sono vive. Cioè, se una cellula produce coca cola, non
può smettere di produrre coca cola e produrre birra. Le ghiandole miste non sono ghiandole che
producono coca cola, e poi a un certo punto smettono di produrla per produrre birra. Tornando al
nostro discorso istologico, ci sono cellule mucose che producono sostanze mucose, e cellule sierose
che producono sostanze sierose. Non è la singola cellula che riesce a cambiare la propria tipologia
di lavoro. Quindi, nelle ghiandole miste, convivono elementi mucosi ed elementi sierosi. In un
acino misto, ci saranno cellule sierose e cellule mucose. Quindi il secreto è misto perché la
ghiandola contiene entrambe le tipologie di secrezione, sierosa (enzimi), e mucosa (complessi
proteico-polisaccaridici).
Nelle ghiandole esocrine, il condotto escretore è generalmente un condotto inerte, cioè formato da
cellule che non secernono, ma esistono delle eccezioni, soprattutto nelle ghiandole salivari
sottomandibolari e sottolinguali, in cui i dotti escretori, che in questo specifico caso si chiamano
dotti intercalati e dotti striati, sono formati da cellule che partecipano alla secrezione. Il che
significa che la saliva prodotta da queste ghiandole non è prodotta esclusivamente dagli adenomeri,
ma si aggiunge una ulteriore componente prodotta dai dotti intercalati e dai dotti striati.
Un’altra componente delle ghiandole è data dalle cellule mioepiteliali, particolari cellule epiteliali
che possiedono un potere contrattile, e sono poste all’esterno degli adenomeri in una struttura a
forma di rete, affinchè con la loro contrazione riescano a spremere l’adenomero e parte del dotto
escretore. Poiché durante le 24 ore non abbiamo bisogno dello stesso quantitativo di secreto. Ad
esempio le ghiandole sudoripare ieri erano attive a quest’ora, mentre oggi qualcuno dice che c’è
freddo, quindi sono inattive. Ma madre natura non le fa smettere di funzionare da ieri a oggi, perché
le ghiandole continuano a secernere il sudore, solo che quando c’è bisogno di più sudore le cellule
mio epiteliali strizzano gli adenomeri, e quindi il sudore fuoriesce; quando non ce n’è bisogno le
cellule mio epiteliali stanno a riposo, il che non significa che l’adenomero abbia smesso di
funzionare, solo che il liquido ristagna all’interno dell’adenomero e del dotto escretore. Quindi le
cellule mioepiteliali sono bersaglio del nostro sistema nervoso autonomo.

Ghiandole endocrine
Vediamo il principio di funzionamento di una ghiandola endocrina. Abbiamo una cellula endocrina
che produce un ormone, perché tutte quelle sostanze che vengono prodotte dalle ghiandole
endocrine si chiamano ormoni. Questo ormone può avere due destinazioni: una prima destinazione
che è data dalle cellule che si trovano vicine, intendendo con ciò che tra la cellula secernente e la
cellula bersaglio non c’è una grande distanza, e si dice che viene lanciato un messaggio di tipo
paracrino, cioè senza bisogno del sangue. La cosiddetta paracrinia è una secrezione di sostanze che
non vengono convogliate all’interno del torrente circolatorio, ma arrivano ad una cellula bersaglio
direttamente. Poi invece abbiamo la risposta del messaggio endocrino tradizionale attraverso i vasi
sanguigni. Anche qui abbiamo due tipologie di cellule: una tipologia di cellula che è indifferente
perché non ha i recettori per quella sostanza, per quell’ormone, ed una cosiddetta cellula bersaglio
che risente di questa sostanza perché ha i recettori. Esempio: se noi facciamo un prelievo dal
braccio, dal cervello, dal rene, e dosiamo un ormone qualsiasi in una donna, dal piede o dal rene o
dal cervello, troveremo FSH, che è l’ormone follicolo stimolante? No? E perché no? E’ nel sangue,
quindi il sangue è dappertutto. Ma agisce su strutture del piede, o del cervello o del rene? No,
perché queste strutture non hanno i recettori per l’FSH, ma andrà ad agire solo all’interno dell’ovaio
dove determinate tipologie di cellula hanno il recettore per l’FSH.
Andiamo a vedere come le classifichiamo.
Costante in base alla derivazione embrionale.
Derivazione ectodermale: ipotalamo, adenoipofisi, ipofisi intermedia, epifisi, midollare del surrene,
e cellule C o parafollicolari della tiroide.
Derivazione mesodermale: corticale del surrene, cellule di Leydig, cellule interstiziali dell’ovaio, e
apparato iuxtaglomerulare del rene.
Derivazione endodermale: tiroide, paratiroidi e il pancreas endocrino (vi ricordo che nel pancreas
coesistono due tipologie ghiandolari, sia endocrina che esocrina.)
Ulteriore classificazione viene fatta in base alla tipologia dell’ormone, quindi del secreto prodotto.
• di tipo proteico, peptidico o aminico;
• di tipo glicoproteico;
• di tipo steroideo.

Andiamo a vedere le cellule che hanno queste caratteristiche.


Cellule a secrezione proteica, peptidica o aminica: possiedono un reticolo endoplasmatico ruvido e
dei mitocondri ben sviluppati, e dei granuli più scuri detti di secrezione.
Cellule a secrezione glicoproteica: reticolo endoplasmatico ruvido e apparato di Golgi ben
sviluppato, e anche qui vescicole di secrezione abbastanza scure.
Cellule a secrezione steroide: partendo dal basso, abbiamo mitocondri con creste tubulari, e non
lamellari come si trovano generalmente nelle altre cellule, e reticolo endoplasmatico liscio che in
alcune zone di queste cellule si dispone a “bersaglio”, cioè possiede una grossa vescicola di
secrezione e poi, in maniera concentrica, si dispongono attorno ad essa tutte le lamelle del reticolo
endoplasmatico liscio.
Poi abbiamo una classificazione in base alla durata della vita delle nostre ghiandole. Che significa?
Cioè questa in un giorno cosa deve fare? Nasce, emerge, mangia, si accoppia e poi muore. Questa
tipologia di ghiandole, in base alla durata della loro esistenza si dividono in permanenti e
transitorie.
Ghiandole permanenti sono classificate in base alla disposizione delle cellule, cioè come si
dispongono le cellule per formare queste ghiandole. Esse si dispongono in:
Cordoni solidi: adenoipofisi e surrene.
Nidi cellulari: epifisi e paratiroide.
Interstiziale: cellule di Leydig del testicolo, cellule interstiziali dell’ovaio, apparato
iuxtaglomerulare del rene.
Ad isolotti: pancreas.
A follicoli: tiroide e parte intermedia dell’ipofisi.
E infine una categoria particolare è costituita dai neuroni ipotalamici secernenti. Quindi una
tipologia specifica di neuroni ha la possibilità di secernere ormoni.
L’ipofisi era definita dagli antichi endocrinologi “il direttore d’orchestra” del nostro organismo,
cioè quella ghiandola che con la sua funzione regola praticamente quasi tutte le attività del nostro
organismo.
L’adenoipofisi si connette all’ipotalamo attraverso un canale sanguigno, cioè attraverso una rete
capillare che viene definita sistema portale ipotalamo-ipofisario. Il sistema portale non verrà
spiegato in questa sede, ma verrà spiegato quando faremo il sangue e i vasi sanguigni.
Nell’adenoipofisi abbiamo delle cellule che si colorano (cromofile, cosiddette acidofile e basofile) e
delle cellule che non si colorano (dette cromofobe). Oltre alla classificazione in base alla color
abilità c’è anche una classificazione in base alle sostanze prodotte.
Le cellule acidofile a loro volta si dividono in cellule α (alfa) e cellule ε (epsilon) che producono
GH o STH (considerate cellule somatotrope) e le LTH (cellule a prolattina o mammotrope).
Le cellule basofile sono le β (beta) e le (delta).
Le β hanno due tipologie di secrezione: TSH (ormone tireotropo) e ACTH (ormone corticotropo)
Le cellula δ secernono ormone FSH (follicolo stimolante) ed LH (ormone luteinizzante).
Infine le cellule cromofobe sono le cellule γ e non sono assolutamente indifferenziate.
La ghiandola surrenale è divisa in due parti: una corticale ed una midollare.
Per quanto riguarda la parte corticale, essa è divisa a sua volta in tre parti: una parte glomerulare,
una fascicolare, ed una reticolare (dall’esterno verso l’interno).
Nella parte glomerulare ci sono tanti piccoli glomeruli, cioè addensamenti di cellule.
Poi abbiamo la parte fascicolata, che è quella che si dice a cordoni solidi, detti solidi perché non
hanno il lume.
Poi abbiamo la zona reticolare, in cui le cellule formano un vero e proprio reticolo.
Nella midollare del surrene sono presenti due tipi di cellule: secernenti adrenalina, e secernenti
noradrenalina, due ormoni che agiscono su tutti i nostri organi, in particolare sul tessuto muscolare,
sia striato che liscio. Come fa ad agire una cellula della midollare? Tramite un terminale neuronico,
cioè gli arriva una porzione di neurone, che forma una specie di sinapsi, in effetti forma una
cosiddetta giunzione citoneurale, che stimola questa cellulla a secernere i granuli nei capillari.
Quindi adrenalina e noradrenaline vengono secrete direttamente nel sangue.
Nella corticale del surrene, nella zona glomerulare, avremo secrezione di mineralcorticoidi. Nella
zona fascicolata avremo secrezione di glucocorticoidi. Nella zona reticolata avremo secrezione di
alcuni degli ormoni sessuali.
L’epifisi si trova posteriormente al nostro tronco encefalico. Normalmente, man mano che si
invecchia, nell’epifisi riscontriamo delle calcificazione assolutamente fisiologiche. E’ importante
conoscere queste calcificazioni, che si chiamano corpora arenaria, sabbia epifisaria, perché quando
l’epifisi è calcificata, invece di trovarsi sulla linea sagittale o mediana, si trova spostata, sospinta
appunto dalla calcificazione.
Se l’epifisi si trova fuori sede, potrebbe esserci una emorragia subdurale o una massa che si espande
all’interno dell’encefalo.
Per effettuare un esame dell’epifisi, non sono necessarie tac, risonanze, ma basta una semplice
lastra diretta dell’encefalo.
Nell’epifisi abbiamo due tipologie cellulari: i pinealociti, più scuri, e i gliociti, più chiari. L’epifisi
produce melatonina che regola il ritmo sonno veglia. Il pinealocita assomiglia ad un neurone, ed ha
delle sinapsi con una parte del nostro sistema nervoso centrale, dette sinapsi a nastro.
La sinapsi a nastro dell’epifisi somiglia molto alle sinapsi della retina, tanto è vero che, gli antichi,
senza bisogno di microscopi elettronici, chiamavano l’epifisi terzo occhio. Tant’è vero che, negli
animali inferiori nella scala evolutiva, soprattutto nei rettili, la scatola cranica è conformata in
maniera tale che il cranio e il rivestimento cutaneo superiore al livello dell’epifisi siano trasparente,
perché attraverso l’epifisi loro vedono, o sentono, possiamo dire, la luminosità ambientale. Anche i
rettili hanno gli occhi ovviamente, ma in quel modo riescono a percepire la luminosità ambientale.
Per alcuni, l’epifisi, è ritenuta un residuo filogenetico nell’uomo, anche se io non sono molto
d’accordo nel definirlo residuo, anzi.
Le paratiroidi (a nidi cellulari) sono formate da tue tipologie di cellule: cellule ossifile e cellule
principali.
Le cellule principali hanno un reticolo endoplasmatico ruvido molto sviluppato.
Sulle cellule ossifile si sa ben poco, si sa solo che è molto ricca in mitocondri.
Le paratiroidi producono il Paratormone, che regola la calcemia insieme alla tireocalcitonina che è
prodotta invece dalle cellule C della tiroidi.
Non possiamo considerare il testicolo come una ghiandola vera e propria, perché il didimo ha una
doppia funzione. Una parte che non c’entra niente con l’apparato endocrino, cioè i tubuli seminiferi,
nella quale avviene la speramatogenesi e spermiogenesi, e una parte invece, cioè il tessuto
interstiziale, in cui noi abbiamo la presenza di ghiandole e quindi di cellule, che si chiamano cellule
di Leydig, che producono il testosterone. Quindi chiamiamo il testicolo come ghiandola
interstiziale in maniera impropria.
Le cellule interstiziali dell’ovaio sono quelle che andranno a formare la teca interna dell’ovaio.
L’apparato iuxtaglomerulare risente degli impulsi che le cellule della macula densa gli mandano,
e sono impulsi di tipo paracrino, quindi non c’è bisogno di mediazione del sangue. Servono a
secernere l’ormone renina, che viene portato nel fegato e in cui scatena la produzione di
angiotensina, un’altra sostanza la cui funzione è quella di stringere i vasi sanguigni.
Il glomerulo renale e le isole pancreatiche si somigliano molto.
L’isola pancreatica è formata da quattro tipologie di cellule:
• cellula alfa, secerne glucacone;
• cellula delta o D, secerne somatostatina;
• cellula beta, secerne insulina;
• cellula F, secerne un polipeptide pancreatico.
Prof. Puzzolo 15 marzo 2012

Epiteli ghiandolari endocrini (II parte)


Le ghiandole endocrine permanenti permangono nel nostro organismo dalla nascita alla morte (a
sviluppo completato, chiaramente).
La tiroide è una ghiandola a follicoli, che si trova nella parte anteriore del collo, racchiusa tra le
fasce cervicali intermedie e profonde. Qual è la sua funzione? La funzione della tiroide è quella di
produrre ormoni tiroidei. E’ formata da tante cavità - più o meno piccole, più o meno grandi - che si
chiamano follicoli. I follicoli hanno una parete formata da due tipi cellulari: Tireociti; Cellule C (o
Parafollicolari). Intorno al follicolo si trovano vasi sanguigni, necessari perché una ghiandola
endocrina deve essere vascolarizzata per riversare il secreto all’interno dei vasi. Dov’è la
particolarità di questo follicolo? La sua particolarità risiede nel fatto che al suo interno si trova una
sostanza densamente viscosa, la colloide, prodotta dai tireociti.
I tireociti sono cellule molto particolari perché si definiscono come cellule che hanno una doppia
polarità funzionale. Cosa significa? Finora abbiamo conosciuto cellule con polarità funzionale
stabilita: assorbono sostanze dalla parte basale e secernono sostanze dalla parte apicale. Quindi, per
polarità funzionale si intende che una parte di queste cellule serve per la funzione di assorbimento,
una parte per la funzione di secrezione. Nel tireocita questa doppia funzione (assorbimento –
secrezione) è svolta alternativamente sia dalla parte basale che dalla parte apicale.
Consideriamo due tireociti in momenti funzionali diversi.
Un tireocita sta secernendo la colloide, ovvero sta producendo la sostanza presente all’interno del
follicolo. La sua polarità funzionale è orientata in modo tale che dalla base prende le sostanze, le
modifica, fin quando dall’apice secerne la colloide (i granuli di colloide sono secreti dentro la cavità
del follicolo).
Ci sono momenti funzionali in cui il tireocita funziona in maniera opposta: la parte apicale della
cellula diventerà funzionalmente assorbente (riassorbe la colloide), la trasforma e secerne dalla
parte basale.
Che cos’è la colloide?
La colloide non è altro che un liquido formato dagli ormoni tiroidei in fase inattiva, cioè sono i
precursori degli ormoni tiroidei. I principali ormoni tiroidei sono: T3, T4 e la tiroxina. Essi si
ritrovano in forma inattiva all’interno della colloide. In fase non utile, il tireocita accumula colloide;
quando c’è bisogno degli ormoni tiroidei, il tirocita riassorbe la colloide, converte gli ormoni da
fase inattiva a fase attiva e li trasferisce - con una secrezione di tipo basale - nei vasi sanguigni.
Questa è la doppia polarità funzionale.
Come si fa a capire se un follicolo è in fase di secrezione colloidale o in fase di secrezione
ormonale?
Per capire quando il follicolo secerne la colloide e, invece, quando riassorbe la colloide per
secernere gli ormoni, bisogna guardare, per esempio, la posizione dei nuclei dei tireociti. Quando è
in fase di secrezione colloidale, il nucleo è spostato verso la base; quando, invece, è in fase di
secrezione ormonale, il nucleo è al centro della cellula o - più raramente - è spostato verso l’apice.
Tuttavia, possono essere controllati altri aspetti. Si può trovare anche una differenza tra due follicoli
in stato funzionale diverso a carico della colloide: in fase di accumulo, il tireocita secerne colloide
verso l’interno e il contenuto del follicolo ha una parete liscia; mentre, al contrario, quando il
follicolo è in fase di liberazione (secrezione ormonale) la colloide presenta un aspetto vaporizzato,
dovuto al riassorbimento della colloide stessa, che non vediamo quando il follicolo è in fase di
secrezione della colloide (in fase di accumulo). Dunque, è possibile capire morfologicamente in
quale fase i follicoli tiroidei si trovano in quel momento. Non è detto che tutti i follicoli tiroidei
siano in fase di accumulo o di rilascio di ormoni.
Oltre alle cellule follicolari (i tireociti) si trovano anche cellule parafollicolari: le cellule C. Le
cellule C sono cellule trattate nello studio delle paratiroidi, in quanto regolano la calcemia - insieme
al paratormone (secreto dalle cellule principali delle paratiroidi) - secernendo la tireocalcitonina,
che regola la presenza di calcio nel sangue. Le cellule C, dunque, presentano granuli di
tireocalcitonina all’interno.
L’ipofisi si divide in: adenoipofisi, parte intermedia, neuroipofisi. Nella parte intermedia si trovano
delle strutture simili a follicoli, ma non sono dei follicoli veri e propri. A cosa serve la pars
intermedia? Essa secerne un ormone, l’intermedina (ormone melanotropo), che regola la
melanogenesi. La melanogenesi è la formazione di granuli di melanina all’interno dei melanociti,
cellule che danno un determinato colore, per esempio, all’iride ed alla cute. Quando questo ormone
è sottoposto ad un incremento? Quando ci esponiamo a luce ultravioletta, che può indurre a
formazione di tumori dell’epidermide. La Neuroipofisi è la parte posteriore dell’ipofisi ed è formata
da neuroni secernenti. Nell’ipotalamo, una zona del sistema nervoso centrale, si trovano -
soprattutto in due punti, chiamati nucleo sopraottico e nucleo paraventricolare - un gruppo di
neuroni molto particolari, perché formano una ghiandola e, dunque, sono neuroni secernenti. Essi
formano una ghiandola endocrina. Gli assoni scendono dall’ipotalamo fino alla neuroipofisi, dove
incontrano i capillari. Il neurone, con il suo bottone terminale, incontra il capillare e secerne due
ormoni: ossitocina; vasopressina (o ADH). L’ossitocina agisce sulla muscolatura liscia, soprattutto a
livello uterino. Spesso, prima del parto, si sollecita la muscolatura uterina tramite la
somministrazione di ossitocina, perché essa favorisce la contrazione della muscolatura uterina.
L’ADH (o ormone antidiuretico) agisce sui tubuli renali, regolando la concentrazione delle urine.
I pituiciti sono le cellule autoctone della neuroipofisi. Essendo cellule secernenti, presentano
all’interno vescicole di secrezione, che si distinguono perfettamente al Microscopio elettronico. I
terminali dei neuroni sono a contatto con i capillari: le sostanze prodotte dai neuroni arrivano e
fluiscono direttamente nei capillari.
Le ghiandole transitorie non seguono lo sviluppo dell’organismo per tutta la sua vita. Si distinguono
in: temporanee, cicliche, ad involuzione completa.
• temporanee: tra queste si inserisce la placenta, perché è presente nell’organismo solo
durante la gestazione . Col secondamento viene espulsa e non è più presente.
• cicliche: formate dalle cellule dei follicoli ovarici (soprattutto quelle della teca interna) e dal
corpo luteo, che è una vera ghiandola endocrina. Il corpo luteo compare intorno al 26° - 27°
giorno del ciclo ovarico ed è formato da due tipologie cellulari: le luteiniche e le
paraluteiniche.
• ad involuzione completa: ghiandola che scompare pressoché totalmente. Ne è presente una,
il timo o, meglio, le cellule epiteliali timiche. Il timo è una ghiandola posta dietro il
manubrio dello sterno.

La placenta, come ghiandola, produce principalmente progesterone, corticotropina e gonadotropina


corionica, da non confondere con la gonadotropina ipofisaria perché sono due ormoni diversi.
La teca interna produce principalmente estrogeni, perché risente della presenza dell’FSH.
Il corpo luteo produce progesterone ed estrogeni. Regola la seconda parte del ciclo ovario e la
seconda parte del ciclo uterino, determinando l’inversione del ciclo, cioè l’immissione del ciclo
successivo ad involuzione.
Le cellule epiteliali timiche producono la timosina, un ormone che tende a far crescere i timociti
stessi e, soprattutto, i linfociti T (una categoria di cellule del sangue).

Epiteli particolarmente differenziati


Gli epiteli particolarmente differenziati sono epiteli che servono a svolgere determinate funzioni,
organizzandosi in maniere diversa rispetto a come è strutturato il classico epitelio.
Per “epitelio” si intende cellule a mutuo contatto, di forma estremamente variabile che, se svolgono
una funzione di rivestimento e di copertura, daranno vita ad Epiteli di Rivestimento; se, invece,
differenziano degli elementi particolari, diventano Epiteli Ghiandolari (se sviluppano il fenomeno
della secrezione). Se la secrezione si svolge nell’ambiente esterno o in cavità comunicanti con
l’ambiente esterno, si avrà una ghiandola esocrina; se il secreto è riversato nei vasi sanguigni, si
avrà una ghiandola endocrina.
Si possono avere entità morfologiche particolari, come: il cristallino, struttura interna all’occhio; lo
smalto, struttura che forma il rivestimento più esterno della corona del dente; peli, capelli, vibrisse,
peli pubici ecc.; unghie, strutture distribuite in numero di venti nell’organismo.
Di queste strutture, due (cristallino e smalto) si formano in periodo fetale e, salvo – nel caso del
cristallino - un incremento di dimensioni, si mantengono per tutta la vita. Se il cristallino subisce
trasformazioni strutturali, si indurisce, si ispessisce, si opacizza, occorre svolgere l’intervento di
cataratta (asportazione del cristallino). Lo smalto una volta perso non si riforma e,dunque, non c’è
possibilità di ricostituzione. Per peli ed unghie il primo differenziamento avviene in periodo
embrionale, ma crescono e si mantengono per tutta la vita dell’ individuo.
Il cristallino è uno dei mezzi diottrici dell’occhio: permette alla luce di raggiungere la retina e,
quindi, di stimolare i fotorecettori. Possiede una caratteristica particolare rispetto agli altri tessuti: è
trasparente, poiché deve consentire alla luce di attraversarlo. Anche la cornea deve farlo. Il
cristallino ha una struttura piena.
Rientra tra gli epiteli perché, durante la vita fetale, nell’involucro più esterno dell’embrione
(ectoderma) e, precisamente, nella regione dove si costituirà l occhio (da una parte e dall’altra,
perché nel feto gli occhi sono laterali, poi modificano la loro posizione) si formano ispessimenti
epiteliali, detti placodi. Questo epitelio si ispessisce, si introflette, si stacca (si potrebbe paragonare
ad una vescicola di endocitosi) e si porta all’interno. L’ectoderma è un tessuto epiteliale e, quindi, la
vescicola che si forma dal placode - che si invagina - sarà una vescicola epiteliale. Il cristallino si
forma da tessuto epiteliale, che si introflette e si trasforma - nella parte posteriore dell’occhio - in
strutture allungate, che prendono il nome di fibre del cristallino. La cellula epiteliale si allunga e
diventa fibra. La fibra perde nucleo ed organuli, diventa assolutamente trasparente, consentendo alla
luce di attraversarla. È una sorta di massa ialoplasmatica, ossia di citoplasma non strutturato. Se si
osserva in scansione, dopo averlo rotto, la fibra del cristallino prima ha il nucleo, poi lo perde e si
trasforma in una sorta di lamina, che permette alla luce di attraversarla.
Derivazione: cellule epiteliali del placode ottico.
Lo smalto, mineralizzato al massimo grado (95% di sostanze inorganiche), è il tessuto più duro del
corpo umano. Lo smalto è prodotto solo nel corso dello sviluppo del dente e, quindi, eventuali
lesioni in età adulta non sono riparabili. Riveste la parte più esterna del dente (la parte bianca del
dente) ed è strettamente connesso con un altro tessuto osseo particolare, che è la dentina. Lo smalto
si appoggia e riveste a guscio la dentina nella regione della corona del dente. Nel resto del dente
non si trova. È un epitelio perché durante la formazione del dente l’epitelio che riveste la cavità
orale (quando il feto non ha denti e solo una mucosa riveste la bocca) s’inflette, ma non è un
placode. Contemporaneamente, si assiste ad una spinta da sotto, da parte del mesenchima. La parete
è costituita da due foglietti: epitelio adamantino esterno ed epitelio adamantino interno, cioè quelli
destinati a formare lo smalto. Si definiscono esterno ed interno rispetto al gettone mesenchimale che
si è approfondito all’interno. Le cellule del mesenchima, ovvero del connettivo, per un processo di
transizione mesenchimo - epiteliale, si avvicinano per formare un tessuto epiteliale. Inizialmente ci
sono le cellule del mesenchima, che si avvicinano. La gemma dentaria risulta così costituita da tre
strati: epitelio adamantino esterno (che degenera molto rapidamente); epitelio adamantino interno;
epitelio formato dagli odontoblasti (derivati dalle cellule mesenchimali che prima si erano
aggregate, durante la transizione mesenchimo - epiteliale). Alla fine permarranno solo questi ultimi
due. Ogni cellula ha una sua polarità funzionale (es. polarità cellula cilindrica: parte con i microvilli
rappresenta la parte assorbente, la parte in cui libera è quella sottostante; polarità cellula secernente:
la parte apicale è quella che libera le sostanze, la parte basale è quella che preleva dal sangue il
materiale). Queste cellule, chiamate ameloblasti, secernono lo smalto in un senso e gli odontoblasti
secernono la dentina in senso opposto: i due prodotti di secrezione (dentina e smalto) si trovano a
reciproco contatto e, man mano che vengono versati, aumenta la dimensione sia dello smalto che
della dentina e le cellule si allontanano. Saranno, dunque, presenti: smalto, dentina, odontoblasti,
ameloblasti. Il resto degenera.
Durante la vita fetale si forma il dente, rivestito da questo epitelio. La struttura più esterna è
l’epitelio adamantino interno. Quando il dente deciduo (intorno ai 5 – 6 mesi di vita) esce, sarà
ancora rivestito dall’epitelio adamantino (che ha prodotto lo smalto) che, a seguito dei primi
processi di “masticazione”, con l’abrasione tra superficie dentaria emersa e strutture (es. il ciuccio)
scompare. Questa struttura si chiama cuticola dentis [sottile membrana che ricopre la superficie
dello smalto dei denti vergini _ Sapere.it]. Lo smalto non può essere riparato in età adulta, perché le
uniche strutture in grado di ripararlo sono quelle dell’epitelio adamantino, che vengono perse con i
primi atti della suzione e della masticazione. L’amelobasto durante la vita fetale è fortemente
attivo: ha un citoscheletro molto sviluppato; mitocondri numerosi; apparato di Golgi ben evidente;
reticolo abbondante. La sua attività secretoria è rilevante: il suo prodotto secretorio è riversato
all’esterno e si viene a costituire lo smalto. Lo smalto è costituito dai prismi dello smalto. Dunque,
lo smalto deriva da una struttura epiteliale.
Derivazione: dall’abbozzo del dente durante la vita fetale.
Capelli e peli sono strutture che si formano durante la vita fetale.
Le ghiandole sebacee sono delle ghiandole esocrine a secrezione olocrina. Le ghiandole si formano
con un processo di invaginazione dell’epitelio. Semplificando, a seguito di questa invaginazione il
rapporto con l’epitelio di origine viene perso e si forma una ghiandola endocrina; se, invece, questo
rapporto viene mantenuto, si forma una ghiandola esocrina.
I peli sono parassiti della formazione della ghiandola. Consideriamo la formazione della ghiandola
esocrina, con adenomero e dotto escretore. Se geni specifici vengono espressi, la presenza del
gettone vascolare (la ghiandola deve essere altamente vascolarizzata, soprattutto la ghiandola
endocrina, sennò non si formano i sinusoidi, i capillari che stanno all’interno della ghiandola
endocrina) determina un processo di proliferazione delle cellule epiteliali, che avviene dal basso
verso l’alto. Si assiste ad una iperproduzione di cellule epiteliali che, a differenza
di ciò che avviene nell’epidermide - dove si ha uno sviluppo lineare -, procede verso l’alto, con un
processo di cheratinizzazione fortemente intensa. Si forma una struttura cheratinizzata, come
l’epidermide, ma strutturata in modo differente. Il pelo è un parassita della ghiandola. Considerando
l’abbozzo di una ghiandola sebacea, nella parte bassa si trova una massa tissutale che si pone in
rapporto con in mesenchima, che si vascolarizza.
In un pelo distinguiamo due zone: la radice ed il fusto. La radice è la parte in cui si ha la
proliferazione cellulare. Il fusto, invece, è la parte che fuoriesce dall’epitelio. Poiché la radice
costituisce una zona in cui si presenta una continua proliferazione cellulare, il pelo è destinato a
crescere in continuazione (come i capelli) e questo processo si orienta dalla parte più bassa della
radice verso l estremità.
Come si fa a capire che pelo e capello sono dei derivati ectodermici e, soprattutto, derivati
dell’epidermide? Facendo una sezione di un pelo, si individuano tre zone: midollare; corteccia;
epidermicola. L’epidermide è un epitelio pavimentoso pluristratificato cheratinizzato, all’interno
della quale si ha la raccolta progressiva di una proteina, la cheratina. La parte più interna è la
midollare, con cellule ben evidenti; segue la corteccia, dove si trovano cellule allungate, con
abbondante citoscheletro (si potrebbero assimilare alle cellule cornee, non disgiunte, ma compatte,
dell’epidermide); all’esterno sono presenti lamelle cornee disposte su un unico strato (come tegole
di un tetto), che costituiscono le strutture lamellari dell’epidemicola.
Si distinguono, dunque, una radice ed una parte libera. La radice è la zona in cui si ha la
proliferazione cellulare; la parte libera è la zona in cui si ha la trasformazione delle strutture
cheratinizzate.
Dal punto di vista anatomico, le unghie sono formate dal corpo dell’unghia, coperto parzialmente da
una ripiegatura dell’epidermide, definita epionichio e che, dunque, rappresenta il punto in cui il
corpo dell’unghia si continua con la cute del polpastrello. La zona sottostante prende il nome di
iponichio. Sono presenti due parti non visibili macroscopicamente, rappresentate dalla culla
dell’unghia (dove poggia l’unghia), detta letto ungueale, ed una zona più posteriore, la matrice, in
cui avviene un determinato processo.
Per i peli, l’invaginazione dell’epitelio è a proliferazione simmetrica; nel caso delle unghie, la
proliferazione è di tipo asimmetrico. Ciò vuol dire che mentre nel pelo i vasi si pongono al di sotto,
nelle unghie si spostano da un lato. La proliferazione di questo epitelio non è regolare – come nel
caso del pelo - ma si svolge solo da un lato; quindi, il mesenchima vascolarizzato fa sì che queste
cellule producano elementi cheratinizzati, che andranno a scivolare sul letto ungueale e formeranno
l’unghia o lamina ungueale.
Che cos’è l’unghia? Consideriamo la zona di proliferazione, ossia la matrice. Le cellule dello strato
basale proliferano, formano lo strato spinoso che rapidamente si cheratinizza e scivola, perché
spinto da altre cellule verso la parte anteriore. Le unghie, man mano che crescono, si distaccano
dall’iponichio e perdono rapporti con il letto ungueale, perché provengono da dietro. Il letto
ungueale serve solo da appoggio e da aggancio. La cheratina viene data solo in questa zona.
Nell’epinichio e nell’iponichio, fino alla matrice, sono presenti tutti gli strati dell’epidermide
(basale, spinoso, granuloso, lucido, corneo). Sul letto ungueale si trovano solo lo strato basale e lo
strato spinoso. Quest’ultimo è composto da cellule che presentano desmosomi e, dunque, le cellule
dello strato spinoso fanno in modo che la cellula del letto ungueale si agganci all’unghia,
garantendo lo scivolamento.
Cristallino, peli, unghie e smalto sono epiteli in quanto derivano da un epitelio che: o produce delle
sostanze – come nel caso dello smalto - o si trasforma dal punto di vista morfologico - come nel
caso del cristallino - oppure ipercheratinizza - come nel caso dei peli ed in quello delle unghie.

Epiteli sensoriali
Gli epiteli sensoriali sono formati da cellule derivate dall’ectoderma e sono specializzate nella
ricezione di specifici stimoli (chimici, gravitazionali, accelerati e vibratori).
In cosa consiste la differenza dell’epitelio sensoriale rispetto ad altri epiteli? Tale differenza risiede
nella capacità dell’epitelio sensoriale di trasferire questi stimoli in modo diretto o indiretto al
sistema nervoso. Attraverso alcuni epiteli sensoriali, come l’organo del gusto, si avrà la capacità di
percepire qualcosa che è dolce, aspra, salata. Lo stimolo, tuttavia, non resta localizzato alla cellula
che percepisce lo stimolo o alle poche cellule ad essa adiacenti, ma esso viene mandato ai centri
nervosi, in modo tale che si creino i presupposti per la costituzione di quelle sensazioni che
comunemente chiamiamo “i cinque sensi”: vista, udito, odorato, gusto e tatto. In realtà, sono molti
di più: se modifico la posizione della testa nello spazio (anche ad occhi chiusi) o se, seduto su una
automobile, devo stabilire se accelera o decelera, scopro la presenza di un altro senso. Il tatto non è
un senso limitato. Non si ha solo la percezione della forma degli oggetti; si ha pure una percezione
termica. Gli epiteli sensoriali sono coinvolti nella percezione di stimoli chimici, gravitazionali
acceleratori e vibratori. Il termine “vibratorio” indica la percezione acustica. Le onde sonore
provocano la vibrazione dell’ambiente in cui vivono tali cellule. Dunque, esistono tante percezioni
sensoriali: vista, olfatto, tatto, temperatura. Queste non c’entrano niente con gli epiteli sensoriali.
Perché? Il cono e il bastoncello della retina che permettono la visione; i neuroni olfattori che si
trovano nel tetto delle cavità nasali; i corpuscoli e le terminazioni libere nell’epidermide e nel
derma: non si tratta di cellule epiteliali, ma di cellule nervose. Derivano anch’esse dall’ectoderma,
ma non da quello di rivestimento, bensì dal neuro ectoderma (ossia dall’ectoderma destinato a
fornire cellule nervose). Gli epiteli sensoriali ci garantiscono il gusto, l’udito e l’equilibrio,
intendendo con quest’ultimo accelerazioni angolari, accelerazioni lineari, la posizione della testa
nello spazio.
Com’è fatto un epitelio sensoriale? Un epitelio di rivestimento è formato da cellule a mutuo
contatto che, nell’ambito di uno epitelio monostratificato, sono tutte uguali tra loro
(monostratificato cubico, cilindrico, pavimentoso). Negli epiteli sensoriali le cellule non sono uguali
tra loro.
Nel periodo fetale, nel contesto di un epitelio, alcune cellule si differenziano (si trasformano da un
punto di vista morfologico e funzionale), mentre le altre cellule mantengono le caratteristiche
epiteliali. Nel caso dell’epitelio sensoriale, si trovano elementi diversi, che si differenziano o in
determinati punti o solo in un punto. Non tutto l’epitelio (es. epitelio della lingua) è fatto da cellule
sensoriali. Un epitelio sensoriale è costituito da: cellule sensoriali, cellule di sostegno, cellule basali
(a funzione di rimpiazzo) e dall’elemento principale – che differenzia qualunque cellula da una
cellula sensoriale – rappresentato dalla terminazione nervosa.
A livello della parte basale della cellula sensoriale, con morfologia estremamente variabile,
arrivano dei prolungamenti delle cellule nervose, che hanno la funzione di recepire lo stimolo e di
trasferirlo. La cellula sensoriale presenta una parte apicale caratterizzata da specializzazioni. Le
specializzazioni delle cellule sensoriali sono: microvilli allungati, molto lunghi, ipertrofici (cellule
gustative; chino- e stereo-ciglia (cellule acustiche e cellule vestibolari). Il citoplasma è ricco di
organuli (soprattutto mitocondri); il nucleo è ben evidente. Nella zona profonda, la cellula
sensoriale epiteliale si connette con la terminazione nervosa. Non si ha una sinapsi (presente tra due
cellule nervose) ma una giunzione cito-neurale (tra cellula nervosa e cellula non nervosa). Gli
impulsi stimolano la cellula e creano una differenza di potenziale: la carica elettrica viene trasmessa
lungo la cellula fino alla parte basale, dove le giunzioni cito-neurali trasformano l’energia
bioelettrica (differenza di potenziale che si crea sulla membrana) in energia chimica. Nella parte
basale di questa cellula si trovano vescicole contenti i neutrotrasmettitori (acetilcolina,
noradrenalina, adrenalina) che vengono rilasciati e danno una stimolazione della struttura nervosa.
Delle cellule epiteliali, alcune si differenziano ed altre rimangono cellule epiteliali. Questi elementi,
nella maggior parte degli epiteli sensoriali, generano le cellule di sostegno.
Nel caso dell’organo del Corti, l’epitelio fornisce le cellule di sostegno e le cellule sensoriali, ma
non cellule basali. Ne consegue che le cellule acustiche - una volta perse - non vengono più
sostituite. Le cellule basali, invece, sono presenti sia nell’epitelio gustativo che in quello vestibolare
(ampolle dei canali semicircolari; macula dell’utricolo e del sacculo). In questi ultimi due casi, le
cellule basali rifornisco le cellule sensoriali eventualmente perse.
Il “gusto” non è un senso ma il prodotto di una serie di elementi capaci di recepire determinate
sensazioni. La lingua è la sede del gusto e il suo rivestimento è un epitelio pavimentoso stratificato
non cheratinizzato, anche se in alcune zone - soprattutto quella del dorso anteriore – si possono
trovare rilievi dell’epitelio, come le papille filiformi, che non hanno nulla a che vedere con il gusto.
Nel dorso della lingua sono sparse formazioni che, osservate in sezione con ematossilina - eosina,
hanno aspetto di fungo: si tratta delle papille fungiformi. Queste strutture, nella parte libera che
guarda verso la cavità della bocca, presentano particolari formazioni di aspetto rotondeggiante: i
calici gustativi. Nella parte posteriore della lingua, si trovano – a livello della V linguale - le papille
circumvallate (o papille vallate), così chiamate perché osservandole dall’alto presentano una parte
sporgente, una cavità che la circonda e, di nuovo, un rilievo. Il gusto immediato lo danno le papille
fungiformi. Quando invece “si assapora un gusto” si sfruttano le papille circumvallate. Esistono le
papille foliate, che si trovano sulle due regioni laterali della lingua, ma nell’uomo sono assenti.
Qualunque sia la tipologia della papilla, sulla sua superficie si trovano delle strutture: i calici
gustativi. Il calice gustativo prende il nome dalla sua forma, rotondeggiante, che ricorda un calice.
È formato sempre da un’apertura apicale: è circondato da cellule epiteliali, ma è caratterizzato da
una sorta di apertura, chiamata poro, da cui si dipartono - verso l’ambiente esterno - le
specializzazioni apicali, rappresentati da microvilli modificati (una volta si chiamavano peli
gustativi). Il calice gustativo è fatto da cellule sensoriali gustative, cellule di sostegno e cellule
basali. Oltre questi elementi cellulari si trovano le terminazioni nervose, che si mettono in contatto
con le cellule sensoriali.
L’epitelio stato – acustico, dal punto di vista anatomico, si trova nella rocca petrosa dell’osso
temporale, nell’orecchio interno. Tutte le strutture che formano tale zona sono, quindi, rivestite
dall’epitelio stato (equilibro)- acustico (percezione sonora). Dal punto di vista istologico, occorre
fare una differenza. L’orecchio esterno comunica con l’ambiente esterno attraverso il meato
acustico e all’interno risulta essere chiuso da una struttura molle, rappresentata dalla membrana
timpanica, su cui finiscono le vibrazioni delle onde sonore. Le onde sonore fanno, dunque, vibrare
la membrana timpanica. A tale membrana si associa un sistema di tre ossicini: martello, incudine e
staffa. La parte dilatata della staffa chiude un buco osseo. Nell’orecchio esterno e medio è presente
l’aria. Nell’orecchio interno - che fa seguito alla staffa – si trova un liquido: la linfa. Tale liquido si
distingue in: perilinfa, che si trova nella parte esterna, a contatto con strutture ossee; endolinfa,
contenuta nella parte più interna. Nell’orecchio interno, è presente una zona, la chiocciola (o
coclea), al cui interno si trova un epitelio sensoriale, che prende il nome di Organo del Corti.
Dunque, la struttura sensoriale è posta all’interno della coclea. Inoltre, si trovano una serie di
strutture anatomiche: canali semicircolari, divisi in tre parti ed ognuno accompagnato dalle
rispettive ampolle; utricolo e sacculo, strutture dilatate che servono per percepire l’accelerazione
gravitazionale, la posizione della testa, lo spostamento angolare. I canali semicircolari sono orientati
lungo i tre assi (x, y, z). La condizione di equilibrio si considera a riposo e, in qualunque posizione
venga spostata la testa, viene variato l’equilibrio rispetto ai tre assi cartesiani e ne risentirà il liquido
contenuto all’interno.

Prof. Bruschetta 16 marzo 2012

Tessuto connettivo
I tessuti connettivi si dividono in:
• tessuti connettivi con funzione meccanica, e a questo punto fanno parte la cartilagine e il
tessuto osseo;
• tessuti connettivi con funzione trofica, (trofico sta per trofismo = nutrimento) e a questo
punto fanno parte sangue e linfa;
• tessuti connettivi propriamente detti che sono tessuti con una non ben specificata
organizzazione che entrano nelle trame e nella struttura del nostro organismo, nella trama e
nel rivestimento della fibra muscolare, nella trama di un organo cavo (come nell’intestino,
nello stomaco).

Nei tessuti di cui avete sentito parlare finora [tessuti epiteliali, sensoriali, ghiandolari] avete visto
tessuti fatti da cellule unite tra loro senza interposizione di sostanza intercellulare, che sono cellule
adese tra loro grazie ai sistemi di giunzione. Qua invece parliamo di cellule non adese tra loro e
immerse in una sostanza intercellulare, che vedremo chiamarsi matrice extracellulare.
Facciamo un passo indietro e rivediamo le caratteristiche degli epiteli di rivestimento. Gli epiteli di
rivestimento sono tessuti fatti da cellule vicine tra loro e sono tessuti non vascolarizzati. Questo è
uno svantaggio che ha l’epitelio di rivestimento ma di contro hanno un vantaggio, cioè quello che le
cellule che lo compongono hanno una grande capacità di rinnovamento. Attraverso un processo che
si chiama apoptosi, o programmazione di vita e morte cellulare, infatti, queste cellule si rinnovano
con grande facilità.
I connettivi sono esattamente l’opposto; sono cellule che non hanno una grande capacità di
rinnovamento ma sono molto vascolarizzate. Quindi epiteli di rivestimento: poco sangue; tessuti
connettivi: molto sangue. Vedremo oggi però un tessuto connettivo che è scarsamente
vascolarizzato, e questo tessuto è il tessuto cartilagineo.
Il concetto di tessuto connettivo dal punto di vista funzionale deve essere quello di “connettere”, è
una sorta di impalcatura che abbiamo all’interno del nostro organismo. Una volta i vecchi istologi li
chiamavano tessuti trofomeccanici, in quanto trofico era riferito al sangue e alla linfa, meccanico
era riferito alla cartilagine e all’osseo. Però il concetto di meccanico come impalcatura di una
struttura può essere riferito anche ai tessuti connettivi propriamente detti.
I tessuti connettivi propriamente detti sono:
• il mesenchima, che è un tessuto connettivo tipico della vita embrionale e rappresenta
l’impalcatura connettivale dell’embrione;
• il tessuto connettivo mucoso maturo, che ritroviamo a livello del cordone ombelicale e della
polpa del dente;
• il tessuto fibrillare lasso o denso;
• tessuto ventricolare;
• tessuto elastico;
• tessuto adiposo.

Quelli con funzioni specifiche sono la cartilagine e il tessuto osseo, quelli con funzione trofica
invece già li abbiamo visti.
Vediamo adesso le caratteristiche specifiche dei tessuti connettivi.
Abbiamo detto che questo tessuto connettivo deve essere costituito da cellule e sostanza
intercellulare. Allora, abbiamo:
• la componente cellulare che è responsabile della produzione della matrice extracellulare,
che può essere una matrice amorfa (e definita quindi sostanza fondamentale amorfa) e che è
composta da determinati tipi di macromolecole, a seconda del tipo di tessuto;
• una componente fibrillare che può essere costituita da fibre collagene, fibre elastiche e
fibre reticolari.

Quindi se io vi chiedo agli esami i tessuti connettivi, voi cosa mi dovete dire? Dovete dirmi che
sono cellule e sostanza intercellulare. La sostanza intercellulare è costituita da matrice extracellulare
che è anche denominata sostanza amorfa e da delle fibre, e le fibre possono essere o di tipo elastico,
o di tipo collagene o di tipo reticolare.

Le cellule dei tessuti connettivi si dividono in:


• cellule fisse;
• cellule migratorie.

Le cellule fisse sono i fibroblasti (che ritroviamo sempre), i macrofagi o mastociti, le plasmacellule,
le cellule adipose, le cellule endoteliali e i periciti.
Le cellule che invece migrano in determinati momenti ( che può essere un processo infiammatorio)
sono i linfociti, i granulociti neutrofili, gli eosinofili e le cellule pigmentate.
Le cellule fisse o autoctone sono cellule che ritroverete sempre nei tessuti connettivi. Le cellule
migratorie invece sono cellule che fanno parte del sangue, quali i linfociti, i neutrofili, gli eosinofili,
che passano dal sangue al tessuto connettivo in determinati momenti, quali possono essere i
processi patologici. Quindi non sono cellule che noi ritroviamo sempre, ma li ritroviamo soltanto se
ci sono delle condizioni di morbosità, delle condizioni patologiche.
Tra le cellule fisse abbiamo poi i condrociti, che sono cellule del tessuto cartilagineo, e gli osteociti,
che sono cellule del tessuto osseo. Anche queste sono delle cellule autoctone.
Vediamo come è costituita la matrice extracellulare. La matrice extracellulare è un sistema
colloidale multifasico, formato da una fase disperdente acquosa, molto ricca in elettroliti, e in
questa fase disperdente saranno immerse delle glicoproteine e dei proteoglicani, che non sono altro
che l’ultrastruttura delle fibre all’interno del tessuto connettivo.
Per quanto riguarda i proteoglicani e che in particolar modo sono dei glicosamminoglicani, questi
possono essere di due tipi, possono essere o solforati o non solforati.
Solforati sono per esempio il condrosinfosfato, i non solforati (e soffermatevi su questo elemento) è
l’acido ialuronico. Sentirete molto parlare dell’acido ialulronico, che viene ad esempio utilizzato
nella protezione delle cartilagini articolari, ed è un elemento presente a livello dei proteoglicani.
Le glicoproteine possono essere di due tipi: di origine plasmatica, ad esempio albumine e
globuline, o di origine tissutale, in questo caso parliamo di fibronectina, laminina e condronectina.
I proteoglicani possono essere o di tipo 1, detto anche biglicano, o di tipo 2, che è il più
rappresentato ed è la deporina.
Allora, io vi avevo detto che la matrice extracellulare è costituita da sostanza amorfa e fibre. Le
fibre sono delle macromolecole che si possono organizzare in fibre collagene, fibre elastiche e fibre
reticolari, a seconda di dove ci troviamo. La differenza tra questi tipi di fibre sta nella composizione
chimico-fisica.
Le fibre collagene sono prodotte dai fibroblasti, che sono le cellule responsabili della produzione di
tutti i tessuti connettivi.
Quando vi parlavo di glicoproteine, di proteoglicani, secondo voi che funzione hanno? Hanno una
funzione adesiva, garantiscono un rapporto estremamente tenace tra le fibre. Le fibre collagene le
ritroviamo nell’impalcatura del tessuto muscolare. Apriamo una parentesi: il tendine è un tessuto
connettivo denso-compatto.
Ogni singola fibra muscolare è avvolta da del tessuto connettivo e un insieme di fibre muscolari a
sua volta è avvolto da un altro ventre connettivale.
Abbiamo già detto che i tessuti connettivi sono caratterizzati dalla vascolarizzazione. I muscoli per
funzionare hanno infatti bisogno di sangue, più connettivo c’è , più riceve sangue, più ossigeno
riceve la fibra muscolare.
Le fibre sono costituite da delle microfibrille, quindi parlo di un’ultrastruttura dal punto di vista
chimico, che sono microfibrille di tropocollagene. I responsabili della produzione del
tropocollagene sono i fibroblasti. Abbiamo visto quindi che le fibre collagene decorrevano tutte
verticalmente.
Le fibre reticolari invece vedete che, dal punto di vista spaziale, formano una specie di reticolo;
sono meno rappresentate rispetto alle fibre collagene e sono disperse nella sostanza amorfa che è
molto più abbondante rispetto al tessuto connettivo costituito da fibre collagene.
Vorrei che vi ricordaste che per evidenziare questo tipo di tessuto connettivo ci sono principalmente
due colorazioni, una è l’impregnazione argentica, la seconda (che però evidenzia tutti i tessuti
connettivi) è la cosiddetta tricromica o Azan-Mallory.
Soffermiamoci sull’andamento spaziale di queste fibre. Le collagene erano perfettamente una
attaccata all’altra, qua invece vi sono grossi spazi vuoti.
Le fibre elastiche noi le ritroviamo principalmente a livello della tonaca intima dei vasi. Un vaso si
divide in tonaca intima, media e avventizia. Nella tonaca intima noi troviamo principalmente fibre
elastiche, che si colorano soprattutto con l’aldeide fucsina e la fucsina resorcina. Le fibre elastiche
sono costituite da delle microfibrille di fibrillina, che non è altro che una glicoproteina.
Le cellule dei connettivi vi avevo detto che possono essere cellule fisse e cellule migratorie.
Tra le cellule fisse le prime che io vi riporto sono i fibroblasti-fibrociti. I fibroblasti sono la forma
attiva dei fibrociti, cioè il fibroblasto è una cellula che produce il tessuto connettivo, e una volta
fatto ciò si trasforma in fibrocita. Le altre cellule sono i macrogaci, i mastociti, plasmacellule,
cellule endoteliali, i periciti (che ritroviamo nella struttura dei vasi sanguigni), e le cellule adipose.
Al di sopra del fibroblasto c’è una cellula, che si chiama cellula pluripotenziale, che è la cellula
mesenchimale. La cellula mesenchimale è una cellula che precorre le cellule del sangue, alcune
cellule dei connettivi e quindi le cellule endoteliali, i mastociti, la cellula adiposa, i condrociti, le
cellule del tessuto cartilagineo, gli osteoblasti, le cellule del tessuto osseo, i fibroblasti e addirittura
anche i megacariociti, cioè quelle cellule poi andranno a formare le piastrine. Ecco perché la
denominazione di cellula pluripotenziale, perché è quella cellula che poi darà origine a tutte le
cellule dei tessuti connettivi.
C’è un tessuto connettivo che io non vi ho detto, che è un tessuto tipico della vita embrionale e che
si chiama mesenchima.
Le cellule mesenchimali hanno la capacità di differenziarsi in tutte quelle cellule che costituiscono
i tessuti connettivi, che vanno dai tessuti connettivi a funzione trofica, quale è il sangue, ai tessuti
connettivi propriamente detti, ma anche ai tessuti connettivi altamente specializzati, quale la
cartilagine ed il tessuto osseo.
Il fibroblasto quindi origina dalla cellula mesenchimale, che è la cellula responsabile della
produzione della matrice extracellulare, ma la matrice extracellulare da che cosa era costituita? Da
fibre e sostanza amorfa, prodotte dai fibroblasti.
Il fibroblasto quindi deve essere una cellula con un nucleo molto grande, con un reticolo
endoplasmatico rugoso molto rappresentato, con un corredo mitocondriale importantissimo, ed
essendo una cellula in grande attività sintetica, all’interno del nucleo abbiamo spesso due nucleoli.
Una volta che è avvenuta la produzione e che ha svolto il suo compito, il fibroblasto si trasforma in
fibrocita. Guardate che esiste una sorta di reversibilità, a seconda delle condizioni in cui il nostro
organismo si viene a trovare. Quindi il fibrocita si può ritrasformare in fibroblasto.
Quando ad esempio avviene un danno a livello del tessuto muscolare, vedete che il primo tessuto
che si forma non è tessuto muscolare ma tessuto connettivo, i fibrociti però non hanno la capacità di
produrre e allora avviene la trasformazione dei fibrociti in fibroblasti. Il fibroblasto produce il
connettivo affinché avvenga il processo di riparazione. Una volta che è avvenuto un taglio, una
lesione si crea una stimolazione, un passaggio da fibrocita a fibroblasto, che deve attivare il
processo di cicatrizzazione.
Altre cellule che noi troviamo all’interno delle cellule fisse sono i macrofagi che sono responsabili
della difesa. Quando noi parliamo di attività macrofagica, qualsiasi batterio o altro viene a contatto
con i nostri connettivi, viene attaccato da questi macrofagi.
Vedete, il tessuto connettivo, oltre ad avere la funzione di connettere, ha anche un’importante
funzione di difesa del nostro organismo. È la prima barriera che si crea tra gli agenti patogeni (sia
come agenti batterici che oncologici). Sono i primi che interagiscono con sostanze che non
riconoscono proprie.
Tra le cellule fisse abbiamo detto che ci sono le plasmacellule. Le plasmacellule sono responsabili
della produzione delle IGE (immunoglobuline). Le IGE sono quelle che intervengono nella risposta
immunitaria ed in pariticolar modo nelle risposte di natura allergica. Sulle plasmacellule vorrei che
vi ricordaste che ha una morfologia particolare, in cui il nucleo è chiamato “a ruota di carro” .
Altre cellule fisse sono i periciti, che vanno a costituire l’endotelio dei vasi sanguigni.
Il tessuto adiposo è un tessuto connettivo propriamente detto. Distinguiamo due tipi di tessuto
adiposo: tessuto adiposo bianco e tessuto adiposo bruno. Nell’uomo abbiamo solo tessuto adiposo
bianco. Alla nascita abbiamo la presenza di tessuto adiposo bruno ma scompare nel giro di un paio
di mesi.
Il tessuto adiposo bianco è un tessuto adiposo univacuolare, a differenza del tessuto adiposo bruno
che è multivacuolare. Che vuol dire univacuolare? Che abbiamo una gocciolina di grasso che
occupa la cellula. Multivacuolare significa invece che ci sono numerose goccioline di grasso.
C’è qualche studio americano che sostiene che gli obesi hanno una sorta di trasformazione di
tessuto adiposo bianco in bruno, ma ciò non è stato confermato al 100%.
Se colorate il tessuto adiposo con ematossilina-eosina non vedete niente, se invece usate il Sudan
III le goccioline di grasso appaiono rosse, se usiamo l’impregnazione con tetraossido di osmio le
goccioline appaiono nere, se invece usiamo la tricromica le goccioline di grasso non vengono
colorate così come nell’ematossilina-eosina, vediamo solo degli spazi bianchi. Ricordatevi che noi
non ne abbiamo vetrini con colorazione di Sudan III e con tetraossido di osmio. Se vedete delle
componenti nere allora abbiamo l’impregnazione argentica delle strutture del tessuto nervoso, non
venite a dire all’esame che si tratta di tessuto adiposo.
Le cellule migranti dei connettivi sono le cellule della serie bianca del sangue, che sono
principalmente neutrofili, eosinofili e linfociti.
I neutrofili sono delle cellule particolari, vedete che infatti si chiamano polimorfonucleati, perché
hanno più nuclei con morfologie diverse.
L’eosinofilo ha un unico nucleo molto grande a forma di ferro di cavallo.
I linfociti invece hanno come caratteristica un nucleo molto grande rispetto al citoplasma, vedete
che c’è un’inversione di rapporto perché normalmente abbiamo un nucleo piccolo e un citoplasma
più grande.
Le cellule pigmentate sono cellule che migrano nei tessuti connettivi e soprattutto a livello della
cornea e della congiuntiva dell’occhio.
Agli esami spesso vi chiedono la membrana basale, che è un tessuto connettivo lasso di
congiungimento e rappresenta il punto di passaggio tra l’epitelio di rivestimento e i tessuti
connettivi sottostanti. La membrana basale attraverso un complesso di proteine di ancoraggio si lega
agli epiteli di rivestimento.
Allora ragazzi, ricordatevi una cosa: non può esistere un epitelio di rivestimento che non abbia uno
stretto rapporto con un tessuto connettivo, perché il tessuto epiteliale non è vascolarizzato. La
lamina basale gli garantisce questa sorta di ancoraggio tra due tessuti di natura diversa, cioè
l’epitelio di rivestimento e il tessuto connettivo.
I connettivi propriamente detti quali sono? Il mesenchima, che come vi avevo detto è il tessuto
tipico della vita embrionale, è costituito dalle cellule mesenchimali, che poi si vanno a dividere
nelle varie tipologie di cellule del tessuto connettivo. Sono cellule molto grandi, poco numerose,
con grandi prolungamenti e sono immerse in una sostanza amorfa abbondantissima.
Il tessuto connettivo mucoso maturo: anche qui le cellule sono poche, appaiono fusate o piatte, la
sostanza amorfa è abbondante e le fibre collagene sono scarsamente rappresentate.
Tessuto connettivo fibrillare lasso: qua vedete che le fibrille si vedono molto bene, e il fibrillare si
può dividere in denso, dove vedete che le fibre sono molto più spesse, e compatto a fibre parallele
o a fibre intrecciate.
Il tessuto elastico lo avevamo visto prima nella costituzione dei vasi.
Riguardo al tessuto adiposo solo una cosa volevo ricordarvi, ossia l’origine (l’istogenesi) delle
cellule del tessuto adiposo bianco, perché il tessuto adiposo bruno non si sa ancora qual è il suo
processo di maturazione.
Istogenesi del tessuto adiposo bianco:
• Prolipoblasto;
• lipoblasto ;
• preadipocita (dove ancora sono presenti più vacuoli, cioè è ancora una cellula
mutivacuolare);
• l’adipocita maturo dove invece [il preadipocita] diventa univacuolare.

Il tessuto cartilagineo è un tessuto con funzione meccanica.


Le patologie che riguardano la cartilagine sono le più difficili da affrontare perché il tessuto
cartilagineo è un tessuto connettivo non vascolarizzato. Ora per curare queste patologie ci sono dei
presidi che non sono farmacologici ma sono fisici. Se diamo dei farmaci a chi soffre di queste
patologie, in realtà serve molto poco poiché, essendo il tessuto cartilagineo non vascolarizzato, il
sangue non può arrivarci e le cellule, non ricevendo sangue, non hanno la capacità di rigenerarsi.
Vediamo adesso cosa rappresenta il tessuto cartilagineo.
• rappresenta l’abbozzo dello scheletro primitivo del feto embrionale, che poi attraverso un
processo di ossificazione si trasformerà in tessuto osseo. Solo alcuni animali sono costituti
solamente da tessuto cartilagineo. Un esempio è lo squalo (riesce infatti a flettersi
completamente), ma in genere tutti i pesci;
• la funzione del tessuto cartilagineo quindi rappresenta la base di quello che sarà il futuro
tessuto osseo, attraverso un processo di ossificazione che può essere o pericondrale o
endocondrale;
• rappresenta il rapido accrescimento dopo la nascita dello scheletro assile;
• assicura la funzione di “cuscinetto” a livello delle articolazioni. Non possono esistere due
ossa che si interfacciano che non sia presente tra esse tessuto cartilagineo;
• fornisce un supporto che francamente è flessibile ad alcune strutture della faccia quali il
naso e le orecchie;
• partecipa alla riparazione delle fratture ossee. Una volta che c’è una frattura ossea non è che
si forma tutta ad una volta il tessuto osseo, si formerà infatti prima la cartilagine, che poi si
trasformerà in tessuto osseo.

È costituito da una matrice extracellulare e da componente cellulare, infatti è un tessuto connettivo a


tutti gli effetti differisce soltanto perché non è vascolarizzato.
La matrice extracellulare è formata principalmente (soffermatevi su questo elemento) da acido
ialuronico. Ha una componente fibrillare, e abbiamo sia le fibre collagene che le fibre elastiche, e
poi abbiamo chiaramente una componente cellulare.
Sono principalmente tre le cellule della componente fibrillare, che sono i condroblasti (responsabili
della produzione della matrice extracellulare), che una volta che hanno prodotto la matrice
extracellulare si trasformano in condrociti ed infine abbiamo i condroclasti, che hanno un’azione
nei processi di riparazione del tessuto osseo e sono quelle cellule che hanno una funzione di
rimaneggiamento (contengono degli enzimi litici).
Il condroblasto, vedete, è una cellula molto grande, è una cellula dove l’apparato del Golgi e il
reticolo endoplasmatico rugoso sono molto rappresentati perché si tratta di una cellula in piena
attività di sintesi. I condroblasti inoltre hanno delle espansioni perché attraverso queste vescicole
vengono immessi degli enzimi litici.
A secondo delle caratteristiche chimico-fisiche della matrice extracellulare noi distinguiamo:
cartilagine ialina, cartilagine fibrosa e cartilagine elastica.
La cartilagine ialina noi la troviamo nell’abbozzo primitivo dello scheletro fetale, la troviamo nella
costituzione della cartilagine del setto nasale; costituisce le cartilagini cricoidea, tiroidea e
aritenoidea della laringe, quindi cartilagine delle vie aeree superiori, va a costituire il cosiddetto
piastrone sterno-costale (cioè il punto di fusione tra coste e sterno), ma lo troviamo soprattutto a
livello delle cartilagini articolari.
Il tessuto cartilagineo è caratterizzato dalla presenza di un foglietto di tessuto connettivo che si
chiama pericondrio, che riveste il tessuto cartilagineo e favorisce attraverso un processo di
diffusione il passaggio di sangue, e di conseguenza di nutrimento, minimo però, con il cartilagineo
sottostante. All’interno della cartilagine le cellule mature che ci andiamo a trovare sono chiaramente
i condrociti, che raramente troviamo in forma isolata, ma che più frequentemente troviamo in forma
di 4 cellule. I gruppi isogeni del tessuto cartilagineo non sono altro che l’unione di 4 condrociti,
che hanno di caratteristico il fatto che sono cellule morfologicamente tutte uguali. Che cosa sono
quindi i gruppi isogeni? Un condrocita attraverso un processo mitotico si divide in 4 cellule
assolutamente uguali (prima una cellula si divide in due, e queste poi si dividono ulteriormente) e
quelle 4 cellule che si sono formate è il gruppo isogeno. Da un punto di vista istologico, viene a
formare delle cosiddette arie, che sono l’aria territoriale interna, che è basofila (quindi è acida), e
l’aria territoriale esterna, che invece è acidofila (le proteine avranno quindi carattere basico).
Allora, ricordate che abbiamo una capsula del gruppo isogeno, che è intensamente basofila e
metacromatica, un’aria territoriale interna, anche essa è basofila e metacromatica, un’aria
territoriale esterna che è acidofila, e uno spazio che si crea tra due gruppi isogeni, che è un’aria sia
debolmente acidofila che basofila.
La cartilagine articolare ricordate che riveste tutte le superfici articolari. Il suo spessore è di circa
5-7 mm, ma non è disposto in maniera uniforme su tutta la superficie articolare, perché è chiaro che
questa cartilagine articolare nelle zone che si affrontano vi saranno delle zone di maggior calibro e
allora dove il calibro è maggiore lo spessore deve essere maggiore. Quindi nella porzione centrale
dell’affronto delle superfici ossee la cartilagine sarà più spessa, dove invece c’è maggiore scarico la
cartilagine sarà meno rappresentata.
È di colorito bianco-azzurro ed è ricca di grande sofficità. La sofficità gli è dato da un alto
contenuto di acqua, che a sua volta è garantito dalla presenza di acido ialuronico.
All’inizio io vi dissi che quello che voi vedevate in una ecografia, che si faceva intrauterina, (il
femore ad esempio) era costituito da tessuto cartilagineo che poi veniva sostituito da tessuto osseo.
È evidente che la sostituzione non può avvenire in un’unica soluzione, perché noi abbiamo delle
fasi di accrescimento della nostra altezza. Allora, se noi facciamo una radiografia del femore in un
soggetto che ha 6 anni, noi nella parte centrale del femore troviamo tessuto cartilagineo, che appare
trasparente rispetto al resto del tessuto osseo. Più tessuto cartilagineo c’è, più ci sarà margine di
crescita. Vi sono però dei fattori che possono rallentare la crescita: malattie virali, l’obesità,
variazioni ormonali (perché nel tessuto cartilagineo, come nell’osseo, il principale regolatore della
crescita è il GH o ormone somatotropo). Quando invece questa sorta di passaggio, tra cartilagine in
fase di maturazione e cartilagine che ormai sta scomparendo, ha perso attività sintetica, non crescerà
più, e si chiamerà nucleo di ossificazione.
In generale ricordate che i maschi hanno un margine di crescita fino al 20-21 anno di età, questo è
molto approssimativo e significa che dopo i 16 anni possono prendere al massimo altri 1-2 cm, se
sono fortunati 3 cm. La femmina in genere può crescere fino al sedicesimo anno di età (non è vero
che la crescita si ferma con l’inizio del ciclo mestruale).
Oltre alla cartilagine ialina, abbiamo la cartilagine elastica, che ritroviamo a livello del padiglione
auricolare, dell’epiglottide, e a livello della tuba uditiva. Qua vi riporta anche la cartilagine
cricoidea, tiroidea e aritenoidea, ma in effetti queste hanno una sorta di tessuto cartilagineo misto.
Le cellule della cartilagine elastica sono i condrociti, che sono in comune sia alla cartilagine ialina,
sia a quella elastica, sia a quella fibrosa. La differenza sta nella costituzione chimico-fisica della
matrice extracellulare. Intanto anche nell’organizzazione strutturale delle cellule. Nelle cellule della
cartilagine ialina noi avevamo i cosiddetti gruppi isogeni, qua però non ci sono i gruppi isogeni ma
ci sono dei condrociti che sono molto numerosi e sparsi nella matrice extracellulare, dove prevale la
componente elastica e quindi avremo la presenza delle fibre elastiche.
Il pericondrio non lo dovete considerare tessuto cartilagineo ma tessuto connettivo, ed è un
manicotto che avvolge il tessuto cartilagineo. Ricordatevi una cosa, che tra ialina, elastico e fibrosa
un minimo di vascolarizzazione ce l’ha la cartilagine ialina, ma non pensate chissà quale quantità di
sangue passi.
Per questo è quasi inutile curare dei danni a livello della cartilagine con farmaci. Adesso un metodo
si è trovato, che è l’infiltrazione delle piastrine (la cura migliore) o un’altra alternativa sono i
tasselli di tessuto cartilagineo (anche se in genere con questo metodo vi sono forme di rigetto).
La cartilagine fibrosa la troviamo a livello dei dischi intervertebrali, a livello della sinfisi pubica,
nel punto di inserzione dei tendini di Achille e a livello dei menischi del ginocchio.
A livello della sinfisi pubica voi sapete che il bacino è costituito dalle ossa dell’anca e
posteriormente è chiuso dall’osso sacro e dal coccige, anteriormente le due ossa dell’anca non si
chiudono perfettamente e tra queste due ossa si interpone questa cartilagine fibrosa, che va a
colmare lo spazio che esiste tra le due ossa dell’anca. È evidente però che se noi andiamo a
guardare le ossa dell’anca di un soggetto di 80 anni noi non vediamo più cartilagine fibrosa, ma ci
sarà stata una trasformazione di quella cartilagine in tessuto osseo. Avviene una sorta di
degenerazione spessiforme, ossia una sorta di calcificazione che ha fatto perdere a questo tessuto le
sue caratteristiche chimico-fisiche e il suo contenuto in acqua e ha fatto fondere le due ossa
dell’anca.
Anche i menischi del ginocchio sono costituiti da cartilagine fibrosa, infatti si spezzano molto
facilmente quando femore tibia e perone, in un movimento di torsione o di distorsione del
ginocchio, il menisco tende a scappare, essendo un tessuto estremamente morbido si incastra tra le
superfici ossee e spesso uno si deve poi operare. Ma più lo si tiene il menisco meglio è perché i
menischi hanno una funzione fondamentale, perché evitano che le due cartilagini vengano a
contatto e si consumino.
La cartilagine fibrosa è composta da una componente cellulare molto bassa e una ricca componente
di matrice extracellulare. Le cellule, vedete, sono rare, mentre la matrice extracellulare è
abbondantissima. È ricchissimo il contenuto in acqua, e ciò accade anche nel tessuto osseo. Dove
c’è frazione proteica, c’è acqua. Un tessuto per avere un’alta percentuale di mineralizzazione deve
avere un basso contenuto proteico perché le proteine chiamano acqua. Guardate che il tessuto osseo,
non è un tessuto che ha un altissimo grado di mineralizzazione, il tessuto più mineralizzato che
abbiamo è lo smalto dentale.
Prof. Bruschetta 19 marzo 2012

Tessuto osseo
Il tessuto osseo è un tessuto connettivo con funzione meccanica. Rappresenta lo scheletro assile del
nostro organismo ed è tessuto altamente mineralizzato.
Abbiamo visto la scorsa lezione che il tessuto osseo nasce dal tessuto cartilagineo attraverso un
processo di trasformazione che porta ad un alto grado di mineralizzazione e trasformazione anche
della componente cellulare da tessuto cartilagineo a tessuto osseo.
Quali sono le funzioni del tessuto osseo?
• È un serbatoio di ioni Ca ++;
• finalizza la contrazione muscolare;
• protegge sistema nervoso centrale e molti organi interni;
• è sede dell’emopoiesi nell’adulto.

È un serbatoio permanente dello ione Calcio per il nostro organismo e chiaramente se si parla di
ione Ca ++ si parla anche dell’utilizzo dello stesso perché possa avvenire la contrazione muscolare.
Il tessuto osseo andando a costituire la scatola cranica rappresenta un momento di protezione per il
sistema nervoso centrale e chiaramente anche per gli organi interni.
Inoltre è sede dell’emopoiesi adulta perché a livello delle ossa lunghe abbiamo il midollo osseo che
è responsabile della produzione degli elementi del sangue.
A questo punto una prima riflessione che dobbiamo fare sullo ione Calcio: Perché la stretta
relazione tra calcio e contrazione muscolare o meglio tra tessuto osseo e tessuto muscolare?
Il tessuto osseo è un tessuto connettivo ed essendo un tessuto connettivo con funzione meccanica ha
tutte le caratteristiche dei tessuti connettivi: cellule, matrice extracellulare che si divide in sostanza
amorfa fondamentale e componente fibrillare, fibre che possono essere reticolari ed elastiche, nello
specifico nel tessuto osseo le fibre sono principalmente fibre collagene.
Il tessuto osseo ha un elevato metabolismo e pertanto essendo un tessuto principalmente costituito
da fosfati di calcio, il suo continuo rimodellamento, il suo continuo metabolismo fa si che si liberi
nel sangue lo ione calcio andando a mantenere costante la cosiddetta calcemia che è fondamentale
perché possa avvenire la contrazione muscolare. La carenza di ione calcio provoca i cosiddetti
spasmi tetanici, delle contrazioni spastiche dei muscoli.
La funzione del tessuto osseo è:
• quella di liberare lo ione calcio (importante per la contrazione muscolare);
• rappresenta l’impalcatura del nostro organismo ma è anche una forma di protezione (vi ho
parlato di encefalo ma non dimentichiamoci del midollo spinale che fa parte del sistema
nervoso centrale che decorre all’interno della nostra colonna vertebrale ed è protetto dai
corpi vertebrali);
• è importante per l’emopoiesi che ricordiamoci è la produzione della seria rossa e della serie
bianca del sangue.

Il tessuto osseo è un tessuto connettivo pertanto deve essere costituito da cellule, ma non solo
cellule, ci deve essere una matrice extracellulare. La matrice extracellulare del tessuto osseo , e qua
vediamo ora la prima differenza con un connettivo propriamente detto, è costituita sia da sostanza
organica, sia da sostanza fibrillare (fibre collagene), ma è costituita essendo un tessuto
mineralizzato anche da una componente inorganica. Allora nel caso della sostanza amorfa
parleremo di sostanza amorfa o di osteomucoide che rappresenta circa il 10 % della matrice
organica, nel caso della componente fibrillare, sostanza amorfa e fibre collagene reticolare ed
elastiche, nel caso del tessuto osseo parlate sempre di fibre collagene, sono fibre collagene di tipo 1
e rappresentano circa il 90% della matrice organica. Essendo tessuto duro ci deve essere una
componente inorganica e in questo caso parliamo di fosfati, cloruri, carbonati di calcio e magnesio.
La durezza di un tessuto è rappresentata, è data dalla sua componente inorganica pertanto più alta è
la componente inorganica più alta è la durezza, la compattezza, la mineralizzazione di questo
tessuto. Badate bene che il tessuto osseo non è il tessuto più duro che noi abbiamo nel nostro
organismo perché non è quello più mineralizzato. Il più mineralizzato è lo smalto dentale a cui fa
seguito poi la dentina del dente. Ma in assoluto il più mineralizzato è lo smalto dentale in quanto ha
una componente organica di circa il 2 per cent, bassissima. Le proteine sapete che chiamano acqua,
quindi quando c’è componente proteica la mineralizzazione non può essere così elevata. Essendo un
tessuto connettivo poi deve avere delle cellule, le cellule nel tessuto osseo sono gli osteoblasti, gli
osteociti, gli osteoclasti, e le BLC (Bone Cell limitant) cellule limitanti l’osso. Vediamo
chimicamente com’è costituita questa matrice ossea: ci deve essere la presenza di sostanza amorfa
fondamentale e componente fibrosa o fibrillare (l’importante è ricordare fibre collagene). La sua
percentuale è di circa il 63% di cristalli di idrossiapatite, questa è la componente mineralizzata,
quindi componente inorganica. Ricordate io sto parlando di fosfati, cloruri, carbonati di calcio e
magnesio. La restante parte è data da matrice organica che è circa il 25%, da un 2% di proteine che
non sono di natura collagene anche se le principali fibre sono di natura collagene e di conseguenza
cosa succede? Che questa componente organica che cosa fa? Richiama acqua, quindi avremo un
10% di acqua. Quest’acqua rappresenta quell’acqua che è stata richiamata dalla componente
proteica della matrice organica. Se la componente organica fosse stata rappresentata in una misura
inferiore chiaramente l’acqua sarebbe stata molta di meno ed è quello che succede nello smalto
dentario dove il 98% è costituito da componente minerale è chiaro che rimane solo il due per cento
di frazione proteica ma quella componente è talmente bassa che il richiamo di acqua è praticamente
insignificante. Mentre nel caso del tessuto osseo dove la matrice organica quindi la componente
proteica è molto rappresentata il richiamo di acqua è consistente. La sostanza intercellulare o
amorfa nella sua componente organica è costituita da proteoglicani , da delle glicoproteine (che
sono più o meno associate alle fibre collagene) e dalle proteine che fanno parte del gruppo del GLA
o acido carbossi glutamminico; mentre la componente inorganica è costituita da calcio fosfato,
magnesio fosfato, magnesio cloruro, calcio carbonilico.
I proteoglicani
I proteoglicani sono di tipo 1 o di tipo 2: di tipo 1 abbiamo il biglicano che si ritrova nella sostanza
intercellulare mineralizzata, in quella mineralizzata adiacente alle cellule ossee e ai loro
prolungamenti perché ora vedremo che anche gli osteociti hanno particolari prolungamenti sono
delle cellule non come la classica cellula che voi immaginate con nucleo citoplasma ma hanno delle
estroflessioni della membrana plasmatica.
E poi abbiamo i proteoglicani di tipo 2 e in questo caso parliamo di decorina questa tende ad
associarsi alle fibre collagene e sembrerebbe che sia responsabile nell’orientamento e la deposizione
dei cristalli minerali lungo le micro fibrille del collagene.
Tutte queste proteine, i proteoglicani, alla fine sono una sorta di cemento all’interno delle fibre del
tessuto osseo.
Le glicoproteine di solito fosforilate o solfatate includono molecole diverse con un ruolo
fondamentale nel controllo dei processi di mineralizzazione.
Le glicoproteine nel tessuto osseo sono 4 e sono:
• osteonectina - è l’elemento responsabile della nucleazione dei cristalli dei Sali minerali,
facendo concentrare il calcio;
• fibronectina - responsabile dei processi di migrazione e di adesione alla matrice e
organizzazione delle cellule del tessuto osseo;
• fosfatasi alcalina - è un enzima che mette a disposizione gli ioni fosfato per la formazione
dei cristalli di idrossiapatite;
• sialoproteine - sono responsabili dell’adesione delle cellule alla matrice ossea.

Alla fine tutte insieme fanno si che ci sia una forza di adesione e di regolazione delle cellule del
tessuto osseo che si debbono organizzare attorno alle fibre della matrice extracellulare
All’inizio avevamo parlato anche della frazione proteica del gruppo GLA.
Osteocalcina importante per il processo di inibizione della mineralizzazione perché l’osso non è
tutto mineralizzato ma solo il 65% è mineralizzato, la restante parte è invece costituita da
componente organica.
Per quanto riguarda la proteina GLA della matrice ancora non si sa esattamente quale sia il suo
compito.
La sostanza intercellulare o fibrosa
È costituita da fibre collagene di tipo 1, queste si organizzano verticalmente con la parte centrale
che rappresenta il core proteico.
Cellule del tessuto osseo
Le cellule del tessuto osseo si dividono in osteoblasti, osteoclasti, e osteociti e a queste si
aggiungono le BLC (cellule più rappresentate nel tessuto osseo, circa l’85-90% dell’intera
popolazione di cellule del tessuto osseo)
Gli osteoblasti sono responsabili della produzione della matrice extracellulare; gli osteoclasti sono
responsabili del processo di rimodellamento del tessuto osseo; gli osteociti sono la fase quiescente
degli osteoblasti.
Osteoblasti e osteociti fanno parte della stessa linea cellulare. Rappresentano due momenti
funzionali diversi: l’osteoblasto è la fase attiva, l’osteocita è la fase di riposo. Ma siccome il tessuto
osseo è un tessuto in continuo metabolismo avremo sempre osteoblasti in fase attiva, avremo
sempre osteociti che si sono trasformati in osteoblasti. Avremo sempre osteoclasti che agiscono per
rimodellare la matrice extracellulare che è stata prodotta in eccesso dagli osteoblasti. Allora un
movimento di trazione dell’osso provoca la stimolazione di osteoblasti. Già la deambulazione
stessa, camminare, provoca una stimolazione osteoblastica. Se guardiamo poi la popolazione di
osteoblasti durante i primi anni della nostra vita è chiaro, evidente che se un tessuto è in pieno
accrescimento la popolazione osteoblastica sarà molto più numerosa di quella degli osteociti.
Si ipotizza che le BLC siano delle cellule che precorrono le cellule osteoblastiche. Teoricamente
quindi le BLC si possono trasformare in osteoblasti a secondo degli stati di necessità del nostro
organismo ed in particolar modo del nostro tessuto osseo.
Gli osteoblasti derivano dalle cellule mesenchimali. La cellula mesenchimale può dare origine a
cellule del tessuto cartilagineo (condroblasti, fibroblasti ), alle cellule endoteliali dei vasi, alle
cellule adipose e alle cellule reticolari che abbiamo visto la scorsa volta, ma da anche origine agli
osteoblasti, agli osteociti (una trasformazione degli osteoblasti), alle cellule limitanti l’osso. Quindi
al centro della produzione di tutte le cellule del connettivo (esclusi gli osteoclasti che hanno un
origine diversa anche se andando indietro potremmo ricondurli alle cellule mesenchimali) ci sono le
cellule mesenchimali.
Più in particolare per osteoblasto ed osteocita: cellule mesenchimale → preosteoblasto →
osteoblasto → osteocita.
Questi sono i passaggi che portano rispettivamente alla formazione dell’osteoblasto e dell’osteocita
che può diventare osteoblasto a secondo del momento in cui il nostro organismo necessita di
produzione di matrice extracellulare.
Invece l’osteoclasto: cellula staminale del sistema emopoietico → monocita → preosteoclasto →
osteoclasto.
Gli osteociti nascono dagli osteoblasti, gli osteoblasti nascono dalla cellula mesenchimale, gli
osteoclasti che invece hanno una funzione di tipo erosivo, litico, originano da una cellula della serie
bianca del sangue ovvero dai monociti. I monociti (che hanno azione macrofagica e avendo azione
macrofagica contengono enzimi litici) danno origine al preosteoclasto e poi alla forma definitiva,
l’osteoclasto. Quindi due linee cellulari completamente diverse sebbene facenti parte entrambe del
tessuto osseo.
Le BLC sono cellule di una grandezza media, non sono cellule molto grandi. Gli osteoblasti invece
hanno un reticolo endoplasmatico rugoso importante, hanno un apparato di Golgi molto grande,
hanno un nucleo molto grande. Le BLC no, sono sostanzialmente delle cellule normali a cui prima
non si dava nessuna importanza. Erano cellule presenti nel tessuto osseo ma la loro funzione non
era chiara. Ma una spiegazione doveva nascere per il fatto che la popolazione è così rappresentata e
la spiegazione più logica anche se non è stato dimostrato è che le BLC sono cellule che precorrono
o che quanto meno si possono trasformare in osteoblasti.
Vediamo come appare un osteoblasto. Micrografia elettronica di un osteoblasto, riconoscibile per la
presenza di numerose cisterne di reticolo endoplasmico granulare nel citoplasma. Tra la cellula e il
tessuto osseo mineralizzato, fortemente elettrondenso, si interpone una banda di tessuto osteoide in
cui sono visibili fibre collagene e alcune vescicole della matrice (frecce)
Gli osteoblasti si possono trovare all’inizio del processo di ossificazione a ridosso del tessuto
cartilagineo perché il tessuto cartilagineo rappresenta quello che sarà l’abbozzo definitivo del futuro
tessuto osseo. Questi osteoblasti dovranno poi sostituire la matrice extracellulare del tessuto
cartilagineo che non è un tessuto altamente mineralizzato quindi si dovranno approfondire
all’interno della struttura cartilaginea trasformando la cartilagine in tessuto osseo.
Ricordatevi che tutte quelle cellule che sono responsabili di processi di sintesi avranno nucleo e
reticolo endoplasmatico rugoso molto rappresentato. Immagine le palline che voi vedete sono le
vescicole si secrezione di matrice ossea attraverso la deposizione di vescicole depositano la matrice
ossea. Il processo di mineralizzazione avviene in due fasi. Una che interessa prima la struttura
fibrillare quindi all’interno delle fibrille avviene un processo di mineralizzazione e poi attraverso un
processo di mineralizzazione tra fibra e fibra. Quindi abbiamo una mineralizzazione intrafibrillare
che riguarda le fibrille stesse e una mineralizzazione interfibrillare.
Gli osteociti sono delle cellule molto grandi, il nucleo in genere è posto al centro anche se in alcuni
casi viene riportato lateralmente e hanno una sorta di prolungamenti. Il citoplasma presenta una
sorta di estroflessioni.
Micrografia elettronica di un osteocita all’interno di una lacuna ossea. Nel citoplasma sono presenti
mitocondri, lisosomi ed alcune cisterne di reticolo endoplasmico granulare. E’ evidente un
prolungamento citoplasmatico che si addentra in un canalicolo osseo. Tra la membrana plasmatica
dell’osteocita e la matrice mineralizzata, elettrondensa, si interpone un sottile strato di tessuto
osteoide
Che differenze ci sono tra osteoblasto ed osteocita. A sinistra, micrografia elettronica a trasmissione
di un osteoblasto (in alto) e di un osteocita neoformato, racchiuso da ogni lato da matrice ossea
mineralizzata e in connessione con l’osteoblasto mediante prolungamenti citoplasmatici. A destra,
micrografia elettronica a scansione di un osteocita dal cui citoplasma si dipartono numerosi
prolungamenti, perlopiù diretti verso gli osteoblasti sovrastanti.
L’osteoblasto ha il nucleo spostato verso il polo vascolare il suo citoplasma ha un reticolo
abbondante per i processi di sintesi e la secrezione delle proteine della matrice extracellulare
stranamente i mitocondri non sono numerosi mentre ha un citoscheletro (impalcatura della cellula)
molto evidente. Si unisce alle altre cellule attraverso un processo di giunzione che prende il nome di
tide junction. Ha una certa mobilità e questa mobilità è data attraverso pseudo podi. Anche
l’osteocita ha un nucleo spostato verso il polo vascolare non parliamo di un osteocita maturo e
pertanto il Golgi e il reticolo rugoso sono abbondanti per la sintesi e la secrezione delle proteine
della matrice (proteoglicani decorina e diglicano glicoproteine l’osteonectina la fibronectina
l’osteotronchina le sialoproteine ossee il gruppo GLA) . Presenta degli pseudo podi e attraverso un
processo di giunzione che non sarà più del tipo tight junctions ma sarà gap junctions si unisce con
gli altri preosteociti. Da un punto di vista quantitativo il volume cellulare è circa il 30% in meno
rispetto all’osteoblasto.
La differenza tra osteocita osteoide e osteocita maturo perché l’osteocita osteoide è un preosteocita
quindi è un osteocita che è ancora in fase di maturazione. Nell’osteocita maturo c’è riduzione del
reticolo endoplasmatico rugoso e riduzione del Golgi e un aumento del contenuto in glicogeno
emette dei prolungamenti verso la formazione vascolare principale che occupa il cosiddetto canale
di Havers. L’unica cosa che nell’osteocita maturo rimane invariata rispetto all’osteocita osteoide è il
nucleo spostato verso il polo vascolare inoltre ha questa sorta di terminazione di pseudopodi che si
mettono in contatto con il canale di Havers. In genere il nucleo di un osteocita lo vedete spostato
verso il vaso più vicino nel cosiddetto canale di Havers
Le vie che può seguire un osteocita - può andare incontro ad un processo di invecchiamento e di
conseguenza un processo di degenerazione e conseguente necrosi.
Può andare incontro ad un processo di distruzione osteoclastica perché gli osteoclasti distruggono
quella matrice extracellulare che è stata prodotta in eccesso ma vanno a distruggere pure degli
osteociti che francamente loro riconoscono che sono osteociti vecchi. Una sorta di apoptosi o di
morte programmata . inoltre si può aggiungere un’altra via per gli osteociti infatti questi si possono
trasformare in osteoblasti e questa trasformazione oltre che naturalmente si può anche ottenere
artificialmente attraverso gli ormoni non solo ormoni della crescita, ormoni tiroidei o ormoni
sessuali androgeni, estrogeni, progestina stimolo la linea osteoblastica. Normalmente c’è una sorta
di equilibrio però io posso anche stimolare ed è quello che si fa con gli atleti quando noi vogliamo
far crescere le masse muscolari interferendo così anche sulle linee cellulari ossee.
Il volume cellulare degli osteociti maturi è all’incirca il 70% in meno rispetto alla popolazione
osteoblastica.
L’orientamento degli osteociti assume particolare importanza. Il loro asse maggiore in genere è
parallelo all’asse della fibra collagene; l'asse intermedio è invece parallelo alla superficie delle
lamelle limitanti; l’sase minore è ortogonale alle linee limitanti tra lamella e lamella.
Un osteoclasto adeso ad una spicola di tessuto osseo in via di riassorbimento. Gli osteoclasti hanno
origine monocitaria quindi hanno un’azione macrofagica. All’inizio avevamo detto che uno dei
ruoli del tessuto osseo era mantenere costante la calcemia nel sangue, e grazie agli osteoclasti ed a
un processo di rimodellamento che gli osteoclasti fanno distruggendo tessuto osseo il calcio viene
liberato nel sangue. Sono cellule mobili che camminano grazie alla presenza di queste lamelle sui
poli laterali della cellula.
Micrografia elettronica a scansione di un osteoclasto all’interno di unalacuna di Howship i cui
margini sono indicati dalle frecce
Esistono due momenti funzionali nell’ambito degli osteoclasti:
• c’è un osteoclasto libero e mobile che ha pseudopodi lamellari che gli permettono il
movimento;
• e un osteoclasto in stato di quiescenza, quiescente (gli osteoclasti non distruggono sempre,
non sono sempre in fase attiva).

Per distruggere devono attivare il loro polo basale attaccandosi alla struttura ossea e liberando da
queste vescicole che contengono enzimi litici che vanno a distruggere la matrice extracellulare del
tessuto osseo. Quando devono distruggere, la loro porzione basale emette una sorta di terminazione
a bottone che fa liberare gli enzimi litici sulla superficie del tessuto osseo provocandone la lisi. Ci
sono delle malattie tumorali che provocano metastasi ossee e a volte si creano delle cosiddette
fratture ossee spontanee e questo perché gli osteoclasti quando c’è una metastasi ossea avendo un’
azione macrofagica, monocitaria e di conseguenza anche di difesa cercano di attaccare quella
metastasi che si è formata nel tessuto osseo andando però non a distruggere il tessuto neoformato,
neoplastico, ma andando a distruggere pure il tessuto osseo: in quel caso si creano le cosiddette
fratture spontanee. Dei pazienti che riferiscono solo dei dolori ossei non importantissimi ad un certo
punto vanno incontro alla frattura dell’osso spontanea, ad esempio alzano un libro e si rompono
l’omero, e questo perché gli osteoclasti hanno individuato quell’invasione neoplastica, l’hanno
attaccata, ma non riescono a fare un distinguo fra tessuto buono e tessuto malato.
Gli Osteoclasti hanno 4 domini
Ricostruzione tridimensionale di un osteoclasto in cui sono evidentil’orletto increspato che aggetta
nella lacuna di Howship, la zona dellevescicole chiare, la zona dei lisosomi e la zona dei nuclei,
contenente anchemitocondri, apparati di Golgi multipli ed elementi di reticolo
endoplasmicogranulare. La zona chiara, ricca di filamenti contrattili, forma un cercineadeso alla
matrice ossea tutto attorno all’orletto increspato.
Consideriamo un osteoclasto in fase attiva. La prima azione che compie è quella di ancorarsi al
tessuto osseo per poi successivamente liberare gli enzimi litici e di conseguenza distruggere il
tessuto osseo.
• Zona saldatura tra osso e osteoclasto è a livello del polo basale dell’osteoclasto ed è qui che
questo si salda con il tessuto osseo;
• poi si ha la formazione di un Orletto a spazzola attraverso il quale avviene liberazione
enzimi litici l’enzima litico per eccellenza è HCl che rappresenta la zona secretoria;
• certamente non farà parte della zona secretoria la parte denominata con BL, ovvero baso
laterale;
• la zona secretoria è in alto ma il punto in cui vengono liberati gli enzimi litici è in basso e
deve essere quello in cui è avvenuto l’ancoraggio dell’osteoclasto con il tessuto osseo.

Sicuramente tra le parti attive dell’osteoclasto non possiamo annoverare la baso laterale.
L’osteoclasto deve andare a distruggere non solo la matrice extracellulare ma anche fibre presenti
all’interno della matrice. L’enzima litico che noi abbiamo per eccellenza nel nostro organismo è
l’acido cloridrico che è ad esempio responsabili dei processi digestivi che avvengono all’interno
dello stomaco. Dall’azioni di questi enzimi alla fine nascono ioni bicarbonato, ioni calcio, ioni che
verranno immessi nel sangue.
Il ciclo vitale dell’osteoclasto:
• migrazione degli osteoclasti verso un sito di riassorbimento;
• attacco all’osso nel punto di fissazione;
• dissoluzione dei cristalli di idrossiapatite per liberazione di acido cloridrico;
• rimozione dei prodotti di degradazione con formazione di lacune di riassorbimento;-o
l’osteoclasto va incontro a morte o va in fase di quiescenza pronto per ripartire per un nuovo
ciclo vitale.

Esistono 4 domini nell’ambito dell’osteoclasto : zona di saldatura, orletto a spazzola, la zona baso
laterale (che è quella che lavora meno), la zona secretoria.
La BLC (cellula limitante l’osso) è la cellula più rappresentata nell’ambito del tessuto osseo
potrebbe essere che rappresenta la forma inattiva in termine di produzione di osteoblasti non si sa in
maniera certa e chiara se le BLC siano realmente progenitrici degli osteoblasti. Gli osteoblasti sono
il 5% gli osteoclasti l’un per cento le BLC sono il 94%. È molto verosimile pensare che le BLC
siano progenitrici della linea osteoblastica ma non si sa in quale condizioni avvenga tale
trasformazione per questo dobbiamo considerare gli osteoblasti derivati dalle cellule mesenchimali.
Organizzazione strutturale macroscopica del tessuto osseo - può essere tessuto osseo non lamellare
(è tessuto tipico della vita intrauterina dall’ottava alla dodicesima settimana ed è il primo tessuto
che si forma per trasformazione del tessuto cartilagineo) può essere di due tipi:
• tessuto osseo fibroso a fibre intrecciate dove le fibre creano fitte reti in cui gli osteociti sono
intrappolati, e non hanno un andamento ben organizzato ma sono disperse nella matrice
extracellulare e si intrecciano tra di loro;
• tessuto osseo fibroso a fibre parallele.

Nell’adulto come tessuto non lamellare rimane presente solamente il tessuto osseo fibroso a fibre
parallele in alcuni distretti nella porzione distale dell’epifisi delle ossa lunghe dove si vanno ad
inserire le giunzioni miotendinee, ovvero i tendini, che rappresentano il punto di ancoraggio tra osso
e muscolo.
Il tessuto osseo maturo è un tessuto osseo lamellare tipico dell’adulto che può essere di due tipi:
• tessuto osseo lamellare spugnoso;
• tessuto osseo lamellare compatto.

Spugnoso si forma attraverso la deposizione di fibre e sostanza intercellulare che avviene


parallelamente all’asse del vaso sanguigno.
Nella formazione del lamellare spugnoso gli osteoblasti producono la matrice extracellulare
deponendo le fibre e la matrice parallelamente al vaso sanguigno. Lo spugnoso ha ampie zone vuote
e lo troveremo in quei tratti dell’osso dove non c’è un carico gravitale importante perché rispetto al
compatto è un tessuto che può sopportare un carico sicuramente inferiore.
Se invece la deposizione avviene da parte degli osteoblasti in maniera concentrica al vaso principale
è tessuto osseo lamellare compatto.
Se si deve formare invece del tessuto osseo lamellare compatto la deposizione delle lamelle avviene
concentricamente attorno al vaso principale della struttura del tessuto osseo . Successivamente
vedremo qual è l’osteone e il canale di Havers.
Aspetto macroscopico dell’osso, così come appare in una sezione longitudinale della porzione
prossimale di un femore umano.
Il tessuto osseo lamellare compatto forma la zona diafisaria di un osso, mentre lo spugnoso quella
epifisaria sia la distale che la prossimale.
Al di sopra del tessuto osseo esiste un esile fascia di tessuto connettivo che prende il nome di
periostio.
Il Periostio è ancorato al tessuto osseo attraverso le fibre di Sharpey o fibre perforanti.
Il tessuto osseo compatto è rivestito da una guaina di tessuto connettivale (dello stesso tipo di quello
che organizza le trame degli organi) ovvero il periostio nel caso delle ossa. All’interno delle ossa
lunghe è presente il midollo osseo responsabile dell’emopoiesi e se immaginiamo l’osso come un
canale questo canale è rivestito internamente da una guaina connettivale che si chiamerà Endostio.
Il tessuto osseo non lamellare intrecciato rimane nell’adulto nelle suture che vanno a chiudere le
ossa del cranio e nella costituzione del cemento dentario. Quello a fibre parallele invece rimane
nell’adulto nel punto di inserzione delle fibre tendinee ovvero dei tendini.
Osteone è l’unità fondamentale e funzionale del tessuto osseo è dato da lamelle concentriche
disposte intorno al vaso principale (canale di Havers all’interno dei quali troviamo formazioni
sanguigne, linfatiche e nervose) per quanto riguarda il tessuto osseo compatto. Per quanto riguarda
lo spugnoso invece questo nasce da lamelle disposte parallelamente all’asse vasale. Se il canale di
Havers percorre nella parte centrale verticalmente l’osteone quelli di Volkmann trasversalmente (i
quali andranno a confluire alla fine in quello di Havers). Il tessuto osseo ha bisogno di tutto questo
sangue proprio perché è un tessuto in continua evoluzione e trasformazione ed è il tessuto con il più
alto metabolismo. Il continuo apporto di sangue favorisce un mantenimento costante dei processi
catabolici ed anabolici. Inoltre d’altronde il calcio liberto dal tessuto osseo deve finire nel circolo
sanguigno. L’osteone presenta due tipi di lamina: una lamina o lamella densa (fatta solo da fibre
collagene, senza cellule) e una lamella lassa (dove troviamo osteociti).
Ricostruzione tridimensionale di una porzione di osso compatto della diafisi di un osso lungo, in cui
sono evidenti osteoni, breccia ossea e sistemi circonferenziali interno ed esterno. Il versante che
guarda il canale diafisario presenta un sottile strato di osso trabecolare. Gli osteoni presentano al
centro i canali di Havers, i quali comunicano tra loro e con i vasi del periostio tramite i canali di
Volkmann, disposti perpendicolarmente o obliquamente ai canali di Havers.
Sezione di tessuto osso compatto, colorata chimicamente, che mostra l'organizzazione lamellare
concentrica degli osteoni.

Processo di ossificazione
Si divide in processo di ossificazione intramembranosa o diretta che avviene solamente a livello
delle ossa del cranio ed è una sorta di passaggio diretto dal tessuto osseo non lamellare a tessuto
osseo definitivo.
Ossificazione diretta o membranosa: si nota una trabecola di osso neoformato a cui sono apposti
numerosi osteoblasti riuniti in filiere.
Tutte le altre ossa vanno incontro ad un processo di ossificazione indiretta o endocondrale che parte
sempre dalla cartilagine stampo e in particolare dalla porzione diafisaria dell’osso lungo in cui i
condrociti perdono via via le loro caratteristiche accumulando granuli di glicogeno ed iniziano a
formarsi le prime cellule del tessuto osseo. Attraverso il periostio c’è lo sprofondamento dei vasi
sanguigni perché il tessuto in accrescimento ha bisogno di grande vascolarizzazione.
L’ossificazione quindi parte sempre dalla zona centrale per poi spostarsi verso le estremità.
Ossificazione indiretta o condrale: centro di ossificazione nella zona di transizione tra diafisi ed
epifisi. Si nota la presenza della cartilagine di coniugazione in cui, procedendo dal versante
epifisario verso quello diafisario, si riconoscono gli strati della cartilagine a riposo, della cartilagine
proliferante, della cartilagine ipertrofica, della cartilagine calcificata, e dell’osso neoformato.

Prof. Micali 20 marzo 2012

Il Sangue
Con l’argomento di oggi entriamo molto nel vivo della Medicina: vi fornirò le nozioni basilari che
poi voi andrete a sviluppare quando studierete ematologia, o patologia generale.
Il prelievo è il primo momento per studiare il sangue: come per qualsiasi altro tessuto, per essere
studiato, bisogna prelevarlo. Ai nostri giorni, abbiamo due metodi di prelievo: uno, da una delle
vene del gomito, o direttamente dal polpastrello. Bisogna vedere a cosa ci serve e perché dobbiamo
studiare questo sangue. A proposito di vene, le vene che vedete segnate sono quelle che
principalmente vengono punte, questo significa che il prelievo possiamo farlo da altri distretti
venosi: dal dorso del piede o della mano, per esempio. Il prelievo classico, come lo intendiamo noi,
è dalla superficie anteriore del gomito; ma nulla vieta, soprattutto in caso di prelievi molto
frequenti, ove le vene hanno subito traumi ripetuti nel tempo e soprattutto ravvicinati, che si debba
ricorrere ad altri distretti (o la mano, o il piede).
Il prelievo si effettua, in maniera molto asettica, con questo apparecchio, che è un ago in cui va
infilata questa provetta, provetta che è sottovuoto (nome commerciale: Vacuvet): quindi, infilando
quella provetta, e facendola arrivare all’imboccatura dell'ago, il vuoto all’interno di quella provetta
richiama il sangue all’interno, quindi non c’è bisogno della classica siringa in cui poi veniva
aspirato il sangue ma, direttamente, per questioni di sicurezza sia per l’operatore sia per il paziente,
vengono utilizzati questi presidi che sono assolutamente sterili e sono soprattutto usa e getta. Come
vedete in questa immagine, ci sono varie provette con vari tappi colorati: ricordatevi che chi fa il
prelievo deve essere un medico prelevatore, perché, generalmente, è l’unico, per legge, abilitato a
compiere atti cruenti (perché il prelievo è un atto cruento), tanto è vero che nei laboratori d’analisi
deve essere presente al momento del prelievo. Come vi dicevo, tutti questi colori, hanno un
significato: cioè, il medico prelevatore non arriva un giorno - e dice: “oggi mi sento di usare le
provette viola”; “domani quelle azzurre” - a seconda dell’estro del medico. Ogni tappo di ogni
provetta significa qualcosa: ad ogni tappo corrisponde uno studio specifico del sangue in quel caso
(il tappo azzurro: le provette per la coagulazione; il tappo rosso: le provette da siero; il tappo verde:
le provette con eparina e litio, anticoagulanti; il tappo viola con EDTA, che è un altro
anticoagulante, acido etilendiamminotetracetico, che è un altro coagulante; il tappo grigio: le
provette per la glicemia,ecc.). Quindi, a partire dal prelievo si sa quale destino hanno le provette e
perché si mette il sangue all’interno di quelle provette. Questo per farvi capire che, entrando in
laboratorio, vi trovate davanti ad una miriade di provette colorate.
Il sangue del prelievo generalmente è sangue VENOSO. Il sangue venoso e quello arterioso hanno
due sfumature di colore diverse. Il sangue arterioso è un sangue più “rosso”, tanto è vero che si dice
che è sangue rutilante, quindi è più rosso perché c’è ossigeno, mentre il sangue venoso è più rosso-
bruno, in cui c’è molta più CO2, e assume questo colore più scuro.
Noi abbiamo fatto un prelievo, lo abbiamo messo in una provetta con dell’anticoagulante, perché il
sangue al di fuori del letto circolatorio comincia la sua coagulazione, e lasciamo la provetta in piedi
e, dopo un certo periodo di tempo, vedremo che cominciano a separarsi le componenti del sangue. Il
sangue ha due componenti: è un tessuto connettivo particolare perché la componente extracellulare
è liquida; quindi avremo una componente extracellulare (il plasma) e una componente cellulare
(che poi vedremo non essere totalmente esatto) che tende, per gravità, a scendere verso il basso,
separandosi dalla componente extracellulare. Quindi se lasciamo la provetta in piedi, ad un certo
punto vedremo che il plasma si trova nella parte superiore e la componente cellulare nella parte
inferiore. La parte inferiore, a sua volta, si divide in due porzioni: una parte più ampia e rossa
formata da eritrociti o globuli rossi e una più piccola che si pone tra gli eritrociti e il plasma, che si
chiama buffy coat, formata dai globuli bianchi e dalle piastrine.
Queste sono pipette graduate che noi lasciamo in piedi e che ci servono, una volta effettuato il
prelievo del sangue e reso incoagulabile, a misurare la Velocità di EritroSedimentazione (VES).
Lasciamo queste pipette graduate, le andiamo a controllare dopo la prima ora, dopo la seconda, e
vediamo a che livello di coagulazione sono i globuli rossi.
Lasciando sedimentare il sangue otteniamo il primo dato qualificante quel sangue, cioè il VALORE
EMATOCRITO (Hct), ovverosia la percentuale occupata rispettivamente dalla parte corpuscolare e
alla parte liquida, e con questo valore quantifichiamo in percentuale la parte corpuscolare rispetto
quella liquida. Come ottenerlo? Prima, quando non c’era disponibilità di mezzi, si prendeva il
sangue, si metteva in queste pipette, si metteva in piedi e si lasciava 24 h circa, in modo da dare al
sangue la possibilità di sedimentare completamente, e poi si guardava il livello della parte
corpuscolare. Adesso un valore ematocrito, come tutti i valori, deve essere calcolato in maniera
rapida: si prendono dei tubicini capillari, si riempiono di una tacca di riferimento e si mettono in
una centrifuga per 5 minuti a 12000 giri; dopodiché, nel capillare, si è sedimentato il sangue, quindi
si sono separate le componenti: in basso le componenti figurate, in alto il plasma. Per calcolare la
percentuale c’è un’apparecchiatura, un disco in cui inseriamo il capillare e c’è una spirale
logaritmica. Andando a fare combaciare il capillare con la spirale leggiamo, qual è il valore
ematocrito. Nell’uomo l’ematocrito va dal 42 al 50%, nella donna dal 39 al 48%. Questo è un primo
dato sia istologico che clinico. L’ematocrito è importante perché una variazione dell’1% di questo
valore aumenta del 30% il rischio di trombosi. Aumentare artificialmente il valore ematocrito, nei
ciclisti soprattutto, è doping. Il ciclista, spesso, non potendo assumere farmaci, fa
l’autoemotrasfusione: si fa prelevare il sangue prima di una gara, poi se lo rinietta togliendo la parte
liquida del sangue. Aumenta così il valore ematocrito perché la parte figurata aumenta ma, di
conseguenza, il sangue diventa più viscoso; un liquido più denso che scorre in un tubo è meno
veloce, quindi rallenta la sua corsa nei vasi: rallentando questa corsa, aumenta il rischio d trombosi
perchè sappiamo che, se la velocità del sangue diminuisce, parte la coagulazione, fenomeno a
cascata, e non si può fermare. Infatti i ciclisti professionisti la notte dormono con un
cardiofrequenzimetro collocato ad un allarme sonoro: durante la notte fisiologicamente il battito
cardiaco scende (da testo) dai 74 battiti/minuto a 60-65, e suona l’allarme e il ciclista si deve alzare
e inizia a pedalare sulla cyclette per riportare la frequenza cardiaca normale. Dopo 2-3 min la
frequenza torna normale. Negli sportivi il valore soglia è 51 %. Al di sopra è doping.
Andiamo a vedere lo striscio. Sembra la cosa più banale del mondo ma, se non sappiamo come si
fa, si fa solo danno. Abbiamo bisogno di una goccia d sangue, di un altro vetrino che va inclinato di
45° rispetto al piano e posto davanti alla goccia di sangue dopodichè si fa avvicinare fino a toccare
la goccia, il liquido per capillarità si distende lungo il bordo del vetrino e lo strisciamo in avanti.
Detto così è facile! Ma se mettiamo il vetrino dietro la goccia, facciamo uno "schiacciasassi" sul
sangue e distrutto tutti gli elementi figurati.
Il plasma non si studia con lo striscio perché evapora, quindi si studia nella provetta, studiando la
parte liquida. Il plasma è composto da: 90% di acqua; proteine 7 %; componenti organiche 0,1 %;
componente inorganica 0,9%; tracce (10-5%) di ormoni, enzimi, anticorpi, vitamine, rilevabili
mediante tecniche di laboratorio. Noi spesso non dobbiamo studiare il plasma perché nel sangue
prelevato si coagula, tranne nel caso in cui dobbiamo studiare componenti specifiche del plasma,
utilizziamo il siero. Il siero è esattamente la stessa cosa del plasma, solo che al siero mancano le
componenti della coagulazione, ha lo stesso colore giallo-citrino. Come si ottiene il siero? Si ottiene
facendo coagulare il sangue e centrifugandolo: abbiamo una provetta simile a quella di prima in cui
c’è il coagulo in basso e in alto il siero, che è identico al plasma. Queste sono provette da siero e in
qualche provetta c’è del materiale che serve ad accelerare la coagulazione, tanto è vero che dopo un
prelievo le provette del siero appena prelevato vengono agitate, facendo diminuire il tempo della
coagulazione: si ha così la possibilità di centrifugare il siero. Prima delle indagini di laboratorio si
usa una spugnetta: l’analista fa scendere la spugnetta dentro la provetta per eliminare qualsiasi
impurità nel siero, strizzando il liquido. In queste immagini vediamo che il siero cambia il proprio
aspetto in base alla presenza di determinate sostanze: a destra un siero quasi normale, a sinistra
lattescente perché in quel siero ci sono molti trigliceridi. Quando c’è un aumento di trigliceridi,
quindi, il siero prelevato diventa lattescente. Bisogna quantificare i trigliceridi, ma già il tecnico di
laboratorio sa che c’è qualcosa che non va nei trigliceridi.
Andiamo a colorare il nostro striscio di sangue con la colorazione May Grunwald-Giemsa. Una
colorazione di routine si fa in non oltre 10 minuti, è una colorazione molto rapida ma dovete tener
presente che in laboratorio, dove ci sono tantissimi vetrini, il tecnico non cronometra, ma diciamo
che va ad occhio. Questo ci dice che la colorazione reale è diversa perché i colori spesso non
corrispondono; il medico che fa la diagnosi non si basa sui colori (i quali possono variare per
qualsiasi motivo) ma sulla morfologia degli elementi del sangue. Un’altra cosa che vi volevo
sottolineare è che, come ho detto durante una delle prime lezioni, la colorazione May Grunwald-
Giemsa è particolare perché il tessuto viene colorato e fissato nello stesso momento, perché noi
abbiamo due sostanze: l’alcool metilico e la glicerina, che si comportano da fissativi. Quindi non
c’è bisogno di utilizzare preventivamente liquidi fissativi perché il vetrino viene fissato mentre si
colora.
Per quanto riguarda gli elementi figurati del sangue, abbiamo i globuli rossi (o emàzie): sono
4.500.000/mm3 nella donna e 5.000.000/mm3 nell’uomo. L’uomo ha 500.000 emàzie in più rispetto
alle donne perché la massa muscolare è più sviluppata nell’uomo e, siccome il 65-70% del sangue
circolante è per i muscoli, è chiaro che l’uomo ha bisogno di più globuli rossi (non può dipendere
dall'emorragia mestruale, in primis perché la quantità di sangue perso in tal senso è di 10÷15cc,
quantità che il midosso rosso sintetizza in circa tre ore; in secundis, non sarebbe spiegato il motivo
per il quale nella donna in menopausa si registra comunque un tale deficit, comunque fisiologico).
Poi abbiamo i globuli bianchi (o leucociti), che sono le uniche cellule (perché gli eritrociti non sono
cellule, visto che non hanno né nucleo né organuli), variano da 7.000/mm3 a 7.500/mm3 e, in
questo caso, non ci sono differenze tra uomini e donne. La stessa cosa dicasi per le piastrine
(250.000/mm3, anche se con 200.000/mm3 si ha una discreta vita, nel senso che non c’è una
patologia. Se si scende al di sotto dei 200.000/mm3 si avrà la piastrinopenìa).
I leucociti si dividono in due categorie:
• polimorfonucleati o granulociti;
• mononucleati o agranulociti.
Nella prima categoria abbiamo: granulociti neutrofili, eosinofili (o acidofili) e basofili.
Nella seconda categoria abbiamo i linfociti ed i monociti.
Queste, quindi, sono le componenti figurate del sangue. Ma come facciamo a dire che in circolo
abbiamo 5.000.000/mm3 di globuli rossi? Oggi c’è una camera conta-globuli: prendiamo una
provetta, diluiamo il sangue che si trova all’interno con una soluzione specifica, e il tutto va al
computer. Ma, spesso, il computer dà i numeri; dobbiamo quindi ricorrere al vecchio metodo
tradizionale, vetrino e microscopio. Il vetrino è un vetrino particolare, si chiama Camera di Burker o
Camera di Thoma. Mettiamo un vetrino sopra e iniettiamo il sangue diluito da una parte e dall’altra.
Questo sangue diluito si va ad espandere fra vetrino e Camera di Burker. Osservandolo al
microscopio (anche se non è colorato) si possono osservare gli elementi del sangue. Sulla camera di
Burker c’è un reticolato: nei quadrati esterni conteremo i globuli bianchi, nei quadrati interni i
globuli rossi. Esempio pratico: prendiamo una camera di Burker con i quadrati grandi, in cui ci sono
i globuli bianchi: contiamo per singolo quadrato quanti globuli bianchi ci sono (come vedete, anche
ad alto ingrandimento, i globuli bianchi nella camera di Burker si vedono perché sono cellule
abbastanza grandi), sommeremo i globuli di ogni quadrato ed avremo una somma.
Indicando con N il numero di globuli bianchi che abbiamo osservato:

50·N=N°

dove con N° si indica il numero di globuli bianchi in quel soggetto.


Un procedimento identico avviene per i globuli rossi. Si contano i globuli rossi nei quadrati
piccolini, al centro della griglia, si moltiplicano per un altro fattore e si avrà il risultato.
Andiamo a vedere come osservare il sangue non colorato al microscopio a contrasto di fase. Come
vedete, il sangue si può osservare non colorato a contrasto di fase, si osservano sia i globuli rossi
che i globuli bianchi (sono diversi per conformazione). Osservandolo così, però, non possiamo dare
una diagnosi sulla tipologia dei globuli bianchi (non dei globuli rossi perché bene o male sono
uguali), perché ce ne sono di diversi tipi e, senza colorarli, li identifichiamo con difficoltà.
Dobbiamo quindi colorare lo striscio. Non dobbiamo mai contare i globuli bianchi alla periferia
dello striscio ma al centro, perché essi si concentrano alla periferia.
Come sono fatti gli eritrociti?
I globuli rossi sono dischi biconcavi quando sono strisciati sul vetrino, perché il globulo rosso è
molto plastico, assume molte posizioni, si può distorcere facilmente. Le dimensioni del disco sono
2μm nella parte periferica e 7.15 o 7.20μm come diametro. Queste sono le dimensioni dei globuli
rossi strisciati, sul vetrino. Il globulo rosso, quando non è strisciato, può essumere una forma più o
meno dilatata (0.2μm di differenza) ma, se ci riferiamo al globulo rosso sul vetrino, questa è la
misura. In caso di differenza di dimensioni dell’1%, il globulo rosso è ritenuto patologico. Se
guardiamo al microscopio elettronico a trasmissione un globulo rosso in un capillare, essendo molto
plastico, si adatta alla superficie interna del vaso. Se il vaso è più grosso, il globulo rosso è
biconcavo; se il vaso è ristretto, il globulo rosso tende a perdere una delle due concavità. A riposo,
però, la superficie è biconcava.
La membrana del globulo rosso somiglia molto ad una membrana citoplasmatica di qualsiasi altra
cellula: è costituita da un bilayer fosfolipidico, ma il globulo rosso ha qualcosa di diverso; una cosa
fondamentale del globulo rosso è che troviamo una rete stretta nella superficie interna della
membrana del globulo. Questa maglia (visibile al microscopio elettronico a trasmissione) è formata
da molecole di spectrina e da punti di aggancio di actina. In più, ci sono delle proteine specifiche, le
proteine della banda III e l’anchirina, che formano dei punti fermi per questa rete. Questa rete serve
a dare la possibilità al globulo rosso di deformarsi senza che si spacchi. Un’ulteriore molecola che
troviamo anche nelle altre nostre cellule, nel bilayer precisamente, è la molecola di colesterolo. A
cosa serve? È uno stabilizzante sia termico sia meccanico. Meccanico, per l’elasticità della
membrana, termico perché evita che ad alte temperature ci sciogliamo ed a basse temperature ci
cristallizziamo. Il colesterolo è importante nella vita del globulo rosso.
Sulla superficie esterna del globulo rosso troviamo degli antigeni, che possono essere di due tipi:
antigeni di tipo A e di tipo B. Sono i responsabili dei nostri gruppi sanguigni, che possiamo
conoscere con il sistema AB0.
L’antigene 0 esiste, solo che nella catena terminale esterna si ha uno zucchero, il fucosio, che fa in
che non si attivi una reazione avversa contro quella cellula. Come si fa a capire qual è il gruppo
sanguigni? Si usano degli antigeni del plasma e dei sieri anti-antigeni, quindi che abbiano degli
anticorpi. Come? Abbiamo gocce di sangue a contatto con i sieri anti-A e anti-B; dobbiamo vedere
se avviene l'eritroagglutinazione (o emoagglutinazione, i globuli rossi si sono avvicinati e
impacchettati tra di loro, una conformazione unica dovuta alla presenza di anticorpi). Se mettiamo il
siero anti-A e anti-B e non abbiamo reazioni, il gruppo è sicuramente 0; se mettiamo il siero anti-A
e anti-B e abbiamo reazioni in tutti e due i bozzetti, il gruppo sanguigno sarà AB (saranno presenti
tutti e due gli antigeni); se la reazione avverrà con il siero anti-B il gruppo sarà B; se avverrà con il
siero anti-A, il gruppo sarà A. Quindi dove non avviene la reazione il gruppo è 0, se avviene in tutti
e due sarà AB, se avviene solo in A sarà A, ecc... Queste osservazioni sono importanti perché una
trasfusione sbagliata in un individuo porta alla morte non si muore in 10 minuti, ma in giorni, con
una sintomatologia ingravescente che inizia con una febbre e finisce con uno shock. [Nei confronti
dell'argomento "sangue", ragazzi, siamo intransigenti. Potete sapere a memoria TUTTA l'istologia,
ma se non sapete il sangue, potete alzarvi]. Nel torrente circolatorio di un paziente a cui è stato
iniettato sangue incompatibile, non adatto, i globuli rossi scoppiano! Letteralmente.
Nei globuli rossi c’è solo ed esclusivamente emoglobina. È una metallo-proteina complessa, perché
all’interno ha atomi di ferro che la stabilizzano, e non troviamo altro. La forma dei globuli rossi
dipende dalla forma normale dell’emoglobina: si dispone all’ interno dei globuli rossi dandogli
quella forma biconcava perché si raccoglie di più alla periferia del globulo rosso, che risulta
dilatata, piuttosto che al centro. Tutto questo per un motivo fisiologico: il globulo rosso scambia
ossigeno con i tessuti solo strisciando sul capillare o sul vaso sanguigno. Se non striscia, non si ha
lo scambio. In patologie a carico dell’ emoglobina, come l’anemia falciforme, l’eritrocita è a falce
perché proprio l’emoglobina è diversa, anomala. Durante la lettura dello striscio possiamo trovare
globuli rossi anomali: per esempio, globuli con una puntinatura. Quei punti nei globuli rossi si
chiamano corpi di Howell-Jolly: sono dei residui di mitocondri. Il globulo rosso è una cellula molto
differenziata: parte dal proeritroblasto e arriva ad eritrocita. Il proeritroblasto è una cellula a tutti gli
effetti. È possibile che durante la fase maturativa, qualcosa delle componenti rimanga all'interno
della cellula. Possono esserci anche altri corpi: anelli all’interno dell’eritrocita più o meno grandi,
gli anelli di Cabot, residui della membrana nucleare. Sono delle forme particolari ma non
patologiche dei globuli rossi.
Una forma particolare nella catena maturativa dei globuli rossi sono i reticolociti. Nel nostro
midollo osseo, prima di arrivare al globulo rosso, c’è lo stadio di reticolocita, ma può capitare che
dopo un’emorragia il midollo mandi in circolo reticolociti non totalmente maturi che possono
aiutare all’ interno del sangue. Troviamo 5 classi di reticolociti a seconda della morfologia:
• reticolociti a paniere: il materiale (spesso residui del reticolo endoplasmatico ruvido, ecco
perché reticolocita, oltre a fatto di presentare dei "disegni" a rete) si raccoglie al centro del
reticolocita;
• reticolocita a rete: reticolo cita con maglie molto strette al centro;
• reticolocita a rete larga: le maglie sono più larghe;
• reticolocita a maglie non contigue: la rete è ancora più larga;
• reticolocita puntinato: sono presenti solo puntinature.
I reticolociti occupano fisiologicamente l’1% degli elementi figurati del sangue.
Il globulo rosso ha un’emivita di circa 120 gg. Come togliere dal torrente i globuli rossi
invecchiati? Attraverso l’eritrocateresi: la distruzione dei globuli rossi invecchiati.
I capillari sono un po’ più grandi del diametro di un globulo rosso: quest’ultimo, infatti, deve
entrare in questi capillari in maniera tale da strisciare lungo la parete perché avvenga lo scambio
gassoso. I globuli hanno una grande plasticità: alcuni capillari sono più stretti del diametro di un
globulo rosso ed esso fa un po’ fatica ma riesce a passare deformandosi. Nella milza, costituita da
polpa bianca (che riguarda i globuli bianchi) e polpa rossa (riguarda i globuli rossi), i globuli rossi
si deformano e riescono a passare, assumendo la forma del lume del vaso: ma solo i globuli rossi
giovani riescono a farlo, perché hanno ancora il colesterolo. Man mano che invecchia, infatti, il
colesterolo si perde e la membrana si irrigidisce [pensiero di Claudio Zaccone: è possibile che il
colesterolo si danneggi in tutte le cellule, solo che queste ultime sono dotate dei normali organuli
che permettono loro la rigenerazione del colesterolo della membrana; comunque, non dovendo
essere così plastici come i globuli rossi i quali viaggiano nel torrente sanguigno, se ciò accade o
meno è ininfluente...]. Quando il globulo rosso si irrigidisce non riesce a passare nel vaso sanguigno
e altri globuli rossi spingono da dietro. Quello vecchio, sotto la pressione dei globuli che spingono,
si spacca. Nel sangue che esce dalla milza abbiamo quindi la membrana e l’emoglobina del globulo
rosso invecchiato disciolta nel plasma. Il sangue arriva al fegato tramite la vena porta con i ghosts
delle membrane e il fegato fa da filtro perché ci sono i macrofagi sinusoidali (o cellule di von
Kuppfer), che raccolgono le membrane che arrivano dalla milza, e gli epatociti, che assorbono
l’emoglobina per una miriade di motivi, tra i quali la più importante è la raccolta del ferro, difficile
da assumere.
Prof. Micali 21 marzo 2012

Sangue (II parte)


Continuiamo il discorso intrapreso ieri. Iniziamo a trattare della seconda popolazione degli elementi
figurati del sangue, cioè i leucociti (o globuli bianchi). Li classifichiamo in due grandi categorie:
granulociti (o polimorfonucleati) e agranulociti (o mononucleati). Queste due categorie sono
presenti nel sangue in determinate percentuali, che esprimiamo mediante la cosiddetta formula
leucocitaria:
• granulociti neutrofili 50-70 %;
• granulociti eosinofili (o acidofili) 2-4%;
• granulociti basofili 0.5-1% (da notare che lo 0.5% è inteso come: contati 200 leucociti (se
su 100 non si è trovato nessun granulocita basofilo), si trova soltanto un granulocita
basofilo);
• linfociti 20-40%;
• monociti 3-8% .

Una caratteristica comune a tutti i leucociti è la proprietà chiamata diapedèsi (“passare attraverso”),
che consiste nell’attraversamento della parete dei capillari: il leucocita si deforma e attraversa la
parete del capillare.
Un’altra caratteristica comune a tutti i leucociti è quella di avere una membrana che presenta
estroflessioni. Tali estroflessioni servono a legare, attraverso una serie di molecole, la membrana
delle cellule endoteliali, quindi il legame è leucocita- membrana cellula endoteliale, e tale legame si
realizza grazie a molecole di adesione quali P-selectina ed E-selectina (presenti sulla membrana
della cellula endoteliale). Da questa caratteristica deriva la denominazione, per i leucociti, di
“rolling cells”, in quanto essi non sono cellule che nel torrente circolatorio fluiscono liberamente,
ma rotolano sulla cellula endoteliale. Ciò è in relazione alla funzione immunitaria dei leucociti, e
quindi esse devono potersi fermare nel luogo in cui c’è bisogno del loro intervento. Se fluissero con
la corrente sanguigna non avrebbero il tempo di poterlo fare, perché verrebbero sospinti dalla
corrente. Quindi il leucocita rotola sull’endotelio e dove c’è bisogno del suo intervento si ferma,
sfruttando le estroflessioni di membrana, per poi uscire dal capillare.
Andiamo a vedere nel particolare i leucociti.
È neutrofilo perché non assume né coloranti acidi e né coloranti basici, ma di dovrà pur colorare in
qualche modo. In genere si vede molto bene il nucleo e si vede anche il citoplasma che nel vostro
testo ha delle piccole granulazioni che diventano grigio-azzurre, ma come vedete (c’è un’immagine
di un neutrofilo) quello che dice il vostro testo spesso non corrisponde alla realtà, e come vedete qui
le granulazioni sembrano più sul rosa che sul grigio-azzurro. Vediamo un altro granulocita
neutrofilo in cui i granuli si avvicinano al grigio-azzurro e in questo neutrofilo c’è una particolarità,
c’è una piccola estroflessione del nucleo. Allora partiamo da un presupposto: i granulociti si
chiamano anche polimorfonucleati perché hanno un nucleo che si dice può essere plurilobato, cioè
può avere tante piccole lobature che formano nel complesso questo nucleo, queste lobature sono
unite da ponti di cromatina, che possono essere più o meno grossi. Il numero delle lobature è
specifico a seconda del leucocita. Il granulocita neutrofilo può avere da 1 a 5 lobature. In questo
caso (fa riferimento ad un'immagine di neutrofilo) vedete abbiamo 4 lobature, in questa lobatura c'è
una piccola estroflessione, chiamata corpo di Barr ( o cromatina sessuale o drumstick) e che non è
altro che il secondo cromosoma X, e allora significa che questo granulocita neutrofilo, e quindi
questo sangue, appartiene ad una donna. Quindi se doveste osservare uno striscio di sangue e nei
soli granulociti neutrofili trovare questa piccola estroflessione, questa è il drumstick, quindi questo
sangue appartiene ad un individuo del genere femminile.
Passiamo a vedere l'aspetto di un granulocita; è un granulocita perché ha dei granuli all'interno del
citoplasma, granuli che sono piccoli e si colorano debolmente ma ci sono. Questo è un granulocita
bilobato visto al MET, e la tipologia dei granuli varia. Cioè nella stessa cellula possiamo avere
granuli primari e granuli specifici:
I granuli primari sono azzurrofili e contengono lisosomi (i quali contengono le perossidasi)
I granuli specifici sono secondari (che contengono lisozima, fagocitina e catalasi) e terziari (che
contengono proteasi neutre e proteasi acide)
Se voi ci fate caso tutte queste sostanze servono per distruggere qualche cosa, perché sono delle
sostanze tipiche della fagocitosi. E allora la fagocitosi è un'altra caratteristica comune non a tutti i
leucociti (perché i linfociti non hanno la capacità di fagocitare) ma comune ai granulociti e ai
monociti.
Tutte le nostre cellule, tutte, e in particolare quelle del sangue, che sono le cellule della nostra
immunità servono a riconoscere quello che non è proprio (non-self) o quello che è proprio (self),
attraverso un meccanismo chiamato chemiotassi positiva, cioè quando c'è la presenza di una
sostanza che non viene riconosciuta la cellula si avvicina. Quando, invece, la chemiotassi è negativa
la cellula fa esattamente il contrario, cioè si allontana. E allora vedete che questa è una micropipetta
e questi sono neutrofili che, come vedete, sentono la presenza di questa micropipetta e vanno come
si suol dire “a caccia” di quella micropipetta. Questo è un neutrofilo che sta fagocitando, per
esempio, il batterio dell'antrace. Ma se noi vogliamo vedere all'opera un neutrofilo che combatte
con un batterio, lo insegue, si fa largo tra i globuli rossi fin quando non avrà vinto lui, cioè finché
non lo fagocita. La chemiotassi positiva avviene non solo con i batteri, ma con qualsiasi altra
componente se non sia riconosciuta come self; per esempio questo è un globulo rosso non umano
(vedete, ha il nucleo) e i neutrofili andranno ad attaccare e a fagocitare tale elemento estraneo,
addirittura all'interno dei neutrofili si vedono già i globuli rossi che sono stati fagocitati. I neutrofili
per potersi muovere ed attaccare una cellula estranea o quel qualcosa di estraneo (per esempio la
micropipetta), avendo ricevuto dei segnali, modificano il proprio citoscheletro, producendo dei
movimenti ameboidi.
Andiamo a vedere il cosiddetto schema di Arneth. Esso è una percentuale dei granulociti neutrofili
(e solo di questi) divisi per lobature. Abbiamo detto prima che i granulociti neutrofili possono avere
da 1 a 5 lobature, ma noi contando 100 granulociti neutrofili dobbiamo avere una determinata
percentuale normale.
Schema di Arneth normale

Lobature Percentuale (%)


1 5
2 25
3 40
4 25
5 5

Il significato delle lobature va ricercato nell'età del granulocita neutrofilo: meno lobature ha, più
giovane è.
Questo schema di Arneth si dice che può essere spostato o verso sinistra o verso destra. Se noi
abbiamo uno spostamento a sinistra aumentano i neutrofili con 1 o 2 lobature e diminuiscono i
neutrofili con 4 o 5 lobature.
Schema di Arneth spostato a sinistra
Lobature Percentuale (%)
1 25
2 45
3 20
4 10
5 0

Se abbiamo uno spostamento a destra avviene esattamente il contrario, cioè aumentano i neutrofili
con 4 o 5 lobature e diminuiscono quelli con 1 o 2 lobature.
Schema di Arneth spostato a destra

Lobature Percentuale (%)


1 0
2 10
3 20
4 45
5 25

NB: dove appare 0%, non è che non esistono neutrofili con quel numero di lobature, è stato messo
per fare capire lo spostamento. Quindi non sarà mai 0% ma sarà 1 o 2 %.
A questo punto vi invito a fare un ragionamento. Teniamo presente che in ematologia qualsiasi dato
ematologico preso singolarmente non ha nessun significato. Un dato che vi può capitare è che ci sia
un'anemia, sappiamo che normalmente gli eritrociti sono 4,500,000 (nelle donne) e 5,000,000 (negli
uomini) per millimetro cubo e dalle analisi gli eritrociti risultano 2,000,000 o 2,500,000 per
millimetro cubo. Questo dato, singolarmente, non ha nessun significato. Perché noi constatiamo
solamente che c'è un calo dei globuli rossi, ma non sappiamo il motivo. Possiamo spiegare questo
dato se lo associamo ad altri dati. Per esempio teniamo sempre il fermo il dato degli eritrociti
(2,500,000 per mm cubo) e utilizziamo uno schema di Arneth, sia spostato a destra e sia spostato a
sinistra. Caso 1: 2,500,000 di eritrociti per mm cubo e schema di Arneth spostato a destra; possiamo
dire che in questo soggetto la catena emopoietica non funziona bene, cioè il midollo osseo non
funziona, perché se abbiamo pochi granulociti neutrofili giovani e molti vecchi e
contemporaneamente abbiamo un valore di eritrociti anemico, la prima cosa che ci viene da pensare
è proprio un danno a carico del midollo osseo. Caso 2: 2,500,000 di eritrociti per mm cubo e
schema di Arneth spostato a sinistra; possiamo dire che c'è stata un'emorragia, perchè in risposta
alla perdita di sangue il midollo risponde aumentando l'attività emopoietica, sia per rimpiazzare i
rossi e sia per rimpiazzare i bianchi che si perdono. Quindi è chiaro che abbiamo molti granulociti
neutrofili giovani e pochi anziani.
Gli eosinofili sono cosi chiamati perché sono affini alla eosina, quindi i granuli presenti nel
citoplasma di queste cellule assumono l'eosina. Vi ricordo che la colorazione May Grünwald –
Giemsa, che eosinato di metile, ha eosina. Secondo il libro, il colore assunto dai granuli degli
eosinofili è rosso-arancio, c'è chi è più fantasioso e dice oro antico, c'è chi dice rosa-fucsia; tutti
questi vanno bene (il colore dipende dalla tempistica delle colorazioni), l'importante è che non mi
diciate verde.
Il nucleo può essere o bilobato o trilobato (da 1 a 5 lobature vale solo per i neutrofili). Questo
conferma quello che vi ho detto ieri, e cioè che il medico non si basa sulle colorazioni per andare a
riconoscere gli elementi ma si basa sulla morfologia degli elementi. Se io vedo un leucocita con 4
lobature, non può essere nè eosinofilo e né basofilo ma può essere solo neutrofilo.
I granuli degli eosinofili sono più grandi di quelli dei neutrofili. I granuli degli eosinofili, soltanto se
visti al MET, presentano una caratteristica unica ed esclusiva, e cioè mostrano al loro interno una
struttura detta cristalloide. Quindi questi granuli contengono una matrice, che sarà periferica, e in
pisizione centrale ci sarà un cristalloide. La matrice sarà formata da enzimi lisosomiali e
perossidasi. Il cristalloide è formato dalla MBP (proteina basica maggiore) e dalla proteina
cationica; anche queste sostanze hanno una funzione diciamo lisosomiale, cioè degradano le
sostanze che vengono fagocitate.
Gli eosinofili intervengono nelle reazioni parassitarie e hanno una funzione fagocitaria e pinocitaria.
Ma soprattutto essi intervengono nelle reazioni allergiche, tanto è vero che, in soggetti allergici di
loro, gli eosinofili non sono il 2-4 % come abbiamo visto nella formula leucocitaria, ma sono di più:
6-8 %. Allora se vediamo, in una formula leucocitaria, aumentati gli eosinofili (eosinofilia) due
sono le cose: o quel soggetto ha avuto una reazione allergica a qualcosa oppure è un soggetto
allergico di suo e quindi di base ha un numero di eosinofili maggiore.
I granulociti basofili sono i più facili da riconoscere, perché hanno dei granuli poco numerosi ma
molto scuri (in genere blu-viola) e molto grandi, talmente grandi che spesso mascherano il nucleo,
cioè sono disposti tutti intorno al nucleo e non riusciamo a distinguere il nucleo.
Un granulocita basofilo possiede sempre un nucleo bilobato.
I granuli dei granulociti basofili conengono:
eparina, sostanza anticoagulante e quindi diciamo fluidificante a livello ematico. Per meglio dire è
un antiaggregante piastrinico, quindi ostacola l'aggregazione delle piastrine.
istamina, sostanza che provoca vasodilatazione. Quindi in un punto in cui c'è una reazione
infiammatoria o anche di tipo allergico, in quel punto vedete che è rosso. Cioè se ci punge un'ape
nel punto in ci ha punto diventa rosso e gonfia; il rosso è dato proprio dalla dilatazione dei vasi
sottocutanei, a sua volta dovuta alla presenza dell'istamina liberata dai granulociti basofili che si
concentrano in quel punto. Infatti noi sopra le punture ci mettiamo una sostanza antistaminica, cioè
che combatte la dilatazione dei vasi, quindi fa alleviare il rossore e quindi allevia la vasodilatazione.
Quindi anche i granulociti basofili intervengono nelle reazioni allergiche, rilasciano istamina (che è
una IgE, cioè immunoglobulina della classe E), legano il complemento. Il complemento è una serie
di reazioni chimiche legate al riconoscimento tra antigene e anticorpo; questo complemento è
formato da delle proteine, che sono tutte proteine contrassegnate dalla lettera C da 1 a 9 (C1, C2,
etc); a sua volta ogni C con il proprio numero ha delle sottoclassi. Il complemento, e quindi la serie
delle reazioni chimiche da C1 a C9, è come la coagulazione, cioè è “a cascata” e non si può
interrompere. Per esempio se abbiamo un soggetto che ha subito un trapianto, il medico non deve
impedire che il rigetto abbia termine, ma deve impedire che il rigetto abbia inizio, perché una volta
che la serie di reazioni parte non la possiamo più fermare. I granulociti basofili legano, cioè
favoriscono, le proteine del complemento C3a, C3b e C5a, cioè agiscono in modo specifico su
questi passaggi delle reazioni del complemento. Infine i granulociti basofili hanno anche loro
un'azione fagocitaria.
I linfociti possono essere classificati secondo 3 criteri.
Il primo criterio è quello morfologico, cioè in base alle dimensioni, quindi in base al diametro;
abbiamo allora linfociti piccoli, medi e grandi. Il termine di paragone è il globulo rosso. Allora un
linfocita piccolo è al massimo grande quanto un globulo rosso, quindi al massimo 7 micrometri di
diametro; un linfocita medio è al massimo grande 10-11 micrometri di diametro; un linfocita grande
è grande da 14 a 22 micrometri di diametro.
In un linfocita piccolo il citoplasma è rappresentato da una regione limitata e decentrata, diciamo
che il citoplasma è quasi assente e che la cellula è occupata quasi interamente dal nucleo. Il linfocita
piccolo è l’unico leucocita che può essere grande quanto un globulo rosso.
In un linfocita medio il citoplasma è più evidente ed è tutto spostato da un lato della cellula.
In un linfocita grande il citoplasma è ancora più esteso e circonda il nucleo,che si trova quindi in
posizione centrale.
Un'altra caratteristica dei linfociti è che i nuclei sono generalmente rotondeggianti ma presentano
una parte più rettilinea o addirittura depressa (cioè lievemente incavata), cioè hanno la forma di una
sfera un po' schiacciata da una parte. Questa caratteristica è classica del nucleo di un linfocita.
I linfociti, come tutti i leucociti, presentano delle estroflessioni di membrana che come abbiamo
detto servono da ancoraggio.
Il secondo criterio è dato dal sito di origine. I linfociti possono essere prodotti: nel timo (i linfociti
qui prodotti si chiameranno lifociti T) oppure nel midollo osseo (i linfociti qui prodotti si
chiameranno linfociti B). La distinzione tra linfociti T e B non è morfologica, ma è di tipo
immunoistochimico.
Abbiamo visto che il timo è una ghiandola transitoria, posizionata dietro il manubrio dello sterno e
sopra il cuore. Il timo all'età di 6 anni involve e diventa anatomicamente un altro organo, chiamato
organo fibro-adiposo retrosternale perchè è costituito da tessuto connettivo fibroso e da tessuto
adiposo, ma alla fine qualche piccolo isolotto timico ma non funzionante (cioè non produce più
linfociti) rimane. Ciò nonostante un individuo che ha superato i 6 anni di vita continua comunque a
produrre linfociti T perché, nell'arco dei primi 6 anni di vita, i precursori dei linfociti T (cioè i
linfoblasti del timo) colonizzano una parte della milza, quindi anche in età adulta troviamo i
linfociti T. Allora dopo i primi 6 anni di vita la milza sarà sede della produzione dei linfociti T.
Il terzo criterio è di tipo funzionale. Questo criterio non interessa l'istologia perchè non è di tipo
morfologico, ma c'è e lo dobbiamo sapere. Abbiamo i linfociti T killer, T helper, T suppressor, e
altri. Quindi a seconda della funzione noi li possiamo classificare e tipizzare.
Ovviamente i linfociti non hanno granuli nel loro citoplasma perché sono agranulociti, cosi come i
monociti.
I monociti sono in assoluto le cellule più grandi all'interno del torrente circolatorio, hanno un
citoplasma privo di granuli. Hanno un nucleo (classico del monocita) che si dice “a ferro di cavallo”
o “ a U”.
La funzione dei monociti è fagocitaria. Per i monociti bisogna fare un discorso preciso. Allora,
quando un monocita scorre nel sangue all'interno di un vaso, il monocita non è attivo, cioè non ha la
funzione della fagocitosi attiva. Il monocita si attiva solo quando esce, per diapedèsi, dai vasi
sanguigni. Quindi il monocita non è altro che un macrofago circolante, cioè inattivo. Un monocita si
chiama monocita quando si trova nel sangue o nel midollo osseo. Quando, invece, si trova nei
tessuti cambia nome e si chiama macrofago. Per esempio nel polmone abbiamo i macrofagi
alveolari, che sono arrivati li con il sangue e sono fuoriusciti per diapedèsi dal capillare e si sono
agganciati all'interno dell'alveolo polmonare. Quindi questo monocita non si chiama più monocita
ma si chiama macrofago alveolare. Per esempio, nel tessuto nervoso, le cellule che derivano dai
monociti sono le cellule della microglia, ed hanno funzione fagocitaria. Noi perdiamo circa 1000
neuroni al giorno, e sono proprio le cellule della microglia che si occupano di fagocitare i neuroni
che non funzionano più o i neuroni apoptotici o i neuroni morti. Per esempio nel fegato ci sono le
cellule di Kupffer, cioè macrofagi sinusoidali (i sinusoidi sono i capillari del fegato), che sporgono
nel lume di un sinusoide e non sono altro che monociti trasformati. Per esempio nel tessuto osseo
abbiamo gli osteoclasti, che sono cellule di derivazione monocitaria; essi sono monociti trasformati,
chiaramente, con una specializzazione diciamo ulteriore ma sono sempre derivati dai monociti
circolanti.
Noi riusciamo a separare dal sangue le piastrine e possiamo raccoglierle in delle sacche, piastrine
sempre appartenenti a quel gruppo sanguigno.
Le piastrine sono dei frammenti cellulari, quindi sono frammenti di citoplasma di una cellula (che
vedremo qual è). Si possono presentare in modo aggregato (aggregato piastrinico) oppure isolate.
Anticamente, i vecchi istologi non avevano il microscopio elettronico e la piastrina era ritenuta una
cellula molto piccola, perché aveva una parte centrale colorata e una parte periferica bianca. Poi è
stato visto che non è cosi. La parte centrale colorata si chiama cromomero (dal momento che
assume il colorante) e la parte periferica, che non assume colorante, si chiama ialomero (ialos =
chiaro, bianco). Il cromomero è costituito prevalentemente, visto che è un frammento di citoplasma,
da organuli citoplasmatici (mitocondri, REL, e, nello specifico, granuli delta, granuli alfa e granuli
lambda). Lo ialomero è, invece, costituito solo da citoscheletro, cioè da microtubuli, e per questo
non assume colorante.
Il contenuto dei granuli (alfa,delta e lambda) è un contenuto altamente specifico, perché:
nei granuli alfa: fibrinogeno, fattore IV piastrinico, e un fattore di crescita di origine piastrinica
(PDGF, dall'inglese Platelet-Derived Growth Factor)
nei granuli delta: serotonina, calcio e ATP
nei granuli lambda: idrolasi lisosomiali e perossisomi
Quindi all’interno delle piastrine c’è una componente specifica, contenuta nei granuli alfa e delta, e
una componente diciamo aspecifica nei granuli lambda, perché i lisosomi sono un po’ ubiquitari.
La funzione delle piastrine è quella di formare il cosiddetto tappo piastrinico; cioè, dove si è creata
una soluzione di continuo di un capillare o di un vaso, le piastrine convergono in quel punto e si
aggregano formando un vero e proprio tappo, che serve esclusivamente per impedire l’emorragia
(cosi come serve solo ad impedire l’emorragia il reticolo di fibrina, perché in quel punto ha inizio la
coagulazione, perché quando intervengono le piastrine inizia la coagulazione). La riepitelizzazione
avviene sotto il tappo piastrinico, cioè le cellule endoteliali si ricostituiscono al di sotto del tappo.
Le piastrine assumono forme diverse a seconda del momento funzionale. Quando sono libere di
circolare nel sangue assumono una forma discoidale, quando sono richiamate in un punto diventano
sferiche con delle estroflessioni. Siamo sempre là ragazzi, madre natura ha un metodo e lo segue
sempre. Quando noi dobbiamo fermare la corsa di un elemento, come nel caso dei linfociti,
abbiamo bisogno delle estroflessioni, cioè dei punti di aggancio. Una volta arrivate in situ (cioè nel
punto in cui devono intervenire) le piastrine incominciano ad appiattirsi con delle estroflessioni,
finché non diventano discoidali, piatte, e in corrispondenza del cromomero si nota una
estroflessione. Teniamo presente che da questa fase, cioè la fase aderente, si può tornare indietro,
cioè la piastrina si può staccare dall’endotelio e ridiventare discoidale; quindi è una fase reversibile.
Quando, invece, la piastrina dalla fase in cui è appiattita con le estroflessioni diventa discoidale
piatta giunge in una fase irreversibile, cioè non possiamo più interrompere la coagulazione del
sangue. Quindi le fasi sono:
• forma discoidale, quando la piastrina è in circolo;
• forma sferica con estroflessioni;
• forma aderente con estroflessioni;
• disco piatto senza estroflessioni - una volta che la piastrina assume questa forma non si può
più tornare indietro (fase irreversibile). La piastrina diventa piatta perché il citoscheletro si
riassembla e si aggancia alla periferia e non si può più staccare.

Dicevamo che le piastrine sono frammenti cellulari di una cellula. Tale cellula è chiamata
megacariocita ( che significa “cellula dal grande nucleo”). Ma in effetti non è cosi; molte
definizioni rimangono nella storia e non vengono modificate. Infatti il megacariocita non è una
cellula che ha un grande nucleo, ma è una cellula che ha tanti nuclei. Più precisamente un
megacariocita è un plasmodio, cioè un elemento che si forma per divisione cellulare incompleta,
cioè si è diviso il nucleo ma non il citoplasma; infatti una caratteristica dei plasmodi è quella di
essere elementi molto grandi, perché il citoplasma aumenta di volume (è come se si stesse
dividendo), ma alla fine si formano solo i nuclei senza che il citoplasma si divida. Infatti vedete che
questo è un megacariocita e dalla sua zona periferica si distaccano, si dice degranulano, le piastrine.
Quindi un megacariocita prima è piccolo, poi aumenta di dimensioni con la divisione nucleare, si
formano all'interno dei microtubuli che sepimentano il citoplasma fin quando non avviene la
degranulazione, quindi il megacariocita man mano andrà a perdere frammenti, che sono appunto le
piastrine. (Differenza tra sincizio e plasmodio: alla fine sono due elementi con tanti nuclei; dipende
da come si sono formati. Il sincizio si forma per fusione di tanti elementi cellulari, quindi i nuclei
sono appartenenti agli elementi che si sono fusi. Il plasmodio lo abbiamo visto.)

Vasi sanguigni
Nel nostro organismo abbiamo 2 tipologie di vasi: sanguigna e linfatica. Fra quella sanguigna
abbiamo: arterie, capillari e vene, secondo questa progressione. Cioè il sangue arriva dall'arteria,
passa nelle arteriole, arriva nei capillari, dopo di che passa nelle venule e poi nelle vene più grandi.
Ma la prima cosa da fare è quella di riconoscere quali sono le arterie, quali sono i capillari e quali
sono le vene. Lasciamo perdere i capillari, perché questi si riconoscono solo su una sezione
istologica. Ma le arterie e le vene si devono riconoscere senza bisogno di ricorrere ad una sezione
istologica. Allora, in una dissezione anatomica dobbiamo essere in grado di riconoscere quali sono
le arterie e quali sono le vene.
Identificazione dei vasi
I vasi NON si possono identificare in base al colore; i vasi non sono colorati, blu o rossi in base se
sono vene o arterie.
I vasi NON si possono identificare in base al tipo di sangue, cioè se è sangue arterioso o sangue
venoso. Questo perché, se noi consideriamo il cuore, abbiamo, per esempio, l'aorta e il tronco
polmonare che sono due arterie, ma queste due arterie portano sangue di tipo diverso: l'aorta porta
sangue arterioso e l'arteria polmonare porta sangue venoso. Quando farete l'embriologia vedrete che
la vena ombelicale porta sangue arterioso e le arterie ombelicali portano sangue venoso.
Possiamo identificare i vasi in base alla direzione del sangue: le arterie sono i vasi in cui il sangue
viaggia dal centro verso la periferia, le vene sono i vasi in cui il sangue viaggia dalla periferia verso
il centro.
Possiamo identificare i vasi, soprattutto, in base alla struttura.
Parliamo di arterie. Le arterie si dividono macroscopicamente in 4 classi:
• grandi arterie (o arterie elastiche);
• arterie di medio calibro (o arterie muscolari);
• arterie di piccolo calibro (o arteriole);
• metarteriole, con un diametro compreso tra 10 e 100 micrometri .

Questa classificazione è fatta sia in base alla struttura e sia in base al diametro.
Al di sotto dei 10 micrometri di dimetro troviamo dei vasi che non sono né arterie e né vene, ma
sono capillari.
Parliamo della differenza tra un'arteria elastica e un'arteria muscolare. Le arterie elastiche sono
quelle che ricevono la spinta del cuore e la ritrasmettono; le arterie muscolari sono quelle arterie che
riescono a regolare il proprio calibro a seconda della contrazione della muscolatura, ne sono un
esempio le arterie coronarie (infatti esse si possono stringere provocando la cosiddetta insufficienza
coronarica).
Cosa succede nelle arterie elastiche? Facciamo un piccolissimo riferimento alla fisica. In un tubo in
cui scorre un liquido, più lungo è il tubo (a costante pressione), man mano che ci allontaniamo dal,
come si suol dire, rubinetto la pressione diminuisce. E allora noi dobbiamo fare in modo che la
pressione, anche in prossimità dello sbocco del tubo, rimanga costante; per fare ciò abbiamo due
metodi: o stringiamo il calibro del tubo man mano che ci allontaniamo dal rubinetto oppure questo
tubo deve avere un movimento attivo, in modo da pompare il liquido sempre verso la fine. Il nostro
torrente circolatorio ha tutti e due questi metodi. Cioè dalle arterie grandi si passa a quelle piccole
(quindi la pressione viene mantenuta costante, ed è il 1° metodo); il 2° metodo è quello che le
arterie grandi ricevono la cosiddetta onda sfigmica (cioè l'onda di pressione data dal cuore), si
dilatano e, dal momento che sono arterie elastiche, ritornano nella loro posizione; questo ritorno non
fa altro che spingere ulteriormente il sangue in avanti.
Quindi, funzionalmente, perché le arterie sono diverse dalle vene? Perché le vene generalmente non
trasmettono la spinta. Ma, ve lo dico per accelerare i tempi, esistono due tipi di vene:
Vene a capacitanza; cioè tanto sangue gli arriva, tanto sangue contengono. Cioè gli arrivano 0,5 litri
di sangue e, dilatandosi, 0,5 litri di sangue contengono.
Vene di tipo propulsivo, come le vene degli arti inferiori; infatti in questo caso il sangue deve
ritornare verso l'alto e quindi deve ricevere una spinta. Spinta che non ha perché la pressione
sanguigna, superata la barriera dei capillari, è zero. Quindi queste vene devono fare in modo che
questo sangue possa risalire verso l'alto.
Andiamo a vedere la struttura di un'arteria. Dall'interno verso l'esterno:
tonaca intima, costituita da cellule endoteliali e da un piccolo strato di tessuto connettivo
tonaca media, costituita generalmente da tessuto muscolare liscio
tonaca avventizia, costituita da tessuto connettivo. La tonaca avventizia è importante perché in essa
ci sono i cosiddetti “vasa vasorum” (cioè i vasi che devono nutrire la parete vascolare) e i cosiddetti
“nerva vasorum” (cioè i nervi che servono alla parete vascolare). Entrambe le componenti sono
necessarie per la sopravvivenza e per l'integrità del vaso.
Un vaso quindi assomiglia ad un organo cavo, ma NON è uguale, in quanto vaso e organo cavo
hanno componenti diverse.
Questa, vedete, è un'arteria. La riconosciamo immediatamente dalla tonaca intima arricciata, perché
nell'arteria noi abbiamo l'endotelio che viene arricciato dal tessuto connettivo elastico
immediatamente sottostante. Poi, vedete, abbiamo il tessuto muscolare e poi la tonaca avventizia.
L'endotelio è arricciato dal tessuto connettivo elastico immediatamente sottostante (che quindi sarà
molto ondulato) nelle arterie più grandi (anche nell'aorta), nelle arterie più piccole, cioè nelle
metarteriole, e anche in quelle di medio e piccolo calibro.
Le cellule endoteliali possono essere disposte, a seconda del vaso e a seconda della posizione che
occupano nel vaso, o in modo circolare o in modo longitudinale. Ricordiamoci che la loro
disposizione deve essere sempre a favore della spinta del sangue, NON possono essere disposte
trasversalmente rispetto alla spinta del sangue, perché verrebbero staccate dalla forza della
pressione.
Parliamo di vene, e mettiamole a confronto con le arterie. La parete di una vena è molto più sottile
della parete di un'arteria. Il lume di una vena NON è arriciato. Nelle vene troviamo le cosiddette
valvole venose; tali valvole sono localizzate soprattutto nelle vene degli arti inferiori, perché esse
sono delle “valvole di non ritorno”, cioè, una volta che il sangue ha attraversato la valvola, questa
valvola si chiude e impedisce che il sangue ritorni indietro. Questi, vedete, sono due lembi valvolari
all'interno di una vena. Esempio medico del malfunzionamento delle valvole venose, soprattutto
delle valvole delle vene safene, cioè quelle degli arti inferiori; nel normale funzionamento un
eventuale reflusso di sangue chiude le valvole venose; se, invece, le valvole rimangono aperte
abbiamo le cosiddette vene varicose, cioè si verificano delle estroflessioni della parete delle vene.
Nelle vene NON c'è tessuto connettivo elastico e c'è meno muscolatura rispetto alle arterie.
Parliamo di capillari. Di capillari ne troviamo principalmente 3 tipologie:
Capillari continui; nell'ambito di questi capillari distinguiamo: 1° tipo (capillari del sistema nervoso
centrale), 2° tipo (capillari cardiaci, scheletrici, del tessuto muscolare, cutanei, connettivali). Questi
capillari sono caratterizzati dall'avere una parete liscia continua. In quelli del sistema nervoso
centrale la parete è costituita da singole cellule endoteliali (in cui ci sono molte vescicole di
pinocitosi) che si distendono trasversalmente rispetto alla lunghezza del capillare e in modo che le
due parti della stessa cellula endoteliale contraggano giunzioni serrate; è importante che nel sistema
nervoso centrale si trovino capillari continui, perché il sangue NON deve mai entrare in contatto
con i neuroni, quindi ci deve essere sempre un ostacolo al contatto diretto; inoltre su questi capillari
poggiano cellule della glia, come gli astrociti, che vanno a costituire la cosiddetta barriera emato-
encefalica. In quelli di 2° tipo le cellule endoteliali sono molto ricche di vescicole di pinocitosi e
spesso la parete è costituita da più cellule endoteliali che si avvolgono disponendosi trasversalmente
rispetto alla lunghezza del capillare.
Capillari fenestrati, cosiddetti perché presentano dei pori intercellulari (detti fenestrature) del
diametro di 50-60 nanometri. Soprattutto li troviamo nei glomeruli renali, ma anche nelle ghiandole
endocrine, nella mucosa intestinale. Le fenestrature sono presenti anche nei plessi corioidei, che
sono delle formazioni vascolari che noi abbiamo nelle cavità del nostro sistema nervoso centrale,
quindi all'interno del cervello, all'interno dell'encefalo, all'interno del tronco encefalico. Come
vedete questo è un capillare fenestrato, siamo nel glomerulo renale; vedete è la membrana basale
che separa il capillare dal podocita [Fonte wikipedia: I podociti sono cellule altamente
differenziate. Sono stati definiti nella loro struttura e nella loro disposizione soltanto attraverso il
microscopio elettronico. Queste cellule si trovano nel nefrone, all'interno della capsula di Bowman,
appaiono come elementi stellati, con il corpo voluminoso e rigonfio che sporge nello spazio
capsulare e con numerosi prolungamenti ( i processi maggiori) che abbracciano al pari dei tentacoli
di una piovra, i capillari glomerulari, affiancandosi agli analoghi podociti adiacenti.], e questi spazi
sono le fenestrature.
Capillari discontinui, come i sinusoidi che si trovano nel fegato, nella milza e nel midollo osseo. La
differenza sostanziale tra i capillari discontinui e quelli fenestrati è che lo spazio lasciato libero nel
discontinuo può arrivare ad 1 micrometro mentre nel fenestrato massimo a 60 nanometri. Questo,
vedete, è tessuto epatico e i sinusoidi hanno queste aperture che consentono al plasma di infilarvisi;
ciò rallenta la corsa del sangue per permettere agli epatociti di ricevere dal plasma le sostanze di cui
necessitano.
I periciti sono cellule mioepiteliali, cioè assomigliano a quelle cellule che noi abbiamo visto a
carico delle ghiandole esocrine. I periciti sono posti sui vasi [Fonte “Anatomia del Gray”: I periciti
si riscontrano sulla superficie esterna dei capillari e delle venule postcapillari, dove l'avventizia non
è presente e non ci sono cellule muscolari.] come dei “polipi”, si agganciano a questi ultimi
mediante delle estroflessioni di membrana. La loro funzione è quella di ridurre il lume dei vasi; i
periciti ci servono quando dobbiamo regolare l'afflusso del sangue in un distretto. Per esempio,
quando abbiamo un'emorragia assumiamo un colorito pallido, perché si verifica una vasocostrizione
nel distretto sottocutaneo, vasocostrizione data dalla contrazione della muscolatura delle arterie e
delle vene più grandi ma anche dalla contrazione dei periciti che stringono i capillari sottocutanei, e
quindi il sangue viene deviato in altri distretti, dove c'è più necessità.
Vediamo rapidamente il comportamento della rete sanguigna. Se vi ricordate, quando abbiamo
parlato di ghiandole, io vi ho parlato di rete mirabile arteriosa, venosa.
Il comportamento normale è : Arteria-Capillari-Vena.
Ci sono alcuni distretti in cui noi abbiamo una rete mirabile di tipo arterioso e una rete mirabile di
tipo venoso (o sistema portale o sistema della vena porta):
nella rete mirabile arteriosa, il comportamento è Arteria-Capillari-Arteria-Capillari-Vena. Questo
tipo di rete mirabile lo troviamo nel rene, perché c'è un'arteria (arteriola afferente) che diventa
capillari (glomerulo renale), che a sua volta diventa arteria (arteriola efferente), che poi si
ricapillarizza per poi diventare una vena (vena efferente) che poi si immetterà nel circolo venoso
generale.
nella rete mirabile venosa, il comportamento è Arteria-Capillari-Vena-Capillari-Vena. Questo tipo di
rete mirabile venosa è caratteristico della circolazione portale del fegato; infatti abbiamo l'aorta
(arteria), poi capilari, poi alcune vene che convogliano, cioè la vena mesenterica superiore, inferiore
e la vena lienale, che poi confluiranno nella vena porta (vena) che si capillarizza nei sinusoidi
(capillari), poi diventa vena centrolobulare (vena), che poi si dirige verso il circolo sistemico come
vena epatica.

Prof. Puzzolo 22 marzo 2012

Vasi linfatici
I vasi linfatici sono delle vie preferenziali per la diffusione delle metastasi. Tali lesioni cancerogene
maligne possono diffondere secondo tre vie:
• per continuità (cioè per vicinanza);
• per via ematica;
• per via linfatica.

Per questo motivo bisogna conoscere la struttura e il decorso dei vasi linfatici. La più grossa
differenza tra vaso linfatico e vaso sanguigno sta nel contenuto infatti nel primo riscontriamo la
linfa e qualche elemento della serie bianca, mentre nel secondo troviamo il sangue (plasma ed
elementi figurativi).
I vasi linfatici servono per raccogliere la linfa, un liquido che viene prodotto negli spazi
intercellulari che possono essere più o meno stretti. Successivamente tale liquido viene raccolto per
osmosi all’interno dei vasi linfatici i quali rispetto alla circolazione sanguigna sono situati nelle
intercapedine lasciati liberi dai capillari o dai grossi vasi sanguigni e si distinguono in capillari
linfatici (vasi più piccoli) e dotti linfatici (vasi più grossi).Nel nostro organismo abbiamo un vero e
proprio sistema di vasi linfatici, infatti vi è un grosso vaso linfatico che parte dalla cavità
addominale e risale lungo la cavità toracica a ridosso della colonna vertebrale a cui affluiscono tutta
una serie di ramificazioni, dotti più piccoli che faranno confluire il loro contenuto al suo interno. La
piccola dilatazione alla base del condotto principale si chiama cisterna di Picquet.
Nell’apparato digerente abbiamo molti vasi linfatici. Prendendo in considerazione una sezione
istologica di un villo intestinale, al centro si nota il lume di un vaso linfatico vicino ad esso quasi
sempre si trova un vaso sanguigno. I vasi linfatici possono essere facilmente scambiati per delle
vene perché al loro interno posseggono delle valvole in quanto non essendo dotate di una
muscolatura talmente sviluppata nella loro parete la circolazione linfatica avviene solo per
aspirazione. Cosa significa? Dal momento che il dotto linfatico principale sbocca in una grossa
vena, il sangue che scorre in essa fa si che aspiri la linfa contenuta nel condotto principale,ciò
significa che a cascata tutta la circolazione avviene per questo tipo di aspirazione. Chiaramente non
essendo di tipo propulsivo questo vaso ha bisogno delle valvole cioè la linfa una volta che riesce a
progredire non deve ritornare indietro, non deve dare stasi linfatica perché ciò provoca serie
patologie. La parete dei vasi linfatici non è spessa come la parete di un’arteria nè come quella di
una vena, ma è molto sottile ed è formata all’interno da tessuto endoteliale e all’esterno da tessuto
connettivo fibroso, la muscolatura è scarsissima quasi assente. Le cellule endoteliali sono molto
appiattite non contengono vescicole di pinocitosi come nei capillari.La linfa riesce a penetrare
all’interno del capillare linfatico forzando le giunzioni intercellulari fra le cellule endoteliali e
secondo un gradiente di concentrazione.
Una possibile diagnosi differenziale tra venula e vaso linfatico sta nel fatto che nel primo troviamo
elementi figurativi del sangue (sicuramente globuli rossi) nel secondo solo elementi della serie
bianca. Questa diagnosi però è grossolana in quanto può capitare, molto raramente, che in un
capillare non ci sia nessun globulo rosso , per tale motivo la diagnosi differenziale si effettua in base
alla morfologia delle cellule endoteliali andando dunque, senza ricorrere alla microscopia
elettronica, a marcare le cellule endoteliali linfatiche che reagiscono specificamente con alcuni
anticorpi. Quando si effettuerà questa colorazione di immunoistochimica dove ci sono vasi linfatici
le loro cellule endoteliali si coloreranno, dove ci saranno capillari o vasi sanguigni non si osserverà
nessuna colorazione.
Una classica caratteristica di un capillare linfatico, raramente riscontrabile nei capillari sanguigni, è
data dalla presenza di fibre collagene di ancoraggio con le strutture circostanti, dal momento che tali
capillari sono svincolati dalla rete sanguigna e quindi stanno liberi all’interno di un tessuto, infine
generalmente li si vede accanto ad altre strutture come arteriole e vene.

Tessuto muscolare
Da un punto di vista sistematico il tessuto muscolare viene classicamente suddiviso in:
• tessuto striato,
• tessuto liscio.

La prima classificazione riguarda quindi la morfologia, già in microscopia ottica è possibile


riconoscere un muscolo in quanto può presentare delle peculiari striature che si riferiscono quindi al
tessuto striato cardiaco e al tessuto striato scheletrico. In opposizione al tessuto muscolare striato,
soprattutto da un punto di vista funzionale, abbiamo un secondo tipo di tessuto che è il tessuto
muscolare liscio. Nel tessuto muscolare striato già in microscopia ottica, ma soprattutto in quella
elettronica,possiamo cogliere delle peculiari caratteristiche cioè delle striature che gli conferiscono
il nome appunto di tessuto muscolare striato. In microscopia ottica la striatura è trasversale cioè
lungo l’asse maggiore della fibra mentre successivamente vedremo che nei due tipi di tessuti striati
esiste anche una striatura longitudinale cioè nel senso della lunghezza della fibra. Nel caso del
tessuto liscio, esso manca della striatura che generalmente si riscontra in quello striato, questo però
non esclude che nell’uno o nell’altro siano presenti delle peculiari proteine che definiremo proteine
contrattili (termine sbagliato successivamente chiariremo il perché) che sono comuni sia per il liscio
che per quello striato. Infine nel contesto del tessuto muscolare(forse impropriamente) vengono
anche descritti degli elementi particolari che prendono il nome di cellule mioepiteliali. Queste sono
delle cellule a tutti gli effetti che si vanno a collocare vicino alle cellule epiteliali. Le cellule
mioepiteliali hanno la caratteristica di possedere al loro interno delle proteine che gli conferiscono
la capacità di contrazione, vedremo però che non sono né nella componente scheletriche né in
quella cardiaca né tanto meno a livello dei visceri, ma si trovano in contributi ben precisi. Passiamo
alla descrizione di questi tessuti.
Il tessuto striato scheletrico non si presenta in maniera uniforme ma presente le striature
caratteristiche, che riscontreremo anche nel tessuto muscolare cardiaco ma tra questi due tipi di
tessuto possiamo notare delle differenze in quanto in quello scheletrico i nuclei tendono a
posizionarsi perifericamente mentre nel caso dello striato cardiaco i nuclei tendono ad assumere una
posizione centrale. Infine abbiamo il tessuto muscolare liscio nel quale non si riscontrano striature
ma un aspetto allungato dei nuclei che è caratteristico del tessuto stesso.
Dobbiamo stare attenti alla terminologia. Fin’ora abbiamo parlato di cellule epiteliali, cellule
ghiandolari, cellule interstiziali, ecc... Ora iniziamo ad utilizzare una terminologia diversa. Per
parlare dell’elemento strutturale del tessuto muscolare striato scheletrico utilizziamo il termine
fibra, non è una cellula nel senso classico della parola ma è un elemento plurinucleare perché si
viene a formare nel corso dell’embriogenesi attraverso un processo di fusione di cellule
(sincizializzazione), cioè tante cellule si fondono formando un'unica grande massa citoplasmatica
con tanti nuclei che tendono a portarsi in posizione periferica, per cui la fibra è un elemento
plurinucleato definito sincizio. Finora abbiamo visto cellule rotondeggianti, cubiche ma nel caso
della fibra muscolare striata scheletrica osserveremo una forma cilindrica (no allungata in quanto
allungata NON è una forma). C’è un motivo ben preciso se le fibre hanno una forma cilindrica e lo
capiremo quando tratteremo le giunzioni muscolo tendinee. Il diametro di una fibra è compreso tra
15 e 100 µm (dipende dal muscolo preso in considerazione), mentre la sua lunghezza varia da 1 a
500 mm (valori riportati sui libri ma in opposizione con l’opinione del professore in quanto non ha
mai osservato fibre lunghe 50 cm).
Prendendo in considerazione la dissezione di una qualunque regione del nostro corpo, si inizia
tagliando la cute, successivamente il sottocute quindi epidermide, derma, connettivo, tessuto
adiposo sottocutaneo ecc ecc.. si riscontra immediatamente una struttura che riveste il muscolo cioè
la fascia muscolare (una guaina di tessuto connettivo denso a fibre intrecciate) che in anatomia
macroscopica si chiama fascia o aponevrosi e in istologia prende il nome di epimisio, cioè ciò che
sta all’esterno, in superficie rispetto al muscolo. Qualunque muscolo striato scheletrico del nostro
organismo presenta una fascia,ma ci sono alcune eccezioni: per esempio il platisma, un muscolo del
collo, non ha una vera e propria fascia. Se andiamo a fare una sezione di un muscolo troveremo
nella sua porzione più superficiale un involucro di connettivo che prende appunto il nome di
epimisio.
In genere un muscolo si prosegue con un tendine (tessuto connettivo denso a fibre parallele) e allora
il tendine e il muscolo devono proseguirsi l’uno con l’altro quindi si scambiano reciprocamente
tessuto connettivo, in modo tale che uno si prosegua nell’altro e quindi la forza contrattile esercitata
dal muscolo, per esempio il bicipite, che è un muscolo flessore, si contrae, si accorcia e, attraverso il
proprio tendine, esercita una forza di trazione sul braccio, determinando una flessione
dell’avambraccio sul braccio. Questo connettivo nel muscolo non si limita soltanto a restare
perifericamente ma manda dei tralci che suddividono l’intero ventre muscolare in fasci muscolari.
Questi setti che si portano all’interno, e che dividono l’intero ventre muscolare in fasci, si chiamano
elementi del perimisio. Ognuno di questi fasci a sua volta viene diviso, da altro tessuto connettivo
proveniente dal perimisio, in tante fibre quindi siamo arrivati all’elemento, cioè alla fibra. Ogni
fibra (elemento sinciziale) è avvolta da tessuto connettivo che deriva dal perimisio e che prende il
nome, stando a contatto con la fibra, di endomisio. Se consideriamo un fascio muscolare, questo
sarà rivestito dal perimisio, se consideriamo le singole strutture cioè le fibre, esse avranno un altro
rivestimento, che è l’endomisio.
Se prendiamo in considerazione una sezione trasversale di un fascio muscolare, esso presenterà
delle fibre al suo interno, riconoscibili dalla posizione periferica dei nuclei (posizione ipolemmale)
che stanno sotto la membrana che, nel caso della fibra muscolare, si chiama sarcolemma. Notiamo
anche una serie di capillari (identificati dalle dimensioni molto piccole delle cellule endoteliali)
questo ci fa capire che ogni fibra è riccamente vascolarizzata, all’esterno invece tra le fibre e i vasi
troviamo tessuto connettivo (endomisio) e riconosciamo gli elementi connettivali, fibroblasti e
fibrociti, per la loro forma allungata. Consideriamo l’aspetto morfologico delle fibre sia in aspetto
trasversale sia in quello longitudinale, subito notiamo la presenza delle striature in longitudinale e
non in trasversale. In microscopia elettronica cogliamo sempre la striatura trasversale, ma se
cominciamo a guardare, siamo nel citoplasma di una fibra, ingrandendo la fibra, se facciamo caso si
comincia a vedere delle strutture allungate, delle strutture lineari, per cui avrò una striatura
trasversale e una striatura longitudinale. La definizione della fibra muscolare striata scheletrica è
quindi quella di un sincizio che presenta dal punto di vista morfologico una striatura trasversale
(ben evidente in ottica) e anche una striatura longitudinale evidente in elettronica. Prendiamo in
considerazione un’immagine di microscopia elettronica, vedremo i nuclei vicino la membrana e
delle strutture più chiare e strutture più scure che troviamo all’interno della fibra. Cerchiamo di
vedere la fibra muscolare striata scheletrica dal punto di vista tridimensionale, se la osserviamo
trasversalmente vediamo i nuclei in posizione ipolemmale e troviamo qualcosa all’interno del
citoplasma. All’interno della fibra iniziano a comparire degli elementi particolari che prendono il
nome di miofibrille. Quindi, se andiamo a considerare la fibra, questa è formata pressoché
esclusivamente da una serie di strutture allungate che prendono il nome di miofibrille. Allora,
ricapitolando, abbiamo il ventre muscolare che è formato da fasci muscolari, tali fasci sono fatti da
fibre, l’interno della fibra è prevalentemente costituito dalle miofibrille che occupano la pressoché
totalità del citoplasma della fibra. Ad esempio, se assimiliamo una fibra ad un pacco di spaghetti, il
pacco nella sua interezza è la fibra, dentro ci sono gli spaghetti (miofibrille) che occupano la
pressoché totalità dello spazio (citoplasma). Se consideriamo la fibra in sezione vedremo il
sarcolemma, i nuclei in posizione ipolemmale e la pressoché totalità dell’elemento è formato da una
serie di strutture tra loro parallele che prendono il nome di miofibrille, le quali sono separate l’una
all’altra da citoplasma intermiofibrillare.
La miofibrilla è costituita dalla sovrapposizione di strutture assolutamente identiche tra di loro che
prendono il nome di sarcomeri. Se prendo centinaia di sarcomeri e li allineo uno dietro l’altro,
costituisco una miofibrilla. In un’immagine di microscopia elettronica a trasmissione di una fibra si
possono notare sia le striature trasversali che quelle longitudinali, ma anche le miofibrille nelle
quali si evidenziano delle strutture che si ripetono che sono appunto i sarcomeri. Il punto di
partenza di un sarcomero per convenzione viene identificato da una struttura scura che prende il
nome di STRIA Z. Quindi un sarcomero è quella parte di ogni singola miofibrilla che è compreso
tra una stria Z e l’altra. Vediamo di identificare un sarcomero. Alla stria Z fa seguito una zona più
chiara che è la BANDA I, subito dopo c’è una grande banda che per comodità dividiamo in 2: una
zona scura che prende il nome di BANDA A e una zona chiara che prende il nome di BANDA H al
centro della quale c’è la STRIA M.
Ricapitolando, un sarcomero è identificato da una stria Z, una banda I chiara,una banda A
fortemente scura, una banda H di colore intermedio e una stria M scura. Dopo questa stria
ritroviamo una banda H, poi una banda A, una banda I ed infine una stria Z. Abbiamo così visto che
un sarcomero è fatto in maniera tale da essere studiato da un punto di vista strutturale sia in un
senso che nell’altro. Questo spiega il perché il sarcomero viene considerato struttura funzionale,
base del muscolo.
Andiamo a vedere perché il sarcomero ha questa morfologia e soprattutto da cosa è formato.
Precisiamo subito che un sarcomero che si rispetti è formato da circa un centinaio di proteine
diverse ma parleremo solo di una decina. Fondamentalmente ci soffermiamo su due gruppi di
strutture cioè quelle che sono le proteine strutturali del sarcomero, cioè quelle proteine che formano
quegli elementi costituenti il sarcomero stesso e che noi definiamo miofilamenti, cioè actina e
miosina. Esse sono i responsabili della formazione della banda I, della banda A e della banda H
mentre alla formazione della stria Z e della stria M partecipano altre proteine. Possiamo fare un
sarcomero solo se abbiamo le proteine strutturali (actina e miosina) e poi se abbiamo altre proteine
che me li “agganciano” tra di loro. I miofilamenti spessi sono fatti fondamentalmente dalla
miosina che è una proteina filamentosa la quale però, organizzandosi in dimeri, viene a formare
delle particolari strutture, in genere descritte a forma di mazza da golf, che hanno
fondamentalmente una caratteristica, cioè che la parte rotondeggiante che si vede sporgere ha due
proprietà essenziali:
• lega ATP (molecola ad alta energia);
• possiede un sito attivo che per le sue caratteristiche spaziali e strutturali tende ad avvicinarsi
e ad attaccarsi ad una molecola di actina, quindi ha grande affinità per essa in quanto sulla
testa della miosina c’è un sito di riconoscimento e di legame per l’actina.

Questa parte più esterna (cioè la testa della mazza da golf) a seguito della liberazione dell’energia
prodotta dalla scissione dell'ATP è capace di subire un movimento di flessione di circa 45° per cui
da una posizione obliqua si dispone in maniera retta. Ricapitoliamo abbiamo un’azione ATPasica,
una capacità di flessione ed infine una tendenza a legare con l’actina. Non abbiamo detto ulteriori
proprietà come ad esempio proprietà contrattile, infatti la miosina e l’actina NON sono proteine
contrattili!
Fin ora abbiamo descritto la singola molecola di miosina. All’interno del sarcomero non abbiamo
una molecola di miosina, ma una serie di molecole di miosina che tendono a disporsi secondo un
meccanismo testa-coda, opposte tra di loro, in maniera tale da avere un fascio di molecole di
miosina che nel loro insieme formeranno il filamento spesso. Quando parliamo di sarcomero
diremo quindi che i filamenti spessi, fatti da molecole di miosina, li troviamo nella banda A, nella
H, nella stria M e nell’altra banda A. Chiarito cos’è un filamento spesso passiamo a quello sottile.
Considerando i filamenti sottili (che li definiamo impropriamente di actina): questa parte la
conosciamo già quando abbiamo parlato dei microfilamenti del citoscheletro, abbiamo visto
“palline” di G-actina, cioè actina globulare, che si uniscono tra di loro andando a formare una
collana di perle, cioè l’F-actina. Se due collane si avvolgono tra di loro formerò un filamento di
actina. La G-actina, così come la testa della miosina aveva un sito attivo per l’actina, presenta un
sito attivo per la miosina. Se dunque poniamo actina e miosina vicini, si aggregheranno. Dobbiamo
trovare un sistema che in condizioni di riposo, cioè non in contrazione muscolare, eviti che l’actina
e la miosina interagiscano tra di loro. A tal proposito vi sono due molecole: la tropomiosina e la
troponina. La prima è una molecola filamentosa che va a chiudere, a sigillare, i siti attivi dell’actina
per la miosina. La troponina invece è una molecola globulare, che si dispone una molecola ogni 7 di
G-actina, quindi si dispone tra le molecole di tropomiosina con le quali si lega. A riposo cioè in
condizioni normali, il filamento sottile è costituito da due molecole di F-actina costituita dalla G-
actina attorcigliate tra di loro, nella gola tra queste strutture e messe in maniera tale da chiudere i
siti per la miosina si dispone la tropomiosina, ogni 7 si dispone la troponina globulare che è
costituita da 3 sub-unità: A, C e T.
Nella banda I avremo solo filamenti sottili quindi è una banda chiara, nella banda A troviamo sia
filamenti sottili che filamenti spessi e dunque è una banda molto scura. Nella banda H troviamo
soltanto miosina e sarà più scura della banda I (in questa ci sono solo filamenti sottili) e più chiara
della banda A, in cui troviamo sia filamenti sottili che spessi, quindi avremo diversità fra le varie
strutture.
Ricapitolando, nuovamente abbiamo il ventre muscolare, al suo interno fasci muscolari ed infine le
fibre. La fibra è l’elemento strutturale, è un sincizio formato da cellule che si fondono tra di loro. La
pressoché totale globalità del citoplasma di una fibra è occupata dalle miofibrille. È talmente
importante il ruolo delle miofibrille che molto dignitosamente vanno a spostare il nucleo in
periferia, in quanto, da un punto di vista funzionale, un nucleo messo al centro è di ostacolo alla
fibra. Dunque il nucleo assume una posizione ipolemmale, fa spazio alle miofibrille che sono
separate da citoplasma intermiofibrillare.
Quando i nuclei si spostano, si tirano dietro RER, apparato del Golgi, lisosomi e mitocondri (che
non guastano mai), quindi si sposta la parte di citoplasma che ha una funzione sintetica. Nella zona
intermiofibrillare ci sono fondamentalmente due organuli:
• un tipo particolare di REL;
• i mitocondri.

Ora, guardando un’immagine di una fibra, noteremmo le miofibrille e guardando il ventre di una
miofibrilla si noterebbero delle strutture più piccole (filamenti sottili) e strutture più grandi
(filamenti spessi), quello che ci interessa è la zona intermiofibrillare dove troviamo il REL, che
siccome fa parte del sarcoplasma e quindi del citoplasma della fibra muscolare, si chiamerà reticolo
sarcoplasmatico. Infine troviamo anche una grandissima quantità di mitocondri. In fisiologia
vedremo che a secondo del quantitativo di mitocondri, di miofibrille ecc ecc.. le fibre muscolari si
possono dividere in diversi tipi.
Il sarcolemma ha una caratteristica pressoché unica (qualcosa che non abbiamo mai visto se non
quando abbiamo parlato della parete basale delle cellule cilindriche, cioè quando abbiamo detto che
la membrana si introflette a formare gli infoldings). Infatti se lo osserviamo attentamente notiamo
dei piccoli “buchini”, cioè delle introflessioni della membrana che vanno a formare una rete di
strutture di aspetto tubulare trasversali rispetto all’asse della fibra. Questi tubuli prendono il nome
di tubuli trasversi o tubuli T, al loro interno presentano ambiente extracellulare, in quanto sono
delle introflessioni del sarcolemma! Questo aspetto è molto importante in quanto essendo la fibra
molto lunga, molto grande, non ci sarebbe possibilità per ciò che sta all’esterno di venire a contatto
con tutte le miofibrille, di conseguenza si crea questo sistema di canali in maniera tale da distribuire
a tutte le miofibrille lo stesso ambiente extracellulare. Queste introflessioni rispetto al sarcomero si
collocano, come si può vedere in microscopia elettronica a trasmissione, nel passaggio tra la banda I
ed A. Quindi ogni sarcomero avrà due tubuli trasversi. In citologia abbiamo detto che il REL è
formato da cisterne e da tubuli variamente congiunti tra di loro quindi non ci meravigliamo se il
REL di una miofibrilla si vada a collocare intorno alla miofibrilla stessa con una serie di tubuli che
hanno una prima anastomosi a livello della banda M, ma soprattutto che si vanno ad anastomizzare
tra di loro in corrispondenza del tubulo T, questi punti di anastomosi prendono il nome di cisterne
terminali. L’insieme di due cisterne terminali e di un tubulo T prende il nome di triade. Ogni
sarcomero quindi possiede due triadi. Ricapitolando abbiamo delle introflessioni del sarcolemma,
cioè i tubuli T che si dispongono tra la banda I e la banda A, avremo due tubuli T per ogni
sarcomero; a questo livello si vengono a collocare anche le strutture del reticolo liscio le quali
formano un’ anastomosi, cioè una struttura continua, parallela, con al centro il tubulo T e ai lati le
cisterne terminali; l’insieme di queste tre strutture forma la triade.
Quando parleremo di contrazione muscolare vedremo che l’input fondamentale della contrazione
muscolare è l’entrata del calcio all’interno della fibra infatti se non vi è calcio il muscolo non riesce
a contrarsi. Però se ve n’è troppo il muscolo resta in tetania (contratto) allora dobbiamo trovare un
equilibrio, cioè un sistema che quando il muscolo deve contrarsi prenda il calcio portandolo
all’interno della fibra, ma devo trovare anche un sistema che quando il muscolo si deve rilassare,
faccia uscire il calcio da dentro la fibra, altrimenti avremo uno stato di contrazione continua.
Allora il tubulo T, che è espressione dell’ambiente extracellulare, contiene calcio. Nel momento in
cui arriva l’input nervoso, questo calcio passa nella cisterna terminale, cioè nel reticolo
sarcoplasmatico, e viene distribuito alle miofibrille, ai sarcomeri. Finito il processo, il calcio passa
dal reticolo al tubulo T e quindi esce dalla fibra consentendo il rilassamento della stessa.
Ricapitoliamo: il calcio è fuori, arriva l’input si ha la contrazione, dal tubulo T il calcio entra nel
reticolo e si distribuisce alle miofibrille; finito l’input, il calcio dalle miofibrille rientra attraverso
dei sistemi molecolari.
Senza citoscheletro la fibra muscolare non si contrarrebbe o meglio farebbe una contrazione e basta!
Dobbiamo dunque trovare dei sistemi che mettano a registro, cioè che tengano congiunti, tra di loro
filamenti spessi e filamenti sottili. Fino ad ora abbiamo visto solo un sistema rappresentato da actina
e miosina. Ve lo ricordate com’era la striatura della fibra? Perfettamente in asse, ogni stria Z di una
miofibrilla corrispondeva alla Z della miofibrilla adiacente e così via, cioè dobbiamo avere un
sistema che mi metta in asse i sarcomeri delle miofibrille adiacenti. Ed ancora dobbiamo avere un
sistema che permetta alla miofibrilla (che si contrae e si allunga) di agganciarsi alla membrana per
far sì che quando la miofibrilla si accorcia venga seguita dalla stessa, altrimenti si accorcerebbe solo
la miofibrilla all’interno e la fibra resterebbe invariata: avrò bisogno quindi di un citoscheletro che
si agganci sia lateralmente che all’estremità in maniera tale che tutta la fibra si possa accorciare.
Ci sono tantissime proteine citoscheletriche all’interno del sarcomero. Il citoscheletro
intrasarcomerico è il primo che andremo a considerare. In che termini? Sono proteine a funzione
citoscheletrica, cioè svolgono nella fibra la stessa funzione che altre proteine svolgono nelle cellule
e sono disposte nel sarcomero sia longitudinalmente, sia trasversalmente per tenere uniti i
miofilamenti (cioè dobbiamo sapere che durante la contrazione i vari miofilamenti sono tenuti,
agganciati tra di loro). Fino ad ora abbiamo visto i filamenti sottili e spessi. Vogliamo ricordarci il
sarcomero? La prima molecola che è essenziale per la costituzione di un sarcomero è l’α-actinina,
che tiene uniti tra di loro i filamenti sottili a livello della stria Z ed inoltre, con un andamento a zig
zag, aggancia i sarcomeri tra di loro. Ma qual è il rischio per un sarcomero? È il rilassamento, cioè
che il muscolo si allunghi troppo, allora ci metto una proteina, la titina. Questa proteina ha un
modulo di elasticità che non può essere superato per cui blocca l’eccessivo allungamento del
sarcomero.
Allora l’α-actinina aggancia i filamenti sottili localizzati a livello della stria Z. Per ogni sarcomero
ci sono due molecole di titina (la più grossa molecola proteica che si conosce sia come lunghezza
che come peso molecolare). Non ci interessa nulla della tropomodulina, della cap z o della nebulina,
mentre ci interessa molto la serie di proteine della linea M che sono gli equivalenti per i filamenti
spessi dell’α-actinina. Perché, così come l’ α-actinina aggancia l’estremità dei filamenti sottili tra di
loro, alla stessa maniera le proteine della linea M agganciano i filamenti spessi e li mettono a
registro. A questo punto iniziamo a costruire meglio il nostro sarcomero, perché accertato che ci
sono filamenti sottili e filamenti spessi, accertato che ci sono le varie strutture, adesso sappiamo che
la stria Z è messa a registro dalle proteine della linea Z cioè dall’α-actinina. Quindi tutti i filamenti
sottili sono messi a registro tra di loro. Alla stessa maniera, a livello della stria M, abbiamo una
serie di strutture che creano una rete tridimensionale che mi aggancia tra di loro i filamenti spessi.
Quindi abbiamo sia al centro del sarcomero che alle due estremità un sistema che tiene uniti i
filamenti sottili e i filamenti spessi. Prima abbiamo anche visto un sistema che impedisce
l’estensione del sarcomero, dunque abbiamo “sistemato” il sarcomero, abbiamo messo i due
filamenti a registro tra di loro. Questo è fondamentale perché immaginate cosa succederebbe al
momento della contrazione se non ci fossero questi sistemi. Adesso dobbiamo però congiungere le
miofibrille tra di loro, perché, pur esistendo il citoplasma intersarcomerico, vi è anche la presenza di
filamenti intermedi e di proteine poste tra di esse.
Guardate subito la differenza fondamentale: queste strutture si trovano solo in corrispondenza delle
strie Z quindi non ci sono strutture intersarcomeriche in altre zone. Allora c’è una proteina, che
appartiene ai filamenti intermedi, che è la desmina, la quale avvolge integralmente la miofibrilla.
Quindi tutta la stria Z, dove c’è l’ α-actinina, è avvolta da questa proteina che forma una specie di
involucro, di nastro periferico. Ma la desmina è un filamento intermedio (quindi lo aspettiamo come
struttura di resistenza alla tensione, non di aggancio), non ha proprietà adesive quindi ha bisogno di
“colla” per agganciare una miofibrilla all’altra. Questo compito viene assegnato alla plectina che
connette la porzione periferica della stria Z di due sarcomeri adiacenti alla desmina e questa al
sarcolemma. Dobbiamo trovare un sistema che mi agganci le singole miofibrille alla membrana
plasmatica, questo lo otteniamo con un sistema che aggancia le strie Z alla membrana in maniera
tale che quando la fibra si accorcia la membrana resti attaccata alla miofibrilla altrimenti andrebbe
per i fatti suoi, si romperebbero i tubuli T. I punti in qui le miofibrille periferiche della fibra
agganciano la membrana plasmatica prendono il nome di costameri.
Non dobbiamo ricordare le singole strutture, ma alcune le abbiamo viste come le molecole di
desmina che avvolgono la singola miofibrilla con la plectina che li aggancia. La desmina si
aggancia alla membrana attraverso un sistema composito di proteine, sistema distrofina –
sarcoglicani, cioè un sistema proteico transmembrana: questo significa che da un lato la proteina è
agganciata al citoscheletro interno, dall’altro attraversa la membrana e fuoriesce dove trova un’altra
proteina, la laminina, la quale è agganciata al collagene (stiamo parlando di matrice extracellulare,
cioè l’endomisio), cioè il connettivo che si è portato all’interno.
Quindi, se partissimo dall’interno della miofibrilla, abbiamo che il citoscheletro intrasarcomerico
aggancia i filamenti tra di loro, il citoscheletro intersarcomerico aggancia le miofibrille e il
citoscheletro periferico aggancia le miofibrille periferiche (già agganciate tra di loro) alla membrana
plasmatica, la sfonda con un sistema distrofina – sarcoglicani, si aggancia alla laminina, si aggancia
al collagene e quindi chiude il circolo e aggancia conseguentemente le strutture al connettivo che
sta all’esterno, cioè alla matrice extracellulare.

Prof. Puzzolo 23 marzo 2012

Vasi linfatici
Ieri abbiamo affrontato il concetto di tessuto muscolare, quindi i vari elementi che costituiscono il
tessuto muscolare, poi, parlando dell’organizzazione strutturale del tessuto muscolare striato
scheletrico, abbiamo visto che l’elemento costitutivo, quello di base del tessuto muscolare è la fibra
muscolare, di forma cilindrica e plurinucleato perché si tratta di un sincizio. Siamo passati a
considerare la varia organizzazione degli elementi che lo formano, quindi siamo partiti dal muscolo,
siamo andati ai fasci, poi siamo andati alle fibre, dicendo che ognuna di queste strutture è rivestita
da tessuto connettivo. Questo connettivo sarà l’epi-, il peri- endomisio.
L’organizzazione strutturale della fibra: membrana(all’esterno); nuclei in posizione ipolemmale;
organuli, tipo RER, Golgi, mitocondri, piazzati a ridosso dei singoli nuclei;mentre l’interno della
fibra è costituito da miofibrille, che rappresentano l’elemento fondamentale, a cui abbiamo aggiunto
il citoplasma intermiofibrillare. La miofibrilla è costituita da una sovrapposizione di
sarcomeri,essendo i sarcomeri delle strutture che vanno da una stria Z all’altra. Nell’ambito del
sarcomero abbiamo distinto, la stria Z- la banda I- la banda A con l’ H al centro e al centro della H
la M! sarcomero è un articolo palindromo, cioè lo possiamo considerare si da un lato che dall’altro e
la sequenza delle strie e delle bande sarà uguale.
Abbiamo visto mio filamenti sottili e mio filamenti spessi: gli spessi sono costituiti da aggregati di
molecole di miosina, i sottili sono costituiti da actina, troponina e tropomiosina.
Organizzazione del citoplasma intermiofibrillare: costituito da reticolo liscio, detto reticolo
sarcoplasmatico, alla cui organizzazione partecipa anche la membrana plasmatica, che invia dei
tubuli all’interno, che sono i così detti tubuli T. Quindi un tubulo T e due cisterne terminali del
reticolo, vengono a costituire la triade. associati alle strutture del reticolo nel citoplasma
intermiofibrillare, abbiamo i mitocondri, in grandissima quantità, che servono a fornire l’ATP.
L’organizzazione del reticolo presenta delle particolari proteine, che hanno la caratteristica di
catturare il calcio che è presente all’interno dei tubuli T, quindi all’esterno della cellula, e portarlo
all’interno.
Istogenesi del tessuto muscolare striato scheletrico
Anticipiamo una cosa che dovrebbe essere argomento delle lezioni sui derivati dei foglietti
embrionali: il tessuto muscolare striato scheletrico, in tutto il nostro organismo, quindi in tutto
l’embrione, è un derivato mesodermico! tutto! qualunque muscolo striato scheletrico troviamo, è un
derivato mesodermico.
Quando abbiamo parlato degli epiteli, invece, abbiamo detto che possono derivare sia dall’
endoderma, che dall’ectoderma, che dal mesoderma; anche le ghiandole possono derivare da tutti e
tre i foglietti embrionali; per i connettivi abbiamo detto che sono in parte derivati mesodermici, in
parte derivati del neuro ectoderma delle creste neurali.
Nel caso del tessuto muscolare striato scheletrico anticipiamo subito che si tratta di un derivato del
mesoderma intra-embrionale ed in particolare di quella parte che andremo a definire come
mesoderma parassiale, cioè la parte di mesoderma più vicina alla linea mediana, più precisamente è
un derivato della parte miotonica del somite.
La formazione del muscolare di derivazione miotomica, cioè la parte a destino muscolare del
somite, del mesoderma intra-embrionale, è costituita da cellule dette mioblasti, di forma
rotondeggiante (con il termine blasto si indica una cellula non differenziata con potenzialità sia
evolutive dal punto di vista morfologico,sia capacità di moltiplicazione).
Quando i promioblasti (o cellule del mesoderma) cominciano a moltiplicarsi formano una famiglia
di cellule dette mioblasti, che hanno la caratteristica di fondersi tra di loro, andando così a
costituire una prima formazione caratterizzata da nuclei in posizione centrale e dall’assenza di
miofibrille nel citoplasma. Si tratta , in pratica, di elementi che hanno la caratteristica di essere una
grande massa citoplasmatica ed essere provvisti di più nuclei posti centralmente (sincizi).
L’ evoluzione successiva sarà rappresentata dalla comparsa delle prime miofibrille all’interno del
miotubo (che si è costituito in seguito alla fusione dei mioblasti). Nel miotubo, le miofibrille, dal
momento che saranno i costituenti principali di questa struttura, tendono ad occupare una posizione
centrale, conseguentemente i nuclei e gli organuli andranno a spostarsi nella zona periferica. Noi
abbiamo parlato di proteine contrattili (actina, miosina, filamenti intermedi ecc.), quindi il miotubo
deve avere un RER fortemente sviluppato, perché c’è una sintesi proteica, avrà anche apparato del
Golgi, avrà anche un REL per andare a costituire poi il reticolo sarcoplasmatico; quindi NON ci
aspettiamo un elemento, un sincizio con pochi organuli. Al contrario un sincizio è molto ricco di
organuli, solo che pian piano, a mano a mano che questo elemento va riempiendosi di miofibrille,
tenda a spostare gli organuli e i nuclei verso la periferia.
La fase finale di questo processo porta alla formazione di una struttura che è la fibra muscolare
striata scheletrica, caratterizzata dalla presenza dei nuclei in posizione ipolemmale e dalle
miofibrille.
Tappe del processo di istogenesi della fibra muscolare striata scheletrica:
• promioblasto: cellula indifferenziata (non orientata);
• promioblasto vero e proprio;
• mioblasto (i mioblasti tendono a riunirsi tra di loro; ogni tanto una cell si perde!nel senso
che resta staccata dal resto del miotubo);
• miotubo (con nuclei in posizione ipolemmale);
• fibra muscolare striata scheletrica.

Nel miotubo non ci sono miofibrille,i nuclei stanno in posizione centrale (sembrano tanti vagoncini
di un treno, uno dopo l’altro); il discorso cambia progressivamente quando cominciano a comparire
le miofibrille: i nuclei vengono portati lateralmente e quindi si viene a costituire le fibra muscolare
come l’abbiamo descritta ieri. Durante la formazione della fibra muscolare, ogni tanto qualche
mioblasto (quindi qualche cellula che in teoria dovrebbe essere destinata a fondersi con altri
mioblasti per formare il miotubo) “scappa” al processo di fusione, perché non produce determinate
proteine, dette integrine, che consentono l’adesione di questo determinato mioblasto con gli altri
elementi, non produce integrine in quantità sufficiente e di conseguenza non riesce ad agganciarsi
agli altri elementi per andare incontro al processo di fusione! Quindi restano cellule isolate. Di
questo processo ne abbiamo traccia nell’adulto, dove alla periferia della fibre si possono trovare
degli elementi, denominati cellule satelliti,a citoplasma scarsissimo, con nucleo a cromatina non
dispersa,ma molto condensata (c’è molta etero cromatina il che indica che si tratta di elementi
quiescenti) ; queste cellule satelliti rappresentano degli elementi che si pongono alla periferia della
fibra, riconoscibili all’immunofluorescenza, che si discriminano facilmente dalla fibra, intanto
perché sono molto più piccoli (un millesimo della fibra!), poi perché sono mononucleati ( a
differenza della fibra che è plurinucleata = sincizio), inoltre hanno mantenuto la capacità di
dividersi, possono fondersi per formare nuove fibre, oppure se la fibra ha dei problemi (come un
trauma) queste cellule possono fondersi con la fibra cedendo nuclei.
Questo è un processo che fa capire la funzione delle satelliti, ma che non interessa l’istologo!
Se si ha un trauma muscolare le cellule satelliti riacquistano la capacità di dividersi (ricordate che
hanno etero cromatina, sono cellula quiescenti), in particolare è la fibra che manda alla cellula
satellite dei segnali, in maniera tale che questa possa riprendere l’ attività di divisione. Dividendosi
ci sono due possibilità, ma in ogni caso c’ è una migrazione verso la fibra danneggiata:
se la fibra è talmente danneggiata da non potere più sopravvivere, il suo posto viene preso da un
gruppo di cellule satelliti , che si fondono (come fanno i mioblasti), formando una nuova fibra;
oppure le cellule satelliti possono avvicinarsi alla fibra danneggiate e fornirle nuclei; quindi in
questo caso non riparano l’ intera fibra, ma solo la parte danneggiata;
il numero delle cellule satelliti si riduce progressivamente con l’ età. Questo spiega perché un
giovane sottoposto a trauma muscolare può riprendere tranquillamente la sua massa muscolare, un
anziano ha qualche difficoltà.

Contrazione muscolare
I protagonisti della contrazione muscolare sono:
• i filamenti sottili formati dall’actina monomerica (G- actina) che legandosi costituisce la F-
actina, dalla tropomiosina e dalla troponina (l’insieme di queste strutture costituisce il
filamento sottile). Sulla molecola di G- actina c’ è il recettore per la miosina, che
normalmente è coperto dalla tropomiosina;
• filamenti spessi costituiti una serie di molecole di miosina, caratterizzate da una forma a
mazza da golf e da un’ inclinazione a riposo di circa 45°. Sulla testa della molecola di
miosina vi sono due siti: uno specifico per l’ ATP (con capacità di scissione dell’ATP in ADP
e fosforo con liberazione di energia) e l’altro per l’actina (in maniera tale che actina e
miosina, quando non c’ è la tropomiosina, possano legarsi).

Questi meccanismi fondamentali per la contrazione muscolare però non possono realizzarsi in
assenza dei tubuli T e del reticolo endoplasmatico liscio (sarcoplasmatico) con le sue cisterne
terminali, che hanno la capacità di portare il calcio all’interno della fibra (anche il magnesio è
importante per la contrazione muscolare, ma di base lo ione fondamentale per la contrazione
muscolare è il calcio).
La troponina ( proteina globulare, non filamentosa come la tropomiosina, ed è formata da 3
subunità: TNT, TNC e TNI) ha una straordinaria capacità. Infatti le sue 3 subunità hanno la
capacità di modificare, in presenza o in assenza di calcio, la loro conformazione.
Se non c’ è calcio (fase di riposo) la troponina , che appunto è a riposo, consente alla tropomiosina
di coprire i siti dell’actina per la miosina, dunque fa si che la miosina non possa interagire con l’
actina.
In presenza di calcio (fase della contrazione) la troponina modifica la propria conformazione e
sposta/tira la tropomiosina, in maniera tale che actina e miosina possano interagire. La troponina, in
pratica, cambia la propria forma liberando così i siti sull’actina.
La posizione della troponina varia a seconda che il calcio sia presente o no. In presenza o in assenza
di calcio la troponina occupa una posizione differente. A secondo della concentrazione di calcio la
tropo miosina si sposta. Chi è il motore della tropo miosina? Evidentemente è la troponina, perché
la troponina è sensibile al calcio,grazie alla sub unità TNC, e determina una rotazione della
molecola. Il meccanismo di contrazione non potrebbe avvenire se non ci fosse calcio, se non ci
fosse una molecola come la troponina capace di modificare la propria conformazione e soprattutto
non potrebbe realizzarsi se non ci fosse la tropomiosina , che si sposta liberando i siti e consentendo
ad actina e miosina di interagire.
In assenza di calcio quindi non c’ è interazione tra la testa della miosina e l’ actina, sono staccate
(posizione della miosina a 45°); quando arriva il calcio la testa della miosina si sposta da 45°
assume una posizione a 90°, ma è ancora staccata dall’actina. Nella fase successiva, è arrivato il
calcio, c’è liberazione di energia, la troponina cambia conformazione, quindi leva la tropo miosina e
lascia liberi i siti. La testa della miosina e l’actina interagiscono, si agganciano, e questa (la
miosina) è messa a 90°. La fase successiva qual è? Finisce l’energia, la testa della miosina da 90°
gradi passa a 45° e si tira il filamento sottile. In seguito si sgancia e ritorna alla situazione di
partenza. Tutto questo meccanismo si realizza in maniera rapidissima e consecutiva; in pratica si ha
che i filamenti sottili scorrono su quelli spessi. Ciò ci porta ad affermare che, in realtà,quello che
abbiamo detto prima sul fatto che ci sono proteine contrattili nella fibra è una castroneria!!!Nella
fibra le proteine non sono contrattili, in quanto né si accorciano, né si allungano, ma è il sarcomero,
che si contrae, che si accorcia, perché actina e miosina interagiscono tra di loro. Tra actina e
miosina cambiano solo i rapporti reciproci, ma nessuna delle due proteine si accorcia o si allunga.
Questi sono gli attori della contrazione: miosina inattiva a 45°- miosina attiva a 90°; F-actina;tropo
miosina; troponina che cambia la propria conformazione; aggiungiamo ATP che si trasforma in
ADP in presenza di calcio(Ca+2) e di magnesio(Mg+2).
Il processo di contrazione è questo:la testa della miosina si flette (45° - 90°), arrivano calcio e
magnesio, la troponina si sposta, si lateralizza; nel momento in cui la toponina si lateralizza, tira la
tropomiosina e lascia libero il sito, quindi la testa della miosina può andare ad interagire con il sito
attivo sull’actina. Visto che non si contraggono le molecole,ma si contrae il sarcomero (di solito
lungo circa 2 micron) per scivolamento dei filamenti (ricordate le due forchette, una a 4 e l’altra a 3
denti che ci incrociamo) il processo di contrazione muscolare comporta anche dei cambiamenti
morfologici al livello del sarcomero stesso. Il fulcro del sarcomero è la M, cioè la parte centrale, ma
se nella contrazione filamenti sottili e filamenti spessi scorrono tra di loro, come conseguenza nel
sarcomero aumenterà la zona di sovrapposizione tra i due tipi di filamenti (spessi e sottili), questo
perché scivolano gli uni verso gli altri.
Nel sarcomero a riposo la zona di sovrapposizione dei due tipi di filamenti è la zona A, la zona
costituita solo da filamenti spessi è la H, quella costituita solo da filamenti sottili è la zona I.
Considerando quello detto precedentemente, ovvero, che nel sarcomero in contrazione aumenta la
zona di sovrapposizione tra i due tipi di filamenti possiamo affermare che di conseguenza nel
sarcomero che si contrae aumenta la zona A e diminuisce la zona I e quella H. Dal momento che sia
la zona H che quella I si riducono, si riduce la distanza tra le due strie Z e dunque il sarcomero, dai
2 micron circa di lunghezza che ha, tende progressivamente a ridursi, si accorcia.

Tendine
Completiamo il citoscheletro, perché già ieri abbiamo visto come le miofibrille a livello dei
costameri si agganciano lateralmente, ed analizziamo il modo in cui la fibra si aggancia al
connettivo dell’estremità, perché come si aggancia al connettivo laterale l’ho già visto.
In genere (ci sono eccezioni),il muscolo è avvolto dalla sua aponeurosi, dalla sua fascia,cioè
l’epimisio, il quale si continua con il connettivo per formare il tendine, quindi avremo una
giunzione mio-tendinea, tra il muscolo e il tendine. Il tendine per definizione, ma sempre con delle
eccezioni, tende a portarsi verso l’ osso per agganciarsi ad esso attraverso la giunzione
osteotendinea o entesi.
Il tendine è un tessuto connettivo denso a fibre parallele, mentre l’ aponeurosi è costituita da
tessuto connettivo denso a fibre intrecciate; quindi presentano una diversità morfologica.
Il tendine si forma durante la vita embrionale da elementi assimilabili ai fibroblasti, qualcuno parla
di tenoblasti; si tratta di cellule, che dovendo produrre una grande quantità di collagene (proteina
fondamentale delle fibre parallele che costituiscono il tendine), avranno un RER e un apparato del
Golgi molto sviluppati.
Dunque inizialmente si avranno delle cellule mesenchimali, cellule connettivali indifferenziate, che
nel momento in cui staranno per diventare tenoblasti (cellule che dovranno formare il tendine)
svilupperanno una grande quantità di RER e cominceranno ad allontanarsi tra di loro perché in
questa fase iniziano a secernere il tropocollagene, ovvero il collagene non ancora organizzato. Man
mano che si va avanti , nello spazio tra le cellule comincia ad accumularsi collagene, che presenta
tante fibre orientate tutte nella stessa direzione (a tal punto che quando le taglio le vedo come se
fossero dei cilindretti, delle strutture filiformi). Aumentando la quantità di collagene le cellule
tendono ad allontanarsi tra di loro e soprattutto tendono a disporsi l’ una di seguito all’altra, una
vicina all’altra come vagoncini di treno. Infatti se vado a fare una sezione di tendine, il preparato da
osservare al microscopio risulta diverso a seconda se la fissazione si stata realizzata su un tendine a
riposo o su uno in trazione. Uno dei preparati da osservare in sede d’ esame è proprio il tendine, e il
tendine che vedrete presenta una serie di ondulazioni, il che dimostra che si tratta di un tendine che
è stato fissato non in distensione, ma in rilassamento.
Il collagene del tendine è di tipo 1 (anche l’osso è fatto di collagene di tipo 1, invece la cartilagine
da collagene di tipo 2), ma ci sono anche altri collageni. Progressivamente con l’ età si assiste ad
una riduzione del diametro del tendine. Diminuendo il diametro cala il modulo di elasticità, questo
spiega perché aumentando l’età è facile che ci possano essere delle lesioni, oltre che muscolari,
tendinee nel soggetto anziano; non solo, ma, siccome il numero delle cellula si riduce, è facile che
in un soggetto anziano la riparazione di un tendine sia molto più complessa di quanto non sia quella
di un soggetto giovane.
Il tendine, così come il muscolo, presenta degli involucri:
• l’ involucro più esterno è denominato epitenonio (così come avevamo l’epimisio nel
muscolo);
• all’interno del tendine troviamo dei fasci tendinei rivestiti dal (qualcuno dice )peritenonio
(come il perimisio nel muscolo);
• endotenonio tieni uniti i fascicoli di collagene, nel caso del muscolo l’ endomisio rivestiva
la singola fibra muscolare, qui l’ endotenonio riveste una serie di fibrille collagene, il così
detto fascicolo collagene.

Questa considerazione per dire che: Strutture come il tendine e il muscolo, che hanno un’ origine
embriologica assolutamente diversa ( il muscolo deriva dai mioblasti, cellule del mesoderma
parassiale, invece il tendine può derivare o dal mesoderma o dal neuro ectoderma); che
strutturalmente sono totalmente diverse; che funzionalmente sono del tutto differenti perché il
muscolo è destinato alla contrazione e quindi alla generazione di forze, il tendine invece è destinato
alla trasmissione di queste forze (quindi il muscolo si accorcia e genera la contrazione, il tendine dal
muscolo trasferisce la forza all’osso in maniera tale che si possa avere la flessione o quello che sia)
presentano dal punto di vista concettuale delle analogie.
I tendini hanno una diversa vascolarizzazione, che risulta molto importante perché dove ci sono vasi
è più facile che il tessuto si rigeneri, basti pensare all’osso , che è riccamente vascolarizzato ed è
sottoposto al processo di rimodellamento. Pensate anche all’ossificazione: se non ho la produzione
di VEGF [è una proteina che funge da fattore angiogenico, induce la formazione di vasi sanguigni],
quindi non ho il richiamo di vasi sanguigni, mesenchima o cartilagine sono e quelli restano! Non
diventeranno mai osso. Se io invece riesco a portare vasi sanguigni, nell’ossificazione pericondrale,
nella endocondrale , nella diretta, io avrò in ogni caso la formazione di un tessuto nuovo. La
cartilagine invece, che a differenza dell’osso è praticamente un tessuto perenne, cioè molto
difficilmente subisce un rimodellamento, non presenta vascolarizzazione.
Il corpo del tendine, che ha pochissimi vasi, è quella parte che se si spezza più difficilmente va
incontro a riparazione, è necessario infatti, in questi casi intervenire in maniera chirurgica.
Le giunzioni tendinee , invece, sia le muscolo- tendinee sia le osteo-tendinee tendono a presentare
vasi sanguigni. Quindi il tendine presenta una differenza di vascolarizzazione.

Giunzione muscolo-tendinea
Una giunzione muscolo- tendinea è fatta dai sarcomeri, con le interazioni fra complesso sarco
destroglicano con la laminina e con il collagene (sto parlando della zona del costamero,a livello
della Z).
È vero che diciamo che la fibra muscolare è cilindrica; ma, in effetti, presenta alle due estremità una
serie di introflessioni ed estroflessioni che aumentano la superficie di contatto. Quindi manteniamo
la definizione di “cilindrica”, ma diciamo che , laddove la fibra si prosegue con il tendine, presenta
tutta una serie di introflessioni ed estroflessioni del sarcolemma, perché deve agganciarsi al
connettivo! (ricordate: sarcomero → membrana → matrice extracellulare). Per intenderci, sul
costamero trovavamo la desmina, che si agganciava al complesso destroglicanico-sarcoglicano-
distrofina ecc., che usciva dalla membrana si agganciava alla laminina, e quindi alla matrice
extracellulare. Questo per quanto riguarda l’aggancio del sarcomero lateralmente.
Ora dato che ci troviamo nella parte terminale del sarcomero, non troviamo più la desmina , che è a
livello della Z, e al posto del complesso destroglicanico abbiamo un complesso di alfa actinina
(alfa-actinina l’avevamo incontrata però anche a livello delle Z), più altre proteine che servono da
aggancio all’actina del sarcomero. Queste a loro volta, si vanno ad agganciare ad una proteina
l’integrina ( proteina già incontrate nello studio dell’osteoblasto, quando si diceva che l’ osteoblasto
nel corso del rimaneggiamento scendeva e si avvicinava all’osso, formando un complesso di
aggancio e andando a costituire proprio con una serie di integrine una specie di anello attorno all’
elemento, questo perché l’ osteoblasto deve agganciarsi all’osso ed anche per evitare che l’ acido
cloridrico e le fosfatasi che vengono prodotte, fuoriescano all’esterno). L’ integrina è una proteina
trans membrana ed ha la caratteristica di agganciarsi con altre molecole, in questo caso alla
laminina e al collagene che c’è fuori. Ma,la differenza dove sta?Anche se il meccanismo è identico:
laminina-collagene, mentre nel caso del costamero la laminina si aggancia al collagene ad angolo
retto; nel caso della giunzione mio-tendinea la connessione è sulla stessa linea, in maniera tale che
quando si ha la contrazione il collagene possa prendersi le forze di trazione esercitate.
Si tratta di una specie di costamero con proteine diverse e con un asse di orientamento leggermente
diverso.
Analizziamo ora l’ altro lato del tendine, ovvero dove va ad agganciarsi sull’osso.
Le giunzioni osteo-tendinee prendono il nome di entesi (dal punto di vista istologico è così definito
quello che in anatomia macroscopica è il tendine che si ‘inserisce’,che si aggancia, all’osso) e
possono essere(e mi basta questo):
Fibrose: si realizzano sulle ossa in cui c’ è una grande quantità di osso corticale (vi ricordate?
l’osso compatto o periferico);è evidenziabile che c’è un entesi fibrosa perché l’osso reagisce a
questo aggancio: si realizza un rilievo sporgente ed irregolare;
Fibro-cartilaginee : si realizzano a livello delle parti ossee in cui è presente un esile strato di osso
corticale (quindi a livello di epifisi o apofisi); lascia un ‘ impronta liscia e ben delimitata sulla
superficie ossea.
In sintesi, giunzione mio-tendinea = come si connette il tendine all’osso:
• lo può fare su un osso a corticale ricca → farà un’entesi fibrosa;
• lo può fare su un osso a corticale sottile → farà un’entesi fibro-cartilaginea.
La prima lascerà tracce del suo passaggio, l’altra lascerà semplicemente una superficie liscia
sull’osso.

Tessuto striato cardiaco


Parlando di muscolare striato abbiamo detto ‘scheletrico’ e ‘cardiaco’, quindi aspettiamoci un
qualcosa che dal punto di vista strutturale presenterà caratteristiche similari a quelle dello
scheletrico. Il tessuto muscolare cardiaco forma le pareti delle strutture cardiache, ma è necessario
sottolineare che dal punto di vista strutturale la muscolatura degli atri è diversa rispetto a quella dei
ventricoli. Ma quello che è importante è fare una distinzione istologica, che poi si riflette sulla
funzionalità!
Distinguiamo due tipi di tessuto striato cardiaco:
Tessuto miocardico comune: forma le pareti degli atri e dei ventricoli ed è responsabile fisicamente
della contrazione cardiaca.
Tessuto miocardico specifico: è meno rappresentato però è quello che ha una caratteristica
importante : dare il ritmo della contrazione del cuore. Quindi questo tessuto controllerà sia la
frequenza , sia la forza di contrazione del cuore (in base allo stato motorio del soggetto, se a riposo
o se in movimento).
Caratteristica fondamentale di questo tessuto è che possiede la capacità di autogenerare uno
stimolo, cioè le cellule che formano il tessuto miocardico sono capaci di contrarsi in maniera
autonoma, questa caratteristica lo differenzia totalmente da quello che è il tessuto muscolare striato
scheletrico.
La cellula muscolare striata cardiaca è detta miocardiocita (stiamo parlando del tessuto miocardico
comune). Ha anch’essa una forma grossolanamente cilindrica, come la fibra muscolare striata
scheletrica, ma la caratteristica fondamentale è che presenta un numero estremamente variabile di
ramificazioni, quindi non presenta quella forma regolare cilindrica osservata nella fibra muscolare
scheletrica.
Inoltre, mentre la fibra è un elemento plurinucleato con nuclei in posizione periferica (posizione
ipolemmale) , il miocardiocita è una cellula e quindi ha un solo nucleo in posizione centrale.
Inoltre, il miocardiocita presenta dimensioni molto più ridotte, rispetto alla fibra muscolare striata
scheletrica.
Iniziando ad esaminare la forma, anche con una ematossilina-eosina o con un’osservazione a
scansione, vedo che grossomodo è cilindrica, ma in vari punti presenta ramificazioni; inoltre il
nucleo si vede in posizione centrale o paracentrale. Soprattutto si vede che la striatura è
regolarmente presente, però qui, intorno al nucleo, c’è una zona sprovvista di miofibrille che è
appunto la zona in cui ci sono organuli cellulari (invece, vi ricordate che nella scheletrica la fibrilla
occupava il citoplasma e si tirava i nuclei in posizione ipolemmale).
Volendo guardare un’immagine su sezione semifine, si vede il nucleo, che è eucromatinico, è
cromatina assolutamente dispersa, e si vedono molto bene le miofibrille e le striature. In una
sezione trasversale di fibra striata si vedevano i nuclei periferici, qui, sempre in sezione
trasversale,sono centrali.
Anche nel miocardiocita sono presenti i vasi sanguiferi ,ma manca quella divisione in epi, peri ed
endomisio presente nella fibra scheletrica, in quanto il connettivo nel cuore è distribuito in maniera
diversa.
Tra una cellula miocardica e l’ altra si evidenziano delle striature, delle strisce molto intense, che in
genere non hanno un andamento rettilineo, ma presentano un andamento assimilabile ai gradini di
una scala; a tal punto che queste giunture vengono definite dischi intercalari o strie scalariformi.
Se si osservano in microscopia elettronica, si vedrà che Il sistema di aggancio tra cellula e cellula
cardiaca non è quello presente a livello della fibra muscolare striata scheletrica, ma è, appunto,
innanzi tutto, un sistema di aggancio cellula-cellula;inoltre non si esercita lungo una linea (in
quanto si romperebbe molto più facilmente), ma è disposto secondo un andamento a gradini.
Una stria scalariforme è un mix di complessi giunzionali.
Nella parte rettilinea (è la parte del gradino dove poggio il piede!), che non è mai rettilinea ma è
leggermente ondulata, in cui due cellule si affrontano, tra le membrane si formano delle zonulae
adhaerentes, delle fasce aderenti, cioè dei complessi che avvicinano e tengono unite le
membrane,pur mantenendo separate le due membrane dei 20 nanometri classici!
Sulle parti laterali ( nella parte verticale presente tra un gradino e l’ altro) ci sono una serie di gap
junctions e quindi giunzioni serrate .
Agli spigoli troviamo desmosomi.
Vi ricordo che la strutture actiniche formano le fasce aderenti, con la caderina ecc; a formare le gap
sono le strutture delle connessine che formano il connessone, che è una struttura anulare che
permette lo scambio ionico tra celle cellula (e nel miocardio è fondamentale!); mentre i desmosomi
sono formati dai filamenti intermedi, cioè principalmente da cheratina, che si vanno ad agganciare
alla placca e poi alle proteine desmocolline ecc.
Differenze tra miocardiocita e fibra scheletrica:
• forma;
• numero nuclei (miocardiocita = elemento mononucleato);
• dimensioni (i miocardiociti hanno dimensioni più ridotte rispetto alle fibre scheletriche);
• sistema di aggancio (nel miocardiocita strie scalariformi);
• ramificazioni;
• organizzazione del reticolo sarcoplasmatico.

In genere i miocardiociti degli atri hanno poche ramificazioni, quelli dei ventricoli ne presentano un
numero maggiore, proprio perché la contrazione ventricolare è molto più forte di quella atriale e
dunque a livello ventricolare sono necessarie maggiori connessioni tra gli elementi muscolari.
I sarcomeri dei miocardiociti sono identici a quelli delle fibre scheletriche, ma cambia il reticolo
endoplasmatico. Nel miocardiocita infatti non ci sono le triadi, c’ è sempre un reticolo
sarcoplasmatico, ma mancano le triadi. Il tubulo T inoltre è molto più grande. Cambia sia la
posizione del tubulo T, sia l’organizzazione del sarcoplasmatico!
Nel tessuto scheletrico il tubulo T si disponeva all’interfaccia tra la I e la A , per cui ogni sarcomero
aveva due tubuli T a disposizione ; nel tessuto miocardico invece il tubulo T si infila a livello della
linea Z , per cui ogni sarcomero avrà sempre due tubuli T, ma non suoi! Ma condivisi con il
sarcomero sovrastante e con quello sottostante. Quindi il numero è uguale, ma cambia la posizione.
Poi mentre a livello del tessuto scheletrico il reticolo sarcoplasmatico formava le cisterne terminali
(quindi avevamo la triade: tubulo T al centro e due cisterne terminali), qua ,invece,abbiamo che
propaggini del reticolo da una parte e dall’altra si agganciano al tubulo T, qualcuno infatti parla di
diade, cioè di una struttura formata da una propaggine del reticolo liscio più il tubulo T. Diciamo
fondamentalmente che la differenza sostanziale è l’assenza delle triadi, mancano le cisterne
terminali. Ci sono delle propaggini del reticolo che si portano sul tubulo T.
Fin ora abbiamo descritto tessuto miocardico comune, quello responsabile della contrazione.
Nel contesto del miocardio, quindi del cuore, si hanno dei punti ben precisi ai quali è deputato il
compito di generare l’ impulso contrattile per il cuore e di trasferirlo a tutto il cuore (il cuore si deve
contrarre in una maniera sincrona: prima si devono contrarre gli atri poi i ventricoli. Altrimenti
abbiamo quella che si definisce fibrillazione = una contrazione irregolare). Il punto da cui parte l’
impulso per la contrazione cardiaca prende i nome di nodo senoatriale o nodo del seno, detto così
perché si trova in un punto in cui, durante la vita embrionale, arrivano le vene cave, cioè il
cosiddetto seno delle vene cave. Le cellule che si trovano in questo punto hanno poche miofibrille,
un reticolo particolarmente sviluppato e quindi hanno la capacità di generare un impulso
bioelettrico di contrazione, cioè determinano una scarica elettrica che si trasmette ad elementi
circostanti determinando la contrazione. È posizionato a livello degli atri, quindi la prima struttura
che si contrae è rappresentata dagli atri. Questo impulso bioelettrico scende, arriva in una zona e la
va a stimolare, zona detta nodo atrio-ventricolare , che presenta una serie di strutture che devono
arrivare fino a tutto il tessuto miocardico( infatti si chiamano branca destra e branca sinistra del
fascio di His), per poi arrivare ad una serie di elementi specializzati, che prendono il nome di cellule
del Purkinje, che sono sempre cellule muscolari specializzate alla conduzione dell’ impulso.
Dunque nodo seno atriale, atrio-ventricolare, fascio di His sono quelle che poi determinano eventi
bioelettrici che posso raccogliere con l’esame dell’elettrocardiogramma. Questo mi dice che tutto
l’evento della contrazione è un evento bioelettrico, perché lo posso registrare.
La morfologia di questi elementi è estremamente variabile, quindi non ci aspettiamo una uniformità
strutturale. La cosa che caratterizza questi elementi è costituita dal fatto che sono cellule muscolari
cardiache modificate, in quanto, quelle dei nodi sono più piccole, separate da tessuto connettivo.
Inoltre la regione del nodo appare più pallida rispetto al resto della muscolatura atriale, sono meno
tingibili. Le cellule del nodo atrio-ventricolare e della prima parte del fascio di His presentano
questa struttura simile. Cioè le cellule dei nodi e della prima parte del fascio di His appaiono più
piccole e con meno miofibrille.
Invece, quando ci portiamo in periferia e dunque alle cellule del Purkinje , le fibre formano la
maggior parte del fascio di His e delle sue diramazioni. Qui le cellule sono più grandi,quindi
modificano la propria forma, sono poverissimi in miofilamenti, mancano di un sistema T,
presentano scarso reticolo; si tratta di cellule che dal punto di vista della contrazione non hanno
alcun ruolo servono solo a condurre lo stimolo. Infatti, se si osserva sia in microscopia ottica
tradizionale, in ematossilina-eosina, sia su delle sezioni semifini, si nota la differenza: tessuto
miocardico comune fortemente colorato; mentre gli elementi del Purkinje sono scarsamente
tingibili; si vede il citoplasma denso dei miocardiociti, e ,invece, quello rarefatto del Purkinje.
Quindi c’è una differenza sostanziale. Anche il modo in cui si connettono è assolutamente diverso.
Quindi, le cellule che costituiscono il tessuto miocardico specifico si colorano assai meno
intensamente rispetto alle cellule che costituiscono il tessuto miocardico comune. Inoltre i
miocardiociti comuni presentano un citoplasma molto più denso, le cellule cardiache specifiche
molto più rarefatto.

Tessuto muscolare liscio


È un tessuto che si caratterizza per una lentezza maggiore nella contrazione. Al contrario, la velocità
di contrazione della fibra scheletrica o del miocardiocita è elevata. Infatti ,se nel liscio avessimo la
stessa velocità di contrazione presente nello scheletrico, ad esempio, non assorbiremmo nulla a
livello intestinale a causa dell’onda di peristalsi;invece, è necessario un movimento lento, ma
estremamente robusto. La contrazione della muscolatura liscia dunque non solo è più lenta, ma è
anche dinamicamente efficace (più forte) rispetto a quella della muscolatura scheletrica.
Nel contesto della muscolatura liscia si parla fibrocellula (va bene anche cellula), perché si tratta di
un elemento isolato. Il termine fibrocellula è più corretto del semplice cellula perché ci aiuta a
ricordarne la forma; la fibrocellula infatti come il fibrocita presenta delle estremità fusate. La
fibrocellula è disposta,rispetto agli elementi adiacenti, sfruttando la propria forma , per cui
osservando la muscolatura liscia in microscopia ottica si avrà la sensazione di osservare nuclei posti
su piani diversi.
Nella tonaca muscolare dei visceri, al di sotto della mucosa e della sottomucosa noi troviamo la
tonaca muscolare, che fatte le dovute eccezioni (esofago e qualche altro viscere, in cui la tonaca
muscolare è fatta anche da fibre muscolari striate) è costituita, in genere, da tessuto muscolare
liscio. Troviamo, poi, muscolatura liscia anche a livello della parete dei vasi a costituire la tonaca
media.
Il tessuto muscolare liscio può essere confuso con il tendine. Ma la differenza tra muscolatura liscia
e tendine è che nel tendine noi abbiamo le cellule ex fibroblasti (ex tenoblasti) che producono una
grande quantità di sostanza fondamentale, quindi nel tendine le cellule non sono vicinissime; mentre
nella muscolatura liscia gli elementi sono a stretto contatto tra di loro, sono molto più ravvicinati. E
poi, vi è anche il fatto che in genere il tendine ha un andamento ondulato, mentre invece il tessuto
muscolare liscio tende a mantenere la sua forma. La vicinanza fra le cellule, presente nel tessuto
muscolare liscio, è dimostrata dal fatto che tra le cellule della muscolatura liscia vi sono dei
complessi di giunzione, desmosomi solitamente. Questo è importante perché l’ azione contrattile
della fibrocellula muscolare liscia è lenta e coordinata, quindi tutte le fibrocellule si contraggono e
si rilassano contemporaneamente, quindi i complessi giunzionali, che noi troviamo sulla parete,
servono a dare forza al processo di contrazione muscolare, che è lento perché non ci sono dei veri
sarcomeri all’interno dell’elemento , ma sono presenti delle strutture che in microscopia ottica non
si vedono, mentre in quella elettronica appaiono e vengono definiti corpi densi e sono costituiti da
microfilamenti.
Cellule mioepiteliari
Sono cellule a forma di polipo, che si dispongono su un adenomero,sulle cellule ghiandolari.
Sono dotate di proprietà contrattili. Quando queste cellule sono rilassate l’ adenomero è dilatato,
quando si contraggono si realizzerà la spremitura dell’adenomero.
Le cellule mioepiteliari formano elementi essenziali nella ghiandola mammaria, infatti la lattazione
(la fuoriuscita del latte) è frutto della spremitura di queste cellule, poste sugli adenomeri delle
ghiandole mammarie.

Prof. Arco 26 marzo 2012

Tessuto nervoso
Si distinguono quattro tipi di tessuto:
• tessuto epiteliale;
• tessuto connettivo;
• tessuto muscolare;
• tessuto nervoso.

Prendiamo in considerazione il sistema in cui troviamo il tessuto nervoso. Il sistema nervoso viene
distinto in Sistema Nervoso Centrale e Sistema Nervoso Periferico. Il sistema nervoso centrale
comprende l’encefalo ed il midollo spinale. L’encefalo è racchiuso nella scatola cranica, da cui è
difeso e protetto. Il midollo spinale, invece, è protetto dagli archi delle vertebre. Attraverso uno
studio anatomico si può procedere all’osservazione macroscopica del sistema nervoso. Per cui,
considerando l'encefalo, vediamo che questo esteriormente è costituito da una sostanza, definita
sostanza grigia. Si trovano delle circonvoluzioni, cioè delle introflessioni di questa sostanza
all'interno del sistema nervoso centrale e, nello specifico, nell’encefalo. Inizialmente, lo studio del
sistema nervoso fu prettamente anatomico e basato sulla dissezione. Dall’indagine anatomica e
dalle sezioni di taglio ottenute, fu possibile mettere in evidenza la presenza di una sostanza grigia
all’esterno e di una sostanza bianca all’interno. Dentro la sostanza bianca furono osservate delle
strutture nere, grigio scure, che sono state definite nuclei. All'interno, inoltre, furono rintracciate
delle cavità, definite ventricoli. Successivamente, grazie allo studio della microscopia ottica ed
elettronica e grazie alle sezioni istologiche, si è arrivati a definire quali tipologie cellulari
costituissero la sostanza bianca e la sostanza grigia.
Per quanto concerne le tecniche istologiche, per mettere bene in risalto il tessuto nervoso e per
riuscire a osservare distintamente la morfologia di una cellula mascherata dall'intrigo delle
ramificazioni delle cellule vicine, si utilizza una colorazione particolare: il metodo di Golgi o
impregnazione cromoargentica. Con questo tipo di colorazione si ha la possibilità di colorare solo
alcuni tipi cellulari rispetto ad altri. Si può osservare, quindi, distintamente una cellula del tessuto
nervoso: il neurone. Con ematossilina – eosina possiamo osservare il nucleo, il corpo cellulare
(pirenoforo) e vediamo che ognuna di queste cellule è abbastanza ramificata, ha delle estroflessioni
più o meno lunghe. Un'altra possibilità di mettere in evidenza queste cellule è il metodo
Immunoistochimico, dove si utilizzano anticorpi legati ad un fluorocromo, specifici per una
proteina; in questo caso, occorre ricordare che esistono i filamenti intermedi nel citoscheletro, che
sono specifici per ogni tipo di tessuto. Quindi, i neurofilamenti (i filamenti intermedi che
appartengono alla cellula nervosa) vengono messi in risalto con anticorpi specifici ed il fluorocromo
mette in evidenza la cellula nervosa.
Consideriamo l'organizzazione strutturale del tessuto nervoso. Oltre al neurone, si trovano altri tipi
cellulari, che nell'insieme vengono definite cellule della nevroglia. Inoltre, il tessuto nervoso è
riccamente vascolarizzato (dunque, presenza di vasi sanguigni).
Che cos'è la nevroglia?
Abbiamo visto vari tipi di tessuto: l’epiteliale, dove le cellule sono accostate l'una accanto all'altra,
legate con complessi di giunzione; il connettivo, dove le cellule sono distanti tra loro, immerse in
una matrice extracellulare, ma messe in contatto tra loro attraverso le proteine (integrine) di
membrana. La nevroglia costituisce un insieme di cellule poste a riempire lo spazio tra i neuroni e,
in un certo senso, fungono da sostituto della matrice extracellulare (rapportandole al connettivo).
Funzioni:
• fornisce sostegno meccanico a queste cellule;
• ha una funzione trofica – metabolica;
• funziona come difesa, tramite la fagocitosi di alcuni di questi elementi;
• modula le attività delle cellule neuronali;
• regola la concentrazione ionica dell'attività dei neuroni.

Osserviamo dal punto di vista istologico la sostanza bianca e la sostanza grigia: vediamo questo
insieme di cellule nervose con prolungamenti e, in mezzo, altre tipologie cellulari, che sono le
cellule di nevroglia.
Com'è fatto il neurone?
Presenta: un corpo cellulare (pirenoforo) abbastanza voluminoso, con un nucleo centrale; alcuni
prolungamenti corti e ramificati, definiti dendriti; un unico prolungamento, che può essere molto
lungo, (con eventuali ramificazioni presenti solo all’estremità), definito assone.
I neuroni vengono classificati in base alla presenza ed al numero dei prolungamenti (dendriti ed
assoni):
• neuroni apolari: non hanno alcun prolungamento, si trovano nell'embrione e sono delle
cellule non differenziate e staminali;
• neuroni bipolari: presentano due prolungamenti, un dendrite ed un assone;
• neuroni unipolari: presentano un solo prolungamento;
• neuroni pseudopolari: quando questi due prolungamenti si fondono per un tratto e poi si
biforcano per costituire una sorta di due tipi di ramificazione;
• neuroni multipolari: presentano più dendriti ed un unico assone.

I neuroni possono essere classificati anche in base alla lunghezza dell'assone:


• del primo tipo di Golgi, quando l'assone è molto lungo;
• del secondo tipo di Golgi, quando l’assone è più piccolo.

Nella tipologia dei neuroni bipolari, si ha una cellula particolare, detta cellula del Purkinje. E’ una
cellula bipolare ma il suo unico dendrite è estremamente ramificato. Si trova nella corteccia
cerebellare (nel cervelletto). Le cellule del Purkinje si riconosco facilmente perché sono dei grossi
neuroni (rispetto a tutti gli altri). Si evidenzia il grosso corpo cellulare con un solo prolungamento
(il dendrite) che si ramifica ripetutamente. Nella struttura istologica di una sezione di tessuto
nervoso, si possono distinguere due strati, uno più chiaro ed uno più scuro, definiti rispettivamente
strato molecolare e strato granulare, dove i neuroni appaiono più piccoli e hanno un aspetto
differente. Tra lo strato granulare e lo strato molecolare, tra tutti i neuroni, spiccano le cellule del
Purkinje, che hanno un grosso corpo cellulare e ramificazioni ripetute.
Da dove deriva il tessuto nervoso? Consideriamo i primi tre foglietti embrionali: ectoderma,
mesoderma, endoderma. Dall'ectoderma derivano sia parte del tessuto epiteliale (epidermide) che il
tessuto nervoso. Dunque, il tessuto nervoso deriva dall'ectoderma. Dalla linea primitiva, le cellule -
pur trovandosi nell'ectoderma ed essendo a destinazione mesodermica – migrano e vanno nella
zona interposta tra ectoderma ed endoderma; a poco a poco, la linea primitiva scompare, perché,
finita la migrazione di cellule, non è più osservabile e regredisce. A livello dell'ectoderma si forma
un ispessimento, una proliferazione di cellule, e questa zona, a livello dell'ectoderma, viene detta
neuroectoderma.
Da questa zona verrà a formarsi il tessuto nervoso. Nel neuroectoderma, in corrispondenza della
corda dorsale, si ha un ispessimento, la placca neurale, che si trova in superficie e si ispessisce.
Lateralmente alla placca neurale si assiste ad una proliferazione di cellule che fa si che si venga a
formare una doccia, con due estremi che si sollevano, mentre la placca sprofonda per formare la
doccia. Nell'ectoderma, si formano prima la placca e poi la doccia, le cui due estremità, fondendosi,
formano il tubo neurale (da cui deriva tutto il tessuto nervoso) e, al di sopra di esso, si ricostituisce
tutto l'ectoderma. A livello della doccia, le pieghe che si sollevano vanno a formare le due creste
neurali. Nell’embrione, si ha la fusione della doccia dalla parte centrale verso le estremità, in modo
simile ad una cerniera. All'esterno si trova così ricostituito l'ectoderma, da cui deriverà l'epidermide,
con interposto il mesoderma; ma dietro la corda dorsale, si trova il tubo neurale che si è distaccato
dal neuroectoderma. Queste due strutture proliferanti lateralmente, le creste neurali, dapprima
costituiscono - fondendosi in un'unica struttura - il tubo neurale; successivamente metamerizzano.
Alla base di questi processi vi è sempre l’apoptosi, con l’induzione.
Da dove si formano le cellule del tessuto nervoso?
Dal neuroectoderma derivano il tubo neurale e le creste neurali. Qui troviamo le staminali che si
differenziano danno sia i neuroni che le cellule della nevroglia. Il tubo neurale ha parete
pluristratificata. Qui si trovano le staminali: i neuroblasti, che sono apolari e sono i precursori dei
neuroni; gli spongioblasti, che sono staminali per cellule della nevroglia. Alcune tipologie di
neuroni derivano dai neuroblasti che si trovano a livello del tubo neurale, così come alcune cellule
della nevroglia; ma anche alle creste neurali si trovano neuroblasti e spongioblasti, che sono
staminali per altre tipologie di cellule della Nevroglia. I neuroni derivano, dunque, dai neuroblasti
che si trovano a livello sia del tubo neurale che delle creste neurali.
Guardando queste cellule nella loro ultrastruttura, vediamo cosa si trova all'interno della cellula
nervosa. Una delle prime caratteristiche che mette in evidenza questa cellula rispetto alle cellule
degli altri tessuti è la cosiddetta sostanza tigroide di Nissl. Con una opportuna colorazione in
microscopia ottica, all'interno del citoplasma sono state evidenziate zone estremamente basofile.
Solo grazie alla microscopia elettronica è stato possibile comprendere di cosa si tratta: queste zone
estremamente basofile sono zone costituite da reticolo endoplasmatico rugoso. Il RER si trova
disperso in tutto il citoplasma a formare delle zolle, dei piccoli frammenti di RER dispersi in tutto il
citoplasma. L'apparato di Golgi assume anche una caratteristica peculiare: si ritrova attorno al
nucleo. Il citoscheletro è estremamente sviluppato (formato da microfilamenti, da neurotubuli, e da
neurofilamenti). Il citoscheletro, oltre che nel corpo cellulare, si trova sviluppato in tutti i
prolungamenti. Nel citoplasma di queste cellule, si trovano delle strutture, che si chiamano granuli
di lipofuscina: sono residui dell'attività lisosomiale di queste cellule. Le cellule del tessuto nervoso
sono state classificate da Bizzozero come “cellule perenni”, cellule che non vengono rinnovate e
che vivono per tutto l'arco della nostra vita. Sono cellule molto anziane e per tutta la loro vita non si
rinnovano, accumulando del materiale residuo: i granuli di lipofuscina ne sono un’espressione. Per
quanto riguarda i dendriti, dal punto di vista ultrastrutturale, sono sovrapponibili al corpo cellulare.
Sono estroflessioni corte, irregolari e si ramificano ripetutamente. Il citoplasma che si trova al loro
interno è identico a quello che si trova nel corpo cellulare. Nei prolungamenti si ritrovano anche le
zolle di Nissl, ossia le zone di RER che si trovano anche nel corpo cellulare. Si ritrovano in essi
mitocondri, microtubuli e tutto. L'unica cosa che non contengono è l'apparato di Golgi. Sulla
superficie dei dendriti spesso si notano delle piccole protuberanze, definite spine dendritiche.
Cosa si trova nell'assone (o neurite)?
L’assone è un prolungamento che non fa parte dell'intero corpo cellulare (come i dendriti). Si
distacca, infatti, dal corpo cellulare con un'emergenza, detta cono di emergenza. La superficie
dell'assone è liscia, a differenza del dendrite che presenta le “spine”. Nel caso in cui presenti
ramificazioni, queste si trovano all'estremità. All'interno dell'assone non si trovano le zolle di Nissl
né Apparato di Golgi; si trova, invece, un ricchissimo citoscheletro e, dunque, molti neurotubuli e
neurofilamenti. La presenza dei neurotubuli è associata al movimento. All'interno dell'assone,
trovando microtubuli e microfilamenti in abbondanza, troveremo molti mitocondri (è necessaria
energia per questa attività motoria). Questa attività è molto importante. Si pensi ad un assone molto
lungo: sia le membrane dell'assone che il citoplasma devono poter essere supportati da ciò che viene
sintetizzato dalla cellula. Quindi esiste un flusso, che si chiama flusso assonico, che permette il
trasporto di tutte le proteine (per esempio, strutturali) attraverso i microtubuli fino ad arrivare
all'estremità dell'assone. Il flusso assonico definito lento serve per le proteine strutturali e può essere
seguito mediante l'iniezione di amminoacidi radioattivi. Esiste anche un flusso assonico veloce.
La cellula nervosa, composta da corpo cellulare, dendriti e assone, nell'ultima parte dell'assone
presenta una struttura tipica, una dilatazione, detta bottone sinaptico, che rappresenta la parte
terminale dell'assone. Al MES, si vede bene questa dilatazione a forma di bottone, con la quale la
cellula si mette in relazione con altre cellule. Questa comunicazione, che non è una comunicazione
meccanica (in questo caso le cellule dovrebbero essere tenute fortemente insieme), si chiama
sinapsi. Una sinapsi è fatta da una porzione presinaptica e da una porzione postsinaptica. La
porzione presinaptica è costituita dal bottone sinaptico dell'assone di un neurone che si accosta alla
membrana di un altro neurone, che viene considerato neurone postsinaptico. La porzione
presinaptica è rappresentata dal neurone che contiene il bottone presinaptico, che si adagia sulla
superficie di un altro neurone, che è invece il bottone postsinaptico. Tuttavia, un neurone prende
contatti sinaptici con un'infinità di altri neuroni e recepisce a sua volta contatti sinaptici da
altrettante infinità di neuroni. Queste giunzioni attraverso i bottoni sinaptici vengono classificate in
base alla superficie su cui si adagia il bottone sinaptico. Il bottone sinaptico può adagiarsi su vari
livelli della membrana cellulare del neurone post-sinaptico. Le sinapsi possono essere: asso-
dendritiche; asso-assoniche; asso-somatiche.
• asso-dendritiche: il bottone finale dell'assone raggiunge un dendrite;
• asso-somatiche: il bottone finale dell'assone raggiunge il corpo cellulare;
• asso-assoniche: il botto finale dell'assone raggiunge un altro assone.

Per quanto riguarda le sinapsi asso-dendritiche, l'assone può raggiungere la superficie liscia del
dendrite oppure può raggiungere una spina dendritica (rilievo del dendrite).
La porzione presinaptica è fatta in modo tale che l'impulso venga condotto dalla porzione
presinaptica alla postsinaptica e non viceversa. Perché? Il bottone sinaptico si mette in contatto (non
è completamente adeso) con la superficie postsinaptica attraverso una fessura, detta fessura
intersinaptica. Una sinapsi è, dunque, l'insieme della porzione presinaptica e della porzione
postsinaptica, - dove la porzione presinaptica è sempre il bottone sinaptico – collegate attraverso la
fessura intersinaptica.
Perché ci sono porzione pre- e post- sinaptiche con ultrastruttura differente? Il bottone sinaptico è
una dilatazione: presenta più citoplasma e delle strutture speciali, che prendono il nome di vescicole
sinaptiche. Sono vescicole che contengono una sostanza tipicamente prodotta da queste cellule,
definita mediatore chimico. In questo tessuto, le proteine speciali sono i neuromediatori, sostanze di
natura chimica che si accumulano nel bottone sinaptico. Nel bottone si trovano molti mitocondri,
perché avverrà una reazione chimica che necessita di energia.
Consideriamo il flusso assonico: come arrivano i mediatori chimici e le vescicole sinaptiche al
bottone sinaptico? Queste sostanze vengono sintetizzate a livello delle zone di Nissl, dell'apparato
di Golgi e, quindi, nel corpo cellulare. Da là, queste sostanze devono viaggiare per arrivare al
bottone sinaptico. Ma una percentuale del materiale viene sempre riciclata a livello del bottone
sinaptico e deve tornare indietro, dove viene rielaborato a livello del citoplasma. Dunque, si ha un
flusso che è un trasporto sia anterogrado che retrogrado. Queste vescicole viaggiano sia in un senso
che nell'altro. La proteina che viene legata ai microtubuli cambia in questo trasporto: in quello
anterogrado, si ha la chinesina; in quello retrogrado, si ha la dineina. Sono delle proteine vettrici,
che si ancorano ai microtubuli e si servono di questi come binari, trasportando questo materiale.
Un flusso rapido compare soprattutto per lipidi, glicoproteine di membrana e per il materiale
sinaptico (dunque, le sostanze dei mediatori chimici).
Cosa avviene a livello della sinapsi? Il neurone è eccitabile e può essere stimolato. Le membrane
cellulari sono polarizzate: negative, all'interno; positive, all'esterno. La pompa del Sodio e del
Potassio (Na+/K+) mantiene una condizione costante. Se arriva uno stimolo, la pompa Na+/K+, che
costituisce una forma di trasporto attivo, si blocca. Se si blocca, fa fluire gli ioni secondo un
gradiente di concentrazione: si ha depolarizzazione della membrana, che diventa positiva all'interno
e negativa all'esterno. Ciò avviene quando l'impulso arriva alla membrana del neurone. Questo
impulso viaggia attraverso tutta la membrana e, arrivando al bottone sinaptico, fa liberare il
mediatore chimico nella fessura sinaptica. Nel momento in cui arriva lo stimolo, le vescicole si
aprono con processi di esocitosi. Non fuoriesce tutta la vescicola, ma si apre sulla membrana e solo
il suo contenuto si libera nella fessura intersinaptica. Come si comporta il mediatore chimico
rispetto alla membrana postsinaptica? Viene captato da alcuni recettori di membrana. La membrana
postsinaptica ha dei recettori specifici per queste sostanze. L'impulso viene trasmesso con mediatori
chimici che, legandosi a questi recettori, comportano lo stimolo per la membrana postsinaptica.
Quindi, si ha la depolarizzazione della membrana e l’impulso ritorna ad essere di tipo elettrico. Si
bloccano le pompe del sodio e del potassio e la membrana si depolarizza. In questo modo, la
trasmissione dell'impulso è passata dalla porzione pre- alla porzione post- sinaptica.
Osservando le sinapsi, si notano delle differenze a livello dell'ultrastruttura. Si parla di sinapsi
simmetrica nel caso in cui la membrana presinaptica risulta essere identica alla membrana
postsinaptica. In un'altra simmetrica, si può notare una differenza: la membrana postsinaptica
appare più spessa della membrana presinaptica. Altra differenza: si possono notare vescicole più
appiattite; mentre dall'altra parte si hanno vescicole sferiche. In alcuni casi, si hanno vescicole
chiare e vescicole scure. Tutto dipende anche dal tipo di mediatore chimico che contengono. A
seconda del mediatore chimico che le vescicole liberano ed a seconda della quantità, le sinapsi si
distinguono in inibitorie e in eccitatorie.
I neurotrasmettitori sono diverso tipo, a seconda della tipologia chimica. Sono tutti sintetizzati nel
corpo cellulare. Possono essere: acetilcolina; alcune ammine aromatiche (dopamina, adrenalina,
noradrenalina, serotonina).
La vescicola sinaptica, se la membrana viene stimolata in modo opportuno, aderirà alla membrana
presinaptica e farà fuoriuscire nella fessura le molecole di mediatore chimico. Di norma, le
vescicole sono collegate al citoscheletro con delle proteine di legame. Il citoscheletro impedisce che
le vescicole possano essere liberate in momenti in cui non è necessario. Si conoscono una serie di
proteine, quali la proteina grilletto, che permette l'ancoraggio alla membrana presinaptica. La
vescicola è all'interno del bottone: da un lato, ci sono le proteine che la legano al citoscheletro;
dall'altro, le proteine che la legano alla membrana presinaptica; altre proteine permetteranno la
fusione delle due membrane, ovvero della membrana della vescicola e della membrana presinaptica.
Questa serie di proteine è molto importante: mancando queste, mancherà il legame con il
citoscheletro ed il legame con la membrana presinaptica. Nel momento in cui si ha la
depolarizzazione della membrana, gli ioni calcio devono essere presenti affinché queste proteine
possano svolgere la loro funzione. Dapprima, si assiste alla rottura del legame con il citoscheletro;
dopo si instaura il legame della membrana appartenente alla vescicola con la membrana
presinaptica. Una volta liberato il mediatore chimico, esso si lega al recettore che trova sulla
membrana postsinaptica. Il recettore blocca la pompa del sodio e del potassio: questa inversione fa
si che l'interno della membrana diventi positivo e che l'esterno diventi negativo. Si ha, così, la
depolarizzazione di membrana. Il mediatore si lega al recettore e provoca questa depolarizzazione:
una trasmissione chimica che poi diventa elettrica. Una volta fatto questo, il mediatore si stacca dal
recettore ed il tutto torna nella norma. Si chiude di nuovo il canale; il recettore si trova nella fessura
intersinaptica. Questo viene inattivato oppure riciclato: viene ripreso dalla membrana presinaptica,
ricatturato all'interno mediante la platrina, che ne riprende la membrana. Il mediatore viene
riassorbito e questa sostanza può essere riciclata per più volte; oppure può essere inattivato,
rimandato al corpo cellulare, dove viene di nuovo rielaborato. Quindi, una digestione di questo
materiale ed una sintesi di questo materiale.
Esistono delle sinapsi elettriche che, nei mammiferi, sono poco rappresentate. In esse non si hanno
vescicole di mediatore chimico. In una sinapsi elettrica non si ha una fessura, ma le due membrane
sono strettamente accostate. La trasmissione avviene solamente per trasmissione di ioni positivi o
negativi attraverso le connessine, da una porzione presinaptica ad una porzione postsinaptica. Lo
spazio è estremamente ridotto. Le connessine permettono il passaggio degli ioni. La trasmissione è
solo elettrica perché permette il passaggio solo di cariche elettriche tramite dei pori (non di sostanze
chimiche).

Cellule di nevroglia
Cosa fanno?
• prendono strettamente contatto con i neuroni;
• circondano le sinapsi;
• prendono intimo contatto con la parete dei vasi sanguigni;
• regolano gli impulsi nervosi;
• sono molto importanti nella barriera ematoencefalica;
• durante lo sviluppo embrionale, guidano la migrazione dei neuroni.

Le cellule di Nevroglia si trovano in un numero estremamente elevato rispetto a quello dei neuroni.
Diversamente dai neuroni, sono cellule che hanno la capacità di dividersi e, quindi, di rinnovarsi.
Non sono coinvolte nella conduzione nervosa (non conducono segnali da una cellula all'altra), ma
modulano questa conduzione. Alcune di queste cellule si trovano nel sistema nervoso centrale, altre
si trovano nel sistema nervoso periferico; quest'ultimo è costituito dall'insieme dei nervi, che si
dipartono dall'encefalo e dal midollo spinale e, da queste strutture, riescono a raggiungere tutte le
cellule dell'organismo.
Quali sono queste cellule?
Nel sistema nervoso centrale, encefalo e midollo spinale, si hanno:
• cellule ependimali;
• astrociti;
• oligodendrociti;
• cellule di microglia o microgliociti.

Nel sistema nervoso periferico, si hanno:


• cellule di Schwann;
• cellule satelliti dei gangli.

Riferendoci alla derivazione embriologica, tutte le cellule del sistema nervoso centrale, con
l'eccezione della microglia, sono di derivazione neuroectodermica. La microglia, invece, è di
derivazione mesenchimale. Per quanto riguarda le cellule di Schwann (SNP), in particolare,
derivano dalle creste neurali.
Ependima - questo tessuto è simile ad un epitelio. Ha cellule accostate tra di loro, cellule
cilindriche, che presentano delle ciglia. Si trova a tappezzare le cavità del SNC, i ventricoli. Queste
cavità vengono delimitate da cellule ependimali. La cellula ependimale delimita il ventricolo come
un epitelio di rivestimento. Al microscopio elettronico a scansione si evidenzia la presenza di ciglia.
A livello del midollo spinale si osserva una cavità interna. Questa cavità è rivestita anche da cellule
ependimali.
Microglia - le cellule di microglia sono cellule molto piccole e con piccoli prolungamenti. Fanno
parte del sistema macrofagico monocitario. Si trovano diffuse in tutto il sistema nervoso. Hanno la
funzione di fagocitare rifiuti, detriti. Anche se producono citochine, sono simili ai monociti
(svolgono la loro stessa funzione). Derivano dal mesenchima, dalle staminali che si trovano nel
midollo osseo. Nel midollo osseo esistono le staminali dell'emocitoblasto: è una cellula staminale
pluripotente, perché da essa si differenziano tutte le cellule del sangue. Questo si differenzia in
mieloblasto, in monoblasto e, infine, in monocita, che viene liberato nel sangue e va a raggiungere i
vari distretti dei tessuti connettivi, dove formerà i macrofagi a livello del tessuto connettivo e la
microglia a livello del tessuto nervoso.
Se il neurone viene danneggiato, piuttosto che creare dei problemi al tessuto, viene eliminato o
distrutto dalla microglia. Questa fagocita anche degli agenti estranei. Di tutte le funzioni della
Microglia, se ne conoscono solo una minima parte. Esse non hanno solo funzione di riempitivo, ma
sono importanti sotto molti altri aspetti. La loro potenzialità non è stata ancora appurata in modo
completo.
Astrociti - sono di derivazione neuroectodermica. Hanno un corpo cellulare piccolo, che presenta
grandi prolungamenti. Possono essere divisi in due gruppi dal punto di vista morfologico: astrociti
protoplasmatici; astrociti fibrosi. Al microscopio ottico sono poco distinguibili le differenze tra
questi due gruppi, rilevabili invece al microscopio elettronico. Hanno dei filamenti intermedi
particolari, costituiti dalla Proteina Fibrillare Acida della Glia (GFAP).
Osservando l'ultrastruttura si notano le differenze tra le due tipologie morfologiche.
Astrocita protoplasmatico: cellula di forma stellata; ha abbondante citoplasma; ha numerosi
prolungamenti ramificati; presenta un nucleo voluminoso; ha un numero basso di neurofilamenti;
presenta molti organuli cellulari a discapito dei neurofilamenti.
Astrocita Fibroso: presenta scarso citoplasma con scarsi organuli cellulari; ha numerosi filamenti
intermedi; presenta prolungamenti più lunghi e meno ramificati rispetto ai protoplasmatici.
Gli astorciti sono importanti per la barriera ematoencefalica, in quanto mediano gli scambi
metabolici tra i vasi sanguigni e le cellule nervose. Per comprendere la loro funzione, si osserva
che gli astrociti presentano dei pedicelli, estroflessioni dei loro prolungamenti, con i quali si
adagiano sull'endotelio del capillare. Con alcuni pedicelli, gli astrociti si dispongono sull'endotelio
del capillare e con altri pedicelli si adagiano sulla membrana della cellula nervosa. Le sostanze
presenti nel vaso sanguigno attraversano l'astrocita per raggiungere la cellula nervosa. Gli astrociti
trasportano ciò che è necessario al neurone attraverso una specie di filtro ed operando una selezione.
Tra le altre funzioni, gli astrociti attuano un sostegno meccanico e hanno funzione di rivestimento.
Nel momento in cui c'è un danno alle cellule nervose - queste non possono essere ovviamente
sostituite - lo spazio creatosi viene riempito dagli astrociti, che proliferano formando una sorta di
cicatrice nel tessuto nervoso. Un'altra funzione è la modulazione della sinapsi, di cui si conosce
molto poco. Il fatto che i pedicelli circondino e siano a contatto con la sinapsi indica il loro ruolo
legato al metabolismo e al ciclo del glutammato, soprattutto dove il mediatore è l'acido glutammico.
Come gli astrociti possano agire nell'ambito di questa funzione non si sa di preciso; probabilmente,
avviene un riciclo del glutammato che viene liberato e riciclato attraverso l'astrocita per poi ridarlo
alla sinapsi; in ogni caso, modulano la risposta di queste sinapsi.
Oligodendrociti e cellule di Schwann - di queste due cellule sono ben note le loro funzioni: formano
una guaina mielinica intorno all'assone, ovvero un rivestimento che - nella maggioranza dei casi -
l'assone presenta.
Cellule di Schwann - la cellula di Schwann si avvolge attorno all'assone, ricoprendolo. La guaina è
formata da una serie di cellule che si avvolgono l'una intorno all'altra a circondare l'assone. Per
spiegare come la cellula di Schwann si arrotoli intorno all'assone, immaginiamo un tubetto di
dentifricio e una penna: arrotoliamo intorno alla penna il tubetto di dentifricio, spingendo il
contenuto verso l'esterno. Attorno alla penna viene arrotolata la parete del tubetto. Se il tubetto è la
cellula di Schawann e la penna è l'assone, attorno all'assone si arrotola la cellula in modo che il
contatto tra assone e cellula avvenga a livello della membrana di quest'ultima.
Perché “guaina mielinica”?
Le membrane di queste cellule sono ricche di mielina. Più avvolgimenti di membrana
corrispondono a più avvolgimenti di mielina. La cellula di Schwann si avvolge intorno all'assone.
Gli avvolgimenti che si trovano intorno all'assone sono vari strati di membrana con scarsissimo
citoplasma. Appaiono come linee dense e linee scure. Mano a mano che si arrotola, il nucleo della
cellula resta all'esterno ed il citoplasma viene spinto alla periferia; solo una piccola quota rimane tra
le membrane. Più avvolgimenti ci sono, più spessa è la guaina mielinica.
Nel momento in cui una cellula di Schwann si avvolge intorno all'assone, un'altra cellula di
Schwann si avvolge accanto ad essa, con un processo che và avanti fino a ricoprire l'assone. Esiste
una piccola porzione tra una cellula di Schwann e quella adiacente, che viene definita nodo di
Ranvier, in cui l'assone rimane nudo, non ricoperto da guaina mielinica. Questo spazio tra una
cellula e l'altra è piccolissimo. Però, è l'unico punto di accesso all'assone. Per il resto è isolato dalla
guaina mielinica.
Che cosa comporta la presenza di questa guaina? L'assone risulta essere completamente isolato.
L'unico punto accessibile dai vari stimoli è il nodo di Ranvier. Quando avviene la trasmissione di un
impulso in un punto, si bloccano le pompe del Sodio e del Potassio e si assiste alla depolarizzazione
della membrana nel punto considerato. Questo punto fa da stimolo al punto vicino affinché le
pompe si blocchino, mentre il precedente torna normale. La propagazione dell'impulso avviene
punto dopo punto, lungo tutta la membrana. Il tratto in cui c'è la cellula di Schwann è isolato. Gli
ioni non possono né entrare né uscire. Possono farlo solo a livello del nodo di Ranvier.
Conseguenza: l'impulso nervoso in un assone amielinico è lentissimo, perché bisogna aspettare che
passi attraverso tutto l’assone (ciò implica un grande dispendio energetico); invece, è detto
saltatorio nel caso in cui si ha un assone rivestito da guaina mielinica. L'impulso passa da un nodo
di Ranvier al successivo: si ha risparmio energetico ed una maggiore velocità di propagazione
dell'impulso. L'assone rivestito dalla guaina mielinica si chiama Fibra nervosa mielinica. Essa ha
una conduzione dell'impulso molto più veloce rispetto ad una fibra amielinica, che non ha questa
guaina.
Le cellule di Schwann sono importanti anche durante lo sviluppo del neurone e della fibra nervosa.
Oltre alla formazione della guaina mielinica, sono molto importanti nel differenziamento del
neurone, nell'organizzazione di esso e nella formazione dell'assone. Il neurone, se danneggiato, va
in necrosi. Muore la parte in cui è presente il nucleo (corpo cellulare). Se viene danneggiata la parte
dell'assone, il neurone ha la capacità di ricostruire la parte mancante dell'assone. Esso deve essere
ricostruito nel modo esatto, con la lunghezza iniziale, perché deve raggiungere le cellule di altri
tessuti. A tal proposito, sono importanti le cellule di Schwann che si trovano a lato dell'assone
danneggiato e fanno da guida fino al raggiungimento della lunghezza tipica dell'assone. Esse fanno
in modo che la riparazione vada a buon termine. L'assone deve raggiungere il tessuto muscolare per
dare l'input al muscolo per contrarsi. Se la ricostruzione dell'assone a seguito di danno – nel
frattempo il muscolo va incontro ad atrofia perché non è innervato- va a buon fine, si ripristina il
collegamento con il muscolo e, quindi, il tutto può essere ristabilito. Se ci sono errori e la lunghezza
dell'assone non è sufficiente a raggiungere il muscolo, il danno non può essere riparato. La funzione
delle cellule di Schwann in questo contesto è, dunque, molto importante. Se si ramifica prima di
raggiungere il tessuto muscolare e si ferma ad una certa lunghezza, non può ripristinare la sua
funzione.
Le fibre amieliniche non hanno guaina mielinica ma hanno contatto con la cellula di Schwann, la
quale - piuttosto che avvolgersi attorno all'assone per formare la guaina mielinica - si comporta
diversamente. Nei vari tratti della membrana si ha una invaginazione e in essa viene accolto
l'assone. Si immagini un palloncino semi-sgonfio: su di esso si appoggiano tante penne , che
vengono accolte dalla membrana del palloncino. Allo stesso modo, si hanno introflessioni nella
membrana della cellula di Schwann che circondano l'assone. Gli assoni non hanno guaina mielinica
perché si trovano in contatto con un solo strato della membrana della cellula di Schwann. Il nucleo
della cellula di Schwann è centrale; si hanno tante introflessioni contenenti gli assoni. Nella fibra
mielinica, una sola cellula di Schwann accoglie un solo assone; nelle fibre amieliniche, una sola
cellula di Schwann accoglie più assoni. Il rapporto cellula di Schwann / assoni è diverso.
Oligodendrocita - è un'altra cellula che fornisce guaina mielinica all'assone. E' di derivazione
neuroectodermica. Forma una cellula che ha la forma di un polpo. Dal corpo cellulare si dipartono
ramificazioni che si avvolgono intorno all'assone per formare la guaina mielinica (SNC), lasciando
sempre degli spazi che corrispondo ai nodi di Ranvier. Un oligodendrocita può avvolgere più assoni
contemporaneamente, grazie ai prolungamenti.
Si avranno fibre altamente mielinizzate (alta velocità), poco mielinizzate (moderata velocità), non
mielinizzate (bassa velocità). Ne risente la velocità di conduzione dell'impulso.
Ricapitolando …
L’astrocita presenta alcune funzioni fondamentali:
• fornisce sostegno;
• forma la barriera ematoencefalica;
• secerne fattori neurotrofici;
• modula le sinapsi.

Microgliocita funziona da cellula spazzino e di difesa


Cellula ependimale:
• forma la barriera tra due compartimenti, la cavità ed il tessuto nervoso;
• è fonte di cellule staminali nervose (?)

Analizziamo questo ultimo punto. Si è sempre detto che non esistono cellule staminali adulte. Un
danno al tessuto nervoso non viene riparato. Attraverso la ricerca, si è riusciti a rintracciare delle
cellule che si possono differenziare. Queste osservazioni sono state condotte su cellule in vitro.
Dubbio: sono cellule staminali che funzionano normalmente in vivo? Probabilmente, ma solo per
riparazioni minime. Sono staminali per neuroni o staminali per cellule di Nevroglia? Le cellule di
Nevroglia proliferano. Derivano quasi tutte dal neuroectoderma. Manipolandoli in vitro, si possono
spingere gli spongioblasti con fattori di crescita e di differenziamento a diventare cellule nervose.
Sono state fatte delle ricerche sui ratti, immettendo delle staminali nel sistema nervoso. A seconda
della posizione in cui sono introdotte, queste staminali differenziano nella tipologia specifica delle
cellule nervose stesse. Ciò dimostra che è l'ambiente a determinare il differenziamento delle cellule,
spostandole verso una tipologia cellulare piuttosto che verso un'altra. Ogni cellula ha delle
potenzialità. E' il microambiente che le dirige ad esprimere un determinato fenotipo ed una
determinata funzione.

Prof. Arco 27 marzo 2012

Tessuto nervoso – II parte


Continuiamo, mettiamo insieme tutte le nozioni che abbiamo appreso, forse, nella giornata di ieri.
Abbiamo parlato della cellula tipo, della cellula che ha la capacità peculiare di trasmissione e di
recezione di impulsi e di trasmissione di impulsi che è il neurone. Abbiamo visto che il neurone ha
una forma particolare per quanto riguarda le sue dimensioni, sono delle dimensioni che possono
variare a seconda del posto in cui essi si trovano ed è anche una cellula che, non potendo dividersi
perché non ha cellule staminali, abbiamo detto, che la sostituiscono, ha delle caratteristiche diverse
dalle altre perché intanto diciamo che con l’accrescimento dell’organismo si accresce anche il
volume di queste cellule, dove pensando a volume dobbiamo pensare soprattutto alle ramificazioni,
quindi non come corpo cellulare che ha comunque un certo limite e a un certo aumento del
citoplasma perché soprattutto per quanto riguarda i dendriti che sono dei prolungamenti
citoplasmatici, quindi sono espansione del citoplasma, tant’è vero che abbiamo visto che all’interno
del corpo cellulare gli organuli caratteristici sono...Certamente se eravate già stanchi ieri alle nove
immagino oggi. Quegli organuli cellulari che si trovano sia nel corpo cellulare che nel citoplasma
dei dendriti, tutti tranne l’apparato di Golgi che invece si trova localizzato attorno al nucleo; quindi
questa cellula si espande e aumenta di volume grazie anche a queste espansioni dendritiche. Oltre a
queste espansioni che comunque sono corte e ramificate, più o meno ramificate, l’assone è un unico
prolungamento che però ha una caratteristica strutturale diversa, perché è quella che conduce
l’impulso nervoso che può arrivare in qualunque punto del corpo cellulare e dei dendriti, in
qualunque punto della membrana di questa cellula, ma viene condotto attraverso questo assone fino
ad arrivare alla terminazione dell’assone che abbiamo chiamato bottone sinaptico. Ora naturalmente
con la depolarizzazione di membrana quest’impulso potrebbe andare da qualunque parte, non è
condizionato nel seguire questa strada, ma in realtà è obbligato se deve passare un altro neurone,
perché la sinapsi, appunto, è polarizzata, ha una porzione presinaptica che è diversa dalla porzione
postsinaptica e a quel livello l’impulso può passare soltanto dalla pre alla postsinaptica. Per quanto
riguarda i punti di giunzione di queste sinapsi, le abbiamo definite in vario modo a secondo del
rapporto fra l’elemento pre e l’elemento postsinaptico, dove l’elemento pre è sempre il bottone
sinaptico e l’elemento post può essere al livello del dendrite, a livello del corpo cellulare, a livello
dell’assone stesso. Si definiscono anche delle sinapsi dendritiche, ma in questo caso si parla di gap
junctions, quindi di giunzoni serrate, delle connessive quindi, dove la connessione è del tipo che
avete già osservato studiando il tessuto muscolare, per esempio il cardiaco, dove si ha il passaggio
di ioni fra una cellula e l’altra, quindi sinapsi di tipo elettrico. Allora a questo punto il passaggio è
condizionato proprio perché a livello del bottone sinaptico con cui si mette in relazione ad altri
neuroni, cos’abbiamo all’interno? Abbiamo detto degli organuli diversi, naturalmente avvengono
delle reazioni chimiche, quindi sicuramente abbiamo una quantità elevata di mitocondri in questa
zona e soprattutto la presenza di queste vescicole sinaptiche che ne caratterizzano il
differenziamento di questo elemento cellulare. Contiene il mediatore chimico che, come abbiamo
visto, è di varia natura e il fatto di essere di varia natura ci dice anche che la reazione può essere di
tipi diversi, in realtà nel momento in cui si lega con la membrana postsinaptica dove si trovano i
recettori specifici per questi mediatori chimici, questi possono depolarizzare la membrana; quindi è
una trasmissione di tipo chimico perché viene liberato un elemento chimico, ma questo legandosi al
recettore della membrana postsinaptica provoca un impulso di tipo elettrico, depolarizzazione della
membrana. Questo perché? Perché si bloccano abbiamo detto le pompe del sodio e del potassio,
però alcune sono dette di tipo, le abbiamo accennate e le abbiamo definite di tipo eccitatorio, ma
altre di tipo inibitorio, e allora questo dipende dalla reazione chimica che avviene per esempio se si
aprono i canali per il sodio, entrano ioni positivi all’interno, dove la membrana sarebbe negativa e si
ha la depolarizzazione; ma una iperpolarizzazione è anche possibile perché se invece apre questa
reazione dei canali per il cloro, che sono ioni negativi, si ha un’iperpolarizzazione. Quindi diciamo
c’è un sistema che modula l’eccitazione dell’impulso fra un neurone e l’altro, che può essere
eccitato, sovraeccitato oppure può essere inibito, e c’è anche una sorta di modulazione.
Sicchè sappiamo che l’assone e il neuride è quella parte che quindi è importante perché mette in
relazione il corpo cellulare con questo bottone sinaptico dove tutto ciò che a questo livello si trova è
costruito a monte a livello del corpo cellulare, dove ci sono tutti gli organuli, nelle Zolle di Nissl
che abbiamo detto sono reticolo endoplasmatico rugoso, quindi sintesi di proteine, apparato del
Golgi, sicuramente glicoproteine, che poi devono essere trasportate, sia quelle funzionali che quelle
strutturali attraverso il citoscheletro dell’assone, di cui è ricco quindi i neurotubuli e neurofilamenti,
soprattutto i neurotubuli in cui abbiamo visto il trasporto, il flusso assonico che può essere di tipo
lento o di tipo veloce e modulato da proteine quali dineina e chinesina, flusso che può essere
retrogrado e anterogrado; quindi c’è un flusso, un via-vai continuo fra questo bottone sinaptico e il
corpo cellulare. Del resto voi sapete che c’è sempre un riciclaggio delle membrane e comunque
anche un riciclaggio di questi elementi, che vengono disattivati e disaggregati, però poi ricomposti e
risintetizzati, così come le membrane delle vescicole, che poi vengono ricaptate, riutilizzate, ma poi
anche diciamo ritornano a monte per essere rielaborate. A questo livello quindi per forza l’impulso
può passare dalla presinaptica alla postsinaptica e quindi non il contrario e sappiamo che questa
sinapsi a parte l’elemento presinaptico con queste vescicole che poi possono essere di varia forma a
seconda del tipo di mediatore chimico (appiattite, sferiche, più dense, meno dense) e quindi
possiamo anche riconoscere i vari tipi di sinapsi al microscopio elettronico fra le membrane
dell’elemento pre e dell’elemento postsinaptico, una fessura, quindi un piccolo spazio e in questo
spazio appunto vengono riversate le vescicole, le quali si aprono, eliminano il proprio prodotto
nello spazio (ecco, ricomincio da capo), le vescicole si aprono a livello dello spazio sinaptico e
queste si legano appunto ai recettori aprendo i canali per il sodio o quelli per il cloro, e questo
mediatore chimico comunque viene liberato, poi viene o disaggregato, disattivato nello spazio
intersinaptico o addirittura viene captato, come abbiamo accennato, a livello dei gastrociti con i
pedicelli che abbiamo trovato in contatto con questo bottone sinaptico il quale soprattutto per il tipo
di mediatore chimico che viene ricaptato, demolito e poi ritornato al bottone sinaptico come
glutammina per poi essere di nuovo ricostruito. Quindi c’è un rimaneggiamento, sicché
sicuramente, comunque, non penetra nell’elemento postsinaptico. Accanto a questi elementi, questi
neuroni, che abbiamo anche classificato in base al numero di dendriti, all’aspetto anche di questi
dendriti o alla lunghezza dell’assone (che può essere breve ma può essere anche molto lungo), [ci
sono] queste cellule di nevroglia che, abbiamo detto, in parte sostituiscono il connettivo quindi sono
di riempimento, ma sono anche ciò che fa la matrice extracellulare: le sostanze diffondono, hanno
alcuni di questi dei pedicelli [che] come vedete si collegano al capillare sanguigno, il quale capillare
sanguigno nel tessuto nervoso, in particolare, perché costituisce la barriera emato-encefalica; avete
visto voi i capillari con endotelio fenestrato, con endotelio discontinuo e qui invece l’epitelio non
solo non è discontinuo ma ha delle giunzioni strette, occludenti fra le cellule endoteliali, quindi tutto
deve essere selezionato attraverso il passaggio, attraverso cellule non attraverso spazi; comunque le
sostanze che diffondono vengono prese dall’astrocita, il quale le seleziona, quindi aiuta questa
barriera emato-encefalica, per poi passarle con altri pedicelli con cui invece la stessa cellula da un
lato pesca al capillare e da un lato dà al neurone. Questi astrociti, comunque, hanno ancora diverse
funzioni su cui si sta ancora studiando, quindi niente di estremamente certo, ma certamente è
sicuramente suggestiva la loro presenza nel modulare le sinapsi, nel nutrire i neuroni, ma anche
come elementi cicatriziali; le cellule di nevroglia sono cellule che hanno staminali, sono cellule
quindi che si dividono, si moltiplicano e quindi in un danno di queste cellule sono proprio gli
astrociti che moltiplicandosi costituiscono una ricostruzione di tessuto di natura cicatriziale, perché
certamente non sono cellule funzionanti, quindi non possono sostituire la funzione del neurone.
Altre cellule sono cellule che non derivano dal neuroectoderma ma come la nevroglia che fa parte
del sistema monocitario e quindi deriva dal mesenchima che abbiamo detto essere cellule che hanno
capacità fagocitaria, quindi fagocitano detriti, cellule danneggiate, quindi diciamo ripuliscono un
po’ questo tessuto nervoso, ma anche virus, batteri. In queste cellule abbiamo anche riferito la
presenza, fra queste cellule, di due elementi: gli oligodendrociti e le cellule di Schwann, ambedue
fanno parte della nevroglia, però l’oligodendrocita è una cellula che si riscontra nel sistema nervoso
centrale, invece la cellula di Schwann soltanto nel sistema nervoso periferico. La loro funzione qual
è? E’ quella di costituire, abbiamo detto, la guaina mielinica attorno all’assone, sia in un caso che
nell’altro, ma la caratteristiche strutturale di queste due cellule è diversa: l’oligodendrocita possiede
dei prolungamenti e sono questi prolungamenti ad avvolgersi all’assone, sicché il rapporto
oligodendrocita-assone è un oligodendrocita a più assoni, mentre a livello della cellula di Schwann
è una sola cellula di Schwann può avvolgere un solo assone perché lo fa con il suo corpo cellulare.
La mielina quindi è più avvolgimenti di membrana di queste cellule che sono ricche di mielina.
Queste cellule abbiamo detto che sono importanti perché isolano la membrana cellulare, a livello
della presenza di questa guaina mielinica la membrana non può essere accessibile a ioni e quindi
non può esserci l’impulso in quel punto perché non ci può essere uno scambio di ioni, che può
avvenire soltanto a livello dei nodi di Ranvier, che sono gli spazi fra un avvolgimento di una cellula
e un’altra. Quindi è una trasmissione d’impulso di tipo saltatorio e abbiamo detto, quindi, avere
meno dispendio energetico e una maggiore velocità e questa velocità, questa trasmissione, è detta di
tipo saltatorio, perché la depolarizzazione di membrana non è punto-punto lungo tutta la membrana
come nelle fibre mieliniche (dove ovviamente la conduzione è molto più lenta), è invece di tipo
saltatorio perché viaggia, salta, da un nodo di Ranvier all’altro e quindi molto più veloce. Ieri mi
sono servita dell’esempio del dentifricio attorno a una matita ma questo schemino rende bene questi
avvolgimenti in cui all’esterno resta il nucleo e il citoplasma della cellula di Schwann. Abbiamo
detto che esistono le fibre amieliniche ma le fibre amieliniche non vuol dire che non hanno nessun
rapporto con la cellula di Schwann o con l’oligodendrocita quindi anche in questo caso queste
cellule sono comunque accollate all’assone. L’assone, insieme con la guaina mielinica, forma la
cosiddetta fibra mielinica, [mentre] in questo caso si formano fibre amieliniche quando, invece, la
cellula di Schwann ha solo una membrana attorno all’assone quindi per un’introflessione della
membrana e non un avvolgimento di più membrane, quindi che determina appunto l’inspessimento
in mielina che ne fa proprio la guaina mielinica. Abbiamo detto che le cellule di Schwann sono
anche importanti per un eventuale danno molto lontano dal corpo cellulare di questa fibra nervosa,
quindi dell’assone, che può essere ricostruito. Le cellule di Schwann partecipano in modo attivo a
questa ricostruzione perché si vede che, nel momento in cui quest’assone viene ricostruito
normalmente con il materiale prodotto dalla cellula stessa (la quale è integra in quanto ha tutti gli
organuli e il nucleo cellulare) quindi ricostruisce questa parte di citoplasma, in microtubuli e
quant’altro e si vede che le cellule di Schwann si dispongono parallelamente ai lati di questo assone
interagendo con una giusta ricostruzione di questo assone , che deve raggiungere il punto finale, con
l’attacco ad esempio a livello di un muscolo, dove soltanto a quel livello eventualmente può
ramificarsi e raggiungere il suo scopo cioè quello di innervare alla fine il tessuto o la cellula che
deve servire. Ieri qualcuno poi singolarmente ha posto una domanda: “Anche nel sistema nervoso
centrale c’è la ricostruzione, l’oligodendrociti fa la stessa cosa della cellula di Schwann?”
Naturalmente sul tessuto nervoso ancora tanto c’è da scoprire, comunque sembrerebbe di no, che
l’oligodendrocita non fa la stessa funzione della cellula di Schwann ma non perché non è capace di
fare questo, il problema è che un danno a livello del sistema nervoso centrale viene subito chiuso
dalla proliferazione delle cellule di nevroglia, dagli astrociti, quindi comunque si trova un
impedimento nella ricostruzione del neurone, perché trovi già un tessuto cicatriziale, quindi
probabilmente teoricamente lo possono fare ma tale che praticamente, comunque, ciò non avvenga
per l’impedimento di questo tessuto cicatriziale che si viene a formare. Adesso prendiamo tutte
queste nozioni che abbiamo detto e mettiamole nel sistema nervoso centrale e nel sistema nervoso
periferico, dove sta questo tessuto, abbiamo detto infatti che va a costituire, a organizzare, questi
elementi di cui abbiamo parlato, neuroni e nevroglia, vanno a organizzarsi in una struttura che si
trova in questi due sistemi, nervoso centrale e periferico, dove si esprimono sotto forma di sostanza
bianca e sostanza grigia nel sistema nervoso centrale, e come nervi nel sistema nervoso periferico.
Anatomicamente per dissezione noi vediamo che questo sistema nervoso centrale, dato
dall’encefalo e dal midollo spinale, ha questa costituzione: nel caso dell’encefalo, in una sezione,
noi vediamo che esiste una sostanza grigia all’esterno, mentre all’interno troviamo una sostanza
perlacea-bianca; nel midollo spinale è l’inverso: abbiamo una sostanza grigia all’interno e la
sostanza bianca, invece, si trova all’esterno. Se noi sezioniamo ancora (con dei tagli in dissezione)
all’interno della sostanza bianca troviamo ancora delle zone grigie, e da che cosa sono rappresentate
queste zone? Che cosa sono? Allora, rapportiamole al nostro neurone e alla nostra nevroglia: la
sostanza grigia è costituita in prevalenza dai corpi cellulari con le ramificazioni dendritiche, mentre
la sostanza bianca è rappresentata dalle fibre nervose e mieliniche, e questa mielina, proprio questo
colore perlaceo, determina questo colore bianco della sostanza appunto bianca. Quindi sostanza
grigia: corpi cellulari e dendriti; sostanza bianca determinata dalle fibre in prevalenza mieliniche.
Quindi vediamo qui, questa è una delle cavità all’interno dell’encefalo, quindi il ventricolo,
l’ependima, e questo sistema di nevroglia e di corpi cellulari, neuroni, con i dendriti che
costituiscono la parte grigia dell’encefalo, e questa invece è la parte costituita dagli assoni rivestiti
(siamo nel sistema nervoso centrale) dai prolungamenti degli oligodendrociti, quindi fibre nervose e
mieliniche a questo livello. Sistema nervoso periferico: invece da che cosa, da quale parte è
caratterizzata? Comprende i nervi e i gangli, e questi gangli sono distribuiti in tutte le parti del
corpo; cosa sono questi gangli? Sono raggruppamenti di corpi cellulari e di neuroni, insieme a
cellule gliali. Ieri abbiamo accennato alle cellule satelliti che si trovavano attorno a questi gangli,
poi ho solo accennato e tralasciato perché volevo ritornarci oggi. Quindi al di fuori del sistema
nervoso centrale noi troviamo dei piccoli raggruppamenti di cellule e neuroni nei vari distretti
dell’organismo che appunto si chiamano gangli. Invece i nervi sono formati da associazione di fibre
nervose, quindi non sono altro che assoni rivestiti o no dalla guaina mielinica, quindi fibre nervose
mieliniche e amieliniche. Sistema nervoso periferico perché sono questi che conducono tutte le
informazioni dal sistema nervoso centrale all’encefalo e al midollo spinale attraverso questi
prolungamenti, che appunto sono i nostri assoni, che abbiamo detto alcuni di questi essere molto
lunghi, proprio nella costituzione di questi nervi, quindi sono talmente lunghi che vanno a
raggiungere varie cellule del nostro organismo, costituendo quindi il tramite fra il sistema nervoso
centrale e tutte le cellule dei tessuti del nostro corpo. Ora, questi nervi hanno queste fibre nervose
che conducono in modo alcuni afferente, quindi afferiscono al sistema nervoso centrale, la
conduzione va quindi dai tessuti del nostro corpo fino a raggiungere il sistema nervoso centrale, e
quindi saranno naturalmente dei nervi, delle fibre di tipo sensitivo perché sono quelle che
informano il sistema nervoso centrale di ciò che sta avvenendo nei tessuti del nostro corpo che,
peraltro, è in relazione con l’ambiente esterno; altre, invece, hanno una conduzione di tipo efferente,
cioè al contrario vanno via lontano dal sistema nervoso centrale, quindi dal centro verso la periferia.
Che cosa portano queste? Portano invece i comandi ai vari tessuti e alle varie cellule, quindi per dire
al nostro organismo cosa deve fare. Quindi il sistema nervoso centrale è informato tramite le fibre
sensitive di tipo afferente, quindi sono neuroni sensitivi, e invece risponde e dirige tutte le funzioni
del nostro organismo tramite neuroni motori di tipo efferente che vanno a finire –queste fibre
nervose- agli organi effettori, quali sono i muscoli, per esempio. Quindi il sistema nervoso centrale
è racchiuso nella scatola cranica l’encefalo, tramite gli archi vertebrali il midollo spinale e i nervi
che fuoriescono dai forami, quindi sono tutti prolungamenti assonici delle cellule che sono
localizzate nell’encefalo, fuoriescono da questi forami e vanno a costituire i nervi cranici, quelli che
fuoriescono dalla colonna vertebrale sono appunto i nervi spinali, vertebrali. Quindi nervi non sono
altro che insieme di questi assoni e precisamente di fibre nervose. Vediamo un esempio, poi
studierete tutto questo complesso sistema nervoso in anatomia e ancor meglio in fisiologia, però
guardiamo com’è costituito un nervo dal punto di vista strutturale. Allora il midollo spinale
abbiamo detto che stavolta i corpi cellulari stanno al centro, lo vediamo da questa sostanza grigia,
che invece al livello del midollo spinale si trova qui e la sostanza bianca che invece si trova
all’esterno, quindi insieme di fibre nervose mieliniche. Questi fuoriescono dai forami, e qui vedete
rappresentato ciò che viene definito radice anteriore e radice posteriore, perché ci sono alcune fibre
che fuoriescono anteriormente dalla colonna vertebrale, altre posteriormente, perché hanno una
funzione diversa. Abbiamo detto che i neuroni sono classificati in: neuroni sensitivi, che conducono
questo stimolo sensoriale dalla periferia verso il centro, quindi è evidente che questi sono collegati a
dei recettori sensoriali che si trovano a livello di altri tessuti; neuroni motori che conducono stimoli
effettori, invece, dal sistema nervoso centrale alla periferia; neuroni associativi che sono quelli che
mettono in relazione quelli sensitivi con quelli motori, quindi sono detti anche neuroni di
associazione. Abbiamo parlato di questa radice anteriore e di questa radice posteriore, quindi
guardiamo che cosa avviene. Dalle due radici, anteriore e posteriore, ciò che fuoriesce sono delle
fibre nervose appartenenti, come si vede dal tipo di conduzione, a neuroni sensitivi l’uno e motori
l’altro. Questi però pur essendo all’inizio isolati perché appartengono a neuroni diversi, ognuno di
questi assoni appartiene a un neurone diverso, nella costituzione del nervo si trovano entrambe; in
alcuni nervi, sono detti appunto nervi misti, all’interno all’insieme di queste fibre nervose
mieliniche e amieliniche sono un insieme di fibre sia sensitive che motorie. Naturalmente quella
sensitiva si mette in contatto con altri tessuti, e queste terminazioni possono essere così libere (è
l’ultima parte dell’assone che può essere ramificata con i suoi bottoni) e così liberamente essere
comunque in grado di recepire con i loro bottoni sinaptici delle sensazioni oppure questi motori che
si mettono in relazione con l’organo effettore che sono le fibre muscolari alle quali dicono di
contrarsi, e se si contrae il muscolo si spostano i segmenti scheletrici e quindi si provoca cosi un
movimento. Ora pensate quanto tutto questo percorso, quindi il sistema nervoso centrale è sempre
informato grazie a questi recettori e dopo essere informato manda una risposta. Tutto questo
avviene continuamente: ogni spostamento che noi facciamo arrivano delle sensazioni al sistema
nervoso centrale che ci dice come aggiustare il nostro cammino per essere in equilibrio, o quando
per esempio ci bruciamo, è istantaneo il ritirare la mano, quindi il movimento; in tutto questo non ci
siamo bruciati: i nostri recettori hanno captano la sensazione e hanno inviato il messaggio al sistema
nervoso centrale e immediatamente questo ha mandato l’informazione di togliere la mano. Vi
rendete conto di quanto sia veloce questo meccanismo. Allora se noi sezioniamo un nervo che cosa
ci troveremo dentro? Questi puntini che noi vediamo all’interno di questi fascetti sono le sezioni
trasversali delle fibre nervose amieliniche. Poi invece questi puntini con il cerchietto sono le fibre
nervose mieliniche. Allora, fascetti di fibre mieliniche e amieliniche sono avvolte da tessuto
connettivo. Il nervo è un organo e quindi è costituito da connettivo come tutti gli organi, che tiene
insieme queste strutture che sono le fibre nervose. Quindi troveremo connettivo all’interno di
questo fascetto, connettivo all’esterno di questo fascetto e ancora altro connettivo fra i vari fascetti e
l’ultima parte di connettivo, quella esterna. Naturalmente qui abbiamo endonervio all’interno,
perinervio quello che avvolge i vari fascetti e tutto il resto che mette tutto insieme e occupa lo
spazio all’interno del nervo è l’epinervio. All’interno del nervo passano i vasi sanguigni. Quindi un
organo Vediamo delle immagini in microscopia.
Pensiamo a questo filo elettrico che ha una guaina all’esterno che è questo connettivo; questo è il
nostro nervo e queste tutte le varie fibre nervose, fibre nervose che non so se avete mai visto questo
cavo elettrico sono rivestiti comunque da uno strato di plastica; immaginate quelle mieliniche con
questo strato isolante di plastica, e invece quelle senza questo che sono le fibre amieliniche.
Abbiamo formato il nostro nervo, che può essere molto lungo. Vedete i fasci di connettivo che
mettono insieme tutte queste fibre nervose. Guardiamolo bene al microscopio ottico e al
microscopio elettronico, questo è il fascetto di fibre, il connettivo, i vasi sanguigni in mezzo ai vari
fascetti.
Vediamo quali sono questi recettori, quali sono queste terminazioni nervose, che si chiamano
appunto terminazioni nervose alla periferia. Non è altro, dobbiamo pensarlo allo stesso modo delle
sinapsi; mentre le sinapsi sono queste trasmissioni, impulsi fra un neurone e l’altro, con una
porzione pre e una post sinaptica; cosa avverrà invece quando questa terminazione sinaptica si
metterà in relazione con un’atra cellula di un altro tessuto, allora parliamo di giunzione citoneurale,
dove queste cellule sono specializzate e si chiamano recettori, e quelle sensoriali sono capaci di
trasmettere il segnale dalla cellula alla fibra nervosa; oppure sono terminazione nervose di tipo
motrici e vanno a finire negli organi effettori. Prendiamo in considerazione quelle sensitive; sono
proprio quelli che ci permettono di comunicare, che rappresentano i canali di comunicazione fra
l’esterno e il SN. Senza di questi non ci potremmo rapportare con il mondo. Rapporto recettore-
effettore è quello che ci bruciamo e immediatamente tiriamo indietro la mano o la carezza e quindi
la risposta è l’abbraccio. Abbiamo diverse classificazioni di questi recettori; stiamo parlando intanto
di quelli sensitivi, in base al tipo di stimolo a cui questi sono sensibili; abbiamo dei meccanocettori,
capaci di deformarsi segnalando delle stimolazioni di tipo meccanico che li deformano e quindi
recepiscono questo tipo di sensazione, la pressione ad esempio; i termocettori segnalano le
variazioni di temperatura, caldo, freddo; nocicettori sono quelli che recepiscono sensazioni di danno
tissutale sia fisico che chimico, quindi praticamente sono i recettori dolorifici; fotocettori segnalano
invece degli stimoli luminosi; chemocettori sono sensibili a sostanze di natura chimica, ad esempio
il recettore di tipo olfattivo, sostanze chimiche, gli aromi e quelli gustativi per il gusto.
Come sono queste terminazioni, possono essere terminazioni libere; qui vedete rappresentato per
esempio dei neuroni che sono unipolari, da un lato hanno terminazioni nervose o giunzioni di tipo
citoneurale, dall’altro si mettono in relazione con sistema nervoso centrale. Volevo fare la differenza
fra questi stimoli che raggiungono queste terminazioni nervose, quindi terminazioni dell’assone che
possono trovarsi libere oppure corpuscolari, cioè hanno strutture che avvolgono questa parte
terminale dell’assone, oppure sono in contatto con delle cellule particolari in modo che siano
differenziate, in modo da poter recepire questi stimoli e poterli trasmettere alla fibra nervosa.
Alcune di queste voi le avete già viste col prof.Puzzolo; richiamo soltanto queste cellule che sono in
contato con la terminazione nervosa sono cellule particolarmente differenziate, cioè si sono
specializzate, e normalmente noi le troviamo raggruppate insieme con altre cellule che pero sono
cellule di sostegno, sono cellule basali; ma la cellula che recepisce è proprio questa cellula
sensoriale che spesso sulla sua superficie, nella zona superficiale, presenta delle strutture peculiari
quali chinocigli, sterociglia, che sono proprio quelle strutture sensibili a queste recezioni di natura
meccanica e che vengono recepite cosi dalla cellula e trasmesse a livello della membrana di questa
cellula, per passare poi alla parte basale di questa cellula la quale nella parte basale non poggia sulla
membrana basale, non poggia sui connettivi ma poggia sulla terminazione nervosa di un assone. E
naturalmente è costituita da strutture che possono trasmettere l’impulso da questa cellula alla fibra
nervosa. Hanno tutte queste tipologie cambia il tipo di espressione apicale, abbiamo detto quindi
queste estroflessioni, cambia la forma, delle cellule, possono essere un pò a forma di calice o
cilindriche, ma il sistema è sempre questo; queste strutture apicali recepiscono queste deformazioni,
la parete laterale trasporta quest’energia che è energia elettrica e a livello delle estremità basali
queste giunzioni citoneurali permettono di trasmettere quest’energia elettrica in chimica e poi
ancora elettrica, quindi liberazione di sostanze che vanno a stimolare questa recezione. Alcune di
queste sono per esempio dei meccanocettori, attivati da stimoli di tipo meccanico, e quelle cellule
che si trovano nell’orecchio in zone distinte per l’udito e per l’equilibrio; quelle per l’udito hanno
questa struttura, che sono a contatto con una membrana, e una vibrazione provoca la deformazione
di queste ciglia o stereociglia; invece per l’equilibrio vi sono delle piccole strutture calcaree che
sono chiamate otomiti, che si muovono col nostro movimento e sollecitano sempre queste
stereociglia, deformandole e facendo recepire al nostro sistema nervoso centrale la posizione del
nostro corpo. Altre cellule sensoriali sono quelle del gusto e anche queste cellule sono cosi
costituite; hanno delle strutture apicali e la base legata a una terminazione nervosa. Nello specifico
sono associate a cellule basali che formano una struttura globosa che si chiama calice gustativo;
quindi al MET noi lo distinguiamo bene per questa struttura all’interno dell’epitelio che si distingue
per questa organizzazione di calice gustativo. Naturalmente questi sono dei chemiocettori che
rispondono invece a sensazioni di tipo chimico e lo stesso sono le cellule che troviamo nell’olfatto,
solo che adesso dobbiamo cercare di capire questa differenza; sono tutte e due, le cellule gustative e
le cellule ciliate per l’olfatto, sono entrambe chemiocettori, ma con una differenza; gli epiteli
sensoriali sono formati da cellule epiteliali derivate esclusivamente dall’ectoderma, quindi questa
cellule recettoriale è una cellula epiteliale, ed è quella dell’equilibrio, quella dell’udito e quella
gustativa. Queste sono cellule epiteliali sensoriali che sono specializzate alla recezione di questi
stimoli chimici o vibratori, o acceleratori gravitazionali perche sono un contatto alla base con le
terminazioni nervose. Altre percezioni sensoriali dell’ambiente esterno sono la vista e l’olfatto;
queste sono diverse, perché costituite da cellule nervose specializzate che si trovano in periferia e
sono derivate dal neuro ectoderma, quindi sono vere e proprie cellule nervose, non sono cellule
epiteliali a contatto con cellule nervose, con terminazioni nervose. Quindi mentre le cellule
sensitive, queste epiteliali, sono dette secondarie, e sono epiteli sensoriali le acustiche, le
statocinetoche, le gustative che sono connesse con la terminazione nervosa, qui invece cosa
abbiamo? Abbiamo dei neuroni unipolari che sono delle cellule sensitive primarie; e proprio il
corpo cellulare del neurone con il suo assone che si mette in contatto con il tessuto nervoso
cellulare. Quindi la cellula è esattamente il neurone che recepisce queste sensazioni; questo lo
abbiamo sia nelle cellule visive sia in quelle olfattive che non hanno niente quindi a che vedere con
gli epiteli sensoriali; sono in questo caso cellule sensitive secondarie. Vediamo ora questi recettori.
Dove sono localizzati? Naturalmente anche questi recettori dipende da dove si trovano, quindi la
stessa derivazione dei tessuti in cui essi sono localizzati. E quindi abbiamo gli esterocettori che si
trovano a livello dell’epitelio più esterno, i propriocettori che derivano dal mesoderma e che
troviamo nel tessuto muscolare e nel tessuto connettivo, e gli enterocettori sono quelli che troviamo
a livello dei visceri. Gli esterocettori raccolgono gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno,
quindi sono localizzati sulla superficie del nostro corpo ovvero a livello della cute. Questi sono
recettori di vario tipo, tattili, dolorifici, termici, meccanici. Gli enterocettori sono quelli localizzati
in profondità e sono quelli che mandano le sensazioni a livello dei visceri. I propriocettori sono
quelli che si trovano sui muscoli, nei tendini, nelle articolazioni, e ci danno informazioni riguardà i
movimenti e le posizioni del nostro corpo nello spazio. Vediamo la struttura di questi esterocettori,
che possono essere sia terminazioni libere, non strutturati, quindi non collegati ad altre cellule e
altre strutture, che si trovano nell’epidermide dove troviamo anche una cellula particolare che è la
cellula di Merkel, che si mette in contato con la terminazione nervosa e costituisce nel suo insieme
il complesso di Merkel. Poi abbiamo delle terminazioni nervose che vengono dette con espansioni
che vanno a costituire i cosiddetti corpuscoli di Meissner e di Ruffini, e quelle corpuscolate che
attorno all’ultima parte dell’assone hanno delle strutture connettivali abbastanza complesse. Le più
semplici sono i corpuscoli di Krause, quelli di Golgi-Mazzoni , le composte, quelle più strutturate
sono i corpuscoli di Pacini, infatti è il visibile. Questa è la classificazione dal punto di vista
strutturale.
Da questo schema [vedi fig.] già vediamo la diversità di questa terminazione nervosa, che viene ad
essere libera o a contatto con cellule, oppure ramificata o spiralizzata, oppure strutturata come in
questo caso da delle guaine che l’avvolgono come le guaine di una cipolla. Naturalmente alcune di
queste le troveremo nell’epidermide, altre nel derma, e altre ancora nell’ipoderma, quindi
comunque all’esterno del nostro corpo. Fuori dalle’epidermide sono le terminazioni nervose libere,
che tra l’altro sono i recettori dolorifici e quelli associati con la cellula di Merkel, che invece sono
quelle per la recezione del tatto superficiale. Subito sotto nel derma troviamo i corpuscoli di
Meissner, quelli di Ruffini, e quelli di Krause, e come vedete sono diversi, non è che tutti i
corpuscoli recepiscano sia il freddo che il caldo, ma quello di Ruffini recepisce l’aumento di
temperatura, quello di Krause la diminuzione. Più in profondità nell’ipoderma abbiamo i corpuscoli
di Pacini che sono dei meccanocettori quindi recepiscono sensazioni di tipo pressorio così come
quello di Golgi-Mazzoni. Stiamo parlando quindi di esterocettori; quelli dell’epidermide,
terminazioni libere, seguite queste terminazioni nere in mezzo fra le cellule epiteliali, se le
mettiamo in risalto con reazioni di immunoistochimica notiamo queste terminazioni nervose che si
trovano fra le cellule epiteliali. Poi invece abbiamo un’associazione, la presenza di questa cellula di
Merkel, che è una cellula molto grande, ramificata e che è a contatto con la terminazione nervosa,
quindi è una cellula come i vari recettori che abbiamo visto nell’epitelio sensoriale, a contatto con la
terminazione nervosa. Non è una cellula epiteliale ma deriva dal neuroectoderma. Queste sono
quelle libere, vedete si approfondano fra le cellule epiteliali dell’epidermide, le seguiamo bene al
microscopio elettronico; mentre queste sono le cellule di Merkel che sono cellule che si
distinguono bene, avevamo anche accennato, perché sono molto più ricche, l’epidermide è molto
più ricca di terminazioni libere, e queste cellule molto grandi, con questo nucleo abbastanza
polimorfo a cui è associata questa terminazione nervosa. Si parla di complesso di cellula di Merkel
perché in genere ne troviamo come vedete vicine più di una, quindi quando le troviamo le troviamo
in una zona associate fra loro, poi vi sono delle zone dove non le troviamo più, quindi complesso di
Merkel. Il corpuscolo di Ruffini lo troviamo invece nel connettivo, ha questa struttura particolare,
determinata dal fatto che ha quest’aspetto scalariforme, cioè questa fibra si piega, una pieghetta,
non una spiralizzazione ma una pieghettatura della sua terminazione, ed è quella che fa parte delle
espansioni; vedete la terminazione nervosa che ha quest’andamento; mentre quella di Ruffini,
penetra all’interno l’assone, e come sempre in queste strutture l’assone non ha più la guaina
mielinica, pur conservando delle cellule di Schwann ( tutte queste corpuscolate o espanse), sono a
contatto con cellule connettivali, con fibre connettivali, con cellule di Schwann, e nell’insieme
formano quest’espansione, quindi ove abbiamo sia la terminazione nervosa che vedete ha queste
espansioni avvolte da cellule di Schwann e poi a contatto con cellule di connettivo, quindi
nell’insieme formano questa struttura particolare, chi si spiralizza come Ruffini, e chi invece ha
quest’andamento pieghettato. Andando in quelle corpuscolate le troviamo nella parte più interna, il
corpuscolo di Pacini, ma troviamo anche le clave di Krause e quelle di Golgi-Mazzoni, le clave di
Krause anche nel tessuto connettivo sottostante, solo che è una terminazione corpuscolata e è molto
semplice; vi ricordate, vi ho fatto l’esempio di terminazioni semplici quindi Golgi-Mazzoni e clave
di Krause, e quella complessa che è il corpuscolo di Pacini; quindi sono più piccole ed hanno queste
strutture connettivali accanto molto esili; mentre questa è la sezione trasversale di un corpuscolo di
Pacini dove si vede all’interno l’assone, che non è ramificato, non è spiralizzato; é liscio, e attorno
ha delle lamelle di tessuto connettivale, cellule connettivali, e immaginiamole come una cipolla,
quindi attorno a quest’assone. Questo in sezione trasversale, quindi vedete molto complessa e molto
grande rispetto invece a questi che sono quelli con espansioni, abbiamo detto Meissner e Ruffini.
Questa sezione trasversale e questa è un’altra clava di Krause che è sempre corpuscolata ma più
semplice, perché come vedete ha poche lamelle rispetto a quelle di Pacini. La clava di Krause è
molto più piccola, molto meno complessa rispetto a questa [vedi fig.]. Come avviene; questi sono
dei meccanocettori quindi recepiscono stimoli meccanici, la pressione, che viene esplicata su questo
corpuscolo; questo in sezione longitudinale, le lamelle quindi sono in sezione longitudinali attorno
all’assone, queste lamelle connettivali si deformano con la pressione e questa deformazione
raggiunge la terminazione nervosa e questa pressione implica la depolarizzazione di questa parte di
assone che viene condotta poi lungo la fibra, e quindi al sistema nervoso centrale. Quindi non è
l’assone semplice privo della guaina mielinica, unico, non spiralizzato, non ramificato e queste
guaine di connettivo attorno a quest’assone. Quindi il potenziale che viene generato dalla
depolarizzazione a livello della membrana di quest’assone è determinato dallo stimolo pressorio di
queste lamelle che determina una deformazione di tutto il corpuscolo, e che porta sempre alla
depolarizzazione della membrana, poi viaggia lungo tutto l’assone; se è fibra nervosa mielinica e di
tipo saltatorio, raggiunge il sistema nervoso centrale.
Passiamo dagli esterocettori alla propriocezione. Questa è l’informazione che proviene dai nostri
muscoli, dalle articolazioni, dall’apparato locomotore, dall’apparato vestibolare, tutti quei recettori
che segnalano la posizione e il movimento del corpo e degli arti. Cosa ci permette di percepire il
grado di tensione del nostro muscolo, dei tendini; quindi troveremo dei corpuscoli non solo sui
muscoli ma anche a livello dei tendini. Recepisce la velocità di movimento, la pressione della pianta
del piede, è quello che ci indica la giusta postura; grazie a questi recettori posturali che permettono
di aggiustare il movimento e la posizione della testa rispetto al corpo. Soprattutto gli sportivi
avranno avuto delle slogature e dei problemi a livello della caviglia e sono costretti a stare per un
po’ di tempo a riposo, e nel momento in cui una frattura è quindi causa del gesso, fermi per più
tempo. Nel momento in cui si ricomincia a camminare si hanno problemi e spesso si hanno delle
distorsioni perché i recettori sono inattivati e quindi in quel momento è come se non funzionassero e
non riusciamo a tenere bene il piede e quindi il piede viene messo in modo sbagliato, e allora
ortopedici o comunque medici sportivi suggeriscono di non restare immobili per più tempo, come si
pensava prima. Più si sta inattivi peggio sia per i recettori che per i muscoli. È quindi meglio ridurre
al minimo il riposo. A parte questi recettori sulla cute, pensate nella pianta del piede quanti ne
abbiamo, e oltre a questi, quello inserito a livello dei muscoli che permette appunto di conoscere lo
stato di contrazione dei muscoli e insieme agli altri la posizione del nostro corpo. Allora adesso
andiamo un po’ più sul complicato, perché stiamo parlando di recettori sensitivi, propriocettori, a
livello del muscolo; quindi andiamo a vedere dove si presentano questi recettori. Questo recettore
sensitivo muscolare si chiama fuso neuromuscolare e lo troviamo in parallelo con le fibre del
muscolo. A livello del tendine quello che recepisce la tensione è l’organo tendineo del Golgi; anche
questo è in serie rispetto alle fibre muscolari, però lo troviamo collocato a livello del tendine, vicino
alle fibre muscolari. Quindi tendine è quello che recepisce la tensione; nel fuso neuromuscolare ,
invece al livello del muscolo recepisce in parallelo la lunghezza di questo muscolo, che con la
contrazione ovviamente si accorcia. Tensione e lunghezza sono comunque tutte e due
meccanocettori. Quindi fuso neuromuscolare e organo tendineo di Golgi. Se noi andiamo ad
osservare al microscopio ottico, ormai abbiamo imparato a riconoscere le fibre muscolari
scheletriche, vi ricordo sono dei sincizi (un suggerimento: nel momento in cui vi viene chiesto il
tessuto muscolare striato scheletrico, non cominciate a dire è formato da striature, da filamenti
spessi, filamenti sottili, perché un tessuto non è mai formato da filamenti, un tessuto è formato da
cellule, che nel tessuto muscolare scheletrico si chiamano fibre, e essendo cellule e soprattutto
essendo un sincizio, è una grossa cellula polinucleate, di forma cilindrica, e per questo si chiama
fibra ma è una cellula). Quelle che noi stiamo vedendo qui sono questi sincizi, uno accanto all’altro
con i nuclei in posizione ipotermale che mostrano delle striature trasversali che sono determinate
dalla presenza di proteine specifiche tipiche del differenziamento muscolare (acitina, miosina)
disposte in modo tale da esibire questa bandeggiatura, ma si trovano nel citoplasma, sono le
proteine che si trovano nel citoplasma di queste cellule. In mezzo vedete questa struttura, che
guardandola non pensate che sia una fibra muscolare scheletrica; è una struttura che ha la forma di
un fuso quindi delle parti assottigliate alle estremità e una parte dilatata al centro, ecco perché si
chiama fuso neuromuscolare. Neuromuscolare è la fusione citoneurale dove abbiamo la
terminazione nervosa e come cellula abbiamo la cellula muscolare, solo che queste cellule
muscolari sono trasformate. E andiamo a vedere come sono fatte. In mezzo alle fibre cilindriche
normali che noi vediamo nel tessuto muscolare scheletrico vedremo delle fibre diverse; hanno un
aspetto completamente diverso, dimensione diversa. Questa ad esempio [vedi fig.] è una fibra che
viene chiamata a catena nucleare, è a forma di bastoncello, e all’interno i nuclei sono in posizione
centrale, non periferica. Oltre a quelle, nella parte centrale di questa struttura, che nell’insieme
viene chiamata fuso neuromuscolare, troviamo un’altra fibra muscolare con un aspetto strutturale
particolare. Questa si chiama fibra sacco nucleare, perché i nuclei qui si trovano al centro della
fibra, in questa parte più dilatata. Quindi fibre a catena nucleare e a sacco nucleare, che messe
insieme formano il fuso neuromuscolare. Questa è la parte muscolare, qual è la parte nervosa?
Queste sono le terminazioni nervose che arrivano a queste cellule, quindi nello specifico queste
terminazioni arrivano a livello di queste fibre. Sono sensitive e quindi percepiscono questa
sensazione di allungamento delle fibre. Cosa notiamo ancora? Che le terminazioni nervose che
arrivano a queste fibre hanno due aspetti: quella che arriva al sacco nucleare si chiama anulo
spirale, sono fibre che si avvolgono attorno alla fibra muscolare, quelle che raggiungono le fibre a
catena nucleare sono invece dette a fiorami, perché arrivano e si ramificano come un mazzolino di
fiori. Quindi giunzione citoneurale di tipo sensitivo, quindi fibre nervose di tipo afferente, giunzione
citoneurale dove la parte citologica è la fibra muscolare scheletrica, trasformata, differenziata,
costituita da fibre a catena nucleare e a sacco nucleare, con terminazioni nervose di tipo anulo-
spirale e a fiorami. Questo è il tipo di recettore sensitivo propriocettivo a livello del muscolo.
L’organo muscolo tendineo di Golgi, anche questo ha una forma fusata, viene inserito del contesto
di un connettivo che è tendine, e le fibre nervose si trovano ramificate all’interno di questa capsula
connettivale. Questa recepisce la tensione di questo tendine. Tutto questo era di tipo afferente. Dai
recettori, qualunque essi siano, al sistema nervoso centrale. La risposta è di tipo efferente, e allora
parliamo di terminazioni nervose motrici; dove arrivano? Nello specifico ai muscoli, ma ci sono
anche delle fibre eccito-secretorie che si trovano a livello delle ghiandole, e stimolano queste
ghiandole alla secrezione. Vediamo come è fatta questa placca motrice; recettore motorio a livello
del muscolo si chiama invece placca motrice. Da un lato abbiamo il fuso neuromuscolare, motorio
che dà la risposta alla placca motrice. E qui vediamo arrivare delle terminazione nervose che
giungono sulla fibra muscolare scheletrica e si ramificano, e tutto questo insieme forma la placca
motrice. Guardiamo a più altro ingrandimento; vediamo che la fibra nervosa è amielinica, perde la
mielina, si ramifica e prende stretto contatto con la membrana della fibra muscolare scheletrica.
Un’altra immagine di microscopia elettronica. Questa è una “sinapsi” ,giunzione citoneurale,
terminazione nervosa, i vari bottoni sinaptici appartenenti alla terminazione nervosa e la membrana
della fibra muscolare scheletrica. Vediamo come si comportano in questi rapporti. Se andiamo a
guardare la membrana della fibra muscolare vediamo che questa membrana si solleva in tante
piegoline. Abbiamo delle estroflessioni di membrana a livello della placca, cioè dove arrivano le
terminazioni nervose; questo per aumentare la superficie di recettori, quindi questa membrana viene
ampliata in estensione. Quindi abbiamo, non solo delle piccole invaginazioni della membrana
cellulare, ma ognuna di queste invaginazioni, ognuno di questi affossamenti dove si poggia
l’assone, è ancora strettamente pieghettata. Nella parte presinaptica, la parte della terminazione
nervosa, troveremo vescicole sinaptiche e mitocondri, mitocondri che troviamo anche nella
porzione postsinaptica. Notevole presenza di mitocondri a questo livello. Questo è il bottone
sinaptico della terminazione nervosa e qui le pieghettature della membrana, della porzione post-
sinaptica.
E adesso rimettiamo tutto insieme fra muscolo e tessuto nervoso, e qua abbiamo uno spaccato della
fibra muscolare striata; quindi vedete questa è la fibra liscia dove si trovano i nuclei in posizione
ipolemmale delle fibra muscolare scheletrica, e queste sono le pieghettature. Cosa abbiamo
all’interno di questa fibra scheletrica, a parte filamenti proteici, filamenti spessi e sottili? Come
organulo abbiamo il reticolo sarcoplasmatico liscio, che è questo che vediamo in bianco che è un
insieme di tubuli organizzati con un’architettura ben precisa, che si trovano a contatto con
un'invaginazione della membrana cellulare che si chiama tubulo T. Sicché questi tubuli sono a
contatto con questo tubulo T che non è altro che la membrana cellulare. Che cosa rappresentava il
tubulo T? Nel momento in cui questo bottone sinaptico, eccitato ovviamente, rilascia le vescicole,
il mediatore chimico, come sempre si legano ai recettori di questa membrana; la membrana cosa
farà, come risponderà? Aprendo i canali del sodio, e quindi con una depolarizzazione di membrana.
Quindi anche la membrana muscolare ha la capacità di depolarizzarsi, quindi invertire il potenziale.
E quindi cosa succederà? Che se qui avevamo il nostro bottone sinaptico, si ha la depolarizzazione
di questo tratto di membrana, ma questo tratto di membrana provocherà la depolarizzazione del
tratto vicino, perché la propagazione dell’impulso abbiamo detto è punto dopo punto. Quindi questa
propagazione arriverà a tutta la membrana muscolare scheletrica fino a raggiungere la membrana
del tubulo T, che è una continuazione della cellula muscolare. Questa membrana è a contatto stretto
con le membrane del reticolo endoplasmatico liscio, e ciò fa sì che lo scambio di ioni attraverso
proteine, depolarizza anche la membrana del reticolo sarcoplasmatico liscio. Come risponderà a
questo stimolo questo reticolo? Qual è la funzione del reticolo sarcoplasmatico? Rilascia il calcio,
perché il calcio viene sequestrato da una proteina, all’interno di questi tubuli, ma nel momento in
cui questa membrana si depolarizza, lo stimolo per dire “è il momento che rilasci il calcio”; certo
perché se questa è la placca motrice, è quella che dice alla fibra di contrarsi, per contrarsi la fibra ha
bisogno di calcio, perché é proprio la liberazione del calcio che permette la contrazione. Il calcio si
lega alla troponina, la troponina si sposta, sposta la tropomiosina, lascia libero il sito di aggancio
per la miosina e quindi dal sarcomero le due strie zeta tendono ad avvicinarsi per scorrimento
dell’actina all’interno, verso la miosina, perché attraverso queste braccine della testa della miosina
si ha il movimento verso l’interno, verso la zona H del sarcomero che quindi si tira verso l’interno.
La conseguenza cos’è? L’accorciamento del sarcomero, quindi le due strie Z si avvicinano perché i
filamenti di actina scorrono all’interno, quindi contrazione muscolare. La placca motrice non è altro
che questo stimolo che provoca la fuoriuscita degli ioni calcio, i quali, una volta liberi, provocano
queste reazioni a cascata che finiscono alla fine con la contrazione muscolare, ovvero
l’accorciamento e quindi la contrazione di questo muscolo. Ora naturalmente il tutto è strettamente
correlato, fuso neuromuscolare e placca motrice, così come tutti i recettori sensitivi strettamente in
relazione con la risposta motoria a livello degli organi effettori.

Prof. Micali 28 marzo 2012

Oogenesi
Con l’argomento di oggi iniziamo quella che è la parte dedicata alla embriologia. Oggi faremo
apparato genitale femminile. L’apparato genitale femminile è, diciamo senza voler fare una lezione
di anatomia (però certo qualche cenno sulla anatomia macroscopica la dovremo fare), ci
concentreremo molto più sulla struttura dell’apparato genitale femminile che è quella che poi a noi
interessa sia per le attività cicliche di questo apparato, sia per quello che attiene lo sviluppo, quindi
fecondazione che faremo insieme, ma oltre allo sviluppo embrionale e quindi fetale. E allora per
questo ci concentriamo non su tutto l’apparato genitale femminile perché sicuramente non
basterebbe una lezione per poterlo trattare in maniera approfondita tutto, ma soltanto quegli organi
che principalmente interesseranno poi la fase embriologica successiva. E allora partiamo dal
presupposto che l’apparato genitale femminile è composto, come poi quello maschile, dai così detti
genitali interni e dai così detti genitali esterni. Ci concentriamo soprattutto sui genitali interni e
questi sono formati dalla vagina, dall’utero, dalle tube e dall’ovaio. E allora, tralasceremo tutto
quello che appartiene alla sfera dei genitali esteri (quelli li farete in anatomia) con tutta una regione
comprensiva (sia per quanto riguarda l’apparato genitale maschile sia per quanto riguarda l’apparato
genitale femminile) che in anatomia topografica viene definita PERINEO, che è il fondo o la parte
inferiore del bacino.
Andiamo un po’ con ordine e cerchiamo di descrivere questi organi, intanto riuscendo ad
identificare la loro posizione (e già questo mi sembra importante ), la loro posizione l’uno rispetto
all’altro. In questa immagine vediamo questi organi che vi ho appena enunciato : vagina, utero, tube
e ovaio viste anteriormente. Cioè questa immagine ci da la visione anteriore di questi organi; come
vedete la disposizione reale non è esattamente questa perché in questa immagine schematica da una
parte e dall’altra le tube uterine o di Falloppio sono state agganciate e stirate lateralmente. Quindi,
abbiamo la vagina con la portio, il collo dell’utero, a questo livello c’è l’istmo, questo è il corpo e
questo è il fondo dell’utero.
Dobbiamo fare una precisazione: come mai il fondo dell’utero è la parte più alta? La stessa cosa
avviene, per esempio, al livello dello stomaco (quando farete anatomia dell’apparato digerente e
dello stomaco saprete che il fondo dello stomaco è la parte più alta, cioè quella più vicina al
diaframma).. che sembra un po’ un controsenso. La stessa cosa riguarda l’utero: la parte più
sollevata si chiama fondo. Noi questa apparente contraddizione la facciamo derivare dal fatto che il
fondo (…) è stato studiato dagli antichi anatomici non sui libri ma sul cadavere e allora succedeva
che sul cadavere il fondo dello stomaco (cioè la parte in alto raffigurata) sul cadavere che è in
posizione orizzontale il fondo dello stomaco è la parte che sta più in basso. Quindi per chi osserva
un cadavere dall’alto il fondo è la parte che sta più in basso e, quindi, è chiamato fondo. Stessa cosa
dicasi per il fondo dell’utero. Il fondo dell’utero, quando l’utero viene osservato attraverso le vie
genitali, quindi con il colposcopio, con il dilatatore della portio, per chi osserva il fondo è la parte
più lontana, quindi è il fondo. Questo è il fondo, poi abbiamo l’emergenza delle due tube uterine
che hanno un andamento a doppia S: una doppia curvatura: una con concavità mediale e un’altra
curvatura (che qua non si vede perché le due tube sono state stirate) che ha una concavità inferiore.
Quindi è come se noi a queste due tube facessimo compiere una doppia S. questo è l’ovaio da una
parte e dall’altra. La visione invece che noi abbiamo se noi andiamo a osservare questi organi dalla
parte posteriore, cioè come se noi avessimo asportato l’osso sacro del bacino e andiamo a guardare
la superficie posteriore vedete come cambia l’orientamento: anche qui le due tube sono state stirate
lateralmente, ma vedete l’ovaio rispetto alle due tube , mentre vedete come si porta? queste sono
mediali ma posteriori, quindi nel vivente le due ovaie destra e sinistra rispetto alle tube sono poste
medialmente ma posteriormente perché le due tube emergendo dall’utero si portano dall’avanti
verso dietro, non sono poste nello stesso piano dell’utero ma decorrono posteriormente. E allora
tutto quello che a parole vi ho detto cerchiamo di vederlo in sezione. Abbiamo una sezione che si
chiama “paramediana” perché la linea mediana del nostro corpo è quella che attraversa la colonna
vertebrale al centro, quindi se noi ci spostiamo a destra e a sinistra di questa linea mediana avremo
le linee paramediane. E vediamo come si comporta questo apparato: questo è l’utero, questa è la
vescica. Questo condotto è la vagina, questo è l’ovaio e questa è la tuba. Come vedete la tuba va
dall’avanti verso dietro. Se andiamo a guardare invece in una sezione mediana (che attraversa la
linea mediana) (..) troveremo due importantissime regioni: questa parte che separa l’utero dal retto e
un’altra regione che separa l’utero dalla vescica (qui c’è la vescica, qui c’è la sinfisi pubica). Se noi
andiamo a guardare sono queste due regioni, che si chiamano cavo uterovescicale e cavo
rettouterino. Nell’uomo c’è retto e vescica e quindi il corrispettivo di questi 2 cavi diventa un unico
cavo, il rettovescicale.
OVAIO. Questa è una immagine di endoscopia, per come è realmente posizionato l’ovaio (destra e
sinistra). Considerate che è speculare l’immagine. Fondo dell’utero, corpo dell’utero, tube. L’ovaio
è strutturato in due zone. Una zona corticale (esterna) e una zona midollare (interna). Queste due
frecce delimitano una linea di separazione (vedremo successivamente cosa significano) . Nella
corticale troviamo follicoli oofori nei loro vari gradi di sviluppo e una ghiandola endocrina (si può
trovare) che è il corpo luteo; ma non solo, troviamo anche una zona più periferica della corticale in
cui troveremo all’esterno un epitelio di rivestimento e subito sotto un tessuto connettivo particolare.
Nella zona midollare tessuto connettivo e soprattutto vasi e nervi. Soffermiamoci un attimo su
questa parte più esterna della corticale formata dall’epitelio germinativo (di rivestimento) e sotto
una lamina di tessuto connettivo, la tonaca falsa albuginea, falsa perché fa riferimento al
corrispondente della gonade maschile. Nel testicolo abbiamo all’esterno una membrana sierosa, di
derivazione peritoneale, ne avevamo accennato la volta scorsa (epitelio della sierosa), sotto cui vi è
la tonaca albuginea nel testicolo, che è tonaca fibrosa connettivale molto resistente. E allora quindi
nell’ovaio la tonaca connettivale al di sotto dell’epitelio che riveste, che si chiama germinativo,
anch’esso di derivazione peritoneale, ma poi cambia aspetto; infatti se voi ci fate caso nell’epitelio
germinativo le cellule che compongono questo epitelio sono più alte, sono cubiche, rispetto
all’epitelio peritoneale della sierosa dove invece sono pavimentose. Avete fatto gli epiteli di
rivestimento dovreste già ricordarlo. E allora questo è l’epitelio germinativo, che si chiama
germinativo perché gli antichi anatomici che erano convinti fosse questo epitelio a produrre le
cellule uovo, da qui epitelio germinativo, da non confondere con l’epitelio dei tubuli seminiferi,
cioè l’epitelio che da vita agli spermatozoi (che è il germinale) sembrano simili ma sono diversi sia
come composizione sia come disposizione: l’epitelio germinativo è monostratificato, l’epitelio
germinale del testicolo invece è pluristratificato e avrà caratteristiche sue specifiche (non è epitelio
di rivestimento).
L’epitelio ha un aspetto da un lato e poi un altro da altro lato (addirittura sembrano cilindriche) dal
momento che l’epitelio germinativo è sempre cubico , come fa a vedersi cubico in un ovaio e
cilindrico in un altro? Dipende non dalla zona ma dall’orientamento con cui è stato tagliato (se
facciamo un taglio frontale l’immagine è rettangolo, quindi la cellula era un cubo, ma se la stessa
cellula la tagliamo in obliquo la cellula sarà diversa, sembrerà cilindrica, ma non è così.. dipende
dall’orientamento della sezione) ricordatevi che in istologia è fondamentale riconoscere come è
stato tagliato un tessuto perché l’aspetto del tessuto dipende non solo dalla composizione del tessuto
ma anche dall’orientamento con cui le cellule sono state tagliate.
Questo è un epitelio germinativo tagliato frontalmente in cui cellule sono cubiche. Sotto abbiamo la
tonaca falsa albuginea.
Ora vediamo, sappiamo perfettamente che durante l’arco della vita di ogni donna l’ovaio risente
delle influenze ormonali. Noi sappiamo perfettamente che fino al dodicesimo, tredicesimo anno
l’ovaio non ha attività cicliche, da questo momento l’ovaio (ora tende ad abbassarsi) presenta
attività cicliche e quindi avrà morfologia definita, dopo i cinquant’anni l’ovaio le interrompe.
L’ovaio di un soggetto che ancora non ha attività cicliche: questi sono follicoli che apparentemente
sembrano in fase di maturazione; ancora invece non arrivano alla maturazione (non c’è ovulazione);
poi quando farete il ciclo ovarico vedrete che è una fase follicolare di maturazione dei follicoli, una
fase intermedia che è l’ovulazione e una una fase luteinica, che concerne il corpo luteo. aspetto
assolutamente roseo e liscio fino al menarca (prima ciclo mestruale).
Donna in fase fertile - fino ai 45, l’aspetto è opalescente (superficie esterna) e si cominciano a
vedere piccole zone che sono le “cicatrici” delle ovulazioni, poi queste verranno sostituite da
tessuto connettivo (l’opalescenza è data da tessuto connettivo, tonaca falsa albuginea, non per
niente si chiama albuginea, perché è bianca)
Ovaio di donna in menopausa - in sezione non riconosciamo più attività ciclica, quindi follicolare e
al suo posto, al posto dei follicoli, c’è solo tessuto connettivo. La midollare si va espandendo verso
la corticale occupando il posto dei follicoli. L’aspetto è diverso, più raggrinzito, più piccolo e dove
ci sono cicatrici rimangono cicatrici e il connettivo della falsa albuginea non si riforma sopra le
cicatrici.
Utero - è impari e mediano, mentre ovaio pari e simmetriche (speculari).
Mediano perché sta sulla linea mediana.
La prima cosa che vediamo è il fondo dell’utero, quindi il lume dell’utero. L’utero è posto per la
stragrande maggioranza al di sopra della vescica, è appoggiato, è anteversoflesso (antiversione e
antiflessione), invece il collo è posto dietro la vescica. Andiamo a vedere la struttura dell’utero. Ha
un fondo con inserimento della tuba uterina, un corpo, un istmo (punto di passaggio di passaggio
col corpo e il collo) e alla fine la portio o muso di tinca dell’utero, quella parte di collo dell’utero
che sporge all’interno della vagina formando i fornici, cioè queste due zone. Perché la parete della
vagina è più alta rispetto alla portio quindi forma due pieghe, una anteriore e una posteriore. Queste
due pieghe sono i fornici anteriore e fornice posteriore. In questa immagine vi ho anche inserito per
cercare di vedere le differenze visto che anche per quanto riguarda l’ovaio ci sono differenze a
seconda di utero che subisce gravidanze. Utero di nullipara (che non ha subito gravidanza) ha la
portio liscio e l’orifizio esterno è molto piccolo. Utero di chi ha subito almeno una gravidanza o più
gravidanze (multipara) le dimensioni della portio diverso e l’orifizio dell’utero è più ampio perché è
stato allargato dal parto.
La dilatazione durante il parto si riferisce alla dilatazione della portio. Generalmente è la testa del
feto che comprime sul collo dell’utero e quindi spinge e fa dilatare proprio l’orifizio esterno uterino.
E allora vediamo la vascolarizzazione che è importante, durante il ciclo uterino che darà la fase
emorragica e mestruale propriamente detta. Generalmente, dico generalmente, perché le
vascolarizzazione in genere di tutti gli organi possono essere soggette a variabilità che può essere
assolutamente silente, cioè noi abbiamo generalmente all’interno del nostro organismo una
vascolarizzazione molto polimorfa; se noi andiamo a controllare dei testi, tutti i testi anatomici, ci
sono dei capitoli dedicati alla variabilità; questo non significa che la variabilità sia una patologia,
ma fisiologicamente noi possiamo avere delle situazioni vascolari variabili, non anomale, possiamo
avere anche anomalie, ma con quelle entriamo nel patologico invece noi ora restiamo nel
fisiologico, cioè nel normale possiamo avere delle variabilità. Infatti se andate a prendere un testo
abbastanza importante di anatomia, il famoso o famigerato Testut di anatomia. Testut e Jacob er
stilare quel libro in cui dicono che, come in questo caso per esempio, l’arteria uterina che è un ramo
dell’arteria iliaca interna, per dire questo c’è spiegato che i signori Testut e Jacob hanno esaminato
circa cinquemila cadaveri per poi fare cosa? Fare una media e vedere secondo la media che nella
stragrande maggioranza dei casi, nell’ottanta percento dei casi, l’arteria uterina derivava dall’arteria
iliaca interna e allora si disse, normalmente, che in una anatomia ordinaria si dice che deriva
dall’iliaca interna; questo non significa che se vediamo l’arteria uterina derivata da un grosso vaso
arterioso sia necessariamente patologico; può essere, come vi dicevo prima, una delle variabili che
possono essere assolutamente silenti, il soggetto non se ne accorge completamente, oppure ci sono
casi in cui le variabili possono dare vita a patologie. E allora, come vi ho detto l’arteria uterina
deriva dall’arteria iliaca interna. Cosa fa questa arteria? Risale lungo dall’istmo (quindi collo e
istmo), risale lungo le due pareti laterali o due margini per meglio dire del corpo dell’utero, risale
come? Risale in maniera tortuosa, tant’è vero che perché deve essere tortuosa questa parte? Perché
noi sappiamo che l’utero si dovrà dilatare durante la gravidanza; se noi sappiamo che l’arteria
uterina fosse rettilinea durante la dilatazione si spaccherebbe, quindi, l’arteria uterina ha un
andamento molto tortuoso, sinuoso. Poi cosa fa questa arteria uterina? Darà vita a dei rami che si
chiamano “arterie arciformi” che sono queste. Queste arterie arciformi daranno vita a loro volta a
dei rami che si chiamano arterie radiali, per adesso non vi dico i nomi, adesso vediamo perché, dopo
di che avremo che dalle arterie radiali nasceranno le così dette arterie spirali. Allora, l’arteria uterina
sta esternamente all’utero. Questa arteria fornisce dei rami che penetrano perforando la parete
uterina. Fino a dove? Fino all’endometrio, che è la parte più interna. Quindi la parte più interna
dell’utero si chiama endometrio. Queste arterie penetrano all’interno della parete dell’utero
dall’esterno verso l’interno e sono le arterie arciformi. Queste arterie arciformi che quindi stanno
alla base dell’endometrio daranno vita alle arterie radiali, perché queste arterie arciformi sono
chiamiamole verticali, le arterie radiali sono orizzontali; entrano all’interno dell’endometrio e cosa
fanno? Danno vita alle arterie spirali che non sono costanti, perché a seconda della fase del ciclo
uterino possono essere o non essere presenti: lo capirete quando farete il ciclo uterino, perché si
possono distruggere a seconda del momento del ciclo e poi essere ricostituite. Allora andiamo a
guardare quindi, facendo un parallelo con un roditore qualsiasi, coniglio, ratto: abbiamo queste le
arterie arciformi che nascono dall’arteria uterina e penetrano all’interno della parete uterina. Dalle
arterie arciformi abbiamo le arterie radiali, dopo di che abbiamo le arterie spirali. Perché vi faccio
vedere questa immagine? Perché c’è un momento nello sviluppo embriologico dell’apparato
genitale femminile in cui anche l’apparato genitale femminile umano somiglia a questo, cioè
somiglia all’utero dei roditori, in questo caso. Ma noi come ce ne accorgiamo che assomiglia?
Intanto dagli studi embriologici, ma da alcune malformazioni che noi riscontriamo nell’adulto.
Significa che nell’adulto può capitare, proprio a causa di una malformazione, cioè di una
interruzione dello sviluppo dell’utero, si abbiano queste due forme: il così detto utero settato e il
così detto utero bicorne. Queste due patologie, come si vedono in ecografia, vedete? Si vede
perfettamente l’utero bicorne, cioè con una porzione destra e una sinistra, questa patologia deriva da
un mancato sviluppo completo dell’utero durante lo sviluppo embrionale; cioè si interrompe con
due corni. Allora, ci siamo ragazzi? L’embriologia che noi studiamo non è svincolata dalla realtà ,
che per noi è aria fritta, avrà dei riscontri clinici, pratici e patologici.
Andiamo a vedere la struttura dell’utero. Mi scusi professore, ma in quel caso il soggetto era sterile?
No, può portare avanti una gravidanza , anche se in maniera difficile. È più facile portare avanti una
gravidanza con l’utero settato piuttosto che con l’utero bicorne per un semplice motivo: perché in
quel caso la parete muscolare è molto più sottile, quindi al momento del parto si avrebbero
difficoltà; con l’utero settato no, la parete è non diciamo normale ma un po’ più sottile e in questo
casi si utilizza il cesario per far partorire. Anche se, devo dire, l’orientamento degli ostetrici attuali,
siccome oramai è diventata una medicina difensiva la nostra, è quella di non far portare avanti le
gravidanze, quindi si mettono le spalle al sicuro dicendo ‘che non questa malformazione signora è
meglio non portare avanti la gravidanza’ quindi, anatomicamente l’utero settato è più predisposto
alla gravidanza).
Andiamo alla struttura dell’utero. L’utero, come gli altri organi cavi, ha le sue brave tonache; queste
tonache, sono, partendo dall’esterno all’interno abbiamo perimetrio o parametrio; mi spiego: non è
la stessa cosa. Cioè non si può chiamare peri o para. Cioè sono due cose diverse; dipende dalla zona
dell’utero che prendiamo in considerazione. In una zona c’è il perimetrio e in una zona c’è il
parametrio. Quindi, a seconda delle zone all’esterno noi troviamo o il peri o il parametrio. Poi
abbiamo la tonaca muscolare, cioè miometrio, poi abbiamo una zona interna, quella che in tutti gli
organi cavi è compresa, noi definiamo come tonaca mucosa e sottomucosa; nell’utero invece si
definisce con un unico nome, cioè l’endometrio. Chiaro? Poi abbiamo la cavità interna. Questo è
fondamentale per poi capire le attività cicliche. Andiamo a vedere da vicino il perché si chiama peri
o parametrio. Dipende proprio da quello che vi ho detto all’inizio. Cioè dipende dalla posizione che
l’utero assume rispetto alla piccola pelvi. Vorrei dirvi, io molte cose non ve le dico, cioè posizione,
rapporti, ecc. perché questo fa parte dell’anatomia, cioè cerchiamo di mantenerci sempre su livelli
accettabili di nozioni di anatomia, non facciamo la lezione di anatomia. Allora, quindi, utero,
vescica, retto. Sopra l’utero (queste sono le anse intestinali), sopra l’utero a ricoprirlo c’è peritoneo.
Ma non in tutte le zone. Vorrei chiarire, a ricoprire l’utero, quindi non a formare la parete esterna
dell’utero. Perché la parete esterna non appartiene, sarebbe il miometrio quindi con una lamina di
connettivo, quindi ricopre l’utero, forma il peritoneo del perimetrio. Quindi nelle zone in cui
troviamo al di sopra dell’utero, cioè fondo e corpo, troviamo peritoneo, quel peritoneo è definito
perimetrio. Ma ci sono, aggiungo anzi, possiamo dire che nell’utero troviamo delle zone libere e
delle zone fisse. Cioè delle zone in cui l’utero si può spostare e delle zone in cui l’utero rimane
agganciato. Le zone libere, chiamiamole così, sono ricoperte da peritoneo. D'altronde se fosse tutto
l’utero agganciato, cioè fisso nella sua posizione, non avrebbe la possibilità di dilatarsi durante la
gravidanza. Quindi, ripeto, ci sono delle zone fisse, cioè agganciate agli organi che gli stanno
vicino, che sono quelle del collo. Quindi nell’utero distinguiamo corpo e fondo che sono zone
libere, o mobili. Il collo invece è una zona fissa, cioè agganciata a cosa? Al davanti abbiamo la
vescica, dietro abbiamo il retto. E allora, le zone ricoperte dal peritoneo formano i due cavi,
anteriore utero vescicale e posteriore retto uterino, invece il collo che è strettamente connesso con
questi due organi perché si scambia il tessuto connettivo esterno, quello che negli organi cavi se vi
ricordate io ho chiamato avventizia, cioè tessuto connettivo esterno, si scambia in questa zona
tessuto connettivo. Qua noi abbiamo la vescica, qua noi abbiamo il retto. Quindi si scambia il
tessuto connettivo. In questa zona quindi l’utero non è mobile. Perché è importante conoscere
queste zone? Soprattutto quella posteriore? Se voi ci fate caso, questa è la vagina, questa è la portio
e al davanti e dietro abbiamo i due fornici (anteriore e posteriore); il fornice posteriore è più
profondo rispetto a quello anteriore. Perché è importante la conoscenza di questo? Quando ancora
l’interruzione di gravidanza non era stata fra virgolette liberalizzata, si ricorreva a metodi fantasiosi,
che erano molto pericolosi. Perché? Voi non siete in età, non ve le potete ricordare, anticamente
(non trecento anni fa, ma trenta anni fa) si ricorreva alle così dette “mammane”, delle donne che si
improvvisavano ostetriche e che improvvisavano una interruzione di gravidanza, cioè un
raschiamento dell’endometrio per eliminare la gravidanza, cioè l’annidamento dell’embrione. Solo
che dal momento che queste false ostetriche non avevano cognizione anatomica, generalmente non
utilizzavano ferri chirurgici non avendone a disposizione, ma ferri di calza, cioè quelli che le nostre
nonne utilizzavano per fare l’uncinetto, che ha una forma simile a un ferro chirurgico. Cosa
facevano? Dal momento che non avevano cognizioni anatomiche infilavano il ferro della calza,
arrivavano alla portio e sentivano giustamente resistenza. Se andava bene, il ferro della calza
prendeva la strada interna e quindi entravano in cavità. Ma se, sentendo questa resistenza, loro
forzavano, cosa faceva il ferro?invece di entrare all’interno dell’utero, risaliva nel fornice e
incontravano questa resistenza perché il fornice è chiuso. Continuavano a forzare. Quella è una
parete sottilissima, di due millimetri, si è no. Continuavano a forzare e bucavano il fornice
posteriore, ma quando si buca il fornice posteriore là che c’è? Peritoneo e cavità peritoneale. Quindi
l’interruzione di gravidanza provocava spessissimo la morte perché si provocava una peritonite
settica, con emorragia conseguente e quindi ciao! Le nozioni anatomiche come vedete sono molto
importanti. Ritornando al nostro discorso la parete muscolare dell’utero è particolare. Non è formata
dai soliti due strati muscolari, ma ce n’è uno in più e questi strati sono disposti in maniera specifica
all’interno dell’utero e allora abbiamo uno strato esterno, uno strato medio e uno strato interno.
Questi strati sono disposti in maniera tale da consentire le così dette contrazioni della parete uterina
durante il parto. Perché? Perché devono iniziare e proseguire costantemente dal fondo verso il collo.
Guai se fosse il contrario. Noi non faremmo altro che strizzare il feto. Invece partendo dal fondo
andando verso il collo. Ma lo strato medio, o plessiforme, ha un’importanza anche dopo il parto.
Perché? Dopo il parto, in genere, avviene il così detto “secondamento”, lo farete parlando degli
annessi embrionali. C’è un momento successivo al parto, espulsione della placenta, che è un
annesso embrionale e il termine è proprio secondamento, provoca cosa? Siccome la placenta è un
organo molto vascolarizzato, contiene sangue e riceve molto sangue, con contrazione si ha
emorragia post parto che si arresta quasi subito, se un parto avviene normalmente, perché lo strato
plessiforme si contrae in maniera così efficace che forma il “globo uterino”. Cos’è? Una
contrazione forte, tenace, che fa da emostasi, cioè chiude le arterie della parete uterina, le così dette
arterie perforanti, cioè quelle che abbiamo visto prima, cioè le arterie arciformi, quindi chiudendo
queste arterie impedisce l’ emorragia dovute al secondamento. Il resto della muscolatura, come io vi
ho scritto, ha un orientamento specifico proprio perché le contrazioni devono iniziare dal fondo
verso il collo, sempre. Posso andare avanti? Allora andiamo a vedere la struttura delle parti
dell’utero. Io vi faccio vedere sempre prima una sezione trasversale, perché come vedrete già da
una sezione trasversale noi possiamo riconoscere a quale parte dell’utero ci stiamo riferendo. Allora
corpo dell’utero.. il lume del corpo dell’utero è quasi sempre ad H, o a farfalla, come vogliamo
chiamarlo quindi quando noi vediamo una sezione del genere sappiamo che siamo in pieno corpo.
Com’è fatto strutturalmente questo corpo? Abbiamo uno strato funzionale dell’endometrio, uno
strato basale e poi uno strato muscolare. Allora nell’endometrio abbiamo uno strato funzionale che è
formato da un piccolo strato compatto al di sotto dello strato epiteliale, poi abbiamo uno strato
spongioso in cui abbiamo vasi e ghiandole che in questo strato sono rettilinee (e nel corpo) sono
ghiandole tubulari semplici ad andamento rettilineo. Poi abbiamo lo strato basale in cui abbiamo i
fondi delle ghiandole e tessuto connettivo. Infine, il miometrio cioè lo strato muscolare.
Andiamo al collo. Come vedete l’aspetto del lume cambia; ha una struttura simile al corpo, infatti
abbiamo uno strato compatto e uno strato spongioso; nello strato spongioso e nello strato basale le
ghiandole uterine che sono sempre di tipo tubulare semplice, cioè un solo tubicino, invece di
presentarsi rettilinee si presentano ramificate. Stessa cosa per quanto riguarda il resto della struttura.
Poi abbiamo la portio. Come vedete qui l’aspetto è stellato, cambia, il lume cambia. Quindi già
visivamente noi sappiamo in che regione siamo. Cosa troviamo? Incominciamo a trovare un epitelio
che non è più epitelio uterino, cioè (io non ve l’ho detto ma lo farete successivamente, è un epitelio
cilindrico semplice ciliato) quindi non sarà più un epitelio cilindrico ciliato, ma incomincerà ad
assumere un aspetto, una forma, nuova e sarà un epitelio pavimentoso pluristratificato molle.
Perché? Perché in questo punto siamo vicini al punto di passaggio tra l’utero e la vagina. Quindi
abbiamo questa variazione nella tipologia dell’epitelio. Nella tonaca propria (perché a questo punto
ci riferiamo a un organo cavo classico) abbiamo connettivo e vasi e al solito avremo il miometrio.
Tuba uterina - la tuba uterina ha anch’essa come le ovaie è un organo pari e simmetrico (dx e sx) ha
diverse porzioni: un infundibulo, formato dalle così dette fimbrie, estroflessioni che sembrano delle
dita, una parte slargata che si chiama ampolla, una parte più ristretta che si chiama istmo e una parte
che poi è quella che penetra all’interno della parete dell’utero che si chiama parte interstiziale.
Andiamo a vedere. Allora ormai riconosciamo l’utero, fondo dell’utero (il corpo non lo vediamo
perché sta sotto), le due tube e ovaio da una parte e dall’altra.
Anche qui io vi faccio sezione trasversale a secondo delle zone. Questo è l’infundibulo, che è
formato (come qualsiasi organo cavo) da una mucosa tutta arricciata, che sporge verso l’interno, da
una lamina sottomucosa, da una muscolare e da una sierosa. Perché? Perché le tube sono ricoperte
dal peritoneo. È frastagliato l’interno della tuba e considerate che nell’infundibulo avviene la
fecondazione, considerate che difficoltà hanno di incontrarsi l’ovulo, la cellula uovo con lo
spermatozoo o gli spermatozoi.
Poi andiamo alla ampolla. Come vedete il lume ricorda quello dell’infundibulo ma le estroflessioni,
cioè l’arricciatura è meno evidente, la parete abbiamo sempre la parete muscolare.
Poi abbiamo l’istmo, in cui anche qui l’arricciatura è sempre al solito meno evidente. Istmo che
possiamo dividere in due porzioni, una più lontana, come quella di prima e una più vicina come
questa (più vicina all’utero). In cui notiamo che le arricciature sono praticamente scomparse e c’è
solo un epitelio cilindrico che riveste, lo rivestiva anche nell’ampolla e nell’istmo precedente, ma
qui si vede classicamente l’epitelio tubarico com’è conformato.
E infine la parte interstiziale dove, come riuscite a vedere forse, questa parte non somiglia più
all’epitelio tubarico, ma somiglia molto più all’endometrio. Quindi in quella zona è la fase di
transizione tra tuba e interno dell’utero, cioè endometrio. Queste sono le arricciature della mucosa,
della parte dell’infundibulo; questo è l’epitelio tubarico (è un epitelio cilindrico semplice, ciliato,
ricorda l’epitelio uterino molto ed è formato da due tipologie cellulari, delle cellule ciliate e delle
cellule secernenti. Le riconosciamo dal fatto che le secernenti non hanno ciglia ma microvilli. A che
servono le cellule ciliate? A spostare eventuali spermatozoi che arrivano in zona. Lo farete quando
farete il ciclo tubarico. Nel ciclo tubarico il movimento delle ciglia, a secondo se sia nella prima
metà o nella seconda metà cambia direzione. Allora, nella prima metà, prima dell’ovulazione, ha un
movimento dalla tuba verso l’utero; nella seconda metà, dopo l’ovulazione, ha un movimento
esattamente opposto, dall’utero verso la tuba; poi lo vedrete).
È interessante notare una cosa, ora parliamo un po’ di medicina. Questo si chiama
isterosalpingografia, cioè è una radiografia del lume dell’utero, della vagina e delle tube. Come
vedete il lume delle tube è sottilissimo, si allarga solo nell’ultima parte, nella parte infundibolare,
siamo nell’ordine di 1,5 mm - 2 mm. Quindi cosa succede? Spesso quando si fa
l’isterosalpingografia lo si fa in casi di sterilità, per vedere se le tube sono fertili o se ci sono
disfunzioni. Spessissimo però quando si fa una isterosalpingografia le tube, il lume delle tube dal
momento che è sottilissimo, come vedete, spesso non si vede perché ci possono essere anse
intestinali che si mettono davanti, per molti motivi. Per la risoluzione dell’apparecchio ecc. e allora
che fa il medico, il radiologo ? Dice “signora mi dispiace non si vede se ne può tornare a casa!” no!
Fa aspettare la paziente circa un’ora e rifà una lastra; se trova queste macchie nella lastra significa
che o una o tutte due le tube sono pervie. Perché? Il mezzo di contrasto cosa fa? Se ne risale
attraverso le tube e se ne va a espandere nella cavità peritoneale. Io qui non ho voluto farvi tutto il
discorso di organi extra e intraperitoneali, l’unico organo intraperitoneale è l’ovaio. La tuba è
extraperitoneale, cioè sta al di fuori del peritoneo, ma è avvolta dal peritoneo. Quindi quando noi
iniettiamo questo liquido, il liquido si dispone nella cavità peritoneale. Non succede niente perché è
un mezzo di contrasto assolutamente inerte che poi viene assorbito e eliminato dal peritoneo stesso.
E, se voi ci fate caso, si espande poi più tempo passa più va espandendosi andando a contornare
tutte le strutture intestinali, perché si trova all’esterno dell’intestino, del colon, del sigma. Quindi
quello è un segno che almeno una o tutte e due le tube sono pervie.
Vagina - la vagina segue l’utero. In questa immagine l’utero e vagina sono state aperte a pagina di
libro. Questo è il collo dell’utero; questo è l’orifizio esterno dell’utero. Questa è la mucosa vaginale
che come vedete è molto arricciata, è molto pieghettata. Questa arricciatura man mano che si va
avanti con l’età si perde; cioè la vagina nelle donne avanti in età, cioè più anziane e in menopausa
appare molto più liscia. Arricciatura che madre natura ha fornito perché la vagina si deve dilatare
durante il parto. Si deve poter dilatare tanto da poter consentire il transito del feto, sennò si
spaccherebbe. Andiamo a vedere : allora questo è il lume del collo dell’utero e questo è l’inizio
della vagina. Perché vi ho segnato queste due frecce? Perché generalmente madre natura quando
passa da una struttura all’altra non lo fa in maniera repentina, cioè un passaggio da un organo a
quello immediatamente adiacente è sempre segnato da una transizione diciamo progressiva tra un
epitelio di rivestimento e un’altra. Invece, proprio a carico fra utero e vagina si ha un netto stacco
tra epitelio uterino e epitelio vaginale. Allora questo è epitelio uterino cilindrico, da qui in avanti
inizia l’epitelio vaginale, pavimentoso pluristratificato molle. Ci siamo? Questo è un epitelio
vaginale normale in cui vedete anzi questa particolarità, cioè le cellule più superficiali sembrano
vuote, sono molto rigonfie da sembrare vuote. Se noi ci avviciniamo verso l’orifizio esterno della
vagina, cioè verso la porzione delle piccole labbra cosa succede? Questo epitelio perde questa
caratteristica, siccome le piccole labbra ricordano la cute e la cute è epidermide, epitelio
pavimentoso pluristratificato corneo; qua non è ancora corneo come potete vedere perché troviamo i
nuclei fin sulla superficie, quindi non è corneo però cambia totalmente il proprio aspetto. Come si
vede a scansione, è la stessa cosa queste sono le pieghe della mucosa che vedevamo prima con
l’epitelio. In questa immagine vi faccio notare una cosa. Questo cos’è? È un epitelio pavimentoso
pluristratificato cheratinizzato. Quindi se troviamo questa formazione, anche se non fortemente
cheratinizzata, a livello vaginale, significa che c’è qualcosa che non va, che non quadra. Per bene
che vada c’è una così detta metaplasia, cioè una trasformazione tra un epitelio e un altro tipo di
epitelio. Quindi questo tipo di epitelio non dobbiamo trovarlo, sennò ripeto la diagnosi più dolce è
metaplasia epiteliale.
Andiamo a vedere le prime fasi dello sviluppo embrionale, in genere senza scendere nei particolari
dell’apparato genitale femminile. La prima fase ce l’abbiamo in comune. Che significa abbiamo una
fase indifferenziata, significa che nelle primissime fasi di sviluppo noi abbiamo due abbozzi di
gonadi e qua io vi devo introdurre due concetti embriologici ma che ripeterete quando la farete in
maniera più approfondita forse col prof puzzolo. Troviamo due strutture che sono di origine
mesodermica ( il mesoderma è uno dei tre foglietti embrionali). Queste due strutture si chiamano
dotto mesonefridico e dotto paramesonefridico, più semplicemente dotto di Wolf e dotto di Muller.
Queste sono due terminologie embriologiche. Dotto mesonefridico, più vicino alla gonade e dotto
paramesonefridico che sta accanto al primo. Quindi queste sono le tre strutture embrionali da cui
poi deriveranno alcuni organi dell’apparato genitale, sia maschile che femminile. Quindi per questo
noi ci ritroviamo in questa fase assolutamente indifferenziati. E allora, fin quando noi poi saremo
orientati o verso il maschio o verso la femmina. Andiamole a vedere. Quest’immagine si vede
meglio, gonadi, mesonefro (abbozzo dell’apparato urinario, del rene più precisamente), accanto noi
abbiamo il dotto mesonefridico e accanto ancora il paramesonefridico. Quando noi siamo in fase
orientata verso l’apparato genitale femminile succedono determinati eventi: involve il dotto di Wolf.
Dalle gonade indifferenziata arrivano segnali che poi daranno vita all’ovaio, segnali chimici,
biochimici ormonali; attraverso gli estrogeni avremo il dotto di Muller che si sviluppa dando vita
alle tube uterine, all’utero e alla vagina superiore, perché la vagina è divisa in due parti una inf e
una superiore.
Questo per quanto riguarda l’orientamento verso l’apparato genitale femminile. Se invece noi
orientiamo la fase indifferenziata verso l’apparato genitale maschile abbiamo un orientamento
diverso, cioè opposto. Involve dotto di Muller, rimane il dotto di Wolf perché la gonade
indifferenziata, tramite questo SR-Y, che è una parte del cromosoma Y specifica che orienta verso la
formazione del testicolo, che a sua volta tramite produzione di testosterone e DHT forma cioè fa
maturare attraverso fasi successive i genitali esterni, il pene per esempio o una ghiandola che è la
prostata. A sua volta sempre attraverso il testosterone si ha una trasformazione del dotto di Wolf
nell’epididimo dei condotti deferenti e delle vescichette seminali. Quindi all’inizio siamo tutti
uguali, poi a seconda dell’orientamento ci possono essere o sviluppi intesi verso l’apparato genitale
femminile o maschile, sempre dipendenti da stimoli ormonali e stimoli biochimici.
Siamo in chiusura, quasi. Le così dette PGC, cioè cellule germinali primordiali, queste cellule che
poi daranno vita agli spermatogoni o ovogoni, cioè procursori dei due gameti, cellula uovo o
spermatozoo, nell’embrione dove si trovano, si sviluppano? In una zona assolutamente lontana dalle
gonadi: si sviluppano in un, possiamo dire annesso embrionale, cioè lo vedrete quando farete gli
annessi embrionali o le prime fasi dello sviluppo che si chiama “sacco vitellino”, che nella parete
posteriore contiene le così dette PGC. Dal sacco vitellino queste cellule si spostano, attraversano
l’intestino , la parete dell’intestino, si portano nel così detto mesentere dorsale, cioè l’abbozzo del
peritoneo, e arrivano in queste due zone laterali che sono le due, ancora abbozzi delle gonadi non lo
possiamo chiamare, ma nell’embrione si chiamano creste genitali, queste due formazioni
riceveranno queste cellule e quindi si orienteranno o verso la gonade maschile o verso gonade
femminile. Questo peregrinaggio ha delle fasi. La prima fase si chiama fase di separazione, perché
si devono separare dal sacco vitellino (parete posteriore). Questa è una PGC, come vedete è ricca di
organuli cioè abbastanza vedremo anche perché, ha due nucleoli, si sperano da quella zona. Poi
abbiamo una seconda fase o fase della migrazione, cioè proprio la fase del cammino che devono
fare dal sacco vitellino fino alle creste genitali. Le PGC assumono una forma diversa, perché non
sono rotondeggiati come prima ma emettono i così detto pseudopodi. Questa è una PGC, il solito
nucleo coi due nucleoli, questi sono gli pseudopodi, delle piccole estroflessioni del citoplasma. Poi
noi abbiamo una terza e ultima fase, che è la fase della colonizzazione. Cioè arrivate queste cellule
nelle creste genitali avranno contatto con le cellule che si trovavano in zona, più specificatamente le
cellule dell’epitelio celomatico, il precursore del peritoneo, tanto per capirci. E allora, queste sono
le cellule dell’epitelio celomatico (queste più scure) e queste sono le PGC che sono arrivate in zona.
Qual è la differenza? Se noi ci riferiamo esclusivamente alle cellule germinali, quindi alla struttura
e alle attività dei due gameti vedremo che c’è una enorme differenza tra sesso maschile e
femminile. Nel maschio la produzione dei gameti è continua dalla pubertà in avanti. Quindi gli
spermatogoni vanno sempre incontro a divisione mitotica fino ad arrivare alla formazione dei così
detti spermatidi. Io non vi ho messo gli spermatozoi perché si passa dagli spermatidi agli
spermatozoi non per spermio genesi ma per spermio istogenesi, cioè non c’è più divisione ma
maturazione, differenziamento. E allora, invece, nella femmina tutto questo non avviene. Noi
sappiamo che il numero, anche se questa teoria oggi comincia a vacillare, ma fino ad adesso
diciamo così, che il numero delle cellule uovo è già definitivo al momento della nascita. Cioè tutta
la fase maturativa delle cellule uovo, tranne gli ultimi due passaggi, cioè la formazione della cellula
uovo matura che si ha solo a fecondazione avvenuta, allora questo passaggio avviene nella donna in
fase ciclica, ma ripeto questo fino ad esso è accettato che il numero delle cellule uovo è già
programmato per specie e quindi al momento della nascita già è presente quel numero nella gonade
femminile, al contrario di quello che avviene nella gonade maschile con gli spermatogoni che
continuano a riprodursi.
Andiamo rapidissimi alla classificazione degli ovociti, cioè cellule uovo. Partendo dal presupposto
che non tutte le cellule uovo sono identiche diciamo che ogni cellula uovo avrà due parti, un nucleo
e un citoplasma che sarà diviso in due zone, una zona che viene definita polo animale e una zona
che viene definita polo vegetale. Questo citoplasma, detto in linea generica, è diviso da una parte
citoplasmatica propriamente detta e da una parte invece che viene definito deutoplasma o vitello.
Il deutoplasma a cosa serve alla cellula uovo? Come riserva di energia. Se noi andiamo a guardare
un ovocita umano questo è il nucleo col suo nucleolo questo è il citoplasma. Come vedete questo
addensamento di citoplasma è il deutoplasma. Da che cosa è composto il deutoplasma? Soprattutto
da mitocondri, dalle così dette “lamelle anulate” , ovvero organuli citoplasmatici, da qualche
vescicola del RE e da granuli di glicogeno .
Classifichiamo le cellule uovo in base alla quantità di deutoplasma, o vitello. La quantità di
deutoplasma varia a secondo della tipologia delle uova. Quelle umane, per esempio sono
oligolecitiche, perché anno poco, pochissimo deutoplasma. Poi abbiamo le mesolecitiche (vedremo
cosa si sviluppa) e queste sono le polilecitiche o uovo classico che noi conosciamo.
A secondo della disposizione del deutoplasma, cioè isolecitico quando è disposto lungo tutto il
citoplasma, occupa tutto il citoplasma. Telolecitico quando è disposto solo in una parte del
citoplasma. Centrolecitico quando invece è al ridosso del nucleo. Quindi se noi mischiamo queste
due componenti, a secondo della quantità e a secondo della disposizione del vitello troveremo uova
mesolecitiche e telolecitiche; oligolecitiche e isolecitiche, come in questo caso vedremo cosa si
sviluppa e infine quello che noi conosciamo come uovo polilecitico e telolecitico.
Cosa si svilupperanno da queste uova? Da mesolecitico e telolecitico, questo è un esempio si
sviluppano ad esempio anfibi, da polilecitico e telolecitico altre specie di volatili, in genere quasi
tutti volatili, dall’uovo oligolecitico e isolecitico si svilupperà.. il signorino!!

Prof. Bruschetta 29 marzo 2012

Spermatogenesi
Oggi parleremo dell’apparato genitale maschile e della spermatogenesi che è la motivazione degli
spermatozoi.
La spermatogenesi consiste nel processo maturativo della linea germinale maschile. Dobbiamo fare
un primo distinguo anche se immagino che avete fatto la maturazione della cellula uovo e vi sarà
stato detto che nella cellula uovo ci sono due momenti importanti:
• nella donna c’è una prima fase maturativa che è durante la vita fetale.
• alla nascita avviene lo stop della maturazione delle cellule uovo e riprende alla pubertà.
• nell’uomo invece la maturazione degli spermatozoi inizia con la pubertà.

Questi sono due concetti importanti che fanno si che si deve distinguere tra l’ovogenesi e la
spermatogenesi, perché l’ovogenesi realmente ha due momenti: un momento durante la vita fetale e
un momento che parte al momento che inizia la fase della pubertà.
Nell’uomo invece la maturazione degli spermatozoi inizia durante la pubertà.
Il processo che porterà alla maturazione degli spermatozoi è un processo di tipo sia:
• mitotico, quindi simile a una divisione cellulare di cellule somatiche;
• meiotico, poi vedremo che potrà essere di tipo meiosi riduzionale, equazionale, con
riduzione del corredo cromosomico.

Perché lo spermatozoo maturo può avere 46 cromosomi? Assolutamente no, deve averne
esattamente la metà perché deve essere pronto nel momento in cui si unisce alla cellula uovo di
completare il corredo cromosomico.
Le fasi sono una fase mitotica, c’è la fase poi durante la meiosi in cui ci sono le fasi riduzionali ed
equazionali, c’è lo scambio genetico con il cosiddetto crossing-over e nel caso della maturazione
degli spermatozoi noi vedremo che ci sono due divisioni meiotiche.
Dove già è avvenuta la riduzione del corredo cromosomico vi sarà un’ulteriore riduzione, ora
vedremo in che maniera.
La prima cellula, la prima tappa nella maturazione degli spermatozoi si parte dagli spermatogoni.
Gli spermatogoni per un processo mitotico diventano spermatociti.
Lo spermatogonio è costituito da 46 cromosomi a doppio cromatide, e un corredo diploide quindi
parliamo 44 + XY, però cosa c’è scritto tra parentesi? Doppia quantità di DNA, che ora vedremo
che questa doppia quantità di DNA si dovrà dimezzare.
Prima divisione meiotica= formazione da spermatocita a spermatociti secondari, 23 cromosomi,
doppio cromatide, corredo aploide, quantità di DNA di un diploide.
Guardate questa differenza che è importante.
Qua abbiamo 46 cromosomi, e qui ne abbiamo 23, però abbiamo una quantità di DNA
sovrapponibile a una cellula diploide.
Anche se il numero di cromosomi si è dimezzato, la quantità di DNA è sovrapponibile alla quantità
di un corredo diploide e siamo nella fase di spermatociti secondari.
Seconda divisione meiotica= 23 cromosomi, singolo cromatide, corredo aploide, quantità di DNA
dimezzata.
Quindi il DNA si dimezza nella seconda divisione meiotica, perché fino alla prima divisione
meiotica sebbene il corredo non è diploide, ma è diventato aploide, la quantità di DNA è simile a un
corredo diploide.
Allora, spermatogonio, spermatocita primario (con un corredo 44 + XY), spermatociti secondari
(con un corredo 22 + X o Y), seconda divisione meiotica, formazione degli spermatidi, corredo
cromosomico 22, dimezzato la quantità di DNA che invece negli spermatociti secondari ancora era
quanto era presente nel corredo diploide, dove erano 46.
Quindi le tappe sono: spermatogoni, spermatociti, spermatociti secondari, spermatidi. Lo
spermatide non è lo spermatozoo maturo, poi ci sarà il passaggio a spermatozoo maturo, ma non
parleremo più di spermatogenesi, ma parleremo di spermeoistogenesi. Perché se io vi chiedo agli
esami spermatogenesi, voi non mi dovete portare la fatturazione dello spermatozoo fino all’arrivo
proprio di spermatozoo, ma vi dovete fermare a spermatide.
Noi abbiamo diversi tipi di spermatogoni, la nomenclatura la dovete scrivere e imparare a memoria,
vedremo i tipo di:
• spermatogoni di tipo A;
• spermatogoni di tipo B;
• di tipo chiaro;
• di tipo scuro.

Spermatogoni di tipo A - primo tipo di spermatogonio che noi abbiamo nella nostra linea basale di
produzione per la spermatogenesi.
Poi abbiamo spermatogoni di tipo A2, A3, e di tipo intermedio.
Spermatogoni di tipo B, è una fase più avanzata, dagli spermatogoni di tipo B si passa agli
spermatociti di primo ordine, quindi a quelli di secondo ordine ed infine agli spermatidi.
Lasciate stare gli spermatozoi, noi in questa fase ci fermiamo semplicemente agli spermatidi perchè
stiamo parlando di spermatogenesi.
Passando ed arrivando fino agli spermatidi gli spermatogoni di tipo A1, A2, A3, A4, intermedio, di
tipo B che ora vedremo che A e B si dividono in chiari e scuri con caratteristiche diverse in base alla
presenza di etero ed eucromatina. Guardate cosa ha in comune tutta questa linea cellulare, i ponti
citoplasmatici. Queste cellule sono unite fra di loro attraverso dei ponti citoplasmatici. Pure nella
fase di spermatide noi abbiamo la presenza del ponte citoplasmatico e nel momento che poi si
formerà lo spermatozoo, questi sono considerati i cosiddetti residui cellulari che si staccano nel
passaggio da spermatide a spermatozoo.
Quindi spermatogoni di tipo A con tutte le sottoclassi che arriva fino alla classe 4, spermatogoni di
tipo B, spermatociti di primo ordine, secondo ordine, spermatidi.
La spermatogonia di tipo A passa alla spermatogonia di tipo B attraverso un processo mitotico.
Quando parlo di mitosi parlo di divisione cellulare sovrapponibile a quello delle cellule somatiche,
senza che il suo corredo cromosomico subisca alcuna modificazione.
La spermatogonia di tipo B passa a spermatociti primari attraverso un processo un processo
mitotico.
Inizia la migrazione nel comparto luminale.
Nell’epitelio germinativo avviene la maturazione partendo dalla base verso il lume degli
spermatogoni, fino ad arrivare a spermatidi e infine a spermatozoi.
Spermatociti primari devono passare a spermatociti secondari, non più mitosi ma divisione
meiotica. Se è avvenuta la divisione meiotica abbiamo ridotto il nostro numero di cromosomi, ma la
quantità di DNA è ancora sovrapponibile come se fosse una cellula diploide.
Seconda divisione meiotica, formazione degli spermatidi che il momento finale per il passaggio allo
spermatozoo maturo.
Fino agli spermatociti primari parliamo di divisione mitotica, poi avviene la prima divisione
meiotica con riduzione del corredo cromosomico ma senza perdita della quantità del DNA.
La seconda divisione meiotica comporta una diminuzione della quantità di DNA, successivamente
abbiamo al formazione degli spermatidi e infine degli spermatozoi.
Le cellule del Sertoli rappresentano delle cellule che hanno la funzione di regolare la maturazione
degli spermatozoi, quindi regola il processo della spermatogenesi.
I mioblasti invece sono delle cellule che favoriscono il movimento degli spermatogoni che si stanno
maturando dalla porzione basale della nostra sezione del testicolo verso il lume.
La formazione dell’epitelio germinativo durante la nostra vita embrionale avviene all’incirca
durante la 4^ settimana con migrazione delle cellule germinali, che rappresentano l’abbozzo delle
primitive gonadi. Le creste genitali sono altro che degli ispessimenti della splancnopleura
all’interno della parete celomatica e si formano per proliferazione dell’epitelio celomatico e con
addensamento del mesenchima sottostante. Siamo passati da questo stadio, con cellule germinali
primordiali che ora si stanno organizzando per formare i cordoni sessuali primitivi, prima eravamo
in 4^ settimana, qui siamo in sesta settimana qui si formano questi cordoni sessuali primitivi con
queste (spazi gialli) cellule germinali primordiali. Nella prima fase questi cordoni sessuali sono un
corpo unico, una specie di organo pieno, un po’ improprio chiamarlo così perché non c’è nessuno
spazio dentro, mentre in 7^ settimana dove sta avvenendo il differenziamento si forma questo
spazio vuoto e diventa organo cavo. All’interno non abbiamo più cellule germinali primordiali, ma
spermatogoni. In 4^ settimana c’erano solo delle cellule sparse per invaginazione dell’allantoide. In
6^ si inizi a formare quello che sarà il setto, la membrana basale, in 6^ settimana è pieno, in 7^
avviene una specie di escavazione.
Gli spermatogoni sono cellule germinali diploidi, (doppio corredo cromosomico 44XY) li
ritroviamo nel compartimento basale dei tubuli seminiferi, poggiano sulla lamina basale e vengono
stimolati nella pubertà dal testosterone che stimola l’inizio del ciclo cellulare.
Spermatogoni è la prima fase.
Spermatogoni A scuri, cellule molto piccole con nucleo di forma ovalare e abbondante, presenza di
etorocromatina.
Gli spermatogoni di tipo A possono seguire due vie, una via che evolve verso la maturazione,
un’altra via che regrediscono verso spermatogoni per dare più vigoria alla spermatogenesi, questo
dipende esclusivamente dalla quantità di testosterone.
Spermatogoni A chiari, invece dell’eterocromatina abbiamo l’eucromatina, per mitosi possono dare
origine a spermatogoni di tipo chiaro o di tipo B.
Spermatogoni di tipo B che sono sovrapponibili morfologicamente al tipo chiaro, danno origine agli
spermatociti primari.
Punti salienti che dovete ricordare: da scuro a chiaro, noi non è che passiamo tutto di un colpo dagli
spermatogoni agli spermatociti, ma passiamo da scuri a chiari che oltre ad avere differenze
morfologiche, abbiamo anche nel contenuto differenze per quanto riguarda il tipo di cromatina.
Gli spermatociti che sono prodotti vanno dal polo basale che va verso il lume dell’organo e si
spostano dal comparto basale a quello luminale.
Spermatociti primari, sono delle cellule molto grandi con un nucleo vescicolare con cromosomi in
diverse fasi di condensazione, duplicano il corredo cromosomico e vanno in contro alla prima
divisione meiotica che porta alla nascita di cellule figlie con corredo cromosomico 2n.
Spermatociti secondari, originano dalla prima divisione meiotica dei primari a cui fa seguito la
seconda divisione meiotica, e quindi abbiamo gli spermatidi con cellule figlie con corredo non più
diploide, ma aploide.
La spermatogenesi avviene nei testicoli ed avviene alla pubertà con la ripresa dell’attività ormonale.
Soffermiamoci su quali sono le parti che partecipano alla costituzione della spermatogenesi che
sono i testicoli , il dotto deferente e l’epididimo che avvolge il testicolo stesso. Un ruolo importante
nella maturazione degli spermatozoi lo svolge la ghiandola prostatica, che è a ridosso dell’imbocco
dell’uretra che percorre il pene.
Il liquido prostatico è importante perché elabora il fruttosio, che è il substrato necessario perché lo
spermatozoo possa vivere e replicarci nel ciclo spermatogenetico e sopratutto possa mantenersi una
volta che gli spermatozoi entrano a contatto con la parete della vagina, che a causa della sua acidità
li renderebbe inattivi.
Fase di pubertà - differenziamento puberale delle gonadi, discesa dei testicoli, il testicolo produce
un’elevata quantità di testosterone, ripresa della spermatogenesi, la pubertà porta alla discendenza
del testicolo che produce il testosterone che fa ripartire la gametogenesi, tutto ciò non porta solo
modificazione alla linea germinativa, ma anche a livello dei caratteri sessuali secondari: pelo
pubico, barba, ingrandimento del pene, timbro di voce, diversa distribuzione del grasso e dei
muscoli.

Struttura del testicolo


Andando dall’esterno verso l’interno abbiamo il dotto deferente, la rete testis, l’epididimo, poi
abbiamo i dotti efferenti, la tonica albuginea e la tonaca vaginale.
C’è un motivo per cui il testicolo ha queste due tonache, per mantenere costante la temperatura del
testicolo, questo è importante perché tutte le variazioni di temperatura possono portare alla morte
degli spermatozoi, allora se viene mantenuta costante all’incirca di 36° e mezzo queste due tonache
hanno una funzione termoregolatrice; poi all’interno abbiamo il testicolo diviso in setti e all’interno
di queste sezioni abbiamo i tubuli seminiferi ed è a questo livello che avviene la spermatogenesi
partendo dalla sezione basale verso il lume.
All’interno dei tubuli seminiferi che sono degli organi cavi, abbiamo delle cellule che sono
importantissime che sono le cellule del Leydig, responsabili della produzione di testosterone, cellule
di sostegno, che sono quelle cellule del Sertoli e grazie a queste cellule che può partire al
spermatogenesi ed è da questo livelli che parte la spermatogenesi partendo dallo stadio di
spermatogonio.
Le cellule del Leydig o cellule interstiziali le troviamo tra tubulo e tubulo.
All’interno dell’epitelio germinativo troviamo gli spermatogoni che si differenziano man mano che
si va avanti verso il lume. Cellule del Leydig, produttori di testosterone che facilmente vanno
incontro a processi tumorali.
Qui la sezione di tubulo seminifero non è più in ematossilina eosina, ma in Azan-Mallory e ciò vuol
dire che troviamo tessuto connettivo. Solito discorso di prima, troviamo epitelio germinativo strato
basale, man mano che noi ci avviciniamo verso il lume vediamo dei filamenti che sono gli
spermatozoi già maturi.
I tubuli seminiferi sono formati da un epitelio seminifero stratificato, questa stratificazione è data
dalla presenza delle varie forme cellulari da spermatogoni di tipo A, di tipo scuro, spermatogoni di
tipo B, spermatociti..
Questa dall’epitelio germinativo la sua stratificazione è data dalla produzione che va dagli
spermatogoni dalla porzione basale verso il lume.
La cellula del Sertoli che è una cellula gigante, queste cellule si interpongono tra le varie fasi
maturative della spermatogenesi.
Qua noi stiamo analizzando (foto) un raggio di quel setto (?).
Questo ci permette di ottenere due compartimenti, un compartimento interstiziale, a livello di
questo abbiamo oltre alle cellule mioidi, una membrana basale, cellule del Leydig che sono
responsabile della produzione di testosterone, e poi abbiamo il cosiddetto compartimento tubulare,
che è dato dalla maturazione degli spermatozoi.
Le cellule che ancora non sono mature sono immerse all’interno delle cellule del Sertoli.
Le cellule del Sertoli si frappongono alle varie fasi di maturazione della linea spermatogenetica.
Esse sono cellule molto grandi dotate di grandi prolungamenti citoplasmatici e avvolgono la linea
germinativa degli spermatozoi, la funzione è meccanica non c’è dubbio, alle cellule
spermatogenetiche. Nello stesso tempo regola la spermatogenesi, produce del fluido tubulare e
rappresenta la più importante formazione della barriera ematotesticolare. Questa rappresenta il
punto di passaggio fra la porzione interstiziale e la porzione basale.
Le cellule del Sertoli dividono il tubulo seminifero in compartimento basale e compartimento
luminale.
Nel compartimento basale troviamo spermatogoni che stanno andando incontro a processi mitotici.
La barriera ematotesticolare è costituita dalle cellule del Sertoli attraverso dei complessi di funzione
che sono di tipo occludente, ha la funzione di separare le cellule in mitosi da quelle in meiosi,
impedisce la diffusione del fluido interstiziale. Le cellule germinali nel compartimento luminale
sono bagnate dal fluido tubulare che è prodotto dalle cellule del Sertoli, e impedisce che proteine
dello spermatozoo entrano in circolo andando a provocare quella che noi definiamo sterilità
autoimmune, che non è un evento frequentissimo che dipende anche dal numero di spermatozoi ma
anche dalla vitalità dello spermatozoo.
La spermatogenesi si divide in tre fasi:
• proliferazione;
• divisione meiotica;
• spermeoistogenesi.

Il totale di questo ciclo è di 64 giorni, 16 giorni per la proliferazione, 24 giorni per la meioisi e per
la spermeogenesi anche 24 giorni. Il totale alla fine sarà 64.
Un ciclo spermatogenetico è di 64 giorni, ma noi nel lume non produciamo spermatozoi ogni 64
giorni, ma ogni 16 giorni perché sebbene il flusso è discontinuo, voi vi ricordate come è distribuito
la sezione del testicolo? Era simile ad un raggio di una bicicletta, ma non tutti quei raggi sono alla
stessa fase di spermatogenesi. Perché può essere che questo raggio è alla fase di spermatogonio, ma
quest’altro raggio adiacente è alla fase di spermatide, quindi questo 64 alla fine che è tutto il ciclo
completo per produrre spermatozoi e riversarli nel lume alla fine è 16 giorni perché non producono
contemporaneamente tutte le sezioni nella stessa fase, hanno delle fasi di maturazioni diverse, di
conseguenza nel lume viene riversato lo spermatozoo ogni 16 giorni.

La proliferazione in genere è di 16 giorni, avviene nella porzione basale, porta alla formazione di
spermatogoni di tipo scuri che si possono considerare anche cellule staminali e possono seguire due
strade, la prima strada è quella passaggio ad una fase avanzata di spermatogoni di tipo scuro oppure
spermatogoni di tipo chiaro. Però questa è una fase reversibile nel senso che questi possono
ritornare ad una fase ancestrale, possono tornare indietro a quella fase primitiva di spermatogoni,
hanno una sorta di reversibilità.
Fase meiotica avviene nella porzione luminale in cui troviamo anche le cellule del Sertoli. Nella
meiosi che dura 24 giorni abbiamo spermatociti di primo ordine, con formazione di spermatociti di
secondo ordine attraverso una divisione meiotica e formazione di spermatidi nella seconda divisione
meiotica dove il corredo cromosomico si è andato a dimezzare, ma si è andata a dimezzare anche la
quantità di DNA. I ponti citoplasmatici ricordateli perché quando vi viene chiesto lo spermatozoo
maturo vi si dirà ma che cosa si intende per residuo cellulare? Il residuo cellulare non è nient’altro
che quella parte di citoplasma che va dispersa quando questi spermatozoi ormai maturi si staccano
da questi ponti citoplasmatici.
Terza parte della spermatogenesi: formazione di spermatidi, formazione dello spermatozoo con la
testa, l’acrosoma e la coda o flagello, distacco (?) di queste palline che vedete che sono attaccate
alla testa dello spermatozoo che rappresentano i corpi residui.

Spermeogenesi

Qui non siamo più nella spermatogenesi ma stiamo passando alla formazione di uno spermatozoo
quindi stiamo passando da spermatide a spermatozoo.
Quali sono le fasi e da che cosa sono caratterizzate?
Dobbiamo fare un distinguo tra la testa del futuro spermatozoo e la coda o flagello. La testa ha un
nucleo che diventa eterocromatico, gli istoni sono sostituiti da proteine nucleari di tipo basico e
delle protamine che sono resistenti agli enzimi litici delle vie genitali femminili.
Formazione dell’acromosoma, è l’organo che è responsabile della penetrazione all’interno della
cellula uovo grazie agli enzimi litici che è capace di liberare. Essenzialmente è un grosso lisosoma
formato principalmente dall’apparato del Golgi.
Ricordatevi che solo uno spermatozoo può fecondare, molti muoiono nella cavità vaginale, siccome
non è un percorso facile, sia perché è in salita, sia perché ci sono delle variazioni di pH man mano
che salgono, molti di questi spermatozoi muoiono, ne arrivano centinaia di migliaia sulla cellule
uovo, uno solo riuscirà a rompere la membrana per fecondare, in genere dovrebbe essere quello più
forte.
Poi abbiamo la restante parte dello spermatozoo, abbiamo la cosa o flagello e il corpo residuo viene
in genere fagocitato dalle cellule del Sertoli.
Lo spermatozoo è costituito da una testa, un collo, un segmento intermedio, dal suo segmento
principale e infine il suo segmento terminale. Nella testa abbiamo al centro il nucleo che è avvolto
da una struttura chiamata acrosoma. Lo spermatozoo misura all’incirca 60 micron e la sua testa è
all’incirca di 4-5 micron. La testa non è veramente la parte più importante perché è vero che grazie
all’acrosoma c’è l’eventuale penetrazione della cellula uovo, ma è anche vero che se non ci fosse in
particolar modo il segmento terminale, non avrebbe la capacità di risalire verso l’ovocita.
A ridosso della testa abbiamo il centriolo, che è costituito da 9+2 microtubuli, 9 coppie con al
centro 2 microtubuli, quindi definiamo il centriolo da 9+2, i 2 microtubuli al centro sono separati tra
di loro.
La spermatogenesi avviene attraverso cellule che si spostano verso il lue del tubulo seminifero
seguendo una traiettoria costituita dal raggio del tubulo stesso.
Una volta si pensava che la produzione di spermatozoi con versamento nel lume fosse di 64 giorni,
in teoria è cosi ma nella pratica non è cosi. Sostanzialmente succede che gli spermatozoi che
vengono riversati nel lume avviene ogni 16 giorni e non ogni 64 giorni, è una produzione
sostanzialmente continua perché non tutti sono nella stessa fase di maturazione. L’emissione di
spermatozoi nel lume è una emissione continua.
Il ciclo spermatogenetico compresa la spermaistogenesi dura 64 giorni, in effetti non producendo
tutto il raggio nello stesso periodo, non essendo tutti nella stessa fase, alla fine si riduce a 16 giorni,
però siccome gli strati sono tantissimi alla fine l’emissione è continua. La spermatogenesi non può
essere la stessa quantità tra un soggetto che ha 24 anni e un soggetto che ha 70 anni, anche perché
sono soggetti dove l’azione ormonale è inferiore.
Sui libri si trova il concetto di discontinuo, ma alla fine il flusso è continuo perché le varie fasi di
maturazione da spermatogonio a spermatozoo avvenendo in vari distretti e non essendo tutti allo
stesso livello la maturazione vi porterà ad una produzione continua di spermatozoi.
Le cellule che sono responsabili della produzione e dell’attivazione della spermatogenesi sono le
cellule del Leydig che producono testosterone.
Intanto la secrezione e l’attivazione di queste cellule è sempre sotto il controllo del sistema
diencefalo-ipofisario, c’è un meccanismo a feedback negativo o positivo che sia, cioè queste cellule
del Leydig producono testosterone che va a stimolare l’ipotalamo, l’ipotalamo va a stimolare i
nuclei dell’ipofisi ormone LH e FSH, questi non fanno altro che stimolare la spermatogenesi. Se
però la quantità di testosterone è elevato, ci sarà la produzione di una sostanza che noi chiamiamo
inibina, ma fondamentalmente c’è il meccanismo a feedback negativo o positivo a secondo della
quantità di testosterone presente in circolo, verrà o attivata la secrezione delle cellule del Leydig o...
Il testosterone non è solo responsabile dell’attivazione della spermatogenesi, ma è anche
responsabile delle caratteristiche secondarie sessuali, peli, tono della voce..
Le cellule del Sertoli sono cellule enormi e importantissime in quanto rappresentano l’unico
sostentamento che hanno gli spermatogoni e poi le varie fasi fino a spermatozoo per la maturazione
appunto di quest’ultimo. Per questo noi diciamo che regolano la spermatogenesi, feedback che può
essere o positivo o negativo. La secrezione di testosterone è diversa a seconda delle tappe della
nostra vita. Il testosterone controlla i caratteri sessuali secondati, la spermatogenesi nel testicolo,
l’attività dell’epididimo, del dotto deferente e delle ghiandole annesse. Una delle ghiandole più
importanti che noi abbiamo per la sopravvivenza degli spermatozoi è la prostata.
L’FSH controlla l’attività delle cellule del Sertoli, quindi con conseguente regolazione della
spermatogenesi, produzione di idrossitestosterone e testosterone che sono gli ormoni attivi finchè
possa avvenire la spermatogenesi.
Riepilogando, tutte le fasi della spermatogenesi che vanno da proliferazione a maturazione
avvengono alla pubertà. Nella femmina invece, la proliferazione, c’è una prima fase che avviene
durante lo sviluppo embrionale, ma si completa, quindi prima della nascita, ma ripartirà al momento
della pubertà.
Alla nascita sono presenti spermatogoni, considerati però solo come degli elementi staminali, delle
cellule che sono quelle cellule sessuali primarie che vanno a formare il cordone.
Nella femmina invece alla nascita l’ovaio non ha ovogoni ma ha solo qualche raro ovocita per
giunta di tipo primario.
Dove possono verificarsi i fenomeni di sterilità?
Nella donna che viene sottoposta a radiazioni ionizzanti, questi in genere inducono sterilità
permanente. La spermatogenesi è un processo continuo, nella donna invece è un processo ciclico,
perché ieri avete visto che l’uomo ha una produzione continua di spermatozoo, nella donna invece
che è ciclotimica ha una produzione che è legata al ciclo ovarico.
Uno spermatocita origina 4 spermatozoi, un ovocita invece origina una cellula uovo.
Vorrei che fosse chiara una cosa, non è che il ciclo ovarico dura tutta la vita, è vero che gli uomini
arrivati ad una certa età non hanno una grande spermatogenesi, ma è anche vero che le donne a una
certa età non ovulano più.
Gli spermatociti ricordatevelo 1 → 4, un ovocita 1 → 1.
Quali sono le cause che possono provocare azoospermia. Azoospermia è quando non ci sono
completamente spermatozoi, oligospermia quando ce ne sono pochi.
Le cause possono essere genetiche, infezioni croniche, prostatiti.
Il criptorchidismo è la mancata discesa del testicolo nel sacco scrotale. Succede che quel testicolo
che è stato nella cavità addominale dopo che la temperatura all’interno supera i 39°, tutta la linea
spermatogenetica è andata a (?).
Teoricamente la donna può restare incinta nel periodo in cui è avvenuta l’ovulazione, ovvero nel
periodo in cui è avvenuta l’espulsione della cellula uovo e corrisponde in genere tra il 14° e il 20°
giorno dall’ultimo giorno del ciclo. Il metodo Ogino - Knaus sosteneva che se tu avevi rapporti
senza nessuna precauzione in un periodo che precedeva questa settimana di tempo, il giorno dopo
che finiva il ciclo mestruale potevi restare tranquillo. Non è assolutamente vero poiché l’ovulazione
è regolata dall’attività ormonale, l’attività ormonale è regolata dai nostri stati emotivi, di
conseguenza un’ovulazione può essere o anticipata o posticipata. E’ raro trovare una donna che
abbia il ciclo costante, perché lo stress di un esame per esempio, può provocare una variazione
ormonale per cui il ciclo e l’ovulazione va a sfalsare, per cui quella settimana di tempo che avete
calcolato si allunga o si accorcia.
Le infezioni croniche - tutte le malattie virali che provocano batteri che colpiscono la prostata
nell’uomo sono frequentissime, soprattutto di seguito a fenomeni, a uretriti per esempio. Noi in quei
casi facciamo gli antibiotici, essi interferiscono sulla linea spermatogenetica. Sostanzialmente
bloccano gli spermatozoi, perché è vero che vanno a bloccare la germinazione della cellula batterica
ma non volendo interferiscono sulla linea..
Qual è il destino degli spermatozoi?
La cellula uovo viene attaccata da centinaia di spermatozoi, ma l’unico che attraverso la liberazione
degli enzimi litici dell’acrosoma riuscirà a penetrare all’interno della cellula uovo sarà uno solo.
Prof. Puzzolo 30 marzo 2012

Ciclo dell'apparato genitale femminile


Durante la vita fetale noi abbiamo una forte somiglianza tra le strutture dell’apparato genitale
maschile e dell’apparto genitale femminile. A un certo punto,da questa dote morfologica che noi
abbiamo (studieremo che si parla di Dotti Paramesonefritici e Dotti Mesonefritici,parleremo di
Docce Genitali e di Creste Genitali) si vengono a determinare gli apparati che hanno una
grande,fondamentale differenza: l’apparato genitale femminile si crea il proprio corredo in cellule
germinali,cioè in ovociti,già durante la vita fetale. Vi sarà stato detto probabilmente che la donna
nasce già con un numero di ovociti che è assolutamente preordinato,alla nascita sono parecchi
milioni di ovociti per ovaio e quindi c’è una sorta di “corredo” che la donna deve gestire nel corso
della sua vita. Nel maschio,invece,queste cellule sono un po’ particolari perché sono in uno stato di
quiescenza e poi subiranno il processo dell’accrescimento numerico,quindi mitosi,poi il
differenziamento e successivamente la meiosi,quindi dell’aploidiade dell’elemento,al momento in
cui si raggiunge la maturità. La donna nasce con ovociti primari fermi in diplotene della prima
divisione meiotica,quindi se noi andiamo a fare una sezione della corticale dell’ovaio andremo a
trovare questi elementi già sistemati a livello dell’ovaio. Nel caso dell’uomo avete visto ieri che
viene descritto quello che si chiama comunemente “ciclo dell’epitelio seminifero” ovvero una serie
di eventi che si svolgono durante la vita adulta e che portano alla formazione delle cellule sessuali.
Diciamo che fondamentalmente a me interessa che voi sappiate i processi attraverso cui questi
elementi si formano, ovvero la spermatogenesi e il successivo processo di spermioistogenesi.
E allora,cerchiamo un po’ di intenderci sul concetto di ciclo:cos’è un ciclo? Noi ne abbiamo già
sentito parlare quando, occupandoci della citologia,abbiamo parlato per esempio del ciclo cellulare,
ovvero un evento che si ripete in maniera continua e che porta alla formazione di elementi figli che
derivano da una cellula madre. Invece nel caso del ciclo ovarico dobbiamo cercare un po’ di
intenderci, anche perché noi siamo circondati,sia nel nostro corpo sia all’esterno,da eventi ciclici.
I vari cicli di suddividono in base alla durata in:
• ciclo ultradiano (maggiore di 24 h);
• ciclo circadiano (circa 24 h);
• ciclo infradiano (meno di 24 h).

È ultradiano il ciclo la cui durata è inferiore alle ventiquattro ore,quindi il classico ciclo ultradiano e
il ritmo respiratorio,il ritmo cardiaco,cioè tutti quegli eventi il cui ripetersi è talmente rapido
dall’essere al di sotto delle ventiquattrore. Poi esistono tutta una serie di attività che conosciamo
bene e di cui non ci rendiamo assolutamente conto che sono i cicli circadiani: credo che sia dato di
tutti l’essere abituati a svegliarsi a un certo orario della giornata,se mi svegliano un’ora prima o
durante il passaggio dall’ora normale all’ora legale si parla di malesseri,disadattamenti,perché?
Perché ad esempio c’è un ormone,che è il cortisolo,il quale è sincronizzato o si sincronizza su
quello che è l’orario al quale noi normalmente ci alziamo. Siccome il cortisolo è l’ormone del
risveglio,del benessere,dell’apparente forza al risveglio,se io sono abituato a svegliarmi ad un
determinato orario approfitto del picco del cortisolo e quindi sto bene,se anticipo evidentemente mi
ritroverò con un cortisolo più basso e quindi avrò un minor benessere. Quindi il ritmo sonno-
veglia,metteteci quello che volete,moltissimi ormoni hanno una frequenza circadiana,cioè intorno
alle ventiquattro ore. Esistono poi dei ritmi che si definiscono infradiani,ovvero che hanno una
durata notevolmente maggiore rispetto alle ventiquattro ore: ciò che avviene a livello dell’apparato
genitale femminile viene definito appunto ciclo infradiano. Quindi ciclo ovarico,ma noi sappiamo
che c’è anche un ciclo uterino,un ciclo tubarico,un ciclo vaginale,esiste poi tutta un’attività ciclica
correlata,non sto qui a soffermarmi ma soprattutto le colleghe conoscono perfettamente la tensione
al seno che si ha in determinati momenti del ciclo,la maggiore o minore stipsi rispetto ai vari
periodi,il nervosismo premestruale,cioè tutta una serie di fenomeni che ci dicono che gli ormoni che
vengono prodotti dall’ovaio agiscono non solo su quelli che sono i classici organi bersaglio,cioè
l’utero,la vagina,la tuba,ma agiscono totalmente sull’organismo femminile. Questo perché? Perché
vediamo che esiste un’attività specifica che,per essere appunto un ciclo,deve avere un punto di
partenza,un periodo in cui questo ciclo si svolge e poi un momento in cui ciò finisce. Cominciamo
ad anticipare che fondamentalmente la vita fertile della donna va da quello che si definisce
menarca,cioè la prima mestruazione (siamo sempre alle solite, la mestruazione è un fenomeno che
la donna apprezza, ma dietro la mestruazione ci sono tutta una serie di eventi ormonali che si
svolgono in altra sede) fino alla così detta menopausa,cioè fino alla cessazione di queste attività
cicliche. Vi rendete conto, credo che non ci voglia un docente universitario per spiegarvelo, che
esistono dei momenti della vita femminile in cui questa attività ciclica non si presenta e mi riferisco
alla gravidanza,perché in genere in quel periodo le attività cicliche non si svolgono. io in genere per
chiarire il concetto di ciclo ovarico faccio sempre riferimento al buon Aristotele. Mentre nella
cinematica si dice che tutto ciò che si muove deve essere mosso da qualche altra cosa, dalla filosofia
greca viene introdotto il concetto di primo motore immobile, cioè di qualcosa che fa muovere tutti
gli altri enti verso di lui.
Qual è il primo “motore immobile” del nostro organismo (che poi è un motore immobile non solo
dell’ovaio,ma anche del nostro sistema endocrino)? Il primo motore è rappresentato da una serie di
cellule nervose che si trovano localizzate nella parte centrale del sistema nervoso,in una zona che
prende il nome di diencefalo e,in particolare,in un punto che è l’ipotalamo. In questa zona
dell’encefalo le cellule nervose, più che svolgere una funziona classica quale ricezione di stimoli
esterni e quindi invio di segnali, sono estremamente vascolarizzate (primo concetto fondamentale) e
hanno la capacità di leggere come dei sensori il tasso di alcuni ormoni: nel caso specifico,visto che
ci stiamo occupando di ciclo ovarico, hanno la capacità di leggere il tasso di ormoni estrogeni, cioè
gli ormoni femminili (β-estradiolo,estrone,ecc) e il tasso di progesterone perché, se ricordate, nel
caso del sesso maschile noi abbiamo un solo ormone mascolinizzante, che è il testosterone,nel caso
del sesso femminile la vita della donna si suddivide tra l’attività degli estrogeni e l’attività del
progesterone,quindi c’è una duplice produzione. Quindi queste cellule dell’ipotalamo sono in grado
di leggere il tasso di estrogeni e/o di progesterone e,attraverso dei segnali,informano la porzione
anteriore dell’ipofisi (quella che vi è stata descritta come adenoipofisi) dove ci sono delle cellule
capaci di produrre una doppia tipologia di molecole,quelle che con un unico termine si chiamano
gonadotropine ipofisarie, ovvero l’ipofisi produce:
• FSH (ormone follicolo stimolante);
• LH (ormone luteinizzante).

“Gonadotropina” significa molecola che ha una affinità per la gonade, quindi “va verso la gonade”,
queste gonadotropine ipofisarie sono molto importanti ma dobbiamo ricordare che a gravidanza
avviata,quindi nel momento in cui si è realizzato il processo della fecondazione,il ruolo
dell’ipotalamo e quindi dell’ipofisi verrà preso da strutture embrionali che produrranno un’altra
gonadotropina che non sarà la gonadotropina ipofisaria ma la gonadotropina corionica,cioè la così
detta beta HCG (per intenderci,è l’ormone il cui tasso viene rilevato dai test di gravidanza). Dunque
queste gonadotropine ipofisarie,messe in circolo,raggiungeranno tutto l’organismo ma andranno a
legarsi solo su quelle strutture che posseggono il recettore (il meccanismo dell’azione ormonale è
fondamentalmente un meccanismo chiave-serratura,quindi messaggio-recettore) e questo è molto
importante: quindi se io ho cellule che hanno il recettore per l’FSH allora l’FSH potrà svolgere la
sua attività,se io ho cellule che non hanno questo recettore l’FSH passa ma non interagisce e lo
stesso concetto vale per l’LH.
Diciamo che fondamentalmente la presenza dell’FSH mi condiziona la secrezione di ormoni
estrogeni,la presenza dell’LH mi condiziona la sintesi di progesterone. Quindi l’FSH è correlato
agli estrogeni mentre l’LH è correlato al progesterone. Vorrei farvi notare una cosa: l’estrogeno è
presente praticamente dal tempo 0 al tempo 14 del ciclo femminile,cioè nella prima parte,per poi
mantenersi anche nella seconda parte,mentre il progesterone è praticamente assente nella prima
parte del ciclo per poi aumentare progressivamente ed essere fortemente presente nella seconda
parte. Quindi la prima fase del ciclo è una fase estrogenica pura,la seconda è una fase
estroprogestinica. La donna non si rende conto di questi eventi. La donna può dire per esempio di
avere avuto l’ovulazione 14 giorni fa, dal momento in cui inizia il ciclo mestruale, perché solo la
seconda parte del ciclo è costante. Non è mai nelle condizioni di poter dire quando esattamente
avrà l’ovulazione o se la sta avendo…sì ci sono donne che hanno dolori nella regione del basso
ventre…ma il mondo è pieno di figli di Ogino Knaus che si basava per esempio sull’aumento della
temperatura basale. Nella donna si dice che in coincidenza dell’ovulazione c’è un aumento della
temperatura. Cosa sbagliata perché la donna se ne accorge dopo l’ovulazione che c'è un aumento
della temperatura basale. Siccome gli spermatozoi possono sopravvivere all’interno non basatevi su
questo sistema!
Io ho denominato questa prima parte della lezione ciclo ovarico classico, ed è quello che trovate sui
libri..l’unico problema sono i tempi.

Ciclo ovarico
Classicamente, il ciclo ovarico viene suddiviso in due fasi:
• fase follicolare;
• fase luteinica.

La prima fase è sotto il controllo dell’FSH, la seconda sotto il controllo dell’LH. Al solito
ragazzi,questa è un’attività ciclica,dunque dobbiamo comprendere come inizia,si svolge,va avanti e
ricomincia,non possiamo farla finire ma dobbiamo cercare di capire gli eventi che collegano un
ciclo all’altro.
al centro di questo ciclo noi abbiamo un evento fondamentale che è il così detto processo di
ovulazione, ovvero la liberazione del gamete immaturo femminile.
Con il prof. Micali avete detto che la formazione delle cellule sessuali immature femminili non
avviene nel corpo dell’embrione ma avviene all’esterno dell’embrione perché alcune cellule che
prendono il nome di primordial germ cells o PCG migrano dalla parete di un annesso embrionale
che è il sacco vitellino (sono facilmente riconoscibili perché sono molto grandi) all’interno
dell’embrione (fase di migrazione) e qui avviano la fase di colonizzazione,cioè la penetrazione di
queste cellule all’interno dell’organismo fetale. Per essere chiari ragazzi, se io dovessi fare una
sezione istologica in questo momento e voi mi chiedeste di determinare il sesso io non sarei
assolutamente in grado di rispondere,perché morfologicamente questo processo è assolutamente
identico nel sesso maschile e nel sesso femminile. Quindi, queste cellule si portano in una zona
bilaterale e simmetrica dell’embrione che prende in nome di cresta genitale che è l’abbozzo del
testicolo o dell’ovaio,cioè rappresenta l’abbozzo delle gonadi,totalmente indifferenziato. Quindi le
PGC stanno fuori dell’embrione,migrano all’interno di esso attraverso il peduncolo embrionale e
dentro l’embrione si distribuiscono da una parte e dell’altra all’abbozzo delle gonadi.
Cosa succede a questo punto? A rivestire l’abbozzo della gonade c’è un epitelio detto epitelio
cemolatico le PGC entrano in questo epitelio e vengono avvolte da esso: dunque c’è un “mix” tra
cellule dell’epitelio celomatico e PGC. Queste ultime si spostano insieme alle cellule dell’epitelio
celomatico nel mesenchima (tessuto connettivo embrionale) ma non vi interagiscono: faccio questa
precisazione perché nel maschio le PGC interagiscono direttamente col mesenchima,le cellule
interstiziali e le cellule del Sertoli arrivano nell’epitelio celomatico,lo lasciano e si portano nel
mesenchima formandomi il tubulo seminifero,nella donna questo non avviene perché le cellule
dell’epitelio celomatico accompagnano le PGC. Vi faccio notare un’altra cosa,cioè che il
mesenchima in un primo momento non è vascolarizzato ma,come avviene un po’ in tutti i processi
di differenziamento,successivamente inizia a vascolarizzarsi. Finora vi ho parlato di PGC, cellule
isolate abbastanze grandi, diploidi, cioè con 2n. Allora la prima cosa che succede è che le PGC
diventano protogoni, chiamati così perché sono molto simili nella donna e nell’uomo,sempre 2n,e
poi iniziano a moltiplicarsi in maniera importantissima,ancora immersi nell’epitelio celomatico.
Pensate al sesso maschile: nel tubulo seminifero noi abbiamo gli spermatogoni e sono questi a
moltiplicarsi in continuazione,nella femmina invece questo avviene intorno al secondo mese di vita
intrauterina. A un certo punto, raggiunto il numero di circa 7 milioni nelle due gonadi,i protogoni
smettono di moltiplicarsi per mitosi (fase di proliferazione) ma si accrescono (fase di
accrescimento). Com’è un ovocita primario? E’ ancora una cellula diploide che é immersa tra le
cellule dell’epitelio celomatico e,in teoria,il suo destino sarebbe quello di iniziare la prima divisione
meiotica per diventare ovocita di secondo ordine,successivamente fare la seconda divisione
meiotica per diventare cellula uovo matura. Bene,anche l’ovocita primario inizia la prima divisione
meiotica ma si ferma alla fase di diplotene della profase I°: solo a questo punto le cellule
dell’epitelio celomatico avvolgono la cellula uovo ferma in questo stadio meiotico formando il
follicolo primordiale. Man mano che avviene questa compartimentalizzazione dell’epitelio
celomatico andiamo incontro al processo di formazione dei follicoli,quindi in questa fase noi
abbiamo una serie di follicoli primordiali e una serie di cellule che ancora non hanno deciso il loro
destino.
Quindi,che origine hanno le cellule follicolari? Derivano dall’epitelio celomatico. Cosa c’è tra i
follicoli? Mesenchima (il “papà” dei tessuti connettivi) e vasi sanguigni. Ma perché tutto questo
caos nella corticale dell’ovaio? La donna è animale monoovulatorio. Biologicamente e
normalmente produce per ogni ciclo un’unica cellula uovo. E che c’entra questo? Facciamo sempre
riferimento al sesso maschile: nel maschio, uno spermatogonio che è diventato spermatocita
primario si divide e forma due spermatociti secondari,i quali formano a loro volta quattro
spermatidi: questi,per spermio istogenesi,formano quattro spermatozoi. Nel sesso femminile,se le
cose fossero così, io avrei che un ovocita di primo ordine forma due ovociti di secondo ordine e che
questi ultimi formano ben quattro cellule uovo: ad ogni ovulazione la donna quindi libererebbe
quattro cellule uovo…peggio dei conigli!... e sappiamo che non è così,allora dobbiamo trovare un
sistema che diversifichi il sesso maschile da quello femminile. Lo avete fatto con la meiosi,la
prof.ssa Arco vi ha detto che nel sesso femminile l’ovocita primario mi fa un ovocita secondario e
un globulo polare,cioè un nucleo con 23 cromosomi,l’ovocita secondario si divide poi per meiosi
equazionale e mi forma un secondo globulo polare con 23 cromatidi più una cellula uovo matura.
Ma l’altro elemento che io devo evitare qual è? Che il processo di avvolgimento dei follicoli da
parte delle cellule dell’epitelio celomatico non avvenga prima della formazione dell’ovocita
primario,perché se accadesse in fase di ovogonio il follicolo che si viene a formare avrebbe più di
una cellula uovo al suo interno. Quindi io devo assicurarmi prima che ci sia l’ovocita primario e
solo dopo che le cellule follicolari si dispongano intorno ad esso.
Quindi la regola è che un follicolo primordiale è costituito da un ovocita primario fermo in
diplotene della profase I° più cellule follicolari di aspetto appiattito (essendo cellule epiteliali
possono perfettamente appiattirsi). Durante la vita fetale c’è una proliferazione massiccia di questi
elementi,tant’è vero che arriviamo a circa 7 milioni di follicoli primordiali,ma prima della nascita il
numero di follicoli primordiali contati nelle due ovaie tende a ridursi progressivamente a circa 2
milioni. Tra la nascita e il menarca,cioè il momento della pubertà,noi assistiamo ad una ulteriore
perdita di cellule uovo e di follicoli primordiali,fondamentalmente attraverso un processo che
prende il nome di ATRESIA,una sorta di “rinsecchimento” di questo follicolo che fa sì che al
momento della pubertà la donna abbia a disposizione circa 400.000 follicoli. Quindi durante la vita
intrauterina l’ovaio si arricchisce di follicoli primordiali,durante la vita intrauterina e prima della
pubertà questo numero tende progressivamente a ridursi in maniera tale che alla nascita ci sia un
numero abbastanza elevato (circa 2 milioni di follicoli) e che questo numero,prima di raggiungere la
pubertà,si possa ridurre.
Familiarizziamo con i termini di cui andremo a valutare l’organizzazione. In una corticale ovarica,a
seconda del periodo,fondamentalmente riconosciamo cinque tipi di follicoli,in genere non
contemporanei (se c’è un follicolo terziario è molto difficile che ci sia anche un secondario
antrale,mentre devono sempre coesistere gli altri tipi con il follicolo primordiale,essendo quest’
ultimo il punto di partenza). Quindi avremo:
• follicolo primordiale (che conosciamo..è dato dall’ovocita primario in diplotene della prima
divisione meiotica + cellule ex epitelio celomatico di forma pavimentosa);
• follicolo primario;
• follicolo secondario pre-antrale;
• follicolo secondario antrale;
• follicolo terziario (o di Graaf o maturo).
Abbiamo detto che, per definizione,la specie umana è monovulatoria e quindi noi dobbiamo
arrivare ad avere un solo follicolo maturo. Ma come ci arriviamo? Allora, al tempo 0 di ogni ciclo
partono sotto l’effetto dell’FSH una ventina/trentina di follicoli primordiali: questi, avendo sulla
loro superficie il maggior numero di recettori per l’FSH,vengono svegliati dal letargo e iniziano ad
aumentare la propria attività metabolica,per cui questi follicoli primordiali “svegliati” tendono ad
iniziare il processo di differenziamento verso la fase successiva,cioè quella di follicolo primario.
Ma in una popolazione di follicoli ci saranno quelli più attivi e quelli meno attivi: i meno attivi
escono dalla attività funzionale perché hanno minori recettori per l’FSH e vanno incontro al
processo di atresia,quindi se ero partito con trenta follicoli primordiali adesso mi ritroverò
ventitre/ventiquattro follicoli primari (non sono questi i veri numeri,è impossibile calcolare un
discorso del genere,è solo per farvi capire). I follicoli primari sotto l’influsso dell’FSH si
trasformano in follicoli secondari pre-antrali, solo che non tutti raggiungono questo stadio,quelli
meno attivi vanno incontro al processo di atresia,per cui solo gli “eletti” raggiungono lo stadio
successivo e diventano secondari antrali,saranno pochissimi,cinque/sei. Questi ultimi,a loro volta,si
trasformano in follicoli terziari solo che,di questi,solo uno raggiungerà il processo di maturazione e
quindi su trenta/quaranta follicoli primordiali che erano partiti,soltanto uno diventa follicolo
maturo. In tutto questo c’è una logica: quando abbiamo parlato della funzione dei follicoli e
dell’attività endocrina,se vi ricordate,abbiamo detto che nella fase follicolare del ciclo c’è la
produzione di estrogeni. Voi pensate che un solo follicolo primordiale o un solo follicolo primario
sia in grado di produrre tutto l’estrogeno che è necessario alla donna per fare il ciclo uterino,il ciclo
vaginale? Evidentemente no. E allora noi abbiamo un numero più ampio di follicoli per produrre
estrogeni,ma man mano che i follicoli si accrescono (e quindi aumenta la quantità di estrogeno che
questo follicolo produce) ci sarà bisogno di un numero ridotto di follicoli,e allora il follicolo che
produce di meno va incontro ad atresia. Dunque la “piramide” cresce e il quantitativo di estrogeni
necessario all’organismo femminile cresce pure (perché i follicoli aumentano di dimensione) ma
non può crescere in maniera indefinita,dunque c’è necessità dell’atresia.
Rapidamente,passiamo alla descrizione dei follicoli.
Follicolo primordiale: si trova in una posizione periferica della corticale dell’ovaio. Contiene al
centro l’ovocita in diplotene (diametro di circa 20 µm) ed è circoscritto da ex cellule dell’epitelio
celomatico,ora diventate cellule follicolari,di aspetto pavimentoso. La parete del follicolo
primordiale è talmente sottile che in certi punti si pone direttamente a contatto con il connettivo
sottostante,cioè ci sono dei punti in cui le cellule follicolari possono anche mancare.
Follicolo primario: (mi pare ovvio che siamo nella prima parte del ciclo ovarico, tempo 0-14..quindi
quella variabile! La fase follicolare) dimensioni maggiori,perché le cellule follicolari sono sempre
disposte su un piano, ma possono avere forma cubica o forma cilindrica,quindi sono leggermente
più grandi. Più grande è anche la cellula uovo,che è sempre un ovocita primario fermo in diplotene
della profase I (diametro di circa 40/60 µm). Passando da epitelio pavimentoso a cubico le cellule
follicolari si comportano finalmente da epitelio. Tra il connettivo e l’epitelio comprare una
membrana basale che prende il nome di membrana vitrea. Formandosi la membrana basale,che è
rivolta al connettivo,la parte apicale della cellula diventa quella rivolta verso la cellula uovo. Allora
le cellule follicolari,dal lato apicale,iniziano a secernere (tra la membrana dell’ovocita, o “olemma”,
e la parte apicale delle cellule follicolari) un materiale mucopolisaccaridico e glicoproteico che
prende in nome di zona pellucida. Questa la riconosco istologicamente sfruttando una colorazione
Azan-Mallory, perché con essa si colorano in blue il collagene o i mucopolisaccaridi. Colorando
invece con Ematossilina-Eosina la riconosco perché appare come una zona più chiara. Dal punto di
vista strutturale la zona pellucida è costituita da una componente amorfa e da una componente
glicoproteica e si dispone tra la cellula uovo e le cellule follicolari. L’organizzazione della zona
pellucida è una sorta di rete tridimensionale disposta intorno alla cellula uovo in cui due proteine
globulari,la ZP2 e la ZP3,sono le proteine strutturali (un po’ come l’α-tubulina e la β-tubulina) e
questi dimeri vanno a formare questa rete. Le strutture che servono ad agganciare le maglie di
questa rete sono le proteine ZP1: quindi direi che ZP1,ZP2 e ZP3 sono le proteine strutturali che
formano la rete della zona pellucida. Un recente lavoro di tre mesi fa ha dimostrato che un’altra
proteina,la ZP4,si colloca sempre in questa zona e che non sia una proteina strutturale ma sembra
che abbia funzione di recettore per gli spermatozoi il quale sembrerebbe avere delle sensazioni
„olfattive“. Questa rete è “a maglie larghe”,per quale motivo secondo voi? Perché il follicolo deve
crescere e quindi la rete deve seguire questo accrescimento. La cellula uovo non ha vasi, i vasi sono
all’esterno delle cellule follicolari cioè a contatto con la membrana vitrea..se la maglia fosse stretta
il sangue lo beccherebbero solo le cellule follicolari e non l’ovocita! Per questo la zona pellucida è
bella ampia.
Follicolo secondario pre-antrale: la prima differenza che voi notate rispetto al follicolo primario è
che crescendo si internalizza, cioè si porta più profondamente nella zona corticale dell’ovaio.
Adesso le cellule riprendono la forma cubica ma iniziano a proliferare,formando quindi un epitelio
pluristratificato di cellule cubiche che,siccome in istologia tradizionale appaiono come un
addensamento di granuli o macchiette,prendono il nome di cellule della granulosa.
Queste,quindi,erano cellule dell’epitelio celomatico poi diventate cellule follicolari,adesso
cambiano nome e forma diventando cellule della granulosa. Quindi epitelio pluristratificato. Cosa
c’era all’esterno della granulosa? Lo stroma,quindi fibroblasti,ex mesenchima perifollicolare:
queste cellule improvvisamente,sotto l’effetto della stimolazione dell’FSH e soprattutto dell’LH,
diventano cellule streoido-sintetiche,cioè cambiano completamente. Quindi noi abbiamo una
trasformazione sia morfologica che funzionale delle cellule che prima erano attaccate alle
membrana vitrea e che adesso mi diventano cellule steroido-sintetiche,o meglio,lo erano già
dall’inizio del ciclo steroido-sintetiche (perché altrimenti chi produce gli estrogeni?) ma adesso si
avvicinano e si organizzano sfruttando anche la loro vascolarizzazione,perché essendo cellule
endocrine devono avere vasi sanguigni: questo gruppo di cellule disposte intorno alla membrana
vitrea prende il nome di teca interna. Invece le cellule,sempre connettivali,che non cambiano la
propria struttura vengono definite cellule della teca esterna. Se vi ricordate,prima abbiamo detto che
le cellule follicolari provvedevano a nutrire la cellula uovo per diffusione dai vasi esterni,però
ragazzi adesso le cellule della granulosa diventano di più,diventano più alte, la zona pellucida inizia
a crescere: e allora,dalla membrana dell’ovocita verso le cellule follicolari e dalle cellule follicolari
verso la cellula uovo si formano digitazioni citoplasmatiche bidirezionali che attraversano la zona
pellucida,cioè il citoplasma della cellula uovo e quello delle cellule follicolari by-passano la zona
pellucida formando queste interdigitazioni il cui significato è quello di permettere alle sostanze
nutritive che vengono dalle cellule follicolari di raggiungere con immediatezza la cellula uovo.
Dunque è come se fosse un incremento di superficie per cercare di scambiare quanto più materiale
possibile,anche perché si sta avvicinando il momento del risveglio dell’ovocita. Mentre si riduce il
numero dei follicoli attivi, quei follicoli diventati secondari preantrali diventano adesso antrali.
Follicolo secondario antrale: le dimensioni sono ulteriormente aumentate,la cellula uovo si è
spostata verso una estremità del follicolo e il motivo è perché all’interno di questa struttura si va
scavando una piccola cavità che man mano aumenterà di dimensioni e che prende il nome di antro
follicolare,cavità che ovviamente non è vuota ma è riempita da un liquido che prende il nome di
liquido follicolare. L’intero follicolo si sposta verso l’interno della corticale ma soprattutto,cosa
importantissima,l’ovocita primario che era fermo in profase della prima divisione meiotica si
sveglia,completa la prima divisione meiotica,quindi si trasforma in ovocita secondario e attraverso
questo processo libera il primo globulo polare,cioè elimina la parte di cromosomi che non gli serve
in una piccola massa che contiene la parte residua del corredo genetico. Questo è l’evento
fondamentale per l’ovocita. Ancora,lo dicevamo prima,l’ovocita tende a spostarsi verso una
estremità,per cui le cellule della granulosa che avvolgono la cellula uovo prenderanno il nome di
cumulo ooforo. Ma soprattutto vediamo che tra le cellule della granulosa vengono a raccogliersi
delle piccole cavità: queste cavità aumentano sempre di più fino a che,in un certo punto,tendendo a
confluire tra loro, andranno a costituire quello che si definisce antro del follicolo. Le piccole cavità
confluenti prendono il nome di Corpi di Call-Exner e sono una sorta di lacune intercellulari:
aumentando la confluenza noi avremo quindi una cavità,l’antro,delimitata dalle cellule della
granulosa in modo tale che la cellula uovo si possa spostare verso una estremità. Noi avevamo detto
che la cellula uovo nel follicolo secondario preantrale completava la prima divisione
meiotica,quindi adesso inizia la seconda divisione meiotica e si ferma allo stadio di metafase della
seconda divisione meiotica (e tale resta). Dunque noi abbiamo detto che l’ovocita è circondato dalla
zona pellucida e dal cumulo ooforo,però le cellule più vicine alla zona pellucida (che sono sempre
cellule della granulosa) per la loro disposizione simile a quella dei raggi del sole prendono il nome
di cellula della corona radiata o zona radiata. Queste sono le cellule più aderenti alla zona pellucida
e sono quelle che accompagneranno la cellula uovo dopo l’ovulazione,nel momento in cui la cellula
uovo viene liberata. Per cui,se è vero quello che abbiamo detto,la zona radiata è la parte più
interna,quella più vicina e a contatto con la membrana della cellula uovo.
Follicolo terziario: è il più grande,ha la sua grande cavità antrale e ha la cellula uovo spostata
all’estremità. Ma,soprattutto,ha un destino: ovulare. Cos’è l’ovulazione? È la rottura della parete del
follicolo con liberazione della cellula uovo (insieme al liquido) circondata dal cumulo ooforo ma
soprattutto dalle cellule della corona radiata. Dove arrivano i vasi nel follicolo? Arrivano alla
membrana basale,più o meno rappresentati a seconda delle fasi,perché le strutture endocrine (cioè le
cellule della teca interna) si fermano a livello della membrana vitrea: quindi l’epitelio follicolare o
granulosa,da bravo epitelio,non è vascolarizzato. Dunque i vasi si fermano a livello della teca e non
raggiungono le cellule della granulosa. Ma,per una serie di eventi che non analizzeremo in
dettaglio,diciamo per un aumento di volume del follicolo, per aumento di metallo proteinasi, enzimi
litici a livello delle cellule dell’epitelio germinativo,ad un certo punto,avremo che la parete del
follicolo si rompe e,rompendosi,verranno liberati liquidi e la cellula uovo accompagnata dalle
cellule della corona radiata. Invece,a livello dell’ovaio,cosa resta? Granulosa,teca esterna e teca
interna con la membrana vitrea: la struttura residua va a formare il corpo luteo,una struttura che voi
avete già descritto con il prof. Micali, cioè una ghiandola transitoria endocrina presente nell’uomo
nel corso di ogni ciclo e anche nella gravidanza,perché il ruolo fondamentale del corpo luteo è
quello di andare a produrre estrogeni (ma questo lo facevano già le cellule della teca interna) ma
soprattutto progesterone. E qui,quelle cellule follicolari diventate cellule della granulosa,subiscono
ancora una ulteriore trasformazione: cioè da cellule epiteliali (le cellule della granulosa sono cellule
epiteliali) diventano cellule steroido-sintetiche,solo che invece di produrre estrogeni produrranno il
progesterone.

Prof. Puzzolo 16 aprile 2012

Ciclo ovarico - ciclo uterino - ciclo tubarico - ciclo vaginale


Se ricordate la volta scorsa abbiamo affrontato l’argomento ciclo ovarico e in un tentativo di
eccedere con concetti e via discorrendo siamo arrivati semplicemente a chiudere la fase follicolare.
Quindi abbiamo analizzato come evolve il follicolo partendo dal primordiale successivamente
primario, secondario preantrale, secondario antrale e poi abbiamo visto il follicolo maturo, il
follicolo vescicoloso o terziario e abbiamo concluso con l’effettuazione, con l’avvenimento di quel
processo che prende il nome di ovulazione laddove per ovulazione abbiamo detto che si tratta di un
processo nel quale vengono espulsi l’ovocita, il liquor follicoli (liquido contenuto all’interno del
follicolo e che si forma attraverso un processo di trasudazione osmotica per successiva formazione
di una serie di fessure che tendono a connettersi e ad unirsi e così si viene a formare un’unica
cavità) e poi abbiamo definito le cellule satelliti del cumulo ooforo cioè quelle cellule che stanno
intorno alla cellula uovo, cellula uovo che ricordo subisce durante la maturazione del follicolo una
trasformazione o meglio, completa la prima divisione meiotica, quindi emette il primo globulo
polare e avvia la seconda divisione meiotica per fermarsi in metafase della seconda divisione
meiotica. Quindi l’ovulazione non è l’ovulazione di una cellula uovo matura, ma di un ovocita
secondario che ancora non ha completato il percorso evolutivo. L’importante è che memorizziate
che in questo processo di ovulazione c’è un qualcosa che esce dalla cavità follicolare (l’ovocita, Il
liquido follicolare e le cellule della corona radiata) mentre a livello del follicolo rimangono la
granulosa e soprattutto le teca interna ed esterna. Quindi non è, come qualche studente dice, che con
l’ovulazione viene espulso il follicolo, ma viene eliminata la cellula uovo più la zona pellucida più
le cellule del cumulo ooforo, mentre restano la tonaca granulosa e le teche interne ed esterne, cioè
rimangono a livello dell’ovaio strutture che avevano una funzione trofica (…), strutture che
avevano una funzione trofica nei confronti della cellula uovo e strutture (teca interna) che avevano
una funzione endocrina e se vi ricordate le due teche, e soprattutto la teca interna, avevano una
funzione estrogenopoietica cioè producevano estrogeni. A questo punto ci dobbiamo preoccupare di
come andare a far evolvere l’elemento follicolare che cambia nome in corpo luteo, la funzione del
quale non è più trofica nei confronti dell’ovocita (ormai risucchiato dalle tube uterine e quindi
caduto all’interno di esse) ma specificamente endocrina. Tra le ghiandole endocrine temporanee
abbiamo visto, se ricordate, proprio il corpo luteo che ha anche una funzione importante per la
produzione di progesterone (oltre che estrogeni), la seconda famiglia ormonale del sesso femminile.
Corpo luteo
È un organo endocrino transitorio che svolge una duplice attività: se non c’è fecondazione dura
circa due settimane involvendo e prendendo il nome di corpo luteo mestruale; mentre se viceversa
avviene la fecondazione il corpo luteo avrà un ruolo importante nel processo gravidico, (detto per
questo corpo luteo gravidico) durando fino a 6 mesi (anche se alcuni autori parlano di 3-4 mesi e
altri di 4-5 mesi), trascorsi i quali la sua funzione verrà invece svolta da quell’altra ghiandola
endocrina transitoria che è la placenta. Il corpo luteo quindi è una ghiandola endocrina neoformata
che nell’uomo è presente in ogni ciclo e che in tuti i mammiferi è presente nella gravidanza.
Il follicolo è una struttura ad alta pressione interna perché c’è un liquido che spinge verso l’esterno.
Nel momento in cui viene a mancare questa spinta da parte del liquor follicoli automaticamente si
crea una depressione all’interno. Quindi i vasi sanguigni periferici che prima erano stretti e
compressi, di colpo si riempiono di sangue aumentando la quantità di sangue che circola nei vasi
della teca. Questa prima fase è detta dunque ex vacuo perché non c’è più la pressione all’interno del
follicolo. Quindi la prima fase della vita del corpo luteo prende il nome di:
• 1° fase - dell’iperemia ex vacuo o passiva - è una fase di brevissima durata nella quale
immediatamente viene a mancare questa pressione e i vasi si riempiono. Ma abbiamo detto
che il corpo luteo è un organo endocrino e abbiamo un pool cellulare che in questo momento
non è utilizzato, mi riferisco alle cellule della granulosa. Quindi le cellule della granulosa mi
devono diventare cellule endocrine. Guardate che storia queste cellule della granulosa: erano
le cellule dell’epitelio celomatico, poi erano diventate cellule follicolari, poi si erano
accresciute, si erano moltiplicate ed erano diventate cellule della granulosa e adesso mi
diventano cellule endocrine, cambiando ancora una volta. E per diventare cellule endocrine
è necessario che ci sia una proliferazione di vasi dalle regioni tecali, cioè vasi che superino
la membrana vitrea che a questo punto scompare, quindi penetra all’interno delle cellule
della granulosa formando vasi nuovi. Si parla pertanto di neoangiogenesi. Questo termine vi
dovrebbe immediatamente fare scattare una molecola cioè il Vascular endothelial growth
factor (VEGF), quello della ossificazione, quello che non c’è nella formazione della
cartilagine. Ci sarà dunque una secrezione ad alto livello di VEGF e conseguentemente
formazione di vasi sanguigni. Nuovi vasi che in questa fase non saranno a livello della
granulosa, ma che vi entreranno successivamente. Passiamo dunque alla seconda fase:
• 2° fase - dell’iperemia attiva o della morfogenesi - cioè la fase della neoangiogenesi. Dura
circa 4 giorni e a questo punto il corpo luteo mi diventa a tutti gli effetti una ghiandola
endocrina. Quindi per formarsi il corpo luteo è necessaria la rottura della membrana basale,
liberazione di VEGF e formazione di nuovi vasi. È necessario che le cellule della granulosa
si trasformino in cellule luteiniche cioè cellule endocrine in grado di produrre progesterone.
Il follicolo era endocrino solo a carico delle cellule della teca interna, produceva estrogeni. Il
corpo luteo mantiene la produzione estrogenica perché le cellule tecali rimangono e
assistiamo alla trasformazione della cellula della granulosa in cellula progestinica,
conseguentemente il corpo luteo sarà una ghiandola endocrina “biproduttrice”, che produce
sia estrogeni che progesterone.
• 3° fase - maturita’ funzionale - di durata estremamente variabile. Se non c’è fecondazione
dura 6-8 giorni, ma se la fecondazione avviene si prolunga per essere poi sostituita dalla
attività placentare. Si presenta come la classica ghiandola endocrina a secrezione steroidea
quindi avremo cellule molto grandi anche se in genere si distinguono due popolazioni.
Nell’uomo troviamo cellule luteiniche piccole che sono ex cellule della teca interna (che
producono estrogeni) e cellule della granulosa che si trasformano in cellule luteiniche grandi
che producono progesterone (duplice produzione). Qualcuno parla di cellule tecaluteiniche e
granuloluteiniche che derivano una dalla teca e una dalla granulosa. L’importante è
ricordarsi che c’è una doppia secrezione: estrogenica da parte della ex teca e progestinica da
parte della ex granulosa. Se non c’è fecondazione si passa alla quarta fase.
• 4° fase – regressione - così come capita quando ci facciamo una ferita sulla superficie del
nostro corpo, alla stessa maniera siccome l’ovulazione crea una lesione della superficie
ovarica praticamente noi abbiamo una guarigione stabilita. Ovvero la sostituzione del
tessuto leso con tessuto connettivo. Quindi avremo che pian piano questa ex ferita, questo
follicolo rotto va incontro a connettivizzazione. Sappiamo tutti che una volta che cade la
crosta cioè l’escara il tessuto sottostante è roseo perché è ricco di vasi che si sono formati in
quella sede. Pian piano la cicatrice assume un colore biancastro perché vuol dire che si è
formato del connettivo più denso che strozza i vasi e quindi elimina questa componente. Dal
corpo luteo si arriva come esito della cicatrizzazione di questa struttura a una sorta di
cicatrice della superficie ovarica detta corpo albinico. Ricordiamo a proposito che la
morfologia dell’ovaio cambia con l’età della donna. Nella donna giovane ha consistenza
molliccia, elastica mentre nella donna anziana ha una consistenza densa, connettivale, dura,
proprio per il fatto tutti questi follicoli sono diventati corpi lutei che col tempo si sono andati
a cicatrizzare. Il corpo luteo mi diventa biancastro, corpo albicante, cioè una cicatrice.

Ciclo ovarico “aggiornato”


Abbiamo parlato finora di tempi del ciclo ovarico. Abbiamo detto che i primi 14 giorni circa
servono alla trasformazione dei follicoli primordiali in primari, poi secondari preantrali poi
diventano secondari antrali finché uno diventa follicolo maturo. Abbiamo acquisito dunque l’idea
che in 14 giorni avviene tutto questo…ma in realtà è assolutamente falso! Vediamo il perché.
Un altro concetto che ci siamo detti all’inizio è che dai 7 milioni di follicoli che abbiamo durante la
vita fetale, alla nascita passiamo a 1-2 milioni, per arrivare alla pubertà con 400.000 follicoli (più o
meno). Se ricordate abbiamo detto che il primo momens del processo follicolare e quindi del ciclo
ovarico erano le gonadotropine ipofisarie, in particolare l’FSH come evento maturativo. Ma io
posso avere tutto l’FSH che voglio, ma se sulle cellule non c’è il recettore per l’FSH non succede
nulla. Bene.. Durante la vita fetale i follicoli si riducono per atresia perchè o ancora non c’è FSH o
sulle cellule mancano i recettori per l’FSH. Quindi di loro possono maturare, ma nella vita fetale
non potranno mai raggiungere la fase del follicolo maturo perché mancano i recettori per l’FSH.
Cosa che invece cambia nella seconda fase, cioè durante la vita fertile della donna, perché c’è sia
l’FSH che i recettori per l’FSH. Quindi quel processo che abbiamo studiato nei vari dettagli può
tranquillamente avvenire, per cui possiamo avere un certo numero di follicoli primordiali che
diventano primari fino a diventare terziari e dei quali poi uno solo sarà capace di ovulare. C’è però
un altro fatto.. il fattore tempo! Non è vero che dal primordiale al maturo passano 14 giorni! Ma il
tempo è molto maggiore. Nel ciclo che andiamo a considerare, cioè i 14 giorni di quel ciclo che
dura 28 giorni, in realtà avviene soltanto il secondario antrale, il terziario e l’ ovulazione. Tutto ciò
che precede la formazione del secondario antrale in realtà è avvenuto molto prima. Cioè non si sa
ancora quanto ci stanno i primordiali per essere reclutati, si sa che da primari a secondari preantrali
passano circa 4 mesi, si sa che da secondari preantrali ad antrali passano a secondo degli autori in
letteratura da 71 a 85 giorni. Facendo i conti della massaia e considerando il periodo della
maturazione dei follicoli primordiali a primari di circa 2 mesi, (2 mesi + 4 mesi + 2,5-3 mesi)
arriviamo a un totale di circa 9 mesi. La donna quindi che ha l’ovulazione oggi in realtà si è
preparata a questo ciclo circa 8-9 mesi prima! Quindi l’ovaio è un organo che da un lato è capace di
un’attività ciclica ben evidente, ma dall’altra è un organo che durante la sua attività prevede la
contemporaneità di diverse fasi di maturazione dei follicoli. Se facciamo una sezione di ovaio
femminile non è che se vediamo un secondario antrale e vediamo un primario appartengono alla
stessa pasta. Il primario sarà di un ciclo che è iniziato recentemente, se vedo invece il secondario
antrale sarà di una attività ciclica che è iniziata ancora prima, essendo già in fase più avanzata. La
fase follicolare non dobbiamo quindi considerarla come l’attività che dal primordiale ci porta al
maturo, ma in una tempistica biologica va considerato semplicemente come il periodo in cui i
residui secondari antrali mi diventano follicoli maturi. I cicli sono sovrapposti all’interno
dell’organismo femminile.
Andiamo a considerare gli effetti del ciclo ovarico, cioè gli organi che risentono dell’attività ciclica
delle ovaie.

Ciclo uterino
Il menses di durata dell’attività ciclica dell’apparato genitale femminile “stranamente” ha la stessa
durata (più o meno) di quel fenomeno naturale che è l’alternanza delle fasi lunari. Se è un ciclo
abbiamo un tempo zero e abbiamo una serie di eventi che ci riconducono di nuovo al tempo zero.
Due soli sono i motivi per cui questo ciclo non si comporta così: la gravidanza e la menopausa
(perché con la menopausa questa attività ciclica si interrompe).
Quindi nel ciclo ovarico distinguiamo la fase follicolare (estroproduttrice), l’ovulazione al centro e
la fase luteinica con produzione di estrogeni e di progesterone. Fine dell’attività del corpo luteo e
fine della produzione di estrogeni e di progesterone.
Nel ciclo uterino invece distinguiamo 4 fasi. Due in quello ovarico 4 in quello uterino. Tre di queste
sono sovrapposte alla fase follicolare, una invece alla fase luteinica.
La prima è la fase mestruale, la seconda fase riparativa.
La fase mestruale dura circa 5 giorni, nell’ultimo periodo mentre la donna continua ad avere il
flusso mestruale, cioè verso la fine, quindi è ancora per lei una fase mestruale, in realtà a livello
endometriale si realizza un processo fondamentale e importantissimo senza il quale non è possibile
che gli eventi si ripetano e che prende il nome di fase riparativa.
Dal 5° giorno (mediamente) alla 14° giornata abbiamo il terzo momento che prende il nome di fase
proliferativa. Infine dal 14° giorno fino al 28° fase secretiva. Che cos’è questo ciclo? A cosa è
finalizzata questa attività dell’utero? La vera funzione dell’utero è quella della gravidanza, cioè ad
ogni ciclo la donna organizza il proprio utero come se alla fine di quel ciclo dovesse iniziare una
gravidanza. Prepara l’incubatrice, dà all’utero la struttura ideale per l’evento che poi alla fine
nell’uomo è meno frequente (negli animali la gravidanza è molto più frequente) però l’utero e
soprattutto l’endometrio si prepara per l’evento per il quale è stato progettato ovvero dare ricetto al
prodotto del concepimento. Se vogliamo ragionare un attimo durante la fase secretiva dunque sono
le ghiandole che lavorano in questo momento, ma parlando delle ghiandole abbiamo detto che sono
tessuti un po’cretini, cioè se io all’adenomero fornisco più sangue questo secerne di più, se ne
fornisco meno ridurrà la propria attività secretiva e allora ragioniamo un momento sui termini. Fase
proliferativa.. cosa vuol dire? Che ci deve essere un ormone in questo periodo che è capace di
prendere una cellula in fase S e di portarla in fase M, cioè di avviarla alla mitosi. Qual è l’ormone
che ha questa capacità? Nel maschio è il progesterone, nella femmina l’estrogeno. Guarda caso qual
è il prodotto essenziale della fase follicolare del ciclo ovarico? L’estrogeno! Quindi nella fase di
proliferazione c’è proprio una crescita numerica delle cellule. Nella seconda fase del ciclo ovarico
c’è produzione prevalente di progesterone. Cosa fa il progesterone in un tessuto? L’estrogeno
faceva moltiplicare le cellule, invece il progesterone mi incrementa (guarda caso!) la quantità di
sangue. È un ormone iperemizzante che mi fa aumentare la quantità di sangue e allora le ghiandole
tubulari semplici (cretine!) che si sono formate durante la fase proliferativa, durante la fase
secretiva avviano un processo secretivo, con produzione di secreto di grandi quantità di materiale e
incremento del sangue. Allora se l’embrione dovesse impiantarsi troverebbe la sede ideale perché
ricca di sangue e ricca di secreti, ricca di materiale nutritivo. Se crolla il progesterone per mancanza
di gravidanza è ovvio che l’endometrio risente di questa situazione e in maniera critica passa dalla
fase secretiva alla fase mestruale quindi abbiamo la distruzione di questo tessuto che si era
preparato per una eventuale gravidanza. Quindi duplicità di secrezione (estrogeni e progesterone) e
duplicità di risposta (proliferazione e secrezione). L’endometrio non è l’epitelio dell’utero è la
mucosa e c‘è una distinzione! Cos’è la mucosa? L’epitelio più il connettivo che sta al di sotto
dell’epitelio e nella mucosa possiamo trovare ghiandole che si introflettono e formazioni vascolari.
Quindi la attività ciclica è qua: a livello della struttura mucosa cioè a livello dell’endometrio. Vi
ricordate com’è fatto l’endometrio? Strato basale, spongioso e compatto. Nel basale ci sono gli
adenomeri (i culetti delle ghiandole) e vasi sanguigni che salgono verso l’alto a nutrire gli strati
sovrastanti dove abbiamo vasi sanguigni che mi vengono dalla base e i dotti delle ghiandole che nel
caso del corpo dell’utero sono ghiandole tubulari semplici. Cerchiamo di capire cosa avviene
ciclicamente. Primo concetto: lo strato basale è assolutamente “indifferente” alle variazioni
ormonali, cioè è lo strato che non si perde e non risente dell’attività ciclica dell’endometrio. Mentre
l’attività ciclica dell’endometrio si esercita sullo strato spongioso e sul compatto, cioè quello più
superficiale. Sul compatto poggia l’epitelio (cilindrico con due tipologie cellulari: cellule secernenti
e ciliate). Fase mestruale: abbiamo detto 5 giorni di cui 4 specifici mestruali mentre al 4° giorno
inizia il processo che prende il nome di fase riparativa, rapidissimo, si completa in un paio di ore, in
modo che possa avvenire la fase proliferativa caratterizzata dall’estrogeno quindi dalla
moltiplicazione cellulare. Quindi l’endometrio progressivamente si innalza e si innalza non già
perchè si gonfia di acqua, ma perché aumenta il numero delle cellule. Ovviamente soprattutto nello
stroma. Quindi in coincidenza con l’ovulazione inizia l’attività del corpo luteo e quindi la
secrezione del progesterone. Abbiamo detto che il progesterone è un ormone iperemizzante che fa
aumenta la quantità di sangue… e allora è come se io prendo una spugna spremuta e la riempio di
acqua…cosa farà la spugna? Aumenterà di dimensioni, per cui io avrò che l’altezza
dell’endometrio mi aumenta, ma non è un incremento in altezza determinato da una crescita
numerica delle cellule, ma è soprattutto un edema, un rigonfiamento, una maggiore quantità di
acqua determinata da vasi che sono aumentati di calibro, non di numero, di calibro e da ghiandole
che sono aumentate di calibro perché aumentando il sangue aumenta la secrezione quindi è un
incremento in altezza determinato proprio da questo meccanismo. Nel momento in cui non c’è stata
fecondazione crolla il progesterone, si passa alla fase mestruale e l’endometrio risente di questa
situazione. Nella fase proliferativa crescita per incremento numerico delle cellule, nella fase
secretiva maggiore ricchezza di sangue, di secreto ghiandolare e quindi accrescimento in altezza. Se
io vi domando qual è la struttura dell’utero e dell’endometrio faccio un domanda del cavolo perché
la risposta che dovrei ottenere da voi è:”scusi professore in quale momento?”. Mi pare logico no?
Se abbiamo detto che c’è una variazione di struttura noi dobbiamo stabilire in quale momento
dobbiamo considerare l’organizzazione strutturale. E allora qui vi potete veramente sbizzarrire.
Io nelle spiegazione parto sempre dalla fase proliferativa, lo preferisco, ma è una questione mia,
posso partire dalla secretiva, dalla mestruale ecc.. ma così.. a me piace più partire dalla fase
proliferativa cioè quella fase in cui troviamo strato basale, strato spongioso, compatto laddove lo
strato compatto e spongioso vengono definiti strato funzionale insieme. È un periodo in cui c’è una
secrezione estrogenica, in cui le ghiandole stanno crescendo in altezza, in cui lo stroma si sta
arricchendo di cellule sotto l’effetto degli estrogeni e in cui l’endometrio si innalza. Ricorderete
senz’altro che i vasi arteriosi che nella fase secretiva definiremo spirali fanno un qualcosa.. guardate
che cosa succede nello strato basale: l’arteria sale e giunta nello strato basale dà dei rami propri
dello strato basale che si dispongono prevalentemente intorno all’adenomero ghiandolare, poi dopo
avere dato questi vasi sale verso lo strato spongioso e il compatto assumendo all’inizio un
andamento rettilineo, poi pian piano aumentano di dimensioni e quindi assumeranno una forma a
cavatappi (infatti si definiscono arterie spirali). Lo strato basale ha quindi una sua
vascolarizzazione, indipendente dagli strati sovrastanti. Allora strato basale con i suoi vasi, strato
funzionale con i suoi vasi. Ognuno separato dall’altro anche se derivano dallo stesso vaso. Quindi
se io vado a fare una sezione dell’epitelio dell’utero in questa fase cioè dell’epitelio che riveste lo
strato compatto in superficie, mi ritroverò con cellule ciliate e secernenti che a scansione evidenzio
facilmente. Nella fase proliferativa se osservo a scansione la superficie dell’endometrio vedrò tutta
una serie di buchi e di orifizi che sono i dotti ghiandolari che sia aprono in superficie. Però fateci
caso: non c’è un materiale che esce perché questa è la fase proliferativa quindi non c’è attività
secretoria. Infatti se faccio una sezione istologica dell’endometrio non vedo materiale secreto
all’interno, ma troverò una fortissima proliferazione cioè io trovo immagini di mitosi, quindi queste
ghiandole si allungano, crescono, per cui io posso dire che nella fase proliferativa possiamo
distinguere …da dove viene la fase proliferativa iniziale? Dalla fase riparativa quindi dal ciclo
precedente, no? Quindi fase mestruale, fase riparativa, entriamo in proliferativa. Inizialmente
abbiamo un epitelio cilindrico monostratificato, abbiamo ghiandole tubulari semplici con decorso
rettilineo e cellule in mitosi perché siamo sotto estrogeni così come le cellule stromali sono cellule
che si vanno progressivamente moltiplicando. Abbiamo la classica situazione di una stimolazione
estrogenica. Portandoci avanti abbiamo sempre un epitelio monostratificato in cui sono comparse in
maniera definitiva le cellule ciliate e cominciano a comparire le cellule secernente. Le ghiandole
sono tubulari semplici in cui comincia a comparire un andamento un po’ tortuoso che vuol dire che
le ghiandole crescono di più dell’altezza dell’endometrio quindi è come se io prendessi uno spago e
lo tenessi tra le mani. Che andamento avrebbe questo spago? Tutto irregolare. Alla stessa maniera le
ghiandole (è la preparazione per quello che avverrà dopo). Infine essendo finita l’attività mitotica
abbiamo la classica morfologia di una mucosa stimolata dagli estrogeni.
• fase proliferativa iniziale;
• fase proliferativa avanzata.

Fondamentalmente sono tre i momenti: epiteli, ghiandole e cellule . Aumenta l’altezza


dell’endometrio, ma stavolta (siamo intorno alla 20° giornata) quindi siamo in piena fase secretoria,
cosa succede? Guardate il calibro dei vasi i vasi spirali sono molto dilatati, il tessuto ghiandolare,
quello cretino, cosa fa? Secerne, quindi le ghiandole sono particolarmente dilatate, per cui adesso
abbiamo l’espressione morfologica di un tessuto in attività secretoria. Quindi siamo in piena fase
secretiva. Va la ricordate l’immagine dell’endometrio con i buchi delle ghiandole che erano liberi
nella fase proliferativa? Se noi li osserviamo in fase secretiva vedete che all’interno dei dotti
escretori compare materiale in secrezione ad indicare che la ghiandola non è solo cresciuta, ma ha
avviato un processo di secrezione condizionato dal progesterone. Guardate le ghiandole, vi ricordate
che erano belline rettilinee eccetera eccetera? adesso cominciano ad assumere un atteggiamento
spiroidale quindi cominciano a ripiegarsi su se stesse. Ma soprattutto guardate la ghiandola, qual è il
lume qual è il dotto escretore? Guardate le cellule ghiandolari, vi ricordate che prima avevano un
atteggiamento di mitosi? qua invece mitosi non ne trovo. Però fateci caso: rispetto al lume dove è
messo il nucleo e la gocciola chiara? È strana sta posizione. Il nucleo è verso il lume, mentre la
parte basale della cellula è piena di materiale e dato che è trasparente alla luce, alla colorazione
sono due le possibilità: o è lipidico o è glicogeno. Sono cellule cha dal punto di vista della funzione
di lipidico non hanno niente quindi l’altra possibilità è che si tratti di raccolte di glicogeno. Ve lo
ricordate il glicogeno? Perché è quello che con la preparazione svuota, scompare. Ne prendiamo
atto. Ma successivamente…eccola qua è questa la situazione che vi ho fatto vedere prima: quindi
questa è la parte apicale con il nucleo e la gocciolina la vescicola di materiale apparentemente di
secrezione sta in basso, quindi non è materiale di secrezione, ma è materiale di accumulo, mentre
nella seconda parte della fase secretoria io assisto ad un cambiamento morfologico. Cioè il nucleo si
sposta verso il basso e la parte apicale si è caricata di materiale secretorio. E allora cerchiamo di
schematizzare:
Fase secretiva iniziale: epitelio monostratificato. Tra le ciliate e le secernenti dell’epitelio mi pare
logico che predomineranno in questa fase le cellule secretorie. Le ghiandole saranno sempre
tubulari semplici, ma sono dilatate e che addirittura cominciano ad assumere un andamento
tortuoso. Avendo sotto il nucleo gli accumuli di glicogeno, cioè raccolgono quanto più glicogeno
possono perché dal glicogeno elaboreranno il secreto quindi si caricano di precursori del loro
secreto. Che come vedete nell’avanzata è sempre tortuoso con cellule provviste di vacuoli apicali di
secreto, quindi la secrezione sarà evidenziata nella seconda fase. Le cellule stromali ve le ricordate
nella fase proliferativa? Erano piccoli ma in attività moltiplicativa. Qua sono piccoli distanziati tra
di loro. Che vuol dire? Che tra queste cellule è aumentato il materiale intercellulare, e quale sarebbe
il materiale intercellulare sotto l’effetto del progesterone? È l’acqua, il liquido.. cioè vi ricordate
cosa ho detto prima? L’incremento di altezza dell’endometrio in fase secretiva è un incremento
falso non perché aumenta il numero di cellule, ma perché aumenta l’edema intercellulare, il
liquido.. cioè la spugna prima compressa e che poi si gonfia riempita d’acqua. Quindi noi abbiamo
una fase secretiva iniziale e una fase secretiva avanzata.
Cioè in questo momento l’endometrio è come una panda che in autostrada sta andando a 160, cioè
ha i pistoni di fuori, u carburatore, l’iniettore che sta pompando, i freni surriscaldati, le gomme che
non si capisce bene se fanno aderenza oppure no, cioè è una struttura al massimo della sua attività.
L’endometrio è dopato, drogato in questo momento, è carico di progesterone è carico di estrogeni,
ha i vasi dilatati ha le ghiandole che secernono al massimo eccetera. Ma noi sappiamo che se non
c’è fecondazione intorno al giorno 25 del ciclo ovarico (quindi intorno alla 11° giornata della fase
luteinica) di colpo crolla il progesterone perché non c’è stata la fecondazione. Perché l’LH ha
smesso di essere secreto dall’ipofisi, perché c’è un tasso altissimo di progesterone nel sangue,
quindi le cellule dell’ipotalamo avvisano l’ipofisi di smettere di produrre LH perché ce n’è troppo
progesterone. E allora la risposta immediata del calo del progesterone è in un punto ben preciso.
Nella transizione tra lo strato basale e lo strato funzionale, lo strato spongioso. Vi ricordate i vasi
basali e l’arteria spirale? Nel punto in cui nasce l’arteria spirale ci sono degli addensamenti di
tessuto muscolare liscio, cioè la tonaca media dell’arteria ha dei recettori per il progesterone.
Quando cala il progesterone la risposta di queste fibrocellule muscolari lisce è una contrazione.
Quindi che vuol dire? Che l’arteria da dilatata improvvisamente si restringe. Chi soffre di questa
situazione? Lo strato funzionale. Guardate dov’è lo sfintere, la struttura muscolare… è sopra la
nascita delle basali quindi tutta questa parte di endometrio (la panda lanciata a 160)
improvvisamente si ritrova senza sangue o con una quantità di sangue assolutamente trascurabile. E
da cosa ce ne accorgiamo? Le cellule cominciano immediatamente a soffrire. Guardate queste
cellule secernenti cominciano a presentare degli orifizi, cominciano a modificare la propria
struttura, assumendo l’atteggiamento della cellula che risente della riduzione di ossigeno. Quindi..
ecco qua la situazione come l’abbiamo lasciata: questa zona funzionale diventa una zona ischemica
con poco ossigeno, quindi le cellule.. lo abbiamo visto su quelle superficiali.. immaginatevi lo
stroma, immaginatevi le ghiandole, immaginatevi i vasi che risentono di questa carenza di ossigeno.
Ma cosa succede se io ho una vasocostrizione? Evidentemente questa vasocostrizione non mi può
durare in eterno. A un certo punto il vaso si apre di nuovo. Cioè sotto l’effetto del progesterone era
bello dilatato e quindi il sangue passava, sotto il progesterone il vaso si chiude, ma a un certo punto
anche sotto l’effetto del progesterone l’apossia mi determina una vasodilatazione quindi il vaso si
riapre. Il sangue rientra quindi di nuovo nelle arterie.. ma come trova questo tessuto? Vitale o
alterato? Lo trova alterato, ischemico, quindi il sangue non entra nelle arterie spirali, ma si dispone
tra, trasuda, diffonde tra lo strato basale e lo strato spongioso che sta al di sopra. Guardate qua:
questo è all’inizio, vedete il vaso che è carico di sangue però il sangue si trova all’interno del vaso.
Vedete qua le stesse strutture, ma il sangue è uscito dalla parete basale e si è inserito nello stroma
(gonfio di liquidi). Quindi fuoriesce dalle strutture. Inizia la fase mestruale.
Cioè che cosa succede? Succede che questo sangue si infila tra strato basale e funzionale, quindi lo
strato basale resta nella sua posizione, lo strato funzionale si distacca dallo strato basale, per cui
avrò nella cavità dell’utero strato funzionale più sangue. E allora flusso mestruale non è solo perdita
di sangue, ma l’insieme di sangue fuoriuscito dalle arterie spirali più lo strato funzionale
dell’endometrio che viene a distaccarsi, a desquamare all’interno della cavità uterina. Le arterie
basali dunque mi garantiscono la sopravvivenza dello strato basale, ma soprattutto lo strato basale
contiene e non perde i fondi delle ghiandole cioè gli adenomeri ghiandolari insieme ai vasi basali.
Guai se non avvenisse! Siamo in piena fase mestruale quindi e dobbiamo entrare in fase riparativa,
cioè dobbiamo utilizzare i fondi delle ghiandole perché queste cellule (sì sono cellule ghiandolari,
ma di base sono cellule dell’epitelio ghiandolare) proliferino e richiudano lo spazio che era rimasto
tra un fondo ghiandolare e l’altro. E la cosa essenziale è che essendo l’utero un ambiente in
comunicazione con l’esterno è un ambiente pieno di flora batterica, saprofitica e patogena. Di
conseguenza è necessario che immediatamente l’endometrio venga riepitelizzato, altrimenti
potrebbero esserci grossissimi problemi. E allora mentre ancora la donna ha il fenomeno mestruale
si avvia la fase riparativa, brevissima. Cosa succede? Che mentre ancora lo strato funzionale sta
desquamando i fondi delle ghiandole nello strato basale stanno rigenerando e riparando l’epitelio. E
chi è il responsabile? Si è visto che dal fondo dell’adenomero provengono le nuove cellule che con
un movimento circolare vanno progressivamente a riepitelizzare. Queste cellule vanno a ricoprire lo
stroma. Finisce il flusso mestruale inizia la fase proliferativa. Da dove eravamo partiti? Dalla fase
proliferativa. Abbiamo chiuso il cerchio dunque. Quindi la proliferativa è divisa in iniziale e
avanzata, in coincidenza della ovulazione si passa alla fase secretoria divisa in iniziale e avanzata,
poi vasocostrizione a seguito del crollo del progesterone, quindi avvio della fase mestruale, si perde
l’endometrio, si perde il sangue, i fondi ghiandolari restano, mi riformano l’epitelio. Su questo
stroma e su questo epitelio riformato a seguito degli estrogeni riparte la fase proliferativa. Abbiamo
richiuso il ciclo. Ricordiamo dunque:
• mitosi nelle ghiandole (sotto l’effetto degli estrogeni);
• tortuosità ghiandolare (principale nella seconda fase perché sotto l’effetto di progesterone);
• vacuoli basali (che sono nella fase iniziale del periodo secretorio);
• secrezione ghiandolare;
• edema dello stroma (che è massimo nella fase secretiva avanzata).

Come si chiama l’endometrio gravido? Lo chiameremo decidua. L’endometrio gravido è la decidua


che poi distingueremo in basale, capsulare parietale e così via. In questo momento non mi interessa
assolutamente. Ma se c’è una decidua dobbiamo stabilire se l’endometrio ad ogni ciclo si prepara
oppure no ad una eventuale gravidanza, ovvero se l’ultima fase, l’ultimo periodo della fase secretiva
può assumere un altro termine. Vi ricordate le ghiandole che secernono? Vi ricordate i vasi
particolarmente dilatati e l’edema dello stroma? Cosa vi ho detto? Che è come se ad ogni ciclo
l’utero si prepari all’eventuale impianto della blastocisti, dell’embrione e allora l’ultimo periodo
della vita dell’endometrio (prima del fenomeno mestruale o della gravidanza) prende il nome di
predecidualizzazione. La predecidualizzazione c’è ad ogni ciclo, quella che manca è la
decidualizzazione (cioè la trasformazione in endometrio gravidico) in caso di non avvenuta
fecondazione. Quindi la fase secretiva avanzata possiamo anche chiamarla fase della
predecidualizzazione.

Tuba e ciclo tubarico


Se è vero che il primo bersaglio degli ormoni ovarici è sicuramente l’endometrio è altrettanto vero
che gli altri organi dell’apparato genitale femminile sono bersaglio di tali ormoni. E la tuba uterina,
cioè quell’organo che si estende anatomicamente dalla superficie dell’ovaio fino all’utero,
all’interno del quale si infila, nella parte del collo dell’utero va ad infilarsi. Come l’ovaio è un
organo pari e simmetrico, mentre l’utero è impari e “mediano”. Presenta delle caratteristiche
strutturali, vedete la zone ovarica un po’ più dilatata, presenta una serie di estroflessioni che
prendono il nome di fimbrie e poi piano piano va riducendosi di calibro per portarsi all’interno
dell’utero. Ma soprattutto lo fa perchè c’è una maggiore complessità della tonaca mucosa nella zona
laterale che poi progressivamente va riducendosi. Tonaca muscolare, tonaca mucosa. La mucosa è
fatta da cellule ciliate e secernenti. Mi pare che le avevamo già incontrate no? Nell’utero era
preciso, con le ciliate presenti prevalentemente nella fase estrogenica, le secretorie principalmente
presenti nella fase progestinica. Parlando del ciclo uterino non ho detto un qualcos’altro: il
miometrio è sensibile esso stesso agli ormoni; guarda caso durante la fase estrogenica è abbastanza
mobile, durante la fase progestinica è un po’ torpido, si contrae poco l’utero fisiologicamente,
mentre i dolori per la donna aumentano con la mestruazione, perché crollando il progesterone
riprendono i movimenti dell’utero, con i morsi e i crampi dell’utero, l’utero stesso cerca di buttar
via quel corpo estraneo per lui che è il sangue e l’endometrio desquamato. E allora vediamo di
applicare questi concetti alla tuba. Questo è l’epitelio, queste sono le cellule, se io considero i 28
giorni, io vedrò che nel primo periodo la muscolatura avrà semplicemente dei movimenti non
particolari. Ma guarda caso, nella seconda metà del ciclo cioè dopo l’ovulazione, i movimenti della
tonaca muscolare è vero che sono spiroidali cioè come una sorta di peristalsi intestinale, ma sono
orientati dall’ampolla verso l’istmo, cioè la muscolatura delle tube che ha ricevuto la cellula uovo
tende a spostare e a far andare il proprio contenuto dall’ovaio verso l’utero ..perchè?? qual è il
contenuto? Nella maggior parte dei casi è solo l’ovocita più le cellule che lo circondano, ma
l’ovocita non ha un sistema di propulsione, non è dotato di coda come lo spermatozoo, quindi
l’ovocita ha bisogno di queste spinte muscolari per andare dall’ampolla verso l’utero. Se
eventualmente c’è stato un coito con emissione di sperma nelle vie genitali gli spermatozoi
risalgono per i fatti loro perché sono dotati del flagello e riescono a farsi strada nelle vie genitali.
Guarda caso la fecondazione avviene nella tuba, nei due terzi laterali della tuba, guarda caso a
fecondazione avvenuta lo zigote, la morula, la blastocisti, cioè le strutture che si formano dopo la
fecondazione, migrano all’interno della tuba e raggiungono l’endometrio dopo 6-7 giorni dalla
fecondazione. Quindi questo mi indica che ci vuole un tempo perché la cellula uovo (in ogni caso) o
la cellula uovo fecondata attraversi la via genitale cioè la tuba e si porti verso l’utero. Utero che vi
ricordo che in questo periodo è in fase secretiva, in predecidualizzazione, quindi presenta tutte le
caratteristiche ideali per poter assicurare una volta che è arrivata all’interno dell’utero il giusto
ambiente. Vi ricordo a titolo di cronaca che per poter avere una normale gravidanza uno dei
fenomeni più importanti è la pervietà delle tube, cioè le tube devono essere libere. Esistono infatti
casi di gravidanze che non si riescono a realizzare o peggio ancora le gravidanze extrauterine, le
gravidanze tubariche, perché un qualcosa determina un rallentamento della blastocisti all’interno
della tuba per cui quando è il momento di impiantarsi non è arrivato all’utero, ma è ancora nella
tuba. Non lo sa, si impianta e poi vedremo cosa succede. Abbiamo visto dunque la componente
muscolare, abbiamo visto le onde spirali dall’ovaio verso l’utero in fase secretiva, per quanto
riguarda le cellule praticamente sono sovrapponibili alla situazione che si crea all’interno dell’utero:
predominanza delle cellule ciliate nella fase estrogenica, predominanza di cellule secretorie nella
fase progestinica.

Vagina e ciclo vaginale


Andando avanti nei vostri studi vi renderete conto del perché è importate questo. Arrivare a fare uno
studio dell’utero o della tuba o dell’ovaio è certamente una metodica invasiva, la vagina invece è
l’organo dell’apparato genitale femminile sensibile agli estrogeni e al progesterone certamente più
accessibile e più studiabile senza metodiche invasive (striscio vaginale, test di Papanicolaou per il
controllo dell’epitelio). La vagina è rivestita da un epitelio, una tonaca mucosa, epitelio che è
pavimentoso stratificato non cheratinizzato, per cui noi abbiamo stroma, cellule basali dotate di
attività proliferativa, abbiamo cellule dello strato parabasale, dello strato intermedio e dello strato
superficiale. Notate che ricordano molto le lamelle cornee queste cellule, però rispetto a queste sono
scarsamente tingibili, quindi non c’è cheratina (le citocheratine non ci sono, né la K12 né la K13),
ma soprattutto vedete che ancora è presente il nucleo!. Ragioniamo un attimo: nella prima fase del
ciclo cioè nella fase follicolare c’è una secrezione di estrogeni. Secondo voi gli estrogeni su questo
epitelio dove vanno ad agire? Vi ricordate l’attività dell’estrogeno? Andranno ad agire sulle cellule
basali determinando cosa? Una proliferazione. Si riduce la quantità di estrogeni, andiamo in fase
progestinica. Se questa è la mucosa vaginale, in fase estrogenica ho una forte proliferazione con una
spinta dal basso verso l’alto, per cui le cellule superficiali addirittura si dice che vanno incontro a
cheratinizzazione.. ma no, non è cheratinizzazione.. è semplicemente un incremento numerico degli
strati della parte più superficiale. Mentre se io vado in fase progestinica io vedo che le cellule dello
strato basale non sono proliferative, ma soprattutto che a seguito di questa spinta che c’è stata da
parte dell’estrogeno si è ridotto di spessore l’epitelio, ho perso gli strati più superficiali. L’estrogeno
quindi mi fa alzare e mi prepara alla desquamazione, mentre quando c’è il progesterone ho un
epitelio più basso e meno desquamato. Allora se con una spatolina io dilato la vagina e me ne vado
sulle pareti vaginali e me ne vado sulla portio (la parte endovaginale dell’utero che guarda caso
come la vagina è rivestito da epitelio pavimentoso stratificato non cheratinizzato) e vado con questa
spatolina a raschiare la mucosa e poi la metto su un vetrino e poi la fisso e la coloro con la metodica
del Papanicolaou, io avrò dei quadri diversi della mucosa vaginali (devo quindi conoscere
benissimo il fisiologico per stabilire l’eventuale patologico). Devo sapere cioè che all’inizio della
fase proliferativa quando l’estrogeno non è stato ancora pompato, di cellule ne prenderò pochissime
perché sono belle attaccate. Man mano che aumenta l’estrogeno e l’epitelio di ispessisce io
prenderò molte cellule, molto superficiali, perché sono quelle cellule “cheratinizzate” che si vanno
progressivamente a distaccare, quando poi me ne andrò in fase secretiva e vado a raschiare la
superficie vaginale quali cellule prenderò? Quelle superficiali oppure essendo andate via quelle
superficiali prenderò le cellule che stanno sotto cioè le cellule intermedie? Evidentemente prenderò
cellule intermedie che avranno un aspetto morfologico diverso. Difatti si distingue uno striscio
vaginale in fase proliferativa iniziale e in fase finale, questo sotto l’effetto dell’estrogeno, in fase
secretiva centrale o finale sotto l’effetto del progesterone. A seconda della predominanza di cellule
evidentemente io avrò un quadro morfologico dello striscio vaginale differente. Ancora la vagina
risente dell’età dell’individuo. Distinguiamo una vagina in età prepubere, pubere (con lo strato
superficiale, intermedio, parabasale e basale) e in menopausa. Anche la vagina risente del crollo
ormonale che si ha in menopausa infatti uno dei fenomeni più classici della donna in menopausa è
la sintomatologia dell’”occhio secco”, cioè la donna si lamenta di una ridotta secrezione vaginale..
vi meraviglia? Crolla il progesterone in menopausa quindi le ghiandole lacrimali eccetera eccetera
mi risentono di questa situazione. Allora un altro sintomo classico della menopausa è la secchezza
vaginale, mancando il progesterone noi abbiamo una riduzione della secrezione a livello delle vie
genitali e quindi abbiano un interessamento delle epitelio vaginale che si riduce notevolmente in
altezza sembrando quasi un’epidermide, con papille connettivali.

Prof. Micali 17 aprile 2012

Fecondazione
Le due lezioni di oggi e domani saranno delle lezioni incentrate su un aspetto particolare
dell’embriologia e spero di chiarire qualche dubbio che qualcuno di voi fino adesso magari si porta
dietro. La prima cosa è che i figli non crescono sulle piante, la seconda cosa che non crescono sotto
i cavoli, questo è poco ma è sicuro, la terza è che non li porta la cicogna. La specie umana in genere
è un mammifero, non è oviparo. Diciamo che inevitabilmente tutto inizia così [fa vedere immagine]
purtroppo non sempre le cose vanno per come noi ci aspettiamo [altra immagine]. Diciamo che
spesso, e soprattutto oggi, la procreazione (visto che in fondo la lezione di oggi è incentrata su
questo) si effettua così [altra immagine], ma facendolo così si perde tutto il senso dell’avventura,
diciamo che ci siamo persi il meglio. Parlando, quindi, dell’argomento della lezione di oggi, ci
dobbiamo riferire alla fecondazione. Il termine di fecondazione è un termine che identifica un
momento specifico della vita di un individuo, in questo caso sia maschile che femminile, ma
parlando di fecondazione e come vi ho detto tralasciando quelli che potremmo chiamare i
“preliminari”, diciamo che gli attori principali di questa che definiamo fecondazione li troviamo
nella stragrande maggioranza nell’individuo femminile. In quest’immagine che ormai, visto che
abbiamo fatto insieme l’apparato genitale femminile, vi dovrebbe essere nota, abbiamo: fondo
dell’utero, le tube da una parte e dall’altra, ovaio e ovaio. Questo è il teatro delle operazioni,
chiamiamolo così, in cui cellula uovo da una parte, e lo spermatozoo dall’altra, compiranno una
serie di atti. L’utero lo abbiamo visto, le tube le conosciamo già, questo è l’ovaio, queste sono le
fimbrie delle tube, cioè la parte larga vista frontalmente delle tube e in pratica sono queste qua
[indica l’immagine], tube che sono molto importanti nella fecondazione perché lungo il suo tragitto
avviene la fecondazione ma avvengono anche anche altri eventi in questo che viene chiamato oltre
che tuba uterina anche ovidutto. Questa è la mucosa della tuba come si può vedere, come chi ha già
fatto ieri la didattica a piccoli gruppi in alcuni vetrini avrà visto che quando c’è un preparato di
ovaio immediatamente nelle adiacenze dell’ovaio c’è anche una struttura circolare con una mucosa
che ricorda questa [riferito a immagine]. L’altro attore è l’ovaio, quando? Al momento della
ovulazione. Voi già avete fatto con il professore Puzzolo tutto il ciclo ovarico, il ciclo uterino ecc.
ma soprattutto il ciclo ovarico, nel momento della ovulazione, cioè all’incirca al quattordicesimo
giorno (vi sarà stato detto perché all’incirca: può essere un‘ovulazione anticipata, un’ovulazione
posticipata, perché il nostro organismo non è un interruttore che noi accendiamo e spegniamo a
piacimento, sottostà a tutta una complessa normativa endocrinologica, quindi ormonale che fa sì che
questo nostro segnatempo biologico non sia perfettamente sincronizzato. E allora, se noi andiamo a
guardare il punto in cui avviene l’ovulazione è questo [riferito a immagine]. Come si chiama? Lo
dovreste già sapere, il punto in cui il follicolo maturo sporge verso l‘esterno della superficie ovarica
si chiama stigma; quindi è il punto in cui il follicolo maturo (follicolo terziario, follicolo di Graaf)
sporge verso la superficie esterna dell’ovaio e quel punto si chiama proprio stigma. Questa è una
piccola parte del liquor follicoli che viene spinto ed è abbastanza denso come liquido, in cui
all’interno troveremo il cumulo ooforo e la cellula uovo. Chiaramente questo ci porta
inevitabilmente a una considerazione. Quale considerazione? Noi sappiamo che l’ovaio è un organo
che si definisce intraperitoneale, cioè l’unico organo del nostro organismo (già ne avevo accennato
la volta scorsa parlando dell’apparato genitale femminile) che è intraperitoneale, cioè sta all’interno
della cavità peritoneale è l‘ovaio; tutti gli altri organi possono essere o retroperitoneali perché
stanno dietro questa cavità, come il pancreas e il rene per esempio, oppure extraperitoneali, che
significa? Significa che sono avvolti dal peritoneo, ma stanno dentro la cavità peritoneale. Questo è
il principio del palloncino: quando noi abbiamo un palloncino di plastica, gonfio, l’organo
intraperitoneale è quell‘organo che sta dentro la cavità di questo palloncino, l’organo
extraperitoneale è quell’organo che è adagiato sulla parete esterna del palloncino, viene spinto
verso l’interno, quindi sarà avvolto dalla parete di questo palloncino, ma non sarà dentro, perché noi
potremmo in ogni caso prenderlo e tirarlo fuori, è chiaro? Essendo non dentro, non abbiamo
bisogno di rompere la parete di questo palloncino chiuso, ma è già fuori, quindi lo possiamo
prendere e tirar fuori. Dal momento che anche le tube sono degli organi e sono extraperitoneali
come fa la cellula uovo con il cumulo ooforo a passare da dentro la cavità peritoneale all’esterno
(perché la tuba è extraperitoneale) del peritoneo? È impensabile che ogni 28 giorni ogni una donna
possa avere una peritonite perforativa, cioè che questa cellula uovo perfori il peritoneo ogni 28
giorni (perché dal quattrodicesimo giorno da una parte fino al quattordicesimo giorno dall’altra
parte, ne rimango sempre 28 giorni visto che è un attività ciclica). Diciamo che è abbastanza
scomodo più che altro. E il trucco c’è e si vede, perché? Perché le fimbrie delle tube sono in
rapporto diretto con il peritoneo, e questo rapporto diretto fa sì che l’interno della tuba sia in
comunicazione con che cosa? Sia con l’interno del peritoneo sia con l’esterno, e la dimostrazione è
proprio quella di cui avevamo parlato la volta scorsa, cioè se noi dall’esterno iniettiamo un liquido
all’interno dell’utero, questo liquido risale lungo le tube, quindi è contenuto nella cavità di questi
organi, dove andrà a finire questo liquido che è il mezzo di contrasto? Andrà a finire all’interno
della cavità peritoneale quindi la tuba è rivestita dal peritoneo esternamente, ma sicuramente
l’interno, cioè il lume della tuba, comunica sia con l’interno del peritoneo sia con l’ambiente
esterno direttamente. Ci siamo? É chiaro? Quindi [con] l’ovulazione, la cellula uovo con il cumulo
ooforo non avrà bisogno di perforare il peritoneo per uscire all’esterno ma basterà che imbocchi la
tuba. È chiaro? Quindi la parte più larga cioè le fimbrie e poi il fundibolo con tutto il resto. Uno
degli attori, come vi dicevo, principali di questa commedia o tragedia -a seconda dei casi- è la
cellula uovo. Cellula uovo che è questa [indica immagine], abbiamo uno spazio fra la cellula uovo e
la zona pellucida che si chiama spazio perivitellino (sarà importante, poi vedremo perché) e infine
tutta una serie di cellule all’esterno della zona pellucida che non saranno più definite come cellule
del cumulo ooforo ma verranno definite come cellule della corona radiata, che poi sostanzialmente
sono le stesse, strutturalmente e sostanzialmente non cambiano queste cellule, solo che parleremo di
cumulo ooforo quando tutta questa struttura sarà all’interno del follicolo, parleremo di cellule della
corona radiata invece quando questa struttura non sarà più all’interno del follicolo, quindi la
ritroveremo all’interno della tuba. Se noi andiamo a guardare la cellula uovo è un ovocita di
secondo tipo o secondo ordine che è la stessa cosa, ma come vedete, queste sono le zone della
corona radiata, questa è la zona pellucida [indica immagine], come vedete all’interno manca
qualcosa, manca cosa? Il lume. Perché? Perché questa cellula, questo ovocita (di secondo tipo) è
fermo nella metafase della seconda divisione meiotica, quindi è stato bloccato, quando noi
troveremo questa cellula uovo nell’ovidutto, è stato bloccato nella metafase della meiosi II. Non c’è
bisogno che vi rammenti cosa sono meiosi I, meiosi II. Se noi andiamo a guardare che rapporti ci
sono fra le cellule del cumolo ooforo, o meglio della corona radiata che sono queste [indica
immagine], questa sarà la zona pellucida, questo qua sottilissimo che si intravede qui è lo spazio
perivitellino e questo è il citoplasma della nostra cellula uovo, cellula uovo che vi ricordo è già stato
visto è oligolecitico ed isolecitico secondo la classificazione delle cellule uovo. Questa è la zona
pellucida, queste sono un paio di cellule rimaste della corona radiata. Il secondo attore di questa
pièce teatrale è lo spermatozoo che voi già conoscete, mi auguro non per conoscenza diretta ma
comunque per studio. E‘ una cellula particolare, qui è come si osserva al microscopio elettronico a
scansione; già nell’antichità i medici antichi medievali e quelli anche un po‘ più recenti avevano
dato grande importanza agli spermatozoi più che alla cellula uovo perché ritenevano che all’interno
dello spermatozoo -perché evidentemente avevano capito che lo spermatozoo era importante- si
trovasse la nuova vita. Questo è, vedete, un disegno medievale con questo spermatozoo, questo
cranio appena abbozzato, questa dovrebbe essere una fontanella (quelle che vengono definite le
fontanelle cioè la mancata ossificazione, fusione delle ossa della volta cranica), con resto del
corpicino più piccolo; madre natura in questo spermatozoo ha voluto scherzare dando questa forma
strana alla testa di questo spermatozoo, quasi a confermare questa ipotesi. In effetti non è così. Lo
spermatozoo come già sapete è una cellula strana: ha una testa, un corpo e una coda che sono
formate da cose diverse, ognuno di questi segmenti. A noi quello che interessa è tutto lo
spermatozoo perché avremo la testa con il cappuccio acrosomiale, poi avremo un collo con un
centrosoma e con tutta una serie di mitocondri, quella che viene definita la guaina mitocondriale al
livello del collo e poi nella coda avremo i microtubuli che serviranno da impalcatura alla coda per
poi poterla far muovere. Gli spermatozoi sono delle cellule, come tutte le altre cellule, mobili; tutte
le cellule del nostro organismo sono mobili, anche quelle che ci sembrano le più fisse, sono mobili e
lo spermatozoo si muove con una discreta velocità (da 1 mm e mezzo a 3 mm al minuto, che per
una cellula è una bella distanza). Se noi li andiamo a osservare in vivo con un microscopio a
contrasto di fase ci sono, vedete, spermatozoi più lenti e spermatozoi più rapidi a secondo di quella
che viene definita la vitalità dello spermatozoo e come vedete a seconda del punto di fuoco alcuni si
vedono meglio alcuni spermatozoi, altri si vedono peggio. Andiamo avanti. Andiamo a vedere
questa nostra fecondazione. La fecondazione, che è veramente una missione impossibile, inizia
dove? Inizia al livello dell’utero, cioè al livello della prima cavità in cui ritroviamo gli spermatozoi
subito dopo l’eiaculazione. Questo cosa ci dice? Ci dice che gli spermatozoi devono risalire
dall’interno della cavità uterina verso la parte più larga, verso la parte ampollare della tuba ma il
tragitto non sarà facile, perché? Perché come dice la canzone di Morandi: “uno su mille ce la fa”
(diciamo che non è proprio un rapporto uno a mille ma è uno con qualche milione/qualche decina di
milioni); ma questo viaggio è un viaggio ad ostacoli, perché? Perché l’ambiente delle due cavità, sia
quella uterina, sia quella tubarica, non è un ambiente del tutto favorevole in quanto -questo vedete è
uno spermatozoo che si vede sulla superficie endometriale in cui noi ritroviamo cellule con
microvilli e cellule con ciglia vibratili- non è un viaggio comodo perché? Per un motivo molto
semplice: già all’interno dell’utero per la presenza di quelle strutture che vengono chiamate
pinopodi… Le cellule dell‘epitelio uterino intorno alla 22-24esima giornata posseggono delle
estroflessioni che sono sacciformi (cioè a forma di sacco) e si chiamano pinopodi. Questi pinopodi
servono sia a mantenere il microambiente all’interno dell’utero ma servono anche a identificare
quegli spermatozoi che saranno meno mobili, come abbiamo visto, e attraverso tutta una serie di
passaggi biochimici e di segnali biochimici segnalare alle cellule spazzine, cioè ai macrofagi
(macrofagi che provengono, come tutti gli altri macrofagi, dal torrente circolatorio sotto forma di
monociti) quali sono le cellule che devono essere eliminate, cioè gli spermatozoi che devono essere
eliminati. E infatti come vedete qua queste sporgono verso l’interno del lume dell’utero, questi sono
die macrofagi che stanno fagocitando degli spermatozoi, si riconoscono infatti le code ancora.
Quindi il primo ostacolo è nell’attraversamento della cavità uterina, dell’endometrio; poi abbiamo
un ulteriore tragitto da compiere cioè la tuba, l'ovidutto. Questi sono spermatozoi all’interno della
tuba [immagine]. Come vedete la morfologia della mucosa tubarica è differente da quella uterina:
avete fatto il ciclo tubarico, saprete che nelle tube uterine ci sono almeno due citotipi, cioè cellule
secernenti e cellule a ciglia vibratili (le cellule secernenti hanno microvilli e le cellule a ciglia
vibratili hanno proprio queste ciglia). Paradossalmente il percorso viene ostacolato proprio da
queste ciglia, perché? Se nella prima parte del ciclo tubarico (tutti i cicli durano 28 giorni), cioè nei
primi 14 giorni, il movimento delle ciglia va dall’istmo verso l’ampolla, nella seconda parte di
questo ciclo il movimento si inverte quindi ostacola l’avanzamento dello spermatozoo. Ma perché
s’inverte? Perché madre natura ha considerato che lo spermatozoo in ogni caso ha i mezzi per poter
risalire questa corrente perché ha i mezzi propri cioè ha il flagello, cioè la coda dello spermatozoo
ma c’è una struttura che invece deve essere facilitata nello spostamento dall’infundibolo o
dall’ampolla verso l’istmo cioè la cellula uovo o comunque quello che sarà dopo un’eventuale
fecondazione, per questo il movimento delle ciglia cambia nella seconda parte del ciclo. Comunque,
superato quest’altro ostacolo, il terzo ostacolo è quello più facile ma è legato a che cosa? E‘ legato
alla struttura della mucosa tubarica: lo abbiamo visto, lo vedrete osservando al vetrino, la mucosa è
tutta arricciata, è tutta fatta da moltissime pieghe quindi è come un labirinto e c’è una difficoltà
materiale di far incontrare degli spermatozoi con la cellula uovo. D’altronde lo spermatozoo ha un
emivita molto breve in genere al massimo 48h se mantenuti in ambiente favorevole sennò anche
meno, per esempio un ambiente favorevole al mantenimento in vita degli spermatozoi che può
arrivare anche a 36h è il fornice vaginale posteriore, è una specie di serbatoio naturale in cui gli
spermatozoi rimangono attivi anche 36h. Quindi una volta che abbiamo superato tutti gli ostacoli
possibili e immaginabili finalmente c’è questo incontro fra la cellula uovo e tutta una serie di
spermatozoi, perché non ne arriva uno solo spermatozoo a contatto con la cellula uovo ma ne
arrivano diverse decine se non diverse centinaia. Dello spermatozoo noi abbiamo visto la sua
composizione, ma dobbiamo soffermarci (perché lo vedremo successivamente) su due parti: la
prima parte è la testa dello spermatozoo, la seconda parte è il centrosoma dello spermatozoo. E
allora se noi consideriamo questo incontro cellula uovo-spermatozoo, non appena queste due
strutture si incontrano iniziano gli eventi specifici legati alla fecondazione: a carico dello
spermatozoo avremo due eventi: il primo si chiama capacitazione, il secondo si chiama reazione
acrosomiale; mentre a carico della cellula uovo avremo un’unica reazione che sarà la reazione
corticale. Questi eventi sono legati alla fecondazione perché? Perché dovremo consentire a uno
spermatozoo di poter entrare (ve lo sto dicendo per capire, che poi non sarà così lo vedremo) di
poter penetrare all’interno della cellula uovo ma a sua volta dovremo attraverso questi eventi
impedire che più spermatozoi entrino nella stessa cellula uovo. E allora andiamo avanti. Il nostro
spermatozoo che è veramente un agente segreto, la prima cosa che farà quando incontra una cellula
uovo… Vi ho parlato di cellula uovo ma in effetti non dovrei parlare di cellula uovo (ve lo dico
tanto per incominciare ad abituarci a pensare così) perché la cellula uovo non è una cellula uovo
singola, ma avrà quelle strutture che noi abbiamo visto prima, quindi, avrà una zona pellucida, avrà
delle altre cellule all‘esterno della zona pellucida, quindi lo spermatozoo che io vi ho detto che entra
in contatto con la cellula uovo, in effetti, nella realtà non è la cellula uovo la prima struttura che lo
spermatozoo incontra ma saranno le cellule della corona radiata. Queste cellule verranno diciamo
scalzate, quindi allontanate, da che cosa? Dal movimento pendolare della testa e il movimento di
spinta della coda, quindi da un lato la testa ha un movimento, una vibrazione, di tipo pendolare,
dall’altro la coda da una spinta in avanti, quindi scalza, allontana e si andrà a infilare fra le cellule
della corona radiata. Ma cosa succede? Non appena avrà finito di avanzare, quindi si sarà fatto largo
fra le cellule della corona radiata, la struttura che incontra quale sarà? La zona pellucida; non
appena vede la zona pellucida, scatta la prima reazione dello spermatozoo cioè la capacitazione,
ovvero lo spermatozoo già nelle vie genitali femminili si dice capacitato, cioè viene reso abile alla
fecondazione, come? Questa capacitazione non porta delle modifiche strutturali di questa cellula ma
porta delle modifiche nell’assetto proteico della membrana citoplasmatica della testa. Questo
diagramma che volutamente è molto semplice ma chiarificatore, come vedete, qui abbiamo uno
spermatozoo che è all’interno dell’epididimo, quindi ancora all’interno delle vie spermatiche e avrà
una struttura, una conformazione, delle molecole della membrana cellulare della testa particolare.
Quando lo spermatozoo viene associato al liquido seminale, al plasma seminale, e viene immesso
nelle vie genitali femminili, avrà un'altra conformazione di queste proteine che adesso vedremo,
quindi già cambia dall’interno delle vie spermatiche all’esterno, quindi quando entra nelle vie
genitali femminili; a sua volta nel tratto ascendente delle vie genitali femminili fino alla tuba, quindi
fino a quando non arriva in vista di questa cellula uovo (o comunque di tutte queste strutture)
cambierà ulteriormente il proprio assetto proteico della membrana citoplasmatica della testa,
perché? Cosa succede? Noi qui abbiamo le cosiddette proteine di rivestimento della membrana
citoplasmatica che al momento della capacitazione vengono disattivate e vengono staccate. Cosa
abbiamo in aggiunta? Abbiamo un arrivo sulla membrana di GAG (glicosaminoglicani) che, a
contatto con la membrana citoplasmatica, fanno sì che un accettore della molecola di colesterolo (vi
ricordo che il colesterolo è il costituente della struttura di qualsiasi membrana citoplasmatica) in
questo caso durante la capacitazione il colesterolo viene estratto dalla membrana perché si ha un
aumento del calcio citoplasmatico, un aumento del pH citoplasmatico della testa dello spermatozoo
e un aumento dell’AMP ciclico; questi tre aumenti, cioè questi tre eventi citoplasmatici (che qui,
vedete, questo è il colesterolo che noi troviamo nella membrana che viene staccato e catturato da
molecole accettori di colesterolo, questo è il rivestimento esterno che viene staccato dalla catena
degli zuccheri e viene liberato, quindi la membrana dello spermatozoo assume tutta un’altra
conformazione) non portano a modifiche strutturali, cioè la membrana citoplasmatica della testa
dello spermatozoo non si modifica strutturalmente, nel senso che il doppio strato non viene
modificato ma tutta questa serie di eventi fanno sì che le oscillazioni della coda (per questo c’è
anche aumento dell’AMP ciclico) aumentino l’ampiezza, quindi prima uno spermatozoo era lento,
una volta che lo spermatozoo è capacitato diventa più rapido, è come se gli mettessero un turbo, una
turbina, quindi la coda si muove in maniera più rapida con movimenti più ampi. Vi ricordo che la
coda dello spermatozoo non ha un moto pendolare cioè destro-sinistro o superiore-inferiore, ma ha
un moto rotatorio cioè sembra un’elica. E allora, andiamo a vedere cosa avviene nella reazione
acrosomiale. Per poter comprendere cosa avviene occorre ricordarci com’è fatta la zona pellucida.
La zona pellucida è composta principalmente da tre proteine ZP1, ZP2 e ZP3 (che significa: zona
pellucida 1, zona pellucida 2, zona pellucida 3). Questo è un diagramma della struttura semplice
molecolare della zona pellucida. La ZP3 è una proteina strutturale di questa zona pellucida molto
importante perché sulla testa dello spermatozoo troveremo un recettore proprio per la ZP3. Quindi
lo spermatozoo quando, come vi ho detto prima, scalza, allontana le cellule della corona radiata e
arriva a contatto con la zona pellucida, cioè con il versante esterno della zona pellucida, ha i
recettori per la ZP3 quindi si andrà ad agganciare a questa ZP3, quindi una volta che lo spermatozoo
arriva a contatto con la zona pellucida rimane calamitato, possiamo dire, proprio con la ZP3 che non
fa altro che modificare ulteriormente l’ambiente intracitoplasmatico, provocando cioè l’inizio della
reazione acrosomiale. Qual è il fine di questa reazione acrosomiale? Il fine è quello di liberare gli
enzimi che stanno nel cappuccio acrosomiale; questi enzimi sono enzimi litici e servono
evidentemente a distruggere un ostacolo che si frappone davanti allo spermatozoo.Questo ostacolo
qual è? È proprio la zona pellucida, perché lo spermatozoo deve poter attraversare questa barriera,
questo muro, e non lo può fare solo meccanicamente, perché la zona pellucida è un muro vero e
proprio per lo spermatozoo, quindi si deve aiutare con queste sostanze chimiche, per cui una volta
iniziata la reazione acrosomiale (quindi non c’è più l’acrosoma) si evidenzia la membrana che sta al
di sotto. La testa dello spermatozoo, spero voi già lo sappiate, è particolare perché ha due
membrane citoplasmatiche, una esterna e una interna: quella esterna ricopre il cappuccio
acrosomiale, quella interna invece ricopre il nucleo, quindi rimane scoperta la membrana interna; su
questa membrana interna ci sarà un recettore per una molecola ligante la ZP2 (perché già per la ZP3
l’abbiamo persa perché era sulla membrana acrosomiale e allora per agganciarla ulteriormente
abbiamo bisogno di un’altro recettore, questa volta per la ZP2), ma a sua volta essendo già iniziata
la reazione acrosomiale la zona pellucida viene aggredita da questi enzimi litici, quindi verrà lisata.
Perché avviene la reazione acrosomiale? Detto in quattro punti, in maniera da renderla semplice: si
avrà un’attivazione delle proteine G, poi abbiamo la depolarizzazione del plasmalemma cioè della
membrana citoplasmatica, abbiamo un aumento del pH intracellulare (0.3 unità) e infine anche un
aumento del calcio intracellulare che passa da 150 a 400 nanomoli. D’altronde, ragazzi,
ricordiamoci che madre natura agisce sempre nello stesso modo, difficilmente trova vie alternative:
l’acrosoma, il cappuccio acrosomiale cos’è in fondo? È un enorme lisosoma, si forma tant’è vero
dai lisosomi dello spermatide. Se voi vi ricordate quando nella prima lezione abbiamo parlato della
fissazione e vi dicevo che essa serve a bloccare i lisosomi, perché i lisosomi quand’è che si
attivano? Si attivano quando cambia il pH, con la cessazione della circolazione cambia il ph
intracellulare. Madre natura, come vi dicevo, fa la stessa cosa per aprire questo cappuccio
acrosomiale aumentando il pH. Andiamo a vedere come fa materialmente questa struttura a liberare
questi enzimi. Allora, il cappuccio acrosomiale avrà una sua membrana, quindi fra le due membrane
che abbiamo detto prima (citoplasmatica esterna e interna o nucleare) ce ne saranno altre due che
saranno le membrane o la membrana che riveste il cappuccio acrosomiale. Cosa succede? Quando
noi fondiamo la membrana citoplasmatica esterna con la membrana acrosomiale abbiamo creato dei
pori, (quindi questa è la membrana esterna, questa è la membrana interna questo strato sottilissimo è
la membrana cromosomiale). Questi pori fanno sì che fuoriesca questo materiale cioè questi enzimi
fino a quando tutta questa struttura si perde, (quindi questa è la doppia membrana,come vedete si
creano questi pori, queste sono delle vescicole che si creeranno dovute alla fusione di queste due
menbrane, l’acrosoma scompare come tale perché gli enzimi fuoriescono). Quindi alla fine la
membrana della testa diventerà la membrana cellulare esterna (questi tre pallini da un lato e
dall’altro sono molto importanti vedremo successivamente perché, memorizziamoli!). Allora se noi
andiamo avanti in queste nostre disanime, vediamo cosa succede a livello della cellula uovo,
avremo la cosiddetta reazione corticale: abbiamo dato per scontato perché inizi la reazione corticale
che questo spermatozoo sia arrivato a contatto con la membrana citoplasmatica della cellula uovo,
cioè che abbia già perforato, tramite quel meccanismo, la zona pellucida e la testa dello
spermatozoo sia arrivata a contatto con questa membrana cellulare, cellula uovo, infatti noi cosa
abbiamo, cellula uovo, zona pellucida (questo spazio più chiaro si chiama spazio perivitellino).
Nella porzione più esterna del citoplasma della cellula uovo troviamo queste strutture
rotondeggianti: i granuli corticali. Non crediate che la fecondazione sia un evento facile. Questi
granuli corticali che noi vediamo qui possono essere un po' più chiari o più scuri, cosa fanno? Non
appena abbiamo avuto la sezione della zona pellucida, lo spermatozoo è arrivato a contatto con la
cellula uovo, cosa provoca il contatto fra cellula uovo, quindi membrana citoplasmatica della cellula
uovo con la membrana citoplasmatica quella della testa dello spermatozoo? Provoca un aumento del
calcio intracitoplasmatico nella cellula uovo. Ma questo contatto dove avviene? Questo contatto
avviene in quei punti, che noi abbiamo visto, che vi ho detto di sapere a memoria, a fianco della
testa dello spermatozoo quindi quando vedete i disegni schematici in qualche libro rivista o su
internet e vedete lo spermatozoo tipo kamikaze che arriva perpendicolarmente alla zona pellucida, e
poi arriva alla cellula uovo sempre perpendicolarmente, è quanto di più sbagliato possa esistere
perché è vero che arriva in modo perpendicolare alla zona pellucida, ma poi attraversato la zona
pellucida vuoi anche per lo spazio che è minimo, dal momento che la testa dello speramatozoo è
allungata non può restare in senso perpendicolare ma si deve adattare allo spazio quindi nello
spazio del vitellino è costretto a ruotare, e non solo è costretto a ruotare ma le proteine di aggancio
che si trovano sullo spermatozoo sono ai lati della testa, vicino al collo, quindi la testa dello
spermatozoo si deve necessariamente porre di fianco alla cellula uovo. Quindi queste vescicole si
aprono verso l’esterno, si ha la esocitosi del materiale contenuto in queste vescicole, materiale che
come vedete si dispone a formare una struttura, ovvero la membrana di fertilizzazione, e a cosa
serve? Serve ad impedire che altri spermatozoi possano arrivare a contatto con la cellula uovo;
quindi è una barriera che la stessa cellula uovo forma per evitare la cosiddetta polispermia cioè la
fecondazione della cellula uovo da parte di più di uno spermatozoo. Se noi andiamo a guardare in
questa animazione da un lato fatta con il contrasto di fase e dall’altra fatta con il microscopio a
fluorescenza, arriva uno spermatozoo a contatto con la cellula uovo, cosa succede a carico della
cellula uovo? Si viene a formare (questa è l’onda del calcio intracitoplasmatico che aumenta, lo
vedrete con il microscopio a fluorescenza), si viene a formare una membrana tutto attorno
all’esterno della cellula uovo ed è una barriera contro l’arrivo di altri spermatozoi) e allora questa è
l’immagine successiva a quella precedente perché abbiamo la zona pellucida, la cellula uovo,
ancora con qualche granulo corticale, ma come vedete, lo spazio vitellino è molto più ampio perché
c’è questo materiale, questi sono i microvilli della cellula uovo, questo materiale forma la
membrana di fertilizzazione, che andrà ad influire anche sulla struttura della zona pellucida che gli
ostetrici dicono si irrigidisce; in effetti magari si potrà irrigidire ma non si limita solo
all’indurimento della zona pellucida ma anche ad un cambio della morfologia. E lo vediamo.
[vedi fig.]A seconda dei momenti di fecondazione da a a d , come vedete, guardate la superficie
esterna; a piccolo ingrandimento, già si vede, al microscopio elettronico a scansione, già molto
divirsa; questa é più liscia, questa é più granulare; se noi andiamo a più forte ingrandimento, questa
é la superficie prima della fecondazione, e questa é la superficie, passando attraverso queste tappe, é
la superficie una volta formata la membrana di fertilizzazione. E allora, tutto quello che abbiamo
detto fino ad ora sono dei fenomeni connessi alla fecondazione ma la fecondazione vera e propria è
l’ingresso all’interno dell’ovocita di una parte dello spermatozoo: è questa la vera fecondazione.
Allora se noi andiamo a considerare spermatozoo, reazione acrosomiale, arriva a contatto e si
dispone tangenzialmente alla membrana, qui noi abbiamo il fuso di divisione perché l’ovocita è
bloccato nella seconda metafase della divisione meiotica. Quando arriva lo spermatozoo a contatto
con la cellula uovo, abbiamo la fertilina, proteina d’aggancio: [vedi fig.] Questa fertilina, vediamo
già col microscopio elettronico a trasmissione, (mediante una metodica istochimica con la
microscopia elettronica, quella con l’oro colloidale), che tutti questi puntini neri corrispondono alla
molecola quindi alla fertilina; questa è la superficie esterna prima delle fecondazione, questa dopo;
intanto, come vedete, non troviamo più microvilli e soprattutto non si riscontra più la fertilina sulla
superficie esterna della cellula uovo. Quindi riassumiamo: la testa dello spermatozoo che arriva a
contatto con la membrana, fa sì che questo segnale di fusione con la membrana attivi il calcio
intracitoplasmatico e attiva due cose: la prima è la membrana di fertilizzazione, la seconda è
l’indurimento e quindi il cambio di morfologia della zona pellucida, attraverso questa serie di
reazioni chimiche. In questo filmato vediamo come si forma una membrana di fertilizzazione;
chiaramente qua manca la zona pellucida , questi sono spermatozoi che arrivano alla superficie,
questo è il punto in cui è penetrato lo spermatozoo e man man va ad allargarsi questa zona e tutti gli
spermatozoi resteranno all’esterno, non ce ne sarà uno che riuscirà a far breccia in questa membrana
e vedete questo é il punto (la zona più larga), dove inizia la costruzione di questa membrana di
fertilizzazione. [Il collega chiede come si realizza un video del genere. Risposta: In vitro, mettendo
in un liquido di coltura una cellula uovo e spermatozoi]. Adesso vi faccio vedere una rapida
sequenza di immagini al microscopio elettronico a scansione. In questo caso abbiamo la reazione
acrosomiale, cioè sta perdendo l’acrosoma; queste sono le vescicole che vi ho detto si formano dalla
fusione delle due membrane, qua dentro, in questo contenitore c’erano gli enzimi che sono
fuoriusciti; una volta finita la reazione acrosomiale abbiamo una linea di demarcazione che
corrispondeva alla presenza del cappuccio acrosomiale, qua le proteine d’aggancio della testa,
questo è il collo dello spermatozoo. Quindi lo spermatozoo tramite la spinta e gli enzimi perfora la
zona pellucida e non la prende in senso verticale ma tangenziale, ma la cosa importante è che lo
spermatozoo, quando supera la zona pellucida, stacca la coda; quindi il resto della coda è fuori, la
testa e solo la testa penetra all’interno della cellula uovo. In effetti non solo la testa, ma anche il
centrosoma. Le uniche due strutture che entrano nella cellula uovo sono la testa dove non c’è nucleo
e il centrosoma. Qual è la struttura che noi abbiamo creato dalla penetrazione dello spermatozoo e
della cellula uovo? Una struttura che si chiama zigote, che viene dal greco e significa fusione, e
allora cosa succede: la testa entra all’interno ma è molto piccola, il rapporto fra spermatozoo e
cellula uovo è una specie di terra con Giove! Quindi cosa deve fare questa povera testa, deve
decondensarsi cioè decompattare il materiale che si trova all’interno del nucleo, quindi il primo
evento subito dopo la formazione dello zigote è proprio la decondensazione della testa per formare
quello che viene definito il pronucleo maschile, perché quello femminile c’è già, ed è quello della
cellula uovo. Con la formazione dei pronuclei abbiamo l’inizio della formazione dello zigote; questi
due pronuclei sono sempre separati (nell’uomo e nei mammiferi); non si ha la fusione dei pronuclei
(chiamata anche anfimissi)! Questa anfimissi nel genere umano e in tutti i mammiferi non avviene
mai; questo zigote quindi è formato dalla zona pellucida, dallo spazio perivitellino, da questa
struttura che sta fuori dall’ovocita ma nello spazio perivitellino che è il primo globulo polare; come
vedete all’interno dei pronuclei ci sono queste strutture che si chiamano corpi nucleari; a tutt’oggi
una definizione certa non esiste; in ogni caso si sa che queste strutture sono simili ai nucleoli; gli
studiosi inglesi le chiamano nuclear body. Recenti studi classificano gli zigoti a seconda del numero
e alla disposizione di questi corpi nucleari; questa é la classificazione a seconda che siano pochi e
grossi, o molti e piccoli, o che non ce ne siano; diciamo comunque che sono importanti perché
equivalgono ai nucleoli. E allora vi ho detto che all’interno della cellula uovo entra la testa che poi
si decondensa, e il centrosoma che forma un aster, che non è un vero e proprio aster per come lo
conosciamo nella mitosi, perché quello classico avrà bisogno per formarsi di due centrioli; qua non
è classico, ma è formato da un solo centriolo che è proprio quello paterno; il compito di questo aster
è di tirare uno verso l’altro e portare verso il centro i due pronuclei, perché fino adesso abbiamo
visto il nucleo della cellula uovo (quando questa entra in meiosi) si sposta sempre verso la periferia
della cellula; vi siete chiesti perché? Perché, qual è il frutto di una divisione della cellula uovo?
Cosa succede alle cellule uovo quando si dividono? Formano un globulo polare, ma è piccolissimo,
quindi dal momento che l’asse di divisione divide sempre il citoplasma in due parti, se noi
spostiamo il nucleo verso la periferia, avremo un asse di divisione sempre, ma il citoplasma che si
viene a formare in prossimità del globulo polare sarà pochissimo, tutto il resto resterà a carico della
cellula uovo; ricordiamoci che l’asse mitotico o meiotico è fondamentale nella crescita della cellula.
Quindi formato questo aster, abbiamo i due pronuclei al centro della cellula uovo, pronti a far
partire la sintesi del dna, perché? Perché abbiamo necessità di sintetizzare nuovo DNA; perché poi
questo zigote dovrà dividersi in due cellule; se non ci fosse una sintesi del dna, le due cellule figlie
dello zigote sarebbero aploidi perché fino adesso abbiamo inserito un corredo aploide in un
elemento una cellula uovo) aploide, formando una cellula diploide; ma se non raddoppiamo anche
il dna le figlie dello zigote saranno aploidi. Quindi raddoppiamo il dna e iniziamo una divisione
cellulare, cioé una mitosi. In questo filmato vediamo la formazione del secondo globulo polare: qui
è penetrato uno spermatozoo, qui si formerà il secondo globulo polare perché il fuso é qui e man
mano si va rigonfiando; l’asse della divisione è questo, quindi una parte del citoplasma andrà
mantenuto nella cellula uovo, un’altra parte invece resterà a carico del globulo polare che è questo;
il secondo globulo polare si forma appena la testa dello spermatozoo è penetrata all’interno della
cellula uovo. La posizione dei due globuli polari è importante perché ci permette di classificare lo
zigote in 4 tipologie a seconda della posizione dei pronuclei in rapporto ai due globuli polari; quindi
avremo 4 tipologie di zigoti, pn1, pn2, pn3 e pn4, e avremo una disposizione o obliqua verso destra
o sinistra o verticale o orizzontale; tutto questo fa sì che si prepari ad una divisione di tipo mitotico.
Oggi si parla tanto di clonazione che si fa partendo dai due pronuclei maschili e femminili , si toglie
il pronucleo femminile da una cellula uovo e si impianta un nucleo somatico cioè di una cellula
somatica che è già diploide; l’effetto finale sarà uguale solo che noi avremo dato a questo zigote
strano, non due patrimoni diversi, ma un patrimonio identico, quindi tutte le cellule che verranno
dopo, saranno frutto di una cellula identica a una cellula somatica qualsiasi. Allora cosa succede
quando inizia la prima divisione? Succede che inizia il processo di segmentazione che è
fondamentale per la creazione di quello che poi arriverà nell’utero. Normalmente si dice che nell‘
utero arriva l’ovulo fecondato ma non è così; la struttura è completamente diversa; siamo ancora
nell’ampolla della tuba, la segmentazione finisce a livello dell’istmo della tuba quindi la struttura
che verrà formata dalla segmentazione, ancora non è neanche entrata nel utero; quindi cerchiamo di
utilizzare terminologie esatte. La segmentazione è tutta una serie di divisioni cellulari somatiche (o
mitotiche) che portano alla formazione di una struttura che si chiama morula. Adesso vedremo
come si arriva a questa struttura; fare un figlio sembra facile ma è tutt’altro! Allora come vi dicevo:
fecondazione ( siamo nell’ampolla), zigote (siamo nell’infundibolo), fino all’istmo noi abbiamo la
morula, quindi nell’utero entra la struttura successiva alla morula; quindi l’uovo fecondato
nell’utero non c’entra niente. Tutto questo avviene in circa 5-6 giorni. Queste sono le caratteristiche
della segmentazione:
• totale o oloclastica;
• adeguale;
• rotazionale;
• spirale;
• asincrona.

Allora totale cosa significa? Le cellule che si vengono a formare dalla divisione dello zigote si
chiamano blastomeri; quindi non esiste più lo zigote si divide in due cellule, queste si chiamano
blastomeri; tutti gli elementi che formeranno la morula sono sempre blastomeri; e allora totale o
oloblastica significa che tutti gli elementi cellulari vanno incontro a divisione; cioé tutte le cellule
si divideranno.
Adeguale significa che non tutte le cellule che si dividono formeranno figlie dello stesso volume;
allora, all’esterno dello zigote e quindi delle prime due cellule, abbiamo la zona pellucida che
permane per molto tempo; cosa succede quando noi abbiamo una cellula che si divide; ovvero in
una mitosi normale, questa cellula prima di dividersi, cosa fa? Duplica il dna, che significa che noi
da una cellula formiamo due cellule identiche alla madre e allora queste divisioni non sono delle
mitosi classiche ma si chiamano mitosi segmentali, perché i blastomeri che si dividono, prima di
dividersi, non raddoppiano il volume, cioè il volume che devono occupare rimane costante quindi
semmai le due cellule figlie saranno esattamente la metà o comunque dovranno occupare lo stesso
spazio che occupa la madre. Può capitare che uno dei due blastomeri sia più grande dell’altro ma
nel complesso devono occupare lo stesso volume che occupava la madre.
Rotazionale: l’asse delle divisioni è sempre perpendicolare con quello successivo;cioé se il primo è
verticale, il secondo dev’essere orizzontale; così noi abbiamo la disposizione planare o a spirale.
Adesso vediamo questo zigote molto accelerato che non fa altro che dividersi in queste due cellule
che occupano lo stesso spazio della madre.
Asincrona perché una cellula si è già divisa e una ancora no. Secondo la legge italiana, dallo stato
di zigote in avanti cioè allo stadio di due cellule siamo in presenza di un embrione, cioè questo
stadio è già considerato un embrione umano, cioè lo stadio embrionale per la legge inizia quando si
formano le prime due cellule; e allora i nuclei rimangono abbastanza grandi, quello che va
rimpicciolendo è il citoplasma, perché si dovrà dividere tra le cellule, considerato che la zona
pellucida rimane integra; quindi se noi osserviamo le tappe con la scansione, da due cellule si
passerà a questa struttura a 4 cellule definita morula, considerata un embrione. Tanto per capire la
tempistica, come vedete si viene a creare tutto questo in circa 3 giorni (creazione della morula), ma
questa morula non sta lì così, queste cellule che si dividono non stanno passive e si dividono
soltanto, ma iniziano a lavorare in un senso; cioè abbiamo la cosiddetta compattazione della morula;
significa che prima tutti i blastomeri hanno tutti una forma grossolanamente circolare sferica perché
sappiamo che, non essendo costretta dall’ambiente esterno, qualunque cellula assumerà la forma
migliore, cioè assumerà la forma sferica; se in questa coltura una cellula non ha altri ostacoli, questa
si adatterà a quella migliore per sé stessa. La stessa cosa accade per la morula: fino a quando lo
spazio reso libero dalla zona pellucida è abbastanza ampio, i blastomeri tenderanno sempre alla
forma rotondeggiante sferica, quando lo spazio incomincia a diventare stretto, ad un certo punto
nello spazio in cui c’era lo zigote arriveremo ad avere 32 cellule; queste cellule quindi tendono a
compattarsi, ma lasciano spazi liberi, cambiano la propria forma e diventano poligonali perché
cercheranno di occupare gli spazi liberi; ma cambiano anche gli agganci con le cellule circostanti;
perché fino a quando sono sferiche abbiamo pochi punti di aggancio attraverso alcune molecole di
adesione chiamate caderine, ma quando le cellule cominceranno a diventare poligonali, queste
molecole di adesione si svilupperanno e formeranno una specie di cerniera, formando in questo
modo i cosiddetti complessi di giunzione intercellulare. In questo caso specifico noi dobbiamo
identificare due tipologie di blastomeri, quelli esterni e quelli interni di questa morula ( chiamata
così perché assomiglia a una mora). In queste cellule, soprattutto nei blastomeri esterni, cambiano i
complessi di giunzione che evolvono ulteriormente. Cosa succede? Verso la superficie esterna della
morula si vengono a creare del complessi di giunzione molto tenaci, zonulae occludens e zonulae
adherens, perché le cellule stanno incominciando, oltre che a dividersi, anche a fare qualche altra
cosa. Infatti all’interno dei blastomeri, in alcuni punti, si incominciano a formare tutte queste
vescicole che contengono un liquido che viene esocitato; quindi inevitabilmente succede che fra i
confini intercellulari si viene a creare uno spazio che contiene questo liquido; ma questi spazi
intercellulari inevitabilmente si dilatano perché contengono questo liquido. Se noi non avessimo
creato prima le giunzioni serrate formate o dalla z1 e dalle occludine, questo liquido prodotto
dall’interno, si infiltrerebbe e uscirebbe fuori; invece deve restare all’interno e più se ne produce,
più aumenta il suo volume e si viene a creare questa cavità; ricordiamoci siamo sempre all’interno
della zona pellucida che è ancor integra e quindi si passa dalla struttura morula piena ad una
struttura cava: la blastocisti . Questa non è altro che una morula con una cavità dentro ripiena di un
liquido; questa cavità, si chiama blastocele e quindi la morula è scomparsa.
Noi abbiamo visto quando inizia la segmentazione, ma quando finisce? Quando, attraverso tutte
queste mitosi segmentali non viene raggiunto il rapporto nucleo citoplasma specifico della specie;
in genere la specie umana ha un rapporto nucleo-citoplasma di 1:1, cioè sono equivalenti perché
siamo partiti da due blastomeri in cui il nucleo era sproporzionalmente piccolo rispetto al
citoplasma; man mano che dividiamo, abbassiamo questo rapporto e arriviamo a portarlo ad 1:1; la
zona pellucida rimane, ma alla fine quando si crea la blastocisti, si stacca e quindi
contemporaneamente all’arrivo al valore 1:1, avremo anche la distruzione della zona pellucida.

Prof. Micali 18 aprile 2012

Metodi anticoncezionali ed Impianto dell'embrione

Signori, buongiorno. Oggi, anzi ieri, abbiamo visto quali sono i primi eventi che si succedono per
fare iniziare quella che viene detta una nuova vita. Oggi iniziamo la lezione con qualche consiglio,
invece, su come fare a non far iniziare questa nuova vita. Un consiglio potrebbe essere: un buon
gelato. Secondo voi prima o dopo? (brusio e un ragazzo risponde "durante") Allora, qualche anno
fa, quando io ho fatto una richiesta del genere, una ragazza mi rispose: durante. Io sostengo:
invece. Perché senno, i risultati poi sono questi.... Se uno pensa ad un gelato poi alla fine poi...allora
accanto a metodi anticoncezionali più utilizzati che noi, diciamo, conosciamo ce ne possono essere
alternativi quali (Risate dovute alle slide) oppure, forse qualcuno non l'ha capita ma..non ci posso
fare niente. Eh..o anche (risate). A seconda, dico, ce ne sono molti. Noi umani tendiamo sempre un
problema da niente a farlo diventare una cosa ”gigante”! (Risate). Non ci possiamo fare niente, è
nella nostra natura. Dico questo, purtroppo è solo maschile come metodo anticoncezionale! Eh...va
va be'! Va be', diciamo che per oggi è tutto, ce ne possiamo andare, abbiamo capito tutto! (Risate)
Allora, invece, ritornando al nostro argomento, la tappa successiva, adesso potete prendere appunti,
la tappa successiva alla diciamo formazione di quello che abbiamo visto ieri cioè al blastocele è
data proprio dall'impianto e annidamento della blastocisti, dalla gastrulazione e dalla neurulazione.
Cioè questi tre momenti, successivi l'uno all'altro, sono fondamentali poi per lo sviluppo totale
completo del futuro essere, sia che sia uomo, sia che sia animale inteso sempre della famiglia dei
mammiferi, perché chiaramente queste tre tappe si verificano esclusivamente nei mammiferi. C'è
una possibilità di avere una gastrulazione anche in altre specie non mammiferi, anticamente si
studiava, anticamente dico perché l'ho studiata pure io, quindi anticamente, si studiava la
gastrulazione nei pesci, negli uccelli, nell'anfiosso che è un esserino apparentemente inutile che sta
infilato nella sabbia del fondo del mare, perché questo, perché da questi animali più in basso nella
scala evolutiva si riusciva poi a capire, meglio, studiando prima questi, cosa avviene, che è molto
più complicato, nell'uomo. Comunque, diciamo che, questi sono gli eventi che vedremo oggi,
partendo dall’impianto e dall'annidamento. Allora, noi abbiamo creato, ieri, mi sembra tanto Art
Attack, un blastocisti. Abbiamo visto com'è fatta, la rivedremo. A questo punto, questa blastocisti,
deve arrivare nella cavità uterina. Quindi, il discorso che facevo ieri quando si sente dire “nell'utero
arriva l'ovulo fecondato” proprio dell'ovulo fecondato non arriva niente, arriva questa struttura già
molto complicata, la blastocisti. Questa blastocisti che arriva in cavità uterina, si trova a dover,
diciamo, confrontarsi con un ambiente assolutamente nuovo, cioè non è più la tuba uterina, ma è
l'endometrio, anzi l'epitelio, in un primo momento, è l'epitelio uterino. Per questo noi abbiamo
bisogno di, a questo punto, confrontare i due orologi biologici: quello materno e quello fetale.
Fetale o embrionale, a questo punto, ancora a questo punto, perché il feto, sappiamo, si parla di feto
quando si parte già da circa due mesi dopo la fecondazione. E allora, cosa succede? Perché
dobbiamo confrontarci con questo doppio orologio? Perché fin quando l'ovulo fecondato e la
morula stanno in cavità tubarica gli eventi che avvengono a carico dell'embrione, chiamiamolo così,
perché è proprio embrione, lo abbiamo visto ieri, già due cellule, per la legge italiana, è un
embrione, sono svincolati da quello che succede a carico della madre. Quindi i due orologi
biologici, quantomeno, in quella fase, sono assolutamente svincolati. Sono separati, orologio
biologico della madre, orologio biologico dell'embrione. L'unica, chiamiamo così, ripercussione
dell'orologio biologico della madre sull'embrione a livello tubarico, è quello, proprio quello che
abbiamo visto, che abbiamo accennato ieri, che vi è stato accennato, sicuramente, nel parlando del
ciclo tubarico è che il movimento delle ciglia favorisce l'avanzamento della morula, quindi di
questo embrione, dalla tuba verso l'istmo, fin quando poi, questo embrione - (entra un ragazzo in
classe) prego? (studente: sono arrivato in ritardo...non posso entrare?) mi dispiace, arrivederci. - E
allora, quindi, fino a quando questo embrione non arriva, non passa attraverso l'istmo e arriva a
livello della cavità uterina . E allora, come vedete, i due orologi biologici sono particolari, perché,
un orologio biologico segna il tempo che abbiamo a livello uterino, e un orologio #00:06:57-5#
biologico, quindi materno, e un orologio biologico fetale, o embrionale, come lo vogliamo meglio
dirlo, segna il tempo del formazione di questa blastocisti. E allora, l'orologio biologico materno, che
è inutile che vi faccio il dettato, lo vedete qui, l'importanza di questo orologio biologico si
estrinseca per il fatto che l'utero a prescindere o meno che ci sia stata una fecondazione, l'utero di
per sé si prepara ad accogliere un eventuale impianto. Quindi in ogni ciclo uterino l'utero nella fase
secretiva si inizia a preparare come se in quel ciclo ovarico ci fosse alla fine dell'ovulazione, quindi
dopo l'ovulazione, una fecondazione. è chiaro ragazzi? Questo penso già lo abbiate fatto parlando
del ciclo uterino. Quindi questo orologio biologico materno coincide, sicuramente, con una
produzione ormonale particolare perché, sappiamo perfettamente che dal quattordicesimo giorno in
avanti, o per meglio dire, dall’ovulazione in avanti. Io preferisco parlare di eventi biologici più che
di giorni, perché i giorni non sono mai sicuri, sempre ritornando alla storia di fare o non fare un
figlio, una nuova vita, non vi basate sui giorni, perché i giorni non sono mai sicuri. E allora,
basandoci sugli eventi, cioè l’ovulazione, noi sappiamo che, dal quattordicesimo giorno o
dall’ovulazione, come vi dicevo, in avanti, la produzione ormonale cambia. Perché? Perché si
aggiunge agli estrogeni, che già venivano prodotti a carico dell’ovaio, si aggiunge #00:20:43-9#
un altro ormone, che è il progesterone, che è prodotto dal corpo luteo. Sappiamo perfettamente che
dal quattordicesimo giorno in avanti, intorno al sedicesimo giorno, già il corpo luteo può già
considerarsi come un corpo luteo maturo, cioè produce progesterone, quindi c’è questo ingresso di
questo nuovo ormone. Il progesterone non è lì per caso, ma andrà ad influire sulla mucosa uterina,
sull’endometrio. Questo endometrio subirà delle modificazioni: anche se siamo in fase secretiva,
adesso lo vediamo, subirà delle modificazioni. La convergenza dei due orologi biologici cosa ci da,
ci da una serie di eventi, che, se coincidenti, e quindi sincronizzati, fra l’orologio biologico della
madre e l’orologio biologico dell’embrione, se coincidenti, perché possono pure essere sfalsati, e in
quel caso non si ha non si hanno gli eventi che si hanno dopo, quindi se coincidenti, cioè se
sincronizzati, questi due orologi, danno questi eventi, che adesso noi andremo a vedere. Cioè: la
prima cosa è la perdita della zona pellucida, la seconda cosa è l’apposizione, l’orientamento e
l’adesione della blastocisti, in una sola parola si chiama impianto, e poi la penetrazione e la
riepitelizzazione sempre della blastocisti, che, in una sola parola, si chiama annidamento. È chiaro
fin qua ragazzi? Come tempistica ci siamo? E allora, andiamo a vedere queste immagini, che forse
voi avete visto già, ma che, “repetita iuvant” si dice. Noi abbiamo, a livello dell’endometrio, due
fasi del periodo secretivo, o due periodi della fase secretiva, come volete dire voi: una iniziale ed
una tardiva. La mucosa tardiva, nella fase secretiva iniziale, ancora non è pronta all’impianto, cioè a
ricevere la blastocisti, ma si prepara, diciamo, nella seconda metà della fase secretiva, cioè noi la
fase secretiva possiamo dividerla, i secondi quattordici giorni quindi del ciclo uterino e della fase
secretiva si possono ulteriormente dividere in all’incirca 7 giorni e 7 giorni: una fase secretiva
iniziale ed una fase secretiva tardiva. Però, se ci facciamo, questa divisione non è, anch’essa,
totalmente corretta. Perché, perché dei quattordici giorni, cioè di tutta la fase secretiva dei secondi
14 giorni del ciclo uterino, secondi nel senso degli ultimi 14 giorni, gli ultimi tre giorni di questa
fase sono già impegnati, da parte dell’endometrio, a preparare l’endometrio non tanto a ricevere la
blastocisti, ma quanto a prepararsi al ciclo successivo, e quindi al ciclo uterino successivo, e quindi
alla prima fase mestruale, o emorragica successiva. Quindi, la tempistica, diciamo che, lo vedremo
anche nell’immagine successiva, noi non possiamo considerare tutti i secondi 14 giorni, cioè tutta la
fase secretiva utile per un eventuale impianto, ma di questi 14 giorni dobbiamo eliminare i primi
giorni, cioè la fase secretiva precoce, o iniziale, come vogliamo chiamarla noi, e gli ultimi 2 o 3
giorni dei 14 giorni perché, ripeto, in questi giorni l’utero, l’endometrio, si prepara quindi al ciclo
successivo, alla fase emorragica successiva. E allora, come vedete, come vedete, in queste due parti
delle fasi della fase secretiva, l’aspetto dell’endometrio è diverso: qui le ghiandole, per esempio, le
ghiandole uterine, che sono queste, sono abbastanza rettilinee, mentre nella seconda fase, nella
seconda metà, solo incominciano a diventare molto tortuose, come vedete si vedono abbastanza
bene. Ma se noi andiamo a guardare, nella fase secretiva iniziale, una delle caratteristiche specifiche
di questa fase, è il comportamento delle cellule secernenti delle ghiandole. Anche questo, io penso,
lo abbiate fatto: c’è un accumulo all’interno di queste cellule di materiale, senza voler approfondire
la tipologia di questo materiale, ma che poi sarà, in fondo, quello che verrà esocitato, nella fase
successiva, non tanto a livello della porzione apicale di queste cellule, come ci si potrebbe aspettare
perché è recondito [recondito?] lo abbiamo visto, facendo le ghiandole, che le cellule secernenti, per
secernere, accumulano sostanza sulla porzione apicale, per poi portarla al di fuori, parliamo di
ghiandole esocrine. In questo caso, invece, c’è un comportamento anomalo, cioè, o comunque
apparentemente anomalo, cioè si ha un accumulo, in questa zona vedete, che è la zona basale delle
cellule, di questo materiale. Questo materiale, nella fase secretiva tardiva, verrà spostato dalla parte
basale verso la parte apicale, quindi iniziando quella che è una vera e propria secrezione, tanto è
vero, se voi ci fate caso, in questa immagine, all’interno delle ghiandole, (all’interno delle
ghiandole,) non si trova il secreto, sono vuote, pur essendo già entrate in fase secretiva. E allora,
andiamo a vedere la fase secretiva tardiva: in questa fase, come vedete, all’interno delle nostre
ghiandole uterine..nostre, sempre così...loro ghiandole uterine, abbiamo la presenza di
questo secreto. Non solo, ma vedete la tortuosità, questo è a 4 di ingrandimento, si vede l’enorme
tortuosità, sono ghiandole tubulari, semplici, ma non più rettilinee, ma sono assolutamente tortuose,
qua questo è secreto. Ma non solo a carico delle cellule secernenti, quindi delle ghiandole,
avvengono delle trasformazioni, ma in parte lo abbiamo, ve l’ho accennato ieri, anche a carico
dell’epitelio uterino: questo epitelio uterino cosa fa, cambia il proprio aspetto, noi troviamo in un
epitelio uterino, diciamo, in fase proliferativa, una doppia popolazione cellulare, le cellule con le
ciglia e le cellule a microvilli [lo ripete]. Questa popolazione, durante lo sviluppo del ciclo uterino,
cambiano di proporzione, cioè: all’inizio del ciclo, una volta terminata la fase emorragica, perché
non troviamo l’epitelio alla fine della fase emorragica e non si trova l’epitelio uterino, ma, all’inizio
della fase proliferativa, ritroviamo il nostro altro epitelio uterino perché viene ricostituito nella fase
ripartiva. E allora, in questa fase le cellule a microvilli sono molto più numerose, sono meno
numerose le cellule ciliate, invece, man mano che ci spostiamo verso l’ovulazione, quindi verso la
fase secretiva, si ha un’inversione della proporzione, cioè, aumentano di numero le cellule ciliate e,
proporzionalmente, diminuiranno di numero le cellule a microvilli. Entrando però nella fase
secretiva arriviamo all’incirca a metà di questa fase secretiva dove incominceremo a trovare, come
vedete, queste cellule. Queste cellule non sono le cellule ciliate, perché noi continueremo ad averle
le cellule ciliate, come citotipo, ma saranno delle cellule che molto verisimilmente erano le cellule a
microvilli che trasformano questi microvilli in delle estroflessioni vescicolose. Queste estroflessioni
vescicolose, ve l’ho accennato ieri, si chiamano pinopodi. Per gli amici, per i conoscenti, Giuseppe
Podi (timide risate). Allora, quindi, questi pinopodi a cosa servono, servono a regolare, come
abbiamo detto ieri, l’ambiente intrauterino e serviranno a eliminare, a fare una prima, come si dice,
scrematura, degli spermatozoi presenti in cavità uterina, eliminando quelli, per esempio, più lenti.
Nelle modificazioni epiteliali, e non solo epiteliali, dobbiamo anche ricordare una cosa: come
vedete, discorso che vi facevo io prima, le cellule che posseggono questi pinopodi, molto
probabilmente derivano dalle cellule a microvilli, perché, si osserva a livello dell’epitelio uterino
una progressiva diminuzione sia del numero sia dell’altezza dei microvilli, fin quando tendono a
scomparire. Scompaiono quando si, diciamo, trasformerà l’apice di questa cellula in quell’aspetto
proprio con il pinopodio della cellula. Ma, io qui ve l’ho segnato e forse anche questa immagine voi
l’avete già vista, si ha anche una modificazione dell’ambiente intrauterino dovuto alla diminuzione
delle cosiddette proteine MUC-1, sono delle proteine di adesione, quindi diminuiscono le proteine
MUC-1, ma tendono ad aumentare altre proteine: le integrine e le trofinine, che sono delle proteine
di superficie anche loro.
E allora, ma dico, questo è più che altro per capire che tipo di modificazioni ha una mucosa, un
endotelio uterino, a prescindere che ci sia stata o meno una fecondazione, cioè, ripeto, quello che
noi stiamo vedendo, a livello epiteliale o a livello ghiandolare, avviene normalmente in un ciclo
uterino , a prescindere, o meno che ci sia stato un evento fecondazione. E allora, l’ultima parte,
diciamo, sempre di questa mucosa uterina che noi dobbiamo considerare, è la componente
connettivale. Questa componente connettivale subisce, anche lei, una trasformazione, quale può
essere la trasformazione, a carico delle cellule del connettivo, cioè dei fibrociti. I fibrociti, basta
guardare la loro forma, come vi ho dall’aspetto classico che noi troviamo del fibrocita, cellula
fusata, allungata col nucleo schiacciato, diventa una cellula stromale, quindi un, in questo caso
cambia anche, proprio, l’aspetto una cellula stromale decidualizzata, adesso vedremo cosa significa,
totalmente diversa, con un aspetto rotondeggiante e di dimensioni notevolmente maggiori.
Decidualizzata, cellula stromale decidualizzata, allora: la decidua, lo vedrete quando farete gli
annessi embrionali, è una parte di endometrio. Noi sappiamo, mi auguro che voi già lo sappiate,
perché vi è stato fatto, che l’endometrio è diviso in varie porzioni: uno strato basale ed uno strato
funzionale. Lo strato funzionale, che entra in contatto, la parte più superficiale, che entra in contatto
con la blastocisti, e poi con tutto quello che ne consegue, quindi con altre strutture che non vi
anticipo adesso, quel punto di contatto si chiama decidua, cioè, ripeto: la porzione di strato
funzionale che è in contatto diretto con la blastocisti, e con tutto quello che la blastocisti produrrà, e
che vedremo successivamente, quello strato, in quel punto, si chiama decidua. Allora, dal momento
che noi stiamo parlando di un endometrio di un ciclo uterino normale, ripeto, che non sa se c’è stata
una fecondazione, non abbiamo chiaramente un solo punto dell’endometrio che va incontro a queste
trasformazioni, ma sarà l’intero endometrio a avere queste trasformazioni. Tutto questo, diciamo,
cambiamento a livello endometriale, si chiama predecidualizzazione, cioè, quello che vi dicevo
prima: lo strato funzionale endometriale si prepara all’accoglimento di una blastocisti, ma ancora
non c’è stata l’incontro fra blastocisti e nucleo. E quindi non si ha la cosiddetta decidualizzazione
vera e propria, ma, in questo caso, ripeto, essendo un ciclo uterino normale, in questo caso, l’intero
strato funzionale di tutto l’endometrio va incontro a questa trasformazione. Tutto questo, in poche
parole, si chiama predecidualizzazione. È chiaro? Ci siamo? Quindi questo è l’orologio biologico
materno. Infatti,m ritorniamo a quello che io vi ho detto prima a proposito di orologio biologico e di
sincronizzazione dell’orologio biologico, dei due orologi biologici. Se noi non avessimo una
perfetta sincronizzazione, non potremmo avere un impianto, perché, perché non si crea la cosiddetta
finestra d’impianto, in quanto, queste trasformazioni, cioè, le trasformazioni dell’endometrio, la
predecidualizzazione dell’endometrio, avvengono in 4 o 5 giorni. Ma stiamo parlando di 4 – 5
giorni della fase secretiva, ricordiamocelo. Non è che sono i primi 4-5 giorni del ciclo, stiamo
attenti ragazzi, cerchiamo di capirci in maniera corretta: stiamo parlando di 4-5 giorni riferendoci
alla fase secretiva, infatti rispetto alla fecondazione saranno da 5 a 9 giorni dopo la fecondazione,
perché, perché se noi mettiamo che la fecondazione deve essere avvenuta sicuramente quando?
Dopo che cosa? Dopo l’ovulazione, che avviene al quattordicesimo giorno del ciclo ovarico, e
quindi corrisponde al quattordicesimo giorno del ciclo uterino. Quindi se la fecondazione è
avvenuta sicuramente dopo l’ovulazione noi dobbiamo aspettare da 5 a 9 giorni dopo la
fecondazione, cioè la predecidualizzazione si mantiene da 5 a 9 giorni, d’altronde sono sempre 4-5
giorni da 5 a 9. È chiaro? La matematica non è un’opinione, quindi.. se noi andiamo a vedere,
invece, il corrispettivo dell’intero ciclo uterino, o mestruale, queste manifestazioni, ovvero la
predecidualizzazione quando avverrà, dal diciannovesimo al ventitreesimo giorno. È chiaro ragazzi?
Ditemi... qui, questi 4-5 giorni si chiamano finestra d’impianto, cioè è il tempo utile che
l’endometrio da alla blastocisti per poter entrare in cavità uterina e potersi impiantare. Per questo io
vi dicevo, se non c’è sincronia fra i due orologi, biologico materno e biologico embrionale, e quello
embrionale è sfasato di questi 3-4 giorni, è chiaro che l’utero non riesce più ad accogliere la
blastocisti ed a farla impiantare. Cioè, magari la accoglie ma non si potrà impiantare. È chiaro? Ci
siamo ragazzi? Allora, ripeto, la finestra d’impianto dura 4-5 giorni. Questi 4-5 giorni
corrispondono ad un periodo, rispetto alla fecondazione, che avviene fra il quinto ed il nono giorno
dopo la fecondazione, e noi abbiamo come punto di riferimento la fecondazione, invece se noi
abbiamo come punto di riferimento il ciclo uterino avverranno fra il diciannovesimo e il
ventitreesimo giorno. È chiaro? Ci siamo ragazzi, ditemi...perchè se non riusciamo a capire questo
non riusciamo poi a capire come mai avvengono queste cose. Chiaramente, quello che vi ho scritto,
è una conseguenza, cioè perché dura soltanto questi 4-5 giorni la finestra d’impianto perché c’è un
ritorno allo strato morfologico e funzionale di non recettività, cioè l’epitelio ritorna a essere quello
formato tranquillamente da cellule ciliate e cellule a microvilli, perché questo, perché ci sono le
gonadotropine che fanno cilecca, quindi non favoriscono, in questo caso, l’impianto. E allora,
ritorniamo alla nostra, abbiamo lasciato l’orologio biologico materno, andiamo a vedere l’orologio
biologico embrionale. Ritorniamo alla nostra blastocisti: ieri abbiamo lasciato la nostra blastocisti,
come vedete, questa è la cavità che si chiama blastocele, questa è la zona pellucida, queste sono le
cellule a carico che formano questa blastocisti. Iniziamo a conoscere più da vicino queste cellule
però. Allora, tutte queste cellule che sono colorate in verde, tutte queste cellule, si chiamano
citotrofoblasto. Questo mucchietto di cellule che voi vedete qui, che sono, non so se riuscite a
distinguerlo, queste sono un pochino più chiare di queste, poco, e queste sono rosse, spero che lo
vediate sennò avete bisogno di una visita oculistica, tutto questo mucchietto si chiama nodo
embrionale. In questo nodo embrionale riusciamo a distinguere queste cellule colorate in rosso che
sono delle cellule embrionali che costituiscono il primo dei tre foglietti embrionali, cioè
l’endoderma, o entoderma, che è la stessa cosa. Ci siamo? È chiaro? Quindi, non è difficile:le
cellule verdi, cioè le cellule che compongono la parete si chiamano citotrofoblasto, o trofoblasto,
che è la stessa cosa, non hanno ancora subito alcun tipo di differenziamento; poi, l’inspessimento di
questa blastocisti verso l’interno si chiama nodo embrionale, di questo nodo embrionale, la parte più
superficiale, le cellule più superficiali saranno le cellule che formeranno, che formano, il primo dei
tre foglietti embrionali, che si chiama endoderma, o entoderma. È chiaro? Ci siamo? Considerate
che noi siamo ancora in cavità tubarica: siamo vicino l’istmo, ma ancora non siamo entrati
all’interno dell’utero. Cosa succede, entriamo in cavità uterina. La prima cosa che si deve togliere,
perché è un ostacolo, è la zona pellucida. Questa zona pellucida viene prima, usando un termine
poco elegante, spaccata, si fessura, da che cosa, da due metallo proteine, una viene prodotta dalla
blastocisti, cioè di pertinenza embrionale, una viene prodotta dall’epitelio uterino, quindi di
pertinenza materna, e sono gli SP1 e gli SP2. È chiaro? Queste due proteine seriche non fanno altro
che corrodere, prima fissurare [fessurare] e poi spaccare definitivamente, la zona pellucida. Siamo
appena entrati, perché, se c’è questa concomitanza di intenti fra proteine embrionali e proteine
materne, siamo già all’interno dell’utero. Quindi, il primo evento che avviene, come evento
morfologico, perdita della zona pellucida. In questa immagine io vi ho segnato tutto quello che
avviene fra il terzo ed il sesto giorno, quindi prima le vediamo ed ora le commentiamo. Questa è
una morula che si cavita, è umano questo, ah? Che si cavita, questo è il nodo embrionale, queste
sono le cellule del citotrofoblasto: come vedete la morula aumenta di dimensioni, perché tende a
stirare un po’ la zona pellucida, ma si mantiene sempre, vedete, si mantiene sempre a livello..ad un
certo punto, fuoriesce dalla zona pellucida e inizia a ingrandirsi, questo è il nodo embrionale.
Questo, per gli autori inglesi, e poi anche per gli italiani, chiaramente, si chiama etching. Etching
che cos’è in inglese: la schiusa. Quindi non solo l’uovo del pollo ha la schiusa, ma anche un
embrione umano ha la schiusa. Schiusa che s’intende in questo caso, s’intende la rottura della zona
pellucida e la fuoriuscita della blastocisti. Chiaro? È un po’ questo: questo un po’ dopo avviene.
Quindi, la blastocisti, sennò non potrebbe aumentare di volume, non potrebbe diventare più grande,
quindi abbiamo la blastocisti che è fuoriuscita dalla zona pellucida cosa fa, siamo sempre al livello
dell’utero, quindi siamo all’interno della cavità uterina, cosa fa questa blastocisti, si deve orientare.
Giustamente la prima cosa che uno fa quando visita un posto nuovo: si deve orientare. Perché si
deve orientare, per un motivo molto semplice: perché questo che è il nodo embrionale sarà
necessariamente il punto di contatto con l’epitelio uterino. Prima si orienta e poi, a seconda di come
ruota, andrà ad appoggiarsi sull’epitelio uterino, con una blastocisti orientata con epitelio
uterino, cellule del citotrofoblasto e nodo embrionale, cioè l’apposizione non può avvenire in
questo modo, con le cellule del nodo embrionale non in corrispondenza: deve necessariamente
avvenire con il nodo embrionale in corrispondenza con l’epitelio. Vedremo, c’è un motivo. Quindi,
vi ho detto, siamo in cavità uterina. Cavità uterina che è grande, ma questa zona segnata in rosso è
la zona utile per un impianto. Quindi, la zona utile per un impianto corrisponde alle pareti del corpo
e al fondo. Ma, si può anche impiantare qui, no? Per esempio istmo, collo, vagina: questi sono
impianti patologici. Addirittura, come in questa immagine, i punti rossi sono impianti che in,
studierete in clinica ostetrica, sono ectopici, cioè sono impianti che non sono fisiologici, non sono
cioè nel punto in cui poi la blastocisti si può, diciamo, trasformare in quello che poi sarà l’embrione
e poi il feto e quindi poter portare si dice avanti questa gravidanza. L’impianto ectopico viene anche
definito impianto extrauterino, diciamo, normalmente, volgarmente detto. Il termine medico è
impianto ectopico. E allora, come vedete, questo abbiamo visto, al di sotto del corpo, quindi del
collo e al livello della cervice uterina non può portarsi avanti, pur che sia utero, abbiamo impianti
questo qui è peritoneale, abbiamo impianti ovarici, impianti tubarici (2 3 e 4 sono impianti tubarici
e dell’istmo) ed addirittura impianti intestinali, cioè sulla parete dell’intestino. E allora perché, qual
è il motivo per cui non si può portare avanti una gravidanza con un impianto ectopico, per un
motivo molto semplice: noi conosceremo, andando avanti, delle strutture che sono altamente
proliferative. Diciamo che ora non succede più, ma anticamente alcune gravidanze potevano essere
scambiate per lesioni cancerogene, cioè per veri e propri tumori dell’utero, perché, perché il ritmo
di crescita di questa struttura, che adesso vedremo, formata dalla blastocisti, da una parte della
blastocisti, è talmente rapido e talmente invasivo, nei confronti dell’organo in cui avviene
l’impianto, che spesso poteva essere confuso con non una gravidanza, soprattutto nei momenti
iniziali, ma con una lesione cancerogena. Quindi, va da sé che, se noi questa blastocisti la
impiantiamo in una qualsiasi altra parte dell’organismo, l’accrescimento di questa struttura, che si
approfondì nella parete, normalmente, perché il suo compito è quello e quindi sa fare solo quello,
provoca danno. Perché, perché provoca perforazione di qualsiasi altro organo, cioè provoca
perforazione del peritoneo, provoca perforazione dell’ovaio, soprattutto delle anse intestinali e delle
tube, che sono organi cavi, provoca una perforazione a tutto spessore della parete, perché questi
organi non sono come l’endometrio, che è fatto in quel modo proprio per combattere, per
controbattere, la presenza di questa struttura e, capite benissimo, se noi sfondiamo a tutto spessore
la parete di un organo cavo non è sicuramente una bella vita perché ci sono infiammazioni,
emorragie, insomma tutto quello che ne consegue...emorragie pure serie, pure gravi perché,
soprattutto a livello intestinale e a livello peritoneale, a livello peritoneale è facile immaginarlo, mi
auguro: si ha una bella, una vera e propria peritonite performativa e diciamo che i tempi di
sopravvivenza sono, diciamo, molto, ma molto scarsi. Se è un impianto intestinale e allora lì si può
intervenire isolandolo e quindi risolvendo il problema, se già non c’è stata un’emorragia imponente,
perché in genere attraverso anche i grossi vasi arteriosi questa struttura erode, perché è fatta proprio
per questo, per erodere anche i vasi e quindi, una volta che ci si accorge che c’è un’emorragia in
corso, un’emorragia interna in corso, già, diciamo che è troppo tardi. E allora, questo per dirvi cosa,
per dirvi che l’unico, come vi ho detto prima, organo, e neanche tutto, abbiamo visto, l’unica parte
di quest’organo che è utile per l’impianto è solo, esclusivamente, l’endometrio. E allora, quindi, la
blastocisti che si va a toccare, appoggiare, sull’endometrio. E allora, da ora in poi, tutte le immagini
che noi andremo a vedere, immagini istologiche o immagini schematiche, saranno come sempre,
d’altronde, in istologia, dovute alla sezione di un oggetto tridimensionale. Quindi, quando noi
guardiamo una sezione, dobbiamo immaginarci, sempre che quella sezione corrisponde ad una parte
di un oggetto tridimensionale, è chiaro? Per poter riuscire ad afferrare, a capire, il senso di queste
immagini bidimensionali piatte. Perché è chiaro che se noi non sappiamo che questo è un embrione
e questa corrisponde a questa sezione, per noi può essere anche un otto, dico, non c’è alcuna
differenza. E allora, fase di adesione: questa è la nostra brava blastocisti, questo è il nodo
embrionale, queste sono le cellule del citotrofoblasto. Come abbiamo visto prima nell’orologio
biologico materno, si ha una riduzione della MUC-1, delle proteine d’adesione, da un lato e si ha un
aumento delle integrine, dall’altro. Quindi questa navicella spaziale arriva e va ad agganciarsi
sull’epitelio uterino, si aggancia strettamente dopo essersi orientata. Eccola qua, questo è un
disegno schematico: questo è il punto d’aggancio, questo è il nodo embrionale, e questa è la parete
della blastocisti. Questo è il trofoblasto, adesso vi dico cos’è il trofoblasto, comunque questa è la
blastocisti, questo è l’epitelio uterino. Come vedete si agganciano tramite i microvilli, si agganciano
e si tiene stretta la blastocisti con l’epitelio uterino. Io, fino adesso non vi ho voluto parlare di altre
strutture se non il trofoblasto, o citotrofoblasto, ma adesso è arrivato il momento di introdurre un
altro concetto, cioè: questo è il nodo embrionale, questo è il citotrofoblasto, tutto questo; dal
citotrofoblasto, che è in corrispondenza del nodo embrionale, si sviluppa una struttura
particolarissima che si chiama sincizio trofoblasto. Cos’è il sincizio trofoblasto. Allora,la parola
sincizio io penso che voi ormai dovreste conoscerla, no? Cos’è un sincizio? È una struttura formata
da tanti nuclei. Certo, c’è una differenza con il plasmodio, perché anche il plasmodio è una struttura
formata da tanti nuclei: nel sincizio le cellule sono fuse fra di loro, quindi mettono in
compartecipazione il citoplasma e i nuclei a questa struttura, mentre invece nel plasmodio non
avviene la citodieresi, cioè la divisione del citoplasma e quindi si ingrossa, duplica il nucleo e
quindi aumenta di dimensioni, come nel sincizio. Allora, in questo sincizio trofoblasto, da questa
definizione noi sappiamo che sono le cellule, ripeto, corrispondenti al nodo embrionale che
cominciano a dividersi, in maniera molto rapida, molto, ma molto rapida e mettono in
compartecipazione il citoplasma ed i nuclei, quindi si fondono formando una struttura unica, questo
sincizio. È chiaro? Questo sincizio cosa fa, fa da ancora, cioè: abbiamo avuto la blastocisti che è
arrivata sull’epitelio, ritorno all’immagine prima, questa è la blastocisti con il nodo embrionale,
questa blastocisti è arrivata sull’epitelio, vedete, si ancora, attraverso questo sincizio trofoblasto,
all’epitelio. Cioè, questa struttura unica multi nucleata, ed è questa che io vi dicevo prima ha una
crescita enorme, rapida, soprattutto rapida, inizia ad invadere l’epitelio: quindi si ha, fa da ancora
all’epitelio. Ma cosa succede, non si lascia la blastocisti sull’epitelio, perché, perché la blastocisti
deve essere protetta, non può restare beante, cioè libera, anche se agganciata nella cavità uterina, ma
deve essere protetta, come, la dobbiamo far penetrare nello spessore dell’endometrio. Quindi,
questo sincizio trofoblasto, che prima serviva solo da ancora, cioè da perno della blastocisti,
siccome ha un’attività erosiva molto rapida e molto potente, cioè, in pratica fa piazza pulita di tutte
le strutture con cui si trova a contatto, cosa fa in questa sua attività, spinge verso il basso.
Spingendo verso il basso si tira,perché agganciata, chiaramente, si tira la blastocisti quindi inizia ad
approfondarsi, quindi fase di penetrazione iniziale, approfondarsi all’interno dell’endometrio, dello
strato funzionale dell’endometrio. È chiaro che la componente, la partecipazione molecolare, è
importante, ma è importante soprattutto il concetto: vengono prodotti soprattutto il VEGF (Vascular
Endotelial Grow Factor) angiogenetici, poi questo sincizio trofoblasto forma le cosiddette β-HCG.
Quando noi vogliamo sapere se c’è una gravidanza in corso cosa andiamo a dosare? Andiamo a
dosare proprio le β-HCG, che sono le gonadotropine corioniche, corioniche perché, perché poi il
sincizio trofoblasto formerà il cosiddetto corion, lo vedrete quando farete gli annessi. Quindi, le β-
HCG sono il segnale che c’è in corso, sicuramente, una gravidanza. Da non confondere con le HCG
quali, ipofisarie, è chiaro? Le gonadotropine ipofisarie. Per questo si dosano solo quelle corioniche,
perché quelle ipofisarie sono normali. E allora, se noi, vedete questa è una blastocisti sgonfiata, che
si è sgonfiata, questo è il nodo embrionale, questo è il sincizio trofoblasto, questo è l’endometrio,
questo è lo strato compatto perché l’endometrio è formato da due strati, compatto e spongioso,
quindi questo è lo strato compatto, questi sono lumi delle ghiandole. Chiaro? Cosa succede, noi
continuiamo a spingere verso dentro, ad un certo punto l’endometrio si richiude di sopra, quindi
diciamo che così si completa la fase dell’annidamento, cioè la fase di protezione completa della
blastocisti ed anche dell’embrione, cioè si ha la fase di riepitelizzazione, cioè l’epitelio uterino con
anche lo stroma, cioè tessuto connettivo si richiudono. È un po’ come l’idea, tanto per farvi capire,
delle sabbie mobili: questa blastocisti arriva, tocca la cavità uterina, che potrebbero essere sabbie
mobili, e comincia ad affondare.
Affondando poi, le sabbie mobili si richiudono sopra, la stessa cosa avviene con la blastocisti. E
allora, questa è la blastocisti, questo è il sincizio trofoblasto, tutta questa zona che vedete anche con
queste cavità che si chiamano lacune, che adesso vedremo, questo è il nodo embrionale, questo è il
blastocele, cioè la cavità della blastocisti vera e propria. Cos’è successo: l’endotelio si è richiuso
sopra la blastocisti, questo è il connettivo e questo è l’epitelio, che per il momento è ancora basso,
ma vedete ai lati è sempre cilindrico, esso si solleverà anche in questa zona. È chiaro? Ci siamo? E
allora, guardiamo più da vicino, con un disegno schematico, ripeto, sempre ricordiamoci la
tridimensionalità delle cose. Blastocisti, cellule embrionali, nodo embrionale con l’endoderma, che
è questo, nodo embrionale, sincizio trofoblasto, questo verde più scuro, citotrofoblasto, tutto questo,
questo è il nodo embrionale e questo è l’endoderma. Questa è una sezione dell’endometrio, cioè
della zona compatta, qui sopra, e spongiosa, qui sotto, con tutti i vasi, arteriosi e venosi. Ci siamo?
Eccola qua, questa è una blastocisti, questo è il nodo embrionale e questo è il sincizio trofoblasto
che prima si sta agganciando per poi entrare verso l’interno. E allora, lasciamo un attimo la fase
diciamo totale della blastocisti che si è annidata. Andiamo a vedere cosa succede dentro la
blastocisti. Nella blastocisti incominciano a, per forza, avvenire alcuni eventi. Allora, è da aver
chiara subito una cosa: fino ad adesso noi abbiamo parlato di evventi separati l’uno dall’altro, cioè,
la cellula uovo fecondata, lo zigote, la morula, creazione della blastocisti, blastocisti che si impianta
ed inizia ad annidarsi. Fino ad adesso tutto quello che abbiamo descritto avviene in sequenza, è
chiaro? Cioè, l’impianto non può avvenire contemporaneamente alla formazione della morula, deve
essere per forza in sequenza. Adesso però, per una comodità di studio, noi daremo una sequenza a
questi eventi che andremo a descrivere, ma questi eventi saranno coincidenti, cioè, quello che
adesso io vi dico sarà coincidente con l’annidamento. Quindi non è che avviene prima
l’annidamento e poi questo. Da ora in poi la stragrande maggioranza di tutti gli eventi
embriogenetici avviene in concomitanza. È chiaro? Certo, legati allo sviluppo, perché, prima
abbiamo parlato di gastrulazione e neurulazione, non avvengono quando si impianta la blastocisti,
ma questo evento, che adesso vediamo, avviene durante l’annidamento della blastocisti. Quindi in
embriologia bisogna pensare in due modi: in maniera sequenziale, cioè conoscere gli avvenimenti in
maniera sequenziale, ma rendendosi conto che molti avvenimenti avvengono contemporaneamente
ad altri. Se non fosse così una gravidanza non durerebbe nove mesi, ma durerebbe sei anni. È
chiaro? E allora, qual è l’elemento morfogenetico, cioè l’elemento embriologico che adesso
vediamo: la creazione del secondo foglietto, più un’altra struttura. Allora, il secondo foglietto è, se
abbiamo parlato di entoderma, parleremo di ectoderma. Allora, questa è la nostra blastocisti, nodo
embrionale, endoderma, e lo abbiamo già visto, queste cellule verdi cosa faranno, incominceranno a
differenziarsi, formando queste cellule qui più chiare, formando l’ectoderma. Queste cellule verdi
più scure si differenzieranno a loro volta, formando che cosa, formando queste cellule qui
marroncine che, quindi questo è endoderma, questo è ectoderma, questo qui è l’amnios. Quindi,
nella fattispecie, epitelio amniotico. Ma fra amnios ed ectoderma si forma uno spazio, che è
riempito da uno spazio, che sarà il liquido amniotico, cominciamo a conoscere questa terminologia
perché sarà importante poi per tutto lo sviluppo. Quindi, il liquido amniotico separa l’amnios,
epitelio dall’ectoderma. È chiaro? Ci siamo ragazzi? Quindi, da un nodo embrionale assolutamente
indifferenziato, incominciano a differenziarsi le prime tre strutture: la prima è l’endoderma, la
seconda è l’ectoderma, il terzo è l’epitelio amniotico, con la cavità amniotica piccolina ed il liquido
amniotico, che è ancora piccolina, molto. Ci siamo? Quindi, questa è una blastocisti definitiva in
questo stadio. Se noi andiamo a ricostruire questa blastocisti avremo: il citotrofoblasto, questo verde
chiaro, il sincizio trofoblasto, questo verde più scuro, amnios, cavità amniotica, ectoderma,
endoderma, o entoderma. È chiaro? Ci siamo? Queste sono le strutture principali che noi troviamo
durante l’annidamento. Quindi, mettiamo insieme i due processi: annidamento e formazione di
queste due strutture. (Studentessa: Professore, ma quindi fra citotrofoblasto, cioè, durante questa
fase, il sincizio trofoblasto non elimina il citotrofoblasto, quello resta lo stesso.) Certo, d’altronde.
(Studentessa: no, dico, non è il citotrofoblasto che in quella reazione si trasforma in sincizio e resta
sincizio, cioè, si ha ancora il citotrofoblasto) Cioè, si, per forza, perché queste cellule si
divideranno, si fonderanno e continueranno a formare sincizio trofoblasto, perché si deve ingrandire
il sincizio trofoblasto. Ci siamo ragazzi per il resto? E allora, stessa immagine, qua incominciamo,
vedete: l’embriologia va costruita mattoni su mattoni, in questa immagine cosa abbiamo, abbiamo
una blastocisti un po’ più complicata, perché, poco più complicata, neanche tanto più complicata,
perché, ormai le strutture le dovremmo riconoscere: questo è il sincizio trofoblasto, questa è la
primitiva cavità amniotica col liquido, questo è l’amnios, questo è il citotrofoblasto, questo è
l’ectoderma, questo è l’endoderma. Qual è la struttura che aggiungiamo a questa blastocisti? C’è
una struttura particolare, che è questa. Quello è definito sacco vitellino primitivo. Il sacco vitellino
primitivo da che cosa è formato, è formato dall’endoderma, come vedete, e questa zona viene
definita membrana di Heuser. C’è questo palloncino, sarà da un lato chiuso dall’endoderma,
dall’altro lato chiuso da questa membrana di Heuser. Cos’è la membrana di Heuser, allora, per fare
questo dobbiamo capire una cosa. Questo spazio, cos’è, secondo voi, a prescindere da quel che c’è
scritto nella didascalia. Il blastocele, certo, quindi lo spazio, la cavità della blastocisti. Ma, dal
momento che noi dobbiamo aumentare di dimensioni, e di cellularità, questo spazio, il
citotrofoblasto incomincia a mandare qualche cellula verso l’interno. Si chiama magma reticolato,
questo spazio, reticolato, proprio per la presenza di queste cellule a forma stellata. Quindi, non è
più, come abbiamo visto fino adesso, una cavità contenente un liquido, ma è sempre una cavità,
contenente alcune cellule provenienti dal citotrofoblasto, provenienti dalla parete della blastocisti.
Queste cellule dove andranno a posizionarsi, si posizioneranno all’interno di questa cavità,
formando il magma reticolato, ma si andranno a giustapporre lungo la parete del sacco vitellino
primitivo, o primario, come lo vogliamo chiamarlo, formando quella che, in termine tecnico, si
chiama membrana di Heuser. È chiaro? Ci siamo? Se noi andiamo a guardare, dal vivo, come si suol
dire: questa è tutta la struttura, questo è il sinciziotrofoblasto, questo è il citotrofoblasto, vedete, si è
già annidata, questa è una struttura che ha già avuto l’annidamento, questa piccolissima cavità,
questa, è la cavità amniotica, questo è l’ectoderma, questo è l’entoderma, questa è la membrana di
Heuser, cioè il sacco vitellino, questo è il sacco vitellino, questo è il magma reticolato, vedete, è
proprio reticolato perché ci sono queste cellule che si vanno a portare fino al limite della parete del
sacco vitellino formando questa, proprio questa, la membrana di Heuser. Chiaro? Ci siamo? Questa
è la parete del sacco vitellino, questo è il citotrofoblasto, queste sono le cellule della membrana di
Heuser. Allora, man mano che noi proseguiamo sempre in questo sviluppo, cosa succede, succede
che nella cavità, cioè in questa che era, sappiamo essere il residuo della cavità della blastocisti
aumentano le cellule che man mano fornisce il citotrofoblasto, no? Chiaro? Aumentano talmente
tanto che, a questo punto, non parleremo più di magma reticolato, ma parleremo di mesoderma
extraembrionale. Ci siamo? Quindi diventa un, quasi, anche se non nell’accezione che noi
sappiamo, un tessuto, mesoderma extraembrionale. Non vi sto qua a fare la differenza fra extra ed
entra embrionale perché adesso lo vedremo. E allora, se noi lo andiamo a vedere da vicino, ormai le
strutture le dovremmo riconoscere: questo è il sacco vitellino, questo è l’ectoderma, questo è
l’entoderma, questa è la membrana di Heuser, qui si vedono poco, ma tutto questo sarà il
mesoderma extraembrionale, questo è, vedete come circonda tutta questa struttura, è il sincizio
trofoblasto, questi in rosso sono i vasi sanguigni. Allora, i processi che avvengono in maniera
tumultuosa, vedete noi all’inizio eravamo al sesto-settimo giorno, qui siamo al quattordicesimo-
quindicesimo giorno e otteniamo una struttura complessa così, quindi avvengono in maniera molto
rapida questi processi. Quindi, cosa abbiamo di diverso, questa è l’immagine della struttura
precedente, questa è della struttura attuale. Succede un’altra cosa, madre natura ogni tanto fa cose
strane, apparentemente strane. Questa cos’è? Una cavità, ma prima avevamo il mesoderma,
esattamente. Madre natura, invece di una struttura “quasi piena”, ho detto prima è quasi un tessuto,
questa struttura la ricavita, lasciando cosa però, lasciando lungo le pareti il residuo di quel tessuto,
cioè del mesoderma extraembrionale. Questo mesoderma extraembrionale, però si dispone come,
verso l’esterno, che è questa parte, e verso l’interno, che sarebbe questa parte. Ci siamo? E allora,
guardiamo verso l’interno: verso l’interno avremo due porzioni, una porzione che guarda verso il
sacco vitellino, che è questo, ed una porzione che guarda verso la cavità amniotica, che è questa.
Queste due porzioni di mesoderma extraembrionale, perché il nome resterà uguale, assumeranno
due nomi specifici: quella che guarda verso il sacco vitellino, questo azzurro quindi, che guarda
verso il sacco vitellino, si chiamerà splancnopleura; quella che invece guarda verso l’amnios, la
cavità amniotica e quindi verso l’ectoderma, si chiamerà somatopleura, quindi, questo ulteriore
rivestimento all’esterno di queste strutture avrà due nomi: quello che è superiore, quindi quello che
guarda verso l’ectoderma si chiamerà somatopleura, quello che guarda verso il sacco vitellino,
quindi l’endoderma, si chiamerà splancnopleura. In pratica noi, a questo punto, ci dobbiamo
immaginare questa struttura come, è facile, come una sfera in cui, all’interno, ci sono altre due
sfere, che si toccano. La sfera grossa è formata da questa struttura, quindi qua avremo, non
chiameremo più blastocisti, ma sarà il residuo della blastocisti, in questo caso questa struttura si
chiamerà cavità celomatica extraembrionale, vedrete poi, quando farete un’evoluzione embrionale
cos’è il celoma intra- ed extra-embrionale, quindi è una cavità, delimitata chiaramente, quindi sarà
la sfera grande. All’interno di questa sfera grande ci sono altre due sfere più piccole che si toccano.
Il punto di contatto fra le due sfere è dato che cosa, quella superiore dall’ectoderma, quella inferiore
dall’entoderma. La cavità superiore sarà l’amnios, la cavità inferiore, di questa sfera, sarà il sacco
vitellino. È chiaro? Ci siamo ragazzi? Qua noi abbiamo un'altra, pero, presenza, cioè, questo è il
sinciziotrofoblasto e non ve lo sto a dire, chiaramente, abbiamo un’altra presenza, cioè le cellule che
dell’endoderma si limitavano a stare ferme nell’ambito di questo foglietto embrionale cosa fanno,
scivolano e vanno a tappezzare, interamente, il sacco vitellino. Perché vi ricordo che prima la
membrana di Heuser era semplicemente formata, come componente cellulare dalle cellule
provenienti dal citotrofoblasto. Adesso a queste cellule si aggiunge, anche, alla cellule del
citotrofoblasto, si aggiungono anche le cellule dell’endoderma, quindi è una parete formata da due
strati cellulari, una che deriva da una parte ed una che viene dall’endotelio. Ci siamo? Queste due
frecce cosa ci stanno ad indicare, ci stanno ad indicare che questa cavità comincia ad allargarsi, e
questo punto, che va man mano restringendosi, poi nello sviluppo embrionale avrà un destino ben
preciso, si chiama peduncolo di fissazione, o peduncolo embrionale. Cioè, se no queste sfere
starebbero libere all’interno di questa cavità e non è possibile. E allora, a proposito, questa è una
riflessione che vorrei voi faceste a proposito di embrioni: andiamo a vedere la gastrulazione. Allora,
cosa intendiamo noi per gastrulazione, questa è la definizione di gastrulazione §§, quindi con il
termine gastrulazione si intende la formazione, durante lo sviluppo embrionale, del terzo foglietto,
cioè il mesoderma intra-embrionale. È chiaro? Ci siamo? Quindi noi fin adesso abbiamo visto un
mesoderma, ma quello era extra-embrionale, perché si chiama intra-embrionale questo, perché si
andrà a formare fra i due foglietti già esistenti:ectoderma ed endoderma. Ci siamo? Il principio è
questo, cioè, abbiamo due foglietti, ectoderma ed endoderma, dobbiamo aggiungere il terzo
foglietto. Ancora è presto, no? (Mostrando la foto di un grosso sandwich) Allora, dunque, questo è
in sezione, tridimensionale, quello che io vi ho appena detto, cioè abbiamo due sfere, una superiore
ed una inferiore, queste due sfere a contatto saranno a contatto tramite cosa, questo è l’ectoderma,
questo, sotto che non si vede, chiaramente, è l’entoderma. Quindi, questo sarà il sacco vitellino,
questa sarà la cavità amniotica, è questa praticamente. Andiamolo a guardare nella realtà, perché i
disegni ci dicono tanto, ma guardarlo nella realtà è già diverso: questa è la cavità amniotica, questo
è l’epitelio amniotico, questo è l’ectoderma, questo è l’entoderma, ma questo entoderma come
vedete è andato già a scendere ed a tappezzare internamente il sacco vitellino. Ma ci sono anche le
cellule esterne, le vedete, sono queste. Quindi la parete del sacco vitellino, in questo caso, a questo
livello, è formata da due strati cellulari.
Questa è una curiosità: quello che avviene in due mesi, scarsi, un mese e mezzo. Dall’embrione a
tre foglietti, o a due foglietti, fino all’embrione al mese e mezzo circa, ovviamente un po’
accelerato, ma comunque avviene questo (mostra un video di sviluppo dell’embrione). E vi posso
assicurare che a un mese e mezzo, alla fine del filmato, un mese e mezzo circa, ancora non ci siamo,
ci siamo ora, circa, ecco, un mese e mezzo è un’interruzione volontaria della gravidanza si effettua
a circa a un mese dalla fecondazione, ma siccome il punto esatto della fecondazione non si sa, si
può intuire, perché, per datare una gravidanza, da quando si data una gravidanza...vedo che siete
tutti ben informati, quindi, c’è una finestra di almeno quanto, circa, 10-14 giorni, quindi
l’interruzione della gravidanza avviene per la legge, per legge, al mese, ma avviene sicuramente ad
un mese e mezzo, circa, dallo sviluppo. Quindi, lungi da me fare discorsi moralistici in questa sede,
non è la sede, e non sono io un moralista, né vero né falso, come si dice, però constato
semplicemente che, come avete visto, quell’embrione alla fine della sequenza era assolutamente
formato in tutte le sue parti, era un individuo, letteralmente formato, con tanto di occhi, bocca,
braccia, dita, gambe, braccia, tutto quello che ci doveva essere. E allora, questa è un’immagine del
disco embrionale, perché noi parliamo di disco embrionale, cioè questo è l’ectoderma, questo
arricciato è l’epitelio amniotico, quindi noi abbiamo staccato l’amnios, quindi la cavità amniotica è
stata asportata e quindi noi abbiamo questo come ectoderma. Visto un po’ a piatto questo è sempre
l’ectoderma, questo è l’amnios, vedete che formava la cavità amniotica, sotto cosa abbiamo, questa
era la cavità vitellina e questo è l’endoderma. Quindi, questo è un disco bi laminare, è orientabile
quel disco bilaminare, si, perché, perché noi abbiamo, diciamo, questa struttura, che adesso diremo
cos’è, che ci orienta l’embrione, cioè noi già a questo stadio sapremo da quale parte si svilupperà la
testa, da quale parte si svilupperà la coda. E allora, quale struttura è che ci orienta, è questa
struttura, questa qui, questa struttura qui si chiama linea primitiva. La linea primitiva non è altro che
un ispessimento dell’ectoderma. Questa linea primitiva ci orienta l’embrione: prima della comparsa
della linea primitiva noi non sapevamo com’era orientato questo embrione, ma appena compare la
linea primitiva già noi possiamo orientare l’embrione. E allora, come si vede in questa linea c’è un
punto d’inizio e poi tutto uno sviluppo della linea, il punto d’inizio che generalmente coincide con il
centro del disco embrionale, questo punto d’inizio cosa fa, si chiama nodo di Hansen, orienta
l’embrione, cioè, tutte le strutture opposte al nodo di Hansen saranno, da queste strutture si formerà
la testa, la parte cefalica dell’embrione; dalle strutture invece in corrispondenza alla fine della linea
primitiva si origineranno le strutture podaliche, ovvero bacino, arti inferiori, eccetera. Va da sé che
se noi abbiamo una testa ed un podice, avremo anche una destra ed una sinistra, un ventrale ed un
dorsale. È chiaro? E basta avere i punti di riferimento come testa e podice per poterci orientare e
quindi poter orientare l’embrione: ventrale sarà il basso, dorsale sarà in alto; destra e sinistra
rispettivamente ai lati della linea primitiva, considerando la testa, sempre. Io qui vi ho messo organo
induttore, cos’è? Noi dobbiamo introdurre in embriologia questo termine “organo induttore”.
L’organo induttore è un organo vero e proprio, come la linea primitiva, che viene considerata un
organo embrionale, che serve ad indurre, a facilitare, la formazione di altre strutture, quindi induce
la formazione di altre strutture, ed in genere scompare, ma non sempre. Vedremo, a proposito
proprio della gastrulazione che c’è una struttura, che è anch’essa un organo induttore, e invece
permane, nell’adulto ci sarà un residuo. È chiaro? Quindi, il concetto di organo induttore. Quindi, se
noi andiamo a guardare la al microscopio ottico a scansione,noi abbiamo il nodo di Hansen e questa
depressione con i margini un po’ più rilevati, come vedete, è la linea primitiva. Quindi da questo
lato noi avremo la testa, da quest’altro lato avremo la parte podalica. (Studentessa: <<Professore,
ma è un ispessimento o una depressione?>>) è un ispessimento ai lati ed una depressione al centro,
perché è una specie di fessura che si viene a creare. Vedete, questo è un ispessimento, ai lati e
questa è una depressione, questo il nodo di Hansen o nodo cefalico, questa è la linea primitiva. In
quest’immagine cosa c’è oltre, c’è la somatopleura e la splancnopleura, che riveste la cavità
amniotica e il sacco vitellino. Da questo nodo di Hansen incomincia a proliferare l’ectoderma.
Prolifera verso dove, non prolifera verso la superficie esterna, cioè non prolifera verso sopra, ma
questa proliferazione cellulare andrà a portarsi fra l’ectoderma e l’endoderma, secondo, vedete,
queste due frecce: questo è l’ectoderma, questo è l’endoderma, in sezione. Questa proliferazione,
esattamente, inizia in corrispondenza sia del nodo cefalico che della linea primitiva. Considerate
che, come vedete, questa, che adesso vedremo meglio, questa proliferazione andrà lateralmente, ma
non solo. Quella in corrispondenza del nodo di Hansen si porterà, diciamo, verso la testa
dell’embrione, chiamiamola così, cioè verso la parte cefalica dell’embrione, tant’è vero che questa
zona,
che, ripeto, è sempre posta fra ectoderma e entoderma , si chiamerà prolungamento del nodo
cefalico oppure prolungamento cefalico del nodo di Hansen, che è la stessa cosa. Quindi già
cominciamo a produrre il terzo foglietto, cioè il mesoderma. Questo è l’ectoderma, in
corrispondenza della linea primitiva, come vedete, le cellule vanno incontro a divisione, si
approfondano, diventano prima a forma di bottiglia... gli autori inglesi sono molto fantasiosi...
formano queste cellule che loro chiamano “bottle cells”, fino a quando poi questo ectoderma ed
endoderma non si portano e diventano cellule stellate del mesoderma, fra questi due foglietti. E
allora, in questa immagine noi vediamo come avviene in che senso avviene la gastrulazione, cioè,
abbiamo, vedete, questa parte che è il prolungamento, il mesoderma cordale, che è il prolungamento
cefalico del nodo di Hansen, o